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> anno_i:[1970 TO 2000}
Per il bene dello Zeffirelli ( Fortebraccio , 1979 )
StampaQuotidiana ,
" Caro Fortebraccio , la Tv italiana ( rete 2 ) ha trasmesso la sera dell'8 gennaio scorso , in diretta da Vienna , la Carmen di Bizet . Nell ' intervallo il regista Franco Zeffirelli ha rilasciato una dichiarazione sulla vitalità dell ' opera lirica ai nostri giorni , che suonava pressappoco così : nell ' Europa occidentale la lirica non è molto seguita , mentre nei Paesi socialisti essa è tenuta in grande considerazione ed ha un vasto pubblico di affezionati . ' La circostanza forse si spiega col fatto che i regimi dell ' Est impediscono ai cittadini di parlare ma li lasciano cantare ' . Non ti sembra che Zeffirelli , elaborando ed esprimendo un pensiero così elevato e originale , abbia manifestato in maniera sublime la profondità della sua cultura e una sensibilità originale , soprattutto come ' uomo di teatro ' ? Tuo Valentino Bucci - Ancona " . Caro compagno Bucci , la domanda che io mi faccio , dopo aver letta la dichiarazione del signor Zeffirelli , è diversa dalla tua , e riguarda l ' impudenza , addirittura svergognata , di questo ganimede baciapile , regista da cioccolatini . Nessuno nega e può negare che la repressione del " dissenso dell ' Est " sia da condannare , e nessuno può , né deve , proibire anche a uno Zeffirelli di proclamarsene avverso . Ma è chiaro che egli parla da italiano , in funzione anticomunista italiana e , idealmente , si pronuncia da Roma , dove credo che viva . Orbene : proprio a Roma sono state ben sedici , finora , le vittime del terrorismo e in tutta Italia si lamentano morti ammazzati , rapimenti , rapine , ferimenti , agguati . La scuola è in sfacelo , gli ospedali non funzionano , i disoccupati raggiungono í due milioni e a Napoli muoiono decine di bambini , uccisi , prima ancora che dalla malattia , dalla miseria , dalla sporcizia e dall ' abbandono . Si sta ancora celebrando il processo per una strage terroristica avvenuta dieci anni fa , gli imputati fuggono e i responsabili veri sono sempre da trovare , mentre sappiamo tutti benissimo dove bisognerebbe andarli a prendere . Il signor Zeffirelli è uno dei maggiori corifei , tra i meglio pagati naturalmente ( perché su questo punto i classici del " dissenso " non mollano mai ) , di quella ganga di lor signori alla quale risale , diretta o indiretta , la responsabilità dello sfascio di questo Paese , che ha il triste primato del terrorismo , della violenza , dello sfruttamento , dell ' iniquità . E questo miserevole calligrafo , dall ' abisso che egli stesso ha aiutato a cavare , osa alzare la voce ( unicamente per colpire noi , comunisti italiani ) contro Paesi dai quali , del resto , la classe alla quale lo Zeffirelli degnamente appartiene avrebbe infinite cose da imparare : ordine , giustizia , operosità , possibilità , aperte a tutti , di elevazione morale e sociale . Il signor Zeffirelli è uno spudorato , caro compagno ; e io gli auguro , per il suo bene , che sia incapace di vergognarsi quanto meriterebbe la sua bassezza .
Ha scelto proprio il momento giusto ( Fortebraccio , 1979 )
StampaQuotidiana ,
Ieri , sul suo " Geniale " , il nostro amico - avversario senza remissione Indro Montanelli ha , come si usa dire a Milano , " dato fuori " contro i comunisti . Gliene ha dato occasione la manifestazione svoltasi nel Duomo ambrosiano e nella piazza antistante per le esequie del giudice Alessandrini , una manifestazione che - ha scritto a guisa di premessa l ' incauto Montanelli - " ci ha commosso per la sua compostezza e solennità . La folla che vi era convenuta , vi era convenuta per qualcosa di profondamente sentito ; la sua partecipazione era autentica , autentici lo sdegno e la condanna che la ispiravano " . Ma subito dopo , con una svolta tipica dei nevrotici , il direttore del " Geniale " si fa travolgere da un furore insolito persino in lui , che ai furori anticomunisti si abbandona molto spesso , perché ha notato sul sagrato del Duomo " un maneggiare di bandiere e di striscioni rossi " , ciò che gli conferisce la certezza ( rabbiosissima ) che noi comunisti abbiamo voluto far passare il compianto giudice per uno dei nostri , consumando anche in questa occasione una " delle usurpazioni e delle confische " in cui siamo maestri . ( Usurpazione e confisca della Resistenza , della democrazia e persino dell ' antistalinismo . Montanelli non aggiunge , giustamente , la confisca delle sciocchezze , perché quella , come si vede , l ' abbiamo lasciata interamente a lui ) . Eppure il direttore del " Geniale " , come abbiamo riferito sopra , avevo cominciato col constatare che la cerimonia lo aveva addirittura commosso perla sua compostezza e per la sua spontaneità , entrambe autentiche . Che cosa significa questo ? Significa che ogni e qualsivoglia tentativo di strumentalizzazione , da parte nostra , può essere escluso che i comunisti , intervenendo alla manifestazione con bandiere e striscioni , hanno voluto , per così dire , doppiamente parteciparvi : e come singole persone e come membri delle loro organizzazioni , rappresentate appunto dai relativi simboli . Chi ha impedito agli altri , non comunisti , di fare altrettanto dal canto loro ? I colpa dei comunisti se Montanelli non ha notato l ' altro ieri in piazza del Duomo anche bandiere e striscioni bianchi , verdi , gialli , e garofani ed edere e rose ? Il direttore del " Geniale " conclude la sua scenata con un durissimo : " basta " . Ma basta che cosa , bello mio ? Basta ai comunisti che si presentano con le loro facce , le loro bandiere e la loro democrazia di gente pulita , tutte cose che non gli invidierete mai abbastanza ? Caro Montanelli , lei non è soltanto un matto , com ' è chiaro , è anche un tempista , perché se c ' era un momento per dirci " basta " è proprio quello che lei ha scelto . Si figuri , direttore amatissimo , che , democraticamente s ' intende , abbiamo cominciato a comparire sempre più spesso , proprio adesso , con bandiere grandi come piazza della Repubblica e con striscioni lunghi come corso Cicchitto , già Lenin .
Le due guerre d'Europa ( Bettiza Enzo , 1999 )
StampaPeriodica ,
Il mese di marzo è stato segnato da due grandi crisi che continuano . Da un lato quella sanguinosa del Kosovo , dall ' altro quella politica e istituzionale dell ' Unione Europea . Qui , certo , il sangue non scorre come nel Kosovo . I 15 paesi , in attesa di diventare 20 o 22 , ostentano anzi tra loro rapporti pacifici , amichevoli , soccorrevoli , quasi fraterni . Tuttavia nel cuore transnazionale dell ' Unione , nel limbo burocratico di Bruxelles , si sta giocando la più grossa scommessa continentale di fine secolo . La guerra nel Kosovo è guerra vera , selvaggia , primordiale , combattuta senza pietà e senza ipocrisie umanitarie . Quel che avviene a Bruxelles è invece un ' insidiosa guerriglia civile , una guerriglia ipocrita , subdolamente combattuta nelle cangianti e confuse istituzioni comunitarie in nome di ideali nobilissimi : l ' euro , il mercato unico , l ' armonia agricola , l ' integrazione federalistica , l ' allargamento ai cugini derelitti dell ' Europa centrorientale . Cos ' le due Europe , quella della guerra aperta nei Balcani , l ' altra della guerriglia sotterranea nel quadrilatero carolingio , danno l ' impressione di voler approdare insieme al Duemila in uno stato di disfacimento più che di evoluzione concorde nell ' ordine e nel progresso . Non credo che il parallelismo tra il virulento inferno balcanico e il travagliato limbo euroccidentale sia cervellotico o forzato . La verità è che un ' Europa comunitaria incapace di integrarsi , di democratizzarsi nelle istituzioni , di dare a queste l ' autonomia e la presa di strumenti preparatori di uno stato federale , sarà sempre più un ' Europa allo sbando . Malaticcia e velleitaria , dominata da una burocrazia pletorica sottratta a controlli e verifiche popolari , lacerata da scompensi organici e da faide tecnocratiche complicate e incomprensibili : una simile Europa non sarà mai in grado d ' imporre una pace energica all ' Europa delle guerre calde , arcaiche , che a medio termine potrebbero tracimare dai Balcani e lambire perfino l ' Asia mediterranea . Solo una robusta e convinta stabilità interna all ' Unione , un ' integrazione che prolunga il mercato della moneta e del commercio unificati nel mercato politico delle diplomazie e delle difese unificate , potranno trovare la forza con cui sedare le turbolenze belliche evitando che le guerre balcaniche diventino guerre paneuropee . Premessa di tale necessaria stabilizzazione o ristrutturazione euroccidentale è in certi caso lo scorrimento , in altri l ' ampliamento , in altri ancora il deperimento delle funzioni assegnate alle tre principali macchine comunitarie . Il Consiglio , che rappresenta i governi degli stati membri e si comporta come il sinedrio collegiale di una monarchia assoluta , dovrebbe deperire diventando un organo di rappresentanza e di testimonianza storica delle nazioni associate . La Commissione , che dai tempi di Jacques Delors non è più subalterna ancella del Consiglio intergovernativo , dovrebbe assumere il connotato di un vero esecutivo federale europeo . Il Parlamento , che fino all ' altroieri appariva confinato in un ruolo consultivo di second ' ordine , dovrebbe estendere i suoi poteri nei confronti sia della Commissione sia del Consiglio . In sostanza , l ' Europarlamento dovrebbe conquistare ulteriori prerogative costituzionali dopo quelle espugnate , pochi giorni orsono , con le dimissioni imposte alla Commissione . Lo scandalo moralistico , ' nepotismi ' e ' irregolarità ' , c ' entrano poco o niente con la bocciatura inflitta dai parlamentari all ' organismo esecutivo dell ' Unione . C ' entra , invece , il prolungato scandalo politico che per decenni impediva all ' Assemblea di fare i conti con i ministri posticci della Commissione e con i ministri reali del Consiglio . Ora , la Commissione bocciata sarà certo più debole nei confronti del Parlamento , ma , da questo paradossalmente legittimata nella reciproca autonomia del Consiglio , sarà anche più forte nel quadro istituzionale complessivo . Il dado è tratto . Il resto è in arrivo . D ' ora in avanti , il Parlamento potrà esercitare un potere di ratifica sulla nomina del presidente della Commissione , potrà censurare le sue spese e i suoi errori , potrà sostenerlo e assisterlo nella nomina dei commissari , una volta scelti con metodo impositivo dal Consiglio . La rivoluzione liberale in atto raggiungerà il giorno più alto quando il Parlamento europeo diverrà assemblea costituente europea : allora la monarchia autocratica del Consiglio , che già perde colpi , dovrà trasformarsi per forza in monarchia costituzionale . In quel caso , forse non lontano , l ' Europa ci apparirà alfine pressoché unita , pressoché compatta , pressoché pronta a riportare pace e ordine nelle regioni limitrofe sconvolte dall ' odio e dalla guerra infinita .
Craxi driver ( Malatesta Stefano - Rossella Carlo , 1976 )
StampaPeriodica ,
Il processo al partito cominciò alle nove del mattino . Domenica 21 novembre c ' erano 150 operai socialisti nel salone dell ' Istituto autonomo case popolari in corso Dante a Torino . Qualcuno aveva in tasca , segnata in rosso , la copia dell ' « Avanti ! » con la lunga relazione ( 167 cartelle ) tenuta sei giorni prima dal segretario nazionale Bettino Craxi al comitato centrale . Altri stringevano in mano brevi appunti scritti con rabbia durante le cento e più assemblee dei nuclei aziendali socialisti , i Nas , che avevano preceduto l ' incontro . Davanti a loro , mani infilate nella giacca blu , Craxi ascoltava immobile . Parlò per primo Guido Celotto , un operaio della FIAT Mirafiori : « Le partite a scacchi giocate dai notabili ci hanno rotto le palle . Fuori dal partito i burocrati e le clientele » . Seguì Renzo Caddeo , sindacalista di Orbassano , un comune della cintura rossa : « I vecchi leader hanno massacrato l ' immagine del partito » . Poi attaccò Renato Fiori , delegato della FIAT Lingotto : « Voi dirigenti non vi fate mai vedere in fabbrica » . E nella sala si fece silenzio quando un vecchio militante si alzò a parlare con accenti di rammarico : « Una volta se per strada passava un socialista la gente diceva : ecco un galantuomo » . Nei cinque mesi della segreteria , Craxi ha sentito solo lamentele , rimproveri , amarezze di socialisti delusi e sconcertati per la sconfitta elettorale del 20 giugno e per lo stato comatoso del partito . Eletto segretario in uno dei momenti più difficili della storia del PSI , nel clima di intrighi e di colpi di mano dell ' hotel Midas , Craxi era sembrato all ' inizio solo il gestore della catastrofe . La sua elezione venne accolta da una diffidenza generale : gli extraparlamentari di sinistra ricordavano i suoi legami con gli americani ; « Le Monde » lo definì « il tedesco » per le sue simpatie verso la socialdemocrazia di Bonn ; i comunisti si chiusero nel silenzio , per evitare di dargli credito troppo precipitosamente ; numerosi dirigenti socialisti sospettarono che volesse riprendere i contatti con la DC per rifare un centro sinistra appena riverniciato . Poi , in poche settimane , la trasformazione . « Come accade spesso nella storia gli uomini , quando assumono una funzione , cambiano e adeguano la loro attività alla carica che ricoprono » spiega sorridendo Riccardo Lombardi , fino a qualche mese fa uno dei più duri critici di Craxi . « Urbano VIII , finché era astronomo , appoggiava le teorie di Galileo . Diventato papa le condannò » . Il ritocco decisivo alla sua immagine , il segretario l ' ha dato al comitato centrale . Entrato sotto il segno ambiguo del Midas , ne è uscito notevolmente rafforzato nel prestigio e nel peso politico . « Intorno a Craxi c ' è una maggioranza che è d ' accordo su un certo numero di proposte , alcune delle quali suggerite in questi anni dalla sinistra socialista e imposte dai settori più avanzati della base » spiega Antonio Giolitti , ex antagonista di Craxi per la carica di segretario del partito , ora su posizioni di cauta solidarietà . All ' allargamento dei consensi nei suoi confronti Craxi è arrivato soprattutto grazie al suo appoggio deciso alla linea politica dell ' alternativa di sinistra e al rifiuto dell ' alleanza a due con la DC ( come invece vorrebbero i due leader storici del partito , Francesco De Martino e Giacomo Mancini , usciti sconfitti dal comitato centrale ) . Una scelta chiesta senza incertezza da quasi tutta la base . Reduce da un viaggio in Emilia e Romagna , Luigi Covatta , dirigente dell ' ufficio studi del PSI , ricorda una riunione a Carpi fra operai , professori e studenti . « Tutti mi hanno detto : mai più con la DC da soli . Dobbiamo fare una cura di estraneità dal governo . » Pochi giorni fa a Bologna , alla conferenza operaia , l ' applauso più lungo e ripetuto è toccato a Fabrizio Cicchitto dell ' ufficio sindacale del partito , sempre polemico e sprezzante nei confronti dei democristiani . Nei congressi delle 300 sezioni di Milano l ' esodo dei demartiniani verso le posizioni di Aldo Aniasi , uno dei più convinti sostenitori dell ' alternativa di sinistra , è notevole . Così a Torino e a Genova . « La linea di De Martino non garantisce al partito nessuna prospettiva » confessa Antonio Canepa , un dirigente socialista ligure , ex demartiniano . Alcune conversioni sono sembrate a volte sospette : in Sicilia , Salvatore Lauricella , ex ministro dei Lavori pubblici , uno dei dirigenti più criticati di tutto il partito , si è adeguato da un giorno all ' altro al nuovo corso nella speranza di rimanere a galla . In complesso il fenomeno dell ' annullamento delle correnti tradizionali e della loro confluenza nella nuova linea si fa strada . Soltanto nel Centro Sud , molte sezioni e federazioni , manciniane e demartiniane a oltranza per ragioni di potere , resistono . Quasi 600 mila iscritti , composto per la maggior parte di studenti e di impiegati ( il 34% ) il Partito socialista ha perso col passare degli anni la caratteristica di partito in maggioranza operaio che aveva negli anni Cinquanta , ai tempi di Rodolfo Morandi ( dalle fabbriche viene solo il 16,43% degli iscritti ) , ed è diventato un partito dalle caratteristiche governative , gonfiato dalle iscrizioni clientelari ( il 76% degli iscritti di oggi ha preso la tessera con il centrosinistra ) . « Per far vincere la battaglia al gruppo dirigente e arrivare davvero al rilancio del PSI » dice il sindaco di Pavia , Elio Veltri , « si devono muovere i giovani . » A Pavia , una delle città dove il nuovo corso si fa sentire di più , l ' età media degli attivisti del partito è la più bassa d ' Italia , 30 anni , e nei congressi di sezione non sono state presentate liste di corrente ma raggruppamenti unitari . A Trento , dove già nel 1972 un nucleo di giovani lombardiani aveva tagliato tutti i legami con la DC , passando all ' attacco e lanciando la proposta dell ' alternativa di sinistra , alle elezioni politiche il PSI è avanzato di quasi cinque punti in percentuale . Sono innovazioni ed esperimenti che spesso suscitano contrasti e lotte dure in un partito dove la spinta alla poltrona di centrosinistra conta ancora . Un piccolo esempio di questi scontri fra generazioni di socialisti è Collesano , un paesone della provincia di Palermo . Preso il controllo della sezione , i giovani socialisti hanno deciso di rompere con il centrosinistra che governa il Comune . Ma tre consiglieri comunali su quattro si sono rifiutati di dimettersi . Preferivano un comodo governo con la DC . L ' abitudine al centrosinistra , agli agi del tranquillo potere coi democristiani tocca molti quadri del PSI . È il partito degli assessori , che resiste alle innovazioni , e contro il quale la battaglia di Craxi è ancora tutt ' altro che vinta : « Lo scoglio vero è la moralizzazione del partito » dicono i collaboratori del segretario socialista . Spinta dalla direzione , la commissione di controllo , un organo che in passato ha funzionato in maniera discontinua , è tornata a una discreta efficienza . Obiettivo : ripulire la periferia più inquinata dal sottogoverno . In quattro mesi i discussi dirigenti di sette federazioni sono stati destituiti e al loro posto è stato nominato un commissario . Fra qualche mese analoghi provvedimenti colpiranno altre sei federazioni . Quasi dovunque sono stati inviati ispettori per controllare il tesseramento , artefatto soprattutto in Calabria e in Sicilia . A Salerno , feudo del deputato manciniano Enrico Quaranta , il commissario Raffaele Delfino ha cominciato col far pagare le quote di finanziamento obbligatorio al partito , sinora evase , a sindaci , consiglieri comunali , amministratori di enti pubblici , riuscendo a raccogliere , in pochi giorni , 14 milioni . Lo sforzo di Craxi e della maggioranza che lo sostiene è anche diretto a riorganizzare il partito secondo nuovi schemi : minor accentramento , maggior responsabilità alle federazioni , divisione dell ' attività di partito in quattro collettivi di lavoro ( economia , cultura , organizzazione , diritti civili ) , istituzione di una Scuola di partito e di centri di formazione dei quadri , alcuni dei quali autogestiti dalla base . In alcune federazioni i corsi sono già cominciati , in altri ( Pavia , per esempio ) i congressi di sezione sono stati trasformati in lezioni di tipo quasi universitario di politica e di economia . « Il 20 giugno ci ha fatto capire » dice il senatore calabrese Sisinio Zito , condirettore di « Mondo operaio » , la rivista ideologica del PSI « che gli sbandamenti politici sono stati anche una conseguenza di un modo di far politica strozzato e verticistico » . Uno degli strumenti principali di educazione e formazione dei quadri sarà l ' « Avanti ! » , il quotidiano del PSI che col nuovo anno cambierà aspetto ( uscirà formato tabloid ) e contenuti . Secondo la direzione , dovrebbe servire a sviluppare il dibattito politico attorno alle tesi del partito . Dietro a tutte queste iniziative , il Centro studi , guidato da Covatta , strumento per la delicata operazione di identificazione e di recupero dell ' area socialista . Insieme con Covatta lavorano studiosi come Stefano Rodotà , Giuseppe Tamburrano , Massimo Teodori , Ruggero Orfei , Gino Giugni , Giorgio Ruffolo , nel tentativo di allacciare contatti con la nuova realtà di base , i consigli di quartiere , di fabbrica , di scuola , i partiti laici minori , i radicali ( a Genova , Bologna , Pavia , PSI e PR hanno già cominciato a lavorare insieme , con la prospettiva di liste comuni alle prossime elezioni ) . Il modello è soprattutto il Partito socialista francese di François Mitterrand , un partito che dopo anni di crisi è riuscito a passare dal5 al 27% . Secondo i socialisti italiani tra i due partiti esistono alcune differenze fondamentali : « Il PSF è cresciuto anche con l ' appoggio dei club politico - culturali , esperienze ben radicate nella storia francese , ma di poca consistenza in quella italiana » ricorda Enrico Manca , membro della direzione del PSI . « Inoltre venne spinto verso l ' alleanza delle sinistre dal gollismo , un ' esperienza irripetibile in Italia » . Ma ci possono essere strette rassomiglianze . « Identificazione di un ruolo specifico e autonomo del PSI , né subalterno al PCI e alla DC né interprete di una terza forza di tipo anticomunista » spiega Aldo Aniasi , « rapporto con le masse dei lavoratori cattolici che in Francia hanno contribuito al successo di Mitterrand . Un fenomeno che potrebbe ripetersi anche in Italia » . Superato l ' anticlericalismo di stampo ottocentesco , í socialisti sono oggi sempre più attenti al recupero della sinistra CISL e dei militanti aclisti . « Oggi nella federazione bolognese del PSI » dice Gabriele Gherardi , ex direttore della rivista cattolica « Il Regno » , responsabile della commissione culturale del PSI a Bologna « ci sono almeno 15 quadri di partito di un certo rilievo che sono cattolici . Forse molti non lo sanno , perché il PSI non ha mai esibito i suoi voti cattolici . Non li ha mai strumentalizzati , come è successo invece in altri partiti » . Le nuove posizioni del Partito socialista sono state valutate positivamente dal PCI . « Con le loro posizioni » ha scritto Achille Occhetto , segretario regionale della Sicilia , sull ' « Unità » del 21 novembre , « i compagni socialisti dimostrano di voler concorrere in modo unitario alla definizione positiva di un nuovo quadro politico . Si tratta indubbiamente di una rilevante novità » . A questo riavvicinamento fra i due partiti , nonostante gli attriti e le polemiche che continuano in periferia ( in Lombardia , in Umbria , in Emilia Romagna , dove i socialisti mal sopportano l ' egemonia comunista nelle giunte locali e la linea del compromesso storico . « Sono stufo di vedere Zangheri cantare la serenata alla DC » dice Vito Germinario , capogruppo del PSI a Bologna ) , i dirigenti del PSI danno due spiegazioni : maggiore credibilità di Craxi in via delle Botteghe Oscure e desiderio da parte dei comunisti di trovare nel PSI un sostegno in un momento difficile anche per loro e per il paese . « Ma avvicinamento non vuoi dire confusione di ruoli » avverte Manca . « Mai come oggi siamo stati così distanti dal PCI sul problema della fusione fra i due partiti e così vicini rispetto agli obiettivi da raggiungere » .
StampaQuotidiana ,
La morte di massa ha un tanfo dolciastro , quasi speziato , di terra , sudore , pelli e fiori che fermentano . Era fatale che ci prendesse alla gola dopo tre mesi di guerra " pulita " , stellare , televisiva . Ora , è importante che quell ' odore ci si stampi nelle narici . È la sola cosa capace di perforare la nostra incredulità , la rimozione , il rifiuto ; l ' unica breccia nella nostra memoria corta . In mezzo a troppi fotogrammi , è l ' unico messaggio dei sensi ancora capace di dirci che è tutto vero . Ci venne addosso per la prima volta a Vukovar , nel novembre di otto anni fa . Ci aggredì all ' indomani della prima ecatombe europea dopo il 1945 . E richiamò sul Danubio tutti i corvi della pianura . La morte ci insegue da allora , sempre con gli stessi miasmi . Eppure , da allora a ogni fossa che si riapre , abbiamo sempre bisogno di chiedere se davvero è accaduto , di sentirci dire che è un brutto sogno . Forse , nel momento in cui si gettano i fondamenti della Nuova Europa , abbiamo paura di riconoscere in quelle fosse un po ' di noi stessi , i buchi neri di un passato ancestrale che le nostre raffinate diplomazie si ostinano a ritenere sepolto . Dimentichiamo che le tombe di massa fanno parte della nostra memoria profonda , dell ' immaginario e persino del paesaggio di questo nostro continente . L ' Europa cammina , senza saperlo , su montagne di cadaveri . A Verdun o in altri luoghi del fronte occidentale , impercettibili rigonfiamenti indicano ancora i tumuli di caduti senza nome . In Polonia e dintorni , spesso gli unici dislivelli sono segni di morte . Simon Shama , professore di storia alla Columbia University e autore del libro " Paesaggio e memoria " , racconta dei " Kopicc " , montagnole erbose panoramiche , le uniche a sollevarsi sopra la cupa muraglia della più antica foresta d ' Europa , sopra i fiumi , le cicogne , le radure e i comignoli . Dalla Vistola allo Yemen , punteggiano la pianura fino al lontano orizzonte . Gli innamorati che vi si baciano non sanno che sono tumuli anch ' esse , terra portata da lontano a ricordo dei Caduti . In Lituania la topografia della morte di massa è segnata da una miriade di avvallamenti sparsi nei boschi . Dislivelli di pochi centimetri , un metro al massimo . Segnano una delle pagine più dimenticate della " Shoah " . Sotto , sono sepolti migliaia di ebrei . Per anni , raccontano , la terra ha continuato a gonfiarsi , a sfiatare , persino a illuminare la notte di pallidi fuochi . Poi i corpi han trovato pace e la terra ha cominciato a cedere , disegnando il perimetro della mattanza con impressionante fedeltà . " Sono luoghi terribili perché inseriti in una campagna dolcissima " racconta lo scrittore Livio Sirovich che li ha percorsi alla ricerca della famiglia materna . Dice : " Senti come quelle morti , lontane da un contesto cimiteriale , abbiano violentato un equilibrio naturale vecchio di millenni " . Viaggi verso Sud e ti accorgi che la dolce Mitteleuropa , con la sua propaggine balcanica , continua instancabilmente a vomitare morte , a rivelare fosse comuni e a delineare , con esse , la geografia di un mondo multinazionale destinato a implodere all ' infinito , devastato com ' è dai nazionalismi e dalla sua incapacità di approdo a un senso moderno della cittadinanza . " Le fosse comuni , le stragi di oggi , emergono da questo retroterra , sono figlie della logica del sangue e del suolo applicata a un mondo dove ogni confine diventa ingiustizia " , conviene lo storico Giampaolo Valdevit , specialista della Questione Orientale . Una storia infinita , il segno di una maledizione dove il tempo sembra non avere più senso . In queste stesse ore in cui si svelano gli orrori del Kosovo , si spalancano in Slovenia fosse comuni del 1945 , si scoprono presso Maribor i corpi di quindicimila paramilitari anticomunisti jugoslavi in fuga da Tito e a Tito ignominiosamente riconsegnati dagli inglesi . In Bosnia , sulla riva sinistra della Drina , le fosse comuni non ancora richiuse continuano a sbadigliare i loro miasmi come enormi , selvagge sale anatomiche a cielo aperto . E mentre nei sotterranei di Tuzla migliaia di corpi senza nome stanno lì da due anni , allineati dentro sacchi bianchi , nell ' attesa inutile che qualcuno li riconosca e li possa seppellire , gli abissi delle foibe - a cinquant ' anni di distanza dagli eccidi - dividono ancora le memorie di sloveni , croati e italiani , permanendo esse il simbolo dell ' insulto estremo verso la morte dell ' " altro " , ridotto a spazzatura , immondizia da discarica . In una guerra costruita sulla rievocazione dei morti delle guerre precedenti , è fatale che i morti di oggi tornino e diventino a loro volta atto d ' accusa e rivalsa . Come i corpi delle vittime dei croati motivarono dopo mezzo secolo la rivolta serba del '91 contro Zagabria , così oggi i corpi albanesi disseppelliti in Kosovo sembrano togliere ai serbi ogni possibilità di ritorno nella terra dei loro antenati . Quelle fosse comuni dicono che a Belgrado il Campo dei Merli rischia di essere perduto per sempre , che la Gerusalemme serba potrebbe restare in mano straniera in modo assai più definitivo che dopo la sconfitta patita sei secoli fa per mano ottomana . E allora ci si chiede : che senso ha avuto consegnare alla comunità internazionale prove così schiaccianti dell ' abominio ? Cosa c ' è dietro la scelta di questo suicidio di un ' intera reputazione nazionale ? Quale senso della realtà esiste in un apparato politico che tenta di spacciare al suo popolo l ' illusione di una folgorante vittoria al punto da negare persino l ' esistenza dei propri caduti ? Forse , Milosevic sperava che il Mondo - grato del suo ritiro dalle terre del Sud - fingesse di non vedere , come dopo la strage di Srebrenica in Bosnia , vigilia della pace di Dayton . Ma questo non spiega come mai Belgrado oggi occulti i propri morti - che sono sicuramente migliaia - proprio nel momento in cui si scoprono le tombe del " nemico " . Perché i soldati serbi caduti sul campo , contro l ' Uck o sotto le bombe Nato , sono stati sepolti quasi di nascosto ? Quale rapporto con la morte scatta nella testa di un Capo che ha fondato tutto il suo potere sulla mitologia di una sconfitta , quella del Principe Lazar , ucciso secoli fa dai Turchi appunto in Kosovo ? I corpi che escono in queste ore dalla terra dei Balcani pongono l ' ultima domanda : quale delirio , quale smania di autodissoluzione può avere spinto la Serbia in quest ' avventura senza ritorno ?
I Balcani saranno il nostro nuovo Sud ( Caracciolo Lucio , 1999 )
StampaQuotidiana ,
Confessiamolo : avremmo tutti una gran voglia di archiviare questa guerra e tornare alle nostre domestiche occupazioni . L ' entusiasmo un po ' troppo esibito con cui i leader europei hanno salutato l ' accordo di pace tradiva questa umanissima pulsione . Ora , dopo la firma di Kumanovo , si spera di aver finalmente sbrogliato la matassa della crisi . Secondo il copione , nei prossimi giorni dovremmo vedere il ritorno sotto robusta scorta atlantica di qualche migliaio di profughi nelle loro terre devastate . A quel punto festeggeremo la vittoria . Poi i riflettori potranno spegnersi . E ciascuno tornerà a occuparsi delle faccende di casa sua . E chi la casa non ce l ' ha più ? Chi ha perso tutto , anche la speranza , e non ha i soldi per scapparsene nel ricco Occidente ? Chi ha creduto nel nostro slancio umanitario , nella nostra simpatia per gli umiliati e gli offesi d ' Oltre Adriatico ? Abbiamo posto molto alta l ' asticella degli obiettivi bellici . Abbiamo preso un impegno morale con gli albanesi del Kosovo , salvo poi lasciare che venissero deportati . Abbiamo spiegato ai serbi che non ce l ' avevamo con loro , ma con il criminale di guerra che li ha mandati al macello , salvo poi seppellirli sotto bombe non sempre intelligenti e fare la pace con Milosevic . No , non è il momento di voltare pagina . E se proprio non riusciamo a essere all ' altezza delle nostre proclamazioni morali , cerchiamo almeno di non tradire i nostri interessi . Che sono molto chiari : o riusciremo a europeizzare i Balcani , o ne saremo balcanizzati . Dopo tante insensatezze , tanti orrori , osiamo sperare che la guerra sia riuscita a risvegliare nella nostra Europa quel sano istinto di conservazione che ci dovrebbe spingere a impegnare ogni risorsa a disposizione per ricostruire i Balcani . Un ' impresa quasi impossibile ma senza alternative . Il vulcano della guerra ha eruttato dalle viscere di quella terra malata il peggio del suo peggio . Davanti alle nostre coste è affiorato un Mezzogiorno esterno , molto più povero e disperato del nostro . Questo nuovo Sud penderà inevitabilmente verso di noi . Per gli albanesi , ma anche per i serbi , i montenegrini , i macedoni e gli altri popoli ex jugoslavi , noi italiani siamo sempre più " Lamerica " . L ' America , quella vera , non ha nessuna intenzione di imbarcarsi in un nuovo Piano Marshall . Troppo lontani i Balcani per il contribuente di Cleveland o Seattle , troppo forte il risentimento verso noi europei che ogni volta chiamiamo il pompiere americano a spegnere ( ? ) gli incendi di casa nostra . Resta l ' Europa , certo . Vogliamo credere che il piano di ricostruzione dei Balcani sia più di una lista della spesa , che sia orientato a una visione regionale , che non si riduca alla mera emergenza . Vogliamo anche sperare che i nostri partner dell ' Europa centro - settentrionale capiscano di aver sbagliato quando ci lasciarono quasi soli ai tempi dell ' Operazione Alba ( in fondo , la guerra del Kosovo è anche frutto dell ' insensibilità europea per la questione albanese ) . E contiamo su Romano Prodi , che ha dimostrato di essere perfettamente consapevole dei termini del problema . Senza la Conferenza per i Balcani , da lui proposta , non ci sarà nessuna soluzione stabile per il Kosovo né per gli altri focolai di crisi nella regione . Europa o non Europa , l ' Italia resterà comunque in prima linea . Dovremo fronteggiare le conseguenze dell ' ennesimo conflitto balcanico , ci piaccia o meno . Chi pensa di poter nascondere la testa nella sabbia , italicamente aspettando che trascorra la nottata , avrà presto un risveglio molto brusco . Perché questo Mezzogiorno esterno è destinato a saldarsi con il nostro Mezzogiorno , con l ' intera penisola . In senso positivo o in senso distruttivo . Positivo , se l ' Italia e l ' Europa sapranno proiettarsi nei Balcani per guidarne la lenta , dolorosissima ricostruzione . Distruttivo , se ce ne laveremo la mani e ci lasceremo travolgere dai drammi balcanici , cominciando dall ' inevitabile massiccio flusso di profughi e dal consolidarsi dei vincoli criminali fra mafie nostrane e mafie balcaniche . La trasformazione del Kosovo in protettorato internazionale , conseguenza inevitabile della guerra e degli accordi di pace faticosamente negoziati , è condizione necessaria ma tutt ' altro che sufficiente per stabilizzare i Balcani . Per molti anni Oltre Adriatico regneranno ancora miseria , soprusi , oppressione , con le truppe americane , europee e russe nella parte degli sceriffi , ciascuno a suo modo , nel Far West balcanico . In uno stringato inventario delle ferite da ricucire , al primo posto vengono i profughi . Questa guerra ha aggiunto al milione e mezzo di disperati , tra cui cinquecentomila serbi , che ancora non sono rientrati a casa dopo i massacri in Croazia e in Bosnia , un altro milione e quattrocentomila di kosovari fra profughi ( quasi 800 mila , sistemati provvisoriamente nei campi di Macedonia , Albania e Montenegro ) , emigrati all ' estero ( già 72 mila ) e sfollati interni , che si aggirano per i boschi e i villaggi distrutti ( 530 mila ) . Agli albanesi si aggiungono centomila dei duecentomila serbi del Kosovo , costretti ad abbandonare le loro case . Molti seguiranno , specialmente chi si è arruolato nelle squadracce paramilitari e vuole sfuggire alle vendette . Quanto agli albanesi , si presume che solo il 15% dei profughi sarà in grado di rientrare in Kosovo prima dell ' inverno . Nel frattempo , le organizzazioni umanitarie sono alla caccia di 30 mila container mobili in cui far svernare le vittime della pulizia etnica . Le mafie locali hanno già studiato astuti stratagemmi per lucrare sugli aiuti , per cui sarà necessaria la massima fermezza per stroncare le speculazioni sulla pelle dei rifugiati . Peraltro la guerra , oltre ad aggravare la crisi umanitaria che avrebbe dovuto risolvere , lascia completamente impregiudicata la posta in gioco geopolitica . Davvero speriamo che l ' Uck si faccia disarmare ? Davvero immaginiamo che i serbi si rassegnino ad abbandonare il Kosovo ai loro arcinemici albanesi ? Davvero crediamo a un Kosovo " autonomo " , dunque a suo modo integrato nel sistema jugoslavo , magari con gli albanesi che un giorno voteranno per il successore di Milosevic ? Favole . Gli albanesi non accetteranno mai nulla meno dell ' indipendenza e gli estremisti serbi - ancora più inveleniti dalla guerra - ricorreranno al terrorismo pur di impedirlo . A Parigi Milosevic aveva respinto l ' accordo per due ragioni : perché dava alla Nato il permesso di agire in tutta la Jugoslavia ( appendice B , punto 8 ) , trasformandola di fatto in protettorato , e perché prometteva ambiguamente ai kosovari un referendum sull ' indipendenza entro tre anni ( capitolo 8 , punto 3 ) . Non c ' è traccia di ciò nel documento del G8 , per dare qualche soddisfazione ai russi . Ma se ai kosovari può bastare una forte presenza Nato anche solo nella loro provincia , certamente non rinunceranno al referendum . Prima di immaginare la ricostruzione del Kosovo e dell ' intera regione bisognerà insomma aver trovato un accordo esplicito - anzitutto fra noi occidentali , e quindi fra noi e i russi - sulla nuova carta geopolitica dei Balcani , nella quale una Serbia si spera emancipata dal suo fallimentare regime dovrà comunque avere un ruolo centrale . A questo dovrebbe anzitutto servire la Conferenza internazionale proposta da Prodi . Altrimenti costruiremo castelli di sabbia e getteremo al vento i soldi del contribuente . Sono alte le vette da scalare , se vogliamo che questa del Kosovo sia l ' ultima delle guerre di successione jugoslava e non il prologo dell ' ennesimo massacro annunciato ( in Macedonia , in Montenegro , nel Sangiaccato ? ) . Alla prova del fuoco l ' Italia si è rivelata più matura di quanto potessimo temere . Abbiamo saggiamente cercato di evitare la guerra , prima , e abbiamo altrettanto saggiamente evitato di disertare il nostro campo , durante . Abbiamo anzi indicato per primi la strada verso la pace , che non poteva non passare per la Russia e per la rianimazione del fantasma delle Nazioni Unite . Ci attende ora l ' esame più difficile , quello del dopo . Se lo passeremo , renderemo meno insensate le tragedie di questi mesi e conquisteremo sul campo quel ruolo di pilastro dell ' Unione europea che i più scettici fra i nostri partner continuano a negarci .
Quei tristi dopoguerra nei Balcani ( Rumiz Paolo , 1999 )
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" Quando lo ammazzi , il maiale scalcia dappertutto " . Ljubomir , 53 anni , profugo serbo in Ungheria , risponde senza pensarci un attimo alla domanda se davvero arriverà la pace . Tramonta il sole sul Danubio e , per rendere l ' idea , l ' uomo mima l ' agonia dell ' animale tirando all ' aria pugni e calci tremendi . Il maiale come metafora è molto usato nei Balcani , con varianti sinistre . A Srebrenica , nel '95 , per spiegare ai Caschi blu olandesi che la città era presa , il generale Ratko Mladic - prima di dedicarsi alla liquidazione di ottomila musulmani - fece scannare un porco e lo appese a un albero come ammonizione . Ai nostri dubbi sul futuro dell ' area , i balcanici rispondono spesso con saggezza contadina . Ljubo è membro attivo dell ' opposizione democratica e il suo concetto è tagliente . Primo : il sacrificio s ' ha da fare , o non se ne esce . Secondo : il sangue schizzerà intorno , toccherà i Paesi vicini . Spiega : " La vostra civiltà delle bombe intelligenti deve ancora capire che non ci sono guerre etiche , che ci sono lavori in cui è impossibile restare puliti " . Poi torna al maiale : " L ' agonia - dice - è il momento più pericoloso " . Pochi anni fa , uno scrittore serbo già ammoniva : per uccidere il vampiro puoi solo piantargli un paletto nello sterno . Ma non dimenticare che reagirà con vitalità inattesa . Se pensasse solo al sacrificio del Capo supremo , Milosevic , Ljubo non parlerebbe di maiali ma di capri espiatori . Lui pensa a ciò che sta dietro al Capo , ai privilegiati del feudalesimo comunista che hanno trascinato al suicidio una nazione intera solo per conservare il potere . Sa che oltre ai veleni , la propaganda , i trucchi , i silenzi e i camaleontismi del Boss c ' è un sistema malato capace di tutto . È ciò che resta della " Nuova classe " identificata già negli anni Sessanta da Milovan Djilaa , il delfino di Tito : quella dei burocrati - ladri . Ecco allora i maiali , gli stessi di Orwell ne " La fattoria degli animali " . Per spazzarli via , il lavoro sarà lungo e difficile . Quanto durerà ? " Due anni , forse più " . Il serbo gela senza esitazioni le speranze dell ' Europa . " Quelli faranno di tutto per restare . I più furbi si trasformeranno in democratici . I peggiori , invece , incendieranno uno alla volta il Montenegro , la Vojvodina , il Sangiaccato . E alla fine , quando non ci sarà più niente da buttare all ' aria , metteranno i serbi contro i serbi . Non so se l ' Occidente saprà gestire questo casino e imporre una democrazia reale . Forse lascerà che la Serbia scompaia dalla carta geografica . Per questo me ne vado e non torno più " . Il nome Ljubomir significa : " Colui che ama la pace " . Un ' intera generazione di jugoslavi ebbe nomi simili dopo il '45 . Branimir , " Il difensore della pace " ; Zivomir , " Viva la pace " ; Mirna , " La pacifica " ; Miroslava , " Colei che celebra la pace " . A giudicare dai battesimi , nessun popolo europeo ha bramato la pace come gli jugoslavi nel dopoguerra . Eppure , proprio in quel dopoguerra si gettarono le basi del conflitto di oggi . La retorica esistenziale della fratellanza e unità sommerse tutto : ieri impedì il riesame critico delle stragi etniche tra jugoslavi e oggi ha consentito ai nazionalisti di riempire di veleni il grande vuoto di quella rimozione . Anche i nomi propri della pace nascono da una grande rimozione ? Forse , essi non erano solo auspicio e scaramanzia , ma anche il segno di una paura inconfessata : quella che gli slavi hanno di se medesimi , della parte buia della loro anima . Nessuno teme i balcanici come i balcanici stessi . Scrive il romeno Emil Cioran : in noi c ' è " il gusto della devastazione , del disordine interno , di un universo simile a un bordello in fiamme " . Senza contare " quella prospettiva sardonica sui cataclismi avvenuti o imminenti , quell ' asprezza , quel far niente da insonne o da assassino ... " . E il serbo - ungherese Danilo Kis intravvide nel Paese profondo un nucleo minoritario - ma devastante e inestirpabile - di aggressività . Scrisse : " È vero , siamo primitivi , ma essi sono selvaggi ; se noi ci ubriachiamo , essi sono alcolizzati ; se noi uccidiamo , essi sono tagliagole " . " Oggi - racconta Ljubo - comunque vada a finire , i miei nipoti non avranno quei nomi . In Bosnia ho visto troppi assassini chiamati come angeli " . E poi , si chiede il serbo , come può esserci pace se non c ' è mai stata una guerra ? Nelle guerre vere gli eserciti si scontrano in battaglie campali . Dopo la catarsi finale - ha scritto l ' albanese Kadaré - esse emettono misteriosamente un " bang " di energia positiva , da cui nasce la ricostruzione . Nei Balcani , stavolta , non andrà così . C ' è stato solo un latrocinio infinito , un pauroso accumulo di energia negativa . Una miscela esplosiva fatta di stanchezza , disillusione , avvilimento e paura . E nelle scuole i libri di storia già inoculano nei bambini letali pregiudizi etnici forieri di nuove instabilità . " La guerra è niente - taglia corto l ' uomo - il peggio comincia dopo . Vedrete " . A Sarajevo , nell ' ora viola in cui le rondini si calano dal monte Trebevic e fanno ressa attorno ai minareti , Jasna , quarantacinquenne professoressa di matematica senza lavoro , non esce più con le amiche al caffè . Non è solo perché non ha più soldi per pagarselo . È anche perché non sopporta i nuovi avventori . I ristoranti sono pieni sempre della stessa gente . Solo stranieri : soldati americani imbottiti di valuta , spocchiosi e superpagati funzionari di organizzazioni internazionali , operatori umanitari governativi col loro carico di elemosine , diplomatici con le loro corti , retroguardie di giornalisti - guardoni . Niente sarajevesi nell ' allegra brigata ; tranne la solita corte di belle ragazze in cerca di dollari e compagnia . Jasna sa che in Bosnia non si spara da quasi quattro anni , ma sa anche che questa pace le fa schifo . È peggiore della guerra . A Sarajevo , la guerra di resistenza aveva esaltato , per un po ' , almeno l ' identità del luogo . Mai essa aveva umiliato la città come questa pace paradossale fra separati in casa che trasforma la Bosnia in una colonia e i bosniaci in zulù . " Sono situazioni - dice - che eccitano i fondamentalismi più delle bombe " . Il piano Marshall non è mai arrivato e Jasna ha perso il lavoro ; parla sei lingue , ma farebbe carte false per pelar patate per il battaglione francese o per la guarnigione italiana . Decine di professionisti alla fame rispondono ogni giorno alle inserzioni di chiunque prometta un visto e improbabili lavori all ' estero , raccontando al telefono la loro miseria personale . Mi dice : " Non è difficile , da Sarajevo , capire come sarà la pace a Belgrado . Con o senza Milosevic al potere , con o senza le bombe della Nato , il prossimo inverno i serbi moriranno . Il fiato della Sava se li porterà via come mosche , senza che i giornalisti scrivano un rigo . Finita la guerra , finirà anche l ' interesse " . Osserva : cosa può fare un Paese senza soldi , senza energia , senza vie di comunicazione , senza infrastrutture , senza classe dirigente ? Le chiedo : e i profughi albanesi quando torneranno ? Risponde : " In Bosnia non è tornato quasi nessuno . Anzi , l ' esodo continua . Il Kosovo è ancora peggio : resterà a lungo terra desolata , luogo di bande armate . Ci vorranno dieci anni almeno per rifare quello che è stato distrutto in tre mesi " . Torneranno gli albanesi ? Lentamente , ma torneranno . " Il tempo è dalla nostra " disse già dieci anni fa un mite " mullah " di Pristina , mentre la polizia di Milosevic bastonava selvaggiamente donne e bambini in corteo . Non disse che gli albanesi avevano dalla loro anche il numero , la demografia ; non disse che il " genocidio " denunciato dai serbi era l ' amplificazione politica una reale soppressione biologica . " Vinceremo col pene ! " gridavano già allora i più estremi degli studenti kosovari , annunciando che avrebbero cacciato i serbi solo facendo figli , senza imbracciare le armi . È finita in tragedia . Ma oggi gli albanesi hanno dalla loro altre armi in più : l ' appoggio della Nato , un piccolo esercito e l ' incrollabile determinazione a tornare in una terra che considerano , ormai , soltanto loro . I pochi serbi rimasti in Kosovo lo sanno bene , e la loro fuga è già cominciata . Sanno che arriverà la resa dei conti , che nessuna forza internazionale potrà proteggerli dalle rappresaglie e da un nazionalismo - quello albanese - sì meno esplicito , meno truculento e visibile , ma certamente non meno implacabile di quello di Belgrado . Così , oggi , dopo essere stati gonfiati di mitologia , ubriacati di politica , affiancati da bande criminali e trascinati in uno scontro suicida , gli uomini che invocarono il nuovo salvatore del popolo serbo si preparano come sei secoli fa a un altro tradimento , a una nuova fuga dal Kosovo , forse definitiva . Dove andranno nessuno sa , visto che il loro Paese non può mantenerli . Saranno , probabilmente , il prossimo problema dell ' Europa . Si avvicina intanto una data fatale : il 28 giugno , anniversario della sconfitta di Kosovo Polje ( 1389 ) e di tante disgrazie serbe . Dieci anni fa , su quel campo di battaglia Milosevic annunciava a un milione di uomini che l ' ora della riscossa era tornata . Ha mantenuto la promessa a metà : la Terra dei merli è vuota di albanesi , ma non c ' è nessuna riscossa da celebrare perché anche i serbi se ne vanno . Chi conosce Milosevic sa che guarda alle ricorrenze in modo superstizioso e maniacale . E sa che , non potendo vivere un trionfo , potrebbe usare il 28 giugno anche per santificare un esodo , drammatizzare una sconfitta solo per farla entrare nel mito come quella del 1389 . Slobo , figlio di genitori suicidi , potrebbe anche scegliere quel giorno per sigillare a suo modo un suicidio nazionale durato dieci anni .
Trattare con l'imputato Milosevic ( Rodotà Stefano , 1999 )
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È accettabile una conclusione " non etica " di una guerra " etica " ? Questo interrogativo era già nell ' aria dal momento in cui s ' era definito Milosevic come l ' Hitler dei Balcani . Ed era divenuto più stringente dopo la sua incriminazione per crimini di guerra e contro l ' umanità : si temeva proprio che questo fatto avrebbe reso più difficile , o addirittura impossibile , una conclusione negoziata del conflitto . Si può , infatti trattare con un criminale ? La trattativa sembrava così impigliarsi in un vincolo etico e in un ostacolo giuridico . Ma poi la politica ha fatto sentire forte la sua voce , e la desiderata pace sembra ormai a portata di mano . Tutto semplice , dunque , con la politica che riafferma la sua autonomia dalla morale e la sua superiorità sul diritto ? Anche questa volta bisogna diffidare dalle semplificazioni , dalla voglia di voltare in fretta una pagina sgradevole . La guerra serba lascia sul terreno morti e distruzioni , ma pure problemi aperti , domande in cerca di risposta , che condizioneranno negli anni a venire le forme organizzative del mondo , il destino dei diritti , le sorti della guerra e della pace . Ritorniamo al modo in cui la guerra venne avviata , nel quale si potrebbe essere indotti a ritrovare una logica opposta a quella che sta portando alla sua conclusione . Allora l ' esigenza etica di reagire alla pulizia etnica e l ' affermazione del diritto di ingerenza umanitaria presentavano la politica non nella sua orgogliosa autonomia , ma nelle sembianze dell ' ancella della morale e del diritto . Prima ancora d ' una necessità politica , era l ' imperativo etico e giuridico ad imporre il ricorso alle armi . Subito , però , divennero evidenti le contraddizioni e i limiti dell ' argomento etico e di quello giuridico . Può l ' etica accettare il sacrificio dei civili innocenti ? Può il diritto tramutarsi in indifferenza rispetto al modo in cui i poteri vengono esercitati ? L ' etica impone anche misura , proporzione : più i giorni passavano , più si coglieva lo scarto tra l ' azione bellica e i sacrifici imposti a popolazioni incolpevoli , gli stessi serbi e i kosovari più di prima perseguitati e scacciati . Il diritto è regola , stabilita in anticipo : il " diritto d ' ingerenza umanitaria " che si stava faticosamente costruendo , esige una precisa e preventiva individuazione di chi può esercitarlo , non può mai essere inteso come una sorta di delega in bianco rilasciata a Stati o alleanze perché intervengano dove e quando gli piaccia . Così , dietro lo schermo etico e giuridico ricomparivano , nude , la forza e la spietatezza della politica . Proprio per ricostruire un ' accettabile condizione etica e giuridica , allora , diveniva indispensabile giungere alla conclusione della guerra . Di una superiorità morale della pace hanno parlato tutti i filosofi che si sono cimentati nell ' impresa ardua di dare ad essa una fondazione che potesse farla divenire " perpetua " . Ma , al di là dell ' intima forza di questo principio , vi è un ' urgenza nelle cose che impone di non legare alla vicenda personale di un governante l ' umana sorte di milioni di persone , già destinate e vivere per un tempo non breve in condizioni difficili , in territori devastati e con un ' economia distrutta . Un ' implacabile intransigenza morale avrebbe di nuovo portato a quella mancanza di misura e di proporzionalità che mina la forza dell ' argomento etico . Negare ogni legittimità alla trattativa con Milosevic avrebbe portato ad una situazione nella quale l ' unica via d ' uscita sarebbe stata l ' uccisione del tiranno . Ma trattare non significa assolvere o condonare . Non sto postulando l ' indifferenza della politica rispetto alle regole del diritto ed alle esigenze della morale . Voglio più semplicemente dire che bisogna ritrovare lucidità nel ridefinire le relazioni tra queste diverse sfere , oscurate dalla strumentalità e dall ' approssimazione con cui sono state analizzate in questo drammatico periodo . l ' interlocutore Milosevic rimane l ' imputato Milosevic davanti al Tribunale penale internazionale . Comprendo la difficoltà di accettare questa distinzione , e anche il rischio che ad essa venga rivolta una critica di scarso realismo . Ma queste sono le difficoltà obiettive di una situazione in cui le nuove dimensioni del mondo sfidano le logiche tradizionali , mostrano l ' inadeguatezza di vecchie istituzioni e di vecchi concetti , e la fatica con la quale si cerca di costruire un quadro istituzionale adeguato . Al Tribunale penale internazionale spetta ora il difficile compito di agire con imparzialità , di scrollarsi di dosso il sospetto d ' essere il troppo docile strumento d ' una parte politica . Non è un tribunale dei vincitori , davanti al quale vengono trascinati in catene gli sconfitti . Agisce nel fuoco dei conflitti , e quindi è destinato a fare i conti con le difficoltà di svolgere i processi e soprattutto di far eseguire le condanne , per ragioni che sono tutte dipendenti dalla politica . Si può imprigionare un capo di Stato ? Stiamo così ridefinendo , insieme , le modalità della politica , le regole del diritto , lo spazio dell ' etica . Non ci aggiriamo , soltanto , smarriti , lungo gli incerti confini tra diritto e morale . è pure alla politica , a lungo invocata durante il conflitto serbo come unica alternativa alle armi , che bisogna attribuire un ruolo adeguato , non essendo ormai sufficiente fermarsi all ' affermazione della sua autonomia come irrinunciabile lascito della modernità . Dobbiamo sicuramente guardarci da una politica sottomessa all ' etica in modo da farne puro strumento per imporre valori non condivisi , opprimendo così minoranze e dissenzienti . Ma dobbiamo pure guardarci da una politica ridotta a ragion di Stato , per la quale ogni regola giuridica è impaccio , di cui è legittimo liberarsi . l ' esigenza di legalità è ineliminabile , a livello nazionale e sovranazionale . La guerra in Serbia ha mostrato la debolezza delle istituzioni esistenti , ma non ha smentito , anzi ha reso più urgente e drammatica , la ricerca di una nuova " forma costituzionale " del mondo . Si tratta ora di definire come debba svolgersi questo processo , e chi debba esserne protagonista . Tra le molte definizioni di quest ' ultima guerra , una mi è sembrata particolarmente felice , e inquietante . Si è parlato di guerra " costituente " , così sottolineando come il potere di delineare l ' assetto futuro della comunità internazionale sia sfuggito ai luoghi della democrazia e si sia concentrato in quelli della forza . Proprio a questa deriva bisogna sottrarsi , partendo anche dalla constatazione realistica della debolezza delle istituzioni esistenti , di un ' Onu che sembra al tramonto e di un ' Europa che fatica a manifestarsi . Al tempo stesso , però , non ci si può rifugiare negli schemi che hanno accompagnato altri tempi e altri mondi . Proprio nel momento in cui con violenza tornano a manifestarsi i nazionalismi , non bisogna pensare che di nuovo si sia vincolati dalle logiche della sovranità nazionale . La parabola di questo concetto , così lucidamente investigata da Hans Kelsen già al tempo della prima guerra mondiale , sembra avviarsi verso la sua conclusione . Le dimensioni del mondo non possono più essere chiuse in confini nazionali , anche se continueranno ad essere insidiate da ricorrenti " tribalizzazioni " . Questo vuol dire che a nessuno Stato - nazione può essere attribuito un diritto di vita o di morte sui destini di chiunque . Ma vuol dire anche che dobbiamo contrastare le pretese tribali ed etniche , quando vestono impropriamente i panni di uno dei nuovi diritti collettivi , quello all ' autodeterminazione dei popoli . Si negherebbe , altrimenti , il pluralismo , ritenuto ormai un valore irrinunciabile . Come all ' interno delle comunità nazionali , così nella dimensione internazionale , dobbiamo rifiutare la logica dei ghetti , che produce separazione e distanza dall ' altro , e dunque è terribile matrice di nuovi conflitti .
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Sarà stata l ' euforia , certo è che avant ' ieri , all ' annuncio degli accordi di Belgrado , i governanti europei sembravano aver perso la memoria . Solo Gerhard Schroeder s ' è infatti ricordato che quegli accordi erano il frutto di una mediazione , e che a mediare erano stati i russi : " Il merito è di Eltsin " , ha detto il Cancelliere tedesco , " senza il quale sarebbe stato impossibile giungere a questo risultato " . Riconoscere l ' utilità della missione che il 15 aprile Eltsin affidò a Cernomyrdin , era in effetti , da parte dell ' Europa , un atto dovuto . Perché è vero che la guerra balcanica sarebbe comunque - a un certo punto - finita , con l ' esaurirsi delle capacità di resistenza dei serbi : ma quando e come si sarebbe arrivati a quel " certo punto " : tra un mese , due , tre , oppure soltanto con l ' intervento delle truppe di terra ? A questo servono , nel quadro d ' un conflitto , le mediazioni . Ad accorciare lo scontro armato , a limitarne i danni . La missione Cernomyrdin è stata quindi , da questo punto di vista , un successo . Specie se pensiamo agli ostacoli che ha incontrato . Prima il terremoto moscovita di metà maggio ( il licenziamento di Evghenij Primakov , la procedura di " impeachment " nei confronti di Eltsin , l ' ennesima sbandata delle istituzioni russe ) , che sembrava dover azzoppare il mediatore . Bruciarne la credibilità . Poi le bombe sull ' ambasciata cinese a Belgrado , che avevano inceppato per vari giorni i congegni della trattativa . Infine la posizione presa dagli anglo - americani , nelle ultime due settimane sempre più marcata , che mirava non tanto a un cedimento di Milosevic quanto alla sua uscita di scena . quest ' ultimo ostacolo ha rischiato di vanificare gli sforzi di Viktor Cernomyrdin : perché il compito del mediatore era di far raggiungere alle parti in conflitto un compromesso , e non certo quello di portare su un piatto d ' argento , al comando Nato di Bruxelles , la testa di Slobodan Milosevic . E fortuna che a trattare con Cernomyrdin ci fosse il sottosegretario di Stato Strobe Talbott , un uomo che conosce molto bene la situazione russa e si rendeva conto dei vantaggi che non soltanto Eltsin , ma anche l ' Occidente , avrebbero ricavato da un successo d ' immagine della povera Russia . Perché la pretesa di continuare le operazioni belliche sinché Milosevic non fosse , in un modo o nell ' altro , caduto , minacciava di far durare la guerra chi sa quanto ancora . Se la mediazione russa ha potuto superare tanti e difficili intralci , è perché era l ' unica disponibile . Cernomyrdin sarà stato certamente all ' altezza del compito , e molto hanno contato anche l ' aiuto di Talbott e l ' esperienza del presidente finlandese . Ma le ragioni sostanziali della riuscita stanno nel fatto che sul tappeto della crisi balcanica non c ' era altro se non il tentativo russo . Ed è nella cornice di quel tentativo che s ' inserivano da un mese e mezzo tutte le attese , le richieste , le pressioni dei governi europei più preoccupati della brutta piega che la guerra aveva preso : vale a dire i governi di Germania , Italia , Francia . Non ci fosse stata una mediazione russa da incoraggiare e sostenere di fronte allo scetticismo di Washington e Londra , le inquietudini degli europei si sarebbero scaricate all ' interno dell ' Alleanza , e forse ne avrebbero danneggiato la compattezza . Si capisce così che il significato del successo russo oltrepassa di molto la cornice della guerra balcanica . Esso s ' avvertirà infatti su altri due versanti : sulla scena politica russa , e nei rapporti tra Russia e Occidente . Per quel che riguarda quest ' ultimo versante , la prima cosa da dire è che Mosca è stata più vicina agli occidentali che all ' alleato storico , la Serbia slava e ortodossa . Se all ' inizio , infatti , s ' era potuto pensare che Cernomyrdin si sarebbe posto a metà strada tra i contendenti , lavorando ad un compromesso di tipo classico - tale cioè da non scontentare nessuno - , più tardi s ' è visto che egli ha lavorato per giungere alla resa di Slobodan Milosevic . È la resa di Milosevic , infatti , il risultato della mediazione russa . Il risultato cioè che serviva alla Nato , all ' Occidente . Che i russi avessero una maggiore comprensione delle ragioni europee ed americane che non delle ragioni di Milosevic , fu chiaro alla riunione del G8 a Bonn . Lo schema d ' accordo elaborato quel 6 maggio riprendeva quasi totalmente ( anche se restava vago su alcuni punti sostanziali ) le richieste degli alleati . Da quel momento , la Russia aveva già fatto le sue scelte . Aveva capito che la Nato non poteva perdere la partita , e che il mediatore doveva soltanto provarsi a rendere meno severa , disastrosa , la resa dei serbi . Ma nell ' avvicinamento alle posizioni dell ' Alleanza , non c ' era soltanto il desiderio di condurre in porto un ' iniziativa capace di ridare un qualche prestigio alla Russia . C ' era , ormai , una scelta di campo . Su questo conviene essere chiari . Cernomyrdin , e con lui Boris Eltsin , prendevano dei rischi . Sapevano perfettamente che a Mosca la canea dei nazionalcomunisti si sarebbe scatenata contro il " tradimento " ai danni della Serbia , contro Cernomyrdin " lacchè degli americani " , puntando ad elettrizzare gli umori anti - occidentali che pervadono la Russia della crisi permanente . Di questo erano consapevoli , e tuttavia sono sempre rimasti - dopo la scelta compiuta a Bonn - dalla parte degli europei e degli americani . Né avrebbe senso ipotizzare che la linea Eltsin - Cernomyrdin sia venuta soltanto dal bisogno di procurarsi , in cambio d ' una mediazione così sbilanciata , così favorevole agli occidentali , i prestiti del Fondo monetario . Questo ha contato , certo , ma la scelta aveva poi altri significati : non rompere con l ' Occidente , mantenere la Russia all ' interno degli interessi europei , contrastare il nazionalismo isolazionista e rancoroso di tanta parte della società russa . E qui va rammentata l ' atmosfera in cui la Russia ha vissuto l ' inizio dell ' offensiva aerea della Nato . Davvero , come dice Evtushenko , sembrava che " lo scheletro della guerra fredda " fosse uscito dalla tomba . Perché l ' attacco contro la Federazione jugoslava aveva aggravato le frustrazioni della potenza decaduta , rianimato i rottami della tradizione panslavista , messo a fuoco la debolezza e marginalità del ruolo russo in Europa e nel mondo . E se non ci fosse stato Eltsin , il suo tentativo di mantenere l ' aggancio con l ' Occidente così da salvare il salvabile dei suoi ondeggianti , accidentali e spesso disastrosi anni di governo , il gioco era fatto . La lacerazione tra Russia ed Europa si sarebbe compiuta . Le due campagne elettorali che s ' avvicinano ( legislative in dicembre , presidenziali a giugno dell ' anno venturo ) , avrebbero avuto come tema dominante lo spettro d ' una Russia umiliata dall ' Occidente , assediata , in pericolo . Beninteso , il successo della mediazione Cernomyrdin non eviterà che per qualche giorno , dai banchi della Duma , i nazionalcomunisti facciano un gran chiasso contro " il servizio reso all ' imperialismo americano " . Ma quando il polverone si sarà dissolto , i russi che hanno occhi per vedere s ' accorgeranno che la conclusione della guerra balcanica ha consentito al paese un ritorno insperato sulla grande scena internazionale . Ha mostrato che la Russia non è , in ambito politico e diplomatico , il cadavere che tante volte negli ultimi mesi era sembrato . E ha posto le premesse per un rilancio di quell ' integrazione russa con i paesi occidentali , che è la sola strada da percorrere per poter ancora sperare in una rinascita della nazione . Dinanzi a questo tornante dei rapporti tra Russia e Occidente , l ' Europa e l ' America non dovranno permettersi distrazioni . Più volte , nell ' ultimo anno , il disastro russo era parso così ampio e irrimediabile da indurre molti uomini di governo occidentali a pensare che non ci fosse altra soluzione se non tenersi a debita distanza da Mosca . Distanza politica , distanza economica . Ma oggi quest ' atteggiamento non avrebbe senso . Nella più difficile congiuntura che l ' Europa abbia conosciuto dalla fine della Seconda guerra mondiale , il ruolo della Russia è risultato decisivo . E di questo bisognerà tener conto , evitando sinché è possibile che si producano nuove e pericolose divaricazioni tra gli interessi russi e quelli occidentali . La guerra contro Milosevic è costata non poco a Mosca . Essa vedrà nei prossimi giorni forze armate degli Stati Uniti nel cuore dei Balcani , una regione che era stata un tempo d ' influenza russa , poi " grigia " , ma mai marcata da una presenza americana . Essa sa che Bulgaria e Romania , concedendo alla Nato una serie di facilitazioni durante i due mesi di guerra , si sono già molto avvicinate al loro ingresso nell ' Alleanza : ciò che porterà ancora più a ridosso delle frontiere russe un ' organizzazione politico - militare di cui la Russia non fa parte . Nonostante abbiano dovuto pagare questo prezzo , i russi che credono all ' importanza dei legami con l ' Occidente hanno operato perché la guerra finisse con la resa jugoslava . Dimenticarlo sarebbe non solo ingeneroso , ma anche imprudente .
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La pace ha un passo zoppo e congedato . Niente fanfare . Era abusivo il nome di guerra , per questa devastazione condotta dall ' alto in basso . Né vera azione di polizia , com ' era necessario , né vera guerra . Un temporale in cui l ' impotenza e l ' onnipotenza si sono date la mano . Dunque si potrà chiamare col nome di pace la sua conclusione , oggi finalmente annunciata ? Le guerre hanno smesso da tanto di essere cavalleresche , tant ' è vero che a morirne sono i civili . Ma finché erano guerre ammettevano anche lo scoppio della pace . Una notizia che correva da uno all ' altro , soldati che risorgevano dal grembo macabro delle trincee buttando via il moschetto e correndo ad abbracciarsi , folla assiepata ai bordi delle strade a sventolare fazzoletti e bandierine , balli e baci regalati dalle belle ragazze . Non so se questa volta ci sarà un momento per dichiarare la pace , e farle festa . Temo di no . Le belle ragazze sono ora le vittime predilette , e le scampate sono le più riluttanti a tornare . Qualcuno firmerà fogli in televisione : spero che non ci sia Milosevic , e che almeno manchi la corrente , ai televisori dei profughi . Guerre e paci moderne sono travestite e ambigue . Non fanno festa , né fraternizzazioni . La pace perde anche lei la sua maiuscola . E stenta , dubbia , amara : si chiede perché la pazzia sia appena avvenuta , e se un ' altra pazzia non sia in agguato . Niente balli nelle strade : tuttavia è la pace . E la fine degli agguati , degli stupri , delle botte , delle fughe , degli sputi . Il ritorno dei cacciati . Lo sgombero delle macerie . Il pellegrinaggio alla ricerca degli scomparsi , delle fosse . I cimiteri ricomposti . Le rovine frugate a trovare le reliquie del mondo di prima , una fotografia , un cucchiaio , un giocattolo . Qualcuno ci sarà che , per orrore e offesa , non vorrà più tornare . Sarà questo , la pace . Lo stupore per un vicino dell ' altra nazione che , a differenza dagli altri , non va via , e l ' incertezza fra l ' odio e il saluto restituito a occhi bassi . L ' incontro con qualche vecchio animale inselvatichito e scampato alla tempesta , una gallina , una gatta restata fedele alla rovina . L ' abitudine da fare a blindati e jeep e persone straniere a serbi e albanesi , arroganti nella carrozzeria intatta e nelle uniformi stirate e nella corsa perpetua , come se stessero precipitandosi a un salvataggio fatale , e invece girano rapidi e a vuoto , come ogni truppa di occupazione , anche la più benvenuta . La voglia di raccontare ciascuno la propria odissea , in cambio di una piccola pazienza per ascoltare il racconto degli altri . La coda a uno sportello di fortuna che restituisca una carta d ' identità . La pace . Non il tempo nuovo , la rinascita , il fervore : semplicemente , la fine , cauta , della paura e dell ' orrore . Non è poco . Vidi l ' arrivo della pace a Sarajevo . Non arrivò . Niente feste . Anzi , dopo crebbero di colpo i suicidi . Però era finita . Finita con le granate , coi cecchini , con le deportazioni , con le taniche d ' acqua trascinate dai vecchi fino all ' ultimo piano , con le candele di falsa cera , col freddo . Si è insieme sollevati , e più offesi , quando è finita . Avranno fatto festa , ieri , a Kukes , o nei boschi intorno a Pec , o a Kragujevac e nella Novi Sad vedova di ponti ? Tutti quegli uomini maschi che abbiamo visto piangere senza controllo , da due mesi . Forse hanno pianto , ancora più che gli altri giorni , ma in un modo diverso . Solo la fine , speriamo non effimera , della " guerra " . Non è poco . Cambieranno cielo e terra . Il cielo era stato confiscato da una migrazione quotidiana di macchine magnifiche e lontane , gloria in excelsis : apparecchi da castigo , con gli occhi bendati . E la terra . E pace in terra . La guerra ormai è affare dei cieli , la terra è invasa dagli assalitori razzisti , scavata di fosse comuni , corsa dai fuggiaschi . La pace riguarda la terra . Dobbiamo avere a cuore le creature umane , uccise , violate , sofferenti . Bisognava soccorrerle , in Kosovo , e bisogna altrove . Il loro ritorno protetto non risarcirà la tempesta furibonda dei due mesi trascorsi , ma almeno non l ' avrà resa solo un ' inutile esibizione . Un popolo destituito , spinto a coprirsi sotto un telo di plastica , vergognandosi di sé ai nostri occhi di spettatori commossi o cinici , si ricostruirà un tetto rosso di tegole : i suoi bambini si riabitueranno un po ' alla volta a disegnare case col fumo che esce dal comignolo , invece che dal rogo dei ripulitori . l ' inverno non li farà tremare . La pace è fatta per gli umani , e poi per le loro case : è domestica . Ma è fatta anche per la terra . Mi piace l ' espressione : torneranno alle loro case - benché bruciate e profanate . Ma non vorrei dire : alla loro terra . La terra merita di essere di tutti - no , neanche : anche in questo c ' è un ' usurpazione . La terra merita di essere di nessuno . Non so per quale inversione di senso , in latino si diceva res nullius , cosa di nessuno , per designare ciò che fosse a disposizione di tutti : come la selvaggina cacciabile . Il punto estremo cui sapevamo arrivare era di dichiarare qualcosa senza padrone - in modo che chiunque di noi umani ne fosse padrone . Con la stessa formula , terra di nessuno , no man ' s land , abbiamo chiamato quelle strisce disboscate che come cicatrici commemorano le nostre guerre e separano le nostre risse : luogo scelto dagli innamorati senza etnia e senza segnaletica , come i due ragazzi di Sarajevo che vi si avviarono mano nella mano . Terra di nessuno , dunque libera ? No : è il punto in cui vi sparano addosso da tutti i lati , con un ' autorizzazione universale . Come sui ponti , e su tutto ciò che congiunge e traduce e traghetta . ( I disgraziati che hanno assassinato d ' Antona non hanno trovato di meglio , per spiegare la loro impresa , che definirlo come una cerniera fra qualcosa e qualcos ' altro ) . La terra non dovrebbe essere di nessuno , neanche di tutti noi , se non reciprocamente . In questi due mesi sarebbe sembrato un lusso e uno scandalo protestare per conto della terra colpita e ferita , con tanto dolore umano : tuttavia bisogna farlo , e augurare pace alla terra . Non dico degli avvelenamenti di terre e acque , che la guerra moderna moltiplica ma la pace provoca anche lei . Dico proprio delle ferite alla terra : della semina di mine , dei crateri di bombe e di schegge , delle sepolture occultate , dei campi e dei boschi distrutti . Fuori dalle città , a sminare la Bosnia provvedono , a vanvera , animali selvatici sopravvissuti o capre slegate . Gli uomini colpiscono la terra e la rendono sterile e inabitabile . Bestemmiano . E anche quando hanno una ragione migliore dalla propria parte , non sanno trovare un modo migliore per perseguirla . La nostra parte , che aveva dalla sua la ragione , è sembrata accanirsi a colpire la terra : come il satrapo persiano che , per superbia , ordinò di fustigare il mare indocile . La terra è docile , accogliente , materna : purché non la recintiamo di filo spinato e non la innaffiamo di sangue . Noi ci stiamo disaffezionando alla terra , dopo averla tanto maltrattata e imbruttita . La bruciamo , le togliamo l ' aria . Lo facciamo alla leggera , in tempo e luogo di pace ; o anche con furia , guerrescamente , con mine a forma di farfalla e proiettili all ' uranio impoverito . Guerra è la storia , pace è la terra . La terra del Kosovo è ancora antica , e antichi gli odii e le vendette di sangue che sembra imporre ai suoi abitatori : campo dei merli , campi di teschi dissepolti . Lì la nostra schiacciante modernità è stata convocata , e ha fatto figura un po ' di cavaliere un po ' di maramaldo . Intanto si rifiniva la costruzione della piattaforma spaziale permanente , grande come uno stadio di calcio , che segnerà una tappa essenziale nel nostro trasloco da un pianeta esaurito . Piattaforme orbitanti , gommoni rattoppati da Valona : è il nostro mondo . Uno dei bambini che hanno già visto Prizren e Blace e Comiso e Narvik forse ora potrà completare gli studi alla Libera università di Pristina , e poi si imbarcherà per Marte . C ' è stato , di nuovo come da dieci anni , l ' orrore di una " pulizia etnica " in Europa : sembrava impensabile . C ' è stato , finalmente , l ' impiego di una forza internazionale a difesa delle vittime e del diritto . un ' azione di polizia internazionale . Dopo la prima sera , il nostro capo del governo pensava che potesse bastare . Non aveva capito , né lui , né noi , né i generali della Nato . è continuato , per suo conto , per inerzia . Poteva davvero venirne una guerra mondiale , forse un impiego dell ' atomica . In fondo , di tutte le grandi conquiste dell ' Uomo , l ' atomica è l ' unica che , usata una volta - a Hiroshima e Nagasaki - è stata tenuta in magazzino . A noi piace usare le nostre scoperte . Ora lo faremo con la genetica : a giocare con le atomiche resteranno i poveracci rifatti , l ' India e il Pakistan . Poteva andare malissimo . Invece , pare , è arrivata la pace . Messaggeri un uomo d ' affari russo , un po ' tozzo , che dice " il diavolo si annida nei dettagli " , e i cronisti pensano che sia un ' idea sua , e un uomo di stato finlandese , vistosamente zoppicante . Va bene così . Era ora che quel bel paese del nord si riscattasse dall ' immeritata categoria che gli era stata cucita addosso : finlandizzazione . Magari ci finlandizzassimo : e invece ci balcanizziamo . Quanto al passo zoppo , sia benedetto , dopo tanto gorgheggiare pro e contro l ' intervento di terra : è così , con quel passo zoppo e congedato , che arriva la pace .