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IL GRANDE GIUOCO ( Spadolini Giovanni , 1971 )
StampaQuotidiana ,
La « diplomazia del ping pong » non ha cessato di produrre i suoi effetti . Fra le cause che spiegano l ' annuncio rapido e sensazionale da Washington e da Mosca dell ' intesa diretta per la limitazione delle armi strategiche nucleari ( non soltanto dei missili difensivi ma anche di quelli offensivi : dopo un anno e mezzo di caparbie resistenze e di ostinate negazioni sovietiche ) , c ' è indubbiamente l ' elemento Cina , la componente Pechino . Il riavvicinamento cino - americano di poche settimane fa , pur solcato da ambiguità e reticenze , aveva profondamente turbato l ' Unione Sovietica e sospinto Mosca a riconsiderare il complesso della sua strategia verso gli Stati Uniti : nell ' evidente tentativo di evitare quel possibile « isolamento » che l ' Urss paventa nel caso che dalle partite di ping pong si passi ad un ' intesa più stretta fra America e Cina . La diplomazia triangolare , aperta dal nuovo e complesso rapporto Washington - Mosca - Pechino , è un ' alleata indiretta ma sicura della pace e dell ' equilibrio mondiale . Non c ' è nulla che la Russia attuale , la Russia conservatrice e metternichiana di Breznev , tema quanto la Cina . Sul piano degli immensi confini che si estendono fra i due paesi , prolungandosi per oltre seimila chilometri , ma anche sul piano della leadership ideologica dei partiti comunisti , cui Mosca è decisa a non rinunciare , costi quello che costi . La nuova linea , non priva di spregiudicatezza , assunta da Nixon nei riguardi della Cina fin dagli inizi ha posto al Cremlino problemi delicati , risolti con una tecnica alterna , di lusinga e di intimidazione , di oltranzismo mescolato alla distensione . Un punto è certo : la Cina non si rassegna al ruolo di secondo del comunismo mondiale , cui voleva inchiodarla per primo Stalin . I sintomi dell ' attivismo maoista sono continui . L ' ultimo , e più significativo , è dato dall ' annuncio , proprio di questi giorni , dell ' imminente viaggio a Pechino del capo romeno Ceausescu , il leader di un comunismo nazionale profondamente venato di riserve verso la Russia : quasi a rilanciare la sfida al monopolio ideologico dell ' Urss , pur ribadito con tanto ostentata solennità al XXIV congresso del Pcus . E chi se non il presidente Nixon fu il primo a visitare l ' eretico romeno , accolto dagli applausi entusiastici di Bucarest , nel viaggio europeo di due anni or sono ? In queste condizioni la mano tesa di Pechino verso Washington preoccupa Mosca . Ma c ' è un secondo elemento che ha avuto pure la sua importanza nell ' ammorbidire la intransigenza sovietica sul negoziato Salt , e nell ' indurre la Russia a riprendere il dialogo missilistico con Washington su basi di realismo e di concretezza , al di fuori di ogni velleità di stravincere . Ed è stata la rapida ripresa dell ' Europa nelle ultime settimane , coronata dal felice successo delle trattative di Brusselles non meno che del vertice di Parigi e dal rilancio dell ' ingresso dell ' Inghilterra nel Mec , paradossalmente favorito dalle orgogliose misure tedesche sul marco . La paura della Cina si unisce nella diplomazia sovietica ad un ' altra costante : l ' ossessione , del resto comprensibile , della Germania . La Ostpolitik ha rappresentato un momento di questa paura : il desiderio di staccare la Repubblica di Bonn dai vincoli « privilegiati » con la Francia - la grande illusione di De Gaulle - e con gli altri paesi della Comunità europea per impedire il ricostituirsi di una qualsiasi minaccia , soprattutto di una qualsiasi potenziale minaccia nucleare , alle frontiere occidentali sovietiche , le stesse frontiere aggredite da Hitler nel giugno '41 . Non sembra che la Ostpolitik , così contrastata all ' interno e presso gli stessi alleati - satelliti di Mosca , abbia raggiunto tutti i risultati che il Cremlino se ne riprometteva . Il filo della maggioranza social - liberale , su cui si regge la cancelleria Brandt , è esilissimo ; le riserve e le resistenze in Germania e fuori crescenti . L ' ipotesi che la Comunità europea , rafforzata da Londra , possa sviluppare un suo deterrente nucleare è già sufficiente a turbare la Unione Sovietica ; ma l ' ipotesi , molto più remota e non impossibile in astratto , che la Germania possa avere un giorno , anche lontano , la possibilità di poggiare il dito sul « grilletto atomico » è sufficiente a generare un senso di terrore nell ' Unione Sovietica , spingendo il gruppo arrogante ma realista che si stringe intorno a Breznev a riconsiderare tutte le sue posizioni , con un occhio sempre più amichevole verso l ' America . Non a caso Breznev ha dato una mano , col discorso di Tiflis , al presidente Nixon per respingere la mossa , incauta e pericolosa sotto tutti i punti di vista , dell ' emendamento Mansfield volto a ridurre i contingenti americani in Europa . E non a caso Nixon ha detto no a Mansfield , col concorso di due ex presidenti che si chiamano Truman e Johnson , in vista di non compromettere le prospettive di un negoziato con la Russia per la riduzione reciproca e bilanciata delle forze dei due blocchi in Europa . È chiaro che gli Stati Uniti , attraverso il nuovo giuoco triangolare , stanno riguadagnando un po ' dovunque l ' iniziativa che avevano perduto . Nel Sud - Est asiatico la situazione non è peggiorata per loro , e la campagna cinese sui fatti della Cambogia o del Laos è quasi cessata . Più significativo ancora il corso degli eventi nel Medio Oriente : con l ' improvvisa svolta del regime di Sadat in Egitto , proprio all ' indomani della missione del segretario di Stato Rogers . Una missione tutt ' altro che fallita , a giudicare dalla rimozione di tutti , o quasi , gli elementi filo - sovietici dal governo post - nasseriano ( ripensiamo a quei democratici che rimpiangevano Nasser come genio della pace ! ) e all ' apertura di una linea di aperto e globale negoziato con Israele : e tocca a Israele non chiudere la porta . Ma l ' iniziativa americana non basta . È l ' ora di un ' iniziativa dell ' Europa . I risultati dell ' incontro di Parigi , nonostante ombre e riserve , sono incoraggianti ; Francia e Inghilterra hanno ritrovato una comune convenienza a « stare » in Europa . È imminente una riunione della Nato a Lisbona ; è emersa una linea comune dei paesi del Mec sui problemi del Mediterraneo , presenza navale sovietica non meno che petrolio . Quelli che furono i rapporti speciali della sola Gran Bretagna con l ' America dovrebbero diventare i rapporti speciali dell ' intero continente , finalmente organizzato a unità , col grande mondo americano : in un vincolo non di sudditanza ma di parità , tale da offrire tutte le garanzie di equilibrio all ' Unione Sovietica e da consentire una conferenza europea senza dimenticare Berlino . Le condizioni per l ' Europa europea esistono . Occorre che tutti i popoli del Mec non perdano questa occasione storica . Tutti : a cominciare dall ' Italia . E ci siamo capiti .
LA PROVA. ECONOMIA E RIFORME ( Spadolini Giovanni , 1971 )
StampaQuotidiana ,
In questa ultima convulsa fase della campagna elettorale del 13 giugno - un quinto del corpo elettorale ma la macchina dei partiti impegnata con tutta la pesantezza degli slogans e tutta la aggressività degli apparati - è tornata in primo piano la polemica sul « dopo » , è riaffiorata l ' ombra della verifica all ' indomani del turno amministrativo di domenica prossima . Verifica della volontà dei quattro partiti di restare insieme : ha chiesto , non certo a torto , l ' onorevole Ferri , leader di un partito che segue con crescente malessere lo sviluppo dei sintomi di scollamento e di disintegrazione all ' interno del centro - sinistra . Necessità di mantenere il quadro istituzionale del quadripartito , senza scosse e senza prove pericolose , almeno fino alla difficile scadenza dell ' elezione presidenziale : ha risposto , con motivi almeno altrettanto fondati , l ' onorevole La Malfa , capo di un altro partito che si è ispirato ad una costante regola di coerenza e di serietà e che non manca di condividere le preoccupazioni del Psdi , ma teme ancora più la lacerazione della superstite solidarietà democratica nei mesi bloccati e paralizzati del « semestre bianco » . Nessuna verifica : ha aggiunto , da parte sua , il vice - presidente De Martino , insistendo sulla tesi socialista degli « equilibri più avanzati » , che degrada il centro - sinistra ad una formula interlocutoria e di transizione , e tornando sullo spartiacque delle riforme come solo criterio di divisione fra le forze politiche , indipendentemente , si potrebbe dire , dalla loro collocazione nella maggioranza o nell ' opposizione . Riforme e centro - sinistra : ecco il tema che in ogni caso , verifiche o meno , dominerà le settimane successive al 13 giugno . Ma quali riforme ? E con quali mezzi ? Una volta di più l ' astrattismo socialista rischia di prevalere sui dati obiettivi della realtà , condizionata da una recessione economica minacciante tutti gli approdi e i traguardi della stessa classe lavoratrice . La recente relazione del governatore della Banca d ' Italia - relazione che gli stessi comunisti hanno accolto con qualche maggiore apertura del passato - indica i confini insuperabili di una politica economica che , pur salvaguardando l ' impegno delle riforme indispensabili alla promozione della società civile , non può non preoccuparsi di evitare i danni congiunti della spirale inflazionista e della contrazione produttiva : danni capaci da soli di travolgere ogni riforma . Sì : perché l ' Italia attraversa una fase - caso unico nel mondo occidentale - di tensione inflazionista congiunta ad un ristagno produttivo . Carli è stato esplicito . L ' eccezionale aumento dei costi di lavoro non è stato compensato , come pur avevano teorizzato i vari Donat Cattin nei mesi dell ' autunno caldo , da un aumento di produttività . Anzi : la produzione industriale è diminuita del 2,6 per cento nei primi quattro mesi dell ' anno rispetto al periodo corrispondente del 1970 : e con un ' incidenza di maggiori costi di lavoro che ha toccato la media del 23 per cento , con punte del 27 nelle industrie metalmeccaniche e del 33 nelle chimiche . Il nostro sistema economico non ha potuto reagire agli aggravi salariali con rapidi processi di razionalizzazione : la capacità di utilizzare meglio gli impianti è stata gravemente compromessa dalla « conflittualità permanente » ( quello che succede alla Fiat è sufficientemente indicativo ) e dalle forme di anarchia sindacale , che sembrano trascendere le stesse direttive delle tre confederazioni . L ' aumento dei prezzi tende a superare l ' aumento dei redditi di lavoro . Si sviluppano , con ritmo paurosamente crescente , le ore concesse dalla Cassa integrazione guadagni . Le piccole e medie industrie , che chiedono protezione allo Stato , che sognano di essere « irizzate » o « statizzate » , si moltiplicano a vista d ' occhio . Il risparmio ha paura : si concentra nelle banche , anche a basso tasso d ' interesse , e rifugge dagli investimenti . La crisi della Borsa - l ' ha rilevato acutamente il professor Dell ' Amore nelle osservazioni successive alla relazione Carli - si identifica con una crisi dell ' intero sistema di alimentazione degli investimenti . La nostra competitività sui mercati internazionali declina ogni giorno . Gli scambi con l ' estero di beni e servizi , migliorati nell ' ultimo scorcio del 1970 , hanno presentato nuovamente un saldo negativo nel primo trimestre del '71 . L ' edilizia , molla essenziale dell ' economia nazionale , non tira : il Governatore ha rivelato che molte gare di appalti pubblici sono andate deserte , trovandosi i costruttori nell ' impossibilità di prevedere la misura delle maggiorazioni di costo durante il periodo di esecuzione dei lavori . Le prospettive dell ' occupazione sono tutt ' altro che rosee : gli iscritti alle liste di collocamento si sono accresciuti di un quinto in un anno e si aggrava l ' inquietante fenomeno della « sottoccupazione » , dalle mille e insondabili facce , con gravi riflessi sul volume dei consumi , già contratto dalla quotidiana taglia inflazionista . Incremento del reddito ? In queste condizioni tutte le previsioni del '71 rischiano di essere vanificate . Non dimentichiamoci che l ' aumento del reddito nazionale è stato del 5,9 per cento nel 1969 ed è già sceso al 5,1 nel '70 . Le previsioni del piano per il '71 parlavano di un incremento minimo del 4 per cento . Ma come raggiungerlo ? Senza un limite alla spesa pubblica improduttiva - quello che La Malfa ha chiesto nuovamente a Genova - , senza un rilancio degli investimenti nel settore privato , inseparabili da un clima di fiducia , tutte le anticipazioni dei programmatori sarebbero destinate alla più crudele e beffarda smentita . Altro che equilibri più avanzati ! Per salvare le riforme , per attuare la nuova disciplina della casa , della sanità , della scuola , irrinunciabile per le forze democratiche , occorre fissare un preciso ordine di priorità , rinunciare ad ogni facile fuga nella demagogia . Le maggioranze aperte , di cui favoleggiano i socialisti , non potrebbero mai sostenere gli sforzi e i sacrifici necessari per un ' attuazione realistica e graduale dei piani riformatori . Piuttosto che studiare le convergenze assembleari o milazziane di domani , sempre e tutte condizionate dal miraggio del Quirinale , i partiti del centro - sinistra , che sono « condannati » a marciare insieme almeno per tutto il corso di questa legislatura , dovrebbero prendere solenne impegno di non promuovere in nessuna sede spese pubbliche che non siano dirette ad aumentare gli investimenti , cioè a facilitare la ripresa economica base delle riforme . È l ' esortazione dei repubblicani : ma chi la raccoglierà ? Le pressioni corporative e settoriali si intrecciano e si agitano su un esecutivo che riflette tutta la debolezza del sistema e rispecchia il travaglio , paralizzante , dei partiti . Solo se il 13 giugno si manterrà l ' equilibrio complessivo delle forze democratiche , senza pericolosi spostamenti né a sinistra né a destra , la prova di saggezza delle urne potrà esercitare qualche effetto positivo su una classe politica ogni giorno più staccata dal paese e ricondurla a quello che Saragat ha chiamato « il massimo senso di responsabilità » . Un senso di responsabilità di cui ci sarà particolarmente bisogno nei prossimi sei mesi : forse i più difficili del dopoguerra .
UNA FASE NUOVA ( Spadolini Giovanni , 1971 )
StampaQuotidiana ,
Un nuovo importante passo è stato compiuto sulla via dell ' integrazione europea . La regia dei colloqui fra Pompidou e Heath a Parigi è apparsa attenta e sapiente : degna della grande tradizione francese . Un po ' di suspense nel corso degli incontri , nessun comunicato ufficiale , la mancanza degli stessi ministri degli esteri al tête - à - tête fra due uomini , un capo di Stato e un capo di governo , che parlavano malissimo l ' uno la lingua dell ' altro . Alla fine una conferenza stampa , abbinata , del presidente francese e del premier inglese : quasi a rinnovare il fastoso scenario gollista ma non più sul piano dell ' « a solo » , non più sullo sfondo della gladiatoria esibizione del generale , impegnato coi giornalisti a comando a « recitare » le risposte prefabbricate a domande non meno prefabbricate . Le dichiarazioni finali di Pompidou e di Heath rispondono a un ragionevole ottimismo , dimostrano che molti angoli sono stati smussati , molti dei grossi problemi pendenti fra le due rive della Manica avviati a soluzione . Soprattutto è stato ottenuto un « disgelo » psicologico di conseguenze e di proporzioni non prevedibili . La rancune del periodo gollista è apparsa superata ; il dialogo è stato ripreso , e non più soltanto sul terreno delle differenziazioni o contrapposizioni tecnico - economiche , agricoltura , zuccheri dei Caraibi , relazioni monetarie , già affrontate e parzialmente rimosse nell ' ultima sessione della comunità europea a Bruxelles . Francia e Inghilterra hanno dimostrato di rendersi conto delle nuove prospettive mondiali , che vedono emergere un terzo grande accanto alla Russia e all ' America , la Cina ; hanno dimostrato di capire che solo la dimensione , prima economica e poi politica , di un ' Europa avviata ad un vincolo federativo è in grado di evitare la totale sommersione del vecchio continente , la sua trasformazione in oggetto passivo di una storia che si svolga al di fuori di ogni sua partecipazione , degradandola a squallido teatro di antiche grandezze . Certo le impennate tedesche sul marco hanno contribuito in modo determinante alla « svolta » di Parigi . C ' è in Francia un crescente sospetto per la politica di Bonn , e non solo per la Ostpolitik , che in generale aveva anticipato dal suo orgoglioso angolo visuale , forse anche per impedire che potesse passare nelle mani della Germania federale . Il vincolo speciale , che De Gaulle aveva creato fra Parigi e Bonn , non è stato capace di sopravvivere alla scomparsa del generale . Il successore dell ' Eliseo , interprete com ' è di un realismo francese pragmatico e un tantino disincantato , simbolo della tradizionale borghesia d ' oltralpe , ha ripreso il filone classico della Francia repubblicana di Delcassé , si è riavvicinato alla Gran Bretagna con uno spirito non troppo lontano dall ' Entente cordiale . Ma il futuro di un ' Europa integrata trascende tali punti di partenza ; il peso della Germania federale è una realtà , dalla quale sarebbe pericoloso ed assurdo prescindere . Si tratta di trovare lungo la strada gli equilibri e i contrappesi necessari a realizzare , con l ' unione economica , quella politica del continente . Pompidou non si è nascosto le difficoltà che ancora si frappongono al raggiungimento di tale obiettivo , gli ostacoli da superare . Quanto a Heath , tornando a Londra , non troverà una situazione di tutto riposo . Il quadro del Parlamento britannico non è dei più rassicuranti . Un ' ala non secondaria dei deputati conservatori , che detengono una maggioranza tutt ' altro che schiacciante alla Camera dei Comuni , è tiepida o addirittura ostile all ' Europa : quasi due terzi dell ' opposizione laborista inclina al vecchio e tenace isolazionismo britannico . Ci vorrà una intesa diretta fra il capo dell ' esecutivo e il capo dell ' opposizione ( la linea europeista di Wilson è ben nota ) per consentire di aggirare in autunno gli scogli parlamentari , che non mancheranno , al suggello e alla sanzione della ritrovata intesa fra Francia e Gran Bretagna . Senonché in questa fase di decisiva transizione molto potrebbero fare anche gli altri paesi della Comunità . A cominciare dall ' Italia : se riuscisse per un momento a mettere in sordina le miserabili beghe sull ' elezione presidenziale ( si è già aperta una polemica tanto poco edificante ) e a guardare oltre le frontiere delle divisioni domestiche e delle competizioni municipali . Anche perché l ' Europa , nell ' attuale quadro di caos e di degradazione nazionale , rimane l ' ultima speranza per noi .
SOLO L'EUROPA ( Spadolini Giovanni , 1971 )
StampaQuotidiana ,
C ' è un solo motivo di ottimismo intorno a noi . E non viene certamente dalla Calabria : dove la lotta continua , aspra , impietosa , ostinata negli animi prima ancora che nelle piazze , dove le barricate della periferia sanfedista di Reggio - emula ormai degli eserciti della Santa Fede - scompaiono e ricompaiono nel giro di poche ore , malinconico simbolo di una guerra civile che l ' imprevidenza di un ' intera classe politica , governo e opposizione , non è riuscita né a prevenire né a comporre . Non viene da Torino : dove le decine di migliaia di sospensioni dal lavoro decise dalla Fiat e dalla Lancia indicano il grado di pericolosa stretta cui va incontro il nostro sistema produttivo , malgrado tutti gli ottimismi ufficiali o ufficiosi , che non possono dissimulare la realtà di una stagnazione produttiva inquietante alla lunga soprattutto per i riflessi nell ' occupazione operaia . Non viene da Roma : dove le polemiche dei partiti sulla violenza sono ancora avvolte in un labirinto di ipocrisie e di strumentalizzazioni , che nascondono o aggirano il problema fondamentale che è uno e uno soltanto , la necessità dello Stato di opporre la maestà della sua legge , severa e imparziale verso tutti , agli assalti della sedizione o della rivolta , da qualunque parte provengano ( l ' ha detto , con parole alte e ferme , al congresso socialdemocratico un antifascista come Aldo Garosci che non ha bisogno , in materia di lealtà e di fedeltà democratica , di prendere lezioni da nessuno : contro ogni tipo di squadrismo nero o rosso esiste solo la legge , eguale per tutti , della Repubblica ) . L ' orizzonte della politica interna non giustifica quindi soverchie illusioni o euforie . Ma c ' è un capitolo che negli ultimi giorni ha registrato una svolta confortante : il capitolo dell ' Europa . Gli accordi suggellati a Bruxelles per l ' armonizzazione delle politiche economiche dei Sei e per l ' instaurazione di una moneta comune entro dieci anni , pur circondati da riserve e da condizioni esplicite , hanno riaperto sull ' Italia , travagliata dalle sue lotte municipali e dai suoi fermenti di degradante anarchismo , la speranza europea , quella speranza che accompagnò gli anni degasperiani e illuminò le grandi fatiche della ricostruzione . È inutile soffermarsi sugli ostacoli , che sono ancora grandi , al raggiungimento della sovrannazionalità . Un fatto è certo : con De Gaulle il « sì » francese alla sperimentazione decisa a Bruxelles non si sarebbe avuto . Qualcosa è cambiato in Francia , qualcosa sta cambiando un po ' dovunque : il via alla ripresa del processo europeistico , a quattordici anni dai trattati di Roma , è ormai un dato acquisito . Le fasi sono graduali : i passaggi dall ' una all ' altra incerti . Occorreranno tre anni di « prova » : tre anni in cui l ' intesa di Bruxelles funzionerà soprattutto a livello tecnico , si rifletterà nel sostegno reciproco delle valute comunitarie sui mercati mondiali , nella restrizione dei margini di fluttuazione delle monete europee , in una maggiore e più articolata interpenetrazione dei capitali . La Germania di Bonn , che è oggi il paese economicamente più solido , conserva il diritto - attraverso la famosa « clausola di salvaguardia » - di far decadere nel 1975 le misure di sostegno monetario reciproco qualora nel frattempo non sia stato raggiunto un accordo soddisfacente sul passaggio alla seconda fase . La Francia di Pompidou non fa getto almeno formale di nessuno dei simboli della sua disdegnosa e aristocratica sovranità nazionale ; ammette appena un diritto di intervento e di controllo del Parlamento europeo . Tutto vero : ma è altrettanto vero che un salto di qualità si è registrato nel meccanismo dell ' Europa comunitaria , che la fase della pura e semplice unione doganale è ormai chiusa , che la minaccia dello schiacciamento fra America e Russia ha finito per risvegliare , quasi in extremis , le forze di resistenza storica e psicologica del continente europeo , paralizzate da veti e da contrasti che sul piano mondiale non sono molto più importanti della guerra fra Reggio e Catanzaro per l ' Italia . Adesso la svolta di Bruxelles lancia una nuova sfida alla classe dirigente italiana : una sfida di adeguamento economico e sociale che dovrà essere superata per volgersi alle fasi ulteriori , alle conclusioni di un ' integrazione più stretta segnata dal simbolo unificante della moneta comune ( altro che il « tallone aureo » sognato , con lo spirito di Luigi XIV , da De Gaulle ! ) . Non è una sfida che possa passare senza influenzare gli indirizzi di fondo della politica generale del paese ; non è una sfida che possa essere vinta senza imporre una radicale correzione di rotta alla nostra finanza pubblica facilona e disinvolta , alla nostra amministrazione caotica e inefficiente , al nostro statalismo parassitario e dispersivo , alle tensioni e vocazioni inflazioniate cui il corso delle aspre e violente lotte sociali continua ad esporci , nonostante il ristabilimento dei conti con l ' estero e il rafforzamento della lira operati dal governo Colombo . Sì : la corsa per l ' Europa presuppone sacrifici e rinunce . Il presidente del Consiglio , che è un europeista convinto e benemerito , ha giustamente esaltato il traguardo di Bruxelles , altrettanto importante sul piano della ripresa psicologica che su quello degli avviamenti concreti anche per l ' ingresso di Londra nel Mec : ma ora toccherà al governo da lui presieduto , e a tutti i partiti che lo compongono , socialisti compresi , onorare gli impegni che derivano dalle intese di Bruxelles , intese « a termine » , intese sottoposte ad una verifica triennale , senza la quale tutto tornerebbe in alto mare . Onorare quegli impegni : a costo di impopolarità , a costo di contrasti coi sindacati e coi tanti settori corporativi del paese , a costo di difficoltà e di tensioni politiche non prevedibili . Perché l ' Italia possa rispettare fino in fondo gli obblighi contratti a Bruxelles si impongono un maggior rigore nella gestione del bilancio statale , una maggiore oculatezza nella spesa pubblica , una completa revisione nella copertura dei disavanzi . Ma non basta : tutta l ' amministrazione del paese , in questa fase di travaglio e di confusione accentuata dalla sovrapposizione delle competenze fra Stato regioni e comuni , dovrà essere resa più razionale e più moderna , tale da consentire veramente un impiego responsabile delle risorse . E ogni sforzo dovrà essere compiuto per il rilancio degli investimenti produttivi , per una nuova fase di espansione economica che si svolga nel segno della stabilità monetaria , contro tutte le suggestioni avventurose e dilapidatrici del pauperismo conciliare . Il peronismo non è conciliabile con l ' Europa . La retorica delle rivendicazioni giustizialiste , cara a talune ali del movimento cattolico e socialista , ci porterebbe sulla via dell ' autarchia e del separatismo : una via che ha sullo sfondo gli epiloghi di Danzica , la tragedia della Polonia . L ' ha scritto un giornale sempre obiettivo , « Le Monde » : « se l ' inflazione continuerà a dilagare , sarà difficile , per non dire impossibile , armonizzare le politiche economiche della comunità » . Chi lavora per lo scardinamento del sistema , dalle opposte sponde , lavora anche contro l ' Europa , la sola speranza che sia rimasta alla nostra generazione dopo le delusioni e le follie di mezzo secolo .
CONCORDATO E LIBERTÀ ( Spadolini Giovanni , 1971 )
StampaQuotidiana ,
Nessuno si stupisca della soddisfazione comunista per il voto sul Concordato alla Camera . Longo , che pure non è un amante delle sfumature , ha superato Togliatti nel giuoco delle allusioni e degli ammiccamenti filocattolici . Nelle file comuniste , a differenza di tutte le forze di sinistra , non c ' è stata una voce , una sola voce , che si sia schierata per l ' abrogazione del Concordato : la disciplina di partito ha funzionato ferreamente e gli eventuali dubbi o casi di coscienza hanno ceduto alla « ragion di Stato » del Pci , e oggi come ai tempi dell ' articolo 7 , come ai tempi della canonizzazione costituzionale dei Patti lateranensi , ventiquattro anni or sono , in sede di assemblea costituente . E si spiega . I comunisti hanno tutto l ' interesse a salvaguardare il « modello concordatario » per l ' Italia . Parliamo del modello concordatario : non di tutte le disposizioni del Concordato sottoscritto da Mussolini con Pio XI , evidentemente indifendibili anche per i seguaci del più spregiudicato tatticismo o mimetismo rivoluzionario . Preservando in Italia il Concordato , cioè un certo tipo di regime speciale e preferenziale fra Chiesa e Stato , i nostri comunisti - che vedono lontano molto più di tanti loro avversari - ipotizzano una somiglianza sempre maggiore del nostro paese con quegli Stati dell ' Europa orientale , in primis la Polonia , che elaborano faticosamente nuove formule concordatarie per superare i tanti ostacoli di una possibile convivenza , diciamolo pure armistiziale , fra Chiesa e comunismo . È la stessa ragione per cui la diplomazia vaticana più aperta a sinistra sostiene ad oltranza la salvaguardia del Concordato italiano , pur dichiarandosi , ed essendo , disponibile alle più larghe e accomodanti revisioni sui singoli articoli ( si ricordino le dichiarazioni , smentite solo a metà , di monsignor Casaroli : un nome che da solo è un programma ) . Anche larghi gruppi dirigenti della Chiesa cattolica considerano la difesa degli assetti concordatari italiani essenziale e imprescindibile al fine di realizzare , a Varsavia oggi e domani a Praga e a Budapest ( l ' operazione con Belgrado è già in atto : lo abbiamo visto con la visita di Tito al Papa ) , determinate forme di compromesso o di accomodamento concordatario , che restaurino le condizioni elementari e primordiali di quel proselitismo religioso che subì tante sanguinose umiliazioni e tante feroci ingiurie ai tempi di Stalin . C ' è in tutto questo una logica profonda : che sfugge solo agli spiriti superficiali . I Concordati si sono sempre imposti alla Chiesa per difendere l ' esercizio del ministero pastorale dalle esorbitanze o dalle prevaricazioni del potere politico : così fu con Napoleone e con Hitler , con risultati , in entrambi i casi , assai deludenti . Nei paesi dove la libertà religiosa è un dato della vita di ogni giorno , una conquista acquisita e irretrattabile , non si impongono , e neppure si consigliano , le scorciatoie concordatarie . Il caso italiano è reso , a sua volta , infinitamente più complesso e controverso e difficile dalla contemporaneità della soluzione della questione romana e della instaurazione del regime concordatario , coi patti , appunto , del 1929 nell ' Italia del fascismo e di Papa Ratti , i patti che crearono , in un nesso difficile a rivedere o a separare , lo Stato della Città del Vaticano , al posto del defunto potere temporale , e il nuovo tipo di relazioni fra le due rive del Tevere . Relazioni concordatarie , anziché separatiste , come nel sessantennio delle Guarentigie . Il complesso dei Patti lateranensi , com ' è noto , fu recepito nella Costituzione repubblicana e ne diventò in certo modo parte integrante : contro il parere di Croce e di Nenni ma con l ' appoggio determinante del partito di Togliatti , un partito per cui « Parigi vale sempre una messa » . Nella situazione italiana di adesso , sarebbe del tutto irrealistico pensare ad una abrogazione del Concordato , che finirebbe per rimettere in discussione lo stesso Trattato ( ma come potrà sopravvivere , anche nella sola revisione concordataria , l ' articolo primo del Trattato , quello che definisce la religione cattolica religione dello Stato ? ) . Il voto della Camera , sulle responsabili ed equilibrate dichiarazioni del presidente Colombo , ha rispecchiato in questo senso una situazione obbligata , un equilibrio delle forze politiche che non è nell ' interesse di nessuno turbare o sconvolgere . Per una larga revisione delle norme concordatarie , per un loro necessario adeguamento allo spirito e alla lettera della Costituzione , più che mai indifferibile dopo le recenti sentenze della Corte , si sono schierate , quasi senza riserve , tutte le correnti di quella grande confederazione di forze che è la democrazia cristiana non meno dei nuclei più rappresentativi della tradizione laica e risorgimentale , senza neppure l ' eccezione dei liberali di Malagodi che , pur astenendosi sul documento governativo , hanno riconosciuto il valore del principio revisionistico . Ora c ' è da augurarsi che i negoziati bilaterali fra Italia e Santa Sede procedano in uno spirito di larga comprensione , senza impennate di intransigenza o brividi di guerra religiosa : nel solco delineato , con eccellente lavoro di scavo , dalla commissione Gonella , una commissione di cui faceva parte un uomo come Jemolo . Oggi più ancora che ai tempi del governo Moro del '67 , benemerito artefice del primo passo revisionista , esiste un larghissimo schieramento parlamentare in favore dell ' ammodernamento delle norme concordatarie . Sarebbe grave e imperdonabile che tale capitale di disponibilità , un po ' sincera e un po ' strumentale , del mondo laico verso la Chiesa e verso i cattolici fosse messo a repentaglio o in pericolo da un ritorno di fiamma dell ' integralismo confessionale sui due punti - chiave suscettibili dei confronti più delicati , la revisione dell ' art. 34 in tema di legislazione matrimoniale e la revisione dell ' art. 36 sull ' insegnamento religioso nelle scuole . Occorre , da parte di entrambi i contraenti , un grande senso di responsabilità e di equilibrio . Molto più dello scudo concordatario , sempre labile ed effimero e precario , servirà alla Chiesa cattolica post - conciliare il soffio della libertà religiosa , una libertà che viene sempre offesa o diminuita dal laccio di un privilegio o dal dono di un ' esenzione . Una delegazione della Santa Sede , che interpretasse veramente lo spirito del concilio vaticano secondo , dovrebbe far getto di talune norme concordatarie con maggior fretta , e diciamolo pure con maggiore facilità , degli interlocutori laici . La pace dei cuori vale più di tutte le concessioni o garanzie concordatarie . Un ' eventuale campagna per il referendum abrogativo della legge sui casi di divorzio non contribuirebbe certo né alla pace dei cuori né alla revisione del Concordato . Rischierebbe , anzi , di compromettere la prima e di paralizzare la seconda . A vantaggio di quelli che rimangono , oggi come ieri , i comuni avversari dello spirito di religione e dello spirito di libertà .
INCOGNITE DEL '71 ( Spadolini Giovanni , 1970 )
StampaQuotidiana ,
Il 1970 termina in un clima politico di incertezza e di disorientamento non minore del 1969 , di quel triste dicembre che era stato funestato dagli oscuri morti di piazza Fontana e dall ' improvviso e cupo ritorno della violenza . Questa volta il bilancio delle vittime è molto meno grave : la dolorosa morte del giovane Saltarelli non potrebbe essere paragonata alla misteriosa strage della banca dell ' Agricoltura . Ma c ' è un senso di amarezza e di insicurezza nell ' aria , diffuso un po ' dovunque , che mette a nudo tutti i terribili e insoluti problemi nazionali ; il fossato fra la classe politica e il paese , già delineatosi nel '68 e accentuatosi nel '69 , si è ulteriormente approfondito ; l ' indifferenza di tanta parte della pubblica opinione verso le vicende governativo - parlamentari di Roma rasenta il sarcasmo o il cinismo , fino ad investire lo stesso prestigio delle istituzioni . Allora , un anno fa , di fronte alle bombe di piazza Fontana - esplosione di quella violenza selvaggia che accomunava le estreme extraparlamentari e quasi sembrava riassumere la degenerazione dei miti contestativi - ci fu un largo movimento popolare di ritorno alla democrazia , di rinnovata fiducia nella legalità , di ansia , comune anche a larghi settori della classe operaia , di una Repubblica capace di difendere l ' ordine , di imporre la maestà della legge scaturita dalla guerra e dalla liberazione . Il negoziato di Rumor per riformare l ' intesa a quattro cominciò dal gennaio , in un clima che era pieno di difficoltà ma anche di speranze ; il tentativo , così sottile e abile , di un uomo come Moro fallì solo per l ' intransigenza vaticana sul divorzio ( un ' intransigenza non ancora sopita ) . Certo si constatarono profonde divergenze fra i partiti ; ma un minimo di « lealtà repubblicana » si impose su tutti i motivi di divergenza o di contrapposizione , e su quel terreno si affrontò la riforma , rischiosa ma ormai inevitabile , delle regioni , ci si avvicinò a quelle elezioni locali del 7 giugno , che furono felicemente superate , con un risultato complessivo incoraggiante per la democrazia . Ma dopo ? Dal momento in cui la tensione del dicembre '69 , una tensione che aveva toccato brividi di guerra civile , apparve scaricata o almeno fortemente attenuata , tutto sembrò nuovamente in discussione o in pericolo . Dopo il 7 giugno del '70 si ripartì da zero . Il governo Rumor fu messo in crisi dal moto centrifugo dei partiti , estrema conseguenza della scissione socialista e della scissione , inconfessata , nella democrazia cristiana ; i compromessi del preambolo Forlani , pur realistici e accettabili , dettero luogo a infiniti equivoci ; il dissenso circa le giunte locali si aggravò ; sulla delimitazione della maggioranza le antitesi apparvero incolmabili ; l ' ombra del divorzio si fece sentire , e fu forse decisiva per le stesse repentine dimissioni del presidente Rumor . La legislatura , salvata miracolosamente nella primavera , sembrò nuovamente in agonia . Fra luglio e agosto , si ebbe una crisi profonda , una crisi che non risparmiò nulla e nessuno . La formula del quadripartito di emergenza , del quadripartito di restaurazione economica e finanziaria , incarnata da Colombo , apparve a tutti gli uomini di buona volontà come l ' unica atta ad evitare lo scioglimento delle Camere . Il governo Colombo iniziò la sua opera con senso congiunto di alacrità e di responsabilità . Si orientò ad affrontare come prioritaria la situazione economica , che era allora gravissima ( ma oggi non lo è meno ) ; impostò , con una visione globale dei problemi , la tematica del decretone . L ' improvvisa ventata ostruzionista annullò in gran parte il vantaggio del rimedio , la celerità : in pochi mesi i problemi che il decretone doveva avviare a soluzione , a cominciare dalle mutue , si aggravarono anziché attenuarsi . L ' ondata degli scioperi , che era stata contenuta dai primi positivi incontri fra governo e sindacati , riprese con un ritmo non meno convulso e assai più ingiustificato dei tempi aspri dell ' autunno caldo . Si consolidò l ' abitudine , veramente insensata , delle agitazioni per le cosiddette riforme ( nel '69 ci si batteva , ed era tutt ' altro discorso , per l ' aumento delle retribuzioni , per l ' adeguamento dei livelli operai ) . La spirale della confusione e della stanchezza ha ripreso come nel dicembre '69 e senza più neppure le forze di reazione o di riscossa che nel '69 erano emerse dal campo democratico e socialista . Quasi tutti i vantaggi dell ' ultimo anno sono apparsi illusori ; solo la linea di stabilizzazione monetaria , indubbia benemerenza del governo Colombo , ha evitato che i progressi dell ' autunno caldo fossero vanificati dal moto inflazionistico . Ma se la situazione della moneta è buona , non lo è altrettanto quella della produzione : il ritmo degli investimenti è stagnante , in molte aziende le assenze recano maggiori danni degli scioperi duri di un anno fa , una nuova fiammata di spontaneismo anarco - maoista paralizza o contraddice anche le migliori intenzioni del sindacalismo organizzato . Diventa sempre più difficile reggere alla concorrenza straniera , tenere il passo con l ' Europa . E il rischio , il rischio più grave , incombe su quelli che nel brutto linguaggio di oggi si chiamano i livelli occupazionali , l ' occupazione cioè di mano d ' opera , minacciata dai dissesti e dalle difficoltà sempre maggiori , quasi angosciose , in cui versa la media e piccola industria . Il coraggioso appello di La Malfa per un riesame globale della condotta economica e finanziaria del governo , in occasione della pubblicazione ormai non lontana del Libro bianco , porterà certamente , fra gennaio e febbraio , a quel « chiarimento » che il decretone non è riuscito a raggiungere . Ma i problemi politici e psicologici di fondo non si risolvono neppure col Libro bianco . Occorre che il paese riacquisti fiducia nella sua classe politica ; ma occorre soprattutto che la classe politica riacquisti fiducia in se stessa , riguadagni quella credibilità che è ormai compromessa dalle spietate lotte per il potere , a cominciare dalla gara per il Quirinale . Il quadripartito non ha alternative , almeno in questa legislatura . Tutti i suoi componenti debbono compiere qualche sacrificio : dal comune di Milano fino al governo di Roma . Ma il continuo richiamo verbalista e retorico agli « equilibri più avanzati » , caro a taluni socialisti del Psi , è destinato soltanto a dissolvere gli equilibri attuali - giunti ormai ad un punto di logoramento oltre il quale non si può andare - senza favorire la formazione di nessuna nuova alleanza capace di reggere . Né a Milano né a Roma , c ' è spazio per il bipartito : il bipartito oggi si identificherebbe con l ' apertura al Pci ( e proprio dopo i fatti di Polonia e la sentenza di Leningrado ! ) . È nelle peggiori condizioni di equivoco e di reticenza reciproche : condizioni negative , in primo luogo , per il Psi . A proposito di socialisti . L ' inconcludenza paralizzante degli « equilibri più avanzati » ci fa tornare in mente una formula di Enrico Ferri , i bei tempi dell ' integralismo , verso il 1906 : « Riforme più rivoluzione diviso due » . Che era tutto e nulla . Il peggior nemico del socialismo italiano fu e rimane il massimalismo : l ' ossequio cioè alle formule intransigenti unito ad una duplicità insuperabile sul piano dell ' azione . Auguriamoci tutti che non si debba riparlare una seconda volta , - come fece un socialista galantuomo dopo il '45 - di espiazione massimalista .
UNA LOGICA IMMUTABILE' ( Spadolini Giovanni , 1971 )
StampaQuotidiana ,
Non è ancora spenta l ' eco del processo di Leningrado , e della successiva commutazione delle pene capitali sotto la pressione dell ' opinione mondiale , che già si annunciano nuovi processi di ebrei in Russia , nuovi atti militanti di antisemitismo di stile staliniano . Non sono ancora cessate le polemiche sul verdetto di Burgos , verdetto corretto in extremis da Franco sotto il peso dei richiami internazionali e delle divisioni interne , che già si eseguono in tutta la Spagna nuovi arresti di pistoleros al servicio de la subversión , nuovi giri di vite contro un ' opposizione variegata e composita che va dai malinconici e patetici carlisti ai gruppi operai delle città industriali o alla tenace minoranza basca , una specie di Alto Adige della penisola iberica . È la logica immutabile di tutte le dittature , non importa se di sinistra o di destra . L ' atto di clemenza di Mosca o di Madrid non cambia in nulla la sostanza di regimi che non possono consentire le libertà personali nel senso occidentale , che non riconoscono le garanzie degli imputati , che ignorano la pubblicità dei dibattimenti , che non concepiscono la magistratura svincolata da un potere politico onnipotente e assoluto , capriccioso e indiscutibile , nella pena come nella clemenza , nell ' arbitrio come nella grazia . Le due commutazioni hanno dimostrato che oggi non si riesce più impunemente ad uccidere una singola vita umana . Si possono ancora compiere genocidi , si possono operare ancora massacri di massa , dall ' Asia all ' Africa ; ma difficilmente si riesce a consumare - sotto la maschera della giustizia di Stato - un assassinio individuale . Senza che si scatenino nel mondo forze di reazione o di protesta tali da assumere un valore politico anche determinante , pur nella mancanza assoluta di mezzi coercitivi o coattivi . Ma gli stessi casi della Russia e della Spagna , casi che si sono influenzati e condizionati a vicenda , provano pure un ' altra realtà : e cioè che gli accorgimenti della ragion di Stato internazionale o interna , sufficienti a portare ad alleviamenti delle pene o a correzioni di precedenti sentenze , non coincidono minimamente con evoluzioni normalizzatrici o liberali dei regimi dispotici , i quali restano tali al di là delle scarse e tormentate concessioni che possono esser loro strappate . Basta leggere i giornali sovietici a proposito del caso di Leningrado . Ne hanno parlato solo dopo che tutto il mondo era a conoscenza della sentenza . Hanno ignorato il dibattimento , ma hanno poi gonfiato ad arte la revisione del verdetto . Hanno insistito sull ' esistenza del reato per il solo fatto che era stato concepito ma non attuato : spiegandoci che l ' articolo 15 del codice penale sovietico - e questo dice tutto ! - stabilisce che un crimine tentato od ideato viene punito come se fosse stato effettivamente commesso . E i giornali amici dell ' Unione Sovietica in Italia hanno il coraggio di mettere in luce , nei titoli dedicati all ' avvenimento , l ' « equità » di una sentenza che commina in ogni caso , anche dopo la correzione , quindici anni di lavori forzati per due cittadini sovietici che avevano ufficialmente chiesto di espatriare e di raggiungere il loro focolare nazionale , Israele : diritto teoricamente riconosciuto nella Costituzione dell ' Urss ma calpestato e smentito nella realtà di una pratica discriminatrice e violatrice delle garanzie fondamentali della comunità ebraica , dalla lotta ai grandi dissidenti israeliti al processo dei medici . Né c ' è da meravigliarsi . Chi vive nell ' ambito di un regime totalitario trova « straordinario » ciò che negli Stati di diritto , negli Stati a democrazia garantita , è considerato appena « ordinario » . Il fascismo si vantava di lasciar scrivere Croce ed avocava a suo merito quello che era un elementare dovere , il non bruciare , o il non far bruciare dalle squadre , i fascicoli della « Critica » ; così il comunismo sovietico si vanta di non aver arrestato Solgenitsin solo per essere stato insignito del Premio Nobel - che non ha potuto comunque ritirare a Stoccolma - o il franchismo spagnolo contrappone la forzata clemenza di oggi all ' atroce esecuzione di Grimau , appena sette anni fa . La verità è che nessuna democrazia è concepibile se tutti i diritti umani non vengono egualmente riconosciuti e garantiti : attraverso ordinamenti precisi , validi verso chiunque , e non illusorie od effimere concessioni dall ' alto , sempre revocabili . Saragat , che di libertà s ' intende per aver conosciuto le vie dell ' esilio contro la repressione totalitaria , ha giustamente ricordato nel messaggio di Capodanno che « tutti noi siamo rattristati e sgomenti per quanto avviene nei paesi in cui le libertà politiche e la giustizia sociale sono calpestate » . Allusione diretta alla Polonia ; ma indiretta alla Russia e alla Spagna e a tutti i paesi dove non sono consacrati i diritti dei cittadini , e quindi neppure quelli dei lavoratori . Perché è inutile perdersi in sofismi ingannatori ; non esiste democrazia sostanziale , cioè economica , cioè eguaglianza dei punti di partenza , cioè correzione delle sperequazioni o degli squilibri sociali , dove non c ' è democrazia formale , cioè Stato di diritto , cioè assicurazione e tutela delle libertà di stampa , di riunione , di associazione , di sciopero , e separazione dei poteri esecutivo e legislativo e giudiziario , sotto il controllo dei liberi Parlamenti , non Soviet alla russa o Camere corporative alla spagnola . I fautori degli « equilibri più avanzati » in Italia , che sono poi equilibri più reazionari , dovrebbero dirci quale progresso sociale possa essere realizzato alleandosi con partiti che non hanno ancora riconosciuto , nella realtà degli Stati da loro presi a modello , né il pluralismo sociale né la regola della dialettica parlamentare estesa sino alla rivincita dei soccombenti di oggi . Quale regime comunista ha mai consentito ad un ' opposizione organizzata di prenderne il posto ? Neppure l ' eccezione italiana , sotto un ' eventuale protezione del Vaticano , potrebbe essere un ' eccezione . Si guardi alla Polonia , che in materia di cattolicesimo non ha niente da imparare dall ' Italia . Venticinque anni di regime comunista polacco hanno portato al paradosso di trasformare la Chiesa di Varsavia , una delle più intransigenti e conservatrici d ' Europa , nella propugnatrice delle libertà politiche e delle conquiste sociali . L ' appello dei vescovi polacchi a Gierek dovrebbe diventare un testo di lettura obbligatorio per tutti i fautori della Repubblica conciliare .
LA POLONIA INSEGNA ( Spadolini Giovanni , 1970 )
StampaQuotidiana ,
Invano i comunisti italiani negano che si tratti di un altro momento della « crisi del sistema » . La tragedia polacca , ai loro occhi , si identifica con una « strada sbagliata » , con una serie di errori di direzione politica . È la stessa tesi che fu adottata per i delitti di Stalin , dopo il rapporto Kruscev ; è la stessa tesi che fu assunta per l ' Ungheria . Ma come continuare a sostenerla ? Il sistema comunista , cioè collettivista , appare in crisi quasi in eguale misura nelle società industriali avanzate , come la Cecoslovacchia , e nelle società prevalentemente rurali e di limitata o parziale evoluzione capitalistica , come la Polonia . Una volta sono gli operai di Praga a sollevarsi contro il comunismo , sia pure in nome di un ideale di revisionismo neo - marxista duramente represso e soffocato dai carri armati sovietici ; un ' altra volta sono le massaie di Danzica o di Gdynia a rinnovare le antiche jacqueries plebee con la devastazione dei magazzini , il saccheggio dei negozi , l ' incendio delle sedi del partito , identificato nel simbolo di un potere predatore e sopraffattore . Scene che ricordano l ' ancien régime . La Polonia è il solo paese dell ' Est europeo che aveva tentato una sua strada nazionale al comunismo : il contemperamento della proprietà pubblica dei mezzi di produzione e di scambio con la salvaguardia della piccola e media proprietà contadina , radicata in un tessuto di tradizioni tanto profondo da apparire inestirpabile perfino nel periodo del più cupo e ottuso stalinismo , lo stalinismo di cui fu vittima , a suo tempo eroica , Gomulka . Ma si tratta di un esperimento che è naufragato , non meno del comunismo integrale incondizionato adottato a Budapest od a Praga . Lo spazio riservato all ' impresa agricola , in uno Stato fondato su una prevalente struttura centralizzata , è apparso troppo ristretto per alimentare le capacità dell ' iniziativa e dell ' inventiva individuale ; lo spazio occupato dall ' impresa pubblica nell ' industria troppo vasto e soffocante per consentire un equilibrio effettivo di forze . E le leggi del mercato hanno preso la loro rivincita , una volta di più , su tutte le coercizioni , parziali o totali . È la stessa tragedia che si è riflessa in altri aspetti della vita polacca . In quella religiosa , per esempio . È certo che la Polonia rappresenta la sola nazione dell ' Est europeo , che sia riuscita a difendere l ' indipendenza e l ' integrità della fede cattolica nella grande maggioranza del popolo anche durante l ' epoca nera dell ' oppressione e del terrore staliniani . Il cardinale Wyszinsky è una figura legata al mondo , adesso tanto lontano da sembrare quasi irreale , di Pio XII . Abbozzi e sforzi per un concordato fra Santa Sede e regime comunista non furono mai intermessi , neppure nell ' età delle grandi purghe . Senonché ilprezzo pagato per evitare la prevalenza dell ' ateismo appare grandissimo ; i compromessi volti a salvare il salvabile infiniti ed estenuanti : le deviazioni di parte del clero a favore di un ' intesa diretta col regime - si ricordi il movimento pro sovietico « pax » - insidiose e ritornanti ; la salvaguardia dell ' equilibrio fra i due poteri malsicura e precaria . Quando il presidente polacco Ochab , un fedelissimo di Gomulka , venne in Italia , or sono tre anni e mezzo , finì per non rendere visita al Papa : lui , il rappresentante di uno degli Stati più tenacemente e direi misticamente cattolici d ' Europa . A differenza , magari , del genero di Kruscev o di Gromiko ! Tanti erano i motivi di contrasto e di contrapposizione : tutt ' altro che « conciliari » , allora . Certo , il dramma della Polonia impone un senso profondo di rispetto non disgiunto da un ' accorata vena di malinconia . La stessa repressione ordinata dalle autorità di Varsavia nelle zone baltiche del Paese , zone in gran parte ex tedesche , appare particolarmente severa , e in molti casi spietata , proprio in vista di togliere alla Russia il pretesto ad un qualunque intervento militare . Stretta fra Germania e Russia da secoli , la Polonia non ha dimenticato il turpe mercato del '39 fra Hitler e Stalin , mercato che portò alla sua scomparsa come nazione , all ' amputazione di larga parte delle sue province orientali in favore dell ' Unione Sovietica , ai successivi compensi post - bellici con Pomerania e Alta Slesia , quasi nell ' intento di creare un fossato incolmabile fra tedeschi e polacchi . I riflessi della Ostpolitik di Brandt , cioè dell ' avvicinamento fra Bonn e Mosca , non sono estranei alla nuova fase di turbamenti e di sconvolgimenti della Polonia . Da un lato c ' è il modello economico della Germania occidentale che esercita un indubbio fascino sulle regioni non lontane della Polonia , degradate ad un livello di vita infinitamente più basso ( altro che la polemica contro la civiltà dei consumi ! ) . Dall ' altro c ' è l ' attenuazione del terrore , tradizionale e tutt ' altro che ingiustificato , verso il nemico germanico e la ripresa di un sentimento nazionale anti - russo , che è comune a quasi tutto il Paese , non escluso il grosso del partito comunista . Si è detto che , se la Russia ripetesse in Polonia anche la metà dell ' operazione cecoslovacca , assisteremmo ad una autentica carneficina : le forze armate polacche ripeterebbero contro l ' invasore dell ' Est quello che fecero , con incomparabile eroismo , nei diciassette giorni della resistenza agli invasori dell ' Ovest , nel settembre del '39 . Per tali motivi di fondo , Gomulka , che pur tornò al potere sull ' onda dei fatti di Poznan del '56 , evitò di trarre poi tutte le conseguenze dalla liberalizzazione del comunismo , che invano fu attesa in Europa ; per tali ragioni di fondo , la successiva evoluzione del regime revisionista polacco coincise piuttosto con una involuzione , non priva di ombre inquietanti , come la formazione di un ' ala nazionalstalinista , con un fondo antisemita , quella di Moczar . Oggi tutti i nodi tornano al pettine : riesplodono le contraddizioni , che Gomulka si era illuso di conciliare sull ' onda di un prestigio personale tanto alto quanto meritato . Il divario fra Stato comunista e società civile si approfondisce : al livello della gioventù universitaria non meno che delle maestranze operaie , non meno che delle grandi masse contadine . La struttura del comunismo centralizzatore appare sempre più imposta , ed imposta dall ' alto , ad un paese pluralista , fedele ad una visione occidentale della vita , nutrito da un ' esperienza cattolica che è esperienza di costume e di civiltà . Le eresie , invano respinte o represse , ritornano attraverso forme imprevedibili , che squarciano e lacerano tutti gli ottimismi ufficiali . E l ' ombra della dottrina Breznev sulla sovranità limitata torna a gravare sulla nazione che pur si rifiutò di alzare anche una sola statua a Stalin , nel periodo del suo splendore . A differenza della Cecoslovacchia , che elevò la statua più alta . Nessuna speculazione , quindi , ma una lezione chiarissima . È il sistema del comunismo che appare dovunque in crisi , in una crisi profonda cui non si ripara con le furbizie o le ambiguità delle « vie nazionali » , comode ed evasive nei paesi a democrazia garantita e sicura , come l ' Italia o la Francia . Motivo di meditazione per tutti i fautori della « nuova maggioranza » . Purtroppo , in Italia , c ' è una crisi che appare più grande e profonda di quella dei comunisti : ed è la crisi dei democratici , di troppi democratici . Una crisi , anzi - diciamolo pure - una mancanza di fede in se stessi . E nella libertà .
CHIESA E STATO ( Spadolini Giovanni , 1970 )
StampaQuotidiana ,
I rapporti fra Chiesa e Stato , specie in Italia , sono fatti di sfumature . Ecco perché si impone sempre , ma soprattutto nei momenti di tensione o di inquietudine , una grande dose di discrezione , di prudenza , di misura . Talvolta può bastare un aggettivo ad alterarli , una parola di troppo a turbarli . Un esempio . All ' indomani del varo della legge sul divorzio , dopo il contrastato e tormentato dibattito prolungatosi fino all ' alba di martedì a Montecitorio , in un clima evocante le grandi dispute del Risorgimento ( con un tono di nobiltà comune alle due sponde : basti pensare ad un Gonella per i cattolici ) , giunse da Sydney la notizia che il Papa aveva espresso « profondo dolore » per il voto del Parlamento italiano . Ci furono due versioni , a distanza di poche ore , di quello che era presentato come un comunicato della sala stampa della Santa Sede . Una accennava all ' iter della legge che non poteva dirsi ancora completo , « esigendosi per questo la firma del capo dello Stato » . L ' altro testo , quello poi ripreso dalle fonti cattoliche , si limitava a parlare della decisione dell ' assemblea , « per quanto non inattesa » , che aveva colpito il Pontefice , ma ometteva giustamente , e responsabilmente , ogni riferimento , diretto o indiretto , al capo dello Stato . Tutto fa pensare che la seconda versione , la più cauta e la più vigilata , corrispondesse al vero pensiero di Paolo VI . La prima , scritta in fretta da qualche collaboratore forse troppo zelante , poteva generare l ' impressione che la Santa Sede ipotizzasse un possibile contrasto - del tutto inimmaginabile - fra il Parlamento e il capo dello Stato , calcolasse su un gesto di reazione o di ritardo da parte del presidente della Repubblica nei riguardi del solenne « sì » di Montecitorio : un gesto che costituzionalmente non era pensabile , per il carattere parlamentare della nostra Repubblica , e nel caso specifico era escluso dai sentimenti e dalle convinzioni di fedeltà laica e risorgimentale , anche se al di fuori di ogni suggestione anticlericale , caratteristiche di Saragat ( immaginate il dramma di un presidente democristiano ! ) . Ecco un ' area in cui la prudenza non è mai troppa . Se il testo del comunicato pontificio non avesse contenuto , in nessuna delle due versioni , l ' incauto ed in ogni caso impreciso riferimento al capo dello Stato e alla sua « firma » , si sarebbe evitato un momento , non diciamo di antagonismo o di contrapposizione , ma semplicemente di ombra e di sospetto fra Chiesa e Stato , fra Vaticano e Quirinale . È quello che dobbiamo augurarci per i prossimi sviluppi della vicenda divorzista , all ' indomani del ritorno del Pontefice dal suo lungo e drammatico periplo asiatico , cominciato con l ' attentato delle Filippine e terminato con 1'«autocensura» del messaggio di Hong - Kong , di fronte alla polemica , ormai aperta e non senza abili inserimenti comunisti , sulla revisione del Concordato davanti alle prospettive di una nuova regolamentazione dell ' intero diritto di famiglia . La democrazia cristiana ha dimostrato , occorre riconoscerlo , un grande senso di responsabilità nell ' ultimo arco della battaglia divorzista . Dapprima ha appoggiato - merito della segretaria Forlani - la mediazione Leone sul progetto Fortuna - Baslini ; in un secondo tempo , nonostante le oscure e spesso oblique manovre sul decretone , ha imposto alla Camera la salvaguardia sostanziale dei patti di palazzo Madama , che implicavano la rinuncia , non formale ma nei fatti , ad ulteriori emendamenti al testo del progetto già rivisto . Le pressioni del mondo cattolico più oltranzista sono state respinte o contenute . Non si è ceduto alla tentazione , pur forte , di una « guerra di religione » sul divorzio ; si sono salvaguardate le intese , ben altrimenti importanti , coi partiti di democrazia laica , malgrado il prezzo così amaro . L ' atteggiamento della parte migliore della Dc , sul referendum è indicativo al riguardo . Né Colombo né Forlani hanno detto « no » all ' iniziativa di un possibile referendum abrogativo , annunciata da gruppi anche autorevoli del laicato credente ; ma hanno fatto capire chiaramente , attraverso calcolati silenzi o indirette allusioni , che non desidererebbero una prova di forza , necessariamente estesa a rimettere in discussione l ' anagrafe cattolica degli italiani . Non vorrebbero trovarsi alleati con la sola estrema destra , una compagna di strada troppo ingombrante ; non vorrebbero rialzare gli storici steccati fra guelfi e ghibellini , che tanto preoccupavano De Gasperi . La Dc preferirebbe una riforma concordata - Colombo l ' ha detto con lealtà - del diritto di famiglia : concordata nell ' ambito della coalizione quadripartita , e senza le ritornanti e riammiccanti offerte dei comunisti , più che mai cauti e sottili nel loro complesso rapporto col mondo cattolico . E pronti a spostarsi , dal « sì » obbligato al divorzio , ad una linea possibilista e di dialogo articolato . Non sappiamo quanto le prudenze della Dc saranno premiate , o confortate , dallo sviluppo dei fatti . Tutto è incerto : la linea dell ' azione cattolica , l ' atteggiamento dei vescovi , le stesse decisioni della conferenza episcopale , che riflette le divisioni post - conciliari . Sappiamo solo che molto dipende dalla Curia , dal Vaticano , diciamolo pure senza mezzi termini dal Papa , da questo Papa tormentato e problematico in cui sembrano consumarsi tutte le contraddizioni della Chiesa di oggi , tese e laceranti fino quasi ad un ' ansia di martirio . Per la formazione anche culturale e familiare tipica di Paolo VI , il colpo subito dal Papa , con l ' introduzione del divorzio in Italia , deve essere stato grandissimo . Pensiamo alla vecchia borghesia cattolica di Brescia , al clima in cui il giovane Montini si è formato , in quell ' età giolittiana in cui nessun progetto di divorzio arrivava alle soglie dell ' aula , anche per l ' ironica resistenza di Giolitti ( « il divorzio interessa solo due scapoli : il Papa e Zanardelli » : amava dire il grande statista quando era ancora ministro dell ' interno nel governo di Zanardelli , un altro bresciano , il contraltare laico del mondo guelfo ) . Ma la delicatezza dei rapporti fra Chiesa e Stato in Italia , e degli stessi precari assetti concordatari , sopravvissuti ad un regime così diverso e lontano da quello di oggi , deve spingere il Pontefice ad un grande sforzo di comprensione e di moderazione , il solo degno dei tempi , il solo ispirato alla carità pastorale del Pontificato , all ' ecumenismo che equipara l ' Italia alle Filippine . Tutta la materia del Concordato è oggetto di revisione : fin dalla commissione costituita da Moro . Il matrimonio concordatario come tale è un monstrum giuridico , seguito ad un ' abdicazione irripetibile del potere civile , in cambio di vantaggi di prestigio oggi irreali . Ci sono certe difese , che non difendono nulla ; certe resistenze ad oltranza , che compromettono solo i valori fondamentali . Ed oggi il valore fondamentale è , per ammissione generale , la salvezza della libertà religiosa , la difesa della libertà di coscienza : egualmente sacre al mondo laico e al mondo cattolico . Un secolo non dovrebbe essere passato invano dal 20 settembre .
FRA STORIA E LEGGENDA ( Spadolini Giovanni , 1970 )
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Il funerale di De Gaulle non sarà seguito né dal presidente della Repubblica francese né da nessuna autorità di governo : è una disposizione testamentaria che rimonta al gennaio 1952 , cioè al periodo in cui il generale capeggiava il Rassemblement in opposizione alla quarta Repubblica ma che non era stata mai corretta negli anni successivi , neppure dopo l ' apogeo e il trionfo . La scomparsa dell ' antico comandante della France libre avviene quindi sotto il segno del distacco dalla stessa classe dirigente che egli aveva creato e portato al potere : ora come un mese fa , in occasione della pubblicazione - lampo del primo volume dei Mémoires d ' espoir , Le renouveau , anticipata all ' improvviso per farla coincidere con l ' assenza di Pompidou , il delfino di una volta , dalla Francia a seguito del viaggio , protocollare e di circostanza , nell ' Unione Sovietica . Ma la verità è che la « morte civile » di De Gaulle era avvenuta più di due anni fa , nel maggio del 1968 , allorché il generale , in cui si incarnava una grande idea della Francia , era stato sul punto di essere travolto dall ' insurrezione dei Cohn - Bendit , dalla levata di scudi di una contestazione pittoresca e indistinta che egli aveva invano bollato col termine infamante di chienlit , qualcosa peggio che canaglia . In un attimo tutte le certezze , su cui De Gaulle aveva fondato il suo orgoglioso potere personale , avevano tremato ; per un momento la quinta Repubblica , concepita come la formula definitiva della storia di Francia , aveva conosciuto il rischio della frana . Era stata necessaria la grande umiliazione del viaggio a Baden Baden , volto ad invocare l ' aiuto dei gruppi corazzati di Massu , il quasi - esiliato della rivolta algerina , per riaprire uno spiraglio di sopravvivenza al regime in crisi : era stata necessaria la politica di caute e ammiccanti aperture allo stesso moto di contestazione , impostata con realismo e spregiudicatezza dal premier Pompidou , per riassorbire l ' ondata vorticosa della rivolta , per strappare la prima vittoria nelle elezioni di fine giugno . Da quel maggio del '68 , una data comunque decisiva nella storia d ' Europa , De Gaulle era un sopravvissuto a se stesso . Il licenziamento di Pompidou da capo del governo , nell ' autunno del '68 , fu l ' ultimo atto conforme allo stile , e ai rancori , dell ' uomo . Couve de Murville rappresentò quello che era stato Emile Ollivier per Napoleone III , negli ultimi mesi dell ' Imperatore prima di Sedan . La sfida del « referendum » sulla riforma regionale , una riforma pochissimo sentita dalla maggioranza dei francesi , sembrò voluta dallo stesso De Gaulle quasi per trovare la via di una ritirata onorevole , di un ' uscita dal campo senza viltà . Il generale non fece niente per vincere : annunciò ai francesi che avrebbe abbandonato il potere se non avesse strappato la maggioranza . E mantenne la parola , con la lealtà che in lui si identificava con l ' orgoglio . Molti ebbero la sensazione che De Gaulle , colpito a morte dai fatti di maggio , avesse preferito il ritiro nella solitudine di Colombey all ' esercizio di un potere dimezzato , contestato , discusso , in ogni caso impotente a risolvere i nuovi e laceranti problemi della Francia . Il suo distacco , nell ' anno e mezzo che ha preceduto la morte , è stato assoluto . L ' ufficio , che il governo francese gli aveva messo a disposizione nei pressi degli Invalidi , non è stato mai occupato . Nessuna delle oscure trame o vendette , attribuite all ' ex presidente , ha avuto un minimo di attuazione . La porta della Boisserie , il suo ritiro di Colombey , è rimasta chiusa agli uomini della nuova generazione post - gollista , anche a coloro , come Pompidou , che si erano formati nell ' intimità del generale o che addirittura ne detenevano le ultime volontà testamentarie . Nelle grandi ricorrenze , come il trentennale dell ' appello ai francesi del giugno 1940 , De Gaulle ha preferito allontanarsi dalla Francia piuttosto che associarsi a qualunque gesto di celebrazione . L ' attore , uscito dalla scena , si era trasformato nello storico , nel testimone di se stesso , dell ' uomo unicamente preoccupato di tessere la grande tela delle Memorie che rimarranno purtroppo incompiute al primo volume della seconda serie . Nulla , della nuova Francia pompidouista , poteva piacergli : pur nella sopravvivenza , pressoché intatta , delle istituzioni presidenziali - repubblicane da lui volute , con tenacia rasentante in parecchi casi l ' arbitrio . Il « nuovo corso » di Pompidou ricorda per tanti aspetti il regime di Luigi Filippo nella Francia del 1830 , all ' indomani delle grandi convulsioni dell ' età napoleonica e della contrastata restaurazione borbonica : una fase di tregua , un momento di respiro dopo una tensione eccessiva , dopo uno sforzo di grandeur finito nel fango di Waterloo . Enrichissez - vous : il grido della borghesia orleanista si rinnova nella nuova democrazia repubblicana , di netto stampo borghese , dove l ' antico direttore della banca Rothschild , scelto a suo tempo da De Gaulle come il tecnocrate che non poteva contrastargli i piani politici , e cioè il premier Pompidou , tende la mano al geniale ministro delle Finanze , Giscard d ' Estaing , antico leader dei gollisti indipendenti , nello stesso sforzo di salvare le basi della ricchezza francese , insidiate dai fantasmi di grandezza del generale , a cominciare dalla force de frappe . A trent ' anni di distanza dal generoso grido di ribellione di radio Londra , De Gaulle entra nella leggenda . Tre decenni della storia di Francia : interamente dominati da lui , nel bene e nel male , nell ' eroismo della resistenza opposta all ' invasione tedesca e alla capitolazione petainista non meno che nella superbia di un sogno politico di primato contraddetto dalla storia e dalla geografia , nella salvaguardia della libertà del suo paese non meno che nell ' assurdo « no » opposto alle speranze di unione europea con Londra . Si è parlato di « bonapartismo » : ma nulla è meno esatto . L ' uomo , che ha chiuso lunedì , in silenzio , la sua lunga giornata nella solitudine di Colombey - les - deux - Eglises , era l ' ultimo figlio della Francia del « gran secolo » , l ' ultimo esponente della tradizione monarchica , l ' ultimo contemporaneo dell ' epoca di Luigi XIV : quasi discendente diretto dalla galleria di Sovrani che sta al Louvre , simile , anche nel fisico , ai « ritratti di uomo » di Philippe de Champaigne . Piccola nobiltà cattolica di provincia , Lilla , contro il dominio centralistico di Parigi ; la fedeltà alla tradizione classica e quiritaria contro la mistica giacobina . Niente dello spirito della « grande rivoluzione » del 1789 , che gli era rimasta fondamentalmente estranea ; in un colloquio , che avemmo con lui undici anni fa a Roma , ci parlò con consapevole distacco di momenti ed aspetti dell ' epoca di Napoleone primo , con un distacco che poteva rasentare l ' insofferenza o il fastidio . La sua idea della Francia , come comunità mistica , aveva piuttosto una lontana origine maurrassiana : poi corretta dal lealismo repubblicano del giugno 1940 e dalla rottura clamorosa con l ' antico protettore , il maresciallo Pétain . La parabola , miracolosa parabola , della Resistenza anti - tedesca inserì il generale di provincia francese nel dramma convulso del suo paese , un dramma che egli ha dominato e regolato con grandezza e con capricci sovrani nel corso di un trentennio . Rappresentando in due momenti il punto più alto della coscienza della Francia : nella lotta ai tedeschi prima , contro il prevalente collaborazionismo di gran parte del suo paese , nella politica di pace e di indipendenza verso l ' Algeria , condotta a prezzo di ambiguità formali , dopo il suo ritorno al potere , ma con una visione complessiva fra le più audaci del nostro tempo . Come liquidatore coraggioso dell ' impero coloniale francese , De Gaulle cercò compensi in una politica estera di prestigio , che apparve , e spesso fu , almeno per gli stranieri , senza senso . L ' uomo , che aveva corso il rischio di vari attentati della destra francese e a Petit - Clamart aveva sfiorato la morte , finì per diventare il simbolo di un nazionalismo arcaico e furioso in lotta contro l ' Inghilterra e contro gli Stati Uniti , impegnato a ritardare la nascita dell ' Europa , la sola speranza possibile per la nostra generazione . Di qui tutte le contraddizioni e le impennate degli ultimi cinque anni del suo regime , che non sono state dimenticate né perdonate . Di qui le aperture incondizionate all ' Est e il rovesciamento di fronte nel conflitto fra arabi e israeliani ; di qui la visione planetaria che lo portò ad accendere in tutto il mondo , dalla Cambogia al sud - America al Quebec , la lotta contro gli Stati Uniti , alleati indispensabili , ieri come oggi , della Francia e dell ' Europa . La linea saggia e realistica di Pompidou ha già corretto , almeno in parte , gli errori e le intransigenze del generale . Ma oggi che De Gaulle se n ' è andato , come aveva sempre desiderato , senza la decadenza di una vecchiezza impotente , tutti gli europei tornano a pensare , con una punta di accorata malinconia , che il generale rappresentò soprattutto una grande e generosa illusione : l ' illusione che la Francia fosse ancora una grande potenza mondiale , nonostante la sconfitta del '40 , l ' illusione che l ' Europa fosse ancora il continente determinante , nonostante la congiunta vittoria russo - americana e la divisione del mondo in due blocchi . Con la sua morte , anche tale illusione scompare .