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Saggistica ,
IN MEMORIA DI FRANCESCO PESARO TENACE PROPUGNATORE NEL VENETO SENATO D ' UNA VENEZIA FORTE . PREMESSA Ayez les choses de première main ; puisez à la source ! .... ( LA BRUYÈRE . - Maximes ) Il presente studio non vuol essere che una prefazione intesa a far conoscere l ' ambiente militare ed i personaggi che accompagnarono la Serenissima al sepolcro . Perché , se esiste qualche opera di indubbio valore intorno all ' armata della Veneta Repubblica , poco o nulla di edito si trova relativamente al suo esercito , quasi che fosse argomento trascurabile nella vasta trama delle politiche vicende dello Stato nato sul mare e per il mare . Ora questa presunzione non è equa . Qualunque ramo dell ' attività pubblica merita riguardo e considerazione , e soltanto il giudizio particolare sopra ciascun ramo dell ' attività medesima può mettere capo ad una sintesi illuminata e completa . Al caso concreto poi dell ' attività militare veneta , cimentata nei tempi dello splendore alle tenaci e vittoriose lotte contro i Turchi in difesa della Cristianità , dei commerci e dell ' incivilimento contro la barbarie , sembra argomento cospicuo di studio l ' esame dell ' evoluzione di questa attività giunta al termine del suo ciclo ed il coglierla quando sta per accasciarsi sopra sé stessa come una persona fatta decrepita , pavida ed intransigente . Questo dal lato puramente soggettivo della speculazione storica . Ma v ' ha ancora un altro argomento di peculiare interesse che può spingere all ' indagine intorno alla decadenza militare della Veneta Repubblica . L ' ambiente della storia presenta ricorsi di singolare rilievo , suggestioni forti e spontanee sulle quali , a determinati periodi di tempo , non sembra né vano né inutile riportare il contributo positivo degli studi e della meditazione , affinché traccino a loro volta norma ad un nuovo ricorso di fatti . E Venezia , con gli svariati suoi atteggiamenti della politica , dei commerci , dell ' arte , dell ' incremento economico e marinaro , è soggetto che volentieri s ' impone oggigiorno allo spirito ed alla fantasia e li occupa con l ' inesauribile fascino di una figura dalle perfezioni classiche . L ' opera del Molmenti sulla storia di Venezia nella vita privata simboleggia l ' espressione più bella ed alta di questi sensi . Per le cose della decadenza e della rovina militare della Serenissima i documenti non scarseggiano . V ' ha anzi plètora , come per solito accade dei periodi storici e sociali di debolezza e di dissolvimento , i quali sono pur sempre anche i più loquaci e papirofili , perché appunto sono i meno attivi e materiati di fatti . E questi documenti assai numerosi e del tutto inesplorati nelle grosse filze del Senato militar e dei provveditori Foscarini e Battagia all ' Archivio di Stato dei Frari in Venezia , oltre che illustrare il periodo storico singolarmente considerato , gittano per riverbero nuova luce sulle operazioni dell ' esercito francese e del generale Buonaparte , da Lodi a Leoben . Sicché studiando questo brano di storia militare inedita nel campo pratico delle vicende storiche e militari nostrane , si stende la mano a quella meravigliosa messe di studi e di documentazione delle guerre napoleoniche che ci viene d ' oltre Alpe , e che con i volumi del capitano Fabry spinge innanzi la bella marcia delle indagini fin sulla soglia degli Stati Veneti , all ' Adda ed all ' Oglio nella primavera dell ' anno 1796 ( 2 ) . Roma , dicembre 1909 . E.B. NOTA BIBLIOGRAFICA Non può essere copiosa , una nota bibliografica quando gli argomenti dell ' indagine si riferiscono pressocché esclusivamente all ' inedito . Nondimeno occorre citare a questo punto qualche opera di interesse generale utile per inquadrare la materia particolare dello studio presente . La documentazione inedita , riferita più specialmente alla raccolta « Deliberazioni Senato Militar » e « Deliberazioni Senato Militar in Terraferma » , si trova singolarmente descritta per ogni argomento di trattazione . L . CELLI . - Le ordinanze militari della Repubblica Veneta nel secolo XVI . - Nuova Antologia - Vol . LIII - Serie III - Fascicoli del 1 settembre e 1 ottobre 1894 . F . NANI MOCENICO - Giacomo Nani - Memorie e documenti - Venezia , Tip . dell ' Ancora , 1893 : V . MARCHESI . - Tunisi e la Repubblica di Venezia . - Torino , Roux edit . A . MENEGHELLI . - Vita di Angelo Emo . - Padova , 1836 . M . FERRO . - Dizionario del Diritto comune e Veneto . - Venezia , Santini Edit . 1845 . S . ROMANIN . - Storia documentata di Venezia - Vol . IX , Venezia , 1850 . S . ROMANIN . - Lezioni di storia veneta . - Firenze , Le Monnier , 1876 . P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata - Parte Terza - Il decadimento . - Bergamo , Istituto Italiano di Arti Grafiche , 1908 , CASONI . - Forze militari ( in Venezia e le sue lagune , Vol I ) . A . RIGHI . - Il conte di Lilla e l ' emigrazione francese a Verona . ( 1794-1796 ) - Perugia , Bertelli edit . , 1909 . E . PESENTI . - Angelo Emo e la Marina Veneta del suo tempo . - Venezia . Naratovich , 1899 . LA CAMPAGNA DEL 1796 NEL VENETO PARTE PRIMA LA DECADENZA MILITARE DELLA SERENISSIMA CAPO I . Le fonti della milizia veneta . La sera del 2 giugno 1796 deve essere stata assai tragica per i senatori veneziani convenuti al casino del procuratore Pesaro , alla Canonica ( 3 ) , per deliberare intorno a gravi oggetti concernenti la Repubblica . Il provveditore generale in Terra Ferma , Nicolò Foscarini , aveva avuto il dì avanti , sotto Peschiera , un colloquio burrascoso con il generale Buonaparte , né gli era riuscito a rabbonirlo che a prezzo di dolorose abdicazioni per la dignità della vetusta Serenissima . E l ' uomo nuovo , con la visione dinanzi agli occhi di sconfinati orizzonti di gloria , si era trovato di fronte all ' uomo del passato , che vedeva chiudersi per la sua patria quegli orizzonti medesimi sotto il velo grigio e melanconico del tramonto . Il generale Buonaparte aveva accusato il Senato Veneto di tradimento per avere permesso giorni avanti agli Austriaci di occupare Peschiera , di slealtà per avere dato asilo in Verona al conte di Lilla , di parzialità colpevole - come egli diceva - per male corrispondere alle pressanti esigenze di vettovaglie e di carriaggi da parte dell ' esercito francese , di neutralità violata infine in vantaggio dei nemici suoi , gli Austriaci . Ora , di tutto questo , Buonaparte aveva dichiarato al vecchio Foscarini di doverne trarre aspra vendetta per ordine del Direttorio , incendiando Verona e marciando contro Venezia . Il rappresentante Veneto , atterrito , era riuscito alla fine a indurre il focoso generale a più umani consigli ed a salvare Verona , ma più con l ' aspetto della sua desolata canizie che con la virtù della parola , a condizione però « che le truppe del generale Massona fossero ammesse in città , occupassero i tre ponti sull ' Adige , avvertendo che le minime rimostranze che si imaginassero di fare i veneti riuscirebbero il segnale dell ' attacco ( 4 ) » . Tra l ' incendio e l ' occupazione militare non era dubbia la scelta , ed al Foscarini fu giocoforza di cedere . Duramente Buonaparte aveva rifiutato al vecchio provveditore perfino il tempo necessario , per prendere gli ordini dal Senato e lo aveva accomiatato « con i modi che il vincitore detta leggi al vinto ( 5 ) » . Era il principio della fine della Serenissima . All ' udire i dolenti messaggi del Foscarini , l ' accolta dei senatori veneti alla Canonica , pavida , discorde , sfiaccolata , non trovò altro rimedio al male che spacciare due Savi del Collegio a Verona per assistere il provveditore in altri colloqui con il generale Buonaparte , quasi che il loro mandato fosse quello di sorreggere con le dande gli estremi passi del valetudinario diplomatico e della agonizzante Repubblica . La fiducia nelle arti della parola e del protocollo rappresentava ancora , agli occhi dei contemporanei , l ' ultima àncora di salvezza , perché i tempi di Sebastiano Verniero e di Francesco Morosini erano trascorsi da un pezzo . Ed i due nuovi eletti in quella tumultuaria adunanza notturna per implorare mercé al vincitore di Dego , di Millesimo e del ponte di Lodi , furono Francesco Battagia e Nicolò Erizzo I . Essi partirono sùbito alla volta del campo francese sotto Verona , recando seco «40 risme di carta di buona qualità , 12 risme di carta piccola da lettere lattesina , 2000 penne , 3000 bolini grandi ed altrettanti piccioli , 36 libbre di cera Spagna , un barilotto di inchiostro , 6000 fogli di carta imperiale , registri , spaghi e spaghetti in grande quantità » ( 6 ) . La burocrazia aulica della Serenissima , in difetto di soldati e di armi , così provvedeva alla difesa delle sue città murate e del suo territorio . A quel tempo , l ' esercito veneto si era oramai consunto per vecchiezza . I lunghi e sfibranti periodi di pace e di neutralità in cui l ' inazione suonava colpa e l ' assenteismo politico della Repubblica , prolungata offesa alla dignità del vecchio e glorioso Stato italico , l ' abbandono , lo scadimento d ' ogni istituto , lo scetticismo e l ' indifferenza , avevano siffattamente prostrata la milizia veneziana da imprimere sul suo volto , un tempo già gagliardo e raggiante per le vittorie d ' Italia e d ' Oriente , le rughe più squallide della decrepitezza ed il marchio più profondo della dissoluzione . La bella e radiosa visione del monumento a Bartolomeo Colleoni , fiera ed energica come il suggello di una volontà prepotente , stupenda come l ' annunzio di una vittoria pressoché astratta dall ' ordine dei tempi , grado a grado si era dileguata nell ' esercito della Serenissima , come svanisce un sogno carezzato alla luce di una triste realtà . * * * Il nerbo degli armati della Serenissima traeva origine da due provenienze distinte : i mercenari e le cerne . E queste e quelli , per la comunanza del servizio sul mare , ritraevano un tal carattere anfibio che imprimeva alla milizia veneta fisionomia ed atteggiamenti del tutto diversi dalle altre milizie contemporanee . Queste due fonti si erano nel passato così bene intrecciate assieme , da dar vita ad un fiume ricco d ' acque e poderoso nel quale , in determinati e non infrequenti periodi della storia , si erano come trasfuse tutte le tradizioni militari dei Comuni e degli Stati dell ' Italia . Il mercenarismo rampollava dalle antiche compagnie di ventura e ne aveva dapprincipio tutto il sapore e tutto lo spirito , considerate le forme repubblicane della Serenissima e le tendenze della sua società aristocratica e marinara . Questo spirito , a grado a grado , si era modificato e quasi plasmato sotto il ferreo stampo fortemente unitario degli istituti veneziani del Rinascimento ; sicché il mercenarismo , tratto fuori dal martellare delle passioni partigiane e dall ' angusta cerchia delle passioni cittadine , aveva alla fine assunto in Venezia una individualità più piena , lineamenti più decisi e sicuri da organismo di Stato . Infine la medesima stabilità ed unità degli ordini oligarchici veneti , l ' èsca dei largheggiati premi , il miraggio delle accumulate ricchezze , il cemento glorioso del sangue prodigato per un vincolo mistico e positivo insieme - quello della fede e della pubblica economia rivendicate sotto i fieri colpi del Turco - avevano contribuito ad imprimere a quel vecchio istituto militare del Trecento una fisionomia veneta . schiettamente originale , che sembrava quasi fusa dentro l ' orma formidabile del leone di San Marco . Nel frattempo il periodo eroico della guerra di Cambrai , delle lotte di Candia e delle campagne del Morosini erano volti al tramonto ( 7 ) . La Serenissima divenuta più sollecita di conservare che di conquistare , aveva stimato savio consiglio quello di fare più largamente partecipi de ' suoi beni i propri soldati , specie i mercenari dalmati , allo scopo di meglio stringerseli dattorno con i vincoli della gratitudine e dell ' interesse , con quei legami di amorevolezza che suscitano il reggimento paterno e la coscienza della solidarietà delle fonti del comune benessere . Questo cammino , che sapeva del romano antico , pareva bello e fiorito ma celava non pochi rovi e non poche spine . La Serenissima , fatta vegliarda , largheggiò per troppa debolezza in autonomie , in franchigie e donativi a benefizio de ' suoi soldati di mestiere , ed apparecchiò fatalmente a sé medesima ed alle istituzioni militari quella rovina che , in altri tempi , aveva annientato il vigore delle colonie legionarie di Roma . Anzitutto , quella continua e gagliarda corrente di forze fresche e nuove che , dal littorale dalmata , rifluiva ai dominî di Terraferma e di Levante per rinsanguare le schiere dei così detti reggimenti di Oltremarini - levati in origine per servire sulle navi - cominciò ad inaridire pel tralignare degli ordini feudali in Dalmazia e pel diffondersi del benessere nelle repubbliche marinare e nei municipi liberi . Infine , il difetto di stimolo alle audaci imprese - primo incentivo allo spirito di ventura - e le lunghe paci , lo asfissiarono e l ' uccisero come sotto le distrette di una enorme camicia da Nesso . Le angustie finanziarie compirono l ' opera . Così le truppe levate per ingaggio tanto Oltremare che in Italia principiarono a morire a sé medesime . Francesco Morosini già da tempo aveva avvisata questa lenta ruina , quando per mantenere a numero il suo esercito del Peloponneso aveva dovuto ricorrere ai rifiuti di pressocché tutti i mercati d ' uomini d ' armi d ' Europa ed incettare , coi Toscani e Lombardi , anche gli Svizzeri , gli Olandesi , i Luneburghesi ed i Francesi ; di guisa che con cosiffatta genia - come egli disse - corse rischio non già di dettare legge al nemico bensì di riceverla dai suoi soldati medesimi ( 8 ) . Nel 1781 , come risulta dai piedilista , ruoli organici e stanza dei corpi insieme delle milizie venete redatti dall ' inquisitore ai pubblici rolli , mancavano 654 oltremarini nei presidi di Levante , 353 in quelli di Dalmazia , 263 in quelli del Golfo e 42 infine in quelli d ' Italia . In totale 1312 soldati oltremarini mancanti , su 3449 che dovevano essere presenti alle armi in quell ' anno , suddivisi in 99 compagnie ed 11 reggimenti ( 9 ) . In questo intervallo i nobili dalmati - feudatari un tempo , poi condottieri eroici e devoti delle milizie venete di ventura , modificate e migliorate nel senso di cui sopra è cenno - si erano venuti imborghesendo grado a grado ( 10 ) . L ' antico privilegio loro di levare e di vestire i propri fanti con le vistose casacche cremisine e di donarli poscia , come in simbolo di fede ardente e di accesa devozione alla Serenissima , era degenerato col tempo e diventato un mercimonio tra le mani venali degli ingaggiatori , dei capi - leva e degli ingordi racoleurs . La Serenissima tentò dapprima di ravvivare i sopiti spiriti bellicosi di quella nobiltà , un po ' distratta dalle fortune commerciali della Repubblica raguséa , dalle libertà comunali di Spàlato e di Zara e dalle autonomie di Poglizza , col largire nuovi privilegi , decime , concessioni e bacili di formento . Ma la prodigalità attizzò alla fine l ' avarizia e non accese i desiderati spiriti di patriottismo , talché i deputati et aggionti alla provvigion del dinaro nell ' agosto del 1745 si videro obbligati a porre un freno alla disastrosa ed infruttuosa corrività della Repubblica verso la nobiltà dalmata ; corrività che minacciava , di rovinare le « camere ( tesorerie ) di quelle province , costringendo per questo oggetto a farsi più abbondanti et frequenti le missioni di pubblico danaro per le esigenze di quelle parti » ( 11 ) . Né più valeva a risollevare l ' intisichito spirito di ventura tra i Dalmati - i mercenari per eccellenza - l ' imagine della forza e della potenza guerriera della Serenissima . Le parvenze esterne dell ' imperio , alle quali si affidava buona parte del suo prestigio presso le popolazioni soggette , erano precipitate a quel tempo in uno stato di abbandono colpevole . « Le fortificazioni di Levante , della Dalmazia e dell ' Albania - scriveva nel 1782 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck al Doge - sono in uno stato di desolazione tale da commuovere a riguardarle ... A Zara , ogni parte delle opere componenti i recinti e le fortificazioni è in rovina ... Spàlato è in decadimento , ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano , a suo talento ... Lo stato infine del forte S . Francesco a Cerigo fa rabbrividire pel decoro del Principato » ( 12 ) . Le armi vecchie e rugginose avevano dunque disamorato i venturieri a detergerle in Italia , ed Oltremare . Restava soltanto qua e là per la Dalmazia ed in Levante qualche guizzo del fulgore antico , raccomandato ad un sentimento di gratitudine giammai sopito nel cuore delle genti d ' altra riva dell ' Adriatico verso la Veneta Repubblica , che le aveva raccolte sotto le proprie ali nei tempi più travagliati della Cristianità e difesi contro il Turco . Ed a questi sentimenti , le ultime compagnie di ventura italiane avevano raccomandato i loro estremi giorni di vita a Venezia . * * * L ' altra fonte delle milizie venete era rappresentata dalle cerne , che fornivano soldati dei luoghi ordinati con previdenze territoriali , specie di Landwehr che si levava in tempo di guerra o di neutralità a rincalzo dei mercenari , cioè dei provvisionati . Le cerne venete , o soldati d ' ordinanza , emanavano adunque direttamente dal pensiero politico e militare di Nicolò Macchiavelli , che volle l ' istituto delle milizie nazionali tratto dal popolo pedestremente armato ( 13 ) . Costituiva il nerbo delle cerne l ' elemento rurale dei domini di Terraferma e d ' Oltremare , cui la Serenissima aveva fatto larghe concessioni per rinfrancarlo nel suo innato spirito conservatore ed adescarlo a servire , lietamente ed in buon numero , nella milizia regionale . Di queste prime pratiche conservò memoria il Bembo . « Deliberò il Senato - egli scrisse - che , nel Veronese , l ' anno 1507 , un certo numero di contadini che potessero armi portare , si scegliesse e descrivesse ; i quali all ' arte militare si avvezzassero , e costoro liberi da tutte gravezze fossero , acciò più pronti alle cose della guerra essere potessero , e chiamati alle loro insegne incontanente v ' andassero . Il qual raccoglimento di soldati di contado agli altri fini della Repubblica ( come suole l ' uso essere di tutte le cose maestro ) in breve passò e si diffuse . Il perché ora le ville ed i ragunamenti degli uomini del contado di ogni città , parte de ' suoi hanno che a questa cosa intendono , di essere armati ed apparecchiati di maniera che , senza spazio , alla guerra subitamente gire e trovarsi e servire alla Repubblica e per lei adoperare si possono . E queste genti tutte soldati di ordinanza , o cernite , si chiamarono » ( 14 ) . La guerra della lega di Cambrai , combattuta per l ' integrità dei domini della Signoria , consolidò questa milizia paesana e la fece popolare , ad onta dei tentativi fatti per denigrarla - più che tutto dopo lo sbaraglio di Vailate - per opera dei troppo interessati fautori delle milizie assoldate , gli industriali della guerra d ' allora . In sostanza , si voleva rovesciare sopra i soldati di ordinanza un po ' di quel discredito e di quella noncuranza di cui gli eserciti regolari furono sempre prodighi verso le « guardie nazionali » . Il grande vantaggio delle cerne consisteva , anzitutto , nel loro costo sensibilmente minore in confronto del necessario per mantenere un eguale numero di soldati di mestiere . Toccava infatti al comune di descriverle , di armarle e d ' inquadrarle in centurie ; laddove questo còmpito , per i soldati di mestiere , toccava ai capi - leva che ne ritraevano un utile per sé e per la compagnia . Anche i gradi delle cerne , fino a quello dei capi di cento incluso , si attribuivano di massima per elezione nei villaggi che contavano il maggior numero di descritti . Gli obblighi di questi ultimi erano limitati a cinque mostre o rassegne annuali ( mostrini ) , oltre a talune riviste straordinarie ( generali ) in luoghi designati , con il comune consenso dei soldati medesimi , escluse però le fortezze , le terre murate , i castelli ed i grossi villaggi . Epperciò le rassegne si compievano d ' ordinario in rasa campagna . Le cerne dovevano presentarsi alle rassegne con le armi che avevano personalmente in consegna dai comuni , come si pratica per lunga tradizione nella Svizzera : le assenze erano punite con la descrizione a galeotto , oppure con la multa di 5 ducati ( 15 ) . In queste rassegne le cerne ricevevano la polvere da moschetto , il piombo e la corda occorrenti per confezionare li scartocci , i quali erano poi verificati dai capitani alla presenza dei capi di cento . Con queste munizioni i soldati si esercitavano al palio , vale a dire al tiro a segno nei campi appositamente stabiliti . Dal lato economico adunque le cerne rappresentavano un notevole vantaggio per le finanze della Signoria , una vàlvola di sicurezza all ' aprirsi delle guerre , perché esse esimevano lo Stato dal ricorrere - sotto la pressione del bisogno e sotto il giogo della domanda - al mercato sempre sostenuto dei soldati di mestiere . * * * Ma il vantaggio delle milizie paesane non era solo d ' indole economica - cosa per certo non disprezzabile tenuto conto delle angustie finanziarie in cui versava la Serenissima verso la sua fine - ma anche di natura morale . Lo schietto spirito di regionalità di cui erano come impregnate le cerne , il quale traeva origine dai sani e vigorosi succhi della terra , conferiva loro molto prestigio e dava affidamento di moralità grande , laddove i soldati di mestiere , rifiuto della società del tempo , erano rappresentati dal generale veneto Salimbeni come « sentina d ' ogni vizio » . Dalle cerne infatti erano esenti i capi di famiglia , per un patriarcale riguardo riferito alle cose della guerra e nelle famiglie stesse non si descriveva più di un soldato per ognuna , tenendo fermo il concetto di non ammettere in questa milizia che sudditi genuini della Repubblica . Dalle cerne erano inoltre esclusi i servitori , i girovaghi , i condannati ed i galeotti , sicché l ' elemento di esse era incomparabilmente migliore di quello dei soldati di mestiere , tra i quali si accoglievano « tutti gli oziosi ed i vagabondi che dalla Terraferma si spediscono in castigo nelle province di Oltremare , per cui cresce la massa dei vizi e delle corruttele nella truppa , e sono cagione della poca disciplina e del fisico deperimento di essa » ( 16 ) . Passate quindi le guerre unicamente ispirate al concetto della difesa dei dominî italici , prese il sopravvento la presunzione dei riguardi dovuti in uno Stato marinaresco e repubblicano alla libertà individuale dei propri sudditi , che si voleva completamente arbitra di esplicarsi , senza restrizione alcuna , secondo il miglior rendimento delle energie di ciascuno di essi . La tolleranza dei pubblici uffizi , il benessere diffuso , il vezzo delle neutralità ripetute invariabilmente allo aprirsi di ciascuna campagna , a partire dalla sciagurata pace di Bologna ( 1530 ) , invogliarono le genti già disamorate delle armi a colorire codeste teorie di liberismo militare con le tinte più accese dell ' arte tizianesca . E la presunzione , oppure la consuetudine , per l ' ignavia degli uomini e per la debolezza dei tempi acquistò alla fine vigore di legge . La Repubblica , ricca ed imbelle , poteva ben concedersi anche il lusso di comperare i soldati di cui abbisognava per la difesa de ' propri domini . Principiò così a diffondersi la costumanza delle tasse militari , o tanse , cioè del prezzo di riscatto dal servizio dovuto nelle cerne , con il cui prodotto componevasi un fondo destinato ad assoldare altrettanti mercenari . Gli artieri ne approfittarono subito , poi i barcaiuoli veneziani e gli ascritti alle scuole di Santa Barbara , da cui levavansi i cannonieri dell ' esercito della Serenissima . E le tanse acquistarono fin d ' allora la denominazione di insensibili , perché essendo ripartite per arte su tutte le persona che le componevano , ne venivano a risultare delle quote d ' affrancazione individuale dal servizio molto tenui ; vale a dire quasi insensibili . Cresciuto il favore delle tanse , crebbe in parallelo la corrività delle cassazioni , cioè delle esonerazioni tra le cerne , e divenne facile l ' esimersi dal servizio facendosi sostituire per denaro da un altro soldato tratto dalla medesima milizia . Le rassegne caddero col tempo in dissuetudine , si trascurò la vigilanza da parte dei comuni , e questo primo e magnifico esempio di landwehr veneta principiò a languire ed a morire ( 17 ) . Nella Dalmazia le cerne furono introdotte da Valerio Chierigato intorno all ' anno 1570 , e si denominarono craine o craicinich . Ma per gli stessi motivi dianzi esposti , esse erano scadute sul finire della Repubblica anche da quelle parti e le loro sorti si erano già accomunate con quelle dei soldati oltremarini o di mestiere . Così delle due fonti essenziali della milizia veneta - eredità dell ' arte italica del Cinquecento - i soldati prezzolati e le cerne , gli uni sopravvivevano ancora alle ingiurie dei tempi ma tutti squassati e ridotti come una larva di sé medesimi , le altre erano pressoché scomparse dalla scena della vita militare veneziana , o si consideravano tutto al più come un rudere di un vetusto edifizio abbandonato da gran tempo . In questa guisa delle due grandi correnti che alimentavano le vecchie armi della Serenissima e formavano , insieme commiste , un fiume regale gonfio d ' acque e fecondo d ' energie , non era rimasto che l ' ampio alveo , tutto pantani ed acquitrini dai quali emanavano miasmi e malaria . CAPO II . L ' amministrazione centrale della guerra . Il Savio di terraferma alla scrittura e le magistrature militari . Come il rendimento di una macchina ottimamente costituita si commisura dalla somma di attriti che riesce a vincere , sicché il suo lavoro procede rapido , silenzioso e produttivo , così l ' opera proficua di uno Stato si arguisce dall ' armonia degli sforzi de ' suoi organi direttivi e dal loro coordinamento , in modo che tutte le energie abbiano impiego e non si smarriscano in sterili conati , o per superfluità di uffizi o per contraddizione di còmpiti . Ora la macchina statale veneta della decadenza era complicata e rugginosa , epperciò assai pigra e poco produttiva . Aveva addentellati con molteplici sopravvivenze feudali , intrecci con privilegi oligarchici , vincoli con un proteiforme organismo amministrativo burocratico e cancelleresco onusto d ' impiegati ; sì che tutto impaludava nello apparecchio e nelle forme e poco o nulla rendeva nella sostanza ( 18 ) . L ' amministrazione della guerra poi - che per il suo istituto più risentiva delle sopravvivenze del passato - era così multiforme e farraginosa da incontrare attriti ed intoppi ad ogni passo . Le cose della guerra mettevano capo al Collegio , ossia al Consiglio dei ministri della Repubblica , composto di 16 membri , o Savi ( 19 ) . Di questo Collegio facevano parte il Savio di terraferma alla scrittura ed il Savio di terraferma alle ordinanze ; i due centri esecutivi dell ' amministrazione delle milizie di mestiere e delle milizie paesane , cioè delle cerne . Il Savio alla scrittura era preposto , oltre che all ' ordinamento delle milizie stanziali , anche a quello delle fortificazioni , delle artiglierie e delle scuole militari , e traeva il nome dall ' antico suo ufficio di tenere cioè al corrente i ruoli dei soldati ingaggiati . Era , in sostanza , il ministro della guerra della Serenissima . Il Savio alle ordinanze sopravvegliava invece al governo delle cerne e corrispondeva ad un vero e proprio ministro alle Landwehr , cioè ad un centro organatore della difesa territoriale . Queste supreme magistrature militari , come le altre del Collegio , erano elettive . Più antica - per ragione di precedenza storica delle milizie prezzolate sulle paesane - era la carica di Savio di terraferma alla scrittura , il cui istituto venne riordinato al principio del XVI secolo , quando cioè le armi della Serenissima più sfolgoravano per i domini d ' Italia ed oltremare ( 20 ) . Più recente era invece il saviato alle ordinanze , largamente citato nella riforma di quelle milizie dettata da Giovanni Battista Del Monte ( 1592 ) . Il Savio alla scrittura ( come gli altri membri del Collegio ) durava in carica un semestre , ma poteva essere rieletto quando fosse spirato un intervallo di sei mesi almeno dal decadimento dell ' ultimo mandato . Ne derivava perciò una specie di oligarchia politico - amministrativa , vincolata o ad una determinata consorteria oppure ad un monopolio nei pubblici affari . La molteplicità degli uffici burocratici accentuando i danni di tale esclusivismo rendeva la macchina statale rigida , lenta ed improduttiva . Per le cose della milizia questo monopolio politico ed amministrativo doveva essere temperato , in origine , dalla carica del generale in capo . Straniero , di regola , esso era destinato ad impiegare le truppe in guerra - sotto la responsabilità dei provveditori del Senato incaricati di sorvegliarlo a mo ' dei commissari della Repubblica di Francia - ed in pace a suffragare della sua autorevole esperienza l ' apparecchio delle armi e degli armati ( 21 ) . Il generale in capo doveva essere infatti una specie di responsabile tecnico , mentre il Savio alla scrittura non era altro che un semplice amministratore dei fondi destinati dalla Serenissima al mantenimento ed all ' armamento dei propri soldati . Ed essendo la carica di generale in capo vitalizia , non pareva gran male che gli uffizi amministrativi si alternassero attorno ad essa , con vicenda più o meno frequente , emanando da una ristretta base nella scelta delle persone a ciò deputate . Ma poiché si resero sempre più rare le guerre ed il vezzo delle neutralità le confinarono alla fine tra i ferrivecchi , la benefica influenza moderatrice del generale in capo sulle magistrature militari , politiche e burocratiche , cominciò a scadere , fintantoché scomparve del tutto . Rimasero i danni ed i pericoli delle consorterie , senza argine e senza riparo . Dopo lo Schoulemburg , distinto generale sàssone cui la Signoria aveva conferito il titolo di maresciallo e l ' incarico della difesa di Corfù , nel 1716; dopo i generali Greem e Witzbourg - tutti stranieri ed eletti generali in capo delle forze venete - per amore di economia ( 22 ) o per mal concepite diffidenze verso una carica che sembrava oramai destituita di ogni significato pratico , essa passò in dissuetudine con il tacito consenso del Collegio , del Senato e del Doge . Da quel punto , il Savio alla scrittura si rinchiuse senza controllo nelle sue funzioni burocratiche e cancelleresche e diventò , alternatamente , o una carica monopolizzata dalle medesime persone - - salvo l ' intervallo legale nella rielezione - quando si trovavano coloro che volentieri la disimpegnassero ; oppure un caleidoscopio di persone diverse prive di competenza e di pratica ( 23 ) - Sulla cooperazione del collega alle ordinanze non v ' era oramai più da contare alla fine della Serenissima , perché questa magistratura si era completamente atrofizzata . Per formarsi un ' idea circa l ' attività e l ' importanza di quel Savio , basta citare alcune cifre relative al maneggio che esso faceva del pubblico denaro per l ' amministrazione dipendente . Nel bilancio pel militar dell ' anno 1737 , solo 9511 ducati e grossi 21 erano assegnati al Savio alle ordinanze per le cerne , e ducati 309 e grossi 17 per le loro mostre e mostrini ; e ciò sopra una spesa totale di 2,060,965 ducati e grossi 11 effettivamente fatta in quell ' anno dalla Signoria per le cose della milizia ( 24 ) . I migliori Savi avvicendatisi nell ' amministrazione veneta della guerra , non mancarono di levare la loro voce contro la soppressione della carica di comandante in capo ; mancanza che abbandonava quei magistrati a sé medesimi senza l ' appoggio di spiccate capacità militari che rappresentassero la continuità nello apparecchio degli uomini e delle armi ; e più che tutti , Francesco Vendramin , il miglior Savio alla scrittura della decadenza della Repubblica . Questi nel 1785 dichiarava infatti al Doge che il malessere dell ' esercito dipendeva dalla rinunzia , fatta da tempo , « di eleggersi un commandante supremo , dalla cui sapienza e virtù si possano ritrarre quei lumi e direzioni che valghino a sistemare in buon modo le truppe » ( 25 ) . Ma , ad onta di queste franche parole - come sempre le usava il Savio Vendramin - il generalissimo tanto invocato non venne a rialzare i depressi spiriti militari dei Veneti , e rimase la burocrazia che non passa ( 26 ) . Questa intensificò anzi l ' opera sua , così da avvolgere il Savio alla scrittura in una rete inestricabile di intralci e di formalità innumerevoli . Esaminiamo in particolare codesto viluppo , congegnato a bella posta per troncare i nervi ad ogni energia . Il Savio alla scrittura nell ' esercizio delle sue funzioni aveva rapporti con tutte le magistrature politiche , marinare e civili d ' Italia e d ' oltremare . Quanto al reclutamento ed agli assegni in ordine alla forza bilanciata , egli aveva relazioni con l ' Inquisitore ai rolli , con il Savio Cassier e con i magistrati sopra camere , o tesorerie provinciali : quanto al reclutamento ed all ' ordinamento delle cerne , egli doveva accordarsi con il collega deputato ad esse . Per le cose attinenti il servizio anfibio dell ' esercito sulle navi armate , egli doveva intendersi con i Savi agli ordini per le milizie , con i Provveditori generali da Mar , con quelli in Dalmazia ed Albania , con i Provveditori att ' Arsenale ed , infine , con il Capitanio del Golfo ( contado delle Bocche di Cattaro ) . Per il riparto ed il servizio territoriale delle truppe , il Savio alla scrittura doveva prendere accordi con i capitani e podestà delle province , con il magistrato e con il sopraintendente all ' artiglieria , con il provveditore alla cavalleria , con il sopraintendente del genio e con i provveditori alle fortezze . Lo sfruttamento dell ' industria privata - usato sempre in buona misura dalla Serenissima per le cose della guerra - obbligava inoltre il Savio competente ad una continua vigilanza sui deputati alle miniere , per quanto si riferiva l ' industria metallurgica della Bresciana e del Bergamasco , e sui capi delle maestranze per le industrie estrattive dell ' alto Cadore ( 27 ) . Oltre a ciò , per quanto riguardava il servizio sanitario , l ' amministrazione della guerra era in rapporti continui con i provveditori agli ospedali e con i capi religiosi di talune confraternite incaricate dell ' assistenza degli infermi ( 28 ) ; per quanto concerneva il servizio di commissariato , con i magistrati sopra biade e frumento , con i Savi alla mercanzia e con i provveditori all ' agricoltura ; per quanto rifletteva infine l ' amministrazione della giustizia , con il missier grande , o capo della polizia esecutiva , e con i governatori alle galere dei condannati . Né si arrestava a questo il frantumamento delle autorità militari venete , spesso discoste l ' un l ' altra ed animate da interessi contradditori , e l ' intralcio con le magistrature civili . Nei rapporti aulici e cancellereschi , era deputato ogni settimana un Savio designato a turno nel Collegio - epperciò detto Savio di settimana - per esporre al Senato le proposizioni ed i decreti deliberati dal Consiglio . Tale costumanza , per certo assai comoda , non era però in pratica molto giovevole per la trattazione degli affari - specie dei militari - rimettendo il patrocinio di essi a mani del tutto inesperte o ignare . * * * Consideriamo ora un poco questa mastodontica macchina burocratica in azione . Nel 1784 , solo per riformare alcune parti del vestiario e dell ' equipaggiamento della fanteria veneta , riputate o troppo incomode o troppo costose , convennero assieme in più conferenze il Savio alla scrittura attuale ed uscito ( 29 ) , i Savi alla mercanzia in numero di cinque ed il magistrato sopra camere . Ciò nondimeno , dodici anni dopo , la riforma non era ancora del tutto attuata tra le file dell ' esercito veneto . Fino dal 1775 il Savio alla scrittura e l ' Inquisitore ai rolli , concordi , deploravano in Collegio e presso il Principe le tristissime condizioni in cui versavano le artiglierie e le armi portatili , alle cui deficienze non era più in grado di porre rimedio il vetusto Arsenale di Venezia . Soltanto sette anni dopo il grido d ' allarme venne raccolto da Francesco Vendramin , in una delle sue riconferme al Saviato alla scrittura , e la questione venne finalmente da lui posta dinanzi al Doge con criteri da industria di Stato meglio che moderni . L ' industria militare privata aveva tenaci e floridissime radici a Venezia , e le armi bianche venete , assai pregiate nella tempra e nel lavoro del cesello ( 30 ) , avevano una fama incomparabile . Cresciuto poi il favore delle armi da fuoco , degli archibugi e delle artiglierie navali e terrestri , le fucine della Bresciana vennero procacciandosi nell ' industria manifatturiera quel nome che si è tramandato fino ai giorni nostri . La trasformazione decisa e cosciente dell ' industria militare privata in industria di Stato , avrebbe quindi corrisposto in modo mirabile alle esigenze economiche e tecniche della Serenissima , poiché avrebbe consentito di ridurre con immenso vantaggio economico l ' improduttivo organismo dell ' Arsenale e di sostituire al suo lavoro , o lento o negativo , quello più proficuo delle maestranze dei metallurgi e degli artieri , organizzati e disciplinati in forme corporative tradizionali , vigilate per di più di continuo dalle magistrature apposite . Così fu concluso , nel 1782 , un contratto con la Società mercantile di Girolamo Spazziani , mediante il quale essa si assumeva l ' obbligo - usufruendo delle due migliori fonderie e miniere dal Bergamasco ( 31 ) - di fornire alla Serenissima entro 14 anni , in lotti proporzionali , le artiglierie di cui abbisognava ; e cioè 35 cannoni da 30 libbre ( 32 ) , 52 da 14 , 24 da 12 , oltre le munizioni , gli attrezzi e gli armamenti necessari . Lo Stato si sarebbe garantito della buona qualità delle forniture , obbligando la ditta Spazziani ad uniformarsi strettamente nella fondita dei pezzi alle regole all ' uopo prescritte dal maresciallo Schoulemburg , e con l ' assoggettare le bocche da fuoco a speciali prove forzate da compiersi al Lido , a spese esclusive della società assuntrice ed alla presenza del magistrato all ' artiglieria . Queste prove dovevano essere da due a quattro per ogni pezzo da collaudarsi , ed i pezzi rifiutati si dovevano restituire alla ditta per essere rifusi e nuovamente esperimentati . Nel contratto infine erano comminate penalità e multe alla ditta Spazziani , al caso di inosservanza di impegni da parte della medesima ( 33 ) . L ' artiglieria veneta , con il concorso dell ' industria privata , poteva e doveva quindi rinnovarsi tra il 1782 ed il 1796 . In questo periodi di tempo dovevano inoltre rifondersi o ristaurarsi le bocche da fuoco dichiarate inservibili , e non erano poche in quel tempo : 82 cannoni di diverso calibro , 85 colubrine , 63 sacri e passavolanti , 180 petrieri , 5 mortai , 9 trabucchi ed 1 bastardo ( 34 ) . Se così fosse stato , la Serenissima all ' aprirsi della campagna del 1796 avrebbe avuto 536 bocche da fuoco disponibili , nuove del tutto o riparate ; e non si sarebbero visti sui rampari di Verona « i pezzi così malandati , i letti ( affusti ) « così rôsi dal tempo ... che se fosse occorso di maneggiarne taluno non si saprebbe come eseguire l ' ordine » ( 35 ) . Ma per assicurare tali vantaggi all ' esercito sarebbero occorsi continuità di vedute nell ' amministrazione della guerra , preparazione , vigore di energie da parte delle persone elevate all ' ufficio di Savio alla scrittura , accordo infine deciso e cosciente di tutti nell ' attuare una riforma finanziaria ed industriale che avrebbe legato il nome della Serenissima ad un grande e razionale progresso nella pubblica economia . Ora la vecchia e già tanto sapiente Repubblica , ridotta a lottare indarno contro la morte vicina , non poteva più trovare nel consunto organismo lo rinnovate energie capaci di redimerla dalla triste eredità del passato . Fino al 1786 , cioè durante il periodi delle riconferme al Saviato di Francesco Vendramin - il ministro riformatore della decadenza militare veneta - le consegne della ditta Spazziani procedettero con ordine e regolarità , ma da quell ' anno in avanti gli impegni cominciarono ad allentarsi finché non ne rimase più traccia . Ai lagni in materia delle pubbliche cariche militari si rispondeva invariabilmente con delle buone promesse , con caute direzioni , con voti e parole , mentre i mali reclamavano urgentemente fatti , mentre gli ufficiali attestavano « che in Dalmazia ed in Levante vi sono ancora compagnie di fanti armate ancora dei fucili dell ' ultima campagna ( 36 ) ... si che il solo smontarli e rimontarli , ogni volta che pulir si debbono , basta a renderne un gran numero fuori di servizio » ( 37 ) . Vero è che per i fatti , oltre che alla ferma e cosciente volontà dei deputati a compierli , occorre anche il danaro ; e questo , come succede del sangue in ogni organismo indebolito , è il primo a scarseggiare nei governi travagliati dalla decadenza . Alla fine della seconda neutralità d ' Italia - cioè subito dopo la guerra per la successione di Polonia - lo sbilanzo , o deficit delle finanze veneziane , era infatti salito a 770-784 ducati all ' anno , ed all ' amministrazione della guerra toccò di scontare queste falle con sacrifizi e con lesinerie le quali finirono per annientare del tutto la compagine materiale e morale dell ' esercito . « Con queste riduzioni - diceva un rapporto al Principe - il corpo delle truppe non può oramai più supplire con la propria forza agli essenziali bisogni dello Stato ... e quindi occorre sia tolto da quel languore e miseria in cui presentemente esso si trova , somministrandogli i mezzi di cui ha bisogno » ( 38 ) . Ma anche sa questo punto la voce del Savio Vendramin predicò invano , ed i denari non vennero - ironia del caso - se non quando si trattò non già di apparecchiare armi ed armati in difesa della Repubblica , ma di mantenere lautamente due eserciti sul suo suolo , nemici l ' uno dell ' altro , della Serenissima , ed entrambi emuli nell ' opera triste di taglieggiarla e di calpestarla . Ma ritorniamo al Savio alla scrittura ed alla sua fisionomia burocratica . Quale magistrato supremo alla milizia esso , di regola , non abbandonava la Dominante - cioè Venezia - se non per compiere l ' annuale visita al Collegio militare di Verona , in Castelvecchio , dal quale uscivano i giovani ufficiali di artiglieria e genio della Repubblica . Era questa una comparsa periodica all ' epoca degli esami finali , che circondavasi a bella posta di solennità , sia nell ' intento di lasciar traccia nell ' animo dei futuri ufficiali delle milizie venete , sia in quello di ravvivare , a scadenza fissa , il prestigio ed il nome del Savio alla scrittura nella principale fortezza dei domini d ' Italia . Ma le apparizioni erano troppo rapide e , sovratutto , affogate sotto il cumulo delle formalità proprie del manierismo incipriato del tempo . Di una di queste visite si conserva traccia nel diario del Collegio militare di Verona . « Il Savio Alvise Quirini - dice il diario - partì da Venezia un mercoledì dopo pranzo del luglio 1787 , alle ore 20 , per Mestre . Aveva seco due staffieri ed un furier . Il legno era pronto a Marghera , con quattro cavalli ed il furier davanti , pure a cavallo . Al Dolo si cambiarono i cavalli : a Padova il Savio pernottò nel palazzo Quirini ed il provveditor straordinario di colà , Zorzi Contarini , gli diede scorta di due soldati a cavallo . Il giorno appresso ( giovedì ) , alle ore 22 suonate , il Savio arrivò a Verona » ( 39 ) . In quella città un ufficiale della guarnigione venne subito comandato a disimpegnare la carica di aiutante presso il Savio Alvise Quirini , ed un ' ora dopo l ' arrivo di questi il tenente Zulatti , ufficiale di guardia alla piazza , venne a felicitarsi seco lui per l ' ottimo viaggio compiuto e ad esibirsi , cioè a profferire servigi . Ma il Savio alla scrittura , congedati bellamente gli ufficiali venuti per fargli onore , andò ad alloggiare in casa del cugino Marin Zorzi , e la « tavola fu servita per quella sera dal locandier alle Due Torri ( 40 ) , essendo stato convenuto il prezzo di tutto dal brigadier Mario Lorgna , governatore militare del Collegio . La sera stessa venne il brigadiere Lorgna a fare ossequio al Savio alla scrittura , e si combinò subito per verificare la scuola ed incominciare gli esami lo stesso giorno seguente . La sera poi il Savio andò alla comedia al Nobile Teatro ed il vescovo mandò il suo nome a casa Zorzi » ( 41 ) . CAPO III . Ufficiali grandi e piccini . Perduto è quell ' organismo il cui cuore si attarda di spingere il sangue nelle vene . Ed il cuore ed il cervello si erano da tempo intorpiditi nell ' esercito della Serenissima nelle persone de ' suoi generali . Quando il brigadiere Fiorella ( 42 ) nella notte dell'8 agosto 1796 , all ' avanguardia della divisione Serurier , reduce dalla vittoria di Castiglione si riaffacciava a Verona abbandonata giusto una settimana innanzi per rioccuparla d ' ordine di Buonaparte , il generale Salimbeni comandante di quella piazza indugiò alquanto nel riaprire ai Francesi la porta di San Zeno . Il brigadiere Fiorella l ' abbatté allora con alcune volate di mitraglia , e si trovò comoda scusa per il ritardo dei Veneti di rovesciare la colpa sulla tarda vecchiaia del Salimbeni . Questo generale - si disse - oramai ottuagenario , incapace di montare a cavallo , costretto a servirsi di un carrozzino ( 43 ) , non poteva trovarsi ovunque in quel trambusto della notte dell'8 agosto . E Buonaparte lieto delle riportate vittorie e del riacquisto di Verona , non fece gran caso di questi fiacche scuse dei Veneti , ondeggianti tra gli Austriaci padroni dell ' interno della città ed i Francesi padroni delle campagne , oscitanti tra i vincitori ed i vinti . La vecchiaia dei generali veneti esisteva nondimeno , e grave . Il Savio alla scrittura Francesco Vendramin l ' aveva denunciata al Principe come il male precipuo che rodeva l ' esercito , e scongiurava di provvedervi in tempo : « Di eguale impedimento - egli così scriveva nel 1785 - alle buone disposizioni della milizia in genere si è pure l ' impotenza di non pochi ufficiali , specie delle cariche generalizie , che giunti alla più fredda vecchiaia , ritenuti dalle viste del proprio vantaggio , vogliono ancora continuare nel servizio sino alla fine della vita .... . Sicché , malgrado quella riverenza che si conviene alle pubbliche deliberazioni , mi è forza dire che , spesse volte , questo Augusto Governo è più commosso dalla pietà che dal proprio interesse , cui talvolta antepone le convenienze particolari di coloro che godono la distinta fortuna di essergli soggetti » ( 44 ) . Non si pensò però con questo a svecchiare gli alti gradi dell ' esercito Veneto . Fino dal 1786 , allo scopo di ripartire in modo equo e vantaggioso per il servizio i beni ed i mali delle diverse guarnigioni d ' Italia e d ' oltremare , il Senato aveva stabilito un turno di generali ; ossia un determinato ordine di successione dei generali medesimi al comando dei quattro grandi riparti militari in cui si suddivideva il territorio della Repubblica ( 45 ) . Fu assegnato allora in Levante il sergente - generale Maroti , con i sergenti maggiori di battaglia Bubich e Craina ; in Dalmazia il sergente generale Salimbeni - ricordato più sopra - con i sergenti maggiori di battaglia Nonveller ed Arnerich ; in Italia il tenente generale Pasquali , con i sergenti maggiori di battaglia Stràtico e Bado . Dopo quattro anni questi generali dovevano mutare residenza , ma nel 1790 - cioè allo spirare del primo quadriennio dacché la determinazione fu presa - il sergente maggiore di battaglia Arnerich faceva sapere al Savio alla scrittura che egli non era più in grado di muoversi dalla Dalmazia , perché diventato più che nonagenario . E non soltanto i generali erano incapaci di viaggiare dall ' Italia , oltremare e viceversa . Nello stesso anno 1790 anche i colonnelli brigadieri Macedonia e Gazo si dovettero lasciare alle rispettive guarnigioni , stante la loro tarda vecchiezza . La gerarchia generalizia era poi troppo ristretta in confronto degli aspiranti . La piramide gerarchica nell ' esercito Veneto si restringeva talmente verso il vertice da rendere necessaria una longevità pressoché biblica per raggiungerla . Nel 1781 i quadri dello stato generale erano : 1 tenente generale , 2 sergenti generali , 6 sergenti maggiori di battaglia , oltre ai sopraintendenti del genio e della cavalleria con il grado di colonnelli brigadieri . Il tenente generale era Alvise Fracchia - Magagnini di 85 anni , di cui 68 di continuato servizio ; i sergenti generali erano Pasquali e Rade - Maina , vecchi colonnelli dei fanti oltramarini ; i sergenti maggiori di battaglia Arnerich , Salimbeni , Maroli , Nonveller , Rado e Stràtico . Non pochi di questi occupavano ancora le cariche generalizie nel 1796 , vale a dire che erano infeudati nell ' ufficio da oltre tre lustri . * * * Teoricamente i metodi per la elevazione degli ufficiali agli alti gradi dell ' esercito dovevano essere di garanzia sicura per la bontà dei quadri . La procedura per la nomina delle cariche generalizie - esclusivamente devolute alla scelta - era infatti assai minuta , abbenché non scevra di sospetti di favoritismo . A tenore della così detta legge di Ottazione , cioè di avanzamento ( 46 ) , le vacanze nei gradi dovevano ripianarsi entro tre mesi dacché avvenivano ; tempo più che necessario per una scrupolosa valutazione dei titoli dei concorrenti , ma anche più che sufficiente per dar modo alle consorterie di raggiungere i propri fini . I titoli presentati dai candidati formavano , nel loro assieme , i così detti piani di prova . Vi figuravano i lunghi e buoni servigi prestati sotto la vermiglia bandiera della Repubblica , le ferite , le malattie sofferte a motivo del contagio , le azioni di merito e - ove ne era il caso - anche le prigionie passate sotto i Turchi , i naufragi patiti e la perdita degli averi . Gli ultimi tempi imbelli della Serenissima avevano naturalmente assottigliato di molto il bagaglio eroico di codesti titoli , surrogandoli con i più modesti e comuni dell ' anzianità e della età dei candidati , e su questi titoli si esercitava la retorica degli ufficiali concorrenti . Il sergente maggiore di battaglia Antonio Maroli così faceva , ad esempio , nel 1782 l ' apologia di sé medesimo , aspirando al grado del valetudinario Rade - Maina collocato finalmente a riposo : « Fino dai primi anni Antonio Maroli si incamminò alla professione delle armi . Passato per la trafila dei vari gradi , con l ' assiduità del servizio e con la provata sua abilità giunse , nell ' anno 1768 , ad occupare il grado di colonnello . Le attestazioni delle primarie cariche da Mar e degli ufficiali dello Stato generale e di molti altri graduati , rilevano di avere egli utilmente servito nel laborioso carico di sergente maggiore nella importante piazza di Corfù , impiegandosi pure , per varî anni , nella istruzione del reggimento , negli esercizi e nella militare disciplina anche in pubblici bastimenti in mar . « Imbarcato sopra la nave San Carlo che tradusse a Tenedo il fu Ecc.mo Kav . Correr , bailo ( 47 ) , si fermò sulla medesima in attenzione dell ' arrivo dell ' altro Ecc.mo bailo Francesco Foscari , ed in questo frattempo attaccatasi grave epidemia nell ' equipaggio di detta nave si maneggiò egli presso i comandanti turchi per avere ricovero in terra ... Nel sostenere i governi delle armi ( comandi di presidio ) di alcune città e fortezze nei differenti riparti di terra e di mar , eguale fu la di lui attenzione ed attività , che gli conciliò approvazione . Molto fu poi riconosciuta la di lui direzione nel seguito ammutinamento di prigionieri di Brescia per metterli a dover , nel quale malagevole incontro per 18 ore sostenne con coraggio il fuoco degli ammutinati , e gli toccò vedere ai suoi piedi ucciso un caporale e ferito un soldato » ( 48 ) . Le apologie più salienti dei piani di prova erano pubblicate per le stampe dai candidati più audaci o facoltosi , e diffuse per la Dominante ad apparecchiare terreno per le deliberazioni finali del Savio alla scrittura e del Senato . Era una specie di gara a foglietti , dai tipi vistosi e dalla studiata mostra delle benemerenze personali ; una vera rassegna pubblica alla quale dovevano interessarsi non poco gli spettatori dell ' epoca ciarliera e spensierata dei casini , dei caffè e delle gazzette . Per troncare gli effetti della mala pianta il Senato , nel 1783 , volle abolite codeste costumanze alquanto teatrali . Vietò ai candidati di rimanere a Venezia durante le elezioni delle cariche generalizie , e nel periodo di tempo immediatamente anteriore , ed in luogo dei piani di prova commise al Savio alla scrittura di compilare delle apposite note personali , da produrre alla Consulta al caso di ciascuna vacanza . La Consulta poi , avuto l ' elenco dei migliori candidati , votava o ballottava su ciascuno di essi , in Pien Collegio , con quattro quinti dei voti e l ' elezione si confermava da ultimo in Senato . Eletto il nuovo generale , con le ducali di nomina se ne fissava anche lo stipendio . * * * Scendiamo ora dal vertice della piramide gerarchica verso la grande e massiccia sua base . Gli ufficiali veneti erano troppi per i soldati che avevano da comandare e per le attribuzioni che dovevano compiere . Nel 1776 si trovavano nei reggimenti attivi 33 colonnelli , altrettanti tenenti colonnelli , 30 sergenti maggiori , 203 capitani , 31 capitani - tenenti , 184 tenenti , 237 alfieri o cornette per la cavalleria e 163 cadetti . In totale , 964 officiali sull ' effettivo di 10,605 fazionieri o comuni che contava l ' esercito veneto di quel tempo ; e ciò senza tener conto degli ufficiali in servizio sedentario , alle fortezze , al corpo del genio , all ' Arsenale , ai governatorati delle armi , alle scuole e di quelli infine con riserva di anzianità . In sostanza , i quadri degli officiali della Serenissima avevano tutta l ' aria di un grande stato - maggiore a spasso . Il grosso di questo stato - maggiore proveniva dalla trafila della troppa , come ne fa fede lo scarso numero dei cadetti presenti alle armi nel 1776 . Delle scuole militari esistenti a quell ' epoca , il collegio di Verona provvedeva al reclutamento dei corpi di artiglieria e genio : quello di Zara , per la fanteria oltremarina , era ancora allo stato rudimentale . Riformatisi in appresso questi due istituti , quello di Verona nel 1764 e quello di Zara nel 1784 , una nuova ondata , di formidabili competitori venne ad affiancarsi alla vecchia corrente dei provenienti dalla troppa nello aspirare ai gradi , di ufficiale ( 49 ) . Dal Militar Collegio di Verona - come è noto - uscivano gli alfieri dell ' artiglieria e del genio ed , accessoriamente , anche quelli di fanteria e di cavalleria . In queste ultime armi si transitavano però quegli allievi che , al termine dei corsi , riportavano una classificazione inferiore alla minima ritenuta necessaria per servire nelle armi dotte , o coloro infine che - per mancanza di posti - non trovavano più luogo nelle armi medesime . In questo caso i diseredati dalla sorte potevano aspirare a far ritorno alle armi cui aspiravano , concorrendo in turno ogni anno con i nuovi licenziati dall ' istituto veronese . Dal collegio militare di Zara uscivano gli alfieri dei reggimenti oltremarini e le cornette dei reggimenti di cavalleria . L ' istituto esisteva fin dal 1740 , ma per difetto di concorrenti aveva vissuto una vita stentata ed anemica fino al 1784 , perché la massa dei Dalmati aspiranti ai gradi dell ' esercito preferiva la via più lunga ma più avventurosa del servizio anfibio sui pubblici legni e verso i confini turcheschi , a quella più tediosa e nuova degli studî e dei riparti d ' istruzione . Ma poiché - sotto l ' impulso di Angelo Emo e del Savio Francesco Vendramin - l ' amministrazione veneta della guerra accennò a battere nuove vie , ed il reclutamento degli ufficiali usciti dalle scuole parve destinato a soppiantare ogni altra provenienza , il conflitto tra il vecchio ed il nuovo , tra la pratica e la teoria , scoppiò clamoroso ed inevitabile . Si accese allora la guerra tra i fautori del tirocinio , dell ' esperienza e dei titoli acquisiti , e quelli delle accademie delle prove e degli esami . I tempi grigi e fiacchi non offrendo verun ' altra distrazione , fecero sì che gli ufficiali dell ' epoca si ingolfassero in queste lotte sterili ed acerbe con l ' ardore che proviene dall ' ozio . Mèta del tirocinio nei gradi di truppa era l ' alfierato . Ad esso si perveniva pel tramite dei cadetti , da parte dei giovani provenienti dalle scuole , o per quello dei sergenti per parte dei borghesi e dei gregari di truppa . Gli aspiranti alla carriera delle armi usciti dalle buone famiglie veneziane , per essere ammessi nelle file dell ' esercito quale cadetti dovevano contare almeno 14 anni di età . Per raggiungere lo stesso grado nella truppa occorrevano invece dai sei agli otto anni . Dopo tre anni di buon servizio come cadetto , questi era promosso alfiere , se di fanteria e cornetta se di cavalleria ; e con l ' alfiere , detto per antonomasia il primo grado di goletta , cominciava il lungo e faticoso calvario dell ' ascesa ai gradi di ufficiale ( 50 ) . Questi si conferivano nell ' interno del reggimento fino al grado di sergente - maggiore . Ed i gradi erano quelli di tenente , di capitano - tenente , o comandante della compagnia del colonnello , di capitano , di sergente - maggiore , o comandante di battaglione : i gradi di tenente colonnello e di colonnello si conferivano a ruolo unico sulla totalità della rispettiva arma o riparto ( 51 ) . Per progredire nella carriera si doveva tenere conto delle prove comparative , dell ' abilità , del merito e della anzianità dei singoli concorrenti ( 52 ) ; requisiti tutti codesti domandati sia dalle anteriori leggi di ottazione , compilate da Francesco Morosini , sia da quelle redatte dal generale Molin ( 1695 ) . Nella pratica delle cose però l ' anzianità ed il merito avevano la preminenza , comprendendosi sotto questo ultimo titolo le campagne di guerra , le ferite e le « occasioni vive » , come dicevasi a quel tempo con vocabolo comprensivo per dinotare tutte le benemerenze dei candidati dovute comunque al rischio personale . Ma cresciuto il favore delle scuole professionali , il merito e l ' anzianità dovettero cedere di fronte all ' abilità comprovata dagli esami , e con questi e per questi il Savio si proponeva di svecchiare i quadri dell ' esercito . L ' alfiere doveva dar saggio di comandare in modo inappuntabile tutti gli esercizi della compagnia , in presenza del sergente maggiore , del colonnello e del tenente colonnello del reggimento . Egli doveva inoltre rispondere a tutte le interrogazioni che i detti ufficiali avessero creduto di rivolgergli sul Libretto Militar , ossia catechismo degli esercizi , e sul servizio in campagna compilato dal maresciallo Schoulemburg . Infine doveva rivelarsi provetto nel maneggio delle armi , della picca e della sargentina , conoscere la suddivisione del reggimento in plotoni , divisioni , ali , centro , dare ragione di tutti i tocchi di tamburo e superare alcune prove sulle matematiche elementari e sul disegno . Il tenente - oltre che dimostrarsi come l ' alfiere idoneo nel maneggio del fucile e della picca - doveva saper compilare polizze di scansi , ossia liste di deconto individuale , redigere quietanze dei depositi di danaro che , eventualmente , i soldati gli avessero confidato , tenere al corrente la vacchetta , o giornale di presenza della compagnia , infine comprovare un ' abilità professionale pari alla richiesta nelle prove degli alfieri . In questi semplici esperimenti s ' accanì quindi la lotta tra conservatori e novatori in materia di avanzamento , quando i programmi furono rimaneggiati con criteri restrittivi , specie per i gradi superiori . Nel giugno 1785 , rendendosi vacante il posto di sergente - maggiore nel reggimento di fanti italiani Marin Conti , aspirarono ad esso tre capitani del corpo medesimo . Il verbale giurato di idoneità a sostenere le prove di uno dei candidati così si esprimeva : « Facciamo fede , con nostro giuramento et vincolo di onore , noi qui sottoscritti graduati nel reggimento colonnello Marin Conti , dei fanti italiani , come il capitanio Michiel Antonio Gosetti ha sempre adempiuto alle parti tutte del suo dovere , con puntualità ed abilità in tutto quello che appartiene al pubblico servizio . Come anche nella subordinazione et obbedienza con i suoi superiori e con nostra intera soddisfazione egli non è mai incorso in verun militar castigo , né si abusò di licenze per stare lontano dal proprio reggimento , adornato essendo di onorati costumi , degno adunque delle nostre veridiche attestazioni , per cui gli rilasciamo la presente perché possa valersene » ( 53 ) . * * * Gli esami da capitano a sergente - maggiore erano insieme pratici e teorici . Nei primi il candidato doveva sottoporsi alle prove seguenti : «1° ) Riconoscerà il battaglione in tutte le sue parti e lo ripartirà con i bassi uffiziali - 2° ) Farà la disposizione degli uffiziali e li manderà in parata - 3° ) Farà passare ufficiali e sottufficiali in coda per il maneggio delle armi - 4° ) Ordinerà e comanderà il maneggio delle armi , con li necessari avvertimenti - 5° ) Ordinerà due raddoppi di file , uno sulla sinistra in avanti , per mezzo - battaglione , l ' altro che le divisioni delle ali raddoppino quelle del centro - 6° ) Si ridurrà in istato di battaglia - 7° ) Farà fuoco con quattro plotoni , principiando dalli quattro plotoni del centro - 8° ) Farà fuoco con due mezze divisioni dalle ali al centro - 9° ) Staccherà la marcia per mezze - divisioni in fianco , e si ridurrà in divisioni con passo francese ( accelerato ) - 10° ) Formerà il quadrato in marcia - 11° ) Farà una scarica generale - 12° ) Disfarà il quadrato e ridurrà il battaglione in istato di parata » ( 54 ) . Gli esami teorici comprendevano i doveri degli ufficiali di ogni grado , cominciando da quelli dell ' alfiere e terminando con quelli del sergente maggiore , tanto nel reggimento che nella brigata . Le tesi trattavano del giornaliero servizio di piazza , del modo di accampare ed acquartierare il reggimento , di marciare con il reggimento da un luogo ad un altro , di imbarcarlo e di sbarcarlo in buon ordine , della maniera di tenere disciplinati gli ufficiali , i sottufficiali e la truppa , dei sistemi di redigere piedilista , dettagli , di passar rassegne , di distribuire infine i riparti nei quartieri e di raccoglierli nelle piazze d ' armi ( 55 ) . Più caratteristiche erano le prove per l ' arma di cavalleria , in quanto quest ' arma poteva considerarsi esotica in un esercito a base marinaresca come era quello della Serenissima , anche nei tempi dello splendore . Così , nel marzo del 1795 , rendendosi vacante in Verona il posto di sergente - maggiore ( 56 ) nel reggimento dei dragoni Colonnello Giovanni Antonio Soffietti , si presentarono candidati alle prescritte prove sei degli otto capitani comandanti di compagnia , e ad essi furono proposti i seguenti quesiti , da estrarsi a sorte in numero di quattro per ogni esaminando : «1° ) Data una distanza di 100 miglia , data la premura del comandante che il nostro squadrone arrivi quanto più presto possibile ad unirsi ad un ' altra cavalleria colà esistente , e data infine la qualità del cammino , si ricerca in quanti giorni , senza troppo disagio , sarà compiuta la marcia e di quali avvertenze abbia a far uso durante il viaggio - 2° ) Acquartierata la cavalleria in una grossa terra in prossimità del nemico , quali saranno le precauzioni contro le sorprese - 3° ) Con quali avvertenze si custodiscono i prigionieri di guerra mentre si conducono al luogo loro assegnato - 4° ) In qual modo si scorta un convoglio di vittuarie passando per i luoghi sospetti - 5° ) Come si marcia alla sordina - 6° ) Contromarce per righe - 7° ) Come si mettono in contribuzione i villaggi nemici , vigente sempre il timore che il nemico ci sia alle spalle - 8° ) Se lo squadrone arrivasse ad un fiume inguadabile , che ripieghi si farebbero - 9° ) Lo squadrone , in colonna di divisioni , si trova su di una strada dove i cavalli non possono che marciare di passo : esso è forzato a ritirarsi facendo fuoco . Si effettui la relativa ritirata - 10° ) Modo di caricare contemporaneamente il nemico sulla fronte e sulle ali : la parte più forte sulla fronte , due parti minori sulle ali - 11° ) Attacco di cavalleria in un bosco - 12° ) Come si fa a foraggiare - 13° ) Cammin facendo , se si trovasse uno staccamento ( distaccamento ) nemico trincerato che ci impedisse di marciare , quale sia il partito migliore » ( 57 ) . Esaminiamo da ultimo le prove prescritte per l ' artiglieria , allo scopo di formarci un giudizio esatto sull ' entità degli esperimenti e sul grado , di istruzione degli ufficiali Veneti del tempo . Nel 1782 , per gli aspiranti al posto vacante di capitano - tenente nel Reggimento Artiglieria si richiedevano le prove seguenti : «1° ) Le quattro prime operazioni aritmetiche , frazioni , radici quadrate e cubiche , regola del tre diretta ed inversa - 2° ) Sui primi sei libri della geometria - 3° ) Sulla trigonometria piana - 4° ) Sull ' uso delle tavole balistiche per i tiri orizzontali ed obliqui - 5° ) Sopra la proprietà della parabola relativamente ai tiri di bomba - 6° ) Sull ' uso della tavoletta pretoriana - 7° ) Sopra i vari generi di calibri dell ' artiglieria - 8° ) Come si prendono le misure di un pezzo di artiglieria per farvi un letto ( affusto ) - 9° ) Quali sono gli apprestamenti usati nell ' artiglieria veneta per il servizio delle artiglierie navali , murali e campali - 10° ) Quale è il modo di numerare le palle , bombe , granate , unite in piramide o in altra figura - 11° ) Come disporre le cose spettanti all ' artiglieria sopra i legni armati al caso di combattere - 12° ) Come si forniscono le racchette ad uso di segnali e le candele ardenti ad uso delle minute artiglierie , le spolette e le bombe ad uso dei cannoni , mortai ed obusieri - 13° ) Come si misura il tempo in cui una bomba percorre un dato spazio - 14° ) Esercizi campali ed evoluzioni del Reggimento Artiglieria , giusta le istruzioni del brigadiere conte Stràtico » ( 58 ) . Per gli aspiranti al grado di sergente - maggiore nell ' arma ( 59 ) alle menzionate prove si aggiungevano esami di meccanica , di stàtica , di resistenza delle bocche da fuoco , di potenza degli esplosivi , oltre ad esperimenti sulle manopere di forza e relativi comandi , sulle opere difensive e di fortificazione ( 60 ) . * * * Si spiega adunque come col crescere di tale florilegio scientifico , sbocciato come un ' oasi nel campo uniforme degli umili fiori campestri dell ' anzianità e delle occasioni vive , i giovani ufficiali usciti dalle scuole venete del tempo si trovassero in condizioni spiccatamente favorevoli in paragone dei canuti colleghi passati per i gradi inferiori di truppa . Molti di questi erano invecchiati nelle scolte sui diruti rampari della Repubblica , a Corfù , a Parga , a Zante ed a Cefalonia , si erano temprati ai miasmi mortiferi dì Prevesa , di Vonizza e di Butrinto , avevano scritto infine l ' ultimo capitolo - per quanto assai mutato nel decoro guerresco - dell ' epica lotta accesasi tra la Cristianità ed il Turco , dalle crociate a Lepanto e da Candia in Morea , vigilando come sentinelle perdute verso i confini musulmani sui lontani castelli di Dernis , di Clissa e di Knin . Ed il bilancio del servizio di queste scolte fedeli - quasi fatte simbolo di una potenza della quale più non rimaneva che il nome - era solenne come un piccolo monumento di storia individuale . Storia dei tempi , fatta non già di novità sibbene di lunga e paziente attesa . Sfogliamo un poco tra le pagine di codesti titoli vetusti . Dagli stati di servizio prodotti dai capitani Zorzi Rizzardi e Donà Dobrilovich al Senato per ottenere la loro giubilazione , risulta che il primo di questi era soldato dal 1734 , cadetto nel 1740 , alfiere nel 1753 , tenente nel 1766 , capitano - tenente nel 1778 , capitano nell ' anno medesimo ; vale a dire che aveva impiegato ben 51 anni di servizio per ottenere quest ' ultimo grado , dei 68 di età che contava il postulante . Il collega Dobrilovich era soldato dal 1733 , caporale nel 1739 , sergente nel 1742 , alfiere nel 1745 , tenente nel 1766 , capitano - tenente nel 1773 e capitano pure nello stesso anno : gli erano quindi occorsi 51 anni per raggiungere la desiderata mèta di comandante di compagnia , accumulando per via il fardello di ben 68 anni di età . Né gli accademici , per dir così , erano i soli a far concorrenza ai vecchi soldati della Repubblica . Oltre ad essi si dovevano contare gli ufficiali sopranumerari , cioè quelli il cui rollo di anzianità era per un motivo qualsivoglia sospeso , i provenienti dai nobili e dai figli degli ufficiali , ed infine i titolati , cioè coloro che in virtù di una grazia sovrana , per benemerenze personali o di famiglia , ricevevano un grado ed i relativi emolumenti senza però disimpegnarne gli uffici . Ingrossata così la schiera dei competitori - talché i cadetti nel 1781 erano cresciuti a 605 , laddove nel 1776 toccavano il centinaio e mezzo appena - il malcontento dei vecchi ufficiali non ebbe più ritegno . « Quando - dice un ' istanza avanzata al Senato dal tenente Teodoro Psalidi , del Reggimento di Artiglieria - dovetti fare le prove anche nelle scienze matematiche , volendo aspirare al grado di capitano - tenente , e mi venne imposto di prestarmi in tali studi che non mi erano mai stati prescritti , mai insegnati dai miei superiori , cui infine non ebbi mai il tempo di applicarmi , mi cadde l ' animo . Pensi dunque l ' E . V . quanto inaspettato mi giungesse il nuovo precetto , grave e difficile , di immergermi in quei ardui studi nel periodo ristretto di 18 mesi , termine alle prove assegnato , e quanto fosse il mio svantaggio rimpetto ai giovani tenenti di me meno anziani , che tratti recentemente dal Militar Collegio di Verona avevano avuta la fortuna di essere da valenti maestri istrutti con ottima disciplina in quelle scienze » ( 61 ) . Nelle armi di linea , si impugnava in luogo delle tesi scientifiche il valore delle prescritte prove , per quanto si riferivano alla parte teorica del regolamento di esercizi e di quello sul servizio delle truppe in campagna . Il Senato ed il Savio , imbarazzati di fronte a questa selva di proteste che rimpinzavano di suppliche e di lagni le voluminose filze del carteggio , ordinarono infine alle commissioni reggimentali di rassegnare i titoli dei candidati e le prove di esame al Savio stesso , acciocché questi potesse giudicare con uniformità , di criteri , come in ultimo appello . Ma non per questo i lagni cessarono : occorreva un rinnovamento profondo di uomini e di principi per porre rimedio al male , e questo rimedio non poteva essere nelle mani della vetusta Serenissima . Era l ' estate del 1796 , quando il Savio alla Scrittura Leonardo Zustinian - già denominato in alcuni reclami con il vocabolo giacobino di cittadino - si risolse di proporre al Senato uno schema di svecchiamento dell ' esercito , mercé una larga applicazione del sistema dei limiti di età , visto che quello degli esami aveva ormai dichiarato la sua bancarotta . « Occorre - diceva il Savio Zustinian al Principe - purgare una buona volta la milizia dagli ufficiali inetti , di età troppo avanzata , ovvero affetti da mali incurabili ... prescrivendo la giubilazione di questi con intera paga del rispettivo grado , a moneta di ogni riparto . E le norme che sembrano da stabilirsi , sono quelle di 70 anni di età per i graduati ( ufficiali superiori ) , di 60 anni per i capitani , capitani - tenenti ed alfieri » ( 62 ) . Ma era troppo tardi . L ' esercito Veneto cadeva giusto allora sotto la rovina della Repubblica , ed i provvedimenti escogitati dal Savio alla Scrittura Leonardo Zustinian non servirono ad altro che a formare argomento di curiosità nella storia della vecchia organica militare dei Veneziani , ed a fornire oltre a ciò un buon esempio atto a comprovare come talvolta ad eguali difficoltà , o molto simili , ad onta dei mutati tempi , si procura di far fronte con espedienti assai affini . * * * Sparpagliati nei diversi presidi d ' Italia e d ' oltremare , gli ufficiali della Serenissima non erano tra loro in eguali condizioni d ' istruzione e di addestramento professionale . Quelli poi che soggiornavano nella Dominante , per le loro occupazioni da guardia oligarchica e per i loro contatti con le primarie cariche dello Stato , godevano di un prestigio che non aveva riscontro con gli altri colleghi dell ' esercito . Lo stesso carattere della milizia veneta - prevalentemente levata per ingaggio - contribuiva oltre a ciò a creare attorno agli ufficiali stessi un ambiente molto affine a quello in cui trascorrono oggigiorno la loro esistenza gli ufficiali di taluni eserciti delle libere repubbliche d ' America . Nullameno , ad onta di queste circostanze poco favorevoli dell ' ambiente - cristallizzato nelle vecchie pratiche e nei vetusti pregiudizi , sopravvissuti ancora dal tempo delle compagnie di ventura e del Quattrocento - la decadenza militare della Serenissima brilla ancora per il nome di qualche ufficiale , salito in fama unicamente per virtù propria ; ciò che è garanzia del suo merito indiscusso . E sono nomi cari non soltanto nel ristretto cerchio della Repubblica oramai moritura , ma eziandio in quello più vasto e luminoso della storia militare italiana . Tra essi primeggia il brigadiere del genio militare Anton Mario Lorgna , da Cerea , fondatore di quel corpo ; architetto , idraulico , topografo e matematico di gran fama , il cui nome va indivisibilmente congiunto alla riputazione del Collegio Militare di Verona , già grande prima della caduta di Venezia , talché non pochi eserciti stranieri facevano a gara nel richiederne gli allievi al Senato ( 63 ) ed egregia anche dopo la caduta , talché non sdegnò di occuparsene il Foscolo . Meritevoli di nota in questo periodo di tempo sono pure i nomi del maggiore di artiglieria Domenico Gasparoni , veneziano , ordinatore del Museo dell ' Arsenale ed autore di una pregevole opera sull ' artiglieria veneta dedicata al doge Paolo Senior ( 64 ) ; del sergente maggiore di battaglia Stràtico , introduttore di considerevoli riforme nei regolamenti militari Veneti , ed infine di Giacomo Nani , per quanto quest ' ultimo appartenga per provenienza alla marina , ma per anima e per circostanze della gloriosa sua camera delle armi all ' esercito , intorno al quale scrisse il volume inedito dal titolo Della Milizia Veneta ( 65 ) e l ' opera perduta relativa alla difesa di Venezia ( 66 ) . Gli stimoli per suscitare una nobile gara di emulazione e di benemerenze tra gli ufficiali Veneti erano ben pochi . Le stesse ristrettezze del bilancio impedivano perfino di assolvere il sacrosanto obbligo contratto dalla Serenissima verso i prodi combattenti sotto le bandiere di Angelo Emo , assegnando loro quel grado e quello stipendio che erano stati decretati dal Senato per merito di guerra ( 67 ) . Per questo titolo - abbenché con molta minor frequenza - si assegnavano agli ufficiali anche delle medaglie d ' oro , con l ' impronta del leone di San Marco , del valore medio di 30 zecchini ( 68 ) . Ma per l ' assenza di clamorose imprese , verso la fine della Repubblica anche questa costumanza , derivata dai tempi eroici , cadde in disuso , sicché se ne ricorda a mala pena qualche raro caso . Tale è quello del capitano Gregorio Franinovich , del Reggimento Cernizza , decorato per speciali benemerenze ed atti di valore compiuti dal detto ufficiale in Levante ( 69 ) . E passiamo al rovescio della medaglia . Le punizioni degli ufficiali Veneti avevano , in prevalenza , il carattere di coercizione morale . Così l ' ammonizione , l ' arresto semplice , l ' arresto più lungo , la sospensione dal grado , la notazione speciale sul libro - registro del servizio - della quale si teneva conto a suo tempo per la compilazione dei titoli di esame - infine l ' esclusione o la sospensione temporanea dalle adunanze , o circoli di persone per grado e per nobiltà distinte ( 70 ) . * * * L ' antica foggia di vestire degli ufficiali era stata riformata nel 1789 sull ' esempio degli Austriaci e dei Prussiani . In seguito a questa riforma introdotta dallo Stràtico , che compilò la relativa « Ordinanza contenente la prammatica e la disciplina relativa all ' uniforme della fanteria italiana » , tutti gli ufficiali veneti , dall ' alfiere al colonnello , dovevano indossare la nuova divisa , non soltanto in servizio ma anche nelle presentazioni , negli spettacoli e nelle pubbliche solennità . Erano comminate punizioni a chi non ottemperasse a questi precetti o alterasse la foggia del vestire . E che tali mancanze non fossero rare , lo attestano le minuziose cure con cui l ' Ordinanza sopra citata prevedeva i relativi casi . « Tutti - soggiungeva l ' Ordinanza - dentro un triennio dovranno avere la nuova uniforme , pena la sospensione dal servizio e la sottomissione a ritenute , finché la nuova uniforme non sia fatta , oltre le notazioni da farsi sul Libro Registro , a pregiudizio dello avanzamento » . La pettinatura degli ufficiali veneti era liscia , con due bucali ( riccioli ) , uno per parte delle tempia , sostenuti dalle forchette che giungevano fino a mezza orecchia : i capelli dovevano essere bene incipriati ( polverizzati ) e la chioma raccolta in una rete ( fodero ) di pelle nera . Il principale capo di vestiario della fanteria italiana era la velada , o abito a coda di rondine di panno blò , foderato di roè bianco ( 71 ) , guarnito di un collarino e di balzanelle , o manopole , pure di panno bianco , adorno di grossi bottoni di metallo dorato con impresso , in cifre romane , il numero del corpo cui gli ufficiali appartenevano ( 72 ) . Gli ufficiali dei fanti oltramarini avevano l ' abito di panno cremisi , come i soldati , e quelli di artiglieria di panno gris di ferro . Nella stagione fredda si indossava da tutti un cappotto di panno bianco , della stoffa di quello usato per il bavero della velada , guernito di bottoni pure di metallo dorato e foderato assai spesso di una buona pelliccia . I calzoni d ' inverno erano di panno blò e nella stagione calda di rigadino bianco forte . L ' abbigliamento degli ufficiali veneti era completato dal colletto di pelle nera lucida , dai manichini di buona tela batista , dai guanti di pelle gialla lavabile , dagli stivali di bulgaro cerato , dagli stivaletti di pelle nera da usarsi in estate , allacciati dalle cordelle , e dal cappello a tricorno . I distintivi di grado si portavano sul cappello . L ' alfiere non recava sopra di esso alcuna distinzione , i tenenti ed i capitani - tenenti si riconoscevano invece per una rosetta , o coccarda , mista d ' oro e di seta azzurra , assicurata sull ' ala sinistra del tricorno mediante un bottone ed un ' asola ( laccio ) di seta nera . I capitani si distinguevano per due rosette simili alle anzi descritte , assicurate sopra ciascun ' ala del copricapo : i sergenti maggiori , i tenenti colonnelli ed i colonnelli infine recavano tutti , senza distinzione alcuna , due rosette come i capitani , intessute però per intero di solo filo d ' oro . Oltre a ciò il bavero degli abiti degli ufficiali superiori era ornato di un largo gallone d ' oro mentre quello degli ufficiali inferiori ne era sprovvisto . Anche i fiocchi delle spade e dei bastoni erano differenti per ogni grado . I bastoni dei subalterni erano guerniti di un pomo d ' avorio , quelli dei capitani di un pomo di metallo liscio dorato : i bastoni degli ufficiali superiori non avevano altro distintivo che un risalto anulare disposto verso l ' attacco del pomo alla canna . Le cinture ed i pendoni ( tracolle ) delle spade erano di pelle bianca lucida , con scudetti di metallo recanti in rilievo l ' emblema del leone di San Marco : gli scudetti degli ufficiali subalterni erano semplicemente inargentati , quelli dei capitani inquartati dentro un ribordo dorato , quelli degli ufficiali superiori infine erano tutti dorati ( 73 ) . Quanto alle armi , abolita definitivamente la picca nel 1790 , le lame delle spade , le fasce ed i puntali dei foderi dovettero , in tutto e per tutto , uniformarsi al modello prescritto dall ' Ordinanza dello Stràtico . * * * Prima di lasciare l ' argomento degli ufficiali veneti , occorre aggiungere ancora qualche cenno che valga a lumeggiare la loro posizione interiormente ed esteriormente all ' ambiente militare del tempo . I sistemi di ingaggio delle truppe - sopravvissuti a Venezia per lunga tradizione fino dall ' epoca delle compagnie di ventura - riflettevano di necessità sugli ufficiali la fisionomia particolare di comandanti non tanto d ' uomini , quanto di custodi di merce acquistata a suon di quattrini dalla Serenissima sul mercato dei soldati di mestiere . Si spiega quindi come , dato tale ambiente , le occupazioni dell ' ufficiale fossero in prevalenza amministrative , anziché tecniche , educative e morali . Le tradizioni del reggimento , i ricordi dei principali fatti di guerra - che solevano tramandarsi egregiamente in Piemonte tra le milizie paesane - non avevano quindi un equivalente riscontro morale tra i Veneti , neppure tra le cerne dei migliori tempi della Serenissima . I soldati di mestiere avevano anzi smarrite tutte queste tradizioni , a motivo dell ' avvicendarsi dei nuovi ingaggiati nei corpi , del frantumarsi dei riparti nelle varie guarnigioni e degli atteggiamenti diversi assunti dalle milizie venete della decadenza , divise di continuo tra il servizio di sentinella , quello ai daziere , di guardia confinaria e campestre , oppure di rincalzo ai satelliti degli Inquisitori di Stato . Epperciò , all ' infuori del comandante di compagnia , il cui compito era quello di amministrare il mezzo centinaio di uomini che la Repubblica gli confidava , per essere equipaggiato , armato e nutrito , nessun altro ufficiale aveva attributi speciali nell ' ordine dell ' educazione e dello apparecchio morale dei propri dipendenti . Neppure il colonnello aveva sotto questo riguardo particolari incarichi ; che anzi , per l ' uniforme costume di ridurre tutto quanto aveva attinenza al soldato al denominatore comune dell ' amministrazione , seguendo la moda del tempo anche nell ' esercito veneto sopravviveva la compagnia colonnella , alle cui funzioni contabilesche non potendo accudire di persona il capo del reggimento venivano da lui delegate ad un tenente anziano , detto perciò capitano - tenente . In analogia si regolava il tenente colonnello ed il sergente maggiore , che avevano pure essi la rispettiva compagnia , confidata figuratamente al governo di un capitano che ne faceva in realtà le veci amministrative in tutto e per tutto . Dal capitano , comeché si trattasse di un vero e proprio possesso individuale , prendevano poi nome le altre compagnie , la cui anzianità e disposizione nelle manovra era fissata dall ' anzianità del rispettivo comandante , dopo la compagnia del colonnello e degli altri ufficiali superiori del reggimento . Il prevalente carattere mercenario delle milizie venete aveva inoltre , da tempo , avvezzi i governanti a considerarle quale strumento ligio all ' oligarchia che le manteneva in vita ; e tale modo di essere - contrario ad ogni libero svolgersi delle attività morali - si rifletteva necessariamente anche sul carattere degli ufficiali . Valgano a questo proposito due ordini di concetti : quello di servirsi degli ufficiali nelle operazioni poliziesche di maggior rilievo , - quale l ' arresto fatto dal colonnello Craina , dei fanti oltremarini , del noto patrizio liberale Zorzi Pisani - e della fiscalità continua esercitata sopra di essi - specie sui comandanti di compagnia - in tutte le manifestazioni amministrative ; ciò che contribuiva a far ritenere gli ufficiali medesimi come asserviti di continuo ad una specie di stato di tutela da parte delle maggiori autorità e magistrature competenti . Ma , ad onore degli ufficiali Veneti , conviene pure soggiungere a questo punto che mai , nelle voluminose filze del carteggio militare della decadenza , si trova citato un caso che giustifichi codesta diffidenza fiscale , la quale d ' altronde era connaturata nei tempi ed in molti eserciti d ' allora , e che si è tramandata per qualche traccia perfino a giorni non lontani dai nostri ( 74 ) . * * * Se la grande massa degli ufficiali adunque - quelli di Linea - trascorreva l ' esistenza morale ed intellettuale in tale angusto cerchio di attribuzioni e di consuetudini , fatto ancora più uniforme dal grigio dell ' inoperosità della decadenza repubblicana , ciò non toglie che qualche altro corpo di ufficiali stessi - a base più ristretta ed a reclutamento più omogeneo , - non intravedesse degli spiragli verso orizzonti più audaci o verso aspirazioni che precorrevano il futuro . Il Collegio Militare di Verona , per le sue relazioni scientifiche con l ' Università di Padova , per l ' indole e la nazionalità di taluni suoi insegnanti , si prestava anzitutto da buon crogiuolo delle nuove idee ed a propalarle nell ' esercito . Fino dal 1764 si lamentava infatti dal Savio alla Scrittura , che tra i giovani dell ' istituto serpeggiassero « dei mali principi , pregiudicievoli alla buona morale , molto più ancora contaminata dalle massime di libertà che vien fatto di credere che si siano nel Collegio disseminate » . Tale sospetto motivò un ' inchiesta , eseguita dal Savio alla Scrittura Marco Antonio Priuli , la quale accertò che tre ufficiali capisquadra del Collegio , « consumavano il loro tempo con la lettura di romanzi e di libri oltramontani , dei quali contribuiscono pure i giovani , avendosi giurata deposizione che si fossero vedute nelle mani di qualche alunno le opere di Volter ( sic ) , e venendo perfino introdotto il sospetto che si leggessero quelle ancora di Niccolò Macchiavello » ( 75 ) . Gli ufficiali modernisti vennero sfrattati dal Collegio di Verona , e la mala pianta delle idee novatrici pareva del tutto spenta quando , nella primavera del 1785 , vi si scoperse una loggia di Liberi Muratori , fondata da Giovambattista Joure , maestro di lingua francese nell ' istituto , allo scopo di diffondere tra i futuri ufficiali veneti i principi delle nuove dottrine liberali , e « di restituire alfine l ' uomo alla prisca libertà naturale , da cui la teocrazia ed il principato lo avevano allontanato » ( 76 ) . A questa loggia « muratoria » militare deve avere partecipato molto probabilmente anche il colonnello Lorgna - poiché le adunanze degli affigliati si tenevano in certe camere dal medesimo occupate in Castel Vecchio - e , certamente , non pochi ufficiali della guarnigione di Verona appartenenti al corpo di artiglieria , come risulta dagli interrogatori del processo , nei quali sono spesso citati il maggiore alle fortezze Solidi e l ' alfiere conte Rambaldo , da Legnago ( 77 ) . Scoperta l ' associazione , gli Inquisitori ( 78 ) sfrattarono subito il maestro Joure dagli Stati Veneti e sbandarono gli ufficiali ascritti alla loggia di Verona in diverse guarnigioni di terraferma ed oltremare . Nullameno , i germi diffusi dal Joure nel maggior istituto militare della Repubblica lasciarono traccia oltre al rogo dei libri e dei registri della loggia ordinato dagli Inquisitorì , ed essa traspare nel continuo fermento cui andò soggetto il collegio , da quell ' epoca fino alla violenta sua soppressione accaduta per opera del generale Rampon , a metà luglio del 1796 . Il desiderio di riforme era dunque la spinta principale di quei moti , intesi « a sovvertire l ' attuale spirito di concordia , di pace e le leggi della sottomissione e del buon ordine che furono naturalmente stabilite » e di realizzare infine « delle novità nei metodi nello insegnare ... non volendo ufficiali ed alunni più vivere soggetti » ( 79 ) . Pure anche questi germogli di giacobinismo , cresciuti come pianta sporadica all ' ombra delle torri merlate del castello Scaligero di Verona , dovevano un giorno tornare utili alla Repubblica ( 80 ) . E ciò avvenne quando si trattò di spedire i primi messaggeri di pace al generale Buonaparte , sotto Brescia ; messaggeri che il Senato volle servilmente prescelti fra gli antichi allievi del Collegio Militare veronese , nella speranza che il ricordo delle relazioni « muratorie » , perseguitate un tempo e ritornate in onore per la circostanza , valesse a propiziare loro ed alla Repubblica l ' animo del conquistatore ( 81 ) . E questi ufficiali furono il colonnello Giovanni Francesco Avesani ed il capitano Leonardo Salimbeni , inviati il 27 maggio 1796 a Brescia con il mandato di implorare grazia da Buonaparte per l ' avvenuta occupazione di Peschiera , fatta pochi giorni avanti di sorpresa dagli Austriaci . Di ufficiali inferiori dell ' esercito infine , coimplicati in movimenti politici , non si trova traccia nel carteggio della decadenza militare veneta . E questo serve da conferma , tanto del carattere di guardia oligarchica - conservato dall ' esercito stesso fino alla rovina del governo della Serenissima - quanto della infondatezza del timore da alcuni nutrito che esso avesse potuto tralignare in mano di audaci e di novatori . L ' espressione di questo sospetto di tradimento - naturale d ' altronde in ogni organismo inesorabilmente votato alla rovina - si trova in talune « polizze » anonime trovate nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato durante l ' anno 1796 ( 82 ) . Queste « polizze » insinuavano di diffidare dell ' ottuagenario tenente generale Salimbeni , comandante in capo delle milizie venete raccolte sotto la piazza di Verona e dei suoi figliuoli , tra i quali era il capitano Leonardo citato più sopra . Uno di questi foglietti così diceva : « Non prestar fede al generale Salimbeni » . Un altro ancora proclamava : « Governo , nò ve fidè del generale Salimbeni , Recordève del Carmagnola » . Un terzo riproduceva il rozzo disegno di una forca , con la scritta : « Per il general Salimbeni » . Un ultimo infine insinuava : « Il tenente generale Salimbeni è giacobino coi figli ed adora solo l ' oro , Governo , guardatevi che non vi tradisca essendo più francese che suddito » . CAPO IV . Le truppe assoldate . Tra il principio dell ' assedio di Mantova e le giornate di Lonato e Castiglione i fanti oltremarini , per comando espresso dal generale Buonaparte , furono clamorosamente allontanati da Verona . Questi soldati - denominati volgarmente Schiavoni - raccolti in buon numero in quella città ( 83 ) andavano di certo a contraggenio al giovane generale francese . Forse egli li riteneva una specie di guardia pretoriana , ed imbevuto di studi e di prevenzioni sul governo dispotico degli antichi Stati d ' Italia , ne deve avere desiderato lo scioglimento come un impegno civico commesso alla sua opera ed a quella del Direttorio di Francia . Rispondendo ad analogo concetto il generale Schérer , sul finire del 1795 , aveva imposto lo scioglimento dei corpi còrsi alla Repubblica di Genova ( 84 ) . L ' indisciplina degli Schiavoni era d ' altronde grande , documentata perfino dalle attestazioni del generale Salimbeni . Essa poteva prorompere ogni momento ad eccessi e costituire il focolare dei mal repressi spiriti di malcontento che serpeggiavano tra le popolazioni veronesi , taglieggiate , angariate , violentate nelle persone e negli averi . Certo , sotto questi riflessi , Buonaparte divinava in qualche misura l ' esplosione cittadina delle Pasque Veronesi . Anche le esigenze militari imponevano urgentemente ai Francesi di premunirsi da tale minaccia . La fortezza di Verona era diventata , ai primi di luglio del 1796 , la loro principale base d ' operazione contro l ' esercito mobile degli Austriaci e contro la piazza di Mantova , il punto d ' appoggio contro gli sbocchi dal Tirolo e dalla Val Sugana , la tappa intermedia dal Milanese e dal Bresciano nella vagheggiata marcia dei Francesi alla volta di Venezia , del Friuli e dei confini occidentali dell ' Impero ( 85 ) . Occorreva perciò rompere subito gli indugi ed in quest ' arte Buonaparte era maestro insuperabile . Il caso di un ufficiale francese ucciso per le campagne di Villafranca , qualche borseggio , qualche rissa accaduta fra gli oltremarini mal compresi dai soldati di Francia non famigliari con l ' idioma illirico , porsero l ' occasione propizia per imporre al Senato di sfrattare da Verona le casacche cremisine dei fidi dalmati . Al generale Massena toccò di apparecchiare l ' animo dei Veneti alla grave rinunzia . « Il est temps enfin , monsieur le provvediteur » - così scriveva quel generale a Nicolò Foscarini , il 4 luglio 1796 - que les assassinats que vos soldats ne cessent de commettre envers les miens , finissent . Le général Rampon , commandant à Veronne , m ' a dejà rendu compte que plusieurs de nos volontaires avoient été assassinés a coups de stilet , ou de sabre , par vos Esclavons » [ 86 ] . Tre giorni dopo Massena ribadiva ancora la sua tesi con cresciuta insistenza e protervia : « Par les piéces ci jontes Vous verrez que les assassinats continuent , et que les ordres que je presume que Vous avez donné pour les reprimer ne sont nullement suivis . Je Vous previens que si ces horreurs ne finissent pas , je ne pourrai plus Vous répondre des suites funestes q ' elles causeront infalliblement » ( 86 ) . Infine , dopo il cupo rombo della tempesta lontana , venne il guizzo della folgore . L'8 di luglio Buonaparte indirizzava al provveditore Foscarini la lettera che segue : « Il y a entre la troupe française et les Esclavons une animosité que des malveillaux , sans doute , se plaisent à cimenter . Il est indispensable , Monsieur , pour eviter des plus grands malheurs , ainsi facheux que contraires aux intéréts des deux Republiques , que Vous fassiez sortir demain de Veronne , sous les pretexes les plus specieux , les bataillons d ' Esclavons que Vous avez dans la ville de Veronne » ( 87 ) . L ' espressione della volontà del vincitore era chiara e precisa e non ammetteva replica . Essa si fondava per di più sulla presunzione che il contingente illirico stanziato a Verona fosse di molto superiore al mezzo migliaio di dalmati che vi teneva effettivamente guarnigione sui primi di luglio . Epperciò ogni tentativo per far recedere Buonaparte dalla determinazione presa riuscì vano , ad onta che il provveditore Foscarini , col collega Battagia , si fossero adoperati coi modi più soavi ed insinuanti a produrre l ' effetto bramato . « Ciò però non servì ad altro - aggiungevano i provveditori - che a far prendere a Buonaparte un tuono ancora più deciso , sicché abbandonando quelle maniere piacevoli colle quali ci aveva in prima accolti , disse che era tempo oramai che cessassero tutti gli scandali , e che fosse tolta radicalmente l ' occasione a querele ... e che senza dilazione di sorta gli Schiavoni si rimpiazzassero con Italiani , in quel numero che fosse piaciuto . Che egli poi ( Buonaparte ) non si curava di esaminare chi tra gli Schiavoni o Francesi avesse ragione o torto , che non dovevamo però ignorare che scambievole era tra queste due nazioni il livore e lo spirito di vendetta . E facendoci intendere che era necessitato di occuparsi di altri affari , ci obbligò subito a congedarci » ( 88 ) . Ai due rappresentanti di un potere oramai morituro messi così duramente alla porta , tra la vergogna del sottomettersi e l ' incertezza dell ' esito in una reazione improvvisata senza la ferma volontà di rinsanguarla con il braccio e con la fede , il primo partito parve più prudente e conforme alle necessità dell ' ora . E gli Schiavoni , all ' alba del 9 di luglio - come Buonaparte aveva voluto - uscirono da Verona di soppiatto , come fuggiaschi di fronte alla fatalità di un destino che incombeva sul loro capo come su quello dei governanti della Serenissima . Le casacche cremisi , che mai avevano indietreggiato per lungo volgere di anni di fronte alla furia turchesca , cedevano ora misteriosamente terreno come pressati dall ' avvento delle nuove età . Sotto questa oscura minaccia il passato , quasi fatto persona in quegli ultimi soldati fedeli della Signoria , pareva ripiegarsi su sé medesimo , come dentro le pieghe della vermiglia bandiera della Repubblica . Tre compagnie del reggimento oltremarino Medin si trasferirono a Vicenza e quattro a Padova , « attendendo in quelle città gli ultimi ordini dell 'Ecc.mo Senato » . Lo stesso giorno 9 di luglio 1796 , le artiglierie del generale francese Rampon salivano indisturbate sui rampari della fortezza di Verona e , con gesto violento , si surrogavano alle armi paesane che vergognosamente si erano date alla latitanza . Così uscirono gli Schiavoni da Verona . Vi dovevano però ritornare quasi un anno appresso , nel crepuscolo sanguinoso delle Pasque Veronesi , per tingere di rosso quella scena drammatica con cui la Serenissima doveva chiudere il suo lungo e glorioso dominio in terraferma ( 89 ) . * * * Gli oltremarini costituivano le milizie assoldate per eccellenza della Repubblica . Corrispondevano un poco agli Svizzeri , con i quali quei soldati di mestiere avevano comuni lo spirito di ventura , la tenacia delle tradizioni militari e la religione della fede giurata ; sentimenti tutti che , saldamente ed atavisticamente , si trasmettevano tra le milizie dalmate come un vero e proprio culto per la Signoria . E la Signoria - quella dello splendore del Cinquecento - ben sicura di questo lealismo e di questa fede , il cui eco non è ancora del tutto spento sull ' altra riva dell ' Adriatico , aveva confidato agli oltremarini la custodia e la difesa delle fonti della sua ricchezza e della sua gloria : il presidio de ' propri navigli quale fanteria di marina , la guardia delle stazioni commerciali più esposte alle incursioni musulmane , la difesa delle teste di tappa sulle strade commerciali più sensibili e rimunerative per i traffici veneziani , infine il servizio da scolta più disagioso e pericoloso sui castelli sperduti in mezzo all ' aridità delle Alpi Dinariche . Gli oltremarini si distinguevano tra la milizia veneta per il loro armamento pesante da arrembaggio , costituito da una grave e lunga spada detta palosso - corruzione della pallasch degli Imperiali - munita di un ' impugnatura a più else , e per la loro vistosa assisa di panno cremisino , ornamento delle navi parate a festa nelle solennità del Bucintoro e segno da raccolta nelle mischie navali più aspre e serrate . Si ingaggiavano , come tutti i soldati mercenari della Repubblica , esclusivamente nei domini di oltremare , d ' onde traevano il loro nome da battaglia : illirico era il loro linguaggio ed i comandi militari . I capi - leva si occupavano del loro reclutamento - edizione senza confronto migliore e corretta dei racoleurs dell ' antico regime - anzitutto perché questo ufficio era disimpegnato da ufficiali , in secondo luogo perché era espressamente vietato nello ingaggiare le reclute di usare lusinghe per indurle più facilmente ad imprendere il pubblico servizio . « Tutte le reclute - dicevano infatti le capitolazioni dei capi - leva - dovranno essere volontarie e non ingaggiate con frode o con ubbriacarle , sotto pena a chi avesse ingaggiato con frode alcuna recluta , di essere casso immediatamente dal rollo della compagnia ( di leva ) e spedito in Levanto per anni sei in figura di soldato ; ed essendo incapace del servizio , di essere condannato in prigione ad arbitrio di S . E . il Savio alla Scrittura , dovendo i soldati rimettersi ad incontrare il pubblico servizio di buon genio e di tutta loro buona volontà » ( 90 ) . D ' altronde le tradizioni militari dei Dalmati ed il prestigio che aveva presso di loro il veneto governo , disimpegnavano ampiamente gli ingaggiatori dal ricorrere a queste arti subdole . Tra i capi leva in Dalmazia godeva anzi di bella fama , ai tempi di Angelo Emo , il tenente colonnello Carlo Marchiondi ( 91 ) . I capi - leva si aggiravano per le borgate e le campagne di oltremare a far l ' incetta d ' uomini , coadiuvati da provetti subalterni esperti nella lingua illirica , e l ' attività loro si esplicava rispetto allo Stato pressoché nell ' orbita di un vero e proprio appalto da privative ( 92 ) . La levata regolavasi mediante apposite capitolazioni accettate dalle due parti contraenti , l ' ingaggiatore a nome del governo e l ' ingaggiato . Le reclute dovevano contare « almeno 4 piedi ed 8 oncie di statura , ( metri 1,622216 ) ( 93 ) avere un ' età compresa tra i 16 ed i 40 anni , essere sani , senza alcuna imperfezione di corpo , parlare l ' illirico , non essere disertori dalle pubbliche insegne , non avere infine esercitato mai alcun mestiere infame ( 94 ) » . All ' atto dell ' ingaggio e dopo la visita « di un chirurgo stipendiato dal pubblico o dalla comunità , il quale era tenuto inoltre a risarcire in ogni caso la Signoria col suo stipendio di qualunque frode » , la recluta contraeva la . ferma di sei anni di servizio continuo sotto le bandiere . Ammassati - come si diceva allora - i nuovi oltremarini , si suddividevano nei diversi riparti territoriali della Serenissima . Quelli destinati alla Dalmazia erano nuovamente visitati dal provveditore della provincia residente a Zara , quelli assegnati a prestare servizio sulla squadra dal Capitanio del golfo , quelli infine destinati alla Terraferma dal Savio alla Scrittura , al Lido di Venezia . Non appena le anzidette autorità avevano riconosciuta la piena attitudine al servizio de ' nuovi inscritti , questi si descrivevano sui pubblici rolli , d ' accordo con gli inquisitori competenti , e da quel punto cominciavano a decorrere gli assegni in conto della forza bilanciata della Repubblica . Con queste pratiche di accentramento amministrativo e di controllo , l ' esercito veneto andava sicuramente esente dalla piaga dei passavolanti . Gli assegni dei nuovi soldati erano di doppio ordine , verso i medesimi e verso i loro impresari . Ogni ufficiale ingaggiatore riceveva infatti per ciascuna recluta riconosciuta idonea 22 ducati , se destinata alla Terraferma e 20 ducati se assegnata alla Dalmazia o al Golfo . Su questo premio poi si dovevano prelevare 12 ducati per l ' uniforme ordinaria la quale , in omaggio alla vecchia tradizione feudale dalmata - che ancora sussisteva tra le sopravvivenze formali - doveva essere fornita insieme al nuovo soldato dall ' ufficiale capo - leva , laddove l ' uniforme cremisi di parata era somministrata dal rispettivo comandante di compagnia . Rimanevano così in attivo ai capo - leva dagli 8 ai 10 ducati di guadagno per ciascuna recluta , vale a dire dalle 32 alle 40 lire , a secondo del corso della moneta ; ciò che costituiva il lucro di tali operazioni . * * * Seguiamo ora la nuova recluta oltremarina nelle sue peregrinazioni e tra le strettoie della fiscalità amministrativa del tempo . I trasporti a Venezia si eseguivano con le cosidette manzere , barche onerarie della specie dei trabaccoli e generalmente usate dai beccaj di Venezia per trasportare colà i buoi da macello ( manzi ) dalle province d ' oltremare . Ordinariamente i trasporti si effettuavano dagli scali di Spalato , di Traù , di Sebenico e di Zara . Sul littorale del Lido - vera e propria caserma di passaggio dei soldati della Serenissima ( 95 ) - i nuovi Schiavoni ricevevano , nell ' attesa di essere sbandati o assegnati ai corpi , un ' istruzione sommaria . Poi , per via d ' acqua , si trasferivano a Fusina e Padova , d ' onde si iniziava il loro faticoso pellegrinaggio per raggiungere i corpi cui erano stati destinati , nel Veronese , nel Bresciano e sui lontani confini del Bergamasco . La paga mensile era di 31 lire venete ( 96 ) - oltre il biscotto per uso di barca che gli Schiavoni ricevevano sempre in omaggio alle loro tradizioni originali di servizio sulle pubbliche navi - laddove i fanti italiani , ossia gli ingaggiati nei paesi di Terraferma , avevano il pane . Con questa somma , pari a circa 16 lire odierne ( 97 ) , lo Schiavone doveva soddisfare le voraci brame del fisco , del proprio comandante di compagnia , e provvedere infine al proprio vitto durante il mese . Egli doveva cioè lasciare 8 lire venete per la massa vestiario , 2 e mezza al comandante di compagnia che lo riforniva dell ' abito cremisi di parata , sborsare oltre a ciò l ' importo dell ' olio per l ' illuminazione delle camerate , della terrabianca ( bianchetto ) per tenere monde e pulite le buffetterie e le parti bianche dell ' uniforme , comperare il grasso , il lucido per le scarpe e perfino i piccoli oggetti di pulizia personale . Restavano così allo Schiavone poco più di 15 lire venete al mese per sfamarsi , eguali a 7 e mezzo delle attuali . I compensi dei soldati veneziani non erano quindi molto lauti . Invano i Savi alla Scrittura avevano rappresentato al Senato la necessità di aumentare l ' assegno della truppa , ma le strettezze finanziarie lo avevano vietato sempre . Ed i comandanti di compagnia - tra l ' incudine delle masse vestiario oberate ed il martello delle cariche superiori che esigevano negli Schiavoni « velade » sempre fiammanti - picchiavano sul grigio del ferro che tenevano tra le mani , cioè sulle masse dei loro dipendenti , il cui peculio castrense di 7 lire e mezzo si assottigliava allora ancora di più . Il Senato in molte di queste circostanze soleva venire in soccorso , ma a beneficio dei comandanti di compagnia piuttosto che dei soldati , specie al caso di mostre straordinarie , di passaggi di principi e di visite . Così essendo di passaggio per Udine nel gennaio del 1782 i principi imperiali di Russia , sotto il nome di principi del Nord , e volendosi in quella circostanza che la compagnia del capitano Borissevich , dei fanti oltremarini Cernizza , destinata loro per scorta d ' onore si presentasse nella maggiore militare decenza , il Senato trovò giusto di compensare quel capitano delle maggiori spese incontrate nella circostanza per il corredo della truppa con 120 ducati di valuta corrente ( 98 ) . In queste strettezze , diventate sempre più acute verso la caduta della Repubblica per l ' abbandono deplorevole delle cose della guerra , la merce uomo scadeva quindi sempre più sul mercato dei soldati di mestiere . Così convenne transigere con le prescrizioni delle capitolazioni ed ammettere nella truppa schiavona « li vagabondi e li malviventi , nonché i banditi che disturbano ed infestano la Dalmazia , provvedimento suggerito dell ' attual Provveditore Generale con plausibili argomenti di carità verso i sudditi e di sicurezza di transito sulle pubbliche strade di quella provincia , ed in vista di rendere utile in qualche modo allo Stato tale sorta di gente scorretta ed indisciplinata » ( 99 ) . Il corpo dei Travagliatori - o compagnie di disciplina istituite nel 1785 per sfollare i riparti dai più torbidi elementi raccolti dai capi - leva - alleviò alcun poco l ' esercito della Serenissima da questo còmpito d ' istituto di correzione ( 100 ) . Ma il male aveva troppo salde e profonde radici perché questo provvedimento , escogitato dal Savio alla Scrittura Francesco Vendramin , potesse sortire a buon esito . Anzitutto il male travagliava le milizie prezzolate con il tarlo roditore delle diserzioni . Dal 1° settembre 1780 al 1° febbraio 1784 , abbandonarono le insegne nei reggimenti oltremarini ben 662 soldati : dal 1° marzo 1785 al 1° settembre 1789 ne disertarono altri 1129; e ciò sopra una media di 3500 uomini presenti in quel torno di tempo nei reggimenti oltremarini ( 101 ) . Con queste cifre significative alla mano , si spiega il grido d ' allarme gittato non molto prima dell ' arrivo dei Francesi nel Veneto dal generale Salimbeni ; grido che se parve a taluno troppo pessimista a tal ' altro sembrò perfino sospetto di fellonia . Ed i bossoli del Maggior Consiglio e del Senato , come si è detto più sopra , ne sanno qualche cosa . « I nostri vecchi soldati - scriveva il Salimbeni al Savio alla Scrittura Iseppo Priuli - sono oramai diventati sentina d ' ogni vizio . Bisogna separarli nelle fazioni della piazza ( di Verona ) dalle cernide , ma non è possibile di separarli anche nei quartieri dove hanno alloggio in comune » ( 102 ) . Ed il Salimbeni proponeva sommessamente al Savio di allontanare gli Schiavoni più facinorosi da Verona , e più specialmente le compagnie dei capitani Missevich e Valerio , « le quali venute dalla Dalmazia sono da sostituirsi con altre ... per preservare le cernide dal contagio dei vizi » . Il Savio Iseppo Priuli non ascoltò la proposta ed il destino serbava a Buonaparte di farla accogliere con la forza . * * * Gli Oltremarini erano ordinati in 11 reggimenti contrassegnati dal nome del rispettivo comandante oppure da quello del circolo di reclutamento più cospicuo . Nel piedilista del 1° settembre 1776 quei corpi erano descritti come segue ( 103 ) : Reggimento Bubich , Selich , Scutari , Sinj , Matutinovich , Craina , Minotto , Rado , Macedonia , Dandria e Bua . Ciascun reggimento contava di regola 9 compagnie , o raccolte per intero in uno dei grandi riparti territoriali della Serenissima , o suddivise tra i riparti medesimi e le navi armate . Faceva però eccezione da questa regola il reggimento degli oltremarini del circondario di Sinj , il quale contava 11 compagnie ripartite nelle province d ' Italia e di Dalmazia . La maggior forza di questo corpo era dovuta all ' importanza militare del territorio nel quale esso si levava , ed al valore e numero dei castelli di frontiera che in esso esistevano ( Spalato , Salona , Clissa , Sinj ecc . ) . Secondo le tabelle organiche di formazione , approvate dal Senato , il reggimento di oltremarini non doveva superare la forza di 432 uomini , ciò che stabiliva l ' effettivo delle compagnie in una media di 54 presenti ognuna . Tale forza non era però mai effettiva , neppure nei periodi di neutralità o durante i mesi del completo armamento delle due squadre , grossa e sottile , quando trattavasi cioè di spedizioni marittime o di crociere di maggiore rilievo . Così nel 1787 , al tempo delle imprese di Angelo Emo , presero imbarco il 1° marzo del detto anno sulle navi armate in guerra ben 19 compagnie di fanti oltremarini , ma essendo tale contingente troppo scarso nella sua forza complessiva di un migliaio di uomini appena , convenne ricorrere al complemento dei reggimenti italiani , i quali fornirono altre 12 compagnie alla squadra , oltre alle 19 fornite dagli Schiavoni . Alla vigilia dell ' arrivo dei Francesi nel Veneto gli oltremarini avevano 24 delle loro compagnie dislocate in Terraferma , con una forza complessiva di 1648 uomini compresi i rinforzi dovuti alle craine ( 104 ) . Tutte queste compagnie erano ripartite come segue : A Verona , Legnago e Peschiera 9 , a Brescia con il castello di Orzinovi 4 1/2 ( 105 ) , a Bergamo e contado 3 , a Crema mezza compagnia , al Lido , con Chioggia e Capo d ' Istria 7 compagnie . * * * I soldati del tempo oziavano molto , e nell ' ozio sfibrante e prolungato che li logorava gli elementi più torbidi degli ingaggiati avevano modo di compiere un vero e proprio corso di perfezionamento . L ' azione degli ufficiali non rappresentava di certo alcun freno in questi moti , perché essa si limitava al controllo delle cifre sui registri , alla sorveglianza del maneggio d ' armi nei cortili delle caserme e dei castelli , e si arrestava alla soglia delle camerate che perciò restavano abbandonate a sé medesime ed ai propri inquilini in un vero stato di abbiezione morale e di miseria materiale . Al tocco del tamburo , che batteva la diana ogni mattina all ' alba , cominciava il giornaliero servizio sulle navi armate e nelle caserme . I soldati si levavano dai loro giacigli , composti di regola della semplice schiavina , o rozza , coperta da letto gittata semplicemente sulle nude tavole , o più spesso sul terreno sul quale essi dormivano quasi sempre vestiti . I paglioni , o pagliericci , vennero a mitigare la durezza di queste vita dei soldati della Serenissima soltanto verso la sua fine , e più precisamente a principiare dall ' anno 1781; e furono limitati dapprima ai presidi delle più notevoli fortezze ed in particolari circostanze di servizio ( 106 ) . Le guardie rappresentavano il pensiero dominante della vita di guarnigione , epperciò il soldato semplice era anche denominato con l ' appellativo di fazioniere , come che quello fosse il suo ufficio esclusivo . Nel servizio territoriale era impiegato ordinariamente un terzo della forza , del qual costume è rimasta traccia fino ai giorni nostri nella norma regolamentare la quale prescrive che il soldato debba avere almeno due notti libere per una passata in sentinella . Le esigenze della società del tempo , il grande numero delle magistrature militari e la frequenza delle risse tra i soldati moltiplicavano a dismisura i posti di guardia . Così vi erano gran - guardie nelle principali piazze delle città fortificate , guardie d ' onore alle primarie cariche militari del luogo , agli ufficiali superiori del reggimento , e così via . Valga ad esempio il seguente specchio delle guardie della città di Verona , nell ' anno 1794 ( 107 ) : MUTE GUARDIE E PORTE Capi - tani Subal - terni Ser - genti Capo - rali Tam - buri e pifferi Fazio - nieri Totale Artiglieri Guardia di S . E . il capitano e podestà ( 108 ) - - 2 1 2 2 37 44 Croati Guardia detta di cavalieri al medesimo . - - - - - - 1 - - 11 12 Italiani Guardia di S . E . il tenente generale comandante ( 109 ) 1 2 1 1 2 24 31 Guardia alle bandiere dei reggimenti - - - - - - 7 - - 35 42 Picchetti dei reggimenti - - 5 - - 6 - - 36 47 Gran Guardia 1 1 1 2 2 24 32 Porta Nuova - - 1 1 1 1 20 24 Porta San Zeno - - 1 1 1 1 20 24 Porta Vescovo - - 1 1 1 1 20 24 Oltramarini Porta San Giorgio - - 1 1 1 1 16 20 N . 2 pattuglie - - - - 2 2 2 16 22 Castello San Felice - - - - 1 1 - - 8 10 Id . San Pietro - - - - - - 1 - - 6 7 Ospedale delle Milizie - - - - - - 2 - - 8 10 Guardia in Ghetto - - - - - - 1 - - 5 6 2 14 10 30 12 279 355 Né è forse fuori luogo ricordare a questo punto anche il servizio di guardia che le truppe prestavano nelle isole e nell ' estuario di Venezia , nel 1792 ( 110 ) . Guardia al Lido , 44 uomini ; appostamenti e feluche di sanità al Lido , 24; feluca S . Erasmo , 8; feluca Tre Porti , 8; Falconera , 8; Carvale , 8; Porto Quieto , 8; sciabecco del canale dei Marani , 12; feluca del canale dei Marani , 12; due feluche a Poveglia , 16; feluca S . Pietro in Volta , 8; feluca di Fisolo , 8; feluca delle urgenze 8; fusta , 24; sciabecco Po di Goro , 48; feluca Po di Goro , 8; feluca Malamocco , 8; seconda feluca di Malamocco , 8; servizi vari di guardia alle reclute , alle caserme ecc . , 60 . Totale , 308 uomini comandati a Venezia e nell ' estuario in giornaliero servizio da « fazionieri » . * * * Al distacco della guardia , fatto con solennità intorno al mezzodì , tutta la truppa prendeva le armi . Si faceva l ' appello per segnalare i disertori , si leggevano gli ordini , si dava una sommaria occhiata alle armi ed agli abiti , dopo la quale funzione la vita militare formale cessava di regola per riprendersi l ' indomani alla medesima ora . Restava la grigia monotonia della vita di caserma . Con quei pochi soldi che rimanevano ancora nelle mani dell ' oltremarino , dopo il passaggio sotto le forche caudine del fisco e del comandante di compagnia , egli doveva rifocillarsi . E disinteressandosi ancora lo Stato dal fornire il vitto ai propri soldati - all ' infuori del biscotto agli oltremarini e del pane agli altri - v ' era taluno che lo surrogava in quest ' opera con ingordigia ed esosità , di guisa che il misero peculio castrense dei soldati di mestiere veniva ad assoggettarsi per questo ad una nuova ed estrema decimazione . Esistevano all ' uopo sulle navi armate e nelle caserme i così detti bettolini , specie di vivanderie esercitate assai spesso da loschi personaggi , nelle quali i soldati si provvedevano dei generi di prima necessità ed anche delle vivande confezionate . A coloro poi cui le strettezze non consentivano di procurarsi le vivande confezionate , i bettolieri fornivano gli arnesi di cucina per apparecchiare di solito la classica polenta ed un misero intingolo per companatico , e ciò previo un piccolo compenso che lo scarso nucleo degli utenti corrispondeva a titolo di noleggio degli arnesi stessi all ' esercente del bettolino . Delle norme - ossia terminazioni - regolavano il servizio di queste vivanderie , specie sulle pubbliche navi , ma l ' ingordigia dei bettolieri era assai spesso più forte anche delle terminazioni . Lo sconcio era anzi giunto a tal segno , poco avanti alla caduta della Repubblica , da indurre il generale Salimbeni a proporre al Savio alla Scrittura dei provvedimenti radicali in materia : « Bisognerebbe - egli diceva - assegnare ad ogni camerata di 10 soldati almeno una caldaia da polenta , una secchia di larice cerchiata ed una tavola per rovesciarvi di sopra la polenta stessa ... Sarebbe inoltre desiderabile , per liberare il soldato dall ' obbligo che ora ha di spendere la mòdica sua paga in una bettola , o bettolino , con grave danno della disciplina e peso della sua sussistenza , di fornire anche la legna necessaria per cucinare il cibo . Con questi mezzi si potrebbero tener uniti i soldati , lontani dalle osterie , dove è forza che dimentichino la loro nativa semplicità e contraggano il mal costume » ( 111 ) . Il governo disciplinare risentiva fortemente degli effetti di questo colpevole regime di abbandono e di trascuranza , acuito dalla fiacchezza dei tempi . Abolita virtualmente la bastonatura sull ' ultimo quarto del secolo XVIII , restava la prigionia e la condanna al remo , la punizione classica delle milizie della Repubblica marinara la quale ne usava sempre con molta larghezza . La pena della galera o del remo era solitamente inflitta ai disertori , ma anch ' essa aveva perduto sulla fine della Repubblica molta parte del suo prestigio , per essersi assottigliato il numero delle navi armate e ridotta a poca cosa la loro navigazione . La punizione alla galera era così diventata un succedaneo della prigione ordinaria . Circa questa bancarotta del governo disciplinare e dei suoi freni , basti dire che molti disertori preferivano la condanna al remo al servizio militare , triste preferenza che illumina l ' ambiente dell ' epoca . « Considerano infatti i soldati - dice un documento - una breve condanna al remo assai meno pesante della vita militare , stentata , faticosa e prolungata per un più lungo periodo di tempo » ( 112 ) . La disinvoltura , con cui affrontavasi questa pena appare infine nei trucchi che solevano usarsi , alla caduta della Repubblica , per gabellare al Savio alla Scrittura i premi promessi a colui che restituisse alle insegne un disertore . Si accordavano per questo in un medesimo corpo due soldati , l ' uno s ' infingeva di abbandonare le bandiere , l ' altro di scoprirlo in un rifugio convenuto in precedenza ; « sicché colludendo notoriamente assieme captori e fuggiaschi tra loro si dividevano il premio assegnatosi ai primi ... Onde sarebbe utile , in luogo di dare il premio a questi captori , di servirsi al caso dei metodi usati dagli esteri eserciti , cioè di obbligare le terre , ville e paesi , ad arrestare i fuggiaschi e condurli senza mercede alcuna alle pubbliche forze , con la cominativa che venendo scoverto in qualsivoglia tempo e modo negletto il fermo di qualche disertore , sarebbe obbligato il villaggio o terra a supplire alle spese incontrate dalle pubbliche casse per il mantenimento e vestiario di un altro soldato » ( 113 ) . Quanto si disse fino ad ora trattando più particolarmente degli Oltremarini può riferirsi anche all ' altra specie di milizia pedestre ingaggiata , cioè agli Italiani . Questi si levavano nei domini della Serenissima in Italia e nell ' Istria Veneta e si raccoglievano al Lido d ' onde , accertata la loro idoneità alle armi , « in tempo di pace , in tempo di guerra , che Iddio non voglia , o di neutralità » erano « sbandati » nelle diverse guarnigioni di terraferma . Gli itinerari delle nuove reclute erano minutamente stabiliti nei capitolati dei capi - leva e circondati da cautele , tutte intese a far giungere sicuramente a destinazione la preziosa merce dei soldati di mestiere , incerti in questi primi passi tra la rude alternativa di seguire una strada intrapresa di mala voglia , oppure di abbandonarla al suo inizio medesimo . Drappelli di croati o di dragoni , oltre la scorta dei soldati delle compagnie di leva , accompagnavano in queste marce le giovani reclute che , così guardate , potevano rassomigliarsi in tutto e per tutto ad un triste convoglio di prigionieri di guerra . Partiti dal littorale del Lido , cioè dal deposito di reclutamento , i nuovi fanti italiani facevano una prima tappa al Castello di Padova che , in molti rispetti , funzionava da deposito succursale del Lido . Dopo una breve sosta in quell ' antico maniero , le reclute destinate a proseguire il loro èsodo continuavano nel cammino fino agli estremi presidi della Serenissima , cioè fin sulle rive dell ' Adda e dell ' Oglio . Talvolta queste tappe erano abbreviate da qualche trasporto per via d ' acqua dal Lido a Chioggia , e di qui con i barconi ( burchi ) a ritroso dell ' Adige fino a Verona . Ma erano casi poco frequenti e subordinati in ogni modo alla occasione di qualche grande trasporto militare da Venezia alla grande piazza di terraferma ( 114 ) . * * * La fanteria italiana surrogò nel 1775 il tricorno , che aveva portato in giro con qualche gloria nelle campagne di Morea sotto il Morosini , con un caschetto di pelle di vitello adorno di una « placca de otton . » In quella circostanza le compagnie di granatieri degli stessi fanti - create assai tempo prima - ebbero dei berrettoni di pelle d ' orso sul modello francese , guarniti di fiocchi azzurri e della « placca » con l ' impronta del leone di San Marco . Pure in quel torno di tempo il colore bianco degli abiti della fanteria italiana - che ne era stato a lungo il distintivo caratteristico , come il cremisi lo era stato per gli oltremarini ed il grigio ferro per gli artiglieri - venne sostituito dal panno azzurro . Così le vecchie velade e bragoni di panno bianco cedettero il campo ad abiti di colore e di taglia alquanto più succinta , chiusi sul davanti da bottoni metallici fin sotto alla cravatta ; e ciò per ovviare all ' incomodo svolazzamento delle falde e per meglio riparare il soldato nella cattiva stagione . Tale riforma aveva anche una portata economica , perché il nuovo abito meglio serrato alla vita del fante rendeva possibile l ' abolizione delle così dette camiciole , o corsetti di colore che si usavano sotto la «velada.» Il soldato portava una cravatta di pelle nera , due incrociature , o bandoliere di bulgaro , una per sorreggere il tasco o bisaccia , l ' altra per sostenere la baionetta . Le cartucce - venti di regola - costituenti il munizionamento del fante italiano erano riposte nel tasco . Il governo amministrativo della fanteria italiana si differenziava in qualche parte da quello dell ' oltremarina . Un sostanziale divario concerneva anzitutto il vestiario , che nell ' italiana era fornito dallo Stato e mantenuto dai comandanti di compagnia , laddove per gli oltremarini - come è detto più sopra - era fornito dai capitani . Al ramo delicato ed importante dell ' amministrazione sopravvegliavano i magistrati sopra camere , cioè i funzionari delle tesorerie locali , impegnando a tal ' uopo le somme che ciascuna di esse aveva disponibili per le cose della milizia ( Casse al Quartieron ) . Le stoffe per le uniformi militari provenivano dall ' industria privata , ed erano fornite dalle fabbriche e lanifici di Schio , Castelfranco ( 115 ) ed Alzano nel Bergamasco ( 116 ) . Anche Venezia si distingueva in quest ' arte con due stabilimenti di molta fama , specie nella confezione dei panni colorati di scarlatto , di cremisi e di azzurro , che si esportavano pure largamente in Dalmazia e nelle contigue terre balcaniche . Le merci che l ' industria privata così offriva alla Repubblica erano collaudate di regola presso i depositi al Quartieron , o magazzini di equipaggiamento e di vestiario della truppa . I lanifici e le fabbriche di cui sopra , erano oltre a ciò ispezionate ogni bimestre da due dei cinque Savi alla mercanzia , i quali dovevano vegliare sulla qualità e sulla quantità delle lane da incettarsi per confezionare i panni per uso militar . Queste lane dovevano essere tassativamente della specie nominata sacco , scopia o Puglia ( 117 ) . Le medesime cautele vigevano per la fornitura delle buffetterie e dei cuoî necessari per esse : incrociature , taschi , pendoni , o centurini da sciabole , baionette , palossi e palossetti , che erano pure somministrati dall ' industria privata e più precisamente dai fratelli Zaghis di Treviso . I reggimenti di fanteria italiana alla caduta della Serenissima erano in numero di 18 . Per decreto del Senato , nel maggio 1790 i reggimenti di cui sopra assunsero un numero progressivo fisso , oltre al nome variabile derivato dal rispettivo colonnello comandante . E questi numeri erano : Reggimento Veneto Real n . I del colonnello Alberti - reggimento n . II del colonnello Mario Alberti - reggimento n . III del colonnello Marin Conti - reggimento n . IV del colonnello Francesco Guidi - reggimento n . V del colonnello Teodoro Volo - reggimento n . VI del colonnello Giambattista Galli - reggimento n . VII del colonnello Lòdoli - reggimento n . VIII del colonnello Pacmor - reggimento n . IX del colonnello Marco Conti - reggimento n . X del colonnello Francesco Covi - reggimento n . XI del colonnello Andrea Toffoletti - reggimento n . XII del colonnello Marino Stamula - reggimento n . XIII del colonnello Giacomo Sarotti - reggimento n . XIV del colonnello Francesco Galli - reggimento n . XV di Rovigo - reggimento n . XVI di Treviso - reggimento n . XVII di Padova - reggimento n . XVIII di Verona ( 118 ) . Il numero di questi reggimenti era marchiato a caratteri romani sui grossi bottoni di metallo dorato di cui erano adorni gli abiti dei fanti italiani . Come gli oltramarini , anche reggimenti di italiani si suddividevano in 9 compagnie ciascuno ( 119 ) . La loro forza complessiva oscillava nel 1790 intorno ai 6276 uomini , ripartiti in 162 compagnie organiche . Di queste , 43 con 2712 uomini erano nelle guarnigioni di terraferma , raccolte in massima parte nei presidi di Verona , Legnago e Peschiera , quando a quelle terre venne ad affacciarsi Napoleone Buonaparte . CAPO V . Le milizie paesane . L ' esercito assoldato del vecchio regime agonizzava adunque a Venezia sotto il peso degli anni , degli errori e dell ' universale indifferenza . Indebolito nel principio di autorità , roso dal tarlo profondo dell ' indisciplina , conscio di essere diventato da ultimo uno strumento inutile a sé medesimo , maleviso ai novatori come un ' arma da tirannide decrepita , trascurato dai medesimi governanti che ne sapevano tutta l ' intima debolezza organica e morale , l ' esercito assoldato veneto più non rappresentava alla caduta della Repubblica se non l ' ombra di sé medesimo , una sopravvivenza intristita che il primo soffio di fronda sarebbe stato sufficiente a rovesciare nella polvere . Causa dunque la pertinace riluttanza della Serenissima nel concedere all ' organismo nato ai bei tempi dei condottieri del Trecento le riforme e l ' evoluzione che esso richiedeva , l ' organismo medesimo stava per giungere all ' ultima mèta del suo travagliato ciclo nella città delle lagune . Si spiega così come nello spirito dei migliori - per quanto pochi - si rappresentasse la necessità di surrogare alla imminente rovina delle armi regolate venete qualche altro istituto che valesse a raffermare nelle medesime quella fiducia che sembrava oramai spenta nei cuori . Ed il rimedio meglio adatto alle esigenze pressanti dell ' ora sembrava consistere in una risurrezione delle vecchie cernide veneziane , in un adattamento cioè degli ordini di queste - nate in tempi non meno travagliati per la Repubblica - alle condizioni militari , economiche e sociali delle nuove età . Nella fede ancora superstite in questi illusi , la maschia e vigorosa fondazione di Bartolomeo d ' Alviano pareva ancora sorridere , piena di promesse e di lusinghe , come dopo la Ghiara d ' Adda e la perdita dei domini Veneti di terraferma , nel 1794 , come al tempo della Lega di Cambrai . Alla perfine non si erano perduti dai Veneti né terreni , né battaglie ordinate , e l ' uniforme tranquillità dell ' epoca pareva propizia , purché si volesse , a restaurare la milizia secondo forme meno viete e più progredite . Si trattava in sostanza di fare ritorno alla semplicità ed alla spontaneità delle funzioni dell ' istituto militare , reso pesante dagli attriti , rugginoso dalla lunga e sfibrante inazione , improduttivo per essersi ridotto - causa la sfiaccolata bontà dei governanti - a disimpegnare insieme i còmpiti di istituto di beneficenza e di vasta casa di correzione . Le cerne , vera e prima milizia territoriale ed archetipo della Landwehr di Stato , dovevano perciò evoluzionare nelle forme e nella sostanza . Di conseguenza , al concetto della prestazione personale dei componenti di tale milizia derivato dalle antiche compagnie del popolo , durante una campagna di guerra o un determinato periodo di neutralità armata , doveva sostituirsi quello di un servizio temporaneo sotto le bandiere , anche all ' infuori delle dette eventualità ; un criterio da coscrizione progressiva , una specie di prefazione insomma al servizio personale individuale ed obbligatorio . La riforma era dunque ardita perché i tempi della decadenza veneta repubblicana potessero accoglierla , comprenderla ed attuarla . Nondimeno , per qualche sintomo , essa poteva sembrare ancora possibile a coloro che la vagheggiavano . Anzitutto il buon volere con cui , dopo tanti anni di dissuetudine , le cerne erano accorse alle armi nella primavera del 1794 per rimpolpare le scheletrite compagnie dei soldati di mestiere , ed in secondo luogo l ' arrendevolezza con cui le cerne medesime si erano sottomesse agli sbandi resi necessari per colmare in modo uniforme le deficienze dei diversi presidi militari di terraferma . In linea di diritto e di organica militare adunque l ' evoluzione aveva compiuto indubbiamente un grande passo . L ' elemento campagnuolo delle cerne rassicurava oltre a ciò i più retrivi e timorosi del governo della Serenissima , coloro cioè che a tutto si sarebbero rassegnati pur di non toccare di un punto il vetusto e tradizionale edificio degli ordini repubblicani . Il rinvigorimento delle cerne infatti , mentre poteva rafforzare i ben noti spiriti conservatori della popolazione delle campagne , affezionate all ' antico ordine delle cose , ligie ai patrizi ed al clero , poteva nel contempo costituire nelle mani di questi ultimi un sicurissimo presidio da contrapporre a qualunque novità avesse potuto arrecare l ' avvenire . I documenti di tali sensi di ossequio , come pure la presunzione che essi avrebbero corrisposto al caso di una reazione improvvisata non facevano difetto nelle masse rurali nelle quali le cerne si reclutavano . Nella primavera del 1796 i contadini del Bergamasco , sorpresi dalla mareggiata giacobina nelle loro campagne in fiore , affluivano a torme al capoluogo della terra , si accalcavano allo sbocco delle vallate , si armavano ed eccitavano il loro podestà Ottolini ad organizzarli in vasta e tenace guerriglia e capitanarli nel nome della patria in pericolo . « Non sarà però molesto a V . E . - scriveva l ' Ottolini al Doge , il 2 giugno 1796 - se , con la mia solita ingenuità . confermo esser sempre vivi i miei timori sulle direzioni della popolazione all ' arrivo dei Francesi . Ravviso anzi in generale una tale e tanta animosità contro di essi , che attribuirò sempre ad un tratto di fortuna se non succede inconveniente , sebbene dal canto mio faccia tutto il possibile per evitarlo . Ho rinnovato quindi le commissioni di fare stare tutti tranquilli ai capi dei comuni ed ai parroci della città e provincia , ed impegnai i sacerdoti a secondarmi con tutto il fervore possibile » ( 120 ) . Non molto tempo dopo , accompagnando lo stesso Ottolini una proposta fatta dai campagnuoli bergamaschi al Doge , di levarsi cioè a massa , quel magistrato soggiungeva : « In relazione a quanto ebbi a rassegnare alla E . V . intorno alle spiegate generose impazienze di numerose popolazioni delle vallate di questo territorio , di esporre tutte volontarie le vite proprie per la difesa e la gloria del Principato , precise come sono e confermate in reale proposizione accolta dall ' universale uniforme voto dei rispettivi consigli , mi formo dovere di assoggettarla devotamente a cognizione di V . E . raccolta nell ' unita parte ( deliberazione ) del General Consiglio ... con cui si offrono a pubblica disposizione 10,000 uomini riuniti delle loro armi , tutta gente scelta , capace e ben diretta , che può prestare un ottimo servizio ... desiderosa infine di sacrificarsi per la perpetua e felice costituzione loro sotto il Veneto dolcissimo impero » ( 121 ) . * * * Adunque , se a questo slancio delle popolazioni rurali soggette a Venezia avesse corrisposto l ' opera prudente e cosciente del governo della Repubblica , si sarebbe per certo acceso sui fianchi e sul tergo degli eserciti di Napoleone Buonaparte nella loro marcia dall ' Adda all ' Isonzo un terribile incendio reazionario da Vandea ( 122 ) . In realtà , al tempo di cui si parla , la Serenissima aveva preso oramai il suo partito riguardo alle milizie paesane ed alle cerne , il partito grigio delle mezze misure , dei compromessi e dei destreggiamenti , tutto proprio delle individualità e delle collettività fiacche e malate . Alle prime novelle della rivoluzione di Francia , il Senato aveva deciso di risciorinare la vecchia e comoda divisa della neutralità armata , quella medesima che aveva servito così bene a nascondere le magagne della Serenissima , nel 1701 , nel 1735 e nel 1743 . Ma , dileguatasi alquanto l ' impressione del primo momento , si vide che quella vecchia e sdrucita zimarra della neutralità in armi si rivestiva in circostanze ben diverse da quelle degli anni precedenti . La Serenissima era minacciata questa volta da un lato dalla nuova Francia nelle basi del suo reggimento politico e fors ' anco nei suoi domini , e dall ' altro dall ' Impero che , per ragioni di frontiere e di militari interessi , poteva violare la proclamata neutralità ad ogni occasione propizia . La Serenissima doveva quindi essere pronta a tutelare un bene senza disporre della necessaria forza per allontanare il male . In questi frangenti l ' unica forza e speranza erano le cerne . Per rimetterle in valore si presentavano due partiti : l ' uno derivato dalla consorteria conservatrice militare veneta , l ' altro dal piccolo nucleo dei riformatori . Il primo caldeggiava un largo e fecondo innesto delle cerne nelle truppe prezzolate , per scansarle dalla prossima morte mediante una trasfusione di sangue rigoglioso in un corpo infermo , e proponeva quindi un amalgama ; il secondo partito mirava invece decisamente a soppiantare i regolati ed a surrogarli senza compromessi di sorta con le milizie paesane . Vinse il partito dell ' amalgama , dopo molte discussioni accademiche sui pregi di un metodo e sugli svantaggi dell ' altro , mentre il vento di fronda che veniva dalla Francia si era oramai tramutato in procella . Fino dalla primavera del 1791 , il Savio aveva esortato le primarie cariche militari a riunirsi per concretare i provvedimenti più adatti a riordinare le cerne . Per questi studi mancavano però i dati di fatto , poiché la costumanza delle mostre generali e dei mostrini era passata in dissuetudine come un ' anticaglia , sicché convenne attendere ancora un ' altra primavera per riordinare i ruoli e raggranellare gli inscritti , « essendo questi quasi tutti ammogliati , laonde si credono dispensati , quantunque non cassi , oltreché non sono poche le emigrazioni nel territorio e le morti avvenute da tempo » ( 123 ) . Finalmente , nella primavera del 1794 , le cerne riapparvero alla luce in uno degli ultimi tramonti della Serenissima . La fusione di esse con i regolati era allora al sommo dei pensieri del Senato , « che si proponeva , non già di ripetere da questo corpo una truppa agguerrita , capace di marciar subito tutta unita e direttamente contro il nemico , ma bensì un corpo da potersi , tutto o in porzione , prontamente unire alle altre truppe ... disposto ad essere in assai più breve tempo delle reclute comuni istruito nelle militari evoluzioni , reso capace a presidî , difese e battaglie . Tale essendo il servizio che da esso corpo si propone di ritrarre il Senato , basterà disporre quello che può essere atto a preparare ed ottenere dalle cerne subito l ' occorrente da poter divenire , con poche istruzioni , un ottimo soldato » ( 124 ) . Ma per questo amalgama - compiuto per di più in evidente condizione di inferiorità delle cerne rispetto ai regolati - occorreva una certa misura tra gli elementi da fondersi , affinché riuscisse una forte e vigorosa combinazione non già un miscuglio instabile . Si addivenne così al partito del sorteggio , ossia all ' estrazione tra le cerne , ed all ' adozione di una ferma biennale da attribuirsi a quei descritti cui sarebbe toccato in sorte di amalgamarsi con i regolati . La costumanza d ' altronde aveva qualche precedente nei periodi delle neutralità anteriori , specie nel 1703 e nel 1709 ( 125 ) , sicché fu accolta dalle masse campagnuole con uno spirito di rassegnazione che parve superare le aspettative . L ' esempio del piccolo ma forte Piemonte - rievocato a proposito dal Fontana ambasciatore Veneto a Torino - aveva persuaso alla fine anche i più scettici in materia di cerne ( 126 ) . Quivi i reggimenti stanziali erano assai di frequente rincalzati con uomini tratti dai reggimenti provinciali , cioè dalle milizie paesane piemontesi , e mercé tale incorporamento periodico , replicato a più riprese e quindi numeroso di elementi scelti del paese obbligati temporariamente alle armi , ben sicuri di far ritorno alle case al termine della ferma , il sistema di reclutamento dell ' esercito subalpino aveva fatto un grande passo verso i metodi in fiore ai nostri giorni ( 127 ) . In queste buone predisposizioni ed in queste analogie organiche , i novatori di cui sopra scorgevano da ultimo un indizio benaugurante per la propria tesi . * * * Adunque , nel maggio dell ' anno 1794 , dietro istanza del brigadiere Stràtico - il miglior campione del partito conservatore militare veneto del tempo - il Savio di Terraferma alla Scrittura Antonio Zen emanò un decreto con il quale si prescriveva , « di effettuare l ' estrazione tra le cerne dell ' Istria e la coscrizione tra le craine della Dalmazia , di un competente numero di individui per essere imbarcati ed inoltrati al Lido per rinforzo occorrente ai soldati di Terraferma ( 128 ) . L ' obbligo alle armi dei sorteggiati doveva essere di un biennio , i compensi di 2 ducati a titolo di donativo da corrispondersi all ' atto del loro innesto nella milizia regolata , la paga eguale in tutto e per tutto a quella dei soldati di mestiere , cioè a 31 lire venete nominali . In questo modo , nel maggio dell ' anno sopra ricordato , si ingaggiarono sull ' altra sponda dell ' Adriatico 500 reclute , e cioè 125 nell ' Istria Veneta e 375 nella Dalmazia , sorteggiate rispettivamente e proporzionatamente sopra un contingente di 525 uomini atti alle armi della prima provincia e 1375 nella seconda . Il mese successivo si levarono altre 450 reclute tra le cerne di Terraferma e nell ' agosto altrettante in Dalmazia : in complesso 1400 uomini in 4 mesi . Erano esenti da questa prestazione i comuni della Bresciana , per l ' antico privilegio loro di servire con la gente solo nell ' interno della terra , sicché quelle cerne si incorporarono nei presidi della provincia e più precisamente nelle due compagnie dei fanti italiani di presidio in Orzinovi . Ma , più che altrove , questi primi saggi di coscrizione avevano incontrato grande favore sull ' altra riva dell ' Adriatico . « L ' estensione della Dalmazia - diceva la relazione di un piedilista dall ' epoca - la sua aperta e moltiplicata confinazione esigendo talora per l ' indole dei finitimi uno straordinario aggregato di individui , anche per una sola occasione al servizio , così si arrolano ivi le colletizie , le quali sono più adatte di ogni altro per la loro nascita ed educazione a difendere i focolari ed il pubblico suolo . Armigeri per istituto , essi non hanno bisogno di annui esercizî che li addestrino come i sudditi della Terraferma e dell ' Istria , ma cadono ben volentieri in stipendio per il solo tempo del servizio che fanno nel corpo delle colletizie sotto i loro ufficiali che , stipendiati con costanti tenuissime paghe , tengono una certa sopravveglianza sull ' andamento dei sudditi della Sardarìa ( o rispettivo contado ) , sono come accreditati e riveriti dalla popolazione e preposti al caso a dirigerla con paghe in tal caso corrispondenti al grado che dalla pratica è loro accordato per rientrare , tosto che cada la ragion dell ' armo , nel consueto metodico loro piede » ( 129 ) . In quell ' anno 1794 si ristabilirono pure le mostre generali , si completarono i ruoli sotto la responsabilità dei singoli rappresentanti e capi di provincia nonché di 2 colonnelli delle cernide oltre Mincio ed in Terraferma e di 4 ufficiali dello Stato Generale all ' uopo prescelti dal Savio alle Ordinanze , pure due per di qua e due per di là del Mincio ; infine si ristamparono le norme della « Elementar istruzione ad uso delle cernide » edite nel 1763 ( 130 ) . Sempre però ligio al concetto fondamentale dell ' amalgama - da attuarsi cautamente e circospettamente - il Senato aveva prescritto di escludere al possibile i volontari dalle nuove coscrizioni , sia perché il vocabolo aveva troppo sapore di giacobinismo , sia perché ammettendo i volontari medesimi quella suprema magistratura temeva che l ' istituto tradizionale delle cerne tralignasse con troppo rapida vicenda nel campo dei fautori delle nuove milizie . Intanto su questo terreno delle mezze misure il tempo passava veloce . Scoccati due anni dalla coscrizione delle prime cerne con ferma biennale , nella primavera del 1796 convenne provvedere ad altre levate in Terraferma ed Oltremare ( 131 ) . I ruoli ben preparati dai merighi , o capi plotoni delle cerne , dovevano rimanere esposti nelle chiese per 8 giorni almeno prima della rassegna e del sorteggio , onde aprire l ' adito ad ognuno di produrre i propri gravami , o titoli di esenzione . Per coloro che comunque avessero beneficiato di questi ultimi , il Savio aveva in animo di adottare una speciale tansa , o tassa militare alle ordinanze , sicché riducendo i gravami personali allo stretto indispensabile , o magari sopprimendoli , il passo verso una coscrizione regolare e perfino verso una leva in massa sarebbe riuscito semplice ed agevole ( 132 ) . Ma il tempo per attuare tali riforme mancò . Per questa seconda grande levata delle cerne il Savio alla Scrittura aveva promulgato non poche norme , da osservarsi scrupolosamente da tutte le cariche cioè autorità militari competenti . I drappelli dei congedandi della levata del 1794 dovevano essere riaccompagnati alle rispettive case da ufficiali : tutti i mezzi di trasporto oltremare dovevano sfruttarsi all ' uopo , come tutte le lusinghe dovevano pure adoperarsi nell ' intento d ' indurre le cerne più volonterose ad assoggettarsi ad una riafferma con premio ( 133 ) . E ciò urgeva oltremodo . La proporzione delle cerne ai « regolati » , causa l ' inaridirsi delle fonti di reclutamento di questi ultimi , minacciava di far traboccare il piatto della bilancia a favore delle milizie paesane , ciò che se poteva sorridere ai novatori non poteva talentare per certo ai conservatori . Sicché le riafferme mantenendo alle armi un certo numero di cerne che , sotto molti rispetti , potevano considerarsi come « regolati » , dovevano funzionare quasi da vàlvola di sicurezza del sistema dell ' amalgama . * * * Le unità dei soldati permanenti , intristite dall ' indisciplina , scheletrite dalle diserzioni , si fondevano infatti come neve al sole . « Devo infatti far presente alla E . V . - scriveva il 16 febbraio 1796 il Savio alla Scrittura Priuli al Doge , « - che presidiate essendo le presenti piazze e fortezze d ' Oltre - Mincio compresa Verona da fanteria italiana , con teste 2712 , artiglieri 173 e 1223 nazionali ( Oltramarini ) , eseguito lo sbando tra giugno e novembre degli Istriani , delle Craine e delle Cernide Italiane levate nell ' anno 1794 , il totale delle pubbliche forze della Repubblica in Italia verrà a ridursi a 4 compagnie di invalidi - in tutto teste 327 - che formano il presidio delle città di Palma , Udine , Treviso , Padova , Rovigo e Vicenza , a 7 compagnie di cavalleria ed a 325 invalidi Oltremarini disposti tra gli appostamenti del Lido , Istria e Padova , e finalmente a 24 compagnie di Nazionali formanti teste 789 , tra il Lido e la Terraferma , oltre a 4 compagnie di cannonieri , con teste 141 ed Italiani attive compagnie 13 , con teste 325 . In tutti , teste 2187 , che occorrer dovranno alle molteplici esigenze della sanità , biave , oltre le guardie , i dazi etc . » ( 134 ) A questi estremi si era oramai ridotto l ' esercito della Serenissima . Epperciò parlare ancora di amàlgama in tali frangenti come nella primavera del 1794 sarebbe stato follia , dal momento che l ' esercito dei « regolati » , il quale doveva funzionare da crogiuolo della fòndita , più non esisteva se non di nome : ostinarsi a mantenere un sistema di reclutamento che i tempi e le circostanze unanimi designavano per anacronismo , sarebbe stato lo stesso che chiudere le caserme per sciopero di soldati . Tutto questo avrebbe oltre a ciò contrariate le viste politiche della neutralità armata , « non sospetta , ma necessariamente richiesta dall ' onore e dalla salute della Repubblica , » , come aveva pubblicamente dichiarato in Senato Francesco Pesaro in una concione diventata poi memoranda ( 135 ) . Il partito militare novatore della Serenissima , il fautore cioè delle milizie paesane in tutto e per tutto , aveva così vinta la propria tesi mentre la Repubblica moriva . Le novelle di Francia , i metodi rapidi e decisi delle guerre della Rivoluzione , i sistemi di leva in massa avevano spinta la loro eco fino alla città delle lagune . L ' ultimo Savio di Terraferma alla Scrittura se ne era fatto persino il portavoce , unitamente al Savio uscito Bernardino Renier , a Francesco Gritti Savio alle Ordinanze in carica ed a Domenico Almorò Tiepolo Savio alle Ordinanze uscito , al tenente generale Salimbeni , e , tutti insieme - come si costumava per le deliberazioni di maggior rilievo - avevano proposto al Senato di adottare anche per l ' esercito Veneto un sistema di reclutamento per coscrizione , con ferma triennale ( 136 ) . Un premio di due ducati doveva essere corrisposto subito agli estratti nelle rassegne delle cerne , il doppio a coloro che si offrissero spontaneamente alle bandiere . Ai nuovi soldati si prometteva oltre a ciò una licenza di almeno un mese all ' anno , da fruirsi alle proprie case durante il periodo invernale , e più precisamente dal 1° novembre al 31 marzo . Al termine della ferma triennale gli inscritti dovevano ricevere un donativo di 18 ducati ognuno . Questa fu l ' ultima evoluzione delle vecchie cernide venete , conforme al concetto che presiede al reclutamento degli eserciti odierni . Per essa l ' antico preludeva il nuovo , ed il passato di Vailate e di Rusecco avrebbe schiuso la strada ad una nuova serie di memorande imprese , se la Repubblica avesse avuto occhi per vedere e cuore per intendere . E Giacomo Nani , l ' ordinatore delle nuove milizie paesane in battaglioni regolari vestiti ancora della fiammante divisa degli Oltremarini ( 137 ) , avrebbe eguagliato per certo la fama di Bartolomeo d ' Alviano , se il popolo veneto che vide cadere la Repubblica come un lògoro e vecchio castello di carte da giuoco davanti alla furia di Napoleone Buonaparte , fosse stato pari in vigore e tenacia al popolo della Lega di Cambrai . * * * Ma i tempi , i condottieri e le buone milizie non si improvvisano , perché sono frutto dell ' evoluzione lenta dei principi e , sopratutto , della rude esperienza individuale e collettiva . Epperciò la vecchia Repubblica doveva prima , perire e poscia rinnovarsi nell ' anima del suo popolo . In queste condizioni di fatto , il fermento delle nuove età ed i sintomi precisi e sicuri di un rinnovamento prossimo non potevano manifestarsi - anche agli occhi dei più apparecchiati a comprenderli - se non con contorni indecisi e mal definiti , come una linea di orizzonte ampia e nubilosa alla luce dalla prima aurora . Di tali sentimenti fanno fede alcune scritture dell ' epoca , e specialmente è suggestiva una dovuta alla meditazione , più che alla penna , di un antico allievo del Militar Collegio di Verona discepolo del maestro Giambattista Joure , cioè il capitano del genio Leonardo Salimbeni , figlio del tenente generale comandante delle milizie venete concentrate a Verona : « Mi sono fatto incontro al generale Buonaparte - dice quella scrittura - verso la città di Brescia . Tutte le terre ed i villaggi dello Stato Veneto per dove i Francesi si incamminano si mostrano pieni di spavento e di terrore . Gli abitanti si ritirano con i loro effetti nei paesi più lontani e lasciano deserte le case e le campagne . Ho sentito qualche soldato francese lamentarsi di questo ( così lo chiamano ) difetto di fidanza , epperciò io ho cercato di far cuore agli abitanti delle terre per le quali sono passato ... I soldati francesi sono tutti giovani e volonterosi .... . in una colonna forte di 20.000 uomini almeno non ne ho veduto alcuno che giungesse all ' età di 40 anni . Erano molto allegri , cantavano di continuo canzoni repubblicane , e mi si mostrarono persuasi della capacità e del coraggio dei loro condottieri , lodando sopra tutto e levando al cielo il merito di Buonaparte . Fui assicurato da molti che quei soldati non disertano mai , da quelli infuori che temono imminente un qualche severo castigo . Infatti le loro marce senza le solite cautele per impedire la diserzione mi hanno persuaso che ciò sia proprio vero ; ma non sarebbe forse così al caso che fossero battuti . « Il vestiario di questi giovani soldati di fanteria consiste in un paio di calzoni lunghi di panno bianco , o di tela , in un farsetto di roba simile ed in una velada turchina , del taglio ordinario , fornita di mostre e di paramani bianchi . Hanno cappello in testa , buone scarpe , camicie proprie e grosse cravatte al collo . Gli artiglieri differiscono nel colore delle mostre e dei paramani , che sono di rosso . La cavalleria è meglio vestita , ma in varie maniere . Non si vede però alcuna eleganza di vestiario in nessun corpo di questa armata , né l ' uniformità e la proprietà osservata dalle truppe tedesche , sicché si riscontrano molti soldati aventi i loro vestiti affatto lògori e coi gomiti fuori . « La fanteria è armata di fucile leggero con una lunga baionetta e di una sciabla al fianco . La cavalleria al solito , ma con carabine più corte , ed è fornita di cavalli eccellenti . Gli artiglieri sono tutti a cavallo in vicinanza dei loro pezzi , il che rende quanto mai spedito il loro manneggio durante l ' azione , sì volendo avanzare che in ritirata . Nella colonna che ho incontrata non eravi che artiglieria leggiera . Abbondano di pezzi da 8 del calibro francese e di obusieri da 8 pollici , sicché hanno per questo conto un vantaggio grande sopra gli Austriaci i cui pezzi sono per la maggior parte di calibro minore . « Un capitano mi ha permesso di esaminare i suoi pezzi e mi spiegò tutte le innovazioni delle nuove artiglierie di Francia . « Si ottiene tutto da essi con la civiltà e con la franchezza . La disciplina di questa armata è tutta di una nuova natura , e non è veramente in vigore se non quando i soldati si mettono sotto le armi . Dormono sempre allo scoperto e senza tende , passano i fiumi di poca larghezza sempre a nuoto ed i loro ufficiali di fanteria , fino al capitano incluso , marciano a piedi alla testa dei loro uomini . Ufficiali e soldati tutti portano delle bisacce sul dorso , essendo assai piccolo il numero dei domestici permessi dalle loro ordinanze militari .... « Bisogna ora fare un succinto ritratto del generale Buonaparte . La sua statura è al disotto della mediocre , viso scarno e pallido , occhio vivace , corpo esile . È assai composto di sua persona e molto riflessivo . Egli dà ordini così chiari e precisi ai generali subalterni , che ad essi poco o nulla rimane da aggiungere . Conosce siffattamente la forza delle sue armate , anche nelle più diverse posizioni di manovra , che a memoria ed in un istante egli ne ordina i movimenti senza per ciò ricorrere ad altri aiuti . « Buonaparte è fertile in progetti che sa condurre a fine sempre per li modi i più semplici . È risoluto nell ' operare ed ama in sommo grado la gloria , e la lode . « Così lo ho veduto e così me lo hanno dipinto i suoi ufficiali ed i suoi soldati » ( 138 ) . Con questa confusa visione di un esercito dell ' avvenire levato dalla nazione e per la nazione , pulsante della vita , della volontà e della forza cosciente di quest ' ultima di cui rappresentava il fiore ; con l ' imagine davanti agli occhi di un esercito condotto da un generale come Napoleone Buonaparte , amante al sommo della gloria e della lode , cadeva l ' esercito veneto dei soldati di mestiere per lasciare il posto al nuovo , sull ' esempio di quelli che dalla Francia venivano allora ad affacciarsi alle lagune di Venezia . CAPO VI . L ' artiglieria veneziana . La veneta repubblica , romanamente e saviamente , ha sempre prediletta la massima in pedite robur . Sui 18 reggimenti di fanti italiani e sugli 11 di oltramarini essa non contava infatti , alla caduta , che 4 reggimenti di cavalleria , 1 di artiglieria ed 1 di operai ( il così detto reggimento Arsenal ) , proporzione per certo assai favorevole all ' arma del popolo , qualora si consideri il fondamento oligarchico ed aristocratico dello Stato e la necessità di ben presidiare i numerosi castelli e fortezze che esso aveva sparsi , dall ' Adda e dall ' Oglio , giù per il littorale dalmata , fino allo scoglio di Cerigotto . A cifre tonde , a 262 compagnie di fanteria non facevano quindi riscontro che 43 compagnie , tra dragoni , corazzieri , croati e cannonieri . La prevalente soverchianza numerica della fanteria sulle altre armi non fece però dimenticar mai alla Serenissima la cavalleria e l ' artiglieria , e quest ' ultima in particolar modo . Quale ramo progredito dell ' arte , l ' artiglieristica vantava anzi a Venezia belle tradizioni dottrinali e bibliografiche : basta sfogliare la cospicua e diligente raccolta del Cicogna per convincersene ( 139 ) . Figurano in essa , tra le opere più conosciute , il Breve esame da sotto - bombardiere , capo e scolaro , redatto sotto forma di dialogo , l ' Esercizio dell ' artiglieria veneta e maneggio del fucil , oltre all ' opera classica del maggiore Domenico Gasperoni , ricordata più sopra e dedicata al doge Paolo Renier . Però , fino all ' anno 1757 , l ' esercito veneto non ebbe un corpo di artiglieria a sé , a somiglianza dei reggimenti delle altre armi . Né la specializzazione tattica dei cannonieri era giunta ancora a tal segno da richiedere particolari provvedimenti a loro riguardo , sicché la Serenissima si compiaceva di conservare loro , al possibile , quella tal veste di maestranza , rimasuglio di vecchi statuti e consorterie , dalla quale il corpo medesimo , con poca spesa , ritraeva grande prestigio e saldo vincolo organico . Al servizio ordinario nei castelli , nelle fortezze e sui pubblici legni armati , provvedevano i così detti artiglieri urbani , bombardieri o bombisti ; propaggine delle cerne e particolare aspetto delle Landwehr venete che , in origine , erano così ricche di multiformi e fecondi atteggiamenti da milizia popolare . Ai bombardieri appartenevano infatti per obbligo gli affigliati alle maestranze ed alle scuole devote al culto di Santa Barbara , il quale rifletteva sulla consorteria uno spiccato carattere religioso militante . Dopo il 1570 la confraternita si ridusse in fraglia , cioè scuola o associazione laica , sotto la protezione della medesima santa , con capitolari che prescrivevano ai componenti dell ' arte alquanti esercizi personali obbligatoli da compiersi al Lido . Il Consiglio dei Dieci ed i Provveditori del Comun ( 140 ) dovevano scrupolosamente vegliare all ' assetto di questa scuola ed all ' osservanza dei doveri degli affigliati , d ' accordo con il magistrato alle artiglierie ( 141 ) e con « quello alle fortezze » . Ogni città fortificata o castello disponeva di un nucleo organizzato di codesti bombardieri , istruito , disciplinato e condotto da ufficiali medesimamente prescelti tra le maestranze . I bombardieri di Venezia , dell ' estuario e dei riparti Oltremare , con le rispettive scuole , dovevano provvedere al servizio delle artiglierie sui pubblici legni , oppure assoggettarsi al pagamento della relativa tansa , o tassa di esonerazione come si è detto più sopra . I bombardieri - secondo i capitolari dell ' arte - dovevano presentarsi a raccolta ad ogni tocco di generala , o assemblea , sottomettersi alla estrazion del bossolo , cioè a dire al sorteggio , come praticavasi con le cerne ove occorresse designare gli artigiani necessari per servire le artiglierie sulle navi , formare pattuglie notturne nelle città murate , montare dì guardia alle porte , scortare convogli di polveri e di munizioni da guerra ed estinguere incendi nelle province di terraferma . I bombardieri di Venezia infine , dovevano esercitarsi nei pubblici bersagli di S . Alvise e del Lido , « onde ammaestrarsi nel maneggio di tutte le armi che usar debbono in guerra , con cannoni ad uso di mar e di terra , moschettoni a cavalletto , fucili e carabine , lancio delle bombe e maneggio della spada » . Oltre a questo tirocinio , i bombardieri veneziani dovevano far mostra di sé nelle pubbliche solennità , in quella dello Sposalizio del mare , nelle feste dell ' incoronamento del Doge ed all ' atto dell ' ingresso dei patriarchi , procuratori e cavalieri della Stola d 'oro.Tutti questi servizi erano gratuiti - compreso quello di pompiere cui erano astretti i bombardieri di Terraferma - salvo una bonifica di 8 ducati , corrisposta annualmente dallo Stato per ogni componente dell ' arte a pro ' della confraternita ed a titolo di maestranza perduta ( 142 ) . * * * Col tempo queste costumanze derivate dalle età eroiche , da una condizione semplicista ed arretrata dell ' evoluzione industriale e della compagine operaia , cominciarono prima a scadere e dopo a degenerare . Molti bombardieri si svincolarono dal giogo del servizio personale obbligatorio pagando le tanse , individuali dapprima , collettive di poi - vale a dire le insensibili - quando cioè , con l ' insofferenza del servizio , crebbero l ' avarizia ed il disamore alle armi , ed il mestierantismo militare attecchì su questo terreno brullo ed infecondo come una fioritura di erbàcce selvatiche . Sulla seconda metà del secolo XVIII quasi tutte le compagnie venete dei bombardieri si erano assottigliate in modo straordinario , e con esse - ridotte in totale a poche centinaia di uomini - si doveva provvedere al servizio dei 5338 ( 143 ) pezzi esistenti a quell ' epoca sui rampari e sui navigli della Repubblica . Quale truppa infine , i seguaci di Santa Barbara si erano ridotti - come scriveva il maggiore Domenico Gasperoni - né più né meno che un branco di individui , la cui uniforme e le stesse baionette erano quasi sempre impegnate o in vendita ai cenciauoli . Urgeva quindi porre riparo a tanta rovina , resa ancor più grave dal progresso cospicuo che altrove aveva realizzato l ' arma d ' artiglierìa nella tecnica e nella tattica , mercé l ' addestramento continuo ed intenso dei cannonieri ; laddove i bombardieri veneti dedicavano all ' arte di Santa Barbara soltanto il limitato tempo che le giornaliere occupazioni loro concedevano , ed anche questo di malavoglia o facendosi surrogare dai peggiori rifiuti della società . Ebbe così vita , nel 1757 , il primo nucleo del Reggimento veneto all ' artiglieria , reclutato con i soliti metodi delle milizie di mestiere , mercé le cure del sopraintendente dell ' arma di allora , che era il brigadiere Tartagna , venuto al servizio della Repubblica dall ' Austria . Successivamente il brigadiere Saint - March ed il sergente generale Patisson ( 144 ) ) proseguirono l ' opera del Tartagna , specie il secondo che può considerarsi il vero e proprio riformatore dell ' artiglieria veneta della decadenza . Tra il 1770 ed il 1778 il reggimento crebbe di forza e migliorò d ' assetto . L ' istituzione del Collegio militare di Verona - avvenuta pressoché al tempo della creazione del primo nucleo stanziale dell ' arma - doveva inoltre assicurare alla medesima una corrente continua di ufficiali , tratti dal miglior ceto della società veneta , convenientemente addestrati ed istruiti ; uno stato maggiore insomma degno dei migliori eserciti e dei più bei tempi della Serenissima . In sei anni di corso si studiava infatti nel Collegio la grammatica usando i libri di Fedro , i Commentari di Giulio Cesare e le Vite degli uomini illustri di Plutarco , il latino , il francese , le matematiche pure , tanto teoricamente che in pratica ed infine le matematiche miste , « quali sono adatte al matematico ed al fisico , abbracciando perciò la meccanica , la balistica , l ' idrostatica , l ' idraulica , l ' ottica , la perspettiva , l ' astronomia , l ' architettura civile e militare , la nautica e la geografia » ( 145 ) . E poiché era « scopo principale dell ' istituto di rendere i giovani , al possibile , perfetti nell ' ufficio di artiglieri , di ingegneri e di battaglisti » , così si doveva , oltre alle materie teoriche di cui sopra , « insegnare loro il modo di guerreggiare degli antichi , l ' uso di accamparsi , la condotta delle mine , l ' arte teorica e pratica dell ' artiglieria ed il modo di guerreggiare presentemente in rapporto con gli antichi » . Nel piedilista del 1781 adunque il reggimento di artiglieria appare di già adulto . Esso contava 681 cannonieri suddivisi in 12 compagnie , quattro delle quali erano dislocate nei presidi di Levante , tre in quelli di Dalmazia e le rimanenti cinque in Italia . Dai diversi presidi poi si prelevavano in proporzione i contingenti necessari per il servizio delle navi armate in guerra . Alla disciplina , all ' istruzione ed all ' impiego dei cannonieri imbarcati sopravvegliavano a turno , due degli otto capitani del reggimento residenti a Venezia , l ' uno a bordo della nave capitana , l ' altro a bordo della galera provveditrice dell ' armata , e ciò durante il tempo in cui la squadra teneva il mare , vale a dire ordinariamente dal giugno all ' ottobre di ogni anno . Il numero dei cannonieri imbarcati sulle navi era , di regola , di una ventina per ogni fregata e di una dozzina per ogni sciabecco . L ' impiego delle batterie galleggianti verificatosi in quei tempi gloriosi per le imprese coloniali dell ' Emo , richiedeva oltre a ciò uno speciale contingente anche per tali navigli , pari in forza a quello che si usava sulle fregate . All ' infuori di questi còmpiti essenziali del reggimento , di servire cioè sui pubblici navigli , esso funzionava da centro d ' istruzione e da istituto di collaudo dei materiali dell ' arma . Queste pratiche si eseguivano al tiro al bersaglio del Lido - l ' antico palio dello splendore veneziano - dove si trovavano raccolti i falconetti ed i cannoni , in prevalenza del calibro da 12 e da 16 , necessari per eseguire i tiri di prova , il saggio delle polveri e dei proiettili e per verificare la resistenza dei materiali . Pure al poligono del Lido si esperimentavano i prodotti della Casa all ' Arsenal , l ' officina classica delle armi , degli arredi e degli strumenti guerreschi veneziani , i letti o affusti da cannone , gli attrezzi e gli armamenti , e si collaudavano pure i lavori che l ' industria privata somministrava alla Repubblica , specie i cannoni forniti dalla ditta Spazziani . Le artiglierie e le munizioni - regolarmente apprestate per qualche tempo dalla detta casa mercantile - erano assoggettate al Lido ai prescritti tiri forzati , e così anche le canne dei fucili di nuovo modello , tipo Tartagna , fucinate a Gardone in Valtrompia , le armi bianche e da fuoco somministrate dagli stabilimenti metallurgici della Bresciana . Infine , al Lido ed a Mestre , i cannonieri del reggimento si esercitavano nelle prove di traino con buoi e cavalli , e d ' inverno si adoperavano per riconoscere lo spessore dei ghiacci al margine della laguna e nei canali navigabili , per determinare la capacità di transito dei veicoli sopra le superficî congelate . * * * Ma tutte le previdenze del sergente generale inglese Patisson e poscia dello Stràtico , nominato sovraintendente delle cose tutte all ' artiglieria nel 1786 ( 146 ) , coadiuvato dal capitano Buttafogo elevato alla carica di ispettore - non sarebbero state sufficienti per assicurare al corpo degli artiglieri veneti quel prestigio che essi toccarono alla caduta della Repubblica , senza l ' opera del grande contemporaneo Angelo Emo . Occorre perciò menzionare a questo punto i progressi della tecnica artiglieristica , realizzati per opera ed impulso dell ' ultimo ammiraglio veneto . Prima di lui la decadenza batteva il suo pieno nell ' Arsenale e sulle navi armate . « Le sale di quel vecchio e grande edifizio - scriveva Giovanni Andrea Spada - erano adorne a pompa , non a difesa , né v ' era in esso quanto bastasse a l ' armamento completo di tre reggimenti . I cannoni quasi tutti di ferro e non adatti agli usi della nuova arte della guerra , le palle in relazione ... , le maestranze erano poi così svogliate , ignoranti e corrotte , che un operaio lavorava alle volte un solo giorno al mese » . Rimediò per primo a questa rovina il Patisson , spalleggiato dall ' Emo , grande e geniale ammiratore dell ' arte e della disciplina marinara e militare inglese , ch ' egli vagheggiava introdotte a Venezie . « Le polveri nostre sono umide - dichiarava il Patisson al Savio alla Scrittura - e non si provvede a sostituirle che con altre ugualmente cattive ... Le artiglierie impongono urgenti provvedimenti per rendere utili i pezzi che sono nelle cinque principali piazze di Oltremare , cioè Corfù , Cattaro , Zara , Knin e Clissa , e validi i pezzi destinati all ' armo dei pubblici legni , nonché all ' attual sottile armata di 18 navi , 6 fregate , 5 sciabecchi , fissato con decreto del 1° agosto 1780 ... alla difesa dei forti della Dominante , per il treno di campagna e per le altre eventualità » ( 147 ) . Il noto contratto con la ditta Spazziani doveva ovviare alla gravissima crisi , unitamente ai provvedimenti organici adottati per l ' arma di artiglieria , alla abolizione delle mezze paghe ai cannonieri meno abili ed al trasferimento degli inabili nel corpo dei veterani . Fu così possibile armare nell ' estate del 1784 la squadra veneziana destinata all ' impresa di Tunisi ( 148 ) ; sforzo assai modesto se si riguarda il passato , ma tuttavia soddisfacente e lusinghiero se si considerano le critiche contingenze del tempo , le trascuranze e gli abbandoni degli istituti militari e marinari . Nel seguente anno 1785 i cannonieri del reggimento artiglieria si distinguevano nel violento bombardamento della cittadella di Sfax . La bombarda Distruzione , nel combattimento del 30 luglio colpiva 31 volte il segno su 32 tiri , il 31 luglio 23 volte su 47 , il 1° agosto infine 39 volte su 47 . La bombarda Polonia il 1° agosto stesso colpiva 55 volte il nemico su 61 colpi lanciati . Il porto di Trapani - prescelto dall ' Emo con sagace intuito militare e navale - per servire da base eventuale di rifornimento della propria squadra e delle artiglierie venete , ferveva allora di apparecchi guerreschi . Quivi si apportavano gli ultimi ritocchi alle batterie galleggianti protette , ideate ed allestite dal grande ammiraglio . « La poca influenza delle navi - così egli lasciò scritto - sopra le batterie rasenti del molo , suggerì alla mia imaginazione un espediente alla prima apparentemente ridicolo ... di formare cioè , con artificiosa connessione , clausura e rivestimento della unita superficie di due masse di venti botti , due zattere o galleggianti munite di un grosso cannone da 40 ciascuno ... protetto da parapetti formati da una doppia riga di mucchi di sabbia ... bagnata e rinchiusa da sacchi » ( 149 ) . Il 5 ottobre 1785 l ' Emo , coadiuvato dai suoi cannonieri , impiegava per la prima volta due di tali batterie blindate galleggianti nel bombardamento della Goletta , « ed era molto cosa piacevole - scriveva un testimonio oculare - nel veder da tutti i lati cadere fulminanti le nostre bombe sopra la rinomata Goletta che , tutta fumante , mi sembrava un Vesuvio » ( 150 ) . Queste batterie galleggianti - migliorate in seguito ed accresciute di numero - ricevettero due cannoni ognuna , tra cui un obice , e quindi appresso anche un mortaio da 200 . Al comando dell ' artiglieria di ciascuna zattera blindata furono destinati due ufficiali del reggimento , e le zattere stesse si denominarono obusiere , bombardiere o cannoniere , a seconda del tipo dei pezzi che recavano a bordo . Ma le imprese dell ' Emo rappresentarono il canto del cigno della morente grandezza militare e navale dei Veneziani . Morto questi , il 1° marzo 1792 , l ' artiglieria veneta ripiombò nella sua rovina . * * * Quale servizio prettamente tecnico , l ' artiglieria faceva capo al Reggimento così detto all ' Arsenal ed all ' Arsenale medesimo ; talché le due branche dell ' attività artiglieristica - il tattico ed il tecnico - trovavano nella pratica due enti destinati a rappresentarle , cioè il reggimento suddetto e quello all ' artiglieria . Dopo i grandiosi ampliamenti introdotti nell ' Arsenale ai tempi dello splendore ( 151 ) , l ' aggiunta del braccio nuovissimo , del riparto delle galeazze e della casa del canevo , ossia la corderia ( denominata comunemente la tana ) , la meravigliosa fabbrica dei veneziani era caduta prima in abbandono e poscia in completa rovina . La stupenda officina delle armi e dei navigli veneti , verso la caduta della Serenissima si era quindi ridotta un ' ombra di sé medesima , una bellezza stanca e disfatta dall ' opera demolitrice degli anni , la cui fama richiamava ancora le genti a visitarla , ma più come un monumento delle passate età che come cosa viva . Così la visitò Giuseppe II nell ' estate dell ' anno 1769 . L ' Arsenale conservava ancora a quel tempo oltre tre miglia di circuito , e tutto intero il giro delle sue muraglie guarnite di bertesche sulle quali , di continuo , vigilavano le sentinelle per preservare il cantiere da ogni funesto accidente , specie dal fuoco . Queste sentinelle erano in corrispondenza con una guardia centrale posta in mezzo all ' Arsenale , con cui , ad ora ad ora , esse scambiavano alla voce il grido di all ' erta per sapere se vegliassero . Dalla sera all ' alba un drappello di soldati - Oltremarini in massima parte - girava tutt ' attorno al grande cantiere veneziano , ed anche questi solevano chiamare dal di fuori l ' attenzione di quelli che vigilavano sull ' alto delle mura , di guisa che l ' incrocio delle voci delle scolte era continuo e persistente . Dei due maggiori ingressi dell ' edifizio , quello detto da mare , d ' onde entravano ed uscivano le navi , era guardato sempre da un buon nerbo di truppa disposto presso al ponte di legno . L ' ingresso detto da terra , che si apriva sul Campo dell ' Arsenal , era invece custodito da un altro manipolo di cannonieri e di schiavoni , i quali facevano la scolta sotto la grande porta del leone alato , sopra alla quale troneggia la statua di Santa Giustina . Vicino alla porta da mare - segno manifesto della corruzione e della decadenza dei tempi - sorgeva una cantina o vascone che , « da tre bocche versava vino in gran copia per dissetare a pubbliche spese tutto quel popolo di operai ( 152 ) , cresciuto tra l ' ignavia universale e fatto baldanzoso dalle debolezze dei governanti . E gli arsenalotti , intorno all ' anno 1775 , ascendevano ancora a più di duemila , suddivisi in squadre comandate da appositi capi detti proti , sotto - proti o capi d ' opera , tutti vestiti con abiti talari ( 153 ) . Al riparto delle fonderie e dei metallurgi sopravegliava ancora a quei tempi la dinastia degli Alberghetti , « membri della famiglia benemerita di antico servigio la quale aveva mai sempre prodotto uomini valenti nelle meccaniche ed inventori di nuove artiglierie » ( 154 ) . E tra questi operai tutti si reclutava il grosso del Reggimento Arsenal , più corporazione e confraternita del tipo degli antichi bombisti , che corpo regolarmente ordinato . A tale arte facevano pure capo i lavori di ristauro più delicati delle armi portatili , quali il rinnovo degli azzalini ( acciarini ) , il calibramento delle canne e la trasformazione dei fucili dall ' antico modello ( 1715 ) al nuovo , del campione Tartagna . Al lavoro delle vele ed alla fattura dei cordami sottili attendevano le donne « le quali , a togliere ogni sorta di scandalo , albergavano in un luogo disgiunto affatto dagli uomini , custodite da altre donne attempate e di buona fama , e con la sopraintendenza di un ministro di età matura » ( 155 ) . Altri operai - pure ascritti al Reggimento Arsenal - si occupavano di « filar canape e formarne gomene , alla qual cosa era destinato un luogo che è bensì dentro il circuito dell ' Arsenal , ma separato da esso in modo che con quello non abbia comunicazione veruna » ( 156 ) . Questa era la Tana sopranominata , laboratorio , deposito di cànapi e magazzino di legname da lavoro e di altri attrezzi marinareschi , governato dagli appositi visdomini , o sottointendenti . Era questa Tana un vasto locale lungo 400 pertiche , governato di un magistrato apposito , e non lungi da esso si ergeva il real naviglio del Bucintoro , che una volta all ' anno , la vigilia dell ' Ascensione , usciva fuori dell ' Arsenale per far di sé bella mostra il dì seguente , « nel più bello di tutti gli spettacoli che si possano mai vedere in qualunque parte del mondo » ( 157 ) . * * * Il magistrato all ' artiglieria aveva giurisdizione sull ' Arsenale insieme agli altri colleghi ( 158 ) , ma l ' opera sua si esplicava più particolarmente rispetto al reggimento all ' Arsenal , mentre quella del sopraintendente , o del brigadiere dell ' arma , si riferiva in modo speciale al reggimento artiglieria . Quel magistrato teneva infatti i ruoli dei « fonditori , carreri , fabbri , tornitori ed altri uffiziali unicamente dipendenti da esso » , aveva in consegna i parchi dei cannoni di bronzo e di ferro , le munizioni , le bombe , gli apprestamenti d ' ogni genere ed i salnitri . Funzionava adunque , sotto questo punto di vista , da ufficio burocratico ed amministrativo ; còmpito non lieve né facile quando si pensi allo svariatissimo numero di bocche da fuoco che la Repubblica manteneva ancora in servizio alla sua caduta , claudicanti sui letti che invano attendevano l ' opera riparatrice e rinnovatrice della ditta mercantile Spazziani . Erano 24 modelli diversi di cannoni , tra bronzo e ferro , 5 di falconetti , 6 di colubrine , 4 di petrieri , 13 di mortaj , 3 di obusieri , 3 di obizzi ; senza contare le artiglierie di minor calibro e le speciali , come gli aspidi , i passavolanti , i saltamartini , i trabucchi , le spingarde , gli organetti ed i mortaretti per la prova delle polveri ( 159 ) . Ma il peggior lavoro da Sisifo in questa decadenza delle armi veneziane si era per certo quello di resistere alle continue insidie che si tendevano al Deposito intangibile , di cui il magistrato all ' artiglieria era responsabile coma prima autorità tecnica del reggimento all ' Arsenale . Questo deposito era costituito da una cospicua raccolta d ' armi d ' ogni fatta , composte in alquante sale dell ' Arsenale medesimo , « le cui pareti erano tutte maestrevolmente guernite , dall ' alto al basso , di loriche , di elmi , di spade , di archibugi e di altri militari strumenti . Alcuni di questi saloni forniti erano di armi per 25,000 soldati , tali altri per 30,000 , tali altri ancora ne somministravano fino a 40,000 : e ve ne erano ancora altri per 25,000 o 30,000 galeotti . Le dette sale si vedevano ancora adorne con le imagini di molti ed illustri capitani » ( 160 ) . Il deposito intangibile , ampliato e riordinato nella parte moderna dal sopraintendente Patisson e nell ' antica del maggiore Gasperoni ( 161 ) , era così detto perché ad esso non si doveva ricorrere salvo che al caso di estrema urgenza ed immediato pericolo di guerra , dappoiché agli usi correnti dell ' armo o della neutralità dovevano sopperire altri depositi detti di consumo , pure stabiliti dentro la cinta dell ' Arsenale con annesse riserve di cannoni e di munizioni . Ora un organismo come il veneto della decadenza , il quale consumava senza produrre , doveva necessariamente intaccare il patrimonio del passato senza reintegrarlo in alcuna guisa , e mordere dentro l ' eredità del deposito intangibile senza ricostituirla . Ed al magistrato all ' artiglieria toccò di assistere a questa lenta morìa delle armi veneziane , registrandone a mano a mano i battiti decrescenti del polso , assistendo inoperoso ed inutile a questo sfasciarsi , grado a grado , di una potenza militare accumulata da secoli , la quale andava sgretolandosi come sotto le percosse monotone ed uniformi di un mare ondoso e profondo . I registri del magistrato all ' artiglieria rilevano tutto questo con impassibilità e precisione . Il deposito intangibile faceva così bancarotta , ed ogni fucile ed ogni spada che si toglieva da esso e non si rinnovava , sembrava una nuova e fiera rampogna all ' ignavia della Serenissima . Nel 1794 i presidi di Brescia , di Bergamo e di Verona , erano sprovvisti di schioppi per armare le cerne pur allora arruolate , le quali abbisognavano di 2300 fucili e di 66 moschetti da cavalletto . Il Reggimento all ' Arsenal non potendo fare fronte alle richieste con le armi del deposito di consumo fu autorizzato , « a fare le relative pratiche , cioè « a far passare dal deposito intangibile a quello di consumo il numero dei fucili occorrenti , guarniti di bajonetta » ( 162 ) . Da quel punto la rovina non ebbe più ritegno . Nel 1796 il deposito di consumo - secondo scrisse il colonnello Molari del Reggimento Arsenale - si era ridotto a soli 360 fucili con bajonetta , a 199 senza , a 200 tromboni per uso delle navi , a 639 palossi di bordo ed a 359 palossetti ; vale a dire a nulla o pressoché ( 163 ) . Il deposito intangibile era pure disceso a quel tempo a 24,084 fucili completi , a 7750 pistole poco atte al servizio e difettose di azzalini , a 1558 palossi e ad 89 moschettoni ( 164 ) . È bensì vero che si trovavano oltre a ciò sparse alla rinfusa nelle sale 20.966 canne da rimontarsi in fucili , 7455 lame da palosso , 2624 azzalini , 11,862 guardie da palosso , 3366 lame da palossetto e 2500 guardie corrispondenti ; ma per adattare tutte quelle parti d ' arme occorrevano tempo , fede e lavoro , e così come si trovavano potevano rassomigliarsi ai frantumi di una grande e meravigliosa nave sfasciata dalla tempesta . Pure , in mezzo a tanta dissoluzione , si rileva dai documenti la nota semplice ed ingenua , cioè l ' offerta fatta da taluni abitanti dell ' estuario veneziano di crescere , comunque , con le loro vecchie e logore armi il deposito dell ' Arsenale . Erano i cittadini di Burano che in tali frangenti facevano omaggio al Principe di 20 schiopponi e di 25 schioppi da brazzo , « ( braccio ) serventi alla cazza ( caccia ) dei volatili » ( 165 ) . La piccola e modesta profferta se lumeggia il patriottismo dei bravi Buranesi , rivela nondimeno la fatalità e la grandezza della rovina militare della Repubblica , e riflette ancora molta luce sul modo di intendere e di comprendere la guerra in quei tempi . CAPO VII . Il corpo degli ingegneri militari . Quando nacque il corpo degli ingegneri militari veneti , esso legava il suo nome ad un ' opera che può sembrare benaugurante anche oggigiorno . Nella primavera dell ' anno 1771 il Capitanio del Golfo segnalava al Senato la necessità di ridurre in quarto il grande disegno topografico dell ' Albania , e ciò per gli usi correnti e per conservarne copia nella Fiscal Camera delle Bocche di Cattato . Il lavoro fu commesso dal Savio alla Scrittura al tenente colonnello Lorgna , e questi l ' affidò a sua volta ai migliori allievi del Collegio Militare di Verona destinati ad uscire in quell ' anno alfieri nel nuovissimo corpo degli ingegneri militari ; così quei giovani uscirono dall ' ombra delle scure torri scaligere al sole di una vagheggiata vita di operosità e di studi guerreschi , con la visione davanti agli occhi di quella grande provincia sulla quale , in altri tempi , si era largamente e fortemente diffuso il nome e la gloria di Venezia . La decisione di istituire un corpo di ingegneri militari giungeva infatti in buon punto . Si poteva beneficiare delle tradizioni e della pratica compiuta altrove , specie in Francia , dai corpi analoghi ; costituire un prezioso ausilio per l ' esercito veneto , oltre che quale organo tecnico anche come istituto direttivo , uniformandosi ai còmpiti che gli altri corpi del genio militare esercitavano altrove disimpegnando gli affici inerenti al servizio di stato maggiore ( 166 ) . Ma non basta . Il novello corpo del genio militare veneto avrebbe potuto rendere grandi servigi anche nelle relazioni civili . Infatti le condizioni speciali del suolo della Repubblica , il regime delle sue acque costiere e rivierasche , la lotta continua e tenace sempre impegnata con queste affine di conservare igienico e fruttifero il suolo , portuosi gli scali , facili e spedite le vie fluviali di transito ed i canali navigabili , avrebbero offerto una inesauribile materia di attività e di lavoro fecondo agli ingegneri militari veneti , una auspicata occasione insomma per bene meritare del pubblico benessere . Ma l ' occasione desiderata di creare un cosiffatto strumento , utile insieme all ' esercito e dallo Stato , mancò per l ' ignavia degli uomini e per l ' indifferenza dei tempi . Rimase solamente traccia del buon proposito , della sua pratica assai tardiva , e , come simbolo , il prestigio del nome di un illustre ufficiale degli ingegneri militari veneti che , da solo , bastò alla deficienza di tutti gli altri . Tale fu il brigadiere Giovanni Mario Lorgna ( 167 ) - più volte ricordato - la cui sfera d ' attività va indivisibilmente congiunta a quella di Bernardino Zendrini ( 168 ) , il celebre matematico della Repubblica che studiò e costrusse Murazzi , ed a quella degli ingegneri idraulici che sistemarono l ' alveo del Brenta ed il suo Taglio Nuovissimo ( 169 ) . Ma la fama militare del brigadiere degli ingegneri Lorgna va sopratutto collegata alla pratica degli insegnamenti da lui professati per sette lustri nella scuola d ' applicazione di artiglieria e genio della Serenissima in Verona , agli studi sull ' impiego delle mine , sul miglior rendimento degli esplosivi e sul tracciamento delle gallerie , a qualche restauro ed ampliamento nelle fortezze di Mantova , di Legnago e di Peschiera , ai rilievi topografici da lui intrapresi nel territorio irriguo del Polesine , con il concorso dei suoi allievi , con la cooperazione di Giacomo Nani e con l ' aiuto delle tavolette pretoriane commissionate , per iniziativa del Lorgna medesimo , in Inghilterra ( 170 ) . Frutto di questi ultimi lavori fu la grande carta corografica della regione del basso Adige , pubblicata però dalla Serenissima tanto tardi che essa servì prima ai suoi nemici - Austriaci e Francesi - che ai Veneti . Risultavano in questa carta chiaramente tracciati il corso dei fiumi , dei canali , l ' andamento degli scoli , degli argini e delle strade rispetto alle province finitime , nonché la postura delle chiuse e delle conche . La scala era circa del 50.000 . Anche lo stato delle fortificazioni e dei castelli di Venezia e d ' Oltremare - dei quali si parlerà più avanti - ovunque in rovina , richiedeva urgentemente l ' opera riparatrice degli ingegneri militari . A questo compito avevano atteso fino allora - però in modo insufficiente ed inadeguato - il personale dei provveditori alle fortezze , i quartiermastri alle fortificazioni e perfino gli ingegneri ai confini , corpo di professionisti di Stato dipendenti dalle Camere ai confini , incaricati in special modo del tracciamento e della manutenzione della viabilità sulle frontiere della Repubblica ( 171 ) . Con questi auspizî adunque , nel 1770 , venne creato con apposito senato - consulto il Corpo degli Ingegneri militari , unitamente al Reggimento di Artiglieria ( 172 ) . Il grande favore , tutto proprio del tempo , verso quanto di tecnica militare e navale proveniva dall ' Inghilterra , indusse il Savio alla Scrittura a ricercare da quella parte anche il primo sovraintendente nel corpo novello - come si era fatto per l ' artiglieria - ; e questi fu il colonnello Dixon , scozzese di origine . Gli organici degli ingegneri militari furono stabiliti come appresso : 1 colonnello , 1 tenente colonnello , 2 sergenti maggiori , 8 capitani , 8 tenenti ed altrettanti alfieri , da trarsi questi ultimi annualmente dal Collegio Militare di Verona . In totale il corpo doveva contare sul primo piede 28 ufficiali senza alcun riparto di truppa . L ' uniforme era « di scarlatto , con fodera , giustacuore e calzoni bianchi , con paramenti e mostre fino alla metà del vestito di velluto nero , dragona d ' oro alla spala , e spada con fioco uniforme » ( 173 ) . Adunque la buona volontà di costituire il corpo degli ingegneri militari veneti non mancava , almeno alle apparenze . Ma , tra il detto ed il fatto , le correlazioni non erano né semplici né rapide sotto la decadenza del governo della Serenissima . Il Piano regolatore del corpo , studiato dal colonnello Dixon , prescriveva che , « esaminato fosse il merito non solo degli ufficiali già titolati come ingegneri e destinati a comporlo , ma degli altri ancora da inserirsi nel medesimo » . E poiché si constatò , con opportune prove ed esami , che nessuno dei candidati possedeva i necessari requisiti di idoneità - all ' infuori di uno ( 174 ) - il Senato deliberò subito di rimandare a miglior epoca la definitiva costituzione del corpo medesimo . Trascorso un biennio , lo scozzese Dixon , contrariato dalle lungaggini e dalle oscitanze verso quel corpo degli ingegneri che egli non aveva fino allora comandato che sui lindi specchi dei Piedilista , nella primavera del 1772 chiese ed ottenne di essere esonerato dallo sterile servizio , e gli successe il colonnello Moser de Filseck , tirolese di origine e proveniente dall ' esercito austriaco . Pure tra il vecchio ed il nuovo , tra lo scozzese che abbandonava la città delle lagune ed il tirolese che gli subentrava , il Senato continuò a nicchiare , ad onta che le istanze e le circostanze incalzassero per indurlo una buona volta a dare corpo e vita al Piano regolatore decretato fino dal 1770 . « È oramai tempo di decidersi - lasciò scritto il Savio nel 1779 - e con ciò noi non facciamo che rappresentare non già sciogliere i dubbi che si affacciano su quest ' argomento degli ingegneri militari , ma giudicheremo tuttavia colpa tacere e ritenere alcune riflessioni in merito e che lo zelo ci indica ... La disciplina è l ' anima dei militari , e la differenza nei gradi rende più sicura la dipendenza ed il buon ordine . Un sopraintendente degli ingegneri adunque , occupato nelle generali riviste per tutto lo Stato , il colonnello ispettore , costante e necessario al Collegio militare di Verona , esercitato per di più ben di frequente in molteplici e varie commissioni ... il corpo senza ufficiali ... tutto ciò insomma non giova a conservare l ' armonia nel medesimo . Bisogna decidersi !...»(175) Finalmente , nel 1782 , il corpo degli ingegneri militari cominciò a contare qualche ufficiale ritenuto capace di disimpegnarne gli uffici . Ma siccome quel numero era pur sempre esiguo e di gran lunga inferiore all ' organico , così si adottò un servizio promiscuo tra gli ingegneri militari ed i colleghi ingegneri ai confini , una specie di compromesso tra i due corpi tecnici veneti . Sulla fine di quell ' anno si trova infatti che i tenenti ingegneri Carlo Canòva e Francesco Medin , unitamente al tenente colonnello Milanovich , prestavano la loro opera nell ' arginatura dell ' Adige , alle dipendenze del magistrato al detto fiume ed in collaborazione a taluni ingegneri civili ( 176 ) . Indi appresso , rendendosi sempre più frequenti i casi di questo servizio cumulativo , particolarmente nelle province d ' Oltremare , le meno desiderate e le più trascurate , « per lo stato di desolazione di tutte le caserme , opere interne ed esterne di fortificazione , ospitali , magazzini , depositi , cisterne ed altro » ( 177 ) , il Savio alla Scrittura deliberò di meglio precisare i limiti della prestazione comune dei due corpi , e stabilì « che l ' aiuto dovesse essere per l ' avvenire reciproco , ma libero da ogni vincolo l ' un l ' altro » ( 178 ) . Il senso della disposizione non era molto chiaro . Rimase però inteso , in tanta indeterminatezza di forme , che gli ingegneri ai confini dovessero occuparsi più specialmente dei lavori stradali in genere , ed in ispecie delle vie del Canale del Ferro , di Venzone , di Gemona , di San Daniele , del Taglio Nuovo di Palma , della prosecuzione dei lavori in corso sull ' Isonzo , a Porto Buso , nell ' Istria , alli scogli di Tessaròlo , lungo la strada di Campara in Val Lagarina , nel territorio di Cremona e verso gli Stati del Pontefice ; e che gli ingegneri militari dovessero dedicare di preferenza la loro attività ai lavori di carattere militare , cioè alle opere di fortificazione , ai castelli ed alle caserme ( 179 ) . Cosicché , soltanto nel 1785 , vale a dire dopo circa quindici anni dalla fondazione teorica del corpo degli ingegneri militari veneti , questo principiava ad avere un inizio di vita , assicuratagli da nuove cure e previdenze del brigadiere Lorgna , concretate nella riforma delle « Leggi , regole e scuole del Militar Collegio di Verona » . * * * Era però troppo tardi . Rimediare al passato non era più possibile , tanto era grande ed irreparabile la rovina del presente . Tra il 1782 ed il 1783 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck , reduce da un lungo e fortunoso viaggio d ' ispezione nei domini Veneti di Oltremare , così dipingeva al Principe il triste stato delle fortificazioni della Repubblica : « Prima di ogni altra cosa - così scriveva il Moser - voglia V . E . consentirmi che , con il cuore veramente dolente , io mi lagni del deperimento nel quale attrovai quasi ogni parte delle opere componenti i recinti e le fortificazioni dei domini d ' Oltremare ... specie della piazza di Zara , il più forte propugnàcolo della provincia di Dalmazia , e delle riflessibili mancanze e bisogni riconosciuti nelle sue interne militari fabbriche . Non mi sorprende però , Eccellentissimo Signore , le grandiosi somme che occorrerebbero per un general restauro di esse opere , bensì il riconoscere una grande parte dei danni medesimi portati dalla malizia degli uomini e per difetto di convenienti diligenze , che profittando delli primi intacchi in un ' opera la riducono in consunzione in breve spazio di tempo , senza alcun riguardo né timore . Tanto maggiore fu la mia sorpresa quando vidi considerabili mancanze in situazioni che sono alla vista delle sentinelle e degli stessi corpi di guardia . Il quartiermastro dovrebbe essere uomo di fermissima attenzione ed attivo , avere registri esatti ed accompagnare gli ingegneri nelle visite che essi dovrebbero fare .... ma invece nulla avviene di tutto questo . Manca il ponte che traversa il fosso capitale della piazza di Zara alla porta di Terraferma , unica comunicazione con il continente , e per conseguenza la sola parte per la quale si può entrare in Zara da tutta la estesa provincia , per la via di terra ; è rovesciato il molo dalla parte di mare . Vi si rimediò con un ponte provvisionale , ma è bisognevole di restauro , ed il molo è sfasciato dalla violenza delle onde » ( 180 ) . Né in migliori condizioni di Zara - la Venezia della Dalmazia - erano le altre piazze e castelli del littorale e dell ' interno : « Spalato - soggiungeva l ' ora detta relazione - ha una situazione stupenda per sé . L ' imperatore Diocleziano vi eresse il suo palagio ed ha per appoggi il castello di Clissa per proteggerne il commercio verso l ' interno e quello di Sign ( 181 ) . Ma Spalato è ora in decadimento ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano . Vale perciò meglio per lo Stato di stabilire colà i soli depositi generali di munizioni da bocca e da guerra , e fidarsi meglio degli appoggi di Clissa e Sign , però bene appropriati . « Per Sign , fu il veltz - maresciallo Schoulemburg che dimostrò la necessità di fortificarla fino dal 1718 . Ma il piano non ebbe seguito , e la Repubblica parve allora contentarsi di fortificare , Clissa e Dernis ed il passo di Roncislap , sulla Kerka ( 182 ) . Infine , nel 1752 , furono fatti pochi lavori a Sign ... ed a Spalato non furono toccate che poche rovine del vecchio forte e nulla più . Eppure Sign è luogo di confine , vi si fermano le carovane dei Turchi prima di scendere a Spalato e vi è una caserma confinaria . « Clissa è disposta sull ' erto di un greppo che domina il solo passo per il quale , da Sign , si può entrare nel contado di Spalato . I recinti della fortezza sono in buono stato e , con piccole aggiunte alle opere attuali , si potrebbe ridurre quel posto molto forte . Clissa è provvista di conservatorî da acqua ( serbatoj ) , requisito assai necessario per una piazza di guerra in queste regioni . Qualche ristauro vi è però necessario , acciocché possano contenere quest ' ultimo elemento nella qualità e nella quantità indispensabili ... Occorrono però ristauri anche sulla strada di Sign , per Clissa , fino a Spalato ( 183 ) . In questa strada , a quattro miglia circa da Spalato ( dove sono ancora alcuni residui della città di Salona ) è fissato un appostamento per una compagnia di Dalmatini ( Oltramarini ) , il cui quartiere è però così miserabile che opprime lo spirito entrando nel medesimo » . Proseguendo nel triste pellegrinaggio , dalla Dalmazia alle terre Levantine , le tinte del rapporto Moser si fanno ancora più fosche , come che la vita pubblica veneta scemasse di vigore e di calore a misura che si allontanava dalla Dominante e dalle province a questa più vicine . « A Corfù - continua la ricordata relazione - le opere sono tutte ingombre , i parapetti rovesciati , disfatte le embrasure ( feritoie ) ... sicché confesso che grande fu la mia sorpresa nell ' attraversare tanta rovina . A Cerigo ed Asso , la medesima desolazione . Quivi i N.N. H.H. ( 184 ) rappresentanti , nelle loro abitazioni , sono appena riparati dai raggi solari ed il vento e la pioggia entra per ogni parte . Gli ufficiali di Cerigo pagano alloggio di casa , essendo atterrate quelle che loro servivano da ricovero ; i soldati sono pessimamente posti nei corpi di guardia . Ad Asso infine tutte le fabbriche militari sono in rovina . Le condizioni del forte di San Francesco di Cerigo ... mi hanno poi fatto rabbrividire , ed invoco provvedimenti per il decoro del Principato . Li otto pezzi che quivi sono nella casa di San Nicolò , 3 da 30 e 5 da 20 , sarebbe più decoroso che fossero interamente a terra , piuttostoché vederli appoggiati sui fracidissimi rottami dei loro letti ( affusti ) . « A Cefalonia le due fortezze sono ora interamente disabitate ... Prèvesa acquistata nell ' ultima guerra contro il Turco , nel golfo di Arta , insieme a Voniza ( 185 ) esposta alle incursioni nemiche , è fortezza solo di nome ma in realtà è un mal conservato trinceramento » . Ed il sopraintendente Moser dopo questa fiera requisitoria così concludeva : « Si faccia presto a provvedere . Siano fornite le milizie di quartieri e di ospitali che loro sono urgentemente necessari , capitali i più preziosi per le convenienze del Principato . Se no , a nulla servono le bene intese e solide fortificazioni , gli utensili , gli attrezzi da guerra , armi di buona tempera e ben conservate , se non vengono difese le une e maneggiate le altre da destro e robusto braccio » . * * * Il triste spettacolo delle province d ' oltremare in rovina , senza difesa , senza cannoni , senza milizie , l ' imagine delle residenze dei rappresentanti della Repubblica sul punto di crollare ; dei picchetti di Oltremarini usciti fuori delle caserme per cercare miglior sicurezza e riparo sotto le tende , presso le rive di quel mare che fu già pieno del nome e della gloria di Venezia , quasi attendessero di momento in momento di mutare dimora , deve avere per certo commosso lo spirito del Senato Veneto . Ma poiché l ' azione era a quel tempo assai più ardua della commiserazione ed i mezzucci assai più facili delle decisioni pronte e virili , si ricorse anche questa volta ai timidi tentativi , tanto per ingannare il pericolo dell ' ora . Così avvenne che in risposta al disperato appello del Moser , la Serenissima si contentò di istituire il corpo dei Travagliatori del genio . Taluni storici della Repubblica - ed il Romanin tra gli altri ( 186 ) - vollero attribuire a quel corpo un significato moderno , qualificandolo per precursore dell ' odierna arma del genio . Ma il paragone a tutto rigore di critica non regge . Al massimo i travagliatori veneti potevano rassomigliarsi alle compagnie di ouvriers , che esistevano nell ' esercito francese prima dell ' anno 1776; compagnie che vennero poi surrogate dai soldati pionniers con precisi attributi di arma tecnica , ciò che significa che i predecessori degli ouvriers non possedevano i requisiti dei pionieri o , quanto meno , in modo assai incompleto . Ma anche facendo astrazione da questi còmpiti e da questi paralleli , occorre mettere in rilievo qualche altro aspetto che meglio serva a chiarire il valore militare e morale del nuovo corpo dei travagliatori , e le differenze sostanziali con il corpo dei soldati pionniers di Francia , cui si vorrebbe troppo corrivamente ricollegare le tradizioni organiche dei travagliatori veneti . Il Moser adunque , esponendo l ' urgenza di far argine al decadere delle fortificazioni veneziane , proponeva d ' impiegare nei ristauri un personale militare ordinato in compagnie , con reclutamento , còmpiti e trattamento assai analoghi a quelli delle odierne compagnie di disciplina . Era quindi una specie di stabilimento di correzione militare che si trattava di istituire , realizzando con esso due vantaggi precipui : quello cioè di purgare i corpi dai soggetti più pericolosi e di impiegare la loro mano d ' opera nei restauri delle fortificazioni e delle caserme a prezzo più conveniente della mano d ' opera borghese . Quest ' opera di risanamento dal lato morale militare - particolarmente caldeggiata dal Savio di Terraferma alla Scrittura in carica Niccolò Foscarini - piacque al Senato che l ' approvò anzitutto per tali viste . « Per togliere i perniciosi effetti - come diceva la relazione premessa dal detto Savio al decreto che ordinava la costituzione del corpo dei travagliatori - derivati dalla introduzione nella truppa dì quelle figure che , quantunque ree di non gravi delitti , chiamano tuttavia la pubblica vigilanza ad impedire loro maggiori trapassi , ... e nell ' intento precipuo di tenere aperta una via per allontanare dalla Terraferma e dalla Dominante gli individui infesti alla comune quiete , si assoggetta l ' ora intesa scrittura . « Ed essa si dirige a stabilire l ' istituzione di due Corpi di Travagliatori ( 187 ) che raccoglier abbiano le sopra indicate figure ed inoltre quei soldati che , per indisciplina e scostumatezza , venissero giudicati dalle pubbliche cariche d ' Oltremare e Savio alla Scrittura degni di tale correzione , per essere impiegati nelle fabbriche ed in ogni altro pubblico lavoro d ' Oltremare . Ed il Senato , che adatto ciò riconosce alle viste del suo servizio ed alla tranquillità dei suoi sudditi , avvalora il provvedimento con la sua approvazione . « I soldati travagliatori avranno la paga di soldato di fanteria italiana , più una diaria di cinque gazzette ( 188 ) nei giorni di continuato lavoro , onde possano procurarsi una nutrizione adatta alle fatiche : ai capi - squadra saranno corrisposte dieci gazzette . Il vestiario dei travagliatori deve esser fatto dal Magistrato sopra Camere ( 189 ) e di due in due anni loro somministrato , giusta il modello che l ' esattezza della conferenza assoggetta , e che si rileva corrispondere in un sessennio al valore di quello usato dalla truppa italiana » ( 190 ) Tale fu l ' ordinamento del corpo di travagliatori Veneti suddiviso in due compagnie : una destinata ai lavori di Levante , l ' altra a quelli della Dalmazia ( 191 ) . È chiaro adunque che l ' idea di istituire un corpo del genio militare era ben lungi ancora dalla mente dei governanti veneti nel 1785 . E come non bastassero ad attestarlo le espressioni del senatoconsulto ora citato , v ' ha ancora il libro dei Doveri del Corpo dei Travagliatori , pronto a ribadire tale concetto . A custodia delle principali residenze delle due compagnie - cioè la Cittadella di Corfù ed il Forte di Zara - erano stabiliti dei grossi picchetti di guardia , ciò che dinota la condizione molto simile a quella dei forzati in cui erano tenuti i componenti del corpo . L ' anzidetto libro dei Doveri ( 192 ) specifica ancora meglio tale condizione pressoché ergastolana dei travagliatori quando prescrive che , « a far parte di diritto dei detti corpi sono chiamati quegli individui che , dai varî tribunali , uffizi , magistrati e reggimenti , vengono condannati a servire nella truppa . Non possono però introdurvisi gli individui rei di gravi delitti ed infamanti , né incapaci al lavoro ... Dietro parere delle primarie cariche delle province di Oltremare e del Savio di Terraferma alla Scrittura , si possono altresì condannare a servire nei corpi dei travagliatori quei soldati che si mostrassero di mal costume , o indisciplinati , o che meritassero almeno due anni di correzione . Spirati questi due anni e non dando i soldati segni di ravvedimento termineranno quivi l ' ingaggio . I ravveduti termineranno invece lo ingaggio nella truppa dove saranno nuovamente trasferiti » . I travagliatori non erano adunque che tristi soggetti allontanati dall ' esercito , e la cura di liberarnelo al possibile primeggiava sopra ogni altra , ad onta della rovina delle fortificazioni veneziane e della fosca dipintura del sopraintendente Moser . Fu soltanto pochi mesi prima della caduta della Serenissima che il generale Stràtico richiese effettivamente al Savio alla Scrittura di istituire un corpo del genio militare , con attributi e còmpiti da arma nel senso moderno ; « formando finalmente un corpo di guastatori , istrutto nella costruzione dei trinceramenti ed opere campali sotto la direzione degli ufficiali ingegneri e nella gittata dei ponti per il passaggio dei fiumi . Così ad ogni comando nulla verrebbe a mancare , tanto per muovere la truppa contro l ' oste nemica che per assicurarle una forza superiore alla medesima » . Ma lo Stràtico scriveva così soltanto il 20 luglio 1796 ( 193 ) . CAPO VIII . La cavalleria veneta . Le armi nel loro complesso , il governo ed il riparto difensivo e territoriale . I veterani . Le glorie della cavalleria leggera stradiotta erano sfiorite da gran tempo . I fieri cavalieri albanesi - o cappelletti - al soldo della Repubblica , vestiti di abiti succinti , armati di piccolo scudo , di lancia e di spada , che avevano empito delle loro fulminee gesta i campi d ' Italia nel Cinquecento , si erano a grado a grado ammansiti . Avevano dapprima smussate le unghie , poscia ripiegate le zanne e si erano da ultimo confusi e perduti in un largo innesto nei più miti cavalleggeri Dalmati e Croati . L ' essenza dell ' arte del combattere leggero alla stradiotta , fatto di balenare d ' incursioni , di tagli ratti e violenti inferti sul corpo greve dell ' avversario , di solchi sanguigni e profondi vibrati sulle terre devastate dalla loro rapacità , era esulata altrove sotto forme più disciplinate e conformi al diritto delle genti , specie in Francia , dove si era raccolta e tramandata , con qualche sapore di venezianità , sotto le insegne del reggimento cavalleggeri Royal Cravates ( 194 ) . A Venezia rimase , come di tutto il bello ed il buono del passato , soltanto l ' eredità delle memorie . Trascorso il periodo delle grandi guerre e delle lotte di conquista , nelle quali la cavalleria stradiotta con il suo rapido dilagare parve quasi il simbolo e l ' arma per eccellenza ; ripiegatasi la Serenissima in sé medesima , la cavalleria divenne nell ' esercito veneto un ' arma esotica . Si restrinse cioè al modesto compito di milizia addetta alla custodia dei confini , alla scorta dei convogli di privative dello Stato ( 195 ) e delle reclute , alla guardia d ' onore delle missioni e delle alte cariche governative ; dedicò infine il proprio servizio al mestiere di staffetta lungo le principali rotabili , per trasmettere con qualche celerità lungo di esse le ducali e gli ordini più urgenti del Savio alla Scrittura . Sotto questo riguardo adunque la cavalleria veneziana prese la veste di un pubblico servizio e si spogliò delle caratteristiche di arma combattente . Le esenzioni e le difficoltà dei pascoli , mentre tendevano a raccoglierla in determinati centri meglio provvisti di foraggio , obbligavano per contro a frazionarla in piccoli posti là dove questo scarseggiava . E ciò anche per meglio soddisfare alle esigenze del servizio di scorta e di staffetta . La campagna bresciana e la veronese primeggiavano per floridezza dei pascoli e quivi i riparti di cavalleria potevano stare più raccolti : la provincia del Friuli , specie il circondario di Pordenone ( 196 ) , pur essendo assai più ricca di foraggi era nondimeno esente da ogni servitù , e ciò per antico privilegio . Nei dintorni del Chievo ( Clevo ) stava quindi alloggiato un buon terzo della cavalleria veneta al tempo della decadenza , ed a Verona risiedeva il suo sopraintendente . I possessori di quelle praterie acclive e dei pingui pascoli sotto quella fortezza erano obbligati - per vecchi statuti - a somministrare le decime dei loro fieni alla cavalleria ( 197 ) . Ma quel vincolo - fatto di antiche schiavitù terriere - era diventato insopportabile ai terrazzani veronesi della decadenza della Repubblica , che ripetutamente ed acerbamente se ne dolevano , offrendosi perfino di pagare la prescrìtta decima in denaro sonante . Con ciò quei terrazzani intendevano piuttosto a liberarsi delle guarnigioni che dell ' onere che loro derivava per la presenza della cavalleria nelle loro terre . Ma il Senato , nel 1782 , riconfermò nel modo più esplicito il pieno vigore delle antiche servitù , « essendoché la fornitura delle decime alla pubblica cavalleria è destinata alla comune salvezza di tutti , per il mantien di quell ' arma » ( 198 ) . A squadriglie , a drappelli , il rimanente della cavalleria era suddiviso in parte nelle città e nel contado della Bresciana e del Bergamasco , ed in parte tra i centri di Padova , Rovigo , Treviso , Udine e Palmanova . Delle province di Oltremare , la sola Dalmazia aveva cavalleria preferibilmente croata , oppure di corazze ; e poiché a questa specialità da tempo era affidato il servizio di vigilanza verso le frontiere turchesche e nell ' interno , i nomi di corazze e di croati suonavano nei luoghi come sinonimi di gendarmi ed anche di sgherri ( 199 ) . Inauguratosi poi , nel 1783 , il sistema dei cambi di guarnigione o dei turni - come si disse più avanti - - fra i grandi riparti territoriali della Serenissima , questa tradizione poliziesca andò a grado a grado affievolendosi , ed il servizio di ordine pubblico fu indi appresso egualmente ripartito tra le diverse specialità dell ' arma che si avvicendavano nei presidi d ' Oltremare . * * * I còmpiti della cavalleria veneta si esplicavano anzitutto nei servizi mobili , cioè nella perlustrazione delle strade di maggior transito insidiate dai malviventi , nella sorveglianza delle linee di confine , nella protezione dei convogli di biave ( frumento ) che dovevano servire alla panificazione per la truppa ( 200 ) e nei servizi fissi di guardia e di vigilanza locale ; cioè nei così detti appostamenti dell ' arma stabiliti ai nodi stradali di maggior rilievo , nelle vicinanze delle fortezze e dei castelli più importanti . Sotto quest ' ultimo aspetto , la cavalleria veneta si prestava all ' occorrenza anche al disimpegno del servizio di staffetta e di corriere , come si è ricordato più sopra . Il senso di cosiffatto servizio spigliato , disimpegnato a piccoli nuclei , contribuiva nondimeno a rendere l ' arma maneggevole , usa alle fatiche e bene allenata . I frequenti contatti tra l ' una e l ' altra riva dell ' Adriatico avevano fatto inoltre acquistare alla medesima buona pratica degli imbarchi , degli sbarchi e dimesticità nelle traversate oltremare , abbenché nessuna prescrizione regolamentare si occupasse della materia e se ne lamentasse oltremodo il difetto ( 201 ) . I trasporti si eseguivano di solito tra il Lido e Zara usando le manzere , o barche per il trasporto dei bovini , ed in genere « approfittando di tutti i legni in partenza , sia per armo che per scorta delle reclute » ( 202 ) . Quanto al frazionamento della cavalleria esso era per certo molto considerevole . Nel 1794 , le quattro compagnie di croati del Reggimento Colonnello Avesani e le quattro compagnie di dragoni del Reggimento Colonnello Soffietti , che avevano stanza attorno al Chievo , fornivano appostamenti a Mozzecane , Valeggio ( Valeso ) , Sorgà , Villanova , Castelnuovo , San Pietro in Valle , Caldiero , Cà de ' Capri , Sega , ed eventualmente anche posti di vigilanza attorno alle fortezze di Legnago e di Peschiera ( 203 ) . Le rimanenti quattro compagnie di ciascuno dei reggimenti sopra ricordati , che tenevano guarnigione nella Bresciana , provvedevano a loro volta agli appostamenti di Palazzolo , Ospedaletto , Ponte San Marco , Orzinovi , Àsola , Pontevico , Salò e Crema . Infine , due compagnie del reggimento croati del Colonnello Emo distaccate nel Bergamasco , somministravano gli appostamenti di Cavernago , di Vercurago , Lavalto , Sorta , Villadoda , Cividale , Barican , Sola , Brambat , Lurano , San Gervasio , Romano e Pontida ( 204 ) . E le compagnie della cavalleria veneta a quel tempo , « detratti gli ufficiali , bassi - ufficiali , camerata ( attendenti e piantoni di scuderia ) selleri , forier e marescalco , che non fanno servizio ... » si erano ridotte a soli 27 cavalieri ognuna ( 205 ) . Intorno a questo medesimo tempo l ' arma si suddivideva in due reggimenti di croati , in uno di cavalleria dragona ed uno di cavalleria corazziera . I reggimenti di croati e di dragoni avevano la forza di otto compagnie ciascuno , quello di corazzieri ne contava solamente sei . Le compagnie di dragoni , croati e corazzieri , accoppiate due a due , formavano uno squadrone agli ordini di un sergente maggiore . I corazzieri , per vecchia tradizione nobilesca , costituivano anche nella cavalleria veneta la milizia a cavallo più pregiata e ragguardevole , e la legge di Ottazione assicurava ai loro graduati alcuni privilegi in confronto agli altri graduati della Serenissima ( 206 ) . I dragoni erano destinati a combattere occorrendo anche a piedi ed erano perciò armati di moschettoni ( 207 ) ; i croati infine formavano la cavalleria leggera . Sulla fine della Repubblica era sopraintendente dell ' arma il già colonnello delle corazze conte Giulio Santonini . Quando questi fa elevato alla suprema carica della cavalleria veneta ( 1788 ) con l ' anzidetto titolo di sopraintendente e con il grado di sergente maggiore di battaglia , il Santonini contava 52 anni di servizio e 67 di età , dedicati in massima parte al pubblico servizio nelle guarnigioni di Dalmazia e di Levante ( 208 ) . * * * Il grande frazionamento delle truppe venete , le loro unità stremate di gregari e decrepite nei quadri , il servizio anfibio che esse prestavano tra terra e mare , tra le frontiere turchesche e le isole sperdute dell ' arcipelago ionico , rendevano assai rare le occasioni utili per stabilire contatti reciproci di cameratismo , per affinare il senso dell ' arte , per esercitare insomma le truppe medesime in nuclei di qualche rilievo , conforme a quanto si usava a quell ' epoca nei campi di manovra di Francia e dell ' Impero . Richiamate poi a nuova vita le cerne nel 1794 , con il loro innesto nei riparti di soldati del vecchio piede le unità si rinsanguarono alcun poco , sicché le compagnie anemiche dei fanti italiani ed oltremarini , da una trentina di soldati appena salirono in media a circa il doppio . Si presentava allora propizia l ' occasione per addestrare le truppe venete in qualche simulacro di campo o di manovra , ed il tenente generale Salimbeni - il tacciato di giacobinismo nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato - la colse ben volentieri a Verona , là dove , sulla fine del detto anno , si trovavano raccolti ben 2507 tra fanti e cannonieri , con 326 tra dragoni e croati ( 209 ) . « Il capitanio di Verona ( Alvise Mocenigo ) come pure il tenente generale Salimbeni - così diceva una relazione del Savio al Doge - si mostrano molto soddisfatti dei progressi della guarnigione nei campali esercizî , ad onta del tempo non lungo scorso dalla prima raccolta delle cernide e di qualche rèmora nelle successive . Né per essere di già terminata la stagione delle campali evoluzioni ( 210 ) si introdusse l ' inazione nella piazza . Mentre quel comandante delle armi profitta di questa stessa circostanza per stabilirvi il giornaliero servizio , senza tenere di soverchio occupata la truppa che gode di altrettanto riposo e coglie sempre le buone giornate per esercitarle anche riunite in corpo , il medesimo si propone alla ventura primavera di eseguire anche col presidio qualche evoluzione di tattica » ( 211 ) . Le buone intenzioni avevano adunque fruttato qualche cosa . Più tardi , nel luglio del 1796 , il sergente generale conte Stràtico - il fautore di una artiglieria veneta da battaglia leggera e manovriera ed il riformatore del regolamento di esercizi per le fanterie italiana ed oltremarina - riaffermava ancora la necessità di queste manovre d ' assieme , nella premessa al ricordato regolamento e nel carteggio che esso diede luogo tra lo stesso Stràtico ed il Savio di Terraferma alla Scrittura in carica . Con la visione oramai netta e precisa della patria violentata sul margine delle lagune - come al tempo della guerra di Cambrai - quel generale vagheggiava la costituzione di alcuni campi stabili sotto ai forti di San Pietro in Volta e di Malamocco , presso i trinceramenti della Motta detta di Sant ' Antonio e presso il Lido , allo scopo di formarne una scuola d ' armi e d ' armati sempre pronta ad ogni evenienza , sempre desta ad ogni minaccia ; di apparecchiare insomma un buon istrumento di difesa per Venezia e per l ' estuario . Giacomo Nani , con il prestigio del suo nome , con la profondità delle sue dottrine , con il suo patriottismo illuminato , aggiungeva a questi disegni forza e decoro . « È bene - scriveva lo Stràtico - che si radunino al più presto assieme queste truppe e siano messe sotto le tende , come nella ultima neutralità ( 212 ) al tempo del maresciallo Schoulemburg . Tale metodo è poi molto utile nel formarsi in battaglia , nel marciare fuori dei campi per qualche lungo tratto interrotto da fossi , da siepi e da altri impedimenti , e finalmente per eseguire le grandi manovre . Da questo primo passo dello attendamento è facile condursi poi a quegli altri che formano la catena continua delle militari istruzioni ; vale a dire nel rendere in pari tempo ed in unione con la fanteria esercitati gli artiglieri nella disposizione e nello esercizio dell ' artiglieria di corpo e del treno da campagna , di cui dovrebbero essere forniti i progettati accampamenti , come anche la cavalleria che vi si volesse assegnare sia nei finti assalti che in foraggiare , scortare convogli e bagagli ... Quanto poi riflette questa ultima arma , il maresciallo Schoulemburg era del parere doversi armare i lidi di Venezia ( 213 ) , specie i dipartimenti di Pellestrina e di Chioggia , con buoni corpi di cavalleria per impedire gli sbarchi ed appoggiare occorrendo quelle milizie che , da Venezia , fossero spedite in Terraferma . Converrebbe quindi chiamare a questa parte almeno quattro compagnie di croati , aumentando però la loro forza attuale fino a cento teste , formare con esse tre buoni squadroni ( di due compagnie ognuno ) ed aggiungervene un quarto di cavalleggeri » . Così , mentre la Serenissima stava agonizzando , si istituirono in tumulto gli ultimi campi di manovra dell ' esercito Veneto , sicché essi uscirono alla luce del sole come nati - morti . * * * Il riparto militare della Repubblica comprendeva i quattro dipartimenti territoriali d ' Italia , di Dalmazia , del Golfo e del Levante . I tre ultimi , per essere d ' oltremare , avevano stretta correlazione con la suprema magistratura politica , civile e marinara di ciascuna provincia ( i provveditori generali ) . Il primo dipartimento invece , quello d ' Italia , non avendo normalmente tale analogia di forme e di reggimenti - a meno che speciali circostanze politiche non consigliassero di nominare anche colà un provveditore - esercitava la propria giurisdizione per mezzo dei capitani e dei podestà . Nel riparto di Levante ( 214 ) primeggiava l ' isola di Corfù , per la sua posizione geografica e per il ricordo degli ultimi fasti di guerra della Serenissima ( 1716 ) indivisibilmente congiunti alla strenua difesa del maresciallo Schoulemburg . E la fortezza corfiotta nel 1796 contava ancora sui rovinati rampari ben 512 bocche da fuoco di varia specie e calibro . Dopo Corfù , in ordine d ' importanza , si contava Santa Maura ( Levkàs ) cui pendevano di continuo sul capo come scimitarra gli orrori delle incursioni turchesche ; Zante ( Zakynthos ) la boscosa e feconda per i pingui pascoli , assai mal guardata dai suoi 21 cannoni barcollanti sugli affusti tarlati ; Prevesa la cittadella perduta in fondo al promontorio aziaco , ricca di gloria romana ed anche un poco orgogliosa per la recente fortuna dei Veneti ( 215 ) , guardata da un pugno di soldati macilenti per i miasmi dell ' acquitrino ambracico . Venivano ultime Vonizza , l ' isola di Cefalonia con il presidio di Asso , e li scogli perduti di Cerigo e Cerigotto . Nel contado delle Bocche , cioè in parte della giurisdizione del Golfo , aveva il primo posto la fortezza di Cattaro con 153 cannoni , compreso l ' armamento del Forte Spagnuolo di Castelnuovo ( 216 ) , quello del castello di Budua e degli appostamenti di Zupa e del contado dei Pastrovicchi . Frequenti erano le relazioni politiche e commerciali dei governatori delle armi di queste due ultime fortezze con l ' attiguo territorio dei Montenegrini e dei pascià dell ' Erzegovina ( 217 ) . Il riparto di Dalmazia aveva per capoluogo Zara . Non minore importanza dopo questa città avevano i castelli di Knin , di Sign , di Spalato , di Traù , le opere di Sebenico , quelle di Almissa e di Imoschi . Nell ' Istria Veneta primeggiava infine Capodistria armata con 12 pezzi . Tra le piazze forti d ' Italia aveva grande fama Palma , o Palmanova , retta da uno speciale magistrato militare . Il numero dei castelli e delle fortificazioni di Venezia e dell ' estuario era assai grande , e tale si trasmise pressoché in integro , attraverso le dominazioni francese ed austriaca , fino al 1848 . Tra le opere più notevoli si contavano , al tempo della caduta della Repubblica , quelle del Lido , di Campalto , della Certosa , di San Giorgio Maggiore , della Motta di Sant ' Antonio , del Maltempo , di San Pietro in Volta , degli Alberoni , di Chioggia , di Bròndolo , del Castello di Sant ' Andrea , di San Giovanni della Polvere , di San Giorgio in Alga ; oltre una folla di opere minori , batterie , trinceramenti , ottagoni , palizzate ed appostamenti ( 218 ) . Sugli spalti di queste opere di Venezia e dell ' estuario risultavano collocate in complesso 2471 bocche da fuoco , comprese le disponibili nell ' Arsenale . Caposaldo della difesa di Terraferma era la fortezza di Verona . In essa si notavano il castello di San Pietro e quello di San Felice ( 219 ) , entrambi ricchi di solide muraglie , di torricelle , di opere a corno e di terrapieni d ' ogni maniera , demoliti in buona parte in forza del trattato di Luneville nel marzo 1801; Castel Vecchio di remota costruzione Scaligera ( 220 ) con grossi parapetti , feritoie sui piloni del classico ponte e merlature , opere deturpate anch ' esse in virtù del detto trattato ; e la cinta murata con le numerose porte , cortine e bastioni illustrati dall ' arte del Sammichieli . Minore importanza avevano infine la piazze di Legnago e di Peschiera - recentemente sistemate nei fossi acquei e nelle mure dal colonnello Lorgna - il castello di Brescia , le opere di Orzinovi ( Orzi - Novi ) , di Crema , di Àsola , di Pontevico e di Bergamo . * * * L ' alta giurisdizione territoriale militare sui riparti di Levante , Dalmazia , Golfo ed Italia , era esercitata dai rispettivi sergenti maggiori di battaglia , secondo i turni dei quali si disse più sopra . Il comando effettivo delle fortezze competeva invece ai singoli governatori delle armi , suddivisi in alquante categorie a seconda dell ' importanza delle fortezze medesime . Ai governatori delle armi spettava un certo numero di lance spezzate costituenti una piccola guardia del corpo . Successivamente però questo diritto andò modificandosi e si trasformò , sul finire della Repubblica , in una specie di indennità di carica da corrispondersi in contanti . A questi governatori delle armi nelle fortezze d ' Oltre mare incombeva un còmpito assai spesso difficile e pericoloso . Quello cioè di servire da ago della bilancia in mezzo alla violenza delle passioni politiche delle genti contermini , e da scudo contro le incursioni e le depredazioni delle vicine tribù turchesche . E l ' uno e l ' altro ufficio essi dovevano assolvere con dignità e con fermezza , quasi sempre con scarsissimi presidi , con armi spuntate e rugginose . In quest ' opera giovava ancora alcun poco il bagaglio delle antiche memorie e del vecchio prestigio repubblicano rinverdito dopo le campagne del 1716-17 , ma più che tutto valeva l ' intreccio dei vincoli politici , sociali e feudali , solidamente ribadito dalla Repubblica nei domini d ' Oltremare tra i suoi stessi rappresentanti ed i maggiorenti delle terre . Così , con fine accorgimento , la Serenissima soleva scegliere non pochi dei governatori delle armi delle principali fortezze di Dalmazia e di Levante tra gli ufficiali superiori degli Oltremarini , vale a dire tra i conterranei medesimi ; sicché , per tale riguardo , le genti entravano di leggeri in una tal specie di convinzione di godere una autonomia propria , convinzione che gli istituti repubblicani rafforzavano e corroboravano . Il crogiuolo delle milizie regionali oltremarine serviva così da elemento unificatore , da valido intermediario tra le libertà cantonali d ' Oltremare ed il potere centrale repubblicano , da scuola d ' armi insieme e di pubblici poteri dalla quale il dominio veneto usciva rafforzato e popolarizzato . Le migliori famiglie dalmate quivi dovevano acquistare i titoli per l ' esercizio del governo sui conterranei , in nome della stessa Serenissima , e questo automatico ricambio di uomini e di reggitori raddolciva le suscettività individuali e collettive delle municipalità dalmate e le cointeressava agli accorti fini politici della Repubblica . Nelle principali fortezze i governatori delle armi erano inoltre coadiuvati dai così detti maggiori alle fortezze , tratti in buona parte dal corpo degli artiglieri , con incarichi esclusivamente sedentari . Non mancavano però degli strappi a tale consuetudine circa il reclutamento di questi ufficiali , e tra gli altri merita particolare rilievo quello che si verificò nel 1794 quando - nell ' assoluta impossibilità di trovare un posto agli ufficiali promossi per merito di guerra da Angelo Emo - convenne trasferirli appunto nel personale delle fortezze , senza riguardo di sorta all ' ufficio ed all ' arma di provenienza . I còmpiti di questi ufficiali alle fortezze erano assai simili a quelli che , sotto la Francia del vecchio regime , erano attribuiti ai majors ed agli aides majors généreaux des logis ( 221 ) . Poche parole rimangono da dire intorno alla dislocazione effettiva delle truppe venete . I documenti più autorevoli in materia sono per certo i « Piedilista generali di tutte le pubbliche forze » compilati all ' Inquisitorato sull ' amministrazione dei pubblici ruoli . Codesti specchi , che servivano di base ai càlcoli relativi alla forza bilanciata dell ' esercito della Repubblica , comprendevano gli effettivi sotto le armi , gli aumenti e le diminuzioni dei fazioneri in confronto del periodo di tempo immediatamente precedente , gli amassi o risultati delle nuove leve , i cassi o congedati per compimento d ' ingaggio o per inabilità fisica , i fuggiti o disertori , i morti , i passati di riparto o trasferiti ad altra sede , ed infine i realditi , o condannati la cui pena era sospesa momentaneamente per revisione di processo ( 222 ) . Le modalità di tali piedilista erano tassativamente fissate dalle Terminazioni degli Ill.mi ed Ecc.mi Signori Inquisitori sopra l ' amministrazione dei pubblici rolli ( 223 ) , e ad esse si dovevano uniformare tutti i comandanti di truppa nello intento di evitare brogli , peculati e tentativi di frode per via dei passavolanti ( 224 ) . Epperciò ogni ufficiale , sulla propria fede di uomo d ' onore , doveva redigere la copia del rispettivo rollo , o riparto , da trasmettersi quindi agli inquisitori competenti , vidimata dalle autorità superiori . Analoghe pratiche si osservavano per le truppe imbarcate sui pubblici legni , disposte a guardia di lontani presidi e negli appostamenti . I sergenti maggiori di battaglia , i capi dei riparti territoriali , gli aiutanti di reggimento e di battaglione , dovevano sorvegliare con somma cura la compilazione scrupolosa dei piedilista , che si trasmettevano all ' Inquisitorato semestralmente prima dell ' anno 1790 , ed annualmente dopo di quell ' anno ( 225 ) . * * * Dai piedilista adunque - orgoglio e tormento della burocrazia militare veneta dell ' epoca - si rileva che la forza bilanciata sullo scorcio di vita della Repubblica oscillava intorno alla dozzina di migliaia di soldati , e che pochi anni prima della caduta questa forza era timidamente salita sopra alle quindici migliaia di uomini ( 226 ) . Tale contingente di truppe era suddiviso pressoché in parti proporzionali tra i quattro dipartimenti militari . Così nel 1780 , sopra un totale di 313 compagnie e 12,406 teste a ruolo , compresi gli invalidi , gli addetti all ' Arsenale , alle scuole militari ed alle compagnie di leva , spettavano a ciascuno dei grandi riparti gli effettivi seguenti : Riparto di Levante . - Presidi , numero 24 ( 227 ) . A terra , uomini 3326 . Sulle navi , nomini 1683 ( 228 ) . Riparto di Dalmazia . - Presidi , numero 49 ( 229 ) . A terra , uomini 2761 . Sulle navi , uomini 255 . Riparto d ' Italia . - Presidi , numero 43 ( 230 ) . A terra , uomini 2141 . Sulle navi , uomini 453 . Riparto del Golfo . - Presidi , numero 2 ( 231 ) . A terra , uomini 197 . Sulle navi , uomini 460 . Nell ' interno dei corpi le guarnigioni di solito erano distribuite in giusta misura , con senso di equità e di equilibrio tra i buoni ed i cattivi distaccamenti , e con riguardo ai turni destinati a ristabilire l ' equilibrio in questa necessaria altalena di « bona mixta malis » delle guarnigioni degli eserciti a base nazionale . Pochi erano invece i corpi che avevano tutte le compagnie raccolte in una medesima sede , o riparto territoriale , e ciò dipendeva ordinariamente tanto da necessità di transito da un riparto all ' altro ( Lido - Padova - Zara ) , quanto da convenienze particolari d ' arma ( corazzieri , croati , travagliatori , invalidi etc . ) . Nel piedilista del V settembre 1776 ( 232 ) - uno dei più accurati della specie - risulta infatti che , dei 18 reggimenti di Fanteria Italiana , 14 avevano le proprie compagnie tutte riunite nell ' interno di uno stesso riparto , che i rimanenti reggimenti le avevano frazionate , e che tutti i corpi di Fanti Oltramarini all ' infuori di due ( 233 ) si trovavano con le proprie unità sparpagliate tra la Dalmazia , il Levante , l ' Italia ed il Golfo . Della cavalleria veneta , il Reggimento di Corazze aveva le sue sei compagnie tutte in Dalmazia , quello di Dragoni era per intero dislocato in Italia . Il reggimento Croati del Colonnello Begna presidiava la Dalmazia senza distaccamenti in altri riparti , quello del Colonnello Gregorina era tutto raccolto in Italia . Il Reggimento artiglieria infine era suddiviso con sei compagnie in Levante , tre nella Dalmazia ed altrettante in Italia . Questa dislocazione delle truppe venete si mantenne presso a poco immutata fino alla caduta della Repubblica . Subì soltanto qualche alterazione nel 1796 quando , a cominciare dai primi di giugno , dalle province d ' Oltremare furono chiamate alla Dominante truppe per la difesa delle lagune minacciate dagli eserciti di Francia . Allora , per la seconda volta dopo la guerra di Cambrai , si videro raccolte milizie in buon numero dentro l ' abitato cittadino di Venezia , violando la tradizionale consuetudine che ne le escludeva in via normale in omaggio alle libertà repubblicane . All ' infuori di codesti casi eccezionalissimi , unici rappresentanti della legge e della forza armata veneta dentro alla città delle lagune erano i birri ed i fanti , ministri questi ultimi al servizio del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato ( 234 ) . * * * Poiché l ' esercito veneto della rovina repubblicana accentuò il proprio carattere di istituto di beneficenza , pullularono come una fungaia i corpi degli invalidi , o dei benemeriti , senza contare i nuclei di militari fisicamente inadatti al servizio , non inquadrati in unità sedentarie ma semplicemente mantenuti a ruolo e stipendio con il benefizio delle così dette mezze paghe . Di queste ultime si avvantaggiavano in particolar modo i cannonieri , intendendo con ciò la Serenissima di conservarsi sotto mano - prima della fondazione del Reggimento Artiglieria e subito dopo di essa - una certa riserva di militari pratici delle artiglierie per far fronte alle eventuali esigenze . Ma poiché lo scandaloso costume delle mezze - paghe , che manteneva a spese del pubblico erario una falange di fannulloni e di disadatti fu abolita nell ' anno 1777 , un ' ondata di postulanti e di malcontenti venne a rifluire alle unità organizzate degli invalidi . Se ne rammaricava inutilmente il Senato , rilevando il grave danno pecuniario che causava tale corrività , eccitando il Savio alla Scrittura a provvedere : « perché questa caritatevole disposizione ( dei benemeriti ) non vada a danno del dinaro pubblico , né trovi il privato interesse una fonte di illeciti vantaggi » ( 235 ) . La piaga però aveva troppo salde e profonde radici , d ' altronde le strettezze dell ' erario non permettevano di concedere giubilazioni che ai militari fatti decrepiti sotto l ' assisa repubblicana ; e ciò non poteva accadere di solito che verso i 60 o 70 anni di età . Nel 1790 esistevano nell ' esercito veneto 7 compagnie o distaccamenti di benemeriti . Una compagnia di essi era dislocata al Lido e nelle opere contermini , una a Palmanova ed una nel Castello di Brescia . Un distaccamento assai numeroso di quei vecchi soldati guardava il forte di San Pietro dei Nembi sotto Zara , un altro quello del Maltempo presso Venezia , i due ultimi infine erano dislocati a Zara e nel Collegio Militare di Verona . Principale còmpito di questi benemeriti era il servizio di guardia agli istituti ed edifizi militari affidati alla loro custodia , « senza mai staccarsi dal posto sotto qualunque pretesto , per ubbidire ai comandi che loro venissero impartiti e vietando l ' asporto di pubblica o di privata roba » ( 236 ) . CAPO IX . L ' addestramento della truppa veneta . Cadeva la Repubblica quando , dopo una serie di reiterate istanze intese a porre in rilievo la vetustà dei regolamenti tattici compilati dal maresciallo Schoulemburg al principio del secolo XVIII - sui quali era passato indarno tutto lo splendore dell ' arte federiciana - il Senato si induceva finalmente a nominare una commissione con l ' incarico di redigerne dei nuovi . Si trattava anzitutto di rendere più agili e manovriere le forme tattiche della fanteria , anchilosate ancora nella vecchia suddivisione di ali , di divisioni e di plotoni , di imprimere maggiore impulso al fuoco , scioltezza agli ordinamenti e vigoria alle azioni da combattimento . La circostanza che un buon nucleo di truppe venete si trovava raccolto sotto Verona , e che il generale Salimbeni ed il governatore delle armi di quella città avevano cominciato ad esercitarle in simulacri di esercitazioni e di manovre , si presentava assai propizia per compiere le necessarie esperienze della riforma dei regolamenti . Nella primavera del 1795 una commissione composta dal detto generale Salimbeni , dal sergente generale Stràtico e da altri ufficiali inferiori , compiva infatti la prima metà dell ' opera , cioè quella della revisione della parte formale dei regolamenti tattici dal titolo « Esercizi personali per gli Uffiziali , bassi - uffiziali e soldati della truppa veneta » , e la presentava al Savio di Terraferma alla Scrittura Iseppo Priuli con una dotta relazione a corredo , acciocché questo magistrato la rassegnasse a sua volta al Doge . La relazione faceva riserva , « che i detti benemeriti ufficiali Salimbeni e Stràtico avrebbero fatta successivamente completa produzione anche della seconda parte dell ' opera ... la quale abbracciar deve i movimenti dei corpi , così avendo essi creduto di dividerla per maggiore facilità e chiarezza » ( 237 ) . Questa prima parte del regolamento che vedeva allora la luce comprendeva adunque il maneggio del fucile del modello Tartagna , i movimenti con la bandiera per gli alfieri , con la spada per gli ufficiali e le varianti ed aggiunte per la fanteria oltramarina . Nel proemio si esprimeva il voto , « che il libro venisse stampato in entrambe le lingue italiana ed illirica , due essendo le nazioni con differente linguaggio che hanno l ' onore di servire Vostra Serenità » , e prometteva di estendere gli studi e le esperienze anche alla cavalleria , « la quale ha eguale e forse anche maggiore bisogno della infanteria di regolazioni nello esercizio non solo , ma anche nella tattica , usando ancora quelle che furono estese fino dal secolo passato dal generale Stenau » . Ispirandosi a modernità di concetti , « come si deve » ed alle « nuove pratiche introdotte ed usitate dalle nazioni più agguerrite » , i compilatori del nuovo regolamento esprimevano da ultimo la fiducia che la « nazionalità veneta potrà , con esso , diventare mirabilmente istrutta » . Le nuove ordinanze conservavano la formazione della fanteria su tre righe , ponevano in rilievo la sempre crescente potenza del fuoco e procuravano di disciplinare l ' urto . Semplificavano oltre a ciò - nei limiti del possibile - il maneggio dell ' armi ed assottigliavano d ' alcun poco il pesante bagaglio delle evoluzioni , delle marce , delle contromarce e delle colonne d ' attacco . * * * Per eseguire i movimenti con la spada , oramai definitivamente sostituita alla picca fino dall ' anno 1790 ( 238 ) , gli ufficiali dovevano prendere la posizione di attenti , epperciò essi dovevano : « impiantarsi con la vita dritta , petto in fuori , capo alto , tacchi tra loro distanti di due dita , punte dei piedi in fuori , ginocchia tese , braccia pendenti al naturale in giù , cappello che riposi sopra le ciglia ma voltato un poco verso sinistra » ( 239 ) . I movimenti con la spada erano 17 e cioè : spada alla mano o in parata , primo saluto , spada in parata , secondo saluto , spada in battaglia , spada in parata , spada all ' orazion , spada in parata , spada a funeral , spada in parata , spada in riposo , spada in parata , spada in battaglia , spada in riposo , spada in battaglia , spada in parata , spada nel fodero . Il saluto con la spada si rendeva dagli ufficiali veneti presso a poco come si pratica oggigiorno e così si salutavano : «L'Ecc.mo Savio di Terraferma alla Scrittura , i Provveditori Generali da Mar , della Dalmazia e gli Ecc.mi Capi di Provincia in Terraferma » . Per rendere onore alle altre autorità militari il saluto con la spada si arrestava al primo tempo dell ' odierno saluto , e cioè « con la coccia della spada « dirimpetto al mento , alla distanza di un palmo , guardamano voltato verso il lato sinistro e lama verticale e di piatto » . Questi modi di salutare le autorità militari superiori ed inferiori surrogarono rispettivamente la battuta della picca ed il levarsi del cappello , quando la picca stessa costituiva l ' ordinario armamento dell ' ufficiale . Altre regole disciplinavano il modo di portare la spada all ' orazion , che stendevasi a quell ' atto davanti al corpo con il braccio disteso e la punta fin presso terra , mentre l ' ufficiale ripiegava il ginocchio destro sotto il sinistro , si toglieva di capo il cappello e lo raccomandava alla mano sinistra ; a funeral , nella quale positura la spada si portava serrata contro il petto lungo il lato sinistro , assicurata sotto l ' avambraccio piegato all ' altezza della mammella ; in battaglia infine cioè con la spada stesa lungo il fianco destro , « appoggiandola verticalmente nel vuoto della spalla , col filo in fuori » ( 240 ) . Gli alfieri portavano normalmente la bandiera « sul fianco destro , l ' asta alquanto inclinata verso dritta e pendente in avanti , la lancia ( freccia ) voltata in piano ed il calcio a terra » . Nei tempi sereni e senza vento la bandiera si lasciava « a drappo volante » , nei piovosi invece o con vento si prendeva « il canto ( lembo ) pendente del drappo e con la mano destra si serrava all ' asta » . Nelle parate - senza eccezione di tempo - la bandiera doveva essere sempre spiegata . L ' alfiere abbassava la bandiera davanti a quelle medesime supreme cariche militari cui si rendeva dagli ufficiali il completo saluto con la spada , « compiendo un ottavo di giro a « dritta , poi con la mano dritta abbassando l ' asta della bandiera verso la parte sinistra , finché il piatto della lancia sia ad un palmo distante da terra ... nell ' atto stesso si raccoglieva con la mano sinistra il drappo e si impugnava per di fuori dell ' asta » . Per salutare tutti gli altri superiori l ' alfiere toglieva semplicemente di capo il cappello ( 241 ) . E passiamo agli esercizi con il fucile ( 242 ) . Poche premesse poste innanzi alla descrizione dei relativi movimenti richiamavano l ' attenzione sul fatto , « che il maneggio del fucile deve compiersi dai soldati con desterità e scioltezza ... epperciò essi dovranno stare con l ' orecchio attento al comando , muovere le mani sempre in vicinanza del corpo , eseguire con vigore ogni tempo di una mozione restando poi immobili da uno all ' altro tempo » . Per facilitare poi la simultaneità e l ' esatta esecuzione degli esercizi , si prescriveva che « essendo i soldati in rango e fila , quelli di prima riga abbiano a guardare attentamente il campione ( istruttore ) e quelli delle due ultime file quelli della prima , onde muoversi tutti contemporaneamente » . Tra il comando di ciascun movimento e l ' esecuzione del primo tempo di esso , il campione doveva lasciar correre un intervallo bastevole per contare a cadenza i primi tre numeri . Tra i tempi successivi questo intervallo doveva essere prolungato di alquanto e diventare eguale all ' intervallo di tempo che è necessario per contare i primi sei numeri . Si eccettuavano da questa regola mnemonica i comandi per i fuochi e per ritirare le armi , i quali dovevano eseguirsi non appena ordinati . La posizione di base per eseguire il maneggio dell ' armi era quella del fucile collocato sulla spalla sinistra , con la canna in fuori , sostenendo il calcio con la palma della mano sinistra appoggiata al fianco , « sicché il pollice premeva il calcio e le altre dita lo stringevano per di sotto : il braccio sinistro non doveva essere né troppo teso né troppo inarcato , col gomito daccosto alla vita in modo tale che la mammella cadesse tra le due viti della piastrina » ( 243 ) . Il rigido formalismo dominante non si arrestava però a tali prescrizioni e rilevando , « che vi sono uomini che hanno più anca che spalla e di quelli che sono al contrario » , presumeva di correggere anche le differenze fisiologiche dei diversi attori con compensi e temperamenti , in modo da ottenere che tutti i fusti dei fucili si adagiassero in un medesimo piano inclinato , perfettamente uniforme . « Se il soldato - - diceva dunque il regolamento - ha più anca che spalla , esso dovrà sostenere il fucile sulla spalla volgendo il pugno un poco in dentro perché la canna più si scosti dalla testa ; e se al contrario avesse più spalla che anca , allora volgerà il pugno un poco più in fuori appoggiando maggiormente il calcio alla coscia per avvicinare di più la canna alla testa . Con tale avvertenza si riuscirà a mettere nello stesso piano tutti i fucili di una riga di soldati » . E sulla pratica di questi ripieghi i campioni fondavano il supremo segreto dell ' arte , la ricetta che assicurava fortuna alla complicata coreografia del maneggio dell ' armi . I principali movimenti con il fucile erano 34 . La loro progressione cominciava col presentar l ' arme , la quale si sosteneva verticalmente davanti al corpo « in candela , proprio dirimpetto al mezzo del capo , col vidone ( vitone ) del cane contro il centurino ... ed il piede destro tre dita dietro il piede sinistro , in modo che il calcagno di questo guardi il mezzo dell ' altro piede , e ciò senza cangiare di fronte » ( 244 ) . Sull ' esecuzione dei fuochi il regolamento richiamava « tutta l ' attenzione dei soldati ... avezzandoli a mirare con franchezza , a non torcere in verun modo la testa , a non muovere né il corpo né il fucile , perché ogni piccolo moto può alterare la direzione del colpo . Allorché poi questo vada a maggior distanza , si insegnerà ai soldati a premere bene col calcio la spalla nell ' atto di far fuoco » ( 245 ) . Gli esercizi del fuoco erano preceduti dal movimento di base del preparatevi . A tale comando il fucile si portava presso a poco nella positura di « presentat - arm » e da questa si armava il cane , premendo con il pollice della mano destra sul vitone del cane medesimo . Ciò fatto si passava al secondo movimento , cioè all ' impostatevi , portando il piede destro un palmo dietro al sinistro e volgendo il corpo verso destra , in guisa da « metterlo a mezzo profilo » . Così si spianava l ' arma « appoggiando la guancia destra sul calcio , chiudendo l ' occhio sinistro per potere aggiustatamente mirare col destro lungo la canna l ' oggetto che si vuole colpire .... Quando non sia determinato questo oggetto da prendere di mira , il soldato farà cadere la bocca del fucile al livello circa degli occhi » . I tempi della carica erano laboriosissimi . Al comando di pigliate la carica il soldato estraeva dal tasco ( cartucciera ) una carica , bene avvertendo « di aprirlo in mezzo e non da fianco per ritrovarla più facilmente » ; quindi portava la detta carica alla bocca , ne strappava la carta con i denti sino a scoprire la polvere aiutandosi per ciò con uno « sforzo della mano verso la sinistra » . Ciò fatto si poneva mano al focone chinando la testa per poterlo bene innescare , quindi si chiudeva la batteria e si impugnava con la destra il fucile verso la bocca , « in modo che il calcio poggi a terra accosto al piede sinistro , la cartella sia in fuori , il fucil tocchi la coscia sinistra e la bocca resti dirimpetto alla spalla destra , impugnato con la detta mano destra » . Da questa posizione , « dopo di aver soffregata con le due dita pollice ed indice la sommità della carica per bene aprirla del tutto , si versava la polvere in canna mandandole dietro la carta , e si intasava da ultimo con la bacchetta stendendo naturalmente il braccio e spingendola con forza dentro la canna stessa » . Tutto ciò esigeva una quarantina di tempi . Non minor cura esigevano l ' armare le baionette ( 246 ) , il disarmarle , il sostenere l ' urto ( 247 ) e portare il fucile alla pioggia , assicurato con il calcio sotto l ' ascella sinistra « la bocca in basso e la bacchetta in sù » ; il recare l ' arma alle bandiere cioè a fianc - arm ; a funeral , sotto l ' ascella sinistra con il calcio all ' insù e davanti , la canna inclinata indietro tenendo il fucile con la sinistra all ' impugnatura e la destra dietro la schiena al mezzo di essa ; infine all ' orazion , verticalmente davanti la spalla destra mentre il soldato stava nella posizione di in ginocchio con la mano sinistra in atto di saluto sul frontone del caschetto . Un ' appendice agli Esercizi personali regolava i movimenti speciali della fanteria oltremarina per quanto riguardava il maneggio del palosso e recava , a mò di chiusa , un capitolo relativo alla visita delle armi e delle monizioni . * * * Tale fu la riforma dei regolamenti per la fanteria veneta . Con essa si dovevano abbandonare d ' un tratto i vincoli che collegavano i regolamenti stessi all ' arte del Principe Eugenio di Savoia , per ravvicinarli decisamente alle tradizioni più recenti della scuola francese e federiciana . Forse tali progressi sarebbero stati assai più sensibili nella seconda parte che si attendeva , quella cioè , relativa all ' impiego tattico delle truppe , ma il tempo tolse non solo la facoltà di pubblicare quest ' ultima , ma ben anco il destro di diffondere più largamente la prima oltre il ristretto cerchio delle milizie che componevano il campo veneziano sotto Verona . La parte formale degli Esercizi personali non vide infatti neppure l ' onore delle stampe . Essa rimase allo stato di manoscritto tra le mani gli ufficiali veneti che la sperimentarono , e così si tramandò pure ai posteri confinata tra le polverose carte del Savio alla Scrittura ( 248 ) . Restò così ancora in vigore , fino alla caduta della Serenissima , il libretto del maresciallo Schoulemburg , l ' ultimo capitano della Repubblica . Gli uomini delle tre righe erano disposti l ' uno dietro all ' altro alla distanza di un passo . Gli esercizi erano comandati alla voce o con il tocco del tamburo , e si dovevano eseguire all ' ultima parola del comando che il campione doveva pronunciare breve e forte , oppure al termine del tocco seguendo l ' esempio dei sottufficiali o dei campioni medesimi . Gli esercizi del reggimento erano preceduti dal riconoscimento , o formazione delle unità di manovra . Si pareggiavano allora le file , si eguagliava la forza delle compagnie , si suddividevano tra i riparti secondo l ' ordine di precedenza gli ufficiali ed i sottufficiali i quali , fuori delle righe , attendevano in questo frattempo di prendere posto . La compagnia inquadrata perdeva da quel momento ogni personalità e tutta la truppa si ripartiva in tre divisioni , cioè il centro e le due ali . Tale formazione era pure la normale per il combattimento ( 249 ) . Ogni divisione era comandata da un capitano o da un sergente maggiore : si suddivideva in mezze divisioni , e queste ancora in plotoni di manovra . Le evoluzioni principali consistevano nel raddoppiare le file e le righe , nel serrarle , nelle conversioni , nello spezzare la fronte , nel formare le colonne ed i quadrati , nelle contromarce e nei fuochi . Per raddoppiare le file i soldati di ciascuna fila si spostavano lateralmente ed entravano nella distanza di circa un passo che intercedeva di solito tra uomo ed uomo . Quando il movimento doveva eseguirsi sulla destra si spostavano le file pari , se a sinistra si spostavano invece le disparì . Le conversioni si effettuavano a perno fisso e per ottenere il necessario contatto facevasi assai spesso porre ai soldati le mani sui fianchi , alla costumanza tedesca . Le contromarce facevansi per righe e per file . Per eseguire i fuochi si serravano le righe da petto a schiena , cioè si annullava l ' ordinaria distanza di circa un passo che esisteva tra le righe medesime . V ' erano fuochi così detti di riga , di mezze divisioni , di plotoni , da fermo e marciando , cioè alternandosi le righe nello sparare usufruendo all ' uopo degli intervalli interposti . Contro la cavalleria si formava il quadrato , sia da fermo che in marcia , armando le baionette e sostenendo l ' urto . Il libro del maresciallo Schoulemburg trattava oltre a ciò del servizio territoriale , o di piazza , del modo di accampare e di accantonare un reggimento e le unità inferiori ad esso , di porlo in marcia con le misure di sicurezza e di scortare un convoglio . Però , stante l ' esiguità delle forze disponibili e l ' abbandono degli esercizi nei campi di manovra , queste pratiche non erano che semplici attestazioni teoriche . Invece - come si disse altrove - era assai deplorato il difetto di norme regolamentari circa l ' imbarco e lo sbarco di truppe a piedi o a cavallo sui pubblici legni ; operazioni di qualche frequenza nell ' esercito della Repubblica specie dopo l ' adozione dei turni di guarnigione ( 250 ) . Le evoluzioni della cavalleria erano più antiquate di quelle della fanteria e risalivano alla fine del XVII secolo , cioè a dire alla pratica del generale Stenau , altro capitano della Veneta Repubblica . Anche la cavalleria - come la fanteria - si ordinava su tre righe e la distanza tra queste era normalmente di cinque passi . Gli intervalli tra fila e fila erano tali che i cavalieri potevano introdursi liberamente in questi spazi senza toccarsi l ' un l ' altro . Le evoluzioni consistevano nello sdoppiare e nel raddoppiare le file e le righe , con procedimenti analoghi a quelli risati dalle armi a piedi . Le conversioni - di 180 gradi - si eseguivano tanto a righe aperte che serrate : si adoperavano per cambiare diametralmente direzione di marcia e si compievano per divisioni , mozze divisioni , per file ed anche individualmente per ogni singolo cavaliere . L ' esercizio con le armi consisteva , per le corazze ed i croati , nel maneggio della spada , della sciabola e dei pistoloni da arcione ; per i dragoni inoltre nell ' uso del moschetto armato di baionetta . Le tendenze difensive diffuse nell ' arma di cavalleria - a motivo della importanza crescente del combattimento a fuoco - avevano accentuato nella pratica degli esercizi l ' impiego delle colonne vuote di dentro e dei quadrati . La prima di queste formazioni si assumeva dagli squadroni in colonna di divisione , « facendo che la testa stia ferma e che conversino le mezze divisioni delle altre , dimodoché rivolgano la fronte alla campagna » , cioè verso il nemico ( 251 ) I quadrati si ottenevano invece dalla linea spiegata , ripiegando le ali all ' indentro e ripiegandosi ancora ciascuna metà di queste ultime in sé medesime dopo effettuata la conversione verso l ' interno , in guisa da costituire nell ' insieme il quarto lato della figura . Ciò fatto tutti eseguivano una conversione individuale « verso la campagna » . Le cariche si effettuavano di regola in modo avvolgente . In quest ' arte - tramandatasi tradizionalmente nella cavalleria veneta dagli stradiotti e dai cappelletti - si distinguevano ancora , sul cadere della Repubblica , i Croati . Questi medesimi recavano ancora la palma nel foraggiare , nel portare gli attacchi in terreni intricati e scuri , nel passaggio dei corsi d ' acqua ed infine nei combattimenti temporeggianti e nelle ritirate . Le corazze distinguevansi a loro volta nelle salve con i pistoloni , ed i dragoni nei fuochi con i moschetti e nei combattimenti pedestri . Gli esercizi campali e le evoluzione del Reggimento artiglierìa erano infine regolate , sul tipo di quelle della fanteria , da un libretto appositamente redatto dal brigadiere Stràtico . La carica dei pezzi si eseguiva con la cucchiaia o con i cartocci . Con il calcatoio si spingeva la polvere nella camera della bocca da fuoco e vi si intasava , adoperando all ' uopo un poco di strame palustre , delle alghe di mare oppure della paglia aggrovigliata , fintantoché la polvere stessa affiorava nello intorno del focone . Indi appresso si introduceva nell ' anima del pezzo la palla elevandone alquanto la volata . Eseguito questo primo tempo della carica , con un fiaschetto si colmava di polvere da innesco il focone , se ne spargeva un poco anche nella parte posteriore di esso , ed il cannone era allora pronto per la punteria e lo sparo . CAPO X . Dei bilanci militari . Anche l ' energia motrice di ogni organismo sociale , il denaro , difettava grandemente al tempo della decadenza repubblicana . È perciò necessario di toccare anche questa materia nelle sue relazioni con i bilanci della guerra , per conoscere quanta parte della rovina nelle armi venete tocchi ai fattori morali e quanta , non meno notevole , sia da attribuirsi invece ai fattori materiali , al governo della lésina , al metodico rifiuto dei mezzi necessari per mantenere in vita il prezioso strumento della difesa della patria , all ' ostinatezza infine di negare ad esso le necessario riforme . Importa dunque sfogliare anche il carteggio dei Savi cassieri - o ministri veneziani delle finanze - quello dei Magistrati sopra Camere , o sopraintendenti delle tesorerie provinciali , esaminare le pòlizze dei preposti al Quartieron , o cassa militare destinata a sopperire ai bisogni della milizia stanziata nel territorio dipendente da ciascuna Camera .. E da questa indagine emergerà una verità di molto rilievo . Che cioè i primi allarmi nelle angustie finanziarie si sogliono , con improvvido consiglio , far scontare alle milizie - come che queste possano in ogni evenienza privarsi di tutto quasi arnesi inutili e parassitari - e che questa decimazione mal frutta allo Stato che la pratica nel momento del pericolo , quando cioè esso si accorge troppo tardi di essersi apparecchiato lentamente e di proposito alla rovina , all ' umiliazione ed al servaggio . Al caso concreto , Venezia negò ai propri soldati e marinai il necessario per affilare le armi , tenere asciutte le polveri e validi i propri navigli , ed il mal fatto risparmio andò profuso e sperduto nel mantenere sul proprio suolo due eserciti , nemici tra di loro e pronti a sovvertirla . Ora vediamo un poco addentro a queste cifre . Alla fine della Seconda Neutralità d ' Italia ( 1737 ) la Serenissima aveva accumulato un sensibile deficit , o sbilanzo - come si diceva nel linguaggio d ' allora - epperciò si escogitarono riduzioni , falcidie ed economie , atte possibilmente a colmarlo . A quell ' epoca le entrate annue della Repubblica erano valutate in ducati 5,114,915 , cioè a dire in lire 21,426,378 circa : le spese complessive ammontavano a ducati 5,810,037 , talché lo sbilanzo si aggirava annualmente intorno a 705,722 ducati , cioè a 2,960,161 lire . Da questo complessivo gèttito di pubblico danaro , le spese militari ( Esercito e Marina ) prelevavano ogni anno due milioni e mezzo di ducati , all ' incirca ( 252 ) . Tali spese nell ' anno 1737 erano ripartite come segue ; Arsenale e Tana , ducati 218,037 e grossi 6 ( 253 ) ; Spese per l ' armar , comprese le navi e le galere , ducati 46,836 e grossi 3; Fortezze , ducati 32,776 e grossi 12; Artiglierie , ducati 25,841 e grossi 15; per formento ad uso di lavoro dei forni , ducati 109,264 e grossi 19 . Simile , per formento bonificato alle decime , ducati 215,165 e grossi 6; per le milizie del Lido , ducati 215,107 e grossi 3; per il loro vestiario , ducati 56,594 e grossi 22 . Per capitoli varii , quali spazzi ( viaggi ) dei capi da Mar , sopracomiti etc . , ducati 28,512 o grossi 17 . Paghe e paghette alle predette autorità e serventi , ducati 28,348 e grossi 17 . Per gli stipendi , compreso quello del veltz - maresciallo Schoulemburg ( 254 ) , ducati 31,296 e grossi 12 . Totale per l ' ordine militar nella Dominante , ducati 1,008,511 e grossi 23 . Il rimanente del bilancio era assorbito dalle truppe dislocate negli altri riparti della Serenissima , distinto in analoghi capitoli di spesa , e questa fu precisamente di ducati 2,060,965 e grossi 11 ( 255 ) . Sempre nell ' anzidetto anno , con questo bilancio la Serenissima manteneva nelle armi 19,385 uomini . Ma premendo ovunque le proteste e gli incitamenti ad assottigliare gli apparecchi militari ed a porli in armonia con la politica di rinuncia e di stretta neutralità dichiarate dalla Repubblica dopo la pace di Passarowitz , il Senato nell ' inverno del 1738 convocò , « una conferenza per meditare e far suggerire quei sollievi e risparmi che conciliar si possano tra i riguardi della pubblica economia e quelli della necessaria custodia degli Stati » . Quali fossero i termini di questa equazione vaghissima , a più incognite , solita a rinverdire ad ogni crisi delle finanze e molto più ad ogni depressione di spirito ed infrollimento della volontà collettiva delle nazioni , non è detto . Certo si voleva che l ' Esercito e la marineria veneta facessero le spese dello sbilanzo e lo risarcissero . La navigazione più non allettava , il commercio veneziano era allora arenato , l ' impero coloniale scomparso miseramente : di questo ormai non rimanevano superstiti che i pochi brandelli delle isole Ionie , del Cerigo e di Cerigotto . I porti franchi di Trieste , di Livorno , di Ancona e di Sinigaglia avevano soppiantato i traffici della Repubblica , che si era ormai ridotta a dimenticare affogando le memorie del passato nella vita spensierata , spendereccia e voluttuaria del presente . Ed in quei frangenti di allegro consumo senza un ' equivalente produzione riparatrice , lo sbilanzo cresceva . Nondimeno il credito della Repubblica era ancora considerevole - una bella facciata architettonica che imponeva pur sempre per quanta rovina nascondesse nell ' interno - ed il fratto degli antecedenti risparmi poteva consentire di far ancora fronte alla situazione , purché si ponessero un poco all ' incanto le armi e meglio si colorisse con quest ' atto la divisa assunta dallo Stato godereccio , scettico ed imbelle . Frutto adunque della conferenza indetta dal Senato Veneto si fu una prima riduzione della forza bilanciata la quale , da circa 20,000 nomini , discese a meno di 16,000 . Si sospesero inoltre le reclutazioni e le giubilazioni e si incitò la conferenza anzidetta a proseguire nelle riforme e nelle falcidie per realizzare nuovi e più copiscui risparmi . Nel 1738 il bilancio militare veneto si ridusse infatti ad 1,886,322 ducati ; quello del 1739 discese ancora a 1,670,333 ducati ; quello del 1740 infine precipitò a 1,592,784 ducati . L ' esercito o la marineria veneziani si erano adunque sacrificati alla generale assenza d ' ogni spirito di sacrifizio individuale e collettivo , ed in questa bancarotta di sentimenti e di mezzi essi avevano riportati dei colpi così fieri da non riaversi mai più . Così la Repubblica cominciò a morire da quando decretò la liquidazione dei propri armamenti . « Va ben - aveva esclamato il penultimo doge Paolo Renier - « No gavemo più forze , non terrestri , non marittime , non alleanze , .. Vivaremo dunque a sorte e per accidente !...» . * * * Vennero ben presto nuove angustie derivate dal contegno che doveva serbare la Repubblica all ' aprirsi della guerra per la Successione Austriaca . Il docile strumento dei bilanci guerreschi che sembrava adattarsi all ' infinito all ' umile compito di dare senza nulla mai chiedere , di risarcire il patrimonio pubblico perché altri spensieratamente lo godesse senza ombra di preoccupazioni o di affanni per l ' avvenire , di servire da vàlvola di sicurezza dell ' erario che si avviava al fallimento , cominciò a farsi meno duttile e più prezioso . Le diffidenze verso la Francia e verso la Spagna , l ' aperto viso dell ' armi assunto dall ' Austria , avevano richiamato alla realtà delle cose con quella pavidità pronta ad ogni dedizione , con quella premura decisa a troncare ogni imbarazzo e che potevano eguagliare la spensieratezza imbelle con cui si era posto mano a disfare gli armamenti . Pure conveniva apparecchiare qualche cosa , se non altro per semplice mostra . La Repubblica aprì allora docilmente la strada di Campara ( Val Lagarina ) agli Austriaci - i nemici più vicini - per ingraziarseli ; suonò a raccolta per le cerne e racimolò qualche migliaio di vagabondi tratti dai riparti d ' Italia e d ' Oltremare per innestarli nell ' esercito . Alle potenze più lontane offrì in pegno la dichiarazione della sua terza neutralità a mò di una presuntuosa etichetta fatta per coprire una merce avariata . Ed il costrutto positivo di tutte queste pratiche si fu quello di riallentare i cordoni della borsa . Nel 1741 i bilanci militari veneti risalirono ad 1,818,147 ducati , nell ' anno appresso - con la leva di due migliaia di cerne - crebbero ancora sino a 2,845,481 ducati e si mantennero a questo livello per tutto il rimanente periodo della terza neutralità d ' Italia . Ma dopo la pace di Acquisgrana il governo della lèsina riprese di bel nuovo il sopravvento ed accompagnò senza interruzione le vicende militari della Repubblica fino alla sua caduta . L ' esercito si ridusse daccapo prima alla forza bilanciata di circa una quindicina di migliaia di uomini , poi ad una dozzina di migliaia , compresi i non valori . Le compagnie di fanteria precipitarono alla forza di una trentina di individui , quelle di cavalleria ad una ventina , i bilanci militari al milione e mezzo di ducati ed anche meno . La bancarotta non poteva essere più completa . L ' Arsenale ridusse pressoché a nulla il proprio lavoro , le milizie incanutirono sugli artificiosi piedilista , gli ufficiali furono obbligati a morire ancora in servizio nella più tarda vecchiaia per mancanza di danari necessari a giubilarli . Nondimeno la vetusta macchina della Repubblica continuava a reclamare tutta la sua parte di dissipazione dell ' erario , senza che il più timido tentativo di riforma valesse ad alleviarne l ' insopportabile peso . La macchina lavorava unicamente a vuoto e peggio . A comprovare questo spèrpero di energie basta l ' esame dei bilanci dell ' Arsenale veneziano , considerato come pietra angolare del vetusto edifizio guerresco della Repubblica . Esso richiedeva in media per il suo mantenimento - affatto parassitario - 218,837 ducati all ' anno , 46,836 ducati per l ' anno dei pubblici navigli , 25,841 ducati per il rabberciamento delle artiglierìe più sganghenate , 30,000 ducati per il Reggimento Arsenal . In totale il maggior stabilimento marinaro dei Veneti pesava adunque sulla pubblica finanza per 324,504 ducati all ' anno - cioè a dire per 1,356,426 lire odierne - senza contare le giubilazioni , le spese ordinarie per i trasporti Oltremare , per le esperienze ed altro . E tutto ciò per lasciar marcire sugli squeri ( cantieri ) navi più che quarantenarie ed una perfino - la Fedeltà - impostata nel 1718 e varata nel 1770; per lanciare in mare tra il 1717 ed il 1780 soltanto 28 legni , che venivano così a costare all ' erario pressoché tre milioni e mezzo ognuno , ammesso che questo prodotto di lavoro possa ritenersi il solo veramente sensibile dello stabilimento durante il menzionato periodo di oltre sessant ' anni . Il costo di produzione soverchiava adunque in modo inaudito il valore del prodotto , né v ' erano fede ed energia capaci di metterli in correlazione , amputando con sicurezza un organismo mastodontico di consorterie , lento e parassitario . Occorreva perciò romperla con le tradizioni corporative di una industria di Stato divenuta oramai un anacronismo economico , sociale e politico ; stendere la mano franca e sicura all ' industria privata che nella produzione delle armi aveva pur fatto passi lusinghieri e decisi . Ora i buoni propositi di giovare in questo senso l ' amministrazione della guerra attingendo alle floride officine della Bresciana , del Bergamasco , del Salodiano , mettendo a contributo i servizi della compagnia mercantil dello Spazziani , le ferriere di Agordo , i lanifici della Trevigiana e del Vicentino , tramontarono non appena si dileguò al Saviato alla Scrittura il benefico influsso dell ' opera riformatrice di Francesco Vendramin ( 256 ) . * * * Rimase adunque nella sua integrità opprimente il bagaglio delle spese e , per fronteggiarle , dopo di avere liquidato l ' esercito e la flotta convenne ricorrere alla rovinosa china del credito . Subito dopo la pace di Acquisgrana venne aperto un deposito o prestito di quattro milioni di ducati , valuta corrente , di soldo vivo al tasso del 3,50 per cento . Il prestito doveva essere affrancabile , cioè rimborsabile entro 40 anni mediante estrazioni ( premi e rimborsi ) da effettuarsi per maggiore garanzia in pien Collegio , e per la somma di centomila ducati ogni anno . Il pagamento dei pro , cioè degli interessi , doveva compiersi semestralmente . Questi nuovi aggravi esaurirono i bilanci militari e diedero il tracollo alla moribonda milizia veneta . Il bilancio annuo della guerra si restrinse allora sul milione di ducati , né si provvide per questo a sfrondare le spese inutili , allo scopo di rendere più efficaci e produttive le scarse risorse superstiti . In tali angustie finanziarie , in tanto disordine amministrativo , in tale ostinatezza nel persistere negli antichi errori , nella primavera del 1794 vennero chiamate alle armi le cerne . Indarno i deputati ed aggionti sopra la provvision del pubblico danaro ed il Savio Cassier moltiplicarono le interviste , per far fronte alle nuove e più gravi esigenze e sollecitarono l ' opera degli scansadori ( 257 ) . Ad onta di tutto ciò si resero necessari altri centomila ducati per la prima levata delle cerne , poi altri duecentomila e più , ed alla fine di quell ' anno il consuntivo delle spese maggiori per gli armamenti della Repubblica era salito a 238,584 ducati e grossi 12 , compresa la cavalleria e qualche lavoro più urgente da praticarsi nelle fortezze ( 258 ) . Fu perciò aperto un nuovo credito , il nuovissimo , e si convenne di porre mano anche alla Cassa del deposito intangibile , così come si porrà mano più tardi a quella del Bagatin e si inaspriranno le decime , come infine , per sopperire ai bisogni delle armi , si era deciso di svaligiare senza remissione i magazzini dell ' Arsenale ( 259 ) . L ' anno terribile stava per scoccare . La commedia della finanza allegra si avviava a diventare dramma e tragedia , ma prima dell ' epilogo essa doveva passare ancora sotto le forche caudine dei Commissari del Direttorio , piegarsi davanti alla voracità insaziabile dei cassieri dell ' esercito francese incaricati di dimostrare alla Francia che la Serenissima poteva pur dare ancora , e che la guerra si doveva alimentare con la stessa guerra a qualunque costo , a spese degli ignavi e degli imbelli . Questa fanfara era già stata audacemente lanciata all ' aria dallo stesso generale Napoleone Buonaparte : « Io - aveva dichiarato al colonnello Veneto Fratacchio , a Castiglione , il 12 Luglio 1706 - batterò gli Austriaci e farò che i Veneziani paghino tutte le spesa di guerra ! » ( 260 ) Un mese dopo Bonaparte imponeva una contribuzioue di tre milioni di franchi alla città di Brescia e trattava col Battagia un prestito da imporsi alla Repubblica ( 261 ) . CAPO XI . Conclusione . La « Serenissima » si apparecchiava adunque a scomparire sotto una marèa montante di contraddizioni tristi ed anche ridicole . Essa voleva sinceramente la pace con tutti e si sforzava di preparare delle armi lògore e spuntate ; fidava palesemente nelle dichiarazioni di neutralità e , privatamente , non si dissimulava le difficoltà di mantenere il rispetto ai trattati in un periodo di violenze e di usurpazioni in cui unico diritto sovrano era la forza ; aveva dichiarato la bancarotta nelle finanze insufficienti a mantenere in vita persino il proprio esercito anemico e la propria flotta tarlata , ed i Francesi e gli Austriaci ben rovistando con sfrontatezza e rapacità nelle casse dello Stato e nelle tasche dei privati , si apparecchiavano a trarne il necessario per mantenere e nutrire non solo un esercito , ma ben anco tre , lautamente ed allegramente . Triste stato dei deboli codesto , fatto di speranza e di timore , di alternative di fiducia e di sconforto . La Repubblica , ridotta a palleggiarsi delle responsabilità non sue , a stendere la mano capitale al nemico ammesso a forza dentro il cerchio delle mura cittadine doveva , da Verona , strizzare l ' occhio all ' altro nemico che stava ancora fuori e voleva penetrarvi . Obbligata a piatire in note diplomatiche , in richiami , in proteste , le spinosità di una situazione politica , sociale e morale insostenibile , poteva rassomigliarsi ad una dannazione di Procuste fatta persona . Passava da Verona il 20 maggio 1796 il maresciallo Colli per ritrarsi nel Tirolo , col livido in volto per le recenti sconfitte patite nella Liguria e nel Milanese , e prometteva al provveditore generale Foscarini : « pieno riguardo alle autorità venete , disciplina nelle truppe , pagamento delle somministrazioni in contanti » . E tutto ciò mentre giungevano alte proteste dalle comunità venete , « per i violenti modi con i quali si trattano i villici nel trasporto dei bagagli austriaci per le vie di Campata , obbligati essendo a forza di oltrepassare con i loro carriaggi i confini convenzionati ... asportandone gli Austriaci poscia perfino i bovi » ( 262 ) . Ed il Foscarini : « convinto essendo che tutto ciò sia contrario alle intenzioni della Corte Cesarea ed agli ordini dei di Lei generali » comandava « ai commissari ai Campara di rimostrare ai generali austriaci le cose accennate , di interessarsi a rilasciare ordini precisi onde tutto proceder avesse secondo le regole e le discipline convenzionate per i passaggi a Campara medesima » ( 263 ) . I Francesi erano ancora lontani e la fiducia nell ' equilibrismo era ancora fresca e promettente . « I Francesi scriveva il 22 maggio Foscarini al Doge , di cui ancora non conosco le forze sono - per quanto la diligenza dell ' eccellentissimo rappresentante di Brescia mi scrive con sua lettera di ieri - a Robecco , da dove , staccato un uffiziale con cinque soldati per passare il ponte sull ' Olio entrarono nella terra di Ponte Vico , ricercando se vi fossero altri ponti vicini o altri porti , e quanto fondo il fiume avesse . Quindi , fatta ricerca a chi appartenesse quella terra e conosciuta essere soggetta al dominio Veneto , sono al momento retrocessi a Robecco » ( 264 ) . Buoni adunque parevano i principii della nuova avventura con i Francesi , e tutta l ' arte e tutte le speranze sembravano rivolte allo scopo di propiziarsi gli Austriaci , quando il menzognero zeffiro che veniva di Lombardia crebbe d ' un colpo d ' audacia e di violenza . « I mali asprissimi - scriveva il 26 maggio Foscarini al Doge - che l ' attual guerra fa provare all ' Italia cominciano a produrre non lievi conseguenze . Già ho rassegnato i disordini occorsi a Crema per parte delle truppe francesi ... ma la vivacità di questa nazione ed il genio intraprendente dei suoi generali lasciano oramai delusa ogni speranza . In queste circostanze , ben volentieri avrei desiderato accorrere io pure a confortar personalmente i sudditi di V . E . a quel paese ... ma coperte essendo le strade di armati delle belligeranti potenze , il riguardo di non compromettere il decoro della pubblica rappresentanza ha fatto sopprimere per ora in me stesso tale vivo desiderio » . * * * Fu l ' avventura di Peschiera che scatenò l ' uragano , occupata di sorpresa dagli Austriaci di Beaulieu il 26 maggio come res nullius , tanto che il Beaulieu stesso agli ufficiali veneti inviati a protestare per questa rapina non si faceva scrupolo di dire : « che lorquando le ragioni di guerra fanno credere necessaria una cosa a chi la tratta ... non valgono le deboli ragioni del diritto e vengono sforzati a tacere tutti i riguardi » ( 265 ) . Al danno si aggiungevano dunque l ' ironia e le beffe . Nella notte del 27 alla rapina di Peschiera seguì la violenza della Chiusa d ' Adige . Prima dell ' alba del detto giorno si era presentato davanti a quella fortezza un gruppo di ufficiali austriaci accompagnato da una colonna di fanti , per imporre al governatore veneto Bajo di aprire le porte . Questi rispose dal chiavesin ( 266 ) che quello « non era il luogo di passaggio e retrocedessero perciò a Loman , ma gli ufficiali austriaci insistettero dicendo di aver lettere di somma premura da consegnare alla posta di Volargne , dirette a Verona » . Sorpreso nella buona fede l ' ingenuo Bajo introdusse allora gli ufficiali austriaci dentro la Chiesa ma , « nell ' aprire le bianchette erano appiattati i soldati , che sforzarono il chiaverino e si introdussero in più di duecento in fortezza , senza il minimo sconcerto » ( sic ) . Così cominciò per la Serenissima il tristissimo calvario dei disinganni , delle estorsioni e delle usurpazioni , senza forza di ribellarsi al tormento del martirologio , senza fede per trovare in sé medesima un ' ultima stilla di energia capace di abbreviarlo con una scossa suprema . Era il destino che fatalmente ed implacabilmente si compieva sopra un organismo fiaccato dagli anni e rassegnato a morire . L ' occupazione di Peschiera da parte degli Austriaci fornì a Buonaparte buon argomento per esigere un vistoso compenso nell ' occupazione di Verona - necessaria alla sua manovra con la linea dell ' Adige e Legnago - non appena i Francesi ebbero forzata la linea del Mincio ( 30 maggio ) . In questo intento Buonaparte apparecchiò una di quelle rappresentazioni a tesi delle quali egli era maestro . Atterrì il Foscarini minacciando d ' incendiare Verona , poi sembrò placarsi , « purché vi entrassero le sue truppe , occupassero i tre ponti sull ' Adige traversando la città e lasciando guarnigioni sugli stessi , fino a che le ragioni della guerra lo esigessero » . Il 1° giugno infatti una colonna di 20,000 Francesi capitanata dal generale Massena si affacciò alla Porta di San Zeno e penetrò in città minacciando l ' uso della forza in caso di resistenza ( 267 ) . Così cominciò la spoliazione della Repubblica che doveva avere il suo classico epilogo ai preliminari di Leoben . Ma siccome per il momento conveniva osservare ancora qualche parvenza di riguardo verso la Serenissima - che pur non era ancora radiata dal novero degli Stati - così , di buon accordo , si decise di continuare nella serie delle reticenze parziali , delle contraddizioni , delle umiliazioni e delle figure artificiose , come per ingannare l ' estrema ora che stava maturando . La speranza , dopo tutto , è sempre l ' ultima dea a sgombrare dall ' orizzonte . I Francesi pretesero un rifornimento giornaliero di 12,000 razioni . Per salvare le apparenze della neutralità , la ditta mercantile Vivante si prestò alla bisogna , figurando di dare con una mano agli ospiti incomodi e di riceverne con l ' altra il valsente ; ma in realtà la ditta non era pagata che dalla Serenissima la quale , per evitare maggiori guai , si era docilmente adattata a mantenere il protervo nemico sullo stesso suolo della patria che conculcava ( 268 ) . La commedia piacque e si diffuse largamente , come un allegro diversivo in mezzo al trambusto della guerra ed alla concitazione bellicosa . « Cinquantamila razioni di pane da 24 oncie l ' una chiedono giornalmente i Francesi sotto Peschiera - scriveva il 6 giugno il Foscarini - più 60 grossi bovi , 150 carra di fieno , prodigiosa quantità di vino , legna ed altro » ( 269 ) . E la Repubblica compiacente faceva per questo scivolare nelle tasche della ditta Vivante - che moltiplicava le sue filiali - danaro sopra danaro , come una buona nonna passa di soppiatto al nepotino capriccioso un balocco rifiutatogli dalla mamma severa . Dopo le razioni , il pane ed i buoi , venne la richiesta delle armi , cioè 2000 fucili per armare parte delle reclute del corpo di Massena ( 270 ) . E poiché le rappresentazioni della compagnia mercantile Vivante riscuotevano il plauso generale , si pensò bene di aggiungere alla piacente commedia qualche nuova scena ad effetto . « Si sono concertati finalmente - scriveva il Foscarini al Principe ( 271 ) - i modi più adatti per la consegna dei fucili . Abbiamo perciò creduto opportuno di richiamare il munizioniere del territorio ed il Vela , l ' agente noto della ditta Vìvante , ed imposto ad essi il più scrupoloso segreto con la minaccia di incorrere nella pubblica disgrazia , prescrissimo ( 272 ) al primo di avere sul fatto a cancellare dalli ricercati fucili le marche in essi impresse del territorio e riponendoli in casse , con le loro baionette , di trasportarli questa sera in modo inosservato nel luogo dove il Vela forma i magazzini per i suoi generi . Al Vela poi abbiamo ingionto che , lorquando avrà a presentarglisi un commissario francese per parte del generale Massena , abbia a dirgli che essendo stato da noi incaricato di procurare da mano privata la prestanza di duemila fucili , era a lui riuscito di averne mille subito e gli altri sarebbero somministrati nei seguenti giorni , a diverse partite . E questa dilazione abbiamo combinata perché la ristrettezza del tempo conceder non poteva di verificar tutto il travaglio di togliere dai fucili l ' impronta del territorio ed accomodare quelli che in qualche misura ne abbisognano » . * * * Lunga sarebbe la serie di queste umiliazioni e di queste mistificazioni , patite con eguale improntitudine dalla Serenissima per opera dei Francesi come degli Austriaci . Ma importa ora di conchiudere . La ragione ultima di ogni debolezza , di ogni contraddizione , di ogni transazione vergognosa , stava nel miserando stato di esaurimento militare in cui versava la Repubblica . Questa , fiduciosa nei trattati e nelle dichiarazioni di neutralità , nella politica di equilibrismo e di opportunità spinta oltre ai limiti del ragionevole , spensierata , allegra , disamorata della milizia , aveva creduto di trovare nei trattati medesimi un ' arma sempre valida e rispettata , una specie di talismano , dimentica che la guerra li rompe e li calpesta quando così piaccia al più forte . In tale sfera di cieche confidenze , di ostentate omissioni , di trascuranze ignobili , la milizia veneta si era appartata dal grande organismo dello Stato , come vergognosa di essere , come desiderosa di vivere semplicemente tollerata . E decadde ed intisichì in questo abbandono come una pianta selvatica e parassitaria . Quando la vecchia Repubblica fu destata dal lungo sonno dal rumore delle armi nemiche sopra il suo suolo abbandonato alla mercé dello straniero , essa cercò invano le armi proprie , ma non le trovò più , perché ben diceva Giacomo Nani che : « non vi può essere piano militare che sia acconcio a combattere una malattia puramente di ordine morale e politico » ( 273 ) . Così la Serenissima , ostinata nel negare al proprio esercito quelle riforme che l ' avrebbero potuto salvare dalla rovina , lo aveva reso organicamente un anacronismo , economicamente uno strumento di dissipazione del pubblico danaro , militarmente un istituto incapace di esplicare una forza qualunque . Esso poteva perciò rassomigliarsi ad una personificazione grandiosa della statua di Laocoonte , paralizzata dai molteplici intralci e viluppi dell ' amministrazione faragginosa dello Stato , sfibrata dalla specializzazione delle autorità , dai controlli e dalle consorterie , schiacciata dalla sovrapposizione delle autorità , dal bagaglio opprimente di un immenso macchinario di pubblici poteri . In questi intralci delle energie e delle volontà , in questa atrofìa degli organi motori dell ' amministrazione di Stato , il mercenarismo poté sviluppare l ' intera gamma delle proprie caratteristiche , fino alle conseguenze estreme . Indifferenza cioè al contenuto morale della patria , separatismo nella società , venalità , protervia nel chiedere , pari alla debolezza nel cedere o nel promettere da parte dell ' organismo dello Stato che alimentava il mercenarismo medesimo . Cosicché mentre altrove - specie in Piemonte - l ' evoluzione degli ordini ed il largo appello alle milizie paesane permettevano di compiere riforme decise nel tralignato organismo degli eserciti mercenari , apparecchiando il trapasso verso gli odierni sistemi di reclutamento , Venezia , cieca nella fede giurata alle sue costituzioni vetuste , dimentica dell ' eredità legatale dall ' Alviano - che nelle cerne aveva additata la fortuna militare della Repubblica - si ostinava pur sempre a mantenere nelle caserme una larva di esercito che si dissolveva come neve al sole . Così fu possibile , anzi necessaria , la viltà suprema della Veneta Repubblica nel 1796 . Nondimeno , tra il vecchio che cadeva a brandelli in rovina ed il nuovo che maturava , ad onta delle volontà dei governanti e dei governati e della pertinace immutabilità degli istituti , si apparecchiavano gli eserciti odierni fatti con la nazione e per la nazione . Riguardare quindi le vie del passato , riandare il cammino percorso per toccare lo sviluppo d ' oggi , non può qualificarsi opera vana , purché si mediti sulle circostanze che hanno accompagnata la grande evoluzione e sulle contingenze particolari che l ' hanno affrettata . Perché - ad onta di ogni sapienza postuma di storia e di esperienza umana più generalmente note - v ' ha sempre qualche spunto a suggestioni molto proficue da raccogliere , dimenticato lungo la grande ed ampia via maestra , come assai spesso si notano sovra a ' suoi cigli dei modestissimi fiori che sfuggono alla vista dei più . ( 1 ) Nota del trascrittore : la Parte II non sembra essere stata mai pubblicata ( 2 ) G . FABRY . - Campagne de l ' Armée d ' Italie ( 1796-1797 ) . ( 3 ) Presso alla piazza di S . Marco . Erano detti casini , al tempo della decadenza della Repubblica , luoghi di generale riunione di liete brigate e da galanti ritrovi . ( 4 ) Carteggio del prov . generale in T.F. Filza n . 1 ( 1796 ) . R . Archivio di Stato dei Frari in Venezia . ( 5 ) Ibidem . ( 6 ) Carteggio del proc . gen . in T . F . Filza n . 1 ( 1706 ) . B . Archivio di Stato dei Frari in Venezia . ( 7 ) Vedasi per i due primi periodi di tempo la bella scrittura dell ' avvocato LUIGI CELLI , dal titolo : Le ordinanze militari della Repubblica Veneta nel secolo XVI , nella Nuova Antologia , vol . LIII , serie III , fascicoli del 1° settembre e del 1° ottobre 1894 . ( 8 ) A . DELL ' ACQUA GIUSTI . - I Veneziani in Atene nel 1687 . ( 9 ) Dettaglio sullo stato militare del 1° settembre 1781 , per osservare li generi della milizia reggimentata e disposta nei rispettivi dipartimenti del Veneto Dominio , in confronto al voler dei decreti , nonché per conoscere il numero difettivo di allora . Formato alla Ragioneria sopra ai rolli , dietro comandi dell ' Ecc . Savio Francesco Vendramin , Savio di Terra Ferma alla Scrittura ( Archivio Stato , Frari . Deliberazioni Senato Militar 1781 . Filza 106 ) . ( 10 ) I primi riparti di Oltremarini si levarono nel 1507 e servirono più specialmente da fanteria marina . A partire dalla guerra di Candia si accentuò il loro carattere di milizia ingaggiata , da impiegarsi in modo anfibio , epperciò anche nelle guerre terrestri . Francesco Morosini per le campagne del Levante e del Peloponneso li ordinò in reggimenti regolari . ( 11 ) Decreto del 26 agosto 1745 . - Stampato per li figliuoli del quondam Z . Antonio Pinelli , stampatori ducali . - Sulle condizioni politiche ed economiche delle città dalmate , si veda l ' opera del prof . TULLO EBBER , Storia della Dalmazia dal 1796 al 1814 , - Zara , 1886 , tip . Woditzka ( 6 fascicoli ) . ( 12 ) Delib . Senato Militar . Filza 107 , anno 1782 . ( R . Archivio Stato dei Frari in Venezia ) . ( 13 ) Documenti per servire alla storia della milizia italiana dal XIII secolo al XVI , raccolti negli archivi della Toscana e preceduti da un discorso di Giuseppe Canestrini . - Firenze , Vieusseux , 1851 . ( Archivio Storico Italiano , tomo XV ) . ( 14 ) BEMBO . - Dell ' Istoria Veneta . Libro I , pag . 350 . LODOVICO MOSTARDI . - Storia di Verona dall ' origine fino all ' anno 1668 . Verona , A . Rossi , edit . , 1668 . - CELLI . - Op . cit . in Nuova Antologia . ( 15 ) Il ducato veneto , moneta d ' argento , corrispondeva sul termine della Repubblica a lire italiane 4,189 . ( Vedi : PAPADOPOLI , - Sul valore della moneta Veneta . - Venezia 1880 ) . ( 16 ) Relazione ai piedilista del 1781 del Savio di T.F. alla Scrittura , Francesco Vendramin ( 29 dicembre 1781 ) . - Delib . Senato Militar . Agosto - Dicembre detto . Senato I . Secreta , Filza 106 ( 17 ) Verso la caduta della Repubblica , le cerne erano considerate né più ne meno di guardie campestri . Si veda a questo proposito qualche episodio citato nelle Memorie di un ottuagenario di IPPOLITO NIEVO . ( 18 ) « Nell ' amministrazione veneta era insomma una farragine di impiegati e tale numero di uffici , da rendere impossibile rappresentarli anche teoricamente in piena evidenza » . - ( ROMANIN . - Storia documentata di Venezia , Tomo VIII , pag . 368 ) . ( 19 ) Il Collegio era composto come appresso : sei Savi grandi cui spettavano le preposizioni al Senato , cinque Savi agli ordini incaricati di vigilare sulle cose della marina , cinque Savi di terraferma , e cioè il Savio di terraferma alla scrittura , il Savio alle ordinanze e tre altri Savi più semplicemente detti di terraferma , con il compito di riferire sulle condizioni politiche , economiche ed amministrative di quest ' ultima . ( 20 ) Fino dal principio del secolo XVI , dovendosi accentrare in particolari registri le scritture riguardanti le spese per la milizia , fu delegato a ciò taluno dei Savi del Collegio . Un decreto del 26 maggio 1523 sancì poi la riforma di simili scritture ed ordinò che vigilasse su di esse un Savio apposito . Ebbe cosi origine il Savio di terraferma alla scrittura , che si incaricò indi appresso delle spese e dell ' amministrazione degli eserciti della Repubblica Veneta . I Savi erano eletti in principio di ogni anno , che , secondo il costume Veneto , principiava in marzo ( more veneto ) . ( 21 ) P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata . - ( IV edizione , Bergamo 1908 . Parte III , pag . 23 , nota ) . ( 22 ) Lo stipendio medio del maresciallo Schoulemburg era di ducati 12.500 , pari a lire 52.302 circa . Vedasi R . Commissione per la pubblicazione dei documenti finanziari della Repubblica di Venezia . Serie II . Bilanci generali dal 1736 al 1766 ( Scritture e decreti ) . - Venezia , tipografia Vicentini , 1903 . Lo stipendio del detto maresciallo salì però fino a ducati 25.000 all ' anno . ( 23 ) Nella seconda metà del secolo XVIII sono notevoli le seguenti rielezioni nel Saviato di terraferma alla scrittura : Alvise Tiepolo , 1764-1765; Zuane Quirini , 1765-1766; Antonio Zen , 1778-1779-1790; Francesco - Vendramin , 1781-1782-1784-1785; Iseppo Priuli , 1794-1795 . ( 24 ) R . Commissione per la pubblicazione dei documenti finanziari della Repubblica di Venezia ( op . cit . ) . ( 25 ) Delib . Senato Militar . Filza 117 . ( 26 ) La proposta di nominare un generale in capo venne indarno ripetuta , nell ' estate del 1796 , anche da Giacomo Nani . ( 27 ) Miniere di piriti ramifere di Agordo . ( 28 ) Tra le più notevoli confraternite della specie , si debbono notare quella dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia , dei padri di San Giovanni di Dio a Zara , dell ' ospedale militare di San Sérvolo pure in Venezia . ( 29 ) Quando trattavasi di deliberare su argomenti di maggior interesse intervenivano nelle deliberazioni , oltre il Savio in carica ( attuale ) , anche quello che lo era nel semestre antecedente ( uscito ) . ( 30 ) P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata - Parte II , pag 53 , 160 , 199 . ( 31 ) Bongion e Maniva . ( 32 ) I pesi erano in libbre grosse e corrispondevano ognuna ( 12 oncie ) a kg . 0,476999 . ( MARTINI . - Manuale di Metrologia , pag . 817 e Segg . - Torino 1883 ) . ( 33 ) Delib . Senato Militar . 1782 . Filza 107 . ( 34 ) Delib . Senato Militar . 1782 . Filza 107 . ( 35 ) Delib . Senato Militar . Maggio 1796 . Filza 23 . Relazione del tenente generale Salimbeni sulle condizioni della fortezza di Verona . ( 36 ) Campagne del 1715-1718 a Corfù ed in Morea . ( 37 ) Delib . Senato Militar . 1783 . Filza 107 . ( 38 ) Delib . Senato Militar . Filza 117 . Anno 1786 . ( 39 ) Collegio Militar di Verona . Busta n . 264 . ( R . Archivio di Stato dei Frari di Venezia ) . Intorno all ' ordinamento ed alla vita di questo istituto militare , si veda : E . BARBARICH - Una scuola di artiglierìa e genio sotto la Serenissima - ( Rivista di artiglieria e genio - luglio , agosto - 1908 ) . ( 40 ) Celebrata locanda al tempo della Veneta Repubblica , posta a fianco della chiesa di Santa Anastasia di Verona . ( 41 ) Sull ' uso dei biglietti di visita al tempo della decadenza veneziana vedasi : P . MOLMENTI . - ( Op . cit . , parte III , pagg . 45 , 434 , 458 , 459 , 474 , 476 ) . ( 42 ) Comandava allora interinalmente la divisione Serurier . ( 43 ) Carteggio del Provveditore Generale Nicolò Foscarini . Filza 2 ( 1° luglio - 15 agosto 1796 ) . ( 44 ) Delib . Senato Militar . 1785 . Filza 117 . ( 45 ) Italia , Dalmazia , Levante e Golfo . ( 46 ) Delib . Senato Militar . Tavola I , Registro 29 ( Ducali del maggio 1786 ) . ( 47 ) Gli ambasciatori a Costantinopoli si denominavano più specialmente nel linguaggio diplomatico Veneto baili . ( 48 ) Delib . Senato Militar , 1782 . I Secreta . Filza 106 ( 49 ) La riforma delle scuole militari fu preceduta ed accompagnata dalla riforma delle scuole civili , le quali vennero laicizzate a Venezia per opera di Gasparo Gozzi . Il periodo di maggiore attività in quest ' opera corrisponde agli anni che corsero dal 1773 al 1775 . Il Savio alla scrittura Francesco Vendramin desiderava di questa riforma farne il caposaldo per i progettati miglioramenti do introdursi nell ' esercito Veneto , seguendo i criteri già enunciati dal Gribeauval , che suonavano come appresso : « Le but est des réduire à peu de chose les droits à l ' anciennete , aneantir ceux de la protection , donner toute faveur aux talente supérieure et les initier dans le commandement avant l ' âge où le corps commence à perdre et l ' esprit cesse d 'anquérir.Tale opera si era già magnificamente affermata in Francia ai tempi del maggior lustro militare del regno di Luigi XV . ( 50 ) Il nome di alfiere deriva manifestamente dal latino aquilifer , titolo e grado di colui che , nelle antiche ordinanze romane , portava l ' aquila , insegna principale della legione . Nella milizia moderna si tramandò il nome per designare l ' officiale incaricato di portare le insegne di una compagnia di fanti . In cavalleria l ' alfiere prendeva il nome di cornetta , dalla piccola insegna quadra oltre volte usata in quell ' arma . ( 51 ) Non esisteva correlazione gerarchica tra i gradi dell ' esercito e quelli della marina veneta repubblicana . Il grado di alfiere , o di cornetta , corrispondeva però in qualche misura a quello di nobile in nave , che rappresentava il primo gradino della gerarchia degli ufficiali di vascello . Il grado di sopracomito , secondo nella scalèa , disponendo del comando di una nave ( ordinariamente una galera ) eguagliava , sotto qualche rispetto , quello del capitano comandante di una compagnia di fanti oppure di una compagnia di cavalli . I gradi più elevati della marina , quale il governatore di galeazza , il governatore dei condannati ( o ispettore alle ciurme ed all ' armamento delle navi ) , il capitanio del Golfo , o comandante della squadra adriatica , sottoposti a loro volta al capitanio generale , al provveditor dell ' Armata , al patron delle navi , all ' almirante , al capitan delle navi ed infine al provveditore generale da Mar , non avevano riscontro approssimativo nei gradi dell ' esercito . ( 52 ) Legge di Ottazione per la promozione degli uffiziali e bassi - uffiziali nei Reggimenti Italiani , Oltramarini , Cimarioto , Croati a cavallo , Corazzieri , Dragoni , al servizio della Serenissima Repubblica di Venezia . Stampata per ordine dell 'Ecc.mo signor Michele Morosini , Kav . Savio di Terraferma alla Scrittura , in esecuzione al Sovrano decreto dell 'Ecc.mo Senato , 2 giugno 1740 . Pinelli , stampatori ducali , Venezia , 1740 . ( 53 ) La dichiarazione , datate da Brescia li 16 giugno 1785 , è firmata dal tenente colonnello Zorzi Molari e dal colonnello Giovanni Marin Conti , comandante del reggimento ( Delib . Senato Milit . Secreta I . Filza 116 , 1786 ) . ( 54 ) Delib . Senato Militar . Secreta I . Filza 116 . Anno 1785 . ( 55 ) Delib . Senato Militar . Secreta I . Filza 116 . Anno 1785 . ( 56 ) Capo - squadrone , vale dire comandante di due compagnie di cavalli . ( 57 ) Delib . Senato Militar . , 1795 . Filza n . 146 Le principali norme di manovra della cavalleria veneta si possono desumere dall ' opera intitolata : « Esercito militare e regola universale della cavalleria e dragoni della Serenissima Repubblica di Venezia , stabiliti da S.E. Daniele Dolfin » ( Verona 1707 ) . ( 58 ) Delib . Senato Militar , 1782 . Filza n . 105 . ( 59 ) Vale a dire maggiore , comandante di una o più compagnie di cannonieri . ( 60 ) Buona parte di queste prove pratiche si effettuavano al « Bersaglio di artiglieria » di Sant ' Alvise , a Venezia , oppure al Lido . Sui particolari delle artiglierie venete , si veda : « Le artiglierie Venete , fatte incidere in rame dall ' Ispettore generale Domenico Gasparoni . ( 1779 ) » . ( 61 ) Delib . Senato Militar . Secreta I . 1785 . Filza 116 . ( 62 ) Delib . Senato Militar . 1796 . Filza 25 . ( 63 ) Delib . Senato Militar . 1777 . Collegio Militar di Verona . Busta 224 . Il Senato in esito a tali richieste aveva decretato , che i provenienti dal Collegio Militare di Verona non potessero allontanarsi dal servizio sotto le pubbliche bandiere se non dopo un triennio di permanenza nell ' ufficio cui attendevano . ( 64 ) Pubblicata nel 1779 , in folio , col titolo : « Le Artiglierie Venete , fatte incidere in rame dall ' Ispettore generale Domenico Gasparoni . » ( 65 ) Il manoscritto trovasi al Museo di Padova ( Biblioteca ) . ( 66 ) FILIPPO NANI MOCENIGO - GIACOMO NANI . - Memorie e documenti . - Venezia , 1893 . L ' opera della « Milizia Veneta aveva il seguente motto : « Non ci può essere piano militare che sia acconcio a combattere una malattia puramente morale e politica » . ( 67 ) Erano 43 ufficiali che Angelo Emo aveva elevato al grado superiore , con il consenso del Senato , per benemerenze acquisite nelle campagne di Tunisi e di Algeria . Essi furono distribuiti in soprannumero tra i diversi corpi , ma poi ricollocati in congedo per mancanza di posti . Questi ufficiali reclamarono vivacemente ed infine , nel 1795 , ebbero dal Senato dei posti al governo delle piazze e delle fortezze . ( Delib . Senato Militar . 1795 . Filza 146 ) . ( 68 ) Il zecchino era pari a lire venete 22 , e la lira veneta a soldi 20 ( Italiane lire 0,5228 ) . ( 69 ) Delib . Senato Militar . 1793 . Filza 139 . ( 70 ) Delib . Senato Militar . 1790 . Filza 130 . ( 71 ) Panno assai leggero ( rarus ) . ( 72 ) « Riconoscendo buona la pratica - diceva un Senatoconsulto dell ' anno 1769 - seguita dalle estere truppe di porre un segno distintivo di reggimento , e non essendo quello sufficiente della diversità dei mostrini ( mostreggiature ) comunemente usato , il Senato emette l ' avviso che con il numero impresso sui bottoni ai debbano distinguere i 18 reggimenti italiani » ( Delib . Senato Militar . 1789 . Filza 127 ) . ( 73 ) Delib . Senato Militar . 1790 . Registro n . 29 . Decreto 29 aprile 1790 . Si noti l ' analogia di tali distinzioni di grado usata dagli ufficiali Veneti con quella tradizionalmente adottata dagli ufficiali dell ' esercito del Montenegro . Presso di questi i segni del grado si portano sul berretto , e sono : ufficiali generali , scudetto d ' oro dalle insegne principesche ; maggiori scudetto d ' oro con le scimitarre d ' argento ; ufficiali inferiori scudetto d ' argento con le scimitarre d ' oro . ( 74 ) Dalla fiscalità amministrativa militare dell ' epoca ai erano da qualche tempo affrancati gli eserciti di Luigi XV . Sotto il regno di questi venne regolata l ' amministrazione dei reggimenti , la proprietà delle compagnie fu tolta ai capitani , un ufficiale contabile venne infine assegnato presso ciascun comando di corpo . ( 75 ) Collegio Militare di Verona . Busta 241 . Relazione del Savio di Terraferma alla Scrittura M . A . Priuli . Intorno ai particolari di questa avventura , si veda : E . BARBARICH . « Una scuola di artiglieria e genio sotto la Serenissima Repubblica » ( Rivista di artiglieria e genio - Luglio , agosto 1908 ) . ( 76 ) Inquisitori di Stato . - Lettere dei rettori di Verona , 1781-1787 . Busta n . 110 . - Idem . Dispacci dei rettori di Verona , 1785-1788 . Busta n . 367 . ( 77 ) Carteggio citato . ( 78 ) Erano Girolamo Diedo , Angelo Maria Gabriel e Giovanni Sagredo . Sulla loro opera di repressione delle logge massoniche in terraferma , si veda : ROMANIN . Storia documentata dì Venezia , Tomo VIII , Capo VIII , pag . 272 , 399 . ( 79 ) Collegio Militare di Verona . Busta n . 224 . Savio di Terraferma alla Scrittura . - Busta 178 . Registri dei deputati al Militar Collegio di Verona . Anni 1764-1797 . ( 80 ) Devesi notare la strana coincidenza che nelle stesse sale di Castel Vecchio venne a stabilirsi , ai primi tempi del dominio francese , l ' accademia detta degli Aletofili , cioè amanti della verità , e che quivi pure si installò l ' accademia dei Neoterici , cioè dei seguaci delle nuove scienze fisiche e medicali . ( 81 ) Le relazioni tra il governo francese e le « Logge Muratorie » furono intensificate , nell ' estate del 1796 , dal Salicati . ( LAPORTE - Souvenir d ' un emigré - pag . 19 ) . ( 82 ) Carteggio degli « Inquisitori di Stato » Busta n . 920 . ( R . Archivio di Stato dei Frari in Venezia ) . ( 83 ) Si trovavano a Verona , ai primi di luglio del 1796 , sette compagnie di fanti oltremarini con un effettivo combattente di 532 uomini , tutti appartenenti al Reggimento Medin . ( Carteggio del Provveditore Nicolò Foscarini , Busta n . 1 ) . ( 84 ) Vedasi : FABRY . - Campagne de l ' Armée d ' Italie . - ( Vol . IV , pagine 24 , 26 , 29 , 30 , 31 , 32 , 94 , 95 ecc . ) ( 85 ) Per decisione del 26 Pratile , presa dal Commissario del governo della Repubblica francese , i magazzini di Castelnuovo , Garda e Salò furono sistemati in modo che essi disponessero sempre di 15 giorni di viveri per tutta l ' armata . Anche Verona fu posta in tale condizione . Il magazzino di riserva di Brescia fu aumentato in questa circostanza con 15.000 razioni di biada . Il provvigioniere generale della Repubblica veneta , Vivante , doveva incaricarsi di tutti questi rifornimenti . Giornalmente dovevano inoltre versarsi nei magazzini del commissario Gachet , a Verona , 60 carri di fieno di 100 pesi ciascuno , 40 carri di paglia pure di 100 pesi ognuno , 550 stara di avena , oltre un ' aliquota di generi diversi per i bisogni impreveduti . Il 4 luglio , il nominato commissario francese impose d ' urgenza la fornitura di 12.000 sacchi di farina . ( Carteggio del Provveditore generale in Terraferma Nicolò Foscarini . Filza n . 2 . Senato Secreta III ) . Il 10 luglio doveva funzionare in Brescia un ospitale da 200 letti , per il quale argomento si dovevano accordare assieme il commissario generale francese Flament con il segretario Sanfermo , un cancelliere ducale ed il colonnello d ' artiglieria veneta Fratacchio . ( Carteggio citato ) ( 86 ) FOSCARINI . - Carteggio citato . ( 87 ) La lettera reca la intestazione che segue : Quartier General de Veronne , le 20 Messidor de l ' An IX de la Republique Française , une et indivisible . È annessa alla Filza n . 2 del citato carteggio del Provveditore Nicolò Foscarini . ( 88 ) Loc . cit . ( 89 ) Intorno alle Pasque Veronesi si consulti - tra le fonti più recenti - il libro del BONNEFONS : La chute de la Republique de Venise ( 1780-1797 ) . Librairie Académique Perrin , Paris , 1908 , pag . 225 e sgg . ( 90 ) Capitolazioni . - Delib . Senato Militare 1785 . Filza 118 . ( 91 ) Carlo Marchiondi , eccellente ingaggiatore di fanti oltremarini , trovasi citato a titolo di onore nel carteggio del Senato fino dall ' anno 1783 , perché in quattro anni era riuscito a condurre sotto le venete insegne oltre 5000 reclute , numero doppio del richiesto dal Savio di Terraferma alla Scrittura . Fu perciò promosso tenente colonnello ( 22 maggio 1783 ) . Il tenente colonnello Carlo Marchiondi morì nel 1785 . ( 92 ) La forza di una compagnia di leva , o centro di reclutamento delle milizie ingaggiate , era la seguente : 1 tenente o capitanio , 1 alfiere , 1 sergente , 2 caporali , 1 tamburo o piffero , 36 fanti . ( 93 ) Il piede veneziano corrispondeva a metri 0,347735 : a sua volta l ' oncia , di 12 linee , equivaleva a metri 0,028978 . ( 94 ) Capitolazioni sopra citate . - Delib . Senato Militar , anno 1785 . Filza 118 . Tra i mestieri infami era compreso quello dello sbirro . ( 95 ) Le caserme principali si trovavano nel rione di Santa Maria Elisabetta del Lido ed erano capaci di oltre 4000 uomini . - ( Vedasi : Il forastiere illuminato intorno le cose più belle , rare e curiose , antiche e moderne della città di Venezia e delle isole circonvicine . Venezia , 1740 . Giovambattista Albrizzi , editore , pag . 301 ) . ( 96 ) La lira veneta , di 20 soldi ognuna , corrispondeva ad Italiane lire 0,5228 . ( 97 ) Esattamente a L . 16,182 . ( 98 ) Delib . Senato Militar . Anno 1782 . Secreta I . Filza 107 . ( 99 ) Delib . Senato Militar . Secreta I . 1782-1784 . ( 100 ) Sull ' istituzione delle compagnie di travagliatori , si veda il capitolo relativo al Genio nello studio presente . ( 101 ) Delib . Senato Militar . 1790 . Filza 131 . ( 102 ) Delib . Senato Militar . 1794 . Filza 146 . ( 103 ) Già dalla fine del XVII secolo , nel corpo degli oltremarini si erano fuse tutte le speciali milizie d ' oltremare note ai tempi dello splendore con il nome di Dalmati , Cimeriotti e Montenegrini . La reggimentazione degli oltremarini risale però più precisamente all ' anno 1688 , quando cioè il Morosini tracciò la grande suddivisione della fanteria veneta in oltramontani ed oltramarini , attribuendo a questi ultimi il carattere di socii . Dell ' antica differenziazione di queste milizie d ' oltremare sopravviveva ancora , al tempo della caduta di Venezia , il Reggimento Corfù di San Marco , o dei Corfiotti , impiegato nel presidio dell ' isola . ( 104 ) Dettaglio della forza di infanteria italiana ed oltremarina , artiglieria e cavalleria , esistente il 1° marzo 1796 in Terraferma , con l ' innesto delle cernide italiane ed istriane e delle craine dalmatine . ( Delib . Senato Militar in Terraferma . 1796 . Filza 149 ) . Come è noto , le cerne levate in Dalmazia denominavansi più specialmente craine , oppure craicinich . ( 105 ) Orzinovi ora fortezza di confine , correndo in questo tratto la frontiera veneta tra la Serenissima e lo Stato di Milano lungo la destra dell ' Oglio . Il contado di Crema rappresentava un possedimento isolato della Repubblica al di là del confine , compreso tutto intorno dal territorio milanese di Soncino , Robecco , Lodi e Vailate . La frontiera nel contado bergamasco tra Serenissima e Milano correva , per buon tratto , lungo l ' Adda fino alle adiacenze di Trezzo , indi , mediante una linea obliqua convenzionale , si rivolgeva oll ' Oglio in direzione di Martinengo . ( 106 ) Nell ' estate del 1796 non tutte le truppe venete raccolte da Giacomo Nani per la difesa dell ' estuario di Venezia erano ancora fornite di pagliericci . Convenne disfare all ' uopo delle vecchie tende riposte nella tana dell ' Arsenale per sopperire alla bisogna , e si impiegarono in quella circostanza alquante vellere , o cucitrici di vele , addette al grande cantiere eneto . ( Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma , giugno 1796 . Filza 23 ) . ( 107 ) Deliberazioni Senato Militar . Anno 1794 . Filza 143 . ( 108 ) Nel 1784 , era primo capitano e podestà di Verona Alvise Mocenigo . ( 109 ) Il tenente generate Salimbeni . ( 110 ) Delib . Senato Militar , 1792 , Filza 134 . ( 111 ) Il generale Salimbeni si riferiva specialmente alle condizioni delle cerne e delle craine raccolte a Verona nel 1794 . ( Delib . Senato Militar , Filza 145 ) . ( 112 ) Relazione al piedilista del 1781 del Savio alla Scrittura Francesco Vendramin . ( Delib . Senato Militar . 1781 . Filza 106 ) . ( 113 ) Relazione al piedilista del 1781 ( Delib . Senato Militar - 1781 - Filza 106 ) . ( 114 ) P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata - Parte III , pag . 167 . ( 115 ) Opificio esercitato sulla fine della Serenissima da Giacomo Zannoni . ( 116 ) Condotto a quell ' epoca da Francesco Bascarezzi . ( 117 ) Terminazione della conferenza delli Savi alla scrittura , attual ed uscito , di due dei cinque Savi alla mercanzia e magistrati sopra camere intorno al metodo per il vestiario dei reggimenti italiani . ( Delib . Senato militar , 1755 ) . ( 118 ) La riforma della numerazione dei corpi di fanti italiani fu caldeggiata , fino dal 1785 , dai Savio alla scrittura Francesco Vendramin e dal brigadiere Stràtico . « Riconoscendo poi - diceva una relazione estesa da quest ' ultimo - per buona pratica seguita dalle estere truppe di porre un segno distintivo di reggimento , e non essendo quello sufficiente della diversità dei mostrini comunemente usati , si emette l ' avviso che con il numero impresso sui bottoni si debbano distinguere i 18 reggimenti di fanti italiani , assegnando gli ultimi quattro numeri ai reggimenti di città , in ordine all ' epoca di loro istituzione » . ( Delib . Senato milit . , anno 1785 . Registro n . 29 ) . ( 119 ) Le compagnie prendevano nome dai rispettivi comandanti , e cioè : 1a Colonnella - 2a Tenente colonnella : - 3a Sergente maggiore .. La 4a , 5a , 6a , 7a , 8a e 9a si intitolavano dal nome dei rispettivi capitani comandanti . Vedasi a questo riguardo quanto nel presente studio è stato detto nel capitolo relativo agli ufficiali veneti . ( 120 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . 1796 , Filza n . 25 . ( 121 ) Ibidem . Filza 25 . - Lettera al Doge in data dell'8 luglio 1796 . ( 122 ) [ 122 ] La fiera esibizione delle genti del Bergamasco finì ai capi del Consiglio dei X , i quali furono al riguardo « del geloso affare ... e dell ' alto segreto che esso importava ... ricercati a divenire , con il loro consiglio e per le vie le più secrete , a quelle deliberazioni che pareranno proprie alla loro prudenza » . In altri termini , il Senato nel rassegnare al Consiglio dei Dieci quella proposta con 144 voti favorevoli alla decisione presa e 30 incerti , dimostrò il suo fermo intendimento di cestinarla . ( Delib . Senato Militar in Terraferma . 1796 . Filza 25 . In Pregadì , 12 luglio 1796 ) . ( 123 ) Delib . Senato Militar . 1792 , Filza 134 . ( 124 ) Delib . Senato Militar . 1794 . Filza 142 . ( 125 ) Delib . Senato Militar . Filza 134 . ( 126 ) Rapporto del rappresentante veneto a Torino , Giovanni Andrea Fontana . Delib . Senato Militar . Filza 119 . ( 127 ) Vedi il § 31 del R . Viglietto 24 dicembre 1736 . ( Raccolta delle leggi e decreti del Duboin , vol . XXVIII , pag . 193 ) . ( 128 ) Delib . Senato Militar . 1794 . Filza 142 . ( 129 ) Delib . Senato Militar . 1794 . Filza 135 . ( 130 ) Registri delle deliberazioni del Senato Militar . Secreta 30 . Le norme si erano esaurite da gran tempo . ( 131 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . 1796 . Decreto del 3 marzo detto . Filza n . 149 . ( 132 ) I gravami personali ai riferivano - come si sa - specialmente ai coniugati , ai fittaoli , agli indegni ecc . ( 133 ) Delib . Senato Militar in Terraferma , 1796 Filza 149 - Lo stato delle cerne incorporate nell ' anno 1794 , la loro suddivisione per circoli di reclutamento ed i loro effettivi , al termine del primo biennio di ferma risultano dallo specchio seguente : Descritte nei ruoli Morti Fuggiti Cassi Effettivi nel 1796 a ) Cerne Italiane . Padovane 355 8 - - 22 325 Vicentine 366 7 20 15 324 Veronesi e Colognesi 403 14 17 10 362 Bresciane 152 1 4 14 133 Dette privilegiate ( Orzinovi ) 125 - - 13 8 104 Bergamasche 164 - - 19 7 138 Cremasche 50 - - 1 2 47 Bellunesi 110 9 2 10 89 Bassanesi 135 3 5 6 111 Feltrine 79 - - - - 11 65 Trevisane 389 4 5 42 338 Salodiane 51 2 1 6 42 Friulane 267 5 11 12 239 Polesane 148 - - 3 - - 145 Totale 2781 53 101 165 2462 b ) Cerne Istriane 226 5 10 3 208 c ) Craine Dalmate 732 31 31 15 651 3739 89 142 183 3321 ( 134 ) Deliberazione Senato Militar . Filza 149 . ( 135 ) Discorso al Senato del cav . Francesco Pesaro ( ottobre 1792 ) . ( 136 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . 26 marzo 1796 . Filza 149 . ( 137 ) Vedasi l ' ordinamento dalle craine in battaglioni e la loro dislocazione a Venezia e nell ' estuario in ottobre - novembre dell ' anno 1796 nelle : « Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma » Filza 161 . - Per l ' opera di Giacomo Nani in questa circostanza si veda specialmente il volume di Filippo Nani - Mocenigo ricordato più sopra . ( 138 ) Carteggio del Provveditor Generale in Terraferma Nicolò Foscarini . - 1796 . Filza n . 1 . ( Carteggio dal 18 maggio a tutto giugno detto ) . ( 139 ) CICOGNA . - Bibliografia Veneziana . - Vedasi nella raccolta la sezione relativa alla bibliografia militare . ( 140 ) Magistratura molto antica cui metteva capo tutto ciò che si riferiva all ' azienda comunale . I provveditori del Comune avevano una particolare sorveglianza sull ' istituto delle arti , sulle scuola di devozione etc . ( 141 ) Diventato dopo il 1588 una magistratura stabile . Il culto della santa protettrice degli artiglieri si mantenne sempre vivo sino alla caduta della Serenissima e si accentuò nella scuola di Santa Barbara , dove è eretto un altare con un dipinto del Tintoretto . Questa scuola conserva il capo della denominata santa , recato a Venezia da Candia nell ' anno 1070 ( Il forastiere illuminato intorno le cose più rare e curiose antiche e moderne della città di Venezia ) . - Sulle prime sedi dell ' arte dei bombardieri a Venezia , si veda l ' opera del BIANCHINI ; La chiesa di Santa Maria Formosa , pag . 31 , Venezia 1892 , e la nota apposta dal MOLMENTI a pagina 54 del 2° volume della sua Storia di Venezia nella vita privata ( Bergamo , Istituto italiano di arti grafiche , 1906 ) . ( 142 ) Più tardi , agli otto ducati di bonifica per testa si aggiunsero altri quattro ducati di bonifica , ossia di taglione . ( 143 ) Di cui 3713 di bronzo e 1025 di ferro , per il valore complessivo di quattro milioni di ducati . ( 144 ) Assunto al servizio veneto nel 1771 ( 6 ottobre ) . Il Patisson era inglese di nascita . ( 145 ) Piano generale degli studi da farsi in un sessennio nel pubblico Militar Collegio di Verona , fatto estendere da Alvise Tiepolo , Savio di Terraferma alla Scrittura . - Venezia , 1763 . - Per i figliuoli del quondam Z . Antonio Pinelli , stampatori ducali . ( 146 ) Decreto del Senato del 27 settembre 1786 ( Delib . Senato Militar , n . 29 Secreta - Registro ) . ( 147 ) Relazione sullo stato dell ' artiglieria Veneta , ( Delib . Senato Militar in Terraferma . Filza 103 , anno 1781 ) . La relazione è firmata da Angelo Diedo , Francesco Battagia e Francesco Falier . ( 148 ) Navi di primo rango Fama ( capitana ) e Forza , fregata Palma , sciabecco Tritton , bombarde Distruzion , Polonia ; galeotta Esploratore . La fregata Concordia e gli sciabecchi Cupido e Nettuno si aggiunsero alle sopra dette navi nelle acque di Corfù . ( 149 ) V . MARCHESI . - Tunisi e la Repubblica di Venezia . Lettera di Angelo Emo , in data dell ' ll ottobre 1785 . ( 150 ) Giornale storico del viaggio in Africa della Veneta squadra , - Pag . 63 . Vedasi anche « Angelo Emo » in Rivista marittima , 2° Semestre 1907 . ( 151 ) P . MOLMENTI . - Storia di Venezia nella vita privata . Parte II , pag . 50 . ( 152 ) Il forastiere illuminato ecc . , pag . 104 ( op . cit . ) . ( 153 ) Idem , pag 104 . ( 154 ) Idem , pag . 97 . ( 155 ) Il forastiere illuminato , op . cit . , pag . 97 98 . ( 156 ) Ibidem , pag . 103 . ( 157 ) Ibidem , pag . 103 . ( 158 ) Le magistrature all ' Arsenale erano molte e complesse . Anzitutto i Provveditori all ' Arsenal ( 3 ) scelti dal Senato con carica biennale , i Patroni all ' Arsenal ( 3 ) che duravano in ufficio 32 mesi ed erano incaricati materialmente della custodia e della polizia del cantiere , i Visdomini alla Tana ( 3 ) e gli Inquisitori all ' Arsenal , nominati questi ultimi soltanto al caso di particolari inchieste.Tali cariche erano prevalentemente di ordine politico . Le cariche militari e marittime avevano uffici a parte non meno numerosi : così i Provveditori all ' armamento , i pagadori ( 5 ) , i presidenti ed aggionti alla milizia da mar , il magistrato all ' artiglieria ecc . ( 159 ) Il preciso campionario dell ' artiglieria veneta della decadenza risulta dal seguente prospetto : Cannoni : 120 B - 100 B - 60 B - 50 B - 50 F - 40 B - 40 F - 30 B - 30 F - 20 B - 20 F - 16 B - 16 F - 14 B - 14 F - 12 B . ordinario - 12 B . medio - 12 F . leggero - 12 F . ordinario - 9 B - 9 F - 6 B . ordinario - 6 B . leggero - 6 F . ordinario.Falconetti: 8 B - 9 B - 6 B - 3 B - 1 B.Colubrine: 100 B - 60 B - 40 B - 30 B - 20 B - 14 B.Apiede 12 B.Passavolante: 9 B.Saltamartino: 6 B.Sacri: 12 B.Spingarde: 10 F.Petrieri: 14 B . - 12 B - 6 B . - 1 B.Mortari: 1000 B - 1000 F - 500 B - 500 F - 300 B - 200 B - 100 B - 50 B - 30 B - 20 B - 16 B - 14 B - 14 F.Trabucchi: 20 B - 16 B - 14 B - 14 F.Obusieri: 100 B - 30 B - 16 B.Obizzi: 200 B - 120 F - 20 F.Organetti: B - F.Mortaretti: B - F . ( Foglio dimostrante l ' esistenza dei pezzi di artiglieria nell ' Arsenal , nei forti della Dominante , flotta , ecc . nell ' anno 1781 . - Delib . Senato Militar , - Filza N . 103 ) . ( 160 ) Il forastiere illuminato , op . cit . , pag . 99 . ( 161 ) Il maggiore Domenico Gasperoni , riordinatore del Museo dell ' Arsenale . ( 162 ) Delib . del Senato Militar di Terraferma , 1794 . Filza , 143 . ( 163 ) Rapporto del colonnello Molari , citato nell ' opera di FILIPPO NANI MOCENIGO Giacomo Nani . Memorie , etc . pag . 67 . ( 164 ) Idem . ( 165 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . Carteggio dall'11 genn . 1796 al 25 detto . Filza n . 24 . Unitamente a questa offerta i Buranesi dichiaravano di aver pronte «500 persone da prendere le armi , 6 tartane per uso « di pesca e 9 pieleghe ad uso di negozio di legna ».Le pieleghe erano barche pescherecce a tre alberi della foggia dei trabaccoli e della portata minore di 100 tonnellate . L ' etimologia di esse proviene forse dal latino pelagus , perché queste barche si esponevano con qualche facilità ai pericoli del mare nella pesca . ( 166 ) Le funzioni del servizio di stato maggiore , disimpegnate in Francia per gran tempo dal corpo degli ingegneri militari , furono trasferite nell ' anno 1783 al corpo di stato maggiore propriamente detto . ( 167 ) Nacque il Lorgna il 22 ottobre 1735 a Cerea di Verona e morì in questa ultima città , nel Collegio Militare , il 27 giugno 1796 . « Fu aggregato - dicono i documenti - alle prime accademie dell ' Europa , carteggiò con tutti i dotti della terra e produsse opere matematiche e fisiche che gli procurarono la stima universale . Dei 60 anni che visse , 35 ne dedicò al Militar Collegio di Verona nello insegnamento » . ( Carteggio del Collegio Militar di Verona . - Savio di Terraferma alla Scrittura . - Busta 246 ) ( 168 ) L ' autore dell ' opera insigne dal titolo : Del corso delle acque . ( 169 ) L ' idea dei Murazzi si deve effettivamente al padre Coronelli che ne trattò dapprima nell ' opuscolo assai raro dal titolo : « Proposte del padre Coronelli importanti al pubblico e privato , svelate e delucidate con disegni » ( 170 ) Vedasi carteggio del Collegio Militar di Verona sopra citato . Anni 1769-1770 . ( 171 ) Il corpo degli Ingegneri ai confini possiede negli Archivi di Stato di Venezia un copioso carteggio del tutto inesplorato . ( 172 ) Decreto del Senato , 5 ottobre l770 . ( Delib . Senato Militar . ) Filza n . 100 . Secreta I . ( 173 ) Collegio Militare di Verona , - Savio di Terraferma alla Scrittura - Busta 246 . ( 174 ) Il capitano degli ingegneri militari Ferro , da Treviso ( Delib . Senato militar , Filza n . 102 , 1770 ) . ( 175 ) Delib . Senato Milit . Filza 100 . 1779-1781 . ( 176 ) Delib . Senato Milit . Secreta . Registro n . 28 . 1782-1785 . ( 177 ) Delib . Senato Milit . Rapporto al Principe del brigadiere Sopraintendente degli ingegneri militari veneti , Moser de Filseck . ( 178 ) Delib . Senato Milit . Filza 115 . Anno 1785 . ( 179 ) Delib . Senato Milit . Filza 117 . Anno 1785 . ( 180 ) Rapporto del sopraintendente del corpo degli ingegneri militari , Moser de Filseck , sullo stato delle piazze di Oltremare , allegato dal Savio di Terraferma alla Scrittura Francesco Vendramin in una relazione al Doge . - ( Delib . Senato Milit . Secreta I . Filza 107 . Anno 1782 ) . ( 181 ) L ' odierna Sinj in val di Cetina . ( 182 ) Presso la stretta di Slap , all ' uscita del fiume Kerka nella zona lacustre di Prokljan e di Sebenico . ( Foglio della carta austriaca , alla scala di 1:200.000 . Spalato . 34°-44° ) . ( 183 ) Strade poi migliorate nel 1806 al tempo del governo del Provveditore Generale Vincenzo Dandalo in Dalmazia . ( Vedasi , La Dalmazia al 31 dicembre 1806 . Opera economica e politica umiliata a S . M . Imperatore e Re ) . ( 184 ) Abbreviazione usata per dinotare il predicato di nobili uomini , dovuto ai rappresentanti della Veneta Repubblica . ( 185 ) Venute alla Repubblica in forza del trattato di Passarowitz ( 21 luglio 1718 ) . - Vedasi a questo riguardo ROMANIN . Storia documentata di Venezia , tomo VIII , pag . 56-57 . ( 186 ) Dice questo storico : « Il decreto del Senato del 21 luglio 1785 « istituì inoltre due corpi di travagliatori e zappatori - minatori dipendenti « dal corpo del genio » . Storia documentata di Venezia , vol . VIII , pag . 373 . - È doveroso però notare a questo punto che il senato - consulto non fa cenno di questo seconda denominazione , di zappatori - minatori che si vuole dal ROMANIN attribuita nel senato - consulto medesimo ai travagliatori . ( 187 ) Il decreto non parla quindi di zappatori - minatori . ( 188 ) La gazzetta era di tre bezzi . ( 189 ) Il suo importo era preventivato in lire Venete 78.8 . ( 190 ) Deliberazioni Senato Militar Registro N . 29 , I Secreta . Anni 1788-1790 . Decreto del 21 luglio 1788 . ( 191 ) Le due compagnie dovevano contare in origine 140 uomini ognuna . ( 192 ) Il libro più precisamente ai intitola come appresso : Doveri delle persone incaricate della disciplina ed uso dei Corpi dei Travagliatori . Delib . Senato Militar , Filza 116 , ( 1785 ) . ( 193 ) Delib . Senato Militar in Terraferma . Filza 36 ( 1796 ) . ( 194 ) E . BARBARICH . Gli Stradiotti nell ' arte militare veneziana . ( Rivista di Cavalleria , 1904 ) . - PAJOL . Les guerres sous Louis XV , vol . VII , pag . 329-329 Paris , Firmin - Didot , Editeurs , 1891 . ( 195 ) Specie del sale in Dalmazia - Vedasi : « La Dalmazia nei commerci della Serenissima » , del Sabalich - ( Zara , Tipografia Vitaliani , 1907 , pag . 23 . ( 196 ) Da cui dipendono le vaste praterie denominate dei Camoi . ( 197 ) A senso delle Tasse per le genti d ' arme ed alloggi per la cavalleria vigenti . ( Deliberazioni Senato Militar ) . Secreta . Registro N . 28 , ( 1782-1784 ) . ( 198 ) Delib . Senato Militar , I , Secreta , Filza 104 ( 1782 ) . ( 199 ) In realtà il servizio di sgherro era affidato in Dalmazia ai cosidetti panduri . Picchetti di cavalleria solevano nondimeno scortare le caravane turche che , dall ' interno , scendevano di porti dalmati ; specie a Spàlato . ( Vedi Sabalich - La Dalmazia nei commerci della Serenissima - pag . 54 ) ( 200 ) Cioè il biscotto per la fanteria oltremarina ed il pane per la fanteria italiana . ( 201 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza 146 ( 1795 ) . ( 202 ) Deliberazioni Senato Militar . Secreta I . Registro N . 28 ( 1783-1784 ) . ( 203 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza N . 143 , ( 1704 ) . ( 204 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza N . 143 , ( 1704 ) . ( 205 ) Lettera di Iseppo Priuli , Savio di Terraferma alla Scrittura , al Doge in data 13 giugno 1794 ( Delib . Senato Militar . Filza 143 ) . ( 206 ) « Le promozioni si faranno in ogni reggimento da caporale a sergente - maggiore incluso . Per i tenenti - colonnelli e colonnelli sul totale delle troppe della nazione rispettiva , salvi i privilegi che sono accordati ai reggimenti delle città di Terraferma , alle corazze , ai reggimenti di Cimarioti e Marina » . ( Legge di Ottazione . Capo I , 2 giugno 1740 ) . ( 207 ) Un esercizio assai interessante della « cavalleria dragona » si nota in un acquarello inserito nella « Raccolta Gherro » nel civico Museo di Venezia . L ' acquarello raffigura gli esercizi di alcuni riparti di dragoni di presidio nella fortezza di Osoppo . Le evoluzioni pedestri dei dragoni si rilevano dalla tavola 6 del libro « Esercito militare e regola universale della Cavalleria e dragoni etc . » del Dolfin , dal titolo « Reggimento di cavalleria o dragoni a piedi , disposto in ordine di fare l ' esercizio o far fuoco » . ( 208 ) Deliberazioni Senato Militar . Registro N . 29 ( 1785-1790 ) . Il Santonini era al servizio della Repubblica fino dal 1735 . ( 209 ) Deliberazioni Senato Militar . filza N . 145 ( 1794 ) ( 210 ) La stagione autunnale . ( 211 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza 145 , ( 1794 ) . ( 212 ) Guerra per la Successione d ' Austria - La neutralità della Repubblica Veneta venne proclamata nel 1741 ( 3a Neutralità d ' Italia ) . ( 213 ) Nei pressi di San Niccolò del Lido si dovevano infatti riattare , nell ' estate del 1796 , la caserma di cavalleria colà esistente ed i tre pozzi attigui . Tali progetti erano stati studiati da Giuseppe Ferretti e da Vincenzo Dandolo , i quali dovevano pure riferire sulla capacità di alloggiamento delle truppe e sulle condizioni di rifornimento dell ' acqua potabile a Chioggia ed alle Porte di Bròndolo . ( Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma , Filza N . 26 . Dal 16 luglio al 30 detto - 1796 - Senato , Secreta I ).La relazione del Ferretti e del Dandolo relativa a tali lavori è particolarmente interessante per la conoscenza , a quell ' epoca , del sottosuolo del Lido e della zona dell ' estuario veneziano . Essa stabiliva , per quanto concerne la ricerca delle acque potabili , « che all ' intorno del Lido esiste una catena di corpi i quali negano l ' ingresso alle acque salse circostanti ed uscita alle acque dolci che dalle nuvole cadono alla superficie del detto Lido ; che quantunque la superficie del littorale sia continuamente irregolare per cagione dei corpi estranei appositamente portativi per innalzare in alcuni punti il livello , formar argini etc , e per la ricorrenza in alcuni altri punti di grandi masse di sabbia dai flutti sollevate , nulladimeno è cosa bene avverata che a più o meno profondità , secondo l ' elevazione del suolo , si incontra , sempre al medesimo livello , la sabbia pura che copre tutta l ' estensione ; che le acque attraverso le sabbie si equilibrano e si orizzontano a diverse distanze , qualunque esse siano ».Il Ferretti ed il Dandolo proponevano quindi l ' estrazione delle acque dai pozzi chiusi ed a qualche profondità mediante pompe . ( Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma , loc . cit . ) . Alla relazione sono allegate alcune mappe ed i disegni delle pompe idrauliche che si dovevano costruire . ( 214 ) Il Levante Veneto al tempo della decadenza comprendeva le isole Ionie con 144,959 abitanti in maggioranza Greci . ( 215 ) Campagna del 1717 . ( 216 ) Il nome di questo forte delle Bocche ripete la sua origine dalla conquista che ne fecero i Veneziani e Spagnuoli collegati , nel 1538 , sopra i Turchi . Il detto Forte Spagnuolo fu ripreso dai Musulmani nel 1539 , e poi dai Veneziani nel 1687 . ( 217 ) Il Montenegro nelle relazioni dei Provveditori Veneti ( 1687-1735 ) , Edizione Principe , Roma 1896 . Vedasi anche , SABALICH - La Dalmazia nei commerci della Serenissima - ( op . cit . ) . ( 218 ) In un riparto della pubblica forza al presidio delle principali opere di Venezia ai primi di agosto del 1796 si trovano menzionate le seguenti : Opere del Lido - Appostamenti vari - 18 compagnie di fanteria - Cavalleria 40 uomini - Artiglieria 260 - Compagnia Avesani 87 - Battaglione Paravia ( dalmato ) 267.Castello S . Andrea , 3 compagnie di Italiani - Certosa , 8 compagnie . - S . Giorgio Maggiore , 7 compagnie - Giudecca , battaglione Danese - Idem , battaglione Cippico - Motta di S . Antonio , battaglione Paravia - S . Giovanni della Polvere , battaglione Nachich - S . Giorgio in Alga , compagnia Zanchì - Murano , 14 compagnie di Italiani - Campalto , compagnia Costacchi - Forte Alberoni , compagnia Grabovaz - Forte S . Pietro , battaglione Iuva - Chioggia , battaglioni Mida , Michieli e Bortoluzzi - Bròndolo , battaglione Matutinovich . ( Vedasi Filippo Nani - Mocenigo « Giacomo Nani » Memorie e documenti , Venezia , Tipografia dell ' Ancora , 1893 ).Sulle correlazioni tra l ' assetto difensivo di Venezia alla caduta della Repubblica e quello che esisteva nella stessa città nel 1848 , si vedano le preziose cartelle lasciate da G . B . Cavedalis , ministro della guerra durante il Governo Provvisorio , nella busta N . 388 ( Cavedalis ) all ' Archivio di Stato dei Frari di Venezia . Si consultino inoltre a questo riguardo i Commentari sugli anni 1848-49 dello stesso ministro Cavedalis , tuttora inediti . ( 219 ) Quivi fu detenuto per qualche tempo il famoso novatore Zorzi Pisani . ( Vedasi - Romanin - Lezioni di Storia Veneta - Vol . I , pag . 503 - Firenze - Le Monnier editore , 1875 ) . ( 220 ) Venne edificato nel 1355 da Can Grande II per rassicurarsi in città dopo la ribellione di Frignano suo fratello spurio . Era annesso all ' opera il famoso ponte sull ' Adige . ( G . B . da Persico - Verona e la sua provincia - pag . 43 , - Verona - Pollidi editore 1838 ) . Castel Vecchio venne riattato a più riprese dai Veneziani e particolarmente dopo il 1759 , cioè dopo che venne istituito in esso il Collegio Militare di Artiglieria e Genio . Vedasi , E . BARBARICH - Un Collegio di Artiglieria e Genio sotto la Serenissima ( Op . cit . ) ( 221 ) In Francia , a quell ' epoca , i gouverneurs particuliers des places avevano alle loro dipendenza i majors , gli aides - majors ed i sous - aides - majors . ( PAJOL - Les guerres sous Louis XV . Vol . VII , pag . 508 . Paris , Firmin Didot Ed . , 1891 ) . ( 222 ) La realdizione metteva assai spesso capo alla riabilitazione d ' onde traeva nome il vocabolo ( realdire ) . ( 223 ) 2a Edizione 1790 . ( 224 ) « Alcuni scrittori del secolo XVII usavano questa parola per indicare quel soldato finto che , in occasione di rassegna , si faceva dai capitani passare alla banca per mostrare le compagnie piene » . GRASSI - Dizionario militare italiano - Torino , 1833 , Vol . III , pag . 179 . ( 225 ) Decreto del Senato in data 22 luglio 1790 . ( 226 ) Forza bilanciata : Anno 1781,11,607 uomini - 1782 , 11,705 - 1790 , 14,946 - 1791 , 14,348 - 1792 , 14,484 - 1793 , 14,303 - 1794 , 15,620 . ( 227 ) Corfù , Guino , Lestimo , Lazzaretto , Butrinto , Potamò , Manduchio , Parga , Paxo , S . Maura , Amaxachi , Prevesa , Vonizza , Cefalonia , Argastoli , Cottoleo , Lixuri , Fortezza , Asso , Teachi , Zante , Cerigo , Forte di San Francesco , Pubbliche fabbriche . ( 228 ) Navi 638 uomini , fregate 268 , sciabecchi 296 , galere 225 , brigantini , feluche 27 , galiotte 220 , caicchi 8 . ( 229 ) Zara , Nona , Novegradi , Obrovazzo , Dracevaz , Zemonico , Bencovatz , Ostrovizza , Zegar , Arbe , Pago , Sebenico , Scardona , Cossovo , Stermizza , Pagine , Chistagne , Bilibrigh , Cadina - Cugna , Knin , Dernis , Vrbas , Verlica , Spalato , Salona , Clissa , Traù , Sign , Haan , Trigl , Roncislap , Bazzana , Almissa , Duares , Imoschi , Sista , Macarsca , Vergoraz , Narenta , Brazza , Lesina , Curzola , Risano , Perasto , Trinità ( Troitza ) , Castelnuovo , Suttorina , Budua , Maini . ( 230 ) Capo d ' Istria , Porto Quieto , Pinguente , Saline d ' Istria , Pola , Lido di Venezia , Lazzaretto Nuovo , Chioggia , Padova , Vicenza , Montebello , Bassano , Verona , Peschiera , Castelnuovo , Malcesine , Mozzecane , Ossenigo , Tormini , Villanuova , Sega , Caldiero , Valeggio , Legnago , Monzambano , Cadecapri , Salò , Desenzano , Brescia , Orzinovi , Asola , Palazzolo , Ospedaletto , Ponte San Marco , Bergamo , Martinengo , Cavernago , Boltier , Crema , Palmanova , Udine , Treviso , Rovigo ( 231 ) . Cattaro ( città ) , Lazzaretto di Castelnuovo delle Bocche . ( 232 ) Allorquando i piedilista si compilavano ogni semestre , essi si pubblicavano al 1° marzo , ed al 1° settembre di ciascun anno , poiché i Veneziani negli atti pubblici e civili cominciavano l ' anno - perciò detto more veneto - al 1° marzo e si comprendevano quindi in esso i due primi mesi dell ' anno successivo . ( 233 ) Reggimenti dei colonnelli Bubich ( Italia ) e Matutinovich ( Levante ) ( Delib . Senato Militar . Filza N . 87 ) ( 1777 ) . ( 234 ) Sempre in via eccezionale i fanti erano talvolta spalleggiati nell ' esercizio del loro ministero da qualche pattuglia di fanti oltramarini o italiani . Così si usava negli arresti di maggior grido ed in quelli di natura politica , come quando fu arrestato Zorzi Pisani . L ' ultimo famoso « fante » degli inquisitori fu Cristofolo Cristofoli il quale , come si usava dire , « aveva più forza di un battaglione di granatieri » ( P . MOLMENTI - Storia di Venezia nella vita privata - P . III pag . 181 , Bergamo - Istituto Italiano di arti grafiche - 1908 ) . ( 235 ) Delib . Senato Militar . Registro N . 28 . ( 1782-1784 ) . ( 236 ) Libro dei doveri per il Collegio Militare di Verona , ( 1764 ) . ( 237 ) Deliberazioni Senato Milit . Secreta I , Filza 146 ( 1795 ) . ( 238 ) Deliberazioni Senato Militar . Registro n . 29 ( 1790 ) . Decreto 29 aprile detto . L ' esercito veneto fu l ' ultimo ad abbandonare la picca nello armamento dei propri ufficiali . ( 239 ) Esercizi personali per gli uffiziali etc . ( Deliberazioni del Senato Militar . Filza n . 146 , Anno 1795 ) . ( 240 ) Esercizi personali , etc . numeri VI , VIII , X . ( 241 ) Esercizi personali , etc . Capitolo II . Esercizio della bandiera per gli alfieri . ( 242 ) Maneggio del fucil per i soldati - Serie di comandi del maneggio del fucil : 1 ) Presentate le armi - 2 ) Fucile in spalla - 3 ) A dritta - 4 ) Fronte - 5 ) A sinistra - 6 ) Fronte - 7 ) Mezzo giro a dritta - 8 ) Fronte - 9 ) Preparatevi - 10 ) Impostate - 11 ) Fuoco - 12 ) Ritirate le armi - 13 ) Pigliate la carica - 14 ) Carica in canna - 15 ) Bacchetta in canna - 16 ) Bacchetta a suo luogo - 17 ) Fucil in spalla - 18 ) Armate la baionetta - 19 ) Sostenete l ' urto - 20 ) Fucil in spalla - 21 ) Portate l ' urto - 22 ) Fucil in spalla - 23 ) Disarmate la baionetta - 24 ) Fucil alla pioggia - 25 ) Fucil in spalla - 26 ) Fucil a funeral - 27 ) Fucil in spalla - 28 ) Fucil all ' orazion - 29 ) Fucil in spalla - 30 ) Sostenete l ' arma - 31 ) Fucil in spalla - 32 ) Portate l ' arma - 33 ) Riposate l ' arma - 34 ) Fucil in spalla . ( 243 ) Esercizi personali etc . Capitolo III . Maneggio del fucil per i soldati . ( 244 ) Maneggio del fucil per i soldati - Articolo I . ( 245 ) Nota Spiegativa all ' Articolo XII . ( 246 ) Innestare le baionette sul fucile . ( 247 ) Crociat - et . ( 248 ) L ' esemplare che si conserva all ' Archivio di Stato dei Frari in Venezia si trova nella Filza n . 146 dell ' anno 1795 , relativa al carteggio delle Deliberazioni del Senato Militar in Terraferma . ( 249 ) In massima dicevasi ala di ordinanza la destra : soltanto se il reggimento veniva a trovarsi a sinistra del centro di un corpo più grosso , ala di ordinanza diventava allora la sinistra . ( 250 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza n . 116 ( 1785 ) ( 251 ) Deliberazioni Senato Militar . Filza n . 146 ( 1795 ) ( 252 ) R . Commissione per la pubblicazione dei documenti finanziari della Repubblica Veneta . Serie II op . cit . - Bilancio dell ' anno 1737 . ( 253 ) Il ducato d ' argento veneto si suddivideva in 24 grossi e 32 piccoli ed equivaleva complessivamente a L . 4,189 . ( Papadopoli - Sul valore della moneta Veneta - Venezia 1885 ) . ( 254 ) Tra i generali stranieri al soldo della Repubblica , oltre allo Schoulemburg , erano compresi il Principe di Castiglione ed il tenente generale Guglielmo Greem . ( 255 ) Vedi R . Commissione etc . ( op cit . ) . ( 256 ) Secondo la convenzione stipulata con la ditta Spazziani , questa sì era assunto il carico di fornire alla Repubblica pezzi di tutti i calibri al costo di 100 ducati effettivi al migliaro ( peso grosso veneto ) , laddove la produzione di Stato non era capace di fornirli a meno di 170 ducati effettivi . ( Deliberazioni del Senato Militar . Filza 107 , Anno 1782 ) . Il migliaro equivaleva a 1000 libbre grosse cioè a Kg . 476,998; la libbra grossa di 12 oncie corrispondeva a Kg . 0,476 - Il peso grosso era in uso per la più parte delle merci ; metalli , legname , lana , cotone etc , ( Martini - Manuale di metrologia - op . cit . - pag . 817 e segg . ( 257 ) Delib . Senato Militar . Filza 145 ( 1793 ) . ( 258 ) Scansadori , magistrati appositi istituiti nel 1376 per provvedere nella pubblica amministrazione ad eliminare le spese superflue . ( 259 ) Il prestito nuovissimo fu decretato in Senato il 12 aprile 1794 . L ' imposizione delle decime straordinarie fu decisa nell ' estate del 1796 . ( 260 ) Filza F . Battagia , Provveditore Straordinario in Terraferma . - Anno 1796 . Filza N . 1 . ( 261 ) Filza F . Battagia , idem . Lettera 14 agosto 1796 , N . 19 della serie . « Buonaparte aggiunse che tutte le nazioni avevano dei debiti e che la Repubblica Veneta aveva cento mezzi per fare denari con uno Stato così florido , risparmiando se non altro il gettato in un armo che , o non aveva nessuno oggetto , o lo aveva contro la Francia » . ( 262 ) Carteggio del Provveditor generale in terraferma , Nicolò Foscarini . Filza N . 1 . ( 18 maggio , tutto giugno 1796 ) . Senato III . Secreta . ( 263 ) Editto in data del 22 maggio 1796 ( ibidem ) . ( 264 ) Robecco , terra del contado di Lodi presso all ' Adda , dipendeva allora dallo Stato di Milano . ( 265 ) Lettera del Foscarini al Doge il 27 maggio 1796 ( N 10 ) . - Carteggio citato . - I due ufficiali veneti spediti al campo austriaco erano il tenente colonnello Vonveiller ed il capitano Zulati . ( 266 ) Sportello . ( 267 ) Carteggio Nicolò Foscarini , lettere N . 18 e 19 . ( 268 ) « Salvate così le apparenze che non esista pubblica intervenzione , conviene poi che non occulti a V.E. le conseguenze ... O pagheranno i francesi o sarà esposta la pubblica cassa . La salute di questa città e del territorio dipendono dall ' esito di queste misure » . ( Lettera del Foscarini al Doge il 1° giugno 1796 . Carteggio citato ) . ( 269 ) Carteggio Nicolò Foscarini . Lettera n . 24 . ( 270 ) Lettera n . 27 , in data del 9 giugno 1796 . ( 271 ) Lettera n . 29 , in data dell'11 giugno 1796 . ( 272 ) Per combinare questa indecorosa mistificazione si erano accordati insieme il Provveditore Generale Nicolò Foscarini ed il Provveditore Straordinario Francesco Battagia . ( 273 ) Motto premesso da Giacomo Nani alla sua opera inedita dal titolo , Della Milizia Veneta , conservata nella Biblioteca del Museo di Padova .
IL PAESE DEL MELODRAMMA ( BARILLI BRUNO , 1930 )
Saggistica ,
I Il paese del melodramma A In quella enorme zanzariera che è la valle del Po fra Parma e Mantova doveva nascere il genio di Giuseppe Verdi , e Parma diventare la roccaforte dei verdiani . Da quelle terre arate e grasse tu vedi le torri e i monumenti e le mura di questa antica capitale dove ebbe sede anche la corte di Maria Luisa d ' Austria , moglie del grande Imperatore . Per toccare il fondo dell ' anima di Verdi non nuoce l ' aver vissuto a lungo là dentro , quarant ' anni fa , fra un popolo facile ad accalorarsi , travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale . Quella era l ' epoca delle sedizioni fulminee , dei grossi adulterii , dei preti e dei mangiapreti , l ' epoca del gaz , dei ladri di gatti , e dei lampionari che vanno con l ' asta nell ' Ave Maria fuligginosa e accendono dei lampioni rotti : la plebe porta il tabarro alla spagnuola , il cappelluccio calcato sugli occhi , e sputa fuori dei denti con tracotanza parlando a grumi quel dialetto mescolato e gagliardo che ancora dura . Il cosidetto vino della bassa , mistura schiumosa e spropositata che faceva bum nello stomaco , dava fuoco ai loro discorsi e aggiungeva risonanza all ' umore fondo di questi odiatori del genere umano . Parma chiudeva entro i suoi bastioni umidi un dedalo di straducole , porticati , tane e borghetti carichi di passione , di violenza e di generosità . Covi di anarchici e di bombardieri ratés , le sue osterie erano sempre piene di vociferazioni e di canti . Quando vedevi sbucar fuori dal buio delle porte certe fosche , scarne e spiritate figure di popolani , dagli occhi assonnati e biechi , facevi presto ad accorgerti che in quel clima infuriava ancora il microbo dell ' ottantanove . Immersa nel fiato torbido dei suoi cieli di novembre , questa città logora e illustre rassomigliava molto a un quartiere del vecchio Parigi . Anche sulla sua piazza della Rocchetta avrebbe potuto degnamente figurare il palco della prima ghigliottina . Popolo turbolento e temibile , popolo che disprezza il villano , odia lo sbirro e massacra la spia dove la trova , quello di Parma . Tutta la città era un teatro continuo : contumelie , gazzarre e tumulti finivano la giornata di questi cittadini pericolosi e fierissimi . Quante volte non abbiamo veduto scoppiare da un nonnulla la ribellione , torme di gente rabbiosa accorrere e fra botte e legnate volare all ' aria qualche kepí di questurino . Le cagnare , nella luce verde dell ' inverno si trasformavano in sommosse e in un baleno , fra mille urli e sbatacchiamenti di imposte , la situazione diventava grave . Gli arresti , gli strilli forsennati delle donne , le sassate , gli spari , le fughe e gli inseguimenti allargavano il campo della lotta che si protraeva poi nell ' oscurità , circospetta , accanita , feroce e micidiale . O , lunghe notti d ' ansia passate ad ascoltare il crepitare dei moschetti , il passo di corsa delle pattuglie di rinforzo , le cariche dei cavalleggeri , le maledizioni strazianti dei caduti e l ' acciottolio delle barricate distrutte ! All ' agitazione tragica e sospesa di quelle tenebre facevano allora riscontro , come in uno specchio calmo , i lucori silenziosi e sepolti di qualche palazzo , le vampate dei forni del pane , la fabbrica infuocata del vetro e le finestre dell ' interminabile ospedale che duravano accese fino all ' alba , quando , coi nervi distesi , udivi finalmente morire sotto la neve alta il grido dello spazzacamino . B Ma il mondo gira , girano le stagioni e poiché l ' afa d ' agosto ci spinge fuori , usciamo un poco dalle mura di questa città dal clima troppo continentale - - incontro ci viene l ' odore del fieno , e il fiato bricco e pesante della canapa messa a macerare . Lí , a due passi , Parma stracca e mezzo sepolta nella cerchia dei suoi terrapieni nicchia assopita nella siesta pomeridiana . Un breve orizzonte si apre dinanzi a noi regolare monotono e triste . Verdi nacque qui , né si volle più muovere da questi luoghi . Il suo respiro fu tutt ' uno con l ' aria carica e violenta di questa pianura lavorata a fondo dai più grami contadini . Ostinatamente rivolto verso le memorie d ' una età passata , egli lasciava che il sole lo folgorasse alle spalle ­ grande figura adusta che rimane lungamente ferma sul tramontare del secolo scorso . Non si ha un ' idea del suo ordine , della sua atavica semplicità e della sua profonda fatica . Se gli avessero portato per le briglie Pegaso , il cavallo dalle ali , egli lo avrebbe attaccato a un aratro o a un qualunque carrettino rurale . Vuole la terra sotto i suoi piedi quest ' uomo tetragono come il toro nel buio della stalla , e il suo occhio cerca nell ' ombra la scintilla e la vampa . Dunque con lui niente teorie , esperimenti , avvenirismi . Egli sa che quando l ' arte progredisce rapidamente è segno che precipita e che dall ' infuriare delle mode e delle novità non si avranno che tegole e rottami sul capo . Tuttavia ciò non lo trattiene dal fare , sul tardi , quel che i critici chiamano con ammirazione « seguire i tempi » - - ma i tempi un artista li precede o li ripudia ­ ; per concludere , egli che dopo la prova amava ancora su ogni altra sua opera il Trovatore , lasciò detto : torniamo all ' antico . E tutto il suo teatro s ' identifica con il suo paese d ' origine . Sul volto crucciato e stanco di Parma Verdi fa come il macchinista della luce che conosce l ' arte di rubare gli effetti ai vecchi teloni del melodramma . La sua voce querula e tellurica scoppia e fa cadere l ' uno su l ' altro i colpi di scena ; e mentre affondano e risorgono là dentro il fasto rugginoso , gli aspetti sordidi , i colori , i riflessi , l ' architettura , gli sfondi di questa antica capitale , ti par di vedere Verdi , come un enorme stregone di campagna incombere fra il fumo dei comignoli sulla città faziosa . C Durante la recita il nostro cuore di credenti palpita appeso all ' icone dei padri . Gli occhi aperti nell ' oscurità , vigiliamo come dei macchinisti ipnotizzati dal riverbero violento della fornace , mentre la nave fila a tutto vapore sugli abissi dell ' oceano : e fissiamo febbrilmente i lumi dell ' orchestra . Quel pubblico verdiano cupo e fedele che è capace nella sua passione sacrosanta di inviare lettere anonime fregiate di teschio e di pugnali incrociati a chi osasse esprimere dubbi o riserve sull ' idoleggiato bussetano , è con noi , dietro di noi , mentre canta la voce dolorosa di Ernani , o squilla la musica vermiglia del Trovatore . E pensiamo nell ' ascoltare il sacro respiro de ' suoi corali e la veemenza de ' suoi concertati tradotti in disegni larghi esatti , al realismo e alla concretezza di questo grande uomo . Gl ' insegnanti del Conservatorio di Milano dissero che egli non aveva attitudini per la musica e ch ' egli non possedeva nessuna abilità ; e non aveva che del genio : troppo poco per dei professori e dei critici . Non siamo noi di quelli che propongono il Falstaff come il capolavoro , e lo pongono a culminare innanzi a tutte le altre opere di Giuseppe Verdi . Intorno a questo grande capolavoro , sollievo ed edificazione di tutti i kapellmeister , i contatti e gli attriti violenti si placano ragionevolmente , la lava si intiepidisce , il fuoco non è più che cenere calda . Qui fra le scorie appare e si allarga una topografia disegnata e tranquillizzante , e qui vengono a piantare le tende i competenti , gli elaboratori , gli alchimisti , mentre il pubblico si allontana rispettosamente per far posto al loro proficuo e amoroso lavoro d ' inventario . Nel Falstagg , che va considerato a parte , tutto è obbiettivamente realizzato con quella mentalità calma e prevenuta che dà soltanto la cultura agli uomini di tarda età . Là dentro Verdi s ' è fatto , per quel che poteva , protestante , e ha versato con circospezione gli ultimi spiccioli del suo genio e le melanconiche tenerezze della sua verve discreta e senile : ma la sua antica voce è indebolita , i suoi atteggiamenti non sono più i frutti meravigliosi , spaccati e strabocchevoli dell ' intuito , e le sue decisioni sono attraversate da un elemento nuovo e preoccupante . Una bruna ombra di tristezza si allunga per pagine e pagine su questa partitura , e alla luce solforosa della ribalta , la commedia musicale del vecchio misantropo appare spesso fredda , prudente , indiretta ed evasiva . Egli era incappato per la seconda volta in un poeta certamente autorevole , ma pieno di ideologie e di scombiccherature dilettantesche ; costretto a sottolineare un dialogo molto fitto e complicato , tutto seminato di arguzie arzigogolate e di accorgimenti letterari , il vecchio Verdi , che era costruito alla maniera semplice e sdegnosa dei grandi , sentí forse il dissidio , ma non ebbe la forza di dominare , di distruggere e di ricostruire a linee larghe , sommarie e potenti la materia del libretto . D ' altronde si trattava finalmente di mostrar la faccia ai contrappuntisti e agli intellettuali accantonati e ostili , e allora , nel silenzio sterile e superbo del tramonto , egli si volse lentamente a quelli e diede loro l ' opera riflettuta , riposata , ed esemplare come un gran quadro placido ed educativo . A parer nostro egli raggiunse con una immediatezza tutta meridionale il culmine più eccelso della bellezza proprio nel Trovatore . Senza dubbio , dinanzi a quest ' opera impareggiabile i commentatori rimangono sconcertati e senza compenso . Ecco dove l ' arte di Verdi , che è tutta sovvertimento , deformazione , caricatura sublime , mette a fuoco i quattro canti della terra . Il suo ritmo prodigioso e veemente , scagliato con la fionda , durevole come il bagliore di una scarica cosmica , arrossa allora tutto il cielo vibrante dell ' arte . Lí ribolle , entro schemi rozzi ma larghi e solidi , il suo temperamento facinoroso e straordinario , sussulta la sua natura copiosa , scoppiano i suoi canti capovolti , ripresi e innalzati clamorosamente . Chi è abituato per una certa dimestichezza a ficcare le dita fra gli ingranaggi dei componimenti musicali , le ritrae improvvisamente , fa un salto indietro e rimane trasecolato al prorompere della sua foga folgorante e irreparabile . Con l ' isteria che dà l ' esuberanza , tumultuante e cieca , con una stravaganza e una convulsione tutta italiana , fulminea e positiva , lasciando impraticate le strade maestre , egli divora , senza por tempo in mezzo , come un bolide radente , le scorciatoie più impensate , sempre fugace e irraggiungibile per colmo di forza e di impeto . Irritato , imperioso e gigantesco , egli lambisce felinamente il sangue caldo dalle proprie ferite ; e la preghiera e l ' invettiva sembrano uscire dalla sua gola come una minaccia inarticolata dalle fauci di un ciclope tetro e appassionato . D Le sue straordinarie creazioni hanno spesso origine dai motivi più frusti e popolari . Egli può rivedere tutto un Oriente nell ' interno di un frutto nostrano come il cocomero . Verdi , quando vuole , fa ballare le rovine ; con un colpo eccentrico egli sa rialzare , come nell ' Aida , i valori scaduti e antichissimi . Entro l ' atmosfera equinoziale di quest ' opera , con un certo caldo , profumato e svenevole che sa acutamente di belle donne , Verdi , il colosso che non conosce distanze , muove a passi di gigante da un pozzo desertico all ' altro per attingere melodie africane e rovesciarle sull ' assemblea ardente e prostrata in un languore gonfio di sospiri . In questa opera tipica , piena di caldura e di freschezza saturnina , la musa nera di Verdi , ci si para dinanzi per la prima volta , come la Sibilla , e dietro lei si spalancano le meraviglie templari e i tesori massicci delle Mille e una notte . Le mescolanze di gregoriano secolare , di moresco e di italiano del ceppo più focoso , sulle quali il genio letargico e temporalesco del bussetano scarica saette e fulmini silenziosi dai bagliori abbronzati e torridi , fanno uno spettacolo unito e portentoso di geroglifici subitanei , di forme piramidali dai colori atri , che affondano , man mano , nelle cupe oscurità azzurrine del quadro , rintuonando interminabilmente . Ci sembra che tutta una miracolosa razza teatrale si sia spenta con lui sul finire del secolo scorso . Nelle generazioni successive , rimescolate e confuse frettolosamente dalla politica , dalla guerra e dalla così detta cultura economica , non ritroviamo più traccia di quel che fu l ' affanno lirico , l ' idolatria romanzesca e musicale degli italiani dell ' ottocento ; si direbbe che i legami di sangue , le affinità di temperamento e di sentimento che dovrebbero unirci al passato sieno scaduti e dimenticati per sempre . Dove sono oggi gli artisti che han voce , anima e carattere da regalare agli eroi stravaganti ché Verdi ci pone innanzi come problemi ? È avvenuto , a noi , udendo l ' Aida tirata via con brutale routine , di pensare che il teatro lirico italiano si avviasse di corsa verso la più assordante e babelica confusione . Su una piattaforma cruda e volgare i trasporti castissimi , gli scorci , e il volo vago dell ' ispirazione possono diventare giuochi pesanti e imprese da circo . In tal caso scene d ' insieme e finali gravidi di coreografia rischiano di sembrarci troppo panciuti e carichi di mostarda esplodente . A vedere l ' orchestra e i cori nel loro colmo rinculare d ' improvviso e rimpiattarsi sotto i colpi infaticabili che la grancassa tira giú a due mani , c ' è da credere di esser capitati mentre è in corso l ' espugnazione d ' un fortilizio . E Dopo Verdi il teatro lirico italiano decaduto , tradito e vilipeso ogni giorno di dentro e di fuori , va alla deriva e scompare umilmente come un annegato . La clientela aggressiva e demagogica dei politicanti ha guastato il chiuso e storico giardino italiano , ha tratto in rovina anche questo istituto nativo e carico di carattere , che , coronato di gloria , una volta , e investito di un vero potere temporale , par divenuto oggi un terrapieno sconvolto per costruzioni edilizie . Oggi la molla magica è spezzata , gli spiriti sono fuggiti dalle nostre terre , e con essi , il genio , l ' ispirazione . Sui paesi gelati del Settentrione , anche quando fa bello , la luce vien giú così debole e fioca che la gente della città è costretta ad accendere tutti i lampioni per vedere se davvero c ' è o non c ' è il sole : allo stesso modo , noi , di questi tempi , diamo fuoco ai nostri innumerevoli becchi a gaz e incendiamo tutto il combustibile rimasto pur d ' illuminare da vicino un mondo caliginoso , ridotto e basso , nel quale non si muovono più intenzioni né disegni plausibili . Dove è finito lo splendore brioso del nostro teatro ? Ci sono ancora fra i giovani delle creature eteree , gazzose , satinate e leggere che salgono nell ' atmosfera lietamente sino a toccare il cielo con un dito . Poeti , musicisti , così , quasi incollati al firmamento , rimangono muti e sospesi in quelle altitudini inaccessibili , deserte e luminose , e attendono in conserva per mesi e anche per anni il giorno del loro giudizio quasi universale . Sotto i loro piedi si apre tumultuoso e informe il baratro , essi scivolano aggrappati pericolosamente e volteggiano con dei raccapriccianti capovolgimenti astrali come dei jongleurs fra i raggi oscillanti e sottili del loro proprio sistema celeste . Corifei meteorici volanti negli spazi dell ' immaginazione , essi naturalmente si nutrono non più di carne e di sangue come prima , ma di aria , d ' incenso , di mosche e di speranze . Ma giunge la Notte del giudizio : essi possono cadere , e , se cadono , cadono e bruciano , traversando tutto il cielo , come le stelle filanti . Un solo fischio , un fischio soprannaturale nel silenzio della mezzanotte , il guaito funereo d ' un cane , il lamento sinistro di un neonato , la stecca recisa e micidiale d ' un cantante può staccarli di colpo dalla cupola degli spazi e farli precipitare , fantocci lontani in combustione che s ' inabissano e si consumano in una dispersione silenziosa e quasi totale . I pantani tenebrosi dove guazzano i coccodrilli , accolgono i loro resti miserevoli . Ormai chi ha più la forza di vestire , di portare le antiche e preziose armature battute a fuoco e cesellate d ' oro ? Tutte le più belle voci stanno consumandosi e spegnendosi l ' una dopo l ' altra come ceri sull ' altare . Con un coraggio metodico ciascuno s ' industria di sgorbiare a casaccio le opere immortali . Il suggeritore propone e il cantante dispone . Si dànno le opere senza provarle , anzi si provano senza darle . Gli esecutori vengono scelti fra i più apatici e mansueti , come si scelgono i cavalli bianchi per le fanfare di cavalleria , perché non s ' imbizzarriscano e non tirino calci al suono e allo strepito degli strumenti . Costoro , infatti , entrano esitanti e s ' avvicinano al pubblico con il fare sbalordito e diffidente che hanno le bestie dentro i macelli . Le prime donne in scena hanno l ' aria di voler allattare fino all ' ultimo respiro il tenore mingherlino e tremante il quale annusa inquietamente sul palcoscenico la polvere , tutto invaso dal terrore del si bemolle che sta per essergli presentato come un effetto scaduto . Il nostro melodramma oggi è in uno stato d ' atrofia moribonda . Ogni tanto un Golia molle , sfasciato , senza volto , si presenta al pubblico : ebbene , al solo fischio della fionda , guarda , questo colosso crolla come un masso , e si muove in pochi istanti lasciando distesa a traverso la strada la sua corpulenza esanime . L ' ingombro enorme è difficile da rimuovere ; e allora guai « a chi deve procedere oltre : ci vuole forza di braccia , e pali , badili e accetta non bastano per dar libera via alla nostra vena che forse c ' è ancora , ma intristisce , per mancanza di sfogo , in pozzanghere malsane » . Se lo ricorda l ' immaginazione il nostro teatro d ' opera , piccolo , odoroso , stagionato , sonoro , dorato e pieno tutto di genio fino al soffitto : reggia di acchito e di fantasia , sulle cui scene i cantanti si presentavano con il sorriso sulle labbra e la morte nel cuore a un pubblico gerarchico che mostrava d ' ascoltare a seconda del rango con un aristocratico attaccamento , con una squisita bigotteria musicale o con un infiammato e incontenibile furore . Gli apparati della ribalta e gli arnesi convenienti all ' illusione creavano ai sensi delle dimensioni imprevedute e sbalorditive : quando poi nella foga della recita capitava in vista , fra gli spettatori , la presenza sorprendente di qualche eunuco celebre , agghindato e nonchalant , un nuovo prestigio sembrava aggiungersi alla voce dolce e spietata di Eros che risuonava , invadendo la sala con una indolenza folle e spirante . E allora il fuoco indomabile incendiava i cuori delle dame seminude , le faceva anelare mortalmente e dava le traveggole ai cavalieri dal sorriso incantato e vacillante . F Ohimè , ché caduto è il lirico furore , e gli applausi di un popolo famoso si estinguono lontano . Anche il prestigio della scenografia è scomparso per sempre dal teatro italiano . Si architetta , si costruisce , ma si dimentica che soltanto l ' illuminazione può dar corpo alle immagini . Fra le coulisses non circola come un elisire la musica , il focolare della tradizione sembra spento . La luce elettrica , igienica e pallida ispettrice , imbianca tutto col suo squallore , pone in fuga le ombre , spazza via dalla scena ogni residuo fantastico e mette in evidenza un ceppo annerito e freddo . La luce , elemento prezioso , vuol essere propinata avaramente come un filtro . Il palcoscenico non è che un pozzo nero e profondo da esplorare prudentemente con la lanterna cieca , e se il macchinista apre tutte le valvole dell ' elettricità , diventa un buco enorme e deserto , uno spogliatoio miserabile ; il fondale appare lí innanzi pencolante e scolorito , le quinte si reggono male ai suoi lati livide e servili . Non si devono mai colpire , per intero , né di faccia né di striscio , gli scenarii che sono superfici piatte , con una luce folgorante . In un palcoscenico pieno d ' ombra e di mistero i personaggi , questi prigionieri del melodramma che tentano di liberarsi contorcendosi michelangiolescamente , passeranno a traverso tutte le fasi della illuminazione come la luna nel corso del suo viaggio notturno . La luce li cercherà allora nella semioscurità , li sceglierà , e colpirà con la sua mira i loro corpi mobili e plastici . Mentre cantano ornerà viva e granulosa i loro gesti di argento . Brucierà sui loro contorni come pepe di Caienna che arde ; farà nascere riflessi e balzare lampeggiamenti di gelatina dalla seta cangiante dei loro costumi , investirà con un riverbero pieno di fermento le loro faccie stravolte . I raggi sfuggiti a una lanterna magica picchieranno e si frantumeranno come una bottiglia di vetriolo , contro i seni turgidi di Eleonora che sta delirando . A volte il caso ci ha procurato spettacoli di questa qualità nei teatri di provincia . In una piccola città durante una recita di Otello verso la fine del primo atto sul cominciare del duetto la luna piena frusciando rotolò giú d ' improvviso e finí per impigliarsi come un volatile di fuoco fra le aste di una palma bassa rovesciando aggressivamente alcuni grossi raggi sgarbati e crudi di magnesio sulla coppia degli sposi male assortiti che si fiutavano rifugiati lí sotto ; ci parve di vedere allora Desdemona , gigantessa coperta di veli perlacei , perdersi come neve che si scioglie fra le braccia di un enorme pezzo di cioccolata lucente che digrignava i denti con un umorismo feroce da negro . Questo effetto esagerato e fulmineo provocò una grandinata di applausi . Ecco come s ' incaricò l ' imprevisto di fare dell ' arte a dispetto del metteur ­ en ­ scène . G Giuseppe Verdi , sembra l ' uomo nato apposta per spazzare via col suo pugno sterminatore ogni parassitismo intellettualistico , per mettere in fuga la musicologia ragionante , per scomporre le tele di ragno dei sistemi metafisici . Allorché si presenta la sua faccia ardente e corrugata , e risuona la sua musica litigiosa e violenta , teatrale e spaziosa , sono vane le spiegazioni e le proteste capziose , le obiezioni filosofiche e il gesuitismo letterario ; è perfettamente inutile allora , il parlare di suggestione e di sensibilità , di modernità e di cultura . Egli non è per buona sorte un missionario , ma un contadino eroe . Il suo alito ha un sano odor di cipolla e la sua voce è imperiosa , i suoi istinti pieni di veemenza primitiva . Egli ignora le parafrasi , s ' intromette furiosamente , taglia i nodi colla roncola , e fa scorrere lacrime e sangue esilaranti , piomba sul pubblico , lo mette tutto in un sacco , se lo carica sulle spalle e lo porta a gran passi entro i rossi , vulcanici dominii della sua arte . H Un giorno un vecchio mentore , persona conosciuta e famigliare che sosteneva in città la parte di Matusalemme , ci toccò una spalla . Eravamo sotto i portici del palazzo del Governatore . Trentadue gradi all ' ombra . In quell ' estasi canicolare udivi salire fino al cielo il ritornello querulo di un venditore di terraglie . - - Ragazzo mio , - - fece il nostro autorevole amico indicandoci una delle arcate che si aprivano in piena luce sulla piazza Grande , - - proprio di là ho visto venir su Verdi appoggiato al braccio della Stolz . Nel fermo stupore solare questi due pellegrini sorsero dinanzi a me improvvisamente . Lo stesso grido noioso e solitario che tu odi ripetersi in questo momento echeggiava anche allora qui sotto le volte . Verdi ne parve sorpreso . Si sciolse dalla sua compagna , cavò fuori un libriccino e segnò una sull ' altra quelle quattro note approssimative . La cantilena del merciaio ambulante era andata a incastrarsi dritta nella sua fantasia . Ferro tira ferro , ragazzo mio . Il cervello umano quando lavora diventa una calamita . Qualche volta un accessorio rimette in movimento la macchina , poi l ' opera si stacca come un frutto maturo e rotola sull ' erba . Vedi come procede di sorpresa e per indicazioni il lavoro creativo ? Non si potrebbe forse pensare che in un pomeriggio arido e sonnolento come questo da una costola di Adamo venne fuori Eva e si addormentò vicino a lui ? Basta , se lo vuoi sapere il grido ozioso di poco fa ha trovato la sua nicchia nella Aida . Vent ' anni or sono , nell ' udire quest ' opera , riconobbi , durante l ' atto del Nilo , nell ' invocazione rituale dei sacerdoti nascosti nel tempio , la voce del nostro venditore di terraglie che da cinquant ' anni trascina il suo piato e la sua merce per le strade di Parma . ­ Questa fu la nostra prima lezione di composizione . Di lí a poco il vecchio mentore messo a giacere spari divorato dagli anni . Accade qualche volta d ' incrociare sulla strada una sconosciuta che ci fa rimanere lí smemorati e perplessi . Carica di evidenza essa cammina isolata e immersa in quel fluido pittorico che gli artisti chiamano « il vero » . Qualunque sia il genere e il grado della sua bellezza , eccone una che ha le fisique du rôle . Pienezza , fragilità , fascino di provenienza portentosa , costei è là , fuori del tempo , fugace , improvvisa , come un ' assente rientrata di soppiatto tra le file . La grande razza risplende sui suoi tratti , mentre corre verso un profondo destino , il suo passaggio tocca una corda , e la tua marcia , i tuoi pensieri si arrestano netto sotto il colpo della sorpresa . Sei colto al varco ; curvo , sospeso sul mistero della sua origine poco t ' importa di sapere dove vada ; è al suo atto di nascita che tu miri , è la sua carta d ' identità che vorresti vedere . Di quale amorosa combinazione è il frutto questa creatura straordinaria ? In fondo a una perplessità di questa sorta ci gettano i tratti più crudi e felici delle opere di Verdi . Noi che scrivendo di lui vorremmo essere il vento nel fuoco , ci fermiamo a certi passaggi e dimentichiamo di seguirlo per gustare meglio nel fiore l ' amaro della radice . Un amaro che penetra e affonda nella nostra memoria ; e il ricordo fatuo inafferrabile entra in giuoco . L ' attenzione stimolata si concentra , circoscrive il suo raggio e preme appassionatamente su quel punto torbido e remoto . Guardiamo la vita trascorsa dietro una lente d ' ingrandimento : sgranata , formicolante , vivida visione . In questo stato di lucidità ansiosa il problema del più pesante dell ' aria sembra risolversi . I fatti si alterano , la realtà travisata si sposta , si solleva e comincia la mise en route dell ' immaginazione . Ci accade allora di cogliere d ' un tratto i rapporti e le aderenze che uniscono Verdi al pittoresco scheletrico della vecchia Parma , e di scoprire su quale vacillante e provvisorio piede di casa s ' innalzi l ' arte clamorosa e grande di quest ' uomo universale . La nostra città è rotta in due , e si dà l ' aria di essere traversata da un famoso corso d ' acqua . Il torrente scende ogni tanto dalla montagna e le fa una visita improvvisa e minacciosa . I parmigiani gli hanno preparato per ogni evenienza un gran letto che non basta ai suoi trasporti . A primavera vien giú in piena , impennato e tuonante come se fosse preceduto da una fila di tamburi , s ' ingrossa , monta , supera i livelli e sale con la rapidità di un aerostato fomentato da un falò . La folla nera protesa sui parapetti grida e gongola , mentre sotto i suoi piedi i ponti tremano , e guarda passare nei gorghi e roteare intorno ai pilastri tronchi d ' albero , stie galleggianti , asini e cani affogati e gonfi come sacchi di zampogne . Già l ' acqua sta per lambire il segno dell ' ultima inondazione e chiudere gli occhi dei ponti : schiuma e tempesta contro gli ostacoli velocissima . Le ali dei muraglioni e le case dai camini che fumano sembrano filare in senso inverso come una flotta pigiata e fuggente . Allo stesso modo impetuoso si abbatte sul popolo radunato nel teatro di Parma la melodia corale di Verdi , poi decresce , si ritira e lascia allo scoperto il greto ampio ardente , impervio e abbagliante . Ci sono individui che hanno molto in più e qualcosa in meno del normale , per cui quando non possono far meglio degli altri cadono al disotto di tutti . Come gli ordigni di invenzione empirica così anche gli spiriti veramente primitivi e originali subiscono delle pannes impreviste e irreparabili . Verdi è uno di questi . Alti e bassi , annientamenti , lacune , risurrezioni miracolose , tutto concorre a rendere variabile e avventuroso il suo ritmo , e fin che il suo genio traversa il cielo come un aquilone che soltanto la corsa può sostenere egli trascura di essere intelligente , finge d ' ignorare che i corpi subiscono l ' attrazione della terra e che là dove la vita si spegne la spoglia precipita . Insomma a vederlo rinunciare ai salvataggi artificiosi , meccanici , all ' ortopedia della tecnica , lo diresti l ' uomo che non crede alla morte . La sua opera rimane sospesa come una nube carica di elettricità sui luoghi e sull ' epoca immobile della nostra giovinezza . Noi sentiamo agitarsi là dentro e insorgere il tramestio turbolento d ' un anniversario . Come per il rifluire di una vita anteriore quel mondo di suoni diventa vorticoso , scialbo , teatrale , pieno di escamotages silenziosi , di crolli . Tutto un passato ancora caldo e recente sembra risalire pigramente il suo corso . Dobbiamo dichiarare che le nostre preferenze vanno a quell ' arte mutevole , rudimentale e caduca , che porta nella sua fisionomia terrestre il segno forte della sua stagione . Tutto quel che dovrà subire la legge fatale del ritorno offre , quando si stacca e s ' innalza , uno spettacolo pieno di somiglianza umana , di emozione e di interesse . Il profilo grottesco e rivoluzionario della prima locomotiva a vapore , questo grosso bébé del Progresso , e l ' aspetto rurale di tutti i meccanismi e apparecchi di una scienza ancora incerta che lavora colle proprie mani servendosi di alberi abbattuti e di pietre sepolte suscitano insieme al piacere e alla curiosità la venerazione più viva . Ma appena si giunge agli sviluppi , alla pienezza tecnica , alla fabbricazione anonima , ai piani elevati e praticabili , al lusso e alla chiaroveggenza della matematica , al calcolo sublime , il nostro interesse si perde nel vuoto della eccellenza professionale . Il moto perpetuo della perfezione che vuol dire immobilità ci fa morire di noia e colare a picco . Nella gran luce assoluta la perfezione sta , senza oscillare , in una fissità implacabile . Intorno ad essa cadono le possibilità , si esauriscono i pericoli , si spezza ogni rapporto , ogni stimolo , ogni speranza : le carriere si chiudono , cessano gli aumenti di stipendio . Là comincia un vitalizio eterno e immutabile . Nel melodramma di Verdi c ' è musica per tutte le borse . I suoi difetti e le sue qualità han radici profonde nella nostra terra . Estirpare i primi vuol dire distruggere anche le seconde . « Non bisogna esagerare - - egli scriveva - - nella smania di voler ogni cosa perfetta , perché si corre il pericolo di compiere ben poco , o di non compiere nulla . La natura , la sincerità di un maestro si rivela mantenendo pressoché intatto ciò che gli è uscito spontaneamente dal cervello , molto meglio che tormentando instancabilmente ciò che egli ha fatto . Anzi nell ' alternativa di cose un po ' basse con altre elevate queste s ' avvantaggiano di più nel contrasto . Io non istento a credere che alcuni poeti abbiano calcolato su simili effetti » . - - Così serenamente Giuseppe Verdi riconosceva che la sua opera resterà per sempre incompiuta . Nelle opere di Verdi ci sono dei quadri di un romanticismo così morto e caloroso che quasi ti sembra di vedere come in un sogno astronomico , la jena passar ratta su terreni sbiancati , ondeggianti , e tutto un cimitero che succhia il latte alle poppe della luna . Nel secondo atto del Ballo in maschera , per esempio , la scena rappresenta un paesaggio che sprofonda e affoga nella marea lunare . Fremono le chiome basse dei salici e la loro ombra va e viene lentamente sui marmi sepolcrali . Il Tempo brucia in qualche lumicino votivo con l ' intermittenza di un polso malato . O Valle piena di avventuroso silenzio , Tribunale supremo della galanteria , intorno al tuo recinto funebre che brulica di fatui lucori s ' aggirano come grandi farfalle notturne i tenebrosi porte manteaux del teatro melodrammatico , personaggi speronati e illustrissimi che al cospetto dei tuoi monumenti lapidari si strappano l ' anima a lembi ; li chiama dall ' orchestra con una lunga cantilena di malaugurio la voce esangue del corno inglese ; ed eccoli , i colpevoli , dal fondo della scena , muovere verso di noi i passi incerti . Fra l ' intrico di gramigne che inceppano il loro cammino , afforano le assi di qualche bara sfasciata . Una spada , delle lacrime luccicano ; bacche d ' argento spuntano fra le gramaglie d ' una vesta , e il suono d ' una voce istrumentale echeggia . Udite come brilla in quella voce il quid della celebrità ! Udite gli accenti sbigottiti che fluttuano nebbiosamente sulle due bocche confuse nell ' amore ! Son essi , gli adulteri fuggitivi , che il cimitero stringe e assale da ogni lato con tutte le sue croci ed i suoi mausolei : rinculano i meschini e s ' innalza la disperazione del tenore sull ' arco dei violoncelli . Ma con l ' invasione dei cori lo spettacolo assume un portamento da grande opera , la melodia s ' allarga , e quando la scena nereggia lugubremente di cospiratori sghignazzanti e un ' onda di feroce derisione sollevata e sospinta dal ritmo musicale si abbatte sui malcapitati amanti , come non riconoscere in quei volti numerosi e contorti , in quella crudeltà , gli stessi partigiani , impalliditi cogli anni , che nei giorni lontani infestavano la vita pubblica della nostra città ? Opere di Verdi , vicenda burrascosa e mortale , inedia , agonie e risurrezioni miracolose ! Un punto forte , anzi fortissimo , quello della riscossa , c ' è sempre là dentro , quando la faccia stessa del melodramma ottocentesco emerge sfolgorante e intrisa di sangue come quella di un terremotato che scappa fuori vivo da un avello crollato . La cabaletta esce allora dalla più abusata e nera routine con un rilievo bellissimo . Una freccia vien dritta a piantarsi nel nostro cuore e dobbiamo gridare : toccato . Col piede leggero e il cranio pieno di una esultanza scarlatta entriamo in argomento . Chi se l ' aspettava ? Finalmente il tenore mostra i denti . In teatro nasce il disordine e la rivoluzione si propaga . La lingua batte do ­ ve il dente duole ! Trasecolati si apostrofano l ' un l ' altro gli spettatori trionfanti : Evviva , abbasso ! Fuori di casa Strauss , Debussy e Stravinski ! Intanto un ritmo di ben altra stagione , un ritmo portentoso e schietto , rotola in orchestra sotto il sole campagnolo . La caricatura entra in un clima ampio tutto meridionale . Al diavolo il contrappunto e le fughe ; il barometro sale . L ' udite correre infuriata sul fondo della scena la vecchia tradizione , risorta fra i rimorsi , che ammonisce e invoca implacabile come la canzone d ' un amore che fu ? « Ma non vedi che l ' albero pende , e la foglia la va , la va , la va . - - Se mi volevi bene non mi dovevi abbandonà ... » Appena fuori della porta di Parma ci veniva fatto , da ragazzi , di capitare a ridosso dei bastioni in certe località disperate e propizie alle infantili paure , fra casematte , cisterne putride , dove le male erbe sembrano nascondere pietrame di tombe . - - Nell ' ora fallace del giorno che cade la luce traspare , s ' annida , lotta per districarsi fra le masse del fogliame e rompere là dentro lacerante , stanca , velata , mobile . A due passi la vita ferveva , e il suon dell ' opre raggiungendoci nel nostro labirinto , pigliava un tono canoro ; irreale come d ' un grido che fa vòrtice in un pozzo : eco continua che si volgeva in minore con una scordatura soave . Quello era il tempo del nostro tirocinio in faccia alla natura . Piaceva a noi rimanere lí e guardare accasciarsi e scemare la giornata . Sollevato a intervalli , come un velario in grembo al vento , il cielo ricadeva in repentini squallori , colmo di una lucida e smemorata vacuità . Tremule irradiazioni spaziali attraversavano il mondo , fin che , arrestato lo spento rimescolio , l ' occhio poteva fermarsi su uno spettacolo di silente e immobile riposo . Sull ' incudine cadeva abbandonato il martello del fabbro , cessava l ' indistinto strepito dei lavori quotidiani e il fossato s ' andava riempiendo di fantasmi . Simili a forme animalesche e buie le cose intorno affondavano , vacillanti , nell ' ombra ' . Ultime e nuove affioravano le lucciole e s ' allontanavano come portate via sulle acque notturne . Respirando a pieni polmoni la freschezza di quel clima mortuario sentivamo quasi , in preda a un sublime sgomento , frusciare sul nostro capo il cielo e le sue stelle . Col primo raggio di luna sorgevano titubanti , a spiarci , ad una ad una , fra le fronde e i rami , le facce d ' argento dei congiurati del « Ballo in maschera , che una nuvoletta a poco a poco » spegneva . Allora lentamente il sonno della terra ci prese in grembo , mentre ancora pareva a noi di udire un gramo motivo d ' orchestra allungarsi , accorciarsi e accordare il suo timbro al grido della civetta . Su quel verso romito e ferale , antica e paurosa cadenza , l ' anima trovava a occhi chiusi il modo di passare sui precipizi con una leggerezza sonnambolica . O , il vaporoso risveglio quando nell ' altissima notte , con un vento che trascina e fa stormire i vecchi ippocastani dei bastioni , mutevole , fra l ' uragano e una tristezza di pioggia echeggiò , molto lontano , nel canto sgranato e lunatico d ' un viandante la cabaletta di Verdi . II Migliavacca Trent ' anni fa viveva a Parma un vecchio violinista lacero e randagio chiamato Migliavacca , cieco , obeso e sbarbato come un diacono . Acidità , patema e sarcasmo sfogava masticando ingiurie con la voce vinosa . Era tenuto in gran conto e rispettato da tutti . Con quella sua testa maestosa chinata sul petto , inchiodata nel buio , incuteva timore , e un codazzo di ammiratori lo seguiva a debita distanza durante le sue peregrinazioni e i suoi concerti serali . Migliavacca vagava da un ' osteria all ' altra stringendo sempre sotto l ' ascella un violinuccio mingherlino e unto come un osso di prosciutto . Amò sino all ' ultimo dei suoi giorni la musica d ' opera , il vino di bottiglia e le donne calde da trivio . Per amore di queste ultime si lasciava condurre docilmente verso le case di malaffare . Saliva brancolando quelle scale piene di lezzo e di canzoni avariate , poi su nel salotto , quando lo sfiorava il braccio nudo e morbido di qualche rauca baldracca , allungava il broncio come un vizioso e la sua grossa e pesante maschera impassibile , che chiudeva una sciagura di fuoco , sembrava volersi spezzare e sciogliere in una lascivia muta . Subito tutte quelle femmine gli si facevano sopra a pregarlo : Migliavacca , nonno mio , una sonata carina ! Egli trasaliva a quei fiati postribolari ; con un sorriso lubrico sulle umide labbra andava tastando il violino , l ' imbracciava e raccoglieva il volto congestionato sulla cassa dell ' istrumento . Le dita aggrappate alla tastiera come a scavare con le unghie in un petto , egli arrivava allora sino a toccarci il cuore . Poi , il pezzo , fra sospiri e armonie , finiva , e Migliavacca , spinto rotoloni sopra un divano , colava gloriosamente a picco sotto gli amplessi e le carezze di quelle prostitute . Il giorno dopo di primo mattino lo ritrovavi già al lavoro fermo e soletto sul marciapiedi , all ' ombra , dinanzi all ' Albergo della Fontana . Guadagnava così , umilmente , il suo pane , suonando per i clienti che in maniche di camicia si facevano alla finestra , mentre intorno ai capricci del suo archetto tumultuavano con una famigliarità pittoresca i piccioni del palazzo comunale . La sera stessa lo rivedevi poi all ' ultimo atto dell ' opera , seduto sul loggione del Teatro Regio . Come siede in chiesa , abbandonato su uno stallo della cantoria il più vecchio canonico del capitolo , eccoti Migliavacca che ascolta nel buio la Traviata , biascicando non si sa quale gioia concentrata . Gli era guida e compagno fedele un chitarrista mezzo orbo anche lui , bruciato dal vino , sbrindellato e beceresco come un mulatto andaluso di Gustavo Doré . La faccia di costui era una spugna d ' alcool . Mentre strappava sonnecchiando il mazzo delle corde , una ruota di mosche e di sogni ronzava di continuo intorno a quella sua gemebonda chitarra . Di tanto in tanto Migliavacca , con un grugnito represso , era costretto a scuoterlo , perché s ' addormentava su un accordo . Suonavano insieme dinanzi al caffè Marchesi per un pubblico seduto all ' aria aperta . Vanitosa esposizione di piccole famiglie , società provinciale , ragazze da marito , esasperazione , indolenza e noia immortale della vita cittadina facevano durante quelle portentose serate commemorative un quadro colorito e vivace . Fra gli strilli e le eccentriche piroette dei camerieri , tra il luccicore di caraffe , di scodelle e di bicchieri , anime lasse vibrano sospese alle corde d ' un cagionevole violino . O , quante bocche di rosa socchiuse come per un bacio dinanzi a una granita di limone . Sono le signorine di buona condizione , piantonate dai cari genitori , che si dànno anch ' esse a inseguire di soppiatto , sul tema musicale , l ' idea unica e fissa d ' un matrimonio eventuale . Dormiveglia , candore , allibimento di quell ' architettura arciducale . Quasi emersa da una storica oscurità la gente squattrinata si addensava dietro i due sonatori . Odii , rivalità , ira , rancori covava in seno tutta quella plebe assaporando la musica cupamente in pose rapite e meditabonde . Intanto sui vecchi edifici circostanti sembrava allungarsi man mano rigida e coricata l ' ombra di Napoleone . Quei concerti , duravano l ' estate oltre la mezzanotte a languire così . La adunanza popolare , chiusa e nera ammutoliva come un firmamento intorno al cieco . Simili a stelle cadenti , nel chimerico silenzio creato dal violino , arcane cupídigie e ipotesi lanciate sprofondavano negli universi misteriosi . Quando Migliavacca suonava , il traffco era bloccato ; lui vivo non si sarebbe potuto pensare di posare sulla strada principale le rotaie del tram . Egli mori ; e fu in quel vuoto improvviso che la più balorda e intraprendente genía prese piede in città . Lo spettro del progresso s ' infiltrò fra quei vicoli quasi verdi di erba . Asfaltisti , ingegneri , vagneriani , socialisti , entrarono e sorsero a sconvolgere ogni angolo . Fu la rivoluzione nei costumi , nelle abitudini , in tutto , ma i veri rivoluzionari rimasero tuttavia i verdiani pallidi e feroci di Parma . Musicisti sciupati e giú di moda , coi loro baffi fradici di nebbia , chiusi nelle loro fruste pelliccie , spente figure di nottambuli che lasciano penzolare la testa e hanno delle austere borse sotto gli occhi , costoro se ne andavano lungo i muri come dei vecchi topi spelacchiati e pieni di acciacchi salivano e scendevano solinghi sul tardi , i ponti a schiena d ' asino . Con certi cappelli neri , larghi e pioventi come ombrelli , questi peripatetici pitocchi in preda a un acerbo rovello , cercavano , capitando sotto il lume smorto d ' un lampione , di nascondere quella cera magra , gonfiata da una tosse che tien le loro bocche in continua emozione . O eroi affranti che avete bevuto nel calice sino alla feccia , guardiani laidi e dignitosi d ' un passato incantevole , voi che oggi riposate trafelati sugli ultimi lembi di silenzio , sappiate che la gloria non esiste più . Guardate la vostra città . Han demolito le mura , hanno abbattuto anche le centenarie alberate dei bastioni . Al suono dei claroni il villano traversa in automobile le vostre strade . Polvere che il vento solleva , polvere che ricade sulla polvere , in quel deserto di memorie che è diventata la vita . Altro che arte ! È la velocità che conta oggi , i pugilati , le truffe e poi , di nuovo , la velocità . Masticate dunque l ' amaro veleno , voi che avete ancora nel petto il ritmo lento , nodoso e ostile dei congiurati e dei creatori . III Il ponte verde Era un ponte a schiena d ' asino , fatto di legname . Più pittoresco che non si creda , edificante come la doppia scala allegorica della vignetta che rappresenta « Le età dell ' uomo » . Andava su ripido , s ' impennava , e poi giú dall ' altra parte , scavalcando il corso d ' acqua nel luogo più antico , monumentale e solitario della città . Parma e il suo cielo facevano sfondo . Qualche raro passante arrivato sulla gobba del ponte , sostava appoggiato al bastone , imitando egregiamente il gramo omino della parabola che dopo la balda giovinezza affronta la china della vecchiaia . In quei tempi ero un ragazzino che dall ' orto d ' una casa affacciata e sospesa sul torrente , spiava , verso l ' ora di cena , il ritorno del suo papà . Lo vedevo scendere , mio padre , stanco e a capo chino , il ponte , e sprofondare tra le spallette - - era ancora lí , tanto vicino a me : lo chiamavo con una subitanea angoscia prima che scomparisse del tutto . Più di vent ' anni fa questo ponte venne distrutto e sostituito da un piatto canalone , in cemento armato , al quale la coalizione degli ingegneri e dei socialisti che amministrava insolentemente la città diede il nome di « ponte Verdi » . Omaggio di quei che proclamavano l ' arte « spesa improduttiva » fatto a un originale musicista che essendo sul punto di morire perdeva proprio allora una bella occasione di protestare . Ma l ' antico ponte scomparso , da non confondere con quello attuale , si chiamava verde perché di verde era stato dipinto da oltre un secolo . E di esso restarono fermi nella limpida corrente i piloni spezzati e i massi dispersi qua e là . Quand ' era in piedi , il ponte verde , univa la Pilotta , colossale edificio costruito dai Farnese che distende la sua facciata sulla destra del torrente , alla riva opposta , difesa da un muraglione altissimo e decrepito , che un immenso tappeto sventolante di erbe , di fioracci , e di bocche di leone copriva a perdita d ' occhio . Nella stagione di magra le lucertole , le donnole , le biscie strisciavano fitte entro quella gramigna abbarbicata al mattone ; i topi d ' acqua , a schiere , girellavano lungo la muraglia , fra i ciuffi verdi s ' inseguivano e si lasciavan cadere come dei sacchetti scotendo e facendo tremare le cascate d ' edera . Raggiunta quella riva così popolata di animalacci immondi , la strada del ponte passava sotto l ' arco d ' un torrione merlato e sboccava nel profondo parco ducale . Sul torrazzo dalla sagoma tozza e guerresca lavorava un fabbro ­ ferraio . Tutto il giorno s ' udiva il martello e la lima cantare . Specialista di grosse serrature , di catenacci e di chiavi governamentali , quest ' uomo viveva solo là dentro . Usciva solo , non seppi mai da qual porta . Sbucava dal voltone , sempre un po ' nero di fumo e lucente di polvere di ferro . Salutava mio padre con un rispetto simpatico e civile . Ci si sentiva onorati e contenti del suo « buongiorno » . E ogni volta avevo una gran curiosità di avvicinarlo , di conoscerlo , di dargli la mano . La domenica usciva con un cappello duro . Era un artigiano all ' antica ; abbottonato , individualista , senza tracotanza . Il giorno del riposo lo passava nelle vicinanze della sua fucina , senza altra occupazione che di guardare il colore dell ' acqua sotto il ponte , e il colore del cielo . Ma quando udivi il picchiettio del suo lavoro , che per lo più durava fino a notte , allora ti sembrava che un mistero armonioso si diffondesse dalla torre chiusa , il più gran mistero della mia fanciullezza . Ascoltavo , tendevo le orecchie a quel suono domestico e remoto . Là dentro non c ' era metallurgia , non c ' era il terremoto meccanico , né le pulegge , né i torni , né i rocchetti d ' un opificio . Egli forse , soletto , col cappello in testa , accomodava in quel momento delle vecchie suppellettili , degli ordigni casalinghi , rifaceva il fondo di qualche fornello , il manico d ' un girarrosto , o il coperchio d ' una pentola . Intanto quel suo martellino faceva una musica tenera , dettagliata , amorosa . Saltando sull ' incudine , i colpi cominciavano forte , continuavano più rapidi , e finivano in una pioggia argentina . Il fuoco della fucina volteggiava azzurro dietro i vetri della sua finestra medioevale . E quella finestra a vetri piombati non s ' apriva mai . Il mio fabbro ­ ferraio non mostrò mai la sua faccia lassú . Quando il torrente era in piena , il governo della città dava l ' allarme , ma il vecchio ponte non aveva paura che la furia delle acque lo portasse via : con quella sua solida gabbia ' di travi , simile a un leggendario battello , il ponte Verde avrebbe potuto galleggiare sino al Po ' . Tuttavia il malumore contro di lui cresceva col crescer del torrente . Le autorità non dormivano più . Quella balaustra verde col suo salto da gobbo irrideva al pericolo , e la sua mossa allegra , precisa , scheletrica cantava sopra i flutti per i poeti invece di ragionare per i geometri . In quell ' ambiente pieno di balorde investiture politiche e di declamazioni victorhughiane , là dove c ' era un padre del popolo e alcune decine di democratici massoni a costituire il Consiglio comunale , si demolivan le chiese , si abbattevan le torri , si atterravan gli alberi , si scavava la fossa ai secoli passati , si distruggeva tutto per dar lavoro al popolo . Più un lavoro era inutile e più ce n ' era urgenza . Il padre del popolo aveva pronti dei piani formidabili di lavori inutili : ce n ' era da lavorare inutilmente per cinquant ' anni almeno . E il ponte fu condannato . Chi poteva salvare questo piroscafo che da cent ' anni stava in quarantena fra due file di case , dall ' odio di tanti filantropi ? Due santi , due patroni , due difensori , li aveva il ponte Verde , ma l ' uno era cieco , l ' altro sordo , laceri ambedue e in uno stato avanzato d ' inedia . Da tempo immemorabile stavan li di fazione ai due accessi chiedendo l ' elemosina . La rovina del ponte li travolse ambedue , e scomparvero insieme . Il primo , un vegliardo dai lunghi capelli d ' argento , sedeva tutto il giorno , dal lato della Pilotta , su uno sgabello basso , col bastone fra le gambe , e tendeva il cappello . Una barba veneranda gli incorniciava la faccia imponente e tranquilla . Sulle spalle larghe portava una gran casacca scolorita . La sua voce grave e profonda , come l ' ultima canna d ' un organo , l ' udivi di lontano , prima di vederlo . Era sempre la stessa salmodia sonnolenta : fate la carità al povero cieco . L ' altro , un vecchio mummificato , seduto nel cantone più buio della volta che conduce al parco ducale , vendeva dei dolci speciali , alti quattro dita , e composti d ' ogni sorta d ' avanzi . Questi pezzi di torta , tagliati a losanga , che a noi discoli sembravano cosa ghiottissima , venivano chiamati , non saprei perché , paste greche - - c ' era dentro di tutto : mandorle , pasta frolla in briciole , ossi di ciliege , cioccolato , biscotti avariati , avanzi di marzapane , pan pepato e qualche volta , bottoni di soldato - - un tritume nero , impastato e poi cotto al forno . Intorno a quei dolci di dubbio colore , che una fitta polvere di zucchero copriva , ronzavano le mosche e la ragazzaglia della strada . Bisognava vedere gli occhi avidissimi e le pose languenti di tutta quella marmaglia che protraeva accanitamente l ' assedio . Il vecchio cisposo vendeva i suoi dolci un soldo l ' uno , ma aveva la vista corta e incassava i palanconi falsi . I monelli cocciuti aspettavano che gli si chiudessero gli occhi , che la testa cadesse sul petto , per dargli un urtone e rubargli all ' improvviso qualche pasta greca . Poi erano strilli e fughe nel greto del torrente . Tutta la gente , tutto il bel mondo dei pomeriggi festivi , e gli amanti della sera , passavano sotto l ' arco oscuro della torre , dove il mio fabbro invisibile faceva suonar le chiavi . Passavano le belle donne sfiorando con i loro volans di seta quell ' ombra di mendicante accucciato sulla terra , quell ' esoso venditore di sudici dolciumi , che rimaneva là , immobile , abbandonato nelle tenebre , fin che il fanale verde s ' accendeva in groppa al ponte a illuminare debolmente i due versanti . I pipistrelli volteggiavano leggeri e silenziosi intorno a quel faro smorto e stralunato . IV Teatro Fra la babilonia sempiterna del cartone dipinto , in una stroppiatura feroce della realtà , sotto l ' azzurro disperato dei cieli , fra i lampi del magnesio che fanno trasecolare i volti imbiancati e anneriscono gli occhi come olive ardenti , si desta di soprassalto l ' oro rimoto delle attrezzature e risplendono i laghi nei regni bruciacchiati e secolari di Solimano . Là regna , come un principio , la Spagnola con la sua vena strana di delirio canoro , intorno a lei nella gran luce e nel vuoto piove la polvere di un mondo in consunzione . Dalla fabbriceria degli ori armonici sale un ronzio sonoro di violini appisolati , uno zufolo flebile e un fiatare roco di legni musicali ; i violoncelli vanno gorgogliando giú fino al fondo delle iridescenze , il fagotto borbotta fra l ' afa smaniando e gli ottoni accaldati sembrano digerire , sopra una nota lunga , un sonnifero denso nella gran siesta cocente del fossato orchestrale : la Spagnola attacca con la voce indolenzita una boutade lunatica appresa al sillabario puerile d ' un usignolo , che sente molto il genere « crepuscolo » , e la sua voce sempre più esitante scompare in un indistinto naufragio di malinconia . D ' un tratto un acutissimo fischio , un fischio simile a quello che avvisa gli equipaggi delle navi in manovra , fa cambiare rotta e quadro alla prova : un ' oscurità caotica precipita rombando sulla scena ; i fondali rovinano dall ' alto fra i richiami concitati di una folla anonima . Cieli nuovi escono dalle spaccature della ribalta e vanno su a occupare il posto di quelli già sfruttati . Le quinte da ogni parte vacillano e navigano tra un diradare di nebbia rossastra . Poi , a poco a poco , come da un antro vulcanico , emerge il palcoscenico con le sue fumose muraglie bruciacchiate e qualche lembo di scenario che dalle bilancie pende fino a terra . Allora un fiato da caverna e una oscura , misteriosa tristezza venne giú da quell ' inerte laboratorio lirico . Guardiamo , contriti , intorno e in alto le file replicate dei palchi rossi e riboccanti dove stanno in comunanza gli sparati immacolati , le decolletées pallide e ambigue , i crani lucidi e le lunghe braccia guantate . L ' alto ceto siede , fra la seta e le gemme , affacciato ai davanzali dei balconi innumerevoli , in pose d ' eleganza e d ' abbandono musicale , come vegliando sotto i piccoli lampadari di cristallo veneziano , mentre sul fondo indistinto vigila , eretta e ossequiente , la nera galanteria dei cavalieri serventi . Tutta la grande sala fin su agli estremi capitelli carica di volti protesi e accesi , sembra voler roteare in un parossismo d ' insania e di concitazione , fra grida di ebbrezza e di fanatica passione delirante . Rosina Storchio , silfide milanese , sentimentale di alto lignaggio , in una veste gonfia di trine legg [ i ] ere e appena tinte di colore , abbandonata vaporosa nel gran salone rococò , solitaria fra i mobili fastosi e i candelabri viventi , delicata e leggera sui piedi di gran dama , versa nella sua bella voce , trasparente cristallo di Murano , lacrime , angoscia , e il fragile ridere tremante di un ' anima che naufraga in ricordi deliziosi . I suoi accenti sono quelli sincera d ' una passione mille volte provata e non mai esaurita . Ella sembra invocare con pena graziosa la concordia , l ' amore , e la pietà , perché l ' arte italiana e celebrata non abbia a decadere e a morire , sembra invocare con una abnegazione cosi viva da tener in catena la supina platea e il proteso loggione . V Bottesini Fu uno dei più geniali fra gli artisti del secolo verdiano , e fra i virtuosi il più fantastico . Egli riuscí a spiritualizzare la grottesca meccanica del suo istrumento , soffiando su tutti gli ostacoli col fiato di un mistificatore prodigioso . All ' apogeo , questo artista sommo traduceva vivamente Paganini sul contrabbasso . Figlio d ' un ' epoca nella quale i padroni della terra non erano degli ingegneri , ma dei signori magnifici che una gerarchia intellettuale innalzava e illuminava , incontro a lui si mosse graziosamente il favore di quel tempo generoso e romantico . Fino all ' ultimo giorno egli mangiò il pane della gloria , poi fu dimenticato . Con Giovanni Bottesini scomparve l ' ultimo esemplare del contrabbassista virtuoso . Non lasciò eredi . La sua superba arte istrumentale gli mori a lato come una sposa che non vuol sopravvivere . Là dove egli era giunto , per un colpo mancino del genio e con la più stravagante complicità della natura , nessuno potrà arrivare mai più , né farsi da presso per capirne e spiegarne il miracolo . Il suo posto solitario sta distrattamente al di là di ogni limite . Ai suoi tempi il Gusto aveva una funzione , il Genio un carattere e l ' Arte una tradizione . La politica , questa scienza divenuta flagello , taceva subordinata e sottomessa . I grossi affari di Stato lasciavano appena un ' ombra di fastidio sul volto dei ministri e qualche granulosa traccia di tabacco sui loro panciotti . Del resto , le palle di cannone si contavano sulle dita , ed erano così pigre che , contrariate da un vento forte , cambiavano direzione e finivano qualche volta per tornare indietro . In quel mondo spiritoso e volubile come la fiamma aggressiva e vacillante del gaz , l ' astrazione esatta non era preveduta : il baratro spettrale della luce elettrica non s ' era ancora spalancato dinanzi agli uomini . In teatro si leggeva il libretto al fumo di una candela e , sulla scena , la pece greca poteva rappresentare , senza opposizione , la collera degli elementi . Anche la matematica soffriva allora l ' umidità ; e la meccanica , che viveva in buona lega con il legname , scricchiolava faticosamente e si schiantava ai primi geli rimanendo ostruita e ferma sotto le stagioni . Allora eran permesse soltanto le invenzioni buffe ; le burle che facevan crepare dal ridere eran di moda ; c ' era per la musica e per la danza del fanatismo e del furore ; l ' Italia da Venezia a Napoli era un solo carnevale , del tutto innocente . Dunque , non per caso , un bel giorno il nostro pubblico si trovò fra i piedi anche Giovanni Bottesini con il suo contrabbasso . Quest ' uomo che viaggiò il mondo tutta la vita e lasciò dovunque tracce profonde di costernazione e di stupore , era grande di statura e aveva un aspetto lunare e corroso , sciupato e assonnato , insomma un artista dal sangue guasto e dalle abitudini dissolute . Entrava in fretta all ' ultimo minuto sul palcoscenico fradicio e semibuio del teatro ducale , sbirciando , col collo torto , di tra le coulisses , il loggione stipato di gente , mentre il servo di scena gli levava l ' immensa pelliccia . Allorquando , dinoccolato , si presentava tirandosi dietro , bonariamente , quell ' enorme topaia , tutti , del pubblico , ridevano e lui con tutti , a crepapelle . Faceva volentieri della parodia ; cominciavano prima i grugniti del contrabbasso ; dopo si passava nel regno dei calabroni e ti preva che tutta l ' aria e la luce brulicassero di pungiglioni . Allora quasi intontito tra il ronzare , nel torpore e nell ' afa sovraccarica di idrofobia , egli , il suonatore , rotolava , a poco a poco addormentato , giú per la tastiera attaccandosi , per miracolo , alla quarta corda . Oh , quel russare profondo , voluminoso , inaccessibile , sembrava confondersi con i trasalimenti assonnati dell ' asse terrestre o con il lamentoso e artritico scricchiolio di una stiva tappata e troppo carica ! Adagio , adagio , pigliava poi via , serpeggiando , con un tramestio obliquo , cieco e dilungato , come rettile mostruoso che s ' inselva . Fin che si buttava , piegato in due , a suonare con voglia , sferzando l ' istrumento come per rompere una crosta dura . Dal credenzone spiritato uscivano , allora , i suoni più volubili , scivolando via stretti in successioni di accordi e in glissandi veloci , leggeri e lucenti come i raggi che trafiggono le nubi . Gli arpeggi , le corde doppie e i pizzicati azzeccati saltavano all ' aria in una prodigiosa mescolanza , formando una grandiosa e barocca architettura che crollava precipitosamente , circondata e distrutta con furia da una sequela di tonfi mistificatori . Il suo era un cantare tutto invaghito e pieno di spasimo che somigliava , sulla prima corda , a quello del violoncello , solo che il suono intonato era reso un po ' enigmatico quasi da una maschera fosca che non desse di riconoscerlo . La sua arcata dolce , interminabile , tenace , pacifica e distesa , e il suo stile nobile , pieno di sentimento e di santità tant ' opra facevano da persuadere e indurre il trappolone puntiglioso e refrattario a parlare con voce ammansita , soave , incalorita , fremente , e a sciogliere nel velluto d ' un pianissimo , una per una , le note sospirate e perplesse della più adorabile malinconia . Niente lo accontentava . Istrione , disseppellitore di effetti sempre più rari e pericolosi , egli si rifaceva sotto , mettendo , di nuovo , tutto a soqquadro per stanare , scuotere e risvegliare il mostro sedentario . Superando le difficoltà , così , a scalinate ; sfasciando piramidi di ottave ; sollevando , in burrasca , il suo lento pachiderma sino alle stelle , con uno scrollare avventato , astioso e gigantesco egli frullava l ' arco tozzo e formidabile , come una tramontana tempestosa , fra il groviglio dei cordami . Echeggiava allora , fuggendo , sull ' intrico temporalesco , un debole e lontano scampanio di bronzi , insistente e ferale , e a quello ecco rispondere , d ' acchito , strangolata e vicina , l ' anima sprangata e sordida del contrabbasso . Muovente dai silenzi stagionati , una voce gobba e sepolta di ventriloquio si affacciava domesticamente fra le corde canterellando con una insolenza ironica delle variazioni grottesche sul motivo del Carnevale di Venezia : la modulazione oscena l ' alzava audacemente di tono , poi ricadeva in mollezze veneree dondolandosi , al fondo , sull ' arco del contrabbasso . Quel che succedeva a questo punto in teatro è indescrivibile . Il pubblico aristocratico della corte si torceva sulle poltrone in preda ad una ilarità stridula . Gli applausi e le richieste di bis scoppiavano lungo le file scomposte , ad ogni battuta . Le dame seminude e portentose , che facevan corona nelle logge dei nobili , tirate in ballo senza preamboli s ' ingegnavano di salvare il pudore , ridendo inorridite dietro i ventagli . Bottesini , appoggiato al suo carcassone di legno , s ' inchinava , intanto , da trionfatore . VI Mastro Titta Una volta , qui a Roma c ' era un uomo rosso , maestoso e dabbene , certo mastro Titta , che aveva l ' incarico di separare le teste dai corpi . Egli compieva questo ufficio puntualmente con una sveltezza e una nettezza degne di grande memoria . Doveva egli , anche , appena fatto il colpo , acciuffare la testa mozza per i capelli e levarla su in alto con gesto teatrale in modo che il popolo , tutto , la vedesse grondare e i più vicini potessero mirare gli occhi che s ' invetrano e si chiudono . Questo spettacolo , che aveva luogo , immaginiamo , sul crepuscolo , fra il litaniare di un branco di frati e lo scampanio lento delle quattro chiese Michelangiolesche che presidiano agli sbocchi la immensa piazza del Popolo , doveva servire d ' ammonimento agli empi e di ristoro ai probi cittadini . Nell ' aria era diffuso un lutto scintillante , armonia promiscua dell ' ora che il sole e la luna falcata , entrambi nel cielo , si guardano brevemente . I leoni di pietra della monumentale fontana egizia soffiavano fuori a scrosci impetuosi e lucidi ventagli di acqua nelle innumerevoli vasche dove fra un tumulto silenzioso d ' acque guizzavano ormai gli argenti della sera . I lumi delle preganti Madonnine murali erano , sulle vie , già tutti accesi e gialli . La gente accorsa che aveva interrotto i proprii mestieri , acciecata dal baleno della scure e dalla vista del sangue tornava mogia , sospettosa e rabbuiata verso il centro e le botteghe . Allora sulla piazza deserta rimaneva il patibolo eretto . Solo a notte alta il pastore , seguíto da un fiume dilagante di pecore querule , passava su quel sangue , attraversando , col plenilunio , la città . VII Cimarosa Tempi belli , ben fatti e magnifici . Il popolo ricciuto di Roma , pieno di devozione e di tornaconto , viveva adunato sotto le mura del Vaticano . Ovunque visioni eccelse , e antiche rovine . I terrapieni sacri reggono alto sul cielo le Palme sante e la Chiesa . La capra invereconda bruca lassú . I vescovi mitrati e splendenti sbucavano dai portali ecclesiastici seguiti dalle processioni osannanti e angeliche , proprio come nei quadri degli altari . Il Milord attraversava a cavallo la piazza di Spagna . E il brigante , dai lacci scarlatti , guatava , titubante e acceso , tra il fogliame folto delle fratte cresciute intorno al Colosseo , le donne forastiere arrivate in diligenza , che liberando dalla portiera le loro gonne di tulle a canestro , saltavano nel polverone , spargendosi in ogni direzione sfrenate , bianche , leggere e innocenti come il latte appena munto . Al calar del sole , l ' ora del Rosario suonava lentamente , e i frati zoccolanti tornavano sull ' asinello dalla cerca . Qua e là un credente , un uomo erculeo , cadeva supplice ai piedi di qualche cappella solitaria e tutta l ' antica Ciociaria si prosternava , mentre l ' acqua delle fontane spiegava più forte i suoi grandi ventagli e le immense coppe squassavano rumorosamente nei laghi sottostanti la loro vestaglia liquida . Si accendevano le nicchie contornate di lumicini a olio e cominciava il supplizio dei Santi nelle cui ferite miracolose sembrava ribollire sottovetro e sgranarsi a tratti dirottamente il sangue . Nere , sotto la cupola del firmamento , le due chiese sorelle del Foro Traiano sembravano dormire laggiú l ' una addosso all ' altra su quel fumido e deserto avello di romanità che era la piazza affondata nel buio . Tra le pietre calde e gli oscuri massi d ' architetture crollate , sfavillavano a miriadi , aerei come dei fuochi fatui , gli occhi dei gatti selvatici , abitatori di quel Foro ardente . Nella notte tutta risciacquata c ' era un silenzio calmo e magnifico entro il quale le stelle sventolavano con un luccichio ansioso e solenne . In quella quiete , che trae seco le ombre , i sospiri e le benedizioni , le famiglie scamiciate finivan di cenare sulla porta delle taverne e , scendendo su loro un sonno greve come quello che colse i centurioni sul sepolcro di Cristo , li vedevi cascar l ' uno dopo l ' altro colla faccia sulla tavola , o rovesciarsi sulle scranne , mentre in fondo , tra gli splendori velati del rione , si schiudeva all ' improvviso brillante come uno speco biblico l ' ingresso al teatro dell ' opera buffa . Tra le pieghe di un sipario squallido ' la faccia gialla e lampante di Cimarosa si mostrava per un attimo nel gaz della ribalta e dietro di lui echeggiavano scrosciando i dolcissimi fragori del settecento musicale . Era così bella a vedere l ' orchestra imbandita e largamente provvista . I suonatori là intorno parevano dei commensali . I violoncellisti in disparte stringevano il loro istrumento fra le ginocchia , brandendo a testa bassa l ' archetto , come dei famigliari in atto di scannare il capretto per i banchettanti . I professori di oboe , di corno , di clarinetto e di fagotto gonfiavano le gote ingordamente dinanzi a tutti quei tovaglioli di musica sciorinati sotto i lumi . I trombisti levavano la tromba a mo ' di inaffiatoio su chi beve e chi mangia . In piena luce rossa all ' altezza del pubblico , su quella mensa carica di provvigioni i timbri più sani e rallegranti giuocavano allo scoperto ; strumento colorito e sonoro che un direttoruccio anonimo seduto su un sediolino rosso pizzicava qua e là dimenandosi come un buongustaio in mezzo ai condimenti . In cima a quel trionfo apparecchiato brillava teneramente il cielo ameno del teatro antico e stormivano le fronde dei boschetti balsamici dipinti sulla carta del fondale . Il grosso manico , dal barocchissimo riccio , dei cinque contrabbassi spiccava a pie ' del boccascena e decorava il quadro come il principio di una portentosa piantagione istrumentale . Niente potrà uguagliare quest ' arte che non vuole essere scienza . Quest ' arte che porta così leggermente il segno della personalità e del genio sembra creata per abitare a lungo senza peso nell ' anima di un popolo . La piccola orchestra è trattata e posseduta da Cimarosa con un garbo castigato e ardente : amore pieno d ' omaggi , nell ' intimità matrimoniale d ' una alcova . Quei pizzicati bassi imitano alla lontana i passi misteriosi di Pulcinella che sale le scale d ' un casamento dove ne succedono di tutti i colori , ad ogni piano tonale e istrumentale . Intorno c ' è un profumo di baci , di bucato , e quell ' odore grato di cucina della vecchia maniera italiana ; c ' è la terra , c ' è il sole d ' un giorno felice , il bianco delle pause , gli scorci nuovi e lo spazio ridente , virginale , delle cose sottintese con una verecondia napoletana . Il Matrimonio segreto chiude una sua propria acustica interna : architettura , illuminazione , caratteri , han leggi e funzioni originali lí dentro , e Cimarosa respira nel clima della ribalta come un pesce che viene alla superficie a bere l ' aria salata . La musica , nelle semplici mosse , ha in costume , una vita , una faccia di carne e una bocca parlante . - - Esce trepida , fitta dal labbro del cantante quella melodia che il cuore dipana via via , come il nastro d ' un rocchetto telegrafico . A mezzo di Bidú Sayao Cimarosa ci risponde dall ' altra riva - - la riva dei Campi Elisi . - - È Bidú Sayao che guida la barca di Caronte . Lei entra a cuor leggero in quel regno pieno di segni e di forme incorporee e il pubblico la segue in punta di piedi . Bidú Sayao ha dell ' anima fin tra le pieghe della sua veste . Il suo cuore che è piccolo come si conviene a quello di una prima donna , di un soprano leggero , batte sotto l ' orlo di seta del suo busto , e per poco che sia ferito va su dal fianco alla gola con tale impeto gentile che fa quasi capolino - - e dalla sua bocca graziosa lo vedi sanguinare nella sua voce . La musica frattanto si sparge adagio adagio , irradia il silenzio , e s ' avvicina con la prima luce che risveglia i fiori , le erbe , e solleva le montagne fuori dai veli e dall ' oscurità del caos diluviale in cui è immersa la nostra epoca di modernità nella quale il sentimento , la naturalezza e il senno sono delle cose irreperibili . In quest ' opera antica , l ' orchestra trema di gioia , come le foglie al venticello d ' estate ; allora olezzano , la rosa , il ginepro e il garofano . - - Stride agitata dal zeffiro la cristallina fontana - - il più geloso , l ' ultimo segreto d ' un carillon si sgrana - - son fasci di reminiscenze , suoni sommessi e teneri , è il canto . di una voce buia e bagnata di pianto . Spinta dal fiato roco dei flauti l ' ispirazione traversa il palcoscenico come un fantasma in pieno giorno . Odi negli echi leggeri che vagano nell ' aria i fruscii soffici e spenti d ' un corpo che si spoglia : forcinelle , spilloni , e stecche sottilissime di osso di balena che saltano dal busto . - - Poi ti sembra di udire , insieme a un gemito lasso , il turgido tremore d ' un seno sprigionato che prorompe dai lacci - - e tra un basso e sontuoso volo di veli , il soffio d ' una gonna calda che cade sul pavimento . In un baleno un grave senso di fuoco invade tutta la sala . A traverso l ' esumazione elegiaca ti par che brilli nell ' ombra una figura di carne , una figura ineffabile : è Bidú Sayao che si muove e vacilla , fra lo spettrale saltellamento del cembalo , quasi sul punto di cadere nel nulla . Nel Matrimonio segreto tutta una psicologia settecentesca rinasce da quattro note . - - Nei giri precisi , nei larghi respiri di quelle cantilene il movimento scenico è implicito . - - Guidati dall ' orecchio gli artisti non hanno che da agire senza volere per raggiungere e superare il colmo di splendore , di vita , di spirito e di calma che è in questa musica . Qui il ritmo ha un itinerario , e tutte le sue stazioni un senso e una utilità . O natura chiara e felice che spira negli adagi con un garbo ritemprato e sereno . Qui è la perfezione discreta , la gaiezza casta , il brio profondo e pieno di beneplacito . Sull ' ultima battuta della recita i contrabbassi abbandonati fra le braccia dei professori d ' orchestra sembrano russare à la belle étoile come se la notte non dovesse finire mai più . Dopo questa di Cimarosa vien l ' opera di Rossini che gorgheggia e stride con l ' esuberanza che dà alle donne l ' età pericolosa . VIII Prime donne Elvira de Hidalgo . Nel quadro spagnolesco del Barbiere di Siviglia ( questa opera che rimescola il sangue giovanilmente , lieta e inebriante come un vino raro , quest ' opera indemoniata da crescendi orchestrali , che fanno una fulminea propaganda di follia ) tutto è imbroccato con una genialità leggera e favolosa . Questo capolavoro , stravagante e superbuffo , è pieno d ' un ' ilarità musicale che turba la ragione e suscita un pandemonio e un delirio parodistico . Rossini ci appare là , nero , secco , grottesco eppure brillante , luminoso , colorito , tenero , trasparente , spirituale e ammantato di fantasia e di romanzo come un personaggio di Goya . Il genio creativo ha un ' incalcolabile forza trascendente . Il limite voluto e raggiunto viene superato mille volte dall ' impeto che ha generato l ' atto - - un travaglio ulteriore che opera sempre più profondo e attivo , e dà all ' idea il rilievo e la forza soggiogante d ' uno stampo . La natura imita l ' arte . Il personaggio diventa vivo , sorge dall ' impronta , scoppia perfetto nel sole , e spicca tra la folla che la sfiora , creatura che reca nella sua carne i segni di uno straordinario privilegio . Come il Dio volante di Michelangelo crea con un gesto lieve che sfiora , il primo uomo sulla terra , così papà Rossini , questo mostro di pigrizia e di genio , nell ' eccelso e onnipotente attimo della verve , con un soffio amoroso spinto entro il tessuto impalpabile di una visione , dà lo sguardo , la voce e il sangue miracoloso a Rosina - - oggi , allo stato civile , Elvira de Hidalgo . Elvira de Hidalgo è pur la figlia del grande pesarese . Lo dice quel ventaglio che ella muove con destrezza gentile a nascondere il proprio volto , quel ventaglio tremulo e vivo come l ' ala d ' una farfalla , lo dice quella sua rara moue d ' un comico antico da théàtre des bouffes , e la melanconia , lo dice , della sua voce all ' ultima scena notturna , allorquando deposta lí in terra , accesa , la lanterna delle avventure galanti , splende l ' amaranto della sua crinolina di broccato ed ella esprime in tono di languore l ' incantevole sospiro d ' esser presa e protetta nell ' ombra calorosa di un epilogo matrimoniale . Al suono innocente della sua voce che ha un timbro pallido e tenero come l ' argento , ricadono stroncate le mani minaccianti della critica e si spianano i volti più sconvolti ; note umili e ridenti spiccano il volo dalla sua gola e si librano in giri per la sala come colombe bianche che rechino nel becco il ramo d ' ulivo . Un imbarazzo dolce conquista anche i più burberi controllori . Ella gorgheggia e smorza i suoni nel silenzio con una gemebonda malinconia che pare un ' eco della meraviglia , o la fine di un colloquio sublime tenuto con la luna . Il gesto delle sue dita di zucchero è pieno di candore , di moina , e nel suo canto c ' è la mansuetudine , il pudore , il capriccio , e l ' inquietudine della più casta e volubile bambina . Allora le falangi della claque , che serpeggiano per le gradinate circolari , si riposano con fiducia e tacciono con galanteria mentre già scoppiano come folgori le acclamazioni di mille spasimanti ; e dietro le coulisses , simulacri spezzati di stagioni dipinte , sotto i riverberi crudi e frantumati del gaz , nel fumoso incantesimo giallo della pece greca che arde , il pompiere di servizio , guardia assonnata dei lumi , preso di mano in mano nel sortilegio canoro , finisce per piombare boccheggiando ai piedi della corista , idolo nuziale , bianca di gesso e tinta di carminio come un confetto da tre soldi l ' etto , vomitando a pacchetti infiammati di Bengala le litanie accese della sua grande passione estemporanea . Maria Labia . Mi piacciono quelli che capiscono a volo , e rispondono a tono . Gli uomini d ' ingegno e le donne di cuore . Mio padre era pittore , ed io non sono che un martire del dolce far niente . Dopo gli sforzi accaniti e senza frutto il risultato viene come in sogno . La sorgente prorompe al buio . La formula limpida del giunco appare nel cuore della notte . In uno stato di riposo e di rilassamento , mentre i contorni delle cose si svuotano adagio nell ' elemento lontano e vago , abbandonato al semplice ritmo animale , eccola uscir sola dalla dissociazione mentale . Mi piace l ' ombra cupa che viene fuori dai tasti neri d ' un pianoforte , e quel fremito alato che un vento leggero rapisce a un ' arpa eolia . Mi piace il suono opaco e debole che ode chi s ' immerge nel sonno come nell ' acqua corrente . Mi piace la voce di corallo di Maria Labia . Immagino una piazzetta dove la vecchiaia ha fatto il vuoto . La piazzetta d ' una città sull ' orlo del deserto interrotto : solitudine d ' acqua . Coricata da secoli sul mare la città si addormenta stracca nel suo splendido e fastoso deperimento . Profili greci tirati per i capelli . Commedia sacra e ridente . Nella piazzetta , rifugio degli Illusi , c ' è un ' aria leggera da cervelli ristucchi e da pleurite secca . Ciclisti con l ' ombrello . Altissimi muri quasi senza finestre . Da un abbaino sbuca una testa che guarda sulla strada . Grigia e scarmigliata figura di donna . Nelle occhiaie e sul viso ha il nero della fame e della morte cui questa razza oppone una tenacia medioevale . Equilibrata all ' indietro sulla scena come la statua della Fortuna , Maria Labia sembra trattenere l ' ultimo passo sul limitare della danza : l ' onda della fontana lambisce quasi il suo piede . Veduta che l ' hai , non la perdi più d ' occhio , e se tu non la vuoi guardare la riconoscerai subito alla voce , per quei puntigliosi nonnulla azzeccati come colpi di spillo . Dalla sua gola escono volta a volta frecce e confetti matrimoniali , canzoni di carnevale , parabole filanti , e commenti tenuissimi che svaporano al segno della perfezione . Colla mollezza imperiosa e tutta l ' elastica imponenza della sua persona Maria Labia accompagna il proprio cantare e muove a cerchio intorno a sé l ' incantevole e spumosa mareggiata della sua crinolina , lieve , barcamenandosi , sontuosamente . La gran parrucca bianca , costellata di gemme , la porta sul capo come una torre senza peso . Due poppe planetarie erompenti dal busto inturgidiscono allora da sembrare ingessate . Quelle sue mani madreperlacee , che riposano vuote nell ' aria e si aprono adagio rovesciandosi come conchiglie travolte lentamente nell ' onda , chi mai in Francia , in Spagna , in Inghilterra potrebbe vantarne due similmente nude , delicate e toccanti ? Quanta discrezione è la loro nel volersi confondere quasi celare fra la musica mentre , come infervorata , Maria Labia le posa , con dei gesti lievissimi che sfiorano , sul seno , o sulla bocca . Per la grazia piena e cattolica dei suoi alti fianchi , per quell ' accento d ' oro , che esce estenuato e sonoro dalle sue labbra , e traballa in un raggio medianico , per quelle sue braccia sublimi levate a candelabro , Maria Labia ci ricorda di lontano , e in una luce opposta , Elvira de Hidalgo . Che diremo ancora di questo fiore di prima donna ? Tutto è prezioso in lei , nulla soverchio . Dalla sua bocca che canta il fondo dell ' anima risplende : una anima aperta e tuttavia misteriosa come uno specchio nell ' ombra . In quel timbro d ' argento entra e passa lento come in una fase di eclissi lo spettro d ' un secolo passato , e intorno a quel fantasma a poco a poco il taglio della sua voce s ' accende rinnovato , e brilla come una falce . Intensità sottile , suono fulmineo e fioco , manierismo canoro dove un certo giunco di armonie e di riposi inumidisce e fa trascolorire il cielo veneziano , sollevando nel silenzio un sussurrio di adesione sempre più larga , e placida , come un fiato di vento che raggiunge e invade tutto quel gruppo estatico di isole che dormono sulla laguna . La luna sgorga su Venezia , e ingrandisce a poco a poco , spiccata e libera da quel bianco seno portentoso . La Toti dal Monte . ... ci sono degli uomini di legno , degli uomini di minerale , di ferro : per esempio Toscanini - - meraviglioso congegno - - e ci son degli uomini fatti di terra - - la terra dei camposanti - - mescolanza di carne consunta e di fiori sotto la pioggia . Talvolta mille cimiteri non giungono a darci uno di questi esseri umani che ci vengono dall ' al di là . Gli artisti per noi sono questi . Salici immensi , muraglie millenarie coperte di licheni , ruderi ; vegetazione , « a soli » delle arpe parassitarie , esaltati tramonti ; e dal putridume romantico vien su il più sublime lirismo . Qui la Toti dal Monte che per l ' eccellenza , il bel volto , la statura concentrata e piccante , si può chiamare il soprano in barattolo , la vediamo irretita nell ' atmosfera dell ' opera , quando nel viola della luce serale che si fa sempre più debole e morta , le sue note di gola , piene di una tristezza colossale , volteggiano ad una ad una , come dei petali erranti . Viene la notte buia e un cavaliere più buio della notte sopraggiunge . Pavida mormorante la piccola fidanzata con un gesto timoroso d ' addio pone una mano sulla nera spalla di velluto del suo fatale amante , e qui s ' accende sulle sue dita bianche di milionaria un brillante focoso , fulgidissimo , un brillante grosso come una noce che , mentre la Toti spiega il canto , irraggia capricciosamente le tenebre della scena . Tutto è sogno in quel punto che odi il motivo « verranno a te sull ' aure i miei sospiri ardenti » . Sì , questo è il teatro italiano , ingenuo convenzionale , estremamente poetico e pieno di una vivacità spettrale . IX Vecchio repertorio È nei numeri del vecchio repertorio che troviamo qualche sollievo - - lí dentro rallenta un poco il lavorio , s ' alleggerisce il fardello . Lí dentro di tanto in tanto qualche battuta discioglie il suo rabbuffo e si apre per dar luogo a delle fioriture di cadenza , piene di volatine e di gorgheggi dietro i quali , in un comico mistero , i pianissimi corali s ' incamminano come una folla - - attratta dai fuochi artificiali . In queste opere ingenue il coro è altrettanto scandalista quanto lo è la nostra gente di provincia . Allorché si svolge un duetto d ' amore , o una scena di gelosia , eccoli non richiesti , i cori che han trovato la porta aperta , sopraggiungere in corteo e allinearsi in casa d ' altri , lungo le pareti , per assistere imperterriti allo scioglimento di un qualunque incidente privato ; e per meritare la palma dell ' indiscrezione eccoli mettersi magari a inseguire il tenore perfino nel gabinetto dove egli è costretto a cantare la celebre romanza con i calzoni in mano . Nella Sonnambula per esempio vediamo le spose del villaggio alpino diventare sonnambule dinanzi alle brache troppo attillate di un occasionale dongiovanni , e affrettarsi , prima ancora che il sole declini , a uscir dormendo di casa , in camicia da notte , seguite con trepidazione dai rispettivi mariti i quali , ciascuno per quel che glielo permette la sua rigorosa dignità di cornuto , con parole sommesse azzardano pronostici . In un paesotto del Tirolo , dove fummo per cura , c ' era nella piazza al posto del solito giardinetto un piccolo cimitero senza mura . Dopo il lavoro , la sera , sotto le finestre della mia locanda , una vacca brucava fra le tombe e le croci . Un crocchio di notabili seduti sulle pietre sepolcrali , accendevano con i fuochi fatui le pipe tirolesi - - fumavano e conversavano alla buona costoro , mentre dietro la loro schiena , sdraiate sulle erbacce , le più casalinghe comari , in preda a un misticismo di alta montagna , stringendo fra le braccia qualche meschino villeggiante arrivato di fresco , guardavano la luna sbalorditivamente . X Tempo che fugge Con l ' unità e il suffragio universale l ' arte da noi fece un capitombolo per le scale , e reclamò dallo Stato un paio di stampelle . L ' arlecchino italiano buttò via la sua pelle a scacchi per indossare un « tout de méme » burocratico , da funzionario nazionale . Sorgevano in quel disordine nuovo Arrigo Boito , il ballo Excelsior , la pittura sociale e il monumento a Vittorio Emanuele . Il teatro che era tutto spensieratezza e passione e mirava al cuore della gente , invece di restar fedele al gusto popolare della vecchia Italia , divenne officioso , autorizzato , e girò sui tacchi rivolgendosi con sussiego alla sedicente pubblica opinione . Nacque la coreografia del nuovo regno , prese piede l ' allegoria massonica , si inscenarono le apoteosi per il canale di Suez , e debuttarono anche le antenne del telegrafo Marconi ( costumi di Caramba ) . Anche la danza che da più di un secolo s ' abbandonava ai deliziosi capricci di ragionar coi piedi , fu costretta , per seguire il movimento generale , a pensar con la testa , come la foca sapiente . Difatti c ' era poco da scherzare da quando il Paese , seduto nella prima fila di poltrone , strappandosi la maschera , mostrò alla prima ballerina assoluta , due baffi da doganiere . D ' allora in poi la danza non offrí più che masse negligenti , acrobati viziati , istruttori caparbi e ignoranti . Chi non conosce quel popolo infame che sverna sgambettando sulle scene durante la scialba stagione di carnevale ? Fra questi avanzi isteriliti e rei di una spodestata nazione , dinanzi a torme di sacripanti e a sciami di silfidi cucite nel cotone , la sfera magniloquente e taciturna degli artisti dal nobile passo sgombrò i luoghi e disparve in un arcano scompiglio . Udite come tremano le vetrate del vecchio teatro ducale al vento di tramontana . Non un grido , non un latrato scoppia , fra quelle mura . Solo uno sciagurato portiere s ' aggira in ciabatte là dentro ; i suoi passi perduti e la sua tosse risvegliano degli echi interminabili lungo le gallerie deserte ; e il buio androne - - i sorci han fatto il nido nelle poltrone : colmo d ' inerzia , disordine , deperimento , lembi di scenari che si staccano . Poi , subitamente , silenzio e armonia sorgente al soffio innumerevole di voci che si levano da un sonno d ' oltre tomba - - gemiti , sospiri disperati di tanti eroi che s ' immolarono . La guerra e il dopo guerra ci hanno accorciato la vita , e i marmocchi di ieri son diventati di punto in bianco i nostri concorrenti di oggi senza lasciarci il tempo di accorgerci della nostra vecchiezza . Rimaniamo lí a guardare con sorpresa questa nuova generazione che vuole assolutamente passare sul nostro corpo . Adesso c ' è dunque un ' ironia , combinata alle nostre spalle durante il periodo della guerra , che consiste nell ' esser giovani . A volte qualche ragazzino più audace ci vien sotto camminando maliziosamente sulle uova , si fa portavoce delle mani e ci urla all ' improvviso all ' orecchio : « Ohi vecchio bacucco , lo sai che siamo in pieno novecento ? » Sbirciando quello stecco verde e lattiginoso , caviamo dai bronchi la nostra voce più rauca : « eh , eh , va bene » ci tocca brontolare « il nostro secolo è proprio questo » . Un giovanetto bennato e studioso fa un buon scolaro . Ma fra l ' arte e la scuola c ' è divergenza . Un buon scolaro fa un eccellente professionista il quale darà , a sua volta , un proprietario , piccino , è vero , ma padre esemplare d ' una famiglia numerosa che coltiverà diligentemente i cavoli . Si potrebbe desiderare il meglio da un punto di vista provvisorio e sociale ? Il beneficio di una simile carriera è evidente , benché modesto . In quanto all ' arte , darai alla tua vita tutt ' altra direzione e incontrerai presto i carabinieri . Su per questa strada non ti aspettar suffragi , né umana solidarietà . Ma non fa niente , cammina , trascinati a tutti i costi senza perdere di vista quella stellina che si vela , si copre , riappare e ti conduce . L ' esercito non sopporta l ' eroe , il Parlamento non sopporta il dittatore , la Corte non sopporta l ' aristocratico , il teatro non sopporta l ' artista . L ' artista che ha rotto le catene , strappato tutti i lacci , respinto le cinture di salvataggio e rifiutato il rond de cuir , l ' artista abbandonato dal successo , lavora , lavora , lavora a fondo perduto e perde la sua stessa esistenza a fondo , in accanite ricerche di denaro , laceramenti dell ' umore , inimicizie , furori costanti , fatica , demoralizzazione , e capelli bianchi . Fin che , al termine d ' ogni illusione , egli sembra già appartenere al mondo degli immortali . Questo eremita della grande città , questo principe indolente che conserva l ' incognito , comincia con qualche bottone di meno e finisce col perderli tutti . La stentorea vita quotidiana lo respinge ai margini . Davanti a lui si spalanca una vertiginosa attrazione , dall ' alto e dal basso . Avida e sospesa tra gli umori più transitorii , la sua esistenza accidiosa fa l ' altalena fra candide nonchalances e lucidi intervalli ; poi precipita nei burroni dove giacciono intorpiditi i vermi e i mostri . Ma quella che fu la sua gaiezza venerea brilla ora nel cielo d ' un fuoco puro e rallentato come quello delle stelle spente ; vogliamo dire , lungamente , dopo la morte , a distanze immense nello spazio e nel tempo . L ' artista non terrà conto delle esigenze del pubblico , poiché egli stesso rappresenta la più spinta esigenza dello spirito . Non sarà riconosciuto da tutti quei teorici che pretendono di avere le uova senza ricorrere alla gallina . Egli non subisce la Moda , perché la Moda , piccola o grande , dovrà sorgere da lui , e non darà mai quel che si cerca da lui . Lo si aspetterà a destra e verrà fuori a sinistra ; supponiamo che avanzi ed ecco invece che rincula . Il gambero , per esempio , che cerca il suo alimento sa molto meglio di voi e di noi dove trovarlo - - e poi in fin dei conti ciascuno ha il suo modo di crepare di fame . La gloria s ' avvicina all ' artista al passo di danza macabra . Quando sarà disteso sotto la sua croce , egli avrà tutte le fortune . L ' ultima notte troverà le strade bloccate , tutte le porte chiuse , le case asserragliate e i fucili spianati su di lui . Nella luce che filtra e trapela dai neri edifici mille occhi splenderanno d ' invidia , fissandolo ostinatamente . Sarà quella la sua ora di morire come un ubriacone , e di lasciarsi andare a rovescio sulla scalinata di qualche basilica , con il gesto di chi abbraccia il cielo . I topi delle chiaviche gli andranno addosso a fiutarlo ; poi si metteranno , con i loro musi rabbiosi , ad ispezionare le sue tasche . Salutiamo profondamente quest ' uomo ancora caldo , che respira , questo missionario caduto , questo santo che fece miracoli inutili . Poniamo la faccia contro terra sul passare di questo arcangelo appiedato , ricoperto d ' oltraggi e d ' immondizie come un ambasciatore tornato da Cartagine . La vita moderna ha un ritmo falso . I nostri tassametri continuano a salire e tutti abbiamo paura di non poter pagare . Allora si improvvisano i valori , le celebrità , si distribuiscono lotti di parti da rappresentare e si pretende di fare la storia con dei fantocci di paglia . I grandi artisti boccheggiano là dentro confusi fra le comparse . Le idee più stolte s ' attaccano alle teste e nella corsa s ' accendono istantaneamente . Non hai finito di spartire i grulli dai sani di mente che , ecco , ti scoppia fra questi ultimi salvati un ' altra grulleria epidemica . Allora ogni starnuto diventa un grido di guerra , il trotto si muta in galoppo , le opinioni subitanee fan volgere la marcia ora da un lato ora dall ' altro . Tutto questo miracolismo folle , creato dal giornalismo , entra ruzzoloni in campi riservati e difficili , e distrugge la stabilità , l ' opera del tempo , manda in fumo l ' arrosto . Intanto queste folle puerili di snob senza direzione le vediamo , dai piedi in su , svanire d ' un tratto in fumo di sigaretta . Appoggiato con timorosa leggerezza allo spigolo di una vecchia chiesa romana , come un danzatore pieno di fatica e d ' amarezza , ascolto senza volere , l ' organo sepolto che russa e assisto a questo défilé di corridori contratti sui quali una ruota rovescia continuamente , come secchi di ciottoli , le crisi , i temi , le riforme esoteriche e gli ordini della moda . - - No ! Meglio esser pigri come una pera che matura . L ' Arte ha bisogno di assorbire tutta la sua stagione favorevole . Lasciamola sul ramo , giorno e notte , inverno , primavera , estate , fin che il suo frutto rotola a pie ' dell ' albero e si apre . XI Omaggio a Puccini A Quando il Metodo entrò dalla porta , dalla finestra uscí ratta l ' ispirazione , la quale non aveva mai avuto , del resto , abitudini troppo sedentarie . - - Nei tempi passati accadeva spesso d ' imbattersi in lei , larva fuggitiva a traverso il clamore dei carnevali italiani , ma poi , su questa terra , le sue visite si fecero rare e caute . Essa fissava ostinata , febbrile , le sue vittime , e il suo seno pietroso s ' alzava e s ' abbassava affannosamente come per il tormento di una risurrezione fittizia . - - Faceva le sue apparizioni mute e inavvertite in ogni luogo , a tutte le ore , e a qualcuno avvenne , incontrando i suoi occhi nello specchio opposto di un caffè , di fare un balzo e , alzandosi come ipnotizzato , rovesciarsi fuori sulla strada , tra la folla , senza pagare , all ' inseguimento di lei che dileguava rapidissima sotto il sole . - - Nell ' alba fredda , dietro i vetri appannati e rosei essa apparve talvolta allo studioso ; o nella notte d ' inverno , su una scalinata monumentale , in mezzo a un gruppo di mendicanti accoccolati , presso un falò che illuminava la facciata della chiesa romana , l ' ispirazione coperta di stracci guardò con un invito pieno di suprema follia il viandante solitario ; più tardi , quel giorno , di primo mattino , sotto il lampione ancora acceso , il corpo gelido e inerte di un uomo rannicchiato entro un mantello venne trovato nelle vicinanze deserte . - - O chi non ha nella memoria , mentre tramontava il sole , d ' averla veduta , questa sirena , scivolare , volare via veloce feerica su le spallette del vecchio ponte , scomparire nell ' aria e riapparire immersa e trascinata dalle acque del fiume , con la capigliatura disciolta tutta accesa da un ultimo bagliore ? - - Non fu per lei che Schumann si precipitò nelle onde spumeggianti del Reno ? - - B Salutiamo Puccini , illustre autore della Bohème , uno degli ultimi che han mirato da vicino la Sfinge . Egli la conobbe nel cuore della notte . Mentre , fra i candelabri accesi che mangiano l ' aria avidamente la vita sembra accorciarsi , odi sui tappeti camminare a passi di lupo qualcuno , che , se ti volti , sparisce . Notti lunghe a trascorrere . Al guizzar delle fiammelle morenti volteggiano le ombre sul soffitto come in un giunco cieco e tumultuoso della estenuata fantasia , e un sapore di fiele sale alla tua bocca . Poi , quando le dita rosate dell ' aurora toccano le alte imposte e il sangue sembra grondare dai tagli delle persiane , ecco che un ' ultima porta si apre con un trasalimento medianico : è il « caira » teatrale che sorge : è l ' ispirazione che entra . L ' imperiosa figura , mossa dal vento , traluce spettralmente . Oh , quello sguardo nero che filtra a traverso i fori di una maschera insolente , chi lo può sostenere ? Puccini lavorava sino all ' alba , chiuso nel suo studio a Torre del Lago . Come un pescatore notturno che muove appena il remo e lascia dondolare la lanterna a fior d ' acqua , Puccini , seduto al suo lavoro , riconduceva il motivo sempre sullo stesso punto profondo , sommessamente ribadiva l ' accordo e si chinava a spiare la medusa sotto il velo oscillante del ritmo . I suoi vicini di casa , testimoni assonnati di tanta solitaria creazione , ne sapevano qualcosa . Sfiorando la notte fonda , il suono del suo pianoforte giungeva debolmente al loro orecchio - - voce di cristallo , trasognante eco che si spegneva e rinasceva mille volte , - - rado , assopito , continuo nel silenzio . Quel cauto centellinare di musica accompagnava i loro sogni leggeri e le ore di veglia perplessa - - fin che sul far del giorno il concerto remoto svaniva a poco a poco disperso confusamente nel mare dei ruggiti uscenti dalle stalle che si riaprivano . La pagina bianca ha l ' attrazione d ' una grande finestra . L ' idea , come una mosca contro la vetrata , batte la testa sul foglio senza comprendere che bisogna girare a ritroso e ritrovare lo spazio donde la prima parola è venuta . Il difficile non sta nello scrivere ma nel rendersi conto ex abrupto di quel che vale ciò che si è scritto . Anche Puccini nell ' assidua ricerca , spinto dall ' ansia , passava qualche volta il segno e usciva dal suo elemento naturale come un pesce che per il troppo slancio finisce in mezzo all ' erba di un prato . Povero Puccini , quando la vena lo abbandonava , piuttosto che impuntarsi come uno che perde al giuoco , egli affogava nell ' ipocondria , con l ' aria supplichevole d ' un bevitore malato che afferra la bottiglia . È inutile - - diceva - - che uno si decida per la melodia , se la melodia non si decide per lui . Il suo tenero cuore era scontento , insaziato di vita , di musica , d ' amore , e per cercarle meglio , queste cose , e trovarle più presto , Puccini teneva a disposizione della sua malinconia tre automobili . Lasciava aperto lo spartito sull ' ultima battuta umida ancora d ' inchiostro - - raggiungeva il confine e scompariva verso il nord , fuggitivo , irreperibile . Fra i canali , le dune , le città brumose del Belgio e dell ' Olanda ne perdevi ogni traccia . Per settimane e mesi non ne sapevi più nulla . Finalmente , un bel giorno la celebrità , come una sposa inquieta , si metteva in moto , riusciva a raggiungerlo in qualche nascondiglio disperato e lo riconduceva a casa . Puccini possedeva lo spirito di casta che ogni artista deve possedere , ma non poteva soffrire la volgarità , le molestie e i commenti malevoli che il suo successo gli procurava . Tutti a suo tempo gli sono passati sotto il naso , e tutti gli han fatto le corna : ancora oggi del suo talento pratico , dei suoi guadagni , del suo sentimentale egoismo si parla . - - Ohimè , le chiacchiere assurde ! - - In fondo in fondo , dei suoi quattrini , egli non faceva gran caso : artista , galantuomo , milionario , bohemien fortunato ed infelice , Puccini era ben d ' altro inquieto e ansioso . Mite e fiero ad un tempo , riservato e pur nobile nel tratto , Puccini aveva un carattere caldo , netto , un carattere delicato e bellissimo d ' italiano sul serio e senza macchia . Egli ammirava con chiuso entusiasmo chi doveva ammirare . Degli altri taceva garbatamente . Era generoso , ma non faceva credito al primo venuto . Solo agli amici apriva l ' animo suo . Scendere in fondo alla più grande miseria umana , toccare i limiti della disperazione e sperare nelle tenebre , immergersi nella follia e raggiungere la morte e il genio : ecco le nostalgie incredibili di quest ' uomo così diritto , saldo e sobrio . Me ne parlava una sera in una di quelle taverne russe che si schiusero pochi anni fa nel suolo di Roma , come gioiellerie sotterranee . Puccini respirava in quel luogo la musica e si gonfiava di gioia come una spugna nascosta nella grotta marina . Egli sembrava in preda a un orgasmo elegante , a una felicità inusitata . Sotto le penne di struzzo , sontuosamente giaceva in quel nido d ' esilio una aristocrazia vinta , santificata dai debiti e dalle disgrazie : sterilità dagli sguardi di smalto ; violenza superba , splendore fatale di quella folla che andava a seppellirsi sempre più in basso , lontano dalla strada . Quell ' ermetico reame della moda e dell ' arte era vertiginosamente carico di destini in pericolo . Sedevamo là insieme da tre ore . Il volto di Puccini , quel suo volto dolce , acceso , virile vacillava nell ' azzurro barlume della lampada posata al nostro tavolo . Stranamente commosso e sincero si fece più vicino a me per dirmi : « I miei giorni , tutte le mie ore avrei volute passarle in un ' atmosfera come questa , senza uscirne mai più » , poi aggiunse a fior di labbro con affettuosa mestizia : « Caro Barilli , la mia vita è fallita » . C Un giorno , parecchi anni fa , ci trassero per mano in un teatro . Si trattava di assistere alla recita di una Bohème insuperabile : il tenore aveva in gola , a mazzi , le saette di Giove , la prima donna stemperava nella sua voce , più vivida e lucida del mercurio , l ' amore febbrile e le lacrime di tutte le couturières dell ' altro secolo ; il baritono ? una tromba marina coi fiocchi ; Musetta il trionfo dell ' insolenza elegante , della civetteria e del buon cuore ; Colline , un quattrocentoventi filosofico che spazzava ad ogni nota i fogli dai leggii dell ' orchestra e coi suoi lunghi fiati possenti rovesciava i paraventi e faceva dondolare le frangie delle poltrone ; l ' orchestra poi , le masse corali e la mise en scène , la perfezione assurda . Mai non s ' era udito né veduto al mondo nulla di simile . Il pubblico filava il perfetto amore con l ' impresa , ma l ' impresa , da femmina , cominciò a cambiare le carte in tavola e a mutar le pedine ; nella compagnia spuntarono subito i pezzi di ricambio , gli scenari bellissimi filarono presto in America con i vestiari ; il tenore seguì la stessa via degli scenari , il direttore d ' orchestra fuggì con la moglie d ' un ricco negoziante d ' ombrelli ; la prima donna , chiamata telegraficamente al letto di morte di uno dei suoi cento padri , scomparve senza ritorno ; il baritono per uno scivolone avvenuto appunto nel voler cogliere un la bemolle che non c ' è scritto passò armi e bagagli all ' ospedale ; Musetta , che era provvisoriamente sua moglie , ne approfittò per scivolare più giú ; il basso crepò d ' indigestione ; orchestra e cori furono ingoiati in un batter d ' occhio dalle leve di guerra . L ' impresa imperturbabile ricorse a tutti i canili del regno , riempí i vuoti e sostituí malamente tutto e tutti . - - Non rimase più altro della prima recita , su questa zona di scambii in tumulto che il gran cappello di feltro grigio galleggiante or su una testa ora sull ' altra dei diversi Rodolfi che guaivano per turno di sera in sera - - fin che l ' ultimo , il più mingherlino della serie , fu acciuffato a metà della romanza dalle guardie , e schiaffato in carcere per diserzione - - il teatro fu chiuso , e il cappello rimase in questura appeso a un chiodo . D Un altro giorno al Costanzi andò in scena la Butterfly con l ' artista Tamaki Miura , una vera figlia del sole di levante . Dell ' arte giapponese non conoscevamo sino a quel giorno che alcuni disegni e i giunchi delicati dei ginnasti che senza prendere la rincorsa spiccano un salto leggero e sembrano chiamati dal cielo . L ' arte impalpabile dei giapponesi spazia sospesa come un profumo ed è fatta di passaggi segreti e impraticati . Arte silenziosa che va sempre al segno , anzi lo supera occultamente . Le frecce volano l ' una sulla parabola dell ' altra e fan dondolare la cima di un fiore : ma l ' arciere taciturno porta una maschera di ferro . Impenetrabilità di quei volti ! L ' anima di costoro è scesa a vivere nelle loro membra di danzatori e di lottatore . Mentre noi occidentali pretendiamo di mirare al sodo , di stare al positivo e come San Tommaso vogliamo toccare tutto con mano , nella puerile illusione di acquistare la certezza , essi non toccano mai nulla , né si direbbe che abbiano curiosità o sospetto di alcuna cosa : tuttavia sono proprio i giapponesi quelli che troveranno il pelo nell ' uovo , senza rompere ' il guscio . E se un giorno vedremo uno dei loro camminare sulle acque , non sarà quello un miracolo , ma l ' ultimo trionfo di una tecnica misteriosa e sublime . Stoicismo e impassibilità sembrano essere la loro regola . Forse la morte soltanto può strappare a costoro un singulto . Quando cadranno vinti , in tuo potere e vorrai sollevare i veli del loro segreto eroico , chinandoti a scrutare il loro volto morente , tu li vedrai , questi simulatori già volti dal letargo ostentare in un sorriso accanito la loro dentatura animalesca . Ma il grido gutturale sfuggito al loro petto e simile a quello del sordomuto non lo potrai dimenticare mai più . Calati in gran numero sul teatro come avanguardie del pericolo giallo , questi figli del sole suscitano fra il nostro pubblico molta curiosità per quella loro aria appartata di jongleurs in vacanza vestiti provvisoriamente all ' europea , e con certi tubini neri , sotto i quali sembrano dormire i loro occhi di pietra tirati col filo sulle tempie . Come loro , anche noi siamo là dentro per assistere alla recita di questa straordinaria Tamaki Miura . Non è costei una delle solite prime donne ridondanti , esplicite , sbottonate a mezzo il petto , che nel trasporto lirico si premono il cuore a due mani , traboccano e dànno lo squillo della loro voce , squassando la testa come campanelli . Questa Butterfly di bruna e lucida marca giapponese , ha gli occhi piantati sulla fronte come due semi di mela , e la sua bocca sembra fatta per stritolare noci e strappare la corteccia agli alberi . Tamaki Miura , risalendo dalle più remote origini darwiniane , si è arrampicata velocissima fino qui alla luce delle nostre ribalte . Equivoca , perplessa apparizione su una scena ormai decaduta e deserta . Essa ha portato con sé dall ' oriente estremo e mattiniero , certi vestimenti sfarzosi e delicati entro i quali si muove , ondeggia , ravvolta quietamente , come un pesce nell ' acqua . Si muove e si fa trascinare dal flutto sonoro . Le sue molli e biforcute estremità che sembrano lambire il fondo di un golfo marino , gonfiano veli di sabbia , mentre ella s ' ingolfa e canta . Gli è che nel cantare Tamaki Miura danza in quel suo ritmo obeso e inafferrabile . Non è a dire con quanto interesse e stupore noi studiamo le mosse lente e mutevoli di questa esotica e pingue creatura . Con un tufo a nostra volta ci immergiamo per gradi nella massa liquida della musica . Palombari impacciati , nello scafandro rimbalzando adagio e rigirando l ' occhio senz ' anima come dei grossi mammiferi tumefatti , cerchiamo di seguire il filo pauroso della sua voce , che sgrana volanti colonne di bollicine d ' aria e giunge a noi singolarmente distinta da una lontananza antropologica . Fra il dondolio monotono , l ' altalena e gli elastici zig ­ zag di tutte quelle cose lente , annegate per sempre , fugge pasciuta e pigra , Tamaki Nliura , né mostra darsi pena del nostro cauto , ostinato inseguimento ; anzi , quasi per gioco , sparisce e ricompare , preda scintillante e alata , s ' inoltra fra i meandri corallini , e vuol forse condurci a rimorchio , presi all ' uncino , legati alla sua voce , vuol condurci , chissà dove , a Jokohama ? Naiade oleosa e pesante , piegasi ' rovesciata , si capovolge piano come un monumento . Con un grido disperso esala la rinchiusa nostalgia , emerge a poco a poco ; e mentre intorno a lei stillano , tremuli nell ' aria , i lacrimosi rubini del suo fuoco subacqueo , fa inchini gravi , parlamentando melodiosamente fra la spuma dei violini , in quel suo gergo rinfrescato e fluttuante che sa di sale e di vento . Ma ecco un ' ombra gigantesca strisciare sul fondo panoramico del mare e in alto , controluce , farsi innanzi la chiglia buia , enorme di una corazzata americana . Come a una gran bordata della nave , corre l ' ondata istrumentale di Giacomo Puccini , sopra Tamaki , la ghermisce , la copre tutta , e se la porta via . Povera Butterfly , ferita , sanguinante , inabissata . Affievoliscono man mano i suoi lamenti problematici e il silenzio di quella solitudine ci sembra allora più che mai profondamente vigilato dalla platea supina e dal proteso loggione . Il velario si chiude - - la recita finisce quasi improvvisamente . Intorno a noi il pubblico caduto in un originale dormiveglia sembra rimasticare ancora i grumi della musica . Avvinti al fascino postumo di questa rappresentazione , ci leviamo a fatica e avviamo i nostri passi verso il palcoscenico decisi ad affrontare l ' artista degli antipodi . Traversiamo la scena fra gente d ' ogni risma che grida e lavora di sgombero , e raggiungiamo il camerino della prima donna . Tamaki Miura è là , seduta dinanzi alla toilette , avvolta in un kimono verde mare , intenta a strofinarsi con un asciugamano la faccia tonda che assume una espressione chiusa e fonda di sonno al cloroformio . Mentre le annunciamo il nostro nome e la nostra qualità di critici inquirenti i suoi occhi si aprono ed incontrano nello specchio il nostro sguardo chiaro che arde di curiosità . E Nei tempi successivi alla guerra lo spirito ' e il genio di razza sostennero le battaglie più dure e disperate . Si sarebbe detto che la vecchia civiltà d ' Europa non si trovasse più a possedere che un patrimonio ingombrante di pregiudizii e uno stock di formule improvvisate e sterili . L ' intelligenza , il buon gusto e il buon senso eran costretti a incassare colpi su colpi . La guerra organizzò il disordine in tutti i paesi ; da noi fu come una bastonata all ' ultima lucerna che illuminava debolmente la nostra vita intellettuale . Rimanemmo al buio . Si sa che dell ' oscurità approfittano i ladri , i topi e tutti quei che sentono odor di formaggio . Fu allora che buttati sulla terra nuda , col fucile spianato , spiando come dei comitagi le tenebre , noi cominciammo a sparare qua e là , su coloro che alla chetichella cercavano di scavalcare i ranghi . Giacomo Puccini che era in uno dei periodi della sua laboriosa inquietudine si mise a seguire la nostra azione con benevolo interesse . Anch ' egli , sempre insidiato , teneva a fatica il suo posto , il grande posto che gli compe ­ te nella storia del teatro lirico italiano - - lo si accusava di non esser né Wagner né Verdi . O , guarda la ipocrisia degli anonimi . Come se i colossi fossero roba di tutti i giorni , e una montagna dinanzi alla finestra ci volesse ogni mattina , per far piacere a chi si mette al davanzale . L ' essere italiani costituisce già di per sé una fatica non indifferente - - figurarsi il logorio di Puccini che italiano lo era dieci volte . Quando si tratta di spacciare delle sciocchezze , da noi , tutti si fanno avanti generosamente e tutti sono splendidi . Parlando di Puccini i mangiatori di ipofosfiti si compromisero sino al ridicolo ; intorno a lui le più stupide leggende circolarono senza firma . Ce n ' era da farlo cader malato di malinconia . Bisognò che morisse e che i birboni si tirassero un po ' da un lato , per rimettere sensibilmente in equilibrio la bilancia . Egli aveva sacrosantamente ragione di vivere in campagna e di prendere a fucilate le anatre di Torre del Lago . Puccini possedeva quella che si vuol chiamare la tecnica , ma non ne era posseduto . Seguiva con attento interesse ogni atteggiamento nuovo , assorbiva ogni specie di novità dell ' arte , ma nel suo sangue agiva il contro ­ veleno e nella sua testa funzionava egregiamente il mangiafumo . Senza agitarsi , egli contemplava , dalla sua poltrona , la grottesca vicenda delle tenzoni teoretiche , ben sapendo che a battersi a colpi di tecnica non si conclude un ' acca . C ' è un argomento sfatato , un ambiente sciupato , un luogo comune , una cifra particolarmente cara ai compositori italiani , quella del fiorentinismo medioevale - - roba da inglesi , altrettanto falsa in rapporto a Giotto che a Paoli il trattore . - - Quasi tutti i musicisti hanno tentato il colpo , e partendo dal luogo comune sono arrivati puntualmente allo zero . - - Puccini riprende quella cifra abusata e ne fa un capolavoro . Abbiamo potuto assistere , dieci anni fa , al banchetto che si diede in Roma al Grand Hotel in onore di Puccini dopo il trionfo del Gianni Schicchi . Il celebre operista sedeva tra due uomini di stato : due ministri . - - Si mangiò ' e si bevve in centocinquanta con il naso sopra dei bellissimi cespi di rose che sembravano essere sbocciate d ' incanto sulla tovaglia dinanzi ad ogni commensale . Piatti , cucchiai , forchette , bicchieri e violini facevano insieme una musica ordinata e dolce nel salone riscaldato del Grand Hotel . Ma venne l ' ora dei discorsi e tutti si voltarono attenti come al passaggio della Cometa . Il Ministro della Pubblica Istruzione posò il tovagliolo , si levò solennemente , cominciò ad allargare le frasi con un gesto avvocatesco delle braccia ; ma aveva un bel tuonare , corrugato : ci parve che in vita sua l ' omaccione di Governo non avesse mai ascoltato una nota di musica ; il suo , era un vero parlare arabo . La squillante voce del Ministro della Pubblica Istruzione arrestò il servizio e sconvolse profondamente il capocameriere . Poi si fece innanzi un cronista borioso e ricciuto come il re dei mori che finì , con un ottimismo tutto meridionale , per concedere a Puccini il permesso di sedere alla stessa tavola insieme a ministri e a giornalisti come lui . Non si era ancora chetato il cronista quando in mezzo alla sala si precipitò l ' impresario . - - Apriti cielo ; che strilli , che sproloquio , che storpiatura ! - - La lingua cominciò a girargli in bocca come un succhiello che stia bucando una cassa forte ; si accompagnava nella foga del dire con le mani , agitandole intorno alla propria faccia come se volesse schiaffeggiarsi , così furiosamente , ma senza decidersi a farlo . L ' autore di Gianni Schicchi , ascoltando , sembrava in preda a una commozione amara - - pensava forse alla propria casa , al proprio lavoro . - - I suoi occhi posati con malinconica considerazione sui personaggi incredibili che gli stavano intorno , parevano dire : troppo tardi , signori . - - Voi volate sempre in soccorso del vincitore . Oggi gli onori che l ' Italia rende al suo genio cominciano ad assumere un tono alto , sincero e magnifico . - - Disgraziatamente Puccini che fu il musicista più fortunato dei nostri tempi , non c ' è più . Sopra le ultime pagine della sua ultima opera il cuore di Puccini , quel cuore tenero e virile cominciò a rallentare , mentre il capo del caro ed alto amico ripiegava su di un lato . La sua commemorazione fu cosa indimenticabile . Un gran colpo di timpano fu il segnale solenne del raccoglimento . Apparve allora sulla scena la sua effigie . Silenzio . Quel volto immobile e dolce che si dissolveva adagio in un raggio di paradiso sembrava dire ancora una volta alla platea allibita : troppo tardi , signori . XII Commiato L ' Arte è sempre in regola con il passato e tuttavia in perfetto orario con l ' avvenire . All ' alba del dí , spinta oltre dal suo alacre travaglio di esplorazione essa è già fuori all ' avanguardia . Dietro di lei il mondo di ieri annaspa nella notte , decade , si capovolge e scompare maledicendo agli antipodi . Essendo l ' Arte , nel suo compito fortunato di rinascere e di rinnovarsi , cosa febbrile e distruttiva , l ' odio , il sospetto , l ' antipatia , il biasimo , la colgono sulla strada , e tutto vale come arma d ' offesa per la razza refrattaria e formicolante che s ' informa a tentoni e blatera nel suo buio dormitorio di morale e di salute . È difficile assai di fare comprendere a questi così detti benpensanti che , per esempio , si può essere buoni padri di famiglia , ma l ' arte è un ' altra cosa . Se poi ti affanni a parlare di idee nuove , di forze giovani , di tendenze moderne , vedrai una parte , la più rispettabile del pubblico , infischiarsene , in un modo che non potrebbe essere più fatale , e l ' altra volgersi appena per fiutarli , così obliquamente come fa la vacca quando annusa il vitello morto . VII Niccolò Paganini Amò le donne , la gloria , il denaro , ma il suo vero amore fu soltanto quello per il suo istrumento . « Il violino che ha un ' anima che pensa » . Nei primordi della sua carriera una voce a Milano lo saluta grande pagliaccio del violino « quando farà meno caricature sul suo strumento ... » aggiungeva il critico meneghino . In quel torno di tempo Paganini profittava di ogni cadenza per imitar sul violino le voci dell ' asino , del cane e del gallo , la voce degli uccelli , il suono delle trombe , dei corni e dei tamburi . Fu chiamato « giacobino genovese Paganini » e accusato di non avere « né criterio né giudizio musicale » . Preda , ancor giovane , di terribili mali fisici , tormentato dalla necessità , e da continuo desiderio d ' amore , inseguito dalla calunnia , romanticamente insaziato e insaziabile , vero figlio del tempo in cui visse , Paganini , trascinò , si può dire , dietro di sé tutto un secolo , e il romanticismo nacque proprio da lui . Vero personaggio di Hoffmann . Schubert dopo averlo ascoltato scrisse a un amico : « ho sentito cantare un angelo » . « Bisogna fortemente sentire per far sentire » , diceva questo italiano . Istrione , alfiere dell ' imponderabile . Egli voleva soltanto il « sicuro » effetto sul pubblico . Come Tartini scrisse Il trillo del diavolo , egli scrisse , Le streghe . Come è risaputo Paganini fu anche un prodigioso suonatore di chitarra . Per due lustri dura il brillare splendente di quest ' uomo cometa sul cielo europeo . Poi in coda a tante lotte , avventure e trionfi , la sua fine segnò nelle onde vermiglie di rivoluzioni e di guerre , una traccia di spietata solitudine . E caduto che fu , l ' ostilità umana si scatenò sul suo corpo di gigante immobile . Le spoglie di Paganini peregrinarono accolte in deposito e cacciate da pietosi asili . Una odissea funeraria trascinava qua e là la sua cassa . È noto che il vescovo di Nizza , dove Paganini si spense , negò il riposo in terra benedetta e il rito ecclesiastico alla salma , essendo egli morto , non ostante le esortazioni del parroco , senza conforti religiosi . Paganini aveva promesso di scrivere su di un ' ardesia , perché afono , non poteva più parlare , la propria « confessione » . Masi ridusse a morte repentina , senza adempire la promessa . Dopo lunga e crudele peregrinazione , la sfortunata salma del grande violinista , imbalsamata conservata col metodo tranchiniano , trovò riparo nella Villa di Gaione in quel di Parma . Avendo i giudici ecclesiastici annullato la sentenza del vescovo di Nizza . Il figlio Achille pensò di trasferire le spoglie paterne dalla villa stessa , al cimitero di Parma . Un testimone oculare , tuttora vivente , Abramo Germoni , chierichetto , allora , di Gaione , ha narrato che il funebre corteo , sul far della sera ( era l ' autunno , pioveva ; la notte era caduta innanzi tempo ) , si mosse dalla parrocchiale preceduto dal Germoni come crocifero , e dall ' arciprete Don Pettenati . Alla bara si avvicendavano sedici portatori ai quali era rischiarata la via da alcuni lampioni portatili . Percorrendo l ' argine destro del torrente Baganza , fra lo stupore dei rari passanti , per l ' insolito spettacolo , il corteo giunse a notte fonda dinanzi ai cancelli aperti della « Villetta » che è il camposanto parmense . Sovente , quand ' ero ancora un ragazzo , vedevo sovente , a Parma , il Barone Achille Paganini , e l ' ho anche conosciuto di persona ; un signore molto vecchio , ma robusto e dritto nella persona - - gentiluomo campagnolo - - figura appartata e singolare , e andava sempre solo . Ma nei giorni di mercato s ' aggirava vestito all ' inglese , fra la calca degli opulenti villani , e trafficanti della provincia . Egli rassomigliava fatidicamente a Niccolò Paganini , d ' una rassomiglianza intermittente fugace , come un colpo di febbre una fiamma gli fissava i tratti , era l ' identità - - poi tutto scompariva in un baleno - - e mi ricordo d ' averlo osservato in quel suo atteggiamento furtivo , muover gesti e passi perduti , mentre le sue pupille sfolgoravano selvaggiamente , come quelle d ' un perseguitato . Era suo figlio . IX .. Cremona c ' ero stato da ragazzo , vale a dire nel secolo scorso . Non ho ricordi di quel viaggio e di quella visita ; ma so d ' un desiderio assurdo che mi venne fin dall ' arrivo ' a Cremona : avrei voluto esserci nato . ­ Troppo tardi , non è vero ? Sissignori . Pestavo i piedi , m ' impuntavo , e ne chiedevo ragione con gran petulanza al mio papà che mi ci aveva portato , e non sapeva rispondermi - - insomma la gita finí in una arrabbiatura . Lui mi teneva per mano e non gli parlavo più , e non guardavo più niente . E qui ecco che ritroviamo le traccie del mio carattere , delizioso e insopportabile . Per me Cremona vista tra il corruccio , le lagrime e il rimpianto di non esserci nato era la capitale del lattemiele e dei cialdoni . Adesso dopo quarantacinque anni la rivedo e la riconosco ­ molte opere nuove e importanti sono cresciute dentro e intorno a Cremona , molti luoghi sono cambiati , tuttavia il suo naturale equilibrio e il suo tono posato è sempre quello di prima . Una città estremamente ordinata , comoda , senza difetti . Non ci manca nulla , e tutto è in armonia . Belle botteghe , palazzi tranquilli , case ricche , strade pulite , buoni alberghi ­ gente buona , facce contente - - e il centro , dove l ' antico , illustre , e il moderno ben costruito e spazioso , si toccano tranquillamente , è il più solido e caro luogo del mondo - - con un bel giardino pubblico che una pioggia dolce bagna , fa brillare e inzuppa di silenzio . Salvo una breve parentesi ( 1499­1509 ) in cui la città appartenne a Venezia , Cremona ' seguí in genere le sorti di Milano - - sia all ' epoca del Risorgimento come in quella fascista , e fu un ardente focolaio di vita politica e patriottica . In ogni tempo fu centro di studi e vi furono tenute in grande onore le armi e tuttavia è città noci molto nota . È celebre la scuola di pittura cremonese dal quindicesimo e sedicesimo secolo - - più tardi fu la patria dei celebri liutai Stradivari , Guarnieri , Amati e Bergonzi e dei musicisti Claudio Monteverdi , e Ponchielli . Direi che è già molto per una città di provincia . Ma non basta : Giuseppe Cesari , il compianto musicologo e critico del « Corriere della Sera » , mio amico e collega di studi musicali al Conservatorio di Monaco di Baviera , dal quale siamo usciti laureati e maestri di musica ambedue nello stesso giorno , era anche lui di Cremona . Nel centro di Cremona sorge il Torrazzo , o torre campanaria , meraviglia e simbolo della città lombarda . È un superbo campanile gotico . Il più alto d ' Italia . Il Torrazzo ha figliato il Torrone , squisito mastice commestibile ( per chi ha buoni denti ) conosciuto in tutto il mondo civile . Ma a Cremona c ' è anche l ' insuperabile mostarda , denso intruglio di frutta cotta e di senape eccellente durante le cene d ' inverno con il cappone o il tacchino lesso , oppure col manzo o il cotechino . Ne van pazzi i nonni e i ragazzi . A tavola , in cucina , magari , la mostarda domestica riscalda la bocca , le budella e il cervello , come fa l ' alcool . Dà dell ' allegria e dello slancio familiare a questi simposi di stretto parentado e diffonde per tutto l ' essere un ' euforia feerica da cenone di Natale . Com ' è uso vecchio e tenace di tutte le piacevoli città della bassa : Cremona , Piacenza , Parma e soprattutto Mantova , che son piene di buone cose da mangiare , e hanno il culto della tavola . Dopo , viene il teatro , l ' opera e il Trovatore di Verdi , col quale la mostarda di Cremona ha in certa maniera molti punti di contatto lirico . Ed eccoci finalmente arrivati alla musica , ragione non ostante tutte della nostra venuta qui . « Inaugurazione solenne del nuovo organo , e concerto nella cattedrale alla presenza di S . M . la Regina Imperatrice » . Imbandierata fino ai tetti , lieta e calma sotto la pioggia , con tutta la popolazione schierata onestamente lungo la strada ( cittadini e campagnoli che volevano vedere la Sovrana ) , Cremona aveva un aspetto festoso , composto : veramente di farsi onore . Quando la macchina della Regina spuntò , passò un fremito su tutta la folla , e un grido corse e si propagò , grido della folla alla folla , da un capo all ' altro del percorso : « chiudete gli ombrelli » . Era come dire , scopritevi dinanzi a Elena di Savoia , e aver le mani libere per applaudire . L ' automobile reale che procedeva a passo d ' uomo veniva continuamente circondata , le donne e le bambine le prime , in un impeto d ' amore popolare davvero commovente . Guardie di città e militi avevan non poco da fare per aprire colle buone la strada alla Regina , la quale dietro il cristallo sorrideva e inchinava gentilmente il capo a tutti , incontrando gli occhi negli occhi , la fedeltà incantata e gloriosa delle popolane venute a ringraziarla . Accoglienze e risposta così felice e sincera , non l ' ho vista mai invita mia . Un incontro , e una giornata fu questa che resterà a lungo nella memoria di questa ritrosa e degnissima città . Dopo il concerto in Chiesa , ebbe luogo la chiusura della Mostra , che credevo Stradivariana , e invece era quella dell ' Ottocento , promossa dagli antiquari . La Mostra Stradivariana purtroppo era chiusa da un pezzo : ero venuto apposta a Cremona dove non c ' era più neanche un violino da vedere . Tutti gli istrumenti preziosi avevano preso il volo . Andai al Museo dove c ' è una vetrina con gli arnesi della bottega di Stradivari . Allora cercai qualche altro . La casa di Stradivari era stata demolita dal tempo dei tempi , la chiesa dove c ' era la sua tomba anch ' essa era scomparsa , e demolita era pure la tomba , dalla quale nel momento di scoperchiarla venne alla luce in tutto soltanto un teschio , che un ladro sconosciuto afferrò e scappò via , né venne più rintracciato . Strano destino di quest ' uomo leggendario del quale ormai si sa soltanto che aveva un gran naso : pare di sì , un gran naso . X .. Il Melodramma italiano è un ' opera d ' arte tutta speciale , costruita sul ciglio d ' un abisso di ridicolo , ci si sostiene a forza di genio . Da un secolo , questo equilibrio prodigioso si verifica . È qualcosa come del combustibile : s ' accende per confricazione fra ribalta e platea , fra un tenore e il loggione . D ' effetto vivo ed immediato il Melodramma è fatto di quella musica che si chiama da Stendhal fino ai nostri giorni la musica fisica : categoria nella quale primeggiano Rossini , Donizetti e Verdi . In un certo senso e durante un certo periodo , per un popolo come il nostro il Melodramma è stato per così dire la « Macchina infernale » . I piccoli teatri di una volta eran se si può dire delle rosticcerie del sentimento pubblico . Un podio da saltimbanchi , quattro lumi a petrolio , e qualche testa da morto bastavano all ' uopo . Fra il pubblico e gli artisti in un lampo s ' avverava il contatto : ed eran gridi , abbracci , fischi , baci e coltellate . Oggi il Melodramma vive i suoi tardi giorni , pieno d ' acciacchi - - ma vive ancora : crudo , concreto , atavico - - così com ' è , e come è sempre stato . Sarà certo meno antico del Colosseo per esempio o della Torre di Pisa , ma è più vecchio , infinitamente più vecchio . Dicono , il Melodramma sta per morire tira le cuoia tal quale Don Chisciotte . La macchina infernale non funziona più : non dà fuori più altro che orina e fetore . Nel calore dei termosifoni e dei ceri che bruciano intorno al catafalco del Melodramma , crebbe continuamente e aumenterà l ' ansia funebre e l ' attenzione del pubblico . Oggi che il nostro teatro è diventato un arsenale da rimpinzare per dar corpulenza allo spettacolo , una palestra , un ' arena , un « cantiere del fare e disfare » . Oggi che bisogna gonfiare le gote , puntare i piedi , forzare la voce , in mezzo a un orribile , agitato e costoso meccanismo scenico , che entra in campo con tutto il suo legname , i suoi chiodi , le sue martellate , i suoi impianti idraulici , i suoi ascensori i giganti , e i suoi trabocchetti che fumano a nubi di acre vapore , invadendo di starnuti l ' ambiente . Quest ' opere eran scritte con una verve inimitabile , con una abilità grandiosa e meticolosa ad un tempo - - i punti di ricamo , le pitture , i colori , i lustrini preziosi , le cadenze fuori uso formavano un insieme d ' apparenze straordinarie e irresistibili - - i vezzi originali del Melodramma fan presto a diventare vizi abbominevoli , le qualità giovanili a diventar difetti . « Effetti della metempsicosi » che fa girare il mondo , vediamo coi nostri occhi il rovescio della medaglia . L ' opera diventò tutta una rete d ' inganni e di disinganni , una congerie di trucchi - - l ' ispirazione innegabile , la stessa sincerità si misero a guardar storto , e ti sembrò sospetta . Erano opere che ormai facevan paura queste dell ' Ottocento : c ' eran delle toppe logore e delle nudità commoventi . Carne ce n ' era ancora sotto : e sangue lento che tremava di morire . Si tratta di coglier l ' opera sull ' ultimo guizzo vitale e di scaldarla col fiato . Così l ' un dopo l ' altro caddero i melodrammi del glorioso Ottocento . - - Non tutti però - - anzi alcuni di Verdi rinacquero come l ' araba fenice dalle proprie ceneri . XI Trovatore Così in questo Trovatore , Eleonora , Manrico , Azucena , Il conte di Luna , e persino Ferrando ( il basso ) , sono i sacripanti immortali di un palcoscenico eterno , del quale Verdi ha gettato le basi , eretto l ' arco , e acceso le luci miracolose , d ' un gesto solo , d ' un gesto onnipotente . Nel Trovatore non si riesce a scoprire la molla e gli ingranaggi primi del movimento sorprendentissimo che lo anima tutto e lo fa vibrare come un battello in partenza . Ecco dunque che cantare , qualunque sia la parte , in quest ' opera che sta in bilico sopra un abisso , è cosa pericolosa , anzi quasi altrettanto mortale come il gioco della « corrida » . Ci vogliono l ' occhio , o l ' orecchio , la sveltezza , il fiato , e il coraggio di un toreador . Chi sbaglia la mira d ' un pelo , crolla sotto le cornate del pubblico , e non si rialza mai più . Quando Verdi ha per le mani dei soldati o degli armigeri soltanto li tratta con gran conoscenza del loro fiero mestiere , e ne fa degli animosi coristi : e viceversa , che è quel che conta . Si può dire che attraverso i cori soldateschi delle sue opere egli abbia contribuito a formare , ottant ' anni fa , il giovane esercito italiano , in quel suo caratteristico aspetto , movimento e ardore che ancora oggi vale . Caserme , bivacchi , corpo di guardia , schieramento , sfilate , scaramucce , baldorie e battaglie hanno un calore popolaresco , un piglio , un tono crudo ma cordiale , un ' allegria robusta e franca , e una naturalezza generosa e poetica particolarmente nazionale . Densa e straordinaria è , per esempio , la prima scena soldatesca nell ' opera il Trovatore . Dal punto di vista musicale è un vero primo tempo di sinfonia , perfetto : d ' un risalto e colore teatrale , strepitosi e bui insieme . Il Trovatore si fa tutto al disopra del libretto , per evaporazione lirica . Il canto scavalca il testo , lo espelle , lo distrugge : la musica fa il dramma da sé sola . La vicenda , trae tutta la sua virulenza dal ritmo , e non si può raccontarla , o spiegarla per mezzo di parole , mentre si capisce in un lampo attraverso l ' esecuzione sonora . Il barocco libretto non è che l ' elemento occasionale che provoca l ' esplosione , e dietro quella ricade annientato ( dispersione confusa di rime , sillabe e balbettamenti ) e scompare senza traccia per sempre . Poi , quel che è stato è stato : il libretto non esiste più . Ma c ' è l ' opera viva , immortale . Quest ' opera è divisa con magistrale rigore , in quadri , in scene , in atti isolati e contrastanti - - staccati e definiti in modo irreparabile - - ognuna di queste parti , organismo bloccato , fa corpo totale , ermeticamente chiuso in suoni , voci , movimenti e portentosi silenzi . Ogni parte del Trovatore è un quadro senza cornice , nella sua luce di rogo , o di luna , o di fucina , o di crepuscolo , o di prigione . Visione fonda improvvisa , e d ' una evidenza surreale . Opera dove tutto è diretto alfine immediato dell ' effetto : senza preparazioni , preludi , introduzioni , interludi senza ricorsi tematici , o commenti orchestrali , e senza rallentare di danze , o indugi , e diffusioni di coreografie . È il teatro dei suoni in atto : la musica piroetta e si proietta in fatti . Fatti sonori : d ' una intensità e interesse che colpisce , centra e sconvolge ogni ingenua immaginazione . E come si attacca la materia amorosa , e fa presa , e morde tesa , e feconda . Intermediari , cultori , dottori dello stile , contrappuntisti , storici , controllori analisti , sprecan tempo e fatica su quest ' opera che non si lascia legare , né sta ferma sul tavolo anatomico . Col Trovatore la scienza non fa un passo avanti , anzi ne fa uno indietro . Qui non c ' è progresso tecnico , né novità , né riforme di procedure , né ricerche , né conquiste istruttive . La fattura è più che normale , anzi è ovvia addirittura . Qui non c ' è edificazione studiata , ma crepitio di genio : tanto genio che grandina . Quest ' opera , tutto corallo , vien su dal suo tempo improvvisa come una emersione vulcanica . È un fenomeno caotico ogni volta , sotto una pioggia di fuoco e di lapilli . Purtroppo negli ultimi anni le esecuzioni di quest ' opera partecipano dell ' incertezza generale . Forse per la buona musica son brutti momenti questi , non basta la buona volontà . Alla domanda : - - Come si fa il Trovatore ? Rispondiamo : - - Se ne è perduto la ricetta . Tuttavia , l ' altra sera , al Teatro Reale dell ' Opera , il Trovatore prese fuoco e saltò , come un barile di polvere . Tra schianti , chiarori abbaglianti , turgido e un nugolo di scintille . Insomma fu una recita ben riuscita . Il pubblico romano non ce la fece a resistere - - fu commosso fino all ' entusiasmo - - e il successo avvenne , e si formò metereologicamente , nel cielo del teatro , come un temporale , e scoppiò molto clamoroso alla fine . XII Una cronaca che fa proprio al nostro caso Se dovessimo dar la stura alla nostra meraviglia , e alle nostre descrizioni intorno a quest ' opera incomparabile di Verdi , dieci pagine non basterebbero . Ma saremo brevi : Ecco qua : la Traviata è appena cominciata , il maestro concertatore dirige , per così dire , a barchetta , scrutando il palcoscenico , da vecchio lupo di mare che voga fuori del porto : lo sguardo sempre addosso ai cantanti più celebri , cercando di scoprire le loro orgogliose intenzioni . Perché son proprio i più celebri quelli che potrebbero fargli qualche scherzo : sarebbe a dire , per esempio , che potrebbero saltare a piè pari mezza battuta , o uscir di tono così sensazionalmente come può uscire dai gangheri un illustre portone . Sulle immacolate tovaglie , fra le camelie in fiore della casa di Violetta , scintilla il Frascati d ' oro . A tavola tutti . Un brindisi . Il coro si mette il tovagliolo , impugna il bicchiere vuoto , e canta : « Libiamo libiamo nei lieti calici ... » , mentre la prima donna , meravigliosamente giovane , lavora di gorgheggi , spensierata e febbrile peccatrice sull ' orlo d ' un precipizio . « Verdi è sempre Verdi » , sospira una dama dietro la nostra poltrona . « Amen » , rispondiamo con la voce bianca d ' un chierico che serve la messa , guardando contriti il teatro riboccante e silenzioso al pari d ' una chiesa durante la sacra funzione . La gran sala , fin su agli ultimi capitelli , appare tutta carica di volti protesi , e da un momento all ' altro diresti che si muove e si mette a ruotare come un ' immensa girandola , travolta in una voragine d ' ebbrezza e d ' entusiasmo , striando la penombra con le sue sete splendenti , le sue gemme , i suoi occhi lucidi , i suoi sparati intangibili , le sue lunghe braccia guantate , e i suoi tenui lampadari lunari a ogni balcone . L ' attenzione del pubblico è incatenata e supina , e son rari gli istanti in cui la folla ha la forza di liberarsi dall ' ammirazione religiosa per tradurre in un grido la propria riconoscenza . Sì , Verdi è sempre Verdi . Però qui , niente retorica , né enfasi , né trivialità focosa , né fervore coreografico : qui invece frivolezza profonda , vezzi , pungenti melodie , banchieri , baccarat , risate di cristallo , biancheria di bucato , bel mondo , buone maniere , mal sottile , amore e morte . Nella Traviata c ' è mischiato il magro e il grasso a grandezza naturale . E l ' ispirazione che regge questo miracoloso equilibrio è la più sincera , la più nuda , la più elegante e ritrosa che ci sia . Per quel che riguarda la sua consistenza e struttura , quest ' opera potrebbe galleggiare sull ' acqua , come Ofelia . Come Ofelia quest ' opera muore d ' amore . Ebbene , durante la recita , quando il successo iperbolico va su fin alle stelle : al critico non resta più altro da fare che muover le sue obiezioni al progresso teatrale , alla musica d ' avanguardia , all ' arte nuova , scientifica e senza cuore , che , pur essendo recente , è ormai rimasta l ' ultima , in coda al vecchio repertorio . Sul finire del dramma , un clamore altissimo di carnevale batte alla porta chiusa della dimora dove Violetta si spegne oscuramente ; in uno scorcio fulmineo intravedi le notturne mense imbandite , che la malinconia minaccia , dai tempi di Chopin . Quest ' opera è un capolavoro , modello compiuto e perfetto d ' arte e di sentimento , l ' opera più italiana che ci sia . Fatta di musica viva , sempre presente e connessa alla realtà teatrale di ottant ' anni fa . I suoi canti emergono oggi dal pelago concitato e inconcludente della produzione moderna , più teneri e commoventi che mai . Cadeva il sipario sull ' ultimo accordo dell ' opera , e ho visto coi miei propri occhi lacrimar donne , vecchi e ragazze , e i professori d ' orchestra levarsi adagio adagio , pallidi , trasognati , tenendo il loro violino come si tiene un ombrello : non si rendevano conto che la recita era finita . 3 XIII .. Benché le altre arti esistano nel presente e nel futuro , direi che la musica è piuttosto impegnata nel passato . La sua potenza evocativa va ben lontano da noi , torna indietro , ci rapisce , e noi ne siamo trasportati volta per volta al di là di ogni espressione . In questo senso retroattivo , Verdi è il musicista per eccellenza . Nessuno è più popolare , più sconvolgente di lui . L ' intera razza umana pende dalle corde della sua chitarra . Il suo genio si rivela senza preamboli . Di colpo , come gli sorge dentro . E nelle sue opere c ' è musica d ' ogni prezzo , d ' ogni misura , per tutte le borse e per tutti i livelli sociali . Poi , verso la fine dei suoi melodrammi , è uno schianto : la commozione spezza i cuori di pietra , e le lacrime calde piovono dirottamente . Verdi tira avanti senza circonlocuzioni . Non sa di etichetta , non ha il mazzo delle chiavi d ' oro , non ha il carnet delle formule magiche : con un colpo di spalla butta giú le porte , calpesta la legge , i divieti e , in cambio , appaga l ' istinto . I suoi difetti e le sue qualità hanno radici profonde nella nostra terra . Estirpare i primi vuol dire distruggere anche le seconde . Ma quanta consapevolezza in lui . Uditelo . « Non bisogna esagerare , - - scriveva Verdi , - - nella smania di voler ogni cosa perfetta , perché si corre il pericolo di compiere ben poco o di non compiere nulla . La natura , la sincerità di un maestro si rivela mantenendo pressoché intatto ciò che gli è uscito spontaneamente dal cervello , molto meglio che tormentando instancabilmente ciò che egli ha fatto . Anzi , nell ' alternativa di cose un po ' basse con altre elevate ; queste s ' avvantaggiano di più nel contrasto . Io non istento a credere che alcuni poeti abbiano calcolato su simili effetti » . Così , serenamente , Verdi riconosceva che la sua opera resterà per sempre incompiuta . Siamo sulla via di Sant ' Agata dove « Omnibus » ci ha mandato in pellegrinaggio . La campagna , in questa stagione , è disseminata di alberi spogli e stecchiti . C ' è l ' aria dolce delle buone e brumose giornate d ' inverno . Ecco Sant ' Agata fra la nebbia . E pioppi molto alti che van su nella nebbia , e salici ossuti che annunziano la vicinanza del Po . Qua e là , nel torpore , casolari dai vecchi muri porosi . Curiosa sensazione di periferia . La campagna giace , per così dire , con l ' acqua alla gola . Dorme quasi affogata . Come non immaginare Utrillo , alle inferriate del manicomio , contemplare questo paesaggio sparuto e malinconico ? E pensiamo , da questi luoghi , al sacro respiro dei corali di Verdi , alla veemenza dei suoi concertati tradotti in disegni larghi , esatti , al realismo e alla concretezza di questo grande uomo . Gli insegnanti del Conservatorio di Milano dissero che egli non aveva attitudini per la musica , e che non possedeva alcuna abilità . Non aveva che del genio . Troppo poco per dei professori e dei critici . Una gran buona fede patriottica gonfia , gonfia quei suoi corali smisurati e provinciali . Busseto . Questi grossi paesi , o piccole città , han dei viali , dalla stazione all ' abitato , che non finiscono più , e bisogna farli a piedi : coi piedi nel fango dove serpeggiano e guazzano , senza cascare , dozzine di ciclisti intabarrati , contadini per lo più , col naso rosso e il cappellaccio sugli occhi . È un giorno festivo , e nei campi non si lavora . Un silenzio diluito vigila a mezz ' aria . Sciami di uccellini scivolano giú con volo incerto , ondeggiano , non sapendo dove posarsi , e si cacciano impauriti fra i rami di qualche alberello senza foglie , scomparendo in fila come un ventaglio che si chiude . Tutto questo scenario in dissoluzione par pieno di lividi fantasmi che svaniscono fra densi vapori . Lembi cenciosi di nebbia scendono sino a lambire le siepi . Il suolo non è più che uno specchio rotto , nero picchiettío di pozzanghere e di rivoli che , seguendo il pianeggiare del terreno , si versano gli uni negli altri . Qui c ' è posto per i panoramici corali verdiani , dove dondola uguale la cadenza del buon senso del nostro biblico Ottocento . Camminiamo da più di mezz ' ora verso Sant ' Agata che è a tre chilometri da Busseto . Un torrente d ' acqua piovana cola fra due profondi argini erbosi . È pieno di canne selvatiche e forse di anatre . Qualche cane da caccia corre , col muso in aria e la coda dritta , lungo le rive , verso il Po che deve essere colmo a straripare con questa stagione . Il piccolo campanile di Sant ' Agata suona allegramente , alla rinfusa : è un concerto argentino nella nebbia del cielo tutto ugualmente madido di caligine fino all ' orizzonte . Le galline strepitano dai pollai , squassando le ali bagnate . Belle galline grasse da brodo , che fan conversazione fra di loro , razzolando imperiosamente sulle concimaie . Giungono talvolta , al nostro orecchio , rotti e ovattati discorsi di ciclisti lontani . Poi , ad un certo punto , ecco suonare una grossa campana , quella di Busseto . Quei rintocchi lenti e funebri fan venire in mente il « miserere » del Trovatore . Invece , è proprio mezzogiorno in punto . Molte opere di Verdi vennero rappresentate cinquant ' anni fa per l ' ultima volta . Non caddero , ma furono abbandonate . E non se ne parlò più . Non vennero sepolte , ché non erano morte definitivamente , né vive sembravano più essere . Rimasero fuori rotta , in quarantena . Chiuse , aspettando . E il tempo non le ingoiò . Luisa Miller , I due Foscari , Macbeth , Nabucco ... Erano ricche , nobili e salde , nutrite di quella vena inesauribile e popolaresca che distingue il miglior Verdi e durarono più della loro condanna . Armate di ferro e d ' argento , con tutte le vele spiegate , sonanti come tante navi in partenza , queste opere bussetane e genovesi rientrano , una dopo l ' altra , sontuosamente in servizio , dopo cinquant ' anni d ' inedia , che non le distrussero né le accasciarono . Non fu necessario ritirarle a secco per le riparazioni d ' uso . Non presentavano avarie o deterioramenti , né di fuori né di dentro : erano intatte . E più che nuove , apparvero . Rafforzate dalla stagionatura , e in istato di riprendere il mare ; passando in bilico perfetto , e galleggiando valide , maestose e dolci dinanzi agli occhi stupiti del mondo , del mondo moderno . Questa fenomenale attualità e questo adattamento ad ogni tempo e luogo della musica di Verdi , mi ricorda un episodio lontano della mia vita a Londra . Ero arrivato lassú con una giornata come questa , brumosa , silenziosa , invernale . Il tassi mi aveva deposto in uno square deserto e buio . Eran le otto di sera . Cercavo un albergo nei pressi , e non si vedeva niente . Tutto chiuso . Sabato festivo . Queste son le ore terribili per chi rimane sul lastrico , a Londra . Sono le ore dei pasti . Si subisce la regola . La legge dei focolari non s ' infrange in questa città ordinata : chi è dentro è dentro , e chi è fuori ci resta . La strada londinese in cui mi trovo , vapora e fumiga come una concimaia . La nebbia sale , turbina lentamente , si addensa e vela i lampioni . La nebbia infradicia tutto . Le fiammelle han guizzi di agonia , e i vetri si bagnano man mano : si bagnano di pianto . La strada diventa un teatro , un teatro sprangato , sommerso , fra apparizioni natanti e dissolvenze feeriche . Ogni formasi stacca , naviga senza peso , sparisce . Non ci sono più case , non ci son più muraglie , né cancelli , né cielo . Dall ' alto , qualche raggio di luce polverosa cola giú serpeggiando come il gesso , in questa cupa marea caliginosa . A un tratto , tutta la zona echeggia . C ' è una voce : umana o divina ? C ' è un ' arpa , nella nebbia ; lo spleen , la nostalgia dell ' ultima canzone della Traviata di Verdi . La voce è d ' una donna , d ' un ragazzo o d ' una sirena ; ma così forte , giovane , disperata , in questa colossale solitudine , che mi domando : è un concerto o un naufragio ? Sono lí a due passi i musici ambulanti , italiani . Potrei quasi toccarli , ma non scorgo , aguzzando lo sguardo , che una rorida parvenza che ondeggia e sfuma , argentea , piramidale , forse l ' arpa . È ancora il lembo di un povero scialle di lana . Spettri , fantasmi , sull ' orlo del marciapiede . La strada , tutta impregnata di miasmi , da un capo all ' altro trasecola , riecheggia , e tace a lungo . Intanto qualche spiraglio si schiude , lassú , dove son gli abbaini : ombre bianche s ' affacciano : fatue movenze . Dal cielo invisibile piove a poco a poco ; e comincia una caduta lenta di palanconi . Solennemente , come in un incubo che s ' allenta , tintinnano sull ' asfalto le monete : son gli angeli delle soffitte , le cameriere e i facchini di questi hótels di lusso che buttano , senza interruzione , i loro risparmi ai misteriosi musici della strada deserta e sommersa . Finalmente siamo a Sant ' Agata , davanti alla villa di Verdi . Traversiamo un ponticello . Ci viene aperto un cancello . Entriamo in un cortile , e un cane ci fa festa . La custode ci introduce nella vecchia casa di Verdi , dove non c ' è nessuno , dove tutto è conservato puntualmente , in bell ' ordine , e spolverato ogni giorno col piumaccio . Ci accorgiamo subito di essere in una casa ancor viva e abitabile , non in un museo . Ecco la camera da letto col baldacchino , il pianoforte di Verdi , la sua camicia da notte , i bei mobili neri . La rastrelliera con i fucili da caccia . In un angolo , i bastoni d ' un gentiluomo di campagna , e , in tutto l ' arredamento , non c ' è nulla che ricordi il cattivo gusto dell ' Ottocento . La porta aperta sul parco ci dà un senso confuso di attesa e di presenza . Tutto questo parco ozioso , appisolato nella nebbia , è quasi più alto che largo , sì , d ' una statura altrettanto incredibile quanto la sua vecchiaia : alberi venerabili e giganteschi dalla scorza rugosa e durissima , che la mano stessa di Verdi piantò , forse cento anni fa ; tortuosi viali coperti di foglie bagnate ; solitudine signorile , una forza di terra antica e riservata , e l ' odor grave e intatto dell ' autunno immobile intorno alla villa del Maestro , dove tutto respira come se fosse ieri , e l ' atmosfera eterna di lavoro e di pace dell ' artista che l ' abitò durante cinquant ' anni . Una lunga pipa di schiuma , in un astuccio aperto e foderato di velluto rosso , sta sul pianoforte . « To , Verdi fumava , era un fumatore ? » « Oh , no , - - mi dice la custode . - - Nella sua prima giovinezza Verdi era di costituzione molto debole . Soffriva di mali di gola , e non fumava che qualche trabuco dolce , di tanto in tanto , e con tutta la precauzione » . « più tardi , la sua salute migliorò , diventò buonissima ; e nell ' età più avanzata , Verdi era robustissimo e molto resistente al lavoro » . Il suo mestiere di compositore , insieme a quello di contadino proprietario , le lunghe passeggiate sulle sue terre , ch ' egli percorreva sovente a piedi e qualche volta in vettura per sorvegliare i lavori , gli avevano restituito completamente le forze del corpo e dello spirito . Verdi non ha mai avuto una decadenza . Fino a ottantasette anni godette di una salute straordinaria . « L ' ho visto vecchio soltanto sei mesi , - - mi dice il dottor Carrara Verdi , suo nipote , - - cadde giú dopo la morte di Re Umberto . Non si riconosceva più . E , poco dopo , morì anche lui » . È una gran fortuna che non ci sian cimeli , né alcuna messa in scena postuma , in questa bella casa . Tutto è allo stesso posto originale , di dimora semplice e tranquilla che funziona . Si aspetta quasi che il padrone rientri dal giardino . Ci sembra davvero che , da un momento all ' altro , Egli possa rientrare col suo gran cappello di feltro , e la sua figura accigliata e benevola . Sulle mensole ci son due statuette di bronzo : Manzoni e Vittorio Emanuele II . Alle pareti , c ' è un ritratto di Crispi . Sotto campane di vetro , ci sono gustose terrecotte napoletane . « Sono tutte cose regalate » , mi dice la custode sottovoce . Tutto è rimasto tal quale dal giorno che se ne andò . E tutto qui lo aspetta , anche gli alberi nel parco . E cresce un po ' l ' inquietudine come se , dopo trentasette anni della sua assenza , dovesse ritornare da un momento all ' altro . E sulla scrivania , c ' è un cartoncino sul quale Verdi ha scritto con una calligrafia senza disinvoltura . « Un tedesco che sa , sa troppo . Un russo che sa , è un pericolo » . I Parigi Parigi , superficie lucente ammantata di schiuma e di bave sanguigne , che ruotano leggere intorno a tetri monumenti come il velo febbrile degli stagni intorno ai piloni dei ponti . Parigi , umida nebbia , atmosfera di tisi , sotto la tua carezza le negre vagabonde impallidiscono e van pigliando il colore del cedro affumicato . Eccitamento , estenuazione , delirio . I gridi disperati delle tue vittime sembrano affievolire sotto il tuo cielo sordo . Al levarsi del tuo giorno malato , un problema s ' affaccia , sempre lo stesso problema : non perdere terreno - - il pane da guadagnare , la gloria da difendere - - e tutto da ricominciare . Già all ' aurora , dietro le verande dei caffè , in quelle innumerevoli gabbie di vetro lavate dalla pioggia , mille donne sedute davant all ' apéritif bivaccano aspettando la sera . Donne calate dalla Normandia , dal paese di Galles , dal Perú , provenzali , spagnuole , donne di tutto il mondo , creature che sembrano venir giú dal cielo all ' ora dell ' Ave Maria , sboccano dalla chiesa della Madeleine e scendono come un fiume inesauribile i grandi boulevards . Tutte riconoscibili alla divisa dell ' ordine , l ' eleganza , esse portano , a guisa d ' armature , diademi e cinture d ' argento . Con un ritmo sacro , incessanti cortei di cortigiane , popolo di demoni , mandre belluine s ' inoltrano , come le belve spinte dal bisogno , a invadere la strada . E fluttuando lentamente , sommergono i marciapiedi . Son le milizie che ogni sera conquistano Parigi , sacerdotesse dell ' amore che cercano inquietamente negli occhi della folla che arranca contro corrente la promessa d ' una cena eventuale . Sotto torrenti di luce un pensiero , le assilla : come vivere oggi . Parigi è l ' oceano umano dove ogni certezza va a picco . Nessuno è sicuro di sé . Ciascuno dubita , ma non si scopre né si scoraggia mai . Sempre in armi ; al lavoro con instancabile lena . Ogni esitazione è fatale . Leggerezza e noncuranza fan maschera ai volti - - ostentata malvagità delle parole , e onore sulla punta delle spade - - così ciascuno , avido e guardingo , giuoca il suo giuoco , da un ' alba all ' altra sotto pena di perdersi nelle ventiquattr ' ore , di veder precipitare il proprio nome . Il ridicolo e la fame , ecco il pericolo . Basta un gesto infelice , un malessere , una confessione ; e però con quanta arte , con quanta felina destrezza costoro schivano i fulmini dell ' avversa fortuna . In questo clima che demolisce un ercole , e fa ammuffire l ' aria intorno alle lampade ad arco , in questo clima che conferisce un aspetto livido a tante facce affrante , la buona educazione e la vivacità galante son di prammatica . Fra questo popolo sì ragionevole e umano ci sono degli occhi che dardeggiano come quelli dei topi appestati . In questo vivere da far paura ad un forzato , un verminaio innumerevole si affatica da mane a sera . E la fatica diventa veleno e il veleno odio . Miseria , angoscia , sangue e coraggio sublime , van su alla superficie e brillano di uno splendore sinistro . Allora si vedono degli individui strani ritirarsi in certi grigi casamenti , chiudersi in una stanza e vivere degli anni lontano dalla strada e dal mondo . Fortificati fra uno scrittoio e un muro , tracciare delle linee , fare dei calcoli , ingiallire come l ' avorio , e perdere i peli , alimentarsi di chimica e di caffè , e scatenare dai loro quaderni aperti , rivoluzioni , cataclismi oscuri e leggi nuove , e idee che durano e sfavillano remote come le stelle su questa babilonia immortale , dove , per riparare a tanti stomachí sfondati , a tante teste che girano la cucina s ' è fatta delicata , squisita , omeopatica . Qui si succhiano gli ossicini degli uccelletti marci , si cavano ingordamente le lumache dal guscio e si finisce la cena con del formaggio fetido . Come qui si lavora , e con quale dispendio di forza e di spiriti ! Ognuno sfrutta se stesso al massimo grado . Si trae dalla propria salute tutta la rendita e se questa non basta s ' intacca il capitale . Si rischia all ' occasione anche il patibolo . Non si teme che il vuoto , il marasma , l ' inedia . Superando il disgusto e la nausea si avanza a marce forzate verso la morte : ebbene , eccola una grande città ! E tutto questo immenso lavoro vien fatto per creare , ogni dí , la modernità , per ringiovanire la vita , per reintegrare le illusioni cadute , le speranze avvizzite , per utilizzare e rendere innocua l ' eternità . Apparenza , menzogna e fatuità fan da scenario , sono i vessilli eroici di tutti questi martiri ; ma nel fondo , nel fango , strenua resistenza , sacrificio stoico , dolore e grandezza . Mai rinuncia , sconforto , diserzione . Sempre avanti , a denti stretti , trattenendo un singulto ; fischia il vento attraverso gli anni e lacera l ' esistenza ; sempre di corsa verso il denaro e la celebrità . Allora si capisce come questa popolazione non sia prolifica , si capisce l ' isteria , le crisi politiche , la ferocia e le anomalie di questa razza raffinata e cagionevole . Parigi sorge invidiata , si trasforma da un ' ora all ' altra , crolla di volta in volta e tuttavia cresce sempre , e ingrandisce in fretta il suo raggio . Profondo e fragile specchio che accoglie la luce del mondo , Parigi sfida il tempo : e poi si dice che il tempo si vendica di quel che fu compiuto senza di lui . II Moulin Rouge Sulle insegne luminose di Montmartre turbina un impetuoso nebbione violetto . È il cielo basso di Parigi , il cielo che non può dormire e ha le palpebre bruciate di fatica . Dal boulevard che arde come una fornace vengono su buffate d ' incendio , e clamori assordanti di folla . Il cielo s ' agita fra le sue coltri di nubi . Scintille di tizzoni l ' avvolgono e mettono fuoco al suo lenzuolo . Attaccato ai parafulmini , il cielo di Parigi si sporge di tratto in tratto sul vuoto e fa alla strada delle grandi smorfie meteorologiche . I lampi di magnesio scuotono e fan guizzare i vetri : le leggende ­ réclame volteggiano infiammate , sembrano vacillare e rianimarsi al vento , brulicano come vermi lucenti intorno ai cornicioni delle case . Qualche vecchia facciata balza innanzi , livida , e vibra per un attimo come metallo fuso . Fra i bizzarri edifici chiamati in causa così bruscamente da un proiettore che spalanca il suo occhio e si spegne , ce n ' è uno , più stravagante degli altri , color sangue di bue , un padiglione che fuma e frigge , come una rosticceria , avvolto nel fuoco dei bengala . Due mulini a vento presidiano come due corpi di guardia il raggiante portale dove la gente entra come da noi la domenica in Chiesa . È il Moulin Rouge . Il Moulin Rouge apre i suoi battenti alle tre dopopranzo . I nottambuli accecati dal sole , con un salto riparano là dentro . Nel dancing si respira ancora l ' aria della notte . Il luogo indefinito annega in un lucore sulfureo e ferale ; sembra di essere alla foce d ' un fiume nell ' ora del tramonto e benché manchino i pipistrelli a guazzare fra quei vapori palustri , due mulini olandesi , che si drizzan là in fondo , bastan a darci l ' idea d ' un paesaggio disteso . Le pale , incrostate di lampadine rosse , continuano a girare lentamente e , moltiplicate negli specchi , che sonnecchiano nella profonda penombra della sala , han l ' aria d ' un fuoco artificiale che si sgrana e piove adagio adagio . Quando la musica attacca , il dancing si riempie come una piscina . I danzatori scendono a precipizio le scalette di quattro o cinque gradini e si buttano tra il pubblico che balla . È l ' atto di chi vuole annegare . Stando seduti a un tavolo si può contemplare dall ' alto lo spettacolo . Languide coppie , flutti amorosi , marosi densi di schiuma , amplessi , cuori spezzati , abbracciamenti di naufraghi , e sorrisi morenti ; smarrite figure di efebi , ricciuti come gli agnelli , che nuotano appaiati ; linfatiche fanciulle che balbettano in quel bagno cocente ; l ' una all ' altra allacciate , esse si chiudono come i fiori la sera in una stretta che non si allenta più . Marinai di Toione , branchi di cortigiane , negri della Martinica , carbone nella farina , arrancano in schiere fitte . Americani del sud madidi di sudore e gente d ' ogni razza , stranieri che han perduto il nome e le radici , galleggiano inerti e colmano di procelloso letargo quest ' ultimo peno boreale . I riflettori sembrano frugare in quel vivaio mostruoso che fa corpo e cammina a rilento come un immenso camaleonte . Le ali dei mulini rimuovono e sospingono la calca . Si macina davvero là dentro , si macina , con un accanimento pesante , sonnolento . I suonatori del jazz ­ band imitano alla lontana gli urli di un ' orda indiana , e il saxofono a solo , ripete le obiezioni , i lagni e le risate d ' un ottentotto che soffre il solletico . Le più strane vociferazioni istrumentali ripercosse dalle gole dei monti s ' estinguono nelle aperte campagne . Fu dopo l ' armistizio che capitai la prima volta in questo luogo . La virtú come un uccello preso al vischio , batteva le ali e perdeva le penne : ma , come erano belle le giovani donne quel giorno ; e nei ballerini , quanta eleganza caduca . C ' era passata la guerra , la febbre spagnuola , poi s ' era abbattuto sul Moulin Rouge il fuoco bianco , la nevicata leggera e diaccia degli stupefacenti . L ' amore al suo apogeo s ' era gelato là dentro . Ti pareva vedere le grandi ondate impennarsi , frangersi nell ' angelico tango , l ' una sull ' altra , come cristallo . Un assideramento , un ' angoscia solenne regnava nella sala . Colavano tutti con una acquiescenza collettiva verso l ' orlo d ' un mondo che finisce , quei danzatori , e sembravano poeti , condannati a morte , spoglie di preti annegati che vanno alla deriva . Oh , quel silenzio di tante bocche aperte , o premute contro altre bocche ! Il pallore di quelle facce che volteggiano abbagliate e cadono nel segno di zone oscure e calde ! Non un grido che rompesse l ' alta veglia . Il silenzio di quella folla bagnata nella luce dolce dei fari era il silenzio eroico di una ciurma che danza su un battello che affonda . Oggi la mise en scène è la stessa , e a dir la verità tutti gli apparati vieux jeu sono a posto e badano a funzionare , ma la clientela è cambiata ; le pale girano invano cercando di riprendere la rotta d ' una volta , i tempi sono scarsi e il Moulin Rouge non è più il mare , l ' inferno , l ' eternità del piacere ; le chimere alate che accompagnavano quel viaggio interminabile sono dileguate . Il « dopoguerra » è finito con tutte le sue prodigalità e i suoi vizi ; eccola quasi sgombra nel riverbero bieco , la gran sala da ballo rossa di vergogna e di luce ! La grandezza , lo stoicismo pauroso di quella folla che un impeto di distruzione trasfigurava , tutto è scomparso . Adesso si vivacchia là dentro . Il piccolo ceto trionfa . Gli approcci sono cauti , i contatti prudenti ; si balla per fare un esercizio igienico . Un ordine borghese e una rigorosa economia presiedono quei festini . L ' egoismo inquadrato nella morale fa le sue evoluzioni , qui dove molti anni or sono era in voga il prodigioso contorsionista chiamato le desossé , qui dove faceva furore la celebre Golue , danzatrice indecente , che più tardi mise su una baracca e fece la domatrice di leoni . Ormai il Moulin Rouge è diventato il fondo d ' una caverna nuda . Il genius loci è scappato con tutto il suo arsenale di cose celesti e malefiche ; perseguitato dalla polizia , ha cambiato quartiere e chissà dove nasconde adesso i suoi veleni . La storia di questo stabilimento è scritta da un pittore umorista sui muri della sala , pornografica memoria ' d ' un ' età scandalosa che un illustre destino illumina grandiosamente . Un furore erotico , scatenamento dei sensi , si sferrò da Montmartre e più precisamente dal Moulin Rouge sul mondo . I più bizzarri spiriti di Parigi son ricordati nell ' album di questo venerabile bordello . La sala che venne rinnovata pochi anni fa era più ristretta , a quei tempi , era l ' epoca del chiaro ­ scuro , del brio all ' italiana , e i veri diamanti , le gemme , e gli occhi neri di quella gioventú guarivano di cupi lampi il buio delle logge . La spavalderia francese s ' impegnava , come in una mischia , nei « lancieri » che allora eran di moda . Ai comandi stentorei d ' un direttore di « quadriglia » gli ampi mantelli scarlatti degli spahis fluttuavano , e gli zuavi dai lunghi baffi a punta e dal pizzo alla Napoleone III avanzavano a scaglioni tenendo per la mano le loro belle dai cappelli di paglia . Sciami di brillanti ufficiali dal petto coperto di medaglie portavano là dentro un soffio di gloria coloniale . Irresistibili megere , tra uno sfolgorio di guerrieri , tiravan su le gonne e si abbandonavano ai parossismi osceni del cancan . III Montparnasse Si tratta di una montagna alta pochi metri ; poniamo che siano dieci . Dalla Senna si risale un pendio dolce e lunghissimo . Il boulevard Raspail mena su insensibilmente alla città delle arti . Dal piano al monte Parnaso . A Parigi senza immaginazione non c ' è realtà e le più esagerate definizioni hanno in questo paese una naturalezza indiscutibile . Benché la decantata montagna sia poco più alta d ' un primo piano dal livello medio della metropoli , la sua ariosa groppa non è lontana dal cielo . Le nubi e le stelle si mescolano alla gente accampata sul dorso tondo e interminabile di questa planetaria altura . Vivere qui vuol dire aver tutta Parigi sotto i piedi . Qui prima che in ogni altro luogo si risveglia la vita del mondo . Montparnasse è l ' avanguardia che entra nel futuro . Molti anni fa Montparnasse fu il rifugio di alcuni imbrattatele profughi di Montmartre . Discesi furtivamente da un versante , traversando la bassa e i ponti della Senna , costoro risalirono l ' altro versante . Fu un atto di secessione , umile e silenzioso ma pieno di una funebre eloquenza . Allora Montparnasse era un villaggio senza lumi , un sordido nido di apaches , di misantropi , di anacoreti e di beghíne . Fantasmi s ' aggiravano nella bruma serale . Nei giorni di sole i primi pittori esponevano le loro croste sul trottoir e , avvolti nei loro mantelli , si sedevano a lato . Col coprifuoco , la popolazione era già tutta a letto . I più eleganti nottambuli cominciarono allora a spingere lassú le loro pericolose escursioni . Il quartiere aveva il suo clima Victorhughiano , e le sue burrasche di montagna . Quasi invisibile nei cieli carichi di nuvolaglia , come un naviglio rovesciato , quando la tempesta è passata , Montparnasse riprendeva al mattino il suo equibrio in una atmosfera abbuiata . Modigliani venne qui dall ' Italia . Fornito di speranze e di quattrini . Arrivato di fresco , bianco e rosso come una rosa , egli era un giovane in gamba che si tirava dietro un bel cane di lusso . Ma si buscò il mal del paese : la pittura . Cominciò a menare una vita grama . Il zerbinotto si trasformò in un leone affranto . Basta , fu il solito scherzo . Era già celebre , e moriva di fame . Un fremito d ' orrore e un miserabile intenerimento circondarono la sua fine prematura . Oggi i suoi quadri valgon cento sterline . Un congresso perenne dei cinque continenti imperversa quassú . Montparnasse , mercato della pittura , è chiassoso come una Borsa Americana . Mercanti , espositori , negozianti di colori , modelli , critici , letterati , poeti e artisti , fabbricanti di cornici , consiglieri ed amici fanno una popolazione di centomila persone . Secondo l ' ultimo censimento i pittori son trentamila , di cui tremila giapponesi . La pittura è la legge che regge il circondario . Picasso , Giorgio de Chirico , Derain , Braque , Fujita son gli dei sull ' altare . Ma tutto cambia : nella stagione propizia il cielo s ' apre e ondeggia come un ventaglio , e l ' angelo dell ' avvenire sbuca dall ' alto con indicibile fragore . Eccolo volare su queste straordinarie terrazze dei caffè di Montparnasse . Le mogli dei pittori , le amiche , le compagne , le concubine , le ammiratrici anch ' esse e le maîtresses si mettono a dipingere e a digiunare entusiasticamente ; e all ' impensata i successi precipitano su qualche testa fortunata . E molte teste le senti friggere , le vedi schizzar sale come casseruole sui fornelli , ci sono delle teste bollenti che fischiano , traboccano come marmitte e dan fuori all ' improvviso le più portentose invenzioni . Quello che gli uni sprecano vien raccolto dagli altri ; anche la poesia , il genio . Il plagio flagrante arricchisce i poveri di spirito . Quei che cadde risorge per bocca degli apostoli . La scuola libera dei caffè e degli ateliers , fa le rivoluzioni , la luce e le scoperte . Qui non si perde nulla , né un gesto , né un ' idea . Anche i morti ritornano . Donne fatali , coi gomiti sul tavolo , stan mute come furie a guardare . Femmine con le tempie rosa , le labbra accese di minio e gli occhi neri che rîon finiscono più , fumano e sghignazzano . Altre , a gambe larghe , ingoiano ostriche , apostrofano senza riserve il prossimo , e poi si fan chiamar principesse . Montparnasse , periferica regione , cosmopoli di artisti . A sentir loro non c ' è che Montparnasse , strapaese del mondo . Qui ci sono dei tipi , venuti dagli antipodi , che frequentano , dieci anni di fila , sempre lo stesso bar , e non han mai visto Parigi : ci son profeti e fachiri in quarantena ; s ' allungano i loro visi a forza di caffè e latte , ma i loro discorsi non mutano : tavolozze e colori . Un vecchio e tenace abitué del caffè della Rotonde , col mento appoggiato al bastone , ascolta costernato le ragioni dell ' uno e dell ' altro , poi guardandosi intorno prorompe , comincia a strillare : « Ah , prima di morire vorrei pur conoscere anch ' io qualcuno che non sia pittore ! » L ' arte , qui si rinnova a catena . Di deduzione in deduzione , di nome in nome passa la corrente . Gli uni aiutano gli altri : è una collaborazione accanita e tenace che fa l ' arte francese . Ogni tanto un anello si spezza e cade . Il circolo s ' accorcia e si stringe . Chi è perduto se ne va per le strade , si affaccia alla porta dei caffè come un ' ombra . Genio morso dalla paralisi ; straziante agonia ! Il povero raté cammina da un posto all ' altro e quasi ti sembra di vedere il sangue spicciare sul suo fianco . Quando la giornata è quasi finita , quando il lavoro è cessato , e i bagliori del giorno corrono a incrociarsi un ' ultima volta nell ' aria come fasci di frecce , quando il cielo si copre gradatamente di veli e di silenzio , l ' illustre Babele sembra vacillare sulle sue radici , dilatarsi e bere tutto il lume che gronda . Dall ' Avenue de l ' Observatoire fino alla gare di Montparnasse l ' immenso quartiere s ' accende pavesato di colori e di fuochi , vuol rompere gli ormeggi e sollevarsi su un ' onda di clamori gonfio e glorioso , come una gran nave che salpa . IV Jean Lurçat È un pittore di mia scelta . Il caso me lo fece conoscere quand ' egli era già celebre a Parigi . Dinanzi a qualche sua tela m ' accorsi che una improvvisa e vivace parentela mi legava a lui : cominciavo a sentire il suono dei suoi colori . Partiva per l ' Egitto per due mesi . Gli chiesi se avrebbe dipinto molto laggiú . ­ Non dipingerò , prenderò soltanto qualche nota , rispose Lurçat , mostrandomi un piccolo quaderno da cinque soldi . La luce del sole ti mostra un lato e ti nasconde l ' altro che la luna rischiara . Lo stesso paesaggio , a seconda del lume non lo riconosci più . La luce piglia mille forme : la spada , il raggio , la nebbia , il punto invetrato , il bagliore , la scarica , il vapore , il miraggio , il riverbero , la freccia , la fascia , ecc . , sempre inganna . Sempre ingiusta e parziale , complice nella frode della tenebra , la luce morta e sanguigna cammina nell ' oscurità e provoca l ' incendio . È una miscela che cola dalle fessure . Batte contro il muro e ripiega . Squadra i massi che le ostruiscono il cammino , fa l ' angolo e ricade più in là come un mantello fumante . La luce è il bene e il male , la luce tradisce i fatti che stan quatti nell ' ombra . Tutto il mondo fu creato al buio e dall ' interno . La luna , il sole , vennero appesi clandestinamente all ' universo come quando si prepara uno spettacolo . E perfino le stelle , l ' acqua , i fiori , tutto venne finito alla cieca , a tastoni nell ' inerzia spenta d ' un ' eclisse totale . Il primo razzo sprizzò dai vulcani . La luce entrò in iscena come una ballerina sulle cime più alte dei monti : e tutti gli occhi la seguirono impazziti . Poi invase il cielo e scivolò sul mare . In quel punto Qualcuno si copri e scomparve , come il macchinista quando s ' alza il sipario . La luce è la strada che un foro nelle persiane ti mostra sul soffitto : la strada che si muove sulla tua testa e va alla rovescia - - la luce è la negativa fotografica . Quel che è bianco diventa nero - - e viceversa . E quella elettrica è una maschera diabolica : sta là come un enigma e poi d ' un tratto si spegne . È sempre lo stesso inganno . Il cervello ne soffre ! La nostra intelligenza educata a quel giuoco diventò come quella , fece le stesse manovre , e ne assunse le veci . Oramai si può dipingere con l ' intelligenza , che non è soltanto la memoria della luce , ma ne è la rivale . Ecco perché Lurçat non pianta il cavalletto nel deserto , ma torna in Francia e dipinge la notte . Crea e distrugge , non tiene mai fede la luce . Si sposta , fugge codarda come un profeta che abbandona il suo popolo . Così l ' intelligenza . Anch ' essa prende tutti gli aspetti . Penetra e si ritrae . Il pittore si guardi dall ' una e dall ' altra . La loro velocità turba continuamente le sue lunghe esperienze . Sul posto illuminato , prontezza , abilità non servono ; non c ' è che il ricordo che un sentimento trattiene , quella memoria che pesa sui nostri destini , la memoria che vale . Da un bisogno di esprimersi per dimenticare tralucenti figure sorgono e si svuotano mollemente nel nulla . È in questo modo tacito che si risolve l ' arte ultima di Lurçat . Stan là i suoi disegni con la fissità di una proiezione medianica . Sospesi nel vuoto lasciato da un mistero svelato , allo sbocco di uno di quegli amori inenarrabili nei quali si penetra senza paura , disperatamente fin che ci si trova dinanzi a un muro , le bocche di otto fucili dietro la schiena , e la grazia arriva appena in tempo . Allora solamente si ha il diritto di dipingere , di fare della musica , e di scrivere in versi . Se no è meglio tenersi in riserva . L ' astinenza è al sommo dell ' arte . I suoi disegni sono un filo caduto sull ' acqua corrente ; l ' oblio se lo porta via . Rimembranza , sul punto di snodarsi ancora riconoscibile . Sono un lungo capello di donna che si torce nel catino . Un arabesco , un geroglifico , una scrittura ampia che segna l ' itinerario dell ' umore di un artista . Prospettive che hanno un livello e un equilibrio olimpico . Ci si vede la mano abituata a disegnare dopo il diluvio le nuove carte geografiche : spartizione della terra e delle acque . Il semplice contorno d ' un nudo ti sembra un continente . Figure che s ' ingrandiscono a guardarle , pigliano un ' aria di antico mistero , assorte in quella lucidità divina che precede la morte . Fluido che emana dai durissimi pensieri che non si sciolgono . Apparizione estremamente labile che non può essere veduta , scoperta e capita che una sola volta ; una volta sola prima che si spezzi . Lurçat è capace di creare col semplice ausilio d ' un foglio bianco delle grandi distanze tranquille . Passato il periodo delle contrazioni , dei tormenti del fuoco creativo , l ' artista lontano , quasi assente , un ritmo largo e tranquillo , un ritmo d ' ispirazione postuma fa galleggiare guida e conduce oziosamente queste composizioni piene di limpide risonanze . Immagini che eran rimaste per anni impacchettate nella memoria , sfilano dalla matita dell ' artista e s ' avviano al largo ; veicolo , veicolo progressivo da un cartone all ' altro . Quel che vi spinge a chiedere se non c ' è là sotto una storia . ­ Non saprei quale storia - - mormora Lurçat - - e pur tuttavia una storia ignorata si muove occultamente in quei lavori : la storia degli anelli di fumo che fan catena senza che il fumatore pensieroso ci pensi . È l ' ispirazione clandestina che distrattamente sfugge in spirali dal comignolo quando il fuoco non è ancora spento . La sua pittura è sobria , preziosa , circoscritta da un esaltato lirismo , aristocratica , chiara e nutrita di solitarie arditezze . Nei suoi cieli c ' è del metallo , il metallo più leggero , l ' alluminio . Poi i suoi volumi sono dei pani di gesso insozzati di rossetto e di sangue . Alcuni segnacci neri ci sono , ma son rari , sguardi di corvo , spessi e crassi come le tracce d ' un sughero bruciato . E l ' oscurità c ' è , ma rosa , piuttosto che violetta . Mentre le ombre portate son nere come l ' Estate . V Italia e Francia L ' italiana è una lingua sincera e poetica , ma ritrosa e senza praticità . Non si lascia sfruttare , né ridurre in briciole . Con essa non si fa mercato . Senza la ritrosia che la protegge e l ' inceppa la nostra lingua avrebbe raggiunto il Polo e l ' Equatore ; invece l ' italiana , la lingua più bella di tutte , è rimasta quasi sempre tappata in casa , pudica di modi e di costumi . E nel viver ritirato conservò una freschezza coperta e intatta , come una monaca in clausura . Ci vuole un cuore filiale , mille precauzioni e un sentimento fortissimo per smuovere dal buio i suoi vocaboli prodigiosi , per trasportare questa lingua timorosa e devota di qualche passo più innanzi , in modo che la luce del mondo cada , per un giorno almeno , su essa . Lieve e lungo ha il respiro , e nei ricordi , la lingua nostra , trova degli accenti da sonnambula che durano a girare nell ' ombra , come il vento in un pozzo . Schiva , e incerta nelle sue leggi grammaticali , tarda nella compilazione del suo dizionario , piena di amene sentenze proverbiali , la lingua italiana si esaurisce subito , non si lascia acchiappare e mettere in cattedra . Fugge i ragionamenti , cerca la melodia . Non vuol servire , non vuole obbedire . Umile , ma tenace , essa tende a dominare il pensiero a traverso l ' orecchio . Invece la lingua francese è tutta a frasi fatte , e scorre via come un tapis roulant . Ti porta dove vuoi . In città , in campagna . Duttile , disinvolta , maneggevole , logica , e animatissima lingua ; non c ' è che da immergere le mani nel suo sacco per cavarle fosforescenti di spirito . Là dentro sembrano fervere tutti i tesori illusorii . Le sue frasi entrano l ' una nell ' altra agevolmente come gli anelli di una catena . Ciascuno può variare il giunco . Parlando , o scrivendo , il francese è un mercato aperto . Mentre , in italiano , per comporla , una pagina , ci vuole un talismano , ci vuole la cupa passione d ' un poeta . Se no la nostra lingua si sbarazza crudelmente dei suoi esploratori . Il francese è tutto sfumature e sfondi . La nostra lingua invece non sembra avere che una dimensione : la sua superficie nuda . Non sembra promettere che una ricompensa : la sua consistenza sonora . E bisogna riscaldarla col proprio fiato , questo candore di lingua . Il suo volto uniforme , immoto , sembra senza rilievo , tanto il rilievo è cancellato dagli anni ; e le cavità sono piene di polvere . Palpandola come un cieco , soltanto al tatto , si ritrovano le tracce della sua bellezza immortale . Ma se la crosta classica si rompe , un sangue caldo scaturisce e ti spruzza - - il linguaggio popolare ­ altrettanto rosso quanto è bianca quella fronte di gesso . In francese ogni parola è un arnese . Il francese si gonfia , si moltiplica , ci riempie le tasche ed í cassetti , s ' adatta a tutte le dimensioni dell ' intelligenza . È come il colore sulla tavolozza . Col francese si dipinge , si fan velature , si avvolge la verità , il nudo e i suoi difetti . La lingua italiana quando l ' hai fra le braccia , e non ti scappa , ti pare , fuor di senno , che palpiti offrendoti il fianco , invece si raffredda da capo , si distende e non si muove più . Ci vuole il potere magnetico , l ' energia d ' un Cagliostro , perché la lingua italiana si levi , cammini , e ti segua . È la lingua della Sibilla che rifiuta di spiegarsi . - - Poche parole traversano la notte dei tempi , molte parole non direbbero nulla . Il suo antico pudore è diventato solennità . Nella conversazione perde il senso e si spegne . Per cavarne un suono giusto bisogna che la nostra fantasia e la sua originalità si tocchino , e ci vuole il più amoroso accorgimento per non turbare la sua trasparenza di sorgente alla quale non si può bere che a fior d ' acqua , essendo il fondo torbido facile a salire leggero . La Francia e l ' Italia sono due modi differenti di rappresentare l ' eternità ; e la loro vicinanza è un capolavoro del tempo . Che cosa sarebbe la Francia senza l ' Italia al suo fianco ? E viceversa . I due colori attigui sulla carta d ' Europa dànno un accordo portentoso ; ma non potresti dire quale è quello dei due , che fa cantare l ' altro . Quale preferire fra queste due sorelle ? L ' una mobile , capricciosa , diversa di giorno in giorno , l ' altra , dal collo taurino , ferma come una statua abituata a portare sul capo il peso dei secoli . Dinanzi a quello scenario della Storia che è il Mediterraneo , l ' Italia e la Francia seggono vicine , come due sorelle a teatro . L ' una è golosa , spiritata , inquietante , quasi fastidiosa , per civetteria perde in pubblico ogni contegno . L ' altra modesta e nobile , s ' offende e si colora di fuoco fino al bianco degli occhi . La Francia smania , soffre il solletico , per farci dispetto tira la lingua e si busca qualche gomitata fra le costole . La colpa di questi litigi è tutta delle due lingue , che pur somigliando sono sempre discordi . Ci vorrebbe un traduttore intelligente sino alla punta dei capelli , un musicista addirittura , per creare quell ' armonia che manca . L ' equivalente non si trova e , il commercio ne soffre . Tu gli dai un cinghiale , egli ti restituisce un maiale , poi ti dà lui un coniglio e tu gli rendi una lepre . E sempre lo stesso equivoco , fra italiani e francesi , e il conto non torna mai . Tuttavia , per rappresaglia , dobbiamo noi cadere in ginocchio dinanzi agli inventori del W.C. ? Non è forse la nostra burrascosa convivenza illustrata da fatti chiari e gloriosi ? Si dice che della moderna civiltà americana non rimarranno che mari di scatole di latta . L ' impero ottomano non ci lasciò che piramidi di teschi ; i turchi non produssero che deserti di sabbia . La Russia non è più che uno spaccio di disperazione . I tedeschi , da Wagner , a traverso Bruckner , Strauss e Reger s ' andarono a ficcare nel cemento armato , e lí sono rimasti . Dopo la guerra mondiale , il Tempo se vuol ritrovare la compiacenza e l ' orgoglio d ' esser vecchio e immortale deve posare il piede sulla terra latina , e rientrare nel suo mondo cattolico . Spagna , Italia e Francia lo consoleranno d ' essere eterno . L ' Italia che da Roma in poi concede a questo ospite il suo silenzio sacro , conservi il suo atteggiamento olimpico . Con due arance al posto degli occhi , simulacro arcaico squassato dai terremoti , l ' Italia riprende la sua accecata immobilità d ' avamposto . Il deserto è vicino . Mentre l ' altra sorella , velata dalle sue piogge , esaltata dai venti dell ' Atlantico , sempre nuova di umore e di toilettes , in un cocchio a due ruote leggere scarrozza mollemente . La sua è una passeggiata letteraria ; poeti , scrittori , artisti e giornalisti si slanciano alle stanghe e le fan fare il giro del bosco di Boulogne . La poesia italiana è una statua posata su un carrello basso e grossolano ; dalle tozze ruote di legno , simile a quelli che trasportano i blocchi di marmo di Carrara . Un uomo erculeo tira quel carro , che esce al sole come un idolo una volta ogni cent ' anni . Tutta l ' antica ciociaria prosternata fa ala al suo passaggio . VI L ' Opéra Eravamo smemorati del tutto e ravvolti in una perplessità senza causa . Pioveva ancora un poco , a tratti . Per l ' aria c ' era una sospensione vaga e inquieta come per la presenza nebulosa e immota di cose disfatte , passate . Lo spazio , pieno di caligine , sembrava assordito e remoto , e tra gli aspetti tumultuosi e crudi della realtà avresti creduto di sentir frusciar via quieto , assorto , il panorama di una vita anteriore . E pure quella era l ' ora febbrile e clamorosa delle ultime notizie di Parigi . Da vicino e da lontano gli strilloni urlavano come demonii scatenati « L ' intransigeant ... la Ruhr ... l ' Armée française à Coblenz ... » La folla si muoveva a precipizio con quel furore francese che mescolato alla passione politica fa di certi uomini dei fantocci ridicoli e pericolosi . Fiumi di veicoli enormi e d ' ogni specie impazienti circolavano e s ' incrociavano intorno a noi , scampanellando senza tregua e scaricando a bruciapelo dalle trombe i più rauchi e mostruosi avvertimenti . Nella buca ardente della ferrovia sotterranea si gettavano a denti stretti torme innumerevoli di pedoni frettolosi . La luce elettrica s ' era accesa d ' improvviso sui grandi boulevards e sulla lucida Avenue che porta al Palais Royal . Stavo lí su due piedi fra la baraonda dinanzi all ' edificio dell ' Opéra . La gran pignatta costruita dal Garnier e circondata di statue e di lampioni malinconici dominava la piazza come un ' isola fortificata e tenebrosa . In alto sul frontone del famoso e diffamato teatro s ' apriva il loggiato pensile che illuminato con fuochi di bengala svaporava in una calda tristezza di solitudine . Figure incerte e femminee s ' affacciavano all ' aperto , si sporgevano nella notte , si muovevano e si mescolavano delicatamente lassú come visioni trepide in una sede sacra ed eccelsa . Trasecolando guardavo quel presepio aereo . La baraonda circostante , i gridi e le gomitate mi logoravano i nervi mentre quell ' al di là mi invitava col suo ineffabile richiamo . Detto fatto slanciatomi in uno spazio libero fra le automobili con un salto mi trovai fra lo scialbore dei fanali ottocenteschi , l ' ombra delle colonne . Nel vestibolo maestoso e vacuo ogni accesso è presidiato da una specie di tribunale eretto sul quale troneggiano , solenni , dei signori in frack e sparato bianco , rasati sino al blu , che inalberano sulla testa dei magnifici cilindri di alta forma . Sono questi , pallidi tipi di croupiers che sorvegliano , sbadigliando con un sussiego accigliato e taciturno , gli ingressi e verificano i biglietti di quelli che entrano . Ci par d ' essere nella più solenne e deserta Corte d ' Assisi . E fin qui , nessuna eco musicale che giunga a noi , nessun presentimento lirico . Una estenuazione scoraggiante , un che di blasé fluttua e s ' allunga pei vasti corridoi silenziosi , rischiarati pigramente . Qualche persona di qualità entra ancora , con domestica lentezza . Sono dei ritardatarii : un cenno , e traversano stanchi questo primo monumentale controllo . Lo spettacolo deve essere già incominciato da un pezzo . Ci buttiamo verso il celebre scalone , facciamo i gradini a due per volta correndo sul tappeto che ci guida sempre più in alto . I giri e rigiri sono interminabili : durante l ' ascensione ci vien fatto d ' intravvedere tra gli splendori spalancati dei promenoirs l ' uniforme di parata di una guardia repubblicana che vigila sui beni dello Stato ; costui ci rimette paternamente su la buona strada . Finalmente eccoci , col cuore in gola , all ' ultimo piano ; là ci colpiscono l ' orecchio gli scoppi vaghi degli ottoni soffocati dalla porta chiusa e i mormorii indistinti di un coro che sembra sepolto . C ' è ancora tempo , tra il muro e la porta , di sbagliare indirizzo ; per fortuna la guardarobiera del loggione ci soccorre e ci mette dentro con un sorriso e un inchino impercettibile . Nell ' oscurità d ' una grotta sonora popolata da silhouettes protese , intente e lampeggianti come terrecotte nel riverbero di un forno , una piccola poltrona di velluto rosso , vuota , al davanzale , ci aspetta ; e siamo a posto . Una spanna più su del nostro capo il soffitto cupo , enorme , s ' allarga e s ' allontana oscuramente . La recita è in pieno corso . La sala immensa del teatro s ' apre tutta sotto i nostri piedi come un abisso semibuio , silenzioso e formicolante ; annegata in un rosso amaro che i lumi radi e protetti non riescono a guastare . Contempliamo , da questo nido di piccioni , la turbinosa inerzia di quel mondo sontuosamente prostrato in una beatitudine crepuscolare . Nella veglia accaldata e sonnolenta l ' orchestra quasi roca rimescola e sciupa dolcemente i suoi timbri . Le armonie si addensano e si diffondono trasfigurate come a vespero . I violoncelli circolano sommessi e chini fra i fiati declinanti mentre le trombe echeggiano tristi , trionfali e lente nella lontananza . Nessuno potrà dire l ' insistente turbamento che dà la musica in questo luogo memorabile , popolato e fastoso . Una ricchezza pesante e ravvolta di colori indistinti quieti si coagula all ' intorno . Forme gelide dai riflessi misteriosi nella torrida semi ­ oscurità guizzano irretite nel vasto sogno musicale , come mosche iridescenti e innumerevoli , prese in una immensa tela di ragno . Un lampadario a palloni opachi grosso come un carroaisel , illumina da vicino le grevi incrostazioni dorate e la fumosa e violenta pittura della cupola . A mezz ' aria lembi di luce han fremiti velati e perlacei di neve che ondeggi nel tramonto e si sciolga . Dal respiro profondo di quelle tenebre trasparenti , vive con un rilievo leggero misterioso e aggraziato una folla sospesa e senza età . Nelle loggie riboccanti di alto ceto giacciono in atteggiamento di contrizione gli sparati immacolati , le décolletées pallide e ambigue , i Granii lucidi e privilegiati e le lunghe braccia guantate ; fra la seta e le gemme affacciata ai davanzali dei balconi la folla siede quasi prosternata . I tenui raggi dei lumi scivolano sulla lunghe spalle azzurrine , sui dorsi polposi e lisci , echeggiando sul raso e sul velluto verde cobalto con uno splendore stanco , dissonante e morbido di toni . Sul ' fondo indistinto vigila , eretta e ossequíente , la nera galanteria dei cavalieri francesi . Mentre non è troppo vecchio questo teatro ha un aspetto di decrepitudine esanime incantevole come , a vederlo ritornare , così sterminato , un tempo che fu . In questa cornice il pubblico sembra proprio quello di cento anni fa . Certo , quassú al nostro posto devono esser venuti a covare il loro odio gli anarchici dell ' epoca di Ravachol e di Blanqui , i romantici alcoolizzati , i bombardieri feroci e tutto quel proletariato verdiano cupo e fedele , capace nella sua passione sacrosanta di minacciare con lettere fregiate di teschi e di pugnali chi osasse toccare l ' idolo del loro fanatismo . Il sipario venerabile e smorto , dipinto a larghe pieghe di velluto sanguigno discende silenziosamente . Nell ' intervallo molti spettatori leggono il libretto . Curiosa usanza quella di richiamare il pubblico quando la recita riprende , con una serie di colpi lugubri e reiterati come se dietro il sipario inchiodassero un feretro . L ' orchestra è già di nuovo tutta a posto disseminata fra i lumi verdi dei leggii e sembra un accampamento di scarabei in cravatta bianca ; la lettura ricomincia svogliata e accademica . Le poltrone di velluto paonazzo della platea montano irruenti come squadroni della vecchia guardia lanciati verso un ' altura , in file serrate e ondeggianti . Il pubblico è così folto che copre le architetture e sembra piovere giú dalla cupola nel fuoco crollante delle cavità più oscure e disperate . La parete di contro sembra un ' apoteosi al suo epilogo che s ' inabissa dissolvendosi maestosamente , e una ascensione infatuata piena d ' un lucore agonizzante . Quella sera si rappresentava la Kovancina di Moussorski . Quest ' opera fra le più grandi di tutta la Russia ci rivelò le profondità animate , intatte , delicate e brutali dell ' anima musicale slava , apparsa improvvisamente , durante questo ultimo mezzo secolo nell ' agone un poco routinier del nostro teatro lirico . La verginità monumentale di questa musica piena di emozione primitiva , il leggero delirio delle melodie , e i ritmi festosi annunziano , con un risuonare violento e disperso , l ' avvento della Russia nevosa e leggendaria . Il paziente e solenne dolore , l ' ignavia sbadigliante e l ' indistruttibile sperare di quel popolo grande e neghittoso lampeggia occultamente in orchestra come . fuoco sotto una distesa dura e interminabile di ghiaccio . Dissipato quel brivido vasto , puerile , quando s ' acqueta l ' ebbrezza divina e precipitosa l ' ascoltatore rimane vuoto di parole , smemorato e sospeso ai limiti di quelle melodiose distese , pungenti e lontane che sfumano poeticamente . Nella storia del teatro musicale Moussorski non è l ' anello di una catena . È solo . Nessuno lo precede , nessuno lo segue . Appartenne a quella scuola che si formò barometricamente nel grande spazio della santa Russia , come una nuvola : « Glinka , Balakireff , Borodin , Liadoff , Rimski Korsakoff » , e finalmente « Moussorski » , che scoppia come un uragano . Lo si riconosce al suo terribile accento , alla sua larghezza popolosa e senza costruzione , alla sua implacabile solennità che riposa sul numero . Si può dire che sulla opera di Moussorski come sulle terre del sacro impero non tramonta mai il sole . È un mondo immerso in un sublime sgomento . Il tempo non ha presa su di lui . In Moussorski c ' è grandezza , la grossezza omerica . Viene avanti . A ogni battuta ha del coraggio , della forza . Non una parola di più nel suo discorso . Una mimica enorme , una profondità , una magia da far fremere . Egli tira a sé un tappeto infinito . Travolge i destini di un popolo . Senza tregua - - patetico , formidabile . Vicino a lui i suoi compagni , i suoi revisori son ben meschini . Borodin , Glazunoff e Rimski Korsakoff il quale gli corregge le partiture d ' orchestra , non sono che dei professori , degli epigoni , che scrivono delle sinfonie , dei quartetti e nell ' opera fanno del folclore . Moussorski , tutto istinto , non scrisse mai una fuga . La sua idea era la Russia . E per la Russia scrisse le sue opere : il Boris e la Kovancina . Infatti Moussorski possedeva una preparazione tecnica appena rudimentale , egli non volle mai possedere quella che si chiama l ' abilità del mestiere , e forse non poteva . Egli sentiva che le abitudini dello stile acquisito e del lavoro metodico pesano sull ' indipendenza del pensiero musicale e intralciano l ' originalità . Orientato decisamente secondo la sua vocazione Moussorski non si preoccupa di bellezza pura né di estetica . Borodin racconta che un giorno Moussorski cominciò a suonare una sinfonia di Schumann , arrivato a metà smise indispettito e chiuse il quaderno : « Qui cominciano le matematiche musicali » , esclamò con umore . Scriveva poi a un amico : « Ditemi perché , quando ascolto parlare dei giovani artisti , pittori e scultori , io posso seguire i loro pensieri , capire le loro opinioni , il loro scopo , e di rado mi accade di sentirli parlare di tecnica , mentre , al contrario , quando mi trovo con dei musicisti , quasi non odo enunciare una idea viva , essi sembrano sempre seduti sui banchi della scuola , e non conoscono che tecnica e vocaboli del mestiere . L ' arte musicale è dunque così giovane che si debba studiarla in modo puerile ? » Rimski Korsakoff che ha istrumentato e completato la Kovancina dice nelle sue Memorie che i manoscritti di Moussorski tradivano « un dilettantisme effronté et une impuissance technique absolue » . « Amateci fin che siamo sporchi , perché quando saremo puliti ci ameranno tutti » è il detto comune dei vagabondi russi . Gli è che fra genio e intelligenza c ' è un abisso incolmabile . Che cosa sono il pensiero , la ragione e il sapere di fronte alla fantasia creativa se non degli accomodamenti ambiziosi e provvisori ? - - e non parliamo della verosimiglianza e della piccola logica giudiziosa , insalatina nell ' orto del travet . Purtroppo è proprio sotto forma d ' insalata che l ' arte diventa un commestibile popolare . Abbiamo sempre bisogno di intenderci l ' un l ' altro e di riconciliarci sulla base d ' una formula vuota e convenzionale . Abituati a veder Cristo di faccia , non lo riconosciamo più se si presenta di profilo , ed è solo quando ascoltiamo Moussorski istrumentato da Rimski Korsakoff che ci accorgiamo che Moussorski vale cento volte più di Rimski . In conclusione ogni grand ' uomo ha sempre il torto di non rassomigliare al suo ritratto ufficiale . O disgraziato e grande Moussorski ! Quando la foga creativa l ' abbandonava , piuttosto che impuntarsi dinanzi al lavoro come un giocatore di scacchi egli afferrava la bottiglia e affogava la propria pena nella vodka . E povera e immensa Kovancina , manomessa salassata ! Dove l ' uno mette , l ' altro leva . Da Rimski e Borodine , sino all ' ultimo , arrangeur , régisseur , o direttore d ' orchestra , ciascuno aggiunge del proprio , taglia nel vivo , scompone , inquadra , rabbercia e storpia . E dopo tanto rimescolare e correggere , quest ' opera viene scaguata sulle tavole della scena , così come si gettano i dadi alla fortuna , finisce per dare un tono quasi differente a seconda che s ' allunga o si schiaccia nel cadere . Tuttavia per quante riparazioni o abusi si possano commettere a suo danno , continua lì dentro a vivere e a marciare il genio dell ' autore . Tutto il resto non può trovare che una giustificazione appena sopportabile . VII Teatro dei Campi Elisi L ' Italia , dunque , avrebbe il torto di non conoscere abbastanza Alfredo Casella , pianista europeo , il più stonato e il più placido dei nostri compositori , l ' apostolo , per così dire , della nota falsa , il più pedagogico dei fumisti e fra tanti futuristi , avveniristi , dadaisti , dinamisti , il più intossicato e ' più angelico di tutti . Quando Giuseppe Verdi sul declinare della vita scrisse « torniamo all ' antico » , aveva egli forse veduto con terrore emergere sulla lontana curva evanescente dell ' orizzonte il profilo embrionale e fantomatico di Alfredo Casella ? Nato con un anticipo di alcune centinaia di anni , giunto inaspettato in queste nostre province trasandate e piene di pigre e succulente banalità , capitato fra orecchianti crapuloni e ammiratori smargiassi di Gioacchino Rossini e di Gaetano Donizetti , soffocato da un ' atmosfera grassa di cotechino , confuso tra gente scamiciata che mandava giú certi bocconi pesanti come ferri da stirare , Alfredo Casella , il nostro valoroso amico , si strinse nei panni con un brivido , si abbottonò in fretta sino al mento come uno spicchio di limone e cercò di passare al largo filando via dissimulato e lieve come un missionario chiamato altrove . Avido di un ' avvenire che gli si mostrasse alla vista con le sue prospettive geometriche , con le sue solitudini appartate e metafisiche egli distrusse dietro di sé le insegne della vecchia saggezza , i ponti della ritirata , e si lanciò alla ricerca di un mondo irreprensibile e retto dal più austero proibizionismo . Nel quale gli uomini avessero uno stomaco automatico e un cuore secco come un terno al lotto , e dove il progresso politecnico salisse sempre scivolando verso zone più frigorifere con la continua e silenziosa regolarità di un ascensore bene ingrassato . Ecco dunque il nostro precursore in viaggio ; avanguardia perduta fra le ombre antelucane di un ' epoca che non vorrebbe ancora essere rivelata , egli procede impassibile e rigoroso oltre i limiti segnati sulle carte dalle ultime spedizioni . Le fiere e gli Iddii di quelle plaghe vergini e sacre fuggono ululando fra le nebbie dinanzi alla redingote fatale dell ' ex segretario della Società italiana di musica moderna , che sembra sgranare sotto i suoi passi una interminabile legione di pianoforti invisibili . Di stagione in stagione , questo franco cacciatore dell ' idea futura riappare persistente e immutato fra noi accolto e ossequiato dai discepoli categorici della santa lega modernistica che recano in mano il catechismo della cacofonia pura . Egli studia , saggia , incita il loro fervore sacrosanto , poi si immerge con grazia pacata nelle diverse correnti della più matta pubblicità e s ' allontana trasportato verso remotissimi lidi . Così , all ' inglese , se ne va ogni volta questo messaggero dell ' anno duemila . L ' America elettrica lo attrae irresistibilmente con i suoi fonografi , i suoi brevetti d ' invenzione e i suoi grattacieli che tanto somigliano ai poemi sinfonici d ' oggidì . Come compositore egli è del tutto imparziale , vale a dire , non ci mette niente di suo , la sua posizione nel mondo della musica è quella di colui che non persuade nessuno e non si lascia persuadere da nessuno . Questo non gli impedisce di avere per il globo , e in via d ' eccezione , non pochi ammiratori e sopratutto moltissimi amici a prova di bomba . Egli è , senza dubbio , il primo fra i charmants garçons della giovane scuola italiana , i suoi nemici lo adorano e fra questi ultimi , Casella può mettere anche noi che scriviamo di lui con tanta affettuosa ingratitudine . « La freccia volante riposa » disse un filosofo greco . Saggezza sprecata . Casella è per la logica scientifica , e non scrive quattro battute di melodia qualunque , senza rivestirle con la camicia di spine del suo sistema . Egli fa stridere nel bagno gelato del suo temperamento il ferrame rovente della sua volontà . Il moto dissonante e babelico , l ' attrito armonico esasperato e insanabile , l ' escoriazione perpetua sono il suo rovello . Egli lancia all ' aria rottami d ' ogni sorta , pone mano ad altri , e a chi tocca tocca . Studia giorno e notte con quella tenacia irreparabile , escogita e combina ad arte i suoni in modo da sconquassare i nervi e smontare , pezzo per pezzo , i timpani del prossimo : strappa alla gente malcapitata gridi di spasimo e siccome egli è fatto per metter male e creare screzii fra gli strumenti d ' orchestra , tutto gli riesce così bene da suscitargli intorno orrore e spavento , per il raggio di dieci miglia . Egli lavora di sorpresa , piomba su una sala di concerti e quasi sempre riesce a catturare e trarsi dietro il pubblico che non osa più né fiatare né fuggire . Là dove passa la sua musica l ' erba non rinasce più ! C ' è qualcuno che prende la cosa al tragico e si domanda con costernazione : Quand ' è che costui avrà il coraggio civile di farsi capire ? Errore ! niente da fare con lui . Amici e nemici insieme egli travolge pur di raggiungere i posteri , egli scrive per le generazioni future ; sono i nostri nipoti quelli che capiranno e godranno tutto . Il bello si è che Casella oltre ad essere un compositore a gran velocità è anche , lo diciamo con orgoglio , un uomo intelligentissimo , cosa che costituisce , per un musicista d ' oggidì , un lusso strepitoso . Tuttavia a vederlo non lo diresti da tanto . Chi non lo conosce immagina ch ' egli sia un tipo da non star nella pelle , egli invece ci sta , compunto e cauto ; non ci sta proprio del tutto comodo , perché di pelle ne ha ricevuta in dotazione appena quel tantino strettamente necessario ; ma per starci , ci sta , lo si può dire , docilmente , senza batter ciglio , né fare una grinza . Se ha da mostrarsi lieto , prende le sue precauzioni e , con uno sforzo calcolato , sorride , sorride , sorride come i cavalli di legno di un carrousel . Naturalmente non può , nelle sue condizioni , nemmeno rimpinzarsi di pasticcini o gonfiarsi di vino . A tavola lo vedi sobrio e misurato arrestarsi al dessert , posare la forchetta e il coltello e scostare tranquillamente da sé il bicchiere , alzando gli occhi rassegnati al soffitto . Allora tu potrai leggere , sulla fronte senza rughe , la legge dura : Non mangerai né cocomeri né poponi . Contro i casi gravi d ' allegria irrefrenabile Casella ha escogitato una risata , diremo così , idraulica , di sua fabbricazione , che non mette in pericolo il suo squisito involucro , né lo squassa o arriccia : una risata che scoppia , erompe e scroscia tutta al di dentro con il glu , glu , glu lamentoso di secchio che vien su pieno e grondante , da una cisterna d ' acqua gelata . L ' incontrammo in gennaio a Parigi , la sua roccaforte . Egli con la solita impassibilità ci colmò d ' attenzioni e di gentilezze , e ci invitò , per il giorno dopo , ad un concerto , nel quale egli avrebbe preso parte come pianista e come compositore . Il concerto ebbe luogo , infatti , nel gran teatro dei Campi Elisi e fu la prima volta che noi mettemmo piede là dentro . La sala era gremita e magnifica . Dirigeva l ' orchestra René Baton . Casella sedeva al pianoforte . Tutti conoscono il suo raro talento pianistico e la sua tecnica chiara , brillante e delicata ; è inutile , quindi , descrivere l ' entusiasmo che il nostro connazionale suscitò quel giorno ; basti dire che tra il continuo andare e ritornare , per presentarsi al pubblico che lo acclamava con insistenza delirante , Casella fu costretto a farsi qualche chilometro col capogiro . La seconda parte del programma comprendeva l ' esecuzione della sua Elegia eroica per grande orchestra . Casella che non aveva più parte in scena venne su in palco con noi e si mise in un angolo buio per ascoltarsi . E l ' angoscia cominciò . La musica impelagata e stridula dell ' amico , trovando , questa volta , un sostegno nella nostra disperata solidarietà tirava innanzi tutta di contropelo fra un silenzio di malaugurio . Guardando ben dritto dinanzi a noi nelle tenebre pensavamo con accoramento : Dio buono , si può zittirlo e fischiarlo in Italia ma all ' estero l ' applaudiremo a tutti i costi . Intanto l ' Elegia eroica che a tutta prima sembrava interminabile andava man mano rattrappendosi fin che arrivò all ' ultimo rantolo e si distese stecchita . Drizzammo le orecchie in quel punto ma invano ; non un segno di reazione o di collaudo sorse a rompere il silenzio mortale che regnava nella sala ; s ' udí invece appena il rifiatare pauroso di una folla scampata allora e sollevata fuor di pericolo . La cupola aerea del teatro risuonò fievolmente e lungamente come se l ' echeggiare di mille sorrisi enigmatici l ' avesse percossa . In quel frangente , noi , possiamo dirlo senza falsa modestia , ci portammo da buoni italiani e cominciammo a far strepito per dieci , battendo le mani , a dita aperte , senza badare al bruciore , con una forza e uno zelo , moltiplicati ; ma quel che ci indignò e ci fece uscir dai gangheri , fu il vedere Casella seduto , freddo e immobile nella semioscurità , inerte come un idolo metafisico . Toh ! , gli gridammo con furia , ci lasci soli in questo guaio , proprio tu che hai la colpa di tutto ? - - Fu allora che udimmo tutto d ' un tratto , la sua risata stridere come una carrucola nella sua gola , mentre le sue mani di pianista si mettevano ad applaudire con un ' allegria straordinaria . E questa volta il successo si delineò assumendo le proporzioni gigantesche di un successo a quattro mani . VIII Museo Grevin È un gran museo di figure di cera . Labirinto , teatro , galleria , catacomba ; tutto insieme , un palazzo . Dentro Dentro c ' è Robespierre , Briand , Napoleone , Gambetta , Poincaré , Re Alfonso , la più famosa ballerina dell ' Opéra , poi c ' è Charlot , Costes e Lebrix . In tutto tre dozzine di personalità molto in vista , alle quali devi aggiungere « les grandes vedettes du Sport et de la Mode » . Carico di ornamenti , lavorato come un mobile di pessimo gusto rococò - - appariscente , rosso , decrepito e tetro , l ' ambiente sembra l ' antica sala dei festini di una dimora abbandonata . Quel tanto di teatrale che un simile luogo comporta , e la sua funzione postuma applicata al Presente , darebbero ragione a un titolo , ad un nome più lungo e romanzesco , per esempio : Museo Grevin , ovvero , la Forza del Destino . Di punto in bianco , senza detonazione , senza il tumulto di una soluzione chimica , l ' Attualità qui dentro diventa Storia con l ' emmediatezza di un precipitato . Cos ' è ? Chiromanzia , o forma , clima , effetto del locale ? Chi lo sa . Qui dentro spira un ' aria da fine di carnevale ; un ' aria di esumazione ; c ' è una atmosfera soffocante e surreale , che ti mozza il respiro , uno scirocco che ti fa invecchiare , un ' afa dinanzi alla quale rinculi , e sprofondi nel Tempio della Fama Universale . Insomma la mise en scène sembra sia stata attuata nell ' orgasmo di una crisi ministeriale , ed è in tutto e per tutto degna d ' esser firmata dal più grande pittore dell ' epoca : il doganiere Rousseau . I grandi personaggi del giorno riprodotti in cera sono gli ospiti estatici di questa formidabile galera . Tutti i più illustri indiziati di genio , quelli che son passibili di immortalità , eccoli là , immersi in una luce , per così dire , declamatoria . Sembrano spegnersi intorno a quei tigt verdognoli gli echi di un ' orazione funebre . Quanto silenzio . L ' imponente brigata luccica e non si muove più sotto il nevischio della naftalina . Giunta a questa stazione la pubblicità fa alt , si tace e sbadiglia . Qui c ' è il « fermo » , la quarantena della gloria . Il salone d ' ingresso è diviso in scomparti , in box ( salvo i trofei , gli addobbi , e la tappezzeria ) come una scuderia . Con la coda dell ' occhio vedi brillare qua e là delle facce che sai . Stresemann , Hoover , Kellogg , malamente equilibrati , sembra che nascondano sotto le falde dei loro diplomatici krauss delle code di paglia . ­ Statue di cera ? - - dirai . - - Abbiamo già veduto cento volte questa roba nei baracconi da fiera . Non è la stessa cosa . Anch ' io ricordo la « donna nuda rapita dall ' orangutan , il maggiore Toselli ferito ad Amba Alagi e il Re Galantuomo che muore nel suo letto » ; ma quelle , benché ferite e morenti , sono statue felici , fortunate ; viaggiano , cambiano aria e paesi . Le vedi respirare in fin dei conti , girar la testa e gli occhi , sia pure lentamente ; insomma credi , quel regime aperto e mutevole fa loro proprio un gran bene . Ma nel Museo Grevin non c ' è movimento . Le statue in questa pensione conservano il loro atteggiamento per dei mesi e dei mesi , magari per degli anni , finché viene il momento di sparire in cantina o nel solaio . I posti sono contati , quindi la celebrità vuol essere amministrata qui dentro col massimo rigore . Scaduta la voga , appena la popolarità accenna a scemare , gli inquilini in ribasso devono ceder la scranna ai nuovi che sopravvengono . Quanti ce n ' è , che son passati di qui . Nomi mondiali , tipi famosi , monumenti che pesavano quintali , quintali di cera preziosa . Dove sono finiti ? Li hanno liquidati . Li hanno fatti bollire in una grande caldaia ? Dunque anche qui tutto cambia , tutto si rinnova , e qualche volta più presto di quel che non avvenga nelle interminabili e sempre fresche vetrine delle Galeries Lafayette . Basta una guerra , una rivoluzione , e anche meno , una seduta parlamentare , perché qualche figura vada su nel granaio , e un ' altra faccia di cera venga messa a quel posto . Chi si ricorda più , per esempio , di Combes , il famoso ministro anticlericale , il mangiapreti famoso , il cui statuone spadroneggiava qua dentro ? Passato il suo quarto d ' ora politico , è scomparso il grand ' uomo . Forse per farlo durare un po ' di più ne han fatto dei ceri sacri . E adesso Combes illumina l ' altare di Notre Dame de Paris ? Un triste guardiano , con la candela accesa , fa qui dentro ogni notte il suo giro di ronda , ispeziona il locale e si ritira borbottando . Come l ' avaro , sordo e feroce custode del Castello di Corneville , che per mezzo delle campane spaventava l ' ignara popolazione e usurpava i beni del padrone . Soltanto che sugli zoccoli disposti nel salone invece delle sinistre e arrugginite armature degli antenati qui ci son dei doppioni fuori corso , ancora più sinistri , dei terribili sosia , dei « facenti vece » di cera . Chissà quali tragedie avvengono qui la notte . Quante rivalità e odii si scatenano quando il Museo si chiude . È lecito supporlo : vociferazioni , lamenti , strida , da far gelare il sangue . Benché il mattino dopo tutto ritorni in ordine , il pubblico che entra non si lascia ingannare da tutta quella cera che ora sorride e si compiace in silenzio . Troppa diplomazia . Abbiamo già capito , solo al vedere il povero Charlot più pesto e più smorto del solito , quel che succede qui . Tremante , mezzo nascosto dietro una colonna , Charlot dopo ogni nottata reca ancora sul volto le tracce di una minacciosa paura , e copre con le braccia la vita del suo piccolo bene : Jackie Coogan . Fu nel muovermi per uscire dal Museo Grevin che dal fondo del salone d ' ingresso vidi voltarsi verso di me un mucchio di figure di cera . Una folla del tutto nuova . Dianzi , passando dallo stesso salone , li avevo lasciati scorrere intorno a me senza accorgermene . Correttissimi e pieni di un ' animazione enigmatica costoro da tutte le parti mi venivano incontro amabilmente , quasi per trattenermi . Benché sembrassero un po ' sazii e scoraggiati di esser senza voce e senz ' anima , i loro lineamenti , resi audaci da qualche pennellata recente e troppo carica , luccicavano come la galantina . Alcuni si affacciavano ai loro scomparti con l ' aria ansiosa , curiosa e impettita di chi aspetta che suoni l ' ora della libera uscita . E ce n ' eran di quelli impazienti , che avevan già messo il piede sul tappeto che copre lo spazio adibito alla circolazione del pubblico . Fra coloro che se ne stavan quieti al loro posto rivedo con piacere Hoover . Seduto degnamente egli ascolta , con un sorriso quadrato come il suo viso , un rapporto che gli fa il suo segretario . C ' è fra i due molto spazio e molto rispetto . La gerarchia funziona anche al museo . Hoover non batte ciglio . Il suo segretario nemmeno . La conferenza può continuare . Passiamo oltre . Ed ecco Doumergue , il più scapolo e insieme il più paterno dei presidenti . È un Doumergue esageratamente in salute , che fa pensare al cognac . La sciarpa repubblicana lo taglia trasversalmente in due , al pari dell ' alfiere di un mazzo di carte francesi - - uguale di sopra e di sotto . Ha lo sparato imbottito , gravido forse di stoppa . Sul petto del suo frack scintilla , come un granchio d ' oro , una decorazione . Anch ' egli , agghindato e scentrato , sorride e tiene una mano posata sulla spalliera della poltrona . Scarpe di pelle lucida . Mani di morto . Sorriso da ubbriaco . Consiglio al ritrattista : « rifare tutto da capo » . Lí vicino alla Francia , il Vaticano : due svizzeri , con l ' alabarda , fan la guardia alla nicchia dove il Papa seduto in trono , con una bolla nella mano abbandonata sui ginocchi , guarda un monsignore tutto in viola , che tien le mani incrociate sul ventre . In piedi è un giovane cavaliere barbato , in cappa e spada , nel nero costume spagnolo , catenella d ' oro , collare , spadino e scarpe col fiocco . Sul fondo un crocifisso . È il pezzo più vivo del quadro . Accanto a me , un signore con un giornale in mano ( l ' « Action française » ) e gli occhiali sul naso . Ha l ' aria di tenere il fiato , guarda S . Santità con un ' attenzione da psichiatra . Guardiamo tutti e due a lungo , ma io mi stanco per primo e mi rivolgo verso di lui : ­ Di cera , di cera anche lui . - - « Leon Daudet » mi sussurra in un orecchio un custode avvicinatomisi di soppiatto . Mi rivolto di soprassalto squadrandolo con diffidenza , non fosse anche costui di cera . Della cera incaricata d ' ingannarmi ? O di qual ' altra materia ? Era un surrogato o un uomo ? E s ' allontana lasciandomi nel dubbio . Si vede del resto che queste figure sono di cera finissima ; se fossero di sego , con questi pomeriggi che un ' afa stanca divora , le mani di Doumergue colerebbero irreparabilmente giú per i bracciuoli della poltrona . Dunque per ora i fantocci di questa serra della grandezza politica , reagiscono al caldo con dei sorrisi melliflui , con delle smorfie melense . Si sa il miele e la cera sono parenti . Ma se ti fai sotto e li guardi a poca distanza non ti pare che questi ritratti abbozzino un sorriso , un sorriso un po ' contrariato di non rassomigliare a nessuno e tanto meno a se stessi ? Madida di stearico sudore a forza di voler essere fedele , questa ricostruzione individuale di gente che circola tuttora nel mondo e sta benone , ti sembrerà viceversa più squallida e più ardente di quel che è naturale . S [ t ] udiamo anche noi vivi , che pur siamo d ' argilla ; poi quando la terra ci copre , ne usciamo , a piccole rate notturne , in fuochi fatui . Vuoi o non vuoi la cera ha sempre voglia di ardere , se non d ' altro di febbre , e qui i personaggi più importanti son tutti febbricitanti . Han già il presentimento che presto o tardi dovran finire tutti in sacra o profana illuminazione . Infatti in questo salone combustibile è proibito fumare . Qui dentro c ' è una mise à point storica che non aspetta il tempo . Siamo nel regno della copia conforme . Qui si sopprime l ' anima , si sopprime il respiro , a scopo commemorativo . Si mette il morto al posto del vivo . Qui , fra una nube di cloroformio e di etere , si tratta di estrarre la « maschera » dell ' epoca presente ; di mettere sotto una campana di vetro , lontano , lontano dall ' aria ' , delle statue che han sotto il braccio immense buste di cuoio , e non sono esattori . Monumenti autorevolissimi ma senza piedistallo che stringono nel pugno rotoli di carta bollata , segno antichissimo di onnipotenza . Questo luogo è uno spegnitoio per tutti : di cera e di carne . I tappeti smorzano lo slancio , moderano l ' andatura del visitatore incerto e diffidente . Si cammina sulle uova . Si parla sottovoce come in casa dell ' ammazzato . Avviene che qualche manichino impaziente venuto ad ingombrare addirittura il passaggio , riesca a conservare , quasi per miracolo , la propria incolumità fra il parapiglia muto e rispettoso della gente . Lo vedi con raccapriccio tenersi dritto nell ' ombra , in mezzo a quel via vai . La mossa malaccorta di un frettoloso che si volta , uno spintone , una pestata di piedi , potrebbe farlo traballare e cascar giú tutto d ' un pezzo fra le braccia di un custode accorrente . Che diavolo , sembra vivo - - e sono tanti i vivi che sembrano morti . Lí per lí non viene in mente a nessuno che sia falso - - eppoi con questa luce così equivoca e fioca - - ci vuole tanto poco , una disattenzione basta ; ecco che rotola in terra . No , m ' illudo , resiste . È un ' arte da imbalsamatori . Ogni opera di questa arte è opera conservativa anzi reazionaria : sostituisce al vero la mummia trionfale , il cliché burocratico comun denominatore d ' ogni convenzionale identificazione . Il vivo preso di mira ha sempre il torto di non rassomigliare al suo ritratto ufficiale - - gli assenti han sempre torto - - dunque in certo qual modo , nell ' ordine definitivo , son rivoluzionari , anzi dobbiamo aggiungere che a colui , fra costoro , che si compiace d ' esser raffigurato così , sub specie aeternitatis , l ' esser vivo dispiace , l ' esser vivo è d ' impaccio . Motivo per cui molti poveri diavoli , che credono alla gloria , o sentono d ' esser predestinati a passare alla storia , cercan fin dalla nascita il gesto , il silenzio solenne dei musei , tengon la lingua tra i denti , imitano nel loro viso il legno , il bronzo , la cera , il gesso , lo stucco dei busti da consolle , e serbano fino alla morte l ' atteggiamento degli idoli , dei tabú . Quando usciamo di qui il sole fa l ' ultimo capitombolo . Fra quel fiume di gente che scende i grands boulevards si resta sbalorditi e interdetti . Del vero , del reale non c ' è più traccia nel mondo . Sotto le miracolose spavalderie del crepuscolo c ' è un ' esuberanza distratta di colori e di forme vuote che si muovono senza direzione , un ' intensità di cose vaghe e vacillanti che un soffio caldo rende più luminose e ferme . Non si ha più il senso dell ' autenticità : esseri strani che ti guardano con occhi ingranditi , cocottes erranti in preda a una estasi egiziana , strilloni di giornali che un congegno fu urlare sempre la stessa parola , signore dalle parrucche d ' argento , cavalieri manierati e stecchiti che si chinan su quelle ; lentissime automobili che si seguono silenziosamente a catena , e tutti quei lucenti cristalli di vetture troppo nuove , dietro i quali brillano come sante reliquie i volti più consunti e antichi di Parigi . Sotto il terrore delle tenebre che calano rapidamente , tutti vacillano , incerti sulla via da pigliare ; poi sembra che ognuno si butti a dritta o a manca quasi per raggiungere prima di notte la porta del proprio Museo Grevin . IX Stella Stella Giuseppe . Pittore napoletano emigrato a New York 34 anni fa . Figura straordinaria . Questa « nota personale » la trovo scritta sul mio taccuino . Mi pare che valga la pena di svilupparla . Un tipo simile non s ' incontra ogni giorno . Come la terra del suo paese , costui è fatto d ' una sostanza vulcanica , ferace e saporita , che può viaggiare e non si guasta mai sotto nessun clima . Segnalo dunque ai lettori il pittore Giuseppe Stella , calato su Parigi dall ' America . Egli ha già piantato la sua brava tenda nel quartiere di Montparnasse . Ecco un uomo che non ti farà mai un ' accoglienza banale . L ' ho conosciuto avant ' ieri , dopo la mezzanotte , al caffè « du Dôme » . Faceva un caldo equatoriale . La gente seduta fuori sulla veranda , studiando il modo di respirare quel fuoco , non faceva che sbottonarsi , bere dell ' acqua ghiacciata , e farsi vento col fazzoletto . Stella arrivato allora da Napoli , attraverso Roma e Pisa , pretendeva che la temperatura di qui non fosse niente in confronto alla nostra italiana . Stava seduto sulla sua scranna come un re . La sua corporatura sommergeva tutto quel mondo esausto e trito che sudava intorno a lui . Era , come si suol dire , in forma , e il suo umore , d ' una dimensione grandiosa e piena , splendeva addirittura . Deve avere una salute formidabile costui . Ha la mascella forte di Caruso . Probabilmente le sue tele cantano . Stella è di Muro Lucano . Si mette a parlare dei monti della Basilicata . Sulla casa dove è nato e cresciuto , ha fatto costruire ultimamente una terrazza che domina tutta la vallata . Di lassú nell ' ora del tramonto egli si gode la vista di un panorama così bello da togliere il fiato . Le montagne nude , senza boscaglia , si addormentano le une appoggiate alle altre e vanno digradando verso la linea dell ' orizzonte . L ' aria è tersa . La vallata che è lunga chilometri e chilometri affonda tra i monti con curve delicate come la schiena di un violino . « È un istrumento quella vallata - - dice Stell - - un strumento che vibra » . « ogni voce , ogni suono , anche il più piccolo , anche l ' eco più lontana diventa una cantilena a motivo locale » . Nel caffè intanto la folla dirada . Alla nostra volta si paga , e ci si alza dal tavolo . Facciamo insieme un po ' di strada nella notte . Stella ha forse cinquant ' anni , è un po ' sbracato , ma solido , allegro e raggiante . Parla forte come tutti i meridionali . Camminando con lui in quel torrido boulevard ho l ' impressione che egli sia il residuo vivente di una giornata d ' agosto . Un essere , che il sole , prima di sparire , ha deposto sulle terra che dorme . La faccia di Stella è una palla di fuoco . Un cappello a cono dalle ali nere e spioventi fa da paralume a quella faccia che arde come una lucerna , e sembra gettare ( mi si perdoni la figura ) un tenue riverbero circolare sui marciapiedi . Per lui bruciano ancora qua e là i lumi degli ultimi caffè rimasti aperti . Stella parla con una competenza originale della sua vita e dell ' arte . Parla meglio d ' un filosofo e di non so quale poeta . Parla del « naif » , del « naif » italiano , e dice questa parola in francese perché probabilmente gli pare che a dirla in italiano nessuno ci crede . Parla di quegli artisti popolari che continuano una tradizione antichissima : la pittura istoriata dei baracconi e dei carretti . Poi il discorso gira . Adesso viene fuori l ' America , Edgardo Poe , e Walt Whitman . Due poeti , due Americhe digerenti . Quella di Poe più vera dell ' altra . « Laggiú - - dice Stella - - vedo Poe dappertutto : nella tristissima campagna , dove , trent ' anni fa , non c ' era che qualche casamento abbandonato e pauroso ; nei quartieri sordidi e deserti di qualche vecchia città - - per esempio di Broocklin » . « Poe non si può tradurre . Quale forma italiana o francese dare per esempio al Corvo ? Lo conoscete in inglese ? Che lingua , che effetti lucidi e prodigiosi ! » « In quanto alle traduzioni di Baudelaire c ' è lí dentro un ' indolenza preziosa , una cadenza latina che non va ; un non so che , un colore , una sensualità di cui l ' originale non reca ombra » . « Poe è serafico , lucido , profondo e matematico . Materia calamitata . Calmo e fatale » . « Chi non ha visto tutto il cielo metallico che copre New York non può capire quel che intendo dire » . « Il Maelstrohm , leggetelo in inglese . Mai una lingua raggiunse la vertigine cristallina , il calcolo immutabile e arduo di questo poema in prosa » . « In America la nera malinconia , la solitudine spaventevole le senti appena arrivi . Poe non poteva essere che americano » . « Una sera ero in quella orrenda città che è Broocklin : l ' inferno industriale » . « Badate - - racconta Stella . - - Un luogo da fuggire a gambe levate » . « La neve dura copriva tutto . Una neve chè il carbone anneriva : tutta ghiacciuoli taglienti , e croste pericolose . C ' era ad ogni passo da rompersi le ossa » . « Insomma vetro in terra e vetro nell ' aria » . « Nessuno fuori in quell ' ora . Neanche un cane in giro » . « Le case e le botteghe di quel quartiere anonimo erano chiuse e sprangate . E sopratutto un buio morto , un silenzio spietato » . « Aspettavo il tram che non veniva . Avevo freddo . Ero solo . Per riscaldarmi cercai di muovere qualche passo su quel difficilissimo cammino » . « Vedevo proiettarsi laggiú sulla neve una luce folgorante . Meno male , pensai , c ' è un Bar aperto , un Caffè , o forse un Ristorante » . « Andai avanti incantato verso quella zona di neve che sotto la luce vivissima sembrava sollevarsi leggera nelle tenebre » . « A poco a poco raggiunsi l ' angolo e nel voltare rimasi quasi acciecato da una specie di forno elettrico » . « Era una terribile vetrina delle Pompe funebri che vomitava il fuoco bianco di cento dinamo su tutta la neve della strada » . « In mezzo alla vetrina c ' era una bara di smalto bianco , foderata di seta bianca . Su quella bara un cartello ` As you like it ' che vuol dire , ` come vi piace ' » . « Questa è l ' America dai pugni di ferro e dai nervi d ' acciaio ! » X I Black Birds Il formidabile spettacolo di New York La Rivista di Leslies « GLI UCCELLI NERI » con ADELAIDE HALL AIDA WARD TIAN MOORE e la famosa musica di Mr Hugb parole di Doroty Fields CON UNA COMPAGNIA DI STELLE E 100 ARTISTI DI COLORE Questo fu l ' ultimo cartellone di Music ­ hall che apparve affisso sulla facciata del Moulin Rouge di Parigi . Gli Uccelli neri migratori diedero quella sera la loro recita d ' addio . Addio vario , strabiliante , definitivo . Il Music ­ hall morí quella sera d ' una bella morte , e il cinematografo parlato s ' insediò ormai nel Moulin Rouge che era stato la rocca forte del Variété . L ' ultima canzone triste di Adelaide Hall diceva la nostalgia trionfale di quell ' addio al Moulin Rouge che proprio all ' apogeo essa lasciava , per non rivederlo mai più . Fra gli orgiastici bengala di questo supremo commiato , ci parve udire allora lo strido delle procellarie annunciante , nella tempesta , il naufragio del Music ­ hall . Non si vedrà mai più nulla di più vistoso , di più vivo e vibrante di questa troupe composta di negri indiavolati , e di mulatte le cui mani s ' attorcigliano come le miccie accese , i cui tratti trasaltano e bruciano nelle esplosioni infuocate del jazz . Non vedremo mai più tutti quei veli schiumosi e bianchi di sposa , di fidanzata , su quei volti color di ciocco ­ lata , e di rosa - - quelle strane figure di fanciulle , di matrone , di guappi , in foggie caricaturali e carnevalesche - - tutte quelle vignette da « Magazin pitoresque » con certe mantelline , cuscinetti , ombrellini , che una volta usavano , anche nell ' isole di Cuba , San Domingo e Giamaica , all ' epoca e nel clima dei piantatori di zucchero . E non saprei dire perché nella follia musicale di quell ' orchestra negra ci fosse dello Chopin . Forse perché a traverso l ' amorosa Georges Sand un po ' di sangue nero è colato nelle Mazurche del malinconico pianista polacco ? Di qui la pallida e cocente ebbrezza di quei ritmi . Tre cuoche della Martiníca col fazzolettone annodato sulla fronte saltano come impazzite giuocando con le loro sottane di percalle a fiorami , e scoprendo sulle caviglie le mutande antiquate del 1860 - - mentre da quel vespaio sonoro che è la grande « Plantation Orchestra » senti venir su un caldo equatoriale . I quadri dello spettacolo si seguono l ' un l ' altro , senz ' altra interruzione che quella di un attimo di oscurità : - - Caffè bui , clandestini , del quartiere di Harlem , buffoneschi episodi della malavita , vociferazioni scimmiesche , tutto quel bianco idioma inglese che traversa la loro anima nera - - la scena che sprofonda nel buio , fra un minaccioso luccicar di rasoi . Poi le coppie dei negri in abito da società che sfilano nel lume zafferano della ribalta - - i riti matrimoniali - - le smanie sentimentali - - e finalmente l ' immenso , panteistico richiamo del Sud , la scena della Jungla , con la famosa canzone del Di ­ ga ­ di ­ ga ­ do : tutto ha uno svolgimento vertiginoso , profondo e rievocatore , come la traversata di un secolo in un giorno . Questo teatro disceso fra noi dall ' America è proprio di una innocenza integrale . Naturalmente i Black birds , o uccelli neri che dir si voglia , prima di venir qui abitavano una selva , una selva di grattacieli , i grattacieli di New York . Ragione per cui in questa curiosa Parigi che il nuovo mai non sazia , essi son già gli esponenti dell ' ultima moda , della suprema eleganza . Non a torto del resto , perché son tutti negri smilzi , costoro , dal ventre concavo come un cucchiaio ossidato . Negri che in una patetica conflagrazione di pacatissime cadenze inglesi e di strilli gutturali , dan valore e conferma alle teorie di Darwin . più numerose e più inquietanti dei maschi anche qui sono le femmine ; genia combusta , adulterata e volubile che per via d ' esorcismi , di semicupi , e di cipria , riesce a far la spola tra il grado umano più basso e quello più sublime , lasciando la civiltà dietro sé , a mezza strada , come una vecchia governante . Sulle gote queste ragazze hanno delle grosse frittelle di rossetto . Lorde in tal guisa le loro oscure fisionomie han preso d ' incanto uno slancio frenetico e fatuo come la fiamma . Così avviene che una paradossale e lampante avvenenza trasfiguri le loro magre teste di morto . Lì per lì non sai come da quell ' acre e fin troppo aromatico branco salti fuori di colpo la più radiosa stella di Broadway . Son tutte men che ventenni , d ' una polpa serpentina e durissima , pettinate alla maniera eccentrica di Josephine Baker , cioè con i capelli incollati a virgola sulla fronte . Sotto questa punteggiatura audace i loro occhi dardeggiano . Non c ' è donna di teatro , o cometa nel cielo , che fuggendo sfolgori più viva di questa . Con dei notturni riflessi di bronzo i loro corpi ignudi , che un agitato e gonfio gonnellino di penne di struzzo copre , guizzano contro luce in un vegetariano paesaggio da cinematografo . Beatissima isola del Pacifico . In fondo , la luna fa una scia d ' argento sul mare di smeraldo che appare incorniciato da ' palmizi giganti . Su quel terrestre paradiso di banane , esse son le hawajane . Una bellissima scena , che non basta a descriverla la penna stilografica : ci vogliono i tamburi . Si direbbe il festino di una tribú di pescatrici di perle , che torno torno all ' isola , nelle acque profonde , i coscienziosi pescicani assediano . Ma quel che più addentro deve turbare con vaghe nostalgie l ' anima delle platee è la voce strana di queste fanciulle di colore . Voce debole , ferma sugli albori della creazione . Liquide voci boschive , verdi come l ' aria tra il fogliame , monotone come l ' acqua . Queste negre che cantano ballando , buttan le note a piena gola , come l ' ultima campana che s ' addormenta . Suoni lunghi che dondolano ai rami , polvere di melodia : il sonno scivola , s ' adagia . Dormiveglia della jungla sotto la pioggia calda . Lamenti di leopardi , la sera . Ruggito che illanguidisce e finisce in sfumature color di vaniglia . Onde gravi di sospiri ; misteriosi assopimenti ; echi dolenti ; voci nascoste in fondo alla natura . Cantilene che incantano ; voci comiche , rauche , lucenti , musicali . Musicali accenti di una fisarmonica immensa da cui nasce il nuovo mito negro ­ americano . Nel genere serio , poi , questa troupe ci offre un numero di una terribilità addirittura teologale . Qui la passione di Cristo e la paura del diavolo non han limiti . Il motivo ne è il seguente : « Negli stati del Sud il paese è allo stesso livello del mare , e quando un negro muore , se non è abbastanza ricco per essere sepolto nelle montagne , vien sotterrato nelle adiacenze lagunari , sì che l ' acqua fa tornare il suo corpo a galla . Allorché muore uno di questi negri poveri tutti i negri del villaggio si riuniscono intorno alla sua bara , e creano coi loro canti una specie di isteria che spinge gli uomini a rubare , e le donne a vendersi ai bianchi , allo scopo di raccogliere il denaro sufficiente per l ' inumazione del defunto » . Il velario si apre su un quadro spento che la lanterna cieca esplora . È la navata d ' una chiesa anglicana . Il cupo laboratorio dei missionari di Boston . Luce da inquisizione . Là dentro un ' oscura e devota adunanza intona i cantici . La musica è quella di un dogmatico fox ­ trott . Voluminose entità si distinguono appena in quel buio . Corpi moventi , forme dai pallidi balenii d ' alluminio oscillano fra gli opachi vapori d ' un altare . Un fumido velo di magnesio ardente imbianca tutte quelle figure di negri problematici , che non sono più altro che cifre di una religione , simulacri di un rito funebre e corale . L ' enorme bocca rosea di un pastore africano affiora e affonda lentamente nel tenebrore : apparizione spettrale che riassorbita dall ' ombra , sparisce nel lucido disco girante d ' un grammofono . Dietro e intorno a quel segno che dilegua c ' è solamente il nero di una negativa fotografica . Lastra che si sviluppa e stride in un bagno di acidi : il Jazz . Mugghiano in quell ' oscurità le voci dell ' apocalissi . L ' orchestra metallica scroscia e spruzza acciaio fuso . È il film sonoro che vive . Le luci dei riflettori , che il luminista sorveglia , invadono a poco a poco con una nebbia azzurrina , la folla dei fanatici il cui gesticolare sempre più lungo e vasto si ripercuote in ombre cinesi sul fondale . Così da un processo chimico vien fuori una specie di giudizio universale : una foresta umana che si piega e si raddrizza . Foresta senza fine . Canto , minaccia , solenne spavento circonda , vaticinio , sermone che il più solenne spavento circonda . Qui c ' è tutta la Bibbia di un convertito stregone . Evangelo furente entro il quale cova l ' elettricità di un temporale , entro il quale brilla fra cento dissolvenze cinematografiche il fuoco di un ' antichissima magia . Qui c ' è l ' idolatria , e insieme , ritmata coi pugni del mea culpa , una scolastica , violenta e celeste , che fa pensare a Bach : un Bach della Polinesia . In mezzo ai clamorosi scongiuri e alle orazioni , un ' ombra umana caduta sui ginocchi si trascina ; prorompe un urlo selvaggio che porta tutta la musica sul modo maggiore . Il contrappunto aumenta sino all ' uragano e la popolosa visione va ' su a braccia levate nei cieli del palcoscenico . XI Lauri Volpi « La carriera del tenore non ci interessa ; essa è quella che gli permette di raggiungere la celebrità prima che la intonazione - - nei concertati vuol aver ragione lui , anche quando nessuno gli dà torto ; poi bisogna applaudirlo se non si vuol passare per nemici della grande arte » . Ecco un ' opinione , uno sfogo , un giudizio generico , forse a ragion veduta , ma che non calza sempre nel caso specifico : per esempio nel caso di Lauri Volpi , al quale non fa nessun torto l ' avere la più bella voce dei nostri giorni . La voce dell ' uomo felice è la sua . L ' Italia gli ha dato la gloria , l ' America la ricchezza , la Francia la rosetta della legion d ' onore . E la Spagna gli diede l ' amore d ' una sposa , gli diede la ridente compagnia d ' una figlia di Valenza . La prima volta che andai a trovarlo all ' Opéra di Parigi , c ' erano nel suo camerino ogni sorta di personaggi eccelsi - - fra gli altri l ' ambasciatore della Repubblica Argentina , e il duca d ' Alba , allora ministro di Re Alfonso . - - Neanche a farlo apposta , nomi sì illustri , figure sì spiccate e magnanime non potevano capitare più a proposito in quel fatidico speco riservato al melodramma . È appunto nel camerino , prima di entrare in scena , che la missione , il compito nazionale d ' un tenore famoso comincia ad esplicarsi . È lí , fra i mazzi di fiori che ingombrano le consolle , e i costumi sgargianti che pesano , gremiti d ' oro , ai ganci delle pareti : in mezzo a un guazzabuglio di asciugamani buttati sulle poltrone e di scarpini che volano al sotto , che il nostro globe trotter del melodramma italiano incontra a tu per tu i potenti della terra . Son proprio quelli e quelle , i momenti importanti e le arguzie efficaci . Quando dinanzi allo specchio , stropicciandosi i diversi cerotti sulla faccia , l ' artista senza voltarsi replica con la modestia più amabile ai signorili omaggi di quei Grandi . Allora avviene che il luogo così inquadrato e immerso in una luce cocente e malinconica , possa sembrare quello di un ' antica pittura . Giovane e seminudo , il vello sulle spalle , come san Giovanni Battista - - il nostro Lauri Volpi sostiene in quel frangente , con una fierezza cattolica , il centro del quadro . L ' umana mitezza e il classico vigore del suo aspetto , ecco quel che lo rende oltre ogni dire simpatico . Perché fortuna vuole che fuori del palcoscenico Lauri Volpi non faccia mai il tenore . Nella conversazione la sua voce non è più quella che canta : è un ' altra voce . - - Ha un timbro spento , ma caldo - - muove bassa dalle sue labbra ; traluce vagamente dall ' intimo , rivelando l ' oscura sensibilità dell ' uomo . - - È la sua voce privata ; quella della fede . ­ Viene da una corda profonda - - cangiante ombra d ' un suono . Celata come una rosa che brucia paonazza nel suo rabbuffo di carta velina . Negli hôtels dov ' egli scende piovono subito gli agenti teatrali e lo assediano con offerte fantastiche : i contratti sono pronti , non c ' è più che la firma da metterci . Bersagliato di seguito da tal numero di affari si capisce che il nostro Lauri Volpi sia qualche volta stufo di scritture e di soldi , al punto di rifiutare delle proposte che qualsiasi compositore o poeta con tutta la sua immaginazione stenta a credere . Se insisto un po ' su quest ' argomento poco elegante non è per difetto di gusto , ma bensì per concludere che di tutte le varie felicità che lo circondano è proprio a questa , economica , che Lauri Volpi seccato volta il più spesso la schiena . Gli è che Volpi , innamorato del pubblico , come della sua donna , vuole ottenere soltanto che il pubblico lo ami . Ecco perché canta . Basta guardarlo col binocolo , quando entra in scena . La sala , buia e gremita , lo manda in visibilio . Veh , com ' è smorto e nobile il suo volto . Il suo petto si alza e s ' abbassa come quello d ' uno spasimante che sta lí lí per spirare sotto un balcone chiuso . I suoi « do diesis » sono dei lunghi e umani messaggi che arrivano alla luna . - - E sul punto di attaccare l ' acuto degli acuti vedi Lauri Volpi chiudere vertiginosamente gli occhi avvolti nel vuoto come uno che si getta dalla torre Eiffel . - - Ed è sempre un volo canoro stupendo . Tutto quel che in un anno può spendere , di note sopra i righi , un tenore normale , egli lo spende in una sera . È un vero salasso vocale . n La sua recente tournée fu un arco solo di trionfi , da Budapest a Berlino , da Parigi fino all ' isola di Maiorca . In Spagna cantò anche nella Plaza dos Toros di Barcellona dinanzi a ventimila persone . In ogni luogo del mondo cantò in italiano . ­ Questo continuo cambiar paesi , teatri , compagnie , e cantare , oggi , con degli ungheresi , con dei tedeschi domani , è una cosa che ti scombussola - - mi dice Lauri Volpi . - - La memoria della parte , la pronunzia sicura , il movimento , se ne vanno a Patrasso - - bisogna provare e riprovare per assuefarsi a certe repliche ostrogote che a tutta prima ti fan rimanere di sasso . Povero lui , per una settimana Parigi fu piena del suo nome ­ e ' non gli diede riposo - - quattro recite e tre concerti in sette giorni . L ' ultima sera all ' Opéra fece l ' Aida . - - Recita completamente italiana . - - Gli artisti di quel teatro , dal primo all ' ultimo , si sforzarono di cantare nella nostra lingua , e ci riuscirono egregiamente fu intorno a Lauri Volpi una gara inaspettata , ed un omaggio magnifico reso all ' arte nostra . Fra il terzo e il quarto atto volli andar su a salutarlo . Per arrivare al palcoscenico c ' è un viaggio inenarrabile da fare : vestiboli , passaggi , boccaporti , androni che rimbombano , scalette di servizio , spazi morti , scricchiolio di legname sotto i passi - - insomma un ' arca , questo teatro , un barcone , una scuderia , un labirinto grandioso , vuoto , antidiluviano e provvisorio . In fondo a certe corsie , mezzo annegate nella luce fioca e traballante del gas , una tribuna da corte d ' assisi , e sulla scranna un custode che non da piu segno di vita . Mi ci volle una guida per arrivare . Sul palcoscenico , turbe di comparse ferme nella penombra ; fra le quinte le masse dei coristi aspettavano il segnale , come dei soldati in trincea - - nell ' aria , fino al soffitto altissimo , noia , sonno , stanchezza . E in disparte , nel buio , Lauri Volpi colle braccia conserte . Riconosco i suoi occhi lucenti , i suoi capelli ricciuti e bagnati di naufrago : la tunica leggera di Radames è quasi incollata sulle sue spalle - - su tutto il suo corpo fuma il vapore . È sudato , formidabile , come un boxeur prima dell ' ultimo round . Ma allegro . Ride - - sa che fra cinque minuti un ' altra celeste Aida , un ' Aida parigina , morirà fra le sue braccia . XII Concerto di negri La sala Gaveau a Parigi sembra quella di Santa Cecilia a Roma - - un po ' più vasta , se vuoi , e sontuosa - - con delle penombre e delle profondità appartate , quasi delle nicchie , entro le quali gli astanti , aspettando che il concerto cominci , siedono in una solitudine conventuale . Un piccolo organo con la gerarchia delle sue canne mute dorme avvolto in un barlume grigio e argento , e fa fronte al pubblico che di minuto in minuto si va accumulando in platea , fitto , profumato e soffice come una valanga . Ad un certo punto una raggiera di lumi dai colori arancioni s ' accende e indora la folla distesa e sussurrante . Cinque negri in smoking son già allineati sul podio . Cinque ceffi di pece lampeggiano sul candore degli sparati - - sembrano tenebrose maschere intente a spiare dai fori . L ' improvvisa luce non ha lasciato a loro il tempo di dileguarsi . La scena ha l ' aria di un complotto sventato . Tengon la testa china e le mani dietro la schiena . Che avranno in sorte costoro : il linciaggio , la sedia o la fucilazione ? Su un lato del palco un pianoforte a coda interminabile , una specie di sarcofago scoperchiato , sta lí sulle ruotine , fermo . Lo diresti il pauroso veicolo adibito alla traslazione delle loro salme . Poveracci ; tirano appena il fiato , posseduti da uno stesso pensiero funesto ; e quel respiro diventa a poco a poco un lamento , una preghiera che fluttua su quelle labbra tumide : mescolanza fioca di versetti e di nenie che una quiete assonnata mantiene su un tono monotono e lieve . Son dei quacqueri neri che cantano in lingua inglese , su un ritmo che suona lento , scompigliato , arcano - - cantano senza sostegno istrumentale . Cantano . E non si guardano mai . Non si toccano , guai ! - - curvi , immobili , assorti come bestie catturate . Il loro insieme è ammirevole , l ' intonazione è perfetta , e sembra desolata di esserlo . Le voci di questi negri non sono fatte per primeggiare ma per coprirsi a vicenda , e intrecciarsi in un gergo rotto , confuso , puerile , indefinibile . C ' è un mistero , un ' ossessione , una occulta presenza che fa loro venir la tremarella , qualcosa che si muove come l ' ombra dei preti missionari sulla sabbia del deserto . Ascoltiamo perplessi questa musica senza gesti , che gira a rilento . - - Formule caute , echeggiamenti vaghi , irreperibili suoni , evasivi accenti . È un ' arte che non si eleva mai , non si spiega , gorgoglia , e si svuota prima di avverarsi : ventriloquia sobria , evanescente armonia che fa l ' altalena e arriva sino a noi a onde successive , come per trasmissione radiofonica . I cinque cantori del nuovo mondo sembrano ancora lontani sui flutti dell ' oceano . Sul loro sangue infuocato la chiesa protestante ha versato la Fede - - ormai le loro anime cristiane bruciano onestamente come le candele sull ' altare . Non han più forza , né foga , né originalità ; non c ' è più niente di verticale nel loro modo ; mai un colpo azzeccato - - effetti d ' ombra nell ' ombra - - dissolvenze sonore . Per attaccare insieme s ' intendono fra loro a cenni impercettibili , serbando tuttavia un atteggiamento impersonale pieno di dissimulazione belluina . Ohimè ; chi s ' aspettava di udire da costoro qualche esilarante mistificazione , qualche grossa e accorata eccentricità sul genere di Alleluia , casca dalle nuvole e comincia a ingoiare sbadigli su sbadigli come il camaleonte che mangia l ' aria . Ma la natura presto o tardi si vendica . Ed ecco che a poco a poco dietro tanta devozione nasce la luce violetta dell ' alba , come intorno a un ' orgia funebre . Senti , che nostalgia in quegli ululati contriti . Le u inglesi sospirano nel loro naso , gemono nella loro gola ; e tutto l ' alfabeto dei seminari di Boston , che gonfia le loro gote che fischia fra i loro denti , e fa roteare i loro occhi in un ' estasi placida , si mischia malinconicamente a proposito di sermoni , di Bibbia e di pie cerimonie . Dietro quei salmi ci son le canzoni sotto la tenda nell ' accampamento notturno , la vittima pronta per il sacrificio , l ' acquavite per la danza e i falsi combattimenti dei guerrieri . Questi negri hanno dunque un ' anima a doppio fondo , e non sono dei trabucos denicotinizzati . L ' istinto , il ritmo vitale li invade gradatamente , il sacro delirio vien fuori dalle loro ugole , e il pubblico elettrizzato comincia ad agitarsi . Fra i ranghi femminili c ' è una tribú di dame color di liquirizia , che si gonfiano esilarate , mostrano i denti e non stan più nella pelle . Proprio in quel punto m ' accorgo d ' avere per vicina una negra del tropico , ingombrante , cresputa , e una sua figluoletta dalle trecce pesanti e bruciate . Ambedue seguono anelando il concerto e sembrano al settimo cielo . A bocca aperta la piccola sorride , sorride in silenzio - - i suoi occhioni di bull ­ dog guardano nel vuoto con uno sbalordimento travolgente . Comincio anch ' io a sentirmi leggero , e a salire a traverso regioni metafisiche , al di là di tutte le mitologie , nell ' elemento cosmico e cieco . Tempestoso , immobile , l ' universo siderale affonda da ogni parte infinito . I grossi unisoni cantano su un tono equatoriale - - un inno si leva dagli uomini , dalle foreste , dal mare e va su in cielo - - un cielo immane , che stride , sul proprio asse , e tuona lontano . Ansante e rorido come un gran ventre sazio il firmamento palpita e stilla fuoco . Miriadi di astri sanguigni fumano lentamente . La via lattea luccica come una cintura incrostata . Corrono i messaggi fra l ' uno e l ' altro polo . Tutto è ripetizioni , discrepanze e segnali . La notte fa il suo lungo viaggio con i vapori che ne derivano e le luci che l ' accompagnano . La stella di Venere riman l ' ultima a dondolare lassú . Le altre sono fuggite tutte dinanzi al prossimo sorgere del sole . XIII Parigi 1930 La Patria della democrazia par diventata una cooperativa anonima , e Parigi lavora in sordina ma sodo : quiete e semplicità stanno alla superficie . A tutta prima diresti che il gallo ha messo il becco sotto l ' ala e digerisce . Invece seleziona . Le iniziali allegoriche , i sostantivi tonanti della Repubblica son scritti in lettere piccole . Sui biglietti da visita non vedi che minuscole . Genio , eroismo , gloria , cercano di non dar più nell ' occhio , strisciano lungo i muri e vanno in bassa tenuta . Vittoria , libertà sono parole di terza qualità . Nell ' arte , nella politica , sono aboliti gli altoparlanti . Tutto quel che è imperativo o pretensioso marca il passo e si tace . Bando alle esclamazioni , non son più i chiari di luna della rettorica . Gli esteti e i demagoghi van coperti d ' obbrobrio a crepare sotto i ponti . All ' enfasi ci pensa lo spazzino . Crisi di rinnovamento , giunco di influenze , trasfusione del sangue . I discorsi son corti , le parole precise , si cerca l ' essenziale . D ' una lotta accanita e profonda come questa non odi che i sospiri e qualche rantolo . In mezzo a tanto silenzioso tormento il rumore d ' una porta sbattuta , il tonfo d ' un suicida , il grido d ' un poeta , si spengono senza traccia in questa atmosfera raccolta che è come un coltrone di cenere . In un discorso di ieri Paul Claudel constatava senza rincrescimento che l ' americanismo ha invaso da un capo all ' altro tutta la Francia . C ' è dell ' esagerazione , e i poeti che esagerano son messi in questo momento fuori circolazione come le maiuscole dell ' alfabeto . Ma Claudel è anche ambasciatore e la frase scabrosa sollevò un putiferio ; si disse da ogni parte : basta , basta . Prima che la protestante eco sia dispersa del tutto , leviamoci per affermare a nostra volta che , se la Francia sta americanizzandosi , la città di Parigi è addirittura dei negri . Quassú il negro è il modello , il profeta , l ' artista . Qui si dà fondo a tutte le più occulte negrerie . L ' Africa ha steso il suo braccio sulla città lumière . Settantamila algerini sudano nelle officine . Le più oscure tribú traversano senza tamburo i grandi boulevards . Il ritmo di questa metropoli è imperiale . Nei saloni trionfa il giovane stregone dal colore dei sigari di avana . I negri ti dànno il biglietto nei carrozzoni del tram . Ammarrate ai piedi del Louvre ballano sui flutti della Senna le piroghe oceaniche . I senegalesi in alta uniforme fan la guardia all ' Eliseo . Il fatto non è ancora politico , è piuttosto mondano . Mala moda a Parigi fa presto a diventare politica . L ' Italia invece e il vecchio italianismo perdono dei punti , anzi precipitano - - come si dice in borsa . [ Venezia , Michelangelo , Posillipo ) , il sentimento e la gelosia passano un brutto quarto d ' ora . Il do di petto , il dolce far niente , i bersaglieri e la vendetta sono spacciati quassú dove il risentimento , lo sdegno , l ' aversene per male , sono il segno di un deplorevolissimo costume provincia le . Oggidì si calpesta , si riduce in frantumi ogni romanticheria , si scaraventa nel fiume tutto quel che è vieux jeu . Parigi è diventata un ' isola cosmopolita intorno alla quale galleggiano ruotando dei tappi di champagne , qualche berretto di carta rossa da cotillon e molte donne disperate e fradicie di lacrime . Qui certo l ' amore non fa appannare i vetri delle case private : qui c ' è l ' uomo in incognito , c ' è il quacquero . L ' uomo integrale , anima , spirito , e corpo , l ' uomo in caratteri da scatola , è morto . Quante donne dopo un naufragio approdano in questi paraggi in cerca d ' un appoggio , d ' un protettore . Ohimè ! A Montparnasse si studia , ma si fa poco all ' amore . E tuttavia in nessun altro luogo accorrono come qui , disperate , le tapine che han bisogno d ' essere sostenute per cadere di nuovo . Del resto qui , amore , non si dice più : si dice amicizia e l ' amicizia è sperimentale . Così d ' esperimento in esperimento la vita finisce qualche volta a spegnersi sopra un fornello di carbone . Il cancan è finito . Entrando in Parigi fiuti nell ' aria lo spirito serioso della città , che da qualche anno in qua si moralizza fin che può . Ti permettono appena una scrittura che dice castamente delle cose immorali . L ' absinte non c ' è più , - - si mena una vita sorvegliata e pacifica . L ' uno dopo l ' altro i luoghi clandestini si chiudono . In poesia le note son leggere , intermittenti , ultimi segni balzati alla superficie letteraria , come le bolle d ' aria che fa un annegato sparito sott ' acqua . Quanta severità . I cervelli son diventati più forti , ma i cervelli soltanto . Ora si cerca d ' essere ragionevoli e si aspetta la trasfusione del sangue . La sera il cielo è zebrato di fulmini , ma non senti tuonare . Di tutto un apparecchio pirotecnico , dopo che i fuochi artificiali son bruciati , e il fumo è dileguato , non rimangono al mattino che tizzoni , trucioli , gabbie schematiche di réclame tramortita , e la freddezza arcigna d ' una città che non ha punto goduto . È la corrente invisibile che durante la notte dà tanti occhi , e un milione di sguardi sfolgoranti , a queste strade funebri . Ecco il paesaggio invernale fatto di neve , di cemento , e pieno di ateliers , sterilizzati dalla luce elettrica - - dove il pensiero moderno brucia , brilla , si spoglia di ceneri calde , evapora , a forza di combustione , fin che rimane bianco , esiguo , ossificato come uno scheletro nella calce . Ma queste non sono che impressioni di un ultimo arrivato . Col tempo l ' incanto nascosto di Parigi ci avvolge volubilmente , ci penetra , e una dolce avidità di viverci ci prende : entri in circolazione , sei parte del tutto , trovi un destino nuovo e senza ribellione finirai anche tu per trascinarti dietro la catena del parigino .
EVA MODERNA ( SIGHELE SCIPIO , 1910 )
Saggistica ,
A MIA SORELLA EMMA CASTELLINI SIGHELE . Questa , ch ' io ti offro , è la frammentaria relazione di un vagabondaggio intellettuale attraverso un territorio psicologico molto studiato e sempre poco conosciuto . Tu sai che la parte migliore di me è in quei libri coi quali ho voluto servire la scienza in cui credo , è in quella propaganda patriottica con la quale ho voluto difendere la mia terra irredenta che amo . Al di fuori di questa fede e di questo amore , io guardo il mondo con la tranquilla serenità di un modesto studioso che non ambisce dir cose nuove , ma desidera soltanto osservare . Queste mie pagine sono il frutto di un ' osservazione obbiettiva : raccolgono , commentano , criticano quello che gli altri hanno detto : sono ricami intessuti coll ' ago dell ' improvvisazione su un tema che oggi interessa : sono brevi fuochi d ' artificio con cui ho tentato illuminare fugacemente una questione molto complessa e molto confusa . Pure , in queste pagine è un sentimento che le rende forse non indegne di essere dedicate a te . Il libro è in alcune parti ardito , ma il suo scopo è profondamente morale . Tu vi troverai , a volte , un ' eccessiva semplicità , a volte un po ' d ' ironia . L ' una e l ' altra non sono che la paura di dar troppa importanza al mio pensiero . Ma tu vi troverai , anche , la convinzione sincera che il maggiore e migliore ideale della donna si realizza nella sua missione di madre . Per me è vangelo la parola di Nietzsche : la donna è un enigma la cui soluzione si chiama maternità . E per questo a te - che della missione di madre hai inteso modernamente tutti i doveri e godi oggi meritamente tutti gli orgogli - per questo a te ho voluto dedicare il mio libro , come un atto di riconoscenza d ' affetto e d ' ammirazione . S . S . Firenze , marzo 1910 . Una sola morale per i due sessi . - " On peut prédire à coup sûr que la morale de demain sera ce que seront les convictions de demain relativement à l ' importance , à la nature , à la signification des rapports sexuels . " - GABRIEL TARDE . Un destino ironico vuole che i grandi uomini creino dei discepoli piuttosto per esagerare e deformare le loro idee paradossali anziché per seguire e diffondere ciò che vi è di umanamente bello e nobile nelle loro teorie . Tolstoi che è insuperabile artista e mediocre filosofo , ha visto sorgere troppi seguaci della sua filosofia e troppo pochi imitatori della sua arte . E delle sue dottrine filosofiche , che risentono tutte l ' assolutismo del solitario e peccano tutte per l ' inapplicabilità d ' una psicologia d ' eccezione , quella che ha avuto , anni or sono , più largo onore di discussione e anche il successo di un assentimento verbale , è stata la teoria dell ' amore . Una teoria negativa , che si è diffusa nel mondo per mezzo di quel delizioso racconto inverosimile che è la Sonata a Kreutzer . Per Tolstoi l ' amore nella sua significazione fisiologica di atto che obbedisce all ' istinto è vizio e lussuria ; e da perfetto asceta egli sacrifica volentieri la perpetuità della specie a questa perpetuità del male . L ' intelligenza ottusa degli uomini normali credeva ingenuamente che il consiglio di Tolstoi non sarebbe stato accolto . A rigore di logica , non si poteva ammettere che l ' ideale dell ' umanità consistesse nella negazione dell ' amore e quindi nella soppressione dell ' umanità . Ma la logica non è forse che un ' opinione .... come l ' aritmetica , e a combattere contro di essa pullularono i discepoli tolstoiani . L ' inno alla castità fu cantato su tutti i toni da un coro di imitatori ; e non soltanto l ' inno alla castità relativa come vuole la morale cristiana , ma l ' inno alla castità assoluta come pretende il gran sacerdote di Jasnaja Poljana . Nell ' ultimo capitolo della Femme inquiète di Jules Bois si legge questa pagina ove è simbolizzata la " coppia futura " la coppia platonica che rispecchia il divino ma inutile amore secondo lo sterile vangelo di Tolstoi : - " ... Il secolo stava per finire . Noi eravamo diventati i discepoli di Isaja che era il Messia della religione suprema . Un giorno il maestro mi disse : - Io ho molto amato , ma i miei amori mi avevano lasciato un senso di disgusto .... Finalmente incontrai colei che doveva decidere del mio destino e mutare la mia esistenza . Ella era vergine . Io ero sorpreso del rispetto che mi ispirava . Una sera tuttavia ho creduto che la mia passione sarebbe stata più forte del mio rispetto . Ed ella che mi vedeva pallido e tremante e mi comprendeva , appoggiandomi la testa sulla spalla mi disse : - Voi me lo avete confessato : le coppe ove avete bevuto non vi hanno mai soddisfatto : perché ricominciare un ' esperienza vana ? fra qualche istante voi non avrete più ideali ma soltanto un ' amante di più . Noi abbiamo un gesto più splendido a compiere sulla terra . - Ed io la ho ascoltata , soggiunse Isaja , ed ora dopo molti anni sento che essa mi guidò sulla via perfetta . Le parole del maestro , malgrado la rivolta della carne , mi parvero la verità , ed io compresi che non valeva la pena di vivere se non si sorpassava la vita " . Il gesto splendido che Isaja e la vergine avevano da compiere sulla terra e che hanno compiuto , era di rimanere amici anziché diventare amanti : e a questo gesto splendido Jules Bois concede la sua incondizionata ammirazione . Ma crede veramente Jules Bois a quello che scrive , o la sua non è che un ' ammirazione .... letteraria , subito sconfessata appena egli è costretto a rispondere alla facile obbiezione che la sua teoria , anziché elevare l ' amore , lo annulla e sopprime l ' umanità ? Un giorno egli mi scriveva : - " Voi vi siete un poco sorpreso di vedermi celebrare la castità assoluta . Io credo veramente che vi sia una castità superiore , completa , tanto per l ' uomo che per la donna , ma mi guarderei bene dall ' indicarla come esempio alle moltitudini . È un ' idea personale che io non mi permetterei di imporre a nessuno . Io predico soltanto la castità relativa . Ma il profeta , colui che , sacerdote d ' una religione , trova le verità geniali per mezzo delle quali il mondo di secolo in secolo è esaltato e trasfigurato , colui deve secondo me essere sempre casto . Gesù e Buddha vissero nella purità assoluta . Giovanna d ' Arco non ebbe le sue visioni che perché il suo cuore e il suo corpo restarono intatti . Sono delle eccezioni così rare e così venerabili che la loro imitazione non mi sembra pericolosa , sopratutto presso di noi che dobbiamo temere l ' eccesso opposto . Amiamo e riveriamo questi genii incomparabili . I fanali delle strade non ci bastano : noi abbiamo bisogno anche di guardare le stelle " . Interpretata e modificata così , la dottrina della castità comincia ad apparir meno assurda : dalle nebbie del misticismo si scende sul terreno pratico della realtà , e si confessa che il precetto assoluto è messo innanzi soltanto perché abbia delle applicazioni relative . Non altrimenti la nostra psicologia dell ' educazione crede di dover porre innanzi ai giovani gli esempii di virtù rare ed eroiche perché essi , imitandole da lontano , sappiano diventare , se non degli eroi , almeno dei galantuomini . Si domanda mille per esser certi di ottener cento . È la tattica di tutti i propagandisti . E si ritorna così , senza saperlo o senza volerlo confessare , alla dottrina cristiana , la quale pur riconoscendo la verginità come lo stato perfetto , riconosce tuttavia e benedice anche il matrimonio . La castità assoluta rimane cioè l ' ideale cui tutti dovrebbero tendere , ma che a pochi è dato raggiungere . Vi è però fra questi moderni predicatori di castità e l ' antico precetto della religione cattolica , una differenza di metodo e di scopo . La castità religiosa , cioè monacale , era incompleta e socialmente dannosa perché la castità obbligatoria è una diminuzione di energia e un avvilimento . Invece , la castità quale è voluta dai riformatori moderni alla Jules Bois , la castità volontaria e " dosata " può essere socialmente utile perché è innegabilmente un aumento di forza per l ' individuo e una prova ch ' egli sa comandare all ' istinto . La religione aveva posto in contrasto quasi fossero due termini irreducibili la castità e l ' amore : la verginità da una parte , il peccato dall ' altra . Oggi si corregge questo assolutismo e non si vogliono mantener distinte le due categorie di vergini e di peccatori : oggi Jules Bois dice : bisogna unire la castità e l ' amore , bisogna cioè realizzare l ' amore casto , l ' amore psichico , nel quale l ' unione non sia la conseguenza d ' un desiderio o d ' un interesse , ma lo svolgersi d ' un sentimento delicato e puro . Come realizzarlo ? * Prima di rispondere a questa domanda , constatiamo che i seguaci di Tolstoi , partiti dall ' aberrazione del maestro , sono arrivati all ' affermazione di una regola morale ed igienica molto semplice alla quale tutti potrebbero sottoscrivere . Per attirar l ' attenzione intorno a sé hanno spiegata al sole la bandiera della castità assoluta , confidando di radunar la folla curiosa intorno a questa insegna mattoide , e poi , ripiegando a poco a poco sotto la grandine del ridicolo , hanno finito collo sventolare soltanto il pallido labaro della castità relativa . Per far questo , non occorreva atteggiarsi a discepoli di Tolstoi , e nemmeno pretendere di essere dei novatori . Bastava ascoltare quello che consigliano i medici o , ancor più modestamente , quello che insegnano il senso comune e il senso morale . La castità relativa è per un popolo come per un individuo una condizione di superiorità . Per l ' individuo è l ' indice di un self control , di una padronanza su sé stesso che gli permetterà di esercitare in tanti campi più utili quell ' energia che altri spreca unicamente nel piacere . Per un popolo è la ragione della sua forza conquistatrice e civilizzatrice nel mondo . La superiorità di espansione d ' una razza è dovuta in gran parte alla sua salute fisica : un popolo fiacco per eccessi sensuali può avere soltanto una civiltà che non dura . Queste sono , ormai , verità che corron le strade ; e si capisce e si perdona che le ripetano i francesi i quali , vedendo che il loro paese muore per la continua diminuzione di nascite , e attribuendo giustamente questo pauroso fenomeno all ' immoralità dei loro costumi sessuali , cercano di ricondurre la linfa nell ' albero inaridito della loro razza predicando dai libri e dai giornali una castità relativa che nessuno sa o può mettere in pratica . Sono dei moribondi che chiedono ossigeno . Di fronte a una generazione di nevrastenici e di degenerati che non sanno più la via dell ' amore fecondo e si perdono nei viottoli della lussuria o prudentemente adoperano le pratiche malthusiane , è legittima nei francesi la reazione che consiglia e invoca quella castità relativa che darà all ' unione fra uomo e donna non solo un valore psicologicamente più alto , ma anche una conseguenza socialmente più utile , e creerà delle famiglie ove il figlio non è l ' accidente imprevisto e rimpianto , ma il simbolo vivo , il fiore umano , lo scopo ultimo cui tende e in cui si nobilita la passione d ' amore . A realizzare praticamente questo ideale , Jules Bois non vede che un mezzo . Poiché , secondo lui , in questa crisi di immoralità la colpa è tutta o quasi tutta dell ' uomo al quale la società permette e perdona una troppo libera condotta sessuale che non permette e non perdona alla donna , noi dobbiamo esigere dal maschio quella stessa castità relativa che noi esigiamo dalla femmina , e , modificando i nostri costumi , inaugurare una sola morale per i due sessi . Al giovane non deve essere lecito ciò che non è lecito alla fanciulla : l ' uomo deve arrivare al matrimonio nello stesso stato di purezza nel quale vi arriva , normalmente , una ragazza . Lasciando da parte - per ora - l ' ingenuità di questa tesi , riconosciamo che essa porta all ' ultimo limite quel desiderio assurdo di perfetta eguaglianza fra i due sessi che è nel programma del feminismo . Jules Bois osa attaccare il monopolio dell ' uomo , come lo chiamava Anna Kuliscioff , in ciò che ha o crede d ' avere di più sicuro e di più legittimo : un diritto di moralità sessuale diverso dalla donna . Jules Bois vuole che la morale per i due sessi sia unica . Vuole che non solo le leggi scritte ma anche le leggi morali parifichino dinnanzi al tribunale della pubblica opinione l ' uomo e la donna . Ed egli fa questa non nuova , ma lucida osservazione : oggi le colpe amorose sono per la donna quasi un marchio d ' infamia , per l ' uomo quasi un titolo di gloria . Se una donna ha un amante , essa è punita col disprezzo gesuiticamente verbale di tutti coloro che la conoscono : se un uomo ha un ' amante , egli non è punito che dalla tacita invidia degli altri uomini . Se una fanciulla diventa madre e si consacra nobilmente e coraggiosamente al suo bambino , la sua azione sembra una sfida e un insulto alla moralità : se un uomo tiene con sé un figlio naturale , tutti esclamano in coro : quale generosità ! che nobiltà d ' animo ! Questi diversi giudizii sono per il Bois un ' ingiustizia e un ' illogicità . Ogni adulterio per compiersi , ogni bambino per nascere hanno bisogno non soltanto d ' una donna ma anche d ' un uomo ( il signor de la Palisse ne converrebbe anche lui ! ) : quindi si dia la stessa pena o lo stesso elogio a entrambi i complici necessarii di quel delitto o di .... quella buona azione . C ' è molta onestà in questi principii , ma c ' è anche troppo semplicismo . V ' è l ' illusione di ridurre il tumulto della vita all ' aridità semplice di un ' equazione . V ' è l ' ingenuità di poter tagliare coll ' arma rigida della logica i nodi gordiani della sociologia che solo un duttile bisturi psicologico può sciogliere . La vita non è un ' aritmetica dove due e due fanno sempre quattro : è piuttosto una chimica dove la riunione di diversi elementi può condurre a quei risultati imprevisti che si chiamano combinazioni e precipitati . La morale , e sopratutto la morale dell ' amore , vive di contraddizioni . E non si possono , non si debbono applicare ai rapporti sessuali le stesse leggi che si applicano ad altri rapporti sociali . Vedete , per esempio : l ' uomo che riconosce suo preciso dovere avvertire un altro che un biglietto di banca cade dal suo portafoglio , giudicherà una bassezza avvertirlo che qualcuno gli ruba la moglie . Così , noi possiamo essere d ' accordo con Jules Bois ( e come del resto non esserlo ? ) che per ottenere una colpa sessuale ( come egli la chiama ) occorre un uomo e una donna : ma noi sorrideremo della sua logica ingenua che vuole identica la responsabilità dell ' uno e dell ' altra . Sono forse sempre identiche le conseguenze della colpa dell ' uno e quelle della colpa dell ' altra ? E si può seriamente pretendere che un giovanotto si mantenga così platonico nei suoi amori come si mantiene , o si dovrebbe mantenere , una signorina ? O si dimentica , o si vuole appositamente dimenticare che l ' istinto sessuale è nell ' uomo assai più forte che nella donna ? Uno psicologo arguto ha detto che come non v ' è equivalenza fra l ' adulterio della moglie e quello del marito , così non v ' è equivalenza fra il peccato d ' amore d ' una fanciulla e quello d ' un giovane . Se ad ogni costo si volesse stabilir questa equivalenza , essa non potrebbe stabilirsi che fra la completa infedeltà , il peccato consumato dall ' uomo , e la semplice coquetteriedella donna . L ' istinto che nell ' uomo si manifesta in modo attivo , si traduce nella donna in una coquetteriepassiva . Un uomo che prova , e soddisfa , un vivo e breve desiderio per una donna che egli ha incontrato in una via o in un salotto , non commette un ' infrazione più grave della donna che accoglie o incoraggia presso un adoratore l ' espressione del suo amore . Ma Jules Bois non tien conto né di quelle mie domande né di questa osservazione : egli astrae dalla vita e da ogni dato della fisiologia e della psicologia : egli si limita ad enunciare degli aforismi : la colpa non conosce sesso , non vi è un peccato esclusivamente femminile , e lancia i fulmini della sua eloquenza predicatoria contro l ' egoismo maschile che , per soddisfare le sue passioni o i suoi capricci , deprava le mogli e perverte la sua anima al contatto delle cortigiane . Per lui , il tipo ideale dell ' uomo è rappresentato da quel suo amico di cui cita la franca confessione : - Je me suis marié jeune avec une femme qui fut pour moi la première révélation de l ' amour : et je vous avoue que je ne m ' en repens pas . - Io non dirò , come molti direbbero , che questo tipo ideale è molto ridicolo : io dico soltanto che è molto raro e che le teorie non si possono costruire sulle eccezioni . Per il Bois , come per la Chiesa cattolica , l ' unione tra uomo e donna non dovrebbe dunque avvenire altro che .... dopo la celebrazione del matrimonio . E gli scapoli ? Dovrebbero far voto di castità e mantenerlo ? Che la religione professi di queste dottrine , non è più il caso di meravigliarsi : ma che seriamente le professi un letterato geniale è inverosimile . Noi credevamo che tale propaganda fosse riserbata a quei giovinetti pallidi e solitarii che , nei congressi per la moralità , s ' illudono di riformare un mondo che non conoscono . Sarà bene ripeterci per non essere fraintesi : è fuori di dubbio che la vita viziosa di molti giovani merita il disprezzo di tutti . Ma dovremmo concludere per questo , come conclude il Bois , che l ' uomo debba rimaner sempre puro ? Le esagerazioni uccidono la teoria che vorrebbero sostenere . Carpenter ha detto : l ' ascetismo non è uno scopo ma un esercizio . Spieghiamo meglio la frase e diciamo apertamente : la castità non è uno scopo ma un esercizio . Noi dobbiamo praticarla come un ' igiene del corpo e dell ' anima , senza assolutismi che comprimendo l ' istinto danneggierebbero la salute : in altre parole , noi dovremmo fare dell ' amore , non il vermut o l ' assenzio che gli alcoolisti prendono troppo spesso , ma il vino generoso che gli uomini sani bevono regolarmente . Jules Bois pretende addirittura che gli uomini siano astemii ; e la sua domanda che sorpassa ogni limite ragionevole non può che ottenere un effetto contrario a quello voluto . * A dir vero , la dottrina del Bois fu ripresa ed esagerata or non è molto in Germania da Otto Weininger ma in Francia ha suscitato , tra i feministi , anziché discepoli , un forte movimento di reazione . Il principio che Jules Bois ha posto a base della sua teoria - una sola morale per i due sessi - rimane identico . Soltanto , se ne capovolgono le applicazioni . E invece di pretendere dal maschio quella castità relativa e temporanea che i nostri costumi esigono dalle fanciulle , si propone di estendere a queste la libertà sessuale che oggi i costumi accordano al maschio . L ' araldo di tale dottrina audace , il feminista che scende in campo per offrire e consigliare alle vergini quelle numerose ma brevi avventure d ' amore che oggi , prima del matrimonio , sono un privilegio dei giovani , è Leone Blum il quale ha dedicato un grosso libro e innegabilmente un bel libro alla dimostrazione della sua tesi . Leone Blum non ha , si capisce , né gli scrupoli sentimentali di Jules Bois , né le pretensioni moralizzatrici di Tolstoi . Egli non si chiede ciò che sia bene e ciò che sia male da un punto di vista assoluto . Egli non è un idealista ma semplicemente un osservatore . E osservando la nostra vita sessuale - la quale legalmente si impernia sul matrimonio - s ' è accorto ( cosa non difficile ) che la felicità vi è rara e fortuita , e per renderla meno rara e meno fortuita ha proposto un suo sistema che ora discuteremo . In lui non è alcun pessimismo alla Schopenhauer che par maledica ai bassi istinti che perpetuano il mondo : in lui non è che il desiderio di coordinare e per così dire incanalar questi istinti in modo che ne risulti una maggior somma di felicità per l ' uomo e per la donna . Egli dice : " né la monogamia ( matrimonio ) né la poligamia ( unione libera ) sciolgono in modo soddisfacente e completo il problema della relazione fra i sessi . Non si può affermare né per il maschio né per la femmina che la monogamia o la poligamia costituiscano la legge naturale e unica dei loro rapporti . L ' uomo e la donna sono , prima , poligami e poi , nella gran maggioranza dei casi , arrivati a una certa età e a un certo grado del loro sviluppo , tendono verso la monogamia . Le unioni precarie corrispondono al primo stadio : il matrimonio è la forma naturale del secondo . Io propongo che l ' uomo e la donna si sposino solo quando si sentono disposti al matrimonio , quando cioè il desiderio dei mutamenti e dell ' avventura si è affievolito per lasciar sorgere il desiderio della fedeltà , dell ' unione placida , del riposo sentimentale " . Era già stato osservato che uno dei difetti del matrimonio , forse il difetto massimo , è quello di unire un uomo che ha vissuto , un uomo cioè già arrivato a quello che il Blum chiama lo stadio monogamico , con una donna ancora nuova fisiologicamente e psicologicamente . I moralisti si illudevano di rimediare a questo difetto pretendendo come Jules Bois che anche l ' uomo fosse nuovo al momento del matrimonio . Leone Blum , meno ingenuo , non crede possibile realizzare l ' unione di queste due verginità , e per evitare lo squilibrio fisico che secondo lui fatalmente deriva dall ' unire un uomo a una vergine , propone che anche la donna entri nel matrimonio dopo aver vissuto anch ' essa la vita , dopo avere speso tutto ciò che vi era di troppo ardente nel suo istinto .... Con questo sistema egli spera e crede di rendere il contratto matrimoniale più sicuro dai colpi di temperino , perché l ' uomo e la donna che hanno liberamente dato sfogo ai loro capricci sensuali non troveranno più alcun sapore nell ' adulterio . Il Blum segue , senza citarlo , il pensiero che Rousseau aveva espresso con questa frase : - il faut toujours un temps de libertinage , ou dans un état ou dans l ' autre ; c ' est un mauvais levain qui fermente tôt ou tard . - E per evitare che questo cattivo lievito fermenti tardi , cioè dopo il matrimonio , il Blum vuole che lo si lasci fermentar prima . Egli ha insomma , di fronte agli appetiti sensuali , la stessa linea di condotta , la stessa prevenzione che , di fronte all ' appetito dello stomaco , avrebbe colui il quale , ad evitare durante il pranzo i peccati di gola dei convitati , li obbligasse a sfamarsi prima . È innegabilmente una tattica molto semplice . Ma appunto perché troppo semplice , non so quanto sia vera ed efficace . Anzitutto , facciamo una ovvia constatazione . Gli uomini , normalmente , si sposano nelle condizioni volute dal Blum . Egli stesso lo riconosce . E i mariti sono forse , per ciò , più fedeli delle mogli ? Se l ' infedeltà e quindi l ' infelicità matrimoniale dipendono esclusivamente , secondo il Blum , dal non aver fatto precedere , una vita d ' avventure alla vita calma del matrimonio , o come va che proprio quel coniuge ( il marito ) che ha esperimentato questa vita di avventure è il più infedele o , per lo meno , è infedele quanto l ' altro coniuge ( la moglie ) che è arrivato al matrimonio senza esperienza ? Affinché la tesi del Blum fosse riconosciuta vera , bisognerebbe ch ' egli dimostrasse che gli adulterii dei mariti sono molto meno numerosi di quelli delle mogli . E la prova , io credo , sarebbe un poco difficile . Ma un ' altra obbiezione sorge spontanea contro la tesi del Blum . E questa , per dire la verità , egli stesso l ' ha preveduta . Secondo il suo sistema , il matrimonio non sarebbe che l ' ospizio dei rassegnati , l ' ospedale ove si rifugiano gli invalidi dell ' amore , il porto ove riparano , stanchi e annoiati , coloro che attraversarono un mare assai burrascoso . Il matrimonio sarebbe cioè in amore quello che è il Senato in politica . Vi arriverebbero , a una rispettabile età , coloro che hanno molto combattuto , molto goduto , molto sofferto . Ed è assai dubbio che sotto questa forma ( la quale farebbe dei coniugi una specie di pensionati dell ' amore ) il matrimonio continuerebbe ad essere , come è oggi , la forma normale e legale dell ' unione fra i sessi . Può darsi che sia un pregiudizio del maschio il credersi in diritto di essere il primo a svegliare l ' amore nella sua sposa : ma mi par certo che egli non si rassegnerebbe ad essere l ' ultimo a coronare la vita d ' avventure della sua svelta ed esperimentata compagna . Anziché l ' orgoglio di svegliare l ' amore nella psicologia e nella fisiologia d ' una vergine , egli non avrebbe che il malinconico ufficio di addormentare , di spegnere gli ultimi guizzi dell ' istinto nell ' ormai stanco organismo di una donna che ha troppo vissuto . Su che cosa potrebbero costruire la loro felicità questi coniugi che arriverebbero al matrimonio come due viaggiatori arrivano per caso insieme a un albergo da paesi lontani , dopo lunghe peregrinazioni durante le quali ognuno ha lasciato il meglio della propria energia , i fiori più belli della propria giovinezza , gli entusiasmi più sinceri della propria passione ? Quale ombra stenderebbe sull ' avvenire questo passato ? E veniamo all ' obbiezione più forte . Che accadrebbe dei figli ? Forse che il marito dovrebbe , oltre che sposare una donna la quale ha messo in pratica il motto dell ' Accademia del Cimento provando e riprovando , provvedere anche ai figli di questa donna , figli che sarebbero naturalmente di molti letti , data la teoria delle molte avventure ? Qui , se non mi sbaglio , si cade dalla commedia nella farsa . Ma il Blum ha un suo modo spiccio per liberarsi da questa paurosa obbiezione . Nella Denise di Dumas figlio , un seduttore di professione descrive a un moralista le sensazioni deliziose e sempre nuove del suo mestiere , e alla domanda del moralista : E i figli ? risponde : I figli sono gli inconvenienti del piacere . Si vede - commenta il Blum - che la commedia è vecchia : oggi il seduttore risponderebbe : - Des enfants ? On n ' en a plus ! - La risposta è breve ma eloquente . E faccio grazia al lettore delle lunghe pagine esplicative nelle quali il Blum con un cinismo veramente parigino illustra l ' utilità della teoria malthusiana . Dunque , secondo lui , non solo il capriccio dovrebbe esser legge nei rapporti d ' amore , non solo le fanciulle dovrebbero oggi risuscitare con poche modificazioni il costume antico della prostituzione sacra , e concedersi al dio istinto quante volte questo lo chieda , ed essere certe che quante più avventure potranno contare come fanciulle , tanto più saranno apprezzate e richieste come mogli , ma esse dovrebbero anche con moderna sapienza mescolare le precauzioni malthusiane a quell ' atto di gioia e di abbandono che è l ' amore , esse dovrebbero diventare prudenti e calcolatrici , non concedersi che a metà , prendere tutto ciò che è piacere , rifiutare tutto ciò che è responsabilità , e frodando la legge di natura , rinnegare ogni poesia , rinnegare la più alta poesia dell ' amore che è la maternità . Se ci piacesse insistere su un argomento tanto scabroso , noi osserveremmo che non sempre queste abilissime fanciulle e i loro amanti d ' un giorno o d ' un mese potrebbero essere sicuri di evitare il pericolo e il danno della fecondità . Malgrado le precauzioni , vi sono sempre delle sorprese . E malgrado il vangelo predicato da Leone Blum vi potranno sempre essere ( lo crediamo e lo speriamo ! ) dei giovani cui ripugna intorbidare la limpidità della loro passione sia pure effimera , col veleno d ' un calcolo utilitario , e che non osano , non sanno , non vogliono offendersi reciprocamente insegnando o proponendo l ' uno all ' altro delle pratiche che ripugnano - almeno in principio ! - a due amanti sinceri . E allora , i figli nascerebbero malgrado la volontà dei genitori , e allora molte fanciulle porterebbero al marito , anziché una corona di fiori d ' arancio , una collana di bambini formata colla cooperazione di molti padri ! Non sarebbe questo un ostacolo al matrimonio tardivo , al matrimonio di rassegnazione e di consolazione quale lo sogna Leone Blum ? A me pare di sì . Al Blum pare di no . Egli anzi sostiene che i mariti accetteranno con gioia quei figli di varia e incerta provenienza , e scrive con una filosofia che somiglia molto all ' ingenuità : " L ' agrément des enfants pourra même les determiner ( i mariti ) au même titre que les qualités de la mère . Et j ' en sais qui , redoutant de vieillir sans famille , n ' auraient pas été fachés de trouver des enfants tous faits " . Così , il quadro della famiglia futura è completo . Non solo il marito stende un velo sul passato di sua moglie , ma il suo ideale matrimoniale è di trovare dei figli già fatti .... evidentemente per evitarsi il disturbo di farli . * Se nella tesi di Jules Bois ci ha sorpreso la troppo poca considerazione degli invincibili bisogni del senso , e l ' illusione di ridur quasi tutto l ' amore all ' amore platonico , nella tesi di Leone Blum ci ha sorpreso e , diciamolo francamente , ci ha scandalizzato il veder ridotto a un problema puramente fisiologico quello che è anche e sopratutto un problema psicologico . Per il Blum , sembra che tutte le fanciulle non siano altro che delle attrici le quali , per poter recitar bene la loro parte alla prima rappresentazione davanti al sindaco , debbono averla prima ripetuta assai volte in molte prove con varii attori . Egli non crede che una donna possa amare per sempre un uomo solo . Egli crede che la fedeltà sia uno stato secondo , un fenomeno raro che appare soltanto come una conseguenza fatale della stanchezza quando si è abusato dell ' infedeltà . Io credo invece che la virtù delle donne sia una questione di temperamento . E non mi illuderei sulla fedeltà di una moglie solo perché questa , da fanciulla , ha potuto esaurire in dieci o venti avventure il bisogno del suo istinto poligamo . Chi ha bevuto , berrà . Il matrimonio sognato da Leone Blum non sopprimerà l ' adulterio : sopprimerà forse la gelosia , questa malattia dell ' immaginazione sessuale . I mariti che arrivano .... ultimi , mostrerebbero infatti poca psicologia ad esser gelosi dell ' avvenire . Il pericolo del tradimento esisterà come esiste oggi , con la sola differenza che potrà essere un poco diminuito .... per l ' età dei coniugi . Se infatti il Blum vuole che gli uomini e le donne si sposino tardi , è evidente che per ragioni aritmetiche il numero degli adulterii sarà diminuito . Ma ciò non prova nulla a vantaggio del suo sistema : prova soltanto questa verità banale : che quando la maggioranza degli uomini e delle donne si sposano fra i 35 e i 50 anni , anziché fra i 20 e i 40 , le probabilità degli adulterii sono diminuite per una ragione fisiologica . Del resto , io vorrei sapere perché il Blum si preoccupa tanto della fedeltà post - matrimoniale , una volta che egli dà così poco peso a quello che noi siamo abituati a chiamare l ' onore d ' una fanciulla . Se egli trova legittimo che la donna possa mutare come e quanto vuole i suoi amanti fin che non è maritata , per quale ragione troverà necessario e doveroso che tutto ad un tratto questa donna si irrigidisca nella più assoluta onestà ? Non ricordo più chi ha scritto che il tramonto dura dieci minuti all ' orizzonte e dieci anni nel cuore d ' una donna . E quali bagliori di fuoco hanno talvolta certi tramonti femminili ! È dunque possibile , se non probabile , che anche una donna maritata secondo i consigli del Blum , cioè a un ' età non più giovanissima , senta in sé rifiorire quell ' istinto della mutabilità che il nostro autore , con un criterio troppo matematico , vuole restringere entro il primo periodo della vita pubere . E allora ? Allora , se questa donna ama , perché deve essere vietato a lei l ' abbandonarsi al suo amore , se proprio voi , signor Blum , avete sostenuto che bisogna seguire e non frenare l ' istinto ? Tutto l ' errore della tesi del Blum consiste nel termine cronologico ch ' egli le ha voluto assegnare . Egli ha diviso in due , con una linea ipotetica , la vita sessuale . Libertà assoluta prima del matrimonio , fedeltà rigida dopo . Egli non ha mai fatto questione di sentimento : egli ha fatto soltanto questione d ' istinto . Egli ha considerato l ' uomo e la donna come uno zoologo : ha assegnato a questi animali la loro stagione degli amori . Miopìa grande , perché l ' uomo , contrariamente ad ogni altro animale , ama in tutte le stagioni e , si può dire , a tutte le età . Miopìa ancora più imperdonabile perché l ' uomo ha trasformato l ' amore da un semplice gesto fisiologico in un poema di sentimento . Ora , secondo il mio modesto parere , ciò che va difeso è la libertà incondizionata di questo sentimento , non già la licenza di quell ' istinto . Ciò che dobbiamo chiedere e pretendere è che le fanciulle possano unirsi a coloro che veramente amano , non già che esse possano divertirsi col primo maschio che sveglia il loro istinto . Il Blum si è preoccupato troppo dell ' amore fisiologico e troppo poco dell ' amore psicologico . Ha rivendicato i diritti del senso , non i diritti della passione . Ha visto nella donna più una lussuriosa che un ' amante . E le ha detto : sfògati con un periodo di carnevale in cui sotto la maschera della libertà tutto ti sarà lecito : poi , verrà la quaresima del matrimonio e allora dovrai far la beghina . Più limpido , più logico , più onesto sarebbe stato rivendicare arditamente il diritto all ' amore libero , senza barriere matrimoniali e senza la volgarità di preoccupazioni malthusiane . Rivendicarlo in nome del sentimento , anziché in nome del senso . Io credo vi sia un ' esagerazione e un equivoco in tutti quei moralisti o feministi che danno oggi un ' eccessiva importanza alla questione sessuale e par la considerino quasi come la chiave di volta dell ' edificio di tutta la nostra moralità . Noi siamo colpiti da una specie di ossessione del problema sessuale e lo discutiamo sotto tutte le forme e ad ogni momento . Vogliamo insegnare ai ragazzi nelle scuole i fenomeni della riproduzione , vogliamo che ne siano edotte con esaurienti spiegazioni anche le fanciulle , quasi che l ' amante non sia preferibile a un professore di fisiologia per svelare dei segreti così belli ! Vogliamo , infine , che anche la donna pregusti con libere e varie avventure ciò che una volta le era negato dalla morale fino al giorno del matrimonio . E anche coloro che sono agli antipodi di queste audaci dottrine rivoluzionarie , anche i feministi alla Jules Bois non nascondono il loro desiderio , direi quasi la loro voluttà di parlare dell ' atto fisiologico che costituisce l ' amore , sia pure per bestemmiarlo , e rinnovano in letteratura la psicologia lubrica del confessore che gode di poter almeno parlare di quegli argomenti che la sua religione gli vieta di conoscere in un modo un po ' più positivo . È uno scatenamento di sensualità verbale dove i più arditi nel vocabolario e i più precisi nei particolari sono giovinetti che ancora non sanno o zitellone che si rammaricano di non avere ancora saputo . Sembra che la nostra società attraversi un periodo di senilità impotente , e come i vecchi , goda nella descrizione di azioni che non le è più dato di compiere . Per questo , forse , anche scrittori della forza e dell ' originalità di Leone Blum non vedono nel problema dell ' amore che il senso e nella donna che la femmina . E non offrono a questa che il mezzo per ottenere soddisfazioni materiali e volgari . Vittime dell ' ambiente , questi scrittori non sentono che più alto è l ' ideale femminile , più nobile il desiderio di libertà nella donna . Essa vuole conquistare i diritti dell ' anima , oltre e più che il diritto di concedere il proprio corpo . Ella non chiede pluralità d ' amanti e non ha sete di sensualità : ella chiede semplicemente amore nel significato più umano e più poetico di questa parola . - " Les femmes - diceva Balzac - abandonneront les bénéfices de toutes les nuits de Messaline pour vivre avec un être qui leur prodiguera ces caresses d ' âme dont elles sont si friandes , et qui ne coutent rien aux Lommes si ce n ' est un peu d 'attention...." LA CRIMINALITÀ ANCILLARE . Ricordate , lettrici , il Journal d ' une femme de chambre di Ottavio Mirbeau ? Questo libro , che è un ' opera d ' arte e nello stesso tempo uno studio sociale , che è ardito fino all ' indecenza e triste fino alle lagrime , narra la vita d ' una cameriera , e lascia comprendere qual è , in generale , la vita di tutte le cameriere . Il tipo di Célestine , di questa bella fanciulla venuta d ' Audierne a Parigi per corrompersi , come un fiore viene dai campi per avvizzir nei salotti , ricorda la figura malinconica di Germinie Lacerteux ; ma mentre i Goncourt nel loro romanzo avevano analizzato soltanto la psicologia d ' una donna , il Mirbeau seppe compiere nel suo volume l ' analisi di tutta una classe sociale . È la classe delle persone di servizio che nel Journal d ' une femme de chambre confessa audacemente , cinicamente le sue miserie e le sue vergogne , svelando quelle dei suoi padroni . Classe sociale ibrida , che non ha più il sangue generoso del popolo donde esce , ma che ha già acquistato i vizi della borghesia ove vuol penetrare ; esercito di malcontenti e di invidiosi che noi manteniamo nelle nostre case per sua o nostra sventura , che avvelena la nostra vita corrompendo la propria , che imita ciò che abbiamo di peggio e desidera ciò che abbiamo di meglio , che si mescola necessariamente alla nostra intimità , ed è quindi complice o spia di quanto abbiamo di più geloso e di più segreto .... * Forse molti leggendo il libro del Mirbeau l ' avranno creduto una descrizione fantastica o esagerata , dovuta allo spirito ironico e paradossale dell ' autore francese . Malauguratamente la lettura in questo caso non è stata che lo specchio della verità . Ho qui sul tavolo un volume di quasi 500 pagine in ottavo : La servante criminelle , étude de criminologie professionnelle di Raymond de Ryckère , un magistrato sociologo , e leggendolo m ' è parso vedermi svolger dinanzi la prova documentata di quella diagnosi dolorosa che Ottavio Mirbeau aveva sintetizzata in un ' opera d ' arte . Colle cifre e coi fatti , con la fredda eloquenza della statistica e con la precisione inoppugnabile di inchieste rigidamente condotte , il De Ryckère dimostra che la classe delle persone di servizio è , relativamente , una di quelle che offrono la più alta percentuale alla delinquenza , e ad ogni forma di degenerazione : pazzia , suicidio , alcoolismo , prostituzione . E bisogna aggiungere che la statistica non può numerare tutti i delitti , in ispecie i furti , delle persone di servizio , perché dei domestici che rubano accade quasi sempre ciò che accade dei giocatori che barano : quando vengono scoperti si cacciano , per unica punizione . * Se è vero che le società hanno i delinquenti che si meritano , deve essere altrettanto vero che i padroni hanno i servitori che si meritano . L ' atto di accusa contro questi include quindi un atto di accusa anche contro quelli . E la crisi della domesticità , che preoccupa le nostre famiglie ed è oggi uno dei leit - motiv dei discorsi delle nostre signore , si eleva dalla meschinità del pettegolezzo al valore di problema sociale ed assurge a sintomo non trascurabile della trasformazione morale ed economica di tutta la nostra vita . Se le persone di servizio peggiorano , gli è infatti perché peggiorano i padroni , perché l ' ambiente della casa è mutato da quel che era una volta . Uomo o donna , il domestico non è più , salvo rare eccezioni , come l ' edera che muore ove s ' attacca . Nelle famiglie moderne sfilano figure sempre nuove di cuoche , di cameriere , di servitori , con la rapidità di un cinematografo . Si direbbe che , alla stessa guisa che si son rallentati i vincoli famigliari , s ' è perduto anche il prestigio di attrazione che le famiglie antiche avevano sui loro domestici . Una volta , la persona di servizio faceva quasi parte della famiglia , vi rimaneva a lungo , ne divideva le gioie e i dolori : oggi , non è che un salariato che passa . Colpa , in parte , del modo come oggi da molti padroni sono trattati i domestici . La distanza che separa gli uni dagli altri è accentuata . Non più dolcezza nei comandi : non più confidenza sincera nelle reciproche relazioni . Ordini brevi , o generosità del genere di queste : " Voi potete mangiare questa pera ; è marcia " . - " Finite pure questo pollo in cucina , sa di cattivo odore " . Ah , eleganti ed educate padrone di casa che vi lamentate tanto dell ' insolenza delle vostre persone di servizio , siete voi ben sicure di aver sempre rispettata la loro dignità ? Colpa , anche , dell ' aumento vertiginoso che si è manifestato in questi ultimi tempi nel numero delle persone di servizio . Nella sola città di Parigi i domestici in undici anni sono raddoppiati . E la qualità ha avuto naturalmente un ' evoluzione inversa alla quantità . Mentre una volta avere una persona di servizio significava una discreta agiatezza , e averne due quasi la ricchezza , adesso non c ' è modesta famiglia che non voglia avere la cuoca e la cameriera .... pagate e trattate dio sa come ! Colpa , infine , di quella corrente egalitaria che ormai domina i sentimenti e i pensieri di tutte le classi inferiori . E la classe dei domestici , più di ogni altra , è in caso di far confronti che suscitano legittima invidia , perché non solo essa è necessaria spettatrice delle maggiori ingiustizie sociali , del danaro che si profonde spensieratamente da alcuni mentre troppi ne mancano , ma anche perché essa è giudice del valore morale dei suoi padroni , e conoscendone i vizî trova doppiamente ingiusta la loro superiorità economica . Per tutte queste ragioni , c ' è fra le persone di servizio e chi le paga un antagonismo latente ma forse più acuto che fra le altre classi di sfruttati e di sfruttatori ; e questo antagonismo che non può o non sa ancora manifestarsi in forme violente ma almeno leali , si sfoga in modi subdoli e vili , quasi una lotta nell ' ombra , che ha per unico risultato di peggiorare sempre più i rapporti fra le due classi , e di far degenerare sempre più la classe delle persone di servizio che combattono la loro battaglia con armi immorali e delittuose . * Schwift , il celebre umorista inglese , ha scritto un piccolo libro interessantissimo : L ' arte di rubare ai padroni . - Consigli ai domestici dei due sessi . Certamente nessuna persona di servizio lo ha letto , eppure moltissime ne appliccano ogni giorno gli insegnamenti . Io non so se sia vero , come pretende Mercier , che su dieci domestiche quattro son ladre : so che il 40 per cento delle donne condannate per furto in Francia appartengono alla classe delle persone di servizio , e che in Italia la proporzione è presso a poco la stessa . Aggiungete a queste constatazioni statistiche i mille modi in cui una cameriera e sopratutto una cuoca può rubare ai padroni senza che questi se ne accorgano , e forse si converrà che il Mercier non aveva tutti i torti . Diceva Balzac : " un cuoco o una cuoca non sono altro che dei ladri domestici che noi abbiamo l ' ingenuità di ricompensare con un salario . Fra la tavola da pranzo e il mercato , essi hanno stabilito un ' imposta ; e nessun municipio di nessuna città è così abile a far valere i suoi diritti di dazio , come essi lo sono su tutto ciò che dalle botteghe dei fornitori entra nella casa del padrone " . Codesta è una forma di criminalità specifica cui non si può negare che la professione stessa invita e quasi provoca , e che , appunto per la sua universalità , merita le attenuanti . I padroni la conoscono , la sopportano e chiudono un occhio . Un ' altra forma , assai più grave e pericolosa , di criminalità specifica ancillare è quella delle associazioni di ladri che hanno per loro affigliate le cuoche e le cameriere . Queste , che potrebbero definirsi le commesse viaggiatrici dell ' associazione , hanno l ' incarico di entrare a servizio nelle famiglie per poter descrivere ai .... colleghi la topografia degli appartamenti , indicare le stanze e i mobili ove son racchiusi i danari e l ' argenteria , facilitare insomma il furto con scasso . A Parigi pochi anni or sono era famosa la banda dei grembiuli bianchi diretta da Giuseppina Varille , una deliziosa soubrette che riuscì per molto tempo a tenere in iscacco la polizia . Dopo aver molto guadagnato , indisturbata , fu finalmente scoperta e arrestata nel 1905 . Sul suo esempio si son formate altre associazioni , e ormai le bandes de bonnes danno molto filo da torcere a Lépine , l ' irrequieto e astutissimo prefetto di polizia di Parigi . Prevedo che qualche lettrice sorriderà a questo racconto , pensando con tranquilla sicurezza che son cose che accadono a Parigi e di cui non c ' è ancora pericolo nelle nostre quiete città di provincia . Si disilluda . Una signora mi raccontava or son pochi mesi a Firenze questo fatto . Ella aveva preso al suo servizio una cameriera che si era presentata a lei con ottime informazioni . La cameriera il giorno dopo entrata in casa ammalò , e gravemente . La signora non ebbe cuore di mandarla all ' ospedale e la curò con affetto quasi materno per circa un mese . Quando la ragazza guarì disse alla padrona che voleva immediatamente lasciar la sua casa . - Ma come - rispose la signora - dopo tutte le cure che ti ho prodigato , mi vuoi ricompensare con un atto di ingratitudine ? - La cameriera scoppiò in pianto , le confessò che era affigliata a una banda di ladri , e che non volendo tradire la sua benefattrice né correre il rischio delle rappresaglie dei suoi compagni se non avesse dato loro le indicazioni richieste , credeva compiere il suo dovere allontanandosi . * Scrive Célestine nel suo Giornale : " Quana je pense qu ' une femme de chambre ou une cuisinière tient chaque jour dans ses mains la vie des maîtres .... une pincée d ' arsenic à la place du sel .... un petit filet de strychnine au lieu du vinaigre .... et C6a y est ! Eh bien , non .. tant - il est vrai que nous avons tout de même la servitude dans le sang ! " . Celestina si sbaglia e regala alla classe cui appartiene un elogio ironico ch ' essa non merita . Le persone di servizio non hanno tutte nel sangue quell ' istinto servile che le fa rifuggire dall ' avvelenamento . Se è vero che questo reato è in grande diminuzione dopo i progressi della chimica moderna la quale ne scopre facilmente le traccie , è anche vero che la diminuzione è dovuta alla criminalità maschile e non alla criminalità femminile . La donna , più debole dell ' uomo , deve necessariamente servirsi nel delitto di mezzi subdoli e vili . Come normalmente essa adopera più la furberia che l ' ingegno , più la finzione che la lealtà , così anormalmente essa adopera piuttosto il veleno che il coltello . E fra le donne , quelle addette ai servizii domestici danno all ' avvelenamento una percentuale fortissima perché la scarsezza della loro coltura le lascia inconscie dei pericoli d ' un delitto ch ' esse s ' illudono non possa venire scoperto , e perché la facilità quotidiana che hanno di commetterlo , è una suggestione cui non sempre sanno resistere . Da Eufrasia Mercier che avvelenò la sua padrona da cui s ' era fatta nominare erede , fino a Clementina Tosetti che avvelenò la povera Lardera De Medici per sposarne il marito , la lista delle cameriere avvelenatrici è lunghissima . Avvelenano per interesse , avvelenano per amore , avvelenano sopratutto per vendetta . Forse di tutte le passioni femminili la più profonda e la più lunga è la vendetta . Bisogna essere donna , ha detto Madame de Rieux , per sapere qual voluttà sia vendicarsi . Le persone di servizio , che vivono in una condizione e in un ambiente dove tutto le offende le irrita le inasprisce , hanno più di ogni altro l ' occasione di dare sfogo al loro rancore , e si vendicano infatti dei loro padroni nella maniera più crudele e più atroce . Si vendicano per il motivo più futile , spesso per un semplice rimprovero . Questa sproporzione fra il movente e l ' atto , fra il sentimento e i mezzi adoperati per soddisfarlo , può far credere in certi casi si tratti di un ' intelligenza ammalata o degenerata : non è invece generalmente che l ' effetto dell ' impulsività femminile .... Una cameriera di 18 anni , rimproverata dalla padrona perché aveva rotto un piatto , mette del veleno nella minestra . La padrona e il marito muoiono fra atroci spasimi . La cameriera confessa piangendo il suo delitto orribile e vorrebbe uccidersi per espiarlo . Qual prova migliore che talvolta nella donna il delitto non è che la conseguenza della fulminea impulsività con cui l ' idea si traduce in azione ? Ma questi sono evidentemente dei casi eccezionali , per quanto , ripeto , la statistica ne segni piuttosto l ' aumento che la diminuzione . Uccidere i padroni è forse del resto un atto di ingenuità da parte dei domestici . Ucciderli , e perché ? Forse che si uccide la mucca che dà il latte o il montone che dà la lana ? Si munge la mucca e si tosa il montone , abilmente , con molta delicatezza .... Ecco il furbo consiglio di Celestina . E spunta allora quell ' altra forma specifica di criminalità ancillare che ha la sua base e la sua origine nell ' immoralità sessuale . Quando una domestica ha ceduto al padrone o al figlio del padrone , non è soltanto il suo onore di vergine che si è infranto , è tutta la sua moralità che ha subìto una diminuzione . In lei il rispetto della proprietà altrui , dato che esistesse assai vivo , si fa assai debole , ed ella non distingue più nettamente la differenza fra il ricevere un dono dal suo amante e il prendere da sé ciò a cui crede d ' aver diritto . Dice molto bene il Joly : " les femmes ont le vague sentiment que tout leur est permis dans leurs rapports avec l ' homme , car elles peuvent en quelque sorte tout payer par leur complaisance " . E una volta acquistata questa sicurezza d ' avere nel loro corpo nella loro gioventù il facile e pronto mezzo per pagare qualunque debito e per essere assolte da qualunque furto , chi può dire dove e quando si arresteranno sulla china dell ' immoralità ? La prostituzione ancillare ha varie forme : la più antica certo , la più semplice e forse anche la più comune è la prostituzione domestica : quella che l ' occasione , più che il vizio , determina quasi fatalmente . È il padrone o un servitore o un frequentatore della famiglia che , approfittando di circostanze favorevoli , prendono la fanciulla .... la cui resistenza non è mai molto energica . V ' è la prostituzione larvata dei caffè delle trattorie degli alberghi ( la cui forma più tipica è offerta dalle kellerinnentedesche ) , ove l ' avventore sa di trovare soddisfazione per tutti i suoi appetiti . E v ' è infine la prostituzione vera e propria ma clandestina esercitata da certe agenzie che , mediante avvisi sui giornali o agenti speciali , ingannano le fanciulle e col pretesto di trovar loro un posto di cameriera o di cuoca le fanno invece servire come stromenti di un turpe guadagno . Ove si arriva scendendo più o meno volontariamente queste scale del vizio ? Si arriva al delitto , all ' infanticidio , all ' aborto , con tutto il corteo delle megere che per professione favoriscono questi reati ; si arriva a quell ' ultimo gradino della prostituzione , il caput mortuum della società , ove spuntano coloro che speculano su questa miseria umana , e la donna che si vende è alla mercé dell ' uomo che ruba ed uccide e ne diventa la complice . Che cosa fa la società per impedire , o almeno per diminuire , questa demoralizzazione crescente della classe delle persone di servizio ? Che cosa fanno i governi di fronte alle rivelazioni statistiche che ci avvertono ogni anno della aumentata percentuale di aborti , di infanticidii , di furti , di reati d ' ogni genere , dovuti alle domestiche ? Si crede forse che i Goncourt abbiano mentito quando nella prima pagina di Germinie Lacerteux scrissero che è una storia vera ? O si suppone che Ottavio Mirbeau abbia tolto unicamente dalla sua fantasia tutti i fatti ch ' egli descrive ? Non sentiamo noi invece che è vicino a noi , intorno a noi , nelle nostre case , una folla di persone che sordamente mina la tranquillità della nostra esistenza , e che questo lavoro sotterraneo esige da noi un pronto rimedio appunto perché noi ne abbiamo la maggior responsabilità ? Quali metodi profilattici e terapeutici abbiamo noi adoperato per diminuire la paurosa delinquenza ancillare ? * Bisogna constatare anzitutto , e con dolore , che in nessun paese del mondo il Governo ha creduto di intervenire in favore della disgraziatissima classe delle persone di servizio . Ovunque , sotto la pressione delle idee moderne , è sorta una legislazione nuova , la legislazione del lavoro . C ' è un minimo d ' età per gli operai addetti alle industrie , ci sono disposizioni concernenti l ' igiene dei locali ove essi lavorano , ci sono delle limitazioni alle ore di lavoro , in una parola c ' è un insieme di leggi protettrici della salute dell ' operaio , e ci sono degli ispettori incaricati della sorveglianza di queste leggi . La classe ancillare invece è rimasta estranea a questa protezione legale . Una fanciulla , da cui i parenti vogliono trarre precoci guadagni , può essere messa a servire in età giovanissima . Chi sorveglia quanto ella lavora ? Chi si preoccupa se essa è mal nutrita e peggio alloggiata ? Come i suoi genitori senza scrupoli , così i suoi padroni senza pietà , possono liberalmente sfruttarla , con quali dolorose conseguenze per la sua salute fisica e morale è facile immaginare . La burocrazia dei Governi non ha saputo far altro che estendere alla classe delle persone di servizio il dono .... un po ' troppo platonico delle decorazioni . In Inghilterra la regina Vittoria aveva istituito fin dal 1872 una decorazione speciale per i domestici che fossero rimasti venticinque anni nella stessa famiglia . Nel Granducato di Assia - Darmstadt , l ' identica decorazione ( una croce d ' oro che porta nel centro a smalto il monogramma della granduchessa ) fu istituita nel 1895 . E nel Belgio , un decreto del ministro dell ' Industria e del Lavoro ha esteso nel 1906 anche ai domestici che dimostrino d ' aver servito lealmente per venticinque anni uno stesso padrone , la medaglia speciale del Lavoro . Ora , nessuno nega che ciò sia ingenuamente giusto ed utile , ma nessuno vorrà sostenere che ciò sia l ' unico o il miglior mezzo per contribuire all ' elevazione morale delle persone di servizio . * Più pratica è senza dubbio la via per cui s ' è messa l ' iniziativa privata . Tutte le associazioni o le opere filantropiche che , sotto un titolo o sotto un altro , imitando l ' Oeuvre des servantes liberées di Parigi , o l ' Arachne Club di Londra , o la Borsa del lavoro di Bruxelles , tentano di trovar lavoro alle domestiche disoccupate o di salvarle dai pericoli che le circondano quando sono sole e senza risorse , fanno innegabilmente del bene . Soltanto lo fanno , per necessità , in una sfera troppo ristretta , e non rimediano che a una parte del grave problema . Il quale rimarrà fatalmente insoluto finché rimarrà nei nostri costumi quella specie di schiavitù addolcita e larvata che è la condizione della persona di servizio che affitta a noi per uno stipendio meschino , non solo l ' opera sua , ma la sua libertà di tutti i giorni e di tutte le ore . Non v ' è nessuna altra forma di lavoro umano che tolga così completamente l ' indipendenza . Il domestico o la domestica debbono fare sempre ciò che è loro comandato ; la loro volontà è abolita : la loro libertà non esiste che per eccezione in alcune ore della domenica . Ed è in questo stato di servilismo che risiede la causa maggiore dell ' immoralità e della criminalità ancillare . Già , a priori , coloro che entrano a far parte della classe delle persone di servizio rivelano , per il solo fatto della scelta della loro professione , uno scarso sentimento di dignità personale . I caratteri forti , in cui è sviluppato il rispetto della propria personalità e in cui parla alto la fierezza umana , cercano in altro modo di guadagnarsi la vita . Ciò che oggi noi domandiamo e vogliamo è l ' indipendenza . Per questo , molte ragazze preferiscono a un posto di cameriera , il lavoro della fabbrica , più faticoso e spesso meno rimunerato , ma che lascia loro , alla fine della giornata , tutta la loro libertà . Quelle invece che si rassegnano a diventare persone di servizio dimostrano - come ho detto - una fiacca coscienza della loro dignità , la quale non solo le predispone ai compromessi colla morale , ma aumenta nell ' ambiente in cui sono costrette a vivere , e non può che offrirle , facili vittime , a tutte le tentazioni . Se dunque un rimedio è possibile alla cosiddetta crisi delle persone di servizio , questo non si troverà altro che trasformando radicalmente il servizio domestico , riducendolo cioè ai minimi termini , ed elevandolo in dignità là dove non potrà essere soppresso . Ma non è forse questa un ' utopia ? * Per ora è senza dubbio un ' utopia , e un ' utopia che si presta al ridicolo . Sono quasi dieci anni che le persone di servizio imitano la tattica delle altre classi proletarie protestando collettivamente contro la loro condizione . A Brooklyn , a Chicago , a Filadelfia , si ebbero nel 1899 i primi scioperi delle cuoche e cameriere che chiedevano maggiori salarii e sopratutto un numero maggiore di ore di libertà . Poi si formarono i sindacati che esigevano addirittura dai padroni un mese di vacanza all ' anno .... come le amministrazioni pubbliche lo accordano ai loro impiegati . E l ' agitazione s ' estese dal nuovo continente al vecchio . In Olanda nel 1902 l ' associazione delle domestiche aveva il suo giornale settimanale che combatteva .. per i diritti ancillari . E in Inghilterra , in Russia , in Ungheria , in Germania , pullularono a poco a poco sotto forme legali e illegali le dimostrazioni della classe dei domestici , che con meetingso con memoriali , con scioperi o con Società , levavano alta la loro voce di protesta . Il pubblico però , che guarda sempre con interesse , spesso con paura , alle agitazioni operaie , non concedeva alle agitazioni ancillari che il suo sorriso e la sua ironia . E a Berlino fece furore la frase di un impiegato di polizia , il quale , a una cuoca che si era andata a lagnare perché i suoi padroni la facevano lavorare 19 ore su 24 , aveva bruscamente e causticamente risposto : " Anche il gran Federico non si concedeva che 5 ore di riposo al giorno " . * Nondimeno , malgrado il ridicolo , l ' idea di una trasformazione nel servizio domestico si fa strada , nei giornali e nei libri . Uno dei più eleganti chroniqueurs parigini scriveva or non è molto : " Tutto si industrializza oggi : e perché le prestazioni del servizio domestico non seguiranno anch ' esse la corrente generale ? La domesticità , salvo quella di gran lusso , è destinata a sparire . I diversi servizî della casa saranno intrapresi à forfaitda compagnie industriali " . E Charles Gide preconizzava anch ' esso a breve scadenza l ' avvento di una êra di liberazione per i domestici . Non solo - egli diceva - la maggior parte di questi scomparirà , ma quelli che resteranno non daranno più in affitto la loro persona , bensì , come ogni altro operaio , soltanto alcune ore del loro tempo . Io non so se queste previsioni ottimiste potranno realizzarsi tanto presto . So che nel fondo della coscienza umana dorme un istinto di giustizia che di tratto in tratto si sveglia e produce in noi un vago indefinibile malessere davanti ai fatti in cui si mostra troppo brutalmente l ' ineguaglianza sociale e lo spirito di casta . È questo istinto che a poco a poco nella storia ha abolito tutte le differenze politiche fra gli uomini . Perché non dovrebbe esso col tempo arrivare anche ad abolire , o per lo meno ad attenuare , la differenza sociale fra padroni e servitori ? LA DONNA e le ingiustizie della legislazione . Nous parlerons contre les lois insensées jusqu ' a ce qu ' on les reforme et , en attendant , nous nous y sonmettrons avenglement . DIDEROT . Per chi voglia discutere obbiettivamente questo tema , che ha suscitato e suscita intorno a sé così alto fragor di polemiche , vi è anzitutto una semplice ma importante constatazione da fare , ed è questa : " le donne sono le sole persone cui ai nostri giorni vengano dalla legge interdette certe capacità , per ragione di nascita " . Come anticamente gli schiavi , come fino a poco tempo fa i negri in America , le donne escono alla vita col marchio indelebile d ' una inferiorità giuridica . Io non discuto , per ora : io mi limito a ricercare le cause di queste disposizioni de ' Codici . La causa principale e più ovvia consiste nell ' opinione diffusissima che la donna sia inferiore all ' uomo . Io non ripeterò ciò che è stato detto con tanta insistenza noiosa ! Dai Padri della Chiesa ai rappresentanti più illustri della scienza positiva moderna , dai poeti ai fisiologi , dagli scrittori socialisti ai conservatori , è un coro per concludere col Leopardi che la donna dell ' uomo al tuttoda natura è minor . Ché se più mollie più tenui le membra , essa la mentemen capace e men forte anco riceve . Ciò che è strano si è che coi nemici della donna si son trovati d ' accordo , nelle conseguenze , i suoi più validi difensori . La seconda causa infatti per cui si è sempre considerata la donna una minorenne perpetua consiste nell ' opinione di coloro i quali giudicano la donna un essere così nobile e puro da doverlo tener lontano dalla realtà della vita perché non sia profanato . Gli uni dunque hanno detto : la donna è un essere moralmente malefico , e intellettualmente inferiore , non bisogna accordarle tutti i diritti che ha l ' uomo . Gli altri hanno detto : la donna è un essere quasi divino , il fiore della nostra esistenza , la luce della nostra via , ma appunto per questo bisogna proteggerla come si protegge un fiore od un bimbo . E gli uni per disprezzo , gli altri per ammirazione hanno concluso col tenerla giuridicamente soggetta . Come ha saputo la donna portare le sue catene ? Ella ha imitato gli angeli che nell ' affresco di Raffaello vengono a liberare San Pietro : ella non ha cercato di spezzare colle sue fragili e bianche mani le solide sbarre di ferro : ella ha semplicemente addormentato e ipnotizzato i guardiani ... Che le importava , in fondo , di essere esclusa dalla fabbricazione delle leggi , se ella dirigeva coloro che le fabbricano ? Che le importava di essere considerata da meno dell ' uomo se questo maschio orgoglioso e prepotente che le negava certi diritti , era viceversa , di fronte a lei , umile come un servo ed obbediente come un automa ? Dicono sia una legge storica che i popoli vinti si vendichino dei popoli conquistatori corrompendoli . La donna si è storicamente vendicata dell ' oppressione maschile , non tanto corrompendo l ' uomo , quanto facendolo agire secondo la sua volontà e lasciandogli soltanto l ' illusione dell ' indipendenza . Se mi si chiedesse qual forza ha più contribuito al progresso del mondo , dopo la spada dei grandi capitani e le scoperte dei genii , direi che fu la seduzione e il fascino delle donne . Una forza , codesta , oscura e latente che non ebbe i clangori della fama come ogni cosa bella o perfida compiuta dall ' uomo , ma una forza che ha invaso e pervaso nei secoli tutti i meandri della vita sociale , come quelle acque sotterranee che diffondendosi quetamente pei campi sono la ragione nascosta e perenne della fecondità di certi terreni . Io non so se tutte le opere dell ' uomo siano dovute all ' ispirazione femminile : certo so che l ' uomo solo , l ' uomo senza la donna non è che la metà di sé stesso : per esser completo egli deve aver sentito vibrare vicino a sé il cuore di una madre , d ' una sorella , d ' una amante , e di tutte queste grazie , di tutte queste tenerezze , di tutti questi fiori dell ' anima fusi tra loro in un solo profumo come i grappoli della vite , egli deve aver saputo crearsi un ' anima forte e buona , l ' anima ardita di chi tenta qualunque impresa per l ' amor d ' una donna , l ' anima generosa di chi sente di dovere il meglio dell ' esser suo a colei che gli sta a fianco e che le leggi pongono tanto al di sotto di lui ! Ma , pur troppo , gli uomini che hanno questa coscienza del loro relativo valore son rari , e ad ogni modo non basta , non può bastare alla donna la parte silenziosa di ispiratrice nascosta . Senza dubbio è una grande soddisfazione morale per lei il poter dire , vedendo l ' agitarsi e l ' affannarsi degli uomini sul palcoscenico della vita : son io che dietro alle quinte dirigo i loro movimenti ; ma , oltre alle soddisfazioni dell ' amor proprio , occorrono le soddisfazioni effettive , e la donna vuol uscire dall ' ombra giuridica e politica in cui è stata relegata finora , vuol conquistare il suo posto al sole , vuole agire non soltanto con l ' arma indiretta del suo fascino , ma per mezzo dei diritti che le leggi le devono riconoscere . Ed ecco - allora - il feminismo . * Il punto di partenza del feminismo è questo : l ' uomo e la donna sono eguali nella nascita e nella morte : le differenze fisiologiche esistono nel loro corpo , ma non ne esiste alcuna nella loro costituzione morale : il cuore ed il cervello non hanno sesso . Per conseguenza fra l ' uomo e la donna tutto dev ' essere uguale . Mi permetto di credere scientificamente sbagliata la premessa di questa teoria . Nella questione femminile , come in ogni altra , il punto di partenza non dev ' essere l ' eguaglianza , questa gloria politica , ma questo errore scientifico dei nostri tempi . La legge che regola il mondo non è l ' uguaglianza , ma la disuguaglianza , il che non significa inferiorità e oppressione , ma differenza e gerarchia . La donna non è uguale all ' uomo , non per lo stolto pregiudizio del diritto canonico che diceva " mulier non est facta ad imaginem Dei " , non per la più stolta ragione addotta da Proudhon - un socialista ! - che affermava non potervi essere società fra uomo e donna più che fra animali di specie diversa , ma perché , dice Spencer , il supporre che l ' animo e l ' intelletto dell ' uomo e della donna possano essere identici mentre il corpo offre tante differenze tra l ' uno e l ' altro e mentre è così diverso nella vita l ' ufficio paterno dal materno , gli è un supporre che a funzioni speciali non debbano corrispondere facoltà speciali , il che , a dir vero , sarebbe un esempio unico nella natura . Lasciamo dunque ai semplicisti della psicologia il sognare fra i due sessi delle identità che l ' osservazione quotidiana facilmente smentisce , e constatiamo che non occorre partire da una premessa così sbagliata per arrivare alla giustissima conseguenza dell ' uguaglianza giuridica fra uomo e donna . Se infatti la donna è diversa dall ' uomo , non per questo gli è inferiore : è diversa da lui , ma a lui equivalente , e di lui egualmente necessaria . Quindi non deve soffrire alcuna diminuzione di diritti . Del resto , a mantenere , ad aumentare anzi la profonda diversità congenita fra le doti psichiche dei due sessi , hanno certamente contribuito i lunghi secoli di barbarie e di oscurantismo durante i quali la donna era considerata poco più che una schiava , tenuta lontana non pure dalla vita pubblica ma da ogni luce di coltura e di intellettualità . Chi può dire che cosa sarebbe diventata la donna se sistemi orientali di educazione non avessero atrofizzate in lei tante energie ? Chi può dire qual senso di misura e di relatività avrebbe acquistato la sua mente , ancor oggi impulsiva e assoluta , se gli uomini non avessero irrigidito il suo cervello nella cieca obbedienza al despotismo del marito , o inacidito il suo cuore nelle solitudini dei conventi ? Chi può dire qual dignità e qual fiera difesa di sé stessa avrebbe ella imparato dall ' esperienza , se i Codici non l ' avessero considerata - e non la considerassero ancora - come una minorenne od una interdetta ? Io non credo vi sieno maledizioni bibliche che dannino in eterno all ' inferiorità una razza , e tanto meno un sesso . Noi , popoli di razza bianca , stiamo accorgendoci ora di ciò che sa fare e dove ha saputo arrivare in pochi anni la razza gialla , che certi pseudo - scienziati avevano già bollata come refrattaria ad ogni progresso ! Noi vedremo - se lo sapremo educare e se lo lascieremo liberamente espandersi al sole della civiltà - che cosa sa fare e dove può arrivare il sesso femminile ! Tutto si muove ed evolve nel mondo , e non ci sono , o per lo meno non ci saranno più un giorno , cosiddette fatalità che la storia non abbia smentite . La donna che finora era rimasta stazionaria o aveva progredito assai lentamente , entra adesso in un periodo di evoluzione più rapida , e - migliorando sé stessa - conquista in pochi anni ciò che prima impiegava secoli a conquistare . I filosofi della storia affermano che l ' evolversi della donna e il suo ascendere verso condizioni giuridiche migliori abbia sempre accompagnato ogni progresso dei popoli e sia il segno infallibile del passaggio dalla barbarie alla civiltà . Io credo che questo principio generale soffra qualche eccezione , giacché le leggi barbariche punivano , per esempio , con maggior mitezza alcuni delitti delle donne , e viceversa con maggior severità le offese recate dagli uomini alle donne , mostrando con ciò di applicare forse con più giustizia , certo con più cortesia quella differenza dei sessi che le leggi romane e in genere le leggi dei popoli civili , applicavano - ed applicano - in ben altro modo . Ma , senza insistere in particolari e limitandomi a segnare le tappe principali del cammino fatto dalla condizione giuridica della donna nel mondo , dirò che se nelle leggi romane come , del resto , in tutte le leggi d ' allora la donna sul principio contava poco o nulla perché non poteva disporre né di sé né dei suoi beni , ed era assorbita completamente dall ' autorità paterna o maritale , a poco a poco in Roma stessa , ella uscì da questa servitù assoluta . Al tempo di Cicerone la donna era proprietaria : alla fine dell ' Impero il diritto consuetudinario s ' era sovrapposto alle leggi e la donna , libera da ogni tutela per ciò che concerne i suoi beni , poteva comprare , vendere , disporre insomma della sua proprietà a suo talento . Tutto il lavoro dei giureconsulti romani ha consistito dunque nello staccare Eva dalla costa di Adamo , per darle un ' esistenza autonoma . E si può dire che l ' idea dell ' ugual dignità dei due sessi è un ' idea romana , confermata più tardi dal cristianesimo . Un ' idea però , più teorica che pratica , poiché solo parzialmente applicata , e che , per tradursi efficacemente in realtà , dovette attendere che passassero le epoche buie del medioevo e del feudalismo , e che scoppiasse la rivoluzione francese . Fu infatti la rivoluzione francese a rivoluzionare anche il diritto privato . Il nuovo giure femminile , le cui basi furono poste dall ' Assemblea legislativa e di cui l ' intero sistema apparve nel Codice Civile Napoleonico riposa veramente , ben più che il diritto romano , sull ' eguaglianza dei due sessi . In omaggio a questo principio , le leggi per la prima volta sancirono : l ' uguaglianza fra la donna e l ' uomo nella capacità di acquistare e di disporre ; l ' abolizione del Senato Consulto vellejano , ossia della incapacità per la donna di obbligarsi per altri ; la pari libertà di concludere e di sciogliere il matrimonio ; il diritto di successione intestata per le figlie , a pari condizioni coi fratelli . Non era tutto , ma era molto . Non era , nemmeno , una vera conquista femminile , giacché quelle riforme , pur essendo favorevoli alle donne , non erano state determinate da teorie feministe . Erano la conseguenza logica e necessaria dell ' abolizione dei maggioraschi e di altri privilegi di origine feudale ed aristocratica . Se la donna ne veniva favorita , ciò era un corollario , non lo scopo . La Rivoluzione francese - e intendo tanto coloro che intellettualmente la determinarono , quanto coloro che la eseguirono - non ebbe tempo di occuparsi della donna e dei suoi diritti . Rousseau , nel Contratto Sociale , non ne parla : Montesquieu , nello Spirito delle leggi , vi è contrario : Robespierre , questo tiranno mistico e sanguinario , teneva la donna a vile e voleva che l ' uomo fosse un dittatore nel seno della famiglia . Ed è perciò che se il Codice francese sancì e portò pel mondo - coi diritti dell ' uomo - l ' uguaglianza giuridica della donna , non spense interamente quel residuo di feodalità mascolina , che nel Codice stesso si rivela coll ' assoggettare la moglie alla ferrea volontà del marito . Secondo il Codice infatti , la donna , se rimane nubile o se , dopo essersi sposata , diviene vedova , è giuridicamente capace e libera di possedere , di comperare , di vendere , di contrattare , di commerciare , ma la moglie , oh la moglie è incapace , nel senso che nulla può senza l ' autorizzazione del marito . Lo spirito dominatore del maschio , lo spirito giacobino del politicante è tutto in questa differenza tra la donna che ha marito e la donna che non lo ha . Napoleone , commentando appunto le disposizioni del suo Codice , diceva : " il est une chose qui n ' est pas franC6aise : c ' est qu ' une femme mariée puisse faire ce qui lui plaît " . Ebbene noi possiamo parafrasare questa brutale asserzione dell ' imperatore , e dire : " c ' è una cosa che non è logica , ed è che una donna capace giuridicamente alla vigilia del matrimonio , diventi incapace la mattina dopo " . Se mai , la dignità di sposa , la gloria di madre , dovrebbe aumentare i suoi diritti , non diminuirli ! Lo so che , se si è colpita la sposa d ' una incapacità che comincia dal matrimonio e finisce con esso , non è stato in odio alla donna o unicamente pel pregiudizio feudale che l ' uomo è il padrone assoluto in casa sua , ma è stato anche per una ragione più alta e innegabilmente rispettabile : per impedire che la disciplina domestica s ' indebolisca , per tenere intatta l ' unità della famiglia . Dicono i giureconsulti , e ripete , del resto , il buon senso di tutti : una direzione ci vuole : non si concepisce una nave senza pilota , uno Stato senza sovrano , un esercito senza generale , una società senza direttore , un ' assemblea senza presidente , e quindi non si può concepire una società coniugale senza un capo . Siamo d ' accordo . Ma non si concepisce nemmeno che oggi , quando le condizioni economiche di tutti e specialmente della donna sono mutate , ella sia poco o nulla padrona del suo danaro , del danaro ch ' ella guadagna ! Non si concepisce che oggi , quando la donna , pel fatto ch ' ella lavora non solo fra le pareti domestiche , ma al di fuori , nelle fabbriche , nelle officine , ed ha acquistato un valore commerciale e industriale che prima non aveva , ed è non più l ' oggetto di lusso cui si chiede qualche ora di piacere , ma il valido aiuto del maschio nel sopportare i pesi materiali e morali della famiglia , non si concepisce - ripeto - che il legislatore voglia ancora lasciare nei Codici questa tutela economica della moglie , tutela che è spesso la prima origine delle discordie coniugali , ed è talvolta anche l ' origine della rovina delle famiglie ! Non è qui il caso di precisar meglio ciò che vado dicendo , citare articoli di Codice e commentarli , ma voglio dire , a onor nostro , che il Codice Civile italiano è , per ciò che riguarda la condizione economica della moglie , migliore del Codice Napoleonico , contro cui insorge oggi in Francia una lega di intellettuali , migliore anche di altri Codici Civili d ' Europa , ma non tale da soddisfare le esigenze , ch ' io credo legittime , dei feministi . Il matrimonio , anche in Italia , è per la donna , quanto ai beni , un profondo sonno : un sonno da cui spesso è svegliata di soprassalto per il romore d ' un disastro . Il marito , abituato a non dipendere da nessuno , chiede raramente in affari il consiglio della moglie .... anche quando si tratta dei danari di lei . La moglie , in parte obbligata dalla legge , e ancor più abituata dal costume , si tiene estranea a ciò che non è la quotidiana azienda domestica . E questo letargo dell ' attività femminile è , oltre che un ' ingiustizia , un errore , perché la donna ha più prudenza dell ' uomo , ed essendo per indole più conservatrice , non sarebbe mai favorevole a quelle incoscienti larghezze che a poco a poco corrodono i patrimonii , né a quelle speculazioni arrischiate che d ' un tratto li inghiottono . * Senonché , non è soltanto come moglie e come proprietaria che la donna potrebbe lagnarsi del Codice Civile . È sopratutto come fanciulla e come madre ch ' ella potrebbe protestare contro le ingiustizie della legislazione . Strana e triste ironia ! Il legislatore , per giustificare la tutela giuridica cui assoggettava la donna , ha fatto ricorso alla debolezza di lei e al suo bisogno di protezione : ma si è dimenticato totalmente di questa debolezza femminile e di questo bisogno di protezione quando si trattava di protegger la donna dalle seduzioni del maschio .... Il legislatore , cioè , ha avuto tutte le precauzioni per salvaguardare il patrimonio economico della donna e ha voluto che , non lei sola , ma anche il marito ne fosse responsabile : non ha avuto nessuna preoccupazione per salvaguardare il patrimonio morale , l ' onore della fanciulla , e all ' uomo che l ' ha compromessa ha detto sorridendo : " stai pure tranquillo ! tu non sei responsabile ! la ricerca della paternità è interdetta ! " . È logico questo ? è giusto ? è umano ? Io leggo nel nostro Codice Civile l ' articolo 1151 che dice : " qualunque fatto dell ' uomo che arreca danno ad altri , obbliga quello per colpa del quale è avvenuto a risarcire il danno " . Questo articolo protegge le nostre finestre , le nostre porte , i nostri mobili , i cancelli dei nostri giardini , le derrate delle nostre campagne , il nostro cane e il nostro cavallo .... ma non protegge la donna ! Davanti al Codice , la donna è meno delle nostre bestie ! Eppure non è forse arrecar danno alla donna il sedurla , farla soffrire , distruggere , forse per sempre , la sua bellezza e la sua salute , e lasciarle la doppia croce del disonore e dell ' obbligo materiale di nutrire il bambino e allevarlo ? Oh , io sento le voci degli uomini prudenti e severi , che hanno tanto rispetto per la famiglia legale e così poco per le famiglie illegali che l ' amore crea e danna all ' infelicità , io sento le voci dure e fredde che dicono : " la donna fu debole , ella doveva riflettere prima di cedere , che colpa ha l ' uomo s ' ella non gli ha saputo resistere ? " ed io sento anche le voci maligne che susurrano : " è un ' ingenuità il credere che chi seduce sia l ' uomo ! è la donna che nella maggior parte dei casi seduce ! " . Ebbene ? e se anche ciò fosse vero ? In qual trattato di logica o di morale si può trovare il principio che dei due complici di un ' azione , uno solo deve pagarne la pena e sopportarne le conseguenze ? E mi si concederà per lo meno , che se l ' uomo non è il primo autore del male , è innegabilmente il complice necessario . E perché mai questo complice necessario , compiuto ciò che ha creduto di compiere , succhiato il miele del fiore , se ne può partire indisturbato , libero come l ' ape vagabonda , con un pensiero di meno ed un trionfo di più , lasciando nell ' abbandono , nel dolore , nella vergogna colei che gli ha dato il meglio dell ' esser suo ? Ma - ripetono ancora quelle voci severe e prudenti - : " il Codice non può preoccuparsi di tutti questi infiniti piccoli drammi d ' amore ove l ' uomo compie la sua esperienza di maschio saggiando la virtù femminile ; questi casi non dipendono che dalla coscienza ! " . Ebbene : io credevo appunto che la legge dovesse essere la coscienza di quelli che non ne hanno ! Credevo che la legge dovesse ristabilire l ' equilibrio fra la responsabilità dell ' uomo , che ora è nulla , e la responsabilità della donna , che ora è troppa , non solo per ubbidire a un criterio di giustizia e per diminuire quel tributo di anime e di corpi femminili che l ' umanità paga al minotauro dell ' egoismo maschile , ma anche per ragioni di previdenza sociale . Sapete voi che accade di tutte le fanciulle abbandonate e di tutti i figli illegittimi ? Che cosa accada delle fanciulle tradite è facile immaginare . Tolte le pochissime eroine che hanno la sapiente dolcezza della rassegnazione e che col lavoro onesto sanno ricostruirsi la vita che l ' inganno d ' un uomo minacciava di spezzare per sempre , tolte le poche energiche che nell ' impeto del dolore pel vigliacco abbandono trovano il coraggio criminoso di vendicarsi dell ' amante col coltello , col revolver , col vetriolo , tutte le altre scendono più o meno lentamente la scala del vizio , povere candide foglie di magnolia che il primo contatto ha ingiallito per sempre ! E che accade dei figli ? di quell ' esercito di illegittimi che sorgono ogni anno a minacciare la società , di cui dicono i vizii nascendo , e di cui rappresentano , vivendo , i vizii e i delitti ? Un piccolo numero di illegittimi paga subito , colla morte violenta , la colpa e la vergogna della nascita . L ' infanticidio è l ' estrema aberrazione della fanciulla tradita , che non seppe uccider sé stessa né vendicarsi contro l ' amante , e che sopprime l ' innocente , la prova viva e strillante del suo disonore . E i giurati assolvono il delitto orrendo - 33 assoluzioni ogni 100 infanticidii - non solo perché essi sentono che il delitto in questo caso non è la conseguenza di passioni malvagie , bensì la testimonianza sanguinosa d ' una rivolta legittima , ma assolvono anche perché essi si trovano di fronte solo la fanciulla - madre , non vedono l ' uomo , il complice necessario che è lontano , e questa ingiustizia li disarma e li rende indulgenti .... E quando l ' infanticidio non lo compie la madre , pensa la società matrigna a commetterlo sui figli illegittimi . Usciti alla luce dopo mesi di ansie e di dolori , privi d ' ogni cura igienica come d ' ogni cura morale , essi sono sacrati dalla morte ; e ne muore infatti l'11 per cento nel primo mese e il 24 per cento nel primo anno . Poi .... poi .... gli altri che restano - senza un nome , senza una posizione , incapaci d ' orgoglio - traversano la vita con l ' odio latente contro l ' ingiustizia di cui son vittime , e popolano i nostri ospedali e le nostre prigioni ! E allora , in presenza di questi bimbi che , se non sono uccisi o non muoion di stenti , divengono la zavorra sociale , in presenza di tante donne che cadon nel fango , se non entrano in prigione per essersi vendicate dell ' amante , io vorrei ripetere la domanda che il Senatore Rivet rivolgeva ai legislatori del suo paese : io vorrei chiedere ai gravi uomini politici che nelle questioni di commercio e di dogana sono così spesso protezionisti arrabbiati , io vorrei chiedere se troveranno ancora che è inutile protegger la donna dalle seduzioni del maschio , e se si pronuncieranno ancora per il libero scambio degli abbandoni e degli infanticidii , dicendo con una beata indifferenza : lasciate fare , lasciate passare ! * Forse - poiché l ' egoismo maschile è tanto grande - non si riuscirà ad ottenere che l ' uomo provveda , almeno economicamente , alle prime necessità dei figli illegittimi , finché le donne non avranno pari agli uomini il diritto di voto e quindi il diritto di fare le leggi . Lo constatava col suo sorriso arguto di filosofo canzonatore anche Beaumarchais quando nel Mariage de Figaro , alludendo appunto al modo con cui il Codice tratta la donna che ha peccato d ' amore , scriveva : de cette absurde injusticefaut - il dire le pourquoi ? Les plus forts ont fait la loi ! Questa questione del voto alle donne - in cui s ' appunta lo sforzo maggiore del feminismo - parmi appartenga al numero di quei problemi politici , e son molti , pur troppo , che spaventano più per l ' ignoranza che si ha delle loro conseguenze , che per la conoscenza delle ragioni che li sostengono . Noi abbiamo , spesso , la paura delle parole : noi abbiamo , talvolta , l ' avversione istintiva per certe riforme che immaginiamo gravide di chi sa quanti e quali pericoli . Anche gli uomini adulti , come i bambini , hanno i loro cauchemars . Ma quando spunta il sole i fantasmi scompaiono , e quando certi problemi si studiano da vicino al lume tranquillo dell ' osservazione scientifica , ci si accorge che essi non erano così rivoluzionarii come la nostra timidità e il nostro misoneismo temevano . Il voto alle donne ! Per essere sincero comincio col dichiarare che io non credo che le nostre leggi attuali lo riconoscano : chi lo crede non può essere che un partigiano il quale scambia il suo desiderio per la realtà , o un avvocato , il quale - secondo il solito - sostiene che la legge sancisce l ' opinione del suo cliente ! No : le nostre leggi non riconoscono nella donna il diritto di voto politico .... ma lo potrebbero , lo dovrebbero riconoscere . Ho letto molte pagine pro e contro il voto femminile , e naturalmente anche i discorsi pronunziati recentemente alla Camera , dove , per miracolo ! l ' estrema destra di Luigi Luzzatti si è trovata d ' accordo coll ' estrema sinistra dell ' on . Mirabelli in un atto di cavalleresca cortesia verso le signore : ma confesso di non aver trovato nulla di meglio , né per logica né per chiarezza , degli argomenti che sviluppava Condorcet , nientemeno che 120 anni fa , nel Journal de la Sociéte de 1789 . Il diritto di eleggere ed essere eletto è fondato per gli uomini sul loro carattere di creature intelligenti e libere . Non sono creature tali anche le donne ? I soli limiti a quel diritto sono la condanna a una pena afflittiva o infamante , e la minorità . Ebbene : forse che tutte le donne ebbero conti a regolare colla giustizia , o non è scritto all ' articolo 240 del Codice Civile che ogni individuo dei due sessi all ' età di 21 anno è maggiore ? Si argomenterà forse dalla pretesa inferiorità mentale della donna ? È assurdo , perché - dato che tale inferiorità esista - forse che gli uomini poco intelligenti non hanno diritto di voto ? Ma l ' infimo impiegato d ' ordine dell ' infima amministrazione ha gli identici diritti politici di Guglielmo Marconi ! Si argomenterà dalla debolezza fisica delle donne ? Se questa obbiezione valesse , bisognerebbe sottoporre gli elettori a un giurì di medici , e poiché non si è ancora istituita la visita medica elettorale e votano nevrastenici , epilettici ed alcoolisti , mi sembra che - per ciò che riguarda la salute - potrebbero votare anche le donne . L ' obbiezione capitale - tutti lo sanno e lo sentono - consiste nell ' osservare che , aprendo alle donne la vita politica , si distolgono dalla famiglia . Ma non le distolgono dalla famiglia anche oggi , più assai dell ' ipotetica partecipazione alla vita politica , le professioni manuali e il commercio ? Non è la nostra vita affrettata e febbrile che lancia nelle officine , nei magazzini , nelle amministrazioni , le fanciulle , le spose , le madri ? Non è questo terribile aculeo della lotta economica , non è l ' ansia del guadagno , non è la fatalità della grande industria che toglie l ' operaia al suo focolare , al suo bambino , ai suoi doveri di madre e di moglie , per sequestrarla tutto il giorno là dove il mostro della civiltà ha bisogno del suo lavoro ? Protestiamo pure contro questa immane e dura necessità , ma non accusiamo il voto politico di produrre un danno che già il capitalismo , la macchina , la creazione dei grandi opifici hanno prodotto . Non è la piccola scheda bianca che toglierebbe la donna alla casa e alla famiglia , di dove l ' ha già distolta la grande industria e la nera officina . Forse che per votare - o per apprendere quel tanto che occorre per votare con coscienza e con libertà - la donna dovrebbe impiegare quelle otto o dieci ore di lavoro al giorno , che oggi ella ruba alla sua famiglia .... senza che gli antifeministi protestino ? O forse che gli antifeministi non si preoccupano della donna che deve guadagnarsi la vita col suo lavoro - e che è pure la gran maggioranza - e pensano soltanto alla donna ricca e agiata , facendo una comoda sociologia da salotto , come Paul Bourget fa della psicologia da milionari studiando soltanto anime umane che abbiano almeno cento mila lire di rendita ? Io non vedo , dunque , lo confesso , un solo argomento che possa validamente contrastare in teoria il diritto di voto alle donne . Quanto alla pratica - cioè all ' immediata attuazione - prescindendo da coloro che temono dal voto femminile una riscossa reazionaria - sono le donne stesse che dimostrano di non sentirne l ' imperiosa necessità . In Austria dove , da oltre trent ' anni , le donne del grande possesso nobile hanno diritto di voto , poco e raramente lo esercitano . In Francia e in Belgio , paesi più evoluti del nostro , non si è ancora tentata l ' ardita riforma . In Italia , basterebbe constatare l ' indifferenza con cui la maggior parte del pubblico femminile ha seguìto la recente discussione parlamentare - che fu del resto più un ' esercitazione rettorica che l ' espressione eloquente d ' un sentimento sincero - per convincersi che all ' entusiasmo di poche non segue il consenso pieno e caldo di tutte . Basterebbe , sopratutto , gettare uno sguardo sulla statistica spaventosa delle donne analfabete - il 50 per cento delle spose italiane non sanno nemmeno firmare col proprio nome l ' atto di matrimonio ! ! - per comprendere che troppe altre cose più urgono fra noi per la vera emancipazione della donna ! * Proclamare , dunque , tutti i diritti , non far dedizione d ' alcuno anche lontano ed altissimo , ma perseguire con tenacia conquiste immediatamente più utili e necessarie , ecco la tattica di un feminismo fecondo . Volere la donna pari all ' uomo , ma cercar di elevarla , con l ' educazione e con l ' istruzione a quella dignità cui ella agogna . Giacché , più che la donna elettrice , più che la donna politicante , urge oggi rivendicare la donna nella semplicità della sua sacra funzione , cioè la donna che ama . Io non credo al feminismo spurio che sotto il nome di lotta di sesso vuol far guerra all ' uomo , vuol mascolinazzare la donna , vuol dare ad intendere ch ' essa possa fare a meno dell ' uomo . Ciò è contro la natura , contro la bellezza , contro l ' amore ! Io credo al feminismo che innalza la donna , che le apre tutte le vie , in modo che la sua mente possa spaziare fin là dove una volta non arrivava nemmeno il suo sguardo , ma le lascia però intatte tutte le sue femminili attrattive . Gli è appunto quando la donna è veramente donna , e non un ibrido campione del terzo sesso , che ella può creare capolavori . Le donne che hanno scritto dei libri che resteranno non sono le donne che hanno ucciso in sé stesse il sesso per meglio misurarsi nella concorrenza brutale col maschio , ma sono le donne che hanno amato . Se c ' è una poesia femminile che commuova , è quando esprime la passione : se c ' è un ' opera d ' arte di donna che s ' imponga è quando l ' ha infiammata l ' amore . Diceva il Guizot che ricercando un giorno con Macaulay quale fosse , nella letteratura , l ' opera femminile che più si avvicinava alla perfezione , s ' eran trovati d ' accordo nel pensare che erano le lettere di M.me de Sevigné , e che entrambi avevano attribuito la superiorità di quel capolavoro al fatto che era l ' opera d ' una madre . Non dunque un feminismo che spenga ciò che vi è di più puro e di più sacro nella donna : non un feminismo che divida ed odii , ma un feminismo che eguagli e rinsaldi i legami spirituali fra l ' uomo e la donna . Diamo alla donna tutti i diritti che le spettano - ella vedrà se è il caso di esercitarli - ma diamole sopratutto quell ' educazione libera e fiera di cui manca , e che le è necessaria per comprendere che ella deve essere , non la nostra concorrente , ma la nostra alleata , e che il suo miglioramento significa raddoppiare le forze intellettuali del genere umano e quindi le probabilità di una vita felice . Come l ' uomo e la donna sono fisiologicamente necessari per creare la vita , così l ' accordo fra loro - pari ormai di coltura di dignità di diritti - è necessario per creare il progresso . Questa è la verità , e questa , io credo , è anche la poesia ! Una delle più illustri feministe italiane , Anna Maria Mozzoni , confessava : " povere ribelli siamo noi , che amiamo i nostri nemici ! " . E in queste parole sta la conclusione migliore del nostro problema , giacché se è vero che l ' uomo non è mosso ad agire altro che dal desiderio di far omaggio di tutto ciò che egli conquista - fama onori ricchezze - alla donna che ama , anche il feminismo non può e non deve essere che la rivendicazione della personalità della donna perché questa possa più nobilmente offrirla a colui che essa liberamente si è scelto . L ' ISTRUZIONE DELLA DONNA . Il faut élever la jeune fille avec la pensée constante qu ' elle sera un jour la compagne de l ' homme . M.me DE STAËL . Si racconta che essendosi chiesto una volta a Legouvé in quale periodo della vita dei suoi figli egli cominciasse la sua azione di educatore : Prima che nascano , rispose . Pur troppo , pochissimi padri saprebbero e potrebbero rispondere con la profondità filosofica e con la previdente affettuosità di Ernesto Legouvé ; e certo nessun governo ha mai voluto spingere così indietro e così lontano le sue cure per l ' educazione de ' cittadini . I governi , in genere , non pensano all ' educazione ma soltanto all ' istruzione , e non sempre felicemente e compiutamente nemmeno a questa . Se la statistica fu definita una specie di bromuro scientifico poiché calma , colla doccia fredda delle cifre , i nervi eccitati della nostra curiosità , c ' è una statistica che dovrebbe , anziché calmare i nostri nervi , irritarli , e farci salire al viso le fiamme della vergogna per la nostra inferiorità di fronte agli altri popoli civili . Intendo la statistica dell ' analfabetismo . Mentre in Germania si contano appena 2.45 analfabeti su 100 abitanti , e in Inghilterra 3.45 , e in Francia 3.50 , noi italiani vinciamo il triste record della barbarie anche in confronto alla Russia , giacché questa ha 36 analfabeti su 100 abitanti , e noi ne abbiamo 52.93 . E pur troppo questa statistica complessiva - se si volesse distinguere per sesso - riuscirebbe assai più grave per la donna che per l ' uomo ! Infatti , prendendo come termine di paragone i dati demografici che riguardano i matrimonii innanzi agli ufficiali dello Stato Civile ( se si consultassero anche i matrimonii religiosi sarebbe ancor peggio ! ) noi troviamo che su 100 sposi , soltanto 35.50 non seppero firmare l ' atto nuziale , mentre su 100 spose non lo seppero firmare 47.95 . Quindi - ed è veramente doloroso a dirsi - quindi la metà delle mogli e delle madri italiane non sanno nemmeno scrivere il proprio nome ! Immaginiamoci la coltura della maggior parte dell ' altra metà ! E sorvolo , per carità di patria , sul fatto che in Germania , in Francia e in Inghilterra le spose che non sanno sottoscrivere l ' atto di matrimonio raggiungono appena la cifra del 2 , del 3 , al massimo del 4 per cento . Di fronte a queste constatazioni - che sono vergognose e socialmente pericolose , ma che i nostri uomini politici pare siano abituati a considerare con olimpica indifferenza , come un male necessario che la terza Italia ha ereditato dall ' Italia dei Papi - di fronte a queste constatazioni verrebbe fatto a un ingenuo di domandare : " Ma c ' è o non c ' è , in Italia , una legge sull ' istruzione obbligatoria ? " . La legge c ' è , e da più di trent ' anni , perché appunto dal 1877 fa parte della raccolta delle innumerevoli Leggi e Decreti del Regno , ma .... chi pon mano ad essa ? Questa nostra legge - che ebbe l ' unico merito di precedere quelle analoghe di Francia e di Inghilterra - ebbe , fra gli altri , il torto gravissimo , dovuto a ragioni finanziarie , di limitare dai 6 ai 9 anni l ' età in cui l ' istruzione è obbligatoria . Questo periodo di tre anni era troppo breve , non solo per lo scopo diretto dell ' istruzione , ma anche per lo scopo indiretto di prevenzione sociale che la scuola dovrebbe prefiggersi . Tutti i paesi civili avevano stabilito un periodo più lungo per lo meno del doppio : in Francia l ' istruzione è obbligatoria dai 6 ai 13 anni , in Austria , in Ungheria , in Germania dai 6 ai 14 , in Inghilterra dai 5 ai 14 , in Isvizzera dai 6 ai 16 anni . E sorgeva spontanea la domanda : il bambino e la bambina italiani che a 9 anni compiuti non hanno più l ' obbligo di frequentare la scuola , che cosa faranno ? ( Parlo , si capisce , dei bimbi di quelle infime classi sociali che non potendo darsi il lusso di continuare l ' istruzione per conto proprio , mandano i loro figli a scuola - se li mandano ! - solo nel periodo fissato dalla legge ) . A questi bambini sarà evidentemente scuola la strada , poiché il padre e la madre , contadini o operai , occupati nei lavori dei campi o delle officine , li lascieranno vagabondare , lieti d ' avere per qualche ora un pensiero e una noia di meno .... Il ministro Orlando si rese conto di questa inferiorità del nostro paese , che equivaleva a un pericolo sociale , e colla legge . luglio 1904 estese l ' obbligo dell ' istruzione fino al dodicesimo anno di età e fornì ai Comuni i mezzi per istituire corsi d ' istruzione elementare superiore . L ' intenzione era nobilissima , ma rimase semplicemente .... intenzione . Si può dire infatti senza peccare di soverchio pessimismo , che la legge del 1904 non è osservata in pratica . E non è osservata perché le pene ai genitori che vi contravvengono sono più miti che altrove ( un ' ammenda di 50 centesimi ! ) e perché oltre ad essere miti , sono rarissimamente applicate . Così non solo la legge sull ' istruzione obbligatoria non è osservata , ma è del tutto inutile , giacché in Italia la scuola è frequentata soltanto .... da chi vi si reca spontaneamente . Mentre , infatti , in Inghilterra e agli Stati Uniti , sia per la maggiore educazione del popolo , sia per l ' inflessibile rigore anglosassone con cui sono puniti i contravventori alla legge , non esiste una differenza apprezzabile fra il numero degli alunni che dovrebbero frequentare la scuola e il numero di coloro che effettivamente la frequentano , da noi invece pur troppo , un terzo degli alunni che vi sarebbero obbligati disertano la scuola . Si tratta cioè di un milione , badate , di un milione di bambini e bambine che dovrebbero frequentare la scuola e non la frequentano . Ed è così apatica la nostra indole , che nessuno chiede spiegazione di questa trascuratezza che costituisce un delitto ; nessuno domanda di chi è la colpa se la legge sull ' istruzione obbligatoria non viene osservata ; nessuno pensa che un milione di bimbi fra i 6 e i 12 anni sul lastrico della via significa un futuro pericolo sociale gravissimo , significa l ' analfabetismo colle sue conseguenze fatali , il vagabondaggio e la delinquenza ! E mentre è facile trovare , nel Parlamento e fuori , chi alzi fiere proteste contro ogni irregolarità e contro ogni abuso - purché siano , s ' intende , commessi dagli avversarii politici , perché quando sono commessi dai correligionarii anche i delitti si scusano , - è difficilissimo il trovare chi senta il bisogno e il dovere di salire su dalla morta gora del pettegolezzo politico e del piccolo scandalo parlamentare , per guardare in faccia i veri problemi che interessano la vita della nazione , e per chiedere che non sia abbandonata all ' ignoranza dei più e all ' indolenza del governo la funzione della scuola , in cui riposa la migliore energia del popolo e la salute dell ' avvenire ! Mi si perdoni se , per chiudere questo argomento , insisto ancora con delle cifre : saranno le ultime . Il numero degli alunni d ' ambo i sessi raggiunge circa il 20 per cento sul totale della popolazione in tutti i paesi civili : è il 20.70 nella Svizzera , il 20.38 agli Stati Uniti , il 20.00 in Baviera e Sassonia : da noi è soltanto il 7.89 per cento . E non occorre fare dell ' alta sociologia per riconoscere questa verità assiomatica : che la percentuale massima nel numero degli alunni è l ' indice tangibile della massima civiltà , ossia dei paesi dove è maggiore il benessere materiale , più diffusa l ' industria , e minore il numero de ' reati . * Sono molte le scuse o le giustificazioni che si adducono per spiegare questa nostra inferiorità . Ma , sorvolando sulle secondarie , le cause principali del doloroso fenomeno si possono ridurre a due , una sociale , l ' altra strettamente economica . La causa sociale e , in parte , di razza , - che potrà , speriamo , affievolirsi col tempo ma che oggi è ancora fortissima specie nell ' Italia meridionale , - consiste nel fatto che i genitori italiani non intendono l ' utilità della scuola pei loro bambini , preferiscono sfruttarli col lavoro e colla mendicità in età ancor tenera , o lasciarli in ozio in mezzo alla via .... Il vizio è nel sangue , e le leggi possono fare ben poco ! Nel Belgio , per esempio , non esiste istruzione obbligatoria ; eppure colà le scuole sono frequentatissime . Altra razza , e , diciamolo pure , altro grado di civiltà ! E poiché in Italia le autorità - come ho detto - non si prendon la pena di infligger multe a quei genitori che non inviano i loro figli alla scuola , il cattivo esempio s ' estende , e la piaga si fa cancrena . Dunque : in basso , incredulità nei vantaggi dell ' istruzione : in alto , indolenza nel reprimere le contravvenzioni , - ecco gli ostacoli contro cui si dibatte fra noi il problema della scuola . Ma l ' ostacolo maggiore è l ' ostacolo economico , la difficoltà finanziaria . È noto che in molti Comuni le scuole sono in uno stato così deplorevole , da giustificare quasi coloro che non le frequentano . Si è sempre detto , e si continua a dire , che non ci sono denari per il Ministero dell ' Istruzione Pubblica , il cui bilancio è notoriamente la cenerentola dei bilanci italiani . Io credo che , come i giornali ricorrono alla scusa della tirannia dello spazio per giustificare la non pubblicazione di ciò che non vogliono pubblicare , così i governi riparano dietro la scusa della tirannia finanziaria per non spendere mai danari dove non li vogliono spendere . Noi siamo ancor vittime del pregiudizio che per la grandezza della patria occorra crear fucili e cannoni anziché teste ed uomini , e noi dimentichiamo che le vittorie dell ' esercito tedesco sono dovute alla coltura dei suoi soldati . Per questo la Germania , che sa preparare da lontano le sue vittorie , non lesina danaro all ' istruzione pubblica : per questo il solo regno di Prussia spende 356 milioni all ' anno per la sola istruzione popolare , e la stampa tedesca anche la più conservatrice trova che è poco , e noi invece ci accontentiamo di un bilancio totale dell ' istruzione pubblica che s ' aggira intorno ai 100 milioni , di cui lo Stato ne paga meno della metà e il resto lo pagano i Comuni ! Io non voglio - né saprei - discutere se oggi in Italia uomini politici che veramente e fermamente volessero , potrebbero ottenere che per l ' istruzione pubblica si facesse più di quanto oggi si faccia : certo so che la grande riforma che la patria aspetta è l ' aumento delle risorse materiali della scuola . Aumento tanto più necessario in quanto che ora s ' avanza - oltre e insieme ai maschi - l ' esercito femminile , che una volta era non solo assolutamente escluso dalle scuole secondarie e , Dio liberi , dalle Università , ma era anche escluso , se non in via assoluta , almeno in forza del costume e dell ' abitudine , dalla scuola primaria . Una volta non si riconosceva alcun diritto di istruzione nelle donne . Sottomesse giuridicamente , lo erano anche intellettualmente , e gli uomini le lasciavano , le volevano lasciare nella più beata ignoranza . Une femme en sait toujours assez diceva Molière quand la capacité de son esprit so hausseà connaître un pourpoint d ' avec un haut de cnausse . E Goethe in una lettera ad un amico sosteneva che l ' istruzione della donna doveva limitarsi alle nozioni più elementari e consigliava di affidare alle ragazze le cure della cucina e del giardino e di far lavorare coll ' ago quelle che preferissero star sedute . La citazione è forse un po ' troppo antica ? Elisabetta d ' Austria confessava al suo fedele e forse unico amico il dottor Christomanos : " meno le donne imparano e più esse hanno pregio , poiché esse estraggono dal loro io tutta la loro scienza . Il resto non fa che snaturarle : esse disimparano una parte di loro stesse per appropriarsi imperfettamente un po ' di grammatica o un po ' di logica " . Questa avversione alla coltura può sorprendere nella bocca di un ' imperatrice coltissima , la quale forse pronunciò quelle parole in un giorno di tristezza e di ironia ; ma era lo stato d ' animo di quasi tutti fino a trent ' anni or sono . Fino a quell ' epoca infatti soltanto una piccola minoranza di fanciulle frequentava le scuole primarie . E del resto , non abbiamo , ognuno di noi , dei documenti dolorosi di ciò che fosse l ' educazione femminile della generazione che ci ha preceduto ? Non troviamo oggi noi stessi nelle donne attempate delle classi inferiori una gran maggioranza di analfabete , e non troviamo anche nelle donne delle classi ricche , specialmente di certe provincie , una coltura così bassa da lasciar germogliare ogni sorta di superstizione ? Il concetto di educare la donna - non per semplice abbellimento come in certi conventi e in certi collegi di cui parleremo fra poco - ma per renderla intellettualmente e moralmente migliore è dunque un concetto relativamente nuovo . Come è recente il fatto che la donna osi uscire , per istruirsi , dalla famiglia , e mescolarsi nelle scuole pubbliche coi fanciulli . Ancora pochi anni fa il numero degli alunni maschi nelle scuole primarie era dovunque assai maggiore di quello delle fanciulle : ora tendono ad equilibrarsi , e in alcuni Stati , in Francia per esempio e in Baviera , il numero delle femmine supera quello dei maschi . Da noi - ed il fenomeno è confortante - il numero delle fanciulle che frequentano le scuole elementari va gradatamente e regolarmente crescendo , e poiché le ultime statistiche di qualche anno fa davano una minima differenza fra i due sessi , è probabile che ora l ' esercito delle piccole alunne abbia raggiunto numericamente l ' esercito maschile . C ' è un ' altra constatazione a farsi , per noi italiani ( dopo aver rilevato il male , è bene poter constatare anche il bene del nostro paese ) ed è che l ' Italia può dirsi fra i paesi latini il più progredito riguardo a quel sistema di coeducazione dei sessi o scuola mista , universalmente adottato agli Stati Uniti , ma viceversa ancora respinto in tutto o in parte dai paesi d ' Europa . Io credo all ' efficacia intellettuale e morale della scuola mista , giacché essa dà maggior vita e colorito , maggior emulazione al lavoro , e come diceva un esperto educatore " elimina l ' isterismo e ridona l ' ozono della vita naturale ad una atmosfera resa deleteria dagli antichi costumi monastici " . È una triste abitudine quella invalsa finora - e che stranamente prevale ancor oggi nella arditissima Francia - di voler tenere distinti e ben divisi ragazze e ragazzi nei primi anni della vita , quando il sesso ancora non parla , per lasciarli poi insieme nella vita di società proprio quando il sentimento dominante da una parte e dall ' altra è l ' amore ! Abituati a stare insieme fin da bambini , i maschi e le femmine acquistano quella franca e libera e fraterna camaraderie senza secondi fini , che , se spaventa forse le anime timorate , è certo più leale e più sana di quelle sapienti ritrosie gesuitiche in cui si riassume talvolta tutto il pudore di certe fanciulle . La scuola mista non fu in Italia un atto di volontà : fu una conquista inconscia del pubblico sul governo . Essa sorse quasi di sorpresa , inavvertitamente . Si cominciò - in qualche città dove non esistevano istituti femminili - ad accordar per favore a un padre l ' ammissione in un ginnasio o in una scuola tecnica della sua figliuola ; e l ' iniziativa ardita , prima criticata e combattuta come tutte le iniziative , fu a poco a poco imitata . Gli uomini , sul principio , sono ribelli , ma poi , e in questo caso per fortuna , ritornano pecore . Oggi , e intendo per oggi la data delle più recenti statistiche , oltre le 20 mila alunne delle scuole normali , abbiamo più di 9000 alunne nelle Scuole tecniche e più di 500 negli Istituti tecnici , più di 2000 nei Ginnasii e oltre 400 nei Licei . E ogni anno segna un aumento costante Ecco le cifre precise : Debbo questa statistica alla cortesia del comm . De Negri , Direttore Generale della Statistica , che volle compilarla per me sui Bollettini Ufficiali del Ministero della Pubblica Istruzione . Nelle Università il progresso fu più lento . Nessuna donna s ' era laureata in Italia prima del 1877 . In quell ' anno e nei tre successivi si ebbe una laureata all ' anno . Il numero rimase scarsissimo fino al 1893 , in cui furono 15 , e poi salirono fino alla cifra di 52 nel 1900 Anche questa statistica è dovuta al Comm . C . De Negri = . Dato l ' abbrivo , è facile prevedere che l ' aumento continuerà in proporzioni sempre maggiori . Non arriveremo , e non ci avvicineremo nemmeno agli Stati Uniti , dove le alunne che frequentano i corsi secondarii ( ossia i nostri ginnasii e licei ) sono più numerose dei maschi , dove nel 1900 si contavano di fronte a 130 mila ragazzi che dicevano di studiare il latino , 190 mila ragazze che lo studiavano , e dove oltre alle Università miste esistono 13 Collegi universitarii unicamente destinati alle donne con 5100 studentesse , - ma ci metteremo senza dubbio anche noi per la grande strada maestra che consente alla donna quell ' alto grado di istruzione che la rende non solo eguale all ' uomo ma , ciò che più importa , indipendente da lui . Il Tocqueville , il quale scriveva quando le condizioni della donna americana non avevano ancor raggiunto il livello che toccano ai nostri giorni , era stato fin da allora colpito dai progressi del movimento femminile in America , e confessava : " Se voi mi domandate a che cosa io penso doversi attribuire la prosperità singolare e la forza ognor crescente del popolo americano , io risponderò doversi attribuire alla superiorità intellettuale delle sue donne " . Potremo anche noi meritare , in un tempo più o meno lontano , un simile elogio da un altro grande storico dell ' avvenire ? * Prima di rispondere a questa domanda , bisogna porne un ' altra : bisogna domandarci : perché studiano queste studentesse ? perché vengono , sorelle intellettuali , a combattere con noi la grande battaglia della scienza contro l ' ignoto , o dell ' arte per la bellezza ? perché le troviamo sui nostri passi , concorrenti gentili e temute , a darci il sorriso della loro compagnia , ma a rubarci , spesso , la palma del trionfo ? Esse vengon fra noi perché le sospinge forse l ' amore allo studio , perché le trascina senza forse la necessità economica . Anche la donna sente oggi al pari dell ' uomo il desiderio di una sua propria espressione individuale : sente il bisogno di affermarsi da sola , col proprio lavoro , col proprio cervello , per rendersi indipendente . Direi che agogna ad una vita umana nell ' ampio senso latino della parola , e non vuol più rimaner chiusa nella semplice vita sessuale , dove la storia l ' aveva confinata finora . Vuole il mondo per sé , e non la famiglia soltanto . È un bene ? è un male ? Non importa qui dire : è la fatalità ! La donna era sempre vissuta in una specie di parassitismo economico . L ' unica sua speranza e l ' unica sua carriera era il matrimonio . Lo stato psicologico della fanciulla era l ' attesa ; e questa sua condizione di dover aspettare il marito non era che una forma di muta mendicità . Perciò , se non si maritava , e se il chiostro non accoglieva le sue verginali speranze deluse , essa restava nell ' ambiente sociale come un ramo secco tra la gloria della foresta verde e fiorita , come un organo che abbia fallito alla sua funzione , come un peso inutile e gravoso alla propria famiglia . E già molti anni or sono l ' Holtzendorff aveva presentito la gravità sociale di questa ingiusta condizione di cose , e con la fredda calma del giurista tedesco aveva posto brutalmente il problema così : o la poligamia , oppure procacciare alle donne escluse dal matrimonio altri modi di onesto e lucroso collocamento . Allora , quando l ' Holtzendorff scriveva , si contavano in Germania più di due milioni di ragazze di età superiore ai 25 anni non maritate , capo d ' accusa vivente - egli diceva - contro lo spensierato egoismo degli uomini . Quante saranno oggi , e non in Germania soltanto , le oneste ragazze che , non volendo e non potendo sposarsi , hanno pur diritto a un ' esistenza che non sia l ' avvilente inutile e parassitaria vita della vecchia zitella ? Saranno certamente di più , poiché in questa nostra epoca ove tutto è ridotto al comun denominatore danaro , e dove le esigenze di tutte le classi sono smisuratamente cresciute , l ' uomo non può contrarre matrimonio con la facilità con cui lo contraeva una volta . C ' è - minore fra noi che altrove , ma non trascurabile - una crisi del matrimonio , prodotta dal fatto che oggi il mantenere una famiglia è un problema economico che non a tutti è dato risolvere . Chi muove l ' attività maschile è ancora e sempre , come fu e come sarà in eterno , la donna , e Rudyard Kipling può cantare : " finché le nostre donne debbano andare per le vie bene abbigliate e il danaro occorra a comperare i loro monili , le baleniere correranno d ' anno in anno , pe ' mari , alla ventura " , - ma è l ' amante d ' un mese o d ' un ' ora che fa fare all ' uomo questi sacrifizii e questi eroismi : per la moglie egli non ha , generalmente , né questi pensieri né queste energie ! E poiché la fanciulla sente questa verità psicologica , poiché ella s ' accorge che la dura necessità economica rende i matrimonii meno frequenti , poiché , nel rinascere dignitoso della sua personalità , ella sdegna di attendere come una schiava che l ' uomo le getti , quasi fosse un sultano , il suo fazzoletto , ecco che ella ha voluto , e in parte ha saputo , rendersi indipendente , ecco che ella ha detto : io studierò , io lavorerò , io basterò a me stessa come un uomo . Ed è sorto così un tipo di donna che non ha ancora trovato , forse , la sua espressione precisa , ma che senza dubbio esce dalle tre grandi categorie in cui Alessandro Dumas s ' illudeva di chiudere tutti i tipi di donna . Diceva il Dumas che le donne sono o vestali o matrone o cortigiane , cioè donne o del tempio o del focolare o della strada . Ebbene : per coloro che si vergognerebbero d ' essere cortigiane , per coloro che non vogliono essere vestali , per coloro che non possono diventare matrone , deve pur esistere un ' altra categoria : la categoria severa ed altera della donna che non chiede al suo sesso e alle sue attrattive la ragione di piacere , ma chiede al suo cervello e al suo lavoro la ragione di vivere rispettata e indipendente nel mondo . * Senonché - per quanto il fenomeno di cui ora ho parlato sia grave ed interessante e rappresenti uno dei casi più acuti del nostro malessere sociale - bisogna riconoscere che esso è in un certo senso un fenomeno eccezionale nel grande problema dell ' educazione della donna . Dopo aver constatato , con le parole argute di Anatole France , che " la science peut bien avoir , comme la religion , ses vierges et ses diaconesses " , dopo aver confessato che è giusto che la fanciulla possa trovare le sue condizioni d ' esistenza al di fuori del matrimonio , occorre anche dire che se è doveroso che la società gliele faciliti in tutti i modi , è altrettanto giusto e direi quasi più doveroso che la società si preoccupi di formare nella fanciulla la sposa e la madre futura . Compie quest ' alto ufficio l ' educazione che noi impartiamo oggi alle fanciulle nelle nostre scuole ? Ha lo Stato coscienza di questo suo grande dovere ? Pur troppo noi dobbiamo confessare che oltre la misera scuola obbligatoria , l ' insegnamento femminile assume nel nostro paese , come del resto anche in altre nazioni civili , un carattere di privilegio del quale , sia per la spesa , sia per altre cento difficoltà , ben poche possono godere . La scuola secondaria è infatti frequentata in Italia solo da 1/10 del numero totale delle fanciulle . E vi è un ' altra e più dolorosa confessione da fare . Lo Stato - amo credere ancora e sempre per la terribile tirannia finanziaria - non ha potuto , non ha saputo attirare a sé la fiducia delle famiglie , le quali in gran maggioranza disertano le scuole e gli istituti governativi , inviando le loro figlie ad istituti privati . Nel 1898 le fanciulle che frequentavano le scuole dello Stato erano in tutta Italia 24.335 , e le fanciulle che compivano la loro educazione nei monasteri erano invece 95.404 ! ! ! Vale a dire : più dei 3/4 delle fanciulle italiane sono educate dalle monache ! Lontana da me l ' idea di entrare , a proposito di queste cifre , in una discussione di principii : io rispetto tutte le fedi e tutte le opinioni , e appunto perché sono incrollabilmente ma serenamente fermo nella mia , non ho verso le opinioni degli altri , né quelle furie verbali , né quei despotismi giacobini che credono di essere manifestazioni d ' energia , e non sono talvolta che convulsioni di anime incerte le quali sperano di affogare nella violenza il dubbio che le tormenta . Ma mi sarà permesso di deplorare che lo Stato abbandoni con tanta indifferenza l ' educazione della donna a chi , anche se non guasta per sempre le idee , certo non può dare quel sentimento di italianità e di modernità che pure noi vogliamo insegnare ai maschi nelle scuole governative . Forse è qui il germe di quella dissonanza di convinzioni e di tendenze fra i due sessi che impedisce a questi di aver idee comuni e concordi ; e forse l ' opera educativa più utile sarebbe appunto di togliere questa dissonanza , ristabilire l ' unissono fra l ' uomo e la donna che ora , pur troppo , sentono pensano e quindi agiscono in modo contradditorio ! Lasciando tuttavia questo problema di tanto lontana e difficile soluzione , e limitandomi a parlare dell ' educazione femminile , quale essa è attualmente , io credo che le si possano rivolgere due critiche , due critiche opposte ma che , secondo i casi , saranno riconosciute per vere . Negli istituti femminili , o si studia troppo , o si studia troppo poco . O v ' è cioè , l ' eccesso dello studio serio che uccide l ' allegria e l ' igiene , o v ' è la frivolezza di certi studii fatti più che altro per abbellimento e per .... attirare il marito , frivolezza che corrompe nella fanciulla il carattere e ne diminuisce il senso di dignità . In alcuni istituti s ' insegna sopratutto ciò che serve per far figura , per illudere , per conquistare ; si dà , direi quasi , una polverizzazione di coltura superficiale perché il profumo passeggiero di questa coltura inganni chi si avvicina : non si insegna nulla di ciò che nutre veramente il cervello , di ciò che rinsalda la coscienza , di ciò che prepara alla vita . Da questi istituti escono quelle bambole che suonano e cantano , che civettano e flirtano in tre o quattro lingue , e che la società accoglie sorridendo come i tipi della perfetta educazione , senza chiedersi mai se la fabbricazione non potrebbe essere più accurata o almeno più solida ! Bambole che attraversano la vita facendo più male che bene , facendo spesso molto male con la più tranquilla incoscienza , perché non amano che sé stesse e credono che il mondo sia stato creato unicamente perché esse possano divertirsi .... " Deliziose e terribili piccole belve - così le definisce De Ryons nell ' Ami des femmes - per le quali ci si disonora , ci si rovina , ci si uccide , e di cui l ' unica preoccupazione - in mezzo a questa carneficina - è di vestirsi secondo la moda , alle volte come un ombrello , alle volte come una campana ! " . Quale contrasto fra la figura ambigua di queste donne perfidamente leggere , e il profilo della fanciulla seria che dà tutto il suo giovanile e sincero entusiasmo agli studî , e vuole ottenere da questi non una batteria di seduzioni per accalappiare un marito , ma un patrimonio intellettuale che serva a lei sola ! Eppure , come c ' è l ' esagerazione nel male , c ' è anche l ' esagerazione nel bene ! Non solo in molte ragazze , ma in molti padri di famiglia , nelle madri stesse si è infiltrata oggi ed ha messo radice la convinzione che più si studia , più si ingobbisce sui banchi della scuola col naso nei libri e nei vocabolarii , e meglio è . L ' abuso e l ' eccesso della scuola - non sono io che lo dico , ma è il senatore Angelo Mosso - è come un ' edera fatale che ora si è avvinghiata anche all ' organismo della donna , e ne rattrista l ' esistenza inaridendone le sorgenti della vita . Alle fanciulle noi facciamo imparare l ' estrazione della radice cubica , e neghiamo loro un cortile dove possano correre a prendere una boccata d ' aria , a sgranchirsi le gambe , a non sentire più i gomiti delle compagne nei proprii fianchi ! È il pregiudizio dell ' intellettualità pedante ed anti - igienica che viola le leggi della salute ! È la ribellione , in origine giustissima , contro l ' ignoranza , che arriva a conseguenze esagerate ed illogiche ! Bisogna ristabilir l ' equilibrio fra lo sviluppo del cervello e lo sviluppo delle altre facoltà umane . Bisogna avere per l ' educazione morale quel concetto armonico che i greci avevano per la bellezza fisica . L ' arte antica non si preoccupava , come la nostra , soltanto dell ' ampiezza della fronte pensosa , della piega del labbro ironica , della contrazione della sopracciglia irritata . L ' espressione della bellezza scaturiva allora da tutte le membra , non come oggi dalla testa sola , e tutta la persona umana parlava alla fantasia dell ' artista e del popolo . Ebbene : bisogna applicare questo criterio artistico anche alla vita sociale . Bisogna sviluppare tutte le membra e tutte le facoltà dell ' individuo , non solo il cervello , perché il progresso non è il frutto unico e mostruoso di quella pianta rara che è l ' ingegno , ma è la messe benefica che si raccoglie dall ' umanità quando alla vigoria intellettuale s ' uniscono la salute fisica e la salute morale . Questo pensiero , questa preoccupazione della salute fisica dovrebbe essere dominante nel problema dell ' educazione della donna . Anzitutto perché l ' igiene fisica è anche igiene morale . Là dove , come in Inghilterra , nei grandi parchi attigui alle scuole , le fanciulle alternano le ore di studio con le ore di gioco , esse sentono aleggiare anche intorno alla loro anima quell ' atmosfera ossigenata che è intorno al loro corpo , e come tutto il loro organismo diventa più forte , così i loro discorsi diventan più puri e più sani : non alligna il pettegolezzo sciocco o l ' allusione lubrica che fiorisce invece come muschio all ' ombra umida delle scuole ove le fanciulle siedono immobili per lunghe ore del giorno . Ed è per questo che si accentua , specie all ' estero , un movimento che vorrebbe trasportare , fuori delle fumose e assordanti città , nell ' ambiente verde e tranquillo della campagna le scuole e gli istituti d ' educazione . È per questo che , oltre alle scuole normali ed ai ginnasii e ai licei femminili , dovrebbero sorgere anche fra noi quelle scuole agrarie femminili , di cui or son tre anni si faceva apostolo la più geniale poetessa italiana . Vedendo che malgrado le rigurgitanti scuole normali - dalle quali fra breve uscirà un numero di maestre superiore alle scolare - il problema della disoccupazione femminile restava immutato , Ada Negri si chiedeva : " Perché non tentar d ' aprire , per la donna , anche in Italia , una via di attività più sana e più serena , all ' aria aperta , fra le cose semplici e pure della terra , secondando il suo istinto naturale e il suo sviluppo fisiologico ? Perché non indirizzare verso le scuole agrarie tutte quelle anemiche fanciulle moderne , che ora impoveriscono il loro sangue sui banchi delle scuole cittadine ? " . E la poetessa aveva ragione non solo perché , anche per la donna come per l ' uomo , val più oggi un ' istruzione tecnica e pratica di quelle sapienti inutilità di puro abbellimento che si insegnano in certi collegi , ma aveva ragione sopratutto perché il problema dell ' educazione della donna , a chi guardi lontano , coincide oggi col problema della razza . Se vogliamo che le generazioni future siano fisicamente più sane e quindi moralmente più equilibrate di questa nostra generazione ove i nervi sono i terribili despoti del nostro organismo , e la nevrastenia è , più che un ' eccezione morbosa , la triste regola generale , bisognerà pure che noi pensiamo ad educare la donna in modo ch ' essa possa trasmettere ai suoi figli un sangue purificato dall ' ossigeno dell ' aria libera e dal fresco e sano odor della terra . Pur troppo se la nostra iniziativa latina è feconda in opere di beneficenza , è quasi sterile nelle opere di prevenzione . Noi abbiamo lagrime e danari per tutte le malattie e per tutte le colpe umane . Vecchi , ammalati , pazzi , ciechi , sordomuti , deficienti , rachitici , scrofolosi , tubercolosi , delinquenti , ogni piaga fisica e morale è classificata e curata in questo immenso ospedale che è il mondo . La nostra pietà postuma è grande quasi quanto la nostra miseria ! Ma noi non abbiamo che assai raramente danari e pensieri per prevenire tutti questi mali e tutti questi dolori ! Noi non riflettiamo che , se si sapesse educare , molte di queste miserie scomparirebbero e tutte diminuirebbero . Diminuirebbero , sopratutto , se alla donna , oltre a un ' educazione religiosa , oltre a un ' educazione mondana , oltre a un ' educazione scientifica , si desse un ' educazione sociale . Aprire il suo cervello ai problemi maggiori che agitano la mente dell ' uomo , in modo che essa possa essere non solo la sua compagna che lo comprende , ma la sua coscienza che lo guida : aprire anche il suo sentimento affinché ella impari - nell ' età in cui è facile imparare le cose buone e generose - che il suo destino e la sua missione non si chiudono nella mediocrità del benessere egoista , ma devono spaziare più lontano e più in alto . Senza dubbio , il primo dovere d ' una donna è di creare la felicità intorno a sé , nella sua famiglia : crearla coll ' onestà , mantenerla colla dolcezza : ma questo dovere non basta : la donna deve andare più oltre . Essa deve integrare coi fatti , coll ' esempio , quanto v ' è di puro nel socialismo : essa deve compiere , non per un impulso di pietà inconscia come una volta , non per una moda o per uno sport come oggi , ma per un dovere cosciente , quasi come un ufficio specifico della femminilità , quell ' opera di aiuto , di conforto materiale e morale che , oltrepassando l ' orizzonte famigliare , si rivolge ai dolori e alle ingiustizie che non ci toccano da vicino . Di fianco all ' uomo che combatte , essa deve essere la fata che ingentilisce ed attenua le fatali conseguenze della lotta : essa deve socializzare le anime per avvicinare gli uomini , - opera più degna che socializzare la proprietà per sopprimere le classi . LA DONNA e il problema dell ' educazione . Le donne esercitano una così grande influenza sugli uomini , che sono esse che determinano il loro carattere . PLATONE . Il problema femminile sul quale tanto e forse troppo si discute , ha questo di particolare : che ha schierato , pro e contro le rivendicazioni della donna , gli uomini in una strana confusione , quasi essi avessero portato nel decidersi , non le ragioni calme e spassionate dell ' osservatore imparziale , ma le impressioni fuggevoli ed egoiste della propria esperienza . La logica infatti vi dice che tutti i novatori dovrebbero difendere la completa ed assoluta emancipazione della donna , e che tutti i conservatori dovrebbero , dal canto loro , avversare questo movimento di emancipazione . Viceversa , voi trovate - con sorpresa - dei novatori e dei socialisti che sono antifeministi , e dei conservatori e dei reazionarii che sono feministi . Vicino ad Achille Loria , anima rigida di socialista scienziato , il quale proclama l ' eguaglianza della donna e dell ' uomo e vuole per la prima diritti identici a quelli del secondo , ecco Cesare Lombroso , un altro scienziato socialista , il quale dichiara la donna assolutamente inferiore all ' uomo e le nega perciò eguali diritti . Vicino a Ferdinando Brunetière che , anche nella questione femminile , volle farsi paladino di ciò che è vecchio e tradizionale e sostenne quindi che la donna dovesse rimanere una minorenne perpetua , ecco Edoardo Rod , un romanziere cui certo non si possono rimproverare teorie sovversive , il quale , come un eterodosso , chiede per la donna diritti identici a quelli dell ' uomo . Da che dipende questo vario , strano ed illogico aggrupparsi degli uomini intorno al problema del feminismo ? Dipende forse dal soggetto stesso della disputa , e dovremmo noi riconoscere che la donna - come ci fa spesso nella vita dimenticare le nostre idee più salde rendendoci illogici verso noi stessi - abbia , anche nel campo della teoria , il supremo potere di piegare alla contraddizione la lama inflessibile del pensiero scientifico ? Chi sa dire se nell ' antifeminismo degli uni non v ' è , come lievito inconscio , il rancore di amori infelici , e nel feminismo degli altri il ricordo indulgente di dolcezze passate ? Certo , se è sempre difficile in ogni questione l ' astrarre dalla propria persona e dai casi della propria vita , è difficilissimo nel problema femminile , dove mal si scorge la linea sottile che separa il pensiero dal sentimento , e dove noi portiamo - senza saperlo e senza volerlo - quel cumulo di odî o di amori , di speranze o di gelosie , di generosi ideali o di ambizioni egoiste , che la donna , eterna animatrice , suscita nella nostra esistenza . Forse ogni uomo , se vuol esser sincero , dovrà confessare che quante volte avrà discusso di feminismo , sostenendo per la donna ampia partecipazione alla vita pubblica , libertà di adire tutte le professioni e godimento di tutti i diritti fino al diritto di voto politico , gli sarà passata dinanzi agli occhi della mente - come un dolce fantasma contradditore - la figura della sua donna , della donna che egli deve amare sopra tutto e sopra tutti , e l ' istinto atavico dell ' egoismo maschile , che vuol mantener chiuso nello scrigno della famiglia il gioiello prezioso , sarà risorto in lui per lottare contro il libero convincimento dell ' uomo moderno che sente di dover permettere che almeno i raggi di luce di quel gioiello vadano ad illuminare gli altri , e che sa di non poter rendere schiava un ' anima che ha anch ' essa diritto alla vita multipla e complessa del mondo moderno . Ma - al di fuori di queste ragioni sentimentali - io credo che la contraddizione a cui ho accennato e per la quale uomini di idee e di partiti opposti si trovan fra loro d ' accordo sia nel combattere sia nel favorire il movimento feminista , dipenda da un motivo più generale , più profondo e di importanza ben più sostanziale . Dipende , secondo me , dal fatto che il problema femminile è stato mal posto . Finora si è creduto che la base , quasi direi la piattaforma su cui si doveva erigere la disputa consistesse in questa domanda : è la donna inferiore o superiore all ' uomo ? Domanda che a tutta prima sembra afferrare il problema nelle tanaglie di un dilemma cui non è dato sfuggire , e che viceversa è una domanda inutile e sbagliata . In psicologia e in sociologia non valgono le leggi rigide dell ' aritmetica : e se è vero che un dato numero deve essere necessariamente o inferiore o superiore ad un altro , non è altrettanto vero che un dato organismo deva anch ' esso essere o superiore o inferiore ad un altro : può essere semplicemente diverso . Un medico cui si chiedesse se per vivere è più importante la respirazione o la nutrizione , risponderebbe che entrambe sono egualmente importanti e necessarie . E non potrebbe istituire fra loro un paragone per decidere il più o il meno dell ' importanza reciproca , giacché la necessità assoluta della vita non ammette queste distinzioni materiali di grado . Così è del nostro problema . La donna non è né superiore né inferiore all ' uomo : è diversa . Diversa e imparagonabile ed ugualmente necessaria , giacché l ' uomo e la donna sono i due atomi che formano la molecola della vita sociale , senza uno dei quali la vita non è . E da questa differenza - profonda psicologicamente come fisiologicamente - non nasce soltanto quel delirio adorabile che si chiama l ' amore , ma scaturiscono altresì limpide tutte le ragioni per cui la donna deve avere diritti non eguali all ' uomo , ma equivalenti . Non eguali , perché è diversa ; non minori perché non è inferiore ; ma equivalenti perché il suo posto nel mondo è per legge di natura all ' identica altezza di quello dell ' uomo . Se il nostro problema fosse stato posto così - sulla base cioè di una disuguaglianza tra i due sessi che non implica né superiorità né inferiorità - noi non avremmo avuto , riguardo al feminismo , né le esagerazioni pessimiste di certi scienziati , né le esagerazioni ottimiste di coloro che , per natural reazione , vorrebbero far credere che la donna ha tutte le attitudini sociali dell ' uomo e in identico grado . Vedete , per esempio . I fisiologi hanno trovato nei tessuti della donna , nei globuli del suo sangue , nel processo evolutivo del suo cervello , la prova ch ' essa è fisicamente meno sviluppata dell ' uomo . E gli psicologi , analizzandone l ' intelligenza e la sensibilità , hanno paragonato la donna ad un adulto con le passioni d ' un bambino , e l ' hanno definita , come il bambino , una spugna educabile . Da queste constatazioni - che io per il primo riconosco vere in gran parte - alcuni scienziati , polarizzati nell ' idea di istituire un confronto aritmetico fra i due sessi , e sopratutto il pubblico dei profani che ha la triste prerogativa di rendere antipatica la scienza interpretandola male - hanno tratto la conseguenza che la donna è inferiore all ' uomo . Ma io vi domando : forse che la missione della donna nel mondo è uguale a quella dell ' uomo ? e poiché non lo è , vi sembra logico allora il pretendere - sotto pena di bollarla col marchio dell ' inferiorità - che la donna la quale ha una missione diversa abbia identiche qualità fisiche e morali dell ' uomo ? o non è semplicemente assurdo l ' esigere che chi deve compiere funzioni diverse abbia eguali attitudini ? Questo equivoco che è causa dell ' opinione illogica degli anti - feministi , è causa altresì dell ' opinione esagerata dei feministi . Costoro voglion la donna eguale all ' uomo , come quelli la vogliono inferiore , perché nessuno s ' adatta a riconoscerla diversa e imparagonabile . E l ' eguaglianza fanno consistere non solo nella conquista che io reputo legittima di diritti giuridici e politici , ma anche nel voler imporre socialmente una sola morale per i due sessi . Due feministi illustri , nella loro manìa di voler identificare i diritti della donna e dell ' uomo anche di fronte all ' amore , sono giunti a due conseguenze estreme ed opposte che potrebbero esse sole dare la prova degli assurdi cui si arriva quando ci si lascia guidare , non dall ' esame sereno della realtà , ma dalla passione e da un preconcetto . Jules Bois , il letterato francese che ama avvolgere la sue idee sociali nelle nebbie del misticismo e dello spiritismo , pretende nientemeno dai maschi quella castità pre - matrimoniale che si esige dalle fanciulle , giacché - egli dice - l ' uomo e la donna devono arrivare al matrimonio in identiche condizioni ; e viceversa Giacomo Novicow , il sociologo russo profondo ed ardito , vorrebbe accordare alle fanciulle la stessa libertà che hanno gli uomini , e predica nel suo libro : La redenzione della donna nientemeno che l ' abolizione del matrimonio , e il pieno assoluto diritto per l ' uomo e per la donna di unirsi quando vogliono e appena che lo vogliono , senza alcuna formalità , e salvo a mutar legame cogli anni o coi mesi , o col periodo di tempo ancora più breve che il fato assegna ai capricci d ' amore . Io non discuto qui queste due opinioni : io mi limito a constatare , come un fenomeno abbastanza significativo , che in nome di uno stesso principio - il feminismo - si giunge da un lato alla castità forzata , dall ' altro lato all ' amore libero ; e mi permetto di osservare che mentre la passione trascina ad idee estreme ed assurde gli apostoli del feminismo , perduti dietro il miraggio di un paragone matematico fra i due sessi che è assolutamente impossibile , ben pochi hanno visto ciò che vi ha di veramente superiore e sublime nella donna , la madre ; ben pochi hanno sentito che a questa sua funzione socialmente sacra - che spiega anche tutte le diversità psicologiche dei due sessi - bisogna ricondurre non solo le cure e gli omaggi , di cui noi uomini siamo generosi perché ci costano poco , ma anche i diritti della donna , che noi siamo lenti ed avari nel riconoscere perché costerebbero molto al nostro egoismo maschile . E il primo diritto della donna , quello che è sancito dalla stessa legge di natura perché prolunga moralmente la funzione fisiologica della maternità , è il diritto all ' educazione dei figli . Come adempiono oggi le donne a questo diritto , che dovrebbe nobilitarsi in esse e diventare un sacrosanto dovere ? Che facciamo noi uomini per lasciar esercitare questo diritto alle nostre mogli , per renderle sopratutto coscienti e degne d ' esercitarlo ? Non vi pare che dinanzi a questo pauroso problema che tiene racchiuso in germe l ' avvenire della società , impallidiscano come questioni secondarie tutte le altre rivendicazioni giuridiche o politiche che la donna pretende ? Senza dubbio - ed io sono lieto di dichiararlo altamente - per le donne che non vogliono o non possono formarsi una famiglia , per le donne che , pur avendo una famiglia , posseggono cuore , ingegno e mezzi materiali per diffondere su più vasto campo la loro attività , esistono oggi e devono essere libere ed aperte altre vie , feconde di bene , su cui se splende meno intenso il raggio del sentimento intimo , brilla forse più viva la luce d ' un altruismo cosciente . Ma , pur dando tutta la mia ammirazione alle donne che si dedicano alla risoluzione di problemi e alla cura di piaghe sociali , e che lottano coraggiosamente per la loro indipendenza morale ed economica , ancora così indegnamente conculcata , io non credo si possa negare che la prima funzione - perché la più normale - della donna sia quella che si svolge nel cerchio della famiglia : cerchio ristretto e meschino secondo alcuni , e che nondimeno costituisce il nucleo da cui si irradiano tutte le energie sociali , il propulsore spesso ignorato e trascurato che , per mezzo dell ' educazione , dà forza ed anima a tutte le forme della vita civile . Alla mente degli uomini di governo il problema dell ' educazione si presenta per necessità sotto la forma unica della scuola : è debito riconoscere che vi hanno provveduto in parte , ed è bene sperare vi provvedano sempre più , quantunque la scuola sia ancora la cenerentola delle istituzioni sociali ; ma bisogna dir alto e forte che la scuola , non solo ha una missione più istruttiva che educatrice , ma altresì ch ' essa è l ' ambiente secondario in cui il fanciullo si forma e diventa uomo . L ' ambiente primo e più importante è la famiglia : e il maestro di scuola potrà ben poco sul cervello e sul cuore dei fanciulli se non lo aiuta e quasi direi non gli prepara il terreno la madre . Orbene , chiediamoci qual è oggi l ' influenza della famiglia , esaminiamo che cosa dovrebbe fare , e che cosa in realtà può fare la madre per l ' educazione dei figli . * Uno dei fenomeni più gravi e più strani che si verifica specialmente nelle classi colte , ma che non manca neppure nelle classi inferiori , è la disarmonia , lo squilibrio intellettuale fra il marito e la moglie . Si direbbe che quella disuguaglianza fra i due sessi ch ' io ho constatata e che costituisce il segreto e il fascino della vita , sia stata ad arte e patologicamente esagerata fino a costituire un difetto e un pericolo . Nelle nostre classi superiori il matrimonio , se è sempre un organismo fisiologico , se è talvolta anche un organismo psicologico ( quando gli sposi si amano e realizzano l ' ipotesi poetica di formar due corpi in un ' anima sola ) non è quasi mai , o ben raramente , un vero e proprio organismo intellettuale , giacché le idee tanto religiose quanto politiche quanto generali sull ' educazione , sono spesso diverse ed opposte fra il marito e la moglie . Guardiamoci attorno , e togliendoci almeno per un minuto quella patina di gesuitismo con cui ricopriamo per amore del quieto vivere i nostri discorsi , confessiamo che nelle nostre famiglie manca spesso l ' unità intellettuale , l ' accordo intimo assoluto sincero di idealità e di fede tra marito e moglie , confessiamo che i genitori danno talvolta dinanzi ai figli lo spettacolo deleterio di discussioni sui principii fondamentali della morale e della vita , o ( ciò che è forse peggio ) si chiudono in un silenzio prudente che dice la paura di discutere quei problemi perché v ' è la certezza preventiva di non trovarsi all ' unissono , silenzio terribile ed eloquente che il bambino intuisce ed interpreta coll ' inconscia lucidità dell ' anima vergine , restandone turbato , e divinando l ' incertezza , il dubbio , la contraddizione che lo accompagneranno più tardi dalla famiglia nella scuola e dalla scuola nella vita . Ecco dunque il primo vizio dell ' educazione : la base mal sicura o contradditoria delle credenze dei genitori , il dissidio silenzioso tra le loro opinioni . Come possono i figli - in questa nebbia intellettuale che li circonda e che è squarciata ogni tanto dai lampi rivelatori di una disputa - formarsi una fede ed una coscienza ? E come potremo noi lagnarci che la gioventù cresca incerta , scettica e pessimista , se nella famiglia ha trovato , invece che la guida sicura di principii affermati di comune accordo dal padre e dalla madre , un dualismo di indirizzo più o meno apparente ? A comporre - almeno in parte - questo dualismo , si segue in generale questo sistema : il marito lascia sulle prime alla moglie l ' educazione dei figli , le permette cioè di istillar loro le nozioni e le pratiche della sua fede e dei suoi principii , abdica insomma , non so se per noncuranza o per desiderio di pace , alla sua autorità , e si consola e si tranquillizza pensando con filosofia fatalista che più tardi i figli muteranno d ' idee e diverranno quel che è divenuto egli stesso . E i figli mutano infatti , sotto l ' influenza dei compagni , sotto gli sprazzi di luce dell ' istruzione , sotto l ' aculeo continuo della vita che fa svanire a poco a poco le dolci primitive illusioni , le ingenue credenze infantili . Ma , senza notare che è faticoso ed illogico il lasciare che i fanciulli si nutrano da principio di idee che dovranno più tardi rinnegare , io mi domando se non v ' è in questo sistema un pericolo . Un pericolo grave , perché a torto si crede che le prime idee istillate nei bambini possano per sempre seppellirsi come cose morte nel cervello e nel cuore dell ' uomo . Esse hanno un potere di resurrezione che sembra miracoloso , e che non è se non la conseguenza d ' una legge fisiologica . Noi possiamo perdere la memoria di fatti recenti , o non più sentire l ' influenza di recenti suggestioni intellettuali , ma noi non perdiamo mai il ricordo di fatti , l ' influenza di idee lontane . Falstaff , mentre spira a Londra in una taverna dopo una vita dissoluta , parla dei verdi campi e rivede il paesaggio dove visse bambino . E questo ritorno della mente d ' un moribondo ai fatti più lontani dell ' esistenza non è un artificio poetico , né un ' abile invenzione sentimentale : è l ' intuizione del genio di Shakespeare che , precorrendo la scienza come avviene agli artisti grandissimi , scolpiva in un episodio drammatico la verità che alcuni secoli dopo il Ribot doveva formulare scientificamente così : le idee nate per ultime sono le prime a degenerare : le sensazioni invece che colpirono il nostro organismo infantile non muoiono mai , ma sulla fine della vita ritornano . Gli è in forza di questa legge che il sistema d ' educazione generalmente adottato diventa pericoloso : gli è in forza di questa legge che noi assistiamo spesso a quelli che il Sergi chiamava tramonti cerebrali , alla riapparizione cioè e alla tirannia , nell ' uomo adulto , delle idee che hanno formato la base delle prime abitudini mentali nell ' infanzia e nella gioventù , e che un ' osservazione superficiale credeva morte per sempre . Le mie parole non devono essere intese come un ' allusione larvata al disprezzo di alcune idee o all ' elogio di altre : io mi spoglio per un momento della mia qualità di modesto positivista , io cerco di elevarmi al di sopra di tutte le passioni e di tutti i partiti intellettuali , e parlo non in nome di una dottrina - che per quanto sinceramente professata può essere erronea - ma in nome dell ' educazione del carattere , la più degna di cure e viceversa pur troppo la più trascurata . Date ai vostri figli la fede e l ' ideale che più vi piace : - qualunque opinione ha diritto al rispetto ed è una forza attiva nel mondo pur che sia onestamente sentita e non venduta ai dominatori o all ' interesse di far carriera - ma non date loro il dubbio , non inquinate l ' acqua limpida e pura dell ' entusiasmo infantile coi furbi veleni del calcolo , sperando , o di ipotecare per sempre il bambino alle suggestioni della prima infanzia , o fidando ch ' egli le perderà lungo la scettica via dell ' esperienza . Entrambe queste speranze - qualunque sia la realizzata - avranno una conseguenza dolorosa : esse impediranno la formazione del carattere , non solo per l ' esempio di mutabilità e di contraddizione ch ' esse danno , ma anche perché , se è sempre difficile rifare l ' educazione , quest ' educazione rifatta diventa anche inutile quando nella vecchiaia , indebolito il cervello , si cade nella miseria del fatale tramonto . * Un ' unità di indirizzo , un ambiente fermo di principii , - ecco dunque ciò che sopratutto occorre al bambino perché l ' anima sua si svolga in modo libero e degno . Non è qui il caso di dire come quest ' unità dovrebbe esser creata , con quali mezzi cioè la famiglia - dallo stato incerto e contradditorio che oggi ci presenta - potrebbe elevarsi alla dignità di un tutto organico , di un ambiente uniforme . Io mi contento di constatare che per molti segni noi possiamo legittimamente sperare in una evoluzione progressiva della donna , che la avvicini sempre più alla scienza e alla vita , e la renda , al pari dell ' uomo , conscia e partecipe di quel moderno movimento sociale che ormai d ' ogni parte ci avvolge e ci si impone . E augurando che quest ' unissono famigliare divenga presto una realtà , io mi permetto di credere che a completarlo - a renderlo cioè fecondo pei figli - gioverebbe il ritardare in un certo senso e entro certi limiti l ' invio del bambino alla scuola . Io parlo qui specialmente per quelle famiglie che avendo un relativo benessere e almeno la sicurezza della vita quotidiana , permettono che le madri dedichino un po ' di tempo ai figli : non oserei , pur troppo , parlare anche a quella folla di famiglie proletarie , in cui la donna è , come l ' uomo e peggio dell ' uomo , schiava d ' un lavoro che la snerva , la abbrutisce e la costringe a trascurare i suoi bambini , affidandoli il più presto possibile alla scuola . Per queste dolci e rassegnate vittime del lavoro , non v ' è che la speranza lontana che una maggiore giustizia nel mondo arrivi a redimerle ! Noi dobbiamo tendere più allo sviluppo morale che allo sviluppo intellettuale del fanciullo : noi dobbiamo cercare di formar in lui la coscienza prima che la coltura . La pianta - uomo , come le altre piante , ha bisogno per crescere forte e salda , di restare qualche tempo nel terreno dove è nata . Il trapiantarla finch ' essa è molto giovane , significa spesso intralciare coscientemente il suo sviluppo . E il nuovo ambiente della scuola , se viene a sovrapporsi troppo presto all ' ambiente della famiglia , può essere talvolta una causa di turbamento , anziché , come si crede , una ragione di progresso e di elevazione . Per una madre che sta morendo il dolore più acuto è senza dubbio il pensiero di dover abbandonare il suo bambino , di doverlo lasciare alle cure di altri , talvolta di persone estranee ed ignote . Eppure , quante madri ricche s ' affrettano volontariamente a distaccarsi dal loro bambino inviandolo troppo presto alla scuola , mescolandolo , prima che ve ne sia bisogno , ad un ambiente che gli è sconosciuto . È vero però ch ' esse sentono in fondo quanto c ' è di poco naturale in questo sistema , giacché pur ripetendosi che la scuola è la strada necessaria alla vita , e pur sognando con la preveggenza dell ' affetto materno le corone della gloria sopra le piccole teste bionde , esse non isfuggono ad un vivo dolore quando il primo giorno di scuola , il giorno della separazione è venuto . Certo quel dolore passa : il piccolo scolaro s ' abitua alla scuola come il piccolo orfano s ' abitua al nuovo ambiente ; ma quel dolore è il sintomo ed il trionfo del buon senso materno che intuisce il dovere e il potere della famiglia . Lasciamo vivere i nostri figli fra noi e con noi ! lasciamoli formarsi fisicamente e moralmente prima di costringerli a imbottirsi di cognizioni ! Questi primi anni di vita intima , vissuti in un ' atmosfera calda d ' affetto , saranno non solo un vantaggio per il bambino , ma anche per la madre . Nessun maestro ha così lucida la visione del modo con cui si debba educare un fanciullo , come la madre , perché la donna intuisce per istinto i temperamenti e può dosare - permetettemi la parola - i premii e i castighi , le parole e gli atti a seconda della necessità . Anche se un maestro avesse questa squisita acuità femminile , anche s ' egli possedesse la facoltà che è specifica nella donna , di leggere a fondo nell ' anima , di strappare da un semplice sguardo , da un movimento , da una risposta , il segreto della psiche infantile , come potrebbe egli fare buon uso di queste sue facoltà in una scuola dove sono venti o quaranta bambini , educando ognuno diversamente ? E noi lo vediamo qual sorte hanno alla scuola i bambini più difficili da educarsi , i bambini tardi , timidi , chiusi , che paion negati alla gioia e alla vita . Essi sono generalmente lasciati in disparte , odiati , maltrattati forse dagli altri . Nella famiglia invece , senza il confronto umiliante dei compagni , senza la severità fredda ed insofferente del maestro , ma sotto le cure materne che li avvolgono al pari di una carezza , essi potranno rinascere come rifiorisce un virgulto debole e isterilito se una mano pietosa e affettuosa ne prende cura e lo espone al sole e all ' aria che danno la vita ! Ma - io dicevo - questa prima educazione materna gioverà non solo al figlio , ma anche alla madre . Per la donna infatti occuparsi del suo bambino , significa lavorare al suo stesso miglioramento . Oh per le poche cose che noi insegniamo ai bambini , quante essi ne possono insegnare a noi , se li sappiamo studiare e comprendere ! e come è vero che mentre noi cerchiamo di educarli , sono essi che inconsciamente migliorano ed elevano noi , se le nostre cure sono materiate d ' affetto ! Nel mondo dei ricchi e dei colti le signore hanno tante ore oziose , conducono una vita fittizia che le stanca e le annoia , eppure qualcuna non sente , non s ' accorge d ' avere al suo fianco un ' occupazione buona e forte che la salverebbe .... e non dalla noia soltanto ! Vede intorno a sé che tutto si trasforma e si muta , e non intende che bisognerebbe anche mutare qualche abitudine ; lascia che la sua vita continui ad essere determinata dalla routine del costume e non ha il coraggio di ribellarvisi , dedicandosi , anziché alle frivolità della vita mondana , a un pensiero profondo , a una fede che si incarnerebbe in un ' opera importante : l ' educazione dei figli . E scusa sé stessa , - poiché il rimorso le parla forse dal fondo della coscienza , - dicendosi che è tanto occupata dei suoi doveri mondani che non ha nemmeno un ' ora di tempo libero . Quanta ironica verità in queste parole ! Certo , solo le persone molto occupate e degnamente occupate trovano il tempo per occuparsi ancora di altre cose . Chi non fa nulla di degno , non ha mai tempo per nulla ! Ma poi che cosa occorre perché la madre compia veramente il suo dovere verso i suoi figli ? Non certo il sacrificio di molte ore per insegnamenti speciali , che non tutte le madri possono dare , e ai quali , del resto , può provvedere il maestro . Occorre soltanto che nella madre sia sempre vivo ed all ' erta il sentimento della sua missione , che la sua cura sia rivolta non soltanto a sorvegliare i figli , ma sopratutto a sorvegliare sé stessa , occorre ch ' essa li guidi e li formi coll ' esempio di ogni giorno , non colle parole pronunciate ogni tanto . L ' educazione non è che una catena ininterrotta di suggestioni ; e sbaglia molto chi crede che basti o sopra ogni altra cosa importi , insegnar delle massime di morale o affermar verbalmente dei principii . Queste massime e questi principii scivoleranno sullo specchio dell ' anima infantile senza lasciar traccia , se non saranno confortati dall ' esempio quotidiano , che solo ha il potere di incidere impressioni durevoli nella mente e nel cuore del bambino . Ed è perciò che non vale predicare il dovere d ' esser sinceri e l ' odio contro la menzogna , se noi stessi , come purtroppo avviene spesso , siamo poco franchi nelle nostre azioni , ambigui nei nostri discorsi , se la nostra occupazione più frequente e più gradita è la maldicenza a riguardo di tutti e specialmente dei nostri amici . La sincerità deve essere inoculata coi fatti , non colle parole : ed è di sincerità che noi tutti oggi abbiamo bisogno , poiché essa è l ' igiene dell ' anima . Non mentire mai al bambino : essere semplici e veri dinanzi a lui : non nascondergli la nostra ignoranza se una sua domanda ci imbarazza : non credere di dover mantenere la nostra dignità insistendo in una nostra opinione , se per caso ci siamo sbagliati o abbiamo oltrepassato la giusta misura . La sincerità è un ' arma sicura : il fanciullo s ' abitua a veder limpido dentro di noi , e più tardi egli diventerà un uomo , a patto che noi abbiamo cercato d ' essere degli uomini di fronte a lui . Se l ' abitudine della sincerità è l ' igiene dell ' anima , l ' abitudine del lavoro - del lavoro manuale - costituisce anche per chi non vi è obbligato dalla necessità , l ' igiene del corpo . In teoria noi stimiamo molto il lavoro , ma in pratica noi stimiamo ancor più le classi sociali che possono darsi il lusso di farne a meno , e lo disprezzano quindi implicitamente . Come nelle classi elevate il sogno lontano per l ' avvenire dei figli è ch ' essi divengano dei laureati e degli intellettuali , anziché degli uomini che nella vita dell ' officina , dei commerci e dei campi si siano formati a costo di sacrifici una coscienza e a costo di energia una posizione , così la preoccupazione vicina per l ' educazione dei figli è ch ' essi imparino le lingue anziché un mestiere , e maneggino la penna più presto che la zappa o la pialla . Noi non abbiamo ancora inteso , come intesero gli Anglosassoni , tutta la feconda influenza non solo fisica ma anche morale che l ' abitudine del lavoro può avere sul bambino ; e mentre crediamo nostro dovere insegnargli il più presto possibile a leggere e a scrivere , ci sembrerebbe di umiliarlo e di umiliarci l ' insegnargli a compiere da sé stesso alcuni uffici umili , ad adoperare le sue qualità fisiche , oltre che le sue qualità morali , ad essere insomma pratico nella vita e non soltanto teorico . Eppure , insegnato da principio , il lavoro è una distrazione : alternato collo studio è un divertimento ; e il fanciullo intanto s ' abitua a non disprezzarlo ma ad amarlo , perché esso gli dà quell ' allegria sana , quella soddisfazione di sé che proviene dal sentimento di bastare a sé stesso , di non aver bisogno per la più piccola fatica o per il più piccolo inconveniente materiale di ricorrere ad altri . Quando il fanciullo avrà presa quest ' abitudine del lavoro , quando nella famiglia egli avrà imparato ad esser franco , e l ' animo suo si sarà temprato alla verità , alla semplicità e alla praticità , che sono le condizioni prime d ' una vita utile e degna , allora soltanto l ' influenza della scuola potrà essere salutare , sviluppando e migliorando la psiche infantile senza il pericolo che la affatichi o la turbi . E dalla scuola non si dovranno attendere soltanto dei risultati che attestino i progressi intellettuali , ma sopratutto dei risultati che sian la prova di progressi morali . È stata scolpita molto bene la differenza che intercede fra l ' educazione latina e l ' educazione inglese e americana , dicendo che mentre presso di noi un maestro crede d ' aver raggiunto l ' apice della sua missione quando può dire ai genitori d ' uno scolaro : " vostro figlio è docile , ubbidiente e impara tutto ciò ch ' io gli insegno " , presso gli Anglosassoni invece un maestro mette il suo orgoglio nel poter dire ai genitori d ' un fanciullo : " vostro figlio dà sempre più prova di formarsi un ' individualità : ha le sue preferenze negli studii , dimostra di voler essere e di saper essere qualcuno " . Noi tendiamo insomma all ' uniformità grigia , alla beata mediocrità , alla formazione del gregge docile che seguirà senza ribellioni il pastore : gli altri tendono all ' individualità insofferente ma promettitrice di feconde energie , alla formazione di un popolo libero e sciolto che non s ' acqueterà negli stagni degli impieghi , ma navigherà ardito il mare tempestoso della lotta per l ' esistenza . E non v ' ha dubbio che questo secondo sistema d ' educazione sia il migliore , sopratutto oggi , quando ciò che più manca e più è necessario è il carattere . La coltura e l ' ingegno non ci fanno per fortuna difetto : è la merce di cui siamo più ricchi e che esportiamo con migliore successo . È il carattere che ci manca per risollevarci moralmente e politicamente a quel posto , cui il nostro passato ci dà il diritto di tendere , e che conquisteremo , malgrado le denigrazioni degli scettici e i rancori degli invidiosi . La malattia grave dell ' epoca nostra , quella che ha caratterizzato vergognosamente la fine del secolo scorso e si prolunga sull ' alba del nostro , non è già che vi siano troppi uomini immorali e perversi - ve ne son sempre stati ! - è che vi siano troppi individui che non hanno una coscienza formata e che quindi sono in balìa delle suggestioni dell ' ambiente . La nostra società muore per la debolezza e l ' incertezza morale dei suoi figli , per l ' abulìa della volontà . Noi non abbiamo quasi più - e la politica ne è l ' indice eloquente - di quegli uomini che Balzac chiamava uomini - quercia e ch ' eran la gloria d ' un tempo : noi abbiamo troppi uomini - arbusti che si piegano dalla parte d ' onde spira il vento . Certo è la civiltà che ci ha ridotto in questa deplorevole condizione : la nostra vita troppo intensamente vissuta , e le tentazioni troppo numerose di questa stessa civiltà esercitano di continuo sulla nostra debolezza nervosa una triste opera di degenerazione . Ma il nostro dovere è di reagire ; e come i medici quando non possono togliere un individuo dall ' ambiente malsano , cercano di neutralizzarne gli effetti fortificando per mezzo dell ' igiene l ' organismo individuale , così noi , pur riconoscendo i pericoli dell ' epoca nostra , dobbiamo cercare di neutralizzarne gli effetti fortificando il nostro carattere coll ' igiene morale ed intellettuale . Quando nel bambino si è cercato di formare un carattere , quando si è bene scolpito nella creta della natura umana il profilo d ' un uomo onesto , state pur sicuri che le tempeste della vita potranno forse far piegare talvolta quest ' uomo , ma egli rialzerà subito la fronte , come l ' albero saldo che , passato l ' uragano , raddrizza verso il cielo la sua cima orgogliosa . Ora , quest ' opera necessaria e suprema della formazione del carattere , deve essere lo scopo più importante dell ' educazione . La scuola e la vita servono a dirigere verso un ideale o verso un altro le tendenze individuali , a canalizzare , se posso dir così , la sorgente viva dell ' entusiasmo giovanile che altrimenti si sperderebbe negli infiniti rigagnoli di desideri e di sogni infiniti . Ma è la famiglia che crea la potenzialità di questo entusiasmo : è la famiglia che formando solidamente il carattere nel fanciullo , lo rende capace di servire più tardi con sincerità e con fervore quella qualsiasi idea che lo avrà convinto ed appassionato . Degli uomini che credano in quello che dicono , che cerchino di realizzare quello in cui credono , degli uomini la cui vita sia una fede operata , - ecco ciò che occorre all ' epoca nostra , ed ecco ciò che un ' educazione sapiente potrebbe darle . E il compito altissimo è sopratutto affidato alle donne perché le donne sono non solo il sorriso ed il premio della nostra esistenza , ma sono anche , e devono essere , le nostre educatrici e le nostre animatrici . Qualunque cosa una nazione sia - ha detto un filosofo - essa è dovuta principalmente alle madri di questa nazione . La verità di tale sentenza fu suggellata all ' epoca del nostro risorgimento , quando ogni martire ed ogni eroe testimoniava col sacrificio della sua vita della fede patriottica che il labbro materno gli aveva istillato : io mi auguro che la verità di questa sentenza sia novellamente suggellata dalla generazione futura , la quale , per merito delle donne che sapranno educarla , porterà nella vita sociale ciò che oggi vi è molto raro : una coscienza secura che creda e non pieghi , un carattere che sdegnando i furbi accomodamenti che fanno arrivar le persone , lavori soltanto al trionfo pacifico delle idee . PER I NOSTRI FIGLI . "....on se demaude où mènent les fastidieuses études classiques qu ' on impose à la jeune bourgeoisie : elles mènent au café . " MAURICE BARRÈS . Les Déracinés . Vi sono - verso l ' infanzia - due grandi categorie di doveri : l ' una riguarda tutti quei provvedimenti di beneficenza di assistenza di prevenzione che noi ci studiamo di moltiplicare a vantaggio dei bambini degli altri , dei bambini infelici , siano essi vittime del delitto o delinquenti essi stessi , sieno miserabili o vagabondi , ammalati o degenerati : l ' altra categoria riguarda tutto ciò che noi potremmo e dovremmo fare per i nostri bambini , per i bambini felici , per coloro cioè cui non manca , nascendo , nessuna delle condizioni necessarie alla vita , e che chiedono a noi soltanto sapienza e pazienza di educazione per affacciarsi nel mondo sani fidenti agguerriti . Orbene , di questi due lati opposti sotto cui si presenta il grave problema dell ' infanzia , parmi che il primo sia più studiato oggi che non il secondo , parmi che al primo si consacrino oggi le nostre maggiori e migliori energie . Si direbbe che noi abbiamo dato ascolto ai lamenti che ci venivano dalla strada , piuttosto che alle piccole voci della nostra casa : si direbbe che noi abbiamo sentito , in un magnifico slancio di altruismo , i nostri doveri verso la società , oltre e forse più che i nostri doveri verso la famiglia . Era giusto , del resto , ed era fatale che avvenisse così . Troppo lungo era stato il periodo della noncuranza sdegnosa verso i piccoli sventurati che soffrivano in silenzio o s ' incamminavano inconsci per la triste via della degenerazione , troppo timidi ed empirici erano stati i tentativi dell ' antica beneficenza quasi tutta rivolta ad ospedali e ad ospizii , ai vecchi e ai malati , perché l ' epoca nostra non sentisse il bisogno di rimediare al passato , rivolgendo le sue cure feconde sopratutto all ' infanzia diseredata . Troppo tristi e gravi , infine , erano le rivelazioni statistiche perché noi - sotto l ' impulso della pietà , e anche forse sotto l ' aculeo della paura - non cercassimo di opporre all ' abbandono , al vagabondaggio , alla delinquenza dei minorenni che spaventosamente aumentano , dighe più forti di quelle finora costrutte . Dicono le statistiche che la cifra dei fanciulli abbandonati supera annualmente in Italia i 30 mila , e che ogni anno vanno in carcere 70 mila minorenni , un decimo dei quali non ha raggiunto i 14 anni ! E dice ogni giorno la cronaca quali delitti si compiano , non dall ' infanzia , ma contro l ' infanzia , quale strazio si faccia delle loro anime e dei loro corpi , non solo nei bassi fondi sociali , ma anche là dove nessuno avrebbe osato supporre , in quei conventi e in quegli asili religiosi dove qualche degenerato si serve del manto mistico della fede per coprire il contrabbando osceno dei suoi vizii contro natura . Era quindi naturale che sorgessero ovunque Società ed Istituti per provvedere a questi mali e per prevenir queste infamie : era legittima negli scrittori la preoccupazione di studiar sopratutto nel problema infantile ciò che vi è di pericoloso e di guasto : era spontaneo e bello nelle classi più ricche e più colte il desiderio di esercitare la loro pietà , alleviando dolori , curando miserie , proteggendo ed educando i fanciulli dei poveri . Nobilissimo esempio di solidarietà doverosa , che non è diminuito dallo scetticismo ironico con cui alcuni lo giudicano . Una scrittrice straniera ha osato dire che questa nostra filantropia , la quale non fu mai prima d ' ora così estesa ed invadente , è incenso bruciato allo sbocco d ' una cloaca : il profumo attenua momentaneamente i miasmi , ma non li può distruggere . Giudizio ingiusto d ' un ' opera giusta , perché anche fosse vero che tutta questa filantropia non dà risultati pratici - e ne dà viceversa moltissimi e quotidiani ! - basterebbe a suo onore ed a prova della sua utilità l ' aver diffuso quel senso di fratellanza umana per cui noi ci sentiamo legati uno all ' altro , e non ci sembra d ' aver compiuto il nostro dovere se , oltre all ' aver pensato a noi , non diamo anche un po ' del nostro tempo e del nostro danaro a chi è più infelice di noi ! Soltanto - e mi si permetterà d ' esser sincero - soltanto , bisogna non dimenticare che a fianco di questa attività sociale , grande e diffusa , v ' è anche un ' attività famigliare , più modesta e più intima , che pure esige la nostra attenzione : bisogna ricordarsi che il merito di far parte di comitati di beneficenza per l ' una o l ' altra categoria di bambini infelici , non assolve dall ' obbligo di occuparsi dei proprii bambini ; bisogna insomma riconoscere che l ' esercizio della filantropia non è e non deve essere , come invece pur troppo credono alcuni , una specie di carta di scusa con cui si compra il diritto di trascurare altri doveri . Vi sono dei ricchi i quali destinano ogni anno una data somma in elemosina , e credono con quest ' atto di generosità amministrativa d ' aver tranquillato la loro coscienza . Così vi sono persone che tutto l ' anno lavorano con fervore in opere di beneficenza , e credono con ciò d ' aver esaurito ogni loro obbligo , d ' aver quasi acquistato il diritto a non preoccuparsi di chi li circonda più da vicino , sopratutto dei loro bambini i quali sentono la nostalgia di questi genitori troppo affaccendati e troppo lontani . Diffidiamo di queste forme illogiche di un altruismo che s ' estende troppo e non si concentra abbastanza , e affermiamo ben alto e ben forte che solo quando ci siamo degnamente occupati dei nostri figli , noi possiamo crederci degni d ' elogio , occupandoci anche dei figli degli altri . È un errore scindere questi due doveri , staccando quasi l ' umanità dalla famiglia , perché soltanto coloro che sanno amar molto i pochi , sanno veramente amare un poco i moltissimi . Ecco la ragione per cui io preferisco restringere in modesti confini il mio tema , e limitarmi a ricercare quali siano gli obblighi nostri verso quell ' infanzia che cresce da noi e con noi . Ecco perché , lasciando la grande strada maestra dei doveri sociali , ormai troppo battuta , io tenterò di internarmi nelle vie meno note dei nostri più semplici e famigliari doveri verso i bambini . * È assai lontano il tempo in cui Erberto Spencer , pubblicando il suo libro sull ' educazione , descriveva , con l ' umorismo un po ' pesante ma profondo della sua razza , i gentiluomini campagnuoli e i funzionarii di provincia tutti occupati a discorrere , dopo pranzo , dell ' allevamento dei polli , dell ' arte di render grasso e forte un bue , di formar d ' un cavallo un buon trottatore , e soggiungeva : " nessuno di loro pensa e parla dell ' arte di portare un fanciullo al massimo del suo vigore e della sua energia morale " . Da allora , si pensa e si parla molto di quest ' arte dell ' allevamento umano ; anzi l ' umanità pare abbia non solo ascoltato il rimprovero di Spencer , ma fatta propria , almeno a parole , la sentenza un po ' cruda e volgare di Emerson che , per l ' uomo , la prima condizione di successo nel mondo è di essere un buon animale . Il vecchio pregiudizio sentimentale e poetico che ci faceva un tempo disprezzar la salute e persuadeva alle fanciulle il desiderio d ' esser pallide " come una bella sera d ' autunno " , è ormai lontano e dimenticato tra le nebbie del romanticismo . Noi siamo oggi convinti - forse perché vediamo sorgere intorno a noi generazioni sempre più deboli e più nervose - che la salute fisica è la base di ogni educazione . Ne siamo tanto convinti che il medico è diventato nelle nostre famiglie e nella nostra società ciò che era il prete nelle famiglie e nella società d ' una volta : una specie di direttore spirituale che , se non giudica i nostri pensieri e le nostre azioni , fissa però l ' orario della nostra vita e ce ne detta le norme igieniche . Ora , io non so se in questa dittatura dei medici sia forse un po ' d ' esagerazione , e se non siamo un po ' vittime tutti di quella manìa professionale che vuol sostituire , come dice argutamente Bourget , " la boîte de pilules à la page de l ' Evangile " ; io non so nemmeno se la passione anglo - americana ( che ha invaso anche noi ) per ogni forma di ginnastica e di sport vada assumendo la tinta patologica della moda , e se Nansen non abbia ragione di criticarla osservando che " mentre lo scopo della vita semplice e sana è di farci vivere nella natura , lo scopo dello sport è soltanto quello , molto egoistico , di farci toccar la meta qualche secondo prima dei nostri competitori " ; so che tutto questo ossequio alla medicina dovrebbe esser messo in pratica non solo e non tanto per ciò che riguarda il lato estetico , lo sviluppo fisico dei fanciulli , ma anche e sopratutto per ciò che riguarda il lato psicologico , il loro sviluppo morale . Uno fra i più gravi difetti nostri nell ' educazione , è di non ricordarci mai che il temperamento del bambino dipende dalla sua salute , e che , il più delle volte , bambino cattivo è sinonimo di bambino non sano . Noi sappiamo tutto ciò , in teoria , perché non è certo una cosa nuova e l ' abbiamo letta infinite volte : ma .... noi la dimentichiamo quasi sempre in pratica , e mentre ci affrettiamo a chiamare il medico per il più piccolo mal di gola del nostro bimbo , non lo chiamiamo mai , o quasi mai , perché egli ci consigli la cura - ben più importante ! - per correggere i capricci , l ' insubordinazione , la caparbietà dei nostri figliuoli . Eppure , bisognerebbe insistere fino alla noia su questa gran verità : che il morale del bambino , come dell ' uomo , è così strettamente legato colla disposizione dei suoi organi , che solo curando o modificando questi , si potrà trovare il modo di rendere i bambini più buoni e gli uomini più saggi . Forse ad alcuno , a qualche mamma specialmente , ripugna , perché sa troppo di materialismo , il riconoscere questo stretto e fatale legame tra l ' organismo e le manifestazioni dell ' anima , e pare ad esse che , riconoscendolo , si abbassi e si profani quel concetto del bene e della bontà che esse vorrebbero tenere molto elevato : ma queste mamme ignorano che le conquiste della fisiologia sono ormai universalmente riconosciute anche dagli spiritualisti , e che - se la scienza ha dimostrato che i nostri pensieri e i nostri sentimenti , in una parola l ' anima nostra , si manifesta e , per così dire , s ' incarna , nella materialità del nostro sistema nervoso - la scienza lascia però libero a tutti di far librare il bel volo della Psiche immortale al di sopra dell ' apparecchio umano che le serve di intermediario col mondo esteriore . Quando si fosse vinto questo pregiudizio di voler attribuire i difetti e le cattive tendenze dei bambini a una loro specifica perversità dovuta unicamente al libero arbitrio , quando si fosse riconosciuto che essi sono moralmente ciò che il loro organismo fisico permette che siano , il problema dell ' educazione apparirebbe più semplice , e noi diventeremmo non solo educatori più abili , ma sopratutto giudici più sereni e più equi . Noi accoglieremmo cioè umilmente quella grande lezione di modestia che ci viene dalla legge d ' eredità . Io ho sentito , per esempio , molte volte - e ogni lettore potrà controllare la verità di quanto sto per dire - io ho sentito molte volte alcuni genitori sorprendersi e indignarsi per il carattere indisciplinato disobbediente irritabile del loro bambino , quasi che essi non fossero le cause responsabili di tutto ciò che pensa e fa questa piccola anima e questo piccolo corpo . Non sanno essi forse che tutto ciò che è il bambino , egli lo deve ai suoi genitori e ai suoi ascendenti ? Non sanno essi che i nostri figli sono ciò che noi siamo ? E non intendono che contro il cattivo temperamento , contro le tendenze , o false o violente , o colleriche o bugiarde , il bambino non potrà lottare altro che col mezzo di quelle suggestioni educative che noi stessi eserciteremo su di lui , e che quindi - anche per questa ragione - noi siamo i veri responsabili delle sue azioni ? Eppure , tale ragionamento di logica intuitiva e di elementare giustizia è molto spesso dimenticato . Constatando i difetti dei nostri figli noi non pensiamo mai che in gran parte sono dovuti a noi ; e nel correggerli ci lasciamo vincere spesso da una severità e da una irritazione incosciente che somiglia alla stupida rabbia con cui un floricultore volesse battere le sue piante e i suoi fiori che crescono male ! E fosse almeno questa severità la conseguenza voluta di un sistema , la risposta calma del nostro cervello a ciò che ci sembra meritevole di castigo , l ' adempimento di ciò che noi crediamo un dovere ! Ma il più delle volte , pur troppo , non è così . Bisogna aver la franchezza di confessare che spesso i nostri atti di severità verso i nostri bimbi non hanno nulla né di calmo né di saggio , né di voluto , né di cosciente . Essi sono - semplicemente - il riflesso di un nostro stato di nervosità passeggiera . Forse è una di quelle giornate in cui , per ragioni barometriche o per motivi personali di malumore ( e la nostra vita ne offre tanti ! ) , c ' è tensione elettrica nell ' aria e tensione nervosa nei temperamenti : e allora accade che il rumore dei giuochi dei bambini , il frastuono che essi fanno , la loro innocente birichinata - che altre volte erano per noi ragioni di compiacenza e di allegria - ci annoino e ci stanchino : - noi alziamo indispettiti la voce in tono di rimprovero : i bimbi disobbediscono : noi insistiamo : essi si ribellano , e questa ribellione scatena il nostro furore . Poiché le parole non bastano , occorrono argomenti più persuasivi ; e ben presto non è più un educatore che punisce col solo scopo di emendare il bambino , ma è un sistema nervoso eccitato che si sfoga come può , ciecamente , con la voce e con le percosse . Più tardi , noi ci accorgiamo dell ' umiliante spettacolo che abbiamo offerto ai nostri figli , e ne sentiamo rimorso e vergogna . E allora , cerchiamo di rimediare con un ' affettuosità esagerata , cerchiamo di compensare con una pioggia di carezze e di baci , i lampi e le folgori momentanee del nostro furore . Ma il rimedio è inutile , giacché il bambino ci comprende e ci giudica con una lucida intuizione precoce , e sente questa tacita confessione del nostro torto : il rimedio , oltre che inutile , è erroneo e deleterio nelle sue conseguenze , perché sono appunto queste nostre oscillazioni d ' energia che fanno i bambini disordinati di spirito , incoerenti di desiderî , incapaci a comprendere quando noi abbiamo veramente ragione , proclivi sempre a supporre che ogni nostro rimprovero , anche il più giusto , non sia che l ' effetto del nostro malumore e dei nostri nervi . Avviene così che la severità , la quale vorrebbe essere il mezzo migliore per tener alta la nostra autorità , è viceversa spesso un mezzo per esautorarci .... * Molti genitori hanno coscienza di questo risultato negativo , e per rimediarvi , o forse semplicemente ed egoisticamente per sbarazzarsi di una responsabilità che pesa e che toglierebbe troppo tempo alle loro giornate .... piene di tante altre cose , decidono di chiudere in collegio il bambino la cui educazione presenta qualche difficoltà . Oh , io non sarò così ingiusto e così assoluto da formulare un giudizio unico su tutti i collegi ! Ve ne sono oggi di quelli che valgono la migliore delle famiglie - disgraziatamente i più non sono in Italia ! - e che creano degli uomini sani e forti , preparati modernamente alla vita e alle sue lotte , e non imbottiti classicamente di sola coltura .... Ma prescindendo dai meriti intellettuali e didattici , il collegio quale era una volta ovunque e qual è ancora adesso , generalmente , in Italia , il collegio chiuso nella città , specie di caserma e convento , fa moralmente tristezza . Il fanciullo sente come un ' impressione di freddo nell ' immergersi d ' un tratto in quella folla di ignoti , e pensa a sua madre . Avete letto voi Sous le fardeau dei Rosny ? avete meditato le pagine eloquenti che descrivono ciò che una delicata anima infantile può soffrir nei collegi ? E ricordate i versi di Sully Prudhomme in cui è un così triste e giusto rimprovero : On voit dans les sombres écolesdes petits qui pleurent toujours.Oh mères ! coupables absentes ! Meglio - assai meglio - che le madri non siano colpevoli assenti , se esse vogliono veramente meritare il dolce nome con cui le chiama il loro bambino ! Meglio per lui e per loro , se esse cercheranno di adempiere personalmente il loro dovere di educatrici ! Giacché l ' abbandonare ad estranei la prima educazione dei propri figli - salvo i casi di necessità che nessuno nega - è una vigliaccheria famigliare . Bisogna vincere gli ostacoli , se vi sono , sopportare i pesi immancabili dell ' educazione , modificare il proprio temperamento , armarsi di quella serenità materna che Sofia Bisi Albini ha così suggestivamente descritta , e comprendere che non la durezza e i castighi , non sopratutto l ' altalena pericolosa fra le sgridate e i baci , ma la calma noi dobbiamo ai nostri figli , la calma e la fermezza , in modo che essi sentano in noi un riposo e un sostegno , e abbiano verso di noi quel rispetto che è una paura amata . Generalmente , invece , ciò che manca nell ' educazione è appunto l ' unione e direi la fusione tra queste due qualità : noi non sappiamo essere nello stesso tempo calmi e sereni verso i bambini , e noi non conosciamo che i due sistemi opposti ed esagerati della troppa severità o della troppa indulgenza . Il primo sistema , sistema di disciplina rude che crea dei piccoli esseri sempre tremanti , e li foggia meccanicamente all ' obbedienza passiva , è senza dubbio molto comodo per noi , ma non altrettanto utile ai fanciulli , giacché spegne in loro o atrofizza l ' istinto di iniziativa , la coscienza della propria personalità , quel sano individualismo senza del quale , più tardi , essi non faranno nulla di degno nel mondo : e molte volte anche produce - all ' entrata nella vita - una reazione pericolosa , perché il giovane , nell ' impeto di liberazione da una disciplina troppo ferrea , passa di slancio a una vita di disordine . Il secondo sistema , d ' un ' educazione troppo tenera , tutta condiscendenze e debolezze , che abitua il fanciullo a credersi il piccolo despota della famiglia , ha in sé , evidente , la sua condanna : per voler fare troppo felice il bambino non negandogli mai nulla , ne fa immancabilmente un uomo infelice , che non potrà sopportare le contraddizioni e vincere gli ostacoli che la vita gli prepara e a cui nessuno in famiglia lo ha abituato . E il guaio maggiore di entrambi questi sistemi è che essi non ripetono sempre la loro giustificazione - come apparentemente potrebbe credersi - dal concetto che i genitori si formano del modo d ' educare i figli , ma bensì dal loro inconscio egoismo . Non è cioè un meditato giudizio intellettuale che ci fa seguire il sistema della severità o quello dell ' indulgenza , ma semplicemente il nostro tornaconto . Se teniamo i nostri figli sotto una disciplina rigida , è , il più delle volte , perché ci disturberebbe averli sempre nelle nostre stanze , dove vogliamo essere liberi e indipendenti a tutte le ore : se invece li mescoliamo alla nostra vita , tenendoli troppo con noi e fra noi e accontentandoli in tutto , è perché , il più delle volte , il nostro affetto degenera in sentimentalità morbosa e non sa compiere ciò che gli imporrebbe il dovere . In una parola , ciò che noi facciamo per i nostri figli ha l ' apparenza , direi l ' etichetta , di essere fatto per il loro bene : in realtà , è fatto , spesso , per la nostra comodità , per seguire automaticamente gli impulsi , non sempre ragionevoli , che il nostro istinto ci suggerisce . E anche quando noi amiamo veramente , profondamente i nostri figli , li amiamo - senza accorgercene - più per noi che per loro . Il nostro modo infatti di comprendere la loro felicità è così fatalmente egoistico , che non ci adattiamo a saperli felici senza di noi . Nel nostro affetto verso di loro , noi sappiamo talvolta toccare le più alte vette dell ' altruismo , ma , normalmente , noi siamo incapaci di compiere quei quotidiani sacrifici - più umili e perciò più difficili - che , cooperando alla felicità del fanciullo , lo staccherebbero da noi . La stessa madre che è sublime di devozione al letto del figlio ammalato , e non calcola fatiche e dimentica sé stessa e rischia , felice e inconscia , la vita per lui , non saprà dimenticare sé stessa né rischiare il passeggero dolore della lontananza , permettendo che questo figlio , più tardi , si cerchi una via e si costruisca una felicità lontana da lei . Eroica in casi eccezionali , essa non avrà , nei casi normali , nemmeno il piccolo coraggio di saper dimenticare sé stessa . Diceva molto bene il Desmolins che uno degli ostacoli più grandi alla riforma dell ' educazione nei paesi latini è la tenerezza troppo esclusiva delle mamme . Ed io mi permetterei di aggiungere - anche troppo illogica . Alcune mamme , che lasciano talvolta senza molto dolore il loro figlio ancor piccolo entrare in un collegio - basta che sia un collegio vicino ! - si ribellano poi a lasciarlo allontanare da loro quando , fatto più grande , egli avrebbe tanto bisogno di scuotere d ' intorno a sé la polvere sentimentale della sua casa e di imparare , viaggiando , come ci si formi un carattere e come si conquisti una posizione . Noi abbiamo invertito , se posso dir così e salvo , s ' intende , numerose eccezioni , la legge di natura che vuole il bambino vicino ai genitori nei primi anni , e libero in seguito ; e mentre non ci ripugna troppo , in certi casi , abbandonare ad altri , ad estranei , la prima educazione del nostro bambino , vogliamo poi che questo , divenuto giovane e adulto , trascorra la sua vita sempre vicino a noi . Inversione dovuta al nostro egoismo , alla nostra sentimentalità latina , che è ben lontana dal comprendere e dall ' adottare , sia pure in piccola parte , la larga visione dell ' educazione inglese , dove i fanciulli , a una certa età , lasciano il nido della famiglia , quasi uccelli in apparenza ingrati che lo dimentichino , ma per ritornarvi più tardi , coll ' orgoglio di una giovinezza degnamente vissuta , colla soddisfazione d ' aver dato alla patria , in paesi lontani , quel tesoro di energie che la fa grande nel mondo . * Ora , sarebbe evidentemente assurdo pretendere che la famiglia latina fosse , come la famiglia anglosassone , pronta a recidere i suoi nervi troppo sensibili , e pensosa soltanto che i propri figli trovino la ricchezza lontani dal proprio nido : vi si opporrebbe la razza , la nostra stessa costituzione sociale ed economica , e d ' altronde io per il primo riconosco che nel nostro modo di intender la vita è un profumo di poesia e di gentilezza che compensa forse , in parte , i vantaggi materiali dell ' insensibilità inglese . Ma noi potremmo dagli stranieri , se non imparar tutto , almeno imparar qualche cosa : questa sopratutto : imparare a lasciar che si manifestino liberamente le tendenze dei nostri figli , che si svolgano le loro iniziative , che s ' espanda la loro originalità ; noi dovremmo imparare a dirigere la loro natura , anziché , come troppo spesso facciamo , affaticarci a correggerla ed a comprimerla per seguire il concetto aprioristico che noi ci siamo fatti della loro carriera e del loro avvenire . Malauguratamente non è così . Se noi volgiamo lo sguardo ai nostri sistemi di educazione e di istruzione , ci accorgiamo che la loro caratteristica è una desolante uniformità . Si direbbe che tutti i fanciulli sono gettati nello stesso stampo perché ne esca un unico tipo intellettuale : il tipo dell ' impiegato , del professore , del professionista , imbottito di una coltura più o meno ben digerita . Anni sono era venuta di Francia una grande ventata di reazione contro questo sistema d ' educazione , ma essa aveva appena fatto stormir qualche foglia del nostro quieto ed immobile paesaggio intellettuale : non ne aveva scosso i tronchi robusti né turbata la saldezza delle radici antiche . Pochissimi avevano sentito quanta sincerità fosse in questa ventata di ribellione : i più , credendo si volesse attentare al diritto intangibile che ha nella nostra coltura lo studio del latino e del greco , avevano bollato come opinione di barbari o volgare preoccupazione di bottegai , il desiderio di dare all ' istruzione dei nostri figli un indirizzo più pratico e socialmente più utile . Costoro - e mi duole il dirlo - non avevano capito nulla o avevano finto di non capir nulla . Costoro ignoravano , anzitutto , che a capo della bestemmiata crociata era , non un barbaro o uno spirito bottegaio , ma uno dei più illustri accademici di Francia , uno degli scrittori didatticamente e politicamente più ortodossi , Jules Lemaître . Costoro dimenticavano , inoltre , che la crociata non combatteva il latino e il greco , ma soltanto il modo con cui queste lingue .... e tante altre cose ! vengono insegnate . Mettiamoci una mano sulla coscienza e confessiamo che noi sappiamo ben poco di latino e quasi nulla di greco dopo otto o cinque anni di studio ! Diceva il dottor Toulouse , ed io posso ripetere testualmente le sue parole : " ho quarant ' anni e sono trent ' anni che affatico il mio spirito sui libri e sull ' osservazione dei fatti ; e non potrei , sul momento , trovare in alcuna delle discipline che ho studiato quelle risposte che si esigono dagli scolari e che io stesso ho fornito ai miei tempi in diverse riprese " . Ecco una constatazione che dovrebbe essere meditata da coloro che preparano i programmi per le scuole , da coloro che istituiscono gli esami e credono alla loro efficacia . L ' insegnamento attuale consiste nel trasmettere delle cognizioni , mentre il suo scopo dovrebbe essere formare lo spirito e il carattere . Oggi , alla scuola , si impara tutto fuor che a pensare e ad agire : oggi si dimentica che lo sforzo d ' ogni educazione deve consistere non nell ' appiccicare della coltura , ma nel formare delle attitudini . La superiorità vera , in ogni ambiente , è di creare , non di sapere ; e per questo il commerciante che sa dar vita a un ' azienda meglio adatta ai bisogni della clientela fa opera di creazione eguale , e forse più utile , di colui che scrive un bel libro . È in tal senso e seguendo questi concetti che noi protestiamo contro l ' uniformità di un ' educazione che dà l ' illusione e non la realtà della coltura , che crea più spostati che non uomini atti a tramutare in succo e sangue il cibo classico di cui furon nutriti . Eppure , sia vanità , abitudine od indolenza , i genitori , - e parlo , si capisce , dei genitori delle classi più elevate , - continuano a mandare i loro figli a quelle scuole classiche che hanno fama di formare automaticamente il cosiddetto giovane colto , come se per la soddisfazione di creare qualche erudito , si avesse il diritto di lanciar nel mondo una folla di mediocri inutili , o come se noi non dovessimo essere che un popolo immenso di filosofi di romanzieri di scrittori , un popolo di puri spiriti , che vivessero .... di letteratura , e pei quali tutte le altre attività ed energie umane non contassero quasi nulla . Quanti sono coloro che si preoccupano di sviluppare e determinare a tempo i gusti naturali del bambino .... se per caso non fossero proprio quelli di studiare latino e greco ? Quanti sono coloro che hanno l ' istinto e il tatto di comprendere le sue inclinazioni ? Ai più , non balena neppure l ' idea che vi sia nell ' anima del fanciullo , come v ' è nel suo viso , qualche cosa che lo distingua dagli altri , e che perciò esigerebbe , da parte nostra , uno studio speciale . Cioè , mi correggo . Noi avvertiamo talvolta alcune delle cosiddette disposizioni naturali dei nostri figlioli : le avvertiamo per gloriarcene nel nostro istintivo orgoglio paterno o materno o per sventolarle vanitosamente presso i conoscenti e presso gli amici : ma noi non approfondiamo l ' analisi di queste facoltà che rompono l ' equilibrio della psiche infantile : noi non ci chiediamo se non sarebbe forse nostro dovere di dare ad esse tutte le nostre cure , mutando , se posso dir così , l ' orientazione educativa del bambino : noi non calcoliamo il danno di lasciar sperdere sul principio pei mille rigagnoli della distrazione una vena che potrebbe diventare feconda , e senza un rimorso , senza un dubbio , noi insistiamo nel solito vecchio sistema : inviamo cioè il fanciullo a quella scuola che a noi pare per lui la più utile , e dove l ' obbligo di studiare contro genio materie ch ' egli non ama , lo fa riuscire spesso mediocre od infimo . Forse è qui che bisogna cercar la ragione per cui certe scuole danno risultati di cui non possiamo troppo vantarci . E quando Alessandro Dumas - volendo appunto lanciare una frecciata ironica contro la scuola - si chiedeva : Come mai vi sono tanti ragazzi intelligenti e tanti uomini imbecilli ? egli intravvedeva che questa curiosa e dolorosa trasformazione è dovuta al fatto che la scuola , invece di sviluppare le qualità specifiche del fanciullo , le atrofizza , e quindi , invece di formare l ' uomo , lo deforma . È questo il grande delitto pedagogico dei nostri giorni : delitto che compiono quotidianamente non solo i maestri nella scuola , ma i genitori nella famiglia , e che si estende non solo verso i bambini ma verso i giovani . Quando suona l ' ora della scelta della professione e della carriera - che dovrebb ' essere la più importante nella vita d ' un giovane perché da essa dipende la sua felicità - quanti sono i padri che si preoccupano di lasciar libero il corso a quelle disposizioni innate dei loro figli , di cui pure s ' eran fatti un orgoglio in passato ? Quanti sono coloro i quali riflettono che - nella vita - chi fa ciò per cui natura l ' ha creato sopporta facilmente ogni fatica ed ogni contrarietà , mentre invece chi è costretto a una professione cui la sua natura ripugna , ha eternamente in sé un ' intima tristezza e un ' intima ribellione che gli renderanno amaro il lavoro e difficilissimo il raggiungere una meta elevata ? La maggioranza dei genitori non ha scrupolo di opprimere la natura propria del loro figlio per sostituirgliene un ' altra . Vogliono fabbricare un avvocato o un ingegnere , un professore , un magistrato o un impiegato , secondo la tradizione della famiglia , il presunto vantaggio economico , l ' opportunità del momento , senza preoccuparsi affatto che , così facendo , essi soffocano un cervello e violentano un ' anima . E se osate avvertirli dell ' errore , essi si armano di argomenti che paiono vittoriosi , e vi dicono che è inutile preoccuparsi delle singole disposizioni del giovane , perché le vere vocazioni si fanno strada quand même , attraverso tutti gli ostacoli , e vi citano Voltaire che era commesso nello studio d ' un procuratore , e Musset che era impiegato presso un banchiere .... il che , innegabilmente , non ha impedito che essi abbiano fatto carriera . Ma questi padri troppo logici dimenticano che le leggi e i metodi dell ' educazione non sono fatti per gli individui eccezionali , i quali certamente trovano sempre il modo di manifestarsi , bensì per l ' infinito numero degli uomini medii e normali i quali non possiedono la forza di togliersi di dosso quella cappa di piombo con cui furono oppressi e di cui per la vita rimangono vittime . Ecco il maggiore equivoco che domina il gran problema dei nostri doveri verso la gioventù . Siamo tutti persuasi che il primo dovere sia di dare ai figli la felicità , o , poiché questa è irraggiungibile , di avviarli almeno sul cammino della felicità : ma generalmente si crede che la felicità consista nella sicurezza placida d ' un impiego , e non si intende invece che essa è un premio che si conquista palmo a palmo col libero sviluppo delle proprie energie . Noi vogliamo fare dei giovani , dei vecchi precoci e calcolatori , che si accontentino subito d ' un piccolo posto sicuro e vicino , pur di non correre quell ' alea del rischio che è la poesia della vita . Con una suggestione a ritroso , noi inoculiamo in essi i germi di un pessimismo utilitarista che addormenta coscienza e ardore , e li fa timidi dinanzi a ogni ostacolo , preoccupati soltanto di procacciarsi una posizione mediocre pur che garantisca il loro tranquillo avvenire . E non sentiamo quanto più bello e più utile , più dignitoso e più fiero , sarebbe invece sviluppare in essi il senso della libera iniziativa , e fecondare la dote migliore e maggiore della gioventù che è l ' entusiasmo . Lasciarli liberi , perché essi possano seguire le loro naturali disposizioni e interpretar quella voce che detta dentro : volerli entusiasti , cioè innamorati di quella qualunque idea che sostengono , con un cervello che calcola ma con un cuore che non calcola punto , simili a un soldato che conta i suoi nemici , ma poi se ne dimentica il numero pensando alla bellezza della sua bandiera .... * Tale io penso dovrebbe essere l ' ideale dell ' educazione : e tale , forse , nell ' intimo dell ' animo è riconosciuto da molti . Ma ben pochi osano applicarlo . Perché ? Perché uno dei fenomeni più strani e contradditorii della nostra psicologia è che mentre noi siamo modernamente audaci nel pensiero e approviamo le idee più ardite suscitate da libri e studi recenti , siamo ancora pavidi nell ' azione , perché mentre il nostro cervello vede lucidamente la via nuova che dovremmo percorrere , la nostra volontà non sa essere abbastanza indipendente per abbandonare d ' un tratto la via vecchia , a cui siamo legati da una fitta rete di tradizioni e di pregiudizi , e si ripercuote così anche nel problema dell ' educazione quell ' eterno dissidio fra teoria e pratica , che si manifesta dovunque , e che è dovuto al fatto che l ' uomo opera come sente e non come pensa . Un giorno io assistevo a una conferenza sull ' Educazione nuova detta da una nostra illustre scrittrice . Gran folla di signore nella sala e grandissimi applausi . Uscendo , sorpresi questo dialogo fra due mamme : - Son cose verissime diceva l ' una - ma come si fa a metterle in pratica ? - Già - rispose l ' altra - io non vorrei certo esser la prima ! - Così è . Noi abbiamo un sacro orrore dell ' azione isolata , e nessuno di noi vuol essere il primo ad applicare certi principii , a fare sui proprii figli l ' esperienza di certi metodi e di certe idee . Quando si tratta di un atto qualsiasi della nostra vita , noi non domandiamo mai se è bene compierlo : noi domandiamo sempre e soltanto se è generalmente ammesso che lo si compia . E per paura d ' essere i primi , per il terrore d ' assumere un ' iniziativa che potrebbe essere criticata , noi continuiamo nella vecchia routine . Ora , bisognerebbe distruggere quest ' antitesi fra la teoria e la pratica ; bisognerebbe avere il coraggio di compiere questo sforzo che riavvicinasse le idee ai fatti e rendesse le nostre azioni logicamente degne dei nostri pensieri . Diceva il Lemaître : " basta che le classi privilegiate comincino , le altre seguono fatalmente " . Anch ' io lo credo , e perciò ho voluto ripetere qui quello che troppi altri e troppo meglio di me hanno detto . L ' ANIMA DEL FANCIULLO . Quando noi pronunciamo il nome d ' infanzia , si sveglia nella nostra memoria un cumulo di ricordi che hanno il fascino d ' un romanzo . È la nostra giovinezza che rivive , come in un sogno , è la nostra esperienza che la vede e la racconta , mescolando la poesia della realtà all ' attrattiva della lontananza , deformando alcuni episodii che il tempo ingrandisce dinanzi alla nostra coscienza , come lo spazio ingrandisce dinanzi ai nostri occhi - attraverso i rami degli alberi - il profilo degli astri che sorgono .... Ed è così spontanea , così inconscia questa alterazione del vero , che non solo noi crediamo a tutto quanto rievoca la nostra fantasia , la quale tinge talvolta troppo in roseo e talvolta troppo in nero il primo periodo della vita , ma noi osiamo anche spiegare e giudicare tutto il complicato meccanismo della nostra piccola anima di fanciulli con la nostra superba psicologia di uomini adulti . Forse le pagine meno vere nelle autobiografie di certi scrittori , sono quelle che riguardano la loro fanciullezza ; pagine dalle quali s ' effonde un conforto o un rimpianto , l ' eco lontana di gioie ingenue o di incompresi dolori , ma nelle quali , se è spesso mirabile la descrizione di un ' epoca o di un ambiente , non è quasi mai esatta , precisa , sincera la figura morale del protagonista . Anche lo fosse , noi avremmo la psicologia di un fanciullo , non già la psicologia del fanciullo . Per tentar questa , bisogna dunque tenersi lontano dagli esseri superiori ed eccezionali che spesso vogliono presentare anche la loro infanzia sul palcoscenico della gloria , bisogna non dar troppa importanza ai propri ricordi , che peccano di soggettivismo , e occorre invece moltiplicare le osservazioni serene e spassionate intorno a noi , tra le famiglie che ci circondano , tra la folla anonima della strada e della scuola .... Solo così - coll ' analisi minuta e diffusa - è stato possibile alla scienza moderna strappare almeno qualche segreto a quella sfinge eterna che è l ' anima del fanciullo . * Rileggendo - come io ho dovuto e voluto fare - una non piccola parte di ciò che si è scritto intorno all ' infanzia , mi sono convinto che fino ad alcuni anni fa , la psicologia del bambino poteva riassumersi in due opinioni diametralmente opposte ed egualmente assolute . Da un lato , erano i denigratori per partito preso , i quali definivano i fanciulli tutti egoisti , ribelli , bugiardi , crudeli : dall ' altro lato erano i lodatori quand même , i quali li definivano simboli di perfezione , angeli di bontà e di innocenza . Fra i primi , fra coloro che dissero più male dell ' infanzia , emergono il La Bruyère , un celibe , e il Dupanloup , un vescovo . Ed è abbastanza spiegabile - lo dico senza malignità - che un teologo , il quale aveva tutto l ' interesse a mantener ferma la dottrina della depravazione congenita , e un vecchio scapolo , al quale i bambini degli altri saranno parsi dei diavoletti noiosi e tormentatori , li abbiano bollati con così severo giudizio . Fra i secondi , fra quelli che io chiamerei i cortigiani dell ' infanzia , primeggia Rousseau , sostenendo che il bambino esce perfetto dalle mani del creatore , e che soltanto la nostra falsa educazione lo deforma e lo guasta . Ed è altrettanto spiegabile il suo ottimismo quanto il pessimismo degli altri . Il filosofo - poeta , sedotto dalla grazia infantile , e più che altro forse dal suo preconcetto antisociale , ha idealizzato un ' età , che tutti i poeti , del resto , prima e dopo di lui , avevano ravvolto nell ' azzurro della leggenda . Senza discutere - per ora - quanta esagerazione vi sia nell ' una e nell ' altra di queste due opinioni , è necessario anzitutto constatare che esse partono da un punto di vista falso . Esse pretendono di dare un giudizio morale sull ' attività psicologica del bambino , ciò che è un equivoco e un ' illusione . Non si debbono prestare al bambino dei motivi determinanti che egli non ha . Non si possono interpretare i suoi sentimenti , le sue impulsioni , le sue tendenze , come interpretiamo le nostre . Quello che per noi ha un significato , per lui non lo ha . La sua coscienza ignora ciò che è il cardine della nostra . Egli si affaccia alla vita , senza comprenderla , come una pianta che spunti dal suolo ; e nel crepuscolo mattutino della sua esistenza egli afferma istintivamente le sue naturali energie , ignorando che queste più tardi dovranno essere giudicate e dirette da una luce morale , come ogni erba e ogni albero innalza e svolge all ' alba liberamente il suo stelo e il suo tronco , ignorando che fra poco dardeggierà su di essi , per trasformarli , il raggio del sole . Lasciamo dunque ai teologi , ai filosofi ed ai poeti , la platonica soddisfazione di giudicare l ' animo del fanciullo alla stregua dell ' animo di un adulto , e invece di infiorare l ' infanzia di lodi illogiche o di coprirla con un disprezzo ancora più illogico , cerchiamo modestamente e semplicemente di spiegare il perché della sua strana e contradditoria psicologia . * Una delle leggi fisiologiche ormai meno discusse , e degna quindi di esser tenuta quasi come un assioma , è che la ontogenia riproduce la filogenia . Le quali parole un po ' oscure , tradotte in lingua povera , significano che l ' individuo , dall ' atto del concepimento a quello della nascita , riproduce le fasi per cui è passata evolutivamente la specie . Gli uomini - prima di giungere a quello stato di civiltà relativa di cui la storia più lontana ci conserva notizie - vissero migliaia e migliaia di anni in condizioni e sotto forme che noi tentiamo oggi di evocare , ricostruendo il meno fantasticamente possibile , cogli sprazzi di luce che ci vengono dalla scienza , la lunga via crucis attraverso la quale a poco a poco i nostri antenati svestirono la loro animalità per acquistare aspetto e coscienza umana . Ebbene : ogni individuo nel suo sviluppo fetale rifà in pochi mesi questa strada faticosamente percorsa dalla specie in un periodo di secoli , e la vita dell ' embrione può dirsi il riassunto a grande velocità ( mi si permetta questa espressione ) del viaggio fatto dalla specie nel mondo . Da questa legge fisiologica che Haeckel ha splendidamente illustrata , parmi possa derivare per analogia , e quasi corollario spontaneo , un ' altra legge di ordine psicologico . Come nello sviluppo fetale noi riproduciamo la fisiologia dei nostri antenati , nelle forme e nelle anomalie scheletriche , così nei primi anni di vita ne riproduciamo la psicologia , nelle attitudini della mente e della volontà . Il bambino , cioè , sente e agisce come un primitivo e come un selvaggio , e tutta la sua incoerente impulsiva psicologia che ci sorprende e ci turba , non è che la resurrezione , per fortuna transitoria , della psiche antica , quasi per ricordare a noi - umiliandoci - donde siamo venuti . Se è dunque vero , come comunemente si afferma , che nel fanciullo c ' è , in potenza , lo scorcio dell ' uomo futuro , è altrettanto vero che c ' è , in realtà , lo scorcio dell ' uomo primitivo , il riassunto di tutta una psicologia atavica che noi abbiamo ormai sorpassata . Questa constatazione scientifica è non soltanto la piattaforma su cui devono basarsi tutti gli studii relativi all ' infanzia , ma è anche , in un certo senso , la spiegazione implicita di ogni forma di attività del fanciullo . Esaminando infatti i suoi sentimenti , i suoi pensieri , le sue azioni , noi ritroveremo in tutti l ' eco e il ricordo , quasi direi la fotografia di un mondo morale lontano e scomparso . * La caratteristica più tipica dell ' anima infantile è , senza dubbio , la potenza della sua immaginazione . L ' infanzia è l ' età del sogno , nella quale questo mondo che noi non conosciamo ancora si veste dei più brillanti colori ; è l ' età in cui il massimo godimento consiste nell ' ascoltare fiabe e racconti straordinari . Ebbene : non è forse durante l ' infanzia del mondo che si sono formati i miti e le leggende , queste storie dell ' umanità bambina , destinate a coprire sotto una fantasia lussureggiante la povertà delle conoscenze umane ? L ' immaginazione - nel fanciullo come nel selvaggio - è così grande che trasforma gli oggetti in esseri coscienti e sensibili , dà il soffio della vita alle cose inanimate ed inerti . Un bambino di 4 anni attribuiva alle pietre una specie di anima e le compiangeva perché esse dovevano restare sempre immobili allo stesso posto . Non altrimenti il selvaggio crede che nell ' albero che stormisce sia uno spirito e presta non solo un corpo ma un ' anima al vento che urla durante la notte . Chi non osserva , quotidianamente , le adorabili manifestazioni di simpatia che una bimba prodiga alla sua bambola , come se questa fosse viva ? Essa le parla , essa la bacia , essa la veste e la sveste , e la sera la vuol vicina al suo letto perché non stia sola al buio e non abbia paura ! Chi non sa che i bambini , nei loro giuochi , acutizzano questa potenza della loro immaginazione , non solo sino a prestare una personalità a cose che non l ' hanno , ma sino al cambiamento della loro stessa personalità , sino a una completa illusione di metamorfosi ? Un fanciullo di 5 anni , cui piaceva molto giocare al carbonaio , viveva con così completa illusione il suo personaggio fittizio che pretendeva che tutti lo chiamassero il carbonaio anziché col suo nome , e la sera nella sua preghiera ingenua diceva a Dio : Fa , o Signore , ch ' io sia domani un buon carbonaio ! Lo so , e lo prevedo : noi dovremmo domandarci : fino a che punto questa illusione è completa ? fino a che punto il fanciullo è vittima della sua stessa immaginazione ? Non è forse egli talvolta un artista precoce che giuoca alla commedia e vuol burlarsi di noi ? La risposta è difficile e , come ben si comprende , non potrebbe esser data che caso per caso . Vi sono delle impercettibili nuancesin queste illusioni , che vanno dalla fede più cieca al primo barlume d ' incredulità che spunta con un sorriso : vi sono dei gradi , delle sfumature psicologiche , secondo l ' età e secondo il temperamento più o meno intelligente od ottuso del bambino . Ma una cosa è fuori di dubbio : che in molti fanciulli l ' illusione è sincera e assoluta , perché l ' immaginazione esercita sulla loro psiche un ' influenza così dispotica da essere veramente , come diceva Pascal , " la creatrice sovrana di errori e di falsità " . È in questa potenza dell ' immaginazione infantile che noi dobbiamo ricercare l ' origine di una delle più gravi e pericolose caratteristiche del bambino : la menzogna . Si dice ch ' egli nasce bugiardo : e si dice bene : ma non si interpreta sempre egualmente bene il meccanismo della sua bugia . Ellen Key , l ' autrice di uno fra i più suggestivi e profondi libri intorno all ' infanzia , distingueva argutamente le bugie dei bambini in bugie fredde , ossia coscienti e quindi colpevoli , e bugie calde , le quali sono l ' espressione di un ' eccitazione momentanea e di una fantasia ardente . Ella , senza saperlo , volgarizzava così , con parola piana , un dato della psicologia sperimentale che il Sully e il Ribot avevano messo in luce , e cioè , che fra immaginazione e allucinazione non c ' è che una differenza di gradi , e spesso si toccano e coincidono . Certe bugie calde - per conservare il vocabolo di Ellen Key - non sono nei fanciulli che delle transitorie allucinazioni , da cui esula totalmente la mala fede . Quando un bambino che gioca lo sentite gridare ch ' egli è un cocchiere o ch ' egli è un soldato , state certi che in quel momento egli è sicuro di esserlo e non mentisce : quando a una bimba si domanda improvvisamente : chi ti ha dato la tal cosa ? ed essa risponde confusa : la mia bambola , - è assai probabile ch ' essa non sia colpevole d ' una vera bugia ma vittima d ' una illusione . Oh , non v ' ha dubbio che da queste piccole menzogne dette per ischerzo , il fanciullo sale alle bugie fredde , alle bugie meditate con quella grande astuzia e con quella sottile perfidia che è talvolta racchiusa nella sua piccola anima : ma non siamo forse noi che , coll ' esempio , gli insegnamo a perseverare nella menzogna e a perfezionarla ? Ci scandalizziamo tanto delle bugie del fanciullo , ma forse che noi , suoi modelli e maestri , siamo sinceri nella nostra vita e sopratutto dinanzi a lui ? che deve egli imparare da noi , se i nostri discorsi sono sempre ambigui , se la nostra vita sociale è un tessuto di abili menzogne , e se la nostra occupazione più frequente è più gradita è la maldicenza a riguardo di tutti e specialmente dei nostri amici ? Un atto di contrizione sarebbe più giusto , a questo proposito , di un atto d ' accusa ! E del resto , anche in quelle menzogne coscienti che più ci addolorano e ci sorprendono nel fanciullo , qual è la parte della perversità e quale quella della suggestione e dell ' allucinazione ? Vi è tutta una letteratura - volumi e volumi di medici e di psichiatri - sulle menzogne e sulle false testimonianze dei bambini ; e tutti gli autori indistintamente concludono ch ' esse sono la conseguenza di auto - suggestioni . La potenza dell ' autosuggestione è tale , in certi casi , che il bambino arriva a creder reali degli avvenimenti ch ' egli ha sognati , a confondere i suoi ricordi , a mescolare colla realtà le sue finzioni . E quando racconta un fatto lo trasfigura : crea una leggenda e vi crede . Gli annali giudiziarii son pieni dei terribili errori con cui le false testimonianze dei fanciulli hanno prolungato o deviato processi . Basta che il caso abbia reso spettatore un fanciullo d ' un delitto , immediatamente la sua immaginazione infiora la realtà con una generazione spontanea di mille particolari nuovi : basta anche semplicemente che alcuno racconti un fatto dinanzi a lui , perché si illuda di esserne stato testimone , e sia pronto ad affermarlo e a giurarlo . Strano e misterioso e pauroso prestigio dell ' immaginazione che altera la psiche del fanciullo e lo conduce , a sua insaputa , alle frontiere del delitto ! * Pur troppo , del resto , anche per altre vie il fanciullo s ' avvicina al delitto , e si può dire che la sua psicologia è spesso quella del delinquente . L ' infanzia infatti è non solo organicamente bugiarda , ma anche organicamente crudele . Cet âge est sans pitié , scriveva il Lafontaine , e forse pochi uomini sono arrivati alle crudeltà assurde ed inutili cui arrivano i bambini , per il solo piacere - apparentemente - di veder soffrire . Quando un povero uccellino o un gatto o un insetto capita per disgrazia nelle loro terribili e piccole mani , essi gli infliggono i più atroci e lunghi supplizii con una gioia incosciente che merita davvero il nome di pazzia morale . È , in essi , come un furore di distruzione , che non pensa e non calcola le sofferenze che infligge . È come lo sfogo impulsivo di un istinto di dominazione , la voluttà di possedere interamente - a non importa qual prezzo - la vittima che ha svegliato il loro desiderio . È il ritorno atavico della psicologia del selvaggio il quale non conosce freni ai suoi appetiti ; è anche lo scorcio individuale di quella psicologia collettiva crudele ed egoista di certi popoli civili che non rispettano i diritti dei deboli e vogliono ad ogni costo soggiogarli ed opprimerli : è , cioè , un piccolo imperialismo . Imperialismo di despota incosciente , o dirò meglio caricatura d ' imperialismo , che si sfoga non solo su persone e su animali , ma - per vendetta - anche su oggetti inanimati . Quante volte non vediamo noi un bambino battere la sedia o il tavolo contro cui ha urtato e che gli ha fatto male ? E ci ritorna alla memoria la ridicola vendetta di Serse che , irritato perché una tempesta aveva impedito al suo esercito di passare il mare , fece battere colle verghe l ' Ellesponto dai suoi soldati . Talvolta la crudeltà contro le cose - che si manifesta sotto la forma della distruzione senza motivo - è determinata nel bambino dalla curiosità che diviene una specie di manìa iconoclasta . È per curiosità che molti fanciulli spezzano i loro giocattoli , come Goethe , il quale confessava d ' aver gettato , da bambino , tutto il vasellame della casa dalla finestra per vedere in qual modo si rompeva sul marciapiede , o come Ruskin , il quale racconta che nella sua infanzia strappava e tagliuzzava i fiori in preda a uno stupore ammirativo . * Ma ciò che più offende e sorprende l ' animo nostro nello studio dell ' anima del fanciullo , è il constatare in molte , in troppe occasioni , la sua profonda insensibilità di fronte ai dolori morali . Il bambino è un indifferente e un impassibile dinanzi alle disgrazie , dinanzi alle malattie degli altri , persino dinanzi alla morte . Egli è , spesso , il simbolo del più assoluto egoismo . Non pensa che a sé e ai suoi giuochi . Ricordo a questo proposito un aneddoto caratteristico . Un giorno d ' estate due fanciulli nuotavano in mare . Dalla spiaggia li osservava la madre , che aveva vicino a sé la figlia minore , una bimba di sei anni . A un certo punto i ragazzi che si erano spinti troppo lontano , non si videro più . Le onde li avevano travolti . Si può immaginare l ' ansia della madre che inviò barche e marinai al salvataggio . La piccola bimba , tranquilla e sorridente , visto che i fratelli non ricomparivano , disse : - Non pensarci più , mamma ! ormai è certo che sono affogati : è mezzogiorno , andiamo a colazione ! - Ho citato questo aneddoto , a prova dell ' analgesia morale dei bambini , perché esso è di mia personale esperienza , ma quanti altri analoghi potrei riferirne ! Senonché , ritorna qui , molto a proposito , l ' osservazione che già feci di sfuggita in principio : constatata questa assenza di pietà , questo predominio cinico dell ' egoismo nel fanciullo , possiamo noi giudicarlo come lo giudicheremmo in un uomo ? possiamo noi applicare ai bambini la nostra morale ? Vi è , evidentemente , una gran differenza tra l ' essere impassibili davanti a una sventura , sapendo che cosa essa sia e rappresentandocene tutte le conseguenze , e l ' essere indifferenti perché non se ne intende il valore e non se ne prevedono i risultati . Noi proiettiamo la nostra psiche nella psiche infantile , e noi immaginiamo che i bambini debbano rendersi conto dei nostri dolori per istinto , o che , almeno , possano comprenderli quando noi li esprimiamo apertamente . Orbene , ciò è illusorio , ciò non è che un daltonismo mentale . Le nostre ansie , le nostre preoccupazioni e i nostri patemi d ' animo lo lasciano nella maggior parte dei casi indifferente per la semplice ed unica ragione che oltrepassano la sua capacità di simpatia . Per esempio , sappiamo noi che idea si facciano i bambini della morte ? Ne intendono essi il significato e le conseguenze terribili ? hanno essi quella sensazione d ' irreparabile che è per noi la più triste e la più angosciosa ? Non credo . Una signora inglese , M.me Burnett , ci offre al riguardo un documento eloquente . Ella racconta le impressioni provate nelle due volte che la morte visitò la sua casa mentre era bambina . La prima volta non ebbe che un desiderio : toccare il cadavere per sapere che cosa significasse la frase ch ' ella aveva udita : freddo come la morte ; la seconda volta , dinanzi al cadavere d ' una bimba di tre anni , bionda e bella , ella non provò che un ' impressione piacevole per lo spettacolo poetico del letto bianco tutto coperto di fiori ! E M.me Burnett aggiunge : - Io non mi sono sentita commossa , io non ho potuto versare una lagrima , quantunque prima mi fossi immaginata che avrei pianto molto ! - È dunque assurdo , lo ripeto , pretendere dal fanciullo , in faccia al dolore o alla sventura , delle emozioni ch ' egli non può sentire perché il suo cervello non arriva a comprenderle . Come è assurdo , per la stessa ragione , giudicare altri lati della psicologia infantile coi nostri criterii , con la nostra severità che presuppone una coscienza . Il furto , per esempio , è frequente nei bambini . Ogni volta che essi possono rubare un dolce senz ' esser visti , lo rubano . Ma forse che essi - nei primissimi anni - sanno che cosa sia il mio ed il tuo ? Qualunque cosa veda o tocchi il bambino , egli grida impulsivamente che è sua , come il selvaggio prende impulsivamente ciò che gli capita sotto mano ; e l ' appropriarsi ciò che lo attornia , ciò che eccita in un dato momento il suo desiderio non è , per il bambino , che una tendenza naturale , è , se posso dir così , un ' estensione della sua personalità . Più tardi , senza dubbio , egli esce da questa incoscienza e impara che vi sono dei limiti ai proprii desiderii e dei diritti altrui che bisogna rispettare , e allora , ma allora soltanto , se ruba , noi potremo dire ch ' egli è veramente un ladro . Così , quando noi constatiamo che una gran parte dei fanciulli sono disobbedienti e ribelli , noi affermiamo la verità , ma non interpretiamo sempre esattamente il perché della loro disobbedienza e della loro ribellione . Per il bambino , il principio d ' autorità e la sua conseguenza che è il castigo , sono cose che non dovrebbero esistere . Egli non intende l ' amore altro che come l ' intendiamo noi .... quando siamo innamorati , sotto forma cioè di carezze e di baci , di soddisfazione immediata umile e volontaria a ogni nostro desiderio .... Egli non capisce che l ' amore di chi lo circonda può manifestarsi , per il suo bene , in rimproveri ed in rifiuti . E la mamma o il babbo che gli negano qualche cosa , si trasformano nella sua fantasia in esseri crudeli che lo tormentano e che lo rendono infelice . È così forte e violento questo antagonismo dell ' anima infantile contro ogni regola e contro ogni autorità , che il desiderio dei fanciulli di diventare grandi non è , in fondo , che la speranza di sottrarsi a questa legge , a questo controllo . Essere grande , per il bambino , significa sopratutto essere sbarazzato dall ' obbligo di obbedire , essere libero di fare ciò che vuole . E sfoga intanto - fin che non può esser libero - il suo istinto di insubordinazione con quelle rivolte a cui noi diamo il nome di capricci , intendendo con questa parola di definire un atto impulsivo , senza ragione , libero ed inspiegabile , come il vento che soffia . Eppure - come il vento che soffia - anche il capriccio ha le sue cause e le sue condizioni . E sarebbe bene , di volta in volta , studiarle . Sarebbe bene specialmente ricordare che l ' anima del bambino non è logica riflessiva cosciente come la nostra , ma è una piccola anima anarchica , e che egli è un inconscio discepolo di Rousseau , che non vede nei nostri tentativi d ' educazione se non un intervento noioso ed inutile al suo naturale sviluppo . Ma a questo punto , io sento sorgere in voi una domanda : voi mi direte : abbia o non abbia il bambino coscienza di ciò che sente e di ciò che fa , sieno vere o false le spiegazioni e le giustificazioni date fin qui , certo è che il quadro della psicologia infantile da voi tracciato è molto triste ed oscuro : ed è anche esatto ? È vero , cioè , che nel fanciullo non palpitino che istinti egoisti , bugiardi , ribelli , crudeli ? Rispondo che , nella vita e sopratutto in psicologia , nulla è assoluto perché nulla è semplice . L ' organismo umano è una macchina complicata , delicata , misteriosa , e come non esistono uomini in tutto perversi o uomini ottimi in tutto , perché la natura mette degli sprazzi di luce nelle anime più abbiette , e delle chiazze d ' ombra nelle anime più buone , così non esistono fanciulli in cui circoli sempre il veleno di impulsioni ataviche , e non spunti mai il fiore candido della dolcezza e della serenità . Ognuno di noi conserva nella memoria il ricordo - se non ha la fortuna d ' aver la prova viva vicino sé - di tipi di fanciulli miti , sensibilissimi , che chiudono nel loro organismo delicato le più squisite manifestazioni del cuore , sensitive morali , se posso dir così , che rispondono con fremiti affettuosi se appena noi le tocchiamo . E , anche al di fuori di queste eccezioni sentimentali , è certo che ogni bambino conosce l ' altruismo e la simpatia , se non altro perché imita ciò che vede , e piange se vede piangere ; ogni bambino ha slanci di tenerezza verso il cane ed il gatto che gli sono compagni di giuoco , e che forse in un altro momento potrà martirizzare ; ogni bambino ha tesori di affezione e fascino di carezze per le persone che lo circondano , e sa farsi deliziosamente perdonare la desolante insensibilità del suo temperamento e i lampi del suo egoismo feroce . Ma questa psicologia normale che lo avvicina a noi , sorge in lui gradatamente coll ' età , mano mano che dalla sua psiche atavica esce e si forma , come farfalla dal bozzolo , la psiche dell ' uomo futuro . È - se posso dir così - un lento lavoro di ricamo con cui l ' educazione a poco a poco ingentilisce e trasforma il tessuto troppo rude della sua originaria natura . Il fondo della sua anima rimane quale io ho tentato descriverlo , certo non pretendendo di essere stato né completo né esatto , ma forse sperando di essermi avvicinato al vero . Avviene in psicologia quello che avviene in pittura . Quando si deve fare un ritratto , bisogna restringersi e quasi direi riassumersi a significarne l ' intima e più gagliarda e dominatrice espressione : bisogna , cioè , colpire ciò che vi è di caratteristico nella fisonomia fisica e morale d ' una persona , trascurando forzatamente molti particolari , su cui si affanna invece la vista dei pedanti e dei miopi . Ora , il ritratto dell ' infanzia non poteva esser dipinto che coi colori che ci offrono le ricerche positive e scientifiche , senza chiedere alla poesia le sue sfumature ideali e alla rettorica le sue tinte esagerate . Ma ciò che è confortante si è che questo ritratto è transitorio : è cioè uno di quei ritratti ai quali , col tempo , non si assomiglia più . Tutta quella psicologia che rievoca nel fanciullo i primordii dell ' umanità , sfuma lentamente cogli anni e svanisce all ' epoca della pubertà . Essa non è , nella vita - e salvo casi eccezionali di delinquenza congenita - che una parentesi fisiologica , il saluto , il ricordo , l ' ammonimento delle lontane miserie onde siamo ascesi alla civiltà , una specie di malattia - come ve ne son tante ! - che noi dobbiamo soffrire e superar da fanciulli , e dalla quale usciamo più sani , più forti , moralmente migliori . E non è raro infatti il caso , che coloro i quali sono stati da bimbi i più violenti , i più capricciosi , i più cattivi , diventino poi gli uomini più saggi ed egregi , e le donne più oneste e più austere . Soltanto , per ottener questo risultato , bisogna saper comprendere il bambino , e per comprenderlo , bisogna amarlo . Amarlo , non con la sentimentalità esagerata - e forse più di parole che di sostanza - che oggi è di moda : amarlo non con la nostra ansietà nervosa e ridicola che trema per ogni sorso d ' acqua non bollita e per ogni biscotto fuori programma ; amarlo non per viziarlo , e nemmeno per imporgli nei suoi studii e nei suoi divertimenti il giogo d ' un orario cui la sua natura repugna ; ma amarlo per fondersi nell ' anima sua , per vivere la sua vita di impulsi e di contraddizioni , per spiegarsi la mancanza d ' unità e di costanza della sua psicologia , per comprendere , infine , ch ' egli è come un campo ove sono radici antiche di piante maligne che bisogna sopprimere , e germi nuovi di piante feconde che bisogna aiutare a svilupparsi e non lasciar soffocare da quelle . E sopratutto bisogna essere sereni e generosi verso di lui : dimenticare ch ' egli è insensibile ai nostri dolori perché non li capisce , e cercare invece di comprendere i suoi . Il nostro torto maggiore verso l ' infanzia è di ripagarla , spesso , con quell ' indifferenza sentimentale ch ' essa mostra verso di noi . Noi sorridiamo dei suoi dolori , perché , paragonandoli ai nostri , ci sembrano meschini , e non ci accorgiamo che sbagliamo i termini del raffronto . Ciò che par futile a noi , è grave per il fanciullo , precisamente come ciò che è importante per noi , non arriva nemmeno ad esser compreso da lui . Vi sono in quelle piccole anime delle grandi e paurose tragedie , che noi definiamo come capricci . Vi sono , in germe , tutte le passioni che dilaniano il cuore dell ' uomo , e che noi ingenuamente crediamo di poter placare con un rimprovero od un castigo , mentre non facciamo che esacerbarle . Vi sono delle strane intuizioni precoci che permettono al bambino di vedere , di sentire , di giudicare tutte le ingiustizie che noi commettiamo verso di lui , illudendoci ch ' egli non arrivi a capirle . L ' orgoglio e la gelosia , per esempio , queste precocissime fra le passioni umane , fanno forse più soffrire i fanciulli che non gli adulti , e creano il tipo , non raro , del bambino chiuso nella sua tristezza silenziosa e nella sua testardaggine , che porta con incompresa dignità il dolore del suo orgoglio ferito , e contro il quale scioccamente e perversamente si sfoga la nostra severità , pretendendo di correggerlo di un difetto di cui ignoriamo le cause . E v ' è , infine , al di sopra di tutte queste considerazioni , un ' altra considerazione più alta e più vasta , che dovrebbe oggi modificare non solo i giudizi sull ' anima del fanciullo , ma specialmente il metodo dell ' educazione . Io ho tracciato alcune linee della psicologia infantile , analizzando l ' infanzia in sé stessa , da un punto di vista scientifico , isolandola quasi dal tempo e dall ' ambiente . L ' analisi - lo confesso - non era completa . Io ho dimenticato che non si può fare astrazione nello studio di nessun organismo dall ' ambiente ove sorge , e che - opera od uomo , individuo o collettività - tutti , come le piante , risentono l ' influenza del terreno che li ha prodotti . Anche l ' infanzia sente oggi , oltre le cause ereditarie e congenite , l ' influenza dell ' epoca in cui vive , subisce la temperatura morale che la circonda , è illuminata dal riflesso di quel mondo grande che s ' agita intorno a lei . E l ' anima sua incoscientemente palpita di ciò che è il palpito dell ' anima nostra . I fanciulli moderni sono diversi dai fanciulli di cinquanta anni fa , perché non possono sottrarsi e ignorare la febbre da cui è dominata la nostra civiltà frettolosa . Oggi essi entrano troppo presto nella vita : troppo presto affaticano il cervello negli studi : troppo presto sciupano la loro adorabile semplicità infantile , partecipando in società all ' esistenza complicata , irritata , affaccendata degli adulti . Oggi ciò che essi odono in famiglia , il molto che leggono , il troppo e il turpe che vedono nelle strade , la stessa ansiosa preoccupazione dei genitori che si ripercuote in loro e li eccita , la coscienza di essere divenuti i personaggi più importanti della casa , questa inebriante mistura d ' orgoglio e di vanità per cui s ' illudono d ' esser qualcuno mentre non sono ancor nulla , e vogliono già emergere in quel mondo che ancora li ignora , fanno sì che essi accelerino e saltino i periodi fisiologicamente normali del loro sviluppo , e siano dei precoci e dei nervosi . Tutte le distanze s ' abbreviano oggi , nel mondo fisico come nel mondo morale . La nostra legge sovrana è la fretta . Abolire fin che si può e più che si può quegli ostacoli antichi che si chiamano il tempo e lo spazio , ecco la meta dietro cui corriamo vertiginosamente . E noi stiamo abolendo o accorciando l ' infanzia . Come noi diventiamo vecchi prima del tempo , così il fanciullo , prima del tempo , diventa uomo . Sotto la pressione violenta di emozioni e di sensazioni superiori alla sua età , egli diventa uomo per i desiderî , per le ambizioni , per le passioni , non per la forza e per la coscienza . Ed è da questo squilibrio fra il volere e il potere , da questa antinomia fra la legge di natura e le esigenze della civiltà , che scoppia talvolta nell ' anima infantile il dramma più pauroso e più doloroso : il suicidio ! Noi credevamo che il rifiuto della vita fosse possibile solo in chi conobbe la vita : noi credevamo che quest ' attimo di coraggio in cui si nasconde forse una lunga viltà , fosse una conseguenza dei dolori e delle preoccupazioni dell ' età matura . E invece , ecco che l ' epidemia suicida si diffonde anche tra i fanciulli , ecco che le statistiche ne notano ogni anno il regolare crescente aumento , ecco che noi vediamo e leggiamo che si uccidono non solo ragazzi di quindici o sedici anni , ma bimbi di dieci , di otto , persino di sei anni ! Ah , chi potrà mai immaginare la tempesta di idee troppo grandi in quei cervelli troppo piccoli ? chi potrà mai ridire il tormento di quelle anime prima di compiere l ' atto fatale ? Qui non soccorre a spiegarci il mistero la teoria atavica ! qui la colpa non è né dell ' eredità , né della natura ! La colpa è nostra perché siamo noi , è la nostra civiltà troppo intensa , febbrile e cerebrale che intorbida ed avvelena anche l ' ingenuità del fanciullo e ne eccita fino alla patologia tutto il sistema nervoso . E noi dovremmo sentire questo rimorso , aver coscienza di questa responsabilità : noi dovremmo finalmente comprendere che il primo dovere dell ' educazione è di creare intorno al bambino un ambiente moralmente sano e bello , ove non penetri l ' eco di tutte le ansie che ci tormentano , e ove l ' anima del fanciullo possa svolgersi liberamente secondo le leggi della natura , senza essere troppo presto soffocata o martirizzata dai pensieri e dalle sensazioni dell ' anima nostra . E solo allora - quando avremo ridato all ' infanzia la sua pace serena e la vedremo fiorire intorno a noi simbolo di speranza - solo allora noi potremo comprendere e meritare la frase di Amiel : che il po ' di paradiso che noi troviamo sulla terra è dovuto alla presenza del bambino ! FINE .
L'INTELLIGENZA DELLA FOLLA ( SIGHELE SCIPIO , 1910 )
Saggistica ,
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE Questo libro che presento oggi al lettore non pretende d ' essere un lavoro rigidamente scientifico come il volume I delitti della folla , ma soltanto una raccolta di studî i quali , da diversi punti di vista , cercano di gettare un po ' di luce nell ' oscuro problema della psicologia collettiva . La maggior parte di questi studî furono già pubblicati qua e là , e se io li riunisco e li ripubblico ora gli è non solo perché essi sono legati organicamente fra loro dall ' identità dell ' oggetto , ma anche per queste due altre ragioni : anzitutto perché di fronte al grande sviluppo preso negli ultimi anni dalla psicologia collettiva , non mi pare inutile rievocare i tentativi , sia pur manchevoli e frammentarî , di chi per primo si occupò con amore e con fervore di quella scienza ; in secondo luogo perché tali tentativi sono la più eloquente ed esauriente risposta alle critiche che da alcune parti mi vennero per il modo con cui io avevo definito e interpretato la psicologia collettiva . Questa recentissima scienza attraversa ora un periodo di confusione dovuto a un equivoco . Allorché apparvero alcuni anni fa i primi lavori di psicologia collettiva , essi interessarono e appassionarono il pubblico , non certo per merito del loro autore , ma per la novità del tema . E quindi moltissimi , con felice intuito del momento , si dettero a coltivare quel ramo di scienza . Ma , coltivandolo , sconfinarono ; e sotto la bandiera della psicologia collettiva fecero passare degli studî che con quella non avevano che delle relazioni molto indirette . Per esempio Gustavo Le Bon e Pasquale Rossi nei loro libri , del resto assai importanti , hanno confuso spesso la psicologia delle folle ( che è veramente della psicologia collettiva , cioè della psicologia dal punto di vista statico ) con la psicologia dei popoli ( la quale non è altro che della psicologia collettiva dinamica o sociologia ) . Ora , io non ripeterò qui la mia distinzione fondamentale tra psicologia collettiva e sociologia perché la ho già troppe volte esposta altrove * , e non cercherò di dimostrarne l ' esattezza perché Alessandro Groppali l ' ha così lucidamente difesa da tutte le obbiezioni che le furono mosse , ch ' io non potrei che ripetere , e assai meno bene , ciò ch ' egli scrisse con mirabile precisione scientifica * . Ma mi limiterò a dire che il presente volume vuol essere - ed io mi lusingo che sia - un ' altra battaglia combattuta per dissipare quell ' equivoco e per togliere quella confusione che hanno , a torto , schierato in due campi i cultori della psicologia collettiva , bollando gli uni come nemici ed esaltando gli altri come amici della folla . Il lettore vedrà che non è il caso di fare queste divisioni ingiuste e antipatiche , e riconoscerà che chi ha dedicato una gran parte della propria attività allo studio dell ' anima collettiva ne ha saputo comprendere così i difetti come le virtù , appunto perché non essendo dominato da alcun preconcetto , ha potuto serenamente distinguere il momento statico dal momento dinamico dell ' attività collettiva , e constatare i risultati dolorosi che si hanno spesse volte dal primo , come riconoscere le straordinarie e feconde energie che si sviluppano sempre dal secondo . Ottobre 1903 . SCIPIO SIGHELE . PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE Nell ' inverno scorso ho tenuto all ' Istituto di Scienze Sociali di Firenze , per invito del Direttore l ' illustre prof . Riccardo Dalla Volta , un breve corso di conferenze intorno alla Sociologia e la psicologia collettiva . E l ' esito insperato di quel corso , se da un lato mi dimostrò che certi problemi sono sempre di attualità , dall ' altro lato mi fu di incitamento a ristudiarli e riordinarli . Per questo , or son pochi mesi presentavo al pubblico la quarta edizione dei Delitti della folla , e mentre sto preparando una nuova edizione della Delinquenza settaria , offro oggi al lettore questa seconda edizione dell ' Intelligenza della folla , sperando di dare così all ' opera mia un carattere meno incompleto e meno inorganico . Questi tre volumi poco si intenderebbero e mal si giudicherebbero , isolati . Considerati insieme , essi appariranno , io credo , come le parti di un tutto , come le conseguenze e le applicazioni logiche di un pensiero unico e di una dottrina a lungo meditata . Nella presente edizione , non solo è totalmente mutato l ' ordine primitivo dei capitoli , e tutti sono corretti ed ampliati , ma ho aggiunto lo studio Contro il Parlamentarismo che nella prima edizione mancava , e un capitolo inedito su La folla e Gabriele d ' Annunzio . Forse il pubblico si convincerà che l ' arte e la scienza , malgrado le apparenze , malgrado cioè il dispregio dei superuomini per la folla , non sono in fondo discordi nel considerare il valore sociale e intellettuale della psicologia collettiva . NAGO ( Trentino ) , settembre 1910 . SCIPIO SIGHELE . CAPITOLO PRIMO Il problema morale dell ' anima collettiva Uno dei fenomeni più caratteristici del momento presente - il solo forse per cui esso può definirsi con esattezza - è l ' importanza che è andata assumendo la collettività in confronto dell ' individuo . Mentre quasi tutte le antiche credenze barcollano o muoiono , mentre le vecchie colonne della società pare crollino l ' una dopo l ' altra , la potenza delle masse è la sola che nulla minaccia e il cui prestigio ingrandisce ogni giorno . Appena un secolo fa la politica tradizionale dei governi e le rivalità dei principi erano i più importanti fattori degli avvenimenti . L ' opinione del pubblico contava per poco , anzi spesso non contava per nulla . Oggi , sono le tradizioni ereditarie dei singoli Stati , i desiderî e i capricci dei singoli principi che non contano nulla , ed è - invece - la voce collettiva e grandiosa della folla che guida il mondo . Una volta la coscienza di un popolo si poteva impersonare in un uomo che ne era l ' espressione ed il segno dinanzi alla storia . Il secolo d ' oro della Grecia si può simbolizzare in Pericle : un periodo della storia di Roma si può simbolizzare in Cesare , e non a torto uno storico illustre ha detto che la frase di Luigi XIV : lo Stato sono io , per quanto odiosa e pericolosa , non era allora né psicologicamente né socialmente inesatta . Ma oggi , chi potrebbe affermare che un popolo è rappresentato da un uomo solo , il quale ne riassuma e ne esprima tutti i desiderî , tutte le tendenze , tutte le idee ? Anche quei popoli che - non so se per loro fortuna o per loro disgrazia - sono retti da un monarca più personale e più significativo degli altri , possono tutt ' al più vantarsi che questo monarca simbolizzi alcuni lati , e spesso i più patologici della loro poliedrica anima collettiva , non certo che egli la rappresenti completa ed intera . E come nella politica , così anche nella scienza , dopo la crisi d ' individualismo che ha imperato ovunque , in economia , in morale , in diritto , si ritorna a studiare ogni azione umana come un prodotto della collettività piuttosto che dell ' individuo , e si segue quell ' onda di reazione sociologica o socialista che va ad infrangersi con crescente violenza contro lo scoglio dell ' illusione egocentrica forse troppo a lungo durata . L ' individuo , insomma , che una volta era il perno intorno a cui roteava si può dire tutta la civiltà , oggi scompare , in politica , dinanzi a quell ' ente collettivo che è il partito o l ' opinione pubblica , nella scienza , dinanzi a quell ' ente collettivo che è la specie . Esso è considerato ormai come la goccia d ' acqua nel mare : una quantità trascurabile per sé stessa , una potenza immensa e terribile soltanto quando è unito ai suoi simili . E mentre fino a poco tempo fa la psicologia e la filosofia - troppo sempliciste e superficiali - avevano creduto di spiegare l ' evoluzione sociale colla apparizione sporadica di qualche grand ' uomo , e avevano ridotto tutta la storia - l ' arte come la scienza , la religione come la politica - a un seguito di biografie , oggi si è compreso che il protagonista vero della storia , quantunque non sempre visibile , è stato il popolo , vale a dire la folla anonima su cui l ' egoismo dei grandi lavorava come su un corpo vile per costrurre l ' edificio della propria potenza e della propria ambizione , e che , viceversa , era la immensa oscura miniera donde quei grandi traevano inconsciamente le loro idee e i mezzi per attuarle . Si parla dei problemi gravi che il secolo XIX ha lasciato in eredità al secolo nostro . Se io non mi sbaglio , il legato più glorioso e nello stesso tempo più pericoloso di questa eredità è precisamente quello che si riassume nella parte che giocherà la folla nell ' avvenire . Oggi infatti non si tratta soltanto di riconoscere - da un punto di vista letterario - la influenza della collettività nell ' evoluzione umana : si tratta sopratutto di constatare - da un punto di vista politico - l ' impero assoluto che ormai la collettività ha preso sui destini del mondo . La folla ha sempre tenuto nelle sue mani incoscienti la sorte del mondo . Terribile e immensa parte , la sua , ma passiva . Essa è stata , di fronte al prodotto che chiamasi civiltà , la femmina feconda il cui amore suscita il lavoro e offre la ricompensa . È per lei , in fondo , che anche il più egoarchico degli eroi lavora , come l ' uomo per la donna ; ma appunto come la donna , essa non sa produrre da sola . La sua gloria anonima è sempre stata quella di procreare , a sua insaputa , il genio che avrebbe aumentato di qualche linea il catalogo delle sue ricchezze . Perciò la sua funzione avrebbe dovuto essere unicamente quella di amare e di servire i genii , come la sposa ama e serve lo sposo ; ma viceversa la folla non fu mai né sposa né madre : essa non fu che femmina , e il più spesso la sua riconoscenza è consistita nel crucifiggere i salvatori , lasciando alle anime di altri eroi avvenire la cura del loro culto * . Finora , infatti , l ' opera più evidente che compiron le folle fu un ' opera di distruzione . Esse agirono nei secoli , come quei microbi che dissolvono i corpi indeboliti e i cadaveri . I barbari , che furono le grandi folle dell ' antichità , come gli operai sono le grandi folle dei nostri giorni , non avrebbero certo costrutto l ' edificio della civiltà romana , ma quando quell ' edificio fu barcollante occorrevano i barbari per atterrarlo , e rendere possibile la creazione d ' una civiltà nuova con gli avanzi del vecchio colosso * . Parve , allora , un ' opera totalmente negativa a chi non sapeva che la distruzione è il fondamento della costruzione : ma fu allora che , per la prima volta , si rivelò la tragica potenza delle folle , e che , per un istante , la filosofia del numero diventò la sola filosofia della storia . Ai nostri giorni , se ancor si può temere come eccezione brutale e sanguinosa l ' opera distruggitrice delle folle , bisogna riconoscere che l ' opera loro si esplica in modo normale e pacifico colle grandi correnti dell ' opinione pubblica , coi comizî e colla scheda elettorale . Pure noi sentiamo di tanto in tanto tutta la colossale potenza della loro opera negativa in quegli scioperi che , arrestando d ' un tratto con mirabile uniformità la vita sociale , ci dànno collettivamente un brivido di paura , come quelle mancanze di respiro che ci dànno individualmente la sensazione , il brivido della morte . La folla è dunque oggi , come sempre , e quantunque in diverso modo , l ' arbitra del nostro avvenire : e bisogna quindi preoccuparsi di questo nuovo possente e soverchiante fattore collettivo della vita sociale che , grazie alla libertà politica , è uscito dall ' incoscienza , e può agire adesso alla luce dei comizî , della stampa , delle elezioni , degli scioperi , anziché essere costretto come una volta , ad esplicare di quando in quando le sue torve energie all ' ombra delle congiure , delle sette e delle rivolte . La logica rigida di qualche intellettuale individualista è ancora tormentata da questo dubbio : è veramente degna la folla dello scettro che la libertà politica le ha donato ? questo nuovo Briareo merita di ricevere nelle sue mille braccia il bastone del comando ormai caduto dalle mani dei despoti ? è giusto che , come una volta si era sovrani per nascita , oggi lo si sia per il numero , e che l ' aritmetica abbia detronizzato l ' eredità ? Ma a queste retoriche e paurose domande , mi par quasi ozioso dare risposta , giacché vi risponde coll ' argomento sovrano dei fatti , non solo tutta la storia recente del mondo civile , ma tutta la nostra vita da che l ' Italia è nazione libera ed una . Lasciamo pure che talvolta , per comodo di polemica , si insulti l ' anima collettiva chiamandola la piazza : in realtà tutti sentono il dovere di rispettarla sotto il nome di opinione pubblica ; e ciò è tanto vero che la stessa forma politica che ci regge ha sentito il bisogno di trovare il suo più sincero e più forte punto di appoggio e la sorgente sua più fresca e più limpida nei plebisciti , i quali non sono altro che l ' espressione statistica della volontà collettiva . Il destino - ed io credo un giusto destino - ci ha ormai condotti al despotismo della collettività , e quindi - più che discutere questo despotismo teoricamente , e del resto platonicamente , poiché non si può mai ritogliere al popolo quello che gli fu dato - mi sembra necessario discutere i modi e i mezzi con cui quel despotismo si può rendere sempre più cosciente e più degno . Ecco dove - secondo me - consiste il problema dell ' anima collettiva : nello studiare quest ' anima multiforme e complessa che ormai tiene nelle sue mani il nostro avvenire e nel cercare di elevarla moralmente e intellettualmente . Io non so se voi abbiate mai fermata la vostra attenzione su questo strano fenomeno : gli italiani sono - individualmente - dotati da natura di una innegabile superiorità su molti altri popoli , e nondimeno - tutti insieme - formano una nazione che , se è stata una volta la prima , non è pur troppo più la prima nel mondo moderno . Viaggiando , io mi son sentito spesso rivolgere da amici sinceri e spassionati del nostro paese questa domanda che racchiudeva , con misterioso contrasto , un elogio e una umiliazione : " Come è possibile - mi dicevano - che un popolo come il vostro sia collettivamente inferiore al popolo tedesco e al popolo inglese , se il più umile degli italiani ha più ingegno , più sobria moralità , più energia e più resistenza al lavoro del migliore degli operai inglesi e tedeschi ? Che fate voi della vostra abbondanza di uomini , della vostra ricchezza di ingegno , di questo tesoro che la sorte vi ha dato , se non siete capaci di usufruirlo , di organizzarlo sapientemente , per la gloria e per la prosperità della patria comune ? " . Ed io sentivo la verità dolorosa di questa domanda , accorgendomi ovunque all ' estero che se qualche italiano - come individuo - era rispettato e adulato , l ' Italia - come organismo collettivo - non solo non era adulata , ma talvolta non era nemmeno conosciuta . E mi dovevo confermare sempre più in una idea che già m ' era balenata come un ' incognita psicologica , l ' idea che mentre l ' anima dell ' italiano rimane sempre la più agile , la più viva , la più aperta ad ogni sogno di bellezza e ad ogni ideale di grandezza , l ' anima collettiva dell ' Italia è ancora incerta paurosa e quasi scontenta di sé , perché minore degli elementi che la compongono . E mi chiedevo : perché le grandi potenze europee , la Francia , e sopratutto la Germania e l ' Inghilterra , valgono socialmente assai più di noi , mentre la materia prima di cui sono formate - l ' individuo - è assai inferiore alla nostra ? Dove risiede la causa di questo paradosso psicologico per il quale con unità elementari migliori noi italiani diamo collettivamente un prodotto peggiore ? E fra le infinite cause di questo paradosso , una mi parve avesse un ' importanza generale e di primo ordine , poiché da essa tutte le altre , per varie e diverse ragioni dipendono . Fra noi non si è ancora formata , non si è potuta formare , un ' unica anima italiana ; esistono invece molte e differenti anime italiane , quante sono le regioni del nostro paese . Quell ' inconscio lavoro di polarizzazione che storicamente si è compiuto presso altri popoli , così da far convergere tutti i raggi delle singole energie individuali in un unico fuoco , e da dare - oltre e più che la prova scientifica - la sensazione artistica che milioni di anime possono riassumersi , simbolizzarsi e fremere in una sola grande anima collettiva ; questo inconscio lavoro , che è la forza specifica della Francia , della Germania e dell ' Inghilterra , non è avvenuto fra noi . I nostri troppo diversi temperamenti , e più la nostra storia , ce lo hanno impedito : ognuno di noi , prima di essere italiano , è o meridionale o settentrionale , o siciliano o milanese , o veneto o napoletano , e quindi le nostre energie non convergono e non si sommano in un fuoco centrale , ma tendono a raggrupparsi indipendentemente , secondo antichi legami regionali , frutto dell ' eredità e dell ' abitudine , - e formano perciò dell ' Italia non un faro unico che splenda di luce uniforme ed intensa , ma una riunione di sistemi planetarî ove sono molti i soli che vivono di luce propria e che hanno ciascuno un seguito d ' astri minori . L ' Italia infatti non è - per chi la consideri dall ' alto e da lontano come un ' astratta entità psicologica - né un organismo mastodontico come la Germania , né un organismo meno pesante ma forse ancora più burocraticamente uniforme come la Francia . Ogni tedesco ed ogni francese portano impresso il loro carattere nazionale e da quello solo voi potete riconoscerli e definirli : ogni italiano invece , oltre e più del suo carattere nazionale , porta impresso lo stigma della sua provincia ; ed è perciò che mentre una riunione di francesi o di tedeschi vi dà la sensazione d ' una musica monocorde , una riunione di italiani ha tutto il fascino d ' una sinfonia ove s ' intreccino mille motivi melodici . L ' Italia insomma è nell ' anima del suo popolo quello che è nella sua geografia : il paese che riunisce gli spettacoli più diversi : e come voi potete , attraversandola , passare dai ghiacciai delle Alpi al sorriso delle marine , da campagne ubertose a terreni deserti e malarici , da selve ove cresce soltanto la nordica pianta dell ' abete a giardini ove fiorisce l ' arancio ; così giudicandola socialmente , voi dovete confessare che molti suoi abitanti paiono , anziché italiani , greci o spagnuoli o tedeschi , e che mentre alcuni hanno l ' indolenza dei popoli orientali , altri son dominati dalla febbre del danaro propria degli americani . Orbene , questa varietà antropologica e psicologica che costituisce la bellezza artistica e potrebbe costituire la perfezione sociale del nostro paese , è , viceversa , fonte di invidia fra gli italiani e quindi di debolezza collettiva dinanzi agli stranieri , perché noi - anziché riconoscerla francamente e svilupparla sapientemente - ci siamo ostinati a negarla e a comprimerla in omaggio a un falso concetto del patriottismo . L ' esagerazione e l ' iperbole , che sono fra i nostri maggiori difetti , ci hanno fatto credere che noi eravamo non soltanto tutti fratelli , ma anche tutti eguali , da un capo all ' altro della penisola , e siamo andati sempre innanzi sulle stampelle della retorica e al suono dei grandi nomi , proclamando che noi dovevamo essere tutti governati ad un modo , italiani della Sicilia e del Veneto , del Piemonte e della Calabria . E quando - dapprima - qualche voce isolata di osservatori indipendenti osò ammonire : " Badate , noi siamo diversi per razza , per storia , per abitudini , e bisogna quindi piuttosto che imporre a forza un ' unificazione formale , preparare a poco a poco un ' unificazione sincera e reale " , i più copersero quelle voci isolate sotto il clangore degli squilli della loro retorica patriottica ; e quando più tardi quelle voci s ' alzarono più forti e più numerose e non fu possibile ridurle al silenzio , si disse da molti che esse erano l ' opera di scuole scientifiche superficiali e paradossali , o di uomini e di partiti che volevano minare l ' unità politica del nostro paese . Invece - prescindendo dal modo e dalla forma con cui certe verità si dovevano e si debbono dire - io credo ed affermo che il pericolo vero per l ' unità della nostra patria , non istà nel riconoscere apertamente ch ' essa è formata di regioni che hanno idee , sentimenti e bisogni diversi , ma consiste nell ' ostinarsi a negare questa differenza , e nel voler quindi educare e governare tutti gli italiani in un modo identico , costringendoli amministrativamente e legislativamente in un letto di Procuste , che fa sorgere gli urli della protesta , e fa deviare patologicamente quello spirito regionale che - se fosse rispettato nei suoi giusti limiti - sarebbe ancor oggi , come fu all ' epoca dei Comuni , la fortuna d ' Italia . È questa manìa di un ' eguaglianza e di una uniformità impossibili e innaturali , che ci ha impedito di formare un ' anima collettiva veramente degna di noi , specchio fedele di quello che siamo e di quanto valiamo . Perduti nel pregiudizio che base necessaria dell ' unità politica sia l ' uniformità sociale , noi abbiamo lavorato inutilmente - colle leggi e colle frasi - a creare un tipo unico di italiano che non esiste e non può esistere ; e non ci siamo accorti che il nostro dovere di cittadini e di uomini sinceri era invece di lavorare - con un prudente sistema di federalismo amministrativo - allo sviluppo autonomo dei vari tipi di italiani , i quali , tutti insieme , avrebbero cooperato a formare dell ' Italia , non un organismo rigidamente monotono , ma un organismo sciolto , libero , snello , che nella stessa diversità delle indoli ond ' era composto , avrebbe trovato la ragione della sua bellezza e della sua forza . Giacché - ed è questa davvero un ' opera di sano patriottismo - se noi non dobbiamo tacere che alcune nostre regioni sono ancora indietro sulla via del progresso e della moralità , noi non dobbiamo nemmeno tacere che ciò dipende da una minoranza che ancora le domina medioevalmente e che politicamente le sfrutta : l ' anima vera di quelle luminose regioni è un tesoro nascosto di qualità morali e di genialità intellettuale che non attende se non un aiuto fraterno per esplicarsi libera al sole e scuotere il giogo dei pochi furbi che la fanno apparire diversa da quella che è realmente . E questo aiuto fraterno si riassume anzitutto e sopratutto in un ' opera di sincerità . Noi dobbiamo lasciare ai paladini della maffia e della camorra , a coloro che ingenuamente o gesuiticamente credono si possa uccidere un male negandolo , o cancellare una macchia coprendola , il bugiardo sistema di proclamarsi tutti eguali e tutti arrivati a un identico grado di civiltà : noi dobbiamo inaugurare arditamente il sistema della verità che , svelando , per guarirli , le colpe e i difetti , che sono di pochi , scopra e sviluppi anche le doti e le qualità ignorate , che per fortuna sono di molti . Così - e non altrimenti - potrà formarsi la genuina anima nostra : così l ' Italia potrà essere nel suo insieme all ' altezza morale e intellettuale delle regioni che la compongono , e apparire dinanzi agli stranieri come la risultante armonica in cui si fondono le diverse e mirabili energie del popolo più riccamente dotato dalla natura . Un bagno di sincerità : ecco ciò di cui ha bisogno la patria nostra . La debolezza dell ' Italia è tutta nelle menzogne di cui s ' è nutrita dal '70 in poi . E se la menzogna più grande è quella di cui ho parlato finora , altre ve ne sono - meno gravi forse politicamente - ma altrettanto pericolose dal punto di vista sociale . Noi ci dibattiamo fra due teorie , egualmente esagerate e bugiarde , che si contraddicono nei termini stessi con cui vengono esposte . Per alcuni , noi siamo un popolo giovine ; per altri , noi siamo addirittura un popolo decrepito . Vi son quelli che con implacabile scetticismo fanno udire il lugubre rintocco delle campane a morto della razza latina ; e vi son quelli che con troppo patriottico orgoglio suonano la fanfara d ' un rinnovamento della stirpe italiana . Costoro s ' empion la bocca , e vorrebbero intronar le orecchie degli altri , col ricordo delle nostre glorie passate : quelli invece traggono eccessive conseguenze da alcuni fenomeni di innegabile degenerazione , e come medici troppo frettolosi predicono la morte d ' un organismo basandosi soltanto su sintomi passeggieri e superficiali . Gli uni e gli altri - secondo me - hanno torto . Noi non dobbiamo essere né troppo vani e ottimisti , né troppo pessimisti e modesti . Noi non dobbiamo far nostra la sciocca psicologia del nobile moderno , il quale s ' illude che basti il suo blasone a renderlo rispettato e temuto , e s ' adagia nella contemplazione dei meriti dei suoi avi , senza sentire il bisogno e il dovere di rendersi degno di loro , ma noi non dobbiamo neppure avvilirci nella teoria snervante di coloro che , proclamandoci un popolo vecchio , ci dannano a una decadenza fatale . In questi ultimi tempi si è troppo abusato di similitudini nel campo sociologico , e troppo spesso si è voluta paragonare la vita di un popolo a quella di un individuo . Le nazioni non possono essere in tutto paragonate agli organismi individuali , giacché mentre per questi il corso della vita è inesorabilmente tracciato dalle leggi di natura , e dopo un periodo di gioventù in cui l ' uomo ardisce e promette , v ' è un periodo di virilità in cui agisce e mantiene , e un periodo di senilità in cui decade e che prelude alla morte , - per quelle collettività che si chiamano nazioni , può verificarsi invece o il miracolo dell ' immortalità o almeno quello della resurrezione . Vale a dire che nazioni anche vecchissime possono o continuare a vivere prospere e rigogliose , o , dopo un periodo di decadimento e di morte apparente , rifiorire e risorgere agli splendori d ' un tempo . Tale fu , nella storia , il destino felice di alcuni popoli ; tale può essere - io lo spero e lo auguro - anche il destino del nostro popolo . L ' Italia ha troppe volte mostrato di possedere la misteriosa virtù di alternare periodi di gloria e di potenza con periodi di silenzio e di miseria , come certi terreni alternano anni di fecondità con anni di sterilità , per non legittimare la speranza che ancora una volta si riproduca il miracolo confortante ! Ma l ' attuazione di questo miracolo noi non dobbiamo attenderla soltanto dal nostro passato , quasi questo fosse una fiamma eterna che ci deve riscaldare ed illuminare perennemente nei secoli , noi dobbiamo volerla e meritarla colle nostre attuali energie . E invece di cullarci in un orgoglio che confina colla vanità , o rinchiuderci in una modesta rassegnazione che confina con un ' umiltà suicida , noi dobbiamo svegliare in noi una serena e ferma fiducia in noi stessi , e non soltanto spazzar via le menzogne che ci degradano e i pregiudizi che ci indeboliscono , ma sopratutto svecchiare la nostra educazione e la nostra istruzione , le quali sono - anche esse - non ultime cause di quella atonia della nostra anima collettiva che ci fa apparire minori di quello che siamo . Le razze anglo - sassoni sono attualmente superiori alle razze latine , non solo e non tanto perché , in confronto a noi , sono razze giovani , quanto e sopratutto perché esse hanno sistemi d ' educazione giovani , mentre noi li abbiamo vecchissimi , e perché si preoccupano di formare e di agguerrire l ' uomo per le lotte della vita moderna , piuttosto che di imbottirlo di cognizioni sul mondo antico . Senza essere esagerati , io credo che il nostro sistema d ' educazione classica si può riassumere così : in un atto di fede davanti l ' infallibilità d ' un maestro o d ' una teoria , e in un continuo atto d ' adorazione verso il nostro passato , che ci è imposto come un esempio immutabile e insuperabile . Infatti , prima e più che insegnare le cose necessarie alla vita , nelle nostre scuole si insegna , esaltandola , la storia antica , la quale non è se non il trionfo della forza brutale : - e lo strano è che noi siamo pronti a meravigliarci e a inorridire davanti a un delitto politico moderno , mentre non facciamo altro che lodare i delitti politici del passato , e mentre la nostra educazione non è che una glorificazione continua della violenza ! Nelle nostre scuole , invece di formar degli uomini , si forman degli eruditi : invece di preparare i giovani alle difficoltà della lotta per la esistenza , si preparano soltanto alle carriere burocratiche : invece di sviluppare l ' iniziativa individuale , si cerca di spegnere sotto un livello mediocre ogni lampo di originalità . In una parola , nelle scuole dove si dovrebbe aver di mira lo sviluppo delle più alte facoltà umane , non si tende invece che a un unico ideale , molto prossimo , il diploma . E lo Stato che fabbrica , a colpi di manuale , tutti questi laureati , non può utilizzarne che una parte e lascia perciò senza impiego tutti gli altri . Esso deve quindi rassegnarsi a nutrire i primi e ad aver per nemici i secondi , deve rassegnarsi cioè a creare due categorie di individui : quelli che avendo assediato le carriere , hanno potuto ottenere un posto , e quelli che pur avendo messo l ' assedio sono rimasti al di fuori della fortezza burocratica . I primi costituiscono una folla schiava del Governo , sempre pronta a sostenerlo per paura di perdere il loro impiego e per inconscia difesa di classe ; i secondi costituiscono una folla ribelle al Governo , sempre pronta a combatterne e a intralciarne le iniziative ; - e la cosiddetta opinione pubblica non è spesso che la risultante di queste due strane correnti che portano nei giudizi , non le idee e i sentimenti veri del popolo , ma o gli egoismi d ' una folla che ha troppo mangiato , o le rappresaglie d ' una folla che ha fame . Tale è - per disgrazia - la condizione di una gran parte delle folle latine e specialmente italiane , perché la nostra gioventù intellettuale è resa precocemente vecchia dai nostri sistemi d ' educazione . L ' idea di farsi un posto al sole e di essere utili al proprio paese al di fuori dell ' ingranaggio della burocrazia o dell ' ambiente parlamentare , è un ' idea quasi ignota alla maggioranza dei giovani cervelli italiani . E ciò , non tanto per un abbassamento intellettuale , quanto per una organica sfiducia in sé stessi , per la quale anche i giovani si credono e si sentono vecchi , e come i vecchi hanno bisogno per camminare di appoggiarsi al bastone del Governo o del favoritismo politico . Qual differenza con altri popoli , dove , - come per esempio nell ' America del Nord - tanto gli impieghi governativi come i posti di deputati non sono ambiti dai giovani , sono anzi lasciati a coloro che non hanno fatto in altro modo carriera ! Là non si crede che un Governo ed un popolo sieno tutti ed unicamente nella burocrazia e nel Parlamento ! Là si sente che le energie individuali e collettive del paese sono fuori da quelle due istituzioni che da noi invece le atrofizzano : i cittadini hanno , cioè , fiducia in sé stessi , hanno , dirò meglio , coscienza di sé stessi , e sanno quindi che i funzionarî non sono altro che dei servitori della nazione , e i deputati dei mandatari - non dei despoti - dell ' opinione pubblica . La nazione vera è nei suoi cittadini indipendenti , che indipendentemente lavorano , pensano e parlano . Ebbene : noi dovremmo imitare questo tipo d ' educazione , e invece di tendere , nelle nostre scuole , all ' uniformità grigia , alla beata mediocrità , alla formazione del gregge docile che seguirà senza ribellioni il pastore , noi dovremmo tendere alla individualità insofferente , ma promettitrice di feconde energie , alla formazione di un popolo libero e sciolto che non s ' acqueti negli stagni degli impieghi , ma navighi ardito il mare tempestoso dell ' esistenza . Se noi sapremo compiere anche la parziale trasformazione della nostra educazione classica in una istruzione professionale , che riconduca una parte della gioventù ai campi , alle officine , ai commerci piuttosto che farla ammuffir negli uffici , e dia ad essa più che l ' erudizione di ciò che è vecchio , il senso pratico della vita moderna , e , più che l ' ammirazione per l ' ingegno , l ' ammirazione per l ' attività e per il carattere , noi formeremo allora veramente un ' anima collettiva degna della potenza che ormai il progresso le ha riconosciuto . Il problema , il pericolo , il bisogno del momento presente consistono appunto in quest ' opera di educazione delle masse : e ne è prova il fatto che là dove le folle rimasero ancor vittime della incoscienza e dell ' ignoranza secolare , incancrenite nei vecchi sistemi di una vecchia educazione , diedero al mondo spettacolo triste di ingiustizie e di violenze collettive , - e là invece dove poterono sollevarsi alla visione serena dei loro diritti , guardare con anima aperta e illuminata il loro destino , diedero un grande magnifico impulso alla formazione di una rinnovata coscienza sociale , - quasi bagliore lontano d ' una vera giustizia che scenderà con luce calma e ferma a sostituire la ipocrita giustizia del tempo nostro . Guardiamoci attorno : e confessiamo che se un ' opera di moralità fu compiuta , rivelando colpe finora prudentemente nascoste , se un ' opera di equità fu tentata , elevando il lavoro alla dignità e alla considerazione che merita , lo si deve , non tanto a questo o a quell ' individuo , quanto allo sviluppo lento , continuo , grandioso dell ' anima collettiva , cui finalmente si osò e si volle far sentire la sua potenza legittima , e che agisce ora come fiamma purificatrice di altruismo ad oscurare e disperdere l ' egoismo individualista da cui eravamo dominati finora . Né si dica che è la semplice forza numerica che ora appare d ' un tratto , e che soverchia brutalmente ogni altra forza , poiché le furon tolti o allentati i freni che la tenevano paurosamente silenziosa . Ciò che oggi impone , fa pensare e per fortuna fa anche provvedere , non è la forza bruta della folla , la quale ha sempre esistito , ma è la coscienza nuova sviluppatasi nella folla , coscienza nutrita di verità e di modernità . Oggi noi non abbiamo dinanzi a noi , come una volta , degli automi che lavorano e soffrono e sono temibili soltanto per il loro numero ; noi abbiamo innanzi a noi degli organismi coscienti che sanno il prezzo del loro lavoro e che si sono formati un ' anima collettiva la quale giovanilmente fronteggia la nostra ancor vecchia e chiedono a noi economicamente quel che noi chiedemmo politicamente , or è un secolo , ad altre classi sociali . Due artisti , i fratelli Goncourt , lanciavano , più di cinquant ' anni fa , uno di quei paradossi letterarî che la storia s ' incarica di tramutare , almeno parzialmente , in realtà positiva . " Ogni quattro o cinquecento anni - essi dicevano - la barbarie è necessaria per rivivificare il mondo . Una volta in Europa , quando una vecchia popolazione d ' una amabile contrada era diventata anemica , le cadevano addosso dal nord dei colossi di sei piedi che rifacevano la razza . Adesso che l ' Europa non ha più selvaggi , sono gli operai che faranno quel lavoro fra una cinquantina d ' anni e ciò si chiamerà la rivoluzione sociale " . Io non ho citato questo brano per il suo contenuto politico : - non voglio occuparmi di politica e ad ogni modo dichiaro che sono ottimista ed evoluzionista e non credo ai funebri minacciatori di cataclismi ! - ho citato questo brano per il suo contenuto psicologico e morale . Ed io penso sia vero , fortunatamente vero , che una grande rivoluzione morale si sta compiendo in noi per l ' avvento e l ' elevazione del popolo , per lo svolgersi ed il fiorire di un ' anima collettiva cui si aveva negato finora la luce e la vita . Da troppo tempo noi eravamo polarizzati nella illusione che tutto quanto di bello e di grande era al mondo fosse il dono di qualche mostruoso cervello individuale : da troppo tempo noi ci curvavamo dinanzi al novissimo despotismo delle supreme facoltà individuali . E l ' adorazione per l ' uomo d ' ingegno era tanta , che gli si perdonava assai più facilmente che agli altri le immoralità e persino i delitti che commetteva . Se era un artista lo si onorava , anche se la sua arte era degenerata e sovvertiva i principî della morale : se era un uomo politico , lo si lasciava libero anche se rubava . Orbene , l ' anima collettiva è sorta a ribellarsi , e a farci ribellare , contro questa teoria superba ed aristocratica : e non soltanto ci ha insegnato , più che l ' ammirazione per qualche cervello superiore , l ' amore vivo e fraterno per la folla degli umili ; ma ci ha rivelato altresì che se i progressi intellettuali sono innegabilmente dovuti al genio di qualche individuo , i progressi morali sono dovuti sempre all ' opera oscura della collettività , cui non sorride speranza di gloria , ma verso cui deve scendere - più giusta e più grande - la nostra riconoscenza . Avviene - per le conquiste morali della folla - ciò che avviene nell ' arte per le maggiori e più mirabili opere architettoniche . Come , dinanzi alla nera cattedrale di Colonia o dinanzi alla candida meraviglia del Duomo di Milano , si dimentica il nome di chi le ideò e di coloro che ne diressero ed eseguirono il lavoro , e solo rimane viva l ' ammirazione per il sentimento religioso che ne fu l ' ispirazione anonima e collettiva , così , dinanzi al progresso morale cui il nostro secolo assiste e che fa suo dogma di dare il benessere , l ' educazione e il potere al maggior numero possibile d ' individui , anziché riserbarli a caste privilegiate , noi dobbiamo dimenticare il nome degli apostoli che quel progresso diressero e fecondarono , e dare il dovuto merito alla grande anima collettiva del popolo che di quel progresso fu l ' origine e l ' istigatrice maggiore . Suprema opera di giustizia , codesta , perché riconduce alla sua vera causa ciò che noi credevamo merito di pochi , - suprema opera di modestia , perché piega i nostri orgogli individuali dinanzi all ' azione oscura della folla , e - come una religione più umana - ci umilia tutti dinanzi alla misteriosa divinità dell ' anima collettiva . CAPITOLO SECONDO L ' arte e la folla L ' arte e la folla sono due nomi che ai più debbono sembrare contradditorî e inassociabili , giacché mentre l ' uno rappresenta l ' aristocrazia del pensiero , l ' altro non significa che la volgarità del numero . Può la folla intendere l ' arte e giudicarla ? È il suo plebiscito una di quelle sentenze contro cui non è ammesso l ' appello , e che pro veritate habentur ? O viceversa , come pretendono molti , l ' arte che piace alla folla non è arte o , tutt ' al più , non è che una forma di arte inferiore ? Ecco il problema non del tutto nuovo , ma che alcuni studî recenti hanno rimesso alla moda ; problema interessante e importante , non solo per le soluzioni che può avere , ma altresì e sopratutto per le analisi psicologiche che , per risolverlo , rende necessarie . È la psicologia collettiva , questo mare immenso , profondo e misterioso , che occorre sondare per scoprire , non la ragione intima ed ultima che è inafferrabile , ma almeno alcune cause dei suoi flussi e riflussi , delle sue calme e delle sue tempeste improvvise . I . Sorridono alcuni dell ' ufficio moralizzatore che il Guyau prima e il Tolstoi poi attribuirono all ' arte , e non ammettono ch ' essa possa avere di mira il miglioramento progressivo dell ' umanità , seguendo volta a volta le riforme che spuntano nell ' ambiente sociale . Negan costoro che vi sia un ' arte conservatrice ed una rivoluzionaria , un ' arte realista ed una repubblicana , un ' arte militarista ed una antiguerresca , perché - essi dicono - tutti questi e molti altri piccoli fenomeni dell ' anima contemporanea sono dall ' arte vera guardati dall ' alto e spesse volte trattati con disprezzo . Può darsi . Io non mi arrogo il diritto di definir l ' arte vera e umilmente confesso di ignorare chi abbia la privativa di questa definizione . Ma sento che l ' arte riflette come uno specchio le correnti religiose , politiche , scientifiche che attraversano la psiche umana , e quindi affermo - con la modestia doverosa in un profano - che l ' arte segue in questo senso i pensieri e i sentimenti diffusi nell ' anima collettiva e , quasi direi , si nutre di essi . L ' arte rappresenta tra i fenomeni umani quello che la sensitiva rappresenta tra gli organismi vegetali . Essa avverte , con una straordinaria dote di percezione che nessun altro ha e che pare prescienza , tutto ciò che avviene intorno a lei , e o reagisce ai fenomeni del mondo esteriore o li assorbe , ma sempre li riassume con una limpida evidenza sintetica . Prova ne sia il problema che oggi ritorna ad occupare lo spirito umano e che io ho posto a tema di questo studio . Questa ricerca dei rapporti tra l ' arte e la folla , questo chiederci se l ' una possa essere giudicata dall ' altra , che cosa è , se non la forma artistica sotto cui si manifesta il gran dissidio fra individualismo e socialismo che turba la coscienza contemporanea ? In questa sdegnosa superbia dell ' artista creatore che nega alla folla il diritto di consacrarlo alla fama o all ' oblio , non vediam noi risorgere e scolpirsi il duello eterno fra l ' individuo e la società , non sentiamo noi agitarsi il grande dubbio - nelle cui nebbie il secolo sorge - se sia cioè il progresso un merito esclusivo di alcuni individui geniali che trascinaron dietro le folle come i pastori le pecore , o non piuttosto la meravigliosa opera incosciente di tutti , una specie di immensa piramide cui ogni uomo che visse portò la sua pietra ? Abbiamo dunque di fronte , nel campo nell ' arte , come in quello della politica , due partiti opposti ed irriducibili : l ' uno esalta la folla , l ' altro la spregia ; l ' uno la crede degna d ' esser giudice d ' ogni opera individuale e quindi anche di governare , l ' altro le nega ogni capacità intellettiva , e la vorrebbe quindi non giudice e despota , ma ancella e schiava , dominata sempre ed in tutto da uno o da pochi . In politica , il partito che spregia la folla è ristretto ormai in assai brevi confini : la tesi superba ed egoista è ormai difficile ad essere sostenuta nella sua rigida purezza , perché urta contro uno stato di fatto che non si può mutare : il diritto di voto . Bisogna aggiungere inoltre che la politica , essendo il fenomeno sociale in cui la sincerità e la franchezza sono più scarse , non permette quella divisione netta e leale di partiti che altrove esiste , e si manifesta piuttosto con gradazioni indecise , che non con colori risolutamente spiccati . È raro infatti trovare nella politica un individualista ad oltranza , cioè un dispotico : come è raro trovare un socialista ad oltranza , cioè un uomo che neghi ogni e qualsiasi influenza o diritto all ' individuo isolato : entrambi sono intimamente rosi da una contraddizione facile ad essere messa a nudo , quantunque non confessata : l ' individualista cercherà quell ' adesione e quel successo nel pubblico , ch ' egli a parole disprezza ; e il socialista lotterà per quel sentimento egoistico di sopravvanzare gli altri e di accumulare per sé , che teoricamente condanna . In arte , il partito che spregia la folla è più numeroso . Senza accennare alla falange estrema dei sostenitori della teoria del superuomo , sono innegabilmente molti coloro che rifiutano alla moltitudine il diritto di giudicare una qualunque manifestazione artistica , e lo accordano tutt ' al più soltanto a un cenacolo di competenti che vanno sotto il nome di critici . Anche qui si riproduce il fenomeno contradditorio per il quale codesti aristocratici del pensiero non sono poi troppo malcontenti se la turba li colma di elogi e di applausi ; ma , pur beandosi dell ' aura popolare che li accarezza , essi non cessano di disprezzarla , e quando quell ' aura è loro contraria anziché favorevole , non se ne sgomentano , ma ne sorridono dall ' alto della loro incontestabile superiorità . Dall ' antico oratore greco che , quando la folla lo applaudiva , si interrompeva per chiedere ironicamente : mi applaudono ? ho dunque detto una sciocchezza ? fino al genio italianamente moderno di Arrigo Boito che , nella memorabile sera della prima rappresentazione del Mefistolele , impassibile sul suo scanno di direttore d ' orchestra , rispondeva ai fischi del pubblico , dicendo sorridente ai vicini : che onore mi fanno ! , - questo supremo disprezzo dell ' individuo - artista verso la folla - beota è uno dei fenomeni più comuni . Ma è altresì sempre un fenomeno logico e giusto ? Ecco finalmente e veramente il problema . II . Si è detto da alcuni e si ripete ormai quotidianamente da tutti , che la folla è moralmente e intellettualmente inferiore all ' individuo . Chi scrive cooperò , anzi fu il primo , a mettere in luce questa verità , ed ebbe il piacere di veder riprodotte spesso le proprie idee . Soltanto , questi riproduttori , o inconscientemente per miopia , o coscientemente per spirito di parte , hanno dimenticato che se io avevo formulato una legge , ne avevo anche constatate le non rare eccezioni . Eccezioni morali , anzitutto . La folla è senza dubbio un terreno in cui il microbo del male si sviluppa assai facilmente , e in cui viceversa il microbo del bene quasi sempre muore , non trovandovi le condizioni di vita . Da una folla voi temete sempre , sperate di rado : tutti sentono e tutti sanno , pur troppo , per esperienza , che l ' esempio di un malfattore o di un pazzo può trascinare la folla al delitto : ben pochi credono , e raro avviene , che la voce d ' un pacificatore possa indurre la folla alla calma . L ' opera della folla fu nella storia più un ' opera di odio e di distruzione che non di creazione e d ' amore , perché la folla , organismo incosciente e impulsivo , fatalmente agisce più cogli istinti del selvaggio e del bruto che non con quelli dell ' uomo civile . Ma non si può negare che talvolta la moltitudine arriva ad altezze psicologiche che l ' uomo isolato non saprebbe raggiungere , o manifesta una generosità così sublime che nessun individuo potrebbe spiegare . " Quando il più grande degli oratori riuscì a convincere gli Ateniesi che l ' uomo il quale aveva attirato su di essi dei disastri irreparabili persuadendoli ad armarsi contro Filippo , meritava non pene ma corone di lauro ; quando egli si gloriò d ' aver salvato a Maratona l ' onore del suo paese , e persuase a dei bottegai e a degli artigiani che l ' onore doveva esser loro più caro della vita , si assistè quel giorno al più bel trionfo che la parola umana abbia mai riportato , e il popolo ateniese provò che una moltitudine non è sempre mediocre e che le grandi ispirazioni sanno trovar qualche volta la strada per penetrare nella sua anima . Ogni cittadino , forse , isolatamente , avrebbe resistito all ' eloquenza di Demostene , ma egli parlava a una folla , e la folla si è arresa " * . Così nella celebre notte del 4 agosto , l ' assemblea di Francia , facendo getto dei suoi diritti ereditari , ha dato prova d ' un altruismo collettivo , il cui equivalente invano si cercherebbe nella storia degli altruismi individuali . Così , la folla briaca dei parigini , all ' epoca della rivoluzione , ebbe dei lampi di dolcezza sentimentale in mezzo all ' oscura bufera della sua ferocia bestiale . Quando Sombreuil , condannato a morte , apparve tra la fila delle baionette , e sua figlia gli si allacciò al collo , scongiurando gli assassini di risparmiarlo , o di uccidere anche lei insieme a lui , un grido di grazia s ' elevò tra la moltitudine . E si accordò alla figlia la vita del padre , al patto orribile ch ' ella immergesse le labbra in una tazza piena del sangue di aristocratici . La figlia prese il bicchiere con mano ferma e lo vuotò alla salute del padre suo . Il gesto supremo operò il miracolo . Vi sono delle sorprese della natura anche nel delitto ; vi sono delle imprevedibili rivoluzioni negli abissi del cuore umano . Quei mostri , ancor tinti di sangue , portarono in trionfo Sombreuil e sua figlia fino al loro palazzo e giurarono di difenderli contro ogni nemico * . Così - per passare dalle tragedie vere e vissute a quelle false e rappresentate - non si può negare che nelle società più equivoche , nelle masse composte dei peggiori elementi , c ' è un sentimento collettivo di onestà e di giustizia che vince l ' istinto individuale più perverso . Ricordo di aver letto l ' indignazione che invase una platea di forzati a una rappresentazione concessa loro dalla Direzione del penitenziario , quando il traditore Golo fa uccidere da due sicari la pia e virtuosa Genoveffa di Brabante col suo bambino . Non c ' è quindi alcun dubbio che pur dovendo affermare in generale che la folla è moralmente peggiore dell ' individuo , bisogna anche riconoscere che talvolta essa lo supera nell ' esplicazione delle più alte facoltà dell ' anima umana . La folla , come la donna , ha una psicologia estrema , capace solo di eccessi , mirabile alle volte di abnegazione , spaventosa spesso di ferocia , mai o quasi mai mediocre e misurata nei suoi sentimenti . Orbene : potremo noi dire che la folla ha - anche , nel campo intellettuale - questo carattere estremo e contradditorio ; potremo noi dire che la sua intelligenza , come la sua psicologia , conosce altezze di vette o profondità di abissi ignoti all ' individuo isolato ? Qui il problema si fa più complesso e difficile . A tutta prima sembra che la legge da me formulata e secondo la quale il prodotto intellettuale d ' una collettività è sempre inferiore a quello che avrebbe dato ciascuno degli individui che la compongono , non soffra eccezioni . Dodici uomini di buon senso , riuniti insieme per formare un giurì , emanano spesso verdetti che non hanno senso comune . Dieci o venti artisti o scienziati riuniti insieme per formare una Commissione emanano spesso decisioni contrarie ai più elementari principî della scienza e dell ' arte . Centinaia di uomini di ingegno riuniti insieme per formare un Parlamento si comportano collettivamente in modo da offrire spesso materia al disprezzo o al sorriso più che al rispetto . La compagnia insomma , indebolisce - riguardo al risultato complessivo - così la forza dell ' ingegno , come quella dei sentimenti buoni e pietosi . Con questa aggravante però , a sfavore del prodotto intellettuale : che mentre la compagnia , se generalmente abbassa il livello morale degli individui può talvolta , come vedemmo , per eccezione innalzarlo , non può mai innalzarne il livello intellettuale . La collettività cioè può essere qualche volta geniale dal punto di vista del sentimento ; non può mai esserlo dal punto di vista del pensiero . Vi sono infatti degli eroismi collettivi ma non vi sono dei capolavori collettivi . La folla può arrivare alle manifestazioni supreme della virtù , ma non può raggiungere le manifestazioni supreme dell ' intelligenza creatrice . Noi non troviamo in nessuna storia politica , scientifica , letteraria , l ' esempio d ' una folla che abbia avuto - essa sola , in un dato momento , e senza che alcuno gliela suggerisse - un ' idea geniale . Chi potrebbe citare un Consiglio di guerra donde sia uscito un piano di battaglia paragonabile a quelli di Napoleone ? Chi potrebbe citare un Consiglio di ministri donde sia uscita una di quelle riforme politiche che fanno la gloria di un ' epoca e che rendono celebri i nomi di un Machiavelli , di un Richelieu e di un Bismarck ? Chi potrebbe citare un Congresso di scienziati donde sia uscita una di quelle scoperte che mutano il mondo e che rendono immortali un Laplace o un Galileo * ? Ecco dunque perché i nemici della folla possono basare su innegabili ragioni scientifiche il loro disprezzo verso la moltitudine . Questa non è soltanto composta generalmente di ignoranti e di incompetenti , ma anche quando è formata da dotti e da competenti , il suo prodotto intellettuale non rappresenta che il prodotto numerico della mediocrità . Il fuoco sacro del pensiero di genio non è mai uscito dall ' anima collettiva : è il dono esclusivo del cervello individuale . III . A questo punto però s ' impone un ' osservazione di grandissima importanza che i più hanno trascurato . Tutto ciò che noi abbiamo detto intorno alla folla , si riferisce soltanto al suo modo di pensare e d ' agire considerato dal punto di vista statico . Quando cioè noi constatiamo che gli uomini riuniti valgono sempre intellettualmente meno dell ' uomo isolato , intendiamo di applicare questo principio unicamente a quelle collettività che si formano più o meno improvvisamente e sporadicamente in un dato momento , quali sono appunto : le moltitudini di piazza , i pubblici dei teatri , i giurì , le Commissioni , i Parlamenti , ecc . ; non intendiamo certo - e sarebbe assurdo - di applicare questo stesso principio alla folla considerata dal punto di vista dinamico , a tutta cioè la società umana nel suo sviluppo storico . È necessario dunque fissare ben chiaramente questa distinzione che per non essere stata compresa dai più , ha dato luogo a moltissimi equivoci : altra cosa è la psicologia della folla quand ' essa agisce quasi per improvvisazione in un dato e breve momento , altra cosa è la psicologia della folla quand ' essa agisce lentamente nel corso dei secoli . Nel primo caso , le sue manifestazioni sono sempre inferiori a quelle dell ' individuo : nel secondo caso invece , non solo non sono sempre inferiori , ma talvolta sono superiori . Se infatti non esistono capolavori collettivi sbocciati quasi per miracolo tutto a un tratto da un ' assemblea di uomini , esistono però delle meravigliose opere create a poco a poco coll ' aiuto del tempo dalla folla alle quali si cercherebbe invano di imporre il suggello d ' un genio unico . Le tele , le statue , i poemi , alcune scoperte scientifiche , possono e debbono individualizzarsi in un nome : Raffaello o Van Dyck , Dante o Shakespeare , Fidia o Michelangelo , Keplero o Newton . Ma certe creazioni complesse e nondimeno d ' una immensa importanza - come per esempio la lingua e la scrittura - non possono aver avuto un autore unico . Esse sono il risultato del lavoro di milioni di uomini , e nessuno avrebbe potuto compierle da solo , perché sorpassano il genio e la vita di qualsiasi individuo . Esse sono un ' opera collettiva , fluttuante e inafferrabile come l ' acqua d ' un fiume , e come questa eterna e formata da un infinito numero di piccoli ruscelli sconosciuti , che pur tuttavia producono , tutti insieme , un effetto colossale . È la folla che ha saputo elevare le prime forme mimiche e imitative della voce umana fino alla nostra straordinaria ricchezza di espressione ; è la folla che , senza avere il sorriso della gloria , concesso solo al genio individuale , ha saputo da pochi vocaboli delle lingue primitive far uscire quel monumento che è l ' ultimo dizionario di Fluegel , contenente 94 mila parole . È la folla che , passando dalla scrittura pictografica alla scrittura fonetica e alfabetica ci ha permesso di scolpire e di dipingere con le gradazioni più sottili i nostri sentimenti e i nostri pensieri e di trasmetterli alla posteriorità con un ' esattezza che vince quella della fotografia * . E che dire delle leggende , dei cicli eroici che ogni popolo possiede quando fa la sua prima apparizione sul palcoscenico della storia ? I poemi omerici della Grecia , le creazioni rapsodiche di ogni paese non sono che lente formazioni intellettuali create o trasmesse dalla folla . Ma non basta . L ' intelligenza della folla , - latente e dispersa in un ' infinità di individui - ha anche altre manifestazioni . La collettività precede spesso , quasi direi che annunzia in modo vago e indeterminato la scoperta precisa e determinata dell ' individuo . Che cosa sono i proverbî , se non l ' esperienza incoscientemente accumulata dalla folla e sinteticamente espressa ? Che cosa sono le preveggenze geniali tanto comuni nel popolo , quantunque tanto poco considerate ? Quando un genio scopre una nuova teoria scientifica si può dire ch ' essa era già stata intravvista e preannunciata dalla folla . Prima che sorgessero la grafologia e i grafologi , la scrittura si chiamava carattere , quasi a significare il rapporto colle facoltà morali della persona . Prima di Lister , nelle montagne della Calabria si guarivano le ferite colla terebentina che sgorga dalla scorza dei pini . Prima che Lombroso avesse enunciato la sua teoria della simbiosi del delitto , un fabliau ne aveva avuto l ' intuizione , raccontando la storia di un astrologo il quale , avendo letto negli astri che un fanciullo sarebbe divenuto un assassino , aveva consigliato il padre di questo fanciullo di farne un chirurgo , per appagare così in una maniera utile a lui e agli altri , il suo istinto di crudeltà * . Il genio è dunque , sotto questo punto di vista , il rivelatore di verità che sonnecchiano nella coscienza di tutti ; è colui che trova la formula e dà la dimostrazione di ciò che l ' anima collettiva ha soltanto abbozzato o intravvisto nel suo lavoro oscuro ed anonimo ; è il grande riflettore ove convergono migliaia e migliaia di raggi e donde la luce si diffonde con un ' intensità centuplicata . I grandi uomini - diceva il Bourdeau - non fanno che compiere una funzione sociale ; essi si agitano , ma è la folla che li conduce ; e nel destino misterioso che li innalza alla gloria e li fa ricadere nel nulla non si deve vedere che l ' insieme delle volontà e delle aspirazioni popolari . Uomini politici , artisti e scienziati , essi credono di dirigere un popolo e di imporgli i propri gusti e le proprie idee ; in realtà essi non fanno che seguire l ' impulso che viene a loro dal popolo . E non soltanto si deve riconoscere che ogni collettività crea il suo genio , come ogni sentimento crea la sua espressione e come ogni idea confusa e diffusa si riassume in un simbolo ; ma bisogna altresì riconoscere che la collettività corregge , sviluppa ed eleva le conquiste del pensiero e del sentimento fatte dal genio individuale . Il genio è il presente , vale a dire il figlio del passato , del lavoro oscuro e collettivo di tutta l ' umanità ; ma appunto come il presente , è non soltanto il figlio del passato , ma altresì il padre dell ' avvenire ; e perciò , come tutti i padri , deve sottomettersi alla fatalità evoluzionista che farà giudicare e modificare le sue idee e le sue conquiste dalla folla dei suoi discendenti . Ed ecco che da queste semplici osservazioni mi pare scaturisca limpidamente una conclusione che non è né incerta né contradittoria come le premesse avrebbero potuto lasciar supporre : la folla , che è inferiore all ' individuo nel momento statico in cui questi enuncia le sue idee o mette in azione le sue energie volitive , è viceversa utile e necessaria all ' individuo , non solo nel passato per formarlo , ma anche nell ' avvenire per correggere e migliorare le sue idee e le sue azioni . Io direi volentieri - e mi si perdonerà il paragone - che la collettività ha nella storia la identica funzione che ha la semente nella vita vegetativa : essa produce dei frutti meravigliosi , i genii ; quando questi frutti imbalsamano l ' atmosfera , voi dovete riconoscere che nulla li uguaglia né per il sapore , né per l ' odore , né per la bellezza : la semente è , in questo minuto , innegabilmente inferiore al suo prodotto : ma nel cielo della vita voi dovete riconoscere che questi frutti sono molto inferiori alla semente , perché essi non esisterebbero senza questa , e perché , se la terra non fecondasse i germi che portano in loro stessi , la loro magnificenza sarebbe inutile , come sarebbe inutile l ' opera del genio , se la folla non ne fecondasse i pensieri . IV . E mi pare anche che tale conclusione apra la via ad illuminare il problema dei rapporti fra l ' arte e la folla , e , più che ad illuminare , a comporre il dissidio tra questi due termini che paion oggi tra loro opposti ed inconciliabili . Questo dissidio non è già - come sembra superficialmente - una questione fra l ' artista e il pubblico , un duello fra l ' uno e i molti : è soltanto , ridotto nei suoi veri termini , una questione di tempo . L ' artista , infatti , può ribellarsi al giudizio della folla contemporanea , ma non può ribellarsi al giudizio della folla dei posteri : egli può spregiare la moltitudine in mezzo alla quale vive : non può spregiare la moltitudine che verrà dopo di lui . Nel mondo non vi è e non vi può essere altro criterio per giudicare qualsiasi manifestazione intellettuale che l ' adesione dei più : adesione senza dubbio lenta e lontana anziché immediata , ma che rispecchia tuttavia un giudizio collettivo , un giudizio della folla . E nessun uomo potrebbe pretendere d ' essere un genio , se i suoi successori non lo riconoscessero come tale , perché la sua superbia sarebbe vana e risibile quando i posteri coprissero il suo nome di silenzio e di oblìo . Nel campo della scienza e dell ' arte non vige il sistema dispotico che aveva vigore in altri tempi nel campo politico : non si può cioè crearsi principî a dispetto e contro il volere della maggioranza . Nel campo della scienza e dell ' arte vige il sistema dei plebisciti , plebisciti tanto più sinceri e coscienti in quanto che , essendo promulgati dai posteri , escludono ogni sospetto di corruzione e di suggestione . E se , come io penso , questa è una verità di evidenza assiomatica , confesso che mi è sempre parso , non solo ingiusto , ma strano , che l ' artista , per il solo fatto che la folla non sa di primo acchito interpretarlo e comprenderlo , lanci contro di essa gli anatemi e le scomuniche della superbia . Sì , lo riconosciamo . Il pubblico molto spesso non intende l ' opera d ' arte che è chiamato a giudicare : fischiò Rossini alla prima rappresentazione del Barbiere di Siviglia , e ha fischiato Wagner a quasi tutte le manifestazioni del suo straordinario genio musicale : lasciò passare sotto silenzio o ferocemente combatté sulle prime , altre opere di pittura , di scultura o di letteratura , che rimasero poi come gemme di eterno splendore nell ' arte . Ebbene , anche ammettendo tutto ciò , e anche tralasciando di notare che talvolta , vicino ai verdetti assurdi della folla , vi sono i verdetti logici e giusti , io voglio soltanto chiedere agli artisti superbi : perché voi soli vi inalberate davanti alla lentezza che la folla adopera per comprendervi , mentre questa lentezza dell ' animo collettivo verso le intuizioni del genio individuale è una fatale e anche una benefica necessità , non solo per quanto riguarda l ' arte , ma per tutte le manifestazioni intellettuali ? Anche nella scienza , anche nella politica , in qualunque ramo dell ' attività umana , non si è mai visto - o si è visto assai raramente per una di quelle eccezioni che confermano la regola - che il pubblico , che la folla , abbraccino d ' un subito , d ' emblée , la nuova idea che qualche veggente ha annunziato o la nuova scoperta che è stata fatta da qualche genio individuale . Napoleone sorrise quando gli fu presentato e descritto il modello di una nave a vapore : Thiers affermò in pieno Parlamento francese che la trazione a vapore e le strade ferrate erano un ' utopia , e che il mondo non avrebbe avuto mai altro mezzo di comunicazione che la diligenza a cavalli ; Aristotile non ammetteva che gli uomini nascessero uguali , e credeva che vi sarebbe sempre stata la divisione fra liberi e schiavi . Eppure nessuno - io credo e spero - vorrà dare del mediocre a Napoleone , a Thiers e ad Aristotile . E perché dunque gli artisti - pittori , scultori , o letterati - si arrogano il diritto di coprire dei loro insulti coloro che non ammirano subito le loro opere e non vanno in estasi al primo momento in cui le vedono , le leggono o le odono ? Perché - sotto pena d ' esser trattata di ignorante - la folla deve avere dinanzi a un ' opera di Wagner quella celerità d ' intuizione che Napoleone e Thiers non ebbero dinanzi alla scoperta di Watt ? La verità è che qualunque idea , prima di riuscir vittoriosa , deve attraversare un periodo di lotta e di avversità . Lo sanno tutti coloro che hanno lottato in politica per il raggiungimento d ' un ideale : lo sanno tutti coloro che hanno lottato nella scienza per la conquista di una parte di quell ' inconoscibile che è ancora infinito . Eppure nel periodo di lotta , né gli apostoli e i martiri , né gli scienziati , osarono trarre dall ' opposizione che trovarono nell ' ambiente che li circondava ragione di insultante disprezzo verso la folla , la quale non sapeva e non poteva a tutta prima comprenderli . Più modesti , appunto perché più forti e più degni , di certi superbi artisti moderni , essi intendevano che nella folla l ' effetto d ' un ' idea o d ' una immagine non può sempre ottenersi immediatamente , come scintilla che si sprigioni da un attrito improvviso , ma deve propagarsi a poco a poco come quando si getta un sasso nell ' acqua e le onde si formano sempre più grandi e più lontane fino alla riva . Essi intendevano che le abitudini ereditarie e il misoneismo - assai più che l ' ignoranza o il cervello ristretto - impediscono al pubblico di far buon viso alla novità che s ' annuncia e che lo turba per un senso indefinibile che è di sorpresa e di paura insieme . E aspettavano pazienti dal tempo quell ' applauso e quell ' adesione che i contemporanei negavan loro , senza per questo bollare di incapacità e di idiozia - come ora pare che s ' usi - coloro che non li comprendevano . Ripetiamolo dunque ancora una volta : non si può pretendere dalla folla una grande celerità di intuizione davanti a un ' opera d ' arte , e non si deve - per questa mancanza di celerità - insultarla . Anche l ' uomo isolato non possiede sempre questa celerità d ' intuizione davanti alle opere d ' arte o ad altre manifestazioni intellettuali o ad altri problemi . Non tutti i poeti sono estemporanei , non tutti gli uomini di ingegno sono oratori improvvisati : ma non per questo si potrà disprezzare chi manca di queste facoltà d ' improvvisazione . Anzi , forse il vero poeta , come il vero scienziato , coloro cioè che resteranno nella storia per opere eterne , sono appunto quelli che mancano di queste doti appariscenti e suggestive . Orbene , la folla è , nella sua immensa anima collettiva , come uno di quegli individui il cui ingegno non sa manifestarsi istantaneamente e che , colto all ' improvviso , fa una figura minore di quella che merita , ma che viceversa - se gli lasciate il tempo e la riflessione - sa darvi il capolavoro . Gli è perciò che invece dell ' antitesi che una gran parte di individui superiori sentono fra essi e la folla , invece del disprezzo con cui la coprono , quasi essa non fosse che il corpus vile su cui i genii possono tentare , come i medici negli ospedali , le loro esperienze , io vorrei si sviluppasse tra gli artisti e la folla un sentimento di amore e di solidarietà . Sentimento di solidarietà che produrrebbe , anziché la mala pianta d ' uno sterile orgoglio , una modestia feconda , insegnando che , come il pensiero non è che l ' opera misteriosa di migliaia di cellule celebrali , ciascuna delle quali isolata nulla potrebbe , così l ' artista geniale e l ' opera sua non sono che la risultante individuale e simbolica del lavoro collettivo di milioni di uomini , ciascuno dei quali , isolato , non potrebbe né pensare , né agire , né vivere . Sentimento di solidarietà , che fugherebbe la nera nube del pessimismo contemporaneo , per cui da certi superuomini si disprezza la folla come un ' accozzaglia di bruti , indegna persino di ricevere il dono di un ' opera d ' arte , e svilupperebbe invece la luce limpida e ferma di un sano ottimismo , in nome del quale si sentirebbe il fraterno dovere di lavorare per l ' elevazione intellettuale e per la redenzione morale di questa folla . Ah ! io non so come vi possano essere ancora taluni scettici e pessimisti i quali sostengono che la vita non vale la pena d ' esser vissuta , giacché l ' uomo di genio non è compreso , e l ' uomo onesto è sopraffatto dal furbo . Ma questo è un calcolo miope e utilitario ! E chi lo fa non può essere che un perverso o un ammalato . Vi sono tante miserie , tanti dolori , tante ignoranze , e non si sente che solo per la divina poesia di alleviare una di queste miserie o uno di questi dolori , per combattere una sola di queste ignoranze , varrebbe la pena di vivere ? E deve essere l ' arte , e devon esser gli artisti che dànno questo triste esempio di superbia e di egoismo , spregiando la folla e allontanandosi da lei come da un ambiente mefitico ? No . Dal campo sereno dell ' arte deve venire e verrà - io ne son certo - ben altro esempio . Gli artisti , questi milionari dell ' ingegno , non devono imitare certi milionari del danaro che tengon tutte le loro ricchezze per sé e sprezzano chi non ne possiede di equivalenti . Essi devono riconoscere , anzitutto , che la loro ricchezza , il genio , è come l ' oro del capitalista , il frutto del lavoro incosciente ed ereditario di migliaia e migliaia di uomini e non un loro esclusivo merito personale : devono sentire inoltre che il loro dovere è di gettare questa ricchezza nel crogiuolo dell ' anima collettiva per farla feconda , come il dovere del ricco è rimettere il suo oro in circolazione , per aumentare la prosperità di un paese . Che importa se sulle prime non saranno compresi , come il ricco che dispensa il suo danaro raccoglie sulle prime , non riconoscenza , ma ingratitudine ? La riconoscenza , che è rara nell ' individuo , è sempre sicura quantunque assai lenta , nella folla , ed ha un nome dinanzi al quale il più rigido degli aristocratici , il più logico degli individualisti , e il più superbo degli artisti si deve inchinare , perché si chiama la Gloria . CAPITOLO TERZO La folla e Gabriele D ' Annunzio Se ci pungesse il desiderio di estrarre dalle opere dei grandi autori le pagine che essi scrissero per insultare e per diffamare la folla , noi compiremmo un ' opera molto lunga e forse vana di erudizione . La folla è sempre stata nella letteratura un oggetto di dispregio e contro di essa furono scagliati sempre dalla superbia degli individui gli strali della più rovente ironia . Pure in questo odio - come forse in tutti gli odî - non era che una trasformazione di un inconfessato amore e di un desiderio inconscio . Della moltitudine esecrata , anche il più egoarchico degli autori ambiva l ' applauso : della plebe diffamata anche il più aristocratico degli uomini non sdegnava il suffragio . E una intima contraddizione annullava quindi il valore di certe pagine , dettate dall ' orgoglio e rinnegate dalla vanità . Vorrei dire , se la similitudine non sembrasse azzardata , che l ' attitudine di molti letterati verso la folla fu eguale a quella di molti filosofi verso la donna . Teoricamente gli uni e gli altri dimostravano un disprezzo che in pratica si risolveva in un desiderio . La folla e la donna sono le due più grandi incognite psicologiche che abbiano affaticato il cervello e turbato i sensi dell ' uomo . Sono le due sfingi che hanno proposto sempre i più insolubili enigmi . E spesso il non saper risolvere questi enigmi persuadeva , per vendetta , all ' ingiuria contro la sfinge . L ' individuo è , di fronte alla folla , nella stessa condizione psicologica dell ' amante dinanzi all ' amata : egli è dominato da un tumulto di sensazioni varie e contradditorie che possono però riassumersi tutte in questa nota fondamentale : il desiderio del possesso e della conquista . L ' amore e l ' ambizione non hanno altro scopo : possedere una donna , conquistare una moltitudine . E come , in ultima analisi , due amanti non sono che due avversarî inconsci dalla cui lotta esce , risultato fisiologicamente fecondo , l ' amore , così l ' individuo e la folla non sono che due nemici fatali dalla cui antitesi esce , risultato socialmente fecondo , il progresso . La vita è sempre e soltanto un duello ; o tra due individui , o tra un individuo e la moltitudine . Forse colui che intuì più profondamente e più genialmente questa condizione necessaria della vita , colui che ebbe la più esatta visione della psicologia amorosa come della psicologia collettiva , fu Gabriele D ' Annunzio . Nell ' opera del poeta io ho visto balenare quella verità scientifica che mi affatico modestamente da tempo a mettere in luce . Altrove * ho già cercato di dimostrare che la Nave è - prescindendo dai meriti letterarî e teatrali della tragedia - una mirabile ricostruzione di psicologia collettiva primitiva , perché l ' anima della folla barbara vi palpita e freme come in pochissime altre opere d ' arte . Ma non una sola tragedia Gabriele D ' Annunzio intendeva dedicare al mistero dell ' anima collettiva . Quando apparve la Nave , io mi risovvenni che alcuni anni innanzi il poeta aveva annunziato fra le sue prossime opere una che portava il titolo : La tragedia della folla , e gli scrissi chiedendogli se per avventura la Nave non fosse , sotto altro titolo , la stessa cosa della Tragedia della folla . Egli rispose così : " Nella Tragedia della folla intendevo di rappresentare per cinque episodi i vasti movimenti dell ' anima innumerevole . I titoli degli episodi basteranno forse a darle un ' idea chiara del mio intendimento : la Fame , la Pestilenza , la Paura , la Ribellione , la Vittoria . Ciascun episodio si svolgeva fra il Protagonista e la Folla . I protagonisti erano : un Condottiere , un Santo , una Sibilla , un Tribuno , un Messo : tipi di grande potenza ideale , ora dominatori , ora inspiratori , ora travolti : una voce e un cuore contro mille e mille voci , contro mille e mille cuori . La rappresentazione doveva esser fatta " sotto la specie dell ' eterno " . Difficile era il còmpito . Ma quale ebbrezza scrivere un poema per grande orchestra ! La mancanza dell ' orchestra ( cioè degli esecutori ) e del teatro adatto mi sconfidò . Una parte dei miei studî e delle mie divinazioni passò in certe scene della Nave " . Appare chiaro , dunque , che non per una fuggevole inspirazione , ma per meditato proposito Gabriele D ' Annunzio volle studiare e studiò " i vasti movimenti dell ' anima innumerevole " . Appare chiaro , altresì , che egli intese appunto la psicologia collettiva come un duello fra il Protagonista e la Folla . Nella Nave non è che un frammento di quest ' opera vasta , non è che un episodio di questa storia . Ma frammento ed episodio bastano a far intendere il concetto dell ' autore . Diceva Baudelaire che fra tutti i diritti di cui troppo si parla uno ve n ' è che è stato dimenticato e alla dimostrazione del quale ognuno è interessato : il diritto di contraddirsi . Gabriele D ' Annunzio ha molto usufruito di questo diritto . Credo , del resto , non esista opera di scrittore nella quale non sia facile cogliere numerose contraddizioni . Confrontando le Vergini delle Rocce col Fuoco - i due romanzi ove il poeta meglio e maggiormente analizza dal lato politico - filosofico e dal lato estetico - psicologico l ' anima collettiva - noi potremmo comporre un ' antologia di pagine ugualmente belle ma il cui significato è perfettamente contrario . Nelle Vergini delle Rocce , - opera compiuta dopo un periodo di vita romana , durante il quale le bassezze e le viltà del mondo affaristico - parlamentare avevano determinato nel poeta una reazione ultra - aristocratica , - la folla è il bersaglio di tutte le critiche , di tutte le ironie , di tutto il profondo disprezzo del superuomo nauseato dalla indegna democrazia invadente . Nel Fuoco - opera compiuta sotto l ' inspirazione di una attrice grandissima " che pareva portare nelle pieghe delle sue vesti raccolta e muta la frenesia delle moltitudini lontane da cui ella aveva sollevato il brivido fulmineo e divino dell ' arte con un grido di passione e con un silenzio di morte " , - nel Fuoco il poeta intese , per virtù dell ' inspiratrice , che cosa veramente fosse la folla ... Non già che mutasse o dovesse mutare il giudizio politico intorno alla moltitudine . Credo che Gabriele D ' Annunzio , malgrado sia stato deputato , giudichi ancora i suoi ex - colleghi come li giudicava nelle Vergini delle Rocce ( pag . 69 ) : - " gli stallieri della Gran Bestia vociferanti nell ' Assemblea " ; e credo ch ' egli abbia ancor fede in questo assurdo assolutista : " essere lo Stato eretto sulle basi del suffragio e dell ' eguaglianza , una costruzione ignobile e anche precaria " ( pag . 73 ) . Ma è mutata - dalle Vergini al Fuoco - la concezione psicologica ed estetica della folla . Ciò che egli riteneva sterile , diventa fecondo . Il contatto colla moltitudine ch ' egli insultava come una degradazione , diventa invece un ' elevazione per l ' individuo . Egli comprende cioè che non solo l ' individuo non s ' abbassa a comunicar colla folla , ma riceve anzi da questa sensazioni e pensieri che nel suo cuore e nel suo cervello solitari non sarebbero sorti mai ; sente insomma aumentarsi , al contatto dell ' anima collettiva , il vigore e il valore della sua cenestesi . Nelle Vergini delle Rocce , questo era il vangelo dell ' Ammonitore : - " A giudicarne dalla qualità dei tuoi pensieri , tu sembri contaminato dalla folla o preso da una femmina . Per aver attraversato la folla che ti guardava , ecco , tu già ti senti diminuito dinnanzi a te medesimo . Non vedi tu gli uomini che la frequentano divenire infecondi come i muli ? Lo sguardo della folla è peggio che un getto di fango : il suo alito è pestifero . Vattene lontano mentre la cloaca si scarica " ( pag . 98 ) . Nel Fuoco , il vangelo è profondamente diverso . Gabriele D ' Annunzio , che aveva rovesciato tutta la dovizia dei suoi più insultanti aggettivi addosso alla plebe , ne riconosce l ' oscura potenza animatrice , e scrive ripetendo la verità profonda enunciata da Riccardo Wagner : " il solo creatore dell ' opera d ' arte è il popolo e l ' artista può soltanto cogliere ed esprimere la creazione del popolo inconsapevole " . Quale abisso tra questa doverosa constatazione e le pagine delle Vergini delle Rocce , ove il popolo non era che un gregge imbelle e idiota contro cui non potevansi e non dovevansi adoperare che fruste sibilanti ! Ma l ' ammenda migliore che il poeta fa delle antiche sue teorie è in questa pagina , della quale non ne conosco una psicologicamente più bella : - " ... il sentimento straordinario di cui egli ( Stelio Effrena ) erasi stupito quando dal trono dei Dogi parlava alla folla , tornò ad occuparlo . Nella comunione tra la sua anima e l ' anima della folla un mistero era sopravvenuto , quasi divino : qualche cosa di più grande e di più forte erasi aggiunto al sentimento ch ' egli aveva della sua persona consueta ; un ignoto potere era parso convergere in lui , abolendo i confini della persona particolare e conferendo alla voce solitaria la concordia di un coro . V ' era dunque nella moltitudine una bellezza riposta donde il poeta e l ' eroe soltanto poteano trarre baleni . Quando quella bellezza si rivelava per l ' improvviso clamore alzato nel teatro o sulla piazza pubblica o sulla trincea , allora un torrente di gioia gonfiava il cuore di colui che aveva saputo suscitarla col verso , con l ' arringa , col segno della spada . La parola del poeta comunicata alla folla era dunque un atto , come il gesto dell ' eroe . Era un atto che creava dall ' oscurità dell ' anima innumerevole un ' istantanea bellezza , come uno statuario portentoso potrebbe da una mole d ' argilla trarre con un sol tocco del suo pollice plastico una statua divina " . Or dunque : quella moltitudine che nelle Vergini delle Rocce era definita " una cloaca " e rendeva gli uomini " infecondi come i muli " , nel Fuoco diventa una miniera " che possiede una sua bellezza riposta " e che suscita nell ' individuo l ' impulso fecondo per creare statue divine ... Riconoscere che nella moltitudine è questo inconscio potere : confessare che essa è necessaria al genio come la terra al seme , come la donna all ' uomo , per creare : rispettarla come la collaboratrice anonima e oscura di ogni cosa grande e bella che sia apparsa nel mondo , - ecco ciò che Gabriele D ' Annunzio afferma nella sua lucida prosa meravigliosa . Ed ecco ciò che io volevo constatare . Null ' altro . CAPITOLO QUARTO L ' opinione pubblica Che cosa è la pubblica opinione ? Tutti , nominandola , si illudono di sapere che cosa sia ; in realtà nessuno saprebbe - e forse potrebbe - definirla esattamente . È , nel mondo , quello che è Dio in cielo : un giudice invisibile impersonale e temuto ; è , come la religione , una potenza arcana , in nome della quale si sono compiuti i più sublimi eroismi e le più abbiette iniquità ; è , come la legge , invocata e interpretata , a torto o a ragione , in ogni momento della vita ; è , come la forza , sostenitrice a volte del diritto , più spesso dell ' errore ; è , infine , come una bandiera , disposta a volgersi sempre dalla parte donde spira il vento . E se si volesse azzardare su di essa una definizione , non si potrebbe che applicarle la frase ironica che Pauline de Grandpré applicava alla donna : on peut dire sur son compte tout ce qu ' on voudra , on trouvera toujours une raison . Forse è per questo suo carattere indefinibile che la pubblica opinione è stata finora così poco studiata . Essa è , socialmente , un fenomeno inafferrabile , direi quasi - se la parola non facesse sorridere - che è psicologicamente un ' anguilla , poiché quando credete di averla presa vi sfugge da tutte le parti . Quali sono le cause che la producono ? Quali le leggi che la governano ? E , anzitutto , di chi e di quanti è composta ? A queste domande noi tenteremo rispondere . I . Ruggero Bonghi , in un memorabile discorso tenuto alla Camera nel 1873 , cercò di mettere a questo studio un principio d ' ordine , scrivendo : " Non bisogna credere o fingere di credere che ogni manifestazione di animo esprima davvero una pubblica opinione . L ' opinione pubblica per avere autorità deve essere vera , certa , ed avere fondamento sul consenso più generale delle menti colte di un paese " . Parole d ' oro , ma parole vane . È sempre possibile - in pratica - distinguere la vera opinione pubblica definita dal Bonghi , da quella che manca dei caratteri che egli ritiene necessarii a formarla ? Chi , e dove sarà il giudice supremo il quale sentenzierà , volta per volta , che una data corrente dello spirito pubblico merita o non merita il nome di pubblica opinione ? Con qual mezzo aritmetico si potrà sicuramente affermare che la maggioranza pensa in un dato modo , e con qual criterio sociologico si potranno sicuramente distinguere le menti colte di un paese dalle menti incolte ? E dato anche , per una ipotesi inverosimile , che questa difficilissima operazione di matematica psicologica fosse possibile , quale ne sarebbe praticamente il frutto ? Vi sono molti casi in cui è notorio che l ' opinione pubblica prevalente non è fondata sul consenso più generale delle menti colte di un paese ; e si può forse , per questo , non tener conto di quella opinione ? Individui o collettività , sudditi o governanti , tutti siamo spesse volte in balìa della cosidetta opinione pubblica , qualunque essa sia e in qualunque modo si sia formata . Pretendere che si cerchi se essa rappresenta davvero la maggioranza delle persone colte , è una ingenuità : la si teme o la si segue anche avendo la certezza che essa non possiede i caratteri di cui Ruggero Bonghi la voleva fornita ; e i governi se ne devono preoccupare , venga essa dall ' ignoranza di migliaia di contadini , o dall ' intelligenza di alcune personalità superiori . Prendiamo due esami relativamente recenti , per spiegar meglio il nostro pensiero . Dopo il disastro di Adua si manifestò in Italia un ' opinione pubblica sul nuovo indirizzo da dare alla nostra politica in Africa , che portò all Ministero , con l ' appoggio degli stessi radicali e dei socialisti , il marchese Di Rudinì . Era quella una vera opinione pubblica ? Noi non osiamo dirlo : ma constatiamo il fatto che essa , due anni dopo , era completamente mutata , tanto è vero che il Ministero Rudinì dovette dare le dimissioni . Orbene : sia stata falsa l ' opinione pubblica del 1896 , o quella del 1898 - e una delle due deve esserlo stata di certo - una cosa è fuori di dubbio : che in entrambi i casi si è ceduto all ' opinione pubblica , senza troppo sottilizzare se essa era o non era costituita dalla maggioranza delle persone colte del paese . Era l ' opinione pubblica - e bastava , perché vi si obbedisse come ad un despota . Il secondo esempio che voglio recare , è ancor più calzante . Si tratta della questione Dreyfus . Qual parte ha giuocato - in questo infame e famoso affare - l ' opinione pubblica francese ? Unanime , prima , nel negare la revisione del processo , quasi unanime , dopo , nel chiederla ad alte grida . L ' opinione pubblica di prima aveva torto : non era né vera , né certa , come la vuole il Bonghi : era il risultato patologico d ' una suggestione imposta dalla perfidia di alcuni e subìta dalla ingenuità patriottica di quasi tutti : eppure sarebbe stato possibile non tener conto di quell ' opinione ? Voi l ' avete visto : in una memoranda seduta - del 7 luglio 1898 - tutta la Camera francese si inchinò pecorilmente a quell ' opinione pubblica , decretando l ' affissione in tutti i comuni della Repubblica del discorso di Cavaignac . E Ruggero Bonghi avrebbe dovuto ammettere che la Camera dei deputati rappresenta le menti colte d ' un paese , e che quindi un suo plebiscito è un plebiscito cosciente e sensato . Io - modestamente - giudico in modo diverso i Parlamenti ma non è qui il luogo di dirne il perché e del resto alla mia tesi attuale , il perché non importa . La conseguenza a cui volevo arrivare , e a cui mi sembra di essere arrivato , è questa : 1° L ' opinione pubblica si impone , anche quando non è formata dal consenso più generale delle menti colte di un paese ; 2° Anche il pensiero degli uomini colti può essere figlio di un ' impressione improvvisa , erronea o rettificabile ( come nel caso della Camera francese ) e quindi non basta - per riconoscere autorità all ' opinione pubblica - il dimostrare che essa è fondata sulla maggioranza delle persone colte . Queste , come gli ignoranti , si possono sbagliare . L ' avvocato G . A . Pugliese - in un breve ma acuto articolo * - s ' accorse che la definizione dell ' opinione pubblica tentata dal Bonghi non era completa , e propose di aggiungere - ai caratteri di cui la voleva fornita il Bonghi - un altro : che essa riposi su un costante stato d ' animo . Così - egli pensava - non si scambierà per vera opinione pubblica quella che in Francia negava la revisione del processo Dreyfus , giacché essa non fu costante . E aggiungeva : " dicesi che in materia di appalti di opere pubbliche il vero collaudo viene dato dal tempo : ebbene , a me pare che anche il battesimo di vera pubblica opinione debba attendersi dal tempo " . La similitudine è bella , ma io son tentato di ripetere a questo proposito : parole d ' oro , ma parole vane . Anzitutto si potrebbe chiedere all ' avvocato Pugliese : quanto tempo occorre ... perché avvenga il collaudo ? Quando si potrà dire che una data opinione pubblica è vera e certa ? Dopo dieci anni , dopo venti , dopo trenta ? In secondo luogo - ammesso che si trovi questo limite di tempo , che a me pare introvabile - non sarebbe ciò una soddisfazione puramente platonica ? Dato , per esempio , che oggi si manifesti una corrente dello spirito pubblico , dovremo , e potremo noi , trascurarla , e pacificamente attendere , per tenerne calcolo , che sia passato ... un quarto di secolo ? In terzo luogo , non è evidente che una simile opinione pubblica non sarebbe più un ' opinione pubblica , ma qualche cosa che assomiglia molto alla tradizione ? Che cosa è , infatti , la tradizione se non un ' opinione pubblica che si è fissata e cristallizzata nel popolo ? Or dunque - s ' io non mi sbaglio - le definizioni tentate dal Bonghi e dal Pugliese non sono complete , né , se lo fossero , sarebbero pratiche . In conclusione , i due autori citati si limitano ad affermare che la vera opinione pubblica è quella che dalle persone di senno , dal tempo , e dagli avvenimenti è stata riconosciuta per giusta . Una definizione , come si vede , che potrebbe portar la firma di Monsieur de la Palisse ; ma che , pur essendo una verità , non è feconda di nessuna conseguenza . Io credo che nel problema che ci occupa , non si debbano cercare a priori delle definizioni - le quali , come diceva argutamente il Lombroso , tolte le geometriche , sono tutte inesatte - ma si debba piuttosto tentar di studiare in qual modo l ' opinione pubblica si forma e da quali strane e oscure leggi psicologiche è governata . La definizione non è che la sintesi della descrizione di un fenomeno : ed è manifestamente un errore il volere esporre la sintesi prima di aver fatto l ' analisi . Distinguere l ' opinione pubblica vera e certa da quella non vera ed incerta , mi sembra impresa molto difficile , prima di avere bene stabilito che cosa è l ' opinione pubblica . E per stabilire che cosa è l ' opinione pubblica , bisogna anzitutto sapere - o per lo meno cercar di sapere - che cosa è il pubblico . Noi , quindi , fedeli a queste idee che son quelle del metodo positivo , analizzeremo in primo luogo l ' ente collettivo che si chiama pubblico e cercheremo di isolarlo dagli altri enti collettivi coi quali generalmente e facilmente lo si confonde ; in secondo luogo studieremo come nel pubblico si vengano formando , a poco a poco o d ' un tratto , fisiologicamente o patologicamente , le varie opinioni ; infine cercheremo di determinare quali siano i caratteri per cui si può riconoscere se una data opinione del pubblico è attendibile , e se quindi deve o non deve essere rispettata e seguita . Questa è , secondo il nostro sommesso parere , l ' unica strada che ci potrà condurre , non a svelare interamente ( l ' affermazione sarebbe superba ) ma almeno a rendere meno nebuloso quel mistero di psicologia collettiva che chiamasi opinione pubblica , e che nel mondo moderno ha una così grande e pericolosa influenza . II . Pubblico è una parola che , come tutte quelle che non indicano un oggetto materialmente definito , ha un significato molto vago ed elastico . Sappiamo , all ' ingrosso , che cosa vuol dire ma saremmo imbarazzatissimi a precisarlo . Si dice : il pubblico di un teatro , d ' un ' assemblea ; - e in questo caso la parola pubblico ha un valore determinato , che si restringe a quelle persone che erano in teatro o assistevano all ' assemblea , ed è sinonimo di folla . Si dice : il tal libro ha avuto un gran successo nel pubblico ; - e in questo caso la parola pubblico ha un valore meno specifico ; non si riferisce più a un dato numero di persone riunite , non è quindi più sinonimo di folla , ma comprende una data parte della popolazione sparsa anziché riunita , che si intende e si interessa di arte , di letteratura o di scienza . Si dice ancora : sulla data questione politica - poniamo una guerra - il pubblico ha la data opinione ; - e in questo caso la parola pubblico ha un valore ancor più generale : non si riferisce soltanto ad una parte della popolazione , a quella o questa classe o casta o scuola o partito , ma comprende tutto il popolo , talvolta molti popoli , talvolta tutto il mondo civile . In quali di questi significati va intesa la parola pubblico ? Per rispondere a tale domanda , bisogna rifarci un po ' indietro ed esaminare l ' evoluzione che ha seguito nel tempo quell ' organismo complesso ed indeterminato che oggi indichiamo col nome di pubblico . Se noi volgiamo uno sguardo ai più bassi regni dell ' animalità , vediamo che in essi il carattere dominante è l ' individualità assoluta . " Des êtres d ' espèces multiples - scrive l ' Espinas - et dont le nombre est prodigieux , vivent dans les eaux , sur la terre et sur les autres animaux à l ' état d ' isolement complet . Un grand nombre de Foraminifères , dont les carapaces ont formé des continents , sont isolés physiologiquement : de tels êtres sont faibles , non seulement parce qu ' ils sont petits , mais encore parce qu ' ils sont seuls " * . In questi infimi stadî dell ' animalità , non essendovi associazione , non vi può evidentemente essere nemmeno l ' embrione lontano del pubblico . Nondimeno , appena si sale un poco sull ' albero della vita , l ' associazione appare . È , sulle prime , un semplice aggregato materiale , puramente fisico . L ' associazione consiste tutta in una azione di presenza : se gli individui si allontanano al punto da non potersi più vedere , o restano distanti fra loro un certo tempo , cessano per questo solo fatto di essere associati . L ' associazione , in una parola , è , in questi casi , sinonimo di contatto fisico . Man mano che dalle forme inferiori si ascende alle forme superiori dell ' associazione fra gli animali , troviamo che il contatto fisico non è più la condizione necessaria per costituire la società : anche se i singoli organismi sono distanti , l ' associazione sussiste : il legame che li tiene uniti non è più soltanto materiale , ma si spiritualizza e diventa morale e intellettuale . Gli animali elevati nella scala zoologica formano quegli aggregati che si potrebbero chiamare tribù o popoli ( le api colla loro regina ) , ed hanno la divisione del lavoro e i segnali a distanza e la voce che - se non è la parola umana - è tuttavia un mezzo possente di comunicazione . In queste società noi possiamo scorgere non solo l ' embrione della folla - ossia di individui fisicamente a contatto - bensì anche l ' embrione del pubblico - ossia di individui fisicamente separati , ma riuniti , secondo la giusta espressione del Tarde , da una coesione mentale . Il fenomeno fisio - psicologico della folla lo si osserva - per esempio - in una volata di uccelli , dove il minimo sbattere di ali di uno solo produce in tutti un panico irresistibile , come il grido di allarme di un uomo in una via o in una piazza affollate induce la paura e la fuga in tutti coloro che gli sono vicini . Il fenomeno di psicologia collettiva cui noi diamo il nome di pubblico , lo si osserva - con più lontana analogia e minore chiarezza - nel contegno che alcune specie di animali tengono verso uno dei loro . Ammirato od odiato , seguìto o sfuggito - anche l ' animale prova il riflesso sociale - se posso dir così - delle sue doti o dei suoi difetti congeniti , e questo riflesso non è che l ' embrione del pubblico . L ' elefante a istinti cattivi sta sempre isolato e non vive mai nella società degli altri : ciò dipende in parte dal suo spontaneo desiderio , in parte perché gli altri vogliono lasciarlo solo . E questo è innegabilmente un giudizio del pubblico . Se dalle associazioni animali passiamo alle associazioni umane , l ' evoluzione del fenomeno che stiamo analizzando ci appare identica quantunque immensamente ingrandita e complicata . Come nelle infime società animali il legame sociale è costituito da un semplice contatto fisico , così nelle prime società umane il cosiddetto pubblico si riduce alla folla , giacché è costituito soltanto da individui fisicamente a contatto . E come nelle società animali più evolute il legame sociale non è soltanto materiale ma anche morale e intellettuale , così nelle più moderne società umane il pubblico è un vero pubblico anziché semplicemente una folla , poiché è costituito non da individui fisicamente riuniti , ma da individui distanti fra loro nello spazio , e nondimeno collegati da un ' idea , da un sentimento comune , da una invisibile coesione mentale . Gli esempî chiariranno il mio pensiero meglio di quanto abbian saputo fare le mie parole . Nell ' antichità greco - romana ( per non perderci in ricerche di tempi più lontani o di popoli barbari ) possiamo noi dire che esistesse un pubblico ? Esistevano delle folle , ma non esistevano pubblici . Tutto ciò che si riferiva alla politica era discusso nel foro , nelle assemblee , nei comizî , - cioè dalla folla : i reggitori di Stati , i tribuni , i novatori , non avevano alcun mezzo per portare a distanza il loro pensiero e per inocularlo negli individui sparsi e isolati : dovevano - per forza - agire sul pubblico riunito e presente , cioè sulla folla . Gesù Cristo non aveva che la parola per diffondere la sua dottrina ; dal primo nucleo di persone cui aveva parlato , sorgevano i discepoli che alla loro volta parlavano ad altri nuclei di persone . Il nuovo verbo si estendeva così - di folla in folla - allargando sempre più il cerchio di coloro che erano istintivamente chiamati ad udirlo , come un sasso lanciato nell ' acqua estende - di onda in onda - l ' effetto prodotto dalla sua caduta . Tutto ciò che si riferisce all ' arte e alla scienza non aveva , allora , un pubblico , nel senso in cui noi oggi lo intendiamo : aveva semplicemente un uditorio ; cioè una folla . I poeti non eran forse degli oratori ... in versi ? I loro poemi non erano forse detti , dinanzi a una moltitudine più o meno numerosa , che non poteva conoscerli se non recandosi in massa ad udirli ? Gli stessi scienziati come diffondevano la loro scienza , se non rivelandola a viva voce ad alcuni discepoli riuniti ? Si dirà - ed è vero - che se questa era la regola generale , non mancava l ' eccezione : non mancavano cioè i lettori singoli dei manoscritti copiati a mano in qualche diecina di esemplari e che contenevano i poemi di Virgilio o d ' Omero , le storie di Tacito o di Cesare ; ma possiamo noi affermare ( e l ' osservazione è di Gabriele Tarde * ) che questi singoli lettori avessero la coscienza di formare un aggregato sociale , come ai nostri giorni i lettori d ' uno stesso giornale o , anche , di uno stesso romanzo alla moda . No , certamente . Essi erano le lontane avanguardie del pubblico : ma non avevano coscienza di esserlo , ed erano troppo pochi . Per il numero e per l ' incoscienza , rappresentavano quindi una quantità trascurabile * . Nel medio evo esisteva un pubblico ? Il Tarde lo nega , sostenendo che non v ' erano che delle fiere , dei pellegrinaggi , delle moltitudini tumultuose nelle quali correvano - volta a volta - delle frenesie religiose o guerresche , delle collere spaventose o delle paure vilissime . Basta pensare alle crociate e ai terrori che precedettero la fine dell ' anno mille , per comprendere che allora qualunque manifestazione del movimento sociale era determinata dalla folla e dalla sua strana psicologia . Ma se è certo che , in quell ' epoca , l ' influenza dell ' individuo sulla massa si esercitava quasi unicamente colla parola parlata , se è certo cioè che i grandi agitatori esercitavano la loro influenza sopratutto su persone presenti , e che - d ' altra parte - gli uomini facevano sentire i loro odî ed i loro amori collettivi , sempre nella forma compatta e brutale della folla , - è anche fuori di dubbio che quell ' avanguardia del pubblico che noi abbiamo riscontrato ai tempi di Grecia e Roma , si faceva poco a poco più cosciente e più numerosa . I lettori isolati dei manoscritti aumentavano ; e sotto il pensiero intermittente e violento delle folle , si andava disegnando il pensiero continuo e pacifico del pubblico ; - pensiero meno visibile , e più trascurato , ma non trascurabile , e che attendeva da una scoperta , ormai prossima , di diventare visibile e importantissimo . Questa scoperta fu la stampa . L ' invenzione della stampa fu per il sorgere del pubblico quello che è una rivoluzione politica per il sorgere di un nuovo ordinamento sociale : il momento storico , cioè , in cui un organo entra in attività e tramuta la sua esistenza , fino allora potenziale , in un ' esistenza di fatto . Questo nuovo organo era la coscienza collettiva che fino allora era stata forzatamente costretta a rinchiudersi nell ' ignoranza o nel silenzio e la cui possibile manifestazione - sia per apprendere il pensiero di chi la dirigeva , sia per approvare o per combattere questo pensiero - era consistita nelle riunioni di parlamenti , di assemblee , di fiere o di folle . La stampa portava a tutti gli uomini civili la voce dei meneurs anche lontani , e offriva - reciprocamente - il modo di far sentire a questi meneurs la volontà o i desiderii del popolo , senza aver bisogno che esso fosse riunito e presente e urlasse sotto le finestre d ' una reggia le sue minaccie , o commettesse eccessi in una via o in una piazza . Noi , nati quando la stampa era già un ' abitudine ereditaria di qualche secolo , non possiamo - senza uno sforzo di volontà - immaginarci il contraccolpo che la sua invenzione ebbe nel mondo . I libri pubblicati e diffusi - per la prima volta - a migliaia di copie davano a chi li leggeva la sensazione di formare una classe nuova di persone ; di persone le quali pur non conoscendosi fra loro ed essendo distanti le une dalle altre , si sentivano nondimeno legate dall ' invisibile filo intellettuale della lettura d ' un identico volume e dalle riflessioni che quella lettura faceva nascere in ognuno di loro . Fino a quel momento gli uomini , per sentire la loro solidarietà e per manifestarla , non avevano che un solo mezzo : riunirsi in folla . La stampa faceva sentire quella loro solidarietà e ne rendeva possibile la manifestazione , senza bisogno che essi si riunissero ; al contatto fisico aveva sostituito il contatto morale : alla folla aveva sostituito il pubblico . Senza dubbio , il pubblico , quando nacque , non era un organismo così complicato e così possente quale è divenuto oggi . Come ogni cosa viva , traversò varie fasi , prima di giungere alla fase odierna . Se si può dire che esso data dal secolo XVI , dopo il grande sviluppo preso dalla stampa , è dovere riconoscere che allora aveva un ' estensione e un ' importanza infinitamente minore di quella che assunse in seguito . Era , sulle prime , un pubblico quasi esclusivamente letterario scientifico o religioso ; e in fondo , sempre formato da una minoranza di persone colte . Nella seconda metà del secolo XVIII sorge il vero pubblico politico , formato non da una minoranza di uomini colti , ma dalla grande maggioranza del popolo , e a poco a poco assorbe tutti gli altri pubblici più o meno speciali e ristretti . La Rivoluzione francese dà a questo pubblico una nuova estensione , poiché è appunto a quell ' epoca che il giornalismo prende uno slancio che , per allora , possiamo dire grandissimo * . La stampa tuttavia , pur avendo creato il pubblico quasi in sostituzione della folla , non aveva saputo offrire al pubblico quel vantaggio che pur la folla possedeva : voglio dire l ' attualità . E mi spiego . Coloro che leggevano i giornali , sapevano bensì quanto accadeva nel mondo , ma lo sapevano forzatamente in ritardo . Tra le molte differenze che esistono tra folla e pubblico , la più grave , allora , era questa : che i membri di una folla erano tutti colpiti contemporaneamente da una notizia , e si sentivano quindi legati fra loro - oltre che dal contatto fisico - dal pensiero che ognuno di loro provava nell ' identico istante le identiche impressioni ; mentre gli individui sparsi che facevano parte del pubblico , oltre che essere distanti nello spazio , lo erano anche nel tempo , giacché apprendevano le notizie , non tutti nello stesso momento , ma chi molte ore , chi qualche giorno , chi , talvolta , una o più settimane dopo . Le comunicazioni non erano né frequenti , né veloci , e le provincie lontane dovevano accontentarsi di sapere con gran ritardo ciò che era accaduto alla capitale . Questa mancanza di contemporaneità nell ' apprendere notizie rendeva meno forte e meno attiva l ' influenza del pubblico : toglieva a questo la grande prerogativa e il maggior segreto della temibilità della folla : l ' unisono . Ma ciò che non poteva dare la invenzione della stampa , venne dato da altre scoperte , non meno gravide di incalcolabili conseguenze sociali : la ferrovia e il telegrafo e , s ' intende , il telefono e il telegrafo senza fili . Colla prima , le distanze si diminuirono e i giornali poterono arrivare in luoghi lontani in un breve spazio di tempo : colle altre le distanze si ridussero quasi al nulla e una notizia poté percorrere centinaia e migliaia di chilometri in pochi minuti . La ferrovia , il telegrafo ed il telefono diedero le ali alla stampa , e dettero al pubblico quel senso di attualità che fino allora non possedeva . È stato detto egregiamente che il trasporto della forza a distanza è un nulla , di fronte a questo trasporto del pensiero a distanza * . Certo il telegrafo ed il telefono han fatto sì che il pubblico di lettori fosse , per la contemporaneità , quasi uguale a una folla di uditori , poiché il tempo che impiegano la parola di un uomo o la notizia di un fatto ad arrivare sotto gli occhi di chi legge un giornale è - nei suoi rapporti sociali - poco più lungo di quello che impiega la voce di un oratore ad arrivare agli orecchi di chi lo ascolta . Oggi , in tutto il mondo civile si può sapere a poche ore di distanza che cosa hanno detto il presidente degli Stati Uniti o lo Czar , ciò che è accaduto a Parigi o a Buenos - Ayres . Il pubblico cioè ha conquistato quell ' unità di tempo che gli mancava , e che lo faceva , in un certo senso , socialmente inferiore alla folla . Inoltre la folla era un aggregato che aveva necessariamente i suoi limiti : non poteva essere composta di un numero di persone che eccedesse una data cifra . Prendiamo pure , come esempio , il Colosseo - il più vasto anfiteatro dell ' antichità - che conteneva , dicesi , 100.000 persone ; prendiamo pure , come esempio , gli innumerevoli individui che formavano - all ' aria aperta - l ' uditorio di un Pier l ' Eremita : per quanto la nostra fantasia sia generosa , potremo arrivare tutto al più alla cifra di due o trecento mila persone : non oltre . Il pubblico , invece - e intendo il pubblico moderno - non conosce limiti ; un sovrano od un genio per mezzo delle grandi scoperte : stampa , ferrovia , telefono e telegrafo - parlano oggi contemporaneamente a milioni di individui , a tutto il mondo che legge . III . Io mi lusingo che il poco che ho detto fin qui sarà bastato a far conoscere - almeno a larghi tratti - l ' evoluzione del pubblico , e a stabilirne le differenze colla folla . Il pubblico non è che una trasformazione della folla , compiuta lentamente dalla civiltà , la quale - mano mano che progrediva - scopriva mezzi sempre migliori per poter tener legati idealmente gli uomini , senza bisogno che essi fossero fisicamente vicini . La folla è un aggregato semplice nella sua formazione e improvviso , quindi in un certo senso animale ; il pubblico è un aggregato più difficile a formarsi e più lento , quindi più umano . La folla non è che una riunione di contatti psichici essenzialmente prodotti da contatti fisici : il pubblico non ha alcun bisogno della vicinanza dei corpi per essere un intricato complesso di comunicazioni da anima ad anima . La folla , insomma , è una collettività eminentemente barbara ed atavica : il pubblico è una collettività eminentemente civile e moderna . Se la similitudine non sembrasse azzardata , direi che tra la folla ed il pubblico passa l ' identica differenza che corre tra l ' orda selvaggia e la società attuale . Il progresso , che ha saputo trasformare a poco a poco l ' orda selvaggia nel tipo dello Stato moderno , ha saputo anche tramutare a poco a poco la folla in pubblico . Si tratta , in entrambi i casi , di aver sostituito all ' informe agglomero umano che sentiva , pensava ed agiva impulsivamente e tumultuariamente , un altro agglomero umano che sente , pensa ed agisce con maggior riflessione e sotto il freno di certe leggi . Le prove di questa differenza tra la folla e il pubblico abbondano . È un assioma che , quanto più un organismo è semplice , tanto più è soggetto alle forze della natura . L ' uomo civile si difende meglio dell ' uomo barbaro dalle intemperie , e il variare periodico delle stagioni ha sulla sua vita sociale un ' influenza minore che sull ' uomo barbaro . Per la stessa ragione l ' uomo barbaro sa e può opporre all ' ambiente fisico una maggior resistenza e una migliore difesa dell ' animale superiore , e questo , a sua volta , dell ' animale inferiore . Orbene , le folle sono organismi semplici e primitivi , perché la loro azione dipende molto dallo stato dell ' atmosfera e delle stagioni . Una giornata di pioggia basta ad allontanare il pericolo d ' un assembramento ; e non per nulla tutti i questori e tutti i prefetti di polizia , seguendo l ' esempio di Bailly , benedicono il brutto tempo che fa vuotare le vie e le piazze e rende difficilissime , se non impossibili , le folle e quindi le dimostrazioni o le sommosse . Il pubblico - organismo più complicato e più civile - non si risente affatto dell ' instabilità dell ' atmosfera : splenda il sole o diluvi , esso rimane identico nella sua sostanza e nella sua efficacia . Così il caldo o il freddo , l ' estate o l ' inverno , che hanno tanta influenza sulle folle , non ne hanno alcuna sui pubblici . Veggansi in proposito le osservazioni del Fournial * e sopratutto quelle del Lombroso e del Laschi * : esse dicono , col linguaggio preciso ed inconfutabile delle cifre , come le folle siano più o meno frequenti e numerose , secondo le stagioni ed i gradi di calore . Per i pubblici , invece , tutto ciò è indifferente ; e prova ne sia , come ha osservato il Tarde , che la crisi più acuta di una sovra - eccitazione del pubblico , quella dell ' affare Dreyfus , è scoppiata e si è diffusa in inverno . Un altro assioma sociologico è che l ' impronta della razza va facendosi sempre più debole , mano mano che gli organismi salgono nella scala sociale . E questo assioma è tanto evidente che non ha quasi bisogno di spiegazione . Più si moltiplicano e si intrecciano le influenze sociali , più è difficile scorgere lo stigma ereditario della razza - nascosto , attenuato o trasformato da cause o da concause ulteriori . Nel regno vegetale e nel regno animale ( escluso l ' uomo ) noi possiamo agire con una relativa sicurezza affidandoci soltanto all ' immancabile efficacia della razza e dell ' ereditarietà . Gli allevatori di piante e di animali lo sanno : coi loro innesti e coi loro incroci , essi ottengono - con precisione quasi matematica - quello che vogliono : le qualità dello stame e del pistillo , del padre e della madre , si combinano e si riproducono nei figli con un ' esattezza meravigliosa . Possiamo noi agire in egual modo sugli uomini ? No , certamente . Per questi , se la razza e l ' ereditarietà valgono molto , vale moltissimo l ' ambiente in cui nascono e vivono , vale cioè moltissimo l ' influenza sociale . Dato - per un ' ipotesi inverosimile - che si potessero conoscere perfettamente nel morale e nel fisico i genitori e i loro antenati , non per questo si potrebbe disegnare a priori l ' aspetto fisico del figlio , e tanto meno descrivere la sua fisonomia morale ed intellettuale . Orbene , trasportiamo quest ' osservazione dall ' organismo individuale all ' organismo collettivo , e chiediamoci se non è evidente che la razza ha maggiore influenza su una folla che non su un pubblico . Chi non saprebbe distinguere una folla italiana da una folla tedesca ? Chi potrebbe confondere un meeting d ' inglesi con un meeting di napoletani ? Chi non sa che una folla veneta non arriverebbe mai agli eccessi di crudeltà cui arrivano le folle calabresi o palermitane ? Basta avere assistito una volta ad una rappresentazione in un teatro tedesco , e aver confrontato il contegno degli spettatori con quello che tengono ordinariamente gli spettatori italiani , per comprendere come le folle siano sotto l ' impero assoluto della razza da cui escono . Calme o entusiastiche , fredde o bollenti , secondo che sono germaniche o latine . I pubblici delle varie nazionalità non offrono certo differenze così spiccate . E non le offrono perché - mentre nelle folle gli individui smussano gli angoli delle loro singole personalità per non lasciar scorgere che il contorno del loro tipo nazionale - nei pubblici invece non c ' è questa neutralizzazione dell ' individuo a intero profitto del carattere di razza , appunto perché nei pubblici - aggregati più civili e moderni - predomina il fattore sociale anziché quello atavico . Un terzo assioma sociologico - anch ' esso di intuitiva evidenza - è che la superiorità d ' un organismo - sia esso individuale o collettivo - si misura dalla maggiore riflessione ch ' esso mette nelle sue manifestazioni . Gli uomini e i popoli sono più o meno civili , secondo che sanno più o meno vincere , col potere d ' inibizione , che la educazione e la civiltà han sviluppato in loro , gli istinti atavici e selvaggi che li trascinerebbero ad agire impulsivamente . Orbene , chi vorrà e potrà negare che le folle sono assai più impulsive e quindi più violente dei pubblici ? Confrontiamo , per esempio , le folle femminili coi pubblici femminili . C ' è , psicologicamente , un abisso fra le une e gli altri . Le folle femminili sono la quintessenza della crudeltà e della barbarie : nei loro eccessi esse superano di gran lunga le folle maschili . Aprite un libro di storia di qualsiasi epoca , voi vi leggerete degli episodi raccapriccianti sull ' inverosimile grado di bestialità cui possono arrivare le donne quando discendono e si riuniscono nelle strade . La Rivoluzione francese offre al riguardo un gran numero di fatti che incutono orrore e terrore : e anche senza risalire a tempi lontani , chi ha assistito alle sommosse di Sicilia nell ' inverno 1893 94 , e alle tristi giornate di Milano nel maggio 1898 , non ha bisogno d ' imparare da altri che le donne , in folla , sono , peggio che selvagge , cannibali . Che cosa v ' ha , invece , di più civile , nel senso buono e anche nel senso cattivo di questa parola , dei pubblici femminili ? Le lettrici dei giornali e dei romanzi alla moda , e quelle dei giornali e delle riviste femministe , sono , è vero , appassionate ed anche talvolta un poco esaltate ; ma la loro passione è sempre sapientemente tenuta in freno da una non trascurabile dose di furberia , e le loro manifestazioni somigliano assai più al modo di agire della volpe che a quello della tigre . Per questo ho detto che i pubblici femminili sono civili anche nel cattivo senso della parola : hanno cioè della civiltà non solo la mitezza , ma altresì - mi perdonino le signore - la doppiezza gesuitica . Ed ora che abbiamo , o almeno crediamo di avere dimostrato l ' inferiorità della folla di fronte al pubblico , poiché l ' una rappresenta un aggregato barbaro ed atavico , l ' altro un aggregato moderno e civile , è necessario domandarsi qual parte abbiano rispettivamente , nel movimento sociale odierno , questi due diversi e indefinibili organismi che riassumono tutta la misteriosa e pur possente psicologia collettiva . Il dottor Le Bon * , ed io con lui * , abbiamo , anni or sono , proclamato che la nostra epoca è " l ' êra delle folle " . Gabriele Tarde invece sostiene che la nostra epoca è " l ' êra dei pubblici " . Ci siamo sbagliati , in parte , tutti . La nostra epoca è , nello stesso tempo , l ' êra dei pubblici e delle folle . Senza dubbio , il sorgere e lo svilupparsi del pubblico ha diminuito la frequenza delle folle , ma non le ha soppresse . Ha aperto , per così dire , una nuova valvola al bisogno del popolo di manifestare i proprî sentimenti e i proprî pensieri , ma non ha chiuso l ' antica . Vi sono oggi - oltre le folle - i pubblici , ma non vi sono soltanto i pubblici . Il progresso modifica e , modificando , migliora ; ma non cancella totalmente le abitudini ataviche . Carlyle ha detto che la civiltà non è che una corteccia entro cui può ardere viva , col suo fuoco infernale , la passione selvaggia dell ' uomo . E la verità di questa affermazione è confermata quotidianamente dai fatti : noi vediamo persone - che si comportano nella vita normale con tutte le forme insegnate dal vivere civile - scoppiare ad un tratto in una azione crudele che rivela in esse la bestia umana . È il così detto delitto passionale . La corteccia della civiltà - dinanzi a una provocazione - si è spezzata per lasciar uscir fuori la linfa della barbarie . Quel che avviene per gli individui avviene per le collettività . La civiltà ha tramutato la folla in pubblico , ma il pubblico a sua volta ritorna folla , quando il sentimento che lo domina è così forte da non sapersi più contenere e da aver bisogno per la sua manifestazione della forma atavica con cui si esplicava una volta . Ogni giorno noi assistiamo a questo fenomeno di un pubblico che produce una folla . Quando , per esempio , l ' idea che muove un partito , ossia un pubblico politico , ha raggiunto un altissimo grado di espansione , da quel pubblico esce , quasi per generazione spontanea , una folla che fa dimostrazioni , sommosse , rivoluzioni . Quando il sentimento religioso diffuso nel pubblico si acutizza nella superstizione , ecco che dal pubblico di fedeli escono le folle religiose peregrinanti a un santuario , o deliranti dinanzi a qualche madonna o a qualche santo miracoloso . Quando l ' amore o la stima - o viceversa l ' odio e il disprezzo per una data persona - oltrepassano nel pubblico certi limiti , ecco che da questo pubblico escono le folle urlanti di entusiasmo e di ammirazione , o di esecrazione e di ferocia , intorno ad un sovrano , a un generale , a un artista . Il pubblico , insomma , in certi casi , ritorna folla , come l ' uomo civile , in certi casi , ritorna barbaro . E in questo senso quindi possiamo dire che la folla non è oggi che una forma acuta e patologica del pubblico . IV . A questo punto , dopo avere , nel modo più breve e più chiaro che per me si poteva , tentato di spiegare che cosa è il pubblico , isolandolo dagli altri enti collettivi con cui potrebbe confondersi , è necessario ed è men difficile ritornare all ' oggetto del nostro studio e chiederci in qual modo si forma l ' opinione pubblica . Da quanto ho esposto , risulta chiaramente che l ' opinione pubblica è , qualche volta , non l ' opinione del pubblico propriamente detto , ma l ' opinione della folla . Il pensiero e il sentimento della collettività , noi lo abbiamo visto , se si esprimono oggi normalmente per mezzo dei giornali e se si diffondono quindi sugli individui sparsi e lontani , si esprimono anche anormalmente per mezzo delle moltitudini , le quali sanno dire ed imporre in modo staticamente violento ciò che i pubblici pensano in modo dinamicamente pacifico . I discorsi , le adunanze , le riunioni elettorali , le dimostrazioni di piazza , sono altrettante forme di folle , che influiscono anche oggi - e molto ! - sulla formazione dell ' opinione pubblica . Dietro queste folle c ' è sempre - siamo d ' accordo - un partito , cioè un pubblico , che è la loro causa e , per dir così , il bozzolo da cui escono : ma ciò non toglie che siano quelle folle che conquistano d ' un tratto - colla suggestione immediata e fortissima che da loro si sprigiona - il cuore e il cervello degli individui i quali , altrimenti , avrebbero impiegato più tempo a convertirsi . Per rispondere dunque alla domanda : in qual modo si determina una data opinione pubblica ? bisognerebbe fare non solo la psico - fisiologia del pubblico , ma anche quella della folla . Senonché , la psico - fisiologia della folla noi l ' abbiamo studiata altrove * e non amiamo ripeterci . Ci resta a studiare quella del pubblico . Ed è ciò che noi tenteremo . Una prima divisione dei pubblici si presenta spontanea quando si voglia considerare , da un lato il diverso grado di coltura , dall ' altro lato i diversi interessi degli uomini . Qui se ressemble s ' assemble , dice un proverbio , e ciò è vero non solo per le folle , ma anche per i pubblici . Una stessa educazione , un identico scopo , riuniscono gli individui in un fascio intellettuale , come un identico sentimento li spinge tutti ad agglomerarsi in una via o in una piazza . Noi abbiamo quindi i pubblici giudiziari , industriali , agricoli , letterari , scientifici , religiosi , politici , secondo che gli individui appartengono alla magistratura , all ' industria , all ' agricoltura , alla letteratura , alla scienza , alla religione , alla politica . Questi pubblici non differiscono fra loro soltanto per lo scopo che perseguono , ma bensì anche per l ' estensione che hanno e per la tecnicità che possiedono . Più il pubblico è ristretto , più è tecnico ; e più è possente e quindi temibile , quanto più l ' interesse che difende è generale . Una volta , la diversità di coltura e di interessi dava luogo nella società a divisioni di altro genere , che si chiamavano corporazioni , mestieri , classi o caste . Erano divisioni più stabili e più ben definite , anzitutto perché si fondavano qualche volta sull ' eredità , in secondo luogo perché chi ne faceva parte non ne poteva uscir facilmente , e chi non v ' era ascritto non vi poteva con facilità penetrare . Erano , in un certo senso , dei campi chiusi nei quali si poteva contare il numero dei soldati e donde l ' emigrazione e dove l ' immigrazione erano quasi impossibili . I pubblici odierni , che hanno sostituito queste divisioni , sono assai meno stabili e assai meno definiti ; sono , se posso dir così , organismi fluttuanti , perché non si può mai precisare la qualità degli individui che li compongono e tanto meno il loro numero . Un pubblico è oggi una specie di nebulosa , di cui se è facile distinguere il nucleo centrale , è difficilissimo determinare i confini . Vi entra e ne esce chi vuole ; e non valgono , o valgono poco , le ragioni ereditarie e tradizionali per costringere l ' una o l ' altra persona a far parte di questo o di quel pubblico . Noi possiamo dire che il pubblico è - per la vita sociale - quello che è per la vista , una cascata d ' acqua , la quale ci fa sempre l ' identica impressione malgrado che le goccie di cui è composta mutino continuamente . Le goccie del pubblico sono gli individui . E non solo vi è una continua variazione nelle goccie che forman la cateratta o - per lasciare la metafora - nelle cellule che formano quell ' organismo collettivo che è il pubblico ; ma anche questo stesso organismo va sempre più perdendo quei caratteri di stabilità e di infrangibilità che presentava una volta . Confrontate - e non solo in Italia - i partiti politici di mezzo secolo fa con quelli attuali . Destra e Sinistra erano allora due nomi che , nella Camera e nel paese , rispondevano a due correnti di idee che seguivano ognuna il loro corso indipendente . Qualunque confusione fra quei due partiti e fra gli uomini che li rappresentavano , sarebbe parsa impossibile , o , se fosse avvenuta , sarebbe stata giudicata come una viltà od un tradimento . La divisione era netta , recisa , intangibile . Le goccie , cioè gli uomini , mutavano necessariamente , ma la cateratta , cioè l ' idea , rimaneva intatta ed immobile . Possiamo noi dire lo stesso dei partiti attuali ? È pietà non rispondere a questa domanda , giacché tutti vedono e sanno , pur troppo quanta poca forza di coesione e quanta poca impermeabilità ( mi si perdoni la parola ) abbiano i partiti politici dei nostri giorni . Essi non sono che una etichetta che l ' uomo tiene appiccicata fin che gli fa comodo , e getta lontano quando gli conviene di farla dimenticare . Tra i vari partiti c ' è oggi in permanenza un fenomeno di osmosi e di endosmosi : le idee dell ' uno penetrano in quelle dell ' altro e viceversa ; e gli uomini che le sostenevano non trovano quindi strano , anzi trovano logico , di allearsi dopo di essersi combattuti . Questa continua mobilità dei partiti o dei pubblici attuali ( che è giustamente , secondo il Tarde , una delle loro caratteristiche principali ) non merita però troppo severo giudizio , giacché le cause da cui dipende , se non la giustificano , la scusano molto . In primo luogo , è evidente che gli uomini non possono essere oggi tenacemente fedeli a un ' idea , come lo potevano essere , e lo erano , una volta . In passato , ogni uomo nascendo aveva già designato non solo la sua carriera e quindi il suo posto nel mondo , ma anche il complesso di teorie cui doveva serbarsi rigidamente attaccato . Occorreva allora un fatto molto grave ( ed era ad ogni modo un fenomeno molto strano ) per vedere , ad esempio , un aristocratico nutrire sentimenti diversi da quelli della sua casta . Oggi , invece , ogni uomo che nasce è , in gran parte , un ' incognita , perché non si può sapere con sicurezza né la carriera che sceglierà , né le idee cui sarà devoto . Non solo : ma mentre una volta , generalmente , si invecchiava e si moriva con idee presso a poco uguali a quelle della gioventù , - oggi è più che probabile di cambiare di idee , o per lo meno di modificarle , coi lustri se non cogli anni . Il progresso che avanza con velocità sempre maggiore rende quasi forzatamente necessario il mutar opinione , e non a torto un filosofo diceva che chi non cambia mai la propria opinione non può essere che colui il quale non vuole o non sa imparar nulla . Un ' altra causa della mobilità dei pubblici , che si riattacca alla prima e non ne è che un diverso aspetto , consiste nel fatto che oggi la opinione di ciascuno è messa a dura prova perché quotidianamente insidiata dal diffondersi di opinioni diverse o addirittura contrarie . Un uomo si conserva più facilmente onesto , quanto minori sono le occasioni che lo tentano : un uomo si mantiene più facilmente d ' un dato parere , quanto minori sono i pareri opposti che egli sente svolgere intorno a lui . Non occorreva certo un carattere adamantino per serbar fede , in addietro , a quel patrimonio di idee in cui si era nati e cresciuti , poiché non era frequente il caso che nuove correnti di idee venissero ad urtare ed a turbare le correnti tradizionali ed ereditarie . E , viceversa , non è sintomo di poca saldezza di carattere , oggi , il mutar opinione , poiché sono infinite le forme di suggestione che la nostra vita sociale offre a ciascuno , per trascinarlo a pensare e a sentire in un senso piuttosto che in un altro . Tra queste forme di suggestione , la più importante , quella che riassume e concentra tutte le altre , è senza dubbio la stampa . Non vi è professione , non partito , non scuola artistica , religiosa o scientifica che non voglia avere il suo giornale o la sua rivista , come non v ' è reggimento che non abbia la sua bandiera . Affermarsi con un giornale è , nel mondo moderno , il primo bisogno di un ' idea che nasce , come di ogni interesse che non vuole essere soffocato da interessi rivali . Ed è perciò che si potrebbe fare una statistica e una psicologia della nostra vita sociale , solo contando ed esaminando i giornali che vengono pubblicati . Il sentire la imperiosa necessità di possedere un proprio giornale , prova implicitamente che ogni partito sa e crede che quello è il modo migliore per formarsi un seguito di fedeli . Sa e crede cioè , che gli uomini si schierano dietro un ' idea , non tanto , come una volta , per ragioni ereditarie e tradizionali , quanto per ragioni attuali , di persuasione immediata . Senonché - a questo punto - ci si presenta formidabile la domanda : è il giornale o il giornalista che forma il pubblico , o viceversa ? Dico formidabile la domanda , non tanto perché , secondo il mio parere , lo sia realmente , quanto perché tale è considerata in genere dagli scrittori . Noi abbiamo in sociologia molte di queste questioni , che si potrebbero tutte ridurre a una questione unica : se cioè sia l ' ambiente che ha maggior influenza sull ' individuo , o l ' individuo sull ' ambiente . Problemi , in fondo , che servono soltanto a mostrare l ' acutezza psicologica dei singoli avversari , i quali , per sostenere la loro tesi , fanno sfoggio di argomenti e di paragoni bellissimi , ma esagerati e paradossali . Prendiamo , ad esempio , la cosidetta teoria del grand ' uomo . Secondo Spencer che la mise in ridicolo , è un errore attribuire socialmente una grande influenza all ' uomo di genio : esso non è che il prodotto necessario dell ' ambiente in cui sorge e , per così dire , un figlio del suo tempo : un uomo non attivo , ma rappresentativo , come lo chiamava l ' Emerson ; un attore , non un autore del dramma storico . Secondo altri , invece - Carlyle il primo - tutto ciò che noi vediamo di buono e di bello nel mondo è dovuto agli eroi , cioè ai grandi uomini : l ' anima della storia intera non è che la loro storia : essi sono , per ripetere l ' espressione di Stuart Mill : " il sale della terra e senza di loro la vita umana diverrebbe una palude stagnante " . Chi ha torto o ragione ? Mi si permetta - prima di rispondere - di ricorrere a una similitudine , certo banale , ma che ha , se non altro , il pregio di essere chiara . Ogni uomo è il prodotto dei suoi genitori ; senza di essi non esisterebbe , e con genitori diversi sarebbe diverso da quello che è . Su ciò ci troviamo senza dubbio tutti d ' accordo . Così ci troviamo certo tutti d ' accordo nel credere che ogni genio sia il prodotto dell ' epoca sua , e che epoche diverse producano genii diversi . Or bene , pur ammettendo queste premesse che a me paiono assiomi , negheremmo noi che ogni figlio - una volta fatto uomo - possa esercitare sui suoi genitori una grande influenza ? O per il solo fatto ch ' egli è il prodotto fisiologico e psicologico di suo padre e di sua madre , dovremmo negare la possibilità di questa influenza ? No , non è vero ? Lo stesso , s ' io non mi sbaglio , deve dirsi del genio . Napoleone e Garibaldi , Dante e Shakespeare , sorsero quando sorsero perché fatalmente dovevano sorgere , e in questo senso è vero che essi sono i figli del loro tempo , lo scorcio incosciente in cui si è , per così dire , simbolizzata l ' umanità di una data epoca ; ma chi vorrà contestare che , pur essendo prodotti necessari della storia , dettero poi essi stessi un nuovo indirizzo alla storia , esercitando nel mondo un grande impero materiale o morale ? Scendiamo ora da queste altezze , ove si parla di genii e di epoche storiche , e ritornando al nostro più modesto argomento , parliamo di giornalisti e di pubblici . I nomi saranno diversi ma il ragionamento non muterà . Senza dubbio , ogni pubblico , produce i giornalisti che hanno i suoi istinti , le sue tendenze , le sue doti ed i suoi difetti ; che sono , in una parola , creature sue ; ma una volta che il pubblico ha , per dir così partorito il suo giornalista , è questo che , come figlio verso i genitori , può cominciare ad avere influenza sul pubblico , a dirigerne e a modificarne le opinioni . In questo caso si può dire che la psicologia del pubblico somiglia a quella della folla . Che cosa sono i meneurs delle folle , se non prodotti incoscienti e istantanei delle folle stesse ? In una moltitudine assembrata e fremente , voi sentite ad un tratto una voce o un grido , dietro il quale corre subito , con cieca ed uniforme credulità , tutta la turba , per dare sfogo ai suoi sentimenti di odio o di amore . Di quella voce o di quel grido non è responsabile l ' uomo che li ha lanciati , ma la misteriosa anima della folla che l ' ha costretto a lanciarli . Il meneur è dunque creato dalla collettività . Ma , appena creato , egli acquista un tal potere dispotico su coloro che lo attorniano , che può condurli ove vuole , ad eccessi ed a delitti che la folla non avrebbe voluto né pensato mai di commettere . Il giornalista non è che un meneur del suo pubblico . Creato da questo , può trascinarlo al di là di dove esso stesso voleva andare . V . Se la logica , dunque , serve a qualche cosa , io credo che essa ci dia il diritto di affermare che l ' opinione pubblica è , se non del tutto creata , certo plasmata , modificata e diretta dai giornalisti . In quale misura ? Ecco il problema . Problema difficilissimo a risolvere , giacché - quantunque i fenomeni di psicologia collettiva somiglino molto , per i loro imprevisti precipitati , ai fenomeni chimici - pur tuttavia è impossibile in psicologia collettiva quel che è possibile in chimica : sapere cioè qual dose occorra delle varie sostanze per ottenere la sostanza nuova . Per uscir di metafora : come si può determinare quanta parte ebbe , nel creare una data opinione pubblica , l ' opera personale di questo o quel giornalista , e quanta parte l ' opera anonima , collettiva ed istintiva del popolo ? Si dice , per esempio * , che la statistica degli abbonamenti è un eccellente termometro - spesso consultato - che avverte i redattori di un giornale della linea di condotta da seguirsi . In questo caso è il pubblico che impone , colla sanzione economica , il suo parere ai giornalisti , non questi a quello . E c ' è in proposito l ' esempio famoso del " Figaro " , che nel 1897 dopo aver pubblicato i primi articoli di Emilio Zola in favore di Dreyfus e di chi lo difendeva , mutò bandiera per non disgustare i suoi abbonati ed i suoi lettori * . Senza ricorrere , del resto , a un fatto tanto noto , e compiuto se non altro con una franchezza che ne potrebbe essere una attenuante , ognuno di noi - per poco che abbia pratica del mondo giornalistico - conosce dei fatti analoghi ; conosce cioè dei giornali e , quel che è peggio , dei giornalisti , che hanno mutato o modificato le loro opinioni perché gli umori del pubblico , e quindi la cifra degli incassi , consigliavano loro utilmente di modificarle . Malgrado questi fatti , io inclino però a credere più frequente e più intensa l ' influenza del giornalista sul pubblico , che non quella del pubblico sul giornalista . E non solo quell ' influenza è , secondo me , più intensa , ma può essere anche moralmente più dannosa . Ed ecco il perché . Il pubblico potrà far mutare indirizzo a un giornale : noi riconosciamo che questa è una brutta cosa per il carattere e l ' indipendenza del giornale giacché è , in fondo , una forma di corruzione . Ma è una corruzione che non fa che una sola specie di vittime : le facili coscienze dei convertiti . Si tratta quindi semplicemente di una questione di morale individuale . Se , per tenerci all ' esempio citato , i lettori del " Figaro " volevano che il loro giornale difendesse lo Stato maggiore francese e ribadisse la catena del relegato dell ' Isola del Diavolo , e se il Consiglio d ' amministrazione del grande giornale parigino ha creduto suo interesse di accontentarli , peggio per quei lettori , e peggio , ripeto , per le coscienze dei giornalisti e per l ' indipendenza del giornale che a quel mutamento si sono adattati . Non c ' è altro da deplorare . L ' influenza , invece , del giornalista sul pubblico può essere moralmente e materialmente assai più dannosa , giacché il giornalista può mentire , può far credere al suo pubblico cose non vere , e quindi traviarne il giudizio ; può , insomma , commettere verso di lui molti delitti , sfruttando la sua credulità e la sua buona fede . C ' è forse il bisogno di portar degli esempi per provare quante imprese losche - finanziarie e politiche - furono gabellate per buone al pubblico dall ' arte sapiente dei giornalisti ? I Panama francese e italiano informino . Del danaro , molto danaro , moltissimo danaro , e si crea l ' opinione pubblica che si vuole . Non parliamo poi dei periodi elettorali , dove , oltre il danaro , sono in gioco mille passioni , non tutte nobili e pure . Come vi sono i candidati o i loro grandi elettori che mentiscono alla folla che ascolta i loro discorsi , e promettono cose che sanno di non poter mantenere e diffamano i loro avversarî , - così vi sono i giornalisti dell ' uno e dell ' altro campo che mentiscono al loro pubblico per trascinarlo a dare il voto a Tizio piuttosto che a Caio . Nel dover constatare questi fatti dolorosi c ' è una sola consolazione : ed è che i giornali , come gli oratori , si servono l ' un l ' altro d ' antidoto e si neutralizzano . Ma non resta men vero che il pubblico è , in moltissimi casi , come la creta molle su cui imprime la sua impronta la mano del giornalista . Gabriele Tarde colla sua abituale acutezza diceva che - quasi a contrappeso psicologico a questi delitti commessi verso il pubblico - vi sono anche i delitti commessi dal pubblico . Ed è vero . Già , quel fenomeno di peggioramento morale collettivo che io ho constatato nella folla avviene fatalmente anche nel pubblico , il quale non è che una folla diffusa . Gli individui che compongono una folla od un pubblico - presi uno per uno - sono , in generale , buone e brave persone : riuniti insieme , si direbbe che le loro qualità migliori si elidono e si nascondono per lasciare scorgere e sopravvanzare le qualità peggiori . Si svegliano , cioè , nelle collettività - siano esse statiche come una folla , o dinamiche come un pubblico - gli istinti più bassi , e delle stratificazioni del carattere salgono alla superficie le prime , le più animali e le più selvaggie . Le folle son più feroci e brutali , nella manifestazione di questi istinti , appunto perché sono organismi atavici ; i pubblici son meno brutali e feroci appunto perché sono organismi moderni e civili . Le une , nel loro parossismo d ' odio , corrono all ' assassinio ; gli altri si limitano all ' ingiuria e alla diffamazione . Le une uccidono materialmente , gli altri si limitano ad uccidere moralmente . Dobbiamo dire - per questo - che tanto le folle come i pubblici sieno incapaci di slanci nobili , generosi ed eroici ? Nemmeno per idea . Ma questi slanci sono rari , e la regola è che , nelle collettività , gli istinti buoni rimangono addormentati . Prendete , come esempio , le forme più ristrette e più comuni del pubblico : i salotti , i clubs , ecc . ; provate in una conversazione a dir bene d ' una persona : qualcuno farà eco , gli altri , se non contraddiranno , rimarranno zitti e il discorso morirà ben presto . Provate invece a dirne male : sarà un coro : ognuno avrà il suo piccolo sassolino da aggiungere alla valanga del pettegolezzo , e l ' argomento , state pur certi , non si estinguerà tanto presto . Bisogna confessarlo : la leggenda biblica è psicologicamente verissima : i frutti dell ' albero del male sono assai più saporiti di quelli dell ' albero del bene . Passiamo dai pubblici ristretti ai pubblici vasti : dal salotto al giornalismo . Nella stampa , se si vuole veramente svegliare l ' interesse e la curiosità del pubblico , occorre creargli non un oggetto d ' amore , ma un oggetto d ' odio . Piacciono , per dir il vero , anche gli idoli , e vi si bruciano incensi con grande prodigalità , ma finiscono per stancare : e d ' altronde non è sempre troppa malignità il supporre che il pubblico crei degli idoli per darsi poi il divertimento di abbatterli . Un ' osservazione che non ho intesa fare a suo tempo da alcuno e che pure mi sembra semplicissima , è che l ' affare Dreyfus ha preso un nuovo slancio ed ha maggiormente appassionato il pubblico dei due mondi quando il fratello dell ' infelice capitano accusò Esterhazy di essere l ' autore del bordereau . Egli aveva trovato l ' oggetto d ' odio da offrire in pascolo al popolo . Fino allora si combatteva per l ' innocenza di un uomo ma non si conosceva . il nome del vero colpevole : era una campagna negativa , la cui nobiltà non poteva essere sentita da tutti , ma soltanto da coloro che si appassionano idealmente per la verità e per la giustizia . Il grosso del pubblico , come le folle a teatro , vuole che i drammi finiscano non solo col trionfo dell ' innocente , ma anche colla condanna del colpevole . E la simpatia per Dreyfus aveva bisogno , per crescere , di riscaldarsi al fuoco dell ' odio contro Esterhazy . Dice benissimo il Tarde : " Scoprire o inventare un nuovo e grande oggetto di odio per l ' uso del pubblico , è ancora uno dei mezzi più sicuri per diventare uno dei re del giornalismo . In nessun paese , in nessuna epoca , l ' apologetica ha avuto tanto successo quanto la diffamazione " . Ed è questa considerazione , e nessun ' altra , che può spiegare l ' enorme successo della stampa diffamatoria , dei Drumont , dei Rochefort , e di tutte le altre tigri letterarie di Francia e di altrove . Il pubblico , quindi , è per sé stesso un po ' delinquente , giacché ha degli istinti e delle passioni basse ed impure . Nei periodi storici , durante i quali il progresso si accelera e si acutizza in forme rivoluzionarie , il pubblico può diventare delinquente davvero . Allora è facile che dalla ferocia verbale passi alla ferocia materiale e che esso voglia colpire , non soltanto a parole , i suoi oggetti d ' odio . Allora è facile che esso applauda chi propone , e spinga anzi a proporre , le leggi di proscrizione , le condanne , i massacri , le persecuzioni di qualunque genere . Senza l ' esistenza e senza le provocazioni di un certo pubblico , gli orrori della Rivoluzione francese , come del resto di tutte le rivoluzioni , non sarebbero stati possibili . Nei periodi storici normali , il carattere delittuoso di certi pubblici è diverso , si vede meno , ma non è per questo meno effettivo . Allora il pubblico , più che autore è complice di delitti ; non li commette , ma sopporta che i suoi capi li commettano , e cerca nasconderli o attenuarli in base a una speciale moralità che non è altro se non un interesse di partito . Da ciò , le congiure del silenzio su azioni non belle compiute da personalità politiche ; da ciò , i tentativi di salvataggio , quando i nodi vengono al pettine e suona l ' ora paurosa delle inchieste . Ma il tema è scabroso , e non è facile né forse bello l ' insistervi . Se vi sono dei pubblici delinquenti , vi sono anche dei pubblici pazzi o , per lo meno , incoscienti . Il pubblico è qualche volta assalito di improvviso da un eccesso di follia , senza che se ne possano spiegare le ragioni : fenomeno codesto che non trova altro paragone se non in quelle folate di vento che turbano d ' un tratto la quiete dell ' atmosfera . Il pubblico greco che or sono alcuni anni impose al suo governo la guerra colla Turchia , era in uno di questi accessi ; e forse anche il popolo italiano traversò una fase di incoscienza dopo il disastro di Adua , nel giudicare la responsabilità della guerra e nel decidere la condotta che i suoi ministri dovevano tenere . Meno gravi e meno importanti , socialmente ma psicologicamente simili , questi engoûments sono anche la caratteristica dei pubblici , non politici , ma artistici e letterari . Viene alle volte un momento in cui un letterato diventa improvvisamente di moda , e per un po ' di tempo non si parla che di lui , non si scrive che di lui ; è il re del giorno . Magari egli non ha prodotto nulla di nuovo , o l ' ultimo suo libro è inferiore ai precedenti : eppure soltanto allora sembra che il pubblico s ' accorga della sua celebrità . In tutti questi casi la psicologia dei pubblici ritorna ad assomigliare alla psicologia delle folle , dove non si sa come o perché nascano certi impulsi e scoppino certe azioni violente , o delittuose o pazzesche , che nessuna forza umana è capace di moderare . E appunto in questi casi ritorna più imperiosa la domanda : dietro ogni pubblico non ci son forse sempre dei pubblicisti che lo aizzano , come dietro ogni folla c ' è sempre una setta che ne è quasi il lievito ? Qualunque sia la risposta che si voglia dare a questa domanda - e una risposta recisa , categorica , sarebbe a mio parere impossibile - essa avrebbe , per lo scopo del nostro studio , una relativa importanza . A noi basta avere constatato che alcune volte - io direi molte volte - è il giornalista che forma l ' opinione pubblica . In questi soli casi si può tentare di proporre qualche suggerimento che serva a rendere più onesta e più utile l ' influenza del giornale , e quindi più cosciente e più vera l ' opinione pubblica . Per i casi in cui - non il giornale esercita il suo potere di suggestione sul pubblico , ma questo su quello , - io non vedo possibilità di rimedî o consigli , se non forse in una vasta e lunga opera di educazione e di istruzione popolare , che trascenderebbe i limiti del nostro lavoro . Se infatti voi credete che una qualsiasi opinione si manifesti nel pubblico , senza che vi abbia influito la voce di alcun pubblicista , per un fenomeno incomprensibile di generazione spontanea , voi potrete tutto al più studiare il modo e le forme con cui questa opinione si è manifestata , ma non potrete consigliare alcun mezzo per cercar di modificare quell ' opinione . Essa sarebbe una fatalità , contro cui è vano lottare . Ma poiché , ripeto , se si potrà discutere sulla misura dell ' influenza della stampa , non si può certo discutere sulla realtà effettiva di questa influenza , noi cercheremo se v ' è un modo di disciplinarla affinché essa adempia con maggior moralità e più coscienza al suo difficilissimo còmpito di creare la pubblica opinione . VI . È un fenomeno , in apparenza , un po ' strano che mentre lo Stato esige delle garanzie intellettuali e morali per lasciare esercitare la professione del medico , dell ' avvocato , dell ' ingegnere , dell ' impiegato , non ne esiga nessuna per esercitare quella del giornalista . Si direbbe - e perdonatemi il paradosso - che lo Stato lasci in balìa degli incompetenti le funzioni più alte e più difficili ; lascia infatti ai giurati ( che non hanno l ' obbligo di essere giuristi o psicologi ) il giudicare della vita e dell ' onore dei singoli cittadini ; lascia ai deputati ( che non hanno l ' obbligo d ' aver fatto studi di sociologia ) il giudicare degli interessi collettivi della nazione ; infine lascia ai giornalisti ( che non debbono dare nessun esame né presentare la fedina criminale pulita ) il terribile potere di formare la pubblica opinione . Con ciò - e mi preme di dichiararlo subito - io non intendo affatto di invocare delle leggi che restringano il diritto di diventar giurato , deputato o giornalista . Io non credo - o per lo meno credo assai poco - alla valutazione ufficiale delle attitudini : credo invece che - sopratutto nel campo intellettuale - imperi la legge di selezione e di sopravvivenza dei più adatti . Lo Stato può distribuire lauree e diplomi : chi , pur avendoli ottenuti , non ne è degno , muore ugualmente di fame o trascina una oscura e faticosa esistenza . Tutto ciò che ha il bollo governativo - laurea , esame , concorso - non è in fondo che un mezzo per la diffusione di quella crisi di mediocrità che si va determinando oggi fra i notabili della borghesia . Parmi però che se sarebbe del tutto inutile - oltre che ridicolo - l ' esigere per il giornalista un diploma , non sarebbe affatto inutile esigere per il giornalista stesso una garanzia della sua moralità e della sua intelligenza . Il diploma è una responsabilità indiretta che si assume lo Stato e che , in pratica , non esiste : l ' obbligo di firmare gli articoli sarebbe - se io non mi illudo - una responsabilità personale e diretta , che avrebbe in pratica une grande e benefica efficacia . Tutti sappiamo il feticismo che il popolo ha per ciò che è stampato : gran parte di coloro che leggono un giornale credono a quello che leggono con fede cieca , lo reputano possibile e probabile , lo ripetono , lo raccontano , lo ampliano , lo svisano . Di ogni notizia stampata si può dire quel che si dice della calunnia : anche se non v ' è nulla di vero , ne resterà sempre qualche cosa . Orbene , a me pare che non bisognerebbe approfittare troppo di questa inconscia credulità del pubblico e che il più elementare sentimento di lealtà dovrebbe consigliare a mettere un nome - ossia una persona che ne risponda - in fondo a ogni articolo . Così il lettore avrebbe , in quel nome , una garanzia , o per lo meno un indice per prestare maggiore o minore fede a quello che legge . Quand ' io vedo sui giornali certi attacchi violenti contro questa o quella persona , contro una società , contro una istituzione , e non trovo in calce all ' articolo un nome , mi vien fatto di pensare - per associazione di idee - a una lettera anonima . Lo so : si può obbiettare che c ' è l ' organismo giornale , il quale risponde di quello che è stampato nelle sue colonne . Ma a che si riduce questa responsabilità ? Nel maggior numero dei casi il processo non si vuol fare o non si può fare perché mancano nell ' articolo gli estremi del reato ; ed è giusto , allora , che si getti la lode o il discredito senza che si sappia chi è colui che loda o diffama ? Nei casi in cui il processo si fa , vi è la magra consolazione e l ' inutilissima sanzione , di veder condannare il gerente che non ha mai nessuna colpa , o il direttore che può non averla , o - ipotesi rarissima - l ' autore dell ' articolo anonimo , se egli sentirà il bisogno di rivelarsi all ' ultima ora , mentre avrebbe dovuto , per lealtà , mostrarsi prima . Ma , si dice , resterebbe ad ogni modo la responsabilità finanziaria dell ' amministrazione del giornale . Prescindendo dal discutere quanto sia effettiva questa responsabilità , io domando : è giusto ed è civile il ridurre a una responsabilità collettiva , anonima e soltanto finanziaria , i delitti che per mezzo della stampa si possono commettere ? Non sarebbe questo un risuscitare l ' epoca longobarda in cui anche gli omicidii si scontavano soltanto in danaro , o , peggio ancora , l ' epoca barbara , in cui rispondeva di un delitto non solo colui che lo aveva commesso , ma tutta la sua famiglia , tutto il suo clan ? Intendiamoci bene : io credo doveroso che l ' amministrazione di un giornale risponda dinanzi alla legge civile di tutto ciò che nel giornale si pubblica : ma non credo che questa responsabilità sia sufficiente , e non credo equo che il pietoso velo di un ' anonima collettività copra la non bella figura dell ' uomo che ha scritte cose degne d ' esser condannate o anche soltanto di essere biasimate . La gogna è , tra le pene più antiche , quella che trasformata civilmente , sembra ancora a me la più giusta . Si sappia pubblicamente da tutti il nome di colui che per vendetta , per invidia , o per altri più bassi motivi ha gettato il discredito su una persona o ha ingannato e traviato i suoi lettori . Questo è , secondo la mia coscienza , il criterio con cui parmi si debba intendere la responsabilità . Senonché i fautori dell ' articolo anonimo hanno degli altri argomenti in favore della loro tesi . L ' articolo anonimo , essi dicono , ha più efficacia sul pubblico , giacché rispecchia non l ' opinione singola d ' uno scrittore , ma quella d ' un partito , e giacché permette al giornale di mantenere unità di indirizzo . Ha più efficacia sul pubblico ? Forse . Ma che genere d ' efficacia ? Io penso che l ' articolo firmato si possa paragonare alla voce d ' un oratore , e l ' articolo anonimo ad uno di quei gridi ignoti che escono spesso dalla folla . Io non nego che questo grido possa suggestionare la moltitudine più di quel che possa persuadere il suo uditorio la parola di un oratore : ma qual è la suggestione più cosciente e più onesta ? Del resto si può affermare , tanto per fare una frase , che l ' articolo anonimo rispecchia , non l ' opinione d ' una persona , bensì quella d ' un intero partito : in realtà l ' articolo è sempre scritto da una sola persona o per lo meno sulla falsariga delle idee suggerite da una sola persona , e quindi il voler far credere che è un ' opera collettiva ... come i poemi d ' Omero , è una finzione . Nessuno più di me riconosce , e l ' ho già detto , che il vero giornalista è , come in un altro campo il vero artista , un uomo che intende , riassume in sé ed esprime bisogni , desiderii e pensieri che giacciono confusi e diffusi nella psiche collettiva ; ma se egli ha questa dote felice di rendersi interprete del sentimento di molti , perché nascondere il suo nome ? Anzitutto egli potrebbe sbagliarsi , e in tal caso è bene si sappia che l ' opinione o il giudizio espresso son l ' opinione ed il giudizio di un solo e non di molti ; in secondo luogo , se egli veramente dice quello che molti pensano , dov ' è il danno che produrrebbe la sua firma ? I giornali possono molto , ma possono molto anche i libri nella formazione e nella trasformazione delle idee e dei sentimenti . E i libri , specialmente i libri che hanno rifatto la gente , non sono anonimi . Quanto al mantenere unità di indirizzo al giornale , riconosco che il sistema di scrivere senza firmare è ... il sistema ideale . Siccome nessuno sa chi è colui che scrive , nessuno può rimproverare a Tizio o a Caio di scrivere oggi in un giornale il contrario di quello che scriveva ieri in un altro . Io invece desidero che gli articoli sian firmati appunto per evitare smistamenti di persone che , lavorando anonimamente , possono , senza cadere in discredito , uniformarsi all ' indirizzo di un giornale che , magari , poco prima , in un altro giornale avevano combattuto . E d ' altra parte , pur riconoscendo che si può onestamente mutare le proprie opinioni , vorrei che queste naturali modificazioni del pensiero politico dei singoli giornalisti fossero compiute alla luce del sole e colla franca lealtà di chi non si vergogna d ' aver cambiato parere . L ' articolo anonimo è una specialità del giornale politico quotidiano : le riviste scientifiche o letterarie , salvo casi rarissimi , portano tutti articoli firmati . Eppure , o appunto , l ' opinione pubblica formata dalle riviste , su una qualsiasi questione tecnica , scientifica o letteraria , è sempre più equa , più misurata , più cosciente dell ' opinione pubblica politica formata dai giornali quotidiani . Perché ? Le ragioni sono evidenti . Anzitutto perché gli scrittori delle riviste sono ritenuti più onesti degli scrittori dei giornali , nel senso che si crede e si sa che essi sostengono sempre la loro opinione sincera , non quella che in un dato momento potrebbe piacere al pubblico , e tanto meno quella che potrebbe essere loro imposta , e magari pagata , da chi avesse interesse a vederla trionfare . In secondo luogo , perché gli scrittori delle riviste sono intellettualmente migliori , cioè più competenti nel soggetto che trattano , e non fanno l ' articolo ( come i giornalisti ) su qualsiasi argomento , ad essi magari ignoto un ' ora prima . Orbene , questa superiorità morale e intellettuale che hanno incontestabilmente le riviste sui giornali quotidiani è , in fondo , dovuta al fatto che nelle riviste gli articoli sono firmati . Esigete la firma anche per gli articoli dei giornali quotidiani , e gli articoli saranno migliorati moralmente e intellettualmente . VII . Arrivato alla fine del mio saggio , sento e prevedo io stesso due critiche . Si dirà , in primo luogo , che se la stampa ha molta importanza nella formazione dell ' opinione pubblica , non ne è però la causa unica : si dirà , in secondo luogo , che il limitarsi ad esigere che gli articoli sian firmati , dato che sia un rimedio , è un rimedio meschino di fronte al male che il giornalismo può fare . Accetto in parte la prima critica , ma rispondo con le seguenti parole di Max Nordau : " L ' uomo di Stato che or sono circa 60 anni diceva che " la stampa è il quarto potere " credeva di dire un paradosso ; inconsciamente pronunziava una profezia . La stampa , senza volerlo , senza saperlo quasi , entra in concorrenza vitale coi poteri costituiti . Essa tende ad impadronirsi dei diritti del Governo , del Parlamento e dell ' Accademia . Naturalmente questi corpi si difendono . Essi odiano la stampa perché sentono in lei la loro erede un poco impaziente . Ma il loro odio sarà impotente . Le stampa sarà la più forte . Poiché essa è la figlia delle condizioni nuove della vita civile , mentre gli altri poteri sono stati creati da una civiltà che non conosceva ancora né ferrovie , né telegrafo , né telefono , né istruzione obbligatoria e universale . La base sociologica di tutte le istituzioni di una democrazia è l ' opinione pubblica , vale a dire il sentimento e la volontà della maggioranza del popolo . Tutto il meccanismo del parlamentarismo : agitazioni elettorali , elezioni , Camera , regolamento delle sedute , discussioni , votazioni , non sono che la messa in opera dell ' opinione pubblica . Ma quanto pesante e fuor di moda è questa macchina ! E quanto elegante , mobile , efficace , al contrario , quella della stampa ! Come incarnazione del suffragio universale , essa è infinitamente più adattata alle invenzioni moderne che il parlamentarismo ! " . È dunque perdonabile se , in questo primo abbozzo d ' uno studio sull ' opinione pubblica , ci siamo fermati a considerare l ' influenza della stampa che è , nello stesso tempo , dell ' opinione pubblica la causa e l ' espressione più profonda e più vera . Alla seconda critica rispondo che , se vi saranno senza dubbio molte riforme più radicali per correggere i difetti e quindi la influenza della stampa periodica , codeste riforme sarebbero per le leggi che governano la stampa , non per gli uomini che la incarnano e la rappresentano , ed io penso modestamente che occorra , oggi sopratutto , mutar piuttosto gli uomini che non le leggi . Le leggi , anche ottime , sono inutili , se non dannose , quando son mediocri o cattivi gli uomini che le applicano . E se anche si potesse , senza ledere i prìncipi di libertà , escogitare un ' ottima legge sulla stampa , essa rimarrebbe inefficace se i pubblicisti non avessero maggiore coscienza e non sentissero maggiore responsabilità della loro missione . Ora , a sviluppare questa coscienza e a far sentire questa responsabilità , io non so spinta maggiore di quella che verrebbe dall ' esigere che il pubblicista mettesse sempre il suo nome a fianco delle sue parole . A poco a poco si eleverebbe - per eliminazione degli indegni e dei mediocri - il livello morale e intellettuale della stampa periodica , e si darebbe la meritata influenza sul pubblico a quella élite della intelligenza che è ancora la sola forma di aristocrazia che possa avere dei diritti sul popolo . Giacché , se è vero che per giudicare della bontà di un ' idea basta contare i voti dei posteri , è vero altresì che occorre pesare quelli dei contemporanei . E per quanto si voglia , e si debba , abbassare e diminuire l ' efficacia dei singoli individui sull ' ambiente che li circonda e attribuire tutto l ' onore del progresso umano alle collettività , bisogna riconoscere che l ' uomo ha ancora un potere di suggestione personale , e che sarebbe dannoso il volerglielo togliere coll ' esigere che egli si nascondesse sempre sotto l ' anonimo . Per comprendere quel che possa - più che l ' idea , il nome di colui che la sostiene e la divulga - basta pensare al famoso Io accuso ! di Emilio Zola . La straordinaria forza di suggestione di quell ' atto superbamente bello , non stava tanto nel sentimento e nel pensiero , quanto nell ' uomo che lo manifestava : e il bene immenso che ha fatto quella lettera alla causa della giustizia e della umanità , capovolgendo un ' opinione pubblica iniqua , dipendeva non dal contenuto della lettera , ma dalla firma . CAPITOLO QUINTO Il Parlamento e la psicologia collettiva " Les Parlements ressemblent à ces ruines que l ' on foule aux pieds , mais qui rappellent toujours l ' idée de quelque temple fameux pour l ' ancienne religion des peuples " . MONTESQUIEU , Lettres Persanes Lettre 92 - Usbeck à Rustan . Io non so se , come molti sperano e alcuni credono , sia vicina l ' ora in cui il sistema parlamentare dovrà trasformarsi o morire . Certo so che non poche accuse vengon lanciate contro di esso da uomini politici e da pensatori , e che la grande massa del pubblico non gli risparmia critiche acerbe e talvolta uno sdegnoso disprezzo . Parmi però che nella severa requisitoria siasi dimenticata l ' accusa più grave . Finora si è combattuto il parlamentarismo soprattutto nelle persone : i deputati - si è detto - non sono , salvo rare eccezioni , i migliori della nazione , sono spesso anzi gente mediocre ; conquistano il seggio , fanno i proprî interessi non quelli degli elettori , o fanno gl ' interessi di questi solo in riguardo al vantaggio personale che ne possono trarre ; manca od è debole la disciplina di partito ove sarebbe necessaria , e la si ritrova invece sotto la forma losca di camorra o sotto la forma ridicola di puntiglio nelle questioni in cui le grandi idee politiche non entrano e gli estremi settori della Camera potrebbero andar d ' accordo senza offendere la logica e l ' integrità del carattere ; il regionalismo e il campanilismo , queste due manifestazioni di meschino e miope egoismo collettivo , dominano e spadroneggiano insieme all ' egoismo individuale , portando l ' immoralità dentro e fuori del Parlamento , e facendo del deputato , che dovrebb ' essere un legislatore conscio del suo altissimo ufficio , un uomo che rende molti favori nella speranza che a lui si ricambino con un solo : eleggerlo nuovamente . E tutto ciò senza accennare al più brutto e pur troppo forse al non meno diffuso fra i vermi che rodono il sistema parlamentare : la compera dei voti nelle elezioni . Nessuno ha creduto , ch ' io mi sappia , di combattere il Parlamento , anziché nelle persone che lo costituiscono , nella sua essenza di organismo collettivo . Nessuno cioè si è posto questo problema : dato anche , per un ' ipotesi inverosimile , che tutti i singoli membri che lo compongono fossero moralmente e intellettualmente gli ottimi della nazione , potrebbe il Parlamento dare ottimi risultati ? In altre parole : nel solo fatto d ' essere una riunione di molti , non è insita la ragione di quasi tutti i suoi difetti ? A questa domanda noi tenteremo di rispondere . I . È un ' idea volgare , - che un ottimista potrebbe attribuire alla modestia umana , e un pessimista al desiderio di non assumere responsabilità , - il credere che più persone sappiano decidere meglio che una persona sola una qualunque questione . Quattro occhi vedono più di due , - dice un proverbio , che è senza dubbio vero in molti casi ma è anche senza dubbio falso in molti altri , come accade in genere di tutti i proverbi , nati dall ' esperienza raccolta su alcuni fatti , e non applicabili perciò a tutti . E allargando il principio contenuto in quel proverbio , che pareva di evidenza assiomatica , si è venuti man mano in ogni ramo della vita civile costituendo la regola che le decisioni importanti dovessero essere prese da un collegio di individui anziché da un solo individuo . La magistratura giudicante , popolare o togata , fu collegiale ; i problemi che riguardano argomenti di arte , di scienza , d ' industria , d ' amministrazione , furono sottoposti al giudizio di Consigli o di Commissioni ; e anche le leggi , che sono i più gravi problemi dei popoli , dovettero sottoporsi al Parlamento , ossia al voto di molte persone . Si credeva con ciò di ovviare ai pericoli che presenta , così dal lato morale come da quello intellettuale , il sistema di lasciar arbitro un solo . Sommando più intelligenze , - dicevasi , - si avrà un risultato migliore di quello che darebbe una intelligenza unica , e unendo più persone , esse si controlleranno a vicenda , evitando così le ingiustizie , altrimenti assai facili . Il ragionamento , - bisogna confessarlo , - era semplice , e in apparenza d ' una logica ferrea . Ma era vero poi nella pratica ? A me pare di no . Anzitutto , per ragioni che chiamerò estrinseche e che ha egregiamente accennate Aristide Gabelli . " Si dice - egli scriveva - che le Giunte , le Commissioni , i Consigli , in una parola i molti che esercitano il potere insieme , sono una guarentigia contro gli abusi . Sarà anche vero . Ma prima bisogna vedere se sono di aiuto all ' uso . Il fine per cui i poteri si dànno , è infatti questo , che si adoperino . Quando le guarentigie contro gli abusi son tali che ne impediscono l ' uso , diventa inutile ancora il darle . Ora i molti sono appunto una guarentigia di questo genere , per le partigianerie e le discordie che generano fra loro gli interessi , le opinioni e gli umori contrarii ; perché , in mancanza di questi , uno viene , uno non viene , uno è ammalato , un altro è in viaggio , e di frequente tutto dev ' esser rimandato con perdita inestimabile di tempo e spesso di opportunità e di efficacia ; perché , se è difficile di trovare in tutti l ' ingegno , assai più difficile è trovare la risoluzione e la fermezza ; perché , non essendovi responsabilità personale , chi può cerca di schermirsi ; perché chi ha il potere e non l ' esercita , non è che un impedimento a chi dovrebbe esercitarlo ; perché infine , senza ripetere ragioni che tutti sanno , le forze degli uomini uniti si elidono e non si sommano . Ciò è tanto vero , che moltissime volte vien fuori una cosa mediocre da un consesso di tal natura che ognuno di quelli che lo compongono sarebbe stato in grado di farla meglio da solo . Gli uomini , diceva Galileo , non sono come cavalli attaccati a un carro che tutti tirano ; ma come cavalli sciolti che corrono e uno dei quali guadagna il pallio " * . Quest ' ultima idea che il Gabelli enuncia soltanto di sfuggita è , secondo me , la più importante e la più profonda . Sta bene il dire : più intelligenze sommate insieme daranno un risultato migliore di quello che darebbe un ' unica intelligenza , ma possiamo noi in sociologia applicare questi criteri puramente ed esclusivamente matematici ? Io non lo credo . " Que de fois j ' ai constaté - scriveva l ' infelice Guy de Maupassant , - que l ' intelligence s ' agrandit et s ' élève dès qu ' on vit seul , qu ' elle s ' amoindrit et s ' abaisse dès qu ' on se mêle de nouveau aux autres hommes ! Les contacts , tout ce qu ' on est forcé d ' ecouter , d ' entendre et de répondre , agissent sur la pensée . Un flux et reflux d ' idées va de tête en tête , et un niveau s ' établit , une moyenne d ' intelligence pour toute agglomération nombreuse d ' individus . Les qualités d ' initiative intellectuelle , de réflexion sage et même de pénétration de tout homme isolé , disparaissent dès que cet homme est mêlé à un grand nombre d ' autres hommes " * . Il Maupassant non faceva che parafrasare due versi di Lamartine : " Il faut se séparer , pour penser , de la fouleEt s ' y confondre pour agir " . La psiche umana , infatti , non è una cifra che possa andar soggetta alle leggi semplici ed elementari della scienza dei numeri ; è piuttosto una strana entità che si governa colle complicatissime leggi della chimica e che nell ' associarsi con altre entità simili dà luogo a quei fenomeni sempre sorprendenti , spesso inspiegabili , che si chiamano combinazioni e fermentazioni . È perciò che il risultato dato da una riunione di uomini non è mai una somma , ma è sempre un prodotto , è un quid ignoto che si sprigiona - quasi improvvisa scintilla psicologica - dai diversi elementi psichici individuali che si incontrano e si urtano . A chi volesse sapere il perché di questo fenomeno - certo da tutti osservato , - a chi volesse conoscere la ragione per la quale , come dice sinteticamente il Gabelli , le forze degli uomini riuniti s ' elidono e non si sommano , noi non potremmo risponder meglio che citando una pagina di Max Nordau , il forte ed acuto scienziato che ha il torto di voler diventare di quando in quando un romanziere mediocre . - " Riunite venti o trenta Goethe , Kant , Helmholz , Shakespeare , Newton , ecc .. , - egli scrive , - e sottomettete al loro giudizio una qualsiasi questione pratica del momento . I loro discorsi saranno forse diversi da quelli che potrebbe pronunziare un ' assemblea di gente comune ( benché io non vorrei rispondere nemmeno di questo ) , ma quanto alle loro decisioni io sono certo ch ' esse non differirebbero in nulla da quelle di un ' assemblea qualunque . E perché ciò ? Perché ciascuno dei venti o trenta eletti , oltre alla propria originalità che fa di lui un individuo eccellente , possiede anche il patrimonio delle qualità ereditate dalla specie , che lo rendono simile non solo al suo vicino nell ' assemblea , ma anche a tutti gli individui sconosciuti che passano per la strada . Si può dire che tutti gli uomini allo stato normale posseggono certe qualità che costituiscono un valore comune , identico , - supponiamo eguale a x , - valore che è aumentato negli individui superiori da un altro valore , per ognuno differente , e che per ciò deve esser indicato in modo diverso per ciascuno di essi : sia , per esempio , eguale a b , c , d , ecc . Ciò ammesso , ne segue che in un ' assemblea di 20 uomini , tutti genii di primo ordine , si avranno 20 x , e soltanto 1 b , 1 c , 1 d , ecc . , e necessariamente le 20 x , vinceranno le b , c , d , isolate ; vale a dire l ' essenza generale umana vincerà la personalità individuale , e il berretto dell ' operaio coprirà completamente il cappello del medico , del pensatore e del filosofo " * . Queste parole , che a me paiono un assioma piuttosto che una dimostrazione , vengono confermate , per chi dubitasse della loro esattezza , da una lunga serie di fatti . A che si devono , se non al fenomeno così acutamente spiegato dal Nordau , i frequentissimi verdetti assurdi dei giurati ? Io ho visto assolvere tre giovani che s ' erano , essi stessi , confessati colpevoli d ' aver fatto subire a una povera ragazza gli ultimi oltraggi e di averla in seguito martirizzata in un modo osceno . Credete voi che i giurati , presi ognuno separatamente , avrebbero assolto quei tre miserabili ? Io mi permetto di dubitarlo . Raffaele Garofalo ricorda un esperimento da lui fatto sopra un collegio di sei distinti medici , i quali , pregati di dare un giudizio su un uomo accusato di furto , lo dichiararono innocente malgrado le prove evidenti di colpabilità , e riconobbero più tardi d ' essersi sbagliati . In questi casi , - e negli infiniti altri che si potrebbero citare , - è appunto il semplice fatto d ' essere in alcuni invece che soli , la causa del verdetto spropositato . L ' unione di più intelligenze diminuisce , anziché accrescere , il valore intellettuale della decisione da prendersi ; e come nell ' assemblea di genii sognata da Nordau è probabile che il risultato sia quale potrebbe darlo il cervello d ' un uomo mediocre , così in questi giurì di uomini di buon senso è facile ottenere un verdetto che scenda non solo al disotto del buon senso , ma anche al disotto del senso comune . L ' identico fenomeno si verifica , - e naturalmente dovuto alle identiche cause , - in seno alle troppe Commissioni artistiche , scientifiche , industriali , che sono una delle piaghe più dolorose del nostro sistema amministrativo . Accade spesso che le loro decisioni sorprendano il pubblico per la loro stranezza . Come è possibile , - si dice - che degli uomini come quelli che facevan parte della Commissione abbiano potuto emettere un giudizio così illogico , così falso ? Come è possibile che dieci o venti artisti , dieci o venti scienziati , diano un verdetto che non è conforme né ai principi dell ' arte né a quelli della scienza ? L ' autore delle " Menzogne convenzionali " risponderebbe che anche qui ... il berretto dell ' operaio copre il cappello del professore . Melchior de Vogüé , colla sua abituale acutezza , diceva un giorno , a proposito d ' uno degli ultimi ministeri francesi : - " Ces ministres , dont je plaisais à constater plus haut la valeur individuelle , ces hommes qui , pour la plupart , montrent dans leurs départemens respectifs d ' éminentes qualités d ' administration , il semble qu ' une paralysie foudroyante les frappe quand ils se trouvent réunis autour de la table du Conseil ou au pied de la tribune , devant une résolution collective à prendre " . Orbene , nei Parlamenti perché non dovrà accadere la stessa cosa ? Il ragionamento del Nordau vale anche se al posto della cifra 20 si mette quella di 100 o di 500 . Anzi l ' aumento del numero non fa che esagerare e rendere più acuto il fenomeno . Lord Chesterfield , in una lettera a suo figlio , constatava questa fatale eliminazione delle qualità migliori dell ' intelligenza in ogni numerosa riunione di uomini . " Dopo di me , - egli scriveva , - prese la parola lord Macclefield che ebbe una grandissima parte nella preparazione del bill e che è uno dei più grandi matematici e astronomi dell ' Inghilterra , e parlò con una conoscenza profonda della questione e una grande chiarezza . Ma , malgrado ciò , la preferenza fu data a me , molto ingiustamente , lo confesso " . Indi aggiunge : " Sarà sempre così . Ogni assemblea è una folla ; qualunque sieno le individualità che la compongono , non bisogna mai pretendere da essa il linguaggio della ragione : una collettività d ' individui non possiede la facoltà di comprendere ... " . L ' esperienza popolare , del resto , aveva già intuito quello che il filosofo tedesco ha dimostrato recentemente e che lord Chesterfield osservava fin dal 1751 . Un vecchio proverbio dice : senatores boni viri , senatus autem mala bestia : e il pubblico oggi ribadisce questo dettato , quando a proposito di certi gruppi sociali afferma che , presi separatamente , gli individui che li compongono sono galantuomini , messi insieme sono birbanti . Enrico Ferri aveva quindi ragione di scrivere che " la riunione di persone capaci non è arra sicura della capacità complessiva e definitiva : dalla riunione di persone di buon senso si può ottenere un ' assemblea che manchi del senso comune , come nella chimica dalla riunione di due gaz si può avere un corpo liquido " * . È doloroso ma è vero : contro le leggi della logica matematica , l ' essere in molti , anche intelligentissimi , non può che condurre a un risultato intellettualmente mediocre . II . Ma dunque , - dirà a questo punto il lettore il quale essendo , secondo Aristotele , un animale politico , vedrà subito le gravissime conseguenze politiche che possono derivare dalle nostre osservazioni , - ma dunque , se voi condannate a priori le decisioni prese da più persone , volete il ritorno alla tirannia personale dispotica , senza sindacato alcuno e senza alcuna garanzia ? Volete far vostra la frase del Casti : meglio fra gli artigli di un leone che fra le unghie di cento topi ? Io non dico questo perché la conclusione sarebbe esagerata e troppo assoluta : io mi limito a criticare quelli che credo difetti del sistema attuale . Questo sistema è nato appunto , - da una parte per la ragione accennata più sopra , che in più ci si vede meglio che in uno , - e dall ' altra parte per reagire al pericoloso vecchio sistema tirannico dell ' arbitrio supremo d ' un solo . Due vizî erano contenuti nelle tirannie antiche : essere ereditarie ed essere individuali . Il primo era senza dubbio più grave del secondo , - e il mezzo migliore ma quasi impossibile per correggerlo , sarebbe stato di attuare il sogno di Carlyle facendo despoti i geni anziché i figli del despota precedente . Si è voluto invece correggere entrambi quei vizî e sopratutto il secondo e si è dato il potere al popolo . Alla tirannia di uno si è sostituita quella di moltissimi ; il pregiudizio del diritto divino dei re , - direbbe Spencer , - è stato sostituito dal pregiudizio del diritto divino dei Parlamenti . Un tempo si era sovrani per nascita , oggi lo si è per numero . L ' aritmetica ha detronizzato l ' eredità . Veramente ci sono ancora alcuni solitarii spiriti aristocratici i quali non sanno vedere la ragione di questo scettro gettato forse imprudentemente alla massa . O perché il voto di 100 calzolai dovrà valere quanto il voto di 100 uomini colti ? - " J ' aime mieux faire ma cour à M . Guizot qu ' à mon portier " , - diceva il Beyle , riassumendo così con la sua rovente ironia l ' apparente paradosso che , mettendo l ' origine del potere in basso , sembra asservire l ' intelligenza al numero . Ed è nota l ' orgogliosa boutade di quell ' oratore che sentendosi applaudir dalla folla esclamò interrompendosi : " Mi applaudono ? ho dunque detto una sciocchezza ? " . Insieme a lui sono molti gli ingegni che , sdegnando l ' opinione del pubblico , fanno proprii i versi superbi del poeta : " Rien ne me plaît , hors ce qui peut déplaireAu jugement du rude populaire " . Ma hanno veramente ragione queste anime sdegnose e sono esse veramente sincere ? Il filisteo tanto disprezzato non è forse il fertile campo su cui esse lavorano , la condizione necessaria della loro stessa esistenza , perché è a lui ch ' esse debbono la palma del trionfo e la consacrazione della gloria ? S ' io non erro , in fondo a questa teoria come in fondo alla teoria di chi sostiene il diritto assoluto della maggioranza , si cela un equivoco . Entrambi , aristocratici e democratici ( chiamiamoli così per brevità ) , hanno in parte ragione e in parte torto . Hanno ragione i secondi se fanno giudice supremo la maggioranza soltanto nel tempo ; hanno ragione i primi se i secondi voglion far giudice la maggioranza . non solo nel tempo , ma anche in ogni dato e attuale momento storico . E mi spiego . Tutto ciò che esiste e che è opera dell ' uomo , - dagli oggetti materiali alle idee , - non è che l ' imitazione o la ripetizione più o meno modificata di un ' idea già inventata da un ' individualità superiore . Come tutte le parole del nostro vocabolario , oggi molto comuni , erano una volta neologismi , così tutto ciò che oggi è comune , era una volta unico e originale . L ' originalità , - fu detto molto spiritosamente , - non è altro che la première della volgarità . Se questa originalità non ha in sé stessa le condizioni di vita , gli imitatori mancano ed essa muore nell ' oblio , come ricade nel nulla una commedia fischiata alla sua prima rappresentazione : al contrario se essa ha in sé un sol germe di utile , un ' anima di verità , gli imitatori aumentano all ' infinito come le rappresentazioni d ' un dramma vitale . Il fondo delle idee che noi disprezziamo oggi come troppo volgari perché corrono su tutte le bocche , è dunque formato dalle intuizioni , - un tempo miracolose , oggi invecchiate , - dei filosofi dell ' antichità , e i luoghi comuni dei discorsi più ordinari hanno cominciato la loro carriera come scintille brillanti d ' originalità . Ciò che non era degno di vivere è morto , e ciò che oggi forma la sapienza e la coscienza della gran massa del pubblico è quanto di meglio i genii hanno inventato nei secoli . È quindi giusto il dire che nel tempo l ' unico giudice d ' ogni idea è la maggioranza . Essa sola col suo lento e tardo verdetto dà la sanzione suprema a quello che i grandi uomini hanno creato o trovato . Ma se da questo punto di vista , che chiamerò dinamico , è necessario il riconoscere nella maggioranza il diritto di giudicare , possiamo noi riconoscere egualmente questo diritto dal punto di vista statico ? In altre parole , la maggioranza che è in grado di giudicare , ed è anzi l ' unico giudice , di un ' idea di cento o di mille anni fa , - è anche in grado di giudicare l ' idea di un pensatore contemporaneo ? Soppressa la distanza nel tempo , in questo fenomeno collettivo del pensiero , possiamo noi dire che le altre condizioni rimangano eguali ? Evidentemente la risposta non può che essere negativa . Coloro stessi che si inchinano al parere dato dalla maggioranza su una questione attuale , non possono disconoscere che questo parere è spesso o per lo meno alcune volte sbagliato , mentre necessariamente tutti si inchinano al parere dato dalla maggioranza , - e in essa formatasi per lenta evoluzione , - su un ' idea che sorse molti secoli addietro . Il numero , insomma , è supremo giudice dal punto di vista dinamico : non lo è dal punto di vista statico . E per esprimermi con una frase , forse in parte inesatta , ma che ad ogni modo intesa in senso relativo scolpisce il mio pensiero , dirò che , se per giudicare di un ' idea basta contare i voti dei posteri , occorre pesare quelli dei contemporanei * . Sostenere che i più , in un dato momento storico , hanno sempre ragione , e i meno hanno sempre torto , è constatare un fatto politicamente innegabile ( e fatalmente necessario ) ma non giusto . Le minoranze invece , nel mondo come nei Parlamenti , sono sempre state la gloria di ogni paese . A priori quindi , il diritto della maggioranza , applicato com ' è alla nostra vita politica , pare urti contro la logica , giacché l ' opinione dei più non è in tutti i casi l ' opinione migliore ; urta specialmente quando si consideri che questo diritto della maggioranza si esplica col mezzo dei Parlamenti , cioè di numerose riunioni di uomini , le quali , - come noi tentammo dimostrare più indietro , - abbassano sempre , per legge fatale di psicologia collettiva , il valore intellettuale della decisione da prendersi . E non solo si abbassa necessariamente il valore dei risultati , ma questi possono dipendere da cause improvvise , inaspettate e sproporzionate all ' effetto che producono . Una parola , un gesto , un atto qualsiasi , mutano repentinamente le tendenze di un ' assemblea come di una folla ; il contagio fulmineo di un ' emozione cambia in un momento il parere di tutti , come una folata di vento che curvi tutte da un lato le cime di un campo di biade ; e quindi , oltre all ' abbassamento del livello intellettuale , un ' assemblea può andar soggetta ad un istantaneo traviamento intellettuale : dare cioè dei risultati non soltanto di valore minore di quello che darebbe ognuno dei suoi membri , ma altresì di valore totalmente diverso . Ciò accade in ogni riunione di uomini : accade tanto più nei Parlamenti , i quali , pel modo come sono formati e per il modo come decidono , rappresentano e riuniscono due fasi di psicologia collettiva le quali si sovrappongono , o , per usare un ' espressione chimicamente più esatta , si combinano . Infatti , non solo le votazioni dei deputati , ma anche le elezioni dei deputati sono dovute al giuoco d ' azzardo della psicologia collettiva . Quali sono i coefficienti più importanti che concorrono all ' elezione di un deputato , tralasciando la compera dei voti sulla quale è inutile insistere , giacché per se stessa mostra il suo danno ? Sono i discorsi e i giornali . Orbene , questi due mezzi di persuasione , o , - dirò meglio , - di suggestione sul pubblico , sono i più forti e nello stesso tempo i meno sicuri : quelli cioè che possono dare l ' esito più impreveduto e più illogico , appunto perché agiscono ( e sopratutto il primo ) approfittando delle sorprese della psicologia collettiva . Senonché , a chiarir bene il mio concetto , qui ho bisogno di chiedere al lettore ch ' egli mi segua in una breve parentesi su quel fenomeno facilmente osservabile ma poco osservato , che è la fisiologia del successo . III . Nel campo intellettuale , la figura che si eleva ha , secondo il genere di arte o di scienza cui s ' è dedicata , diversa celerità nell ' arrivare alla notorietà e alla fama . Prescindendo anche qui dalla réclame che si compera , noi possiam dire che la suggestione sulla massa , e quindi il successo può essere lento o immediato , e generalmente è lento se la suggestione si esercita in modo diffuso , ossia su un individuo alla volta , immediato se si esercita in modo intenso , ossia su una folla di individui insieme . Un libro , per esempio , non è mai giudicato come un dramma ; quello è letto dai singoli studiosi che nella quiete solitaria della loro stanza possono spontaneamente formarsi un ' opinione sincera ; - questo è ascoltato dagli spettatori riuniti , i quali si suggestionano incoscientemente a vicenda , e formano tutti insieme un mostro a mille teste che par voglia intimare al povero autore questo dilemma terribile : divertimi o ti divoro ! Le condizioni del giudizio sono evidentemente diverse . Qual ' è la migliore ? Prima di rispondere , facciamo un ' altra domanda . Avete mai sottoposto ad una analisi di chimica psicologica quelli scoppi infrenabili di entusiasmo che , in un teatro o in una sala , coprono talvolta sotto un uragano di applausi la fine di una scena drammatica o le ultime parole di un discorso eloquente ? In quel momento , il pubblico crede d ' essere giusto e sincero , perché egli prova veramente l ' emozione che manifesta ; ma è proprio tutto merito del dramma o dell ' oratore se gli spettatori sono giunti a quel grado di approvazione frenetica , o non c ' è forse invece qualche altra droga che ha contribuito a far spumeggiare questo inebriante vino dell ' entusiasmo ? Nessuno ignora la legge psicologica , di indiscutibile verità , che l ' intensità di una emozione cresce in proporzione diretta del numero delle persone che risentono quell ' emozione nello stesso luogo e contemporaneamente . Alfredo Espinas nel suo volume Des Sociétés animales , ha dato la prova matematica di questo fenomeno : - " Supponiamo , - egli scrive , - che l ' emozione risentita da un dato oratore quando si presenta al pubblico possa essere rappresentata dalla cifra 10 , e che alle prime parole , ai primi lampi della sua eloquenza , egli ne comunichi almeno la metà ai suoi uditori che saranno , - supponiamo ancora , - 300 . Ognuno reagirà con degli applausi o col raddoppiare la propria attenzione e ciò produrrà quello che nei resoconti dicesi un movimento ( sensazione ) . Ma questo movimento sarà risentito da tutti nello stesso tempo , giacché l ' uditore non è meno preoccupato dell ' uditorio , che dell ' oratore , e la sua immaginazione è immediatamente colpita dallo spettacolo di queste 300 persone in preda tutte ad un ' emozione ; spettacolo che non può non produrre in lui un ' emozione reale . Ammettendo che esso non risenta che la metà di questa emozione , la scossa da lui subìta sarà rappresentata non più da 5 , ma dalla metà di 5 moltiplicata per 300 , vale a dire da 750 " . Orbene , s ' io non m ' inganno , queste parole bastano a dimostrare che tutti i giudizi dati da una folla sono fatalmente esagerati , giacché la singola opinione dell ' uditore si eleva alla ennesima potenza per il solo fatto della presenza di altre persone . Il numero in questo caso , è il coefficiente primo e più importante del successo , il quale non è certo creato da lui , ma è però da lui sviluppato a proporzioni che toccano talvolta le cime dell ' inverosimile . Non per nulla Luigi di Baviera , che era pazzo ma che era anche un grande artista , e una grande coscienza d ' artista , voleva assistere da solo , nel teatro deserto , alle rappresentazioni delle opere di Vagner . Egli sentiva che in tal modo soltanto , libero da qualunque suggestione , avrebbe potuto sinceramente giudicare e godere le manifestazioni del genio . Per uno scienziato o un artista che si diriga al pubblico sparso anziché al pubblico riunito , gli effetti e la misura del successo sono sostanzialmente diversi * . Voi conoscete la lettera che l ' Esther di Balzac - questa fanciulla insensibile e depravata che l ' amore purifica e innalza - scrive al suo amante prima di morire . Ella si uccide perché si è venduta a Nucingen per Rubempré . Lascia al suo poeta settecento e cinquanta mila lire , prezzo di questo mercato , e scherzando sull ' orlo del sepolcro affinché egli rimanga men triste , gli scrive : " Qui est - ce qui te fera comme moi ta raie dans les cheveux ? " Si dice che Balzac , leggendo questa lettera ad alta voce , s ' interrompesse , esclamando colle lagrime agli occhi : " Comme c ' est beau ! " . Quante volte non è accaduto ad ognuno di noi di commoverci - pur troppo non come autori - alla lettura di certe pagine sublimi ? Ma quel fiotto di ammirazione che ci saliva dal cuore e che , se fossimo stati in un teatro o in una sala affollata , avrebbe condotto istantaneamente per sola virtù di contagio al delirio dell ' applauso , si spegneva solitario nell ' anima nostra e fra le pareti del nostro studio . L ' autore di un libro non vede e non sa queste isolate manifestazioni d ' entusiasmo : egli non conosce quel pubblico sparso che lo ammira , e , se ne ode le singole voci , non ne ode però la voce collettiva e grandiosa . Egli non può mai essere come un oratore o come l ' autore d ' un dramma o d ' un melodramma , il fuoco ove convengono in un unico istante tutte le impressioni risentite da centinaia di uditori , centuplicate , - ognuna di esse , - sul suo valore effettivo dal solo fatto della presenza di altri uditori ; ed è perciò ch ' egli non gode mai la voluttà acuta e suprema di veder tutto un pubblico commosso e delirante ai suoi piedi , come lo vedono invece oratori e autori drammatici che valgono - talvolta - assai meno di lui . Altra cosa dunque , è agire su un pubblico riunito , altra cosa è agire su un pubblico diffuso . Quale - ripeto - la condizione migliore ? Soggettivamente , non saprei . La risposta dipende dal temperamento individuale . V ' è chi si compiace d ' essere travolto dalle acclamazioni di una folla ; v ' è chi si accontenta di conoscere per vie indirette l ' ammirazione che il pubblico gli tributa . Mascagni e Zola possono essere ugualmente soddisfatti nella loro vanità o nel loro giusto orgoglio , - l ' uno assistendo a quell ' attacco epilettico d ' entusiasmo che colpì i viennesi alla rappresentazione di Cavalleria Rusticana e dell ' Amico Fritz , - l ' altro apprendendo dal suo editore Charpentier che la Debâcle in pochi mesi aveva raggiunto il 150° migliaio . Sono due plebisciti , diversi nella manifestazione , simili nel significato . Oggettivamente , - non v ' è dubbio che il giudizio del pubblico sparso è il più sicuro e il più vero . Ho già dimostrato che il giudizio di una folla è sempre esagerato per la sola influenza del numero , la quale eleva necessariamente il diapason delle singole opinioni individuali . Credo di poter aggiungere che questo giudizio è anche spesso sbagliato . La psicologia collettiva rare volte è guidata dalla logica e dal buon senso . L ' occasione , il caso fortuito , l ' incosciente , determinano nella maggior parte dei casi le sue manifestazioni . Un grido di un solo , forza a quel grido tutti gli altri . Il contagio dell ' applauso o della disapprovazione , è fulmineo , come in una volata d ' uccelli il minimo sbatter d ' ali produce in tutti un panico irresistibile . E allora , il giudizio che ne esce e che noi crediamo la somma dei giudizi di tutti , non è che il parere d ' un solo il quale , per l ' ignoto fenomeno della suggestione , è divenuto ad un tratto il casuale ed istantaneo despota di tutta la folla . ... " J ' ai l ' horreur des foules , scriveva Guy de Maupassant : je ne puis entrer dans un théâtre ni assister à une fête publique . J ' y éprouve aussitôt un malaise bizarre , insoutenable , un énervement affreux , comme si je luttais de toute ma force contre une influence irrésistible et mystérieuse . Et je lutte en effet contre l ' âme de la foule qui essaye de pénétrer en moi ... " . Il fenomeno più meraviglioso che avviene nelle folle è appunto questo annientamento delle singole personalità in una personalità unica , immensa , diversa da ognuna di quelle che la compongono . Si direbbe che ogni individuo perde la facoltà di sentire e di pensare e diviene strumento cieco di un cervello e di un ' anima ignoti . Nella folla , un uomo applaude , fischia , grida viva o morte , quasi senza saperlo . Togliete quest ' uomo dalla folla , sottraetelo a quel fascino , ed egli pel primo si meraviglierà di quello che ha fatto . S ' aggiunga che dinanzi ad una folla , qualunque manifestazione dell ' ingegno corre dei grandissimi rischi . La psicologia collettiva , - in questo simile alla psicologia femminile ( mi perdonino le signore ) - è fatta di crudeltà e di contraddizioni , e passa , o meglio , salta velocissimamente da un dato sentimento al sentimento opposto . Un attore od un oratore che pronuncino male una parola , possono - suscitando , anche nel momento più serio , una crudele risata - compromettere l ' esito d ' una commedia o di un discorso ; un dramma che cominci con una frase strana o che si presti ad un giuoco di parole , può esser sicuro di non andar più innanzi . Prova ne sia il famoso " O Salamini ! " della tragedia di Alfieri . Il ridicolo - in questi casi - uccide tutto , anche la gloria , checché ne dica M.me de Staël . Il giudizio del pubblico sparso , quello che tocca ai libri , non presenta questi pericoli . Certo , anche per il libro , il verdetto collettivo si forma a poco a poco , giacché tutti i lettori diffusi si comunicano le loro impressioni , e i singoli pareri si fondono insieme come singole note che assurgano ad un unico accordo ; ma è questo un unisono che sorge più gradatamente riunendo opinioni più ponderate e perciò meno facilmente modificabili , anziché esser dovuto a scoppio improvviso di psicologia collettiva incosciente . Analogo all ' effetto che produce un discorso pronunziato innanzi a centinaia di individui riuniti , è l ' effetto prodotto da un ' idea espressa o da una persona lodata in un giornale politico quotidiano . Per la psicologia collettiva si può dire che il giornale - in questi casi - equivale al discorso . Infatti l ' istantaneità dell ' impressione prodotta dall ' oratore su persone riunite , è sostituita da un brevissimo spazio di tempo ( le 2 o 3 ore posteriori all ' uscita del giornale , entro le quali tutti l ' hanno letto ) in cui l ' impressione dell ' articolo o della notizia si diffonde su persone vicine e comunicanti , per necessità di vita , fra loro . Basta aver assistito una sola volta - alla capitale o in provincia , in un caffè o alla farmacia - all ' arrivo di un giornale aspettato , per convincersi quanto sia grande l ' effetto e istantanea la suggestione della notizia che interessa e che era attesa . Il contenuto dell ' articolo passa di bocca in bocca con una celerità quasi eguale a quella con cui le emozioni si propagano in una folla : i commenti favorevoli o sfavorevoli hanno la forza suggestiva dell ' applauso o della disapprovazione che accoglie un discorso , e il pensiero di ognuno subisce , cosciente o incosciente - una vera costrizione , come quella d ' ogni singolo spettatore in un teatro o in una assemblea . In una parola , l ' effetto del giornale è , come quello di un discorso , esagerato e spesso anche fallace . IV . Ora , dopo la digressione , ritorniamo al punto donde siamo partiti . Io dicevo che l ' elezione del deputato è dovuta specialmente alle forze di suggestione sprigionantisi da questi due mezzi : arte oratoria e giornali quotidiani . È dovuta cioè ai due mezzi che più facilmente e più velocemente costruiscono quell ' edificio che si chiama il successo ( edificio poco solido certamente se non è meritato , ma la cui solidità e durata poco importa per gli effetti riguardo ai quali noi lo studiamo ) e che maggiormente turbano , per legge di psicologia collettiva , la indipendente e sincera determinazione dell ' elettore . Che cosa avviene allora ? Avviene che l ' elettore , il quale depone la sua scheda nell ' urna e pare compia un ' azione libera ed isolata , non è altro che un suggestionato , vittima di una suggestione che può essere oggi un discorso , domani un giornale . E pazienza fosse suggestionato da un ' idea o da una persona che valgano qualche cosa , - sarebbe allora socialmente utile la suggestione ! - ma non c ' è bisogno d ' essere scettici per affermare che tali casi son rari . Nel nostro lieto paese della rettorica sono molti quelli che sanno cucire insieme un discorso ad effetto , e la massa è abbastanza ignorante per ammirare coloro che tuonano grandi frasi anche se non sanno far brillare nessun lampo di pensiero . L ' arte oratoria , che è fra le più nobili e le più difficili , si abbassa spesso alla volgarità di un semplice artificio , adoperato per attrarre a sé gli uditori incolti ed ingenui . " Un diluvio di parole sopra un deserto d ' idee " , ecco la frase terribile ma giusta con cui in molti casi si possono definire i discorsi dei candidati e quelli dei loro grandi elettori . E la potenza suggestiva di questi discorsi di secondo o di terzo ordine è dimostrata dal fatto del numero grandissimo di avvocati che giungono a Montecitorio . Quanto alla stampa quotidiana , - o chi non sa quale valore abbiano le lodi ch ' essa tributa ? Queste lodi , o si pagano ( in danaro o con lavori ) , o si ottengono per amicizia di qualche redattore o si scrivono dagli stessi lodati . Il buon pubblico di provincia crede alla sincerità della réclame , e non sospetta le piccole vigliaccherie e le piccole umiliazioni che il candidato ha dovuto subire per far mettere vicino al suo nome un aggettivo laudativo . E laggiù , nel piccolo paesello , quando si legge il giornale , l ' effetto del soffietto è immancabile . Così , purtroppo , si fabbricano i deputati , cui le migliaia di voti in tal modo e con tali mezzi ottenute ( e non parlo dei mezzi delittuosi ) dànno l ' illusione d ' essere dei grandi uomini . Quando poi , in un momento di sincerità e di sconforto , si fa la fisiologia del Parlamento , e si vede ch ' esso è in gran parte composto di personalità ignote o insignificanti , si dice , quasi argomento di meschina soddisfazione : la colpa è del paese : esso è stato interrogato ed ha risposto con quella scelta . La colpa è del paese , siamo d ' accordo ; ma esso risponde così , cioè male , perché lo si interroga e lo si obbliga a dare una risposta col mezzo ingannatore della psicologia collettiva . Se si potesse interrogarlo isolatamente , individuo per individuo , sarebbe , io credo , diverso il risultato , come sarebbero meno frequenti i verdetti assurdi dei giurati , se ognuno di questi dodici valentuomini potesse dare il suo voto senza soggiacere alla mutua suggestione dei colleghi e a quella dell ' accusatore , del difensore e del pubblico . Il guaio è che questo rimedio è inattuabile , o almeno , io non vedo la possibilità d ' attuarlo . Formato una volta il Parlamento , esso funziona , ancora e sempre , a base di psicologia collettiva . E il livello intellettuale di chi lo compone , già basso , scende ancor più per la legge che abbiamo enunciata . Gli uffici , le Giunte , le Commissioni - piccoli Parlamenti nel grande - moltiplicano le probabilità di risultati mediocri e di dolorose sorprese . La ragione politica fa spesso passare sotto la sua bandiera il contrabbando di molte illogicità o di molte ingiustizie . Si sopprimono o si modificano degli articoli di legge , senza pensare che questi sono in relazione con altri che andrebbero alla lor volta soppressi o modificati ; si approva talvolta tutto un progetto sol perché una parte è ottima e deve essere approvata . E non manca mai - nei momenti solenni - l ' appello ai grandi nomi e alle grandi idealità della patria , per strappare al sentimento , e per conquistare d ' assalto , un ' approvazione che il raziocinio forse si rifiuterebbe di dare . Ne segue che il Parlamento può in molti casi paragonarsi a un filtro a rovescio : i progetti di legge , anziché migliorarsi , peggiorano , attraversando tutte quelle fasi cui si vogliono assoggettare . Vedete , per esempio . Un testo di legge arriva in discussione . Non sarà certamente un capolavoro , e si può - a questo proposito - deplorare che i progetti non siano affidati a uno specialista della materia * . Ma , ad ogni modo , il testo di legge è stato redatto da persone competenti e presenta una certa coesione . Ebbene : immediatamente la pioggia degli emendamenti si rovescia su quell ' infelice progetto : alcuni , forse , ispirati dal desiderio sincero di migliorare la legge , i più , certo , dettati da secondi fini politici , e che prendono insidiosamente pretesto da questa legge per tendere un trabocchetto in cui cadrà il Ministero . La seduzione d ' una frase felice , la pressione di qualche giornale , la necessità momentanea di non scontentar gli avversari , mille motivi estranei all ' oggetto vero della discussione , possono far adottare un primo emendamento . Il giorno dopo , dei motivi d ' altro ordine ne faranno accogliere un secondo , spesso contradditorio al primo , e votato da deputati assenti il giorno innanzi e non al corrente perciò della discussione . E così di seguito , fino al momento in cui la legge non sarà che un insieme confuso di articoli eterogenei , un mostro dinanzi al quale la Camera si spaventerà e ch ' essa rimanderà al nulla . La Camera infine è psicologicamente una femmina e spesso anche una femmina isterica . Basterebbe , per provare la verità di questa definizione umiliante , osservare la differenza che esiste fra i deputati quando sono nell ' aula , e i deputati quando sono nei corridoi . La mobilità straordinaria della loro psicologia non ha davvero riscontro altro che nei temperamenti isterici . Gli uomini che voi avevate visto , un minuto prima , minacciarsi colla voce e col gesto , sfidarsi quasi cogli occhi , li vedete ora venirsi incontro col sorriso sulla labbra e stendersi amichevolmente la mano . Se un ministro passa , coloro che lo coprivan d ' ingiurie , l ' accolgono ridendo , si congratulano con lui per la sua replica brillante , forse ( ed ecco il veleno ) trovano il modo di raccomandargli una supplica . I rapporti sono mutati , e più ancora le parole e i giudizi . I discorsi che si applaudirono , la proposta che si appoggiò col proprio voto , diventano l ' oggetto di critiche acerbe . L ' uno parla con ironia della dottrina che ha difeso , con amarezza delle persone che ha sostenuto . Un altro si esprime con grande moderazione sul conto di uomini e di idee che ha violentemente attaccato . Le frasi fatte che , nell ' aula , si tuonavano come fossero assiomi , ora vengon messe in ridicolo . Chi gridava che la salvezza era nella libertà , implora adesso un uomo , cioè una dittatura , per salvare la situazione . Verità - al di qua della porta ; errore - al di là . Da una parte , il palcoscenico , dall ' altra , la realtà delle cose * . Paul Bourget , mi pare , ha detto che la vita è " un volume de Labiche interfolié par du Shakespeare " . Così , e a maggior ragione può dirsi della vita parlamentare . Una farsa nei corridoi , una tragedia nell ' aula . V . Se questi sono i probabili risultati intellettuali di un Parlamento , quali saranno i risultati morali ? La riunione di molti , come diminuisce la forza del cervello , indebolirà anche l ' energia del carattere ? Pur troppo , oggi non si può più discutere se il Parlamento nel suo complesso risponda ai fini più alti della moralità : recenti dolorosissimi fatti vietano il dubbio a questo proposito . La discussione dunque è solo possibile sulle cause di questa immoralità . La prima e la più evidente si rintraccia nel modo con cui molti deputati vengono eletti . Sbalzati al seggio di rappresentanti della nazione coll ' appoggio di Tizio o di Cajo , anziché per meriti proprii riconosciuti dal popolo , essi trascinano necessariamente con sé la catena di una riconoscenza forzata . E questa riconoscenza si traduce in favori che sono parzialità e ingiustizie . Pel deputato è un obbligo contraccambiare le prove di devozione che ha ricevute : per l ' elettore è un diritto ricevere questo contraccambio . Il mandato legislativo viene così a snaturarsi dalla base e prepara il terreno a nuove e più grandi immoralità . Queste - data una tale predisposizione - non si fanno lungamente aspettare . Già è cosa nota che la compagnia , di qualunque genere essa possa essere , aumenta quella piccola o grande tendenza al male che cova latente , come fuoco sotto la cenere , in ognuno di noi . Guardate i bambini : quando si trovano insieme , è allora che diventano più cattivi e più crudeli . Lo scherzo un po ' ardito , il piccolo furto , la scalata d ' un muricciuolo , che nessuno avrebbe ardito commettere e neppur pensare da solo , sono pensati e commessi quando trovansi in alcuni od in molti . Noi stessi - già uomini - dobbiamo riconoscere che se c ' è un caso in cui possiamo venir meno alle leggi della delicatezza o a quelle della pietà , è appunto quando siamo in alcuni , giacché allora spunta in noi il coraggio del male e giudichiamo leggermente l ' azione poco corretta che soli non saremmo stati capaci di compiere . Chi non ha , nella sua giovinezza , qualche episodio che confermi l ' esattezza di quel che siamo venuti dicendo ? Qual ' è il gentiluomo che non ricordi d ' aver commesso con dei compagni - e soltanto perché era con loro - una birichinata che rasentava l ' azione immorale se non il delitto * ? . La ragione di questi fatti , - tanto comuni da non esigere la prova ma soltanto un accenno , - è anzitutto aritmetica . Come la media di alcuni numeri non può evidentemente essere uguale ai più elevati fra questi , così un aggregato di uomini non può riflettere nelle sue manifestazioni le facoltà più elevate proprie ad alcuni soltanto di questi uomini : essa rifletterà soltanto le facoltà morali che si ritrovano in tutti . Giuseppe Sergi direbbe , con una sua bella e biologicamente esatta similitudine , che le ultime e migliori stratificazioni del carattere - quelle che la civiltà e l ' educazione son riuscite a formare in qualche individuo privilegiato - vengono ecclissate dalle stratificazioni medie che son patrimonio di tutti , e nella somma totale queste prevalgono e le altre scompaiono . Avviene cioè dal punto di vista morale ciò che noi osservammo più indietro dal punto di vista intellettuale . La compagnia indebolisce così il talento , come i sentimenti morali . E ciò , anche per un ' altra ragione . Basta che - in un aggregato di uomini - vi sia un malvagio , perché esso faccia dei discepoli , degli imitatori . Gli uomini , diceva il Bagehot , sono guidati da modelli non da ragionamenti , - e diceva bene , ma egli dimenticava di aggiungere che " sono guidati sopratutto dai modelli cattivi " . È la pera guasta che corrompe le sane : non s ' è mai visto che queste migliorino quella . Il microbo del male ha una potenza d ' espansione infinitamente più grande di quella del microbo del bene , dato che quest ' ultimo esista , giacché mentre pur troppo si sa che molte malattie sono contagiose , non è ugualmente provato che sia contagiosa anche la salute . È ben più facile ammalarsi per suggestione , che non guarire . È quindi più facile corrompersi socialmente , che non rafforzare il proprio carattere , tanto più che la corruzione morale presenta la grande attrattiva dell ' interesse . Un minimo strappo alla coscienza può significare un immenso vantaggio economico , - e nell ' epoca borghese che attraversiamo il danaro risplende di troppo vivida luce per non ipnotizzare anche coloro che si credono , e sono fino ad un certo punto , degli uomini onesti . L ' ambiente li circonda come in una spira , ed è veramente un boa constrictor che a poco a poco soffoca la delicatezza , l ' onore , persino il rimorso . Chi può analizzare i modi in cui avviene questa degenerazione ? Anzitutto , la vita del deputato - intendo le ore passate nei corridoi della Camera - non è certo fatta per fortificare il carattere . In mezzo a quei discorsi , che si gabellano per idee politiche e non sono spesso che pettegolezzi , la volontà si fonde in parole . Avvicinando continuamente gli avversari le convinzioni meglio temprate si smussano , si ammolliscono . Il sarcasmo dei colleghi più astuti umilia sulle prime gli ingenui e gli onesti della politica ; le ribellioni spontanee che questi hanno il pudore di fare , trova degli scettici , degli indifferenti , dei canzonatori ; la loro rigida onestà , dinanzi a quel plebiscito contrario , comincia a vacillare , ed essi si chiedono : se gli altri avesser ragione ? E una volta entrato il dubbio - poiché dinanzi all ' onore dubitare vuol dire essere sconfitti , - la vittoria dell ' immoralità è sicura . Un piacere dapprima , una piccolissima ingiustizia in seguito : la breccia è aperta . E mano mano che si procede per questa strada , così ripida da esser certi che una volta messovi il piede si precipita fino in fondo , la coscienza cerca di scusare il suo cambiamento col più gesuitico e più inutile dei conforti : tutti fanno così ! la mia responsabilità , se pur esiste , è infinitesima . E per tal modo , nel fatto d ' essere in molti , oltre la causa della corruzione trovano - ultimo danno - l ' illusione d ' una scusa . I pochissimi che si salvano da questa lebbra - i refrattarii - non possono nulla per diminuire l ' epidemia . Raramente si fanno denunciatori , perché il buono è compassionevole e - mi duole il dirlo - in certi casi è anche vile . Viltà che in lui deriva da una virtù , dall ' esser pietoso . Giudicando gli altri alla sua stregua , egli s ' immagina e si rappresenta il dolore e l ' umiliazione del malvagio che venga svergognato , e non osa gettargli in faccia l ' accusa . Come per essere eroi sul campo di battaglia bisogna essere un po ' crudeli , così per essere coraggiosi e franchi nel mondo politico , bisogna esser privi di una certa delicatezza di sentimento . E solo un alto , imperioso dovere può vincere questo riserbo e far d ' un collega un accusatore . La conseguenza è che i buoni , col loro contegno negativo , facilitano le losche imprese ai malvagi e a tutti quei deboli , quegli uomini arbusti , come direbbe Balzac , che piegano ove il vento spira , e ove vogliono i forti . Si forma così a poco a poco una associazione non confessata , latente , incosciente anche , se vogliamo , la quale stende la sua invisibile rete su tutta la vita pubblica . È una potenza che non si ha il coraggio di nominare , ma che si conosce : è una forza che non si vede , ma che si sente : assomiglia a quelle acque sotterranee che non si sospettano alla superficie ma che costituiscono la causa della vegetazione che cresce sul suolo . E quella vegetazione è il favoritismo , l ' immoralità , il delitto . Il pubblico sa che per ottenere qualche cosa basta rivolgersi a un deputato : sia anche contro giustizia , non importa ; e il deputato chiede , prega , impone ed ottiene . Ottiene dal Governo ipotecando il suo voto ( salvo poi a tradire quando senta l ' odor di cadavere ) - ottiene dalle banche , vendendo il fumo della sua influenza , - ottiene dalla burocrazia , facendo brillare l ' oro della sua medaglietta e il titolo d ' onorevole , così poco meritato . Ai ministeri vi sono volumi che contengono le raccomandazioni dei deputati e nessuno si meraviglia che sia così . E il Governo che sa e tollera tutte queste cose - e le tollera perché ne trae dei vantaggi - non teme certi oppositori alla Camera , giacché sono troppo legati a lui da legami inconfessabili per avere l ' audacia di dire tutta ed intera la verità . Sotto le invettive più forti degli oppositori - fatte pour la galerie , per ingannare gli ingenui - sta l ' accordo e la congiura del silenzio . Essi non possono rivelare tutti i reati degli avversarii perché nella rovina verrebbero travolti come complici anche loro . È questa la vera delinquenza politica moderna , fatta di sotterfugi e di ipocrisie , delinquenza settaria di quei pochi che arrivarono in alto , e che fa degno riscontro alla delinquenza settaria delle infime classi sociali . Queste , più franche , adoperano la violenza , e i loro mezzi di lotta si chiamano l ' assassinio e la dinamite ; quelli , più gesuiticamente civili , adoperano le astuzie , e i loro mezzi di lotta si chiamano l ' appropriazione indebita , il falso , la frode . Immoralità di persona - immoralità di partito - immoralità di governo , - tutto questo è la conseguenza necessaria e fatale di un sistema che pare creato apposta per peggiorare gli uomini anziché migliorarli . Il deputato - prima di diventare tale - stigmatizza il contegno e la condotta di quelli che erano allora deputati ; come i ministri , prima di essere tali , cioè dai banchi dell ' opposizione , gridavano contro il Governo . Gli è che , non essendo ancor presi nei denti della ruota fatale , avevano l ' illusione che vi si potesse resistere . Non sapevano che la politica è una lenta depravazione cui pochissimi sanno sfuggire ; e anche i migliori , quando venivano dalle lontane provincie con alti ideali e con sogni rosei , non sospettavano che alla luce che li attirava avrebbero bruciata la loro onestà . VI . La requisitoria è finita , ed il modesto pubblico ministero che l ' ha pronunciata dovrebbe ora , invece che richieder la pena , indicare i rimedii al male che ha lamentato . Veramente questo male ha cause così profonde e così radicate nella natura umana che l ' eliminarle sembra difficile . Esso potrebbe paragonarsi alla morte , il fenomeno fatale di cui si cerca sempre di attenuare la gravità , ma che non si può sopprimere . Chi oserebbe combattere il diritto supremo della maggioranza e conseguentemente il potere dei Parlamenti ? E qual rimedio è possibile al fatto che ogni riunione , ogni gruppo di uomini è moralmente e intellettualmente inferiore agli elementi che lo compongono , se la vita sociale altro non è che la risultante o il complesso di tutti questi infiniti gruppi che in essa si agitano , e che si chiamano classi , chiese , associazioni , partiti ? Il rimedio evidentemente non c ' è , e la constatazione di questa verità dolorosa è forse l ' ipotesi più pessimista che si sia mai formulata . Unirsi nel mondo umano vuol dire peggiorarsi ; che cosa volete di più desolante ? Gabriele Tarde - quand ' io esposi per la prima volta una tale idea - ne trasse , con quell ' acume logico che non è l ' ultimo dei suoi pregi , una deduzione assai ardita . " Segnalo - egli scriveva - senza insistervi , la portata inattesa di cui quest ' idea è suscettibile se la si estende al di là dell ' umanità . Tutti sanno che gli organismi sono stati considerati a ragione come delle società di cellule , e le cellule come società di molecole . Ora , supponiamo che il nostro principio si applichi a queste società biologiche o chimiche , supponiamo cioè che anche in queste l ' aggregato non sia superiore ai suoi elementi , che gli sia anzi inferiore o tutto al più eguale ; noi vediamo allora l ' Universo intero apparirci sotto un nuovo aspetto , ed è al perfezionamento del microscopio , non del telescopio , che noi dovremo domandare la rivelazione delle più mirabili meraviglie del mondo . Forse , infatti , fu in virtù di un puro pregiudizio ingiustificato che l ' io dell ' atomo si ritenne sempre più semplice , più meschino , più basso dell ' io animale od umano . Forse , nel fondo nascosto degli esseri viventi , nelle loro intimità elementari , vive e si diffonde invisibilmente assai più di intelligenza e di arte che non alla superficie " * . Ma arrestiamoci sulla china di queste congetture paradossali * . La inverosimiglianza della nostra teoria quando vien portata agli estremi nulla toglie alla sua verità quando la si applichi ai casi cui noi l ' abbiamo applicata . Che una riunione di uomini sia nei suoi risultati collettivi peggiore della media dei singoli che la compongono , è un ' affermazione di cui ci lusinghiamo d ' aver portato le prove e di essa ci accontentiamo . Quanto al diritto della maggioranza , pur tralasciando di notare ch ' esso si esplica col mezzo dei parlamenti cioè della psicologia collettiva , fu anch ' esso combattuto teoricamente e praticamente . Infatti è riposta in lui la prima fondamentale ragione della bassezza politica a cui siamo scesi . " Il governo della mediocrità - scriveva lo Stuart Mill - non può essere che un governo mediocre . Nessuno Stato governato dalla democrazia o da una aristocrazia numerosa , ha mai potuto sollevarsi al disopra della mediocrità , né nella sua condotta politica , né nelle sue opinioni e nei suoi costumi , se non là dove il popolo sovrano si è lasciato guidare dai consigli e dall ' influenza di un uomo o di alcuni uomini superiori " * . Stuart Mill adunque , condannava in modo assoluto il governo dei molti , soltanto ammetteva la possibilità di un ' eccezione : " quando il popolo sovrano si lasciasse guidare da un genio " . Ma in tal caso , invece che di un ' eccezione , non si tratta forse di una conferma della regola stabilita ? Sappiamo anche noi che molte volte le assemblee politiche possono sollevarsi ad altezze sublimi di pensiero o di sentimento , quando le infiamma la parola fascinatrice di un Mirabeau o l ' idea grandiosa di un Camillo Cavour , - ma che cosa provano questi fatti in favore del diritto della maggioranza ? Non provano nulla , perché in tali casi non è la voce della maggioranza quella che s ' impone , ma il dispotismo d ' un solo , dispotismo che si fonda , anziché - come un tempo - sulla forza materiale , sulla suggestione incosciente . Tutte le volte che un ' assemblea ha proclamato una verità o conquistato un diritto , tutte le volte insomma ch ' essa non è stata mediocre nelle sue manifestazioni , ha dovuto seguire - come l ' ipnotizzato il suo ipnotizzatore - un uomo che la affascinava e intellettualmente la possedeva . Voi potete dire - in tali casi - che il risultato è dovuto all ' assemblea o alla sua maggioranza . È un ' illusione . Quel risultato fu voluto da un solo , e da lui imposto , per forza suggestiva , a coloro che lo attorniavano * . La vita sociale - e quindi anche la vita politica - si impernia sul fenomeno della suggestione . Felici le epoche e i popoli che posseggono un genio il quale polarizza tutti i desideri , tutti i sentimenti , e si trae dietro ciecamente la folla ! Ma sono casi rari codesti nella vita delle nazioni , e quando il genio non c ' è , quando manca questo fuoco in cui attirare tutte le energie individuali , abbiamo veramente il regno delle mediocrità , perché la forza di suggestione , invece di individualizzarsi , si diffonde e si disperde , dando luogo alle mille sorprese della psicologia collettiva . Gli è in questi casi - che sono i più comuni e i più normali - che si verificano nei Parlamenti gli effetti dolorosi che abbiamo notati , ed è per questi casi che - non un vero rimedio - ma almeno un ' attenuazione del male si troverebbe nel diminuire il numero dei deputati . Se , per esempio , i rappresentanti della nazione fossero ridotti a 100 , è certo che la media di questi 100 sarebbe superiore intellettualmente e moralmente alla media dei 500 deputati attuali . E perché ? Perché limitando il numero , è difficile che rimangano fuori i buoni , ed è invece facile , per fortuna , che siano esclusi i cattivi . Quando i posti sono troppi la zavorra vi entra quasi necessariamente . Bisogna pur eleggere il deputato ! e se non c ' è chi merita d ' essere eletto , bisognerà accontentarsi del primo venuto . Avviene per i seggi al Parlamento , quello che accade per le cattedre alle Università . Fin che queste saranno troppe , vedremo molti professori che non meritano d ' esser tali ; diminuite le cattedre , e i migliori si faranno avanti , occuperanno i posti , e la media del corpo insegnante sarà migliore . Poi , con un numero di deputati più limitato si eviterà un altro inconveniente . Oggi basta che una persona si elevi in qualunque ramo della scienza o dell ' arte , perché la sua provincia , la sua città - che sono un po ' vane del loro concittadino , come le madri del figlio che ha fatto buona riuscita - si credano in obbligo di gettarlo entro la caldaia di Montecitorio . È un uomo d ' ingegno . E sta bene . Ma forse perché fa dei bei versi o dei buoni libri , sarà anche un operoso ed utile uomo politico ? Generalmente è il contrario . E così si crea un deputato mediocre , strappando all ' arte o alla scienza un ottimo artista o un egregio scienziato . No . Alla politica si dedichi chi vuole , e gli elettori mandino in Parlamento chi ha mostrato d ' aver doti politiche . Non crediamo che a reggere il popolo o a far delle leggi basti della gente d ' ingegno . È un ingegno speciale che occorre , come per tutte le professioni . Altrimenti noi vedremo degli avvocati , ministri o viceministri alla marina o al tesoro , degli ingegneri alla grazia e giustizia e dei signori che spropositano allegramente al ministero dell ' istruzione pubblica . Col numero di posti limitato , questi smistamenti saranno più rari e men facili , e ci guadagneranno tutti in omaggio alla legge della specificazione del lavoro . Aggiungete che si renderà finalmente possibile il pagare un ' indennità ai deputati , obbligandoli a non fare che il deputato . La qualità di rappresentante del popolo , che adesso è una sinecura e non serve che per ottenere ovunque scappellate e facilitazioni , diverrà una carica che esige del lavoro ; la responsabilità divisa in 100 invece che in 500 sarà più fortemente sentita , e gli eletti dovranno occuparsi delle cose importanti e di interesse veramente generale , lasciando che ogni provincia provveda autonoma e indipendente ai proprii interessi particolari , lasciando soprattutto ai faccendieri di fare in Roma i commessi e i corrispondenti degli elettori per le loro esigenze meschine e personali . E allora forse un miglioramento ci sarà ; e questo ormai vecchio organismo parlamentare , semplificandosi , potrà vivere senza infamia e forse con lode . Io credo che di esso si possa dire come di certi veleni , i quali uccidono o rinforzano secondo le dosi in cui vengono adoperati . Ora la dose o , per lasciar la metafora , l ' estensione e l ' importanza che il parlamentarismo è andato prendendo , è così grande che minaccia di uccidere la vita pubblica . Chissà che , limitando la dose , non possa , invece che ucciderla , rinforzarla . CAPITOLO SESTO L ' intelligenza e la moralità della folla . POLEMICA . Poiché , come ho detto nella Prefazione , questo libro vuole avere anzitutto un valore di documento per la storia della psicologia collettiva , riproduco qui integralmente una polemica svoltasi parecchi anni or sono intorno al problema dell ' intelligenza e della moralità della folla , fra me , Enrico Ferri , Gabriele Tarde , Pio Viazzi e Silvio Venturi . I . Lettera di Scipio Sighele a Gabriele Tarde . Illustre Signore ed Amico , È una fortuna ed un onore per me , che voi vi occupiate da qualche tempo della criminalità collettiva , tema cui io vado dedicando i miei studi assidui e il mio povero ingegno . Una fortuna , perché , nel difficile lavoro , voi mi siete spesso una guida geniale , sempre un critico acuto e sottile ; un onore , perché l ' interesse che dimostrate per quel soggetto , mi prova che non fece opera inutile chi pel primo attirò su di esso l ' attenzione degli studiosi . In uno dei vostri ultimi articoli * , che sono ricami psicologici deliziosi per la soavità delle tinte , voi vi occupate della folla non solo dal punto di vista morale , ma anche dal punto di vista intellettuale , e poiché su questo argomento parmi d ' aver qualche cosa da dire , mi son permesso di dirigervi questa lettera , che voi leggerete - spero - con quell ' indulgenza che è una dote naturale nelle individualità superiori . Io non so se sia vera la teoria un po ' paradossale sostenuta da alcuni , che il progresso consista nel ritornare all ' antico : certo mi sembra matematicamente perfetta la similitudine di Goethe , il quale diceva che il progresso non è che una spirale : ritorna su se stesso , ma sempre innalzandosi . Se voi applicate questa definizione al diritto penale e più propriamente al tema di cui voglio occuparmi , vedrete quanto sia vera . In tempi lontani erasi intravveduta - in modo confuso , erroneo e anche barbaro - l ' esistenza di una criminalità collettiva ; poi , quel primo barlume da cui potevansi trarre utili e umane applicazioni , era stato oscurato da quella grande crisi d ' individualismo che , come voi dite benissimo , è scoppiata ed ha imperato ovunque , in politica come in economia , in morale come in diritto ; ed oggi soltanto - a distanza di secoli - noi ritorniamo a considerare i delitti come azioni della collettività piuttosto che della persona , seguendo anche noi , nel campo limitato del diritto penale , quell ' onda di reazione sociologica o socialista , che va ad infrangersi con crescente violenza contro l ' illusione egocentrica , forse troppo a lungo durata . Ritorniamo - io dicevo - al concetto della criminalità collettiva , ma - come la spirale - vi ritorniamo innalzandoci . Una volta si estendeva alla famiglia , a tutto il clan , la pena di un delitto di cui un solo erasi reso colpevole . E ciò dipendeva dal fatto che , a quelle epoche primitive , ogni gruppo di formazione naturale - come appunto la tribù o la famiglia - costituiva un ente indissolubile ed indivisibile . L ' individuo era una parte , non un tutto , un organo , non un organismo , e colpire lui solo sarebbe apparso allora un ' assurdità , come parrebbe adesso un assurdo il punire un membro solo dell ' uomo . Questa embrionale concezione del delitto collettivo basavasi su un rapporto famigliare o di casta , ed era ingiusta nelle sue conseguenze , perché sbagliata nelle sue cause : dipendeva da un concetto politico , non da un ' osservazione obbiettiva . Oggi si è corretto l ' errore . Oggi ci siamo accorti che esistono dei delitti collettivi , ma non quali li scorgeva la miope , paurosa e tirannica legge dei tempi andati , bensì quali li rivela la moderna scienza positiva del diritto penale , che si affatica a distinguere la parte che in ogni azione umana - e quindi anche nel delitto - è dovuta all ' ambiente da quella che è dovuta alla costituzione antropologica dell ' individuo . Tale distinzione , facile , se vogliamo , nel reato personale , commesso da un solo , diventa difficile nel reato settario , difficilissimo nel reato della folla , perché in questi ultimi le cause determinanti sono così numerose e così intrecciate da non poterne fare la somma , ma da tentare soltanto di trovarne la risultante , - una specie di diagonale in quel misterioso parallelogramma delle forze psichiche , nel quale non entrano soltanto le energie palesi e a noi note , ma s ' agita anche la vita ignota dell ' incosciente . Io ho tuttavia cercato di studiare questo parallelogramma , di tracciarne , se è possibile , le dimensioni . E col vostro aiuto , ciò mi è riuscito meno arduo e più divertente . Un punto però avevo soltanto di sfuggita toccato , mentre meritava di essere svolto con qualche ampiezza . Polarizzato nello studio della moralità della folla , avevo trascurato di analizzarne l ' intelligenza * . Avevo detto che la folla - come la donna * - ha una psicologia estrema , capace di tutti gli eccessi , forse capace solo di eccessi , mirabile alle volte di abnegazione , spaventosa spesso di ferocia , mai o quasi mai mediocre e misurata nei suoi sentimenti . Avevo dimenticato di soggiungere che se le collettività , nell ' ordine morale , sono suscettibili dei due estremi opposti , della più selvaggia criminalità e del più sublime eroismo , nell ' ordine intellettuale invece , non conoscono che un estremo , l ' infimo , giacché se possono discendere a degli abissi di pazzia o di imbecillità sconosciuti all ' individuo isolato , non sanno elevarsi alla manifestazione suprema dell ' intelligenza e dell ' immaginazione creatrice . Vi sono , - infatti - eroismi collettivi : non vi sono né nell ' arte , né nella scienza capolavori collettivi * . Orbene , per qual motivo - vi chiedete voi , fermandovi su questo fatto che racchiude a tutta prima un ' anomalia , - per qual motivo la altissima manifestazione dell ' ingegno è sconosciuta ai gruppi sociali , mentre la grande e potente manifestazione della volontà e della virtù è a loro accessibile ? " Egli è - dite voi , e traduco le vostre parole - che l ' atto di virtù il più eroico è qualche cosa di molto semplice , e non differisce dall ' atto di moralità ordinaria che per il grado : ora , appunto , la potenza di unisono , che è racchiusa negli assembramenti umani , dove le emozioni e le opinioni si rafforzano rapidamente per il loro contatto moltiplicatore , è per eccellenza outrancière . Ma l ' opera del genio o del talento è sempre complicata e differisce in natura , non in grado soltanto , da un atto d ' intelligenza volgare " . Se mi permettete , io , invece della vostra frase , giusta , ma un poco involuta , avrei detto semplicemente così : l ' uomo , dal punto di vista morale , è una quantità addizionabile ; dal punto di vista intellettuale , non lo è . In altre parole : dei sentimenti si può fare la somma , delle idee non si può far che la media . Questa è la ragione per cui cento uomini di coraggio dànno una collettività coraggiosissima , mentre cento uomini d ' ingegno dànno una collettività intellettualmente mediocre . Senonché , dicendo questo , noi non abbiamo ancora spiegato nulla , e ritorna insistente la domanda : perché le facoltà morali hanno caratteri tanto diversi da quelli delle facoltà intellettuali ? Perché - io credo - l ' ingegno e il genio non hanno quella forza di suggestione che posseggono in grado altissimo le impressioni , le sensazioni , gli affetti . C ' è una frase - nell ' uso comune - che spiega molto bene questa differenza . Si dice che il coraggio s ' infonde , ed è vero : ed è così anche di molte altre doti e di molti altri difetti morali : s ' infonde la paura , l ' odio , la fede , la simpatia ; ma l ' ingegno e tanto meno il genio non si possono infondere . Sono facoltà incomunicabili , appunto perché sono il frutto della eredità piuttosto che dell ' ambiente . Si nasce o non si nasce con esse ; non è possibile acquistarle . Voi mi direte che anche le facoltà morali si ereditano e non si acquistano , che si nasce ottimi o pessimi , come si nasce intelligenti od idioti : ed è vero in gran parte anche questo , e fu anzi la scuola positiva ad affermare categoricamente tale verità . Ma è certo tuttavia che , - salvo , ripeto , le eccezioni , - è più facile formare di un bambino un buon uomo che non un uomo intelligente . Del resto la mia osservazione non vuol essere applicata alle persone che vivono in società allo stato diffuso , bensì alle persone che vivono allo stato riunito . Intendo cioè parlare degli stadii acuti della associazione umana , qual è una folla e , in grado minore , una setta , non già dello stadio normale qual è la quotidiana convivenza sociale . E - applicato a questi stadii acuti - credo davvero che il principio da me esposto non si possa combattere . Ogni dimostrazione sarebbe inutile ; è l ' evidenza che parla . Prendete una riunione qualsiasi di persone : il grido , il gesto , la parola d ' un solo potrà farla vile od eroica , ma nessun grido , nessun gesto , nessuna parola potrà elevare il suo livello intellettuale , potrà dare a quelle migliaia di cervelli la scintilla del genio . Le facoltà intellettuali - dunque - non si possono sommare , come le facoltà morali , perché , a differenza di queste , non possono comunicarsi per suggestione . Ma perché non si possono comunicare per suggestione ? Voi vedete . Le domande si susseguono , avvicinandosi ad una spiegazione . Riusciremo a trovarla ? Io lo spero . La ragione per cui le facoltà intellettuali non si possono comunicare per mezzo della suggestione consiste , secondo me , nel fatto che esse non hanno - al contrario dei sentimenti - mezzi esteriori di manifestazione . Suol dirsi - e non a torto - che la fisonomia rivela la persona d ' ingegno ; ma certo non rivela la forma e la qualità dell ' ingegno , certo non rivela quale idea passi in un dato momento nel cervello d ' un uomo . Invece la fisonomia esprime assai bene le emozioni dell ' anima , e le può esprimere non in un modo vago ed indefinito , ma definito e preciso : si può leggere sul volto di una persona la gioia , la paura , l ' odio , quasi tutti gli affetti del cuore . Ora voi m ' insegnate - ed io stesso ho speso qualche pagina a dimostrarlo - che " è una legge universale in tutto il regno della vita intelligente che la rappresentazione d ' uno stato emozionale provoca la nascita di quest ' identico stato in colui che ne è testimonio " . Dato che quest ' emozione sia , per esempio , di furore o di collera , in un attimo il volto di coloro che la vedono assumerà un ' espressione d ' ira in cui vi sarà un non so che di teso e di tragico . E non solo questa emozione sarà esteriormente manifestata , ma sarà anche intimamente sentita . " La speciale azione muscolare - dice il Maudsley - non è solo l ' esponente della passione , ma eziandio una parte essenziale di essa . Atteggiate la fisonomia ad una particolare emozione , e l ' emozione così imitata non fallirà di destarsi in voi " . Ecco dunque perché i sentimenti si propagano , e si propagano con una celerità spaventosa : ecco perché basta un uomo irritato per rendere irritati tutti coloro che lo attorniano ; ecco perché la collettività che essi compongono può essere la somma dei singoli stati d ' animo di ciascuno e avere quella forza immensa che dà l ' unione , quella terribilità irreparabile che dà l ' unisono psicologico . L ' ingegno e il genio , invece , non hanno - ripeto - mezzi esteriori di comunicazione : non possono quindi diffondersi in grado eguale , e , per così dire , allo stesso livello fra centinaia migliaia d ' individui riuniti , e far sì che la manifestazione intellettuale della collettività sia la somma delle singole facoltà intellettuali . Sento dirmi da voi : però anche l ' ingegno ha un mezzo di suggestione immediata , la parola , e un mezzo di suggestione mediata , il libro . E - per non accennare che al primo di questi mezzi di suggestione , quello che ci riguarda più da vicino - chi non ha assistito a quelle esplosioni di applausi che chiudono talvolta il discorso d ' un oratore eloquente ? Ma potremo noi dire che questa suggestione intellettuale somigli alla suggestione delle emozioni e dei sentimenti ? Potremo noi dire che , in tal caso , gli uditori sono saliti all ' altezza dell ' ingegno dell ' oratore , come - negli altri casi - gli spettatori salgono al grado di odio , di paura , di eroismo manifestato da colui che li suggestiona ? Evidentemente no . Giacché , la distinzione che qui bisogna fare e che a me sembra di capitale importanza , è , che mentre la suggestione dei sentimenti fa degli eguali , la suggestione delle idee non fa che dei discepoli , dei seguaci , vale a dire degli inferiori . Diffondete un ' emozione in mezzo a una folla : in un brevissimo spazio di tempo ogni individuo la risentirà nell ' identico modo in cui voi la risentirete : moralmente , quindi , voi vi sarete creato intorno un popolo di eguali . Diffondete invece un ' idea in mezzo a una folla : tutti - supponiamo - vi applaudiranno e saranno con voi , ma intellettualmente voi vi sarete creato intorno un popolo di seguaci , non di eguali . Nel primo caso avrete riprodotto , per suggestione , il vostro io morale in tanti individui quanti erano coloro che vi ascoltavano e vi vedevano : avevate coraggio , e avete creato 100 coraggiosi ; avevate paura , e avete creato 100 paurosi . Nel secondo caso , il vostro io intellettuale non s ' è trasfuso in nessuno : siete un genio , ma non avete creato nessun genio , avete soltanto costretto , per suggestione , 100 mediocri ad applaudirvi e a seguirvi . Ed ecco perché , nell ' ordine morale , la collettività conosce vette inaccessibili all ' individuo isolato , giacché essa può rassomigliarsi a un ammasso di polvere il cui scoppio , data la miccia , è tanto più fragoroso quanti più sono i grani di polvere che lo compongono , - e nell ' ordine intellettuale non può raggiungere le altezze cui un uomo solo arriva , giacché - anche data la minaccia - il sacro fuoco del pensiero non può propagarsi . Che se , non accontentandoci di rilevare questo fatto innegabile , noi volessimo anche ricercarne la ragione intima , scoprire cioè con curiosità metafisica il perché la natura abbia posto quella differenza fra le facoltà del cervello e le facoltà del cuore , noi potremmo dire che la collettività non sa elevarsi all ' altezza intellettuale dell ' individuo isolato perché , se lo sapesse , farebbe opera inutile o dannosa , e sa invece sorpassare l ' individuo nelle supreme manifestazioni morali , perché l ' opera sua , in questo caso , è più che utile , necessaria . In un dato momento storico , e in qualunque ramo dell ' attività umana , basta infatti che un solo abbia genio , ma non basta che un solo sia eroe . Basta un Garibaldi e mille eroi per vincere una battaglia . Mille Garibaldi sarebbero inutili . In altre parole : staticamente il numero è inutile al genio : è invece utilissimo all ' eroismo come a tutti i sentimenti dell ' uomo . Senonché , - malgrado questo mio tentativo di spiegazione , - è indubitato che la conclusione che sgorga dalle vostre e dalle mie osservazioni è sconfortante . La collettività , si chiami Giurì o Commissione , assemblea o folla , dà un prodotto morale e intellettuale peggiore di quello che darebbe ognuno degli uomini che la compongono . Unirsi nel mondo umano vuol dunque dire peggiorarsi . È questo il principio cui arriviamo , ed è questa l ' ultima formula del pessimismo più acuto . È forse un ' illusione od un paradosso ? A voi non è parsa tale , perché quando io l ' enunciai la prima volta , l ' avete accettata e le avete dato un grande valore . Voi scrivevate : " Segnalo l ' importanza inattesa di cui questo principio è suscettibile se lo si estende al di là dell ' umanità . Sappiamo che gli organismi sono stati considerati , e a ragione , come delle società di cellule , e sappiamo anche che si è potuto vedere nelle cellule stesse delle società di molecole ... Ora supponiamo che quel principio si applichi a queste società biologiche o chimiche , che cioè , anche in queste società l ' aggregato non sia superiore ai suoi elementi , anzi che sia inferiore o tutto al più eguale ; noi vediamo l ' universo intero apparirci sotto un aspetto nuovo ed è ai perfezionamenti del microscopio , non del telescopio , che noi dovremo domandare le rivelazioni delle più grandi meraviglie del mondo . Del resto , è forse in causa di un pregiudizio ingiustificato , che l ' io dell ' atomo è stato sempre ritenuto più semplice , più povero , più basso dell ' io animale od umano . Forse , nel fondo nascosto degli esseri viventi , nelle loro intimità elementari , viene invisibilmente spiegata assai più intelligenza ed arte che non si spieghi alla superficie ... " * . Io vi lascio con questo oscuro problema insoluto . La soluzione verrà data dalla psicologia dell ' atomo , che voi invocate , e che non è altro , in fondo , se non la psicologia dell ' incosciente , ancora così ignota e così misteriosa . Credetemi con ammirazione Vostro SCIPIO SIGHELE . II . Nota di Enrico Ferri . La lettera che precede , veniva pubblicata nel numero del l ° novembre 1894 della " Critica Sociale " . Prima che giungesse la risposta di Gabriele Tarde ( che il lettore troverà più innanzi ) , Enrico Ferri combatteva le mie osservazioni psicologiche con la Nota che qui riproduco , a cui faccio seguire le mie controosservazioni . La psicologia collettiva - come io la battezzai sino dalla 2ª edizione dei Nuovi Orizzonti - ha avuto organismo così rigoglioso dagli studi geniali e meritatamente lodati del mio carissimo Sighele , ed essa risponde troppo al colore del tempo , che mette in luce sempre crescente così i dolori come le forze benefiche e malefiche della collettività umana , perché non debba prestarsi nella infinita varietà poliedrica dei suoi elementi e delle sue manifestazioni , ad una diversità di osservazioni e di induzioni , anche fra chi abbia completo accordo di teorie fondamentali . Tale è il caso della presente Nota alla lettera , sempre acuta e profonda , di Scipio Sighele a Gabriele Tarde . L ' impressione - per dirla subito - che io ho avuto leggendo questa lettera , è un ' impressione di urto mentale . Si legge . Il cervello comincia l ' acceleramento della ideazione , e l ' aumenta via via trascinato con intensità progressiva dalle ben graduate osservazioni dello scrittore e poi , alla fine , quando il moto intellettuale dovrebbe rallentarsi e fissarsi nella conclusione finale , logicamente indotta dalle premesse , si trova invece dinanzi un ' affermazione brusca , ottusa , che vi ricorda l ' urto di un treno a grande velocità contro la sbarra immobile di un binario morto . Ed è veramente un binario morto quello in cui l ' amico Sighele mi pare si sia messo ; in gran parte , io credo , trascinato e quasi direi deraillé dal vagabondaggio metafisico della sociologia del Tarde . Il quale , per quanto gallicamente seducente , mi pare appunto un ricamatore che , presa una idea ( e per solito la prende da altri ) , sa ricamarne delle " variazioni " molteplici , sempre ingegnose e brillanti , ma più spesso unilaterali e sopratutto anarchiche , nel senso che non sono il prodotto logico e necessario del metodo sperimentale di osservazione e di induzione , ma rappresentano piuttosto la fantasia logica , il zig - zag arabescato di un cervello analitico e fecondo , ma scientificamente eslege . Tali sono i caratteri dei lavori più notevoli del Tarde , dopo i suoi primi e più originali articoli pubblicati anni fa nella " Revue philosophique " . Egli prende l ' idea sulla influenza dell ' imitazione , svolta fra gli altri dal Despine in una monografia del 1871 , e vi ricama sopra le sue Lois de l ' imitation , che sono l ' esagerazione unilaterale e inconcludente di un aspetto vero della vita . Così egli prende l ' idea del Pugliese , mia , e del Sighele , sul delitto collettivo ( folla delinquente ) e vi ricama sopra i suoi saggi critici , prima al Congresso di antropologia criminale a Bruxelles , poi nella " Revue des deux Mondes " . Oppure egli prende le osservazioni fondamentali della scuola positiva italiana e vi ricama d ' attorno la Criminalité comparée e la Philosophie pénale , accordandosi , anche per l ' indole dell ' intelletto , con quegli analitici e comparatori e ricamatori italiani , che s ' illudevano d ' aver messa su una " terza scuola " di " naturalismo o positivismo critico " sol perché , per esempio , alle statue michelangiolescamente scolpite da Lombroso , son capaci , a tavolino , di grattare qualche cosa col magistero sottile e miope della lima sillogistica . Non dico per questo che anche gli ingegni critici , malgrado l ' indole loro parassitaria , non abbiano una funzione utile nella scienza e nella vita . Dico invece che bisogna guardarsi , a forza di scorrere qua e là , di non mettersi in un qualche binario morto , come parmi sia il caso di questa nota del Sighele . Egli fa questa lucida osservazione : le forze sentimentali possono comunicarsi e sommarsi dall ' individuo in una folla , mentre le forze intellettive no . L ' osservazione mi pare fondamentalmente esatta ; ma purché si esprima in senso relativo e non assoluto . Io direi che i sentimenti si comunicano e si sommano nella collettività , più che le idee . E quindi non credo esatta l ' affermazione consequenziale del Sighele , che chi comunica un sentimento ad una collettività fa degli eguali a sé , mentre chi comunica un ' idea fa dei seguaci . Sta bene che il coraggio come l ' odio o la vendetta si possono " infondere " da un individuo ad una folla : ma i suggestionati saranno sempre diversi dal suggestionatore . E diversi nel senso del più come del meno . Garibaldi fu giustamente detto " eroe creatore di eroi " : ma i garibaldini che lo seguivano e lo sopravvanzavano nella battaglia , infuocati dalla sua persona , non erano eroi eguali a lui , che , per esempio , doveva conservare sempre un certo sangue freddo , per essere , come fu , così geniale capitano e stratega . Anche l ' artista o l ' oratore comunicano agli uditori la loro passione ; ma nell ' amore o nell ' odio o nella pietà o nell ' ilarità gli uditori sono ben diversi dall ' attore o dall ' oratore . Questi deve serbare il suo sangue freddo , mentre gli uditori tutto dimenticano e arrivano al monoideismo , finché dura la suggestione sentimentale . E come fra i garibaldini ci può essere uno più o diversamente coraggioso di Garibaldi , così fra gli uditori vi può essere uno più o diversamente artista e intelligente dell ' attore o dell ' oratore . Lo stesso avviene per l ' intelligenza della folla . Sighele dice che quando l ' oratore getta una idea nella folla degli uditori , questi , se ne restano suggestionati e applaudiscono , diventano dei seguaci , cioè degli inferiori , non degli eguali . Non è esatto . In iscuola , in un comizio , in tribunale , in un ' assemblea , l ' oratore che dice veramente delle cose , non delle parole soltanto , eleva il livello intellettuale dei suoi uditori , non solo perché accresce il loro patrimonio attuale di cognizioni ma soprattutto perché dà loro per l ' avvenire un metodo , una lente e una bussola per osservare il mondo . E fra gli uditori può esservi chi resta al disotto di lui , se è ingegno potente - e questo è evidente - ma può esservi chi lo superi . Qualche volta il discepolo passerà il maestro , meno nell ' arte , ma più nel metodico lavoro della scienza . Ciò non toglie , ripeto , che realmente i sentimenti ( moralità ) siano più comunicabili che le idee ( intelligenza ) , ed una delle ragioni può essere quella indicata dal Sighele , dei segni di espressione , più precisi e completi e quindi più suggestivi per le emozioni che per le idee . Un ' altra , e più fondamentale , può essere che i sentimenti toccano più da vicino che non le idee la base stessa della vita animale comune ai viventi ; un debole di mente può procacciarsi da vivere , anche allo stato selvaggio ; ma un uomo che non senta il dolore ( questa sentinella della vita ) o l ' istinto di fame , di sete , ecc . , muore inevitabilmente e presto . È quindi sempre questione di grado , nella comunicabilità ed addizionabilità così dei sentimenti come delle idee . Ma poi Sighele e Tarde qui trascurano completamente l ' altro lato del fenomeno , l ' influenza della folla sull ' individuo , non solo per i sentimenti ( ciò che fu fatto appunto colla teoria del delitto collettivo ) ma anche per le idee . Già il proverbio dice che " quattro occhi vedono più di due " . E se l ' opera del genio ( forse anche per la gran parte che vi ha il sentimento e l ' immaginazione , secondo le osservazioni di Huxley ) è opera più individuale di ogni altra , tuttavia né in essa si deve escludere l ' azione della intelligenza collettiva né questa si può disconoscere in quella forza , ben più continua e quotidiana della evoluzione umana , che è l ' opera del talento . Chi sa dire dove e da chi abbia avuta una data immagine il poeta , che la rende immortale coi suoi versi ? Forse da un intelletto mediocre , in una conversazione fugace o insipida per tutto il resto . Io ho provato , dopo le mie lezioni all ' Università , quanto utile mi venga dalle conversazioni e dalle osservazioni fattemi da questo o da quello dei miei uditori e che io non avevo fatto e che a me poi possono servire di scintilla per illuminare tutto un vasto campo di ulteriori osservazioni . " Il y a quelqu ' un qui a plus d ' esprit que M . de Voltaire : c ' est tout le monde " . Ecco la conferma di questa mia affermazione . Il cervello di un genio o artistico o scientifico può riassumere e coordinare e fecondare in sé moltissimi fra i lati dell ' infinito poliedro della vita ; ma migliaia di cervelli , siano pure mediocri , ma pregni di esperienze ed osservazioni , infinitamente diverse e più svariate , sia pure embrionali e frammentarie , abbracciando l ' infinito poliedro da un maggior numero di lati , mettono in luce cose e idee che il cervello di un genio da solo non vede . Il calzolaio vide l ' errore nello stivale scolpito dall ' artista greco , così come si narra del contadino toscano che nel cavallo plasmato da uno scultore di genio scoperse che mancavano quei due bitorzoli senza pelo che stanno alle ginocchia di tutti i cavalli . Bisogna provare , per esempio , in una riunione di studenti , di operai o di contadini : gettate là un ' idea , che vada al midollo delle cose , e ve la sentirete poco dopo rimbalzata dai cervelli di questo o di quell ' uditore , rinforzata , corretta , ampliata da cento altre osservazioni e rilievi parziali , che rimanendo frammentari e isolati nel cervello o denutrito o inesperto o incolto di chi le fa , restano nel vuoto , come seme che non può gettare radici nella rena circostante . Ma , per una parte , quell ' altra idea , specialmente se direttiva e metodica , svolta dall ' oratore , coordina e rafforza le idee frammentarie e deboli degli uditori e quindi eleva il loro diapason intellettuale ; e d ' altra parte , le osservazioni di rimbalzo , fatte dalla collettività , fecondano e rafforzano il meccanismo intellettivo dell ' individuo . Vale a dire , amico Sighele , che è inutile correr dietro alle bolle di sapone , come l ' io dell ' atomo che è una contraddizione in termini , dacché l ' atomo è l ' individuo vero e solo , cioè l ' indivisibile e il semplice , ed io invece significa risultante complessa ( conscia od inconscia ) di molti elementi psichici primordiali . Dove non c ' è collettività non ci può essere l ' io : e la psicologia dei microrganismi fatta dal Binet è possibile solo , perché il più semplice dei microrganismi è sempre una collettività federata e diversa , di cellule viventi . Vale a dire , infine , che la conclusione finale è precisamente l ' opposta : non è che unirsi , nel mondo , voglia dire peggiorarsi o indebolirsi . La realtà è che non si vive se non vi è unione ; perché , come dissi altrove , Robinson Crosuè , che sarebbe l ' ideale umano così dell ' individualismo come della sua logica conclusione , non può essere che una leggenda o un caso patologico . Ma poi , come sarebbe stata possibile l ' evoluzione dal microbo all ' uomo e dall ' uomo selvaggio all ' uomo civile se l ' unione , cioè l ' associazione , volesse dire peggioramento e indebolimento ? ... E non è tutta l ' evoluzione , in sostanza , che un processo di crescente associazione e di riunione ? Vero è che Sighele applica la sua osservazione soltanto alle forme ristrette e più o meno transitorie dell ' associazione umana , anziché al fatto costituente ed universale della società umana . E questa limitazione rende in qualche parte accettabile , cioè rispondente alla realtà delle cose , la sua conclusione . Ma , malgrado questa distinzione necessaria , - già da me fatta fin dai primordii tra psicologia individuale , psicologia collettiva e psicologia sociale , - io credo tuttavia che in ogni e qualsiasi manifestazione della materia inorganica ed organica , dall ' aggregazione e combinazione degli atomi nell ' ordine siderale o chimico sino alla aggregazione e combinazione delle sensazioni ed idee elementari nell ' ordine psicologico individuale e dei sentimenti e delle idee individuali nell ' ordine della psicologia collettiva e sociale , - sempre si deve dire che " l ' unione fa la forza " . E mi parrebbe fare offesa all ' ingegno del Sighele se credessi necessario indicargliene qui le prove , dopo che l ' ho tratto fuori dal binario morto in cui s ' era ficcato col tardigrado io dell ' atomo . La collettività rende più intensa ogni manifestazione psichica . Ecco la conclusione positiva : e più intensa non è sinonimo di più buona . Ma se in un dato momento e in una data collettività prevale un elemento cattivo ( antisociale o immorale ) , questo si rafforzerà come si rafforzerà invece un elemento buono ( sociale o morale ) se avrà la prevalenza . Insomma , io credo sempre esatta la mia prima fondamentale osservazione , che nella psicologia collettiva avviene non già la semplice miscela degli elementi individuali , ma la loro combinazione chimica . Sicché la risultante psichica collettiva non è eguale - tanto per i sentimenti quanto per le idee - alla somma degli elementi psichici individuali : è anzi sempre diversa , in meglio o in peggio , così come dalla combinazione chimica di due o più sostanze si ha nella massa finale una temperatura o più alta o più bassa di quella dei corpi componenti * . Certo , ora più spesso avviene che nella collettività prevalga il meno buono e il meno intelligente ; ma per quale recondita ragione ? Qui , amico Sighele , devi ficcare lo sguardo a fondo , ed il fondo è la lotta antagonistica ed anarchica degli interessi egoistici nel mondo presente , senza la base e la disciplina della solidarietà vera e viva . In un ' accademia come in un comizio , come in un Parlamento , ognuno cercherà sempre di giovare a sé : ma nel mondo individualista l ' utile proprio troppe volte non è conciliabile coll ' utile altrui . Ecco perché , incoscientemente , rebus sic stantibus , nella collettività più spesso avviene il fascio degli egoismi antisociali invece che l ' unione degli egoismi sociali . La conferma se ne ha in certi casi eccezionali . Quando in una battaglia l ' entusiasmo è al colmo o in un ' opera di salvataggio ( inondazioni , incendi , epidemie , ecc . ) l ' elemento della solidarietà sociale prevale su quello dell ' isolamento anti - sociale , la riunione centuplica allora la forza del sacrificio e dell ' eroismo e della virtù , come centuplica quella del delitto , in altre diverse condizioni di tempo e di luogo . Tutto sta adunque nel dare alle collettività umane un ' orientazione tale , per cui l ' egoismo individuale , inseparabile dalla vita ( perché primum vivere deinde philosophare ) non sia costretto ad essere anti - sociale per affermarsi , ma trovi invece nella vita collettiva anche le condizioni di maggiore e miglior vita per sé . Il come di questa orientazione sociale esce dai limiti di questa Nota ed è risolto dal socialismo scientifico . Per ora mi fermo a queste considerazioni di psicologia collettiva , che interessano la giurisprudenza penale come la sociologia criminale . E sarò lieto se il Sighele od altri vorrà continuare la cortese polemica di idee ; dalla quale , appunto perché anche nel campo dell ' intelligenza , unirsi vuol dire rafforzarsi , non potrà che risultare il vantaggio e l ' incremento della nostra scienza positiva . ENRICO FERRI . III . Risposta di Scipio Sighele a Enrico Ferri . Roma , 2 novembre 1894 . Mio carissimo Enrico , Grazie delle parole cortesi ch ' io debbo all ' indulgenza del maestro e all ' affetto dell ' amico ; grazie sopratutto della critica franca e sincera che io cerco e desidero , giacché mi sembra il risultato più utile e la soddisfazione più grande di coloro che scrivono . Tu dici che io " ho urtato contro la sbarra immobile d ' un binario morto " . Un disastro ferroviario e ... intellettuale , dunque . Può darsi . Ma la colpa è veramente e solamente mia ? O non accade spesso alla scienza di incontrare questi binari morti che le vietano la sua corsa a grande velocità , queste sbarre immobili che arrestano la macchina ancora avida di cammino ? Sono io responsabile se il pensiero ha le sue colonne d ' Ercole , se esiste l ' ignoto dell ' incosciente , e se mi dichiaro vinto dinanzi a un problema che nessuno ha saputo risolvere ? E merito io d ' essere tacciato di metafisico perché invoco la psicologia dell ' atomo ? Qualche centinaio d ' anni fa ( anzi qualche diecina ) il buon pubblico avrebbe sorriso se gli avessero detto che esisteva la psicologia dei microrganismi ! Eppure , Binet l ' ha studiata ! Io penso che , se il vero temperamento positivista deve credere soltanto a ciò che vede o a ciò di cui ha le prove , non deve però escludere a priori nessuna ipotesi . Tutto è possibile al mondo , e l ' affermare categoricamente : la scienza non arriverà oltre questo limite , è una forma di ipoteca sull ' avvenire che le meravigliose sorprese del presente e del passato dovrebbero consigliarci di evitare . Del resto , che importa credere o non credere possibile questa psicologia dell ' atomo ? Il mio , era un desiderio , una speranza , un augurio , che gettavo là , alla fine della mia lettera , per attenuare lo sconforto che invade chi , dopo aver molto cercato , s ' accorge di non aver trovato nulla o quasi nulla . La spiegazione ultima mi sfuggiva : la sentivo inarrivabile ed intangibile , ma volevo almeno indicare dove , a parer mio , essa stava racchiusa . Non potendo vedere il tesoro , mi accontentavo di supporre dove era nascosto . Ad altri più fortunati di me il saperlo scoprire . Ho sbagliato ? Può darsi , - ripeto . Ma alla mia ipotesi tu non hai sostituito nessun assioma , al mio dubbio nessuna certezza . Il mistero rimane , e noi ci troviamo almeno d ' accordo nel dover confessare la nostra ignoranza . Senonché , non è su questo incerto ed oscuro problema che vale la pena di soffermarsi a discutere . Noi possiamo continuare più utilmente la nostra polemica intorno a quelle mie osservazioni di psicologia collettiva che tu non accusi di essere metafisiche , e che - se non m ' inganno - pur criticandole , accetti nel fondo interamente . Io avevo detto che le forze sentimentali si sommano in una folla , le forze intellettive no , e che la suggestione dei sentimenti fa degli eguali , mentre la suggestione delle idee fa degli inferiori . Tu trovi troppo assolute queste affermazioni , perché la differenza , secondo te , è di gradi non di sostanza . A rigore di logica tu hai ragione . In natura non esiste nulla di sostanzialmente diverso e distinto : tutto si riannoda e si riallaccia attraverso sfumature infinite : la legge d ' evoluzione lo insegna . Ci sono delle zone neutre che vietano persino di sentenziare se un organismo appartiene al regno vegetale o al regno animale . Perché dunque dovrebbero esistere delle barriere divisionali in psicologia ? Ma la logica troppo severa fa commettere degli errori , come la corda tirata troppo si spezza . Tu stesso mi hai insegnato che , per comodità di studio e per maggiore chiarezza , si usa , nella scienza e nella vita , chiamar con nomi diversi le cose che in ultima analisi non sono che uno sviluppo ulteriore una dell ' altra , - e così io credo che si possano tener distinti in psicologia dei fenomeni che - pur non differendo fra loro sostanzialmente - differiscono però di tanti gradi da far quasi dimenticare l ' origine comune . Orbene , la suggestione dei sentimenti differisce tanto dalla suggestione delle idee , che io ho creduto di poter stabilire fra l ' una e l ' altra questo carattere distintivo : l ' una fa degli eguali , l ' altra dei seguaci , degli inferiori . So bene , - e lo potevi capire anche tu - che quell ' aggettivo eguali non ha il significato che gli si dovrebbe attribuire in una dimostrazione matematica : in psicologia sopratutto ( e anche in natura ) non c ' è nulla di identico , e quando si adoperano certe parole , si lascia a chi legge di interpretarle non alla lettera , ma nel senso che loro si è dato scrivendole . So bene che gli eroi creati da Garibaldi non erano e non potevano essere eguali a lui , e che il grado di passione cui sale il pubblico non è preciso a quello dell ' oratore che lo ha suggestionato - ( l ' anima umana non è una cifra e la psicologia non è l ' aritmetica ) , - ma è certo che quegli eroi e quel pubblico modellavano sé stessi incoscientemente sulla figura morale del loro suggestionatore , e che tutti insieme costituivano un unisono psicologico , che autorizzava la mia affermazione . L ' espressione di un sentimento ha , per coloro che vi assistono , l ' identico effetto della vibrazione d ' una nota sulle corde musicali che si trovano sotto la influenza di questa vibrazione . La persona risponde collo stesso sentimento , come la corda risponde colla stessa nota . Sarà forse un tono più alto o più basso , ma è l ' identico suono , è l ' accordo . Delle idee , invece , non avviene così . Garibaldi può , colla sola virtù dell ' esempio , creare un eroe . Spencer non può , con una sua frase o colla lettura d ' un suo capitolo , creare un genio e nemmeno un ingegno . Non insisto su questa dimostrazione perché l ' evidenza mi par meridiana . Tu dici però - per combattere la mia tesi - che l ' oratore il quale dica veramente delle cose e non delle parole soltanto , eleva il livello intellettuale dei suoi uditori , - e fin qui siamo d ' accordo e l ' ho ammesso anch ' io , scrivendo che l ' oratore , in tal caso , fa dei seguaci , cioè suggestiona e avvicina a sé intellettualmente il suo pubblico ; - e sostieni anche che fra gli uditori può esservi chi superi l ' oratore perché spesso il discepolo sorpassa il maestro . E qui - pur essendo d ' accordo con te nella osservazione ( troppo semplice , del resto , perché si possa combattere ) , - mi permetto di dirti che non modifica in nulla la mia tesi . Verdi ha avuto un maestro di musica , Dante avrà avuto un maestro di letteratura , Raffaello un maestro di disegno . Che cosa significa questo , per la psicologia collettiva ? Significa forse - come tu tenderesti a provare - che le facoltà intellettuali non solo fanno degli eguali , come le forze sentimentali , ma fanno dei superiori ? Qui - mi pare tu abbia dimenticata quella tua felice distinzione fra psicologia collettiva e psicologia sociale , che è stata la scintilla del mio libro sulla Folla delinquente . La psicologia collettiva - quale tu stesso la definisci ed io ho studiata - è la psicologia delle collettività riunite staticamente . Quando dunque io dico che la suggestione delle idee - al contrario della suggestione dei sentimenti - fa , non degli uguali , ma degli inferiori , intendo parlare da un punto di vista statico . Il rispondermi che in un ' aula d ' università dove parla un professore , o in un teatro dove parla un Demostene , vi può essere - nascosto ed ignoto fra il pubblico - uno scienziato o un artista che supererà quel professore o un oratore che supererà quel Demostene , - è un eludere la questione , non un risolverla , è un uscire dal campo della psicologia collettiva per entrare in quello della psicologia sociale . La mia tesi - esposta in un modo esagerato e brutale - è questa : staticamente , cioè in un brevissimo spazio di tempo , per sola virtù di contagio , si può fare d ' un uomo un eroe o un assassino , non si può fare un genio del pensiero . E sfido chiunque a contraddirmi . - Quando tu poi , per provare la forza di suggestione delle idee , mi citi i discepoli che superano i maestri o , per provare che non solo l ' individuo ha influenza sul pubblico , ma anche , e più , il pubblico , sull ' individuo , mi avverti che a un poeta può venire un ' ispirazione da un intelletto mediocre , e che a uno scienziato può balenare un ' idea geniale da una conversazione fugace o insipida , - io ti rispondo che hai ragione , ma che questa è psicologia sociale e non psicologia collettiva . E degli effetti e dell ' importanza della suggestione ( tanto dei sentimenti come delle idee ) da un punto di vista dinamico e non statico , io ho troppo a lungo parlato altrove , perché deva ripetermi qui . Tu scrivi questi periodi limpidi , e inconfutabili : " Non è sempre esatto che la somma collettiva delle idee sia peggiore delle idee genialmente individuali . Nel genio , e anche nell ' ingegno potente , c ' è sempre una qualche esagerazione , un qualche squilibrio nelle premesse più acutamente vedute e ravvicinate , come nelle induzioni più velocemente anticipate . Nella collettività , invece , è vero che domina la media , ma appunto perché tale , questa rappresenta così una elevazione equilibrata e definitiva della intelligenza comune di fronte allo stadio precedente , come un ' attenuazione integratrice delle audacie più o meno squilibrate , ma sempre precoci e perciò meno vitali , del genio individuale . Nella scienza la scuola dei seguaci vale sempre più e meglio del maestro iniziatore , ed hanno - l ' una e l ' altro - due funzioni utilmente diverse . Senza l ' individuo creatore la scuola non si farebbe e la media individuale non si eleverebbe ; ma senza una collettività solidale , l ' intuizione del genio non vive e cade in un torpore e in un oblio talvolta secolare , finché le condizioni più propizie e meglio adatte della collettività , o spontaneamente , o per spinta rinnovata di un altro genio o anche di un talento , non ne fissino definitivamente la struttura e lo sviluppo " . Parole d ' oro , - ma che non levano una virgola a quel che io ho affermato , perché sono parole e concetti applicabili in sociologia e non in psicologia collettiva . Ho ammesso anch ' io , e ho scritto * tutto questo : ho ammesso anch ' io , - e l ' ho scritto - che il genio non è che un simbolo il quale rappresenta le aspirazioni e le tendenze di una data classe e di un dato periodo ; ch ' egli non è se non lo scorcio incosciente di un momento storico , quasi una figura in cui si riassumono e si fissano tutte le suggestioni infinite e diverse che su di lui hanno agito ; - ma riconoscendo che il genio è un parto meraviglioso della collettività , ho inteso e intendo riconoscere soltanto dinamicamente il potere della collettività sull ' individuo . Anche staticamente esiste questo potere , ma produce il male anzi che il bene , abbassa e non eleva l ' intelligenza . Ed è in questo senso , cioè da un punto di vista statico , che io ho osato esporre la frase pessimista che " unirsi , nel mondo umano , vuol dire peggiorarsi " . Da un punto di vista dinamico cioè di psicologia sociale , bisognerebbe essere pazzi per affermare una cosa simile , e tu hai ragione di dire che - allora - bisognerebbe anche rinnegare la teoria dell ' evoluzione e riconoscere che il selvaggio val più dell ' uomo civile , e la scimmia antropomorfa più del selvaggio . Per essere più preciso io avrei dovuto scrivere che - " unirsi nel mondo umano , solo staticamente , vuol dire peggiorarsi " . - Ma all ' esattezza del linguaggio , che ho trascurata , poteva rimediare il senso e l ' intonazione del mio articolo . Io parlavo della folla non della società : io parlavo di suggestione immediata e incosciente , non di suggestione lenta e cosciente ; io - in una parola - parlavo di improvvise rivoluzioni psicologiche , non di graduali evoluzioni ; io non applicavo quindi la mia conclusione a tutto il vasto campo della sociologia , ma soltanto al campo ristretto della psicologia collettiva . Tu mi hai voluto far dire più di quello che avevo in animo di dire , e per combattere una tesi che io non ho sostenuta , hai esagerato . Tu hai scritto che il principio : l ' unione fa la forza è vero sempre in psicologia sociale e in psicologia collettiva . No : in psicologia collettiva l ' unione spesso fa , intellettualmente , non la forza , ma la debolezza : i Giurì , le Commissioni , le assemblee informino : soprattutto i tuoi Nuovi Orízzonti , dove questa verità è stata così genialmente accennata . Ed io non avrei altro da aggiungere se non prevedessi una tua domanda , anzi alcune domande : " quali sono i limiti - tu potresti dirmi - quali i confini tra la psicologia collettiva e la psicologia sociale ? dove finisce l ' una e comincia l ' altra ? non si verificherà anche qui la legge d ' evoluzione , e non si passerà dall ' una all ' altra per fasi e per gradazioni indistinte ? e non sarà allora impossibile o quasi applicare a queste diverse fasi le leggi che tu credi vere per l ' una e che sarebbero quindi false per l ' altra ? " . I problemi racchiusi in queste interrogazioni sono gravi e importanti . Io tenterò di risolverli nel mio prossimo volume : La delinquenza settaria * . La setta è infatti una collettività che potrebbe dirsi il trait - d ' union fra la folla e la società , la zona neutra , per ripetere un ' espressione felice , tra la psicologia collettiva e la psicologia sociale . L ' argomento mi porterebbe molto lontano : ma io non posso abusare della cortesia della " Critica sociale " , alla quale ho già rubato qualche colonna . Altrove e meglio io potrò dire il mio pensiero . Intanto credimi , con l ' affetto e con l ' ammirazione che sai , sempre tuo SCIPIO SIGHELE . IV . Risposta di Gabriele Tarde a Scipio Sighele * . Io sono sempre lieto , e voi , caro Sighele , lo sapete , di rendere la giustizia dovuta ai vostri belli e profondi lavori ; e non solo è il vigore e il raro acume di uno spirito veramente personale , che io ammiro in voi , ma eziandio quella nobiltà naturale di carattere che vi tiene al disopra delle misere questioni d ' amor proprio . Noto questo tanto più volentieri , dacché è pur tempo ch ' io risponda a certi attacchi che se non mi commuovono , non cessano però di sorprendermi , succedendo bruscamente , non so troppo il perché , a numerose testimonianze d ' amicizia e a buoni uffici reciproci . Io non seguirò il Ferri nella via ch ' egli ha battuta a mio riguardo . Un uomo così abile , com ' egli è , all ' adattamento e al volgarizzamento delle idee altrui dovrebbe più di chiunque astenersi dal gettare ad altri epiteti scortesi di parassita di vagabondo e di plagiario ; dovrebbe astenersene e sopratutto verso qualcuno che maturò a lungo , nella più profonda solitudine , il frutto delle sue proprie riflessioni , fino al giorno in cui il suo pensiero schietto e personale si è diffuso con qualche onore nel modo scientifico . Certo , ben io so che in fatto di idee la proprietà individuale deve sempre esser intesa in un senso molto relativo ; che il collettivismo è qui al suo posto , meglio che in qualsiasi altro campo ; e che noi non siamo mai se non i comproprietari comunisti e indivisi delle nostre idee le più originali . Ciononostante , il merito d ' una tal quale originalità mi fu così spesso riconosciuto , da ogni parte e su tutti i toni , e persino dai più acerbi miei critici , che io credo di potere , - senza troppa illusione - attribuirmi la paternità de ' miei scritti a dispetto del mio amabile contradditore . Il deputato Ferri era ancora sulle panche della scuola quando già il mio sistema d ' idee era fissato nelle linee principali . Io non potei quindi toglierlo a prestito né da lui né da alcuno dei suoi e neppure dal Despine , che mai non lessi . Che quest ' ultimo si sia occupato della imitazione , è ben cosa possibile . Lo stesso Platone ne sentì alcun po ' l ' importanza nella sua Repubblica . La questione non è qui . Il pubblico filosofico l ' ha ben compreso ed è esso , in fin dei fini , il solo giudice del merito dei nostri lavori . In ogni caso io posso affermare che quand ' anche io non avessi conosciuta la nuova scuola , io non avrei a cangiar verbo delle mie due opere principali : Le leggi dell ' imitazione e La logica sociale . Quanto alla mia Criminalità comparata e alla mia Filosofia penale , questi due volumi non sono che l ' applicazione pura e semplice del mio punto di vista generale - pubblicato fin dal 1881 nella " Revue Philosophique " e finito assai prima - al lato criminale della Società ; a quel modo ch ' io l ' applicai al lato linguistico , religioso , economico , estetico e giuridico . Questa applicazione criminologica io non l ' avrei fatta nella stessa maniera se non avessi avuto il vantaggio di leggere un giorno l ' Uomo delinquente di Lombroso e gli scritti della scuola . Ma il rimprovero di averli saccheggiati mi sorprende singolarmente ; avrei capito piuttosto quello di averli un tal po ' demoliti : e ancora ciò equivarrebbe a disconoscere tutta la benevolenza ( voi diceste un giorno beneficenza ) della mia critica da amico . Se tutti coloro che criticano il Ferri l ' hanno copiato , i suoi copisti sono legione , cominciando dall ' onorevole Colajanni che gli ha assestato di così bei colpi , e senza dire del Lucchini , del Carnevale , dell ' Alimena e di tanti altri rudi giostratori della terza scuola . Io non so del resto a qual proposito , senza aver nulla di molto particolare da dire , Ferri interviene nella piccola conversazione cortese ed istruttiva che voi impegnaste con me su un punto assai delicato della psicologia delle folle . S ' egli fu il padrino della psicologia collettiva , come a più riprese si vanta , s ' ingannerebbe , ad ogni modo , supponendo di esserne il padre e che nessuno abbia ormai il diritto di toccare a questo soggetto di studi senza il suo consenso . Il difficile non era di trovare il nome , bensì di trovare e approfondire la cosa . È ciò che voi fate , è ciò che io pure ho tentato di fare . E ciò che mi dà qualche fiducia nelle mie ricerche è che mi sembra ch ' esse si accordino spesso con le vostre , anche in quanto concerne il piccolo problema da voi recentemente discusso nella " Critica sociale " . Perciò non ho che qualche riflessione da aggiungere alle vostre fini osservazioni . Io distinsi nello spirito collettivo delle folle il lato intellettuale e il lato morale , e feci notare che , moralmente , esse uguagliano ed anche superano l ' individuo nel bene e nel male , nell ' eroismo e nel delitto , mentre , intellettualmente , esse scendono quanto è più basso di lui nella stoltezza e nella follìa , senza mai elevarsi alla sua altezza nella genialità . Ora , voi reputate vera questa osservazione , ma la spiegazione ch ' io ne dò non vi soddisfa e ne tentate un ' altra . Le due , tuttavia , forse si completano più che non sieno in contrasto , e io credo che voi stesso ve ne avvedrete tosto che io abbia un po ' rettificato il mio pensiero . Qui , mi sembra , si ha da aggiungere alla distinzione già fatta , un ' altra distinzione : quella dell ' aspetto quantitativo e dell ' aspetto qualitativo dei fenomeni psichici , siano intellettuali o morali . La credenza affermativa o negativa , che passa per tanti gradi senza cangiar di natura , è una quantità mentale . Il desiderio , esso pure , positivo o negativo , lo è del pari e per la stessa ragione perché segue una scala continua , dalla più leggera tendenza alla passione più sfrenata , in una stessa determinata direzione . Anche l ' intensità delle sensazioni è , sino a un certo punto , una quantità . Ma un ' idea , in quanto combinazione particolare di percezioni o d ' imagini e indipendentemente dalla più o meno forte adesione dello spirito , è qualcosa di qualitativo , che differisce in natura , e non soltanto in grado , da un ' altra idea . Lo stesso dirò del sentimento , considerato non già sotto l ' aspetto dell ' energia , ma sotto quello della sua composizione e della sua distinta sfumatura , nella quale si fondono mille impressioni , mille pene o piaceri elementari . Ebbene , è notevole che di quanto il lato quantitativo della psicologia individuale , così definito si riproduce amplificato ed esagerato in psicologia collettiva , di altrettanto il lato qualitativo si riflette attenuato e impoverito . Le folle , senz ' alcun dubbio , davanti a uno spettacolo commovente , come una corsa di tori o una carica di cavalleria in sommossa , hanno sensazioni più forti di gioie o di dolori più vivi , che non risentirebbe isolato ciascuno degli individui che le compongono . Esse hanno una capacità di godere e di soffrire , e parimenti di affermare o di negare , di desiderare o respingere , superiore alla capacità analoga dell ' individuo . Ma al tempo stesso , cotesto assembramento , cotesto affollamento effervescente degli individui così adatto a rafforzare in ciascun d ' essi le loro sensazioni espresse , i loro desiderî e le loro convinzioni reciprocamente corroborate pel solo fatto del loro scambio , è assolutamente inadatto a suscitare , ad accelerare nello spirito e nel cuore di questi individui , anche in quelli che hanno più anima e più genio , lo sbocciare di un ' idea davvero nuova e feconda , od anche di un sentimento nuovo e fecondo , di una specie inedita di entusiasmo o di amore . Perché se vi ha delle idee geniali , vi ha pure dei sentimenti geniali . Lungi dall ' affrettarne o dall ' agevolarne l ' apparizione , l ' azione della folla la inceppa o la impedisce . In altri termini , le folle esaltano la facoltà imitativa dell ' individuo , ma ne deprimono la facoltà inventiva . Lamartine in due versi ben coniati , disse qualcosa d ' analogo : Il faut se séparer , pour penser , de la foule , Et s ' y confondre pour agir . Infatti il pensatore si isola , e così il poeta o l ' artista . L ' uno per elaborare le sue nuove e forti concezioni , l ' altro per estrarre dal proprio cuore un aroma più raffinato e complesso dei sentimenti ordinarî , hanno bisogno di raccoglimento e di silenzio . La germinazione del loro cervello è a questo prezzo . Vi hanno senza dubbio eccezioni , ma non sono che apparenti e confermano la regola . Il Nouma Roumestan di Daudet , ad esempio , al quale le idee non venivano che parlando in mezzo a un vasto uditorio . Disgraziatamente le idee che vengono in tal modo , nel chiasso e nella calca , hanno per carattere distintivo di essere semplici luoghi comuni , o tutt ' al più di quei paradossi che non sono se non luoghi comuni rovesciati e ai quali si applica a meraviglia il paragone delle bolle di sapone . Quanto ai veri " nuovi orizzonti " dello spirito , schiusi da un Newton o da un Descartes ; quanto alle nuove tonalità del cuore apportate al mondo da tutti i grandi visionari mistici o patrioti del passato , profeti ebrei , aedi greci , bardi celti , da un Orfeo o un Budda , da un Virgilio o un San Paolo o un San Francesco d ' Assisi o un Dante o un Rousseau o un Chateaubriand - è sempre nel deserto , lunge dalle moltitudini che cotesti germi destinati a una così lontana disseminazione sono creati per la prima volta . Poi vengono i grandi tribuni , i grandi pubblicisti , i missionari che si dedicano all ' apostolato di quelle innovazioni , le seminano dappertutto e le fanno cadere nel pubblico dominio . È così che si formarono tutti i sentimenti maggiori che mossero i popoli , l ' onore della famiglia , l ' onore della città , la religione della patria , la pietà , la fedeltà feudale ... È così , che , ancor più manifestamente , il gusto della tragedia classica nel secolo XVII , la passione dell ' architettura gotica nel medio evo e il disgusto di essa nel secolo XVIII , o , ai dì nostri , il culto entusiasta della libertà e dell ' uguaglianza , divennero successivamente fonti di emozioni nazionali tra i francesi delle varie epoche ; per modo che , adunate nel teatro , nella chiesa , nel museo , sulla pubblica piazza , le folle francesi furono soventi elettrizzate da capolavori che in altre epoche avrebbero fischiati , ed ebbero i più bei slanci d ' eroismo civico o militare per cause che , un secolo prima , le avrebbero lasciate indifferenti o mosse ad orrore . Il contrasto , voi lo vedete , che oggi vi propongo , non è del tutto il medesimo da cui sono partito nell ' articolo che voi citaste . Alla distinzione dell ' intellettuale e del morale io sovrappongo , più ch ' io non sostituisca , quella della quantità e della qualità , dell ' imitativo e dell ' inventivo , distinzione che non è contraria , ma , per così dire , perpendicolare alla precedente . Ora , non trovate voi che , presentato sotto questa nuova luce , il mio pensiero appaia più vero e , insieme , meno scoraggiante ? Ed ora domandiamoci : perché mai le folle , che superano tanto l ' individuo nell ' energia delle loro convinzioni vere o false , come nell ' intensità delle loro passioni buone o cattive e , per conseguenza , nello slancio delle loro azioni eroiche o criminose , sono impotenti a sprigionare dal loro proprio seno quelle verità o quegli errori , quelle forme del bene o del male , la cui iniziativa appartiene sempre all ' individuo ? Egli è che l ' individuo è un ' associazione armonica , e non soltanto un aggregato incoerente , di cellule cerebrali ; e che il lavoro coordinato , logico e teleologico di queste , che esige una profonda pace , è naturalmente suscettivo di produrre frutti di qualità ben diversa dai prodotti d ' una fermentazione tumultuosa . Il giorno in cui si sarà trovata un ' associazione di uomini che funzioni altrettanto armonicamente quanto la società cellulare del nostro cervello , quel giorno la genialità diventerà l ' appannaggio dei corpi costituiti , scambio di essere il privilegio dell ' uomo solitario e si vedranno i lampi di genio sprizzare dalle deliberazioni di un ' assemblea anziché dalla muta meditazione . Fino a quel giorno non si vedrà che il contrario . Si ha un bel dire che quattr ' occhi veggono meglio di due ; non è perciò men vero che in un Parlamento , fosse pure composto di 500 Enrico Ferri , mille occhi appuntati su una questione militare o diplomatica da risolvere , non riescono mai a percepire , senza gli occhiali d ' un ministro circondato da uomini competenti , un ' idea legislativa che stia in piedi . Parimenti , benché mille cuori battano più forte di un solo , non è perciò meno vero che , nei momenti critici in cui il bisogno di una data riforma dei cuori si fa sentire , quando si tratta di suscitare un sentimento salvatore , una emozione speciale e rigeneratrice , è in un cuore solitario che si produce per la prima volta cotesta pulsazione salutare e caratteristica , ripercossa poi da tutti gli altri . Dirò io con voi che v ' è qui una differenza essenziale , che in fatto , " mentre la suggestione dei sentimenti fa degli eguali , la suggestione delle idee fa degli inferiori " , ossia dei discepoli ? Eppure , imitazione vi ha tanto nel primo caso quanto nel secondo . Malgrado tutto , la distinzione che voi stabilite ha la sua parte di vero e giustifica al tempo stesso quella ch ' io avevo stabilita fra l ' intelligenza e la moralità della folla . Perché , in fatto di sentimenti , il difficile e l ' importante non è , abitualmente , di scoprirli , cosa alla fin fine abbastanza facile ; ma è di sentirli collo stesso grado d ' energia , necessario a renderli efficaci ; mentre , in fatto d ' idee , la difficoltà è di trovarle e di formularle , non già di affermarle con una grande intensità di fede ; e le idee le più credute , le più dommatizzate dal fanatismo delle masse , non sono per nulla affatto le più feconde . Un pizzico di scetticismo è un ottimo lievito per la fecondità di un ' idea . Che un sentimento sia nuovo , poco importa , generalmente ; l ' essenziale e il raro è ch ' esso sia molto forte e quindi molto utile . Ma non basta che una idea sia molto vera , bisogna che essa sia nuova ; e il più sovente la sua novità fa , in qualche misura , parte integrante della sua verità , quasi sempre relativa ... Molte altre cose avrei da dire a questo proposito ; ma già mi debbo scusare di essermi tanto diffuso . Il piacere di conversare con voi mi ha trascinato ... Ancora una parola , se consentite . Io non diedi che a titolo di ipotesi , e come tale ho confinato in calce di pagina , il brano sull ' io dell ' atomo , che voi voleste citare . Checché si pensi a questo riguardo , ciò non altera in nulla l ' assieme delle mie idee positive . Queste devono essere distinte con molta cura dalle congetture che spesso io vi ho mescolato , non senza caritatevolmente avvertire il lettore , che , in questi casi , hypotheses fingo . Novembre 1894 . G . TARDE . V . Nota di Silvio Venturi * . I lettori ricordano certo per quali motivi il Sighele conclude : che dei sentimenti si può , per suggestione , fare la somma , delle idee non si può fare che la media ; mentre , pel Ferri , la collettività rende più intensa ogni manifestazione psichica , con ciò intendendo che la comunicazione delle idee alla folla non solo è possibile , ma dalla comunione stessa le idee vengono rinforzate . Ora io vo ' dire non soltanto che sono d ' opinione un po ' dell ' uno e un po ' dell ' altro , e più del Sighele che del Ferri , ma che sovra tutto fra l ' uno e l ' altro sarei quasi di parere contrario . Tale posizione colombiana , che assumo nella discussione , vuol dire semplicemente che io vedo la cosa da un punto di vista differente . Mi sbrigo in due parole . L ' oratore che parla alla folla trova un ' eco perfetta in questa quand ' egli esprima sentimenti o idee che ad essa non solo sieno facili , ma che essa già in qualche modo possegga , ed egli non faccia che evocarle , riassumerle , dimostrarle , illustrarle . Allora la folla , nella sua espressione collettiva , a parte le singole stonature di individualità o eminenti , o inferiori , od estranee , trova nell ' oratore , come nel foco d ' uno specchio , conversa la propria opinione o il proprio sentimento , il quale dall ' oratore stesso , caldo o ingegnoso , vien tradotto intenso , come fosse la somma del sentimento o del pensiero di tutti . Se , al contrario , l ' oratore esprime sentimenti o pensieri , i quali , o per essere esclusivamente suoi , o per essere nuovi , sono come fortemente staccati dallo stato , ordinario dell ' opinione o dei sentimenti del pubblico , egli in tal caso né viene sentito , né viene compreso . Ricordo , al proposito , l ' opinione del Mausdey , il quale divide gli uomini di genio in due categorie : quelli che hanno ingegno da rappresentare in sé stessi ed esprimere i sentimenti o le idee del momento storico in cui vivono ; e quelli che sentono o pensano in modo avanzato , lontano ancora dal comune intendimento . I primi possono aver gloria in vita , per quanto duri poco oltre la tomba , poiché sono uomini del tempo e passano con questo ; gli altri avranno gloria più tardi , quando la comunità , passo passo , avrà conquistato il terreno intermedio , e sarà arrivata ad intendere l ' uomo che l ' ha preceduta . Fra questa classe d ' uomini vi hanno pur gli utopisti , i quali separati che siano dai folli , si può dire che abbiano avuto la sfortuna di gettare nello spazio dell ' avvenire idee traverso le quali , per loro sventura , non è passata la traiettoria dell ' umano progresso , onde furon lasciati da parte , come gente che , anziché precedere il progresso comune , l ' avrebbe deviato . Assistiamo giornalmente alla dimostrazione di quanto io dico . Nelle pubbliche assemblee ( specialmente nelle politiche ) gli oratori festeggiati e che dominano sono coloro che non dicono nulla di nuovo , ma che sanno toccar bene il tasto che muove il pensiero ed il sentimento comune ; al contrario i veri innovatori , gli scienziati sottili ed originali , sia che scrivano , sia che parlino , non soltanto non vengono compresi , ma incorrono necessariamente nell ' ostilità e nel motteggio . Più tardi trionferanno , quando , a poco alla volta , crescendo il numero dei seguaci ( che non saranno ciechi fanatici , ma studiosi ) , questi avranno compiuta , dalla punta alla base , la piramide che li estolla in trionfo . Ricorderà il Ferri , quand ' egli in Parlamento , propugnatore delle nuove idee pel Codice penale , fu soffocato dall ' enorme peso dell ' opinione di presso che tutti i deputati , i quali nel Codice di Zanardelli glorificavano il trionfo della opinione pubblica , che si era arrestata alle vittoriose idealità , già da venti anni diventate , scientificamente , anticaglie . Ecco dunque , secondo me , l ' errore della polemica fra Sighele e Ferri . L ' uno ammette la sola diffusibilità e sommabilità dei sentimenti , e non si accorge che ciò si deve all ' esser i sentimenti e gli atti volitivi che li rispecchiano , fatti psichici di patrimonio comune , onde dall ' oratore essi non vengono seminati , ma solamente evocati , e , per effetto delle leggi dal Sighele stesso così bene illustrate , rinforzati , sommati e , fino a un certo segno , moltiplicati nell ' intensità , non già , intendiamoci , nella qualità e nel numero . L ' altro , il Ferri , dicendo che nello scambio le idee si rinforzano , dice bene , a mio parere , soltanto nel senso che le idee individuali , prodotte da una mente alta e di larghe vedute , rispecchiano sempre un lato solo del prisma , mentre , preso l ' abbrivo e il suggerimento da una opinione , le altre , emesse dagli altri , si svolgono a riguardar nuovi lati del prisma medesimo , onde l ' opinione prima si può modificare , allargare , rinforzare , innalzare e talora anche indebolire . Obbiettivamente considerando gli effetti di una discussione di idee , si rilevano due fatti : il primo , che l ' idea emessa dal proponente , dirò così , viene attenuata o modificata dalla diversa base sulla quale , dopo l ' opinione altrui , essa dovrà poggiarsi ; e l ' altro che il resultato finale dell ' opinione di ciascuno , compresa quella del proponente , non sarà un ' idea acuta , elevata quant ' era quella di prima , la quale tanto più si distendeva in altezza quanto meno s ' allargava alla base , ma sarà un modo più esatto , più largo , per quanto meno geniale , di vedere le cose . Dunque in parte ha ragione il Sighele , a dire che , riguardo ai prodotti intellettuali , lo scambio delle idee ha per effetto una diminuzione d ' intensità e di forza nell ' idea iniziale ; ma viceversa avrebbe ragione il Ferri in quanto la discussione eliminando i pericoli delle unilateralità e delle utopie , infonde vigore ed efficacia all ' idea medesima , migliorata e corretta . Dopo ciò , la distinzione , in proposito , fra i sentimenti e le idee non dovrebbe più esser quella fatta dal Sighele e dal Ferri , poiché , a seconda della coltura o delle speciali condizioni della folla un sentimento d ' ordine comune può venir non compreso ed essere espresso senza efficacia come fosse un ' idea geniale e di peregrina fattura : ed in assemblea diversa un ' idea geniale può destare entusiasmi e muovere ad azioni al pari che se fosse un sentimento universo ed anticamente sentito . E , per valermi di esempi simili a quelli portati dai nominati scrittori , se Garibaldi creò non solo degli eroi , ma mosse un popolo intiero colla magica parola di Italia unita , questa parola non avrebbe avuto efficacia alcuna un secolo innanzi , poiché il 1859 trovava in Italia un popolo nel quale il concetto dell ' unità italiana erasi fatto sentimento , mentre non lo era affatto prima dell ' epoca napoleonica , ed era ancora , come ai tempi di Dante , sogno d ' idealità geniali . Per chiarir meglio il mio concetto e meglio formulare il motivo per il quale vi ha una differente potenza di comunicabilità , non già solo fra sentimenti e idee , ma fra sentimenti e sentimenti , fra idee e idee , ricorderò come il prodotto del genio accenni ad una divergenza nell ' evoluzione civile , e inizii un nuovo ramo nell ' albero delle umane attività ; non altrimenti la varietà , che spunta da una specie , crea nuovi indirizzi di forma e di vita , e segna le origini d ' una specie novella , che più tardi , attraverso i perfezionamenti della nuova varietà , si andrà affermando . Tale significazione biologica del genio che io , primo , ho additato e illustrato in lavori , che già datano da cinque o sei anni , e di cui ho pur fatto applicazione nello studio della psiche sociale e nella storia , chiarisce il fatto per il quale il pensiero dell ' uomo di genio , che spesso crea istantaneamente o per lo meno da poco ha maturato l ' idea geniale , non può trovare nella folla né intendimento né consenso , poiché questa intende e risponde solamente a sentimenti e a idee che le sono materia assimilata . Ma non perciò mancherà nella folla , che ascolta l ' oratore geniale , una piccola punta d ' intenditori i quali , a lui più prossimi per cultura o abbastanza sottili da afferrare fra il misticismo della non sicura dottrina l ' idealità geniale , plaudiranno , nobile e fortunosa claque a colui che sarà dai più o fischiato o deriso . E , per contrapposto , ognuno di noi ricorda di aver udito in piazza e nei pubblici comizî portar a cielo oratori , i quali nulla dissero di nuovo , ma infarcirono i loro discorsi con frasi fatte e di moda , che hanno la immancabile efficacia di muovere il pubblico consenso . Mi sembra ingannevole l ' argomento , che si intravvede tra le righe del Ferri ( chiedo scusa se ho male interpretato ) , che vorrebbe indurre la prova della comunicabilità non solo , ma dell ' effetto diffusivo delle idee , dall ' esempio del discorso a scopo istruttivo che tiene il maestro agli scolari o il conferenziere al pubblico vario dei suoi ascoltatori . Invero , il buon docente è quello che sa tenersi al livello , non solo della intelligenza , ma della coltura dei suoi scolari , un po ' più alto , niente più ; ed ha fama di buon conferenziere colui che , guardandosi dagli alti o peregrini voli , sa con lenocinio fecondo spezzare il pane della sua scienza , così da farla inghiottire alla diversa capacità delle fauci . Dò pur io importanza all ' azione suggestiva delle correlative espressioni fisionomiche e degli atteggiamenti della persona e della voce di colui che , parlando , sente vivamente ciò che dice . Nessuno meglio di Orazio ha espresso una simile cognizione . Da alienista , fo anche notare che fra i sentimenti e le azioni si stringe facile un legame , così che gli uni chiamano gli altri quasi a rifletterli , e ciò tanto più vivamente quanto più i sentimenti siano assimilati agli individui . Un ' analoga correlazione si stabilisce fra idee ed azioni , e ciò in principio dell ' intermedio dell ' emotività , e più innanzi , mano mano che l ' idea si impossessa dell ' individuo , anco senza di essa . Tanto i sentimenti quanto le idee dunque possono suscitare negli uditori lo scoppio delle azioni correlative , onde una parola di odio determina mille ruggiti di rabbia e fa portare mille mani al bastone ; ma perché ciò succeda bisogna che i sentimenti espressi dall ' oratore non gli sieno individuali , ma rispondano ad altrettali od a somiglianti nella folla ; e le idee che esprime sieno o così semplici o così comuni che , o ancora per il tramite di stati emotivi , o direttamente se sieno ancor più mature , trovino nella folla medesima di essere già largamente e vivamente comprese . Oggidì ancora nessun oratore sarebbe capace di entusiasmare una moltitudine di Indù colla parola eguaglianza . La stessa parola trovò tanti ostacoli ad essere accolta quando veniva dalla bocca dei primi cristiani : e , al contrario , sollevò il mondo pubblicata dalla Rivoluzione francese . Non era forse un ' idea prima e dopo ? Ma prima era un ' idea solitaria e lontana dalla comune cognizione ; più tardi un ' idea comune e resa assimilabile , fatta eguale ad un sentimento . Girifalco , 22 novembre 1894 . SILVIO VENTURI . VI . Lettera di Pio Viazzi a Scipio Sighele * Egregio Signore , Ella sa come io abbia sempre avuto grande ammirazione per l ' opera sua di scienziato , e non vorrà credere a petulanza , se mi permetto ora di contrastare a qualche sua asserzione , forse troppo assoluta , a proposito dell ' intelligenza della folla . Ella osserva , con molta giustezza , che bisogna distinguere gli stadî acuti della associazione umana , quale è una folla e , in grado minore , una setta , dallo stadio normale , quale è la convivenza sociale . Ma poi afferma genericamente che " se le collettività ( e più avanti spiega , si chiamino Giurì o Commissioni , assemblea o folla ) nell ' ordine morale sono suscettibili dei due estremi opposti , della più selvaggia criminalità e del più sublime eroismo , - nell ' ordine intellettuale invece non conoscono che un estremo , l ' infimo , giacché se possono discendere a degli abissi di pazzia o d ' imbecillità sconosciuti all ' individuo isolato , non sanno elevarsi alla manifestazione suprema dell ' intelligenza e dell ' immaginazione creatrice . Vi sono , infatti , eroismi collettivi : non vi sono né nell ' arte , né nella scienza capolavori collettivi " . Questa è l ' affermazione sua . E le cagioni del fenomeno , ella dice , sarebbero le seguenti : Si dovrebbe accettare come esatta l ' affermazione del Tarde che " l ' opera del genio e del talento è sempre complicata e differisce in natura , non in grado soltanto , da un atto di intelligenza volgare " . In altre parole : dei sentimenti si fa la somma , delle idee non si può fare che la media ; e ciò perché le facoltà intellettuali non possono comunicarsi per suggestione , in quanto non hanno mezzi per manifestarsi esteriormente . Che se vi ha , pure nelle idee , una forma di suggestione , questa non fa che dei discepoli , dei seguaci , vale a dire degli inferiori , non degli uguali , come avviene per la suggestione dei sentimenti . Concludendo , ella dice addirittura che unirsi nel mondo umano , vorrebbe dire peggiorarsi . Ora , a me pare abbia ragione il Ferri , quando , invitante i volonterosi a discutere la questione , modifica le accennate asserzioni a questo modo : essere vero che i sentimenti si comunicano e si sommano nelle collettività più che le idee , ma che esse pure , le idee , si sommano ; per conchiuderne , da codesta innegabile comunicazione delle idee , al principio d ' ordine generale , che la collettività rende più intensa ogni manifestazione psichica , in senso buono o cattivo , secondo la prevalenza degli uni o degli altri elementi che la compongono . Ed in primo luogo , quando si dimentichi pure un istante la premessa da lei posta alle sue ricerche , che non bisogna confondere le forme ristrette e più o meno transitorie dell ' associazione umana , col fatto costituente ed universale della società umana * , è troppo facile opporre , ad ogni altro ragionamento , che , alla fine , ogni acquisto sul progressivo evolversi dell ' umanità , è opera collettiva , e prodotto di mille cause e di mille influenze e di mille relazioni d ' uomo con uomo , della società con l ' individuo . Ma a parte ciò , e stando anche alle semplici parziali transitorie aggregazioni , o io sbaglio grossolanamente , o nei ragionamenti suoi , egregio amico , intravvedo l ' equivoco . E l ' equivoco sarebbe , che nell ' opera d ' arte o di scienza necessariamente la forma esteriore ai risultati di una più o meno lunga elaborazione psichica è data dall ' individuo , e per questo è facile attribuirla senz ' altro esclusivamente alla personalità di costui , senza risalire alla genesi psicologica del prodotto . La realtà poi è che una grande opera d ' arte ed una potente coordinazione di idee , dovuta nella sua forma ultima concreta esteriore ad un individuo , non solo presuppone un insieme di condizioni mentali derivate dall ' elaborazione collettiva anteriore , e ciò non concluderebbe abbastanza ; ma nella massima parte dei casi ad essa ha concorso potentemente quello stato speciale di elevazione psichica che è determinato dall ' azione suggestiva di un ambiente speciale , atto a facilitare le creazioni dello spirito . Sensazioni , emozioni , pensieri frammentarî , ripercossi in una mente sola ed accumulatisi , convergendo in essa per vie molteplici , fino al momento in cui determinarono la esplosione creatrice . Non so se ho reso l ' idea . Certo ognuno di noi ha provato la enorme differenza di duttilità , spontaneità e felicità nel pensiero e di facilità nell ' estrinsecazione , secondoché l ' abituale conversione è più o meno elevata , secondoché si respira un ' atmosfera intellettuale o materiale . Chi sa dire quanta parte nell ' opera di Donatello o di Michelangiolo abbiano avuto le corti di Cosimo I e di Giulio II ; nell ' opera di qualcuno fra i nostri batteriologi o psicologi il gabinetto di Pasteur e la clinica di Charcot ; nell ' opera dei precursori della rivoluzione francese qualche salotto del secolo scorso ? E la suggestione è evidente nel campo delle idee , per mezzo della parola parlata e scritta : nell ' arte , è addirittura condizione essenziale al godimento estetico . L ' opera d ' arte afferra lo spettatore , lo assorbe , esclude altre sensazioni , provoca uno stato di monoideismo simile all ' ipnosi ed allora il suo contenuto , la sua significazione intellettuale determina nello spettatore rappresentazioni mentali conformi a quelle dello autore , il quale per tal modo sostituisce alle altre la propria personalità . Moltiplicate in una collettività simili reciproche influenze , e i risultati , fermi nelle opere dei singoli , si estrinsecano però in quelle fioriture , apparentemente inesplicabili , che a quando a quando ricorrono nella storia . V ' ha di più . Non mancano esempi di vere e proprie attuazioni concrete di opere elevatissime , dovute a collettività ; e si presentano subito alla mente le compagnie di maestri alle quali dobbiamo le grandiose e talora bellissime costruzioni gotiche . Ma un caso splendido ci è dato dalla fabbrica di Santa Maria del Fiore , una delle cose più organiche , più felici , sorte per opera d ' uomo a rallegrare , sotto il sole rilucente , le generazioni delle anime fini . Il disegno della crociata e delle cappelle posteriori è dovuto all ' opera collettiva di otto maestri e pittori , in concordia , Neri di Fioravante , Benci di Cione , Francesco Salvetti , l ' Orcagna , Taddeo Gaddi , Andrea Bonajuti , Niccolò di Tommaso , Neri di Mone ; esso fu giudicato , nel concorso , migliore , prima dagli operai della chiesa , e poi da tutto il popolo convocato dai banditori . Al giudizio sul disegno pei basamenti e capitelli delle colonne furono chiamati cinque maestri , poi altri quattro , poi altri cinque , ed infine cento cittadini e religiosi . Ad ogni avanzamento della fabbrica poi emerge bensì qualche nome superiore , ma è sempre incombente l ' opera collettiva ed anonima degli operai . A mio parere , dunque , ella , egregio amico , è nel vero quando constata la comune insufficienza delle collettività nelle opere d ' ingegno ; ha torto quando eleva questa constatazione a regola assoluta generale * . E credo con ciò che non si possano accettare tali e quali le ragioni che ella porge d ' inferiorità di risultati nelle opere della intelligenza in confronto alle opere del puro sentimento . I sentimenti si comunicano e si propagano e riflettono con più facilità perché più fondamentalmente uniti alla natura umana , e sostanzialmente conformi nelle varietà degli individui : per gli stati intellettuali manca spesso invece quella affinità che possa permettere l ' incontro delle idee , essendo maggiore infinitamente la differenza fra uomo ed uomo nel campo della intelligenza . Riunite invece intelligenze affini , capacità emozionali conformi - occorre una certa affinità fra i semi perché si fecondino - : allora l ' unione sarà procreazione . Con ossequio , suo PIO VIAZZI . Alessandria , 4 dicembre 1894 .
Saggistica ,
Alla cara memoria della Baronessa Alice Marchetti CONSIDERAZIONI CRITICHE Non intendo di esporre un trattato di Pedagogia Scientifica : queste note preventive hanno il modesto scopo di render noti i risultati assai interessanti di una esperienza pedagogica , la quale sembrerebbe aprire una via di pratica attuazione ai nuovi principi che tendono a ricostruire la Pedagogia . Si sa infatti , e se ne parla da oltre dieci anni , che anche la Pedagogia , come già fece la Medicina , tende a esulare dai campi puramente speculativi , per fondare le sue basi sulle indagini positive dell ' esperienza . La psicologia fisiologica o sperimentale che , da Weber e Fechner al Wundt , è venuta organizzandosi in una scienza nuova , sembrerebbe destinata a fornirle quel substratum di preparazione , che l ' antica psicologia morfologica forniva alla Pedagogia filosofica . E anche l ' antropologia morfologica , applicata allo studio fisico degli scolari , apparisce quale altro robusto cardine della nuova Pedagogia . Ma in verità la Pedagogia Scientifica non fu ancora mai costruita , né definita . È qualche cosa di vago di cui si parla , ma che in realtà non esiste . Si direbbe che essa finora è appena l ' intuizione di una scienza , che dovrà fatalmente scaturire dal cumulo di scienze positive e sperimentali , che hanno rinnovato il pensiero nel secolo XIX ; perché l ' uomo che si è formato un nuovo mondo nell ' ambiente scientifico - - dovrà pure essere preparato da una nuova Pedagogia . Ma niente di più . In Italia sorse anni fa , con nobile e audace slancio , una cosidetta Scuola di Pedagogia Scientifica , per opera del dottore in medicina prof . Pizzoli , avente scopo di preparare i maestri al nuovo indirizzo della Pedagogia : scuola che ebbe per due o tre anni molto successo , che raccolse , si può dire , tutti i maestri d ' Italia , e che fu assunta con magnificenza di materiale scientifico dalla città di Milano . Essa nacque ricchissima - - tanto vi affluirono in ogni maniera aiuti economici , con la speranza di costruirvi la « scienza di formar l ' uomo » . L ' origine di tanto entusiasmo dovevasi in gran parte alla calda propaganda dell ' illustre antropologo Giuseppe Sergi , il quale , da circa trent ' anni , veniva diffondendo con opera assidua , tra i maestri di tutta Italia , principi di civiltà nuova fondata sull ' educazione : « Oggi nella vita sociale » diceva il Sergi « s ' impone un bisogno urgente : il rinnovamento di metodi per l ' educazione e per l ' istruzione , e chi lotta per questa insegna , lotta per la rigenerazione umana » . Nei suoi scritti pedagogici raccolti in un volume : Educazione ed Istruzione ( Pensieri ) 1 nei quali riassume il contenuto di lezioni e conferenze di propaganda - - addita come via del rinnovamento desiderato - - lo stadio metodico dell ' educando , condotto sulla guida dell ' antropologia pedagogica e della psicologia sperimentale . « Da parecchi anni io combatto per un ' idea che più ripenso , più ritrovo giusta e utile per l ' istruzione e l ' educazione umana , cioè che per aver metodi naturali e raggiungere questi fini è necessario che noi abbiamo numerose osservazioni esatte e razionali sugli uomini , e principalmente sull ' infanzia nella quale si debbono porre le basi dell ' educazione e della cultura » . ... « Misurare la testa , la statura ecc . non significa , è vero , fare della Pedagogia ; ma significa seguire la via per giungervi , perché non si può educare alcuno se non si conosce direttamente » . L ' autorità del Sergi valse a dare il convincimento che , una volta , conosciuto l ' individuo - - l ' arte di educarlo ne sarebbe scaturita quasi naturalmente ; e ciò indusse ( co1 Trevisini , 1892 . me spesso avviene ) nei suoi seguaci , una confusione di idee , che proveniva da interpretazione troppo letterale e insieme da esagerazione delle idee del maestro - - cioè alla confusione fra lo studio sperimentale dello scolaro e la sua educazione . E poiché l ' uno era la via per giungere all ' altra , che ne doveva scaturire naturalmente , si chiamò addirittura Pedagogia Scientifica l ' Antropologia pedagogica ; e i convertiti al nuovo verbo portarono come vessillo la « Carta biografica » , supponendo che una volta issata definitivamente tale bandiera sul campo della scuola , la battaglia fosse vinta . Perciò le cosidette scuole di Pedagogia scientifica insegnavano ai maestri a prendere le misure antropometriche , ad usare istrumenti di estesiometria , a raccogliere dati anamnestici ; e il corpo dei maestri scienziati era formato . Invero all ' estero non si fa certamente né di più , né di meglio . Anche in Francia , in Inghilterra e specialmente in America si sono tentati studi di antropologia e psicologia Pedagogica nelle scuole elementari , con l ' illusione di trarre dall ' antropometria e dalla psicometria il rinnovamento della scuola . Quasi mai però sono i maestri a compiere tali ricerche , ma invece i medici che hanno un interesse più per la loro scienza speciale , che per la Pedagogia ; e che cercano di dare contributi sperimentali alla psicologia e all ' antropometria , anziché organizzare il loro lavoro e i loro intenti a formare la tanto attesa Pedagogia scientifica . Infine l ' antropologo e lo psicologo non si sono mai messi a educare i bambini nelle scuole ; né mai i maestri esercenti sono saliti al grado di scienziati di gabinetto . Invece il progresso pratico della scuola richiederebbe una vera fusione di indirizzi di studio e di pensiero , tale che richiamasse direttamente nei campi elevatissimi della scuola gli scienziati , e che elevasse i maestri dal livello inferiore di coltura in cui oggi si limitano . A questo ideale eminentemente pratico - - tendono ora in Italia le Scuole Pedagogiche Universitarie fondate dal Credaro - - con l ' intento di estendere la Pedagogia dai limiti di una semplice materia secondaria della facoltà filosofica , come era stata finora , a una facoltà indipendente , la quale , come quella di Medicina , comprendesse gl ' insegnamenti più varî . E tra questi entrarono pure l ' Igiene Pedagogica , l ' Antropologia Pedagogica e la Psicologia Sperimentale . Invero l ' Italia , che è patria del Lombroso , del De Giovanni e del Sergi , può portare il vanto di un primato in tale organizzazione . Infatti quei tre scienziati possono chiamarsi fondatori di nuovi indirizzi dell ' Antropologia : antropologia criminale il primo , antropologia medica il secondo , e antropologia pedagogica il terzo ; e insieme , per gran fortuna della scienza , essi sono stati validi e primi propagatori della loro idea , sì che non solo hanno fatto dei valorosi allievi , ma hanno pur preparato la coscienza delle masse ad abbracciare il rinnovamento scientifico da essi difeso ( vedi il mio trattato : L ' Antropologia pedagogica ) 2 . Oggi lo spirito organizzatore del Credaro ci fa sperare che si compia nelle nostre università la riedificazione della scuola e dei metodi educativi ; e sopratutto la vera fusione tra le scienze sperimentali , che hanno indubbiamente preparato un materiale utilizzabile al rinnovamento teorico della Pedagogia , e l ' arte educativa dei maestri esercenti , i quali elevano nelle Scuole pedagogiche universitarie italiane la loro cultura . E ciò sarebbe gran vanto della patria . 2 Montessori , L ' Antropologia Pedagogica , Vallardi . Ma oggi ci preoccupa nell ' educazione l ' interesse dell ' umanità e della civiltà - - innanzi al quale esiste una sola patria : il mondo . E per una causa di tanto valore tutti quelli che hanno dato un contributo , anche se questo ebbe il significato di un tentativo non coronato da successo , sono degni di essere rispettati dall ' umanità civile . Così in Italia la scuola del Pizzoli e i Gabinetti di Antropologia e di Pedagogia scientifica , che sorsero in varie città d ' Italia per opera di maestri elementari o d ' ispettori scolastici , e che caddero ancor prima di essersi definitivamente organizzati - - hanno un grande valore per la fede che li ispirò , e pel cammino che hanno aperto al pensiero . Non bisogna dire che simili tentativi furono troppo audaci e spinti da una ristretta comprensione delle nuove scienze ancora in via di sviluppo : ogni cosa grande nasce su tentativi facili , e su opere imperfette . Quando S . Francesco di Assisi ebbe la rivelazione di dover ricostruire la Chiesa , credé che si trattasse della chiesuola del suo paese che era crollata ; e si mise a trasportare pietre sulle spalle onde riedificarla . Solo dopo si accorse che la sua missione era di rinnovare la Chiesa cattolica con lo spirito di povertà . Ma il San Francesco che ingenuamente trasporta le pietre , come quello che fulgidamente conduce a un trionfo dello spirito , sono la stessa persona in due età diverse . E così noi che lavoriamo a un solo trionfo , siamo quasi membra o età di una persona medesima : e quelli che vengon dopo arrivano , perché ci furono quelli che credettero e lavorarono prima . Così molto analogamente abbiamo creduto che trasportando le pietre del duro e arido esperimento da gabinetto nella scuola antica e crollante , potessimo riedificarla . Noi abbiamo guardato ai portati della scienza materialistica e meccanicista con la stessa speranza con cui San Francesco guardò i frantumi di granito che dovevano pesar sulle sue spalle . Ma appunto per questo ci siamo messi in una via falsa e ristretta , che è necessario di superare per imbatterci veramente nella rinnovata arte di preparare le generazioni umane . Preparare i maestri sulla guida delle scienze sperimentali - - non è facile cosa . Quando avessimo insegnato loro nel modo più minuzioso l ' antropometria e la psicometria - - avremmo fabbricato dei meccanismi , la cui utilità sarebbe molto problematica . Infine iniziando all ' esperienza così intesa i maestri , rimaniamo sempre in un campo teorico : il maestro di prima , preparato su principii di filosofia metafisica , conosceva le idee di alcuni uomini considerati autorevoli - - e muoveva i muscoli del linguaggio nel parlarne , e i muscoli dell ' occhio nel leggere ; invece i nostri conoscono alcuni istrumenti e sanno muovere i muscoli delle braccia per usarli ; inoltre hanno un ' idea , che è storia di tentativi analoghi a quelli che essi aridamente hanno imparato a compiere . La differenza non è sostanziale . Perché le differenze profonde non possono esistere nelle modalità esteriori , ma nell ' uomo interiore . Noi con l ' iniziazione alle esperienze non abbiamo certo preparati nuovi maestri . E sopratutto abbiamo lasciato gli educatori sulla soglia delle scienze sperimentali , non ammettendoli alla sua parte più nobile e più profonda - - alla quale si formano gli scienziati . Invero , che cosa è uno scienziato ? Non certo colui che sa maneggiare tutti gl ' istrumenti di fisica di un gabinetto o che nel laboratorio di chimica rimaneggia con sicurezza tutti i reattivi : o che sa in biologia approntare i preparati microscopici . Anzi molto spesso persone assai al disotto degli « scienziati » come sarebbero gli assistenti o i semplici preparatori , sono essi , non lo scienziato , che hanno la più gran sicurezza della tecnica sperimentale . Noi chiamiamo scienziato la figura di colui che nell ' esperimento ha sentito un mezzo conducente a indagare le profonde verità della vita , a sollevare un qualche velo dei suoi affascinanti segreti : e che in tale indagine ha sentito nascere dentro di sé un amore così passionale pei misteri della natura , da dimenticare se stesso . Lo scienziato non è il maneggiatore d ' istrumenti - - è il religioso della natura . Questo sublime innammorato porta della sua passione , come un monaco , i segni esterni : noi chiamiamo scienziato quegli che vive oramai nel suo gabinetto senza più sentire il mondo esteriore , quasi un trappista del medio evo ; quegli che è trascurato nel vestire , perché non si ricorda più di se stesso ; quegli che instancabile nel guardare al microscopio , diventa cieco ; quegli che si inocula la tubercolosi , ingerisce gli escrementi di colerosi , nell ' ansia di conoscere i veicoli di trasmissione delle malattie ; quegli che sa come un preparato chimico possa essere esplosivo , ma pure tenta la sua sintesi , e rimane fulminato . Ecco lo spirito dell ' uomo di scienza , al quale la natura voluttuosamente rivela i suoi segreti coronandolo con la gloria della scoperta . Esiste dunque uno « spirito » dello scienziato , oltre a un « meccanismo » dello scienziato . E lo scienziato è al culmine della sua ascesa , allorché lo spirito ha trionfato sul meccanismo ; da lui la scienza avrà non solo nuove rivelazioni della natura , ma sintesi filosofiche di pensiero . Ora io credo che dobbiamo preparare nei maestri , più lo spirito che il meccanismo dello scienziato ; cioè l ' indirizzo di preparazione deve essere verso lo spirito , anziché verso il meccanismo . Come noi , allorquando vedevamo nella preparazione scientifica il meccanismo soltanto , non volevamo certo mettere il maestro elementare nella condizione di essere insieme un perfetto dottore assistente di gabinetto d ' Antropologia , di gabinetto di Psicologia scientifica , e un igienista dell ' infanzia e della scuola ; ma volevamo solo indirizzarlo al cammino della scienza sperimentale , insegnandogli a maneggiare un po ' gli uni , un po ' gli altri istrumenti - - così noi dobbiamo indirizzare il maestro , pur limitatamente agli scopi che si prefigge il suo ufficio , sulla via dello « spirito scientifico » . Cioè dobbiamo far nascere nella coscienza del maestro l ' interesse alla manifestazione dei fenomeni naturali in genere , fino al punto che ami la natura , e che conosca l ' aspettativa ansiosa di chi ha preparato un esperimento onde attenderne la rivelazione 3 . Gl ' istrumenti sono come l ' alfabeto e bisogna saperli manovrare , per poter leggere nella natura ; ma come il libro che contenga la rivelazione dei più grandi pensieri di uno scrittore , ha nell ' alfabeto il mezzo di comporre la lettera delle sue parole ; così la natura sotto il meccanismo dell ' esperienza , ha l ' infinita serie di rivelazioni dei suoi segreti . Ora chi compitasse potrebbe leggere a rigore le parole del sillabario , come quelle di un ' opera di Shakespeare , purché in quest ' ultima la stampa fosse abbastanza chiara . Chi è iniziato solo all ' esperimento bruto - - è come colui che compita il senso letterale delle parole in un sillabario ; e a tale livello lasciamo i maestri , se limitiamo la loro preparazione al meccanismo . Dobbiamo invece renderli interpreti dello spirito della natura ; similmente a colui che pur avendo un giorno imparato a compitare , giunge a leggere a traverso i segni grafici il pensiero di Shakespeare , o di Goethe , o di Dante . 3 Vedere nel mio Trattato sull ' Antropologia pedagogica il capitolo sul « metodo nelle scienze sperimentali » . Come si vede , la differenza è grande e la via è lunga . Tuttavia il primitivo nostro errore era naturale : il bambino che ha finito il sillabario ha l ' illusione di saper leggere ; infatti egli legge le insegne delle botteghe , i titoli dei giornali , e ogni parola o frase che eventualmente gli cada sotto gli occhi . È molto semplice l ' errore nel quale egli cadrebbe se , entrando in una biblioteca , s ' illudesse di saper leggere il senso di quei libri . Ma provando , sentirebbe che « saper leggere meccanicamente » è nulla , e uscirebbe dalla biblioteca per andare ancora a scuola . Così è dei maestri che abbiamo creduto di preparare alla « Pedagogia Scientifica » insegnando loro Antropometria e Psicometria . Mettiamo da parte le difficoltà di preparare i maestri - scienziati nel senso accennato ; non facciamo neppure il tentativo di un programma , perché altrimenti occorrerebbe deviare in un argomento che qui non è nostro scopo . Supponiamo invece , di aver preparato già i maestri , con lunghi esercizi , all ' osservazione della natura , e di averli condotti p . es . al grado di quegli scienziati zoologi , che si alzano di notte , per andare penosamente tra i boschi , a sorprendere il risveglio e le prime manifestazioni di vita diurna di qualche famiglia d ' insetti che li interessano : - - ecco lo scienziato che potrebbe essere assonnato e stanco del cammino : ma che è vibrante di vigilanza : il quale non si accorge se è infangato o polveroso , se la nebbia lo bagni e se il sole lo bruci ; ma solo è intento a non rivelare minimamente la presenza di se stesso , affinché gl ' insetti per ore e ore compiano pacificamente le loro funzioni naturali ch ' egli vuole osservare . Supponiamo che siano al grado di quello scienziato il quale già miope , sapendo come ciò affatichi la sua vista , pure osserva al microscopio degli infusorii nei loro movimenti spontanei - - e gli sembra che nel modo di scansar si l ' un l ' altro e nel modo di scegliere il nutrimento , siano forniti di una crepuscolare coscienza ; e poi perturba quella vita pacifica con uno stimolo elettrico , osservando come alcuni si raggruppino al polo positivo e altri al negativo ; e quindi esperimenta uno stimolo luminoso , e vede come alcuni corrano verso la luce e altri ne rifuggano ; e indaghi tali fenomeni di tropismo : - - sempre fissando la mente sul problema se quell ' accorrere o fuggire agli stimoli , sia della stessa natura dello scansarsi , dello scegliere il cibo ; cioè se sia dovuto a scelta e a fenomeno crepuscolare di coscienza , anziché ad attrazione o a repulsione fisica simile a quella della calamita e del ferro . E supponiamo che questo scienziato , accorgendosi che sono le due dopo mezzogiorno e che non ha ancora pranzato , senta la gioia di avere studiato in un gabinetto anziché in casa sua , ove lo avrebbero chiamato due ora prima , interrompendo insieme l ' interessante osservazione e il digiuno . Supponiamo , dico , che il maestro sia arrivato ( indipendentemente dalla sua cultura scientifica ) a sentire un consimile , per quanto più attenuato , interesse nell ' osservazione dei fenomeni naturali . Ebbene , tale preparazione non basterebbe . Egli infatti è destinato nel suo scopo definitivo , non già ad osservar insetti o infusorî , ma l ' uomo . E non l ' uomo nelle manifestazioni dei suoi costumi diurni , quali quelle famiglie d ' insetti , al loro risvegliarsi al mattino ; ma l ' uomo nel suo svegliarsi alla vita intellettuale . L ' interesse verso l ' umanità per chi vuole educarla , deve avere un carattere che connetta più intimamente l ' osservatore e l ' osservando , di quel che non facciano lo zoologo , o il botanico con la natura ; e ciò che è più intimo , è necessariamente più dolce . L ' uomo non può amare l ' insetto o la reazione chimica - - senza attrito ; quell ' attrito che in realtà , a chi l ' osserva senza passione , apparisce come una sofferenza , uno strappo alla vita propria , un martirio . Ma l ' amore da uomo a uomo può esser più dolce e così semplice , che non il privilegiato dello spirito , ma le masse possano giungervi senza sforzo . È necessario che i maestri , iniziati abbastanza nello « spirito di scienziati » - - riposino nel sollievo che ben presto dovranno provare , diventando osservatori dell ' umanità . Per dare un ' idea di questa seconda forma di preparazione dello spirito , immaginiamo d ' interpretar l ' anima mistica dei primi seguaci di Gesù Cristo , i quali sentivano da Lui parlare di un Regno di Dio alto grandioso al di là di quanto possa concepirsi sulla terra . E ad uno dei discepoli vien fatto di pensare come mai potranno essere i grandi , in questo Regno , e lo chiede con ingenua curiosità : « Maestro , e come sarà il più grande di tutti , nel Regno dei Cieli ? - - A cui Cristo carezzando il capo di un piccolo bambino che lo fissava incantato , rispose : « Chi potrà farsi simile a questo fanciullo , quegli sarà il più grande nel Regno dei Cieli » . Ora supponiamo un ' anima ardentemente mistica , che osservi in tutte le manifestazioni sue il piccolo fanciullo , per imparare con un misto di rispetto e d ' amore , di sacra curiosità , e di aspirazione alle supreme altitudini del Cielo - - la via della propria perfezione ; e di porla nel bel mezzo di una classe , popolata da piccoli fanciullini . Ebbene , questo non sarebbe il nuovo educatore che vogliamo formare . Ma cerchiamo di fondere in un ' anima sola lo spirito di aspro sacrificio dello scienziato - - e quello di estasi ineffabile d ' un tale mistico - - e avremo completamente preparato lo spirito del « maestro » . Egli infatti imparerà dal fanciullo stesso i mezzi e la via per la propria educazione ; cioè imparerà dal fanciullo a perfezionarsi come educatore . Immaginiamo uno dei nostri botanici o zoologi , pratico nella tecnica dell ' osservazione e dell ' esperienza , che avesse viaggiato p . es . , per istudiare sul luogo la peronospera - - e avesse compiuto in aperta campagna le sue osservazioni , e poi al microscopio e in generale nel gabinetto , le ulteriori ricerche ed esperienze di cultura ecc . ; o che avesse p . es . studiato le zecche , introducendosi nelle stalle e cercando tra gli escrementi degli animali ; - - che , infine , intendesse che cosa è studiar la natura , e conoscesse tutti i mezzi che la moderna scienza sperimentale offre per raggiungere tale scopo ; - - dico , immaginiamo uno di questi destinato in merito agli studi superati , a coprire un posto scientifico , con l ' incarico di compiere delle ricerche nuove sugli imenotteri . E che giunto sul posto del suo destino , gli ponessero avanti agli occhi una scatola , coperta di un limpido vetro , sul fondo della quale fossero infilate con uno spillo e conservate delle belle farfalle morte , ad ali spiegate . Il giovane studioso direbbe che quello è un gioco da bambini e non un materiale di studio da scienziati ; che quelle preparazioni nella scatola sono il complemento alla ginnastica che fanno i ragazzi nei giardini pubblici , quando acchiappano le farfalle con una reticella sospesa a un bastoncino . Lo sperimentalista innanzi a quell ' oggetto non potrebbe far nulla . Lo stesso sarebbe se ponessimo un maestro scienziato secondo il nostro concetto , - - in una delle nostre odierne scuole , ove i fanciulli sono soffocati nelle espressioni spontanee della loro personalità come esseri morti ; e fissi sul posto rispettivo , sul banco - - come farfalle infilate a uno spillo ; mentre dispiegano le ali del sapere aridamente acquisito , e che può esser simboleggiato da quelle ali , che hanno il significato di vanità . Dunque non vale preparare il maestro scienziato : occorre approntargli la scuola . È necessario che la scuola permetta le libere manifestazioni naturali del fanciullo perché vi nasca la Pedagogia Scientifica : questa è la sua riforma essenziale . Nessuno potrà osare l ' affermazione che tale principio sia già esistente nella Pedagogia e nella scuola . È vero che qualche pedagogista - - auspice il Rousseau , - - espresse fantastici principi e vaghe aspirazioni di libertà infantile : ma il vero concetto di libertà è affatto sconosciuto ai pedagogisti . Essi hanno spesso della libertà il concetto che se ne sono fatti i popoli nell ' ora della ribellione alla schiavitù ; o , in un grado più elevato , hanno un concetto di libertà che è sempre ristretto perché significa un gradino superato della scala di Giacobbe , cioè la liberazione di qualche cosa di parziale : di una patria , di una casta , del pensiero . La concezione di libertà che deve ispirare la Pedagogia è invece universale : ce l ' hanno illustrata le scienze biologiche del XIX secolo , quando ci offrirono i mezzi per istudiare la vita . Ond ' è che se l ' antica Pedagogia aveva intraveduto o vagheggiato i principî di studiare lo scolaro prima di educarlo , e di lasciarlo libero nelle sue manifestazioni spontanee - - tale intuizione appena espressa e indefinita - - non può rendersi attuabile , pratica e perciò realizzabile altro che dopo il contributo delle scienze sperimentali dell ' ultimo secolo . Non è il caso di soffermarsi a discutere : basta provare . Chi dicesse che il principio di libertà informa oggi la Pedagogia e la scuola farebbe sorridere , come un fanciullo che innanzi alle scatole delle farfalle infilate , insistesse ch ' esse son vive e possono volare . Il principio di schiavitù informa tutta la Pedagogia che si sta per sorpassare : e quindi lo stesso principio informa la scuola . Una prova - - il banco . Ecco per esempio una luminosa prova degli errori della primitiva Pedagogia scientifica materialistica , la quale s ' illudeva di portar le sue pietre sparse , alla riedificazione del piccolo , crollante edificio della scuola . Esisteva il banco bruto e cieco ove si ammassavano gli scolari : viene la scienza e perfeziona il banco . In tale opera essa tutti contempla i contributi dell ' Antropologia : le età del fanciullo e la lunghezza delle sue gambe , per modellare a una giusta altezza il sedile ; con cura matematica calcola le distanze tra il sedile ed il leggìo , perché il dorso del bambino non si deformi nella scoliosi ; e perfino ( oh , profondità dell ' intuizione e dell ' adattamento ! ) separa i sedili - - e li misura nella larghezza affinché il fanciullo ci stia seduto appena appena , sì da non potersi più nemmeno sgranchire con mosse laterali , e ciò per essere separato dal vicino ; e il banco è costruito in modo che il fanciullo sia il più possibilmente visibile nella sua immobilità : tutta questa separazione ha l ' intento occulto di prevenire gli atti di perversione sessuale in piena classe - - e ciò anche negli asili d ' infanzia . Che dire di tale prudenza in una società ove sarebbe scandaloso enunciare dei principi di morale sessuale nell ' educazione , per non contaminare l ' innocenza ? Ma ecco la scienza che si presta a questa ipocrisia , fabbricando macchine . Non solo ; la compiacenza va più in là ; la scienza perfeziona i banchi in modo da permettere al massimo punto possibile l ' immobilità del fanciullo , o se si vuole , da risparmiargli ogni mossa . Così affinché lo scolaro sia incastrato bene nel suo banco , sì che esso stesso lo sforzi alla posizione igienicamente conveniente ecco il sedile , il posapiedi e il leggìo disposti in modo che il fanciullo non potrebbe mai alzarsi in piedi - - ; ma appunto perciò il sedile a una mossa determinata , cade ; il leggio si alza ; il posapiedi si rovescia - - e il fanciullo ha precisamente lo spazio di stare in posizione eretta . Su questa via i banchi progredirono in perfezione ; tutti i cultori della cosidetta Pedagogia scientifica ne idearono un modello ; le nazioni non poche , andarono orgogliose del loro banco nazionale : - - nella lotta della concorrenza si comprarono brevetti e privative . Indubbiamente questo banco aveva a base della sua costruzione molte scienze : l ' antropologia con le misure del corpo e la diagnosi dell ' età ; la fisiologia nello studio di movimenti muscolari ; la psicologia riguardante precocità e perversione d ' istinti - - e sopratutto l ' igiene , tendente a impedire la scoliosi acquisita . Era dunque veramente un banco scientifico , avente per indirizzo di costruzione lo studio antropologico del fanciullo . Ecco un esempio delle applicazioni letterali della scienza alla scuola . Orbene io credo che non passerà molto tempo , e saremo tutti colpiti di gran meraviglia da questo fatto che sembrerà incomprensibile ; cioè come dai tanti studiosi d ' igiene infantile , di antropologia , di sociologia - - nel progresso del pensiero a cui si è giunti sulla fine del primo decennio del XX secolo ; - - in tutte le nazioni ove una riscossa di protezione al fanciullo sembra essersi risvegliata - - ; non sia stato rilevato l ' errore fondamentale del banco . Io credo che tra non molto la gente stupita vorrà proprio toccare con le mani i nostri banchi modello e rileggere coi proprî occhi sui libri il loro scopo , illustrato da parole e da figure - - quasi non credendo a se stessa . Il banco - - aveva lo scopo d ' impedire la scoliosi degli scolari ! Cioè gli scolari erano sottoposti a un tal regime , che , pur essendo nati sani , potevano contorcersi nella colonna vertebrale e diventare gibbosi ! la colonna vertebrale : la parte biologicamente primitiva , fondamentale , più antica dello scheletro ; la più fissa , perciò ; mentre lo scheletro è la parte più dura dell ' organismo . - - La colonna vertebrale che poté resistere senza piegarsi alle lotte più aspre dell ' uomo primitivo e civile , quand ' egli combatté contro i leoni del deserto , quando soggiogò i mammouth , quando scavò la pietra , quando piegò il ferro , quando sottopose la terra - - non resiste , e si piega sotto il giogo della scuola . È incomprensibile come la cosidetta scienza , abbia lavorato a perfezionare un istrumento di schiavitù nella scuola , senza essere minimamente penetrata almeno da un raggio di luce del movimento che si svolgeva al di fuori , nell ' opera di liberazione sociale . L ' epoca dei banchi scientifici è pur l ' epoca della redenzione dei lavoratori dal giogo del lavoro inumano . L ' indirizzo è ben noto , e si ripete da tutti ; lo ripetono i maestri del proletariato e le masse dei proletari : i libri scientifici del socialismo , e i piccoli giornali quotidiani . Il lavoratore denutrito non chiede dei ricostituenti , ma un miglioramento economico il quale impedisca la denutrizione : il minatore che per compiere durante troppe ore della giornata il suo lavoro stando piegato sul ventre , va soggetto alle ernie inguinali non chiede i cinti erniari onde trattenere le intestina sfuggenti , ma chiede una diminuzione di ore e migliori condizioni di lavoro , in modo che possa continuare la vita sano come gli altri uomini . E se durante questa medesima epoca sociale noi constatiamo nella scuola , che i fanciulli sono lavoratori in cattive condizioni igieniche contrarie al normale sviluppo della vita , fino al punto che ne può rimanere deformato lo scheletro - - rispondiamo a così terribile rivelazione con un banco ortopedico . Sarebbe come offrire al minatore il cinto erniario e al denutrito l ' arsenico . Tempo fa una signora , immaginandomi fautrice delle innovazioni scientifiche riguardanti la scuola , - - sottopose con evidente compiacimento al mio giudizio un busto per gli scolari - - da lei inventato , onde completare l ' opera profilattica del banco . Invero noi medici usiamo per la cura delle deviazioni della colonna vertebrale , più mezzi di terapia fisica : gl ' istrumenti ortopedici , i busti e la impiccagione ; cioè si sospende periodicamente per la testa e per la punta delle spalle il bambino rachitico , in maniera che il peso del corpo distenda e quindi raddrizzi la colonna vertebrale . Nella scuola l ' istrumento ortopedico è in gran vigore : il banco ; oggi comincia qualcuno a proporre il busto ; un passo ancora e sarà consigliata l ' impiccagione metodica degli scolari . Tutto ciò è logica conseguenza di materiali applicazioni scientifiche alla scuola decadente . Altrettanto potrebbe dirsi delle applicazioni dell ' Antropologia e Psicologia sperimentale all ' educazione , nelle nostre odierne scuole . Evidentemente il mezzo razionale per combattere la scoliosi degli scolari , è di cambiare la forma del loro lavoro , in guisa ch ' essi non siano più obbligati a rimanere per molte ore del giorno in una posizione viziosa . È una conquista di libertà quella che occorre ; non il meccanismo di un banco . Che se pure il banco fosse utile allo scheletro del bambino , esso sarebbe dannoso all ' igiene dell ' ambiente , per la difficoltà che presenta ad essere rimosso per le pulizie ; mentre il piano su cui il fanciullo posa i piedi , non potendosi sollevare , accumula il polviscolo trasportato dalla strada ogni giorno , da tanti piccoli piedi che hanno camminato . Oggi il mobilio delle case si trasforma nel senso di divenir sempre più leggero e semplice , affinché possa rimuoversi tutto con facilità , ed essere possibilmente pulito ogni giorno , se non addirittura lavato : ma la scuola è sorda alle trasformazioni dell ' ambiente . Bisogna riflettere a ciò che avverrà dello spirito del fanciullo allorché questi è condannato a crescere in modo tanto antificioso e vizioso , che le ossa ne restano deformate . Quando parliamo della redenzione dei lavoratori - - intendiamo sempre che sotto alla piaga più apparente , come sarebbero la povertà del sangue , le ernie ecc . esiste l ' altra piaga profonda , che colpisce l ' anima umana nello stato di schiavitù : e a quella si mira direttamente , dicendo che il lavoratore deve essere redento nella libertà . Sappiamo bene che là dove un uomo ha consumato materialmente il suo sangue e dove il ventre emette le intestina - - l ' anima fu oppressa nelle tenebre , resa insensibile e forse uccisa . La degradazione morale dello schiavo , è quella che pesa sopratutto al nostro progresso , che vorrebbe elevarsi , e non può , con tale zavorra . E il grido di redenzione parla assai più alto delle anime , che non dei corpi . Che diremo noi allorquando si tratta di educare i fanciulli ? ... Conosciamo bene questo triste spettacolo . Nella classe c ' è il maestro faccendiere , che travasa le cognizioni nelle teste degli scolari . Per riuscire nella sua opera è necessaria la disciplina dell ' immobilità , dell ' attenzione forzata nella scolaresca ; e al maestro conviene poter maneggiare con larghezza i premi e i castighi , onde costringere a tale attitudine , coloro che sono condannati ad essere i suoi ascoltatori . Invero oggi si è convenuto di abolire le bacchette e l ' abitudine delle percosse : come pure si è resa meno vistosa la cerimonia delle premiazioni , altro puntello alla scuola decadente approvato e ribadito dalla scienza . Questi premi e questi castighi , mi si permetta l ' espressione , sono il banco dell ' anima , cioè l ' istrumento di schiavitù dello spirito ; soltanto che qui esso non è applicato ad attenuarne le deformazioni , ma a provocarle . Il premio e il castigo sono una spinta verso lo sforzo , e allora non possiamo certo parlare di svolgimento naturale del fanciullo . Lo yockey offre pezzi di zucchero al cavallo da corsa prima di montarvi in sella ; e il cocchiere frusta i suoi cavalli perché trascinino la carrozza secondo i segni da ti dalle guide ch ' egli maneggia : e pure nessuno di questi corre così superbamente come il libero cavallo delle lande . Lo zucchero e la frusta sono egualmente un giogo - - necessario a domare la ribellione del nobile animale ; non sono uno stimolo necessario a farlo rimuovere . E qui , nel caso dell ' educazione , sarà l ' uomo che aggioga l ' uomo ? - - È vero : si dice che l ' uomo sociale è l ' uomo naturale aggiogato alla società . Ma se noi diamo uno sguardo complessivo alla morale sociale , vediamo a poco a poco farsi più dolce il giogo , cioè vediamo gradualmente tornare verso il trionfo la natura , la vita . Il giogo dello schiavo cedé a quello del servo , e questo a quello del lavoratore . Tutte le forme di schiavitù tendono a poco a poco a dileguarsi : anche la schiavitù sessuale della donna . La storia della civiltà è una storia insieme di conquiste e di liberazioni . Ora dobbiamo chiederci in quale momento della civiltà ci troviamo , e se veramente sia necessario il giogo del premio e del castigo per avanzare : poiché se noi avessimo realmente sorpassato questo gradino , - - tale forma di educazione sarebbe un trarre le nuove generazioni indietro verso il regresso della umanità . Qualche cosa di molto simile alla scuola corrisponde nella società alle grandi amministrazioni governative e ai suoi impiegati . Essi pure scrivono tutto il giorno per un vantaggio grandioso e lontano , di cui non risentono l ' immediato vantaggio . Cioè , che lo Stato proceda nei suoi grandi meccanismi per opera loro e che il vantaggio di tutti gli uomini che compongono il popolo della nazione , sia dipendente dal loro lavoro - - essi non lo percepiscono . Per essi è immediato bene la promozione , come per lo scolaro il passaggio della classe . Quest ' uomo che perde di vista il suo alto fine , è come un fanciullo degradato , è come uno schiavo ingannato : la sua dignità d ' uomo è ridotta nei limiti della dignità di una macchina , che ha bisogno di olio per agire , perché non ha in sé l ' impulso della vita . Tutte le cose più piccole , come il desiderio delle decorazioni , sono lo stimolo artificioso al suo arido e buio cammino : così noi diamo le medaglie di merito agli scolari . E il timore di non aver promozioni , li trattiene dalla fuga e li lega al lavoro monotono e assiduo , come il timore di non passare la classe forza lo scolaro sul libro . Il rimprovero del superiore è in tutto simile alla sgridata del maestro - - la correzione delle lettere mal fatte , equivale al cattivo punto sul cattivo compito dello scolaro . Ma se le amministrazioni non procedono nel modo eccellente che sarebbe necessario alla grandezza della patria ; se la corruzione vi si infiltra non difficilmente - - è per la colpa di avere spento la grandezza dell ' uomo nella coscienza dell ' impiegato , e di avere ristretto la sua visione a quei fatti piccoli e vicini a lui , che possono per lui considerarsi come i premi e i castighi . Il potere col favoritismo molto può perché agisce su cotesti scolari dello Stato . La patria si regge perché la rettitudine della maggior parte dei suoi impiegati è tale , che resiste alla corruzione di premi e di castighi ; e s ' impone quale corrente irresistibile di onestà : così come la vita nell ' ambiente sociale trionfa contro ogni causa d ' impoverimento e di morte , e procede alla conquista dei suoi nuovi trionfi : e come l ' istinto di libertà atterra gli ostacoli , procedendo di vittoria in vittoria . È questa forza intima e grandiosa della vita , forza latente spesso nell ' incoscienza , - - che manda avanti il mondo . Ma chi compie un ' opera veramente umana , cioè grande e vittoriosa , non lo fa mai per la piccola attrattiva di ciò che noi chiamiamo col nome generico di « premio » - - né pel timore del piccolo male che chiamiamo « castigo » . Se in una guerra un numeroso esercito di giganti combattesse per la smania di conquistare promozioni , spalline o medaglie , o pel timore di venir fucilato ; - - e gli fosse contro un manipolo di pigmei infiammati d ' amor di patria , la vittoria sorriderebbe a questi ultimi . Quando l ' eroismo è finito in un esercito - - i premi e i castighi non potranno far altro che compiere l ' opera di disfacimento , infiltrandovi la corruzione . Tutte le vittorie e tutto il progresso umano riposano sulla forza interiore . Così un giovane studente potrà diventare un gran dottore se è spinto allo studio dalla sua vocazione ; ma se lo è dalla speranza di un ' eredità , o di un matrimonio , o di un vantaggio esteriore qualsiasi - - mai diventerà vero maestro e gran dottore , e il mondo non farà un solo passo di progresso per opera sua . Che se poi occorrono addirittura i premi e i castighi della scuola o della vita familiare a fare studiare un giovane fino alla laurea - - meglio è che questi non diventi affatto dottore . Ognuno ha una tendenza speciale e una speciale vocazione latente , forse modesta , ma certamente utile : il premio può deviare tale vocazione sul falso cammino della vanità : e così si perturba o si annienta un ' attività umana . Noi ripetiamo sempre che il mondo progredisce , e che bisogna spingere gli uomini ad ottenere il progresso . Ma il progresso viene dalle cose nuove che nascono : ed esse non essendo prevedute , non sono premiate , ma anzi spingono spesso i precursori al martirio . Guai se i poemi dovessero nascere dal desiderio di conquistar l ' alloro nel Campidoglio ; basterebbe che quella visione rimanesse sola campeggiante nell ' anima del poeta , e la musa sarebbe scomparsa . Il poema deve scaturire dall ' animo del poeta quand ' egli non pensa né al premio né a se stesso : e se pur giunge a ottener l ' allo ro ne sente la vanità - - e il vero premio suo sta nell ' affermazione della propria forza interna trionfante . Esiste anche un premio esteriore per l ' uomo : allorquando p . es . l ' oratore vede la fisionomia degli ascoltatori alterarsi per l ' emozione , prova qualche cosa di così grande , che può solo paragonarsi alla gioia intensa di chi scopre d ' essere amato . È sempre toccare e conquistare le anime , il nostro godimento e il premio unico che sia vero compenso . A volte ci accade di attraversare degli istanti in cui c ' illudiamo di essere il più grande di tutti nel mondo : sono istanti di felicità concessi agli uomini per continuare in pace la loro esistenza . O per un amor soddisfatto , o per un figlio concepito , o per un libro pubblicato , o per una scoperta gloriosa , noi c ' illudiamo che nessun uomo esista al disopra di noi . Ebbene , se in quel momento una autorità costituita , o uno che s ' atteggia a nostro maestro , ci viene innanzi offrendoci una medaglia o un premio - - egli è il distruttore importuno del vero premio nostro . « E chi sei tu ? griderebbe la nostra illusione svanita - - « che mi hai ricordato di non essere il primo - - poiché qualcuno è talmente al disopra di me , che può darmi un premio ? » Il premio dell ' uomo può essere solo divino . In quanto al castigo - - l ' anima dell ' uomo normale si perfeziona espandendosi , e il castigo comunemente inteso è sempre una repressione . Esso sarà utile per gl ' inferiori la cui espansione è nel male ; ma costoro sono pochi , e il progresso sociale non attinge da loro . Il codice ci minaccia castighi se siamo disonesti , in quei limiti indicati dalla legge . Ma noi non siamo onesti per paura del codice ; noi non rubiamo e non uccidiamo perché amiamo il lavoro e la pace - - perché l ' orientamento della nostra vita ci conduce innanzi , tenendoci lontani costantemente e sicuramente dai pericoli di certe colpe . Senza entrare in questioni filosofiche , si può tuttavia affermare che il delinquente , prima di delinquere , si è accorto della esistenza di un castigo , ha sentito quel codice gravante su lui . Egli lo ha sfidato o vi è incappato illudendosi di sfiorarlo ; ma è avvenuta una lotta tra il delitto e il castigo entro la sua coscienza . Sia efficace o no a raggiungere lo scopo d ' impedire i delitti , quel codice penale è però indubbiamente fatto per una sola e limitata categoria d ' individui : i delinquenti . La enorme maggioranza dei cittadini è onesta anche ignorando le minacce della pena . Il vero castigo dell ' uomo normale è di perdere la coscienza della sua propria forza e della grandezza che formano la sua inferiore umanità ; e tale castigo colpisce spesso gli uomini , quand ' anche navigano nell ' abbondanza di ciò che il comune linguaggio chiama premio . Purtroppo , del vero castigo che minaccia e colpisce l ' uomo , l ' uomo non si accorge . E pure è qui che può svolgere la sua efficacia , l ' educazione . Ora noi teniamo gli scolari in iscuola compressi tra quegli strumenti degradanti il corpo e lo spirito che sono : il banco , e il premio e i castighi esteriori - - al fine di ridurli alla disciplina dell ' immobilità e del silenzio - - per condurli - - dove ? Purtroppo , per condurli senza scopo . Si tratta di travasare meccanicamente il contenuto di programmi nella loro intelligenza : programmi compilati spesso nei ministeri e imposti per legge . Ah , dinanzi a tale oblìo della vita che si svolge nella nostra posterità , vien fatto di chinare il capo confusi e di coprirci con le mani il rossore del volto ! Dice bene il Sergi : « oggi s ' impone un bisogno urgente : il rinnovamento di metodi per l ' educazione e per l ' istruzione , e chi lotta per questa insegna , lotta per la rigenerazione umana » . STORIA DEI METODI Per costruire una Pedagogia Scientifica bisogna dunque battere una strada diversa da quella supposta fin qui . La preparazione dei maestri è necessario che sia contemporanea alla trasformazione della scuola : se abbiamo preparato maestri osservatori e iniziati all ' esperienza , conviene che nella scuola essi possano osservare e sperimentare . Un cardine fondamentale della Pedagogia Scientifica deve essere perciò la libertà degli scolari , tale che permetta lo svolgimento delle manifestazioni spontanee individuali del bambino . Se una pedagogia dovrà sorgere dallo studio individuale dello scolaro , sarà dallo studio inteso in questo modo - - cioè tratto dall ' osservazione di bambini liberi . Invano attenderemo il rinnovamento pedagogico dall ' esame metodico degli scolari di oggi , secondo le guide offerte dall ' antropologia pedagogica e dalla psicologia sperimentale . Ogni ramo delle scienze sperimentali è sorto dall ' applicazione d ' un metodo proprio . La batteriologia deve il suo contenuto scientifico al metodo dell ' isolamento e delle culture dei microbi ; l ' antropologia criminale , medica , e pedagogica devono il loro contenuto all ' applicazione dei metodi antropometrici a individui di categorie diverse come i criminali , i pazzi , i malati delle cliniche , gli scolari . La psicologia sperimentale vuole come punto di partenza una esatta definizione della tecnica nell ' esperimento . In generale è importante definire il metodo , la tecnica - - e dalla sua applicazione attendere il contenuto , che deve completamente scaturire dall ' esperienza . Anzi una delle caratteristiche delle scienze sperimentali , è di muovere all ' esperimento senza preconcetti di sorta sull ' eventuale esito dell ' esperimento stesso . Per esempio se si vogliono far ricerche sullo sviluppo della testa negli scolari più intelligenti e meno intelligenti , una delle condizioni dell ' esperienza deve essere quella d ' ignorare , mentre si misura la testa , quali siano i più intelligenti e quali i più tardi tra gli scolari , affinché il preconcetto che i più intelligenti dovrebbero avere la testa più sviluppata , non alteri involontariamente i risultati della ricerca . Cioè chi esperimenta deve in quel momento spogliarsi di ogni preconcetto - - e fa parte dei preconcetti anche la cultura . Se dunque vogliamo tentare una Pedagogia Sperimentale , ci converrà rinunciare alle fedi - - e procedere col metodo alla ricerca del vero . Non dobbiamo quindi partire per es . , da idee dogmatiche sulla psicologia infantile - - ma da una metodica che ci faccia raggiungere la libertà del bambino per trarre dall ' osservazione delle sue manifestazioni spontanee , la vera psicologia infantile . E forse grandi sorprese ci riserba questo metodo ! La psicologia infantile , come la pedagogia , dovranno formare il loro contenuto dalle successive conquiste del metodo sperimentale . Ecco dunque il problema : stabilire il metodo proprio alla pedagogia sperimentale . Esso non potrà essere quello di altre scienze sperimentali : e se in qualche modo la pedagogia scientifica è integrata dall ' igiene , dall ' antropologia e dalla psicologia , e ne adotta anche in parte la relativa tecnica metodologica - - ciò si limita a particolari sullo studio dell ' individuo da educare - - ciò che deve essere parallelo all ' opera ben diversa dell ' educazione , ma che forma una parte molto limitata e secondaria nella pedagogia . Il mio presente studio tratta appunto del metodo in pedagogia sperimentale ; e risulta da mie esperienze compiute durante due anni nelle « Case dei Bambini » 4 . Invero offro soltanto un inizio del metodo : quale l ' ho applicato su bambini dall ' età di 3 a 6 anni - - ma credo che questo tentativo , pei risultati sorprendenti che ha dato - - sarà di spinta a continuare l ' opera intrapresa . Tanto più che se il sistema educativo , che l ' esperienza mi ha dimostrato eccellente , non è ancora definitivamente completato , esso tuttavia costituisce già un insieme abbastanza organico per poter venire efficacemente adottato negli Asili d ' Infanzia o nelle prime classi elementari . Veramente io non sono esatta dicendo che il presente lavoro proviene da due anni di esperienza : non credo che questi miei ultimi tentativi , avrebbero potuto permettere di creare tutto quanto esporrò in seguito . Il sistema educativo delle Case dei Bambini , infatti , non nasce senza più lontane origini : e se il corso della presente esperienza è così breve sui bambini normali , essa però proviene da precedenti esperienze pedagogiche fatte sui bambini anormali , e come tale rappresenta un assai lungo lavoro del pensiero . Circa dodici anni fa , essendo dottore assistente alla Clinica Psichiatrica nell ' Università di Roma , ebbi occasione di frequentare il manicomio per lo studio dei malati da scegliersi a scopi di didattica clinica - - e in tal modo m ' interessai ai bambini idioti ricoverati nel manicomio stesso . In quei tempi l ' organoterapia tyroidea era in pieno sviluppo ; quindi tra confusioni ed esagerazioni di successo terapeutico , richiamava più che in epoche 4 Oggi , altri tre anni di esperimenti hanno fatto meglio determinare il fenomeno della disciplina spontanea - - ( v . capitolo sulla Disciplina ) . precedenti , l ' interesse dei medici sui bambini frenastenici . Io poi , avendo compiuto un regolare servizio medico negli ospedali di medicina interna e negli ambulatori pediatrici , avevo già rivolta in modo particolare la mia attenzione allo studio delle malattie infantili . Fu così che interessandomi agli idioti , venni a conoscere il metodo speciale di educazione per questi infelici bambini ideato da Edouard Séguin , e in genere a penetrare l ' idea allora nascente anche tra i medici pratici , della efficacia di « cure pedagogiche » per varie forme morbose - - come la sordità , la paralisi , l ' idiozia , il rachitismo , ecc . Il fatto che la pedagogia dovesse unirsi alla medicina nella terapia - - era la conquista pratica del pensiero dei tempi - - e su tale indirizzo si diffondeva appunto la Kinesiterapia . Io però , a differenza dei miei colleghi , ebbi l ' intuizione che la questione dei deficienti fosse prevalentemente pedagogica , anziché prevalentemente medica ; e mentre molti parlavano nei congressi medici del metodo medico ­ pedagogico per la cura e l ' educazione dei fanciulli frenastenici , io ne feci argomento di educazione morale al Congresso Pedagogico di Torino nel 1898; e credo di avere toccato una corda molto vibrante poiché l ' idea , passata dai medici ai maestri elementari , si diffuse in un baleno come questione viva interessante la scuola . Ebbi infatti dall ' illustre Ministro dell ' Istruzione e mio Maestro Guido Baccelli , l ' incarico di tenere alle maestre di Roma un corso di Conferenze sull ' educazione dei bambini frenastenici - - corso che poi si trasformò nella Scuola Magistrale Ortofrenica , che io diressi ancora per altri due anni . A tale scuola avevo annesso una classe esterna a orario prolungato , ove raccoglievo bambini giudicati ineducabili nelle scuole elementari per insufficienza mentale : e in seguito , per opera di una società , venne fondato un Istituto Pedagogico ove , oltre ai bambini esterni , furono ricoverati tutti i fanciulli idioti del manicomio di Roma . Rimasi così due anni a preparare , con l ' aiuto di colleghi , i maestri di Roma ai metodi speciali di osservazione e di educazione dei fanciulli frenastenici , non solo ; ma , ciò che più importa , dopo essere stata a Londra e a Parigi a studiare praticamente l ' educazione dei deficienti , mi misi a insegnare io stessa ai bambini e a dirigere l ' opera delle educatrici dei frenastenici nel nostro istituto . Più che una maestra elementare , senza turni di sorta , io ero presente e insegnavo direttamente ai bambini dalle otto del mattino alle sette di sera senza interruzione : questi due anni di pratica sono il mio primo e vero titolo in fatto di Pedagogia . Fin da quando nel 1898­900 mi dedicai all ' istruzione dei fanciulli deficienti , credetti d ' intuire che quei metodi non avevano nulla di speciale all ' istruzione degli idioti - - ma contenevano principi di educazione più razionale di quelli in uso : tanto che perfino una mentalità inferiore poteva esserne ingrandita e svolta . Questa intuizione divenne la mia idea dopo che ebbi abbandonato la scuola dei deficienti ; e a poco a poco acquistai il convincimento , che metodi consimili applicati ai fanciulli normali , avrebbero svolta la loro personalità in un modo meraviglioso , sorprendente . Fu allora che principiai un vero e profondo studio della così detta pedagogia riparatrice e in seguito volli intraprendere lo studio della pedagogia normale e dei principi sui quali si fonda - - onde m ' iscrissi studente di filosofia all ' Università . Una gran fede m ' animava : per quanto io non sapessi se avrei potuto mai sperimentare la verità della mia idea , pure lasciai ogni altra occupazione per approfondirla , quasi preparandomi a una sconosciuta missione . I metodi per l ' educazione dei deficienti ebbero origine all ' epoca della rivoluzione francese - - per opera d ' un medico le cui opere di medicina rimangono alla storia , essendo egli il fondatore di quel ramo che oggi si è specializzato col nome di Otoiatria ( malattie dell ' orecchio ) . Egli fu il primo che abbia tentato una metodica educazione del senso dell ' udito , nell ' istituto dei sordomuti fondato da Pereire a Parigi , riuscendo a rendere udenti i sordastri ; ed in seguito , avendo avuto per otto anni in cura un fanciullo idiota detto il selvaggio dell ' Aveyron , - - estese a tutti i sensi quei metodi educativi che già avevano dato per l ' udito eccellenti risultati . Allievo del Pinel , Itard fu il primo educatore a praticare l ' osservazione dell ' allievo , similmente a quanto si faceva negli ospedali per l ' osservazione di malati , specialmente per i malati del sistema nervoso . I lavori pedagogici dell ' Itard sono interessantissime descrizioni minuziose di tentativi e di esperienze pedagogiche : e chi oggi le legge , deve convenire che quelle furono le prime prove della psicologia sperimentale . Ma il merito di avere completato un vero sistema educativo per fanciulli deficienti , spetta a Èdouard Séguin , dapprima maestro , poi medico : il quale partendo dalle esperienze di Itard , le applicò modificandole e completando il metodo , durante dieci anni di esperienza su fanciulli che erano stati tolti dal manicomio , e riuniti in una piccola scuola in via Pigalle a Parigi . Tale metodo fu esposto la prima volta in un volume di oltre seicento pagine - - pubblicato nel 1846 a Parigi col titolo : Traitement moral , hygiène et éducation des idiots . In seguito il Séguin emigrò negli Stati Uniti d ' America , ove si fondarono molti istituti per deficienti e dove il Séguin , dopo altri vent ' anni di esperienza , pubblicò una seconda edizione del suo metodo che portò un titolo diverso : Idiocy : and its treatment by the physiological method . Tale volume fu pubblicato a New ­ York nel 1866 . In questo il Séguin aveva ben definito un metodo di educazione , chiamandolo metodo fisiologico . Egli non accenna più nel titolo a una « educazione degli idioti » quasi che fosse a loro speciale ; ma parla dell ' idiozia trattata col « metodo fisiologico » . Se noi pensiamo che la pedagogia ebbe sempre per base la psicologia - - e che il Wundt determina una « psicologia fisiologica » - - deve fare impressione la coincidenza di tali concetti ; e far sospettare nel metodo fisiologico , qualche rapporto con la « psicologia fisiologica » . Io , mentre ero assistente nella Clinica Psichiatrica , avevo letto con molto interesse l ' opera francese di Edouard Séguin . Ma quella inglese pubblicata a New - York venti anni dopo , benché fosse citata nelle opere di educazione speciale del Bourneville , non esisteva in nessuna biblioteca . Con mia gran meraviglia non ne trovai traccia nemmeno a Parigi , ove il Bourneville mi disse che se ne sapeva l ' esistenza - - ma il secondo libro del Séguin non era mai entrato in Europa . Tuttavia sperai di trovarne qualche copia in Londra - - ma dovetti convincermi che anche là il volume non esisteva né in biblioteche pubbliche , né in private : feci invano una inchiesta portandomi di casa in casa presso tutti i medici inglesi che più notoriamente si erano occupati di bambini deficienti , o che sopraintendevano alle scuole speciali . Il fatto che questo libro fosse sconosciuto anche in Inghilterra benché pubblicato in lingua inglese - - mi fece pensare che il sistema Séguin non fosse stato compreso . Infatti nelle pubblicazioni relative a istituti per deficienti , il Séguin veniva diligentemente citato , ma le applicazioni educative descritte erano tutt ' altro che applicazioni del sistema Séguin . Pressoché dovunque si applicano più o meno ai deficienti i metodi in uso per fanciulli normali , e , specialmente in Germania , una mia amica tedesca la quale vi era andata a tale scopo per aiutarmi nelle mie ricerche , notò come del materiale didattico speciale esista qua e là nei musei pedagogici delle scuole per deficienti , ma non venga mai praticamente usato ; mentre vi si di fende il principio che è bene adottare pei tardivi lo stesso metodo che pei normali , il quale è però in Germania più oggettivo che da noi . Anche a Bicêtre , ove mi trattenni lungamente a studiare , vidi che si adottavano più i meccanismi didattici , che il sistema del Séguin ; tuttavia il testo francese era in mano agli educatori . Tutti gl ' insegnamenti vi si erano meccanizzati : e ogni maestro seguiva letteralmente le sue abitudini . Però scorsi in tutti , così a Londra come a Parigi , il desiderio di avere nuovi consigli , di conoscere nuove esperienze ; perché il fatto enunciato dal Séguin , cioè che realmente coi suoi metodi si riusciva a educare gl ' idioti - - rimaneva troppo spesso praticamente una delusione . Dopo ciò compii le mie esperienze sui deficienti a Roma e li educai durante due anni . Io seguivo il libro del Séguin , e anche facevo tesoro delle mirabili esperienze di Itard : - - feci inoltre fabbricare , sulla guida di tali testi , un ricchissimo materiale didattico . Questo materiale , che non vidi completo in nessun istituto , - - era un mezzo meraviglioso , eccellente , in mano di chi sapeva usarlo ; ma per se stesso passava inosservato accanto ai deficienti . Compresi perché era venuto uno scoraggiamento negli educatori e un abbandono del metodo . Il pregiudizio che l ' educatore debba mettersi a livello dell ' educando - - piomba il maestro dei deficienti in una specie di apatia : egli sa di educare personalità inferiori - - e perciò non riesce a educarle ; così i maestri dei piccoli fanciulli credono di educare i bambini cercando di porsi a loro livello con giochi e spesso con discorsi buffoneschi . Invece bisogna saper chiamare entro l ' anima del fanciullo , l ' uomo che vi sta assopito . Io ebbi questa intuizione : e credo che non il materiale didattico , ma questa mia voce che li chiamava , destò i fanciulli , e li spinse ad usare il materiale didattico e a educarsi . Mi fu guida il gran rispetto alla loro sventura e l ' amore che questi infelici fanciulli sanno destare in chi li avvicina . Ma anche il Séguin si esprimeva analogamente in proposito : leggendo i suoi pazienti tentativi , compresi bene che il primo materiale didattico da lui usato , era spirituale . Perciò alla fine del volume francese l ' autore , dando uno sguardo all ' opera sua , conclude mestamente ch ' essa andrà perduta , se non si prepareranno i maestri . Egli ha sulla preparazione dei maestri di deficienti un concetto affatto originale : sembrano consigli dati a una persona che si accinga a fare il seduttore . Vorrebbe ch ' essi fossero belli , affascinanti nella voce e che prendessero ogni più minuziosa cura di sé , per farsi pieni di attrattive . In loro il gesto e le modulazioni della voce dovrebbero essere preparati con la cura medesima con cui i grandi artisti drammatici si preparano alle scene , perché debbono conquistare anime stanche e fragili , ai grandi sentimenti della vita . Questa specie di chiave segreta , che è l ' azione sullo spirito , apriva poi la lunga serie di esperimenti didattici , mirabilmente analizzati da Edouard Séguin , ed efficacissimi realmente all ' educazione degli idioti . Io ne ottenni effetti sorprendenti ; ma debbo confessare che mentre i miei sforzi procedevano nei progressi intellettuali , una specie di esaurimento mi prostrava : - - sentivo di dar qualche forza che era in me . Quello che si chiama l ' incoraggiamento , il conforto , l ' amore , il rispetto , sono leve dell ' anima umana : e chi più si prodigia in questo senso , più intorno a sé rinnova e rinvigorisce la vita . Senza ciò lo stimolo esterno più perfetto passa inosservato , come il sole innanzi a Saul , che esclama : « questa ? ... è caligin densa ! » Così potei procedere per mio conto a nuove esperienze - - che non è qui il caso di riportare : solo accennerò come in quest ' epoca tentassi un metodo per la lettura e la scrittura affatto originale ; essendo un tale particolare dell ' educazione , assolutamente manchevole ed imperfetto così nelle opere di Itard , come in quelle di Séguin . Io condussi a leggere e scrivere correttamente e in calligrafia alcuni idioti del manicomio , i quali poi poterono presentarsi a un esame nelle scuole pubbliche insieme ai fanciulli normali , e superarne la prova . Questi effetti meravigliosi avevano quasi del miracolo , per coloro che li osservavano . Ma per me i ragazzi del manicomio raggiungevano quelli normali agli esami pubblici , sol perché avevano seguito una via diversa . Essi erano stati aiutati nello sviluppo psichico , e i fanciulli normali erano stati invece soffocati e depressi . Io pensavo che se un giorno l ' educazione speciale , che aveva così meravigliosamente sviluppato gli idioti - - si fosse potuta applicare allo sviluppo dei fanciulli normali - - il miracolo sarebbe scomparso dal mondo - - e l ' abisso tra la mentalità inferiore degli idioti e quella normale , non sarebbe stato mai più ricolmato . Mentre tutti ammiravano i progressi dei miei idioti io meditavo sulle ragioni che potevano trattenere gli allievi felici e sani delle scuole comuni a un livello tanto basso , da poter essere raggiunti nelle prove dell ' intelligenza , dai miei infelici allievi . Un giorno una delle mie maestre nell ' istituto dei deficienti , mi fece leggere una profezia di Ezechiele - - che le aveva fatto profonda impressione , perché le sembrò la profezia dell ' educazione dei deficienti : « In quei giorni : fu sopra me la mano del Signore e mi menò fuora - - e mi posò in mezzo di un campo , che era pieno d ' ossa e mi fece girare intorno ad esso - - e disse a me : Figliuol dell ' uomo pensi tu che queste ossa sieno per riavere la vita ? Ed io dissi : Signore Dio , tu lo sai . Ed ei disse a me : profetizza sopra queste ossa e dirai loro : Ossa aride , udite la parola del Signore : io infonderò in voi lo spirito e avrete vita . E farò sopra di voi nascere i nervi , e sopra di voi stenderò la pelle ; - - darò a voi lo spirito , e vivrete . E profetai com ' ei mi aveva ordinato ; e nel mentre che io profetava , udissi uno strepito , ed ecco un movimento , e si accostarono ossa ad ossa , ciascuno alla propria giuntura . E mirai , ed ecco sopra di esse vennero i nervi e le carni , e si distese sopra di esse la pelle , ma non avevano spirito . Ed ei disse a me : Profetizza allo spirito , profetizza , figliol dell ' uomo : dai quattro venti vieni , o spirito , e soffia sopra questi morti . E profetai com ' egli mi aveva comandato - - ed entrò in quelli lo spiriro e riebbero vita e si stettero sui piedi loro , e dissero : È perita la nostra speranza : noi siamo come rami troncati » . Infatti le parole : - - infonderò in voi lo spirito e avrete vita - - sembrano riferirsi all ' opera diretta , individuale del maestro , che incoraggia , chiama , aiuta l ' allievo e lo prepara all ' educazione . E il resto : sopra voi farò nascere i nervi e farò crescere le carni e sopra di voi stenderò la pelle - - ricordano la frase fondamentale che riassume il metodo del Séguin : « condurre il fanciullo come per la mano dall ' educazione del sistema muscolare a quello del sistema nervoso e dei sensi » , con che il Séguin conduce gl ' idioti a saper camminare , a saper mantenere l ' equilibrio nelle mosse più difficili del corpo , come montar le scale , saltare ecc . ; e infine a sentire , principiando dall ' educazione delle sensazioni muscolari , tattili e termiche e finendo a quella dei sensi specifici . Ma essi sono semplicemente resi adatti alla vita vegetativa . « Profetizza allo spirito » dice la profezia : e rientrò in quelli lo spirito , e riebbero vita . Il Séguin infatti , conduce l ' idiota dalla vita vegetativa a quella di relazione « dall ' educazione dei sensi alle nozioni ; dalle nozioni alle idee , dalle idee alla moralità » . Ma quando un così mirabile lavoro è compiuto - - e a mezzo di un ' analisi fisiologica minuziosa e di una progressione graduale nel metodo , l ' idiota è divenuto un uomo , egli in mezzo agli altri uomini è pur sempre un inferiore un individuo che non potrà mai adattarsi all ' ambiente sociale : « Noi siamo come rami troncati : è perita la nostra speranza » . Anche per questo il faticoso metodo Séguin fu lasciato in disparte : l ' enorme sciupìo di mezzi non poteva giustificare l ' esiguità del fine . Tutti lo ripetevano : troppo c ' era ancora da fare pei fanciulli normali ! Conquistata con l ' esperienza la fiducia del metodo Séguin - - io dopo che mi fui ritirata dall ' azione attiva verso i deficienti , mi rimisi a studiare le opere di Itard e di Séguin . Sentivo il bisogno di meditarvi . Così feci ciò che non avevo mai fatto e che pochi forse potrebbero ripetere : ricopiai in italiano , da cima a fondo , gli scritti di questi autori , in calligrafia , quasi preparando dei libri , come i benedettini prima della diffusione della stampa . In calligrafia , per avere tempo di pesare il senso di tutte le parole , e di leggere lo spirito dell ' autore . Stavo per finir di copiare le seicento pagine dell ' opera francese del Séguin , allorché ricevetti da New ­ York un volume della seconda edizione , cioè il libro inglese pubblicato nel 1866 : questo volume vecchio era stato trovato tra i libri di scarto della biblioteca privata d ' un medico di New ­ York - - ed era stato facilmente ceduto alla persona che me lo rinviò : - - io lo tradussi insieme a una signora inglese . Tale volume non portava un gran contributo di ulteriori esperienze pedagogiche , ma piuttosto la filosofia delle esperienze esposte nel primo volume . L ' uomo che aveva studiato trent ' anni sui fanciulli anormali , esponeva l ' idea che il metodo fisiologico - - cioè un metodo che avesse a base lo studio individuale dell ' allievo , - - e nei procedimenti educativi l ' analisi dei fenomeni fisiologici e psichici - - doveva nascere anche pei fanciulli normali , segnando la rigenerazione di tutta l ' umanità . Mi sembrò quella del Séguin la voce del precursore che grida nel deserto : e abbracciai col pensiero l ' immensità dell ' importanza di un ' opera , che avesse potuto riformare la scuola e l ' educazione . In questi tempi io , iscritta all ' Università come studente di Filosofia , seguivo i corsi di psicologia sperimentale che appena allora si fondavano nelle Università italiane - - e precisamente a Torino , Roma e Napoli ; e contemporaneamente eseguivo nelle scuole elementari alcune ricerche di Antropologia Pedagogica , studiando in tale occasione i metodi e gli ordinamenti in uso per l ' educazione di fanciulli normali : tali studî mi condussero poi all ' insegnamento libero di Antropologia Pedagogica nella Università di Roma . Il mio desiderio sarebbe stato di sperimentare i metodi pei deficienti in una prima classe elementare ; non avevo pensato mai agli asili d ' infanzia . Fu il puro caso , - - che mi fece balenare alla mente questa nuova luce . Era la fine dell ' anno 1906 : io tornavo da Milano ove ero stata eletta a far parte del giurì per l ' assegnamento dei premi all ' Esposizione internazionale , nel reparto della Pedagogia scientifica e Psicologia sperimentale ; - - quando fui invitata dall ' ingegnere Edoardo Talamo , direttore generale dell ' Istituto Romano di Beni Stabili in Roma , a voler assumere l ' organizzazione di scuole infantili entro la casa . La genialissima idea del Talamo era di raccogliere i piccoli figli degli inquilini del casamento , compresi tra le età di 3 a 7 anni , e di riunirli in una sala sotto la direzione di una maestra , che coabitasse nel casamento stesso . Ogni casamento avrebbe posseduto la sua scuola : ed essendo l ' Istituto di Beni Stabili già proprietario di oltre quattrocento palazzi in Roma - - l ' opera si presentava con grandiosa possibilità di sviluppo . Intanto la prima scuola avrebbe dovuto fondarsi nel gennaio 1907 in un grande casamento popolare del Quartiere S . Lorenzo - - contenente circa mille persone . Nel Quartiere stesso l ' Istituto possedeva già cinquantotto stabili , e , a detta del Talamo , ben presto sarebbero sorte circa sedici scuole nelle case . Questa scuola speciale fu battezzata dalla signora Olga Lodi , comune amica del Talamo e mia , col nome gentile di « Casa dei Bambini » : e la prima di esse fu inaugurata , sotto tale titolo , il 6 gennaio 1907 a via dei Marsi , 58 , e affidata alle cure di una maestra sotto la mia responsabilità e direzione . L ' importanza sociale e pedagogica di simile istituzione fu da me subito intuita in tutta la sua grandezza e sembrai allora esagerata nelle mie visioni di avvenire trionfante ; ma oggi cominciano molti a intendere come vedessi il vero . Il 7 aprile dello stesso anno 1907 si aprì una seconda « Casa dei Bambini » al Quartiere di S . Lorenzo ; e il 18 ottobre 1908 s ' inaugurava la « Casa dei Bambini » del quartiere operaio dell ' Umanitaria in Milano : - - mentre la « Casa di Lavoro » della stessa società , assumeva la fabbricazione del materiale didattico . Il 4 novembre seguente veniva aperta in Roma un ' altra « Casa dei Bambini » non più in quartieri popolari , ma in un casamento moderno per la borghesia , in via Famagosta ai Prati di Castello ; e nel gennaio 1909 , mentre sto scrivendo queste pagine , la Svizzera italiana comincia a trasformare i suoi Asili d ' Infanzia retti col metodo Fröbel in « Case dei Bambini » , adottando i nostri metodi e il nostro materiale didattico 5 . La « Casa dei Bambini » ha una duplice importanza : quella sociale che assume per la sua forma di « scuola in casa » ; e quella puramente pedagogica riguardante i metodi per l ' educazione infantile da me sperimentati . Come fattore di civilizzazione diretta del popolo , la Casa dei Bambini meriterebbe di essere largamente illustrata . Essa infatti risolve molti dei problemi sociali e pedagogici che sembravano utopistici - - e fa parte della trasformazione moderna della casa : cioè tocca direttamente il più importante lato della questione sociale , che riguarda la vita intima degli uomini . Basti qui a darne un ' idea la riproduzione del mio discorso inaugurale tenuto in occasione dell ' apertura della seconda « Casa dei Bambini » in Roma - - e del Regolamento che compilai d ' accordo con l ' ingegner Talamo . Si noti che il Club al quale accenno , e , se non l ' infermeria , per ora l ' ambulatorio per cure mediche e chirurgiche - - tutte istituzioni gratuite per gli inquilini - - si sono già effettuate insieme alla « Casa dei Bambini » nella Casa Moderna ai Prati di Castello , ( inaugurata il 4 novembre 1908 ) per opera geniale dell ' ing . Talamo - - il quale sta pure studiando un ' attuazione della « cucina socializzata » . Discorso inaugurale pronunziato in occasione dell ' apertura di una « Casa di Bambini » Se in quest ' ora noi fossimo in una delle belle sale da conferenze che ci offre la città romana altamente intellettuale , e un oratore grande ci facesse gustare qualche scena dell ' « Asilo dei poveri » di Massimo Gorki , e finisse col citare anche il Carducci , che In morte di ricca e bella signora canta il più profondo dolore umano ; dolore cupo , che non è la distruzione di una bella donna dolori altri secreti conosco , altre sventure ma è la vita delle genti povere nei loro covili oscuri ; e strappa al genio del poeta il grido umano : apritevi de la miseria antri nefandi , a me e una voce di sogno avesse mormorato alle nostre anime rabbrividite di terrore : Recatevi sul luogo spaventoso . Colà sono nascenti oasi di felicità , di nettezza , di pace : i poveri vanno acquistando una casa propria , ideale ; colà si sta compiendo un ' opera di redenzione morale , si liberano le coscienze del popolo dai torpori del vizio , dalle tenebre dell ' ignoranza ; i bimbi stessi hanno la loro « Casa » . Le nuove generazioni vanno incontro ai nuovi tempi , ai tempi dove non si compiange più la miseria , ma si distrugge ; dove gli antri nefandi si respingono nel passato e di essi più nemmeno traccia ne resta tra i vivi , se non il canto ispirato dei poeti immortali . Allora quale contrasto di emozioni ! e come saremmo corsi qui , simili ai re magi guidati da una stella e da un sogno . Io dico tali cose per far intendere l ' alta magnificenza di questa umile sala modesta , che sembra una fetta di casa tagliata da materna mano ai fanciulli del luogo . È questa la seconda « Casa dei Bambini » che si fonda nel famigerato quartiere di S . Lorenzo . Il quartiere di S . Lorenzo è celebre , poiché tutti i giornali della Capitale se ne occupano sulle cronache quasi quotidianamente ; ma non tutti conoscono o rammentano la sua genesi . Non vi fu mai l ' intendimento di costruire qui un quartiere popolare non si volle fabbricare pel popolo , né questo è perciò un quartiere pel popolo . S . Lorenzo è il quartiere dei poveri : - - dall ' operaio onesto mal retribuito e spesso disoccupato in una città che non ha impianti industriali , all ' ozioso , a colui che subisce il termine della sua condanna con la sorveglianza dopo la prigione : son tutti qui alla rinfusa . Il rione di S . Lorenzo sorse tra l'84 e l'88 , all ' epoca della gran febbre edilizia ; e nessun criterio sociale e igienico guidava le nuove costruzioni ; si costruiva pur di coprire di mura metri e metri quadrati di terreno : più se ne copriva e maggiori sovvenzioni se ne ricavava da Banche ed Istituti - - con una completa incoscienza dell ' avvenire disastroso che si preparava . Conseguenza naturale la nessuna preoccupazione dello stabile che si creava , poiché in nessun caso sarebbe rimasto in proprietà di colui che lo costruiva . Scoppiata la inevitabile crisi edilizia intorno all'88­90 quelle case malamente ultimate rimasero per lungo tempo disabitate ; poi poco per volta cominciando a risentirsi il bisogno delle abitazioni , vennero riempiendosi d ' inquilini , e poiché coloro i quali erano rimasti possessori di quei vasti casamenti non volevano né potevano ai capitali già perduti aggiungerne dei nuovi , le case stesse già antigienicamente costruite e peggio ancora ridotte ad abitazioni provvisorie , servirono di ricovero alla classe più povera della Capitale . - - Gli appartamenti , non essendo preparati pel popolo , erano troppo grandi : di cinque sei o sette stanze ; e andavano a prezzi vilissimi in relazione allo spazio , ma troppo alti per ogni singola famiglia . Di qui il subaffitto . L ' affittuario , che ha preso un appartamento di sei stanze a 40 lire mensili , subaffittando per 8 o 10 lire mensili a camera ai più abbienti , o l ' angolo di camera o il corridoio ai più poveri , ricava un frutto di 80 e più lire mensili , oltre l ' abitazione gratuita . Così il problema dell ' esistenza è per esso in gran parte risolto , e si completa in ogni caso con l ' usura : l ' affittuario traffica sulla miseria dei suoi coinquilini , prestando piccole somme di danaro a un frutto che generalmente corrisponde a una lira la settimana per dieci lire di capitale prestato , ciò che equivarrebbe al frutto annuo del 500% . Cioè nel subaffitto si ha il più crudele tra gli sfruttamenti : quello che solo sa compiere il povero sul povero . E a ciò si aggiunga ancora l ' agglomeramento , la promiscuità , l ' immoralità , il delitto . Ogni tanto la cronaca ci scopre alcuni di questi intérieurs : una famiglia numerosa dorme in una stanza , coi figli grandi d ' ambo i sessi , mentre un angolo di stanza è occupata da una estranea che riceve gli amanti di nottetempo : li vedono i fanciulli e le ragazze ; e si accendono turpi gelosie di letto in letto , e infine ecco il delitto di sangue che svela per un attimo fuggevole , un piccolo dettaglio di tanto accumulo di miseria . Chi di noi entra in uno di questi appartamenti , comunque voglia prima con la fantasia immaginare , prova un senso di raccapriccio e di sorpresa ; non è come noi spesso ci figuriamo , quasi in una scena teatrale , lo spettacolo della miseria : no - - sono tenebre . Ciò che colpisce è il buio , che non fa distinguere di pieno mezzogiorno un particolare della stanza - - per es . dopo che l ' occhio si è abituato alle tenebre , si vede che là dentro c ' è un letto e sopra una persona malata . Se per esempio si sono portati dei danari , per conto di una società di mutuo soccorso , e si deve contare e far firmare la ricevuta , bisogna accendere una candela . - - Oh ! quando parliamo di questioni sociali , vagando sulle nuvole della nostra fantasia , senza prepararci con una osservazione positiva della realtà delle cose ! e discutiamo se i bambini delle scuole debbano o no studiare e fare i compiti a casa , immaginando che il più povero possa magari scrivere in terra accanto a un pagliericcio ; e vogliamo fondare biblioteche circolanti perché i poveri leggano in casa , e vogliamo stampare opuscoli di propaganda igienica o educativa per diffonderli come lettura domestica tra le genti più povere : - - noi ci mostriamo profondamente incoscienti dei loro bisogni . Molti di essi non hanno luce per leggere ! C ' è per questo proletariato un problema più profondo prima di quello della elevazione intellettuale : il problema della vita . Qui pei fanciulli che nascono bisogna mutare la frase consueta : essi non vengono alla luce , vengono alle tenebre , e crescono tra le tenebre e i veleni dell ' agglomeramento umano . Necessariamente sudici , perché l ' acqua disponibile in un appartamento povero di varie stanze , dovrebbe servire , appena sufficiente a tre o quattro persone ; e distribuita tra venti o trenta basta appena per bere ! Se pensiamo all ' idea poetica e dogmatica che ci siamo fatti della « casa » elevata fino al significato quasi sacro della « home » inglese , il tempio chiuso dell ' intimità - - ove i sentimenti più fini infiorano le anime che trovano la pace , e i fiori più olezzanti sembrano il sentimento che adorna le mura , il recinto dell ' « intérieur » inaccessibile a chi non è caro ; e se riflettiamo al gran contrasto e alla crudeltà d ' infondere come sentimento educativo questo della casa , in tutti - - mentre tanti non hanno casa ! - - ma soltanto mura luride , ove gli atti fisiologici della vita o le turpitudini sono esposti alla berlina , ove non è intimità mai , né gentilezza e spesso non v ' è luce ! né aria ! né acqua ! allora noi dobbiamo concludere che non possiamo parlare in astratto , di casa come di una idea generica di educazione delle masse , e come un fondamento che dà , con la famiglia , solide basi alla compagine sociale . Poiché saremmo non positivisti , ma fantasiosi poeti . Così che a queste genti è più decoroso e più igienico rifugiarsi nella strada , e nella strada fanno consueta dimora i fanciulli . Ma quanto spesso qui le strade sono teatro di delitti di sangue , di risse , di spettacoli immondi e quasi inconcepibili a noi ! Parlano le cronache di donne inseguite dai mariti bestiali e avvinazzati , armati di coltello , che raggiungono la vittima e colpiscono all ' impazzata ! di ragazze pallide come cadaveri per lo spavento , seguite da giovinastri che gettano sassi . E ancora si vedono fatti che la cronaca non registra e che è difficile narrare : una donna che fu preda notturna in una osteria di molti uomini avvinazzati , i quali la gettarono poi spossata ed ubriaca tra il fango della via : e i fanciulli accorsi al mattino vi si raggrupparono intorno come stormo di uccelli su preda morta , gridando e ridendo su quel lurido corpo di donna giacente nel fango e nero di fango , mentre lo rimuovevano coi piedi ! Spettacoli tanto estremi di bruttura , più profonda assai della barbarie - - sono possibili qui alle porte d ' una città cosmopolita , madre di civiltà e regina delle arti belle - - per un fatto nuovo , che i passati secoli non conobbero : l ' isolamento delle masse povere . Nel medio evo si isolavano i lebbrosi ; i cattolici isolarono nei ghetti gli ebrei ; ma non fu mai la povertà considerata come un pericolo ed un ' infamia tali da doversi isolare . Anzi i poveri vissero mescolati ai ricchi - - e fu argomento sfruttato della letteratura fino a noi , fino a Victor Hugo - - fino ai tempi della nostra infanzia nelle scuole , il contrasto tra il povero e il ricco : tra il palazzo che toglie luce e i vicini tuguri , tra il dramma delle soffitte e la festa di ballo del primo piano . Ed era argomento consueto di educazione morale il racconto del soccorso inviato dalla principessa nell ' adiacente casina del povero , ovvero dalle buone bambine ricche alla donna malata nella soffitta . Tutto ciò sarebbe oggi senza senso di realtà . I poveri non hanno più alcun esempio di gentilezza dai vicini più fortunati e non hanno più speranza di soccorso , in caso di estremo bisogno , dai vicini che sono ricchi ; queste briciole che si gettavano ai poveri , anche queste abbiamo loro tolto ; agglomerandoli lontano da noi , fuor delle mura della città , e lasciandoli a se stessi nell ' abbandono , nella disperazione , nella reciproca scuola di brutalità e di vizio . Ma con ciò abbiamo creato dei focolai infetti , - - che dovrebbero significare pericolo e minaccia , per chi ha coscienza sociale - - su quella città che si è depurata all ' interno da tutto ciò che è brutto , e che si è am malata di cancrena , volendo farsi tutta bella e tutta linda , dietro un aristocratico ideale estetico . Quando sono venuta la prima volta per le vie di questo quartiere , dove la gente per bene passa solo dopo morta , ho avuto l ' impressione di trovarmi in una città dove fosse avvenuto un gran disastro . Ha difatti l ' aspetto di un lembo di città - - e un lembo di città si volle fabbricare su questa terra vicina all ' estrema dimora dei cittadini - - con le strade diritte e i grandi casamenti . Mi sembrò che un lutto recente gravasse su la popolazione che si aggirava per le strade muta , con aspetto stuporoso e quasi spaventato . L ' alto silenzio sembrava che significasse una vita collettiva interrotta , spezzata : non una carrozza , nemmeno il vocio lieto , popolare dei venditori ambulanti , non il suono di un organetto girovago in cerca del soldo . Nemmeno tutto ciò che è già proibito come espressione di povertà e di inferiore civiltà nell ' interno di Roma , si trovava qui a ravvivare quel grave silenzio triste . Osservando le vie coi loro avvallamenti , e i sassi sporgenti dal sottosuolo , si poteva supporre che quel disastro fosse stato una grande inondazione che avesse trasportato via tutta la terra ; ma osservando le case tutte smantellate negli androni , coi muri scoperti o mancanti qua e là di mattoni , veniva fatto di pensare se fosse stato un terremoto il disastro che aveva afflitto quel quartiere . Ma no - - guardando bene che tra tanta popolazione non esiste un negozio - - non aveva potuto germogliare nessun magazzino popolare di quelli ove si vendono oggetti di prima necessità e a così basso prezzo che sembra accessibile a tutti ; nessun negozio , nessun consumo , fuorché osterie luride , aprenti numerose le loro bocche fetide ai passanti delle vie , - - allora il cuore sentiva che il gran disastro gravante , luttuoso , su queste genti è la miseria col vizio ! Tale stato di cose doloroso e pericoloso che richiama quotidianamente l ' attenzione con le cronache dei delitti turpi e violenti - - commosse molte anime pietose e svegliò molte coscienze che vennero qui a tentare generose opere di beneficenza . - - Si può dire che ogni miseria ispirò una forma di rimedio - - e tutto vi fu tentato - - dall ' igiene di alcune abitazioni alla crèches , agli asili infantili , agli ambulatorî . Ma che cos ' è la beneficenza ? poco più di un ' espressione di lamento ; è la pietà tradotta in azione . Per la mancanza di continuità di mezzi e d ' indirizzo pochi benefici risultati essa può dare , costretta com ' è a riservare e restringere i soccorsi ad un troppo limitato numero di persone . Mentre la grandezza e il pericolo del male , aveva bisogno di un ' opera redentrice sulla collettività , e vasta nei suoi indirizzi d ' azione e nei suoi mezzi . Solo un interesse , che facendo il bene altrui nutrisca se stesso e prosperi della prosperità che procura , poteva , insediandosi qui nel quartiere , compiere opera efficace di bene . Ecco iniziarsi l ' opera grandiosa e geniale dell ' Istituto Romano di Beni Stabili , ispirata nei suoi criteri di alta modernità dall ' ing . Edoardo Talamo suo benemerito Direttore generale : opera originale che nella complessità dei suoi intenti pratici è senza esempio in Italia e all ' estero . Tre anni fa si costituiva in Roma questo Istituto , il cui programma era di acquistare stabili urbani , migliorarli , metterli in valore ed amministrarli come da buon padre di famiglia . Tra i primi edifici acquistati fu compresa buona parte del Quartiere di S . Lorenzo , ove oggi l ' Istituto possiede 58 case , che occupano una superficie coverta di circa 30.000 metri quadrati , contenenti , oltre ai piani terreni , 1600 di quegli appartamenti agglomerati , i quali raccolgono numerose famiglie . Su molte migliaia di persone può quindi avere benefica influenza la riforma progettata dall ' Istituto Romano di Beni Stabili : riforma perciò , grandiosa ! Secondo il suo programma l ' Istituto , appunto da buon padre di famiglia , pensò che non poteva considerare quale proprietà reale e rimuneratrice un ' accozzaglia di vecchie ed umili case , che per il loro stato igienico e costruttivo avrebbero ogni giorno perduto una parte del loro valore . Pensò quindi che occorreva trasformarle tutte con criteri di modernità , sia sotto l ' aspetto edilizio , che igienico e morale ; poiché la trasformazione edilizia avrebbe creata una proprietà vera e duratura ; mentre la trasformazione igienica e morale avrebbe , col miglioramento dell ' inquilino , sempre meglio consolidato ed assicurato il reddito di questi suoi casamenti . Stabilì quindi un programma che gli consentisse di raggiungere il suo intento a poco per volta : a poco per volta perché è difficile vuotare casamenti agglomerati in un ' epoca come questa in cui le case sono scarse ; e così gli stessi principî di umanità impediscono di progredire più celermente in tale opera redentrice . Perciò l ' Istituto ha finora trasformato 6 tre soli dei casamenti di S . Lorenzo , sulle basi del suo program ­ ma , che sono le seguenti : a ) Demolire in ogni casamento tutta la parte creata originariamente non per far case , ma per crear cambiali ed assorbire danaro ; in altri termini , abbattere i corpi centrali che ingombrano i cortili , riuscendo abitazioni malsane e togliendo aria e luce al rimanente del casamento . Così sono abolite le relative vanelle e pozzi di luce e creati invece vasti cortili , coi quali può darsi aria e luce a tutte le camere del rimanente edificio , le quali vengono in tal modo a rappresentare un valore redditizio . 6 Oggi i casamenti trasformati a S . Lorenzo sono quattro . b ) Creare nuove scale e distribuire meglio i quartierini , riducendoli da cinque , sei , sette stanze a piccoli appartamenti di una , due o al più tre stanze e cucina . L ' importanza di tali trasformazioni s ' illustra da se medesima così dal lato economico del proprietario , come da quello materiale e morale dell ' inquilino . Aumentare il numero delle scale vuol dire diminuire su esse l ' agglomeramento e ridurre il danno che porta allo stabile il continuo passaggio di tante persone , tutt ' altro che educate al rispetto della casa e alle abitudini d ' ordine e di pulizia . E anche ridurre i contatti tra inquilini , specialmente nei passaggi delle ore notturne : principio evidente d ' igiene morale ! La trasformazione poi dei grandi in piccoli appartamenti , compie l ' opera isolando in case separate le singole famiglie , cioè curando radicalmente la pericolosa piaga del subaffitto , e insieme tutte le sue disastrose conseguenze di agglomeramento e d ' immoralità ; mentre riduce da una parte l ' onere del singolo reale inquilino , migliorando dall ' altra il reddito del proprietario , il quale viene ad assorbire quei guadagni coi quali i singoli affittuari operarono lo sfruttamento dei subaffitti . Allorché il proprietario che affittava per 90 lire mensili un appartamento di 6 stanze , lo riduce a tre piccoli quartierini di una stanza e cucina , sani e bene aereati e illuminati , aumenta evidentemente il proprio reddito . L ' importanza morale di questa riforma sarebbe già grande , poiché essa ha tolte le cattive occasioni e gli stimoli che venivano dall ' agglomeramento e dalla promiscuità ; mentre fa sorgere per la prima volta in queste popolazioni il dolce sentimento di sentirsi liberi entro la casa propria , nell ' intimità della famiglia . Ma il progetto dell ' Istituto va oltre nei suoi disegni : vuole dare non solo una casa libera ben soleggiata ed aereata , bensì anche offrirla linda , intatta , quasi lucente e come profumata di purezza e di verginità . Tanto benessere non è tuttavia senza peso per chi ne gode ; occorre pagare una tassa attiva di cure , di buona volontà : l ' inquilino che riceve la casa pulita , deve mantenerla tale e rispettare l ' integrità delle mura , dall ' ingresso nel portone , fino all ' interno del piccolo appartamento . Chi meglio conserverà la propria casa avrà un premio annuale ; e gli inquilini tutti diventeranno concorrenti in una gara sana e nobilitante d ' igiene pratica , resa possibile e facile dal compito così semplice di conservare . Intanto ecco un fatto veramente nuovo ! Finora solo i grandi monumenti nazionali , le opere d ' arte ricche e meravigliose , avevano la manutenzione continuata : ecco che queste case offerte al popolo hanno l ' onore di atteggiarsi alla pari coi monumenti ; la loro manutenzione è affidata a centinaia di operai , cioè a tutti gli inquilini della casa . Manutenzione quindi perfetta , impeccabile ; che mantiene lo stabile intatto , senza una macchia sola , proprio come intatti e lucenti sono i marmi delle storiche basiliche . L ' edifizio dove noi ci troviamo e dove oggi si inaugura la seconda « Casa dei bambini » è da due anni sotto la protezione unica e sotto l ' opera esclusiva di manutenzione degli inquilini . Ebbene poche case dell ' alta borghesia potrebbero competere per pulizia e per freschezza con questa abitazione di poveri ! L ' effetto è quindi sperimentato e meraviglioso . Le genti acquistano perciò insieme al sentimento della casa quello della pulizia , che fa parte del sentimento estetico , e questo viene pure aiutato dagli ornamenti naturali che si diffondono nella casa , cioè le piante numerose e gli alberi e i palmizî nei cortili . Ecco sorgere con la nobile gara in cose buone e feconde di bene , un orgoglio nuovo nel quartiere : l ' orgoglio collettivo d ' aver il casamento meglio conservato , di avere acquistato cioè un grado più elevato di civiltà . Esse non solo abitano una casa , ma la sanno abitare e la sanno rispettare , da persone educate e civili . È questa quasi una prima spinta nel bene ; dalla casa verrà la persona . Non si può tollerare il mobile sudicio nella casa pulita , e , essendo la casa pulita una specie di festa permanente , viene il desiderio della pulizia personale . Una delle riforme più igieniche dell ' Istituto è quella dei bagni ; ogni casamento riformato ha in un locale apposito stanze separate da bagno a vasca o a doccia con acqua calda e fredda , dove tutti gli inquilini possono andare a turno , come p . es . a turno andavano già a lavare i panni nelle fontane del casamento ! Comodità grande che invita alla pulizia ! quale vantaggio sui bagni pubblici popolari è il bagno tiepido in casa , dove l ' affluenza viene limitata a poche persone ! Noi così introduciamo insieme la civiltà e la salute - - e apriamo non solo alla luce del sole , ma anche a quella del progresso le antiche buie abitazioni , gli antri nefandi della miseria . Ma nel raggiunger l ' ideale della manutenzione perfetta semigratuita dei suoi stabili , l ' Istituto incontrava una difficoltà nei bambini prima dell ' età della scuola , che abbandonati durante le ore del giorno dai parenti lavoratori , incapaci di intendere il senso di emulazione e il desiderio del premio che sono gli stimoli educativi al rispetto della casa pei loro genitori , divengono i vandali incoscienti dell ' edificio . Ed ecco l ' altra riforma che rientra , indirettamente , nelle spese di manutenzione , e che si può chiamare la più brillante trasformazione di spese che abbia genialmente pensata finora nei suoi progressi la civiltà . La « Casa dei bambini » vien guadagnata dai genitori con tener pulito lo stabile , col risparmiare cioè le spese di manutenzione . Corona meravigliosa di benefici morali ! Nella « Casa dei bambini » riservata esclusivamente ai piccini del casamento che non hanno ancora l ' età della scuola , le madri lavoratrici possono lasciare tranquilli i figliuoli , con loro immenso beneficio , con risparmio di forza , con gran sollievo di libertà . Ma anche questo beneficio non è senza tassa di cure e di buon volere ; lo dice il Regolamento appeso sulle mura dello stabile : « Le madri hanno l ' obbligo di mandare i loro bambini puliti e di coadiuvare all ' opera educativa della direttrice » . Due obblighi : cioè la cura fisica e morale dei propri figli . Se il bambino dimostrerà con le parole , col contegno , che in casa sua viene guastata l ' opera educativa della scuola , esso graverà senza remissione sulle braccia dei genitori ignavi e incapaci del proprio miglioramento . Chi bestemmia , chi si abbandona a litigi , a brutalità , sente sopra di sé gravare il peso delle piccole vite tanto bisognose di cure , ovvero sente di nuovo ripiombare nell ' abbandono le piccole creature che sono la parte più teneramente cara della famiglia . Bisogna cioè sapersi meritare il beneficio d ' avere in casa il gran vantaggio d ' una scuola pei figliuoli più piccoli . E basta la « buona volontà » perché , in quanto al saper fare , il regolamento lo dice , le madri dovranno andare almeno una volta la settimana a conferire con la Direttrice , dando notizie del proprio bambino , e là potranno raccogliere i consigli che la Direttrice darà a loro vantaggio . Consigli certo illuminati , sulla salute e sulla educazione del piccino - - poiché nella « Casa dei bambini » , è preposto , insieme a una Maestra , anche un Medico . La Direttrice è sempre a disposizione delle madri e la sua vita di persona colta e civile è costante esempio agli abitanti della casa , perché essa ha « l ' obbligo imprescindibile » di alloggiare nel casamento e essere quindi la coinquilina delle famiglie di tutti i suoi allievi . Fatto d ' immensa importanza ! Tra queste persone quasi selvagge , in queste case tra le quali di nottetempo nessuno si aggira senza essere armato , ecco va a vivere della stessa loro vita una gentile donna , di elevata cultura , un ' educatrice di professione , che dedica tutto il suo tempo e la sua vita a civilizzare le genti ! Vera missionaria , e regina morale tra il popolo : ella , se ha un sufficiente tatto e un sufficiente cuore , coglierà frutti inauditi di bene dalla sua opera sociale ! Questo caso è veramente nuovo : sembra un sogno irrealizzabile , ma è verità sperimentata . Invero ci fu il tentativo fatto da persone generose di andare a vivere tra i poveri per civilizzarli . Ma l ' opera non è attuabile senza che la casa dei poveri sia igienica e renda possibile la coabitazione di genti socialmente più elevate , né si può riuscire all ' intento senza una specie di coercizione al bene che obblighi coi premi , coi vantaggi più vari , a chinarsi o a ben disporsi sotto il giogo della civiltà , la popolazione del casamento intero . Il caso è nuovo anche per la organizzazione pedagogica della « Casa dei bambini » . Essa non è un ricovero passivo dei fanciulli : ma una vera scuola di educazione , i cui metodi sono ispirati ai razionali principi della Pedago ­ gia scientifica . Viene seguito e diretto lo sviluppo fisico dei bambini che sono tutti studiati dal lato antropologico ; e gli esercizi del linguaggio , dei sensi e della vita pratica formano le basi principali delle cognizioni . L ' insegnamento è eminentemente oggettivo : e dispone di una ricchezza non comune di materiale didattico . Ma su ciò non è possibile addentrarci : basti dire che già esiste , propria alla scuola , una sala pei bagni caldi e freddi e pei lavabi parziali ai bambini ; e dove è possibile , una distesa di terreno ove i fanciulli potranno coltivare il campicello educativo . Ciò che importa rilevare qui sono i progressi pedagogici che la « Casa dei bambini » raggiunge come istituzione . Chi ha pratica della scuola e dei principali problemi pedagogici che la riguardano , sa come venga considera to un gran principio - - principio ideale e quasi irrealizzabile - - l ' armonia degl ' intenti educativi tra la famiglia e la scuola . Ma la famiglia è qualche cosa di sempre lontano e di quasi sempre ribelle ; una specie di fantasma irraggiungibile , per la scuola . La casa è chiusa non solo ai progressi pedagogici , ma spesso anche ai progressi dell ' ambiente sociale . Questa è la prima volta che si vede la possibilità pratica di realizzare il tanto decantato principio pedagogico . Si mette la scuola in casa ; non solo , ma si mette in casa come proprietà collettiva ; e si lascia sotto gli occhi dei parenti tutta intera la vita della maestra , nel compimento della sua alta missione . È dolce e nuovo e profondamente educativo il sentimento della proprietà collettiva . I genitori sanno che la « Casa dei bambini » è loro proprietà e si ricava dalle spese della pigione . Le madri possono a tutte le ore del giorno sorvegliarla , o ammirarla , o meditarla . Essa è in ogni modo uno stimolo continuo a riflessioni e una fonte di benessere evidente e di miglioramento proprio e dei figli . Le madri infatti si può dire che adorino la « Casa dei bambini » e la direttrice . Quante finezze impensate hanno queste ottime madri del popolo , per la maestra dei loro più teneri figli ! esse spesso le lasciano dolci e fiori sul davanzale della finestra della scuola , come un omaggio muto , reverente , quasi religioso . Orbene , allorché dopo tre anni di tale noviziato le madri manderanno alle scuole comuni i loro figliuoli , saranno eccellentemente preparate a coadiuvarne l ' opera educativa , ed avranno acquisito profondamente un sentimento raro a trovarsi anche nelle classi più elevate , cioè che bisogna con la propria condotta e con la propria virtù , meritare il dono d ' avere un figlio educato . Un altro progresso raggiunto dall ' istituzione della « Casa dei bambini » riguarda la Pedagogia scientifica . Essa , basandosi sullo studio antropologico dell ' allievo da educare , toccava solo una parte della questione posi tiva che tende a trasformarla . Poiché l ' uomo non è solo un prodotto biologico , ma anche un prodotto sociale - - e l ' ambiente sociale degli individui in via d ' educazione è la casa con la famiglia . Ora , invano cercherà la Pedagogia scientifica di migliorare le nuove generazioni , se non giunge ad influire anche sull ' ambiente , ove le nuove generazioni sorgono e crescono ! Tutte le applicazioni d ' igiene pedagogica sarebbero vano tentativo , se la casa dovesse rimaner chiusa a ogni progresso ! Io credo dunque che aver potuto aprire la casa alla luce dei nuovi veri , al progresso della civiltà - - cioè aver risolto il problema di poter direttamente modificare l ' ambiente delle nuove generazioni , sia stato rendere possibile l ' attuazione pratica dei principî fondamentali della Pedagogia scientifica . Un altro progresso segna ancora la « Casa dei bambini » - - essa è il primo passo verso la casa socializzata . Si trova nella propria abitazione il vantaggio di poter lasciare i piccoli figli in luogo sicuro , non solo , ma atto a migliorarli ; - - e sono tutte le madri che possono godere tale immenso vantaggio , allontanandosi di casa pei propri lavori . Finora soltanto una casta sociale godeva tale privilegio ; erano le donne ricche , le quali potevano allontanarsi dai figli per le loro occupazioni mondane , lasciandoli in mano a una istitutrice e a una bonne . Oggi le donne del popolo che abitano in queste case riformate possono dire come le gran dame : ho lasciato i miei figli con l ' istitutrice e la bonne ; ma di più , esse , come principesse del sangue , possono aggiungere : e il medico di casa veglia giornalmente su loro , e dirige la loro sana crescenza . Solo le gran dame inglesi hanno consuetamente l ' elegante « carnet maternel » , ove si notano le principali misure e le date dei principali avvenimenti della crescenza del bambino : queste donne del popolo posseggono dei loro figliuoli le « Carte biografiche » redatte da maestri e da medici , che , fondate su criteri scientifici , divengono un « carnet maternel » perfezionato . Quali fossero i vantaggi della socializzazione di oggetti ambiente noi lo sapevamo : per es . la socializzazione della carrozza nei tram ; la socializzazione delle torcie a vento e delle lanterne nella illuminazione costante delle strade ; fatti sociali che aumentano la possibilità di comunicazione , prolungano la vita del giorno , sono fonte d ' immensa ricchezza . Anche la enorme produzione di oggetti d ' uso nel progresso industriale che moltiplica favolosamente e rende accessibile a tutti il vestito fresco , come il tappeto e la tenda , come il dolce , il piatto di maiolica , il cucchiaio di metallo ecc . , spargendo un benessere generale e tendendo a livellare nelle apparenze le caste sociali ; - - tutto ciò si era veduto nella sua realtà , nei suoi benefici collettivi , nella smisurata ricchezza prodotta . - - Ma ancora non si erano socializzate « le persone » - - persone di servizio e impiegati , come sarebbero appunto la bonne e la istitutrice , cioè i « famigliari » . Di questo fatto nuovo abbiamo nella « Casa dei bambini » il primo e finora così in Italia come all ' estero , unico esempio . Il suo significato è alto , poiché corrisponde a un bisogno dei tempi . Infatti non si può dire che la comodità di lasciare i figli sottragga le madri a un dovere naturale e sociale di primo ordine , qual ' è quello di curare e di educare la tenera prole . No , perché l ' evoluzione economico ­ sociale chiama oggi la donna lavoratrice nell ' ambiente sociale e la sottrae forzatamente a quei doveri che pur le sarebbero cari ! La madre ugualmente dovrebbe allontanarsi dai suoi figliuoli , con lo strazio di saperli abbandonati . L ' opportunità di tale istituzione non è ristretta alle classi lavoratrici della mano , ma si estende anche alla borghesia dove molte sono le donne lavoratrici del pensiero . Tutte le maestre e le professoresse , spesso costrette anche nel doposcuola a lezioni private , lasciano i bambini affidati alle mani di una persona di servi zio rozza e sconosciuta , che è talvolta insieme la cameriera e la cuoca . Infatti alla prima notizia della « Casa dei bambini » sono piovute all ' Istituto Romano di Beni Stabili calorose domande da parte delle classi borghesi , perché venisse estesa alle loro abitazioni una riforma tanto provvida . Noi quindi veniamo a socializzare una « funzione materna » una funzione femminile , entro la casa . Ecco nell ' atto pratico la risoluzione di alcuni problemi di femminismo che sembravano a molti insolubili . Che sarà dunque della casa - - si diceva - - se la donna se ne allontana ? La casa si trasforma ed assume essa le antiche funzioni della donna . Io credo che nell ' avvenire sociale altre forme di socializzazione verranno , p . es . l ' infermeria . La donna è la naturale infermeria dei cari di casa sua . Ma chi non sa quante volte oggi ella debba strapparsi , con alto strazio , dal letto dei suoi amati che soffrono , per correre al lavoro ? La concorrenza è grande e le assenze dal proprio dovere minano la solidità del posto sociale donde si trae l ' esistenza ! Poter lasciare i malati in una « infermeria di casa » dove si possa accedere in tutti i minuti di libertà che lascia il lavoro , dove si possa vegliare liberamente la notte , sarebbe un vantaggio sentito . E quale progresso nell ' igiene famigliare , per tutto ciò che riguarda l ' isolamento e le disinfezioni ! Chi non conosce , per esempio , gli imbarazzi di una famiglia che ha un bambino malato di morbo infettivo , e non sa come isolare gli altri figliuoli , perché nella città ove fu di recente trasferita per impiego , non ha parenti e non ha ancora amici cui affidarli ? Lo stesso si dica ( cosa più lontana certamente , ma non impossibile , anzi vantaggiosamente tentata in America ) della cucina socializzata , che manda con l ' ascensore il pranzo ordinato il mattino , nella propria stanza da pranzo intima e quieta . Questo vantaggio sorriderebbe certo più di tutti gli altri a quelle famiglie borghesi che debbo no affidare i piaceri della tavola e insieme la propria salute , alle mani di una donna ignorante di cucina , che brucia le vivande ; ovvero che sono costrette a far venire da una trattoria lontana i « piatti del giorno » . Infine la trasformazione della casa dovrà compensare la perduta presenza in famiglia della donna che è divenuta un lavoratore sociale . Ma in tal modo la casa diventa una piovra che tutto afferra e tutto assorbe e sminuzza e digerisce tutto quanto , avendo significato di bene agli uomini , era fuggito da lei : scuole , bagni pubblici , ospedali . Tenderebbe ancora a trasformare luoghi di pericolo e di vizio in luoghi di elevamento intellettuale , se in essa , accanto alle scuole pei bambini , sorgessero dei clubs di trattenimento e di lettura per gl ' inquilini e specialmente per gli uomini che vi trovassero il modo di passare la sera . Il club del casamento , possibile e utile in tutte le classi sociali , come è utile e possibile la « Casa dei Bambini » , potrebbe far chiudere le osterie e le case di giuoco , con alto vantaggio morale della popolazione . Ed io non credo che l ' Istituto Romano di Beni Stabili sia lontano dall ' intendimento di fondare dei clubs di lettura in queste case del popolo riformate nel quartiere di S . Lorenzo : clubs dove gli inquilini potrebbero trovare giornali e opuscoli educativi , elementi di discorsi sani , elevamento della coscienza ! Noi siamo dunque ben lontani dalla temuta distruzione della casa e della famiglia per la necessità in cui si trova la donna , nell ' evoluzione economico ­ sociale dell ' ambiente , di darsi al lavoro retribuito . La casa assume essa stessa le dolci attribuzioni femminili di missione domestica ; e un giorno forse quando gli uomini avranno dato una somma di danaro al padrone di casa , otterranno in cambio tutto quanto è necessario al comfort della vita , come quando consegnando alla massaja il danaro neces sario , si procuravano ogni benessere interno nella vita di famiglia . La casa tende dunque ad assumere , nella sua evoluzione , un significato più alto e sublime della odierna home inglese . Essa non è più fatta solo di mura , siano pure mura linde , custodi care dell ' intimità , simboli sacri di famiglia ; diventa più di tutto questo . Essa vive ! ha un ' anima , ha quasi braccia tenere e consolatrici di donna . Essa dà la vita morale e il benessere - - cura , educa , e se ci fosse refezione scolastica , nutrisce i teneri figli : come sul seno di una donna generosa e soave , il lavoratore stanco trova in essa riposo e stimolo a una vita rinnovata . È tutta la vita intima , è la felicità . La donna nuova , come farfalla uscita dalla crisalide , si sarà liberata da tutte le attribuzioni che un tempo la rendevano desiderabile all ' uomo , come fonte di benessere materiale dell ' esistenza . Ella sarà come l ' uomo un individuo umano libero , un lavoratore sociale : e come l ' uomo cercherà il benessere e il riposo nella casa riformata e socializzata . Per se stessa vorrà essere amata e non come mezzo di benessere e di riposo ; e vorrà amore , libera da ogni forma di lavoro servile . Lo scopo dell ' amore umano non è quello egoistico di assicurare i propri riposi : ben più in alto vola sublime . Lo scopo dell ' amore è di moltiplicare le forze dello spirito libero facendolo quasi divino , e in tanta luce eternare la specie . È l ' amore ideale incarnato da Federico Nietsche nella donna di Zaratustra , che vuole coscientemente il figlio migliore di se stessa . « Perché mi desideri » ? chiede ella all ' uomo : « forse per timore della solitudine ? ... cioè per difenderti dai disagi della vita ? « In questo caso , va lontano da me . Io voglio l ' uomo che ha vinto se stesso - - e si è formata un ' anima grande ; io voglio l ' uomo che ha conservato un corpo sano e robusto - - ; io voglio l ' uomo che voglia con me unire l ' anima e il corpo , per procreare il figlio ! il figlio migliore , più perfetto , più forte di quelli che l ' hanno creato ! » . Migliorare la specie coscientemente , coltivando la propria salute e la propria virtù - - ecco quanto resta al connubio famigliare degli uomini . Sublime concetto al quale ancora non pensiamo ! E la casa del futuro socializzata , vivente , provvida , dolce , educatrice e consolatrice , è il vero e degno nido delle coppie umane , che vogliono in essa migliorare la specie e slanciarla trionfante nell ' eternità della vita ! Regolamento della Casa dei bambini L ' Istituto Romano di Beni Stabili aggrega al casamento N .... .. di sua proprietà la Casa dei Bambini ; in essa si raccolgono i figliuoli degli inquilini , i quali non abbiano raggiunto l ' età voluta per entrare nelle scuole elementari . Scopo principale della Casa dei Bambini è quello di offrire gratuitamente ai genitori , i quali siano d ' ordinario obbligati ad allontanarsi dalla casa per le loro occupazioni , le cure famigliari alle quali non possono attendere . Nella Casa dei Bambini si cureranno l ' educazione , l ' igiene , lo sviluppo fisico e morale dei fanciulli , mediante precetti ed esercizi adatti all ' età . Saranno addetti alla Casa dei Bambini una Direttrice , un Medico ed una Custode . L ' orario della Casa dei Bambini sarà fissato dalla Direttrice in apposito regolamento . Possono essere ammessi nella Casa dei Bambini tutti i fanciulli del Casamento dell ' età dai tre ai sette anni . I genitori che vogliono usufruire della Casa dei Bambini non pagheranno contributo alcuno . Essi assumono però questi obblighi imprescindibili : a ) di mandare nelle ore indicate i bambini nella sala destinata puliti nel corpo e nei vestiti , e con un adatto grembiule ; b ) di usare il massimo rispetto , la massima deferenza verso la Direttrice e verso tutte le altre persone addette alla Casa dei Bambini e di coadiuvare la Direttrice stessa nell ' opera educatrice dei bambini . Almeno una volta la settimana le madri potranno parlare con la Direttrice dando notizie del proprio bambino nella sua vita domestica , e ricevendo notizie e consigli dalla Direttrice per il bene dei fanciulli . Saranno espulsi dalla Casa dei Bambini : a ) quelli che si presenteranno sciatti e sudici , b ) quelli che si mostreranno indisciplinati ; c ) quelli i cui genitori mancassero di rispetto alle persone proposte alla Casa dei Bambini o che comunque dimostrassero di distruggere con cattiva condotta l ' opera educatrice che è scopo dell ' istituzione . Nell ' assegnazione dei premi annuali da conferirsi a quelli che meglio conservarono la loro casa , sarà tenuto conto del modo come i genitori avranno coadiuvato l ' opera della Direttrice nell ' educare i proprii figli . Dicevo dunque che il caso mi rivelò la grande opportunità di tentare la prima applicazione dei metodi pei deficienti , sui bambini normali non delle scuole elementari , ma degli asili infantili . Se un paragone è possibile tra i deficienti e i normali , questo è nel periodo della prima infanzia - - ove il fanciullo che non ebbe la forza di sviluppare - - e quello che non è ancora sviluppato - - posso no in qualche modo somigliarsi . Infatti i piccoli bambini non hanno ancora acquistato una sicura coordinazione dei movimenti muscolari , donde la deambulazione imperfetta , l ' incapacità a eseguire atti usuali della vita come infilare i vestiti , le calze , allacciare , abbottonare , agganciare , ecc . ; - - gli organi dei sensi , come per es . i poteri d ' accomodazione dell ' occhio , non sono ancora completamente sviluppati : il linguaggio è primordiale e porta i difetti ben noti del linguaggio infantile ; la difficoltà di fissar l ' attenzione , la instabilità ecc . sono altrettanti caratteri paralleli . Il Preyer , nei suoi studi di psicologia infantile , si è indugiato appunto a illustrare il parallelo tra i difetti patologici del linguaggio - - e quelli normali del bambino in via di sviluppo . I metodi che conducevano a ingrandire la personalità psichica dell ' idiota , avrebbero dunque potuto aiutare lo sviluppo dei bambini , costituendo una igiene della personalità umana normale . Molti difetti poi permanenti , come quelli del linguaggio , si acquistano appunto per l ' abbandono in cui viene lasciato il fanciullo nell ' importantissimo periodo della sua età , nel quale forma e fissa le sue principali funzioni : cioè dai 3 ai 6 anni . Ecco dunque il significato del mio esperimento pedagogico , condotto per due anni nelle « Case dei bambini » . Esso rappresenta il risultato d ' una serie di prove da me tentate sull ' educazione della prima infanzia , coi metodi già usati pei deficienti . - - Certo non si tratta dell ' applicazione pura e semplice dei metodi Séguin agli asili d ' infanzia , come potranno tutti riscontrare consultando le opere di tale autore : ma non è men vero che al di sotto di questi due anni di prova , c ' è una base sperimentale , la quale risalisce fino ai tempi della rivoluzione francese , e conta gli sforzi assidui di tutta la vita d ' Itard , e di tutta la vita di Séguin . In quanto a me , trenta anni dopo la seconda pubblicazione del Séguin , ripresi le idee , e , pos so osar di affermarlo , l ' opera di tale autore , con la stessa freschezza di sentimento , con la quale egli aveva ereditato le idee e le opere dal suo maestro Itard , morto tra le sue filiali cure . E per dieci anni sperimentai nella pratica , e meditai le opere di così ammirabili uomini , che si erano santificati lasciando all ' umanità le più feconde prove del loro oscuro eroismo . Anche i miei dieci anni di studio , dunque , possono sommarsi ai quarant ' anni di lavoro d ' Itard e di Séguin . Erano perciò già corsi cinquant ' anni d ' attiva preparazione , durante oltre un secolo di tempo , prima che fosse tentata questa prova così apparentemente breve di due soli anni ; e non credo di sbagliare dicendo che essa rappresenta il lavoro successivo di tre medici che , da Itard a me , più o meno mossero i primi passi sulle orme della psichiatria . PARTE GENERALE I metodi pedagogici usati nelle « Case dei bambini » Appena seppi d ' avere a mia disposizione una scuola di piccoli bambini , desiderai di farne un campo sperimentale di Pedagogia scientifica e di Psicologia infantile . Partii dal punto sul quale conviene il Wundt : che la psicologia infantile non esiste ; infatti le ricerche sperimentali sui piccoli bambini , come quelle p . es . del Preyer e del Baldwin , sono compiute sopra due o tre fanciulli , figli degli sperimentatori . Inoltre gli istrumenti di psicometria devono essere molto ridotti e semplificati allorché si fanno ricerche sui bambini , i quali non si prestano come soggetti d ' esperimento ; e dato pure che vi si prestino passivamente , la psicologia infantile si può fare solo col metodo di osservazione esterna , dovendosi rinunciare a tener conto degli stati interni , che ci possono essere rivelati solo dall ' introspezione del soggetto . In ogni modo gl ' istrumenti di ricerca per la psicometria applicata alla pedagogia , furono sino ad oggi limitati alla parte estesiometrica . Io pensai di tener conto delle altrui ricerche - - ma di rendermene indipendente . Ritenni come essenziale solo l ' affermazione o meglio la definizione del Wundt : che « tutti i metodi della psicologia sperimentale possono ridursi a un metodo unico ; cioè : a una osservazione esattamente regolata » . Trattandosi di bambini , un altro fattore doveva essenzialmente intervenire : lo studio dello sviluppo . Anche qui ritenni tale criterio generale : ma senza attenermi a dogmi relativi alle attività infantili secondo le età . Parte Antropologica In quanto allo sviluppo fisico , pensai in primo luogo di regolare le ricerche antropometriche , scegliendo le principali . Feci fabbricare un antropometro per bambini con la scala metrica oscillante tra m . 0,50 e m . 1,50 - - facendo disporre sul piano dell ' antropometro un piccolo sgabello mobile dell ' altezza di cm . 30 , per la statura seduta . Oggi io consiglio di fabbricare l ' antropometro a duplice piano - - da un lato si misura la statura totale , e dall ' altro la statura seduta : nel secondo lo zero è a 30 cm . d ' altezza , cioè corrisponde al piano del sedile , che è fisso . Le asticciole scorrevoli nell ' incalanatura dell ' asta verticale , sono indipendenti l ' una dall ' altra ; - - si possono perciò ricavare due misure contemporaneamente , cioè misurare insieme due bambini . In ogni modo viene tolto l ' inconveniente e il perditempo di spostare e rimettere il sedile , e di calcolare sulla scala metrica la differenza . Facilitata così la tecnica delle ricerche , disposi di prendere le misure della statura in piedi e seduta ogni mese ; e per avere insieme misure più esatte relativamente allo sviluppo , e maggior regolarità di ricerche , stabilii che la statura dovesse prendersi nel giorno in cui il bambino compiva il mese d ' età . Proposi a tal uopo un registro così composto : Gli spazi relativi a ogni numero , servono per registrarvi il nome del bambino nato in quel giorno del mese . Così la maestra sa quali scolari deve misurare nel giorno segnato dal calendario ; e scrive le sue misure in corrispondenza del mese . In tal modo la esattissima registrazione avviene senza che , si può dire , la maestra se ne accorga , nel senso di risentirne troppa occupazione e fatica . In quanto al peso ho disposto ch ' esso si prenda ogni settimana per mezzo di una bascule posta nello spogliatoio prospicente la stanza pei bagni . Secondo che il bimbo è nato di lunedì , martedì , mercoledì ecc . in tal giorno , quando si è spogliato , prima di fare il bagno , si pesa . Così il bagno pei bambini , ( per es . di cinquanta bambini ) è suddiviso in 7 giorni , e vanno al bagno circa 3 o cinque bambini al giorno . Certamente sarebbe desiderabile un bagno teorico quotidiano : ma io credo che per far ciò in una scuola occorrerebbe la piscina per il bagno contemporaneo di molti fanciulli . Anche il bagno settimanale porta non poche difficoltà , praticamente ; e spesso è necessario rendere teorico anch ' esso . In ogni modo ho distribuito le pesate settimanali nell ' ordine detto , con l ' intento di ordinare e assicurare anche i bagni periodici 7 . 7 A questo proposito debbo dire che avrei ideato un mezzo pel bagno contemporaneo , evitando la piscina . E cioè ho pensato a una lunga vasca con dei sostegni sul fondo per appoggiarvi trasversalmente le piccole vasche individuali - - le quali dovrebbero avere un foro piuttosto largo sul fondo . Le piccole vasche sono contenute appena dalla vasca lunga ; entro questa giuoca l ' acqua , che invade contemporaneamente le piccole vasche per la legge di livellazione dei liquidi , penetrando dal foro del fondo . Quando l ' acqua sia fissata , non ha più ragione di passare da vasca a vasca e i bambini farebbero il bagno individuale pur immersi in una specie di piscina . Il vuotamento della vasca grande porta il vuotamento contemporaneo di tutte le vasche piccole - - le quali , potendo esser di leggero metallo , sarebbero facilmente spostabili per le pulizie del fondo della vasca collettiva . Non sarebbe difficile imma La registrazione del peso è fatta molto semplicemente . In un registro sono segnati i giorni della settimana nella finca verticale ; e in corrispondenza di ognuno sono tracciate molte linee destinate ai nomi degli scolari nati in quel giorno . Ogni pagina del registro corrisponde a un mese . Ho pensato che queste potessero essere le sole misure antropologiche delle quali la maestra dovesse occuparsi ; tali perciò da rientrare direttamente nella scuola . Altre misure disposi che venissero prese da un medico , il quale si fosse specializzato nell ' antropologia infantile , o che avesse intenzione di specializzarsi a questo raginare addirittura una chiusura del foro di comunicazione . In ogni modo questi sono progetti per l ' avvenire ! mo dell ' antropologia pedagogica . Nel frattempo io stessa assumevo tali mansioni . L ' opera del medico doveva essere complessa ; ed a facilitarne l ' ordine , ideai e feci stampare dei moduli di carta biografica che qui riporto . Come si vede , essi sono assai semplici appunto perché intendo che il medico e la maestra abbiano essi stessi a regolarsi secondo la propria cultura e l ' opportunità dell ' ambiente . Ci sono di ben fissate le ricerche antropometriche , affinché l ' ordine sia rispettato , e così vengano garantite le ricerche antropometriche fondamentali . Io dunque consiglio di prendere una volta l ' anno per ogni bambino le seguenti misure : Circonferenza della testa , i due diametri massimi della testa , circonferenza del torace , indice cefalico , ponderale e di statura , e sull ' opportunità di tale scelta rimando al mio trattato di Antropologia Pedagogica . Il medico è esortato a compiere tali ricerche entro la settimana o almeno entro il mese in cui il bambino compie un anno d ' età - - e se è possibile , proprio nel giorno del compleanno . Così anche il medico ha con la regola una facilitazione del suo compito : in 365 giorni dell ' anno solo 50 bambini al massimo compiono l ' anno d ' età ; - - avviene perciò al medico di prendere tali misure di tanto in tanto , senza che il lavoro lo aggravi minimamente . Sta alla maestra avvertire il medico dei varii compleanni dei bambini . In questo modo l ' antropometria ha pure applicazioni educative . I fanciulli , uscendo dalla « Casa dei Bambini » sapranno indubbiamente rispondere alle seguenti domande : - - In che giorno della settimana sei nato ? - - In che giorno del mese ? - - Quando viene il tuo compleanno ? E con ciò essi avranno acquistato abitudini d ' ordine e sopratutto avranno assunto l ' abito di osservare se stessi . ( Infatti , lo dico in parentesi i bambini prendono un piacere grande nel farsi misurare ; al primo sguardo della maestra che si posa sopra un bambino , e alla parola statura , si levano rapidamente le scarpe con riso di gioia e corrono a mettersi nell ' antropometro , disponendosi da loro stessi nella posizione normale così perfettamente , che la maestra deve soltanto calare l ' indice e fare la lettura ) . Oltre alle misure che il medico rileva coi comuni istrumenti ( compasso di spessore , fettuccia metallica ) egli fa osservazioni sulla pigmentazione , sullo stato di trofismo muscolare , sullo stato delle glandole linfatiche , sulla sanguificazione ecc . Rileva le malformazioni ; gli eventuali stati patologici descrivendoli con cura ( rachitismo , paresi infantili , strabismo ecc . Tale studio obbiettivo , consiglierà pure al medico le domande anamnestiche da rivolgere ai genitori . Inoltre il medico fa visite sanitarie vere e proprie , rilevando eventuali eczemi , otiti , congiuntiviti , stati febbrili , disturbi intestinali ecc . ; e l ' importanza di ciò viene completata dall ' esistenza dell ' ambulatorio in casa che permette l ' immediata cura e la sorveglianza continua : come può già fin d ' oggi operarsi nella Casa Moderna dei Beni Stabili ai Prati di Castello in Roma . In quanto a queste Case dei Bambini dei Beni Stabili - - io ho rilevato che le comuni inchieste anamnestiche , le quali derivano direttamente dalle cliniche , sono inadatte alla scuola : perché il gentilizio è nella gran maggioranza perfettamente normale . Quindi io esortai le maestre a ricavare dalle conversazioni con le madri , notizie piuttosto di ordine sociale - - come la coltura dei genitori , le loro abitudini , i guadagni , le spese ecc . per delineare una monografia di famiglia uso Le ­ Play . Ciò si può praticamente consigliare soltanto là ove la maestra abita insieme alle famiglie dei suoi scolari , e non altrove , credo . Invece ovunque riusciranno utili i consigli del medico trasmessi alle madri per mezzo della maestra , sull ' igiene individuale di ogni singolo bambino , o sull ' igiene infantile in genere ; consigli che la maestra unisce ai suoi suggerimenti sull ' educazione individuale del bambino ; ma ciò riguardando la parte igienico ­ sociale delle Case dei Bambini non posso qui trattenermivi . Ambiente . Arredamento scolastico Il metodo dell ' osservazione include indubbiamente anche l ' osservazione metodica della crescenza morfologica degli scolari ; quanto ho detto rientra perciò necessariamente in tale metodo , ma non lo stabilisce . Il metodo dell ' osservazione è stabilito da una sola base fondamentale : la libertà degli scolari nelle loro manifestazioni spontanee . A ciò principiai col disporre l ' ambiente e quindi l ' « arredamento scolastico » . Se dicessi che chiesi un terreno coltivabile e uno spazio abbastanza vasto all ' aria aperta - - adiacenti alla scuola - - non direi nessuna novità . Soltanto era forse nuovo il mio intento : che cioè tali terreni fossero in diretta comunicazione con la scuola ( come ho ottenuto a Milano , ove una delle finestre dell ' aula ridotta a porta , conduce con una scaletta direttamente sul terreno ) in modo che il bambino fosse libero di uscire e rientrare a suo beneplacito in ogni ora del giorno . Ma di ciò più tardi . La principale modificazione sugli arredamenti scolastici è l ' abolizione dei banchi : ho fatto costruire dei tavolini a gambe solidamente impiantate e larghe ( primi ottaedrici ) in modo che non fossero soggetti a tremolìo , ma leggerissimi così che due piccoli bambini di quattro anni potessero facilmente trasportarli - - tavoli rettangolari ai quali dal lato più lungo , possono assidersi comodamente due bambini - - e un po ' ristretti , anche tre . Inoltre ho fatto fabbricare delle seggioline da prima impagliate , ma poi ( l ' esperienza ne ha dimostrato l ' eccessivo consumo ) tutte di legno , leggere , e possibilmente costruite con eleganza ( a Milano hanno fabbricato elegantissime seggioline in istile ) . Oltre a ciò ordinai poltroncine di legno a larghi braccioli e poltroncine di vimini . Ma oggi , si fabbricano anche piccoli tavoli quadrati a un solo posto , e tavoli di più forme e misure - - i quali si ricoprono con piccoli tappeti di biancheria - - e si adornano con vasi di verdura e di fiori . In Isvizzera , negli Asili Infantili riformati in Case dei bambini , sono stati adottati tutti tavolini leggerissimi a un solo posto - - ed eleganti seggioline di legno che si fabbricano appositamente a Burgdorf . Fa parte dell ' arredamento un lavabo molto basso in modo che il piano sia accessibile a un bambino di tre o quattro anni d ' età - - con piani laterali , tutti bianchi e lavabili , per tenervi saponi , spazzolini e asciugamani : e una larga sputacchiera che serve ( si sa che i bambini non sputano ) all ' emissione dell ' acqua di lavaggio dei denti . Le credenze sono basse - - il loro piano superiore è all ' altezza di un tavolino per adulto - - ma molto lunghe , sì da comprendere un notevole numero di sportelli , ciascuno dei quali è chiuso da una chiave diversa : la serratura è a portata di mano dei bambini , sì che essi possano aprire e chiudere e disporre oggetti dentro ai reparti . Sul piano della credenza lungo e stretto , sta una tovaglietta di biancheria ; e una vaschetta con pesci vivi . Tutto intorno alle pareti , in basso così da essere accessibili a piccoli bambini , sono disposte piccole lavagne intercalate da scatole ove si ripongono i gessi e i cenci necessarî a cancellare . Più al disopra delle lavagne sono allineati quadri raffiguranti fanciulli , scene di famiglia , scene di campagna , animali domestici - - tutte figure estremamente semplici e gentili . Abbiamo messo tra i quadri di famiglia nelle « Case di Bambini » , in Roma , quello raffigurante la famiglia reale d ' Italia . Un grande quadro a colori che riproduce la Madonna della Seggiola di Raffaello è poi troneggiante sulle pareti , e noi lo abbiamo scelto a figurare l ' emblema , il simbolo delle « Case dei Bambini » . Infatti le « Case dei Bambini » rappresentano non solo un progresso sociale , ma un progresso dell ' umanità ; esse sono collegate strettamente con l ' elevazione materna , col progresso della donna , e con la protezione della posterità . La Madonna ideata dal divino Raffaello è non solo bella e dolce co me una sublime madre col suo bambino adorabile e migliore di lei ; ma accanto a così perfetto simbolo della maternità viva e reale , sta la figura di Giovanni che rappresenta l ' umanità . A quel Giovanni alludeva il Cristo morente sulla Croce , allorché rivolgendosi a Maria pronunziava le parole : « Madre , ecco il tuo figlio » con le quali parole di Cristo additava a sua madre l ' adozione di tutta l ' umanità . Nel quadro di Raffaello dunque si vede l ' umanità che rende omaggio alla maternità , fatta sublime nel suo definitivo trionfo ; e al tempo stesso si rappresenta come tale umanità sublime non leghi più solo la madre al proprio figlio , ma congiunga la madre con l ' umanità intiera . Inoltre si tratta di un ' opera d ' arte del maggiore artista italiano - - e se un giorno le « Case dei Bambini » si diffondessero nel mondo , il quadro del Raffaello starebbe a parlare eloquentemente della loro patria d ' origine . I fanciullini non potranno comprendere il significato simbolico della Madonna della Seggiola ; ma vi vedranno qualcosa di più grande che negli altri quadri raffiguranti madri , padri , nonni e bambini : e lo ravvolgeranno nel loro cuore con una impressione religiosa . Ecco l ' ambiente . Conosco la prima obbiezione che si presenta alla mente dei seguaci degli antichi metodi disciplinari . I bambini , movendosi , rovesceranno sedie e tavoli producendo chiasso e disordine ; ma codesto è un pregiudizio . Similmente le folle hanno creduto che fossero necessarie le fasce ai neonati , e i cesti chiusi ai bambini che muovevano i primi passi . Così in iscuola crediamo ancora necessario che esista il banco pesante quasi inchiodato in terra . Tutto ciò riposa sul concetto che il fanciullo dovesse crescere nella immobilità e sullo strano pregiudizio che per subire un ' azione educativa dovesse tenere una speciale posizione del corpo - - come per esempio una posizione speciale credono di dover assumere quelli che pregano . I tavoli , le sedie , le poltroncine leggere e trasportabili permetteranno al bambino di scegliere la posizione più gradita : egli potrà accomodarsi anziché sedersi al posto : e ciò sarà insieme un segno esterno di libertà e un mezzo di educazione . Se una mossa sgraziata del bambino farà cadere rumorosamente una sedia , egli avrà una evidente prova della propria incapacità : la mossa medesima , tra i banchi , sarebbe passata inavvertita . Così il fanciullo avrà modo di correggersi , e quando si sarà corretto , ne avrà le prove palesi , evidenti : le sedie e i tavoli resteranno fermi e silenziosi al loro posto ; allora vorrà dire che il bambino avrà imparato a muoversi . Invece col metodo antico la prova della disciplina raggiunta era nel fatto contrario ; cioè nella immobilità e nel silenzio del bambino stesso . Immobilità e silenzio che impedivano al fanciullo di imparare a muoversi con grazia e con discernimento , in modo che quando egli si trovava in ambienti ove non esistono i banchi , gli accadeva di rovesciare facilmente oggetti leggeri . Qui invece il fanciullo impara un contegno e un ' abilità di muoversi che gli sarà utile anche fuori di scuola : - - egli , pur essendo bambino diventerà una persona di maniere libere , ma corrette . La maestra della « Casa di Bambini » di Milano fece costruire una lunga mensola accanto a una finestra , sulla quale disponeva i leggii per la scelta degli incastri di ferro necessarî ai primi disegni ( vedi appresso : - - il materiale didattico per la preparazione alla scrittura ) . Ma la mensola troppo stretta , recava l ' inconveniente che i bambini nella scelta dei pezzi , spesso lasciavano cadere in terra un leggio rovesciando con gran rumore gl ' incastri di ferro che vi erano sopra . La maestra pensò di far accomodare la mensola : ma tardando a venire il falegname , avvenne che i bambini giunsero a eseguire le loro mano vre così abilmente , che i leggii non si rovesciarono più , malgrado il loro incerto equilibrio . L ' abilità delle movenze dei fanciulli aveva riparato al difetto del mobilio . La semplicità o l ' imperfezione degli oggetti esterni , servono dunque a sviluppare l ' attività e la destrezza degli allievi . Tutto ciò è logico , semplice : ed ora enunciato e sperimentato , sembra a tutti evidente come l ' ovo di Cristoforo Colombo . Il metodo pedagogico dell ' osservazione ha per base la libertà del bambino ; e libertà è attività . Disciplina alla libertà Ecco un altro principio difficile a intendere , per i seguaci della scuola comune . Come ottenere la disciplina in una classe di fanciulli liberi ? Certamente nel nostro sistema abbiamo un concetto diverso della disciplina ; se la disciplina è fondata sulla libertà , anch ' essa deve necessariamente essere attiva . Non è detto che sia disciplinato solo un individuo allorché si è reso antificialmente silenzioso come un muto e immobile come un paralitico . Quello è un individuo annientato , non disciplinato . Noi chiamiamo disciplinato un individuo che è padrone di se stesso e quindi può disporre di sé - - ove occorra seguire una regola di vita . Tale concetto di disciplina attiva non è facile né a comprendersi , né ad ottenersi - - ma certo esso contiene un alto principio educativo : ben diverso dalla coercizione assoluta e indiscussa alla immobilità . È necessaria alla maestra una tecnica speciale per condurre il fanciullo su tale via di disciplina , ove esso dovrà poi camminare tutta la vita , avanzando indefinitamente verso la perfezione . Come il bambino allorché impara a muoversi anziché a star fermo , si prepara non alla scuola , ma alla vita , sì che diviene un individuo corretto per abitudine e per pratica anche nelle sue manifestazioni sociali consuete ; così il bambino si abitua ora a una disciplina non limitata all ' ambiente scuola ma estesa alla società . La libertà del bambino deve avere come limite l ' interesse collettivo : come forma ciò che noi chiamiamo educazione delle maniere e degli atti . Dobbiamo quindi impedire al fanciullo tutto quanto può offendere o nuocere agli altri , o quanto ha significato di atto indecoroso o sgarbato . Ma tutto il resto - - ogni manifestazione avente uno scopo utile - - qualunque essa sia e sotto qualsiasi forma esplicata , deve essergli non solo permessa , ma deve venire osservata dal maestro : ecco il punto essenziale . Dalla preparazione scientifica il maestro dovrebbe conquistare non solo la capacità , ma l ' interesse di osservatore dei fenomeni naturali . Egli nel nostro sistema dovrà essere un « paziente » assai più che un « attivo » ; e la sua pazienza sarà composta di ansiosa curiosità scientifica e di rispetto assoluto al fenomeno che vuole osservare . Bisogna che il maestro intenda e senta la sua posizione di osservatore : l ' attività deve stare nel fenomeno . Tale criterio conviene riportare nella scuola dei piccini , che dispiegano le prime manifestazioni psichiche della loro vita . Noi non possiamo sapere le conseguenze di un atto spontaneo soffocato quando il bambino comincia appena ad agire : forse noi soffochiamo la vita stessa . L ' umanità che si manifesta nei suoi splendori intellettuali nella tenera e gentile età infantile , come il sole si manifesta all ' alba e il fiore al primo spuntar di petali , dovrebbe essere rispettata con religiosa venerazione : e se un atto educativo sarà efficace , potrà essere solo quello tendente ad aiutare il completo dispiegamento della vita . Per far questo è necessario di evitare rigorosamente l ' arresto di movimenti spontanei , e l ' imposizione di atti per opera d ' altrui volontà : a meno che non si tratti di azioni inutili o dannose , appunto perché queste devono essere soffocate , distrutte . Ad ottenere tali intenti dovetti indurre maestre non preparate alla osservazione scientifica - - anzi provette negli antichi metodi imperanti nelle comuni scuole . Ciò mi convinse della notevole distanza tra questo e quel sistema . Anche una maestra intelligente che abbia compreso il principio - - trova molta difficoltà a metterlo in pratica . Essa non può intendere il suo compito apparentemente passivo , come quello dell ' astronomo che siede immobilmente innanzi al telescopio , mentre i mondi vorticosamente roteano per l ' universo . Questa idea che la vita e tutte le cose vanno da sé e che per istudiarla , indagare i suoi segreti o dirigerla bisogna osservarla o conoscerla senza intervenire - - è molto difficile ad essere veramente assimilata ed attuata . La maestra ha imparato troppo ad essere l ' unica attività libera della scuola - - che ha il compito di soffocare l ' attività degli allievi . Quando essa non ottiene l ' ordine e il silenzio , si guarda attorno smarrita come chiedendo scusa al mondo , e chiamandolo a testimone della sua innocenza : invano le si ripete che il disordine del primo momento è necessario . Ed allorché viene obbligata a non fare altro che guardare , ella si chiede se non debba dar le dimissioni , poiché non è più maestra . Ma quando poi comincia a dover discernere quali sono gli atti da impedire , e quali quelli da osservare - - la maestra antica sente un vuoto in sé - - e comincia subito a domandarsi se non sarà inferiore al suo nuovo compito . Infatti colei che è impreparata , si troverà per lungo tempo impossente o smarrita : mentre sentirà tanto più presto meraviglia e interesse la maestra , quanto più vasta sarà la sua coltura scientifica e la sua pratica nell ' esperimento . Il Notari nel suo romanzo Mio zio miliardario , che è una critica dei costumi moderni , fa risaltare con la vivezza che gli è propria , un esempio molto eloquente degli antichi metodi di disciplina . Lo zio , quando è bambino , dopo aver commesso una quantità di storditezze così straordinarie da mettere a soqquadro una città - - viene chiuso per disperazione in una scuola . Qui lo Zio , cioè il bambino Fufù , ha il primo moto di gentilezza e la prima commozione , quando , vicino alla gentile Fufetta , si accorge che la bambina è mesta e senza colazione - - . « Si guardò intorno , guardò Fufetta , si alzò , prese il cestino e senza dire una parola glielo pose in grembo . Indi s ' arretrò di qualche passo , e senza sapere né come né perché , chinò il capo sul petto , e scoppiò in un pianto dirotto . Mio zio non seppe spiegare la ragione di quel pianto improvviso . Aveva visto per la prima volta due occhi buoni , pieni di lacrime dolorose , ed aveva sentito una subitanea commozione ed insieme una gran vergogna : la vergogna di mangiare , vicino a un essere che non mangiava . Non sapendo esprimere l ' impulso dei suoi sentimenti , né che cosa dire per far accettare l ' offerta del suo cestino , né che cosa inventare per simulare il valore della sua offerta , era rimasto vittima del primo urto profondo della sua anima nascente . Fufetta tutta confusa corse a lui rapidamente . Con una delicatezza infinita gli scostò il gomito nel quale aveva nascosta la faccia : - - Mica piangere , Fufù ... gli disse piano quasi supplicandolo . E pareva parlasse a una bambola di cenci , tanto lei aveva il viso intento e materno e lui l ' aria grulla e peritosa . Allora la fanciulla lo abbracciò e mio Zio cedendo ancora all ' impulso che gli gonfiava il cuore tese il collo , sporse le labbra e senza sapere , senza guardare , muto e ancora singhiozzante la baciò sul mento . Trasse un profondo sospiro , si passò le maniche sulla faccia per togliersi dagli occhi e dal naso le umide traccie della sua commozione e si rasserenò . Una voce accidiosa gridava in fondo al cortile : Ehi ! ... voi due , laggiù ... Svelti ... dentro ! ... Era la guardiana ... Essa soffocava quel ` primo moto ' dell ' anima di un ribelle , con la stessa brutalità cieca con cui avrebbe chiamato due che si bastonavano . Era l ' ora di rientrare - - e tutti dovevano rientrare » . Così indistintamente vedevo fare nei primi tempi dalle mie tirocinanti delle Case dei Bambini : esse , quasi involontariamente , richiamavano i bambini alla immobilità , senza osservare e distinguere i movimenti . C ' era p . es . , una bambina che riuniva le compagne in un gruppo e poi , in mezzo ad esso , si muoveva parlando e facendo grandi gesti . La maestra subito accorreva fermandole le braccia ed esortandola a star tranquilla : ma io , osservando la bambina , vidi che faceva da maestra e da madre alle altre , insegnava loro le preghiere e , coi grandi gesti , le invocazioni ai santi e il segno di croce : già si manifestava come una dirigente . Un altro bambino , che consuetamente faceva gesti scomposti ed era giudicato quasi un instabile , un anormale - - si mise un giorno , con mimica d ' intensa attenzione , a spostare i tavolini . Subito gli furono addosso per farlo star fermo perché faceva troppo rumore : ma quella era una prima manifestazione di movimenti coordinati a uno scopo , nella quale il bambino manifestava le sue tendenze , e quindi era un ' azione che bisognava rispettare . Infatti dopo questa egli cominciò ad esser tranquillo come gli altri bambini , ogni volta che aveva qualche piccolo oggetto da spostare sul suo tavolino . Qualche volta accadeva che , mentre la Direttrice riponeva nelle scatole gli oggetti adoperati - - una bambina le si avvicinava prendendo quegli oggetti con l ' evidente desiderio d ' imitarla : primo moto della maestra era di rimandarla al posto , con la solita imposizione : « lascia stare , vai al posto » , ma invece la bambina esprimeva con tale atto la tendenza ad un ' azione utile ; ella sarebbe riuscita bene p . es . negli esercizi di ordine ecc . Un ' altra volta i bambini si erano raggruppati chiassosamente nella sala , intorno a una bacinella d ' acqua ove si muovevano dei galleggianti . Avevamo a scuola un piccino di appena due anni e mezzo : egli era rimasto indietro solo e si vedeva evidentemente animato da intensa curiosità . Io l ' osservavo da lontano con grande interesse , si avvicinò prima al gruppo , scansò con le manine dei bimbi , capì che non avrebbe avuto la forza di farsi largo - - e allora ristette e si guardò intorno . Era interessantissima la mimica dei pensiero in quel volto infantile - - se avessi avuto una macchina fotografica , avrei ripreso quell ' espressione . Adocchiò una seggiolina ed evidentemente pensò di portarla dietro il gruppo dei ragazzi e montarvi su . Si mosse col viso illuminato di speranza verso la seggiolina : ma in quel momento la maestra lo prese brutalmente ( o forse gentilmente , secondo lei ) in braccio e gli fece vedere la bacinella da sopra il gruppo dei compagni dicendo : « Vieni , caro , vieni , poverino , guarda anche tu ! » . Certo il bambino , vedendo i galleggianti , non provò la gioia che stava per sentire vincendo l ' ostacolo con le sue forze , e la visione di quegli oggetti non gli portò alcun vantaggio , mentre il suo sforzo intelligente avrebbe sviluppato le sue forze interiori . La maestra impedì al bambi no di educare se stesso - - senza , in compenso portargli alcun bene . Egli stava per sentirsi un vittorioso , e si trovò tra due braccia soccorritrici come un impotente . Nel suo visino si spense quell ' espressione di gioia , di ansietà , di speranza che tanto mi aveva interessato , e rimase l ' espressione stupida del bambino che sa come altri agirà per lui . Quando le maestre furono stanche delle mie osservazioni , cominciarono a lasciar fare ai bambini tutto quello che volevano : ne vidi coi piedi sul tavolino e con le dita nel naso senza che le maestre intervenissero a correggerli ; ne vidi alcuni dare spinte ai compagni e acquistare nel viso un ' espressione di violenza , senza che la maestra facesse la più piccola osservazione . Allora dovetti intervenire pazientemente per far vedere con quale assoluto rigore occorra impedire , e a poco a poco soffocare , tutti gli atti che non devono compiersi affinché il bambino abbia un chiaro discernimento tra il bene e il male . Questo è il punto di partenza necessario per la disciplina : e il tempo più faticoso per la maestra . La prima nozione che i fanciulli debbono acquistare per essere attivamente disciplinati è quella del bene e del male : e il compito dell ' educatrice sta nell ' impedire che il fanciullo confonda il bene con l ' immobilità - - e il male con l ' attività , come avveniva con le forme dell ' antica disciplina . Poiché nostro scopo è di disciplinare all ' attività , al lavoro , al bene ; non all ' immobilità , alla passività , alla obbedienza . Una sala ove tutti i bambini si muovessero utilmente , intelligentemente e volontariamente senza fare alcuno sgarbo , mi sembrerebbe molto ben disciplinata . Disporre i bambini allineati come in una scuola comune , assegnare a ogni piccino un posto - - e pretendere che i fanciulli vi rimangano fermi , osservanti dell ' ordine con venuto - - ciò può essere attuato in seguito - - come la prima mossa di educazione collettiva . Anche nella vita accade di dover rimaner tutti seduti e fermi per assistere , p . es . , a un concerto o ad una conferenza . E sappiamo come - - a noi adulti - - ciò costi non piccolo sacrifizio . Si possono dunque ordinare i bambini disponendoli al loro posto in ordine - - cercando di far loro intendere l ' idea - - che così disposti stanno bene , che è un bene stare così ; che è una bella disposizione nella sala il loro assestamento ordinato e tranquillo ; allora lo stare al posto fermi e zitti , risulta da una specie di lezione , non da una imposizione . Far capire tale idea senza curarsi della pratica in modo che essi imparino , assimilino un principio di ordine collettivo - - ecco l ' importante . Se dopo aver compreso questa idea , essi si alzano , parlano , cambiano posto - - non lo fanno più come prima senza saperlo e senza pensarci - - ma lo fanno perché vogliono alzarsi , parlare ecc . ; cioè da quello stato di riposo e di ordine ben noto , essi partono , per intraprendere qualche azione volontaria ; e sapendo che vi sono azioni proibite , saranno spinti a ricordare il discernimento tra il bene e il male . Il muoversi dei bambini dallo stato di ordine , diventa sempre più coordinato e perfetto , col passare dei giorni ; infatti essi imparano a riflettere sulle proprie azioni . Ora l ' osservazione del modo come agiscono i bambini passando da i primi movimenti disordinati , a quelli ordinati spontanei , ecco il libro della maestra , ecco il libro ispiratore delle sue azioni , quello in cui soltanto potrà leggere e studiare per diventare una buona educatrice . Poiché il bambino con simili esercizi fa una specie di selezione delle proprie tendenze , prima confuse nel disordine incosciente dei suoi movimenti . È meravigliosa la differenza individuale che spiccatamente si manifesta usando tale procedimento : il bambino , cosciente e libero rivela se stesso . Quelli che continuano a star fermi al loro posto , apatici , dormienti ; quegli altri che si alzano per gridare , battere , rovesciare oggetti ; e quelli infine che vanno a compiere un ' azione determinata - - come mettere una sedia a traverso e provare a sedervisi , spostare un tavolino , guardare un quadro ecc . ; si rivelano come piccini ora ancor tardivi nello sviluppo mentale o forse malati , ora tardivi nella formazione del carattere , ora infine intelligenti , adattabili all ' ambiente , capaci di esprimere i loro gusti , la loro tendenza , il loro potere di attenzione spontanea , i limiti della loro esauribilità . Il concetto di libertà nel bambino non può essere semplice come quello accennato a proposito dell ' osservazione di piante , d ' insetti ecc . Perché il bambino per le caratteristiche proprie d ' impotenza nella quale nasce e per la sua qualità di individuo sociale , è circondato di legami - - i quali limitano la sua attività . Un metodo educativo che abbia per base la libertà deve intervenire per aiutare il bambino a conquistarla : cioè a diminuire possibilmente i legami sociali limitanti la sua attività . A poco a poco che il fanciullo procederà su tale via , le sue manifestazioni spontanee saranno più limpide di verità , rivelatrici della sua natura . Ecco perché la prima forma d ' intervento educativo deve avere lo scopo di condurre il bambino sulle vie della indipendenza . Indipendenza Non si può essere liberi senza essere indipendenti : quindi alla conquista dell ' indipendenza debbono essere condotte le manifestazioni attive della propria libertà , fin dalla prima infanzia . I bambini piccoli , dal momento in cui sono slattati dalla madre , si avviano sulle strade fortunose dell ' indipendenza . Che cos ' è un bimbo divezzato ? è un bimbo reso indipendente dal petto materno . Per quel solo petto nutriente egli potrà trovare cento piattini di pappa , cioè sono moltiplicati i suoi mezzi di esistenza , egli potrà anche scegliere la sua pappa : - - prima invece era legato a una sola forma di nutrizione . Tuttavia è dipendente non sapendo ancora camminare , né vestirsi , né lavarsi , né chiedere , con chiaro linguaggio : è schiavo di tutti . All ' età di tre anni , tuttavia , il bambino potrebbe in gran parte rendersi indipendente e libero . Noi non abbiamo ancora assimilato bene l ' alto concetto dell ' indipendenza , perché la forma sociale in cui viviamo , è ancora servile . In un ' epoca di civiltà ove esistono i servi , non può germogliare quale forma di vita il concetto della indipendenza , come al tempo della schiavitù era oscuro il concetto di libertà . I servi non sono essi i nostri dipendenti , siamo noi i dipendenti loro . Non è possibile accettare in una forma sociale un errore umano così profondo , senza risentirne effetti generali di morale inferiorità . Noi crediamo molto spesso di essere indipendenti , perché nessuno ci comanda , anzi noi comandiamo gli altri , ma il signore che ha bisogno di chiamare il servitore , è un dipendente della sua propria inferiorità . Il paralitico che non può levarsi le scarpe per un fatto patologico , e il principe che non può levarsele per un fatto sociale , sono infine nella medesima condizione . Il popolo che ammette la servitù , che crede un vantaggio dell ' uomo l ' essere servito dall ' uomo include come istinto il servilismo ; infatti facilmente ci precipitiamo a servire : come facendo un tuffo in piena cortesia , in piena gentilezza , in piena bontà . Invece chi è servito è leso nella sua indipendenza . Questo concetto sarà il fondamento della dignità degli uomini futuri : « non voglio essere servito perché non sono un impotente » ; ecco ciò che bisogna conquistare prima di sentirsi veramente liberi . Un ' azione pedagogica efficace sui teneri bambini deve essere quella di aiutarli ad avanzare sulla via dell ' indipendenza . Aiutarli ad imparare a camminare senza aiuto , a correre , a salire e scendere le scale , a rialzare oggetti caduti , a vestirsi e a spogliarsi , a lavarsi , a parlare per esprimere chiaramente i propri bisogni , a cercare con tentativi di giungere al soddisfacimento dei loro desideri , ecco l ' educazione dell ' indipendenza . Noi serviamo i bambini ; e un atto servile verso di loro è non meno fatale , di un atto che tende a soffocare un loro moto spontaneo utile . Crediamo che i bimbi siano simili a fantocci inani ­ mati ; li laviamo , li imbocchiamo come essi fanno con la bambola . Non pensiamo mai che il bambino il quale non fa , non sa fare ; ma dovrà poi fare ed ha i mezzi fisio ­ psicologici per imparare a fare : il nostro dovere presso di lui è senza eccezione quello di aiutarlo alla conquista di atti utili . La madre che imbocca il bambino senza compiere il minimo sforzo per insegnargli a tenere il cucchiaio e cercare la sua bocca , o che almeno non mangia ella stessa invitandolo a guardare come fa - - non è buona madre . Ella offende la dignità umana di suo figlio - - lo tratta come un fantoccio , mentre è un uomo dalla natura confidato alle sue cure . Chi non comprende che insegnare a un bambino a mangiare , a lavarsi , a vestirsi , è lavoro ben più lungo , difficile e paziente che imboccarlo , lavarlo e vestirlo ? Il primo è il lavoro dell ' educatore : il secondo è il lavoro inferiore e facile del servo . Lavoro inferiore e facile non solo , ma pericoloso - - che chiude vie , pone ostacoli alla vita che si svolge - - ed oltre alle conseguenze immediate , ha più gravi conseguenze lontane . Il signore che ha troppi servi , non solo diviene sempre più loro dipendente e loro schiavo ; ma i suoi muscoli s ' indeboliscono nella inattività , e perdono infine la capacità naturale dell ' azione : la mente di chi , per avere ciò che gli abbisogna , non lavora , ma comanda , si atrofizza e languisce . Se un giorno , in un lampo di luce della propria coscienza , chi fu servito volesse conquistare la propria libertà indipendente - - si accorgerebbe forse di non averne più la forza . Questi criteri dovrebbero essere presenti ai genitori delle classi sociali privilegiate ! Tutto quanto è aiuto inutile , è impedimento allo sviluppo delle forze naturali . Le donne orientali vestono i calzoni e le donne europee vestono le sottane ; ma le prime più ancora delle seconde hanno come forma di educazione quella di non muoversi . Ciò conduce al fatto che l ' uomo lavora anche per la donna , e la donna inutilizza le sue attività e languisce nella schiavitù . Essa non è soltanto mantenuta e servita , è anche diminuita nella sua umanità : come individuo sociale è uno scarto ed è pure inferiore in tutte le risorse tendenti a salvare la vita . Illustri il seguente esempio : un carrozzino contenente padre , madre e un fanciullo , corre per una strada di campagna . Un brigante bendato e armato di fucile , aggredisce la carrozza con la nota formula : « o la borsa o la vita » . A questo fatto unico le tre persone agiscono in modo diverso : l ' uomo che è un tiratore ed è armato di rivoltella , la impugna arditamente contro l ' assassino ; il fanciullo armato solo della libertà e leggerezza delle proprie gambe , manda un grido e fugge all ' impazzata per la via . La donna che non ha armi di nessun genere , né antificiali né naturali , perché le sue gambe già poco abili alla corsa , sono tenute prigioniere dalle vesti - - manda un fioco sospiro e cade in deliquio . Le tre diverse reazioni sono in rapporto con lo stato di libertà e d ' indipendenza propria dei soggetti ; la donna svenuta è colei alla quale i cavalieri portavano il mantello e raccoglievano gli oggetti caduti in terra , per risparmiarle ogni mossa . Il pericolo del servilismo e della indipendenza non istà soltanto nel « consumo inutile della vita » - - che conduce all ' impotenza , ma nello sviluppo di reazioni , che hanno significato anch ' esse di perversione e d ' impotenza : e possono paragonarsi al pianto delle isteriche o alla convulsione degli epilettici . Sono le azioni di prepotenza . La prepotenza si sviluppa come una parallela dell ' impotenza ; essa è la manifestazione attiva del sentimento di chi conquista col lavoro altrui ; quindi il padrone è un prepotente verso il servo . Immaginiamo un operaio abile e saggio , capace non solo di molto e perfetto lavoro , ma di consiglio nella sua officina , per la serenità di pensiero con cui può padroneggiare l ' insieme dell ' azienda . Egli sarà spesso il paciere , colui che sorride innanzi all ' ira altrui . Non ci farebbe però nessuna meraviglia , sapere che in casa questo operaio sgrida la moglie , se la minestra non è abbastanza gustosa o abbastanza pronta e facilmente s ' accende all ' ira : in casa non è più l ' abile operaio - - l ' abile operaia è la moglie che lo serve e lo compatisce . Egli perciò è un uomo sereno là dove è possente , ed è prepotente ove è servito ; forse , se imparasse a cucinar bene la minestra , diventerebbe un uomo perfetto . L ' uomo che fa da sé ripiega le sue forze sulle proprie azioni - - conquista se stesso - - moltiplica il suo potere e si perfeziona . Bisogna fare delle generazioni future uomini potenti ; cioè indipendenti e liberi . Abolizione dei premi e dei castighi esterni Bastano tali principî , e l ' abolizione dei premi e dei castighi esterni viene da sé . L ' uomo comincia a sentire il vero , l ' unico premio che non ingannerà mai : la nascita del potere umano e della libertà nella sua vita interiore . Ne fui meravigliata io stessa all ' esperienza . Eravamo ai primi mesi di vita delle « Case dei bambini » e le maestre non avevano ancora potuto attuare praticamente i principi pedagogici della libertà . Specialmente una di esse si industriava quando ero assente , a rimediare alle mie idee , introducendo un pò dei metodi a quali era stata avvezzata . Così un giorno , in una visita improvvisa sorpresi un bambino , tra i più intelligenti , con una gran croce greca d ' argento sostenuta da un vistoso nastro bianco appuntata sul petto : e un bambino seduto in una poltroncina in mezzo alla stanza . Il primo era stato premiato , il secondo era in castigo . La maestra , almeno in mia presenza , non interveniva con nessuna azione , così le cose rimasero come le trovai . Tacqui , e mi misi ad osservare . Il bambino della croce si muoveva avanti e indietro trasportando oggetti dal suo tavolino al tavolo della maestra e viceversa , assai affaccendato e intento . Egli , nelle sue mosse , passava innanzi alla poltroncina del castigato . Gli cadde in terra la croce e il fanciullo della poltroncina la raccolse e la guardò bene da tutti i lati , poi disse al compagno : « Vedi che t ' è caduto ? » Il bambino si voltò e guardò l ' oggetto con indifferenza : la sua espressione sembrava dire : « non m ' interrompete » e la voce disse : « che me ne importa ? » - - « Non t ' importa ? » soggiunse con grande calma il castigato - - « allora me la metto io » . E l ' altro rispose « sì sì , mettila tu » con un tono che sembrava dire : « ma lasciami in pace ! » Il ragazzo della poltrona si appuntò lentamente la croce sul petto , la guardò bene , e si accomodò sulla poltroncina più comodamente , distendendo le braccia sui bracciuoli . Le cose rimasero così ed era giusto . Quel pendaglio poteva soddisfare il castigato non il bambino attivo contento del suo lavoro . Un giorno conducevo in una visita all ' altra « Casa dei bambini » una signora , la quale lodò molto i fanciulli , e in fine in loro presenza aprì una scatola donde trasse molte medagliette d ' ottone tutte rilucenti e legate con un nastrino rosso . « La signora maestra le appunterà sul petto dei bambini più buoni e più bravi » disse . Io , siccome non avevo obbligo di istruire questa signora sui miei metodi , tacqui ; la maestra prese la scatola . Allora un piccino di quattro anni , intelligentissimo che sedeva tranquillo al primo tavolino , corrugando la fronte e in atto di protesta , si mise a gridare più volte : « ai maschi no , però ; non però ai maschi ! » Quale rivelazione ! il piccino aveva già la coscienza d ' essere tra i più buoni e i più bravi , benché nessuno glielo avesse fatto rilevare e non voleva essere offeso da quel premio . Non sapendo come difendersene , invocò la sua qualità di maschio ! In quanto ai castighi , ci siamo più volte trovate innanzi a bambini che disturbavano gli altri , senza dare ascolto alle nostre esortazioni ; essi venivano subito osservati in modo particolare dal medico , ma bene spesso si trattava di fanciulli normali . Ponevamo allora un tavolino in un angolo della sala e vi isolavamo il fanciullo , facendo sedere in una poltroncina di prospetto ai compagni , dandogli tutti gli oggetti che desiderava . Questo isolamento è riuscito sempre a calmare il fanciullo : egli dalla sua posizione vedeva l ' insieme dei compagni , e la loro maniera di agire era una lezione oggettiva efficacissima sul contegno come non potevano esserlo le parole della maestra ; a poco a poco rilevava i vantaggi di essere in compagnia , e desiderava di far come gli altri . Abbiamo ricondotto così alla disciplina tutti i bambini che ne sembravano in principio ribelli . Il fanciullo isolato era per lo più meta di cu re speciali , come se fosse un bisognoso o un malato : io stessa quando entravo andavo prima di tutti diritta a lui , facendogli carezze come a un bambino ; dopo mi rivolgevo agli altri interessandomi al loro lavoro come se fossero stati uomini . Non so che cosa avvenisse nella loro anima : ma certo fu sempre definitiva e profonda la « conversione » degli isolati . Essi diventavano poi orgogliosi di saper lavorare e di avere un contegno dignitoso , e per lo più serbavano un tenero affetto per la maestra e per me . Il concetto biologico di libertà in pedagogia - - Da un punto di vista biologico , il concetto di libertà nell ' educazione della prima infanzia , deve intendersi come condizione adatta al più favorevole sviluppo della personalità - - così dal lato fisiologico come dal lato psichico : esso include perciò il libero svolgimento della coscienza . Quasi l ' educatore fosse spinto da un profondo culto alla vita dovrebbe rispettare , osservando con interessamento umano , lo svolgersi della vita infantile . Ora la vita infantile non è un ' astrazione : è la vita dei singoli bambini . Esiste una sola reale manifestazione biologica : l ' individuo vivente ; e verso individui singoli , ad uno ad uno osservati , deve rivolgersi l ' educazione , cioè l ' aiuto attivo alla normale espansione della vita . Il bambino è un corpo che cresce e un ' anima che si svolge ; - - la duplice forma fisiologica e psichica ha una fonte eterna : la vita ; le sue potenzialità misteriose noi non dobbiamo sviscerarle né soffocarle , ma attenderne la successiva manifestazione . Il fattore ambiente è indubbiamente secondario nei fenomeni della vita : esso può modificare , come può aiutare o distruggere ; ma non crea giammai . Le moderne teorie dell ' evoluzione , da Naegeli a De Vries , considerano in tutto lo svolgimento del duplice albero biologico : animale e vegetale - - il fattore interno come l ' essenziale nella trasformazione della specie e nella trasformazione del l ' individuo . Le origini dello sviluppo , sia nella successione filogenetica come in quella ontogenetica , sono interiori . Il bambino non cresce perché si nutrisce , perché respira , perché sta in condizioni termiche e barometriche adatte : cresce perché la vita potenziale in lui si svolge , facendosi attuale ; perché il germe fecondo donde proviene la sua vita , si sviluppa , secondo il destino biologico fissatovi dall ' eredità . Infatti l ' uomo adulto si nutrisce , respira , sta sotto le medesime condizioni barometriche e termiche , ma non cresce . La pubertà non viene perché il bambino rise , o danzò , o fece la ginnastica , o si nutrì meglio del solito - - ma perché è giunto quel fenomeno fisiologico . La vita si manifesta - - la vita crea , la vita dona : - - e si contiene entro limiti e leggi insuperabili . I caratteri fissati nella specie , non mutano ; - - essi possono soltanto variare . Questo concetto così brillantemente illustrato dal De Vries nella sua Mutationstheorie illustra anche i limiti dell ' educazione . Noi possiamo agire sulle variazioni , le quali sono in rapporto con l ' ambiente , ed hanno limiti le cui oscillazioni diversificano nelle specie e negli individui : ma non sulle mutazioni . Le mutazioni son collegate con le fonti stesse della vita e la loro potenza travolge le cause modificatrici dell ' ambiente . Una specie , per esempio , non potrà mutare in un ' altra per nessun fenomeno di adattamento ; come un gran genio umano , non sarà soffocato da nessun pregiudizio , da nessuna falsa forma educativa . L ' ambiente agisce tanto più sulla vita , per quanto questa è meno fissa è più debole . Esso può agire in due opposti sensi : favorendo e soffocando . Molte specie rigogliose di palme sono splendide nei climi torridi - - perché favorevoli al loro sviluppo - - , ma molte specie di animali e di vegetali sono scomparse dalle regioni ove non poterono adattarsi . La vita è una superba dea , che si avanza atterrando gli ostacoli che si oppongono al suo trionfo nell ' ambiente : questa è la verità fondamentale ; siano specie o siano individui - - persiste sempre la schiera dei trionfatori che la incarnano . Ora nel caso dell ' umanità , anzi nella nostra umanità civile , s ' impone la cura - - per non dire la cultura della vita umana . COME LA MAESTRA DEVE FAR LEZIONE « ... Le parole tue sien conte » . Dante Inf . , canto X . Dato che nella scuola pel regime della libertà gli scolari possano manifestare le loro naturali tendenze - - e ammesso di aver preparato a ciò l ' ambiente e i soggetti - - la maestra non deve limitare l ' azione sua all ' osservazione ; ma anche procedere all ' esperimento . La lezione corrisponde a un esperimento . Tanto meglio saprà far lezione la maestra , quindi , per quanto più sarà iniziata agli studi di psicologia sperimentale . In ogni modo questa tecnica speciale del metodo è necessario che sia appresa con un tirocinio nelle « Case di Bambini » - - essendo più difficile di quella riferentesi al metodo per la disciplina . Se in un primo tempo la disciplina non insegna ancora ai bambini l ' ordine collettivo nella scuola , ma questo viene solo in seguito agli esercizi disciplinari atti a far discernere il bene dal male - - evidentemente la maestra non potrà far lezioni collettive . E queste saranno sempre molto rare se i bambini appunto essendo liberi , non hanno l ' obbligo di rimanere al posto tranquilli e pronti ad ascoltare la maestra od a guardare quanto essa fa . Le lezioni collettive infatti hanno una importanza così secondaria , che sono state pressoché abolite da noi . Caratteri delle lezioni individuali : concisione ; semplicità ; obiettività Le lezioni sono individuali . La loro caratteristica deve essere la brevità : - - Dante fa la lezione a questi maestri quando dice : « le parole tue sien conte » . Una lezione diventerà tanto più perfetta , per quante parole saprà risparmiare ; e una cura speciale deve essere appunto quella , nella preparazione della lezione , di contare e vagliare le parole che dovranno pronunciarsi . Un ' altra qualità caratteristica della lezione è la sua semplicità : essa deve essere sfrondata da tutto quanto non è assoluta verità . Che la maestra non debba perdersi in vane parole , ciò è incluso nella prima qualità : questa seconda è dunque un carattere della prima - - cioè - - le parole conte - - debbono pur essere le più semplici , e riferirsi al vero . La terza qualità della lezione è la sua obiettività - - in modo che la personalità della maestra scompaia , e rimanga evidente solo l ' oggetto sul quale vuol richiamarsi l ' attenzione del bambino . La lezione breve e semplice è per lo più una spiegazione dell ' oggetto , e dell ' uso che il bambino può farne . In tali lezioni deve poi essere guida fondamentale il metodo della osservazione , nel quale è inclusa la libertà del fanciullo . Così la maestra osserverà se il fanciullo s ' interessa all ' oggetto - - come vi si interessi , per quanto tempo , ecc . , notando pure la mimica del volto : e avrà cura di non ledere il principio di libertà . Provocando un qualsiasi sforzo , la maestra non saprebbe più quale è la spontanea attività del bambino . Se dunque la lezione preparata rigorosamente nella sua brevità , semplicità e verità non è intesa dal bambino come spiegazione dell ' oggetto - - la maestra deve avere due avvertenze : 1° di non insistere ripetendo la lezione ; 2° di non far capire al bambino che ha sbagliato o che non ha inteso , perché lo sforze rebbe a intendere , e altererebbe lo stato naturale che deve essere utilizzato dalla maestra per le sue osservazioni psicologiche . Alcuni esempi serviranno a delucidare tale concetto . Supponiamo p . es . che la maestra voglia insegnare a un bambino due colori rosso e turchino . Ella vuol cercare di attrarre sull ' oggetto l ' attenzione del bambino ; gli dice dunque : « guarda ! stai attento ! » Per poi insegnargli i colori , dice , mostrando il rosso : « questo è rosso ! » ( facendo rilevare a voce alta e a lenta pronuncia la parola rosso ) e mostrando l ' altro colore : « questo è turchino » . Onde verificare se il bambino ha capito gli dice : « dàmmi il rosso , dàmmi il turchino » . Supponiamo che il fanciullo sbagli - - la maestra non ripete né insiste ; sorride , accarezza il fanciullo e ritira i colori . Le maestre comuni restano meravigliate di tale semplicità ; esse dicono per lo più : « questo sanno farlo tutti » . Certamente è anche qui un poco la storia dell ' ovo di Cristoforo Colombo , ma il fatto è - - che non sanno farlo tutti . La misura nelle proprie azioni , è praticamente molto difficile , tanto più nelle maestre comuni , preparate con gli antichi metodi : esse flagellano il bambino con un diluvio di parole inutili e di menzogne . Per es . nel nostro caso una maestra comune si sarebbe rivolta alla collettività - - dando così molta importanza alla semplice cosa che deve insegnare , obbligando tutti i bambini a seguirla , mentre forse non tutti vi sono disposti . Avrebbe forse cominciato la sua lezione così : « Bambini , indovinate un po ' che cosa ho io in mano ? » - - Ella sa che i bambini non possono indovinare , richiama quindi la loro attenzione con una falsità . Poi avrebbe detto probabilmente : « Bambini , guardate un poco il cielo ? lo avete visto mai ? lo avete mai fissato la notte quando è tutto brillante di stelle ? no ? - - e guardate il mio grembiale , sapete di che colore è ? non vi sembra dello stesso colore del cielo ? - - ebbene guardate ora questo colore qui : è il medesimo del cielo e del mio grembiale , è turchino . Osservate un po ' intorno se c ' è qualche oggetto di color turchino ? E le ciliege sapete di che colore sono ? e i carboni ardenti ? ecc . ecc . » . Così che nella mente del fanciullo , dopo lo sbalordimento dell ' indovinare , si rovescia un turbine d ' idee : il cielo , i grembiali , le ciliege ecc . ; in mezzo alla qual confusione è difficile ch ' egli compia il lavoro di estrarre la sintesi , lo scopo della lezione , che è di riconoscere i due colori turchino e rosso ; anzi un tale lavoro di selezione è impossibile alla sua mente , tanto più che il bambino non può seguire un lungo discorso . Io mi ricordo di avere assistito ad una lezione di aritmetica ove s ' insegnava ai bambini che due più tre fa cinque . A tal uopo si usava un tavoliere eretto ove si potevano fissare entro fori appositi delle palle . Si mettevano p . es . più in alto due palle , più in basso tre , e in fine cinque palle . Non ricordo con molta precisione lo svolgersi di tale lezione ; so però che la maestra doveva mettere accanto alle due palle di sopra una ballerina di carta col gonnellino azzurro , la quale si battezzava lì per lì col nome di una bambina della classe : « questa è Mariettina » e poi accanto alle tre palle un ' altra ballerina diversamente vestita che era Gigina . Non so con precisione come la maestra giungesse a dimostrare la somma ; ma certo essa parlava lungamente con queste ballerine , le spostava ecc . Se io rammento più le ballerine che il procedimento della somma , che cosa sarà stato pei bambini ? Se con tale mezzo essi sono giunti ad apprendere che 2 più 3 fa 5 , avranno dovuto fare un grande sforzo mentale e la maestra avrà dovuto parlare con le ballerine per molte ore ! In un ' altra lezione una maestra voleva dimostrare ai bambini la differenza fra rumore e suono . Comincia col fare un racconto piuttosto lungo ai bambini ; a un tratto una persona d ' accordo con lei bussa rumorosamente alla porta . La maestra s ' interrompe gridando : « che cos ' è ? cosa è stato ? cos ' hanno fatto ? Bambini cos ' è ? ah ! io non connetto più le idee , non posso più continuare il racconto , non mi ricordo più di nulla , bisogna lasciar andare . Sapete cosa è stato ? avete sentito ? avete capito ? è un rumore ! quello è un rumore . Ah ! io preferisco molto cullare questo bambino ( prende un mandolino rivestito della coperta ) . - - Caro bambino , preferisco giocare con te ! lo vedete ? lo vedete questo bambino che tengo in braccio ? » Alcuni bambini : « non è un bambino » altri : « è un mandolino » . La maestra : « no no invece è un bambino , proprio un bambino - - io gli voglio bene , è proprio un bambino : ne volete una prova ? oh zitti zitti , mi par che pianga , mi par che gridi - - oh ? dirà forse papà e mammà ?...» Tocca di sotto la coperta le corde . « Ah ! avete sentito ? avete sentito che ha fatto ? ha pianto , ha chiamato ? » Dei bambini : « è il mandolino » - - « sono le corde » - - « ha suonato » . La maestra : « zitti , bambini , sentite bene che cosa faccio » ; scopre il mandolino e tocca francamente le corde : « è un suono ! » Da una simile lezione pretendere dal bambino ch ' egli capisca l ' intenzione della maestra , cioè ch ' ella ha voluto far rilevare la differenza tra rumore e suono - - è impossibile . Il bambino avrà capito che la maestra ha voglia di scherzare , o che è un po ' scema perché perde il filo del discorso a un rumore e scambia un mandolino con un bambino . Certo la figura della maestra campeggia innanzi alla coscienza infantile , e non l ' oggetto della lezione . Ottenere da una maestra preparata coi comuni metodi una lezione semplice è cosa molto laboriosa . Io ricordo che , dopo molte spiegazioni in proposito , chiesi ad una delle mie maestre d ' insegnare agli incastri ( v . appresso ) la differenza tra quadrato e un triangolo . La maestra doveva semplicemente far incastrare un quadrato e un triangolo di legno in uno spazio vuoto corrisponden te , far toccare col dito al bambino i contorni dei pezzi d ' incastro e delle cornici e dire : « questo è un quadrato » - - « questo è un triangolo » . La maestra facendo toccare i contorni principiò a dire : « questa è una linea , un ' altra , un ' altra , un ' altra : sono quattro : contale un po ' col ditino quante sono ? e le punte ? conta le punte , senti col ditino , premi su , sono anch ' esse quattro . Guardalo bene : è il quadrato ! « Io corressi la maestra dicendole che così non insegnava a riconoscere una forma ; ma dava idea di lati , di angoli di numero : - - cosa diversa da quella che doveva insegnare . - - « Ma » si difendeva la maestra : « è la stessa cosa » . Non è la stessa cosa - - è l ' analisi geometrica e matematica della cosa . Si potrebbe avere l ' idea della forma quadrata , senza saper contare fino a quattro - - e quindi senza apprezzare il numero dei lati e degli angoli . I lati e gli angoli poi sono astrazioni , le quali per sé non esistono : ciò che esiste è quel pezzo di legno d ' una determinata forma . Le ulteriori spiegazioni della maestra dunque non solo confondevano la mente del bambino - - ma sorpassavano un abisso qual ' è quello che corre tra il concreto e l ' astratto , tra la forma d ' un oggetto e la matematica . Supponete , dicevo alla maestra , che un architetto vi mostrasse una cupola , la cui forma v ' interessa : - - egli potrebbe dare due illustrazioni : far notare la bellezza dei contorni , l ' armonia delle forme e far scendere e salire intorno alla cupola stessa per apprezzarne le proporzioni relative alle parti , così che l ' immagine dell ' insieme venisse apprezzato e poi riconosciuto e creduto ; ovvero potrebbe far contare le finestre , i cornicioni larghi e stretti , e infine disegnare la costruzione , illustrare le leggi statiche e impiantare le formule algebriche necessarie a risol ­ versi per il calcolo relativo a tali leggi . Nel primo caso voi riterreste la forma della cupola ; nel secondo non capireste nulla e anziché la cupola , vi farebbe impressione questo architetto , che s ' immagina di parlare a ingegneri suoi colleghi anziché a signore che viaggiano per sport . Altrettanto avviene se noi invece di dire al bambino : « questo è un quadrato » facendone semplicemente toccare , constatare materialmente i contorni , procediamo all ' analisi geometrica di esso . Anzi crediamo precoce insegnare le forme geometriche piane al bambino , appunto perché vi annettiamo il concetto matematico . Ma il bambino non è immaturo ad apprezzarne la semplice « forma » infatti una finestra e un tavolino quadrati il bambino può osservarli senza sforzo ; egli guarda tutte le forme intorno a sé . Richiamare la sua attenzione sopra una determinata forma è rischiararne e fissarne l ' idea . Non altrimenti poi , se in riva a un lago guardiamo le sponde distrattamente , e un artista che a un tratto ci viene vicino esclama : « come è elegante il gomito che fa la riva sotto l ' ombra di quell ' altura ! » sentiamo la immagine prima inerte , ravvivarsi nella nostra coscienza come illuminata da un improvviso raggio di sole - - e proviamo la gioia d ' aver percepito ciò che avevamo solo imperfettamente sentito . Questo è il compito nostro : dare un raggio di luce - - e passare oltre . Io paragono gli effetti di queste prime lezioni alle impressioni di un solitario che passeggi beatamente sereno in un bosco ombroso , meditando ; cioè lasciando la sua vita interiore libera di espandersi . Ad un tratto una campana squillante poco lontano lo richiama a se stesso : allora egli sente più viva quella beatitudine pacifica già nascente , ma latente in lui . Stimulare la vita - - lasciandola però libera di svolgersi - - ecco il compito primitivo dell ' educatore . E in tale compito delicato una grande arte deve suggerire il momento , e limitare l ' intervento , affinché non perturbi e non devii , anziché aiutare l ' anima che nasce alla vita - - e che vivrà di forze proprie . Quest ' arte deve accompagnare il metodo scientifico - - che molto fa somigliare la semplicità delle nostre lezioni agli esperimenti di psicologia sperimentale . Allorquando la maestra avrà toccato così anima per anima tutti i suoi allievi - - risvegliando e ravvivando in essi la vita come una fata invisibile - - ella possederà tali anime e basterà un cenno , una parola - - perché ciascuno senta lei vivamente , la riconosca e l ' ascolti . Verrà un giorno nel quale la maestra , con sua gran meraviglia , si accorgerà che tutti i bambini la obbediscono come miti agnelli lattanti - - pronti non solo , ma intenti a un suo cenno . Essi guardano lei che li fa vivere - - e sperano , insaziati , di riceverne nuova vita . L ' esperienza ce lo ha rivelato ; e ciò forma la meraviglia massima di chi visita le « Case dei Bambini » ; - - la disciplina collettiva si ottiene come per una forza di magìa . Cinquanta o sessanta bambini da due anni e mezzo a sei anni d ' età - - tutti insieme , ad un solo cenno , sanno tacere Così perfettamente , che il silenzio assoluto sembra quello grave di un deserto : e se un ordine dolce , espresso a bassa voce , dice ai bambini : « alzatevi , passeggiate un momento in punta di piedi e tornate al posto in silenzio » - - tutti insieme , come una persona sola , si alzano ed eseguiscono col minor rumore possibile . La maestra , con quella sola voce , ha parlato a ciascuno ; e ognuno spera dal suo intervento qualche luce e qualche gioia interna - - e va intento e ubbidiente , come un esploratore ansioso , che segua la sua via . Anche qui è un poco l ' uovo di Cristoforo Colombo . Un maestro di concerto deve preparare ad uno ad uno i suoi allievi per trarre dalla loro opera collettiva la grandiosa armonia : e ciascun artista deve perfezionarsi da sé , prima di essere pronto a ubbidire ai muti cenni della sua bacchetta . Noi invece nella scuola comune poniamo un maestro concertatore che insegni contemporaneamente , d ' un tratto , agli istrumenti e alle voci più diverse , lo stesso ritmo monotono e pur discordante ! Così nella società i più disciplinati sono gli uomini più perfezionati : ma la perfezione del contegno p . es . dei cittadini inglesi , non è quella materiale e brutale delle soldatesche . Siamo pieni di pregiudizi anziché di sapienza - - su quanto riguarda la psicologia infantile . Abbiamo voluto finora domare i fanciulli dall ' esterno con la sferza - - invece di conquistarli all ' interno per dirigerli come anime umane . In tal modo essi ci son passati accanto senza farsi conoscere . Ma sfrondando l ' antificiosità con la quale abbiamo voluto ravvolgerli , e la violenza con cui c ' illudemmo di disciplinarli , essi ci si rivelano nella loro vera natura . La loro mitezza è così assoluta e dolce , che vi riconosciamo l ' infanzia di quell ' umanità , la quale poté rimanere oppressa da ogni forma di giogo e d ' ingiustizia : - - e il loro amore alla conoscenza è tale , che supera ogni altro amore , e ci fa pensare che invero l ' umanità deve portare innata quella passione che spinse le coscienze alle conquiste successive del pensiero , atterrando di secolo in secolo i gioghi di tutte le schiavitù . PARTE SPECIALE Orario proposto nelle « Case dei Bambini » Inverno Ingresso ore 9 . Egresso ore 16 . Ore 9­10 . - - Ingresso ­ Saluto ­ Visita di pulizia ­ Esercizi di vita pratica ­ ( spogliarsi , mettersi i grembiuli reciprocamente ­ Visitare la stanza per l ' ordine e la pulizia degli oggetti ) ­ Linguaggio ­ Raccontare cosa si è fatto dal giorno prima ­ Esortazioni morali ­ Preghiera in comune . Ore 10­11 . - - Esercizi intellettuali ­ ( Lezioncine oggettive intramezzate da brevi riposi ­ Nomenclatura Esercizi dei sensi ) . Ore 11­11œ . - - Ginnastica semplice ­ ( Movimenti d ' uso e di grazia : posizione normale del corpo : deambulazione : passeggiata in ordine , saluti , movimenti d ' attenti , porgere con grazia gli oggetti ) . Ore 11œ­12 . - - Refezione ­ Breve preghiera . Ore 12­1 . - - Giuochi liberi . Ore 1­2 . - - Giuochi diretti , possibilmente all ' aria libera . Per turno i grandi faranno : esercizi di vita pratica : pulire la stanza , spolverare , mettere in ordine gli oggetti ­ Visita generale di pulizia ­ Conversazione . Ore 2­3 . - - Lavoro manuale ; plastica ; disegno ecc . Ore 3­4 . - - Ginnastica collettiva e canto , possibilmente all ' aria aperta . ­ Esercizi di previsione : visita accurata alle piante e agli animali . Appena si fonda una scuola - - viene proposto l ' orario . Esso ha due aspetti : la lunghezza del tempo scolastico , e la distribuzione dello studio o degli atti della vita . Comincio con l ' affermare che nelle « Case dei Bambini » come pure nelle scuole di deficienti , gli orari debbono essere molto lunghi - - cioè occupare tutta la giornata . Io consiglierei per bambini poveri , e specialmente per le « Case dei Bambini » annesse ai casamenti operai un orario dalle 9 del mattino alle 5 di sera in inverno - - e dalle 8 del mattino alle 6 in estate . Questi orarî prolungati sono necessarî per poter esercitare una azione direttiva efficace sulla crescenza . Indubbiamente , trattandosi di piccoli bambini , un orario così lungo dovrebbe essere interrotto da un riposo a letto lungo almeno un ' ora . Ecco la grande difficoltà pratica . Generalmente facciamo dormire i piccini miseramente ripiegati sul banco di legno , con la testa appoggiata sul braccio ; ma io vedo un tempo non lontano , ove in una bella sala ombreggiata da grandi piante , degli sdrai ben semplici ( un cuscino dentro una foderetta bianca appoggiato sopra una reticella bassa ) - - accoglieranno i bambini dormienti . Ancor più volentieri vedrei nella primavera e nell ' estate i piccini dormire sdraiati all ' aria aperta sull ' erba dei campi , o su mucchi di fieno , e sotto l ' ombra degli alberi - - ovvero sospesi in basse amache . Noi , nelle « Case dei Bambini » a Roma , lasciamo semplicemente che i piccini vadano a mangiare e a riposare in casa loro ; ciò che fanno senza uscire in istrada ! Ma qui è necessario notare che l ' orario prolungato deve contemplare la refezione scolastica e il riposo , in una « Casa di Bambini » rispondente al suo vero scopo , che è quello di dirigere e aiutare la crescenza di fanciulli che si trovano in un periodo dello sviluppo così importante , come quello che avviene fra i 3 ed i 6 anni . La « Casa dei Bambini » è un luogo di puericultura ; noi non vogliamo certo trattenere lungamente a scuola i piccoli per fame dei sapienti . ESERCIZI DELLA VITA PRATICA Il primo passo che deve compiersi nei nostri metodi - - è una specie di chiamata all ' allievo : una chiamata ora all ' attenzione , ora alla sua vita interiore , ora alla vita sociale . Facendo un paragone , che non va qui preso in senso letterale , ma in senso lato - - occorre procedere come in psicologia sperimentale o in antropologia , allorché si inizia un esperimento o una misura : cioè ( dopo aver preparato gl ' istrumenti che qui corrisponderebbero all ' ambiente ) preparare il soggetto . Considerando il metodo nell ' insieme , dobbiamo iniziare la nostra opera , preparando il fanciullo alle forme della vita sociale - - e richiamando su queste la sua attenzione . Nell ' orario che avevo dettato quando s ' inaugurò la prima « Casa dei Bambini » , ma che non venne mai praticamente seguito nel suo insieme ( segno che un orario sulla distribuzione delle materie non era adatto al regime della libertà ! ) facevo iniziare la giornata con una serie d ' esercizi di vita pratica ; e debbo dire che questa fu l ' unica parte dell ' orario la quale corrispose eccellentemente - - tanto che tuttora forma l ' inizio consueto delle giornate nelle « Case dei Bambini » . 1ª . azione : Pulizia ­ Ordine ­ Compostezza Conversazione Appena i bambini arrivano a scuola , c ' è una visita di pulizia , possibilmente alla presenza delle madri ( ma senza far loro osservazioni dirette ) : si guardano i capelli , le mani , le unghie , il collo , gli orecchi , la faccia , i denti . Se il vestito è trascurato , stracciato , scucito , se manca di bottoni , se è impolverato ; se le scarpe sono sporche ecc . Si fanno osservare tra loro i bambini . Si abituano poi a osservare se stessi e a mostrare le loro condizioni di proprietà . I bambini di turno fanno il bagno . Intanto in classe la maestra , con un adatto bacile , insegna ai bambini a lavarsi parzialmente - - es . le dita e le unghie - - ovvero i piedi - - ovvero le orecchie - - ovvero il viso con riguardo speciale agli occhi - - a sciacquarsi la bocca ecc . - - cioè a eseguire una lavanda parziale - - richiamando la loro attenzione sulla conformazione delle parti che lava , e sui mezzi diversi per ottenere la pulizia : acqua pura - - ovvero sapone - - spazzole ecc . Insegna ai grandi ad aiutare i piccoli a lavarsi bene , pur curando che i piccoli si sforzino a far da sé . Dopo le pulizie personali c ' è la visita ai grembiuli ; i bambini se ne rivestono da soli , o con reciproco aiuto . Quindi comincia la visita all ' ambiente : si osserva se gli oggetti sono in ordine , se sono puliti ; la maestra insegna a cercare i luoghi ove la polvere si accumula - - gli oggetti necessarii alla pulizia ( strofinacci , scope , scopetti ) . Tutto ciò , quando i bambini si sono addestrati a fare da sé - - viene compiuto rapidamente . Quindi i bambini si mettono al posto . - - La maestra fa capire che la posizione normale è quella di stare ciascuno al suo posto , in silenzio , ben diritti , coi piedi uniti , le braccia in seconda , la testa eretta : insegna la » compostezza » . Poi li fa alzare in piedi a cantare un inno insegnando che alzandosi e risedendosi non devono far rumore : così i bambini imparano a muoversi tra i mobili , con compostezza e riguardo . Quindi fa eseguire gli esercizî di grazia ; andare e venire , salutare , porgere oggetti con gentilezza , riceverne ringraziando ecc . La maestra fa notare con osservazioni esclamative , come è bello un bambino pulito , una stanza ordinata , una classe composta , una mossa graziosa ecc . Da tale « punto di partenza » si procede all ' insegnamento libero . Cioè la maestra non farà più osservazioni ai bambini , che si muoveranno dal posto ecc . badando solo a riprenderli in tutti i casi di mosse disordinate . Dopo che la maestra ha parlato così , facendo brevi osservazioni con voce modulata da interiezioni ecc . invita i bambini a parlare : - - li interroga su ciò che hanno fatto il giorno prima - - regolandosi in modo che essi non debbano riportare gli avvenimenti intimi di famiglia , ma il loro individuale contegno coi genitori ecc . Si domanda se hanno saputo salire le scale senza mai insudiciarle , se hanno salutato chi passava , se sono stati d ' aiuto alla madre , se hanno dato prova in famiglia delle cose imparate a scuola , se sono andati in istrada ecc . Specialmente lunghe si facciano le conversazioni il lunedì , cioè dopo la vacanza : in tal caso si farà narrare ciò che hanno fatto con la famiglia « fuori di casa » ; e se hanno bevuto vino , come spesso accade , esortare a non berne , insegnare che ai bambini il vino fa male . Tali conversazioni esercitano alla disinvoltura del linguaggio - - e riescono anche educative , perché la maestra impedendo di raccontare i fatti di casa o dei vicini , e scegliendo invece gli argomenti adatti alla buona conversazione , insegna ai bambini ciò che è conveniente dire - - ciò di cui bisogna occuparsi nella vita . Fatti pubblici eventualmente accaduti nel casamento , specialmente riferentisi a bambini , un battesimo , una caduta ecc . serviranno di conversazione occasionale ; i fatti si facciano narrare dai bambini stessi . Quindi si passa ai varî insegnamenti . Refezione del bambino - - Alimentazione del bambino In questo capitolo degli esercizi di vita pratica - - entrerebbe opportuno trattare l ' argomento della refezione . Per proteggere lo sviluppo infantile , specialmente là ove le norme dell ' igiene del bambino non sono ancora diffuse nelle famiglie , sarebbe molto opportuno riservare alla scuola gran parte almeno dell ' alimentazione del fanciullo . È ben noto oggi che questa deve adattarsi alla fisiologia infantile : e come la medicina dei bambini non è la medicina degli adulti a dosi ridotte , così l ' alimentazione non deve essere quella dell ' adulto in proporzioni quantitative minori . Per tale ragione io vorrei che anche nelle « Case dei bambini » situate nei casamenti - - e dove i piccini , essendo in casa loro , possono salire in famiglia a mangiare , - - si istituisse la refezione scolastica . Non solo : ma anche se si trattasse di bambini ricchi - - la refezione scolastica sarebbe sempre consigliabilissima - - finché un corso scientifico di cucina non introducesse nelle famiglie signorili l ' abitudine di specializzare il vitto pei bambini . L ' alimentazione dei piccoli bambini deve essere ricca di grassi e di zucchero : - - materia di riserva la prima - - e plastica la seconda ; infatti lo zucchero è stimolante dei tessuti in via formativa . In quanto alla forma di preparazione è bene che le sostanze alimentari siano sempre sminuzzate , perché il bambino non ha ancora la capacità di masticare completamente le vivande , mentre il suo stomaco è ancora incapace di compiere il lavoro di sminuzzamento degli alimenti . Perciò le minestre , i purées , le polpettine costituiscano la forma consueta dei piatti per le tavole infantili . L ' alimentazione azotata nel bambino da due a tre anni , dovrebbe essere costituita prevalentemente da latte e uova - - ma dopo il secondo anno di età sono consigliate anche le minestre in brodo . Dopo i tre anni e mezzo si può dare la carne : o trattandosi di bambini poveri , legumi . Le frutta sono pure consigliate ai bambini . Credo che uno specchietto particolareggiato su l ' alimentazione infantile potrà essere utile , specialmente per le madri . Modo di preparare il brodo pei piccoli bambini ( 3­6 anni d ' età ; dopo il bambino può usare il brodo comune di famiglia ) La quantità di carne deve corrispondere a 1 gr . per ogni cm . 3 di brodo - - e va messa nell ' acqua fredda - - senza erbe aromatiche ; ma col solo condimento del sale . La carne va lasciata due ore in ebollizione . Invece di digrassare il brodo - - è bene aggiungervi il burro - - o , trattandosi di poveri , un cucchiaio di olio : mai i sostituti del burro , come sarebbero margarina ecc . Il brodo deve essere preparato di fresco : - - sarà bene perciò mettere al fuoco la carne due ore prima del vitto , perché nel brodo appena raffreddato , cominciano a separarsi sostanze chimiche , le quali sono dannose al bambino e possono facilmente provocare diarree . Minestre Una minestra molto semplice e consigliabilissima pei bambini è il pane cotto nell ' acqua salata o nel brodo , e abbondantemente condito di olio . Questa è la minestra classica dei bambini poveri : - - eccellente mezzo di nutrizione . È analoga la minestra consistente in piccoli dadi di pane abbrustolito nel burro , e lasciato inzuppare nel brodo a sua volta grasso di burro . O anche le minestre di pane grattato . Le pastine , specialmente quelle glutinate , sono pure analoghe : indubbiamente superiori alle altre per digeribilità - - ma accessibili alle sole classi sociali privilegiate . È bene che il povero sappia come un piatto di pancotto composto con gli avanzi del pane indurito , è molto più sano delle minestre di grossa pasta - - magari asciutta e condita con sughi - - indigeribili pei bambini ! Minestre eccellenti sono quelle costituite da purées di legumi : ( fagioli , ceci , piselli , lenticchie ) : oggi si trovano in commercio i legumi secchi e sbucciati adatti appunto a questa specie di minestra Cotti in acqua e sale , i legumi che anche sbucciati vanno messi a freddo e passati allo staccio - - ( o semplicemente compressi , se sono già sbucciati ) - - si impastano con burro - - e poi , nel brodo bollente , la pasta si introduce e si discioglie a poco a poco . Le minestre di legumi si possono condire anche col lardo . - - Invece del brodo può essere veicolo del purée di legumi - - il latte inzuccherato . Si consiglia molto ai bambini la minestra di riso cotto nel brodo o nel latte - - ; e la minestra di farina di mais , purché sia condita con abbondante burro o lardo - - non con formaggio ( la forma di polenta è molto consigliabile per la lunga cottura ) . Le classi povere che non hanno brodo , possono dunque ugualmente nutrir bene i loro piccini , con le minestre di pancotto e di polenta - - e coi condimenti di lardo e di olio . Latte e uova Sono alimenti i quali non solo contengono sostanze azotate sotto forma eminentemente digeribile : ma hanno i così detti enzimi che facilitano l ' assimilazione nei tessuti , quindi in particolar modo favoriscono la crescenza del bambino . E tanto meglio potranno corrispondere a quest ' ultima importantissima condizione , per quanto più tali sostanze sono fresche e intatte , conservando in se stesse , si può dire , la vita degli animali che le produssero . Il latte appena munto , e l ' ovo ancor caldo - - sono al massimo punto assimilabili . Invece la « cottura » fa perdere al latte e alle uova le loro particolari condizioni di assimilabilità - - e li riduce al potere semplicemente nutritivo di qualsiasi sostanza azotata . Perciò oggi si fondano latterie speciali pei bambini - - ove il latte viene raccolto sterile : la pulizia rigorosa dell ' ambiente in cui vivono gli animali lantiferi , la sterilizzazione della mammella prima della mungitura , delle mani del mungitore , e dei vasi che dovranno contenere il latte : la chiusura ermetica di questi ultimi - - e il bagno frigorifero immediatamente successivo alla mungitura ( se il latte deve portarsi lontano : altrimenti è bene berlo caldo ! ) - - procurano un latte puro da microgermi , il quale perciò non ha bisogno di essere sterilizzato con l ' ebollizione - - e che conserva intatti i suoi poteri nutritivi naturali . Altrettanto si dica delle uova : il miglior modo di offrirle al bambino è quello di toglierle ancor calde alla gallina e farle senz ' altro sorbire , e poi digerire all ' aria aperta . Ma non avendo questa comodità - - saranno scelte uova di giornata appena scaldate nell ' acqua , cioè preparate à la coque . Tutte le altre forme di preparazione : minestra al latte , omelette , ecc . rendono le due sostanze bensì un ottimo alimento , consigliabile a preferenza di altri ; ma tolgono loro le proprietà specifiche di assimilazione che li caratterizzano . Carne Non tutte le carni sono adatte ai bambini : e anche la loro preparazione deve essere speciale secondo le età . Così p . es . i bambini da tre a cinque anni dovrebbero mangiare solo carni triturate più o meno finemente : invece a cinque anni i fanciulli sono capaci di triturare completamente la carne con la masticazione ; ma in tal momento è bene accuratamente insegnare al bambino a masticare - - perché egli ha la tendenza d ' inghiottire presto gli alimenti - - e ciò può produrre indigestioni e diarree . Perciò la refezione scolastica nelle « Case dei Bambini » sarebbe opportunissima istituzione , potendosi ivi integrare l ' alimentazione razionale del bambino , con le cure educative che vi sono connesse . Le carni più adatte ai bambini sono quelle così dette bianche - - cioè - - in prima linea , il pollo , poi la vitella ; così pure la carne leggera di pesce ( sogliole , spigole , merluzzi ) . Dopo quattro anni d ' età può introdursi nell ' alimentazione anche il filetto di bue ; ma non mai carni pesanti e grasse come quelle di maiale , di cappone , di anguilla , di tonno , ecc . : che sono da escludersi assolutamente , insieme ai molluschi e ai crostacei ( ostriche , aragoste ) , dall ' alimentazione infantile ! Le croquettes preparate con carne finemente tritata , pane grattugiato , burro , latte e uova sbattute - - fritte nel burro - - sono la preparazione più adatta . - - È anche una ottima preparazione quella di impastare a polpetta la carne grattugiata , con conserve dolci di frutta e ovo sbattuto con lo zucchero . A cinque anni si può dare al bambino petto di pollo arrostito , o qualche cotoletta di vitello o di filetto di bue . Il lesso non deve mai essere dato al bambino , perché la carne essendovi già stata privata di molti principî eccitanti e anche nutritivi , riesce difficilmente digeribile . Sostanze nervose Oltre la carne , si può dare al bambino che ha già compiuto i quattro anni d ' età , il cervello fritto e le animelle - - da unirsi p . es . a croquettes di pollo . Latticini e creme Sono da escludersi nell ' alimentazione del bambino tutti i formaggi - - e anche i latticini pesanti come p . es . la ricotta , le cosidette « provature » ecc . Il solo latticino adatto ai piccoli da 3 a 6 anni , è il burro fresco . La crema È pur consigliabilissima purché sia preparata di fresco , cioè subito prima di venir mangiata , - - e con sostanze freschissime ( latte , uova ) : - - se tali condizioni non possono a rigore raggiungersi , si preferisca fare a meno della crema , che non è necessaria . Pane Da quanto si è detto per le minestre , risulta già che il pane è un eccellente alimento pel bambino . Esso sia scelto bene : la mollica è poco digeribile ; il pane bruno , che va in commercio a prezzi inferiori , contiene più sostanze nutritive del pane fine e bianco : quando perciò si voglia dare al bambino un ' alimentazione prevalente di pane , è bene scegliere il pane considerato di qualità inferiore . La mollica può utilizzarsi quando è secca per fare pancotti ; ma dovendo dare a mangiare al bambino semplicemente un pezzo di pane , è bene offrirgli in prevalenza la crosta : il cantuccio della pagnotta . Ottimi pei bambini ricchi sono i grissini . Il pane contiene molte sostanze azotate ed è ricchissimo di amidi - - è scarso però di grassi : ed essendo notoriamente tre le sostanze fondamentali dell ' alimentazione , cioè : proteiche ( azotate ) , amidacee e grasse , - - il pa ne non è un alimento completo ; bisogna perciò offrire al bambino possibilmente pane imburrato , il quale allora costituisce un alimento completo ; e può essere considerato come una sufficiente ed eccellente colazione . Erbaggi I bambini non devono mai mangiare erbe fresche , ma solo cotte ; tuttavia esse non vanno molto consigliate né cotte , né crude , salvo gli spinaci , che possono con moderazione entrare a far parte dell ' alimento infantile . Invece le patate preparate a purée , con molto burro , sono un buonissimo complemento della nutrizione pei bambini . Frutta Tra le frutta esistono eccellenti alimenti per bambini : anch ' esse come le uova e il latte , se appena colte , conservano una parte vivente , che aiuta l ' assimilazione . Non essendo però questa condizione molto praticamente raggiungibile nelle città , è necessario considerare anche l ' alimentazione di frutta non freschissime , le quali perciò possono prepararsi e cuocersi in vari modi . Non tutte le frutta sono consigliabili pei bambini : - - intanto le loro qualità principali devono essere : la maturità giusta , la tenerezza e la dolcezza della polpa ; ovvero la sua acidità . Le pesche , le albicocche , l ' uva , il ribes , gli aranci e i mandarini possono darsi ai picccoli fanciulli con gran vantaggio - - allo stato naturale . Invece altre frutta vanno date preferibilmente previa una preparazione , come : pere , mele , prugne ; cotte o sciroppate . Altre frutta , come fichi , ananas , datteri , meloni , ciliege , noci , mandorle , nocciole , castagne vanno escluse , per ragioni varie , dall ' alimentazione della prima infanzia . La preparazione delle frutta deve consistere nel depurarle da tutte le parti indigeribili , come le bucce ; e anche da quelle che il bambino potrebbe inavvertitamente ingerire con suo danno , come per es . i semi . Ai bambini di quattro o cinque anni bisognerà principiare ad insegnare come debbano accuratamente gettarsi via i semi , e come vanno sbucciate le frutta : dopo il fanciullo così educato può avanzarsi all ' onore di ricevere un bel frutto intatto , e di saperlo convenientemente mangiare . Le preparazioni culinarie delle frutta devono essenzialmente consistere in due procedimenti : la cottura e il condimento con zucchero . Alla semplice cottura può pure accompagnarsi la triturazione delle frutta cioè la preparazione in marmellate e in gelatine che sono eccellenti ; ma naturalmente accessibili soltanto alle classi ricche . Invece le frutta candite , i marons glacée ecc . vanno assolutamente escluse dall ' alimentazione infantile . Pei bambini poveri , un grappolo d ' uva e una mela cotta sotto la cenere , saranno il più semplice e pur sano e delizioso alimento di frutta . Condimenti Un capitolo importantissimo sull ' igiene dell ' alimentazione infantile , riguarda i condimenti nel senso della loro rigorosa limitazione . Come già ho accennato , lo zucchero e alcune sostanze grasse devono , oltre il sale di cucina ( cloruro di sodio ) , costituire la parte principale dei condimenti . A questi possono aggiungersi gli acidi organici ( acido acetico , citrico ) , cioè aceto e sugo di limone : specialmente quest ' ultimo potrà essere vantaggiosamente usato sul pesce , sulle croquettes , sugli spinaci , ecc . Altri condimenti adatti ai piccoli bambini , sono alcuni vegetali aromatici - - come l ' aglio e la ruta , che disinfettano l ' intestino e i polmoni , ed hanno ancora una diretta azione antielmintica . Da abolire assolutamente sono invece le spezie - - come il pepe , la noce moscata , la cannella , il garofano - - e , sopratutto , la senape . Bevande L ' organismo in crescenza del bambino è ricchissimo d ' acqua : quindi bisognoso di molta bevanda . Tra queste , l ' eccellente e insieme l ' unica consigliabile , è la pura e fresca acqua di fonte . Ai bambini ricchi potrebbero consigliarsi le così dette acque da tavola , leggermente alcaline , come quelle di Sangemini , l ' acqua Claudia , ecc . mescolate a sciroppi , come p . es . quello di amarena . Oramai fa parte della coltura generale , la cognizione che tutte le bevande fermentate e quelle eccitanti del sistema nervoso , sono nocive ai bambini : però vanno assolutamente radiati dall ' alimentazione infantile tutti gli alcoolici e i caffeici . Non solo i liquori , ma il vino e la birra dovrebbero essere ignorati dal gusto infantile - - e il caffè o il thè , essere inaccessibili all ' infanzia . L ' azione deleteria dell ' alcool sull ' organismo infantile non ha bisogno d ' illustrazione ; ma in argomento di così vitale importanza , non è mai superflua l ' insistenza della ripetizione . L ' alcool è un veleno specialmente fatale agli organismi in via di formazione : non solo ne arresta lo sviluppo totale ( donde infantilismo , idiozia ) - - ma ancora lo predispone a malattie nervose ( epilessia , meningite ) - - e a malattie di organi digestivi e del ricambio materiale ( cirrosi del fegato , dispepsia , anemia ) . Se le « Case dei Bambini » riuscissero a illuminare il popolo su tali verità , compirebbero un ' opera igienica altissima , verso le nuove generazioni . Invece del caffè , potrà darsi ai bambini orzo abbrustolito e bollito - - il malto - - e sopratutto la cioccolata , che è un ottimo alimento infantile , specialmente se mescolata con latte . Distribuzione dei pasti Un altro capitolo dell ' alimentazione infantile , riguarda la distribuzione dei pasti . Intanto un principio deve primeggiare - - e venir diffuso tra le madri - - cioè che i fanciulli vanno tenuti rigorosamente a pasto , perché godano buona salute ed abbiano eccellenti digestioni . Invero prevale tra il popolo ( ed è una delle forme d ' ignoranza materna più fatale ai bambini ) il pregiudizio che i fanciulli per crescer bene debbono mangiare quasi continuamente , senza regola , sbocconcellando quasi per consuetudine una crosta di pane . Invece il bambino , data la delicatezza speciale del suo sistema digerente - - ha più bisogno dell ' adulto di regolare i pasti . - - Credo che le « Case dei Bambini » a orario molto prolungato , sarebbero perciò adatti luoghi di puericoltura , potendo dirigere l ' alimentazione del bambino . I fanciulli , all ' infuori dei pasti stabiliti , non devono mangiare . In una « Casa di Bambini » a orario prolungato , dovrebbero esserci due refezioni : una grande verso il mezzogiorno , e una piccola verso le quattro pomeridiane . Nella grande refezione deve entrare la minestra , una pietanza e pane - - e , trattandosi di bambini ricchi , anche frutta o crema e burro sul pane . Nella refezione delle quattro si preparerà invece una merenda leggera che dal semplice pezzo di pane , può andare al pane imburrato - - e al pane accompagnato con marmellate di frutta , con cioccolata , con miele , con crema , ecc . Anche i biscotti freschi e frutta cotte ecc . potrebbero utilmente usarsi . Molto opportunamente la merenda potrebbe esser costituita da una zuppa di pane e latte , ovvero da un uovo à la coque con grissini ; o anche da una semplice tazza di latte ove sia disciolto un cucchiaio di Mellin ' s ­ Food . Io consiglio moltissimo il Mellin ' s ­ Food non solo nella primissima infanzia , ma anche molto di poi , pei suoi poteri di digeribilità e di nutrizione e pel sapore così gradevole ai bambini . Il Mellin ' s ­ Food è una polvere preparata dall ' orzo e dal frumento , contenente concentrate e pure le sostanze nutritive proprie a quei cereali : la polvere va lentamente disciolta in acqua calda nel fondo della tazza stessa che servirà per bere la miscela , e vi si versa poi sopra freschissimo latte . In casa sua poi il bambino farebbe gli altri due pasti , cioè la colazione del mattino , e la cena , che deve essere pei bambini leggerissima affinché poco dopo siano pronti a coricarsi . Su tali pasti converrebbe dare consigli alle madri , esortandole ad aiutare a integrare l ' opera igienica della « Casa dei Bambini » , a vantaggio dei loro figliuoli . La colazione del primo mattino potrebbe essere , pei ricchi , latte e cioccolata - - ovvero latte e decotto di malto con biscotti freschi , o meglio con pane abbrustolito spalmato di burro o di miele ; pei poveri una tazza di latte fresco , con pane . Nel pasto della sera è consigliabile una minestra ( i bambini dovrebbero mangiare due minestre al giorno ) e un uovo alla coque - - ovvero una tazza di latte ; o minestra di riso al latte e pane imburrato con frutta cotte , ecc . In quanto alle razioni alimentari da calcolarsi , rimando ai trattati speciali d ' igiene : benché praticamente tali calcoli non siano di molta utilità . Nelle « Case di Bambini » specialmente se di poveri , userei molto le minestre di legumi - - e farei coltivare nei campicelli , esemplari di piante utilizzabili nell ' alimentazione ; per farne poi cogliere i frutti nella loro freschezza , e far li cucinare e gustare . Cercherei possibilmente di fare altrettanto per le frutta : - - e , nella coltura degli animali , per le uova , e pel latte , che i bambini più grandi potrebbero direttamente mungere dalle capre , dopo essersi scrupolosamente lavate le mani . Un ' altra importante applicazione educativa che può offrire la refezione scolastica nelle « Case dei Bambini » , e che riguarda la « vita pratica » , consiste nell ' apparecchiare la tavola , disporre le stoviglie , impararne la nomenclatura ecc . In seguito dirò come questo esercizio possa gradualmente salire a sempre maggiori difficoltà , e costituire un mezzo didattico importantissimo . Infatti noi , che non abbiamo nelle « Case dei Bambini » refezione scolastica , possediamo però le stoviglie necessarie ad apparecchiare una tavola e ne facciamo oggetto di esercizi , che molto interessano i bambini . Qui basti accennare ch ' è assai opportuno insegnare ai bambini a mangiare con proprietà - - verso se stessi e verso l ' ambiente ( non insudiciare le tovaglie , ecc . ) , a usare le posate ( che , almeno per i piccini , saranno limitate al cucchiaio - - e pei grandi estese alla forchetta , e poi anche al coltello ) . EDUCAZIONE MUSCOLARE Ginnastica Si ha generalmente della ginnastica un ' idea molto parziale : nelle scuole comuni si usa chiamare ginnastica una disciplina muscolare collettiva , che tende a far eseguire dei movimenti comandati , all ' insieme della scolaresca . Tale ginnastica è guidata dalla coercizione . Essa soffoca i movimenti spontanei e ne impone altri - - non si sa bene con qual criterio fisiologico . Movimenti simili si usano in ginnastica medica per ridare , p . es . la funzionalità normale a un arto intorpidito da un apparecchio ingessato , o per restituire la mobilità normale a un arto paretico . Alcuni movimenti del busto in uso nelle scuole , si consigliano p . es . , in medicina a chi soffre di torpore intestinale . Ma invero quale ufficio abbiano tali esercizi allorché vengono eseguiti da squadre di fanciulli normali , non si comprende bene . Esiste poi la ginnastica alla palestra , molto simile a un primo passo verso l ' acrobatismo . Tuttavia non è qui il caso di criticare la ginnastica usata nelle scuole . Certamente non di tale ginnastica si tratta nel caso nostro . Invero chi mi sentì parlare di ginnastica per gli asili d ' infanzia , mostrò vive disapprovazioni , e tanto più chi mi intese parlare di palestra infantile . Davvero se ginnastica e palestra fossero quelle delle scuole comuni nessuno più di me avrebbe acconsentito alla disapprovazione espressa da cedesti critici . Noi dobbiamo intendere per ginnastica e in genere per educazione muscolare , una serie di esercizî tendenti ad aiutare il normale svolgimento dei movimenti fisiologici ( come la deambulazione , la respirazione , il linguaggio ) ; a proteggerne lo sviluppo ove presentansi tardività , o anomalie ; e ad avviare i fanciulli ai movimenti che sono utili nel disbrigo degli atti più comuni della vita ( come spogliarsi , vestirsi , abbottonarsi , allacciarsi ; trasportare e usare oggetti come palle , carrettini ecc . ) . Se in un ' età è necessario proteggere il bambino con una ginnastica speciale , questa è l ' età compresa fra tre e sei anni . La ginnastica speciale necessaria - - o meglio igienica in questo periodo della vita , si riferisce alla deambulazione . Il bambino , nella morfologia generale del corpo , è caratterizzato dall ' avere il busto molto sviluppato in confronto agli arti inferiori ; nel neonato la lunghezza del busto dal vertice della testa , alla piega inguinale , è uguale ai 68 centesimi della lunghezza totale del corpo ; le gambe dunque sono appena i 32 centesimi della statura . Durante la crescenza tali proporzioni relative cambiano notevolmente : così p . es . l ' uomo adulto ha il busto lungo sensibilmente come la metà della intera statura - - e precisamente , secondo gl ' individui , corrisponde ai 51 od ai 52 centesimi della statura totale . Tali differenze morfologiche tra il neonato e l ' adulto vengono man mano attenuandosi nella crescenza , in modo però che nei primi anni della vita il busto si mantiene ancora eccessivamente sviluppato in confronto agli arti : a un anno di età l ' altezza del busto corrisponde ai 65 centesimi della statura totale , a due anni a 63 centesimi , a 3 anni a 62 centesimi . Quando il bambino entra in un asilo d ' infanzia - - ha dunque ancora gli arti inferiori molto corti rispettivamente al busto : - - la lunghezza delle gambe corrisponde appena ai 38 centesimi della statura . Tra i sei e i sette anni d ' età la proporzione del busto alla statura diviene di 57 , 56 centesimi . Quindi in tale periodo il bambino non solo cresce notevolmente di statura ( egli misura infatti all ' età di 3 anni circa m . 0,85 , e a 6 anni m . 1,05 ) ; ma mutando così profondamente le proporzioni relative tra busto e arti , crescono specialmente le gambe . Tale crescenza è in rapporto con gli strati cartilaginei ancora esistenti nella estremità delle ossa lunghe - - e in genere con l ' ancora incompleta ossificazione dello scheletro . Le ossa tenere delle corte gambe devono dunque sostenere il peso di un busto sproporzionalmente grande . Noi non possiamo perciò giudicare la deambulazione dei piccoli bambini alla stregua della nostra . Per poco che il bambino sia debole , la stazione eretta e la deambulazione sono una gran fatica per lui - - e facilmente le ossa lunghe degli arti inferiori - - cedono al peso del corpo deformandosi , generalmente arcuandosi . Ciò particolarmente tra i bambini denutriti del popolo , o tra quelli il cui sistema scheletrico , pur non presentando fenomeni di rachitismo , si dimostra più tardivo nella normale ossificazione . Erroneamente dunque si considerano , sotto questo punto di vista , i bambini come uomini piccoli ; essi invece hanno caratteri , proporzioni del tutto speciali . La tendenza che ha il bambino a stare in terra , a camminare strisciando sui quattro arti , a distendere il busto e dimenare le gambe , sono altrettante espressioni di bisogni fisiologici collegati con le proporzioni del corpo . Il bimbo ama camminare sui quattro arti appunto perché , come gli animali quadrupedi , ha gli arti piccoli in confronto al corpo ; e l ' istinto di stendere il busto dimenando le gambe corrisponde al bisogno che sente il bambino di riposare gli arti inferiori dal peso sostenuto quando stette in piedi , camminò e corse : e di distendere , stirandole , le ossa e le cartilagini . Invece si scambiano queste naturali manifestazioni con cattive abitudini , e s ' impedisce al bambino di gettarsi in terra , di strisciare ecc . , quando non lo si obbliga a camminare insieme agli adulti per « abituarlo a non aver capricci » ! Errore veramente fatale , che rende così comuni le gambe arcuate nei piccini ! È bene illuminare anche le madri su questo particolare importante dell ' igiene infantile . Ora noi con la ginnastica possiamo - - anzi dobbiamo - - aiutare il bambino nello sviluppo , cercando di corrispondere al suo bisogno di muoversi , pur risparmiando fatica alle sue gambe . Ho pensato a un mezzo assai semplice , che mi fu suggerito dall ' osservazione dei bambini stessi . La maestra faceva camminare i bambini conducendoli a passeggio intorno al cortile , tra i muri delle case e il giardino centrale , che è difeso da una staccionata costruita con fili di ferro disposti traversalmente paralleli e sostenuti da pali di legno infissi nel terreno . C ' era lungo la via una breve gradinata , sulla quale i bambini stanchi avrebbero potuto sedersi ; inoltre facevo portare sempre delle seggioline , che collocavamo adiacenti ai muri . A poco per volta i piccini di due anni e mezzo o tre anni si distaccavano dall ' insieme - - essendo evidentemente stanchi ; ma invece di buttarsi in terra o sedersi , essi andavano verso la staccionata , e attaccandosi con le mani ai fili di ferro superiori , camminavano traversalmente appoggiando i piedi sul filo più vicino a terra . Essi provavano gran piacere perché ridevano guardando con occhi brillanti i compagni più grandi , che passeggiavano . Infatti questi piccini avevano risolto un bel problema : essi si muovevano con movimenti di generale traslazione del corpo e movimenti pure delle gambe , senza far gravare su esse il peso del busto . Tale istrumento nella Palestra ginnastica infantile - - risparmia spontaneamente ai bambini il bisogno di gettarsi in terra e di agitare le gambe - - corrispondendo con una apparenza più corretta ai medesimi bisogni fisiologici . Io perciò consiglio di fabbricare come istrumento di prima necessità nella palestra infantile - - le staccionate ; sbarre parallele sostenute da pali infissi sul terreno , le quali possono essere prolungate per un grande spazio , e formare nell ' insieme recinti che , aperti da una parte , potrebbero per es . delimitare l ' insieme della palestra - - isolando e proteggendo i piccini arrampicati al di fuori , che potrebbero appunto divertirsi guardando che cosa fanno i più grandi dentro . Fig . 1 Altri istrumenti possono servire ad analogo scopo : tra questi il seguente , che fu inventato dal Séguin per rinforzare gli arti inferiori e specialmente l ' articolazione del ginocchio nei bambini deboli - - cioè il Trampolino . È una specie di altalena attiva , costituita da una seggiolina a sedile lungo , in maniera che le gambe del bambino vi stiano distese fin quasi al piede - - sospesa a corde e lasciata libera : all ' innanzi una tavola verticale serve di appoggio ai piedi per la spinta . Il bambino seduto sul trampolino deve esercitare le gambe puntando i piedi sulla tavola per la spinta dell ' altalena : la tavola sia bassa affinché il bambino possa vedere innanzi a sé . In questo modo essa rinforza le gambe con una ginnastica limitata agli arti inferiori , senza far gravare su questi il peso del busto . Fig . 2 Altri istrumenti , meno importanti dal lato igienico , ma che molto divertono i bambini , sono : il Pendolo . - - Nel giuoco del pendolo , che può essere a uno o più posti , si tratta di palle elastiche appese a un filo : i bambini seduti in piccoli sgabelli senza appoggio pel busto , si lanciano reciprocamente la palla . È un esercizio degli arti superiori , e della colonna vertebrale , e contemporaneamente anche un esercizio dell ' occhio alle distanze dei corpi in movimento . Il filo Si tratta di una linea disegnata in terra , p . es . col gesso , col carbone ; o di una lunga tavola : - - sulla quale i bambini camminano , e serve a ordinare la deambulazione libera lungo una direzione : tale giuoco è pure bello , se , dopo una nevicata , conservandosi le impronte del cammino , si nota la regolarità della linea tracciata dalle impronte dei piedi , e si suscita una gara festevole tra i bambini . La scalinata rotonda Si tratta di una scalinata a gradini di legno , non rettilinei , ma facenti una curva : da una parte essa è chiusa da una balaustra , in modo che offre appoggio alla mano ; dall ' altra è aperta - - e rotonda - - perché i bambini non trovino appoggio , ma non possano nemmeno farsi male agli spigoli cadendo . Serve ad addestrare i bambini nel salire e discendere le scale senza appoggiarsi , con mosse composte , eleganti . I gradini devono essere molto bassi e stretti : tale esercizio serve ai piccini per imparare movimenti che non possono eseguir bene montando le scale della casa , che sono proporzionate agli individui adulti . Gli scalini e il piano : le scalette a corda Servono al salto in largo , in alto e in basso : si tratta di una tavola con segni colorati per misurare l ' estensione del salto in largo e di scalini sui quali o dai quali saltare . I piccini amano molto il salto . Ritengo che sia opportuno adottare in un asilo di infanzia anche le scalette a corda parallele , usate nel modo che la figura rappresenta - - cioè come aiuto dei movimenti più varî - - ; chinarsi e alzarsi , sporgersi innanzi e indietro ecc . , movimenti che i piccini non potrebbero eseguire senza perdere l ' equilibrio , ove non avessero l ' appoggio delle scalette ; mentre i movimenti stessi sono utili a provocarsi appunto per acquistare prima l ' equilibrio , cioè la coordinazione dei movimenti muscolari ad esso necessari , e sono favorevoli pure alla dilatazione polmonale . Inoltre gli esercizî detti , rinforzano la mano nel suo atto più essenziale e primitivo : la prensione , che necessariamente precede tutti gli altri più fini movimenti della mano stessa . Tale istrumento venne efficacemente usato dal Séguin per lo sviluppo della forza e del movimento di prensione della mano , sui bambini idioti . La palestra quindi offre mezzi a esercizi vari , tendenti ad educare la coordinazione di movimenti della vita comune , quali camminare , gettare un oggetto , salire e scendere le scale , chinarsi e alzarsi , saltare ecc . Ginnastica libera S ' intende libera da istrumenti speciali . - - Essa si divide in ginnastica obbligata e in giuochi liberi . Nella ginnastica obbligata è da raccomandarsi la marcia , dove però non il ritmo , ma solo la compostezza dovrà essere ricercata : accompagnandola col canto nel suo iniziarsi , poiché questo costituisce un esercizio di respira zione adatto a perfezionare il linguaggio ; e , oltre la marcia , alcuni dei giuochi del Froebel , accompagnati pure dal canto ( simili a giuochi che poi i bambini consuetamente ripetono tra loro : il leprotto ecc . ) . Nei giuochi liberi si mettono a disposizione dei bambini palle , cariole , secchietti , pale , volanti ; gli alberi si offrono al giuoco dei quattro cantoni , e consimili , nei cortili alberati . Ginnastica educativa Sotto il nome di ginnastica educativa intendiamo due serie di esercizi che si integrano ad altri insegnamenti , come : o la coltivazione della terra e la cura delle piante e degli animali ( innaffiare e mondare le piante , portare il becchime ai pulcini ecc . ) dove si esplicano movimenti coordinati vari quali zappare , chinarsi e alzarsi , andare e venire trasportando oggetti a uno scopo determinato e utile , spargere oggetti minuti come il becchime , aprire e chiudere cancelli , ecc . ; esercizî che si fanno evidentemente all ' aria aperta . Ed esercizî per movimenti coordinati delle dita , che si fanno in classe e servono a preparare agli esercizî di vita pratica , come spogliarsi e vestirsi : viene usato all ' uopo un semplicissimo materiale didattico , consistente in telai ove sono inchiodati due pezzi di stoffa o di pelle , che bisogna tra loro unire e separare - - abbottonando - - agganciando - - allacciando - - annodando . Nelle nostre « Case dei Bambini » usiamo dieci telai , cioè : per abbottonare con bottoni grossi su stoffe di lana ( vestiti ) , per abbottonare con bottoncini di madreperla su tela ( biancherie ) , per abbottonare con bottoni rotondi fissati su cuoio e asole pure in cuojo ( scarpe ) usando per abbottonare l ' aiuto di quel piccolo istrumento a uncino che è l ' allacciascarpe ; - - per allacciare su stoffe sostenute da stecche di balena ( bustini ) - - e per allacciare su cuojo | ( scarpe ) ; - - per agganciare con uncinelli grossi metallici così nel maschio , come nella femmina ; - - per agganciare con piccoli uncinelli metallici che s ' infilano in magliette ; - - per annodare con grossi nastri di cotone colorato ( fiocco ) ; - - per annodare con cordelline bianche ( biancherie ) ; infine per allacciare coi così detti bottoni automatici che si usano modernamente . Con tali istrumenti il bambino può praticamente analizzare i movimenti necessarî a vestirsi e prepararli separatamente con ripetuti esercizî . Si riesce a condurre il bambino a vestirsi da sé , senza che se ne accorga ; cioè senza che un insegnamento diretto o un comando ve lo abbian condotto . Egli , appena sappia farlo , comincerà a desiderare l ' applicazione pratica della sua abilità - - e ben presto sarà orgoglioso di bastare a sé stesso e geloso di tale operazione , che isola il suo corpo dalle mani altrui ; e lo conduce più presto a quella modestia e a quella attività , che si sviluppano oggi assai più tardi nei bambini privi di questo particolare efficacissimo dell ' educazione . I « giuochi delle allacciature » sono graditissimi ai piccini : e spesso quando dieci di essi usano contemporaneamente i telai , seduti silenziosamente intorno ai tavolini , intenti e serî , danno l ' illusione ottica d ' un laboratorio di minuscoli operai . Ginnastica respiratoria Essa serve a regolarizzare i movimenti respiratorî , a insegnare a respirare : e ciò facilita anche la formazione corretta del linguaggio . Gli esercizi che noi usiamo sono stati introdotti nella letteratura scolastica dal Prof . Sala , e le nostre maestre seguono gli esercizî consigliati da tale autore nel suo trattato Cura della balbuzie a pag . 118­123 , accoppiando alcuni esercizî di ginnastica respiratoria , con esercizî muscolari ; esempio : bocca molto aperta ; lingua piana e ferma ; mani sui fianchi ; Inspirare profondamente ; innalzare le spalle rapidamente rialzando il petto , con abbassamento del diaframma ; espirare lentamente ; abbassare le spalle lentamente , ritornando alla posizione normale ; la maestra sceglie o compone esercizi simultanei di espirazione ed inspirazione con slancio delle braccia , ecc . Ginnastica labio ­ dento ­ linguale Essa serve a insegnare i movimenti delle labbra e della lingua nella pronuncia di alcuni suoni consonanti fondamentali , e a rafforzare o a rendere agili i muscoli a tali movimenti preposti : questa ginnastica prepara gli organi convenientemente alla formazione del linguaggio . Tale esercizio principia come collettivo , e finisce individuale . Si esortano i bambini a pronunciare con forza e ad alta voce la prima sillaba d ' una parola . Quando tutti sono intenti a mettere la maggior forza possibile nell ' esercizio , si chiamano i bambini ad uno ad uno - - e si fa ripetere a ciascuno la parola : - - se la pronunzia bene - - si fa andare a destra , se male a sinistra . A quelli che la pronunciano male si fa più volte ripetere la parola - - la maestra nota l ' età del bambino e i difetti del movimento di articolazione , e poi toccando i muscoli che devono muoversi , p . es . battendo sull ' orbicolare delle labbra , ovvero prendendo la lingua del bambino e mettendola contro l ' arcata dentaria o facendo vedere chiaramente i movimenti propri della pronuncia , cerca di aiutare lo sviluppo normale del movimento necessario all ' esatta articolazione della parola . Per questi esercizî ginnastici noi facciamo pronunciare : pane - - fame - - tana - - zina - - stella - - rana ; nel 1° : pane , facendo con tutta la forza ripetere : pa , pa , pa si esercita alla contrazione il muscolo orbicolare delle labbra ; in fame : facendo ripetere fa , fa , fa si esercita il movimento del labbro inferiore contro l ' arcata dentaria superiore ; in tana : facendo ripetere ta , ta , ta si fa esercitare il movimento della lingua contro l ' arcata dentaria superiore ; in zina , si provoca il contatto delle arcate dentarie ; in stella , ( facendo ripetere tutta la parola ) si esercitano al contatto le due arcate dentarie trattenendo con forza contro quella superiore la lingua che tenderebbe a uscirne ; in rana , si fa ripetere r , r , r esercitando così la lingua nei movimenti di agilità vibratoria ; in gatto , si fa trattenere la voce sul suono gutturale g . LA NATURA NELLA EDUCAZIONE Lavori agricoli : coltura delle piante e degli animali Itard in un suo mirabile scritto pedagogico : Des premiers développements du jeune sauvage de l ' Aveyron , espone particolareggiatamente il dramma di una educazione singolare , gigantesca , che cerca insieme di vincere le tenebre psichiche di un idiota e di strappare alla libera natura un uomo . Il selvaggio dell ' Aveyron era un bambino cresciuto allo stato naturale : abbandonato per fatto criminoso in un bosco ove i suoi assassini credevano di averlo ucciso ; - - era guarito naturalmente e sopravissuto per molti anni - - libero e nudo tra le selve ; finché , catturato dai cacciatori , entrò nella vita civile di Parigi - - raccontando con le cicatrici ond ' era solcato il suo corpicino , la storia di lotte con le fiere e di ferite lacere per cadute dall ' alto . Il bambino era e restò sempre muto ; la sua mentalità , diagnosticata da Pinel come idiotica , rimase sempre quasi inaccessibile all ' educazione intellettuale . La Pedagogia positiva deve a questo fanciullo i suoi primi passi . Itard , medico dei sordomuti e studioso di filosofia , ne intraprese l ' educazione coi metodi ch ' egli già aveva tentato parzialmente per rendere udenti i sordastri : credendo in principio che il selvaggio presentasse le sue caratteristiche d ' inferiorità , non per essere un organismo degradato , ma solo per la mancanza di educazione . Egli era seguace dei principî d ' Helvetius : « l ' uomo è nulla senza l ' opera dell ' uomo » cioè credeva all ' onnipotenza dell ' educazione : e contrario al principio pedagogico che il Rousseau aveva lanciato prima della Rivoluzione : « Tout est bien sortant des mains de l ' Auteur des choses , tout dégénére dans les mains de l ' homme » , cioè l ' opera dell ' educazione è deleteria , e guasta l ' uomo . Il selvaggio - - secondo la primitiva illusione d ' Itard - - dimostrava dunque sperimentalmente coi suoi caratteri , la verità della prima asserzione . Quando però egli si accorse , con l ' aiuto di Pinel , di trovarsi innanzi a un idiota - - le sue teorie filosofiche dettero luogo ai più ammirabili tentativi di Pedagogia sperimentale . Itard divide in due parti l ' educazione del selvaggio : nella prima cerca di ricondurre il fanciullo dalla vita naturale alla vita sociale ; nella seconda tenta l ' educazione intellettuale dell ' idiota . Il fanciullo , nella sua vita di spaventevole abbandono , aveva trovato una felicità : egli si era quasi tuffato e unificato nella natura deliziandosene - - le pioggie , le nevi , le tempeste , lo spazio senza fine , - - erano stati i suoi spettacoli , i suoi compagni , il suo amore . La vita civile è una rinuncia a tutto ciò ; ma è una conquista benefica al progresso umano . Nelle pagine di Itard è vivamente descritta l ' opera morale che condusse il selvaggio alla civiltà , moltiplicando i bisogni del fanciullo , e circondandolo di amorevoli cure . Ecco un saggio della ammirabile opera paziente di Itard come osservatore delle espressioni spontanee del suo educando : essa veramente può dare ai maestri che devono prepararsi al metodo sperimentale , un ' idea della pazienza e dell ' annientamento di se stessi , occorrenti innanzi al fenomeno che deve osservarsi : « Quando per esempio lo si osservava nell ' interno della sua camera , lo si vedeva dondolarsi con una monotonia opprimente , dirigere continuamente gli occhi verso la finestra con uno sguardo vagante nel vuoto . Se allora un vento di uragano soffiava improvvisamente , se il sole nascosto dietro le nubi si affacciava a un tratto rischiarando vivacemente l ' atmosfera , erano clamorosi scoppi di risa , una gioia quasi convulsa . Talvolta invece di questi movimenti di gioia era una specie di rabbia frenetica : egli si torceva le braccia , si metteva i pugni chiusi su gli occhi digrignando i denti e diventando pericoloso per quelli che gli stavano intorno . Un mattino che cadeva abbondantemente la neve , mentre egli era ancora in letto , manda un grido di gioia svegliandosi , salta dal letto , corre alla finestra , poi alla porta ; va e viene con impazienza dall ' una e dall ' altra ; poi fugge così svestito nel giardino . Là , facendo scoppiare la sua gioia con le più acute grida , corre , si rotola tra la neve , la raccoglie a manciate e l ' inghiottisce con incredibile avidità . Ma le sue sensazioni non sempre si manifestavano in maniera così viva e chiassosa , alla vista dei grandi spettacoli della natura . E degno di nota che in certi casi essi sembravano prendere l ' espressione calma del rimpianto e della melanconia . Così , quando il rigore del tempo scacciava tutti dal giardino , era il momento ch ' egli ( il selvaggio dell ' Aveyron ) sceglieva per discendervi . Ne faceva più volte il giro e finiva col sedersi sull ' orlo della fontana . Io mi sono spesso fermato durante ore intiere e con indicibile piacere , a osservarlo in questa situazione ; a vedere come insensibilmente la sua fisonomia insignificante o contratta da smorfie , assumeva un ' espressione di tristezza e di melanconica reminiscenza , mentre gli sguardi si sprofondavano fissi , sulla superfice delle acque , ove egli stesso di tanto in tanto gettava qualche foglia morta . Allorché durante la notte , a un bel lume di luna piena , un fascio di miti raggi penetrava nella sua camera , raramente mancava di svegliarsi e mettersi davanti alla finestra . Restava lì gran parte della notte diritto , immobile , col collo teso , gli occhi fissi verso la campagna rischiarata dalla luna e immerso in una specie di estasi contemplativa , della quale l ' immobilità e il silenzio erano solo interrotti a lunghi intervalli , da una inspirazione profonda come un sospiro , che si estingueva in un flebile suono di lamenti » . In altri brani Itard racconta come il fanciullo non conoscesse il camminare che noi usiamo nella vita civile , ma solo il correre ; e come egli , Itard , corresse dietro a lui in principio quando lo conduceva a spasso per le vie di Parigi , non volendo frenare violentemente la corsa del bambino . Il condurre graduale , dolcissimo del selvaggio a tutte le manifestazioni della vita sociale , il primitivo adattamento del maestro all ' allievo , anziché dell ' allievo al maestro , la successiva attrazione a una vita nuova che doveva conquistare il bambino con le sue seduzioni - - e non essergli imposta violentemente in modo che l ' educando ne risentisse peso e tortura - - sono altrettanto preziose espressioni educative , che possono generalizzarsi e applicarsi all ' educazione infantile . Io credo che non esista alcuno scritto , il quale offra al vivo un contrasto tanto eloquente tra la vita naturale e la vita sociale e che dimostri come quest ' ultima si eriga tutta su un fondamento di rinuncie e di costrizioni . Basti pensare alla corsa , frenata nel cammino e al grido della voce alta , frenato nelle modulazioni della voce umana che parla . E pure , senza alcuna violenza , lasciando alla vita sociale il compito di sedurre a poco a poco il fanciullo , l ' educazione di Itard trionfa . La vita civile è fatta di rinuncie alla vita naturale , è vero : è quasi lo strappo dell ' uomo dal grembo della terra , simile allo strappo del neonato dal seno materno : ma è pure una vita nuova . Nelle pagine di Itard traspare il finale trionfo dell ' amor dell ' uomo sull ' amor della natura : il selvaggio dell ' Aveyron finisce col sentire e preferire l ' affetto di Itard , le carezze , le lacrime diffuse su lui , alla voluttà di tuffarsi gioioso sulle nevi , e di contemplare l ' infinita distesa del cielo in una notte stellata : - - egli un giorno , in un tentativo di fuga verso la campagna , tornerà spontaneamente dimesso e pentito a cercare la buona minestra e il letto caldo . Senza dubbio l ' uomo ha creato dei godimenti nella vita sociale e ha fatto nascere con gran vigore , nella vita in comune , l ' amore umano . Ma egli appartiene pur sempre alla natura - - e , specialmente quando è bambino , ne ha bisogno , per trarne le forze necessarie allo sviluppo del corpo e dello spirito . Noi abbiamo comunicazioni intime con la natura , che influiscono anche materialmente sulla crescenza del corpo . ( Per esempio , un fisiologo , isolando le piccole cavie dal magnetismo terrestre con degli isolatori , le vide crescere rachitiche ) . Nell ' educazione dei piccoli fanciulli si ripete il dramma educativo di Itard : noi dobbiamo preparare l ' uomo , che è tra gli esseri vivi e appartiene perciò alla natura , - - alla vita sociale - - perché questa , essendo opera sua propria , deve pur corrispondere all ' esplicazione delle sue attività naturali . Ma i vantaggi che con la vita sociale gli prepariamo , sfuggono al piccolo fanciullo , che è in principio della sua vita un essere prevalentemente vegetativo . Raddolcire nell ' educazione questo passaggio , dando una gran parte dell ' opera educativa alla natura stessa , è cosa necessaria quanto quella di non istrappare improvvisamente e violentemente il piccolo bambino alla madre , per condurlo a scuola ; come appunto si fa nelle « Case dei Bambini » situate dentro i casamenti ove abitano i genitori , dove il grido del bambino giunge alla madre e la voce materna vi risponde . Oggi , sotto forma d ' igiene infantile , vien molto coltivata questa parte dell ' educazione : i fanciulli si fanno crescere all ' aria aperta , nei pubblici giardini - - o si lasciano per molte ore seminudi in riva al mare , esposti ai raggi del sole . Si è compreso , diffondendo le colonie marine e appennine , che il miglior mezzo di rinvigorire il fanciullo , è tuffarlo nella natura . I vestiti succinti e comodi dei fanciulli , le calzature a sandalo , la nudità delle estremità inferiori - - sono altrettante liberazioni dai vincoli opprimenti della civiltà . È ovvio il principio che si debba nell ' educazione sacrificare alla libertà naturale quel tanto solo che è necessario alla conquista dei maggiori beni che offre la vita civile : senza inutili sacrifici . Ma in tutti questi progressi dell ' educazione infantile moderna , siamo rimasti avvinti nel pregiudizio che nega al fanciullo le espressioni e i bisogni spirituali - - e ce lo fa considerare solo come un amabile corpo vegetante , che noi dobbiamo curare , baciare e far muovere . L ' educazione che una buona madre o una buona maestra moderna dànno oggi al bambino che , p . es . , corre tra ajuole fiorite - - è quella di non toccare i fiori - - e di non calpestare le erbe - - quasi che al fanciullo bastasse soddisfare ai bisogni fisiologici del suo corpo , muovendo le gambe e respirando aria libera . Ma se per la vita fisica è necessario lasciare il fanciullo esposto alle forze vivificatrici della natura , è pur necessario per la sua vita psichica porre l ' anima del fanciullo in contatto con la creazione , per far tesoro delle forze direttamente educatrici della natura viva . Il metodo per giungere a ciò , è quello di avviare il bambino ai lavori agricoli , guidandolo alla coltivazione delle piante e degli animali , e quindi alla contemplazione intelligente della natura . Già in Inghilterra la signora Latter ha immaginato di dare le basi a un metodo di educazione infantile , col giardinaggio e l ' orticoltura . Ella vede nella contemplazione della vita che si svolge , le basi della religione , poiché l ' anima del bambino andrà dalla creatura al creatore ; e il punto di partenza per l ' educazione intellettuale , che ella limita al disegno dal vero conducente all ' arte ; e alle nozioni sulle piante , sugli insetti , sulle stagioni , che scaturiscono dall ' agricoltura ; e ancora sulle prime nozioni di vita menagère , che provengono dalla coltivazione e preparazione culinaria di alcuni prodotti alimentari , che poi i bambini servono in tavola , provvedendo in seguito anche al lavaggio delle stoviglie . Il concetto della Latter è troppo unilaterale ; ma i suoi asili , che vanno diffondendosi in Inghilterra , completano indubbiamente l ' educazione naturale che , finora , limitata al lato fisico , fu già tanto efficace a rinvigorire eccellentemente il corpo dei bambini inglesi . Inoltre la sua esperienza dà un contributo positivo alla praticità degli insegnamenti agricoli verso i piccoli bambini . In quanto ai deficienti , io vidi a Parigi largamente applicare l ' agricoltura alla loro educazione , con quei mezzi che la genialità del Baccelli volle introdurre nelle scuole elementari , quando tentò istituire i « campicelli educativi » . Cioè in ogni campicello si seminano prodotti agricoli diversi - - dimostrando praticamente in quale modo e in quale epoca avvengano le seminagioni e i raccolti , quale è il tempo di sviluppo dei varî prodotti ; quale la maniera di preparare il terreno , di arricchirlo coi concimi naturali o chimici , ecc . Lo stesso per le piante ornamentali e pel giardinaggio - - che forma poi il lavoro di massimo provento pei deficienti , allorché sono in età di esercitare una professione . Ma questo lato dell ' educazione , se contiene prima un metodo oggettivo di coltura intellettuale e poi una preparazione professionale , non è , secondo me , da prendersi in alcuna considerazione per l ' educazione infantile . Il concetto educativo in questa età deve essere unicamente quello di aiutare lo svolgimento psico ­ fisico dell ' individuo ; e in tal caso l ' agricoltura e la coltivazione degli animali - - contengono in sé mezzi preziosi di educazione morale , i quali possono analizzarsi assai più di quel che non faccia la Latter la quale vi riconosce essenzialmente la via di condurre l ' anima del fanciullo al sentimento religioso . In verità in questa via , che è una scala , possono riconoscersi varii gradini di passaggio ; ne accenno qui i principali : 1° Il fanciullo s ' inizia all ' osservazione dei fenomeni della vita ; egli si pone perciò innanzi alle piante e agli animali in condizioni analoghe a quelle in cui si trova il maestro osservatore verso di lui . A poco a poco , crescendo l ' interesse all ' osservazione , crescono pure le sue cure premurose verso gli esseri viventi - - e di qui si può logicamente far giungere il bambino ad apprezzare le cure che di lui si prendono la maestra e la madre . 2° Il fanciullo s ' inizia alla previdenza in forza di un ' autoeducazione ; allorquando egli sa che la vita delle piante seminate dipende dalla sua cura di innaffiarle , e quella degli animali dalla sua diligenza nel nutrirli , senza di che la pianticina si secca e l ' animale soffre la fame - - il fanciullo diventa vigile come chi principia a sentire una missione nella vita . Inoltre una voce ben diversa da quella della madre e della maestra che lo richiamano ai suoi doveri , parla qui - - esortandolo a non dimenticare mai il compito intrapreso . È la voce gemente della vita bisognosa che vive delle sue cure . Tra il bambino e gli esseri viventi ch ' egli coltiva , nasce una corrispondenza misteriosa , che induce il fanciullo a compiere alcuni determinati atti , senza l ' intervento della maestra , cioè lo conducono ad un ' autoeducazione . I premî che il fanciullo raccoglie , rimangono pure tra lui e la natura : ecco una mattina , dopo lunghe cure pazienti per portare il becchime e le pagliuzze ai piccioni che covano - - i piccoli ! ecco una quantità di pulcini pigolare intorno alla chioccia , che ieri stava immobile entro la sua cova . Ecco un giorno i coniglietti tenerissimi entro la conigliera , ove prima viveva solitaria la coppia dei grossi conigli , alla quale egli aveva non poche volte portato con molto amore le verdure avanzate in cucina a sua madre . Io non ho potuto ancora impiantare in Roma l ' allevamento degli animali ; ma nella « Casa dei Bambini » di Milano vivono parecchi animali , tra cui una coppia di graziosissime galline americane piccole e bianche , che abitano in un minuscolo ed elegante chalet simile nella sua costruzione a una pagoda cinese : ed innanzi un pezzetto di terreno chiuso da un recinto - - è riservato alla coppia . La porticina dello chalet si chiude a chiave la sera ; ed i bambini a turno ne prendono cura . Con quanta gioia il mattino vanno a schiavare la porticina - - a portare l ' acqua e il becchime ! e con qual cura vigilano durante tutto il giorno - - e la sera richiudono a chiave la porticina dopo essersi assicurati che nulla manca alle galline ! Mi comunica la maestra che tra tutti gli esercizi educativi , questo è il più gradito - - e sembra pure tra tutti il più importante . Molte volte , mentre i fanciulli si occupano in classe tranquillamente , ciascuno a ciò che preferisce - - uno , o due , o tre si alzano in silenzio e vanno fuori a dare un ' occhiata agli animali per vedere se abbisognano di cure . Spesso accade che un fanciullo si assenti per lungo tempo e la maestra lo sorprenda incantato a guardare i pesci che guizzano rosseggiando e risplendendo al sole , dentro le acque della fontana . Un giorno ricevo dalla maestra di Milano una lettera ove mi parla con grande entusiasmo d ' una notizia bella , veramente bella : sono nati i piccoli dei piccioni . Per i bambini fu una gran festa : essi si sentivano un poco padri di quei piccini - - e nessun premio antificioso che avesse carezzato la loro vanità - - avrebbe mai potuto provocare così nobile emozione . Non meno grandi sono le gioie che procura la natura vegetale . In una « Casa dei Bambini » di Roma , non avendo terreno coltivabile si sono disposti vasi da fiori tutto intorno alla vastissima terrazza e piante rampicanti vicino ai muri . I fanciulli non dimenticavano mai d ' innaffiar le piante coi loro piccoli innaffiatoi . Un giorno - - io li trovai seduti in terra tutti in circolo attorno a una splendida rosa rossa che era sbocciata la notte ; silenziosi e tranquilli , veramente immersi in muta contemplazione . 3° I fanciulli s ' iniziano alla virtù della pazienza e alla fiducia nell ' attesa ; che è una forma di fede e di filosofia della vita . Allorché i bambini pongono un seme nella terra e aspettano che fruntifichi ; e vedono il primo apparire della pianticella informe - - e attendono la crescenza e le trasformazioni sino al fiore e al frutto - - ; e vedono come alcune piante germoglino prima e altre dopo ; e come le piante caduche abbiano rapida vita e gli alberi fruntiferi una crescenza più lenta - - finiscono con l ' acquistare un equilibrio pacifico della coscienza - - e i primi germi di quella saggezza che tanto caratterizzava i lavoratori della terra , nei tempi in cui conservavano ancora la loro primitiva semplicità . 4° I fanciulli s ' ispirano al sentimento della natura , che è mantenuto dalle meraviglie della creazione , la quale dona con generosità non misurata al lavoro di chi l ' aiuta a svolgere la vita delle creature . Già sul lavoro che il bambino compie , una specie di corrispondenza nasce tra la sua anima e le vite che si svolgono sotto le sue cure . Il bambino ama naturalmente le manifestazioni della vita : la signora Latter ci narra come facilmente i piccini si interessino anche ai lombrici della terra , e al movimento dalle larve degl ' insetti nel concime senza sentire quel ribrezzo che noi , cresciuti nell ' isolamento dalla natura , proviamo verso certi animali . È bene dunque sviluppare questo sentimento di fiducia e di confidenza negli esseri vivi , che è poi una forma d ' amore e di unione con l ' universo . Ma ciò che più svolge il sentimento della natura , è la coltivazione degli individui vivi , perché essi , col loro naturale sviluppo , restituiscono assai più che non si dia , e mostrano qualche cosa di infinito nella loro bellezza e nella loro varietà . Il bambino che coltivò l ' iris , o il giglio , o la rosa , o il giacinto - - depose nella terra un seme o un tubero , e versò periodicamente acqua : - - così quegli che seminò un alberello fruntifero ; ed ecco il fiore sbocciato e il frutto maturato presentarglisi come un dono generoso della natura , un premio ricchissimo a piccolo sforzo . Quasi sembra che la natura corrisponda più coi suoi doni al sentimento di desiderio , e all ' amore vigilante del coltivatore , anziché fare un bilancio con le sue fatiche materiali . Ben altrimenti sarà quando il fanciullo dovrà raccogliere i frutti materiali del suo lavoro ; oggetti immobili , uniformi , che si consumano e disperdono anziché accrescersi e moltiplicarsi . La differenza tra i prodotti della natura e quelli dell ' industria , tra i prodotti divini e quelli umani : ecco ciò che dovrà spontaneamente nascere come una constatazione di fatto , nella coscienza dei fanciulli . Ma al tempo stesso , come la pianta deve dare il suo frutto , così l ' uomo deve dare il suo lavoro . 5° Il fanciullo segue la via naturale dello sviluppo del genere umano . - - Infine tale educazione fa armonizzare l ' evoluzione individuale con quella dell ' umanità . L ' uomo passò dallo stato naturale a quello antificiale , procedendo a traverso i lavori dell ' agricoltura : quando scoprì il segreto di intensificare la produzione della terra , ottenne il premio della civiltà . Ugual cammino dovrà percorrere il fanciullo che è destinato a diventare un uomo civile . L ' azione della natura educatrice così intesa - - è molto praticamente accessibile . Perché , ove pur manchi il vasto terreno e il cortile che sarebbero necessarii all ' educaaione fisica - - potrà sempre trovarsi qualche metro quadrato di terreno coltivabile , o un piccolo luogo ove i piccioni possano fare il loro nido , cose sufficienti all ' educazione spirituale . Anche un vaso da fiori sulla finestra può a rigore bastare all ' uopo . Nella prima « Casa dei Bambini » di Roma abbiamo un vasto cortile coltivato a giardino , ove i fanciulli possono correre all ' aria libera - - e poi un lungo terreno che da un lato è piantato ad alberi , in mezzo ha un sentiero brecciato , e dal lato opposto ha le zolle libere per la coltivazione delle piante : - - queste abbiamo diviso in tante porzioni , riserbandone una a ciascun bambino . Mentre i più piccini corrono liberamente sul sentiero brecciato , o si riposano all ' ombra degli alberi , i possessori della terra ( bambini dai 4 anni d ' età in su ) seminano , o zappano o innaffiano - - o contemplano la superfice del terreno , spiando il germogliar delle piante . Fatto interessante ; i piccoli terreni dei bimbi sono posti lungo la parete del casamento , in un luogo molto solitario , perché corrisponde a una via cieca ; gli abitanti della casa avevano perciò l ' abitudine di gettar da quelle finestre ogni lordura e in principio anche il nostro giardino fu così contaminato . Ma a poco a poco , senza alcuna esortazione da parte nostra , solo pel rispetto nato nell ' animo del popolo verso il lavoro dei bambini , più nulla scese dalle finestre , fuorché lo sguardo tenero e il sorriso delle madri , verso la terra che è possesso amato dei loro piccoli figli . LAVORO MANUALE L ' arte vasaia e le costruzioni Si distingue il lavoro manuale dalla ginnastica manuale - - in quanto questa ha lo scopo di esercitare la mano , e quello di compiere un lavoro determinato , avente o simulante uno scopo socialmente utile . L ' una perfeziona l ' individuo ; l ' altro arricchisce l ' ambiente ; le due cose sono tuttavia collegate , perché , può in generale , produrre un lavoro utile , solo chi perfezionò la propria mano . Ho creduto , dopo breve prova , di escludere completamente i lavori del Froebel - - perché le tessiture e le cuciture su cartoncini sono inadatte allo stato fisiologico dell ' organo visivo infantile , ove i poteri dell ' accomodazione dell ' occhio non hanno ancora raggiunto il completo sviluppo : quindi quei lavori provocano uno sforzo dell ' organo , che può avere una fatale influenza sullo sviluppo della vista . Gli altri lavorini del Froebel , come le piegature di carta , sono esercizi della mano , non lavori . Infine resterebbero i lavori di plastica , i più razionali tra tutti i lavori del Froebel , consistenti nel far riprodurre dal bambino con la creta oggetti determinati . Io però , in base al sistema di libertà che mi sono proposta , non amavo di far copiare nulla ai fanciulli : - - e , dando loro la creta perché la plasmassero a capriccio , non indirizzavo i bambini a produrre lavori utili ; né compivo un ' opera educativa , in quantoché come più tardi dirò , i lavori di plastica libera servono a studiare l ' individualità psichica del fanciullo nelle sue manifestazioni spontanee , ma non a educarlo . Pensai perciò di sperimentare nelle « Case dei bambini » alcuni lavori interessantissimi che avevo veduto compiere da un geniale artista , il prof . Randone , nella « Scuola di arte educatrice » da lui fondata - - scuola sorta in sieme a una società pei giovanetti intitolata « Giovinezza Gentile » - - aventi , così la scuola come la società , lo scopo di educare i giovani alla gentilezza verso l ' ambiente - - cioè al rispetto degli oggetti , degli edifizî , dei monumenti : parte veramente importante dell ' educazione civile , e che m ' interessava in modo particolare , per le Case dei Bambini , avendo tale istituzione lo scopo fondamentale d ' insegnare appunto il rispetto alle mura , alla casa , all ' ambiente . Con molta opportunità il prof . Randone aveva pensato che la società « Giovinezza Gentile » - - non poteva arditamente fondarsi su predicazioni teoriche di principî di civiltà - - o su impegni presi moralmente dai ragazzi ; ma che doveva procedere da una educazione artistica , conducente il giovinetto ad apprezzare ad amare e quindi a rispettare gli oggetti e specialmente i monumenti . Così la Scuola di Arte Educatrice fu ispirata da un vasto concetto artistico , comprendente la riproduzione degli oggetti che più comunemente s ' incontrano nell ' ambiente ; la storia e la preistoria della loro produzione e l ' illustrazione dei principali monumenti archeologici . Onde raggiungere più direttamente lo scopo , il prof . Randone fondò la sua ammirabile scuola nello spessore di una delle più artistiche parti delle mura di Roma , cioè le mura di Belisario , prospicenti a Villa Umberto I ; mura affatto trascurate dalle autorità , in nessun modo rispettate dai cittadini - - e che il Randone circondò di cure , ornandole di graziosi giardini pensili fuori , e collocandovi dentro la Scuola d ' Arte , formatrice di Giovinezza Gentile . Qui il Randone ha cercato molto opportunamente di riedificare e ravvivare una forma d ' arte che fu già gloria italiana e fiorentina : l ' arte vasaja - - cioè quella di costruire il vaso . L ' importanza archeologica , storica e artistica del vaso - - è tra le più grandi - - e può solo paragonarsi alla numismatica . Infatti l ' oggetto primo di cui abbisognò l ' u manità fu il vaso , che nacque insieme all ' utilizzazione del fuoco , e prima della scoperta della produzione del fuoco . Invero i primi alimenti dell ' uomo furono cotti in un vaso . Uno degli oggetti etnicamente più importanti per giudicare la civiltà di un popolo primitivo , è il grado di perfezione raggiunto dai vasi ; infatti il vaso per la vita domestica , come l ' ascia per la vita sociale , sono i primi simboli religiosi collegati coi templi degli dei , e col culto dei morti . Ancora le religioni odierne hanno nei Sancta Sanctorum i vasi sacri . I popoli progrediti nella civiltà , manifestano il sentimento dell ' arte , e il gusto estetico , pur nei vasi , che si moltiplicano in forme quasi infinite , come ci mostra l ' arte egizia , etrusca e greca . Il vaso perciò nasce , si perfeziona e si moltiplica negli usi e nelle forme , con la civiltà umana ; e la storia del vaso procede con la storia stessa dell ' umanità . Oltre all ' importanza civile e morale del vaso esso ne ha un ' altra pratica : quella di prestarsi ad ogni modificazione di forma , di sostenere ogni più diverso ornamento - - cioè di lasciare libera l ' opera individuale dell ' artista . Così , una volta appresa la manualità conducente alla costruzione dei vasi , ( ed ecco la parte del progresso nel lavoro imparato dall ' insegnamento diretto e graduale del maestro ) ognuno può portarvi modificazioni , secondo l ' ispirazione del proprio gusto estetico ( parte artistica , individuale del lavoro ) . Oltre a ciò nella Scuola del Randone s ' insegna ad usare il tornio , a comporre la miscela per dare il bagno alle majoliche , e a cuocere i pezzi nel forno : modalità di lavoro manuale , che contengono una coltura industriale . Un ' altra forma di lavoro nella Scuola di Arte educatrice è la fabbricazione di mattoni minuscoli , con la relativa cottura al forno ; e la costruzione di minuscole mura elevate con le manualità stesse che i muratori usano nel le costruzioni delle case , unendo i mattoni a mezzo della calce maneggiata con la cucchiaia . Dopo la costruzione semplice del muro , divertentissima pei bambini che lo elevano accostando mattone a mattone , sovrapponendo fila a fila - - i fanciulli passano alla costruzione di vere e proprie case - - prima appoggiate sul terreno , e poi veramente costruite con le fondamenta , cui precede lo scavo di larghe buche in terra , a mezzo di piccole zappe e pale . Le casette hanno i fori corrispondenti alle finestre e alle porte - - e sono variamente ornate nella facciata da mattonelle di majolica lucide e diversamente colorate ; - - lavoro anch ' esso dei fanciulli . Così i bambini imparano ad apprezzare gli oggetti e le costruzioni che li circondano , mentre un vero lavoro manuale ed artistico li esercita con molto profitto . Questo è il lavoro manuale che ho adottato nelle « Case dei Bambini » : dopo due o tre lezioni i piccoli allievi già si appassionano nella costruzione dei vasi e conservano con gran cura i proprî lavori dei quali vanno orgogliosi . Con la plastica poi modellano piccoli oggetti , uova o frutta , dei quali riempiono i vasi stessi . Uno dei primi lavori è il vaso semplice in creta rossa , pieno di uova in creta bianca ; viene poi la modellatura del vaso con uno o più becchi , del vaso a bocca stretta , del vaso col manico , di quello a due o tre manichi , del tripode , dell ' anfora . Per i bambini di cinque o sei anni si comincia il lavoro al tornio . Ma ciò che più esalta la gioia dei bambini è il lavoro di elevare un muro coi piccoli mattoni , e di veder sorgere una casetta frutto delle proprie mani , vicino al terreno ove crescono le piante coltivate pure da loro . Così l ' età infantile compendia i principali lavori primitivi dell ' umanità - - quando essa da nomade facendosi stabile , chiese alla terra i suoi frutti ; si fabbricò dei ricoveri , e compose i vasi per cucinare gli alimenti che la feconda terra produce . EDUCAZIONE DEI SENSI In un metodo di Pedagogia sperimentale - - deve indubbiamente salire alla massima importanza l ' educazione dei sensi . Anche la Psicologia sperimentale prese le mosse dalla estesiometria . La pedagogia però , sia pure usufruendo della psicometria - - non deve misurare le sensazioni , ma educare i sensi : ecco un punto facile a intendersi - - e pure assai spesso confuso . Mentre i procedimenti estesiometrici non sono in gran parte applicabili ai piccoli bambini , può essere tuttavia possibile l ' educazione sensoriale . Noi non partiamo qui dalle conclusioni della psicologia sperimentale - - cioè non è la conoscenza delle condizioni sensoriali medie secondo le età - - che ci conduce a determinate applicazioni educative . Noi partiamo essenzialmente da un metodo e con grande probabilità è la psicologia che potrà attingere le sue conclusioni dalla pedagogia così intesa , e non viceversa . Il metodo da me usato è quello di compiere un esperimento pedagogico con un oggetto didattico e attenderne le reazioni spontanee dei bambino ; metodo in tutto analogo a quello della psicologia sperimentale . Faccio uso di un materiale didattico , che a tutta prima potrebbe confondersi con un materiale psicometrico : i maestri di Milano , che avevano seguito il corso del Pizzoli , vedendo esposto il mio materiale , vi riconobbero dei cromoestesiometri , degli stereognometri , dei baroestesiometri - - e conclusero che in verità non portavo nessun nuovo contributo alla pedagogia , perché già tali istrumenti erano ben noti ai maestri di Milano . Ma la profonda differenza tra i due materiali sta in ciò : gli estesiometri portano in sé la possibilità di misurare , i miei oggetti invece non permettono sempre una misura ; ma sono adatti a far esercitare i sensi . Perché un istrumento riesca a tale scopo pedagogico , è necessario che non istanchi , ma anzi diverta il bambino ; ecco la difficoltà della scelta nel materiale didattico . Si sa che l ' istrumento psicometrico è un grande consumatore di energie - - per questo , quando il Pizzoli volle applicare anche alla educazione dei sensi alcuni suoi istrumenti psicometrici - - non riuscì nell ' intento , perché il bambino vi si annoiava , cioè si stancava . Invece : Lo scopo dell ' educazione è quello di sviluppare le energie Gli istrumenti psicometrici - - o meglio quelli estesiometrici - - sono preparati nelle loro graduazioni differenziali , sulla legge di Weber che , invero , fu tratta da esperimenti sull ' adulto . Noi verso i piccoli bambini dobbiamo procedere a tentativi e scegliere il materiale didattico al quale essi mostrano interesse . Questo ho fatto io nel primo anno d ' esperienza nelle « Case dei bambini » , adottando stimoli differentissimi , alcuni dei quali avevo già sperimentati nella scuola dei deficienti . Dovetti presso i bambini normali sopprimere una gran quantità del materiale adottato pei deficienti , e altro molto modificarne : ma credo di essere venuta a una scelta di oggetti ( qui non li vogliamo chiamare col linguaggio psicologico : stimoli ) che rappresentano il ristretto necessario alla praticità dell ' educazione sensoriale . Tali oggetti costituiscono l ' insieme del sistema didattico da me adot tato e che si fabbrica oggi alla Casa di lavoro dell ' Umanitaria di Milano 8 . La descrizione degli oggetti sarà esposta man mano che ne verrà determinato l ' uso educativo ; qui mi limito solo ad enunciare considerazioni generali : 1° Differenza di reazione tra i fanciulli deficienti e i normali , verso il materiale didattico costituito da graduali stimoli sensoriali . Tale differenza è determinata dal fatto : che il medesimo materiale didattico , pei deficienti rende possibile l ' educazione ; pei normali provoca l ' autoeducazione . Questo fatto è tra i più interessanti riscontrati nella mia esperienza ; ed è esso che ha ispirato e reso possibile il metodo dell ' osservazione e della libertà . Supponiamo di usare come primo oggetto , un pezzo da incastri solidi : cioè un sostegno ove s ' incastrano esattamente dieci piccoli cilindri di legno , la cui base differisce gradualmente di 2 mm . circa . Il giuoco sta nel togliere dal loro posto i cilindri , metterli sul tavolino , mescolarli , e poi infilarli ancora ciascuno al suo posto : lo scopo è di educare l ' occhio alla percezione differenziale delle dimensioni . Pel fanciullo deficiente occorreva , intanto , cominciare da esercizî ove gli stimoli fossero assai più contrastanti , e si giungeva a questo esercizio dopo molti altri precedenti . Pei bambini normali - - questo è invece il primo oggetto che si può presentare - - e , anche fra tutto il rimanente materiale didattico - - questo è l ' oggetto preferito dai piccoli bambini da 2 anni e mezzo o tre anni e mezzo d ' età . Pel deficiente , giunti a tale oggetto , occorreva continuamente e attivamente richiamare l ' attenzione , invitandolo all ' osservazione , al confronto : e giunto una volta il 8 Il materiale didattico si fabbrica ora oltre che a Milano anche a New ­ York ( The House of Childhood ­ 200 Fifth Avenue ) . fanciullo a ricollocare tutti i cilindri nel sostegno , si fermava , e il giuoco era finito . Allorché il deficiente sbagliava , occorreva correggerlo , o spingerlo a correggersi - - e quand ' anche egli avesse potuto constatare un errore , ciò lo lasciava generalmente indifferente . Invece il bambino normale prende spontaneamente un vivissimo interesse al giuoco ; egli scaccia via tutti quelli che vogliono intromettersi ad aiutarlo e vuole esser solo innanzi al suo problema . Era già noto che uno dei piaceri maggiori pei piccoli bambini da 2 a 3 anni d ' età , è quello di spostare piccoli oggetti : e l ' esperimento delle « Case dei Bambini » dimostra la verità di questo asserto degli psicologi . Ora - - ecco la parte importante , - - il bambino normale osserva attentamente il rapporto tra la grandezza del foro e quella dell ' oggetto da collocarsi ad incastro , e s ' interessa vivamente al giuoco , come lo dimostra l ' espressione mimica dell ' attenzione . Se sbaglia ponendo un oggetto troppo grande in un foro più piccolo , cambia direzione e va a tentativi cercando il foro adatto ; se invece l ' errore è in senso contrario , può essere che il bambino lasci cadere il cilindro in un foro un poco più grande e collochi quindi tutti i successivi cilindri ciascuno nel foro precedentemente più grande nella graduazione ; ma in fine il foro più stretto rimane vuoto e sul tavolo resta un grosso cilindro . Il materiale didattico « controlla ogni errore » . - - Allora il bambino si corregge da sé , con procedimenti diversi , per lo più palpa i cilindri incastrati , facendoli tremolare , per riconoscere quali vanno larghi ; talvolta riconosce a colpo d ' occhio il punto dell ' errore , toglie il cilindro intruso e mette quello rimasto nel suo vero posto , spostando poi tutti gli altri . Sempre ripete l ' esercizio , con crescente interesse . L ' importanza educativa del materiale didattico risiede appunto in questi errori : allorché il fanciullo pone con evidente sicurezza tutti i solidi al loro posto , ha sorpassato l ' esercizio , e quel materiale diventa inutile . Il correggere se stesso porta il fanciullo a intensificare la sua attenzione sulle differenze di dimensione , e a compararle tra loro : in ciò consiste appunto l ' esercizio psico ­ sensoriale . Qui dunque non si tratta di insegnare al fanciullo delle cognizioni sulle dimensioni , a mezzo di oggetti ; né lo scopo è di indurre il bambino a saper usare senza errore il materiale che gli si presenta , eseguendo bene un esercizio . Ciò metterebbe il nostro materiale alla stregua di qualunque altro - - p . es . di quello Froebel ; e richiederebbe l ' opera attiva della maestra , che agisse fornendo cognizioni e affrettandosi a correggere ogni errore , affinché il bambino imparasse l ' uso degli oggetti . Qui invece è l ' esercizio del bambino , l ' autocorrezione , l ' autoeducazione che agisce ; perciò la maestra non deve minimamente intervenire . Come nessun maestro può fornire all ' allievo l ' agilità che si acquista con l ' esercizio ginnastico , ma è necessario che l ' allievo si perfezioni da se stesso , a spese del suo proprio lavoro , così è qui , molto analogamente , per l ' educazione dei sensi . Si potrebbe ripetere che lo stesso avviene per ogni forma di educazione : l ' uomo vale non pei maestri che ha avuto , ma per ciò che ha fatto . Una delle difficoltà ad attuare questo metodo con maestre dell ' antica maniera , è appunto quella d ' impedire il loro intervento allorché il piccolo bambino resta imbarazzato lungamente innanzi all ' errore , con le sopracciglia aggrottate e le labbra a tubo , e fa tentativi ripetuti per correggersi . Allora le maestre antiche sono prese da pietà , e intervengono con forza quasi irresistibile ad aiutare il bambino . Allorché si impedisce loro questo intervento , hanno alte parole di compassione per il piccolo al lievo ; ma ben presto questi dimostra nel viso sorridente la gioia di aver superato un ostacolo . I bambini normali ripetono tali esercizî molte volte ; più o meno secondo gl ' individui ; alcuni dopo cinque o sei volte ne sono stanchi , ma altri per più di venti volte spostano e ricollocano i pezzi , senza mai perdere una vivissima espressione mimica del viso . Una volta io , dopo aver contato sedici esercizi di una piccina di quattro anni , feci cantare un inno alla scolaresca , per distrarre l ' attenzione della piccina ; ma essa continuò imperturbata a sfilare , mescolare , e rimettere a posto i cilindretti . Una maestra intelligente potrebbe compiere interessantissimi studi di psicologia individuale , e , fino ad un certo punto , misurare i tempi di resistenza dell ' attenzione ai diversi stimoli . Infatti , quando il bambino si educa da sé - - ed è ceduto al materiale didattico il controllo e la correzione dell ' errore , alla maestra non resta più che osservare . Ella dunque , più che maestra , deve essere psicologa : e qui si dimostra l ' importanza della preparazione scientifica dei maestri . Infatti coi miei metodi la maestra insegna poco , osserva molto , e , sopra tutto , ha la funzione di dirigere le attività psichiche dei bambini e il loro sviluppo fisiologico . Perciò io ho cambiato il nome di maestra in quello di direttrice . Sui primi tempi questo nome faceva sorridere , perché tutti si chiedevano chi dovesse dirigere quella maestra che non aveva sottoposti ; e che doveva lasciare in libertà i piccoli scolari . Ma la sua direzione è ben più profonda e importante di quella che comunemente s ' intende : poiché questa maestra dirige la vita e le anime . 2° L ' educazione dei sensi ha lo scopo di raffinar la percezione differenziale degli stimoli , - - a mezzo di esercizî ripetuti . Esiste perciò una coltura sensoriale - - che generalmente non è presa in alcuna considerazione ; ma che è un fattore necessario a valutarsi in estesiometria . Per es . nei tests mentali che si adottano in Francia , o in una serie di tests che stabilì il De Sanctis per la diagnosi del livello intellettuale - - ho visto spesso adottare cubi di varia grandezza e posti a diversa distanza , tra i quali il bambino doveva riconoscere il più piccolo e il più grande ; mentre al cronometro si misurava il tempo di reazione decorrente tra il comando e l ' esecuzione dell ' atto , e si notava l ' errore . Io ripeteva che in tale esperienza si dimenticava il fattore coltura - - intendendo coltura sensoriale . I nostri bambini , tra il materiale didattico per l ' educazione dei sensi , hanno p . es . , una serie di dieci cubi - - il primo dei quali ha lo spigolo di 10 cm . e gli altri hanno successivamente un centimetro meno di spigolo - - fino al più piccolo cubo , che ha lo spigolo di un centimetro . L ' esercizio consiste nel gettare in terra sopra un tappetino verde tutti questa cubi che sono di una tinta rosa pallida e di costruirne la torretta , ponendo a base il grosso cubo e poi successivamente gli altri fino al cubetto di un centimetro . Il piccino deve ogni volta scegliere sul tappeto verde « il più grande » cubo . Questo giuoco diverte moltissimo anche i bambini di due anni e mezzo , i quali appena costruita la torretta , con piccoli colpi la disfanno , ammirano le forme rosee cadute sul fondo verde , e ricominciano da capo la costruzione un numero indefinito di volte . Se innanzi a quel tests si ponesse uno dei miei bambini fra tre e quattro anni di età , e uno dei bambini di prima elementare tra 6 e 7 anni , il mio avrebbe indubbiamente un tempo di reazione minore , e non commetterebbe errori . Lo stesso si dica per le prove del senso cromatico ecc . Questo metodo educativo può dunque essere preso in considerazione anche dai cultori di psicologia sperimentale . Concludendo : il nostro materiale didattico , rendendo possibile l ' autoeducazione , permette una metodica educazione dei sensi ; non sull ' abilità della maestra riposa tale educazione , ma sul sistema didattico che prepara oggetti i quali : 1° attraggono l ' attenzione spontanea del bambino ; 2° contengono una razionale graduazione degli stimoli . Non bisogna confondere l ' educazione dei sensi - - con le nozioni concrete che possono raccogliersi dall ' ambiente a mezzo dei sensi - - né col linguaggio che dà così la nomenclatura corrispondente alle idee concrete , come la costruzione delle idee sintetiche o astratte . Si pensi a quello che fa il maestro di piano ­ forte ; egli insegna allo scolaro la posizione del corpo , gli dà la nozione delle note , gli mostra la corrispondenza tra la nota scritta e il tasto da toccare , la posizione delle dita - - e poi lo lascia a sé stesso affinché si eserciti . Se da questo scolaro si formerà un pianista - - tra le nozioni date dal maestro , e le esecuzioni musicali , sarà dovuta intercedere la lunga paziente applicazione agli esercizî che servono a dare agilità alle articolazioni delle dita e ai tendini , a rendere automatica la coordinazione di speciali movimenti muscolari , e a rinforzare con l ' uso ripetuto dell ' organo i muscoli della mano . Il pianista dunque si sarà dovuto fare da sé , e sarà tanto più riuscito , per quanto più le sue tendenze naturali lo avranno indotto ad insistere negli esercizî : tuttavia il pianista non si sarebbe mai formato col solo esercizio , senza la direzione del maestro . Le direttrici delle « Case dei bambini » debbono avere un ' idea ben distinta dei due fattori , cioè : - - la guida - - e l ' esercizio individuale . Solo dopo aver fissato tale concetto esse potranno razionalmente procedere all ' applicazione di un metodo per guidare l ' educazione spontanea del bambino , e per impartire le nozioni necessarie . Nell ' opportunità e nelle modalità dell ' intervento , sta l ' arte personale dell ' educatrice . P . es . nella « Casa dei Bambini » ai Prati di Castello , ove gli allievi appartengono alla piccola borghesia , dopo un mese dall ' inaugurazione - - trovai un bambino di cinque anni che già sapeva comporre tutte le parole conoscendo benissimo l ' alfabeto ( che imparò in quindici giorni ) ; sapeva scrivere alla lavagna ; nei disegni liberi dimostrava non solo di essere un osservatore , ma di intuire la prospettiva , pel modo come aveva disegnato una casa e un tavolino . In quanto all ' esercizio del senso cromatico , egli mescolava insieme le otto gradazioni degli otto colori da noi usati , cioè mescolava sessantaquattro tavolette ciascuna rivestita di seta d ' un colore o d ' una gradazione diversa ; con rapidità separava gli otto gruppi - - e poi disponeva gli oggetti di ciascuno in gradazione , riempiendo per la loro giustapposizione un tavolino , e quasi distendendovi sopra un tappeto a tinte sfumate . Feci l ' esperimento di mostrare vicino alla finestra in piena luce al fanciullo una tavoletta colorata - - eccitandolo a fissarla bene per poterla ricordare - - e poi di mandarlo al tavolino sul quale erano distese tutte le gradazioni , a prendere la tavoletta che gli sembrava uguale . Egli commetteva leggerissimi errori , prendendo spesso la tinta identica , più spesso ancora la vicina , rarissimamente una tinta discosta di due gradi . Aveva dunque un potere discriminativo e una memoria dei colori quasi prodigiosa . Questo fanciullo , come pressoché tutti , era appassionatissimo per gli esercizi del senso cromatico . Domandatogli il nome del colore bianco il fanciullo esitò lungamente e solo dopo varî secondi disse con incertezza bianco . Ora un fanciullo così intelligente , anche senza un intervento speciale della maestra , poteva avere appreso il nome di tale colore in famiglia . La Direttrice mi dichiarò che essendosi avveduta di una notevole difficoltà nel bambino a ritenere la nomenclatura dei colori , si era per ora limitata a lasciare il libero esercizio sensoriale al fanciullo . Viceversa rapidamente in questo fanciullo si era sviluppato il linguaggio grafico ( vedi metodi sulla lettura e scrittura ) , il quale , col mio metodo , si presenta con una serie di problemi da risolvere , a guisa degli esercizî dei sensi . Tale fanciullo era dunque intelligentissimo ; le percezioni discriminative sensoriali andavano di pari passo con le alte attività intellettuali : attenzione , giudizio . Ma era invece inferiore la memoria dei nomi . La direttrice aveva creduto di non intervenire ancora nell ' insegnamento . Certamente l ' educazione di questo fanciullo era un poco disordinata e la direzione lasciava eccessivamente libere le esplicazioni spontanee delle attività psichiche . Per quanto sia lodevolissimo dare alle idee una base di educazione sensoriale , conviene però associare per tempo il linguaggio alle percezioni . Ho trovato , a tale intento , eccellente anche per i fanciulli normali - - i tre tempi dei quali consta la lezione secondo il Séguin . 1° Tempo : associazione della percezione sensoriale col nome . P . es . si presentano al fanciullo due colori : rosso , turchino ; presentando il rosso si dice semplicemente : è rosso ! , e presentando il turchino : è turchino ! - - Quindi si lasciano riposare sul tavolo , innanzi agli occhi del bambino , gli oggetti . 2° Riconoscimento dell ' oggetto corrispondente al nome . Si dice al bambino : « dàmmi il rosso » , « dàmmi il turchino » . 3° Ricordo del nome corrispondente all ' oggetto , si chiede al bambino mostrandogli l ' oggetto : « come è ? » e il bambino dovrebbe rispondere : rosso , turchino . Il Séguin insiste molto su questi tre tempi , ed esorta di lasciare qualche istante i colori contrastanti sotto gli occhi del bambino ; inoltre consiglia di non mai presentare un solo colore , ma due , perché il contrasto aiuti la memoria cromatica . Infatti , io l ' ho provato , non può esservi altra forma d ' insegnamento coi deficienti , che tuttavia giungono a riconoscere i colori assai meglio dei bambini normali delle scuole comuni , i quali non hanno avuto educazione sensoriale di sorta . Ma pei fanciulli normali esiste un tempo precedente ai tre tempi di Séguin , il quale contiene la vera educazione sensoriale : cioè l ' acquisto di finezza nella percezione differenziale , che si ottiene solo con l ' autoeducazione . Ecco dunque un esempio dell ' alta superiorità del fanciullo normale e dell ' efficacia educativa immensamente maggiore che analoghi metodi pedagogici possano esercitare sul suo sviluppo psichico , in confronto ai fanciulli deficienti . Anche l ' associazione del nome allo stimolo sensoriale , reca per lo più gran gioia al piccolo bambino . Io ricordo di avere un giorno insegnato a una piccina , che non aveva ancora compiuto tre anni , ed era un poco tardiva nello sviluppo del linguaggio , tre colori . Feci mettere dai bambini uno dei loro piccoli tavoli innanzi alla finestra , e , seduta io stessa in una seggiolina dei bimbi , feci sedere in una seggiolina uguale la piccina , alla mia destra . Avevo sul tavolo sei pezzi di colori uguali a due a due - - cioè rosso , turchino e giallo . Come primo tempo , mettevo innanzi alla bambina una delle tavolette e l ' esortavo a cercare l ' uguale ; e così ripetevo per tutti e tre i co lori - - facendo bene ordinare in colonna le coppie uguali . Quindi passavo ai tre tempi di Séguin . La piccina imparò a riconoscere i tre colori e a pronunciarne il nome . Ella fu così felice , che mi guardò a lungo , e poi si mise a saltare : io , vedendomela saltellare innanzi , le ripetevo ridendo : « Sai i colori ? » - - e essa rispondeva sempre saltellando : « sì » . Quella sua gioia non cessava mai : la bambina mi tornava sempre innanzi saltando per sentirsi ripetere la stessa domanda e per rispondere con entusiasmo il suo « sì » . Un altro particolare tecnico di grande importanza sulla guida all ' educazione dei sensi , consiste nel possibile isolamento del senso . Così p . es . l ' educazione acustica si compie bene non solo in ambiente silenzioso , ma anche buio ; per l ' educazione della sensibilità generale : tattile , termica , barica , stereognostica , occorre bendare il bambino . Modalità che la psicologia sperimentale spiega abbastanza perché occorra insistervi : basti qui accennare come , trattandosi di bambini normali , ciò accresca intensamente il loro interesse , senza tuttavia far degenerare in gioia chiassosa gli esercizi , e senza che la benda , essa , attragga l ' attenzione dei bambini , anziché gli stimoli sensoriali sui quali si vorrebbe invece polarizzare l ' attenzione . Io p . es . per saggiare l ' acutezza uditiva , tanto importante a conoscersi in una scolaresca , uso la prova empirica , che anche negli esami medici viene praticamente e consuetamente usata in modo quasi esclusivo : cioè quella della voce afona . Si benda il soggetto , ovvero si parla alle sue spalle , chiamandolo per nome con voce afona a varia distanza . Io provoco il silenzio solenne nella scolaresca , chiudo la finestra al buio , faccio appoggiare il capo dei bambini sulle piccole mani che devono tenersi innanzi agli occhi , e chiamo uno per uno i fanciulli per nome con voce afona più insensibilmente pei vicini e più sensibilmente pei lontani . Ogni bimbo attende nel buio l ' indistinta voce che lo chiama , e sta con l ' orecchio vigile , pronto ad accorrere con gioia intensa alla misteriosa e desideratissima chiamata . Allorché il fanciullo normale si benda perché possa riconoscere , p . es . , il vario peso di oggetti , egli veramente intensifica la sua attenzione sugli stimoli barici che deve riconoscere , ed è orgoglioso quando ha indovinato . Ma i deficienti molto spesso nel buio o si addormentano , o si danno ad atti scomposti ; e bendati , fissano l ' attenzione sulla benda , o scambiano l ' esercizio con un giuoco : cosa contrastante con gli scopi dell ' educazione . Si parla , è vero , nell ' educazione di giuochi , ma bisogna intendere con essi un lavoro libero ordinato a uno scopo , e non la sfrenatezza chiassosa che disperde l ' attenzione . Le seguenti pagine di Itard , danno un ' idea delle pazienti esperienze dell ' insigne pedagogista e insieme il loro insuccesso , dovuto in gran parte appunto agli errori , che successive esperienze dovevano correggere , e in parte alla mentalità del soggetto . « § IV . - - In questa ultima esperienza non dovevo esigere , come nelle precedenti , che l ' allievo ripetesse i suoni che percepiva . Questo doppio lavoro , distribuendo la sua attenzione , era fuori del piano che mi ero proposto , cioè di fare separatamente l ' educazione di ciascuno dei suoi organi . Mi limitai dunque a esigere la semplice percezione dei suoni . Per essere sicuro di questo risultato , collocai il mio allievo in faccia a me con gli occhi bendati , i pugni chiusi e gli feci stendere un dito tutte le volte che rendevo un suono . Questo mezzo di prova fu presto compreso : appena il suono aveva colpito l ' orecchio , il dito era levato con una specie d ' impetuosità e spesso anche con dimostrazioni di gioia , che non permettevano di dubitare sul gusto che l ' allievo prendeva a queste bizzarre lezioni . Infatti , sia che trovasse un vero piace re a intendere il suono della voce umana , sia che avesse infine superato la noia di rimanere privo di luce durante ore intiere , più di una volta l ' ho veduto , nell ' intervallo di questa specie d ' esercizi , venire a me con la sua benda in mano , applicarsela sugli occhi e battere i piedi per la gioia quando sentiva che le mie mani gliel ' annodavano fortemente dietro la testa . Non fu che in questa specie di esperienza , che si manifestarono tali testimonianze di contentezza . § V . - - Dopo essermi bene assicurato , col modo di esperienza suddetto , che tutti i suoni della voce , qualunque fosse il loro grado d ' intensità , erano percepiti da Vittorio , mi accinsi a farglieli comparare . Non si trattava più qui di contare semplicemente i suoni della voce , ma di afferrarne le differenze e d ' apprezzarne tutte quelle modificazioni e varietà di toni , che compongono la musica della parola . Tra questo lavoro e il precedente correva una distanza prodigiosa , per un essere il cui sviluppo dipendeva da sforzi graduati , e che si avanzava verso la civilizzazione , solo perché io ve lo conducevo lungo un cammino insensibile . Affrontando la difficoltà che qui si presentava , dovetti armarmi più che mai di pazienza e di dolcezza , incoraggiato d ' altronde dalla speranza che una volta superato tale ostacolo , tutto era fatto , per il senso dell ' udito . Principiammo con la comparazione delle vocali e facemmo ancora servire la mano per assicurarci del risultato delle nostre esperienze . Ognuna delle cinque dita fu designata per essere il segno d ' una delle cinque vocali e per constatarne la percezione distinta . Così il pollice rappresentava A e doveva sollevarsi nella pronuncia di questa vocale ; l ' indice era il segno dell ' E ; il dito medio quello dell ' I e così via . § VI . - - Non senza fatica e non senza molto tempo pervenni a dargli l ' idea distinta delle vocali . La prima che distinse nettamente fu O , in seguito A . Le altre offrirono molto maggiori difficoltà , e furono durante molto tempo confuse tra loro : infine tuttavia l ' orecchio cominciò a percepirle distintamente - - e allora ricomparvero , in tutta la loro vivacità , quelle dimostrazioni di gioia delle quali ho parlato , fino al punto che gli eccessi di gioia i quali fin allora avevano rallegrato le nostre lezioni , cominciarono a turbarle : i suoni venivano confusi , e le dita si sollevavano indistintamente : pel loro eccesso questi scoppî di risa disordinati , divennero davvero eccessivi e tali da farmi scappar la pazienza ! Proprio appena mettevo la benda sugli occhi , le risate cominciavano » . Tantoché Itard , impossibilitato ormai a proseguire la sua opera educativa , pensò di sopprimere la benda : - - e infatti gli scoppî di risa , e l ' allegria cessavano per incanto , ma l ' attenzione del fanciullo era dispersa nell ' ambiente da ogni più piccolo suo mutamento . Era necessaria la benda : - - ma occorreva far capire al fanciullo che non bisognava ridere tanto e che si trattava di una lezione . Vale la pena di riportare qui , i mezzi correttivi di Itard , e le loro commoventi conseguenze , che fanno tanto pensare ! « Volli intimidirlo con le mie maniere , non potendolo con gli sguardi . Mi armai di una bacchetta da tamburo che serviva per le nostre esperienze e gli detti dei piccoli colpi sulle dita quando sbagliava . Egli scambiò questa correzione con uno scherzo e la sua gioia ne divenne ancor più chiassosa . Credetti , per disingannarlo , di rendere la correzione un po ' più sensibile . Fui compreso e vidi , con un misto di pena e di piacere , nella fisionomia oscurata di questo giovinetto quanto il sentimento dell ' ingiuria superava il dolore del colpo . Delle lacrime uscirono al disotto della sua benda ; mi affrettai a toglierla ; ma sia imbarazzo o timore , sia preoccupazione profonda dei sensi interiori , benché liberato da quella benda egli continuò a tenere gli occhi chiusi . Non posso ridire l ' espressione dolorosa che davano alla sua fisionomia le palpebre così ravvicinate , a traverso le quali sfug giva di tratto in tratto qualche lacrima . Oh ! in questo momento , come in tanti altri consimili , pronto a rinunciare al compito che m ' era imposto , e considerando come perduto il tempo che vi consacravo , quanto ho rimpianto d ' aver conosciuto questo fanciullo , e condannato altamente la sterile e inumana curiosità degli uomini , che pei primi l ' avevano strappato a una vita innocente e felice ! » Anche qui si dimostra la grande superiorità educativa dei metodi della Pedagogia scientifica sui fanciulli normali ! Infine un particolare della tecnica consiste nella distribuzione degli stimoli . Ciò sarà più particolareggiatamente trattato nella descrizione del sistema didattico e della educazione sensoriale ; qui basti accennare a ciò : che deve procedersi da pochi stimoli in contrasto tra loro a molti stimoli in graduale differenziazione sempre più fine e impercettibile . Così p . es . : si presenteranno dapprima insieme il rosso e il turchino ; l ' asta più breve accanto alla più lunga ; la più fina accanto alla più grossa , ecc . per passare poi alle gradazioni sfumate delle tinte ; alla discriminazione delle lunghezze più vicine , ecc . EDUCAZIONE DEI SENSI E ILLUSTRAZIONE DEL MATERIALE DIDATTICO Educazione della sensibilità generale : senso tattile , termico , barico , stereognostico L ' educazione del senso tattile e termico vanno di pari passo : perché il bagno tiepido - - e in generale il calore - - acutizzano la sensibilità tattile . Poiché a esercitare il senso tattile è necessario toccare , il bagno delle mani in acqua tiepida ha pure il vantaggio d ' insegnare al bambino un principio di proprietà : quello di non toccare gli oggetti se non con le mani pulite . Io dunque applico le nozioni generali di vita pratica riguardanti la pulizia delle mani , unghie , ecc . agli esercizî preparatorî per la discriminazione degli stimoli tattili . La limitazione degli esercizi del senso tattile ai polpastrelli delle dita - - è resa necessaria dalla praticità , ed è pure una necessità educativa , in quanto essa prepara alla vita nell ' ambiente - - ove l ' uomo esercita e utilizza il senso tattile appunto a mezzo di queste regioni . Faccio dunque lavare bene le mani al bambino , col sapone , in una catinella : e nella catinella vicina gliele faccio immergere in un breve bagno di acqua tepida . Quindi le faccio asciugare e il massaggio compie così l ' opera preparatoria del bagno ; insegno poi al bambino il tòcco - - cioè il modo di toccare la superficie : perciò è necessario prendere le dita del fanciullo e farle scorrere leggerissimamente . Un altro particolare della tecnica è di insegnare al bambino a tenere gli occhi chiusi mentre tocca - - esortandolo col dirgli che sentirà meglio - - e che riconoscerà , senza vederci , i cambiamenti di contatto . Il bambino impara subito e mostra di provarne un grande godimento ; tanto che dopo l ' inizio di tali esercizi , entran do nella « Casa dei Bambini » accade di vederci correre incontro dei fanciulli che , chiudendo gli occhi , ci toccano con una leggerezza suprema di contatto , la palma della mano cercando i punti in cui la pelle è più liscia , ovvero toccano i nostri vestiti , specialmente le guarnizioni di seta , di velluto ecc . Essi esercitano veramente il senso tattile ; poiché non sembrano mai sazii di toccare superficie liscie , p . es . il raso : e diventano abilissimi nel discriminare le differenze tra le carte smerigliate . Il materiale didattico consiste : a ) in una tavoletta di legno a rettangolo molto allungato - - la quale è divisa in due rettangoli uguali - - uno ricoperto di cartoncino estremamente liscio , l ' altro di carta vetrata ; b ) in una tavoletta come la precedente ma ove si alternano striscie di carta liscia e striscie di carta vetratata ; c ) in una tavoletta come le precedenti , ove sono poste in gradazione carte vetrate e carte smerigliate a smeriglio sempre più fino ; d ) in una tavoletta ove sono disposte carte variamente liscie e uniformi - - dalla carta ­ pecora al cartoncino liscio della prima tavoletta . Infine preparo tre collezioni : di carte liscie ; di carte smerigliate ; di stoffe . Le stoffe sono riunite e disposte in una speciale scatola ad armadietto costruita in cartonaggio , sul genere di quella che uso per riporvi le piastrelle da incastro ( vedi appresso ) . Vi ho fatto preparare : due specie di velluto , due rasi ; sete gros fino al taffetas e al foulard ; lane da quelle ruvide alle più liscie ; cotoni e lini . In quanto al senso termico - - preparo delle scodelle di metallo entro le quali metto dell ' acqua a varia temperatura , che cerco di misurare press ' a poco con un termometro . Ho fatto già il progetto per costruire recipienti di metallo molto lisci , capaci di essere chiusi da un coperchio pure metallico ; e portanti unito un termometro . Il recipiente , toccato al di fuori , dà l ' impressione termica . Faccio poi anche immergere la mano nell ' acqua fredda , tepida e calda ; e tali esercizi , che divertono molto il bambino - - vorrei pure far ripetere coi piedi - - ma non ho ancora avuto occasione di attuare il tentativo . Per l ' educazione del senso barico uso con grandissimo successo delle tavolette rettangolari 6,8 cm . dello spessore di œ cm . in tre diverse qualità di legno : glicine , noce e abete ; esse pesano rispettivamente : gr . 24 , 18 , 12; cioè differenziano di 6 gr . ; devono essere ben lisciate e verniciate a lucido , in modo che sparisca ogni scabrosità ; ma rimanga il colore naturale del legno . Il bambino osservando il colore , sa che sono di peso diverso - - può quindi avere un controllo al suo esercizio : egli prende in mano due tavolette , le pone sulla parte palmare delle dita distese , e fa un movimento dal basso all ' alto per vagliare il peso : tal movimento deve farsi a poco a poco insensibile . Si consiglia al bambino di procedere ai confronti differenziali tenendo chiusi gli occhi , così egli si abitua a fare da sé con grande interesse , per vedere - - « se indovina » . Il giuoco richiama per lo più l ' attenzione dei vicini , che si mettono in circolo e fanno a gara per indovinare : qualche volta i bambini si servono spontaneamente della benda , che alternano tra loro , mescolando l ' esercizio coi più sinceri scoppi di risa . Educazione del senso stereognostico L ' educazione di questo senso conduce al riconoscimento degli oggetti alla palpazione , cioè con l ' aiuto simultaneo dei sensi tattile e muscolare . Su tale argomento abbiamo dati sperimentali meravigliosi di successo educativo , che meritano , anche per aiutare la maestra , di essere accennati . Il primo materiale didattico da noi usato , fu costituito dai cubetti e mattoncini di Froëbel . Richiamata l ' attenzione del bambino sulla forma dei due solidi , glieli facevamo palpare accuratamente ad occhi aperti ripetendo qualche frase onde tener fissa la sua attenzione sui particolari di forma prima illustrati . Dopo ciò si diceva al bambino di mettere i cubetti a destra e i mattoncini a sinistra , sempre palpandoli , « anche senza guardarli » . Infine l ' esercizio era ripetuto dal bambino bendato . Quasi tutti i bambini riuscivano nell ' esercizio ; e in poche sedute era eliminato ogni errore : i mattoncini e i cubetti erano in tutto ventiquattro , perciò l ' attenzione poteva essere a lungo fissata in questa specie di « giuoco » ; ma senza dubbio valeva a mantenerla , la coscienza del bambino di essere « spiato » dai compagni curiosi e pronti a ridere dei suoi errori - - e anche dal proprio orgoglio di « indovino » . Una volta una delle direttrici mi presentò una bambina di tre anni , cioè tra le più piccole , la quale ripeteva a perfezione l ' esercizio . Mettemmo la piccina a sedere convenientemente in modo che stesse comoda , appoggiata nella sua poltroncina bene accostata al tavolo ; mettemmo i ventiquattro oggetti sul tavolino , mescolandoli insieme , e dopo aver richiamato l ' attenzione della piccina sulla loro forma , le dicemmo di porre i cubetti a destra e i mattoncini a sinistra . Bendata poi la bambina , ella cominciò l ' esercizio come noi lo insegniamo - - cioè prendendo contemporaneamente con le due mani due oggetti a caso - - palpandoli , e mettendoli al loro posto . Qual che volta vengono due cubetti , o due mattoncini , ovvero capita nella mano destra il mattoncino e nella sinistra il cubetto : il bambino deve riconoscere la forma e ricordare durante tutto l ' esercizio il collocamento diverso degli oggetti . Ciò mi sembrava molto difficile per una bambina di tre anni . Ma osservandola mi accorsi ch ' ella non solo compiva facilmente l ' esercizio , ma anche le manovre di palpazione erano per lei superflue . Infatti appena presi i due og ­ getti , con mossa molto leggera , essendo una bambina assai aggraziata ed elegante nelle movenze , se capitava che il mattoncino fosse nella sua destra e il cubetto a sinistra , immediatamente li scambiava , poi cominciava la laboriosa palpazione insegnata da noi , e che forse era creduta dalla bambina un obbligo ; - - ma gli oggetti erano già stati riconosciuti da lei al solo toccarli leggermente , cioè il riconoscimento era contemporaneo alla prensione . Studiando in seguito il soggetto , mi accorsi che la bambina aveva un ambidestrismo funzionale : fatto molto diffuso tra i bambini di tre o quattro anni d ' età - - e che invero animerebbe a studiare più largamente il fenomeno , per giudicare sull ' opportunità di una educazione simultanea delle due mani . Io dunque feci ripetere l ' esercizio a più bambini e mi accorsi che essi riconoscevano gli oggetti prima di palparli : e ciò avveniva poi spesso tra i piccoli . I nostri metodi educativi costituivano dunque una meravigliosa ginnastica associativa , e conducevano a una rapidità di giudizî veramente sorprendente : ed erano mirabilmente adatti all ' età infantile . Questi esercizî del senso stereognostico possono estendersi molto - - e sono assai divertenti pei bambini - - perché in essi non hanno la semplice percezione di uno stimolo , come quello termico , ma ricostruiscono un oggetto intiero ben noto . Posson palpare i soldatini , le palline , e sopratutto le monete . Giungono a discriminare anche forme vicine e piccole , come il miglio degli uccellini e il riso . Essi sono fieri di vederci senza occhi : lo gridano forte , porgendo le loro mani : « ecco i miei occhi ! io ci vedo con le mani ; degli occhi non ho più bisogno » . E io rispondevo spesso alle loro grida festose : « Oh bene ! caviamoci tutti gli occhi ! cosa ne facciamo più ? » ed essi scoppiavano in risa e in applausi . Veramente i nostri piccini , camminando al di là delle nostre previsioni , ci facevano meravigliare con progressi imprevisti , inaspettati ; e mentre essi apparivano talvolta come piccoli pazzi di gioia , noi restavamo in profonda meditazione . Educazione sensoriale del gusto e dell ' olfatto Questa educazione sensoriale è difficilissima e non posso parlare finora di risultati soddisfacenti . Solamente posso dire che non mi sembrano adatti e pratici , almeno pei piccoli bambini , esercizi analoghi alle comuni prove adottate nella psicometria . Noi abbiamo usato l ' osmoscopio Pizzoli , senza alcun risultato pratico . I bambini hanno il senso olfattivo poco sviluppato : ed è perciò ancor più difficile richiamare la loro attenzione sulle sensazioni olfattive . Una prova che ebbe esito felice , ma che non fu ripetuta abbastanza per definire una metodica , fu la seguente . Facevamo odorare al bambino delle mammole fresche e dei gelsomini ; ovvero , in pieno maggio , usavamo le rose colte nei loro stessi vasi da fiori . Poi bendavamo un bambino dicendogli : « adesso verranno a farti dei regali , ti presenteranno dei fiori » . - - Infatti un compagno gli avvicinava al naso p . es . un mazzolino di mammole , che il bambino doveva riconoscere : e per l ' intensità si presentavano poi un solo fiore o più fiori . Ma questa educazione , come quella del senso gustativo , possono , io credo , efficacemente esercitarsi avendo la refezione : allora si potrebbe tentare il riconoscimento di vari odori : del pane fresco , del burro , dell ' olio , dell ' aceto , delle spezie , dei condimenti vari e del caffè ecc . ciò che unitamente agli odori dei fiori del giardino , potrebbe completare un ' educazione utile . Per i cattivi odori potrebbero presentarsi sostanze alimentari andate a male - - come latte inacidito , latte bruciato , ecc . In quanto ai sapori - - il metodo di toccar la lingua con una soluzione amara , acida , dolce , salata - - è perfettamente applicabile : - - i bambini di quattro anni si prestano volentieri a tale giuoco - - e ciò serve molto a esercitarli a sciacquarsi la bocca . Essi divertendosi a riconoscere i sapori , imparano presto ad afferrare il bicchiere con l ' acqua tepida e a lavare diligentemente l ' interno della bocca ; tantoché l ' esercizio del gusto è anche un mezzo per un esercizio igienico . La discriminazione tra sapori può anche costituire un vero e proprio esercizio di autoeducazione pei bambini tra quattro o cinque anni . Si mettono in piccoli vasetti di vetro varie polverine bianche , costituite da miscugli con chinino , con zucchero , con sale ; il bambino ha curiosità di riconoscere i sapori - - mette sulla lingua un po ' della polverina , avendo già appreso la tecnica dai primi esercizi fatti con le soluzioni , e poi da sé si risciacqua la bocca . A Milano la signorina Maccheroni col dott . Ferrari fanno ora preparare polverine e confetti nella farmacia cooperativa dell ' Umanitaria , graduando i miscugli . La refezione potrebbe indubbiamente rendere più pratica tale educazione . Educazione del senso visivo I Percezione visiva differenziale delle dimensioni 1° Incastri solidi : Sono tre sostegni massicci di legno della lunghezza di cm . 55 , altezza cm . 6 , larghezza cm . 8 . - - Questi portano ciascuno dieci pezzi a incastro , che sono altrettanti cilindretti di legno , i quali si maneggiano con un bottoncino di ottone fissato nel centro della faccia superiore . Nell ' insieme l ' oggetto somiglia molto al portapesi di una bilancia . ( Vedi tavole in fondo al volume ) . Nel primo sostegno i cilindretti sono tutti di eguale altezza ( 55 mm . ) ma di diametro diverso : il più piccolo di 1 cm . e gli altri vanno crescendo di œ cm . nel diametro , fino i 55 mm . Nel secondo sostegno i cilindri sono tutti di ugual diametro - - e il diametro corrisponde alla metà del più grosso cilindro precedente ( mm . 27 ) ; - - ma di altezza diversa : il primo è un dischetto alto 1 cm . , e le altezze vanno crescendo di 5 in 5 mm . fino al decimo che è perciò alto mm . 55 . Nel terzo sostegno i solidi differiscono così in altezza come in diametro : mentre il primo ha 1 cm . di altezza e 1 cm . di diametro , gli altri vanno crescendo le due misure di mezzo in mezzo centimetro . Con tali incastri , esercitandosi da sé - - i bambini imparano a differenziare gli oggetti secondo la grossezza - - secondo l ' altezza - - secondo la grandezza . In una classe i tre giuochi possono essere contemporaneamente maneggiati da tre bambini diversi e venire scambiati tra compagni . Il bambino sfila i cilindretti , li mescola sul tavolino e poi li rimette ciascuno nel suo corrispondente forame . Gli oggetti sono di abete verniciato e lucido . 2° Grossi pezzi in gradazione dimensionale : Si tratta di quattro sistemi i quali è bene che esistano almeno in doppio esemplare in ogni classe . Grossezze : oggetti più grossi e più fini . Sono dieci prismi quadrangolari , il più grande dei quali ha lo spigolo di base di 10 cm . , e gli altri vanno decrescendo di 1 cm . , mentre la lunghezza è identica per tutti i pezzi , cioè 20 cm . I prismi sono verniciati a vertice smaltata color marrone scuro . Il fanciullo li mescola spargendoli sul tavolino e li mette a posto - - giustapponendoli secondo la gradazione della grossezza - - e osservando che le lunghezze siano esattamente corrispondenti : si forma tra il primo , e l ' ultimo pezzo una specie di scala i cui gradini verso l ' alto si fanno sempre più vasti . Il bambino comincia dal pezzo più fino o dal più grosso a suo piacimento ( vedi tavole in fine del volume ) . Il controllo dell ' esercizio non è sicuro come negli incastri solidi ; infatti là il pezzo troppo largo non entra nel foro stretto , quello troppo alto sporge dal piano ecc . : - - ma il bambino può facilmente riconoscere a occhio l ' errore - - perché in tal caso la scala è irregolare : capita cioè un gradino troppo alto , dietro il quale il gradino successivo invece di salire discende . Lunghezze : Oggetti più lunghi , più corti . Il sistema consiste in dieci aste a sezione quadrata di 3 cm . di lato ; la prima è lunga un metro e l ' ultima , un decimetro ; le intermedie decrescono dalla prima all ' ultima di un decimetro ciascuna . Ogni spazio di un decimetro è diversamente colorato , cioè alternativamente in rosso e in turchino . Giustapponendo le aste , i colori devono corrispondersi , formando tante striscie trasversali : e l ' insieme ha l ' apparenza di un triangolo rettangolo a canne d ' organo , decrescenti lungo l ' ipotenusa . Il bambino giustappone gli oggetti dapprima sparsi e mescolati , collocandoli in gradazione di lunghezza e osservando la corrispondenza dei colori : anche qui esiste un controllo dell ' errore ben visibile , perché viene alterata la regolarità della decrescenza lungo l ' ipotenusa ( vedi tavole in fondo al volume ) . Questo sistema importantissimo avrà poi la sua principale applicazione nell ' aritmetica , come vedremo : perché permette di contare da uno a dieci , di compiere addizioni ecc . ; infine costituisce un passo iniziale allo studio del sistema metrico decimale . Altezze : Oggetti più alti , più bassi . Il sistema consta di dieci prismi a base di 20 × 5 cm . e altezza decrescente di cm . in cm . a cominciare da un massimo di 10 cm . I prismi sono verniciati in giallo , con una delle facce rettangolari 20 × 5 verniciata in bianco : questa deve rimanere sempre in alto e forma ( quando il bambino ha giustapposto gli oggetti in ordine di altezza ) i piani successivi di una scala ; qui i gradini , salendo verso l ' alto regolarmente , restano sempre ugualmente vasti . Grandezze : Oggetti più grandi , più piccoli . Il sistema è costituito da dieci cubi di legno verniciati a smalto in color rosa pallido : il massimo cubo ha uno spigolo di 10 cm . , il minimo di 1 cm . , e gli altri vanno gradualmente decrescendo di centimetro in centimetro . A tale sistema va unito un piccolo tappeto di panno verde - - che può anche essere di tela cerata o di cartone . Il giuoco consiste nel sovrapporre i cubi per ordine dimensionale , costruendo una torretta la cui base è costituita dal massimo cubo , e la vetta dal piccolissimo cubetto di 1 cm . Il tappeto si mette in terra , vi si spargono sopra i cubi , e la torretta si costruisce sul tappeto . Così il bambino fa l ' esercizio di chinarsi e alzarsi ecc . Il controllo è dato dalle irregolarità nella decrescenza della torre verso l ' apice : il cubo spostato si rivela come un rigonfiamento . L ' errore principale che commettono in principio i bambini è quello di porre a base il secondo cubo e sovrapporre ad esso il primo confondendo così tra loro i due cubi più grandi . Si noti che il medesimo errore vidi compiere dai bambini deficienti nelle ripetute prove da me fatte coi tests psicometrici del De Santis ; alla domanda : « qual è il più grosso » ? il bambino prendeva per lo più non il cubo maggiore , ma quello ad esso più vicino per dimensione decrescente . I quattro sistemi possono anche usarsi dai bambini , trasportando i pezzi a distanza , cioè mescolandoli p . es . sopra un dato tavolino e disponendoli ordinatamente sopra un altro , da esso notevolmente lontano : ad ogni pezzo che trasporta , il bambino deve camminare senza mai distrarsi , ricordando le dimensioni che va a cercare nel miscuglio . Così disposti , gli esercizi sono divertentissimi per bambini di quattro o cinque anni ; mentre il semplice lavoro di ordinare i pezzi sul tavolino medesimo ove giacciono mescolati , è più adatto ai piccini fra tre o quattro anni d ' età ; la costruzione poi della torretta coi cubi rosa , attrae lungamente l ' attività anche dei bambini al disotto di tre anni , che atterrano e ricostruiscono la torre più volte di seguito . II Percezione visiva differenziale delle forme e percezioni visivo ­ tattili ­ muscolari Materiale didattico : incastri piani di legno L ' idea di questi incastri risale a Itard ed è pure stata applicata dal Séguin . Io nella scuola dei deficienti avevo fatto costruire tali incastri nella forma usata dai miei illustri predecessori : cioè avevo fatto sovrapporre due tavolette - - la basale tutta unita - - e la superiore perforata da figure geometriche varie ; dentro le figure cave risultanti , si dovevano perfettamente incastrare figure geometriche di legno corrispondenti le quali , per facilitare il maneggio , erano fornite di un bottoncino d ' ottone . Il Séguin usava una stella , un rettangolo , un quadrato , un triangolo e un cerchio , colorandoli diversamente , così che si univano colori e forme : il colore aiutava a riconoscere la forma . Io nella mia scuola di deficienti avevo moltiplicato gli esemplari , distinguendo quelli da usare pei colori da quelli da usare per le forme . Gl ' incastri per colori erano tutti a piastrelle circolari , quelli per le forme erano tutti di color turchino . Avevo fatto costruire un gran numero di tavolette a più colori , graduati , e per di più diversi raggruppamenti di forma , ottenendo un materiale costosissimo ( speciale per la graduazione delle tinte ) e ingombrante . Nelle mie nuove esperienze sui bambini normali , dopo vari tentativi - - ho completamente escluso gl ' incastri piani pei colori - - poiché un tal materiale non offre nessun controllo all ' errore , dovendo il bambino coprire il colore di confronto . Ho invece conservato gl ' incastri piani , ma dando loro un aspetto affatto nuovo e originale - - che mi fu suggerito da uno splendido impianto di lavori manuali al Riformatorio di S . Michele in Roma . Qui vidi lavorare piastrelle di legno con figure geometriche ora sovrapposte ora a incastro : lo scopo era di perfezionare l ' esattezza nell ' esecuzione dei pezzi geometrici , così per quanto riguarda la forma , come la dimensione , e l ' incastro serviva appunto a dare il controllo dell ' esattezza del lavoro . Io pensai allora di modificare nel modo che segue gl ' incastri piani : ho fatto costruire un telaio costituito da un fondo rettangolare della dimensione entro cornice di 30 per 20 cm . ; il fondo turchino scuro , è circondato da una cornice rilevata dello spessore di circa mezzo centimetro ( 6 mm . ) - - larga due centimetri : - - su tale cornice s ' impernia un coperchio a telaio costituito da asticciuole di due centimetri circa di spessore , incrociantesi in maniera da far cornice perfettamente sovrapponibile alla sottostante , e divisa in sei quadrati eguali , da un ' asta trasversa e due longitudinali . - - Questo coperchio fenestrato gira intorno a un piccolo pernio e si fissa anteriormente con una piccola borchia ( vedi tavole in fondo , al volume ) . Sul fondo turchino - - possono adattarsi perfettamente sei piastrelle quadrate di 10 cm . di lato e spessore di 6 mm . - - che restano fissate dal coperchio quando è chiuso - - perché ogni asticciuola formante la fenestratura , si sovrappone ai lati estremi di due piastrelle adiacenti così che queste rimangono sicuramente fisse , e l ' insieme si maneggia come un pezzo solo . Questo telaio ha il vantaggio che vi si possono preparare tutte le combinazioni possibili di figure geometriche - - mutando le piastrelle - - e ciò secondo i criteri della direttrice . La cornice e i contorni esterni ed interni del telaio sono verniciati a smalto in color bianco ­ celeste , ossia in celeste molto pallido - - e così le piastrelle ; invece i pezzi da incastrare ( le figure geometriche piene ) sono turchine come il fondo del telaio - - il quale fondo si vede come fondo delle piastrelle allorché queste sono adattate nel telaio e si sia tolta la figura . Ho fatto fabbricare anche quattro piastrelle piene dello stesso color turchiniccio ­ bianco , perché con esse si può adattare il telaio a contenere solo una , due , tre , quattro o cinque figure geometriche anziché sei ; essendo molto opportuno , nei primi insegnamenti , esporre solo due figure o tre , contrastanti o almeno molto differenti nella forma ( es . un circolo e un quadrato ; ovvero un circolo , un quadrato e un triangolo equilatero ) . In tal modo si rende molto più semplice un abbondante materiale e questo si moltiplica , moltiplicando la possibilità di combinazioni . Ho poi preparato un armadietto che può essere di cartone o di legno - - a sei piani ; - - esso consiste essenzialmente in una scatola - - la cui parte anteriore può abbassarsi all ' innanzi come nelle scatole che usano gli avvocati ; e le sei tavolette sovrapposte su piccoli sostegni laterali , possono contenere ciascuna sei piastrelle - - nel primo piano ho fatto collocare le quattro piastrelle piene ; e due piastrelle aventi un trapezio e un rombo ; nel secondo un quadrato e cinque rettangoli della medesima altezza e di larghezza decrescente ; nel terzo sei cerchi a diametro decrescente ; nel quarto sei triangoli ; nel quinto poligoni dal pentagono al decagono ; nel sesto varie figure curve ellissi , ovali ecc . e una figura a fiore ( quattro archi incrociati ) . A questo materiale sono annessi dei cartoncini bianchi , quadrati di 10 cm . di lato ; sopra una prima serie di essi è ingommata una figura geometrica di carta turchina del colore dei pezzi d ' incastro che ripete in dimensione e forma tutte le figure geometriche della collezione ; sopra una seconda serie di cartoncini uguali è ingommato il contorno pure in turchino , delle medesime figure geometriche e il contorno ha lo spessore di 1 cm . ; sopra una ter ­ za serie di cartoncini uguali è disegnato da una linea nera il contorno riproducente le figure stesse in dimensioni e forma . Si ha dunque : il telaio - - la collezione delle piastrelle con relativo astuccio - - e la collezione di tre serie di cartoncini . Esercizio con gl ' incastri Esso consiste nel presentare al bambino il telaio con varie figure , togliere i pezzi , spargerli e mescolarli sul tavolino e invitare il bambino a ricollocarli al loro posto . Questo giuoco è accessibile anche ai bambini sotto ai tre anni - - ed attrae lungamente l ' attenzione del bambino , - - benché meno degli incastri solidi : non ho mai visto qui ripetere l ' esercizio più di cinque o sei volte consecutive . Il fanciullo , infatti , impiega molta energia in questo esercizio - - esso deve riconoscere la forma e osservare lungamente ; in principio molti riescono per tentativi ad incastrare i pezzi - - cercando p . es . di mettere successivamente un triangolo in un trapezio , in un rettangolo ecc . O quando prendono un rettangolo e riconoscono il luogo dove porlo lo appoggiano però col lato lungo a traverso il corto , e solo dopo molte prove e tentativi giungono a metterlo a posto . Dopo tre o quattro prove successive , il bambino riconosce con estrema facilità le figure geometriche e pone gl ' incastri con una sicurezza , che ha un ' espressione di noncuranza , di disprezzo per l ' esercizio troppo facile . È questo il momento in cui il bambino può avviarsi a una metodica « osservazione » delle forme - - mutando convenientemente le piastrelle sul leggio - - e passando dai contrasti alle analogie . Allora l ' esercizio riesce facile al bambino , che si abitua a riconoscere le figure e a porre senza sforzi o tentativi i pezzi d ' incastro al posto relativo . Nel primo tempo - - quello cioè dei tentativi - - nel quale si presentano al bambino figure in contrasto di forma , il riconoscimento è aiutato moltissimo , ove si associno alla sensazione visiva , delle sensazioni tattili ­ muscolari . Io faccio toccare con l ' indice della mano destra i contorni così del pezzo , come dell ' orlo interno della piastrella che dovrà delimitarlo e che ripete la figura del pezzo stesso ; e procuro che ciò diventi un ' abitudine pel bambino . Cosa ben facile ad ottenersi praticamente , perché i piccoli fanciulli amano assai di tutto toccare . Già mi ero accorta educando i deficienti , che tra le memorie sensoriali , quella del senso muscolare è la più precoce : infatti alcuni bambini che ancora non riconoscevano una figura guardandola , la riconoscevano però toccandola , cioè eseguendo il movimento necessario per seguirne i contorni . Analogamente avviene nella maggior parte dei piccoli bambini normali : essi , imbarazzati a incastrare un pezzo che rivoltano invano da tutte le parti , appena tocchino i due contorni del pezzo e della cornice , riescono nell ' intento . Indubbiamente l ' associazione del senso tattile ­ muscolare a quello visivo , aiuta in modo notevolissimo la percezione delle forme e ne fissa la memoria . In tali esercizi il controllo è assoluto come negli incastri solidi : la figura non può infatti entrare se non nella cornice corrispondente ; il bambino perciò può esercitarsi da solo e compiere una vera e propria autoeducazione sensoriale , per ciò che riguardi la percezione visiva delle forme . Esercizî con le tre serie dei cartoncini 1ª serie : Si dànno al bambino dei cartoncini con le figure a pieno e dei pezzi d ' incastro ( cioè le figure centrali , senza la pia strella che fa cornice ) corrispondenti alle figure ; si mescolano : - - il bambino deve ordinare i cartoncini in fila sul tavolo ( ciò che lo diverte molto ) - - poi adattarvi su i pezzi . Qui il controllo è nell ' occhio : il bambino deve riconoscere la figura e adattarvi su perfettamente il pezzo in modo che la copra e la nasconda . L ' occhio del bambino è qui corrispondente alla cornice che materialmente conduceva prima ad adattare i due pezzi tra loro . Inoltre il fanciullo deve abituarsi a toccare i contorni della figura piena , come semplice esercizio ( e il bambino esegue sempre volentieri i movimenti ) , e dopo che ha sovrapposto il pezzo tocca ancora tutto intorno , quasi aggiustando col dito la sovrapposizione affinché riesca perfetta . 2ª serie : Si dà un mazzo di cartoncini al bambino - - e il gruppo di pezzi da incastro corrispondenti alle figure che sono delineate con una striscia turchina . Il bambino sta passando gradualmente dal concreto all ' astratto . Prima egli maneggiava solo oggetti solidi , poi è passato a una figura piana cioè al piano che in sé non esiste ; ora sta passando alla linea . Ma quella linea rappresenta per lui , non il contorno astratto d ' una figura piana ; bensì il cammino tante volte compiuto dal suo dito indice : quella linea è la traccia d ' un movimento . Ripassando ancora col dito il contorno della figura sul cartoncino , poiché nei punti su cui il dito si sovrappone la figura sparisce , il fanciullo ha l ' impressione di lasciare realmente una traccia ; - - inoltre , sparendo la traccia là ove egli tocca - - è l ' occhio che guida il movimento ; il qual movimento , però , fu già preparato quando il bambino toccava i contorni solidi dei pezzi di legno . 3ª serie : Si presentano al bambino dei cartoncini con le figure semplicemente delineate in nero e i pezzi , come sopra . Qui si è passati veramente alla linea , cioè ad un ' astrazione ; anch ' essa però contiene l ' idea del movimento compiuto . Infatti essa può non esser più la traccia del dito che tocca , ma p . es . quella della matita che è diretta dalla mano nello stesso movimento di prima . Queste figure geometriche semplicemente disegnate provengono da una serie graduale di immagini concrete , visive e motrici ; e tali immagini tornano alla mente del bambino , quando egli fa l ' esercizio di sovrapporvi i pezzi d ' incastro corrispondenti . Il fanciullo dunque si prepara a interpretare con l ' occhio i contorni delle figure designate e anche si prepara con la mano al disegno delle stesse figure pei movimenti compiuti . III Percezione visiva differenziale dei colori : educazione del senso cromatico Il nostro materiale consiste : a ) in stoffe vivamente colorate a colori tutti uniti , a righe , a intrecci di righe ( stoffe scozzesi ) , a fiorellini , puntini colorati , ecc . ; b ) in bambole tedesche fatte di stoffa e vestite con ricci di stame colorato - - così che questi fantocci portano indosso mescolati i più varii colori ; c ) palle di lana di colore unito , a vivi colori . Tali oggetti servono specialmente per le lezioni sui colori . Ma il materiale didattico per l ' educazione del senso cromatico è il seguente , che ho stabilito dopo una lunga serie di prove sui bambini normali . ( All ' istituto di deficienti usavo , come ho detto sopra , gli incastri ) . Si tratta di tavolette intorno alle quali sono addipanati dei fili vivamente colorati di lana o di seta : le tavolette portano alle due estremità un bordo dalle due facce - - così che i colori non istriscino mai sul tavolino - - e anche affinché si possa maneggiare il pezzo , senza mai toccare il filo colorato . Infatti così il colore rimane intatto per lungo tempo . Ho scelto otto tinte e a ciascuna di esse corrispondono otto gradazioni di diversa intensità : sono perciò 64 tavolette di colori . Le otto tinte sono : nero ( al grigio e bianco ) ; rosso ; arancione ; giallo ; verde ; turchino ; violetto ; marrone . I 64 colori sono in doppio esemplare ; cioè l ' intero sistema consta di 128 tavolette . Esse sono contenute in due astucci uguali di metallo ; ciascuno dei quali contiene un ' intera serie di 64 colori ; essi sono divisi in otto caselle uguali , entro ciascuna delle quali si adattano , giustapposte a coltello , le otto gradazioni di una tinta . Esercizi Si scelgono tre colori nella gradazione più viva (es.: rosso , turchino e giallo ) - - in doppio campione - - e si mettono sul tavolo innanzi al bambino ; - - presentandogli un colore , lo si invita a cercare nel miscuglio l ' uguale ; e così si fanno disporre in colonna le tavolette a due per due , cioè appaiate secondo il medesimo colore . Poi si cresce sempre più il numero delle tavolette colorate fino a presentare otto colori , cioè sedici tavolette . In seguito , anziché le tinte più vive si sceglieranno le più brune o le più pallide . Infine si presenteranno due o tre tavolette dello stesso colore ma di diversa intensità , facendole disporre in ordine di gradazione ; fino a presentare le otto gradazioni . Successivamente si pongono innanzi al bambino , mescolate , le otto gradazioni di due colori diversi ( es . rosso e turchino ) - - si fanno separare i gruppi , e disporre ciascuno in gradazione ; quindi si procede offrendo mescolate , tinte sempre più simili ( es . turchino e violetto , giallo e aranciato , ecc . ) . In una « Casa di Bambini » ho visto eseguire con molto successo di interesse e di sorprendente rapidità il seguente giuoco : la direttrice pone sul tavolo intorno a cui stanno seduti dei bambini , tanti gruppi di gradazioni , cioè tante tinte per quanti sono i bambini , es . tre : fa bene osservare a ogni bambino qual sia il colore che gli spetta o che ha scelto ; poi mescola tutti insieme i gruppi sul tavolino . Ogni bambino prende rapidamente dal gruppo complessivo tutte le gradazioni del suo colore , le ammucchia , e poi procede al collocamento dei pezzi giustapposti per gradazione , che danno l ' apparenza di un nastro a tinte sfumate . In un ' altra Casa ho visto i bambini prendere l ' intera scatola di 64 colori , rovesciarla sul tavolo , mescolare a lungo le tavolette ; poi rapidamente riformare i gruppi e disporli per gradazione , costruendo una specie di tappetino vagamente colorato e sfumato , sul tavolo . I bambini riescono presto ad acquistare un ' abilità , innanzi alla quale noi restiamo confusi . I bambini di tre anni riescono a mettere in gradazione tutte le tinte . Si può esperimentare la memoria dei colori , facendo vedere a un bambino una tinta e invitandolo ad andare a scegliere in un tavolo lontano , ove tutti i colori sono allineati , la tinta eguale . I fanciulli riescono nell ' esercizio , commettendo piccoli errori . Sono i bambini di cinque anni , che si divertono a quest ' ultimo esercizio . Essi poi amano moltissimo di confrontare due tinte e prendere la decisione sul giudizio della loro identità . Avevo adottato in principio , per saggiare la memoria dei colori , un istrumento ideato dal Pizzoli e consistente in un disco bruno munito in alto di una incisura semilunare : dietro l ' incisura passano successivamente più colori a mezzo di un dischetto posteriore girante , che porta tante striscie colorate disposte a raggio : il maestro richiama l ' attenzione su un colore , poi gira il disco e il bambino deve notare quando torna nella semiluna il colore fissato in principio . Ciò immobilizza il bambino - - gli impedisce il controllo - - ; non è dunque un istrumento di educazione sensoriale . Esercizi per la discriminazione dei suoni Sarebbe desiderabile avere a tal uopo il materiale didattico usato nei principali istituti dei sordomuti di Germania e d ' America , su l ' « educazione auricolare » dei sordastri , poiché tali esercizi sono un avviamento all ' educazione del linguaggio , tendente specialmente a richiamar l ' attenzione discriminativa sulle « modulazioni dei suoni della voce umana » . E qui , nei bambini della prima età infantile , occupa un posto principale appunto l ' educazione del linguaggio . Un altro scopo degli esercizi è quello di educare l ' orecchio del bambino ai rumori , in modo ch ' egli abituandosi a percepire i più leggeri , e a confrontarli coi suoni , rifugga dai rumori aspri e chiassosi : tale educazione sensoriale ha quindi anche uno scopo educativo del gusto estetico , e una notevole applicazione pratica disciplinare . Poiché è noto come i piccoli bambini disturbino la disciplina , appunto con le grida e col rumore di oggetti da loro spostati , battuti ecc . Un ' educazione scientifica , rigorosa del senso acustico , non è praticamente applicabile come consueto metodo didattico . Poiché il bambino non può esercitarsi da solo , come fa per gli altri sensi : e se ognuno si esercitasse da solo p . es . con un istrumento a suoni graduati , ne verrebbe dall ' insieme un incomposto e assordante accozzo di suoni . Invece , alla discriminazione dei suoni è necessario un « assoluto silenzio » . La signorina Maccheroni , direttrice della « Casa dei Bambini » a Milano , ha ideato e fatto fabbricare a Livorno una serie di tredici campane con la convessità in alto e sostenute da un piede di legno verniciato in nero : - - esse sono apparentemente identiche - - ma le vibrazioni a un colpo di martello , riproducono le seguenti tredici note : Il sistema consiste in una doppia serie di 13 campane e in quattro martellini . Colpita una campana della 1ª serie , deve trovarsi il corrispondente suono nella seconda . Ma l ' esercizio presenta gravissime difficoltà ; i bambini non sanno colpire sempre allo stesso modo le campane , provocando perciò suoni diversamente intensi ; e anche quando colpisce la maestra , pure avendo cura di estinguere le vibrazioni di volta in volta col tocco della mano , i bambini confondono molto i suoni : e almeno finora , tale istrumento non è sembrato molto pratico . Noi disponiamo inoltre per la discriminazione dei suoni nelle « Case dei Bambini » la serie di fischietti del Pizzoli - - e una serie di diapason ; e pei rumori graduati , delle scatole piene di sostanze diverse più o meno fini ( da sabbia a sassolini ) : i rumori si provocano sbattendole . Nel procedimento pratico io uso di far così : faccio provocare il silenzio dalla direttrice , coi mezzi comuni dei quali dispone , e poi io continuo ad approfondire il silenzio facendo ; « st ! st ! » con una serie di graduazioni di tono , ora scoccanti , ora prolungati e finissimi come un sibilo . I bambini a poco a poco ne restano affascinati . Ogni tanto dico : « ancora più silenzio , ancora più » - - e ricomincio il sibilo sempre più leggero : e dico « ancor più , più » a voce quasi morente . Quindi con tono pressoché drammatico , come se in mezzo al mare si sentisse una campana , io dico , come una persona che quasi sviene : « ecco si sente l ' orologio » ( l ' orologio a muro ) - - « ecco si sentono le mosche volare , si sentono i moscerini » . I bambini rimangono estatici in un silenzio talmente assoluto , che la stanza sembra deserta . « Chiudiamo gli occhi » . Avverto intanto , che tali esercizi ripetuti , abituano talmente bene i bambini alla immobilità e al silenzio assoluto , che nelle interruzioni mi basta un « eh ! » , uno sguardo , a ricomporlo immediatamente . Nel silenzio si procede alla produzione dei suoni e dei rumori prima per contrasto , poi per analogia ; e alla comparazione tra rumori e suoni . Io credo che la massima efficacia si avrebbe coi mezzi primitivi proposti da Itard nel 1805 - - cioè il tamburo - - e la campana . Una serie graduata di tamburi pei rumori , o meglio per suoni gravi , armonici , appartenendo essi a un istrumento musicale ; e una serie di campane fino ai campanelli . I diapason , i fischietti , le scatole , non sono attraenti pei bambini , e non educano l ' udito come questi altri strumenti : non a caso certo nelle due grandi corporazioni umane , quella dell ' odio ( le guerre ) e quella dell ' amore ( le religioni ) hanno adottato i due strumenti opposti : tamburi e campane . Io credo che , dopo il fascino del silenzio , sarebbe educativo il fascino delle campane , ora calmante coi toni dolci e gravi , che trasmetterebbero nel corpo dei piccini immobili le loro vibrazioni larghe ; ora eccitante coi campanelli , che bisognerebbe scegliere di suono chiaro e squillante . E quando , si può dire , oltre all ' educazione dell ' o recchio , si fosse prodotta un ' educazione vibratoria di tutto il corpo , dei visceri , dei muscoli - - col suono sapientemente provocato dalle campane - - e si fosse data una « pace fibrillare » al corpo dei bambini ; allora più crudo riuscirebbe il rumore in quei corpi infantili ; essi ne sentirebbero l ' asprezza ; e nel seguito dell ' educazione rifuggirebbero dai rumori chiassosi ; come chi ha l ' educazione dell ' orecchio musicale fugge , perché soffre , alle note stridenti e dissonanti . - - Non c ' è bisogno di illustrazione per intendere l ' importanza che avrebbero tali esercizi , nell ' educazione dell ' infanzia del popolo . Le nuove generazioni sarebbero più calme , sfuggirebbero ai chiassi , a quei rumori assordanti che feriscono l ' orecchio , allorché si entra oggi in uno degli spaventosi alveari umani , dove vivono agglomerate le persone povere lasciate da noi nell ' abbandono , alle loro brutalità . L ' educazione musicale Dovrebbe essere fatta con fine metodo , ai fanciulli . In generale si vedono i bambini passare accanto alle grandi suonate , come vi passano gli animali : cioè senza percepirne la complessità dei suoni . I ragazzi di strada circondano gli organetti gridando come se avvertissero rumori , anziché suoni . Per l ' educazione musicale bisognerebbe creare , così gl ' istrumenti , come la musica . Intanto il suo scopo rispetto a quello della discriminazione dei suoni con le campane , è di dare il ritmo e si può dire , di spingere a movimenti calmi e coordinati , quei muscoli già vibranti nella pace dell ' immobilità . Io credo che istrumenti a corda , specie di arpe semplificate o di lire , sarebbero i più convenienti : essi costituiscono , insieme ai tamburi e alle campane , il terzo istrumento classico dell ' umanità : è questo l ' istrumento della « vita ìntima individuale » che la leggenda pone in ma no ad Orfeo , la favola tra le dita delle fate , e la novella tra le mani agili della principessa che conquista il cuore di un principe vezzoso , - - nei tempi di una umanità semplice e pacifica , comparabile alla semplice vita infantile . La maestra che volta la schiena ai fanciulli per produrre sul pianoforte suoni tutt ' altro che perfetti , non sarà mai l ' educatrice del loro senso musicale . Il fanciullo vuole essere affascinato in tutti i modi - - dallo sguardo come dalla posa ; e la maestra che piegandosi verso loro , e ponendoseli attorno , lasciandoli liberi nelle loro espressioni naturali , toccasse poche corde in un ritmo semplice , si metterebbe in comunicazione , in rapporto di anima con loro . Tanto più se questi tocchi semplici accompagnasse con la sua voce , lasciando liberi i bambini di seguirla : senza obbligare nessuno a cantare . Così ella potrebbe scegliere come « adatte all ' educazione » quelle canzoni che fossero seguite da tutti i bambini : o graduare la complicazione del ritmo alle età , perché vedrebbe seguirla spontaneamente ora i soli grandi , ora anche i piccoli bambini , che adatterebbero la loro forza spontanea alle diverse difficoltà delle canzoni . Io credo in ogni modo che gli istrumenti semplici , primitivi come la « zampogna » o gli istrumenti a corde , siano adatte ai bambini : a raddolcirli , a penetrare nelle loro anime . Invece gl ' istrumenti a fiato , come una tromba o un sufolo , sono adatti a eccitare i movimenti muscolari ritmici , e a provocare una ginnastica spontanea molto educativa , cioè il ballo : il quale dovrebbe somigliare assai più a quello lieto , libero e innocente dei contadini sull ' aia - - che a quello complicato dei saloni . Io cerco di condurre la direttrice della « Casa dei Bambini » di Milano , che è anche una esperta maestra di musica , a dei tentativi di studio sulla capacità musicale dei piccoli bambini . Ella ha fatto molti tentativi col pianoforte , osservando come i fanciulli non siano sensibili al tono musicale , ma soltanto al ritmo . Sul ritmo ella ha or ganizzato piccoli e semplici balli figurati , con l ' intenzione di studiare l ' influenza del ritmo stesso sulla coordinazione dei movimenti muscolari . Ma la sua alta sorpresa fu invece l ' effetto educativo disciplinare di tale musica . I suoi bambini , ( con molta sapienza e arte condotti da lei nella libertà , all ' ordine spontaneo degli atti o dei movimenti ) , cresciuti senza disciplina nei cortili e nelle strade , avevano l ' abitudine di saltare talvolta sfrenatamente . Molto ossequente al metodo della libertà , e considerando che saltare non è un male , mai li aveva corretti . Si accorse che moltiplicando gli esercizi di ballo , i bambini a poco a poco diminuivano i salti e finalmente non saltavano più . Allora la Direttrice chiese spiegazione di tale mutamento di condotta ; alcuni piccoli la guardarono senza rispondere ; i grandi le fecero risposte varie , ma il cui contenuto era analogo ; « saltare non sta bene » - - « saltare è brutto » - - « saltare è uno sgarbo » . Questo fu certo uno dei più bei trionfi del nostro metodo . E ciò pure rivela , insieme alle altre citate esperienze sulle sensazioni , la educabilità del senso muscolare nel bambino , e la squisitezza di tale senso ; che è in relazione con la precocità della memoria muscolare , in rapporto ad altre forme di memoria sensoriale . Saggio dell ' acutezza uditiva L ' unica prova finora sperimentata con grande successo nella « Casa dei Bambini » è quella dell ' orologio e della voce afona . La prova è del tutto empirica , e sfugge alla misura , ma per questo non è meno utile saggiare approssimativamente l ' acutezza uditiva nei bambini . Consiste nel far loro sentire , in perfetto silenzio , il tic ­ tac dell ' orologio e tutti i piccoli rumori che sfuggono comunemente all ' orecchio ; e nel chiamare a uno a uno i piccini da una stanza vicina , pronunciando il nome di ciascuno a voce afona . Per preparare tali esercizî , è necessario insegnare ai bambini il silenzio : per questo faccio eseguire vari giuochi del silenzio , che contribuiscono in modo notevole alla sorprendente capacità di disciplina dei nostri bambini . Richiamo l ' attenzione dei piccini sopra di me - - che faccio silenzio . Mi metto in varie pose : in piedi , seduta - - immobile , silenziosa . Un dito che si muova , potrebbe produrre un rumore , sia pure impercettibile ; potrei respirare in modo che si sentisse : ma no , tutto è assoluto silenzio . Non è cosa facile . Chiamo un bambino e lo invito a far come me : egli aggiusta in miglior posa un piede , ecco un rumore ! muove un braccio strisciandolo impercettibilmente sul bracciuolo della poltroncina , è un rumore : il suo respiro non è ancor silenzioso del tutto , tranquillo , inavvertito assolutamente come il mio . Durante tali manovre , e i miei brevi e concitati discorsi interrotti da immobilità e silenzio , i fanciulli restano incantati ad ascoltare e a guardare . Moltissimi s ' interessano del fatto che non avevano mai osservato - - cioè che si fanno tanti rumori i quali non si avvertivano ; e che ci sono più gradi di silenzio . C ' è un silenzio assoluto , là ove nulla , assolutamente nulla si muove . Essi mi guardano stupiti quando io mi metto in mezzo alla sala diritta , ed è veramente come se « non ci fossi » . Allora tutti fanno a gara per imitarmi e cercano di fare altrettanto . Io insegno qua e là , ove un piede si muove quasi inavvertitamente . L ' attenzione dei fanciulli è richiamata su ogni parte del corpo , in un ' ansiosa volontà di raggiungere l ' immobilità . Mentre essi si esercitano a questo ecco veramente farsi un silenzio diverso da ciò che superficialmente si chiama silenzio : sembra che gradatamente sparisca la vita , che la sala si faccia di mano in mano vuota , come se non ci fosse più nessuno . Allora principia a sentirsi il tic ­ tac dell ' orologio a muro ; e quel tic ­ tac sembra crescere d ' intensità a poco a poco che il silenzio si fa assoluto . Di fuori , dal cortile che sembrava silenzioso - - ecco venire rumori vari - - un uccellino che pigola , un bambino che passa . I fanciulli restano affascinati da quel silenzio come da una loro reale conquista . « Ecco » - - dice la direttrice - - « ora non c ' è più nessuno - - i bambini sono andati via » . Raggiunto questo grado , si chiudono al buio le finestre - - e si dice ai bambini : chiudete gli occhi - - appoggiate lentamente la testa sulle mani - - e mettete le mani spiegate a chiudere gli occhi . Essi si pongono così e torna nel buio l ' assoluto silenzio . « Adesso ascoltate una voce leggera che vi chiama per nome » . Allora , in una stanza vicina collocata dietro ai bambini , a traverso la porta spalancata - - chiamo a voce afona , strisciando le sillabe lungamente , come si chiamerebbe con chiaro grido a traverso le montagne - - e questa voce quasi occulta , sembra che giunga al cuore e chiami la loro anima . Ogni chiamato si scuote , leva la testa , apre gli occhi come trasognato e insieme felice ; si alza silenziosamente cercando di non muovere la sedia e cammina in punta di piedi così impercettibilmente che quasi non si sente : tuttavia il suo passo risuona nel silenzio assoluto che non s ' interrompe mai e tra l ' immobilità che persiste . E giunge alla porta con volto gioioso , fa qualche salto nella stanza vicina , soffoca piccoli scoppî di risa ; ovvero si attacca alle mie vesti appoggiando il volto al mio corpo ; o si pone a guardare i compagni che giacciono ancora nell ' aspettativa silenziosa . Il chiamato sente quasi un privilegio , un dono , un premio . E pure sa che tutti saranno chiamati cominciando « dal più assolutamente silenzioso che resta nella sala » . Così ciascuno cerca di meritare nell ' attesa perfetta , la chiamata sicura . Io vidi una volta una piccina di tre anni cercar di soffocare uno starnuto e riuscirvi ! Ella tratteneva il respiro nel suo piccolo petto scosso - - e resisteva - - fino a riuscire vittoriosa . Sforzo invero sorprendente ! Tale giuoco affascina i piccoli : i loro volti intenti , la loro immobilità paziente , rivela la ricerca di un grande piacere . In principio , quando l ' anima del fanciullo mi era sconosciuta , avevo pensato di far veder loro piccoli dolci e piccoli giocattoli promettendo di darli al chiamato supponendo che i regali dovessero essere l ' attrattiva necessaria a ottenere simili sforzi dall ' infanzia . Ma ben presto dovetti accorgermi che ciò era inutile . I bambini giungevano dopo aver superato gli sforzi , le emozioni e i godimenti del silenzio - - come navi in porto - - eran felici di tutto ciò : di aver sentito , qualche cosa di nuovo , e di aver riportato una vittoria . Questo era il loro compenso . Essi dimenticavano la promessa del dolce e non si curavano di prendere l ' oggetto , che supponevo li attraesse . Così abbandonai quel mezzo inutile e vidi con istupore che il giuoco ripetuto si perfezionava sempre più , fino a trattenere bambini di tre anni immobili nel silenzio , durante tutto il tempo necessario a chiamare e far uscire ben quaranta altri bambini ! Allora mi accorsi che l ' anima del fanciullo ha pur essa i suoi premi e i suoi godimenti spirituali . Dopo tali esercizî sembrava ch ' essi mi amassero di più : certo erano divenuti più ubbidienti , più dolcemente miti . Infatti ci eravamo isolati dal mondo e avevamo passato qualche minuto insieme uniti tra noi ; io a desiderarli e a chiamarli - - ed essi a ricevere , nel silenzio più profondo , la voce che si rivolgeva personalmente a ciascuno di loro , giudicandolo in quel momento il migliore di tutti ! La lezione sul silenzio Ecco una lezione che riuscì molto efficace per insegnare la perfezione del silenzio . Un giorno recandomi a una « Casa dei bambini » , incontrai nel cortile una madre che teneva tra le braccia la sua bambina di quattro mesi d ' età - - fasciata come ancora usano nel popolo di Roma - - ove i piccoli lattanti così involti e stretti nelle fasce che modellano il corpicino - - senz ' altra copertura o grembiale , - - si chiamano pupi . La piccina , tranquilla e paffuta , sembrava l ' incarnazione della pace . Io la presi in braccio ed essa rimase immobile e buona . Mi avanzai con la piccina in braccio : - - i bambini della « Casa » si erano precipitati fuori per incontrarmi - - come solitamente fanno , abbracciandomi a gara le ginocchia talvolta in modo così violento , che quasi mi gettano in terra . Io sorrisi loro , mostrando la pupa - - essi intesero - - e mi saltellarono intorno , guardandomi con occhi brillanti di piacere , ma senza toccarmi , per rispetto alla piccina che avevo in braccio . Così entrai nella sala e i bambini mi camminavano tutti intorno . Ci mettemmo a sedere , io di rimpetto a loro , sopra una sedia grande - - non sulle piccole seggioline , come è mia consuetudine . Cioè mi sedetti solennemente . Essi guardavano la mia piccina con un misto di tenerezza e di gioia : non avevamo ancora pronunciato una parola . Io dissi : « Vi ho portata una maestrina » . - - Sguardi sorpresi , meravigliati , risa . - - « Una maestrina , sì , perché nessuno sa stare fermo come lei » . Tutti i piccini si aggiustano fermi al loro posto . « Le gambe però nessuno le tiene ferme come lei » . Tutti aggiustano con cura le gambe perché siano composte . Io li guardo sorridendo : « Sì , ma non saranno mai ferme come le sue : voi un poco le muoverete , ma lei no . Nessuno può essere come lei » . I bambini sono serî - - sembra che sia penetrata in loro la convinzione della superiorità della maestrina : alcuno sorride e sembra dire cogli occhi che le fasce hanno tutto il merito . « Nessuno poi sta zitto come lei » . - - Silenzio generale . - - « Non è possibile star proprio silenziosi come lei - - perché ... sentite il suo respiro ... come è delicato ... avvicinatevi in punta di piedi » . Alcuni si alzano e si avanzano adagio adagio in punta di piedi , sporgendo la testa e volgendo l ' orecchio verso la piccina . Gran silenzio . « Nessuno potrà respirare silenziosamente come lei » . I bambini guardano stupiti - - non avevano mai pensato che , anche fermi , si fanno dei rumori - - e che il silenzio dei piccoli è più profondo del silenzio dei grandi . Cercano quasi di trattenere il respiro . Io mi alzo . « Vado via piano , piano » ( cammino in punta di piedi senza fare alcun rumore ) . « Eppure da me qualche cosa si sente - - per quanto faccia piano - - si sente : ma lei ! cammina con me - - e non fa alcun rumore : - - ella sì - - va via ed è silenziosa » . I bambini sorridono commossi - - capiscono la verità e lo scherzo delle mie parole . Io restituisco la pupa alla madre a traverso una finestra . Dietro alla piccina sembra rimanere un fascino che avvolge le anime : nulla è più dolce in natura , che il silenzio di un respiro di neonato . La vita umana rinnovata che riposa nel silenzio , quale maestà ! Al paragone impallidisce l ' espressione di Wordsworth sulla silente pace della natura : « che calma , che quiete ! unico suono , il gocciolar del remo sospeso » . E anche i fanciulli sentono la poesia del silenzio di una pacifica vita umana nascente ! Generalità sulla educazione dei sensi L ' accennata metodica per l ' educazione dei sensi in bambini da 3 a 7 anni d ' età non rappresenta certo la perfezione raggiunta ; ma essa apre , io credo , una nuova via d ' indagine psicologica , che potrebbe essere largamente ricca di risultati . Finora la psicologia sperimentale si portava a perfezionare gl ' istrumenti di misura , cioè la graduazione degli stimoli : ma non esisteva un tentativo atto a preparare metodicamente gl ' individui alle sensazioni . Invece la psicometria , io credo , dovrà il suo sviluppo più alla preparazione dell ' individuo , che a quella dell ' istrumento . Ma trascurando qui tale interesse puramente scientifico , la educazione dei sensi ha un altissimo interesse pedagogico . Noi infatti ci proponiamo due scopi nell ' educazione generale : - - uno biologico e uno sociale ; - - quello biologico consiste nell ' aiutare il naturale sviluppo dell ' individuo , quello sociale nel preparare l ' individuo all ' ambiente ( e in questo rientra pure l ' educazione professionale che insegna all ' individuo a utilizzare l ' ambiente ) . L ' educazione dei sensi è infatti importantissima da entrambi i lati : lo sviluppo dei sensi infatti precede quello delle attività superiori intellettuali : e nel bambino da 3 a 7 anni esso è nel periodo della formazione . Noi dunque possiamo aiutare lo sviluppo dei sensi appunto quando essi sono in tale periodo , graduando e adattando gli stimoli , così come si deve aiutare la formazione del linguaggio , prima che esso sia completamente sviluppato . Tutta l ' educazione della prima infanzia deve essere informata a questo principio : aiutare il naturale sviluppo psicofisico del bambino . L ' altra parte dell ' educazione , cioè quella di adattare l ' individuo all ' ambiente , avrà la prevalenza in seguito , quando il periodo dello sviluppo intenso è sorpassato . Le due parti sono sempre intrecciate , ma hanno una prevalenza secondo le età . Ora il periodo della vita che va da 3 a 7 anni - - include un ' epoca di rapida crescenza fisica - - e di formazione delle attività psichiche sensoriali . Il bambino in questa età sviluppa i sensi , la sua attenzione è quindi rivolta all ' ambiente sotto forma di curiosità passiva . Gli stimoli e non ancora le ragioni delle cose - - attraggono la sua attenzione ; è perciò l ' epoca di dirigere meto dicamente gli stimoli sensoriali - - affinché le sensazioni si svolgano razionalmente : e preparino così la base ordinata a costruire una mentalità positiva al fanciullo . Inoltre con l ' educazione dei sensi è possibile scoprire e correggere eventuali difetti , che passano oggi ancora inosservati nelle scuole - - fino almeno al periodo in cui il difetto si manifesta con una evidente e oramai irreparabile inadattabilità all ' ambiente - - ( sordità , miopia ) . È dunque questa l ' educazione fisiologica , che prepara direttamente l ' educazione psichica , perfezionando gli organi dei sensi e le vie nervose di protezione e di associazione . Ma anche l ' altra parte dell ' educazione , riguardante l ' adattamento dell ' individuo all ' ambiente , è indirettamente toccata . Poiché noi prepariamo così , l ' infanzia dell ' umanità dei nostri tempi . - - Gli uomini della presente civiltà sono eminentemente osservatori dell ' ambiente , perché debbono utilizzare al massimo grado tutte le sue ricchezze . Anche l ' arte si fonda oggi , come al tempo greco , sull ' osservazione del vero . La scienza positiva progredisce appunto sull ' osservazione ; e tutte le scoperte e le loro applicazioni che dall ' ultimo secolo tanto valsero a trasformare l ' ambiente civile , furono conseguite lungo il medesimo cammino . Dobbiamo perciò preparare le nuove generazioni a questa attitudine , che si rende necessaria come forma di vita civile moderna e come mezzo indispensabile a continuare efficacemente l ' opera del nostro progresso . Noi vediamo dalle osservazioni nascere le scoperte dei raggi Roëtgen , delle onde herziane , delle vibrazioni del radium , e aspettiamo applicazioni grandiose simili a quella del telegrafo Marconi . Intanto in nessuna epoca come nella nostra , il pensiero , partendo dalle indagini positive - - fu così promettente di luce nelle speculazioni filosofiche - - e nelle vie spirituali . Le teorie sulla materia , esse stesse , dopo la scoperta del radium , hanno condotto a concezioni metafisiche . Si potrebbe dire che preparando l ' osservazione , abbiamo pure preparato vie conducenti alle scoperte spirituali . L ' educazione dei sensi , formando uomini osservatori , non compie solo un ufficio generico di adattamento all ' epoca presente della civiltà ; ma ancora prepara direttamente alla vita pratica . Ci siamo fatti sin qui , io credo , un ' idea molto imperfetta di quanto occorra alla pratica della vita . Siamo sempre partiti dalle idee per discendere alle vie motrici . Così p . es . l ' educazione è stata sempre quella di insegnare intellettualmente e poi di far eseguire . Noi in genere , insegnando parliamo dell ' oggetto che c ' interessa , e tentiamo d ' indurre lo scolaro , quando ha capito , a eseguire un lavoro in rapporto con l ' oggetto stesso . Ma spesso lo scolaro che ha capito l ' idea trova enormi difficoltà nell ' esecuzione del lavoro che da lui si richiede , perché manca all ' educazione un fattore di prima importanza : il perfezionamento delle sensazioni . Valga a illustrare il principio qualche esempio . Noi diciamo a una cuoca di comperare del pesce fresco : essa intende l ' idea e si accinge ad eseguirla nell ' atto . Ma se la cuoca non ha la vista e l ' odorato esercitati a riconoscere i segni di freschezza nel pesce , non saprà eseguire l ' ordine avuto . Tale manchevolezza si renderà tanto più manifesta nell ' operazione culinaria . La cuoca potrà essere una letterata e conoscere a meraviglia le dosi e i tempi descritti in un libro di cucina ; saprà eseguire le manipolazioni necessarie a dare la dovuta forma ai piatti ecc . ; ma allorquando si tratterà di apprezzare con l ' odorato il momento giusto della cottura , o con l ' occhio o col tasto il momento di dover intervenire col dato condimento - - qui l ' azione farà difetto , se la cuoca non ha i sensi sufficientemente preparati . Essa dovrà conquistare tale abilità con una lunga pratica - - e tale pratica non è poi altro che un ' educazione tardiva dei sensi , la quale spesso non è più efficace nell ' adulto ; - - perciò è tanto difficile trovare bravi cuochi . Qualche cosa di analogo avviene pei medici . Lo studente di medicina studia teoricamente i caratteri del polso - - e si mette al letto del paziente con tutta la buona volontà di riconoscerli - - ma se le sue dita non sanno raccogliere il fenomeno , invano avrà studiato e voluto . Per diventare medico gli manca la capacità discriminativa degli stimoli sensoriali . Lo stesso si dica pei toni del cuore , che lo studente studia nella teoria , ma che l ' orecchio non sa poi distinguere nella pratica ; così si dica dei fremiti e delle vibrazioni innanzi ai quali la mano resta inetta . Il termometro è tanto più indispensabile al medico , per quanto più il suo sistema cutaneo è inadatto a raccogliere gli stimoli termici . Si sa bene che un medico può essere dotto e intelligentissimo senza essere un buon pratico ; e che per formare un buon pratico , occorre il lungo esercizio . In realtà questo lungo esercizio non è altro che un tardivo e spesso inefficace esercizio dei sensi . Dopo avere assimilate le brillanti teorie , il medico si vede costretto all ' ingrato lavoro della semejotica , cioè all ' esercizio della raccolta dei sintomi , per trarre da quelle teorie un pratico frutto . Ecco dunque il principiante che procede metodicamente alla palpazione , alla percussione , all ' ascoltazione per riconoscere i fremiti , le risonanze , i toni , soffî , e rumori , - - che - - essi soli - - potranno metterlo in grado di formulare la diagnosi . Donde il profondo e doloroso scoraggiamento , la disillusione dei giovani medici - - e sopratutto la perdita di tempo - - che è perdita di lunghi anni ! e ancora l ' immoralità di esercitare spesso una professione di così grande responsabilità , nell ' incertezza della raccolta dei sintomi ! Tutta l ' arte medica è fondata sopra un esercizio dei sensi : le scuole invece preparano i medici con lo studio dei classici ! Ebbene lo sviluppo intellettuale grandioso del medico cade impotente , innanzi all ' insufficienza dei suoi sensi . Un giorno intesi un chirurgo dare alle madri del popolo lezioni sul riconoscimento delle prime deformazioni del rachitismo nei bambini allo scopo di indurle a portare i figli rachitici dal medico , nell ' inizio della malattia , quando cioè l ' intervento terapeutico può ancora essere efficace . Le madri avevano capito l ' idea : ma non sapevano riconoscere le deformazioni iniziali , perché mancava loro l ' esercizio sensoriale alla fine discriminazione delle forme appena deviate dalla normalità . Onde quelle lezioni riuscirono inutili . Se ben pensiamo , quasi tutte le sofisticazioni delle sostanze alimentari , si rendono possibili pel torpore dei sensi , esistente nelle moltitudini . La frode dell ' industria si alimenta sulla mancanza della educazione sensoriale nelle masse ; come la frode del truffatore , si basa sulla ingenuità della sua vittima . Noi vediamo i compratori rivolgersi spesso alla lealtà dell ' offerente o riposare sulla fiducia della ditta , per decidersi agli acquisti : e ciò perché loro manca la capacità materiale di intendersene direttamente , come si dice ; ossia di distinguere coi sensi i caratteri differenziali delle sostanze . Infine noi diciamo in molti casi che si rende inutile l ' intelligenza - - per la mancanza di pratica - - e questa pratica è quasi sempre l ' educazione sensoriale . Ognuno ha , nella vita pratica , la necessità fondamentale di raccogliere con esattezza gli stimoli dall ' ambiente . Ma assai spesso nell ' adulto l ' educazione sensoriale è difficile , come lo è l ' educazione della mano nell ' adulto che voglia farsi pianista . È necessario iniziare l ' educazione dei sensi nel periodo formativo , se vorremo in se guito con l ' educazione perfezionarli . Perciò l ' educazione dei sensi dovrebbe iniziarsi con metodo nell ' età infantile , e continuarsi poi durante il periodo dell ' istruzione , che dovrà preparare l ' individuo alla vita pratica nell ' ambiente . Anche l ' educazione estetica e morale sono collegate strettamente con quella sensoriale . - - Moltiplicando le sensazioni , e sviluppando la capacità di apprezzare le minime quantità differenziali tra gli stimoli , si affina la sensibilità e si moltiplicano i godimenti . La bellezza è nell ' armonia , non nei contrasti - - e l ' armonia è affinità - - onde occorre finezza sensoriale a percepirla . Le armonie estetiche della natura e dell ' arte sfuggono a chi ha sensi rozzi . - - Il mondo è allora ristretto e aspro . Nell ' ambiente esistono inesauribili fonti di godimenti estetici - - innanzi alle quali gli uomini passano come insensati o come bruti , - - cercando il godimento nelle sensazioni forti e aspre , poiché sono le sole a loro accessibili . Ora nei godimenti grossolani molto spesso nasce l ' abitudine viziosa : i forti stimoli infatti non acutizzano , ma attutiscono il senso , che ha così bisogno di stimoli sempre più accentuati . L ' onanismo così diffuso nei bambini normali di bassa educazione , - - l ' alcoolismo , l ' amore agli spettacoli sensuali degli adulti , costituiscono i godimenti di coloro , i cui piaceri intellettuali sono scarsi , i cui sensi tacciono - - uccidendo l ' uomo , e resuscitando la bestia . Infine , dal punto di vista fisiologico , l ' importanza dell ' educazione dei sensi risalta osservando lo schema dell ' arco diastaltico , rappresentante in sintesi le funzioni del sistema nervoso . Lo stimolo esterno agisce sull ' organo di senso S e l ' impressione si trasmette lungo le vie centripete al centro nervoso - - ove si elabora l ' impulso motore corrispondente - - che , lungo le vie centrifughe , si trasmette all ' organo di moto , provocando un movimento . Benché l ' arco diastaltico stia a rappresentare schematicamente il meccanismo dei movimenti riflessi spinali , pure esso può considerarsi come una chiave fondamentale , atto a riassumere anche i fenomeni del meccanismo nervoso , più elevati . L ' uomo raccoglie col sistema periferico sensoriale gli stimoli dell ' ambiente - - cioè si mette con l ' ambiente in rapporti diretti - - la vita psichica poi si svolge in rapporto col sistema nervoso centrale ; e l ' attività umana , che è attività eminentemente sociale , si manifesta all ' esterno con gli atti , cioè a mezzo degli organi psicomotori ( lavoro manuale , scrittura , linguaggio parlato , ecc . ) . L ' educazione deve guidare e perfezionare lo sviluppo dei tre tempi , i due periferici e il centrale ; o meglio , poiché infine l ' azione si riduce fondamentalmente ai centri nervosi , - - deve dare agli esercizî psicosensoriali , la stessa importanza che dà agli psicomotori . Altrimenti isoliamo l ' uomo dall ' ambiente . Infatti quando con la coltura intellettuale crediamo di completare l ' educazione , facciamo dei pensatori atti a vivere fuori del mondo , non degli uomini pratici . E allorché , volendo provvedere con l ' educazione alla parte pratica della vita , ci limitiamo a esercitare le vie psicomotrici , trascuriamo la parte fondamentale dell ' educazione pratica : quella che pone l ' uomo in diretto rapporto col mondo esterno . E siccome quasi sempre il lavoro professionale prepara l ' uomo a utilizzare l ' ambiente - - questi deve poi per necessità supplire alla gran manchevolezza dell ' educazione - - ricominciando , a educazione compiuta , l ' esercizio dei sensi , per mettersi appunto con l ' ambiente in diretto rapporto . EDUCAZIONE INTELLETTUALE « ... condurre ... dall ' educazione dei sensi alle idee » . Ed . Séguin . L ' esercizio dei sensi è un autoesercizio che , a lungo ripetuto , conduce a un perfezionamento delle attività psicosensoriali del bambino . Il maestro deve intervenire a condurre il bambino dalle sensazioni alle idee - - concrete e astratte - - e alle associazioni delle idee - - con un metodo atto a isolare l ' attenzione interna del bambino sulle percezioni - - così come si era prima isolata la sua attenzione esteriore sui singoli stimoli . Il maestro cioè , quando fa lezione , deve cercare di limitare il campo della coscienza del bambino - - sull ' oggetto della lezione - - come , per esempio , isolava il senso che voleva far esercitare durante il periodo dell ' educazione sensoriale . Per questo è necessaria la conoscenza di una tecnica speciale , la quale si è dimostrata all ' atto pratico efficacissima . L ' educatrice deve « al massimo punto possibile limitare il suo intervento ; senza tuttavia permettere al bambino di stancarsi in uno sforzo eccessivo di autoeducazione » . E qui risiede l ' oscillazione dei limiti individuali di perfezionamento nella maestra ; cioè l ' arte che formerà l ' individualità della educatrice . Un ' azione indubbiamente diretta e necessaria della maestra è quella tendente a insegnare una esatta nomenclatura . In questo caso - - ella dovrà pronunciare i nomi e gli aggettivi necessarî , senza altro aggiungere : pronunciando le parole molto spiccatemente e con voce forte - - in Maria Montessori ­ Il metodo della pedagogia scientifica modo che i varî suoni componenti la parola , siano dal bambino distintamente e nettamente percepiti . Così per es . facendo toccare la carta liscia e quella smerigliata , nei primi esercizi dei sensi , dirà : « è liscio ! » - - « è ruvido ! » ripetendo anche più volte la parola con varie modulazioni di voce , ma sempre con toni vocali chiari e con spiccata pronuncia : « liscio , liscio , liscio » - - « ruvido , ruvido , ruvido » . Così alle sensazioni termiche dirà - - « è freddo ! » - - « è caldo ! » - - e poi - - « è gelato » - - « è tepido » - - « scotta » . Poi comincerà a usare la parola generica « calore » - - « più calore , meno calore » ecc . 1° « Le lezioni di nomenclatura devono consistere semplicemente nel provocare l ' associazione del nome con l ' oggetto , o con l ' idea astratta che il nome stesso rappresenta » . - - Quindi l ' oggetto e il nome devono unicamente giungere a colpire la coscienza del bambino : è pertanto necessario che nessun ' altra parola oltre il nome sia pronunciata . 2° La maestra deve sempre provare se la sua lezione è riuscita all ' intento propostosi - - e le sue prove devono rimanere nel campo ristretto della coscienza , provocato dalla lezione sulla nomenclatura . La prima prova della maestra sarà quella di saggiare , se il nome rimase associato all ' oggetto nella coscienza del bambino . Pertanto ella dovrà lasciar trascorrere il tempo a ciò necessario , cioè tra la lezione e la prova dovrà lasciar passare qualche istante di silenzio . Poi chiederà al bambino , lentamente , e pronunciando con gran chiarezza solo il nome ( o l ' aggettivo ) insegnato : « quale è liscio ? » - - « quale è ruvido ? » . Il bambino segnerà col dito l ' oggetto - - e la maestra saprà se l ' associazione è avvenuta . Ma se non fosse avvenuta , cioè se il bambino sbagliasse , ella non dovrà correggerlo , ma sospendere la sua lezione per ricomin ciarla in altro momento , in altro giorno . Infatti perché correggerlo ? se il bambino non riuscì ad associare il nome all ' oggetto , l ' unico modo perché vi riesca sarà di ripetere così l ' azione dello stimolo sensoriale , come il nome ; cioè ripetere la lezione . Ma quando il bambino ha sbagliato , vuol dire che in quel momento non era disposto all ' associazione psichica che si vuol provocare in lui ; onde occorrerà scegliere un altro momento . Se poi con la correzione noi dicessimo per es . : « no , hai sbagliato ; è così » tutte queste parole , che essendo di rimprovero lo colpirebbero più delle altre ( es . liscio , ruvido ) , esse rimarrebbero nella mente del bambino ; ritardando l ' apprendimento dei nomi . Invece il silenzio che segue l ' errore , lascia il campo della coscienza infantile intatto ; e la lezione prossima potrà sovrapporsi efficacemente alla prima . Infine , col far rilevare l ' errore , si può condurre il bambino a uno sforzo per ricordare , ovvero allo scoraggiamento ; e noi dobbiamo evitare per quanto è possibile lo sforzo e la depressione . 3° Dato che il fanciullo non abbia commesso errori , la maestra provocherà l ' azione motrice corrispondente all ' idea dell ' oggetto - - cioè la pronuncia del nome ; - - chiedendo per es . : « come è questo ? » - - e il bambino risponderà : liscio . L ' educatrice può qui intervenire insegnando a ben pronunciare la parola spiccatamente , a voce alta , facendo prima una profonda inspirazione : « liscio ! » ; e noterà i difetti o le forme infantili del linguaggio . Per ciò che riguarda la generalizzazione delle idee all ' ambiente circostante , io non consiglio per un certo periodo di tempo , lungo anche dei mesi , alcuna lezione . Ci saranno dei bambini i quali , dopo aver toccato poche volte delle stoffe di velluto , o di seta , o semplice mente carte liscie o ruvide , toccheranno tutto spontaneamente dicendo a volta a volta : « liscio ! ruvido ! - - è velluto ! » ecc . Questo dobbiamo aspettare dai bambini norma ­ li : cioè l ' indagine spontanea dell ' ambiente esterno , o , come dico io , l ' esplorazione volontaria dell ' ambiente . In tal caso i bambini provano una gioia ad ogni nuova scoperta che fanno : ciò dà loro un senso di dignità e di soddisfazione , che li incoraggia indefinitamente a cercare nuove sensazioni dall ' ambiente e li rende spontaneamente osservatori . La maestra dovrà spiare con ogni più sollecita cura , se giunga - - e quando nel bambino - - tale generalizzazione delle idee . Per es . una volta un nostro piccino di quattro anni , mentre correva in terrazzo , si fermò per gridare : « oh ! ... il cielo è turchino ! » e restò fermo a guardare lungamente la distesa del cielo . Un giorno , entrando in una « Casa dei Bambini » cinque o sei piccini si fermarono intorno a me silenziosi , carezzandomi leggermente le mani e il vestito , dicendo : « è liscio » , « è velluto » , « è ruvido » : allora molti altri piccini mi furon vicini e tutti , col volto serio e con una intensa mimica attentiva , dicevano , toccandomi , le stesse parole . La maestra voleva intervenire per liberarmi : le feci segno di non muoversi e stetti io stessa immobile e silenziosa , ammirando quella spontanea attività intellettuale dei piccini . Il trionfo massimo del nostro metodo educativo sarà sempre questo : di ottenere il progresso spontaneo del bambino . Una volta un piccino eseguiva uno dei nostri disegni , consistenti nel riempire con matite colorate delle figure delineate - - e precisamente coloriva un albero ; egli , per empire il tronco , afferrò un lapis rosso - - e la maestra voleva intervenire dicendo : « ti pare che gli alberi abbiano il tronco di color rosso ? » Io la trattenni e lasciai che il piccino tingesse in rosso l ' albero . Quel disegno era prezioso per noi : esso ci rivelava che il bambino non era ancora un osservatore dell ' ambiente . La mia cura fu di provocare nel fanciullo gli esercizi del senso cromatico . Egli andava coi compagni in giardino e poteva sempre osservare il colore del tronco degli alberi : quando l ' esercizio sensoriale fosse giunto a richiamare l ' attenzione spontanea del bambino sui colori ambiente , un bel momento egli si sarebbe accorto che il tronco degli alberi non è rosso ; così come l ' altro fanciullo , durante una corsa , si era accorto che il cielo è turchino . Infatti , insistendo la maestra nel porgere al bambino figure di alberi , un giorno egli afferrò una matita marrone per colorire il tronco , e fece i rami e le foglie verdi . In seguito il piccino coloriva in marrone anche tutti i rami , mettendo il verde alle sole foglie . Noi così abbiamo le prove del progresso intellettuale del bambino . Non si creano gli osservatori dicendo : osserva ; ma dando i mezzi per osservare : e questi mezzi sono l ' educazione dei sensi . Una volta provocato tale meccanismo - - è assicurata l ' autoeducazione ; poiché i sensi raffinati portano a meglio osservare l ' ambiente - - e questo con le sue varietà attraendo l ' attenzione , continua l ' educazione psico ­ sensoriale . Invece se noi prescindiamo dall ' educazione sensoriale , le cognizioni sulle qualità dei corpi vengono a far parte della coltura , che è limitata appunto alle cognizioni apprese e ricordate ; e restano sterili . Cioè quando il maestro ha insegnato , cogli antichi metodi , il nome per es . dei colori , ha impartito una cognizione su qualità determinate , non ha educato il senso cromatico . Il bambino conoscerà quei colori a volta a volta dimenticandoli , e resterà al massimo nei limiti delle lezioni avute dal maestro . Quando poi il maestro , nel modo antico , avrà provocato la generalizzazione dell ' idea dicendo per es . : di che colore è questo fiore ? questo nastro ? ecc . probabilmente l ' attenzione del bambino resterà torpidamente fissa agli esempi proposti dall ' educatore . Se vogliamo paragonare il bambino a un orologio o a un meccanismo complesso qualsiasi - - possiamo dire che l ' antico metodo può paragonarsi all ' atto che si facesse , premendo con l ' unghia i dentelli delle ruote ferme , per farle girare - - e il giro corrisponde a puntino alla forza motrice applicata dall ' unghia ( la coltura , che resta limitata all ' opera del maestro sul fanciullo ) ; - - il nuovo metodo invece è simile alla carica che pone in movimento spontaneo tutto il meccanismo - - movimento che è in rapporto diretto con la macchina e non con l ' opera di chi ha imposto la carica ( lo sviluppo psichico spontaneo del bambino , continua indefinitamente e sta in rapporto diretto con la potenzialità psichica del fanciullo stesso e non con l ' opera del maestro ) . Il movimento , ossia l ' attività psichica spontanea , parte nel nostro caso dall ' educazione dei sensi , ed è mantenuta dall ' intelligenza osservatrice . Così per es . il cane da caccia riceve la sua abilità non dall ' educazione del padrone , ma dall ' acutezza speciale dei suoi sensi ; e appena applicata all ' ambiente tale qualità fisiologica , l ' esercizio di cacciare , sempre più raffinando le percezioni sensoriali , dà al cane il piacere e poi la passione della caccia . Lo stesso si dica del suonatore di pianoforte - - il quale raffinando insieme il senso musicale e l ' agilità motrice della mano - - ama sempre più di trarre dall ' istrumento nuove armonie - - mentre l ' esercizio sempre più affina il senso e l ' agilità : onde egli è slanciato su una via di perfezionamento , che avrà per limiti quelli soli della personalità psichica del soggetto . Invece un fisico potrà conoscere tutte le leggi dell ' armonia - - e ciò farà parte della sua coltura scientifica ; - - egli potrà tuttavia non saper eseguire la più semplice composizione musicale : - - e la sua coltura , comunque vasta , avrà i limiti definiti del ramo della sua scienza , che riguarda l ' acustica . Il nostro scopo educativo della prima infanzia deve essere quello di aiutare lo sviluppo spontaneo della perso nalità psico ­ fisica , non di dare una coltura . Perciò , dopo aver offerto al bambino il materiale didattico adatto a provocare lo sviluppo dei sensi , dobbiamo attendere che si svolga l ' attività osservatrice . Qui risiede appunto l ' arte educativa , nel saper misurare l ' azione di aiuto allo sviluppo della personalità infantile . Intanto si rivelano subito nei fanciulli profonde differenze individuali , verso le quali occorrerà una azione diversa da parte dell ' educatore : cioè dal quasi non intervento - - a un vero e proprio insegnamento . Occorre però che l ' insegnamento sia rigorosamente guidato dal concetto di limitare al massimo punto possibile l ' intervento attivo dell ' educatore . Ecco alcuni giuochi e alcuni lavori che abbiamo a tal uopo efficacemente usati . I giuochi del cieco I giuochi del cieco si applicano per lo più a esercizî della sensibilità generale , come segue : Le stoffe Abbiamo nel nostro materiale didattico un grazioso armadietto in cartonaggio , entro cui stanno disposti dei rettangoli delle più svariate stoffe : velluti , rasi , sete , lane , cotoni , lini , ecc . Si fanno toccare dai bambini , insegnando la relativa nomenclatura , e aggiungendo quella riguardante le qualità : grosso , fino , peloso , morbido . Poi si chiama un bambino , lo si pone a un tavolo di prospetto ai compagni , in modo che tutti lo vedano ; si benda e gli si offrono a una a una delle stoffe : egli le tocca , le stira , le palpa e giudica : è velluto ; è tela fina ; è panno ruvido , ecc . L ' esercizio provoca l ' interesse generale ; gli sbagli sono causa di grande ilarità ; quando poi si of fre al bambino un oggetto inaspettato o estraneo , come per es . un foglio di carta velina , un velo ecc . la piccola assemblea freme in attesa del responso . I pesi Mettiamo il bambino nella stessa posizione : gli facciamo osservare le tavolette usate per l ' educazione del senso barico , gli facciamo apprezzare nuovamente le già ben note differenze di peso , gli diciamo di mettere tutte le tavolette scure ( più pesanti ) a destra e tutte le chiare ( più leggere ) a sinistra . Bendato il bambino , egli procede nell ' esercizio prendendo a volta a volta due tavolette ; esse capitano ora di un solo colore , ora di due colori , ma in posizione opposta a quella da collocarsi sul banco . Gli esercizî sono emotivi : quando per es . il bambino ha in mano due tavolette scure , e le muta da una mano all ' altra , incerto , e finalmente le pone entrambe a destra ; i bambini restano in uno stato d ' intensa aspettativa , e mostrano un gran sollievo finale , spesso espresso con esclamazioni soffocate - - e in fine con grida di giubilo , quando il giuoco eseguito senza errori , dà l ' impressione che il compagno veda i colori delle tavolette con le mani . Dimensioni e forme Usiamo giuochi consimili facendo indovinare le monete , i cubetti e i mattonami di Froëbel ; legumi secchi come fagioli , ceci , ecc . Ma tali giuochi non destano mai l ' intenso interesse dei precedenti , tuttavia sono utili a fissare le cognizioni relative al riconoscimento di tali oggetti e la nomenclatura . Applicazione dell ' educazione del senso visivo alla osservazione dell ' ambiente . Nomenclatura Questa parte è tra le più importanti dell ' educazione . Intanto la nomenclatura prepara una esattezza di linguaggio che non sempre si rinviene nelle nostre scuole . Moltissimi ragazzi per es . usano indifferentemente le parole grosso e grande , lungo ed alto . Coi metodi già descritti - - la maestra invece - - fissa , a mezzo del materiale didattico , delle idee molto precise e chiare e vi associa le parole giuste . Modo di usare il materiale didattico . Dimensioni La direttrice , dopo che il bambino si è esercitato lungamente nel maneggio dei tre incastri solidi - - e ha acquistato la sicurezza dell ' esercizio - - toglie tutti i cilindri di eguale altezza e li pone distesi sul tavolino uno accanto all ' altro - - allora sceglie i due estremi dicendo : - - « questo è il più grosso » - - « questo è il più fino » : quindi li pone accanto perché il paragone sia più efficace - - e poi , prendendoli pel bottone , li fa combaciare alle basi per far notare l ' estrema differenza - - quindi li pone ancora vicini giustapponendoli nel senso verticale per mostrare che sono ugualmente alti - - ; può ripetere intanto più volte : grosso , fino . Ogni volta debbono seguire gli altri tempi di verifica - - in cui la direttrice chiede : « dammi il più grosso » - - « il più fino » - - e infine di prova del linguaggio : « questo com ' è ? » In lezioni successive la direttrice toglie i due estremi , e ripete la lezione coi due rimanenti alle estremità ; infine usa tutti i pezzi , ne sceglie per es . uno a caso e chiede : « dammene uno più grosso di questo » - - « più fino » . Col secondo incastro solido la direttrice procede analogamente : qui mette i pezzi in piedi , avendo tutti una Maria Montessori ­ Il metodo della pedagogia scientifica base sufficientemente larga per mantenerli in tale posizione - - e dice : « è il più alto » - - « è il più basso » : quindi giustappone i pezzi estremi , togliendoli dalla fila ; e ne fa poi combaciare le basi dimostrando che sono eguali . Dagli estremi passa ai medi , come nel primo esercizio . Col terzo incastro solido , la direttrice dopo aver disposto in gradazione tutti i pezzi , fa notare il primo dicendo : « è il più grande » e l ' ultimo dicendo : « è il più piccolo » . Quindi li pone vicini e fa osservare come differiscono così nell ' altezza come nella base . Il procedimento è analogo a quello dei due precedenti esercizî . Similmente si procede coi sistemi graduati di prismi , di aste e di cubi : i prismi sono grossi e fini in un sistema , e alti e bassi in un altro , e di uguale lunghezza ; le aste sono lunghe e corte e di uguale grossezza ; i cubi sono grandi e piccoli e differiscono in larghezza e in altezza . Le applicazioni all ' ambiente riescono facilmente quando si misurano i bambini all ' antropometro ; ed essi stessi cominciano tra loro a compararsi dicendo : « io sono più alto - - tu sei più grosso ecc . » . Le comparazioni vengono fatte anche quando i bambini porgono le loro manine per mostrare che sono pulite - - e la direttrice pure le distende per far vedere che anch ' essa è pulita ; spesso anzi il contrasto tra le dimensioni delle mani desta l ' ilarità . I bambini fanno a gara per misurarsi : si allineano , si osservano , si giudicano ; spesso vanno accanto agli adulti e osservano con curiosità , con interesse , la gran differenza di altezza . Forme La direttrice , dopo che il bambino mostra di distinguere con sicurezza le forme degl ' incastri piani , comincia le lezioni di nomenclatura dalle due opposte forme : il quadrato e il circolo , seguendo il solito metodo . Non insegnerà tutti i nomi relativi alle figure geometriche , ma solo alcuni dei principali come : quadrato , circolo , rettangolo , triangolo , ovale , facendo notare specialmente come ci siano rettangoli stretti e lunghi e altri larghi e corti ; mentre i quadrati sono eguali da tutte le parti e possono essere solo grandi e piccoli . Ciò assai facilmente si dimostra agli incastri : infatti voltando in ogni verso il pezzo quadrato , esso entra sempre nel suo incavo ; invece il rettangolo , se sovrapposto di traverso , non può più entrare . Il bambino si esercita molto volentieri a tale esercizio , pel quale dispongo nel telaio un quadrato e una serie di rettangoli col maggior lato eguale al lato del quadrato - - e l ' altro lato gradatamente decrescente nei cinque pezzi successivi . Analogamente procedo per dimostrare la differenza tra l ' ovale , l ' ellisse e il circolo : il circolo entra da tutte le parti , comunque lo si giri nell ' incastrarlo ; l ' ellisse non entra di traverso , ma purché sia posta per lungo , entra anche capovolgendola ; l ' ovale invece non solo non entra di traverso ma nemmeno capovolta , e bisogna metterla con la curva larga verso la parte larga dell ' incavo , e la stretta verso l ' incavo stretto . I circoli , grandi e piccoli , entrano per tutti i versi entro il loro incastro . Io però non faccio rilevare le differenze tra ovali ed ellissi se non molto tardi , e non a tutti i bambini , ma a quelli che dimostrino d ' interessarsi alle forme in modo particolare o con la frequente scelta del giuoco o con domande ( e preferirei che tale differenza fosse riconosciuta spontaneamente dai bambini più tardi , per es . alle scuole elementari ) . A molte persone sembra che insegnando le forme , si insegni geometria e che ciò sia prematuro nelle scuole infantili . Altri notano che volendo presentare forme geometriche , converrebbe usare dei solidi , perché più concreti . Credo necessaria una parola per combattere tali pregiudizi . Osservare una forma geometrica non è analizzarla : nell ' analisi comincia la geometria . Quando per es . si parli al bambino di lati e di angoli , e gli si spieghi , sia pure con metodi oggettivi come vuole il Froëbel , che per es . il quadrato ha quattro lati e si può costruire con quattro asticine eguali - - allora si entra veramente nel campo della geometria ; ed io credo a questo passo assai immatura la prima infanzia . Ma l ' osservazione della forma non può essere inadatta all ' età : il piano della tavola alla quale il bambino siede per mangiare la sua zuppa , è probabilmente un rettangolo : il piatto che contiene il cibo desiderato è un circolo ; e noi non crediamo certo che il bambino sia immaturo a guardare la tavola e il piatto . I pezzi d ' incastro che presentiamo richiamano semplicemente l ' attenzione sopra una forma . In quanto poi al nome esso è analogo ad altri nomi della nomenclatura : perché troveremo prematuro insegnare al bambino le parole circolo , quadrato , ovale , mentre quando in casa sente ripetere per es . la parola tondo per piatto , non ci fa l ' effetto che questa sia una lesione alla tenera intelligenza del bambino ? Egli sentirà pure dir più volte a casa la tavola quadrata , il tavolino ovale ecc . e queste parole d ' uso resteranno confuse nella sua mente e nel suo linguaggio per molto tempo , se non interverrà un aiuto simile a quello dato da noi con l ' insegnamento delle forme . Bisogna riflettere che molte volte il bambino , lasciato a se stesso , fa uno sforzo per comprendere il linguaggio degli adulti e le cose che lo circondano - - mentre l ' insegnamento venuto a tempo opportuno e con metodo razionale , previene tale sforzo , quindi non affatica ma fa riposare il bambino e soddisfa un suo desiderio : egli infatti mostra la sua contentezza con varie espressioni di gioia . Analogamente la sua attenzione spontanea richiamata su parole che male intende pronunciare , provoca in lui un linguaggio imperfetto che è effetto di uno sforzo d ' imitazione , mentre la maestra che pronuncia chiaramente la parola riferentisi all ' oggetto che desta la curiosità del bambino , impedisce tale sforzo e tale imperfezione , la quale dovrebbe in seguito essere con ulteriori sforzi corretta . Anche qui esiste un pregiudizio : che il bambino lasciato a se stesso riposi completamente con la mente : se così fosse , egli rimarrebbe estraneo al mondo ; invece lo vediamo a poco a poco conquistare spontaneamente nozioni e linguaggio . Egli è come un viaggiatore della vita , il quale osservi intorno le cose nuove che gli si presentano e cerchi d ' intendere lo sconosciuto linguaggio di chi lo circonda : e fa grandi sforzi spontanei per capire e per imitare . Gl ' insegnamenti che si dànno ai piccini debbono appunto attenuar loro tali sforzi , convertendoli nel godimento della conquista facilitata e ampliata : noi siamo i ciceroni di questi viaggiatori che fanno ingresso nella vita umana del pensiero ; e com ' essi dobbiamo avere un atteggiamento di dipendenza . Ciceroni intelligenti e colti che non si perdono in vuoti , inesatti discorsi , ma illustrano brevemente l ' opera d ' arte alla quale il viaggiatore s ' interessa e lascia rispettosamente che egli osservi fin che vuole ; e lo conduce a osservare le cose principali e le più belle , affinché non perda forze e tempo in cose inutili , e trovi godimento e soddisfazione durante tutto il suo pellegrinaggio . L ' altro pregiudizio al quale accennavo è che sia più adatto presentare al bambino dei solidi geometrici , anziché dei piani : la sfera , il cubo , il prisma ecc . Lasciamo la questione fisiologica , che dimostra come la visione dei solidi sia più complessa che quella dei piani ; e restiamo nel campo più pedagogico della vita pratica . Gli oggetti che in maggior numero si presentano allo sguardo nell ' ambiente esterno , sono paragonabili ai nostri incastri piani : infatti gli sportelli , l ' intelajatura , la cornice di una finestra , la cornice d ' un quadro , il piano di legno o di marmo d ' una tavola - - sono bensì oggetti solidi , ma ove una delle dimensioni è molto ridotta - - con prevalenza delle due dimensioni determinanti la forma del piano ; onde la forma del piano prevale e noi diciamo che la tale finestra è a rettangolo , la tale cornice è ovale ; quel tavolo è quadrato . I solidi determinati nella forma dal piano prevalente in dimensione , sono quelli che veramente e quasi unicamente risaltano al nostro sguardo . E questi solidi sono appunto rappresentati dai nostri incastri piani . Il fanciullo riconoscerà molto spesso nell ' ambiente le forme così apprese ; ma assai raramente riconoscerà le forme dei solidi geometrici . Che la lunga gamba prismatica di un tavolino sia un prisma , e la rotonda sia un cono tronco o un cilindro allungato , egli lo vedrà ben più tardi del piano rettangolare della tavola sul quale appoggia gli oggetti e insieme lo sguardo . Non parliamo poi del fatto di riconoscere che un armadio , o tanto meno una casa , sono prismi o cubi . Intanto non esistono mai le pure forme geometriche solide negli oggetti esterni , ma combinazioni di forme ; onde prescindendo pure dall ' enorme difficoltà di abbracciare con lo sguardo la forma complessa di un armadio , il bambino dovrebbe riconoscervi un ' analogia di forma , non una identità . Invece le forme geometriche egli le riconoscerà perfettamente rappresentate in tutte le finestre , le porte , le faccie degli oggetti solidi domestici , i quadri che ornano le pareti ; nelle pareti stesse , nei pavimenti , nelle mattonelle dell ' impiantito , ecc . Cioè la conoscenza delle forme presentategli negl ' incastri piani , sarà per lui una specie di chiave magica all ' interpretazione di quasi tutto l ' ambiente esterno , e gli potrà dare l ' illusione consolante di conoscere i segreti del mondo . Una volta condussi con me a passeggio al Pincio un ragazzo delle scuole elementari , che studiava disegno geometrico e conosceva l ' analisi delle figure geometriche piane : affacciati all ' alta terrazza donde si scopre la piazza del Popolo e la distesa della città , gli dissi : « guarda , tutte le opere dell ' uomo sono un gran mucchio di figure geometriche » - - infatti rettangoli , ellissi , triangoli , semicerchi perforavano e ornavano in cento diverse maniere le facciate grigie rettangolari degli edifizî . Tale uniformità in tanta distesa , sembrava provare la limitazione dell ' umana intelligenza . Invece in una vicina aiuola , le erbe e i fiori spiegavano superbamente l ' infinita varietà delle forme della natura . Il fanciullo non aveva mai fatto queste osservazioni : aveva studiato gli angoli , i lati e le costruzioni delle figure geometriche delineate senza pensare ad altro , e solo sentendo la noia dell ' obbligo per un arido lavoro . Nel primo momento rise all ' idea dell ' uomo che ammucchia figure geometriche , poi s ' interessò , guardò a lungo ; gli vidi nel viso un ' espressione viva di pensiero . C ' era a destra del Ponte Margherita una fabbrica in costruzione , e le armature delineavano pure dei rettangoli - - « quanto faticano ! » dissi , alludendo agli operai : e poi andammo vicino all ' aiuola e rimanemmo un po ' in silenzio a contemplare le erbe che nascono spontaneamente : « È bello ! » disse il ragazzo - - ma quel bello , si riferiva al movimento interiore dell ' anima sua . Pensai allora che nell ' osservazione delle forme geometriche agli incastri piani , e in quella delle piante coltivate dai bambini e viste crescere sotto i loro occhi , esistevano preziose fonti anche di educazione spirituale . Perciò ho voluto diffondermi in un ' opera d ' istruzione piuttosto larga - - onde condurre con una serie di lavori e di esercizî il bambino a osservare le forme nell ' ambiente non solo , ma a distinguere l ' opera dell ' uomo da quella della natura ; e ad apprezzare i frutti dell ' umano lavoro . Costruzioni con la carta Faccio preparare delle figure geometriche di più dimensioni , intagliate con la carta : e insegno ai bambini a com porre delle figure ; cioè non attendo che le compongano essi stessi , perché invece da loro attenderò che osservino spontaneamente l ' ambiente - - o almeno , se occorrerà indurli all ' osservazione , che vi giungano preparati in modo da interessarsene e continuare poi l ' osservazione spontaneamente . Io dunque insegno la costruzione , per la prima volta . Senza dire una sola parola , porto il mio rinvoltino di pezzetti di carta accanto al fanciullo , mi seggo in una delle loro piccole seggioline e lascio che i curiosi mi vengano intorno . Poi prendo p . es . un quadratino e un triangolo isoscele con lunga ipotenusa , tale che superi dai due lati , se sovrapposta al lato del quadrato , gli estremi di questo : li attacco con un po ' di gomma liquida - - ed ecco una casetta . Prendo un semicerchio col diametro largo quanto il minor lato d ' un lungo rettangolo - - li ingommo - - ed ecco la figura di un portone . Appena asciutti , basterà disegnarli un poco per vederli meglio . Con un lapis rosso colorisco il triangolo della prima figura ; e col giallo empio il quadratino ; poi su questo faccio tre segni verdi che figurano presso a poco due finestre e un portone . Le figure di carta di cui parlo sono abbastanza grandi per essere facilmente maneggevoli . Per ora le maestre preparano , ma occorrerebbe che fossero già pronte in gran quantità . Iniziato il lavoro , lascio liberi i bambini di farlo progredire nel modo che credono meglio : - - salvo a dirigerlo con qualche diligenza affinché non costruiscano errori . Disegno A . Disegno libero . Do ai bambini un foglio di carta bianca e un lapis , affinché disegnino quello che vogliono . Tale genere di disegno è oramai noto tra i cultori di psicologia sperimentale : la sua importanza è quella di rivelare la capacità osservativa del bambino e anche le sue tendenze individuali . Generalmente i primi disegni sono informi e la maestra deve chiedere al bambino che cosa ha voluto disegnare e scriverlo sotto il disegno per ricordarsene . Ma a poco a poco i disegni si fanno più intelligibili e veramente rivelano il progresso che il bambino fa nel ­ l ' osservazione delle forme che lo circondano nell ' ambiente : spesso i particolari più fini di un oggetto sono stati osservati e , comunque imperfettamente , riportati nel disegno primitivo . E poiché il bambino fa quello che vuole , rivela quali oggetti nell ' ambiente colpiscono di preferenza la sua attenzione . B . Disegni di complemento alle composizioni di carta . Essi consistono nel disegnare le persiane e le porte nelle facciate delle case ; le inferriate dell ' alto di un portone ecc . Per lo più questi disegni il bambino li compie sulle composizioni proprie , quando si sono bene asciugate , cioè dopo uno o due giorni dalla ingommatura dei pezzi di carta . C . Disegni di riempitura delle figure delineate . Questi disegni importantissimi che costituiscono « la preparazione alla scrittura » e insieme corrispondono al disegno libero pel senso cromatico , poiché là si rivela la capacità osservativa per la forma - - e qui pei colori degli oggetti ambiente - - saranno più ampiamente illustrati nel capitolo della scrittura . Essi consistono nel riempire con lapis colorato dei contorni disegnati in nero e raffiguranti così figure geometriche semplici , come oggetti didattici in uso per l ' educazione dei sensi , oggetti vari dell ' ambiente , e oggetti naturali , ( fiori , animali ) . Il bambino deve scegliere il colore e con ciò rivela se ha osservato le tinte dell ' ambiente . Plastica libera Sono esercizi analoghi al disegno libero e alla riempitura cromatica delle figure . Qui il bambino con la creta fa quello che vuole , cioè modella gli oggetti che più ricorda , che lo hanno impressionato . Si dà al bambino una tavoletta di legno con un pezzetto di creta appoggiata sopra , e si attende l ' opera sua . Noi possediamo meravigliosi lavori dei nostri piccini : alcuni riproducono nei più minuti particolari oggetti visti - - e , ciò che veramente è sorprendente , ricordano talvolta non solo la forma , ma pure le dimensioni di oggetti che maneggiarono in iscuola . Molti piccini modellano oggetti visti in casa , specialmente arredi di cucina , stoviglie , brocche da acqua , culle col bambino . Sotto molti modelli occorre in principio scrivere delle spiegazioni , come avviene pei disegni liberi . In seguito essi invece modelleranno anche dei solidi geometrici . Indubbiamente questi lavori costituiscono contributi preziosi a stabilire le differenze individuali tra i bambini - - e , più ancora nel nostro caso , tra le manifestazioni psicologiche secondo le età . Tali disegni sono una guida preziosa anche a dirigere l ' intervento della maestra nell ' educazione : i bambini che si rivelano già degli osservatori , probabilmente diverranno gli osservatori spontanei di tutto l ' ambiente , e vi potranno esser condotti direttamente da tali preparazioni scolastiche atte a fissare e precisare le sensazioni e le idee : saranno pure i bambini che giungeranno alla scrittura spontanea ; invece quelli che persistono in lavori informi dovranno forse un giorno ottenere la rivelazione diretta della educatrice che richiama materialmente l ' attenzione in ogni oggetto circostante . I giocattoli Ravizza , i solidi geometrici e le impronte La signora Alessandrina Ravizza di Milano ha ideato dei giocattoli artistici , alcuni dei quali ho scelto per unire al mio sistema didattico 9 . Una serie di questi giocattoli consiste in tavolette di legno intagliate nei contorni secondo le figure che rappresentano e sostenute da un piede : sulla tavoletta i disegni a colori dati da linee e da riempiture a pieno rappresentano in modo semischematico la figura stessa . Così p . es . ci sono alberi , il cui sistema di rami rappresenta nell ' insieme la forma rotondeggiante , altri la triangolare ; essi sono tavolette intagliate nel contor9 Tale materiale da qualche anno non è più usato nelle « Case dei Bambini » . no e dipinte : es . rami verdi , tronco marrone , ecc . Altri giocattoli rappresentano p . es . una casetta in un bosco , o un castello ; o una figura umana , o animali . Lo stesso disegno e la medesima pittura è ripetuta sulle due facce della tavoletta . Questi giocattoli richiamano due idee già note ai bambini : quella degli incastri piani , che sono pure tavolette rappresentanti una forma e colorate ; e le composizioni con la carta , poi colorata e disegnata dai bambini . Qui tavolette simili a quelle degli incastri , intagliate nei contorni secondo la forma che devono rappresentare , sono dipinte e la pittura completa l ' idea del contorno . S ' insegna ai bambini a interpretare tali giocattoli , a riconoscere ciò che rappresentano ; col vantaggio di poter mostrare il medesimo oggetto a bambini che stiano di prospetto l ' uno all ' altro - - cioè tutti intorno al giocattolo . I bambini prendono con piacere l ' oggetto in mano , l ' osservano da tutti i lati , lo mettono in piedi , vi girano intorno . Questi oggetti artistici hanno , per l ' applicazione che io ne faccio , lo scopo di iniziare il bambino alla interpretazione delle figure che vedrà nei libri illustrati , nei quadri ecc . Si sa come l ' interpretazione delle figure riesca difficile ai piccoli bambini , che pure vi fissano lo sguardo con curiosità e con desiderio di comprendervi , ed è noto con quale intenso piacere s ' interesseranno più tardi ad ammirare le belle illustrazioni delle strenne . I giocattoli Ravizza sono un ponte , che dolcemente conduce il bambino a gustare le figure e i dipinti . I bambini si fermeranno in seguito a guardare i quadri disposti intorno alle pareti , poco più in alto della loro testa , e provando la compiacenza di essere quasi dei dotti , degli interpreti del mondo , capiranno con serena facilità la rappresentazione della figura , come la rivelazione dell ' idea che l ' informa , e il contorno della cornice rettangolare , parlerà pure con voce nota alla loro intelligenza . Una volta uno dei nostri bambini - - dopo aver guardato a lun go dei quadri - - disse , come parlando a se stesso : « io so tutto » . Un ' altra serie di giocattoli Ravizza da me scelta , rappresenta caricature di figure umane , a base di solidi geometrici : p . es . un bambino è rappresentato : da una sfera , la testa ; seguita da un cono tronco , il corpo ; da due cilindri , le gambe ; ecc . I solidi geometrici non sono rappresentati integralmente nella forma , ma con molta approssimazione ; i giocattoli sono dipinti a vivi colori : così p . es . sono dipinte le parti del viso ; sull ' abito c ' è un grembiale ecc . Oppure è una bambola ( presso a poco così costruita ) che porta una grande scatola da modista a tronco di cilindro : la scatola è colorata in marrone scuro e sostenuta alle spalle della bambola da una piccola cinghia . Tali giocattoli rappresentano perciò chiaramente una figura , anche piacevole a vedersi . Ma riesce estremamente facile , interpretare nelle varie parti costituenti l ' oggetto , la forma di solidi geometrici . Ho perciò fatto costruire dei solidi geometrici in dimensione rilevante : la sfera e la base degli altri solidi hanno come dimensione massima 7 centimetri di diametro o di spigolo : essi sono tutti colorati a vernice smaltata azzurro pallido . I pezzi sono sette : la sfera , l ' ovale , il cilindro , il cono , il cubo , la piramide quadrilatera e il prisma quadrilatero , questo però con base rettangolare . I bambini dànno ai due primi solidi anche il nome di « palla » e di « uovo » . Pei bambini più grandi riesce un divertimento cercare le forme solide nei piccoli oggetti circostanti : nella cucina ( giuocattolo ) con le piccole pentole cilindriche ; nelle zampe dei tavolini ; nelle bottigliette ; nei lapis . Ai solidi a facce piane ho fatto unire dei cartoncini , che portano delineata con una riga azzurro ­ chiara del colore medesimo della verniciatura estema , l ' impronta delle varie facce ; sì che il solido stesso può esservi sovrapposto : così p . es . la piramide ha un quadrato e un triangolo ; il cubo ha un solo quadrato ; il prisma ha due rettangoli ; il cono e il cilindro hanno un circolo . I bambini devono notare che le impronte dei corpi solidi più varî sono poi sempre le medesime forme già note , cioè le figure geometriche piane . Infatti essi vanno a disegnare in terra , col gesso , il contorno delle zampe del tavolino - - poi sollevano il tavolo e trovano disegnati dei quadrati ; ripetono lo stesso lavoro intorno alle zampe delle sedie e trovano piccoli circoli ; disegnano col lapis tutto intorno il fondo del calamaio che sta sul tavolo della direttrice , e , sollevato l ' oggetto trovano il disegno di un circolo grande : disegnano intorno a una scatola e trovano un rettangolo . Moltissimi fanciulli si divertono a scoprire le impronte dei corpi solidi , provando un gran diletto nel ritrovare sempre quelle poche forme ben note . È questa per essi non più una semplice osservazione degli oggetti , ma l ' analisi e l ' interpretazione degli stessi , che finisce in una sintesi : l ' uniformità o meglio la limitazione reale delle forme , che sembrano tanto svariate . Analisi geometrica delle figure : i lati , gli angoli , il centro , gli spigoli L ' analisi geometrica delle figure non è adatta all ' età infantile ma io ho sperimentato un mezzo di iniziare tale analisi , limitandola al rettangolo , e giovandomi di un giuoco , il quale include l ' analisi stessa , senza tuttavia fissarvi l ' attenzione del bambino , ma illustrandone chiaramente il concetto . Il rettangolo che uso , è il piano di uno dei tavolini dei bimbi ; il giuoco è l ' apparecchiatura della tavola . Ho fatto acquistare in tutte le Case dei Bambini una collezione di piccole stoviglie minuscole , che si trovano in commercio come giuocattoli : piatti , scodelle , zuppiere , insalatiere , bicchieri e bottiglie minuscole , piccole posate , tovagliolini ecc . ; faccio apparecchiare la tavola per sei , mettendo due posti ai lati più lunghi , e un posto ai più corti : un bambino trasporta gli oggetti e li depone sul posto che io indico : « metti la zuppiera nel centro della tavola , questo tovagliolino in un angolo - - metti questo piatto a metà del lato corto » ; - - poi faccio osservare la tavola : « manca qualche cosa in quest ' angolo ; manca un bicchiere lungo questo lato . Dunque vediamo : c ' è tutto ai due lati lunghi ? - - e ai due lati corti ? - - manca niente ai quattro angoli ? » Io non credo che prima di sei anni si possa procedere più oltre : per crederlo , bisognerebbe che dei bambini un giorno , prendendo un incastro piano , si mettessero spontaneamente a contarne i lati e gli angoli . Certo che insegnando loro tali nozioni le apprenderebbero : ma sarebbe dottrina imparata , non esperienza applicata . Esercizî del senso cromatico Già a tali esercizî si è necessariamente accennato nel corso di questo libro . Ma qui occorre ordinatamente precisarne la successione e la descrizione . Esercizî destinati a provocare l ' osservazione dell ' ambiente a ) Stoffe e bambole tedesche . Si è già detto a proposito della educazione del senso cromatico , che noi usiamo nel materiale didattico una scatola di stoffe colorate disposte in tanti diversi scompartimenti . Le stoffe , che portano i più vivi colori e anche quelle che si chiamano in commercio le mezze tinte sono : velluti , sete , lane , cotoni . Molte stoffe son variegate , a puntini , a righe di colori diversi , a intrecci scozzesi . I bambini devono riconoscere il colore delle stoffe : e ciò li aiuterà a osservare p . es . il colore delle stoffe dei vestiti indossati dalle persone , ad analizzare i vari colori di una medesima stoffa . Infine le bambole tedesche , che sono composte con lavori in maglia di lana d ' ogni colore - - servono allo stesso scopo educativo - - mentre sono morbide , calde , poco costose perché si possono fabbricare facilmente ( la faccia è a lavoro in calza , bianca ; il naso e gli occhi sono costituiti da punti in lana scura e la bocca in lana rossa - - il vestito simula una pelliccia costituita da lavoro in calza sfilata - - i piccoli riccioli di lana che ne risultano , sono misti dei più svariati colori ) e facilmente maneggevoli : esse si possono gettare lontano come una palla . b ) Disegni e Pitture . Noi prepariamo ai bambini alcuni disegni delineati ch ' essi devono empire coi lapis colorati prima , e in seguito col pennello , preparando essi stessi la tinta in acquerello da una scatola di colori . I primi disegni sono fiori spiegati di viole del pensiero e farfalle ad ali spiegate , alberi , fiori diversi e animali . Infine paesaggi con prati , galline , casette e cielo , figure umane ecc . ; quando già sono più avanzati nell ' esercizio , si presentano cartoline illustrate da colorire : esse sono preparate a stampa : - - da una parte portano la scritta comune alle cartoline che si spediscono - - e dall ' altra un disegno delineato . I bambini lo coloriscono molto graziosamente : - - e quando sapranno scrivere - - troveranno pronte le cartoline illustrate più variopinte 10 . Tali disegni servono a studiare lo sviluppo naturale dell ' osservazione dell ' ambiente , da parte del bambino , su ciò che riguarda i colori : infatti i bambini hanno la scelta del colore e sono lasciati completamente li10 Ho già preparato una serie graduata di disegni da colorire che si sono rivelati all ' esperienza assai adatti ai nostri bambini . beri nel loro lavoro . Se p . es . tingono in rosa una gallina - - in verde una vacca ecc . - - significa che non sono ancora osservatori . Ma di questo fu già parlato nella parte generale . Anche si rileva l ' effetto dell ' educazione del senso cromatico , con la scelta di tinte pallide e armoniose , anziché vive e contrastanti . La necessità in cui il bambino si trova di dover ricordare il colore degli oggetti che il disegno rappresenta , lo spinge ad osservare tutto ciò che lo circonda : e anzi nasce presto un ' emulazione per la gloria di giungere alle cartoline illustrate . Solo i bambini che sanno stare con la tinta dentro ai contorni - - e che riproducono al vero i colori - - passano a tale ambito lavoro . Questi disegni sono facili e di grande effetto - - sembrano talvolta veri lavori artistici : - - una volta furon donati a una signora che è direttrice di scuole infantili a Mexico , e che rimase lungamente a studiare da noi - - due disegni : uno rappresentante uno scoglio , ove le pietre erano state tinte con grande armonia di colori , in un leggiero color violetto , bruno e marrone , gli alberi in due gradazioni di verde - - il cielo azzurro ; e l ' altro un cavallo colorito in marrone , con occhi , zoccolo , bardature nere . Una delle nostre maestre offrì ai bambini delle stampe d ' un vecchio libro : i chiaroscuri neri rendevano di un bellissimo effetto le coloriture - - tanto che io , per rendere più chiara la comprensione della figura da colorire , e più vistoso il lavoro - - darei anche dei disegni neri completi , anziché solo i delineati . Tuttavia i disegni semplicemente delineati sono indispensabili per gli esercizî di preparazione alla scrittura ( v . appresso ) . I lapis colorati si maneggiano , tenuti come la penna da scrivere . METODI PER L ' INSEGNAMENTO DELLA LETTURA E SCRITTURA Sviluppo spontaneo del linguaggio grafico Già fino dal tempo in cui ero stata in Roma direttrice della Scuola Magistrale Ortofrenica , avevo sperimentato alcuni mezzi didattici per l ' insegnamento della lettura e scrittura - - affatto originali . Invece Itard e Séguin non presentano nei loro trattati pedagogici , dei metodi razionali per apprendere la scrittura . Nelle pagine più sopra citate , si nota in qual maniera Itard procedesse all ' insegnamento dell ' alfabeto ; ed ecco riportato ciò che il Séguin dice sull ' insegnamento della scrittura : « ... per far passare un bambino dal disegno propriamente detto alla scrittura , che ne è l ' applicazione più immediata , non resta più al maestro che chiamare D una porzione di cerchio appoggiata con le sue estremità sopra una verticale : A due oblique riunite alla sommità e tagliate da una orizzontale ecc . ecc . Non si tratta dunque più di sapere come il bambino imparerà a scrivere : disegna , dunque scriverà . Dopo ciò non occorre dire che bisogna far tracciare le lettere secondo le leggi del contrasto e della analogia . Come O vicino a I ; B di prospetto a P , T di faccia ad L ecc . » . Secondo il Séguin , dunque , non occorre insegnare a scrivere : il bambino che disegna , scriverà . Ma la scrittura è per questo autore lo stampatello majuscolo ! né ulteriormente si spiega per dirci se l ' idiota scriverà in altro modo . Invece si diffonde l ' autore a descrivere l ' insegnamento del disegno che prepara la scrittura e che contiene la scrittura : insegnamento pieno di difficoltà e che viene stabilito coi comuni tentativi d ' Itard e di Séguin . « CAPITOLO XL . Disegno . - - Per disegnare , la prima nozione da acquistare per ordine d ' importanza , è quella del piano destinato a ricevere il disegno ; la seconda è quella del tracciato o delineazione ... » In queste due nozioni è ogni scrittura , ogni disegno , ogni creazione lineare . Queste due nozioni sono correlative : « la loro relazione genera l ' idea , la capacità di produrre delle linee in questo senso : che le linee meritano tal nome solo quando seguono una direzione metodica e ragionata : il tratto senza direzione non è una linea ; prodotta dal caso , essa non ha nome . Il segno razionato , al contrario , ha un nome perché ha una direzione e , poiché ogni scrittura o disegno non è altro che un composto delle diverse direzioni che segue una linea , bisogna , prima di affrontare la scrittura propriamente detta , insistere su queste nozioni di piano e di linea , che il bambino ordinario acquista per intuizione ma che si è obbligati di rendere precisi e sensibili per gli idioti , in tutte le loro applicazioni . Col disegno metodico essi entreranno in contatto ragionato con tutte le parti del piano e produrranno dapprima con l ' imitazione , delle linee semplici al principio e complicate in seguito . Si insegnerà loro successivamente : 1° a tracciare le diverse specie di linee ; 2° a tracciarle in direzioni svariate e in posizioni diverse relativamente al piano ; 3° a riunire queste linee per formare delle figure graduate dal semplice al complesso . Perciò bisogna dapprima insegnar loro a distinguere le linee rette dalle curve , le verticali dalle orizzontali e dalle oblique svariate all ' infinito ; poi infine i principali punti di congiunzione di due o più linee per formare una figura . Questa analisi ragionata del disegno , donde nascerà la scrittura , è talmente essenziale in tutte le sue parti , che un bambino il quale tacciava già materialmente molte lettere prima di essermi confidato ha messo sei giorni a tracciare una perpendicolare e una orizzontale , quindici giorni prima d ' imitare una curva e una obliqua ; che la maggior parte de ' miei allievi sono a lungo incapaci d ' imitare i movimenti della mia mano sulla carta , prima di poter tracciare una linea in una determinata direzione . I più imitatori o i meno stupidi , producono un segno diametralmente opposto a quello che loro dimostro e tutti confondono i punti di congiunzione di due linee , i più comprensibili , come l ' alto , il basso , il centro . È vero che la profonda conoscenza che ho dato loro del piano , delle linee e della configurazione , li rende atti ad afferrare ormai i rapporti che si dovranno stabilire tra il piano e i tracciati diversi coi quali essi dovranno riempire la superfice ; ma nello studio reso necessario dalle anomalie dei miei allievi , la progressione tra la verticale , l ' orizzontale , l ' obliqua e la curva dovevano essere determinate dalla considerazione delle difficoltà di comprensione e d ' esecuzione , che ciascuna d ' esse offre a un ' intelligenza torbida e ad una mano mobile e poco sicura : qui non si tratta più semplicemente di far loro eseguire una cosa difficile , poiché io mi accingevo a far loro sormontare una serie di difficoltà ; perciò mi sono chiesto se queste difficoltà non fossero le une più , le altre meno grandi e se mai esse non s ' ingenerassero come teoremi ; or ecco le idee che mi hanno guidato a tal riguardo . La verticale è una linea che l ' occhio e la mano seguono direttamente , elevandosi e abbassandosi . La linea orizzontale non è naturale né all ' occhio , né alla mano che si abbassano e seguono una curva ( come l ' orizzonte del quale ha preso il nome ) partendo dal centro per andare alle estremità laterali del piano , se non sono trattenute proporzionalmente dalla distanza che percorrono . La linea obliqua suppone nozioni comparative più complesse ; e le curve esigono una costanza e delle differenze di rapporto col piano , così variabili e difficili ad assegnare , che sarebbe perder tempo cominciare lo stu dio delle linee da queste ultime . La linea più semplice è dunque la verticale ; ed ecco come ne ho fatta percepire l ' idea . La prima formula geometrica è questa : da un punto ad un altro si può condurre una sola linea retta . Partendo da tale assioma , che la mano sola può dimostrare , ho fissato due punti sulla lavagna - - e li ho congiunti con una verticale ; i miei bambini tentavano di fare altrettanto tra i punti che avevo tracciato sulla loro carta - - ma gli uni scendendo con la verticale a destra del punto inferiore , altri a sinistra ; senza contare quelli la cui mano divaga sulla pagina in tutti i sensi ; per arrestare queste deviazioni diverse , che sono spesso ben più nell ' intelligenza e nello sguardo , che nella mano , ho creduto far bene di restringere il campo dell ' apprezzamento del piano , tracciando due verticali a destra e a sinistra dei punti che il bambino deve riunire con una linea parallela e intermediaria a due altre ( le quali serviranno , per dir così , di sponda ) . Se queste due linee non bastavano , io fissavo verticalmente sulla carta due regoli che arrestavano assolutamente le deviazioni della mano : ma queste barriere materiali non sono utili a lungo . Si sopprimono dapprima i due regoli e si torna all ' impiego delle linee parallele , tra le quali l ' idiota non tarderà a intercalare la terza verticale ; poi si toglie una delle verticali direttrici e si lascia talvolta quella di destra , talvolta quella di sinistra , alfin di contrapporle a ogni deviazione che si presenti : si sopprime infine quest ' ultima linea , poi i punti , cominciando col cancellare quello in alto che indica il punto di partenza del segno e della mano , e il bambino impara così a tracciare una verticale , solo , senza appoggio , senza punti di comparazione . Lo stesso metodo , le stesse difficoltà , gli stessi mezzi di direzione per i segni dritti orizzontali . Se per caso essi sono cominciati abbastanza bene , bisogna aspettarsi che il bambino li curverà per inclinazione andando dal centro alle estremità , come la natura lo comanda , e per la ragione che ho ora spiegato . Se dei punti tracciati di distanza in distanza , non bastano a sostener la mano , la si forza a non deviare con le parallele lineari che si tracciano sulla carta o con dei regoli . Infine , si farà tracciare la linea orizzontale , appoggiando la squadra su una riga verticale formante con essa l ' angolo retto ; il bambino comincerà a comprendere così ciò che è la linea verticale e la linea orizzontale , e saprà intravedere la relazione di queste due prime nozioni per tracciare una figura . Nell ' ordine di generazione delle linee sembrerebbe che lo studio delle oblique dovesse seguire immediatamente quello delle verticali e delle orizzontali ; tuttavia non è così ! L ' obliqua che partecipa della verticale per la sua inclinazione e dell ' orizzontale per la sua direzione , e che partecipa di tutte e due per sua natura , poiché è una linea retta , presenta a causa dei suoi rapporti sia col piano , sia con altre linee , un ' idea troppo complessa per essere apprezzata senza preparazione » . Così continua ancora il Séguin per varie pagine a parlare delle oblique in tutte le direzioni , che egli fa tracciare tra due parallele e poi delle quattro curve che fa tracciare a destra e a sinistra di una verticale e al disopra e al disotto di una orizzontale , e conclude : « Così si trovano risolti i problemi che cercavo : le linee verticali , le orizzontali e oblique e le quattro curve , la cui riunione forma il cerchio , che contengono in principio tutte le linee possibili , tutta la scrittura . Arrivati a questo punto ci siamo arrestati a lungo , Itard e io . Le linee essendo note , conveniva far tracciare a un bambino delle figure regolari cominciando , ben inteso , dalla più semplice . Secondo l ' opinione acquisita , Itard m ' aveva consigliato di principiare il quadrato ; ed io ho seguito questo consiglio durante tre mesi , senza riuscire a farmi comprendere » . Dopo una lunga serie di esperienze e guidato dalle idee sulla generazione delle figure geometriche , il Séguin si accorge che la figura più semplice a trattare è invece il triangolo . « Quando tre linee s ' incontrano così , formano sempre un triangolo , mentre quattro linee possono incontrarsi in cento direzioni diverse senza conservare un esatto parallelismo e quindi presentare un quadrato imperfetto . Da queste esperienze e osservazioni , confermate da molte altre che sarebbe superfluo riportare , ho dedotto i primi principî della scrittura e del disegno per gl ' idioti ; principî la cui applicazione è troppo semplice perché io mi vi soffermi di più » . Ecco dunque il procedimento usato dai miei predecessori , nell ' insegnare la scrittura ai deficienti . In quanto alla lettura Itard aveva proceduto così : egli , piantati dei chiodi al muro , vi appendeva figure geometriche di legno , come triangoli , quadrati , circoli - - quindi ne disegnava la precisa impronta sul muro : dopo ciò , tolte le figure , le faceva rimettere a posto nei rispettivi chiodi dal Selvaggio dell ' Aveyron , sulla guida del disegno : da questo disegno nacque poi nello stesso Itard l ' idea degli incastri piani . Infine Itard fabbricò delle lettere dell ' alfabeto in stampatello majuscolo e procedé analogamente a ciò che aveva fatto per le figure geometriche , cioè le disegnò sul muro , e dispose dei chiodi in modo che il bambino ve le potesse appendere e sovrapporre . In seguito il Séguin usò , invece del muro , il piano orizzontale , disegnando le lettere sul fondo di una scatola e facendo sovrapporre ai disegni le lettere solide . Dopo vent ' anni il Séguin non aveva mutato il suo procedimento . Una critica al metodo per la scrittura e lettura di Itard e Séguin mi sembra superflua . Tale procedimento ha due errori fondamentali che lo rendono inferiore ai metodi in uso pei fanciulli normali - - cioè : la scrittura in stampatello majuscolo ; e la preparazione della scrittura con uno studio di geometria razionale , quale noi oggi lo pretendiamo solo dagli studenti di scuole secondarie . Qui veramente il Séguin confonde le idee in modo che ci sorprende : egli è di un tratto saltato dall ' osservazione psicologica del bambino e dalle sue relazioni con l ' ambiente , allo studio della generazione delle linee e delle figure e del loro rapporto col piano . Egli dice che il bambino disegnerà facilmente la verticale retta , ma l ' orizzontale diventerà ben presto una curva perché « la natura lo comanda » ; - - e questo comando di natura è rappresentato dal fatto , che l ' uomo vede secondo una linea curva l ' orizzonte ! L ' esempio del Séguin vale a illustrare la necessità di una educazione speciale adatta a guidar l ' uomo alla osservazione , e a dirigere il pensiero logico . L ' osservazione deve essere assolutamente obbiettiva - - cioè spoglia di preconcetti . Il Séguin ha in questo caso il preconcetto , che il disegno geometrico debba preparare la scrittura , e ciò gli impedisce la scoperta del procedimento veramente naturale , necessario a tale preparazione : inoltre egli ha il preconcetto che le deviazioni delle linee , ossia l ' inesattezza con la quale il bambino le conduce , siano dovute « alla mente e all ' occhio , non alla mano » perciò egli si affatica settimane e mesi a spiegare la direzione delle linee e a guidare lo sguardo dell ' idiota . Sembra al Séguin che un buon metodo debba partire dall ' alto : la geometria , l ' intelligenza del bambino a rapporti astratti sono solo degni d ' essere presi in considerazione . Non è questo il difetto comune ? ... Osserviamo gli uomini mediocri : essi fanno sfoggio di erudizione e disdegnano le semplici cose . Studiamo il pensiero logico di coloro che stimiamo uomini di genio : ecco Newton tranquillamente seduto all ' aria aperta ; - - cade dall ' albero una pera - - egli osserva e si chiede : « perché ? » Il fenomeno non è mai piccolo : il frutto che cade e la gravitazione universale possono stare accanto , nella mente di un genio . Se Newton fosse stato un maestro di bambini , egli avrebbe guidato semplicemente lo sguardo del fanciullo ad ammirare gli astri in una notte stellata ; ma un erudito avrebbe forse creduto necessario preparar prima il bambino a intendere il calcolo sublime , che è la chiave dell ' astronomia . Galileo Galilei osserva l ' oscillazione di una lampada sospesa in alto , e scopre le leggi del pendolo . Nella vita intellettuale la semplicità e la spogliazione di ogni preconcetto conducono a scoprire le cose nuove , come nella vita morale l ' umiltà e la povertà materiale guidano alle alte conquiste spirituali . Se andiamo a studiare la storia delle scoperte , troviamo che esse dipendono da una osservazione veramente obbiettiva , e da pensiero logico . Cose semplici ; ma ben rare a trovarsi nell ' uomo . Non sembrerebbe forse logico , che dopo la scoperta di Laveran sui parassiti malarici che invadono le emazie nel sangue - - tanto più sapendosi dalla anatomia che il sistema sanguigno è un sistema di vasi chiuso - - si fosse almeno sospettata la possibilità che un insetto pungente potesse inoculare il parassita ? Invece continuarono a sembrar verosimili le teorie sui miasmi della terra , sui venti africani , sul paludismo : idee vaghe , mentre il parassita era un individuo biologicamente definito . Quando la scoperta della zanzara malarica venne a completare logicamente la scoperta del Laveran , ciò sembrò « meraviglioso , stupefacente » . Ancora si sa in biologia , che la riproduzione degli esseri monocellulari vegetali è per scissione con alternanza di sporulazione ; e quella dei monocellulari animali è pure per scissione , ma con alternanza di coniugazione ; cioè , dopo un certo periodo in cui la cellula primitiva si è divisa e suddivisa in cellule giovani eguali tra loro , - - viene la formazione di due cellule diverse , una maschile e una femminile , che dovran no fondersi in una sola , capace di ricominciare il ciclo della riproduzione per scissione . Sarebbe sembrato logico , essendo ciò noto ai tempi di Laveran , e conoscendosi il parassita malarico come un protozoo , considerare la sua segmentazione nello stroma dell ' emazia , come la fase di scissione , e attendere che il parassita desse luogo alle forme sessuali , che dovevano venire necessariamente nella fase successiva alla scissione . Invece la scissione si considerò una - - sporulazione - - e alla comparsa delle forme sessuali , né il Laveran , né i numerosi scienziati che lo seguirono nelle ricerche , seppero dare una spiegazione . Solo il Laveran espose un ' idea che fu subito abbracciata , cioè che quei due zigoti fossero forme degenerate del parassita malarico e perciò incapaci di più produrre quelle alterazioni determinanti il morbo : infatti alla comparsa delle forme sessuali del parassita , la malaria apparentemente guarisce , essendo impossibile la coniugazione delle due cellule nel sangue umano . Le teorie allora recenti del Morel sulla degenerazione umana accompagnata da deformazioni e da debolezza , ispirarono il Laveran nella sua interpretazione ; - - e tutti trovarono geniale il pensiero dell ' illustre patologo - - poiché s ' ispirava ai grandiosi concetti delle teorie moreliane . Chi invece si fosse limitato a ragionare così : il plasmodio della malaria è un protozoo - - esso si riproduce per scissione sotto i nostri occhi - - finita la scissione si vedono due cellule diverse - - una a semiluna , l ' altra flagellata - - esse sono dunque la cellula femminile e la maschile , che devono con la coniugazione alternare la scissione - - avrebbe calcata la via della scoperta . Ma un ragionamento così semplice non venne ; potremmo dunque chiederci : quanto più progredirebbe il mondo , se una educazione speciale preparasse gli uomini alla pura osservazione e al pensiero logico ? La maggior quantità del tempo e delle forze intellettuali si perdono nel mondo , perché sembra grande il falso e piccolo il vero . Io dico ciò per difendere la necessità che abbiamo di preparare con metodi razionali le nuove generazioni , dalle quali il mondo civile aspetta il suo progresso . Noi fin qui abbiamo utilizzato l ' ambiente : ma credo giunto il momento della necessità di utilizzare le forze umane , con una educazione scientifica . Per tornare al metodo di scrittura del Séguin - - esso illustra un ' alta verità : cioè la tortuosità delle vie che seguiamo nell ' insegnamento , e ciò per un istinto di complicare le cose , analogo a quello che ci fa apprezzare solo le cose complicate . Ecco il Séguin . che insegna la geometria per insegnare a scrivere ; e fa eseguire alla mente del bambino l ' alto sforzo d ' intendere le astrazioni geometriche , per ripiombarlo allo sforzo assai più semplice di disegnare un D stampatello . Ma poi : non dovrà il bambino fare lo sforzo di dimenticare lo stampatello , per imparare la scrittura corsiva ? E non sarebbe stato più semplice cominciare con la scrittura corsiva ? Anche noi crediamo che per imparare a scrivere , sia necessario far prima eseguire i bastoncelli . Questa convinzione è profonda . Sembra naturale che per scrivere le lettere dell ' alfabeto , che sono tutte rotondeggianti , occorra cominciare con le rette ; e con le asticelle munite di filetto ad angolo acuto . In buona fede poi ci meravigliamo che sia difficilissimo togliere al principiante la durezza dell ' angolosità , onde eseguisca le belle curve dell ' O ; eppure con quanto sforzo nostro e suo , lo obbligammo lungo tempo ad asteggiare e a scrivere con angoli acuti ? Chi è venuto a farci la rivelazione che il primo segno da eseguire deve essere una retta ? e perché ci ostiniamo a preparare le curve cogli angoli ? Spogliamoci un momento di tali preconcetti : e muoviamo sopra una via più semplice . Ne proveremo forse un grande sollievo , risparmiando all ' umanità futura ogni sforzo per imparare a scrivere . È necessario cominciare a scrivere dalle aste ? basta il pensiero logico per rispondere : no . Il bambino compie un troppo penoso sforzo in tale esercizio , perché l ' asticella debba proprio costituire la minore difficoltà da superare . Anzi , se bene osserviamo , l ' asta è l ' esercizio più difficile a compiersi : il calligrafo solo può completare regolarmente una pagina di aste - - mentre una persona che scriva mediocremente bene , saprebbe eseguire una pagina di scrittura presentabile . Infatti la linea retta è unica - - segnando la più breve distanza tra due punti : invece ogni deviazione da quella direzione , segna una linea non retta ; le infinite deviazioni sono perciò più facili di quell ' unica , che è perfezione . Si ordini di disegnare sulla lavagna una retta senz ' altra preoccupazione : ogni persona traccerà una linea lunga - - in direzione diversa , cominciando ora da un lato ora dall ' altro : - - e press ' a poco tutti vi riusciranno . Si ordini poi di disegnare una retta in quella particolare direzione e partendo da un punto determinato : allora le abilità primitive andranno molto scemando e si vedrà comparire una serie assai più grande di irregolarità , cioè di errori . Quasi tutte le linee saranno lunghe - - perché gl ' individui hanno dovuto prendere uno slancio per riuscire all ' intento . Ordiniamo ora che le linee siano invece corte , e a limiti precisi : gli errori cresceranno ancor più , perché è impedito lo slancio , che aiutava a conservare la direzione diretta . Ebbene ora aggiungiamo a ciò che si debba tenere l ' istrumento di scrittura in un modo determinato non come l ' istinto detta a ciascuno . Ci avviciniamo così sensibilmente al primo atto di scrittura , che vogliamo pretendere dai bambini : questo atto richiederà ancora di conservare il parallelismo fra i singoli tratti segnati - - e costituirà un lavoro difficilissimo e arido , perché senza scopo pei bambini che non ne comprendono il significato . Avevo notato nei quaderni dei bambini deficienti visti in Francia - - e anche il Voisin fa menzione di questo fenomeno - - che le pagine dei bastoncelli , benché principino come tali , finiscono con delle righe di C : vale a dire che il bambino deficiente , la cui attenzione è meno resistente di quella del bambino normale , esaurisce a poco a poco il primitivo sforzo d ' imitazione , e il movimento naturale si sostituisce gradualmente a quello provocato . Così le aste rette si trasformano in curve sempre più somiglianti a dei C . Tale fenomeno non comparisce sui quaderni dei bambini normali , poiché essi resistono nello sforzo sino alla fine della pagina - - e così , come spesso avviene , nascondono l ' errore didattico . Ma osserviamo i disegni spontanei dei bambini normali quando p . es . essi tracciano sulla sabbia dei viali d ' un giardino , delle linee con un ramoscello caduto dagli alberi : mai vedremo piccole rette - - ma lunghe linee curve , variamente intrecciate . Lo stesso fenomeno vedeva il Séguin - - quando faceva tracciare le orizzontali , che diventavano subito curve - - ed egli attribuiva il fenomeno , all ' imitazione con la linea dell ' orizzonte ! Che poi il bastoncello debba servire a preparare la scrittura alfabetica , è incredibilmente illogico : l ' alfabeto è troppo rotondeggiante perché debba prepararsi con le rette . Si dice : ma , in molte lettere dell ' alfabeto ( non in tutte , certo ; le regole calligrafiche insegnano come nell ' O e nei suoi derivati , non debba esservi traccia di retta ) entra a far parte il tratto retto . Non è questa una ragione per cominciare la scrittura da un dettaglio di essa . Siamo noi , che analizziamo così i segni alfabetici , e vi troviamo le rette e le curve ; come , analizzando il discorso , vi troviamo le regole grammaticali . Ma l ' umanità par la prescindendo da tali regole ; ebbene , perché non potrà scrivere , prescindendo da tali analisi e dalla esecuzione separata delle parti costituenti la lettera ? Anzi , guai se la umanità dovesse parlare solo dopo avere studiato la grammatica ! Sarebbe come se prima di guardare le stelle del firmamento , dovessimo studiare il calcolo infinitesimale : sarebbe come se , prima d ' insegnare a un idiota a scrivere , dovessimo fargli intendere la generazione astratta delle linee e i problemi di geometria ! Ebbene guai altrettanto all ' umanità , che per iscrivere deve prima eseguire analiticamente le parti costituenti i segni alfabetici . Infine , lo sforzo che crediamo necessario ad apprendere la scrittura - - è uno sforzo tutto antificioso , collegato non con la scrittura , ma coi metodi d ' insegnarla . Rigettiamo per un momento ogni dogmatismo più antico , in proposito . Rinneghiamo la coltura : non c ' interessi sapere né come l ' umanità principiò a scrivere , né quale possa essere la genesi della scrittura in se stessa . Rinneghiamo la convinzione che l ' uso invalso ci ha dato , della necessità di principiare la scrittura coi bastoncelli ; e supponiamo di essere nudi , nello spirito , come la verità che vogliamo scoprire . « Osserviamo un individuo che scrive , e cerchiamo di analizzare gli atti che compie scrivendo » . Gli atti - - cioè i meccanismi che intervengono all ' esecuzione della scrittura . Questo sarebbe compiere lo studio psicofisiologico della scrittura ; vale a dire esaminare l ' individuo che scrive , non la scrittura ; il soggetto , non l ' oggetto . Si era sempre cominciato dall ' oggetto , esaminando la scrittura , si era costruito un metodo . Un metodo che partisse dallo studio dell ' individuo , invece , sarebbe affatto originale - - lontano da qualsiasi altro metodo che lo precedette ; infine segnerebbe una nuova èra della scrittura , quella che ha base antropologica . Se io avessi pensato di dare un nome a questo nuovo metodo di scrittura - - quando intrapresi gli esperimenti sui bambini normali - - senza ancora conoscerne i risultati , lo avrei chiamato infatti metodo antropologico , per l ' indirizzo che lo aveva ispirato . Ma l ' esperienza mi ha fornito come una sorpresa e un vero dono della natura , un altro titolo : « metodo della scrittura spontanea » . Nel tempo in cui insegnai ai bambini deficienti - - mi era accaduto di osservare il seguente fatto . Una ragazzina idiota di undici anni , che aveva normale la motilità e la forza della mano - - non riusciva ad apprendere a cucire e nemmeno a fare il primo punto , cioè l ' infilzetta : che consiste nel far passare l ' ago successivamente al disotto e al disopra della trama , prendendo e lasciando pochi fili . Allora misi la ragazzina alle tessiture di Froëbel , che consistono nell ' infilare un ' asticciuola di carta traversalmente tra asticciuole verticali pure di carta , fissate in alto e in basso . Mi venne fatto di pensare all ' analogia tra i due lavori ; e m ' interessai molto all ' osservazione . Quando la ragazzina fu abile nei lavori di tessitura del Froëbel la ricondussi al cucito - - e vidi con piacere che riusciva a eseguire l ' infilzetta . Da quel momento la scuola di cucito cominciò regolarmente con le tessiture di Froëbel . Io pensai che il movimento necessario della mano , era stato preparato al cucito senza cucire ; e che realmente bisogna trovare il modo di insegnare prima di far eseguire : e , specialmente trattandosi di preparare movimenti , questi potrebbero essere provocati e anche ridotti in meccanismi da ripetuti esercizî , all ' infuori del lavoro diretto pel quale si preparano : onde si potrebbe andare al lavoro già abili ad eseguirlo , senza avervi ancor posto mano direttamente : e compierlo pressoché a perfezione al primo tentativo . Pensai che così appunto poteva prepararsi la scrittura . L ' idea mi interessò al più alto grado - - e mi meravigliai della sua semplicità - - mi sorpresi del fatto di non aver pensato prima al procedimento , che mi era ispirato dall ' osservazione della ragazzina che non sapeva cucire . Infatti , poiché io facevo toccare ai bambini i contorni delle figure geometriche agli incastri piani , non rimaneva che far loro toccare col dito anche le figure delle lettere alfabetiche . Feci costruire un superbo alfabetario , con le lettere in corsivo alte nel corpo di scrittura 8 cm . - - e le lettere asteggiate in proporzione ; le lettere erano in legno dello spessore di œ cm . e tutte verniciate a smalto ( in azzurro le consonanti e in rosso le vocali ) fuorché di sotto , ove era una fodera molto elegante di ottone fissata da piccole borchie . A questo alfabetario , che era in una sola copia , corrispondevano molte tabelle di cartoncino bristol , sul quale erano dipinte le lettere alfabetiche nello stesso colore e dimensione di quelle mobili - - e raggruppate secondo contrasti e analogie di forme . Ad ogni lettera dell ' alfabeto corrispondeva un quadro dipinto a mano in acquarello , ove era riprodotta in colore e dimensione la lettera corsiva , e , vicino , molto più piccola , era dipinta la corrispondente lettera in stampatello minuscolo ; col quadro poi le figure rappresentavano oggetti il cui nome cominciava per la lettera disegnata : p . es . in m c ' era una mano e un martello , in g un gatto ecc . Questi quadri servivano a fissare la memoria del suono della lettera - - e la piccola lettera in istampatello unita alla corsiva , doveva essere il passaggio alla lettura sui libri . I quadri non rappresentavano certamente un ' idea nuova , ma completavano un insieme che non esisteva ancora : certo un simile alfabetario era ricchissimo e veniva a costare duecentocinquanta lire così eseguito a mano . La parte interessante per la mia esperienza fu questa : che io , dopo aver fatto sovrapporre la lettera mobile coi disegni dei cartelloni dove erano raggruppate le lettere , le facevo toccare nel senso della scrittura corsiva , ripetutamente . Tali esercizî si moltiplicavano poi sulle lettere semplicemente disegnate nei cartelloni ; così i bambini venivano a compiere il movimento necessario a riprodurre la forma dei segni grafici , senza scrivere . Qui fui colpita da un ' idea che non mi era mai venuta in mente e cioè che nella scrittura si compiono due diverse forme di movimento - - cioè oltre il detto movimento che riproduce la forma , c ' è anche quello del maneggio dell ' istrumento di scrittura . Infatti , quando i bambini deficienti erano diventati esperti nel toccare tutte le lettere dell ' alfabeto secondo la forma , non sapevano però ancora tenere la penna in mano . Sostenere e maneggiare un ' asticina in modo sicuro , corrisponde all ' acquisto di uno speciale meccanismo muscolare che è indipendente dal movimento della scrittura ; infatti esso è contemporaneo ai movimenti necessari per tracciare tutte le diverse lettere dell ' alfabeto . È dunque un meccanismo unico , che deve esistere insieme alla memoria motrice dei singoli segni grafici . Io , quando provocavo sui deficienti i movimenti della scrittura facendo toccare col dito le lettere dei cartelloni , esercitavo meccanicamente le vie psicomotrici e fissavo la memoria muscolare di ciascuna lettera . Rimaneva ora la preparazione del meccanismo muscolare per la tenuta e il maneggio dell ' istrumento di scrittura ; e ciò provocai aggiungendo al già descritto altri due tempi cioè : 2° toccare le lettere non più col solo indice della mano destra , come nel primo tempo , che serve a fissare la memoria muscolare ; ma con due dita , cioè l ' indice e il medio . 3° toccare le lettere con una asticciula di legno tenuta come una penna da scrivere . In sostanza facevo ripetere i medesimi movimenti ora senza , ora con l ' aggiunta della tenuta dell ' istrumento . Si noti che il bambino doveva seguire col dito l ' immagine visiva della lettera disegnata . È vero che quel dito era già esercitato a toccare i contorni delle figure geometriche ; ma non sempre tale esercizio si rivelò sufficiente all ' uopo . Infatti anche noi quando p . es . incidiamo un disegno , non sappiamo seguire perfettamente la linea che pur vediamo e nella quale dovremmo ripassare il segno . Bisognerebbe proprio che il disegno avesse qualche cosa di speciale , capace d ' attrarre la punta del nostro lapis come una calamita il ferro , ovvero che il lapis trovasse una guida meccanica sulla carta ove disegna - - per seguire con esattezza la traccia sensibile in realtà solo allo sguardo . I deficienti dunque non sempre seguivano esattamente il disegno , sia col dito , sia con la asticina : e il materiale didattico non offriva alcun controllo al lavoro eseguito - - ossia offriva solo il controllo malfido dello sguardo del bambino , il quale certo poteva vedere se il dito andava o no sul segno . Io pensai che a far eseguire esattamente il movimento della scrittura - - e a garantirne l ' esattezza o almeno a guidarne in modo più diretto la esecuzione , sarebbe stato necessario preparare delle forme di lettere scavate in modo , che esse fossero rappresentate da un solco ove potesse scorrere l ' asticina di legno . Feci un progetto per tale lavoro , ma essendo troppo costoso non potei metterlo in esecuzione . Di questo metodo parlai assai , dopo averlo largamente esperimentato , ai maestri nelle mie lezioni di didattica alla Scuola Magistrale Ortofrenica , come risulta dalle dispense litografate nel secondo anno di corso e che io conservo tuttora in circa cento copie , come documento del passato . Ecco le parole che , pubblicamente pronunciate dieci anni fa , rimasero litografate in mano a oltre duecento maestri elementari , senza che alcuno , come con meravi glia scriveva il prof . Ferreri in un articolo recentissimo 11 , ne ritraesse un ' idea profittevole : Riassunto delle lezioni di didattica della dott . Montessori anno 1900 , Stab.lit Romano , via Frattina 62 , Disp . 6a , pag . 46 : « Lettura e Scrittura simultanee » : A questo punto si presenta il cartellone delle « vocali dipinte in rosso : il bambino vede ` delineate a colori delle figure irregolari ' . Si offrono al bambino le vocali in segno rosso per sovrapporle ai segni del cartoncino . Si fanno toccare le vocali di legno nel senso della scrittura e si nominano : le vocali sono disposte per analogia di forma : o e a i u « Poi si dice al bambino p . es . : ` cercami ... o ! ' ` mettilo al posto ' - - Poi : ` che lettera è questa ? ' Qui si vedrà che molti bambini sbagliano solo guardando la lettera - - indovinano invece toccandola . Osservazioni interessanti si possono fare rilevando i vari tipi individuali : visivo , motore . Si fa toccare poi al bambino la lettera delineata sul cartellone - - prima con l ' indice solo , poi con l ' indice e il medio - - poi con un bastoncino di legno tenuto come la penna ; la lettera deve essere toccata nel senso della scrittura . Le consonanti sono disegnate in turchino e disposte in vari cartelloni secondo l ' analogia di forma : vi è annesso l ' alfabetario mobile in legno bleu , da sovrapporre ai cartelloni come per le vocali . Annesso all ' alfabetario sta una serie di altri cartelloni , ove accanto alla consonante 11 G . Ferreri , « Per l ' insegnamento della scrittura » ( Sistema della Dott . M . Montessori ) Bollettino dell ' Associazione Romana per la cura medico ­ pedagogica dei fanciulli anormali e deficienti poveri , anno I , n . 4 , ottobre 1907 . Roma , Tipografia delle Terme Diocleziane . uguale a quella di legno stanno dipinte una o due figure d ' oggetti il cui nome principia con la lettera disegnata . Avanti alla lettera corsiva sta pure dipinto con lo stesso colore una lettera più piccola , di carattere stampato . La maestra , nominando le consonanti col metodo fonico , indica la lettera , poi il cartellone , pronunciando il nome degli oggetti che vi sono dipinti e calcando sulla prima lettera es . m ... mela : ` dàmmi la consonante m ... mettila al posto , toccala ecc . ' . Si studieranno qui i difetti del linguaggio del bambino . Toccare le lettere nel senso della scrittura , inizia l ' educazione muscolare che prepara alla scrittura . Una nostra bambina a tipo motore , istruita con questo metodo , ha riprodotto tutte le lettere a penna , alte circa 8 mm . , ben prima ancora di saperle riconoscere , con sorprendente regolarità : questa bambina riesce assai bene anche nei lavori manuali . Il bambino che guarda , riconosce e tocca le lettere nel senso della scrittura , si prepara alla lettura e scrittura simultanea anzi contemporanea . Toccare le lettere e insieme guardarle , fissa più presto la loro immagine , pel concorso di più sensi : in seguito si separano i due fatti : guardare ( lettura ) ; toccare ( scrittura ) . Secondo i tipi individuali alcuni impareranno prima a leggere , altri a scrivere » . Io avevo dunque iniziato dieci anni fa , nelle sue linee fondamentali il mio metodo per la scrittura e lettura . Con gran sorpresa , allora notai la facilità con cui un bel giorno , messo in mano al fanciullo deficiente un gesso , egli tracciava sulla lavagna con mano ferma e in calligrafia le lettere dell ' alfabeto intiere , scrivendo per la prima volta . E ciò molto più presto di quanto avrei supposto : come si dice appunto nelle dispense , dei bambini scrivevano già perfino con la penna tutte le lettere con bella forma , e non ne sapevano ancora riconoscere alcuna . Altrettanto ho notato nei bambini normali , come dirò : il senso muscolare è sviluppatissimo nell ' infanzia : quindi la scrittura è facilissima pei bambini . Non altrettanto la lettura , che comporta un ben lungo lavoro d ' istruzione , e richiede uno sviluppo intellettuale superiore , poiché si tratta d ' interpretare dei segni , di modulare gli accenti della voce per intendere il significato della parola - - e tutto ciò con un lavoro puramente mentale , mentre nella scrittura sotto dettato il bambino traduce materialmente dei suoni in segni - - e si muove - - cosa per lui sempre piacevole e facile . La scrittura si sviluppa nel piccolo bambino con facilità e spontaneità - - analogamente allo sviluppo del linguaggio parlato - - che è pure una traduzione motrice di suoni uditi . Invece la lettura fa parte di una coltura intellettuale astratta , che è l ' interpretazione di idee nei simboli grafici e si acquista solo più tardi . Le mie prime esperienze sui bambini normali furono iniziate nella prima metà del novembre 1907 . Nelle due « Case dei Bambini » di San Lorenzo , avevo dal 6 gennaio nell ' una e dal 7 marzo nell ' altra , data della rispettiva inaugurazione , - - applicato solo i giuochi della vita pratica e dell ' educazione dei sensi , fino a tutto il luglio , epoca in cui un mese di vacanza avrebbe interrotto le lezioni . E ciò perché io , come tutti , ero compresa dal pregiudizio che fosse necessario cominciare il più tardi possibile l ' insegnamento della lettura e scrittura - - e certo evitarlo in un ' età inferiore ai sei anni . Ma durante i mesi trascorsi , i bambini sembravano domandarsi qualche conclusione dagli esercizî che li avevano già intellettualmente sviluppati in modo sorprendente . Essi sapevano vestirsi e spogliarsi , lavarsi , sapevano spazzare i pavimenti , spolverare i mobili , assestare le stanze , aprire e chiudere i cassetti , maneggiare le chiavi nelle serrature , riporre in bell ' ordine gli oggetti nelle credenze , inaffiare i fiori ; - - sapevano osservare gli oggetti , sapevano vederci con le mani : - - alcuni di loro vennero a chiederci francamente d ' imparare a leggere e a scrivere . E dietro le nostre ripulse alcuni bambini vennero a scuola sapendo disegnare degli o sulla lavagna e mostrandoceli quasi come una sfida . Le madri , poi , in gran numero vennero a chiederci come una grazia d ' insegnare a scrivere ai loro bambini , « perché » dicevano « qui si svegliano e imparano facilmente tante cose - - che se insegnaste a leggere e scrivere imparerebbero presto e risparmierebbero le grandi fatiche della scuola elementare » . Quella fede delle madri che da noi i loro piccini avrebbero imparato senza fatica a leggere e scrivere , mi colpì . E ripensando ai risultati ottenuti nelle scuole dei deficienti , decisi , durante le vacanze di agosto , di fare una prova alla riapertura della scuola , cioè in settembre . Ma poi riflettei che nel settembre sarebbe stato bene riprendere gl ' insegnamenti interrotti , e cominciare la lettura e scrittura solo in ottobre , all ' epoca dell ' apertura delle scuole elementari - - ciò che avrebbe portato l ' altro vantaggio di confrontare i progressi dei bambini di prima elementare con quelli dei nostri , che avrebbero contemporaneamente cominciato lo stesso insegnamento . In settembre dunque cominciai a cercare chi fabbricasse il materiale didattico , senza trovare operai a ciò disposti . Un professore mi consigliò di fare ordinazioni a Milano e questo condusse a una gran perdita di tempo . Io volevo far fabbricare un alfabetario magnifico come quello pei deficienti : in legno verniciato e metallo ; poi mi sarei contentata di sole lettere di smalto simili a quelle che servono a fare le iscrizioni sulle vetrine dei negozi , ma non ne trovai . Nessuno volle fabbricarmene in metallo . In una scuola professionale fui sul punto d ' ottenere le lettere incavate nel legno ( per toccarle lungo l ' incisura con un ' asticina ) ; ma poi il troppo difficile lavoro scoraggiò e venne sospeso . Così era passato tutto l ' ottobre ; già i bambini di prima elementare avevano empito pagine di bastoncelli e i miei stavano ancora nell ' attesa . Allora mi decisi con le maestre a intagliare in semplici fogli di carta delle lettere d ' alfabeto molto grandi , e una maestra li colorì rozzamente da un lato con una tinta azzurrina . In quanto al far toccare le lettere pensai d ' intagliare le lettere dell ' alfabeto in carta smerigliata e ingommarla su carta liscia , fabbricando così oggetti molto analoghi a quelli usati pei primitivi esercizî del senso tattile . Soltanto dopo aver fabbricato tali semplici cose , mi accorsi della gran superiorità di questo alfabetario su quello magnifico dei deficienti , dietro al quale ero invano corsa due mesi : s ' io fossi stata ricca , avrei avuto per sempre l ' alfabetario superbo , ma sterile del passato . Noi vogliamo il vecchio , perché non possiamo conoscere il nuovo , e cerchiamo sempre la grandiosità , che è nelle cose già tramontate , senza riconoscere nell ' umile semplicità degli inizi nuovi , il germe che dovrà svilupparsi nell ' avvenire . Capii dunque che : un alfabetario di carta poteva facilmente moltiplicarsi in più copie , e così essere usato da molti bambini contemporaneamente , non solo pel riconoscimento della lettera , ma pure per la composizione di parole : e che nell ' alfabetario di carta smerigliata avevo trovato la guida tanto desiderata al dito che tocca la lettera , in guisa che non più la vista soltanto , ma il tatto veniva direttamente a insegnare il movimento della scrittura con esattezza di controllo . Nell ' entusiasmo di questa speranza , ci mettemmo , le due maestre ed io , la sera dopo scuola , a intagliare una gran quantità di lettere alfabetiche in semplice carta da scrivere : - - ingommando quelle di carta smerigliata , e tingendo in azzurrino le altre , e poi spargendole sui tavolini per ritrovarle asciutte il mattino dopo . Mentre così lavoravo , mi si apriva innanzi alla mente un quadro chiarissimo del metodo in tutta la sua completezza , così semplice , che mi faceva sorridere il pensiero di non averci pensato prima . La storia dei nostri tentativi iniziali fu molto interessante . Un giorno che una delle maestre era malata , andò a sostituirla una mia allieva , la signorina Anna Fedeli , professoressa di Pedagogia in una scuola normale ; quando andai la sera a trovare la Fedeli , questa mi mostrò due modificazioni fatte all ' alfabeto : una consisteva nell ' aver posto in basso e dietro a ciascuna lettera , un ' asticina trasversale di carta bianca perché il bambino riconoscesse il verso della lettera , ch ' egli spesso girava da tutte le parti : un ' altra consisteva nell ' aver fabbricato un casellario di cartone , ove riporre in ogni casella un gruppo di lettere uguali , mentre stavano prima tutte insieme confuse in un mucchio . Conservo ancora quel casellario , costruito con il vecchio cartone d ' una scatola rotta e sudicia che s ' era trovato in portineria , e cucito rozzamente con del filo bianco . La Fedeli me lo mostrava ridendo e quasi scusandosi dell ' indecente lavoro , ma io me ne entusiasmai : capii subito che le lettere nel casellario erano un sussidio prezioso all ' insegnamento infatti si offriva agli occhi del bambino la possibilità di comparare tutte le lettere e di scegliere quella designata . Così ebbe origine il metodo e il materiale didattico , che or ora descriverò . Qui basti notare che per le feste natalizie , nel dicembre successivo , ossia meno di un mese e mezzo dopo , quando i bambini delle scuole elementari stavano affaticandosi a dimenticare i bastoncelli e gli angoli appresi già faticosamente , per prepararsi alle curve delle o o delle altre vocali , due miei piccini di quattro anni scrissero , ciascuno a nome dei compagni , una lettera d ' augurio e di ringraziamento all ' Ing . Edoardo Talamo - - in un elegante piccolo foglio da lettera - - con scrittura calligrafica senza cancellature o macchie , in quella scrittura che più tardi fu giudicata comparabile alla calligrafia , che si ottiene in terza classe elementare . Descrizione del metodo e del materiale didattico 1º tempo : Esercizî tendenti a provocare il meccanismo muscolare per la tenuta e il maneggio dell ' istrumento di scrittura Disegno preparatorio alla scrittura Materiale didattico : Leggii - - Incastri di ferro - - Figure delineate - - Lapis colorati Ho fatto fabbricare due leggii uguali , consistenti in tavolette di legno leggermente inclinate sul piano orizzontale , e sostenute da quattro brevi piedi pure di legno ; nella parte inferiore pure declive del leggìo , un ' asticciuola trasversale impedisce che gli oggetti appoggiati sulla tavoletta scivolino , cioè serve da sostegno . La tavoletta è colorata in azzurro ­ pallido - - mentre l ' asticciuola di sostegno , i piedi ecc . sono rosso scarlatto . Per le due dimensioni ogni leggìo contiene precisamente quattro piastrelle quadrate ad incastro di 10 cm . di lato , in ferro , colorate in bruno ; e nel centro d ' ogni piastrella sta il pezzo d ' incastro , pure in ferro - - della tinta azzurro ­ pallida del fondo del leggìo - - e munito al centro d ' un bottoncino d ' ottone . Esercizii Messi i due leggii vicini , essi possono avere l ' apparenza d ' un solo leggio , che contiene otto figure - - e può venir collocato p . es . sopra una mensola , sul tavolo della maestra , o sopra una credenza ecc . , od anche sull ' orlo del tavolo stesso del bambino . L ' oggetto è elegante e attrae l ' attenzione del fanciullo : egli può scegliere una o più figure ; e prende insieme la piastrella e il pezzo d ' incastro . L ' analogia con gl ' incastri piani già noti è completa : solo qui il bambino ha a sua disposizione e liberi i pezzi - - che sono molto pesanti e di spessore sottile . Egli prende prima la cornice , la posa sopra un foglio bianco - - e con un lapis colorato , delinea il contorno del centro vuoto della piastrella : poi toglie la piastrella - - e sulla carta rimane una figura geometrica . È questa la prima volta che il bambino riproduce col disegno una figura geometrica - - egli finora non aveva fatto che sovraporre i pezzi degli incastri piani ai cartoncini della 1ª , 2ª e 3ª serie . Quindi , sulla figura segnata dal bambino stesso , egli pone il pezzo d ' incastro , come faceva con l ' incastro piano sui cartoncini della 3ª serie ; e lo delinea con un lapis di colore diverso ; quindi lo solleva : sulla carta rimane la figura doppiamente delineata , a due colori . Qui nasce per la prima volta il concetto astratto della figura geometrica - - poiché da due pezzi in ferro così diversi come la cornice e l ' incastro , risulta un unico disegno : che è una linea , la quale determina una figura . Il fatto risalta all ' attenzione del bambino : egli spesso si meraviglia di trovare l ' identica figura da due pezzi tanto diversi e guarda a lungo il duplice disegno con evidente compiacimento - - quasi che esso fosse una deduzione propria dagli oggetti , che servirono di guida alla sua mano . Inoltre il bambino impara a tracciare linee determinanti figure . Verrà un giorno in cui con meraviglia e compiacimento ancor maggiori , il fanciullo traccerà segni grafici determinanti parole . Dopo ciò comincia il lavoro che direttamente prepara alla formazione del meccanismo muscolare relativo alla tenuta e maneggio dell ' istrumento di scrittura : il bambino con un lapis colorato di sua scelta tenuto come una penna da scrivere empie a pieno la figura delineata . Si insegna al fanciullo a non passare al di fuori del contorno - - e con ciò si richiama su esso l ' attenzione del fanciullo , il quale così fissa il concetto che una linea può determinare una figura . L ' esercizio di riempitura per una sola figura fa compiere e ripetere al bambino i movimenti di maneggio , che sarebbero necessarî a riempire dieci pagine di bastoncelli ; e pur senza dare stanchezza , perché il bambino , pur coordinando precisamente le contrazioni muscolari necessarie all ' uopo - - lo fa liberamente e nei sensi che vuole : mentre ai suoi occhi si definisce una grande figura di vivo colore . In principio i bambini riempiono pagine di carta protocollo con questi grandi quadrati , triangoli , ovali , trapezi a colore rosso , aranciato , verde , turchino , celeste , rosa . Poi si limitano a usare i colori bleu scuro e celeste , così per le figure delineate come per la riempitura , venendo a riprodurre l ' apparenza dei cartoncini di 1ª serie . Molti bambini fanno spontaneamente nel centro della figura un cerchietto a pieno di colore arancione simulante il bottoncino d ' ottone del pezzo d ' incastro - - altri delineano anche il contorno quadrato della cornice , riempiendola di color bruno - - simulando così completamente i pezzi presi dal leggio . In tal modo essi hanno l ' illusione di aver riprodotto esattamente come veri artisti , gli oggetti che fanno bella mostra di sé - - esposti sui lunghi leggii scarlatti . Osservando le figure successive disposte dallo stesso bambino , si rivela una duplice forma di progressione : 1° a poco a poco i segni vengono a debordare meno dal contorno , finché vi sono perfettamente contenuti , e la riempitura è fitta e uniforme tutto intorno al confine , come nel pieno centrale ; 2° i segni di riempitura , da corti e confusi - - si fanno sempre più lunghi e paralleli - - fino al punto che alcune volte le figure sono empite da una vera asteggiatura regolarissima , che va a traverso i due confini estremi . In tal caso è certo che il bambino è padrone della penna - - cioè i meccanismi muscolari necessari al maneggio dell ' istrumento di scrittura si sono stabiliti . Dall ' esame di tali disegni può dunque farsi un giudizio sicuro sulla maturità del bambino a tenere la penna in mano . Per alternare gli esercizî si usano pure i già citati disegni delineati figuranti fiori , animali , paesaggi , bambini ecc . e le cartoline illustrate . Tali disegni perfezionano il maneggio , perché obbligano a delimitare i segni a lunghezze varie e rendono il bambino abile e sicuro sempre più del maneggio . Ora se si contassero i segni prodotti da un bambino nella riempitura delle figure , e si traducessero in segni grafici di scrittura , si riempirebbero molte decine di quaderni ! perciò la sicurezza del segno nella scrittura dei nostri piccini fu paragonata a quella , che si raggiunge in terza elementare coi metodi comuni . Essi , quando prenderanno per la prima volta la penna in mano - - sapranno maneggiarla quasi come uno scrivano . Nessun mezzo , io credo , potrebbe trovarsi più efficace a stabilire tale conquista in minor tempo - - e con tanto divertimento del bambino . Il mio antico metodo usato pei deficienti - - di toccare i contorni delle lettere sul cartellone con un ' asticina , era al confronto ben misero e sterile ! Anche quando i bambini sanno scrivere - - continuo sempre in questi esercizî , che hanno una progressione indefinita , perché si possono comunque variare e complicare i disegni , - - e i bambini , facendo essenzialmente sempre lo stesso esercizio , vedono accumulare una galleria di quadri diversi sempre più perfetti , che forma l ' orgo glio di ciascuno di loro . Perché io non solo provoco , ma perfeziono la scrittura coi medesimi esercizî che chiamo preparatori ; cioè p . es . nel caso presente , la tenuta della penna si farà sempre più sicura , non coi ripetuti esercizî di scrittura , ma con questi di riempitura di disegni . Così i miei bambini si perfezionano nella scrittura senza scrivere . 2° Tempo : Esercizî tendenti a dare l ' immagine visiva muscolare dei segni alfabetici e a stabilire la memoria muscolare dei movimenti necessarî alla scrittura Materiale didattico : Tavolette delle lettere alfabetiche in carta smerigliata , e tavole a gruppi di lettere come sopra Il materiale consiste in una copia di ciascuna lettera dell ' alfabeto di carta a fine smeriglio - - fissata sopra una tavoletta la cui dimensione è adatta a ciascuna lettera ; la tavoletta è di cartoncino ricoperto in carta liscia di color verde , mentre la carta smerigliata è grigio ­ chiaro ; ovvero la tavoletta è in legno bianco lucidato , e la carta smerigliata è nera . Analoghe tavole in cartone o in legno portano raggruppate varie lettere , che sono identiche alle corrispondenti delle piccole tavolette per lettere e i raggruppamenti sono fatti per contrasto e analogia di forma . Le lettere devono essere in bella forma calligrafica , con accenno ai chiaroscuri . Esse sono in iscrittura verticale , perché tale è l ' uso del momento nelle scuole elementari . Esercizî Si comincia subito con l ' insegnamento delle lettere alfabetiche : iniziandolo dalle vocali e proseguendolo con le consonanti , che si pronunciano col suono e non col nome ; subito unendo il suono con una vocale e ripetendo la sillaba - - secondo il ben noto metodo fonico ­ sillabico . L ' insegnamento procede secondo i tre tempi già illustrati : I . Sensazione visiva e tattile ­ muscolare associata al suono alfabetico . La direttrice presenta al bambino due cartoncini verdi , o due tavolette bianche , secondo il materiale didattico di cui dispone - - sulle quali sono le lettere i ed o , dicendo : « questa è i ! » « questa è o ! » ( e analogamente procederà in seguito per gli altri segni ) . Le fa quindi immediatamente toccare dicendo : « toccale » e senza altra spiegazione , induce a ciò il bambino , facendo prima vedere come si tocca , e poi , se è necessario , conducendo materialmente il dito indice della mano destra del bambino sulla carta smerigliata , nel senso della scrittura . Il « saper toccare » e il « non saper toccare » consisterà nel conoscere il senso secondo il quale si traccia un determinato segno grafico . Il bambino impara subito : e il suo dito , già esperto nell ' esercizio tattile , è condotto dalla leggera morbidezza del fine smeriglio , sulla traccia precisa della lettera ; onde egli può ripetere da sé indefinitamente il movimento necessario a produrre le lettere dell ' alfabeto , senza timore di sbagliare e seguendo forme calligrafiche ; se devìa , l ' impressione liscia lo fa subito accorto dell ' errore . I piccini , appena si son fatti un poco esperti di tale tócco , amano assai ripeterlo a occhi chiusi - - così si lasciano condurre dallo smeriglio a seguire la forma , senza vederla , e quindi senza conoscerla ; e si può dire che veramente la percezione si formerà dalla diretta sensazione tattile ­ muscolare della lettera . Il bambino , infine , non conduce la mano dietro l ' immagine visiva , ma è la sensazione tattile che conduce la mano del bambino a tracciare quel movimento , che poi si fisserà con la memoria muscolare . Intervengono perciò tre sensazioni contemporanee , quando la direttrice fa vedere e toccare la lettera dell ' alfabeto : sensazione visiva , sensazione tattile e sensazione muscolare : quindi l ' immagine del segno grafico si fissa in un tempo assai più breve di quando ne era , coi metodi comuni , acquisita la sola immagine visiva . Si noti poi che la memoria muscolare è la più tenace nel bambino e insieme la più pronta . Egli infatti talvolta non riconosce la lettera guardandola , ma la riconosce toccandola . Queste immagini sono inoltre contemporaneamente associate a quella uditiva del suono alfabetico . II . PERCEZIONE : Il bambino deve saper comparare e riconoscere le figure , allorché ode il suono ad esse corrispondente . La direttrice chiede al bambino , nel caso citato per esempio ( e analogamente procederà per le altre lettere ) : « dàmmi o ! dàmmi i ! » Se il bambino non sa riconoscere i segni guardandoli , lo si invita a toccarli ; ma se anche in questo caso non li riconosce , la lezione ha termine , e si riprenderà un altro giorno . ( Fu già illustrata la necessità di non rilevare l ' errore , e di non insistere nell ' insegnamento , quando il bambino non vi corrisponde subito ) . III . LINGUAGGIO : Lasciate sul tavolo le lettere per qualche istante , si chiede al bambino « che cosa è que ­ sto ? » egli dovrà rispondere O , I . Nell ' insegnamento delle consonanti la direttrice pronuncia solo il suono e , appena lo ha pronunciato , vi unisce una vocale e pronuncia la sillaba o più sillabe alter nando più vocali - - sempre rilevandosi il suono della consonante - - infine ripete questo suono isolato ; es . m , m , m , ma , mi , me , m , m . Quando il bambino dovrà ripetere il suono , lo ripeterà isolato e accompagnato da vocale . Non è necessario insegnare tutte le vocali prima di passare alle consonanti ; e appena si conosca una consonante , si compongano subito delle parole . - - Modalità consimili sono lasciate all ' arbitrio dell ' educatrice . Io non trovo pratico seguire una regola speciale nell ' insegnamento delle consonanti . Molto spesso la curiosità del bambino per un segno conduce a insegnare la consonante desiderata ; un nome pronunciato richiama nel bambino l ' interesse di sapere qual ' è la consonante necessaria a comporlo . E questa volontà del bambino è un mezzo più efficace d ' ogni ragionamento a conoscere la progressione da seguire . Quando il bambino pronuncia i suoni delle consonanti prova un evidente piacere : è per lui una novità quella serie di suoni così varî e pur noti , i quali nascono presentando un segno enigmatico , com ' è la lettera alfabetica . Ciò ha del mistero , e provoca un indicibile interesse . Un giorno io stavo in terrazza mentre i bambini giuocavano liberamente - - e avevo vicino un piccolino di due anni e mezzo lasciato lì un momento dalla madre . Avevo sparso su alcune sedie degli alfabetarî completi e mescolati , che riunivo nel rispettivi casellarî ( vedi appresso ) . Appoggiai , finito il lavoro , i casellarî su piccole sedie . Il piccino guardava . Si avvicinò , e prese una lettera d ' alfabeto in mano : f . I ragazzi in quel momento correvano in fila - - vedendo quella lettera , tutti insieme emisero il suono corrispondente e passarono . Il bambino non ci badò . Appoggiò la f e prese una r - - i ragazzi correndo , e guardandolo ridendo , si misere a gridargli : r r r ! r r r ! - - A poco a poco il piccino capì che prendendo in mano una lettera , chi passava emetteva un suono . Ciò lo divertì talmente che io volli a bella posta osservare quan to tempo sarebbe durato in quel giuoco senza stancarsi e attesi ben tre quarti d ' ora ! I ragazzi avevano preso interesse al fenomeno e si fermavano a gruppi , pronunciando in coro i suoni e ridendo della meraviglia del piccino . Infine il bambino , che più volte aveva preso e messo in alto la f sempre ricavando dal pubblico lo stesso suono , la riprese mostrandomela e dicendo egli stesso : f f f . Aveva imparato quello , nella gran confusione dei suoni uditi : lo aveva impressionato la lunga lettera che , veduta dal bambini che correvano in fila , li faceva sbuffare . Non occorre far rilevare come la separata pronuncia dei suoni alfabetici riveli le condizioni del linguaggio : i difetti , quasi tutti collegati con l ' incompleto sviluppo dei linguaggio stesso , si fanno manifesti e la direttrice può prenderne nota ad uno ad uno con facilità . Qui può nascere un criterio di progressione nell ' insegnamento individuale , secondo lo stato di sviluppo in cui si trova il linguaggio dei bambino . Trattandosi di correggere il linguaggio è opportuno seguire le regole fisiologiche del suo sviluppo e graduare le difficoltà : ma quando il bambino ha già il linguaggio sufficientemente sviluppato e pronuncia tutti i suoni è indifferente fargli pronunciare l ' uno piuttosto che l ' altro nell ' insegnamento del linguaggio grafico , alla lettura dei segni . Gran parte dei difetti che rimangono poi permanentemente nell ' adulto , sono dovuti a errori funzionali dello sviluppo del linguaggio nel periodo infantile . Invece , se alla correzione del linguaggio negli adolescenti , si sostituisce una direzione del suo sviluppo nel bambino , sarebbe attuata un ' opera efficacissima di profilassi . Molti difetti di pronuncia , inoltre , sono difetti dialettali , pressoché impossibile a correggere più tardi ; ma che facilissimo sarebbe evitare , ove una educazione speciale venisse rivolta a perfezionare il linguaggio infantile . Prescindiamo qui da veri difetti del linguaggio collegati con anomalie anatomiche e fisiologiche , o dai fatti patologici alteranti la funzionalità del sistema nervoso ; e fermiamoci solo a quelle alterazioni dovute a persistenze viziose di pronuncia infantile , a imitazioni di pronuncie imperfette , tra le quali sono da noverare le dialettali . Tali difetti , compresi sotto il nome di blesità , possono riferirsi alla pronuncia di ogni suono consonante . E nessun mezzo più pratico di correzione metodica del linguaggio può presentarsi , che questo esercizio di pronuncia , necessario all ' apprendimento del linguaggio grafico col mio metodo . Ma tale questione importantissima merita un capitolo a parte . Tornando ora direttamente al metodo per la scrittura si noti che essa è già contenuta nei due tempi descritti , poiché il bambino ha , con tali esercizî , la possibilità di imparare e di fissare i meccanismi muscolari necessarî alle tenuta della penna e all ' esecuzione dei segni grafici . Quando il bambino si fosse a lungo esercitato nei modi suddetti , egli sarebbe « potenzialmente » pronto a scrivere tutte le lettere dell ' alfabeto e le sillabe semplici , senza tuttavia aver mai preso la penna o un gesso in mano per iscrivere . Inoltre con questo metodo si è iniziato l ' insegnamento della lettura contemporaneamente a quello della scrittura . Quando si presenta al bambino una lettera enunciandone il suono - - il bambino ne fissa la immagine col senso visivo e con quello tattile ­ muscolare ; - - e associa essenzialmente il suono al segno relativo , cioè prende conoscenza col linguaggio grafico . Ma quando vede e riconosce , legge ; e quando tocca , scrive ; ossia inizia la sua conoscenza , con due atti che in seguito , svolgendosi , si separeranno a costituire i due diversi processi della lettura e della scrittura . La contemporaneità dell ' insegnamento , o meglio la fusione dei due atti iniziali , mettono dunque il bambino innanzi a una nuova forma di linguaggio - - senza che si determini quale degli atti costituenti dovrà prevalere . Noi non dobbiamo occuparci se il bambino , nello svolgimento del processo , imparerà prima a leggere o a scrivere ; e se gli sarà più facile l ' una o l ' altra via ; questo noi lo dobbiamo attendere dall ' esperienza senza alcun preconcetto , anzi aspettandoci probabili differenze individuali nello svolgimento prevalente dell ' uno o dell ' altro atto . Ciò permette uno studio di psicologia individuale assai interessante ; e la continuazione dell ' indirizzo pratico del nostro metodo , che si fonda sulla libera espansione dell ' individualità . 3º Tempo . - - Esercizî per la composizione delle parole Materiale didattico : Esso è costituito essenzialmente dagli alfabetarî . - - Si tratta delle lettere dell ' alfabeto in identica forma e dimensione di quelle di carta smerigliata , qui invece intagliate in cartoncino , ( corrispondente alle tavolette di cartone verde ) o in cuoio ( corrispondente alle tavolette di legno bianco ) . Le lettere sono libere , cioè non ingommate su cartoncini o altro : perciò ogni lettera rappresenta un oggetto maneggiabile . Le lettere suddette , in cartoncino o in cuoio , rappresentano esemplari diversi dello stesso alfabetario - - le lettere in cartoncino sono tutte bleu ; quelle in cuoio sono nere , lucide : esse cioè ricordano il colore dell ' inchiostro . Per ogni lettera esistono quattro esemplari . Ho fatto fabbricare dei casellarî per contenere le lettere dell ' alfabeto : cioè una specie di scatola molto bassa - - divisa e suddivisa da tramezzi in tanti spazî - - entro ognuno dei quali si depone un gruppo di quattro campioni della medesima lettera ; gli spazî non sono uguali tra loro , ma anzi misurati sulle dimensioni delle lettere stesse , che vi sono esattamente contenute . Nel fondo di ogni casella è fissata una lettera che non si può togliere : essa è in carta smerigliata chiara per i casellarî delle lettere di cartone , e nera per quelli delle lettere di cuoio . Non si fa dunque fatica di sorta a « mettere a posto » le lettere nei casellarî , perché ve li richiama la lettera del fondo , identica a quella nota delle tavolette . Questi casellarî sono di cartone e di legno rispettivamente nei due campioni . Oltre a questi ho preparato un altro alfabetario a lettere più grandi delle precedenti , tutto in cartone : le lettere sono suddivise in due casellarî ognuno dei quali porta tutte le vocali . Le vocali sono intagliate in cartoncino rosso e le consonanti in azzurro : tali lettere portano alla base posteriormente una strisciolina di cartoncino bianco , posto traversalmente , il quale indica insieme la posizione della lettera e il livello al quale debbono le varie lettere corrispondersi secondo la forma ( corrispondente al rigo su cui si scrive ) . Quest ' ultimo casellario a lettere grandi serve pei primi principî . Infatti esistono pure tavolette smerigliate e casellarî per le lettere maiuscole e pei numeri . Esercizî Appena il bambino conosce qualche vocale e consonante si pone innanzi a lui la metà del gran casellario , che contiene tutte le vocali e le consonanti note ( tra altre ignote ) , segnate posteriormente dalla strisciolina bianca . La direttrice pronuncia molto spiccatamente una parola , per es . mano , fa sentire il suono della m e della n in modo chiaro , e ripete più volte i suoni , secondo l ' opportuni tà del caso . Quasi sempre il piccino , con una specie di slancio , afferra una m e la pone sul tavolino . La direttrice ripete : ma ­ mano . Il bambino sceglie l ' a e la pone vicina ; poi compone anche il no , molto facilmente . Invece , composta la parola , non altrettanto facilmente il bambino la legge : in generale lo fa con un certo sforzo . Tanto che io faccio aiutare il bambino , esortandolo a leggere e leggendo una o due volte la parola con lui , sempre a pronuncia molto spiccata : mano , mano . Ma , capito il meccanismo , il fanciullo procede innanzi quasi da solo , interessandosi vivamente . Pronunciata una parola , qualunque essa sia , purché il bambino ne intenda bene separatamente i suoni componenti , egli la compone ponendo uno accanto all ' altro i segni che corrispondono ai suoni . È interessantissimo osservare il bambino in questo lavoro : egli sta intensamente attento guardando il casellario , mentre muove impercettibilmente le labbra , e prende ad una ad una le lettere necessarie senza commettere errori di ortografia . I movimenti delle labbra sono provocati da ciò , che il bambino ripete tra sé un infinito numero di volte , la parola i cui suoni sta traducendo in segni . Fu così che dettati ai nostri bambini nomi tedeschi come Darmstadt , Petermann , benché essi , naturalmente , non li avessero mai sentiti pronunciare , li composero senza mostrare sorpresa o difficoltà - - e ciò traducendo tutti i suoni , cioè senza lasciare alcuna lettera componente la parola , ossia senza errori ortografici . In generale però si dettano al bambino parole ben note , affinché dalla composizione risulti un ' idea : e in tal caso esso è spontaneamente portato a rileggere più volte la parola composta , e quasi a contemplarla . L ' importanza di questi esercizî è molto complessa ; il bambino analizza , perfeziona , fissa il proprio linguaggio parlato - - ponendo un oggetto in corrispondenza ad ogni suono che emette , e quasi maneggiando una prova so stanziale della necessità di emetterli tutti con forza e chiarezza . Fa poi un tale esercizio associativo tra il suono udito e il segno grafico che lo rappresenta , da preparare ben solide basi alla più sicura e perfetta ortografia . La composizione poi delle parole , in se stessa è un esercizio dell ' intelligenza : il bambino ha , quasi , nella parola pronunciata l ' enunciazione d ' un problema che deve risolvere , e che risolverà ricordando i segni , scegliendoli in un miscuglio , e disponendoli convenientemente quasi come i termini di un ' equazione ; e della risoluzione esatta del suo problema avrà la prova , rileggendo la parola composta ; che rappresenta un ' idea per tutti quelli che sapranno leggerla . Quando il bambino sente altri leggere la parola da lui composta , ha un ' espressione quasi di orgoglio soddisfatto , e per lungo tempo , di una specie di meraviglia e di gioia : sente la simbolica corrispondenza con gli altri , a mezzo di un linguaggio che in quel momento è per lui lavoro e frutto della sua propria intelligenza ; e insieme è privilegio di una superiorità conquistata . Quando il bambino ha finito la composizione e la lettura della parola secondo le abitudini di ordine costanti in ogni atto , deve rimettere « a posto » tutte le lettere , ciascuna nella propria casella . Alla composizione pura e semplice il bambino unisce dunque due esercizî di comparazione e di scelta dei segni grafici - - il primo quando dall ' insieme delle lettere esposte nel casellario , prende quelle necessarie ; il secondo allorché cerca il posto , cioè la casella di ciascuna lettera . Sono dunque tre esercizî in uno , tutti concorrenti a sommarsi nel fissare l ' immagine del segno grafico , corrispondente ai suoni della parola . Quindi il bambino triplica la facilità dell ' apprendimento ; e per ciò , fissa profondamente le sue cognizioni in un terzo almeno del tempo che sarebbe stato necessario con altri metodi . Avver rà tra poco che il bambino , udendo una parola , o pensando a una parola nota , vedrà innanzi alla sua mente allinearsi tutte le lettere necessarie a comporla , con una facilità sorprendente per noi . Un giorno un bambino di quattro anni , passeggiando solo in terrazza , ripeteva più e più volte come parlando tra sé : « per fare Zaira ci vuole z a i r a » . Un ' altra volta il prof . Di Donato , in una visita alla « Casa dei Bambini » , dettò a un piccino pure di quattro anni , il proprio nome : Di Donato . Il bambino componeva con le lettere minuscole dell ' alfabetario il nome tutto in una parola e principiò così : d i t o n ; subito il professore corresse pronunciando più spiccatamente : didonato . Allora il bambino , senza punto scomporsi , tolse il to e lo pose da un lato , mettendo in quello spazio rimasto vuoto un do ; quindi pose a accanto all ' n , e prese il to messo a parte prima , per deporlo in fondo e completare le parole . Cioè il bambino , sentendo alla correzione della pronuncia che il to non andava in quel punto della parola , aveva presente che quel to vi entrava in altro punto e per questo metteva a parte la composizione già formata , per utilizzarla a suo tempo ! Fatto certo sorprendente in un bambino di quattro anni , e che stupì tutti i presenti . Esso può essere spiegato con la chiara e sùbita complessa visione dei segni necessarî a formare una parola udita ; ma deve pure contribuire all ' interpretazione di così straordinario fenomeno , la formazione d ' una mentalità ragionatrice , acquistata nei successivi esercizî spontanei dell ' intelligenza . In questi tre tempi consiste tutto il metodo per l ' apprendimento del linguaggio grafico . Il suo significato è chiaro : vengono preparati separatamente e intensivamente gli atti psicofisiologici , che concorrono a determinare la scrittura e lettura . A parte sono preparati i movimenti muscolari per l ' esecuzione grafica dell ' alfabeto , e a parte i meccanismi della tenuta e maneggio degli istrumenti di scrittura . Anche la composizione delle parole si traduce in un meccanismo psichico di associazione tra immagini uditive e visive . Arriva un momento in cui il bambino , senza pensarci , empie a pieno le figure geometriche con un ' asteggiatura franca e regolare ; in cui tocca a occhi chiusi le lettere e anche ne riproduce la forma , muovendo il dito nell ' aria ; in cui la composizione delle parole è divenuta un impulso psichico , che fa ripetere al bambino solitario : « per fare Zaira ci vuole z a i r a » . Ora , il bambino , è vero , non ha mai scritto ; ma potenzialmente ha già formato tutti gli atti necessarî alla scrittura . Colui che alla dettatura non solo sa comporre le parole , ma ne abbraccia istantaneamente col pensiero tutta la composizione letterale , potrebbe anche scrivere ; poiché sa compiere a occhi chiusi i movimenti necessari a produrre quelle lettere ; e maneggia quasi inconscio l ' istrumento di scrittura . Anzi tali atti preparati ciascuno in un meccanismo capace di dare un impulso , dovranno prima o poi fondersi in un improvviso atto esplosivo di scrittura . È questa appunto la meravigliosa reazione che hanno dato i bambini normali . In una delle « Case dei Bambini » diretta dalla signorina Bettini , avevo fatto curare in modo speciale l ' insegnamento della scrittura : e da questa casa sono infatti usciti poi bellissimi campioni , che furono rilasciati , dietro richiesta , alle autorità scolastiche della Svizzera e del Messico . Era una giornata invernale di dicembre , piena di sole e salimmo coi bambini sulla terrazza . Essi giuocavano correndo liberamente ; alcuni mi stavano intorno . Io sedevo accanto a un tubo di camino , e dissi a un fanciullo di cinque anni che mi era vicino , offrendogli un pezzetto di gesso : « disegna questo camino » . Egli , obbediente , si accovacciò in terra e disegnò il camino sul pavimento , riproducendolo in modo riconoscibile ; perciò , come è mio uso coi piccini , mi diffusi in esclamazioni di lode . Il bimbo mi guardò , sorrise , stette un momento come per esplodere in qualche atto di gioia , poi gridò : « scrivo ! io scrivo ! » e chinato in terra scrisse sul pavimento mano , quindi , entusiasmato , scrisse ancora : camino , poi tetto . Mentre scriveva continuava a gridare forte « scrivo ! so scrivere ! » tanto che alle sue grida accorsero gli altri bambini e gli fecero circolo guardando stupiti . Due o tre mi dissero frementi : « il gesso ; scrivo anch ' io » e difatti si misero a scrivere varie parole : mamma , mano , gino , camino , ada . Nessuno di loro aveva mai preso in mano un gesso o un qualsiasi istrumento per scrivere : era la prima volta ch ' essi scrivevano ; e tracciavano una parola intiera , come la prima volta che parlarono , dissero una parola intiera . Ma se la prima parola pronunciata dal bambino dà una ineffabile emozione alla madre , che ha scelta quella prima parola : mamma , come proprio nome , quasi compenso dovuto alla maternità , - - la prima parola scritta dai miei piccini dà a loro stessi una indicibile emozione di gioia . Essi vedono scaturire da se stessi un ' abilità , che sembra loro un dono di natura , perché non sanno mettere in rapporto con ciò che fanno , gli atti preparatorî che li hanno condotti all ' azione . Perciò si illudono , quasi , che , crescendo , un bel giorno si sappia scrivere . E così è in realtà . Anche il bambino che parla , preparò prima inconsciamente , i meccanismi psicomuscolari che lo condussero all ' articolazione della parola : qui il bambino fa press ' a poco altrettanto ; ma il diretto aiuto pedagogico , e la possibilità di preparare quasi materialmente i movimenti della scrittura , ben più semplici e grossolani di quelli necessarî all ' articolazione della parola , fa sì che il linguaggio grafico si svolga assai più rapidamente e perfettamente . E poiché la pre parazione non è parziale , ma completa , cioè il bambino possiede tutti i movimenti necessari alla scrittura , il linguaggio grafico si sviluppa non gradualmente , ma in modo esplosivo : cioè il bambino può scrivere tutte le parole . Così fu che noi assistemmo alla commovente esperienza dei primi sviluppi del linguaggio grafico dei nostri bambini . Quei primi giorni fummo in preda a emozioni quasi violente , perché ci sembrava di essere in un sogno o di assistere a fatti miracolosi . Il bambino che scriveva per la prima volta una parola , era in preda a gran gioia ; io lo paragonai subito alla gallina che ha fatto l ' uovo . Infatti nessuno poteva ripararsi dalle chiassose manifestazioni del piccino : egli chiamava tutti a vedere , e se alcuno non si muoveva , lo pigliava pel vestito costringendolo a venire : era necessario che tutti andassero là , a mettersi intorno alla parola scritta per ammirare il prodigio , e per unire le loro esclamazioni di meraviglia , alle grida di gioia del fortunato autore . Per lo più questa prima parola era scritta in terra : e allora il piccino si metteva in ginocchio , per esser più vicino all ' opera sua , per contemplarla più immediatamente . Dopo la prima parola , il bambino continuava a scrivere ovunque per lo più sulla lavagna , con una specie di frenesia : io vidi i bambini agglomerarsi attorno alla lavagna per iscrivere e dietro ai piccini in piedi , formarsi un ' altra fila di bambini montati sulle sedie , che scrivevano al disopra dei primi , e altrettanti al di dietro della lavagna : vidi altri fanciulli rimasti fuori , ricorrere a sgarbi , a dispetti , rovesciare le seggioline su cui erano in piedi i compagni , per trovare un poco di posto , e infine i soccombenti alla lotta chinarsi in terra e scrivere sul pavimento , o correre verso gli sportelli delle finestre e verso le porte , empiendole di scrittura . Noi avemmo in quei primi giorni quasi un tappeto di segni scritti sul pavimento , e una tappezzeria di scrittura . In famiglia avveniva lo stesso ; e alcune madri , per salvare il pavimento , e perfino il pane sulla cui crosta trovarono parole scritte , dettero ai loro bambini della carta con un lapis . Uno di questi bambini portò il giorno dopo una specie di quadernetto tutto riempito di scrittura e la madre raccontò , che il fanciullo aveva scritto tutto il giorno e tutta la sera , e s ' era addormentato a letto con la carta e il lapis in mano . Tale lavoro impulsivo , che non potei frenare nei primi giorni , mi fece pensare alla saggezza della natura che sviluppa a poco a poco il linguaggio parlato , e lo sviluppa contemporaneamente alla graduale formazione delle idee . Se invece la natura avesse agito imprudentemente come me , e avesse prima fatto raccogliere dai sensi un materiale ricco e ordinato , e avesse lasciato sviluppare un patrimonio di idee , e avesse poi completamente preparato il linguaggio articolato , per quindi dire al fanciullo , fino a quel punto muto : « va ! parla » noi assisteremmo al fenomeno di una pazzesca logorrea improvvisa , per la quale il bambino principierebbe a parlare senza posa e senza freno possibile , fino all ' esaurimento dei polmoni e al consumo delle corde vocali e pronunciando le parole più difficili e strane . Tuttavia io credo che tra i due estremi , esista un medio racchiudente la vera via pratica : noi dobbiamo cioè provocare il linguaggio grafico meno improvvisamente ; ma pur facendolo nascere a poco a poco , dobbiamo provocarlo come un fatto spontaneo , che si compie fin dalla prima volta in modo quasi perfetto . Maniera di applicare il metodo Lo svolgersi ulteriore della nostra esperienza , ci ha condotti a constatare un fenomeno più calmo , dovuto al fatto che i bambini vedono i compagni scrivere e ciò li spinge per imitazione a scrivere appena possono ; perciò quando il bambino scrive la prima parola , non ha ancora a sua di sposizione tutto l ' alfabetario : è limitato il numero delle parole che può scrivere e il bambino stesso non è capace di trovare tutte le combinazioni possibili di parole , con le sole lettere che sono a sua conoscenza . Egli conserva sempre la gran gioia della « prima parola scritta » , ma ciò non forma più una sorpresa stupefacente , perché vede ogni giorno accadere consimili fenomeni , e sa che prima o poi anche a lui dovrà avvenire lo stesso . Ciò conduce a ottenere un ambiente calmo , ordinato e al tempo stesso meraviglioso per le sue sorprese . Facendo una visita alle Case dei Bambini , anche essendovi stati il giorno prima , accade di trovare fatti nuovi ; per es . ecco due bambini piccolissini , che scrivono tranquillamente , per quanto vibranti d ' orgoglio e di gioia , e che ieri non iscrivevano ancora . La Direttrice racconta che l ' uno di essi cominciò a scrivere ieri mattina alle undici e l ' altro nel pomeriggio alle tre . Il fenomeno è accolto ormai con l ' indifferenza che dà l ' abitudine ed è tacitamente riconosciuto come una forma naturale di sviluppo del bambino . L ' arte della maestra deciderà se e quando convenga spingere un bambino a scrivere , ove egli , essendo già avanzato nei tre tempi dell ' esercizio preparatorio , non lo faccia ancora spontaneamente : - - e ciò per evitare che ritardando la scrittura - - il bambino possa esaltarsi poi in un tumultuoso lavoro impulsivo , che per la conoscenza di tutto l ' alfabeto non si potrebbe più frenare . I segni dai quali la maestra può fare una diagnosi quasi precisa di maturità alla scrittura spontanea sono : il parallelismo e la rettilineità dei segni di empitura nelle figure geometriche ; il riconoscimento delle lettere alfabetiche di smeriglio a occhi chiusi e la sicurezza e prontezza nella composizione delle parole . Prima d ' intervenire provocando la scrittura con un invito , è però sempre bene attendere almeno una settimana l ' esplosione della scrittura spontanea , dopo la constatazione di tale maturità . Solo quando il bambino ha cominciato a scrivere spontaneamente , la maestra deve intervenire a guidare il progresso della scrittura . Il primo aiuto che la maestra darà , è quello di rigare la lavagna perché il bambino sia guidato a mantenere l ' ordine e le dimensioni nella scrittura . Il secondo è quello di indurre il bambino esitante a ripetere i tócchi delle lettere smerigliate , senza mai correggerlo direttamente sulla scrittura eseguita : cioè il bambino non si perfezionerà ripetendo gli atti della scrittura , ma ripetendo gli atti preparatori alla scrittura . Io ricordo un piccolo principiante il quale per eseguire la lettera in bella forma sulla lavagna rigata , si portava vicino i cartelloni sottili , ritoccava due o tre volte tutte le lettere che gli erano necessarie per le parole che doveva scrivere , e poi scriveva , e se una lettera non gli sembrava abbastanza bella , la cancellava , ritoccava la lettera stessa sul cartellone , e poi andava a scriverla . I nostri piccini , anche quelli che già scrivono da un anno , continuano sempre nei tre esercizî preparatori , i quali , come provocarono , così perfezionano poi il linguaggio grafico : i nostri bambini dunque imparano a scrivere e si perfezionano nella scrittura , senza scrivere . La vera scrittura è una prova , è lo sfogo di un impulso interno , è il compiacimento di esplicare un ' attività superiore : non è un esercizio . E come pei mistici l ' anima si perfeziona con la preghiera , così pei nostri piccoli , l ' espressione più alta della civiltà umana , il linguaggio grafico , si acquista e si eleva con esercizî sempre uguali in atti , che non sono la scrittura . È anche educativo il concetto di prepararsi , prima di tentare , e di perfezionarsi prima di proseguire . Andare innanzi correggendo i proprî errori , rende arditi a tentare cose imperfette , delle quali si è ancora indegni , e attutisce lo spirito alla sensibilità verso il proprio errore . Il mio metodo della scrittura contiene un concetto educa tivo , insegnando al fanciullo la prudenza che fa evitare l ' errore , la dignità che rende preveggente e guida al perfezionamento , e anche l ' umiltà che tiene costantemente uniti alle fonti del bene , dalle quali solo si ricava e si conserva la conquista spirituale ; allontanando dall ' illusione che il successo raggiunto , basti oramai a far continuare il cammino intrapreso . Il fatto poi che tutti i bambini - - così quelli che principiano appena i tre esercizî , come quelli che già scrivono da molti mesi - - ripetano sempre le medesime azioni , li unisce e li affratella in un livello apparentemente uguale . Qui non vi sono caste di principianti e di provetti - - eccoli tutti a riempire figure coi lapis colorati , a toccare le lettere smerigliate , a comporre parole con gli alfabetarî mobili : i piccoli si avvicinano ai più grandi , e questi li aiutano , - - tutti poi s ' illudono di fare la stessa cosa . C ' è chi si prepara e c ' è chi si perfeziona , ma tutti sono sulla medesima via : come più profondamente di ogni differenza sociale , sta un ' uguaglianza - - in cui tutti gli uomini sono fratelli : - - come sulla via spirituale tutti , aspiranti e perfetti , ricorrono ai medesimi esercizî . La scrittura viene appresa in assai breve tempo - - perché si comincia l ' insegnamento solo ai bambini che ne mostrano il desiderio - - prestando un ' attenzione spontanea alle lezioni che la direttrice fa ad altri bambini e agli esercizî in cui gli altri bambini si occupano . Alcuni imparano senza ancor aver ricevuto lezioni ; solo perché hanno sentite le lezioni fatte agli altri . In generale tutti i piccini da quattro anni di età in poi , si interessano vivamente alla scrittura . Alcuni nostri bambini hanno tuttavia cominciato a scrivere a tre anni e mezzo . L ' entusiasmo vivo si manifesta specialmente per toccare le lettere smerigliate . Durante il primo periodo delle mie esperienze , quando cioè i bambini vedevano per la prima volta le lettere dell ' alfabeto , dissi un giorno alla direttrice Bettini che portasse in terraz za , ove i bambini giuocavano , i vari tipi di cartelloni che ella stessa avea fabbricati . Appena i bambini li videro , si raggrupparono attorno alla direttrice e a me col ditino teso , e a diecine quelle piccole dita toccavano le lettere , mentre i bimbi affollati si pigiavano uno con l ' altro . Finalmente alcuni bimbi più grandi riuscirono a strapparci dalle mani i cartelloni , illudendosi di toccarli come padroni , ma la folla dei piccoli impedì loro l ' esercizio . Ricordo con quale spontaneo slancio , allora , i possessori di cartelloni , afferratili con le due mani , li stesero in alto come stendardi e si misero a marciare seguiti da tutti gli altri bambini , che battevano le mani e mandavano alte grida di gioia . La processione ci passò innanzi : e tutti , grandi e piccoli , ridevano rumorosamente , mentre le mamme richiamate dal chiasso , guardavano lo spettacolo affacciate alle finestre . Il periodo medio che decorre dal primo tentativo degli esercizî preparatori alla prima parola scritta , è , pei bambini di quattro anni , di un mese e mezzo : pei bambini di cinque anni il periodo è molto più breve , di un mese circa ; ma uno dei nostri imparò a scrivere con tutte le lettere dell ' alfabeto , in venti giorni . I bambini di quattro anni , dopo due mesi e mezzo , scrivono qualunque parola sotto dettato e possono passare alla scrittura con l ' inchiostro sui quaderni . In generale , dopo tre mesi , i nostri piccini sono provetti ; e quelli che scrivono da sei mesi , sono paragonabili ai bambini di terza elementare . Infine , la scrittura è una conquista delle più facili e gradite pei bambini . Se negli adulti fosse facile l ' imprendimento come nei fanciulli al disotto di sei anni , in un mese si potrebbe dileguare l ' analfabetismo ; ma forse due impedimenti ci sarebbero a un successo tanto brillante : il torpore del senso muscolare ; e i difetti incorreggibili del linguaggio articolato , che si tradurrebbero nella scrittura . Io non ho fatto esperienze in proposito , ma credo che un anno scolastico basterebbe a condurre un analfabeta adulto a scrivere non solo materialmente , ma anche a esprimere i propri pensieri , per soddisfare alle prime necessità sociali del linguaggio grafico ( scrittura epistolare ) . Ciò per il tempo necessario all ' apprendimento . In quanto alla esecuzione , i nostri bambini fin dal momento in cui cominciano , scrivono bene ; ed è sorprendente la forma delle lettere , arrotondate e slanciate , in tutto somiglianti a quelle dei modelli smerigliati . La bellezza della loro scrittura non è quasi mai raggiunta da nessuno scolaro di scuole elementari , che non abbia fatto speciali esercizii di calligrafia . Io che ho studiato molto la calligrafia , so quanto sia difficile condurre i ragazzi di dodici o tredici anni , nelle scuole secondarie , a scrivere le parole intere senza staccare mai la penna , salvo per gli o : e come l ' asteggiatura di varie lettere , condotta con un segno solo , sia spesso una difficoltà insuperabile , e faccia perdere il parallelismo delle aste componenti . I nostri piccini invece , spontaneamente , con una meravigliosa sicurezza , scrivono le parole intiere con un tratto solo , mantenendo un perfetto parallelismo nei segni , e l ' equidistanza tra le varie lettere . Cosa che a più di un visitatore competente ha fatto esclamare : « se non lo avessi visto , non lo avrei creduto » . Infatti la calligrafia è un superinsegnamento necessario a correggere difetti già acquisiti e fissati : ed è un sopralavoro gravoso e lungo , perché il bambino vedendo il modello , deve eseguire il movimento atto a riprodurlo , mentre tra tale sensazione e tale movimento , non vi è corrispondenza diretta . Inoltre la calligrafia s ' insegna in un ' età ove tutti i difetti si sono stabiliti , mentre è passato il periodo fisiologico in cui la memoria muscolare è particolarmente pronta . Non si parli poi dell ' errore fondamentale , che fa se guire alla calligrafia la stessa strada dell ' apprendimento della scrittura , dalle aste in poi . Noi invece prepariamo direttamente il bambino non solo alla scrittura , ma anche alla calligrafia , nei suoi due contributi principali : la bellezza della forma ( toccare lettere calligrafiche ) e lo slancio del segno ( esercizî di riempitura delle figure ) . Lettura Materiale didattico : Cartellini scritti in corsivo calligrafico ( posatello ) - - con un corpo di scrittura alto un centimetro : - - e giocattoli svariatissimi . L ' esperienza mi ha fatto ben distinguere una differenza netta tra scrittura e lettura , e mi ha dimostrata la non assoluta contemporaneità dei due atti - - cioè ( per quanto ciò contraddica al pregiudizio invalso ) la scrittura precede la lettura . Io non chiamo lettura la prova che fa il bambino , verificando la parola che ha scritta - - cioè traducendo i segni in suoni , come prima tradusse i suoni in segni . Perché in tale verifica il bambino conosce già la parola , che ha più volte ripetuta tra sé scrivendo . Io chiamo lettura l ' interpretazione di un ' idea , da segni grafici . Il bambino che non ha sentito dettare la parola , e che la riconosce vedendola composta sul tavolino con lettere mobili , e sa dire cosa significa ( è un nome di bambino , di città , di un oggetto ecc . ) quegli legge . Perché la parola letta corrisponde , nel linguaggio grafico , - - alla parola udita del linguaggio articolato , - - che serve a ricevere il linguaggio trasmessoci da altri . Ora fin che il bambino dalle parole scritte non riceve trasmissione di idee , non legge . Se vogliamo , la scrittura , come fu descritta , è un fatto in cui prevalgono i meccanismi psico ­ motori : nella let tura , invece , interviene un lavoro puramente intellettuale . Ma è evidente come il nostro metodo di scrittura - - prepari la lettura - - in modo da renderne quasi insensibili le difficoltà . Invero la scrittura prepara il fanciullo a interpretare meccanicamente l ' unione dei suoni letterali , componenti la parola che vede scritta . Il bambino cioè sa già leggere i suoni della parola . Ora si noti che quando il bambino compone le parole con l ' alfabetario mobile , o quando scrive , ha tempo di pensare ai segni che deve scegliere od eseguire : la scrittura di una parola porta un tempo lungo , confrontato a quello necessario per la lettura della medesima . Il bambino che sa scrivere , messo innanzi a una parola che deve interpretare leggendo - - tace a lungo - - e in generale legge i suoni componenti , con la medesima lentezza con cui li avrebbe scritti . Invece il senso della parola viene afferrato quando essa è pronunciata non solo in fretta , ma con gli accenti fonici necessari . Ora per mettere gli accenti fonici , bisogna che il bambino riconosca la parola , cioè l ' idea che essa rappresenta : è dunque necessario l ' intervento di un superiore lavoro dell ' intelligenza . Io dunque per gli esercizi di lettura , procedo nel modo seguente - - e ciò che sto per descrivere - - sostituisce l ' antico sillabario . Preparo dei cartellini con foglietti della comune carta da scrivere , sopra ciascuno dei quali è scritta in corsivo alto un centimetro , una parola ben nota , già molte volte pronunciata dai bambini , e che rappresenta oggetti o presenti o ben noti alla memoria ( come p . es . mamma ) . Se la parola si riferisce a oggetti presenti , pongo questi sotto gli occhi del bambino , per facilitargli l ' interpretazione della lettura . Dirò a tale proposito che gli oggetti sono per lo più giocattoli : le « Case dei Bambini » possiedono infatti non solo le stoviglie , la cucina , palle e bambole come ho avuto occasione di già accennare ; ma anche armadi , divani , letti , cioè il mobilio necessario ad una casa di bambola ; case , alberi , greggi di pecore , animali in cartapesta , pupazzi e oche di celluloide , perciò galleggianti sull ' acqua ; barchette coi marinai , soldatini , ferrovie che corrono , fattorie con casino di campagna , e rimesse con cavalli e buoi entro ampî steccati ecc . ; in una « Casa » di Roma un artista mi regalò splendide frutta in ceramica . Se la scrittura serve a correggere o meglio a dirigere e perfezionare il meccanismo del linguaggio articolato nel bambino , la lettura serve ad aiutare lo sviluppo delle idee , collegandolo con lo sviluppo del linguaggio . Infine la scrittura aiuta il linguaggio fisiologico , e la lettura , il linguaggio sociale . Il primo inizio è dunque , come ho accennato , nomenclatura : cioè lettura di nomi di oggetti noti e , possibilmente , presenti . Non comincio da parole facili o difficili , perché i bambini sanno già leggere la parola come composto di suoni : lascio che il piccino lentamente traduca in suoni la parola scritta - - e se l ' interpretazione è esatta - - mi limito a dire : « più presto » . Il bambino , la seconda volta , legge più svelto , spesso senza ancora capire : io ripeto : « più presto , più presto » . Il bambino legge sempre più svelto ripetendo lo stesso accumulo di suoni , e finalmente indovina ; allora guarda con una specie di riconoscenza e assume quell ' atteggiamento di soddisfazione , che tante volte irradia i nostri piccini . Questo è tutto l ' esercizio della lettura : esercizio rapidissimo e che presenta al bambino , già preparato con la scrittura , una ben piccola difficoltà . Davvero tutte le noie del sillabario sono sepolte insieme ai bastoncelli ! Quando il bambino ha letto , appoggio il cartellino spiegato sull ' oggetto del quale portava il nome : e l ' esercizio è finito . Addestrati così i bambini più a bene intender qual ' è l ' esercizio che da loro si richiede , che ad eseguire veramente la lettura , io pensai ( per rendere piacevoli i vari esercizî di lettura che dovevano essere molto ripetuti , onde rendere la lettura stessa pronta e chiara ) al seguente giuoco . Giuoco per la lettura delle parole Espongo sulla tavola grande i giocattoli più varî e attraenti : a ciascuno di essi corrisponde un cartellino , su cui è scritto il nome . Piego e arrotolo i cartellini li mescolo dentro una scatola , e li faccio estrarre a sorte dai bambini che sanno leggere . Essi devono portare il cartellino al loro posto , svolgerlo adagio adagio , leggerlo mentalmente senza farlo vedere ai vicini , ripiegarlo , sì , che rimanga assoluto il segreto che contiene , e poi avanzarsi verso la tavola col cartellino chiuso in mano . Il fanciullo dovrà pronunciare ad alta voce il nome di un giocattolo e presentare alla direttrice il biglietto per la verifica e tale biglietto diventa allora come una moneta , con la quale il giocattolo nominato si acquista . Il fanciullo , se pronuncia chiaramente la parola , indicando col dito l ' oggetto - - e la direttrice può controllarne la verità sul cartellino , - - prende il giocattolo e ne fa ciò che vuole per un tempo indeterminato . Finito il turno , la direttrice chiama il primo bambino e poi tutti gli altri , nello stesso ordine con cui presero il giocattolo , e fa estrarre a sorte un altro cartellino che il fanciullo deve leggere lì per lì e che porta il nome proprio di uno dei compagni che non sa ancora leggere e che perciò non ebbe il giocattolo : e poi , galantemente , deve offrire per cortesia all ' analfabeta compagno , il giuoco che egli possedé per diritto . L ' offerta deve essere fatta con mosse gentili , con grazia , accompagnandola con un saluto . Così si toglie ogni idea di casta e si ispira il sentimento che bisogna dare con bontà a quelli che per diritto non posseggono : e anche il sentimento che tutti , avendone merito o no , debbono ugualmente godere . Chi prende con diritto lesse una volta , chi dà lesse due volte , cioè fu doppiamente virtuoso : e questa duplice virtù è pure un duplice invito all ' analfabeta ad imitarlo e insieme l ' augurio che lo imiterà presto . Il giuoco della lettura andava a meraviglia : s ' immagini la contentezza che provavano quei bambini poveri , nell ' illusione di possedere così bei giocattoli , e certo nel reale godimento di giuocarvi a lungo . Ma quale non fu la mia meraviglia , quando i bambini , avendo imparato a capire i cartellini scritti , rifiutarono di prendere i giocattoli , e di perder tempo a giocare , e con una specie d ' insaziabile desiderio preferirono invece estrarre uno dopo l ' altro i cartellini , per leggerli tutti ! Io li guardai chiedendo l ' enigma della loro anima , che ci era rimasta sconosciuta ! e rimasi quasi meditando a contemplarli , mentre la scoperta che i fanciulli amano il sapere per istinto umano e non il giuoco vuoto di senso , mi colpiva di meraviglia e mi faceva pensare alla grande altezza dell ' anima umana ! Noi dunque riponemmo i giuocattoli e ci mettemmo a fabbricare centinaia di cartellini scritti : nomi di bambini , nomi di oggetti , nomi di città , nomi di colori e di qualità rese note dagli esercizî dei sensi . Li disponemmo in più scatole e lasciammo i bambini pescarvi liberamente . Io mi aspettavo almeno l ' incostanza di passare alternativamente dall ' una all ' altra scatola : ma no , ogni bambino finiva di vuotare la scatola che aveva sotto mano , e solo dopo passava ancora ad un ' altra , veramente insaziabile di lettura . Un giorno andai in terrazzo e trovai che vi avevano trasportato i tavolini e le seggioline , piantando addirittura la scuola all ' aperto . Alcuni piccoli giuocavano al sole , altri stavano seduti in circolo attorno ai tavoli carichi di lettere e di cartelloni smerigliati ; all ' ombra di un abbaino sedeva da un lato la direttrice , che aveva in mano una scatola da busti molto lunga e stretta , piena di cartellini ; e per tutta l ' estensione della lunghezza di quella scatola , stavano allineate manine che pescavano . Un gruppo di bambini leggeva aprendo e ripiegando i cartellini . « Non crederà , mi disse la direttrice , è più di un ' ora che sono qui , ed essi ancora non sono sazî ! » Facemmo l ' esperienza di portar su palle e bambole , ma senza risultato ; quelle futilità sparivano accanto alla gioia del sapere . Io , vedendo un risultato così sorprendente , pensavo già di provare a far leggere lo stampatello ; e proposi alla maestra di scrivere la parola medesima nella doppia scrittura in qualche cartellino . Ma i fanciulli mi prevennero : c ' era nell ' aula un calendario con molte parole scritte in carattere stampato , e alcune in carattere gotico : nella smania di leggere alcuni bambini si misero a guardare quel calendario e con mia indicibile sorpresa lessero lo stampato e il gotico ! Così non avemmo più che a presentare un libro : essi infatti vi leggevano le parole . Ma io non darei in principio nelle « Case dei Bambini » altro che un libro , ove sotto la figura di tutti gli oggetti che hanno visto , fosse stampato il nome . Le madri ricavarono subito profitto dai progressi dei bambini ; sorprendemmo infatti nella tasca di alcuni di essi , dei foglietti rozzamente scritti con note di spesa : pasta , pane , sale ecc . , alcuni dei nostri piccolini andavano a far la spesa con la nota ! I genitori poi ci raccontavano che i loro bambini non camminavano più spediti per la strada , perché si fermavano a leggere le insegne dei negozî . Educato con lo stesso metodo in casa privata un bambino , un piccolo marchese di quattro anni e mezzo , accadde questo fatto : il padre del bambino , deputato , riceveva molta corrispondenza ; egli sapeva che da due mesi il suo piccino aveva cominciato degli esercizî , che affrettavano l ' apprendimento della lettura e scrittura in un ' età precoce ; ma non ci aveva fatto gran caso , né prestata molta fede . Un giorno il marchese leggeva , e il bambino stava giuocando accanto a lui , quando entrò un servo e depose su un tavolo la corrispondenza voluminosa arrivata allora dalla posta . Il piccino rivolse a quella la sua attenzione , si mise a maneggiare le lettere e cominciò a leggere ad alta voce tutti gli indirizzi . Il marchese credé quasi a un prodigio . Si può domandare qual ' è il tempo medio occorrente per imparare a leggere : l ' esperienza ci dice che , partendo dal momento in cui il bambino scrive , il passaggio da tale studio inferiore del linguaggio grafico a quello superiore della lettura , è in media di quindici giorni . La sicurezza della lettura è però quasi sempre posteriore al perfezionamento della scrittura . Nella maggior parte dei casi il bambino scrive benissimo e legge mediocremente . Non tutti i bambini sono nella stessa età al medesimo punto : e poiché nessuno di essi è mai , non dico forzato , ma nemmeno invitato o comunque attratto a fare ciò che non vuol fare , avviene che alcuni bambini non essendosi presentati spontaneamente per chiedere di imparare , furono lasciati in pace e non sanno né scrivere né leggere . Se l ' antico metodo , che tiranneggia la volontà del fanciullo e ne soffoca la spontaneità , non crede di obbligarlo al linguaggio grafico prima dell ' età di sei anni , tanto meno lo crediamo noi ! Tuttavia non saprei decidere senza una più lunga esperienza , se debba essere in ogni caso l ' età del pieno sviluppo del linguaggio articolato , quella che conviene scegliere per provocare lo sviluppo del linguaggio grafico . In ogni modo la quasi totalità dei bambini normali , trattata coi nostri metodi , comincia a scrivere a quattro anni d ' età e a cinque anni sa leggere e scrivere almeno come i bambini che hanno finito la prima classe elementare : essi cioè potrebbero passare in seconda in un ' età che dista ancora di un anno dall ' odierna ammissione alla prima . Giuoco per la lettura delle frasi Appena alcuni visitatori si avvidero che i bambini leggevano i caratteri stampati , inviarono in dono splendidi libri illustrati , che formarono il primo ricco nucleo della nostra biblioteca . Sfogliando quei libri di semplici favole , capivo che i piccini non avrebbero potuto intenderle . Le maestre , tutte soddisfatte , vollero invece espormi un saggio , facendo leggere varii bambini , e dicendomi che la loro lettura era molto più spedita e perfetta di quella dei bambini che hanno finito la seconda elementare . Io però non mi lasciai sedurre e feci due prove : la prima fu di far raccontare quelle favole dalle maestre e di osservare quanti bambini vi si interessavano spontaneamente . Dopo poche parole i fanciulli distraevano la loro attenzione : la maestra aveva la proibizione di richiamare all ' ordine i distratti ; così a poco a poco nasceva nella scolaresca un rumore e un movimento dovuto al fatto che ciascuno tornava alle sue occupazioni consuete , senza più ascoltare . Evidentemente , i fanciulli che sembravano leggere con piacere quei libri , non ne gustavano il senso ; ma godevano del meccanismo acquisito , consistente nel tradurre i segni grafici nei suoni di una parola che essi riconoscevano . - - Infatti i bambini leggevano con assai minor costanza i libri , che i cartellini : poiché nei primi incontravano molte parole sconosciute . La mia seconda prova fu di far leggere il libro al bambino , senza dargli le spiegazioni che la maestra si affrettava ad accumulare intramezzandole di interrogazioni suggestive , così : « eh ? hai capito ? Che cosa hai letto ? che il bambino andava in carrozza , è vero ? no ? ma leggi bene , dunque , guarda , ecc . » . Davo dunque il libro a un fanciullo , mi mettevo vicino a lui in atto affettuosamente confidenziale , e gli chiedevo con la gravità semplice con cui avrei parlato a un ami co : « hai capito quello che hai letto ? » - - Il bambino mi rispondeva : « no » ; ma l ' espressione del suo viso sembrava chiedermi la spiegazione della mia domanda . Infatti l ' idea che dalla lettura di una serie di parole , possa trarsi la comunicazione di complessi pensieri altrui , i quali ci vengono con tale mezzo trasmessi , doveva essere pei miei bambini una delle più luminose conquiste dell ' avvenire , una nuova fonte di sorprese e di gioia . Il libro si rivolge al linguaggio logico , non al meccanismo del linguaggio : e perché possa essere compreso dal bambino , bisogna che il linguaggio logico si sia stabilito in lui . Tra il saper leggere le parole e il senso di un libro , può correre la stessa distanza che corre tra il saper pronunciare una parola e un discorso . Feci dunque sospendere la lettura dei libri e attesi . Un giorno mentre facevamo la conversazione , quattro bambini contemporaneamente si alzarono con espressioni di gioia e scrissero sulla lavagna delle frasi sul genere di questa : « quanto sono contenta che il giardino è fiorito » . Fu una grande e commovente sorpresa per noi : essi erano giunti spontaneamente alla composizione , come spontaneamente avevano scritto la prima parola . Il meccanismo era il medesimo - - e il fenomeno si svolgeva logicamente : il linguaggio logico articolato provocava un bel giorno l ' esplosione di quello scritto . Io compresi che era giunto il momento di procedere alla lettura di frasi : e ricorsi allo stesso mezzo , cioè allo scritto sulla lavagna . « Mi volete bene ? » - - I bambini leggevano lentamente a voce alta , tacevano un momento come meditando e poi gridavano ad altissima voce : « sì sì ! » Io continuavo a scrivere « allora fate silenzio e state tutti composti » ; essi leggevano quasi tutti gridando e appena finita la lettura , un silenzio solenne si stabiliva , interrotto solo da qualche rumore di sedie pei movimenti che i bambini facevano per mettersi composti . Così cominciò tra me e loro una comunicazione a mezzo del linguaggio scritto - - che riusciva pei bambini interessantissima - - ; essi a poco a poco scoprivano la gran qualità della scrittura , che trasmette il pensiero : quando cominciavo a scrivere , fremevano nell ' attesa di conoscere quale era la mia intenzione e d ' intenderla , senza che io pronunciassi una sola parola . Infatti il linguaggio grafico non vuole parole . - - Tutta la sua grandezza , s ' intende soltanto allorché lo si isola completamente dal linguaggio parlato . Proprio in questi ultimi giorni , mentre il presente libro era in corso di stampa , siamo giunti nelle « Case dei Bambini » agli alti godimenti della lettura , col giuoco seguente : Io scrissi , sopra alcuni fogli di carta , lunghe frasi , descriventi azioni che i bambini avrebbero dovuto compiere , p . es . : « Chiudi gli scuri delle finestre e va ad aprire la porta d ' ingresso ; poi aspetta un momento e rimetti le cose come prima » . - - « Prega gentilmente otto dei tuoi compagni d ' uscire dal posto , e di mettersi in fila a due per due in mezzo alla stanza : poi falli marciare avanti e indietro in punta di piedi , pianissimo , senza fare alcun rumore » . - - « Chiedi per favore a tre dei tuoi compagni più grandi che cantano meglio , di venire in mezzo alla stanza - - mettili schierati in una fila - - e canta con essi una bella canzone di tua scelta » , ecc . ecc . I bambini , appena avevo finito di scrivere , mi strappavano quasi di mano i cartellini per leggerli , - - mentre li ponevano ad asciugare sui loro tavolini ; essi leggevano spontaneamente , con grande intensità di attenzione , nel più profondo silenzio . Io chiesi loro : « capite ? » - - « sì sì » - - « Allora fate » e con ammirazione vidi i bambini rapidamente scegliere ciascuno un ' azione ed eseguirla puntualmente ; una grande attività , una movimentazione di nuovo genere nacque allora nella sala : chi chiudeva gli scuri e li riapriva ; chi faceva correre i proprî compagni , chi li faceva cantare , chi andava a scrivere , chi a prendere oggetti nella credenza . La sorpresa , la curiosità , provocò un silenzio generale , e lo spettacolo si svolse tra la più intensa commozione . Sembrava che una forza magica fosse partita da me , stimolando un ' attività prima sconosciuta : quella magia era il linguaggio grafico , la più grande conquista della civiltà . Come i fanciulli ne compresero l ' importanza ! alla mia uscita , mi vennero intorno con manifestazioni di riconoscenza e d ' amore , dicendomi « grazie ! grazie ! della lezione » . Essi avevano fatto un gran passo : erano saliti dal meccanismo , allo spirito della lettura . Oggi questo , che è il preferito tra tutti i giuochi , si svolge così : viene prima stabilito il silenzio profondo ; quindi è presentata una scatola contenente dei cartellini ripiegati , ove è scritta una lunga frase descrivente un ' azione . Tutti i bambini che sanno leggere , vengono a estrarre a sorte un cartellino : leggono mentalmente una o più volte , finché sono sicuri di aver compreso bene - - quindi restituiscono alla direttrice il cartellino aperto - - e si mettono all ' azione . Poiché molte di queste implicano l ' intervento di altri compagni che non sanno leggere , e molte conducono a utilizzare gli oggetti o a spostarli , nasce un movimento generale - - che si svolge con un ordine meraviglioso ; mentre l ' alto silenzio va interrompendosi solo per lo scalpicciare sommesso dei piedini che corrono leggermente e per le voci che intonano dei canti ; inaspettata rivelazione di una disciplina spontanea , perfetta . L ' esperienza ci ha dimostrato che la composizione deve precedere la lettura logica , come la scrittura precede la lettura delle parole . E che la lettura donde occorre ricavare un senso , deve essere mentale e non vocale . Infatti la lettura ad alta voce implica l ' esercizio dei due meccanismi del linguaggio : - - articolato e grafico - - e ren de quindi più complesso il lavoro . Chi non sa che un adulto , il quale debba leggere forte un brano , in pubblico , vi si prepara cominciando col comprenderlo alla lettura mentale ? e che la lettura ad alta voce è tra le azioni intellettuali più difficili ? I bambini , dunque , che principiano a leggere onde interpretare il pensiero , devono leggere mentalmente . Il linguaggio grafico , quando salisce al pensiero logico , deve isolarsi da quello articolato . Infatti esso rappresenta il linguaggio che trasmette il pensiero a distanza , mentre i sensi e i meccanismi muscolari tacciono : linguaggio spiritualizzato , che mette in comunicazione gli uomini di tutta la terra . L ' educazione avendo raggiunto un tale livello nelle « Case dei Bambini » , per logica conseguenza tutto l ' ordine della scuola elementare dovrebbe essere mutato . Come riformare le prime classi elementari , continuando eventualmente in esse i nostri metodi , ecco una gran questione che non è qui il caso di esaminare ; basti però dire che la prima elementare sarebbe completamente abolita dalla nostra educazione infantile , che la include . Le elementari di un tempo avvenire dovrebbero dunque accogliere bambini come i nostri , che sanno già bastare a se stessi , sanno vestirsi , spogliarsi , lavarsi , conoscono le regole della buona condotta civile , e sono sovranamente disciplinati pur essendosi o , anzi credo poterlo affermare , per essersi svolti nella libertà . I quali , oltre a un linguaggio articolato sviluppato completamente e senza difetti , posseggono pure il linguaggio grafico elementare , che principiò ad innalzarsi verso il linguaggio logico . Che parlano pronunciando bene , e scrivono in calligrafia , e sono pieni di grazia nelle movenze , cioè rappresentano una umanità cresciuta nel culto della bellezza . Infanzia di una umanità conquistatrice : poiché essi sono osservatori intelligenti e pazienti dell ' ambiente e portano come forma di libertà intellettuale , il ragionamento spontaneo . Per simili bambini dovrebbe fondarsi una scuola elementare degna di accoglierli e di guidarli nell ' ulteriore cammino della vita e della civiltà , sugli stessi principî educativi di rispetto alla libertà e alle manifestazioni spontanee del fanciullo : principî che formarono la personalità di questi piccoli uomini . ( Scrittura di una bambina di cinque anni ) IL LINGUAGGIO NEL FANCIULLO Il linguaggio grafico , comprendendo in sé la dettatura e la lettura contiene il linguaggio articolato nel suo completo meccanismo , ( vie uditive , vie centrali , vie motrici ) ; e , nel modo di sviluppo provocato col mio metodo , si basa essenzialmente sul linguaggio articolato . Il linguaggio grafico perciò si può considerare sotto un duplice punto di vista : a ) quello della conquista di un nuovo linguaggio d ' eminente importanza sociale , che si somma al linguaggio articolato dell ' uomo naturale ; e questo è il significato culturale , che comunemente si dà al linguaggio grafico , il quale perciò viene insegnato nelle scuole senza alcuna considerazione ai suoi rapporti col linguaggio parlato ma col solo intento di offrire all ' uomo sociale un mezzo necessario nei rapporti con l ' ambiente ; b ) quello invece dei rapporti tra il linguaggio grafico e il linguaggio articolato e in essi di una eventuale possibilità di utilizzare il linguaggio scritto a perfezionare quello parlato : considerazione nuova sulla quale voglio insistere , e che dà al linguaggio grafico una importanza fisiologica . Inoltre , come il linguaggio parlato è insieme una funzione naturale dell ' uomo e un mezzo ch ' egli utilizza a scopi sociali , - - così quello scritto può venire considerato in se stesso , nella sua formazione , come un insieme organico di nuovi meccanismi che si stabiliscono nel sistema nervoso , e come mezzo utilizzabile a scopi sociali . Infine si tratta di dare al linguaggio scritto , oltre che una importanza fisiologica , anche un periodo di sviluppo indipendente dagli alti uffici , che è destinato a compiere più tardi . Io credo che il linguaggio grafico sia irto di difficoltà nei suoi inizî , non solo perché si è fino ad oggi insegnato con metodi irrazionali : ma perché abbiamo voluto fargli compiere , appena acquisito , le funzioni elevate di insegnare la lingua scritta , fissata da secoli di perfezionamento in un popolo civile . Pensiamo alla irrazionalità del metodo : noi avevamo analizzato i segni grafici , anziché gli atti fisiologici necessarî a produrre i segni alfabetici ; senza pensare che qualunque segno grafico è difficile a compiere , perché le rappresentazioni visive dei segni , non hanno un collegamento ereditario con quelle motrici della loro esecuzione , come p . es . lo hanno quelle uditive della parola coi meccanismi motori del linguaggio articolato ; ed è quindi sempre una difficoltà provocare un ' azione eccitomotrice , senza che sia già costituito al suo arrivo , il movimento . L ' idea non può direttamente agire sui nervi motori , tanto più quando l ' idea stessa è incompleta e incapace di suscitare un sentimento che ecciti la volontà . Così p . es . l ' analisi fatta della scrittura in bastoncelli e curve , ha condotto a presentare al fanciullo un segno senza significato , che quindi non lo interessa e la cui rappresentazione è incapace di determinare un impulso motore spontaneo . L ' atto preteso costituiva dunque uno sforzo della volontà , che si traduceva nel fanciullo in rapida stanchezza , sotto forma di noia e di sofferenza . A tale sforzo veniva aggiunto quello di costituire contemporaneamente le associazioni muscolari , coordinanti il movimento necessario alla tenuta e al maneggio dell ' istrumento di scrittura . Un insieme di sentimenti depressivi accompagnava tali sforzi conducenti a produrre segni imperfetti ed errati , che i maestri dovevano correggere , deprimendo ancor più il sentimento del bambino col rilievo costante dell ' er rore e dell ' imperfezione dei segni tracciati . Così mentre il bambino veniva spinto ad esercitare uno sforzo , l ' educatore deprimeva anziché ravvivare le sue forze psichiche . Sebbene si eseguisse un cammino così sbagliato , tuttavia il linguaggio grafico , tanto penosamente appreso , doveva subito essere utilizzato a scopi sociali ; e , ancora imperfetto e immaturo , si faceva servire alla costruzione sintattica della lingua , e all ' espressione ideale dei centri psichici superiori . Si pensi che in natura il linguaggio parlato si forma gradualmente ; ed è già stabilito in parole quando i centri psichici superiori utilizzeranno queste parole in ciò che il Kussmaul chiama dictorium , cioè la formazione grammaticale sintattica del linguaggio , necessaria all ' espressione di idee complesse ; cioè nel linguaggio della mente logica . Infine il meccanismo del linguaggio deve preesistere alle alte attività psichiche che dovranno utilizzarlo . Ci sono perciò due periodi nello sviluppo del linguaggio : uno inferiore che prepara le vie nervose e i meccanismi centrali che dovranno mettere in rapporto le vie sensoriali con quelle motrici ; e uno superiore , determinato dalle alte attività psichiche , che si esteriorizzano a mezzo dei preformati meccanismi del linguaggio . Così p . es . nello schema che dà Kussmaul sul meccanismo del linguaggio articolato , bisogna innanzi tutto distinguere una specie di arco diastaltico cerebrale - - rappresentante il puro meccanismo della parola - - che si stabilisce nella prima formazione del linguaggio parlato . Sia in O l ' orecchio e in L l ' insieme degli organi motori della parola , qui raffigurato nella lingua , in U il centro uditivo della parola , e in M il centro motore . Le vie OU ed ML sono vie periferiche , centripeta la prima e centrifuga l ' altra ; e la via UM è via intercentrale di associazione . Il centro U , ove risiedono le immagini uditive delle parole , si può ancora suddividere in tre , come nel seguente schema , cioè : suoni ( Su ) , sillabe ( Si ) e parole ( P ) . E che realmente possano formarsi centri parziali pei suoni e le sillabe , lo starebbe a confermare la patologia del linguaggio , ove in alcune forme di disfasie centrosensoriali , i pazienti non possono più pronunciare altro che suoni , ovvero suoni e sillabe . Anche i piccoli bambini sono in principio particolarmente sensibili a semplici suoni del linguaggio , coi quali infatti , specialmente con la s , le madri li vezzeggiano e richiamano la loro attenzione , mentre più tardi il bambino è sensibile alle sillabe , con le quali pure la madre li vezzeggia , dicendo : ba , ba , punf , tuf ! Infine è la parola semplice per lo più bisillabica , che richiama l ' attenzione del bambino . Ma anche pei centri motori può ripetersi la stessa cosa ; il bambino manda in principio suoni semplici o duplici , come p . es . bl , gl , ch , espressione che la madre saluta con teneri inviti e con festa ; poi cominciano a manifestarsi nel bambino suoni nettamente sillabici : ga , ba ; e , infine la parola bisillabica per lo più labiale mama , baba . Noi diciamo che si inizia il linguaggio parlato nel bambino , allorché la parola da lui pronunciata , significa una idea : quando per esempio , vedendo la madre e riconoscendola , dice mama ; e vedendo il cane dice tetè ; e volendo mangiare dice : pappa . Cioè riteniamo iniziato il linguaggio , quando esso si stabilisce in rapporto a percezioni ; mentre il linguaggio stesso è ancora , nel suo meccanismo psico ­ motore , affatto rudimentale . Cioè quando al disopra dell ' arco diastaltico , ove la formazione meccanica dei linguaggio è ancora inconscia - - avviene il riconoscimento della parola , così che essa è percepita e associata all ' oggetto che rappresenta , allora si ritiene iniziato il linguaggio . In questo livello si va poi perfezionando il linguaggio stesso , a mano a mano che l ' udito percepisce meglio i suoni componenti delle parole , e le vie psico ­ motrici si fanno più permeabili all ' articolazione . È questo il primo stadio del linguaggio parlato , che ha il proprio inizio e il proprio svolgimento - - conducente , a traverso le percezioni , a perfezionare il meccanismo pri mordiale del linguaggio stesso : e in questo stadio viene appunto a stabilirsi ciò che noi chiamiamo linguaggio articolato che sarà poi il mezzo di cui disporrà l ' uomo per esprimere i proprî pensieri - - e che l ' uomo potrà ben difficilmente perfezionare o correggere , allorquando si sarà stabilito : infatti talvolta l ' alta coltura si accompagna a un linguaggio articolato imperfetto , che impedisce l ' espressione estetica del proprio pensiero . Lo sviluppo del linguaggio articolato avviene nel periodo di tempo , che decorre tra due e sette anni d ' età : età delle percezioni , in cui l ' attenzione del bambino è spontaneamente rivolta agli oggetti esterni , e la memoria è particolarmente tenace . Età pure della motilità - - ove tutte le vie psico ­ motrici si fanno permeabili ; e i meccanismi muscolari si stabiliscono . In questa epoca della vita , pei misteriosi legami tra le vie uditrici e le motrici del linguaggio parlato , sembra che le percezioni uditive abbiano il diretto potere di provocare i complicati movimenti del linguaggio articolato , che si svolgono istintivamente dietro tali stimoli , come risvegliandosi dal sonno dell ' eredità . È ben noto che solo in questa età è possibile acquistare tutte le caratteristiche modulazioni di un linguaggio , che invano si tenterebbe di stabilire più tardi . La lingua materna sola è pronunciata bene , perché si stabilì nell ' epoca infantile ; e l ' adulto che impara a parlare una nuova lingua , deve portarvi le imperfezioni caratteristiche al linguaggio dello straniero : solo i bambini che nell ' età infantile , cioè al disotto di sette anni , apprendono contemporaneamente più lingue , possono percepirne e riprodurne tutte le caratteristiche modalità di accento e di pronuncia . Così pure i difetti acquisiti nell ' età infantile , come quelli dialettali , o quelli stabiliti da cattive abitudini , diventano indelebili nell ' adulto . Ciò che si sviluppa più tardi , il linguaggio superiore , il dictorium , non ha più le sue origini nel meccanismo del linguaggio , ma nello sviluppo intellettuale , che del linguaggio meccanico si serve . Come il linguaggio articolato si sviluppa esercitandone i meccanismi e si arricchisce con le percezioni , il dictorium si sviluppa con la sintassi e si arricchisce con la coltura intellettuale . Riprendendo lo schema del linguaggio , vediamo che al disopra dell ' arco delimitante il linguaggio inferiore , si è stabilito il dictorium , D - - dal quale oramai partono gl ' impulsi motori della parola che si stabilisce come lingua parlata , atta a manifestare l ' ideazione dell ' uomo intelligente ; essa si arricchirà a poco a poco con la coltura intellettuale , e si perfezionerà con lo studio grammaticale della sintassi . Fino ad ora , in base ad un preconcetto , si è creduto che il linguaggio scritto dovesse intervenire solo nello sviluppo del dictorium , come mezzo atto a procacciare la coltura , e a permettere l ' analisi grammaticale e la costruzione della lingua . Poiché le « parole parlate volano » si ammise che la coltura intellettuale potesse avanzare solo con l ' aiuto di un linguaggio stabile , oggettivo , e capace di essere analizzato , come è quello grafico . Ma perché noi , che riconoscevamo il linguaggio grafico prezioso anzi indispensabile mezzo di educazione intellettuale , per la ragione che fissa le idee degli uomini e permette di analizzarle e di assimilarle sui libri , ove rimangono indelebilmente scritte - - come una memoria incancellabile , di parole perciò sempre presenti , e sulle quali possiamo analizzare la struttura sintattica della lingua : - - non lo riconosceremo utile nel più umile compi to , di fissare le parole che rappresentano percezioni e di analizzarne i suoni componenti ? Spinti da un pregiudizio pedagogico , noi non sappiamo scindere l ' idea del linguaggio grafico , da quella della funzione che fino ad oggi gli abbiamo fatto esclusivamente compiere : e ci sembra che insegnando tale linguaggio ai bambini ancora nell ' età delle semplici percezioni e della motilità , si commetta un grave errore psicologico e pedagogico . Ma spogliamoci da questo pregiudizio , e consideriamo il linguaggio grafico in se stesso , ricostruendone il meccanismo psico ­ fisiologico . Esso è ben più semplice del meccanismo psico ­ fisiologico del linguaggio articolato , e assai più direttamente accessibile all ' educazione . Specialmente la scrittura è di una facilità singolare . Infatti consideriamo la scrittura dettata : abbiamo un parallelo perfetto con il linguaggio parlato , poiché alla parola udita , deve corrispondere un ' azione motrice . Qui non esiste , è vero , il misterioso rapporto ereditario tra la parola udita e la parola articolata : ma i movimenti della scrittura sono assai più semplici di quelli necessarî alla parola parlata , e vengono compiuti da muscoli grossolani , tutti esterni , sui quali possiamo direttamente agire , rendendo permeabili le vie motrici , e stabilendo dei meccanismi psico ­ muscolari . Così infatti si fa col mio metodo , che prepara direttamente i movimenti ; onde l ' impulso psicomotore della parola udita trova le vie motrici già stabilite , e si esplica nell ' atto della scrittura come una esplosione . La difficoltà vera è nell ' interpretazione del segno grafico : ma dobbiamo pensare che ci troviamo nell ' età delle percezioni , ove le sensazioni e la memoria , come le associazioni primitive , sono appunto in caratteristica espansione di sviluppo naturale . Inoltre i nostri bambini sono già preparati da varî esercizi dei sensi , e da metodica costruzione di idee e di associazioni psichiche , a percepire i segni grafici ; come un patrimonio di idee percettive , offre materiale al linguaggio in via di sviluppo . Il bambino che riconosce il triangolo e lo chiama triangolo , può riconoscere una esse e denominarla col suono S . Questo è ovvio . Non parliamo di precocità d ' insegnamento : spogliandoci dei pregiudizi , rimettiamoci all ' esperienza , che dimostra come infatti i bambini procedono senza sforzo , anzi con manifestazioni evidenti di piacere al riconoscimento dei segni grafici presentati come oggetti . E ciò premesso , consideriamo i rapporti tra i meccanismi dei due linguaggi . Il bambino di tre o quattro anni , ha già da tempo iniziato il linguaggio articolato , secondo il nostro schema . Ma egli si trova appunto nel periodo in cui il meccanismo del linguaggio articolato si perfeziona ; periodo contemporaneo a quello in cui egli conquista un contenuto del linguaggio , col patrimonio delle percezioni . Le parole che pronuncia , il bambino non le ha forse udite perfettamente in tutti i loro suoni componenti ; e , se le ha udite perfettamente esse possono essere state pronunciate male , quindi possono aver lasciato una erronea percezione uditiva . Sarebbe bene che il bambino , esercitando le vie motrici del linguaggio articolato , stabilisse esattamente i movimenti necessarî ad una articolazione perfetta prima che , fissatisi dei meccanismi errati - - e passata l ' età dei facili adattamenti motori - - divengano incorreggibili i difetti . A tal uopo è necessaria l ' analisi della parola . Come noi , volendo perfezionare la lingua , prima avviamo i fan ciulli alla composizione e poi passiamo allo studio grammaticale ; e volendo perfezionare lo stile prima insegniamo a scrivere grammaticalmente , e poi veniamo all ' analisi della stilistica - - così volendo perfezionare la parola è prima necessario che la parola esista - - e poi è opportuno discendere alla sua analisi . Quando dunque il bambino parla - - prima però che sia completato lo sviluppo della parola che la rende fissa in meccanismi già stabiliti - - conviene analizzare la parola onde perfezionarla . Ebbene , come la grammatica e la stilistica non sono possibili col linguaggio parlato , ma è necessario ricorrere a quello scritto , che tiene presente innanzi agli occhi il discorso da analizzare , così è della parola . L ' analisi di ciò che fugge non può farsi . Bisogna materiare e rendere stabile il linguaggio . Ecco la necessità della parola scritta , o rappresentata da segni grafici . Nel terzo tempo del mio metodo per la scrittura , cioè la composizione della parola , è inclusa appunto l ' analisi della parola non solo nei segni , ma nei suoi componenti ; i segni rappresentandone la traduzione . Il bambino cioè scompone la parola udita , - - e che egli percepisce interamente come parola , conoscendone pure il significato - - nei suoni e sillabe . Si osservi il seguente diagramma , che rappresenta l ' intreccio dei due meccanismi per la scrittura e pel linguaggio articolato . Mentre nello sviluppo del linguaggio parlato il suono componente la parola poteva essere imperfettamente percepito - - ora , nell ' insegnamento del segno grafico corrispondente al suono - - e che consiste nel presentare una lettera smerigliata , nominarla spiccatamente e farla vedere e toccare - - non solo si fissa chiaramente la percezione del suono udito , isolatamente e in modo chiaro - - ma tale percezione viene associata ad altre due : quella centro ­ motrice e quella centrovisiva del segno scritto . Le vie periferiche sono segnate in grosso ; le vie centrali di associazione sono punteggiate ; e quelle riferentesi ad associazioni in rapporto allo sviluppo della parola udita , sono in fino . O orecchio : Su centro uditivo dei suoni ; Si centro uditivo delle sillabe ; P centro uditivo della parola ; M contro motore della parola articolata ; L organi esterni del linguaggio articolato ( lingua ) ; Ma organi esterni della scrittura ( mano ) ; CM centro motore della scrittura ; CV centro visivo dei segni grafici ; V organo della vista Il triangolo CV , CM , Su rappresenta l ' associazione di tre sensazioni in rapporto con l ' analisi della parola . Quando al bambino si presenta la lettera , e si fa toccare e vedere , mentre si nomina agiscono le vie centripete O , Su ; Ma , CM , Su ; V , CV , Su : e quando si fa nomina ­ re la lettera al bambino , sola o accompagnata da vocale , lo stimolo esterno agisce in V e percorre le vie V , CV ; Su ; M ; L ; e l ' altra V , CV , Su , Si , M , L . Stabilitesi queste vie di associazione , presentando stimoli visivi nel segno grafico , possono provocarsi i movi menti corrispondenti del linguaggio articolato , e studiarli ad uno ad uno nei loro difetti ; mentre , mantenendo lo stimolo visivo del segno grafico , che provoca l ' articolazione e accompagnandolo con quello uditivo del suono corrispondente emesso dall ' educatore , si può perfezionarne l ' articolazione , che è , per condizioni innate , collegata alla parola udita ; cioè nel corso della pronuncia provocata dallo stimolo visivo , e durante la ripetizione dei movimenti relativi degli organi del linguaggio , lo stimolo uditivo che si intercala nell ' esercizio , concorre a perfezionare la pronuncia dei suoni isolati o sillabici , componenti la parola parlata . Allorché poi il bambino scrive sotto dettato , traducendo in segni i suoni della parola , egli analizza la parola udita nei singoli suoni , traducendoli in movimenti grafici a traverso vie già rese permeabili dalle corrispondenti sensazioni muscolari . Difetti del linguaggio dovuti a mancanza di educazione I difetti e le imperfezioni del linguaggio sono in parte dovuti a cause organiche , consistenti in malformazioni o in alterazioni patologiche del sistema nervoso ; ma in parte sono collegati a difetti funzionali acquisiti nell ' epoca della formazione del linguaggio , e consistono in una errata pronuncia dei suoni componenti la parola parlata . Tali errori sono acquisiti dal bambino , che sente pronunciare la parola imperfettamente : ossia che sente a parlare male . Gli accenti dialettali entrano in questa categoria : ma anche vi entrano abitudini viziose , che fanno persistere nel bambino i difetti naturali del linguaggio articolato infantile ; o che provocano in lui , per imitazione , i difetti del linguaggio proprii di persone che lo circondarono nell ' età infantile . I difetti normali del linguaggio infantile , sono dovuti a che i complicati apparecchi muscolari degli organi del linguaggio articolato , non funzionano ancora bene , quindi non sono capaci di riprodurre il suono , che fu stimolo sensoriale di tale movimento innato . L ' associazione dei movimenti necessarî all ' articolazione della parola parlata , si stabilisce a poco a poco . Ne risulta un linguaggio di parole a suoni imperfetti e spesso mancanti ( quindi parole incomplete ) . Tali difetti si raggruppano sotto il nome di blesità e sono sopratutto dovuti a che il bambino non è ancora capace di dirigere i movimenti della lingua . Essi comprendono principalmente : il sigmatismo o imperfetta pronuncia della s : il rotacismo o imperfetta pronuncia della r ; il labdacismo o difettosa pronuncia della l ; il gammacismo o difettosa pronuncia del g ; lo jotacismo difettosa pronuncia delle gutturali ; la mogilalia imperfetta pronuncia delle labiali , e , secondo alcuni autori , come il Preyer , deve considerarsi mogilalia anche la soppressione del primo suono della parola . Alcuni difetti di pronuncia riguardanti così l ' emissione dei suoni vocali , come di quelli consonanti , sono dovuti a che il bambino riproduce perfettamente suoni imperfetti uditi . Nel primo caso , quindi , si tratta di insufficienze funzionali dell ' organo motore periferico e quindi delle vie nervose , e la causa risiede nell ' individuo ; nel secondo caso invece l ' errore è provocato dallo stimolo uditivo e la causa risiede nell ' ambiente . Tali difetti persistono spesso , comunque attenuati , nel ragazzo e nell ' adulto : e producono definitivamente un linguaggio errato , al quale poi saranno congiunti , nella scrittura , errori ortografici , come p . es . gli errori ortografici dialettali . Se si pensa al fascino della parola umana , indubbiamente risalta l ' inferiorità di chi non possiede un corretto linguaggio parlato e non potrà immaginarsi un concetto estetico nell ' educazione , senza che speciali cure debbano essere rivolte a perfezionare il linguaggio articolato . Benché i greci avessero trasmesso a Roma l ' arte di educare il linguaggio , tale uso non venne ripreso dall ' Umanesimo , che curò più l ' estetica dell ' ambiente e la reviviscenza di opere artistiche , anziché il perfezionamento dell ' uomo . Oggi comincia appena a introdursi l ' uso di correggere , con metodi pedagogici , i difetti gravi del linguaggio , come la balbuzie ; ma ancora non è penetrata nella nostra scuola l ' idea della ginnastica del linguaggio tendente al suo perfezionamento , come metodo universale ; e come dettaglio della grande opera del perfezionamento estetico dell ' uomo . Alcuni maestri di sordomuti e intelligenti cultori di ortofonia , tentano oggi , con iscarso successo pratico , d ' introdurre nelle scuole elementari la correzione delle varie forme di blesità : dietro studi statistici , che dimostrarono la gran diffusione di tali difetti negli scolari . Gli esercizî consistono essenzialmente in cure di silenzio , che mettono in calma e procurano il riposo agli organi del linguaggio ; e in ripetizioni pazienti dei singoli suoni vocali e consonanti : a tali esercizi si unisce ancora la ginnastica respiratoria . Non è qui il luogo di descrivere particolareggiatamente le modalità di tali esercizî , che sono lunghi e pazientissimi , e affatto discordanti con gli insegnamenti della scuola . Ma nei miei metodi rientrano tutti gli esercizi per la correzione del linguaggio : a ) gli esercizi del silenzio , che preparano le vie nervose del linguaggio a ricevere perfettamente nuovi stimoli ; b ) i tempi delle lezioni , che consistono prima nella pronuncia spiccata e chiara , da parte dell ' educatrice , di poche parole ( e specialmente dei nomi che vogliono associarsi all ' idea concreta ) , e con ciò s ' inviano stimoli uditivi del linguaggio chiari , perfetti ; stimoli che sono ripetuti dall ' educatrice , allorché il bambino ha perce pito l ' idea dell ' oggetto che la parola rappresenta ( riconoscimento dell ' oggetto ) , all ' enunciazione del nome ; infine nella provocazione del linguaggio articolato da parte del bambino , il quale deve ripetere quella sola parola ad alta voce e pronunciandone i singoli suoni ; c ) gli esercizî del linguaggio grafico , che analizzano i suoni della parola e li fanno singolarmente ripetere in più modi : cioè quando il bambino impara le singole lettere dell ' alfabeto , e quando compone o scrive parole , ripetendone i suoni , che singolarmente traduce nella parola composta o scritta ; d ) gli esercizi ginnastici , che comprendono , come vedemmo , così gli esercizi respiratori come quelli dell ' articolazio ­ ne ( pag . 106 ) . Io credo che nelle scuole avvenire scomparirà il concetto che sta per nascere oggi , di « correggere nelle scuole elementari » i difetti del linguaggio ; e sarà sostituito dall ' altro più razionale , di evitarli , curando lo sviluppo del linguaggio nelle « Case dei Bambini » ; cioè nell ' età stessa in cui il linguaggio si stabilisce nei fanciulli . INSEGNAMENTO DELLA NUMERAZIONE E AVVIAMENTO ALL ' ARITMETICA Già i bambini di tre anni sanno contare fino a due e tre , quando si presentano alla scuola . Eppoi apprendono molto facilmente la numerazione , che consiste nel contare gli oggetti . Mille mezzi diversi servono all ' uopo e la vita pratica stessa li presenta , allorché nel linguaggio comune si dice : « al grembiale mancano due bottoni » - - « occorrono altri tre piatti » ecc . Uno dei primi mezzi che io pratico per la numerazione è quello della moneta : mi procuro monete nuove - - e se potessi , ne farei fabbricare moltissime in cartone ricoperte in guisa che simulassero il rame e l ' argento - - e riproducessero in tutto : dimensioni e istoriazioni , le monete in uso . A Londra c ' è una fabbricazione di simili monete , che si adoperano nelle classi aggiunte pei fanciulli deficienti . Il cambio della moneta è la prima forma di numerazione abbastanza attraente , per richiamare in modo vivo l ' attenzione del bambino . Presento pezzi da uno , da due e da quattro soldi ; e con tal mezzo faccio in breve apprendere la numerazione fino a dieci . Nessun insegnamento è più pratico , che quello tendente a far conoscere le monete in corso ; e nessun esercizio più utile , che quello del cambio della moneta . Inoltre esso ha tali rapporti con la vita pratica , che interessa in sommo grado tutti i fanciulli . Dopo aver insegnato in modo empirico la numerazione , passo a esercizî metodici , avendo come materiale didattico uno dei sistemi , già usato nell ' educazione dei sensi - - cioè la serie delle dieci aste per le lunghezze - - la più corta delle quali corrisponde a un decimetro e la più lunga a un metro , mentre le aste da due a dieci decimetri so no suddivise nei decimetri componenti , a mezzo di due colori alternantisi : rosso e turchino . Un giorno che i bambini hanno collocato le aste giustapponendole in ordine di lunghezza , si fanno contare i segni rosso e turchino , cominciando dal pezzo più piccolo , cioè : uno ; uno e due ; uno due e tre ; ecc . sempre ricominciando dall ' uno per ogni pezzo , a partire dal lato A . In seguito si fanno nominare le singole aste dalla più corta alla più lunga , secondo il numero totale di pezzi che contiene - - toccandone col dito gli estremi dal lato B , che vanno crescendo a scala - - e ne risulta la stessa numerazione del pezzo più lungo : 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 , 8 , 9 , 10 . Volendo poi conoscere la quantità delle aste , si contano dal lato A e risulta la stessa numerazione : 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 , 8 , 9 , 10 . Questa corrispondenza del 10 dai tre lati , si fa verificare dal bambino , che ripete più volte l ' esercizio anche spontaneamente , poiché lo interessa . Oramai agli esercizî sensoriali di riconoscimento dei pezzi più lunghi , più corti , si uniranno quelli della nu merazione : gettati in terra , o mescolati sopra un tavolo i pezzi , la direttrice ne sceglie uno e , oltre a farlo semplicemente vedere al bambino , ne fa contare i segmenti : es . cinque . Quindi chiede al bambino : dammi quello subito più lungo ; il bambino sceglie a occhio e la direttrice fa verificare se il bambino ha indovinato , anziché confrontando le lunghezze , contando i pezzi . Tali esercizî possono ripetersi a lungo ; ed essi attribuiscono poi un nome proprio a tutti i pezzi della scala , che si chiameranno d ' ora innanzi il pezzo da uno ; il pezzo da due ; il pezzo da tre ; il pezzo da quattro , ecc . ; e infine , per brevità di linguaggio , finiranno col chiamarsi maneggiandoli : l ' uno , il due , il tre , il quattro , ecc . I numeri nel segno grafico che li rappresenta A questo punto , se il bambino sa già scrivere , si presentano le cifre sui cartoncini smerigliati , con lo stesso metodo con cui si presentano tutti gli oggetti , cioè nei tre tempi ben noti : « questo è uno » ! « questo è due » ! « dàmmi uno » « dàmmi due » ! - - che numero è questo » ? - - I numeri si fanno toccare analogamente alle lettere . Esercizi sui numeri : associazione del segno grafico alla quantità Ho fatto costruire due casellarî per numeri : essi consistono in una tavoletta orizzontale divisa in cinque parti , da piccole cornici rilevate - - ed entro ogni cornice possono deporvisi degli oggetti : e da una tavoletta verticale , unita ad angolo retto alla prima , pure divisa in cinque parti da linee verticali semplicemente disegnate - - ; dentro ogni spazio sta una cifra . Nel primo casellario le cifre sono 0 , 1 , 2 , 3 , 4; e nel secondo : 5 , 6 , 7 , 8 , 9 . L ' esercizio è ovvio : si tratta di deporre entro il quadro del piano orizzontale , un numero di oggetti corrispondente alla cifra disegnata sul piano verticale . Si dànno al bambino piccoli oggetti diversi per rendere vario l ' esercizio : io uso dei piccoli fusi che faccio appositamente fabbricare ; i cubetti di Froëbel ; e i dischi che si usano nel giuoco della dama . Posto un gruppo di tali oggetti accanto al bambino , egli deve collocarli a posto ; cioè mettere per es . un disco in corrispondenza dell'1; due dischi in corrispondenza del 2 , ecc . Quando ha creduto di finire , e bene , chiama la direttrice perché verifichi . Le lezioni sullo zero Attendiamo che il bambino ci domandi segnando la casella dello zero : « e qui cosa bisogna metterci » ? per rispondere : « nulla ; zero è nulla » . Ma ciò non basta - - occorre far sentire che cosa è il nulla . - - Per questo usiamo degli esercizî che divertono immensamente i bambini . Io mi metto in mezzo a loro , che stanno seduti sulle loro seggioline ; mi rivolgo ad uno che ha già fatto l ' esercizio dei numeri e gli dico : - - « Vieni , caro ; vieni da me zero volte , » . Il bambino quasi sempre corre da me e poi torna al posto : « Ma , figlio mio , tu sei venuto una volta e io ti avevo detto zero volte » . Comincia la meraviglia : « ma allora cosa dovevo fare » ? - - « Nulla ; zero è nulla » . « Ma come si fa a far nulla » ? - - « Non si fa . - - Tu dovevi star fermo ; non dovevi muoverti ; non dovevi venire nessuna volta ; zero volte , niente volte » . Ripetiamo l ' esercizio : « Tu , caro , con le tue ditine mandami zero baci » ; il bimbo freme , ride e sta fermo . « Hai capito » ? ripeto io con voce d ' invito quasi appassionata : « mandami zero baci ! zero baci ! » Fermo . Risa generali . Io faccio la voce grossa come adirandomi delle loro risa e chiamo uno severamente , minacciosamen te : « Tu , qui zero volte ! dico ... qui subito zero volte ; capisci ? dico a te : vieni qui zero volte » ! Non si muove . Le risa si fanno più clamorose , eccitate anche dal mutamento del mio contegno , prima di preghiera , poi di minaccia . « Ma insomma » gemo con voce dolente , piangente : « perché non mi baciate , perché non venite » ? e tutti gridano ad alta voce mentre gli occhi brillano , quasi lacrimando di gioia e di risa : « zero è nulla ! zero è niente » ! - - « Ah sì » ? faccio io sorridendo pacificamente : « ebbene allora venite tutti qui da me una volta » ! Essi mi si precipitano intorno . Quando poi si tratterà di scrivere i numeri , allo zero diremo : « zero sembra un O : è 0» ? - - « no , non è O , zero è niente » . Esercizî sulla memoria dei numeri Quando i bambini riconoscono le cifre scritte , ed è per essi noto il loro significato numerico , faccio fare il seguente esercizio . Ho varî cartellini di carta ( spesso usufruisco per ciò dei bigliettini dei calendari a blocco - - tagliando via i pezzi superiori e inferiori ove sono stampate le parole - - e scelgo possibilmente numeri rossi ) che portano stampata ( o anche scritta a mano ) una cifra - - da 0 a 9 . Piego i bigliettini , li metto in uno scatola e « apro la pesca » . Il bambino estrae un biglietto , se lo porta al posto , lo guarda nascostamente lo ripiega conservando il segreto . Poi ad uno ad uno , od anche a gruppi , i bambini possessori del biglietto ( sono , naturalmente , i più grandi ; quelli cioè che conoscono le cifre ) vengono vicino al tavolino grande della direttrice , ove sono raccolti mucchi di oggetti : o cubetti , o mattoncini di Froëbel , o le mie tavolette per gli esercizî del senso barico : e ciascuno prende quella quantità di oggetti che corrisponde al numero estratto . Il numero è rimasto al posto di ciascun bambino : cartellino misteriosamente ripiegato . Il bambino deve dunque ricordare il suo numero non solo durante i movimenti che fa tra i compagni , per venire al tavolo grande ; ma anche mentre raccoglie i suoi pezzi , contandoli a uno a uno . La direttrice può fare interessanti osservazioni individuali sulla memoria dei numeri . Quando il bambino ha raccolto i suoi pezzi , li dispone sul banco al suo posto , in file di due ; e se il numero è dispari , pone in fondo , al di sotto e in mezzo tra i due ultimi , il pezzo dispari . La disposizione quindi dei nove numeri è la seguente : rappresentata dalle crocette : al posto indicato col piccolo cerchio , il bambino deve porre il cartellino piegato . Ciò fatto , il fanciullo attende la verifica : la direttrice va , apre i cartellini , legge e manda esclamazioni di contentezza e di lodi , quando constata che non esistono errori . In principio del giuoco accade spesso che i bambini prendono più oggetti di quelli che sarebbero necessarî per corrispondere al numero : e ciò non già perché non ricordino la cifra , ma per la smania di avere più oggetti . Piccola truffa istintiva , che è propria degli uomini primitivi e incolti . La direttrice cerca di spiegare ai bambini , che è inutile aver tanta roba sul tavolino - - e il bello unico del gioco , consiste invece nell ' indovinare la quantità precisa degli oggetti . A poco a poco essi entrano in quest ' idea , ma non tanto facilmente quanto si crederebbe . È un vero sforzo della volontà inibitrice , quello che contiene il bambino nei limiti dovuti , e gli fa prendere per es . due soli degli oggetti che sono lì accumulati a sua disposizione ; mentre vede altri compagni che ne prendono di più . Io perciò considero questo giuoco - - più un esercizio della volontà - - che un esercizio di numerazione . Il bambino poi che ha lo zero , non si muove dal posto , vedendo tutti gli altri compagni possessori del cartellino , alzarsi , muoversi , prendere liberamente oggetti da quel mucchio lontano , che gli è inaccessibile . Molte volte lo zero capita a un bambino che sa contare facilmente e che proverebbe gran piacere ad accumulare un bei gruppo di oggetti , a disporli nell ' ordine dovuto sul tavolino , e ad attendere con orgogliosa sicurezza la verifica . È interessantissimo studiare l ' espressione del viso dei possessori dello zero : le differenze individuali che ne risultano , sono quasi una rivelazione del « carattere » di ciascuno . Alcuni restano impassibili , con un fare orgoglioso , che tende a nascondere l ' interna pena della disillusione ; altri manifestano con gesti momentanei , l ' impressione del disappunto ; alcuni non possono nascondere il sorriso che nasce dal sentimento di una situazione singolare , la quale desterà negli altri curiosità ; alcuni poi seguono tutti i movimenti dei compagni , fino alla fine dell ' esercizio , con evidente espressione mimica di desiderio , quasi d ' invidia ; altri infine manifestano una sùbita rassegnazione . Così è pure interessante la loro espressione nel confessare lo zero , quando si chiede , durante la verifica : « e tu , non hai preso nulla » ? - - « Ho lo zero » - - « è zero » - - « avevo zero » . Queste sono le risposte uniformi del linguaggio parlato , ma la mimica espressiva , il tono della voce , esprimono sentimenti ben diversi . Rari sono quelli che con fare ardito , sembrano concedere la spiegazione a un fatto straordinario : i più sono crucciati , o rassegnati . Bisogna perciò dare delle lezioni sul contegno : - - « badate , è difficile tenere il segreto dello zero - - lo zero sfug ge dal naso : fate i disinvolti , non lasciate capire che non avete nulla » . Infatti dopo qualche tempo , l ' orgoglio della dignità ha il sopravvento e i piccini si abituano a ricevere lo zero e i numeri piccoli , con disinvoltura , contenti di non manifestare più i piccoli sentimenti dei quali prima erano schiavi . Addizione e sottrazione dall ' uno al venti . - - Moltiplicazione e divisione Il materiale didattico che uso per insegnare le prime operazioni aritmetiche è il medesimo già adoperato per la numerazione , cioè le aste graduate delle lunghezze , le quali già contengono la prima idea del sistema decimale . Le aste , come si disse , vengono chiamate a nome col numero che rappresentano : uno , due , tre ecc . Esse si dispongono in ordine di lunghezza , ossia in ordine di numerazione . Il primo esercizio consiste nel cercare di raggruppare i pezzi più corti del dieci , in modo da formare il dieci : il più semplice mezzo a raggiungere l ' intento è quello di prendere successivamente le aste più corte , dall ' uno in su , e deporle in cima ad aste successivamente più lunghe dal nove in giù . Questo lavoro si può guidare con ordini : prendi uno e aggiungilo a nove ; prendi due e aggiungilo a otto ; prendi tre e aggiungilo a sette ; prendi quattro e aggiungilo a sei . Ecco formate quattro aste tutte eguali a dieci . Rimane il cinque che è solo : ma capovolgiamolo nel senso della lunghezza ; esso passa da un estremo all ' altro del dieci : misuriamo e vedremo che il dieci risulta da due volte cinque . Tale esercizio va ripetuto più volte , e a poco a poco s ' insegna al bambino un linguaggio più tecnico : Nove più uno eguale a dieci ; otto più due eguale a dieci ; sette più tre eguale a dieci ; sei più quattro eguale a dieci ; e in ultimo , cinque per due eguale a dieci . Infine esso si fa scrivere insegnando i segni che significano più , eguale e per . Ecco che cosa ne risulta e ciò che si legge sui quaderni nitidi dei nostri piccini : Quando tutto questo , è bene imparato e fissato su carta con gran compiacimento dei bambini , si richiama la loro attenzione sul lavoro necessario a compiersi quando vengono rimessi a posto tutti i pezzi , dapprima raggruppati per dieci : si toglie dall ' ultimo pezzo di dieci il quattro e resta solo il sei ; si toglie dall ' altro dieci il tre e resta il sette ; dall ' altro il due e resta l ' otto ; dall ' altro ancora l ' uno e resta il nove . Parliamo con più proprietà : dieci meno quattro eguale a sei ; dieci meno tre eguale a sette ; dieci meno due eguale a otto ; dieci meno uno eguale a nove . In quanto al rimanente cinque , esso è la metà di dieci , e si avrebbe tagliando in due parti eguali il pezzo lungo , cioè dividendo il dieci per due : dieci diviso due eguale a cinque . Donde la scrittura : Una volta giunti a rendere i bambini padroni di questi esercizi , essi si moltiplicano , anche per opera spontanea degli stessi bambini . - - Possiamo formare due pezzi di tre ? mettiamo l ' uno sul due , e poi scriviamo per ricordare l ' esercizio compiuto : 2 + 1 = 3 . Si possono fare due quattro ? 3 + l = 4; e 4 ­ 3 = 1; 4 ­ 1 = 3 . Il pezzo da due rispetto al quattro si comporta come il cinque rispetto al dieci - - cioè capovolto va da un capo all ' altro - - ci entra due volte giuste : 4 : 2 = 2; 2 × 2 = 4 . Un problema : cerchiamo con quanti pezzi si può fare lo stesso giuoco : lo fa il 3 col 6; e il 4 con l'8 , cioè : A questo punto aiutano i cubetti nel giuoco della memoria dei numeri : dalla loro disposizione si vede a colpo d ' occhio quali sono i numeri che si possono dividere per due : tutti quelli che non hanno un cubetto in fondo . Sono numeri pari , perché possono disporsi a paia cioè a due per due ; e la divisione in due è facilissima , perché basta separare le due file di cubetti che stanno uno sotto l ' altro . Contando i cubetti di ciascuna fila si ha il quoziente . Per ricomporre poi il numero primitivo , basta riavvicinare le due file : per es . 2 × 3 = 6 . Tutto ciò non è difficile pei bambini di cinque anni . Anzi ben presto si fanno monotone le ripetizioni . - - Chi mai può impedirci di cambiare gli esercizi ? Prendiamo il sistema delle dieci lunghezze , e invece di mettere l ' uno sul nove poniamolo sul dieci ; e il due sul nove invece che sull ' otto ; e il tre sull ' otto invece che sul sette . Si può anche porre il due sul dieci , il tre sul nove , e il quattro sull ' otto . In tali casi risultano lunghezze maggiori del dieci , che occorre imparare a nominare : undici , dodici , tredici ecc . fino al venti . E anche i cubetti , perché dovranno prendersi nei giuochi solo fino a nove cioè così pochi ? Le operazioni apprese sul dieci , si continuano al venti senza alcuna difficoltà . L ' unica difficoltà è quella dei numeri decimali , sui quali occorrono alcune lezioni . Lezioni sui numeri decimali . Calcoli aritmetici al di là del dieci Il materiale didattico necessario consiste in vari cartellini quadrati , sui quali è stampato il 10 in cifre alte cinque o sei centimetri e in altri rettangolari , uguali a metà del quadrato , e contenenti i singoli numeri da 1 a 9 . Si pongano in fila i numeri semplici : 1 , 2 , 3 , 4 , 5 , 6 , 7 , 8 , 9 . Poi non essendoci più numeri , conviene cominciare da capo - - e riprendere l'1 . Questo 1 somiglia al pezzo che nel sistema delle lunghezze sporge dal nove , nell ' asta del dieci : contando lungo la scala fino a nove , pur non essendoci più cifre , resta ancora quell ' ultimo tratto che ricomincieremo a segnare con 1 - - ma è un uno spostato più in alto e per distinguerlo dall ' altro , ci metteremo vicino un segno che non vale nulla : lo zero . Ecco il 10 . - - Coprendo lo zero coi numeri distaccati rettangolari , nell ' ordine della loro successione , ecco formato : 11 , 12 , 13 , 14 , 15 , 16 , 17 , 18 , 19 . Tali numeri si compongono con le aste , mettendo successivamente sul pezzo da dieci quello di uno ; e poi invece quello di due ; e poi sostituendolo con quello di tre ecc . fino ad aggiungere il pezzo di nove su quello di dieci e così facendo si ottiene un bastone lunghissimo contando i segmenti successivi bleu e rosso , si arriva a diciannove . La direttrice può quindi dirigere i movimenti del sistema di lunghezza , mostrando i cartellini del dieci e della cifra sovrapposta allo zero - - p . es . 16 : il bambino ag giunge al pezzo di dieci quello di sei . La direttrice toglie dal cartellino del 10 il 6 e sovrappone allo zero il rettangolo che porta p . es . il numero otto : 18; e il bambino toglie l ' asta del sei e vi pone quella dell'8 . Ognuno di tali esercizî si può poi trascrivere , p . es . 10 + 6 = 16; 10 + 8 = 18 ecc . Analogamente si procederebbe per le sottrazioni . Quando il numero in se stesso comincia ad avere un chiaro significato pel bambino , le combinazioni si fanno sui soli cartellini - - disponendo variamente i rettangoli che portano le nove cifre sulle due file di numeri , che sono disegnate sopra lunghi cartoni , come nelle figure A e B . Nel cartone A si sovrappone allo zero del secondo 10 il rettangolo con 1; e sotto , quello con 2 ecc . : e mentre nella fila a sinistra rimane l'1 della decina , in quella di destra si seguono tutte le cifre dallo zero al nove , cioè : Nel cartone B le applicazioni sono più complesse : i cartellini delle cifre vengono successivamente sovrapposti e sostituiti in ordine di progressione numerica a ciascuna decina . Dopo il nove , è necessario passare alla decina successiva , e così si procede fino alla fine , che è data dal 100 . Quasi tutti i nostri bambini contano fino al 100 - - numero che fu dato loro , in omaggio alla curiosità dimostrata per conoscerlo . Non credo che tale insegnamento meriti ulteriori illustrazioni . Ogni maestro potrà moltiplicare praticamente esercizi pratici sulle operazioni aritmetiche , usando oggetti che i bambini possono accumulare o dividere tra compagni . Nell ' applicazione pratica del metodo , occorre conoscere quali sono le serie di esercizi che debbono presentarsi al bambino successivamente . Nell ' esposizione del libro è bensì indicata una progressione per ogni esercizio : ma nelle Case dei Bambini si cominciano contemporaneamente i più svariati esercizi ; e avviene che esistono gradi nella presentazione del materiale nel suo insieme , i quali si sono già ben definiti nell ' esperienza fatta dopo la prima edizione italiana del libro . ORDINE E GRADI NELLA PRESENTAZIONE DEL MATERIALE E NEGLI ESERCIZI Appena i bambini vengono a scuola possono fare i seguenti esercizi : Primo grado : Muovere le sedie , in silenzio ( vita pratica ) . Le allacciature . Gli incastri solidi ( esercizi sensoriali ) . Tra questi , l ' esercizio più utile è quello degli incastri solidi : il bambino comincia a fissare l ' attenzione ; fa le prime comparazioni , le prime scelte dietro un giudizio ; quindi esercita l ' intelligenza ( vedi libro ) . Tra gli esercizî degli incastri solidi c ' è la seguente progressione dal facile al difficile : a ) incastri della stessa altezza e di diametro decrescente ; b ) incastri decrescenti in tutte le dimensioni ; c ) incastri decrescenti solo nell ' altezza . Secondo grado : Vita pratica . - - Alzarsi e sedersi in silenzio ; camminare sul filo . Esercizi sensoriali . - - Materiale delle dimensioni : lunghezze , prismi , cubi . Qui il bambino fa esercizi di riconoscimento delle dimensioni , come negli incastri solidi ; ma sotto un aspetto tutto diverso . Gli oggetti sono molto più grandi , le differenze molto più evidenti che nel precedente esercizio : ma qui solo l ' occhio del bambino riconosce le differenze e controlla l ' errore . Invece nel precedente esercizio l ' errore era meccanicamente rivelato dalla materialità dell ' oggetto didattico ( impossibilità d ' infilare gli oggetti se non nel relativo spazio ) . Infine , mentre nel precedente esercizio il bambino compieva movimenti più semplici e facili ( stando seduto , spostava piccoli oggetti con la mano ) , qui compie movimenti assai più complessi e difficili ; e compie piccoli sforzi muscolari ( si muove dal tappeto al tavolo , si alza si china , trasporta oggetti pesanti ) . Si noterà che il bambino continua a confondere tra loro i due pezzi maggiori nella scala crescente , rimanendo a lungo inavvertito tale errore quando sa già disporre in ordine gli altri pezzi delle scale . Infatti la differenza tra i pezzi essendo nella dimensione variante uguale per tutti la differenza relativa diminuisce col crescere dei pezzi stessi : così p . es . , il cubetto che ha due cm . di spigolo , ha uno spigolo doppio di quello del cubetto di un cm . ; mentre il massimo cubo avente dieci cm . di spigolo , differisce appena di 1/10 dallo spigolo del precedente cubo di nove centimetri . Così tali esercizi dovrebbero teoricamente cominciarsi dal pezzo minore : ciò infatti può farsi col materiale delle grossezze e delle lunghezze . Ma non con quello dei cubi , che devono disporsi « a torretta » costruendo la colonna sulla base del maggior cubo ( v . libro ) . Invece i bambini sono attratti innanzi tutto dalla « torretta » . Così avviene di vedere i piccoli bambini felici di aver costruito la torretta , che posa sul penultimo pezzo ( errore inavvertito ) . Ma quando il bambino , ripetendo l ' esercizio , si correggerà da sé in modo permanente , saremo sicuri che il suo occhio si è educato a percepire anche la minima differenza tra i pezzi . Nei tre sistemi delle dimensioni , quello delle lunghezze ha i pezzi che differiscono di 10 cm . nella dimensione variante , a differenza degli altri due sistemi che differiscono invece di 1 centimetro . Sembrerebbe teoricamente che il sistema delle lunghezzefosse il primo ad attrarre l ' attenzione e ad escludere gli errori . Invece non è così : i bambini sono bensì attratti dal sistema , ma commettono il massimo numero di errori ; e solo molto tempo dopo aver eliminato ogni errore negli esercizi con gli altri due sistemi , riescono a ordinare la serie delle lunghezze . Questa , dunque , è da considerarsi come la più difficile tra le serie dimensionali . Giunto a questo punto di educazione il bambino è capace di fissare l ' attenzione ( d ' interessarsi ) agli stimoli termici e tattili . La progressione nella pratica dello sviluppo sensoriale non è dunque identica alla progressione teorica che la psicometria indica nello studio dei soggetti né segue la progressione che la fisiologia e l ' anatomia indicano nella descrizione della complicazione degli organi sensoriali . Infatti il « senso tattile » è il primitivo ; l ' organo del tatto , il più semplice e diffuso . Ma è facile spiegare come le sensazioni più semplici , gli organi meno complessi , non siano i primi a richiamare sopra di sé l ' attenzione , in una presentazione didattica di stimoli sensoriali . Così , quando già l ' educazione dell ' attenzione è stata iniziata , si possono presentare al bambino le superfici liscie e ruvide , dopo alcuni esercizi termici . ( V . libro ) . Questi esercizi , se presentati a tempo , interessano molto il bambino ; si ricordi che essi hanno nel metodo la massima importanza , perché su di essi , in unione a esercizi di movimento della mano , che si inizieranno più tardi , si fonda l ' apprendimento della scrittura . Insieme alle due suddette serie di esercizi sensoriali , si può cominciare ciò che noi chiamiamo « l ' appaiamento dei colori » , cioè il riconoscimento di identità di due colori ( primo esercizio del senso cromatico ) . Anche qui è solo l ' occhio del bambino , che interviene nel giudizio , come per le dimensioni : l ' esercizio è facile , ma occorre già un certo grado di precedente educazione dell ' attenzione perché sia ripetuto con interesse . Intanto i bambini hanno sentito suonare la musica ; hanno camminato sul filo mentre suona una marcia ritmica , che i bambini a poco a poco accompagneranno spontaneamente col movimento , se si suonerà sempre con la stessa musica , e si ripeterà sempre il medesimo esercizio . ( Per acquistare il senso del ritmo occorre la ripetizione dello stesso esercizio , come in tutte le forme di educazione delle attività spontanee ) . Si sono pure ripetuti gli esercizi sul silenzio . Terzo grado : Vita pratica . - - I bambini si lavano , si spogliano e si vestono , spolverano i tavolini , maneggiano le posate , ecc . Esercizi sensoriali : S ' iniziano i bambini al riconoscimento delle gradazioni degli stimoli ( gradazioni tattili , cromatiche ) , lasciando che il bambino si eserciti liberamente . Cominciano a presentarsi stimoli uditivi ( i rumori ) . Contemporaneamente alle gradazioni si possono presentare gl ' incastri piani ; qui comincia l ' educazione del movimento della mano , nel seguire i contorni dell ' incastro : esercizio che insieme all ' altro contemporaneo del riconoscimento « di stimoli tattili in gradazione » , prepara la scrittura . Le serie dei cartoncini , si danno dopo che il bambino riconosce bene le forme agl ' incastri piani : esse servono a preparare l ' astrazione del segno , il riconoscimento di forme delineate ; e , dopo tutti i precedenti esercizi che hanno già formato nel bambino una personalità ordinata e intelligente , essi possono essere considerati il ponte di passaggio tra gli esercizi sensoriali , e la scrittura : tra la preparazione e l ' ingresso nella istruzione . Quarto grado : Esercizi di vita pratica . - - I bambini apparecchiano , sparecchiano la tavola , ordinano una stanza ; sanno le cure più minuziose della toilette ( lavarsi i denti , le unghie , ecc . ) . Hanno ordinato la deambulazione negli esercizi ritmici sul filo . Sanno contenere e dirigere i propri movimenti ( fare il silenzio ; spostare oggetti senza romperli , senza far rumore ) . Esercizi sensoriali . - - Si ripetono tutti gli esercizi sensoriali . Più il riconoscimento delle note musicali con le campane in doppia serie ( vedi libro ) . Esercizi della scrittura . - - Disegno . - - Il bambino passa agli incastri piani di ferro . Già si sono coordinati i movimenti necessari a seguire i contorni : il bambino ora li segue non più col dito , ma con una matita : lasciando il doppio segno sopra un foglio di carta ( vedi libro ) . Poi riempie a pieno le figure con lapis colorati ( tenuti come la penna da scrivere ) . Contemporaneamente il bambino è iniziato a riconoscere e toccare qualche lettera d ' alfabeto di carta smerigliata , secondo l ' ordine descritto nel metodo . Aritmetica . - - A questo punto , ripetendosi gli esercizi sensoriali , si presentano le lunghezze con uno scopo diverso da quello fin qui usato : cioè si fanno contare nei diversi pezzi i segni bleu e rossi , cominciando dal pezzo di uno , fino a quello di dieci . Tali esercizi si continuano e si complicano : a ) nel disegno : passando da contorni di incastri piani , a figure delineate , che la pratica di quattro anni ci ha fatto stabilire , e che saranno pubblicate come modelli di disegno . Esse hanno un contenuto educativo importante : e rappresentano uno dei dettagli del metodo meglio studiati nel contenuto e nella gradazione . Esse fanno continuare l ' educazione sensoriale , iniziano all ' osservazione dell ' ambiente , includono una cultura ; e , per quanto riguarda la « scrittura » preparano i movimenti alti e bassi , contemporaneamente ; così che sarà poi indifferente per il bambino scrivere secondo una scrittura alta o bassa : riescono perciò inutili le gradazioni delle rigature dei quaderni nelle varie classi elementari , come si usano in Italia ; b ) nell ' apprendimento del linguaggio grafico ; fino alla conoscenza delle lettere dell ' alfabeto , e alla composizione con gli alfabetari mobili ; c ) aritmetica , fino alla conoscenza delle cifre : i bambini pongono le cifre corrispondenti al numero dei segni bleu e rossi , sui singoli pezzi delle lunghezze ; fanno gli esercizi coi fuselli ( vedi libro ) ; fanno esercizi ponendo sul tavolino , sotto le cifre , un numero corrispondente di marche da giuoco variamente colorate , e disposte a colonna di due ( pari e dispari secondo Sèguin ) . Quinto grado : Continuano i precedenti esercizi . - - Cominciano gli esercizi ritmici . Cominciano nel disegno : a ) gli acquarelli ( disegni della nostra serie ) ; b ) contorno libero dalla natura ( fiori , ecc . ) . Composizione di parole e di frasi con l ' alfabetario mobile . Scrittura , lettura . Operazioni aritmetiche , che s ' iniziano con la serie delle lunghezze . I bambini a questo grado presentano interessanti varietà di sviluppo ; essi corrono verso l ' istruzione , e si ordinano nella coscienza : è questo lo spettacolo che l ' umanità crescente nello spirito secondo le sue leggi , ci fa godere : e solo chi esperimenta , può dire quanto grandioso sia il raccolto di così arida semina . LA DISCIPLINA NELLE CASE DEI BAMBINI Analizziamo la disciplina ottenuta col nostro metodo che si fonda sulla libertà . L ' esperienza accumulatasi dalla prima edizione del libro italiano ad oggi ci ha ripetutamente confermati su ciò : che nelle nostre classi di piccoli bambini numerose fino a quaranta e anche cinquanta allievi , si ottiene una disciplina più perfetta che nelle scuole comuni . - - Chi visita scuole ben tenute , come p . es . quella diretta a Roma dalla mia allieva Anna Maccheroni in via Giusti - - è colpito dalla disciplina dei bambini . Ecco quaranta bambini da tre a sette anni - - intenti ciascuno al suo lavoro : - - chi fa esercizi dei sensi , chi di aritmetica , chi tocca le lettere , chi disegna , chi sta ai telai , chi spolvera ; alcuni seduti a un tavolo , altri curvi in terra sopra un tappeto . Si ode un rumore discreto di oggetti che si sono spostati leggermente , di bambini che girano in punta di piedi . Ogni tanto un grido di gioia mal represso - - una chiamata acuta : « signorina ! signorina ! » - - una esclamazione : « guarda ! ecco cosa ho fatto » . Ma più spesso il raccoglimento assoluto . La maestra si muove lentamente e silenziosamente - - si avvicina a chi la chiama - - sorveglia in modo che chi ha bisogno di lei la sente immediatamente - - chi non ne ha bisogno , non s ' accorge ch ' ella esista . Passano ore e tutto tace . Sembrerebbero piccoli uomini come hanno detto alcuni visitando la Casa dei Bambini - - o secondo l ' espressione di altri « dei senatori in assemblea » . In mezzo a un interesse tanto vivo pel lavoro , non accade mai che dei fanciulli si disputino gli oggetti . Se qualcuno compie qualcosa di straordinario , trova chi lo am mira godendo del fatto nuovo : nessun cuore soffre del bene altrui , ma il trionfo di uno è meraviglia e gioia per gli altri - - spesso crea degli imitatori di buona volontà . Sembrano tutti felici e soddisfatti di fare « quello che possono » - - senza che il fare degli altri susciti invidia o emulazione penosa , senza che susciti orgogli vani . Il piccolino di tre anni lavora pacificamente accanto al ragazzo di sette anni - - così come il piccino è tranquillo nella sua statura inferiore e non invidia la statura del fanciullo più grande di età . Tutto cresce nella più profonda pace . Se la maestra vuole qualche cosa da tutta l ' assemblea , p . es . che tutti abbandonino il lavoro che tanto li interessa - - basta che dica sottovoce una parola , che faccia un cenno - - e tutti sono sospesi : e la guardano con interesse « frementi di saperla obbedire » . Molti visitatori hanno visto la maestra scrivere degli ordini sulla lavagna - - e i fanciulli obbedire con gioia . Non solo la maestra : ma chiunque chieda qualche cosa ai bambini , li vede con meraviglia obbedire fino allo scrupolo , con serena compiacenza . Spesso i visitatori vorrebbero sentire come canta un fanciullo che dipinge - - e il fanciullo lascia il dipinto per compiacerlo ; ma appena ha compiuto l ' atto cortese torna al lavoro interrotto . I più piccini spesso prima di obbedire compiono il lavoro incominciato . Uno dei fatti più meravigliosi di disciplina avvenne durante gli esami delle maestre che avevano seguito il mio corso di conferenze sul metodo . Gli esami erano anche pratici ; quindi gruppi di bambini rimanevano a disposizione delle esaminande , che secondo la tesi estratta a sorte , facevano eseguire esercizi diversi ai bambini . I piccolini occupavano il loro tempo innanzi a noi nel modo che a loro più piaceva : essi lavoravano continuamente ; e tornavano al lavoro intrapreso , dopo l ' interruzione provocata per l ' esame . Ogni tanto qualcuno veniva ad offrirci un dipinto compiuto durante l ' aspettativa . Miss George di Chicago ha più volte assistito a fatti consimili ; e M.me Pujol , che ha fondato la prima Casa dei Bambini a Parigi rimaneva meravigliata della pazienza , della costanza , della compiacenza inesauribili dei piccolini . Verrebbe l ' impressione di credere i fanciulli eccessivamente domati ; se non che la mancanza assoluta di timidezza , il brillare dell ' occhio , l ' aspetto giocondo e disinvolto , la prontezza con cui essi invitano ad osservare il loro lavoro , o conducono in giro a dare spiegazioni , fanno sentire che ci troviamo innanzi ai « padroni di casa » ; e l ' espansione con cui abbracciano le ginocchia della maestra , o con cui attirano in basso le sue spalle e la sua testa per baciarla in viso , rivelano un cuore che si dilatò liberamente . Chi li ha visti apparecchiare la tavola , è certo passato di apprensione in apprensione , di meraviglia in meraviglia . Piccole cameriere di quattro anni di età - - prendono dei coltelli e li distribuiscono con altre posate - - trasportano vassoi contenenti fino a cinque bicchieri di vetro - - e infine girano di tavola in tavola portando la grossa marmitta piena di minestra calda . Nessuno si taglia - - non si rompe un bicchiere - - non si versa una goccia di brodo . Durante il pranzo cameriere impercettibili vigilano assiduamente ; nessuno finisce la minestra senza che ab ­ bia subito l ' offerta del secondo passaggio : ovvero se ha finito la cameriera si affretta a togliere la scodella vuota . Non un bambino deve chiedere altra minestra o avvertire che ha finito . Chi vede ciò e pensa allo stato comune dei bambini di quattro anni , che gridano , rompono tutto , hanno bisogno di essere serviti , resta commosso da uno spettacolo a sorpresa che evidentemente scaturisce da occulte origini di energie latenti nella profondità dell ' anima umana . Spesso ho visto delle lagrime rigare il volto di chi assisteva spettatore a simili banchetti . Una tale disciplina non si potrebbe ottenere mai con dei comandi , con delle predicazioni , infine coi mezzi disciplinari universalmente conosciuti . Non fu soltanto dato un ordine alle azioni : ma fu moltiplicata la vita . Infatti una disciplina simile è in rapporto con lavori straordinari per l ' età dei bambini ; e certo non dipende da una maestra , ma da una specie di miracolo avvenuto nella vita inferiore di ciascun bambino . Se pensiamo agli adulti , ci viene in mente il fenomeno delle conversioni , della santità ; delle moltiplicazioni di forze dei martiri e degli apostoli , della costanza dei missionari , della obbedienza dei monaci . Nessun ' altra cosa esistente nel mondo può , come questa serie di cose , mettersi in un livello paragonabile alla disciplina delle « Case dei Bambini » . Per ottenere la disciplina è inutile affatto contare sui rimproveri , sui discorsi persuasivi : questi potrebbero forse dare in principio l ' illusione di una qualche efficacia ; ma ben presto appena apparisca la vera disciplina tutto ciò cade come una miseria , come una illusione innanzi alla realtà : « la notte dà luogo al giorno » . I primi albori della disciplina sono dati dal « lavoro » : in un dato momento accade che un fanciullo s ' interessa vivamente a un lavoro ; lo dimostrano l ' espressione del suo viso , l ' intensissima attenzione la costanza nello stesso esercizio . Quel bambino è sulla via della disciplina . Qualunque sia l ' applicazione : o un esercizio dei sensi , o una allacciatura , o il lavare i piatti , è lo stesso . Da parte nostra possiamo influire sullo stabilirsi di questo fenomeno , con ripetute « lezioni del silenzio » ; l ' immobilità perfetta , l ' attenzione sveglia a percepire il suono del proprio nome pronunciato da lontano a voce afona , e quindi i movimenti leggeri coordinati allo scopo di non urtare oggetti , di toccare appena il pavimento coi piedi - - è una preparazione efficacissima a ordinare la personalità : motrice e psichica . Stabilitosi il fenomeno « lavoro » , noi dobbiamo sorvegliarlo con scrupolosa esattezza , graduando gli esercizi secondo l ' esperienza ha definito . « Il nostro sforzo di maestre per stabilire la disciplina è di applicare rigorosamente il metodo » . Di qui già risulta la grande difficoltà di disciplinare veramente l ' uomo . Non è con la parola , che si ottiene : né l ' uomo si disciplina « udendo un altro parlare » : ma il fenomeno richiede come preparazione una serie di atti complessi quale , per esempio , l ' intera applicazione di un metodo educativo . La disciplina si raggiunge dunque per una via indiretta . Non è affrontando l ' errore e combattendolo ; ma è per esempio sviluppando l ' attività al lavoro spontaneo , che si avanza verso lo scopo . Il lavoro non può essere arbitrariamente offerto : qui sta appunto « il metodo » : deve essere quel lavoro cui l ' uomo intimamente aspira - - quel lavoro che è chiesto occultamente da latenti tendenze della vita : o verso il quale a grado a grado l ' individuo ascende . Questo è il lavoro che ordina la personalità e le apre l ' indefinita via dell ' espansione . Prendiamo a esempio l ' indisciplinatezza del piccolo bambino : essa è fondamentalmente una indisciplinatezza muscolare . Il bambino si muove continuamente e con disordine : si getta in terra , fa atti strani , grida , ecc . In fondo a tutto ciò esiste una latente tendenza a cercare la coordinazione dei movimenti che si stabilirà più tardi : il bambino è l ' uomo che ancora non è agile nel movimento e nel linguaggio - - e che dovrà divenirlo ; ma è abbandonato a una esperienza propria piena di errori e di faticosi sforzi verso il fine giusto latente nell ' istinto ma non chiaro nella coscienza . Dire al bambino : « sta fermo come me » non è illuminarlo : non con un comando si può ordinare il complesso sistema psico ­ muscolare in un individuo in via di evoluzione . Ci confondiamo in questo caso col diverso esempio dell ' uomo il quale per malvaggio impulso ama il disordine e può ( dato che possa ) obbedire a un energico avvertimento che orienti diversamente la sua volontà , verso l ' ordine ben conosciuto e stabilito nelle sue possibilità di attuazione . Ma qui nel piccolo bambino si tratta di aiutare l ' evoluzione naturale della motilità volontaria . Allora occorre insegnare tutti i movimenti coordinati analizzandoli il più possibile , e sviluppandoli a parte a parte ; bisogna insegnare al bambino i varî gradi della immobilità conducente al silenzio : i movimenti dell ' alzarsi e sedersi , del camminare naturalmente , del camminare in punta di piedi , del camminare sopra una linea disegnata in terra , conservando l ' equilibrio della stazione eretta ; del rimuovere oggetti , dell ' appoggiarli più o meno delicatamente ; e infine i complessi movimenti del vestirsi e dello spogliarsi analizzati nei telai delle allacciature - - e per ciascuno di questi nei singoli movimenti parziali delle dita ; i movimenti destinati alla pulizia della persona e dell ' ambiente , ecc . L ' immobilità perfetta e il perfezionamento successivo dei movimenti , devono sostituire il solito comando ; sta fermo , sta composto . Non è meraviglioso , ma certo naturalissimo , che il bambino a traverso tali esercizi si sia disciplinato - - per quanto riguarda l ' indisciplinatezza muscolare propria dell ' età . Infatti egli risponde alla natura perché si muove ; ma i movimenti essendo tendenti a uno scopo non hanno più l ' aspetto del disordine , ma del lavoro . Ecco la disciplina che rappresenta un fine in rapporto a una moltitudine di conquiste : il bambino così disciplinato non è il fanciullo di prima che sa star buono ; ma è un individuo che si è perfezionato , che ha superato i consueti limiti della sua età , che ha fatto un salto in avanti - - ha conquistato nel presente il suo avvenire . Perciò si è ingrandito . Non avrà bisogno di chi , sempre vicino , gli ripeta invano , confondendo idee opposte : sta fermo , sta buono . La bontà che ha conquistato non può farlo più star fermo nell ' inerzia : la sua bontà ora è tutta fatta di moto . Infatti i « buoni » sono coloro che « muovono verso il bene » costruito col proprio perfezionamento e con le opere esterne di utilità e di ordine Le opere esterne sono al nostro caso il mezzo per raggiungere l ' interno sviluppo - - e ne appariscono come l ' esplicazione : i due fattori si compenetrano . Il lavoro perfeziona interiormente il bambino ma il bambino che si è perfezionato lavora meglio e il lavoro migliorato lo affascina , quindi continua a perfezionarlo interiormente . La disciplina dunque non è un fatto , ma una via , sulla quale il bambino conquista , con precisione che potrebbe dirsi scientifica il concetto della bontà . Ma più che altro assapora i godimenti supremi dell ' ordine inferiore che si raggiunge a traverso le conquiste conducenti al proprio fine . Nella lunga preparazione il piccolino provò gioie , risvegli e compiacenze che sono l ' intimo tesoro dell ' anima sua - - tesoro nel quale va accumulandosi una particolare dolcezza , una forza che sarà scaturigine di bontà . Infatti il bambino non ha soltanto imparato a muoversi e a compiere atti utili : ma una speciale grazia delle movenze , che rende più corretti e belli i gesti della persona , e dà risalto alla bellezza della mano e di tutto il corpo fatto più sicuro di sé e più elegante ; e l ' espressione del viso e degli occhi sereni e brillanti , rivelano che nacque la vita interna in un uomo . Che i movimenti coordinati svolgentesi a poco a poco spontaneamente , cioè scelti e diretti nell ' esercizio e nelle pause dal bambino stesso , siano una somma di sforzi inferiore ai movimenti disordinati che il bambino compie abbandonato a se stesso - - è ovvio comprendere . Il ripo so dei muscoli , i quali da natura son destinati a muoversi , è nel movimento ordinato ; come il riposo dei polmoni è nel ritmo normale della respirazione ad aria piena . Sottrarre i muscoli del tutto al movimento , è forzarli contro il proprio impulso motore , quindi più che affaticarli è respingerli nel nulla della degenerazione . Come i polmoni forzati al riposo dell ' immobilità - - sarebbero spinti alla morte istantanea insieme a tutto l ' organismo . È bene dunque farsi una chiara idea che il riposo di ciò che si muove è in una determinata forma di moto , rispondendo alle finalità della natura . Muoversi nell ' ordine , nell ' obbedienza ai dettami occulti della vita - - ecco il riposo . E in questo caso speciale , poiché l ' uomo è intelligente - - i movimenti sono tanto più riposanti per quanto più intelligenti . Lo sforzo di un bambino che si scalmi saltando scompostamente porta ad un consumo di forze nervose e del cuore ; il movimento intelligente che dà al fanciullo una intima soddisfazione , quasi l ' orgoglio interno di aver superato se stesso , di trovarsi in un mondo superiore ai limiti ritenuti come una barriera insormontabile per lui - - tra il rispetto silenzioso di chi lo guidò senza farsi sentire - - moltiplica le sue forze . Questa « moltiplicazione di forze » è un modo di dire che potrebbe fisiologicamente analizzarsi : nello sviluppo degli organi per l ' uso razionale , nella migliore sanguificazione e nel riattivato ricambio materiale dei tessuti - - fattori tutti favorevoli allo sviluppo del corpo , e garanzie di salute fisica . Lo spirito aiuta il corpo nella sua crescenza ; il cuore , i nervi i muscoli , trovarono l ' evoluzione migliore nelle sue vie . Poiché una sola è la via . Analogamente si potrebbe dire dello sviluppo intellettuale del bambino : la mentalità infantile caratteristicamente disordinata , è anche essa una « cercante del suo fi ne » che fa esperienze proprie faticose tra l ' abbandono e troppo spesso la persecuzione generale . Una volta nel nostro giardino pubblico di Roma , il Pincio , vidi un bambino di circa un anno e mezzo - - bellissimo , ridente : egli aveva un secchiello vuoto e una piccola pala , e si affaticava a raccogliere le breccie del viale per riempirlo . Era accanto a lui una bonne molto distinta , che aveva evidentemente la maggior buona volontà - - e quella che si chiamerebbe la più affettuosa e intelligente cura del bambino . Era l ' ora di andar via e la bonne esortava pazientemente il bambino a lasciare il suo lavoro e farsi mettere nel carrozzino . Cadute le esortazioni innanzi alla fermezza del piccino , la bonne empì essa stessa il secchiello di breccioline , poi pose secchiello e bambino in carrozza - - con la convinzione di averlo contentato . Le grida alte del fanciullino , l ' espressione di protesta contro la violenza e l ' ingiustizia che aveva il piccolo viso , mi colpirono . Quale cumolo di offese empiva quel cuore nascente ! Il piccolo non voleva il secchiello pieno di breccioline ; egli voleva fare l ' esercizio necessario a riempirlo - - e con ciò rispondere alle necessità del suo organismo rigoglioso . Era la sua formazione interna lo scopo del bambino - - non il fatto esterno di avere un secchiello empito di sassolini . L ' attaccamento così vivo al mondo esteriore era un ' apparenza : il bisogno della sua vita una realtà . Infatti se avesse empito il secchiello , lo avrebbe forse vuotato ancora per riempirlo più volte , fino alla soddisfazione completa del suo io . Per quella tendenza alla soddisfazione gli avevo visto poco prima il viso magnificamente roseo , tutto sorridente : la gioia interna l ' esercizio e il sole erano i tre raggi aiutanti quella splendida vita . L ' episodio così semplice di questo bambino è un dettaglio di ciò che avviene ai fanciulli di tutto il mondo , i migliori e i più amati . Essi non sono compresi perché l ' adulto li giudica alla propria stregua : egli crede che il bambino si prefigga scopi esterni , e lo aiuta amorevolmente a raggiungerli : invece il bambino ha in prevalenza lo scopo inconscio di sviluppare se stesso . Perciò disprezza tutto ciò che è raggiunto - - e ama ciò che è da raggiungere . Per es . ama più l ' azione di vestirsi che lo stato di vedersi vestito , sia pure magnificamente ; ama l ' azione di lavarsi più che il benessere di sentirsi pulito ; ama di costruirsi una casa , più che di possederla . Poiché egli « non deve godersi la vita , ma formarsela » . Nella sua formazione sta il suo vero e pressoché unico godimento ; ora la formazione del piccolissimo bambino nel primo anno di età consiste nella nutrizione ; ma in seguito consiste nel cooperare allo stabilirsi delle funzioni psico ­ fisiologiche dell ' organismo . Quel bambino bellissimo del Pincio ne è il simbolo : egli voleva coordinare i movimenti volontari ; esercitare la forza muscolare nel sollevare oggetti ; esercitare l ' occhio alla valutazione delle distanze ; esercitare l ' intelligenza nel ragionamento relativo all ' opera di empire il suo secchiello ; spingere la propria volontà nella decisione degli atti : - - e invece chi lo amava , credendo che lo scopo suo fosse di possedere i sassolini , lo rendeva infelice . Un errore consimile è quello che noi così frequentemente ripetiamo immaginando che per lo scolaro lo scopo da raggiungere sia il possesso intellettuale . Noi lo aiutiamo a possedere intellettualmente qualche cognizione , con ciò impedendo il suo sviluppo e rendendolo infelice . Generalmente nelle scuole si crede che la soddisfazione sia raggiunta allorché si è imparato qualche cosa . Ma lasciando i nostri bambini nella libertà abbiamo potuto assai chiaramente seguirli nelle loro vie di formazione intellettuale spontanea . Avere imparato pel bambino è un punto di partenza ; quando ha imparato , allora comincia a godere della ripe tizione dell ' esercizio - - e ripete un numero indefinito di volte ciò che ha imparato , con evidente soddisfazione : - - egli gioisce di esercitarsi , perché con ciò sviluppa le sue attività psichiche . Sperimentato il fatto , riesce evidente la critica a ciò che si fa oggi in molte scuole . Quando p . es . s ' interrogano gli scolari accade che il maestro dica a chi si fa innanzi per rispondere « no , tu no perché lo sai » e interroga lo scolaro che egli giudica come quegli che non sa . Deve rispondere chi non sa e tacere chi sa . Ciò perché si ritiene inutile andare al di là del sapere . E pure quante volte ci accade nell ' uso più comune della vita di ripetere ciò che meglio sappiamo , ciò che più ci appassiona , ciò cui corrisponde una vita in noi . Amiamo appunto di cantarellare motivi musicali ben noti , quindi gustati , vissuti . Amiamo ripetere il racconto di cose che ci appassionano , che sappiamo bene , anche se abbiamo perfetta coscienza di non dir nulla di nuovo , d ' aver ripetuto quel racconto altre volte . Si ripetono sempre fresche le preghiere dopo che si sono imparate . Nessuno è più convinto di amarsi , che gli amanti in pieno ardore ; e pure sono essi quelli che ripetono senza fine di amarsi . Ma per ripetere così , occorre che esista prima la cosa da ripetere ; il sapere corrisponde a questa esistenza , a questo sine qua non , all ' indispensabile per cominciare la ripetizione degli atti : e nella ripetizione , non nell ' apprendimento , consiste l ' esercizio che sviluppa la vita . Ora , quando il fanciullo è riuscito a raggiungere questo stato , di ripetere un esercizio , egli è nella via di sviluppo della sua vita , e si manifesta esternamente come disciplinato . Non sempre accade di raggiungere questo fenomeno . Non in tutte le età si ripetono i medesimi esercizi . Infatti la ripetizione deve rispondere a un bisogno . Qui sta il metodo sperimentale dell ' educazione : occorre offrire gli esercizi rispondenti alle necessità di sviluppo dell ' organismo ; e se l ' età ha fatto sorpassare una determinata necessità , non si potrà più ottenere nella sua pienezza uno sviluppo che mancò al suo tempo . Quindi i fanciulli crescono spesso imperfetti fatalmente per sempre . Un ' altra osservazione interessante è quella che si riferisce alla durata del tempo di esecuzione degli atti . I fanciulli che fanno da loro stessi i primi tentativi , sono lentissimi nell ' eseguire le azioni . La loro vita ha in ciò leggi particolari del tutto diverse dalle nostre . I piccoli bambini compiono con lentezza e costanza atti complessi molto graditi a loro , come p . es . , vestirsi , spogliarsi , pulire l ' ambiente , lavarsi , apparecchiare la tavola , mangiare , ecc . Essi sono in tutto ciò pazientissimi , e portano a compimento i loro atti laboriosi , superando tutte le difficoltà che presenta un organismo ancora in via di formazione . Noi invece , che li vediamo « faticare » e « perder tempo » a compiere una azione che noi potremmo in un attimo e senza fatica compire ci sostituiamo al bambino e la facciamo noi . Sempre per lo stesso pregiudizio che lo scopo da raggiungere sia il compimento dell ' atto esteriore , noi vestiamo e laviamo il bambino , gli strappiamo dalle mani oggetti che tanto ama di maneggiare ; noi gli versiamo la minestra nella scodella , lo imbocchiamo , gli sparecchiamo la tavola . E dopo tali servizî lo giudichiamo , con molta ingiustizia , come sempre avviene a chi soperchiò un altro sia pure in apparenza beneficandolo , come un incapace , un inetto : egli spesso è giudicato da noi impaziente sol perché noi non sapemmo trovare la pazienza di attendere i suoi atti che obbediscono a leggi di tempo diverse dalle nostre ; e prepotente , appunto perché noi gli usammo prepotenza . Questa taccia , questo marchio , questa calunnia , grava oramai come un dogma sulla paziente e mitissima personalità del fanciullino . Egli , come ogni forte che difende in se stesso i diritti della vita , si ribella a chi offende questo qualcosa che sente dentro , e che è una voce di natura alla quale egli deve obbedire ; - - allora manifesta con atti violenti , con le grida e col pianto , ch ' egli fu sopraffatto nella sua missione . Contro chi non lo comprese e che credendo aiutarlo lo respinse indietro nelle vie della vita , egli si manifesta un ribelle , un rivoluzionario , un distruggitore . Così l ' adulto che l ' ama , ribadisce sul suo collo piegato ancora una calunnia , confondendo la difesa della vita offesa con una forma di cattiveria innata , propria e caratteristica ai fanciulli in tenera età . Che sarebbe di noi se piombassimo in mezzo a una popolazione di Fregoli cioè di persone rapidissime nei loro movimenti , come quelle che ci meravigliano e destano il riso sul teatro , col celere trasformismo ? E se , continuando noi a muoverci secondo le nostre abitudini , ci vedessimo assaliti da questi Fregoli , i quali si mettessero essi a vestirci malamente , sballottandoci , a imboccarci rapidamente in modo da non darci il tempo d ' inghiottire , a strapparci dalle mani ogni lavoro per compierlo essi rapidissimamente , e piombarci in una impotenza e in una inerzia indicibilmente umilianti ? Noi non sapendo come meglio esprimerci , ci difenderemmo a pugni e a grida da questi forsennati : ed essi , avendo tutta la buona volontà di servirci , direbbero che siamo cattivi , ribelli , e incapaci di far nulla . Noi , che conosciamo la nostra vera patria , diremo a costoro : venite nei nostri paesi e vedrete una splendida civiltà fatta da noi , vedrete i nostri lavori meravigliosi . Quei Fregoli ci ammirerebbero estatici , non credendo ai loro occhi , quando vedessero agire il nostro mondo così bello , attivo , regolato , pacifico , gentile ma molto più lento del loro . Qualche cosa di simile avviene tra noi e i bambini ! L ' educazione dei sensi è tutta contenuta appunto nella ripetizione degli esercizi : lo scopo di questi non è che il bambino conosca i colori , le forme , le qualità più varie degli oggetti - - ma che affini i suoi sensi in un esercizio di attenzione , di comparazione , di giudizio , che è una vera ginnastica intellettuale . Tale ginnastica , razionalmente condotta dai varii stimoli , aiuta la formazione intellettuale , come una ginnastica fisica rinforza la salute e guida la crescenza del corpo . Il bambino che si esercita a percepire stimoli con i vari sensi isolatamente , concentra l ' attenzione , sviluppa a parte a parte le attività psichiche : come con movimenti isolatamente preparati , ordinava le sue attività muscolari . Egli non si limita a una ginnastica psico ­ sensoriale , ma prepara una particolare attività di associazione spontanea tra le idee - - un ordine di raziocinio svolgentesi su conoscenze positive - - un equilibrio armonico dell ' intelletto . Da tale occulta ginnastica nascono e si svolgono le radici di quelle esplosioni psichiche che portano tanta gioia al bambino , quando egli fa delle scoperte nell ' ambiente esterno - - quando medita e ammira insieme le nuove cose che gli si rivelano al di fuori e le squisite emozioni inferiori della sua coscienza crescente - - quando infine nascono in lui , quasi per maturazione spontanea , simili a fenomeni di sviluppo interiore , i prodotti della conoscenza : la scrittura e lettura . Mi accadde una volta di vedere un bambino di due anni figlio di un medico mio collega , che , quasi sfuggendo alle braccia della madre che me lo aveva condotto , si slanciava sugli oggetti ingombranti lo scrittoio paterno : il blocco rettangolare delle carte , il coperchio rotondo del calamaio . Io vedevo con emozione l ' intelligente piccolino che stava alla meglio cercando di fare gli esercizi che i nostri piccini , con tanta passione , ripetono senza fine agli incastri piani . Il padre e la madre lo tiravano via , sgridandolo , e spiegandomi che essi invano tentano di impedire al piccino di toccare le carte e gli oggetti del padre : « ma il bambino è irrequieto , è cattivo » . Quante volte vediamo tutti i bambini del mondo sgridati perché « toccano tutto » ribelli a ogni correzione ! Ebbene è guidando e sviluppando questo istinto naturale di toccar tutto , e di riconoscere l ' armonia delle figure geometriche , che i nostri piccoli uomini di quattro anni e mezzo , hanno tratto le radici di tante gioie e di tante emozioni nel fenomeno della scrittura spontanea . Il bambino che si slancia sul blocco delle carte , sui calamai o simili cose lottando sempre invano per raggiungere il suo scopo ; sempre combattuto e vinto da persone più forti di lui ; sempre agitato e piangente nelle delusioni dei suoi disperati sforzi - - spreca energie nervose ; ed è una illusione dei suoi parenti quella di credere che un tale bambino riposi ; come è un calunnioso malinteso ritener cattivo quel piccolo uomo che agogna già alle fondamenta del suo edifizio intellettuale . Invece riposano i nostri bambini ardentemente e beatamente lasciati liberi di spostare e rimettere le piastrelle geometriche degli incastri piani , offerte ai loro istinti di formazione superiore ; ed essi godendo nella più piena pace psichica , ignorano che l ' occhio e la mano s ' iniziano ai misteri di un nuovo linguaggio . La maggior parte dei nostri bambini si calmano in tali esercizi , il sistema nervoso riposa . Allora noi diciamo che questi piccolini sono buoni e tranquilli : - - la disciplina esterna tanto sospirata nelle scuole comuni è già abbondantemente superata . Ma come un uomo calmo e un uomo disciplinato non sono la stessa cosa , così qui il fatto che si rivela all ' esterno con la calma dei bambini è un fenomeno troppo fisico , parziale ed esteriore , in confronto alla vera disciplina che si sta svolgendo in loro . Spesso - - e questo è ancora un altro pregiudizio - - crediamo che per ottenere un atto volontario dal bambino , basti ordinarglielo . Noi pretendiamo che avvenga questo fenomeno , e chiamiamo tale pretesa l ' » obbedienza del bambino » . Troviamo disobbedienti specialmente i piccoli bambini ; anzi la loro resistenza quando essi hanno tre o quattro anni è tale che ci porta alla disperazione o alla rinuncia di ottenere obbedienza . Ci sforziamo a vantare ai bambini « la virtù dell ' obbedienza » che secondo noi dovrebbe essere propria dell ' infanzia , la « virtù infantile » appunto perché non la troviamo nei fanciulli altro che con grande difficoltà . Questa è un ' illusione molto comune di chiedere o con la preghiera o col comando o con l ' agitazione ciò che è difficile o impossibile ad avere : così p . es . noi chiediamo l ' obbedienza dei bambini e i bambini chiedono la luna . Basterebbe riflettere che quella obbedienza con la quale scherziamo tanto si trova più tardi come primo tentativo naturale in bambini più grandi , e poi come istinto nell ' uomo per avere un concetto della sua esistenza come fatto spontaneo e come uno degli istinti più forti della umanità . Troveremo la società umana tutta organizzata sulla più meravigliosa obbedienza ; e la civiltà progredire sulle vie dell ' obbedienza . I gruppi umani si fondano spesso sull ' abuso di obbedienza , le associazioni a delinquere hanno l ' obbedienza come base . Quante volte si sono fatte questioni sociali sulla necessità di scuotere l ' uomo da uno stato di obbedienza che lo aveva condotto ad essere sfruttato e lo aveva abbrutito . L ' obbedienza naturalmente è sacrificio . Siamo così abituati a vivere in un oceano di obbedienza nel mondo - - in uno stato di sacrificio - - in una prontezza alla rinuncia , che chiamiamo feste i legami del matrimonio fatti per eccellenza di obbedienza e di sacrificio - - e tra i popoli si guarda con invidia il soldato , che ha per sua missione di essere « obbediente fino alla morte » mentre consideriamo come un malfattore o un pazzo chi sfugge all ' obbedienza . Quanti poi hanno fatto l ' esperienza occulta dentro di loro , di un ardente desiderio di obbedire a qualche cosa o a qualcheduno che guidasse nella vita - - e di un desiderio ancor più profondo di trovare il sacrificio nella dedizione di qualche alta obbedienza . È dunque naturale che amando il bambino gl ' indichia ­ mo come « via della vita » l ' obbedienza : e si comprende l ' angustia che quasi tutti provano cozzando con la caratteristica disobbedienza infantile . Ma l ' obbedienza , si può raggiungere solo a traverso una complessa formazione della personalità psichica : occorre per obbedire non solo voler obbedire , ma anche saper obbedire . Poiché quando si ordina una cosa - - si pretende una corrispondente attività fattiva o inibitoria ; l ' obbedienza include perciò una formazione della volontà e una formazione intellettuale . Preparare nei dettagli questa formazione , con singoli esercizi - - è , benché indirettamente , spingere il fanciullo verso l ' obbedienza . Il metodo di cui si tratta contiene in ogni sua parte un esercizio volitivo : quando il bambino compie movimenti coordinati a uno scopo , raggiunge un fine prefisso , ripete pazientemente un esercizio , esercita la sua volontà . Parallelamente , in un ' assai complessa serie di esercizi mette in attività i poteri inibitori : p . es . le lezioni del silenzio che richiedono un lungo controllo inibitorio di tutti i movimenti , quando il fanciullo sta nell ' attesa della chiamata ; e il controllo rigoroso degli atti successivi , quando il bambino vorrebbe gridare di gioia e correre comunque alla chiamata ; invece tace - - e si muove leggermente , badando di evitare gli ostacoli , per non far rumore . Altri esercizi inibitori sono quelli di aritmetica , ove il bambino avendo estratto un numero , deve prendere nella gran massa che sta apparentemente a sua disposizione , solo una quantità di oggetti corrispondenti alla sua cifra ; mentre ( come l ' esperimento ha indicato ) vorrebbe prenderne la maggior quantità possibile - - e se in sorte gli toccò lo zero , resta pazientemente a mani vuote . Un altro esercizio inibitorio degli atti è nella lezione dello zero , ove il bambino chiamato , attratto in tanti modi a venire zero volte , a dare zero baci - - resta fermo - - vincendo sensibilmente l ' istinto che lo porterebbe appunto a obbedire alla chiamata . Il bambino che porta la grossa marmitta piena di zuppa calda , deve isolarsi da ogni stimolo ambiente che lo distragga , resistere alla tentazione di saltare - - superare un prurito , la noia di una mosca sul volto - - e rimanere solo compreso della grande responsabilità di non lasciar cadere né piegare la marmitta . Una bambinetta di quattro anni e mezzo , ogni volta che appoggiava la marmitta sul tavolino finché i piccoli convitati si fossero serviti faceva due o tre saltini - - poi riprendeva la marmitta per portarla a un altro tavolo , ripetendo sempre i suoi saltini . Ma mai lasciava a mezzo il suo lungo lavoro di passare così a traverso venti tavolini la zuppiera - - e mai dimenticava la vigilanza necessaria pel controllo dei suoi atti . La volontà , come ogni altra attività , si rinforza e si sviluppa con esercizi metodici . E qui gli esercizi della volontà sono in tutti gli esercizi intellettuali e della vita pratica del bambino : sembra che il fanciullo impari la esattezza e grazia delle movenze , che affini le sue sensazioni , che impari a contare e a scrivere - - ma più profondamente egli diventa il padrone di se stesso - - il preparatore dell ' uomo di forte e pronto volere . Si sente dire spesso che il bambino deve saper spezzare la sua volontà di fronte al volere dell ' adulto - - e che questa è l ' educazione della volontà del bambino , che deve sottomettersi e obbedire . A parte l ' ingiustizia che sta in fondo a ogni atto di prepotenza , questa pretesa è irrazionale perché il bambino non può spezzare ciò che non ha . Noi gli impediamo in tal modo di formare la propria volontà - - e commettiamo il più grande e colpevole abuso verso il fanciullo . Egli non ha mai tempo o modo nemmeno di provare se stesso , di valutare le proprie forze , i propri limiti - - perché viene sempre interrotto e soggiogato dalla nostra prepotenza ; e languisce nell ' ingiustizia , allorché si sente rimproverare acerbamente perché non ha ciò che gli viene ad ogni ora distrutto . Così nasce come conseguenza la timidezza del fanciullo , che è una specie di malattia acquisita della volontà che non poté svilupparsi - - e che con la solita calunnia con cui il tiranno , cosciente o no , copre i propri errori , viene considerata da noi come una caratteristica infantile . I nostri bambini non sono mai timidi : una delle più affascinanti loro qualità è la scioltezza con cui trattano le persone , con cui lavorano in presenza di altri , e mostrano con franchezza e desiderio di compartecipazione , i loro lavori . Quella mostruosità morale che è il bambino smorfioso e timido il quale prende ardire quando è solo coi compagni e fa le « birichinate » perché poté sviluppare la sua volontà soltanto nell ' ombra - - sparisce nelle nostre Case dei Bambini . Spettacolo di barbarie inavvertita - - che somiglia alla artificiale costrizione in cui si teneva il corpo dei fanciulli destinati a crescere « nani » di corte , mostri fisici o giullari - - e nella quale crescono spiritualmente quasi tutti i bambini del nostro tempo ! Infatti in tutti i congressi di Pedagogia si rileva come pericolo del nostro tempo « la mancanza di carattere » negli scolari : e si dà quasi un grido d ' allarme - - senza però rilevare che è l ' indirizzo educativo la schiavitù scolastica , quella che appunto spezza le volontà e i caratteri . Il rimedio è tutto nella liberazione dello sviluppo umano . Oltre all ' esercizio della volontà , c ' è l ' altro fattore dell ' obbedienza consistente nella conoscenza dell ' atto da compiere . Una delle osservazioni più interessanti fatte dalla mia allieva Anna Maccheroni , prima nella « Casa dei Bambini » di Milano e poi in quella di via Giusti in Roma , riguarda appunto il meccanismo con cui si svolge l ' obbedienza nei fanciulli in rapporto al « sapere » . L ' obbedienza nasce nel bambino come un istinto latente in lui , appena la sua personalità abbia cominciato , come diciamo noi , a ordinarsi . Per es . un bambino comincia a provarsi in un determinato esercizio - - una volta , all ' improvviso , egli fa perfettamente bene ; se ne meraviglia , guarda , vuol quindi riprovare , ma l ' esercizio non riesce più per vario tempo . In seguito il bambino riesce quasi sempre a compiere l ' esercizio ; ma se qualcuno gli domanda di eseguirlo non sempre riesce , anzi , quasi sempre sbaglia . Il comando esterno non provoca ancora l ' atto volontario . Quando però l ' esercizio riesce sempre bene , con sicurezza assoluta , l ' invito esterno provoca atti ordinati e sufficienti allo scopo ; cioè il bambino può sempre eseguire il comando ricevuto . Che questi fatti , a parte le variazioni individuali , siano leggi di formazione psichica , risulta anche dall ' esperienza volgare che tutti abbiamo veduto ripetersi nelle scuole e nella vita . Accade spesso di sentir dire un bambino : « io ho fatto la tal cosa , ma non la so fare più » . E un maestro che al comando è deluso dell ' incapacità del bambino : « eppure il bambino faceva bene , adesso non sa più fare » . Infine , c ' è il periodo di sviluppo compiuto , consistente in ciò : che quando si sa fare una cosa , resta permanente la capacità a riprodurla . Esistono dunque tre periodi - - un primo subcosciente ove nell ' intelligenza del bambino l ' ordine si fa per un misterioso impulso interiore tra il disordine , producendo all ' esterno un atto perfetto che però , essendo fuori del campo della coscienza , l ' individuo non può riprodurre volontariamente . Un secondo periodo cosciente ove esiste l ' azione della volontà , che può assistere al processo di sviluppo e di fissazione degli atti ; un terzo periodo ove la volontà può dirigere e provocare gli atti stessi , rispondendo anche a un comando esterno . Ora l ' obbedienza segue parallelamente un simile processo . Nel primo periodo , del disordine interiore , il bambino non obbedisce , come se fosse sordo psichicamente , estraneo ai comandi ; nel secondo periodo vorrebbe obbedire - - ha l ' attitudine di chi comprende il comando e vuol corrispondervi , ma non può o almeno non riesce sempre a obbedire quindi non è pronto , non mostra la gioia di obbedire ; nel terzo periodo corrisponde prontamente , con entusiasmo ; e , perfezionandosi negli esercizi , nasce nel bambino la gioia di sapere obbedire . È questo il periodo in cui egli accorre con gioia e lascia al più impercettibile comando qualsiasi cosa lo interessi , per togliersi alla sua solitudine - - e fondersi con l ' obbedienza nel campo spirituale di un altro uomo . Da questo ordine così stabilito nella coscienza - - ove era un primitivo caos - - proviene tutto il quadro dei fenomeni di disciplina e di sviluppo intellettuale che dall ' interno si espande come una creazione . Da tali anime ordinate ove fu separata « la luce dalle tenebre » - - nascono sentimenti e conquiste intellettuali improvvise , che ricordano la creazione biblica del mondo . Non soltanto quello che fu laboriosamente preparato dal fanciullo stesso , si trova in lui : non solo la conquista ma il dono che scaturisce dalla vita interiore . Si sentono già i primi fiori di gentilezza , d ' amore , di spontaneo desiderio del bene , che mandano il loro profumo dalle anime di questi fanciulli - - e che promettono i « frutti della vita spirituale » di S . Paolo : « Frutto dello spirito si è la carità , il gaudio , la pace , la pazienza , la benignità , la bontà , la mansuetudine , la modestia , » . Essi sono dei virtuosi perché esercitarono la pazienza - - ripetendo gli esercizi - - la mansuetudine cedendo al comando , al desiderio degli altri - - la bontà godendo del bene altrui , non sentendo invidia né emulazione ; vissero facendo il bene nel gaudio , nella pace ; e furono eminentemente , meravigliosamente laboriosi . Ma di tali virtù essi non hanno superbia perché non vollero acquistarle come una superiorità morale , da un insegnamento esterno seguito con sforzo . Ma si trovarono sulla via della virtù - - perché era l ' unica via per giungere al perfezionamento , all ' apprendimento : e raccolsero con semplicità i frutti di pace che incontrarono per quella via . Queste le prime linee d ' un esperimento che illustra un forma di disciplina indiretta - - ove al maestro critico e predicante si sostituisce una razionale organizzazione del lavoro e la libertà del fanciullo . Essa include un concetto della vita generalmente noto più nei campi delle religioni che in quelli della pedagogia scolastica - - perché si rivolge alle energie interiori dell ' uomo : ma pure fonda le sue basi sul lavoro e sulla libertà , che sono vie di progresso civile . CONCLUSIONI E IMPRESSIONI La parte del metodo qui descritta , può chiaramente condurre , io credo , i maestri ad applicarla praticamente . Chi ha bene afferrato l ' idea dell ' insieme in questa metodica - - intenderà come il lato riferentisi all ' applicazione materiale di essa è oltremodo semplice e facile . Infatti la figura della maestra antica , che tiene faticosamente la disciplina dell ' immobilità e consuma i suoi polmoni in una loquela risonante e continua , è scomparsa . Alla maestra viene sostituito il materiale didattico , che contiene in sé il controllo dell ' errore e permette ai singoli bambini l ' auto - educazione . Così la maestra è una dirigente del lavoro spontaneo dei bambini : è una paziente ed una silenziosa . I bambini sono occupati ciascuno in una cosa diversa - - e la direttrice può sorvegliarli , facendo osservazioni psicologiche , - - le quali appunto , raccolte con ordine e con criteri scientifici , potranno ricostruire la Psicologia infantile e preparare la Pedagogia sperimentale . Io credo di avere stabilito , col mio metodo , le condizioni di studio necessario a svolgere una Pedagogia scientifica : e chi adotterà questo metodo , aprirà con ciò solo , in ogni scuola e in ogni classe , un gabinetto di Pedagogia sperimentale . Di qui dobbiamo attenderci la vera soluzione positiva di tutti i problemi pedagogici dei quali si parla : come già è venuta la soluzione di alcuni , quali la libertà degli scolari , l ' auto - educazione e l ' armonia dell ' opera familiare con quella scolastica per il comune intento della educazione dei fanciulli . Anche il problema dell ' educazione religiosa , la cui importanza ancora non sentiamo pienamente , dovrà essere risolto dalla pedagogia positiva . Se le religioni nacquero insieme alle civiltà , esse ebbero probabilmente radice dell ' umana natura . Noi abbiamo assistito allo spettacolo edificante di un istintivo amore alla sapienza nei fanciulli che avevamo giudicati , su un pregiudizio antico , dediti ai divertimenti ai giuochi vuoti di pensiero . Il fanciullo che disprezza il giuoco dinanzi al sapere , si è rivelato il vero figlio di quell ' umanità che fu a traverso i secoli creatrice della scienza e del progresso civile . Noi avevamo deturpato il figlio dell ' uomo , relegandolo invece al giuocattolo degradante , nell ' ozio e nel soffocamento di una disciplina male intesa . Ora il fanciullo dovrà egli , nella sua libertà , rivelarci se l ' uomo è veramente in natura la creatura religiosa . Negando a priori il sentimento religioso nell ' uomo , e privando l ' umanità dell ' educazione di questo sentimento , potremmo incorrere in un errore pedagogico , simile a quello che ci faceva a priori negare nel fanciullo l ' amore alla conoscenza e al sapere : e che ci spingeva a domarlo nella schiavitù , per renderlo apparentemente disciplinato . Anche affermando che solo l ' età adulta è adatta all ' educazione religiosa - - potremmo incorrere in un profondo errore , come è quello che ci fa oggi dimenticare l ' educazione dei sensi nell ' età in cui essi sono educabili , cioè nel bambino , mentre la vita dell ' adulto è poi praticamente un ' applicazione dei sensi alla raccolta di sensazioni nell ' ambiente : donde risulta il fallimento della vita pratica e uno squilibrio che disperde tante forze individuali . Non per fare un paragone tra la educazione dei sensi , come guida alla vita pratica - - e l ' educazione religiosa come guida alla vita morale ; ma solo per servirmi a scopo illustrativo di una analogia - - noto come spesso nella vita morale si osservano dei fallimenti nei non religiosi - - e molte forze individuali , che pur riconosciamo preziose , disperdersi miseramente . Quanti uomini hanno fatto l ' esperienza di ciò ! E allorché alcuni hanno la tardiva rivelazione della propria coscienza religiosa nell ' età adul ta , o sotto la squassante esperienza del dolore , la mente è inabile a stabilirsi un equilibrio , perché fu troppo stabilmente formata in un campo privo di spiritualità . Allora vediamo spettacoli egualmente pietosi o di conversioni a un fanatismo di religiosità formale e inferiore ; o di lotte intime drammatiche tra il sentimento che cerca tra le tempeste l ' unico suo porto , e la mente che riconduce inesorabilmente la coscienza tra i flutti travolgenti dell ' alto mare senza pace . Fenomeni psicologici di altissima importanza ; e problemi umani la cui gravità è forse tra tutti gli altri , suprema . Noi siamo ancora in Europa e specialmente , tra le più civili nazioni , in Italia pieni di pregiudizi e di preconcetti su tale argomento - - veri schiavi del pensiero . Noi crediamo che la libertà di coscienza e di pensiero consista nel negare alcuni principi di sentimento - - come p . es . quelli religiosi ; mentre la libertà non esiste mai là ove si combatte per soffocare qualche cosa , ma solo dove si lascia l ' espansione illimitata alla vita . Chi veramente non crede , non teme ciò che non crede , e non combatte ciò che non esiste : e se crede e combatte , allora diviene soldato contro la libertà . In America è lo stesso scienziato positivista , il James , che espone la teoria fisiologica dei sentimenti e illustra l ' importanza psicologica della « coscienza religiosa » . Noi non possiamo sapere l ' avvenire del progresso di pensiero : ecco p . es . nelle « Case dei Bambini » il trionfo della disciplina a traverso le conquiste della libertà e dell ' indipendenza : e ciò segna il fondamentale progresso pedagogico nei metodi - - e la più brillante speranza di redenzione umana nell ' educazione . Forse ugualmente , a traverso le conquiste di libertà di pensiero e di coscienza , noi ci avviamo verso un grande trionfo religioso . Questo ce lo dirà l ' esperienza ; e saranno indubbiamente interessanti le osservazioni psicologiche fatte in proposito nelle « Case dei Bambini » . A questo libro di metodo , compilato da una sola persona , ne dovranno seguire altri , io mi auguro , che partendo dallo studio individuale dei bambini educati col nostro metodo , esporranno l ' esito delle esperienze . Sono questi i libri di Pedagogia che attende l ' avvenire . Dal lato pratico della scuola , si ha poi , coi nostri metodi , il vantaggio di poter trattenere vicini fanciulli in grado molto diverso di preparazione : nelle nostre prime « Case dei Bambini » , stanno insieme piccini di due anni e mezzo , inadatti ancora ai più semplici esercizi dei sensi - - e bambini di oltre cinque anni che per la loro coltura potrebbero passare tra pochi mesi in terza elementare ! Ciascuno di essi si perfeziona da sé ; e prosegue avanti secondo la propria potenzialità individuale . Vantaggio grandissimo di tale metodo , che potrebbe rendere assai facile l ' istruzione nelle scuole rurali , e nelle scuole dei piccoli paesi di provincia - - ove scarsi sono i fanciulli , e dove non potrebbero fondarsi molte diverse classi , né mantenersi più maestre . Dalla nostra esperienza risulta che una sola maestra può seguire fanciulli i quali si trovano in livelli così disparati , come quelli che corrono dal primo dei tre anni dell ' asilo d ' infanzia , alla terza classe elementare . Mentre accanto a questo vantaggio pratico , sta l ' altro dell ' estrema facilità con cui si apprende il linguaggio grafico con cui perciò si può combattere l ' analfabetismo , e coltivare la lingua nazionale . In quanto alla maestra , ella può rimanere , senza pericolo di consumar le sue forze , tutta la giornata insieme a bambini che appartengono a così diversi gradi di sviluppo , come resta in casa la madre coi figli di tutte le età dal mattino alla sera , senza stancarsi . I bambini lavorano da sé - - conquistando così la disciplina attiva come l ' indipendenza nella vita pratica , come il progressivo sviluppo dell ' intelligenza . Diretti da una intelligente maestra , tanto nello sviluppo fisico come in quello intellettuale e morale , i bambini possono coi nostri metodi , raggiungere non solo uno splendido e rigoglioso organismo fisico , ma ancora la magnificenza dell ' anima umana . Abbiamo creduto erroneamente fin qui che l ' educazione naturale dei piccoli bambini dovesse essere soltanto fisica , ma anche lo spirito ha la sua natura e la vita spirituale è essa , che domina la esistenza umana in tutte le età . I nostri metodi prendono in considerazione lo sviluppo psichico spontaneo nei bambini e lo aiutano con mezzi dedotti dall ' osservazione e dall ' esperienza . Se le cure fisiche conducono i fanciulli a sentire i godimenti della salute del corpo , le cure intellettuali e morali portano il fanciullo alle alte gioie dello spirito , e lo spingono a continue sorprese a scoperte così nell ' ambiente esterno , come nell ' intimità della propria anima . Queste sono le gioie che preparano l ' uomo e che solo son degne di educare veramente l ' infanzia dell ' umanità . I nostri bambini sono notevolmente diversi da tutti gli altri fin qui conosciuti tra il gregge domo delle scuole : essi hanno l ' aspetto sereno di chi è felice e la disinvoltura di chi si sente il padrone delle proprie azioni . Quand ' essi corrono incontro ai visitatori , parlano loro con franchezza , stendono con gravità la manina minuscola per una cordiale stretta di mano , quando ringraziano della visita ricevuta più col brillare degli occhi , che con la voce squillante ; dànno l ' illusione di piccoli uomini straordinari . Quando poi essi mostrano le loro abilità con atto confidenziale così semplice , come se chiamassero delle testimonianze materne in tutti quelli che li osservano ; - - quando intorno a due visitatori che parlano tra loro , essi si accovacciano in terra accanto ai loro piedi , scrivendo silenziosamente il loro nome con una parola gentile di ringraziamento - - quasi volessero far sentire una gratitudine affettuosa a chi è venuto a trovarli ; quando dànno prova del loro rispetto con un silenzio profondissimo - - sono commoventi in modo , che scuotono veramente le anime . La « Casa dei Bambini » sembra avere una influenza spirituale su tutti : io vidi uomini di affari , uomini di potere , preoccupati così da un lavoro affannoso , come dalla coscienza della propria superiorità sociale , farsi sereni , disciogliere quasi la rigidezza pesante del loro grado , in un dolce oblìo di se stessi . È l ' effetto dello spettacolo dell ' anima umana che si svolse nella sua vera natura ; e che fece chiamare i nostri piccini : bambini prodigiosi , bambini felici , infanzia di una umanità più evoluta della nostra . Io intendo il grande poeta inglese Wordsworth , che , innamoratosi della natura , cominciò a sentire la misteriosa voce dei suoi colori e dei suoi silenzi e le domandò il segreto della vita tutta quanta . Finché , come un veggente , ne ebbe la rivelazione : il segreto di tutta la natura sta nell ' anima del fanciullo . Egli ci scopre la sintesi vera della vita , che risiede nello spirito dell ' umanità . Ma quello spirito che « avvolge la nostra infanzia » è poi oscurato « dalle ombre della carcere , che comincia a chiudersi al disopra del crescente fanciullo » : e l ' uomo « lo vede morire lontano e svanire nella luce del giorno consueto » . Veramente la vita nostra sociale è bene spesso il successivo oscurarsi e il morire della vita naturale che è in noi . Questi nostri metodi tendono a custodire il fuoco spirituale degli uomini ; e a salvare la loro vera natura a traverso i deprimenti gioghi della società . È una Pedagogia che s ' informa all ' alto concetto di Emanuele Kant : « l ' arte perfetta ritorna alla natura » .
IL PENSIERO ITALIANO DEL RINASCIMENTO ( GENTILE GIOVANNI , 1940 )
Saggistica ,
DEDICA ALLA MEMORIA DE ' MIEI POVERI FRATELLI GAETANO E ROSINA MIEI COMPAGNI D ' AMORE E DI SOGNI NELLA FANCIULLEZZA ENTRAMBI CADUTI SULLA SOGLIA DELLA VITA AVVERTENZA Alla Conferenza sul Bruno qui ristampata con poche aggiunte e modificazioni ( poiché gli studi più recenti non hanno scosso menomamente la mia tesi ) seguiva nel 1907 un ' Appendice , che insieme con altri scritterelli bruniani verrà ora compresa in altro mio volume che seguirà Prossimamente a questo , e gli servirà quasi di complemento . Alla vecchia conferenza ho preferito piuttosto unire vari miei studi posteriori ( qui riveduti o ampliati ) , riguardanti taluni dei problemi fondamentali che si agitarono dallo stesso Bruno e dagli altri pensatori nel nostro Rinascimento , e che , studiati così , tutti insieme , riverberano una viva luce sul pensiero del Bruno e di tutta quell ' età di cui egli è il martire . Roma , 1920 . G . G . In questa nuova edizione , che s ' avvantaggia sulla precedente di non poche aggiunte e di tutto un nuovo capitolo sul Campanella , ho creduto opportuno riordinare tutta la materia per rendere più evidente il concetto da cui tutti gli studi qui raccolti sono animati e organicamente connessi , benché maturati via via in così lungo lasso di tempo , come apparisce dalla seguente , Nota bibliografica . Roma , 8 gennaio 1925 G . G . Nelle due precedenti edizioni questo libro era intitolato : Giordano Bruno e il pensiero del Rinascimento , poiché il nucleo originario di esso era costituito da una conferenza del 1907 sul filosofo di Nola . Ma le aggiunte posteriori hanno via via allargato così il campo degli studi raccoltivi , che quello scritto più antico ha finito col non essere più il centro del libro ne la parte che Potesse sembrare più meritevole di rilievo . E s ' è reso perciò necessario un titolo più comprensivo , quantunque i tre nuovi capitoli della presente edizione ( il primo , il quinto e il sesto ) e le aggiunte introdotte qua e là e i ritocchi ed aggiornamenti suggeriti in qualche punto dal progresso degli studi consentano ancora di ritenere che l ' essenziale della raffigurazione storica del Rinascimento , in cui fu già vista campeggiare la figura del Bruno , conservi anche oggi tutta la sua verità . Anche ora il libro ha il carattere composito e frammentario di una raccolta di scritti nati in vari tempi lungo più d ' un trentennio ; una raccolta in cui taluni argomenti tornano naturalmente ad essere trattati più d ' una volta , e certe ripetizioni sono inevitabili . Non è , pur troppo , il libro che un tempo , a conclusione di molte mie ricerche , pensavo di scrivere con ricchezza di concreti particolari e sviluppo di concetti aderenti alla folta e varia moltitudine degli uomini , dei loro sistemi , delle loro passioni e lotte . Non è il libro che in cuore desideravo di dedicare ai pensatori che avevan dato luce e calore alla mia anima , e ai quali in dalla prima giovinezza avevo guardato con reverenza ed amore come a ' miei fratelli maggiori nella grande famiglia della filosofia italiana . Ma , lo ripeto anche questa volta , un organismo nel libro , com ' è nato e cresciuto , c ' è ; e ogni lettore che lo legga tutto , lo vede facilmente . Ne credo di peccare di superbia se , continuando a pensarci su e a seguire il movimento degli studi , ritengo sei ? apre più questo libro un contributo che nessuno studioso del Rinascimento potrà per un pezzo ignorare o trascurare , sia che voglia penetrare nel segreto di certe anime dominanti , sia che voglia orientarsi rispetto ai Problemi e ai concetti fondamentali di quella età . Forte dei Marmi , 16 agosto 1939­XVII . G . G . NOTA BIBLIOGRAFICA Degli undici capitoli di questo volume il I venne la prima volta pubblicato nel Giornale dantesco , XXXVIII , 1937; e fu un Discorso per l ' inaugurazione della Mostra umanistica nella Biblioteca di Leo S . Olschki in Firenze ( 18 aprile 1937 ) ; il II nella Cultura del De Lollis , del 15 luglio 1920 , estratto d ' un Corso di lezioni tenuto nella Università di Roma nel 7918 . - - Il III Cap . , insieme con i numeri I e III dell ' Appendice , nel Giornale Stor . Di letteratura ital . nel 1976 . - - Il IV Cap . fu una conferenza tenuta nel Lyceum di Roma il 19 maggio 1919; e quindi pubbl . nella Nuova Antologia del 1° giugno dello stesso anno . - - Il V Cap . è la parte essenziale di una conferenza tenuta il 28 aprile di quest ' anno nella sala di Luca Giordano , in occasione della Mostra Medicea ( inedita ) . - - Il VI Cap . prima uscì nella pref . al vol . G . GALILEI , Frammenti e lettere con note di G . Gentile , Livorno , Giusti , 1917 ( 2 ed . 1925 , ora presso la Sansoni di Firenze ) . Qui si ripresenta con qualche aggiunta . - - L ' VIII Cap . nel volumetto . G . Bruno nella Storia della cultura , Palermo , Sandron , 1907 . - - Il IX Cap . nella Critica , a . X ( 1912 ) . - - Il X negli Scritti vari di erudizione in onore di R . Renier , Torino , Bocca , 1912 . - - Il Cap . XI è la Commemorazione del Campanella tenuta a Stilo il 19 ottobre 1924 , e pubblicata nel Giorn . critico della filos . italiana , a . V , 1924 . Quando fu dato in luce nel 1907 lo scritto che forma il cap . VIII , vi fu premessa la seguente avvertenza : « Questo scritto non vuol essere né una biografia , né un ' esposizione del pensiero di Giordano Bruno ; ma solo un saggio intorno al significato di lui nella storia della cultura : e quindi una illustrazione delle ragioni peculiari della sua condanna e della sua morte mercè lo studio delle sue idee intorno al rapporto della filosofia con la religione , e del suo atteggiamento verso la Riforma e verso l ' Inquisizione . « Per giustificare la speciale determinazione dell ' argomento e la forma dello scritto , dirò che questo nacque per una conferenza , tenuta in Palermo il 20 marzo di quest ' anno , per invito della Sezione locale della Federazione nazionale degli Insegnanti medi . La quale volle in questo modo riparare all ' omissione ( non di certo approvabile , quale che ne sia stato il motivo ) onde , sette anni fa , la gloriosa ricorrenza centenaria del rogo di Bruno parve opportuno non fosse in alcun modo ricordata nelle nostre scuole ; dove pure ogni anno , a giorno fisso , tutti i maestri , da un capo all ' altro d ' Italia , sono invitati a interrompere il corso delle lezioni per commemorazioni improvvise , prive spesso d ' ogni valore didattico ed educativo , di eroi grandi e piccoli della nostra storia civile e letteraria . E a me pare ottimo segno dei tempi , - - da non lasciar passare senza richiamarvi sopra l ' attenzione del paese , - - che gl ' insegnanti dei nostri ginnasi e licei si ricordassero essi del Bruno , come di nome che appartenga a loro , cioè alla scuola italiana , focolare della cultura nazionale . E non del Bruno ora da un paio di decennii noto alle moltitudini come vittima dell ' intolleranza religiosa e segnacolo in vessillo di rivendicazioni anticlericali ; ma del Bruno , che essi appresero a conoscere nella storia : il grande filosofo e martire della nostra Rinascenza . « Tra tanto schiamazzo , pro e contro Bruno , fatto nello scorso febbraio da tutti i politicastri rossi e neri d ' Italia ; i quali avranno forse tutte le loro buone ragioni di schiamazzare , ma non ne hanno certo nessuna , di non dover risparmiare la pace dello sventurato scrittore né pur a tre secoli dalla sua morte ; è veramente titolo d ' onore pei professori di Palermo questa loro idea di stringersi a difesa intorno alla memoria del filosofo , segno D ' inestinguibil odio E d ' indomato amor ; di restituire al Bruno la sua dignità storica di filosofo e martire della filosofia ; di sottrarre il suo nome alla mischia profanatrice dei partiti politici , che l ' esaltano o lo combattono , esaltando o combattendo i loro fini e le loro passioni , a cui il Bruno fu ed è estraneo ; di risollevarlo per gli spiriti colti in quell ' aer sereno , a cui si elevò con la vigoria del suo pensiero , della sua stessa poetica , fantasia e con l ' ideale virilità del suo grande animo in quell ' aer sereno , dove tutte le passioni tacciono i fini pratici e i contrasti , da essi generati , sono superati , e sopravvive solo quello spirito di eterna verità , a cui tutti i partiti umani , perché umani , s ' inchinano » . I UMANESIMO E INCUNABOLI I A chi abbia la fortuna di trovarsi a una mostra di incunabuli , accade di provare uno di quei grandi godimenti intellettuali che soltanto le più vivaci rievocazioni del passato possono procurare . Dal prezioso patrimonio librario della nuova cultura quattrocentesca pare sorga e si affolli intorno allo studioso una moltitudine di umanisti . Sono umanisti scrittori , umanisti editori , umanisti stampatori , poiché in quell ' età l ' industre dottrina degli umanisti e l ' ardore del loro entusiasmo suscitato per i documenti letterari del pensiero antico presero con la nuova arte meravigliosa dei tipi mobili a moltiplicare e diffondere i nuovi testi discoperti nelle polverose librerie degli ignari conventi e gli antichi restaurati e ravvivati dalla sagace scienza dei dotti . E si videro con ammirazione questi monumenti dell ' arte nuova del torchio : monumenti della ispirazione estetica , a cui stampatori e letterati obbedivano , e dell ' accorgimento critico con cui gli uni e gli altri , prima di stampare i testi , attesero a purgarne la lezione guasta e corrotta da tradizioni di ignoranti amanuensi . Ma monumenti altresì di una più alta storia ; la quale nella riproduzione manoscritta o tipografica non soltanto si rispecchia , ma si compie e si realizza . Poiché il gusto squisito e la critica filologica a cui questi venerandi incunabuli sono informati , non è qualche cosa di estrinseco ed accessorio allo spirito degli umanisti , che collaborarono a queste prime prove gloriose della stampa . Anzi sono da considerare una manifestazione dell ' essenza dell ' umanesimo , che non sarebbe compiutamente conosciuta dallo storico che si limitasse a studiarne lo spirito così come esso può definirsi o individuarsi in pochi concetti astratti , trascurando le forme in cui questi concetti si incarnarono e furono effettiva realtà storica . II L ' umanesimo infatti fu filologia ; e filologia nel primo senso del vocabolo . Fu amore della parola in tutte le sue forme , da quella ideale , che si attua nella fantasia dove la potenza creatrice dello spirito sgorga nel segreto dell ' uomo , a quella scritta , in cui pare che l ' interna intuizione si esteriorizzi e prenda corpo : tra le cose materiali ; è alla stampata , in cui la parola scritta si stilizza e moltiplica . Fu quindi vagheggiamento delle belle parole armoniose che dagli antichi grandi , si apprese a formare ; fu ricerca appassionata dei manoscritti dove quelle parole si conservavano e potevano sempre tornarsi a leggere ( oh il superbo vanto del Petrarca contro quei presuntuosi barbassori dell ' averroismo veneto , per il gran codice platonico che egli si trovava a possedere nella sua biblioteca ! ) ; fu studio acuto , diretto a restituire al pristino splendore quelle parole offuscate da barbariche patine di ripetitori inesperti e inintelligenti ; quelle parole pur sempre parlanti col loro schietto suono all ' orecchio e all ' intelletto addottrinato da una familiarità sicura con l ' antico linguaggio dei padri , ossia col loro pensiero e con le consuete forme ond ' esso si rivestiva . E in ogni caso era fiducia nel proprio sapere , come essi se l ' eran foggiato grazie a una diretta e intensa conoscenza degli scrittori antichi . I quali erano stati celebrati ed esaltati come maestri d ' ogni scienza ed arte nel Medio Evo , ma conosciuti i più soltanto per fama e indirettamente , per traduzioni e traduzioni di traduzioni , anche dai maggiori intelletti , come un Alberto Magno , un Tommaso d ' Aquino , un Dante Alighieri , dottissimi spiriti orientati tutti verso l ' antico , e troppo legati tuttavia ed involti nei presenti interessi religiosi , filosofici , politici od artistici . Fiducia nel proprio sapere e nell ' ingegno , ossia nella personalità , che attraverso questo nuovo sapere si esercitava e formava ; da quando i nuovi interessi , acuiti e quasi aguzzati dalla gioia delle scoperte degli antichi scrittori celebri ma sconosciuti , e dalla soddisfazione più viva procurata dall ' apprendimento del greco , da secoli non più noto all ' Occidente latino , e quindi dalla lettura di tante opere invano già desiderate da ' dotti d ' un tempo , ebbero straniato l ' uomo cólto dal presente ; dai contrasti e dai problemi attuali , dal pratico della vita , in cui è la famiglia , lo Stato , e perfino la Chiesa con i suoi tempii , con i suoi riti e con i suoi ministri , per farlo coetaneo degli antichi e partecipe del loro mondo . Che meraviglia se a momenti quest ' uomo nuovo si sentisse in petto le passioni d ' un repubblicano di Roma e sognasse con Pomponio Leto una repubblica praticamente impossibile ? Ed era ovvio che , tutto preso in questa visione dell ' antico risorto e vivo nella fantasia , egli a tratti riprovasse quel sentimento del divino che ogni mortale porta nel suo mondo , e si riaffacciasse quasi cogli stessi occhi di un Virgilio a quella intuizione religiosa , che ogni cristiano condannava da secoli come credenza negli dèi falsi e bugiardi . Paganesimo , che era per altro compatibile con la fede ricevuta dai padri e che anche l ' umanista accoglieva nell ' animo in cui pur sempre rimaneva legato alla famiglia e allo Stato , ai figli , agli amici , al principe , alla città e insomma alla vita attuale e dei vivi , da cui egli si sequestrava soltanto a quel modo che ogni poeta , ogni artista , obbedendo a una sua segreta e personale ispirazione , astrae dalla realtà circostante e spazia felice nell ' astratto mondo della sua fantasia . III Le discussioni recenti sul carattere pagano o cristiano dell ' umanesimo si aggirano , io temo , intorno ad un equivoco . A proposito del quale non so trattenermi dal ricorrere col pensiero alla bella lettera scritta dal Machiavelli a Francesco Vettori dalla sua villa presso San Casciano mentre andava meditando il Principe . Ricordate ? Dopo desinare se ne tornava all ' osteria , a trovare l ' oste , un beccaio , un mugnaio e due fornaciai ; e con costoro amava ingaglioffarsi « per tutto dì giocando a cricca , a tric ­ trac » ; e nascevano mille contese e infiniti dispetti di parole ingiuriose , e il più delle volte si combatteva un quattrino , e le grida si sentivano da San Casciano . Questo durante il giorno . Ma , calato il sole , il Machiavelli si ritirava . « Mi ritorno a casa , e entro nel mio scrittoio ; e in sull ' uscio mi spoglio quella veste cotidiana , piena di fango e di loto , e mi metto panni reali ecuriali ; e rivestito condecentemente , entro nelle antique corti degli antiqui uomini , dove , da loro ricevuto amorevolmente , mi pasco di quel cibo , che solum è mio , e ch ' io nacqui per lui ; dove io non mi vergogno parlare con loro ; e domandoli della ragione delle loro actioni , e quelli per loro umanità mi rispondono ; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia , sdimentico ogni affanno , non temo la povertà , non mi sbigottisce la morte ; tutto mi transferisco in loro » . Parole stupende , che non si tornano mai a leggere senza viva commozione . C ' è l ' animo del Machiavelli , e c ' è , in pieno Rinascimento , l ' animo dell ' umanista che , almeno per quattro ore della sua giornata . è portato a transferirsi tutto negli antichi , per non sentire più la noia , dimenticare ogni affanno , non temere la povertà , e non essere sbigottito più dalla morte : per vivere cioè la vita beata dello spirito che dal tempo e dalle cose finite si eleva all ' eterno e infinito delle idee o dei fantasmi che hanno virtù di affratellare ed unificare gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi . Lo studioso che voglia intendere il significato storico dell ' umanesimo deve guardare a quelle quattro ore dell ' umanista , quando il Machiavelli lascia l ' osteria e il tric ­ trac , e scrive il Principe ; quando insomma è Machiavelli , creatore di una scienza che con le sue ombre e con le sue luci agiterà cuori e cervelli nell ' avvenire ; il Machiavelli dato sempre per morto dagli avversari , e pur sempre vivo e presente a turbare la pace delle loro anime , a farsi leggere , a far pensare . In quelle quattro ore Machiavelli è tutto negli antichi , pagano com ' essi , o più esattamente con l ' animo aperto ad accogliere attraverso e malgrado le forme diverse , l ' umanità comune , e , a modo suo , l ' unica religione che già il Cusano ( partecipe anche lui del nuovo concetto umanistico ) additava in varietate rituum , Giacché una delle conquiste definitive dell ' umanesimo , specialmente di quello che in Firenze si sviluppò per opera del Ficino e de ' suoi « complatonici » , fu un concetto generato dalla logica sincretistica del platonismo , che faceva di Platone un cristiano avant la lettre e di ogni filosofo cristiano , da sant ' Agostino in poi , un autentico platonico . Un concetto , che sarà più profondamente teorizzato dal Campanella , e che in Inghilterra un amico del Campanella e seguace del platonismo di Cambridge , derivato da quello dell ' Accademia di Firenze , proclamerà col nome che farà fortuna , di religione naturale , Concetto che oggi noi criticheremo per la sua astrattezza razionalistica , ma difenderemo sempre , e praticamente vien adottato dall ' universale come principio di quella religiosità umana senza la quale non c ' è religione positiva di sorta . La religione naturale , per altro , è un aspetto dell ' umanità profonda e fondamentale che l ' umanista scopre in questo suo trasferirsi in un mondo ammirabile e pur lontano dalla effettiva realtà in cui gli uomini vivi sono ( legati all ' attualità determinata e alla struttura infrangibile del presente . Intanto è un ' umanità che ha valore in quanto si scioglie dalle contingenze della vita , in cui l ' uomo non può essere immediatamente padrone di sé , vincolato com ' è al costume e alla legge , che egli trova già in essere quando deve conformarvisi ; vincolato alla realtà della natura , in cui egli nasce e muore per un destino che non è in lui , ma sopra di lui ; e in cui vive stretto incessantemente dalla necessità di adattarsi col pensiero e con l ' azione a dati di fatto meccanicamente posti a limitare dentro determinate condizioni l ' attività dello spirito umano . Se ne scioglie , attratto da una realtà che è tutta una conquista dell ' uomo , dottrina sua e frutto di una propria acquisita esperienza ; ond ' egli si eleva al di sopra dell ' uomo comune , e si riscatta da ' suoi limiti e dalle sue miserie , e afferma quindi la propria indipendenza , che è potere infinito , creatività e cioè libertà . Di questa libertà , diversissima , da quella promessa dalla teologia cristiana che la sua fa sperare soltanto dall ' intervento d ' un potere affatto superiore all ' umana natura laddove questa è conquista possibile all ' uomo di lettere mercè le sue proprie forze ; di questa libertà l ' umanista ha una coscienza che in forma più o meno sistematica riempie la letteratura moralistica e filosofica del tempo , dagli scrittori più bonari e modesti come il buon Giannozzo Manetti fino ai pensatori più audaci e metafisici come Tommaso Campanella . Coscienza ancora oscura e non scevra di contraddizioni ; poiché il concetto della libertà presuppone una filosofia dello spirito , da cui l ' Umanesimo e lo stesso Rinascimento sono ancora lontani ; ma tale coscienza si pianterà alla radice delle convinzioni più salde dell ' uomo moderno ; atmosfera in cui si continuerà poi sempre a respirare per vivere . IV Vi sono oggi scrittori che innanzi a tali caratteristiche dell ' umanesimo adombrano e ammoniscono che non si deve attribuire a quell ' età nulla di ciò che è maturato più tardi ; e con invidiabile candore vengono inculcando che l ' umanesimo va raffigurato nelle sue fattezze storiche senza nulla aggiungervi del nostro . A questi scrittori bisogna pur ricordare il motto del gran savio antico : respice finem , o il proverbio popolare che la pianta si conosce dal frutto , o l ' altro , se si vuole , che l ' uomo si giudica dopo morte ; e insomma ogni storia è intelligibile alla luce d ' un modo di concepire la vita , che non può essere se non proprio della mentalità dello storico . Il che non vuol dire relativismo storico e scetticismo . Quasi che ogni storico potesse ad arbitrio scegliere un suo punto di vista senza obbligo di averne a rendere conto a chicchessia . Anzi il relativismo , con le sue conseguenze scettiche , è proprio della storiografia ingenua che , non giustificando i presupposti che essa pure adopera ancorché inconsapevolmente , non può offrire se non una delle tante possibili rappresentazioni della realtà storica . Tant ' è vero che lo scetticismo è stato sempre stretto congiunto del dommatismo . Comunque , il significato storico di un ' idea o di un movimento spirituale è nella sua fecondità ; e la misura del suo significato va perciò ricercata negli eventi posteriori all ' apparire di quell ' idea e allo sviluppo di quel movimento . L ' Umanesimo , che alle sue origini , nel Petrarca e negli scolari fiorentini del Petrarca e nei loro immediati seguaci o avversari , è moto italiano , ma che dall ' Italia nel Quattro e nel Cinquecento si espande a tutta l ' Europa più civile , deve spiegarci il Rinascimento , la Riforma e la Controriforma , la filosofia empiristica e razionalistica del Sei e Settecento e lo Stato liberale ; deve spiegarci l ' Illuminismo e il Romanticismo e il secolo decimonono . Spiegarci tutto questo , s ' intende , in quanto in tutti questi movimenti dell ' età moderna ci sono elementi che provengono dal risveglio umanistico dell ' uomo . Nel Rinascimento quel vigoroso affermarsi dell ' individualità che ci fa intendere la fioritura meravigliosa dell ' arte , come forma d ' umanità a cui volgesi ansiosa e bramosa tutta la società , e la formazione del principato paragonabile esso stesso ad opera d ' arte . Nella Riforma l ' analoga individualità che astrattamente tenta di farsi valere nella Chiesa che polverizza fino all ' assurdo , ma non invano richiama la fede all ' intimità profonda della coscienza , e la fede esalta come rigenerazione radicale dello spirito . Nella Controriforma lo sforzo di contemperare lo slancio originale dell ' individualità o libertà con le formazioni storiche ( Chiesa e Stato ) in cui l ' uomo viene spiegando e attuando in modo concreto la sua natura . Nella filosofia moderna da Bacone e Descartes a Locke e Leibniz , lo studio di umanizzare la verità ossia di concepire il mondo in guisa che l ' uomo possa vederlo come il suo mondo : il mondo di cui egli abbia ad essere certo poiché lo raccoglie dalla sua esperienza o lo costruisce con la sua ragione . Nello Stato liberale , dal giusnaturalismo allo storicismo dell ' Ottocento , la tendenza a risolvere ogni dualismo tra l ' autorità e la legge da una parte e la libertà umana dall ' altra . Nell ' Illuminismo il bisogno di negare i residui del dommatismo impenetrabile alla ragione dell ' uomo ; e nel Romanticismo , di approfondire e compiere il concetto dell ' individualità , non pur ragione tutta spiegata ma , come avvertì primo il gran precursore di esso , G B .. Vico , oscuro sentire prima che ragione , e poesia e religione , e soprattutto storia , ché è senso comune , società . V Certo , a spiegare tutta la ricchezza della coscienza moderna nella sua complessa e varia natura l ' Umanismo da solo non basta . C ' è la scienza dei Greci , c ' è il diritto di Roma e l ' universalità dello Stato come Roma la sentì ; c ' è l ' unità del divino e dell ' umano , come il Cristianesimo la intuì e la definì , e quindi la vita umana , non più sterile contemplazione della natura già esistente e asservimento dell ' umano volere alle leggi naturali , ma azione creatrice o ricreatrice , potenza morale e produttiva del vero mondo , che è mondo dello spirito . Tutto questo c ' è nel patrimonio della moderna Europa , che è come dire del mondo moderno ; e non è Umanesimo . Ma c ' è pure un lievito che fermenta in questo mondo e feconda l ' eredità spirituale dell ' età antica e della media ; ed è questa coscienza o dicasi senso , inquieto e pur profondo , che l ' uomo ha del suo potere e della sua conseguente responsabilità nel mondo che è il vero mondo : mondo morale , estetico , religioso , teoretico , umano . L ' uomo al centro dell ' universo , e l ' universo tutto colorato dalla luce che si sprigiona dallo spirito umano , tutto vibrante dell ' ansia dell ' umano pensiero . L ' universo dell ' umanista ha dapprima un breve raggio ; pure è esso medesimo già universo , tutto , infinito . Poiché il mondo in cui egli spazia , non è la realtà che possa dirsi storica e naturale , questa divina realtà che ci abbraccia al nascere e ci sostiene in vita e ci riaccoglie al morire madre benigna e pia , principio e fine di tutto l ' essere nostro . L ' universo dell ' umanista è una realtà spirituale , tutta ideale , che s ' adegua pertanto all ' essenza dell ' arte , in cui luomo crea una realtà sua , in sé perfetta , ma irreale al confronto di quela in cui si vive e si muore . Ma , com ' è proprio d ' ogni ideale realtà che abbia potere di attrarre lo spirito col suo valore , per limitata che possa apparire o addirittura illusoria dal punto di vista pratico o filosofico , il mondo della poesia , e così quello dell ' umanista , ha carattere di totalità ; e però lo spirito vi si può muovere dentro senza urtare mai in un limite , senza sospettare mai che oltre questo mondo ideale e diafano ce ne sia un altro solido , opaco , massiccio , che è il mondo in cui pur bisogna a volta a volta svegliarsi a lavorare , a lottare , a soffrire . Dal rispetto pratico o filosofico , gli umanisti con la loro erudizione , coi loro sogni , con le loro luminose memorie , con la baldanza e con l ' orgoglio del loro sapere privilegiato , e insomma col mondo che portano nel loro cervello , sono ancora semplici letterati , non uomini interi . Se si paragona per questo rispetto la personalità del Petrarca , prototipo dell ' Umanesimo , a quella di Dante , poeta ­ profeta perché uomo intero , con la sua robustissima fede religiosa e politica dentro alla sua possente poesia , non si può non sentire un divario enorme tra i due uomini , e quasi una disperante decadenza umana dalla Commedia al Canzoniere , Dante è un uomo ; e Petrarca è un letterato ; artista sì , e grandissimo , ma in forza di questa sua capacità di chiudersi in un ristretto mondo , tutto suo , che è , sì , il suo universo , ma non è il grande universo divino per cui si apre all ' alto volo la fantasia dell ' Alighieri . Dal Petrarca potrà venire lo spirito del grande Rinascimento , che si riverserà splendente di fantasmi immortali sull ' Europa meravigliata ; ma verrà anche l ' arida progenie del letteratume accademizzante , classicizzante , linguaiolo , rettorico , erudito , anemico dell ' età barocca . Ebbene , convien pure considerare che , oltre la letteratura , verrà l ' antiletteratura e contro l ' accademia l ' antiaccademia di Giordano Bruno , che cogli altri filosofi naturalisti del tempo , movendo dallo stesso Umanesimo , si sforzerà di allargare il petto dell ' uomo all ' ampio respiro della natura infinita , e di fare insomma dell ' uomo la natural tutta la natura , animata e fondamentalmente umana ; dell ' universo angusto e particolare del letterato l ' universo , tout court , poiché dall ' umanista letterato deriva tanto l ' accademia quanto l ' antiaccademia . Dopo Dante si può dire che si cominci da capo ; si riprenda a costruire l ' uomo . Il quale inizialmente è un uomo che , pur di incamminarsi al suo nuovo ideale , si rannicchia in se stesso , ma dentro di se stesso trova finalmente se medesimo : l ' umanità che è potenza costruttiva e libertà . E quindi ardimento e fede nelle proprie forze ; e senso di non so che divino che è principio di grandezza e appello a cose grandi : è ispirazione di genialità creatrice e stimolo a volere gagliardo , a vincere la fortuna con la virtù , come l ' intenderanno l ' Alberti e il Machiavelli . Ci vorrà tempo perché in se stesso l ' uomo si convinca di poter cercare e trovare veramente tutto , e perciò il vero se stesso ; che non è sola letteratura , e neppur sola poesia , e non consente perciò all ' uomo di dividere la letteratura dalla vita , la fantasia dalla fede , la scienza dalla patria , dalla famiglia , da Dio . Ci vorrà tempo perché venga a maturità la coscienza che l ' uomo deve avere della propria essenza come essenza del tutto ; ma il seme di questo processo che riempie la storia dell ' uomo moderno è nell ' umanesimo . E chi non sa vedere nel germe il frutto che il tempo , cioè tutto il lavoro spirituale e il travaglio delle generazioni educate in Europa alla scuola degli umanisti , ne trassero , è un bastardo volontario che ignora i suoi genitori perché non si dà la pena di ricercarli . Negl ' incunabuli della tipografia , in cui si riversò l ' anima di tanti umanisti , sono pure gl ' incunabuli dell ' uomo moderno . II IL CARATTERE DEL RINASCIMENTO I L ' Umanesimo è la preparazione o , se si vuole , l ' inizio del Rinascimento . Può andare compreso sotto lo stesso nome , se si vuol designare tutto come Rinascimento quel periodo dello sviluppo del pensiero europeo occidentale , che , cominciato in Italia e dilatatosi quindi in tutte le altre nazioni civili , segna il distacco dell ' età moderna dal Medio Evo ; quel periodo , che fu per lungo tempo , finché prevalse la considerazione tutta ; estrinseca dei fatti storici che con la diagnosi dei sintomi più appariscenti presumeva di assegnare l ' origine e il significato storico degli avvenimenti , caratterizzato dal rifiorire degli studi intorno alle due letterature classiche . In questo stesso volume , dove prenderemo a indagare il concetto dell ' uomo nel Rinascimento , s ' intende includere in questa epoca anche l ' Umanesimo che infatti non se nel distingue per ciò che riguarda il concetto dell ' uomo . Ma l ' orientamento generale del pensiero nel Rinascimento propriamente detto è diverso da quello dell ' Umanesimo ; e ognuno che abbia familiarità , non dico con la filosofia , ma con la stessa letteratura italiana che va dalla seconda metà del sec . XIV alla prima del XVII , sente , magari oscuramente , il profondo divario che c ' è tra un Petrarca , un Bruni , un Valla o un Poliziano da una parte , e un Ariosto , un Aretino , un Tasso o un Bruno dall ' altra . C ' è di mezzo un mutamento spirituale , che si manifesta principalmente nell ' estensione della sfera d ' interesse intellettuale e morale ; onde l ' umanista pare si restringa tutto nello studio e nella celebrazione di quello che è strettamente umano , nel suo animo stesso o nella memoria e nella tradizione a cui egli ama affacciarsi per ingrandire e rinvigorire il suo animo ; laddove l ' uomo del Rinascimento gira intorno lo sguardo fuori dell ' uomo , e abbraccia con l ' intelletto la totalità del mondo a cui l ' uomo appartiene e in cui gli tocca di vivere . Il punto di vista umano diventa punto di vista naturale o cosmico , che è lo stesso punto di vista di prima , ma ampliato , in guisa da ricomprendere nel suo orizzonte la natura . II Per intendere questo allargarsi dell ' orizzonte proprio dell ' Umanesimo , conviene rendersi conto con precisione del significato dell ' Umanesimo di fronte al pensiero medievale precedente . E poiché l ' Umanesimo è un fatto della storia dell ' Occidente di Europa , quivi è pure da cercare la situazione spirituale a cui gli Umanisti si oppongono . La quale può essere definita , nel secolo XIII e XIV , quando il movimento spirituale filosofico , artistico e religioso culmina nei più celebri sistemi scolastici , nella istituzione dei grandi Ordini mendicanti e dell ' Inquisizione e nella Divina Commedia , come la cristallizzazione definitiva del pensiero cristiano primitivo e l ' arresto di quello sviluppo che , prendendo le mosse dalle intuizioni originarie di Gesù e di Paolo , aveva dato luogo all ' elaborazione teologica dei Padri mediante le forme del pensiero classico greco . Il germe di vita proprio del Cristianesimo era stato ( il concetto dello spirito , come vera realtà , che non è oggetto di conoscenza , ma di fede e di amore : dello spirito come realtà che l ' uomo non presuppone a se stesso , ma realizza , o fa essere nel proprio animo in quanto l ' afferma e vuole . Lo spirito non fu più concepito come intelletto , o spirito che conosce il mondo da cui è condizionato ; ma come volontà , o spirito che non conosce altro mondo all ' infuori di quello che esso crea . Ma altro è intuire una verità come questa , che il Cristianesimo annunziò infatti come la sua buona novella ; altro è pensare sistematicamente la verità stessa , e difenderla contro le filosofie che la disconoscono perché inferiori tuttavia al nuovo punto di vista . E il Cristianesimo , coi Padri , si trovò subito nella necessità di prender posizione , al di sopra della semplice intuizione del suo vero , tra le scuole filosofiche , per difendersi e attaccare con le armi stesse degli avversari . Il vino nuovo , così , contro il precetto del Vangelo , fu messo nelle vecchie botti . E tutti i teologi o filosofi cristiani platonizzarono o aristotelizzarono : sforzandosi di trattare la nuova realtà che il Cristianesimo , si può dire , aveva scoperta , con l ' antico metodo intellettualistico : lasciandosi sfuggire che l ' intelletto è lo spirito che non conosce e non può conoscere altro che la realtà naturale , cioè appunto quella a cui il cristiano non avrebbe più dovuto guardare , se non per negarla , e instaurare , al di sopra di essa , la sua , il regno dello spirito . È noto che i Logici furono i primi libri aristotelici entrati nella biblioteca dei filosofi cristiani . E prima ancora , già le origini della speculazione cristiana s ' erano intrecciate con lo svolgimento della filosofia platonica alessandrina . Ma è anche noto che la logica aristotelica , analitica e deduttiva , è la logica del pensiero che presume la cognizione dei principii , e implicita in essa la cognizione di tutto ciò che è razionalmente conoscibile ; e però non s ' adatta se non a una forma di verità , che sia precostituita di qua dal processo del pensiero ; e sia quindi immediata , e perciò trascendente . E il platonismo , nuovo od antico , che è poi il fondamento ultimo della logica aristotelica , era infatti la concezione della realtà come trascendente lo spirito , e quindi immediata . Ma ogni realtà immediata o che trascenda lo spirito , non è altro che natura . E invero tutta la filosofia greca si esaurì nel naturalismo . E la filosofia cristiana , che sforzò di concepire la realtà come spirito , e di portare la mediazione nel seno stesso dell ' Assoluto , in conclusione tornò alla trascendenza , e non riuscì a superare il naturalismo greco poiché ebbe consentito di porsi a con tatto di esso e d ' incontrarsi con esso sullo stesso terreno . La realtà trascende l ' uomo , in quanto l ' uomo è essere naturale , finito . Questa è la posizione platonica ; e questa è pure la posizione cristiana medievale . Coesiste , certamente , con essa un elemento contradittorio . poiché , prima di tutto , Dio ( questa natura che ci trascende ) è spirito . Poi , se molti filosofi , anzi la maggior parte , quelli dell ' indirizzo che finisce col prevalere , dicono che Dio si conosce con l ' intelletto , altri , che riaccendono negli spiriti di tempo in tempo la fiamma della fede cristiana , si oppongono a cotesta pagana pretesa , e proclamano la necessità di appellarsi all ' amore . Poi lo stesso Tommaso d ' Aquino , che è dei più rigidi intellettualisti e , senza dubbio , il più genuino rappresentante della sistematica cristiana , oppugna con grande vigore la forma più caratteristica e più veramente platoneggiante della concezione della trascendenza , come s ' era annidata nella dottrina averroistica dell ' intelletto ( concepito come unico nella sua universalità oggettiva , e sottratto pertanto ad ogni intrinseco nesso con la personalità concreta dell ' uomo ) , e in questa polemica mette in luce , quanto gli era consentito dalla sua filosofia , l ' immanenza innegabile del divino nello spirito umano . Ma lo spirito , in generale , era orientato verso la trascendenza ; e quello spirito che è Dio , era vagheggiato come uno spirito che non si realizza in noi , ed è perciò , rispetto a noi , natura ; e lo stesso misticismo della direzione agostiniana , dei Vittorini , e del nostro Bonaventura da Bagnorea , non celebra l ' amore come principio positivo della realtà spirituale dell ' uomo , anzi come negativo di questa realtà destinata a risolversi nella realtà trascendente di Dio . E tutti gli sforzi di Tommaso e degli altri filosofi cristiani che combattono l ' averroismo , urtano , infine , nel concetto aristotelico dell ' atto puro , che è condizione e presupposto di ogni divenire , e dello stesso divenire dell ' umano intelletto . Quindi è che l ' averroismo , ufficialmente combattuto e perseguitato , diventa nel secolo XIII cadente e nel successivo la filosofia degli spiriti forti , che vanno audacemente incontro alle conseguenze necessarie dell ' aristotelismo , e se , con la dottrina dell ' eternità della natura , negano la creazione , e spiantano così dalle radici il concetto cristiano dell ' infinità o realtà assoluta dello spirito , con quella dell ' intelletto unico accrescono le fila dei così detti « epicurei » di Dante e d ' altri scrittori e pensatori medievali , « che l ' anima col corpo morta fanno » . D ' altra parte , il volontarismo misticizzante di Duns Scoto mette capo al nominalismo e al terminismo di Occam , che , come ogni negazione del valore dell ' universale , è anch ' esso pretto naturalismo , materialistico . Ma , si dica naturalismo o astratto teismo , l ' intuizione fondamentale è sempre quella : la negazione dello spirito nella sua realtà attuale e concreta , che si realizza nell ' atto stesso dell ' uomo che afferma o nega , e in generale nell ' uomo , nella sua effettuale individualità . Sia che si neghi questa individualità propria dell ' uomo nella natura materiale , da cui l ' uomo è circondato , di qua dalla sua nascita e di là dalla sua morte , ovvero di là dalla coscienza in cui egli si sente talvolta quasi racchiuso , come per l ' epicureo che nega l ' immortalità dell ' anima ; sia che questa individualità si neghi insieme con tutta la natura finita , oggetto dell ' esperienza , nella realtà che trascende tutta la sfera dell ' esperienza , la conclusione è identica per ciò che riguarda la realtà , la potenza e il valore dell ' uomo : il quale , per attribuire a sé una realtà , e quindi una potenza e un valore , avrebbe bisogno di affermarsi e di fronte alla natura esteriore , da cui , se afferma se stesso , gli conviene pure distinguersi , e di fronte a ogni realtà che distingua da sé . Comunque , in ambo i casi , l ' individuo perde di vista se medesimo , la propria umanità , il proprio valore ; o per affisarsi in questo mondo naturale che non contiene infatti nulla di umano , se per umano s ' intende la vita spirituale ; o per rivolgersi a un mondo ultra ­ naturale che , quantunque definito spirituale , non contiene nulla né della natura , né dello spirito ( che in tal caso si considera innestato nella stessa natura ) : nulla , cioè , dell ' uomo per ciò che è il suo travaglio e la sua grandezza , quella spoglia naturale da cui egli deve a grado a grado svestirsi per attuare laboriosamente la sua intima essenza spirituale . III Questo naturalismo medievale , che si concentra nella filosofia , si stende nelle forme religiose , nelle forme dell ' arte e della stessa concreta vita politica . Il secolo XIII è il secolo di Domenico di Guzman e di Francesco d ' Assisi . La dottrina della povertà è una concezione negativa dello spirito , che è lavoro , e perciò ricchezza ; ed è lavoro come individualità , forza che si spiega consapevolmente nella concretezza dei suoi rapporti . Lo spirito che la fa nascere è eminentemente cristiano , e prelude perciò a suo modo al Rinascimento ; ma la forma in cui questo spirito s ' adagia , riaccosta il concetto degli Ordini mendicanti all ' ideale del Buddha o di Antistene , di cui niente si può concepire che sia più opposto all ' anima del Cristianesimo . Giacché questo è fede nella potenza creatrice dello spirito ; e quello è conseguenza della sfiducia assoluta nello spirito , che allora toccherebbe la cima della perfezione quando rinunziasse ad ogni pretesa di azione e si chiudesse nella negativa coscienza del suo nulla . L ' inquisizione dei domenicani e degli stessi francescani è il corollario del concetto dommatico della verità trascendente , che l ' individuo riceve , e non può che ricevere , e deve perciò limitarsi a ricevere . Negazione anch ' essa , pertanto , dell ' individualità , e perciò dello spirito , conforme alla logica della domma della Chiesa come società autocratica e , in ultima analisi , teocratica , in cui la verità , e però la legge , scende dall ' alto . L ' arte non si può giustificare se non per l ' allegoria : in quanto deve servire non all ' espressione del sentimento , che è l ' individualità dell ' artista , ma alla rappresentazione attraente di quella stessa verità che forma il valore della religione , e della filosofia . Il poeta , secondo l ' ideale dantesco del Convivio , poi pienamente incarnato nel Poema , che è veramente il più grande monumento dello spirito medievale , è esso stesso teologo , come ripeterà il Boccaccio : nuttius dogmatis expeys , come lo vorrà Giovanni del Virgilio . Cioè , la poesia non può attingere valore se non dalla fonte , che è l ' unica fonte d ' ogni valore all ' occhio dell ' uomo medievale : da quella realtà , che non è nello spirito umano , né in virtù del suo operare ; ma di là da esso , in quello Spirito che solo è atto : atto che crea il mondo , e in esso l ' uomo ; atto che fa piovere nel mondo ogni germe di vita , e nell ' umana intelligenza ogni raggio di luce , di verità , di bene . Certo , Dante non è nell ' allegorismo della Commedia ; ma in quanto noi svestiamo il poema del suo apparato allegorico , e di là dal simbolo andiamo incontro al suo animo vibrante della passione sua , Dante si solleva al di sopra del suo tempo , e di tutti i tempi , al pari di ogni poeta , per sublimarsi nell ' eterno . E c ' è di più . Dove noi sentiamo battere il suo cuore , lì è Dante con la sua forte personalità , nel nerbo del suo individuale potente carattere . Ma non è al rilievo di questa sua individualità che mira il poeta : anzi a raccogliere dentro alla sua vasta anima il cielo e la terra : e dottrine di teologi e memorie di storici sono industriosamente adunate e chiamate al gran lavoro , che tanto cresce di pregio agli occhi di Dante , quanto più riflette in sé di verità universale ed eterna e di coscienza del genere umano . E se l ' uomo moderno ammira l ' alta fantasia che spiega in sé e trae nel suo volo così vasta materia di pensiero e di fatti , solo guardando al vigore onde questa fantasia infonde la vita nelle sue creature , Dante protende tutto il suo animo con ansiosa fatica alla dottrina che s ' asconde sotto il velame dei versi . Il suo interesse è lì . E se la sua fibra è così robusta da reggere al peso enorme , a lui non cale tanto della libertà del suo movimento , quanto piuttosto dell ' ardua soma che si compiace di addossarsi . Poeta sì , ma poeta vate : maestro di verità , che il dolce stile d ' amore che detta dentro , assoggetta al bello stile di Virgilio , « il savio gentil che tutto seppe » . E appunto perché l ' arte trae il suo valore dal sapere , la poesia è allegorica ; ed essa che per sua natura è la più libera espressione , anzi celebrazione della libertà dello spirito nella sua individualità , si sommerge nell ' universalità di un sapere , che all ' uomo s ' impone , o si comunica , con la legge che egli osserva perché non egli la promulga . IV Attorno a Dante , mentre la pubblicistica dotta discute la dottrina classica dell ' origine dello Stato , e , tra imperialisti e curialisti , non vede altra possibile fonte all ' autorità politica che la sorgente stessa d ' ogni realtà , ossia la volontà trascendente di Dio , tumultua nel fervore d ' una vita nuova pullulante dallo sviluppo spontaneo delle reali forze economico ­ sociali la storia del Comune una storia che Dante non intende . Ma il Comune stesso non supera i limiti del Medio Evo , e non sa ancora concepire Stato o una qualunque forza politica , che sia la manifestazione e l ' effetto dell ' attività individuale . Al di sopra dell ' individuo è il popolo che si difende contro i signori del contado ; al di sopra del cittadino la corporazione , in cui l ' individuo si spoglia del suo volere particolare per essere assorbito in un interesse di classe , che , nel suo valore meramente economico , è ancora al di qua della realtà propriamente politica . Quando , per vincere l ' antagonismo delle classi e fondare l ' unità dello Stato nella coesione degl ' interessi discordi , dal Comune sorge la Signoria , il Medio Evo tramonta , e si fa innanzi nella piena luce della storia la potenza dell ' individuo , come spirito che non presuppone la legge , ma la crea . Giustamente è stato detto che la Signoria , come sforzo personale per comporre armonicamente con la forza del proprio volere gli elementi di uno Stato in potenza organica corrispondente a un disegno , è trattata da quelle forti personalità che campeggiano in Italia dal secolo di Dante a quello di Machiavelli , come un ' opera d ' arte . E la caratteristica è più profonda che non si sia pensato . Giacché veramente tutta la politica italiana che mette capo praticamente a Cesare Borgia , autore del maggior capolavoro di quell ' arte di fare lo Stato , e scientificamente a Niccolò Machiavelli , autore del ritratto ideale più coerente , e come tale , più vero d ' un principe capace di creare una tale opera d ' arte , è una politica che si può definire estetica nel senso stretto di questa parola ; come estetico è , in generale , il concetto della realtà umana che l ' Umanesimo afferma contro il naturalismo medievale . E soltanto da questo punto di vista è agevole intendere perché la civiltà italiana del Rinascimento rifulse di luce si viva in tutta Europa , mentre l ' Italia soggiaceva alla prepotenza straniera , e s ' avviava rapidamente a quel decadimento , con cui pagò l ' alto onore d ' aver dato così potente impulso a tutta la civiltà moderna . V Ma bisogna , prima di tutto , rendersi conto di quel che sia propriamente l ' atteggiamento estetico dello spirito . L ' arte non è un elemento , ma una forma , o un momento , della vita spirituale . E come forma , non coesiste con altre possibili forme , ma investe totalmente la vita dello spirito , in guisa da imprimere il suo sigillo alla personalità intera dell ' uomo . Il quale , se è artista , raccoglie e risolve nella sua arte tutti i suoi sentimenti e le sue idee , e il suo concetto del passato e il disegno del suo avvenire , quale egli lo concepisce , vagheggia e promuove . La sua scienza o la sua filosofia diventa materia da fondere nel fuoco della sua fantasia ; tutta la sua vita interiore confluisce e sbocca nella sua arte , che dà la nota fondamentale e il tono al suo carattere . Onde accade che , anche quando non si propone precisamente di compiere un lavoro d ' arte , il suo carattere estetico agisce egualmente e informa di sé il suo pensiero e la sua volontà . poiché non è da credere che l ' artista come tale sia un semplice contemplatore inerte di sogni che non hanno realtà di sorta . Già non ci sono mai sogni , che siano così fuori d ' ogni realtà , come volgarmente si crede . Anche il sogno ha , a suo modo , realtà in quella sola realtà che l ' uomo realizzi , e in cui l ' uomo viva : la realtà spirituale della sua stessa persona . E non v ' è situazione spirituale , in cui l ' uomo si limiti alla parte di semplice spettatore ; poiché non è possibile mai contemplare altro che l ' opera da noi stessi instaurata col vigore della nostra interna attività lavorante sempre alla costruzione del proprio mondo . L ' artista , dunque , canti o combatta per dare corpo , ossia una più piena e viva e sana realtà , al mondo del suo sogno , in ogni caso opera ; e però artista può essere , ed è , anche in quella vita pratica che l ' uomo medio , da cui l ' artista si distingue per il peculiar rilievo delle sue attitudini estetiche , l ' uomo cioè che ha coscienza di una più complessa vita che non sia quella , entro alla quale l ' animo dell ' artista tende a ritirarsi e quasi a chiudersi , e insieme con quest ' uomo medio il filosofo contrappongono al sogno del poeta . Il filosofo , insieme con l ' uomo che senza una concezione sistematica della realtà vede e sente la differenza tra la vita qual ' è e la vita idealizzata dall ' arte , ha l ' occhio a una realtà che differisce da quella dell ' artista perché la contiene ; a quello stesso modo che la realtà della veglia contiene in sé quella del sogno . La contiene , perché l ' artista non conosce se non ciò che Amore o altro dio gli detta dentro : conosce cioè solo quel tanto della vita , che egli sente immediatamente vibrare nell ' intimo dell ' animo suo , e che si dice il suo sentimento , ed è propriamente il momento individuale o soggettivo della vita dello spirito : il momento dell ' astratta individualità e soggettività , che si oppone all ' universalità del mondo oggettivamente pensato . Il filosofo , invece , guarda a questo termine obbiettivo , verso il quale necessariamente gravita il soggetto , e pel quale l ' individuo si fa universale , e la libertà si determina nella legge ; e nell ' universale e nella legge si spiega la storia , che è la positività attuale dell ' individuo e della libertà . Il filosofo pertanto riconosce bensì che la realtà è spirito , e che spirito è libertà e individualità : ma questo spirito concepisce come storia . Ond ' egli , cioè lo stesso spirito , realizzando la propria individualità , la vien determinando in un pensiero che è logica , scienza , catena o norma inderogabile del pensare ; e realizzando insieme la sua libertà , la attua come legge che è realtà ferrea , da cui l ' uomo non si può staccare e ritrarre senza condannarsi all ' arbitrario vano conato di vivere fuor della vita , e quasi cercare se stesso fuor di se stesso ( di quel se stesso , che è storia , e si dica natura , società , mondo , o come altrimenti si denomini ) . Il filosofo tien conto di quel momento religioso dello spirito , che l ' artista si lascia sfuggire . Non che l ' artista riesca effettivamente a chiudersi dentro al suo astratto momento individualistico . Ciò non è possibile , appunto perché vivere spiritualmente è uscire da questo momento , e universalizzarsi , pensare , liberarsi dall ' immediatezza della stessa libertà . E poiché ciò non è possibile , l ' artista filosofeggia anche lui , a suo modo , e non attribuisce mero valore soggettivo e astrattamente individuale ai suoi fantasmi ; anzi li tratta con quello stesso spirito religioso con cui l ' uomo si volge all ' oggetto riconosciuto come tale , alla Realtà che si ritrova innanzi come trascendente il potere della sua finita personalità . Ma l ' artista , non conoscendo altra soggettività che quella immediata , né altro individuo che quello astratto , e non cogliendo la storicità del soggetto e dell ' individuo , onde , attraverso la sua mediazione oggettiva , il soggetto è tanto più soggetto quanto più si oggettiva , e tanto più potente è l ' individualità dell ' individuo quanto più essa si universalizza , non s ' affisa se non in un ' oggettività anch ' essa immediata , avulsa perciò dalla realtà storica , che è la realtà del filosofo . E perciò egli è artista . Si estrania , si può dire usando il linguaggio comune , si sequestra dal mondo , e si fa , sì , anch ' egli un mondo , in cui vive , ma un mondo suo , tutto suo , chiuso nella sua fantasia . La quale non è altro che il suo pensiero , in questa posizione astrattamente individuale o immediata . Ecco che l ' artista , perduto il contatto col mondo che limita la sua libertà , assorto egli medesimo nel suo mondo , vi si sente in possesso di una libertà infinita , in cui può celebrare senza ostacoli , senza dolori , anzi con la gioia del creatore , la propria natura : esser lui , dominatore irresistibile , perché solo , e sottratto , nella sua infinita solitudine , alla possibilità d ' ogni resistenza e contrasto . In verità , la libertà dell ' artista non è maggiore di quella del pensatore , poiché effettivamente egli stesso non fa altro che pensare . Non è maggiore , se alla condizione del pensatore , da cui l ' artista ama distinguersi , si guarda dal punto di vista dello stesso pensatore che , riconoscendo l ' oggetto , ma come l ' oggetto che è suo , ossia la stessa realtà piena e concreta del suo sé , non sente limite di sorta intorno alla sua libera potenza . Ma l ' artista che non riconosce quest ' intimità dell ' oggetto storicamente determinato , e vede perciò nella realtà dello spirito religioso e della filosofia una massiccia barriera destinata a fiaccare la forza spirituale dell ' individuo , ritraendosi nel suo mondo non sa d ' altra possibile libertà oltre quella che egli quivi si gode . E in verità , di contro a quella obiettiva realtà , ove storicamente essa siasi configurata in forma di Realtà trascendente , e la filosofia siasi ridotta a concepirla e a presentarla come toto caelo opposta e remota dal naturale sviluppo dell ' individuo nella spontanea affermazione ch ' egli fa di sé , finché non siasi trasformato questo concetto della Realtà , la vita dello spirito non ha rifugio , dove possa ritrovare la propria libertà , all ' infuori dell ' arte . VI Tali considerazioni , se il lettore ha avuto la pazienza di , seguirci , ci spiegano come in certi momenti storici , al modo stesso che in certe situazioni particolari degl ' individui , anche la filosofia sia arte , e l ' arte assuma il valore che è proprio della filosofia . Ci spiegano perché allora gli artisti riescono a condurre la più efficace polemica contro i sistemi filosofici , e determinano la crisi di una concezione speculativa della mondo . Ci spiegano perché chi voglia intendere come mai dalla scolastica del sec . XIII si passi al naturalismo del Rinascimento , e quindi all ' empirismo e al razionalismo con cui s ' inizia l ' età moderna , debba guardare all ' Umanesimo della seconda metà del Trecento e del secolo seguente . Il Petrarca , Leonardo Bruni , lo stesso Valla , e l ' Alberti , e Leonardo , e il Machiavelli , messi sullo stesso piano e accanto a Tommaso d ' Aquino , come filosofi , non possono fare se non una magra figura . Nella polemica che il Petrarca , il padre dell ' Umanesimo , conduce instancabilmente contro gli averroisti e i dialettici , ossia gli occamisti , si sente il letterato , che non avevano poi tutti i torti quelle male lingue dei naturalisti veneti a trattare da ignorante . Eppure chi miri allo sviluppo della filosofia e alle ragioni che resero possibile nella seconda metà del Quattrocento la filosofia del Ficino , e poco stante quella di Leone Ebreo , e poi l ' ardita negazione , di così alto valore speculativo , di Pomponazzi , e poi la nuova intuizione di Telesio , di Bruno e Campanella , senza di cui , incontro alla scolastica , che mai non scomparve dalle scuole , non sarebbe mai sorta la filosofia moderna , non può non riconoscere un alto significato , anche nella storia della filosofia , al poeta di Laura , e metterlo nel progresso dello spirito umano al di sopra , non pure di quegli spiriti forti che erano gli averroisti da lui canzonati nel De sui ipsius et multorum ignorantia , ma della stessa aquila elle Scuole , il grande Tommaso . Oltre , insomma , la filosofia dei filosofi c ' è la filosofia dei non filosofi . I quali non sono filosofi di professione ; e non sono filosofi perché non sono in grado di istituire una critica dei sistemi del loro tempo che sia all ' altezza degli stessi sistemi ; e non intendono neppure tutto il linguaggio dei filosofi di professioni Ma hanno un motivo di non volerne sapere di questo linguaggio ; e questo loro motivo ha già un valore filosofico , è un atteggiamento critico . Così la posizione del Petrarca ha un ' importanza storica di prim ' ordine : del Petrarca ispiratore e maestro della scuola umanistica fiorentina dei giovani che stanno intorno al Salutati , e che promoveranno con l ' esempio e l ' insegnamento lo slancio dell ' Umanesimo rinnovatore di tutta la cultura e dello spirito italiano del Quattrocento . Si volgano essi , sulle tracce dello stesso Petrarca , a Platone , che ardentemente si brama conoscere e volgarizzare per farne un controaltare all ' Aristotele degli scolastici e della tradizione , o si volgano a Lucrezio , che si discopre e mette in circolazione e si imita ; vagheggino una prosa classica eloquente come quella di Cicerone , o arguta piuttosto come quella di Quintiliano ; e gareggino comunque a studiare e illustrare gli antichi scrittori di Grecia e di Roma che il Medio Evo aveva dimenticati o non conosciuti da vicino ; lo spirito che li anima è uno : contrapporre una scienza nuova a quella che s ' era formata nelle scuole medievali . E della quale non era possibile disfarsi senza sostituirvi una scienza superiore , senza scoprire e additare un nuovo mondo , che la dottrina tradizionale non aveva giudicato , poiché l ' aveva ignorato : un mondo libero , aperto a una vita nuova dello spirito , e in cui questo potesse avanzare con la gioia di chi scopre , e non ha legami da rispettare . Il mondo nuovo non è , ben inteso , l ' antico , che era più vecchio del medievale : non è il classicismo pagano e precristiano , la cui restaurazione sarebbe stato regresso e non progresso . È l ' antico , ma disseppellito ; è questa nuova opera , quest ' entusiasmo di indagine e di scoperta , questa nuova cultura che si suscita dai vecchi codici , creando una filologia che i dottori delle scuole invano avevano desiderata ( essi che nel Dugento , per leggere i loro testi aristotelici , avevan dovuto ricorrere all ' aiuto di ignoranti frati non ignari di greco ) ; e nella filologia , e per essa , una conoscenza nuova e più vasta , che mai non si fosse posseduta , dell ' antico , dell ' antica arte e dell ' antico pensiero di quel pensiero che , a definirlo quale fu , in Platone e nello stesso Aristotele , studiati direttamente nel testo , tradotti e commentati col sussidio degli antichi interpreti , non costringe più i nuovi studiosi al paragone degl ' insegnamenti antichi coi dommi cristiani , e non richiede lo studio di quella grave e soffocante teologia , in cui s ' era irretita la scienza degli ultimi secoli . Permette insomma a questi studiosi di moversi liberamente nello sconfinato campo di un ' indagine scevra d ' ogni preoccupazione estrinseca o pratica . L ' umanista , distaccandosi dallo spirito di quella che per : lui diviene età di mezzo , limita questa età e la chiude , e celebra la rivendicazione dello spirito umano da quel concetto del trascendente , in cui la stessa filosofia cristiana era caduta : celebra la libertà del filosofare , a cui lo spirito non vorrà mai più rinunziare ; e che sorge col Valla come un modo di quella libertà generale dello spirito che riafferma , come può , immediatamente , il proprio valore di fronte alla scienza tradizionale , e al suo principio trascendente . Si apparta da quella scienza , e vive nell ' antico che ricrea nella sua intelligenza , nel suo mondo , tanto diverso da quello in cui pure i suoi coetanei vivono , e così remoto dalla realtà storica , e dal suo sapere assodato , dal suo domma e dalla sua legge , che egli può spaziarvi sicuro di non incontrarvi giammai ostacoli e limiti . Quest ' affermazione di sé come realtà spirituale , individualità e libertà , ancorché astratta , è una filosofia , in quanto la filosofia non è altro che l ' affermazione della realtà universale ; e l ' umanista , raccogliendosi e concentrandosi nel suo astratto mondo , non conosce altra realtà fuori di questo . Quella vita , in cui pur gli tocca praticamente di vivere , ha perduto ogni valore a ' suoi occhi ; e , vi si conformi materialmente o ribelli , il suo spirito non è lì , ma in quel mondo che si agita nel suo cervello . Se ordisce una congiura politica , come quella di Pomponio Leto , essa non sarà propriamente un ' azione politica , perché non s ' inserisce nella realtà storica contemporanea , ma una costruzione letteraria dell ' uomo che s ' è fatto nell ' animo suo contemporaneo degli antichi Romani . La sua stessa religione non lo fa uscire da quel mondo della sua immaginazione , in cui le memorie della felice antichità lo trasportano e ritengono e Pier Paolo Boscoli , che ha cospirato contro i Medici per ardore dell ' antica libertà , quando il suo sogno s ' infrange contro la muraglia delle cose effettuali e gli tocca di morire e , sul punto estremo , è confortato da Luca della Robbia a riabbracciarsi alla fede del suo tempo e de ' suoi , a quella religione da cui lo aveva distolto l ' ammirazione delle cose classiche , egli sente l ' abisso che separa il suo cuore d ' artista dal mondo della storia : « Deh , Luca , cavatemi dalla testa Bruto , acciò ch ' io faccia questo passo interamente cristiano ! » . VII Paganesimo ? No . L ' Umanesimo , in quanto tale , non è pagano , e non è neppur cristiano nel senso del Pastor . È lo spirito che può parere scettico , ma ha la sua fede . Può parere indifferente , ma indifferente non è se non verso le credenze , le speranze e i timori della religione professata attorno ad esso , eredità del passato . È stato anche detto deista ; e certamente il deismo di Campanella è preparato dalla speculazione sincretistica , a cui i dotti del Quattro e Cinquecento si abbandonano , pareggiando in una comune considerazione tutte le fedi e tutte le filosofie , alle quali volgesi con insaziabile curiosità intellettuale , piuttosto che con spirito di vera e propria religiosità . Ma l ' Umanesimo effettivamente riprende , come può , il problema cristiano , che la filosofia medievale aveva piuttosto soppresso che risoluto ; torna alla primitiva ispirazione cristiana della realtà da intendere come spirito ; e gettando la base della concezione a cui si lavorerà in tutta la storia moderna della libertà , senza di cui non è spirito , sottrae , non potendo altro , l ' uomo , nella sua stretta individualità , al giogo di quella realtà che s ' è rappresentata come trascendente , e lo lancia nel libero mondo dell ' arte , in cui cotesta realtà non sarà mai per incontrarsi . Di qui l ' alto suo concetto dell ' uomo , della stia dignità , della sua potenza , che è una celebrazione nuova per il suo accento storico e il suo significato nella storia del pensiero moderno ; e rappresenta senza dubbio un passo innanzi di grandissima importanza verso quella interpretazione spiritualistica del mondo , teorica e pratica , che è la mira del Cristianesimo . sicché , infine , questi umanisti increduli e derisori di frati e cinicamente pronti a tutti gli accomodamenti con la Chiesa , hanno più sostanza di fede dei loro avversari , e sono , a dir vero , più profondamente e progressivamente cristiani . Con l ' Umanesimo si comincia in Italia a staccare l ' uomo dalla vita , e a trattare la vita , con tutto il suo contenuto ( religione , morale , politica ) , con quella indifferenza che è propria dello spirito estetico . Le grandi passioni , che avevano legato gli uomini medievali alla loro fede temprandone la fibra nelle lotte religiose e sociali o civili , decadono . Savonarola a Firenze sull ' estremo Quattrocento è vox clamantis in deserto : e il suo rogo e le triste parole dispregiative che getta sulla sua memoria il maggiore pensatore del suo tempo , mistico al par di lui , e già di lui caldo ammiratore , Marsilio Ficino , sono la dimostrazione evidente dell ' aperta e stridente opposizione tra il pensiero del Frate ferrarese e quello degli umanisti . I quali celebrano la potenza dell ' uomo , ma non dell ' uomo che nella sua individualità concentra e risolve la storia , sì dell ' uomo che si pone immediatamente di fronte alla storia , quindi anche alla così detta natura , e si fa centro di un mondo che si deve e si può tutto ricostruire . Così accade che , con questa indomita e ingenua fede nel potere dell ' uomo come astratto individuo , anche la politica diventa un ' arte estetica ; e il problema dello Stato si configura come problema dell ' individuo , del principe , che crea o mantiene lo Stato . Il quale si concepisce soltanto come creazione di una forte individualità , mediante la virtù , unità di forza e di talento : virtù , che prescinde da ogni limite della libertà individuale e da ogni legge , quasi vera e propria forza naturale , potenziata ma non trasformata dal pensiero , onde si arma : senza scrupoli , senza fede ; o meglio con lo scrupolo solo della propria coerenza , e con la sola fede nel proprio destino . È il problema degli umanisti della politica , capitani di ventura che si fanno lo Stato , o pensatori che lo costruiscono idealmente . Della virtù a cui si appellano , essi sentono di quando in quando l ' astrattezza ; e perciò parlano di « fortuna » , che è l ' imprevisto a cui la virtù non provvede : l ' ignoto , che si sospetta di là dalla sfera luminosa in cui l ' individuo si muove con l ' intelligenza e con l ' azione ; e che lo spirito dell ' Umanesimo spinge Machiavelli come l ' Alberti a considerare , con una fede che non può diventare concetto , destinata tuttavia ad esser vinta e soggiogata dal potere dell ' uomo . VIII Il dominio , in cui lo spirito dell ' Umanesimo , dato il suo limite , poteva trionfare , era uno solo : quello a cui lo portava il suo carattere specifico , l ' arte . E sulle rovine delle libertà comunali , nella prostrazione della robusta religiosità medievale , tra la spensieratezza e decadenza del costume individualistico , l ' Italia grandeggia e rifulge faro luminoso in tutta Europa per i suoi poeti e per i suoi artisti , letti e ammirati e cercati per tutto , sì che il nome d ' Italia e la sua lingua sono familiari e cari a tutti gli uomini colti , ancorché alla stima dell ' ingegno non s ' accompagni di là dalle Alpi quella del nostro carattere ; e si formi quasi per tutto la convinzione che gli Italiani siano meraviglia del mondo per l ' intelligenza , ma siano anche « vituperio del mondo » , al dire del Machiavelli , per la loro incapacità di battersi e far rispettare la loro terra , la loro vita , i loro interessi . Per chi voglia conoscere la prima radice della fiacchezza italiana , ecco gli ammonimenti dello stesso Machiavelli : « Credevano i nostri principi italiani , prima che egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre , che ad un principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta , scrivere una bella lettera , mostrare ne ' detti e nelle parole arguzia e prontezza , sapere tessere una fraude , ornarsi di gemme e d ' oro , dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri , tenere assai lascivie intorno , governarsi co ' sudditi avaramente e superbamente , marcirsi nell ' ozio , dare i gradi della milizia per grazia , disprezzare se alcuno avesse loro dimostro alcuna lodevole via , volere che le parole loro fussero responsi di oracoli ; né si accorgevano , i meschini , che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava . Di qui nacquero poi nel 1494 i grandi spaventi , le subite fughe e le miracolose perdite ; e così tre potentissimi Stati che erano in Italia sono stati più volte saccheggiati e guasti . Ma quello che è peggio , è che quelli che ci restano stanno nel medesimo errore , e vivono nel medesimo disordine » Altrove il Machiavelli dà un ' altra spiegazione della fiacchezza militare italiana ; ma quest ' altra spiegazione concorre nello stesso ordine di considerazioni a cui si riferisce il carattere estetico della cultura italiana del Rinascimento . Dice : « E pare sempre che in Italia la virtù militare sia spenta .... Qui è virtù grande nelle membra , quando la non mancassi ne ' capi . Specchiatevi ne ' duelli e ne ' congressi de ' pochi , quanto li Italiani sieno superiori con le forze , con la destrezza , con lo ingegno . Ma , come si viene alli eserciti , non compariscono . E tutto procede dalla debolezza de ' capi ; perché quelli che sanno non sono obediti , et a ciascuno pare di sapere , non ci sendo fino a qui alcuno che si sia saputo rilevare e per virtù e per fortuna che li altri cedino . Di qui nasce che , in tanto tempo , in tante guerre fatte ne ' passati venti anni , quando elli è stato uno esercito tutto italiano , sempre ha fatto mala pruova . Di che è testimone el Taro ; di poi Alessandria , Capua , Genova , Vailà , Bologna , Mestri » . Uno de ' più profondi conoscitori della storia italiana e de ' più seri pensatori che vi abbiano meditato su , Gino Capponi , ricercando le cause della vittoria riportata nel Cinquecento dagli Spagnuoli sui Francesi , osservava che « innanzi Condé si può dire che i francesi fossero migliori soldati che capitani . Conducevano la guerra sempre a modo dei tempi feudali , disdegnavano le nuove arti dagli Spagnuoli insegnate , e che non bene si confacevano alla generosità cavalleresca ch ' è propria della nazione .... L ' astuzia fredda , la costanza e il durare , la pazienza d ' aspettare l ' occasione e fare consumare da se stesse le forze troppo avventate , queste arti diedero la vittoria agli spagnuoli . Li Italiani , maestri invecchiati di politica , si tenevano sapienti in quelle arti , ed essi ne tenevano in casa la viva scuola ; ma quella scuola tendeva a perdere , non a salvare l ' Italia . Non la politica antiveggenza , ma le virtù popolari e il vigore degli ingegni illustrarono le città libere , e di queste era passato il tempo ; e tutte le grandezze provinciali essendo oggimai compresse o in limite angusto confinate , altri e più vasti concetti si chiedevano alla comune salute : l ' antica maestria fatta impotente era ludibrio allo straniero . Allora li Italiani si dettero a professarla ne ' libri , e il successo , convien dirlo , non faceva onore all ' insegnamento » . Si tratta sempre di quell ' individualismo , che è l ' atteggiamento proprio dell ' arte . Il rapporto tra la cultura artistica e la debolezza militare degli Italiani divenne nel Cinquecento proverbiale . Baldassarre Castiglione , per esempio , diceva : « Non vorrei già che qualche avversario mi adducesse gli effetti contrari , ... allegandomi , gli Italiani col lor saper lettere aver mostrato poco valor nell ' arme da un tempo in qua . Il che pur troppo è più che vero ; ma certo ben si porìa dir , la colpa d ' alcuni pochi aver dato , oltre al grave danno , perpetuo biasmo a tutti gli altri ; e la vera causa delle nostre ruine e della virtù prostrata , se non morta , negli animi nostri , esser da quelli proceduta : ma assai più a noi saria vergognoso il pubblicarla , che a ' Franzesi il non saper lettere ,...» . E il Montaigne : « L ' estude des sciences amollit et effemine les courages plus qu ' il ne les fermit et aguerrit .... Je trouve Roma plus vaillante avant qu ' elle feust sgavante . Les belliqueuses nations , en nous jours , sont les plus grossières et ignorantes .... Quand les Gots ravagèrent la Grece , ce qui sauva toutes les librairies d ' estre passées au feu , ce feu un d ' entre eulx qui sema cette opinion , qu ' il falloit laisser ce meuble entier aux ennemis , propre à les destourner de l ' exercice militaire et s ' amuser à des occupations sedentaires et oysifves . Quand nostre roy Charles huictiesme , quasi sans tirer l ' espée du fourreau , se veit maistre du royaume de Naples et d ' un bonne partie de la Toscane , les seigneurs de sa suitte attribuèrent cette inesperée facilité de conqueste , à ce que les princes et la noblesse d ' Italie s ' amusoient plus à se rendre ingenieux et savants , que vigoreux et guerriers » . Secondo il Montaigne , gli stessi Italiani scherzavano intorno a questa riputazione d ' imbelli , che s ' erano fatti in Europa . Racconta infatti : « Un seigneur italien tenoit une fois ce propos en ma presence , au desadvantage de sa nation : Que la mobtilité des Italiens et la vivacité de leurs conceptions estoit si grande , qu ' ils preveoyvoint les dangiers et accidents qui leur pouvoient advenir , de si loing , qu ' il ne falloit pas trouver estrangé si on les veoyoit souvent à la guerre prouveoir à leur seureté , voire avant que d ' avoir recogneu le peril ; que nous et les Espagnols , qui n ' estions pas si fins , allions plus oultre , et qui nous falloit faire veoir à l ' oeil et toucher à la main le dangier , avant que de nous en effroyer » . E già in Italia uno dei più dotti umanisti del secolo , Lilio Gregorio Giraldi ( 1479­1552 ) , traeva argomento anche dallo scetticismo del suo amico e protettore Giovan Francesco Pico ( l ' autore dell ' Examen vattitatis doctrinae gentiunt et veritatis Christianae disciplittae ) per teorizzare la tesi della decadenza dei popoli come effetto delle lettere e delle arti , nel suo Progymnasma adversus literas et literatos ( pubbl . nel 1540 ) . Dove si incontrano p . es . queste curiose osservazioni , degne di un Rousseau : « Res populi Romani , ut ab iis incipiamus , qui fere toto orbi terrarum gloriose imperitarunt , tam diu fioruere et auctae sunt , quousque philosophos , poetas , oratores , huiusmodique hominum reliquum genus literarum umbras et otium sectantium pepulere , factis etiam et promulgatis contra eos senatusconsultis . Ubi vero non solum in partem urbis recepti ac ipsa urbe caeterisque praemiis donati , sed et iis quoque iuventus Romana instituenda ac eorum artibus imbuenda est tradita , tum , cum non multo post Senatu et Curia admissi versipelles ipsi et inconstantes fuissent , continuo factiones et partes urbem invasere ; paulatimque primo Res ipsa publica ab optimatibus et principibus urbis ad unius dominationem et potestatem devenit , mox penitus ad externos duces et imperatores , ac demum tandem funditus extincta est , ita ut nunc , ex multo tempore , [ non ] nisi nomen populi Romani restet .... Ad haec autem usque tempora , ut audio , Scythae imperium tenent suum , quoniam ab ipso primordio nunquam istos literarum sapientes in consortium admiserunt . Possem et cum iis multas alias barbaras nationes hoc loco in medium afferre , quae eundem tenorem ac institutum servaverunt et adhuc servant , quibus [ quae ? ] contra literas ad scribendum tantum epistolas et in deorum suorum quibusdam laudibus in usu habent : quam rem nec nos improbamus . Venetorum rempublicam intelligo tam diu floruisse , quo mercibus comparandis et convehendis , necnon versuram faciendo navigationique quam literis magis operam dederunt opes aut facultates auxisse , urbem locupletasse , ditionem longe lateque terra marique protulisse . Ubi literis et literatis locum fecere et in senatu admisere , pene ad nihilum redactam esse nos ipsi vidimus . Illud certe adhuc faciunt , ut non nisi vernaculo et quotidiano sermone in senatu utantur . Vide quoque nationes , quae hoc tempore plurimum rerum et imperio potiuntur , parvi literas et earum professores facere , eorum minimam rationem habere » . IX Gl ' Italiani , per rialzare l ' uomo oppresso sotto la trascendenza antica , avevano dovuto chiudere l ' animo al vecchio mondo , e rifare in sé la fede dell ' uomo in se stesso , mediante l ' intelligenza . Avevano dovuto , per sé e per gli altri , alzare lo stendardo della libertà , aprire e allenare le menti a un concetto immanentistico della realtà ; e s ' erano chiusi perciò nell ' astratto regno del pensiero . Senza questa autolimitazione iniziale , il mondo moderno , che è il vero mondo cristiano , non sarebbe mai nato . All ' Umanesimo ( e al Rinascimento ) italiano si contrappone fuori d ' Italia la Riforma , che in Italia non poté metter radici mai . La Riforma è sì liberazione dell ' individuo dalla tirannia esterna della Chiesa ; è proclamazione anch ' essa dell ' infinito valore dell ' individuo , cui si restituisce il « privato esame » della propria verità religiosa ; ma l ' individuo così posto anche dalla Riforma nella sua immediata e astratta soggettività non è più coraggiosamente , virilmente , come dall ' Umanesimo italiano , abbandonato alle sue forze , al suo destino , alla necessità di farsi egli il mondo che non può valere se non è il mondo che egli s ' è fatto ; anzi viene misticamente gittato in braccio a una Realtà trascendente . E in un nuovo fervore dell ' intuizione agostiniana della grazia che sola può dare l ' umanità all ' uomo , la Riforma lo inchioda a un sentimento profondo di sfiducia nelle proprie forze , con la dottrina de servo arbitrio . Nulla più contrario all ' individualismo italiano ; e nulla può meglio spiegare perché gli umanisti , padri del futuro razionalismo , siano stati più ostili alla Protesta che alla vecchia Chiesa , che essi passivamente accettavano . X L ' Umanesimo divenne il Naturalismo del Rinascimento , quando si passò non già dal concetto della realtà come realtà umana al concetto di una realtà diversa , concepita come natura : ma quando lo stesso concetto dell ' uomo si trasformò in un concetto più profondo dello stesso uomo ; e per vincere l ' antitesi della virtù e della fortuna , che era pure l ' antitesi del platonismo di Ficino e dell ' aristotelismo di Pomponazzi , moventisi entrambi intorno al problema dell ' immortalità dell ' anima , l ' uno per affermarla e l ' altro per negarla , si slargò il concetto della « virtù » , immedesimando uomo e natura . sicché dei due termini se ne fece un solo ; il quale fu bensì tutto natura , ma natura spirituale ed umana , che non ha niente che vedere con la natura dei Presocratici . E come prima l ' uomo nella sua astratta immediatezza , per l ' Umanesimo , era stato il tutto , la realtà universale , così la filosofia del Rinascimento si sforzò di concepire immanentisticamente la natura , come un tutto chiuso , intelligibile iuxta propria principia , La natura di Telesio , di Bruno e di Campanella non è né avversa all ' uomo , come la natura del pessimismo cristiano o leopardiano , né inferiore all ' uomo , come quella del materialista . È una natura che ha in sé non solo il moto e la vita , ma il senso , il pensiero e la virtù . Il « calore » telesiano , attraverso lo sviluppo di tutta la natura , è principio di tutte le forme della vita , - - fino alle più alte manifestazioni umane - - a eccezione di quelle , onde l ' uomo partecipa a una vita soprannaturale ; e nell ' universale catena degli esseri naturali l ' uomo si ricongiunge agli esseri inferiori non per abbassarsi al loro livello , anzi per innalzare gli altri esseri tutti fino a quella natura che egli scopre in se stesso . Onde Bruno , sollevandosi al concetto dell ' infinito , non la natura materiale , figurata e figurabile , che si spande nello spazio , intende come infinita , bensì quella natura che è Uno , indivisibile e immoltiplicabile , tutta in tutto , identità di contrari , di massimo e di minimo , e che si sorprende infatti nel minimo , effettivamente semplice e impartibile , dentro al pensiero dell ' uomo , quando la mente si profonda in se stessa , come dice il Bruno , come suo centro e monade . E Campanella approfondisce anche più questo concetto della interiorità propria della natura , che è perciò tutta posse , - - e quindi essere , - - ma essendo nosse e vello ; il cui essere è notitia sui : ma non semplice conoscenza passiva , anzi potenza effettiva e realizzatrice . Cioè appunto spirito . Non l ' uomo dunque si è fatto natura ; ma la natura , nel pensiero dell ' umanista esaltatore della divinità dell ' uomo , è divenuta essa uomo . La natura è divenuta uomo , e l ' uomo così è cresciuto ai suoi propri occhi ; e celebra con maggior profondità di sentimento e sicurezza di coscienza la propria infinità e divinità . È l ' eroico furore di Bruno . Nella sua stessa infinità per altro l ' uomo del Rinascimento è lo stesso uomo dell ' umanista : individualità ancora astratta e immediata , quindi senza storia e senza legge . Il filosofo , come Bruno , accetta la legge - - che è Stato ed è religione - - come una necessità pratica ; ma non l ' incontra nel suo mondo , nell ' uomo che è la stessa infinita natura . Quando costruisce , come Campanella , il suo Stato , cade nell ' utopia , che è Stato concepito esteticamente , da un punto di vista astratto ; e la stessa religione gli si trasforma in religione naturale ; che , per essere naturale , non è più religione . Qual meraviglia se Bruno finisce sul rogo ? È la conclusione necessaria della sua filosofia : concetto di un infinito , fuori del quale rimane la storia , in cui dovrebbe pur vivere l ' uomo che s ' affisa in tale infinito . E qual meraviglia che Campanella , con quella fede ardente nella sua forte individualità e nell ' audace disegno della sua Città del sole , dovesse cadere sotto la potenza degli Spagnuoli , e a stento , con l ' astuzia e la forza d ' animo , scampare dalla forca , ma per trascinare di prigione in prigione per ventisett ' anni la sua vita di tumultuosa passione e di dolorante pensiero ? Qual meraviglia se a Roma poi avranno in sospetto il suo zelo religioso e il suo « trionfato ateismo » , e costringeranno lui , già vecchio e infermo , a cambiare cielo e andare ( 1634 ) a morire in Francia , dove anni prima era stato suppliziato il Vanini ? Ma in Campanella il Rinascimento , come vedremo , comincia ad essere superato ; e in Francia il pensiero di Campanella , come anche quello di Vanini , troverà continuatori anche più che in Italia ; e la filosofia italiana del Rinascimento darà l ' abbrivo alla moderna filosofia europea . III IL CONCETTO DELL ' UOMO NEL RINASCIMENTO « Basterebbe questa sola conquista per imporci un obbligo di eterna riconoscenza verso gli uomini del Rinascimento » . BURCKHARDT , Civ . Rinasc . ital . , tr . it . , II , 95 . I La conquista , che il Burckhardt ascrive a grande merito degli uomini del nostro Rinascimento , è quella che essi fecero del concetto intorno al valore proprio dell ' uomo e alla sua superiorità sulla natura . Noto abbastanza è come tale concetto si sia fatto strada a grado a grado nella coscienza degli uomini di quell ' età ; ma finora non è stata studiata la forma filosofica che assunse ben prestò , e con cui vigorosamente si spiegò nelle menti dei maggiori pensatori . Il problema filosofico concerne , da una parte , la posizione dell ' uomo di fronte a Dio inteso come principio trascendente della realtà ; e riceve nel Rinascimento una soluzione naturalistica , poiché si assegna alla vita umana un fine immanente . Ma , dall ' altra , riguarda la posizione dell ' uomo di fronte alla natura , con la quale egli era dalla filosofia antica mescolato e confuso ; e riceve per questo rispetto una soluzione opposta alla prima ; una soluzione , che rivendica l ' autonomia dell ' uomo di fronte alla natura inferiore , ricollegandolo alla divinità trascendente . Onde per un verso si nega , ma per l ' altro si è condotti a riaffermare l ' immortalità .. E si hanno due diversi e talvolta opposti indirizzi di filosofare ; i quali concorrono nella speculazione di Tommaso Campanella , che ben si può considerare come il frutto più maturo del Rinascimento italiano . Uno dei più notevoli sonetti del Campanella , innanzi ai quali lo studioso della storia del pensiero si ferma colpito da lampi di intuizioni profonde , è quello segnato col n . 34 della Scelta pubblicata da Tobia Adami nel 1622 , e quindi scritto anteriormente , come io credo , al 1607 . È intitolato : Che la malizia in questa vita e nell ' altra ancora è danno , e che la bontà bea qua e là ; e vuole perciò esprimere il concetto che non occorra una vita oltre mondana per assicurare il premio alla virtù e il castigo alla colpa ; e combattere pertanto implicitamente la vecchia teodicea , che ricava una prova dell ' immortalità dell ' anima dal concetto dell ' assoluta giustizia di Dio . Il sonetto dice : Seco ogni colpa è doglia , e trae la pena nella mente o nel corpo o nella fama : se non repente , a farsi pian pian mena la robba , il sangue , o l ' amicizia grama . Se contra voglia seco ella non pena , vera colpa non fu : e se ' l tormento ama , eh ' è amaro a Cecca e dolce a Maddalena , per far giustizia in sé , virtù si chiama . La coscienza d ' una bontà vera basta a far l ' uom beato ; ed infelice la finta ed ignorante , ancor ch ' altèra . Ciò Simon Piero al mago Simon dice , quando volessim dir che l ' alma pèra , ch ' altre pur vite e sorti a sé predice . Il Campanella è convinto , come risulta dalle stesse poesie e da tutti i suoi scritti , che l ' anima infatti predica a sé un ' altra vita oltre a questa , in cui pare che soffra il giusto e l ' ingiusto goda ; un ' altra vita , in cui le parti s ' invertiranno , come molti filosofi e tutti i teologi dicono . Ma nel suo naturalismo , in cui la natura tutta , compreso l ' uomo , si spiega iuxta Propria Principia , senza ricorso a nulla di trascendente , crede che la giustizia s ' adempia già perfettamente in questa vita , e il castigo sia immanente alla colpa stessa , come il premio alla virtù ; o , come oggi si direbbe , che il valore è nella stessa volontà che lo realizza ; o ancora , come diceva Kant ( che pure continua anche lui a desumere dal concetto della giustizia la fede nell ' immortalità dell ' anima ) , che il bene supremo risieda appunto nella buona volontà . Seco ogni cola è doglia ; e le pene che essa trae con se , naturalmente , nell ' anima e nel corpo , nelle sostanze , nella famiglia , e anche nelle amicizie , sono conseguenze della stessa natura della colpa . La quale s ' accompagna con la coscienza di sé , e quindi col rimorso , col penar seco , E qui s ' arresta il ciclo della colpa . Che se il rimorso genera la contrizione , il tormento dolce alla penitente Maddalena ( « remittuntur ei peccata multa , quoniam dilexit multum » ) : allora , dice il Campanella , non è più colpa , anzi virtù : allora la volontà , quella stessa della colpa , fa giustizia in sé , Che è il ciclo della redenzione . Ché se manca la coscienza del male , il male non c ' è ; ma c ' è la miseria del male , giacché infelice è chi si stimi ignorando che sia bontà vera , come infelice chi finge d ' esser buono : mancando all ' uno e all ' altro quella bontà , nel cui possesso o nella cui coscienza consiste la beatitudine . Concetti , che il Campanella svolge anche nella Philosophia yealis . Dove insiste sulla tesi che « naturalis est punitio culpae » , perché ogni vizio è una violazione delle leggi di natura , ed è punito nelle sue conseguenze dalla stessa natura , che non può esser violata . « In questo modo » , è stato detto « il Campanella precedeva i moderni , e specialmente lo Spencer , benché non trasmodi al pari di costui , mantenendosi egli nei giusti limiti , che riguarda le reazioni naturali come l ' unico mezzo di disciplina morale » . Ma tra lo Spencer e il Campanella c ' è una gran differenza , tutta a vantaggio del filosofo italiano : ché per lo Spencer la reazione della natura è semplice reazione meccanica , alla quale non è necessaria la coscienza del male ; laddove pel Campanella senza dissidio interno non c ' è colpa . Ossia per l ' uno il male è un puro fatto o fenomeno naturale , laddove per l ' altro è sì anche un fatto naturale , poiché si oppone alle leggi della natura , ma si realizza nella volontà , e qui attinge il suo valore e la possibilità del proprio superamento . Se contro voglia seco ella non Pena , vera cola noia fu ! Anche nella teoria della conoscenza il filosofo italiano può parere un puro sensualista , della stessa risma dello Spencer : ma il senso , a cui egli riduce ogni forma del conoscere , non è pura passività , ma , com ' è stato notato , percezione della passività : è perciò intelletto e senso in uno . sicché il suo sensualismo , attentamente considerato , si rivela una forma di idealismo . Il concetto piuttosto dell ' immanente valore della volontà anticipa , senza dubbio , una delle più salde e fondamentali dottrine del kantismo . Ma negli ultimi versi del sonetto è ricondotto dall ' autore a un ' autorità che toglierebbe ad esso ogni importanza storica , facendolo apparire quasi opinione antichissima della stessa Chiesa cristiana , e , secondo il Campanella , dell ' età apostolica , quantunque poi sopraffatta dalla più diffusa e prevalente dottrina , che riconnette la giustizia divina all ' immortalità trascendente . A intendere l ' accenno dei vv . 12­13 giova leggere l ' esposizione che fa del sonetto lo stesso autore in questi termini : « Notabile sonetto per far conoscere che il male punisce l ' uomo da sé subito e che , quando non è vero male , non porta pena contro il volere . E che la coscienza netta può bear l ' uomo . E quantunque l ' alma fosse mortale , è più beato chi vive bene e puramente che gli malfattori . Questa sentenza è di san Piero in san Clemente Romano , dove risponde a Simon Mago , che dicea che con la speranza dell ' altra vita perdiamo la presente . E nell ' ultimo verso prova che sia immortale , perché essa alma ha tali sillogismi efficaci a provarlo ; e trovansi oltre le profezie e religione » . Così , nella seconda canzone della Salmodia meta fisicale , appartenente al periodo delle più dure sofferenze del povero prigioniero chiuso in un ' orribile fossa di Castel Sant ' Elmo , dice a Dio : Io con gli amici pur sempre ti scuso ch ' altro secolo in premio a tuo ' riserbi , e che i malvagi in sé sieno infelici sempre affliggendo gli animi superbi sdegno , ignoranza e sospetto rinchiuso ; e che di lor fortune traditrici traboccan sempre al fine . E nell ' esposizione commenta : « A ' buoni s ' aspetta un ' altra vita in premio . E che di più in questa vita gli tristi sono più puniti in verità , che gli buoni internamente , bench ' e ' non paia ; come pur disse san Piero a Simon mago ecc . » . Nello stesso tempo componeva quel trattato , così caratteristico , contro epicurei e machiavellisti , che diede nel 1607 manoscritto a Gaspare Scioppio , e fu da costui intitolato Atheismus triumphatus : il trattato che contiene tutta la teodicea del Campanella . Quivi nel cap . XVI rispondeva « quaestioni atrocissimae , vexanti mentes hominum , praecipue Epicureos et Machiavellistas » : alla domanda cioè di Geremia e di altri profeti : « Quare via impiorum prosperatur ? » . E la sua prima risposta è quella ortodossa : « Dico hoc contrarium esse ei , quod credunt . Quippe enim hoc certuni est argumèntum , quod homini conveniat alia melior vita , ut bene Athenagora argumentatur , et , post hanc , futura sit recompensatio bonorum et malorum .... Profecto , si tu credis providentiam et amorem Dei erga creaturas , hoc argumentum moraliter convincit quod nimirum altera sit vita » . Dove ognun vede che il Campanella ripete l ' argomento già addotto da tanti , ma non gli attribuisce nessun valore , poiché avverte che esso può creare una convinzione morale in chi già creda nella provvidenza , ma non vale per gli epicurei , che anche questa provvidenza negano . Quindi tutta la forza della sua polemica si restringe alla serie degli argomenti ( ai quali passa subito dopo ) desunti da considerazioni meramente naturali , o meglio naturalistiche . Basti la prima , che è questa : « Insupèr assèro , quod ètiam si haec non crèdis bonum erit operari bonum secundum naturam . Operari enim secundum naturam cuilibet sano iucundum est , dicunt physiologi . Ergo pravi homines operantur malum contra naturam et regulas eius ; ergo semper moesti sunt . Gaudium autem apparens est falsumque , quod subito perditur , sicut gaudium aegroti bibentis aquam contra legerri medici magna cum voluptate ; sed statini affert mortem ; et voluptas falsa fuit . Plus capit voluptatis qui in fame manducat panem caseumque , prout natura statuit , quam qui sine fame vitulum saginatum . Hoc nec Epicurus negat : ergo si famem expectes , non es minor rege in cibo potuque » . Ma più ci interessa qui la conclusione , dove si afferma che « Petrus Apostolus hoc arcanum docuit contra Simonem Magum , quod , etsi alia non superesset vita , conscientia recta in hac beatum facit hominem magis , quam quaecunque fortuna laeta incredulorum . Ecce ergo quia boni sunt beati undequaque . Et quidem qui non statuit vitae probitatem experimento proprio agnoscere , hanc philosophiam unquam agnoscet . Et ego testis sum , qui de omni vivendi modo examen feci . Scio etiam caros mihi puritate conscientiae ac vitae probitate longe magis gaudere , quam quibuscumque deliciis » . La discussione di san Pietro e Simon Mago intorno all ' immortalità dell ' anima , a cui dal Campanella s ' allude ripetutamente , è nelle Pseudo ­ clementine Ricognizioni , scritte , a quel che pare , al principio del sec . III , e che il Campanella poteva aver lette prima dell ' inizio della sua ventisettenne prigionia , e citare a memoria scrivendo le Poesie e l ' Atheismus , E benché egli potesse a ragione vantare una portentosa memoria , questa volta bisogna pur dire che gli sia fallita . Ivi infatti san Pietro dice a Simon Mago che è segno della bontà divina dare il suo sole e la sua pioggia egualmente ai giusti e agl ' ingiusti ; ma aggiunge subito : « Sed hoc videretur iniustum , si bonos malosque aequali sempre sorte censeret , et nisi frugum causa hoc faceret , quibus perfrui aequaliter omnes , qui in hoc mundo nati sunt , conveniret » . Se non che , egli osserva , a quel modo che la pioggia mandata da Dio nutre del pari le biade e il loglio , e poi , al tempo della raccolta , le granaglie vengono conservate , e la paglia e il loglio bruciati , così nel dì del giudizio i giusti entreranno nel regno di Dio e gl ' ingiusti verranno reietti , e allora alla bontà succederà la giustizia di Dio . Per san Pietro non si può negare che « si aequalis permaneret perpetuo malis et bonis , iam hoc non solum bonum non esset , sed et iniustum atque iniquum videretur » , perché non vi sarebbe più differenza di merito dal giusto all ' ingiusto . Al che Simon Mago naturalmente oppone : « Unum est , de quo mihi velim satisfieri , num immortalis sit anima : non enim possum onus subire iustitiae , nisi prius de immortalitate animae sciam , quae utique si immortalis non est , nec praedicationis tuae poterit stare professio » . Ma di ciò non può contentarlo Pietro , che solo dalla giustizia di Dio crede si possa dedurre l ' immortalità dell ' anima ; e poiché Simone insiste nel chiedere che si metta da parte la questione della divina giustizia , che egli non può concedere se prima non gli si provi quella vita immortale in cui essa si compirebbe , Pietro infine gli dichiara apertamente : « Audi . Nonnulli hominum blasphemantes Deum et omnem vitam suam iniustitiae voluptate ducentes , in lectulis suis defuncti sunt consecuti finem vitae inter suos et honorabilem sepulturam ; alii vero , Deum colentes et cum omni iustitia et sobrietate vitam suam in parsimonia conservantes pro iustitiae observantia , in desertis interiere , ita ut ne sepoltura quidem haberentur digni . Ubi est ergo iustitia Dei , si anima immortalis non est , quae vel , si impie egerit , poenas in futuro , vel , si pie ' et iuste , praemia consequatur ? » . Alla quale dichiarazione segue uno stringente dialogo in cui Simone dice : « Hoc utique est quod nos incredulos facit , quia multi bene agentes male pereunt ; et rursum , multi impie agentes longi temporis cum beatitudine vitam finiunt . - - Et Petrus : Hoc ipsum , inquit , quod te ad incredulitatem trahit , nobis certam fidem facit , quia iudicium erit . Etenim cum certum sit Deum iustum esse , necessarium et consequens est , aliud esse seculum , in quo unusquisque pro meritis recipiens iustitiam Dei probet . Quod si nunc omnes homines pro meritis suis reciperent , vere nos fallere videbamur dicentes futurum esse iudicium : et ideo hoc ipsum , quod in praesenti vita non redditur unicuique pro actibus suis , fidem indubitabilem facit scientibus Deum esse iustum , quia iudicium erit . - - Et Simon : Cur ergo mini non persuadetur ? - - Petrus ait : Quia verum prophetam non audisti , dicentem ( Matth . 6 ) : Quaerite primo iustitiam eius , et haec omnia adponentur vobis . - - Et Simon : Indulge , inquit mihi nolenti primo iustitiam quaerere ; antequam sciam an immortalis sit anima . - - Et Petrus : Et tu mihi hoc unum indulge , quod non possim facere aliter quam me Propheta veritatis edocuit . - - Tum Simon : Certum est , inquit , non posse te adserere , quod immortalis sit anima ; et hoc cavillaris , sciens , quod si mortalis probetur , radicitus convellatur religionis istius , quam conaris adserere , tota professio : et ideo laudo quidem prudentiam tuam non tamen probo persuasionem : multis enim persuades suscipere religionem et libidinis subire continentiam sub spe futurorum bonorum , quibus evenit ut neque pruesentibus perfruantur et decipiantur futuris . Simul enim ut mortuis fuerint , etiam anima pariter extinguetur » . La conclusione è quella che doveva essere : contro Simone , principia negantem , Pietro non ha modo di dimostrare né la giustizia divina , né l ' umana immortalità ; e finisce con lo sdegnarsi contro la sfrontatezza dell ' ateo . Nessun accenno , come si vede , all ' ardita tesi immanentistica che il Campanella credeva aver incontrata in quella discussione . Anzi , per lo scrittore delle , Ricognizioni , non v ' è giustizia senza un ' altra vita . Che è la recisa negazione della tesi svolta nel suo sonetto dal Campanella . Come la memoria del filosofo calabrese potesse in questo caso ingannarsi , non è difficile intendere ; e sarebbe inutile spendervi attorno parole . Certo , al ricordo di quella vivace discussione tra san Pietro e Simon Mago , che avevagli dovuto fare molta impressione , egli mescolava il ricordo d ' altre letture relative allo stesso argomento : letture bensì di scrittori molto recenti , poiché l ' idea d ' una giustizia immanente nello stesso mondo dell ' esperienza suppone la negazione o il dubbio intorno al mondo che trascende l ' esperienza , e insomma quella critica del concetto dell ' immortalità dell ' anima , che è propria del Rinascimento . Ancora nella , Theologia Platonica di Marsilio Ficino , composta tra il 1469 e il '74 , la felicità umana importa la vita oltremondana , e le prime parole dell ' opera sono queste : « Cum genus humanum , propter inquietudinem animi imbecillitatemque corporis et rerum omnium indigentiam , duriorem quam bestiae vitam agat in terris , si terminum vivendi natura illi eundem penitus atque ceteris animantibus tribuisset , nullum animal esset infelicius homine . Quoniam vero fieri nequit , ut homo , qui Dei cultu propius cunctis mortalibus accedit ad Deum beatitudinis authorem , omnino sit omnium infelicissimus ; solum autem post mortem corporis beatior effici potest ; necessariùm esse videtur animis nostris ab hoc carcere discedentibus lucem aliquam superesse » . Così , quando nel 1516 , nel suo De immortalitate animae , Pietro Pomponazzi con quelle stesse armi della filosofia aristotelica che erano state per tanti secoli adoperate a difesa dei dommi cristiani , ebbe impugnato l ' immortalità dell ' anima , si trovò subito innanzi all ' obbiezione , che allora o non c ' è un Dio a reggere il mondo , o ( ciò che è assurdo ) egli è iniquo . E il Pomponazzi , ispirandosi forse allo stoicismo , ma sopra tutto alla logica immanentistica e originale del suo pensiero , rispose « Neutrum sequi » . Nessun male rimane essenzialmente impunito , nessun bene irrimunerato ha un doppio modo d ' intendere la pena e il premio : un modo , per cui la pena o il premio è essenziale ed inseparabile ; e un altro , per cui , invece è accidentale e quindi separabile : « Praemium essentiale virtutis est ipsamet virtus , quae hominem felicem facit . Nihil enim maius natura humana habere potest ipsa virtute , quandoquidem ipsa sola hominem securum facit et remotum ab omni perturbatione . Omnia namque in studioso consonant : nihil timens , nihil sperans , sed in prosperis et adversis uniformiter se habens , sicut dicitur in fine Ethicorum , Et Plato in Critone dixit : ' Viro bono neque defuncto potest aliquod malum contingere ' . At opposito modo de vitio : poena namque vitiosi est ipsum vitium , quo nihil miserius , nihil infelicius esse potest . Quam autem perversa sit vita vitiosi et maxime fugienda manifestat Aristoteles VII Ethicorum , ubi ostendit quod vitioso omnia dissonant : nemini fidus , namque ipse sibi neque vigilans neque dormiens quiescit , diris corporis et animi cruciatibus angustiatur : vita infelicissima . Adeo quod nullus sapiens , quantumcumque egenus , corpore infirmus , a bonis fortunae destitutus , eligeret vitam tyranni , vel alicuius potentis vitiosi malletque sapiens in sua dispositione permanere . Itaque omnis virtuosus virtute sua et felicitate praemiatur . Quare Aristoteles , Problematum XI problemate , quo quaerit cur in certaminibus apponuntur praemia , at non in virtutibus et scientiis , dicit , hoc ideo contingere , quoniam virtus ipsa est praemium . Nam cum praemium debeat esse praestantius certamine , nihilque prudentia potest esse praestantius , sibi ipsi igitur praemium est . At contrarium de vitio contingit . Ideo nullus vitiosus impunitus relinquitur , quandoquidem vitium ipsum sibi vitioso sit poena » . Il premio che può mancare alla virtù è quello accidentale ; e lo stesso dicasi della pena che può mancare alla colpa ; e perciò soltanto rispetto a questi premi e pene accidentali si può dire che non ogni bene sia ricompensato e non ogni male punito . Neque hoc inconvenit , trattandosi di punti di vista , come oggi si direbbe , estranei alla natura intrinseca del bene e del male . Ma , nota il Pomponazzi , due cose sono da osservare : 1° che il premio essenziale è assai più perfetto dell ' accidentale , come la virtù , p . e . , del denaro ; e la pena della colpa è ben altra dal danno , con cui essa può essere punita ; 2° che il premio accidentale od estrinseco non si somma al pregio intrinseco della virtù ; anzi lo scema . « Exempli causa , si aliquis virtuose operatur sine spe praemii , alter vero cum spe praemii , actus secundi non ita virtuosus habetur sicut primi » . E maggiore quindi è il premio del virtuoso cui non tocchi nessun premio accidentale . E viceversa , il contrario può dirsi della pena : « cum poena damni adiungitur culpae , diminuit culpam » . sicché il Pomponazzi potrà conchiudere da ultimo : « Quod studiose operans , non expectans praemium aliud a virtute , longe virtuosius et magis ingenue videtur operari quam ille , qui ultra virtutem praemium aliquod expectat ; quique fugit vitium ob turpitudinem vitii , non propter timorem poenae debitae pro vitio , magis laudandus videtur quam qui evitat vitium propter timorem poenae . Quare perfectius asserentes animam mortalem melius videntur salvare rationem virtutis quam asserentes ipsam immortalem . Spes namque praemii et poenae timor videntur servilitatem quandam importare , quae rationi virtutis contrariatur » . Bisognerà venire fino a Spinoza , perché si senta ripetere , non per influsso del Campanella , né del Pomponazzi , ma forse del filosofo ebreo medievale Maimonide , e sopra tutto per una rigorosa elaborazione delle idee immanentistiche della filosofia neoplatonica , destinata a risolversi in schietto naturalismo , che « beatitudo non est virtutis praemium , sed ipsa virtus » (Eth., V , q.2 ) . Ma Spinoza , proiettando tutta la realtà dello spirito nel pensiero divino , che è la stessa realtà della natura , rende inconcepibile , senza libertà , questa virtù , che non sarà intesa nel suo valore assoluto prima di Kant . III È noto che un puro naturalista il Campanella non è ; come non è Bruno , e nessuno dei filosofi moderni prima dello Spinoza . Anche Campanella perciò ha bisogno dell ' immortalità trascendente dell ' anima : di un ' anima che non si spieghi come un risultato o un principio della stessa natura , ma la trascenda , e postuli una realtà superiore . La tendenza immanentistica del suo pensiero si palesa tuttavia anche nella sua maniera di argomentare l ' immortalità : fondata sulla osservazione della profonda differenza che separa l ' uomo dal mondo naturale , onde l ' uomo sovrasta a tutte le cose e celebra una natura analoga a quella di Dio , in quanto domina l ' universo , ne regge le forze e crea un mondo che è suo . Tra le poesie della Scelta una delle più belle è quella che canta con alta e commossa ispirazione la possanza dell ' uomo , e di cui si può vedere come il primo abbozzo nella primitiva redazione del De sensu rerum , Si leggano infatti queste rozze pagine vibranti di poesia : « L ' uomo nasce nudo , inerme , con poca industria , piangendo , senza sapere lattare , né mangiare , né aiutarsi ; e tutti gli altri animali vestiti di squamme , di piume , di pelo , armati di denti , di corna , di spine , d ' onghie , d ' artiglio , di rostro ; e sapeno subito caminare , mangiare e aiutarsi . E nondimeno l ' uomo fra poco tempo tutti gli animali vince , e si veste di loro pelli , e mangia la loro carne , e li doma , e cavalca , e se arma delle loro armi , usa la loro forza come sua , si veste di oro , d ' argento , di ferro ; e nuota in mare , vola in aria come Dedalo , corre per terra con li piedi suoi e d ' animale , e tutto il mondo cammina per acqua vincendo fonde superbissime e i fieri venti , come signore del mare ; e tutti gli metalli al suo uso doma , e stende . Adopera li alberi , fa navi , stanze sedie , casse , fuoco ; si mangia gli loro frutti , si serve delle foglie e fiori a spassi e a medicine ; usa le pietre , monti , selve , a suo gusto ; e pare essere il signore del mondo , non che dell ' animali . Ora , qual animale forte e sagace può fare quello che fa l ' uomo , inerme , nudo , debole e timido , né una minima parte di questo ? Ali dirai , l ' api si fanno repubblica , come l ' uomo ; l ' elefanti la religione , li ragni le reti così sottili che non fa l ' uomo , altri li nidi ; altri la guerra bene usare sanno . E ti dico , che tutte quante cose fanno gli altri animali fa l ' uomo , e assai più ; ché esso istituisce repubbliche , fa leggi e cittadi , tempii , religione a Dio ; medicina meglio che i cani ibici e ippopotamo , e se ognuno di loro ad una cosa sola , ed egli a mille è buono . Più , fa le rete per li uccelli come il ragno , le celle come l ' api , la milizia come grui e pesci , e da tutti piglia esempio , e migliora ogni loro arte e industria . E vince la forza dell ' elefante , che porta sopra una torre d ' uomini , lo doma e commanda ; e cossì al leone ; occide e mangia le balene . « Che si può dire più ? Nullo animale , benché abbia le mani , come la scimia e l ' orso , sa adoperare il fuoco , né toccare , né pigliarlo dal sole , cavarlo dalle pietre , accenderlo , mitigare con quello i metalli , gittare i monti , cuocere le vivande , e fare tuoni e lampi . Come Dio fa nell ' aria , così fa l ' uomo con l ' artiglieria ; e , quello che è cosa stupenda , fa di notte giorro con le candele e con ogli accesi , tanto mirabilmente , che si serve del fuoco come di cosa vile rispetto a lui . Or , se l ' uomo non avesse altra anima che dal fuoco , potria sprezzare sì nobilissima e potentissima natura , che gli animali non osano mirare , e molte nazioni l ' adorano ? L ' arte del fuoco è unica dell ' uomo . E dare senso alla scrittura , farla parlare , e che li orologi notino il tempo , e l ' uso della calamita che mira al polo , sono invenzioni d ' animo divino » . « Ma l ' astronomia mostra l ' uomo celeste , poiché mira in suso , e misura la grandezza delle stelle , numera i moti , e quello che non vede lo finge , con epicicli ed eccentrici ; e fa li conti suoi tanto giusti , non solo come cognoscitore , ma quasi come fabro del cielo . E in tanta varietà de opinioni del modello e principii delle cose , si mostra la divinità sua , che per tante vie camina alla conoscenza del Creatore . E quello che stupendo è , ha trovato quando si fanno l ' ecclissi de ' luminari , e le predice mille secoli inanti , e le congiunzioni ed aspetti de tutte le stelle , le nature e nomi , le comete , significati ed influssi , quello che fanno in terra , in acqua , in aria ; i tempi de solstizii ed equinozii , li mutamenti loro e dell ' apogeo ed eccentricitati , che riescono a capello ; e quando Dio varia qualche cosa in cielo , l ' uomo s ' accorge , e nota le anomalie e irregolarità sue ; e sempre fa nuove tavole e indici di cose lontanissime , e argomenta la morte e la vita non solo dell ' uomo , ma dell ' animali , delle repubbliche , de ' regni , anzi del mondo stesso , che ha da perire per fuoco » . Insomma , l ' uomo , come si canterà nelle Poesie , è un « secondo Dio » in virtù del suo pensiero . Concetto , che ritornerà in Giambattista Vico , e si può dire uno dei germi che schiuderanno nella Scienza Nuova , A tempo del Campanella , e per influsso molto probabilmente di lui , s ' incontra anche nel Galilei , malgrado il suo naturalismo . Chi non ricorda il celebre indiamento dell ' intelletto umano nella prima giornata del Dialogo dei massimi sistemi ? Quivi , distinti i due modi , intensivo ed estensivo , dell ' intendere , dice che « extensive , cioè quanto alla moltitudine degli intelligibili , che sono infiniti , l ' intender umano è come nullo , quando bene egli intendesse mille proposizioni , perché mille rispetto all ' infinità è come uno zero ; ma , pigliando l ' intendere intensive , in quanto cotal termine importa intensivamente , cioè perfettamente alcuna proposizione ... , l ' intelletto umano ne intende alcuna così perfettamente e ne ha così assoluta certezza , quanto se n ' abbia l ' istessa natura ; e tali sono le scienze matematiche pure , cioè la geometria e l ' aritmetica , delle quali l ' intelletto divino ne sa bene infinite proposizioni di più , perché le sa tutte . Ma di quelle poche intese dall ' intelletto umano credo che la cognizione agguagli la divina nella certezza obiettiva , poiché arriva a comprender la necessità , sopra la quale non par che possa essere sicurezza maggiore » . Anche il Galilei ha questo senso profondo della divinità dell ' intelligenza umana : « Anzi , quando io vo considerando quante e quanto maravigliose cose hanno intese , investigate ed operate gli uomini , pur troppo chiaramente conosco io ed intendo esser la mente umana opera di Dio , e delle più eccellenti » . Anche lui è ispirato quasi a cantare la potenza mirabile dell ' ingegno dell ' uomo : « Io son molte volte andato meco medesimo considerando , in proposito di questo che di presente dite , quanto grande sia l ' acutezza dell ' ingegno umano : e mentre io discorro per tante e tanto meravigliose invenzioni trovate dagli uomini , sì nelle arti come nelle lettere , e poi fo riflessione sopra il saper mio , tanto lontano dal potersi promettere non solo di ritrovarne alcuna di nuovo , ma anche di apprendere delle già trovate , confuso dallo stupore ed afflitto dalla disperazione , mi reputo poco meno che infelice . S ' io guardo alcuna statua delle eccellenti , dico a me medesimo : - - E quando sapresti levare il soverchio da un pezzo di marmo , e scolpire sì bella figura che vi era nascosta ? Quando mescolare e distendere sopra una tela o parete colori diversi , e con essi rappresentare tutti gli oggetti visibili , come un Michelangiolo , un Raffaello , un Tiziano ? - - S ' io guardo quel che hanno ritrovato gli uomini nel compartir gli intervalli musici , nello stabilir precetti e regole per potergli maneggiar con dilettò mirabile dell ' udito , quando potrò io finir di stupire ? Che dirò dei tanti e sì diversi strumenti ? La lettura dei poeti eccellenti di qual maraviglia riempie chi attentamente considera l ' invenzion de ' concetti e la spiegatura loro ? Che diremo dell ' architettura ? Che dell ' arte navigatoria ? Ma sopra tutte le invenzioni stupende , qual ' eminenza di mente fu quella di colui che s ' immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona , benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo ? Parlare con quelli che son nell ' Indie ? parlare a quelli che non sono ancora nati , né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni ? E con qual facilità ? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta ! Sia questo il sigillo di tutte le ammirande invenzioni umane » . Ma questo concetto della natura divina dell ' uomo nel Galilei evidentemente è una semplice eco , affiochita da questa espressione del sentimento personale della propria debolezza ; conseguenza , a sua volta , della posizione galileiana . Per Galileo infatti il divino è nella natura , fuori dell ' uomo , e la stessa grandezza umana apparisce perciò qualcosa di estraneo all ' uomo che l ' afferma e l ' ammira stupefatto , quasi la più alta meraviglia della divina natura . Pel Campanella invece è uno dei concetti centrali della sua speculazione . La quale ne trae argomento a quella vigorosa metafisica del divino , per cui il Campanella dal naturalismo telesiano si solleva a una filosofia naturalistica della religione ( poiché egli , e non Herbert di Cherbury , è il vero iniziatore della dottrina della religione naturale ) , e quindi alle sue rivoluzionarie idee , politiche e sociali , rappresentate nella utopia della Città del sole . Chi confronti col capitolo del De sensu rerum del Campanella , intitolato Della immortalità e divinità dell ' uomo , e col capitolo 7 , forse contemporaneo , del suo Atheismus tyiumphatus , inteso anch ' esso a provare « hominem animo divino immortalique donatum esse » , nonché col posteriore articolo introduttivo al cap . 2 del XIV libro della sua Metafisica , dove si adducono « de hominis excellentia super ammalia et divinitate eius animae rationes efficacissimae et sensatae » , il suo canto della possanza dell ' uomo , vi troverà lo spunto di una dimostrazione filosofica , dal Campanella più volte ripetuta , della natura divina e quindi immortale dell ' anima umana . L ' uomo , egli dice , non è un essere tra gli altri della natura , perché nessuno effetto si può sopra la sua causa elevare . « Ma noi veggiamo che l ' uomo non si ferma sotto la natura degli elementi , e del sole e della terra ; ma molto più sopra loro intende , desidera ; e opera , più che nullo effetto loro , altissimi effetti . Talché non pende da loro , ma da cagione molto più alta , che Dio s ' appella . Ecco che quando l ' uomo va cogitando , pensa sopra il sole , e poi sopra , e poi fuori del cielo , e più mondi , infinitamente , come escogitano pure gli Epicurei . Dunque , di qualche infinita causa ella è effetto , e non del sole e della terra , sopra li quali infinitamente trapassa » . E discorsi i titoli dell ' eccellenza e potenza dell ' uomo , tocca efficacemente la profonda radice della differenza tra l ' universal natura e l ' uomo : « Tutti gli animali stanno dentro il ventre del mondo , e l ' uomo con loro , come vermi dentro il ventre dell ' animale ; e pure solo gli uomini s ' accorgono che cosa è questo grande animale e i suoi principii , corsi , vita e morte . Dunque , l ' uomo sta non solo come verme , ma come ammiratore e luogotenente della causa architettrice d ' ogni cosa » . Il pensiero infatti è ciò che si oppone alla natura , distinguendola da sé e in sé contenendola . Di qui il significato storico della poesia del Campanella e di tutti gli altri luoghi , in cui egli tratta questo argomento della preminenza dell ' uomo . IV Ma si tratta di un argomento caro ai filosofi italiani del Rinascimento ; e potrebbe parere ereditato senz ' altro dagli scrittori classici . Dante , trattando nel Convivio della nobiltà dell ' uomo , ricorreva con la memoria al magnifico salmo biblico , che chiede a Dio : Quid est homo , quod memor es eius ? aut filius hominis , quoniam visitas eum ? Minuisti eum paulo minus ab angelis ; gloria et honore coronasti eum , et constituisti eum super opera manuum tuarum . Omnia subiecisti sub pedibus eius , oves et boves universas , insuper et pecora campi , volucres caeli , et pisces maris qui perambulant semitas maris . Ma il Salmista ne traeva solo argomento a celebrare con gratitudine la grandezza meravigliosa di Dio , terminando come aveva cominciato : Domine , Dominus noster , quam admirabile est nomen tuum in universa terra ! . I nostri scrittori del Rinascimento invece si compiacevano , come già Lattanzio , di leggere in Ovidio i celebri versi che nelle Metamorfosi ( I , 76­86 ) fan seguito alla descrizione della origine di tutte le cose naturali : Sanctius his animal mentisque capacius altae Deerat adhuc , et quod dominari in cetera posset . Natus est homo : sive hunc divino semine fecit Ille opifex rerum , mundi melioris origo , Sive recens tellus seductaque nuper ab alto Aethere cognati retinebat semina caeli ; Quam satus Iapeto mixtam fluvialibus undis Finxit in effigiem moderantum cuncta deorum ; Pronaque cum spectent animalia cetera terram , Os homini sublime dedit , caelumque videre Iussit et erectos ad sidera tollere vultus . Cicerone nel De legibus ( I , 9 ) aveva anch ' egli contrapposto l ' uomo alla natura con parole pur care ai nostri scrittori del Rinascimento : « Animal hoc providum , sagax , multiplex , acutum , memor , plenum rationis et consilii , quem vocamus hominem , praeclara quadam conditione generatum a supremo deo : solum enim est , ex tot animantium generibus atque naturis , particeps rationis et cogitationis , cum cetera sint omnia expertia . Quid est autem , non dicam in homine , sed in omni caelo atque terra , ratione divinius ? » . E nel De natura deorum ( II , 56 ) , per dimostrare « quantae res hominibus quamque eximiae tributae sint » , questa poneva a capo di tutte le prerogative degli uomini : « Quae ( providentia naturae ) eos humo excitatos celsos et erectos constituit , ut deorum cognitionem caelum intuentes capere possent . Sunt enim ex terra homines non ut incolae atque habitatores , sed quasi spectatores superarum rerum atque caelestium , quarum speculum ad nullum aliud genus animantium pertinet » . Dove le parole ricordano quelle del De sensu rerum campanelliano ; e il concetto stoico , qui riprodotto da Cicerone , è certamente la fonte da cui sgorga il remoto principio del pensiero del Campanella . Ma evidente è il divario tra quella che per Cicerone può dirsi una semplice differenza di grado , e l ' opposizione qualitativa che il Campanella scorge tra lo spettacolo e lo spettatore , la natura e la mente . Anche l ' esaltazione dell ' eccellenza umana era un motivo dell ' antica polemica , stoica prima e poi neoplatonica , in favore del concetto della finalità e della provvidenza divina contro il meccanismo epicureo . E in Cicerone ( De nat . deor . , II , 59 ) si ritrovano tanti dei colori adoperati nella poesia del Campanella sulla possanza dell ' uomo : l ' intelligenza di questo , l ' eloquenza , il linguaggio , le mani , « multarum artium ministrae » , l ' addomesticamento delle bestie , lo sfruttamento di tutti gli esseri e di tutte le forze della natura , e il dominio delle potenze più violente , del mare e dei venti : « Nos campis , nos montibus fruimur , nostri sunt omnes , nostri lacus , nos fruges serimus , nos arbores , nos aquarum inductionibus terris fecunditatem damus , nos flumina arcemus , derigimus , avertimus , nostris denique manibus in rerum natura quasi alteram naturam efficere conamur » . Che più ? la umana ragione è penetrata fino nel cielo . « Soli enim ex animantibus nos astrorum ortus , obitus cursusque cognovimus ; ab hominum genere finitus est dies , mensis , annus , defectiones solis et lunae cognitae praedictaeque in omne posterum tempus , quae , quantae , quando futurae sint . Quae contuens animus accedit ad cognitionem deorum .... » . Ma , se i colori son quelli prestati dagli scrittori antichi , nel Rinascimento c ' è uno spirito nuovo , derivante dalla riscossa dell ' uomo , che ripiglia l ' antico tema della sua preminenza nel mondo per contrapporsi a questo , nella sua autonomia , quasi centro , come più tardi si svelerà , d ' una nuova concezione della vita . V Questa opposizione dello spirito alla natura non è opera del rigido naturalismo del Pomponazzi e del Telesio , ma del platonismo fiorentino , che è l ' altro affluente , per dir così , della filosofia del Campanella , e senza dubbio la diretta sorgente de ' suoi pensieri sulla dignità , ed eccellenza dell ' uomo . È noto in qual conto egli teneva il Pico ; ed è celebre l ' orazione De hominis dignitate , che il Pico scrisse nel 1486 . E pensava di pronunziarla a Roma prima della discussione delle sue tesi anche più celebri . In questa orazione il mirandolano comincia dall ' accennare alle lodi dell ' umana natura fatte da altri , e trova che nessuno finora ha mai colpito nel segno : « Magna haec quidem , sed non principalia , id est , quae summae admirationis privilegium sibi iure vindicent » . Gli altri per esempio , avevan rivolto la loro attenzione alle proprietà che l ' uomo ha comuni con gli angeli , posti anch ' essi dal platonismo alessandrino tra mezzo la natura e Dio . Ma , si chiede il Pico , perché la nostra ammirazione non si rivolge piuttosto agli angeli dei cori celesti ? Il vero , l ' unico miracolo del mondo , è l ' uomo . Perché ? Creato il mondo , parve a Dio necessario un essere « qui tanti operis rationem perpenderet , pulchritudinem amaret , magnitudinem admiraretur » . C ' era , insomma , la natura , oggetto del pensiero , mancava il pensiero . E pure tutto pareva già fosse stato creato : « nec erat in archetypis unde novam sobolem effingeret , nec in thesauris quod novo filio haereditarium largiretur , nec in subselliis totius orbi ubi universi contemplator iste sederet . Iam plena omnia summis , mediis infimisque ordinibus fierant distributa » . Stupenda immagine , in cui si raffigura la situazione propria del naturalismo , che , lasciandosi alle spalle lo spirito , non trova lacuna di sorta nel reale ; sicché , quando si sforza di concepire lo stesso spirito , lo degrada e disumanizza , facendolo rientrare nel quadro generale del meccanismo della natura . Ed ecco la soluzione del Pico che assegna , secondo lui , il vero valore specifico dell ' uomo , mettendolo al di sopra della stessa natura angelica . All ' uomo non fu dato da Dio nulla di proprio ; venne bensì conferito « commune quidquid privatum singulis fuerat » . Messolo in mezzo al mondo , compendio ed epilogo di tutto , Dio avrebbe indicato ad Adamo la sua prerogativa , come l ' essenza stessa della libertà . L ' uomo non ha una natura specifica sua , e non ha perciò leggi a cui soggiaccia , né limiti entro cui si restringa necessariamente la sua attività , salvo quelli ch ' egli stesso s ' imponga liberamente . Egli non è né celeste né terreno , né immortale né mortale : libero creatore di se medesimo ( « sui ipsius quasi arbitrarius honorariusque plastes et fictor » ) , sarà quel che vorrà . Può tralignare abbrutendosi , e potrà rigenerarsi in Dio « ex sui animi sententia » . E questa è la felicità , questa la grandezza dell ' uomo : essergli dato d ' ottenere quanto desidera , farsi quello che vuole . I bruti , da una parte , e le nature celesti , dall ' altra , sono immediatamente quello che saranno sempre . L ' uomo sul nascere non porta seco se non i germi di tutte le vite : dei quali germoglieranno e daran frutto quelli che saranno da lui coltivati . Tale la vera analogia tra l ' uomo e Dio , il Pico dirà nell ' Heptaplus ( V , 6 ) , a commento del biblico « Faciamus hominem ad imaginem nostram » . Non è la mente , secondo il Pico , che assomiglia l ' uomo a Dio , perché le proprietà di essa « quanto in angelis sunt quam in nobis potiora et contrariae minus naturae adenixta , tanto cum divina natura plus similitudinis et cognationis habentia » . Anche nell ' Ettaplo osserverà , che fa d ' uopo cercare un che di peculiare nell ' uomo , ond ' egli sia simile a Dio , e che non abbia in comune con nessun ' altra creatura . « Id quid esse aliud potest , quam quod hominis substantia omnium in se naturarum substantias et totius universitatis plenitudinem re ipsa complectitur ? » . E insisterà sul « re ipsa » , notando che in ciò consiste appunto la differenza tra gli angeli e qualunque essere intelligente da una parte , e l ' uomo dall ' altra : ché anche quelli contengono le forme e le ragioni di tutto , in quanto ognuno è intelletto che conosce tutto . « At vero , quemadmodum Deus non solum ob id quod omnia intelligit , sed quia in se ipso ita verae rerum substantiae perfectionem totam unit et colligit ; ita et homo .... ad integritatem suae substantiae omnes totius mundi naturas corrogat et counit » . Le forme che si raccolgono nell ' intelletto sono , conforme alla dottrina aristotelica , prive di quella realtà della sostanza , che implica la materia : onde la mente , in cui Pico non trova la peculiare natura dell ' uomo , è l ' intelletto astratto , che ha fuori di sé la realtà ; l ' intelletto aristotelico , quel motore immobile , che non poteva concepirsi creatore del mondo , poiché questo è materia oltre che forma , ed esso è pura forma . La mente invece , che si può attribuire in proprio all ' uomo e a Dio , sarebbe attività non contemplatrice , bensì creatrice , realizzatrice dell ' essere della sostanza ( « perfectionem totam substantiae » ) : lo spirito , insomma , concepito non più secondo l ' intellettualismo greco , per cui la mente ha la realtà di contro a sé ; ma secondo l ' idealismo cristiano , pel quale la vera realtà è opera dello stesso spirito . VI Il Pico tuttavia era stato preceduto dalla vasta speculazione ficiniana intorno alla natura dell ' anima , e propriamente intorno alla natura divina e immortale di essa : argomento , com ' è noto , della già citata Theologia platonica . Marsilio Ficino aveva letto nello pseudoplatonico Assioco questo luogo , che nella stessa traduzione ficiniana fu certamente sotto gli occhi del Campanella , e pare se ne ricordi nella sua poesia sulla possanza dell ' uomo : « At haec multae sunt perpulchraeque de animi immortalitate rationes . Neque enim mortalis natura in tam varias res attollere sese posset , ut contemneret ingenium ferarum , conderet urbes , respublicas constitueret , respiceret etiam in caelum et astrorum videret revolutiones cursusque , solis et lunae ortus item et occasus , defectus , celeritatem , distantias , aequinoctiaque et duplices conversiones , Pleiadum etiam et hiemis atque aestatis ventos , imbriumque casus et horrendos turbinum raptus , ut comprehensos quoque mundi labores saeculis traderet , nisi divinus quidam mentibus nostris spiritus inesset , quo complexum notitiamque tantarum attingeret rerum » . Ma in un capitolo della Theologia Platonica ( XIII , 3 ) , che si direbbe la fonte diretta del Campanella , lo spunto dell ' Assioco è svolto in una delle pagine più belle della storia del concetto della libertà e della potenza dello spirito umano : « Cetera animalia vel absque arte vivunt , vel singula una quadam arte , ad cuius usum non ipsa se conferunt , sed fatali lege trahuntur : cuius signum est , quod ad operis fabricandi industriam nihil proficiunt tempore . Contra homines artium innumerabilium inventores sunt , quas suo exequuntur arbitrio : quod significatur ex eo , quod singuli multas exercent artes , mutant et diuturno usu sunt solertiores » . Il solo uomo insomma ha una storia , perché è libero . La legge fatale della natura inferiore è l ' immutabilità ; la libertà umana invece è mutazione e progresso . L ' uomo perciò è creatore d ' un mondo suo , giacché , quel che è più mirabile , « humanae artes fabricant per se ipsas quaecumque fabricat ipsa natura , quasi non servi simus naturae , sed aemuli » . L ' uomo non solo imita le opere della natura , ne ' suoi dipinti , p . e . , e in tutte le opere d ' arte che paion vive e naturali ; ma invade il campo della stessa natura con le sue costruzioni magnifiche , e con le sue officine di metalli e di vetri « naturae inferioris opera perficit , corrigit et emendat » . « Similis ergo ferme vis hominis est naturae divinae , quandoquidem homo per se ipsum , idest per suum consilium atque artem , regit seipsum a corporalibus naturae limitibus minime circumscriptum , et singula naturae altioris opera aemulatur . Et tanto minus quam bruta naturae inferioris eget subsidio quanto pauciora corporis munimenta sortitus est a natura quam bruta , sed ipsemet illa sua copia construit alimenta , vestes , strumenta , habitacula , suppellectilia , arma . Ideo cum ipse sua facultate se fulciat , fulcit uberius quam bestias ipsa natura » . A cominciare dai piaceri dei sensi , che l ' ingegno umano moltiplica sempre , laddove « bruta brevissimis naturae claustris concluduntur » , per venire a tutto ciò che di utile inventa di continuo , fino alle opere più alte della sua attività disinteressata , dalle quali non pure non s ' attende vantaggio di sorta , ma riceve spesso incomodi e molestie . « In iis artificiis animadvertere licet , quemadmodum homo et omnes et undique tractat mundi materias , quasi homini omnes subiciantur . Tractat , inquam , elementa , lapides , metalla et plantas et animalia , e in multas traducit formas atque figuras , quod nunquam bestiae faciunt . Neque uno est elemento contentus aut quibusdam , ut bruta , sed utitur omnibus , quasi sit omnium dominus . Terram calcat , sulcat aquam , altissimis turribus conscendit in aerem , ut pennas Daedali vel Icari praetermittam . Accendit ignem , et foco familiariter utitur et delectatur praecipue ipse solus . Merito caelesti elemento solum caeleste animal delectatur . Caelesti virtute ascendit caelum , atque metitur ; super caelesti mente trascendit caelum . Nec utitur tantum elementis homo , sed ornat , quod nullum facit brutorum . Quam mirabilis per omnem orbem terrae cultura ! Quam stupenda aedificiorum structura et urbium ! Irrigatio aquarum quam artificiosa Vicem gerit Dei , qui omnia elementa habitat colitque omnia et terrae praesens non abest ab aetere . Atqui non modo elementis , verum etiam elementorum animalibus utitur omnibus , terrenis , aquatilibus , volatilibus ad escam , commoditatem et voluptatem ; supernis caelestibusque ad doctrinam magiaeque miracula . Nec utitur brutis solum , sed et imperat . Fieri quidem potest , ut armis quibusdam a natura acceptis bruta nonnulla quandoque vel impetum in hominem faciant , vel hominis effugiant impetum ; homo autem , acceptis a se ipso armis et vitat ferarum impetum et fugat et domat . Quis vidit unquam homines ullos sub bestiarum imperio detineri , quemadmodum ubique vidimus tam immanissimarum ferarum quam mitium armenta per omnem vitam parere hominibus ? Non imperat bestiis homo crudeliter tantum , sed gubernat etiam illas , fovet et docet . Universalis providentia Dei , qui est universalis causa , propria est ; homo igitur , qui universaliter cunctis et viventibus et non viventibus providet , est quidam Deus : Deus est procul dubio animalium , qui utitur omnibus , imperat cunctis , instruit plurima . Deum quoque esse constitit elementorum , qui habitat colitque omnia ; Deum denique omnium materiarum , qui tractat omnes , vertit et format » . Da tutte queste prove della divinità dell ' anima anche il Ficino conchiude : « Qui tot tantisque in rebus corpori dominatur et immortalis Dei gerit vicem , est procul dubio immortalis » . Pure ci son prove di gran lunga superiori della sublime natura dell ' uomo . Il quale , non pago delle arti che si riferiscono al dominio del mondo materiale , si solleva a una forma più spirituale del divino mediante l ' esercizio della sua potenza morale , che si dispiega sulla volontà propria od altrui ; giacché egli solo tra gli animali s ' innalza al dominio di se medesimo , e quindi degli altri , nella famiglia , nello Stato , nel genere umano . Egli solo tra gli animali è capace di sacrificarsi per il pubblico bene , fino ad incontrare la morte , « utpote qui singula haec mortalia despicit bona , communis aeternique boni firmitati confisus » . E dimostra poi anche più evidentemente la sua divina natura con le scienze pure e le arti belle , che non si possono in nessun modo considerare indirizzate alla soddisfazione di bisogni terreni , e nelle quali l ' anima sdegna di già il ministero del corpo . Né basta : « Unum illud est in primis animadvertendum , quod artificis solertis opus artificiose constructum non potest quilibet , qua ratione quove modo sit constructum discernere , sed solum qui eodem pollet artis ingenio . Nemo enim discerneret qua via Archimedes sphaeras constituit aeneas , eisque motus motibus caelestibus similes tradidit , nisi simili esset ingenio praeditus . Et qui propter ingenii similitudinem discernit , is certo posset easdem constituere , postquam agnovit , modo non deesset materia . Cum igitur homo caelorum ordinem , unde moveantur , quo progrediantur , et quibus mensuris quidve pariant , viderit , quis neget eum esse ingenio , ut ita loquar , pene eodem quo et author ille caelorum ? ac posse quodammodo caelos facere , si instrumenta nactus fuerit materiamque caelestem , postquam facit eos nunc , licet ex alia materia , tamen persimiles ordine ? » . Con che il Ficino ha toccato da maestro il fondo della questione , enunciando chiaramente , come già in altro luogo della stessa Teologia , il concetto del conoscere come attività costruttiva del conosciuto ; quel concetto , da cui prenderà le mosse la speculazione del Vico più di due secoli dopo , e che sarà fissato dal filosofo napoletano nel celebre motto : « verum et factum convertuntur » . Né anche qui il Ficino ammette l ' identità tra la mente umana e la divina ; e non era possibile l ' ammettesse ; e perciò si arresta a quello stesso scetticismo , a cui s ' arresterà anche il Vico . Ma quella certa somiglianza che scorge tra le due menti , era il più alto segno del divino che si potesse scorgere nello spirito umano finché restava una natura fuori di esso , e un cielo di Dio cotanto diverso da quello di Archimede , come solo possibile termine di ragguaglio . VII Dal Ficino , dal Pico e dagli scritti ermetici già recati in latino per opera del Ficino dipende l ' esaltazione che si fa dell ' uomo nell ' ultimo dialogo della Circe pubblicata nel 1549 in Firenze dal filosofo calzaiuolo Giambattista Gelli . Basta leggerne alcuni periodi , dove dice della dignità che dà all ' uomo la sua « volontà libera » : dignità tanto meravigliosa , che « quei primi sapienti di Egitto lo chiamaron solamente per questo il gran Miracolo de la natura . Perché tutte le altre creature hanno avuto una certa legge , per la quale elle non possono compiere altro fine che quello che è stato ordinato loro dalla natura : né possono uscire in modo alcuno da que ' termini che ella ha assegnato loro . E l ' uomo , per avere questa volontà libera , può acquistarne uno più degno e uno meno degno , come pare a lui , o inchinandosi inverso quelle cose che sono inferiori a lui , o rivolgendosi inverso quelle che gli sono superiori . Imperocché se egli si darà tutto al ventre , tenendo sempre la bocca e la faccia fitta ne la terra , egli diventerà stupido e simile a le piante , e se egli s ' immergerà troppo nella dilettazione sensitiva , diverrà simile ai bruti . Ma se egli , voltando la faccia al cielo , considererà filosofando la bellezza dei cieli e il maraviglioso ordine de la natura ; e se egli si muterà di terreno in animale celeste ; e se egli , sprezzati tutti gli impedimenti del corpo , attenderà a contemplare le cose divine , si farà quasi uno Iddio .... Egli può farsi tutto quello che egli vuole » . E anche nella dedica della stessa Circe a Cosimo de ' Medici , il Gelli aveva scritto : « In potestà de l ' uomo è stato liberamente posto il potersi eleggere quel modo nel quale più gli piace vivere , e quasi come un nuovo Proteo trasformarsi in tutto quello che egli vuole , prendendo , a guisa di camaleonte , il color di tutte quelle cose a le quali egli più si avvicina con l ' affetto ; e finalmente , o farsi terreno o divino , e a quello stato trapassare che a la elezione del libero voler suo piacerà più » . Il concetto dei neoplatonici fiorentini sarà ripreso nello Spaccio della bestia trionfante ( 1584 ) da Giordano Bruno , che se né gioverà a rivendicare , contro la concezione antistorica dell ' età dell ' oro , il valore della libertà e del lavoro onde l ' uomo crea a se stesso il suo destino e la sua civiltà . Dice Giove ( e nel dialogo riferisce Sofia ) : « che gli dei aveano donato a l ' uomo l ' intelletto e le mani , e l ' aveano fatto simile a loro , donandogli facoltà sopra gli altri animali , la qual consiste non solo in poter operar secondo la natura ed ordinario , ma ed oltre , fuor le leggi di quella ; acciò , formando o possendo formar altre nature , altri corsi , altri ordini con l ' ingegno , con quella libertade , senza la quale non arrebe detta similitudine , venesse a serbarsi dio de la terra . Quella certo , quando verrà ad essere ociosa , sarà frustratoria e vana , come indarno è l ' occhio che non vede , e mano che non apprende . E per questo ha determinato la Providenza , che vegna occupato ne l ' azione per le mani , e contemplazione per l ' intelletto , de maniera che non contemple senza azione e non opre senza contemplazione . Ne l ' età dunque de l ' oro per l ' ocio gli uomini non erano più virtuosi , che sin al presente le bestie son virtuose ; e forse erano più stupidi , che molte di queste . Or , essendo tra essi per l ' emulazione d ' atti divini e adattazione di spirituosi affetti nate le difficultadi , risorte le necessitadi , sono acuiti gl ' ingegni , inventate le industrie , scoperte le arti ; e sempre di giorno in giorno , per mezzo de l ' egestade , da la profondità de l ' intelletto umano si eccitano nove e maravigliose invenzioni . Onde , sempre più e più per le sollecite ed urgenti occupazioni allontanandosi dall ' esser bestiale , più altamente s ' approssimano a l ' esser divino » . Qui Bruno addita sicuramente il valore dell ' uomo come , spirito creatore del suo mondo nella storia ; e torna ad adombrare quel concetto del progresso che già era lampeggiato alla sua mente nella Cena de le ceneri . Qui prenunzia Vico . Al quale pure prelude Cesare Cremonini , di Cento ( 1552­1631 ) , il celebre professore aristotelico padovano amico di Galileo , filosofo e scrittore troppo più famoso che conosciuto . In una prolusione , letta a Padova il 26 gennaio 1597 , egli contrappone l ' uomo alla natura , e la filosofia fa consistere nella conoscenza di se , come epilogo del reale , e mirabile potenza di libera attività , così come farà G . B . Vico nella prima delle sue Orazioni inaugurali . VIII Ma questa speculazione intorno al valore dell ' uomo , che è il valore dello spirito di fronte alla natura , salita nel Ficino , nel Pico e nel Bruno a così alte cime , era stata iniziata in Firenze stessa un ventennio prima del Ficino , e rispondeva a un generale movimento dello spirito del Quattrocento italiano . Uno de ' suoi storici più acuti ha scritto : « Jadis , alors que la cité de Dieu se prolongeait sur la terre , l ' homme , exilé d ' un jour dans une vallée de larmes , ne gardait d ' autre noblesse queson origine et n ' avait d ' autre mission qu ' à préparer par le jeiine et la repentance son avenir . Aujourd ' hui , dans la realité presente de la joie et de la beauté , l ' homme est tout . Il n ' est plus esclave , il est maître , il n ' est plus membre , il est chef . Il n ' est plus clerc , docteur , baron , drapier , guelfe , gibelin , chrétien : il est lui . Il s ' est fait lui ­ même : - - Je me suis fait moi ­ même , - - disait Pontano . Son but est lui ­ même : li homat faiz tour luimeisme , disait Latini » . Già la polemica dantesca contro la definizione che Federico li aveva dato della nobiltà , era stata uno dei primi segni del risveglio della coscienza umana . Ma per gli umanisti la questione sulla natura della nobiltà fu uno dei temi favoriti , e i molti dialoghi e trattati che se ne scrissero , sono tra i più eloquenti segni del tempo . Il Bruni , il Poggio , il Piccolomini , il Platina , il Landino , il Filelfo , lo stesso Ficino dicono a una voce , che nobili non si nasce , ma si diventa con le proprie opere . Ecco , per esempio , quel che scriveva il Platina con quel vivo senso della dignità umana che l ' Umanesimo promoveva : « Frustra nituntur qui , omissa virtute , nobilitatem tanquam haereditarium munus a maioribus expetant . Quis enim generosum hunc dixerit , qui indignus genere et praeclaro nomine tantum insignis ? Nobilitas enim virtutis socia et comes , proprio labore quaesita , non alieno , cum vitiis stare nullo modo potest . Unde verum illud Senecae tragici est : ' Qui genus iactat suum , aliena laudat ' . Gloriari quidem possumus nos a claris maioribus sanguinem , artus , viscera accepisse : nobilitatem vero nequaquam , quae tota ex animis nostris prudet , et non aliunde venit , ne ignarum vulgus sequamur , qui persaepe in maximos errores dilabitur , cuiusque opinio raro cum sapientia convenit » . Lo stesso concetto stoicizzante del valore creativo e della assoluta autonomia della volontà umana si fa strada nella discussione intorno al potere della fortuna ; contro la quale , per bocca di Leon Battista Alberti , l ' uomo afferma vigorosamente la propria potenza come sorgente della propria fortuna . Tutti gli scritti morali di quest ' uomo così rappresentativo dello spirito del Rinascimento sono una rivendicazione della libertà dell ' uomo dalla cieca forza della natura esterna e del caso , e un continuo incitamento all ' uomo perché vegga nella sua vita l ' effetto delle proprie azioni . Ne ' giovanili Intercenali rappresenta egli la vita umana come un fiume , e mentre vede correre alla morte chi si affida alla corrente , addita la saviezza di quelli che fanno piuttosto assegnamento sulle proprie forze : « Meliori idcirco in sorte sunt hi qui , ab ipsis primordiis fisi propriis viribus , nando hunc ipsum vitae cursum peragunt namque cum illis praeclare quidem agitur , qui , natandi peritia freti atque adiuti , modo otiosi parumper commorari peneque sequentem naviculam aut tabulas fluvio devectas praestolari , modo item maximis viribus ut scopulos evitent , contendere atque ad litus usque pro laude advolare didicere » . Contro chi attribuisce alla fortuna l ' ingiusta largizione dei comodi e degli onori ai malvagi , e quindi contro la vecchia dottrina teologica che rinvia a un ' altra vita l ' adempimento della divina giustizia , scrive : « Quis putarit fortunam vi sua malos extollere , ubi palam est , eos fere omnes , qui vulgo fortunati dicuntur , hominum improbitate aut stultitia crevisse ? Tolle cupiditates , tolle ignaviam , susteleris imperium , si , quod illi attribuendum est , fregeris vini , neglexeris impetum furentis fortunae . - - Est profecto , ut dicis , atque ideo mortalium sorti vel potius ingeniis condolendum est , qui vel nesciant , vel nequeant consilio , prudentia aut virtute integra perfrui » . Più tardi nel proemio al trattato Della famiglia tornava a notare più chiaramente : « Da molti veggo la fortuna più volte essere senza vera cagione incolpata . E scorgo molti , per loro stultizia scorsi ne ' casi sinistri , biasimarsi della fortuna e dolersi d ' essere agitati da quelle - - fluttuosissime sue onde , nelle quali , stolti ! se stessi precipitarono . E così molti inetti , de ' suoi errati , dicono , altrui forza funne cagione . Ma se alcuno , con diligenza qui vorrà investigare qual cosa molto estolla e accresca le famiglie , qual ' anche le mantenga in sublime grado d ' onore e di felicità , costui apertamente vedrà gli uomini aversi d ' ogni suo bene cagione e d ' ogni suo male ... Non è potere della fortuna ; non è , come alcuni sciocchi credono , così facile vincere chi non voglia esser vinto . Tiene giogo la fortuna solo a chi sé gli sottomette » . La virtù , non la fortuna , è il principio dell ' umana grandezza : una virtù , che non è grazia celeste , ma umana volontà : quella virtù appunto che predicherà il Machiavelli . « Così adunque si può statuire , la fortuna essere invalida e debolissima a rapirci qualunque nostra minima virtù : e dobbiamo giudicare la virtù sufficiente a contendere e occupare ogni sublime e eccelsa cosa , amplissimi principati , supreme laudi , eterna fama e immortal gloria . E conviensi non dubitare che cosa qual si sia , ove tu la cerchi e ami , non t ' è più facile ad averla e ottenerla , che la virtù . Non ha virtù se non chi non la vuole » . E più arditamente , nel terzo libro Della tranquillità dell ' animo : « Voglio ne ' tuoi mali invochi aiuto da Dio ; ma non voglio in questo t ' abbandoni , e diati a intendere non potere in te di te quello che tu puoi . Resta , quando che sia , sollecitare gl ' Iddii con tanti tuoi voti e chieste . Eccita in te la tua virtù : sat sit mens sana in corpore sano , La mente nostra sarà sana quando lavorremo esser sana » . La stessa virtù dunque , che il Machiavelli contrapporrà alla fortuna ricercando nei Discorsi « quale fu più cagione dello imperio che acquistarono i Romani , o la virtù o la fortuna » ; e combattendo Livio perché « rade volte è che facci parlare ad alcuno romano , dove ei racconti della virtù , che non vi aggiunga la fortuna » . « la qual cosa » , egli soggiunge , « io non soglio confessare in alcun modo , né credo ancora che si possa sostenere » . E un ' altra eco dell ' Alberti sarà nel Principe , dove si ammonisce che la fortuna « dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resistere » . Questo concetto della potenza , che ha radice nella volontà dell ' uomo , è la fede del Machiavelli . Perciò anche nell ' Asino d ' oro scriverà : Creder che senza te , per te contrasti Dio , standoti ozioso e ginocchioni , Ha molti regni e molti Stati guasti . E ' son ben necessarie l ' orazioni , E matto al tutto è quel ch ' al popol vieta Le ceremonie e le sue divozioni Perché da quelle in ver par che si mieta Union e buono ordine , e da quello Buona fortuna poi dipende e lieta . Ma non sia alcun di sì poco cervello , Che creda , se la sua casa ruina , Che Dio la salvi senz ' altro puntello ; Perché e ' morrà sotto quella ruina . E bisogna riferirsi a quella sua indomita fede per intendere l ' ispirazione profonda così dei Discorsi e del Principe come dell ' Arte della guerra , poiché anche in Italia , diventata per la sua fiacchezza nelle armi , come s ' è visto , « il vituperio del mondo » , la stessa fibra dell ' uomo si sarebbe potuto rifare pur che si fosse voluto . E però nel Capitolo sull ' ambizione ( vv . 109­117 ) ammoniva : E quando alcun colpasse la natura Se in Italia , tanto afflitta e stanca , Non nasce gente sì feroce e dura ; Dico che questo non iscusa e franca L ' Italia nostra , perché può supplire L ' educazion dove natura manca . Questa l ' Italia già fece fiorire E di occupar il mondo tutto quanto La fiera educazion le diede ardire . Concetto più realistico del rapporto tra virtù e fortuna , ma non minor coscienza della umana autonomia , espresse il Guicciardini : « Non si può in questo mondo eleggere il grado in che l ' uomo ha a nascere , non le faccende e la sorte con che l ' uomo ha a vivere ; però , a laudare o riprendere gli uomini , s ' ha a guardare non la fortuna in che sono , ma come vi si maneggiano dentro ; perché la laude o biasimo degli uomini ha a nascere da ' portamenti loro , non dallo stato in che si truovano , come una commedia o tragedia . Non è più in prezzo chi porta la persona del padrone e del re , che chi porta quella di uno servo ; ma solamente si attende chi la porta meglio » . IX Questo nuovo concetto dell ' uomo entrò modestamente , quasi umilmente , nella speculazione filosofica per opera di un fiorentino coetaneo dell ' Alberti , di Giannozzo Manetti ( 1386­1459 ) , il dotto e dignitoso cittadino e uomo di Stato , che tanti servigi rese alla patria , e fu costretto dalle fazioni a morirne fuori : l ' oratore magnifico della sua repubblica presso i Genovesi e i Veneziani , il Papa , l ' imperatore Federico III e re Alfonso , alla cui corte visse gli ultimi anni : il discepolo di Ambrogio Traversari , e come lui tra i più sinceri cristiani degli umanisti , così amorosamente dipintoci da Vespasiano da Bisticci nel suo appassionato amore degli studi : esperto dell ' ebraico , da cui tradusse i Salmi , e del greco , donde trasportò in italiano tutte le Etiche di Aristotele o a lui attribuite , e il Nuovo Testamento : il buon Giannozzo , il solo umanista che non si compiacque mai delle invettive , in cui tutti gli altri si accanivano . Il suo De dignitate et excellentia hominis , in quattro libri , scritta per invito di Alfonso d ' Aragona e condotto a termine nel 1452 , fu pubblicato nel 1532; eppure è presso che dimenticato dagli storici dell ' Umanesimo , quantunque di questo sia una delle espressioni più caratteristiche . L ' autore ricorda nella sua dedica a re Alfonso l ' occasione del suo scritto , e ne racconta quindi brevemente la storia . Trovavasi a Napoli legato e oratore del popolo fiorentino , quando venne alla luce un opuscolo di quell ' erudito quanto elegante scrittore che fu Bartolomeo Fazio , dedicato al pontefice Niccolò V . E , poco dopo , discorrendo con lui re Alfonso , come soleva , a Torre del Greco , dei più illustri studiosi contemporanei , cadde il discorso su quell ' opuscolo . Alla cui materia prese interesse il re , che infatti mostrò desiderio che anche il Manetti ne scrivesse , e dedicasse a lui l ' opera . Alla quale si accinse Giannozzo per obbedirgli ; ma non poté presto condurla a termine e presentarla ad Alfonso prima di lasciar Napoli . La riprese poi , e l ' avrebbe finita senz ' altro , se l ' arrivo repentino dell ' imperatore Federico III non lo avesse costretto a rinviarla , poiché egli ebbe incarico dalla Repubblica fiorentina di andare a Roma alla sua incoronazione . Al ritorno bensì da questa legazione , il lavoro interrotto era stato ripreso e finito . Ed ecco adempiuta la promessa . Il De excellentia ac , Praestantia hominis di B . Fazio , scritto probabilmente nel 1448 , non ha importanza notevole per la storia delle idee del Rinascimento . La superiorità dell ' uomo , secondo il Fazio , consiste tutta nella sua destinazione alla beatitudine celeste , della quale l ' umanista ligure si compiace discorrere distesamente , attingendo alle autorevoli testimonianze dei libri sacri . E ben s ' intende perché non ne restasse soddisfatto re Alfonso ; e perché un recente studioso , paragonando al trattato del Fazio quello del Manetti , senta qui subito « di essere in un ambiente ravvivato , compenetrato d ' idee nuove » . La tesi stessa di Giannozzo lo trasse , lui così buon cattolico , a sorpassare il segno ; e il suo libro per alcuni luoghi da espurgare fu proibito nell ' Indice dell ' Inquisitore Generale di Spagna del 1584 . Si presenta bensì anch ' esso con l ' aspetto di una esercitazione rettorica , quasi centone di citazioni da celebrati scrittori della letteratura classica e cristiana ; ma chi segua lo svolgimento del pensiero , che le citazioni son introdotte a confortare , lo vede pervaso da uno spirito originale e rispondente all ' avviamento nuovo del pensiero contemporaneo , che metterà capo ai platonici ficiniani , e , lungo una tradizione non più interrotta , al Campanella . Giova perciò alla storia delle idee farne una compiuta analisi e riferirne qualche estratto . Dei quattro libri del trattato il primo è dedicato alla descrizione delle doti privilegiate del corpo umano ; il secondo dimostra le prerogative della nostra anima razionale ; il terzo la superiorità e la destinazione di tutto l ' uomo ; e il quarto confuta le dottrine pessimistiche antiche e recenti circa la miseria della vita e il pregio della morte . Basterebbe la tesi che l ' autore si propone di provare nel quarto libro a mettere in chiara luce lo spirito nuovo del trattato . E da esso infatti conviene prender le mosse per intendere questo nuovo spirito , che trae il Manetti nel primo libro a riprodurre molte vecchie pagine di Lattanzio e di Cicerone . Giacché di tutti i pensatori così del Rinascimento , come di questo suo preludio , che è l ' Umanesimo , è sempre da avvertire che i vecchi materiali che gli scrittori scavano e disseppelliscono dal passato , vengono adoperati a nuove costruzioni , che recano l ' impronta d ' un animo nuovo . Nello svolgimento del tema proprio all ' ultimo libro il Manetti si attiene allo stesso ordine con cui sono disposti i tre libri antecedenti . Riferisce quindi e confuta , sommariamente , quanto è stato addotto : 1 ) intorno alla fragilità del corpo umano ; 2 ) intorno alla ignobile natura dell ' anima ; 3 ) intorno alla misera condizione di tutto l ' uomo . Uomini gravi e dotti , egli dice , han lamentato che il corpo , che la natura ha dato all ' uomo , sia nudo ed inerme , e così debole e caduco , da non potere senza danno sopportare i rigori del freddo e gli eccessi del caldo , la fatica , la fame , la sete . Hanno osservato che se l ' uomo si dà all ' ozio e all ' inerzia , vien meno ogni suo vigore , s ' ammala egli e marcisce . Quello stesso che lo diletta , e di cui si direbbe non possa far a meno , per lo più gli riesce molesto e funesto . Un suono troppo forte e repentino , una luce eccessiva , un odore pestilenziale , un sapore amaro e un aspro contatto inducono stanchezza e turbamento . La veglia e il sonno , il cibo e la bevanda cagionano talvolta la morte . Basta una sensazione o troppo forte e improvvisa , o dolorosa , un subito cambiamento in quello che si beve o nell ' aria circostante , a ledere gli organi e produrre gravi danni nel nostro corpo . Aristotele , Seneca , Cicerone , Plinio e molti altri scrittori greci e latini , sacri e profani , ne hanno parlato a lungo in molti luoghi dei loro libri . Plinio ne conchiude naturam potius novercam , quam matrem nostram extitisse . Ma chi più di proposito trattò e amplificò siffatto argomento è il pontefice Innocenzo III nel suo De miseria humanae vitae , che contrappose la terra , da cui fu tratta la materia per la fabbrica degli uomini e degli altri animali terrestri , a quei più nobili elementi onde furon fatte le altre creature di Dio ; il fuoco degli astri , l ' aria dei venti , l ' acqua dei pesci ; e a vituperio della stirpe umana mostrò che , se l ' uomo ha con tutti gli altri animali comune la sorte del nascere , dall ' istante però del concepimento a quello della nascita corre un suo particolare e più vile destino ; ché soltanto gli umani embrioni « in materno utero ex sanguine menstruo educantur et nutriantur » . In quanto all ' anima , c ' è stato un certo numero di filosofi , come Talete , Anassimandro , Anassimene , Anassagora , Diogene , Leucippo , Democrito , Eraclito , Empedocle , Ippia , Archelao , Zenone , Aristosseno , Varrone e forse anche altri , persuasi che ella fosse un che di corporeo . Né son mancati di quelli che la negassero del tutto , come Dicearco , pel quale era un nome irrito e vano . Molti poi , pur negando che l ' anima sia materiale , ritengono tuttavia che essa naturalmente , o extra duce , come dicono i teologi , risulti dalla potenza della stessa materia , e credono pertanto abbia una volta a morire insieme col corpo . E così è che , come si parla delle malattie del corpo , si parla anche delle passioni e dei morbi da cui sarebbe dentro di sé lacerata , travagliata e annientata l ' anima stessa . E quei medesimi filosofi che misero una differenza di sostanza tra l ' anima e il corpo , ritennero fosse ella soggetta alle passioni durante la congiunzione sua col corpo ; e non sapendo immaginare come potesse starne disgiunta , pensarono che da un corpo non si staccasse se non per entrare in un altro , d ' uomo o d ' altro animale , senza potersi sottrarre giammai ai dolorosi turbamenti della vita corporea . E qual meraviglia se quest ' uomo , composto di due sostanze così misere , risenta in sé della natura de ' componenti ? Fragile , caduco , ignobile , esposto a molte e presso che infinite sorte di malattie , fisiche e morali , egli è stato argomento delle più disperate querimonie intorno all ' infelicità umana . E Valerio Massimo racconta del cirenaico Egesia , al quale il re Tolomeo dovette proibire di più oltre insegnare , poiché così eloquente era la sua dipintura delle miserie della vita , che i suoi scolari correvano a privarsene . E Cicerone c ' informa di filosofi e retori , che scrissero anch ' essi in lode della morte liberatrice dai mali intollerabili della vita . E lo stesso Tullio nel suo De consolatione trattò così efficacemente questa materia da non far desiderare ai lettori , come uno ha detto , nulla di più che abbandonar questo mondo . E Plinio , nella Storia naturale , lamenta che la sorte degli uomini sia più grave assai che quella dei bruti , a cagione dei bisogni spirituali che hanno quelli e non questi , e delle angustie che essi procurano , ignote agli animali inferiori . La storia di Cleobi e Bitone , narrata da Erodoto , e le preghiere di Trofonio e Agamede ad Apollo , e la favola di Sileno che insegna a Mida non nasci homini longe optimum esse , Proximum autem quam Primum mori , e sentenze di Euripide e di tanti altri poeti greci , e ricordi della classica antichità si confondono coi lamenti di Salomone sulla vanità della vita e sulla superiorità del dì della morte a quel della nascita , col pianto di Giobbe che vede la brevità e rapidità della vita concessa all ' uomo come a mercenario straniero del mondo , ombra fugace che non può intendere il perché del suo nascere ; con la trattazione sistematica di S . Ambrogio De bono mortis , e con quella anche più fosca di papa Innocenzo . Il quale , dopo , aver accennato a quella vile e putrida condizione dell ' embrione , continua osservando che la prima espressione del dolore ond ' è assalito l ' uomo in sul nascere , è il pianto con cui egli s ' annunzia . E il verso che allora cantavasi ( « vulgarem illum et decantatum versum » ) Dicentes heu vel ha quotquot nascuntur ab Eva gli pare una conferma di questo pensiero , e gli suggerisce una curiosa etimologia dello stesso nome di Eva , che avrebbe meritato di così chiamarsi quasi unione delle due interiezioni del dolore ( heu , ha ! ) . Su questi e simili fondamenti , dice con bonaria ironia il buon Giannozzo , solidi e ottimi , come a lui sembravano , buttati lì comunque , papa Innocenzo costruisce : per nuditatem , per periculos , per senectutem , per varios mortalium labores doloresque procedit . Il Manetti risponde ai singoli capi di questa pessimistica dottrina dell ' uomo . E comincia dal richiamare l ' insegnamento di tutti i dottori cattolici , che dicono il corpo umano essere stato fatto di fango , perché nell ' uomo ci fosse il principio della morte e della immortalità , e morire egli quindi potesse se avesse peccato , come avvenne . sicché la morte e tutte le sofferenze fisiche non appartengono in proprio alla natura del corpo , poiché dipendono dal peccato : l ' uomo , pur che avesse voluto , avrebbe potuto non morire . E dunque , « omnes prophanorum et sacrorum scriptorum conquestiones et lamentationes de laudatione et bono mortis et de reliquis incommoditatibus suis deficere cessareque deberent » . La morte è sì un male ; ma un male voluto dall ' uomo . È vero che ciò non toglie che , da quando nasce , l ' uomo sia sottoposto a questa legge della morte e delle tribolazioni che la preannunziano ; ma bisogna pur riconoscere che la somma dei piaceri supera nella vita la somma dei dolori . « Nulla est enim , mirabile dictu , hominis operatio , si diligenter et accurate eius naturam adverterimus , ex qua ipse saltem non mediocriter oblectetur » . Non c ' è senso , il cui esercizio non sia fonte di godimento ; e diletto arrecano l ' immaginazione , il giudizio , la memoria , l ' intelligenza , pur che si sappia goderne , e profittare degli antidoti che la stessa natura ci offre a tutte le cause di dolore : la provvida natura , che col piacere attrae noi , come gli animali , all ' adempimento di tutte quelle funzioni che servono alla conservazione degl ' individui e della specie . Debole certamente e fragile il nostro corpo ; ma , nella sua delicata ammirabile complessione , quale si conveniva al ricettacolo dell ' anima . Che importa che l ' elemento , onde fu tratto il corpo dell ' uomo , sia da meno di quelli che fornì la materia alle altre creature ? Tutte le altre sono inanimate o appena dotate di senso . E l ' uomo , questo animale ragionevole , provvido , sagace , mostra di possedere materia ben più nobile d ' ogni altra animata creatura e delle stesse stelle del cielo , poiché nel suo corpo possiede lo strumento più adatto a fare , a parlare , a pensare , a tutto ciò a cui quegli altri esseri non pervengono : materia tanto più nobile , quanto più vile essa è per se medesima , e nobilitata quindi ed esaltata dal corpo umano che essa entra a formare . E basta tale risposta all ' addebito mosso alla natura del nostro corpo . Quanto all ' anima , a quegli « ebeti » e quasi « corpulenti e pingui » filosofi , che la vogliono morta col corpo , il Manetti si contenta di ricordare ciò che nel secondo libro ha detto a dimostrazione dell ' immortalità , aggiungendovi qualche altro luogo delle Tusculane , per affrettarsi quindi a rispondere a ciò che si dice dell ' uomo in complesso . E per cominciare dal contrapporre autorità ad autorità , gli par convenga prima di tutto rammentare quelle parole della Scrittura , che dicono valde bona tutte le cose create da Dio : poiché il meglio del mondo è l ' uomo ; e non è possibile perciò che ei non sia nel migliore stato che si possa desiderare . E ciò è confermato da quell ' osservazione di Agostino : « Sicut melior est natura sentiens etiam cum dolet , quam lapis qui dolere nullo modo potest ; ita rationalis natura praestantior etiam misera , quam illa quae rationis vel sensus est expers , et ideo in ea non cadit miseria . Quod cum ita sit huic naturae , quae in tanta execellentia creata est , ut licet sit ipsa mutabilis , inhaerendo tamen incommutabili bono , id est summo bono , beatitudinem consequatur , nec expleat indigentiam suam nisi utique beata sit , eique explendae non sufficiat nisi Deus , profecto non illi adhaerere vitium est » . Socrate , Cleombroto , Catone furono indotti al dispregio della vita non dal senso delle sue calamità , sì dalla speranza dell ' immortalità . Se così non fosse , non sarebbero da vero da lodare : ché sfuggire e sottrarsi alle difficoltà e ai dolori non è da uomo forte e magnanimo , anzi da molle e snervato . E alle tristi parole di Salomone nell ' Ecclesiaste , poiché secondo le diverse condizioni degli uomini egli si è espresso diversamente , sono da opporre quelle che egli pure dice dell ' uomo in calce a quel libro : « Ibit in domum aeternitatis suae .... et spiritus redeat ad Deum , qui dedit illum » . Così , se una volta ei loda più i morti che i vivi , e più felice stima chi non è ancor nato e non ha visto i mali che son sotto il sole , ecc . , altre volte invece scrive che è meglio un cane vivo che un leone morto , ovvero : « Vade ergo , et comede in laetitia panem tuum , et bibe cum gaudio vinum tuum , quia placent Deo opera tua » . Contraddizioni , che fecero dubitare gli antichi dottori della chiesa ebraica , se l ' Ecclesiaste fosse da accogliere nel canone delle sacre scritture ; e poco mancò non venisse bruciato . Le lamentazioni di Giobbe poi sono dal sapiente Elia redarguite così da cedere alle affermazioni contrarie . E se sant ' Ambrogio e altri dottori della Chiesa si compiacquero in abbassare di tanto la condizione della vita e lodare la morte , ciò fecero per esaltare lo stato delle anime buone dopo morte . Messe pertanto da parte le autorità , si può venire alle ragioni di Innocenzo III . Ma quelle tali fondamenta del suo edificio fanno venire sulle labbra al Manetti parole poco rispettose verso il pontefice : « Quae profecto talia sunt ut , nisi me debita summi Pontificis reverentia , quemadmodum ait poeta noster , contineret , levia quaedam et puerilia et a pontificia et apostolica gravitate longe aliena esse contenderem » . E dimostra in quali spropositi il papa sia incorso nello spiegare il nome di Eva e il suo primo nome virago , traduzione dell ' ischa ebraico , per essere affatto digiuno di quella lingua e non avere né pure attentamente badato al modo tenuto da Girolamo nel tradurre questi luoghi del Genesi ( II , 23 e III , 20 ) . Della minuta confutazione , che il Manetti imprende a fare degli argomenti papali , basterà per altro qualche esempio . Le erbe e gli alberi , aveva detto Innocenzo , producono fiori , fronde e frutta ; e tu , uomo , che produci ? « Lendes , pediculos et lumbrices ! » . Dalle piante si ricava olio , balsamo ; e da te , invece , sputi e peggio ; onde quelle spiran di sé odori soavi , e tu mandi fetore abbominevole . - - E così , dice il Manetti , « in reliqua huiusmodi spurcitiis foeditatibusque referta procedens late copioseque prosequitur , quae decoris honestastisque gratia impraesentiarum omittamus » . Ma a queste né belle né pulite obbiezioni si può rispondere che il paragone è assurdo ; perché d ' ogni albero il frutto proprio è quello che egli produce per la sua stessa natura . « At proprii hominis fructus non sunt foeda illa et superflua spurcitiarum et foeditatum genera superius allegata , sed potius multiplices intelligendi et agendi operationes fructus habentur et sunt , ad quas homo , sicut arbor ad fructificandum , naturaliter nascitur » . Lo stesso idealistico concetto della umana natura informa la risposta del Manetti all ' altro gran lamento d ' Innocenzo e di tanti circa la brevità della vita . Questa , egli osserva , è lunga quant ' è necessario affinché l ' uomo adempia i fini della sua natura . Più lunga fu nei primi tempi dell ' umanità , quando tutto il mondo quasi era ancora da formare : le stirpi da propagare , le città da edificare , le scienze e le arti da trovare . poiché questo mondo umano ci fu , la vita dell ' uomo cominciò a poco a poco a decrescere , in guisa tuttavia che sempre bastasse , e sempre basti al compimento del suo destino . « Satis enim ad nostra propria intelligendi et agendi officia , et ad bene beateque ivendum , superque satis et olim vivebamus et nunc vivimus » . A tutti i mali , infine , che affliggono il corpo dell ' uomo , il Manetti , di fronte al pontefice e di fronte a ogni buon cristiano , ha ragione di opporre lo stato di perfezione che a tutti i corpi competerà in virtù della finale risurrezione e , da ultimo , la visione dei gaudii celesti che ci attendono al di là di questa vita mortale . Visione che , per altro , e questo è il nuovo del Manetti , non alletta e non attrae così fortemente l ' animo dell ' uomo , da fargli perdere il gusto di questa vita terrena , e da impedirgli l ' intendimento del valore immanente di essa . Ma giova soltanto a giustificargliene i difetti , e a rendergli possibile un razionale apprezzamento non pur del principio spirituale dell ' uomo , astrattamente concepito , bensì di tutto l ' uomo , spirito e corpo : che non è più la bruta materia , la carne e il fango del medio evo , ma il corpo dell ' uomo , lo strumento delicato e complicato delle sue privilegiate funzioni spirituali . Quel che preme sopra tutto allo scrittore , è di cancellare dall ' idea dell ' uomo ogni nota di debolezza e d ' inferiorità , che possa comunque offuscare l ' alta coscienza ch ' egli ha , e che deve avere , della sua posizione nel mondo , al di sopra di tutta la natura . X A raffigurare l ' uomo in questa sua eminente signoria sugli esseri naturali anche il Manetti si rifà , nel primo libro , dalla statura eretta dell ' uomo e dai versi di Ovidio , che introduce con le parole stesse con cui allo stesso proposito li aveva citati Lattanzio . E per descrivere la mirabile struttura delle singole parti del corpo non crede si possa far meglio che riferire le pagine in cui questo argomento avevano già trattato quei due divini uomini e luminari della lingua latina , Cicerone e Lattanzio . Ma riprende quindi per proprio conto il motivo iniziale , per correggere quasi il classico significato trascendente dell ' opposizione tra il corpo dell ' uomo e quello degli altri animali , osservando : « Figura ceterarum omnium nobilissima ita intuentibus apparet ut de ea nullatenus ambigi dubitarive possit . Nam sic rigida et recta est , ut , cunctis aliis animantibus terram pronis depressis , quasi solus eorum omnium dominus et rex et imperator in universo terrarum orbe non immerito dominari ac regnare et imperare videatur » . La filosofia stessa fa consistere l ' essenza o forma dell ' uomo nell ' intelligenza ; e questa esigeva che gli organi dei sensi più sagaci e più nobili , vista e udito , in servigio delle superiori funzioni dell ' anima fossero collocati in posizione più elevata , donde più largamente potessero spaziare sulla circostante natura . Giacché ben altra è la capacità naturale dell ' uomo da quella degli animali . E qui spunta il concetto che riapparirà in Pico , dell ' uomo che solo fra tutti gli esseri naturali è atto a ogni arte che ei voglia . Di che sono strumento e segno naturale nel suo corpo le mani : « Pleraque animalia ad alicuius sive artis sive artificii participationem naturali quodam instinctu inclinata feruntur , quod in araneis et apibus atque hirundinibus et aliis quibusdam solertibus animantibus manifeste deprehenditur . Hoc autem rationale idcirco a natura ita factum itaque institutum esse creditur , ut ad cuiuslibet artis , non ad unius solius perceptionem , aptius habiliusque oriretur : si enim homo ad certam quandam artem , ceu de araneis et apibus dicitur , a natura instinctus accepisset , profecto quemadmodum illis animalibus contigisse videmus , ceteris pene omnibus exercitiis et professionibus caruisset . Et vero ei datae et exhibitae fuerunt manus , ut per huiusmodi non inanimata , sed quasi viva instrumenta et , ut inquit Aristoteles , organorum organa , varia diversarum artium iam perceptarum opera et officia exercere et exequi posset » . Segue una particolareggiata rassegna delle singole parti del corpo , e di ciascuna il Manetti dimostra la corrispondenza mirabile tra funzione e struttura , per conchiudere che ben a ragione gli antichi pagani e i moderni cristiani non hanno saputo meglio rappresentarci la divinità che nelle forme umane ; e ben fu detto microcosmo dai greci questo corpo dell ' uomo , che rispecchia in sé la provvidenziale armonia del mondo . Nel secondo libro il buon Manetti non si sente davvero la forza di affrontare la questione della natura dell ' anima , sbigottito quasi da quel che leggeva nel suo Lattanzio : « Quid autem sit anima , nondum inter philosophos convenit , nec fortasse unquam conveniet » . Si limita quindi a riferire una serie di opinioni attinte al De anima di Aristotele e alle Tusculane , non senza aver notato fin da principio che dopo aver riferito e sommariamente ( leviter ) confutato , occorrendo , le cose dette dai filosofi appoggiati alle sole loro forze naturali , si sarebbe rifugiato presso i teologi ( cui questi misteri si sa che sono stati da Dio rivelati ) , tanquam in unum hunianae salactis Portum , Maggiore interesse ha per noi , la sua maniera di dimostrare l ' immortalità dell ' anima , ch ' egli confida di provare con argomenti razionali , autorità di poeti e filosofi , e « adamantine » testimonianze della Scrittura . Gli argomenti scelti ( pauca e multis , tanquam aliis probabiliora ) sono cinque ; e i primi quattro saranno ripetuti dal Campanella . Il primo è ricavato dall ' uso del fuoco concesso soltanto agli uomini : « Ceterae animantes tribus dumtaxat elementis , quasi ponderosis ac terrestribus , utuntur ; solus vero homo ignem , utpote leve et sublime ac caeleste elementum , sine quo vivere non posset , in quotidianum vitae suae usum adsumit : quo ideo non exiguum , ut ait quidam , immortalitatis argumentum videri debet , quoniam Deum , qui singula quaeque bruta ignis utilitate privavit , hominibus vero tantummodo largitus est , nihil temere ac frustra facere ac operari intelligimus : praesertim cum ad generales quasdam aliquorum , nedum ad cunctas omnium animalium species intendere ac prospicere videatur . Sed cum cetera animalia mortalia efficeret , per hiusmodi elementorum discretionem quae ad viventium usum utilitatemque creaverat , ea ut revera inter se discreverat , ita per hunc diversarum naturarum modum ab invicem discreta , ab illis intelligi voluit , qui subtili ingenio praediti paulo altius a terrenis cogitationibus elevarentur » . Il secondo , tratto da Cicerone , concerne l ' istintiva cura che gli uomini hanno della vita , stimando che essa perdurerà oltre la morte del corpo : « Si omnes viventes homines longe post mortem prospicere ac futuris seculis magnis cum laboribus nec minoribus sumptibus naturali quodam desiderio allecti et instigati , quantum possunt semper prodesse conantur , partim crebris procerarum arborum consitionibus , partim diuturnis magnorum aedificiorum constructionibus , partim continuis filiorum procreationibus , partim denique , ne cuncta in hoc loco complectamur , perpetuis liberalium artium et ingenuarum sententiarum conscriptionibus , ut sunt varia diversorum hominum ingenia , quae omnia Cicero in Tusculanis [ I , 14 ] suis multo latius et uberius prosecutus est , quemadmodum luce clarius constare et apparere dignoscimus , profecto eorum animam immortalem fore iure dubitare et ambigere non possumus ; praesertim cum huiusmodi desiderium cunctis hominibus vel potius humano generi ab ipsa natura , rerum omnium parente , inditum fuisse videafus . Quoniam aliter sequeretur ut innatae eorum animalium , quae Deus prae ceteris nobilitata condidisset , cupiditates appetitionesque evanescerent » . Il terzo si fonda sulla naturale aspirazione dell ' uomo alla felicità , che non può né anch ' essa ritenersi vana : « Eosdem quoque homines , natura duce , felicitatem appetere videmus , quam nullatenus nisi per animae dumtaxat immortalitatem adipisci et assequi possent ; nam , si omnino extingueretur , quonam modo felices viderentur , intelligere excogitareque nequimus : praesertim cum in hac vita mortali , ob singularem quamdam eius varietatem , nullatenus beati esse valeamus . Itaque similiter vana et stulta naturae cupiditas et appetitio resultaret » . E il quarto sull ' innato desiderio universale della immortalità : « Omnes insuper naturali et innata voluntate immortales fore exoptamus et cupimus ; sed huiusmodi nostra voluntas , quam philosophi appetitum cum ratione definierunt , omnino falli decipive non potest . Quod si eveniret , in idem utique inanis cupiditatis naturalis absurdum laberemur . Quae quidem quoniam impossibilia sunt ac naturae ipsi plane et aperte repugnare cernuntur , profecto animas una cum corporibus interire , falsum esse convincitur » . A questi argomenti il Manetti aggiunge quell ' altro della tradizionale teodicea , che sarà combattuto dal Pomponazzi e che il Campanella , come abbiamo visto , potrà quindi considerare accessorio : « Quod si fieri potuisset , ut animae simul cum corporibus interirent , porro Deum iniustum fuisse manifeste concluderetur . Nam magna quaedam perditis hominibus quorumcunque malorum facinorum praemia , vel divitias vel honores ac potentatus et regna , indignissime simul atque iniquissime largiretur : viris vero probis atque optimis , qui cuncta haec quae bona appellare solemus , frivola et inania contempserunt , autque inediam , parsimoniam , verbera , aculeos et singula quaeque corporum tormenta sponte sua susceperunt , ut caelestem illam ac beatam et immarcescibilem vitam nanciscerentur , non modo dignam laborum mercedem non praeberet , sed pro operibus iustis glorioseque gestis cunctas huius humanae vitae miserias , cruciatus , neces tribueret : quo quid absurdius dici excogitarive possit nequaquam intelligere valemus » . Tralasciamo pure le testimonianze profane e sacre atte a confortare questa fede nell ' anima immortale . Guardiamo piuttosto alle manifestazioni terrene e attuali della potenza superiore di questa spirituale natura dell ' uomo . Tra i miracoli dell ' umana possanza il Campanella esalterà quello della navigazione ; e il Manetti un secolo e mezzo prima di lui scriveva : « Ut a levioribus incipiamus , quanto et quam mirabili ingenio praeditum Iasonem Argonautarum principem fuisse existimamus , quando primum illud navigiurn construxit , quo Argonautae eius collegae vecti horrisonum mare ingredi atque horribiles saevi pelagi fluctus secure et intrepide , incredibile dictu , transire ausi sunt ? Id cuique ita mirabile videri poterat , ut unumquemque videntem in sui admirationem compulisset ceu ille apud Actium poetam pastor , qui navem nunquam antea vidisset , ut procul divinum et novum illud vehiculum ex alto conspexit , perterritus et admirabundus hoc modo loquebatur : tanta moles labitur Fremebunda ex alto ingenti sonitu et strepitu Prae se undas evolvit , et reliqua . Huius modi navigandi artificium paulatim per multa temporum momenta , usque ad hanc nostram aetatem ita excrevisse videmus , ut in miraculum usque processerit . Nam non modo Britannicum et Glaciale Oceanum , ut inquit Poeta , quotidie navigare consueverunt , sed etiam in intimam pene Mauritaniam , ultra terminos antea navigabiles , nuper penetrare contenderunt , ubi plures cultas et habitatas insulas penitus antehac incognitas repertas fuisse audivimus » . Ricorda il Manetti le più grandi e celebri opere dell ' arte umana : per es . le piramidi d ' Egitto e la cupola del Brunelleschi ; e poi quegli stessi meravigliosi dipinti di antichi pittori , sui quali si rifarà con lo stesso intento , come s ' è visto , Marsilio Ficino : Zeusi , che ritrasse l ' immagine parlante di Elena ; Apelle che « equam canemque tales depinxerat , ut equi canesve transeuntes , viva quasi imagine capti allectique , interdum hinnire ac latrare cogerentur , quoniam ea animalia vera esse existimabant , quae in pariete picta in propatulo cernebantur » . Ed Eufranore , che con tant ' arte ritraeva sulla parete i grappoli d ' uva fresca , che gli uccelli andavano a battervi col becco . Ma insieme con questi antichi non esita a rammentare Giotto , le cui opere a Roma , a Napoli , a Venezia , a Firenze stanno a gareggiare con i capolavori più celebri dell ' antichità . E coi pittori ecco gli scultori ad attestare la sublime potenza dell ' ingegno umano ; giacché , per ricordarne uno , Prassitele , « Venerem in quodam Indorum templo marmore ita venuste expressit , ut vix a libidinosis transeuntium conspectibus tuta et pudica servaretur » . E per passare ad altiora et libeyaliora ingenuayum aytium monumenta , che dire dei grandi poeti greci e latini ( poiché da buon umanista il Manetti dimentica i moderni ) i cui poemi e le cui fantasie dovettero richiedere tanta forza d ' ingegno che non erano possibili sine aliquo caelestis mentis instinctu ? Aggiungi tanti celebri storici , oratori , giureconsulti e filosofi , scrutatori meravigliosi di tutti i segreti della natura , che consegnarono alle lettere greche e latine le loro acute sottili meditazioni . E tacciamo dei medici che soccorrono , coi loro ingegnosi trovati , ai corpi infermi . Ma quel che più colpisce il Manetti , come poi il Ficino e il Campanella , è la gran prova che l ' ingegno umano dà di sé nell ' astronomia , che lo solleva al cielo : « Astrologi insuper , motus conversionesque siderum , ortus obitusque signorum et planetarum magna cum attentione suspicientes , in tantam eorum cognitionem pervenerunt , ut varias Solis Lunaeque eclipses defectionesque multo ante praedicerent , et futuras frumentorum , olei , vini ubertates , inopiasque praenoscerent Quales multos et in primis Thalem Milesium , qui ob magnani quandam olei emptionem , cuius penuriam per astrologiam futuram esse praeviderat , ex paupere dives effectus est . Et Archimedem Syracusanum extitisse tradunt , quem diversos Lunae , Solis ac quinque errantium stellarum motus in sphaera nescio qua ab eo mirabiliter fabrefacta ita illigasse dicitur , ut omnes eorum dissimillimos motus , mirabile dictu , una regeret conversio . De quo Lactantius eleganter in secundo Divinarum Institutionum libro ( cap . 5 ) verba haec ponit : ' An , Archimedes Siculus concavo aere similitudinem mundi ac figuram potuit machinari ? in quo ita Solem Lunamque composuit , ut inaequales motus et caelestibus similes conversionibus singulis quasi diebus efficerent , non modo accessus Solis ac recessus , vel incrementa diminutionesque Lunae , verum etiam stellarum errantium vel vagantium dispares cursus orbis ille dum vertitur exhiberet ' » . Anche pel Manetti però la più alta vetta che si tocchi dall ' ingegno dell ' uomo è la speculazione del divino , propria dei teologi ; i quali , giovandosi della rivelazione dei profeti , si addentrano nei più riposti misteri dell ' occulto invisibile e incomprensibile , in guisa da non lasciar dubbio che l ' animo loro debba rassomigliarsi a Colui che in cielo , in terra , in mare , per tutto ha creato questo mondo di cui essi posseggono la più alta dottrina . « Unde qui haec et cetera huiusmodi conspexisse putantur , hi profecto docuisse perhibentur similem animum suum Eius esse , qui ea sive in caelo sive in terra sive in mari totove mundo fabricatus esset » . Della stessa natura divina della nostra anima rendono testimonianza la memoria e la volontà . La memoria coi suoi portenti , onde son celebrati tanti illustri uomini antichi ; portenti possibili in vero per l ' arte dagli uomini stessi inventata a estendere e rafforzare il naturale potere della memoria ; onde l ' uomo può non solo tutto intelligere , ma cuncta quae intellecta essent meminisse , E la volontà con la sua libertà , onde l ' uomo può volgersi al bene e rifuggire dal male . Detto così della natura corporea e di quella spirituale dell ' uomo , il Manetti s ' è aperta la via a trattare del posto che spetta all ' uomo nel mondo . Con l ' origine del quale s ' intreccia quella dell ' uomo . E il Manetti sa quante dottrine materialistiche e panteistiche sono state professate da grandi filosofi , con le quali non sarebbe dato conciliare il suo concetto dell ' uomo . Ma a tutte le difficoltà derivanti dall ' alta filosofia egli si sottrae con una modesta dichiarazione di sincero credente : « Nos , quamquam homunculi et ignari simus , praesertim si cum tantis ac tam magnis philosophis comparemur , per Sacras tamen Scripturas caelitus edocti et divino quodam splendore illuminati , contra falsam gentilium ethnicorumque virorum sapientiam dicere ac disserere praesumentes , mundum ab omnipotenti Deo ex nihilo creatum et gratia hominis constitutum asserere et confirmare non dubitamus » . Non si ferma per altro a dire che crede perché crede . La stessa struttura razionale di questo mondo svela al suo sguardo una finalità . Ora , non si dirà che il mondo sia fatto per se stesso . Perché nel mondo , cioè nella natura , non c ' è senso ; e senza senso non c ' è bisogno cui sia da soddisfare . Né si può dire che il mondo sia stato fatto per Dio ; perché questi avrebbe potuto e potrebbe fare a meno del mondo , come , si sa , ne fece a meno prima della creazione . La natura bruta è indirizzata all ' anima , e quindi al più alto degli esseri animati , al quale tutti gli altri servono di strumento : « Relinquitur ergo , animarum causa mundum esse constructum , cum rebus ipsis ex quibus constat animantes ipsas uti videamus , quatenus , per praedictum earum rerum usum sese conservare , ac per hunc modum degere et vivere valeant . Si ceteras igitur animantes hominis tantummodo causa factas esse apparent , mundum utique hominis dumtaxat gratia a Deo factum et constitutum fuisse concluderetur , quoniam ipsum propter animantes factum et eas propter hominem factas dicimus . At hoc ipsum ex eo certum esse declaratur , quod omnia quaecunque facta sunt , soli homini deservire ac mirum in modum famulari , meridiana ( ut dicitur ) luce clarius conspicimus : quo quidem probato vereque concesso , hominem cuius gratia mundum creatum confitemur , utique a Deo factum fuisse manifestum est » . Nell ' uomo , l ' opera più perfetta di Dio , si rispecchia la divinità dell ' artefice . Si rispecchia nella sua natura , nel suo ufficio , nel fine al quale è destinato . La natura dell ' uomo , invero , compendia in sé e riassume tutte le bellezze sparse ne ' vari ordini dell ' universo ; ma si appalesa nella sua potenza creatrice , che è la virtù mirabile del suo ingegno , Il mondo , sì , è creato da Dio ; ma dopo primam illana novam ac rudem mundi creationena , si può dire che tutto sia opera e trovato dell ' acume stupendo dell ' umana mente . Onde il vero mondo è nostro : « Nostra namque , hoc est humana , sunt , quomam ab hominibus effecta , quae cernuntur : omnes domus , omnia oppida , omnes urbes , omnia denique orbis terrarum aedificia , quae nimirum tanta et talia sunt , ut potius angelorum quam hominum opera , ob magnam quandam eorum excellentiam , iure censeri debeant . Nostrae sunt picturae , nostrae sculpturae , nostrae sunt artes , nostrae scientiae , nostrae ( vel volentibus vel invitis Academicis , qui nihil omnino a nobis , nescientia , ut ita dixerim , dumtaxat excepta , sciri posse arbitrabantur ) sapientiae . Nostrae sunt denique , ne de singulis longius disseramus , cum prope infinita sint , omnes adinventiones , nostra omnia diversarum linguarum ac variarum literarum genera , de quarum necessariis usibus quanto magis magisque cogitamus , tanto vehementius admirari et obstupescere cogimur » . La lingua non è un dono naturale che sia stato fatto all ' uomo , secondo il Manetti : bensì « subtile quoddam et acutum artificium » : creazione umana , al pari della scrittura che l ' uomo inventò quando ebbe bisogno di comunicare i propri pensieri agli assenti . La inventò al pari di tutti i prodotti svariati della tecnica : « Nostra sunt denique omnia machinamenta , quae admirabilia et pene incredibilia humani vel divini potius ingenii acies ac acrimonia singulari quadam ac praecipua solertia moliri fabricarique constituit . Haec quidem et cetera huiusmodi tot ac talia undique conspiciuntur , ut mundus et eius ornamenta ab omnipotenti Deo ad usus hominum primo inventa institutaque , et ab ipsis postea hominibus gratanter accepta , multo pulchriora mulloque ornatiora ac tonge politiora effecta fuisse videantur » . Così intendiamo perché i primi popoli adorassero come dèi i primi inventori delle arti . Essi infatti continuano l ' opera della creazione divina e portano a perfezione e compimento il mondo uscito dalle mani di Dio . Né l ' uomo si limita quasi a sopraedificare sul fondamento della natura . Con la sua sapienza ordina e governa e volge a ' propri fini le stesse creature naturali : « Homines enim , velut omnium domini , terraeque cultores , variis eam diversisque operibus suis mirum in modum coluerunt , atque agros et insulas littoraque terris et urbibus distinxerunt . Quae si ut animis , ita oculis videre atque conspicere valeremus , nemo cuncta uno aspectu intuens , ullo unquam tempore admirari atque obstupescere desisteret » . E come da una parte la sapienza si volge con le virtù speculative a Dio , oggetto supremo d ' ogni sapere , così con le virtù pratiche si riversa sui naturali appetiti dell ' anima , e fonda e regge il mondo morale . La umana volontà , d ' altra parte , non si chiude nel dominio tutto spirituale della vita morale , ma si afferma anch ' essa sulle cose di natura e fa del mondo una cosa , una proprietà dell ' uomo . Giacché nostre son tutte le regioni della terra , le montagne e le valli , le piante e gli animali , le fonti e i fiumi , i laghi e i mari : tutte le creature innumerevoli che con le loro svariate infinite differenze , proporzionate ad ogni sorta di nostri eventuali bisogni , stanno anch ' esse a parlarci di quella Provvidenza , che gli Epicurei si argomentano di negare . L ' uomo , in conclusione , unctis quae creata sunt sua voluntate uti propriaque voluntate dominasi et imperare potest , umana signoria alla quale il Manetti non dimentica di annettere , come il Campanella , quei poteri magici e miracolosi e soprannaturali , che la religione riconosce nei santi e nei suoi ministri . Questo il carattere che distingue la prima forma del concetto del regnum hominis , tutta propria del nostro Rinascimento , dalla forma in cui lo stesso concetto riapparirà e si farà valere per opera di Bacone . Giacché pel filosofo inglese questa signoria dell ' uomo è conquistata per mezzo del sapere scientifico , che conferisce all ' uomo il dominio delle forze naturali : laddove pel Campanella , come pel Manetti , questa posizione privilegiata dell ' uomo è ancora un regno per grazia di Dio , il quale conferisce all ' uomo immediatamente così l ' uso delle forze naturali come quello delle soprannaturali . Un regno , in cui si comincia a intravvedere l ' iniziativa creatrice e autonoma dell ' uomo ; di questo quidam mortalis deus , come , con frase ciceroniana , dice anche il buon Giannozzo ; ma orientata sempre verso la realtà trascendente , a cui l ' uomo con la virtù e colla conoscenza deve tornare : poiché il suo fine è sempre di là dalla stessa vita , dove si celebra questa sua divina natura in cui il pensatore della Rinascenza si esalta . L ' uomo ( è ancora il Manetti che parla ) non ha il suo fine in Dio , ma in se stesso ; e mal si può credere in questa parte a Lattanzio , che Dio abbia fatto , come il mondo per l ' uomo , così l ' uomo per Dio , « tanquam divini templi antistitem , spectatorem operum rerumque caelestium » . Né meglio ha pensato Agostino « quippe Deum ob immensam eius bonitatem , non sua utilitate ( scriptum est enim , quoniam bonorum nostrorum non eget ) sed potius hominis causa hominem fecisse putat » . Ma , quando si va a vedere come viene poi inteso questo fine umano dell ' uomo , ecco il buon Giannozzo sfuggire con gran premura ogni contatto coi peripatetici , coi platonici , cogli stoici e quanti altri filosofi d ' altro indirizzo ci sono stati ( tanquam nocturnos quosdam obscurae et abstrusae veritatis indagatores ) . Eccolo a rifugiarsi sollecito nell ' unico porto tranquillo e sicuro che ci sia , per sottrarsi ai flutti della tempesta : « Fecit igitur Deus hominem , ut per quandam admirabilium operum suorum intelligentiam certamque cognitionem eorum opificem recognosceret et coleret » . Sarà anche la soluzione di Marsilio e di questa corrente filosofica , alla quale pure si deve la scoperta del valore dell ' uomo , fino al Campanella . IV LEONARDO I Modello dell ' uomo vagheggiato e teorizzato dagli uomini del Rinascimento , nella sua ricca e possente personálità , tutta forza e intelligenza , governata da un supremo ideale d ' arte , fu nel maggior fiore del Rinascimento stesso Leonardo : il « divino Leonardo » degli scrittori del Cinquecento . Noi lo considereremo qui come filosofo , nei concetti dominanti della sua grande personalità . Certo , se per filosofo s ' intende chi abbia scritto dei libri per dare una soluzione almeno di qualcuno dei problemi filosofici , o una trattazione sistematica d ' una dottrina appartenente al sistema della filosofia , Leonardo non fu un filosofo . Nei suoi manoscritti non si troverebbero insieme due pagine di argomento filosofico . - - Se per filosofo s ' intende chi , come il Socrate di Platone , sdegnando quei discorsi muti e quasi morti che sono consegnati alle carte e vi restano muti , incapaci di rispondere alle inattese difficoltà e alle sempre nuove domande del lettore , non abbia mai scritto di filosofia , ma abbia tuttavia suscitato con l ' insegnamento vivo una scuola , che ne ha perpetuato e fecondato il pensiero , promovendo così un moto spirituale , che da lui ripeta la sua prima origine , Leonardo non fu un filosofo . I suoi scolari ammirarono in lui l ' artista , il sommo artista ; il movimento filosofico del Cinquecento , non solo non fa capo a Leonardo , ma ne ignora il nome . - - Se per filosofo s ' intende chi , senza scrivere o insegnare una dottrina filosofica , viva seco stesso d ' un pensiero concentrato nella speculazione dell ' essere , tormentato dal senso del mistero , incurioso di quanto possa distoglierlo da questo senso , o non giovi ad appagare il suo bisogno d ' un concetto universale della vita , Leonardo non fu un filosofo . Il suo spirito è dominato da molti interessi teoretici e speculativi , anzi si può dire attratto da tutti i problemi della scienza , ma è retto nel profondo dall ' istintiva vocazione dell ' artista , dal desiderio sempre inesausto della visione pittorica , dei colori e delle linee , dalle quali traluce l ' anima umana . Se in fine per filosofo s ' intende chi , comunque , venga incontro al bisogno che tutti ci assale quando cominciamo a riflettere sulle contraddizioni palesi di quel pensiero ( cui pure per solito ci abbandoniamo , sospinti dalla necessità di vivere rapidamente la nostra vita ) e , sentendone il doloroso disagio , aspiriamo a un concetto che componga e concilii i contrasti , e ci restituisca la pace interna , la fede e la forza della coscienza ; ci venga incontro , e ci dica una parola luminosa , rischiaratrice a noi di un nuovo orizzonte , Leonardo non fu un filosofo . Dalle sue carte non possiamo attingere il conforto che desideriamo dai filosofi , quando , per esempio , ci accorgiamo di vivere ora presupponendo che tutto si riduca a questo mondo materiale che ci sta innanzi , e che non sappiamo concepire se non come un mondo meccanico in cui niente accada senza una causa , né c ' è causa che possa non produrre comunque il suo effetto ; ora osservando che nel mondo ci sono pure gli uomini , ci siamo noi , che non possiamo affermare il valore della nostra personalità con le sue esigenze imprescindibili e coi suoi ideali imperituri ed eterni senza attribuirci una libertà che ripugna all ' universale meccanismo dianzi ammesso ; - - o quando avvertiamo la coesistenza nel nostro petto di due anime radicalmente opposte tra loro , con una delle quali ci par di vivere una vita che rifletta , attraverso le mille e mille sensazioni affollantisi a ogni istante nella nostra coscienza , il turbinio delle forze circostanti , e con l ' altra di crearci da noi la nostra vita spirituale , d ' infamia o d ' eroismo , di godimento o di sacrifizio , di senso brutale o di sublime aspirazione a un ideale infinito ; - - o quando , svegliatici a un tratto da quel quasi sogno che è la ingenua vita dell ' uomo pratico , notiamo che questa vita ondeggia di continuo tra un concetto secondo il quale tutto trapassa e muore , non solo le cose che mutano incessantemente sotto i nostri occhi , ma noi stessi , che ci sentiamo ad ora ad ora venir meno di dentro i nostri affetti , le nostre passioni , le nostre convinzioni , tutto l ' esser nostro corrente dalla nascita alla morte , come onda dell ' oceano destinata a infrangersi sul lido , - - e un altro concetto , onde noi , nel nostro essere più profondo , contempliamo tutte queste cose della sterminata natura trasmutabile per tutte guise e lo stesso animo nostro in movimento continuo dall ' alba della prima infanzia al meriggio dell ' età matura e al mesto crepuscolo della nostra sera , noi con la nostra santa verità , con la bellezza eterna dei nostri fantasmi , col frutto immarcescibile della buona volontà che è nostra , non possiamo perire , perché partecipi dell ' immortalità delle cose divine . Ebbene , quando noi sostiamo innanzi a questi angosciosi problemi , e ci domandiamo : ma dunque , che cosa dobbiamo pensare di questa vita , che viviamo di conserva , noi e le cose , in una società , in un tutto , dal quale non potremmo mai uscire ? e come dobbiamo vivere , sotto qual legge , e con quale fede ? - - , alle nostre domande non troveremo in Leonardo risposta . Non la troveremo , se non vorremo contentarci d ' una semplice affermazione , e cercheremo piuttosto una dimostrazione la quale ci liberi dal sospetto che non sia per avventura da preferirsi l ' alternativa opposta . II Leonardo , dunque , non ha lasciato né opere filosofiche , né una scuola di filosofia ; non è vissuto sotto il dominio sovrano dell ' interesse filosofico , indirizzando a quel segno la somma de ' suoi pensieri . Perciò non ha potuto risolvere nessuno dei problemi , che i filosofi si propongono . Per tutti questi rispetti può dirsi a ragione che Leonardo non appartenga alla storia della filosofia . Ma , soggiungo subito , nello stesso senso né anche Machiavelli , e né anche Galileo , a rigore , vi appartengono ; per prendere due nomi che per vario motivo vanno storicamente congiunti con quello di Leonardo , e che pure si è soliti d ' incontrare nelle storie della filosofia ; poiché tanta infatti è l ' importanza storica del loro pensiero , quantunque entrambi abbiano propriamente atteso a problemi scientifici speciali , estranei al complesso sistematico di quelli che si possono dire propri della filosofia . In verità , la filosofia cesserebbe di esser filosofia , concetto sintetico o , come Platone avrebbe detto , sinottico della realtà in cui si vive , se potesse effettivamente ridursi a lavoro speciale , professionale , di una sola classe degli uomini : dei professori , o magari , degli scrittori di filosofia ! ; se fosse davvero possibile che anime sovrane , geni capaci di svegliare negli uomini e far vibrare tutta la loro umanità , come Leonardo , Dante , Michelangelo , e per restare in Italia , Manzoni , Leopardi , non avessero anche loro , a modo loro , una filosofia ; se la filosofia , insomma , potesse affatto confondersi con tutte le altre scienze , che tali si dicono in senso stretto , e che , ad una ad una considerate , sono forme accidentali , perché avventizie dell ' umano pensiero ! Egli è che in ogni arte e disciplina , si può essere maestri e si può essere soltanto discepoli ; e che in arte , in filosofia , in religione saranno pochi i maestri , ma scolari siamo tutti . sicché in ogni tempo i maestri han potuto parlare , più o meno direttamente , al genere umano , ai dotti e agl ' indotti , ai grandi , cresciuti nella cultura e nella meditazione , e agli umili , ai semplici , ai parvoli : convenendo tutti , maestri e scolari , in una comune , quasi elementare , fondamentale , essenziale umanità ; per cui Platone è uno , ma tutti siamo in grado di leggerlo , e tutti così platonizziamo ( ciascuno , s ' intende , a suo modo , come dimostra il gran numero delle interpretazioni ) . E che varrebbe il sorriso di monna Lisa , se , dopo che fu visto da Leonardo e fermato perciò sulla tela innanzi agli occhi immortali dello spirito , quanti abbiamo occhi e anima , e siamo uomini , non fossimo capaci tutti di guardarlo , vederlo ed esserne conquisi ? egli , maestro , e noi , attorno al suo quadro , scolari , folla sterminata , tutti uno spirito solo , vibrante della medesima commozione , nella stessa intuizione ? Si può non essere maestri in filosofia ; ma non perciò si resta al di qua e al di fuori di essa . Si può , cioè , non essere originale in questa parte ; ma non si può non pensare , o pensare senza filosofia , se è vero che la filosofia non è altro che la forma stessa del pensiero , in cui la realtà , tutta la realtà , perviene alla coscienza di sé . Egualmente , si può non essere originali in arte , e non esser capaci di scrivere una tragedia sofoclea ; ma chi non intenderà il linguaggio di Antigone ? Leonardo in filosofia non è un maestro , come non è un maestro in filosofia Dante . Ma egli , al pari di ogni uomo , ha la sua filosofia ; al pari di Dante , ha una rigorosa filosofia dentro a quella forma in cui il suo spirito grandeggiò . Dante , poeta , è filosofo dentro alla sua poesia ; Leonardo , artista e scienziato , naturalista , matematico ; architetto e ingegnere , è filosofo dentro alla sua arte e alla sua scienza voglio dire che si comporta da artista e da scienziato di fronte al contenuto filosofico del proprio pensiero , che non svolge perciò in adeguata e congrua forma filosofica , ma intuisce con la genialità dell ' artista e afferma con la dommaticità dello scienziato . La sua filosofia , in questo senso , non è sistema , ma è quel complesso d ' atteggiamenti mentali e di idee , in cui si adagiò il suo spirito possente , creatore d ' un mondo di immagini , umane o naturali , e di ordegni e congegni , tutte egualmente espressivi di una ricca e commossa vita spirituale : è la cornice del quadro , in cui egli vide spiegarsi quella infinita natura che era esposta al suo avido occhio di indagatore e costruttore . Volete sorprendere l ' atteggiamento spirituale dell ' artista , che ha fatto della pittura la forma più alta della sua potenza ? Spiate l ' animo che detta quelle parole del Trattato della Pittura , in cui quest ' arte , l ' arte di Leonardo , è messa al paragone della musica . Guardate all ' animo , senza badare troppo al valore della sua dimostrazione : « Quella cosa è più degna , che satisfa a miglior senso ; adonque la pittura , satisfattrice al senso del vedere , è più nobile della musica , che solo satisfa all ' udito . Quella cosa è più nobile , che ha più eternità ; adonque la musica , che si va consumando mentre ch ' ella nasce , è men degna della pittura , che con vetri si fa eterna . - - Quella cosa , che contiene in sé più universalità e varietà di cose , quella fia detta di più eccellenzia ; adonque la pittura è da essere proposta a tutte le operazioni , perché è contenitrice di tutte le forme che sono e di quelle che non sono in natura ; è più da essere magnificata et esaltata che la musica , che solo attende alla voce . - - Con questa si fa i simulacri alli dii ; dintorno a questa si fa il culto divino , il quale è ornato con la musica a questa servente ; con questa si dà copia alli amanti della causa de ' loro amori , con questa si riserva le bellezze , le quali il tempo e la natura fa fugitive » . ce , nell ' infinità del suo universale dominio , delle forme che sono e di quelle che non sono , come si Conviene a una potenza veramente creatrice , che crea perché infinita , e libera nella sua operazione ; e degna perciò veramente di raffigurare all ' uomo la divinità , all ' amante l ' amata , allo spirito , in generale , ogni cosa grande e bella , che esso collochi al di sopra delle cose fuggitive della natura e del tempo . Quest ' arte - - che è per Leonardo la vera arte , la sua - - « tanto più supera » , com ' egli dice , « gl ' ingegni de li omini , che l ' induce ad amare et innamorarsi di pittura , che non rappresenta alcuna donna viva . E già intervenne a me fare una pittura , che rappresentava una cosa divina ; la quale comperata dall ' amante di quella , volle levarne la rappresentazione di tal deità , per poterla baciare senza sospetto . Ma , infine , la coscienza vinse li sospiri e la libidine ; e fu forza ch ' ei se la levasse di casa » . Se la levasse , perché quella che non era alcuna donna viva , ma idea di Leonardo , era pur bella e seducente non meno della più bella donna generata dall ' uomo e creata da Dio : irresistibile , da quanto la più privilegiata delle creature viventi ; miracolo , non della natura , ma dello spirito , come la donna ideale del poeta , l ' eterno femminino splendente alla fantasia dell ' artista e da questa raggiante nella luce di « una cosa divina » , degna che innanzi a lei si pieghino le ginocchia mortali . L ' arte insomma di Leonardo spazia universale con la potenza creatrice onde , attraverso lo spirito umano , Dio gareggia seco stesso , e si svela a se medesimo : svela , mercè l ' opera umana , alla mente degli uomini , come si svela per entro alle forme infinite della sua natura : egualmente possente , eccellente , eterno . Quest ' arte divina è quella di cui si gloria Leonardo : un ' arte , di cui a ragione in se stesso si esalta , come del privilegio attribuito dallo spirito creatore nall ' umana natura . Tale l ' atteggiamento , veramente religioso , del suo spirito artistico . E lo scienziato ? Udiamo da lui con quale animo si appressasse alla misteriosa spelonca nella quale egli , simbolicamente , si rappresenta la natura . « Non fa sì gran mughio il tempestoso mare , quando il settentrionale aquilone lo ripercuote con le schiumose onde fra Scilla e Cariddi , né Stromboli o Alongibello , quando le solfuree fiamme , essendo rinchiuse , per forza rompendo e aprendo il gran monte , fulminano per l ' aria pietre , terra , insieme coll ' uscita e vomitata fiamma ; né quando le infocate caverne di Mongibello , rivomitando il male tenuto elemento , spignendolo alla sua regione , con furia cacciano innanzi qualunque ostacolo s ' interpone alla sua impetuosa furia .... Tirato dalla mia bramosa voglia , vago di vedere la gran con ( fusione ) delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura , ragiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli , pervenni all ' entrata d ' una gran caverna : dinanzi alla quale restato alquanto stupefatto , e ignorante di tal cosa , piegato le mie rene in arco , e ferma la stanca mano sopra il ginocchio , e colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia : e spesso piegandomi in qua e in là per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa . E questo vietatomi per la grande oscurità , che là dentro era , e stato alquanto , subito si destarono in me due cose , paura e desiderio : paura , per la minacciosa e oscura spilonca ; desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa » . Ecco la natura che Leonardo scruta , con paura e con desiderio : col desiderio di scoprirne i miracoli ; con la paura religiosa che suscita lo spettacolo delle sue forze indomite : stupefatto , piegato le reni in arco , ferma la mano sopra il ginocchio , protesa l ' anima e intenta dalla bramosa voglia . Questa la sua scienza : una ricerca instancabile , senza riposo ; una brama inesauribile di vedere , in uno sforzo costante sostenuto tutta la vita dal sentimento della propria ignoranza e del campo illimitato del sapere . Da una parte , dunque ; l ' artista orgoglioso della sua divina potenza di produrre e di popolare un mondo non meno vivo di questo , che egli trova innanzi a sé ; dall ' altra , lo scienziato che s ' affaccia con religioso terrore all ' entrata della gran caverna , in cui l ' occhio cerca se mai vi possa discernere alcuna cosa ; lo scienziato , nell ' umiltà della propria ignoranza , che è coscienza della vastità infinita dell ' oggetto da conoscere , e dell ' abisso che separa l ' uomo dalla natura . Perché egli lascia manoscritte e incomplete tutte le opere , in cui aveva fatto disegno di comporre in corpo di scienza tutte le sue speculazioni e le sue osservazioni ? Leonardo , l ' eterno insoddisfatto , l ' incontentabile , di cui parlano i suoi più prossimi biografi , è lì , all ' entrata della caverna , tormentato angosciosamente dalla sua bramosa voglia . È al cospetto di quella natura , che non si lascia chiudere in nessun libro , e che avvince piuttosto essa a se l ' uomo , e lo trascina di problema in problema , di ricerca in ricerca , per una via indefinita , dove l ' uomo più va , e più sente di doversi affrettare , sospinto dalla lunghezza del cammino , e non può dire mai : - - Ecco , ora , ho finito ! - - L ' amico , che segnò qualche suo verso smozzicato nei fogli del Codice Atlantico , gli domanda : O Lionardo , perché tanto penate ? Ma Leonardo si volge piuttosto a Dio con la sua Orazione : « Tu , o Iddio , ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica » ; e s ' affretta e s ' adopra a spender bene la sua giornata ; alla fine della quale gli arride un lieto dormire , un lieto morire . Né in arte , né in scienza - - che già per lui sono una cosa sola - - egli concepisce forma perfetta , nella quale altri possa posare . « Tristo » , perciò , « è quel discepolo che non avanza il suo maestro » , ma tristo anche quel maestro che innanzi all ' opera sua s ' arresti , pago come innanzi all ' ideale divenuto reale . Son sue queste parole profonde : « Tristo è quel maestro , del quale l ' opera avanza il giudizio suo , e quello si dirizza alla perfezione de l ' arte , del quale l ' opra è superata dal giudizio » . E ancora , scoprendo anche meglio la disposizione d ' animo con cui egli guardava alle creature della sua fantasia e della sua mente indagatrice : « Quel pittore che non dubita , poco acquista . Quando l ' opra supera il giudizio de l ' operatore , esso operante poco acquista ; e quando il giudizio supera l ' opera , essa opera mai finisce di megliorare , se l ' avarizia non l ' impedisse » . E meglio ancora , additando l ' altezza dell ' ideale a cui mira sempre bramosamente : « Quando l ' opera sta pari col giudizio , quello è tristo segno in tal giudizio ; e quando l ' opera supera il giudizio , questo è pessimo , com ' acade a chi si maraviglia d ' avere sì bene operato ; e quando il giudizio supera l ' opera , questo è perfetto segno . E se gli è giovane in tal disposizione , senza dubbio questo fia eccellente operatore , ma fia componitore di poche opere ; ma fieno di qualità , che fermeranno gli uomini con admirazione a contemplar le sue perfezioni » . Poche opere , come accadde al pittore ; o forse nessuna , come doveva accadere allo scienziato , che vivamente sentì con la sua personale esperienza , e testimoniò , la verità del biblico detto , che trascrive nelle sue carte : « La verità fu sola figliola del tempo » . Donde Bacone , e assai più profondamente Bruno e Pascal trarranno ispirazione al concetto del progresso , o meglio della storicità del sapere e d ' ogni altro valore spirituale ; e che Leonardo , da parte sua , commenta altrove : « La sapienzia è figliola della sperienza » ; poiché il tempo che genera la verità è il tempo bene speso , impiegato nella esperienza intorno alla sterminata natura . Sterminata la natura ; irraggiungibile quindi l ' ideale della scienza , arte o speculazione che sia . Leonardo esprime con matematica precisione questo suo concetto dell ' irrealtà dell ' ideale , in cui consiste propriamente l ' idealità dello spirito : « Qual ' è quella cosa » , egli domanda , « che non si dà , e s ' ella si dessi non sarebbe ? Egli è lo infinito . Il quale , se si potessi dare , e ' sarebbe terminato e finito , perché ciò che si pò dare ha termine colla cosa che la circuisse ne ' sua stremi » . La stessa natura , dunque , è infinita in quanto potenza inesauribile , vita eterna e divina , che non è , né sarà mai tutta spiegata , quasi opera pervenuta al proprio compimento e conchiusa . Infinita la natura , infinita l ' arte , la scienza , lo spirito : ma come cose che non si danno . Non parlate dunque di capricci di Leonardo . Egli è trascinato dal suo genio a perseguire l ' infinito , che non si dà , né si tocca ; a inseguire l ' idea che lo fa penare ( « O Lionardo , perché tanto penate ? » ) , sospingendolo senza tregua a correr dietro a questa natura che fugge , e pure è sempre lì , o che egli in sé la ricrei con l ' alta fantasia suscitatrice di una sua natura più vasta , nella mobilità vibratile dell ' anima che la muove , o che studiosamente osservi e contempli quella che si scorge nella esperienza . III Cominciamo da questa , che ci condurrà alla prima . Chi non conosce le benemerenze di Leonardo nell ' esaltazione dell ' esperienza , strumento di certezza e di verità della cognizione , ond ' egli , senza dubbio , precorre a Galileo e Bacone ? E la sua esperienza è la esperienza sensibile . Sua la sentenza , quantunque , come tante altre da lui segnate ne ' suoi manoscritti , possa riflettere cose udite o lette : « Ogni nostra cognizione prencipia da ' sentimenti » . Certamente , alla esperienza sensibile egli si appella combattendo , come altri aveva fatto nel Quattrocento italiano , il principio d ' autorità ancora dominante nella scolastica contemporanea : E giova rileggere alcune note del Codice Atlantico , di significato evidente : « Molti mi crederanno ragionevolmente potere riprendere , allegando le mie prove esser contro all ' alturità d ' alquanti omini di gran reverenza a presso de ' loro inesperti iudizi , non considerando le mie cose essere nate sotto la semplice e mera sperienza , la quale è maestra vera . Queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso ; la qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili , e con più moderanza ; che tu non ti veli di ignoranza ; che farebbe che , non avendo effetto , tu t ' abbi con disperazione a darti malinconia » . Questa semplice e mera esperienza , che fa discernere il vero dal falso , e insegna agli uomini a contenere le loro aspirazioni dentro i limiti del possibile , è organo di verità , che quasi presuppone una conoscenza da verificare . Ma altrove l ' esperienza ci viene innanzi come la prima maestra , che ci apprende ogni conoscere , ed è la fonte del sapere ; onde la mente , prescindendo da ogni argomento fattizio della tradizione scientifica , ossia da ogni autorità , che secondo la bella immagine del Campanella , è un toccare quasi per mano altrui , è presente , anzi aderisce immediatamente al primo generarsi del vero attraverso alla percezione dei sensi : « Se bene , come loro , non sapessi allegare gli altori molto maggiore e più degna cosa a leggere allegherò allegando la sperienza , maestra ai loro maestri . Costoro vanno sgonfiati e pomposi , vestiti e ornati , non delle loro , ma delle altrui fatiche ; e le mie a me medesimo non concedono . E se me inventore disprezzeranno , quanto maggiormente loro , non inventori , ma trombetti e recitatori delle altrui opere , potranno essere biasimati ! » . Ai recitatori e trombetti delle altrui opere , e insomma agli eruditi , che , fin dal suo tempo , l ' oscuro filosofo di Efeso aveva ammonito che la polimazia non dà l ' intelletto , Leonardo contrappone gli uomini « inventori e ' nterpreti » , che , al paragone dei primi , egli dice , sono quello che l ' obbietto fuori dello specchio è rispetto alla immagine che dell ' obbietto si riflette nello specchio medesimo : dove l ' obbietto è qualche cosa , e l ' immagine niente . L ' inventore , che nella freschezza ed originalità della sua scoperta realizza la cognizione , può dire ai dotti ripetitori del sapere altrui : - - Voi siete gente poco obbligata alla natura , perché l ' abito che portate , l ' umanità che vestite , non vi appartiene in proprio ; e ridotti al vostro , sareste da essere accompagnati fra gli armenti delle bestie . Qui la esperienza non è più la misura logica del conoscere , ma lo stesso conoscere ; il conoscere nella sua originalità , il conoscere certo , al quale si commisura la certezza d ' ogni conoscere secondario o derivato . In questo senso Leonardo combatte i filosofanti del suo tempo ( e d ' ogni tempo ) , che davano del meccanico al sapere partorito dalla esperienza . Ed egli ribatteva nella pagina più tecnicamente filosofica del Trattato della pittura : « Ma a me pare che quelle scienzie sieno vane e piene di errori , le quali non sono nate dall ' esperienza , madre di ogni certezza , e che non terminano in nota esperienzia ; cioè , che la loro origine e mezzo o fine non passa per nessuno de ' cinque sensi . E se noi dubitiamo della certezza di ciascuna cosa che passa per li sensi , quanto maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a essi sensi , come dell ' essenzia di Dio e dell ' anima e simili , per le quali sempre , si disputa e contende ! E veramente accade , che sempre dove manca la ragione , suplisse le grida ; la qual cosa non accade nelle cose certe . Per questo , che dove si grida non è vera scienzia , perché la verità ha un sol termine ; il quale essendo publicato , il letigio resta in eterno distrutto ; e s ' esso letigio resurge , la ( è ) bugiarda e confusa scienzia , e non certezza rinata . Ma le vere scienzie son quelle , che la sperienzia ha fatto penetrare per li sensi e posto silenzio alla lingua de ' litiganti ; e che non pasce di sogno li suoi investigatori , ma sempre sopra li primi veri e noti principii procede successivamente e con vere seguenzie insino al fine » . Tralasciamo per ora questi veri e noti principii , da cui si possa procedere con vere « seguenzie » , deduttivamente , fino alla fine , per tutta l ' esposizione logica d ' un sistema scientifico . Vedremo or ora quest ' altro aspetto del sapere , che attrasse l ' attenzione di Leonardo . Intanto , nessun dubbio che intorno agli oggetti esposti al senso non v ' ha per lui , appena si abbandoni la esperienza , altro che sogno . L ' esperienza invece è cognizione vera e certa , perché ha in sé il suo proprio valore , né ha bisogno di essere giustificata e garentita da testimonianze di autorità ; e perché pone fine al litigio , al « grido » delle dispute nascenti dalla varietà delle dottrine , facendo convenire tutte le menti nelle medesime percezioni . L ' esperienza di Leonardo , dunque , non è l ' esperienza di Protagora e dell ' empirismo positivista , che , riducendo la cognizione sensibile alle soggettive impressioni dei sensi , non può ascriverle necessità ed universalità . Per Leonardo , non è sorto ancora il problema della fenomenalità del reale dato dall ' esperienza ; problema che verrà con Galileo . Egli non fa nessuna critica del concetto di esperienza . Ma questo sa chiaramente , che quell ' esperienza che può accertarci della verità , non dev ' essere semplice fatto , o dato accidentale , suscettibile d ' assumere le forme più svariate e di sottrarsi ad ogni possibile determinazione logica che lo fissi come verità . No , l ' esperienza di Leonardo , nella sua ingenua e dommatica oggettività , si solleva al di sopra della semplice contingenza del puro fatto sensibile per assumere carattere e valore razionale . Leggendo nel Codicetto Trivulziano : « I sensi sono terestri , la ragione sta for di quelli , quando contempla » , noi potremmo essere indotti a pensare a Kant , che l ' esperienza fa consistere nel sistema dei dati sensibili formato dall ' attività costruttiva razionale dello spirito , la quale interviene dal di fuori , in certo modo , nella materia fornita dalle semplici sensazioni : Il Prantl si ricordò della ragione o intelletto aristotelico , che parimenti sopraggiunge dal di fuori , date le rappresentazioni sensibili . In realtà , convien pensare - - ce ne avverte quel termine del « contemplare » - - a una dottrina platonica , la quale si ritrova , in una forma che a taluno parve prenunziare il kantismo , nel Teeieto . Ma più che a Platone , convien pensare ai Platonici , tradotti , commentati e resi familiari alla Firenze colta degli ultimi decennii del Quattrocento , dove si sviluppò e formò il genio e il pensiero di Leonardo ; a quei Platonici , che opposero ai sensi terrestri o materiali , e destinati a disfarsi col corpo onde si esercitano , la ragione contemplatrice di una realtà trascendente tutta quella natura corporea , con la quale i sensi ci mettono in comunicazione , e alla quale , per mezzo di essi , apparteniamo . Comunque , se Leonardo ripete cogli Scolastici , che ogni cognizione comincia dai sensi , egli non fa consistere la cognizione , tutta la cognizione , nella esperienza immediata del senso ; ma all ' esperienza immediata contrappone una forma di conoscenza , che chiama ragione , e che giustifica platonicamente , come ragione che è nostra in quanto , prima di tutto , ragione immanente nella stessa natura . Onde delle regole date al pittore può dire : « Queste regole fanno , che tu possiedi uno libero e bonò giudizio , imperocché ' l bono giudizio nasce dal bene intendere , e il bene intendere deriva da ragione tratta da bone regole , e le bone regole sono figliole della bona sperienzia , comune madre di tutte le scienze e arti » . Dunque , esperienza , regole e ragione , la quale dà quel bene intendere , che non si ha quando altri si arresti alla semplice esperienza . « Ricordati » , dice Leonardo a se medesimo ; « ricordati , quando comenti l ' acque , d ' allegar prima la sperienza e poi la ragione » . E nettamente distingue , in un luogo del Trattato della Pittura , il senso dal giudizio che il discorso deve esercitarvi su per avere scienza , mostrando come « li maestri non si fidano nel giudizio dell ' occhio , perché sempre inganna » , e come spetti alla mente di correggere le fallacie del senso . Che se Leonardo schernisce quel matto di filosofo che si trasse gli occhi per non distrarre la mente dalle speculazioni del suo discorso , non sarebbe neppure disposto a rinunziare al discorso della mente , al giudizio , alla ragione contemplatrice , per immergersi tutto nello spettacolo , che si apre agli occhi nella indefinita penombra della natura . « Se tu dirai , che ' l vedere impedisce la fissa e sottile cognizione mentale , co ' la quale si penetra nelle divine scienze ; e tale impedimento condusse un filosofo a privarsi del vedere ; a questo rispondo , che tal occhio , come signore de ' sensi , fa suo debito a dare impedimento alli confusi e bugiardi , non scienzie , ma discorsi , per li quali sempre con gran gridare e menare de mani si disputa ; e il medesimo dovrebbe fare l ' udito , il quale ne rimane più offeso , perché egli vorebbe accordo , del quale tutti i sensi s ' intricano . E se tal filosofo si trasse gli occhi per levare l ' impedimento alli suoi discorsi , or pensa , che tal atto fu compagno del cervello e de ' discorsi , perché ' l tutto fu pazzia . Or non potea egli serrarsi gli occhi , quando esso entrava in tal frenesia , e tanto tenerli serrati , che tal furore si consumasse ? Ma pazzo fu l ' uomo , e pazzo il discorso , e stoltissimo il trarsi gli occhi » . IV Trarsi gli occhi no ; ma né anche la mente , che appunto ci fa intendere sorpassando i confini della semplice esperienza . Questa ci mostra soltanto il fatto , l ' effetto , ma non la ragione per cui l ' effetto ha luogo e non può mancare ; e il fatto , senza la sua ragione , non è oggetto di vera e propria cognizione . La quale intende il fatto in quanto ne scorge la necessità . Talché il fatto è conosciuto davvero solo quando si presenti alla mente nella sua razionalità , come necessità operante nella natura . « La sperienza » , dice Leonardo , « non falla mai ; ma sol fallano i vostri giudizi , promettendosi di quella effetto tale che ne ' nostri esperimenti causati non sono . Perché , dato un principio , è necessario che ciò che séguita di quello , è vera conseguenza di tal principio , se già non fussi impedito ; e se pur séguita alcuno impedimento , l ' effetto , che doveva seguire del predetto principio , partecipa tanto più o meno del detto impedimento , quanto esso impedimento è più o meno potente del già detto principio » . Per lo meno dunque nel rapporto della causa con l ' effetto , per cui non può non seguire questo dove quella s ' avveri , è la necessità o ragione , a cui deve mirare la scienza , e senza la quale l ' effetto è un fatto misterioso e non per anco noto . Più chiaramente : « Ma farò alcuna esperienza avanti ch ' io più oltre procieda , perché mia intenzione è allegare prima la sperienza e poi colla ragione diimonstrare perché tale esperienzia è constrecta in tal modo ad operare . E questa è la vera regola , come li speculatori delli effecti naturali hanno a prociedere . E ancora che la natura cominci dalla ragione e termini nella esperienza , a noi bisogna seguitare in contrario , cioè cominciando ( come sopra dissi ) dalla sperienzia , e con quella investigare la ragione » . Infatti egli stesso osserva altrove , « nessuno effetto è in natura sanza ragione . Intendi la ragione , e non ti bisogna sperienza » . Non diranno , né vorranno di più gl ' idealisti più dominatici , che vagheggeranno una filosofia della natura . E perciò queste ultime parole di Leonardo ho creduto altrove di poter raccostare a quelle , in cui l ' autore della celebre Filosofia della natura , lo Schelling , formulò il concetto di una scienza a priori . La ragione in verità di cui parla Leonardo , è a priori per l ' appunto come l ' idea schellinghiana : da noi non attingibile se non attraverso l ' esperienza ; ma , una volta raggiunta , intelligibile soltanto come un antecedente dei fatti manifestati dall ' esperienza ; e quindi posseduta , anche da noi , come principio che la futura esperienza dovrà necessariamente confermare , ossia mostrare nella sua irresistibile efficacia , ne potrà smentire mai . La ragione di Leonardo non è prodotto , né anch ' essa , dell ' esperienza , bensì un presupposto , che attraverso la stessa esperienza perciò , si scopre come la sua intima sostanza : presupposto , che rende intelligibile la stessa esperienza . Anche Galileo penserà che la verità di cui il nostro intelletto è capace mercè l ' esperienza , è la stessa verità che è a base dell ' esperienza : la verità dell ' intelletto divino , l ' assoluta verità , o il pensiero che l ' uomo , guardando alla natura , e vedendone la razionalità e intelligibilità , è portato ad attribuire a Dio che la natura ha fatta , nella natura realizzando un suo disegno o pensiero . Anche per Galileo l ' intelletto umano , se non per estensione , certo per intensità , o qualità , coincide con l ' intelletto divino , pervenendo a quella ragione delle cose da cui le cose provengono . E poiché ho ricordato Schelling , per definire storicamente il pensiero del Vinci , dirò che così il filosofo tedesco , come Galileo , come Leonardo s ' incontrano in questo concetto di una ragione che è al principio delle cose naturali e al sommo delle investigazioni umane : pensiero , che si fa natura per giungere , da ultimo , alla coscienza di sé nell ' uomo e chiudere il circolo del mondo . Tutti tre appartengono , più o meno , a una medesima corrente ideale , che , come ho già rammentato , in Firenze , tra i coetanei ed amici di Leonardo , ebbe alcuni de ' suoi maggiori rappresentanti : all ' indirizzo platonico . Galilei accentuerà il motivo atomista e meccanicista , che non è estraneo neppure al platonismo originario ; ma tanto rimane lontano da quella forma ingenua di empirismo , che gli vorranno attribuire i positivisti del secolo scorso , da ripetere perfino quella teoria , così caratteristica del platonismo , che si dice delle idee innate . Schelling è propriamente spinozista ; ma Spinoza lo riconduce a Giordano Bruno ; e attraverso Spinoza e Bruno si ricollega al platonismo del nostro Rinascimento , e nella natura ; vede il pensiero come realtà inconsapevole di sé , e la realtà quindi come quel pensiero che la mente speculativamente ricostruisce come la verità eterna , l ' eterno presupposto della scienza , Dio stesso . A questo segno mira , a modo suo , da scienziato e da artista , alquanto oscuramente , anche Leonardo . E la sua « ragione » è determinatrice di quella necessità , che costringe , com ' egli dice , la natura in tutte le sue operazioni : di quella necessità , che « è maestra e tutrice della natura » « tema e inventrice della natura , freno e regola eterna » ; della natura , « costretta dalla ragione della sua legge , che in lei confusamente vive » . La nostra ragione mediante l ' esperienza , commenta la causa delle dimostrazioni , ossia degli effetti , della natura , le quali sono quelle che devono essere , perché costrette dalla sua legge ; e s ' impossessa quindi della ragione stessa infusa nella natura , e vi si immedesima . Nel discorso dell ' umana ragione è la stessa natura nella sua interiore necessità o razionalità : Dio che s ' è svelato all ' uomo - - come insegnavano i Neoplatonici , sopra tutti Pico della Mirandola , e come insegnerà non pure Bruno , ma Galileo nella Lettera alla Granduchessa madre - - per mezzo delle opere sue , nella natura , in cui l ' intelletto deve cercarne il vivo vestigio . Questa intuizione del divino naturale infiammerà gli eroici furori del Nolano , e accende lo sdegno di Leonardo contro gl ' ipocriti del suo tempo , congiurati a impedirgli o a screditare le indagini sue nuove intorno alle cose naturali : « Sono infra ' l numero delli stolti una certa setta , detti ipocriti , ch ' al continuo studiano d ' ingannare se ed altri , ma più altri che sé : ma invero ingannano più loro stessi , che gli altri . E questi son quelli che riprendono li pittori ( cioè Leonardo stesso ) , li quali studiano li giorni delle feste , nelle cose appartenenti alla vera cognizione di tutte le figure , c ' hanno le opere di natura , e con sollecitudine s ' ingegnano d ' acquistare la cognizione di quelle , quando a loro sia possibile . Ma tacciano tali reprensori ché questo è il modo di conoscere l ' Operatore di tante mirabili cose , e quest ' è il modo di amare un tanto Inventore ! Ch ' invero il grande amore nasce dalla gran cognizione della cosa che si ama [ amor Dei intellectualis , dirà Spinoza ! ] ; e se tu non la conoscerai , poco o nulla la potrai amare . E se tu l ' ami per il bene che t ' aspetti da lei , e non per la somma sua virtù , tu fai come il cane , che mena la coda e fa festa , alzandosi verso colui che li pò dar un osso . Ma se conoscesse la virtù di tale omo , l ' amerebbe assai più , se tal virtù fussi al suo proposito » . V Dio dunque , oggetto dell ' amore di Leonardo o della sua religione , è il Dio che si conosce nelle cose ( Deus in rebus ) , dove egli operando manifesta il suo essere . È quella ragione , intesa la quale non occorre esperienza ; e che s ' intende , anche per Leonardo , immedesimandosi con essa , come aveva insegnato prima Platone nel Convito e come con infinite variazioni continuarono a dimostrare i suoi seguaci . Non era un tema obbligato dei platonizzanti fiorentini , scolari , amici , ammiratori del Ficino ? Devono essere frasi còlte dalla bocca o dai libri dei neoplatonici contemporanei , da una delle loro teorie d ' amore intessute sulla trama del dialogo divino di Platone , queste che si leggono su un foglio del Codice trivulziano : « Muovesi l ' amante per la cosa amata come il sugetto colla forma , il senso col sensibile , e con seco s ' unisce e fassi una cosa medesima . - - L ' opera è la prima cosa che nasce dall ' unione : se la cosa amata è vile , l ' amante si fa vile . - - Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore , li seguita dilettazione e piacere , e sadisfazione . - - Quando l ' amante è giunto all ' amato , lì si riposa . - - Quando il peso è posato , lì si riposa . - - La cosa sta , cognosciuta , col nostro intelletto » . C ' è tutta la teoria platonica dell ' amore , che converte l ' amante nell ' amato , e in questa conversione gli fa raggiungere la somma perfezione della sua natura nella gioia della sapienza , del pensiero . Per cui lo stesso Leonardo sarà tratto a fermare nello stesso manoscritto quella osservazione di Cornelio Celso : « Il sommo bene è la scienza , il sommo male è il dolore del corpo , imperò che , essendo noi composti di due cose , cioè d ' anima e di corpo , delle quali la prima è migliore , la peggiore è il corpo , la sapienza è dalla miglior parte , il sommo male è dalla peggior parte , e pessima . Ottima cosa è nell ' animo è la sapienza .... e niuna altra cosa è da a questa comparare » . Somma felicità , beninteso , irraggiungibile , e da aspirarvi appunto con quell ' amore che Platone nel Convito fece figlio di Penia , povertà , difetto incolmabile . « La somma felicità » , dice con grande profondità Leonardo , « sarà somma cagione della infelicità , e la perfezione della sapienza cagion della stoltizia » . E platonicamente infatti , ancorché possa non aver letto il Fedone ; raffigura in un suo disegno simbolico , inseparabilmente congiunti , e confusi in un solo tronco , piacere e dolore . E commenta : « Questo si è il piacere insieme col dispiacere ; e figuransi binati , perché mai l ' uno è staccato da l ' altro . Fannosi colle schiene voltate , perché son contrari l ' uno e l ' altro . Fannosi fondati sopra un medesimo corpo , perché hanno un medesimo fondamento , imperò che il fondamento del piacere si è la fatica col dispiacere , il fondamento del dispiacere si sono i vari e lascivi piaceri . E però qui si figura colla canna nella man destra , ch ' è vana e senza forza , e le punture fatte con quella son venenose » . Altrove egli stesso , Leonardo , ci ha detto che tutti i beni ci son venduti da Dio a prezzo di fatica . E la sua fronte , così luminosa , è pur sempre corrugata dal pensiero delle conquiste da fare , da quell ' interno giudizio , di cui egli si gloriava , sdegnoso d ' ogni mediocrità : da quel giudizio , che andava sempre al di là dell ' opera : virile , anzi gigantesco asceta dello spirito , che non conosce altra gioia all ' infuori di quella , che è la suprema , e che non si dà , perché infinita . E come in tutti gli asceti e mistici , platonizzanti o no , il suo occhio corre di là dalla vita , dalla natura , quantunque egli vegga , da uomo della Rinascenza , che di là non c ' è il dolore , ma né anche la gioia , sì la morte e il nulla . « Or vedi , la speranza e ' l desiderio del ripatriarsi e ritornare nel primo caos fa a similitudine de la farfalla al lume ; e l ' uomo , che con continui desiderii sempre con festa aspetta la nuova primavera , sempre la nuova state , sempre e nuovi mesi , e nuovi anni , parendogli che le desiderate cose venendo sieno troppo tarde ; e non s ' avede che desiderala sua disfazione . Ma questo desidèro è la quintessenza ( spirito degli elementi ) che , trovandosi rinchiusa per anima dello umano corpo , desidera sempre ritornare al suo mandatario . E vo ' che sappi , che questo desiderio è quella quinta essenza compagna della natura ; e l ' uomo è modello dello mondo » . Modello del mondo , o microcosmo , o ricapitolazione ed epilogo di tutto l ' essere dell ' universo , come lo concepiva ed esaltava il Pico , come l ' avevano rappresentato i platonici della tradizione ermetica . Pei quali tutti , l ' anima era pellegrina sulla terra , chiusa in carcere , agitata di continuo dalla inquieta nostalgia del mandatario , come qui ci ha detto Leonardo , o , comunque , della sua sede originaria ed eterna . Intorno all ' anima , come intorno a Dio , Leonardo non amerà troppo speculare , preferendo lasciarne il pensiero ai « frati , padri de ' popoli , li quali per ispirazione sanno tutti li segreti » e lasciando « star le lettere incoronate , perché son somma verità » . L ' anima egli pur ritiene sottratta , al pari di Dio , alla conoscenza umana , in quanto al pari di esso , « improvabile » , ossia non osservabile direttamente nell ' esperienza , da cui soltanto può muovere il nostro sapere . L ' anima , tuttavia , concepisce platonicamente non derivante dalla compagine organica , anzi di questa dominatrice come di semplice strumento ; e per conseguenza non destinata a soggiacere alla stessa fine del corpo , anzi partecipe , come cosa affatto divina , dell ' immortalità . « L ' anima » , leggiamo nel Codice Trivulziano , « mai si può corrompere nella coruzion del corpo ; ma fa nel corpo a similitudine del vento , ch ' è causa del sono de l ' organo ; che guastandosi , una canna , non resultava per quella voto del buono effetto » . E dove considera a parte a parte le meraviglie della natura nella costruzione del nostro corpo , ecco Leonardo smettere la freddezza dell ' anatomico , e rivolgersi all ' uomo con accento altamento umano : « E tu uomo , che consideri in questa mia fatica l ' opere mirabili della natura se giudicherai essere cosa nefanda il distruggerla , or pensa essere cosa nefandissima il torre la vita all ' omo . Del quale , se questa composizione ti pare di meraviglioso artifizio , pensa questa essere nulla rispetto all ' anima , che in tale architettura abita . E veramente , quale essa sia , ella è cosa divina ; sicché lasciala abitare nella sua opera a suo beneplacito , e non volere che la tua ira e malignità distrugga una tanta vita ; ché veramente chi non la stima non la merita » . Dio , dunque , e questa cosa divina , che è l ' anima umana , eccedono i limiti della nostra cognizione , perché non soggetti alla esperienza . Ma la natura stessa non si conosce tutta . Di essa si può conoscere soltanto quella ragione , alla cui scoperta ci conduce l ' osservazione dei suoi effetti : la legge che ne governa le esterne manifestazioni . Riecheggiando forse un pensiero che s ' incontra pure nella Teologia platonica del Ficino , e ricorda infatti un concetto di Socrate , ma che sarà ripreso approfondito e fecondato da Giambattista Vico , Leonardo , distinguendo tra l ' opera della natura e quella dell ' uomo , di questa , e solo di questa ammonisce doversi fare materia d ' indagine , ove si miri a indagarne il disegno : « O speculatore delle cose , non ti laldare di conoscere le cose , che ordinariamente per se medesima la natura conduce . Ma rallegrati di conoscere il fine di quelle cose che son disegnate dalla mente tua » . Una finalità , bensì , Leonardo attribuisce alla stessa natura , che è necessaria perché razionale , e razionale , come s ' è visto , in virtù della ragione che la regge , non perché meccanicamente operante . Tutto il filosofare dei Neoplatonici insisteva nel concetto della Provvidenza governatrice delle cose naturali ; e Leonardo ammira l ' economia ond ' è retta la vita del mondo , e non rifugge dall ' uso del concetto di finalità come criterio euristico d ' indagine di là dalle dirette testimonianze dell ' esperienza . Così , dove conchiude alla negazione del dolore e del senso alle piante , movendo dalla mancanza di bisogno che esse ne abbiano , dice : « Se la natura ha ordinato la doglia nell ' anime vegetative col moto , per conservare dell ' istrumenti , i quali pel moto si potrebbono diminuire e guastare , l ' anime vegetative senza moto non hanno a percotere né contr ' a sé posti obietti ; onde la doglia non è necessaria nelle piante , onde , rompendole , non sentano dolore come quelle dell ' animale » . Nella stessa corrispondenza tra causa ed effetto , in cui consiste la ragione che alla mente è dato scoprire nella natura , Leonardo vede , giustamente , il miracolo , ossia l ' opera dello spirito . Così , a proposito dell ' occhio , dirà : « Qui le figure , qui li colori , qui tutte le spezie delle parti dell ' universo son ridotte in un punto , e quel punto è di tanta meraviglia ! O mirabile , o stupenda necessità , tu costrigni , colla tua legge , tutti li effetti , per brevissima via , a partecipare delle lor cause . Questi son li miracoli ! Scrivi nella tua Notomia , come , in tanto minimo spazio , l ' immagine possa rinascere e ricomporsi nella sua dilatazione » . E la Natura sempre gli apparisce , dove si spinga il suo occhio a indagarla , provvidenza ordinatrice di mezzi ai fini ; fini insieme armonizzanti a comporre la vita del tutto . Così nell ' occhio dell ' uomo , così nelle narici dei cavalli , che gli stolti usavano tagliare « come se credessino la natura avere mancato ne ' necessarie cose , per le quali li omini abbiano a essere suoi correttori » ; così nella disposizione delle foglie negli ultimi rami delle piante ; così per tutto . Anche il male , per Leonardo , è strumento di bene . E una legge razionale , e ferrea perché tale , nella sua teleologia stringe il cosmo nelle sue parti infinite : « Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi in suo essere » e « tutti li elementi , fori del loro naturale sito , desiderano a esso sito ritornare » ; e « il moto violento , quanto più s ' esercita più s ' indebolisce ; il naturale fa l ' opposto : liberamente , più obedisce » . VI Con questo concetto della natura siamo sulla via del naturalismo ; ma non del naturalismo scientifico di Galileo , bensì di quello metafisico di Bruno e di Campanella , che naturalizzano lo spirito , ma spiritualizzano la natura , come , dopo Platone e gli Stoici , aveva fatto la filosofia alessandrina , al cui risorgimento in Firenze Leonardo assistette e partecipò , senza attrattiva , di certo , pei problemi propriamente speculativi , anzi con qualche disdegno per le dispute e il gridio delle scuole filosofiche , ma pur respirando nell ' aria del suo tempo le idee già penetrate nella mente di tutti gli spiriti colti , con cui fu in contatto quotidiano . Da quelle idee egli , pittore , ma , come altri artisti del suo tempo , studioso profondo della tecnica della sua arte , e portato quindi dal genio possente e veloce alla scienza propriamente detta , in cui si risolve ogni tecnica , trasse l ' intuizione di quella natura , a cui rivolse il suo sguardo acutissimo e universale . Universale , com ' egli amava dire , non pensando all ' universo , che come infinito sapeva non esistere , ma all ' universalità della vita attraverso il numero inesauribile delle sue forme , e quindi alla necessità per l ' umano ingegno di non chiudersi dentro nessun limite , ma di spaziare liberamente , instancabilmente , sine lassitudine secondo un motto leonardesco . E lo stesso atteggiamento scientifico del suo spirito assumeva pertanto aspetto filosofico per i suoi presupposti ; e si scaltriva e confermava nella coscienza di alcuni canoni metodici fondamentali . Che sono sostanzialmente due : quello dell ' esperienza , base del conoscere , di cui abbiamo già detto ; e quello della matematica come determinazione esatta della ragione o legge naturale , accessibile mediante l ' esperienza . Concetto di cui Leonardo s ' impadronisce - - era nella scienza contemporanea e nella stessa filosofia , a cui , m ' è parso di doverlo riconnettere ; - - vi insiste con la forza ingenita e la perspicuità somma del suo intelletto ; e lo svolge ed assoda con una coscienza , che anticipa anche qui Galileo . La matematica a lui , come al grande Pisano e a Cartesio , rappresenta il tipo del vero sapere scientifico : che , partendo - - son sue parole - - da « li primi veri e noti principii , procede successivamente e con vere seguenzie insino al fine » . Questo è il processo , infatti , dell ' aritmetica e della geometria , « che trattano con somma verità della quantità discontinua e continua » . « Qui » , è sempre Leonardo che parla , « non si arguirà , che due tre facciano più o men che sei ; né che un triangolo abbia li suoi angoli minori di due angoli retti » ( l ' esempio che torna sempre sul labbro del più grande dei filosofi matematizzanti , Benedetto Spinoza ) ; « ma con eterno silenzio resta distrutta ogni arguizione , e con pace sono fruite dalli loro devoti : il che far non possono le bugiarde scienze mentali » . La matematica suggella l ' immagine della natura , che anch ' egli , col Rinascimento che già s ' avanza , vagheggia ed ama quale perfetta rivelazione dell ' eterno potere . Alla cui mente sovrana non ardisce alzare lo sguardo ; e contentandosi delle sue anatomie , si svolge sdegnoso contro gli stolti che « vogliono abbracciare la mente di Dio , nella quale s ' include l ' universo , come se l ' avessimo anatomizata . O stoltizia umana , non t ' avedi tu che se ' stata con teco tutta la tua età , e non hai ancora notizia di quella cosa che tu più possiedi , cioè della tua pazzia ! E volli a poi con la moltitudine dei soffistichi inganare te e altri , splezando le matematiche scienze , nelle qual si contiene la vera notizia delle cose .... ; e voi poi scorrere ne ' miracoli , e scrivere e dar notizia di quelle cose di che la mente umana non è capace , e non si posson dimostrare per nessun esemplo naturale » . VII La mente di Dio va cercata negli esempi naturali , così come l ' idea dell ' artista splende nell ' opera sua . La quale non è per Leonardo - - naturalista dunque , ma , ripeto , platonico - - la copia della natura sensibile , ma l ' effigie dell ' idea . Onde , esaltando la sua pittura , egli potrà dire con pienezza d ' intenzione filosofica : « Qual poeta con parole ti metterà innanzi , o amante , la vera effigie della tua idea con tanta verità , qual farà il pittore ? » . Il quale , perciò , non imita , ma crea . « Se ' l pittore voi vedere bellezze che lo innamorino , egli n ' è signore di generarle ; e se voi vedere cose mostruose che spaventino , o che sieno buffonesche e risibili , o veramente compassionevoli , ei n ' è signore e dio . E se voi generare siti e deserti , lochi ombrosi e freschi ne ' tempi caldi , esso li figura , e così lochi caldi ne ' tempi freddi . Se voi valli , se vole dalle alte cime de ' monti scoprire gran campagna , e se vole dopo quella vedere l ' orizzonte del mare , egli n ' è signore ; e se delle basse valli voi vedere gli alti monti , o de li alti monti le bassi valli e spiaggie . E in effetto , ciò ch ' è nell ' universo per essenzia , presenzia o immaginazione , esso lo ha prima nella mente , e poi nelle mani , e quelle sono di tanta eccellenza , che in pari tempo generano una proporzionata armonia di un solo sguardo , qual fanno le cose » . Questa potenza creatrice del pittore è quella divinità dell ' uomo , che il platonismo additava nell ' anima umana e quella per cui esso insegnò a tutto il Rinascimento ad esaltare la dignità e grandezza dell ' uomo nel mondo , di cui anche Leonardo ha detto l ' uomo modello . Leonardo , che , con l ' animo dell ' artista il quale ha tutto nella sua arte , vede nella pittura l ' apice dell ' umana eccellenza , e nell ' occhio , nel divino occhio mentale che scorre per l ' universo e lo idealizza , e si affisa nell ' idea che è sua , canta commosso questa potenza divina dell ' uomo centro e riassunto dell ' universo e signore della natura : lo canta nel Trattato della Pittura in una pagina che ricorda , anche nei particolari , la canzone di Tommaso Campanella in lode dell ' uomo « re , epilogo , armonia , fin d ' ogni cosa » . « Tanto più vale la pittura che la poesia , quanto la pittura serve a miglior senso e più nobile che la poesia . La qual nobiltà è provata esser tripla alla nobiltà di tre altri sensi , perché è stato eletto di volere piuttosto perdere l ' udito e odorato e tatto , che ' l senso del vedere ; perché chi perde il vedere perde la veduta e bellezza dell ' universo , e resta similitudine di un che sia chiuso in vita in una sepoltura , nella quale abbia moto e vita . Or non vedi , che l ' occhio abbraccia la bellezza di tutto il mondo ? Egli è capo dell ' astrologia . Egli fa la cosmografia . Esso tutte le umane arti consiglia e corregge ; muove Pomo a diverse parti del mondo . Questo è principe delle matematiche . Le sue scienzie sono certissime . Questo ha misurato l ' altezze e grandezze delle stelle ; questo ha trovato gli elementi e loro siti ; questo ha fatto predire le cose future mediante il corso delle stelle ; questo l ' architettura , e prospettiva , questo la divina pittura ha generata . O eccellentissimo sopra tutte l ' altre cose create da Dio , quali laudi fien quelle , ch ' esprimere possino la tua nobiltà ? quali popoli , quali lingue saranno quelle , che appieno possino descrivere la tua vera operazione ? « Questo è finestra dell ' umano corpo , per la quale l ' anima specula e fruisce la bellezza del mondo . Per questo l ' anima si contenta dell ' umano carcere ; e senza questo , esso umano carcere è suo tormento . E per questo l ' industria umana ha trovato il fuoco , mediante il quale l ' occhio riacquista quello , che prima li tolsero le tenebre . Questo ha ornato la natura coll ' agricoltura e dilettevoli giardini . « Ma che bisogna ch ' io m ' estenda in sì alto e lungo discorso ? Qual ' è quella cosa , che per lui non si faccia ? Ei move li omini da l ' oriente all ' occidente ; questo ha trovato la navigazione . E in questo supera la natura : che li semplici naturali sono finiti , e l ' opere , che l ' occhio commanda alle mani , sono infinite ; come dimostra il pittore nelle finzioni d ' infinite forme d ' animali et erbe , piante e siti » . Occhio , è chiaro , nella lingua di Leonardo è il pensiero dell ' uomo ; è l ' uomo , che ha riacquistato il senso profondo del suo valore , e splendidamente lo dimostra nello stesso Leonardo , creatore di bellezza immortale e fondatore di una molteplice scienza signoreggiatrice della natura . V LA FILOSOFIA A FIRENZE NELL ' ETÀ MEDICEA I La filosofia dell ' età medicea a Firenze è stata finora studiata più ne ' suoi tratti generali e nell ' estrinseco che nelle sue specifiche e determinate dottrine , nella interna generazione di queste , nel significato che esse ebbero nel loro formarsi e che conservano nella storia del pensiero europeo , per l ' azione che esercitarono in Italia e fuori d ' Italia ; come sarà pur necessario studiarla a volerla ritrarre con pienezza di rappresentazione storica , e come s ' è cominciato a studiarla in questi ultimi anni . Una efficace esposizione dovrebbe perciò procedere lenta per documentate analisi e ragionate dimostrazioni ; per le quali , non est hic locus . Qui io dovrò limitarmi a descrivere in modo succinto e sommario l ' immagine che mi son fatta io di questa filosofia . Immagine che avrà , s ' intende , il valore che avrà , e potrà essere accettata o respinta secondo le idee con cui altri si sarà accostato ad essa e le impressioni che quindi ne avrà ricevute ; segnatamente secondo il concetto che egli abbia del Rinascimento italiano ed europeo , che è poi come dire , niente meno , il concetto di tutta la storia moderna . E per incominciare , distinguo . Divido cioè l ' età medicea in due periodi , la cui profonda differenza credo sia da tener presente per intendere il diverso carattere del pensiero filosofico fiorentino nel Quattrocento e nei due secoli seguenti : - - il periodo creativo della potenza medicea , quando questi grandi mercanti si dimostrano stoffa di principi , di papi , di regine e con Cosimo il Vecchio padre della patria e con Lorenzo il Magnifico domano le fazioni cittadine che avevano impedito al Comune uno stabile assetto , una legge e un ' autorità , e creano lo Stato senza proclamarsene capi , anzi studiandosi di mantenere abito e forma di privati cittadini ; - - e il periodo granducale da Cosimo I a Giangastone , lungo tutta la parabola di splendore e di decadenza del nuovo stato , ormai costituito ma costretto a vivere destreggiandosi tra la Chiesa , la Repubblica Veneta e le grandi potenze straniere ; quando Firenze diventa la Toscana . Tra un periodo e l ' altro la crisi , in cui si chiude tragicamente il passato glorioso morte del Magnifico , calata di Carlo VIII , supplizio di Savonarola , lotta tra palleschi e piagnoni ; nuovi esilii e turbolenze ; finché gli stranieri intervengono a pacificare la città spegnendo le ultime faville della libertà antica e imponendo il Granducato . Di qua dall ' assedio di Firenze è tutta la vita suscitata nell ' età creativa del Comune e dei primi Medici dalle potenti energie dell ' operoso e geniale popolo fiorentino : ricco , attivo , meravigliosamente intelligente , sensibilissimo agli aspetti e alle suggestioni della bellezza e dell ' arte , e perciò veramente geniale e creatore . A codesto periodo che varca la fine del secolo del Magnifico e si protrae d ' un trentennio nel successivo , appartengono i grandi fiorentini , anche se vissuti a lungo nel secolo XVI : Machiavelli , nato nel 1469 , Leonardo , nato nel 1452 , e lo stesso Michelangiolo , nato nel 1475 : tutti spiriti temprati nella prima Firenze medicea . Nella quale convivono compartecipi dello stesso movimento spirituale medicei e anti ­ medicei , letterati e pensatori , umanisti e artisti , epicurei ed asceti , poeti della vita e del godimento e poeti platonizzanti ( basti ricordare Lorenzo stesso de ' Medici , che accoglie nell ' animo e contempera entrambe queste note discordanti ) , un Pulci ( 1432­1484 ) , un Poliziano ( 1454­1494 ) e un Ficino ( 1433­99 ) , un Pico ( 1463­94 ) e perfino un Savonarola , il più austero , il più intransigente spirito religioso dell ' epoca , e iniziatore d ' un moto di riforma interna della Chiesa cattolica e della società durato fino al secolo scorso e forse non ancora spento il più fiero osteggiatore e flagellatore della Firenze medicea , che gli spiriti più religiosi del tempo , Pico e lo stesso Ficino , entrambi ligi a Lorenzo , o non intesero a pieno , o acerbamente condannarono , con modi , o come quelli tenuti dal Ficino non degni d ' un filosofo , dopo che il gran Domenicano aveva scontato nel rogo quelle che agli occhi d ' un pallesco potevano apparire intemperanze d ' un santo fervore ; ma egli stesso , il Savonarola , non sarebbe più visibile nella luce che ne illumina la complessa figura se si staccasse dalla Firenze del Magnifico e del Machiavelli . Anche qui concordia discors . Identico problema , e soluzioni opposte in un contrasto assurdo se il problema , l ' ispirazione , il mondo in cui questi uomini vivono della loro passione e della loro fede , non fosse identico . Oh , se frate Girolamo fosse rimasto a Ferrara o a Bologna , avrebbe anche potuto essere un eloquente e fervido predicatore della riforma dei costumi , ma non sarebbe forse passato all ' azione politica e al supremo cimento con l ' autorità di Roma ! Come Machiavelli non s ' intende senza quel grande laboratorio di sperimentazione politica che è la città sua e lo spirito scientifico sbocciatovi dal fervore umanistico . Né Cosimo né Lorenzo avrebbero trovato altrove materia ed occasioni alla loro genialità politica . Egli è che l ' uomo non deve mai separare ciò che Dio ha unito ; e uomini ed ambienti ( città e tempi ) , concordi o discordi , fanno una sintesi , un ' unità indivisibile a chi ricerca nella storia la vita ond ' essa fu animata e si costituì . II La Firenze medicea è una città d ' intensa vita economica e quindi politica : quell ' inferma ( quale apparve agli occhi di Dante nei momenti pessimistici delle sue peregrinazioni dolorose di vinto e di esule ) quell ' inferma che non può trovare posa sulle piume ; e non la può trovare , perché è giovane , gagliarda , e sente il fiotto del sangue nelle vene , e si muove e cerca se stessa : il glorioso Comune , diviso , discorde , ma rigoglioso , operoso , potente , ricercato per tutto , apprezzato , ammirato . Come ogni giovane , cerca se stesso ; cerca e non trova la pace , l ' unità , lo Stato . Pure , chi cerca trova ; e il male non è non aver trovato , ma non cercare . E la città in cui Coluccio , il Bruni , il Niccoli , il Poggio , Ambrogio Traversari e Palla Strozzi hanno raccolto e continuano lo spirito del padre dell ' umanesimo , il Petrarca : scopritore d ' un nuovo mondo , che fa cadere in discredito la vecchia cultura medievale e la filosofia delle scuole ; e gli animi si rivolgono a un nuovo ideale , nel cui concetto è il segreto della storia di Firenze medicea , ossia dell ' Italia del Rinascimento . A questo ideale accenna il nuovo culto di Platone , dapprima conosciuto solo per fama , e pure amato ardentemente ( « com ' uom per fama s ' innamora » ) , superstiziosamente , a segno che un codice de ' suoi dialoghi nella lingua originale si costodisce come un tesoro inestimabile ancorché non si sappia ancora leggere e appena forse decifrare ; e nulla più si desidera che mettersi in grado di procurarsene una traduzione latina . poiché Platone , con l ' autorità conferitagli dagli alti elogi che se ne leggeva nei Padri della Chiesa e nei classici più pregiati , per es . Cicerone , avrebbe finalmente liberato le menti dal servaggio aristotelico proprio degli epigoni della filosofia scolastica e degli insegnamenti frateschi a cui al tempo di Dante ogni uomo aspirante a una cultura superiore era costretto a far capo . E poiché l ' aristotelismo della decadenza succeduto ai grandi sistemi del XIII secolo troppo indulgeva alle tendenze naturalistiche della filosofia araba da una parte e alle sottigliezze sterili e oziose o almeno prive d ' ogni afflato morale della così detta dialettica degli eterni lambiccatori di termini concettuali , la riscossa operata da Platone s ' intendeva dovesse essere risorgimento dello spirito e degli interessi profondi , morali e religiosi , del cuore umano . Il quale ha bisogno di una fede - - fede nello spirito , nella sua sostanzialità e quindi libertà ed immortalità , - - per poter credere che l ' uomo sia capace di cosa che valga . Questo virtuale platonismo , che è antiaristotelismo ( e , propriamente , antiaverroismo , antioccamismo ) , è nel Petrarca . Ed è l ' aspirazione degli umanisti fiorentini , che si mettono sulle sue orme e fanno scuola , anche fuori di Firenze , poiché , per citare uno dei nomi maggiori , Lorenzo Valla a Roma e a Napoli muove da loro . E imparano essi il greco ; e appena possono , se ne servono a tradurre Platone . Sono Platonici ? Sono scontenti della scienza tradizionale delle scuole ; e cercano altro . Cercano , perché tra l ' esperienza della vita vissuta intensamente , nell ' ade che li attrae e incanta o nel tumulto della vita cittadina dove ognuno tanto vale quanto è capace di farsi valere con l ' intelligenza e con la volontà , e tra l ' esempio e gli ammaestramenti del Petrarca sulla nuova via da lui aperta e trionfalmente percorsa per lungo tratto tra l ' ammirazione universale dell ' Europa colta per l ' eminente sua personalità e per il suo spirituale dominio , frutto non di superiori investiture o di privilegi naturali , ma dell ' attività , dell ' applicazione , dello studio dell ' intelligenza quindi addestrata e nobilitata , questi umanisti sentono , sebbene oscuramente , una grande verità : che l ' uomo è figlio di se stesso ; che vera nobiltà non è quella della nascita bensì quella delle opere ; che a torto gli uomini attribuiscono alla fortuna quel che , a ben riflettere , è sempre il frutto del loro operare ; e che insomma ognuno ha in se stesso il germe del mondo in cui aspira a vivere : purché voglia , purché pensi , e accumuli esperienze e dottrina , e legga perciò e metta a profitto più che può della sapienza dei secoli tramandata nei libri , eredità preziosa e sacra degli uomini che si sveglino dalla vita istintiva per partecipare al mondo proprio degli uomini . È che è il mondo della cultura : un mondo senza tempo , in cui tutti si ritrovano infatti concittadini della stessa città , i vivi con i morti , con gli antichi risorti a nuova vita per virtù del lettore ed interprete , che , ridando la vita ai trapassati , instaura un mondo immortale : quello dell ' uomo che in ogni tempo è sempre il medesimo , come il Sole e la Terra ; e agisce sempre a un modo ; con gli stessi vizi , le stesse virtù , lo stesso sentire e la stessa logica . Un mondo , a cui ci si solleva con l ' intelligenza , estraniandoci e liberandoci dai vincoli e limiti , e dai fastidi della vita reale e quotidiana . Un mondo ideale , ma più luminoso del mondo reale e più conforme perciò ai bisogni spirituali dell ' uomo . Mondo di libertà , in cui il petto dell ' uomo si apre infatti a un respiro infinito e sente in sé non so che divino . Giannozzo Manetti , il bonario Giannozzi , e pur uomo dottissimo e meditativo , potrà , varcata la cinquantina , esser costretto da esosi fiscalismi a lasciare la sua città ; a cui aveva resi tanti servigi come diplomatico esperto : ma porterà , a Roma ed a Napoli , la sua patria nel cuore e nella mente ; e quando , ad invito del re Alfonso d ' Aragona , scriverà il suo celebre trattato De dignilate et excellentia hominis ( 1452 ) , non farà che formulare la fede profonda dell ' umanesimo fiorentino . La Firenze medicea è infine la città del Concilio di Eugenio IV ( 1439 ) succeduto a quello di Ferrara dell ' anno prima : l ' uno e l ' altro per l ' unione delle due Chiese greca e romana . Un concilio che fallì allo scopo per cui era stato convocato , poiché se non impossibile sarà sempre difficile che si transiga in materia di dommi . Non fu però un fallimento per la storia dello spirito umano che se ne giovò per un ' unione non religiosa ma filosofica , che doveva produrre effetti di capitale importanza non pure nello svolgimento del pensiero speculativo , ma in tutto l ' indirizzo della moderna civiltà europea . Giacché quell ' occasione fece venire a Firenze filosofi greci , ossia bizantini , come Giorgio Gemisto ( il celebre Platone , che per amor di Platone si compiaceva di questo equivalente del suo cognome ) e il Bessarione : l ' uno fermo nella sua filosofia che , contaminando platonismo e neoplatonismo con dottrine zoroastriche , vagheggiava certo suo ideale di religione razionale sincretistica arieggiante a un ritorno al vecchio paganesimo greco ; l ' altro zelatore convinto della fusione delle due Chiese e tanto dotto nella filosofia di Platone come di Aristotele quanto sincero nella sua fede cristiana e aperto all ' intelligenza dello spirito della Chiesa latina , alla quale personalmente aderì e nella quale venne in grande autorità , nominato cardinale , universalmente stimato e diventato uno de ' più attivi promotori della cultura italiana della seconda metà del Quattrocento , con i suoi scritti e con tutta l ' opera sua : memorabile sopra tutto per la ricca collezione di manoscritti raccolta e donata a Venezia , prezioso nucleo originario della Marciana . Intorno a loro molti i dotti greci venuti a Firenze o in altre città d ' Italia per causa del Concilio o perché costretti a cercare l ' Occidente dopo la caduta di Costantinopoli in mano dei Turchi anch ' essi in varia guisa e misura efficaci collaboratori del nuovo orientamento della cultura italiana : l ' Argiropulo , Demetrio Calcondila , Costantino Lascaris , Giorgio da Trebisonda , Teodoro Gaza , Michele Apostolio . Essi resero familiare in Italia la cognizione del greco , agitarono questioni intorno alla interpretazione dei due maggiori filosofi greci : con le loro polemiche , con i loro insegnamenti , con le loro dispute appassionate ed appassionanti attrassero gli animi verso quel mondo luminoso , di cui di tratto in tratto solo qualche bagliore aveva solcato il cielo della cultura medievale . Gemisto parve a Firenze un redivivo Platone . Un suo biografo bizantino ricorda : « Di quanta ammirazione eran pieni i Romani in Firenze per la dottrina , la virtù , la forza dell ' eloquenza di quell ' uomo ! Egli riluceva in mezzo a loro più splendido del sole . Gli uni lo magnificavano come il dottore e il benefattore comune degli uomini , gli altri lo chiamavano Platone e Socrate » . Non importa che egli fosse il più risoluto e gagliardo avversario dell ' unione delle due Chiese : la dottrina , la gravità dell ' aspetto del sapiente vegliardo conquistavano gli animi . Ai circoli dove Platone disputava , accorrevano avidi di ascoltarlo i fiorentini che erano tutti come presi da una febbre di sapere , di scrutare , di scoprire il nuovo mondo misterioso che era stato loro additato come racchiudente il segreto della vita . Mai infatti una città ha avuto una classe colta così relativamente numerosa ; raffinata , scossa dai nuovi bisogni spirituali e ansiosa di luce . A quei circoli accorreva anche il primo dei cittadini di Firenze , Cosimo de ' Medici . E tanti anni dopo Marsilio Ficino nel dedicare la sua traduzione di Plotino a Lorenzo , rifacendo la storia del movimento platonico fiorentino , non poteva non ricordare Cosimo padre della patria , il quale quo tempore concilium inter Graecos atque Latinos sub Eugenio pontifice Florentiae tractabatur , Philosophum graecum nomine Gemistum , cognomine Platonem , quasi Platonem alterum , de mysteriis platonicis disputantem frequenter audivit . Ascoltava curioso l ' intelligente uomo quelle dispute ; e , da quello spirito pratico che era , veniva pensando che qualche cosa si doveva pur fare a Firenze a coronamento del vasto rinnovamento spirituale evidente in questa nuova Atene . Alla quale infatti mancava soltanto la gloria d ' un alto pensiero per potersi in tutto paragonare all ' antica , ma non mancavano certo né ingegni né fervore di studi . Bisognava creare una nuova accademia , una grande scuola capace di ridestare e riprendere l ' insegnamento del grande maestro ateniese , morto da tanti secoli e pur sempre vivo , di riaccendere quella gran luce di cui tanti sprazzi si riversavano nei dotti discorsi del venerando maestro ottantenne di Bizanzio . Allora , secondo il Ficino , si sarebbe formato nella mente di Cosimo il disegno della futura Accademia platonica di Firenze ; disegno che doveva attuare ventanni dopo , quando conobbe nel 1459 Marsilio stesso , giovane ventiseenne , figliuolo del suo medico e familiare Diotifeci , e gli parve la persona che per certi scritti platonici già pubblicati e pel suo buon avviamento nello studio della lingua greca facesse per lui . E volle confortarlo all ' impresa , prenderlo sotto la sua protezione , procurargli manoscritti , agevolargli in ogni modo gli studi a cui doveva dedicarsi , assicurargli materialmente una vita libera da cure e bisogni che potessero distrarlo e impedirgli di percorrere il cammino assegnatogli : tradurre e illustrare Platone e i suoi seguaci maggiori . Quale che sia il valore del racconto ficiniano - - del resto in tutto attendibile - - non si può contestare che il movimento ficiniano in cui sbocca , tutto il platonismo umanistico dal Petrarca a Leonardo Bruni , deriva pure dall ' azione esercitata da Gemisto sullo spirito dei dotti fiorentini a mezzo il secolo decimoquinto ; e che detto movimento con le sue conseguenza storiche che sono , come or ora diremo , di grande portata , è effetto dell ' incontro avvenuto in questo tempo a Firenze tra la estrema e vecchia speculazione bizantina e il giovane umanesimo italiano . Perché tra noi , a Firenze , Gemisto trovò preparato il terreno , anzi una pianta robusta e rigogliosa , in cui potesse innestarsi e riprender vigore , per nuovi germogli vitali , questo ramo stanco del sincretismo platonico che era la sua dottrina , destinata , invece , nella sua terra d ' origine a disseccarsi e inaridire . D ' altra parte , quell ' umanismo di stile petrarchesco che si ritrova ancora nel Manetti , poteva bensì ringagliardire nell ' uomo la coscienza della propria dignità e potenza ossia della sua libertà : ma in un modo tutto letteratura ed arte , e quindi reale bensì e capace di dare gioia agli uomini , ma astratto , parziale , insufficiente , incapace di dare una ragione a tutta la vita , non pure estetica , ma morale , e quindi politica , e religiosa . Platone aveva una fede ; aveva cioè una risposta ai problemi che tormentano l ' uomo , facendogli cercare un perché alla vita e alla morte , di là da quel mondo infinito e pur breve in cui egli può chiudersi e spaziare con l ' intelligenza e con l ' arte . La sua dottrina , razionale o fantastica , mista di idee e di miti , traeva comunque l ' uomo da sé dal suo mondo , e lo metteva di fronte a Dio : dalla luce magari lo traeva al mistero . Si , al mistero . Ma a quel mistero a cui non vale volger le spalle per contentarsi di quel tanto che possono dare ragione e fantasia . Questo mistero , questo divinum quid , è poi la serietà della vita , che prima o poi assale l ' uomo che s ' abbandoni alla tripudiante baldanza dell ' umanità contenta di sé , chiusa nella sua effimera gioia e trascorrente nel canto spensierato : Quant ' è bella giovinezza che si fugge tuttavia ! Chi vuol esser lieto , sia di doman non c ' è certezza .... Non fatica , non dolore ! Ciò c ' ha a esser , convien sia . Chi vuol esser lieto , sia ; di doman non c ' è certezza . Cotesto mistero , che costringe a pensare , e a pensare seriamente , nasce nella filosofia italiana , prima umanistica , letteraria , filologica , da questo incrocio bizantino che la Firenze medicea opera attraverso la filosofia ficiniana , che è ancora filologia , ossia interpretazione dei testi platonici e neoplatonici , ma è già piena ed intera filosofia , degna di un ' età eminentemente mistica ed energicamente religiosa com ' è quella della Firenze di Savonarola . Vi concorrerà Giovanni Pico della Mirandola , adunatore di ogni dovizia di pensiero e di mistero della greca , filosofia e della orientale , e nella sua breve vita agitatore d ' ogni umana sapienza intorno al mistero dell ' anima celante nel suo segreto un divino principio , infinito , immortale , creatore ; il Pico , signore di cortesia e di disputazione , cavaliere ardito e indomito , malgrado ogni minaccia , rampogna o condanna di questa filosofia tutta protesa nello sforzo di dare una vasta fede all ' uomo che pensa e riflette . Egli susciterà la meraviglia universale per l ' erudizione portentosa come per l ' audacia delle sue asserzioni . Attorno al Ficino studiosi provetti e giovani di elette inclinazioni speculative faranno corona , e con lui si esalteranno nel culto di Platone , come Ficino lo celebra , erede e rappresentante massimo d ' ogni più antica sapienza e maestro fedelmente seguìto nei secoli dai platonizzanti d ' ogni tempo , Greci e Latini , pagani e cristiani ; maestro di una sapienza comprovata nel volger dei tempi attraverso una tradizione tanto più salda di verità quanto più estesa nel tempo , con dottrine pur divergenti e divergenti credenze religiose . Grande Platone , maestro d ' una verità che è la rivelazione dell ' uomo a se stesso , per quel fondo comune di umanità per cui tutte le genti convengono in una sola religione , in una sola fede , in una sola filosofia . A questa , quale si viene delineando a mano a mano che il Ficino traduce e commenta Platone , Plotino , Porfirio , Proclo , Dionigi l ' Areopagita ed Ermete Trismegisto ( il più suggestivo e misterioso , se anche il meno puro dei pensatori neoplatonizzanti ) e ne svolge il pensiero in proemi , trattati e lettere , raccogliendo da ultimo il tutto nella sua opera maggiore della Theologia Platonica , si volgono tutte le menti anche dal resto d ' Italia , anche dai Paesi che oltr ' alpe l ' Umanesimo italiano aveva riscossi dal vecchio dogmatismo della cultura medievale da Parigi , dall ' Inghilterra , dalla Germania , dalla Boemia , dall ' Ungheria . « Virtus et sapientia tua » , scriveva da Parigi al Ficino il I ° settembre 1496 Roberto Gaguin , « Ficine , tanta in nostra Academia Parisiensi circumfertur , ut cum in doctissimorum virorum collegiis , tum in classibus etiam Puerorum tuum nomea ametur atque celebretur » . Il carteggio ficiniano , che una volta gli Italiani si risolveranno a leggere e a ristampare in una edizione critica ( richiesta dalle redazioni manoscritte che ce ne attestano la formazione ) apparirà qual ' è , uno dei più luminosi documenti dell ' impero spirituale dell ' Italia del Rinascimento sull ' Europa , e dimostrerà come largamente si sia diffusa l ' azione del Ficino fuori di Firenze e fuori d ' Italia . Esso ci fa intendere come e perché i nuovi problemi posti dal platonismo fiorentino - - religione naturale , innatismo , immortalità dell ' anima , centralità dell ' uomo , e cioè del pensiero , nel mondo , divinità del mondo rispecchiantesi nel microcosmo dello spirito umano - - siano diventati i problemi di Herbert di Cherbury , dei platonisti e mistici della scuola di Cambridge nel secolo diciassettesimo , e prima che di essi , di Telesio , Patrizi , Bruno , Campanella , e infine , come oggi tutti gli studiosi riconoscono , di Giambattista Vico : lievito potente di tutto il pensiero moderno , poiché senza la religione naturale di Herbert , anzi di Campanella , non s ' intende il razionalismo del Settecento ; senza l ' innatismo di Cambridge non s ' intende la critica di Locke , né quindi Leibniz e Kant . Senza il naturalismo del Ficino che si sviluppa in quello di Telesio , non si ha né Bruno ne Campanella ; né si crea l ' atmosfera di Cartesio e di Spinoza . Senza Vico rimane chiusa la via regia alla nuova filosofia come filosofia dello spirito . IV Ancora . Al cerchio del pensiero ficiniano non si sottraggono in Italia neanche pensatori che per la corrente e tradizionale storia della filosofia passano per i corifei dell ' indirizzo opposto alla metafisica ficiniana : Leonardo p . e . o Galileo , dei quali invece è da pensare che siano tra i maggiori intelletti che ebbero ispirazione e norma di pensare dal capo dell ' Accademia fiorentina . Leonardo , molto più giovane del filosofo , si formò per altro nella Firenze dei tempi stessi del Ficino . In un inedito poema incompiuto , posteriore alla morte del Ficino , uno scolaro di questo , Giovanni Nesi , autore di varie scritture platoniche , lo ricorda così : In carbon vidi già con arte intera Imago veneranda del mio Vinci Che in Delo e in Creta e Samo me ' non era Amico Leonardo del Nesi e forse del pari di Bernardo Canigiani e di Niccolò Capponi , anch ' essi complatonici , come si chiamavano , del Ficino ; familiari pertanto a lui certamente gli scritti e i pensieri dei platonici fiorentini . E come si potrebbe pensare quest ' uomo ardente di tutto vedere e sapere , indifferente a un movimento spirituale a cui tutti si interessano , filosofi e poeti , letterati e artisti , al suo tempo , nella sua città ? È stato già messo in chiaro quanto si siano allontanati dal vero gli storici che hanno scambiato il concetto vinciano della esperienza sensibili col concetto che ne hanno gl ' ingenui empiristi puri , antichi e moderni ; e come egli al di sopra della percezione sensitiva collochi un « giudizio » o « ragione » , che è organo di una cognizione superiore e necessaria , alla quale ogni esperienza deve chiedere il sigillo della verità . « Ricordati » dice egli a se stesso , « quando comenti l ' acque , d ' allegar prima la sperienza e poi la ragione » . Senza la quale non c ' è scienza . Per Leonardo in natura , dalla ragione si scende al fatto che ci dà l ' esperienza ; nella mente umana , dal fatto si risale alla ragione . Altrove , come già fu avvertito , dice netto che « nessun effetto è in natura sanza ragione . Intendi la ragione , e non ti bisogna sperienza » ( Cod . Atl . , 147 v . ) . È insomma il doppio processo o circolo platonico , che riecheggia in Spinoza e in Schelling : come nel nostro Gioberti : discensivo prima e ascensivo poi . Anche per Leonardo la vera scienza è nella ragione ; è perciò necessaria ; e perciò matematica . Come più tardi per Galileo . E par di sentire Galileo a leggere l ' esaltazione delle matematiche come forma necessaria e schiettamente logica d ' ogni perfezione scientifica . Nel Trattato della Pittura : « Nissuna umana investigazione si pò dimandare vera scienzia , s ' essa non passa per le mattematiche dimostrazioni . E se tu dirai che le scienzie , che principiano e finiscono nella mente , abbiano verità , questo non si concede , ma si niega , per molte raggioni e prima , che in tali discorsi mentali non accade esperienzia senza la quale nulla dà di sé certezza » . Accenti galileiani anche più espliciti sono più oltre , e giova udirli : « Dove si grida non è vera scienzia perché la verità ha un solo termine , il quale essendo pubblicato , il letigio resta in eterno distrutto ; e s ' esso litigio resurge , la ( è ) bugiarda e confusa scienzia , e non certezza rinata . Ma le verie scienzie sono quelle che la sperienza ha fatto penetrare per li sensi e posto silenzio alla lingua de ' litiganti , e che non pasce di sogno li suoi investigatori , ma sempre sopra li primi veri e noti principi precede successivamente e con vere seguenzie insino al fine , come si dinota nelle prime matematiche , cioè numero e misura , detta aritmetica e geometria che trattano con somma verità della quantità discontinua e continua » . Infine , « nessuna certezza è dove non si po ' applicare una delle scienze matematiche o ver che sono unite con esse matematiche » Pensieri che non sono contraddetti come è stato creduto da ciò che è affermato intorno alle matematiche nelle celebri Tesi di Pico della Mirandola ( e che sarà presso a poco riaffermato più tardi dal Vico ) ; poiché tali affermazioni non si riferiscono alla necessità né alla certezza del pensare matematico , a cui mirava Leonardo , ma alla consistenza dell ' oggetto a cui la matematica si rivolge , e alla differenza profonda del metodo proprio della geometria e di quello che invece si confà alla poesia e alla filosofia . Giacché in verità intorno al valore formale e logico delle scienze matematiche l ' origine del concetto che è in Leonardo e si ritroverà in Galileo e in Cartesio non si intenderebbe mai da chi non si rifacesse dalla tradizione platonica . Per Ficino basta leggere i suoi Collectanea al Filebo . Ma gli spunti platonizzanti di Leonardo - - conviene insistervi per farla finita con la falsa idea di un Leonardo antificiniano - - sono frequenti tra le sue note . Qualche esempio : « Qual poeta con parole ti metterà innanzi , o amante , la vera effige della tua idea con tanta verità , qual farà il pittore ? » . È una reminiscenza che s ' incontra nel Trattato della pittura , Oltre i detti gia citati del Codice Trivulziano « I sensi sono terestri : la ragione sta for di quelli quanto contempla » e quest ' altro appunto : « Il corpo nostro è sottoposto al cielo e lo cielo è sottoposto allo spirito » : nel manoscritto H ( 56 r . ) è un accenno di sapore bruniano , che riecheggia motivi platonici : « Tutto tuo discorso ha a concludere la terra essere una stella quasi simile alla luna . E così proverrai la nobilità del nostro mondo » . E quest ' altro nel manoscritto H ( 89 v . ) : « Faciano nostra vita coll ' altrui morte . Ne la cosa morta riman vita di sensato , la quale , ricongiunta agli stomaci de ' vivi , ripiglia vita sensitiva e intellettiva » . E nello stesso manoscritto : « L ' acqua che surgie ne ' monti è il sangue che tiene viva essa montagnia . E forata in essa o per traverso essa vena la natura , aiutatrice de ' suoi vivi , sendo abondante nell ' aumento di volere vincere il mancamento del versato omore , quivi con curioso socorso abonda , a similitudine del loro percorso nell ' omo , e si vede , per lo socorso fato , multiplicare il sangue sotto la pelle » ( 77' ) . E anche quest ' altro del Trivulziano ( 29' ) : « Ogni omo sempre si trova nel mezo del mondo e sotto il mezo del suo emisferio e sopra il cientro d ' esso mondo » : che ricorda il famoso detto ermetico ( di quell ' Ermete filosofo , il cui nome si trova segnato per memoria nel Manoscritto M : il Trismegisto , tradotto ed esaltato da Ficino e dai ficiniani ) , il famoso detto affermante l ' infinità del mondo e l ' umanità che lo pervade e vi si slarga ed attua infinitamente . Il gran concetto spinoziano della virtù premio a se stessa , d ' origine platonica e stoica ricorrente nel Ficino come nel Pomponazzi , ecco è anch ' esso già in un appunto di Leonardo : « Non si dimanda ricchezza quella che si può perdere . La virtù e solo nostro bene ed è vero premio del suo possessore . Lei non si può perdere , Lei non ci abbandona , se prima la vita non ci lascia . Le robe e le esterne dovizie sempre le tieni con timore , e ispesso lasciano con iscorno e sbeffato il loro possessore » ( Ash , 134 v . ) . Infine , una curiosità , ma significativa . Da Giorgio Gemisto a Tommaso Campanella il sole , dator di vita e sorgente di luce , è motivo costante di esaltazione pei filosofi che in esso vedono simboleggiata , anzi rappresentata la stessa divinità . Nei manoscritti vinciani è una specie di Inno al sole ( Lalde , cioè Laude , del sole , come egli dice ) , di cui egli stesso cita le fonti : La spera di Goro Dati , e gl ' Hymni naturales del Marullo ; ma il cui motivo era si può dire , nell ' aria , nella Firenze ficiniana del suo tempo ; e anche il Ficino aveva scritto un De Sole : Se guarderai le stelle sanza razi ( come si fa a vederle per un piccolo foro fatto colla strema punta da la sottile acuchia e que ( sto ) posto quasi a tocare l ' ochio ) , tu vedrai esse stelle esser tanto minime che nulla cosa pare minore . E veramente la lunga distanzia dà loro ragionevole diminuizione , ancora che molte vi sono che son moltissime volte maggiori che la stella che è la terra coll ' acqua . Ora pensa quel che parebbe essa nostra stella in tanta distanzia ; e considera poi quante stelle si metterebbe e per longitudine e latitudine infra esse stelle , le quali sono terminate per esso spazio tenebroso . Mai non posso fare ch ' io non biasimi molti di quelli antichi , li quali disono che ' l sole non avea altra grandezza che quella che mostra . Fra ' quali fu Epicuro .... Ben mi maraviglio che Socrate biasimassi questo tal corpo , e che dicessi quello essere a similitudine di pietra infocata . È certo che chi lo ponì di tale errore , di poco pecò . Ma io vorrei avere vocaboli che mi servissimo a biasimare quelli che vollon laldare più lo adorare li omini che tal Sole , non vedendo nell ' universo corpo di magiore magnitudine e virtù di quello . El suo lume allumina tutti li corpi celesti che per l ' universo si compartano . Tutte le anime discendan da lui , perché il caldo ch ' è nelli animali vivi vien dall ' anime , e nessuno altro caldo né lume è nell ' universo . E cierto costoro che han voluto adorare omini per iddei , come Giove , Saturno , Marte e simili , han fatto grandissimo errore , vedendo che , ancora che Pomo fusi grande quanto il nostro mondo , parebe simile a una minima stella , la qual pare un punto nell ' universo ; e ancora vedendo essi omini mortali e putridi e coruttibili nelle lor sepolture » . V . Ho nominato Machiavelli : ficiniano , platonizzante anche lui nel suo concetto della « virtù » come essenza dell ' uomo domatore della fortuna e fabbro del suo mondo , lo Stato . Ho nominato Galilei , stella di prima grandezza nel firmamento fiorentino mediceo : egli e i suoi dell ' Accademia del Cimento onore e lustro del granducato . Anche lui tutto compreso dell ' alto concetto dell ' uomo , che Manetti , Ficino e Pico avevano additato : anch ' egli audacemente convinto che ci sia una scienza umana identica non per estensione sì per intensità o valore alla divina ; limitata bensì alle matematiche forse per quelle stesse considerazioni che Marsilio aveva indicate nel suo Commentario al Parmenide e che saranno svolte più tardi dal Vico ; anch ' egli disposto e pronto ad esaltarsi e commuoversi nella coscienza della grandezza e potenza dell ' ingegno umano , anche in mezzo alle severe speculazioni scientifiche de ' suoi Massimi sistemi ; anch ' egli dell ' opinione di Platone e di tutti i platonici che la scienza non venga all ' uomo dal di fuori , ma l ' abbia dentro , e soltanto dal proprio interno possa cavarla . Innatismo nel Galilei , protoparente dei positivisti della nostra fanciullezza ? Ebbene , si rilegga il luogo dei Massimi sistemi dove Galileo ammonisce che nulla s ' insegna quando si tratti di verità necessarie , e che quando uno non sa la verità da per sé è impossibile che altri glie ne faccia sapere ; poiché tante cose si sanno quantunque non siano avvertite . Poté dunque il pensiero toscano nel periodo granducale calare di tono e dai grandi problemi della vita a cui Platone l ' aveva educato , tornare alla disciplina di particolari problemi dell ' esperienza e però della natura esterna , ma non lasciò più la via sulla quale s ' era incamminato . Alla filosofia succede la scienza e grandeggia . Ma l ' ispirazione antica non si spegne ; e quella voce solenne che da Firenze aveva rinfrancato l ' uomo del Rinascimento e inculcatagli la fede in sé medesimo , nel suo divino ingegno , nella sua stessa volontà possente , riscuote i petti di altri Italiani che in altre provincie italiane , nel mezzogiorno , erano più duramente provati dalla tirannia delle scuole e della Chiesa e dello Stato , e costretti a ricercare in se medesimi , per entro ai vigilati chiostri , nel buio delle umide prigioni , tra torture fisiche e morali , la forza di pensare , e cioè la libertà e la vita . Quella voce giganteggia e si fa più solenne sulla bocca di un filosofo calabrese , il Campanella , che sperò un momento anche lui di riparare all ' ombra tranquilla del Granducato in Toscana ; e ha tutto l ' impeto dell ' estro religioso . Il suo ispirato canto è noto al lettore di questo libro ; ma va qui ricordato come il suggello di questo glorioso periodo del pensiero italiano . VI BERNARDINO TELESIO I Dietro al chiarore del Rinascimento , sullo sfondo dell ' orizzonte , s ' addensa ancora la nebbia medievale ; e la luce nascente s ' imporpora dei riflessi fumiganti di quella nebbia , che il sole alto , splendente nel mezzo del cielo , spazzerà , quando agli albori antelucani sarà successo il gran giorno dell ' età moderna . In quella prima ora le vecchie idee sono morte ; ma , anche morte , rimangono nel pensiero umano , e l ' impediscono e l ' opprimono con la gravezza di ciò che , estraneo alla vita , ne impedisce il cammino . Le idee nuove , quelle che sono anche oggi la sostanza del nostro spirito , vengono annunziate , anzi affermate con la vivacità impetuosa e fremente , con l ' entusiasmo gioioso della giovinezza , che ha per sé l ' avvenire e non sente il passato che si lascia alle spalle . Ma la loro affermazione per noi è piuttosto un annunzio : manca lo sviluppo logico , in cui è la vita concreta delle idee , e manca l ' integrazione , che il lembo della verità intravvista raccolga nella coscienza coerente del tutto , dove ogni parte ha il suo valore organico . E lo sviluppo e l ' integrazione mancano , perché il nuovo è commisto col vecchio e ravvolto nella vecchia scorza ; e si va innanzi , come infatti è dei giovani , senza sapere distintamente che cosa si lascia e che cosa si cerca , e quale il cammino : portati dall ' istinto della vita , che perverrà più tardi alla netta coscienza del nuovo e alla negazione del vecchio . Perciò tutti i pensatori di questa età hanno due facce , e ci presentano contraddizioni , che paiono spiantare i principii stessi del loro filosofare ; e chi guarda a una sola faccia , non riesce più a rendersi conto dell ' altra . E chi ne fa gli iniziatori , a dirittura , del pensiero moderno , e chi li respinge indietro , alla Scolastica dei tempi di mezzo : laddove il loro significato storico è in questa loro posizione tra una filosofia che hanno solo virtualmente superata e una filosofia che del pari solo virtualmente affermano . Trascurare cotesto residuo esanime , che resiste nei loro sistemi alle intuizioni innovatrici , in tutti filosofi , dal Ficino , anzi dal Valla , al Bruno e al Campanella , non è possibile : vien meno tutto il significato di queste medesime intuizioni , che fanno di essi i precursori dei più grandi filosofi moderni ; e non si spiegano più atteggiamenti essenziali e parti vitali del loro pensiero ; ma , sopra tutto , diviene un mistero perché il germe di verità , che essi si recano in mano , rimanga soltanto un germe , la cui vita s ' arresti appena cominciata . II L ' uomo del medio evo si era travagliato in una contraddizione , che si può dire organica , perché ne dipendeva la vita stessa del pensiero . Una contraddizione , i cui termini , se si vuol considerare il processo generale della storia ne ' suoi grandi tratti , si possono designare come la filosofia greca e la fede cristiana : due termini , che il pensiero tentò per tutte le vie , lungo più di un millennio , di conciliare ; ma erano assolutamente inconciliabili sul terreno in cui si era posto . poiché , a dirla in breve , la sua dottrina , che avrebbe dovuto operare la conciliazione , era tuttavia la filosofia greca , cioè uno dei due termini stessi antagonisti . La filosofia greca è il pensiero che si vede fuori di sé : e si vede perciò o come natura , nella sua immediatezza sensibile , o come idea , che non è atto del pensiero che pensa , ma cosa in cui il pensiero si affisa , e che presuppone come verità eterna e ragione eterna di tutte le cose e della sua stessa cognizione parallela alla vicenda delle cose : in entrambi i casi , realtà che è in se stessa quella che è , indipendentemente dalla relazione in cui il pensiero entra con essa quando la conosce . Visione la più dolorosa che l ' anima umana possa avere del proprio essere nel mondo : perché l ' anima umana vive di verità , cioè della fede che sia da pensare quello che essa pensa ; e in quella visione , che è poi la visione eterna della prima riflessione , da cui si dovrà sempre pigliare le mosse , la verità , quel che è veramente , non è nell ' anima umana . La cui condizione permanente e , a dir vero , tragica da quell ' ardente e sensibilissimo amatore dell ' essere eterno o dell ' ideale del mondo , che fu Platone , venne raffigurata nel mito di Eros : mito pregno , nella sua classica serenità , di pathos che direi cosmico : perché l ' aspirazione fervente al divino , che è l ' Amore di Platone , e che nella sua forma più alta è la filosofia , non è solo lo sforzo supremo in cui si concentra l ' anima umana , ma culmina in questa e affatica l ' universo , tormentato tutto dal desiderio di qualche cosa che , essendo il suo vero essere , è fuori di esso . Mito , che , con tutto il suo pathos , può essere intanto sereno , perché l ' occhio dell ' idealista greco è attratto dalla bellezza dell ' ideale lontano , e vi si affisa , e gli sfugge la miseria infinita dell ' amante senza speranza . In questa visione , quando , per opera principalmente dello stesso Platone , la verità della natura sensibile e mortale si rifrange nelle forme ideali , ond ' essa si rivela al pensiero ne ' suoi vari aspetti , e diventa sistema di idee , tutta la scienza , nel suo proprio assetto , quale possesso adeguato della verità , non apparisce come il perenne lavoro della mente e la celebrazione dell ' ufficio supremo del mondo , ma quasi un che di remoto dalla realtà , astratto ideale , di cui la cognizione umana è sempre copia imperfetta . La scienza , di cui la logica deduttiva di Aristotele descrive sapientemente il congegno , non è la scienza nostra , la scienza umana , che si fa svolgendosi continuamente nella storia : è la scienza che ha principii immediati , in sé contenenti sistematicamente tutti i concetti , in cui si snoda lo scibile : è pertanto la scienza che scienza è in quanto è tutta e perfetta a un tratto , senza possibilità di svolgimento storico : quella scienza , per ottenere la quale tutto questo svolgimento , in cui è pure tutta la vita e tutto l ' essere nostro , non giova : un ideale , al cui cospetto quel travaglio mentale , che ci par tuttavia la cosa più seria del mondo , non ha valore di sorta . Dentro questa visione si chiude tutta la filosofia greca , e ogni filosofia che , come quella del medio evo , accetta la logica , e la maniera d ' intendere la verità , che è propria di Aristotele . Questa logica si può definire la logica della trascendenza ; o altrimenti , la logica dell ' intellettualismo . Per questa logica infatti la verità , termine dell ' intelletto , è trascendente , radicalmente superiore all ' intelletto stesso ; e questo è ridotto a semplice facoltà passiva , contemplatrice e non autrice . Che è il concetto dell ' intelletto nel senso deteriore del termine : quasi mente , che importa bensì la presenza delle cose da conoscere , ma non dell ' uomo , non dello spirito che le conosce ; e che ha appunto questo di proprio e di diverso rispetto alle cose : che essa non è cosa da conoscere , anzi l ' attività correlativa , che queste presuppongono nel loro concetto di « cose da conoscere » . Mentre , insomma , per essa c ' è il mondo , ed essa , per cui il mondo è , non è . E in altri termini l ' uomo , questo divino artefice di quanto è bello e santo e vero nel mondo , di quanto ci umilia e ci esalta , ora facendoci piegar le ginocchia innanzi alla potenza terribile del genio , ora sublimandoci nel gaudio di quanto trascorre immortale i secoli e aduna nel consenso d ' uno spirito solo i morti coi vivi ; quest ' uomo , annichilato . Annichilato s ' intende , ai propri occhi , nella coscienza che ha del suo essere . Di un uomo così , ignaro del proprio valore , men che atomo disperso nell ' infinito , Chiesa ed Impero , accampatisi immediatamente come rappresentanti di Dio , possono disporre a lor talento , come di cose che non sono persone . Manca la coscienza , e manca perciò l ' individuo non c ' è la libertà , come coscienza della propria legge . La legge , come la verità , scende dall ' alto . Ma era questo il principio del Cristianesimo ? Il Cristianesimo voleva essere , al contrario , la redenzione , la rivendicazione del valore dell ' uomo ; voleva sollevare l ' uomo a Dio , facendo scendere Dio nell ' uomo , e rendendo questo , partecipe della natura divina . Giacché in Gesù , che è l ' uomo stesso nella sua idealità , quale esso dev ' essere concepito , Dio era uomo : con tutte le miserie umane , soggetto all ' estrema delle miserie , la morte ; ed era Dio ( quel dio , che redimeva ) in quanto questo uomo , che eroicamente affrontava la morte , in questa otteneva il premio della missione della sua vita tutta spesa umanamente in un ' opera d ' amore . sicché l ' amore risorgeva , non più , come nel mito platonico , contemplazione desiderosa dell ' irraggiungibile , ma attività dell ' uomo che crea se stesso perennemente : e non era più la celebrazione estatica di un mondo che è , ma la celebrazione operosa , dolorosa insieme e letificante , di un mondo , che è regno di Dio essendo la purificazione della stessa volontà umana nella fiamma della carità . L ' uomo non era più sapere o intelletto ; ma amore o volontà , creatore esso stesso della sua verità che è il bene la verità che si scorge , quando la cerchiamo con la buona volontà , col cuore puro , mettendo tutto l ' essere nostro , sinceramente , ingenuamente nella ricerca ; e che non è più , quindi , un che di esterno a noi , che si presenti e s ' imponga a noi passivi , ma la conquista e il premio del nostro sforzo . L ' uomo non è più spettatore , anzi protagonista . Si desta , e sente se stesso ; sente che senza la sua volontà , senza il suo conato , senza lui , il mondo che ha valore per lui , la felicità , la vita , Dio , non si raggiunge . Acquista quindi davvero la coscienza della sua personalità , e però della sua responsabilità : vede che da sé tutto dipende ; e lui caduto , tutto cade ; lui risorto , tutto risorge . L ' uomo trova dunque se stesso nel Cristianesimo . Se questa intuizione fosse divenuta senz ' altro concetto complessivo ed organico del mondo , se questo senso nuovo del valore dello spirito umano avesse rinnovato la concezione della vita in cui l ' uomo afferma la sua creatrice potenza , se insomma il contenuto della nuova fede fosse assurto al vigore d ' una nuova filosofia , il Cristianesimo avrebbe segnato fin da principio la fine dell ' intellettualismo . Ma la fede non è ancora filosofia : è visione immediata della verità non integrata in sistema di pensiero . E il cristiano , quando volle pensare il suo Dio , pensò più a Dio padre che a Dio figlio ; e s ' impigliò nella rete della metafisica aristotelica che il principio della realtà , come motore immobile , il quale è solo pensiero di se stesso , e non d ' altro , faceva estraneo alla realtà , e poi s ' affaticava invano a colmare l ' abisso tra Dio e la natura ; tra la causa del movimento , che non è movimento , e il movimento , che non ha in sé la propria ragion sufficiente ; e quindi tra il principio del divenire , che non diviene , e la natura che in sé non ha la cagione del suo perenne generarsi e corrompersi ; e poi tra l ' anima e il corpo ; e poi ancora tra l ' anima che intende , ed è lo stesso intendimento in atto , e l ' anima naturale soltanto capace di raggiungere la mera possibilità d ' intendere , ma incapace per sé d ' intendere mai realmente : e in generale tra la materia , potenza , e non più che potenza , di tutto , e la forma , che di tutto è realizzazione . Come dire , tra l ' aspirazione alla vita e la vita . Eterno destino di Tantalo ! Aristotelici o platonici , nominalisti o realisti ; averroisti o tomisti , tutti i cristiani ché nel medio evo si sforzarono di concepire la realtà , giusero a cotesto risultato : al destino di Tantalo . Tanto più doloroso , tanto più inquietante , in quanto nella fede novella , che fiammeggia a quando a quando nei mistici , era pur incluso il concetto dell ' immanenza di Dio nel mondo , nell ' uomo , nello spirito . La teologia , tutta la filosofia scolastica , anzi tutta la scienza medievale ( che non è tutta filosofia ) si costruisce come scienza di una verità che , appena il sentimento si sveglia ( basti per tutti ricordare Francesco d ' Assisi e Jacopone , il suo poeta ) , si sente estranea all ' anima , lontana , tale da colpire per vano riflesso solo l ' intelletto dell ' uomo , speculazione umbratile e di scuola , che non entra nell ' intimo , non afferra , non impegna , non riforma e non fa l ' uomo . Scienza vana per chi ravvivava in sé il sentimento , tutto cristiano , del valore spirituale scienza elegante nel suo laborioso artifizio , sottile nella pellegrinità de ' suoi tecnicismi , delicatissima nei pazienti avvolgimenti didascalici in cui si intrica , vasta , universale come un mondo per quanti vi si dedicavano : e , messovi dentro , talvolta , un intelletto di vasto respiro e di tempra ferrea , vi si aggiravano e scendevano per meati lunghissimi , con ricerche che ora ci spaventano per la fatica di pensiero e la forza di sacrifizio che attestano , fino a toccare l ' ultimo fondo delle difficoltà , in cui la filosofia antica urta e si arresta . E basti per tutti ricordare il nostro Tommaso d ' Aquino : i cui sforzi possenti per scuotersi di dosso la plumbea cappa delle conseguenze ineluttabili dell ' antica filosofia , riempiono l ' animo dello studioso moderno di commossa ammirazione e di reverenza . Chi vuole intendere la storia del pensiero medievale , deve figgere lo sguardo in questo contrasto delle maggiori forze spirituali che vi operavano dentro : il misticismo , che , affermando immediatamente la presenza di Dio , della verità , di quanto ha valore , nello spirito umano , nega la scienza , come cognizione che sia sviluppo e sistema , e tutte le forme a cui lo sviluppo dello spirito dà luogo nella scienza e nella vita ; e la filosofia intellettualistica , che , presupponendo una realtà fuori dello spirito che la ricerca , si affanna in una costruzione , formalmente ricchissima e sostanzialmente vuota , di ciò che non può essere verità . O verità senza scienza , senza vita dello spirito ; o scienza , - - la forma più elevata di questa vita , - - senza verità , sterile . III Quando il medio evo è al tramonto , un uomo di genio raccoglie in una espressione eloquente il senso di vuoto che l ' anima cristiana prova nella scienza delle scuole : ma un senso , che non è più schietta conseguenza di disposizione mistica , la quale , rinunciando alla scienza , possa trovare il suo appagamento nell ' immediatezza della fede ; anzi , piuttosto , un senso nascente da vivo bisogno di sapere , pensare , intendere . Egli è un dotto , un gran maestro di dottrina , un amante appassionato della scienza ; ma aspira dal profondo a una scienza che riempia l ' anima e appaghi i bisogni che la nuova fede ha creati dando all ' uomo la coscienza della sua iniziativa , della sua posizione centrale nel mondo : a una scienza insomma che dia la filosofia a questa fede . Quest ' uomo , che si presenta sulla soglia del Rinascimento con la coscienza di tale nuovo problema , e che , parlando un linguaggio pieno di malinconica nostalgia per un tempo che non è il suo , avvia per una nuova strada lo spirito umano , svegliando intorno e innanzi a sé lunga e folta schiera di ricercatori , intenti a indagare con fede oscura ma salda una scienza nuova , che non essi potranno trovare , è un grande poeta , che fu anche un grande scrutatore dell ' anima propria raffinata dall ' amore e dalla cultura : Francesco Petrarca , iniziatore dell ' Umanesimo . L ' Umanesimo ha un doppio valore storico , negativo e positivo . È guerra alla scienza del medio evo . Guerra combattuta bensì con argomenti alquanto estrinseci e con spirito assolutamente restio , per lo più , a passare attraverso a quella scienza per superarla . Combattuta con la satira della forma letteraria , ispida , irsuta , lutulenta , aspra di terminologia creata dall ' intelletto irrigiditosi nell ' astrazione e nella conseguente escogitazione di entità fittizie ; alla quale si contrappone la purezza trasparente e composta dell ' arte antica propria di uno spirito più ingenuo , meno affaticato dalla concentrazione di un contenuto speculativo divenuto poi insufficiente alle intuizioni fondamentali del pensiero . E combattuta con la dimostrazione sempre feconda , efficace , insinuante del vuoto , che c ' era sotto il tecnicismo difficile di quella pretesa scienza . E poiché quando la vita è sullo spegnersi , anche la causa più piccola basta a portare alla morte nella civiltà viva del sec . XV , in quella che progredisce e prepara le forme ulteriori del pensiero umano , l ' Umanesimo , pur coi difetti della sua polemica , caccia di nido la Scolastica . Restano le scuole dei frati ; come restano anche oggi . Si continua a filosofare all ' antica ; ma è una filosofia morta , allora come ora : non c ' è più un Tommaso d ' Aquino , né un Duns Scoto . Comincia l ' era dei commentatori , che fossilizzano per conto loro lo spirito , che è vita sempre nuova . E la vita è negli umanisti . Quindi il lato positivo del loro valore storico . L ' Umanesimo è filologia ; ma filologia seria , che rivive il mondo umano che vuol conoscere : lo rivive nella fantasia e nel pensiero , ma con una fantasia e con un pensiero , che s ' estraniano dal mondo circostante e si chiudono in se stessi . Gli umanisti perciò , rifacendosi antichi nel mondo degli studi in cui si ritirano , possono acconciarsi alle forme della vita esteriore , a cui non attribuiscono nessun valore . Tutta la vita reale e storica non tocca l ' animo loro : è qualcosa di indifferente , che si può quindi accettare qual ' è , senza critica di sorta . L ' uomo , ora per la prima volta , si spezza in due , con una scissura , che , quando sarà passato questo periodo necessario di liberazione dal medio evo , non si colmerà a un tratto ; e in Italia , che fu la patria degli umanisti , ossia dei primi maestri , dei primi risvegliatori dell ' Europa moderna , resterà tristo legato di quell ' epoca gloriosa , piaga secolare del nostro carattere spirituale , e forse il simbolo più significativo di quel che sarà la nostra decadenza . L ' umanista è il primo letterato dell ' età moderna : il letterato , il cui mondo vero è quello degli studi , e quell ' altro , in cui pur vive come uomo che ha famiglia e interessi sociali , non è il suo mondo ; il letterato insomma che non è uomo . Tale il Petrarca , i cui sdegni contro l ' avara Babilonia e il saluto augurale ed ammonitore allo « Spirto gentile » sono superfetazioni retoriche della sua poesia . Tale non era stato quell ' Alighieri , che al Petrarca restò sempre incomprensibile , nel poema divino , contemplazione e poesia , ma di uno spirito energico , che guarda al suo tempo , e s ' appassiona per tutte le lotte che gli si agitano intorno , e fa tuonare da Dio la parola che può essere la salute di tutti . Letterati saranno tutti i poeti e filosofi dell ' Italia fiorentissima del Rinascimento , che accetteranno tutti la vita quale la troveranno , poiché la loro vera vita essi se la faranno dentro , nella fantasia e nella speculazione , nel mondo creato da loro . La stessa religione , fissatasi , al loro sguardo , nella Chiesa , che non solo associa le anime , ma le forma e riforma con l ' amministrazione del divino commessole , con la sua teologia e con la sua filosofia , diventa per loro qualcosa d ' estrinseco e indifferente , che il cittadino deve accettare come le leggi dello Stato . In realtà , essi non partecipano alla religione del paese ; ma ne hanno una per conto loro , poiché veramente il loro Dio è la loro arte , la loro filosofia , alle quali infatti votano tutta l ' anima e subordinano ogni altro interesse , almeno nell ' intimo del loro spirito . Non è , propriamente , né indifferentismo religioso , né tanto meno ateismo . Ma ateismo pare verso la religiosità ufficiale di cui si ridono , ancorché esteriormente le professino ogni riguardo . Quindi i conflitti frequenti e le prigioni e i roghi , che aspettano i nostri filosofi del sec . XVI . Il letterato , a ogni modo , staccandosi dalla vita comune , in cui si era consolidata , in , forma di istituzioni costrittive della libertà individuale , l ' intuizione trascendente e intellettualistica del medio evo , ereditata dalla filosofia greca , ristaurava , come poteva , la libertà dello spirito che si fa il suo mondo . E si fa un mondo di puro pensiero , poiché non gli è consentito di scrollare , d ' un tratto ; quell ' altro della comunità civile ; al quale per altro , a suo tempo , perverrà egualmente , quando il principio suo , il principio della libertà , diverrà nel sec . XVIII coscienza sociale . E per questa sua ristaurazione , che è perfetta ed assoluta rispetto al mondo dell ' umanista , egli , il malvisto della Chiesa , il perseguitato nei libri che saranno proibiti , nell ' insegnamento che sarà vietato , nella persona che sarà gettata nei ceppi , messa alla tortura , e perfino bruciata , egli è più cristiano dei suoi persecutori . Egli è il continuatore dello spirito vero del cristianesimo . Ha infranta e buttata via , con l ' impeto della giovinezza , la vecchia filosofia , la fida , l ' eterna alleata della chiesa medievale , come della chiesa d ' oggi e di ogni chiesa avvenire ( poiché un medio evo ci sarà sempre ) . Ma non si è abbandonato , come si faceva una volta , al misticismo ; anzi celebra la potenza dello spirito ; e poiché una filosofia sua non l ' ha ( e non era facile averla , dopo il rifiuto di una filosofia che era il frutto di un ' opera millenaria ) , ei la ricerca nell ' antichità più remota . La ricerca dove , a dir vero , era vano cercarla ; perché quell ' antichità aveva generato il medio evo . Ma l ' umanista non sa questo , e non può credere che Platone , Aristotele , quei maestri solenni di sapienza umana , che gli scrittori antichi a una voce lodano , possano aver insegnato la dottrina di cui essi vedono la tardiva e sfigurata immagine nelle scuole del loro tempo . E poiché , in realtà , noi troviamo soltanto quello che cerchiamo , gli umanisti che imparano il greco , e vanno a leggere nei testi originali e traducono e commentano , col sussidio dei più genuini commenti greci , gli scritti di Platone e di Aristotele , scoprono un mondo nuovo ; un altro Platone e un Aristotele nuovo da quelli che erano stati i maestri della filosofia medievale ; non dico di quella filosofia , ansimante nella logica terministica degli occamisti , che sul cadere del Trecento lacerava le orecchie delicate dei primi umanisti fiorentini , i quali avviarono pure i lavori delle nuove traduzioni greche ( codesta è la filosofia della decadenza medievale ) ; ma di quella che è la vera , la essenziale filosofia dell ' epoca : la filosofia della trascendenza e dell ' intellettualismo . Essi muovono da una nuova situazione spirituale , che fa di questo ritorno all ' antico qualcosa di radicalmente diverso non solo dalla primitiva ellenizzazione del Cristianesimo ma anche da quel primo ritorno alle fonti greche già avvenuto nel sec . XIII . IV Marsilio Ficino e Pico della Mirandola , in cui culmina la direzione platonizzante , sono platonici , eppure profondamente cristiani ; e un ' aura di mistica religiosità pervade il loro pensiero , che vede e sente Dio per tutto , e sommamente nell ' anima umana . E ispirandosi ai Neoplatonici piuttosto che a Platone , più della trascendenza , che non possono negare , accentuano l ' immanenza del divino nella realtà naturale e aspirante a ritornare all ' Uno da cui trae sua origine . E aprono la via a Leone Ebreo e a Giordano Bruno . Pietro Pomponazzi , il maggiore aristotelico , fiorito al principio del sec . XIV dal movimento filologico sui testi di Aristotele del secolo antecedente , scopre un Aristotele , che non è più quello dei tomisti , né quello degli averroisti : un Aristotele , che , a poco per volta ( secondo apparisce dai vari gradi attraversati dalla speculazione stessa del Pomponazzi ) , perviene alla dimostrazione di questa tesi gravissima : che la materia si possa sollevare da sé fino all ' intelligenza , senza il sussidio dell ' intelletto separato ; e che l ' anima umana , ultimo risultato perciò del processo della natura , possa compiere in questo mondo , con le sue forze , tutta la sua missione , che è principalmente il ben fare , la virtù ; e che tutti poi i fatti della natura debbano pel filosofo spiegarsi meccanicamente , per le loro cause : un Aristotele , insomma , per cui quel che rimane di trascendente ( e rimane tutto quello che nell ' Aristotele originale e nell ' Aristotele medievale , ossia nella Scolastica , era tale ) non serve più alla ricostruzione e spiegazione della realtà che è la sola realtà del filosofo . sicché la filologia del sec . XV riesce , ricalcando gli antichi modelli con lo spirito nuovo dell ' Umanesimo , a cavarne due intuizioni generali , in cui la filosofia greca riapparisce trasfigurata e come ricreata dal soffio del Cristianesimo , inteso come affermazione dell ' autonomia e del valore assoluto della natura e dell ' uomo . La nuova filosofia infatti dicesi platonica e aristotelica ; ed è cristiana , ancorché mal veduta e condannata dai rappresentanti ufficiali del cristianesimo . Si guardi essa nel Machiavelli , contemporaneo del Pomponazzi e suo coerede della tradizione filologica del sec . XV . Tutto il suo realismo politico , quella concezione dello spirito , della storia , dello Stato , fondata sulla visione della realtà effettuale e illuminata dalla lezione degli antichi , non è , come il positivismo guicciardiniano , un empirismo , ma una vera e propria speculazione ( Machiavelli è un idealista ) . La quale dello studio degli antichi si giova solo per liberare l ' uomo dalle contingenze storiche , quali sono per lei tutte le forme e istituzioni medievali sorrette dalla autorità di una tradizione irrazionale ; a fine di studiarlo per quel che esso è , nelle sue forze e nelle sue reali attinenze col resto del mondo , vero ed unico autore della sua storia : una specie di naturalismo del mondo umano . Guardate , dico , questa nuova filosofia nel Machiavelli . Machiavellismo dopo un secolo , nel Campanella , sarà sinonimo di « achitofellismo » , negazione di ogni fede religiosa . E l ' achitofellismo , più o meno apertamente e coraggiosamente , è la conclusione definitiva e il succo delle dottrine di tutti i pensatori del Cinquecento : anzi , di tutto lo spirito italiano del secolo , a cui l ' interpretazione aristotelica si ispira e si conforma . Giacché averroisti e alessandristi , per diverse vie , tendono tutti alla stessa mèta : che è la spiegazione naturale di quel che una volta pareva superiore affatto alla natura . E gli artisti , si chiamino Ariosto o Folengo , non conoscono altro mondo ; oltre quello naturale ed umano . Ma negavano perciò Dio ? Se Dio è quel Dio , che stando fuori della natura e dell ' uomo , ci rende impossibile concepire una natura divina e un uomo divino , Dio essi lo negavano , perché tenevano ad affermare il valore della natura e dell ' uomo . Ma quel Dio , che era sceso in terra , e si era fatto uomo , e aveva redento la natura , era la radice della religione , che essi primi , dopo il lungo travaglio medievale , ristauravano nella coscienza della umanità . Essi , infatti , per la prima volta , rivendicavano in libertà , dalle presunzioni mistiche o intellettualistiche , conculcatrici per opposte ragioni il senso profondo , proprio del Cristianesimo , della divinità della vita che crea eternamente se stessa , dell ' essere che nella propria logica ha eternamente la ragione del proprio trasformarsi e perpetuarsi trasformandosi . Quando l ' Umanesimo venne per tal modo , in chi prima e in chi dopo , alla maturità della Rinascenza , lo spirito umano poté mettere quasi l ' anelito potente di una nuova vita : e da filologia farsi filosofia . Quando il nuovo Platone e il nuovo Aristotele ridiedero all ' uomo il concetto dell ' immanente suo valore , e l ' ebbero allenato alla libertà dell ' esser suo , e dell ' essere naturale a cui il suo essere appartiene , lo stesso Platone e lo stesso Aristotele ( questi sopra tutto , che era stato il vero signore delle scuole e il maestro di ogni umana sapienza ) dovevano necessariamente perdere il loro prestigio di rivelatori privilegiati delle verità naturali . L ' umanista è ancora un platonico o un aristotelico ; cerca la scienza ; e non sa né anche come deve cercarla ; e interroga gli antichi , che la tradizione e la fama consacra nella generale estimazione come i filosofi . Ma il filosofo della Rinascenza da questi antichi , meglio conosciuti e studiati con lo spirito nuovo dell ' Umanesimo , ha appreso che la natura si spiega con la natura , la storia con la storia ; e che bisogna cercare quindi nel gran libro della natura e della realtà effettuale dei fatti umani che cosa è la natura e che cosa è l ' uomo . Gli antichi maestri rimandavano i nuovi scolari all ' osservazione diretta di quel che essi avevano osservato e inteso come era possibile a loro , privi , com ' erano , d ' ogni sentore della imprescindibile presenza del soggetto umano nel mondo dell ' uomo . La libertà , che gli scolari appresero da loro , quali essi la videro coi loro occhi nuovi , questa libertà essi l ' affermarono ben presto contro l ' autorità dei maestri , che faceva della verità qualche cosa di dato e di estrinseco alla mente come il Dio nascosto della teologia , come la realtà dell ' intellettualismo . E però gli umanisti , divenuti filosofi , come parvero , e in un certo senso furono , atei e achitofellisti , furono antiaristotelici e , in generale , ribelli all ' autorità degli antichi . Tutti colpiti da un fantasma affatto nuovo , non intravvsto mai dagli antichi scrittori : quello della Verità . La quale si leva su dai libri e dai tripodi , in cui i vecchi pensatori e sacerdoti l ' avevano collocata quasi paralitica impotente : e si sgranchisce , procede col tempo , e vive di questo suo cammino pei secoli , di cui trionfa , anzi per le menti delle generazioni che si succedono , e mai indarno : quasi fiamma che passi da una mano all ' altra e mai non si spenga , anzi accenda sempre nuovi incendi , sempre più vasti . Veritas filia tesnporis ! Gli uomini , che per lo innanzi avevano concepito la verità quasi vivente per sé e non risultante dal loro lavoro , l ' avevan sempre relegata dietro a sé , al principio della vita , nel paradiso terrestre , nell ' età dell ' oro , nel vangelo rinnovatore e iniziatore di un ' era nuova già fin da principio perfetta , o , per lo meno , se verità accessibile a mente umana , nell ' insegnamento degli antichi , venuti crescendo perciò sempre più nella venerazione dell ' universale e illuminandosi dell ' aureola della saggezza , onde agli occhi dei fanciulli si ricinge sempre la canizie dei vegliardi . - - Sì , è vero , si comincia a dire sulla fine del sec . XVI : la sapienza cresce cogli anni ; ma i vecchi siam noi , non quelli che furono prima di noi . - - Così dice Bruno ; e così ripeteranno Bacone e Cartesio , Pascal e Malebranche , e poi con voce ognora più alta tutti i filosofi moderni . I quali affermeranno con coscienza sempre più salda la legge del progresso del sapere e della verità : il valore serio , divino della storia , come sviluppo , che è incremento continuo della realtà . sicché i vegliardi di una volta si trasfigurano in fanciulli ; e i già fanciulli , usciti di minorità , e abbandonato alla scuola dei pedanti ( come allora cominciarono a dirsi ) il culto degli antichi , acquistano il giusto orgoglio degli uomini fatti , e la coscienza della propria capacità di concorrere al progresso del sapere . Che anzi questa uscita di minorità , nella sua primitiva e ovvia forma di reazione al lungo servaggio passato , scoppia come ribellione , e si ricompone tardi e lentamente a equo giudizio storico delle benemerenze incontestabili degli antichi . Così , se una volta , come notava nel sec . XII Giovanni di Salisbury , Aristotele era stato il filosofo per antonomasia , e nessuno si scandalezzava della fanatica iperbole di Averroè che nello Stagirita vedeva « la norma della natura e quasi un modello , ond ' essa avesse cercato di esprimere il tipo dell ' umana perfezione » ; nel Cinquecento continua bensì , almeno nelle grandi edizioni di tutti i suoi scritti voltati in latino e commentati in uso delle tante scuole dove rimaneva sempre il solo testo di studio , continua egli a godere il titolo pomposo di princeps philosophorum ; e la chiesa cattolica a lui come a patrono invincibile della sua dottrina , valido alla repressione di ogni libero tentativo di riscossa , si tiene sempre strettissima ; talché ancora nel 1615 Federico Cesi badava ad avvertire il suo Galileo che a Roma « li contrari ad Aristotele sono odiatissimi » . Ma lungo tutto il secolo è una polemica incessante prima contro gli aristotelici , e poi contro Aristotele , preparatrice del rinnovamento baconiano . Ricorderò Mario Nizzoli ( 1488­1566 ) , il quale nel suo Antibarbarus philosophicus ( 1553 ) non dubita di affermare che chi si mette sulle orme di Aristotele , non potrà mai nec recte philosophari nec perfecte veritatent invenire . Raccomanda sì la lettura delle opere aristoteliche : ma cum diligenti consideratione atque iudicio . Ne pregia alcune ; ma nella maggior parte della Fisica , in non pochi punti della Metafisica e in tutta la Logica trova dottrine false , o inutili , e perfino ridicole . Ad Aristotele , secondo il Nizzoli , si può applicare il proverbio : Ubi bene , nihil melius : ubi male , nihil ficius . Insomma , in tutte le sue critiche contro Aristotele uno studioso inglese di Bacone può notare quell ' impazienza e quell ' asprezza , che son solite negli scritti del Cancelliere inglese . E basti vedere le due avvertenze , che il Nizzoli , alla fine del suo libro , propone a chi voglia rettamente filosofare , di mandare a mente . La seconda delle quali , nello stesso latino dell ' Anatibarbaro , suona : Quamdiu in scholis fihilosophorum regnabit Aristoteles iste dialecticus et metaphysicus , tamdiu in eis et falsitatem et barbariem , si .... non linguae et oris , al certe Pectoris et cordis , regnaturam . Ricorderò il francese Pietro Ramo ( nato nel 1551 e morto nel '72 , la notte di San Bartolomeo ) : il quale con le sue Animadversiones in dialecticam Aristotelis ( 1545 ) avrebbe , secondo il Bruno , con molto eloquenza dimostrato di esser poco savio ; ma creò ad ogni modo una nuova scuola di logica , esercitando una grande azione , al tempo suo , anche fuori della Francia . Costui , secondo un suo biografo , si laureò dottore d ' arti a Parigi con una tesi : Quaecuanque ab Aristotele dicta essent , commentitia esse , Bugia ogni detto di Aristotele ! Tanta la virulenza della sua polemica contro la logica dell ' antico , che il Ramo dice non hostem humani iudicii , sed tortorem carnifìcemque , da movere a sdegno i più spregiudicati tra i moderni . V I pensatori , adunque , intorno alla metà del sec . XVI cominciarono a proporsi con intera libertà di spirito i problemi filosofici : libertà da preoccupazioni trascendenti e da pregiudizi di tradizione . E tra questi pensatori ecco sorgere e grandeggiare , come il rappresentante più cospicuo della tendenza nuova , il primo che costruisca tutta una filosofia dal nuovo punto di vista conquistato dal Rinascimento , l ' annunziatore del nuovo Telesio . Egli incarna il tipo del filosofo letterato , continuatore della tradizione filologica dell ' Umanesimo : del filosofo , il cui mondo vero è quello del pensiero , e l ' altro non lo tocca ; che si chiude nella stia filosofia e si estrania alla realtà , che egli più non vede , e che diventa pertanto inafferrabile alla sua filosofia , cui pure , come a scienza del tutto , nulla dovrebbe sfuggire . La vita del Telesio , quando si astragga dalla storia dello svolgimento del suo pensiero , si racconta in poche parole . È infatti la vita di un uomo , che vive tutto chiuso in se stesso ; e se vi giunge il rumore fioco del mondo che si agita attorno al filosofo , è , tutt ' al più , il saluto benevolo degli amici , facili a chi , non contrastando altrui nessun bene mondano , non si toglie per sé se non quello , che partecipato non si scema ; o è il consenso o il dissenso degli studiosi , che con lui si sequestrano dalla vita comune ; o è il malinconico ricordo della famiglia e degli affetti e interessi domestici , che , trascurati , diventano fonte perenne di affanni e impedimenti dolorosi al pensiero dominante del filosofo assediato sempre dalla immagine raggiante di quella donna bellissima , che Bernardino amava di riprodurre sul frontespizio dei suoi libri : tutta nuda , nel verde piano , lungi dalle città dei mortali , le braccia aperte e aspettanti , illuminata il petto e la fronte dal sole ; e intorno il motto appassionato : µ o # # µ o # # # # # , « sola a me cara » : la divina Verità , di cui Giordano Bruno canterà che nuda : de toto iaculatur corpore lucem ; e per la quale egli , il Telesio , nella tarda età , raccogliendo nella sua opera maggiore il frutto di una lunga vita a lei consacrata , si scusava dell ' audacia del suo dissentire da Aristotele , interprete sommo , anche a suo giudizio , della natura , ammonendo i proni aristotelici del suo tempo , che si ricordassero di quel che il maestro aveva detto , o imitassero quel che aveva fatto . « Giacché Aristotele stesso vuole , che in filosofia innanzi a tutti gli amici si onori la verità , in grazia della quale ei non teme riprendere anche il suo maestro ed amico . E mossi dall ' amore di lei sola , per certo , e lei sola venerando , noi , non sapendo acquetarci a quel che avevano insegnato gli antichi , a lungo abbiamo scrutato la natura ; e , se non c ' inganniamo , scopertala , l ' abbiamo voluta svelare ai mortali , stimando non essere da uomo probo e libero , occultarla al genere umano per invidia o per tema dell ' altrui invidia » . Essa sola ! Fuori di questo mondo , adunque , in cui egli raccoglie e critica , la tradizione antica e scruta da capo la natura , finché non gli paia di scoprirne il segreto , e questo , da ultimo , si accinge a comunicare agli altri , è vano cercare il Telesio : si potrà trovare un ' ombra , non la persona viva . Egli è tutto lì , ne ' suoi libri . Nei quali c ' è bensì un punto , che fermò già Bacone , ma che è sfuggito , credo , a tutti i biografi , anche al sagace e diligentissimo Bartelli , che piace nominare a titolo di onore , e in segno della riconoscenza che gli debbono gli studiosi del Telesio : un punto , che è come uno spiracolo aperto in cotesto mondo intellettuale ; e attraverso di esso trasparisce vagamente qualche cosa della vita privata dell ' uomo . A proposito di certa indagine sperimentale intorno all ' azione del calore in ragione della sua quantità - - indagine che il Telesio , per conto suo , ritiene impossibile - - egli esce in queste parole : « Così vi riuscissero altri , dotati d ' ingegno più perspicace e in grado di studiare la natura con tutta tranquillità , sì da diventare , non pure onniscienti , ma onnipotenti . A noi , per confessarlo ingenuamente , d ' ingegno più grosso , e a cui filosofare non è stato possibile se non negli ultimi anni della vita ( extremum vitae spatium ) , e tutt ' altro che liberi da noie e da affanni , anzi gittati nelle maggiori angustie e nei dispiaceri più gravi dalla scelleratezza e inaudita crudeltà di coloro , dai quali avremmo dovuto più essere amati , onorati e favoriti , è abbastanza se possiamo scorgere qual calore e quanto conferisca una data disposizione a una data mole materiale » . E accenni simili , in verità , a preoccupazioni e cure personali , e infine al dolore acerbo , da cui nel 1576 fu colpito il cuore del filosofo già declinante a vecchiaia pel truce assassinio del suo giovinetto Prospero , il primogenito , si ripetono nelle prefazioni sue e d ' un fido scolaro a ' suoi libri : ma suonano appunto come lamenti di un destino maligno , che turbò quella vita serena , che Bernardino avrebbe voluto vivere , raccolto nella meditazione . Bernardino fu il primo dei sette figli di Giovanni e di Francesca Garofalo . Dei quali il secondo , Valerio , fu barone di Castelfranco e Cerisano , e non solo mantenne , ma accrebbe le avite ricchezze ; e certo pensò più a far danari che a farsi amare , se nel 1567 i vassalli lo denunziavano al governo viceregio per luterano ; e non essendo riusciti per questa via a toglierselo di dosso , dodici anni dopo , cresciuto il malcontento , lo ammazzavano . Paolo e Tommaso furono invece ecclesiastici modesti e caritatevoli : Tommaso , vescovo di Cosenza dal 1565 al '69 , profuse il suo a beneficio dei poveri ; e aiutò il fratello Bernardino , lontano il più del tempo da Cosenza e distratto , com ' era naturale , per i suoi studi dalle faccende pratiche , a precipitare anche lui in povertà . Bernardino , nato nel 1509 , in una casa di Via Padolisi , di fronte al monastero delle Vergini , dove il ricercatore dei ricordi patrii può scorgerne tuttavia qualche rudere ; si allontanò fanciullo da Cosenza , seguendo lo zio Antonio , umanista dottissimo in latinità e maestro assai valente di lettere . E con lui era a Milano nel 1518 . Da lui dovette apprendere non solo il latino , che egli , pur torcendolo al faticoso periodo della più tarda scolastica , maneggia con sicura padronanza del materiale linguistico più puro ; ma anche il greco , poiché egli stesso afferma di avere studiato la filosofia aristotelica più sui testi originali che sulle traduzioni latine , il cui gergo gli riusciva incomprensibile . Con lo zio chiamato a insegnare nel ginnasio romano , passava a Roma forse sulla fine del '21 , certo prima del '23 . E vi era nel celebre sacco di quattro anni dopo ; anzi fu fatto prigioniero , e poté esser liberato dopo due mesi a intercessione del concittadino Bernardino Martirano , segretario di Filiberto d ' Orange . Onde , poco stante , avendo lo zio avuto un insegnamento a Venezia , egli si recò a Padova , per continuare lì e compiere la sua istruzione ; e parecchi anni vi stette , attendendo presso quello studio , allora tra i più celebri e frequentati di Europa e centro principale dell ' aristotelismo , alla matematica , all ' ottica ( in cui si assicura che facesse osservazioni nuove importanti ) e sopra tutto alla filosofia . Quando sia venuto via da Padova ignoriamo . E le congetture desunte dalla cronologia dei papi , che , secondo il suo antico biografo , il cosentino Giovanni Paolo d ' Aquino , ebbero in grande stima il filosofo , e che sarebbero poi stati tutti quelli che pontificarono dalla giovinezza alla morte di Telesio , sono prive di ogni ragionevole fondamento . Ma lo stesso D ' Aquino , che lesse il suo elogio nell ' Accademia Cosentina , poco dopo la morte del filosofo , di cui fu amico e poté conoscere minutamente i casi , ci racconta che Bernardino , « per poter meglio investigare i secreti della natura , per molti anni si disgiunse dalla frequenza degli uomini , e sé liberò da ogni altro pensiero , e lasciò la patria , i parenti , gli amici , e si raccolse in un monastero di frati di san Benedetto e ivi abitò » ; molto probabilmente nella Grancia di Seminara . Il che dovette accadere poco dopo il ritorno da Padova , e qualche anno prima del '40 . Perché durante questi molti anni di raccoglimento e di studi sappiamo da lui stesso non aver egli scritto mai nulla ; e solo ripigliò la penna quando si credette arrivato in porto , e in possesso della verità già faticosamente ma invano cercata nei libri di Aristotele , e poi lungamente indagata nella stessa natura al lume di nuovi principii balenatigli a un tratto alla mente . E sappiamo che a scrivere cominciò , quando aveva lasciato Seminara , a Napoli , ospite dei Carafa , duchi di Nocera . E doveva aver cominciato prima del '47 , se il vescovo di Fano , Ippolito Capilupi , poté dare al re Francesco I la lieta novella che il giogo di Aristotele presto , sarebbe stato scosso , e che un italiano a « aveva cominciato a scrivere » contro la sua dottrina . Di che si sarebbe rallegrato il Re , e avrebbe detto al Capilupi : « Io prometto che , se costui fa quel che dice , io sono per dargli diecimila fiorini in entrata » . Lasciata dunque Padova con la scontentezza nell ' animo verso l ' antica scienza che , durante gli stessi studi universitari , gli dové apparire , quale sempre la giudicò negli scritti , oscurissima , il suo pensiero maturò intorno al 1540 nella solitudine del chiostro . Passato a Napoli , nella conversazione degli studiosi ebbe occasione e stimolo a dar corpo e sistema alle proprie idee : e allora abbozzò i nove libri della sua maggiore opera De rerum natura e alcuni opuscoli su questioni varie di filosofia naturale : poiché gli uni e gli altri diceva di aver pronti da un pezzo nel 1655 , quando pubblicò il primo saggio del De rerum natura . Nel '55 la fama della nuova filosofia batteva l ' ale fuori del Napoletano ; poiché un altro Capilupi quell ' anno rivolgeva al filosofo novatore questa preghiera : Telesio , voi che col veloce ingegno , Trascorso avete in sì pochi anni il mondo , Misurando la terra e '1 ciel profondo , Già siete giunto di saver al segno : Mostratemi il cammin , se ne son degno , Da seguir voi col bel lume giocondo , Che trar mi pò dal tenebroso fondo D ' alta ignoranza , onde ho me stesso a sdegno Allusione evidente all ' atteggiamento risoluto , che già il Telesio doveva avere assunto , di assertore di una nuova filosofia ; la quale , per la stessa avversione che incontrava naturalmente nei tenaci prosecutori della dottrina aristotelica , doveva , come suole , divenire più presto famosa che conosciuta . Celebre , pel racconto che ne fa lo stesso Telesio , il viaggio da lui intrapreso nel 1563 , per sottoporre la sua filosofia a uno dei più illustri peripatetici del tempo , ora quasi unicamente ricordato per quest ' anedotto telesiano : Vincenzo Maggio , di Brescia ; nella cui lealtà spregiudicata il novatore combattuto da tutte le parti , e quel che è più , tormentato dal segreto sospetto non forse egli s ' ingannasse ad attribuire tanti spropositi a quell ' Aristotele , a cui i maggiori intelletti per tanti secoli s ' erano inchinati , credette di far sicuro affidamento . E a Brescia le sue speranze non vennero deluse : la conversazione di quel brav ' uomo gli restituì la fede che gli era necessaria . Il Maggio lo tenne seco parecchi giorni : lo ascoltò tranquillamente , pesò gli argomenti . Contro i principii non trovò che oppugnare , e le deduzioni riconobbe impeccabili . Argomenti da difendere in modo soddisfacente Aristotele , non seppe addurne ; e confessò , egli , il peripatetico illustre , per cui era certo un punto d ' onore salvare la riputazione del maestro , confessò che veramente questi aveva errato a porre quei suoi corpi primi , senza osservare la natura e argomentando dalle sue premesse ; e confermò anche che queste premesse erano involte in difficoltà inestricabili e senza fine , rilevate dai seguaci stessi ; né gli parve inopportuno metterle sott ' occhio al Telesio . « Uomo nobilissimo » , esclama questi nel racconto che due anni dopo fece di quella visita al Maggio : « nobilissimo , sì , di nascita , ma assai più di animo , cultore e ammiratore soltanto della verità » . Da lui fu , dunque , incoraggiato a pubblicare la parte fondamentale dell ' ardita dottrina , che da lunghi anni andava rivolgendo nell ' animo e timidamente comunicando agli amici . Allora bensì egli sentiva le imperfezioni che erano tuttavia nella sua opera , da cui quasi un avverso destino gli pareva lo avesse a lungo distratto . E continuò negli anni seguenti a correggere e rifare . Tornò anche sopra i primi due libri , quando li ristampò nel '70 accompagnandoli con tre opuscoli De his quae in aëre fiunt et de terraemotibus , De colorum generatione e De inceri , Finché da ultimo si apprestava a rifonder il suo vasto trattato , che gli riuscì di dare in luce intero solo nella vecchiaia avanzata . Con l ' incontentabilità propria di chi giunge con fatica , per una via aspra e non più tentata , alla scoperta di un pensiero nuovo , e si sforza di dargli la forma classica , da reggere al paragone dl quella onde si avvantaggia la scienza ricevuta , con quella incontentabilità inquieta , che uno scolaro del Telesio attestava di lui ripubblicando , dopo la sua morte , insieme con nuovi opuscoli di metereologia e psicologia i tre già stampati dall ' autore ma arricchiti di aggiunte e correzioni inedite di forma e sostanza , Bernardino Telesio attorno al suo libro maggiore lavorò con instancabile insistenza quasi mezzo secolo . Vi lavorò tra affanni continui , col desiderio tormentoso , sempre inappagato , di un po ' di tranquillità , sotto l ' assillo di cure e dolori domestici , che non gli diedero mai tregua . Un raggio di luce nell ' animo suo scende nel 1553 , quando il filosofo solitario , il meditabondo indagatore della natura , si fa una famiglia . Sposa Diana Sersale , una vedova , già madre di due figli . Ma Diana morì otto anni dopo , lasciando altri quattro figli di Bernardino . Quegli anni ei si fermò abitualmente a Cosenza . Qui nel '54 , era sindaco dei nobili . Qui è fama adoperasse di buon grado la sua autorità a comporre i litigi dei concittadini , a pacificare gli animi , amato com ' era da tutti e tenuto in somma venerazione . Qui molta parte dové prendere ai lavori dell ' Accademia Cosentina ; la quale , seguendo lo svolgimento generale della cultura contemporanea , dalla filologia , si volse allora , per opera principalmente del Telesio , alle quistioni filosofiche o naturali ; e finì col chiamarsi telesiana . Sulle infelici vicende economiche di Bernardino , interrotte , pare , per qualche anno dall ' aiuto che al marito speculativo poté porgere la Diana , ma fattesi più gravi subito dopo la morte di costei , diventando motivo di sempre maggiori dispiaceri al filosofo , perseguitato dai creditori , non giova fermarsi . Nel '64 Pio IV gli offre a sollievo l ' arcivescovado di Cosenza ; ma egli prega il Papa che voglia conferirlo piuttosto al fratello Tommaso : « per attendere a ' studi » , dice l ' antico biografo . Ben più accetto poteva riuscirgli l ' invito di Gregorio XIII ( papa dal '72 all'85 ) a spiegare in Roma pubblicamente il suo libro ; come l ' altro simile venutogli poscia da Napoli . Ma vero e proprio insegnamento non tenne , contento , come Socrate , alle conversazioni cogli amici , ai quali apparve miracolo di dialettica irresistibile e fu veramente maestro pieno di fascino ; contento alle dispute cogli avversari renitenti alla nuova dottrina , non già per partito preso , come gli ammiratori del Telesio solevano dire , ma perché fissi oramai in una forma mentale , su cui quella dottrina non poteva più far presa : « Quando egli ragionava delle scienze e delle dottrine » , ricorda il D ' Aquino , « parea che gli ascoltanti fossero stati tutti adombrati ; così stavano taciti e sospesi ad ascoltarlo » . E il Quattromani , che fu dei cosentini che risentirono più l ' efficacia di quella parola , e un anno dopo la morte del Telesio pubblicò un lucido compendio della sua filosofia , scrivendo al Telesio stesso nel 1563 : « Da che mi allontanai da lei , quei spiriti , che in me erano generati dalla sua presenza , e che mi rendeano pronto e ardito , sono tutti spenti , e con loro anco annullato e venuto meno ogni giudicio e ogni sapere » . D ' altra parte , un motto pittoresco rappresenta al vivo la situazione degli aristotelici sconcertati dalle critiche telesiane ; ai quali il cardinal Farnese una volta avrebbe detto : « Ora che non ci è il Telesio , tutti oppugnate le sue ragioni ma , come egli è presente , ciascheduno tace e si arresta » . Alle opposizioni e malignazioni degli aristotelici di Napoli , dove , morta Diana , il Telesio tornava spesso ospite dei Carafa , gli fu scudo il colto e gentile duca Ferrante , che l ' onorava come padre . La gloria cominciava a dargli il suo conforto e la forza . I due libri ristampati a Napoli nel '70 , con due degli opuscoli , erano a Firenze voltati in volgare da Francesco Martelli , che li dedicava nel '73 al cardinal dei Medici . Antonio Persio bandiva la dottrina nell ' Italia superiore , a Bologna , a Venezia , dove nel '75 la difendeva in una solenne disputa pubblica ; e a Padova , dove diffondeva tra i dotti gli scritti telesiani . A sollecitazione di lui , uno dei filosofi più rinomati , Francesco Patrizzi , nel '72 , comunicava al Telesio alcune osservazioni su vari punti di quei due libri . E da esse Bernardino era stimolato a rifarsi sempre sulla sua opera ; che finalmente si risolveva a pubblicare tutta a Napoli nel 1586 . L ' anno dopo si ritraeva a Cosenza a finirvi la sua vita di pensiero , di lavoro e di dolore . Della morte del suo povero Prospero non s ' era più saputo dar pace . E irrequieto tornava poco dopo a Napoli ; poiché al 1588 , - - anno che il Tasso da marzo a novembre trascorse a Napoli , - - credo sia da attribuire l ' aneddoto raccontato dal Manso nella vita del poeta : « Fu Bernardino Telesio uomo di acuto ingegno e di profonda dottrina e di socratici costumi ; ma non di meno sentì acerbamente la morte di un figliuolo , che gli fu ucciso senza colpa . Torquato , per volernelo consolare , gli addimandò se quando il figliuolo non era al mondo , egli si doleva che non vi fosse . Il Telesio rispose che no . - - Dunque , soggiunse il Tasso , perché vi dolete ora che non vi sia ? » . Volle , commenta il Manso , « volle contro il filosofo dispregiatore degli antichi valersi degli argomenti dei sofisti » . Povero filosofo , che s ' illudeva di non aver più posto nel cuore per nessuno , dacché la Sapienza , accendendolo della sua bellezza divina - - come ei canta negli esametri per Giovanna Castriota - - , l ' aveva tenuto tutto , fin dai primi anni , nell ' amore di lei ! La vita , che la sua filosofia escludeva , opprime intanto il suo cuore di padre . Pure fin all ' ultimo cercò il suo ristoro in quell ' amore ; e il D ' Aquino c ' informa di opere , che egli avrebbe scritte « intorno agli ottanta anni » ; che esso D ' Aquino , poco dopo la morte del Telesio , vedeva in Cosenza « nelle mani di diverse persone » ; e incitava i concittadini , che pur troppo non raccolsero l ' esortazione , a non lasciar perire quelle preziose scritture , dov ' era « una maniera e sorte di logica , che senza dubbiosità e senza sofismi ci insegna a discernere il vero dal falso ; e da esse si impara la vera astrologia , cioè di salire con la mente al cielo , e la teologia , che ci ammaestra a conoscere , riverire e servire Iddio ! » . VI Il Telesio morì nei primi dell ' ottobre 1588 a Cosenza . E qui fortuna volle si trovasse in quei giorni un giovane domenicano , che studiava con ardore filosofia , guardando al Telesio come all ' astro nuovo che era sorto all ' orizzonte , e del Telesio doveva essere tra poco acerrimo difensore contro gli attacchi dell ' aristotelico Marta di Napoli , e poi uno dei maggiori continuatori : Tommaso Campanella . Il quale non aveva fatto in tempo ad accostarsi al vecchio maestro ; e lo vide per la prima volta nel catafalco , dove pel funerale affisse certi suoi distici . Questi non ci sono giunti . Abbiamo invece il duro ma fiero ed energico sonetto , in cui il Campanella ritrasse il valore storico del Telesio , il « maggiore dei filosofi » , lo « splendore della natura » , e accennò la propria filiazione ideale dalla filosofia telesiana ; un sonetto che raccoglie attorno al maestro il meglio della sua scuola : Telesio , il telo della tua faretra Uccide de ' sofisti in mezzo al campo Degli ingegni il tiranno senza scampo ; Libertà dolce alla Verità impetra . Cantan le glorie tue con nobil cetra Il Bombino e ' l Montan nel brezzio campo : E ' l Cavalcante tuo , possente lampo , Le rocche del nemico ancora spetra . Il buon Gaieta la gran donna adorna Con diafane vesti risplendenti , Onde a bellezza natural ritorna ; Della mia squilla per li nuovi accenti , Nel tempio universal ella soggiorna Profetizza il principio e ' l fin degli enti . Vincenzo Bombini , Sertorio Quattromani ( il Montano ) , Giulio Cavalcanti , il buon Gaeta , che avrebbe trattato l ' estetica secondo i principii telesiani , avanzando tutti gli altri , erano ( avverte , in nota , lo stesso Campanella ) accademici cosentini . Egli poi , secondo la stessa nota , « filosofo dei principii e fini delle cose » , avrebbe elevato a più alto segno la nuova scuola : « Rinnovò » , com ' egli dice , « la filosofia , ed aggiunse la metafisica , e politica ecc . , e la accoppiò con la teologia » . Certo , la metafisica delle primalità campanelliane manca nel Telesio . Ed è pur vero il giudizio di un altro grande ammiratore del nostro Cosentino , Francesco Bacone , che la filosofia telesiana in sostanza toglie di mezzo l ' uomo e la sua azione sulla natura ( artes mechanicae , quae materiant vexant ) per non guardare altro che la fabrica mundi , riuscendo una specie di filosofia pastorale o arcadica , che contempla il mondo placidamente e quasi in ozio ; filosofia , che Bacone amava mettere insieme con quella dei pensatori greci anteriori a Socrate e di taluni moderni , come il tedesco Paracelso , il danese Severino , l ' inglese Gilbert , l ' italiano Patrizzi , fondatori di nuove sette filosofiche , ideatori di altri sistemi astratti intorno alla natura delle cose , senza conseguenza per ciò che concerne le sorti umane : di quei sistemi , che egli sdegnava come facili a disseppellirsi dalla tradizione dei più antichi filosofi , e magari ad inventarsi di pianta : egli , che avrebbe voluto che il filosofo guardasse con un occhio alla natura , e con l ' altro alle umane utilità . Alla filosofia telesiana è estraneo il grande concetto proprio di Bacone del regnum hontinis , Ma questa filosofia pastorale per Bacone era appunto una metafisica : una di quelle filosofie che a lui pareva si potessero adombrare nel mito di Cupido , dell ' antico Cupido : il primo degli dèi , anteriore a tutte le cose , salvo il Caos coevo ; senza padre esso , e primo principio dell ' ordine che sorse dal Caos , ossia dell ' origine dell ' universo . Una filosofia insomma delle cause prime e delle leggi supreme , oltre le quali non è dato procedere . Lasciamo stare l ' analogia che Bacone , come già il Patrizzi , vedeva tra la fisica del vecchio Parmenide e la nuova dottrina di Telesio : analogia da lui stesso ridotta al suo giusto valore , quando avverte che ai principii parmenidei il filosofo Cosentino aggiunse del proprio la materia , perché depravato dai concetti peripatetici ; che è come dire che la dottrina telesiana , in conclusione , non è ne parmenidea , né peripatetica , ma telesiana . E certamente il raffronto con l ' Eleate non regge per nessun verso , chi consideri il valore della « doxa » rispetto al pensiero metafisico di Parmenide , - - e tenga conto del carattere schiettamente dualistico della teoria esposta nella « doxa » , e interpreti , d ' altra parte , il pensiero telesiano in relazione a quello che se ne può dire propriamente la naturale matrice , la metafisica aristotelica , già così distante dalla posizione eleatica . Certo , senza essere una metafisica , la filosofia telesiana non avrebbe potuto esercitare l ' azione storica che esercitò , in Italia attraverso Campanella , Bruno e tutto il naturalismo meridionale del sec . XVII , e per tutta Europa attraverso Bacone , che lo ha sempre presente , ora accettando , ora criticando le sue teorie particolari , ma avendolo sempre in gran conto come « il migliore dei moderni » . Un riformatore della filosofia , - - quale egli fu generalmente celebrato dai contemporanei e da quelli che dopo sentirono il bisogno di appoggiarsi a lui per continuare la guerra del pensiero nuovo contro l ' aristotelismo , costretto a rinchiudersi sempre più nelle scuole della tradizione infeconda , - - deve , almeno implicitamente , dare un nuovo orientamento , e cambiare l ' aspetto di tutta la realtà agli occhi dei pensatori . E questo fece Telesio . È pur vero ch ' egli fu , come dice Bacone , più valente a distruggere che a costruire ; ma è anche vero che la sua critica demolitrice è essa stessa una costruzione . Non possiamo esporre qui per minuto tutte le critiche , che egli con lena che mai non si stanca rivolge alla metafisica , alla fisica , alla psicologia , all ' etica e alle minori dottrine di Aristotele . Tanto meno seguire l ' ardito pensatore in tutte le singole teorie , che le sue nuove osservazioni , e , sopra tutto , l ' avviamento generale del suo intelletto , gli fanno sostituire alle antiche . Ma basta in questo riguardo notare , che l ' ampiezza della ricerca e la compattezza delle soluzioni adottate in tutti i problemi a cui si era estesa la filosofia aristotelica , dimostrano che nel De rerum natura contro l ' aristotelismo si afferma e si accampa una nuova intuizione del mondo : la quale riceve infatti tutto il suo significato storico della sua posizione verso l ' aristotelismo rimesso a nuovo dalla erudizione filologica del Rinascimento , e liberato dagli adattamenti medievali della Scolastica . E questo significato conserva , nel suo assoluto valore storico , per molti e gravi che sieno gli errori commessi a sua volta dal Telesio nella sua nuova costruzione : poiché una filosofia , in quanto tale , non attinge il momento suo di vita eterna , e non vive nella storia , se non pel principio che l ' anima . A cogliere questo principio non vi affidate alla guida dello stesso autore ; non guardate subito al titolo della sua opera ; a questo titolo , che promette di farvi intendere la natura secondo i suoi principii , quasi Aristotele con le sue teorie avesse fatto violenza alla natura , imponendole i propri ingiustificati preconcetti . Su questo motivo polemico il Telesio insiste ; se non che è il motivo che in varia forma si ripresenta in ogni polemica filosofica . La quale non può impiantarsi nella fatua pretesa di sostituire le idee nostre a quelle degli altri , ma nella fede bensì di contrapporre la verità all ' errore : e l ' errore apparisce sempre come una costruzione arbitraria della mente soggettiva , ripugnante alla essenza di quella realtà , a cui tutti i filosofi mirano ; e la verità , invece , come la intuizione diretta , la traduzione fedele , la ricostruzione genuina del reale nella sua pura oggettività . E se la natura rerum , nel suo senso più profondo , è la realtà stessa da Telesio non veduta se non come natura , il titolo di quest ' opera , chi s ' arrestasse all ' intenzione dell ' autore , accennata nell ' aggiunta iuxta propria principia , sarebbe un titolo adatto a tutte le opere filosofiche innovatrici , comprese quelle stesse di Aristotele . Ed è , al contrario , un titolo significativo e caratteristico rispetto all ' indirizzo mentale telesiano , quando si faccia convergere su di esso la luce intima della sua filosofia . Non vi arrestate né meno alle proteste metodiche , di non voler seguire altro che il senso , quasi la filosofia telesiana dovesse riuscire un puro empirismo . Ché tale questa filosofia non è ; e se l ' intonazione della sua polemica antiaristotelica piacque all ' orecchio dell ' autore del Novum Organum , egli è che anche Bacone , come molti altri pensatori dopo di lui , s ' illuse credendo che il metodo sia un antecedente della filosofia , e questa un prodotto di esso : laddove metodo e filosofia sono una cosa sola , nel senso che la filosofia è il concreto e il metodo l ' astratto : né si ha una filosofia perché si abbia un metodo , ma proprio l ' opposto . Fin da principio la mente del pensatore ha , sto per dire , una certa impostazione e quindi intravvede un certo mondo , che lo preoccupa e gli pone innanzi , urgente , il suo problema : simile alla « macchia » la prima oscura intuizione creatrice dello artista , che è già il nucleo dell ' opera d ' arte . E in quel germe c ' è la filosofia con la sua logica : la filosofia , che non potrà poi avere altro svolgimento da quello che le vien prescritto dalla sua logica . Quanto in particolare al Telesio , il motivo più potente , quella che può dirsi la prima radice del suo filosofare antiaristotelico , non consiste in una o più difficoltà che l ' esperienza sensibile opponga , secondo lui , ai principii di Aristotele . Né è codesta esperienza la fonte a cui egli ordinariamente ricorra per lo sviluppo e l ' elaborazione del suo pensiero . La sua natura , è vero , è la natura sensibile , materiale ; né egli , in quanto filosofo , conosce realtà che si possa concepire scevra di mole materiale . Tutto ciò che razionalmente gli riesce d ' intendere delle funzioni spirituali , è per lui bensì spirito ; ma non nell ' accezione moderna di questa parola , anzi come la materia che più sia stata attenuata e assottigliata dal calore . E la natura materiale e sensibile non pare si possa definire altrimenti che come quella realtà spaziale , che è oggetto del senso , e quindi come la realtà propria della filosofia che non ammetta altro organo di conoscenza che il senso . Ma anche questa determinazione è appena la superficie della filosofia telesiana e di tutte le altre simili . L ' affermazione del senso , quando ha una reale importanza nella storia della filosofia , può rispondere a un doppio bisogno : al bisogno ideale dell ' empirismo , che nega la metafisica come scienza di quell ' assoluto , che il senso non coglie : che è la tesi , per es . , di Kant nella Critica della ragion pura e la tesi a cui si arrestarono nel sec . XIX i seguaci di quel positivismo filosofico , il cui maggiore sforzo parve rivolto alla negazione della filosofia . O risponde al bisogno , che fu proprio di Bacone , e più tardi della logica nuova della filosofia moderna , nel significato che rimase affatto oscuro nel Cancelliere inglese , pur grande animatore del pensiero europeo , della mediazione dell ' universale , della concretezza storica del pensiero , che non è quale Platone e Aristotele lo immaginavano , un ' astratta rete bell ' e fatta di concetti universali , ma vita di essi sempre nuova , ed eterna come tale , nei particolari : affermazione dell ' individualità di fronte al generale , della logica reale di contro a quella speculazione a cui gli antichi trovavano adeguata soltanto la mente divina ; e Platone , in fondo , né anche quella , se s ' intende a rigore il mito delle contemplazioni sopracelesti del Fedro , Telesio invece non è un empirista alla maniera dei positivisti , e molto meno di Kant . E d ' altro lato , in lui non c ' è sentore , checché si contenesse nelle opere logiche non pervenute fino a noi , di una concezione storica e realistica del pensiero . È un metafisico ; e un metafisico materialista . E tanto egli rispetta il senso , quanto lo aveva rispettato il primo sistematore del materialismo , quel Democrito , che fu uno dei primi metafisici di grande stile in Grecia , e che , per la sua distinzione di qualità primarie e qualità secondarie , può a buon dritto ritenersi il vero padre dell ' idealismo , quale , movendo dalla stessa distinzione , ripetuta dal Locke , ebbe a concepirlo , con uno sforzo che mandò a monte per sempre il materialismo , il Berkeley . E l ' organo , con cui il Telesio costruisce la sua metafisica , è quello che è servito e servirà sempre a tutti i metafisici , il pensiero puro ; per cui la realtà - - non l ' apparente , ma la vera , l ' assoluta realtà , a cui ogni forma di realtà si riduce , da cui tutto ciò che nasce proviene , e a cui tutto ciò che passa ritorna , laddove essa sta eterna - - non è punto realtà sensibile , bensì realtà pensata . Realtà pensata sotto tre attributi o forme fondamentali , il cui giuoco soltanto può farci intendere la totalità delle infinite variazioni dell ' universo sensibile : due nature agenti , secondo l ' espressione telesiana , e una passiva : il caldo , che è principio di luce , di movimento , di vita in tutte le sue forme ; e il suo contrario , il freddo , principio di tenebre , di inerzia , di morte : l ' uno con l ' altro in eterno contrasto nella materia ; che è il terzo principio , la mole che occupa lo spazio . Forza e materia , come oggi si direbbe ; e la forza duplice , e in lotta seco stessa a produrre l ' alterna vicenda della natura , che è nascere e perire continuo ; un continuo nascere che è pur perire ; e un perire continuo , che è pur nascere . Forza e materia , che , si badi , nella loro assoluta universalità , sono veri e propri principii nel senso aristotelico , e non hanno nulla di sensibile ed empirico , benché essi si manifestino negli oggetti del senso . Che anzi l ' intuizione centrale , e come il nocciolo del pensiero telesiano , è appunto una negazione , più risoluta e più energica che non fosse in Aristotele , dell ' empiricità o realtà immediata di cotesti principii , e quindi nell ' affermazione del carattere metafisico e meramente trascendentale di essi . Giacché questo , a ' suoi occhi , è l ' errore aristotelico , generatore di tutti gli altri da lui a uno a uno combattuti : la separazione di ciò che in natura è unito ed inseparabile che male aveva separato prima Platone , e che Aristotele non era riuscito più a unificare : la forma e la materia delle cose : ciò che ciascuna di queste è , e per cui si pensa , l ' idea , e quella materia che alla filosofia antica , come al pensiero volgare , si rappresenta quale sostrato necessario alla realizzazione dell ' idea . Intesa la natura come divenire o generazione continua di forme , questo divenire si schematizza come movimento , che avviene nella materia , ma è l ' attualità della forma . Ora il principio del movimento , la radice delle forme , che è come dire della realtà , in quanto divenire naturale , anche per Aristotele è in qualche cosa che , per essere principio e non principiato , vera e assoluta causa e non più effetto , deve trascendere necessariamente la natura , che è movimento . Deve essere immobile . Cioè forma pura . La natura , pertanto , benché concepita come unità perenne di materia e di forma , poiché la forma , in fondo , la riceve di fuori , per sé , senza questa animazione estrinseca , viene a ridursi quasi ad inerte materia : mera possibilità , o potenzialità passiva delle forme . Donde quell ' assenza di valore nella natura e nell ' uomo - - parte di essa , - - che abbiamo detto essere stata legata dall ' antichità alla filosofia del medio evo , e che spettava allo spirito del Cristianesimo superare . Telesio , il materialista , che cinque anni dopo la sua morte sarà segnato all ' Indice , si mette per questa via nuova , desiderata dal Cristianesimo ; benché sulla nuova via , che è lunga e non facile a percorrersi , si arresti al materialismo , certamente insufficiente a giustificare il valore nonché dell ' uomo , della stessa natura . E la sua novità può riassumersi in questi termini : la forma che , per Aristotele , come forma assoluta , era fuori della materia , per Telesio è dentro , e una con questa : la natura , che Per Aristotele , come pura natura , era mera possibilità , realizzata soltanto per cause estrinseche , per Telesio è la sola realtà ; e però si spiega iuxta propria Principia , la mira , a cui questi confusamente , come accade sempre nelle rivoluzioni ideali , quando il mondo rientra nel caos , donde la mente aspira a ricostruire il mondo nuovo ( e di qui , la incontentabilità del Telesio , che lavora tutta la vita all ' opera sua ! ) ; la mira , a cui egli tende , è la ristaurazione dell ' unità , lacerata dal dualismo aristotelico . Considerate infatti il nesso dei tre principii da lui stabiliti , materia , caldo e freddo . Il caldo , principio del movimento , della vita , del senso , adempie nel suo sistema lo stesso ufficio che la forma in Aristotele . E se si pone mente alla funzione assegnatagli da Telesio , che ne fa una natura agens , esso certamente è una entità metafisica che non si può confondere col calore fisico e sensibile , che è sempre una certa mole , un certo corpo caldo . E perciò la differenza , in questo punto , tra Aristotele e Telesio è più nella parola che nel concetto ; sebbene al secondo la parola prescelta paia meglio corrispondere alla concretezza determinata e reale della sua forma . La materia poi , Telesio stesso lo dice , era già un principio aristotelico . Profondo invece il divario , tra le due filosofie nel modo di concepire il terzo principio : e questo divario , riverberandosi nel concetto degli altri due , lo trasfigura , e conferisce a tutta la intuizione telesiana un carattere radicalmente nuovo . Il divenire naturale , come ogni divenire , non si spiega , ammesso pure il sostrato di esso , senza una dualità di termini contrari e contrariamente agenti su quel sostrato . Se il divenire è vivere , il vivere non si può concepire se non come morire oltre che vivere ; ovvero come un continuo rinascere dalla morte , una continuata vittoria sul potere distruttivo della vita . Generazione è termine correlativo di corruzione , nel linguaggio aristotelico . Se nella superficie del gran mare dell ' essere affiora una forma nuova ( e per Aristotele la natura è un continuo affiorare di nuove forme ) , una forma vecchia deve scomparire : la nascita è sempre una morte . Ma morte di che ? Della forma no , la quale , per sé , come pura forma , è fuori della transeunte realtà dell ' esperienza , e non soggiace all ' alterna vicenda del vivere o del morire ; e né ànche della materia , ricettacolo della novella forma . L ' una e l ' altra sono eterne . Una risposta , nella posizione aristotelica , che stacca materia e forma , e fa il movimento estrinseco alla materia , è impossibile . Ma , se vita è morte , mistero questa , mistero quella . In che consiste quella novità , che è l ' entrar del vivente nella vita ? Donde viene egli ? Che cosa è quel suo non ­ essere , a cui sottentra il suo essere ? I due problemi sono un solo problema : cioè , se l ' essere è la forma , che cos ' è il non ­ essere delle cose ? Il non ­ essere di Aristotele non poteva essere , e non fu un concetto , ma una parola messa lì , dove il concetto non era possibile , destinata a diventare , come tutte le parole siffatte , l ' enimma e il tormento dei commentatori ; la # # # # # # # # o privatio , come tradussero gli Scolastici . La privazione , che egli attribuisce alla materia , quasi un certo desiderio e sentore o odore della forma assente , non è materia per sé , poiché designa una relazione ; non è forma , di cui è appunto la mancanza ; e non è unità di materia e forma . È , ripeto , una parola , ma una parola , che , introdotta nel sistema , rende , o par che renda importanti servigi al pensiero . Infatti , senza di essa , la , vicenda delle forme non si potrebbe dire in nessun modo pensabile : e il vivo sarebbe eternamente vivo ; ma di una vita identica alla morte , perché senza mutamento , che è come dire senza vita . Il terzo principio aristotelico , osserva Telesio , è meramente negativo : noia ens , non agens . Ed egli , per combatter più efficacemente gli aristotelici coi quali gli toccava di fare i conti , osserva che Aristotele non l ' intese così , e non lo poteva intendere così ; ma così l ' intendono invece i Peripatetici ; e la materia , invece , dev ' essere da meno bensì e più ignobile della forma , ma positiva anch ' essa , affinché cooperi con la prima alla generazione naturale ; anch ' essa agente . E però il suo freddo , qual egli lo concepisce , è il contrario , il non ­ essere del calore ; il quale non ­ essere , se rispetto al calore non è , in se stesso è né più né meno del calore ; e però agisce davvero , opponendosi a questo , contrastandogli il passo , limitandolo , e concorrendo quindi con esso alla vita della natura . poiché la forma telesiana è il caldo , quel che precede la forma non è il nulla , la pura privazione , ma il freddo ; ciò che succede , del pari , non è nulla , ma il freddo . Per Telesio questo precedere e succedere è solo relativo ché la forma , assolutamente , in quanto caldo , non viene mai meno . Cioè , se il freddo è negativo , ma reale quanto il caldo , anche il caldo è reale in quanto negativo rispetto al freddo : e la vera realtà insomma non è mai né caldo assoluto né freddo assoluto ; ma caldo che vince il freddo , o freddo che vince il caldo : ciascuno presupponendo e limitando il suo contrario , ed essendo presupposto e limitato da esso . Di guisa che la realtà è , in fondo , la loro unità nella lotta , e a volta a volta un momento della risoluzione del loro immanente contrasto , un effetto unico della loro azione reciproca . Il che importa che la sostituzione del freddo alla privazione aristotelica è il superamento della trascendenza della forma , di quella trascendenza che è il difetto fondamentale della filosofia peripatetica , anzi , nel suo significato generale di tutta la filosofia greca , come avvertimmo a principio . Telesio , con la sua coppia di contrari cooperanti nella materia , libera la natura , ossia la realtà a lui nota , dalla trascendenza , e ne fonda per la prima volta , dopo lo sviluppo della metafisica teistica , l ' autonomia , o com ' egli diceva , la nozione iuxta Propria principia , Ora infatti possiamo intendere il valore speciale di questo suo motto , che è una bandiera spiegata al vento , a cui lo spirito moderno guarderà come a segnacolo di libertà e di gloria . E la materia ? Per Telesio non è più il non ­ ente platonico e aristotelico , ma il reale sostrato , e come a dire , la realizzazione della contrarietà caldo ­ freddo che in essa si attua . Le due nature agenti hanno come loro termine correlativo , e quindi come implicito in se medesime , cotesta natura passiva . Che se il caldo implica il freddo e viceversa , entrambi implicano insieme la materia . E la realtà , che è atto , non è tre ma uno : e questo uno essendo l ' unità o sintesi attuale dei tre principii solo astrattamente distinguibili , è la materia che è calda è non è calda , perché è fredda e insieme non è fredda . La materia è quello che è e non è insieme , la genesi , il divenire aristotelico , restituito alla logica del suo processo immanente . In conclusione , la filosofia telesiana vuol essere un naturalismo monistico ; per cui la realtà è l ' opposto dello spirito , la natura , rappresentata come materia ; ma questa materia è movimento , e in quanto tale assume tutte le forme mondane , dal corpo fisico al pensiero . Potrebbe parere una filosofia tornata nel bel mezzo del sec . XVI , alla ingenua intuizione dei filosofi ionici del VI e V secolo a . C . ; se questa filosofia ora non risorgesse dal fermento della metafisica platonizzante dell ' aristotelismo , che ha sdoppiata la realtà fisica dei più antichi presocratici , e creata l ' idea o forma , e tutto un mondo estramondano , che il filosofo del Rinascimento aspira a distruggere : ed è appunto nella demolizione di questo mondo separato , ignoto ai filosofi ionici , l ' intonazione e il valore nuovo di questa filosofia , demolitrice più che costruttrice ( destruendo quam astruendo melior ) . Infatti la vera costruzione , in questo momento , all ' uscire del medio evo , quando lo spirito aspirava a sgombrare il campo innanzi a sé , per istaurare la filosofia adeguata alla vita nuova del Cristianesimo , non poteva essere se non demolizione . La filosofia del Cosentino , lungi dall ' affacciarsi con l ' ingenuo occhio di un Talete allo spettacolo della natura che le è di fronte , sente con la riflessione del moderno se stessa nel flusso delle cose naturali , e nell ' affermazione energica dei principii propri onde la natura si spiega , e per cui si rivendica in libertà , prorompe l ' istinto dell ' uomo nuovo , ricreato dall ' intuizione cristiana e portato a cercarsi dentro , come sostanza del proprio essere , la divinità . Guardate a quel ragguaglio e quasi livellamento , che Telesio fa delle operazioni superiori dello spirito umano con le inferiori ; e di queste con le funzioni psicologiche degli animali , non distinte altrimenti che per grado , ma identiche qualitativamente ; e poi del sentire col fatto fisiologico ; che non è se non movimento dello spirito , ossia della materia resa estremamente sottile dal caldo : e poi quella sua estensione del senso , a tutto il caldo e a tutto il freddo o , come bisogna intendere , a tutta la materia la quale , anche se fredda , poiché il freddo è un prevalere sul caldo , è , un po ' almeno , anche calda ; e considerate che , - - negata ogni finalità intesa , a mo ' di Aristotele , come èta estrinseca del processo naturale , rappresentata dalla forma separata , - - dell ' anima umana , così naturalisticamente considerata , ei raccoglie lo sforzo supremo , che è l ' attività etica , nella spontanea tendenza alla conservazione di sé , onde non solo l ' uomo , ma tutte le cose in natura tendono a perseverare nel loro proprio essere . Ebbene : quest ' autoconservazione , in cui si assomma e concentra sostanzialmente , nella sua espressione finale , tutta la vita della natura , è l ' umanità dell ' uomo , che è moralità , ed è , insieme tutto l ' operare , anzi l ' essere attuale della natura . Ma l ' uomo la sorprende come conato istintivo in se medesimo : e se chiude gli occhi alle forme più alte della propria spiritualità , e si rannicchia dentro questo senso oscuro , che può attribuire alla natura universale , egli è perché , non sapendo ancora in che modo nelle forme superiori dello spirito si possa vedere la sostanza di tutto , compresa quella stessa natura che par materia , movimento e nulla più , il filosofo ha bisogno di affermare di sé solo quel tanto , che gli consenta tutta una concezione della natura iuxta propria principia , Strano a dirsi : il filosofo , incapace ancora di spiegarsi lo spirito , lo redime , lo afferma , negandolo : rimpicciolendosi e stringendosi da presso a quella natura che cominciava a liberare dalla trascendenza , per partecipare al benefizio di quella prima libertà . Paradossale , ma vero , per chi voglia penetrare nel segreto del Rinascimento : questo naturalismo materialistico era la prima affermazione , con carattere , come s ' è avvertito , schiettamente cristiano , della libertà dello spirito . VII È tutto ciò chiaro e netto nel pensiero di Bernardino Telesio ? Nella Bibbia si legge che Dio , dopo aver creato l ' universo , vidit cuncta quae fecerat , et erant valde borea . Dopo di allora , ogni volta , lo spirito creatore prima ha creato , e poi s ' è compiaciuto dell ' opera sua . La coscienza critica , che è la storia , vien dopo . Accennammo già che Telesio , come Vico , si travagliò tutta la vita nella sistemazione e formulazione del suo pensiero : segno che , a simiglianza del Vico , ei non pervenne mai alla visione lucida e piena di quanto gli si agitava nella mente . E a quel modo che oggi l ' oscuro pensiero del grande filosofo napoletano s ' intende in tutto il suo valore , se si libera da talune incoerenze , incertezze e ambiguità della sua forma nativa , secondo che riesce ormai possibile a noi , che sul suo pensiero torniamo con la riflessione più matura di tutta la filosofia posteriore ; nella stessa guisa , leggendo Telesio , scoperta la logica del suo pensiero nella storia più ampia della filosofia , che lo preparò prima e poi lo continuò , noi possiamo vedere in lui più addentro che non vedesse egli stesso e fare così il giusto conto di talune oscillazioni che intorbidano qua e là la sua vista , e che hanno impedito a ' suoi critici , da Bacone in poi , di scorgere la coerenza della sua filosofia . Il disegno suo era grandioso , poiché col suo nuovo intuito doveva ripercorrere tutto l ' universo , armeggiando contro Aristotele , che , in persona de ' suoi pedanti fanatici e petulanti seguaci , l ' incalzava sempre alle spalle . Qual meraviglia che qua e là tentenni , e gli tremi il polso ? Qual meraviglia , innanzi tutto , che egli non si fermi a definire con sufficiente chiarezza la logica del proprio pensiero ? quella logica che nel suo pensiero c ' era , e di cui si serviva infatti nella polemica contro Aristotele ? Il medesimo per l ' appunto accadde , ripeto , al Vico ; e più o meno è accaduto in ogni tempo a tutti i filosofi . In ciò il difetto maggiore della filosofia telesiana ; talché vi accade di sorprenderla talvolta irresoluta innanzi a questioni , la cui soluzione è data irrefutabilmente dal reale principio di essa . Mi si consenta un esempio . Tutte le cose sentono o no ? Per Campanella , che , come ogni continuatore , obbedisce più alla logica del sistema che sviluppa , non c ' è dubbio . Nel De rerum aratura di Telesio , invece , ci sono luoghi in cui s ' affaccia la questione più determinata , se il caldo e il freddo sentano ; e ora si dice che bisogna manifestamente attribuire il senso ad entrambi , ed ora che bisogna attribuirlo almeno a uno dei due . Gli faceva intoppo infatti la difficoltà che il senso è moto dello spirito che è sostanza più attenuata dal caldo : sì che se il senso dipende dallo spirito , e però dal caldo , non può competere al freddo ; ché altrimenti il freddo , contrastando il caldo , verrebbe , producendo la morte , a distruggere , come senso , il senso . E il Fiorentino , che è l ' interprete più autorevole del Telesio , si caccia nel ginepraio anche lui , e nota a questo punto : « Che se al freddo si volesse togliere ogni senso , per rimuovere l ' inconveniente anzidetto , come si guarderebbe egli dal suo avversario ? Come ne respingerebbe l ' attacco , e come si trincererebbe nella propria sede ? Questa , a parer mio , è la capitale contraddizione della fisiologia telesiana » . Contraddizione , in verità , insolubile , se il freddo e il caldo non si riconducano all ' ufficio di principii metafisici , che essi hanno nel sistema telesiano : contraddizione , che , in una forma o in un ' altra , sarebbe poi la contraddizione di tutte le filosofie , che ammettano un divenire o un modo qual sia di attività , e non mantengano rigorosamente la logica di una tale concezione del reale . Nel caso del Telesio essa nasce dal non badare che , se la natura deve spiegarsi dal contrasto del freddo e del caldo , il freddo e il caldo , presi ciascuno per sé , sono fuori della natura , principii o categorie , dal cui incontro si genera , anzi nella cui sintesi insuperabile consiste il reale . Il senso , perciò , come forma reale della natura , non può essere una proprietà né del caldo , in quanto puro caldo , né del suo contrario ; sibbene degli enti , delle cose naturali , che , in quanto calde e fredde insieme , avendo sempre un qualche grado di calore , e però uno spirito più o meno tenue , non possono non avere tutte un certo grado proporzionato , anzi equivalente di senso . Che era infatti la soluzione del Telesio , quando attribuiva il senso anche al freddo , che allora intendeva non più come astratta natura agente , ma come questa natura agente concorrente con la contraria nella materia , ossia natura agente concreta nell ' unità di sé e della contraria . Da questa e simili incertezze si scorge di sicuro che il Telesio non aveva chiara consapevolezza della natura metafisica de ' suoi principii , né perciò del reale fondamento , su cui , nel suo pensiero , appoggiavasi quella sua bonaria satira delle formae stertentes , ossia delle forme che , secondo l ' aristotelismo , russavano di qua della realtà . Non importa : il freddo , come natura agente positiva , ha questo valore , sostituendosi alla privazione aristotelica . La natura dee avere nelle sue viscere l ' eterna opposizione , dal cui travaglio si genera la vita in tutte le sue forme . Questo il naturalismo telesiano ; e per questo naturalismo Bernardino Telesio sta all ' avanguardia del Rinascimento , e può a buon diritto esser detto il migliore di quelli che per Bacone erano i filosofi moderni ; e possiamo dire anche noi che accenni all ' età moderna . Accenna , bensì ; e resta un uomo del Rinascimento . La nebbia ondeggia ancora attorno alla Vice del suo pensiero . La sua natura , quella natura che ha in se stessa le ragioni di tutta la sua vita , non riempie tutto il quadro della coscienza di Telesio . Da una parte di essa e dall ' altra c ' è qualche cosa , che non è natura , e che Bernardino non può cancellare : e sono insieme due termini ciascuno dei quali accenna all ' altro , e si congiungono idealmente e adombrano e offuscano tutto il quadro , così luminoso a chi non trascorra a ' suoi margini , ma lo fissi nel mezzo . Fatta comune agli uomini e ai bruti la ragione , anche questa , pel Telesio , è un prodotto naturale , una funzione dello spirito caldo . Con questa ragione non soltanto si coglie il particolare , ma si confrontano insieme i vari particolari , si raccolgono in uno le somiglianze , si formano gli universali : essa unifica il senso e l ' intelletto , che Aristotele distingueva nettamente . Ma con questa ragione non si compie lo sviluppo dell ' uomo , e della natura . Il compimento della ragione , anima naturale , è rappresentato dall ' anima creata da Dio , e infusa nei singoli uomini , innestata nella totalità del corpo individuale , e principalmente nello spirito , quasi propria forma , sicché la sostanza , che nell ' uomo ragiona , non è , al dire del Telesio , una e semplice , ma composta dell ' anima creata e dello spirito proveniente dal seme . E in ciò consiste l ' essenziale differenza tra la ragione umana e la belluina . Come si costituisca l ' unità dell ' anima umana , posta la sua anima naturale , che è spirito , e la sua anima creata soprannaturale , Telesio , e non dice , e non può dire ; la risposta non entra nella catena delle sue deduzioni . Se la vita dell ' anima umana si limitasse dentro i termini della natura , dell ' anima creata che aristotelicamente , e tomisticamente , viene a informare lo spirito di ogni individuo , non ci sarebbe motivo mai di parlare . L ' anima dell ' uomo , che , come senso e come appetito , per la sua conoscenza e per la sua finalità , dipende meccanicamente dalle leggi cieche della natura , potrebbe parer tuttavia autrice di atti pravi ; ma questi , come semplici effetti naturali , non potrebbero incorrere nel castigo della giustizia divina , a non voler concepire Iddio come odiatore iniquo delle sue stesse opere . Ond ' è che il governo e il freno dello spirito e la responsabilità conseguente dell ' uomo , - - la sua libertà , diremmo noi nel nostro linguaggio , postulata dall ' obbligo che l ' uomo ha di render conto de ' suoi atti , - - ci astringe ad ammettere l ' innesto di un ' anima superiore , capace non pur di resistere all ' impeto e alle illecebre dello spirito , ma di rattenere e reprimere lo spirito corrivo ai perversi piaceri e alle azioni indegne , e di tendere col suo vigore al proprio fattore , per ricongiungersi alle cognate sostanze e con loro fruire della beatitudine eterna . Giacché , dice il Telesio , l ' uomo , a differenza degli altri animali , non intende né appetisce soltanto le cose sensibili e mortali , che hanno attinenza unicamente alla conservazione presente di se stesso , ma intende e appetisce le cose divine e immortali , spettanti alla sua conservazione eterna . All ' uomo pertanto bisogna attribuire un doppio appetito , e un doppio intelletto : inerenti , l ' uno e l ' altro , principalmente allo spirito : ma l ' uno da ricondursi all ' anima creata da Dio , l ' altro alla natura dello spirito stesso . C ' è l ' appetito sensitivo proprio di questo , e si rivolge alle cose sensibili , che paiono beni , ancorché non siano veramente tali ; e c ' è la volontà propriamente detta , indirizzata ai beni veri , futuri ed eterni . I critici hanno osservato che le funzioni di quest ' anima creata , in quanto forma dello spirito , e propriamente dell ' intelletto nativo e dell ' appetito sensibile , nel Telesio sfumano per modo da lasciar trasparire che quest ' anima piovuta dal cielo è un « soprappiù » nel sistema telesiano ; « una essenza inutile aggiunta all ' uomo per un certo ossequio alla religione » , una concessione fatta ai tempi , alle tradizioni , alla fede ; e che non guasta nulla . Ma ciò non è esatto . È vero che tutte le funzioni intellettive dell ' anima immortale hanno bisogno del concorso dello spirito , e che per Telesio non è possibile ragione ( la quale per lui , in sostanza , è senso ) che non sia corporea ; laddove l ' altra anima per se stessa ragiona senza bisogno di sussidio esterno . Ma tutto ciò si riferisce al sensibile , oggetto del senso come conoscenza e come appetito . La funzione specifica dell ' intelletto aggiunto e della volontà si riferisce invece al soprasensibile , all ' eterno , al divino ; e al sensibile soltanto per subordinarlo , reggendo lo spirito e le sue native energie , ai fini oltremondani . Rispetto a questi , lo spirito è cieco , non solo perché non conosce e non vagheggia termine soprasensibile , ma perché non è capace di conoscere adeguatamente e giudicare secondo il suo giusto valore lo stesso sensibile . Non basta che l ' anima creata non abbia oggetto mondano e naturale , perché la si dichiari una concessione ai tempi e alla fede ; quasi che il Telesio , filosofando con maggiore libertà , potesse farne a meno . Ma è vero che essa è un residuo irriducibile del suo pensiero , rispetto al naturalismo , che è la sua vera , viva filosofia . È vero che essa rimane nell ' organismo del pensiero telesiano un ' idea morta , che non può entrare , e non entra , nel circolo del sistema . E non è la sola , come s ' è accennato . Quest ' anima creata , che è la facoltà del divino , o il senso della religione , quella che il Campanella , spirito assai più profondamente religioso del Telesio , svolgerà nella importante sua teoria della finente , si collega , com ' è ovvio , con l ' idea di un Dio creatore , esterno alla natura , e al meccanismo di essa studiato dalla filosofia telesiana : di un Dio , che è anzi esso la ratio cognoscendi dell ' anima creata . Giacché senza Dio , l ' abbiamo visto , Telesio non si sarebbe imbattuto in quest ' anima , bastando alla vita terrena e naturale quella che risulta dal giuoco del caldo e del freddo . Ma chi si sforzi di sapere o di acquistare la virtù ch ' egli dice sapienza , non può , secondo il Telesio , non vedersi sorgere innanzi l ' idea di Dio . La sapienza è virtù dello spirito , ma non dello spirito solo . È cognizione che lo spirito si procura e deve procurarsi ai fini stessi dell ' autoconservazione , di tutti gli esseri naturali e di se medesimo e del corpo a cui è insito , e senza di cui non potrebbe stare . Ma è anche cognizione dello spirito integrato e perfezionato dalla sostanza in lui immessa da Dio ; ond ' è eccitato e spinto di continuo a cercar di conoscere anche Dio e gli enti divini o soprannaturali , che la scienza non scorgerebbe mai nel seno della natura iuxta propria principia , poiché quest ' anima aggiunta , secondo le espressioni platonizzanti usate in questo luogo dal nostro filosofo naturalista , « sapiente per sé non pure delle altre cose , ma di Dio stesso e degli enti divini , ossia del proprio padre e fattore e delle sostanze a lei cognate ( chi invero potrebbe dubitarne ? ) , ma quasi cacciata in esilio , in carcere e in tenebre , e però orbata d ' ogni conoscenza e divenuta insipiente , aspira ansiosamente a ritornare alla sua natura e perfezione ; e finché non l ' abbia riacquistata , non può non dolersi assai e crucciarsi e dispiacere a se stessa » . sicché lo spirito ha la tendenza a sapere , oltre il suo oggetto naturale , anche quest ' oggetto trascendente ; la cui cognizione , secondo il Telesio , non conferisce alla conservazione dello spirito in quanto spirito , né sarebbe mai ricercata dallo spirito , se questo non fosse mosso dall ' anima creata . Semplice tendenza , di certo , perché la cognizione di Dio supera di grandissimo tratto le forze proprie dello spirito : a cui l ' anima fa sentire un bisogno superiore , ma non presta la capacità di appagarlo . Di guisa che lo spirito , pel concorso di questa sostanza psichica soprannaturale , ha un nuovo problema senza una nuova soluzione ; aspira a speculare anche Dio ; ma con la ragione non può assolutamente : « la quale » , dice Telesio , « può giungere a spiegare , e , spiega infatti il mondo tutto ; e intende altresì che tutte le cose in esso comprese sono state create da un Essere sapientissimo , potentissimo e ottimo » . Ma questi medesimi attributi non può penetrarli in tutta la loro grandezza ; ed è lontanissima dal conoscere gli altri . La ragione , a guardare il fulgore divino , resta abbagliata e cieca , peggio dell ' occhio che s ' affisi nel sole . E però la vera sapienza superiore , la celebrazione di questa virtù culminante dello spirito umano , non è quella che vuole intendere con la ragione , ma quella , che , messa da parte la ragione , si propone di vedere Dio e l ' esser suo e i suoi attributi « nelle sacre e divine lettere e nelle stesse parole di Dio » . Sapienza che , in questa cima , assomiglia , dice il Telesio , l ' uomo agli enti divini , anzi , quanto è possibile , a Dio . A questo ideale , dunque , non è dato alla ragione che spiega la natura , di elevarsi da sé . Pure è l ' ideale che alla ragione sarebbe impossibile non proporsi , poiché la sua spiegazione naturale non è senza residuo ; e quando essa scruta il suo mondo , non può non scorgervi dentro l ' orma profonda della sapiente azione creatrice di quel Dio , che gl ' incitamenti dell ' anima creata gli faranno cercare nella rivelazione divina . « Giacché » , conchiude il Telesio , « chi , vedendo la costruzione del mondo e la costituzione dell ' individui , ma sopra tutto degli animali , non vede che Dio è sapientissimo , e che delle virtù , che noi possiamo pensare in lui , la principale debba essere la sapienza ; ei può ben dirsi non solo empio e selvaggio ( ferus ) , ma a dirittura privo d ' intelletto » . Ora sarebbe falsare la storia e non intendere l ' anima e la mentalità di Bernardino non vedere in questo concetto della sapienza l ' espressione sincera del suo pensiero . Ma sarebbe anche far torto all ' acume speculativo del filosofo ; il quale avrebbe bensì dato prova di più intrepida cecità materialistica a disconoscere affatto le prove della sapienza divina nella razionalità e spiritualità di tutta la natura , così come egli invece la vedeva più vivamente lampeggiare nella finalità dell ' organismo animale , e avrebbe potuto dissimulare la meraviglia del caso , che il natural meccanismo delle nature agenti produca il miracolo del mondo e del pensiero ; ma , per fare una costruzione più armonica e coerente , l ' avrebbe lasciata campata in aria . Il puro meccanismo non è intelligibile . E Telesio che a redimere la realtà dalla trascendenza , non sa intenderla se non meccanicamente , e però vuotata dello spirito che la sorregge e l ' avviva , ha bisogno di legarla e quasi sospenderla , da un capo e dall ' altro , al pensiero , alla legge , che è l a sola ancora a cui la realtà possa fermarsi . Talché la sua natura , guardata dentro , è ricondotta sì a ' suoi principii , che sono in lei ; ma dalle prode apparisce creata da Dio e a Dio ritornante con l ' anima oltremondana . Come la sua origine è fuori di lei , ed essa non può sorgere da sé ; così la sua fine , che è il suo fine , non dipende da lei , e richiede un nuovo intervento di Dio , che suggelli l ' opera sua , destando nella natura una superiore e definitiva potenza , che la riporti a lui . sicché tutta l ' immanenza , che è il pensiero nuovo del Telesio , resta , come doveva restare , quasi avvolta e chiusa nel bozzolo della vecchia trascendenza . Sarà questo il destino e il segno caratteristico della filosofia di Bruno e Campanella e di quanti tentativi si fecero allora o si son fatti di poi per intendere iuxta propria principia una natura , una realtà , che non sia la realtà dello stesso pensiero , che aspira a intendere : quale Cartesio la vide , e quasi la sentì per la prima volta , quando , sequestratosi idealmente dal gran rumore del mondo che si dice esteriore , ascoltò l ' intima voce dell ' essere che continuava a parlargli dentro ; e scoprì il mondo nuovo della filosofia moderna , il quale ha veramente in sé tutte le ragioni del proprio essere . Il mondo , a cui Telesio tenne fisso il suo sguardo tenace per quasi cinquant ' anni con l ' ansia nel cuore e il bisogno di compenetrarlo della sua ragione , è un mondo ormai scomparso dai nostri occhi , e non può destare più il nostro interesse . I suoi scritti , dentro ai quali pur s ' agitò l ' anima sua poderosa , son divenuti desolatamente aridi ai nostri occhi e semplici documenti per gli storici , cui spetta di ravvivarne il senso che ebbero per Telesio e pel tempo suo . Ma negli sforzi di Telesio per ricostruire una natura , che avesse in sé i suoi principii , gli storici scorgono la prima grande battaglia combattuta , sulla soglia dell ' età moderna , per rivendicare la libertà e il valore immanente della vita ; e però essi additano nel Cosentino una degli eroi del pensiero . VII GALILEO GALILEI I L ' ideale scientifico di Leonardo matura nel genio di Galileo . Tra i loro due nomi si svolge il periodo più splendido e creativo della storia della scienza italiana . E nel Galilei lo stesso ardore d ' indagare i segreti della natura , la stessa fede nella potenza dell ' intelletto umano . La sua vita è tutta piena della storia de ' suoi scritti , delle sue scoperte e de ' suoi processi d ' eresia . Nacque da Vincenzio , valente musicista e scrittore di cose musicali , e da Giulia Ammannati il 15 febbraio 1564 in Pisa . Nel '74 , era in Firenze con la famiglia ; e attendeva ai primi studi letterari ( 1575­77 ) presso « un maestro di vulgar fama , » al dire di uno scolaro dello stesso Galilei , non « potendo ' l padre suo , aggravato da numerosa famiglia e costituito in assai scarsa fortuna , dargli comodità migliori , com ' averebbe voluto .... scorgendolo di tale spirito e di tanta accortezza che ne sperava progresso non ordinario in qualunque professione e ' l ' avesse indirizzato . Ma il giovane , conoscendo la tenuità del suo stato e volendosi pur sollevare , si propose di supplire alla povertà della sua sorte con la propria assiduità nelli studi : che perciò datosi alla lettura delli autori latini di prima classe , giunse da per se stesso a quell ' erudizione nelle lettere umane , della quale si mostrò poi in ogni privato congresso , ne ' circoli e nelle accademie riccamente adornato . In questo tempo si diede ancora ad apprendere la lingua greca , della quale fece acquisto non mediocre » . Insomma , fu un autodidatta . Nel '78 pare fosse nel monastero di Santa Maria di Vallombrosa e vi stesse facendo il noviziato . Quivi certamente « udì i precetti della logica da un Padre vallombrosano ; ma però que ' termini dialettici , le tante definizioni e distinzioni , moltiplicità delli scritti , l ' ordine e il progresso della dottrina , tutto riusciva tedioso , di poco frutto e di minor satisfazione al suo esquisito intelletto » . Ben si dilettava piuttosto di sonar il liuto , sull ' esempio e per l ' insegnamento del padre ; e secondo ci racconta il suo scolaro e biografo , dal quale andiamo traendo questi ricordi , « pervenne a tanta eccellenza , che più volte trovossi a gareggiare co ' primi professori di que ' tempi in Firenze e in Pisa , essendo in tale strumento ricchissimo d ' invenzione , e superando nella gentilezza e grazia del toccarlo il medesimo padre ; qual soavità di maniera conservò sempre sino alli ultimi giorni » . Molto anche dilettavasi del disegno , al quale mostrò di possedere segnalata inclinazione , e nel quale andò tanto innanzi , da acquistarsi pel suo gusto e perizia autorità grande tra i pittori più famosi del suo tempo , e il Cigoli , del quale è noto quale stima facesse il Galilei , « attribuiva in gran parte quanto operava di buono alli ottimi documenti del medesimo Galileo , e particolarmente pregiavasi di poter dire che nelle prospettive egli solo gli era stato maestro » . II Nel settembre 1581 Galileo era mandato a studio a Pisa , e in questa università veniva immatricolato tra gli artisti ( come chiamavansi gli scolari che non s ' avviavano pel diritto ) Avrebbe infatti dovuto attendere agli studi di medicina ; poiché il padre avrebbe desiderato farne un medico . E insieme con gli studi di medicina gli convenne imprendere quelli allora strettamente congiunti della filosofia peripatetica , che insegnavasi nelle scuole . La quale non comprendeva soltanto quella parte affatto speculativa del sapere scientifico , che più tardi s ' intese propriamente per filosofia , ma anche la scienza positiva della natura , che andava sotto il nome di fisica . A Pisa il Galilei ebbe primamente campo a manifestare la libera originalità del suo ingegno . « Il Galileo » , dice il solito biografo , « che dalla natura fu eletto per disvelare al mondo parte di que ' segreti , che già per tanti secoli restarono sepolti in una densissima oscurità delle menti umane fatte schiave del parer e degli asserti d ' un solo , non poté mai , secondo ' l consueto degli altri , darsele in preda così alla cieca ; come che , essendo egli d ' ingegno libero , non gli pareva di dover cioè facilmente assentire a ' soli detti e opinioni delli antichi e moderni scrittori , mentre potevasi col discorso e con sensate esperienze appagar se medesimo . E perciò nelle dispute delle conclusioni naturali fu sempre contrario alli più acerrimi difensori d ' ogni detto aristotelico , acquistandosi nome tra quelli di spirito di contraddizione , e in premio delle scoperte verità provocandosi l ' odio loro ; non potendo soffrire che da un giovanetto studente , e che per ancora , secondo un lor detto volgare , non aveva fatto il corso delle scienze , quelle dottrine da lor imbevute , si può dir , con il latte gli avesser ad esser con nuovi modi e con tanta evidenza rigettate e convinte » . Studia bensì nei testi Aristotele e Platone , e approfondisce da sé la cognizione diretta della scienza antica . Ma , insoddisfatto , ha vigile l ' occhio a nuove osservazioni , portato fin d ' allora a non cercare nei libri la verità . È del 1583 la celebre osservazione suggeritagli dalla vista di una lampada che oscillava nel Duomo , onde scopre la legge dell ' isocronismo delle oscillazioni del pendolo . L ' anno dopo si volge allo studio della geometria ; nella quale e nella meccanica fa subito progressi mirabili . sicché ancora nel 1636 riprenderà e invierà a un suo amico , perché siano stampate , le dimostrazioni di alcuni teoremi intorno al centro di gravità dei solidi , « trovate » , dirà con visibile compiacenza « da me , essendo d ' età di 22 anni , e di due anni di studio di geometria ; le quali è bene che non si perdino » . Studia Archimede ( 1586 ) , ed escogita « un nuovo modo esattissimo di poter scoprire il furto di quell ' orefice nella corona d ' oro di Jerone » inventando la bilancetta , E quell ' anno stesso tiene in Siena pubblico insegnamento di matematica , che legge pure in privato così a Siena come a Firenze . Nel 1587 va a Roma ed entra in relazione col gesuita Cristoforo Clavio , celebre matematico del tempo ; e con altri matematici di varie parti della penisola conferisce le sue teorie sul centro di gravità , onde si viene sempre più ampliando la sua riputazione . Tra questi matematici , il marchese Guidobaldo del Monte , di Pesaro , concepisce per lui grande stima , e si adopera presso i Medici , affinché gli sia affidata la cattedra di Matematica vacante nello studio di Pisa . Questa gli venne infatti assegnata nel luglio 1589 , con la provvisione annua di 60 scudi . III Dal novembre 1589 al '92 , un triennio , lesse pertanto Matematica a Pisa , continuando i suoi studi , le sue osservazioni e i contrasti con i vecchi insegnanti ligi alla tradizione ; la cui gravità accademica compiacevasi di pungere e deridere in capitoli berneschi , come quello giuntoci Contro il portar la toga ( 1591 ) ; poiché la toga era di prammatica per i professori dello Studio . Nel '90 inventa la cicloide , che gli serve per stabilire la forma da dare agli archi dei ponti . Insiste nello studio del movimento ; scopre l ' errore della dottrina aristotelica che fa variare la velocità della caduta dei corpi secondo la gravità : « dimostrando ciò con replicate esperienze , fatte dall ' altezza del Campanile di Pisa con l ' intervento degli altri lettori e filosofi e di tutta la scolaresca » . Commenta l ' Almagesto di Tolomeo ; contro il quale non si sa quando siano sorti i suoi primi dubbi ; ma è certo che nel 1597 poteva dire di avere abbracciata già molti anni innanzi la opposta dottrina . E forse era una delle questioni , che più tardi ricordava essere stato solito disputare nelle giornaliere conversazioni col dotto collega ed amico di Pisa , il signor Jacopo Mazzoni . Ma a Pisa non è sicuro d ' essere confermato allo scadere del triennio , e per naturali avversioni suscitategli contro dalle sue novità scientifiche e dal suo spirito ribelle , e per esser forse caduto in disgrazia presso i padroni , a causa di certo giudizio da lui liberamente espresso su una certa macchina idraulica di don Giovanni de ' Medici . E ha bisogno , d ' altra parte , di trovare un collocamento più vantaggioso , poiché nel luglio del '71 è morto il padre , ed è rimasta a suo carico tutta la famiglia . Onde si studia di conseguire la cattedra di Matematica nello Studio di Padova ; la quale gli viene assegnata il 26 settembre 1592 con lo stipendio di 180 fiorini ; confermata per sei anni nel '99 con fiorini 320; poi ancora nel 1606 per altri sei anni , portandosi lo stipendio a 520 fiorini ; e infine nell ' agosto 1609 a vita , con mille fiorini . Giacché a Padova infatti la grandezza di Galileo si fa ogni giorno più manifesta . Grandezza d ' ingegno singolarmente felice , che accoppia le più rare attitudini speculative del matematico con la passione indagatrice dell ' osservatore ; il quale non osserva per altro col solo fine di appagare la sua sete di sapere ed estendere i limiti del noto , ma per servirsi delle forze della natura ai fini della vita umana . Perciò la sua scienza non desta soltanto l ' interesse dei dotti , ma e dei principi e degli Stati ; e non c ' è scoperta sua che non dia luogo a invenzioni di strumenti utili alle arti della pace o della guerra ; e il movimento scientifico che fa capo a lui , com ' è dei più fecondi per la costituzione della moderna scienza della natura , così è de ' più benemeriti rispetto a quella signoria dell ' uomo sul mondo delle forze brute , che fu l ' ideale del Rinascimento italiano , e che Bacone in quel tempo bandiva come principale ufficio al sapere scientifico . Nel '93 , o in quel torno , scrive per uso degli scolari un trattato di fortificazioni ; e nel dicembre inventa una macchina da alzar acqua , per cui il Senato Veneto gli conferisce un privilegio . Insegna Euclide , cosmografia , astronomia . Nel '97 perfeziona il compasso geometrico e militare , e stende per iscritto le istruzioni intorno all ' uso dello strumento . Comincia a scrivere in lettere private in sostegno dell ' opinione copernicana ; mentre legge agli scolari sull ' Almagesto , Toglie pure ad argomento delle sue lezioni le Questioni meccaniche di Aristotele ; ma getta le basi di nuove dottrine , che entreranno a far parte dell ' ultima sua opera , Dialoghi elle nuove scienze , che pubblicherà nel 1638 . Studia l ' armatura della calamita ; e fa le prime esperienze che condurranno all ' invenzione del termometro . Nell ' ottobre 1604 osserva per la prima volta la nuova stella del Serpentario ; e nel dicembre tiene su di essa tre pubbliche lezioni , in cui comincia a scuotere poderosamente una delle dottrine fondamentali della fisica aristotelica , legata ai principii della metafisica di quella scuola ed entrata , si può dire , nel modo di pensare comune , mercè la straordinaria diffusione di quelle dottrine : la dottrina dell ' inalterabilità del cielo . Nell ' agosto del 1605 , per invito della Granduchessa madre , Maria Cristina di Lorena , si reca in Toscana a insegnare al principe Cosimo de ' Medici l ' uso del compasso geometrico e militare ; e l ' anno dopo stampa , in sessanta esemplari , nella propria casa di Padova , Le Operazioni del compasso geometrico e militare , che dedica a quel principe . Di cui torna nell ' estate ad essere ospite , e col quale ama legarsi di sempre più stretti rapporti . Un Baldassare Capra , che già contro le lezioni di Galileo sulla stella nuova aveva pubblicato un ' insolente quanto scipita Considerazione astronomica , tenta ora plagiarlo , mandando fuori per le stampe un Usus et fabrica circini cuiusdam proportionis , in cui riproduce in latino le Operazioni del Galileo . Questi gl ' intenta un processo presso i Riformatori dello Studio , e ottiene la soppressione dell ' opuscolo , col permesso di pubblicare egli una sua Difesa contro le calunnie et imposture di Baldassar Capra milanese , usategli sì nella Considerazione Astronomica sopra la nuova stella del MDCIII , come ( et assai più ) nel pubblicare nuovamente come sua invenzione la fabrica et gli usi del Compasso geometrico e militare ( 1607 ) . Nel 1608 continua a studiare lungamente il problema dell ' armatura della calamita ; e l ' anno dopo è tutto dentro alle sue ricerche e dimostrazioni meccaniche ; quando nel giugno a Venezia gli giunge notizia di uno strumento che in Olanda era stato presentato al conte Maurizio di Nassau , composto di due vetri dentro un tubo , onde si sarebbero veduti gli oggetti lontani come fossero vicini . « Con questa sola relazione » , racconta il Viviani , « tornando subito il signor Galileo a Padova , si pose a specularne la fabbrica , quale immediatamente ritrovò la seguente notte : poiché il giorno appresso componendo lo strumento nel modo che se lo aveva immaginato , nonostante la imperfezione de ' vetri che poté avere , ne vidde l ' effetto desiderato ; e subito ne diede conto a Venezia a ' suoi amici , e fabbricandosene altro di maggior bontà , sei giorni dopo lo portò quivi , dove sopra le maggiori altezze della città fece vedere e osservare gli oggetti in varie lontananze ai primi senatori di quella Repubblica , con lor infinita maraviglia » . Ne lasciò memoria infatti il procuratore Antonio Priuli nella sua Cronaca , sotto il 21 agosto 1609 : « Andai io in Campanil di S . Marco con l 'Ecc.te Gallileo e signor Zaccaria Contarini .... a veder le meraviglie et effetti singolari del cannon di detto Gallileo .... ; con il quale posto a un occhio e serando l ' altro , ciascheduno di noi vide distintamente , oltre Liza Fusina e Marghera , anco Chioza , Treviso e sino Conegliano , et il campaniel e cubbe con la facciata della chiesa de Santa Giustina de Padova : si discernivano quelli che entravano e uscivano di chiesa di San Giacomo di Muran ; si vedevano le persone a montar e dismontar de gondola al traghetto alla Colonna nel principio del Rio de ' Verieri , con molti altri particolari nella laguna e nella città veramente ammirabili » . IV Ben maggiori meraviglie quelle che Galileo indi a poco scoprirà nel cielo per mezzo di questo cannocchiale . Lo drizzò subito alla Luna , e ne scorse , primo tra gli uomini , la superficie ineguale , con cavità e prominenze a guisa della Terra . Vide la via lattea e le nebulose risaltare di una congerie di stelle fisse , indistinguibili ad occhio nudo per la loro immensa distanza e la loro relativa piccolezza . Ed ecco il 7 gennaio presso al corpo di Giove tre satelliti che gli girano intorno , e un quarto , sei giorni dopo . Con animo altamente commosso Galileo descrive in pochi giorni , in latino , la breve storia di queste scoperte , che portavano la rivoluzione nel cielo : nel cielo , quale si continuava ad immaginarlo secondo la fantastica costruzione aristotelica , con la Terra in mezzo , centro dell ' universo , intorno al quale si muovano tutte le stelle mobili del cielo . Scrive il Sidereus nuncius , e lo pubblica a Venezia il 12 marzo 1610 , dedicandolo al Granduca Cosimo , e in onore della sua casa denominando « Pianeti medicei » i quattro satelliti gioviali . Nulla più dell ' accoglienza fatta al Sidereus nuncius ( la cui materia Galileo espose pure in tre lezioni nella primavera , nello Studio di Padova ) da parte dei filosofi che insegnavano nelle università italiane , può dimostrare la gravità del colpo che le scoperte galileiane arrecavano alla scienza ufficiale contemporanea : « Non mancarono già » , dice il buon Viviani , « de ' così pervicaci e ostinati , e fra questi de ' constituiti in grado di pubblici lettori » - - alludendo a Cesare Cremonini , che fu tuttavia dei pensatori più spregiudicati della fine del sec . XVI e del principio del XVII , e che ebbe perciò dal S . Offizio non poche molestie , - - « tenuti per altro in gran stima , i quali , temendo di commetter sacrilegio contro la deità del loro Aristotele , non vollero cimentarsi alle osservazioni , né pur una volta accostar l ' occhio al telescopio ; e vivendo in questa lor bestialissima ostinazione , vollero , più tosto che al loro maestro , usar infedeltà alla natura medesima » . Erano quegli stessi , che ventisei anni prima Giordano Bruno aveva nella Cena de le ceneri additati tra gli oppositori della dottrina copernicana : « Sono alcuni altri che , per qualche credula pazzìa temendo che per vedere non se ne guastino , vogliono ostinatamente perseverare ne le tenebre di quello ch ' hanno una volta malamente appreso » . Ma di tutte le opposizioni Galileo è largamente compensato dal plauso mandatogli da Giovanni Kepler ; e può tornare a Firenze , ottenendo il posto che molto aveva desiderato ed ambìto , quello di matematico dello Studio di Pisa ( esente da ogni obbligo d ' insegnamento ) e filosofo del Granduca , con mille scudi annui . V Firenze però doveva essergli pur troppo fatale nel conflitto che fatalmente doveva scoppiare tra la nuova scienza , che per opera del Galilei si veniva liberamente svolgendo , e la Chiesa cattolica , che da alcune affermazioni di questa scienza temeva di vedere scosse le proprie basi dommatiche . E gl ' interessi di casa Medici , alla cui ombra Galileo riparò , non avrebbero consentito di fronte alla Curia una difesa aperta ed energica del grand ' uomo che l ' onorava , quale forse l ' avrebbe assunta la libera repubblica di Venezia . Il 25 luglio 1610 Galileo scopre la forma tricorporea di Saturno . Nel settembre e nell ' ottobre comincia ad osservare le fasi di Venere nel suo movimento intorno al Sole ; indi fa le prime osservazioni delle macchie solari ; una delle sue maggiori scoperte , « che » , egli scriveva allegramente al Cesi due anni dopo 246 , quando si preparava a ragionarne in apposita scrittura , « dubito che voglia essere il funerale o più tosto l ' estremo e ultimo giudizio della pseudofilosofia » ; poiché contraddiceva nel modo più manifesto alla menzionata dottrina dell ' inalterabilità celeste , e confermava d ' altra parte il sistema copernicano . Nel marzo 1611 si reca a Roma , per dimostrare la verità delle sue scoperte celesti . E vi si trattiene fin al giugno , destando grande curiosità e vivo interesse per le novità annunziate , che i matematici gesuiti del Collegio Romano , interrogati dal card . Roberto Bellarmino , non possono non confermare . Mostra egli a illustri personaggi le macchie del sole ; è onorato , accarezzato , ascritto alla recente Accademia dei Lincei . sicché può tornare a Firenze lieto di veder riconosciuti tutti i meriti scientifici acquistati nell ' esplorazione del cielo . Ma si erano poste le premesse di un dramma , che il destino di Galileo , riposto nell ' indirizzo stesso del suo pensiero , ormai avviato a certe conclusioni , doveva di necessità svolgere quindi fino alla catastrofe . Giacché , assodati i fatti , di cui il telescopio gli aveva reso testimonianza , egli era portato dalla tendenza sistematica della sua mente a spiegarli e inquadrarli in un sistema del mondo , che non poteva essere più il sistema di Aristotele e di Tolomeo ; onde veniva risospinto verso quella dottrina copernicana , che nel 1597 aveva scritto al Kepler di non voler per allora toccare , fortuna ipsius Copernici praeceptoris nostri perterritus , E se questa volta egli può contentarsi del riconoscimento delle sue scoperte , presto dovrà tornare a Roma , a cercar d ' impedire la condanna di Copernico ; la cui proibizione avrebbe troncato di netto la sua vita scientifica . Nell ' estate del 1611 è involto in una controversia coi Peripatetici pisani , capeggiati da Lodovico delle Colombe , circa i fenomeni della condensazione e della rarefazione , e sulla causa del galleggiare , che gli avversari attribuivano alla figura del galleggiante , anzi che alla gravità . Di che avendo pure discorso alla tavola del Granduca , presente il cardinale Maffeo Barberini , futuro papa Urbano VIII , il Galileo ebbe invito da Cosimo di stendere su questo tema un Discorso ; che fu quello Intorno alle cose che stanno in su l ' acqua , pubblicato nella primavera del '12 . Pone quindi mano alle sue lettere al Welser , stampate l ' anno dopo dai Lincei , col titolo Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti , in risposta al gesuita tedesco Cristoforo Scheiner , che allo stesso Welser aveva indirizzato altrettante lettere , sotto lo pseudonimo Apelles latens post tabulam , contro la scoperta galileiana . La sua mente gravita intorno al problema cosmografico . Sul quale nell ' agosto 1610 aveva fatto sapere al Granduca che egli meditava una grande opera : « due libri De systemate seu constitutione universi : concetto immenso e pieno di filosofia , astronomia e geometria » . VI Ma prima ancora che cominciasse a difendere pubblicamente la teoria copernicana , gli toccò trattare la questione del contrasto reale o apparente tra essa e la Bibbia , e in generale dei rapporti tra scienza e fede . L ' occasione gliela porse uno de ' suoi più cari e valenti discepoli , il Castelli ; al quale appunto era stato domandato dalla Granduchessa madre in che modo si potesse accordare con la Scrittura quella idea del moto della Terra , che si sapeva professata da Galileo . E questi scrisse allora la sua famosa lettera al Castelli del 21 dicembre 1613 , poi largamente ampliata con citazioni di Padri ed esegesi di testi nella lettera a essa Madama Cristina del 1615 . Non è esatto che Galilei sia stato il primo a rigettare apertamente l ' autorità della Scrittura in materia di scienza . La sua tesi è sostanzialmente identica a quella che quasi trent ' anni prima aveva sostenuta il nostro Bruno , in un ' opera che tutto induce a credere sia stata nota al Galilei , quantunque per ovvie ragioni di prudenza egli si peritasse di ricordare uno scrittore morto sul rogo come eretico ; ed è identica altresì a quella che più tardi propugnerà a difesa della libertà della filosofia di fronte alla teologia Benedetto Spinoza nel suo Trattato teologico Politico . Tutti e tre questi pensatori distinguono il dominio della vita pratica da quello della pura verità speculativa , - - e , assegnando alla religione il primo , riserbano il secondo alla scienza . Distinguono analogamente una doppia rivelazione divina della verità : una positiva e sovrannaturale , l ' altra razionale e in via di continua formazione ; e la prima considerano come fonte degli insegnamenti destinati a indirizzare la condotta dell ' uomo ; l ' altra , radicalmente indipendente dalla prima , come la sorgente della libera ricerca scientifica . L ' una , depositata nei libri sacri , direttamente ispirati da Dio ; l ' altra , frutto della mente umana . La quale , pel Galilei , non attinge dalla speculazione astratta de ' propri principii razionali la verità che è termine delle sue più legittime aspirazioni ; ma dalla osservazione della natura sensibile e dalla interpretazione e dimostrazione matematica delle sue leggi , consistenti in determinati rapporti matematici . sicché la stessa rappresentazione matematica della realtà conosciuta per mezzo dell ' esperienza sensibile non è il prodotto d ' un lavorio soggettivo della mente , ma la fedele lettura del libro del mondo , in cui Dio volle scrivere , del pari che nelle Sacre scritture , il suo pensiero ; di guisa che , come di fronte alla rivelazione sovrannaturale della religione , così nella stessa scienza che è il più alto segno dell ' umana grandezza , l ' intelletto umano non fa se non riflettere la luce che nella natura si riverbera dal pensiero divino . È evidente che rispetto alla scienza , che a Galileo preme difendere dalle opposizioni dalla tradizione scientifica e religiosa , quel che importa non è tanto la distinzione dei due diversi dominii , dommatico e razionale , e la dimostrazione delle loro irriducibili differenze ( al che sarebbe occorsa una dottrina , che in Galileo manca ) , quanto piuttosto la dimostrazione de ' diritti della libera ricerca scientifica sottratta , per la definizione della sua natura e della sua conseguente finalità , a quell ' ordine di cognizioni che la teologia faceva dipendere dall ' insegnamento scritturale . Di qui il carattere speciale e il difetto di questa affermazione galileiana della libertà della scienza . La quale per Galileo è libera dalla teologia , in quanto è cognizione che , a differenza della teologia , non ha nessuna portata pei fini essenziali dello spirito umano o , come egli dice , « per la salute delle anime » ; e non l ' ha , perché essa infatti è la cognizione di una realtà , in cui non c ' è posto per lo spirito umano , né motivo ad alcuna preoccupazione per la realtà di esso ; è la cognizione della natura , meccanicamente concepita , determinata secondo rapporti quantitativi ; che , solo in quanto tale , è oggetto di una scienza che non può entrare in conflitto coi dettati della teologia . La scienza , insomma , della quale Galileo difende la libertà separandola dal sapere dommatico della teologia , è la scienza naturalistica . VII Ma c ' è una scienza affatto naturalistica , cioè riguardante una realtà il cui modo di essere e di operare sia indifferente per lo spirito umano ? I teologi contemporanei di Galileo non si capacitarono di questa separazione da lui fatta tra il mondo a cui guarda lo scienziato , e quello a cui guarda l ' uomo che pensa e deve pensare alla salute dell ' anima . Nella questione speciale da cui sorgeva il conflitto , circa la stabilità o mobilità della Terra , c ' eran passi della Bibbia , che stavano per la tesi oppugnata dalla nuova scienza ; e ciò per comune e costante interpretazione dei Padri , dai quali il Concilio di Trento aveva dovuto , contro la pretesa dei Protestanti , vietare di dipartirsi . Né il movimento della Terra ponevasi quale semplice ipotesi d ' un mondo matematico costruito dalla mente secondo le leggi della coerenza geometrica , sì bene come induzione della realtà di fatto : che è una ben notabile differenza . Giacché il matematico costruisce per suo instituto mondi , che non appartengono alla realtà esistente ; ma in questa non è ammissibile un solo particolare che non si leghi col resto dell ' universo , e non vi si ripercuota , e non abbia perciò la sua importanza per gli interessi dello stesso spirito umano . sicché la teologia non si può disinteressare della definizione di quel mondo , che non è più nel cervello dei matematici , ma in quell ' essere effettuale , cui appartiene pure l ' uomo , che essa mira ad ammaestrare ai fini morali della sua eterna salute . Galileo , d ' altra parte , insisteva , che la posizione copernicana non era l ' ipotesi di un matematico , ma la dottrina d ' un filosofo che definiva la reale costituzione del mondo . E su questo terreno la scienza non si poteva non imbattere nella teologia , quali che potessero essere gli accorgimenti escogitati da Galileo per salvare la veridicità della Scrittura nei luoghi in cui si accenna alla stabilità della terra , mettendosi sullo sdrucciolo delle interpretazioni non autorizzate dalla tradizione della Chiesa . Merita d ' esser tenuto presente quel che scriveva da Roma il 12 aprile 1615 il maggior teologo che allora avesse la Chiesa Romana , il cardinal Roberto Bellarmino , a un frate carmelitano di Napoli Paolo Antonio Foscarini , autore di un opuscolo conciliativo intorno ai rapporti della teoria copernicana con la Bibbia . Questa lettera è un documento storico di prim ' ordine della massiccia tradizione , contro la quale dovevano urtare gli sforzi del Galilei . Il Bellarmino dunque scriveva : « I ° Dico che mi pare che V . P . e il sig . Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente , come io ho sempre creduto che abbia parlato il Copernico . Perché il dire che , supposto che la Terra si muova e il Sole stia fermo , si salvano tutte l ' apparenze meglio che con porre gli eccentrici ed epicicli , è benissimo detto , e non ha pericolo nessuno ; e questo basta al matematico ; ma volere affermare che realmente il Sole stia nel centro del mondo e solo si rivolti in se stesso senza correre dall ' oriente all ' occidente , e che la Terra stia nel 3° cielo e giri con somma facilità intorno al Sole , è cosa molto pericolosa non solo d ' irritare tutti i filosofi e teologi scolastici , ma anco di nuocere alla santa fede con rendere false le Scritture Sante ; perché la P . V . ha bene dimostrato molti modi di esporre le Sante Scritture , ma non li ha applicati in particolare ; ché senza dubbio avria trovate grandissime difficultà se avesse voluto esporre tutti quei luoghi che lei stessa ha citati . 2° Dico che , come lei sa , il Concilio proibisce esporre le Scritture contra il commune consenso de ' Santi Padri ; e se la P . V . vorrà leggere non dico solo li Santi Padri , ma li commentatori medesimi sopra il Genesi , sopra li Salmi , sopra l ' Ecclesiaste , sopra Giosuè , troverà che tutti convengono in esporre ad literam ch ' il Sole è nel cielo , e gira intorno alla Terra con somma velocità , e che la Terra è lontanissima dal cielo e sta nel centro del mondo , immobile . Consideri ora lei , con la sua prudenza , se la Chiesa possa sopportare che si dia alle Scritture un senso contrario alti Santi Padri e a tutti li espositori greci e latini . Né si può rispondere che questa non sia materia di fede ; perché , se non è materia di fede ex parte obiecti , è materia di fede ex Parte dicentis ; e così sarebbe eretico chi dicesse che Abramo non abbia avuti due figliuoli e Jacob dodici , come chi dicesse che Cristo non è nato di Vergine , perché l ' uno e l ' altro lo dice lo Spirito Santo per bocca de ' Profeti e Apostoli . 3° Dico che quando ci fusse vera dimostrazione che il Sole stia nel centro del mondo e la Terra nel terzo cielo , e che il Sole non circonda la Terra , ma la Terra circonda il Sole , allora bisogneria andar con molta considerazione in esplicare le Scritture che paiono contrarie , e più tosto dire che non l ' intendiamo , che dire che sia falso quello che si dimostra . Ma io non crederò che ci sia tal dimostrazione , fin che non mi sia mostrata ; né è l ' istesso dimostrare che supposto ch ' il Sole stia nel centro e la Terra nel cielo , si salvino le apparenze , e dimostrare che in verità il Sole stia nel centro e la Terra nel cielo : perché la prima dimostrazione credo che ci possa essere , ma dalla seconda ho grandissimo dubbio e in caso di dubbio non si dee lasciare la Scrittura Santa , esposta da ' Santi Padri . Aggiungo che quello che scrisse : Oritur sol et occidit , et ad locurn suum revertitur etc .... fu Salomone , il quale non solo parlò inspirato da Dio , ma fu uomo sopra tutti gli altri sapientissimo nelle scienze umane e nella cognizione delle cose create , e tutta questa sapienza l ' ebbe da Dio ; onde non è verisimile che affermasse una cosa che fusse contraria alla verità dimostrata o che si potesse dimostrare . E se mi dirà che Salomone parla secondo l ' apparenza , parendo a noi ch ' il Sole giri , mentre la Terra gira , come a chi si parte dal lito pare che il lito si parta dalla nave , risponderò che chi si parte del lito , se bene gli pare che il lito si parta da lui , nondimeno conosce questo errore e lo corregge , vedendo chiaramente che la nave si muove e non il lito ; ma quanto al Sole e la Terra , nessuno savio è che abbia bisogno di correggere l ' errore , perché chiaramente esperimenta che la Terra sta ferma e che l ' occhio non s ' inganna quando giudica che il Sole si muove , come anco non s ' inganna quando giudica che la Luna e le stelle si muovano » . VIII Le vicende dei due processi sofferti dal grande pensatore innanzi all ' Inquisizione di Roma sono ormai note in tutti i loro particolari ; e basterà ricordarle brevemente . Il primo processo , aperto su denunzia del domenicano Niccolò Lorini , a proposito della lettera del Galilei al padre Castelli ( 7 febbraio 1615 ) , dopo un ' istruttoria segretissima , durante la quale Galileo si reca a Roma ( 3 dic . 1615 ) , scrive il Discorso sopra il flusso e reflusso del mare , di schietta professione copernicana , poiché il flusso e riflusso marino vi è spiegato col movimento della Terra , e invano si adopera affinché la dottrina di Copernico non sia condannata , - - si chiude con la censura ( 24 febbraio 1616 ) delle due proposizioni della stabilità del Sole e del movimento della Terra , e con l ' ammonizione , fatta ( 26 febbraio ) per mezzo del card . Bellarmino al Galilei , che si astenga dal professarle . Ma questo divieto non impedisce a Galilei di proseguire in segreto le sue speculazioni intorno ai due massimi sistemi del mondo . La comparsa , avvenuta nell ' agosto del '18 , di tre comete , una delle quali , nel segno dello Scorpione , rimase visibile fino al gennaio successivo , illustrata dal gesuita di Roma p . Orazio Grassi in una Disputatio astronomica in senso aristotelico ­ tolemaico , lo trasse , anche per gl ' incitamenti venutigli da varie parti , ad esporre il suo pensiero ; il che fece per mezzo di un Discorso delle Comete , letto dal suo fido scolaro Mario Guiducci all ' Accademia Fiorentina , e dato in luce nel giugno 1619 . Fu il segno di una battaglia ingaggiata dai gesuiti contro il sospetto filosofo di Firenze . Gli si avventò contro il Grassi , sotto l ' anagramma di Lothario Sarsi , nella Libra astronomica ac philosophica , che il Galilei si divertì da prima a postillare minutamente , e poi a confutare nel celebre suo libro polemico Il Saggiatore , pubblicato a Roma per cura de ' Lincei nel 1623 . Il 6 agosto sale al trono pontificio Maffeo Barberini , dal quale Galileo si teneva sicuro di essere benvoluto assai , oltre che stimato . E spera subito poterne ottenere migliori disposizioni pel sistema copernicano . Si reca una quarta volta a Roma nell ' aprile del '24 , e vi spende più di due mesi in colloqui con Cardinali e col Pontefice per persuaderli dell ' opportunità , anzi necessità per la Chiesa di cessare da ogni opposizione contro una dottrina scientifica , che nei paesi riformati si diffondeva sempre più . Ma da Urbano VIII riceve bensì buone parole , e medaglie , e « buona quantità di Agnus Dei » , e la promessa d ' una pensione pel figlio , ma nulla che modifichi la situazione giuridica creata dal precetto del 1616 . Galileo riprende il Dialogo , a cui già pensava dagli anni di Padova , sui massimi sistemi , tolemaico e copernicano ; ma tra minori studi , malattie e la naturale titubanza derivante dal divieto del S . Offizio , procede in esso lentamente . Lo compie soltanto nel '30 . La prudenza usata nelle espressioni , evitando di affermare mai risolutamente la verità del sistema copernicano , certe vaghe voci giuntegli da ' suoi amici di Roma circa le intenzioni del Papa , la fiducia nel patrocinio del suo Granduca , a cui il Dialogo era dedicato , gli fecero sperare di ottenere la facoltà di stamparlo , e di poterlo quindi dare in luce senza pericolo . Torna a tale scopo a Roma nel maggio di quell ' anno ; ne riparte il 26 giugno « con intera sua satisfazione » ; e inizia la stampa a Firenze . Ma sorgono per via tante difficoltà , che la stampa del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo è compiuta soltanto il 21 febbraio 1632 . IX Già nell ' agosto Galileo viene a sapere che i gesuiti lavorano con ogni potere in Roma a far proibire il Dialogo . Si riunisce infatti una congregazione per esaminarlo . Il 23 settembre , per mezzo dell ' Inquisitore di Firenze , il Papa ingiunge a Galileo di comparire non più tardi del mese di ottobre innanzi al Commissario Generale del S . Offizio in Roma . Ecco iniziato il nuovo processo , che si chiuderà il 22 giugno del '33 nella gran sala dei Domenicani di Santa Maria sopra Minerva con la lettura della sentenza che proibiva il Dialogo , e con l ' abiura della dottrina copernicana fatta dall ' affranto vegliardo , minacciato il giorno innanzi della tortura . Minaccia contro cui si rivolta ogni coscienza d ' uomo . Ma più che la minacciata tortura , la qual non ebbe poi effetto , ed era parte necessaria dei sistemi giudiziari del tempo , offende il nostro sentimento della dignità umana la genuflessione e l ' abiura , a cui si costrinse , contro le sue più ferme convinzioni , il grande intelletto , poiché gli venne meno , nell ' estremo cimento , la forza di tener fede alla verità che gli splendeva dinanzi . Colpa non di uomini , certo , ma di tempi e sistemi , onde doveva restar colpita assai più l ' istituzione che condannava , che la vittima che n ' era colpita . In verità , tutte le durezze con cui inesorabilmente si vollero travagliati gli anni estremi del Galilei , nulla tolsero , e nulla potevano togliere , a questo della sua grandezza e della gioia , tutta interiore , procuratagli dalla potenza del suo genio . Ma quanti animi non alienarono dalla Chiesa Romana ? Che se alla distanza d ' un secolo e più , in cui lo spirito galileiano venne celebrando i suoi trionfi , faceva dalla Congregazione dell ' Indice cancellare ( 16 aprile 1757 ) il decreto quo Prohibentur libri omnes docenles immobilitatem Solis et mobilitatem Terrae , la chiesa non poté più cancellare il senso di ripugnanza o di diffidenza contro le sue decisioni e il sospetto entrato negli animi , che a lei forse increscesse della luce che la mente umana vien facendo con la scienza . Nelle lettere di Galileo è tutta la storia di quelle durezze , di tutti i dolori sofferti , fino alla cecità , onde fu suggellata nel '37 la sconsolata solitudine degli ultimi anni ; fino alla morte , avvenuta l'8 gennaio 1642 . Oh gli accenti accorati solenni come rintocchi di campana quando nel '38 perdette la vista . « Ahimè , signor mio , il Galileo , vostro caro amico e servitore , è fatto irreparabilmente da un mese in qua del tutto cieco . Or pensi V . S . in quale afflizione io mi ritrovo , mentre che vo considerando che quel cielo , quel mondo e quello universo , che io con mie maravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni avevo ampliato per cento e mille volte più del comunemente veduto da ' sapienti di tutti i secoli passati , ora mi s ' è diminuito e ristretto ch ' è non è maggiore di quel che occupa la persona mia » 256 . Ma lo spirito del gran vecchio non fu fiaccato ; e le sue lettere ci attestano come nel villino d ' Arcetri , assegnatogli da ultimo a scontare la pena inflittagli del carcere perpetuo , quello spirito vigilasse sempre , assorto ne ' suoi studi , portando a compimento i Dialoghi delle nuove scienze , in cui tornava al soggetto delle prime ricerche giovanili e gettava in un capolavoro i fondamenti della moderna meccanica ; stendendo il mirabile trattato delle Operazioni astronomiche ; scrivendo la lettera Sopra il candore della Luna ; commentando ed esaltando nel frequente carteggio con gli amici e scolari , vicini o lontani , quella scienza che era stata la sua vita . X Della quale scienza , come fu rinnovata e promossa nella prima metà del sec . XVII , nessuno tra i contemporanei ebbe l ' intuizione esatta come il Galileo . Egli non fu propriamente un filosofo , ma un matematico e un naturalista che , a differenza dei nostri maggiori filosofi della Rinascenza , Telesio , Bruno e Campanella , e dei più celebrati pensatori e scienziati che aprono l ' età moderna , come Bacone , Descartes e Kepler , vide per la prima volta chiarissimamente , che una scienza della natura si può costituire a patto che si separi rigorosamente dalla metafisica , e si fermi nel suo proprio carattere di cognizione diretta dei fatti , che non sono da produrre , ma da considerare già compiuti , indecifrabili nel loro intrinseco essere e prodursi e nelle loro differenze qualitative : ma soltanto , perciò , constatabili e misurabili nelle loro proporzioni quantitative . Oggetto di esperienza sensata , com ' egli dice , non argomentabile in virtù di ragionamenti , perché estraneo , anzi opposto allo spirito che lo conosce , e avente in sé la sua legge : pensabile come una realtà bruta , a cui non sono riferibili i criteri di razionalità finalistica , onde l ' uomo interpreta le azioni dell ' uomo ; quella natura , che è la sola realtà ammessa dal naturalismo e dal materialismo , verso cui piegò nel secolo XVIII e nel seguente la pura scienza della natura . Del valore di una tale scienza , del punto di vista che le è proprio , si discuterà più tardi , quando si riaffaccerà , in forma di gran lunga diversa , il problema in cui si dibattè ai suoi tempi Galileo , dell ' accordo di questo sapere che non conosce i fini e i bisogni , né le leggi proprie della natura umana , e ne rende quindi impossibile una spiegazione o un concetto , con la scienza che muove dalla intuizione di questa realtà umana . E se ne dimostrerà il limite . Ma , pur nel suo limite , cotesta scienza galileiana è una delle glorie maggiori dell ' età moderna , e una delle forme essenziali , se non la sola legittima , della nostra mentalità . E per questo rispetto Galileo è uno dei maestri immortali dello spirito umano : i cui insegnamenti sono sparsi in tutte le osservazioni di carattere metodico e filosofico che ricorrono qua e là in tutti i suoi scritti . Attraverso i quali perciò i caratteri proprii della scienza si possono studiare nella schietta originalità della loro prima formulazione , definiti con la maggiore semplicità da uno scrittore che è dei più logici e insieme più lucidi della nostra letteratura , tanto serrato e organico nel pensiero , quanto limpido e trasparente nell ' espressione . VIII GIORDANO BRUNO I Giordano Bruno non fu uomo pratico , né anche per propagare le sue idee . Non ebbe il pensiero agli uomini che gli si agitavano intorno ; e tra i riformati poté parere riformato , cattolico tra i cattolici . « Academico di nulla academia » , come egli seppe definirsi , « detto il fastidito » : in tristitia hilaris , in hilaritate tristis . Sentì profondamente la propria solitudine , come tutti i grandi spiriti contemplativi ; e però fu realmente estraneo a tutte le chiese ( benché non potesse non giudicare il contenuto speculativo dei loro dommi ) per ciò che anche le chiese hanno di mondano , pratico , storico , come organismi di volontà , retti da una disciplina , ordinati alla propagazione di certi dommi , solleciti del trionfo sociale di certi principii . Il Bruno ebbe altre preoccupazioni , altri amori . Il suo spirito mirava più alto , a un segno che è fuori di tutti gli umani consorzi ; e sdegnò quindi anche la gloria , che altri attende dalle moltitudini : « Perché il numero de ' stolti e perversi è incomparabilmente più grande che de ' sapienti e giusti , aviene che , se voglio remirare alla gloria , o altri frutti che parturisce la moltitudine de voci , tanto manca ch ' io debba sperar lieto successo del mio studio e lavoro , che più tosto ho da aspettar materia de discontentezza , e da stimar molto meglio il silenzio ch ' il parlare . Ma , se fo conto de l ' occhio de l ' eterna veritade , a cui le cose son tanto più preciose ed illustri , quanto talvolta non solo son da più pochi conosciute , cercate e possedute ; ma , e oltre , tenute a vile , biasimate , perseguitate , accade ch ' io tanto più mi forze a fendere il corso de l ' impetuoso torrente , quanto gli veggio maggior vigore aggionto dal turbido , profondo e clivoso varco » . Altrove , accennando alla guerra , che le sue dottrine logiche e cosmologiche incontravano in Inghilterra , dove egli dimorò dal 1583 all'85 : « Se volete intendere » , dice , « onde sia questo , vi dico che la caggione è l ' universitade che mi dispiace , il volgo ch ' odio , la moltitudine che non mi contenta , una che m ' innamora : quella , per cui son libero in suggezione , contento in pena , ricco ne la necessitade , e vivo ne la morte . Indi accade che non ritrao , come lasso , il piede da l ' arduo camino .... Parlando e scrivendo , non disputo per amor de la vittoria per se stessa .... ; ma per amor della vera sapienza e studio della vera contemplazione m ' affatico , mi crucio , mi tormento » . Il suo vero amore è l ' amore dell ' eterno e del divino , l ' amor Dei intellectualis , onde precorse quel grande mistico della filosofia intellettualistica , che fu nel secolo successivo Benedetto Spinoza . Nuovo misticismo , che mal fa confondere il nostro filosofo coi Neoplatonici , benché innegabile , anzi notevolissimo , sia l ' influsso della loro filosofia su quella del Bruno . La conoscenza del divino propugnata dal Bruno non è estasi , o unione immediata , benché abbia per suo termine appunto l ' unione , onde lo spirito , egli dice , « doviene un dio dal contatto intellettuale di quel nume oggetto » . Essa è un processo razionale , un discorso dell ' intelletto , una vera e propria filosofia . Egli bada bene a distinguere l ' eroico furore , o processo sopramondano dello spirito - - « certa divina astrazione , per cui dovegnono alcuni megliori in fatto che uomini ordinari » - - in due specie ben diverse : una , per cui « altri , per esserno fatti stanza de dei o spiriti divini , dicono e operano cose mirabili , senza che di quelle essi o altri intendano la raggione ; e tali per l ' ordinario sono promossi a questo da l ' esser stati prima indisciplinati e ignoranti ; nelli quali , come voti di proprio spirito e senso , come in una stanza purgata , s ' intrude il senso e spirito divino » . I profeti , insomma , gl ' ispirati , gl ' invasati da Dio , i mistici veri e propri , che si annichilano in Dio con l ' impeto dell ' amore . L ' altra specie è quella , per cui i filosofi si sollevano razionalmente alla cognizione del divino : onde , « altri , avvezzi o abili alla contemplazione , e per aver innato un spirito lucido e intellettuale , da uno interno stimolo e fervor naturale , suscitato da l ' amor della divinitate , della giustizia , della veritade , della gloria , dal fuoco del desio e soffio dell ' intenzione acuiscono gli sensi ; e nel solfro della cogitativa facultade accendono il lume razionale , con cui veggono più che ordinariamente . E questi non vegnono al fine a parlar e operar come vasi e istrumenti , ma come principali artefici ed efficienti » . Tra i primi , che sono , come ho detto , i veri e propri mistici , passivi verso la divinità che albergano , e i secondi , che realizzano in sé lo spirito divino , non occorre dire per chi parteggi l ' autore della Cabala del cavallo pegaseo e dell ' Asino cillenico , satire amare della santa ignoranza : « Gli primi son degni come l ' asino , che porta li sacramenti ; gli secondi come una cosa sacra . Nelli primi si considera e vede in effetto la divinità , e quella s ' admira , adopra e obedisce . Negli secondi si considera e vede l ' eccellenza della propria umanitade » . L ' eroico furore di Bruno non è , dunque , come egli stesso ci dice , un « oblìo , ma una memoria » . Anche lui , in vero , dirà enfaticamente nell ' Oratio valedictoria , letta all ' Università di Wittenberg l'8 marzo 1588 , che vedere Minerva est caecum fieri , Per hanc sapere est stultum esse . Ma tale cecità e stoltezza è la cecità e stoltezza a cui tutti i filosofi devono andare incontro volenterosi , se aspirano sinceramente alla filosofia : cecità e stoltezza : per la realtà e i valori empirici , che non possono essere la stessa realtà e gli stessi valori della filosofia . Pure , con questa cecità e stoltezza è troppo evidente che il filosofo non può più operare nel mondo della realtà e dei valori contingenti , a cui egli si è sottratto . Il suo mondo è , in un certo senso , fuori di questo , in cui gli uomini ordinariamente agiscono . In altri termini , il filosofo non può avere , se è filosofo , interessi pratici , o almeno i comuni interessi pratici . Questo il pensiero vivo di Bruno . II Soltanto tenendo presente questo concetto della sopramondanità della filosofia , si può intendere l ' atteggiamento del Bruno verso la Riforma e verso la Chiesa romana : atteggiamento , in cui si concentrano i risultati del suo filosofare e si configura tutta la sua grandezza storica . Nei dialoghi De l ' infinito , universo e mondi , dopo aver dimostrato la necessità dell ' effetto infinito dell ' infinita potenza di Dio , e negata quindi la possibilità dell ' arbitrio del volere , perché « quale è l ' atto , tale è la volontà , tale è la potenza » , soggiunge : « Tuttavolta lodo , che alcuni degni teologi non admettano questi sillogismi ; perché , providamente considerando , sanno che gli rozzi popoli e ignoranti con questa necessità vegnono a non posser concepire come possa star la elezione e dignità e meriti di giusticia ; onde , confidati o disperati sotto certo fato , sono necessariamente sceleratissimi » . E ancora : « Quel che è vero , è pernicioso alla civile conversazione , e contrario al fine delle leggi ; non per esser vero , ma per esser male inteso , tanto per quei che malignamente il trattano , quanto per quei che non son capaci de intenderlo , senza iattura di costumi » . La verità della filosofia , insomma , è solo per la filosofia . La verità della vita pratica , e della stessa religione , in quanto istituto sociale è chiesa instituto sociale e chiesa institutrice dei popoli , può essere e talvolta , secondo il Bruno , deve essere , una verità diametralmente opposta alla verità della filosofia . Bruno dunque , il fastidito , non si può immaginare sul proscenio d ' un teatro ad esporre la nolana filosofia ad un ' accolta di sodalizi popolari . Certo , egli , per suo gusto , non sarebbe mai entrato in contrasto con i degni teologi , che insegnavano dottrine contrarie alle sue . E quelli , che oggi o ieri del nome di Bruno si servono o si servivano per combattere essi i teologi del loro temp e per combatterli non nel giudizio dei filosofi , - - pei quali le dottrine di questi teologi appartengono a un passato lontano , che forse non occorre più criticare ; - - bensì nel giudizio popolare , Bruno li avrebbe bollati , come nel De l ' infinito bollò i luterani propagatori della dottrina de servo arbitrio , chiamandoli « corrottori di leggi , fede e religione » , i quali , « volendo parer savi , hanno infettato tanti popoli , facendoli dovenir più barbari e scelerati che non eran prima , dispreggiatori del ben fare , e assicuratissimi ad ogni vizio e ribaldaria , per le conclusioni che tirano da simili premisse » . « Le vere proposizioni » , protesta il Bruno , « non son proposte da noi al volgo , ma ai sapienti soli , che possono aver accesso all ' intelligenza di nostri discorsi . Da questo principio depende , che gli non men dotti che religiosi teologi giamai han pregiudicato alla libertà dei filosofi ; e gli veri , civili e bene accostumati filosofi sempre hanno faurito le religioni ; perché gli uni e gli altri sanno , che la fede si richiede per l ' instituzione di rozzi popoli , che denno esser governati , e la demonstrazione per gli contemplativi , che sanno governar sé e altri » . Faurire le religioni ! Ecco un principio della filosofia bruniana , che non si dovrebbe dimenticare quando si fa appello al Bruno . Pel quale non c ' è legge , ossia non c ' è Stato , senza religione . Quell ' assurdità , che oggi si formula con la frase , vuota d ' ogni senso speculativo , di « Stato ateo » , per Bruno era appunto un ' assurdità . Lo Stato , per essere qualche cosa , dev ' essere una sostanza etica . Ora , questa sostanzialità , che è sempre divinità , poiché Dio è per l ' appunto la realtà assoluta , o realtà che è principio di tutte le realtà , e però il fondamento d ' ogni sostanzialità : questa sostanzialità , dico , si potrà , concepire diversamente e oggi si vede concepire non come un di là rispetto alla umana volontà , anzi come l ' intima essenza della volontà stessa ; ma negarla , è negare la realtà dello Stato , scalzare la legge , distruggere quel valore che si vuol rivendicare . Bruno all ' uomo vaso di Dio contrappone , come s ' è veduto , l ' uomo artefice ed efficiente di Dio , sacro per la sua stessa umanità . Questa negazione , non del divino , ma della trascendenza del divino , importa , se mai , l ' unità della legge e dello Stato con la religione , non la separazione , che oggi si proclama , e quindi l ' eliminazione del divino dalla legge e dalla vita civile . E forse gli stessi propugnatori dell ' ateismo dello Stato intendono negare piuttosto il Dio trascendente che ogni Dio . Ma , anche in tale supposto , il Bruno non si può dire che sia con loro . Perché siffatta immanenza basterà , pel Bruno , alla « demonstrazione de ' contemplativi , che sanno governar sé ed altri » , non alla « instituzione dei rozzi popoli , che denno essere governati » . Cioè , il concetto dell ' immanenza , come il concetto dell ' identità della libertà divina con la sua necessità razionale , non è per vero negazione di Dio per lo spirito schiettamente libero del filosofo , che non ha la legge fuori di sé , anzi è già la stessa legge ( onde governa sé ed altri ) ; ma negazione di Dio è per lo spirito incolto , ancor lontano dalla libertà assoluta , e che ha perciò tuttavia la legge fuori di sé . A questo spirito , per cui la legge dev ' essere legge positiva , per cui il diritto dev ' essere diritto punitivo , per cui la legge , insomma , è ancora qualche cosa di diverso dal volere ad essa subordinato , l ' immanenza del divino non ha senso . La legge fatta dagli uomini non ha niente di divino ; lo Stato , istituto umano e nient ' altro che umano , apparisce realmente ateo . Questo il razionalismo bruniano . E se in questi termini sa di clericale , pongasi mente a quel che si diceva dianzi : il Bruno non si muove sullo stesso terreno , su cui si schierano , gli uni contro gli altri , e i clericali e i cosiddetti liberi pensatori . Questi sono partiti pratici , ed egli è al di sopra di tutti i partiti , studioso dell ' eterna verità . I partiti hanno una ragione storica contingente , e Bruno , in quanto filosofo , si pone fuori della storia e di tutto ciò che è contingente . E fuori della storia afferma questa verità , in cui clericali e liberi pensatori , se vogliono filosofare e seguire il pensiero del Noloano , devono certamente consentire : non c ' è legge che non sia legge assoluta e che non sia quindi religione ; ora , c ' è una religione dei contemplativi , dei filosofi , che è la filosofia per cui l ' uomo crea a sé il suo Dio ; e c ' è una religione dei popoli , che è la religione propriamente detta , del Dio ignoto , che crea l ' uomo , e la sua legge , e la sua buona volontà e , quindi , la sua stessa conoscenza di Dio . Una legge senza nessuna di questa religioni non è legge : uno Stato fuori di tutte le religioni non ha valore di Stato . Lo Stato del filosofo non è lo Stato del popolo ; e se lo Stato è lo Stato del popolo o , per lo meno , ha da essere anche questo , lo Stato non si può separare dalla religione del popolo , senza restare agli occhi di esso destituito d ' ogni valore . Certo , la storia , lo sviluppo graduale della pubblica cultura , elevando a poco a poco la coscienza popolare e il suo concetto del divino , genera via via il contrasto tra il contenuto sempre nuovo e la forma sempre vecchia delle pubbliche instituzioni . Quindi l ' attrito de ' partiti , e il progressivo , ma lento , lentissimo realizzarsi di quella umanità , di cui ci ha parlato il Bruno , e che è per se stessa sacra . Quindi , diciamolo pure , il progresso dello spirito nei popoli civili verso la filosofia ; quindi la ferma , per quanto spesso oscura , certezza che l ' avvenire non è de ' teologi , sì de ' filosofi , per dirla con i termini del Bruno ; non è dei clericali , come oggi si dice , sì dei difensori della laicità dello Stato . Ma questa certezza nella scienza consapevole della natura dello spirito umano , non garantisce né promette una vittoria catastrofica , per cui tutte le religioni positive cederanno per sempre il luogo al senso filosofico , intimamente religioso , della divinità dell ' uomo . Si tratta di una evoluzione infinita dello spirito religioso verso la filosofia ; come a dire , un infinito progresso nell ' orientazione filosofica della vita pratica . Progresso , che , in quanto infinito , non avrà mai termine ; onde una qualche sorta di clericali ci sarà sempre , diversa dalle passate , ma viva , invincibile , immortale . Perché , secondo il detto profondo del Leopardi , nessun maggior segno d ' esser poco savio e poco filosofo , che voler savia e filosofica tutta la vita . La filosofia è un momento ideale dello spirito , il definitivo ; e perciò non può esser mai una realtà empiricamente determinata , una condizione storica effettiva dello spirito in generale . Questa variabilità storica delle forme religiose con le quali il Bruno sostiene che gl ' institutori de ' popoli , o , come oggi si direbbe , le classi dirigenti devon fare i conti , è da lui accennata già quando parla di religioni , e non di religione . Ma , nello Spaccio della bestia trionfante , della religione di Cristo , raffigurato in Chirone ; vi dirà : « Perché l ' altare , il fano , l ' oratorio è necessariissimo , e questo , sarrebe vano senza l ' administrante ; però qua viva , qua rimagna , qua persevere eterno , se non dispone altrimente il Fato » . Vale a dire : il valore del cristianesimo non consiste propriamente nell ' essere quella speciale religione che è , ma nell ' essere religione . E come il cristianesimo , tutte le religioni , in quanto adorazione del divino , hanno pel Bruno un valore assoluto , a prescindere dalle loro determinazioni particolari . Perciò della religione naturalistica degli Egizi nello stesso Spaccio , dirà , che « que ' ceremoni non erano vane fantasie , ma vive voci che toccavano le proprie orecchie degli Dei » ; perché , « sicome la divinità descende in certo modo per quanto che si comunica alla natura , cossì alla divinità s ' ascende per la natura , cossì per la vita rilucente nelle cose naturali , si monta alla vita che soprasiede a quelle » . « Conoscevano que ' savi Dio essere nelle cose ; e la divinità , latente nella natura , oprandosi e scintillando diversamente in , diversi suggetti , e per diverse forme fisiche , con certi ordini venir a far partecipi di sé » . Per Bruno già , come più tardi , anche più chiaramente , pel Campanella tutte le religioni , spogliate delle loro mitologie , convengono sostanzialmente in un medesimo fondo di verità : unica religione naturale . E perciò egli pure parlava della possibilità di ridurre tutte le religioni a una sola . E pel politeismo greco interpretato , come per altro il cristianesimo stesso , evemeristicamente , ammonisce , che non si deve badare ai nomi posticci della divinità ; giacché , in realtà , i Greci « non adoravano Giove come lui fusse la divinità , ma adoravano la divinità come fusse in Giove .... Di maniera che di questo e quell ' uomo non viene celebrato altro che il nome e representazion della divinità , che non la natività di quelli era venuto a comunicarsi agli uomini , e con la morte loro s ' intendeva aver compito il corso de l ' opra sua , o ritornata in cielo » . Le forme diverse della religione hanno valore contingente e storico ; e questa vicissitudine delle forme non pregiudica l ' essenza della loro divina sostanza . « Cossì li numi eterni ( senza ponere inconveniente alcuno contra quel che è vero della sustanza divina ) hanno nomi temporali altri ed altri , in altri tempi ed altre nazioni : come possete vedere per manifeste istorie che Paulo Tarsense fu nomato Mercurio , e Barnaba Galileo fu nomato Giove ; non perché fussero creduti essere que ' medesimi dei , ma perché stimavano che quella virtù divina che si trovò in Mercurio e Giove in altri tempi , all ' ora presente si trovasse in questi , per l ' eloquenza e persuasione ch ' era nell ' uno e per gli utili effetti che procedevano da l ' altro » . « Ecco , dunque » , conchiude Bruno , « come mai furono adorati crocodilli , galli , cipolle e rape , ma gli Dei e la divinità in crocodilli , galli e altri ; la quale in certi tempi e tempi , luoghi e luoghi , successivamente , ed insieme insieme , si trovò , si trova e si trovarà in diversi suggetti , quantunque siano mortali » . III Data questa convinzione , che il Bruno aveva , dell ' equivalenza pratica , e però del valore contingente , di tutte le religioni , qual meraviglia che egli , costretto ad uscire dalla religione domenicana per effetto dei primi processi procuratigli dalla sua indifferenza verso certi amminicoli del culto cattolico , e giunto nel 1579 nella Ginevra di Calvino , avendo appreso dagl ' Italiani che vi erano rifugiati , che « non poteva star lì lungo tempo , se non si risolveva de accettar la religione di essa città » : qual meraviglia , che per un momento abbia creduto di poter abbracciare il calvinismo ? Non sappiamo se nel 1579 il suo giudizio sui dommi della Protesta si fosse formato ( quello che abbiamo accennato , appartiene al 1588 ) : ma se , com ' è probabile , il Bruno giudicava sfavorevolmente fin d ' allora i due principii della Riforma tra loro strettamente connessi , della negazione del libero arbitrio e dell ' assoluta giustificazione per la fede ; certo è che in Ginevra , dove sola religione era quella di Calvino , la coscienza di Bruno doveva preferire il calvinismo all ' assenza di ogni religione . Non già , s ' intende , per motivi schiettamente religiosi , ma per quei motivi che soli paion degni al Bruno , come s ' è veduto , di valere a difesa d ' ogni religione , in quanto istituto sociale : i motivi pratici . Per Bruno , come pel Campanella , la religione di un paese è , insomma , come la costituzione politica e la legge positiva di un popolo : le quali si possono criticare in astratto , ma devono essere osservate in concreto , come dotate di valore assoluto . E le controversie religiose , suscitate dai Riformatori , « questi grammatici » , come li chiama sprezzantemente il Bruno , « che in tempi nostri grassano per l ' Europa » , sono da lui condannate dove han vigore , massime per le discordie , le guerre , i disordini sociali che venivano a produrre . « Veda ( il Giudizio ) » , dice Giove nello Spaccio , « se apportano altri frutti , che di togliere le conversazioni , dissipar le concordie , dissolvere l ' unioni , far ribellar gli figli da ' padri , gli servi da ' padroni , gli sudditi da ' superiori , mettere scisma tra popoli e popoli .... , fratelli e fratelli .... E in conclusione .... , portano , ovunque entrano , il coltello della divisione e il fuoco della dispersione , togliendo il figlio al padre , il prossimo al prossimo , l ' inquilino a la patria , e facendo altri divorzi orrendi e contra ogni natura e legge » . Sciolta da Lutero l ' unità degli animi cementata dall ' unità delle credenze religiose , i nostri filosofi vedevano prevalere quelle esasperate tendenze individualistiche , che sono le forze dissolvitrici degli organismi sociali . E il Campanella , fiero avversario della Riforma , notava piacevolmente , che « ciascuno pare farsi grande , quando una nuova opinione trova : intanto che ci fu un polacco , che voleva credere ad una religione a cui nessun altro credesse ; e quando vedeva , che alcun altro riscontrassesi con lui , si lagnava grandemente . Onde non la comunicava , acciò non avesse compagnia nella credenza , come che Cristo per lui fosse morto » . L ' interesse pratico sta , dunque , al di sopra dell ' interesse religioso , e propriamente speculativo , come noi l ' intenderemmo , delle singole confessioni religiose . E per quell ' interesse pratico a Ginevra il Bruno onestamente non avrebbe potuto non abbracciare il calvinismo . Niuna meraviglia , del pari , se nel citato discorso d ' addio recitato nel 1588 a Wittemberg , dove la nuova religione era nata : in quell ' Università tutta piena delle memorie di Lutero , che in essa , insegnando , aveva intrapresa la critica della tradizione pelagiana della Scolastica , in quella università , che lui ramingo , venuto da Parigi per Magonza e Marburgo , accolse ospitale e sottrasse alle ingiurie della povertà , appunto pel favore dei luterani , che allora vi prevalevano , e gli permisero pubblici corsi di filosofia , senza chiedergli conto della sua religione ( neque .... in vestrae relligionis dogmate Probatum vel interrogatum ) ; niuna meraviglia che , sdebitandosi dopo due anni di studi tranquillamente proseguiti mercè quei luterani e rivolti a compiere forse talune delle opere maggiori cui egli intendeva raccomandare il proprio nome , onorato pubblicamente come mai era stato in ragione della sua alta intelligenza e della sua vasta dottrina ; sciogliesse un inno alla gloria maggiore di Wittenberg , al « nuovo Alcide , sorto su coteste rive dell ' Elba , a trascinar fuori dall ' Orco tenebroso alla luce del sole il nuovo Cerbero insignito di triplice tiara , e costringerlo a vomitare l ' aconito , trionfando delle porte adamantine dell ' inferno , di quella città chiusa da triplice muro , e per nove giri stretta dall ' onda stigia che vi scorre per entro » . Quest ' elogio di Lutero , punto rettorico , privo d ' ogni allusione al contenuto particolare della sua Riforma , che altro può essere se non l ' espressione del vivo senso di gratitudine e di ammirazione , che l ' animo del Bruno doveva naturalmente provare verso questi seguaci generosi di lui , dai quali per la prima volta , dacché , cacciato d ' Italia , era andato peregrinando per ogni parte d ' Europa in cerca di pace al suo amore e al suo culto della filosofia , era stato reso liberale omaggio al suo spirito di universale amore umano , al suo titolo di professione filosofica ? A questo titolo , di cui , nella prefazione d ' un libro dedicato proprio al Rettore e al Senato accademico dell ' Università di Wittenberg , « io voglio » , diceva Bruno , « più che di qualsiasi altro godere e vantarmi , tamquam minime schismatico et divortioso , minimeque temporibus , locis occasionibusque subiecto ? » . In quella Atene tedesca egli con ammirazione aveva visto , per la prima volta , non una scuola privata , e quasi un conventicolo riservato , ma una Università vera . Perché , se anche lì , spinto , - - egli - - confessa , secondo il costume della sua indole , da amore troppo acceso delle proprie idee , il Bruno aveva proclamate nelle sue pubbliche lezioni dottrine , che spiantavano la filosofia non solo da quei professori approvata , ma da più secoli e quasi per tutto ricevuta ; quei professori , tutt ' altro che amici per loro istituto di dottrine siffatte , non arricciarono il naso , non aguzzarono le zanne ; né contro di lui si enfiaron le gote , né strepitarono i pulpiti , come già a Tolone , a Parigi , ad Oxford . Non divampò il furore scolastico . « Illibata » , dice il Bruno a quei professori con nuova parola gloriosa : « illibata voi custodiste la libertà della filosofia , né macchiaste il candore della vostra ospitalità » . Al Lutero maestro di questa università vera , in cui la religione tollerava la filosofia , riconoscendole il diritto che le spetta alla libertà , a questo Lutero il Bruno rende qui un elogio meritato secondo la sua coscienza di pensatore . La quale al di sopra di tutte le religioni colloca la religione , intuizione e adorazione del divino ; e al di sopra del rapporto mistico dell ' uomo con Dio , proprio della religione , riconosce un altro misticismo , onde l ' uomo a Dio si eleva per gradi intellettuali e razionale discorso , mercè il furore della filosofia . Né anche questo elogio contrasta con i giudizi che della Riforma aveva recati nei dialoghi De l ' infinito e dello Spaccio , IV Se si tien conto delle idee del Bruno sul valore delle religioni positive , non si può pensare né anche che le sue dichiarazioni e la sua sottomissione di Venezia al S . Uffizio , detraggano nulla alla eroica fermezza del martire di otto anni appresso . La genuflessione di Bruno del 30 luglio 1592 non è la genuflessione del filosofo , ma del povero Filippo Bruno . Il quale già spontaneamente aveva pensato che per lui ; - - aveva soltanto 44 anni , e doveva sentirsi nel pieno vigore della sua intelligenza e nel bisogno più vivo di fermarsi una volta ; possibilmente nella dolce terra dov ' era nato , in quella « regione gradita dal cielo , e posta insieme insieme è talvolta capo e destra di questo globo , governatrice e domitrice dell ' altre generazioni , e sempre da noi ed altri stata stimata maestra , nutrice e madre di tutte le virtudi , discipline , umanitadi , modestie e cortesie » ; - - che per lui il meglio era cercar d ' ottenere l ' assoluzione degli eccessi passati , e « grazia di poter vivere in abito clericale fuori della religione » . Se n ' era aperto col Padre reggente fra Domenico da Nocera ; il quale , interrogato dal S . Uffizio , depose appunto d ' aver incontrato il Bruno quando da pochissimi giorni era giunto a Venezia , sette o otto mesi prima del processo : e questi avergli detto , « che teneva pensiero risoluto quetarsi ; e dare opera a comporre un libro , che teneva in mente , e quello poi , con mezzi importanti di favore accompagnato , appresentarlo a sua Beatitudine ; e da quella octiner grazia .... e vedere alfine di posserse ristare in Roma , ed ivi darse all ' esercizio licterale , e mostrare la sua virtù , e di accapare forsi alcuna lectura » . Terminato infatti quel libro Delle sette arti liberali , la fretta d ' andarlo a stampare a Francoforte , fu , com ' è noto , il motivo che spinse quel tristo uomo di messer Zuane Mocenigo , figlio del chiarissimo messer Marco Antonio , a denunziare il maestro all ' Inquisizione , per precipitarlo nel baratro che lo doveva inghiottire . E il libro , preparato proprio con questo animo , che gli impetrasse il perdono papale e la riammissione nel clero secolare ( non nell ' ordine suo « acciò , ritornando tra ' Regulari , nella mia Provincia , non mi fosse rinfacciato che io fossi stato apostata , e così disprezzato da tutti » ) era stato , con altri suoi manoscritti , consegnato all ' Inquisitore di Venezia . sicché , anche a non tener conto della sua dichiarazione di pratiche fatte , già vari anni prima , in Francia , certamente i passi del Bruno per tornare in grembo alla Chiesa cattolica erano cominciati parecchi mesi prima che si trovasse al cospetto del Sacro Tribunale veneto ; e la sua genuflessione bisogna dire l ' avesse deliberata quando era anco lontano pur dal sospetto del processo ; e che da un pezzo ei fosse disposto , come poi fece , « a domandare umilmente perdono al Signore Dio e alle Signorie .... illustrissime » rappresentanti di lui , « de tutti li errori commessi » . L ' aveva , quella genuflessione , deliberata e moralmente fatta senza pressure di minacce , senza imminenza di pene : l ' aveva nell ' animo già mentre insegnava tuttavia all ' indegno Mocenigo che « non v ' era ( nel mondo ) se non ignoranza , e niuna religione che fosse buona ; che la cattolica gli piaceva ben più de l ' altre , ma che questa ancora avea bisogno di gran regole , e che non stava bene così » ; e lasciava diffondere anche a Venezia , come già altrove , che egli non avesse alcuna religione . Quella genuflessione , dunque , non fu una debolezza , come è pur sembrata a tanti ammiratori del carattere di quest ' uomo , che per le sue idee diede animosamente la vita , quando ciò gli apparve necessario . A Venezia l ' ora del martirio non era sonata . Così pensava il nostro filosofo , per quello stesso motivo pel quale a Ginevra non aveva dovuto far forza alla propria coscienza per aderire al calvinismo . Vivere a Roma , com ' egli desiderava ; avervi una cattedra ; e negli ultimi anni della sua vita travagliatissima potervi attendere tranquillo alla sistemazione definitiva di quel pensiero filosofico , che tumultuosamente gli era pullulato nella mente nel breve periodo di un decennio ( 1582­1592 ) , al quale tutte appartengono le sue opere a noi giunte , formanti ben dieci grossi volumi , era forse possibile senza rientrare in quella Chiesa per la cui persecuzione egli era andato ramingo per ogni parte di Europa in cerca di pace a ' suoi studi ? E rientrare in quella Chiesa gli era forse consentito senza dichiarare che ne accettava i dommi ? E accettare i dommi della Chiesa imperante nel paese in cui si vuol vivere , non era per la sua filosofia stretto obbligo morale ? E quand ' anche questi dommi fossero in contraddizione con le sue dottrine filosofiche , non aveva egli sostenuto , che nel terreno religioso ( e perciò sociale , pratico ) i dommi dovevano prevalere sulle dottrine ? Noi potremo avere una filosofia diversa da quella del Bruno ; ma non potremo pretendere che egli tenesse fede a una filosofia che non era la sua . Nei lunghi costituti del 2 e 3 giugno egli non muta un ette alle sue dottrine filosofiche , non ne disdice sillaba , mentre dichiara di non essersi mai occupato di proposito di teologia per aver sempre atteso alla sua professione di filosofo ; e riconosce , d ' altronde , l ' eterodossia di alcune delle sue dottrine , inconciliabili con l ' insegnamento cattolico . Anche al S . Uffizio , pertanto , egli dice apertamente , che la filosofia sua , a giudicarla col criterio della fede , diverge dai dommi cristiani ; e se di fronte ai giudici non difende contro i dommi la propria filosofia , egli è che il S . Uffizio , a Venezia , non esorbitò dalla sua autorità speciale ; ed esso non era un ' università filosofica e neppur teologica , bensì un tribunale religioso , un istituto pratico . - - Il Bruno , dicono , s ' infinge e mentisce accettando per verità ciò che per la sua coscienza filosofica è errore . - - Ai pedanti , che così sdottoreggiano su questa tragedia del pensiero umano , probabilmente non è accaduto mai di meditare su nessuno degli eroismi autentici della storia . Bruno , che s ' inchina al cattolicesimo , come legge morale e civile del suo paese , - - del paese , in cui lo stesso amore della sua filosofia lo richiamava , - - è forse diverso da Socrate , che , potendo sottrarsi al potere delle leggi che condannavano in lui la filosofia , anch ' essa contrastante alla religione dello Stato , e alla vigilia della morte fuggire dal carcere , preferisce restare e subire la condanna ingiusta , pel rispetto da lui praticamente dovuto alle leggi , quali che fossero , fondamento e garanzia del viver civile ? O forse che Socrate , inchinandosi reverente alle leggi , e quindi a quella religione di Atene , che pur da filosofo aveva inteso a trasformare , s ' infinge e mentisce anche lui ? O abbandona egli forse quella filosofia , che è stata la sua vita , e che anche sul tettuccio di morte , mentre il veleno gli serpeggerà pel sangue e gli verrà raffreddando le membra , resterà a consolargli l ' ultima ora con la promessa del premio oltremondano nei ragionamenti sereni prodotti cogli scolari più fidi ? O non è piuttosto quella stessa filosofia , superiore a quelle leggi e a quella religione , che pure inculca al cittadino ateniese il rispetto pratico delle leggi e della religione d ' Atene ? Non era la stessa filosofia di Bruno , che negava teoricamente tutte le religioni particolari , ma affermava nell ' interesse pratico il valore assoluto di tutte le confessioni , e condannava gli scismi e le guerre civili , nate da divergenze dommatiche ; non era essa ad obbligare il filosofo ad accettare in tutto il suo contenuto la religione del paese ? Anzi che mentire alla propria coscienza filosofica , il contegno del Bruno a Venezia è la più coerente manifestazione pratica di questa . Competere in materia dommatica con gl ' inquisitori ? Ma a lui , per esser logico , doveva parere lo stesso che imbrancarsi egli stesso tra quegli « stolti del mondo » , come li chiama sarcasticamente nella Cabala , « c ' han formata la religione , gli ceremoni , la legge , la fede , la regola di vita ; gli maggiori asini del mondo .... che , per grazia del cielo , riformano la temerata e corrotta fede , medicano le ferite de l ' impiagata religione , e togliendo gli abusi de le superstizioni , risaldano le scissure della sua veste ; giamai solleciti circa le cause secrete de le cose » ; né « perdonano a dissipazioni qualunque de regni , dispersion de popoli , incendi , sangui , ruine ed esterminii » ; né « curano che perisca il mondo tutto per essi loro ; purché la povera anima sia salva , purché si faccia l ' edificio in cielo , purché si ripona il tesoro in quella beata patria , niente curando della fama e comodità e gloria di questa frale ed incerta vita , per quell ' altra certissima ed eterna » . Questi gusti da riformatore non erano del temperamento né della filosofia di Bruno . V Ma si dirà : come si spiega allora la condanna romana ? Perché a Roma il Bruno non credette più di tenere lo stesso contegno che a Venezia , genuflettersi , e sottrarsi alla morte ? - - Se si riuscisse a rintracciare gli atti del processo romano , vi troveremmo forse ben chiara la risposta a queste domande . Intanto , ben chiaro è , che a Venezia il processo non fu concluso , ma interrotto dalle pra ­ tiche del Pontefice , affinché il Bruno fosse rinviato al S . Tribunale di Roma . Sentenza a Venezia non se n ' ebbe ; e nulla pertanto ci prova che quegl ' inquisitori si contentassero delle dichiarazioni del Bruno . Onde è lecito pensare con Felice Tocco che a Roma il filosofo le ripetesse , presso a poco , nei medesimi termini : e che , se la condanna avvenne , fu perché , dopo averci pensato e riflettuto , e avere studiati i suoi libri e i suoi costituti , la congregazione di Roma dovette pretendere da lui ritrattazioni , che andavano oltre il segno , fino al quale il Bruno aveva creduto di potersi spingere . Ritrattazioni che colpivano in pieno la sua filosofia . E si badi che , quando nel febbraio 1599 , come par probabile dai documenti a noi noti , si cominciò a intimare al filosofo le otto proposizioni eretiche , che il Bellarmino e un Padre Commissario , aguzzando l ' occhio inquisitoriale , avevano messe insieme dall ' esame delle dichiarazioni processuali del Bruno e de ' suoi libri , il Nolano era da sei anni chiuso , lui così sdegnoso e impaziente e impetuoso , nel carcere romano di Torre di Nona . Allora , nel 1595 , anche il Campanella , l ' altro dioscuro della filosofia della Rinascenza , fu in quella Torre ; e forse non pensava a sé solo cantando : Come va al centro ogni cosa pesante Dalla circonferenza , e come ancora In bocca al mostro che poi la devora , Donnola incorre timente e scherzante , Così di gran scienza ognuno amante , Che audace passa dalla morta , gora Al mar del vero di cui s ' innamora , Nel nostro ospizio alfin ferma le piante . Ch ' altri l ' appelli antro di Polifemo , Palazzo , altri , d ' Atlante , e chi di Creta Il laberinto , e chi l ' inferno estremo , Che qui non val favor , saper , né pièta , lo ti so dir : del resto , tutto tremo , Ch ' è rocca sacra a tirannia segreta . Certo , se pensava alla sorte comune ai filosofi e a tutte le vittime dell ' Inquisizione , non esprimeva anche l ' animo di Bruno in quest ' altro sonetto scritto per uno che morì nel S . Uffizio in Roma : Anima , ch ' or lasciasti il carcer tetro Di questo mondo , d ' Italia e di Roma , Del Santo Offizio e della mortal soma , Vattene al ciel , ché noi ti verrem dietro . Ivi esporrai con lamentevol metro L ' aspra severitate , che ni doma Sin dalla bionda alla canuta chioma , Talché , pensando , me n ' accoro e ' mpetro . Dilli che , si mandar tosto il soccorso Dell ' aspettata nova redenzione Non l ' è in piacer , da sì dolente morso Toglia , benigno , a sé nostre persone ; O ci ricrei , ed armi al fatal corso C ' ha destinato l ' eterna ragione . Il Bruno per fermo non piegava , né implorava da Dio la nova redenzione , né la benignità di torlo a sé : il Bruno , se poetò anche lui lì dentro , non ricorse a lamentevol metro ; ma inneggiò anche una volta a quella mente , ispiratrice del suo petto , Unde et fortunale licet et contemnere mortem ! Quella fortuna malvagia dovette bene inasprirlo nei tristi giorni lunghissimi della prigione . Altro che la cattedra lì a Roma vagheggiata come porto sicuro , all ' ombra del pontificato di quel Clemente , che gli avevano detto amasse « li virtuosi » . Non v ' ha dubbio , che il nostro filosofo non poté , in tutto quel tempo , confermarsi nella speranza e nella fiducia , espressa a Venezia , al principio , per es . , del primo costituto , di potere , dando pieno conto di sé , essere riammesso nella chiesa cattolica . Di ciò anche va tenuto conto per intender a pieno l ' atteggiamento assunto dal Bruno quando prima il Commissario e il Bellarmino , poi il Procuratore generale e il Generale dell ' ordine domenicano si recarono al carcere per persuaderlo a riconoscere come eretiche ed abiurare le otto proposizioni imputategli . Quod , dice il verbale , consentire noluit , asserens se nunquam propositiones haereticas protulisse ; sed male exceptas fuisse a ministris S . Officii , Non ne volle sapere , affermando che né nelle dichiarazioni rese in processo , e che egli mai aveva inteso implicassero la condanna della sua filosofia , né nelle opere sue , egli mai aveva profferite eresie , mai aveva contrapposto dommi a dommi ; i ministri del S . Uffizio piuttosto non intendevano le sue dottrine . Quali fossero queste proposizioni , di cui al Bruno si chiese l ' abiura , non s ' è riusciti a sapere . Fu bensì messa a stampa nel 1886 la sentenza di condanna , tratta dall ' Archivio del S . Uffizio romano , contenente originariamente l ' elenco di tali proposizioni ; ma dalla sola copia che se ne conserva , e che è mutila appunto dove questo elenco cominciava . Pure da questo documento si è appresa la prima di codeste proposizioni , negante la transustanziazione . Questa proposizione suona : « Ch ' era biastemia grande il dire che il pane si transustanzii in carne » : proprio come incominciava la prima denunzia del Mocenigo : « Dinunzio .... aver sentito a dire a Giordano Bruno volano , alcune volte ch ' ha ragionato in casa mia , che è biastemia grande quella de ' cattolici il dire , che il pane si transustanzii in carne » . Interrogato su questo punto , il Bruno a Venezia aveva risposto : « Io non ho mai parlato del sacrificio della messa né di questa transubstanziazione , se non nel modo che tiene la Santa Chiesa ; e ho sempre tenuto e creduto , come tengo e credo , che si faccia transubstanziazione del pane e vino in corpo e sangue di Cristo realmente , come tiene la Chiesa » . In verità , è molto probabile ch ' egli avesse , in conversazione col Mocenigo , definito per bestemmia grande quel domma , parlando da filosofo appunto come aveva parlato nel De immenso , quando aveva scritto che lo splendore , effusione e comunicazione della divinità van ricercati nella reggia augusta dell ' Onnipotente , nell ' immenso spazio dell ' etere , nell ' infinita potenza della gemina natura , che tutto diviene e tutto fa ; « non , col secolo degli sciocchi , in un cibo , in una bevanda o in un ' altra anche più ignobile materia : invenzioni fantastiche e sogni » ; credenze , aveva detto nel Sigillus sigillorum , da Cerere e Bacco ! E si noti , proprio ne ' libri ( come ci attestano i documenti ) il Bellarmino con l ' innominato Padre Commissario , a differenza dei giudici di Venezia , era andato a cercare le eresie del Bruno . Onde per lui la denunzia del Mocenigo veniva ad acquistare la conferma negli scritti stessi del Bruno . Contro il quale non c ' era più unus testis , nullus testis ; c ' erano i suoi libri ; c ' era essa stessa la sua filosofia , che egli doveva , dunque , disdire . Quod consentire noluit , Bruno mantiene la sua posizione : egli non ha mai profferite proposizioni eretiche ; proprio come aveva detto a Venezia contro il Mocenigo . - - E i vostri libri ? - - incalza il Bellarmino . E il Bruno : - - Voi vedete nei libri l ' eresia perché movete dalla denunzia falsa di messer Giovanni Mocenigo . Ma nei libri io parlavo da filosofo a filosofi , e non definivo dommi , né quindi potevo combattere dommi . Rifiuterei le mie dottrine se contrastassero , nella mia intenzione al contenuto degl ' insegnamenti soprannaturali . Ma , per me , la verità razionale non è commensurabile con la verità rivelata . Il Dio che io vedo , - - e che voi male intendete , - - nella reggia augusta dell ' Onnipotente , nell ' etere infinito , nell ' eterna natura , non è il Dio , in cui si transustanzia , agli occhi vostri , il pane e il vino . Lasciate a me filosofo il mio Dio ; e io vi consento che il Dio della fede sia il vostro ! - - Non mi par possibile intendere altrimenti la magnanima risposta , che bastò al pontefice Clemente VIII per ordinare che fosse pronunziata la sentenza , e che frate Giordano venisse consegnato alla curia secolare . A Venezia il 2 giugno '92 il Bruno aveva pur detto che la materia de ' suoi libri era stata sempre filosofica « Nelli quali tutti io sempre ho diffinito filosoficamente secondo li principii e lume naturale , non avendo riguardo principal a quel che , secondo la fede , deve essere tenuto » : parendogli generalmente consentito di trattare articoli di scienza « secondo la via de ' principii naturali , non preiudicando alla verità secondo il lume della fede . Nel qual modo si possono leggere ed insegnare li libri d ' Aristotile e di Platone , che nel medesimo modo indirettamente sono contrari alla fede , anzi molto più contrari che li articoli da me filosoficamente proposti e diffesi » . E infatti non aveva esitato , innanzi a ' suoi giudici , ad esporre in compendio , con tutta libertà , il contenuto della sua filosofia e gli stessi suoi dubbi filosofici intorno alla materia di alcuni dommi del cattolicismo . A Venezia , dunque , pur dichiarandosi pronto a sconfessare da cattolico i suoi errori in materia di fede , aveva mantenuto fermamente quel principio che agli iniziatori della scienza moderna parve la vera base razionale della libertà del pensiero scientifico : il principio dell ' assoluta incommensurabilità della verità religiosa con la verità della scienza ; il principio a cui si appellerà più tardi ( 1616 ) il Campanella nella sua Apologia pro Galilaeo , e meglio Galileo stesso contro i suoi avversari teologizzanti ; il principio , a cui pur continuano ad appellarsi , col solito anacronismo dei ritardatari , gli odierni conciliatori della scienza con la tradizione dommatica . « Se gli Dei » , dice Bruno nella Cena delle ceneri , « si fussero degnati d ' insegnarci la teorica delle cose della natura , come ne han fatto favore di proporci la prattica di cose morali , io più tosto mi accostarei alla fede de le loro revelazioni , che muovermi punto della certezza de mie ragioni e proprii sentimenti . Ma , come chiarissimamente ognuno può vedere , nelli divini libri in servizio del nostro intelletto non si trattano le demostrazioni e speculazioni circa le cose naturali , come se fusse filosofia ; ma , in grazia de la nostra mente e affetto , per le leggi si ordina la prattica circa le cose morali . Avendo , dunque , il divino legislatore questo scopo avanti gli occhi , nel resto non si cura di parlar secondo quella verità , per la quale non profittarebbono i volgari per ritrarse dal male e appigliarle al bene ; ma di questo il pensiero lascia agli uomini contemplativi , e parla al volgo di maniera che , secondo il suo modo de intendere e di parlare , venghi a capire quel ch ' è principale » . VI Il rapporto della religione con la filosofia , secondo il pensiero del Bruno , è più precisamente determinato in un luogo dei dialoghi De la causa , principio e uno , dove Teofilo dice : « Dato che sieno innumerabili individui , ogni cosa è uno ; e il conoscere questa unità è il scopo e termine di tutte le filosofie e contemplazioni naturali ; lasciando ne ' sua termini la più alta contemplazione , che ascende sopra la natura , la quale a chi non crede è impossibile e nulla .... perché se vi monta per lume sopranaturale , non naturale . Questo non hanno quelli , che stimano ogni cosa esser corpo , o semplice come l ' etere , o composto come li astri e cose astrali ; e non cercano la divinità fuor de l ' infinito mondo e le infinite cose , ma dentro questo e in quelle » . « In questo solo » , conclude il Bruno , « mi par differente il fedele teologo dal vero filosofo » : cioè , si badi bene , il teologo che determina la fede , dal filosofo che determina la verità . Per conto suo , egli protesterà a Venezia di non aver professato mai se non filosofia ; e in questi dialoghi , che sono il suo capolavoro , fa dire da Teofilo che espone le dottrine di lui , al Dicson , che fu uno scrittore inglese di logica , seguace del Bruno . Che aveva voluto dire ? C ' è una contemplazione superiore a quella della filosofia ; perché c ' è una divinità fuori del mondo , oggetto della filosofia : c ' è una mens super osnnia , Deus , oltre una mens insita omnibus , Natura ; ma quella contemplazione superiore , a chi non creda , è impossibile e nulla . È fede , atto non dell ' uomo , anzi di Dio ; lume soprannaturale , che non hanno , egli dice , quelli che non cercano la divinità fuor della natura , ma dentro a questa . E chi fossero costoro il Dicson doveva saperlo , perché Bruno l ' aveva pur detto nella Cena de le ceneri pubblicata l ' anno innanzi , che tanto scalpore aveva sollevato nei circoli italianizzanti di Londra : « Abbiamo dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi , se l ' abbiamo appresso , anzi di dentro , più che noi medesmi siamo dentro a noi » . Dunque , ci sarà , anzi c ' è , una verità che la fede può dar a conoscere , ma non è la verità di Bruno , che non ha il lume soprannaturale ; e col suo lume naturale vede , non la mens super omnia , ma la Natura , il « vero e vivo vestigio dell ' infinito vigore » . Il suo Dio è il Dio del filosofo , la natura di Spinoza , da lui stesso definita : Deus in rebus , La distinzione dei due lumi , della natura umana e della grazia superinfusa , della ragione e della fede , della filosofia e della teologia era antica ; e può dirsi uno dei luoghi comuni della Scolastica . Ma in Bruno , che scalza la trascendenza su cui si fondava quella filosofia medievale che poteva servire la teologia ; in Galileo , che distrugge il geocentrismo così congruo con le imperfette idee teistiche e teologiche che il Cristianesimo aveva ereditate dal Vecchio Testamento e dalla filosofia aristotelica , la distinzione acquista valore profondamente diverso ; e delle due verità , l ' una della ragione e l ' altra della fede , Bruno filosofo ne riconosce una sola , la prima . Galileo tra i libri sacri , oscuri , e l ' aperto libro , com ' egli dice , del cielo , afferma di non dover leggere , per la scienza , se non il secondo ! In altri termini , la nuova filosofia e la nuova scienza si distinguono dalla fede , non per mettere questa al di sopra di sé ed attribuirle il privilegio della verità ad esse irraggiungibile , e a cui pur esse mirano ; anzi per negarle ogni valore rispetto ai fini a cui la filosofia e la scienza s ' indirizzano . Il filosofo medievale diceva : credo ut intelligam ; Bruno vi dice chiaro e netto : non credo ut intelligam . E altrettanto , a modo suo , ripeterà Galileo nella celebre Lettera alla Granduchessa Madre ( 1615 ) . Crederanno o non crederanno per altri fini , non importa : certo , per intendere , l ' uno e l ' altro ritengono indispensabile affidarsi non alla fede , ossia a una rivelazione che è atto altrui e non nostro ; bensì alla nostra intelligenza . Agli esperimenti e al discorso dirà Galileo ; alla contemplazione dell ' unità della natura , ha detto Bruno . Questa la nuova coscienza scientifica , che si accinge a guardare il reale con occhio puro d ' ogni nebbia . Questo l ' inizio dell ' età moderna per il pensiero filosofico . Questa nuova coscienza scientifica è consacrata nel martirio di Bruno ; il quale non è uno dei tanti martirii che l ' uomo è stato sempre disposto ad affrontare per gli ideali , onde viene recando in atto la sua umanità . Il martirio di Giordano Bruno ha un significato speciale nella storia della cultura , poiché non fu conflitto di coscienze individuali diverse ; ma necessaria conseguenza del progresso dello spirito umano , che Bruno impersonò al cadere del Cinquecento , quando si chiudeva col Rinascimento tutta la vecchia storia della civiltà d ' Europa : del progresso dello spirito , che giunse in lui ad avvertire per la prima volta , e quindi a sorpassare , la contraddizione , che fin dal medio evo lo dilaniava , tra sé e se medesimo : tra spirito che crede , e professa di non intendere , e spirito che intende , e professa di intendere , cioè farsi da sé la verità sua . Tale è la situazione del Bruno . Pronto a tutte le ritrattazioni sul terreno della fede ; quale si voglia o si determini , il contenuto di questa fede gli è indifferente . Non è per lui : Ei mira più su , come il suo Dicson a Londra comprese , e come gli studiosi della sua filosofia devono comprendere . La sua verità non è quella che si definisce nei Concilii ecumenici , o dai pontefici in cattedra , ma la verità , che è nella natura , e che la ragione , cioè , per lui , la sua ragione , definisce : la verità , che egli ha celebrata tante volte entusiasticamente ne ' suoi scritti filosofici . Ma , come filosofo , non ha potuto talvolta non contrapporre la sua alla verità di coloro che si sforzano invano di conseguire la sapienza cercandola affannosamente con lunghi viaggi , per tutte le parti della terra , spendendovi gli averi e il miglior tempo della vita ; o producendo le notti insonni nelle sollecite cure , studiando i monumenti degli antichi , per vedere di accogliere nel proprio spirito ansioso il furore dei vati ed esser fatti celebri dal riverbero luminoso dei saggi più illustri ; non ha potuto non contrapporre la sua alla verità di quegl ' infermi di spirito e stolti , che pur si credono sani e savi per solo suffragio del volgo : ciechi , che non vedono la luce di Dio , benché splenda in tutte le cose ; sordi , che non odono la sua sapienza , la cui voce pur parla da tutto , e tutti invita , e batte alle porte d ' ognuno ; certo giudicati da Dio indegni di vedere e di udire , poiché indegnamente cercano la luce del vero , quando la vogliono ministra di vile fortuna e procacciatrice di sostanze , da regolare e approvare o riprovare secondo i sentimenti dell ' uomo . Onde al luogo di Dio sottentra l ' uomo solennemente parato , a cui gli altri uomini si prostrano ; e di cui il Bruno fa una feroce dipintura . « A me » , egli dice , « non è mestieri trascorrere ai confini della terra : basta mi profondi nella mente ; basta che sopra a tutto , vivamente desideri , per se medesima , la luce divina , e col sommo del mio ingegno mi sforzi di pervenire al cospetto della maestà sua , bramando e sperando di potermi beare nel di lei volto . E , mirabile a dirsi , quanto ella sia dappresso , mirabile come ben pronta s ' appresenti . Nuda ella è , e sola ( nullis circumque stipata maniplis ) ; e nuda irraggia luce da tutto il corpo ; il santo corpo , che ingiuria grave sarebbe velare . Essa si fa da sé fede , e vuole che lungi stieno il naso , la fronte rugosa , il sopraccilio e la ben pettinata barba e quante vesti e testimonianze e titoli e insegne e parti assume per diritto suo l ' ignoranza . Desiosa ella aspetta chi viene a lei , e generosa ( quasi attendesse un amante ) gli corre incontro , e l ' accoglie con lieto aspetto , confortando il timido ; e col sorriso del suo volto sereno fa divampare le fiamme che accese già lentamente » . A questa verità , che sola l ' innamora , egli non potrà rinunziare . A questa verità non attese le intimazioni di Roma per sentirsi disposto a fare olocausto della vita . Fin dal '91 , nella dedica del De monade , diceva solennemente di sé : « Ma io , benché agitato da iniquo destino , avendo intrapreso da fanciullo una lotta diuturna con la fortuna , invitto serbo tuttavia il proposito e gli ardimenti , onde , o per avventura io ho toccata la salute , - - di che solo Dio può essere testimone , - - o non sono pur sempre infermo e sonnolento a un modo , o di certo domino il senso della infermità mia e lo disprezzo affatto , sì che punto non temo della stessa morte . E però a nessun mortale da me e con le forze del mio animo cedo e mi arrendo » . E in quello stesso libro , nei versi magnanimi messi in bocca al gallo vinto e morente , si scrisse , per dirla col Brunnhofer , la propria epigrafe : « Ho lottato , e molto : credetti poter vincere , e la sorte e la natura repressero lo studio e gli sforzi . Pure qualcosa è già l ' essere stato in campo ; giacché il vincer , lo vedo , è nelle mani del fato . Ma fu in me quel che poteva , e che nessuno delle generazioni venture mi negherà ; quel che un vincitore poteva metterci di suo : non aver temuto la morte , con fermo viso non aver ceduto a nessuno degli uomini , aver preposta una morte animosa a una vita imbelle » . VII Imbelle sarebbe parsa al Bruno la vita , se egli avesse ceduto al Bellarmino , che , non contento delle dichiarazioni del processo , era andato studiosamente ricercando le dottrine dei suoi libri per tutti forse quegli anni , per cui si produsse questo misterioso processo romano , ormai destinato forse a rimaner celato al giudizio della storia . Egli alle ultime intimazioni rispose , si noti , con un memoriale al Papa : che il 20 gennaio 1600 , attesta il notaio del . S . Tribunale , fuit apertura , noia tamen lectum . Questo memoriale ci direbbe tutto . Ci direbbe , non ne dubito , che dal Bellarmino , inquisitore , non che della religione , in cui il Bruno accettava i responsi degli oracoli , ma della sua stessa filosofia , onde il Bruno aveva sempre tenuto e teneva di non poter cercare altro Dio che quello che era nelle cose , la divina Natura ; dal Bellarmino , negatore intollerante della distinzione tra la verità della fede , di cui i filosofi possono e debbono non curarsi , e la verità della ragione libera ; ripudiatore della distinzione da cui il Bruno si rifaceva ancora a Venezia per dimostrare la possibilità d ' una sua coscienza cattolica , qual ' era chiesta da lui accanto alla sua filosofia , a cui non intendeva volgere le spalle ; il Bruno si appellò al giudice supremo , al Pontefice , per ottenere da lui quello che dal Bellarmino e dagli altri inquisitori non gli riusciva più di ottenere ; quello che solo gli poteva rendere accettabile la vita , consentitagli dalla Chiesa cattolica , secondo le sue antiche speranze : distinzione tra la « fedele » teologia e la « vera » filosofia . Chiedeva il diritto d ' una filosofia , di cui la teologia non avesse a ingerirsi e una inquisizione che non inquisisse , oltre la fede dei filosofi , la loro stessa filosofia . Era la richiesta che Bruno , iniziatore di un mondo nuovo , poteva e doveva fare . Ma era pure la richiesta che i mantenitori dell ' antico non potevano accettare . Il memoriale fu aperto , non letto . Pel Bellarmino , per i suoi colleghi e per Clemente VIII la pretesa del Bruno era assurda ; essi non vedevano questa filosofia , che egli affermava non fondata sulla fede ; non potevano ammettere una verità filosofica , che non fosse grado alla verità teologica , e a questa perciò subordinata . Non intendevano in che modo il Bruno potesse riconoscere la verità della transustanziazione ne ' costituti , senza smentire la filosofia del De immenso e del Sigillus . VIII E , siamo sinceri , il Bellarmino e Clemente VIII avevano ragione , secondo i principii stessi di Bruno . Quel memoriale era un documento , prezioso per la sua immediatezza , degli sforzi supremi , che contro le leggi ferrate della logica fece il Bruno , o meglio la filosofia del Rinascimento , per disviluppare dalle fasce del pensiero medievale la realtà vivente del pensiero umano , quale l ' età moderna doveva intenderla ; e per far succedere al vecchio Dio di Platone e di Aristotele , il cui concetto rende impossibile il concetto del mondo e quindi del pensiero , per cui quello pure si escogita , il Dio nuovo , di cui non solo i cieli , anzi la natura tutta e lo spirito umano , che ne è il fastigio , narrano davvero le glorie . Ma quel memoriale non poteva dimostrare che Bruno , dal particolare punto di vista a cui egli si arrestava , e a cui tutta la filosofia del suo tempo si arrestò , avesse ragione . La posizione speculativa del Bruno , rappresentante genuino della filosofia del Rinascimento , era intrinsecamente contradditoria . Giordano Bruno è la conchiusione logica di tutto il Rinascimento , benché abbia dovuto attendere più di due secoli che fosse apprezzato il suo valore . È la conchiusione del Rinascimento , che giustifica in teoria l ' arte contro le diffidenze e le accuse platonizzanti del medio evo , e rinnova in fatto il culto antico della forma , nella indipendenza assoluta da ogni preoccupazione estranea ai fini propri dell ' arte ; accoglie la nuova dottrina copernicana , la quale sconvolge l ' intuizione cosmologica , che la terra dell ' uomo contrapponeva ai cieli di Dio in un sistema chiuso di rapporti finiti ; e solleva anche la terra e l ' uomo t alla dignità dei cieli interminabili ; dai Comuni , spontaneamente sorti dal seno dell ' Impero , alle Signorie , creazioni anche più evidenti di volontà autonome e di interessi immediatamente umani ; scava la terra sotto al Sacro Romano Impero contro al quale combatteva il Re Cristianissimo ; e mette capo al Machiavelli , che spietatamente teorizza l ' origine umana degli Stati , e liberamente ne proclama l ' assoluto valore intrinseco , cui anche il pregio della religione vien subordinato ; coi neoplatonizzanti comincia a vedere in tutte le cose naturali e in fondo all ' animo dell ' uomo il vestigio di Dio e coi nuovi epicurei a riabilitare il piacere dei sensi ; e prosegue arditamente col Pomponazzi negando l ' antica trascendenza del principio divino , che Aristotele aveva additato nell ' anima come sua parte immortale ; e poi col Telesio a toglier via dalla natura quell ' opposizione di materia e forma , legata dalla filosofia antica al pensiero individuale , che si sequestrava dalla natura il principio della natura , della vita e dell ' anima ; e finirà nel Campanella per negare l ' opposizione dell ' essere al pensiero . Del Rinascimento , insomma , che distrugge tutto l ' antico modo di considerare la realtà naturale ed umana . E pure non ha la forza di negare quello che era il fondamento della intuizione antica : un Dio che è fuori del mondo ; una fede che non è ragione ; una Chiesa istituto sociale , che non è Stato , ma sopra lo Stato . E in ogni poeta paganizzante , come in ogni politico realista , come in ogni filosofo naturalista , due coscienze : la coscienza del poeta , del politico , del filosofo e la coscienza del credente : uno spirito senza fede , e una fede senza spirito . Questa appunto l ' Italia del Rinascimento , che muore in Bruno per poi rinascer davvero . Da quegli spiriti senza fede la corruzione del poeta , che è poeta e non sa esser altro , e non ha vita morale perché non ha vera religione ; e non ha fede se non nell ' arte , in cui si chiude , spegnendo in sé come gl ' interessi pratici , così l ' amore del divino , che è la più alta e vera aspirazione umana ; soffocando quindi in sé l ' uomo , e però anche l ' arte . Donde la letteratura fatta professione , tralignante nella rettorica e nell ' accademia , e in tutto il falso della cultura italiana della decadenza lungo i secoli accidiosi del Sei e Settecento . Da quegli spiriti senza fede la degenerazione della grande politica del Machiavelli nel machiavellismo , ossia nell ' arte per l ' arte del governare , senz ' anima , senz ' ideali , senza i fini del vero governo , senza la fede entusiastica dell ' ultima pagina del Principe , non più letta . E quindi anche quella filosofia di professione , la filosofia dei seminari gesuitici e delle università peripatetiche , che dimenticheranno Bruno e Campanella , e non s ' accorgeranno di Vico : la filosofia dotta , sempre al corrente delle mode , a volta a volta cartesiana , lockiana , newtoniana , leibniziana , ma sempre legata alla buona , alla sana tradizione scolastica . La filosofia , infine , che spadroneggiò nelle nostre università nei secoli XVII e XVIII ( e che non è ancor morta ) , senza fare un filosofo , cioè senza riempire un ' anima , senza dare una fede . Onde ora nemmeno se ne pispiglia . Questo mondo falso era stato scrollato dal Bruno nell ' ultimo anno del XVI secolo : perché , se era vissuto anche lui nella contraddizione e nell ' equivoco , morendo per la sua filosofia , o meglio , per quello che c ' era di nuovo nella sua filosofia , egli provò con l ' esempio che dall ' equivoco bisognava uscire ; che il filosofo non ha altra vita e altra anima che quella del filosofo ; la quale è incompatibile con certe istituzioni , e che presuppongono una fede diversa e cioè un ' altra filosofia . Anche la filosofia del Bruno presupponeva e svolgeva il concetto dell ' immanenza del divino nella natura e nell ' uomo ; e intanto non negava il principio speculativo della teologia cristiana , della trascendenza di Dio . Non lo negava , non già in quanto coscienza religiosa , quale si atteggiò per esigenze pratiche innanzi agl ' inquisitori ; ma proprio in quanto quella coscienza filosofica , che il Bruno afferma ripetutamente essere la forma speciale della sua coscienza . L ' abbiamo già visto : la sua filosofia non nega già il concetto di una verità superiore , termine della fede ; ma nega soltanto la conoscibilità razionale di tale verità . Questo è un punto fuor di questione nella critica bruniana . Il Dio dei cattolici ( mens super omnia ) Bruno non solo non lo nega , ma ne fa il principio di quella mens insita omnibus che è la Natura , il Dio della sua filosofia . Soltanto , egli , filosofo , non conosce il primo , e lo esclude dal campo della sua speciale investigazione . Cotesto Dio , al di là di quello che egli adora da filosofo , contemplandolo nella viva , eterna , infinita natura , è qualche cosa come il noumeno kantiano : un concetto limite . È un caput mortuum , è vero , della sua dottrina essenzialmente naturalistica : ma uno di quei concetti , che , in certe contingenze storiche , bastano a paralizzare le energie di verità che i sistemi posseggono . Quando Bruno innanzi al Sant ' Uffizio , a Venezia , dichiara : « In questo universo metto una providenza universale , in virtù della quale ogni cosa vive , vegeta e si muove , e sta nella sua perfezione ; e la intendo in due maniere : l ' una nel modo con cui presente è l ' anima nel corpo , tutta in tutto , e tutta in qualsivoglia parte ; e questa chiamo natura , ombra e vestigio della divinità ; l ' altra nel modo ineffabile col quale Iddio per essenzia , presenzia e potenzia è in tutto e sopra tutto , non come parte , non come anima , ma in modo inesplicabile » ; - - egli non fa che rappresentare con tutta sincerità il principio fondamentale del suo filosofare . Si è detto a ragione , che « l ' ideale di Bruno ( quell ' ideale , verso cui egli non è indifferente , al quale aspira e si sforza di arrivare con tutta la energia del suo spirito , e col quale vorrebbe immedesimarsi e pure sente di non potere ; che , mentre gli si dimostra inaccessibile e così lo fa certo della imperfezione della conoscenza , pure lo eccita a sempre nuova ricerca ) non è il Dio astratto puramente estramondano de ' teologi , che egli ha abbandonato , ma il Dio vivo e essenzialmente creatore o l ' infinito Spirito , a cui la mente non può salire che mediante la contemplazione della infinita Natura » . Ma è incontestabile che egli , quantunque lo abbia abbandonato , non riesce , non può riuscire a dimenticare quel Dio , che come absoluto , dice nello Spaccio , non ha che far con noi , E non può riuscirvi , perché nella sua filosofia il concetto vero di Dio , di quel Dio che potesse succedere all ' antico , mancava ; c ' era il Dio ­ natura , ma c ' era quello che può rendere intelligibile lo stesso Dio ­ natura : il Dio ­ spirito . Onde questa Natura per lui , dal De Umbris al De Minimo , non può essere altro che un Dio fuori della stessa Natura , che pure è il Dio del filosofo . sicché il Dio del filosofo , la verità oggetto della filosofia , suppone un principio estrinseco , quale suo fondamento : proprio come l ' oggetto della scienza vera secondo Kant . Ora , ammessa questa verità oltremondana , non raggiungibile se non per contemplazione soprannaturale , e quindi oggetto proprio ed esclusivo della fede , è agevole vedere quanta sia l ' importanza della religione , secondo la stessa filosofia bruniana , che vuole appartarsene e costruirsi con le sole forze della ragione ; e quali i fondamenti filosofici di quell ' ufficio pratico da lui assegnato alla religione , quale che fosse , in quanto magistero sociale . La legittimità , in generale , di ogni religione consiste appunto in questo margine , che le lascia la filosofia , nella conoscenza della verità . La superiorità , almeno morale , della religione rispetto alla filosofia consiste pure in ciò , che la stessa verità della filosofia presuppone una più alta verità , che è la verità della religione . E se la religione , secondo lo stesso Bruno , non si realizza se non come una religione determinata ; se anzi , com ' egli stesso dichiara al Mocenigo e aveva già scritto nello Spaccio , tra le forme di religione nessuna ve n ' è che sopravanzi , per le finalità pratiche , il cattolicesimo ; se il cattolicesimo allora era quello che era con la sua Santa Inquisizione destinata a provare l ' assolutezza della legge religiosa con quello stesso rigore pratico che il diritto umano assegna al magistrato penale per la prova reale dell ' assolutezza della legge umana positiva ; se questa legge religiosa assoluta si specificava in dommi determinati , che la filosofia di Bruno veniva a negare ; si può chiedere a quanti onoran la memoria dell ' infortunato Nolano : - - La sua condanna non era , dunque , la conseguenza logica di quelle dottrine , che , con tutta la novità delle sue intuizioni , Bruno non aveva potuto se non confermare ? - - La questione , a tempo del Bruno , era appunto in quei termini : se ci ha da essere una legge , il cui vigore si realizzi con la condanna di chi l ' infrange ; se non può esserci legge non garentita da una religione ; se questa religione è praticamente combattuta dalla divulgazione di una filosofia , che ne fa comparire assurdi i dommi ; non è possibile non condannare l ' autore di questa filosofia , che , minando i fondamenti della religione , infrange la legge . Le premesse generali di questo diritto della Chiesa erano tutte accettate e confermate dallo stesso Bruno . Bruno , nel suo eroico furore pel nuovo Dio , che gli brilla innanzi allo spirito commosso , non s ' accorge che tutto il vecchio mondo pur gli grava le spalle , e l ' inchioda a quelle istituzioni , di cui la filosofia nuova è la negazione . Egli non ha coscienza della contraddizione tra il suo assunto d ' un sistema che afferma l ' infinità reale della natura , e il concetto di un Dio , ente realissimo , fuori della natura : non si avvede che la filosofia che egli professa , distrugge la vecchia fede . Fu sempre convinto di quel che disse ai giudici di Venezia , e aveva detto otto anni prima nella Cena de le ceneri : « Dalla censura di onorati spiriti , veri religiosi , ed anco naturalmente uomini da bene , amici della civile conversazione e buone dottrine , non si de ' temere ; perché , quando bene arran considerato , trovaranno che questa filosofia non solo contiene la verità , ma ancora favorisce la religione più che qualsivoglia altra sorte de filosofia » . Pure , a quando a quando , un segreto presentimento del suo destino lo assale ; e allora si raccoglie tutto nel pensiero nuovo che l ' esalta , e gli fa sprezzare la morte : E chi mi impenna , e chi mi scalda il core ? Chi non mi fa temer fortuna o morte ? Chi le catene ruppe e quelle porte , Onde rari son sciolti ed escon fore ? L ' etadi , gli anni , i mesi , i giorni e l ' ore , Figlie ed armi del tempo , e quella corte , A cui né ferro , né diamante è forte , Assicurato m ' han dal suo furore . Quindi l ' ale sicure a l ' aria porgo , Né temo intoppo di cristallo o vetro ; Ma fendo i cieli , e a l ' infinito m ' ergo . E mentre dal mio globo agli altri sorgo , E per l ' eterio campo oltre penétro , Quel ch ' altri lungi vede , lascio al tergo . Ecco l ' anima di Bruno : l ' anima ribelle , che dirà : No con tutta la sua forza nell ' ora estrema ai ministri di quel Dio , che egli si era infatti lasciato al tergo : l ' anima nuova , che vorremo sempre onorare , perché quando quei Dio , che ella aveva lasciato sopravvivere accanto e oltre al suo nuovo Infinito , le si rizzò contro con tutta la energia della logica , e le intimò di abiurare la sua filosofia , tenne fede incrollabile alle idee , che il pensiero umano doveva più tardi svolgere per instaurare in sé il regno del Dio nuovo . Il 10 settembre del 1599 gli furono notificate le proposizioni ereticali di cui era incolpato ; e prefisso il termine di quaranta giorni a pentirsi ; scaduti i quali , si sarebbe proceduto contro di lui a norma dei sacri canoni . Ma egli , ricorda la sentenza , restò ostinato ed impenitente nelle sue eresie . Gli si mandarono il Generale e il Procuratore del suo ordine acciò lo ammonissero e persuadessero a ripudiare i suoi gravissimi errori ! E Bruno a perseverare « pertinacemente ed ostinatamente » ; nelle sue opinioni , negando che fossero errori ed eresie . Quindi la sentenza del mercoledì 8 febbraio 1600 , che lo consegnava al braccio secolare , cioè al Governatore di Roma . Secondo un Avviso di Roma alla Corte di Urbino del sabato , i Romani credevano vedere quel giorno « una solennissima giustizia » e non seppero perché fosse stata differita . Ed era giustizia di un eretico ostinatissimo , « un domenichino da Nola » , di cui si raccontava oscuramente la vita errabonda per ogni parte d ' Europa , leggendo e incorrendo in persecuzioni a causa delle sue opinioni : a Ginevra , a Tolosa , a Lione , in Inghilterra , a Norimberga . Come si chiamava ? L ' avevano condannato quattro giorni prima « come auttore di diverse enormi oppinioni , nelle quali restò obstinatissimo , e ci sta tuttora , non ostante che ogni giorno vadano teologhi da lui » . Si diceva che avesse più volte disputato in Germania col card . Bellarmino . Ed insomma , conchiude l ' Avviso , « il meschino , s ' Iddio noll ' aiuta , vuol morire obstinato , ed essere abbruciato vivo » . Nello stesso verbale dei buoni padri della Confraternita di S . Giovanni Decollato , che assistettero Giordano nelle ultime ore , accompagnandolo dal cercere al rogo , trema l ' inconscia commozione di quello spettacolo di eroica fermezza , con cui la filosofia s ' accampò contro una giustizia destinata a tramontare . A sei ore di notte si recarono a Torre di Nona confortatori e cappellano , e fu loro consegnato l ' impenitente . « Il quale » , dice il verbale , « esortato da ' nostri fratelli con ogni carità , e fatti chiamare due padri di San Domenico , due del Giesù , due della Chiesa Nuova e uno di San Girolamo , i quali con ogni affetto e con molta dottrina mostrandoli l ' error suo , - - finalmente stette sempre nella sua maledetta ostinazione , aggirandosi il cervello e l ' intelletto con mille errori e vanità ; e tanto perseverò nella sua ostinazione , che da ' ministri di giustizia fu condotto in Campo di Fiori . E quivi , spogliato nudo e legato a un palo , fu bruciato vivo , accompagniato sempre dalla nostra Compagnia , cantando le letanie , e li confortatori sino a l ' ultimo punto confortandolo a tassar la sua ostinazione . Con la quale finalmente finì la sua misera ed infelice vita » . Senza questa maledetta ostinazione ne ' suoi errori e nelle sue vanità , la quale era cominciata , come s ' è veduto , da quando il Bellarmino e il Commissario gli chiesero l ' abiura delle proposizioni raccolte dai libri e dai costituti , e che rinnovò nel carcere di Tor di Nona , nell ' estrema giornata del Bruno , una disputa filosofica che ricorda quella che terminò , secondo Platone , l ' estrema giornata di Socrate : senza questa ostinazione , la figura di Bruno non avrebbe tutto il significato che ha nella storia della cultura . Senza di essa non sarebbe stato compiuto il martirio della fede nuova dell ' uomo , che cominciava a scorgere la divinità attorno e dentro a se medesimo in quell ' universo infinito ed uno , sostanza identica di tutte le cose , considerate nella loro verità , sub specie aeternitatis . E se è vero che non c ' è mai fede senza martirio , poiché nessuna fede si può aprire la strada in mezzo alla realtà storica , solida e pronta a resistere alle forze nuove ed innovatrici ; senza questa ostinazione , cioè senza questa immedesimazione della fede nuova con lo spirito umano , storico e concreto , questa fede non si sarebbe mai avviata verso la vita , ad investire la realtà , ad orientarla secondo nuovi ideali . Il martirio di Bruno ha per noi questo significato : è la conchiusione e correzione inveratrice della sua filosofia ; la dimostrazione reale dell ' esigenza radicale del pensiero moderno , che non può più consentire , come Bruno illudendosi aveva sperato , con l ' antica intuizione del mondo . Se Bruno non fosse stato bruciato , una conciliazione poteva parere possibile ; come volle sembrasse possibile Galileo , quando abiurò , non un ' eresia , ma la sua fede scientifica . Bruno fu saldo invece a sostenere la libertà suprema della scienza , e a protestare che una filosofia non potesse essere eretica , né esser giudicata dalla Chiesa . Bruno quindi provò che la vita dell ' intuizione antica del mondo che ha fuori di sé Dio , cioè la verità , e però la scienza , è la morte della nuova filosofia , che rende possibile la scienza , come la virtù , come l ' arte , facendo realmente scendere Dio in terra e nell ' animo nostro , come verità , bellezza e bontà , e insomma vera umanità , in generale , per tutto ciò che di divino appunto essa viene realizzando nel mondo . Questa filosofia , che con Bruno divinizza la natura , e dopo Bruno divinizzerà l ' uomo in ciò che l ' una e l ' altro hanno d ' infinito e di eterno , questa filosofia oggi lo sappiamo , non può vivere se non per la morte di quella vecchia intuizione . Perciò ricordiamo il 17 febbraio 1600 . L ' errore dei giudici di Bruno fu di non aver veduto , che , morto Bruno , la sua filosofia sarebbe stata più viva di prima . E noi , per rivendicare Bruno e correggere quell ' errore , non possiamo se non ravvivare in noi lo spirito di Bruno , raccogliendo l ' ultimo ammonimento da lui dato a un discepolo testimone della sua morte : « Seguire le sue gloriose pedate e fuggire li pregiudizi et errori » . Il suo rogo , anzi tutti i roghi ormai sono spenti . La Chiesa continua a giudicare , ma non ha curia secolare pronta all ' esecuzione delle sue sentenze . Le quali ora sono quelle che devono essere : sentenze di autorità religiosa per gli spiriti che quest ' autorità riconoscono . La libertà del pensiero , proclamata dal Bruno , è un fatto storico ; e la storia non indietreggia . Ma un altro trionfo egli aspetta : quello che i liberi maestri delle nuove libere generazioni devono celebrare , insegnando con lui , che c ' è un Dio da riconoscere nel mondo che ci sta dinanzi e nel mondo che noi facciamo , in tutto ciò che è reale o dev ' essere reale per noi : verità della nostra scienza , norma della nostra volontà . Un Dio , dunque , che bisogna realizzare con salda fede nella legge della coscienza e nella legge dello Stato ; e a cui non si volta le spalle , senza smarrire la verità del sapere e la bontà del volere , pubblico e privato . Insegnando che , quando questo Deus in rebus non è altrui raggiungibile , un Dio qualunque , che valga sinceramente come fondamento della legge inviolabile della vita , un Dio davvero riconosciuto ed amato , è meglio , molto meglio di nessun Dio ; e che tutte le fedi , però , vanno onorate , non per galateo o per politica , ma perché ognuna , a chi la possegga , è un valore assoluto , e la ragione di tutti i valori . IX LE FASI DELLA FILOSOFIA BRUNIANA I I lavori di Felice Tocco sul Bruno sono di quelli che fanno epoca e meritavano certamente la larga recensione che ne fu fatta in occasione della sua morte dal prof . Mondolfo . Il quale ha insieme tentato di correggere in qualche punto l ' interpretazione del rimpianto maestro . Se non che , anch ' egli , sulle tracce del Tocco , valentissimo nell ' analisi filologica delle parti di un sistema , ma intento per solito a guardare più gli alberi che la foresta , postosi a studiare i vari aspetti contrastanti del pensiero bruniano , se n ' è lasciata sfuggire l ' unità spirituale , in cui è il significato di tutti i singoli aspetti . A proposito appunto d ' un mio giudizio sul Tocco , definito , come storico della filosofia , un puro filologo , il Mondolfo , non vede come si possa conferire al concetto di filologia tale ampiezza , da comprendere « l ' interpretazione dei sistemi filosofici , la loro critica interna .... » . Io dicevo , propriamente : la conoscenza di quei fatti che sono ( per lo storico della filosofia a tendenza filologica ) i sistemi filosofici , da accertarsi criticamente , da definirsi nelle loro effettive determinazioni , con la critica e l ' ermeneutica filologica dei testi che ce ne conservano la testimonianza . E la difficoltà alquanto oscuramente propostami si riduce a dire , che anche nella storia del Tocco i sistemi non sono fatti , ma valori . Ma il Mondolfo non ha badato a tutte le considerazioni che io avevo premesse per dimostrare che i tentativi di valutazione filosofica del Tocco , e pei criteri da lui teoricamente proposti e per le applicazioni che ne fece ne ' suoi giudizi , falliscono tutti , non per difetto dell ' ingegno , ma per la natura affatto estrinseca del metodo adoperato : il quale per la sua logica interna esigeva una mera costatazione di fatti ( di pensiero ) ed escludeva assolutamente ogni valutazione . E chi ebbe , come me , la fortuna di ascoltare le sue bellissime lezioni , dove tutto era analisi , ordine e lucidezza , non può aver dimenticato come talora , raramente , quell ' onda limpidissima si arrestasse , si rimescolasse in sé stessa e s ' intorbidasse ; quando il maestro era stato tentato da un suo segreto pensiero a trarsi fuori da quel processo che stava esponendo , per rilevare una difficoltà , un ' incongruenza , un punto oscuro . E s ' annebbiava quella faccia di solito illuminata dal sorriso : s ' arrestava impacciata la parola faconda e immaginosa , spezzandosi in brevi e tronchi periodi , che finivano sempre con un atto di energica risoluzione : « Ma noi facciamo ora la storia , e non facciamo la critica ; e andiamo avanti ! » . E tutti eravamo contenti di andare avanti , poiché si tornava alla luce e al sereno . Potrei anche entrare in particolari molto significativi , poiché il corso che potei seguire fece nell ' animo mio una profonda impressione , e vi ritorno spesso nella memoria con nettezza e vivezza di ricordi , come si ritorna alle ore più liete della giovinezza fuggita . E chi prende scandalo della mia definizione del metodo del Tocco ( definizione che , come ogni altra , non può fare a meno di porre dei limiti ) , forse non avrà amato mai un suo maestro di quell ' amore che solo è caro ai maestri dell ' intelligenza e della serietà del Tocco . II La filologia , bensì ( poiché il Mondolfo mi trae a riparlarne ) , pel filologo stesso è un ideale , non è un fatto ; una tendenza , un momento logico , non una logica reale e compiuta . C ' è la filologia ( categoria astratta ) , non ci sono filologi : perché pensieri ( o atti spirituali , in genere poesie , miti , credenze religiose , norme giuridiche , ecc . ) , che siano fatti , non ce ne sono . Per sminuzzare che faccia il filologo il suo testo , ogni minuzzolo gli resterà sempre innanzi pieno dello spirito del tutto ; al quale pertanto il filologo , suo malgrado , sarà costretto a guardare , non riuscendo il più delle volte a vederlo esattamente , poiché ha tenuto mala via , e gli alberi non gli lascian vedere la foresta . E però io non ho detto , né potevo dire , che nella storia del Tocco manchino del tutto le valutazioni ; ma soltanto che quelle che ci sono , non sono strettamente filosofiche , e però non si organizzano tra loro , non si giustificano e non fanno delle sue ricerche un vero lavoro storico . Il che non significa che le sue ricerche non abbiano valore o ne abbian poco . Ne hanno moltissimo ; ma come ricerche , elementi astratti di storia . O chi ha detto che chi non fa una cosa , non possa farne in modo eccellente un ' altra ? I limiti dell ' interpretazione bruniana del Tocco derivano appunto da cotesto suo carattere filologico , che è , d ' altra parte , la radice dei grandissimi pregi , per i quali quei lavori non saranno dimenticati dagli studiosi del Bruno . E ora mi rincresce di dire che il Mondolfo non si è messo in grado né di vedere questi pregi , né di scorgerne i limiti , ossia i difetti . I pregi andavano messi in luce considerando lo stato della ricerca bruniana prima del Tocco , in Italia e fuori d ' Italia , e cercando i punti speciali in cui il Tocco la fece progredire : ciò che il Mondolfo non poteva fare , naturalmente , limitandosi a studiare i soli libri dello stesso Tocco . Per i difetti , sui quali né anche il Mondolfo par disposto a chiudere gli occhi , bisognava prima di tutto scoprire il difetto : perché è chiaro che un uomo della erudizione , della diligenza , dell ' acume del Tocco , se sbaglia ( in punti essenziali , s ' intende , ché nelle minuzie l ' infallibile fallisce sette volte all ' ora ) , non può sbagliare a caso , ma vi dev ' esser portato dal suo metodo e dal suo principio . Il Tocco studiò con gran cura i particolari della filosofia del Bruno , analizzando nelle Opere latine , nelle Opere inedite e nelle Fonti più recenti , punto per punto , tutto il contenuto di quella filosofia . Ma da quest ' analisi esce una filosofia , che sia una filosofia ? Il Tocco parla ora di eclettismo , ora di sincretismo , dimostrando quel che in Bruno è preso da Aristotele e quel che è preso da Plotino , quello che c ' è di Parmenide e quel che deriva da Eraclito , gli elementi democritei atomizzanti e gli elementi platonici panteizzanti . Un Briareo dalle cento braccia , avrebbe detto lo Spaventa : ma dov ' è Giove ? Dov ' è l ' unità , la filosofia , lo spirito di Bruno ? Una ricerca di fonti ha il suo valore , che non è piccolo , ma è al di qua dell ' opera cui si riferisce . Un tentativo di ricostruzione - - come l ' aveva fatto già per Platone , con un ' esigenza che accenna all ' indiretta derivazione della cultura filosofica del Tocco dalla scuola hegeliana , alla quale anch ' egli nella prima gioventù appartenne - - egli fece cercando di stabilire un certo processo del pensiero bruniano attraverso alcune fasi di svolgimento ; tentativo a cui egli teneva molto , e che , secondo mi scriveva nel 1905 , si compiaceva di vedere accolto dal Vorländer e in parte dal Hoeffding , quanto gli doleva che fosse stato combattuto dal suo amico prof . Masci : ma che aveva esso stesso il grave difetto del peccato originale de ' suoi studi bruniani : non potendoci essere svolgimento senza un ' unità , senza un pensiero che si svolga attraverso vari momenti . III Ora il Mondolfo , non essendosi posto a questo punto di vista , si smarrisce anche lui dietro alle contraddizioni e alle oscillazioni del Bruno , e non può mirare al nodo della sua metafisica . Una prima osservazione fa circa il rapporto della religione con la filosofia in Bruno rapporto che fu anch ' esso motivo di dissenso tra il Tocco e il Masci , e rispetto al quale il Mondolfo nota che il Tocco non mantenne la stessa opinione dalla Conferenza del 1886 alle Fonti di sei anni dopo . Il contrasto bensì gli sembra apparente ; e ritiene che « in parte derivi dal fatto , che nella conferenza fiorentina si trattava della teologia positiva , coi suoi simboli e le sue figure , fatta per le moltitudini ; qui invece si tratta della teologia negativa dell ' uno ineffabile , cui soltanto l ' estasi può arrivare . Ma si collega in parte anche , in quanto riguarda l ' innegabile contrasto fra la tendenza immanentistica e la trascendentale e il vario prevalere dell ' una o dell ' altra nella mente del Bruno , a quella successione di fasi nella filosofia di lui , che è merito del Tocco avere per primo messo in luce » . Lasciamo stare se un contrasto apparente dei giudizi del Tocco possa collegarsi a una reale successione di fasi nella filosofia del Bruno . Tale contrasto il Mondolfo crede in realtà sia ( benché apparente ed eliminabile ) non nel Tocco , ma nel Bruno ; il quale una volta pare ( come parve al Tocco nel 1886 ) che metta la filosofia al di sopra della religione ; un ' altra ( come parve al Tocco nel '92 ) che metta la religione al di sopra della filosofia . E crede che la contraddizione non ci sia per questo che la religione inferire alla filosofia è per il Bruno quella positiva ; l ' altra , superiore alla filosofia , la teologia negativa . E si lascia così sfuggire , che Bruno dice questa « più alta contemplazione , che ascende sopra la natura » « impossibile e nulla a chi non crede » : che ciò essa appunto è il contenuto della religione positiva . Ma che d ' altra parte il contrasto non c ' è . Non c ' è , perché le parole non significano nulla per se stesse , e bisogna intendere il pensiero del Bruno . Punto che io mi permetto di credere di avere altra volta esattamente chiarito nella mia conferenza G . Bruno nella storia della cultura ( e il Tocco mi scrisse allora d ' essere al tutto d ' accordo con me ) . La più alta contemplazione , impossibile a chi non crede , è bensì più alta , ma è vuota per chi , come Bruno , ha dottrina di « non cercar la divinità rimossa da noi » . L ' essere la cognizione rivelata più alta della razionale non toglie che non sia vera cognizione ; e però più bassa della razionale . Più alta per l ' oggetto inaccessibile alla ragione , essa , per Bruno , è infinitamente inferiore alla speculazione , in quanto processo conoscitivo , autonomo , come dev ' essere ogni vero processo conoscitivo . La sua superiorità appunto è la sua inferiorità , dato che l ' interesse del filosofo si è spostato dall ' oggetto della fede a quello dell ' intendere ; e quindi il suo vero Dio non è più il trascendente , ma l ' immanente . Il trascendente non è negato , né poteva esser negato ; ed è merito del Bruno non averlo negato , data la sua concezione inadeguata del Dio immanente ; per cui il trascendente è l ' integrazione , tutt ' altro che trascurabile dell ' immanente ( come il noumeno di Kant è richiesto a integrare il suo fenomeno ) . Ma ciò non toglie che l ' anima della speculazione bruniana sia l ' intuizione sempre viva della divina natura , o mens insita omnibus , E dimenticato o trascurato questo concetto , nessuna pagina in lui , nessuna frase è più intelligibile . Il teismo di Bruno non è la sua religione , ma il limite della sua filosofia ( che è pure la sua religione ) essenzialmente panteistica . IV Il Tocco distinse tre fasi nello svolgimento del pensiero bruniano : 1 . schietto misticismo neoplatonizzante , rappresentato dal De umbris ( 1852 ) : dove il monismo è commisto a motivi di dualismo e di trascendenza ; 2 . monismo eleatico , panteizzante , rappresentato principalmente dal De la causa Principio ed uno , e in generale dagli scritti italiani ( 1584­85 ) ; 3 . atomismo , svolto segnatamente nel De minimo ( 1591 ) . Contro tale distinzione fu osservato che le varie tendenze non si succedono cronologicamente , ma sono simultanee e s ' intrecciano nell ' opera bruniana , che si sforza appunto di accordare motivi filosofici discordanti . Occorre intendersi , dice il Mondolfo . « La distinzione delle fasi del pensiero bruniano non è separazione nettamente determinabile : il fatto , che simultaneo alla metafisica della Causa e ad un indirizzo etico con essa congruente , si presenti un altro indirizzo di morale , che meglio s ' intenderebbe se contemporaneo alla metafisica del De minnimo , è prova novella di ciò che anche il Tocco rileva , che il pensiero del Bruno è tratto continuamente per opposte vie da forze antagonistiche .... Una coerenza sistematica non sarebbe naturale chiederla al Bruno . In una vita così tumultuosa ed errabonda , in un ' attività filosofica così intensa e svariata , fra gli scritti e l ' insegnamento , nel breve termine di nove anni , al Bruno non fu concesso mai quell ' agio della concentrazione pacata , della discussione interna delle sue convinzioni , del sereno esame critico , che d ' altra parte sarebbe stato così alieno dal carattere suo e della età sua , pur essendo condizione del raggiungimento d ' una sistemazione coerente o dell ' eliminazione almeno delle più gravi contradizioni . Ma la manifestazione di tendenze contrarie in scritti dello stesso periodo , o anche nella medesima opera , non toglie che volta a volta l ' una o l ' altra di tali tendenze si mostri preponderante .... Non fasi pure , dunque , ma tuttavia fasi reali » . Comunque , tre fasi così concepite è facile vedere che non sono uno svolgimento , ma una giustapposizione , resa possibile dal concetto generale della possibilità di risolvere tutta quanta la filosofia bruniana nella somma degli elementi che vi confluirono . Donde nascono domande gravissime , come le seguenti : è possibile che un emanatista a mo ' di Plotino , che fa vivere l ' uno nei molti , acceda all ' intuizione astratta degli Eleati , che l ' uno staccano affatto dalla molteplicità , senza sentire la radicale erroneità della sua prima intuizione ? O è possibile che un monista alla Parmenide s ' induca a riconoscere il flusso eracliteo , senza abbandonare del tutto la negazione parmenidea del non essere ? O ancora : può chi fu una volta schietto neoplatonico , e non ha cessato mai del tutto di esser tale , e ha tenuto e tien sempre fermo ( come avvertiva il Tocco ) all ' animismo universale fondato sul concetto dell ' anima del mondo , accogliere l ' intuizione meccanicista e pluralista di un Democrito ? Ed è proprio possibile che in uno stesso pensiero concorrano filosofie così avverse e repugnanti ? Ma c ' è altro . Per le Opere latine , prima di studiare le inedite , il Tocco ammetteva che nella terza fase del filosofare bruniano attestata dal De minimo , l ' atomismo di Democrito e di Epicuro venisse e incontrarsi ( nientemeno ! ) nella monadologia leibniziana ; perché Bruno avrebbe nei suoi minimi frantumato non solo il corpo dell ' infinito universo , ma anche l ' anima del mondo , ammettendo la realtà delle anime individuali . Nella prefazione invece alla memoria sulle Opere inedite confessava candidamente : « Il confronto colle opere inedite mi fa ora ricredere . L ' individuazione dell ' anima non è per Bruno se non un fatto passeggero , che nell ' infinita serie del tempo non ha consistenza e durata maggiore del baleno . Per tal guisa la trasformazione atomistica della speculazione bruniana resta a mezzo ; perché , se la parte materiale si risolve tutta in atomi insensibili e irriducibili , la parte spirituale invece cotesto frazionamento non conosce , e resta sempre una di qualità e sostanza . La quale in conseguenza reca , a dir vero , questo vantaggio , che l ' atomismo della terza fase si saldi più facilmente col panteismo della seconda , a quel modo istesso che l ' immanenza della seconda fase si saldava con la trascendenza della prima » . Studiando la Lampas triginta statuarum , il Tocco , insomma , ebbe il merito di accorgersi che era corso troppo nell ' interpretazione di alcuni luoghi del De minimo , e di tornare indietro , riconoscendo che il Bruno non aveva ammesso altra anima sostanziale che quella universale , pur mantenendo sempre l ' interpretazione atomistica ; salvo a notare , come s ' è veduto , un ' incoerenza tra l ' anima una e i corpi molti . V Ora viene il Mondolfo e sottopone ad esame il cangiamento d ' opinione del Tocco , e sostiene che questi aveva ragione prima ed ebbe torto dopo : che cioè anche le opere inedite confermano la coesistenza in Bruno dell ' atomismo e della monadologia . Questa è la parte originale del suo scritto , che conchiude dicendo : « Taluni , che nel Bruno veggono soltanto il campione del monismo panteistico , quando salutano in lui il precursore , accanto allo Spinoza ricordano anche il Leibniz ; e se si chiedesse loro in quali opere questi precorrimenti si verifichino , dovrebbero pur rispondere : il primo nelle opere successive al De umbris , il secondo nei poemi latini » . Parole non troppo chiare ; ma vogliono significare , che molti che fanno di Bruno un monista panteistico , poi , senza troppo riflettere ( e chi sono costoro ? ) , lo fanno precursore non solo di Spinoza bensì anche di Leibniz ; ammettendo implicitamente che in Bruno ci sia , oltre il monista , il monadista , le cui dottrine essi vorranno certamente trovare nei poemi latini . Vediamo un po ' . Se anche nella Lampas e nell ' altra opera inedita De rerum principiis fosse esclusa la moltiplicazione dell ' anima in molte anime sostanziali , questo potrebbe obbligarci ( quantunque il Mondolfo non se ne avvegga ) ad escludere la moltiplicazione stessa dal De minimo , che rappresenta un momento ulteriore nello sviluppo dell ' atomismo , non ancora accolto come dottrina metafisica nel De principiis . Ma già nella Lampas il Bruno palesa incertezze e oscillazioni , che rendono più che dubbia la risoluta interpretazione del Tocco . Nella Lampas Bruno dice l ' anima naturam ex se subsistentem , noia accidentalem formam , non entelechiam , non harmoniam , non aliud simile ; l ' anima e il corpo duo subiecta per spiritum unibilia , quorum principalius est anima ; unibili di un ' unione che avviene casu , non naturaliter ; e l ' anima multo intervallo relinquit post se materiam ; anima ante et post corporis societatem consistit . Quest ' anima è quella del mondo , o è quella di ciascun individuo ? Pel Mondolfo , è da escludere che sia la prima per ragioni .... come dire ? a priori . « Se l ' anima , di cui qui si parla , fosse l ' anima del mondo , non saprei vedere come tutti questi residui della scala plotiniana degli esseri s ' accordino col panteismo , per cui è Deus sive natura , e l ' anima del mondo è una faccia di quest ' essere unico , che visto da un altro lato è materia . Tra spirito e materia il Bruno qui non afferma soltanto una distinzione , che sarebbe condizione della stessa identità di essi , come di contrari ; ma una vera e propria separazione » . Ragioni , adunque , a priori , e , quel che è peggio , oscure , perché fondate su una conoscenza non esatta del neoplatonismo , dove la dualità non esclude punto l ' unità . VI Ma la più semplice maniera di vedere che specie di anima fosse quella di cui Bruno parla nei luoghi citati , non era quella insegnataci dal Tocco , di andare a guardare il testo ; cioè , dico io , il contesto ? E allora , salvo errore , l ' anima di cui si parla lì dal Bruno , dovrebbe esser quella di cui si comincia a parlare a pag . 239 , proponendo l ' esempio , a cui si deve applicare l ' arte inventiva della Lampada : Anima non est accidens . E lì si parla di anima hontinis , che absolvitur a corpore et realiter existit sino illo . Ma che per ciò ? « Il Tocco medesimo » , osserva il Mondolfo , « rileva che nella maggior parte degli argomenti , recati per provare che l ' anima non sia accidente del corpo , ma substantia spiritualis , il Bruno si riferisce all ' anima individuale , non all ' anima del mondo » . Ebbene , egli soggiunge : « allora dove se ne va l ' affermazione del Bruno che le anime individuali non siano che ripercussioni fuggevoli dell ' anima del mondo , sue operazioni nella materia che sola introduce la molteplicità e la divisione ? » . « La vera individualità » , aveva detto il Tocco , « o per meglio dire , la vera sostanzialità sta nell ' anima del mondo ; le altre non sono se non molteplici ripercussioni di quell ' unica , o per dirla chiaramente , non sono ne più né meno se non le diverse operazioni dello stesso principio . Quando si dice che l ' anima dell ' uomo è una sostanza individua , che risiede nel centro della vita , non si deve intendere che sia un essere diverso dall ' anima universale . È invece l ' anima universale che agisce in quel determinato punto , e da quel punto irraggia l ' azione sua in tutto l ' organismo . Così si spiega .... come , pur ammettendo l ' immortalità dell ' anima , il Bruno non solo nella Causa , ma anche nel De minimo derida le paure dell ' Orco . Non è l ' anima individuale , non è quell ' operazione localizzata in quel centro che è immortale , ma ben piuttosto l ' anima universale stessa , che dai frammenti del disciolto organismo ne comporrà altri ; il che è ciò che v ' ha di vero nell ' antica dottrina della metempsicosi » . Alla domanda del Mondolfo ( dove se ne va ? ) il Tocco ; ha perciò risposto : la sostanzialità , l ' individualità dell ' anima di ogni uomo è la stessa sostanzialità e individualità dell ' anima universale , di cui la prima è un ' emanazione . L ' anima dell ' uomo , insomma , è substantia individua , subsistens etc . , quatenus anima universalis : concetto ovvio a chi abbia studiato la logica spinoziana di sostanza , attributo e modo . Si ricordi infatti Spinoza : Aquam , quatenus aqua est , dividi concipimus eiusque partes ab invicem separari : at non , quatenus substantia est corporea ; eatenus enim neque separatur neque dividitur . E anche per Spinoza la mente umana è parte , com ' egli dice , dell ' intelletto infinito di Dio ; e quindi è sostanza , ma non in quanto mente umana , nella sua finitezza . Il Mondolfo , dopo aver esposto il concetto del Tocco ( che si rifaceva certamente da Spinoza nell ' intendere il rapporto dell ' anima universale con quelle particolari ) solleva la seguente difficoltà : « Se l ' anima del mondo è individua ed unica realtà , e , come tale , unita ineparabilmente alla materia considerata nella sua totalità - - sì da costituire entrambe due facce di una sostanza unica . - - essa è ugualmente inseparabile dai singoli esseri , che costituiscono la totalità della materia : non si può concepire il suo distacco neppur temporaneo da alcuni di questi , senza supporre che l ' anima sia unita ad una parte e non alla totalità del mondo , e senza interrompere ad ogni momento quella continuità della sua azione , che dovrebbe spiegarsi sempre tota in toto et in qualibet totius Parte , D ' altro canto , però , queste separazioni , inconcepibili per l ' anima universale , sono concepibilissime per le anime individuali , quando esse siano considerate non accidentali , ma sostanziali .... » . Difficoltà , però , che non toccherebbe soltanto la filosofia bruniana , ma ogni specie di emanatismo , che fa derivare il molteplice dall ' uno ; e potrebbe riuscire se mai una critica , non già servire alla interpretazione di Bruno . Ma la difficoltà esiste ? Considerata nella sua totalità , la materia sarà una ; e tale sarà in quanto animata , giacché la materia per se stessa è caussa mtultitudinis et divisionis . E s ' intende che in tale unità non ci può essere più morte , e non è da parlare di distacco . Ma la morte e l ' interruzione ( relativa ) dell ' azione avvivante dell ' anima universale è appunto nella materia in quanto materia . La materia infatti , in quanto tale , non è unità , ma molteplicità , in cui un essere non è l ' altro , e però la vita dell ' uno è la morte dell ' altro , cioè distacco dell ' anima . La quale non resta ad agire nel vuoto pel fatto che la morte del secondo è pur vita del primo essere . La difficoltà ci sarebbe , se l ' anima si distribuisse nella materia . Allora una parte materiale esanime importerebbe una parte dell ' anima a spasso . Ma l ' anima sostanza indivisibile è tutta in tutto e in ciascuna parte , e la sua azione animatrice perciò non è possibile che sia mai interrotta . D ' altro canto , s ' intende che neppur una parte di materia può restare senz ' anima ; perché la morte è relativa all ' essere particolare che si disgrega nei suoi atomi in quanto questi entrano in nuovi aggregati . Onde la materia nella sua totalità , cioè , ripeto , come unità , è sempre animata , ossia è anima ; e quindi non patisce mai morte . VII Io almeno non riesco a scorgere la difficoltà che vede il Mondolfo ; il quale , una volta creatasela , per uscirne propende a credere che il Bruno realmente ammettesse la sostanzialità delle anime individuali , oltre quella dell ' anima del mondo ; senza accorgersi né anche lui di quel che era sfuggito al Tocco nel suo lavoro sulle Opere latine ; che cioè l ' anima del mondo è la negazione delle anime individuali ; e viceversa ; e senza avvertire , com ' era naturale , che la difficoltà da lui sollevata , ci sarebbe , e insuperabile , appunto in questa ipotesi ; perché , ammesse le anime individuali unificate e fuse nell ' anima del mondo , e tante anime quanti sono gli esseri del mondo ; non si vede davvero come si potrebbe morire . Posto che i testi di Bruno parlano espliciti nel ridurre le anime individuali a mère fulgurazioni dell ' unica sostanziale anima del mondo - - dottrina analoga a quella averroistica dell ' unità dell ' intelletto , che ebbe sostenitori anche nel Cinquecento , immediatamente prima del Bruno ; posto che un pensatore del tempo di Bruno non poteva vedervi la difficoltà che ci vede il Mondolfo , perdono ogni fondamento le sette considerazioni che egli enumera nella conclusione del suo scritto , per dimostrare la probabilità della vecchia opinione , che male il Tocco avrebbe fatto ad abbandonare , circa la tendenza bruniana verso la monadologia . Per la I º e la 3º ( chi volesse scorrere l ' elenco di queste considerazioni del Mondolfo ) metta il Mondolfo al luogo dell ' anima ­ sostanza , l ' anima operazione dell ' anima sostanza ; e tutto è a posto . La 2º suppone vera quella difficoltà fondamentale che s ' è vista . La minima realtà , che è immortale , è il minimo , cioè la sostanza : quella sostanza che , spinozianamente , solo in apparenza è molteplice , laddove per la mente non è che una , come ora vedremo . Nella 4º , nella 5º e nella 6º l ' argomento del Mondolfo , che le differenze individuali suppongano la sostanzialità delle anime individuali , è rovesciato da espliciti luoghi di Bruno e dallo stesso spirito generale del sistema che fa nascere le differenze dalla materia . Nella 7º male si appaia il principio di libertà filosofica e religiosa con la dottrina del libero arbitrio ; e inesattamente si crede che il libero arbitrio di Bruno possa scambiarsi con l ' autonomia della coscienza individuale ( che il Mondolfo per positivistico pudore vorrebbe sostituirgli ) . Il libero arbitrio di Bruno ( amor confusus , non adhuc limitatus , e perciò potentia qual è in Dio , che è , per lui , come per Spinoza , absoluta necessitas ut sit etiam absoluta libertas ) , è difetto , che lo sviluppo della ragione deve a poco a poco colmare , e che perciò non può a nessun patto ragguagliarsi alla divina libertà del filosofo , partecipe della libertà dell ' oggetto con cui si immedesima . La libertà di Bruno ( e questa è la sua insuperabile inferiorità verso il monadismo leibniziano ) non è del soggetto , ma dell ' oggetto . E autonomia di coscienza individuale nel senso che il Mondolfo dà all ' individualità , per Bruno non ce ne poteva essere . E però meglio è consentire col Tocco nell ' opinione che a lui , dopo matura riflessione , parve definitivamente preferibile . VIII Vero è che la monadologia bruniana , se non è quella di Leibniz , non è neppure l ' atomismo di Democrito e di Epicuro . E il Tocco a furia di istituire riscontri e indagar fonti cancellò differenze essenziali , e non vide più il vero concetto della monade di Bruno , strozzando perciò l ' unità del pensiero bruniano dal De umbris ai poemi latini . Unità che meglio si ritrova nella stessa esposizione di Hoeffding , malgrado la sua superficialità . Questo storico p . e . vide chiaramente che gli atomi di Bruno non sono atomi assoluti ; e con ciò sottrasse già la sua filosofia all ' atomismo vero e proprio ( come sistema meccanicista ) ; quantunque il suo modo di concepire l ' atomo bruniano sia inesatto per un doppio aspetto , e vedendo una contraddizione tra la polemica del Bruno contro la divisione all ' infinito e la dottrina della relatività del concetto degli atomi , e non vedendo che gli atomi relativi di Bruno possono essere tali tutti ad eccezione di uno , che è assoluto , la monas monadum . Due inesattezze , che sono poi una sola . La quale deriva dal disconoscimento del carattere metafisico e oggettivo , e non gnoseologico e soggettivo , della relatività dell ' atomo bruniano : che è gravissimo anacronismo . I minimi di Bruno sono sostanze attive teleologiche , in quanto unica sostanza : e però sono toto caelo diversi dagli atomi sostanze inerti e meccaniche in quanto molte . Né questo monadismo è contradittorio al panteismo neoplatonico ; anzi nel pensiero di Bruno è un momento necessario di esso ; e quindi più o meno svolto , secondo i vari scritti , ma pur sempre presente . La monade , « principio e sostanza de le cose » di Bruno , è la sostanza di Spinoza , non la monade di Leibniz . Questo concetto del minimo ­ sostanza fu luminosamente chiarito dallo Spaventa fin dal 1866 in un piccolo scritto , di cui il Tocco , che si servì del maggior saggio concernente la teoria della conoscenza , non tenne il debito conto . Ma lo spinozismo dell ' atomo bruniano non sfuggì neppure allo storico più accurato dell ' atomismo , il Lasswitz ( la cui opera il Mondolfo non avrebbe dovuto trascurare ) , quantunque anch ' egli malamente insista , come Hoeffding , sul carattere fenomenico della relatività delle monadi particolari , e non scorga la vera differenza che separa queste monadi dalle monadi leibniziane . X VERITAS FILIA TEMPORIS I Nella Cena delle ceneri ( 1584 ) , ai vanti che Teofilo fa della grandiosa rivoluzione scientifica apportata dalla filosofia del Nolano , il pedante Prudenzio risponde con un ammonimento preso a prestito dai Disticha Catonis : Iudicium populi numquam contempseris unus , Ne nulli placeas , dum vis contenmere multos . « Questo è prudentissimamente detto » , ripiglia Teofilo , che rappresenta il pensiero stesso del Bruno , « in proposito del convitto e regimento comone e prattica de la civile conversazione : ma non già in proposito de la cognizione de la verità e regola di contemplazione , per cui disse il medesimo saggio : Disce , sed a doctis : indoctos ipse doceto . È anco , quel che tu dici , in proposito di dottrina espediente a molti ; e però è conseglio , che riguarda la moltitudine : perché non fa per le spalli di qualsivoglia questa soma ( la cognizione della verità ) , ma per quelli che possono portarla , come il Nolano ; o almeno muoverla verso il suo termine , senza incorrere difficoltà sconveniente , come Copernico ha possuto fare » . Secondo il Bruno , dunque , bisogna distinguere tra la pratica e la scienza , tra la legge dell ' una e la legge dell ' altra . La pratica è attività sociale , il cui soggetto è la comunità civile , il popolo ; la scienza , opera dei savi , talché « un solo , benché solo , può e potrà vencere , ed al fine avrà vinto , e trionferà contra l ' ignoranza generale ; e non è dubio , se la cosa de ' determinarsi non co ' la moltitudine di ciechi e sordi testimoni , di convizi e di parole vane , ma co ' la forza di regolato sentimento , il qual bisogna che conchiuda al fine ; perché , in fatto , tutti gli orbi non vagliono per uno che vede e tutti i stolti non possono servire per un savio » . E # # # µ o # µ # # # o # # # # # # # # # o # # , aveva già detto Eraclito . sicché la legge della pratica sarà nella moltitudine de ' testimoni , come dire nel volere dei più ; quella della scienza , nel regolato sentimento , ossia nella logica , che muove la cognizione della verità verso il suo termine , liberandola dalle difficoltà disconvenienti , ossia dalle contraddizioni . D ' altra parte , la pratica ( costume , legge , culto religioso , ecc . ) non è , per Bruno , mera volontà , quale si manifesta nei voti ( testimoni ) , nelle grida e nelle altre manifestazioni violente dello spirito popolare ; ma è anche pensiero o , com ' egli dice , « dottrina espediente a molti » . È un sapere che è credenza , sottratta alla forza di quel regolato sentimento , il quale bisogna che alfine conchiuda : è l ' accettazione , estranea e per sé refrattaria alla critica scientifica del pensiero logico , di concetti , ancorché falsi , utili e necessari alla vita civile . Anche questo elemento della pratica , benché in sé pensiero , non ha valore , secondo il Bruno , come tale . E però il savio non ha autorità e competenza rispetto ad esso , e deve accettarlo qual ' è nella vita - - che è volontà orientata secondo una fede - - del popolo , col quale egli , praticamente , si confonde . Quindi l ' atteggiamento del Bruno verso la religione , in quanto chiesa e istituto sociale : atteggiamento di rispetto , fondato sul principio dell ' assoluta incommensurabilità della dottrina filosofica , che è sforzo di conoscere la verità , e della dottrina religiosa , che è credenza espediente ai molti . Posta tale distinzione e incommensurabilità dello spirito pratico , possiamo dire , e dello spirito teoretico , il Bruno non ricerca più oltre la radice di questa doppia direzione dello spirito umano ( radice che noi piuttosto possiamo additare in quel residuo di trascendenza dualistica , che c ' è in fondo al naturalismo bruniano ) ; né , tutto acceso com ' è dell ' ardore mistico della contemplazione , che è puro pensiero o cognizione della verità , ha più interesse di ricercare lo sviluppo dello spirito pratico . C ' è un processo nelle religioni , nelle leggi , nelle idee morali e in tutte le dottrine espedienti ai molti ? È inutile cercare in Bruno una risposta a questa domanda : Il suo mondo non è quello della vita , ma quello della contemplazione ; non è quello della storia , ma quello della natura . La sua stessa etica dello Spaccio finisce negli Eroici furori , sublimazione della mente nel processo della verità . Egli perciò non ha luogo a proporsi il problema del movimento dello spirito pratico : lì , per lui , è solo arbitrio , dato esterno , fatto , non logica . La fede , infatti , come tale , è irrazionale : non può avere sviluppo . La scienza , invece , è pel Bruno la negazione assoluta della fede ; e però egli esclude il popolo dall ' insegnamento di quella . « Coloro c ' hanno la possessione di questa verità , non denno ad ogni sorte di persona comunicarla , si non voglion lavar , come se dice , il capo a l ' asino » . Il dotto , che scopre una verità nuova , deve , secondo lui , indirizzarsi a chi ha ingegno , ma anche disciplina , sì che ignori tuttavia « sol per non avvertire e non considerare .... per la privazione de l ' atto solo , e non de la facultà ancora » . La facoltà , dunque , o la condizione che ci mette in grado di accogliere la verità o di conoscere , è in parte naturale ( ingegno ) e in parte acquisita con lo stesso esercizio del pensiero , con gli studi ( disciplina ) . In altri termini , la scienza è figlia della scienza . La verità nuova presuppone verità precedenti ; ma anche queste sono frutto di regolato sentimento , di pensiero cioè che proceda secondo leggi . E pertanto dall ' insegnamento del Nolano sono esclusi non solo quei « maligni e scellerati , che per una certa neghittosa invidia si adirano ed inorgogliano contra colui , che par loro voglia insegnar » ; ma anche quegli altri , « che , per qualche credula pazzia , temendo che per vedere non se guastino , vogliono ostinatamente perseverare ne le tenebre di quello ch ' hanno una volta malamente appreso » . La credula pazzia che è la fede , è messa sullo stesso piano della passione , che impedisce la vista del vero , come la negazione assoluta dello spirito scientifico . A tutti costoro il filosofo oppone quei « felici e ben nati ingegni , verso gli quali nisciuno onorato studio è perso : temerariamente non giudicano , hanno libero l ' intelletto , terso il vedere , e son prodotti dal cielo , si non inventori , degni però esaminatori , giodici e testimoni de la verità » . Questo libero intelletto non è già intelletto vuoto , poiché il Bruno richiede , come s ' è veduto , la disciplina ; ma è la ribellione al credo ut intelligam di S . Anselmo , e a ogni intuizione del pensiero , che non sia tutto creazione di se stesso , o , come dice Bruno , « esaminatore , giudice e testimone della verità » . II In questo concetto Bruno non solo supera la scolastica e la filosofia greca ( cfr . la teoria dell ' anamnesi platonica ; dell ' intelletto attivo di Aristotele , ecc . ) , ma lo stesso suo naturalismo , che , a rigore , non ha posto per la libertà dello spirito . Né Bruno si ferma qui . Portato dall ' oscura intuizione dell ' attività progressiva dello spirito nella storia , che era in fondo a tutti gli spiriti del Rinascimento ( in cui pur si mescolava con l ' idea opposta , perdurata fin a tutto il secolo XVIII , della identità immobile dell ' anima umana attraverso tutti i tempi e tutti i luoghi ) , egli va oltre , e concepisce la scienza non solo come libertà , che potrebbe essere la libertà di un atto immanente e congruo alla fissa e ferma eternità dell ' oggetto suo , com ' era concepito da Platone e poi da Aristotele e da tutta la filosofia posteriore fino a Bruno ; sì anche come storia . E già abbiamo visto che lo spirito è costituito nella facoltà sua dalla disciplina , che è formazione storica , e che piglia il luogo di quella fede , da cui il pensatore medievale era fatto capace di conoscere il vero . Ma egli svolge con un ' arguta osservazione questo concetto . Prudenzio , molto prudentemente , con la viltà misoneista del pedante , ricalcitra sbigottito innanzi alle novità di Teofilo dicendo : « Sii come la si vuole , io non voglio discostarmi dal parer degli antichi , perché dice il saggio : nell ' antiquità è la sapienza » . E Teofilo : « E soggiunse : in molti anni la prodenza . Si voi intendeste bene quel che dite , vedreste , che dal vostro fondamento s ' inferisce il contrario di quel che pensate : voglio dire , che noi siamo più vecchi ed abbiamo più lunga età che i nostri predecessori : intendo per quel che appartiene a certi giudizi , come in proposito . Non ha possuto essere sì maturo il giodicio d ' Eudosso , che visse poco dopo la rinascente astronomia , se pur in esso non rinacque , come quello di Calippo , che visse trent ' anni dopo la morte d ' Alessandro Magno ; il quale , come giunse anni ad anni , possea giongere osservanze ad osservanze . Ipparco , per la medesima raggione , dovea saperne più di Calippo , perché vidde la mutazione fatta sino a centonovantasei anni dopo la morte d ' Alessandro . Menelao , romano geometra , perché vedde la differenza de moto quattrocentosessantadui anni dopo Alessandro morto , è raggione che n ' intendesse più ch ' Ipparco . Più ne dovea vedere Macometto Aracense milleducento e dui anni dopo quella . Più n ' ha veduto il Copernico quasi a nostri tempi , appresso la medesma anni milleottocentoquarantanove . Ma che di questi alcuni , che son stati appresso , non siino però stati più accorti che quei che furon prima , e che la moltitudine di que ' che sono a ' nostri tempi non ha però più sale , questo accade per ciò che quelli vissero , e questi non vivono gli anni altrui , e , quel che è peggio , vissero morti quelli e questi negli anni proprii » . III In questa pagina , per la prima volta , ch ' io sappia , è affermato il concetto tutto proprio dell ' età moderna , della serietà e importanza della storia , come attualità dello spirito nel suo svolgimento . Lo spirito , esaminatore , giudice e testimone nella verità non è spirito astratto , la mente , quale si trova , allo stesso modo , in tutti gli uomini , né la mente in sé , fuori delle sue condizioni determinate nel mondo : non è l ' anima , p . e . , immaginata da Platone , la quale soltanto nell ' Iperuranio è veramente in grado d ' intuire le idee . Lo spirito è Eudosso , Callippo , Ipparco ecc . In tanto conosce quel che conosce , in quanto esso stesso è determinato nel tempo , o meglio , nella maturità del giudizio che progredisce col progredire delle osservazioni ( « osservanze » ) e , in generale , del suo stesso operare , o come benissimo dice Bruno , del suo vivere . La vita dello spirito crea lo spirito ; e più lo spirito vive , più è spirito , più è capacità d ' intendere . Non solo la scienza cresce con l ' andare del tempo quasi per addizione di verità a verità ( che sarebbe osservazione empirica abbastanza ovvia ) ; ma la mente stessa riceve un continuo incremento , si fa più accorta . E questo crescere o svolgimento intimo della mente non avviene per azione estrinseca di una illuminazione progressiva che la mente riceva dal di fuori : ma è autoformazione della stessa mente , che fa dei gradini raggiunti base ad ascensioni ulteriori altrimenti impossibili . Ed ecco lo spirito che è storia . La quale non consiste - - Bruno lo avverte esplicitamente - - nella vana cronologia , bensì nel pieno e concreto processo spirituale . Anche dopo Copernico vivono i contemporanei di Tolomeo , pei quali tutto il frattempo non è stato vita di pensiero . Questo concetto della storia in Vico e in Hegel s ' integrerà e illuminerà nel sistema di una filosofia dello spirito , che in Bruno manca ; quantunque anche altrove , come abbiamo visto , celebrando la potenza del lavoro umano e criticando l ' ingenua raffigurazione mitica dell ' età dell ' oro , egli dimostri d ' intuire profondamente il carattere essenzialmente storico dello spirito . Ma , come episodio a sé nella concezione generale bruniana , esso è la coscienza perfettamente lucida che lo spirito acquista del carattere sacro dell ' opera sua in un momento di energico ed entusiastico ritmo della propria attività , che non può essere altro che progresso , nella battaglia contro la tradizione degli antichi . IV Il valore di questo concetto bruniano della storia si fa più evidente se si raccosta a idee molto simili che s ' incontrano in scrittori dello stesso periodo , ma posteriori al Bruno e ai primi de ' quali mi pare molto probabile sia stata innanzi la pagina del Bruno . Cominciamo dal Campanella , che alla Cena delle ceneri allude certamente quando cita il Nolano nell ' Apologia Pro Galileo ; e si potrebbe dire che un ' eco del bruniano concetto della gioventù o fanciullezza degli antichi rispetto ai moderni nell ' ordine del pensiero , risuoni nel suo De gentilismo non retinendo , che è tutta una battaglia per i moderni contro gli antichi . In questo libro , scritto intorno nel 1629 , è detto : « Ergo etiam physiologiam oportet novam facere de necessitate , sicut Picus et Telesius , Valerius , Paracelsus coeperunt : quamvis in aliquo erraverint ; indicant tamen quod tota philosophia debet renovari , cum res inventae et deprehensi errores et philosophiam novam et correctiorem et cosmographiam meliorem requirant . Et quidem tot sectarum agnitio et horum mores et naturae arcana iam aperta ostendunt priscos gentiles philosophos fuisse quasi pueros respectu Philosophorum Christianorum , sicut theologi Iudaei , teste Apostolo , erant quasi pueri respectu Christianorum theologorum novi Testamenti » . Ma qui il pensiero non ricorre nella forma caratteristica usata dal Bruno e ripetuta , come or ora vedremo , in molti altri scrittori ; e qui come altrove il Campanella accentua non tanto il concetto dello sviluppo progressivo continuo del pensiero in tutti i tempi , come fa il Bruno , quanto piuttosto il carattere proprio dell ' età sua , del Rinascimento , del « secol che si rinnova » , com ' egli diceva : secolo differente da tutti i precedenti e privilegiato da condizioni singolari , che lo staccarono nettamente dal passato . In Campanella è un esaltato e quasi esasperato sentimento dell ' avvenire , in opposizione al passato , più che un razionale e fermo concetto della legge immanente alla storia dello spirito umano . V Più di un motivo abbiamo già per ritenere che le opere italiane del Bruno , pubblicate a Londra , e segnatamente la Cena , fossero note a Francesco Bacone , che ebbe familiare la letteratura italiana , e una volta cita il nostro scrittore . Orbene , nel Novum organum ( 1620 ) , lib . I , c . 84 , tra gli ostacoli che si sono opposti in passato al progresso delle scienze , è menzionata quella reverentia antiquitatis , che abbiamo ammirata in maestro Prudenzio . È l ' osservazione critica di Bacone coincide con l ' ingegnoso sgambetto che Teofilo dà nella Cena alla citazione del pedante ( « Si voi intendeste bene quel che dite .... » ) . « De antiquitate autem opinio » , dice Bacone quasi con le stesse parole , « quam homines de ipsa fovent , negligens omnino est , et vix verbo ipsi congrua . Mundi enim senium et grandaevitas pro antiquitate vere habenda sunt ; quae temporibus nostris tribui debent , non juniori aetati mundi , qualis apud antiquos fuit . Atque revera quemadmodum majorem rerum humanarum notitiam et maturius iudicium ( cfr . il maturo giodicio di B . ) ab homine sene expectamus quam a juvene , propter experientiam et rerum , quas vidit , et audivit , et cogitavit , varietatem et copiam ; eodem modo et a nostra aetate ( si vires suas nosset et experiri et intendere vellet ) majora multo quam a priscis temporibus expectari par est ; utpote aetate mundi grandiore , et infinitis experimentis , et observationibus ( cfr . le osservanze di B . ) aucta et cumulata » . Non mi par possibile dubitare che questo passo derivi dalla Cena , con gli ampliamenti ovvii appunto in chi ripete , ma senza più la nota finale della distinzione tra il semplice scorrere del tempo e la vita operosa del pensiero , quale vera sorgente dell ' incremento spirituale . Anche nel De augmentis scientiarum ( 1623 ) ricorre l ' arguta inversione bruniana della vita del genere umano , che dall ' alto della nuova scienza comincia a guardare come fanciulli i già venerati vegliardi del sapere antico . Qui Bacone appaia , come egualmente viziosi , i due eccessi opposti dell ' amore immoderato così del nuovo come dell ' antico : « Qua in re Temporis filiae male patrissant . Ut enim Tempus prolem devorat , sic haec se invicem ; dum Antiquitas novis invideat augmentis , et Novitas non sit contenta recentia adiicere , nisi vetera prorsus eliminet , et reiiciat . Certe consilium Prophetae vera in hac re norma est : State super vias antiquas , et videte quaenam sit via recta , et bona , et ambulate in ea , Antiquitas eam meretur reverentiam , ut homines aliquandiu gradum sistere et supra eam stare debeant , atque undequaque circumspicere , quae sit via optima : quum autem de via bene constiterit , tunc demum non restitandum , sed alacriter progrediendium . Sane , ut verum dicamus , Antiquitas saeculi , iuventus mundi . Nostra profecto sunt antiqua tempora , quum mundus iam senuerit : non ea , quae computantur ordine retrogrado , initium sumendo a saeculo nostro » . A questo luogo qualche commentatore di Bacone ha avvicinato un versetto del 2° libro di Esdra ( XVI , 10 ) : quoniam saeculum perdidit iuventutem suant et tempora appropinquant senescere ; dov ' è , piuttosto , l ' intuizione contraria della vita , non come progresso , anzi come decadenza ; e vi si può vedere soltanto un riscontro verbale al motto baconiano antiquitas saeculi iuventus mundi , Più a proposito si cita un luogo dei Problemata marina ( 1546 ) del Casmann : « Si .... antiquiorum dignitas ex tempore major videtur , id nostros qui hodie docent posteriores unice commendabit , nam tempus .... doctius et prudentius evadit ex continuo progressu , ut senescens iudicio sit acriore , solidiore et maturiore » . Ma , oltre che è assai improbabile che il Casmann fosse noto al Bruno , che suole sempre ricordare gli scrittori che conobbe , si tratta qui di un ' ovvia osservazione , che non ha la forma arguta del Bruno e di Bacone , né tanto meno la profondità filosofica del primo . VI È noto quante somiglianze e coincidenze si trovano tra gli scritti del Bruno e quelli del Galilei , e quali sospetti ha destati il silenzio assoluto del secondo sul conto del primo . Ma non è stata ancora avvertita la concordanza tra la pagina della Cena sul progresso dello spirito umano e un frammento del Galilei , pubblicato fin dal 1876 , dove è detto : « Il dire che le opinioni più antiche et inveterate sieno le migliori è improbabile , perché siccome di un uomo particolare l ' ultime determinazioni par che siano le più prudenti , e che con gli anni cresca il giudizio , così della universalità degli uomini par ragionevole l ' ultime determinazioni sien le più vere » . Anche qui è lo stesso concetto di Bruno , ma in forma filosoficamente più attenuata e quasi empirica ; sì da non potersi escludere che sia sorto spontaneamente nella mente di Galileo . Eco galileiana può ritenersi quel che si legge in uno scritto polemico di Mario Guiducci , il noto scolaro del grande Pisano , indirizzato nel 1625 contro il gesuita genovese Fabio Ambrogio Spinola ; scritto da poco venuto alla luce : « Io non voglio tralasciare di mostrarvi un grandissimo errore , nel quale incorrete non solo voi , ma anche molti e molti altri mentre accusate i filosofi moderni che ipsa antiquitate non utuntur , fondandovi sul vedere che essi mediante le ragioni ed esperienze scoperte novellamente seguano nuove opinioni . Il valersi dell ' antichità in filosofare è ottimo pensiero ; ma non dell ' antichità intesa a vostro modo , se già non vogliamo dire che un vecchio , il quale sia involto nelle leggerezze e nei piaceri giovanili , viva conforme a l ' etade antica , poi che così et egli e la maggior parte dei vecchi hanno costumato di vivere .... Quando si dice che in filosofia si ha da rivivere l ' età più vecchia e che ci conviene avere riguardo all ' antichità , si ha da intendere dell ' età più vecchia del mondo , il quale col crescere di anni cresce in maggior perfezione e maggiore esperienza e notizia delle cose . Ora , se questa vecchiezza compete molto più a ' tempi nostri che a ' quelli d ' Aristotele , ne ' quali , avendo la filosofia da due mila anni manco che adesso , era , si può dire , novizia e fanciulla , non biasimate coloro che in età matura più non vogliono pargoleggiare » . VII Più prossimo alla forma del pensiero bruniano è un frammento di Cartesio pubblicato dal Baillet nella sua Vie de Mr . des Cartes ( 1691 ) : « Non est quod antiquis multum tribuamus propter antiquitatem , sed nos potius iis antiquiores dicendi . Iam enim senior est mundus quam tunc , maioremque habemus rerum experientiam » . Ma in Cartesio quest ' idea non giova già ad apprezzare la storia , poiché egli non insiste sul fondamento di questa maggiore esperienza attribuita ai moderni ; e partecipa all ' illusione antistorica del Bacone di una instauratio ab imis , che faccia tabula rasa dal passato . Il quale , per Bruno , invece , è la base del presente . L ' intelligenza matematica di Cartesio è , com ' è noto , nelle condizioni men favorevoli a una valutazione positiva della storia . E con lui , nell ' identica situazione , si trova Malebranche ( 1674 ) , che in un luogo bellissimo della Recherche de la vérité , divenuto famoso , dice : « On estime davantage les opinions les plus vieilles parce qu ' elles sont les plus éloignées de nous . Et sans doute , si Nembrot avait écrit l ' histoire de son règne , toute la politique la plus fine et méme toutes les autres sciences y seraient contenues , de méme que quelquesuns trouvent qu ' Homère et Virgile avaient une connaissance parfaite de la nature . Il faut respecter l ' antiquité , dit ­ on : quoi Aristote , Platon , Epicure , ces grands hommes , se seraient trompés ! ? On ne considère pas qu ' Aristote , Platon , Epicure étaient hommes Gomme nous et de la méme espèce que nous : et de plus , qu ' au temps où nous sommes , le monde est plus âgé de deux mille ans , qu ' il a plus d ' expérience , qu ' il doit étre plus éclairé , et que c ' est la vieillesse du monde et de l ' expérience qui font decouvrir la vérité » . Ma qui si obbedisce ai motivi della celebre querelle des anciens et des modernes , che in Francia venne dibattuta lungo il XVII e XVIII secolo , e fu la continuazione del movimento degli scrittori nostri del Rinascimento ; iniziato in Francia appunto da Cartesio , co ' suoi seguaci che insegnò , è stato detto , « le mépris de l ' antiquité , comme Ronsafd en avait prechée l ' adoration » . Bruno era stato affatto alieno da questo dispregio dell ' antichità . VIII Molto più s ' avvicinano al pensiero del Bruno , pel maggior senso del valore dello spirito che dà loro il misticismo , Arnauld e Pascal . Il primo dei quali ribatteva la vecchia tesi della progressiva corruzione sostenuta da un teologo avverso alla nuova filosofia , dicendo paradosso ridicolo l ' immaginarsi più sapienti i più antichi . « Si cela était , il faudrait qu ' il y eut , avant le déluge , de plus habiles médecins , de plus savant géomètres qu ' Hippocrate , Archimède et Ptolémée . N ' est donc pas visible au contraire que les sciences humaines se perfectionnent par les temps ? » . Ma classico è lo svolgimento che il dà Pascal al concetto del progresso di contro al principio di autorità nella Préface sur Traité du vide ( 1647 ) : ed è il solo vero commento al luogo di Bruno , che a lui per altro rimase forse ignoto . Il Pascal fa una distinzione analoga , ma non eguale , a quella che abbiamo veduta nello scrittore italiano : ossia distingue le scienze che dipendono dall ' autorità , le quali non hanno altro fondamento che la memoria , e sono puramente storiche , mirando a conoscere quel che è stato tramandato dagli scrittori ; e le scienze che dipendono dai nostri sensi e dalla ragione . Esempi delle prime : la storia , la geografia , le lingue , ma , sopra tutto , la teologia . In queste discipline pare al Pascal che si possa giunger alla conoscenza totale , cui non sia più possibile aggiunger altro . All ' incontro , le scienze dell ' altra classe ( la geometria , l ' aritmetica , la musica , la fisica , la medicina , l ' architettura e tutte insomma le discipline soggette al ragionamento e all ' esperienza ) crescono sempre col tempo , con la fatica che vi si spende intorno e col moltiplicarsi delle esperienze . Qui si può accogliere nuove teorie senza mancar di rispetto agli antichi , e senza peccare d ' ingratitudine , « puisque les premières connaissances qu ' il nous ont données ont servi de degrés aux notres , et que dans ces avantages , nous leur sommes redevables de l ' ascendant que nous avons sur eux ; parce que , s ' étant élevés jusqu ' à un certain degré ou ils nous ont porte , le moindre effort nous fait monter plus haut , et avec moins de peine et moins de gloire nous nous trouvons au ­ dessus d ' eux . C ' est de là que nous pouvons découvrir des choses qu ' il leur était impossible d ' apercevoir . Notre vue a plus d ' étendue » . Pascal , come si vede , teorizza la necessità del progresso , al pari di Bruno . Ma il suo progresso è estensivo e non intensivo , matematico non propriamente storico , Per Bruno lo spirito si viene trasformando in rapporto con l ' estendersi della sua conoscenza ; e viceversa , la conoscenza si viene estendendo in funzione dell ' incremento incessante dello spirito . Che è il vero e concreto concetto del progresso . Al Pascal sfugge questo lato più profondo . La dignità della ragione umana , e la sua superiorità sull ' istinto , che demeure toujours dans un état égal , consiste appunto en ce que les effets du raisonnement augmentent sans cesse , Soltanto gli effetti ! La scienza istintiva degli animali non progredisce perché , acquistata sotto la pressione del bisogno , è così fragile che si perde insieme col bisogno che l ' ha fatta nascere . Gli animali la ricevono a volta a volta da natura e non la conservano . Non aggiungono mai il nuovo al vecchio ; perché non hanno mai un vecchio possesso . La natura non concede mai loro nulla di meno , affinché non periscano ; ma non concede loro neppure nulla di più « de peur qu ' ils ne passent les limites qu ' elles leur a prescrites » . L ' uomo invece è nato per superare ogni limite : n ' est produit que pour l ' infinite , Grande pensiero , che però Pascal guarda da una sola faccia , come conveniva alla sua filosofia , orientata in modo radicalmente diverso da quella di Bruno , che diceva anche lui , poco innanzi al passo qui studiato , d ' esser « promosso a scuoprire l ' infinito effetto dell ' infinita causa , il vero e vivo vestigio de l ' infinito vigore » . Per Bruno , questo infinito è interno a noi , è noi stessi . Per Pascal , fuori di noi , ed appartiene all ' oggetto , e solo all ' oggetto della conoscenza : infinito matematico , astratto . L ' unilateralità del suo progresso è evidente in questa bella pagina , onde egli spiega l ' infinità , per cui l ' uomo è prodotto : « Il est dans l ' ignorance au premier âge de sa vie ; mais il s ' instruit sans cesse dans son progrès : car il tire avantage seulement de sa propre expérience , mais encore de celle des ses prédécesseurs ; parce qu ' il garde toujours dans sa mémoire les connaissances qu ' i s ' est une fois acquisées , et que celles des anciens lui sont toujours présentes dans les livres qu ' ils en sont laissés . Et comme il conserve ces connaissances , il peut aussi les augmenter facilement ; de sort que les hommes sont aujourd ' hui en quelque sort dans le méme état où se trouveraient ces anciens philosophes , s ' ils pouvaient avoir vieilli jusques à présent , en ajoutant aux connaissances qu ' il avaient celles que leurs études auraient pu leur acquérir à la faveur de tant de siècles . De là vient que , par une prérogative particulière , non seulement chacun des hommes s ' avance de jour en jour dans las sciences , mais que tous les hommes ensemble y font un continuel progrès à mesure que l ' univers vieillit , parce que la méme chose arrive dans la succession des hommes , que dans les àges différents d ' un particulier . De sorte que tout la suite des hommes , pendant le cours de tant de siècles , doit étre considerée comme un méme homme qui subsiste toujours et qui apprend continuellement : d ' où l ' on voit avec combien d ' injustice nous respectons l ' antiquité dans ses philosophes ; car , comme la vieillesse est l ' âge le plus distant de l ' enfance , qui ne voit que la vieillesse , dans cet homme universel , ne doit pas être cherchée dans les temps proches de sa naissance , mais dans ceux qu en sont les plus éloignés ? Ceux qui nous appellons anciens étaient véritablement nouveaux en toutes choses , et formaient l ' enfance des hommes proprement ; et comme nous avons joint à leurs connaissances l ' expérience des siècles qui les ont suivis , c ' est en nous que l ' on peut trouver cette antiquité que nous révérons dans les autres » . Il Pascal , dunque , non vede altro progresso che quello della quantità delle conoscenze ; per cui l ' uomo conserva le già acquistate , ed attingendo nell ' infinità dello scibile può sempre aggiungervene nuove . Ma l ' uomo resta sempre lo stesso uomo , per estendere che faccia la sfera del proprio sapere . Questo appunto il concetto che prevarrà nella seconda metà del Seicento nella querelle ; in cui , per negare la superiorità degli antichi , si finirà col sostenere che gli uomini in tutti i tempi sono stati gli stessi ; ossia col toglier di mezzo il progresso . Onde Fontenelle nei Dialogues des morts ( 1683 ) , se fa negare da Montaigne il frutto delle esperienze umane , perché gli uomini « sont faits comme les oiseaux , qui se laissent toujours prendre dans les mémes filets où l ' on a dejà pris cent mille oiseaux de leur espèce , il n ' y a personne qui n ' entre tout neuf dans la vie , et les sottises des pères sont perdues pour les enfants » ; da Socrate fa difendere la tesi , che « les habits changent ; mais ce n ' est pas à dire que la figure des corps change aussi . La politesse ou la grossièreté , la science ou l ' ignorance , les plus ou le moins d ' une certaine naiveté , le génie sérieux ou badin , ce ne sont là que le dehors de l ' homme , et tout cela change : mais le coeur ne change point , et tout l ' homme est dans le coeur » . Tale fu il concetto astratto della natura umana , cioè dello spirito , prevalso nel secolo antistorico per antonomasia , il XVIII . Ed era stato il concetto del nostro Cinquecento , quando i comici copiavano Plauto e Terenzio , col pretesto che nil sub noni , come ripeteva il Ruzzante , e che « il mondo » come diceva Lorenzino de ' Medici nel prologo dell ' Aridosia , « è stato sempre a un modo » ; o che , come teorizzava quello spirito bizzarro del Doni , « quel che si dice oggi è stato detto molte volte , perché coloro che sono stati innanzi a noi hanno avuto i medesimi umori , più et più volte ; per esser questa materia dell ' omo d ' una medesima sostanza , sapore , et aver dentro tutto quello in questi spiriti , che tutti gli altri spiriti hanno avuto » . Era anche la convinzione dell ' autore dei Discorsi sopra la prima deca di T . Livio , quando riponeva la « vera cognizione delle istorie » nel « trarne , leggendole , quel senso » , e nel « gustare di loro quel sapore che le hanno in sé » : ossia quegli ammaestramenti , cui non badano gli « infiniti che leggono , pigliando piacere di udire quelle varietà delli accidenti che in esse si contengono , senza pensare altrimenti d ' imitarle , giudicando la imitazione non solo difficile , ma impossibile : come se il cielo , il sole , gli elementi , gli uomini fossero variati di moto , d ' ordine e di potenza , da quello che egli erano anticamente » . Bruno , insomma , in tutto il Rinascimento , per la sua intuizione della storicità dello spirito , è una voce isolata . E tale resta in tutta Europa fino a G . B . Vico . XI TOMMASO CAMPANELLA I In una delle sue ultime lettere , da Parigi , al granduca di Toscana Ferdinando II de ' Medici , il 6 luglio 1638 , Tommaso Campanella con quel fare profetico di cui soleva compiacersi , scriveva : « Il secolo futuro giudicherà di noi ; perché il presente sempre crucifige i suoi benefattori , ma poi resuscitano al terzo giorno o al terzo secolo » . Il terzo secolo non è trascorso ; e già Tommaso Campanella , il crocefisso di Spagna e di Roma , il filosofo riformatore , che nel suo petto raccolse , fuse ed espresse con pensiero e ardimento magnanimo le voci molteplici e le aspirazioni discordi del nostro grande Rinascimento e soffrì dagli anni giovanili fino all ' estrema vecchiaia tutte le persecuzioni , tutte le prigionie , tutti i tormenti , è risuscitato : non solo nel cuore del suo popolo , che nei giorni della disgrazia anch ' esso gli si volse contro e testè gl ' innalzava un monumento nella sua piazza più bella , anzi nel suo animo , ma nel pensiero di tutti i popoli civili . Ancora nel secolo XVIII uno scrittore , che doveva presto sapere anche lui che cosa costi all ' uomo liberamente pensare , Pietro Giannone , lo giudicava « un grande imbrogliatore , col capo pieno di varie fantasie , portentosi delirii , sorprendenti illusioni » . Ancora nel 1832 uno scrittore liberale , ma alla francese , Carlo Botta , lo trattava da « ingegno torbido e sfrenato » , « di costume scandaloso , frate fanatico » e impostore : uno di « quei frati infelici , ma improvvidi e pestiferi » , che « col loro feroce pensiero ritardavano l ' illuminazione e la civiltà dei popoli » . Ma già con l ' edizione delle Poesie filosofiche curata dall ' Orelli , due anni dopo , comincia la risurrezione . Ferrari e Baldacchini , Capialbi e Palermo , Tennemann e De Gerando , Trendelenburg , Carriere e Ritter , D ' Ancona e Spaventa , Fiorentino e De Sanctis , Erdmann e Windelband , Berti e Amabile , Felici e Croce , Kvacala e Blanchet e Dentice , e altri e altri , investigano la biografia avventurosa , tutta problemi e perplessità , e vi spandono sopra grandi fasci di luce , documentandone ogni giorno , ogni particolare , discutendo e illustrando il carattere dell ' uomo e la sua varia , complessa , complicata psicologia ; analizzano , commentano , rischiarano le sue dottrine religiose , sociali , politiche con quella larghezza di studi che si usa soltanto per gli scrittori capitali ; ricostruiscono la sua biografia attraverso una vasta mole di scritti d ' ogni genere , la massima parte non più ristampati , molti ancora inediti , tutti a fatica accessibili . Quanto men facile l ' intelligenza e il giudizio dell ' uomo e del suo pensiero , tanto più insistente , assidua , appassionata la ricerca . E a malgrado di tanti studi e tante pubblicazioni , non s ' è ancora soddisfatti ; poiché in verità son tuttavia non pochi i desiderata intorno alla vita , agli scritti , alle idee del grande Stilese . Non pochi documenti ancora da rintracciare ; l ' epistolario , uno de ' più sinceri , commossi , importanti , per la sostanza e per la forma , di tutta la nostra letteratura , ora finalmente raccolto , da illustrare ; le poesie , le bellissime poesie , tutte pensiero e passione , da esaminare criticamente ; una scelta delle opere da mettere in luce ; scritti dispersi da ritrovare ; molti punti delle dottrine da chiarire ; essenziali connessioni , che s ' intravvedono tra queste dottrine e quelle di alcuni dei maggiori filosofi posteriori , in Italia e altrove , da indagare metodicamente . E il lavoro infatti ferve . Gli studiosi non hanno tutti lo stesso concetto della coerenza e saldezza dell ' uomo nelle sue idee , ne ' suoi fondamentali interessi e nella sua condotta ; né dell ' indirizzo e significato del suo pensiero ; né del valore storico del sistema ; e in generale si può anche dire che non vedano chiaro in questa grande figura , in cui le luci più forti si alternano alle ombre più fitte ; ma tutti egualmente ne sentono la grandezza , e l ' amano , attratti da quella stessa forza misteriosa e irresistibile onde tutti gli animi sono avvinti ai nomi più luminosi delle loro tradizioni sacre . Il presagio del Campanella si è dunque avverato nel terzo secolo egli è risorto , ed è vivo ormai tra gli uomini vivi : vivi , perché conoscono la loro storia . Nella quale grandeggia quel Rinascimento , che è la gloria della civiltà italiana e che nessuno rappresentò più compiutamente e più vivamente del Campanella . II Non si leggono senza commozione le parole umili insieme e superbe della lettera che egli scrisse al Galilei dopo la prima lettura del Dialogo sui massimi sistemi : « Io oso a dire che se stessimo insieme in villa per un anno , s ' aggiusteriano gran cose ; e benché V . S . sola è bastante , io mi conosco utile giunto a lei ; e farei molte dubitazioni , non peripatetiche né volgari , circa i primi decreti della filosofia . Dio non vuole ; sia lodato . Queste novità di verità antiche , di novi mondi , nove stelle , novi sistemi , nove nazioni etc . son principio di secol novo . Faccia presto Chi guida tutto . Noi , per la particella nostra , assecondiamo » . In una delle sue ultime opere , intesa a dimostrare la necessità di una filosofia nuova , veramente cristiana , che la rompesse una volta con quelle pericolose dottrine degli antichi Greci , segnatamente di Aristotele , che anche i filosofi antiscolastici del primo Rinascimento s ' erano indugiati a vagheggiare , interpretare e difendere , questo sentimento delle grandi novità che avevano cambiato affatto l ' aspetto del mondo fisico e morale mediante le scoperte geografiche , i viaggi e le relazioni dei viaggiatori circa i costumi , le lingue e le credenze dei popoli ignoti agli antichi , e le scoperte di nuove stelle e accidenti celesti , e le nuove intuizioni del sistema cosmico , che capovolgevano le idee fin allora universalmente ricevute e messe a fondamento di tutta una concezione , non pure fisica , ma metafisica , religiosa e morale del mondo e dell ' uomo ; questo sentimento riempie l ' animo del Campanella di entusiasmo e di slancio . « Tutta la filosofia » , egli dice , « si deve rinnovare . Chi lo nega , e neghi che è stato scoperto un nuovo mondo , e stelle e pianeti nuovi , e mari e animali e terre abitate e religioni » III Egli ama scrivere i suoi trattati nel suo italiano rude , di getto , tinto di calabresismi ; e gli amici , desiderando diffonderli e non trovando modo di stamparli in Italia , lo esortano a tradurli nella lingua comune ai dotti d ' ogni nazione , in latino : come a dire , a spogliarli di ciò che nel suo scrivere era più personale e più suo , insieme coi ricordi e le allusioni ai luoghi più caramente diletti , ai familiari e ai casi della sua vita privata . Ed ei si rassegna alla dura fatica , senza , per altro , andare in cerca di classiche eleganze , contentandosi di un latino grosso e quale potevasi correntemente parlare in una scuola di quei conventi calabresi , in cui aveva passato la sua prima giovinezza e fatti i suoi studi . Ma , in compenso , l ' animo gli trabocca pure nel verso , in un impeto di poesia aspro ma possente : con accenti danteschi , come , dopo Michelangelo , non se n ' erano più uditi ; con la stessa ispiratrice speranza di Dante , di creare un mondo nuovo , chiamare a vita una nuova progenie . Crearlo in questa Italia , di cui al nostro filosofo tumultuano in petto le memorie gloriose , recenti ed antiche , e a cui egli vorrebbe con l ' esempio e col canto , con l ' insegnamento e con l ' azione , restituire la prisca e fatale grandezza . La gran donna , ch ' a Cesare comparse sul Rubicon , temendo a sé rovina dall ' introdotta gente pellegrina , onde ' l suo imperio pria crescer apparse , Sta con le membra sue lacere e sparse e co ' crin mozzi , in servitù meschina . Così un ricordo lucaneo e la realtà storica gli rappresentano l ' Italia politica del suo tempo . E l ' Italia letteraria ? La stessa prostrazione e servitù : e i poeti incapaci di liberarsi dalla vecchia materia poetica , dalle tanto abusate favole greche : Grecia , tre spanne di mar , che di terra cinto , superbia non potea mostrare , solcò per l ' aureo vello conquistare e Troia con più inganni e poca guerra ; poi tutto il mondo atterra di favole , e di lui succhia ogni laude . Ma Italia , che l ' applaude , contra se stessa e contra Dio quant ' erra ! Ella , che mari e terra , senza fraude , con senno ed armi in tutto il mondo ottenne , e del cielo alle chiavi alfin pervenne ! Cristoforo Colombo , audace ingegno , compie col corpo un viaggio , che altri , poeti teologi filosofi , non avevan saputo neppur con la mente ; getta a Cesare e a Cristo un ponte fra due mondi , e conquista l ' Oceano . Ebbene , in suo luogo continua a esser celebrato un vile Tifi . Il Vespucci , nato in città « nido di scrittori illustri » , dà nome a un nuovo mondo : ma dei poeti chi ne è ispirato a cantarne la gloria ? Tutti giacciono nel « favoloso intrico » degli dèi falsi e dei falsi eroi di Grecia . Gli antichi legislatori di Roma , di Etruria , della Magna Grecia dimenticati . E chi n ' ha colpa ? Italia , sepoltura de ' lumi suoi , d ' esterni candeliere ; Italia , che non cura Telesio per amor d ' uno Schiavone ( Aristotele ) ; e perseguita quel di cui l ' aurora gli antichi occupa , e Stilo ingrata onora . Italia , infetta da private invidie e interessi , che la fan serva degli stranieri , pronti a fomentare le sue interne discordie ; ignara della sua virtù , già splendida a ' tempi di Roma , in lettere e in armi più feconda Che l ' universo tutto quanto insieme ; per non dire della moderna Venezia , fiera e superba Venezia , incurante delle favolose glorie di Grecia : Venezia , onor di virgini e di spose nuota in mar , rugge in terra e vola in cielo pesce , leon alato col Vangelo . Per svegliare quest ' Italia , Campanella invoca la Musa latina , e la invita a prendere la barbara lingua , il nostro idioma nuovo : Tanto più , che il fato a te die ' certo favore , perché comunque soni , d ' altra imitata sei d ' Italia augurio antico e mal cognito , ch ' ella d ' imperii gravida e madre sovente sia . Il Carducci , ai nostri giorni rinnovatore felice della metrica antica e dei saggi del Campanella ammiratore , non avrà alla stessa impresa così alto e potente motivo come questo del filosofo poetante , credo , sui trent ' anni , a Roma , nelle carceri del Sant ' Uffizio per rievocare la grande , la forte poesia di Roma signora del mondo : Musa latina , vieni meco a canzone novella : te al novo onor chiama quinci la squilla mia , sperando imponer fine al miserabile verso per te tornando al già lagrimato die . Al novo secol lingua nova instrumento rinasca : può nuova progenie il canto novello fare . Quando , nel fondo della sua prigione in Castel dell ' Ovo , nel 1611 , può aver notizia del Nunzio Sidereo e delle meraviglie di cui vi si dà ragguaglio , il cuore gli balza in petto di gioia e di orgoglio . Era un altro fierissimo colpo all ' inviso aristotelismo , un altro sicuro indizio della rinnovazione del secolo ; e poi era una nuova palma toccata al genio italiano . E si congratulava con Galileo della nuova splendida gloria nazionale : « Mi sdegnavo » , gli scriveva nel suo solito latino , « con questa nostra Italia , madre dell ' impero e tribunale della Santa Chiesa , e pur tributaria degli stranieri in ogni altra scienza : quasi padrona che avesse chiamato al proprio servizio delle ancelle , le quali poi avessero messo superbia e spadroneggiassero . Talché Aristotele era divenuto l ' oracolo dei filosofi , Omero dei poeti , Tolomeo degli astronomi , Ippocrate dei medici . Virgilio stesso cedette agli altri popoli il primato dell ' arte , dell ' eloquenza e della scienza , solo contento che ai Romani fosse riservata l ' arte della guerra , del diritto e del governo : Tu regere imperio populos , Romane , memento ( Hae tibi erunt artes ) pacisque imponere mores , Parcere subiectis et debellare superbos . Ma anche quest ' arte è ormai migrata agli spagnuoli e ai tedeschi ; e a noi non è rimasta più lode di sorta , e i nostri poeti non cantano più che gli dèi e gli eroi de ' gentili . E pure , profecto viget adhuc imperium Italicum : il romano Pontefice sovrasta a tutti i principi della terra , e la teologia romana detta leggi a tutte le scienze . A tutto il mondo è nota la virtù italiana , a sé sola ignota . E anche nelle dottrine inferiori ( alla teologia ) l ' Italia supera tutti ; resta che licenzii le ancelle e si serva de ' suoi . Telesio ha discacciato a buon dritto Aristotele ; ma , ciò malgrado , ancora si rendono onori ai costui funerali . Virgilio e Dante hanno offuscato Omero ; in Celso l ' Italia ha il suo Ippocrate , in Plinio il suo Dioscoride : nell ' astrologia Cardano sconfisse gli arabi . In astronomia Tolomeo e Copernico ci facevan arrossire ; ma ora tu , uomo famosissimo , non restituisci a noi la gloria dei Pitagorici rubatici da ' subdoli Greci , risuscitando le loro dottrine , ma col tuo splendore estingui la gloria di tutto il mondo . Et vidi caelum et terram novam , dissero l ' Apostolo e Isaia , e noi non vedevamo ; ma ecco , tu purgasti gli occhi degli uomini , e mostrasti il nuovo cielo e la terra nuova » . IV Nell ' Italia della fine del Cinquecento o del primo Seicento nessuno , né tra gli uomini di Stato né tra gli scrittori , ha sì alto e fermo concetto della dignità e del destino nazionale . Ma nessuno , in quel tempo , né in Italia né fuori d ' Italia , neppure l ' altro grande domenicano che col Campanella pare abbia avuto comuni nel 1595 gli ozi forzati e tristemente meditabondi di Tor di Nona , il carcere romano del S . Uffizio , « rocca sacra a tirannia segreta » , neppure , dico , Giordano Bruno , l ' altro eroe e martire del nostro Rinascimento , ha così profondo e vibrante il sentimento dell ' avvenire : del secolo che si rinnova , e si rinnova per opera del pensiero . Telesio è stato anche da Bacone celebrato come il primo degli uomini moderni . Ma egli si contenta di guardare e di vedere con nuovo occhio la natura intesa per la prima volta , com ' ei dice , iuxta propria Principia . E perciò dallo stesso Bacone la sua filosofia fu definita come una filosofia pastorale , senza cioè interessi umani , sociali , storici , politici . Bruno , senza dubbio , ha respiro assai più ampio ; e nella sua natura palpita pure una forma d ' umanità ; poiché essa gli si spiritualizza tutta in una concezione monadistica del minimo identico al massimo , cioè infinito , che precorre a Leibniz . Così , in certa guisa , la natura bruniana ha dell ' umano ; ma essa non ha storia , non ha Stato , non volontà e passione politica . È un ' umanità che non si ritrova , qual ' essa è in concreto , in questa vita a cui ci legano i nostri interessi , e in cui tutti ci sforziamo di attuare i nostri ideali . sicché noi , leggendo Bruno , seguendolo nella sua vita randagia in traccia della verità che lo innamora , fino al processo che lo piomba nel buio , e al rogo ch ' egli ascende animoso con la coscienza di adempiere un solenne ufficio storico , noi , dico , non sapremmo raffigurarcelo a prender posizione tra gli avvenimenti e le forze politiche contemporanee , e neppure a costruire per suo conto un programma d ' azione . Il suo mondo non è quello . E quel mondo di uomini , di leggi , d ' istituti e di forze , che rimane fuori dei quadri del suo pensiero e degl ' interessi del suo spirito , è poi il mondo in cui egli s ' abbatte infine con l ' ingenuo candore d ' un fanciullo ignaro , e che perciò lo stritola . L ' avrebbe certamente stritolato lo stesso , se egli si fosse accinto a combatterlo apertamente ; ma egli , come tanti altri pensatori contemporanei e anteriori , e soltanto in modo anche più tipico e storicamente significativo , visse nell ' ingenua convinzione , chiaramente manifestata nell ' interrogatorio di Venezia , che quel mondo non lo riguardasse , e che ei potesse liberamente filosofare dentro la sfera chiusa del suo pensiero . Guardate anche Galileo , non soltanto ne ' suoi libri , che , concernendo fatti celesti e schemi e formule matematiche , non possono riferirsi a cose umane , e tanto meno a rapporti sociali e civili ; ma nelle sue lettere , nelle sue lucubrazioni intorno alle relazioni della scienza con la religione rivelata , nella sua stessa vita . Egli , uomo e pensatore , è il modello perfetto del letterato , come allora si diceva in Italia anche lo scienziato e il filosofo , e si continuò a dire anche nel secolo XVIII : del letterato , che fu nel Rinascimento l ' erede del filologo umanista del secolo XV ; quando il medio evo cadde e lo spirito umano prese ad elaborare il concetto della vita , che distingue la storia moderna : il concetto della libertà interiore assoluta , quale si può concepire soltanto se si prescinde da ogni trascendente . E l ' Umanesimo poté avviarsi per questa nuova via , quando , oppresse le libertà comunali e formate le signorie , ogni città veniva in mano ai tiranni , e battute , ad opera specialmente degli ordini mendicanti , tutte le eresie , si veniva rinsaldando , nella Chiesa e , per la Chiesa , mediante il braccio secolare del potere laico assoggettato spiritualmente a lei , la catena infrangibile dei dommi religiosi . Vi si poté avviare per questa ragione : che il mondo dell ' umanista si spiccò nettamente e divise da quello reale , dominato dallo Stato e dalla Chiesa a un tempo ; e fu un mondo antico , o senza tempo , storico o poetico , un mondo della memoria o dell ' immaginazione , radicalmente distinto dal mondo presente e vivo . Un mondo , come oggi si direbbe , cerebrale , in cui l ' umanista trasferì idealmente tutto se stesso , perfino i suoi interessi religiosi e politici , per vivervi dentro idealmente , e pur con pienezza di passione , tutta la sua vita , libero da ogni legame con quell ' altro mondo , in cui egli poteva senza scrupolo e senza noia restare al servizio del suo signore , pagato come un qualunque altro servitore . Allora la scienza si separò dalla vita , come non era mai accaduto , tranne casi individuali , né nell ' antichità né nell ' età di mezzo . Allora la poesia diventò affare d ' immaginazione o fantasia che non abbia nulla che fare con l ' uomo che ha una sua fede e una sua opinione di cittadino . Non si ebbe più un poeta come Dante , uomo intero , che porta tutto il suo mondo , dove batte il suo cuore di uomo coi suoi amori e i suoi odii e le sue salde convinzioni , fin nell ' inferno e nel cielo della sua fantasia . Nacque la teoria della forma dell ' arte , indipendente dal contenuto ; e quella dell ' imitazione , per cui l ' arte degli antichi poté essere pure l ' arte dei moderni . E risorse la vecchia rettorica , che gli antichi avevano inventata nel periodo della decadenza . E venne in grande onore la grammatica e l ' erudizione . Ma si formò pure l ' ideale dello spirito sopramondano , che è quello cui spetta di spaziare nell ' infinito dell ' arte e del pensiero , senza vincoli di spazio e di tempo , di leggi e condizioni contingenti ; dove sono le cose eterne , a cui tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutte le nazioni aspirano come a termine essenziale d ' ogni loro attività . Ideale , che solo nell ' arte , espressione del sentire individuale , qual che esso sia , per se stesso , ottenne allora il suo intero appagamento ; e in ogni altra forma di vita spirituale poté essere perseguito solo in quanto questa vita si spiegasse dentro i limiti che son propri dell ' arte : dentro cioè alla fantasia , ossia a un mondo che non fosse da rappresentarsi come reale , come il vero mondo , conosciuto attraverso la percezione o la divina rivelazione , e retto per mezzo dell ' ordinamento politico o religioso . Così anche la scienza , anche la filosofia fu letteratura . E si rinnovò quella dottrina della doppia verità , che i filosofi eterodossi medievali avevano escogitata per accogliere e insegnare dottrine contrarie ai dommi , senza rinunziare perciò alla loro fede o essere espulsi dalla Chiesa . Della quale dottrina quella di Bruno , di Galileo e dello stesso Campanella , ripresa poi dallo Spinoza e dai cattolici modernisti degli ultimi tempi , circa la doppia rivelazione divina , nella scrittura o nella natura , e la conseguente indipendenza della ricerca scientifica dalla teologia , è un corollario . V Letterato , in questo senso , per eccellenza , è , dunque , Galileo , pronto a concedervi tutto , se gli lasciate la gioia di fabbricarsi il suo cannocchiale e di guardarvi dentro , e poi di ragionar liberamente sulle sue scoperte , e di applicare all ' esperienza sensata la geometria ; e insomma se lo lasciate senza molestie a leggere il gran libro della natura , che è tutto il suo mondo . Dove non si vedono più libri scritti , né quindi la Scrittura sacra ; dove non c ' è posto né pel Granduca suo padrone , né per quella sua benigna Granduchessa madre , né per quel cocciuto sragionatore di Urbano VIII , né per quel loico tremendo del cardinal Bellarmino . Egli non esita a profferirsi servitore umilissimo di tutti questi signori ; e a sottomettersi magari all ' ammonizione del 26 febbraio 1616 che gl ' ingiunge d ' astenersi dal professare che il sole è fermo e la terra si muove ; pensando che un accomodamento ci dovrà essere anche col Papa e con gl ' inquisitori : purché egli nel segreto del suo spirito insonne prosegua le sue speculazioni , che sono la sua vita . In tutto il suo carteggio e in tutta la biografia non si sorprende uno scatto , un accenno , un accento che mostri , di là dal letterato , l ' uomo . L ' uomo dico , che si accampa tra gli uomini e al cospetto di Dio . Se esce dalla sua filosofia naturale e da ' suoi teoremi di meccanica , scriverà qualche capitolo giocoso , parteciperà alla disputa tra i partigiani dell ' Ariosto e quelli del Tasso . Sempre mondo di letterati ; del quale quanti sono che attendono ai negozi del mondo , dell ' unico mondo reale , o dell ' altro mondo , sorridono . E l ' ideale del letterato , come altri frutti del nostro Rinascimento , passò dall ' Italia alle altre nazioni . Anche Bacone , anche Cartesio , i grandi novatori della filosofia europea , sono , in questo senso , letterati , ancorché il primo partecipasse alle cose politiche del suo tempo . E quell ' ideale si è modificato , più tardi , ma non è più morto . poiché anche oggi abbiamo il filosofo letterato che a causa della filosofia si crede licenziato dai doveri del cittadino e dell ' uomo , e distingue la teoria dalla pratica , felice di ascriversi alla prima per sottrarsi alle fatiche , alle lotte , alle responsabilità , ai fastidii della seconda . Ma questo filosofo non appartiene alla « nuova progenie » invocata da Campanella . Al quale bensì può raccostarsi , per certi rispetti , Niccolò Machiavelli , che , a differenza degli stessi scrittori politici del suo tempo e posteriori , ha gli occhi bene aperti sul presente , sulla realtà effettuale , com ' ei dice , delle cose e degli uomini ; ed ha pure un ' accesa idealità in fondo all ' anima , un suo programma , una sua passione veemente . E infatti Campanella non si scorda mai di lui , e lo combatte accanitamente , poiché si occupano dello stesso problema e non vanno d ' accordo nella soluzione : il fiorentino restando al concetto di Stato come forza , per dirla con parola d ' oggi , e il calabrese mirando più in là , allo Stato etico , dotato di un valore fondamentalmente morale e religioso . Ma Niccolò Machiavelli , col suo sogghigno verso i profeti disarmati come fra Girolamo , non può paragonarsi a Campanella quale rappresentante dello spirito del Rinascimento rivolto all ' avvenire , e iniziatore del secolo che si rinnova . Anche l ' ideale di Machiavelli è letterario , se si considera che egli concepisce lo Stato come opera d ' arte , che la virtù dell ' individuo possa creare . Il suo individualismo lo estrania da quella realtà effettuale , a cui egli guarda ; e fa del suo programma d ' azione una costruzione teorica , al servizio della quale infatti non pone la sua vita . In Campanella , invece , c ' è Machiavelli e c ' è Savonarola : la costruzione dell ' intelletto congiunta con l ' ardore della volontà ; la politica , che è poi tutta una filosofia , s ' è fatta uomo , fiera d ' una sua coscienza eroica , che affronta in pieno la realtà tutta , naturale ed umana , e intende con fede indomabile a trasformarla , armata del pensiero . VI Tutti i due secoli di rinnovamento che gli sono alle spalle , il Quattro e il Cinquecento , risuonano in Italia di voci or fioche e sommesse , or alte e squillanti , che , celebrando la potenza dell ' uomo , e cioè del pensiero che è il suo privilegio , tendono a incuorargli una energica e poten ­ e fede nelle proprie forze , destinate a rinnovare il mondo ed instaurare , col dominio della natura sempre meglio conosciuta e quindi più sicuramente padroneggiata e col progressivo perfezionamento di tutti gl ' istituti umani , quel regno dell ' uomo che Bacone auspica , e che è il cristiano regno dello spirito , come , immanentisticamente l ' intende il pensiero moderno : mondo della ragione tutta spiegata , come pure diceva il cattolico Vico . Mondo , questi ci avvertirà , fatto dagli uomini , nei quali , mediante il senso comune , agisce la Provvidenza divina ; fatto , cominciarono a ritenere e dissero sempre più fermamente gli scrittori dell ' Umanesimo e del Rinascimento , dall ' uomo che , come tale , come essere che pensa , non è uno tra gli esseri della natura , tutti soggetti a leggi immutabili e fatali , ma è una libera attività , creatore , e quindi arbitro del mondo suo . Ma coteste voci esaltatrici dell ' umana potenza , giunte al Campanella , ascoltate con animo disposto da una nuova grande filosofia , scuotono profondamente tutte le sue fibre ; e si raccolgono e potenziano in un canto magnifico , che è l ' inno più ispirato che sia mai sgorgato da petto d ' uomo in lode del Pensiero . Ricorre , come s ' è detto , in abbozzo o in forma più o meno matura e perfetta , quattro volte ne ' suoi scritti : nel De sensu rerum , nell ' Alheismus triumphatus , nelle Poesie , nella Metafisica : era una corda pronta sempre a vibrare nel suo cuore . Ognuno deve aver letto , o deve leggere la saffica Della Possanza dell ' uomo , dove si dice chi è e che fa questa « immagin bella » di Dio , « ch ' uomo s ' appella » . Egli è nato di fango , senza senno , inerme , ignudo , tra tanti animali più forti , vestiti di pelo o squamme , veloci , armati di artiglio o corno . Ma poi vien per lui l ' ora del sapere , che ne fa un secondo Dio , in questo basso mondo . E , dio secondo , miracol del Primo egli comanda all ' imo , - - e ' n ciel sormonta senz ' ali , e conta - - i suoi moti e misure e le nature . Conosce tutte le stelle , e i loro influssi , sì che indovina il futuro . E conosce l ' aria , l ' acqua , la terra ; e domina quindi e governa le forze di questa natura : Il vento e ' l mar ha domo - - e ' l terren globbo con legno gobbo - - accerchia , vince e vede , merca e fa prede . Merca e fa prede ; a lui poca , è una terra . Tuona , qual Giove , in guerra - - un nato inerme ; porta sue inferme - - membra e sottogiace cavallo audace . Cavallo audace e possente elefante : piega il leon innante - - a lui il ginocchio ; già tirò il cocchio - - del roman guerriero ardir ben fiero ! Ogni ardir fiero ed ogni astuzia abbatte , con lor s ' orna e combatte , - - s ' arma e corre . Giardino , torre - - e gran città compone e leggi pone . Ei leggi pone , come un Dio . Egli astuto ha dato al cuoio muto - - ed alle carte di parlar arte ; - - e che i tempi distingua dà al rame lingua . Anche la scimmia e l ' orso han mani ; ma l ' uomo solo maneggia il fuoco : ei solo si alzò a tal volo , Si alzò a tal volo , e dal pianeta il tolse ; Con questo i monti sciolse , - - ammazza il ferro , accende un cerro , - - e se ne scalda e cuoce vivanda atroce ; vivanda atroce d ' animai che guasta : latte ed acqua non basta , - - ogn ' erba e seme per lui ; ma preme - - l ' uve e ne fa vino , liquor divino . Liquor divino , che gli animi allegra . Con sale ed oglio integra - - , il cibo , e sana . Fa alla sua tana - - giorno quando è notte : oh leggi rotte ! Oh leggi rotte ! ch ' un sol verme sia Re , epilogo , armonia , - - fin d ' ogni cosa . Leggi rotte nella natura , in forza , secondo il Campanella , della virtù ascosa nella medesima ; virtù che ne dirige e sostiene il corso ordinario , ma interviene pure talvolta in forma eccezionale nel miracolo : « gloria propria » di Dio , che fa bensì copia di sé all ' uomo . Il quale perciò richiama a vita i morti , passa i mari a piede asciutto , predice il futuro , e ascende con Elia o S . Paolo alla stessa scuola di Dio ; e svela insomma i divini misteri : e truova con manifesta pruova - - Cristo a destra della maestra - - Podestate immensa . Pensa , uomo , pensa . Pensa , uomo , pensa ; giubila ed esalta la Prima Cagion alta ; - - quella osserva , perch ' a te serva - - ogni altra sua fattura . Il pensiero , creatore e signore del mondo , è dunque pensiero umano , ma è primieramente pensiero divino . Campanella ripete la fede nella sua propria potenza riformatrice e instauratrice d ' un nuovo mondo dalla sapienza creata « diffusa in ogni ente impregnata dall ' intelletto divino » : figlio , com ' ei dice , del primo Senno e di Sofia . Essa mi nutre , al suo marito pia : e mi trasfonde seco , agile e snello dentro ogni tutto , ed antico e novello , perché conoscitor e fabbro io sia . Infatti « dal divino Senno aiutato , il savio penetra , con esso lui , quasi volando , tutte le cose fatte e fatture » . Senno , Sofia , pensiero umano son tutt ' uno . Questo pensiero dirà perciò Di cervel dentro un pugno io sto , e divoro tanto , che quanti libri tiene il mondo non sazian l ' appetito mio profondo . Quanto ho mangiato ! e dal digiun pur moro Più si ciba , e più ha fame : distando e sentendo , giro in tondo ; e quanto intendo più , tanto più ignoro , Quale più evidente segno dell ' infinità e divinità dello spirito umano ? Il quale perciò , se vuol giungere a Dio , non si deve servire di sillogismi ; che , come ripeterà nella Metafisica , sono quasi strali , che essi , e non noi , pervengono alla mèta ; né di autorità , che è come toccare un oggetto con mano d ' altri ; ma deve sentire dentro di sé la presenza dell ' Infinito : illuiarsi , per dirla con Dante , incingersene . Che se ogni amore raddoppia le forze dell ' anima , dirà in altro sonetto , l ' anima che « è rinchiusa a questa scorza » , ove si unisse d ' amore a Dio , si faria un ' immensa spera , che amar , saper e far tutto potrebbe in Dio , di meraviglie sempr ' altèra . In una delle canzoni « in dispregio della morte » dice , in un verso stupendo , che l ' anima , uscita dal corpo , Snella per tutto il mondo e lieta vola . Ma a questo sublime volo , per Campanella , che nel fondo del suo pensiero non crede alla morte , a questo volo , per cui l ' anima non sale soltanto al cielo e scruta le divine essenze , ma penetra e spazia « per tutto il mondo » , la filosofia , che « rende al cielo » della verità , c ' impenna l ' ali in vita . E in altra canzone Del sommo Bene metafisico il Poeta con alta fede canta : Mai non si muore : godi , alma superba , l ' obblio d ' antica , ti fa sempre acerba . Oh , felice colui , che sciolto e puro senso ha , per giudicar di tutte vite ! Che , unito a Dio , per tutto va sicuro senza temer di morte né di Dite . Già il vivere è un continuo morire ; ma appunto perciò morire è pur vivere ; che è il bene sommo , la gioia divina che nessuno e niente può strappare , poiché anche il dolore , anche il martirio , è vita : quella vita , che in Dio , al suo principio , e in tutte le creature , in tutto il suo corso , retto sempre dal soffio della vita divina , è unità di potere , sapere e volere : questa monotriade , che è lo spirito , questa attività onnipotente , creatrice , consapevole . Quindi l ' indomito vigore di chi sa veramente , e perciò sa amare , e non conosce limiti che arrestino il suo infinito volere . Perciò Campanella , incatenato al suo Caucaso , si erge in tutta la fierezza della sua coscienza prometeica ; e s ' ascrive a fortuna le sue stesse miserie : Gran fortuna è ' l saper , possesso grande più dell ' aver ; né i savi ha sventurati l ' esser di vil progenie e patria nati : per illustrarle , son sorti ammirande . Hanno i guai per ventura , che più spande lor nome e gloria ; e l ' esser ammazzati gli fa che sian per santi e dèi adorati . Il sonetto ha valore autobiografico . E non importa che talvolta egli assuma coi papi e cardinali e potenti il tono supplichevole della preghiera di chi è stanco di soffrire e anela alla luce , alla libertà , alla gioia d ' una più ampia attività . Anche allora quella fede nel pensiero , che è la sua potenza , non vien meno . Ecco p . e . le dolenti parole d ' una sua lettera scritta nel 1607 da S . Elmo al Papa : « Per tanto , Santissimo Padre , sendo stato io otto anni in una fossa , dove non vedo cielo né luce mai , sempre inferrato , con mal mangiare e peggio dormire , e con dolori di testa che casco spesso morto , e d ' orecchie e di petto , oltre li tormenti asprissimi di corda , e dui polledri , e quaranta ore di veglia con funicelli sin all ' ossa e sedendo sopra un acutissimo legno , che secaro più di due libre di carne , e più che venti di sangue in diverse volte m ' usciro ; e sanai miracolosamente ; e con tanta pazienzia e miseria Dio mi tenne vivo , e per pazzia , dove non giovò la sapienza , e con speranze divine , mancando tutte l ' umane ; devo oggi , dopo tanta penitenza , essere ascoltato dalla degnissima Madre Santa Chiesa e da Vostra Beatitudine » . Ma in questa stessa lettera alza la voce proseguendo : « O Santo Padre , la logica della Sapienza incarnata è questa : a fructibus cognoscetis eos , E perché dall ' ombre dell ' arbor mio giudicano di me e dalle parole di nemici , e non dalli frutti e dall ' opere mie ? » . Ma sopra tutto vuol essere ascoltato per le grandi verità , per le cose mirabili che egli può dire , se non lo si vuol combattere con ferri , fosse , boia , sbirri , tormenti e altre armi del genere , di cui egli è sprovvisto , sì piuttosto « con la ragione » . « E d ' ogni cento loro darò cinquanta e la mano , e litigarò , e li vincerò con queste armi cristiane . O Santo Padre , tutta la vita mia fu studi reconditi e di verità naturali , politiche e divine ; e sempre piena di guai e di persecuzioni . E sempre con pazienza sono stato intra la Chiesa , benché mille volte fui invitato d ' andar in Francia e in Germania , e da ' Veneziani in Turchia con l ' ambasciatore per persuadere al Turco un gran negozio ; e mai non l ' ho fatto per lo gran desiderio e gioia c ' ho delli studi miei » . I quali gli consentono di dire al Papa , che egli ha diritto ad essere difeso e salvato , perché egli può far bene alla Chiesa e all ' Italia : « lo son tanto inamorato della gloria d ' Italia ; e vedendo c ' ha perduto la signoria del mondo , e che si serba il suo splendore solo nel Papato .... per ben della patria , come buon filosofo , son votato al sacrificio e al martirio ; e scrissi di ciò tanti libri » . E tutti questi appelli e memoriali contengono un elenco dei molti libri scritti e delle grandi promesse che , grazie al gran sapere , è in grado di fare per l ' Italia , per l ' impero , per la cristianità , per una riforma universale . Nella stesso preghiera a Dio l ' accento supplichevole s ' alterna a quello del diritto che compete alla sua grande e privilegiata personalità : A te tocca , o Signore , se invan non m ' hai creato , d ' esser mio salvatore . Signor , a cui son figlie le pietose preghiere , le tue gran maraviglie e grazie in me non mostri ; faraile a ' morti note ? o il fisico a cantar tue glorie altère risuscitar gli puote ? o fia ne ' ciechi chiostri , chi narri gli onor vostri ? o qui al buio alcun scerne , tra oblio e perdizion , tue prove eterne ? E par talvolta si muti in rimprovero : - - Libertà , - - Signor , bramo ; e tu pur non m ' ascolti , ma volgi gli occhi altrove . Povero io nacqui , e di miserie vengo nutrito in mille prove ; poscia tra i saggi e stolti alzato , mi trasvolti con terribil prestezza nella più spaventevole bassezza . Anche a Dio , come ai potenti della terra , egli sa di poter promettere , in cambio della libertà , le meraviglie del suo ingegno e del suo sapere : Se mi sciogli , io far scuola ti prometto di tutte nazioni a Dio liberator , verace e vivo , s ' a cotanto pensier non è disdetto il fine a cui mi sproni ; gl ' idoli abbatter , far di culto privo ogni dio putativo , e chi di Dio si serve e a Dio non serve ; por di ragione il seggio e lo stendardo contra il vizio codardo ; a libertà chiamar l ' anime serve , umiliar le proterve . Né a ' tetti , ch ' avvilisce fulmine o belva , dir canzon novelle , per cui Siòn languisce . Ma tempio farò il cielo , altar le stelle . La coscienza del pensiero possente lo innalza sempre con irresistibile vigore : Con vanni in terra oppressi al ciel non volo , in mesta carne d ' animo giocondo ; e se talor m ' abbassa il grave pondo , Pale pur m ' alzan sopra il duro suolo . VIII Or come si formò in lui quest ' alta coscienza ? A monsignor Antonio Querengo , che gli aveva dato alcun cenno di benevolenza e interessamento come ad uomo degno di esser paragonato per la vastità del sapere e l ' acume dell ' intelletto a Pico della Mirandola , Campanella , umile e superbo , scriveva dal suo « profondo Caucaso » l'8 luglio 1607 : « Io , signor mio , non ebbi mai li favori e grazie singulari di Pico , che fu nobilissimo e ricchissimo , ed ebbe libri a copia , e maestri assai , e comodità di filosofare , e vita tranquilla ; le quali cose fan fruttar mirabilmente un fecondo ingegno . Ma io in bassa fortuna nacqui , e dalli 23 anni di mia vita sin ad ora , che n ' ho 39 da finir a settembre , sempre fui perseguitato e calunniato da che scrissi contra Aristotele di 18 anni ; ma il colmo cominciò a 23 , con questo titolo : Quomodo literas scit , cum non didicerit ? Son otto anni continui che sto in man di nemici , et per sapientiam et per stultitiam sette volte dalla presentissima morte il Senno eterno mi liberò . E inanti a questi otto anni stetti in carcere più volte , che non posso numerar un mese di vera libertà , se non di relegazione . Ebbi tormenti inusitati e li più spaventosi del mondo cinque fiate ; e sempre in timore e dolori . Nella gioventù mia non ebbi maestri , se non di grammatica , e dui anni di logica e fisica d ' Aristotele , la qual subito rinegai come sofistica . E studiai solo tutte le scienze da per me , e scrissi cose non volgari , e caminai per tutte le sette antiche e moderne di filosofi , di medici , di matematici , di legislatori e di altri scienziati , nell ' arti parlatrici e operatrici e conoscitrici , e sacre e profane d ' ogni maniera . E nelle tribulazioni sempre più imparai ; e trovai vero : patientia probat viri doctrinam ... Ecco dunque il diverso filosofar mio da quel di Pico . Ed io imparo più dall ' anatomia d ' una formica o d ' una erba ( lascio quella del mondo mirabilissima ) che non da tutti li libri che sono scritti dal principio de ' secoli sin a mò , dopo ch ' imparai a filosofare e leggere il libro di Dio . Al cui esemplare correggo i libri umani malamente copiati e a capriccio , e non secondo sta nell ' universo libro originale . E questo m ' ha fatto legger tutti autori con facilità e tenerli a memoria : della quale assai dono mi fè l ' Altissimo , ma più ingegnandomi a giudicarli col riscontro dell ' originale » . Grande ingegno dunque quello del Pico e d ' altri , ai quali il Campanella non crede potersi accostare : ma sviato per quel filosofare « più sopra le parole altrui che nella natura » . Gli « opinanti nelle scole umane » son tutti eguali , né possono esercitare alcuna autorità sopra chi preferisce invece ricorrere alla stessa scuola di Dio , aperta nella natura , innanzi agli occhi di tutti . Lo stesso Lattanzio , lo stesso S . Agostino non negarono l ' esistenza egli antipodi « per argomenti e per opinioni » ? Ebbene , « un marinaro gli ha fatti bugiardi col testimoniar e visu raquo ; . Questo modo di filosofare , dice Campanella , « mi ha consolato l ' animo ; ché , fatta essamina di tutte le sette e religioni che furo e sono nel mondo , ho , come spero , assicurato più me stesso e tutti gli uomini delle verità cristiane e della testimonianza apostolica , e vendicato il Cristianesimo e liberato quasi dal Machiavellismo e dall ' infiniti dubbi , che pungeno li cuori umani in questo secolo oscuro , dove tutti , filosofi e sofisti , religione , empietà e superstizione hanno egual regno e paion d ' un colore » . IX La Natura : ecco l ' assoluto , il Dio di Campanella . Quella Natura che Telesio , il Telesio de ' suoi anni giovanili , che primo aveva additato una via di nuova e libera ricerca al suo spirito insoddisfatto e irrequieto ; il Telesio , teorizzatore poderoso , aveva considerata avente in se medesima i suoi principii , vivente per le proprie forze , e da studiare perciò in modo nuovo con più attenta osservazione delle sue stesse manifestazioni ; quella divina Natura , a cui già avevano rivolto gli occhi religiosamente intenti i platonici di Firenze rinnovatori della filosofia alessandrina ; Natura animata e tutta vibrante dello stesso alito divino , che avviva il pensiero dell ' uomo per compiervi il ciclo della vita universa . Poiché questa è uno spiegarsi dell ' Uno nella sterminata molteplicità delle cose create per raccogliersi da ultimo nella coscienza , nella conoscenza , nell ' amore dell ' eterno , e qui riattingere l ' unità originaria , e quindi posare nell ' eterna pace intellettuale del Dio che è coscienza di sé . La Natura di Bruno ; Natura che è essa stessa Dio ( natura sive Deus ) , e riempie l ' animo del filosofo , che sente nel suo intimo la propria identità con essa , del mistico sentimento del divino che è pel filosofo nolano furore eroico , trasumanare e indiarsi , e sarà poi il celebre amor Dei intellectualis di Spinoza . Questa Natura , che concilia le speculazioni metafisiche degli antichi neoplatonici con le esigenze nuove della scienza naturale che vuol appoggiarsi all ' esperienza sensibile ; questo sacro codice di Dio , in confronto del quale tutti i libri scritti dagli uomini sono apografi che han bisogno di essere sempre corretti e purgati ; questo è il gran concetto in cui finisce il Rinascimento italiano . Ed è il concetto fondamentale della filosofia di Campanella . Questa natura non è la natura materiale , a cui guarda lo scienziato moderno , e che era stata pure il problema della filosofia greca prima di Socrate . Il mondo materiale per Campanella , come per i filosofi testè accennati da cui egli deriva , è l ' aspetto estrinseco di un essere , la cui essenza è propriamente spirituale ; perché , come ragione di tutte le manifestazioni fisiche della realtà , è pensabile , cioè ideale , e si coglie quindi e conosce non cogli occhi del corpo , bensì nel profondo della coscienza , dove oggetto e soggetto della cognizione sono tutt ' uno lì dove noi non conosciamo propriamente cose , ma noi stessi ; e ognun di noi può affermarsi , e dire : Io . X Questa interiorità del nucleo sostanziale della natura ( natura naturante ) è intuita da Bruno , che perciò parla di una divinità interna a noi più che noi non siamo a noi medesimi ; e perciò appunta ansiosamente gli occhi su quei mirabili secreti di geometria del divino Cusano provanti la coincidenza degli opposti e il massimo identico al minimo : a questo minimo che ci si svela di dentro , nella sola individualità che a ciascuno sia veramente tale : la sua puntuale coscienza . Ma Campanella ne costruisce la metafisica e vi fonda su la teoria della conoscenza : due parti della sua filosofia così strettamente congiunte come il concavo e il convesso d ' una curva . In lui acutissima la convinzione , e stavo per dire il senso , che l ' uomo , il pensiero , se qualche cosa conosce e può conoscere , gli tocca partire da sé . Chi non conoscesse sé , chi non si possedesse , nell ' oscura notte della sua perfetta inconsapevolezza non potrebbe al certo veder nulla fuori di sé . Noi possiamo dire di esserci e di guardare perciò e conoscere come che sia il mondo , in quanto siamo per noi , ci sentiamo , sappiamo di essere . Essere e saper di essere sono lo stesso . Notitia sui est esse suum , Il mio essere è il mio conoscermi . E l ' essere delle altre cose ? Per me , il mio stesso conoscerle . Io non posso uscire da me ; ma in me c ' è qualche cosa che limita il mio stesso essere , sicché io sono e non sono ; e in questa unità di essere e non essere , che è nel fondo di me stesso , c ' è l ' esser mio e l ' essere alieno : tutto fuso e vivente nel senso . Che non è passività , modificazione interna da noi semplicemente vissuta . Campanella anticipa qui , in modo veramente sorprendente , concetti maturatisi assai più tardi nella filosofia moderna . Il senso per lui è pensiero , avvertimento d ' uno stato interno ( perceptio passionis ) ; ma è pensiero che si rivolge al singolo , al concreto , al particolare , al certo , come dirà Vico , che in questo punto , e in altri , continua Campanella direttamente e senza soluzione di continuità . Quindi il nostro filosofo è nemico delle idee generali astratte , degli universali come si diceva : e in ciò è non solo antiaristotelico , ma anche antiplatonico . Campanella : un vero pensatore moderno che s ' afférra strettamente al reale alla vita che sola vive e palpita in noie sempre varia , sempre diversa , sempre singolare e unica : nulla di costante , fermo , immutabile . La realtà , questa immensa realtà naturale , eccola lì , nel brivido luminoso della coscienza , dove ognun di noi l ' apprende di continuo e la sente e l ' adora nel pulsare della propria vita , legata alla vita del tutto : un punto infinitesimo , ma in cui si radunano gl ' infiniti raggi della circonferenza infinita del Tutto . Questa la Natura di Campanella . Che non è essa stessa , immediatamente , Dio ; il quale ne è bensì il principio , e vi si attua dentro e vi si specchia . Dio che può tutto e tutto conosce , e fa tutto : posse , nosse , velle infinito ( quale si rappresenterà in Vico ) . Giacché il conoscere è prima di tutto poter conoscere ; e conoscere vien ad essere poi un fare , operare . Giacché chi sa , fa ; e non può fare chi non sa ; e chi non sa , non ha fatto : Dio , perciò , « primo ingegniero » ( come pur ripeterà Vico ) . Quindi questo pensiero , in cui la natura essenzialmente consiste , non è un astratto mondo ideale , un oggetto possibile di una mente pensante , è un ' attività creatrice . E tutta la vasta mole dell ' universo può dall ' esterno , guardata cogli occhi pigri del corpo , apparirci ferma e inerte : ma , speculata e veduta nel suo profondo , è una vita , un movimento eterno , a cui tutto partecipa . Tutto , nella sua infinita varietà . Giacché , precorrendo Libniz , Campanella ha pur vivo il senso delle differenze profonde onde si distinguono tutti gli esseri in cui si spiega la potenza di Dio . poiché ognuno è , ma non è tutto ; e il suo non essere è l ' essere d ' altro . Quindi la diversità e la lotta ; che alla radice è contrasto dell ' essere col non ­ essere , e negli effetti è guerra universale di tutte le cose contro tutte le cose . Le quali , per altro , derivando da un unico fonte , tutte essendo ( e perciò tutte potendo , conoscendo e volendo ) , concorrono in uno : e si accordano infine in un ' universale armonia , che è nella natura anche fisica , e vuol essere il segreto della vita etica , morale , politica e religiosa dell ' uomo . Cose e uomini talvolta si presentano alla fantasia filososofica del Campanella come una grande commedia : in cui ogni ente ha la sua parte , e persegue i suoi fini particolari , ignorando ( ma potendo pur conoscere ) quei fini universali a cui intanto serve . La Provvidenza di Campanella anticipa quella di Vico , giusta quella che fu detta legge dell ' eterogenia dei fini . E tutto insomma si combatte , e tutto s ' ama : tutto diverso , tutto uno . La terra nostra di far giuoco e festa nullo tempo si resta - - al sommo Dio ; .... Gioisce al rezzo , e ' l circondante caldo schifando , viver saldo - - e freddo gode ; rendendo lode - - all ' Eterno , eternarsi vuol , non disfarsi . E '1 sol vorria disfarla , non per odio ; per farla - - mole amica , seco l ' intrica , - - e con focose braccia cinge ed abbraccia . Cinge ed abbraccia anch ' ella lui nel seno : ché , schifandolo , pieno - - pur se ' l vede di calor : fede , - - che al destin più incorre chi più l ' abborre . Fede , cioè , testimonianza , che i contrari con la loro reciproca repulsione - - si ricordi che il sole e la terra , nella filosofia telesiana , rappresentano le due contrarie nature agenti , caldo e freddo - - concorrono all ' unità della vita . E perciò Campanella intona la sua « Salmodia che invita la terra e le cose in quella nate a lodar Dio e declara lor fine e la Providenza divina » . XI Ma questa universale concordia discors non è soltanto la legge delle cose ; sì anche degli uomini . poiché l ' uomo dapprima tende leggermente all ' egoismo , al « proprio amore » , spinto dal nativo istinto a conservare il suo essere , e ad essere se stesso , in conseguenza con gli altri che sono la negazione dell ' esser suo . E gli uomini , per questa naturale tendenza egocentrica , giunsero a pensare « Non aver gli elementi , né le stelle , Benché lasser di noi più forti e belle , Senso ed amor , ma sol per noi girare » ; a ritenere « Poi tutte genti barbare ed ignare , Fuor che la nostra , e Dio non mirar quelle » ( « la boria delle nazioni » vichiana ) . Infine Sé solo alfin ognun venne ad amare con la conseguenza che , trovando poi il mondo diverso da ' suoi voti , altri s ' inducesse a negar Dio e la Provvidenza . Quindi la corruzione d ' ogni abito morale , la distruzione del vincolo essenziale del viver civile . La filosofia svela che il nostro essere , quello che amiamo , è l ' esser del tutto , l ' esser di tutti : l ' esser del Padre , di cui , come insegna il Cristianesimo , tutti siam figli : tutti eguali : tutti « senso ed amor » : tutti spirito . E questo essere nostro , amato perciò veramente , non può dividerci , ma unirci , ancorché sempre diversi l ' un dall ' altro , senza possibilità di confonderci insieme . Ma chi all ' amor del comun Padre ascende , tutti gli uomini stima fratelli , e con Dio di lor beni gioie prende . Tu , buon Francesco , i pesci anche e gli uccelli frati appelli ( oh beato chi ciò intende ! ) ; né ti fûr , come a noi , schifi e rubelli . « L ' amore universal , vero , divino » commenta il Campanella , « stima più il mondo che la sua nazione e più la patria che se stesso » . È l ' ideale di san Francesco ? Sì , in quanto , come altrove osservai , l ' assisiate precorre il naturalismo della Rinascenza : ma qui abbiamo il più maturo frutto di questo grande periodo storico : non più una acuta intuizione ispirata da un impeto d ' amore , ma il corollario d ' un vasto sistema filosofico . Con questa differenza notevolissima ; che l ' amore del Poverello pronto e risoluto a tutte le rinunzie per la conquista della libertà individuale , d ' una libertà da individuo chiuso dentro sé stesso , si risolve in un ideale di pace senza contrasti , di una concordia senza discordie ; e Campanella invece , da uomo che guarda all ' avvenire , e batte alla porta dell ' età moderna , non vede pace ed amore se non a capo e come risultato della guerra : Guerra pone il fato , e disserra l ' armonia cielo e terra . Ecco lite d ' amor per amor farsi . Non vede gioia , se non in fondo al dolore , nella vita e nella civiltà che è abnegazione e limite di sé , per un bene comune e superiore , nostro vero bene : Città abitar , che tanti gusti affrena ; pugnar per lei : obbedire alle leggi della patria ; morire , se occorre , per lei . Sopravvivere , sì , ma nei figli , che ci costano sacrifizi . Questa la virile concezione , tutta moderna , del Campanella . XII Il quale non pensa soltanto , ma agisce . Nosse è veramente per lui velle , E questo suo naturalismo lo trae a un ideale politico ­ sociale : la città del sole . Ognuno sia veramente fratello dell ' altro , e tutti figli al comune padre : tutti eguali nei diritti e doveri , tutti diversi nelle forze e capacità , a cui diritti e doveri competono : tutti uniti ad attuare il divino disegno di un ' opera distribuita ed armonica . Donde un ideale di unificazione di tutte le chiese e credenze religiose in una sola fede : nella fede naturale del sapiente , che interpreta gli ascosi vincoli onde tutto è dall ' uno , e all ' uno , prima e poi , ritorna . Una fede , che è la stessa religione cristiana , « tolti gli abusi » ; ma è il fondo stesso della filosofia campanelliana ; e sarà il primo anello d ' una lunga catena di speculazioni religiose tra i razionalisti del XVII e del XVIII secolo , vagheggiatori d ' una religione naturale , sottratta alle incrostazioni fantastiche delle religioni positive ; ma nel Campanella conciliabile praticamente , senza difficoltà , con la stessa dottrina del Cattolicismo romano : e base perciò di tutto un programma , in cui si venne sempre più temprando il suo pensiero di propaganda e conversione di eretici ed infedeli e unificazione delle chiese in un ovile sotto un pastore solo : il romano Pontefice . XIII Né questi ideali rimangono per lui utopie astratte di mente speculativa e solitaria . Sono la sua fede d ' uomo d ' azione che ha una smisurata fiducia nelle proprie forze ; e spia ogni parte del mondo , fra preti e frati e signori e contadini e spagnuoli e i suoi Calabresi e gli stessi Turchi e Francesi , e tutti coloro che gli si muovono intorno ; e cerca un piccolo angolo , un punto , ove egli possa inserirsi e far leva , e muovere gli animi , e attrarli a sé , e seco trascinarli a iniziar l ' opera , a gettare le basi di questa universale repubblica ; che sia tutta una città del sole , tutta animata dalla legge di natura , dallo stesso senno eterno , che muove il sole e l ' altre stelle : quello spirito che palpita in tutti i cuori umani , e che solo i sofisti , gl ' ipocriti , i tiranni si sforzano di soffocare . Egli , Tommaso Campanella , è nato , sa di esser nato , a guerreggiare instancabilmente e a debellare questi « tre mali estremi » , poiché è venuto « a divellere l ' ignoranza » . A divellerla nei sofisti e ipocriti , scrivendo e insegnando : nei tiranni , agendo . Questa la sua « voglia ardente » . Questa la sua missione . Tutta la sua vita perciò è una congiura : anche dopo la sua cattura , quella triste sera del 6 settembre del '99 , la sera del tradimento , alla Roccella ; nei castelli di Napoli , a Roma , a Parigi , il suo animo non posa mai . Egli lavora sempre a tessere la sua tela , con tutto il suo essere proteso verso il trionfo delle proprie idee , tutto inteso con ogni accorgimento a trarre profitto da ogni sorta di strumenti ( scolari , prelati , ministri , papi , re ) che pare la Provvidenza gli offra . È noto che il suo Cristo non era il crocifisso , ma il risorto , il trionfante . Perciò eroicamente sostenne ogni tormento , senza arrendersi , senza piegare . Perciò rimane nella storia , non pure d ' Italia , ma della civiltà , a mo ' di torre che leva alta la cima verso il cielo . Carattere di ferro , retto da un pensiero , che in molti particolari trafonterà , ma nella sostanza vivrà , trionferà , animerà il mondo moderno . Al confine tra la Rinascita e i tempi nuovi Tommaso Campanella redime l ' uomo dell ' età , pur gloriosa , ch ' egli conchiude , da tutte le debolezze dell ' individualismo , e del letterato fa una persona , un uomo , conscio della sua dignità e della sua missione sacra nella storia : un uomo dalla volontà inespugnabile , ancorché tradito e solo , insidiato , perseguitato , percosso e stretto d ' ogni parte da avverse forze implacabili . Solo , armato del suo pensiero ; crocefisso , ma per risorgere al terzo giorno o al terzo secolo .
Saggistica ,
I . L ' INTUIZIONE E L ' ESPRESSIONE . La conoscenza ha due forme : è o conoscenza intuitiva o conoscenza logica ; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l ’ intelletto ; conoscenza dell ’ individuale o conoscenza dell ' universale ; delle cose singole ovvero delle loro relazioni ; è , insomma , o produttrice d ’ immagini o produttrice di concetti . Continuamente si fa appello , nella vita ordinaria , alla conoscenza intuitiva . Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni ; che non si dimostrano per sillogismi ; che conviene apprenderle intuitivamente . Il politico rimprovera l ' astratto ragionatore , che non ha l ’ intuizione viva delle condizioni di fatto ; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere anzitutto nell ' educando la facoltà intuitiva ; il critico si tiene a onore di mettere da parte , innanzi a un ' opera artistica , le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente ; l ' uomo pratico , infine , professa di vivere d ’ intuizioni più che di ragionamenti . Ma a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria , non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia . Della conoscenza intellettiva c ’ è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti , la Logica ; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa , e timidamente , da pochi . La conoscenza logica si è fatta la parte del leone ; e , quando addirittura non divora la sua compagna , le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia . Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva ? È un servitore senza padrone ; e , se al padrone occorre il servitore , è ben più necessario il primo al secondo , per campare la vita . L ’ intuizione è cieca ; l ’ intelletto le presta gli occhi . Ora , il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni ; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno ; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri , validissimi . E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti , in altre non è traccia di simile miscuglio ; il che prova che esso non è necessario . L ’ impressione di un chiaro di luna , ritratta da un pittore ; il contorno di un paese , delineato da un cartografo ; un motivo musicale , tenero o energico ; le parole di una lirica sospirosa , o quelle con le quali chiediamo , comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria , possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali . Ma , checché si pensi di questi esempi , e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell ' uomo civile siano impregnate di concetti , v ’ è ben altro , e di più importante e conclusivo , da osservare . I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni , in quanto vi sono davvero misti e fusi , non sono più concetti , avendo perduto ogni indipendenza e autonomia . Furono già concetti , ma sono diventati , ora , semplici elementi d ’ intuizione . Le massime filosofiche , messe in bocca a un personaggio di tragedia o di commedia , hanno colà ufficio , non più di concetti , ma di caratteristiche di quei personaggi ; allo stesso modo che il rosso in una figura dipinta non sta come il concetto del color rosso dei fisici , ma come elemento caratterizzante di quella figura . Il tutto determina la qualità delle parti . Un ' opera d ' arte può essere piena di concetti filosofici , può averne , anzi , in maggior copia , e anche più profondi , di una dissertazione filosofica , la quale potrà essere , a sua volta , ricca e riboccante di descrizioni e intuizioni . Ma nonostante tutti quei concetti , il risultato dell ' opera d ' arte è un ’ intuizione ; e , nonostante tutte quelle intuizioni , il risultato della dissertazione filosofica è un concetto . I Promessi sposi contengono copiose osservazioni e distinzioni di etica ; ma non per questo vengono a perdere , nel loro insieme , il carattere di semplice racconto o d ’ intuizione . Parimente , gli aneddoti e le effusioni satiriche , che possono trovarsi nei libri di un filosofo come lo Schopenhauer , non tolgono a quei libri il carattere di trattazioni intellettive . Nel risultato , nell ' effetto diverso a cui ciascuna mira e che determina e asservisce tutte le singole parti , non già in queste singole parti staccate e considerate astrattamente per sé , sta la differenza tra un ' opera di scienza e un ' opera d ' arte , cioè tra un atto intellettivo e un atto intuitivo . Senonché , per avere un ’ idea vera ed esatta dell ’ intuizione non basta riconoscerla come indipendente dal concetto . Tra coloro che così la riconoscono , o che almeno non la fanno esplicitamente dipendente dall ’ intellezione , appare un altro errore , il quale offusca e confonde l ’ indole propria di essa . Per intuizione s ’ intende frequentemente la percezione , ossia la conoscenza della realtà accaduta , l ' apprensione di qualcosa come reale . Di certo , la percezione è intuizione : le percezioni della stanza nella quale scrivo , del calamaio e della carta che ho innanzi , della penna di cui mi servo , degli oggetti che tocco e adopero come strumenti della mia persona , la quale , se scrive , dunque esiste ; sono tutte intuizioni . Ma è parimente intuizione l ’ immagine , che ora mi passa pel capo , di un me che scrive in un ' altra stanza , in un ' altra città , con carta , penna e calamaio diversi . Il che vuol dire che la distinzione tra realtà e non realtà è estranea all ’ indole propria dell ’ intuizione , e secondaria . Supponendo uno spirito umano che intuisca per la prima volta , sembra ch ' egli non possa intuire se non realtà effettiva ed abbia perciò soltanto intuizioni del reale . Ma poiché la coscienza della realtà si fonda sulla distinzione tra immagini reali e immagini irreali , e tale distinzione nel primo momento non ha luogo , quelle , in verità , non saranno intuizioni né del reale né dell ’ irreale , non percezioni ma pure intuizioni . Dove tutto è reale , niente è reale . Una certa idea , assai vaga e ben da lontano approssimativa , di questo stato ingenuo può darci il fanciullo , con la sua difficoltà a discernere il reale dal finto , la storia dalla favola , che per lui fanno tutt ' uno . L ’ intuizione è l ' unità indifferenziata della percezione del reale e della semplice immagine del possibile . Nell ’ intuizione noi non ci contrapponiamo come esseri empirici alla realtà esterna , ma oggettiviamo senz ' altro le nostre impressioni , quali che siano . Sembrerebbe perciò che si appressino di più al vero coloro i quali considerano l ’ intuizione come la sensazione formata e ordinata semplicemente secondo le categorie dello spazio e del tempo . Spazio e tempo ( essi dicono ) sono le forme dell ' intuizione ; intuire è porre nello spazio e nella serie temporale . L ' attività intuitiva consisterebbe quindi in questa duplice concorrente funzione della spazialità e della temporalità . Senonché , è da ripetere per queste due categorie ciò che si è detto delle distinzioni intellettuali , che pur si trovano fuse nell ’ intuizione . Noi abbiamo intuizioni senza spazio e senza tempo : una tinta di cielo e una tinta di sentimento , un “ ahi ! ” di dolore e uno slancio di volontà oggettivati nella coscienza , sono intuizioni che possediamo , e dove nulla è formato nello spazio e nel tempo . E in alcune intuizioni si può ritrovare la spazialità e non la temporalità , in altre questa e non quella ; ma , anche dove si ritrovano tutte e due , l ' appercepirle è una riflessione posteriore : esse possono fondersi nell ’ intuizione allo stesso modo che tutti gli altri elementi di questa : vi staranno cioè materialiter e non formaliter , come ingredienti e non come ordinamento . Chi , senza un atto di riflessione che interrompa per un momento la contemplazione , s ' accorge dello spazio innanzi a un ritratto o magari a un paesaggio ? Chi , senza un simile atto riflessivo e interruttivo , s ' accorge della serie temporale innanzi a un racconto o a un pezzo musicale ? Ciò che s ’ intuisce , in un ' opera d ' arte , non è spazio o tempo , ma carattere o fisionomia individuale . Del resto , parecchi tentativi che si notano nella filosofia moderna , accennano a conformarsi alla veduta qui esposta . Spazio e tempo , anziché forme semplicissime e primitive , si vengono dimostrando costruzioni intellettuali molto complicate . E , d ' altro canto , anche in alcuni di coloro che non rifiutano del tutto allo spazio e al tempo la qualità di formanti o di categorie e funzioni , si nota lo sforzo di unificarli e intenderli in modo diverso dal concetto che si ha ordinariamente di esse categorie . Vi è chi riduce l ' intuizione all ' unica categoria della spazialità , sostenendo che anche il tempo non s ’ intuisca se non spazialmente . Altri abbandonano come filosoficamente non necessarie le tre dimensioni dello spazio , e concepiscono la funzione della spazialità come vuota di ogni particolare determinazione spaziale . E che cosa sarebbe mai siffatta funzione spaziale , semplice ordinamento che ordinerebbe perfino il tempo ? Non è essa forse un residuo di critiche e di negazioni , dal quale si ricava soltanto l ' esigenza di porre un ' attività genericamente intuitiva ? E non è , quest ' ultima , veramente determinata , allorché le si attribuisce un ' unica categoria o funzione , non spazialeggiante né temporalizzante ma caratterizzante ? o meglio , allorché viene concepita essa stessa come categoria o funzione , che dà la conoscenza delle cose nella loro fisionomia individuale ? Liberata , in tal modo , la conoscenza intuitiva da qualsiasi soggezione intellettualistica e da ogni aggiunta posteriore ed estranea , noi dobbiamo chiarirla e determinarne i confini da un altro lato e contro una diversa invasione e confusione . Dall ' altro lato , di qua dal limite inferiore , è la sensazione , è la materia informe che lo spirito non può mai afferrare in sé stessa , in quanto mera materia , e che possiede soltanto con la forma e nella forma , ma di cui postula il concetto come , appunto , di un limite . La materia , nella sua astrazione , è meccanismo , è passività , è ciò che lo spirito umano subisce , ma non produce . Senza di essa non è possibile alcuna conoscenza e attività umana ; ma la mera materia ci dà l ' animalità , ciò che nell ' uomo è di brutale e d ’ impulsivo , non il dominio spirituale , quello in cui consiste l ' umanità . Quante volte ci travagliamo nello sforzo d ’ intuire chiaramente ciò che si agita in noi ! Intravediamo qualcosa , ma non l ' abbiamo innanzi allo spirito oggettivato e formato . In quei momenti meglio ci accorgiamo della profonda differenza tra materia e forma ; le quali sono non già due atti nostri , di cui l ' uno stia di fronte all ' altro , ma l ' uno è un di fuori che ci assalta e ci trasporta , l ' altro è un di dentro che tende ad abbracciare quel di fuori e a farlo suo . La materia , investita e trionfata dalla forma , dà luogo alla forma concreta . la materia , è il contenuto quel che differenzia una nostra intuizione da un ' altra : la forma è costante , l ' attività spirituale ; la materia è mutevole , e senza di essa l ' attività spirituale non uscirebbe dalla sua astrattezza per diventare attività concreta e reale , questo o quel contenuto spirituale , questa o quella intuizione determinata . È curioso e caratteristico della condizione dei nostri tempi che proprio questa forma , proprio l ' attività dello spirito , proprio ciò ch ’ è noi stessi , venga facilmente ignorato o negato . E vi ha chi confonde l ' attività spirituale dell ' uomo con la metaforica e mitologica attività della cosiddetta natura , ch ’ è meccanismo , e che non somiglia all ' attività umana , se non quando , come nelle favole esopiche , s ' immagini che “ arbores loquantur non tantum ferae ” : e vi ha chi asserisce di non aver mai osservato in sé tale “ miracolosa ” attività ; quasi che tra il sudare e il pensare , il sentir freddo e l ' energia della volontà non sia alcun divario o si tratti soltanto di differenza quantitativa . Altri , certo meno irrazionalmente , vuole invece che attività e meccanismo , specificamente distinti , si unifichino entrambi in un concetto più alto ; ma , lasciando per ora di esaminare se tale unificazione suprema sia possibile e in qual senso , e ammettendo che la ricerca sia da tentare , è chiaro che unificare due concetti in un terzo significa anzitutto porre una differenza tra i due primi ; e qui la differenza c ’ importa e ad essa diamo rilievo . L ’ intuizione è stata scambiata talvolta con la sensazione bruta . Ma poiché questo scambio urta troppo perfino il comune buon senso , più di frequente si è cercato di attenuarlo o larvarlo mercé una fraseologia che pare voglia nello stesso tempo confondere e distinguere . Così è stato asserito che l ’ intuizione sia sensazione , ma non già semplice sensazione , sì bene associazione di sensazioni ; dove l ' equivoco nasce appunto dalla parola “ associazione ” . La quale , o s ’ intende come memoria , associazione mnemonica , ricordo cosciente ; e in tal caso appare inconcepibile la pretesa di congiungere nella memoria elementi che non sono intuiti , distinti , posseduti in qualche modo dallo spirito e prodotti dalla coscienza : o s ’ intende come associazione di elementi incoscienti ; e , in questo secondo caso , non si esce dalla sensazione e dalla naturalità . Che se poi , come taluni associazionisti fanno , si parla di un ' associazione che non sia né memoria né flusso di sensazioni , ma associazione produttiva ( formativa , costruttiva , distinguente ) , in questo caso si concede la cosa e si nega solo la parola . Infatti , l ' associazione produttiva non è più associazione nel significato dei sensualisti , ma sintesi , cioè attività spirituale . Si chiami pure associazione la sintesi : ma con quel concetto di produttività è posta la distinzione tra passività e attività , tra sensazione e intuizione . Altri psicologi sono disposti a distinguere dalla sensazione qualcosa che non è più tale , ma non è ancora il concetto intellettivo : la rappresentazione o immagine . Quale differenza corre tra la loro rappresentazione o immagine , e la nostra conoscenza intuitiva ? Grandissima e nessuna : anche “ rappresentazione ” è parola molto equivoca . Se essa s ’ intende come qualcosa di ritagliato e risaltante sul fondo psichico delle sensazioni , la rappresentazione è l ’ intuizione . Se , invece , viene concepita come sensazione complessa , si ritorna alla sensazione bruta , che non cangia qualità perché ricca o povera , effettuantesi in un organismo rudimentale o in un organismo sviluppato e pieno di tracce di sensazioni passate . Né all ' equivoco si rimedia col definire la rappresentazione prodotto psichico di secondo grado , rispetto alla sensazione che sarebbe di primo . Che cosa significa , qui , secondo grado ? Differenza qualitativa , formale ? E , in questo caso , rappresentazione è elaborazione della sensazione , e perciò intuizione . Ovvero maggiore complessità e complicazione , differenza quantitativa e materiale ? In quest ' altro caso , invece , l ' intuizione sarebbe di nuovo confusa con la sensazione bruta . Eppure vi è un modo sicuro di distinguere l ’ intuizione vera , la vera rappresentazione , da ciò che le è inferiore : quell ' atto spirituale dal fatto meccanico , passivo , naturale . Ogni vera intuizione o rappresentazione è , insieme , espressione . Ciò che non si oggettiva in una espressione non è intuizione o rappresentazione , ma sensazione e naturalità . Lo spirito non intuisce se non facendo , formando , esprimendo . Chi separa intuizione da espressione , non riesce mai più a congiungerle . L ' attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime . Se questa proposizione suona paradossale , una delle cause di ciò è senza dubbio nell ' abito di dare alla parola “ espressione ” un significato troppo ristretto , assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali ; laddove esistono anche espressioni non verbali , come quelle di linee , colori , toni : tutte quante da includere nel concetto di espressione , che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell ' uomo , oratore , musico , pittore o altro che sia . E , pittorica o verbale o musicale o come altro si descriva o denomini , l ' espressione , in una di queste manifestazioni , non può mancare all ’ intuizione , dalla quale è propriamente inscindibile . Come possiamo intuire davvero una figura geometrica , se non ne abbiamo così netta l ’ immagine da essere in grado di tracciarla immediatamente sulla carta o sulla lavagna ? Come possiamo intuire davvero il contorno d ' una regione , per esempio , dell ’ isola di Sicilia , se non siamo in grado di disegnarlo così come esso è in tutti i suoi meandri ? A ognuno è dato sperimentare la luce che gli si fa internamente quando riesce , e solo in quel punto che riesce , a formolare a sé stesso le sue impressioni e i suoi sentimenti . Sentimenti e impressioni passano allora , per virtù della parola , dall ' oscura regione della psiche alla chiarezza dello spirito contemplatore . È impossibile , in questo processo conoscitivo , distinguere l ’ intuizione dall ' espressione . L ' una viene fuori con l ' altra , nell ' attimo stesso dell ' altra , perché non sono due ma uno . Ma la cagione principale che fa sembrare paradossale la tesi da noi affermata , è l ’ illusione o pregiudizio che s ’ intuisca della realtà più di quanto effettivamente se ne intuisce . Si ode spesso taluni asserire di avere in mente molti e importanti pensieri , ma di non riuscire a esprimerli . In verità , se li avessero davvero , li avrebbero coniati in tante belle parole sonanti , e perciò espressi . Se , nell ' atto di esprimerli , quei pensieri sembrano dileguarsi o si riducono scarsi e poveri , gli è che o non esistevano o erano soltanto scarsi e poveri . Parimente si crede che noi tutti , uomini ordinari , intuiamo e immaginiamo paesi , figure , scene , come i pittori , e corpi , come gli scultori ; salvo che pittori e scultori sanno dipingere e scolpire quelle immagini , e noi le portiamo dentro il nostro animo inespresse . Una Madonna di Raffaello , si erede , avrebbe potuto immaginarla chiunque ; ma Raffaello è stato Raffaello per l ' abilità meccanica di averla fissata sulla tela . Niente di più falso . Il mondo che intuiamo ordinariamente è poca cosa , e si traduce in piccole espressioni , le quali si fanno via via maggiori e più ampie solo con la crescente concentrazione spirituale in alcuni particolari momenti . Sono le parole interne che diciamo a noi stessi , i giudizi che esprimiamo tacitamente : “ ecco un uomo , ecco un cavallo , questo pesa , questo è aspro , questo mi piace , ecc . ecc . ” , ed è un barbaglio di luce e di colori , che pittoricamente non potrebbe avere altra sincera e propria espressione se non in un guazzabuglio , e dal quale appena si sollevano pochi tratti distintivi particolari . Ciò , e non altro , possediamo nella nostra vita ordinaria , ed è base della nostra azione ordinaria . È l ’ indice di un libro ; sono , come è stato detto , le etichette che abbiamo apposte alle cose e ci tengono luogo di queste : indice ed etichette ( espressioni anch ' esse ) , sufficienti ai piccoli bisogni e alle piccole azioni . Ma , di tanto in tanto , dall ’ indice passiamo al libro , dall ' etichetta alla cosa , o dalle piccole intuizioni alle più grandi e alle grandissime ed eccelse . E il passaggio è talvolta tutt ' altro che agevole . È stato osservato da coloro che hanno meglio indagato la psicologia degli artisti che , quando dal vedere con rapido sguardo una persona ci si dispone a intuirla davvero , per farle , per esempio , il ritratto , quella visione ordinaria , che sembrava così vivace e netta , si rivela come poco meno che nulla : ci si accorge di possedere , tutt ' al più , qualche tratto superficiale , non bastevole neppure per un pupazzetto ; la persona da ritrarre si pone innanzi all ' artista come un mondo da scoprire . E Michelangelo sentenziava che “ Si dipinge col cervello , non con le mani ” ; e Leonardo scandalizzava il priore del convento delle Grazie con lo stare giorni interi avanti al Cenacolo senza mettervi pennello , e diceva che “ gl ’ ingegni elevati talor che manco lavorano più adoprano , cercando con la mente l ’ invenzione ” . Il . pittore è pittore perché vede ciò che altri sente solo , o intravede , ma non vede . Un sorriso crediamo di vederlo , ma in realtà ne abbiamo solo qualche vago accenno , non scorgiamo tutti i tratti caratteristici da cui risulta , come , dopo averci lavorato intorno , li scorge il pittore , che perciò può fermarlo compiutamente sulla tela . Anche del nostro più intimo amico , di colui che ci sta accanto tutti i giorni e tutte le ore , non possediamo intuitivamente se non qualche tratto appena della fisionomia , che ce lo fa distinguere dagli altri . Meno facile è l ’ illusione per le espressioni musicali ; perché a ognuno parrebbe strano il dire che a un motivo , il quale è già nell ' animo di chi non è compositore , il compositore aggiunga o appiccichi le note ; quasi che l ' intuizione del Beethoven non fosse , per esempio , la sua Nona sinfonia e la sua Nona sinfonia la sua intuizione . Ora , come colui che si fa illusioni sulla quantità delle proprie ricchezze materiali è smentito dall ' aritmetica , la quale gli dice esattamente a quanto esse ammontano ; così chi s ’ illude sulla ricchezza dei propri pensieri e delle proprie immagini è ricondotto alla realtà , allorché è costretto ad attraversare il ponte dell ' asino dell ' espressione . Numerate , diciamo al primo : parlate , eccovi una matita e disegnate , esprimetevi , diremo all ' altro . Ognuno di noi , insomma , è un po ’ pittore , scultore , musicista , poeta , prosatore ; ma quanto poco , rispetto a coloro che son chiamati così appunto pel grado elevato in cui hanno le comunissime disposizioni ed energie della natura umana ; e quanto poco un pittore possiede delle intuizioni di un poeta , o di quelle anche di un altro pittore ! Pure , quel poco è tutto il nostro patrimonio attuale d ’ intuizioni o rappresentazioni . Fuori di esse , sono soltanto impressioni , sensazioni , sentimenti , impulsi , emozioni , o come altro si chiami ciò che è ancora di qua dello spirito , non assimilato dall ' uomo , postulato per comodo di esposizione , ma effettivamente inesistente , se l ' esistere è anche esso un atto dello spirito . Alle varianti verbali accennate in principio , con le quali così designa la conoscenza intuitiva , possiamo , dunque , aggiungere ancora quest ' altra : la conoscenza intuitiva è la conoscenza espressiva . Indipendente e autonoma rispetto all ’ intellezione ; indifferente alle discriminazioni posteriori di realtà e irrealtà e alle formazioni e appercezioni , anche posteriori , di spazio e tempo ; - l ’ intuizione o rappresentazione si distingue da ciò che si sente e subisce , dall ' onda o flusso sensitivo , dalla materia psichica , come forma ; e questa forma , questa presa di possesso , è l ' espressione . Intuire è esprimere ; e nient ' altro ( niente di più , ma niente di meno ) che esprimere . II . L ' INTUIZIONE E L ' ARTE Prima di procedere oltre , ci sembra opportuno trarre alcune conseguenze da ciò che si è stabilito e soggiungere qualche schiarimento . Noi abbiamo francamente identificato la conoscenza intuitiva o espressiva col fatto estetico o artistico , prendendo le opere d ' arte come esempi di conoscenze intuitive e attribuendo a queste i caratteri di quelle . Ma la nostra identificazione ha contro di sé una concezione , largamente accolta anche da filosofi , la quale considera l ' arte come intuizione di qualità tutta propria . Ammettiamo ( si dice ) che l ' arte sia intuizione ; ma intuizione non è sempre arte : l ’ intuizione artistica è una specie particolare , che si distingue per un di più dall ’ intuizione in genere . In che poi si distingua , in che consista questo di più , niuno ha saputo mai assegnare . Si è pensato talvolta che l ' arte sia , non la semplice intuizione , ma quasi l ’ intuizione di un ’ intuizione ; allo stesso modo che il concetto scientifico sarebbe , non il concetto volgare , ma il concetto di un concetto . L ' uomo , insomma , si eleverebbe all ' arte con l ' oggettivare , non le sensazioni , come accade nell ’ intuizione comune , ma l ’ intuizione stessa . Senonché questo processo di elevazione a seconda potenza non ha luogo ; e il paragone col concetto volgare e con lo scientifico non dice ciò che gli si vorrebbe far dire , per la buona ragione che non è vero che il concetto scientifico sia concetto di un concetto . Quel paragone , se mai , dice proprio il contrario . Il concetto volgare , se concetto è e non semplice rappresentazione , è concetto perfetto , quantunque povero e limitato . La scienza sostituisce alle rappresentazioni i concetti , ai concetti poveri e limitati aggiunge e sovrappone altri più larghi e comprensivi , scoprendo sempre nuove relazioni ; ma il metodo di essa non differisce da quello con cui si forma il più piccolo universale nel cervello del più umile degli uomini . Ciò elle comunemente si chiama , per antonomasia , l ' arte , coglie intuizioni più vaste e complesse di quelle che si sogliono comunemente avere , ma intuisce sempre sensazioni e impressioni : è espressione d ’ impressioni , non espressione dell ' espressione . Per la stessa ragione non si può ammettere che l ’ intuizione , che si dice di solito artistica , si diversifichi da quella comune come intuizione intensiva . Sarebbe tale , se lavorasse diversamente in pari materia . Ma poiché l ' attività artistica spazia in campi più larghi e tuttavia con metodo non diverso da quello dell ’ intuizione comune , la differenza tra l ' una e l ' altra non è intensiva ma estensiva . L ’ intuizione di un semplicissimo canto popolare d ' amore , che dica lo stesso , o poco più , di una dichiarazione di amore quale esce a ogni momento dalle labbra di migliaia di uomini ordinari , può essere intensivamente perfetta nella sua povera semplicità , benché , estensivamente , tanto più ristretta della complessa intuizione di un canto amoroso di Giacomo Leopardi . Tutta la differenza , dunque , è quantitativa , e , come tale , indifferente alla filosofia , scientia qualitatum . A esprimere pienamente certi complessi stati d ' animo vi è chi ha maggiore attitudine e più frequente disposizione , che non altri ; e costoro si chiamano , nel linguaggio corrente , artisti : alcune espressioni , assai complicate e difficili , sono raggiunte più di rado , e queste si chiamano opere d ' arte . I limiti delle espressioni - intuizioni , che si dicono arte , verso quelle che volgarmente si dicono non - arte , sono empirici : è impossibile definirli . Un epigramma appartiene all ' arte : perché no una semplice parola ? Una novella appartiene all ' arte : perché no una nota di cronaca giornalistica ? Un paesaggio appartiene all ' arte : perché no uno schizzo topografico ? Il maestro di filosofia della commedia di Molière aveva ragione : “ sempre che si parla , si fa della prosa ” . Ma vi saranno in perpetuo scolari , i quali , come il borghese signor Jourdain , si maraviglieranno d ' aver fatto prosa per quarant ' anni senza saperlo , e stenteranno a persuadersi elle , quando chiamano il servitore Giovanni perché porti loro le pantofole , anche questa sia , nientemeno , “ prosa ” . Noi dobbiamo tener fermo alla nostra identificazione , perché l ' avere staccato l ' arte dalla comune vita spirituale , l ' averne fatto non si sa qual circolo aristocratico o quale esercizio singolare , è stata fra le principali cagioni che hanno impedito all ’ Estetica , scienza dell ' arte , di attingere la vera natura , le vere radici di questa nell ' animo umano . Come nessuno si maraviglia allorché apprende dalla fisiologia che ogni cellula è organismo e ogni organismo è cellula o sintesi di cellule ; né alcuno si maraviglia di trovare in un ' alta montagna gli stessi elementi chimici costituenti un piccolo sasso o frammento ; come non e ’ è una fisiologia degli animali piccini e un ' altra dei grossi , o una chimica dei sassi e un ' altra delle montagne ; così non e ’ è una scienza dell ’ intuizione piccola e un ' altra della grande , una dell ’ intuizione comune e un ' altra dell ' artistica , ma una sola Estetica , scienza della cognizione intuitiva o espressiva , ch ’ è il fatto estetico o artistico . E questa Estetica è il vero analogo della Logica , la quale abbraccia , come cose della medesima natura , la formazione del più piccolo e ordinario concetto e la costruzione del più complicato sistema scientifico e filosofico . Anche niente più che una differenza quantitativa possiamo ammettere nel determinare il significato della parola genio , o genio artistico , distinto dal non genio , dall ' uomo comune . Si dice che i grandi artisti rivelino noi a noi stessi . Ma come ciò sarebbe possibile se non ci fosse identità di natura tra la nostra fantasia e la loro , e se la differenza non fosse di semplice quantità ? Meglio che : poëta nascitur , andrebbe detto : homo nascitur poëta ; poeti piccoli gli uni , poeti grandi gli altri . L ' aver fatto di questa differenza quantitativa una differenza qualitativa ha dato origine al culto e alla superstizione del genio , dimenticandosi che la genialità non è qualcosa di disceso dal cielo , ma è l ' umanità stessa . L ' uomo di genio , che si atteggi o venga rappresentato come lontano da questa , trova la sua punizione nel diventare , o nell ' apparire , alquanto ridicolo . Tale il genio del periodo romantico , tale il superuomo dei tempi nostri . Ma ( è bene qui notare ) dall ' elevazione disopra all ' umanità fanno poi precipitare il genio artistico disotto a essa coloro che ne pongono come qualità essenziale l ’ incoscienza . La genialità intuitiva o artistica , come ogni forma d ' attività umana , è sempre cosciente ; altrimenti , sarebbe cieco meccanismo . Ciò che al genio artistico può mancare , è soltanto la coscienza riflessa , la coscienza sovraggiunta dello storico o del critico , che gli è inessenziale . Una delle questioni più dibattute in Estetica è la relazione tra materia e forma , o , come si dice di solito , tra contenuto e forma . Consiste il fatto estetico nel solo contenuto o nella sola forma , o nell ' uno e nell ' altra insieme ? Questione che ha avuto vari significati , che menzioneremo ciascuno a suo luogo ; ma sempre che le parole sono state prese nel significato da noi fermato di sopra , sempre che per materia si è intesa l ' emozionalità non elaborata esteticamente o le impressioni , e per forma l ' elaborazione ossia l ' attività spirituale dell ' espressione , il nostro pensiero non può essere dubbio . Dobbiamo , cioè , respingere così la tesi che fa consistere l ' atto estetico nel solo contenuto ( ossia nelle semplici impressioni ) , come l ' altra che lo fa consistere nell ' aggiunzione della forma al contenuto , ossia nelle impressioni più le espressioni . Nell ' atto estetico , l ' attività espressiva non si aggiunge al fatto delle impressioni , ma queste vengono da essa elaborate e formate . Ricompaiono , per così dire , nell ' espressione come acqua che sia messa in un filtro e riappaia la stessa e insieme diversa dall ' altro lato di questo . L ' atto estetico è , perciò , forma , e niente altro che forma . Da ciò si ricava , non elle il contenuto sia alcunché di superfluo ( ché anzi è il punto di partenza necessario del fatto espressivo ) ; ma che dalle qualità del contenuto a quelle della forma non c ’ è passaggio . Si è pensato talvolta che il contenuto , per essere estetico , ossia trasformabile in forma , dovesse avere alcune qualità determinate o determinabili . Ma , se ciò fosse , la forma sarebbe una cosa medesima con la materia , l ' espressione con l ' impressione . Il contenuto è , sì , il trasformabile in forma , ma fino a tanto che non si sia trasformato , non ha qualità determinabili ; di esso noi non sappiamo nulla . Diventa contenuto estetico non prima , ma solo quando si è effettivamente trasformato . Il contenuto estetico è stato anche definito come l ' interessante : il che non è falso , ma vuoto . Interessante , infatti , che cosa ? L ' attività espressiva ? E , certo , se questa non se ne interessasse , non l ' eleverebbe a forma . Il suo interessarsene è appunto l ' elevarlo a forma . Ma la parola “ interessante ” è stata anche adoperata con altra non illegittima intenzione , che spiegheremo più oltre . È polisensa , come la precedente , la proposizione che l ' arte sia imitazione della natura . Con queste parole ora si sono affermate o almeno adombrate verità , ora sostenuti errori ; e , più spesso , non si è pensato nulla di preciso . Uno dei significati scientificamente legittimi si ha , allorché “ imitazione ” viene intesa come rappresentazione o intuizione della natura , forma di conoscenza . E quando si è voluto designare ciò , e mettere insieme in maggior luce il carattere spirituale del procedimento , risulta legittima anche l ' altra proposizione : che l ' arte è idealizzamento o imitazione idealizzatrice della natura . Ma se per imitazione della natura s ’ intende che l ' arte dia riproduzioni meccaniche , costituenti duplicati più o meno perfetti di oggetti naturali , innanzi alle quali si rinnovi quello stesso tumulto d ’ impressioni che producono gli oggetti naturali , la proposizione è evidentemente erronea . Le statue di cera dipinta , che simulano esseri vivi e innanzi a cui arretriamo sbalorditi nei musei di tale roba , non ci danno intuizioni estetiche . L ’ illusione e l ' allucinazione non hanno che vedere col calmo dominio dell ’ intuizione artistica . Se un artista dipinge lo spettacolo di un museo di statue di cera , se un attore sulla scena ritrae burlescamente l ' uomo - statua , abbiano di nuovo il lavoro spirituale e l ’ intuizione artistica . Perfino la fotografia , se ha alcunché di artistico , lo ha in quanto trasmette , almeno in parte , l ’ intuizione del fotografo , il suo punto di vista , l ' atteggiamento e la situazione ch ' egli s ’ è industriato di cogliere . E se la fotografia non è del tutto arte , ciò accade appunto perché l ' elemento naturale resta più o meno ineliminabile e insubordinato : e , infatti , innanzi a quale fotografia , anche delle meglio riuscite , proviamo soddisfazione piena ? a quale un artista non farebbe una o molte variazioni e ritocchi , non toglierebbe o aggiungerebbe ? Dal non aver esattamente riconosciuto il carattere teoretico della semplice intuizione , distinta così dalla conoscenza intellettiva come dalla percezione ; dal credere che solo l ’ intellettiva , o , tutt ' al più , anche la percezione sia conoscenza ; è sorta l ' affermazione , tante volte ripetuta , che l ' arte non sia conoscenza , che essa non dia verità , che appartenga non al mondo teoretico ma al sentimentale , e simili . Abbiamo visto che l ’ intuizione è conoscenza , libera da concetti e più semplice che non sia la cosiddetta percezione del reale ; e perciò l ' arte è conoscenza , è forma , non appartiene al sentimento e alla materia psichica . Se si è insistito tante volte e da tanti estetici a mettere in rilievo che l ' arte è apparenza ( Schein ) , ciò è stato appunto perché si sentiva la necessità di distinguerla dal più complicato atto percettivo , affermandone la pura intuitività . E se si è insistito sull ' essere l ' arte sentimento , ciò è stato pel medesimo motivo : escluso , infatti , il concetto come contenuto dell ' arte ed esclusa la realtà storica in quanto tale , altro contenuto non resta che la realtà appresa meramente nella sua ingenuità e immediatezza , nello slancio vitale , come sentimento , ossia , di nuovo , l ’ intuizione pura . Anche dal non aver bene stabilito , o dall ' aver perduto di vista , il carattere distintivo dell ' espressione dal . ’ impressione , della forma dalla materia , ha preso origine la teoria dei sensi estetici . Questa teoria si riduce all ' errore ora indicato , di voler cercare cioè un passaggio dalle qualità del contenuto a quelle della forma . Domandare , infatti , quali siano i sensi estetici , importa domandare quali impressioni sensibili possano entrare nelle espressioni estetiche , e quali debbano entrarvi di necessità . Al che dobbiamo subito rispondere : che tutte le impressioni possono entrare nelle espressioni o formazioni estetiche ; ma che nessuna deve entrarvi di necessità . Dante eleva a forma non solo il “ dolce color d ' orïental zaffiro ” ( impressioni visive ) , ma impressioni tattili o termiche come “ l ' aër grasso ” e i “ freschi ruscelletti ” che “ asciugano vieppiù ” la gola all ' assetato . Ed è una curiosa illusione credere che una pittura dia impressioni semplicemente visive . Il vellutato di una guancia , il calore di un corpo giovanile , la dolcezza e la freschezza di un frutto , il tagliente di una lama affilata , e via dicendo , non sono impressioni che abbiamo anche da una pittura ? e son forse visive ? Che cosa sarebbe una pittura per un ipotetico uomo , il quale , privo di tutti o di molti dei sensi , acquistasse d ' un tratto l ' organo solo della vista ? Il quadro , che abbiamo innanzi e che crediamo di vedere solamente con . gli occhi , non apparirebbe , agli occhi di lui , se non come qualcosa di poco più dell ' imbrattata tavolozza di un pittore . Alcuni , che tengono fermo al carattere estetico di particolari gruppi d ’ impressioni ( per esempio , delle visive e delle auditive ) e ne escludono altri , concedono poi elle , se nel fatto estetico le impressioni visive e auditive entrano come dirette , quelle percepite dagli altri sensi vi entrino anche , ma solamente come associate . Anche questa distinzione è del tutto arbitraria . L ' espressione estetica è sintesi , nella quale è impossibile distinguere il diretto e l . ’ indiretto . Tutte le impressioni sono in essa parificate , in quanto vengono estetizzate . Chi riceve in sé l ’ immagine di un quadro o di una poesia , non ha innanzi questa immagine come una serie d ’ impressioni , alcune delle quali abbiano una prerogativa o una precedenza sulle altre . E di ciò che accade prima , di averla ricevuta , non si sa nulla ; come , d ' altro canto , le distinzioni , che si fanno dipoi , riflettendo . non riguardano più in nessun modo l ' arte in quanto tale . La dottrina dei sensi estetici è stata presentata anche in altro modo : come il tentativo di stabilire quali organi fisiologici siano necessari pel fatto estetico . L ' organo o l ' apparato fisiologico non è altro che un complesso di cellule , così e così aggruppate e così e così disposte ; cioè un fatto o un concetto meramente fisico e naturale . Ma l ' espressione non conosce fatti fisiologici ; essa ha il suo punto di partenza nelle impressioni , e la via fisiologica per la quale queste sono pervenute nello spirito , le è affatto indifferente . Una via o un ' altra fa lo stesso : basta che siano impressioni . Certo , la mancanza di alcuni organi , ossia di alcuni complessi di cellule , impedisce il prodursi di alcune impressioni ( salvoché , per una sorta di compensazione organica , non si ottengano per altra via ) . Il cieco nato non può intuire ed esprimere la luce . Ma le impressioni non sono condizionate soltanto dall ' organo , sì bene anche dagli stimoli che operano sull ' organo . Chi non abbia avuto mai l ’ impressione del mare , non saprà mai esprimerlo ; e chi non abbia avuto l ’ impressione della vita del gran mondo o della lotta politica , non esprimerà mai né l ' una cosa né l ' altra .. Ciò non stabilisce una dipendenza della funzione espressiva dallo stimolo o dall ' organo ; ma è la ripetizione di quanto già sappiamo : l ' espressione presuppone l ’ impressione , e particolari espressioni , particolari impressioni . Del resto , ogni impressione esclude le altre nel momento in cui essa domina ; e così ogni espressione . Un altro corollario della concezione dell ' espressione come attività , è l ’ indivisibilità dell ' opera d ' arte . Ogni espressione è un ' unica espressione . L ' attività estetica è fusione delle impressioni in un tutto organico . Ed è quel che si è voluto sempre notare quando si è detto che l ' opera d ' arte deve avere unità , o , ch ’ è lo stesso , unità nella varietà . L ' espressione è sintesi del vario , o molteplice , nell ' uno . Parrebbe opporsi a quest ' affermazione il fatto che noi dividiamo l ' opera artistica nelle sue parti : un poema in scene , episodi , similitudini , sentenze , o un quadro nelle singole figure e oggetti , sfondo , primo piano , e così via . Ma cotesta divisione annulla l ' opera , come il dividere l ' organismo in cuore , cervello , nervi , muscoli e via continuando , muta il vivente in cadavere . vero che vi sono organismi in cui la divisione dà luogo a più esseri viventi ; ma in tal caso , e trasportando l ' analogia al fatto estetico , è da concludere per una molteplicità di germi di vita e per una rapida rielaborazione delle singole parti in nuove espressioni uniche . Si osserverà che l ' espressione sorge talora su altre espressioni : vi sono espressioni semplici e ve ne sono composte . Qualche differenza bisogna pur riconoscere tra l ' eureka , con cui Archimede esprimeva tutto il suo giubilo per la fatta scoperta , e l ' atto espressivo ( anzi i cinque atti ) di una tragedia regolare . Ma no : l ' espressione sorge sempre direttamente sulle impressioni . Chi concepisce una tragedia mette in un gran crogiuolo una grande quantità , per così dire , d ’ impressioni : le espressioni stesse , altra volta concepite , vengono rifuse insieme con le nuove in un ' unica massa ; allo stesso modo che in una fornace di fusione si possono gittare informi pezzi di bronzo e statuette elettissime . Perché si abbia la nuova statua , le statuette elettissime debbono fondersi al modo stesso dei pezzi informi . Le vecchie espressioni debbono ridiscendere a impressioni , per potere essere sintetizzate con le altre in una nuova unica espressione . Elaborando le impressioni , l ' uomo si libera da esse . Oggettivandole , le distacca da sé e si fa loro superiore . La funzione liberatrice e purificatrice dell ' arte è un altro aspetto e un ' altra formola del suo carattere di attività . L ' attività è liberatrice appunto perché scaccia la passività . Da ciò si scorge anche perché agli artisti si soglia a volta a volta attribuire la massima sensibilità o passionalità , e la massima insensibilità o l ' olimpica serenità . Entrambe le qualifiche si conciliano , perché non cadono sullo stesso oggetto . La sensibilità o passionalità si riferisce alla ricca materia che l ' artista accoglie nel suo animo ; l ’ insensibilità o serenità , alla forma con cui egli assoggetta e domina il tumulto sensazionale e passionale . III . L ' ARTE E LA FILOSOFIA . Le due forme di conoscenza , l ' estetica e l ’ intellettiva o concettuale , sono bensì diverse , ma non stanno tra loro disgiunte e disparate , come due forze di cui ciascuna tiri per il suo verso . Se abbiamo dimostrato che la forma estetica è affatto indipendente dall ’ intellettiva e si regge da sé senz ' alcun appoggio estraneo , non abbiamo detto che l ’ intellettiva possa stare senza l ' estetica . Questa reciproca non sarebbe vera . Che cosa è la conoscenza per concetti ? È conoscenza di relazioni di cose , e le cose sono intuizioni . Senza le intuizioni non sono possibili i concetti , come senza la materia delle impressioni non è possibile l ’ intuizione stessa . Le intuizioni sono : questo fiume , questo lago , questo rigagnolo , questa pioggia , questo bicchier d ' acqua ; il concetto è : l ' acqua , non questa o quella apparizione e caso particolare , ma l ' acqua in genere , in qualunque tempo e luogo si realizzi ; materia d ’ intuizioni infinite , ma di un concetto solo e costante . Senonché il concetto , l ' universale , se per un verso non è più intuizione , per un altro è , e non può non essere , intuizione . Anche l ' uomo che pensa , in quanto pensa , ha impressioni ed affetti : le sue impressioni e i suoi affetti non saranno quelli dell ' uomo non filosofo , non l ' amore o l ' odio per certi oggetti e individui , ma lo sforzo stesso del pensiero , col dolore e la gioia , l ' amore e l ' odio , che a esso sono congiunti ; il quale sforzo , per diventare oggettivo innanzi allo spirito , non può non prendere forma intuitiva . Parlare non è pensare logicamente , ma pensare logicamente è , insieme , parlare . Che il pensiero non possa stare senza il parlare , è verità generalmente riconosciuta . Le negazioni di questa tesi si fondano tutte su equivoci ed errori . Un primo equivoco è di coloro che osservano che si può pensare del pari con figure geometriche , cifre algebriche , segni ideografici , senza alcuna parola , neanche pronunciata tacitamente e quasi insensibilmente dentro di sé ; che vi son lingue in cui la parola , il segno fonico , non esprime nulla se non si guardi anche al segno scritto ; e via discorrendo . Ma , quando si è detto “ parlare ” , si è voluto adoperare da noi una sineddoche e intendere genericamente “ espressione ” , la quale , come abbiamo notato , non è la sola espressione cosiddetta verbale . Sarà o no vero elle alcuni concetti possano pensarsi senza manifestazioni foniche ; ma gli esempi stessi recati in contrario provano che quei concetti non stanno mai senza espressioni . Altri adducono che gli animali , o certi animali , pensano e ragionano senza parlare . Ora , se pensino e come e che cosa pensino gli animali , se essi siano uomini rudimentali e quasi selvaggi resistenti all ’ incivilimento , piuttosto che macchine fisiologiche come volevano i vecchi spiritualisti , tutto ciò , a questo punto , può non riguardarci . Allorché il filosofo parla della natura animale , brutale , impulsiva , istintiva , e simili , non si fonda su congetture di questa fatta , concernenti cani o gatti , leoni o formiche , ma sull ' osservazione di quel che di animalesco e di brutale è nell ' uomo : del limite o della base animalesca che avvertiamo in noi stessi . Che se poi i singoli animali , cani o gatti , leoni o formiche , abbiano alcunché dell ' attività dell ' uomo , tanto meglio , o tanto peggio , per essi : ciò vorrà dire che anche per essi si dovrà discorrere , non di “ natura ” in senso totale , ma di una base animalesca , più ampia e greve forse di quella dell ' uomo . E , supposto pure che gli animali pensino e formino concetti , che cosa giustificherebbe , in linea di congettura , l ' ammettere che facciano ciò senza espressioni corrispondenti ? L ' analogia con l ' uomo , la conoscenza dello spirito , la psicologia umana , che serve di strumento a tutte le congetture di psicologia animale , costringerebbe invece a supporre che , se in qualche modo pensano , parlino anche in qualche modo . Dalla psicologia umana , anzi letteraria , è tolta l ' altra obiezione , che il concetto può esistere senza la parola , tanto vero che ognuno di noi ammette e conosce libri pensati bene e scritti male : un pensiero cioè , che resta pensiero di là dall ' espressione o nonostante l ' espressione manchevole . Ma , quando discorriamo di libri pensati bene e scritti male , non possiamo intendere altro se non che in quei libri sono parti , pagine , periodi o proposizioni , pensati bene e scritti bene , e altri , fors ' anche i meno importanti , pensati male e scritti male , non pensati davvero e quindi non espressi davvero . La Scienza nuova del Vico , dov ’ è scritta veramente male , è pensata anche male . Che se dai grossi volumi passiamo a una breve proposizione , l ' erroneità o l ’ inesattezza di quel detto salta agli occhi . Come una proposizione potrebb ' essere pensata chiaramente e scritta confusamente ? Ciò che soltanto si può ammettere è , che talora noi abbiamo pensieri ( concetti ) in una forma intuitiva , la quale è un ' espressione abbreviata o meglio peculiare , bastevole a noi , ma non sufficiente a comunicarli con facilità a un ' altra persona determinata o a più altre persone determinate . Onde inesattamente si dice che abbiamo il pensiero e non l ' espressione ; quando propriamente si dovrebbe dire , che abbiamo , sì , l ' espressione , ma un ' espressione che non è ancora facilmente comunicabile . Il che è , per altro , un fatto assai mutevole e relativo : vi ha sempre chi coglie a volo il nostro pensiero , e lo preferisce in quella forma abbreviata , e s ’ infastidirebbe dell ' altra più sviluppata gradita ad altri . In altri termini , il pensiero , logicamente e astrattamente considerato , sarà a un dipresso il medesimo ; ma esteticamente si tratta di due intuizioni o espressioni diverse , in ciascuna delle quali entrano elementi psichici diversi . Lo stesso argomento vale a distruggere , o a interpretare rettamente , la distinzione affatto empirica tra linguaggio interno e linguaggio esterno . Le manifestazioni più alte , le cime da lontano risplendenti della conoscenza intuitiva e della conoscenza intellettuale si dicono , come già sappiamo , Arte e Scienza . Arte e Scienza sono , dunque , distinte e insieme congiunte : coincidono per un lato , ch ’ è il lato estetico . Ogni opera di scienza è insieme opera d ' arte . Il lato estetico potrà restare poco avvertito , quando la nostra mente sia tutta presa dallo sforzo d ’ intendere il pensiero dello scienziato e di esaminarne la verità . Ma non resta più inavvertito quando dall ' attività dell ’ intendere passiamo a quella del contemplare , e vediamo quel pensiero o svolgercisi dinanzi limpido , netto , ben contornato , senza parole superflue , senza parole inadeguate , con ritmo e intonazione appropriati ; ovvero confuso , rotto , impacciato , saltellante . E grandi pensatori sono ammirati talvolta grandi scrittori ; laddove altri pensatori , anch ' essi grandi , restano scrittori più o meno frammentari , se pure i loro frammenti valgano opere armoniche , coerenti e perfette . Ai pensatori e agli scienziati si perdona l ' essere scrittori mediocri : i frammenti , le fulgurazioni ci consolano dell ’ intero , perché è ben più facile dal frammento geniale cavare la composizione ben ordinata , dalla scintilla sprigionare la fiamma , che non raggiungere la scoperta geniale . Ma come perdonare ai puri artisti di esser dicitori mediocri ? « Mediocribus esse poëtis non dii , non homines , non concessere columnae » . Al poeta , al pittore , cui manchi la forma , manca ogni cosa , perché manca sé stesso . La materia poetica corre negli animi di tutti : solo l ' espressione , cioè la forma , fa il poeta . E qui si trova la verità della tesi che nega all ' arte qualsiasi contenuto , intendendosi per contenuto appunto il concetto intellettuale . In questo senso , posto “ contenuto ” eguale a “ concetto ” , è esattissimo non solo che l ' arte non consiste nel contenuto , ma elle essa non ha contenuto . Anche la distinzione tra poesia e prosa non può inverarsi se non in questa tra arte e scienza . Fin dall ' antichità fu visto che quella distinzione non poteva fondarsi sopra elementi esteriori , quali il ritmo e il metro , la forma sciolta e la legata ; e ch ' era invece tutta interna . La poesia è il linguaggio del sentimento : la prosa , dell ’ intelletto ; ma poiché l ’ intelletto , nella sua concretezza e realtà , è anche sentimento , ogni prosa ha un lato di poesia . Il rapporto tra conoscenza intuitiva o espressione , e conoscenza intellettuale o concetto , tra arte e scienza , tra poesia e prosa , non si può significare altrimenti se non dicendo ch ’ è quello di un doppio grado . Il primo grado è l ' espressione , il secondo il concetto : l ' uno può stare senza l ' altro , ma il secondo non può stare senza il primo . Vi è poesia senza prosa , ma non prosa senza poesia . L ' espressione è , infatti , la prima affermazione dell ' attività umana . La poesia è la “ lingua materna del genere umano ” ; i primi uomini “ furono da natura sublimi poeti ” . Il che viene riconosciuto anche in altro modo da quanti notano che il passaggio da psiche a spirito , da sensibilità animale ad attività umana , si compie per mezzo del linguaggio ( e dovrebbero dire dell ' intuizione o espressione in genere ) . Soltanto ci pare poco esatto dire , come si usa , che il linguaggio o l ' espressione sia l ' anello intermedio tra la naturalità e l ' umanità , quasi un misto dell ' una e dell ' altra . Dove appare l ' umanità , l ' altra è già sparita ; l ' uomo che si esprime esce , sì , immediatamente , dallo stato naturale , ma ne esce ; non vi sta mezzo dentro e mezzo fuori , come indicherebbe l ’ immagine dell ' anello intermedio . Oltre queste due forme , lo spirito conoscitivo non ne ha altre . Intuizione e concetto lo esauriscono completamente . Nel passare dall ' una all ' altro e nel ripassare dal secondo alla prima , s ' aggira tutta la vita teoretica dell ' uomo . Inesattamente è annoverata come terza forma teoretica la storicità . Questa non è forma , ma contenuto : come forma , non è altro che intuizione o fatto estetico . La storia non ricerca leggi né foggia concetti ; non induce né deduce ; è diretta ad narrandum , non ad demonstrandum ; non costruisce universali e astrazioni , ma pone intuizioni . Il questo qui , l ’ individuum omnimode determinatum , è il dominio di essa , com ’ è il dominio dell ' arte . La storia si riduce perciò sotto il concetto generale dell ' arte . Contro questa tesi , riuscendo impossibile escogitare una terza forma conoscitiva , si sono mosse obiezioni , le quali menerebbero ad aggregare la storia alla conoscenza intellettiva o scientifica . Obiezioni animate , per una parte , dal preconcetto che alla storia si tolga qualcosa del suo valore e della sua dignità col negarle carattere di scienza ( naturale ) ; e , per l ' altra , da una falsa idea dell ' arte , concepita non come forma teoretica essenziale , ma come un divertimento , una superfluità , una frivolezza . Senza riaprire un lungo e dibattuto processo , che per nostro conto stimiamo chiuso , accenneremo qui soltanto a un sofisma , che ha avuto fortuna e ancora si ripete , diretto a provare l ’ indole logica e scientifica della storia . Il sofisma consiste nel concedere che la conoscenza storica abbia per oggetto l ’ individuale , ma non la rappresentazione ( si soggiunge ) , sì bene il concetto dell ’ individuale ; donde si conclude che la storia sia anch ' essa conoscenza logica o scientifica . La storia , insomma , elaborerebbe il concetto di un personaggio , di Carlo Magno o di Napoleone , di un ' epoca , del Rinascimento o della Riforma , di un avvenimento , della Rivoluzione francese o della Unificazione d ’ Italia , allo stesso modo che la Geometria elabora i concetti delle forme spaziali o l ’ Estetica quello dell ' espressione . Ma di tutto ciò non e ’ è nulla : la storia non può se non presentare Napoleone e Carlo Magno , il Rinascimento e la Riforma , la Rivoluzione Francese e l ’ Unificazione italiana , fatti individuali , nella loro fisionomia individuale , cioè proprio nel senso in cui i logici dicono che dell ’ individuale non si dà concetto ma solo rappresentazione . Il cosiddetto concetto dell ’ individuale è sempre concetto universale o generale ; ricco di note , ricchissimo se si vuole , ma , per ricco che sia , incapace di attingere quell ’ individualità che la conoscenza storica , in quanto conoscenza estetica , sola attinge . Per intendere in qual modo nell ’ àmbito dell ' arte in genere la conoscenza storica si distingua da quella artistica in senso stretto , bisogna ricordare ciò che si è osservato circa il carattere ideale dell ’ intuizione o prima percezione , in cui tutto è reale e perciò niente è reale . In uno stadio ulteriore , lo spirito forma i concetti d ' esterno e d ’ interno , di accaduto e di desiderato , di oggetto e di soggetto e simili , ossia distingue l ’ intuizione storica dalla non storica , la reale dalla irreale , la fantastica reale dalla fantastica pura . Anche i fatti interni , ciò che si desidera e si fantastica , i castelli in aria e i paesi di cuccagna , hanno la loro realtà ; anche la psiche ha la sua storia . Nella biografia di un individuo entrano come fatti reali anche le sue illusioni . Ma la storia di una psiche individuale è storia , perché vi opera sempre la distinzione tra reale e irreale , anche quando il reale siano le illusioni stesse . Senonché , nella storia , codesti concetti distintivi non stanno come i concetti nella scienza , ma piuttosto come quelli che abbiamo visto sciogliersi e fondersi nelle intuizioni estetiche , benché , nel nuovo caso , abbiano un rilievo affatto proprio . La storia non costruisce i concetti del reale e dell ’ irreale , ma li adopera ; la storia , insomma , non è la teoria della storia . Per riconoscere se un fatto della nostra vita fu reale o immaginario , non soccorre la mera analisi concettuale : bisogna riprodurre innanzi alla niente nel riodo più completo le intuizioni , quali erano nel momento in cui si produssero . La storicità si distingue in concreto dalla pura fantasia come un ’ intuizione qualsiasi da un ' altra intuizione qualsiasi : nella memoria . Dove questa non giunge , dove le sfumature delle intuizioni reali e delle irreali sono così lievi e sfuggenti che le une si confondono con le altre , o bisogna rinunziare , almeno provvisoriamente , a sapere ciò che in realtà accadde ( rinunzia che facciamo spesso ) , o conviene ricorrere alla congettura , alla verisimiglianza , alla probabilità . Il principio di verisimiglianza e di probabilità domina , infatti , tutta la critica storica . L ' esame delle fonti e delle autorità è diretto a stabilire le testimonianze più credibili . E quali sono le testimonianze più credibili se non quelle appunto dei migliori osservatori , ossia dei migliori ricordatori , e che ( ciò s ’ intende ) non abbiano avuto animo e interesse a falsificare la verità delle cose ? Onde accade che lo scettico intellettualista ha buon gioco quando si fa a negare la certezza di qualunque storia ; ché la certezza della storia è diversa da quella della scienza . È la certezza del ricordo e dell ' autorità , non dell ' analisi e della dimostrazione . Chi parla d ’ induzione , di dimostrazione storica e simili , fa uso metaforico di queste parole , le quali nella storia assumono senso affatto diverso da quello che hanno nelle scienze . La convinzione dello storico è la convinzione indimostrabile del giurato , che ha ascoltato i testimoni , seguito attentamente il processo , e pregato il cielo d ’ ispirarlo . Sbaglia , senza dubbio , alle volte ; ma gli sbagli rappresentano una trascurabile minoranza di fronte ai casi in cui si coglie il vero . E perciò il buon senso ha ragione contro gl ’ intellettualisti nel credere alla storia , la quale non è già “ favola convenuta ” , ma ciò che l ’ individuo e l ' umanità ricordano del loro passato . Ricordo dove oscuro , dove chiarissimo ; ricordo che con industri sforzi si procura di allargare e rendere esatto il meglio possibile ; ma tale che non se ne può far di meno e che , preso nel tutt ’ insieme , è ricco di verità . Solo per gusto di paradossi si potrà dubitare che sia mai esistita una Grecia e una Roma , un Alessandro e un Cesare , un ’ Europa feudale e una serie di rivoluzioni che l ' abbatterono ; che il l ° novembre l5l7 si videro affisse le tesi di Lutero alla porta della chiesa di Vittemberga , o che il l4 luglio l789 fu presa dal popolo di Parigi la Bastiglia . “ Che ragione rendi tu di tutto questo ? ” , domanda ironicamente il sofista . L ' umanità risponde : “ Io ricordo ” . Il mondo dell ' accaduto , del concreto , dello storico , è ciò che si chiama il mondo della realtà e della natura , comprendente così la realtà che si dice fisica come quella che si dice spirituale ed umana . Tutto questo mondo è intuizione ; intuizione storica , se lo presenta qual esso è realisticamente ; intuizione fantastica o artistica in senso stretto , se lo presenta sotto l ' aspetto del possibile , ossia dell ’ immaginabile . La scienza , la vera scienza , che non è intuizione ma concetto , non individualità ma universalità , non può essere se non scienza dello spirito , ossia di ciò che la realtà ha di universale : Filosofia . Se , fuori di questa , si parla di scienze naturali , bisogna notare che codeste sono scienze improprie , cioè complessi di conoscenze , arbitrariamente astratte e fissate . Le cosiddette scienze naturali , infatti , riconoscono esse medesime di essere sempre circondate da limiti : limiti i quali non sono poi altro che dati storici e intuitivi . Esse calcolano , misurano , pongono eguaglianze , stabiliscono regolarità , foggiano classi e tipi , formolano leggi , mostrano a loro modo come un fatto nasca da altri fatti ; ma tutti i loro progressi urtano sempre in fatti che sono appresi intuitivamente e storicamente . Perfino la geometria afferma ora di riposare tutta su ipotesi , non essendo lo spazio tridimensionale o euclideo se non uno degli spazi possibili , che si studia di preferenza perché riesce più comodo . Ciò che di vero è nelle scienze naturali , è o filosofia o fatto storico ; ciò che vi è di propriamente naturalistico , è astrazione e arbitrio . Allorché le discipline naturali vogliono costituirsi in scienze perfette , debbono saltare fuori dalla loro cerchia e passare alla filosofia : il che fanno quando pongono i concetti , tutt ' altro che naturalistici , di atomo inesteso , di etere o vibrante , di forza vitale , di spazio non intuibile , e simili : veri e propri conati filosofici , quando non siano parole vuote di senso . I concetti naturalistici sono , senza dubbio , molto utili ; ma non si può da essi cavare quel sistema , ch ’ è solo dello spirito . Questi dati storici e intuitivi , ineliminabili dalle discipline naturali , spiegano , inoltre , non solo come , col progresso del sapere , discenda via via al grado di credenze mitologiche e illusioni fantastiche ciò che un tempo era considerato verità , ma anche come tra i naturalisti si trovino di quelli che chiamano fatti mitici , espedienti verbali , convenzioni tutto ciò che nelle loro discipline è come il fondamento di ogni ragionamento . E i naturalisti e matematici che , impreparati , si affacciano allo studio delle energie dello spirito , facilmente vi trasportano siffatte abitudini mentali , e parlano , in filosofia , di convenzioni che sono così o così , “ come l ' uom se l ' arreca ” : convenzioni la verità e la moralità , convenzione suprema lo Spirito stesso ! Eppure , perché si abbiano convenzioni , è necessario che esista qualcosa su cui non si conviene , ma che sia l ' agente stesso della convenzione : l ' attività spirituale dell ' uomo . La limitatezza delle scienze naturali postula l ’ illimitatezza della filosofia . Resta fermo per queste spiegazioni che due sono le forme pure o fondamentali della conoscenza : l ’ intuizione e il concetto ; l ' Arte , e la Scienza o Filosofia ; risolvendo in esse la Storia , la quale è come la risultante della intuizione messa a contatto col concetto , cioè dell ' arte che , nel ricevere in sé le distinzioni filosofiche , resta tuttavia concretezza e individualità . Tutte le altre ( scienze naturali e matematiche ) sono forme impure : miste di elementi estranei e d ' origine pratica . L ’ intuizione ci dà il mondo , il fenomeno ; il concetto ci dà il noumeno , lo Spirito . IV . ISTORISMO E INTELLETTUALISMO NELL ’ ESTETICA . Questi rapporti nettamente stabiliti tra la conoscenza intuitiva o estetica e le altre forme fondamentali o derivate di conoscenza ci mettono in grado di scorgere dove sia l ' errore di una serie di teorie che si sono presentate o si sogliono presentare come teorie di Estetica . Dalla confutazione tra le esigenze dell ' arte in genere e quelle particolari della storia è nata la teoria ( che ora ha perduto terreno , ma ch ’ è stata dominante nel passato ) del verisimile come oggetto dell ' arte . Senza dubbio , come accade di solito nell ' uso di proposizioni erronee , l ’ intenzione che portava a parlare di verisimile era spesse volte molto più sana che non appaia dalla definizione che si dava della parola . Per verisimiglianza si voleva intendere , in fondo , la coerenza artistica della rappresentazione , cioè la pienezza e l ' efficacia , l ' effettiva presenza di questa . Chi si faccia a tradurre “ verisimile ” con “ coerente ” troverà spesso un senso assai giusto nelle discussioni , negli esempi e nei giudizi dei critici presso i quali quella parola ricorre . Un personaggio inverisimile , un finale inverisimile di commedia sono , in realtà , personaggi mal disegnati , finali appiccicati , fatti artisticamente immotivati : anche le fate e i folletti ( si è detto con ragione ) debbono avere verisimiglianza , cioè essere fate e folletti per davvero , intuizioni artistiche coerenti . Invece di “ verisimile ” è stato usato talora il vocabolo “ possibile ” , il quale , come abbiamo notato di passaggio , è sinonimo di intuibile o immaginabile : tutto ciò che s ’ immagina davvero , ossia coerentemente , è possibile . Ma altra volta , e da non pochi critici e trattatisti , per verisimile si è inteso il carattere di credibilità storica , cioè quella verità storica che non è dimostrabile ma congetturabile , non vera ma verisimile ; e si è voluto imporre il medesimo carattere all ' arte . Chi non ricorda nella storia della letteratura la gran parte che hanno avuto le censure del verisimile , per esempio della Gerusalemme , condotte in base alla storia delle Crociate , o dei poemi omerici , in base al costume verisimile degl ’ imperatori e dei re ? Altra volta ancora si è richiesta dall ' arte la riproduzione della realtà naturale ossia storicamente esistente ; ed è questo un altro dei significati erronei che assume la dottrina dell ' imitazione della natura . Il verismo e il naturalismo hanno dato poi l ' esempio di una confusione del fatto estetico perfino coi procedimenti delle scienze naturali , col vagheggiare non sappiamo quale dramma o romanzo che sarebbe dovuto essere , non solo di osservazione , ma , nientemeno , sperimentale . Molto più frequenti le confusioni tra il procedere dell ' arte e quello delle scienze filosofiche . Così si è considerato come proprio dell ' arte esporre concetti , unire un intelligibile a un sensibile , rappresentare le idee o gli universali ; e si è scambiata per tal modo l ' arte con la scienza , ossia l ' attività artistica in genere col caso particolare in cui diventa estetico - logica . Al medesimo errore si riduce la teoria dell ' arte come propugnatrice di tesi , consistente cioè in una rappresentazione individuale che esemplifichi leggi scientifiche . L ' esempio , in quanto è esempio , sta per la cosa esemplificata ; ed appartiene dunque ai modi di trattazione scientifica , siano pure di carattere popolare o divulgativo . Si dica lo stesso della teoria estetica del tipico , quando per tipo s ’ intende appunto , come si suole , l ' astrazione o il concetto , e si afferma che l ' arte deve far risplendere nell ’ individuo la specie . Che se poi per tipico s ’ intende l ’ individuale , anche qui si fa una semplice variazione di parole . Tipeggiare importerà , in questo caso , caratterizzare , ossia determinare e rappresentare l ’ individuale . Don Chisciotte è un tipo ; ma di che è tipo se non di tutti i Don Chisciotte ? tipo , per così dire , di sé medesimo ? Di concetti astratti , come della perdita del senso del reale , o dell ' amore della gloria , no , di certo : sotto cotesti concetti si possono pensare infiniti personaggi , che non sono Don Chisciotte . In altri termini , nell ' espressione di un poeta ( per esempio , in un personaggio poetico ) noi troviamo le nostre medesime impressioni pienamente determinate e inverate ; e diciamo tipica quell ' espressione , che potremmo dire semplicemente estetica . Così anche si è parlato di universali poetici o artistici : con le quali parole talvolta si ripeteva la richiesta del tipico in arte , ma tal ' altra s ’ intendeva dare risalto al carattere spirituale e ideale dell ' opera artistica , che gli imitazionisti , realisti e veristi ignoravano o negavano . Continuando a correggere questi errori o a schiarire gli equivoci , noteremo che altresì è stato considerato essenza dell ' arte il simbolo . Ma se il simbolo è concepito come inseparabile dall ’ intuizione artistica , è sinonimo dell ’ intuizione stessa , che ha sempre carattere ideale ; non v ’ è nell ' arte un doppio fondo , ma un fondo solo , e tutto in essa è simbolico perché tutto è ideale . Che se poi il simbolo è concepito separabile , se da un lato si può esprimere il simbolo e dall ' altro la cosa simboleggiata , si ricade nell ' errore intellettualistico : quel preteso simbolo è l ' esposizione di un concetto astratto , è un ' allegoria , è scienza , o arte che scimmiotta la scienza . Ma bisogna essere giusti anche verso l ' allegorico e notare che in certi casi esso riesce cosa affatto innocua . Posta la Gerusalemme liberata , se n ’ è poi escogitata l ' allegoria ; posto l ' Adone del Marino , il poeta della lascivia insinuò poi ch ' esso fosse vòlto a mostrare come “ smoderato piacer termina in doglia ” ; posta una statua di bella donna , lo scultore può appiccarvi un cartello per dire che la sua statua rappresenta la Clemenza o la Bontà . Quest ' allegoria , che giunge post festum , a opera compiuta , non altera l ' opera d ' arte . E che cosa è allora ? un ' espressione aggiunta estrinsecamente a un ' altra espressione . Al poema della Gerusalemme si aggiunge una paginetta di prosa , che esprime un altro pensiero del poeta ; all ' Adone , un verso o una strofe , che esprime ciò che il poeta vorrebbe dare a intendere a una parte del suo pubblico ; alla statua , nient ' altro che una parola : “ clemenza ” o “ bontà ” . Ma il trionfo più cospicuo dell ' errore intellettualistico è nella dottrina dei generi artistici e letterari , che ancora corre nei trattati e perturba i critici e gli storici dell ' arte . Vediamone la genesi . Lo spirito umano può passare dall ' estetico al logico , appunto perché quello è un primo grado rispetto a questo ; distruggere le espressioni , ossia il pensamento dell ’ individuale , col pensamento dell ' universale ; sciogliere i fatti espressivi in rapporti logici . Che questa operazione si concreti a sua volta in un ' espressione , abbiamo già mostrato ; ma ciò non vuol dire che le prime espressioni non siano state distrutte : esse hanno ceduto il luogo alle nuove espressioni estetico - logiche . Quando si è sul secondo gradino , il primo è abbandonato . Chi entri in una galleria di quadri , o chi prenda a leggere una serie di poemi , può , dopo aver guardato e letto , procedere oltre a indagare la natura e le relazioni delle cose in essi espresse . Così quei quadri e quei componimenti , di cui ciascuno è un individuo logicamente ineffabile , gli si vanno risolvendo in universali ed astrazioni , come costumi , paesaggi , ritratti , vita domestica , battaglie , animali , fiori , frutti , marine , campagne , laghi , deserti , fatti tragici , comici , pietosi , crudeli , lirici , epici , drammatici , cavallereschi , idillici , e simili ; spesso anche in categorie meramente quantitative , come quadretto , quadro , statuina , gruppo , madrigale , canzone , sonetto , collana di sonetti , poesia , poema , novella , romanzo , e simili . Quando noi pensiamo il concetto vita domestica , o cavalleria , o idillio , o crudeltà , o uno qualsiasi dei ricordati concetti quantitativi , il fatto espressivo individuale , dal quale si erano prese le mosse , è stato abbandonato . Da uomini estetici ci siamo mutati in uomini logici ; da contemplatori di espressioni , in raziocinatori . E a tal procedere , di certo , non e ’ è nulla da obiettare . Come altrimenti nascerebbe la scienza , la quale , se ha per presupposto le espressioni estetiche , ha per proprio fine l ' andar oltre di quelle ? La forma logica o scientifica , in quanto tale , esclude la forma estetica . Chi si fa a pensare scientificamente , ha già cessato di contemplare esteticamente ; benché il suo pensamento prenda di necessità a sua volta ( come si è detto e sarebbe superfluo ripetere ) forma estetica . L ' errore comincia quando dal concetto si vuol dedurre l ' espressione e nel fatto sostituente ritrovare le leggi del fatto sostituito ; quando non si vede il distacco tra il secondo gradino e il primo , e di conseguenza , stando sul secondo , si asserisce di stare sul primo . Questo errore prende il nome di teoria dei generi artistici e letterari . Qual ’ è la forma estetica della vita domestica , della cavalleria , dell ’ idillio , della crudeltà , e così via ? come debbono essere rappresentati questi contenuti ? Tale , denudato e ridotto alla più semplice formola , è il problema assurdo , che la dottrina dei generi artistici e letterari si propone , e in ciò consiste qualsiasi richiesta di leggi o regole di generi . Vita domestica , cavalleria , idillio , crudeltà e simili non sono impressioni , ma concetti ; non contenuti , ma forme logico - estetiche . La forma non si può esprimere , perché è già essa stessa espressione . O che cosa sono le parole “ crudeltà ” , “ idillio ” , cavalleria ” , “ vita domestica ” e via enumerando , se non le espressioni di quei concetti ? Anche le più raffinate di tali distinzioni , anche quelle che hanno aspetto più filosofico , non reggono alla critica ; come quando si distinguono le opere d ' arte in genere soggettivo e genere oggettivo , in lirica ed epica , in opere di sentimento e opere di figurazione ; essendo impossibile staccare , in analisi estetica , il lato soggettivo dall ' oggettivo , il lirico dall ' epico , l ’ immagine del sentimento da quella delle cose . Dalla dottrina dei generi artistici e letterari derivano quelle fogge erronee di giudizio e di critica , mercé le quali innanzi a un ' opera d ' arte , invece di determinare se sia espressiva e che cosa esprima , se parli o balbetti o taccia addirittura , si domanda : È essa conforme alle leggi del poema epico o a quelle della tragedia ? alle leggi della pittura storica o a quelle del paesaggio ? Gli artisti , per altro , quantunque a parole o con finte ubbidienze abbiano mostrato di accettarle , in realtà hanno fatto sempre le fiche a coteste leggi dei generi . Ogni vera opera d ' arte ha violato un genere stabilito , venendo così a scompigliare le idee dei critici , i quali sono stati costretti ad allargare il genere , senza poter impedire per altro che anche il genere così allargato non sembri poi troppo stretto a causa del sorgere di nuove opere d ' arte , seguite , com ’ è naturale , da nuovi scandali , nuovi scompigli , e nuovi allargamenti . Dalla medesima teoria vengono i pregiudizi poi quali un tempo ( ma è veramente un passato ? ) si lamentava che l ’ Italia non avesse la tragedia ( finché non sorse chi le dette quel serto , che unico mancava al crine glorioso di lei ) , né la Francia il poema epico ( fino alla Henriade , che acquetò le bramose canne dei critici ) . E connessi con tali pregiudizi sono gli elogi agl ’ inventori dei nuovi generi ; tanto che parve gran cosa che si fosse inventato nel seicento il poema eroicomico , e si contese sull ' onore dell ’ invenzione , quasi si trattasse della scoperta dell ' America , quantunque le opere decorate con quel nome ( la Secchia rapita , lo Scherno degli Dei ) fossero opere nate morte , perché i loro autori ( piccolo inconveniente ) non avevano nulla di proprio e di nuovo da dire . I mediocri si stillavano il cervello a inventare artificialmente nuovi generi : all ' egloga pastorale fu aggiunta l ' egloga piscatoria e poi , perfino , l ' egloga militare : l ' Aminta fu bagnato e divenne l ' Alceo , dramma marinaresco . Affascinati , infine , da questa idea dei generi , si sono visti storici della letteratura e dell ' arte pretendere di fare la storia non delle singole ed effettive opere letterarie e artistiche , ma di quelle vuote fantasime che sono i loro generi , e ritrarre , invece dell ' evoluzione dello spirito artistico , l ' evoluzione dei generi . La condanna filosofica dei generi artistici e letterari è la dimostrazione e formolazione rigorosa di ciò che l ' attività artistica ha sempre operato e il buon gusto sempre riconosciuto . Che cosa farci se il buon gusto e il fatto reale , messi in formole , assumono , a volte , l ' aspetto di paradossi ? Chi poi discorre di tragedie , commedie , drammi , romanzi , quadri di genere , quadri di battaglie , paesaggi , marine , poemi , poemetti , liriche e così via , tanto per farsi intendere accennando alla buona e approssimativamente ad alcuni gruppi di opere sui quali vuole , per una ragione o per un ' altra , richiamare l ' attenzione , certo non dice nulla di scientificamente erroneo , perché egli adopera vocaboli e frasi , non stabilisce definizioni e leggi . L ' errore si ha solamente quando al vocabolo si dia peso di distinzione scientifica ; quando , insomma , si vada ingenuamente a cadere nei tranelli che quella fraseologia suole tendere . Ci si conceda un paragone . In una biblioteca occorre pure ordinare in qualche modo i volumi ; il che si faceva in passato , per lo più , mediante una grossolana classificazione per materie ( in cui non mancavano le categorie delle miscellanee e degli extravaganti ) , e ora , di solito , per serie di editori o per formati . Chi potrebbe negare l ' utilità e la necessità di cotesti aggruppamenti ? Ma che cosa si direbbe se alcuno si mettesse a indagare sul serio le leggi letterarie delle miscellanee o degli extravaganti , della collezione aldina o della bodoniana , del pluteo A o del pluteo B , cioè di quegli aggruppamenti affatto arbitrari e rispondenti a un semplice bisogno pratico di comodo ? Eppure , chi si desse a questa impresa risibile , farebbe né più né meno di quel che fanno con ogni serietà gl ’ indagatori delle leggi estetiche , che dovrebbero governare , a detta loro , i generi artistici e letterari . V . ERRORI ANALOGHI NELLA ISTORICA E NELLA LOGICA . Per meglio ribadire le critiche ora svolte , sarà opportuno gettare un rapido sguardo sugli errori inversi e analoghi , nascenti dall ’ ignoranza circa l ’ indole propria dell ' arte e circa la situazione di essa rispetto alla storia e alla scienza ; i quali errori hanno danneggiato così la teoria della storia come quella della scienza , così la Istorica ( o Storiologia ) come la Logica . L ’ intellettualismo storico ha aperto la strada alle tante ricerche che si sono fatte , specie da due secoli in qua , e che si vanno ritentando tuttogiorno di una filosofia della storia , di una storia ideale , di una sociologia , di una psicologia storica , o come altro variamente si atteggi e intitoli una scienza che si prefigga di estrarre leggi e concetti universali dalla storia . Di quale sorta debbono essere queste leggi e questi universali ? Leggi storiche e concetti storici ? In tal caso , basta un ' elementare critica della conoscenza a mostrare l ' assurdo della richiesta . Una legge storica , un concetto storico ( quando tali parole non siano semplici metafore e usi linguistici ) sono vere contradizioni in termini : l ' aggettivo ripugna al sostantivo non meno che nelle espressioni “ quantità qualitativa ” o “ monismo pluralistico ” . La storia importa concretezza e individualità ; la legge e il concetto , astrattezza e universalità . Che se poi si abbandoni la pretesa di cavare dalla storia leggi e concetti storici e si voglia invece restringere la richiesta a leggi e concetti senz ' alcun aggettivo , non si dice , di certo , cosa vuota , ma la scienza che si otterrà sarà , non una filosofia della storia , sì bene , secondo i casi , o la filosofia nella sua unità e nelle sue varie specificazioni ( Etica , Logica , ecc . ) , o la scienza empirica nelle sue infinite divisioni e suddivisioni . Infatti , o si ricercano quei concetti filosofici , che , come si è accennato , sono nel fondo di ogni costruzione storica e differenziano la percezione dall ’ intuizione , l ’ intuizione storica dall ’ intuizione pura , la storia dall ' arte ; o si raccolgono le intuizioni storiche formate e si riducono a tipi e classi , ch ’ è per l ' appunto il metodo delle scienze naturali . Dell ’ involucro fallace , della veste disadatta di una Filosofia della storia si sono coperti talvolta grandi pensatori , i quali , nonostante quell ' involucro , hanno ritrovato verità filosofiche di somma importanza ; sicché , caduto poi l ' involucro , la verità è restata . E il carico da farsi ai sociologi moderni non è tanto dell ’ illusione in cui si avvolgono asserendo un ' impossibile scienza filosofica della sociologia , quanto dell ’ infecondità che accompagna quasi costantemente questa loro illusione . Poco male che l ’ Estetica venga chiamata “ Estetica sociologica ” , o la Logica , “ Logica sociologica ” . Il male grave è che quell ’ Estetica è un vecchiume sensualistico , e che quella Logica è verbale e incoerente . Ma due effetti buoni si sono avuti , rispetto alla storia , dal movimento filosofico a cui abbiamo accennato . Si è acuito , anzitutto , il bisogno di costruire una teoria della storiografia , ossia d ' intendere la natura e i limiti della storia : teoria che , in conformità dell ' analisi fatta di sopra , non può trovare soddisfacimento se non in una scienza generale della intuizione , in un ’ Estetica , dalla quale si stacchi , per l ’ interposta funzione degli universali , quasi capitolo speciale , l ’ Istorica . Inoltre , sotto l ’ involucro falso e presuntuoso di una Filosofia della storia , si sono affermate spesso verità particolari intorno a particolari avvenimenti storici , e formolati canoni e ammonimenti , empirici senza dubbio , ma non inutili ai ricercatori e ai critici . Questa utilità non pare possa negarsi neppure alla più recente delle filosofie della storia , al cosiddetto materialismo storico , il quale ha gettato luce assai viva su molti aspetti della vita sociale prima poco osservati o malamente compresi . Un ' invasione della storicità nella scienza o filosofia è il principio di autorità , l ' ipse dixit , che ha infierito nelle scuole , e che sostituisce alla introspezione e analisi filosofica quella testimonianza , quel documento , quell ' affermazione autorevole , di cui certo non può fare di meno la storia . Ma i più gravi turbamenti ed errori cagionati dal confuso concetto del fatto estetico li ha sofferti la scienza del pensiero e della conoscenza intellettiva , la Logica . E come poteva accadere altrimenti , se l ' attività logica viene dopo quella estetica e l ’ implica in sé ? Un ’ Estetica inesatta doveva tirarsi dietro di necessità una Logica inesatta . Chi apra i trattati di Logica , dall ' Organo aristotelico fino ai moderni , deve convenire che in essi tutti si trova un guazzabuglio di fatti verbali e di fatti di pensiero , di forme grammaticali e di forme concettuali , di Estetica e di Logica . Non che siano mancati tentativi per trarsi fuori dall ' espressione verbale e cogliere il pensiero nella sua genuina natura . La stessa Logica aristotelica non diventò mera sillogistica e verbalismo senza qualche titubanza e oscillazione ; nel medio evo , le dispute dei nominalisti , realisti e concettualisti toccarono di frequente il problema propriamente logico ; le scienze naturali moderne col Galilei e col Bacone misero in onore l ’ induzione ; il Vico combatté contro la logica formalistica e matematica in favore dei metodi inventivi ; il Kant richiamò l ' attenzione sulla sintesi a priori ; l ' idealismo assoluto svalutò la Logica aristotelica ; gli herbartiani , ligi a questa , dettero , per altro , rilievo a quei giudizi che dissero narrativi e che hanno carattere del tutto diverso dagli altri giudizi logici ; i linguisti , infine , batterono sull ’ irrazionalità della parola rispetto al concetto . Ma un movimento di riforma consapevole , sicuro , radicale , non può trovare base e punto di partenza se non nella scienza estetica . In una Logica , convenientemente riformata su tale base , converrà anzitutto stabilire questa verità e trarne tutte le conseguenze : il fatto logico , il solo fatto logico , è il concetto , l ' universale , lo spirito che forma , e in quanto forma , l ' universale . E se per induzione s ’ intende , come si è intesa talvolta , la formazione degli universali , e per deduzione lo svolgimento verbale di essi , è chiaro che la Logica vera non può essere se non Logica induttiva . Ma , poiché più frequentemente con la parola “ deduzione ” Si sono avuti di mira i procedimenti propri della matematica , e con la parola “ induzione ” quelli delle scienze naturali , sarà opportuno evitare l ' una e l ' altra denominazione , e dire che la Logica vera è Logica del concetto , il quale , adoperando un metodo che è insieme induzione e deduzione , non adopera né l ' una né l ' altra come distinte , e cioè adopera il metodo che gli è intrinseco ( lo speculativo o dialettico ) . Il concetto , l ' universale è in sé , astrattamente considerato , inesprimibile . Nessuna parola gli è propria . Ciò è tanto vero , che il concetto logico resta sempre il medesimo , nonostante il variare delle forme verbali . Rispetto al concetto , l ' espressione è semplice segno o indizio : non può mancare , un ' espressione dev ' esserci ; ma quale debba essere , questa o quella , è determinato dalle condizioni storiche e psicologiche dell ' individuo che parla : la qualità dell ' espressione non si deduce dalla qualità del concetto . Non vi è un senso vero ( logico ) delle parole : chi forma un concetto , conferisce egli , volta per volta , il senso vero alle parole . Ciò posto , le sole proposizioni davvero logiche ( cioè , estetico - logiche ) , i soli giudizi rigorosamente logici , non possono essere se non quelli che hanno per contenuto proprio ed esclusivo la determinazione di un concetto . Queste proposizioni o giudizi sono le definizioni . La scienza stessa non è se non complesso di definizioni , unificate in una definizione suprema : sistema di concetti , o sommo concetto . Bisogna escludere quindi ( almeno preliminarmente ) dalla Logica tutte quelle proposizioni che non affermano universali . I giudizi narrativi e quelli chiamati non enunciativi da Aristotele , quali le espressioni dei desideri , non sono giudizi propriamente logici , ma o proposizioni puramente estetiche o proposizioni storiche . “ Pietro passeggia ; Oggi piove ; Ho sonno ; Voglio leggere ” : queste e le infinite proposizioni di questo genere non sono se non o un semplice chiudere in parole l ’ impressione del fatto di Pietro che passeggia , della pioggia che cade , del mio organismo che inchina al sonno , e della mia volontà che si dirige alla lettura ; o un ' affermazione esistenziale circa quei fatti . Espressioni del reale o dell ' irreale , fantastico - storiche o fantastico - pure ; non già definizioni di universali . E che cosa deve farsi di tutta quella parte del pensiero umano , che si dice sillogistica , e che consta di giudizi e ragionamenti che s ' aggirano intorno a concetti ? Che cosa è la sillogistica ? È da considerare dall ' alto e sprezzantemente , quasi roba inutile , come si è fatto tante volte , nella reazione degli umanisti contro la scolastica , nell ’ idealismo assoluto , nell ' entusiastica ammirazione dei tempi nostri pei metodi di osservazione e di sperimento delle scienze naturali ? La sillogistica , il ragionare in forma , non è scoperta di verità : è arte di esporre , discettare , disputare con sé stesso e con altri . Movendo da concetti già trovati , da fatti già osservati , e facendo appello alla costanza del vero o del pensiero ( tale è il significato del principio d ' identità e di contradizione ) , essa trae da quei dati le conseguenze , ossia ripresenta il già trovato . Perciò , se sotto l ' aspetto inventivo è un idem per idem , pedagogicamente ed espositivamente è efficacissima . Ridurre le affermazioni allo schematismo sillogistico è un modo di controllare il proprio pensiero e di criticare il pensiero altrui . È facile ridere dei sillogizzanti , ma , se la sillogistica è nata e si mantiene , deve avere le sue buone ragioni . La satira di essa non può colpire se non gli abusi , com ’ è il pretendere di risolvere sillogisticamente questioni che sono di fatto , di osservazione e intuizione o dimenticare per l ' esteriorità sillogistica la profonda meditazione e la spregiudicata investigazione dei problemi . E se al fine di ricordare facilmente , di maneggiare prontamente i dati del proprio pensiero , può soccorrere talvolta la cosidetta Logica matematica , ben venga anche questa forma speciale di sillogistica , augurata , fra i tanti , dal Leibniz e ritentata da parecchi ai giorni nostri . Ma , appunto perché la sillogistica è arte di esporre e di discettare , la teoria di essa non può avere il primo posto in una Logica filosofica , usurpando quello che spetta alla dottrina del concetto , ch ’ è la dottrina centrale e dominante , cui tutto ciò che vi ha di logico nella sillogistica si riduce senza residuo ( rapporti di concetti , subordinazione , coordinazione , identificazione , e via dicendo ) . Né bisogna mai dimenticare che concetto , e giudizio ( logico ) e sillogismo , non stanno sulla stessa linea . Solo il primo è il vero atto logico : il secondo e il terzo sono le forme con cui il primo si manifesta ; le quali , in quanto forme , non possono esaminarsi se non esteticamente ( grammaticalmente ) , e , in quanto hanno contenuto logico , se non trascurando le forme stesse e passando alla dottrina del concetto . Si riconferma con ciò la verità dell ' osservazione comune : che chi ragiona male , parla o scrive anche male : che l ' esatta analisi logica è fondamento dell ' esprimersi bene . Verità , ch ’ è una tautologia : ragionare bene , infatti , è esprimersi bene , perché l ' espressione è il possesso intuitivo del proprio pensiero logico . Lo stesso principio di contradizione non è altro , in fondo , che il principio estetico della coerenza . Si dirà che , movendo da concetti erronei , si può parlare e scrivere benissimo , come si può ragionare benissimo ; che investigatori poco acuti possono essere scrittori limpidissimi , perché lo scrivere bene dipende dall ' avere un ’ intuizione chiara del proprio pensiero , anche se erroneo : non dalla verità scientifica del pensiero , ma dalla sua verità estetica , ed è anzi questa verità stessa . Un filosofo può fantasticare , come lo Schopenhauer , che l ' arte sia rappresentazione delle idee platoniche , dottrina scientificamente errata ; e svolgere questa scienza errata in una prosa eccellente ed esteticamente verissima . Ma a siffatta obiezione abbiamo già risposto quando abbiamo osservato che , nel punto preciso in cui un parlante o uno scrivente enuncia un concetto mal pensato , è anche cattivo parlante e cattivo scrivente ; per quanto possa poi rifarsi nelle tante altre parti del suo pensiero , le quali constano di proposizioni vere , non connesse con l ' errore precedente , e quindi di espressioni limpide , che seguono a espressioni torbide . Tutte le ricerche sulle forme dei giudizi e dei sillogismi sulle loro conversioni e i loro vari rapporti , che ingombrano ancora i trattati di Logica , sono , dunque , destinate ad assottigliarsi , a trasformarsi , a ridursi ad altro . La dottrina del concetto e dell ' organismo dei concetti , definizione , del sistema , della filosofia e delle varie scienze , e simili , ne occuperà il campo ; e costituirà , da sola , la vera e propria Logica . I primi ch ' ebbero qualche sentore del rapporto intimo che corre tra Estetica e Logica , e che concepirono l ’ Estetica come una Logica della cognizione sensibile , si compiacquero singolarmente nell ' applicare le categorie logiche alla nuova scienza , parlando di concetti estetici , giudizi estetici , sillogismi estetici , e così via . Noi , meno superstiziosi verso la saldezza della Logica tradizionale o delle scuole , e più scaltriti sull ’ indole dell ’ Estetica , raccomandiamo , non l ' applicazione della Logica all ’ Estetica , ma la liberazione della Logica dalle forme estetiche , le quali , seguendo distinzioni affatto arbitrarie e grossolane , hanno dato luogo alle inesistenti forme e categorie logiche . La Logica , così riformata , sarà sempre Logica formale , studierà la vera forma o attività del pensiero , il concetto , prescindendo dai singoli e particolari concetti . Quella antica malamente si chiama formale , e meglio si direbbe verbale o formalistica . La Logica formale scaccerà la formalistica . E a questo fine non sarà necessario ricorrere , come altri ha fatto , a una Logica reale o materiale , che non è più scienza del pensiero , ma pensiero in atto : non Logica soltanto , ma il complesso e l ' unità della Filosofia , in cui la Logica anche è inclusa . La scienza del pensiero ( Logica ) è quella del concetto , come la scienza della fantasia ( Estetica ) è quella dell ' espressione . Nell ' eseguire esattamente , e in ogni particolare , la distinzione tra i due domini è riposta la salute dell ' una e dell ' altra scienza . VI . L ' ATTIVITÀ TEORETICA E L ' ATTIVITÀ PRATICA . Forma intuitiva e forma intellettiva esauriscono , come abbiamo detto , tutto il dominio teoretico dello spirito . Ma non si può conoscerle a pieno , né criticare un ' altra serie di dottrine estetiche erronee , se prima non si stabiliscono chiaramente le relazioni dello spirito teoretico con lo spirito pratico . La forma o attività pratica è la volontà . Questa parola non è qui presa da noi nel senso di qualche sistema filosofico , in cui la volontà è il fondamento dell ' universo , il principio delle cose , la realtà vera ; e neanche nel senso ampio di altri sistemi , i quali intendono per volontà l ' energia dello spirito , lo spirito o l ' attività in genere , facendo di ogni atto dello spirito umano un atto di volontà . Né quel senso metafisico né quest ' uso metaforico è il nostro . La volontà è per noi , come nella comune accezione , l ' attività dello spirito diversa dalla mera teoria o contemplazione delle cose , e produttrice non di conoscenze ma di azioni . L ' azione in tanto è davvero azione in quanto è volontaria . Non occorrerebbe poi neppure ricordare che nella volontà del fare è incluso , in senso scientifico , anche ciò che volgarmente si chiama non - fare : la volontà del resistere , del ripugnare , la volontà prometeica , che è anch ' essa azione . Con la forma teoretica l ' uomo comprende le cose , con la pratica le viene mutando ; con l ' una si appropria l ' universo , con l ' altra lo crea . Ma la prima forma è base della seconda ; e si ripete tra le due , più in grande , il rapporto di doppio grado , che abbiamo già ritrovato tra l ' attività estetica e la logica . Un conoscere , indipendente dal volere , è ( almeno in certo senso ) pensabile ; una volontà , indipendente dal conoscere , è impensabile . La volontà cieca non è volontà ; la volontà vera è occhiuta . Come si può volere se non si hanno innanzi intuizioni storiche di oggetti ( percezioni ) e conoscenze di rapporti ( logici ) , che illuminino sulla qualità di quegli oggetti ? Come si può volere davvero , se non conosciamo il mondo che ci circonda , e il modo di cangiar le cose operando su di esse ? È stato obiettato che gli uomini d ' azione , gli uomini pratici in senso eminente , sono i meno disposti al contemplare e teorizzare : la loro energia non si attarda in contemplazioni , si precipita subito in volontà ; e che , per converso , i contemplatori e i filosofi sono di frequente uomini pratici ben mediocri , di debole volontà , negletti perciò e messi da banda nelle lotte della vita . È facile scorgere che queste distinzioni sono meramente empiriche e quantitative . Certo , l ' uomo pratico , per operare , non ha bisogno di un elaborato sistema filosofico ; ma , nelle sfere in cui egli opera , muove da intuizioni e concetti che ha chiarissimi . Fino le più ordinarie azioni non potrebbero , altrimenti , esser volute ; non sarebbe possibile neppur cibarsi volontariamente , se non si avesse conoscenza del cibo e del legame di causa ed effetto tra certi movimenti e certi appagamenti ; e , salendo via via alle forme più complesse d ' azione , per esempio , all ' azione politica , come si potrebbe volere alcunché di politicamente adatto , senza conoscere le condizioni reali della società , cioè i mezzi ed espedienti da adoperare ? Quando l ' uomo pratico si accorge di essere all ' oscuro circa uno o più di questi punti , o quando è preso dal dubbio , l ' azione o non comincia o s ' arresta ; il momento teoretico che , nel rapido succedersi delle azioni umane , viene appena avvertito ed è presto dimenticato , appare allora importante e occupa più a lungo la coscienza . E , se quello si prolunga ancora , l ' uomo pratico può diventare Amleto , diviso tra il desiderio dell ' azione e la poca chiarezza teoretica circa le situazioni e i mezzi ; e se egli , prendendo gusto al contemplare e al meditare , lascia agli altri , in misura più o meno larga , il volere e l ' operare , si forma in lui la calma disposizione dell ' artista e dello scienziato e filosofo , talvolta uomini pratici inetti o addirittura dannosi . Tutte coteste sono ovvie osservazioni , di cui non si può sconoscere la giustezza ; ma , ripetiamo , si fondano sopra distinzioni quantitative e non distruggono , anzi confermano il fatto , che un ' azione , per piccola che sia , non può essere azione davvero , cioè azione voluta , se non preceduta dall ' attività conoscitiva . Alcuni psicologi fanno , per altro , precedere l ' azione pratica da una classe tutta speciale di giudizi , ch ' essi chiamano giudizi pratici o di valore . Per risolversi a un ' azione ( dicono ) , è necessario aver giudicato e pronunziato : “ quest ' azione è utile , quest ' azione è buona ” . La quale teoria sembra a prima vista che abbia dalla sua il testimonio della coscienza . Ma chi meglio osservi e più sottilmente analizzi si accorge che quei giudizi , anziché precedere , seguono l ' affermarsi della volontà ; e non sono se non l ' espressione della già accaduta volizione . Un ' azione utile o buona è un ' azione voluta : dall ' esame obiettivo delle cose sarà sempre impossibile distillare una goccia sola di utilità o di bontà . Noi non vogliamo le cose , perché le conosciamo utili o buone ; ma le conosciamo utili e buone , perché le vogliamo . Anche qui la rapidità con la quale si seguono i fatti di coscienza è causa d ’ illusione . L ' azione pratica è preceduta da conoscenza , ma non da conoscenze pratiche , o meglio , del pratico : per aver queste , è necessario che si abbia prima l ' azione pratica . Tra i due momenti o gradi , teoretico e pratico , non s ' interpone dunque il terzo momento , affatto immaginario , dei giudizi pratici o di valore . D ' altra parte , e in generale , non esistono scienze normative , regolative o imperative , che scoprano e indichino valori all ' attività pratica ; anzi , non ne esistono per nessuna qualsiasi attività , presupponendo ogni scienza che sia già realizzata e svolta quell ' attività , che essa poi assume a oggetto . Stabilite queste distinzioni , dobbiamo condannare come erronea ogni teoria che aggreghi l ' attività estetica a quella pratica , o le leggi della seconda introduca nella prima . Che la scienza sia teoria e l ' arte sia pratica , è stato affermato molte volte . E quelli che così affermano e il fatto estetico considerano come fatto pratico , nol fanno a capriccio o perché brancolino nel . vuoto , ma perché hanno l ' occhio a qualcosa ch ’ è veramente pratico . Senonché il pratico a cui essi mirano non è l ' estetico né dentro l ' estetico , ma è fuori e accanto a esso ; e , quantunque frequentemente vi si trovi congiunto , non vi si congiunge necessariamente , ossia per identità di natura . Il fatto estetico si esaurisce tutto nell ' elaborazione espressiva delle impressioni . Quando abbiamo conquistato la parola interna , concepito netta e viva una figura o una statua , trovato un motivo musicale , l ' espressione è nata ed è completa : non ha bisogno d ' altro . Che noi poi apriamo e vogliamo aprir la bocca per parlare o la gola per cantare , e cioè diciamo a voce alta e a gola spiegata quanto abbiamo già sommessamente detto e cantato a noi stessi ; o stendiamo e vogliamo stender le mani a toccare i tasti del pianoforte o a prendere i pennelli e lo scalpello , eseguendo , per così dire , in grande quei movimenti che già abbiamo eseguito in piccolo e rapidamente , e traducendoli in una materia dove ne restino tracce più o meno durature ; è questo un fatto sopraggiunto , che obbedisce a tutt ' altre leggi che non il primo , e del quale , per ora , non dobbiamo tener conto ; benché fin da ora riconosciamo che esso è produzione di cose e fatto pratico o di volontà . Si suoi distinguere l ' opera d ' arte interna dall ' opera d ' arte esterna : la terminologia ci pare infelice , perché l ' opera d ' arte ( l ' opera estetica ) è sempre interna ; e quella che si chiama esterna non è più opera d ' arte . Altri distingue tra fatto estetico e fatto artistico , intendendo pel secondo lo stadio esterno e pratico , che può seguire ( come segue infatti di solito ) al primo . Ma si tratta , in tal caso , di semplice uso linguistico , lecito senza dubbio , sebbene forse non opportuno . Per le stesse ragioni è assurda la ricerca del fin e dell ' arte , quando s ’ intenda dell ' arte in quanto tale . E poiché porre un fine vale scegliere , una variante dello stesso errore è la pretesa che il contenuto dell ' arte debba essere scelto . Una scelta tra sensazioni o impressioni suppone che queste siano già espressioni : altrimenti , come scegliere nel continuo e nell ' indistinto ? Scegliere è volere : voler questo e non voler quello ; e questo e quello debbono stare innanzi , espressi . Il pratico segue e non precede il teoretico ; l ' espressione è libera ispirazione . L ' artista vero , infatti , si trova gravido del suo tema e non sa come ; sente avvicinarsi il parto , ma non può volerlo o non volerlo . Se egli volesse operare a controsenso della sua ispirazione , se volesse sceglierla arbitrariamente , se , nato Anacreonte , volesse cantare di Atride e di Alcide , la cetra l ' avvertirebbe dello sbaglio , risonando , nonostante i suoi sforzi in contrario , sol di Venere e d ' Amore . Perciò il tema o il contenuto non può essere colpito praticamente e moralmente da aggettivi di lode o di biasimo . Quando i critici d ' arte notano che un tema è male scelto , si tratta , nei casi in cui quell ' osservazione ha fondamento giusto , di un biasimo non veramente alla scelta del tema , ma al modo col quale l ' artista l ’ ha trattato , all ' espressione non riuscita per le contradizioni che contiene . E quando gli stessi critici innanzi a opere che giudicano sotto l ' aspetto artistico perfette protestano contro il tema o contenuto di esse come cosa indegna dell ' arte e biasimevole ; posto che quelle opere siano poi davvero perfette , non resta se non consigliare ai critici di lasciare in pace gli artisti , i quali s ' ispirano dì necessità a ciò che ha mosso il loro animo , e provvedere invece , se mai , a promuovere mutamenti nella natura circostante o nella società , perché quegli stati d ' animo e quelle impressioni non abbiano a prodursi di nuovo . Se le brutture spariranno dal Inondo , se si stabilirà la virtù e felicità universale , gli artisti , chi sa ? , non saranno più rappresentatori di sentimenti malvagi o pessimistici , ma calmi , innocenti e giulivi , arcadi di un ' Arcadia reale . Ma , fintanto che brutture e turpitudini sono in natura e s ' impongono all ' artista , non si può impedire che sorga anche l ' espressione correlativa ; e , quando è sorta , factum infectum fieri nequit . Si potrà provvedere a non lasciar divulgare questa o quella opera d ' arte , presso questa o quella persona , in questa o quella condizione ; ma tutto ciò non riguarda l ' arte e appartiene ad altro discorso , come si vedrà più oltre . A noi non spetta qui passare a rassegna i danni che la critica della “ scelta ” reca alla produzione artistica , coi pregiudizi che produce o mantiene negli artisti stessi , e coi contrasti , a cui dà luogo , tra spinte artistiche e imposizioni critiche . Vero è che talora sembra che essa faccia anche qualche bene , aiutando gli artisti a scoprire sé medesimi , ossia le proprie impressioni e la propria ispirazione , e ad acquistare coscienza dell ' ufficio che viene loro come affidato dal momento storico in cui vivono e dal loro individuale temperamento . In questi casi , pur credendo di generare , la critica della scelta non fa se non riconoscere e aiutare le espressioni già in via di formazione . S ' illude d ' essere madre , dove , tutto al più , è soltanto levatrice . L ' impossibilità della scelta del contenuto compie il teorema dell ’ indipendenza dell ' arte ; ed è anche il solo significato legittimo del motto : l ' arte per l ' arte . L ' arte è indipendente così dalla scienza come dall ' utile e dalla morale . Né si nutra timore che con ciò si riesca a giustificare l ' arte frivola o fredda , perché ciò che è davvero frivolo o freddo è tale solo in quanto non è stato innalzato a espressione ; o , in altri termini , la frivolezza e la freddezza nascono sempre dalla forma dell ' elaborazione estetica , dal mancato possesso di un contenuto e non dalle qualità materiali del contenuto stesso . Anche la vulgata sentenza : lo stile è l ' uomo , non si può esaminare e criticare in modo compiuto se non partendo dalla distinzione fra il teoretico e il pratico e dal carattere teoretico dell ' attività estetica . L ' uomo non è semplice conoscere e contemplare : l ' uomo è volontà , la quale comprende in sé il momento conoscitivo . Onde quella sentenza o è del tutto vuota , come nei casi in cui s ’ intende che lo stile sia l ' uomo in quanto stile , cioè l ' uomo , si , ma solo in quanto attività espressiva ; ovvero è erronea , sempreché da ciò che l ' uomo ha visto ed espresso si pretenda dedurre ciò che l ' uomo ha fatto o voluto , affermandosi , insomma , che tra un conoscere e un volere ci sia legame di logica conseguenza . Da codesta erronea identificazione sono sorte molte leggende nelle biografie degli artisti , sembrando impossibile che chi espresse sentimenti generosi non fosse poi , nella vita pratica , uomo nobile e generoso ; o che chi fece dare molte pugnalate nei suoi drammi non ne avesse somministrato almeno qualcuna egli stesso nella vita reale . E invano gli artisti protestano col “ lasciva est nobis pagina , vita proba ” . Ne ricavano , di giunta , la taccia di bugiardi o d ' ipocriti . Oh , ben più caute donnicciuole di Verona , che almeno appoggiavate la vostra credenza , che Dante fosse sceso realmente all ’ Inferno , sul suo viso affumicato ! La vostra , se non altro , era una congettura storica . E , finalmente , la sincerità imposta come obbligo all ' artista ( questa legge etica , si dice , ch ’ è insieme legge estetica ) riposa sopra un altro doppio senso . Giacché , o per sincerità s ' intende il dovere morale di non ingannare il prossimo ; e , in tal caso , è cosa estranea all ' artista . Il quale , infatti , non inganna nessuno , perché dà forma a ciò ch ’ è già nel suo animo , e ingannerebbe solo se tradisse il suo dovere d ' artista , venendo meno all ' intrinseca necessità del compito suo . Se nel suo animo è l ' inganno e la menzogna , la forma ch ' egli dà a quei fatti , appunto perché estetica , non può essere , essa , inganno o menzogna . L ' artista purifica perfino l ' altro sé stesso , ciarlatano , menzognero , malvagio , col rappresentarlo artisticamente . Ovvero per sincerità s ' intende la pienezza e verità dell ' espressione ; ed è chiaro che questo secondo senso non ha nessun rapporto col concetto etico . La legge , che si dice insieme etica ed estetica , si scopre , in questo caso , nient ' altro che un vocabolo usato insieme e dall ’ Etica e dall ’ Estetica . VII . ANALOGIA FRA IL TEORETICO E IL PRATICO . Il doppio grado , estetico e logico , dell ' attività teoretica ha un importante riscontro , finora non messo in luce come si doveva , nell ' attività pratica . Anche l ' attività pratica si partisce in un primo e secondo grado , questo implicante quello . Il primo grado pratico è l ' attività meramente utile o economica ; il secondo , l ' attività morale . L ’ Economia è come l ’ Estetica della vita pratica ; la Morale , come la Logica . Se ciò non è stato visto chiaramente dai filosofi , se al concetto dell ' attività economica non è stato assegnato il posto conveniente nel sistema dello spirito e lo si è lasciato errare , spesso incerto e poco elaborato , nei prologhi dei trattati di Economia politica , questo si deve , tra l ' altro , al fatto che l ' utile o economico è stato scambiato ora col concetto del tecnico , ora con quello dell ' egoistico . La tecnici t à non è , di certo , una speciale attività dello spirito . Tecnica è conoscenza ; o , per meglio dire , è la conoscenza stessa in genere che prende quel nome in quanto serve di base , come abbiamo visto , all ' azione pratica . Una conoscenza , che non è seguita , o si presume che non possa essere facilmente seguita da un ' azione pratica , si chiama “ pura ” : la stessa conoscenza , se è seguita effettivamente da quella , si chiama “ applicata ” : se si presume che possa esser facilmente seguita da una particolare azione , “ applicabile ” o « tecnica » . Questa parola indica , dunque , una situazione in cui una conoscenza si trova o può facilmente trovarsi , non già una forma speciale di conoscenza . Ciò è tanto vero che riuscirebbe affatto impossibile determinare se un certo ordine di conoscenze sia , intrinsecamente , puro o applicabile . Ogni conoscenza , per astratta e filosofica che si voglia dirla , può esser guida di atti pratici : un errore teoretico nei principi ultimi della morale può riflettersi , e si riflette sempre in qualche modo , nella vita pratica . Solo a un dipresso , e in sede non scientifica , è dato considerare alcune verità come “ pure ” e altre come “ applicabili ” . Le stesse conoscenze , quando si chiamano tecniche , possono chiamarsi anche u t i l i . Ma la parola “ utile ” , conformemente alla critica dei giudizi di valore fatta di sopra , è da ritenere qui come di uso linguistico o metaforico . Allorché si dice che l ' acqua è utile per spegnere il fuoco , si usa in modo non scientifico la parola “ utile ” . L ' acqua gettata sul fuoco è causa che questo si spenga : ecco la conoscenza , che serve di fondamento all ' azione , poniamo , dei pompieri . Tra l ' azione utile di chi spegne l ' incendio , e quella conoscenza , e ’ è legame non di natura , ma di semplice successione . La tecnica degli effetti dell ' acqua è l ' attività teoretica che precede ; utile è veramente solo l ' azione di chi spegne il fuoco . Alcuni economisti identificano l ' utilità , cioè l ' azione o volontà meramente economica , con ciò ch ’ è giovevole all ’ individuo in quanto individuo , senza , riguardo , anzi in piena opposizione alla legge morale : con l ' egoistico . L ' egoistico è l ’ immorale , e l ’ Economia sarebbe , in tal caso , una scienza assai bizzarra : sorgerebbe , non accanto ma di fronte all ’ Etica , come il diavolo di fronte a Dio , o , almeno , come l ' advocatus diaboli nei processi di santificazione . Un concetto siffatto è del tutto inammessibile : la scienza dell ’ immoralità è implicita in quella della moralità , come la scienza del falso è implicita nella Logica , scienza del vero , e una scienza dell ' espressione sbagliata , nell ’ Estetica , scienza dell ' espressione riuscita . Se , dunque , l ’ Economia fosse la trattazione scientifica dell ' egoismo , essa sarebbe un capitolo dell ’ Etica , anzi l ’ Etica stessa ; perché ogni determinazione di quel che è morale importa , insieme , una negazione del suo contrario . D ' altra parte , la coscienza ci dice che condursi economicamente non è condursi egoisticamente ; che anche l ' uomo moralmente più scrupoloso deve condursi utilmente ( economicamente ) , se non vuol operare a caso e , per conseguenza , in modo poco morale . Come , dunque , se utilità fosse egoismo , l ' altruista avrebbe il dovere di condursi da egoista ? La difficoltà si risolve , se non c ’ inganniamo , in modo perfettamente analogo a quello nel quale si risolve il problema delle relazioni tra l ' espressione e il concetto , tra Estetica e Logica . Volere economicamente è volere un fine ; volere moralmente è volere il fine razionale . Ma appunto chi vuole e opera moralmente non può non volere e operare utilmente ( economicamente ) . Come potrebbe volere il fine razionale , se non lo volesse insieme come fine suo particolare ? La reciproca non è vera ; come non è vero in scienza estetica che il fatto espressivo debba essere di necessità congiunto col fatto logico . Si può volere economicamente , senza volere moralmente ; ed è possibile condursi con perfetta coerenza economica seguendo un fine obbiettivamente irrazionale ( immorale ) , o , piuttosto , che tale sarà giudicato in un grado superiore della coscienza . Esempio di carattere economico disgiunto da quello morale è l ' uomo del Machiavelli , Cesare Borgia , o il Jago dello Shakespeare . Chi può non ammirare la forza della loro volontà , benché l ' attività loro sia soltanto economica e si esplichi in opposizione a ciò che noi giudichiamo morale ? Chi può non ammirare il ser Ciappelletto del Boccaccio , il quale , fin sul letto di morte , persegue e mette in atto il suo ideale di completo briccone , facendo esclamare ai piccioletti e timidi ladruncoli che assistono alla sua confessione canzonatoria : “ Che uomo è costui il quale né vecchiezza , né infermità , né paura di morte alla quale si vede vicino , né ancora di Dio , innanzi al giudizio del quale di qui a piccola ora si aspetta di dover essere , dalla sua malvagità lo hanno potuto rimuovere , né far che così egli non voglia morire come egli è vissuto ? ” . L ' uomo morale congiunge alla pertinacia e impavidità di un Cesare Borgia , di un Jago , o di un ser Ciappelletto , la buona volontà del santo o dell ' eroe . O , meglio , la buona volontà non sarebbe volontà e , per conseguenza , neanche buona , se , oltre il lato che la rende buona , non avesse quello che la fa volontà . Così un pensiero logico che non riesca a esprimersi non è pensiero , ma , tutt ' al più , presentimento confuso di un pensiero di là da venire . Non è esatto , dunque , concepire l ' uomo amorale come insieme antieconomico , o far della morale un elemento di coerenza negli atti della vita e perciò di economicità . Niente ci vieta di supporre ( ipotesi che si verifica almeno in certi periodi e momenti , se non per vite intere ; e in senso eminente se non in senso totale e assoluto ) un uomo affatto privo di coscienza morale . In un uomo così conformato , quella che per noi è immoralità , per lui non è tale , perché non sentita come tale . E non può nascere in lui la coscienza della contradizione tra ciò che si vuole come fine razionale e ciò cui si corre dietro egoisticamente : contradizione , ch ’ è antieconomicità . Il procedere immorale diventa insieme antieconomico solo nell ' uomo fornito di coscienza morale . Infatti , il rimorso morale , che è l ' indice di questa , è , insieme , rimorso economico : dolore , cioè , di non aver saputo volere completamente e raggiungere quell ' ideale morale che si era voluto in un primo momento , innanzi di lasciarsi sviare dalle passioni . “ Video meliora proboque , deteriora sequor ” . Il video e il probo sono qui un volo iniziale e tosto contradetto e soverchiato . In luogo del rimorso morale si deve ammettere nell ' uomo privo di senso morale , un rimorso meramente economico : come sarebbe quello di un ladro o di un assassino , il quale , già sul punto dI rubare o assassinare , se ne astenga , non per una conversione del suo essere , ma per impressionabilità e smarrimento , o anche per momentaneo risveglio di coscienza morale . Tornato in sé , quel ladro o quell ' assassino avrà vergogna e rimorso della sua incoerenza : rimorso non di aver fatto il male , ma di non averlo fatto ; rimorso , dunque , economico e non morale , essendo quest ' ultimo escluso per ipotesi . Che poi , ordinariamente , per esser viva la coscienza morale nel comune degli uomini e l ' assenza totale di essa una rara e forse inesistente mostruosità , la moralità coincida con l ' economicità nella pratica della vita , può ben concedersi . E non si tema che l ' analogia da noi affermata introduca da capo in etica la categoria del moralmente indifferente , di ciò ch ’ è bensì azione o volizione , ma non è né morale né immorale : quella categoria , insomma , del lecito e del permissivo , ch ’ è stata sempre causa o specchio di corruttela etica , come si vide nella morale gesuitica , dove essa dominava . Resta ben saldo che azioni moralmente indifferenti non esistono , perché l ' attività morale pervade e deve pervadere ogni più piccolo movimento volitivo dell ' uomo . Ma ciò , anziché scuotere il parallelo istituito , lo conferma . Vi sono forse intuizioni che l ' intelletto e la scienza non pervadano e analizzino , sciogliendole in concetti universali o mutandole in affermazioni storiche ? Abbiamo già visto che la vera scienza , la filosofia , non conosce limiti estrinseci innanzi ai quali debba arrestarsi , come invece accade alle cosiddette scienze naturali . Scienza e morale dominano interamente l ' una le rappresentazioni estetiche , l ' altra le volizioni economiche dell ' uomo ; benché poi l ' una e l ' altra non possano in concreto apparir mai se non in forma estetica l ' una , economica l ' altra . Questa identità e differenza insieme dell ' utile e del morale , dell ' economico e dell ' etico , spiega la fortuna che ha avuto , e ha ancora , la teoria utilitaria dell ’ Etica . Infatti , è facile ritrovare e porre in mostra in qualsiasi azione morale un lato utilitario ; com ’ è facile mostrare in ogni proposizione logica un lato estetico . La critica dell ' utilitarismo etico non può muovere dal negare questa verità , affannandosi a cercare esempi inesistenti e assurdi di azioni morali inutili ; ma deve anzi ammettere il lato utilitario e spiegarlo come la forma concreta della moralità , la quale consiste in ciò ch ’ è d entro questa forma : un di dentro , che gli utilitaristi non scorgono . Non è questo il luogo dove si possano svolgere con la debita ampiezza tali idee ; ma l ’ Etica e l ’ Economica ( come abbiamo detto della Logica e dell ’ Estetica ) non potranno non avvantaggiarsi entrambe di una più esatta determinazione dei rapporti che intercedono tra loro . Al concetto attivistico dell ' utile si va ora lentamente sollevando la scienza economica col tentar di superare la fase matematicistica , nella quale ancora si trova impigliata : fase ch ’ è stata progressiva , a sua volta , per superare lo storicismo , ossia la confusione del teorico con lo storico , e per distruggere una serie di distinzioni arbitrarie e di false teorie economiche . Con quel concetto sarà agevole , da una parte , accogliere e inverare le teorie semifilosofiche della cosiddetta Economia pura , e , dall ' altra , introducendo successive complicazioni e aggiunte , e facendo passaggio dal metodo filosofico all ' empirico o naturalistico , discendere alle teorie particolari del ] ’ Economia politica o nazionale delle scuole . Come l ' intuizione estetica conosce il fenomeno o la natura , e il concetto filosofico , il noumeno o lo spirito , così l ' attività economica vuole il fenomeno o la natura , e quella morale il noumeno o lo spirito . Lo spirito che vuole sé stesso , il vero sé stesso , l ' universale ch ’ è nello spirito empirico e finito : ecco la formola , che forse meno impropriamente definisce il concetto della moralità . Questa volizione del vero sé stesso è l ' assoluta l i b e r t à . VIII . ESCLUSIONE DI ALTRE FORME SPIRITUALI . In questo schizzo sommario che abbiamo dato dell ' intera Filosofia dello spirito nei suoi momenti fondamentali , lo spirito è concepito , dunque , come percorrente quattro momenti o gradi , disposti in modo che l ' attività teoretica stia alla pratica come il primo grado teoretico sta al secondo teoretico e il primo pratico al secondo pratico . I quattro momenti s ' implicano regressivamente per la loro concretezza : il concetto non può stare senza l ' espressione , l ' utile senza l ' una e l ' altro , e la moralità senza i tre gradi che precedono . Se soltanto il fatto estetico è , in certo senso , indipendente , e gli altri sono più o meno dipendenti , il meno spetta al pensiero logico e il più alla volontà morale . L ' intenzione morale opera su date basi teoretiche , dalle quali non può prescindere , salvo che non si voglia ammettere quell ' assurdo pratico , ch ' è la gesuitica direzione d ’ intenzione , in cui si finge a sé stesso di non sapere ciò che si sa troppo bene . Se l ' attività umana assume quattro forme , quattro sono anche le forme del genio o della genialità . Veramente , geni dell ' arte , della scienza , della volontà morale o eroi , sono stati sempre riconosciuti . Ma il genio della pura economicità ha suscitato ripugnanza ; e non senza qualche ragione si è foggiata una categoria di cattivi geni o i geni del male . Il genio pratico , meramente economico , che non si dirige a un fine razionale , non può non destare un ' ammirazione mista di spavento . Disputare poi se la parola « genio » si debba dare solo ai creatori di espressioni estetiche , o anche ai ricercatori della scienza e agli uomini dell ' azione , sarebbe far questione di parole . E osservare , d ' altra parte , che il “ genio ” , di qualunque specie sia , è sempre un concetto quantitativo e una distinzione empirica , sarebbe ripetere ciò che si è già spiegato a proposito della genialità artistica . Una quinta forma di attività dello spirito non esiste . Sarebbe agevole andare mostrando come tutte le altre forme o non abbiano carattere di attività o siano varianti verbali delle attività già esaminate o fatti complessi e derivati , nei quali le varie attività si mescolano e si riempiono di contenuti particolari e contingenti . Per esempio , il fatto giuridico , considerato in quel che si suole chiamare diritto oggettivo , deriva dalla attività economica e dalla logica insieme : il diritto è una regola , una formola ( orale o scritta , qui importa poco ) , in cui è fissato un rapporto economico voluto da un individuo o da una collettività e che per questo lato economico si unisce e si distingue insieme dall ' attività morale . Un altro esempio : la sociologia viene talvolta concepita ( ed è uno dei tanti significati che prende ai tempi nostri questa parola ) come lo studio di un elemento originario , che si dice socialità . Ma che cosa distingue la socialità , ossia i rapporti che si sviluppano in un ' accolta di uomini e non già in una di esseri subumani , se non appunto le varie attività spirituali che sono nei primi e che si suppone non siano , o siano solo in grado rudimentale , nei secondi ? La socialità , dunque , nonché concetto originario , semplice , irriducibile , è concetto molto complesso e complicato . Prova ne sia l ' impossibilità , generalmente riconosciuta , di enunciare una sola legge propriamente sociologica . Quelle che impropriamente si chiamano con tal nome , si svelano o empiriche osservazioni storiche o leggi spirituali ( ossia giudizi nei quali si traducono i concetti delle attività spirituali ) ; quando non si disperdano addirittura in vaghe e vuote generalità , come la cosiddetta legge dell ' evoluzione . E talvolta per “ socialità ” non s ' intende altro che “ regola sociale ” , e quindi “ Diritto ” ; nella quale accezione la sociologia si confonde con la scienza e teoria del diritto . Diritto , socialità e simili concetti sono , insomma , da trattare in modo analogo a quello onde abbiamo considerato e risoluto la storicità e la tecnica . Può parere che altro giudizio convenga fare dell ' attività religiosa . Ma la religione è , in verità , conoscenza , e non si distingue dalle altre forme e sottoforme di questa , perché , a volta a volta , è espressione di aspirazioni e d ' ideali pratici ( ideali religiosi ) o racconto storico ( leggenda ) o scienza per concetti ( dommatica ) . Perciò può alla pari sostenersi , e che la religione venga distrutta dal progresso della conoscenza umana , e che essa persista sempre in questa . Religione era tutto il patrimonio di conoscenze dei popoli primitivi : il nostro patrimonio di conoscenze è la nostra religione . Il contenuto si è mutato , migliorato , affinato , e muterà e migliorerà e si affinerà ancora in futuro ; ma la forma è sempre la medesima . Coloro che accanto alla attività teoretica del ] ' uomo , alla sua arte , alla sua critica , alla sua filosofia , vogliono serbare una religione , non sappiamo poi a quale uso se ne varrebbero . È impossibile conservare una conoscenza imperfetta e inferiore , quale è la religiosa , accanto a ciò che l ’ ha superata e inverata . Il cattolicismo , sempre coerente , non tollera una scienza , una storia , un ' etica in contradizione con le sue concezioni e dottrine ; meno coerenti , i razionalisti si dispongono a fare un po ’ di largo nelle loro anime a una religione , ch ’ è in contradizione con tutto il loro mondo teoretico . Queste smancerie e tenerezze religiose dei razionalisti ai nostri tempi derivano , in ultima analisi , dal culto superstizioso , che si è prodigato alle scienze naturali . Le quali , come sappiamo , e come oramai esse medesime confessano per bocca dei loro maggiori cultori , sono tutte circondate da limiti . Identificata a torto la Scienza con le cosiddette scienze naturali , era da prevedere che si sarebbe dovuto chiedere il complemento alla religione : quel complemento di cui lo spirito dell ' uomo non può far di meno . Al materialismo , al positivismo , al naturalismo noi siamo , dunque , debitori di questa malsana , e spesso non ingenua , rifioritura di esaltazione religiosa , che è roba da ospedale quando non è roba da politici . La filosofia toglie ogni ragion d ' essere alla religione , perché le si sostituisce . Quale scienza dello spirito , essa guarda alla religione come a un fenomeno , a un fatto storico e transitorio , a uno stato psichico superabile . E se divide il regno della conoscenza con le discipline naturali , con la storia e con l ' arte , lasciando alle prime il contare e misurare e classificare , alla seconda il rappresentare l ' individuale accaduto e alla terza quello possibile ; non ha nulla da spartire con la religione . Per la stessa ragione , in quanto scienza dello spirito , la filosofia non può essere filosofia del dato intuitivo ; epperò , come si è veduto , né filosofia della storia né filosofia della natura , non potendosi concepire scienza filosofica di ciò che non è forma e universale , ma materia e particolare . Il che torna ad affermare l ' impossibilità della Metafisica . Alla filosofia della storia è succeduta la metodologia o logica della storia ; a quella della natura , una gnoseologia dei concetti che si adoperano nelle scienze naturali . Quel che la filosofia può studiare della storia è il modo come essa si costruisce ( intuizione , percezione , documento , probabilità , ecc . ) ; quel che può studiare delle scienze naturali sono le forme di concetti che le costituiscono ( spazio , tempo , moto , numero , tipi , classi , ecc . ) . La filosofia , che si atteggia come metafisica nel senso sopraindicato , pretenderebbe , invece , muovere concorrenza alla storia e alle scienze naturali , le sole legittime e capaci nel loro campo ; e concorrenza che non potrebbe non riuscire , nel fatto , cosa da guastamestieri . In questo significato noi ci dichiariamo antimetafisici , pur dichiarandoci ultrametafisici , allorché si voglia con quella parola rivendicare e affermare l ' ufficio della filosofia come autocoscienza dello spirito , distinto dall ' ufficio meramente empirico e classificatorio delle scienze naturali . La Metafisica , per sostenersi accanto alle scienze dello spirito , ha dovuto postulare una specifica attività dello spirito della quale essa sarebbe l ' opera perpetua . Chiamata , nell ' antichità , fantasia mentale o superiore , e nei tempi moderni , più spesso , intelletto intuitivo o intuizione intellettuale , quest ' attività riunirebbe in forma tutta propria il carattere della fantasia e quello dell ’ intelletto ; darebbe il modo di passare per deduzione o per dialettica dall ’ infinito al finito , dalla forma alla materia , dal concetto all ' intuizione , dalla scienza alla storia , operando con un metodo che compenetrerebbe universale e particolare , astratto e concreto , intuizione e intelletto . Facoltà veramente mirabile e che non sappiamo se poi sarebbe gran vantaggio o gran danno possedere ; ma di cui chi , come noi , non la possiede , non ha modo di assodare l ' esistenza . L ’ intuizione intellettuale è stata talvolta considerata come la vera attività estetica ; tal ' altra le è stata collocata accanto , o sotto , o sopra , una facoltà estetica non meno mirabile , affatto diversa dalla semplice intuizione , e della quale si sono celebrate le glorie , attribuendole la produzione dell ' arte , o almeno alcuni gruppi , arbitrariamente messi insieme , di produzione artistica . Arte , religione e filosofia sono sembrate a volte una sola , a volte tre distinte facoltà dello spirito , restando ora questa ora quella di esse superiore nella dignità assegnata a ciascuna . È impossibile enumerare tutti i vari atteggiamenti , che ha assunto e che può assumere questa concezione , che diremo mistica , dell ’ Estetica . Con essa siamo nei domini , non più della scienza della fantasia , ma della fantasia stessa , che crea il suo mondo con gli elementi mutevoli delle impressioni e del sentimento . Basti accennare che quella facoltà misteriosa è stata concepita ora come pratica , ora come media fra la teoretica e la pratica , talvolta ancora come forma teoretica concorrente con la religione e con la filosofia . Da quest ' ultima concezione è stata talvolta dedotta l ' immortalità dell ' arte , come appartenente insieme con le due sorelle alla sfera dello spirito assoluto . Tal ' altra , invece , considerando che la religione è mortale e si dissolve nella filosofia , è stata annunziata la mortalità , anzi la morte già accaduta , o almeno l ' agonia , dell ' arte . Questione che per noi non ha significato ; giacché , posto che la forma dell ' arte è un grado necessario dello spirito , domandare se l ' arte sia eliminabile sarebbe né più né meno come domandare se sia eliminabile la sensazione o l ' intelligenza . Ma la Metafisica nel senso predetto , trasportandoci in un mondo arbitrario , è incriticabile nei suoi particolari , come non si critica la botanica del giardino di Alcina o la cinetica del viaggio di Astolfo . La critica si fa soltanto , ricusando di entrare nel gioco ; rigettando , cioè , la possibilità stessa della Metafisica , sempre nel significato sopradetto . Non , dunque , intuizione intellettuale nella filosofia , né il surrogato o l ' analogo di essa nell ' arte , l ' intuizione intellettuale estetica . Oltre i quattro gradi dello spirito che la coscienza ci rivela , non esiste ( sia lecito insistere ) un quinto grado , una quinta e suprema facoltà teoretica o teoretico - pratica , fantastico - intellettuale o intellettuale - fantastica , o come altro si tenti di concepirla . IX . INDIVISIBILITÀ DELL ' ESPRESSIONE IN MODI O GRADI E CRITICA DELLA RETTORICA . Si sogliono dare lunghi cataloghi dei caratteri dell ' arte ; ma a noi , giunti a questo punto della trattazione , dopo avere considerato l ' arte come attività spirituale , come attività teoretica e come speciale attività teoretica ( intuitiva ) , è dato agevolmente scorgere che quelle numerose e svariate determinazioni di caratteri , tutte le volte che accennano a qualcosa di reale , non fanno altro che ripresentare ciò che abbiamo già conosciuto come genere , specie e individualità della forma estetica . Alla determinazione generica si riducono , come si è osservato , i caratteri , o , meglio , le varianti verbali dell ' unità , dell ' unità nella varietà , della semplicità , dell ' originalità , e via dicendo ; alla specifica , la verità , la schiettezza , e simili ; alla individuale , la vita , la vivacità , l ' animazione , la concretezza , l ’ individualità , la caratteristicità . Le parole possono cangiare ancora , ma non apporteranno scientificamente nulla di nuovo . L ' analisi dell ' espressione in quanto tale è esaurita coi caratteri esposti di sopra . Si potrebbe invece domandare a questo punto se vi siano modi o gradi dell ' espressione ; se , distinti nell ' attività dello spirito due gradi , ciascuno dei quali suddiviso in altri due , uno di questi , l ' intuitivo - espressivo , non si suddivida a sua volta in due o più modi intuitivi , in un primo , secondo o terzo grado di espressione . Ma questa ulteriore divisione è impossibile ; una classificazione delle intuizioni - espressioni è bensì lecita , ma non è filosofica ; i singoli fatti espressivi sono altrettanti individui , l ' uno non ragguagliabile con l ' altro se non nella comune qualità di espressione . Per adoperare il linguaggio delle scuole , l ' espressione è una specie , che non può fungere a sua volta da genere . Variano le impressioni ossia i contenuti ; ogni contenuto è diverso da ogni altro , perché niente si ripete nella vita ; e al variare continuo dei contenuti corrisponde la varietà irriducibile delle forme espressive , sintesi estetiche delle impressioni . Corollario di ciò è l ' impossibilità delle traduzioni , in quanto abbiano la pretesa di compiere il travasamento di un ' espressione in un ' altra , come di un liquido da un vaso in un altro di diversa forma . Si può elaborare logicamente ciò che prima era stato elaborato in forma estetica , ma non ridurre ciò che ha avuto già la sua forma estetica ad altra forma anche estetica . Ogni traduzione , infatti , o sminuisce e guasta , ovvero crea una nuova espressione , rimettendo la prima nel crogiuolo e mescolandola con le impressioni personali di colui che si chiama traduttore . Nel primo caso l ' espressione resta sempre una , quella dell ' originale , essendo l ' altra più o meno deficiente , cioè non propriamente espressione : nell ' altro , saranno , sì , due , ma di due contenuti diversi . “ Brutte fedeli o belle infedeli ” ; questo detto proverbiale coglie bene il dilemma , che ogni traduttore si trova innanzi . Le traduzioni inestetiche , come quelle letterali o parafrastiche , sono poi da considerare semplici comenti degli originali . L ' indebita divisione delle espressioni in vari gradi è nota in letteratura col nome di dottrina dell ' ornato o delle categorie rettoriche . Ma anche negli altri gruppi di arte simili tentativi di distinzione non mancano : basta ricordare le forme realistica e simbolica , di cui così di frequente si parla in pittura e scultura . E realistico e simbolico , oggettivo e soggettivo , classico e romantico , semplice e ornato , proprio e metaforico , e le quattordici forme delle metafore , e le figure di parola e di sentenza , e il pleonasmo , e l ' ellissi , e l ' inversione , la ripetizione e i sinonimi e gli omonimi , queste e tutte le altre determinazioni di modi e gradi dell ' espressione scoprono la loro nullità filosofica quando cercano di svolgersi in definizioni precise , perché allora o annaspano nel vuoto o cadono nell ' assurdo . Esempio tipico , la comunissima definizione della metafora , come di un ' altra parola messa in luogo della parola propria . E perché darsi quest ' incomodo , perché sostituire alla parola propria la impropria e prendere la via più lunga e peggiore , quando è nota la più corta e migliore ? Forse perché , come si suo ] dire volgarmente , la parola propria , in certi casi , non è tanto espressiva quanto la pretesa parola impropria o metafora ? Ma , se così è , la metafora è appunto , in quel caso , la parola « propria » ; e quella che si suol chiamare “ propria ” , se fosse adoperata in quel caso , sarebbe poco espressiva e perciò improprissima . Simili osservazioni di elementare buon senso si possono ripetere a proposito delle altre categorie e di quella stessa , generale , dell ' ornato , e qui , per es . , domandare come un ornamento si congiunga con l ' espressione . Esternamente ? e rimane sempre diviso dall ' espressione . Internamente ? e in questo secondo caso o non serve all ' espressione e la guasta , o ne fa parte , e non è ornamento ma elemento costitutivo dell ' espressione , indivisibile e indistinguibile nell ' unità di essa . Quanto male abbiano prodotto le distinzioni rettoriche non occorre dire : contro la rettorica si è già abbastanza declamato , quantunque , pure ribellandosi contro le conseguenze , se ne conservino in pari tempo preziosamente ( forse per dare saggio di filosofica coerenza ) i principi . In letteratura le categorie rettoriche hanno contribuito , se non a far prevalere , almeno a giustificare teoricamente quel particolare modo di scriver male , ch ' è lo scriver bene o secondo rettorica . I vocaboli , che abbiamo menzionati , non uscirebbero dalle scuole , nelle quali ciascuno di noi li ha appresi ( salvo poi a non trovare il modo di valersene nelle discussioni strettamente estetiche , o a ricordarli solo scherzosamente e con una tinta comica ) , se talvolta non fossero adoperati in uno dei seguenti tre significati : l ° come varianti verbali del concetto estetico ; 2° come indicazioni dell ' antiestetico ; o infine ( ch ’ è l ' uso più importante ) 3° in servigio non più dell ' arte e dell ' estetica , ma della scienza e della logica . l ) Le espressioni , considerate direttamente o positivamente , non si dividono in classi ; ma vi sono , per altro , espressioni riuscite e altre restate a mezzo o sbagliate , le perfette e le imperfette , le valide e le deficienti . I vocaboli ricordati , e gli altri della stessa sorta , possono dunque indicare , talvolta , l ' espressione riuscita e le varie conformazioni di quelle sbagliate ; benché sogliono fare ciò nel modo più incostante e capriccioso , tanto che il medesimo vocabolo serve ora a designare il perfetto , ora a condannare l ’ imperfetto . Per esempio , ci sarà chi , innanzi a due quadri , l ' uno privo d ’ ispirazione , nel quale l ' autore ha inintelligentemente copiato oggetti naturali , e l ' altro , bene ispirato ma che non trova riscontro ovvio in oggetti esistenti , chiamerà il primo realistico e il secondo simbolico . Per contrario , altri innanzi a un quadro fortemente sentito , raffigurante una scena della vita ordinaria , pronunzierà la parola realistico , e innanzi a un altro quadro che freddamente allegorizzi , quella di simbolico . C evidente che nel primo caso “ simbolico ” significa artistico , e “ realistico ” antiartistico ; laddove , nel secondo caso , “ realistico ” è sinonimo di artistico e “ simbolico ” di antiartistico . Quale meraviglia se alcuni sostengano poi calorosamente che la vera forma artistica è la simbolica , e che la realistica è antiartistica ; e altri che artistica è la realistica , e antiartistica la simbolica ? e come non dare ragione e agli uni e agli altri , una volta che ciascuno adopera quelle parole in significati tanto diversi ? Le grandi dispute intorno al classicismo e al romanticismo si aggiravano di frequente sopra equivoci di questo genere . Il primo veniva inteso talora come l ' artisticamente perfetto , il secondo come il disarmonico e imperfetto ; ma , altra volta , “ classico ” valeva freddo e artificioso , e “ romantico ” , schietto , caloroso , efficace , veramente espressivo . Così si poteva sempre con ragione parteggiare per il classico contro il romantico o per il romantico contro il classico . Accade il medesimo per la parola stile . Talora si asserisce che ogni scrittore deve avere stile ; e , in questo caso , stile è sinonimo di forma o espressione . Tal ' altra si qualifica priva di stile la forma di un codice di leggi o di un libro di matematica ; e qui si ricade nell ' errore di porre due modi diversi di espressioni , e un ' espressione ornata e un ' altra nuda , perché , se stile è forma , si deve ammettere , parlando con rigore , che codice e trattato di matematica abbiano anch ' essi il loro stile . Altra volta ancora si ode dai critici biasimare chi “ mette troppo stile ” , chi “ fa dello stile ” ; e qui è chiaro che stile significa , non la forma né un modo di questa , ma l ' espressione impropria e pretensiosa , una specie di antiartistico . 2 ) Il secondo uso non del tutto vuoto di queste distinzioni e vocaboli s ' incontra allorché , per esempio , nell ' esame di una composizione letteraria , si ode notare : In questo punto è un pleonasmo , in quest ' altro un ' ellissi , in quest ' altro una metafora , in quest ' altro ancora un sinonimo o un equivoco . E s ' intende dire : Qui è un errore consistente nell ' aver messo un numero di parole maggiore del necessario ( pleonasmo ) ; qui invece , l ' errore nasce dall ' averne messe troppo poche ( ellissi ) ; qui , da una parola impropria ( metafora ) ; qui , da due parole , che sembrano dire cose diverse , laddove dicono lo stesso ( sinonimo ) ; qui , per contrario , da un ' unica parola che sembra dire lo stesso , laddove dice due cose diverse ( equivoco ) . Per altro , siffatto uso peggiorativo e patologico dei vocaboli della rettorica è più raro del precedente . 3 ) Finalmente , quando la terminologia rettorica non ha nessun significato estetico , simile o analogo a quelli passati in rassegna , e pur si avverte che non è vuota e che accenna a qualcosa che merita di essere tenuto in conto , vuol dire che è adoperata a servigio della logica e della scienza . Posto che un concetto nell ' uso scientifico di uno scrittore sia designato con un determinato vocabolo , è naturale che altri vocaboli che quello scrittore trova adoperati , o incidentalmente adopera egli stesso per significare il medesimo concetto , diventino , rispetto al vocabolo da lui fissato come esatto , metafora , sineddoche , sinonimo , forma ellittica e simili . Anche noi , nel corso di questa trattazione , ci siamo valsi più volte ( e intendiamo valerci ancora ) di cotesto modo di dire per chiarire il senso delle parole che veniamo adoperando o che troviamo adoperate . Ma questo procedimento , che ritiene il suo valore nelle disquisizioni critiche della scienza e della filosofia , non ne possiede alcuno nella critica letteraria e d ' arte . Per la scienza , vi sono parole proprie e metafore : uno stesso concetto si può formare psicologicamente tra varie circostanze e perciò esprimere con varia intuizione ; e nel costituirsi della terminologia scientifica di uno scrittore , fissato uno di questi modi come il retto , gli altri appaiono tutti impropri o tropici . Ma nel fatto estetico non si hanno se non parole proprie ; e una stessa intuizione non si può esprimere se non in un sol modo , appunto perché è intuizione e non concetto . Alcuni , concedendo l ' insussistenza estetica delle categorie rettoriche , soggiungono una riserva circa l ' utilità di esse e i servigi che renderebbero , specie nelle scuole di letteratura . Confessiamo di non intendere come l ' errore e la confusione possano educare la mente alla distinzione logica o servire all ' apprendimento di quei principi di scienza che da essi vengono turbati e oscurati . Ma forse si vorrà dire che quelle distinzioni , in quanto classi empiriche , possono agevolare l ' apprendimento e giovare alla memoria , in modo conforme a quanto si è ammesso di sopra circa i generi letterari e artistici : su di che , nessuna obiezione . Per un altro fine le categorie rettoriche debbono , di certo , seguitare a comparire nelle scuole : per esservi criticate . Non è lecito dimenticare senz ' altro gli errori del passato ; né le verità si riesce a tenere in vita in altro modo che col farle battagliare contro gli errori . Se non si dà notizia delle categorie rettoriche accompagnandola con la critica relativa , c ’ è rischio che rinascano ; e si può dire che già vadano rinascendo presso alcuni filologi come freschissime scoperte psicologiche . Parrebbe che , a questo modo , si volesse negare ogni legame di somiglianza delle espressioni o delle opere d ' arte tra loro . Le somiglianze esistono , e in forza di esse le opere d ' arte possono essere disposte in questo o quel gruppo . Ma sono somiglianze quali si avvertono tra gl ' individui , e che non è dato mai fissare con determinazioni concettuali : somiglianze , cioè , alle quali mal si applicano l ' identificazione , la subordinazione , la coordinazione e le altre relazioni dei concetti , e che consistono semplicemente in ciò che si chiama aria di famiglia , derivante dalle condizioni storiche tra cui nascono le varie opere , o dalle parentele d ' anima degli artisti . E in siffatte somiglianze si fonda la possibilità relativa delle traduzioni ; non in quanto riproduzioni ( che sarebbe vano tentare ) delle medesime espressioni originali , ma in quanto produzioni di espressioni somiglianti e più o meno prossime a quelle . La traduzione , che si dice buona , è un ' approssimazione , che ha valore originale d ' opera d ' arte e può stare da sé . X . I SENTIMENTI ESTETICI E LA DISTINZIONE DEL BELLO E DEL BRUTTO . Passando a studiare concetti più complessi , nei quali l ' attività estetica deve essere considerata nella sua congiunzione con altri ordini di attività , e a indicare il modo dell ' unione o complicazione , ci viene innanzi , in primo luogo , il concetto di sentimento , e di quei sentimenti che si dicono estetici . La parola “ sentimento ” è una delle più riccamente polisense della terminologia filosofica ; e già abbiamo avuto occasione d ' incontrarla una volta tra quelle che si adoperano a designare lo spirito nella sua passività , la materia o contenuto dell ' arte , e perciò quale sinonimo d ' impressioni ; e un ' altra volta ( e il significato era allora affatto diverso ) , a designare il carattere alogico e astorico del fatto estetico , cioè l ' intuizione pura , forma di verità che non definisce nessun concetto né afferma nessuna realtà . Ma qui essa non ci riguarda in nessuno di cotesti due significati , né negli altri che pure le sono stati conferiti per designare altre forme conoscitive dello spirito , si bene in quello soltanto onde il sentimento è inteso come una speciale attività , di natura non conoscitiva , avente i suoi poli , positivo e negativo , nel piacere e nel dolore . Attività , cotesta , che ha messo sempre in grandi impacci i filosofi i quali si sono provati perciò o a negarla in quanto attività o ad attribuirla alla natura , escludendola dallo spirito . Ma entrambe queste soluzioni sono irte di difficoltà , e tali che a chi le esamini con cura si dimostrano alla fine inaccettabili . Perché che cosa potrebbe mai essere un ' attività non spirituale , un ' attività della natura , quando noi non abbiamo altra conoscenza dell ' attività se non come spiritualità , e della spiritualità se non come attività , e natura è in questo caso , per definizione , il meramente passivo , inerte , meccanico , materiale ? D ' altra parte , la negazione del carattere di attività al sentimento viene energicamente smentita proprio da quei poli del piacere e del dolore , che appaiono in esso e mostrano l ' attività nella sua concretezza e , diremmo , nel suo fremito . Questa conclusione critica dovrebbe mettere nel maggiore imbarazzo proprio noi , che , nello schizzo dato di sopra del sistema dello spirito , non avremmo lasciato alcun posto per la nuova attività , di cui saremmo ora costretti a riconoscere l ' esistenza . Senonché l ' attività del sentimento , se è attività , non è per altro nuova ; e già ha avuto il posto che le toccava nel sistema da noi abbozzato , sebbene con altro nome , è cioè come attività economica . L ' attività , che si dice del sentimento , non è altra che quella più elementare e fondamentale attività pratica , che abbiamo distinta dalla forma etica e fatta consistere nell ' appetizione e volizione di un fine qualsiasi individuale , scevra di ogni determinazione morale . Se il sentimento è stato alle volte considerato come attività organica o naturale , ciò è accaduto appunto perché esso non coincide né con l ' attività logica né con quella estetica né con quella etica ; e , guardato dal punto di vista di quelle tre ( che erano le sole che si ammettessero ) , appariva fuori dello spirito vero e proprio , dello spirito nella sua aristocrazia , e quasi determinazione della natura o della psiche in quanto natura . E risulta anche da ciò la verità di un ' altra tesi , più volte sostenuta , che l ' attività estetica , al pari di quelle etica e intellettuale , non sia sentimento : tesi inoppugnabile , posto che il sentimento sia stato già , implicitamente e inconsapevolmente , inteso come volizione economica . La concezione , che in questo caso vien rifiutata , è nota col nome di edonismo , consistente nel ridurre tutte le varie forme dello spirito a una sola , che perde così anche il suo proprio carattere distintivo e diventa alcunché di torbido , misterioso , somigliante veramente alle “ tenebre in cui tutte le vacche sono nere ” . Compiuta questa riduzione e mutilazione , gli edonisti , com ’ è naturale , non riescono a vedere altro , in qualsiasi attività , se non piacere e dolore ; e tra il piacere dell ' arte e quello della facile digestione , tra il piacere di una buona azione e quello del respirare l ' aria fresca a pieni polmoni , non trovano nessuna differenza sostanziale . Ma se l ' attività del sentimento , nel significato ora definito , non deve essere sostituita a tutte le altre forme dell ' attività spirituale , non è detto che non possa accompagnarle . Le accompagna , anzi , di necessità , perché esse sono tutte in relazione stretta e tra loro e con l ' elementare forma volitiva ; onde ciascuna di esse ha concomitanti le volizioni individuali e i piaceri e dolori volitivi , che si dicono del sentimento . Soltanto non bisogna confondere ciò che è concomitante e ciò che è principale o dominante , e disconoscere questo per quello . La scoperta di una verità o l ' adempimento di un dovere morale produce in noi una gioia , che fa vibrare tutto il nostro essere , il quale , col raggiungere il risultato di quelle forme d ' attività spirituale , raggiunge insieme ciò a cui praticamente in quel moto tendeva come a suo fine . Tuttavia , la soddisfazione economica o edonistica , la soddisfazione etica , la soddisfazione estetica , la soddisfazione intellettuale restano sempre , pur in quella loro unione , tra loro distinte . Per tal modo si chiarisce nel tempo stesso la questione più volte proposta ( e che è sembrata non a torto di vita o di morte per la scienza estetica ) : se il sentimento e il piacere preceda o segua , sia causa o effetto del fatto estetico . Questione che bisogna ampliare in quella del rapporto tra le varie forme spirituali , e risolvere nel senso che non possa parlarsi di causa cd effetto , e di un prima e un poi cronologici , nell ' unità dello spirito . E cadono , stabilita l ' esposta relazione , le indagini che si sogliono istituire sul carattere dei sentimenti estetici , morali , intellettuali , o anche ( come si è detto talvolta ) economici . In quest ' ultimo caso , è chiaro che si tratta addirittura non di due termini ma di uno ; e la ricerca sul sentimento economico non può essere se non quella stessa riguardante l ' attività economica . Ma anche negli altri casi la ricerca non può volgere mai sul sostantivo , sì bene sull ' aggettivo : l ' esteticità , la moralità , la logicità spiegheranno il vario colorarsi dei sentimenti in estetici , morali e intellettuali , laddove il sentimento per sé considerato non spiegherà mai quelle rifrazioni e colorazioni . Un ' ulteriore conseguenza è , che non fa più d ' uopo serbare le ben note distinzioni tra sentimenti di valore e sentimenti meramente edonistici e privi di valore , tra sentimenti disinteressati e interessati , oggettivi e non oggettivi o soggettivi , di approvazione e di mero diletto ( Gefallen e Vergnügen dei tedeschi ) . Quelle distinzioni s ' industriavano a salvare le tre forme spirituali che venivano riconosciute come la triade del Vero , Buono e Bello , contro la confusione con la quarta forma , ancora disconosciuta , e perciò insidiosa nella sua indeterminatezza e madre di scandali . Per noi , esse hanno esaurito ormai il loro compito , perché siamo in grado di raggiungere ben più direttamente la distinzione , con l ' accogliere , cioè , anche i sentimenti interessati , soggettivi , di mero diletto , tra le rispettabili forme dello spirito ; e dove prima si concepiva ( e noi stessi un tempo concepivamo ) antinomia tra valore e sentimento come tra spiritualità e naturalità , non vediamo ormai altro che differenze tra valore e valore . Come si è già detto , il sentimento o attività economica si presenta diviso in due poli , positivo e negativo , piacere e dolore , che possiamo ora tradurre in utile e disutile ( o nocivo ) . Bipartizione già accennata di sopra a prova del carattere attivistico del sentimento e che si ritrova infatti in tutte le forme dell ' attività . Se ognuna di queste è valore , ognuna ha , di fronte a sé , l ' antivalore o disvalore . E perché si abbia disvalore non basta che vi sia semplice assenza di valore , ma occorre che attività e passività siano in lotta tra loro senza che l ' una vinca l ' altra ; donde la contradizione e il disvalore dell ' attività impacciata , contrastata , interrotta . Il valore è l ' attività che si spiega liberamente : il disvalore è il suo contrario . Senza entrare qui nel problema del rapporto tra valore e disvalore , ossia nel problema dei contrari ( se , cioè , siano da pensare dualisticamente come due entità o due ordini di entità nemiche , come Ormuzd e Arimane , gli angeli e i diavoli , ovvero come un ' unità , che è insieme contrarietà ) , ci contenteremo di questa definizione dei due termini , come bastevole al nostro scopo presente , che è di venire chiarendo l ' attività estetica , e , in questo punto particolare , uno dei concetti più oscuri e dibattuti dell ’ Estetica : il concetto del Bello . I valori e disvalori estetici , intellettuali , economici ed etici , hanno varie denominazioni nel linguaggio comune , bello , vero , buono , utile , conveniente , giusto , esatto , e così via , che designano il libero spiegarsi dell ' attività spirituale , l ' azione , la ricerca scientifica , la produzione artistica ben riuscite ; e brutto , falso , cattivo , inutile , sconveniente , ingiusto , inesatto , designanti l ' attività impacciata , il prodotto mal riuscito . Nell ' uso linguistico , queste denominazioni si trasportano continuamente da un ordine di fatti all ' altro . Bello , per esempio , si trova detto non solo di una espressione riuscita , ma anche di una verità scientifica e di un ' azione utilmente compiuta e di un ' azione morale ; onde si parla poi di un bello intellettuale , di un bello d ' azione , di un bello morale . A correre dietro a questi usi svariatissimi si entra in un labirinto verbalistico , impervio e inestricabile , nel quale non pochi filosofi ed estetici si sono cacciati e smarriti . Epperò ci è parso conveniente di scansare finora studiosamente l ' uso della parola “ bello ” a designare l ' espressione nel suo valore positivo . Ma , dopo tutte le spiegazioni che abbiamo fornite , essendo ormai dissipato ogni pericolo di fraintendimenti , e non potendosi , d ' altro canto , sconoscere che la tendenza prevalente così nel linguaggio comune come in quello filosofico è di restringere il significato del vocabolo “ bello ” per l ' appunto al valore estetico , ci sembra lecito e opportuno definire la bellezza espressione riuscita , o meglio , espressione senz ' altro , perché l ' espressione , quando non è riuscita , non è espressione . Conseguentemente , il brutto è l ' espressione sbagliata . E per le opere d ' arte non riuscite vale il paradosso : che il bello ci presenta unicità di bellezza e il brutto molteplicità . Onde , di solito , innanzi alle opere estetiche più o meno sbagliate si ode discorrere di pregi , ossia delle loro parti belle , come non accade invece innanzi a quelle perfette . In queste , infatti , riesce impossibile enumerare i pregi o designare le parti belle , perché , essendo fusione completa , hanno un unico pregio : la vita circola in tutto l ' organismo e non è ritirata in alcuna delle singole parti . I pregi delle opere sbagliate possono essere di vario grado , anche grandissimi . E laddove il bello non presenta gradi non essendo concepibile un più bello , cioè un espressivo più espressivo , un adeguato più adeguato , li presenta invece il brutto , e tali che vanno dal lievemente brutto ( o quasi bello ) al grandemente brutto . Ma se il brutto fosse completo , vale a dire privo di qualsiasi elemento di bellezza , esso , per ciò stesso , cesserebbe di essere brutto , perché verrebbe , in quel caso , a mancare la contradizione in cui è la sua ragion d ' essere . Il disvalore diventerebbe il non - valore , l ' attività cederebbe il luogo alla passività , con la quale essa non è in guerra se non quando questa sia effettivamente guerreggiata . E poiché la coscienza distintiva del bello e del brutto si fonda sui contrasti e sulle contradizioni in cui si avvolge l ' attività estetica , è evidente che questa coscienza si attenua fino a dileguarsi del tutto via via che si discenda dai casi più complessi ai più semplici e ai semplicissimi di espressione . Da ciò l ' illusione che si diano espressioni né belle né brutte , considerandosi come tali quelle che si ottengono senza sensibile sforzo e si presentano come naturali . A queste ormai facilissime definizioni si riduce tutto il mistero del bello e del brutto . Che se qualcuno obietti che esistono espressioni estetiche perfette , innanzi alle quali non si prova piacere , e altre , fors ' anche sbagliate , che ci procurano piacere vivissimo , bisogna raccomandargli di far bene attenzione , nel fatto estetico , a quello solo ch ’ è veramente piacere estetico . Questo viene talvolta rafforzato , o piuttosto complicato , da piaceri provenienti da fatti estranei , i quali solo casualmente vi si trovano congiunti . Un esempio di piacere puramente estetico offre il poeta o qualsiasi altro artista nel momento in cui vede ( intuisce ) per la prima volta la sua opera ; quando , cioè , le sue impressioni pigliano corpo e il volto gli s ' irraggia della divina gioia del creatore . Un piacere misto prova invece chi si è recato a teatro , dopo una giornata di lavoro , per assistere a una commedia ; quando , cioè , il piacere del riposo , dello svago , o quello del ridere sconficcando un chiodo dalla bara preparata , si accompagna agli istanti di vero piacere estetico per l ' arte del commediografo e degli attori . Lo stesso si dica dell ' artista , il quale , finito il suo lavoro , lo contempli con compiacenza , provando , oltre il diletto estetico , quello ben diverso che sorge dal pensiero dell ' amor proprio soddisfatto , o magari del lucro economico che dalla sua opera sia per venirgli . E gli esempi si potrebbero moltiplicare . Nell ' estetica moderna è stata foggiata una categoria di sentimenti estetici apparenti , derivanti non dalla forma ossia dalle opere d ' arte in quanto tali , ma dal contenuto delle opere d ' arte . Le rappresentazioni artistiche ( si è osservato ) destano piacere e dolore nelle loro infinite gradazioni e varietà : si palpita , si gioisce , si teme , si piange , si ride , si vuole coi personaggi di un dramma o di un romanzo , con le figure di un quadro e con le melodie di una musica . Cotesti sentimenti , per altro , non sono quelli che desterebbe il fatto reale fuori dell ' arte , o meglio , identici nella qualità , quantitativamente sono una attenuazione dei reali : il piacere e il dolore estetici e apparenti si manifestano leggieri , poco profondi , mobili . Di questi sentimenti apparenti non è il caso di discorrere qui di proposito , per la buona ragione che ne abbiamo già ampiamente discorso , e anzi non abbiamo finora discorso d ' altro che di essi . Sentimenti che diventano apparenti o parventi , che cos ' altro sono mai se non sentimenti oggettivati , intuiti , espressi ? Ed è naturale che non ci diano travaglio e agitazione passionale come quelli della vita reale , perché quelli erano materia e questi sono forma e attività , quelli veri e propri sentimenti , questi intuizioni ed espressioni . La formola dei sentimenti apparenti non è altro , dunque , per noi , che una tautologia , sulla quale potremmo dare senza scrupolo un frego di penna . XI . CRITICA DELL ' EDONISMO ESTETICO . Come siamo avversari dell ' edonismo in genere , ossia della teoria la quale , fondandosi sul piacere e dolore che è intrinseco all ' attività utilitaria o economica e perciò inseparabile da ogni altra forma di attività , confonde contenente e contenuto e non riconosce altro processo che quello edonistico ; così ci opponiamo all ' edonismo particolare estetico , il quale considera , se non tutte le altre attività , almeno quella estetica come semplice vicenda di sentimento e confonde il piacevole dell ' espressione , ch ’ è il bello , col piacevole senz ' altro , col piacevole d ' ogni altra sorta . La concezione edonistica dell ' arte si presenta in parecchie forme , delle quali una delle più antiche considera il bello come il piacevole della vista e dell ' udito , ossia dei cosiddetti sensi superiori . All ’ inizio dell ' analisi dei fatti estetici era , in verità , difficile sfuggire alla fallace credenza elle un quadro o una musica siano impressioni della vista o dell ' udito , e interpretare rettamente l ' ovvia osservazione che il cieco non gode la pittura e il sordo non gode la musica . Mostrare , come abbiamo mostrato , che il produrre estetico non dipende dalla natura delle impressioni , ma che tutte le impressioni dei sensi possono essere elevate a espressione e nessuna vi ha singolare diritto per la sua qualità o per la classe a cui appartiene , è una concezione che si presenta solo dopo che sono state tentate tutte le altre costruzioni dottrinali possibili in questa materia . Chi immagina che il fatto estetico sia qualcosa di piacevole per gli occhi o per l ' udito , non ha poi nessuna linea di difesa contro colui che , logicamente proseguendo , identifica il bello col piacevole in genere , e include nell ’ Estetica la culinaria , o ( come qualche positivista ha fatto ) il “ bello viscerale ” . Un ' altra forma dell ' edonismo estetico è la teoria del gioco . Il concetto del gioco ha aiutato talvolta a riconoscere il carattere attivistico del fatto espressivo : l ' uomo ( è stato detto ) non è veramente uomo se non quando comincia a giocare ( cioè quando si sottrae alla causalità naturale e meccanica , producendo spiritualmente ) ; e il primo suo gioco è l ' arte . Ma poiché la parola “ gioco ” significa anche quel piacere che nasce dalla provocata scarica dell ' energia esuberante dell ' organismo ( ossia da un bisogno pratico ) , la conseguenza di questa teoria è stata , che si è denominato fatto estetico qualunque gioco , o si è denominato gioco l ' arte in quanto può entrare a parte di un gioco , come accade di altre cose , e perfino della scienza . Sola la moralità non può essere dominata mai ( per la contradizione che nol consente ) dall ' intenzione di giocare ; e domina invece e regola essa l ' atto medesimo del gioco . Vi è stato perfino chi ha tentato di dedurre il piacere dell ' arte dalla risonanza di quello degli organi sessuali . Ed estetici modernissimi pongono volentieri la genesi de ] . fatto estetico nell ' attrattiva del vincere e del trionfare , o , come altri aggiunge , nel bisogno del maschio che intende a conquistare la femmina . Teoria che si condisce con molta erudizione di aneddoti , Dio sa quanto sicuri ! , sui costumi dei popoli selvaggi ; ma che in verità non avrebbe bisogno di tanto sussidio , giacché di poeti che si adornino delle proprie poesie come galli che ergano la cresta o tacchini che facciano la rota , se ne incontra ben di frequente nella vita ordinaria . Solamente , chi fa di queste cose , e in quanto le fa , non è poeta , sì bene un povero diavolo , anzi un povero diavolo di gallo o di tacchino ; e la brama della vittoria e la trionfale conquista della femmina non hanno che vedere col fatto dell ' arte . Tanto varrebbe considerare la poesia come nient ' altro che un prodotto economico , perché vi sono stati un tempo poeti aulici e stipendiati , e ve ne sono tuttavia che aiutano , se non proprio campano la vita , con la vendita dei loro versi . La quale deduzione e definizione non ha mancato di trarre qualche troppo zelante neofito del materialismo storico . Un ' altra scuola , meno grossolana , considera l ’ Estetica come la scienza del simpatico , di ciò con cui noi simpatizziamo , che ci attira , ci letifica , ci desta piacere e ammirazione . Ma il simpatico è nient ' altro che l ' immagine o rappresentazione di ciò che piace . E , come tale , è fatto complesso , risultante da un elemento costante , che è quello estetico della rappresentazione , e da uno variabile ch ’ è il piacevole nelle sue infinite apparizioni , nascente da tutte le varie classi di valori . Nel linguaggio volgare si prova talora come una ripugnanza a chiamare “ bella ” l ' espressione , che non sia espressione del simpatico . Di qui i continui contrasti tra il discorrere dell ' estetico o del critico d ' arte e quello della persona volgare , la quale non riesce a persuadersi che l ’ immagine del dolore e della turpitudine possa essere bella , o , almeno , che sia bella con lo stesso diritto di quella del piacevole e del buono . Il contrasto si potrebbe risolvere distinguendo due scienze diverse , una dell ' espressione e l ' altra del simpatico , se quest ' ultimo potesse formare oggetto d ' una scienza speciale ; se cioè non fosse , come si è mostrato , un concetto complesso , quando addirittura non sia equivoco . Se in esso si dà prevalenza al fatto espressivo , si entra nella Estetica come scienza dell ' espressione ; se al contenuto piacevole , si ricade nello studio di fatti essenzialmente edonistici ( utilitari ) , per complicati che possano presentarsi . Nell ’ Estetica del simpatico è da cercare anche l ' origine precipua della dottrina che concepisce il rapporto tra contenuto e forma come la somma di due valori . L ' arte , in tutte le dottrine or ora accennate , è considerata colpe cosa meramente edonistica . Ma l ' edonismo estetico non può rimanere saldo se non a condizione che si congiunga con un edonismo filosofico generale , il quale non riconosca alcun ' altra forma di valore . Non appena quel concetto edonistico dell ' arte viene accolto da filosofi che ammettono uno o più valori spirituali , di verità o di moralità , non può non sorgere la questione : Che cosa deve farsi dell ' arte ? a qual uso valersene ? è da lasciare libero corso ai diletti che essa procura ? o bisogna restringerli ? e in quali confini ? La questione del fine dell ' arte , che nell ' Estetica dell ' espressione è inconcepibile , nell ’ Estetica del simpatico trova il suo indubbio significato e domanda una soluzione . Tale soluzione , com ’ è chiaro , non può avere se non due forme : una di carattere negativo , l ' altra di carattere restrittivo . La prima , che diremo rigoristica o ascetica , e che appare parecchie volte , sebbene non di frequente , nella storia delle idee , stima l ' arte un ' ebrezza dei sensi , epperò non solo inutile ma nociva : bisogna , dunque , secondo quella teoria , liberarne con ogni sforzo e industria l ' animo umano , che essa perturba . L ' altra soluzione , che chiameremo pedagogica o utilitario - moralistica , ammette l ' arte , ma solo in quanto concorre al fine della moralità ; in quanto aiuta con un piacere innocente l ' opera di chi indirizza al vero e al buono ; in quanto sparge di soave liquore gli orli del vaso del sapere e del dovere . È bene osservare che sarebbe erroneo distinguere questa seconda concezione in intellettualistica e utilitario - moralistica , secondo che all ' arte s ' assegni il fine di condurre al vero o al bene pratico . Il compito , che le viene imposto , dell ' istruire , appunto perché è un fine che si cerca e raccomanda , è , non più mero fatto teoretico , ma fatto teoretico diventato già materia d ' azione pratica ; non intellettualismo , dunque , ma sempre pedagogismo e praticismo . Né più esatto sarebbe sottodistinguere la concezione pedagogica dell ' arte in utilitaria pura e in utilitario - moralistica , giacché coloro che ammettono solo l ' utile individuale ( il libito dell ' individuo ) , appunto perché edonisti assoluti , non hanno alcun motivo a cercare un ' ulteriore giustificazione dell ' arte . Ma enunciare queste teorie , nel punto al quale siamo giunti , vale confutarle . Piuttosto giova avvertire che nella teoria pedagogica dell ' arte si ritrova un ' altra ancora delle cause , per le quali è stata erroneamente posta l ' esigenza che il contenuto dell ' arte debba essere ( in vista di determinati effetti pratici ) scelto . Contro l ’ Estetica edonistica e contro quella pedagogica , si è spesso levata la tesi , riecheggiata volentieri dagli artisti , che l ' arte consista nella bellezza pura : “ Nella pura bellezza il ciel ripose Ogni nostra letizia , e il Verso è tutto ” ( D ' Annunzio ) . Se si vuol intendere con ciò che l ' arte non è da scambiare con la mera dilettazione sensuale ( col praticismo utilitario ) o con l ' esercizio della moralità , si conceda , in questo caso , anche alla nostra di fregiarsi del titolo di Estetica della bellezza pura . Ma se per quest ' ultima s ' intende invece ( come spesso si è fatto ) qualcosa di mistico e di trascendente , ignoto al nostro povero mondo umano ; o qualcosa che sia spirituale e beatificante , ma non già espressivo ; dobbiamo rispondere che , plaudendo al concetto di una bellezza , pura di tutto ciò che non sia la forma spirituale dell ' espressione , non sapremmo concepire una bellezza superiore a questa e , meno ancora , tale che sia depurata perfino della espressione , ossia scevra di sé medesima . XII . L ' ESTETICA DEL SIMPATICO E I CONCETTI PSEUDOESTETICI . La dottrina del simpatico ( animata e secondata dalla capricciosa Estetica metafisica e mistica , e da quel cieco tradizionalismo onde si suppone un legame logico tra cose che per caso si trovino trattate insieme dagli stessi autori e negli stessi libri ) , ha introdotti e resi domestici nei sistemi di Estetica una serie di concetti , dei quali basta dare un rapido cenno per giustificare il risoluto discacciamento che ne facciamo dal nostro . Il catalogo di essi è lungo , anzi interminabile : tragico , comico , sublime , patetico , commovente , triste , ridicolo , malinconico , tragicomico , umoristico , maestoso , dignitoso , serio , grave , imponente , nobile , decoroso , grazioso , attraente , stuzzicante , civettuolo , idillico , elegiaco , allegro , violento , ingenuo , crudele , turpe , orrido , disgustoso , spaventoso , nauseante ; e chi più ne ha , più ne metta . Poiché quella dottrina assumeva a oggetto suo proprio il simpatico , era naturale che non potesse trascurare nessuna delle varietà del simpatico , nessuno dei miscugli e delle gradazioni per le quali da esso nella sua più alta e intensa manifestazione si giunge via via fino al suo contrario , all ' antipatico e ripugnante . E poiché il contenuto simpatico era considerato come il bello e l ' antipatico come il brutto , le varietà ( tragico , comico , sublime , patetico , ecc . ) formavano per quella concezione dell ’ Estetica le gradazioni e le sfumature intercedenti tra il bello e il brutto . Enumerate e definite alla meglio le principali di coteste varietà , l ’ Estetica del simpatico si proponeva il problema circa il posto da concedere al brutto nell ' arte : problema privo di significato per noi che non conosciamo altro brutto che l ' antiestetico o l ’ inespressivo , il quale non può essere mai parte del fatto estetico , essendone invece il contrario e l ' antitesi . Ma , nella dottrina che qui esaminiamo , la posizione e discussione di quel problema importava né più né meno che la necessità di conciliare in qualche modo la falsa e monca idea dell ' arte da cui si prendevano le mosse dell ' arte ristretta alla rappresentazione del piacevole con l ' arte effettiva , che spazia in campi ben più larghi . Da ciò l ' artifizioso tentativo di stabilire quali casi di brutto ( antipatico ) possano ammettersi nella rappresentazione artistica , e per quali ragioni e in quali modi . La risposta suonava : che il brutto è ammessibile solo quando è superabile , dovendo un brutto insuperabile , come il disgustoso o nauseante , essere escluso senz ' altro ; e che il brutto , ammesso nell ' arte , ha per ufficio di contribuire a rafforzare l ' effetto del bello ( simpatico ) , producendo una serie di contrasti da cui il piacevole esca più efficace e letificante . È , infatti , comune osservazione che il piacere si sente con tanto maggiore vivezza quanto più è preceduto da astinenza e tormento . Il brutto nell ' arte veniva a questo modo considerato come addetto ai servigi del bello , stimolante e condimento del piacere estetico . Col cadere dell ’ Estetica del simpatico cade anche cotesta artificiosa dottrina di raffinamento edonistico , che è nota con la formola pomposa di dottrina del superamento del brutto ; e in pari tempo l ' enumerazione e la definizione dei concetti accennati di sopra si dimostrano estranee all ’ Estetica . La quale non conosce né il simpatico né l ' antipatico né le loro varietà , ma solamente la spirituale attività della rappresentazione . Senonché il grande posto che , come abbiamo detto , quei concetti hanno occupato finora nelle trattazioni estetiche , rende opportuno qualche maggiore chiarimento intorno all ' indole loro . Quale sarà la loro sorte ? Esclusi dall ’ Estetica , in quale altra parte della filosofia verranno accolti ? In verità , in nessuna parte , perché quei concetti sono privi di valore filosofico . Essi non sono altro che una serie di classi , da potersi plasmare nel modo più vario e moltiplicare a libito , nelle quali si cerca di ripartire le infinite complicazioni e sfumature dei valori e disvalori della vita . Di coceste classi alcune hanno significato prevalentemente positivo , come il bello , il sublime , il maestoso , il solenne , il serio , il grave , il nobile , l ' elevato ; altre , significato prevalentemente negativo , come il brutto , il doloroso , l ' orrido , lo spaventoso , il tremendo , il mostruoso , l ' insulso , lo stravagante ; in altre , infine , prevale l ' aspetto del miscuglio , come è il caso del comico , del tenero , del malinconico , dell ' umoristico , del tragicomico . Complicazioni infinite , perché infinite sono le individuazioni ; onde non è possibile costruirne i concetti se non nel modo approssimativo che è proprio delle scienze naturali , paghe di schematizzare alla meglio quel reale che né si esaurisce per enumerazione né ad esse è dato comprendere e superare speculativamente . E poiché la disciplina naturalistica che assume di costruire tipi e schemi sulla vita spirituale dell ' uomo , è la Psicologia ( della quale , infatti , si va sempre meglio accentuando ai giorni nostri il carattere meramente empirico e descrittivo ) , quei concetti non sono di pertinenza né dell ’ Estetica né in genere della filosofia , ma debbono essere rimandati , per l ' appunto , alla Psicologia . Come di tutte le altre costruzioni psicologiche , così di quei concetti non sono possibili , dunque , definizioni rigorose ; e non è lecito , per conseguenza , dedurli l ' uno dall ' altro e connetterli in sistema , come pur tante volte è stato tentato con grande spreco di tempo e senza risultati utili . E nemmeno si può pretendere di ottenere , in cambio di quelle filosofiche riconosciute impossibili , definizioni empiriche che siano universalmente adoprabili come calzanti e vere . Le definizioni empiriche non sono mai uniche ma sempre innumerevoli , variando secondo i casi e gl ' intenti pei quali si foggiano : che se una sola ce ne fosse e questa avesse valore di verità , la definizione , com ’ è chiaro , non sarebbe empirica , ma rigorosa e filosofica . Ed effettivamente ogniqualvolta è stato adoperato alcuno dei termini che abbiamo ricordati ( o che della medesima serie si potrebbero ricordare ) se n ’ è data insieme , espressa o sottintesa , una nuova definizione . Ciascuna di quelle definizioni differiva dall ' altra per un qualcosa , per un particolare , sia pure minimo , e pei tacito riferimento a uno o altro fatto individuale al quale si guardava di preferenza , elevandolo a tipo generale . Perciò accade che nessuna di esse contenti mai chi l ' ascolta , e neppure colui stesso che la foggia ; il quale , subito dopo , messo a fronte di un nuovo caso , la riconosce più o meno insufficiente e disadatta , e da ritoccare . Bisogna , dunque , lasciare liberi i parlanti e gli scriventi di definire volta per volta il sublime o il comico , il . tragico o l ' umoristico , secondo loro piaccia e sembri comodo per il fine che si propongono . E se s ' insiste per ottenere una definizione empirica di validità universale , non e ’ è da somministrare se non questa : - Sublime ( o comico , tragico , umoristico , ecc . ) è tutto ciò che è stato , o sarà , chiamato così da coloro che hanno adoperato , o adopereranno , queste parole . Che cosa è il sublime ? L ' affermarsi improvviso di una forza morale ultrapossente : eccone una definizione . Ma altrettanto buona è l ' altra , la quale riconosce il sublime anche dove la forza che si afferma è una volontà ultrapossente bensì , ma immorale e distruttiva . E l ' una e l ' altra rimarranno poi nel vago e non acquisteranno determinatezza nessuna se non saranno riferite a un caso concreto , a un esempio , che faccia intendere che cosa si chiami qui “ ultrapossente ” , e che cosa “ improvviso ” : concetti quantitativi , anzi falsamente quantitativi , pei quali manca ogni misura , e che sono , in fondo , metafore , frasi enfatiche o logiche tautologie . E l ' umoristico sarà il riso tra le lagrime , il riso amaro , lo sbalzo brusco dal comico al tragico e dal tragico al comico , il comico romantico , il sublime a rovescio , la guerra indetta a ogni tentativo d ' insincerità , la compassione che si vergogna di piangere , il ridere non del fatto ma dell ' ideale stesso , o come altro piaccia meglio , secondo che con queste formole si tenti di cogliere la fisionomia di questo o quel poeta , di questa o quella poesia , che è , nella sua singolarità , la definizione di sé medesima , la sola adeguata , benché circoscritta e momentanea . Il comico è stato definito come il dispiacere destato dalla percezione di una stortura e seguito subito da un maggior piacere derivante dal rilasciarsi delle nostre forze psichiche , che erano tese nell ' aspettazione di qualcosa che si prevedeva importante . Nell ' ascoltare un racconto , per esempio , che ci descriva il proposito magnifico ed eroico di una determinata persona , noi anticipiamo con la fantasia l ' avvento di un ' azione magnifica ed eroica e ci prepariamo ad accoglierla , tendendo le nostre forze psichiche . Senonché , d ' un tratto , in cambio dell ' azione magnifica ed eroica elle le premesse e il tono del racconto ci preannunziavano , con una voltata improvvisa , sopravviene un ' azione piccola , meschina , stolta , impari all ' attesa . Ci siamo ingannati , e il riconoscimento dell ' inganno porta seco un attimo di dispiacere . Ma quest ' attimo è come soverchiato da quello che immediatamente segue , in cui possiamo fare getto dell ' attenzione preparata , liberarci della provvista di forza psichica accumulata e ormai superflua , sentirci leggieri e sani : che è il piacere del comico , col suo equivalente fisiologico , il riso . Se il fatto spiacevole sopraggiunto ci ferisse vivamente nei nostri interessi , il piacere non sorgerebbe , il riso sarebbe subito soffocato , la forza psichica sarebbe tesa e sovrattesa da altre percezioni più gravi . Se invece tali percezioni più gravi non sopravvengono , se tutto il danno consiste in un piccolo inganno della nostra preveggenza , a questo ben lieve dispiacere fa ampio compenso il succeduto sentimento della nostra ricchezza psichica . Questa , compendiata in poche parole , è una delle più accurate definizioni moderne del comico , che vanta di raccogliere in sé , giustificati o corretti e inveterati , i molteplici tentativi succeduti in proposito dall ' antichità ellenica in poi : da quello di Platone nel Filebo , e dall ' altro più esplicito di Aristotele , considerante il comico come un brutto senza dolore , via via alla teoria dell ’ Hobbes , che lo riponeva nel sentimento della superiorità individuale , o a quella kantiana del rilasciarsi di una tensione , o alle altre proposte da altri , del contrasto tra grande e piccolo , infinito e finito , e via dicendo . Ma , se ben si osservi , la recata analisi e definizione , tanto elaborata e rigorosa in apparenza , enuncia caratteri che sono propri non solo del comico , ma di ogni processo spirituale ; com ’ è il seguirsi di momenti dolorosi e momenti piacevoli e la soddisfazione nascente dalla coscienza della forza e del suo libero spiegarsi . Il differenziamento è dato qui da determinazioni quantitative , di cui non si potrebbero assegnare i limiti , e che restano perciò vaghe parole , attingenti qualche significato dal riferimento a questo o quel fatto comico singolo e dalle disposizioni d ' animo di chi le pronuncia . Se quella definizione viene presa troppo sul serio , anche di essa accade ciò che Giampaolo Richter ebbe a dire in genere di tutte le definizioni del comico : che il loro solo merito è di riuscire esse stesse comiche e di produrre nella realtà il fatto che indarno tentano di fissare logicamente , dando così a conoscerlo in qualche modo con la presenza stessa . E chi determinerà mai logicamente la linea divisoria tra il comico e il non comico , tra il riso e il sorriso , tra il sorriso e la gravità , e taglierà con tagli netti quel sempre vario continuo in cui si spazia la vita ? I fatti , classificati alla meglio negli indicati concetti psicologici , non hanno con l ' arte altra relazione fuori di quella , generica , che tutti essi , in quanto compongono la materia della vita , possono fornire materia di rappresentazione artistica ; e l ' altra , accidentale , che nei processi descritti entrano talvolta anche fatti estetici , come è il caso dell ' impressione di sublime che può suscitare l ' opera di un artista titano , di un Dante o di uno Shakespeare , e di quella comica del conato di un imbrattatele o di un imbrattacarte . Ma anche in questo caso il processo è estrinseco al fatto estetico , al quale non si lega effettivamente se noni il sentimento del valore e disvalore estetico , del bello e del brutto . Il Farinata dantesco esteticamente è bello e nient ' altro che bello : che poi la forza di volontà di quel personaggio appaia sublime , o che sublime appaia per la somma genialità sua l ' espressione che gli dà Dante in comparazione di quella di altro meno energico poeta , sono cose che escono fuori affatto dalla considerazione estetica . La quale ultima ( ripetiamo ancora qui ) guarda soltanto all ' adeguatezza dell ' espressione , ossia alla bellezza . XIII . IL “ BELLO FISICO ” DI NATURA E DI ARTE . L ' attività estetica , distinta dalla pratica , è nel suo esplicarsi accompagnata sempre dall ' altra ; donde il suo lato utilitario o edonistico e il . piacere e dolore , che sono come la risonanza pratica del valore e disvalore estetici , del bello e del brutto . Ma questo lato pratico dell ' attività estetica ha a sua volta un accompagnamento fisico , o psicofisico , che consiste in suoni , toni , movimenti , combinazioni di linee e colori , e via discorrendo . Lo ha realmente , o pare che lo abbia per effetto della costruzione che ne facciamo nella scienza fisica , e dei procedimenti comodi e arbitrari , che già più volte abbiamo messi in rilievo come propri delle scienze empiriche e astratte ? La nostra risposta non può esser dubbia , e cioè deve affermare la seconda delle due ipotesi . Tuttavia , gioverà a questo punto lasciarla come in sospeso , non essendo per ora necessario spingere più oltre tale indagine . Basti la sola avvertenza a impedire , intanto , che il nostro parlare , per ragione di semplicità e di adesione al linguaggio comune , dell ' elemento fisico come di alcunché di oggettivo e di esistente , induca ad affrettare conclusioni circa i concetti e la relazione di spirito e natura . Importa , invece , notare che , come l ' esistenza del lato edonistico in ogni attività spirituale ha dato luogo alla confusione tra l ' attività estetica e l ' utile o il piacevole , così l ' esistenza o meglio la possibilità della costruzione di questo lato fisico , ha ingenerato la confusione tra l ' espressione estetica e l ' espressione in senso naturalistico ; tra un fatto spirituale , cioè , e uno meccanico e passivo ( per non dire tra una realtà concreta e un ' astrazione o finzione ) . Nel linguaggio comune si chiamano espressioni tanto le parole del poeta , le note del musicista , le figure del pittore , quanto il rossore che suole accompagnare il sentimento di vergogna , il pallore che è prodotto spesso dalla paura , il digrignare dei denti proprio della collera violenta , il brillare degli occhi e certi movimenti dei muscoli della bocca che manifestano l ' allegrezza . E si dice ancora che un certo grado di calore è espressione della febbre , che la depressione del barometro è espressione della pioggia ; e , magari , che l ' altezza del cambio esprime il discredito della carta - moneta di uno Stato , o il malcontento sociale l ' avvicinarsi di una rivoluzione . Quali risultati scientifici si possono mai raggiungere lasciandosi traviare dall ' uso linguistico e mettendo tutte in un sol fascio cose cotanto disparate , si può bene immaginare . Ma , in verità , tra un uomo in preda all ' ira con tutte le manifestazioni naturali di questa , e un altro uomo che la esprima esteticamente ; tra l ' aspetto , i gridi e i contorcimenti di chi è straziato dal dolore per la perdita di una persona cara , e le parole o il canto con cui lo stesso individuo ritrae , in un altro momento , il suo strazio ; tra la smorfia della commozione e il gesto dell ' attore ; è un abisso . Non appartiene all ’ Estetica il libro del Darwin sull ' espressione dei sentimenti nell ' uomo e negli animali , perché non v ' ha nulla di comune tra la scienza dell ' espressione spirituale e una Semiotica , medica , metereologica , politica , fisiognomica o chiromantica che sia . All ' espressione in senso naturalistico manca , semplicemente , l ' espressione in senso spirituale , ossia il carattere stesso dell ' attività e della spiritualità , e quindi la bipartizione nei poli del bello e del brutto . Essa non è altro che un rapporto , fissato dall ' intelletto astratto , di causa ed effetto . Il processo completo della produzione estetica può essere simboleggiato in quattro stadi , che sono : a , impressioni ; b , espressione o sintesi spirituale estetica ; c , accompagnamento edonistico o piacere del bello ( piacere estetico ) ; d , traduzione del fatto estetico in fenomeni fisici ( suoni , toni , movimenti , combinazioni di linee e colori , ecc . ) . Ognun vede che il punto essenziale , il solo che sia propriamente estetico e davvero reale , è quel b , che manca alla mera manifestazione o costruzione naturalistica , detta anch ' essa , per metafora , espressione . Percorsi quei quattro stadi , il processo espressivo è esaurito ; salvo a ricominciare con nuove impressioni , nuova sintesi estetica , e accompagnamenti relativi . Le espressioni o rappresentazioni si seguono l ' una l ' altra , l ' una scaccia l ' altra . Certamente , quel passare , quell ' esser discacciato , non è un perire , non è un ' eliminazione totale : niente di ciò che nasce muore , di quella morte completa che sarebbe identica al non esser mai nato : se tutto trapassa , nulla può morire . Anche le rappresentazioni che sono state dimenticate persistono in qualche modo nel nostro spirito ; senza di che non si spiegherebbero le abitudini e le capacità acquisite . Anzi , in questo apparente dimenticare è la forza della vita : si dimentica ciò che è stato risoluto e che la vita ha almeno provvisoriamente superato . Ma altre rappresentazioni sono ancora elementi efficaci nei processi attuali del nostro spirito ; e a noi preme non dimenticarle o essere in grado di richiamarle secondo che il bisogno richieda . E la volontà è costantemente vigile in quest ' opera di conservazione , che mira a conservare ( si può dire ) la maggiore e fondamentale di tutte le nostre ricchezze . Senonché , la sua vigilanza non è sempre sufficiente : la memoria , come si dice , ci abbandona o più o meno c ' inganna . E appunto perciò lo spirito umano escogita espedienti , che soccorrano alla debolezza della memoria e siano i suoi aiuti . In qual modo sia dato ottenere codesti aiuti , s ' intravvede dal già detto . Le espressioni o rappresentazioni sono , insieme , fatti pratici , i quali si chiamano anche “ fisici ” , in quanto la fisica ha per compito di classificarli e ridurli a tipi . Ora è chiaro che , se si riesce a rendere in qualche modo permanenti quei fatti pratici o fisici , sarà sempre possibile ( restando pari tutte le altre condizioni ) , col percepirli , riprodurre in sé la già prodotta espressione o intuizione . E se si chiama oggetto o stimolo fisico quello in cui gli atti pratici concomitanti , o ( per parlare in termini fisici ) i movimenti , sono stati isolati e resi in qualche modo permanenti ; designando poi quell ' oggetto o stimolo con la lettera e , il processo della riproduzione sarà rappresentato dalla serie seguente : e , stimolo fisico ; d - b , percezione di fatti fisici ( suoni , toni , mimica , combinazione di linee e colori , ecc . ) , che è insieme la sintesi estetica , già prodotta ; c , accompagnamento edonistico , che anche si riproduce . E che cosa altro sono se non stimoli fisici della riproduzione ( lo stadio e ) quelle combinazioni di parole che si dicono poesie , prose , poemi , novelle , romanzi , tragedie o commedie , e quelle di toni che si dicono opere , sinfonie , sonate , e quelle combinazioni di linee e colori che si dicono quadri , statue , architetture ? L ' energia spirituale della memoria , col sussidio di quei provvidi fatti fisici , rende possibile la conservazione e la riproduzione delle intuizioni che l ' uomo viene producendo . S ' infiacchisca l ' organismo fisiologico e , con esso , la memoria ; si distruggano i monumenti dell ' arte ; ed ecco tutta la ricchezza estetica , frutto delle fatiche di molte generazioni , assottigliarsi e dileguare rapidamente . I monumenti dell ' arte , gli stimoli della riproduzione estetica , si chiamano cose belle o bello fisico . Unioni di parole , che offrono un paradosso verbale , perché il bello non è fatto fisico , e non appartiene alle cose , ma all ' attività dell ' uomo , all ' energia spirituale . Ma è chiaro ormai attraverso quali passaggi e quali associazioni le cose e i fatti fisici , meri aiuti alla riproduzione del bello , finiscano con l ' esser denominati , ellitticamente , cose belle e bello fisico . E di questa ellissi , ora che l ' abbiamo sciolta e schiarita , ci varremo anche noi senza scrupoli . L ' intervento del “ bello fisico ” serve a spiegare un altro significato delle parole “ contenuto ” e “ forma ” nell ' uso degli estetici . Alcuni , infatti , chiamano “ contenuto ” l ' espressione o fatto interno . ( che per noi già è forma ) , e “ forma ” , invece , il marmo , i colori , le voci , i suoni ( per noi , non più forma ) , e considerano in questo modo il fatto fisico come la forma , che può aggiungersi o no al contenuto . E serve anche a spiegare un altro aspetto di quel che si dice “ brutto ” estetico . Chi non ha nulla di proprio da esprimere può tentare di coprire il vuoto interno col profluvio delle parole , col verso sonante , con la polifonia assordante , col dipingere che abbarbaglia lo sguardo , o col mettere insieme grandi macchine architettoniche , che colpiscano e stordiscano , benché , in fondo , non significhino nulla . Il brutto è , dunque , l ' arbitrario , il ciarlatanesco ; e , in realtà senza l ' intervento dell ' arbitrio pratico nel processo teoretico potrebbe aversi assenza del bello , ma non mai presenza di qualcosa di effettivo che meriti l ' aggettivo “ brutto ” . Il bello fisico si suoi distinguere in bello naturale e bello artificiale : con che giungiamo innanzi a uno dei fatti che hanno dato maggiore travaglio ai pensatori , al bello di natura . Queste parole spesso designano semplicemente fatti di piacevole pratico . Chi chiama bella una campagna , in cui l ' occhio si riposa sul verde e il corpo si muove alacre e dove il tepido raggio del sole avvolge e carezza le membra , non accenna a nulla di estetico . Ma è pure indubitabile che , altre volte , l ' aggettivo “ bello ” , applicato a oggetti e scene esistenti in natura , ha significato prettamente estetico . È stato osservato che , per aver godimento estetico dagli oggetti naturali , conviene astrarre dalla loro estrinseca e storica realtà , e separare dall ' esistenza la semplice apparenza o parvenza ; che guardando noi un paesaggio col passar la testa fra le gambe , in modo da toglierci dalla relazione consueta con esso , il paesaggio ci appare come uno spettacolo fantastico ; che la natura è bella solo per chi la contempli con occhio d ' artista ; che zoologi e botanici non conoscono animali e fiori belli ; che il bello naturale si scopre ( ed esempi di scoperte sono i “ punti di vista ” , additati da artisti e da uomini dì fantasia e di gusto , e a cui si recano poi in pellegrinaggio viaggiatori ed escursionisti più o meno esteti , onde ha luogo in tali casi come una suggestione collettiva ) ; che , senza il concorso della fantasia , nessuna parte della natura è bella , e che , per tale concorso , secondo le varie disposizioni d ' animo , uno stesso oggetto o fatto naturale è ora espressivo ora insignificante , ora di una determinata espressione ora di un ' altra , lieto o triste , sublime o ridicolo , dolce o beffardo ; che , infine , non esiste alcuna bellezza naturale alla quale un artista non farebbe qualche correzione . Tutte osservazioni giustissime , e che confermano pienamente che il bello naturale è semplice stimolo della riproduzione estetica , il quale presuppone l ' avvenuta produzione . Senza le precedenti intuizioni estetiche della fantasia , la natura non può risvegliarne alcuna . L ' uomo innanzi alla bellezza naturale è proprio il mitico Narciso al fonte . E il bello di natura è “ raro , scarso e fuggitivo ” , diceva il Leopardi ; imperfetto , equivoco , variabile . Ciascuno riferisce il fatto naturale all ' espressione che gli sta in mente . Un artista è come rapito innanzi a un ridente paesaggio , e un altro innanzi a una bottega di cenciaiuolo ; uno innanzi a un volto grazioso di giovinetta , e un altro innanzi al lurido ceffo di un vecchio mascalzone . Il primo dirà , forse , che la bottega del cenciaiuolo e il ceffo del mascalzone sono disgustosi ; il secondo , che la campagna ridente e il volto della giovinetta sono insipidi . E potranno litigare all ' infinito ; e non si metteranno d ' accordo se non quando siano forniti di quella dose di conoscenze estetiche , la quale li abiliti a riconoscere che hanno entrambi ragione . Il bello artificiale , foggiato dall ' uomo , è aiuto ben più duttile ed efficace . Accanto a queste due classi , si parla anche , talvolta , nei trattati , di un bello misto . Misto di che ? appunto di naturale e artificiale . Chi estrinseca e fissa , opera con dati naturali , ch ' egli non crea , ma combina e trasforma . In questo senso , ogni prodotto artificiale è misto di natura e di artificio ; e non ci sarebbe luogo a parlare del bello misto come di una speciale categoria . Ma accade che in alcuni casi si possano adoperare , in assai maggiore quantità che non in altri , combinazioni già date in natura ; come allorché si forma un bel giardino , e si riesce a includere in quella formazione gruppi di alberi o laghetti , che già si trovino sul posto . Altre volte , l ' estrinsecazione è limitata dall ' impossibilità di produrre artificialmente alcuni effetti . Infatti , possiamo mescolare le materie coloranti , ma non foggiare una voce potente o un viso e una persona che siano acconci al tale o tal altro personaggio di un dramma ; e dobbiamo , perciò , ricercarli tra le cose naturalmente esistenti , e adoperarli quando li troviamo . Allorché , dunque , si adoperano in gran numero combinazioni già esistenti in natura , e tali che , se non esistessero , non sapremmo produrre artificialmente , si dice che il fatto risultante è un bello misto . Dal bello artificiale bisogna distinguere quegl ' istrumenti di riproduzione chiamati scritture , quali gli alfabeti , le note musicali , i geroglifici , e tutti gli pseudolinguaggi , da quello dei fiori e delle bandiere fino al linguaggio ( molto in voga nella società galante del settecento ) dei nèi . Le scritture sono , non già fatti fisici , che direttamente destino impressioni rispondenti alle espressioni estetiche , ma semplici indicazioni di ciò che si deve fare per produrre quei fatti fisici . Una serie di segni grafici serve a ricordarci i movimenti che dobbiamo far eseguire al nostro apparato vocale , per emettere certi determinati suoni . Che poi l ' esercizio ci permetta di sentire le parole senza aprir bocca e ( cosa molto più difficile ) di sentire i toni scorrendo con l ' occhio sul . pentagramma ; tutto ciò non muta nulla all ' indole delle scritture , che sono cosa assai diversa dal bello fisico diretto . Il libro che contiene la Divina Commedia , o la partitura che contiene il Don Giovanni , nessuno li dice belli al modo che per più immediata metafora si chiama il pezzo di marmo contenente il Mosè di Michelangelo e il pezzo di legno colorato contenente la Trasfigurazione . Gli uni e gli altri sono atti a riprodurre le impressioni del bello ; ma i primi per un giro ben più lungo , e molto indiretto . Un ' altra partizione , che si trova ancora nei trattati , è quella del bello in libero e non libero . Per bellezze non libere si sono intesi quegli oggetti , che debbono servire a un doppio scopo , extraestetico ed estetico ( stimolante di intuizioni ) ; e , sembrando che il primo scopo ponga limiti e impacci al secondo , l ' oggetto bello risultante è stato considerato come bellezza “ non libera ” . Come esempi si adducono specialmente le opere architettoniche ; anzi appunto per ciò l ' architettura è stata da molti esclusa dal novero delle cosiddette arti belle . Un tempio deve essere anzitutto un edificio a uso di culto ; una casa deve possedere tutte le stanze che occorrono pel comodo della vita , e disposte al fine di quel comodo ; una fortezza dev ' essere una costruzione resistente agli attacchi di dati eserciti e alle offese di dati strumenti bellici . L ' architetto ( si conclude ) si aggira in un campo ristretto : può abbellire in qualche modo il tempio , la casa , la fortezza ; ma è legato dalla destinazione di quegli edifizi , e non può della sua visione di bellezza manifestare se non quella parte che non danneggi gli scopi extraestetici , ma fondamentali , di essi . Altri esempi si tolgono da quella che si chiama l ' arte applicata all ' industria . Si possono fare piatti , bicchieri , coltelli , fucili , pettini belli , ma la bellezza ( si dice ) non deve spingersi tant ' oltre , che nel piatto non si possa mangiare , nel bicchiere non si possa bere , col coltello non si possa tagliare , né col fucile sparare , né col pettine ravviarsi i capelli . Lo stesso si dica dell ' arte tipografica : un libro deve essere bello , ma non fino al punto che sia impossibile o difficile leggerlo . A tutto ciò è da osservare , in primo luogo , che il fine estrinseco , appunto perché tale , non è di necessità limite e impaccio all ' altro fine di stimolo della riproduzione estetica . È , dunque , affatto erronea la tesi che l ' architettura , per esempio , sia di sua natura arte non libera e imperfetta , dovendo ubbidire anche ad altri e pratici intenti : tesi , del resto , che le belle opere architettoniche hanno cura di smentire con la semplice loro presenza . In secondo luogo , non solo i due fini non stanno di necessità in contradizione , ma , si deve aggiungere , l ' artista ha sempre modo d ' impedire che la contradizione si formi . E come ? Facendo entrare come materia nella sua intuizione ed estrinsecazione estetica la destinazione per l ' appunto dell ' oggetto che serve a uno scopo pratico . Egli non avrà bisogno di aggiungere nulla all ' oggetto per renderlo strumento d ' intuizioni estetiche : sarà tale , se perfettamente adatto al suo scopo pratico . Case rustiche e palagi , chiese e caserme , spade e aratri , sono belli , non in quanto abbelliti e adorni , ma in quanto esprimenti il loro fine . Una veste non è bella se non perché è proprio quella che conviene a una data persona in date condizioni . Non era bello il brando cinto al guerriero Rinaldo dall ' amorosa Armida : “ guernito sì che inutile ornamento Sembra , non militar fero istrumento ” . O , anzi , era bello , se si vuole , ma agli occhi e alla fantasia della maga , la quale vagheggiava a quel modo infemminito il suo amante . L ' attività estetica può andare sempre d ' accordo con quella pratica , perché l ' espressione è verità . Che poi la contemplazione estetica impacci talora l ' uso pratico , non può negarsi ; giacché è un fatto di comune esperienza che certi oggetti nuovi sembrano tanto adatti al loro scopo , e perciò tanto belli , che si prova talvolta come uno scrupolo a maltrattarli , passando dalla contemplazione all ' uso , ch ’ è consumo . Per questo motivo re Federico Guglielmo di Prussia provava ripugnanza a mandare al fango e al fuoco i suoi magnifici granatieri , così adatti alla guerra , e che resero tanto buon servigio al meno esteta suo figliuolo , il gran Federico . Ci si perdoni se siamo entrati in ispiegazioni circa queste cose ovvie e queste inezie ; ma sono inezie che troviamo assai dilatate nei libri degli estetici , e cose ovvie che presso di essi si sono molto imbrogliate . Alla teoria da noi proposta del bello fisico come semplice aiuto per la riproduzione del bello interno , ossia delle espressioni , potrebbe obiettarsi : che l ' artista crea le sue espressioni dipingendo o scolpendo , scrivendo o componendo ; e che perciò il bello fisico , anziché seguire , precede talvolta il bello estetico . Sarebbe questo un modo assai superficiale d ' intendere il procedere dell ' artista , il quale , in realtà , non dà mai pennellata senza prima averla vista con la fantasia ; e , se non l ' ha vista ancora , la darà non per estrinsecare la sua espressione ( che in quel momento non esiste ) , ma quasi a prova e per avere un semplice punto di appoggio all ' ulteriore meditazione e concentrazione interna . Il punto fisico di appoggio non è il bello fisico , strumento di riproduzione , ma un mezzo che si potrebbe dire pedagogico , pari al ritrarsi in solitudine o ai tanti altri espedienti , spesso assai bizzarri , che adoperano artisti e scienziati e che variano secondo le varie idiosincrasie . Il vecchio estetico Baumgarten consigliava ai poeti , come mezzi per promuovere l ' ispirazione , di andare a cavallo , bere moderatamente vino , e , se per altro ( ammoniva ) fossero casti , guardare belle donne . XIV . ERRORI NASCENTI DALLA CONFUSIONE TRA FISICA ED ESTETICA . Dal non aver inteso il rapporto puramente estrinseco che corre tra la visione artistica e il fatto fisico , ossia l ' istrumento che serve di aiuto a riprodurla , è nata una serie di fallaci dottrine , che importa menzionare , accennandone la critica , la quale discende da ciò che si è già detto . In tale mancata intelligenza trova sostegno quella forma di associazionismo , che identifica l ' atto estetico con l ' associazione di due immagini . Per quale via si è potuto venire a siffatto errore , contro cui si ribella la nostra coscienza estetica , ch ’ è coscienza di unità perfetta e non mai di dualità ? Appunto perché si sono considerati separatamente il fatto fisico e quello estetico , quasi due immagini distinte , che entrino nello spirito l ' una tirata dall ' altra , l ' una prima e l ' altra dopo . Un quadro si è scisso nell ' immagine del quadro e nell ' immagine del significato del quadro ; una poesia , nell ' immagine delle parole e in quella del significato delle parole . Ma questo dualismo d ' immagini è inesistente : il fatto fisico non entra nello spirito come immagine , ma fa riprodurre l ' immagine ( l ' unica immagine , ch ' è il fatto estetico ) , in quanto stimola ciecamente l ' organismo psichico e produce l ' impressione rispondente alla già prodotta espressione estetica . Sono altamente istruttivi gli sforzi degli associazionisti ( gli odierni spadroneggiatori nel campo dell ’ Estetica ) per uscire d ' imbarazzo e riafferrare in qualche modo l ' unità , che l ' introdotto principio associazionistico ha distrutto . Alcuni sostengono che l ' immagine richiamata sia inconscia : altri , lasciando stare l ’ inconscio , pretendono invece che sia vaga , vaporosa , confusa , e riducono così la forza del fatto estetico alla debolezza della memoria cattiva . Ma il dilemma è inesorabile : o conservare l ' associazione , abbandonando l ' unità ; o conservare l ' unità , abbandonando l ' associazione . Una terza via di uscita non esiste . Dal non aver bene analizzato il cosiddetto bello naturale e riconosciutolo semplice incidente della riproduzione estetica , e dall ' averlo , invece , considerato come qualcosa di dato in natura , è provenuta tutta quella parte che nelle trattazioni di Estetica prende il titolo di Bello nella natura o di Fisica estetica , suddivisa , magari , in Mineralogia , Botanica e Zoologia estetiche . Non vogliamo negare che siffatte trattazioni contengano spesso osservazioni giuste e fini , e siano qualche volta esse stesse lavori d ' arte , in quanto rappresentano bellamente le fantasie e fantasticherie , ossia le impressioni dei loro autori . Ma dobbiamo affermare che è scientificamente fallace proporsi le domande se il cane sia bello e se l ' ornitorinco sia brutto , se il giglio sia bello e il carciofo sia brutto . Anzi , qui , l ' errore è doppio . La Fisica estetica , per un lato , ricade nell ' equivoco della teoria dei generi artistici e letterari , di voler determinare esteticamente le astrazioni del nostro intelletto ; e dall ' altro , sconosce , come dicevamo , la vera formazione del cosiddetto bello naturale : formazione per la quale resta esclusa persino la domanda , se un dato animale individuo , un dato fiore , un dato uomo sia bello o brutto . Ciò che non è prodotto dallo spirito estetico o non ci riconduce a questo , non è né bello né brutto . Il processo estetico sorge dalle connessioni ideali in cui gli oggetti naturali vengono collocati . Il doppio errore può essere esemplificato dalla questione , sulla quale si sono scritti interi volumi , della Bellezza del corpo umano . Qui fa d ' uopo , anzitutto , spingere i discettatori dell ' argomento dall ' astratto verso il concreto , domandando : Che cosa s ' intende per corpo umano , quello del maschio , quello della femmina o quello dell ' androgine ? Poniamo che si risponda con lo scindere la ricerca nelle due distinte , circa la bellezza virile e circa la muliebre ( è vero che vi sono scrittori che discutono sul serio se sia più bello l ' uomo o la donna ) ; e continuiamo : Bellezza maschile o bellezza femminile ; ma di quale razza d ' uomini ? la bianca , la gialla , la negra , e quante altre sono e comunque si ripartiscano le razze ? Poniamo che si circoscriva alla bianca , e incalziamo : Di quale sottospecie della razza bianca ? E allorché li avremo ristretti via via a un cantuccio del mondo bianco , come a dire alla bellezza italiana , anzi toscana , anzi senese , anzi di Porta Camollia , seguiteremo : Sta bene ; ma del corpo umano in quale età ? e in quale condizione e atteggiamento ? del neonato , del bambino , del fanciullo , dell ' adolescente , dell ' uomo a mezzo del cammino , e via enumerando , e dell ' uomo che sta in calma o dell ' uomo che lavora o di quello ch ’ è occupato come la vacca di Paolo Potter o il Ganimede di Rembrandt ? Giunti così , mediante riduzioni successive , all ' individuo omnimode determinatum , o , meglio , al “ questo qui ” , che s ' indica col dito , sarà facile mostrare l ' altro errore , ricordando quello che abbiamo detto del fatto naturale , il quale , secondo il punto di vista , secondo ciò che s ' agita nella psiche dell ' artista , è ora bello ora brutto . Se perfino il Golfo di Napoli ha i suoi detrattori , e artisti che lo dichiarano inespressivo , preferendogli i “ tetri abeti ” , le “ nebbie e i perpetui aquiloni ” dei mari settentrionali ; figurarsi se è possibile che codesta relatività non abbia luogo pel corpo umano , fonte delle più svariate suggestioni . Connessa con la Fisica estetica è la questione della bellezza delle figure geometriche . Ma se per figure geometriche s ' intendono i concetti della geometria ( il concetto del triangolo , del quadrato , del cono ) , questi non sono né belli né brutti , appunto perché concetti . Se , invece , per tali figure s ' intendono corpi che hanno determinate forme geometriche , esse saranno belle o brutte , come ogni fatto naturale , secondo le connessioni ideali in cui vengono poste . Si è detto da taluni che sono belle quelle figure geometriche le quali tendono all ' alto , dandoci l ' immagine della fermezza e della forza . E che ciò possa accadere , non si nega . Ma non si deve negare neppure , che anche quelle le quali ci danno l ' impressione del malfermo e dello schiacciato , possono avere il loro bello , quando stanno per l ' appunto a rappresentare il malfermo e lo schiacciato ; e che , in questi ultimi casi , la fermezza della linea retta e la leggerezza del cono o del triangolo equilatero sembreranno , invece , elementi di bruttezza . Certo , siffatte questioni sul bello di natura e sulla bellezza della geometria , come le altre analoghe sul bello storico e sul bello umano , appaiono meno assurde nella Estetica del simpatico , la quale , con le parole “ bellezza estetica ” intende , in fondo , la rappresentazione del piacevole . Ma non è meno erronea , anche nell ' àmbito di quella dottrina e poste quelle premesse , la pretensione di determinare scientificamente quali siano i contenuti simpatici e quali quelli irrimediabilmente antipatici . Per tale questione non si può se non ripetere , con lunghissima infinita coda , il “ Sunt quos ” della prima ode del primo libro di Orazio , e l ' “ Havvi chi ” dell ' epistola leopardiana a Carlo Pepoli . A ciascuno il suo bello ( = simpatico ) , come a ciascuno la sua bella . La Filografia non è scienza . Nel produrre l ’ istrumento artificiale , o bello fisico , l ' artista ha talora innanzi fatti naturalmente esistenti , che sono , come si chiamano , i suoi modelli : corpi , stoffe , fiori , e così via . Si percorrano gli schizzi , gli studi e gli appunti degli artisti : Leonardo , quando lavorava al Cenacolo , annotava nel suo taccuino : “ Giovannina , viso fantastico , sta a S . Caterina , all ' Ospedale ; Cristofano di Castiglione sta alla pietà , ha bona testa ; Cristo , Giovan Conte , quello del Cardinale del Mortaro ” . E così via . Sorge da ciò l ' illusione che l ' artista imiti la natura ; laddove sarebbe forse più esatto dire , che la natura imiti l ' artista e gli sia obbediente . In questa illusione ha trovato talvolta terreno e alimento la teoria dell ' arte imitatrice della natura ; e anche la variante di essa , meglio sostenibile , che fa dell ' arte l ’ idealizzatrice della natura . Questa ultima teoria presenta il processo disordinatamente , anzi all ’ inverso dell ' ordine reale ; perché l ' artista non muove dalla realtà estrinseca per modificarla avvicinandola all ' ideale , ma dall ' impressione della natura esterna va alla espressione , e cioè al suo ideale , e da questa passa al fatto naturale , che riduce strumento di riproduzione del fatto ideale . Anche conseguenza di uno scambio tra atto estetico e fatto fisico è la dottrina delle forme elementari del bello . Se l ' espressione , se il bello è indivisibile , il fatto fisico , invece , nel quale esso si estrinseca , può ben essere diviso e suddiviso : per esempio , una superficie dipinta in linee e colori , gruppi e curve di linee , specie di colori , e via dicendo ; una poesia , in strofe , versi , piedi , sillabe ; una prosa , in capitoli , paragrafi , capiversi , periodi , frasi , parole , e così via . Le parti , che si ottengono a questo modo , non sono atti estetici , ma fatti fisici più . piccoli , arbitrariamente tagliati . Procedendo per questa via , e persistendo nella confusione , si finirebbe col concludere che le vere forme elementari del bello sono gli atomi . Contro gli atomi si potrebbe far valere la legge estetica , più volte promulgata , che il bello deve avere grandezza : una certa grandezza , che non sia né l ' impercettibilità del troppo piccolo né l ’ inafferrabilità del troppo grande . Ma una grandezza che si determini , non secondo misure , ma secondo la percettibilità , accenna a ben altro che non a un concetto matematico . E , infatti , ciò che si dice impercettibile e inafferrabile non produce impressione , perché non è fatto reale , ma concetto : il requisito della grandezza del bello si riduce in tal modo a quello della presenza effettiva del fatto fisico , che serve alla riproduzione del bello . Continuando nella ricerca delle leggi fisiche o delle condizioni obiettive del bello , è stato domandato a quali fatti fisici risponde il bello , a quali il brutto , ossia a quali unioni di toni , di colori , di grandezze , matematicamente determinabili . Il che sarebbe come se , in Economia politica , si ricercassero le leggi degli scambi nella natura fisica degli oggetti che si scambiano . Della vanità del tentativo avrebbe dovuto dare presto qualche sospetto la sua costante infecondità . Ai nostri tempi in ispecie , si è molte volte asserita la necessità di una Estetica induttiva , di un ' Estetica dal basso , che proceda come scienza naturale e non affretti le sue conclusioni . Induttiva ? Ma l ’ Estetica è stata sempre induttiva e deduttiva insieme , come ogni scienza filosofica ; l ' induzione e la deduzione non possono separarsi , né , separate , valgono a qualificare una scienza vera e propria . Senonché la parola « induzione » non era pronunziata a caso : si voleva con essa significare che il fatto estetico non è altro , in fondo , che un fatto fisico , da studiare applicandogli i concetti e i metodi propri delle scienze fisiche e naturali . Con tale presupposto e con tale fiducia l ’ Estetica induttiva o Estetica dal basso ( quanta superbia in questa modestia ! ) si è messa all ' opera . E ha coscienziosamente cominciato dal fare raccolta di oggetti belli , per esempio , di una grande quantità di buste per lettere di varia forma e dimensione ; ed è venuta investigando quali di queste diano l ’ impressione del bello e quali del brutto . Com ' era da aspettare , gli estetici induttivi si sono trovati subito nell ' imbarazzo : lo stesso oggetto , che sembrava brutto per un verso , sembrava poi bello per un altro . Una busta gialla , grossolana , bruttissima per chi debba chiudervi una letterina d ' amore , è poi sommamente adatta a contenere una citazione in carta bollata per mano d ' usciere ; la quale starebbe molto male ( o per lo meno , parrebbe una ironia ) in una busta quadrata di carta inglese . Queste considerazioni di semplice buon senso sarebbero dovute bastare a persuadere gli estetici dell ' induzione , che il bello non ha esistenza fisica ; e a far loro smettere la vana e ridicola ricerca . Ma no : essi sono ricorsi a un espediente , che non sappiamo quanto appartenga alla severità delle scienze naturali . Hanno mandato in giro le loro buste e aperto un referendum , cercando di stabilire in che consista il bello e il brutto , a voti di maggioranza . Non ci dilungheremo ancora in quest ' argomento , perché ci parrebbe di mutarci , da espositori della scienza estetica e dei suoi problemi , in narratori di aneddoti comici . In linea di fatto sta , che tutta l ’ Estetica induttiva , non ha finora scoperto una legge sola . Chi dispera dei medici , è disposto ad abbandonarsi ai ciarlatani . E così è accaduto ai credenti nelle leggi naturalistiche del bello . Gli artisti adoperano talvolta canoni empirici , come quello delle proporzioni del corpo umano o quello della sezione aurea , cioè di una linea divisa in due parti in modo che la minore stia alla maggiore come la maggiore alla linea intera ( bc : ac = ac : ab ) . Questi canoni diventano facilmente le loro superstizioni , attribuendo essi all ' osservanza di regole siffatte la buona riuscita delle opere loro . Così Michelangelo lasciava in eredità al discepolo Marco del Pino da Siena il precetto : “ ch ' egli dovesse sempre fare una figura piramidale , serpentinata , moltiplicata per una , due e tre ” ; precetto che non aiutò , per altro , Marco da Siena a uscire da quella mediocrità , che noi possiamo osservare ancora nelle tante pitture di lui esistenti qui in Napoli . E dal detto di Michelangelo altri trasse appicco a teorizzare la linea ondulante e la serpeggiante , come le vere linee della bellezza . Su queste leggi della bellezza , sulla sezione aurea e sulla linea ondulante e serpeggiante , si sono composti interi volumi , che bisogna considerare , a nostro parere , quasi l ' astrologia della Estetica . XV . L ' ATTIVITÀ DELL ' ESTRINSECAZIONE . LA TECNICA E LA TEORIA DELLE ARTI . Il fatto della produzione del bello fisico importa , come si è già avvertito , la vigile volontà che si sforza a non lasciare andar perdute certe visioni , intuizioni o rappresentazioni . Volontà che può svolgersi rapidissimamente e come istintivamente , e può anche aver bisogno di lunghe e laboriose deliberazioni . A ogni modo , solo così , cioè per effetto della produzione che ha luogo di aiuti alla memoria ossia di oggetti fisici , l ' attività pratica entra in relazione con quella estetica , non più come semplice concomitante di essa , ma come momento da essa realmente distinto . Noi non possiamo volere o non volere la nostra visione estetica : possiamo , bensì , volerla o no estrinsecare , o , meglio , serbare e comunicare o no agli altri l ' estrinsecazione prodotta . Questo fatto volontario dell ' estrinsecazione è preceduto da un complesso di svariate conoscenze , le quali , come tutte le conoscenze allorché precedono un ' attività pratica , sappiamo che prendono il nome di tecniche . E allo stesso modo metaforico ed ellittico onde si parla di un bello fisico , si discorre di una tecnica artistica , cioè ( per denominarla più precisamente ) di conoscenze a servigio dell ' attività pratica rivolta a produrre stimoli di riproduzione estetica . In luogo di una dicitura così lunga ci varremo anche qui della terminologia comune , sul significato della quale oramai siamo intesi . La possibilità di queste conoscenze tecniche in servigio della riproduzione artistica è ciò che ha traviato le menti a immaginare una tecnica estetica dell ' espressione interna , vale a dire una dottrina dei mezzi dell ' espressione interna , cosa affatto inconcepibile . E di questa inconcepibilità ben sappiamo la ragione : l ' espressione , considerata in sé stessa , è attività teoretica elementare ; e , in quanto tale , precede la pratica e le conoscenze intellettive che rischiarano la pratica , ed è indipendente così dall ' una come dalle altre . Concorre per sua parte a determinare la pratica , ma non ne viene determinata . L ' espressione non ha mezzi , perché non ha fine ; intuisce qualcosa , ma non vuole , e perciò non si può analizzare nei componenti astratti della volizione , il mezzo e il fine . E se si dice talora che uno scrittore ha inventato una nuova tecnica del romanzo o del dramma , o un pittore una nuova tecnica del distribuire la luce , la parola è usata a casaccio , perché la pretesa nuova tecnica è proprio quel nuovo romanzo , quel nuovo quadro , e nient ' altro . La distribuzione della luce appartiene alla visione stessa del quadro ; così come la tecnica di un drammaturgo è la stessa concezione drammatica di lui . Altre volte , con la parola “ tecnica ” Si sogliono designare alcuni pregi o difetti di un ' opera sbagliata ; e si dice , come per eufemismo , che la concezione è sbagliata ma la tecnica è buona , o che la concezione è buona , ma la tecnica è sbagliata . Quando , invece , si parla dei modi di dipingere a olio o d ' incidere ad acquaforte o di scolpire l ' alabastro , allora sì che la parola “ tecnica ” è propria ; senonché , in tal caso , l ' aggettivo “ artistico ” è usato metaforicamente . E se una tecnica drammatica , in senso estetico , è impossibile , non è impossibile una tecnica teatrale , ossia dei processi d ' estrinsecazione di alcune particolari opere estetiche . Allorché , per esempio , in Italia , nella seconda metà del secolo decimosesto , s ' introdussero le donne sulle scene , sostituendole agli uomini truccati da donne , questo fu un ritrovato , vero e proprio , di tecnica teatrale ; e tale fu anche per l ' appunto , nel secolo seguente , quel perfezionamento che alle macchine per il rapido cambiamento delle scene seppero dare gl ' impresari dei teatri di Venezia . La raccolta di conoscenze tecniche in servigio degli artisti che intendono a estrinsecare le loro espressioni , può dividersi in gruppi , i quali prendono il titolo di teorie delle arti . Nasce così una teoria dell ' Architettura , contenente leggi di meccanica , ragguagli sul peso o sulla resistenza dei materiali di costruzione e di rivestimento , sul modo di mescolare la calce e lo stucco ; una teoria della Scultura , contenente avvertenze sui modi di scolpire le varie pietre , di ottenere una buona fusione del bronzo , di lavorarlo col cesello , di copiare esattamente il modello di creta e di gesso , di tenere umida la creta ; una teoria della Pittura , sulla varia tecnica della tempera , della pittura a olio , dell ' acquarello , del pastello , sulle proporzioni del corpo umano , sulle regole della prospettiva ; una teoria dell ' Oratoria , con precetti sulle guise del porgere , sui metodi per esercitare e rinforzare la voce , sugli atteggiamenti mimici e sui gesti ; una teoria della Musica , sulle combinazioni e fusioni di toni e di suoni , e via seguitando : raccolte di precetti , che abbondano in tutte le letterature . E , poiché non è possibile dire esattamente che cosa sia utile e che cosa inutile a sapere , libri di questo genere tendono molto spesso a diventare enciclopedie o cataloghi di desiderati . Vitruvio , nel De architectura , richiede per l ' architetto la conoscenza delle lettere , del disegno , della geometria , dell ' aritmetica , dell ' ottica , della storia , della filosofia naturale e morale , della giurisprudenza , della medicina , dell ' astrologia , della musica , e così via . Tutto è buono da sapere : impara l ' arte e mettila da parte . Come dovrebbe esser chiaro , siffatte raccolte empiriche non sono riducibili a scienza . Composte di nozioni attinte appunto a varie scienze e discipline , i loro principi filosofici e scientifici si trovano in quelle . Proporsi di elaborare una teoria scientifica delle singole arti sarebbe volere ridurre all ' uno e omogeneo ciò ch ’ è , per destinazione , molteplice ed eterogeneo : voler distruggere come raccolta ciò ch ’ è stato messo assieme pel fine appunto di ottenere una raccolta . Nel tentar di dare forma rigorosamente scientifica ai manuali per l ' architetto o pel pittore o pel musicista , è chiaro che non resterebbero nelle nostre mani se non i principi generali della Meccanica , dell ' Ottica o dell ' Acustica . E se si viene estraendo da essi e isolando ciò che vi può essere sparso di osservazioni propriamente artistiche per costruirlo in sistema di scienza , si lascia il terreno della singola arte e si passa all ’ Estetica , ch ' è sempre Estetica generale o , per dir meglio , non si può dividere in generale e speciale . Quest ' ultimo caso ( proporsi , cioè , di dare una tecnica e riuscire a un ’ Estetica ) è accaduto di solito , allorché a elaborare simili teoriche e manuali tecnici si sono messi uomini forniti di forte senso scientifico e di naturale disposizione filosofica . Ma la confusione tra la Fisica e l ' Estetica ha raggiunto il più alto segno , quando si sono immaginate teorie estetiche delle singole arti , procurando di rispondere alle domande : quali sono i limiti di ciascun ' arte ? che cosa si può rappresentare coi colori e che cosa coi suoni ? che cosa con le semplici linee monocrome e che cosa con tocchi di colori svariati ? che cosa coi toni e che cosa coi metri e ritmi ? quali sono i limiti tra le arti figurative e le uditive , tra la pittura e la scultura , tra la poesia e la musica ? Il che , tradotto in termini scientifici , val quando domandare : quale è il legame tra l ' Acustica e l ' espressione estetica ? quale tra questa e l ' Ottica ? e simili . Ora , se dal fatto fisico a quello estetico non vi è passaggio , come potrebbe poi esservene dal fatto estetico a gruppi particolari di fatti fisici , quali i fenomeni dell ' Ottica o dell ' Acustica ? Le cosiddette arti non hanno limiti estetici , giacché , per averli , dovrebbero avere anche esistenza estetica nella loro particolarità ; e noi abbiamo mostrato la genesi affatto empirica di quelle partizioni . Per conseguenza , è assurdo ogni tentativo di classificazione estetica delle arti . Se non hanno limiti , esse non sono determinabili esattamente , né quindi filosoficamente distinguibili . Tutti i volumi di classificazioni e sistemi delle arti si potrebbero ( e sia detto col massimo rispetto verso gli scrittori che vi hanno versato sopra i loro sudori ) bruciare senza danno alcuno . L ' impossibilità di siffatte sistemazioni ha come una riprova negli strani modi ai quali si è ricorso per eseguirle . Prima e più comune partizione è quella in arti dell ' udito , della vista e della fantasia ; quasi che occhi , orecchi e fantasia stiano sulla stessa linea e possano dedursi da una medesima variabile logica , fondamento della divisione . Altri hanno proposto l ' ordinamento in arti dello spazio e arti del tempo , arti del riposo e arti del movimento ; come se i concetti di spazio , tempo , riposo e movimento determinino speciali conformazioni estetiche e abbiano alcunché di comune con l ' arte in quanto tale . Altri , infine , si sono baloccati a dividerle in classiche e romantiche , dando valore di concetti scientifici a semplici denominazioni di fatti storici , o cadendo in quelle partizioni rettoriche delle forme espressive già di sopra criticate ; o ancora in arti che si vedono da un sol lato , come la pittura , e che si vedono da tutti i lati , come la scultura ; e simili stravaganze , che non stanno né in cielo né in terra . La teoria dei limiti delle arti fu , forse , al tempo in cui venne proposta , una benefica reazione critica contro coloro che stimavano possibile il travasamento di un ' espressione in un ' altra ( per esempio , dell ' Iliade o del Paradiso perduto in una serie di dipinti ) , e anzi giudicavano di maggiore o minor valore una poesia , secondo che potesse o no da un pittore essere tradotta in quadri . Ma , se la reazione era ragionevole e riportò facile vittoria , ciò non vuol dire che le ragioni adoperate e i sistemi all ' uopo congegnati fossero buoni . Con la teoria delle arti e dei loro limiti cade ancora l ' altra , che ne è un corollario : quella della riunione delle arti . Poste singole arti , distinte e limitate , nascevano le domande : qual ’ è la più possente ? e , col riunirne parecchie , non si otterranno effetti più possenti ? Di ciò non sappiamo nulla : sappiamo , caso per caso , che alcune intuizioni artistiche hanno bisogno , per la riproduzione , di alcuni mezzi fisici , e altre intuizioni artistiche , di altri mezzi . Vi sono drammi il cui effetto si ottiene dalla semplice lettura ; altri , ai quali occorrono la declamazione e l ' apparato scenico : intuizioni artistiche che , per estrinsecarsi pienamente , richiedono parole , canto , strumenti musicali , colori , plastica , architetture , attori ; e altre , che sono belle e compiute in un sottile contorno fatto con la penna o con pochi tratti di matita . Ma che la declamazione e l ' apparato scenico , o tutte insieme le altre cose che abbiamo ora menzionate , siano più possenti della semplice lettura o del semplice contorno a penna e a matita , è falso ; perché ciascuno di quei fatti o gruppi di fatti ha , per così dire , diverso fine , e la potenza dei mezzi è incomparabile quando i fini sono diversi . È da notare che , solo tenendo ferma la netta e rigorosa distinzione tra l ' attività estetica vera e propria , e quella pratica dell ' estrinsecazione , è dato risolvere le avviluppate e confuse questioni circa i rapporti dell ' arte con l ' utilità e con la moralità . Che l ' arte come arte sia indipendente e dall ' utilità e dalla moralità , ossia da ogni valore pratico , abbiamo dimostrato di sopra . Senza tale indipendenza non sarebbe possibile parlare di un valore intrinseco dell ' arte , e neppure quindi concepire una scienza estetica , la quale ha per sua necessaria condizione l ' autonomia dell ' atto estetico . Ma sarebbe erroneo pretendere che l ' affermata indipendenza dell ' arte , ch ' è indipendenza della visione o intuizione o espressione interna dell ' artista , debba essere estesa senz ' altro all ' attività pratica dell ' estrinsecazione e della comunicazione , la quale può seguire o no al fatto estetico . Intesa l ' arte come estrinsecazione dell ' arte , l ' utilità e la moralità vi entrano di pieno diritto ; col diritto , cioè , che si ha nelle cose di casa propria . Infatti , delle tante espressioni e intuizioni che formiamo nel nostro spirito , non tutte estrinsechiamo e fissiamo ; non ogni nostro pensiero o immagine traduciamo a voce alta o mettiamo per iscritto o stampiamo o disegniamo o coloriamo o esponiamo al pubblico . Tra la folla delle intuizioni , formate o almeno abbozzate interiormente , noi scegliamo ; e la scelta è guidata da criteri di economica disposizione della vita e di morale indirizzo di essa . Perciò , fissata un ' intuizione , resta sempre da ponderare ancora se convenga comunicarla ad altri , e a chi , e quando , e come : ponderazioni che ricadono tutte egualmente sotto il criterio utilitario e sotto quello etico . Si trovano così in qualche modo giustificati i concetti della scelta , dell ' interessante , della moralità , del fine educativo , della popolarità , e simili , i quali , imposti all ' arte come arte , non possono giustificarsi in niun modo , e perciò sono stati da noi , in pura Estetica , respinti . L ' errore ha sempre qualche motivo di vero ; e chi formolava quelle proposizioni estetiche erronee volgeva , in realtà , l ' occhio ai fatti pratici , che si collegano esternamente al fatto estetico e appartengono alla vita economica e morale . Che poi si sia partigiani della maggiore libertà anche nella divulgazione dei mezzi della riproduzione estetica , sta bene : siamo anche noi di questo avviso e lasciamo le leghe pei provvedimenti legislativi e pei processi da promuovere contro l ' arte immorale agli ipocriti , agli ingenui e ai perdigiorno . Ma affermare quella libertà e fissarne i limiti , siano pure latissimi , è sempre ufficio della morale . E sarebbe , a ogni modo , fuori di luogo invocare quell ' altissimo principio , quel fundamentum Aesthetices , ch ’ è l ’ indipendenza dell ' arte , per dedurne l ' incolpabilità dell ' artista che nell ' estrinsecare le sue fantasie calcoli da immorale speculatore sui gusti malsani dei lettori , o la licenza da concedere ai girovaghi che vendono per le piazze figurine oscene . Quest ' ultimo caso è di competenza della polizia , come il primo è da trarsi innanzi al tribunale della coscienza morale . Il giudizio estetico sull ' opera d ' arte non ha che vedere con quello sulla moralità dell ' artista , in quanto uomo pratico , né coi provvedimenti da prendere perché le cose dell ' arte non siano distratte a fini malvagi , alieni dalla natura di essa , ch ’ è pura contemplazione teoretica . XVI . IL GUSTO E LA RIPRODUZIONE DELL ' ARTE . Compiuto l ' intero processo estetico ed estrinsecativo , prodotta un ' espressione bella , e fissatala in un determinato materiale fisico , che cosa significa giudicarla ? Riprodurla in sé , rispondono quasi a una voce i critici d ' arte , ed egregiamente . Procuriamo d ' intendere bene questo fatto e , a tal inténto , rappresentiamolo come in uno schema . L ' individuo A cerca l ' espressione di un ' impressione che sente o presente , ma che non ha ancora espressa . Eccolo a tentare varie parole e frasi , che gli diano l ' espressione cercata , quell ' espressione che dev ' esserci , ma ch ' egli non possiede . Prova la combinazione m , e la rigetta come impropria , inespressiva , manchevole , brutta : prova la combinazione n , e col medesimo risultato . Non vede punto o non vede chiaro . L ' espressione gli sfugge ancora . Dopo altre vane prove , nelle quali ora s ' accosta , ora si discosta dal segno cui tende , d ' un tratto forma ( par quasi che gli si formi da sé spontaneamente ) l ' espressione cercata , e lux facta est . Egli gode per un istante il piacere estetico o del bello . Il brutto , col dispiacere correlativo , era l ' attività estetica che non riusciva a vincere l ' ostacolo : il bello è l ' attività espressiva , che ora si dispiega trionfante . Abbiamo tolto l ' esemplificazione dal dominio della parola , come più accessibile e prossimo ; giacché , se non tutti disegniamo o dipingiamo , tutti parliamo . Se ora un altro individuo , che diremo B , dovrà giudicare quell ' espressione , e determinare se sia bella o brutta , egli non potrà se non mettersi nel punto di vista di A , e rifarne , con l ' aiuto del segno fisico da lui prodotto , il processo . Se A ha visto chiaro , B ( essendosi messo nel punto di vista di lui ) vedrà anch ' esso chiaro , e sentirà quell ' espressione come bella . Se A non ha visto chiaro , non vedrà chiaro neanche B , e la sentirà , d ' accordo con lui , più o meno brutta . Si potrà osservare che noi non abbiamo preso in considerazione due altri casi : che A abbia visto chiaro e B veda buio ; o che A abbia visto buio e B veda chiaro . Questi due casi sono , parlando con rigore , impossibili . L ' attività espressiva , appunto perché attività , non è capriccio , ma necessità spirituale ; e non può risolvere un medesimo problema estetico se non in un sol modo , che sia buono . Si obbietterà contro questa nostra recisa affermazione che opere le quali sembrano belle agli artisti , vengono poi riconosciute brutte dai critici ; e che altre opere , di cui quelli erano scontenti e che giudicavano imperfette o sbagliate , vengono riconosciute , invece , da questi e belle e perfette . Ma , in tali casi , una delle due parti ha torto : o i critici o gli artisti , e talvolta i critici e talvolta gli artisti . Infatti , il produttore dell ' espressione non sempre si rende conto esatto di ciò che accade nel suo animo . La fretta , la vanità , l ' irriflessione , i pregiudizi teorici ci fanno dire , e quasi talora anche credere , che siano belle opere nostre , che , se ci ripiegassimo davvero su noi stessi , vedremmo , quali sono in realtà , brutte . Il povero artista si comporta talora come il povero Don Quijote , quando , raccomodato alla meglio l ' elmo con la celata di cartapesta , che gli si era svelato alla prima prova di fiacchissima resistenza , si guardò bene dal provarlo di nuovo con un ben assestato colpo di spada , e lo dichiarò e ritenne senz ' altro ( dice il suo autore ) “ por celada finisima de encaxe ” . In altri casi , le cagioni medesime , o le opposte ma analoghe , turbano la coscienza dell ' artista , e gli fanno giudicare male ciò che ha prodotto bene , o tentar di disfare e rifare in peggio ciò che , nell ' artistica spontaneità , egli ha ben fatto . Esempio : Tasso e il suo passaggio dalla Gerusalemme liberata alla Gerusalemme conquistata . Parimente , la fretta , la pigrizia , l ' irriflessione , i pregiudizi teorici , le personali simpatie o animosità e altri motivi di tal sorta inducono talora i critici ad asserire brutto ciò ch ’ è bello e bello ciò ch ’ è brutto ; e ch ' essi sentirebbero , qual è effettivamente , se eliminassero quei motivi perturbatori e non lasciassero ai posteri , giudici più diligenti e spassionati , l ' ufficio di conferire la palma o compiere la giustizia da essi negata . Dal precedente teorema si ricava che l ' attività giudicatrice , che critica e riconosce il bello , s ' identifica con quella che lo produce . La differenza consiste soltanto nella diversità delle circostanze , perché l ' una volta si tratta di produzione e l ' altra di riproduzione estetica . L ' attività che giudica si dice gusto ; l ' attività produttrice genio : genio e gusto sono , dunque , sostanzialmente identici . Questa identità viene intravveduta allorché si osserva comunemente che il critico deve avere alcunché della genialità dell ' artista , e che l ' artista deve essere fornito di gusto ; ovvero che vi ha un gusto attivo ( produttore ) e uno passivo ( riproduttore ) . Ma in altre anche comuni osservazioni essa viene negata , quando , per esempio , si parla di un gusto senza genio , o di un genio senza gusto . Osservazioni , queste ultime , vuote di senso , se non alludessero a differenze quantitative o psicologiche , chiamandosi geni senza gusto coloro che producono opere d ' arte indovinate nelle parti culminanti e trascurate e difettose in quelle secondarie , e uomini di gusto senza genio coloro che , mentre sanno raggiungere alcuni pregi isolati o secondari , non hanno la forza necessaria per una vasta sintesi artistica . Interpretazioni analoghe si possono trovare agevolmente di altre proposizioni simili . Ma porre differenza sostanziale tra genio e gusto , tra produzione e riproduzione artistica , renderebbe inconcepibili la comunicazione e il giudizio . Come si potrebbe giudicare da noi ciò che ci restasse estraneo ? Come ciò ch ’ è prodotto di una determinata attività si potrebbe giudicare con una attività diversa ? Il critico sarà un piccolo genio , l ' artista un genio grande ; l ' uno avrà forze per dieci , l ' altro per cento ; il primo , per levarsi a una certa altezza , avrà bisogno dell ' appoggio dell ' altro : ma la natura di entrambi dev ' essere la medesima . Per giudicare Dante ci dobbiamo levare all ' altezza di lui : empiricamente , s ' intende bene , noi non siamo Dante , né Dante è noi ; ma , in quel momento della contemplazione , e del giudizio , il nostro spirito è tutt ' uno con quello del poeta , e in quel momento noi e lui siamo una cosa sola . Soltanto in questa identità è la possibilità che le nostre piccole anime risuonino con le grandi , e s ' aggrandiscano con esse nella universalità dello spirito . Osserviamo per incidente che ciò che sì è detto del giudizio estetico vale per ogni altra attività e per ogni altro giudizio ; e che allo stesso modo si fa la critica scientifica , economica , etica . Per fermarci al caso di quest ' ultima , solo se ci rimettiamo idealmente nelle condizioni medesime in cui si trovò chi prese una data risoluzione , possiamo giudicare se questa fu morale o immorale . Altrimenti , un ' azione ci resterebbe incomprensibile e quindi ingiudicabile . Un omicida può essere un furfante o un eroe : il che , se riesce , in certi limiti , indifferente alla difesa sociale , la quale condanna alla stessa pena l ' uno e l ' altro , non è indifferente a chi voglia distinguere e giudicare secondo morale , e non può quindi esimersi dal rifare la psicologia individuale dell ' omicida per determinare la vera figura , non più soltanto giuridica , dell ' azione di lui . Anche nell ’ Etica si è parlato qualche volta di un gusto o di un tatto morale , che risponderebbe a ciò che di solito si chiama coscienza morale , cioè all ' attività stessa della buona volontà . La spiegazione , esposta di sopra , del giudizio o riproduzione estetica dà insieme ragione e torto agli assolutisti e ai relativisti : a coloro che propugnano l ' assolutezza del gusto , e a coloro che la negano . Gli assolutisti , in quanto affermano potersi giudicar del bello , hanno ragione ; ma la dottrina che pongono a base della loro affermazione , è insostenibile , perché essi concepiscono il bello , ossia il valore estetico , come qualcosa che sia posto fuori dell ' attività estetica , come un concetto o un modello che l ' artista attui nella sua opera e di cui il critico si valga poi per giudicare l ' opera stessa . Concetti e modelli , che in arte non esistono , come bene si è riconosciuto sin da quando si è cominciato a dire che ogni opera d ' arte è giudicabile solo in sé stessa e ha in sé il suo modello : con che si è negata l ' esistenza dei modelli oggettivi di bellezza , siano essi concetti intellettuali o idee sospese nel cielo metafisico . In questa negazione gli avversari , i relativisti , hanno molta ragione , e col farla valere sono stati autori di un progresso nella teoria della critica . Senonché , la ragionevolezza iniziale della tesi si converte poi , anche presso di essi , in una teoria falsa . Ripetendo l ' antico adagio , che dei gusti non si disputa , credono che l ' espressione estetica sia della stessa qualità del piacevole e dello spiacevole , che ciascuno sente a suo modo e sui quali non si disputa . Ma piacevole e spiacevole sono , come sappiamo , fatti utilitari e pratici ; onde i relativisti vengono in ultima analisi a negare la natura del fatto estetico e a confondere da capo l ' espressione con l ' impressione , il teoretico col pratico . La soluzione giusta consiste nel rigettare così il relativismo o psicologismo , come il falso assolutismo ; e nel riconoscere che il criterio del gusto è assoluto , ma di una assolutezza diversa da quella dell ' intelletto , che si svolge nel raziocinio ; è assoluto dell ' assolutezza intuitiva della fantasia . P da giudicare perciò bello qualsiasi atto di attività espressiva che sia davvero tale , e brutto qualunque fatto , in cui entrino in lotta insoluta attività espressiva e passività . Tra assolutisti e relativisti assoluti è una terza classe , che potrebbe chiamarsi dei relativisti relativi . Costoro affermano l ' assolutezza dei valori in altri campi ( in quelli , per esempio , della Logica o dell ’ Etica ) , ma la negano nel campo estetico . Che si disputi di scienza o di morale , sembra loro naturale e giustificato , perché la scienza riposa sull ' universale , comune a tutti gli uomini , e la morale sul dovere , anch ' esso legge della natura umana ; ma come disputare dell ' arte , che riposa sulla fantasia ? Senonché non solo l ' attività fantastica è universale e appartiene alla natura umana , al pari del concetto logico e del dovere pratico ; ma contro la riferita tesi intermedia è da muovere un ' obiezione preliminare . Negando l ' assolutezza della fantasia , si verrebbe a negare anche quella della verità intellettuale o concettuale , e implicitamente , della morale . La morale non ha forse per presupposto le distinzioni logiche ? e come altrimenti queste sono conosciute se non in espressioni e parole , ossia in forma fantastica ? Tolta l ' assolutezza della fantasia , la vita dello spirito vacillerebbe nella base . L ' individuo non intenderebbe più l ' altro individuo , anzi neppure il sé stesso di un momento prima , il quale , considerato nel momento dopo , è già un altro individuo . Pure , la varietà dei giudizi è un fatto indubitabile . Gli uomini sono discordi in valutazioni logiche , etiche , economiche ; e discordi altresì , o ancora di più , in quelle estetiche . Se alcune cagioni che abbiamo ricordate ( fretta , pregiudizi , passioni e simili ) possono attenuare l ' importanza di cotesta discordia , non perciò l ' annullano . Nel parlare degli stimoli della riproduzione , abbiamo soggiunto una cautela , dicendo che la riproduzione ha luogo , se tutte le altre condizioni restano pari . Restano forse pari ? L ' ipotesi risponde alla realtà ? Sembra di no . Riprodurre più volte un ' impressione mediante uno stimolo fisico adatto , importa che questo non si sia alterato , e che l ' organismo si trovi nelle medesime condizioni psicologiche , in cui era quando ebbe l ' impressione che si vuol riprodurre . Ora è un fatto che lo stimolo fisico si altera continuamente , e così anche le condizioni psicologiche . Le pitture a olio anneriscono , quelle a fresco diventano sbiadite , le statue perdono nasi e mani e gambe , le architetture rovinano totalmente o parzialmente , dell ' esecuzione di una musica si smarrisce la tradizione , il testo di una poesia è corrotto da cattivi copisti o da cattive stampe . Questi sono esempi ovvi di mutazioni , che accadono ogni giorno negli oggetti o stimoli fisici . Circa le condizioni psicologiche , non ci fermeremo sul caso del diventar sordi o ciechi , cioè della perdita d ' interi ordini d ' impressioni psichiche : caso particolare e di secondaria importanza di fronte a quello fondamentale , quotidiano , immancabile , del mutarsi perpetuo della società intorno a noi e delle condizioni interne della nostra vita individuale . Le manifestazioni foniche , ossia le parole e i versi della Commedia dantesca debbono produrre in un cittadino italiano , che pratichi la politica della terza Roma , impressione ben diversa da quella che provava un ben informato e affiatato coetaneo del poeta . La Madonna di Cimabue è sempre in Santa Maria Novella ; ma parla essa al visitatore odierno come ai fiorentini del Dugento ? e , se anche il tempo non l ' avesse annerita , l ' impressione che ora produce non deve supporsi del tutto diversa da quella di un tempo ? Perfino nel caso di un medesimo individuo poeta , una poesia , composta da lui in gioventù , gli farà forse la stessa impressione di una volta , quando egli la rilegga in età senile , con disposizioni affatto mutate ? Vero è che alcuni estetici hanno tentato una distinzione tra stimoli e stimoli , tra segni naturali e convenzionali , i primi dei quali avrebbero un effetto costante e per tutti , e i secondi solo per circoli ristretti . Segni naturali sarebbero , a loro avviso , quelli della pittura ; convenzionali , le parole della poesia . Ma la differenza tra gli uni e gli altri è , tutt ' al più , solo di grado . Molte volte è stato affermato che la pittura è un linguaggio che s ' intende da chiunque , diversamente da ciò che accade per la poesia . In questo , per l ' appunto , Leonardo poneva una delle prerogative della sua arte , che “ non ha bisogno d ' interpreti di diverse lingue come hanno le lettere ” , e soddisfa agli uomini e agli animali , raccontando l ' aneddoto di quel ritratto di un padre di famiglia , “ cui facean carezze li piccioli figliuoli , che ancora erano nelle fasce , e similmente il cane e gatta della medesima casa ” . Ma altri aneddoti , come quelli dei selvaggi che toglievano in iscambio la figura di un soldato per quella di una barca , o un ritratto di uomo a cavallo consideravano come fornito di una sola gamba , scoterebbero la fede nei lattanti , nei cani e nei gatti , intelligenti di pittura . Per fortuna , non occorrono ardue ricerche per avvedersi che i quadri , e le poesie , e qualsiasi opera d ' arte , non producono effetto se non su animi preparati . Segni naturali non esistono , perché tutti sono a un modo stesso convenzionali , o , per parlare con la dovuta esattezza , storicamente condizionati . Ciò posto , come ottenere che l ' espressione venga riprodotta per mezzo dell ' oggetto fisico ? che si abbia il medesimo effetto , quando le condizioni non sono più le medesime ? E non parrebbe necessario , piuttosto , concludere che le espressioni , nonostante gl ' istrumenti fisici foggiati all ' uopo , sono irriproducibili ; e che ciò che si chiama riproduzione consiste realmente in espressioni sempre nuove ? E tale infatti sarebbe la conclusione , se le varietà delle condizioni fisiche e psichiche fossero intrinsecamente insuperabili . Ma , poiché l ' insuperabilità non ha nessun carattere di necessità , bisogna invece concludere : che la riproduzione ha luogo sempre che possiamo e vogliamo rimetterci nelle condizioni tra le quali fu prodotto lo stimolo ( bello fisico ) . In queste condizioni non solo ci possiamo rimettere per astratta possibilità , ma ci rimettiamo di fatto , continuamente . La vita individuale , ch ’ è comunione con noi stessi ( col nostro passato ) , e la vita sociale , ch ’ è comunione coi nostri simili , non sarebbero possibili altrimenti . Per ciò che riguarda l ' oggetto fisico , i paleografi e filologi , restitutori dei testi nella loro fisionomia originale , i restauratori di quadri e di statue , e altrettali industri lavoratori , si sforzano appunto di conservare o ridare all ' oggetto fisico tutta l ' energia primitiva . Certamente , sono sforzi che non sempre riescono , o non riescono sempre completamente , anzi non mai o quasi è dato ottenere una restaurazione perfetta nei minimi particolari . Ma l ' insuperabile è qui meramente accidentale , e non può farci disconoscere i risultati favorevoli che pur si raggiungono . A reintegrare in noi le condizioni psicologiche che si sono mutate attraverso la storia , lavora da sua parte l ' interpretazione storica , la quale ravviva il morto , compie il frammentario , ci dà modo di vedere un ' opera d ' arte ( un oggetto fisico ) quale la vedeva l ' autore nell ' atto della produzione . Condizione di cotesto lavorio storico è la tradizione , mercé la quale è possibile raccogliere gli sparsi raggi e farli convergere a un fuoco . Noi , con la memoria , circondiamo lo stimolo fisico dei fatti tra i quali esso nacque ; e così rendiamo possibile che rioperi su noi come operava su chi lo produsse . Dove la tradizione è spezzata , l ' interpretazione si arresta ; i prodotti del passato restano allora , per noi , muti . Così ci sono inattingibili le espressioni contenute nelle iscrizioni etrusche o in quelle messapiche ; così per alcuni prodotti dell ' arte dei selvaggi si ode ancora discutere dagli etnografi , nientemeno , se siano pitture o scritture ; così gli archeologi e i preistorici non riescono sempre a stabilire con certezza se le figurazioni , che si vedono sulla vascolaria di una data regione , o su altri istrumenti d ' uso , siano di argomento religioso o profano . Ma l ' arresto dell ’ interpretazione , come quello della restituzione , non è mai un limite definitivamente insuperabile ; e le scoperte , che accadono ogni giorno , e ch ’ è lecito sperare sempre maggiori , di nuove fonti storiche e di nuovi modi di adoperare meglio le antiche , riattaccano per l ' appunto le tradizioni spezzate . Né si vuol negare che l ' erronea interpretazione storica produca talora , per così dire , palinsesti , dandoci nuove espressioni sulle antiche , fantasie artistiche invece di riproduzioni storiche . Il cosiddetto “ fascino del passato ” dipende in parte da queste espressioni nostre , che tessiamo sulle storiche . Così nelle opere della plastica ellenica si è scorta la calma e la serena intuizione della vita di quei popoli , che pur sentirono tanto pungente il dolore universale ; così nelle figure dei santi bizantini si è ravvisato perfino il “ terrore dell ' anno Mille ” , quel terrore ch ’ è un equivoco storico o una leggenda artificiale , foggiata da tardi eruditi . Ma la critica storica tende appunto a circoscrivere le fantasticherie e a stabilire con esattezza il punto di vista dal quale bisogna guardare . Per il processo sopradescritto noi viviamo in comunicazione con gli altri uomini , del presente e del passato ; e non perché si dia talvolta , e anche sovente , l ' incompreso o il malcompreso , si deve concludere che , quando crediamo di fare un dialogo , facciamo sempre un monologo ; anzi che non possiamo nemmeno ripetere il monologo , fatto altra volta in noi medesimi . XVII . LA STORIA DELLA LETTERATURA E DELL ' ARTE . Questa breve esposizione del metodo onde si ottiene la reintegrazione delle condizioni originarie in cui fu prodotta l ' opera d ' arte , e per conseguenza la possibilità della riproduzione e del giudizio , mostra a quale importante ufficio adempiano le ricerche storiche concernenti le opere artistiche e letterarie ; che è ciò che si chiama , di solito , il metodo o la critica storica nella letteratura e nell ' arte . Senza la tradizione e la critica storica , il godimento di tutte o quasi tutte le opere d ' arte sarebbe irremissibilmente perduto : noi saremmo poco più che animali , immersi nel solo presente o in un passato ben vicino . È da fatui spregiare e deridere chi ricostituisce un testo autentico , spiega il senso di parole e costumanze obliate , investiga le condizioni tra le quali visse un artista , e compie tutti quei lavori che ravvivano le fattezze e il colorito originario delle opere d ' arte . Talvolta , il giudizio spregiativo o negativo concerne la presunta o provata inutilità di molte ricerche pel fine della retta intelligenza delle opere artistiche . Ma , in primo luogo , è da osservare che le ricerche storiche non adempiono al solo fine di aiutare a riprodurre e giudicare le opere artistiche : la biografia di uno scrittore o di un artista , per esempio , e la ricerca dei costumi di un ' epoca , hanno anche fine e interesse propri , cioè estranei alla storia dell ' arte ma non ad altre forme di storiografia . Che se si vuole intendere di quelle indagini che sembra non presentino interesse di sorta , è da osservare ancora che il ricercatore storico deve spesso adattarsi all ' ufficio , poco glorioso ma utile , di catalogatore di fatti ; i quali restano per allora informi , incoerenti e insignificanti , ma sono riserva e miniera per lo storico futuro e per chiunque altro possa averne d ' uopo per alcun fine . In una biblioteca si collocano sul palchetto , e si notano nelle schede , anche libri che nessuno richiede in lettura , ma che , una volta o l ' altra , possono essere richiesti . Certo , come un bibliotecario intelligente dà la preferenza all ' acquisto e alla catalogazione di quei libri che si prevede possano servire di più e meglio , così anche i ricercatori intelligenti hanno il fiuto di ciò che serve , o potrà più facilmente servire , tra il materiale di fatti in cui vanno frugando ; laddove altri , meno intelligenti , meno ben dotati , più frettolosamente produttivi , accumulano inutile ciarpame , rifiuti e spazzature , e si perdono in sottigliezze e discussioni pettegole . Ma ciò appartiene all ' economia della ricerca , e non ci riguarda . Riguarda , tutt ' al più , il maestro che dà i temi , l ' editore che paga la stampa , e il critico che è chiamato a lodare e biasimare gli operai della ricerca . È evidente , d ' altra parte , che le ricerche storiche , rivolte a illuminare un ' opera d ' arte , non bastano da sole a farla rinascere nel nostro spirito e a metterci in grado di giudicarla ; ma presuppongono il gusto , cioè la fantasia sveglia ed esercitata . La maggiore erudizione storica può accompagnarsi a un gusto rozzo o altrimenti deficiente , a una fantasia poco agile , a un cuore , come si dice comunemente , arido e freddo , negato all ' arte . Qual è il male minore : una grande erudizione con gusto deficiente , o un gusto naturale accompagnato da molta ignoranza ? La questione è stata mossa molte volte , e , forse , converrebbe negarla , perché tra due mali non si può dire quale sia il minore , e anzi non s ' intende che cosa ciò significhi . Il semplice erudito non riesce mai a mettersi in comunicazione diretta con gli spiriti magni , e s ' aggira di continuo pei cortili , le scale e le anticamere dei loro palagi ; ma l ' ignorante ben dotato o passa indifferente innanzi a capolavori per lui inaccessibili o , invece d ' intendere le opere d ' arte quali sono effettivamente , ne inventa , egli , altre , con l ' immaginazione . Senonché la laboriosità del primo può almeno illuminare gli altri ; ma la genialità del secondo resta , nei rapporti della scienza , del tutto sterile . Come , dunque , in un certo rispetto , cioè in quello scientifico , non preferire l ' erudito coscienzioso al critico geniale inconcludente , che non è poi geniale davvero , se si rassegna , e in quanto si rassegna , a vagare lungi dalla verità ? Da quei lavori storici , che si servono delle opere d ' arte ma per intenti estranei ( biografia , storia civile , religiosa , politica , ecc . ) , e anche dall ' erudizione storica diretta a preparare la sintesi estetica della riproduzione , bisogna distinguere accuratamente la storia dell ' arte e della letteratura . La differenza dei primi da questa è palmare . La storia artistica e letteraria ha per oggetto principale le opere d ' arte stesse ; quegli altri lavori chiamano e interrogano le opere d ' arte , ma solo come testimoni e documenti da cui ricavare la verità di fatti non estetici . Meno profonda può sembrare la seconda differenza a cui abbiamo accennato . Pure , è grandissima . L ' erudizione , indirizzata a rischiarare l ' intelligenza delle opere d ' arte , mira semplicemente a far sorgere un certo fatto interno , una riproduzione estetica . La storia artistica e letteraria non nasce , invece , se non dopo che tale riproduzione sia stata ottenuta ; e importa , dunque , un lavoro ulteriore . Oggetto di essa , come di qualsiasi storia , è dire precisamente quali fatti siano accaduti nella realtà , e cioè quali fatti artistici e letterari . Chi , dopo avere raccolta l ' erudizione storica necessaria , riproduce in sé e gusta un ' opera d ' arte , può restare semplice uomo di gusto , o esprimere , tutt ' al più , il proprio sentimento con un ' esclamazione ammirativa o dispregiativa . Ciò non basta perché si diventi storico della letteratura e dell ' arte : alla semplice riproduzione deve seguire una nuova operazione mentale la quale è , a sua volta , un ' espressione , l ' espressione della riproduzione , la descrizione , esposizione o rappresentazione storica . Tra l ' uomo di gusto e lo storico c ' è , dunque , questa differenza : che il primo riproduce semplicemente , nel suo spirito , l ' opera d ' arte ; il secondo , dopo averla riprodotta , la rappresenta storicamente , ossia applicando quelle categorie per le quali , come sappiamo , la storia si differenzia dalla pura arte . La storia artistica e letteraria è , perciò , un ' opera d ' arte storica , sorta sopra una o più opere d ' arte . La denominazione “ critico artistico ” o “ critico letterario ” Si adopera in vario senso : talora riferendola all ' erudito , che lavora in servigio della letteratura ; tal ' altra , allo storico che espone nella loro realtà le opere artistiche del passato ; più spesso , a entrambi . Qualche volta , per critico s ' intende più strettamente colui che giudica e descrive le opere della letteratura contemporanea ; e per istorico , chi tratta di quelle meno recenti . Usi linguistici e distinzioni empiriche e trascurabili , perché la vera differenza è tra erudito , uomo di gusto e storico d ' arte : i quali termini designano come tre stadi successivi di lavoro , ciascuno indipendente relativamente , ossia rispetto al seguente , ma non rispetto al precedente . Si può essere , come abbiamo visto , semplici eruditi , poco capaci di sentire le opere d ' arte ; si può essere magari uomini eruditi e di gusto , capaci di sentirle e incapaci di ripensarle componendo una pagina di storia artistica e letteraria ; ma lo storico vero e compiuto , pur contenendo in sé come precedenti necessari l ' erudito e l ' uomo di gusto , deve aggiungere alle qualità di costoro la virtù della comprensione e rappresentazione storica . La metodica della storia artistica e letteraria presenta problemi e difficoltà , alcune comuni a ogni metodica storica , altre a essa peculiari , perché derivanti dal concetto stesso dell ' arte . La storia si suole distinguere in storia dell ' uomo , storia della natura e storia mista di entrambe le precedenti . Senza qui esaminare la solidità di questa distinzione , è chiaro che la storia artistica e letteraria rientra , a ogni modo , nella prima , concernendo un ' attività spirituale , ossia propria dell ' uomo . E poiché quest ' attività è il suo subietto , si scorge da ciò come sia assurdo proporsi il problema storico dell ' origine dell ' arte : formola , per altro , con la quale ( è bene notare ) si sono intese , a volta a volta , cose molto diverse . Origine molto spesso ha significato natura o qualità del fatto artistico ; nel qual caso si aveva di mira un vero problema scientifico o filosofico , il problema appunto che la nostra trattazione ha procurato , a suo modo , di risolvere . Altra volta , per origine si è intesa la genesi ideale , la ricerca della ragion dell ' arte , la deduzione dell ' atto artistico da un sommo principio che contiene in sé lo spirito e la natura : problema filosofico anche questo , e compimento del precedente , anzi coincidente con esso , sebbene sia stato talvolta stranamente interpretato e risoluto da alcune arbitrarie e semifantastiche metafisiche . Ma , quando poi si è voluto cercare proprio in qual modo l ' arte si sia storicamente formata , si è caduti nell ' assurdo al quale abbiamo accennato . Se l ' espressione è forma della coscienza , come cercare l ' origine storica di ciò che non è prodotto della natura , e che della storia umana è presupposto ? come assegnare la genesi storica di quella che è una categoria , in forza della quale si comprende ogni genesi e fatto storico ? L ' assurdo è nato dal paragone con le istituzioni umane , che si sono formate , infatti , nel corso della storia e nel corso di questa sono sparite o possono sparire . Tra l ' atto estetico e un ’ istituzione umana , come il matrimonio monogamico o il feudo corre ( per usare un paragone facilmente apprensibile ) la differenza che è tra i corpi semplici e i composti in chimica , dei primi dei quali non si può dare la formola di formazione , altrimenti non sarebbero semplici , e , quando di alcuno si giunge a trovarla , esso cessa di essere semplice e passa tra i composti . Il problema dell ' origine dell ' arte , storicamente inteso , è giustificato solo quando si proponga di cercare , non già la formazione della categoria artistica , ma dove e quando l ' arte sia per la prima volta apparsa ( apparsa , cioè , in modo rilevante ) , in quale punto o regione del globo , in quale punto o epoca della sua storia ; quando , cioè , s ’ indaghi , non l ' origine dell ' arte , ma la storia più antica o primitiva di questa . Problema ch ’ è tutt ' uno con quello dell ' apparizione della civiltà umana sulla terra . A risolverlo mancano certamente i dati , ma non l ' astratta possibilità , come , d ' altra parte , abbondano i tentativi di soluzione e le ipotesi . Ogni configurazione di storia umana ha a suo criterio costruito il concetto del progresso . Ma per progresso non è da intendere la fantastica legge del progresso , la quale , con forza irresistibile , menerebbe le generazioni umane a non si sa quali destini definitivi , secondo un piano provvidenziale , che noi potremmo indovinare e intendere poi nella sua logica . Una supposta legge di questo genere è la negazione della storia stessa , di quella contingenza , o , per dir meglio , di quella libertà che distingue il processo storico da un qualsiasi processo meccanico . Per la medesima ragione , il progresso non ha che vedere con la cosiddetta legge di evoluzione ; la quale , se significa che la realtà si evolve ( e solo in quanto si evolve o diviene è realtà ) , non può chiamarsi legge ; e , se si dà come legge , fa tutt ' uno con la legge del progresso , nel significato fallace or ora esposto . Il progresso , di cui qui parliamo , non è altro se non il concetto stesso dell ' attività umana , la quale , lavorando sulla materia fornitale dalla natura , ne vince gli ostacoli e la sottomette ai suoi scopi . Da siffatto concetto del progresso , ossia dell ' attività umana riferita a una particolare materia , muove lo storico dell ' umanità . Chiunque non sia semplice raccoglitore di fatti slegati , mero ricercatore o incoerente cronista , non può mettere insieme la più piccola narrazione di fatti umani se non possiede un suo criterio determinato , un proprio convincimento circa il concetto dei fatti di cui assume di narrare la storia . Dall ' ammasso confuso e discordante dei fatti bruti non si sale all ' opera d ' arte storica se non mercé questa appercezione , che rende possibile ritagliare in quella mole rude e indigesta una rappresentazione pensata . Lo storico di un ' azione pratica deve sapere che cosa è economia e che cosa è morale ; lo storico delle matematiche , che cosa sono le matematiche ; quello della botanica , che cosa è botanica ; quello della filosofia , che cosa è filosofia . O , se queste cose non le sa davvero , deve almeno illudersi di saperle ; altrimenti non potrà neppure illudersi di raccontare una storia . Non possiamo estenderci nel dimostrare la necessità e l ' indefettibilità di questo criterio soggettivo ( che si concilia con la massima oggettività e imparzialità e scrupolosità nella riferenza dei dati di fatto , e anzi ne è elemento costitutivo ) in ogni narrazione delle opere e vicende umane . Basta leggere qualsiasi libro di storia per scoprire subito il pensiero dell ' autore , se questi è tale che sia degno del nome di storico e conosca l ' arte sua . Vi sono storici liberali e storici reazionari , razionalisti e cattolici , per ciò che riguarda la storia politica o sociale ; storici metafisici , empiristi , scettici , idealisti , spiritualisti , per ciò che riguarda la storia della filosofia : storici puramente storici non ve ne sono e non ve ne possono essere . Erano forse privi di concetti politici e morali Tucidide e Polibio , Livio e Tacito , il Machiavelli e il Guicciardini , il Giannone e il Voltaire , e , nel secolo nostro , il Guizot o il Thiers , il Macaulay o il Balbo , il Ranke o il Mommsen ? E , nella storia della filosofia , dallo Hegel , che pel primo la sollevò a grande altezza , al Ritter , allo Zeller , al Cousin , al Lewes , al nostro Spaventa , quale di costoro non ha avuto il suo concetto di progresso e il suo criterio di giudizio ? Nella stessa storiografia dell ' Estetica , si ha forse una sola opera di qualche valore che non sia condotta secondo questo o quello indirizzo storico , hegeliano o herbartiano , sensualistico , eclettico , e via dicendo ? Per isfuggire all ' ineluttabile necessità del prendere partito lo storico dovrebbe diventare un eunuco , politico o scientifico ; e scrivere storie non è mestiere da eunuchi . Costoro saranno buoni , tutt ' al più , a mettere insieme quei grossi volumi di non inutile erudizione , elumbis atque fracta , che si dice , non senza ragione , fratesca . Se dunque un concetto di progresso , un punto di vista , un criterio è inevitabile , il meglio che si possa fare non è tentare di fuggirlo , ma procurarselo buono . Al qual fine ciascuno tende come sa e può , quando viene formando laboriosamente e seriamente i propri convincimenti . Non si dia credito agli storici , che professano di voler interrogare i fatti senza mettervi dentro niente di proprio . È quella , tutt ' al più , una loro ingenuità e illusione : il qualcosa di proprio , se sono storici per davvero , ve lo metteranno sempre , anche senz ' accorgersene ; o crederanno di averlo evitato solo perché vi avranno accennato per sottintesi , ch ' è poi il modo più insinuante , penetrativo ed efficace . Del criterio di progresso la storia artistica e letteraria , come ogni altra storia , non può far di meno . Che cosa sia davvero una determinata opera d ' arte , non possiamo esporre se non movendo da un concetto dell ' arte per fissare il problema artistico che l ' autore di essa si propose , e determinare se ne ha raggiunta la soluzione o di quanto e in qual modo n ’ è rimasto lungi . Ma importa notare che il criterio del progresso assume nella storia artistica e letteraria forma differente da quella che prende ( o , almeno , si crede che prenda ) nella storia della scienza . Si suole rappresentare tutta la storia della scienza su di un ' unica linea di progresso e regresso . La scienza è l ' universale , e i problemi di essa sono collegati in un unico vasto sistema o problema complessivo . Sullo stesso problema della natura della realtà e della conoscenza si affaticarono tutti i pensatori : contemplatori indiani e filosofi ellenici , cristiani e maomettani , teste nude e teste con turbante , teste con parrucca e teste con nero berretto ( come disse lo Heine ) ; e sì affaticheranno , con la nostra , le generazioni future . Se ciò sia vero o no per la scienza , sarebbe lungo qui ricercare . Ma , per l ' arte , certamente non è vero : l ' arte è intuizione , e l ' intuizione è individualità , e l ' individualità non si ripete . Sarebbe perciò affatto erroneo porre la storia della produzione artistica del genere umano sopra una sola linea progressiva e regressiva . Tutt ' al più , e lavorando alquanto di generalizzazione e astrazione , si può ammettere che la storia dei prodotti estetici presenti , sì , cicli progressivi , ma ciascuno col proprio problema , e progressivo solo rispetto a quel problema . Allorché molti si travagliano intorno a una materia che sia all ' incirca la medesima , senza riuscire a darle la forma adatta , ma a questa forma sempre più avvicinandosi , si dice che vi ha progresso ; e , quando sopraggiunge chi le dà la forma definitiva , si dice che il ciclo è compiuto , il progresso è finito . Esempio tipico può essere qui ( e si prenda quale esempio e se ne tolleri l ' eccessiva semplificazione ) il progresso nell ' elaborazione del modo di sentire la materia cavalleresca , durante la Rinascenza italiana , dal Pulci all ' Ariosto . Con l ' insistere ancora su quella stessa materia , dopo l ' Ariosto , non si poteva avere se non la ripetizione o l ' imitazione , la diminuzione o l ' esagerazione , il guasto del già fatto , insomma la decadenza . Esempio , gli epigoni ariosteschi . Il progresso comincia col ricominciare di un nuovo ciclo . Esempio , il Cervantes , che è più apertamente e consciamente ironico . E in che consistette la decadenza generale della letteratura italiana sulla fine del cinquecento se non in questo non aver più altro da dire , e ripetere , esagerando , i motivi già trovati ? Se gl ' italiani , in quel tempo , avessero almeno saputo esprimere la loro decadenza , già non sarebbero stati più del tutto scaduti ; e avrebbero anticipato il movimento letterario del periodo del Risorgimento . Dove la materia non è la medesima , non vi ha ciclo progressivo . Né lo Shakespeare progredì su Dante , né il Goethe sullo Shakespeare ; ma Dante sugli autori medievali di visioni e lo Shakespeare sui drammaturghi del periodo elisabettiano , e il Goethe , col Werther e col primo Fausto , sugli scrittori dello Sturm und Drang . Senonché , questo modo di presentare la storia della poesia e dell ' arte porta seco , come abbiamo avvertito , qualcosa di astratto , che ha valore meramente pratico e non rigorosamente filosofico . Non solo l ' arte dei selvaggi non è inferiore , in quanto arte , a quella dei popoli più civili , se è correlativa alle impressioni del selvaggio ; ma ogni individuo , anzi ogni momento della vita spirituale di un individuo , ha il suo mondo artistico ; e quei mondi sono tutti , artisticamente , incomparabili tra loro . Contro questa forma speciale del criterio del progresso nella storia artistica e letteraria molti hanno peccato e peccano . E vi ha , per esempio , chi si propone di rappresentare l ' infanzia dell ' arte italiana in Giotto , e la maturità di essa in Raffaello o in Tiziano ; quasi che Giotto non sia compiuto e perfettissimo , posta la materia sentimentale che aveva nell ' animo . Egli non era in grado , certamente , di disegnare un corpo come Raffaello o di colorirlo come Tiziano ; ma erano forse in grado , Raffaello o Tiziano , di creare il Matrimonio di san Francesco con la Povertà , o la Morte di san Francesco ? Lo spirito dell ' uno non era ancora attirato dalla floridezza corporea , che il Rinascimento mise in onore e fece oggetto di studio ; quello degli altri era ormai incurioso di certi movimenti di ardore e di tenerezza , che innamoravano l ' uomo del trecento . Come , dunque , istituire paragoni dove il termine di confronto manca ? Dello stesso difetto soffrono le celebri partizioni della storia dell ' arte in periodo orientale , squilibrio tra idea e forma , con prevalenza della seconda ; classico , equilibrio tra idea e forma ; e romantico , nuovo squilibrio tra idea e forma , con prevalenza della prima ; ovvero di arte orientale , imperfezione formale ; classica , perfezione formale ; romantica o moderna , perfezione di contenuto e forma . Come si vede , classico e romantico , tra i tanti altri significati , hanno ricevuto quello di periodi storici progressivi o regressivi rispetto all ' attuazione di non si sa quale ideale artistico dell ' umanità . Non vi ha , dunque , per parlare con esattezza , progresso estetico dell ' umanità . Senonché , per progresso estetico s ' intende talora non quel che propriamente significano le due parole accoppiate insieme , sì bene l ' accumulamento sempre crescente delle nostre cognizioni storiche , che ci fa simpatizzare coi prodotti artistici di tutti i popoli e di tutti i tempi , o , come si dice , allarga il nostro gusto . Il divario appare già grandissimo , se si paragona il secolo decimottavo , così inetto a uscire da sé medesimo , con l ' età nostra , che gusta insieme le arti ellenica e romana , più genuinamente intese , e la bizantina , e la medievale , e l ' araba , e quella del Rinascimento , e la cinquecentesca , e la barocca , e l ' arte del settecento ; e va sempre meglio approfondendo l ' egiziana , la babilonese , l ' etrusca ; e finanche la preistorica . Certo , la differenza tra il selvaggio e l ' uomo civile non sta nelle facoltà umane ; perché il primo ha , come il secondo , lingua , intelletto , religione e moralità , ed è uomo intero : sta solo in ciò che l ' uomo civile con la sua attività teoretica e pratica penetra e domina più largamente l ' universo . Noi non potremmo affermare di essere uomini spiritualmente più gagliardi dei contemporanei di Pericle ; ma chi può negare che siamo più ricchi di quelli ? ricchi delle loro ricchezze , e di quelle di tanti altri popoli e generazioni , oltre che delle nostre ? In un altro significato , anche improprio , s ' intende per progresso estetico la maggiore abbondanza delle intuizioni artistiche , e la minore copia di opere imperfette o scadenti , che un ' epoca produce rispetto a un ' altra . Così si può dire che alla fine del secolo decimoterzo , o alla fine del decimoquinto , si ebbe in Italia un progresso estetico , un risveglio artistico . In un terzo significato , infine , si discorre di progresso estetico ; avendo l ' occhio , cioè , alla maggiore complessità e al maggiore affinamento di stati d ' animo , che si osservano nelle opere d ' arte dei popoli più civili , messe a confronto con quelle dei popoli meno civili o dei barbari e selvaggi . Ma , in questo caso , il progresso è delle condizioni complessive psicosociali , e non dell ' attività artistica , alla quale la materia è indifferente . Questi sono i punti più importanti da considerare nella metodica della storia artistica e letteraria . XVIII . CONCLUSIONE . IDENTITÀ DI LINGUISTICA ED ESTETICA . Uno sguardo sul cammino percorso può mostrare che la nostra trattazione è pervenuta al suo compimento . Avendo definito la natura della conoscenza intuitiva o espressiva ch ’ è l ' atto estetico o artistico ( I e II ) , e accennato all ' altra forma di conoscenza , quella intellettuale , e alle combinazioni ulteriori di esse forme ( III ) , ci è stato possibile criticare tutte le teorie estetiche erronee che nascono dalla confusione tra le varie forme e dal trasferimento indebito dei caratteri dell ' una all ' altra ( IV ) , indicando insieme gli errori inversi che accadono nella teoria della conoscenza intellettiva e della storiografia ( V ) . Passando a esaminare le relazioni tra l ' attività estetica e le altre attività spirituali non più teoretiche ma pratiche , abbiamo assegnato il carattere proprio dell ' attività pratica e il posto ch ' essa prende rispetto alla teoretica ; donde la critica dell ' intromissione dei concetti pratici nella teoria estetica ( VI ) ; e abbiamo distinto le due forme dell ' attività pratica in economica ed etica ( VII ) , giungendo al risultato che , oltre le quattro da noi definite , non vi sono altre forme dello spirito ; donde ( VIII ) la critica di ogni Estetica mistica o fantasiosa . E come non vi sono altre forme spirituali di pari grado , così non vi sono suddivisioni originali delle quattro stabilite , e in particolare di quella estetica ; dal che discende l ' impossibilità di classi di espressioni e la critica della rettorica , cioè della espressione ornata , distinta dalla nuda , e di altrettali distinzioni e sottodistinzioni ( IX ) . Ma l ' atto estetico , per la legge dell ' unità dello spirito , è , insieme , atto pratico e , come tale , dialettica di piacere e dolore ; il che ci ha condotti a studiare i sentimenti del valore in genere , e quelli del valore estetico o del bello in particolare ( X ) , a criticare l ’ Estetica edonistica in tutte le sue varie forme e combinazioni ( XI ) , e a discacciare dal sistema , estetico la lunga serie di concetti psicologici , che vi erano stati introdotti ( XII ) . Venendo dalla produzione estetica al processo della riproduzione , abbiamo dapprima investigato il fissarsi esterno dell ' espressione estetica per uso di riproduzione , che è il cosiddetto “ bello fisico ” , sia artificiale sia naturale ( XIII ) ; e da questa distinzione ricavato la critica degli errori che nascono dal confondere l ' aspetto fisico con l ' interiorità estetica ( XIV ) ; e determinato il significato della tecnica artistica , ossia di quella che è tecnica a servigio della riproduzione , criticando per tal modo le divisioni , i limiti e le classificazioni delle singole arti , e stabilendo i rapporti dell ' arte con l ' economia e con la morale ( XV ) . Poiché , per altro , l ' esistenza degli oggetti fisici stimolatori non basta alla piena riproduzione estetica , e si richiede per essa la rievocazione delle condizioni tra le quali lo stimolo in prima operò , abbiamo ancora studiato l ' ufficio dell ' erudizione storica , diretto a rimettere la fantasia in comunicazione con le opere del passato e a servire di fondamento al giudizio estetico ( XVI ) . E abbiamo chiuso la nostra trattazione col mostrare come l ' ottenuta riproduzione venga poi elaborata dalle categorie del pensiero , ossia con un ' indagine circa la metodologia della storia artistica e letteraria ( XVII ) . L ' atto estetico è stato , insomma , considerato in sé medesimo e nelle sue relazioni con le altre attività spirituali , col sentimento del piacere e del dolore , coi fatti che si dicono fisici , con la memoria e con la elaborazione storica . Esso ci è passato dinanzi da soggetto fino a quando diventa oggetto ; cioè dal momento in cui nasce , via via , fino a quello in cui si muta per lo spirito in argomento di storia . Può darsi che la nostra trattazione sembri assai scarna , quando si paragoni estrinsecamente ai grossi volumi consacrati di solito all ’ Estetica . Ma se si osservi che quei volumi , per nove decimi , sono pieni di materie non pertinenti , quali le definizioni psicologiche o metafisiche dei concetti pseudoestetici ( sublime , comico , tragico , umoristico , ecc . ) , o l ' esposizione della pretesa Zoologia , Botanica e Mineralogia estetiche , e della storia universale giudicata esteticamente ; e che vi è tirata dentro , e di solito storpiata tutta la storia e dell ' arte e della letteratura , coi relativi giudizi su Omero e su Dante , sull ' Ariosto e sullo Shakespeare , sul Beethoven e sul Rossini , su Michelangelo e su Raffaello ; ci lusinghiamo che non solo la nostra non sarà per apparire troppo scarna , ma che sarà forse giudicata alquanto più ricca delle trattazioni solite ; le quali poi tralasciano o solamente sfiorano la maggior parte dei difficili problemi , propriamente estetici , su cui abbiamo sentito il dovere di travagliarci per essere in grado di darne agli studiosi precise formole di risoluzione . Ma quantunque l ’ Estetica , come scienza dell ' espressione , sia stata studiata da noi sott ' ogni aspetto , ci resta ancora da giustificare il sottotitolo di Linguistica generale , che abbiamo aggiunto al titolo del nostro libro ; e porre e chiarire la tesi che la scienza dell ' arte e quella del linguaggio , l ' Estetica e la Linguistica , concepite come vere e proprie scienze , non sono già due cose distinte , ma una sola . Non che vi sia una Linguistica speciale ; ma la ricercata scienza linguistica , Linguistica generale , in ciò che ha di riducibile a filosofia , non è se non Estetica . Chi lavora sulla Linguistica generale , ossia sulla Linguistica filosofica , lavora su problemi estetici , e all ' inverso . Filosofia del linguaggio e filosofia dell ' arte sono la stessa cosa . E invero , perché la Linguistica fosse scienza diversa dall ' Estetica , essa non dovrebbe avere per oggetto l ' espressione , ch ’ è per l ' appunto il fatto estetico ; vale a dire , si dovrebbe negare che linguaggio sia espressione . Ma una emissione di suoni , che non esprima nulla , non è linguaggio : il linguaggio è suono articolato , delimitato , organato al fine dell ' espressione . D ' altra parte , perché la Linguistica fosse scienza speciale rispetto all ’ Estetica , essa dovrebbe avere per oggetto una classe speciale di espressioni . Ma l ' inesistenza di classi di espressioni è un punto già da noi dimostrato . I problemi che procura risolvere , e gli errori tra i quali si è dibattuta e si dibatte la Linguistica , sono i medesimi che rispettivamente occupano e intricano l ' Estetica . Se non è sempre facile , è sempre per altro possibile ridurre le questioni filosofiche della Linguistica alla loro formola estetica . Le dispute stesse circa l ' indole dell ' una trovano riscontro in quelle che si sono fatte circa l ' indole dell ' altra . Così si è disputato se la Linguistica sia disciplina storica o scientifica ; e , distinto lo scientifico dallo storico , si è domandato se essa appartenga all ' ordine delle scienze naturali o delle psicologiche , intendendosi per queste ultime tanto la Psicologia empirica quanto le Scienze dello spirito . Il medesimo è accaduto per l ’ Estetica , che alcuni ( confondendo l ' espressione estetica con quella di significato fisico ) considerano come scienza naturale ; altri ( equivocando tra espressione nella sua universalità e classificazione empirica delle espressioni ) come scienza psicologica ; altri ancora , negando la possibilità stessa di una scienza su tale materia , mutano in una semplice raccolta di fatti storici ; non avendo nessuno di costoro raggiunto la coscienza dell ’ Estetica come scienza di attività o di valore , scienza dello spirito . L ' espressione linguistica , o parola , è parsa sovente un fatto d ' interiezione , che rientri nelle cosiddette espressioni fisiologiche dei sentimenti , comuni agli uomini e agli animali . Ma non si è tardato a scorgere che tra un “ ahi ! ” , riflesso fisico del dolore , e una parola , e anzi che tra quell ' ” ahi ! ” , e l ' ” ahi ! ” usato come parola , intercede un abisso . Abbandonata la teorica dell ' interiezione ( o dell ' ” ahi ! ahi ! ” , come la chiamano scherzosamente i linguisti tedeschi ) , si è presentata l ' altra dell ' associazione o convenzione ; la quale cade sotto l ' obiezione medesima che distrugge l ' associazionismo estetico in genere : la parola è unità e non sequela d ' immagini , e la sequela non spiega , anzi presuppone l ' espressione da spiegare . Una variante dell ' associazionismo linguistico è quello imitativo ; cioè la teoria dell ' onomatopea , che i linguisti essi stessi deridono talvolta col nome di teoria del “ bau - bau ” , dall ' imitazione dell ' abbaiar del cane , che dovrebbe aver dato il nome al cane , secondo gli onomatopeisti . La teoria più comune ai tempi nostri intorno al linguaggio ( quando non sia addirittura un crasso naturalismo ) consiste in una specie di eclettismo o miscuglio delle varie a cui abbiamo accennato ; assumendosi che il linguaggio sia prodotto in parte di interiezioni e in parte di onomatopee e convenzioni : dottrina al tutto degna della decadenza filosofica della seconda metà del secolo decimonono . È qui da notare un errore in cui sono caduti quegli stessi fra i linguisti che meglio hanno penetrato l ' indole attivistica del linguaggio , quando , pur ammettendo ch ' esso nella sua origine fu creazione spirituale , sostengono che , nel séguito , si è venuto accrescendo , in gran parte , per associazione . Ma la distinzione non regge , perché origine non può significare , in questo caso , se non natura o indole ; e , se il linguaggio è creazione spirituale , sarà sempre creazione ; se è associazione , tale sarà stato fin dal principio . L ' errore è sorto dal non avere avvertito il generale principio estetico a noi noto : che le espressioni già prodotte debbono ridiscendere a impressioni per dare origine alle nuove espressioni . Allorché produciamo nuove parole , trasformiamo di solito le antiche , variandone o allargandone il significato ; ma questo procedere non è associativo , sì bene creativo , quantunque la creazione abbia per materiale le impressioni non dell ' ipotetico uomo primitivo , ma dell ' uomo vivente da secoli in società e che ha accolto e serba , per così dire , nel suo organismo psichico tante cose e , fra queste , tanto linguaggio . Il problema della distinzione tra il fatto estetico e l ' intellettuale si è presentato in Linguistica come quello dei rapporti tra Grammatica e Logica . Tale problema ha avuto due soluzioni parzialmente vere : quella dell ’ indissolubilità di Logica e Grammatica , e l ' altra della loro dissolubilità . Ma la soluzione completa è : che , se la forma logica è indissolubile dalla grammaticale ( estetica ) , questa è dissolubile da quella . Se guardiamo una pittura che ritragga , per esempio , un individuo che cammina per una via campestre , noi possiamo dire : “ Questa pittura rappresenta un fatto di moto , il quale , se è concepito come volontario , si dice azione ; e , poiché ogni moto suppone una materia e ogni azione un ente che agisca , questa pittura presenta anche una materia o un ente . Ma questo moto avviene in un determinato luogo , ch ’ è un pezzo di un determinato astro ( la Terra ) , e propriamente di una parte di esso che si dice terraferma , e più propriamente di una parte alberata e coperta di erbe , che sì dice campagna , solcata naturalmente o artificialmente in una forma che si dice via . Ora , di quell ' astro che si dice Terra non vi è se non un solo esemplare : la Terra è un individuo . Ma terraferma , campagna , via sono generi o universali , giacché vi sono altre terraferme , altre campagne , altre vie ” . Simili considerazioni potrebbero continuare a lungo . Sostituendo alla pittura da noi immaginata una frase che dica : “ Pietro cammina per una via campestre ” , e facendo le stesse considerazioni , otteniamo i concetti di verbo ( moto o azione ) , di nome ( materia o agente ) , di nome proprio , di nome comune ; e così di séguito . Che cosa abbiamo fatto in entrambi i casi ? Né più né meno che sottomettere a un ' elaborazione logica ciò che si presentava prima elaborato solo esteticamente ; abbiamo , cioè , distrutto l ' estetico per il logico . Ma come nell ’ Estetica generale l ' errore comincia quando si vuol ritornare dal logico all ' estetico e si domanda quale sia l ' espressione del moto , dell ' azione , della materia , dell ' ente , del generale , dell ' individuale , e via discorrendo , così , nel caso del linguaggio , l ' errore comincia allorché il moto o l ' azione si dice verbo , l ' ente o la materia , nome o sostantivo , e di tutti questi , nome e verbo e compagni , si fanno categorie linguistiche o parti del discorso . La teoria delle parti del discorso è , in fondo , tutt ' uno con quella dei generi artistici e letterari , già criticata nell ’ Estetica . falso che il nome o il verbo si esprimano in determinate parole , distinguibili realmente da altre . L ' espressione è un tutto indivisibile ; il nome e il verbo non esistono in essa , ma sono astrazioni foggiate da noi col distruggere la sola realtà linguistica , ch ' è la proposizione . La quale ultima è da intendere , non già al modo solito delle grammatiche , ma come organismo espressivo di senso compiuto , che comprende alla pari una semplicissima esclamazione e un vasto poema . Ciò suona paradossale ; eppure è verità semplicissima . E come in Estetica , a causa dell ' errore suddetto , si sono considerate imperfette le produzioni artistiche di alcuni popoli , presso i quali i pretesi generi sembrano essere ancora indiscriminati o in parte mancare ; così , in Linguistica , la teoria delle parti del discorso ha generato l ' errore analogo di giudicare le lingue come formate e informi , secondo che vi appaiano o no alcune di coteste pretese parti del discorso : per esempio , il verbo . La Linguistica ha scoperto anch ' essa il principio dell ' individualità irriducibile del fatto estetico , allorché ha affermato che la parola è il realmente parlato , e che non vi sono due parole veramente identiche ; distruggendo così i sinonimi e gli omonimi , e mostrando l ' impossibilità di tradurre davvero una parola in un ' altra , dal cosiddetto dialetto alla cosiddetta lingua o dalla cosiddetta lingua materna alla cosiddetta lingua straniera . Ma a questo giusto concetto mal risponde poi il tentativo di classificare le lingue . Le lingue non hanno realtà fuori delle proposizioni e nessi di proposizioni realmente pronunziati o scritti , presso dati popoli , in determinati periodi ; cioè fuori delle opere d ' arte ( piccole o grandi , orali o scritte , presto obliate o a lungo ricordate , non importa ) , in cui concretamente esistono . E che cosa è l ' arte di un popolo se non il complesso di tutti i suoi prodotti artistici ? Che cosa è il carattere di un ' arte ( per esempio , dell ' arte ellenica o della letteratura provenzale ) se non la fisionomia complessiva di quei prodotti ? E come si può rispondere a questa domanda , se non narrando nei suoi particolari la storia dell ' arte ( della letteratura , ossia della lingua in atto ) ? Sembrerà che questo ragionamento , pur avendo valore contro molte delle classificazioni solite delle lingue , nonne abbia poi alcuno contro la regina delle classificazioni , la classificazione storico - genealogica , gloria della filologia comparata . E così è di certo ; ma perché ? Appunto perché quella storico - genealogica non è mera classificazione . Chi fa la storia non classifica , e gli stessi filologi si sono affrettati ad avvertire che le lingue disponibili in serie storica ( ossia le lingue di cui finora sia stata rintracciata la serie ) non sono generi o specie distinte e staccate , ma un unico complesso di fatti nelle varie fasi del suo svolgimento . Il linguaggio è stato , talora , considerato come atto volontario o d ' arbitrio . Ma altra volta si è scorta chiara l ' impossibilità di creare il linguaggio artificialmente , per atto di volontà . “ Tu , Caesar , civitatem dare potes homini , verbo non potes ! ” , fu detto già all ' imperatore romano . E la natura estetica , e perciò teoretica e non pratica , dell ' espressione del linguaggio , dà il modo di scorgere l ' errore scientifico , ch ’ è nel concetto di una Grammatica ( normativa ) , che stabilisca le regole del ben parlare . Errore contro il quale il buon senso si è sempre ribellato ; ed esempio di tali ribellioni è il “ Tanto peggio per la grammatica » , attribuito al signor di Voltaire . Ma l ' impossibilità di una grammatica normativa viene riconosciuta anche da coloro che la insegnano , allorché avvertono che lo scriver bene non s ' impara per regole , che non v ' ha regola senza eccezioni , e che lo studio della grammatica dev ' essere condotto praticamente per letture ed esempi , che formino il gusto letterario . La ragione scientifica dell ' impossibilità è nel principio da noi dimostrato : che una tecnica del teoretico rappresenta una contraddizione in termini . E che cosa vorrebbe essere la grammatica ( normativa ) se non appunto una tecnica dell ' espressione linguistica , ossia di un atto teoretico ? Ben diverso è il caso in cui la Grammatica viene intesa come mera disciplina empirica , cioè come raccolta di schemi utili all ' apprendimento delle lingue , senza pretesa alcuna di filosofica verità . Anche le astrazioni delle parti del discorso sono , in questo caso , ammessibili e giovevoli . E come organismo meramente didascalico bisogna considerare e tollerare molti dei libri , che prendono il titolo di “ Trattati di linguistica ” , nei quali si trova di solito un po ’ di tutto : dalla descrizione dell ' apparato fonico e delle macchine artificiali che possono imitarlo ( fonografi ) , al compendio dei risultati più importanti della filologia indoeuropea , semitica , copta , cinese , o altra che sia ; dalle generalità filosofiche sull ' origine o natura del linguaggio ai consigli sul formato , la calligrafia e l ' ordinamento delle schede per gli spogli filologici . Ma quel tanto di nozioni che in quei libri viene somministrato in modo frammentario e incompiuto intorno al linguaggio nella sua essenza , al linguaggio in quanto espressione , si risolve in nozioni di Estetica . Fuori dell ’ Estetica , che dà la conoscenza della natura del linguaggio , e della Grammatica empirica ch ' è un espediente pedagogico , non resta altro che la Storia delle lingue nella loro realtà vivente , cioè la storia dei prodotti letterari concreti , sostanzialmente identica con la Storia della letteratura . Il medesimo errore dello scambiare il fisico per l ' estetico , da cui si origina la ricerca delle forme elementari del bello , si commette da coloro i quali vanno a caccia dei fatti linguistici elementari , decorando di tal nome le divisioni delle serie più lunghe di suoni fisici in serie più brevi . Sillabe e vocali e consonanti , e le serie di sillabe dette “ parole ” , tutte queste cose che , prese separatamente , non dànno senso determinato , debbono dirsi non già fatti di linguaggio , ma semplici suoni o , meglio , suoni fisicamente astratti e classificati . Altro errore dello stesso genere è quello delle radici , alle quali i più accorti filologi attribuiscono oggi valore assai scarso . Scambiati gli atti del parlare o atti espressivi coi fatti fisici , e considerandosi poi che nell ' ordine delle idee il . semplice precede il complesso , si doveva finire col pensare che i fatti fisici più piccoli designassero i fatti linguistici più semplici . Da ciò l ' immaginata necessità che le lingue più antiche , le primitive , avessero carattere monosillabico ; e che il progresso della ricerca storica dovesse condurre a scoprire quelle radici monosillabiche . Ma la prima espressione che ( tanto per seguire l ' ipotesi fantastica ) il primo uomo concepì , poté avere un riflesso fisico non già fonico ma mimico , ossia estrinsecarsi non in una voce ma in un gesto . E , posto che si fosse estrinsecata in una voce , non v ' ha poi nessuna ragione di supporre che quella voce dovess ' essere monosillabica o non piuttosto plurisillabica . I filologi accusano volentieri la loro ignoranza e la loro impotenza , se non riescono sempre a ricondurre il plurisillabismo al monosillabismo , e sperano nell ' avvenire . Ma è una fede senza fondamento , come quell ' accusa è un atto di umiltà derivante da una supposizione erronea . Del resto , i limiti delle sillabe , come quelli delle parole , sono affatto arbitrari , e distinti alla peggio per uso empirico . Il parlare primitivo o il parlare dell ' uomo incolto è un continuo , scompagnato da ogni coscienza di divisione del discorso in parole e sillabe , enti immaginari foggiati dalle scuole . Su questi enti non si fonda nessuna legge di vera Linguistica . Si veda a riprova la confessione dei linguisti , che del iato , della cacofonia , della dieresi , della sineresi , non vi sono veramente leggi fonetiche , ma leggi soltanto di gusto e di convenienza ; il che vuol dire leggi estetiche . E quali sono poi le leggi circa le parole , che non siano insieme leggi di stile ? Dal pregiudizio di una misura razionalistica del bello , ossia da quel concetto che abbiamo detto della falsa assolutezza estetica , prende , infine , origine la ricerca della lingua modello , o del modo di ridurre l ' uso linguistico all ' unità : la questione , come è stata chiamata da noi in Italia , dell ' unità della lingua . Il linguaggio è perpetua creazione ; ciò che viene espresso una volta con la parola non si ripete se non appunto come riproduzione del già prodotto ; le sempre nuove impressioni dànno luogo a mutamenti continui di suoni e di significati , ossia a sempre nuove espressioni . Cercare la lingua modello è , dunque , cercare l ' immobilità del moto . Ciascuno parla , e deve parlare , secondo gli echi che le cose destano nella sua psiche , ossia secondo le sue impressioni . Non senza ragione il più convinto sostenitore di qualsiasi soluzione del problema dell ' unità della lingua ( della lingua latineggiante , o trecentistica , o fiorentina , o altra che sia ) , allorché parla poi per comunicare i suoi pensieri e farsi intendere , prova ripugnanza ad applicare la sua teoria ; perché sente che , col sostituire la parola latina o trecentesca o fiorentina a quella di diversa origine ma che risponde alle sue naturali impressioni , verrebbe a falsare la genuina forma della verità : da parlatore egli diventerebbe vanitoso ascoltatore di sé medesimo ; da uomo serio , pedante ; da sincero , istrione . Scrivere secondo una teoria è non già scrivere per davvero , ma , tutt ' al più , fare della letteratura , di quella non buona . La questione dell ' unità della lingua ritorna sempre in campo , perché , così com ’ è posta , è insolubile , essendo fondata sopra un falso concetto di ciò che sia la lingua . La quale non è arsenale di armi belle e fatte , e non è il vocabolario , raccolta di astrazioni ossia cimitero di cadaveri più o meno abilmente imbalsamati . Non vorremmo , con questo modo alquanto brusco di troncare la questione della lingua - modello o dell ' unità della lingua , apparire meno che rispettosi verso la lunga tratta di letterati che l ' hanno per secoli agitata in Italia . Ma quegli ardenti dibattiti erano , in fondo , dibattiti di esteticità e non di scienza estetica , di letteratura e non di teoria letteraria , di parlare e scrivere effettivi e non di scienza linguistica . L ' errore di essi consisteva nel convertire la manifestazione di un bisogno pratico in una tesi scientifica ; l ' esigenza , per esempio , dell ' intendersi più facilmente tra i componenti di un popolo diviso dialettalmente , nella richiesta filosofica di una lingua una o ideale . Ricerca tanto assurda quanto è l ' altra di una lingua universale , di una lingua che abbia l ' immobilità del concetto o , piuttosto , dell ' astrazione . Il bisogno sociale del più facile intendersi non si soddisfa se non col diffondersi della cultura e col crescere delle comunicazioni e degli scambi intellettuali tra gli uomini . Bastino queste sparse osservazioni a mostrare che tutti i problemi scientifici della Linguistica sono i medesimi di quelli dell ’ Estetica , e gli errori e le verità dell ' una sono gli errori e le verità dell ' altra . Se Linguistica ed Estetica paiono due scienze diverse , ciò deriva dal fatto che con la prima si pensa a una grammatica , o a qualcosa misto di filosofia e di grammatica , cioè a un arbitrario schematismo mnemonico o a un miscuglio didascalico , e non già a una scienza razionale e a una pura filosofia del parlare . La grammatica , o quel certo che di grammaticale , induce altresì nelle menti il pregiudizio , che la realtà del linguaggio consista in parole isolate e combinabili , e non già nei discorsi vivi , negli organismi espressivi , razionalmente indivisibili . I linguisti o glottologi filosoficamente dotati , che hanno meglio approfondito le questioni sul linguaggio , si trovano ( per adoperare un ' immagine abusata ma efficace ) nella condizione dei lavoratori di un traforo : a un certo punto debbono sentire le voci dei loro compagni , i filosofi dell ’ Estetica , che si sono mossi dall ' altro lato . A un certo grado di elaborazione scientifica , la Linguistica , in quanto filosofia , deve fondersi nell ' Estetica ; e si fonde , infatti , senza lasciare residui .
L'IDIOMA GENTILE ( DE_AMICIS EDMONDO , 1905 )
Saggistica ,
LA LINGUA DELLA PATRIA . A un giovinetto . Tu ami la lingua del tuo paese , non è vero ? L ' amiamo tutti . È inseparabilmente congiunto l ' amore della nostra lingua col sentimento d ' ammirazione e di gratitudine che ci lega ai nostri padri per il tesoro immenso di sapienza e di bellezza ch ' essi diedero per mezzo di lei alla famiglia umana , e che è la gloria dell ' Italia , l ' onore del nostro nome nel mondo . L ' amiamo perché l ' hanno formata , lavorata , arricchita , trasmessa a noi come un ' eredità sacra milioni e milioni d ' esseri del nostro sangue , dei quali , per secoli , ella espresse il pensiero , e le sue sorti furon le sorti d ' Italia , la sua vita la nostra storia , il suo regno la nostra grandezza . L ' amiamo perché la parola sua ci scaturisce d ' in fondo all ' anima insieme con ogni nostro sentimento , si confonde con le nostre idee fin dalle loro sorgenti più intime , e non è soltanto forma , suono , colore , ma sostanza del nostro pensiero . L ' amiamo perché è la nostra nutrice intellettuale , il respiro della mente e dell ' animo nostro , l ' espressione di quanto è più intimamente proprio della nostra indole nazionale , l ' immagine più viva e più fedele e quasi la natura medesima della nostra razza . L ' amiamo perché è il vincolo più saldo della nostra unità di popolo , l ' eco del nostro passato , la voce del nostro avvenire , verbo non solo , ma essenza dell ' anima della patria . * E anche l ' amiamo perché è bellissima , ricchissima , potentissima , varia tanto , come disse uno dei più grandi cultori suoi , da parere , più che un idioma , un aggregato d ' idiomi ; capace di prendere infinite forme e sembianze , stupendamente pieghevole a tutti gli stili , unica nell ' attitudine a riportare la nobiltà dello stile latino e del greco , insuperata nell ' abbondanza del vocabolario e nella vivezza del colorito comico , maravigliosa " per l ' immensa facoltà delle metafore e per la fecondità della sua natura sempre propria a produrre nuovi modi " onde " è tutta coperta di germogli " come una terra fertilissima in perpetua primavera ; fresca ancora nella maggior parte dei suoi fiori e delle sue fronde di sette secoli , e armoniosa come nessun ' altra al mondo . " Lodata e ammirata dagli stranieri , e anche invidiata " ; ma noi più l ' amiamo per quella bellezza che soltanto a noi si palesa . Le sue parole hanno per noi un suono che è come un secondo significato nascosto , sfuggente a ogni espressione ; la sua armonia ci risveglia infiniti ricordi di sensazioni , di luoghi e di forme umane , di voci e d ' accenti conosciuti e cari di viventi e di morti , e pensieri e immagini e versi di maestri immortali , diventati nostro spirito e nostro sangue ; essa è per noi la musica dell ' affetto , del dolore , della gioia , dell ' amor di patria , piena di forze e di dolcezze misteriose , che non salgono fino alle nostre labbra , ma vibrano e germinano nel più profondo dell ' anima nostra , come virtù secrete della nostra natura . Anche per questo , perché è voce del nostro cuore e lume della nostra coscienza , l ' amiamo . * Ma che vale amar la propria lingua se non si studia ? Non solo ; ma chi non la studia , e quindi la sa poco e male , quasi come una lingua straniera , la può amar veramente ? E c ' è bisogno di dimostrare che , non soltanto per amore , ma per interesse nostro , per necessità la dobbiamo studiare ? Pensa un poco . In qualunque parte d ' Italia tu sia nato , nella lingua , non nel dialetto , quando piglierai in mano la penna , dovrai sempre esprimere i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti , e mille volte anche di viva voce . Mille volte , scrivendo e parlando , dovrai manifestare italianamente , con la maggior efficacia possibile , desidèri e bisogni tuoi , trattare i tuoi interessi , movere l ' affetto e la volontà altrui , raccontare , argomentare , pregare , giustificarti , difenderti ; e se la lingua non conoscerai bene , ti sarà sempre una pena e una vergogna il non poter dire come vorrai quello che avrai da dire , il trovarti come a maneggiare uno strumento che ti sfugga dalle mani , il sentire che dei tuoi sentimenti più profondi e più gentili e dei tuoi pensieri e delle tue ragioni migliori una gran parte andrà perduta per gli altri nell ' espressione rozza , manchevole , priva d ' evidenza e di forza . Quello che hai inteso dire : che molti non riescono a farsi strada nel mondo per mancanza di facoltà comunicativa , non è vero soltanto per coloro che mancano di naturale eloquenza ; ma anche per quei moltissimi che , eloquenti nel proprio dialetto , sono invece nel parlar la lingua , non conoscendola , incerti , confusi , diffidenti di sé , inceppati continuamente dal timore e dalla coscienza di parlar male . Quante volte nella vita dipende un grave danno o un grande vantaggio nostro da un nostro pensiero o sentimento espresso in un modo infelice , onde non è inteso o è franteso , o significato invece in una forma che svela tutto l ' animo e va dritta alla mente e al cuore della persona a cui è diretta ! Quante cognizioni , quante idee rimangono in molte menti , per sempre , come materia informe e senza valore , perché manca a chi le possiede il possesso della lingua per comunicarle alla mente altrui ? Si dice che l ' uomo vale per quello che sa ; ma vale anche in gran parte per come sa dire quello che sa . Più che per il passato , ora che son sempre più frequenti per tutti il bisogno e le occasioni di comunicare ad altri le proprie idee , scrivendo per la stampa , parlando in pubblico , partecipando in diversi modi alla trattazione d ' interessi comuni , la conoscenza della lingua è necessaria . Non è soltanto un ornamento intellettuale : è arma nella lotta per la vita , è forza e libertà dello spirito , è chiave dei cuori e delle coscienze altrui , è strumento di lavoro e di fortuna . * E dobbiamo studiar la lingua anche per dovere di cittadini . Le lingue si trasformano col tempo , come ogni cosa si trasforma : acquistano nuove voci e locuzioni , come gli alberi mettono nuove foglie ; ne pèrdono ; di molte che esse conservano , il significato si muta ; si mutano le lingue nella sostanza e nella struttura : è effetto d ' una legge naturale . Ma con la trasformazione naturale e inevitabile della lingua non si deve confondere la corruzione , la quale consiste nell ' introdurvi , come si fa dai più , parole e frasi barbare e non necessarie , idiotismi oziosi , modi dell ' uso spurio , forme che ripugnano all ' indole sua . Ora , da questa corruzione è dovere d ' ogni cittadino colto preservare la lingua della patria , perché , come ciascuno fa la parte sua , sia pure minima , nella grande opera collettiva , da cui la lingua resulta , così concorre ciascuno a corromperla , sia pure in parte infinitesima , parlando e scrivendo male . Non è dovere soltanto degli scrittori , è di tutti ; perché dove tutti maltrattano e guastan la lingua , finiscono anche gli scrittori con essere travolti dall ' universale barbarie . Nel grande commercio nazionale della lingua è onestà il non mettere in giro monete false . È vergogna per un italiano colto l ' esprimere barbaramente pensieri e sentimenti che scrittori insigni di trenta generazioni espressero in forme italiane pure e ammirabili . È irragionevole il vantarsi d ' amare il proprio paese quando si concorre a imbastardirne il linguaggio , considerandolo come un campo che a tutti sia lecito di calpestare e lordare . Per la ragione stessa che rispettiamo e custodiamo gelosamente la ricchezza infinita d ' opere d ' arte , che i nostri padri ci lasciarono , dobbiamo rispettare e custodire il patrimonio della lingua , che essi trasmisero e affidarono a noi come una tradizione gloriosa , e che da noi si ha da tramandare ai nostri figli , intatto e immaculato quanto lo consentano la legge del tempo e la forza delle cose . Per amor di patria , dunque , per sentimento di dignità nazionale e d ' onestà cittadina , per nostro interesse individuale e per vantaggio di tutti , noi dobbiamo studiare la nostra lingua , quanto ci è possibile , in qualunque classe sociale ci abbia posto la fortuna , qualunque sia il nostro ufficio nella società e la natura dei nostri studi professionali , in qualunque parte d ' Italia siam nati o destinati a vivere ; dobbiamo studiarla perché sono una cosa patria e lingua , pensiero e parola , parola e vita . * Ebbene , io scrivo con lo scopo unico di farti prendere amore a questo studio , provandoti che non è punto uno studio arido e noioso , come lo credono i più ; ma che si può fare con lo stesso diletto col quale si studia la pittura e la musica da chi non vi cerca altro che il diletto . Tu hai già compreso : non scrivo un trattato ; non scenderò a disquisizioni grammaticali minute , né salirò a quistioni alte di filologia , chè non sarebbe affar mio , e non gioverebbe al mio scopo : tratterò la materia semplicemente e praticamente , nella forma che mi pare convenga meglio all ' età tua . E scrivo non soltanto per te ; ma anche per quella molta gente d ' ogni età e condizione , che potrebbe studiar la lingua con piacere e con vantaggio , pure senza il sussidio utilissimo della conoscenza del latino , né d ' altra preparazione letteraria , e che ci si metterebbe volentieri , se non la trattenesse il pregiudizio comune che v ' occorra uno sforzo enorme della volontà e una pazienza infinita , come per lo studio d ' una scienza astrusa . Per questo , strada facendo , mi staccherò da te qualche volta , per rivolgermi ad altri ; ma tu mi potrai venire accanto anche allora , perché non mi scorderò mai che m ' ascolti . Faremo insieme un viaggio d ' istruzione , e farò il possibile perché riesca pure un viaggio di piacere . Può darsi che in qualche punto tu t ' annoi ; ma spesso ti soffermerai a pensare , e di tanto in tanto sorriderai , e ti farai buon sangue . Non sono un maestro : sono una guida . Alla dottrina che mi manca supplirò in qualche modo con la dottrina degli altri . Non imparerai gran cosa da me lungo il viaggio ; ma moltissimo poi da te stesso , e con l ' aiuto altrui , se io riuscirò , come spero , a trasfondere nell ' animo tuo un poco del vivo amore e dell ' allegra fede con cui mi metto al lavoro . A QUELLI CHE NON VORREBBERO LEGGERE . Vedo parecchi lettori , che dopo avere scorso la prefazione , fanno l ' atto di chiudere il libro . Un momento , signori . Chiedo il permesso di rivolgere poche parole a ciascun di loro . Poi ritornerò a te , giovinetto . A chi dice che la lingua si sa . - Che bisogno c ' è di studiar la lingua ? La lingua si sa ! - È un ' opinione di molti . Ella la saprà meglio di molti altri , non ne dubito ; ma si lasci dire che , se non l ' ha studiata , non la può sapere , non solo come dovrebbe , ma neppure quanto i suoi bisogni richiedono . Ella possiede un materiale di lingua che non è la terza parte di quello che le sarebbe necessario per parlar bene , un piccolo corredo di vocaboli e di frasi , che le servono a dire impropriamente e a un di presso una grande quantità di cose , ciascuna delle quali può esser detta con una parola o una frase propria , che dice per l ' appunto quella cosa sola . Nel parlare come nello scrivere , a ogni tratto , ella gira intorno al proprio pensiero , non lo esprime che a mezzo , ed è costretta ad aggiungere e a correggere per compiere e chiarire l ' espressione che non le riuscì compiuta e chiara alla prima . E , confessi la verità : molte cose ella non le dice per non mettersi in un impaccio . Vuol vedere che io le nomino subito venti , trenta oggetti , operazioni , qualità o particolari d ' oggetti , che a tutti occorre di rammentare quasi ogni giorno , e che ella designa sempre con una perifrasi o con una parola sbagliata ? Vuol che le dica lì per lì una filza di modi della lingua viva , usatissimi in tutta l ' Italia , e che non hanno sinonimi , ma che lei non ha mai usati e che le riuscirebbero nuovi come modi d ' un ' altra lingua ? Ella conosce il francese ? Non molto . Vuole scommettere che se mi racconta in italiano l ' aneddoto più semplice , io , che non sono un linguista né un pedante , ci trovo altrettante improprietà quante ce ne troverebbe un francese s ' ella gli raccontasse l ' aneddoto in francese ? E mi sostiene che la lingua si sa ? Capisco come non si sappia d ' ignorare le cose che non si sa che esistano . Ma ella somiglia a chi credesse di saper la botanica perché conosce i legumi che gli portano in tavola e i nomi dei fiori che coltiva sul terrazzino . A chi dice : - Che cosa importa ? - È uno studio di parole , insomma ; che cosa importano le parole ? - Che cosa importano le parole ? Questa è grossa , mi perdoni . È come dire : - Che cosa importa parlare e scrivere con chiarezza e con efficacia ? Che cosa importa l ' usare , invece d ' una parola o d ' una frase propria , un ' altra parola o un ' altra frase che , non esprimendo per l ' appunto il nostro pensiero , può farlo frantendere e costringerci perciò ad esprimerlo un ' altra volta in un ' altra maniera , che può esser peggiore della prima ? Che cosa importa , parlando e scrivendo , inciampare ogni momento in una difficoltà , essere arrestati a ogni passo da un dubbio , lasciare a mezzo una frase per cercare un vocabolo , doversi spiegare coi gesti come i bambini e gl ' idioti , e qualche volta urtare , non volendolo , e offendere una persona , non per altro che per non saper scegliere , nel farle un ' osservazione o un rimprovero o nel dirle una verità sgradita , la parola o la frase che esprimerebbe lo stesso pensiero senza ferirla nell ' amor proprio ? Che cosa importano le parole ? Ma infiniti malintesi , risentimenti , diverbi dolorosi nascono di continuo fra gli uomini da una parola usata a sproposito , non per mal animo , ma per pura ignoranza o mancanza di finezza nel sentimento della lingua . Ma mille volte nella vita il primo giudizio che facciamo dell ' ingegno , della cultura , del grado d ' educazione d ' una persona , si fonda ( e sia pure a torto sovente , chè questo cresce valore all ' argomento ) sopra il suo modo di parlare , e anche su poche parole che le abbiamo udito dire , sopra una sgrammaticatura , sopra un ' espressione ridicola , sopra l ' ignoranza d ' una parola comune . Ma ella stessa , signore , ella che dice che le parole non importano , quando le occorre di parlar la prima volta con una persona che le ispira reverenza , e di cui le preme d ' acquistarsi la stima e la simpatia , ella stessa , sempre , anche inconscientemente , s ' ingegna di parlar meglio del solito , scegliendo i vocaboli con cura e filando i periodi con garbo ! O come si può dire : - Che cosa importano le parole ? A un uomo d ' affari . - Quanto a me , consentirà che non ho bisogno di studiar l ' italiano . Sono un uomo d ' affari ! - Mi scusi . È forse il dialetto la lingua ufficiale degli affari ? E in ogni modo , non pare a lei che un uomo d ' affari che ha studiato e parla e scrive correttamente e facilmente la lingua , valga , a parità d ' ingegno e d ' esperienza , qualche cosa di più d ' un altro , il quale la scriva come un barbaro e la balbetti come un ragazzo ? Ma gli uomini d ' affari hanno soventissime volte da esporre , da dimostrare , da discutere gl ' interessi propri , con la penna o di viva voce , a quattr ' occhi e in riunioni private o pubbliche , in lingua italiana . Ma se c ' è gente al mondo a cui sia utile , necessaria nell ' espressione del proprio pensiero la lucidità , la brevità , l ' esattezza del linguaggio , son loro , che hanno molte cose da dire e importanti e non facili , e le hanno da dire alla lesta , a gente che non ha tempo da perdere ; cose nelle quali il non farsi bene intendere produce ben più gravi inconvenienti che nei discorsi ordinari . Ma gli uomini d ' affari vivono pure fuor del giro dei propri interessi , fra amici d ' altre professioni , con signore , con artisti , con gente di varia cultura , in mezzo ai quali portano il loro amor proprio , non solo d ' uomini d ' affari , ma d ' uomini di mondo , l ' ambizione di contar qualche cosa anche fuor delle faccende e dei numeri , il desiderio di farsi ascoltare , di divertire , di piacere , e se non altro la cura di non far ridere parlando rozzamente e lasciandosi scappare strafalcioni . E in fine , signor uomo d ' affari , vale per lei , come per tutti , questa ragione : che la lingua nazionale , in certe classi della società , si deve imparare non soltanto per sé , ma per i propri figliuoli ; i quali ad impararla , almeno fin che son piccoli , debbono essere aiutati dal padre e dalla madre . Che figura farebbe un padre che dicesse al suo figliuolo : - Caro mio , tu hai dieci anni ; in materia di lingua io non son più in grado d ' insegnarti nulla perché .... sono un uomo d ' affari ! A chi non ci ha attitudine . - Lo credo anch ' io una buona cosa ; ma allo studio della lingua non ci ho attitudine . - Oh bella ! Che risponderebbe lei a chi le dicesse : - Non son fatto bene , son di complessione debole : per questo non faccio ginnastica ? - Ma il non aver attitudine allo studio della lingua è una ragione di più per istudiarla . Chi non è dotato di buona memoria , e non ha facilità d ' esprimersi , né un vivo sentimento naturale della lingua , deve e può supplire alla deficienza di queste qualità con lo studio . Un ' attitudine particolare ci vuole per diventare scrittore o linguista ; ma per imparar la lingua quanto lo richiedono il dovere , l ' interesse e la dignità di qualunque cittadino colto , basta la volontà . Ci si provi un poco . Ella non immagina quanto possa acquistare in materia di lingua anche chi non ci ha disposizione di natura , in un periodo di tempo anche breve , e senza far grande fatica . Mi dirà : - Non ci avendo disposizione , non ci ho amore , e senza questo non si riesce a nulla . - Ma l ' amore viene a poco a poco , man mano che dello studio si riconoscono i profitti , come viene all ' erborizzatore esordiente , che , dopo aver classificato nella sua mente un certo numero di piante , prosegue con più alacrità , per il piacere d ' accrescere il suo patrimonio di cognizioni , e perché il lavoro gli riesce sempre più facile . Può ella affermare che se stèsse chiusa un mese fra quattro pareti senz ' altri libri che di lingua , non prenderebbe amore a questo studio quanto uno che ci avesse disposizione ? No , non è vero ? E ci prenderebbe amore per il solo fatto che sarebbe costretta , per cacciar la noia , a vincere la prima riluttanza , insistendo su quella materia col pensiero , come non ha fatto mai . Provi dunque a insistervi col pensiero una volta , a fare una volta di proposito ciò che farebbe in quel caso per forza , e vedrà che il difficile non sta che nel principiare . E poi : - Non ci ho attitudine ! - E come lo sa ? La mente umana è piena di sorprese ; certe attitudini vi stanno nascoste ; scavi un po ' ; anche nel cervello , chi cerca trova . A chi non ci ha tempo . - Ci ho pensato molte volte , mi ci metterei ; ma ho altro da fare , mi manca il tempo . - Non le può mancare . Non c ' è altra materia che si presti meglio a uno studio frammentario , fatto nei ritagli di tempo libero , e anche nei momenti di riposo ; a uno studio somigliante a quelle occupazioni fra intellettuali e meccaniche , a cui si dànno molti per isvago . Se non chiuderà il mio libro alle prime pagine , vedrà che può studiare la lingua senza togliere un ' ora alle sue faccende quotidiane , anzi facendo servire queste a quello scopo , imparando qualche cosa a ogni proposito , raccogliendo le cognizioni quasi senza far deviare il suo pensiero dall ' andamento abituale . Ella mi dirà : - Ma ho mille pensieri , mille cure ; quando ci avrei tempo , non ci ho testa ; per codesto studio ci vuol l ' animo tranquillo . - Ma appunto , ella ci troverà quiete e sollievo , perché non c ' è altro studio che giovi quanto questo a distrarci dalle passioni che ci turbano , che occupi e svaghi la mente , come questo fa , con una serie continua di curiosità nascenti l ' una dall ' altra , contentando ad un tempo l ' animo con molte piccole conquiste quotidiane determinate , con infinite piccole compiacenze prodotte dal continuo ripetersi delle occasioni in cui si può spendere quello che s ' è guadagnato . E non mi dica neppure che è uno studio per i giovani , ai quali è stimolo l ' idea di ricavarne un vantaggio per l ' avvenire , non per gli uomini maturi , a cui quello stimolo manca . No ; bisogna pure che ci si trovi un piacere indipendente da ogni concetto d ' utilità futura , poichè per tanti uomini , anche non letterati e scrittori , è uno studio amoroso e costante , un conforto nella vecchiaia e nella solitudine , l ' ultima forma d ' attività della loro mente , come è per altri lo studio della natura . Col quale , infatti , ha questo di comune lo studio della lingua : che è infinitamente vario , e che i suoi confini s ' allontanano dinanzi a chi vi procede . A chi dice che ci avrà tempo . A lei , signorino , che mi dice : - Ci avrò tempo ! - darei volentieri una tiratina d ' orecchio . Se c ' è studio che un ragazzo non debba rimandare a poi , è questo della lingua . Non t ' hai per male ch ' io paragoni la tua memoria a un foglio di carta asciugante ? Vedi , quando questo è fresco e pulito , come vi s ' imprimono nette tutte le parole dello scritto su cui lo premi , e vedi poi , quando è un pezzo che l ' usi ed è già nero in gran parte , come le parole vi s ' imprimono confuse , o non vi restano , o se ne perde l ' impressione in quella dello scritto che già lo ricopre . La tua bella età è quella in cui la mente vergine e chiara è più atta ad appropriarsi il materiale della lingua , non soltanto per virtù della memoria ancor fresca , ma anche perché , essendo tu spettatore più che attore della vita , dalle parole non ti distraggono ancora le cose così fortemente come faranno più tardi , quando avrai mille cure , faccende e pensieri . Per questo tu hai inteso dire mille volte che i ragazzi imparano le lingue più facilmente degli uomini . Via via che s ' allargherà il campo e crescerà la difficoltà dei tuoi studi , ti mancherà sempre più il tempo di dedicarti alla lingua e dovrai fare uno sforzo sempre maggiore per impararla . E non pensare che sia uno studio puramente letterario , che a te , chiamato a questa o a quella scienza , non possa giovare . È un errore madornale . Nel campo di qualunque scienza il possesso della lingua , la facoltà di esprimersi con chiarezza e con proprietà è parte della scienza stessa . Vedi che differenza c ' è nel profitto che fanno fare ai giovani gl ' insegnanti che parlano bene e quelli che parlano male . E non credere d ' imparar la lingua con quel tanto che te ne insegnano : la scuola non ti può che mettere sulla via d ' impararla : al modo particolare che ha ciascun di noi di sentire e di pensare , noi soli possiamo trovar la lingua che lo esprima . E poi , che logica è questa ? Dici che a studiar la lingua ci hai tempo , ossia , che è uno studio che non preme ; ma d ' ogni sproposito o anche piccolo errore di lingua che sfugga a chi che sia , se tu lo avverti , ne fai un carnevale . Non ti dar la zappa sui piedi , dunque ; mettiti all ' opera ; per qualunque via tu abbia da fare il tuo cammino nel mondo , benedirai le fatiche che avrai dedicate a questo studio nei tuoi primi anni . A un giovane d ' ingegno . - Lo studio della lingua è per le teste piccole , che , non avendo idee , hanno bisogno d ' imparar parole .... - Lo crede davvero ? Veda come andiamo d ' accordo . Io penso l ' opposto . Credo che le teste piccole abbian meno bisogno di studiar la lingua che le teste grandi , perché , avendo poche idee , basta a loro un ristretto materiale di lingua ad esprimerle ; perché , pensando meno profondamente e meno sottilmente , non occorre loro grande efficacia e finezza di linguaggio per rendere il proprio pensiero . Ma chi ha vero ingegno , se non sa la lingua bene , si trova tanto più impacciato a farsi valere quanto ha più ingegno . Come non lo comprende ? Non è verità evidente che deve posseder la lingua meglio degli altri chi ha idee originali e sentimenti vivi e delicati da esprimere , chi sa , intuisce e ricorda molte cose , e in ogni cosa vede particolari che la maggior parte non vedono , chi dalla forza del proprio ingegno e del proprio sentimento è portato più degli altri ad analizzare , ad argomentare , a raccontare , a descrivere , e nel descrivere , a scolpire e a colorire le proprie immagini ? E tanto più se il suo ingegno è di quella natura particolare che si chiama spirito , inclinato a coglier delle cose il lato ridicolo , e le relazioni riposte di affinità e di contrasto comico intercedenti fra di esse , e a giocare coi significati diretti e traslati dei vocaboli , tanto più avrà bisogno di maneggiar con destrezza la lingua , che appunto nel campo dello scherzo è ricchissima . Se si paragona la lingua al danaro , si può dire che chi non ha ingegno è rispetto ad essa come un uomo quieto e assestato , senza vanità e senza desidèri , che campa con pochi soldi , e chi ha molto ingegno è un uomo pien di vita e d ' ambizione , di raffinatezze aristocratiche e di voglie giovanili , che ha bisogno di spendere e di spandere . Studi dunque la lingua anche lei , che è un gran signore intellettuale , per non ridursi poi a campare come un pitocco . A chi studia le lingue straniere . Mi dice un giovinetto , con accento d ' alterezza : - Io studio le lingue straniere . - Vuoi dire con questo che ti preme più di saper le lingue straniere che la tua ? Non me ne maraviglierei più che tanto . C ' è degli italiani che , volendo fare un viaggio di piacere e d ' istruzione , vanno prima a Parigi che a Roma ; ce n ' è altri , i quali dicono sorridendo , con l ' aria di darsi un vanto , che della più parte dei propri pensieri s ' affaccia loro alla mente l ' espressione francese o inglese prima che l ' italiana ; e conobbi anche un tale , che a un esame di geografia , dopo aver detto benissimo i confini della Persia , mise Firenze a settentrione di Bologna . No ? Tu non sei di quel numero ? E tanto meglio . Ma non sarai mai abbastanza persuaso di questa verità : che non si studia con amore , che non s ' impara bene nessuna lingua straniera , se non s ' è prima studiato con amore e imparato bene la propria ; poichè , se imparare una lingua straniera non è altro che imparare a tradurre in questa i nostri pensieri da quella che usualmente parliamo , come si può fare una buona traduzione d ' un cattivo testo ? Come riuscire a dir con esattezza e con garbo in un ' altra lingua quelle cose che non sappiamo dire se non confusamente e senza garbo nella nostra ? E in che maniera intendere e sentire le qualità degli scrittori stranieri , se queste , in qualunque lingua , non s ' intendono e non si sentono se non paragonando le parole , le frasi , le forme a quelle che loro corrispondono nella lingua che ci è famigliare ? E ti seguirà anche questo : che mentre non imparerai che male altre lingue , ti si corromperà e confonderà nella mente quel poco che sai della tua , perché , essendo poco e mal fermo , non reggerà il materiale straniero che gli verserai sopra , e ti troverai così ad aver acquistato varie mezze lingue , senza possederne una intera ; sarai come chi a un vestito tutto buchi ne sovrapponga un altro pieno di strappi , che riman mezzo nudo a ogni modo . Dammi retta : fatti prima un buon vestito italiano . A chi dice che basta leggere . - La lingua - dicon molti - s ' impara leggendo . Lo crede davvero , signor mio ? Ma se anche ella non legga che libri , dai quali la lingua si possa imparare , le dico che ella vive in una grande illusione , salvo che li legga principalmente con quello scopo , ossia badando più alla forma che alla sostanza ; cosa ch ' ella non fa , senza dubbio , o che può far tanto meno quanto più la sostanza dei libri l ' attrae e la diverte . Della ricchezza e della proprietà della lingua , leggendo , ella sentirà qua e là , e complessivamente , l ' effetto ; ma provi , finita la lettura d ' un libro , a cercar quante parole e frasi le sian rimaste nella mente , in maniera da diventar sue , e da venirle poi sulla bocca o alla penna nel parlare o nello scrivere , e vedrà che poco o nulla le sarà rimasto . La memoria della lingua non si rafforza che con l ' esercizio , e nella lettura essa non si esercita . S ' impara la lingua anche leggendo , ma leggendo pochi libri molte volte e attentamente , non già molti una volta sola e di corsa , come dai più si suol fare ; e l ' avrà esperimentato ella pure non scoprendo che alla terza o alla quarta lettura , in libri scritti bene , una quantità di bellezze di lingua , d ' effetti particolari che fanno certi vocaboli collocati in un certo punto , di ragioni profonde e sottili per cui certe espressioni , e non cert ' altre , furono usate . E se anche leggendo soltanto per ispasso , s ' imparasse molta lingua , come si potrebbe imparare la nomenclatura d ' innumerevoli cose , di cui solo una parte minima , in un certo numero di libri , può ritrovarsi ? Come apprendere la lingua viva e famigliare che , fuor d ' un certo genere di letteratura , manca nei libri quasi affatto ? E come acquistare l ' agilità e la prontezza della mente che occorrono per maneggiare il materiale linguistico e farlo servire con garbo al pensiero ? Tenga per fermo che leggendo libri per vent ' anni non imparerà tanta lingua quanto studiandola di proposito un anno solo . Legga e rilegga senza studiare , e verserà dell ' acqua in un crivello . A chi dice che s ' impara la lingua dall ' uso . Qui sento un coro d ' italiani settentrionali che esclamano : - Studiare la lingua ! Ma la lingua s ' impara dall ' uso ! Da qual uso l ' imparate voi , cari signori ? In casa voi parlate quasi tutti e fuor di casa quasi sempre il vostro dialetto , e quando non parlate questo , parlate e sentite parlare un italiano povero e scorretto , pieno zeppo d ' idiotismi e di francesismi . In materia di lingua s ' usa fra noi non toscani , perché parliamo tutti male , una grande tolleranza reciproca , per effetto della quale nessuno studia di correggersi , e ognuno sèguita per tutta la vita a ripetere gli stessi spropositi , senz ' arricchire il proprio linguaggio di dieci parole in un anno . Anche quei pochi che hanno studiato la lingua e che , scrivendo , sono corretti e sfoggiano una certa ricchezza di vocaboli e di frasi , quando parlano , parlano poco meno scorrettamente e poveramente degli altri , appunto perché della lingua non hanno l ' uso , perché delle frasi e dei vocaboli , che cercano e trovano nello scrivere , non vien loro alla bocca , non avendoli essi famigliari , che una minima parte . Come si può dunque imparare la buona lingua da un uso cattivo ? Come imparare centinaia e centinaia di voci e locuzioni che intorno a noi nessuno dice mai ? V ' è mai occorso di sentir degli stranieri che credono d ' aver imparato l ' italiano dall ' uso in dieci anni di soggiorno in una città dell ' Alta Italia ? V ' avranno fatto scappare . Dall ' uso , fra noi , si può imparare a parlar con scioltezza ; ma con proprietà , con varietà , con colorito , con grazia ! Corbellerie . Perdonatemi : m ' è scappata dalla penna . A una signorina . O signorina , anche lei ? Ma come ? Metterà tanta cura ad abbigliare la sua graziosa persona e non ne vorrà metter punto a vestire i suoi pensieri ? Porrà tanto studio a camminare con grazia e nessun impegno a parlar con garbo ? Cercherà con tant ' arte di modular dolcemente la sua voce e non le importerà di pronunziare con dolcezza parole spurie e frasi barbare ? E le parrà che non abbia a studiar la lingua la donna , che per ragione di natura e per gli uffici a cui è destinata , di madre , di consigliera , d ' educatrice , di consolatrice della famiglia , avrà tanti sentimenti amorosi e pensieri gentili da esprimere , tante cose da dire , delle più difficili a dire e a sentire , e che può e sa dire essa sola , e che da lei sola si vogliono udire ! E come farà , se non avrà studiato la sua lingua , a compiere con la voce e con la penna questi uffici , per i quali occorre conoscer della lingua tutte le grazie e le sfumature , possedere tutte quelle parole e locuzioni proprie , morbide , agili , sottili , che entrano quasi inavvertite nella coscienza e nel cuore , persuadono e commovono , accarezzano e consolano ? Non è uno studio per la donna ? Ma direi che è il primo studio che ella ha da fare , poichè la madre è la prima maestra dei suoi figliuoli , e perché in ogni società colta sono , e non possono esser che le donne quelle che insegnano ed impongono nella conversazione la dignità del linguaggio , la finezza dello scherzo , l ' urbanità della contraddizione . E come si può far questo non conoscendo la lingua ? Ah , ella scuote il capo , con un sorrisetto : ho capito . È bella , ed ha vanità femminea , non ambizione letteraria , e pensa che un viso come il suo basterà , senza il sussidio del vocabolario e della grammatica , ad attirarle da per tutto l ' ammirazione e l ' ossequio . Ma s ' inganna , signorina . Se sapesse che peggior effetto fa una parola brutta sur una bocca bella , e com ' è più ridicola la sgrammaticatura detta con un sorriso vanitoso ! E se sentisse con che barbara compiacenza le belle amiche commentano e portano in giro il piccolo sproposito dell ' amica bella ! Andiamo , mi confessi che ha torto , e mi conforti anche lei , almeno per un tratto di strada , della sua cara compagnia . LA LINGUA E L ' AMOR PROPRIO . Ritorno a te , giovinetto . Hai visto che cosa s ' ha da rispondere a chi dice : - Che importano le parole ? - A quella risposta debbo fare un ' aggiunta , che ti persuaderà anche meglio della necessità di studiare la lingua . In tutti i paesi del mondo sono argomento di ridicolo gli errori di lingua . Non è qui il caso di cercare da quale intima sorgente della ragione e del sentimento questo ridicolo nasca . Si ride degli errori dei bambini , piacevolmente , perché nei bambini è naturale l ' errore ; si ride degli errori della gente del popolo , con un senso di compatimento , perché derivano da un ' ignoranza scusabile ; si ride degli spropositi di chi appartiene alle classi colte , facendone le beffe , perché sono effetto d ' un ' ignoranza colpevole . E avrai osservato che si ride involontariamente , spesso a nostro malgrado , anche degli errori delle persone che amiamo e rispettiamo . È quasi un istinto irresistibile , come al veder fare certe smorfie a chi mangia e certi traballoni a chi cammina . Ora , com ' è naturale in tutti questo sentimento , è anche naturale che tutti , chi più , chi meno , si vergognino e si stizziscano di suscitarlo . Benchè ancora giovinetto , tu avrai visto più volte anche uomini che non hanno alcuna pretensione a letterati , e che tollerano ogni specie di scherzi , risentirsi al veder ridere d ' una parola o d ' una frase sbagliata che sia loro sfuggita di bocca . Esiste veramente nell ' uomo un particolare amor proprio , che si potrebbe definire l ' amor proprio della parola , e che è singolarmente delicato e irritabile . Non ti lasciar ingannare da chi lo nega e dice di ridersene . Che cosa importano le parole ? Ma l ' importanza loro , che tanta gente finge di disconoscere , è dimostrata di continuo e da per tutto da infiniti segni . Domanda a quanti bazzicano caffè e trattorie da molti anni , quante volte hanno inteso a un tavolino accanto , anche fra gente di professioni lontanissime dalla letteratura , discussioni accanite e interminabili sull ' italianità o sul significato d ' un vocabolo . Vedi nei giornali che pubblicano corrispondenze dei piccoli comuni , quante volte i corrispondenti , polemizzando , si scherniscono e si dànno a vicenda dell ' asino per uno svarione di lingua o di sintassi . Interroga qualunque scrittore noto , che non abbia reputazione di strapazzar la grammatica , e ti dirà quante lettere di sconosciuti riceve , che invocano il suo giudizio sulla legittimità d ' una voce o d ' una locuzione , sulla quale è corsa una scommessa . Fatti dire da maestri e da professori quante lettere ricevano da padri e da madri , che rivendicano la correttezza d ' una parola o d ' una frase segnata come errore in un componimento del loro figliuolo , ragionando , citando esempi e accalorandosi come linguisti offesi nell ' orgoglio . E quanti battibecchi seguono negli uffici di tutte le amministrazioni , per piccole quistioni di lingua , fra redattori di minute risentiti d ' un appunto linguistico e superiori feriti nel sentimento della propria autorità letteraria ! E in quante assemblee un discorso per ogni verso sensato fallisce allo scopo per una frase sgrammaticata che fa ridere ! E quanti sono gli uomini politici , anche illustri , al cui nome è rimasto appiccicato per tutta la vita , come un ' insegna derisoria , uno sproposito di lingua , sfuggito loro una volta più per sbadataggine che per ignoranza ! Vedi se importano o no le parole , e per l ' effetto che producono negli altri gli errori , e per il risentimento e le amarezze che da quegli effetti vengono a noi , e se sia da darsi retta a chi sconsiglia i giovani dallo studio della lingua , come da un perditempo . E puoi farne la prova tu stesso . A chiunque ti dica che studiar la lingua è tempo perso , se te lo dice in italiano , prova a dir lì per lì ch ' egli ha fatto un errore di proprietà o di grammatica , e vedrai che salta su , smentendo subito sé stesso , e ti rimbecca : - Come ? Vuoi fare il maestro a me ? ... Ma studia prima la lingua ! E qui , supponendo che tu sia oramai arcipersuaso , chiudo la triplice prefazione , e mi metto in cammino . DEL PARLARE . Le miserie della loquela . La prima cosa che ti devi proporre , mettendoti a studiare la lingua , è d ' imparare a parlarla correttamente e facilmente . A darti fermezza in questo proposito gioverà più che altro la consuetudine , che tu devi prendere , d ' osservare la scorrettezza , la rozzezza , lo stento , le infinite miserie e ridicolaggini del modo di parlare dei più , non già nelle classi sociali inferiori , ma in quella medesima a cui tu appartieni . Troverai molti che , parlando italiano , perdono ogni vivacità dello spirito , come se cambiassero natura ; che ti fanno sospirar mezzo minuto ogni parola , come avari a cui ogni parola costasse uno scudo , e par che le posino l ' una dopo l ' altra con gran riguardo come oggetti fragili e preziosi ; che per raccontar la cosa più semplice e più futile fanno una lunga e lenta tiritera , che metterebbe alla prova la pazienza d ' un santo . Conoscerai altri che , per parlar corretto , si rifanno ogni momento indietro a rettificar una parola o a correggere una frase , ti presentano due volte un periodo , prima in brutta copia e poi messo a pulito , ti fanno assistere a tutta la faticosa fabbricazione del proprio discorso , pezzo per pezzo e giuntura per giuntura , e quando credi che l ' abbian finito , v ' aggiungono ancora qualche commento e gli dànno qualche ritocco ; dopo di che , affaticati dal lavoro fatto , non hanno più capo ad ascoltare la tua risposta . Sentirai parecchi , che metton fuori ogni tanto una parola o una frase francese , o del dialetto , o del loro gergo professionale , con l ' aria di non avvedersene , o di dirla per dar varietà capricciosa o colorito comico al discorso ; ma in realtà perché non sanno l ' espressione corrispondente italiana ; e screziano così il loro italiano per modo , che non si sa ben dire che lingua parlino , e par di sentire di quei sonatori ambulanti che suonano tre strumenti , tutti e tre malamente , in una volta sola . Udirai certi tali , che cercano di nascondere gli spropositi come i prestigiatori fanno sparire le pallottole , assordandoti con un precipizio di parole ; che per distrarre la tua attenzione dalla loro grammatica alzano la voce o dànno in risate fuor di proposito , e si mangiano a mezzo le forme verbali di cui non sono sicuri , e confondono le frasi dubbie con l ' accompagnamento d ' una specie di rantolo catarrale , somigliante al rugliare che fanno i cani tra l ' uno e l ' altro latrato . Ma chi può dire tutte le industrie puerili e ridicole a cui si ricorre per salvare il decoro nella disperata lotta con la lingua italiana ? Gli uni si riducono a parlare più coi gesti e con gli ammicchi che con le parole ; gli altri vanno avanti a furia d ' intercalari e di luoghi comuni , coi quali coprono tutti gli sbrani e tappano tutti i buchi del discorso ; questi , per prender tempo a cercare il vocabolo , sciorinano dei ma che non hanno più fine , o piantano dei però enormi , su cui s ' appoggiano come sopra un bastone ; quelli , per poter raccogliere il periodo che scappa da tutte le parti , fanno lunghe pause , anche nel dire una bazzecola , fingendo un lavorìo profondo del pensiero , o una distrazione improvvisa , o una svogliatezza di gente annoiata , che dica tanto per dire , senza badare a quello che dice . Quante arti , quante fatiche e figure ridicole per iscansare il ridicolo di non saper parlare la propria lingua ! Ma per compier la mostra bisogna ricordare anche quelli che non parlano ; quelli che nelle compagnie dove si parla italiano non vanno , o ci vanno come a un castigo , e ci stanno come sulle spine , senza rifiatare , o parlando il meno possibile , anche con danno proprio , e a costo di parere imbronciati o villani ; quelli che , per la stessa ragione , pigliano in uggia i conoscenti , e anche gli amici italianeggianti , e da questi si fanno prendere in uggia alla volta loro , burlandoli come d ' una ostentazione di saccenti e d ' aristocratici ; quelli che vanno più oltre , che non nascondono la propria antipatia , dandole un altro colore , verso tutti quegli italiani d ' altre regioni , coi quali , per farsi intendere , dovendo trattar con loro per forza , sono costretti a parlare italiano . E c ' è ancora la famiglia numerosissima degli screanzati incorreggibili , che in qualunque compagnia si trovino , pure sapendo di non esser capiti , s ' ostinano sfacciatamente a parlare il proprio dialetto , a sventolare la bandiera della propria ignoranza , sulla quale hanno scritto : - Chi mi capisce , bene ; chi non mi capisce , s ' accomodi - ; somiglianti a quegli ubbriachi allucinati , che tiran via a ragionar coi pilastri . Ma c ' è nella gran famiglia dei poveri della parola un personaggio , che tu devi conoscere più intimamente degli altri , perché rappresenta una tendenza pericolosa e comunissima , dalla quale più che da ogni altra ti hai da guardare . Egli sarà il primo d ' una serie di personaggi singolari , che io conobbi , e che ti farò conoscere man mano , per ammaestramento e per ricreazione , nel corso del viaggio che faremo insieme . Ti presento per il primo il signor Coso . IL SIGNOR COSO . Le sue qualità più notevoli erano un profondo disprezzo per l ' arte della parola e un grande amore per la pesca con l ' amo ; il quale amore derivava in parte da quel disprezzo , perché diceva egli stesso che spessissimo andava a pescare non per altro che per isfuggire alla noia di barattar del fiato col prossimo . Quando lo conobbi non era più giovane ; ma anche da giovane dicevano i suoi vecchi amici che era sempre stato restìo al parlare come un tirchio allo spendere . Non che fosse propriamente taciturno : alle conversazioni degli amici prendeva parte ; ma accennava ogni suo pensiero con poche sillabe , in modo informe , e masticava il resto con voci inarticolate , e con un atto del capo e un cenno trascurato della mano invitava l ' uditore a fare in vece sua il molesto lavoro di compiere l ' espressione dell ' idea ch ' egli aveva abbozzata . Con un come si dice ? si liberava dalla seccatura di dir la cosa ; lasciava a mezzo ogni periodo con un insomma , tu capisci ; e con la parola coso faceva di meno di mille vocaboli . Per questo gli avevan dato il soprannome di Coso . - " Sai , questa mattina ho veduto coso , laggiù .... Dice che per quell ' affare .... tu sai .... niente ; salvo il caso .... ma neanche nel caso .... Tu m ' intendi - " . Era questa la forma tipica del suo discorso . - Tu sai .... coso - diceva d ' un amico ammalato , e non si curava neppure di dir che era morto : indicava con un gesto che se n ' era andato . Fu lui che annunziò agli amici l ' elezione del nuovo Papa , il cardinale Pecci . - Eletto - disse . - Chi hanno eletto ? - Coso - rispose ; e non pronunziò il nome che alla seconda domanda . Era in parte affettazione , come si dice che usasse fra certi nobili francesi del secondo Impero ; ma era più che altro una grande pigrizia , venuta a poco a poco a tal segno , che gli dava molestia anche il parlare degli altri . Quando sentiva un amico esprimere , discutendo , il proprio pensiero con un periodo filato e lunghetto , lo guardava con l ' aria di deriderlo per quella fatica inutile ch ' egli faceva , come avrebbe guardato uno che si stroncasse a sollevare un baule per la curiosità di saper quanto pesa . Quando il racconto di qualcuno si prolungava oltre un minuto , non faceva complimenti : chiudeva gli occhi e fingeva di dormire . Dal tempo che andava a scuola , dove a nessun professore era mai riuscito di cavargli più di quindici righe su qualunque soggetto di componimento , egli era venuto restringendo sempre più il suo linguaggio , nel quale ai vocaboli si sostituivano i gesti , e alla pronunzia scolpita un barbugliamento d ' addormentato . Egli aveva un gesto per dire : - Non ti fidar del tale : è un briccone ; - un gesto per annunziare che una commedia aveva fatto fiasco , che un certo affare non premeva , che d ' un altro affare non si voleva impicciare ; e tutte le gradazioni dello stupore , della maraviglia , del dispiacere esprimeva con una sola esclamazione , diversamente intonata : - Oh diavolo ! - E s ' aveva un bel burlarlo di questa sua stranezza : egli scrollava le spalle e rispondeva : - Chiacchieroni ! - Una volta sola , ch ' io mi ricordi , egli fece il miracolo di esprimere senza reticenze , benchè in forma laconica , un suo pensiero filosofico , per dar ragione della sua maniera di parlare . Udendo ripetere una sentenza del Michelet : - Nous mangeons immensément trop ; - da che derivano alla società , secondo lo scrittore francese , infiniti mali , egli disse che a quella si doveva sostituire un ' altra sentenza : - Noi parliamo troppo - poichè di quasi tutti i nostri guai la vera cagione era questa . Ma non si può credere fino a che punto arrivasse nel far economia di sillabe : fino a non farsi capire dal fiaccheraio , al quale , invece di : - Alla Stazione di Porta Nuova - diceva : - Alla Nuova - ; fino a non pronunziar mai che una delle due parole di cui si componesse il titolo del giornale , ch ' egli chiedeva al rivenditore ; fino a bandire dal suo vocabolario tutti i superlativi e gli avverbi lunghi ; tanto che a sentirgli dire un giorno : irremissibilmente e un ' altra volta : mortificatissimo , lo guardammo tutti stupiti . Da ultimo , poi , avendo inteso da un amico toscano un verbo non prima conosciuto : cosare , se n ' era impadronito con la gioia d ' un matematico che scopre una nuova formola algebrica , e con quello s ' alleggeriva anche più la fatica ingrata del parlare . Non diceva più al cameriere della trattoria che levasse l ' olio dal fiasco ; ma : - Cosami quel fiasco - , e così , cosare un plico , per mettervi il suggello , e a un amico , indicandogli un uscio fresco di vernice : - Bada , che ti cosi l ' abito . - Se avesse trovato nella lingua altre dieci parole come cosa e cosare , non gli sarebbe occorso altro vocabolario , e ne avrebbe avuto d ' avanzo . Poichè pensiero e parola nascono nella mente gemelli , chi si disavvezza dall ' esprimere il proprio pensiero , si disavvezza a poco a poco anche dal pensare . Questo era seguìto a lui : le facoltà di pensare e di parlare gli s ' erano arrugginite ad un tempo . Egli pensava a pensieri indeterminati , monchi e sconnessi come il suo linguaggio , e dall ' inerzia del cervello gli era venuta una grande indifferenza per ogni cosa . È questo l ' ultimo e peggior danno nel quale incorrono tutti coloro che per pigrizia rifuggono usualmente dalla fatica di tradurre il proprio pensiero in parole . Negli ultimi suoi anni Coso non leggeva nemmeno più i giornali : si contentava di raccoglier le notizie politiche al caffè o per la strada , e quando gliele davano con troppi particolari , tagliava la parola in bocca all ' amico , dicendogli : - Insomma , hanno cosato il bilancio - oppure : - alle corte , avremo un ministero Coso - , e aggiungeva un gesto che significava : - Basta , basta ; ho capito ; oh che fastidio ! Coso abbandonò questa valle di lacrime e di parole una diecina d ' anni fa , in una città dell ' Italia meridionale , dove era andato per ragion d ' impiego . E tal morì qual visse , se è vero quanto si riseppe da un suo nipote , che l ' assistette negli ultimi giorni : un capo armonico , a dir la verità , che potrebbe aver inventato una fiaba . Io la ripeto com ' egli la disse , affermandoci che non ci metteva nulla di suo . Presentendo la propria fine , il buon Coso , che aveva avuto sempre religione , fece chiamare il prete . A un certo punto il nipote , che stava all ' uscio , sentì il prete dire con voce grave , in cui la pietà velava il rimprovero : - No , caro signore , io non posso acconsentire a una domanda fatta in codesto modo . Il malato gli aveva espresso il suo desiderio con la sua parola solita : il coso . Pensando ch ' egli volesse qualche oggetto , un ricordo caro di famiglia , da rivedere l ' ultima volta , il sacerdote aveva guardato intorno per la camera . Poi , da un atto dell ' infermo avendo compreso , s ' era risentito . Il coso era il Viatico . L ' infermo s ' espresse meglio , e fu contentato . Ma per poco il suo malaugurato vezzo di cosare non gli costò la salute dell ' anima . Certo quelli che si lasciano andare fino a un tal segno son rari . Ma quanti non sono quelli che parlano presso a poco al modo di Coso ; che , per infingardaggine intellettuale o per disprezzo dell ' arte volgare del discorso , non dànno del proprio pensiero che briciole e sgoccioli , non mettono nella conversazione che la materia bruta del loro concetto , lasciando agli altri la cura di lavorarla , come una faccenda indegna di loro ? Il mondo n ' è pieno . Ma se l ' uomo si può definire " l ' animale parlante " , codesti non sono uomini .... sono cosi . TRA LO SCRIVERE E IL PARLARE C ' È DI MEZZO IL MARE . Per dimostrarti che a parlar bene non basta studiar la lingua , ma occorre fare uno studio e un esercizio particolare a quel fine , ti racconto un aneddoto . Circa trent ' anni fa , ebbi una sera la fortuna di desinare con una brigata di milanesi , fra i quali c ' era uno scienziato illustre , autore d ' un libro notissimo di scienza popolare , che è una delle opere più eloquenti e meglio scritte della letteratura scientifica d ' Italia . Lo scienziato , ch ' era un uomo d ' indole vivace e di spirito argutissimo , aveva poche sere avanti rallegrato quella stessa compagnia raccontando in dialetto certi episodi comici d ' un suo recente viaggio nella Scozia ; e il suo racconto era piaciuto per modo , che anche quella sera , alle frutte , tutti i commensali vollero che lo ripetesse , e mi dissero parecchi , mentre egli si disponeva a parlare : - Sentirà , e riderà come non ha mai riso . - L ' illustre uomo incominciò , parlando italiano per riguardo al nuovo uditore , e andò un pezzo innanzi nel racconto ; ma l ' uditorio , benchè avesse la miglior voglia di ridere , rimase freddo ; volevo ridere anch ' io , ma non potevo ; mi sconcertava il disinganno che leggevo sul viso degli altri ; i quali aspettavano tutti qualche cosa che non veniva mai , e parevano stupiti che non venisse , e intenti a cercarne dentro di sé la ragione . E , infatti , il racconto procedeva male ; lo sforzo che faceva il parlatore per trovar parole e frasi comiche , che poi non lo appagavano , ratteneva la sua vena ; l ' espressione del suo viso che , manifestando quello sforzo , discordava dalla comicità del discorso , ne distruggeva quasi al tutto l ' effetto ; il suo gesto stesso riusciva impacciato come il suo linguaggio ; mancava al racconto la spontaneità , il colorito , la vita . A un certo punto egli s ' interruppe , facendo un atto brusco d ' impazienza , ed esclamò ridendo : - Oh , lasciatemi un po ' parlare il mio milanese ! - e ripreso in milanese il discorso , tirò via col vento in poppa , con tutt ' altro viso e tutt ' altro accento , libero , arguto , amenissimo , accompagnato fino alla fine dall ' ilarità unanime e sonora degli ascoltatori . Mille casi consimili vedrai tu pure nella vita , perché migliaia d ' italiani colti , e che scrivono bene , si ritrovano , parlando italiano , nello stesso impaccio nel quale si trovò lo scienziato milanese . E la ragione dell ' impaccio sta in ciò : che fra il parlare e lo scrivere passa la stessa differenza che fra il correre ed il camminare . Come , se non è esercitata alla corsa , anche una persona ben formata , e che ha nel camminare un portamento sciolto e elegante , corre senza leggerezza e senza grazia e rimane senza fiato dopo un breve tratto , così ogni italiano , che parli per uso il suo dialetto , pur conoscendo la lingua benissimo , se a parlarla non s ' è esercitato con particolare studio , se non ha acquistato con quest ' esercizio la prontezza intellettuale e l ' agilità meccanica necessaria al parlar bene , che è come un comporre all ' improvviso , non troverà lì per lì le parole proprie , snaturerà il proprio pensiero , parlerà stentato e slavato , traballando e inciampando a ogni passo . Vedi dunque quanto importa che , prima d ' ogni cosa , tu t ' eserciti a ben parlare ; e dico : prima d ' ogni cosa , perché è un esercizio che puoi cominciare utilmente anche prima di metterti a studiare il materiale della lingua nel modo che vedremo poi . E ora t ' accenno i preliminari della ginnastica ; dopo i quali passeremo agli attrezzi . PER IMPARARE A PARLAR BENE . Il parlar malamente , in chi più o meno conosce la lingua , deriva in gran parte dalla consuetudine di non pensar mai un momento , prima di aprir la bocca , al modo di dire il meglio che si può quello che si vuol dire . E tu avvèzzati a pensarci . Dirai : - Non s ' ha sempre tempo . - Basterà che ci pensi tutte le volte che ci hai tempo , e non tarderai a ricavarne un profitto maggiore di quello che t ' immagini , perché ti riuscirà di dir meglio che per il passato anche molte di quelle cose che sarai costretto a dire all ' improvviso . Si parla male generalmente anche per effetto della consuetudine , che si prende per pigrizia , di lasciar quasi sempre a mezzo l ' espressione del proprio pensiero quando si vede che l ' ha capito a volo la persona a cui si parla . Questa consuetudine pigra ci rende faticoso e difficile l ' esprimer bene tutti quegli altri pensieri , dei quali , perché sian compresi , dobbiamo dare l ' espressione compiuta . Ebbene , e tu abìtuati , parlando , ad esprimere sempre tutto il tuo pensiero , anche quando non sia necessario , come faresti se lo dovessi mettere sulla carta . Fa ' qualche volta , mentalmente , quest ' altro esercizio , dopo che hai fatto o veduto qualche cosa , o sentito una commozione , o ricevuto un ' impressione qualsiasi ; domanda a te stesso : - Come direi se dovessi raccontare questo fatto , o descrivere questa cosa , od esprimere questa commozione ? - e pròvati a farlo , supponendo di parlare a una persona colta , con la quale tu non abbia famigliarità , e di cui ti prema la stima e la simpatia . Studia in special modo di dir bene tutte quelle piccole cose che occorre dire ogni giorno , e anche più volte il giorno ; ti riuscirà facile trovarle e fissartele in mente , poichè sono , per così dire , i luoghi comuni della vita quotidiana e del linguaggio di ciascuno ; e quando ti sarai avvezzato a dirle facilmente e correttamente , riconoscerai , dal vantaggio acquistato , maggiore della tua aspettazione , che nel dir male quelle piccole cose , benchè non sian molte e sian semplici , consiste principalmente il parlar male di quasi tutti . Bada anche a questo . Una delle nostre miserie , parlando , è l ' incertezza che ci arresta nel designare certi oggetti , atti , fatti , sentimenti , per i quali sono usati comunemente due o tre vocaboli di senso affine , ma di cui è proprio uno solo ; poichè , nell ' atto che c ' indugiamo a scegliere , perdiamo il concetto della frase o del periodo , che poi ci riescono alla peggio . Se nel dir la cosa più semplice , come , per esempio , che siamo andati a cercare un tale a casa , che abbiamo salito quattro branche di scale , e dopo aver picchiato all ' uscio , sentito abbaiare un cagnolino , e una voce domandar : - chi è ? - mentre scorreva il paletto - se dubitiamo un momento fra branche e rami , fra picchiato e battuto , fra uscio e porta , sentito e udito , abbaiare e latrare , domandare e chiedere , paletto e chiavistello , è facile che facciamo un brutto garbuglio d ' un periodo che dovrebbe correr liscio como l ' olio . Fìssati dunque in mente le parole proprie che in tutti quei casi dubbi , frequentissimi , sono da usarsi , in modo che sian sempre le prime a venirti sulle labbra , e avrai fatto con questo un gran passo innanzi sulla via del parlar facile e corretto ad un tempo . Un altro consiglio . Ti accadrà spesso di sentir strapazzare la lingua italiana , e di ridere dentro di te delle parole sbagliate , delle frasi barbare e dei costrutti sgrammaticati del cattivo parlatore . È bene che in questi casi tu t ' eserciti alla critica ; ma se vuoi che ti giovi , non dev ' essere puramente negativa : non basta che tu noti gli errori , bisogna che tu cerchi e fissi nel tuo pensiero le parole , le frasi , i costrutti corretti corrispondenti a quelli erronei , che hai osservati ; perché , bada bene , noi burliamo assai spesso gli altri di errori che sfuggono usualmente a noi pure , e la prima cagione del nostro persistere nel parlar male è appunto la consuetudine del criticare senza correggere ; per la qual cosa non ricaviamo nessun frutto degli errori altrui , che dovrebbero farci aprir gli occhi sui nostri . Ancora un ' avvertenza . Il parlar bene richiede un esercizio vivo e rapido delle facoltà intellettuali . Vedi che l ' uomo acceso da una passione , appunto perché ha le facoltà eccitate , parla quasi sempre meglio che ad animo riposato e a mente tranquilla . Conviene perciò , quando hai qualche cosa da dire che ti prema di dir bene , quando hai da fare un racconto , per esempio , o una descrizione o un ragionamento anche breve , che tu ti ci metta di buona voglia e con vivo impegno . Come per fare uno sforzo fisico dài prima quasi una scossa alla volontà e tendi i muscoli e i nervi , così , nell ' atto di parlare , tu devi cacciar l ' indolenza e dar alla mente un abbrivo risoluto . Ma non ti mettere alla corsa ; va ' adagio per ora ; avvèzzati a parlare pensando , a frenarti . A correre senza inciampare imparerai a poco a poco ; devi prima esercitarti a camminar bene . E bada sempre , nel parlare , al viso di chi t ' ascolta , che è un critico muto utilissimo , perché d ' ogni parola stonata , d ' ogni oscurità , d ' ogni lungaggine ci vedi il riflesso , sia pure in barlume , in un ' espressione di stupore , o canzonatoria , o interrogativa , o annoiata , o impaziente ; anche se gli ascoltatori sian gente che , facendo lo stesso discorso , cadrebbe negli stessi errori tuoi , o assai peggio ; poichè la facoltà critica è in tutti di gran lunga più acuta e più attiva quando s ' esercita sugli altri che quando lavora sul suo . In questo studio del parlare potrai avvantaggiarti molto e presto se in casa tua c ' è la buona consuetudine di parlare italiano . Se non c ' è , tu devi fare il possibile , rispettosamente , per farcela entrare . Ma .... Quello che dovrei dirti dopo questo ma lo troverai nella lettera seguente ; della quale ho ritrovato la minuta sotto un monte di vecchi manoscritti . LA LINGUA ITALIANA IN FAMIGLIA . Cara cugina , Ringrazio te , tuo marito e i tuoi figliuoli grandi e piccoli dell ' allegra giornata che mi faceste passare in casa vostra , e mantengo la promessa , che ti feci nell ' accomiatarmi , di rispondere per iscritto alle tue domande : - Ho fatto bene a metter l ' uso della lingua italiana in famiglia ? Ti pare che i ragazzi ne facciano profitto ? Risponderei di sì , con gran piacere , alla prima domanda , se non avessi un gran dubbio sulla risposta da dare alla seconda . Osservai in casa tua che l ' uso dell ' italiano in famiglia non giova gran fatto , che , anzi , riesce quasi più dannoso che utile , se non è accompagnato dalla cura continua di parlar bene , se non è vigilato , illuminato , corretto assiduamente dal padre e dalla madre , se non si riduce , in somma , a essere uno studio costante di tutti . Osservai nella tua famiglia , come già in altre , che i ragazzi si sono avvezzati a parlar l ' italiano con troppa disinvoltura . Sono belle cose nel parlare la vivacità , la scioltezza , la sicurezza di sé ; ma solo quando non derivino dal disprezzo della grammatica e dall ' inconsapevolezza dello sproposito . Ora , lascia che te lo dica , i tuoi figliuoli parlano con facilità ammirabile un italiano compassionevole , d ' un tessuto tutto piemontese , ricamato d ' ogni specie d ' idiotismi e di modi di conio gallico , e in tutto il tempo che stetti con voi non gl ' intesi correggere , né da te né da tuo marito , neanche una volta . In casa vostra , per quello che riguarda la lingua , regna la più scapigliata anarchia . Girando per le stanze , feci ai tuoi figliuoli molte domande , e sentii che a quasi tutte le cose dànno il nome dialettale o francese : chiamano tiretto il cassetto , robinetto la chiavetta , comò il cassettone , sopanta il palco morto . A tavola , in quella discussione che fecero fra di loro intorno ai propri insegnanti , e in cui parlarono , a dire il vero , con molto brio e con molta arguzia , intesi dire dall ' uno : - mi sono sbagliato , - dall ' altro : - niente del tutto , - da questo : - gli ho fatto un bacio , da quello : - Mio professore di aritmetica , - da più d ' uno : - Che s ' immagini ! - e : - Mai più ! - per : nemmen per sogno ; da tutti , e parecchie volte , vizio per vezzo o consuetudine ( pover ' a noi , se anche il carezzarsi la barba fosse un vizio ! ) e chiamare ( Dio di misericordia ! ) per domandare . Parlai di mode con la tua Eleonora , e trovai che ha preso da te tutta quanta la terminologia francese che tu hai presa dalla tua sarta , e discorrendo con Alberto dei suoi prossimi esami raccolsi dalla sua bocca non so quante parole e frasi del nefando linguaggio burocratico che tuo marito porta a casa dall ' ufficio . In verità , s ' io avessi ceduto alla tentazione , udendo parlare italiano a quel modo , avrei fatto alla tua cara prole una continua distribuzione di biscottini e di pacche . E quello che faceva più forte la tentazione era il vedere che straziavano così ferocemente la lingua con una faccia fresca da innamorare , senz ' essere arrestati mai dal minimo dubbio , senza dar mai segno di sentire le proprie stonature , tirando via con una speditezza e con un tono , che uno straniero non pratico della nostra lingua , a sentirli , li avrebbe presi per toscani pretti sputati , e di quelli che hanno la parola più pronta e sicura . Ah no , cara cugina . Codesta non è una scuola di conversazione italiana ; ma una baldoria linguistica , dove si fa del vocabolario e della grammatica quello che in certe baldorie bacchiche si fa delle stoviglie e del Galateo . A una scuola così fatta mi par quasi preferibile l ' uso del dialetto , col quale i tuoi figliuoli , se non altro , non contrarrebbero abitudini viziose , che è un danno grandissimo , poichè i barbarismi , gl ' idiotismi , le frasi errate che il ragazzo s ' avvezza a dire in famiglia , dove si parli italiano a vanvera , gli si attaccano alla lingua per modo che gli riesce poi difficile liberarsene anche da uomo . Dicono che Napoleone primo abbia detto per tutta la vita section per session , rentes voyagères per rentes viagères , point fulminant per point culminant , e altri spropositi , per essersi avvezzato da ragazzo a pronunziare in quel modo quelle parole , che in casa sua si pronunziavano male . In certe famiglie , come tutti usano certi intercalari e hanno un certo modo di gestire , così dicono tutti gli stessi spropositi . Io ho osservato che i figliuoli dei padri mal parlanti quasi tutti parlano male , anche se sono più colti dei padri . Conosco un tale che disse per vent ' anni scavezzare per scavizzolare , traccheggiare per inseguire e vita libertina per vita libera : un giorno lo chiarii dei tre errori , ed egli mi confessò che erano un ' eredità di famiglia , che in casa sua , dove s ' era sostituita la lingua al dialetto , egli aveva sempre inteso usar quelle parole in quel senso : alle correzioni che gli erano state fatte da ragazzo , fuor di casa , non aveva badato ; poi nessuno non aveva più osato di correggerlo , per timore che se ne vergognasse , e così era andato innanzi fino ai cinquanta , perdendo prima il pelo che il vizio . Dunque , segui il mio consiglio : o ripigliate il dialetto in casa , o mettetevi d ' accordo , tu e tuo marito , per frenare la licenza linguistica dei vostri rampolli , costituite fra voi una commissione di vigilanza e di censura , che non lasci passare nessuno sproposito , che ristabilisca nella vostra famiglia , filologicamente anarchica , l ' impero della legge . I ragazzi , sulle prime , s ' impazientiranno , tenteranno di ribellarsi ; ma finiranno con riconoscere la ragione , e parleranno forse con minor facondia , che non sarà una gran disgrazia , ma con maggior correttezza , che sarà una gran fortuna ; e ve ne saranno grati più tardi . Intanto , ti prego di dar loro qualche avvertimento , in forma canzonatoria , che è la più efficace . Di ' a Eleonora che se mi racconterà qualche altra disgrazia arrivata a qualche sua amica di scuola , vorrò sapere una buona volta di dove le disgrazie partono e con che treno arrivano , per potermi regolare . Di ' a Enrico che me ne impipo per me ne rido e buggerìo per baccano non sono parole pulite , e che il dire che un ragazzo di sette anni è più vecchio d ' uno di cinque , è ridicolo . A Luigina , che mi disse tre volte : - Ho fatto una malattia - di ' che mi son dimenticato di domandarle se non aveva di meglio da fare quando le è venuta quella brutta idea . Avverti Mario che il dir che un ufficiale ha tre medaglie sullo stomaco , invece di sul petto , è come dire che le medaglie gli sono indigeste . Dirai anche nell ' orecchio a tuo marito che il verbo consumare , in italiano , è transitivo , e che quindi la candela consuma è un piemontesismo , ch ' egli non deve tramandare ai suoi discendenti . E anche a te un ' osservazione nell ' orecchio : brutto come tutto è brutto di molto . Spero d ' averti persuasa . E scusa la franchezza del critico poichè vien dall ' affetto del cugino . Il tuo * * * A CIASCUNO IL SUO . ( A UNA SCHIERA DI RAGAZZI DI DIVERSE REGIONI D ' ITALIA ) . Avete riso dei piemontesismi , non è vero ? E non ci ho a ridire . Ma non ne ridete troppo forte , vi prego , perché quello che dissi della famiglia piemontese , dove si parla un italiano piemontizzato , si può dire a un di presso di migliaia di famiglie d ' altre regioni , badando soltanto a sostituire a quelli che citai altri dialettismi e idiotismi ; dei quali ciascuna serie vi farebbe rider pure tutti quanti , fuori che uno . Volete che ne facciamo la prova ? Desiderate ch ' io vi persuada con gli esempi ? E io vi contento , nel miglior modo che m ' è possibile , così alla lesta . E comincio da te , piccolo milanese . Ce n ' è così anche a Milano di famiglie per bene , nelle quali i ragazzi credon mica di parlar male dicendo porsi giù per " mettersi a letto " e menar su per " condurre in prigione " e su e giù a ogni proposito ; e qui dietro per " qui attorno " e andar addietro a fare per " continuare a fare " e aver una cosa addietro per " averla con sé " e si può no , e morir via , e mangiarsi fuori e smaniarsi , e che bello ! e che caro ! e con più ne vuoi , più te ne metto . Ti basterà questo piccolo saggio , m ' immagino . A noi , piccolo veneziano . A te pure , quando che parli italiano , vien fatto di ficcare il che da per tutto , e non sei buono da liberartene , e dici : non so cosa che voglia dire , non so cosa che ci vorrebbe ; e ti scappa detto lasciarsi tirar giù per " lasciarsi indurre " e incapricciarsi in una cosa , e non s ' indubiti , e l ' aspetta un momento ; e ti sfugge ben sovente scampare per " scappare " e balcone per " finestra " e altana per " terrazza " e sgabello per " comodino " . E che dire del tuo in fatti che usi così spesso nel senso di " in somma " , mettendo nella frase una contraddizione di termini che mi fa spalancare la bocca ? - Sarà un capolavoro , come tutti dicono ; ma in fatti non mi piace . - Hai ragione di burlarti degli idiotismi altrui ; ma in fatti ne dici tu pure . Sono da lei , caro bolognese . Pensava ch ' io la potessi dimenticare ? Mo ' ci pare ! Venga qua , s ' accomodi bene . Godo di trovarla in buona salute . E il padre suo di lei ? E la ragazzola ? E quel bazzurlone di suo cugino , come sta ? Fa sempre l ' ammazzato con la signorina del terzo piano ? Ella riconosce certamente che anche ai bolognesi ne scappano di carine , che è frequentissimo fra di loro il si per il ci , e il faressimo e il diressimo e il questa cosa che qui e che lì ; e che non è rarissimo il sentir da loro , anche da gente colta , ghignoso per " antipatico " , gnola per " seccatura " , benzolino per " panchetto " , zucca per " fiasco " , chiarle per " ciarle " . E , mi perdoni , intesi anche dire qualche volta " ubbriaco patocco " per ubbriaco " fradicio " . Questa è patocca ! Ma ne ride ella pure , e tutti contenti . E tu , bel garzonetto genovese , non ti dar l ' aria d ' impeccabile , se dunque sciorino anche a te una bella lista di dialettismi comici che raccolsi a casa tua .... e in casa mia . Se dunque per " se no " è uno dei più preziosi , non lo puoi negare . Non me ne capisco per " non me n ' intendo " non è men peregrino . Scorrere per " rincorrere o inseguire " è un ' altra bella perla . E uomo di sua obbligazione per " uomo che sa il fatto suo " è poco bello ? Certo , tu non dirai mai mugugnare , frusciare , frugattare , camallare , dar recatto alla casa , in luogo di " brontolare , infastidire , frugacchiare , portar sulle spalle , mettere in ordine " , come da non pochi concittadini tuoi intesi dire . Ma sii sincero : non t ' è mai scappato angoscia per " nausea " e angoscioso per " molesto " e inversare per " rovesciare " ? Non ti scappa proprio mai bugatta per " puppattola " , rango per " zoppo " , marsina per " giubba " ? Pensaci un po ' , figgio cäo .... Cittadino romano , ti saluto , e mi fo lecito di dirti , rispettosamente , che spesso sento dire dai tuoi concittadini : ce sto , me dài , ve prometto , te parlo , se dice , e io so ' contento , e il tale non vo ' venire , e troncare gl ' infiniti : anda ' , sta ' , di ' , e dire andiedi e stiedi , e li fiori e li cavalli , e le mela e le pera , e subito che per " poichè " e al contrario per " d ' altra parte " e apposta per " appunto per questo " o imbottatore e tiratore e spogliatore e lavatore per " imbuto , cassetto , armadio , acquaio " : una quantità d ' ore e d ' altri idiotismi d ' altre desinenze , che si volessi citartene mezzi no me basterebbe du ' ora . Lascio stare il magnassimo e il bevessimo per l ' indicativo , che a te non c ' è caso che sfugga ; ma chi sa quante volte tu pure , parlando italiano , esclami : - Guarda sì che bellezza ! - o dici che hai rifame o che un Tizio t ' ha fatto una vassallata o che non sai se quanto una certa cosa ti convenga . A ciascuno il suo . Non ti stranire , figliolo . Partenopeo carissimo ! Conosco un bravo avvocato napolitano , che tiene due cari figlioli , i quali , parlando italiano con me , chiamano qualche volta , senz ' avvertirsene , gradinata la scala , coppola il berretto , cartiera la cartella , borro la brutta copia , spiega la traduzione ; che dicono cacciar l ' orologio per " tirarlo fuori " , abbiamo rimasto per abbiamo " lasciato " l ' ombrello a casa , nostro padre è andato a parlare una causa a Salerno , voglio essere spiegato , esser levata questa difficoltà , essere aperto il portone , e non mi fido per " non mi sento " e vado trovando per " vado cercando " e nel contempo per " nello stesso tempo " . Stesso il padre , dispiaciuto di quel modo di parlare , li avverte sovente che dicon troppi napolitanismi ; ma non serve : lo voglion bene , ma non dànno retta a lui più che a me , e tiran via . Non ho detto per canzonare a te , bada bene ; ma vedi un po ' se dei modi citati non ne scappa qualcuno a te pure . Potrebb ' essere . Se te ne scappa , sei prevenito ; colpisci l ' occasione per correggerti , e stammi buono . O piccolo abruzzese , e tu , non ancor baffuto figliolo della Calabria , non vi fate corrivi se vi dico che sfuggono allo spesso dei provincialismi a voi pure ; e il senso lor m ' è duro , potrei aggiungere . Come v ' ho da intendere quando mi dite scolla , andito , versatoio , coppino , ceroggeno , raschio , quartino , pizzo del tavolino per " cravatta , ponte , acquaio , cucchiaione , candela , sputo , quartiere , canto del tavolino " ? e lento per " magro " e sofistico per " discolo " e fanatico per " vanesio " ? Quando vi sento di parlare in quella maniera , sospetto che vogliate scherzarmi , e non tanto mi piace . E vada quando vi scappa detto che vi siete imprestato ( per " fatto imprestare " ) un vocabolario , che avete donato gli esami , fatto maturare un compagno permaloso , liberato un pugno a un insolente , o che in mezzo al vostro giardino ci vorrebbe piantato un bell ' albero , o che vi par mill ' anni di giungere il ferio di Natale : si sorride , e null ' altro . Ma che si possa scoprire un canuto nella barba d ' un uomo , è incredibile , e mettersi un calzone solo non è decente , e sparare gli uccelli alla caccia è feroce , e dire : - Mio fratello ha picchiato , vado ad aprirlo - è orrendo . Vi raccomando a porre attenzione a questi errori ; e perdonatemi la franchezza , perché , se ve n ' avreste per male , ne fossi troppo dolente . Son da te , caro siciliano . Molte volte , nel tuo bel paese , un ospite gentile mi disse sull ' uscio : - Entrasse , signore , s ' accomodasse ; mi facesse il piacere .... - Lo dici qualche volta tu pure , non è vero ? E accoppii non di rado il condizionale col condizionale : se avrei tempo , v ' andrei , o : se avessi tempo , v ' andassi ; dico giusto ? E per voi è fare un complimento anche il regalare un orologio d ' oro , e dite spesso buono per " bello " e bello per " buono " e più meglio e più peggio , e insegnarsi la lezione per " impararla " e mi scanto per " mi perito " e accudire per " rivolgersi " e qualche volta la prima del mese , e questa , senz ' altro , per " questa città " e anche casa palazzata per " palazzo " . Chiamate bevanda il caffè e latte , come se non beveste altro nell ' isola , o zuppa ogni minestra , e galantuomo ogni signore ; e così fosse , che sotto un bel sopratutto e dentro una camicia arricamata non si nascondesse mai una birba ! Te n ' ho da metter fora dell ' altre ? No ? Queste bastano ? E dunque , come dice il tuo Meli , dunca ascuta a lu patri , e teni accura a sti pochi e sinceri avvirtimenti . E anche a te , bruno Sardignolo , poichè ti vedo ridendo dei sicilianismi , dirò amorevolmente il fatto tuo , quantunque del tuo bel dialetto latineggiante io sia un po ' innamorato : a te che qualche volta , parlando italiano , alzi le scale invece di salirle , e culli il tuo fratellino per dormirlo , e non pigli caffè perché non ti prova , e chiami cotti i fichi d ' India maturi , e occhi cattivi gli occhi malati ; a te che parti al villaggio , e torni da campagna , e vai al braccetto con gli amici , e a chi ti domanda l ' ora alle dodici e dieci rispondi che è assai ora che è sonato mezzogiorno , e a chi ti rivolge domande indiscrete dici che non entri il naso negli affari tuoi , e se non la smette subito , che finisca da una volta d ' importunarti . Per farla corta , non t ' ho citato che una dozzina d ' esempi ; mi dispiace d ' esser troppo pochi ; ma te ne potrei pienare più pagine . A si biri , piseddu . - Come ? A me pure ? - Sì , signorino , a lei pure , e spero che me lo permetta , poichè sa che le voglio un gran bene . Per insegnar la lingua ai tuoi fratelli d ' Italia , che ti riconoscono maestro dalla nascita , devi guardarti anche tu dai dialettismi , non con altrettanta , ma con maggior cura degli altri ; non devi lasciarti sfuggir mai , neppure una volta l ' anno ( e ti sfuggono non di rado ) voi dicevi , voi facevi , voi andavi , e dichino e venghino , e leggano per leggono , temano per temono , e lo stai e il vai imperativi , e il dove tu vai ? e il che tu vuoi ? e nemmeno sortire per uscire , e bastare per durare , e tornar di casa per " andar a stare " in un luogo dove non s ' è mai stati . E sebbene Dante abbia detto " lascia dir le genti " è meglio che tu non dica genti in quel senso per non farmi pensare che tu parli di tutti i popoli della terra ; e che suoi per " loro " abbia esempi classici , non toglie che sia più corretto il far concordare l ' aggettivo col sostantivo ; e m ' ammetterai che a dire ignorante per " maleducato " si corre pericolo di calunniare dei sapientoni ; e una " minestra diaccia " se vuoi esser giusto , non s ' è mai portata in tavola da che mondo è mondo . A rivederci , bocca fortunata , e porta un bacio alla torre di Giotto . E ora che giustizia è fatta , tiriamo innanzi . * FQ * IL MALANNO DELL ' AFFETTAZIONE . Vi son due modi di parlar male : la sciatteria e l ' affettazione . Ma questo è peggior di quello , perché chi parla sciatto è soltanto ridicolo , e chi parla affettato è ridicolo e insopportabile . Non occorre ch ' io ti dica che cos ' è l ' affettazione . Te lo dicono i modi proverbiali che la deridono : - Star sul quinci e sul quindi . - Parlare in punta di forchetta . - Parlar come un libro stampato . - È un misto di pedanteria e di leziosaggine . È la consuetudine di scegliere fra i modi della lingua i meno comunemente usati , credendo che il parlar bene consista nel parlar diversamente dagli altri ; è il servirsi di vocaboli e di frasi poetiche , anche nei discorsi famigliari , per dir le cose più usuali e più semplici ; è l ' usar locuzioni e costrutti del bello stile letterario , per isfoggio di cultura e d ' eleganza , in luogo d ' altre locuzioni e d ' altri costrutti alla mano , che si sdegnano come volgari , e che paiono volgari per la sola ragione che tutti li sanno . Hai visto mai dei bellimbusti che fanno il bocchino e par che sorridano continuamente alla propria immagine , o tengon la bocca sempre aperta per mostrare i denti bianchi ; che pigliano atteggiamenti d ' Apolli , gestiscono coi gomiti stretti al busto e camminano in punta di piedi , dondolandosi come le anitre e guardando intorno con gli occhi socchiusi o dilatati o languenti ! Sono caricature buffe e antipatiche , non è vero ? E lo stesso effetto producono quelli che parlano affettato . Ci dispiacciono perché , parlando diversamente da noi , hanno l ' aria di dirci che noi parliamo male e che dovremmo parlare come loro ; non ci paiono sinceri perché la sincerità parla semplicemente , ed essi parlano con artificio ; e non li possiamo prender sul serio perché , lambiccando a quel modo il proprio linguaggio , mostrano di dar più importanza alle parole che alle cose e di parlar soltanto per farci sentire che parlan bene . Senti un po ' . Se uno t ' annunzia la morte d ' un suo amico dicendoti : - Ieri , dopo una malattia lunga e dolorosa , morì il tal dei tali , mio carissimo amico ; morì fra le mie braccia ; le sue ultime parole furono per raccomandarmi i suoi poveri bambini , che stavano accanto al letto piangendo - , tu sei preso da un sentimento di pietà . Ma se ti dice invece : - Ieri , dopo un lungo e fiero morbo , mancò ai vivi il tal de ' tali , amico mio dilettissimo ; spirò sul mio seno , e i suoi supremi accenti furono per commettere alle mie cure i suoi sventurati pargoletti , che stavano all ' origliere lacrimando ; - tu , invece di commoverti , non credi al suo dolore , e gli dài del buffone . L ' affettazione falsa l ' espressione d ' ogni affetto , spunta l ' arguzia , toglie forza alla ragione , vela la verità , distorna la confidenza , getta il ridicolo su ogni cosa , rende uggiose e moleste , e qualche volta anche odiose , facendole apparire sotto un falso aspetto , persone dotate di eccellenti qualità d ' animo . Ed è un difetto terribile , che guai a chi s ' attacca , perché diventa in lui come una seconda natura , della quale egli perde la coscienza , e non se ne libera più per la vita . Ed è un difetto disgraziatissimo , che il mondo deride e flagella anche nelle persone più rispettabili , senza tregua e senza pietà , fino alla morte . * In quest ' affettazione eccessiva e ridicola non c ' è pericolo che tu cada . Ma ti devi guardare anche dall ' ombra dell ' affettazione , anche da quel difetto , nel quale quasi tutti cadiamo , di usare , parlando , una quantità di parole e di locuzioni non proprie del linguaggio parlato ; fra le quali e le proprie , che non ignoriamo , e che usiamo anche spesso , ci siamo avvezzati a non far differenza . Di tali parole e locuzioni non ti posso fare un elenco compiuto , che sarebbe troppo lungo ; ma ti do qualche esempio in un dialogo nel quale un Tizio mi racconta una sua avventura , ed io faccio il pedante della naturalezza sui fiori della sua letteratura . FRA UN PARLATORE RICERCATO E UNO CHE PARLA ALLA BUONA . TIZIO . - Giunto che fui al bivio , stetti un momento in forse se dovessi volgere a destra o a sinistra . IL PEDANTE . - Mi permetta . Io direi : arrivato che fui al bivio , stetti un momento in dubbio se dovessi voltare .... T . - .... Se dovessi voltare a destra o a sinistra . M ' arrestai , attendendo che passasse qualcuno , per chiedergli l ' indicazione che mi faceva d ' uopo .... P . - Mi faceva d ' uopo ! E se dicesse semplicemente : che m ' occorreva ? E invece di " attendendo " : aspettando ? E domandargli invece di " chiedergli ? " T . - Ma , non scorgendo anima nata .... P . - Non vedendo anima viva .... T . - Piegai a destra e procedetti fino a una chiesetta , cinta di cipressi , della quale mi sovvenne che m ' aveva parlato mio padre , quando mi narrò la sua gita al castello .... Trova qualche cosa a ridire ? P . - Cinque cosette . Io direi presi invece di " piegai " , andai innanzi invece di " procedetti " , circondata invece di " cinta " , mi ricordai invece di " mi sovvenne " , mi raccontò invece di mi " narrò " . Vuol seguitare ? T . - Quivi scorsi due uomini distesi al suolo .... P . - Quanto amore per quello scorgere ! E perché non lì invece di " quivi ? " E stesi per terra in luogo di " distesi al suolo ? " Il suolo ! T . - .... che sembravano assopiti .... P . - .... parevano addormentati , se non le par troppo comune . T . - Sostai .... P . - Si soffermò .... T . - .... e , osservandoli , venni in sospetto che facessero sembianza , ma che non dormissero davvero . Non m ' ero male apposto .... P . - Com ' è detto bene ! Sospettai sarebbe troppo andante ; " far sembianza " è più nobile di far mostra e di fingere ; " non m ' ero male apposto " non è un modo di dozzina come non m ' ero ingannato . T . - Mi dileggia ella forse , signore ? P . - " Tolga il cielo ! " O come può ella " accogliere " un tal pensiero ? " Proceda " . T . - Di repente , infatti , quasi per accordo , si destarono entrambi , e l ' un d ' essi .... P . - Un momento . Mi lasci ammirare quel " di repente " per a un tratto , e quell ' " entrambi " per tutti e due , e l ' " un d ' essi " per uno di loro . Questo si chiama " favellare " ! Riprenda . T . - ( Capisco ) .... E l ' un d ' essi , con accento di cortesia , che mal s ' accordava con l ' atteggiamento del suo volto , mi disse : - Se passa di qui per recarsi al castello , ha errato ; la riporremo noi sul retto cammino .... P . - Mi perdoni . Qui , benchè ammiri ancora , mi parrebbe più naturale il dire : in tono cortese , e non corrispondeva all ' espressione del suo viso . Quell ' " un d ' essi " , poi , le avrà detto andare e non " recarsi " , la rimetteremo , non " la riporremo " , sulla buona strada , non " sul retto cammino .... " T . - ( Che insopportabile seccatore ! ) Ciò dicendo , sorsero ambedue da terra , e mossero alla mia volta .... P . - Approvato , e con plauso . Io avrei detto : dicendo questo , s ' alzarono tutt ' e due , e vennero verso di me - ; ma riconosco che avrei parlato con meno squisita eleganza .... T . - Insospettito , indietreggiai . Essi accelerarono il passo . Avevano in animo d ' assalirmi , non cadeva dubbio . Si figurerà di leggieri il mio spavento ! Volli gridare ; ma mi venne meno la voce . Mi volsi in fuga ; ma fu indarno : mi sentii afferrare da tergo ; mi fu forza arrestarmi .... P . - L ' arresto anch ' io per un momento , per farle osservare che parla troppo bene . Avrebbe potuto dire in forma più modesta : - Mi feci indietro . Quelli affrettarono il passo . Volevano assalirmi ; non c ' era dubbio . S ' immaginerà facilmente il mio spavento ! Volli gridare ; ma mi mancò la voce . Mi diedi alla fuga ; ma fu inutile ; mi sentii afferrare di dietro ; mi dovetti fermare ... E allora ? T . - Allora gridai : - Aiuto ! - Per buona ventura , transitava là presso una brigata di villici , che i malfattori non avevano veduti , perché eran celati dagli alberi .... P . - Respiro ! Ma quel " transitava " per passava , e " celati " per nascosti , e " villici " per contadini .... T . - Quelli trassero tosto alle mie grida .... P . - Vuol dire che accorsero subito .... T . - I malandrini dileguarono .... P . - Come nebbia al vento . T . - Fui salvo . Mi palpai . Non rinvenni più il portamonete nella scarsella . Non c ' eran che poche lire ; non porta il pregio di parlarne . Il peggio fu la paura , che non le saprei ritrarre in parole . P . - Capisco ! " Ritrarre in parole " dev ' essere una cosa più difficile che l ' esprimere semplicemente . Ma ella si compiace troppo del difficile . Perché non dire alla buona che non si ritrovò più il portamonete in tasca ? E perché dire " non porta il pregio " invece di non mette conto ? In somma , se l ' è cavata con la paura . T . - Se non mi toccò maggior danno , debbo saperne grado .... P . - Basta che ne sia grato .... T . - A quei buoni contadini . Ma la sera mi sopravvenne la febbre . P . - Le " sopravvenne " ? T . - Mi prese , andiamo ; mi saltò addosso . Questo m ' incolse .... mi seguì per aver posto in non cale .... P . - Se dicesse per aver trascurato .... T . - .... l ' avvertimento di mio padre : che non è saggio l ' aggirarsi in quei pressi senza compagnia . Me ne ricorderò quind ' innanzi . P . - Suo padre le avrà detto che non è prudente l ' andare in giro soli in quei dintorni . E farà bene a ricordarsene . Ma farà anche bene d ' ora in avanti a parlare in un altro modo .... T . - Ma , insomma , non m ' è sfuggito un errore ! P . - No ; ma il suo discorso è stato una stonatura da capo a fondo , un tessuto di parole e di frasi che non s ' usano mai da chi parla con naturalezza e con gusto , e che riescono sgradevoli quanto gli errori , e rendono il suo parlar corretto poco meno ridicolo d ' un parlare sgrammaticato . T . - Troppo gentile ! La ringrazio . P . - " Non porta il pregio . " Ma non ponga " in non cale " i miei consigli . " Se ne rinverrà " contento e me ne " saprà grado . " La riverisco e " mi dileguo . " T . - ( Impertinente ! ) Varie altre osservazioni che ti dovrei esporre intorno all ' affettazione nel parlare , le farai tu stesso intrattenendoti qualche minuto con una rispettabile e amabile signora , che ho l ' onore di presentarti . LA SIGNORA PIESOSPINTO . Le avevan messo questo soprannome perché il bel modo letterario a ogni piè sospinto era uno dei fiori più frequenti del suo linguaggio abituale , tutto fiorito di parole e di frasi eleganti . Era vedova e sola , come la Roma di Dante ; non più giovane , d ' ottimo cuore , stimata da tutti ; ma aveva un difetto terribile , per il quale s ' eran ridotti pochissimi i frequentatori del suo salottino , un tempo assai numerosi : il difetto di parlare poeticamente . Cosa tanto più strana in quanto la buona signora non la pretendeva punto a letterata , quantunque di letteratura e d ' arte discorresse quasi sempre ; era anzi in tali discorsi molto guardinga e modesta . Quel linguaggio , che a noi riusciva affettato , per lei era naturalissimo , ed era in fatti in perfetto accordo con tutte le altre manifestazioni del suo essere . La sua voce , il suo accento , il suo modo d ' atteggiarsi e di camminare , la sua bizzarra pettinatura , tutta cernecchi e riccioli artefatti , che le tremolavano intorno al capo come bùbboli , e il suo abbigliamento tutto gale e fronzoli di gusto dubbio : ogni cosa rassomigliava al suo vocabolario e alla sua fraseologia prescelta , che pareva fatta di rottami di versi . Parlava in maniera da far credere che ogni parola d ' uso comune fosse per lei una parola triviale , che ogni frase famigliare le ripugnasse come una frase indecorosa . Per esempio : allegrezza , gioia , desiderio , ricordo , avvenimento , momento , erano modi sbanditi dal suo dizionario ; diceva : letizia , giubilo , vaghezza , rimembranza , evento , istante . All ' amico che entrava in casa sua gettava qualche volta addosso una manata di fiori poetici anche prima ch ' egli si fosse seduto . - Ah , la riveggo alla fine ! Che accadde di lei ? Credevo che avesse spiccato il volo verso altri lidi o che fosse di mal ferma salute ; vissi in affanno ; s ' assida , ingrato amico , e si scagioni . - Anche parlando delle cose più comuni usava questo linguaggio di gala . Era famosa fra i suoi conoscenti la frase con cui aveva annunziato a un di loro una piccola disgrazia toccata a una sua cagnetta , ricciuta e infronzolata come lei ; la quale faceva un certo mugolo strano , che certi capi ameni dicevano un ' affettazione . - Ah , signor mio ! - aveva detto . - Tale era la moltitudine di piccoli insetti che infestavano la cute di questo sventurato animaletto .... Ma benchè affettato il linguaggio , era sempre sincero il sentimento ch ' ella esprimeva . Era commossa veramente quando raccontava d ' esser stata costretta , con suo gran dolore , ad espellere una vecchia fante , dopo molti anni che l ' aveva in casa , per aver risaputo che quella la vilipendeva nel vicinato con le più nefande calunnie . Quale atroce disinganno ! Chi avrebbe potuto sospettare che con quel sembiante tutto dolcezza ella albergasse nel petto un animo così malvagio ! Che schianto era stato per lei lo scoprire una nemica in quella donna , con la quale essa aveva sempre largheggiato di doni e di favori , per lei che aveva tanto bisogno di sentirsi aleggiare intorno la benevolenza e la simpatia ! Naturalmente , il maggior piacere che ci attirasse nel suo salotto era quello d ' ammiccarsi l ' un con l ' altro e di sorridere di nascosto alle più belle delle sue frasi : dico le più belle perché il suo discorso era un ordito così fitto di poeticherie , che non si sarebbe potuto rilevarle tutte senza farsi scorgere ; del che ci saremmo vergognati . Ma essa non sospettava . Povera signora Piesospinto ! Se ci avesse sentiti giù per le scale ! Il suo frasario c ' era diventato così famigliare che , fra di noi , andando da lei ed uscendo , non parlavamo quasi più altro che alla sua maniera . E , com ' è naturale , glie n ' erano affibbiate anche parecchie che non le appartenevano . Ma la più amena di tutte , qualcuno sosteneva che l ' avesse detta davvero a una delle sue amiche più strette , ed era un modo comunissimo , che dice un ' occorrenza altrettanto comune , nobilitato da lei nella nuova forma : - andare della persona . - Ammirabile era la costanza con cui usava certi modi illustri invece di altri volgari , i quali non le venivano mai alla bocca , come s ' ella non li avesse mai né intesi né letti , da tanto che le si era connaturata l ' affettazione . Non diceva mai sposare , per esempio , ma impalmare ; mai , non so una cosa , ma la ignoro ; mai mi fa pietà , ma mi move a pietà ; mai aversi per male , ma recarsi ad onta . Gli aggettivi , più che altro , erano il suo forte ; non poteva metter fuori un sostantivo senza attaccargliene uno , che era sempre pescato fra i più signorili della lingua . - È un pezzo , signora , che non è stata a Napoli ? - Da dieci anni non ho più veduto quella nobilissima città . - Ha letto la notizia della morte del tale ? - Si , ho letto la malaugurosa notizia . - Le ha fatto piacere la promozione di suo cugino ? - Sì , ne ho avuto un piacere ineffabile . Colta un inverno da grave malore , e condotta in forse della vita , giacque a letto per lo spazio d ' oltre due mesi , e chi la trasse a salvamento , prodigandole ogni più amorevole cura , fu un giovine medico amico nostro e suo , che della sua vezzosa favella prendeva diletto grandissimo . Con lui e con un altro frequentatore del salotto , non sì tosto ella fu fuor di pericolo , mi recai a visitarla . Poi che fummo seduti accanto al letto , la buona signora chiamò la fante , e le disse con fievole voce : - Appressati , Carolina ; dischiudi lievemente le imposte , che entri un po ' di chiarore .... Poi ci ringraziò , espresse la sua gratitudine al medico , ci raccontò la storia del suo malore . E fu una tal pioggia di fiori poetici da far pensare che durante la malattia glie ne fosse germinato in casa un nuovo giardino . La malattia le era saltata addosso ad un tratto , a guisa d ' un colpo di folgore . Stava per uscire di casa , era già sul limitare dell ' uscio , quando una subita nube le aveva come offuscato l ' intelletto , e s ' era impossessata di lei una così grande debolezza , che appena aveva fatto in tempo a invocar soccorso , e le erano mancati i sensi . Il portinaio , la portinaia , la fante , accorsi tosto , vedendo il pallore mortale del suo volto , l ' avevano creduta esanime , e s ' eran sciolti in pianto ; poi l ' avevan portata sul suo letticciuolo , ed essa era rimasta tre giorni così , quasi inconsapevole , come in istato di sopore , agitato da torbidi sogni . E in questo modo continuò a fiorettare , fin che ci accomiatò cortesemente lei stessa , dicendoci d ' uscire a più spirabil aere , ma che tornassimo presto a riportarle il refrigerio della nostra cara amicizia . Scendendo le scale , il medico faceto ci disse che la povera signora era stata veramente gravissima ; ma che anche quando si trovava in pericolo aveva sempre parlato nel modo solito . Egli si ricordava le parole testuali . - Ah , signor dottore ! - gli aveva detto . - Non mi lusinghi di vane speranze : io sento bene che questa mia spossatezza è foriera di prossima fine . - E soggiunse che , sentendola parlare a quel modo , aveva riconosciuto la grande verità d ' una osservazione fatta da Vittor Hugo , a proposito d ' un condannato a morte , il cui discorso gli era parso mancante di naturalezza : che tutto si cancella davanti alla morte , eccetto l ' affettazione : che la bontà svanisce , che la malvagità scompare , che l ' uomo benevolo diventa amaro , che l ' uomo duro diventa dolce ; ma l ' uomo affettato rimane affettato . - E concluse : - Basta , è scampata ; fra un mese sarà guarita ; e io ne sono felicissimo perché , con tutti i suoi fiori poetici , è una gran buona signora . - Ah , questo è fuor di dubbio - disse il comune amico - di gentili sensi dotata .... - E di non inculto intelletto - aggiunse il medico . - E di non illeggiadro sembiante .... - Finiamola ; non sta bene scherzare fin che non s ' è rimessa ; ricominceremo quando sulla sua guancia " torni a fiorir la rosa " . E si ricominciò , come Dio volle , con diletto ineffabile . VERGOGNA FUOR DI LUOGO . Non basta , per parlar bene , sfuggire l ' affettazione ; bisogna pure , quando occorre , non aver timore di parere affettati ; bisogna vincere un sentimento naturale e comunissimo , specie fra noi italiani dell ' Italia settentrionale , che si potrebbe chiamare la " vergogna fuor di luogo " della lingua . Noi , parlando italiano , siamo tutti riluttanti ad usare parole e frasi che non appartengano a quello scarso materiale linguistico che si possiede comunemente nella nostra regione , e la nostra riluttanza deriva dal timore di parer pedanti e ricercati adoperando modi insoliti ; i quali appunto ci paiono strani e affettati per la sola ragione che non siamo assuefatti a dirli e a sentirli . Per ispiegarti chiaramente la cosa ti riferisco una discussione che , mutate poche parole , dovetti sostenere e m ' occorse di sentire cento volte . Mi domanda un tale se non c ' è in italiano una parola che significhi " stringer molto la persona con cintura o con busto o con altro , in modo che essa paia meglio disposta , ma che non abbia più liberi i movimenti . " - Certo che c ' è . Striminzire . Una ragazza striminzita nel busto . Dice anche il Giusti , per analogia , di persone striminzite in una carrozza troppo piccola . - Striminzire ! Che parola strana ! - Strana perché ? Per il suono ? Non è mica più strana d ' impazientire e d ' indolenzire , che tutti dicono . - Ma questa non l ' ho mai intesa . - È d ' uso comune in Toscana , è in tutti i dizionari , la usano molti italiani d ' ogni provincia . - Eppure , che so io ? Parlando , non l ' userei . - Per che ragione ? - Non so .... Non oserei . - Ma per la stessa ragione si dovrebbe interdire l ' uso d ' una quantità d ' altre parole proprie , necessarie , italianissime . Per esempio , userebbe le parole rimpulizzire , spericolarsi , spiaccicare , stintignare , baluginare , che in certi casi significano una cosa che non si può dire per l ' appunto con un altro modo ? - Spiaccicare ! Baluginare ! Stintignare ! ( dopo aver pensato un po ' , sorridendo ) . - No , glielo dico sinceramente , non oserei . Saranno parole italianissime , e anche usatissime in altre parti d ' Italia ; ma fra noi paiono strane . - E picchia sullo strano ! Ma strana le parrà ogni parola che non abbia mai intesa . Quelle parole non paiono punto strane e affettate , paiono naturalissime a tutti coloro che le usano dove sono generalmente usate . La cagione dell ' effetto che producono in lei non sta in esse medesime ; ma nel fatto che lei non è usato a sentirle . Lei stesso adopera ora come naturali parole e frasi che , anni fa , la prima volta che le intese , le saranno parse cercate col lumicino . Il tipo dell ' affettato e dell ' inaffettato , in materia di lingua , ha detto un grande maestro , non è altro che l ' assuefazione . - Avrà ragione . E non di meno .... che vuol che le dica ? Se , parlando in famiglia o fra amici , mi venissero sulla punta della lingua le parole stintignare , striminzire , baluginare , me le terrei in bocca , perché son certo che tutti quanti , udendole da me , rimarrebbero come stupiti , e direbbero fra sé , e fors ' anche forte : - Cospetto ! Tu peschi nel vocabolario ; tu diventi un linguista . Che lusso ! - Ma se tutti ragionassero così , la lingua italiana , fra noi , rimarrebbe sempre allo stesso punto ; nessuno arricchirebbe mai il suo vocabolario d ' una sola parola ; dai dieci anni in su si rimpasterebbero sempre lo stesso miserabile frasario elementare . Se tutti avessero sempre ceduto a codesto sentimento , nell ' Italia settentrionale , in Piemonte , per esempio , si parlerebbe ancora l ' italiano come si parlava quarant ' anni fa . - O non si parla ora come si parlava allora ? - Ah no , per fortuna . Sono usati ora anche fra noi , parlando italiano , sono anzi diventati comunissimi una quantità di vocaboli e di locuzioni che quand ' ero ragazzo erano affatto sconosciuti . Quarant ' anni fa non le sarebbe mai occorso di sentir dire da un piemontese schiacciare un sonno , appisolarsi , fare uno spuntino , fare ammodo , uomo di garbo , gente per bene , mi frulla per il capo , andare in visibilio , prendere in tasca , faticare parecchio , e via discorrendo . Ora io sento questi modi ogni momento da giovani , da signore , da gente che non pensa neppur per ombra a parlare scelto , e non c ' è caso che chi li ascolta si stupisca e sorrida con l ' aria di dire : - Che lusso ! - Eppure , quando furono intesi qui le prime volte , tutti quei modi debbono esser parsi strani come paiono a lei quelli che ho citati . - Le ripeto che avrà ragione ; ma .... ( tra sé , scrollando il capo ) Striminzire ! Stintignare ! Baluginare ! Così è . E l ' ha detto un grande scrittore , che di queste cose s ' intendeva : - La locuzione della lingua in cui si scrive , la locuzione propria , unica , necessaria , può far ridere , esclamare , urlare , dov ' essa non è conosciuta in fatto ; e però sono impicci da cui uno non può uscir solo : l ' unico mezzo d ' uscirne è d ' uscirne tutti insieme . - Il che vuol dire che tutti quanti dobbiamo adoperarci a mettere in commercio , parlando , quella parte di lingua che manca al nostro uso regionale , e che ci è necessaria , anche a costo di far ridere , esclamare e urlare . Incomincia dunque tu a far la tua parte . Ricordo certe famiglie d ' impiegati piemontesi e lombardi , stabilite in Firenze capitale , nelle quali i bambini , che in casa parlavano italiano , portavano ogni giorno dalla scuola una parola o una frase nuova , di cui il padre e la madre ridevano : ne ridevano la prima volta , poi ci s ' avvezzavano , e poi dicevano quelle parole e quelle frasi essi medesimi , da prima come per celia , dopo senz ' avvedersene ; e così il bambino arricchiva il dizionario e insegnava a parlare alla famiglia . E così devi far tu nel giro delle persone fra cui vivi , usando francamente le parole insolite , come se ti venissero spontanee , vincendo la " vergogna fuor di luogo " che è la cagione principale della nostra perpetua miseria in materia di lingua . Miseria che conserviamo di conseguenza anche nello scrivere , perché tutto quel materiale di lingua , che conosciamo ma non usiamo parlando , non ci verrà mai pronto all ' occorrenza quando scriviamo , lo dovremo sempre andar a cercare , e non lo cercheremo per pigrizia , o lo useremo male , e sarà sempre per noi come quelle stoviglie di casa che non si tiran fuori dall ' armadio che per i pranzi solenni , dove gl ' invitati s ' accorgono alla prima che non siamo assuefatti ad usarle . BELLA MUSICA SONATA MALE . Impara a pronunziar bene . Non parla bene chi pronunzia male . E noi , quasi tutti , pronunziamo l ' italiano scelleratamente . Una bella lingua pronunziata male è come una bella musica sciupata da un cattivo sonatore . Che vale che la nostra sia una lingua ammirabilmente musicale se noi in mille modi ne alteriamo i suoni , come se fosse per noi una lingua straniera ? Che serve che tanti grandi poeti , nei quali erano profondi e finissimi il senso e l ' arte dell ' armonia , abbiano faticato a comporre tanti versi squisitamente armoniosi , quando noi li pronunziamo in maniera che se ci sentisse chi li fece ci tratterebbe di cani e si tapperebbe gli orecchi ? Che giova che la lingua italiana abbia tante parole dolci , forti , gravi , agili , graziose , che suonano come note di canto , se le dolci noi inaspriamo pronunziando delle s che sembrano fischi di serpenti , se fiacchiamo le forti scempiando le consonanti doppie , se facciamo ridere con le gravi raddoppiando le consonanti semplici , se aggraviamo le leggiere e deformiamo le graziose strascicando o squarciando o strozzando le vocali , e dando all ' u un suono barbaro che trapassa l ' orecchio come lo stridore d ' un chiavistello arrugginito ? E predichiamo agli stranieri l ' armonia della nostra lingua ! E ci vantiamo d ' aver orecchio musicale ! C ' è da riderne , e da averne vergogna . * - Come ho da fare ? - domanderai . - Ho da toscaneggiare ? - Così chiamano , per canzonatura , il pronunziar corretto tutti coloro che pronunziano barbaro e se ne trovan contenti , come se non si potesse pronunziar l ' italiano correttamente senza rifare il verso ai Toscani ; chè non è altro , in fatti , la cattiva imitazione della loro pronunzia che fanno certuni fra noi . No , non c ' è bisogno di toscaneggiare per pronunziar bene , che consiste nel dare a ogni lettera il suo vero suono e a ogni parola il suo giusto accento , come sono indicati nelle grammatiche , nei vocabolari e in trattatelli speciali . Tu non hai che da prendere uno di questi libri , e con la scorta delle regole e delle indicazioni che vi troverai , badare a correggere i difetti della tua pronunzia dialettale , cominciando dai più grossi e più ridicoli , i quali son quasi tutti comuni agl ' italiani delle regioni subalpine . Avvèzzati prima d ' ogni cosa a pronunziare l ' a larga , che noi tendiamo a restringere ; poichè c ' è chi dice : tanto gentile e tanto onesta pore , e cantando come donna innamorota e giunta sul pendìo precipita l ' etó ; Dei del cielo ! E a dir l ' e e l ' o larghe o strette nelle parole in cui hanno l ' uno o l ' altro suono : a non allargar la bocca come un imbuto per dir vérde , frésco , césto , Róma , dóno , enórme , e le desinenze degli avverbi in ente , che sono uno degli orrori della nostra pronunzia , veramante ! E a dare il suono duro o molle all ' s , e dolce o aspro alla z dove tale dev ' essere ; non come si suol fare da noi , che pronunziamo ad un modo rosa fiore e rosa participio , zaino e zampa , cosa e sposa , pranzo e pazzo ; quando non si dice pranso e passo , come da molti si dice . Ma abbiamo altri difetti di pronunzia , dei quali i libri non ci possono correggere , come quello di triplicare spesso le consonanti per timore di non far sentire abbastanza le doppie , come usano i nostri burattinai quando fanno parlare i personaggi terribili : ferrro , guerrra , sconquassso , trapassso ; di raddoppiare l ' r in nero , fiero e simili , per rafforzarne il significato ; di non far sentire l ' sc nelle parole come scendere e scempio , che pronunziamo sendere e sempio ; di pronunziare la doppia n faucale , come nel dialettale laña , luña , nelle parole donna , ginnastica e simili ; di raddoppiare la c in molte parole dov ' è semplice , come bacio , cacio , mendacio , e di metter la g in molte dove non entra ( la povera Amaglia non sa gniente ) , e di sopprimerla in altre dove dev ' esser pronunziata ( sua filia li tien compania ) . Ma perché quell ' atto d ' impazienza ? ... * Ho capito . Ti pare ch ' io metta alla berlina della cattiva pronunzia la nostra cara provincia , e questo ti dispiace . Ma non temere . Nessuno dei tuoi fratelli italiani ti lancerà la prima buccia di mela , perché hanno tutti coscienza d ' esser grandi peccatori . Oltre che parecchi dei nostri difetti di pronunzia sono comuni a varie regioni d ' Italia , ciascuna ne ha altri suoi propri , che stanno a paro coi nostri peggiori . Rassicùrati . Non ti canzonerà il milanese che allarga l ' e senza discreziune e converte in u le o finali , e pronunzia l ' u alla francese cont una frequenza lacrimevole ; né il genovese che muta in ou il dittongo au , dice aritemetica per aritmetica , e fa strage delle z ; né il tuo fratelo veneziano che di tutti i cittadini dell ' aregno d ' Italia è il più indomabile ribelle alla leie della doppia consonante . E il bolognese sostituisce l ' e all ' a nella finale dell ' infinito dei verbi , fa rimar Roma con gomma , toglie la z alle ragaze , fa scomparir le vocali quanto pió gli è possibile ; e il romano ti dice che lo interressano le notizie della guera , che le sue crature son ghiotte delle brugne e ch ' egli ha un debbole per i fonghi ; e il napoletano .... No , non darà la baia al piemondese il napolitano , che muta il t in d dopo l ' n , che pronunzia inghiostro e angora , e mobbile e doppo ; e neppure l ' abruzzese che distende il dittongo uo in maniera da attribuire a ogni buono una bontà infinita , e mette fra due vocali un suono gutturale aspirato : non ti burlerà neppur per idega . E neanche il siciliano sarrà fra i tuoi canzonatori , egli che cangia in ea il dittongo ia e in u tante o e che dà all ' s davanti alle consonanti il suono dello sh inglese , e ficca cossí spesso l ' i fra il c e l ' e , anche chiamando la Concietta del suo cuore ; e nemmeno il sardo , che nel raddoppiar la consonante dove è semplice , e scempiarla dov ' è doppia , non la cede a nessuno . Intesi appunto ieri note due proffessori che discuttevano su quest ' argomento . * Dunque , stùdiati di correggere la tua pronunzia . Ma pronunziar le parole corrette non basta . Il nostro parlare manca generalmente d ' armonia e di speditezza perché non facciamo abbastanza troncamenti e elisioni , perché diciamo una quantità di vocaboli e di sillabe superflue , che allungan le frasi e rompono l ' onda armonica e c ' impacciano la lingua . Sono , ciascuna per sé , superfluità minime e durezze appena sensibili ; ma che quando s ' affollano , come segue spesso , in un breve giro di parole , fanno un brutto sentire . Se , per esempio , in un periodo , dove t ' occorra di dire : gl ' impeti d ' amore , l ' ha detto senz ' arrossire , m ' ha fatto girar la testa , quell ' ingrato , un altr ' anno , quella gran virtù , in un mar di guai , non facevan nulla , non m ' accorsi in tempo , per la qual ragione , tu non tronchi e non elidi nulla , e dici invece : gli impeti di amore , lo ha detto senza arrossire , mi ha fatto girare la testa , quello ingrato , un altro anno , quella grande virtù , in un mare di guai , non facevano nulla , per la quale ragione , tu senti che il tuo parlare riesce assai meno armonico e sciolto che nell ' altra forma . Ed è singolare che , mentre riusciamo duri nel parlare per non far troncamenti e elisioni dove potrebbero farsi , riusciamo spesso egualmente duri in più d ' un caso , in cui , in luogo di togliere , aggiungiamo appunto per evitar la durezza , come nel dire : fanciulli ed adolescenti , scrissi ad Edvige o ad Edgardo , selvatici od addomesticati . Bada a tutte queste piccole cose , e se vuoi avere una buona norma , prendi l ' edizione del romanzo I promessi sposi , dove è raffrontato il primo testo con quello corretto nel 1840 . Il Manzoni , nel troncare e nell ' elidere , s ' è attenuto rigorosamente alla norma del parlar fiorentino ; e si potrà discutere sulla sua idea , che la lingua parlata a Firenze debba esser la lingua di tutti ; ma non sul fatto che l ' uso fiorentino , per ciò che riguarda l ' armonia del discorso , si possa seguir da tutti fedelmente , senza timor di sbagliare . Bada all ' armonia nelle due edizioni comparate del romanzo , e ci troverai un insegnamento utilissimo a scansar nel parlare ogni ridondanza e ogni durezza di suoni . * Un ' altra cosa . Ciascun dialetto è parlato con certe intonazioni , modulazioni , cadenze , strascicamenti di voce e raggruppamenti di suoni , che noi , quasi tutti , facciamo sentire anche parlando italiano , e che dànno al nostro italiano il colorito musicale , per dir così , del dialetto medesimo . Dirai che questa musica dialettale essendo naturale in noi , noi non la sentiamo , e quindi non possiamo liberarcene . No : la sentiamo , chi più chi meno , perché mettiamo in canzonatura chi la esagera . La sentiamo in ogni modo quando udiamo parlare italiano uno della nostra regione con uno d ' un ' altra , perché , anche non conoscendolo di persona , lo riconosciamo dei nostri . Ebbene , quando questo t ' accade , osserva le modulazioni e le cadenze a cui lo riconosci , e t ' avvedrai che sono proprie a te pure . E non pensare che perché tu non le avverti abitualmente o non ti riescono sgradevoli , non siano sentite dagli italiani delle altre regioni , o non riescano sgradevoli neppure a loro . Tanto le sentono che non son pochi quelli che , pure non comprendendo il nostro dialetto , ci rifanno il verso per modo che noi stessi ci riconosciamo nella caricatura ; la quale essi non farebbero se la nostra musica dialettale non li facesse ridere . Ora , ogni volta che ti segua un caso simile , sta ' bene attento , chè ti può molto giovare . Io mi corressi di certe intonazioni del dialetto udendo un attore toscano che imitava mirabilmente il modo di recitare d ' un celebre attore piemontese , perché sentii la prima volta in quella imitazione quelle intonazioni , come un ' eco della mia voce . E credi che non riuscirai a pronunziar bene l ' italiano fin che non ti sarai liberato di questa specie di melopea vernacola , perché è quella che ti fa forza , in certo modo , nella pronunzia viziosa delle parole , che quasi ti costringe , senza che tu te n ' avveda , a pronunziare ciascun vocabolo all ' uso dialettale , in maniera che suoni in tono con essa . Fa a questo caso il proverbio francese , che dice : è la musica quella che fa la canzone . * Un mazzetto di consigli , per finire . Avvèzzati a leggere a voce alta scolpendo bene le parole . Quando vai al teatro , sta ' attento alla pronunzia degli attori che pronunzian bene , e paragonala con quella di quegli altri attori , dei quali riconosci il dialetto nativo . Fa ' attenzione al modo di pronunziare di tutti quegli italiani , dei quali non ti riesce di capire in che parte d ' Italia sian nati . E non dar retta ai pigri che ti dicono : - È tempo perso ; a nascondere il dialetto nella lingua non si riesce . - Non è vero , e non è tanto difficile riuscirvi . Tutte le regioni d ' Italia , anche quelle dove si parla un dialetto più dissimile dalla lingua , dànno oratori forensi e politici , attori drammatici , conferenzieri , professori , conversatori , che pronunziano l ' italiano perfettamente , o quasi ; nei quali non si sente indizio alcuno dei loro propri dialetti . Fa ' il proposito di riuscire a questo tu pure , ridendoti di chi chiama affettazione il pronunziar l ' italiano da italiani , e induci a farlo anche le signorine di casa tua ; poichè io m ' immagino che tu abbia delle sorelle , una almeno . E poichè me l ' immagino , e vedo che la signorina scrolla il capo , mi rivolgo a lei pure . Sì , signorina , lei che sentirà molte volte nella sua vita lodar la dolcezza della sua voce , si studi anche lei di pronunziar meglio ; ciò che riuscirà facile ai suoi muscoli labiali fini ed elastici ; perché a che serve avere la voce dolce se la sciupa una pronunzia ingrata ? Se viaggerà fuori d ' Italia vedrà molte volte degli stranieri , che l ' avranno riconosciuta italiana , porger l ' orecchio per raccoglier dalla sua bocca la musica decantata della sua lingua : vorrà che rimangano disingannati ? E faccia anche propaganda di buona pronunzia , perché la può fare senza suo incomodo . Basterà che torca leggermente la bocca quando sentirà lodare la sua bellessa , o dir che è graziosa come un fiure , o splendida come una stela , o seducende come una dega , o che si darebbe la vita per darle un baccio . E non risparmi neppure quei toscaneggianti che , credendo di pronunziar toscano , non fanno di quella bella pronunzia che una caricatura stucchevole . STRETTA FINALE . Animo , dunque . Comincia fin d ' oggi ad avvezzarti a parlar bene , e vedrai come sarai presto incoraggiato a proseguire dai vantaggi che ne ricaverai . Primissimo dei quali sarà quello di pensar meglio , perché dal parlar chiaro , proprio , preciso , scolpito , dalla consuetudine di esprimer tutto il proprio pensiero nel miglior modo che ci è possibile , s ' è immancabilmente condotti a " spiegarci con noi stessi e a meglio intenderci noi medesimi " , a formulare con maggior chiarezza e maggior precisione il pensiero anche nell ' officina silenziosa della nostra mente . E sarai anche incoraggiato a proseguire dalla sodisfazione che il tuo parlar bene produrrà evidentemente negli altri , poichè è un fatto che chi parla con chiarezza , precisione , facilità e speditezza , facendoci risparmiar tempo e sforzo d ' attenzione e imprimendoci nette nella mente quelle cose che ci preme di ricordare , ci procaccia , oltre che un piacere di natura artistica , un vantaggio , di cui gli siamo grati . E ti sarà incoraggiamento e compenso quello ch ' io molte volte osservai ed osservo : che è per quasi tutti una sodisfazione d ' amor proprio il sentir parlar bene l ' italiano da un concittadino della loro stessa regione , perché vedono in lui una prova che essi pure , volendo , ci riuscirebbero , un argomento vivente contro l ' opinione di quegli italiani d ' altre regioni , i quali li dicono e li stimano inetti ( la cosa è frequente e reciproca ) a parlare un italiano italiano . E queste sodisfazioni avrai per tutta la vita , e con queste molte altre , in mille casi , a mille diversi propositi , in mille forme diverse e inaspettate , poichè non puoi immaginare quante simpatie , quanti atti cortesi , quanti consensi , quante agevolezze non ci derivan da altro nel mondo che dalla scioltezza , dalla grazia , dalla convenienza della parola . Ma per parlare bene bisogna possedere il materiale della lingua , e in che maniera questo s ' acquisti vedrai nella seconda parte del libro . Chiuderà la prima un bell ' originale , che non è forse inutile che tu conosca . L ' AMÍO ENRÍO . Aveva passato parecchi anni a Firenze ; ma quello che per ogni altro italiano , come direbbe l ' Alfieri , boreale , desideroso d ' imparar la lingua , sarebbe stata una buona fortuna , per lui era stata una disgrazia , perché in riva all ' Arno aveva perduto la naturalezza del parlare , e raccattato soltanto le scorie idiomatiche che gli stessi toscani colti ributtano . Aveva fatto là una gran retata d ' idiotismi e di vezzi di lingua mercatina , come se la fiorentinità non consistesse in altro , e preso per giunta il malanno di pronunziar più fiorentino dei fiorentini , esagerando istrionicamente tutte le inflessioni di voce loro proprie , e aspirando la c perfin nelle parole dov ' essi non l ' aspirano . Per questo lo chiamavamo l ' amío Enrío , essendo Enrico il suo nome di battesimo . Non diceva più un tu , neanche a pagarglielo . - Vieni te a ber la birra ? - Se ' stato te , se ' stato ! - Te mi vorresti canzonare ! - Bandiva il dittongo uo da ogni parola : non diceva più che core , omo , bono , spalancando la bocca come per inghiottire un ovo sodo . E gl ' icché t ' ho da dire e i questecchequí e i l ' aresti a avere li spacciava a canestrelli . Figurarsi la faccia che facevano a questa roba i suoi " rozzi " amici pedemontani ! Ma quello che rendeva più uggioso il suo toscaneggiamento era l ' inettitudine dell ' imitazione , poichè spesso , anzi ogni momento , fra due parole pronunziate alla fiorentina ne pronunziava una alla piemontese , che sonava come una stecca falsa ; ciò che faceva dire con ragione agli amici che in ogni suo periodo dietro Stenterello saltava fuori Gianduia . E sarebbe stato un amico piacevole , perché in fondo era di buona indole , e di spirito arguto ; ma riusciva insopportabile per quella sua parlata artifiziosa e bastarda . C ' era fra gli altri , nella brigata degli amici , un genovese , che pativa una vera tortura a sentirlo . - Che volete ? - ci diceva . - Quand ' io gli sento dire aritmetica per aritemetica , Enna per Etena , austríao per austriaco , mi vien la pelle d ' oca . - E allora era un doppio spasso , perché si rideva insieme del critico e del criticato . Un altro , che avesse parlato a quel modo , l ' avremmo corretto a furia di canzonature e di risate ; ma a questo con lui nessuno s ' arrischiava , perché era un buon giovane , ma ombroso , che non reggeva la celia , e tirava bene di scherma . I tolleranti se ne spassavano senza che se n ' avvedesse , gli altri gonfiavano in silenzio , e così egli non aveva mai un sospetto di far ridere le gente alle proprie spalle , e toscaneggiava a tutto pasto , altero e felisce di tener lo scettro della buona lingua e della bella pronunzia . Ma non riusciva a ingannar nessuno , neppur la prima volta che lo sentivano , e nemmeno persone incolte , o che non fossero mai state in Toscana , tanto è giusto il verso Troppo toscano non toscan l ' accusa . Anche costoro , dopo venti parole , sentivano la caricatura , la contraffazione grossolana , e sorridevano , incerti , come domandando a sé stessi s ' egli parlasse sul serio o per burla , e aspettando che da un momento all ' altro ripigliasse il parlar naturale . Di quando in quando , per effetto di quel suo parlare , gli seguivano dei casi comici . Un giorno , credendo d ' aver lasciata la canna ( com ' egli chiamava alla subalpina la mazza ) in un caffè , vi ritornò mezz ' ora dopo , e domandò al padrone : - Ha veduto la mi ' anna ? Quegli , pensando che domandasse se era stata a cercarlo nel caffè la sua signora , benchè gli paresse un po ' troppo famigliare quel modo di nominarla , gli rispose di no , perché signore , in fatti , non ce n ' era state . E allora l ' amío , rivolgendosi al cameriere : - Guarda un po ' sotto il biliardo . Immaginate la risata . Un ' altra volta , a un conoscente che gli andò a chiedere informazioni intorno a un nuovo professore destinato al Ginnasio del proprio figliuolo , disse fra l ' altro : - È d ' umore un po ' vivo ; bocia , bocia sempre ; ma in fondo è un omo bono . - E quegli , scattando : - La grazia di quella bontà ! Da un professore che boccia tutti il mio ragazzo non ce lo mando . Ma queste piccole contrarietà non lo correggevano . Egli seguitava a ingollar le c e a profondere i te sempre più allegramente ; e con maggiore esagerazione e a voce più alta toscaneggiava nei caffè e nei teatri , dove ci occorreva spesso d ' osservare intorno a lui quel fatto psichico curiosissimo , che si potrebbe chiamare l ' inversione o la traslazione della vergogna : persone sconosciute che , udendolo , chinavano il capo e restavan lì impacciate , e qualche volta arrossivano , come se quel linguaggio falsificato e ridicolo uscisse a loro malgrado dalla loro bocca , nel modo che escon le parole dalla bocca dei farneticanti . Ma quel mal vezzo finì con portargli disgrazia . Fu un caso curioso . Una sera , nella platea d ' un teatro , mentre egli toscaneggiava con un suo amico , a voce alta , com ' era solito , fu inteso da un signore toscano , che discorreva con altri , lì accanto , e che , riconoscendo apocrifa quella toscanità ostentata , sospettò che parlasse a quel modo per rifare il verso a lui . Risentito , gli domandò spiegazione . L ' amío rispose con buon garbo , ma rimangiando due o tre c di quelle che i toscani non mangiano ; ciò che ribadì il sospetto nell ' altro , che gli tirò un ' impertinenza , la quale ebbe per risposta un urtone . Alle corte , si barattarono i biglietti di visita , non ci fu modo di raggiustarla , ne seguì un duello , e l ' amío Enrío ebbe una leggiera sdrucitura al braccio destro . Andai a visitare il ferito con un comune amico ; il quale , prima di tirare il campanello , fece un ' osservazione consolante . - Tutto il male non vien per nuocere - disse . - Quest ' avventura l ' avrà guarito dalla toscanite . - E lo credevo io pure . Lo trovammo sulla poltrona , col braccio al collo , d ' ottimo umore . E proprio le prime parole che disse , rispondendo al mio : - Com ' è andata ? - furon queste : - O che vo ' tu ch ' i ' ti dia ? - È incurabile ! - esclamò l ' amico quando uscimmo . - E glie ne toccherà dell ' altre . È il suo destino . Egli ha da morir sul terreno , e di ferro etrusco . PER IMPARARE I VOCABOLI . Bisogna , la prima cosa , acquistare il materiale della lingua . Parlando a te , italiano , intendo dire con " materiale della lingua " tutti quei vocaboli e quelle locuzioni che mancano generalmente all ' italiano parlato fuor della Toscana . Gli uni e le altre si possono cercare ad un tempo ; ma sarà meglio che tu incominci coi vocaboli , che sono i più necessari , e che per qualche tempo non t ' occupi d ' altro . Ci sono , prima di tutto , certe consuetudini del pensiero , che tu devi prendere . Delle moltissime parole che non sappiamo molte le abbiamo lette o intese dire ; ma non ci sono rimaste nella memoria perché non abbiamo fermato su esse , neppure un momento , l ' attenzione . Bisogna dunque , ogni volta che ci cade sott ' occhio o ci viene all ' orecchio una parola non compresa nel nostro vocabolario abituale , guardarla in faccia come si guarda una persona sconosciuta che ci si presenti , fare un atto della volontà per ritenerla , metterci sopra , per così dire , il suggello del nostro pensiero . Se , leggendo o ascoltando , avessimo fatto questo , non dico sempre , ma soltanto una volta su cinque , anche senza ricorrer mai alla penna , avremmo tutti nella memoria molte centinaia di vocaboli di più di quelli che possediamo . Poi : ogni volta che discorrendo ci manca una parola per designare una data cosa , prender nota nella nostra memoria di quella mancanza , e ripararvi quanto prima ci è possibile , cercando quella parola . Ogni volta che ci càpita alle mani o ci si presenta in qualunque modo un oggetto usuale od insolito , domandare a noi stessi , non solo se lo sapremmo nominare a chi non lo conoscesse , ma se glielo sapremmo descrivere nominando le sue varie parti , e , non sapendo , cercare il nome delle sue varie parti , per metterci in grado di descriverlo . Ogni volta che troviamo in un libro una parola nuova , della quale non comprendiamo il significato , non cercarla immediatamente nel vocabolario , chè , trovata così subito senza fatica , non ci rimane impressa ; ma pensarci un po ' , cercare d ' intenderla da noi stessi , segnarla nella nostra mente con un punto interrogativo ; al quale essa rimarrà poi attaccata come a un gancio quando sapremo che cosa significa , perché non si dimenticano mai le parole nuove sulle quali s ' è esercitata la curiosità , e di cui c ' è costato qualche sforzo l ' apprendere il senso . Ma questo non basta . Tu , che sei sulla via degli studi , devi fare questo studio in forma ordinata e metodica . Proponiti , da principio , d ' imparare i nomi di tutte le cose che t ' occorre ogni giorno di vedere , toccare , adoperare . Prendi uno di quei Prontuari dove son registrati tutti i nomi degli oggetti d ' uso domestico , con la descrizione di ciascun oggetto , la quale comprende i nomi d ' ogni sua parte . Comincia dalla roba che porti addosso , per poi passare alle cose che hai sempre tra mano , ai mobili della tua camera , alla mensa , allo scrittoio , agli arredi e utensili di tutta la casa , alle varie parti della casa stessa . Va ' innanzi con ordine , a poco a poco , fissandoti d ' imparare ogni giorno un certo numero di nomi . Non ti costerà alcuno sforzo il ritenerli , avendo sempre sott ' occhio le cose a cui si riferiscono , e a ritenerli t ' aiuterà il dirli spesso a voce alta , con pronunzia netta . Passerai poi dalla casa al cortile , al giardino , a tutti gli annessi e connessi della casa , e poi alle varie parti della città e ai luoghi e ai servizi pubblici , e alle arti e ai mestieri più comuni . E non considerar neppure come uno studio quest ' occupazione ; fattene uno svago dello spirito . E ogni volta che te ne sentirai un po ' svogliato , pensa che ciascuna delle parole che ti si stamperà stabilmente nella memoria ti risparmierà mille volte , nel corso della vita , un ' incertezza , un impaccio , una piccola vergogna ; che mille volte la cognizione di una data parola ti toglierà , nel parlare e nello scrivere , un intoppo , il quale romperebbe il corso del tuo pensiero e la foga del tuo discorso ; che ogni vocabolo che s ' impara , anche se paia superfluo , è come uno di quegli utensili da nulla , dei quali non s ' ha bisogno quasi mai , ma che una o due volte in molt ' anni son necessari , e se non si ritrovano , non si sa che pesci pigliare . E poi vedrai che anche questo studio , che ora ti par materiale , ti darà sodisfazioni che non t ' aspetti . Quando il tuo corredo di vocaboli sarà già considerevole , t ' accorgerai che ogni nuova parola ti rimarrà impressa assai più facilmente che per il passato , perché in quel particolare esercizio ti si sarà fortificata e fatta tenace la memoria mirabilmente . Riconoscerai , quando potrai nominare molte cose e particolari di cose di cui prima non sapevi il nome , di quanti giri di parole , di quante definizioni e descrizioni e lungaggini , che prima non potevi scansare , potrai far di meno parlando , e che nuovo sentimento di libertà e di sicurezza avrai nel parlare , non essendo più impensierito di continuo dal timore d ' inciampare nell ' impedimento d ' una cosa comunissima , che tu debba nominare e non sappia , o nella necessità di fare una svoltata col discorso per non averla da nominare . E vedrai quante volte , dopo che ti ci sarai avvezzato per proposito , ti sarà un passatempo piacevole , trovandoti ad aspettare in qualche luogo , come un ' officina o una bottega o una sala , rifar nella tua mente la nomenclatura di tutte le cose che avrai dintorno ; e come ti divertirai a osservare gli artifizi curiosi coi quali la gente s ' ingegna , nella conversazione italiana , di nascondere la propria ignoranza dei vocaboli più necessari , e di farsi in qualche modo capire ; e che piacere sarà per te in molti casi il levar d ' impaccio chi parla , anche persone d ' età maggiore e di cultura superiore alla tua , porgendo loro gli spiccioli per le minute spese del discorso . Mettiti dunque a questo studio , non con l ' impazienza di chi ha uno scopo immediato ; ma tranquillamente , adagio adagio , nei tuoi ritagli di tempo , contentandoti di poco ogni giorno , e rimarrai maravigliato ben presto della quantità di materiale linguistico , che senza fatica , quasi senz ' avvedertene , ti troverai accumulato nella memoria . DIVERSI MODI DI STUDIAR LA LINGUA . Suppongo ora che tu mi domandi in qual modo dovrai proseguire , allargando il campo dello studio , dopo aver fatto la preparazione che accennai riguardo ai vocaboli . Darò alla tua domanda cinque risposte , le quali mi furon date ( quattro per iscritto e una a voce ) da cinque studiosi , che interrogai per conto tuo . L ' aristocratico . Io non sono un registratore né un magazziniere della lingua . Non mi servii mai della penna per questo studio . Lessi e leggo gli scrittori migliori di tutti i secoli con la matita alla mano , sottolineo ogni parola e ogni locuzione che mi riesca nuova , e mi paia efficace , e usabile anche da uno scrittore del tempo presente , e cerco d ' imprimerla nella memoria insieme con la frase o col periodo a cui appartiene , e , più che altro , con l ' idea ch ' essa esprime o concorre ad esprimere . Non volli mai trascrivere a parte frasi , locuzioni o parole perché , se si metton sulla carta , non si fa più sforzo della memoria per ritenerle , sapendo che si rileggeranno poi ; e anche perché , quando si hanno di queste raccolte , facilmente si cede alla tentazione d ' andarvi a far provvista prima di mettersi a scrivere , onde avviene che nello scritto si scopra la mano del raccoglitore ; e per quest ' altra ragione , finalmente , che i modi registrati così solitari , quando poi s ' è dimenticato il posto che occupavano , la serie d ' idee a cui eran legati , il significato e il valore che ricavavano dal contesto , s ' adoperano spesso in un senso che non è quello per l ' appunto che avevano dove li abbiamo trovati . Dunque , sottolineo soltanto , e questo mi basta a riparare poi alle dimenticanze . Tutti i miei libri son pieni di sottolineature . Quando , dopo un pezzo , ne riapro uno , scorrendolo con l ' occhio solamente , vi ritrovo in pochissimo tempo tutto quanto v ' è di meglio in materia di lingua , e con la memoria delle voci e delle frasi mi ravvivo quella dei pensieri , la quale corregge alla sua volta , se mi s ' è alterato nella mente , il concetto del significato e del valore d ' ogni frase e d ' ogni voce . Così le mie note linguistiche sono sparse in centinaia di volumi , e questa , a mio giudizio , è la maniera più intellettuale di studiar la lingua . Per me un periodo è come un viso umano : certi studiosi della lingua ne staccano un occhio , un orecchio , il naso , il mento , e li conservano a parte : io mi stampo nella mente tutto il viso ; voglio dire che affido la memoria della parola a quella dell ' idea . Aggiungo che quest ' uso di sottolineare i libri me ne rende particolarmente piacevole e utile la seconda lettura , perché , ritrovandovi segnate tutte le mie prime impressioni , dalle quali spesso riescon diverse le seconde , mi vien fatto di cercare le ragioni delle diversità , che derivano o da un diverso stato dell ' animo , o da nuove cognizioni acquisite , o da gusti mutati , e quest ' operazione mentale ha per effetto d ' imprimermi più profondamente nella memoria le parole e le frasi . E non è da credere che riesca poi troppo difficile il ritrovare , per chiarirsi d ' un dubbio , una data parola o locuzione in quel mare di segni , perché quest ' uso di sottolineare fortifica ed estende straordinariamente la facoltà della memoria locale ; tanto che di moltissime di quelle si ricorda fino il punto della pagina dove restano e il tratto particolare della matita con cui si sono segnate . Io ho dinanzi agli occhi della mente centinaia di frasi e di vocaboli sottolineati in centinaia di pagine , in cima , in fondo , nel mezzo , da un lato e dall ' altro , chiari e netti per effetto della sottolineatura come se fossero in caratteri rilevati . Il mio dizionario , il mio frasario è la mia biblioteca . I miei fiori di lingua non sono stretti in mazzi , ordinati in tepidari , affollati in aiuole ; ma sparsi sur un vastissimo spazio , piantati nella terra dove nacquero , olezzanti all ' aria aperta e viva ; e le corse che ho da fare col pensiero per rivederli mi fanno bene alla salute dello spirito , mi accrescono le forze e l ' agilità della mente . Per mantenermi nel possesso del mio materiale linguistico mi debbo rimettere ogni tanto in conversazione diretta coi grandi maestri da cui lo presi , e questo mi dà occasione e modo di raccogliere dalla loro bocca nuovi tesori . Ecco il modo di studiar la lingua , ch ' io consiglierei ai giovani . Non empite dei quaderni di note , chè v ' avvezzate a pescar la parola per la parola , la frase per la frase . Non serve avere in mente una locuzione se non è legata a un pensiero , e se il pensiero vi resta , vi resterà quella con esso , senza bisogno di metterla a sedere sulla carta , di dove non accorrerà più pronta al vostro bisogno , e dovrete andarla a prendere e tirar fuori a forza . Trattate la lingua da gran signori , non da pitocchi . Ospitatela nel grande palazzo della vostra memoria ; non la soffocate nei ripostigli oscuri degli scartabelli . La lingua è pensiero , è sentimento , è bellezza ; cercate nei grandi scrittori queste tre cose ; pensate , commovetevi , dilettatevi , e imparerete la lingua ; essa vi deve entrare nella mente e nell ' animo a raggi d ' idee , a ondate d ' affetto , a scosse d ' ammirazione . E il modo ch ' io consiglio è anche il solo che non stanchi mai ; chè , anzi , tanto più riesce gradevole e profittevole quanto più , andando innanzi con gli anni , s ' impara a pensare , e il leggere con la matita alla mano diventa un abito che non si può più smettere ; dovechè la pazienza di raccogliere , trascrivere e rileggere delle note morte , facilmente si perde , tanto più quanto si fa più vivo e acuto il pensiero . Il mio è uno studio , un modo da pensatore e da artista ; l ' altro è una fatica , come direbbe il Carducci , da spazzaturai di parole . Nello studio della lingua sono aristocratico . Il classificatore . Io sono nello studio della lingua , come in ogni altra cosa , un uomo d ' ordine , e in questo vo fino alla pedanteria . Fin da quando principiai , mi persuasi che il metodo migliore di studiare era quello di raccogliere con la penna e di disporre nella mia raccolta il materiale della lingua come si dispongono i libri nelle biblioteche , per ordine di materie . Mi fissai prima una serie di titoli , sotto i quali potessi raggruppare tutte le voci e locuzioni che venivo notando negli scrittori man mano che procedevo nelle mie letture . Presi tanti quaderni , scrissi sopra ciascuno uno dei titoli , e sotto ciascun titolo feci una seconda serie di divisioni . Per esempio , nel quaderno Natura : - Cielo , mare , fenomeni meteorologici , vegetazione , ecc . - ; nel quaderno Passioni : - amore , gioia , ira , odio , e via discorrendo . Un quaderno per i ritratti fisici , uno per i ritratti morali , uno per il movimento ( sia d ' esseri viventi , sia di cose inanimate ) , uno per il vestire , per il mangiare , per il parlare , per le arti belle , per la critica letteraria , per il linguaggio faceto , per i suoni e rumori ; e potrei proseguire . Ogni parola o locuzione ch ' io legga negli scrittori , o senta dire , o trovi nel vocabolario , la quale io mi voglia appropriare , la scrivo nel quaderno , e sotto il titolo , a cui si riferisce . Dopo che cominciai questo lavoro , furon fatte varie pubblicazioni informate allo stesso concetto , ad uso degli studiosi ; ma io tirai innanzi egualmente , con la persuasione che nessuna di quelle opere , anche se più ampia e meglio ordinata , m ' avrebbe giovato quanto quella che andavo facendo io medesimo ; perché fra il materiale di lingua scelto e raccolto da altri e quello scelto e raccolto da noi , per ciò che riguarda la memoria , corre presso a poco la stessa differenza che tra il ricordare dei versi propri e il ricordare dei versi altrui . In pochi anni , facendo poco ogni giorno , ho raccolto un materiale ricchissimo . Questo metodo presenta due grandi vantaggi . Il primo è che , ricorrendo ogni tanto ciascuna serie di note , per l ' affinità che è fra di esse , che l ' una tira l ' altra come le ciliege , molto facilmente si richiamano alla memoria tutte o in gran parte . Il secondo è che , per la stessa ragione dell ' affinità , riesce singolarmente piacevole il rileggerle . Ogni volta ch ' io ripasso ciascuna di quelle filze di parole e di modi di dire , che si riferiscono tutti a un soggetto unico , mi si ravviva , con l ' ammirazione della ricchezza e della varietà della nostra lingua , la volontà e il piacere di studiarla . Mi par di sentire un linguista maraviglioso che sfoggi tutta la sua dottrina mettendo fuori rapidamente tutto il vocabolario e tutto il frasario che si possono usare a quel dato proposito , o che si diverta a dire in cento modi diversi , con cento gradazioni di significato , con cento sfumature di colore quella data cosa ; o una folla di persone che della stessa cosa discorrano tutte insieme , rivoltando l ' idea per tutti i versi , accennandone tutti i particolari , studiandosi ciascuna di non servirsi della espressione altrui . È anche un altro diletto dell ' immaginazione vivissimo . Quando leggo le pagine del movimento , per esempio , io vedo passare con tutte le andature , scarrierare , arrancare , ballettare , sbalzellare , saltabeccare , giravoltolare , capitombolare , volicchiare , sguizzare , frullare , sfarfallare , ecc . , ecc . , movere in tutti i modi possibili mille forme animate e inanimate , una danza universale , un caos agitato d ' immagini , che m ' eccita il pensiero come lo spettacolo reale d ' un vasto movimento svariatissimo d ' esseri viventi e di cose . Quando entro nella partizione dell ' Ira , mi par d ' entrare in una bolgia dell ' inferno , in mezzo a una moltitudine d ' energumeni , dove ciascuno grida una delle parole o delle frasi notate , e in queste vedo le immagini delle facce accese e gli atti violenti che accompagnano le voci , di cui l ' una risponde all ' altra , come in un ' assemblea politica fuor della grazia di Dio . E le pagine dell ' Amore ! Non avete idea della dolcezza che mettono nell ' animo tutte quelle parole e frasi d ' amore ardente , tenero , voluttuoso , disperato , beato , che paiono di tante coppie d ' innamorati invisibili , le quali spandano nell ' aria , passando di volo , il grido del loro cuore . E così nel vocabolario dei Suoni , voci , rumori , mi par di passare da una sala di concerti in un ' officina , dall ' officina sur un campo di battaglia , dal campo di battaglia nell ' arca di Noè ; e scorrendo le pagine del mangiare e bere ho l ' illusione di sedere a una mensa di gastronomi eccitati , che non parlino d ' altro che di pappatoria , sfoggiando tutta la loro dottrina terminologica intorno all ' oggetto della loro passione ; e ripassando la raccolta relativa alla Natura , vedo aurore e tramonti , rapide variazioni di tempo , aspetti diversi della campagna , e passo fiumi , corro mari , salgo montagne , scendo nelle viscere della terra , percorro in poche pagine tutte le latitudini e assisto a cento diversi fenomeni del cielo e della terra . V ' ho data un ' idea del mio metodo ? Il quale offre ancora altri vantaggi . Ogni volta che ho da scrivere , rileggo prima le pagine dov ' è raccolto un materiale di lingua relativo al mio soggetto , e non solo mi ravvivo nella memoria , in quel modo , in pochi minuti , una quantità di voci e di locuzioni che mi possono giovare ; ma quella rapida lettura mi dà una scossa alla fantasia , mi desta nella mente una folla d ' immagini , che formano come un preludio sinfonico , che sono per me come una prima ispirazione efficacissima al lavoro che sto per imprendere . Aggiungete che , raccogliendo e ordinando il materiale della lingua in questa forma , l ' atto di riflessione che s ' ha da fare sopra una quantità di parole e di frasi dubbie per determinare la divisione in cui si debbono inscrivere , vi fa penetrar più addentro con la mente nel significato di ciascuna ; e che la lettura ripetuta di tante serie di modi di senso affine vi assuefà a meditare sulle sfumature dei significati , vi chiarisce il criterio della scelta , vi raffina il senso della lingua . In fine , quello che io feci e continuo a fare è un dizionario mio , del quale ho una grande padronanza , nel quale ritrovo con grande facilità ogni parola o frase di cui non abbia o tema di non avere esatta memoria ; un dizionario in cui godo a tuffar le mani come in un mucchio di monete o di gemme che io mi sia guadagnate o che abbia trovate io stesso a una a una ; un tesoro di lingua accumulato con gran cura , che io amo , che mi compiaccio d ' arricchire e d ' abbellire , come una casa piena di cose belle e utili , perfezionandone a mano a mano l ' ordine e l ' assetto , con sentimento di proprietario e d ' artista . Ecco come studiai e studio la lingua . Mi ci volle molta pazienza in principio ; poi feci il lavoro con piacere ; ora lo continuo con amore . E non credo che ci sia metodo migliore : per le teste costrutte come la mia , ben inteso . Lo mnemonico . In che modo studiai la lingua ? In un modo semplicissimo , per il quale non occorre il calamaio . È la buon ' anima di mio padre , dantista appassionato , che me ne diede l ' idea . Un giorno , dopo avermi letto e commentato il canto dei Serpenti , ch ' egli considerava come un miracolo di potenza descrittiva : - Vedi - mi disse - in queste cinquanta terzine , oltre le stupende bellezze d ' invenzione e d ' armonia , in quanti diversi modi son dette mirabilmente cose difficilissime a dirsi , quale maravigliosa proprietà di vocaboli , e quanta ricchezza di lingua ! Chi impara questo canto a memoria si mette in capo più materiale di lingua che non ne potrebbe raccogliere da qualche volume di bella prosa . - Io imparai quel canto a memoria . Fu questo il mio primo passo sulla via che tenni poi . Avendo esperimentato che con quel canto m ' ero appropriato una quantità di modi , i quali mi venivano facilmente alle labbra o alla penna anche nel discorrere o nello scrivere di cose che non avevano alcuna relazione con la materia del canto medesimo , pensai : - Non sarebbe un buon modo d ' imparar la lingua quello di mandar a mente della poesia , che è facile a imparare e a ritenere ? - E d ' allora in poi andai cercando e studiando poesie e frammenti di poesie , particolarmente ricche di buona lingua ; ma , si noti , di lingua più conforme a quella della prosa che non sia il così detto linguaggio poetico ; la quale si trova in special modo nella poesia faceta o satirica , famigliare o popolare che si voglia dire . Ricordo che la seconda cosa che imparai fu un capitolo del Berni , e la terza i duecento versi sciolti della Gita a Montecatini del Giusti : uno dei componimenti poetici , ch ' io mi conosca nella letteratura italiana , più fitti di modi e di costrutti del linguaggio parlato , e più facili a ritenersi , benchè non rimato , per la fluidità insuperabile dello stile . Con questo criterio scelsi poi tutte le altre poesie . Esperimentai un particolare vantaggio nell ' imparar sonetti ; le cui locuzioni , entrando nella mente strette e chiuse in una breve forma compiuta , vi rimangono impresse più distintamente , quasi in disparte , e pronte tutte insieme a ogni richiamo del pensiero ; e però imparai centinaia di sonetti di tutti i secoli . La facilità , che acquistai con quest ' esercizio , di mandar versi a mente , non è credibile da chi non n ' abbia fatto la prova ; né sarei creduto se dicessi quanti me ne insaccai nella testa . E non ne perdetti , in molti anni , che un ' assai piccola parte , perché ebbi ed ho ancora la consuetudine di riandare di quando in quando , un poco per volta , e con cert ' ordine , la materia acquistata . Spesso , nei ritagli di tempo , nelle passeggiate solitarie , e di notte , quando non viene il sonno , e dovunque aspetti qualcuno , mi ridico mentalmente dei versi . Ma quello che me li stampò nella memoria in forma incancellabile è l ' uso , a cui sempre m ' attenni e m ' attengo , quando m ' occorrono lacune e incertezze , di non ripararvi mai ricercando il testo ; ma di cercare tranquillamente e pazientemente nel mio capo le parole e le frasi che mancano , o che si sono alterate ; nel qual lavoro mi move una curiosità d ' indovinatore d ' enigmi , che me lo rende oltremodo piacevole . Dopo aver studiato per lungo tempo nient ' altro che versi , mi diedi alla prosa , scegliendo nei migliori scrittori quelle pagine diventate celebri per forza d ' eloquenza , nelle quali è un ritmo oratorio che rende più facile l ' impararle a mente . E studiai e so a menadito parecchie delle più belle parlate dei personaggi del Decamerone , decine di pagine del Machiavelli , quasi intera l ' apologia di Lorenzino dei Medici , lettere del Caro , frammenti di dialoghi di Galileo , discorsi del Carducci , molti dei passi migliori dei Promessi sposi . Il maggior vantaggio di questo studio è che con le parole e le frasi mi restano nella mente la struttura dei periodi , la musica dello stile , l ' andamento del pensiero , proprio di ciascuno scrittore . E in che modo vi restano ! Non lo può immaginare chi non ha fatto un ' egual prova . A rischio di farla ridere alle mie spalle , le dico che tutta quella prosa , quando la ridico a me stesso , o alla muta o di viva voce , non mi par più roba d ' altri , ma mia ; che mi par veramente che tutti quei pensieri siano usciti in quella data forma dal fondo del mio cervello ; ed è così fatta l ' illusione , che quando in luogo d ' una parola o d ' una frase del testo me ne scappa un ' altra , sento l ' errore subito e scatto , quasi offeso , come un musicista che senta una stonatura in una melodia propria sonata da un altro . Da questo segue che nel parlare e nello scrivere non m ' accorgo punto delle locuzioni che adopero , prese dalle pagine che so a memoria ; poichè mi son tutte così profondamente fitte nel capo , così intimamente compenetrate coi pensieri abituali , che non le posso più discernere da quell ' altro materiale linguistico che abbiamo tutti nella mente fin dall ' infanzia , senza saper né quando né come vi sia penetrato . La ho persuasa della bontà del mio metodo ? Io ne son persuaso per modo dall ' esperienza , che a quanti giovani mi chiedon consiglio , do questo consiglio : - Studiate a mente . Una pagina di prosa o di poesia , bella e ricca di lingua , che vi stampiate nella memoria , che vi appropriate , che vi assimiliate in maniera da parervi che sia pensiero , arte , musica vostra , vi gioverà più di cento letture , più d ' un monte di note , più d ' un mese impiegato a scartabellar dizionarî . Studiate anche una cosa sola ogni mese e vedrete qual vantaggio ne avrete dopo un anno . Cominciate con la poesia , passate poi alla prosa . Oltre all ' imparare il materiale della lingua , scoprirete a poco a poco le più segrete virtù musicali degli stili , le finezze più squisite dell ' arte dello scrivere , senza sforzo , per il solo effetto della ripetizione . Vi formerete una biblioteca mentale in cui troverete un piacere e un conforto grandissimo in mille congiunture della vita , ogni giorno , ogni momento ; un ' Antologia che avrete sempre aperta dinanzi agli occhi , dovunque siate , come una visione permanente dello spirito ; una raccolta inestimabile di bellezze di lingua , non solitarie e fredde , ma contessute e armonizzate dall ' arte dei grandi maestri , animate dal pensiero , scaldate dall ' ispirazione : forma e sostanza , splendore e sapienza ad un tempo . Io pensavo da principio che l ' amore di questa maniera di studio mi sarebbe scemato con gli anni ; ma non scemò : si fece più vivo . Ogni passo di scrittore ch ' io so a memoria è per me come un amico e un maestro di lingua che m ' accompagna da per tutto , sempre pronto a rallegrarmi e a insegnarmi qualche cosa . Oggi ancora , quando leggo una poesia o uno squarcio di prosa magistrale , dico a me stesso : - Facciamoci un nuovo amico , - e me lo faccio , con una facilità maravigliosa oramai . Ella , per bontà sua , dice che sono uno scrittore . Ebbene , sono diventato uno scrittore in questo modo . E può scrollar le spalle chi vuole : io continuo . Il miscellaneo . Un metodo , io ? Ma le pare che un arruffone par mio possa avere un metodo ? Io non sono che un dilettante , che studia la lingua per ispasso , in una maniera affatto irragionevole . Ho un così detto Gran libro della lingua , nel quale esperimento tutti i metodi ; ma seguo di preferenza quello che tengono inconsciamente i bambini nell ' imparare a parlare : un curiosissimo libro , in cui si rispecchia il disordine matto della mia mente , il perpetuo trescone che ballano le idee nel mio capo . Lo vuol vedere ? È una maraviglia di scapigliatura intellettuale . Mentre lei lo sfoglierà , io le darò le spiegazioni occorrenti , e può darsi che si diverta . Dicendo questo , tirò giù da uno scaffale un grosso registro , che pareva il Libro maestro di una Casa di commercio , e me lo mise aperto sul tavolo . - Veda - mi disse - le prime pagine . Io vi cominciai a notare parole e frasi prese dagli scrittori , man mano che li andavo leggendo , senz ' ordine di tempo né di materie . Vede che si salta dal Boccaccio al Giusti , da Gino Capponi al Guicciardini , dal Cellini al Leopardi . Noti qui , fra gli estratti di due trecentisti , uno studio sulla terminologia del vestiario femminile , che feci sulla traduzione d ' un romanzo francese , fatta da Ferdinando Martini ; e più oltre , accanto a una pagina d ' aggettivi prediletti da Dante , una serie di locuzioni relative al vino , pescate nel ditirambo del Redi . Questo le può dare un ' idea del metodo . E ora veda lei , più innanzi , se ci si raccapezza . Nelle pagine seguenti , in fatti , trovai il più strano disordine che si possa immaginare . Elenchi di proverbi toscani ; infilzate di vocaboli e di frasi ingiuriose ; una pagina intitolata : - Vari modi di dar dell ' asino al prossimo ; in un ' altra pagina , sotto un grosso titolo : - Alla gogna - registrati tutti i più marchiani francesismi e idiotismi d ' uso corrente nei giornali e nella conversazione , e ad alcuni di quelli scritto accanto : - Guardati ! - ; quelli appunto , mi spiegò l ' amico , che solevano più spesso scappare anche a lui nello scrivere e nel parlare . Alternati con questi , altri elenchi di frasi e di parole , abbracciati da grandi graffe , lungo le quali era scritto : - Ti fanno paura ? - e disse ch ' erano modi efficaci ch ' egli non usava mai , e che aveva messi in mostra in quella forma per rammentare a sé stesso d ' usarli . Poi una serie di dizionarietti speciali : di giochi fanciulleschi , di difetti fisici , di motti scherzosi , di colori , di piante , di strumenti di lavoro , illustrati di figurine schizzate con la penna , per chiarire il significato e facilitare la memoria delle parole . C ' eran disegnati un violino e una finestra , con su scritti i nomi di tutte le loro parti , e una figura umana in caricatura , che aveva scritto sopra il capo : pera , sul naso : nappa , sul mento : bietta , su ventre : buzzo , sulle mani : mestole , sulle gambe : seste , sulle scarpe : - ciotole . Lessi una Pagina delle busse , nella quale erano notate tutte le forme di percossa possibili , dal rovescione al biscottino , con tutti i verbi con cui si può designare l ' azione : accoccare , appiccicare , appioppare , allungare , ammenare , appoggiare , assestare , azzeccare , ammollare , affibbiare , barbare , distendere , consegnare , fiancare , misurare , piantare , rifilare , rivogare , somministrare , tirare : un tesoro di gentilezze . Di tanto in tanto , in grandi caratteri : - Esercizi ginnastici - e sotto , un dialogo strambo , nel quale due persone , collegando a dispetto dei santi le idee più disparate , si palleggiano tutte le locuzioni registrate nelle dieci o venti pagine precedenti ; o aneddoti o descrizioni bizzarre , in cui tutte quelle locuzioni sono pigiate a forza , o periodi a chiocciola , dove una stessa idea è espressa parecchie volte di seguito in forma diversa . Alcuni di questi esercizi , intitolati Scrigni poetici , erano sonetti e versi sciolti , nei quali l ' amico aveva incastrato una quantità di modi , per ricordarli meglio , in grazia del ritmo . Fra due di queste poesiole c ' era un discorso d ' un pedante marcio , tutto tessuto di quei vocaboli e di quelle frasi antiquate , che nessuno usa più parlando , ma che qualcuno s ' ostina ancora a scrivere , sfidando eroicamente il ridicolo ; altrove il discorso d ' un lezioso ; più là il soliloquio d ' uno sgrammaticante , con le sgrammaticature più frequenti nella conversazione della gente per bene . Mi cadde sottocchio , fra l ' altro , una pagina di Spazzature , dov ' era raccolto un buon numero di quelle frasi fatte , calìe letterarie , o fiori secchi di rettorica , che ricorrono di continuo nei discorsi e nei brindisi , e che son diventati odiosi a tutti oramai , anche a quelli che li usano , quando li sentono usare dagli altri . Ma sopra ogni cosa attirò la mia attenzione e mi parve strana una grande quantità di parole e di frasi segnate a capo e a piè di pagina , sui margini , tra riga e riga , a traverso lo scritto , un po ' da per tutto , alcune in istampatello , altre inquadrate in quattro tratti di penna , o scritte con matita rossa , verde o turchina , o sormontate da un Nota bene , o fiancheggiate da un punto esclamativo , o da un crocione , o da una bandierina disegnata : parole e frasi , che l ' amico mi disse d ' aver appuntate così a caso , dove prima gli veniva , man mano che le intoppava nei libri , e contrassegnate in quella maniera , perché attirassero il suo sguardo e gli si rinfrescassero nella memoria quando egli sfogliava il librone per cercarvi o per notarvi altre cose . Tutto il librone n ' era tempestato , e anche molte di queste note illustrate da piccoli schizzi di figure umane , di mobili , d ' utensili , d ' oggetti d ' ogni genere ; e v ' eran qua e là delle pagine bianche , preparate per altre note , coi titoli già scritti . Trovai in ultimo un elenco di quei modi dialettali , che si sogliono scansare con gran cura , benchè appartengano pure alla lingua , e siano correttissimi , e nella pagina accanto una raccolta di frasi di complimento antiche e moderne , alla quale faceva riscontro un piccolo dizionario di moccoli smorzati , di quelle esclamazioni vigorose di maraviglia o di dispetto , che la gente ben educata sostituisce ai sacrati autentici , quando è in una compagnia a cui si devono dei riguardi . Arrivato a questo punto , benchè mi destasse un senso d ' ammirazione l ' amor della lingua vivissimo che si manifestava in quella strana rigatteria filologica , non potei trattenere una risata . Ma il bottegaio non se n ' ebbe per male ; tutt ' altro . - Bene ! - mi disse . - Mi fa piacere di vederla ridere . È il commento che desideravo e aspettavo , perché giustifica la mia mancanza di metodo , ed è un modo di riconoscere che si può far dello studio della lingua uno spasso amenissimo , come io faccio appunto . Studiando la lingua io scrivo versi , recito la commedia , lavoro di mosaico , faccio ginnastica con la penna , rivedo le bucce agli altri e a me stesso , rido , tesoreggio , disegno , fantastico , e serbo una libertà di spirito che esclude ogni fatica e ogni noia . Non è un metodo ; ma un modo che credo convenientissimo a tutte le teste disordinate e svolazzatoie com ' è quella che porto sulle spalle . Veda , io non darei questo libraccio per un peso eguale di biglietti da cento . E se lo stampassi , credo che farebbe furore . Certo sarebbe il trattato linguistico più originale che si sia pubblicato mai , e forse non il più inutile . Dopo la mia morte , chi sa ! O lo lascerò alla Biblioteca Vittorio Emanuele , di Roma . Il vocabolarista . Per imparar la lingua io leggo assiduamente , oltre gli scrittori , il Vocabolario . Non lo leggo soltanto perché è il solo libro che , se non tutta , contiene quasi tutta la lingua ; ma anche perché mi diletta l ' immaginazione , senza turbarmi l ' animo , non movendo in alcun modo le passioni ; dalle quali rifugge la mia indole tranquilla . Dico di più : che per me non c ' è altro libro che diletti altrettanto , per poco che l ' immaginazione del lettore si presti a vivificar la lettura . Per me le parole sono creature umane , e le colonne , strade , dove passa una folla maravigliosa . In questa folla incontro conoscenti e sconosciuti ; indifferenti che lascio passare , figure curiose con cui mi soffermo , vecchi amici che mi son famigliari fin dai primi anni , persone con le quali ebbi relazione un tempo , e che dimenticai in seguito , e che riconosco con piacere , e altre che cercai un pezzo nel regno dei libri , senza trovarle , e a cui faccio festa , come si fa a un amico inaspettato , che ci venga a cavar da un impiccio . Vedo nelle parole immagini di scienziati , di poeti , di pedanti , di villani , di beceri , di patrizi , d ' operai , facce benigne e sinistre , e buffe , e tragiche , e figure di ragazze snelle e gentili , di donnine semplici o affettate , e di vecchie venerabili , sei volte secolari , che parlarono col Boccaccio e con Dante , e serbano la fresca vivacità della giovinezza . E ciascuna mi desta un pensiero , e alla più parte mi scappa detto qualche cosa , passando . - Ti saluto , simpatia ! - Mi rallegro con lei , finalmente assunta all ' onore del Vocabolario . - Passa via , svergognata . - O lei , che mille volte m ' è entrata e mille volte sfuggita dalla mente , quando si risolverà a rimanervi ? - Te non ti ci voglio , chè non t ' ho mai potuta patire . - Si fermi lei , e mi dica bene una volta quello che vuol dire , chè non l ' ho mai saputo per l ' appunto . - Le parole seguite da derivati e diminutivi mi danno l ' immagine di padri o di madri con un codazzo di figliuoli e di nipoti grandi e piccoli ; quelle cadute fuor d ' uso , di superstiti d ' altre età , che si trascinino , e non si ritrovino in mezzo alla folla giovanile che passa , o d ' ombre di trapassati , ricordate nel dizionario da una lapide ; quelle di significati diversi , di faccendieri che facciano ogni arte ; le nuove , d ' origine straniera , di viaggiatori arrivati di fresco , con la valigia alla mano . E incontro greci e romani antichi , e italiani d ' ogni secolo , e visi e vestiari di tutte le regioni d ' Italia . Tutti i mestieri , tutte le scienze , usi e costumi di ogni classe sociale e d ' ogni popolo , tutti gli stati dell ' animo , tutte le forme e tutti gli strumenti dell ' operosità umana , tutti gli aspetti della natura e tutte le epoche della storia mi passano dinnanzi nel Vocabolario . Ed è il mio maggior diletto appunto questo passaggio continuo dall ' una all ' altra idea disparatissima , questo procedere a salti , a volate subitanee da cose materiali a cose ideali , da un polo all ' altro del mondo intellettuale , questa fuga vertiginosa di luoghi , d ' oggetti , di genti , d ' orizzonti , di secoli , nella quale il mio pensiero balena più fitto , la mia fantasia batte più rapidamente l ' ali che nell ' impeto d ' un ' inspirazione creatrice . E quanti ricordi mi destano le parole ! Moltissime , sonandomi nella mente , risvegliano e fanno uscire dai recessi della memoria volti , nomi , casi , momenti della vita , che da più o meno tempo vi stavano rimpiattati e ignorati . Una parola antiquata o poetica mi rammenta una persona che spesso la diceva , facendone pompa fra gli amici , i quali ne sorridevano , toccandosi a vicenda col gomito ; un ' altra mi fa riudir l ' accento d ' un lontano o d ' un morto , che la pronunziava in certo modo suo proprio ; questa mi richiama alla mente un linguista che le mosse guerra e uno che la difese , e le dispute che vi fecero intorno , e le impertinenze che si scambiarono pel fatto suo ; quella mi ricorda un verso celebre o un motto storico o una scena di commedia o un angolo di salotto dove la intesi dire storpiata o a sproposito . E a certi nomi di malattie mi si levan davanti le immagini di amici perduti ; rivedo certe tavole di banchettanti a leggere certi vocaboli gastronomici ; in certe parole onomatopeiche infantili risento la voce dei miei figliuoli bambini ; e molte mi fanno balenare alla mente le sembianze degli scrittori che le predilessero : la fronte grave del Machiavelli , gli occhi ardenti del Foscolo , il viso pallido del Leopardi . Ho detto in che modo mi diverto : mi domanderete in che modo imparo . Vi dico come . M ' arresto ogni momento a pensare . Ecco , per esempio , un vocabolo , che soglio usare in un significato che non è propriamente il suo : bisogna che me ne fissi nella mente , una volta per sempre , il significato vero . Eccone un altro del quale abuso : vi segno accanto : liberarsene , e segnerò poi quelli che troverò , che vi si possano sostituire . Segno una parola d ' uso comune , che non uso mai , benchè sia spesso necessaria : perché non l ' uso ? quale altra adopero invece ? che differenza passa fra l ' una e l ' altra ? Trovo parole efficacissime e generalmente usate che in nessun modo mi si vogliono appiccicare alla memoria , come se ci fosse nella loro forma e nel loro suono qualche cosa di ripugnante all ' occhio della mia mente e al mio senso dell ' armonia : e faccio un atto vivo della volontà per istamparmele nel cervello . Ad ogni vocabolo segnato come fuor di corso , o d ' uso non comune , cerco quello che vi si è sostituito o che s ' usa più comunemente in sua vece ; mi provo a definire il significato di certe parole prima di leggere la definizione stampata , e raffronto con questa la mia ; m ' esercito a cercare esempi di scrittori o dell ' uso parlato corrente da aggiungere a quelli che il Vocabolario registra ; e via discorrendo . Vedete come e quanto si può studiare sul Vocabolario ! E non dico delle nuove parole che imparo , che ignoravo affatto ; delle nozioni elementari d ' ogni scienza , che acquisto o rettifico e chiarisco nella mia mente ; dei proverbi , delle sentenze , dei consigli pratici , utili alla vita , delle infinite immagini , sussidio all ' arte dello scrivere , che raccolgo passando . Sin dalla prima lettura segnai con lunghi tratti di penna sui margini tutte le serie di parole che non giova rileggere , e così procedo ora senza perder tempo . E di questa lettura non mi stanco mai . Sebbene io abbia letto il Vocabolario tante volte che certe pagine , certe colonne mi son rimaste nella memoria come armadi aperti , in cui vedo ogni parola al suo posto , quasi nell ' ordine alfabetico col quale v ' è collocata , mi dà sempre un nuovo diletto ogni lettura ; qualche cosa da imparare trovo sempre , sempre nuovi passaggi e contrasti inaspettati e strani fra vocaboli che si toccano , nuovi richiami di ricordi , nuove sorgenti di comicità , nuovi segreti e virtù e maraviglie del verbo umano . E v ' entro con un senso sempre più vivo di reverenza pensando di quale enorme lavoro di generazioni è il prodotto quell ' enorme materiale di lingua , che lunga e varia e venturosa vita ogni parola ha vissuta , e per che mirabili vicende passeranno ancora la maggior parte nei secoli , e che tesoro immenso di pensiero fu accumulato e si spargerà ancora per il mondo per mezzo di quelle parole . Il Vocabolario ! Ma è il grande Museo , il tempio nazionale , la montagna sacra , sul cui vertice risplende il genio della razza . E si tratta di freddo e vuoto pedante chi lo studia ! Ma io istituirei delle cattedre per leggerlo e per commentarlo ; ma .... Suona l ' ora . Faccio punto . È l ' ora della mia lettura quotidiana . Salute . IL MODO MIGLIORE . Ora , dei cinque modi , che abbiamo visti , di studiare la lingua , tu domanderai quale sia il meglio . Il meglio , a mio parere , è il sesto . Voglio dire un metodo , il quale raccolga quanto v ' è di buono in quei cinque . Leggere attentamente i buoni scrittori , segnando sul libro , se si può , per ritrovarle poi facilmente , le voci e le locuzioni che ci riescon nuove e che ci vogliamo appropriare , cercando di fissarcene nella mente , senza l ' aiuto della penna , il maggior numero possibile , con quanto occorre del testo a chiarirne bene il significato e a farne sentire tutto il valore ; mandar a memoria poesie e squarci di prosa , nei quali al pregio del pensiero o del sentimento e alla bellezza dello stile sia congiunta una particolar ricchezza di lingua ; notare il meglio del materiale che si ricava dalle letture , dividendolo e raggruppandolo intorno a certi soggetti , perché riesca più facile ritenerlo e ritrovarlo ; esercitarsi , scrivendo , a maneggiare il materiale raccolto con abbozzi di componimenti , di periodi , anche di semplici frasi , che siano come i bozzetti che buttan giù i pittori per acquistare la padronanza della tavolozza ; e leggere ad un tempo , rileggere , studiare il vocabolario . Quest ' ultimo studio ti raccomando in particolar modo , perché è quello che più difficilmente s ' inducono a fare i giovinetti . Ma occorre intendersi bene . Una trentina d ' anni fa , con uno scritto diretto particolarmente ai giovani , io raccomandai la lettura del vocabolario . Nel corso di questi trent ' anni parecchi mi scrissero , e altri mi dissero presso a poco quello che segue : - Abbiamo seguìto il suo consiglio , o meglio , ci siamo provati a seguirlo ; ma non c ' è riuscito di tirare innanzi : la lettura del vocabolario ci addormentava ; ci vuole una pazienza di Benedettini per reggerci ; abbiamo smesso . Ecco . Rispondo prima di tutto che senza pazienza non si riesce a imparar la lingua in nessuna maniera , e che la pazienza di studiare il vocabolario l ' ebbero scrittori di grande ingegno , come il Manzoni che postillò la Crusca per modo da non lasciarne vedere i margini , Teofilo Gautier , che teneva il vocabolario sul tavolino da notte , Gabriele d ' Annunzio , che legge persino dei vocabolari tecnici , dalla prima all ' ultima parola . Rispondo in secondo luogo che quella è una lettura che non va fatta a modo dell ' altre . Se tu ti metti a leggere il vocabolario come un romanzo o una storia , con l ' idea di correrlo tutto d ' un fiato , per finirlo il più presto possibile , e liberarti dalla fatica , non solo ti farai nella mente una grande confusione , senza cavarne alcun frutto ; ma non reggerai a leggerne una decima parte , si capisce , chè t ' ammazzerà la noia prima d ' arrivarci . È una lettura che si deve fare a poco per volta , a pezzi e bocconi , con l ' animo tranquillo , quando ci si ha disposto lo spirito , e non di corsa , ma a rilento , accompagnandola passo per passo , come ti disse il Vocabolarista , con un lavoro di memoria , di ragionamento e d ' immaginazione . Bisogna , insomma , mettersi alla lettura e procedervi per modo , che quello studio finisca a poco a poco con non più richiedere uno sforzo di volontà , e diventi una consuetudine , cessi d ' essere una fatica , e si muti in un piacere . Dirai : - È presto detto . Hai ragione : è presto detto . Ebbene , farò qualche cosa di più . Ti propongo di fare una prova insieme . Pigliamo , per esempio , il Novo dizionario italiano del Petrocchi : una lettera qualunque , la lettera P , e leggiamola tutta . M ' ingegnerò di farti vedere come si deve leggere il vocabolario , o , per dir meglio , ti farò vedere come io lo leggo , in che maniera mi ci diverto e c ' imparo , che è la maniera in cui mi pare che anche tu ti ci possa divertire , imparando ; e nel far questo , userò con te la più grande sincerità , come con un compagno di scuola : ti confesserò le mie ignoranze , i miei stupori e i miei dubbi , che ti gioveranno forse , se te ne ricorderai , nelle tue letture avvenire . Sarà una prova un po ' lunghetta , benchè io proceda alla lesta , omettendo le parole più comuni , e anche molte che non son tali , e un gran numero di vocaboli tecnici e storici ; ma ci occorrerà spesso di ricrearci divagando e scherzando . All ' opera , dunque . Apro il secondo volume , alla lettera P . Incominciamo . Ma no . Tu avrai bisogno di respirare . Svaghiamoci prima insieme con qualche personaggio ameno : con un nemico del vocabolario , questa volta , per non uscir d ' argomento . IL FALSO MONETARIO . Falso monetario della lingua , s ' intende . Era un pittore ligure , digiuno di lettere , ma pieno d ' ingegno , che parlava il più bizzarro italiano ch ' io abbia mai inteso dagli scali di Levante alle Colonie del rio de La Plata : tutte parole storpiate , mutate di desinenza e di genere , o usate in tutt ' altro significato da quello loro proprio . Il suo magazzino linguistico era come una tesoreria di monete false , adulterate o calanti , ch ' egli dava via a casaccio e in tutta buona fede . Questo derivava principalmente dal fatto strano ( ma nella gente incolta non raro ) , che ogni parola insolita ch ' egli leggesse o sentisse si confondeva nella sua mente con un ' altra parola usuale di suono affine , o acquistava stabilmente nel suo concetto il primo significato che , per certe analogie misteriose con altri vocaboli , gli pareva dovesse avere . E siccome , avendo immaginazione viva e spirito arguto , aveva bisogno , per esprimersi , d ' un gran numero di parole , e se ne appropriava di continuo , così gli fiorivano sulla bocca gli spropositi con una fecondità maravigliosa . Per lui , ad esempio , donna in ghingheri e donna in gangheri , inciprignita o incipriata erano la stessa cosa , e faceva tutt ' uno d ' immerso e sommerso , evento e avvento , immane e immune , stame e strame , eminente e imminente . Parlava nel modo che può parlare un orecchiante della lingua , che ode a frullo e legge a vànvera , com ' egli infatti udiva e leggeva . Usava sgattaiolare per imitar la voce del gatto , sobbillare per fare il solletico , cincischiato per azzimato . Diceva a un amico che s ' era fatto rader la barba : - Come sei tutto cincischiato questa mattina ! - e quello subito si tastava il viso , credendo che il suo Sfregia lo avesse lavorato d ' intaglio . Ricordo sfruconare , che per lui era verbo omnibus . - . Questa mattina mi sono sfruconato a colazione mezzo pollo . - Mi sfruconai l ' abito contro il muro . - Lo colsero sul fatto e lo sfruconarono ben bene . - Ho pagato dieci lire questo straccio di cappello : m ' hanno sfruconato . - Ad altre parole faceva far cento servizi . Per esempio ad ambiente . Quando il cielo era sereno : - Che bell ' ambiente questa sera ! - Che cos ' hai ? Oggi non ti trovo nel tuo ambiente . - Per gli amici era uno spasso . N ' aveva ogni giorno una nuova , o parecchie . Fra le più belle , che non riuscimmo mai a fargli smettere , c ' era voce stentorea per voce stentata e aureola per arietta . - Tirava un ' aureola deliziosa ! - Un giorno , ritornando da Cavoretto , ci disse che aveva trovato il paese tutto infestato . - Da qual malanno ? - domandammo . - Ma che malanno ! - Voleva dire : il paese in festa . Ma il più comico era la sicurezza con cui le diceva , senza un sospetto al mondo dei suoi reati filologici , il colpo ardito con cui piantava lo sproposito , come una bandiera vittoriosa . Le nostre risate non lo sconcertavano minimamente . Alle osservazioni critiche scrollava le spalle . - Oh che pedanti ! - diceva . - Digrignare , digrugnare , ammaccare , ammiccare , ruzzolare e razzolare , su per giù è lo stesso . So bene che parlo un po ' così , all ' insaputa . Ma mi capite sì o no ? E tanto basta . - Di certi suoi qui pro quo si capiva l ' origine : era l ' analogia fonetica fra due parole : da sfracellare cavava sfracelo ; gemicare credeva che volesse dire : gemere sommesso . Ma come diamine poteva dire " una scaramuccia di bicchieri sopra una tavola " per dire una quantità di bicchieri in disordine , e si attuffarono per vennero alle mani ? E anche per quei nomi delle citazioni storiche proverbiali , che si sogliono dir giusti anche da chi non ha cognizione alcuna del fatto , faceva lo stesso lavoro . - La spada d ' Empedocle . - L ' anello di Gigi . - L ' orecchio di Dionisia . - Una che è una non l ' infilava , e aveva una grande smania di citare . Per gli amici che conoscevano il suo ingegno , il suo modo vivo e colorito di raccontare e di descrivere e la vera eloquenza con cui parlava qualche volta dell ' arte sua , quella profluvie di svarioni era una singolarità piacevole , non derivante che da un ' imperfezione del suo organo uditorio e della sua facoltà mnemonica ; ma chi non lo conosceva , la prima volta che l ' udiva parlare a quel modo , sospettava che n ' avesse un ramo , e lo guardava con diffidenza . Fra le molte scene lepide di cui fu causa la sua maniera di parlare , ricordo quella che seguì in casa d ' una colta signora , alla quale lo presentammo . - Signora - le diss ' egli , appena presentato - , io son fatto alla buona , non so spiaccicare complimenti ; ma so che lei preferisce la sincerità alla raffineria . La signora lo guardò , stupita ; poi rispose : - È vero . Preferisco mille volte la brusca sincerità alla finzione cortese . - Quanto a questo - ribattè l ' artista - le assicuro che l ' infingardaggine non è fra i miei difetti . Ciò detto , si staccò dal crocchio , per parlar con altri ; ma , voltatosi a un tratto e colto a volo un atto che faceva a noi la signora , come per dirci : - Ma quest ' artista non ha il cervello a segno - credendo ch ' ella accennasse d ' aver male al capo , le disse cortesemente : - È effetto del tempo , signora . Anche a me questo tempo linfatico rende la testa pesante . Fu quello uno dei suoi più " brillanti successi . " E appunto quello strano epiteto affibbiato da lui al tempo , confondendo l ' idea della linfa , umore del corpo umano , che somiglia all ' acqua , con l ' idea dell ' acqua piovana , è un esempio che spiega come si formassero nella sua mente certi strafalcioni . E son più frequenti che non si creda i parlatori di questo stampo , questi sbadatoni e fracassoni terribili , che nel campo della lingua rovesciano e rompono ogni cosa , come farebbe un toro imbizzarrito in un magazzino di chincaglierie . Ma di maravigliosi come lui non n ' intesi altri . Quanti ameni ricordi ci lasciò , che sono nella nostra mente sorgenti inesauribili di buon umore ! Che impareggiabili trovate ! Quel tenore del teatro Balbo che gli stralciava gli orecchi con le sue detonazioni ! E quel certo suo amico che gli aveva raccomandato che gli telegrafacesse immediatamente l ' esito di non so quale concorso ! E quel Crispi , il suo adorato Crispi , che sarebbe diventato il perno motrice della politica europea ! E quelle guerre intestinali della Francia ! Tu mi perdonerai , mio buon anarchico della grammatica e del dizionario , d ' aver fatto ridere qualcuno alle tue spalle : tu comprenderai che non l ' ho fatto per mal animo . Non posso aver mal animo con te , poichè per te serbo la più viva gratitudine . Vedendoti pigliare quei granchi enormi , imparai a scansare certi granchi minori , che di tanto in tanto pescavo io pure ; tu m ' infondesti nell ' animo , meglio d ' ogni professore di lettere , il terrore salutare del farfallone ; e un ' altra saggia cosa m ' insegnasti : a non giudicar mai lì per lì dal modo di parlare , per malandato che questo sia , le facoltà intellettuali d ' un mio simile . Ti ringrazio dunque pubblicamente ; e non per burla , ma per affetto mi servo ancora delle tue parole per dirti che la tua memoria mi è sempre sommersa nel cuore , e che vi rimarrà finchè la Parca non recida lo strame della mia vita . UNA CORSA NEL VOCABOLARIO . P . P . - Quattordicesima lettera dell ' alfabeto . Che novità ! Un momento . Nota che è in generale maschile ; più spesso maschile che femminile , dicono altri . Ma sul genere delle lettere bisogna fissarsi bene perché occorre spesso di rammentare questa o quella vocale o consonante per canzonare errori d ' ortografia o di pronunzia del prossimo , ed è ridicolo , nell ' atto stesso che si canzona un errore d ' altri , sbagliare o mostrare incertezza riguardo al genere della lettera a cui s ' accenna . Nota anche quel P . C . , per congratulazioni o condoglianze . Siccome le condoglianze si fanno quasi sempre per morti , non ti pare che quel p . c . , usato da molti , sia un po ' , ... villanamente asciutto , salvo che si tratti della morte d ' un cane ? Chi , per condolersi con me d ' una disgrazia qualsiasi , mi scrive un semplice p . c . , m ' ha l ' aria di voler dire per canzonatura o per cavarmela . Ed è veramente canzonatura il fare un atto di gentilezza con un ' avarizia così spilorcia d ' inchiostro . PACCA , PACCHINA . - Colpo della mano aperta . - Non m ' occorre , dirai ; ci sono tant ' altre parole per dir la stessa cosa ! Adagio un po ' . Se tu dici a un bambino , per ischerzo : - Bada che ti do una manata o uno scapaccione - , all ' orecchio della mamma può sonar male lo scherzo . Se dirai una manatina o uno scapaccioncino , dirai una parola che non è d ' uso corrente . Pacchina è la parola che fa al caso . Inezie ! Ma , nel parlare come nello scrivere , si manifesta appunto in queste inezie il senso della convenienza e della finezza . Hai ragione , invece , se mi dici che si può far di meno della parola PACCHÉO , che vien dopo , per dir baggeo , uomo stupido . È da notarsi che di queste parole che suonano scherno o disprezzo , come di quelle che designano percosse , il vocabolario è mirabilmente ricco : se lo leggerai tutto , ci troverai una miniera di modi d ' ingiuriare il prossimo e di termini relativi all ' arte di menar le mani ; ciò che non è un segno consolante della gentilezza della natura umana . Non c ' è forse altra famiglia di modi più numerosa , se non è quella che si riferisce alla " noia di mangiare e bere " . E a proposito , ecco la parola PACCHIARE , mangiare , che molti lombardi stupirebbero di trovar nel vocabolario italiano : è il loro paciáa , donde paciada , mangiata , d ' uso volgare . E tu , piemontese , troverai , andando innanzi , un gran numero di parole del tuo dialetto , che credi non siano della lingua . Rideresti , per esempio , se sentissi dire in italiano : PACCHIUCO , che è il piemontese paciocc ; fango , mota e simili . Ed eccolo qua , seguito da Pacchiucone , pasticcione , che è il piemontese paccioccon . E c ' è poco sotto Pacioccone , più somigliante dell ' altro al vocabolo dialettale , ma che in italiano ha significato diverso , cioè di persona grassa , e par che dica la cosa anche col suono . Questo pacioccone anonimo ci conduce nel regno della pace . Il pane è la pace della casa . Che profonda verità ! A quante cose fa pensare questo semplice proverbio , in cui balenano tutte le tristezze e le tempeste domestiche che derivano dalla miseria ! E nota l ' esempio : - Viene avanti con tutta la sua pace . - Non c ' è l ' immagine viva dell ' indole , dell ' aspetto , dell ' andatura d ' una persona ? PACIERE . Ebbene ? Niente . Sorrido a un ricordo mio , d ' un ' antica edizione del Conte di Carmagnola del Manzoni , che ebbi tra mano da ragazzo , nella quale all ' ultima scena , dove il Conte dice di sperare che la propria morte riconcilierà il duca Visconti con la figliuola , in vece di : è un gran pacier , era stampato : è un gran piacer la morte ; ed è quasi mezzo secolo che ogni volta ch ' io trovo quella parola mi ricordo d ' essermi scervellato un bel pezzo a pensare come fosse potuta sfuggire ad Alessandro Manzoni quella stramberia . PACIFICONE . Ecco una parola comunissima che in venti volumi che ho sulla coscienza sono ben sicuro di non aver usata mai , benchè mi sia occorso chi sa quante volte d ' esprimere l ' idea ch ' essa esprime ; ciò ch ' io feci senza dubbio con più d ' una parola , o con un ' altra meno propria . Dunque , memento . - Come ? - mi domanderai - ; anche alla Padella ci dobbiamo fermare ? - Sì , signore , e c ' è il suo perché ; sono anzi due . Lo sai che si chiama occhio il foro che è nel manico dell ' utensile benemerito , per attaccarlo al chiodo ? E sai che si chiama padella il piattello di latta , di cristallo o d ' altro , che si mette sotto il lume o sul candeliere per riparar l ' olio o la cera ? - Ma son minuzie , - mi rispondi - ; o se m ' occorrerà due volte o tre nella vita di nominar quelle cose ! - E batti ! Ma siccome ( e già lo dissi ) ci sono altre migliaia di piccole cose , che nella vita avrai da nominar poche volte , se tu trascurerai d ' impararne i nomi perché son cose di poco conto , ti troverai migliaia di volte impacciato . Ti capaciti ? E nota il vantaggio che ti dà la lettura del Vocabolario , dove , essendo detti tutti i significati di ciascun vocabolo , tu puoi imparare insieme i nomi di diversi oggetti , ciascun dei quali ti rammenterà l ' altro . Vedi , per esempio , più avanti , la parola PALA . Pala , attrezzo comune , pala del remo , pala del timone , pala delle ruote dei molini . - Vedi PALCO . I palchi fronzuti d ' una quercia , i palchi delle corna , i palchi delle pine , un vestito di seta con trine a tre palchi ; palco morto , quello che si dice in piemontese sopanta . - Poi PALLINO . Pallino da caccia , pallino delle bocce , della sella , della balaustrata , della chiave maschia ; soprannome d ' un cane , d ' un cavallo , ecc . ; bambino grassoccio . Più sotto , dietro PARACADUTE , una filza di cose che parano : PARACAMINO , PARAFOCO , PARAFUMO , PARAMOSCHE , PARAOCCHI , PARATASCHE , PARACENERE , PARACIELO d ' un pulpito , d ' una carrozza , d ' un tetto , ecc . Si piglia la lingua a retate . Rifacciamoci indietro . Ecco una bella parola per dire una cosa che ci occorre di dire spessissimo : PADREGGIARE , d ' un figliolo o d ' una figliola che somiglia al padre , o , come si dice famigliarmente , che tira dal padre . - Per solito le figliole padreggiano , i figlioli madreggiano . - Ecco la parola PAESANO , che noi dell ' Italia settentrionale non adoperiamo quasi mai nel senso di contrapposto a forestiero o a militare : - Vino paesano , ufficiale vestito da paesano . - Ecco alle parole PAGA e PAGARE una serqua di modi quasi tutti relegati fuor del nostro vocabolario parlato . - PAGACCIA , un cattivo pagatore . - Essere il PAGA della compagnia - dar le paghe , le busse . - Pagare a sgocciolo , alla stracca , coi gomiti , a chiacchiere , a respiro , sul tamburo , sulla cavezza , alla banca dei monchi , il giorno di San Mai , pagar di schiena . - E alla parola : PAGLIA : aver altra paglia in becco - ( un altro amore ) - mangiarsi la paglia di sotto i piedi ( rifinire ogni cosa ) - batter la paglia ( vagar col discorso ) - rompersi il collo in un fil di paglia - per ogni fuscello di paglia ( per un nonnulla ) .... Segue una serie di nomi di cose utili a sapersi . PALIOTTO , l ' arnese di stoffa o altro che si mette davanti all ' altare ; PALLA , il quadretto di tela per coprire il calice , e il globo di vetro che si mette ai lumi ; PALMENTO , la grande cassa dove casca la farina che esce dalle macine ( donde il modo : mangiare a due palmenti ) ; PEDANA , tappeto per sotto i piedi ; PEDAGNÓLO , il fusto dell ' albero ancor giovane ; PEDALE , il fusto dell ' albero da terra all ' inforcatura ; PELLÉTICA , pelle della carne da mangiare , o pelle floscia o cascante della persona ; PELO , di marmi o pietre o vasi , fenditura sottilissima somigliante ad un pelo . Sapevi tu i nomi di tutte queste cose ? No ? Ebbene , ti dico nell ' orecchio che parte gl ' ignoravo anch ' io , e parte li avevo dimenticati . E PALANDRA , per abito d ' uomo a lunga falda ? Che cosa dice il Sor Palandra ? Mi par di vederlo . Una sosta . Sostiamo un poco , e voltiamoci indietro . Vedi , nel breve tratto percorso , quante parole abbiamo trovate , che ci hanno destato un ricordo storico , portato l ' immaginazione in ogni parte del mondo , a cose remotissime di spazio e di tempo , dalle palafitte lacustri dell ' età preistorica alle architetture palladiane , dai paleosauri fossili ai bacilli del Pacini ! Abbiamo visto passare la paggeria pomposa delle Corti , i principi orientali portati in palanchino , i trionfatori romani in veste palmata , i giovani greci lottanti al Pancrazio , e dame e sonatori di lira e poeti tragici e ninfe cacciatrici di Diana ravvolte nella palla , e i lottatori delle feste panatenée in onor di Pallade , e i Bolognesi antichi plaudenti alla battaglia d ' ova e di porci della Pachetta . Ci son balenati dinanzi Attilio Regolo , che con le palpebre arrovesciate , spasimando , guarda il sole , e Carlomagno circondato di Paladini , e i Palleschi e i Piagnoni , partigiani e avversari dei Medici , e i Francesi caduti nel sangue delle Pasque Veronesi , e Paisanetto , la maschera genovese , e Pantalone , la maschera veneziana , e Pantagruele , figlio di Gargantua ; e di là da questa maravigliosa processione , una fuga di palazzi famosi , i palmizi ridenti di Liguria e di Sicilia , e il Palatino e il Panteon e le paludi Pontine e l ' orizzonte immenso della Pampa . Pensasti mai , leggendo altri libri , a tante cose e così diverse in così breve tratto di lettura ? E quante n ' ho tralasciate ! Ma Rimettiamoci in cammino . PANACÈA . Tu non sei di quelli che pronunziano panácea , non è vero ? Non t ' aver per male della domanda : non di rado io sento dire stentoréo per stentóreo , e qualche volta anche Satìro per Sátiro , santissimi numi ! E come sono efficaci le maniere : - LEVAR DI PAN DURO - , per mangiar molto , non lasciar che il pane diventi duro in casa ; - MANGIARE IL PAN PENTITO - FINIR DI MANGIAR PANE , per morire , e - PAN DI RICATTO - che si dice quando uno rifà agli altri quello che hanno fatto a lui . E RIMBRONTOLARE IL PANE a uno non è più espressivo di rimproverare e rinfacciare ? E com ' è ben significato e quasi effigiato l ' ipocrita untuoso in BOCCA PARI , poichè FAR LA BOCCA PARI vuol dire accomodar la bocca per ipocrisia ! Un ' altra parola , PARI , che non s ' usa quasi punto fuor di Toscana , benchè serva a dire molte cose che non si possono dire altrimenti che meno bene , o con più parole , ciò che in fondo è il medesimo . Per esempio , come diresti tu in altre parole : camminar pari pari o portar una cosa pari pari , perché non si spanda l ' acqua che v ' è dentro ? PARARE . È una di quelle tante parole comuni alla lingua e al dialetto , le quali noi non usiamo in certe forme perché , essendo queste anche dialettali , non le crediamo forme italiane . Di ' la verità : oseresti dire che una stanza è buia perché c ' è la casa di faccia che PARA ? PARA , senz ' altro , sottintendendosi il sole , la luce ? E dire : - Escimi davanti che mi PARI ? E : un pastrano che PARA il freddo ? E a un bambino , offerendogli qualche cosa : PARA bocca ? PARA mano ? PARA il grembiule ? PARA il sacco ? - No . Vedi , dunque . Ma di queste parole e locuzioni dialettali e italiane ne abbiamo già trovate parecchie nelle pagine antecedenti , e ne troveremo di più in seguito . - TIRAR LA PAGA , per riscuoterla . - Essere una cattiva paga , un cattivo pagatore . - PAGHEREI che tu provassi il gusto che c ' è a far questi lavori - Non PAPPARE d ' una cosa , non intendersene - Non aver PAURA , non temere il confronto . - PELAR gli uccelli , le castagne , PELARSI una mano con un ferro rovente . - Farsi PELARE , per farsi tagliare i capelli . - PRENDERE di qui , di là , da questa parte , da questa strada , per avviarsi . - PIGLIARSI , per isposarsi . Pare che que ' due si PIGLINO . - Lo so DA PER ME , viene DA PER SÉ . - PILUCCARE uno ( plucchè , piemontese ) per pigliargli i denari . - È un PIGLIA PIGLIA ( ciapa , ciapa ) . - E PAPPINO , PASTONE , PATAFFIONE , PATATUCCO , PIOTA , QUEI POCHI , per servo d ' ospedale , pasto per le galline , uomo grossolano , uomo stupido e bizzarro , pianta di piede grosso , quattrini . Vedi di quanti vani scrupoli e paure ti puoi liberare leggendo il vocabolario . Conosci i modi : PARLARE con le seste , PARLUCCHIARE sul conto altrui , PASSAR PAROLA a qualcuno d ' un affare , aver PASSATO con alcuno POCHE PAROLE , entrar in parole , pigliarsi a parole ? - Provati a trovare un altro modo che equivalga appunto quest ' ultimo , e vedi se PARTICOLARE , nella frase : - Tu sei PARTICOLARE , veh ! - da noi non mai usato , non dice qualche cosa di più di curioso e qualche cosa di meno d ' originale o strano , che qualche volta sarebbe troppo . E diciamo mai pascolare in senso attivo , come nell ' esempio : - Andò a PASCOLARE le pecore - ? PASSATELLA , di donna avanzata in età , è uno di quei modi riguardosi , da registrarsi nel Galateo della lingua , i quali possono attenuare , in certi casi , il risentimento d ' una signora rispettabile . E nota pure , perché ti può occorrere : - tirare una PASSATELLA , che è mandar la boccia in modo che tocchi quella dell ' avversario per rimoverla . - CANTARE A PAURA , che bel modo di dir : cantare per ingannar la paura ! E PENCOLARE nel senso di esser dubbio tra il sì e il no ? Ricordo un ragazzetto fiorentino che mi disse : - Io volevo che mi lasciassero andar solo a vedere il serraglio : la mamma pencolava , pencolava .... - Nota ( e noto anch ' io , perché son parole che imparo con te ) : - PECETTA , per seccatore ( bellissimo ) : Levami questa PECETTA di torno . - PASTRANAIO , chi alla porta d ' un teatro o altro prende e conserva i pastrani . - PATACCONE , un orologio grosso e vecchio . - PATATE ( volgarmente ) i calli . - PECORELLE , la schiuma dei cavalloni . - PEDINARE , il correre per terra degli uccelli .... In confessionale . Qui apro una parentesi , che già volevo aprire alla parola Paleografia , poi a Paleolitico , a Paleontologia , a Palingenesi , a Palinsesto , a Paralipomeni , e che dovrei poi aprire a Pirronismo o a Prammatica e ad altri vocaboli , se non lo facessi in questo punto . Zitto ! Non ti domando se di tutti quei vocaboli sai il significato : ti tratto da uomo . Quelle ed altre molte appartengono a una famiglia di parole che si potrebbero chiamare : della scienza sottintesa : parole che si senton dire sovente nelle conversazioni della gente colta o mezzo colta , e che spessissimo si leggono nei giornali ; le quali molti non sanno o sanno soltanto per nebbia che cosa significhino , e sarebbero impacciatissimi a dirlo ; ma fingono di capirle , perché hanno coscienza che è alquanto vergognoso il non conoscerne il significato . Fra quanti bravi signori , se fossero sinceri , seguirebbe la scena di quei due giurati del Fucini , i quali , di parola in parola , finiscono col dichiararsi a vicenda di non sapere che cosa voglia dir recidiva , che credevano un delitto snaturato ! Ebbene , questo è uno dei tanti vantaggi della lettura del Vocabolario : che tutti , scorrendo le sue pagine , possiamo colmare una quantità di piccole lacune della nostra cultura , le quali non confesseremmo neppure a un amico , aggiustare i conti della nostra coscienza letteraria , di nascosto , senza dover arrossire , come con un maestro fidato , che s ' interroga a quattr ' occhi , e che dà le risposte nell ' orecchio , e non risponde soltanto alle nostre domande , ma ci svela pure molte nostre ignoranze inconsapevoli , e vi ripara ad un tempo . Cito fra le tante che ci passeranno sott ' occhio una sola parola : preconizzare , che quasi tutti sanno , ma che moltissimi non intendono nel suo significato vero , poichè cento volte io l ' intesi usare nel senso di presagire , dove significa propriamente : proclamare l ' elezione d ' un vescovo , e quindi , per traslato , proclamare che che sia . Il Giordani preconizzò all ' Italia l ' ingegno del Leopardi . E si sente dire : - Io preconizzai la pioggia fin da ieri ! - E a proposito di pioggia : una PASSATA D ' ACQUA , una PASSATINA , per piccola pioggia , e che passa presto , come dice bene la cosa ! Da " Pencolone " a " Piaccicone " . Credo che avrò detto cento volte uno che pencola o pende camminando , e non dissi né scrissi mai : PENCOLONE , che m ' avrebbe fatto risparmiare parecchie parole . Notiamolo per ragione d ' economia . - L ' albero cade dalla parte che pende . I timorati della grammatica direbbero : dalla parte da cui o dalla quale pende ; ma è un modo che stride come un paletto arrugginito . PENNA . Qui c ' è un grappolo di modi che ti possono occorrere ogni momento : PENNA CHE FA , CHE INTACCA , SCRIVE CORRENTE , FA GROSSO , SOTTILE , STRIDE , SCHIZZA , LASCIA ( non finisce il tratto ) , SBAVA . - PENNATA , quanto inchiostro prende in una volta la penna . - PENSIERO . Nota la locuzione : HO FATTO PENSIERO di ritirarmi : è più che ho pensato e meno che ho fatto proposito . - PENSUCCHIARE , pensare meschinamente . Questo scrittore non pensa , ma pensucchia . - PENTOLINO . È bello il modo : TORNARE AL PENTOLINO , per tornare alla sobrietà , alla vita parsimoniosa di casa , dopo aver scialato . To ' : c ' è anche un modo per dir l ' atto di riunire i cinque polpastrelli della mano . FA ' PEPINO , se ti riesce , si dice a chi ha le mani aggranchiate dal freddo . E giusto , mostrami la mano : questa pellicola staccata dalla carne vicino all ' unghia si chiama PEPITA . Tágliatela , e osserva l ' uso del per nei modi seguenti , che per noi sono insoliti : - Si volsero PER ponente - Assalirono il nemico PER fianco - PER bambino , ha molto giudizio . - PER gobbo , dicono in Toscana , è fatto bene - Levò quel ragazzo DI PER le strade - Dare una cosa PER DI . Gli hanno dato questo quadro PER DI Raffaello . - E l ' uso del PERCHÉ in quest ' altro esempio : - La cagione PERCHÉ io lo cacciai di casa - più svelto che per la quale . PERDOVE . Volle sapere il perché , il percome e IL PERDOVE . - Vedi com ' è graziosa la parola PERSONALINO per figura : - Quella ragazza ha un bel PERSONALINO - , e com ' è espressivo il costrutto : - I facchini la mancia la pesano - ; il quale tu usi ogni momento nel dialetto , e non l ' useresti in italiano , pensando che sia un errore l ' oggetto doppio : corbellerie ! PESTARE uno di nerbate , un modo vigoroso . PESUCCHIARE , per pesare abbastanza . Questo bambino non pare ; ma PESUCCHIA . PETTATA , salita piuttosto forte : fare una pettata . - PETTEGOLATA , azione da pettegoli ; bada : non pettegolezzo . PRENDERE PER IL PETTO uno , fargli violenza . Un piacere lo fo ; ma non voglio esser PRESO PER IL PETTO . - PIACCICHICCIO . Con questo PIACCICHICCIO di fango , non si cammina . - PIACCICONE , PIACCICONA , chi fa le cose lentamente . - PIPA , per naso grosso .... altrimenti Nappa , che è la napia del nostro dialetto .... A proposito di Piaccicone , è da notarsi il gran numero di parole comprese nella sola lettera P , le quali definiscono il carattere , l ' aspetto , il modo di moversi e d ' operare d ' una persona ; tutte occorrenti spessissimo , in special modo nel linguaggio parlato . Per esempio : - Quel PALLIDONE d ' Eugenio . - Se tu dici invece : quella faccia pallida , non fai capir così bene che Eugenio è pallido sempre , naturalmente . - PANCETTA , chi ha la pancia grossa . Maestro Pancetta ; scherzoso , ma non impertinente . - PAPPATACI , chi soffre , mangia e tace . - PEPINO , è un PEPINO , di ragazzo o donna arguta e frizzante . - PETECCHIA , uomo spilorcio . - PIDOCCHIO riunto , rivestito , rifatto , rilevato , ignorante arricchito e superbo . - PISPOLETTA , PISPOLINO ( da pispola , uccello cantatore ) , donnetta vezzosa , o ragazzo o bambino piacente . E ne tralascio molte altre , che vedremo un ' altra volta , per finir con Puzzone , persona che puzza , e anche persona superba . - Tìrati in là , puzzone , che mi mozzi il fiato . - Che si crede d ' essere quella puzzona ? - E poichè si parla di puzzo , nota , com ' è detto bene di persona senza sentimenti e senza idee : - SENZA PUZZI E SENZA ODORI - ; che si potrebbe riferire anche a scrittori e a libri corretti , ma vuoti e freddi , che lasciano nel lettore .... il tempo che trovano . E ora , per riprender fiato , un ' altra occhiata alla Lanterna magica . Quante cose , oltre la lingua , in quest ' altro breve tratto che abbiamo percorso , e in altre poche pagine che possiamo precorrere con lo sguardo ! Armati ad ogni passo : Pentacontarchi , Peltasti , Petardieri , Pretoriani ; magistrati romani , con la pretesta strisciata di porpora , plaudenti ai gladiatori dal Podio ; e poeti e re e numi e genti d ' ogni età e d ' ogni latitudine , dai Pelasgi ai Lapponi .... che fabbricano pane con la corteccia del PIN DI RUSSIA . E che strana processione , Pilade , Pilato , Pindaro , Plinio , re Pipino , Petrarca , Platone , Plutone ! Abbiamo visto Pegaso trasvolare nelle nubi , passare il pétaso alato di Mercurio , Psiche spiar le forme dell ' amante incognito , Ulisse sterminare i Proci , Teseo giustiziare Procuste , Pirra far degli uomini coi sassi , Progne cangiarsi in rondine e Proteo in cento forme , e Perillo fabbricare l ' orrendo bue ciciliano , rogo e tomba di bronzo di corpi vivi . Abbiamo visto fender l ' acque le piroghe degl ' Indiani , scorrer sull ' Egeo la nave capitana del Morosini il Peloponnesiaco , errar sul Ponte Eusino l ' ombra d ' Ovidio ; e Aristotele passeggiare nel Peripato e la procuratessa Grimani in piazza San Marco ; e meditar sulla pila Alessandro Volta , e fuggire dalle Tuileries la testa a pera di Luigi Filippo ; e lontano , verdeggiar nell ' azzurro i giardini pensili di Babilonia e la vetta del monte Pimpla , sacro alle Muse . Che fantasmagoria , per gli Dei Penati ! Cento pagine di corsa . Di corsa , perché è ancora lunga la strada , e tu la rifarai da te a più bell ' agio . PIAGGELLARE , lodare , dar dell ' unto , più discreto di piaggiare , e anche nel senso di ninnolare , divertir con ninnoli . - PIANGERE . Di un vestito che non si confà a una persona si dice con traslato felicissimo che le PIANGE addosso , perché fa le grinze d ' un viso piangente , e di scarpe tutte rotte : scarpe che PIANGONO a cent ' occhi . Dire che ho cercato tante volte il contrapposto di valligiano , colligiano , senza trovarlo , ed eccolo qua : PIANIGIANO : me lo appiccico sulla fronte . PIANTACAROTE .... Ma questa è una parola comunissima , come l ' azione che esprime . Ora , ecco una manciata di modi comuni a vari dialetti , di grande efficacia . - PIANTAR spropositi . - PIANTAR uno a un dato posto ( in senso canzonatorio ) . - L ' hanno PIANTATO agli arresti . - PIANTARE una ragazza . - PIANTARE un amico lì su due piedi . ( Un poeta usò argutamente , in questo senso , la parola Piantagione ) . - PIANTAR gli occhi in faccia a uno . - PIANTARE il discorso , e andarsene . - PIANTAR casa . - PIARE , degli uccelli che cantano in amore , e PÍO PÍO ; e si dice anche PIARE delle castagne e delle patate che mettono : - Non lo vedete che queste castagne PÌANO ? - PIENO , una delle tante parole che nel vocabolario hanno il sacco : - PIENO zeppo , pinzo , colmo , gremito - bicchiere PIENO RASO - piatto PIENO a CUPOLA - nel PIENO INVERNO - nel PIENO DELLA NOTTE . - e così PIGLIARE : PIGLIARE a cambio , a chiodo , a calo , e nel senso d ' accendersi : - questo lume non PIGLIA - e in altri significati : - vino che PIGLIA d ' aceto - pianta che non PIGLIA - mastice che PIGLIA appena .... Ah che miseria ! Pensare che io pure , vecchio al mondo , dico quasi sempre queste cose in altri modi tanto meno spicci e meno propri ! - PINZO , PINZARE è proprio del morso degl ' insetti . - Nota i modi : - Starà poco a piovere . - Piove a paesi ( in qua e in là ) . - PÍPPOLO , che è una piccola escrescenza delle piante in forma di bacca , si dice pure d ' un ' escrescenza della carne : ho un amico al quale una gallina portò via un píppolo dal naso con una beccata . PÍTTIMA , per persona noiosa , è anche del nostro dialetto . A POCHINI A POCHINI se ne spende tanti , molto più espressivo e garbato che a poco a poco . - POPONE fatto , strafatto . - POPONE per gobba . Mi ricorda il sonetto del Fucini , dove al prete gobbo che dice che l ' uomo è fatto a somiglianza di Dio , Neri risponde : - Con quel popone non me l ' ha a dir lei . - O sciocco , va ' a dare il colore ai poponi . Amenità del vocabolario . Da quest ' ultimo esempio possiamo prender le mosse a una corsettina allegra , per vedere una quantità di modi proverbiali e di motti e d ' esempi lepidi e arguti , che nelle pagine precedenti abbiamo saltato a piè pari . Se leggerai tutto il vocabolario , vedrai che ce n ' è a profusione , che alle immagini e ai pensieri tristi vi predominano di gran lunga gli ameni , che il libro della lingua , insomma , è generalmente un libro gaio , gran motteggiatore e burlone ; e nei suoi motti non troverai soltanto fiori e vezzi di lingua faceta , ma anche molte sagge sentenze e verità utili e sani consigli . Rifacciamoci un po ' indietro , e spigoliamo alla lesta , senza tralasciarvi certi modi un po ' volgari , ma efficacissimi , che è bene conoscere , benchè non sia bene adoperarli . - Fàtti in là , disse la padella al paiolo . - Non si può esprimere più argutamente il concetto d ' una persona di cattiva reputazione che ostenta timore d ' insudiciarsi nella compagnia d ' un ' altra della stessa tacca . - Sei come la padella , che tinge e scotta . - C ' è da rivomitar le palle degli occhi , a mangiar certe bazzoffie delle trattorie . - Ti s ' ha a portare il panchetto ? A chi non finisce di chiacchierare per la strada . A Parigi , quando due comari stanno a chiacchiera un pezzo davanti a una bottega , esce il bottegaio con due seggiole , dicendo : - Ces dames seront peut - être mieux sur des chaises . - Aver della pappa frullata nel cervello , essere un baggeo . Di una cosa nauseante : - Fa venir su la prima pappa . - Soffiar nella pappa , fare la spia . - Da pappardelle ( certe lasagne ) : il condotto delle pappardelle , la gola . - Pappa tu che pappo io ( comune , credo , a tutti i dialetti ) , alludendo a due persone che mangiano d ' accordo in un affare . - Eh , non mi pappar vivo ! A chi risponde arrogante . - Aspetto che passi la mia , diceva quell ' ubbriaco che si vedeva girar intorno le case e non riusciva a trovar la sua porta . - Far passare il vino da Santa Chiara , degli osti che lo annacquano . - Nella sua testa c ' è andato a covare un passerotto , di persona senza senno . - Il SE , il MA , il FORSE , è il patrimonio dei minchioni . - Dottor Pausania , a persona che parla con molte pause e con prosopopea . Di una persona magra : - gli si sentono i paternostri nella schiena : - da paternostri , le pallottoline maggiori della corona del Rosario , alle quali somigliano i nodi della spina dorsale . A chi fa il superbo perché è arricchito , per ricordargli il tempo quand ' era povero : - Ti ricordi quando con una pedata ti rifacevi il letto ? ossia , quando dormivi sulla paglia . - Il caldo dei lenzuoli non fa bollir la pentola ( anche dialettale ) , la poltroneria non è guadagno . - Pare una pentola di fagioli ( si sottintende " in bollore " ) di persona catarrosa . - Dio ti benedica con una pertica verde . - Pillole di gallina ( le ova ) e sciroppo di cantina aiutano a star sani . - Di persona segreta : - Più chiuso delle pine verdi . - Tu fai piovere ! A chi parla con affettazione o canta male . - E ponza e ponza e ponza , venne fuori la Monaca di Monza , fu detto del Rosini , che con quel romanzo credeva d ' aver ammazzato I Promessi Sposi ; e si dice di chi fa un grande sforzo , che poi non dà degno frutto . - E udendo un suono di quel vento che esce dallo stomaco : - Al tempo dei porci erano sospiri . - Proserpina , di donna scarruffata . Vatti a pettinare , che con codesti ciuffi mi pari una Proserpina ( la figlia di Giove e di Cerere , rapita da Pluto ) . - Non esce mai dal bagno : o che ci sta in purgo ? Dal mettere una cosa in purgo , o in molle , perché prenda o perda certe qualità . - È meglio puzzar di porco che di povero , dicono i poveri che si vedon malmenati . Vespasiano a Tito , che gli chiedeva come mai avesse messo un ' imposta sull ' orina , mise una moneta sotto il naso , e domandò : - Puzza questa ? Ultima verba . POLIARCHÍA . Tu capisci la mia strizzatina d ' occhio : questa è una di quelle tali parole che è convenuto che tutti intendano , e di cui non è prudente domandare la spiegazione , in presenza d ' altri , a una persona che si rispetta . - POLPETTA , tu saprai per prova che cosa significhi in traslato : sgridata . Bello il verbo PORGERE nel senso di suggerire : - Fa ' quello che la natura ti porge . - Dice il popolo , in Toscana : - Un animo mi PORGE , il cuore mi PORGEVA di fare una data cosa . POSARE . Nota bene . Noi diciamo troppo spesso deporre , che è ricercato , per posare il cappello sopra una seggiola o il candeliere sul tavolo o altro simile ; io intesi anche gridare a un cane : - Deponi quell ' osso , come nelle tragedie si dice a un re : - Deponi quel serto . Corbezzoli ! - Positivo . Si dice famigliarmente di positivo per sicuramente , senza dubbio . A primavera c ' è la guerra DI POSITIVO . - Posteggiare , far la posta , non si dice soltanto d ' un animale alla caccia , ma anche d ' una persona : L ' ho POSTEGGIATO un pezzo all ' angolo di via Garibaldi , dove passa ogni giorno ; ma non comparve . - Si dice che PUÒ il sole , il vento in un luogo , per dire che ci batte forte , ed è un modo tanto efficace quanto lesto . Eccoci a PRATICA . E qui ammonisco me stesso : - Si ricordi bene , signor E . D . , che si dice far LE PRATICHE da avvocato , e non la pratica , come dice lei , e far pratiche , non le pratiche , per far quello che occorre a riuscire in un intento . E tu pure , figliuolo , a proposito di PRECIPIZIO , avverti , discorrendo , di non PRECIPITAR le parole , le sillabe , il racconto , che è un vezzo per cui si dice un PRECIPIZIO di spropositi ; e già fanno tutto male gli uomini PRECIPITOSI ; e non te la PRENDERE ( è un modo anche dialettale ) se t ' ammonisco con tanta franchezza . Su PRESA tiriamo via , perché tu capisci che cosa significa negli esempi : un muro che non ha fatto ancora PRESA , una colla , una pasta che non fa PRESA . Ma facciamo alto a PRESTIGIO , che il vocabolario definisce : influenza , forza abbagliante , ma di cui si fa ora un abuso ridicolo , adoperandolo nel significato più ristretto di stima e d ' autorità , e anche di serietà solamente , tanto che tutti credono d ' aver del prestigio da perdere , e io intesi dire persino d ' un cane da guardia , che aveva perduto ogni prestigio in una fattoria , per averci lasciato entrare i ladri di notte . - Grazioso il verbo PROSPERARE in senso transitivo : - Il Signore vi PROSPERI ! - PUGNO , ribeccarsi un pugno , mescere fior di pugni . Sentii dire in Toscana : - Quattro pugni bene scolpiti , che è proprio uno scolpire l ' idea . - Mi piace PUNTARE nel senso di fissare con insistenza una persona : La smetta , giovanotto , di PUNTAR quella ragazza ; e anche riflessivo , per ostinarsi : - Se si PUNTA , non ottieni nulla . - Ed ecco alla parola PUNTO un mazzo di modi da ricordarsi : - Far punto e da capo , stare a punto e virgola , ci sono i punti e le virgole ( in uno scritto perfetto ) , capitare in brutto punto , prendere in buon punto ( nel momento buono ) , se s ' affatica punto punto s ' ammala , non è ancora in punto ( all ' ordine ) . Per primo punto ti dirò .... - PURE DI , in senso ellittico . PUR di campare , fa di tutto : esprime il concetto con assai più forza che per campare , dicendo l ' amor della vita anche più forte del sentimento della dignità e della rettitudine . PUZZARE , PUZZACCHIARE . - Passa di qui a naso ritto : par che si PUZZI tutti ! - Il pesce PUZZA DAL CAPO . - Azioni che PUZZAN di ladro . Diciamo anche noi nel dialetto che una cosa non pagata , ma presa a credito , puzza d ' inchiostro , e d ' una cosa che si ritrova o si riceve inaspettatamente , e che ci fa comodo : - Un pastrano a questi freddi ? Non puzza . - Nota che noi usiamo quasi sempre , in vece di PUZZO , puzza , che è del linguaggio letterario . - Un puzzo che assaetta , un puzzo che si schianta , che si scoppia . - Di questo puzzo non ce n ' ho mai avuto in casa mia : s ' intende di questi peccati , di queste cattive azioni . E per rumore , putiferio : - Per un nulla non importava far tanto puzzo ! - E ancora vari nomi di cose , d ' uso raro fra noi , ma che è bene aggiungere al nostro vocabolario manchevole : - POSATURA , quella che lascia l ' acqua nella boccia , e che noi diciamo fondo , che è proprio del caffè , com ' è del vino e dell ' aceto fondigliólo . - PRODA del campo , del tavolino , del letto , del muro , del fosso , che noi diciamo malamente orlo . - PULCESECCA , sinonimo faceto di strizzatura o pizzicotto , o anche il segno che ne rimane . - Mi son fatto una pulcesecca con la fibbia , e in un sonetto del Fucini : e giù na pulcesecca ' n tel nodello . - PULCIAIO , un luogo pieno di pulci o sudicio . - Son capitato in un pulciaio di locanda ! - PULCINAIO , un luogo pieno di pulcini . - PULISCISCARPE e PULISCIPIEDI , che si mette all ' entrata delle case , e che si chiama Raschino se è di ferro . - PULSANTINO , la mollettina degli orologi , che serve , calcandola e girando il gambo , a rimetter l ' ore . - PUNZONE , forte colpo dato con le nocche o con la mano puntata . Gli diede un punzone nel petto che lo mandò con le gambe levate . - E questo è l ' ultimo vocabolo della processione del P , che se finisce poco bellamente con due scarpe per aria , non è mia colpa . Per finire . Credo di non averti seccato . Non ti saresti seccato neppure , credo , s ' io non avessi fatto molte omissioni per abbreviarti il cammino . Ho detto molte , ma sono moltissime , e in special modo di nomi storici , di termini architettonici , matematici , filosofici , chimici , nautici ; ai quali forse , leggendo in luogo mio , tu ti saresti arrestato . Anche ho trascurato un monte di vocaboli con cui ti sarebbe passata dinanzi una varietà grande d ' animali rari , di minerali , d ' erbe , di fiori , d ' alberi , di frutti , di medicinali , d ' alimenti , d ' abitazioni e di paesaggi , e d ' armi e di macchine d ' offesa e di difesa antiche e moderne , e di vestimenta e di costumanze e di giochi e di feste dell ' età passate e del tempo presente , che alla mia immaginazione presentavano , durante la lettura , un ' altra fuga ammirabile d ' immagini , di là da quella che tu vedevi con me , seguitando le mie citazioni . E ho tralasciato voci imitative , interiezioni , esclamazioni , facezie , proverbi , quanto era necessario che tralasciassi , insomma , per ridurre in una ventina di pagine più di quattrocento colonne di stampa . E queste quattrocento colonne non rappresentano che una lettera . Vedi che vasta e succosa e dilettevole lettura è quella del Vocabolario , e immagina quanto avrai imparato quando su tutte le lettere dell ' alfabeto avrai fatto il lavoro che abbiamo fatto insieme sopra una sola , ma con più attenzione , e smettendolo e ripigliandolo a intervalli , dopo ciascun dei quali ritornerai all ' opera con maggior curiosità e con più vivo ardore e con la mente meglio esercitata a scegliere , a osservare e a imparare . Sei persuaso ? E dopo questo , se qualcuno ti dirà che a leggere il Vocabolario si muor di noia e si sciupa il tempo e il cervello , mandalo .... alla lettera P . LA MEMORIA LATENTE . Ora ti debbo dire alcune cose per preservarti da un senso di scoraggiamento , dal quale è probabile che tu sia preso a quando a quando , nel primo corso dei tuoi studi . T ' accadrà qualche volta di passare in rassegna mentalmente il materiale di lingua che crederai d ' aver accumulato in vari mesi di letture e di appunti , e troverai nella tua memoria ben poca cosa , ti parrà che una gran parte di quel materiale ti sia sfuggito come un liquido da un vaso forato , e che un ' altra parte ti sfugga nell ' atto che lo cerchi , e rimarrai scoraggiato da quel disinganno , e quasi avvilito . Ebbene , sarai in errore . Una gran parte del materiale della lingua si va a riporre da sé in certi scompartimenti secreti della memoria , dove noi lo portiamo senz ' esserne consapevoli , e donde non esce se non quando è chiamato fuori da certe idee , con le quali è legato da fili sottilissimi , invisibili , per così dire , al nostro pensiero , e quindi non afferrabili dalla nostra volontà . Ma , nel parlare e nello scrivere , quando vorrai esprimere certi pensieri e nella ricerca viva dell ' espressione le tue facoltà intellettuali si ecciteranno , tu vedrai che ti verranno sulle labbra e alla penna una quantità di parole , di frasi e di costrutti , che non sapevi di possedere , e che ti parrà di non aver cercati . È una cosa che segue a tutti quelli che studiano la lingua , e che è per loro una sorpresa gradevole , come di trovare nelle tasche o nei cassetti carte preziose o danari dimenticati . Non ti sgomentare , dunque , se dai ripostigli della tua memoria non esce che pochissima lingua , quando a questa tu gridi : - Fuori ! - non per bisogno , ma per vederla soltanto , per metterla in mostra a te stesso . Quando n ' avrai bisogno davvero , saranno le tue idee urgenti e imperiose che andranno a picchiare all ' uscio delle mille celle in cui le parole stanno nascoste , ciascuna alla cella di quella che le conviene e le appartiene , e te le porteranno di volo sulla carta e alla bocca . E ti porteranno vocaboli e frasi che da lungo tempo non s ' eran più fatte vive nella tua mente , e che ti parrà d ' imparare in quel punto , e della forma felice in cui ti verranno espressi certi pensieri , rimarrai maravigliato come di roba non tua , che ti fosse suggerita da un altro , o come se scoprissi in te un altro te stesso , che parli e scriva una lingua più ricca , più propria , più efficace di quella che tu possiedi . Sii certo di questo . Molto spesso , ritrovando nel dizionario o nei tuoi appunti certi modi segnati da te un pezzo addietro , esclamerai : - Guarda ! Questo m ' era scappato di mente . - No , non t ' era scappato ; vi stava rimbucato , e dormiva , aspettando che venisse a risvegliarlo un ' altra parola o frase di senso o di suono affine , una voce sfuggevole dell ' animo , un ' idea sua parente od amica , alla quale egli si sarebbe manifestato ed offerto . Prosegui dunque con animo a leggere , a notare , a raccogliere , poichè tutto il materiale di lingua che ti metti in capo vi si ordina e vi si collega in mille modi , come in una officina oscura , a poco a poco , con un lavorìo spontaneo , del quale tu non hai coscienza . E non ne sarà affatto perduta neppur quella parte che non verrà fuori al bisogno , perché di molte voci e locuzioni effettivamente dimenticate , tu sentirai nella tua memoria il vuoto che v ' avranno lasciato , e di là le spierai e moverai per rintracciarle e prima o poi le ripiglierai al laccio per sempre . Prosegui nello studio , con viva fede nelle forze latenti e nel lavoro misterioso e maraviglioso della memoria , che ti sarà per sé medesimo un argomento di studio e una fonte di diletto profondo . IL PERICOLO . Ancora un ' avvertenza , prima di rimetterci in cammino . Bada che nello studio della lingua , in special modo per chi v ' ha inclinazione naturale , c ' è un pericolo : il pericolo d ' un così brutto malanno , che se io avessi anche solo un leggerissimo dubbio di potertelo tirare addosso con le mie esortazioni e i miei consigli , vorrei piuttosto che tu buttassi il mio libro sul fuoco come un libro scellerato . Sì , se nel culto della letteratura tu dovessi fare allo studio della lingua una troppo gran parte , riporre in essa il meglio dei tuoi sforzi e dei tuoi godimenti intellettuali , ridurti a considerarla , in somma , non come un mezzo , ma come un fine , e diventare uno di quei perdigiorni delle lettere che badano soltanto a baloccarsi con le parole e con le frasi , come se queste non fossero forme e suoni vanissimi quando non servono a dir qualche cosa che piaccia o che giovi , io ti direi che è meglio per te rinunziare a questo studio , e continuare a scrivere e a parlar male per tutta la vita . E sappi che il malanno c ' entra dentro lentamente , senza che ce n ' avvediamo . La nostra innata pigrizia intellettuale c ' induce a poco a poco a tenere in conto d ' un nobile esercizio dell ' ingegno il facile lavoro di accumular vocaboli e locuzioni , e a credere che sia arte e scienza ciò che con l ' arte ha che fare come la preparazione dei colori con la pittura , e con l ' alta matematica lo studio della tavola pitagorica . Non occupandoci più d ' altro che di lingua , finiamo con non cercare e non raccoglier più altro nelle opere dell ' ingegno altrui ; ci avvezziamo a non veder più bellezza che nella bellezza della parola , a non badar più che alla forma anche nelle pagine più splendide di pensiero e più calde d ' affetto , a non più pensare noi medesimi , scrivendo , se non quanto è necessario ad aver qualche cosa da dorare e da infronzolare con gli orpelli e coi nastrini del nostro guardaroba linguistico . Ed ecco lo studioso della lingua che , naturalmente , a grado a grado , diventa pedante e intollerante , come il bigotto diventa superstizioso e misantropo ; che non ha più altro nel cranio che una grammatica e nel petto che un vocabolario , e nelle cui mani la lingua perde lume , calore e vita , per ridursi una materia inerte e fredda , da mettere in mostra a diletto di chi ha gli occhi confitti in una fronte vuota ; ecco il linguaio degenerato , uggioso e ridicolo , che sempre e da per tutto dove imperò , isterilì la letteratura , uccise l ' arte e prostituì l ' idolo che stupidamente adorava . Ma tu non ti lascerai andare per quella china ; tu terrai sempre per fermo che ogni studio diretto a parlare e a scriver bene sarà fatica , peggio che sprecata , rivolta a tuo danno , se ti distoglierà dall ' esercitar l ' ingegno a un più alto fine ; tu studierai la lingua per diventarne padrone , non per fartene servo , per servirtene , non per adorarla ; tu ne farai forza e bellezza , ma non la sostanza stessa del tuo pensiero , che si dissolverebbe nel vuoto , non l ' alimento unico del tuo intelletto , per cui si muterebbe in veleno . No , tu non seguirai la via del professor Pataracchi . IL PROFESSOR PATARACCHI . Fu forse l ' ultimo dei veri , grandi , formidabili pedanti italiani ; per i quali io non capisco come non sentano ammirazione anche i loro avversari e le loro vittime , perché è sempre ammirabile chi combatte ferocemente , senza tregua , fino alla morte , per una causa ch ' egli crede santa ; anche se sia una causa sballata . E per tutta la vita il professor Pataracchi , paladino di Nostra Santa Lingua Immacolata , ritto sulla rocca sacra del Purismo , già rotta da ogni parte , eroicamente ostinato ed intrepido , menò la spada sui barbari assalitori , e ne fece memorando sterminio . Il suo Credo era questo . Lingua e nazione sono una cosa sola : dunque chi offende la lingua tradisce la patria ; dunque chi parla e scrive male , chi contamina l ' idioma nativo di francesismi e d ' idiotismi , ha da essere odiato e vituperato come il più nefando dei malfattori . E poichè in questa fede era sincero , la professava , con logica rigorosa e costante , anche nella pratica della vita , non curandosi né d ' inimicizie né di danni che glie ne potessero incogliere . E siccome il suo purismo arrivava a tal segno , da respingere ogni frase o parola che non avesse il suggello della classicità più genuina , fino a non ammettere in alcun modo nessun vocabolo nuovo , per quanto fosse giustificato dal bisogno o dall ' uso comune , si capisce com ' egli dovesse odiar mezzo mondo e si facesse prendere in tasca da quasi tutti quelli che gli s ' avvicinavano . Dico quasi tutti , non tutti , perché a me e a pochi altri , che sapevamo quanto un ' offesa alla lingua lo facesse veramente soffrire , egli destava , insieme con l ' ammirazione del suo foco sacro , un sentimento di schietta pietà . Perché dirgli una parola o una frase che gli pareva illecita era come forargli le carni con un punteruolo d ' acciaio : avrebbe gridato in mezzo alla strada , se non avesse temuto di far gente . A chi gli rivolgeva una domanda in forma scorretta , non rispondeva , o tardava un pezzo a rispondere , per fargli capire che l ' aveva offeso e per lasciargli il tempo di ritrattar l ' ingiuria . A certi cattivi scrittori e parlatori , quand ' io lo conobbi , aveva levato il saluto da anni . Domanderete perché non lo levasse a me pure . Ma coi giovani che lo frequentavano con buona disposizione d ' alunni , e fingevano di consentir con lui e di voler battere la sua via , usava qualche indulgenza . Non faceva però complimenti nemmen con loro quando gli toccava d ' udire o di leggere in qualche loro scritto una locuzione o un costrutto di lega impura . Diceva fuor dei denti : - Queste son bricconate , mi scusi . - Questo non è uno scrivere da galantuomo . - O dove ha pescato questa porcheria ? - Per lui non c ' era differenza fra il commettere un atto di lesa maestà del suo dizionario e rubare un orologio o fare una cambiale falsa . Avrebbe voluto che nel Codice penale ci fosse un articolo per questo genere di reati . E non faceva grazia a nessuno . Nessuno scrittore lo contentava perché il buon effetto di qualunque pagina più bella e eloquente , se pur lo sentiva ancora , gli era distrutto ipso facto da una sola parola illegittima ch ' egli v ' inciampasse . Anche quei pochi puristi della sua razza , che rimanevano in Italia , e ch ' erano generalmente canzonati per la loro feroce pedanteria , anche quelli li giudicava di manica troppo larga , troppo cedevoli , vilmente propensi a venire a patti con la barbarie invadente . Ed è a notarsi che furioso in particolar modo era contro i suoi concittadini toscani , e contro i fiorentini più che mai , ch ' egli accusava d ' essere i primi e più infesti corruttori della loro lingua . Già erano imbarbariti i suoi coetanei ; ma erano assai peggio i loro figliuoli . Diceva che " veniva su una generazione toscana senza freno né legge , la quale preparava al suo paese un triste avvenire " perché nel suo concetto un parlatore o scrittore " maculato " non poteva che seminar dei guai in qualunque campo o forma d ' azione operasse . Ricordo d ' avergli udito dire , all ' annunzio di non so che nuovo Ministero : - Ministro dei lavori pubblici quello sgrammaticante ? Ne vedremo delle belle ! - Non avevano altra sorgente anche i suoi odi politici , perché di politica non si curava , e non riconosceva altra quistione nazionale o sociale che quella della lingua . E sebbene , in fondo , fosse tutt ' altro che un cattivo uomo , serbava i suoi odi linguistici oltre il rogo . Udendo ch ' era morto un tal letterato , una delle sue bestie nere : - Come uomo - disse , - lo compiango ; come scrittore .... è una pestilenza di meno . È giusto dire che della purità assoluta che voleva dagli altri , egli dava l ' esempio , non solo in quel pochissimo che scriveva , ma anche parlando ; ciò che gli doveva costare una cura assidua e faticosissima , perché , in somma , non viveva mica fuori del mondo presente , e le parole nuove , i francesismi correnti , gl ' idiotismi d ' uso universale e necessario dovevano penetrare e sonar di continuo anche nel cervello suo , come nei polmoni di tutti entrano i microbi dell ' aria . Ma di lingua era dotto davvero , e non c ' era caso che peccasse . Di certe cose , delle quali , senza peccare , non avrebbe potuto discorrere , non discorreva mai . Certe novità , a cui non si poteva dar altro che un nome nuovo e barbaro , non c ' era verso di fargliele nominare . Altre le nominava con un vocabolo antico , o di conio proprio , risolutamente , non dandosi alcun pensiero di non essere capito , o d ' esser franteso , o di far ridere gli uditori ; il che seguiva sovente . Chiamava , per esempio , una dimostrazione popolare : una raunata di popolo ; guardie del fuoco , i pompieri ; traino , il treno della strada ferrata ( partirò col traino diretto , diceva ) : un banchetto , non di trecento coperti , ma di trecento tovaglioli ; negava la medesimezza della così detta casa di Dante in Firenze . E non diceva mai semplicemente il re , poichè era monarchico umilissimo , ma neanche Sua Maestà , che condannava come modo improprio : diceva la maestà del re : la maestà del re arriverà domani . Ma i due più belli esempi della sua audacia di purista , diventati famosi a Firenze , sono le voci antiche con le quali s ' ostinava a designare due imposte , ch ' egli chiamava gravezze : l ' imposta progressiva e quella della ricchezza mobile , già esistenti ai tempi della Repubblica : la decima scalata e l ' arbitrio . E tutte queste parole , e le altre , pronunziava con aria di sfida fra i " neologizzanti " quasi gettandogliele in faccia ( scrivo così perché è morto ) e dicendogli con gli occhi : - Beccatevi questo , e fatene vostro pro , pezzi d ' ignoranti . Variatissimo e comicissimo era il suo vocabolario di pedante vituperatore di barbari ; nell ' uso del quale egli graduava il vituperio con rigorosa giustezza . Da modo non bello , brutta voce , vociaccia , robaccia , veniva su su a mostriciattolo , mostruoso vocabolo , voce appestata , abbominevole voce , parola infame . Così d ' un francesismo tollerabile si contentava di dire : sente di francese , e via via : e ' pute di francioso ( il francioso aggravava ) o di gallico ( che era più grave di francioso ) ; francesismo vile , fetentissimo , sgangherata voce gallica , scempiata metafora transalpina . E in diversi modi egualmente fieri e lepidi ammoniva i giovani a rifuggire da quei delitti : - Al fuoco questa parolaccia ! - Al gasse ! - Alla cassetta della spazzatura ! - Deh , non lo dire ! - Via quest ' orrore ! - La lasci agli acciabattoni ! - E lascio altre sue maniere usuali : - Goffe eleganze romanzieresche , sconce sgrammaticature segretariesche , stomachevoli parole muschiate , sguaiate leziosaggini , turpi granciporri : n ' aveva una collezione infinita . Ma non era mai così bello a vedere e a sentire come quando scorreva un libro nuovo e sospetto , con quel viso sanguigno e minaccioso , con quei baffi irti , che s ' appuntavano contro la pagina come penne d ' istrice , con quelle unghie adunche , piantate sui margini , come pronte a graffiare . Egli segnalava il francesismo con una contrazione del viso come se vedesse correre fra le righe un insetto schifoso . La manifestazione più tenue del suo sdegno era un pugno sul tavolino . Quando una parola o una frase lo urtava più forte , prorompeva in invettive contro il fantasma dell ' autore : - Ah , italiano rinnegato ! - Camerlingo degli spropositi ! - Sgrammaticato malfattore codardo ! - E l ' ultima espressione della sua collera era un riso ironico forzato , che gli scopriva i denti canini , accompagnato da uno scotimento di spalle , con cui fingeva un ' ilarità smodata . Ma dopo questo sforzo , sbatteva il libro nel muro e andava fuor della grazia di Dio . - A questo punto siamo arrivati ! Ma è un ' aberrazione , una demenza universale . L ' Italia va in isfacelo . Quando non c ' è più lingua non c ' è più nulla . È finita . Oh bastarda razza di traditori ! Povero professor Pataracchi ! Conservarmi la sua benevolenza costò a me qualche fatica ; ma deve aver faticato più lui a non levarmela . Chi sa quante volte fu in procinto di dirmi come Virgilio all ' Argenti : - Via costà con gli altri cani ! - Poichè , in somma , gli dovevo parere un ipocrita , io che per tenermi nelle sue buone grazie gli davo ragione a parole , ma seguitavo a scrivere come un Ostrogoto , non potendomi ribellare alla terminologia dei regolamenti , poichè scrivevo di cose militari . - Ma è proprio proprio costretto - mi domandava qualche volta - a servirsi di codesto orribile gergo caporalesco ? - Io rispondevo di sì , e mi giustificavo umilmente . Ed egli mi diceva : - La compiango ! - E forse fu la compassione che mi mantenne la sua amicizia . Il giorno prima di lasciar Firenze per sempre , m ' andai ad accomiatare da lui . Fu più affettuoso che non m ' aspettassi . Forse lo impietosiva il pensiero ch ' io m ' andavo a stabilire a Torino , poichè a lui , per rispetto alla lingua , Torino doveva parere un covo brigantesco , dove io non potessi far altro che una miseranda fine . M ' accompagnò per un tratto di via del Cocomero . All ' angolo di via degli Alfani , prima di lasciarmi , mi disse qualche parola benevola , raccomandandomi la lingua . Forse gli avrei lasciato un buon ricordo di me , se non avessi più aperto bocca ; ma all ' ultimo momento guastai la frittata . - Se per combinazione - gli dissi - venisse una volta a Torino , abbia la bontà d ' avvertirmene . Mi metterò ai suoi ordini . Sarò felice di rivederla e di servirla . - Grazie , - rispose stringendomi la mano . - Buon viaggio , e a rivederla . E mi lasciò . Ma fatti pochi passi , mi richiamò con un cenno , e mi disse : - Senta . Combinazione , per caso o casualità , mi perdoni , è orribile . E se n ' andò senza dir altro . Furon quelle le ultime parole ch ' io intesi dalla sua bocca purissima . Fulminò ancora i barbari per sette anni , e poi morì sulla breccia , ravvolto negli avanzi della sua bandiera . [ 162 bianca ] PARTE SECONDA . [ 164 bianca ] Nel corso degli studi che farai sulla lingua , con la penna alla mano , nei vocabolari e negli scrittori , se vorrai impadronirti durevolmente delle cognizioni che verrai acquistando e ricavarne il maggior vantaggio possibile nel parlare e nello scrivere , sarà bene che tu le ordini nella tua memoria , raggruppandole intorno a certi concetti , che dovrai tener sempre presenti . A ciascuno di tali concetti , o per dir meglio , divisioni della materia , dedicherò un breve capitolo . Sarà una serie di consigli e d ' avvertenze intorno alle relazioni della lingua coi dialetti , alla lingua che non si sa , alla lingua che si sa , ma non s ' usa , alla lingua impropria , alla lingua abbreviativa , ai sinonimi , alle definizioni , ai modi famigliari , al linguaggio faceto , al modo di variare il proprio materiale linguistico . Ragioneremo poi dei francesismi e delle parole nuove , degli spropositi più frequenti e dei luoghi comuni più usuali del linguaggio corrente , e delle licenze lecite e di quelle che offendono i diritti della Grammatica ; e in fine faremo insieme una corsa a traverso la letteratura italiana per scegliere gli scrittori che tu dovrai leggere e studiare di preferenza . Non ti spaventare della via lunga : la percorreremo alla lesta , scherzando spesso da buoni amici , e ricreandoci ogni tanto nella compagnia d ' originali piacevoli . Adelante , Pedrito . LE LAGNANZE D ' UN DIALETTO . DIALOGO FRA IL DIALETTO PIEMONTESE E LA LINGUA . ( Il dialetto è il piemontese ; ma il dialogo può star benissimo con qualunque altro dialetto d ' Italia , sostituendovi altre voci e locuzioni a quelle che son citate ad esempio ) . LA LINGUA . - Buon giorno , fratello . Tu hai la cera rannuvolata . IL DIALETTO . - Me la vedo come in uno specchio , Signora , e mi duole di presentarmi a Voi in quest ' aspetto . L . - Perché mi chiami Signora ? Altre volte ti dissi che mi piace esser chiamata sorella . La fortuna e la gloria non m ' hanno fatto montare in superbia . Non siamo , tu ed io , rami dello stesso tronco ? figliuoli della stessa madre ? legati ancora e per sempre da mille somiglianze e proprietà comuni , dalle quali lo straniero riconosce in noi , a primo aspetto , il comun sangue latino ? Che cosa t ' affanna , fratello ? D . - Ti ringrazio , sorella illustre e venerata . ( Scattando ) Ma è proprio questo pensiero che mi fa stizzire : d ' aver che fare con una razza d ' ingrati , i quali , disconoscendo i vincoli che mi legano a te , credono di farti onore disprezzandomi , e , parlando e scrivendo italiano , rifiutano un monte di parole e di frasi mie come se fossero barbare per il solo fatto d ' esser mie , e vanno predicando ai ragazzi che , per non offenderti , debbono rifuggir da me come dalla peste bubbonica . L . - Lo so . D . - E che ne dici ? L . - Confòrtati . Mi fanno sovente la stessa lagnanza i tuoi fratelli . E scrisse pure un grande maestro che ogni italiano , per imparar la lingua , la dovrebbe studiare tenendo tanto d ' occhi aperti sul proprio dialetto ; con che volle dire che v ' è in ciascun dialetto una grande quantità di modi e costrutti comuni alla lingua ; conoscendo i quali , ed usandoli , riuscirebbero tutti ad esprimersi in italiano con assai più facilità ed efficacia che ora non facciano , poichè a quelle forme che si presentano loro spontanee , ed essi rifiutano come puramente vernacole , ne sostituiscono altre quasi sempre men naturali , appunto perché cercate , e meno proprie , perché meno naturali . D . - Ecco la gran verità , sii benedetta ! Mi disprezzano per onorarti , e offendono te , disprezzandomi ; mi fuggono come un nemico , quando si potrebbero giovare di me come d ' un maestro . L . - Dici il vero . Ma non pensar che ti disprezzino . Ogni giorno sento dire da italiani di questa o di quella provincia che il loro dialetto è più vivace , più vario , più espressivo della lingua , e che col proprio dialetto soltanto riesce loro di dire tutto quello che vogliono , d ' esprimere tutte le particolarità d ' ogni loro pensiero , tutte le sfumature d ' ogni sentimento . Vedi dunque ! Ma è singolare . E non sospettano che la grande difficoltà ch ' essi trovano a dire in italiano tutto quello che vogliono , deriva principalmente dal credere non italiane una buona parte di quelle forme con le quali appunto possono dir tutto nel vernacolo . D . - Tu mi riconforti , sorella . Ma se sapessi quanti affronti mi tocca d ' ingollare ! Ne sento da ogni parte e d ' ogni specie . È dialetto ; dunque moneta falsa : è la massima . Sento molti ridere quando uno dice , parlando italiano : - legger la vita , mangiar la foglia , bruciare il pagliaccio , trovare una bella vigna , tirarsi da banda , battere il taccone , ridere sul mostaccio ad un tale , far filare uno , far pressa a un altro , tramutare un tavolino , battere una culattata in terra , andar lì lì per morire , tirare avanti la famiglia .... O dimmi tu : non sono modi italiani , di tua proprietà incontestabile , sorella mia ? L . - Li riconosco . D . - O dunque ! E ne potrei citare mille e passa . Giusto , eccone un altro , che guai a chi gli scappa . Bisogna sentire come si spassa certa gente colta alle spalle dei poveri ignoranti che s ' ingegnano di parlare italiano , per certe parole e frasi italianissime , credute piemontesismi grossolani . Ho sentito una famiglia intera dare in una risata perché alla domanda : - che tempo fa ? - la serva rispose : - È nuvolo ! - Diedero in un ' altra risata , un ' altra volta , a sentirle dire : - Com ' è peso questo bimbo ! - La stessa cosa , un giorno ch ' ella disse : - La botte versa ; bisogna stopparla . - Ma aspetta , che te ne citi dell ' altre più curiose , coi commenti relativi degli italianissimi . - Sono uscito senza niente in capo . - Bell ' italiano ! - Se ci sono stato ? Quelle belle volte ! - Ah quelle belle volte , che perla ! - Grazie ! Ho mangiato il mio bisogno . Un signore che mangia il suo bisogno ! - No , l ' assicella va messa per così . Per così parli la lingua , Ostrogoto ? - Dove sta il tale ? Deve star per qui ( qui vicino ) . Dio di misericordia ! - Svelto come sei , fai un momento a arrivare a casa . - O come si fa a fare un momento , citrullo ? - Dopo la Norma , andrà su l ' Ernani . L ' Ernani che va su ! A quale altezza ? - Se non c ' è appunto sei miglia , siamo lì . Dove lì ? - Ah , povera Italia ! Dimmi ancora : c ' è qualche cosa che offenda la tua purità in tutto quello che ho detto ? L . - Nulla , fratello . Son tutte forme della lingua parlata , usatissime da chi più mi conosce e mi rispetta . D . - Deo gratias . Se tu sentissi , in certe case , dove si parla l ' italiano per istituto , che rabbuffi toccano a dei poveri ragazzi quando si lasciano scappare di bocca spasseggiare , slargare , sgraffignare , disgruppare , ciaramellare , tambussare , ciucciare , impappinarsi ! - Questo è italiano di Porta Palazzo : bene spesi i denari per mandarti a scuola ! - A un ragazzo che diceva piangendo : - M ' hanno dato ! ( delle busse , era sottinteso ) , udii rispondere : - E te lo meriti , se parli italiano in codesta maniera . - E : - berrai quando parlerai meglio - a un altro , che chiedeva dell ' acqua dicendo che aveva una sete del diavolo . E non parlo delle correzioni che fanno molti insegnanti ai componimenti scolareschi ; nei quali , oltre agli errori inevitabili nella prima età , bollano come strafalcioni , per la sola ragione che sono dialettali , una quantità di modi correttissimi , che i piccoli scolari , poveretti , non sono in grado di giustificare . Se ne vuoi sentire .... L . - Ne son curiosa . D . - E io ti contento . Ho appunto sott ' occhio i componimenti d ' una quarta classe elementare , corretti da una maestrina , della quale non si può dire che non conosca la lingua , chè anzi scrive benino . Ebbene , ci trovo segnati come piemontesismi , con la matita rossa , una decina almeno di modi , che tu certamente non ripudii . - Torino fa 350 000 abitanti . C ' è un frego rosso sul fa . - La famiglia costumava festeggiare il natalizio del babbo . Condannato costumava . - La mamma si tapinava tutto il giorno . Bollato il tapinava . - Doman da sera . Tre punti d ' esclamazione . - Un dopo desinare verrò da te . Un frego rosso all ' un dopo desinare e al verrò , chè s ' ha da dire andrò , si capisce . Passò da Torino , invece di per , sottolineato . - Disse che non ci sarei riuscito ; ma io l ' ho fatto bugiardo . Un punto interrogativo rosso accanto a questo modo . - Son nato del 1891 . Riprovato il del . Figurava di non volere ; ma non aspettava altro . Sostituito fingeva . - E tu non vieni ? fa la sorella . Crociato il fa . - Una cosa fatta come va . Un tratto rosso anche a questo . E se ne vuoi dell ' altre , che ho pescate altrove , ce n ' ho un cestone .... L . - Codeste mi bastano , chè ne so molte anch ' io . Quanto rosso sciupato , dio buono ! E questo è risibile , che i più di coloro che si dànno tanta cura per iscansar codesti pretesi errori dialettali , si lasciano sfuggire a ogni tratto dialettismi veri e bruttissimi , per isbadataggine , o perché non li conoscon per tali . Ed è naturale : non si può badare insieme a ogni cosa : mentre si guardan dagli uni , inciampano negli altri . D . - E così dagli altri italiani mi fanno dar del barbaro coi dialettismi veri , e mi trattano di barbaro essi medesimi dando la caccia ai dialettismi falsi . E mi son ristretto a citare vocaboli . Lascio da parte un gran numero di forme sintattiche , di legature , di giri di frase svelti e efficaci , che sono cosa mia e tua ad un tempo , di cui potrei cavare esempi dai tuoi più grandi e puri scrittori , e da cui si guardano parlando e scrivendo italiano , come da azioni disoneste , per usare invece forme scontorte , giunture che stridono , costrutti forzati e pesanti ; che sono nel concetto loro i soli corretti . E m ' hanno l ' aria di gente che fabbrichi dei ponti per passare un fil d ' acqua ... L . - Ed è vero anche questo , fratello . E hanno ragione al par di te i fratelli tuoi , che un fanno le stesse lagnanze . Ma il tempo vi renderà giustizia , non dubitare . Via via ch ' io sarò conosciuta e parlata da un numero sempre maggiore d ' italiani , scoprendo questi da sé quante voci e forme son comuni a me e ai loro vernacoli , e gli scrittori mettendole in mostra e in commercio , sempre più si farà manifesta la vanità di gran parte della fatica che ora si dura a scansare errori immaginari , e una sempre più larga parte dell ' esser tuo si confonderà col mio nelle lettere , e ti sarà reso l ' onore che meriti , e saranno lamentati gli oltraggi che ora ti si recano , e si trarrà da te forza , vita , colore , varietà , comicità , naturalezza , per parlare e per scrivere italianamente . Mi credi ? D . - M ' hai racconsolato . Ti ringrazio .... e ti riverisco , Signora . L . - Chiamami sorella . D . - Sorella ti posso chiamare nel corso dei nostri colloqui ; ma non presentandomi a te , né accomiatandomi . Nell ' atto di salutarti , il mio amor fraterno è sovrappreso da un senso di riverenza . Dietro di te , vedo Dante . LA LINGUA CHE NON SI SA . Ne abbiamo già detto qualche cosa ; ma di passata , ed è bene riparlarne . Intendo dire principalmente di quel gran numero di nomi di cose , che noi non sappiamo e che non ci curiamo di sapere , perché di quelle date cose non abbiamo mai occasione o bisogno di parlare se non nel dialetto ; ma che deve imparare chi studia davvero la lingua , perché questa non si saprà mai che malamente se non se ne studia più di quanto occorre a parlarla alla meglio fra di noi , dove non se ne parla che mezza . Noi la dobbiamo studiare , non in relazione coi nostri bisogni immediati e abituali , ma come se fossimo certi di dover quando che sia andar a vivere in una regione d ' Italia dove neanche una parola del nostro dialetto sia intesa , e dove , per conseguenza , ci sia necessario parlare sempre e d ' ogni cosa in lingua italiana . Ora le cose delle quali ignoriamo il nome italiano sono innumerevoli , e noi non c ' illudiamo che sian poche se non perché , parlando la lingua , ci siamo assuefatti per modo a scansare di nominarle , che quasi non ci accorgiamo più del nostro gioco . E questa illusione è anche maggiore nei giovinetti che , vivendo in un giro più ristretto d ' idee e di faccende , hanno di solito meno cose da dire che gli uomini , e con minori particolari , e con minor necessità d ' essere esatti . Ma se potessero i giovanetti immaginare in quanti impicci si troverebbero parlando la lingua , quando fossero trasportati di sbalzo in un ' altra regione d ' Italia , fuor del piccolo mondo della famiglia e della scuola in cui è circoscritta la loro vita , quanta parte di lingua s ' accorgerebbero d ' ignorare , assolutamente necessaria , e soprattutto quante cose si troverebbero costretti ogni momento a descrivere , invece di nominarle , con molto stento e non senza vergogna , se questo potessero immaginare , credo che non occorrerebbe loro altro eccitamento per indursi allo studio . A questo proposito ebbi da ragazzo una lezione che mi riuscì utilissima . Da qualche tempo studiavo la lingua , e mi illudevo che fosse un gran che quel poco patrimonio di parole e di frasi letterarie , che m ' ero ammucchiato nel capo ; e ne menavo gran vanto . Un giorno fui invitato a colazione da un mio vecchio zio , che stava in una villetta , sulla riva d ' un torrente , a qualche miglio dalla piccola città piemontese , dov ' era stabilita allora la mia famiglia . Era uno spirito mordace , benchè buono d ' indole , dotto di storia , e conoscitore profondo della lingua , della quale s ' occupava ancora con amore . Eravamo alle frutte , quando il discorso cadde su quest ' argomento , ed io vantai i miei studi di lingua col tono d ' un filologo , che potesse parlare in cattedra della materia . Spiacque la mia sicumera al buon vecchio ; il quale sorrise con aria maliziosa , e mi disse : - Vediamo dunque un poco , signor linguista , se la dottrina corrisponde al vanto . Vuol ella scommettere che senza uscire dal giro delle cose che abbiamo sotto gli occhi , di nove su dieci che glie ne accenno ella non sa il nome , e neppure delle operazioni usualissime che vi si riferiscono ? - E cominciò la prova , che m ' è rimasta bene impressa nella mente , perché egli mi fece notar le parole con la matita . - Eccoti il fiasco - , mi disse . - Sai come si dice gettar via dal fiasco pieno un poco di vino per purgarlo da qualche cosa di poco netto ? No ? Sboccare il fiasco . Sai come si chiama l ' operazione di riempire un fiasco scemo ? No ? Rabboccarlo . E come si dice con una sola parola vuotare un mezzo fiasco ? Neppure . Si dice ammezzarlo , un fiasco ammezzato . Hai detto che questo vino è un po ' infortito , ed è vero : comincia a prendere il fuoco ; ma sai come si dice del vino infortito che pizzica la lingua e il palato ? La parola propria ? No . Si dice che ha l ' appinzo . Guarda questo bicchiere : vedi questo spazietto interposto nella sostanza del vetro ? Sai come si chiama ? Púlica . E la parte più sottile della lama di questo coltello , che è fermata nel manico ? Códolo . E il dente della forchetta ? Rebbio . E questo ? Reggifiasco . E quest ' altro ? Reggiposate . E ciascuna di queste ciocchette di chicchi che formano il grappolo , sai che si chiama racìmolo ? E fiócine la buccia dell ' acino ? E vinacciuolo il granello sodo che v ' è dentro ? E il nome di questa buccia interiore della castagna ? Peluria , andiamo . E questa parte della lattuga , composta delle foglie più piccole e più tenere , che fanno cesto , come la chiami ? Grùmolo . E il reticino per scoter l ' insalata ? Nemmen questo . Scotitoio . O veda un po ' , signor linguista ! Riprese fiato e tirò innanzi . - Ora ti servo le frutte . Son certo che non sai che si dicono sfarinate le pere come queste , che non reggono al dente , come le patate , che sfarinano ; né che si dicono maculate quelle che portano segni delle mani ; né che si chiamano nocchi queste specie d ' osserelli dei frutti , che è lo stesso nome , nocchio , della parte del fusto dell ' albero indurita e gonfiata per la pullulazione dei rami . E guarda questo baco della pera che s ' attorce : tu non sai che con parola propria si dice che s ' assérpola . Rifacciamoci un po ' indietro . Tu hai rotto la punta a un ovo a bere : sai che si chiama scocciare l ' ovo ? Hai preso la parte superiore del gelato : sai che si dice scolmare il gelato ? E a proposito dei tordi che hai mangiati , sai che si dice dare un fermo ai tordi la prima cottura che si da loro perché non vadano a male ? Ora senti : come dici del pan fresco che fa questo rumore , quando si preme ? Che scroscia , signorino . E di questa crostata sotto il dente ? Che scrógiola , da non confondersi con sgrigiolare , che è il rumore delle scarpe nuove . E dell ' olio che bolle ? Che grilla o grilletta ; e sfriggolare del rumore che fa il pesce o altra cosa , posta a soffriggere nella padella . E agitar così il liquido nella bottiglia sai che si dice sciaguattare ? E uscire a gorgo l ' uscir dall ' acqua così , dalla bottiglia capovolta ? E l ' uscire in quest ' altro modo : venir giù filo filo ? To ' , e come si chiama questa pozza che ha fatto l ' acqua buttata in terra ? Stroscia . E a questa radura del tovagliolo che nome dài ? Ragnatura . E questo , dove infilerai il tovagliolo ? Girello , signor linguista . E potrei seguitare , se ti garbasse . Io m ' alzai da tavola , stizzito , e per nascondere la stizza , m ' andai a affacciare alla finestra . Ma il vocabolarista implacabile mi si venne a mettere accanto , e riattaccò . - Ti voglio regalare un ' appendice - mi disse . - Supponi di dover andare di qua , partendo dall ' orto , fino a quel ceppo di case che è là di faccia . Tu parti da quell ' angolo dove son piantati i baccelli , e non sai che si chiama baccellaio , ci scommetto . Suppongo che tu inciampi nel ceppo di quel noce tagliato a fior di terra , e non sai che si chiama ceppaia . Passi all ' ombra di quel filare d ' alberi , e non sapresti dire che son potati a capitozza . E non sai neppure che si chiama cavaticcio quel mucchio di terra intorno al quale devi girare , e palancola il tavolone su cui passerai quella gora , dove si raccolgono tutti gli scoli del campo , e che ha pure un nome che non sai : capifosso . Non ti domando neppure se sai che si chiama capezza quell ' ultimo solco che fa vivagno al lato del campo , e callaia quell ' apertura fatta nella siepe per entrar nel campo vicino , e macereto quell ' ammasso di macerie d ' una vecchia casa che è in riva al torrente , dove vedi quel ragazzo che bada alle vacche . E a proposito , qual è il nome proprio della campanella che hanno al collo le vacche ? E quello del tempo nel quale l ' erba suol nascere ? E quello della rena raccolta sulle rive del torrente , dove passa ora quel contadino che v ' affonda i piedi ? ... Cam - pá - no , er - ba - tu - ra , re - nic - cio . E quei punti del torrente dove l ' acqua è profonda , e una pietra che vi si getti fa un tonfo , si chiaman tónfani , una bella parola onomatopeica ; e quello dove il torrente fa una gran voltata si chiama girone ; e dove l ' acqua fa un rigiro vorticoso si dice che fa un mulinello .... Che cosa ne dici ? C ' è ancora qualche lacunetta , pare , nella tua dottrina linguistica . Mentre egli parlava , io mi tenni sempre in un silenzio cocciuto , sorridendo un po ' ironicamente , per fargli supporre che molte di quelle parole le sapessi , e non le volessi dire per dispetto ; ma in realtà mi riuscivan nuove quasi tutte . E seguitai a tacere mentre le notavo sur un foglio di carta , a sua dettatura . Ma mi rodevo dal dispetto davvero , e in cuor mio lo trattavo di pedante fradicio e di spazzaturaio di vocaboli , e dicevo che aver nel capo un magazzino di parole non era saper la lingua . La lezione fece frutto , non di meno . Quando fui a casa , pensai che in cento altri luoghi , in mezzo a cose affatto diverse da quelle che mio zio m ' aveva indicate , io avrei dovuto rispondere altrettante volte : - non so - a chi m ' avesse interrogato com ' egli aveva fatto , e compresi per la prima volta il vuoto enorme che mi restava a riempire nella mente prima di potermi vantare di saper la lingua . Mi posi allora sul serio allo studio della nomenclatura . Ma non ebbi la costanza di proseguirlo come avrei dovuto . E dell ' averlo trasandato risento e lamento il danno spessissimo , perché son costretto a ogni tratto , scrivendo , a posar la penna per cercare come si chiama questa o quella cosa , e non sempre trovando subito , perdo la pazienza e il filo delle idee e il calore dell ' ispirazione ; e spesso non trovo , e mi tocca a interrogare amici , a voce e anche per lettera ; e qualche volta son ridotto a non scrivere una cosa che vorrei scrivere perché mi manca la parola e il tempo di cercarla . E non dico della vergogna di dover rispondere molte volte : - non lo so - a chi mi domanda il nome di questo o di quell ' oggetto , che tutti i ragazzi toscani sanno nominare ; vergogna , dico , perché nel sorriso degl ' interrogatori non sodisfatti leggo bene il pensiero che non m ' esprimono : - E son cinquant ' anni che studia la lingua ! LA LINGUA CHE NON SI PARLA . Via via che procederai nello studio , sempre più sarai maravigliato del gran numero di parole e di locuzioni vive , che , pure essendo usate da scrittori d ' ogni regione d ' Italia , non si sentono mai , o di radissimo , nella conversazione della gente colta fuor della Toscana , come se non appartenessero alla lingua parlata ; e dalla considerazione di questa povertà della lingua che si parla intorno a te , sempre più sarai eccitato a studiare . Per dimostrarti la verità di quanto affermo , ti cito alcuni modi notati da me , fra i moltissimi ch ' io non sento mai dire né da piemontesi , né da lombardi , né da liguri , né da veneti , che anche parlino e scrivano decorosamente la lingua . Pensa un poco tu pure se t ' occorse mai d ' udir le parole malmenìo , rigirìo , rodìo , rosicchío , pigío , friggío , brusío , sbatacchío , fulminío , almanacchío , battío ( battío di mani ) , delle quali si comprende alla prima il significato anche da chi non le abbia mai udite né lette . Così intesi mille volte accennare , per esempio , quelle pieghe graziose che fanno per grassezza il collo e le gambe dei bambini ; ma mai , posso dir mai in vita mia , con la parola più propria , che è riseghinetta , o riségolo . Occorre spessissimo di dir le cose seguenti : la fanghiglia , che rimane nelle strade dopo la pioggia ; una quantità di roba vegetale , guasta o non adoperabile , che fa impaccio e lordura ; un laidume invecchiato sulla persona o sur un muro ; una macchia di sudiciume vistosa ; un ' operazione lunga e noiosa da non cavarne costrutto nessuno ; una stanzuccia misera e stretta ; un segreto intrigo amoroso ; un aiuto o guadagno o risorsa inaspettata ; un soffio di vento che vien da una fessura o apertura ; un minuzzolo di che che sia , in senso spregevole ; l ' irritamento che fanno alla gola certe vivande fritte nell ' olio o nel burro non più fresco ; la bella mostra che fanno di sé cose o persone , o il crescere , cuocendo , di certe pietanze , che riescono più abbondanti che non paressero ; e inquietarsi , arrabbiarsi a trattar con qualcuno o a far qualche cosa . Ebbene , io non sento mai , o quasi mai dir queste cose con le parole usatissime in Toscana e dagli scrittori : belletta , pattume o pacciame , loia , struggibuco , sgabuzzino , ripesco , rincalzo , spiffero , trìtolo , rancico , compariscenza , appariscenza , compàrita , assaettamento . Così non mi ricordo d ' aver mai inteso da un mio corregionale i verbi anfanare ( andar qua e là senza saper dove ) , frucchiare ( metter le mani , per smania di darsi faccenda , in più e diverse cose ) , frizzare ( vuol far lo spiritoso , ma non frizza ) , frullare ( mi sentii frullare un sasso accanto all ' orecchio ) , rigirare ( rigirarsela bene ) , raccenciarsi , rinquattrinarsi , spappolare ( di cosa morbida che , toccandola , si disfà fra le dita ) ; né i modi : aver entratura con uno , trovar l ' inchiodatura ( trovar modo o argomento certo di far che che sia ) , avere il restío , avere il suo ripieno ( in una cosa , vale a dire il fatto suo ) , averla graziata , far monte , farla bassa , baciar basso , lavorar di fine , gettarsi in grembo a uno , levarla del pari , fare una cosa a saetta , dare un ' indossata a un abito , stare a uscio e bottega ; e potrei seguitare per decine di pagine . Non è a dire che queste e altre parole e maniere siano sconosciute : molti le sapranno o le sanno ; ma non le usano parlando perché non le hanno alla mano , perché esse non fanno parte del loro vocabolario orale , di quella provvisione di lingua che si porta con sé , e che si spende giornalmente , nella conversazione ordinaria ; e però , quanto all ' uso , è come se non le sapessero . Dunque , se non ti vuoi ridurre a parlar la lingua povera che generalmente si parla , bada bene , leggendo , a tutti quei modi che intorno a te non senti mai dire , e cerca quali sono i modi che s ' usano di solito in luogo di quelli , e raffronta gli uni con gli altri ; e per stamparti nella mente quelli insoliti , e perché non vadano dentro gli armadi chiusi , ma restino sugli scaffali aperti della memoria , dove ti s ' offrano alla vista e alla mano a ogni occorrenza , lega ciascun d ' essi a un tuo pensiero , immaginando un fatto , un luogo , un ' occasione , in cui tu lo possa usare , e anche una persona nota a cui tu lo abbia a dire , e anche l ' accento e il gesto con cui lo diresti . Se non farai questo , sfuggiranno di mente anche a te come agli altri , e ti troverai , parlando la lingua , nella condizione di quei moltissimi sfortunati ai quali , nelle discussioni e nell ' opera , l ' arguzia vittoriosa , l ' argomento convincente , lo spediente utile si presentano sempre troppo tardi , quando il momento di servirsene è passato . LA LINGUA APPROSSIMATIVA . Perché non possediamo che uno scarso materiale di lingua , noi parliamo una lingua che si potrebbe chiamare approssimativa , con la quale non esprimiamo quasi mai esattamente , ma soltanto press ' a poco , il nostro pensiero ; e perché dell ' improprietà del nostro linguaggio non abbiamo coscienza , una gran parte dei modi , che ci sono abituali , ci paiono i più propri a dire quello che pensiamo ; e solo quando vengono a nostra cognizione quelli che sarebbero propri veramente , riconosciamo che quegli altri non dicevano per l ' appunto le cose che volevamo dire . Non soltanto ; ma ricominciamo assai spesso , imparando i nuovi modi , che non erano nella nostra mente certe gradazioni d ' idee , sfumature di sentimento e particolarità di cose , che essi esprimono ; e son essi che ce ne dànno il concetto ; ciò che disse benissimo un grande scrittore , affermando che certe idee non ci vengono neppure in mente perché non abbiamo le parole con le quali potrebbero venire . Ti cito una serie d ' esempi che ti persuaderanno . Confondere . - Noi non usiamo questa parola nel significato che ha negli esempi seguenti : - Non si confonda con la politica . - Non si confonda con quel figuro . - Non si confonda a cercare codesto foglio . - Ebbene , nessuna delle espressioni che noi usiamo in quei casi in vece di confondere dice per l ' appunto la stessa cosa , perché affannarsi , tormentarsi , montarsi il capo dicon troppo , e darsi pensiero , perdere il tempo , occuparsi , impicciarsi non dicono abbastanza . Infognare . - Infognarsi in un affare , in una impresa . Con che altra parola potresti dire così efficacemente che si tratta d ' un affare , oltre che rischioso , disonorevole ? Ribruscolare . - Sono andati a ribruscolare tutte le scapataggini della sua gioventù . - Noi sogliamo dire rintracciare , rivangare . Ma ribruscolare , che significa propriamente raccogliere i minuti avanzi e bruscoli d ' ogni cosa , come esprime meglio la minuziosità , quasi la malignità diligente e paziente con la quale i nemici d ' una persona cercano il pelo nell ' ovo per iscreditarla ! Rifrustare . - È un fannullone vizioso che rifrusta tutte le bettole . - Rifrustare , che , traslato , significa ricercare in ogni parte , in ogni angolo più segreto , esprime assai meglio del frequentare o bazzicare , che noi useremmo , l ' idea del vizio infistolito e insaziabile . Riportare . - Quel ragazzo mi riporta tutto suo padre nell ' andare , nel gestire , nel parlare . - Riportare , in questo significato , dice più di rassomigliare e di ricordare , come noi diremmo ; significa : è tal quale , e presenta molto più vivamente l ' immagine . Rimaner male , nella sua indeterminatezza , esprime meglio d ' ogni altro modo generalmente usato lo stato d ' animo mal definibile di chi per un detto o un atto altrui rimane scontento , corbellato , disingannato , fra risentito e confuso . Star su . - Credi ch ' io stia sui cinquanta centesimi ? Piglia una lira e vattene . - Noi diremmo che io badi o ch ' io m ' impunti ; ma in badare non è espresso abbastanza il concetto dell ' interesse ; impuntarsi è troppo forte ; star su esprime un ' idea di mezzo tra il semplice concetto dell ' interesse e quello dell ' avarizia che lesina . Stillare . - L ' ha stillata bella ! - Nove su dieci noi diremmo l ' ha pensata o trovata . Ma stillare significa chiaramente la ricerca sottile e l ' accortezza della trovata , che pensare e trovare non esprimono . Stridere . - Bisogna striderci , per dire che di una tal cosa non ci possiamo esimere , benchè ci dispiaccia . Noi diremmo invece adattarsi , rassegnarsi o simili , che non dicono così bene il rincrescimento o il dispetto con cui c ' induciamo a fare o a sopportare quella data cosa . Storcere . - Non mi storcere le parole . - Non c ' è altro modo , di quelli che noi useremmo , che esprima con un traslato così efficace l ' interpretare malignamente le parole altrui in significato diverso dal vero . Pigliare in cattivo senso , per esempio , non dice , come la parola storcere , il proposito dell ' interpretazione cattiva , e anche sostituendo voltare a pigliare si esprimerebbe con minore evidenza lo sforzo e il mal animo . Stare in tentenna . - Tu diresti tentennare senz ' altro ; ma tentennare dice una cosa che tentenni , barcolli o stia male in piedi momentaneamente ; stare in tentenna dice la permanenza della cosa in quello stato . E così stare in tremolo . Pigliare a frullo . - Vedi se l ' idea di fermare una persona dove che sia e appena càpiti , o quella di cogliere rapidamente parole , idee , senza che altri ci pensi e per nostro giovamento , può essere espressa in altri modi con maggior proprietà ed evidenza . - Venirti a cercare a casa è tempo perso ; bisogna pigliarti a frullo . - Piglia a frullo i discorsi dei valentuomini , e poi se ne fa bello . Prendere il vecchiuccio . - D ' una persona , non è lo stesso che dire : comincia a farsi vecchio , perché significa pure l ' idea : benchè non paia , o cerchi di nasconderlo . Fare agli occhi . - Si dice di due innamorati che fanno agli occhi . Vedi se ti riesce di trovare qualsiasi altro modo che dica come questo il guardarsi a vicenda dì continuo e quasi conversare con gli sguardi , non potendolo fare liberamente a parole . Fare una smusata , una smusatura a uno . - Tu intendi quello che significa , e senti che l ' idea non è significata così determinatamente dalle parole atto villano , o di dispregio o di schifo o di fastidio , o mal garbo , né con pari sfumatura comica da fare una brutta faccia o una smorfia . Ti cito più alla lesta qualche altro esempio . Non senti che la parola amarume nella frase : - C ' è un po ' d ' amarume fra di noi , - significa qualche cosa di meno di amarezza , e non potrebbe essere sostituita per l ' appunto da nessun ' altra parola ? E nel modo : ho tutta la giornata impicciata non è espressa un ' idea che le parole occupata , impegnata non rendono esattamente , perché voglion dire un ' occupazione continua , non una serie d ' occupazioni con intervalli di tempo libero , ma troppo brevi , da poterli impiegare a qualche cos ' altro ? E dicendo un affare rassegato ( rassegare , d ' un liquido grasso che si rappiglia ) non dài l ' idea d ' un affare finito , ma più recente di quello che significherebbe finito senz ' altro , o passato o da non pensarci più ? E come s ' esprimerebbe così propriamente l ' idea d ' un tempo in cui si sia fatta una vita dura , faticosa , affannosa , come col modo : sono stati giorni , anni sudati ? E la parola strettita nel dire : aver la gola strettita dal pianto , non ti pare che abbia forza più particolarmente espressiva che la parola stretta , che fa a tanti altri casi ? E qual altra parola dice così bene ad un tempo turbato di mente , distratto , sconcertato , svogliato , impensierito , come stonato : oggi sono stonato , non capisco nulla ? E pensa un po ' se t ' occorre spesso di sentir dire : uomo di ricapito , uomo impiccioso , un po ' zolfino , scattoso , troppo entrante , un mettibocca , uno sputazucchero , tutti modi che s ' intendono alla prima , e se le parole che s ' usano di solito in luogo di quelle hanno proprio la stessa sfumatura di significato , o non dicono invece la cosa press ' a poco , come altre innumerevoli che noi spendiamo abusivamente perché non abbiamo tra mano moneta migliore ? Credo che bastino questi esempi a dimostrarti che noi parliamo davvero una lingua approssimativa , e che il liberarti da questo malanno dev ' essere uno dei tuoi primi intenti , e questo intento una delle tue prime norme nello studio della tua lingua . LA LINGUA CHE ABBREVIA . Ti do un altro consiglio , sul quale credo di dover insistere in particolar modo : di notare e d ' imprimerti bene nella mente , leggendo gli scrittori e il dizionario , tutte le parole e le locuzioni che esprimono un ' idea più brevemente di come tu sei usato ad esprimerla o a sentirla esprimere fra noi . Dirai : - Che importa una parola o una sillaba di più o di meno nell ' espressione d ' un ' idea ? - Poco - rispondo - nell ' espressione di ciascuna idea presa a parte ; ma siccome sono moltissime le cose che noi sogliamo dire con maggior numero di parole del necessario , ne segue che il nostro discorso , in generale , riuscirebbe notevolmente più breve , più sobrio e quindi più efficace , se accorciassimo tutte le espressioni del nostro pensiero che si possono accorciare . La brevità , quando non nuoce alla chiarezza , è bellezza e forza . Nel parlare come nello scrivere , c ' è fra chi è breve e chi è lungo , per rispetto all ' uditore e al lettore , la stessa differenza che fra chi paga in oro e chi paga in rame ; chè , dandoti la stessa somma , l ' uno ti lascia leggiero e l ' altro ti carica . E sai quello che dice il Leopardi : che tanto è più viva l ' attenzione e maggiore il piacere di chi legge o ascolta quanto è più rapida la successione delle cose , dei pensieri , delle immagini che lo scrittore o il parlatore gli fa passare davanti . * Per esempio ; noi usiamo esprimere col verbo diventare o fare e con un aggettivo un gran numero d ' idee che s ' esprimono benissimo con una sola parola , con un verbo intransitivo . Della maggior parte dei verbi intransitivi , specialmente parlando , non ci serviamo quasi mai , come se fossero ferri della lingua che non sappiamo maneggiare . Diciamo quasi sempre : diventar rozzo , secco , triste , selvatico , vano , grullo , asino , canaglia , tozzo , furbo , zotico , bello , brutto , caparbio , grinzoso , minchione , sospettoso , insolente , e mai , o quasi mai : arrozzire , assecchire , intristire , inselvatichire , invanire , ingrullire o ringrullire , inasinire , incanaglire , intozzire , infurbire , inzotichire , imbellire , imbruttire , incaparbire , raggrinzire , rimminchionire , insospettire , insolentire . Diciamo sempre : i capelli tagliati diventano più fitti , non affittiscono o raffittiscono ; si fa notte , si fa buio , non annotta , rabbuia ; questa tela comincia a farsi rada , non : comincia a diradare ; questo mobile non è bene accostato al muro , non : accosta bene al muro . E vedi se senti mai usare in forma intransitiva i verbi : - abbassare ( la temperatura abbassa ) , raffrescare ( verso sera raffresca ) , raddolcire ( la stagione comincia a raddolcire ) , rabbruscare , del tempo ( cominciò a rabbruscare verso notte ) , riscaldare ( appena riscalda , io vado in villa ) , rischiarare ( aspetto che rischiari per uscir di casa ) , scorciare ( le giornate cominciano a scorciare ) , alzare ( la casa alza dalle fondamenta quindici metri ) , accordare ( questa parte non accorda bene con l ' altra ) , infortire ( questo vino infortisce ) , abbozzolare ( questa farina abbozzola ) , stingere , perdere il colore ( questi panni stingono ) ? E tu diresti sempre che la carne diventa frolla non che infrollisce ; che il burro diventa rancido , non che rancidisce ; che il sangue si rappiglia , non che rappiglia ; che un tale s ' impunta , s ' incaglia nel parlare , non che impunta , che incaglia ; e che una passione si fa o diventa gagliarda , non che ingagliardisce , e che Tizio per ogni piccola cosa mette il grugno , non che ingrugna ; e non mai infreddare , ma sempre : prendere un raffreddore . Non è forse vero ? Differenze minime ; ma son queste e tant ' altre piccole abbreviature , ciascuna per sé trascurabile , che tutte insieme abbreviano e isveltiscono notevolmente il discorso . * Ti cito un ' altra serie di verbi , usati pochissimo da noi , ciascuno dei quali ci farebbe risparmiare una o più parole , e qualche volta una proposizione intera . - Con quella pipa egli m ' appuzza tutta la casa . Noi diremmo : mi riempie di puzzo . - Dopo che è cavaliere non mi degna più . Non si può esprimere altrimenti l ' idea con una sola parola . - Appena mi vide , si difilò verso di me . Noi diremmo : venne difilato . - Quel ragazzo dirazza dai suoi genitori . - Il terreno comincia a erbire . - Ho appratito ( ridotto a prato ) tutto il mio podere . - Il sole di maggio fiorisce tutta la campagna . - Gli alberi cominciano a frondeggiare . - Il prato colmeggia verso il mezzo . - Il terreno in quel punto pianeggia . - La strada in quel punto forcheggia . - Quest ' anno le biade graniscono bene . - Quell ' abito le rifà la persona , quelle tende nuove rifanno il salotto . - Non è vero che tutti questi verbi non li usiamo quasi mai nella forma e nel significato che hanno negli esempi citati , e che quasi sempre ci occorrono parecchie parole per dire quello che essi dicono ? E si può dir lo stesso dei seguenti : - entrare , senz ' altro , per entrare a parlare ( quando qualcuno gli entrava sull ' affare dell ' eredità , era un guaio ) - , cabalare , per ordire inganni - , incappellare , per prender cappello - , insignorirsi , per diventar signore - , dimoiare ( il liquefarsi della neve . Faceva un umidiccio come quando dimoia ) , - imbaulare la roba - , discoleggiare , facicchiare ( un far leggero e poco concludente : non fa , ma facicchia ) - , frivoleggiare , ghiribizzare ( che vai ghiribizzando ? ) - , giovaneggiare , labbreggiare ( recitar sotto voce ) - , legneggiare ( far legna ) - , lenteggiare ( questa corda lenteggia , non è abbastanza tesa ) - , molleggiare ( questo canape molleggia ) - , sfrottolare , sfuriare ( ora che è sfuriato , possiamo uscir noi , senza farsi pigiare ) - , riavere ( una pioggia a tempo rià la campagna ) - , riguardarsi ( usarsi dei riguardi ) - , rimpollare ( la roba in quella casa pare che ci rimpolli , che cresca a misura che si consuma ) - , rimanere , restare , senz ' altro , per rimaner maravigliato , stupito - , riparare ( il tal bottegaio non ripara , ossia : ci ha continuamente gente ) - , scampagnare ( andare o stare in campagna per ricreazione o divertimento ) - , schiassare ( fare del chiasso per divertirsi ) - , scrupoleggiare - , sbraccettare una signora , per accompagnarla a spasso , dandole il braccio - , scaponire un testardo , vincerlo in ostinazione - , scasare ( andar via da un luogo dove s ' aveva casa ) , scarognare , sfaccendare , scoronciare , spaternostrare - , scrudire l ' acqua troppo fredda - , soleggiare , esporre al sole ( bisogna soleggiare quest ' uva ) - , scuriosire , scaltrire , sneghittire , spigrire uno - , spiovere , cessar di piovere ( aspettiamo che spiova ) - , spoliticare , svecchiare : toglier via il vecchiume ( svecchiare una selva , svecchiare la lingua degli arcaismi ) - , sfondar poco , non sfondare : aver poca intelligenza ( s ' è messo a studiar le matematiche , ma non isfonda ; in quanto a talento , non isfonda ) - , tavoleggiare , trattenersi a tavola , discorrendo e centellando - , tentennare un tavolino , per veder se sta saldo . - Vedi un po ' : son certo d ' aver detto la cosa cento volte in vita mia , e d ' averla sempre detta , non con quella sola parola , ma con un ' altra , meno propria , e appunto per questo , accompagnata quasi sempre da una spiegazione . * Poichè t ' ho fatta una confessione , te ne fo dell ' altre . So bene che si dice : - una cosa non mi finisce - per : non mi sodisfa , o non mi contenta pienamente ; e non di meno , parlando , esprimo sempre quel pensiero nella seconda maniera , con nove sillabe invece di cinque . Dico : - il tal podere ha un circuito di sette chilometri - quando potrei dire con due sole sillabe : - gira sette chilometri . Potrei dire : - un salone che riquadra cento metri - , e dico : ha la superfice di cento metri quadrati . Non oso dirti quali locuzioni stentate e ridicole usai qualche volta per dire che una certa sostanza , nel ribollire , rientra o ricresce , che un dato legno , o una stufa , rende poco o molto , che il legno non bene stagionato rimbarca . Dissi per anni con una locuzione di tredici sillabe quello che si può dire in cinque : alfabetare , per esempio , le note sulla lingua . Ricordo d ' aver fatto un giorno un interminabile giro di parole per dire d ' aver trovato un tal pittore occupato a graticolare , o reticolare , o retare la tela . Non espressi mai con una parola sola l ' idea che esprime benissimo il verbo avventare negli esempi : - un colore che avventa , una ragazza che avventa a primo aspetto , ma non è bella , uno stile che avventa alla prima lettura , ma è vizioso . - E così : abbambinare una cosa che non si può portare , agghiaiare una strada , allentarsi dopo aver mangiato , arrivare una vivanda , assodare un uovo , avviare una candela , spicciolare uno scudo , calettare o non calettar bene ( d ' un uscio , per esempio , che sia bene o male aggiustato , in modo da lasciare , o no , trapelare l ' aria ) , son tutti modi che non mi vengono mai alla bocca , e in luogo dei quali uso sempre parecchie parole , che , per giunta , quasi sempre dicono meno chiaramente la cosa . E per farti ancora una confessione , aggiungo che pochi giorni fa , avendomi detto un toscano : - Gli è tutto un figurarselo ; quando sarai là non ti parrà niente - io osservai tra me che se avessi dovuto esprimere lì per lì quell ' idea , non avrei saputo dire altrimenti che : - la tua immaginazione t ' ingrandisce la cosa - ; che non è solamente più lungo , ma meno famigliare , e quasi comicamente solenne nel parlare fra amici . * V ' è un gran numero d ' altri modi abbreviativi , usatissimi in Toscana , che noi non usiamo , come : - anno , per l ' anno passato ; sabato notte , per esempio , per nella notte di sabato ; a buio ( stasera a buio sarò qui ) ; di levata ( fare una cosa di levata , ossia , appena scesi da letto ) ; fare un ' usciata , una finestrata , per isbattere l ' uscio o la finestra in faccia a uno . E vedi il significato della parola aria , che tien luogo di più parole , negli esempi : - gli volevo parlare di quell ' affare ; ma vidi che non era aria ; - oggi non è aria ; lasciatemi stare - ; e la brevità efficace dell ' espressione : - una casa a uscio e tetto - per dire una casa bassa , che ha soltanto il pian terreno ; e della parola riesci - è un riesci - per dire una cosa che imprendiamo a fare senza deliberato proposito e studio precedente , e che non sappiamo se riuscirà bene o male . E nota negli esempi : - mettere delle frutte sul cassettone per bellezza - , sapere una cosa di rimbalzo - , non verrà certo , ma se per impossibile egli venisse .... - se ti riuscirebbe d ' esprimere con eguale evidenza , non usando più di due parole , l ' idea che quei tre modi esprimono . E ora una filza di vocaboli , ciascuno dei quali ne fa risparmiare parecchi . Cimiciaio , una casa o un mobile pieno di cimici . - Birbonaio , un covo di birboni . - Ladronaia . ( Quell ' Amministrazione è diventata una ladronaia ) . - Serpaio , viperaio , un luogo pieno di serpi o di vipere . - Scannatoio , una trattoria , un albergo , dove si pelano gli avventori . E ti potrei anche citare , come vocaboli ai quali ne sostituiamo quasi sempre più d ' uno : - Frasconaia ( per traslato , ornamenti e addobbi eccessivi e senz ' ordine : d ' una sala e anche d ' una donna , che si metta troppa roba in capo ) . - Frascume ( ornamenti vani d ' opere d ' arte , e anche di stile ) . - Tritume ( soverchia quantità , varietà e minuziosità di parti o membri in opera d ' architettura , o anche di pittura ) . - Rifrittume ( lavoro composto di cose dette e ridette da molti , e anche dall ' autore stesso ) . - Grinzume , una quantità di grinze considerate insieme , o d ' un viso o d ' un vestito . - Vietume , roba vieta . E per finire con qualche cosa di fresco : fiorita di neve , un modo graziosissimo , col quale possiamo far di meno di dire : uno strato leggerissimo , o anche più lungamente : tanta neve che ricopra appena il terreno . * V ' è poi un ordine di vocaboli ( più ricco nella nostra , credo , che in ogni altra lingua ) ai quali noi sostituiamo quasi sempre una definizione , che rallenta il discorso e rende con meno immediata evidenza l ' idea . Ne feci già un cenno nella Corsa nel vocabolario . Sono vocaboli che significano l ' indole e l ' aspetto d ' una persona , certi difetti e vizi e abiti fisici e morali , e modi d ' essere , di moversi , di fare , di vivere . Te ne metto sotto gli occhi una serie , di cui la maggior parte non richiede spiegazione , e che son non di meno d ' uso rarissimo fra noi . Sono come tanti piccoli ritratti chiusi in una parola . Abbacone - Abbaione - Almanaccone - Annaspone - Badalone - Baione - Baffone - Barbuglione - Belone - Biascicone - Boccalone - Brodolone - Cabalone - Ciabattone - Ciaccione - Ciampicone - Ciarpone - Cincischione - Ciondolone - Combriccolone - Dimenticone - Dondolone - Ficcone - Fiottone - Fracassone - Frittellone - Gamberone - Gingillone - Gonfione - Gracchione - Impiccione - Lanternone - Lasagnone - Leccone - Lezzone - Machione - Massiccione - Nappone - Ninnolone - Nonnone - Pataccone - Pecorone - Pencolone - Piaccione - Picchione - Pigolone - Praticone - Perticone - Raggirone - Sbracione - Sbraitone - Sbrendolone - Scioperone - Sgomentone - Soppiattone - Spilungone - Squarcione - Tatticone - Tenerone - Tentennone - Appiccichino - Attacchino - Attizzino - Cicalino - Ficchino - Frucchino - Frustino - Galoppino - Gambino - Girandolino - Lecchino - Rabattino - Pepino - Stillino - Tritino - Ferraccio - Falcaccio - Lamaccia - Annaspo - Scricciolo - Reciticcio . Considera quanto di frequente , parlando o scrivendo , occorre di definire o di descrivere o d ' accennare di volo qualche particolarità fisica o morale d ' una persona , e comprenderai come dal fatto di non conoscere i vocaboli citati , o di non averli alla mano , o di non volerli usare per timore che altri non gl ' intenda , si sia costretti ogni momento a dir molte parole che si potrebbero risparmiare , con l ' aggiunta d ' esprimere stentatamente e male la nostra idea , e quasi sempre con minor effetto comico di quello che vorremmo ottenere . Mi sono diffuso alquanto su quest ' argomento perché nell ' arte del parlare e dello scrivere è d ' importanza primissima il precetto del poeta : - Sii breve ed arguto . - So che a me tu potresti dire : - Da che pulpiti ! - E avresti ragione . Ma non badare al mio ; bada al pulpito del Parini . DELL ' UTILITÀ DI STUDIAR LE DEFINIZIONI . Per imparare a esprimersi con brevità credo molto utile il fare uno studio attento , così negli scrittori come nei dizionari , delle definizioni ; nelle quali , oltre che la proprietà e la finezza dei termini , si suol trovare la maggior parsimonia possibile di parole , che è condizione necessaria della loro semplicità ed evidenza . Nel dizionario in special modo , consistendo le definizioni di molte cose nell ' indicazione di tutte le parti che le compongono , tu non imparerai soltanto la brevità , ma un gran numero di vocaboli ; la cui ignoranza appunto costituisce la maggior difficoltà che noi troviamo quasi sempre a definire e a descrivere un oggetto qualsiasi . Ecco , per esempio , alcune definizioni , ricavate da dizionari diversi . ARPA . - Strumento di molte corde di minugia , di figura triangolare , senza fondo ; di cui tre sono le parti principali : il corpo , la colonna e l ' arco : nel corpo , corredato d ' animella o sordina sta la risonanza dello strumento ; nell ' arco i pironi di ferro , e i semituoni cui sono raccomandate le corde ; la colonna è quel ritto che collega l ' arco ed il corpo . BATTARELLA . - Quell ' arresto , che essendo imperniato ad un ' estremità , punta con l ' altra contro il dente d ' una ruota che tende a girare in una direzione , mentre , lasciandone liberamente passare i denti , le permette di girare quando si muove per il verso contrario . INFINESTRATURA . - Foglio di carta tagliato in quadro , con vano quadro in mezzo a uso d ' un telaio di finestra , dentro a cui s ' appicca un foglio guasto nei margini . GRADINA . - Ferro piano a foggia di scarpello , alquanto più sottile del calcagnolo o dente di cane , e serve per andar lavorando con gentilezza le statue , dopo aver adoperato la subbia e il calcagnuolo . LACCIAIA . - Lunga fune a cappio scorsoio che i bútteri portan seco e che a un bisogno acciambellandola e sfilandola verso una mandria accalappiano con essa la bestia che loro piace . RIBALTA . - Piano della scrivania sul quale si scrive e che è mobile nei maschietti per poterlo alzare , abbassare e chiudere , oppure quell ' asse girevole sui pernietti che s ' adatta lungo la batteria dei lumi in un teatro . STAME . - Parte fecondante della pianta contornata dal calice o dalla corolla , o da entrambi , che è per lo più della figura d ' un filo , il quale è detto filamento , e terminato da un globo , o borsetta , che dicesi ántera , e che contiene la farina o polvere fecondante , la quale è detta pòlline . Bastano questi esempi , credo , a dimostrare quanto possa esser utile leggere attentamente le definizioni . E se te ne vuoi meglio persuadere , prova a mandarne a mente parecchie , e poi a definire di tuo qualche oggetto complesso , come per far capire e vedere che cosa sia a chi non lo conosca , e vedrai come per effetto di quel breve studio ti riuscirà più facile dare alla definizione un giro di frase agile , collegare in un nodo stretto i particolari e ottener con l ' ordine la chiarezza . Perché vi sono operazioni della mente , anche nell ' arte della parola , alle quali ci addestriamo con facilità mirabile , come a certi esercizi fisici , che ci riescono alla prima difficilissimi per il solo fatto che non li abbiamo mai tentati . IL DIZIONARIO DEI SINONIMI . Dice Beniamino Franklin che chi insegna a un giovane a farsi la barba da sé gli fa un maggior vantaggio che se gli regalasse mille lire . Ebbene , s ' io riuscissi a farti studiare il Dizionario dei sinonimi del Tommaseo , stimerei d ' averti regalato un podere : nel regno della letteratura , intendiamoci . Chi studia la lingua lo dovrebbe tener sempre sul tavolino , come un prete il Breviario , per leggerne e rileggerne qualche pagina ogni giorno , e consultarlo a ogni tratto ; perché ad imparare a scrivere e a parlare con proprietà e con esattezza , a dar contorno fermo e netto all ' espressione del proprio pensiero e a rendere di questo tutte le flessioni e le sfumature , non c ' è lavoro più utile che l ' esercitarsi a " discernere le più piccole gradazioni di significato delle parole , a adagiare l ' una voce sull ' altra , per vedere dove combacino , dove no , dove sia maggiore il rilievo , dove più delicati i contorni , e a trovar parole così sottili e così calzanti che rendano con evidenza le differenze più tenui , senza ingrossarle . " Questo lavoro fece mirabilmente su migliaia di vocaboli Niccolò Tommaseo , nel suo Dizionario pieno d ' ingegno e di dottrina , d ' arte e di vita , altrettanto dilettevole quanto profondo , e riboccante d ' ogni maniera d ' insegnamenti , non solamente filologici , ma morali , filosofici , estetici : un libro d ' oro , al quale è titolo troppo modesto quello di dizionario . Leggilo , mio giovane amico , e rileggilo a brevi tratti , pensandovi su . Non ti sarà solo un vital nutrimento allo spirito ; ma una ginnastica intellettuale che ti farà più forti , più acute , più agili tutte le facoltà della mente . Tu ci troverai espresse mille idee e facce d ' idee , sentimenti e modificazioni di sentimenti , e aspetti e proprietà e qualità intime di cose , che ora sono confuse nella tua mente e nel tuo animo , e di cui cerchi invano l ' espressione , come inseguendola tentoni nella nebbia . E imparerai a scrutare il significato d ' ogni parola come si scruta un ' anima ; a scoprire sotto ogni idea un ' altra idea , ordini interi d ' idee ; a chiarire , a distinguere , a separare una quantità di concetti e di sentimenti , che sono ora nascosti nella tua mente sotto un solo vocabolo , col quale tu li mescoli e li designi tutti insieme come un mucchio di cose uniformi . E non soltanto quella lettura " ti raddrizzerà l ' espressione di molte idee , ma le idee medesime . " Imparerai non solo ad esprimere , ma a pensare profondamente , sottilmente , nettamente . Quante parole t ' accorgerai d ' aver usate finora e udito usare dai più in un significato che non hanno , o che del loro significato vero non è che un ' ombra ! Di quant ' altre parole e frasi che ora ti vengono ogni momento sulla bocca e sotto la penna , moleste come ripetizioni obbligate , e di cui ti riesce molesta la ripetizione anche nei discorsi e negli scritti altrui , t ' avvedrai che le ripeti e che tutti le ripetono , non perché siano inevitabili , ma perché tu e gli altri le usate ad esprimere gradazioni diverse d ' un ' idea o d ' un sentimento , ciascuna delle quali dovrebb ' essere espressa in un ' altra forma , e la forma c ' è , e nessuno l ' adopera ! E come di questa benedetta lingua , che tu dici ricca , varia , delicata , potente , più per consuetudine che per coscienza , ti apparirà moltiplicata la ricchezza , più maravigliosa la varietà , più squisita la finezza , ingigantita la potenza ! Certo , ti sarà impossibile ritenere a mente tutte quelle innumerevoli e fini distinzioni fra i significati dei vocaboli ; benchè la maggior parte di esse siano spiegate con magistrale chiarezza e illustrate da esempi efficacissimi . Ma il vantaggio massimo che ricaverai da questo studio , non sarà nella tua memoria : lo riconoscerai nel sentimento della lingua raffinato , nella facoltà del discernimento acuita , nella consuetudine che avrai acquistata di cercare e ponderare il significato d ' ogni parola prima di buttarla sulla carta , di raffrontare una locuzione con l ' altra , di provarne parecchie al tuo pensiero per vestirgli quella che più gli conviene , di diffidare cautamente delle apparenze di sinonimia che di continuo ci si presentano , e da cui ci lasciamo ogni momento ingannare . Ti parrà dopo un mese di non aver cavato da quella lettura che un profitto di poco conto , o anche nullo . Ma se , dopo aver letto e pensato qualche centinaio di quelle pagine , dove lo scrittore , esercitando le facoltà più delicate della mente , affronta e vince a ogni periodo le più terribili difficoltà del linguaggio , che son quelle dell ' analisi , della distinzione , della definizione , ti proverai a scrivere sopra un argomento comune , tu esperimenterai nel raccontare , nel descrivere , nel ragionare , una facilità nuova , un senso di scioltezza , di sicurezza , di padronanza delle tue facoltà e delle tue mosse , simile a quello che prova a camminare sur una via larga , piana e libera chi sia andato un pezzo per un sentiero erto e stretto e pieno d ' inciampi , con un precipizio da lato . La tua mente si sarà addestrata a veder le varie sembianze d ' ogni idea con uno sguardo rapido e avvolgente , a penetrarvi in fondo , a passare in rassegna alla lesta i diversi modi di significarla , e a cogliere sull ' atto il migliore ; e non soltanto nel maneggio della lingua risentirai il vantaggio , e nella cresciuta attitudine ad analizzarla , e nel più forte amore che avrai per essa ; ma alla scuola dell ' autore che insieme con le parole analizza passioni , azioni , usi , costumi , caratteri , ti sarai avvezzato a meditar sopra ogni cosa , e studierai nella lingua l ' anima umana , la vita , la natura , e qualche volta dirai tu pure col maestro che ti par di sentire in questo studio il verbo di Dio . Libro preziosissimo ; leggendo il quale ti sentirai prima compreso d ' ammirazione , e poi di reverenza e di gratitudine per lo scrittore che fece della lingua della tua patria uno studio così amoroso e profondo , e per trasmetterne ai giovani la cognizione e l ' amore , un lavoro così poderoso e variamente utile e bello ; e di pagina in pagina ingrandirà davanti ai tuoi occhi e ti sarà eccitamento via via più forte e più caro a perseverar nello studio , l ' immagine del vecchio venerabile , d ' occhi cieco e divin raggio di mente . SCRUPOLINO . I sinonimi erano una delle molte afflizioni della sua vita . Lo conobbi a Firenze . Era un impiegato della Prefettura , nato e cresciuto Là dove Italia boreal diventa , già vicino alla trentina ; ma così smilzo , e sprovvisto d ' ogni onor del mento , e d ' indole così timida , che pareva ancora un adolescente . Si dilettava di letteratura , leggeva molto e non mancava d ' ingegno ; ma era affetto d ' una malattia incurabile : il terrore della lingua italiana . Aveva della difficoltà dell ' idioma gentile un concetto così smisurato , gl ' incuteva un così grande sgomento il fantasma della Grammatica , che , parlando , impuntava a ogni tratto , e balbettava come uno scolaretto agli esami , assalito da mille dubbi , turbato da mille scrupoli ; dai quali non riusciva a liberarsi né sull ' atto né poi , e se ne disperava . Anche nel crocchio degli amici soliti , ma tanto più se c ' era qualche toscano colto , o chiunque altro , che avesse reputazione di parlar bene , e non gli fosse famigliare , gli si vedeva in viso la preparazione mentale faticosa e piena d ' incertezze ch ' egli faceva d ' ogni periodo o frase che volesse dire ; e quando poi si risolveva a parlare , usava ogni specie di cautele e di formole attenuanti , come : - sto per dire , direi quasi , la parola non sarà di Crusca , mi si passi l ' espressione ; - e qualche volta arrossiva a un tratto , e restava in tronco . Con questo o con quell ' amico , poi , a quattr ' occhi , sfogava il suo dispetto contro la lingua e contro sé stesso , e gli confidava i dubbi e i timori che lo perseguitavano di continuo come un nuvolo di vespe . Si doveva dire a un uomo lei è buono o lei è buona ? Vacci o vavvi ? Credo che tu sii o che tu sia ? Lo trattò come se fosse uno sconosciuto o come se fosse stato ? Ha fatto la tal cosa di nascosto di o da o al tale ? Ho antipatia per o con o verso o contro una persona ? Come Dio benedetto s ' ha da dire ? E non serviva dirgli i modi che i " buoni parlanti " usavano , e consigliargli di fissarseli una volta per sempre nel cervello , e d ' attenersi a quelli immutabilmente ; senza di che non sarebbe guarito mai della sua malattia . Se in un libro di scrittore autorevole gli accadeva di leggere un modo diverso da quello generalmente usato ( cosa troppo facile in Italia , pur troppo ) , il dubbio gli rampollava da capo . - Questa maledetta lingua italiana - diceva - è una disperazione . Preferirei di studiare il cinese . - Ogni giorno gli saltava su un dubbio nuovo , anzi un nuovo ordine di dubbi e di scrupoli : sul fra o tra , sul lì o là , qui o qua , costì o costà ; sull ' uso degli ausiliari essere o avere con certi verbi ; sulla collocazione dei pronomi personali che non sapeva mai dove mettere , e che spesso gli restavano in mano . A volte fermava un amico per la strada , e gli domandava di punto in bianco : - Si dice : lo dissi loro o loro lo dissi ? - E quando un amico , del quale avesse stima in materia di lingua , a uno dei suoi quesiti si mostrava perplesso : - Ah ! vedi - esclamava in tono di trionfo - vedi se non ho ragione ! È una lingua terribile , terribile , terribile . Per questo suo perpetuo " scrupoleggiare " gli s ' era affibbiato il soprannome di Scrupolino , di cui non s ' aveva per male ; ma nemmeno ne rideva , perché la parola designava un ' infermità mentale , della quale egli aveva coscienza e vergogna . A furia di porre quesiti a sé stesso finiva con dubitare anche della legittimità delle parole e delle locuzioni più usuali , e in certi momenti di sconforto esclamava : - Io non so più parlare ! Io finirò col non più parlare ! Qualche volta cercavamo di persuaderlo , sul serio . - Vedi - gli si diceva - tu hai tanta difficoltà di parlare perché non parli , componi . Non devi comporre . Ti devi gettare a nuoto nel discorso , arditamente ; lasciarti andare all ' ispirazione , alla dettatura dell ' orecchio , non badando a regole , dimenticando ogni studio . Volendo esaminare e scegliere le parole , come fai , così con la fretta , per non far aspettare , e col timore di seccare chi ascolta , ti confondi , e scegli quasi sempre male , o non trovi , e resti lì , impaniato . Prova un po ' a parlare come vien viene . - Ma egli stava un po ' pensando , e poi rispondeva , scrollando il capo : - È inutile , non posso ; le parole e le regole battagliano nel mio capo come i Deputati nel Parlamento . - Ed era vero . A quando a quando si provava a parlar libero ; ma subito gli spettri dell ' Improprietà , dell ' Impurità , dell ' Idiotismo , il fantasma formidabile della Lingua Italiana gli si rizzavano dinanzi , ed egli era perduto . A poco a poco il tarlo del dubbio gli era risalito , come sempre avviene , dalla lingua alla radice del pensiero , per modo che anche lo scrivere la più semplice lettera diventava per lui un affare di Stato . Egli mi fece la confessione d ' uno di questi casi , al quale tutti gli altri rassomigliavano , e che è un esempio dell ' impotenza intellettuale a cui può condurre l ' esercizio della critica sopra sé stessi , quando non è tenuta nella giusta misura . Si trattava d ' una breve lettera di condoglianza . - Stimatissimo signore , gradisca le mie condoglianze . - No . Come si fa ad associare l ' idea del gradimento con quella d ' una sventura ? - Le mando le mie condoglianze . - Come si manda un pacco ! E poi è troppo famigliare . - Le faccio .... - Ma non è troppo materiale per l ' espressione d ' un sentimento ? E si dice faccio una condoglianza , o non confondo col modo fare un complimento , che dei due è il solo corretto ? - Riceva le mie .... - Oh bella ! Se glie le mando , bisogna ben che le riceva : è ridicolo . - Abbia , dunque .... Ma quest ' imperativo è sgarbato . E via così per tutto il resto . Sette righe gli costavano i sette dolori . E finiva sempre col ritornello : - È terribile ! - Un giorno mi venne incontro in via Calzaioli agitando un giornale , e me lo mise sotto gli occhi , dicendo : - Leggi qua . - Era una Conversazione del giovedì , nella quale Giuseppe Civinini , che per lui era il principe dei giornalisti e dei critici , diceva che la lingua italiana era una delle meno parlate e delle più difficili lingue d ' Europa . - Hai inteso ? - quasi gridò - e lo dice uno scrittore di quella forza ! Non c ' è da dar l ' anima al diavolo ? Io vorrei esser nato in Lapponia ! Uno dei più molesti argomenti di dubbio e di confusione era per lui l ' uso del lei e dell ' ella , fra cui si trovava ogni momento come tra il martello e l ' incudine . Gli dicevano : - Di ' come i fiorentini . - Ma questi scellerati - rispondeva - dicono un po ' l ' uno e un po ' l ' altro . Che regola ci si può cavare , che Dio li confonda ! - E con gente ch ' egli praticasse , tanto e tanto si lasciava andare al lei ; ma con persone a cui parlasse la prima volta , e che gli mettessero un po ' di suggezione , non c ' era verso : il lei gli veniva sulle labbra , ma se lo rimangiava , e metteva fuori l ' ella a proprio dispetto , e lo sosteneva nel discorso a prezzo di qualunque sforzo e sacrificio della naturalezza e dell ' armonia , anche facendo rider gli amici , pur di salvare la Grammatica sacra . Appunto per la gran paura di non parlar bene , gli toccò un giorno a inghiottire un boccone amaro , che gli restò sullo stomaco un pezzo . Andando insieme a Prato , ci trovammo nel vagone con un ragazzo e un giovinetto toscani , fratelli , di viso intelligente e vivo tutt ' e due ; i quali scherzavano argutamente a ogni proposito , e rammentavano spesso il babbo , che li doveva aspettare all ' arrivo . Allettato dalla loro allegrezza , l ' amico Scrupolino sentì desiderio d ' attaccar conversazione , e a un certo punto domandò cortesemente al maggiore : - E dove , se è lecito .... dove vanno ... ? Stava per dir loro ; ma m ' accorsi che non osò , e ripetè : - Dove vanno .... elleno ? I due toscanelli fini si scambiarono un ' occhiatina e un sorriso , e il maggiore , prendendo baldanza dalla timidità dell ' interrogante , rispose con malizia : - Dove andiamo noi , ci domanda ? ... A Bologna . E il mio amico , un po ' confuso : - E .... a Bologna , mi par d ' aver inteso , li aspetta il loro .... genitore ? Il giovinetto sbirciò un ' altra volta il fratello , e poi rispose con un leggerissimo sorriso burlesco : - Sì , l ' autore dei nostri giorni . Scrupolino sentì la puntura , arrossì un poco , e non aggiunse altro . Quando scendemmo dal treno , scattò : - Hai sentito quell ' impertinente ? Avrebbe meritato una lezione . È inutile . Io non dovrei più parlare italiano . Mi darei degli schiaffi , come è vero Dio . Ebbene ( e tirò un pugno nell ' aria ) non parlerò più , e ogni cosa è finita . Tu ridi ! ... Ma è terribile . Ma fatti pochi passi pensandoci fermò , e mi domandò a mezza voce , timidamente : - Ogni cosa .... è neutro o femminino ? APOLOGIA DEL PEGGIORATIVO . Eccomi qua , signorino . Sono il sor Accio , peggiorativo di professione , vecchio come il primo topo ; ma sempre sano e pien di vita come un ragazzo . Non si sgomenti della mia faccia burbera e della mia voce grossa , chè sono un buon diavolaccio in fondo , nonostante la mia reputazione di persona grossolana , e benchè di solito si pronunzi il mio nome sporgendo il labbro di sotto in atto di disprezzo . Vero è che io servo quasi sempre a esprimere sentimenti di disistima e d ' avversione , a sparlare del prossimo e a definir cose brutte e sgradite ; ma , insomma , sono utile , perché avversione e disistima sono ben sovente sentimenti onesti , e dir male di certa gente è dovere di coscienza , e sono mai tante le cose brutte e sgradite che gli uomini sono costretti a rammentare ! E appunto perché ho coscienza d ' esser utile , mi fo lecito di offrirle i miei servizi , e di farle , modestamente , una lezioncina di lingua . Perché , parlando e scrivendo , ella si serve così raramente di me ? Eppure io servo a dir molte cose , che non si possono dir bene se non per mezzo mio . Di molte idee accorcio l ' espressione ; di certi sentimenti significo io solo certe sfumature che altrimenti non si saprebbero rendere ; a molte parole do un particolare senso comico che per sé sole esse non hanno ; e a chi esprime un giusto sentimento di disprezzo o di sdegno , il mio suono stesso dà un certo qual senso di sodisfazione , che nessun ' altra parola gli darebbe , poichè è un suono largo e forte , che gli riempie la bocca e gli fa stringere i denti , non è vero ? il suono come d ' una palmata vigorosa , che pianti ben salda e ribadisca l ' idea . O perché non si serve qualche volta di me quando vuol dire , per esempio : una trista idea , una mala giornata , una mossa o un ' entrata o un ' uscita villana , una cattiva ragione , un cattivo partito , una cattiva pratica , una brutta cera o un brutto momento ? Perché , invece di usare due parole o una perifrasi , non dice invece : - Questa è un ' ideaccia - Oggi è una giornataccia - Il tale m ' ha fatto una mossaccia , un ' entrataccia , un ' uscitaccia - Codesta che tu adduci è una ragionaccia - Ha trovato marito ; ma è un partitaccio - Quel giovane si mette male ; ha delle praticacce - Il tale oggi si deve sentir male ; ha una ceraccia - Se càpita ora quel poco di buono , mi piglia in un momentaccio - ? Non esprimerebbe la sua idea con maggior brevità e con po ' più forza ? E se per dire che un tale d ' una cert ' arte , ufficio o mestiere ha una certa pratica , ma affatto materiale , senza alcun lume di scienza , o che un impertinente l ' ha messo al punto di fare uno sproposito , o che un trivialone di sua conoscenza ha mangiato come un bufalo , dormito come un ghiro e tenuto dei discorsi indecenti , ella dicesse : - Non ha che una certa praticaccia - m ' ha messo a un puntaccio - ha fatto una mangiataccia , una dormitaccia , dei discorsacci , - non direbbe la cosa più alla svelta e con più vigore d ' espressione ? E non son mica grossolano come posso parere a primo aspetto , chè nel graduare o colorire il significato delle parole ho io pure le mie industrie e le mie finezze . Fare una levataccia , per esempio , non significa soltanto : levarsi più presto del solito ; ma dice anche la violenza che si fa alla propria pigrizia , e il rincrescimento del farla . Fare una partaccia a uno non vuol dir solo fargli un rimprovero acerbo , o , famigliarmente , una lavata di testa , ma anche usare , facendogliela , aspre parole . Dicendo che uno ha un talentaccio , un ingegnaccio , si dice che ha molto talento , molto ingegno , ma in qualche lato manchevole , o poco ordinato , o non usato sempre degnamente : non si direbbe del Manzoni o del Carducci . Poveraccio ! esprime una sfumatura di compassione o di pietà , che non si può sentire od esprimere riguardo a persone che ispirano reverenza : ella può dire poverino o poveretto , ma non poveraccio , di suo padre . Nell ' espressione : un uomo fatto all ' anticaccia , v ' è una leggiera intenzione di canzonatura che non è in fatto all ' antica . E con librucciaccio ella dice un libro non soltanto meschino nella forma ( chè libruccio significa meschino nella forma più che nella sostanza ) e non solo di poco pregio nella sostanza , ma anche in questa rozzo e cattivo . E s ' ella dice che un tale fa il comodaccio suo , dice che fa il suo comodo con particolare indiscrezione e noncuranza del comodo altrui e del dovere proprio . Vede quante piccole cose , quante minute diversità e graduazioni di idee io servo a dire e determinare ! E poi , ho stampato tante parole di forte rilievo e di color vivo e gaio , a cui nessun ' altra equivale ! Veda un po ' queste . Di un lavoro duro e misero , che dia appena da vivere : - È un panaccio . - Mangiare un panaccio arrabbiato . - Non t ' immischiare con colui : è un arnesaccio , è robaccia . - S ' è preso un cosaccio d ' avvocato , che gli mangerà fin l ' ultimo soldo . - Mi tocca a far certe facciacce per cagion sua ! - S ' è presentato con un pajaccio di scarpe rotte . - O figliaccio e po ' d ' un cane ! - E veda come servo anche a dare il fatto suo a un indegno , così di sbieco , senza parere : - L ' hanno fatto cavaliere l ' altro giornaccio , o uno di questi giornacci lo faranno . - Non è una bellezza ? E non finirei più ! Ma le dico ancor questa : che servo io solo , in Toscana , senz ' essere appiccicato ad altra parola , a definire una persona : - È un ragazzo accio , ma accio bene ; è un farabutto , ma di quegli acci ; - o sono adoperato tre volte per rincarare la dose : - È un malandrinaccio .... accio , accio , accio . - E , in fine , m ' accecherà l ' orgoglio ; ma io penso che uno scrittore che non sa giovarsi del fatto mio , o che mi trascura o mi disprezza , non può essere che uno scrittore da un tanto il mazzo . E me ne scappo , perché vedo avvicinarsi un tale , un giovincello sdolcinato , con cui non me la dico , e non mi posso trovare insieme . La lascio con lui , che cercherà di rivogarle la sua mercanzia . Ma ritornerò . A rivederci a presto , e si guardi da un ' indigestione di zuccherini . APOLOGIA DEL DIMINUTIVO . Giovanettino , ti saluto . Io sono il diminutivo ... Comprendo il tuo sorriso ; ma non mo ne risento , perché sono un buon figliuolo . Da qualcuno tu avrai inteso dir corna di me , e sei mal prevenuto a mio riguardo . T ' avranno detto che sono uno sdolcinato stucchevole , che stempero le parole e snervo la lingua , empiendola di lezi femminei e di vezzi bambineschi . Ma tu non devi dar retta a costoro : gente di grossa pasta , che non mi capisce e non mi sente . Io son modesto di natura , e non per vanagloria , lo puoi credere , ti affermo che chi mi maltratta o per ignoranza o per rozzezza d ' animo , chi non ha famigliarità con le mie forme innumerevoli e le tiene in conto di vane frasche , non può saper quanto è ricca , quanto è flessibile , quant ' è dolce la lingua della sua patria . Cascano nella leziosaggine e ristuccano , non c ' è dubbio , tutti coloro che abusano di me , appiccicandomi a cinque parole su dieci , che dicono a un modo bellino e carino un fiore e un campanile , un bambino e una montagna , che non possono esprimere un ' idea senza rimpicciolirla alla misura della loro animetta , un sentimento senza indolcirlo fino alla nausea , col giulebbe che hanno nelle vene invece del sangue . Ma , usato con discernimento da chi ha intelletto e gusto fine , io compio nella lingua un ufficio nobile e utile ; io do alla parola gentilezza e grazia e soavità di suono e sapore di scherzo garbato e cento significati delicatissimi d ' affetto , di pietà , di simpatia , d ' indulgenza ; io attenuo e scuso colpe ed errori di persone care , velo infermità e deformità d ' infelici , esprimo quanto vi è di più tenero nel cuore delle madri e degli amanti , rendo tutte le più delicate gradazioni della bellezza e delle virtù gentili e dei sensi ch ' esse ispirano ; e addolcisco il rimprovero , e spunto l ' offesa , e accarezzo e compiango e conforto . E non vezzeggio alla cieca ogni cosa , come afferma chi non m ' intende o mi calunnia ; ma dico anche verità sgradite a chi in altra forma non le vorrebbe udire , e faccio atto di giustizia temperando la lode eccessiva , restringendo il concetto ingiustamente ingrandito di molte cose , mettendo un ' ombra di rampogna , quando occorre , anche nell ' espressione della pietà e dell ' affetto . Non vezzeggio soltanto ; ma definisco , distinguo , dipingo , scolpisco ed illumino . E non è la mia vanità , è la voce universale che mi chiama una bellezza e un privilegio della lingua italiana . Imita dunque la gentilezza di chi , volendo designare un piccolo infelice , di cui non sa il nome , e sentendo che nel modo il piccolo storpiato non suona la pietà , dice - lo storpiatino - , come chiama loschina una ragazza losca , e dicendo d ' un ' altra che ha la bazza , fa intendere insieme ch ' ella ha qualche cosa di grazioso , che quasi fa piacere il difetto , chiamandola : - Una bazzina . - Ecco la bazzina . - È una bazzina , bionda , piena di vita . - E dicendo d ' una giovinetta o d ' una bimba : boriosina , invece di : un po ' boriosa , farai comprender meglio che , pure avendo quel difetto , non ha animo cattivo . E se chiamerai un ' altra : beatina , dirai , come non potresti meglio , ch ' essa è devota alle pratiche del culto , ma non pinzochera , e che il sentimento religioso in lei è gentilezza . E quando vorrai dire che una donna ha un carattere alquanto astioso , tu potrai chiamarla astiosina , senz ' offenderla ; ciò che non ti riuscirebbe né premettendo un po ' all ' aggettivo , né con altra parola attenuante . Ma è l ' affetto , è il sentimento della delicatezza che suggerisce a chi parla le mie forme più gentili ; esse non si cercano , vengon via spontanee , come certe inflessioni carezzevoli della voce . Senti le mamme del popolo , in Toscana . Chiamano maggiorino il maggiore dei loro figliuoli piccoli . Dicono vergognosina una bimba timida , e magari anche un po ' selvatica . Non chiameranno un loro bimbo : spersonito o malsano , ma stentino , e per non dir gracile , diranno : - È così minutino , ma sano , - e per non dire d ' una ragazza che è di complessione delicata , diranno : gentilina ; e capacino , per modestia , d ' un ragazzino intelligente o bravo in qualunque cosa . - Ammodino , ragazzi ! - dicono spesso , invece di : ammodo , per addolcire l ' avvertimento . Tu potresti urtare il loro amor proprio dicendo che un loro figliuoletto ha già le sue malizie ; non l ' urteresti dicendo che ha le sue malizine ; che esprime l ' idea d ' un accorgimento fine meglio che quella dell ' astuzia . E così , se vorranno dirti che un loro bimbo è schifiltoso nel mangiare , te lo diranno con un ' espressione graziosissima : - È tanto boccuccia , che è capace di rifiutarmi un piatto se ci trova un bruscolo . - E dicono al pigretto che chiede una cosa : - Allunga il santo manino , e pìgliatela da te . - E quante altre espressioni graziose ti potrei citare , fatte col mio conio ! Di una piccola donna o ragazza seducente : - È una cosolina simpaticissima - Ha un ' ideina che piace - Una camera raccoltina : non è significata nel diminutivo anche la piccolezza e quasi la giocondità della camera ? E se uno ti dice : - A tastar per terra nel buio c ' è il casetto di raccattare qualche cosa di spiacevole - non senti in quel casetto un sapor comico che ti fa sorridere ? E se ti dice un altro che : - bisognerà aspettare un paietto d ' ore - , non senti in questo diminutivo l ' intenzione cortese d ' abbreviare il tempo nel tuo concetto e di esortarti ad aver pazienza ? Ma chi può noverare la varietà degli effetti ch ' io posso ottenere ? Anche l ' attenuazione del peggiorativo ! Sentirai dire nella campagna toscana , in val d ' Elsa : - Animaccina ! - che è come dar dell ' animaccia a uno e chiedergli scusa ad un tempo , riconoscendo d ' aver detto troppo . Donnaccina ! Dieci vocaboli ammontati , nota un filologo illustre , non saprebbero dire altrettanto . E di annatina che i contadini toscani dicono qualche volta per " annataccia affamata " dice lo stesso filologo che v ' è in quel diminutivo una mirabile disposizione d ' animo , la quale attenua il dolore e quasi ingentilisce il bisogno ; e si sottintende : un sentimento di rassegnazione cristiana , per cui si vuol dire la cosa senza lagnarsi , per timor di Dio , che l ' ha mandata . Che potrei fare di più , mondo birbetta ? Sarai dunque persuaso , carino mio , che non è mia colpa se molti seccano il prossimo e mi fanno prendere in uggia con gl ' ini , con gli etti , e con gli ucci ; che è soltanto l ' abuso e il mal uso che mi rendono indigesto ; che il vizio non è in me , ma in chi mi violenta e mi snatura . E lascia ch ' io batta ancora su questo chiodo , facendoti considerare , per esempio , che se è proprio e grazioso il dire d ' un ragazzo : ravviatino , ravversatino , ricciutino , fa venire il latte ai gomiti l ' udirlo dire d ' un uomo tanto fatto ; che se è gentile il dire che una bimba è tutta pensierini per la sua mamma , è sdolcinato davvero il dir lo stesso d ' un padre per la sua figliuola ; e che è ridicolo il dire d ' un barbuto impiegato postale , cortese col pubblico , che ha una manierina amabilissima , e che stonerebbe un ufficiale con la sciabola in pugno , che gridasse ai suoi soldati , chiamandoli alle file : - Fate prestino ! Giovati dunque di me , giovinetto , e dirai molte cose propriamente e con garbo e con arguzia ; ma non mi chiamare in ballo troppo spesso , e , sopra tutto , non m ' usare che quando calzo appunto al sentimento e all ' idea . Perché io sono nella lingua come il sorriso sul volto umano . Che c ' è di più gradevole d ' un sorriso gentile ? Ma chi sorride a tutti , ogni momento e a qualunque proposito , è uno smanceroso che viene a noia . E qui fo punto . Parto per un viaggio di propaganda nell ' Italia nordica ; ma ritornerò ogni tantino nel paese tuo , dove mi pare d ' esser tenuto anche in minor conto che altrove . Ricordati di me , e fa ' spallucce ai tangheri che mi vorrebbero bandire dalla lingua : fratelli nati di quei padroni di casa villani , che in casa loro non vogliono né bambini né fiori . LA LINGUA FAMIGLIARE . Ho ricevuto in questi giorni .... Non è vero ; non ho ricevuto niente . Perché fare una delle solite finzioni letterarie , che non ingannano nessuno ? Ho scritto io a me medesimo , in nome d ' una signora immaginaria , la lettera seguente , e confesso che l ' ho scritta perché mi faceva comodo , come riconoscerai dalla mia risposta , per la quale ti domando , in cambio della mia sincerità , un po ' d ' attenzione . Al Signor tal dei tali , M ' hanno detto ch ' Ella sta scrivendo un libro sul modo di studiar la lingua italiana . Mi permetta di rivolgerle una preghiera . Ella ebbe un giorno la cortesia di farmi una lode , la quale , spogliata del complimento dove era chiusa , voleva dire che delle signore di sua conoscenza non ero io quella che parlasse peggio . Ebbene , poichè io mostro buone disposizioni , m ' aiuti un poco . Veda il caso mio . Ho un ' amica toscana , che è come una mia sorella . Quando parlo italiano con l ' altre mie amiche subalpine , son sodisfatta di me , dal più al meno ; ma da ogni conversazione con quella esco malcontenta del fatto mio , e anche un po ' umiliata . Mi dirà che la cosa è naturalissima . Ma badi : non è ch ' io m ' accorga , parlando con quella signora , di mancar di parole e di frasi per esprimere il mio pensiero ; chè , per esempio , quando tutt ' e due parliamo d ' arte o di letteratura con altri , non avverto quasi differenza fra me e lei , fuorchè nella pronunzia . La differenza grande che ferisce il mio amor proprio è quella ch ' io riconosco quando discorriamo a quattr ' occhi liberamente , di cose comuni o intime , scherzando e facendoci confidenze a vicenda . Io sento , allora , che non riesco a dare al mio discorso il colore di famigliarità , la vivezza , e , non so come dire altrimenti , la libera giocondità che è nel suo ; e non capisco bene perché non ci riesca . Forse me lo saprà dir lei , e se mi facesse questo favore , gliene sarei grata , e se della risposta che darà a me facesse un capitolo per il suo libro , credo che renderebbe un servizio anche ad altri . Mi perdoni .... È inutile far la chiusa a una lettera apocrifa , che è un semplice pretesto per far la RISPOSTA . Stimatissima Signora Subalpina , Quello che segue a lei con la sua amica , segue a me coi miei amici toscani . La nostra inferiorità nel parlar famigliare non sta che in minima parte nel giro diverso che si dà all ' espressione del pensiero e nella minor ricchezza di vocaboli che noi possediamo ; perché in questo non può esser grande la differenza fra un toscano e uno di noi , che abbia studiato la lingua ; nella conversazione ordinaria in ispecie , la quale s ' aggira quasi sempre sugli stessi argomenti , non molti , né molto vari . Consiste principalmente la loro superiorità in un gran numero di modi , non assolutamente necessari , ma propri più che altro del linguaggio parlato , comunissimi fra di loro , e da noi non conosciuti o non usati ; che son quelli appunto che dànno al discorso quel colore di famigliarità , quella vivezza , quella libera giocondità , alla quale ella accenna . Le citerò una serie di questi modi , attenendomi nella scelta alla mia esperienza , voglio dire a quelli ch ' io sento spessissimo dai miei amici toscani , e che non uso mai , o quasi mai , né parlando con loro , né con altri , non perché non li sappia , ma perché ho più alla mano altri modi , di significato equivalente , ma meno famigliari e meno vivi , meno genuinamente italiani . Essi sogliono dire , per esempio , e io non dico : - Niente niente ch ' io parli , mi dà subito sulla voce . - Di nulla nulla borbotta per un ' ora . - Punto punto ch ' egli tardasse , non arrivava a tempo . - Mi promise di non dir nulla ; ma sotto sotto andò a dire .... - Alto alto mi toccò di quell ' affare . - A andar bene bene , ci guadagnerà cento lire . - A andarmi male male , mi cacceranno di casa . - Tanto tanto sarà costretto a dir di sì . - Tant ' è fermarsi qui che in un ' altra parte . - Quella pietra non è molto grande ; ma per il suo tanto , è bella assai . - Una rendituccia pur che sia , tanto quant ' è nulla . - Non mi piace più che tanto . - Sciocco quanto ce n ' entra . - Non lo guardo quant ' è lungo . - Tutt ' a un tratto , per la strada , me lo trovai quanto di qui a lì .... Vedo che scrolla il capo . Capisco . Forse ella non si ricorda d ' aver mai inteso dalla sua amica nessuno di quei modi . Ma proseguiamo . Può essere che le abbia inteso dire quest ' altri , che né lei né io non usiamo : - Scambio di far questo , faccia quest ' altro . - Quest ' accorciatura del vestito non basta ; l ' accorcerei dell ' altro . - Gli dissi , perché non mi stèsse a seccar altro .... - Al vedere , non par che sia molto pentito . - A come si mette la cosa , non c ' è molto da sperare . - A sprofondare ( questo la sua amica non lo dirà , ma i miei toscani lo dicono ) , a farla grossa , a fare i conti grassi , è grassa se si guadagna le spese del viaggio . - Come si fa a vedere un pezzo di giovine a quel modo a chieder l ' elemosina ? - Quando avete fatto bene , egli è il miglior medico della giornata . - Oh , c ' è che fare ! ( ci vuol ancora molto tempo ) . - Voglio ( riconosco , ammetto ) che sia un lavoro difficile ; ma egli va troppo per le lunghe . - Fa delle grandi promesse ; ma voltati in là , non si ricorda di nulla . - Gran poco giudizio che tu sei a confonderti col tal dei tali ! - Quando si dice ! - È un gran dire ch ' io non possa liberarmi da quel seccatore . - So di molto io , m ' importa di molto ! - Non me ne importa il gran nulla , il bellissimo nulla . - All ' ultimo degli ultimi , al tempo dei tempi , al peggio dei peggi , in caso dei casi . - Non sarebbe mica delle peggio andare a fare una gita a Superga . - Non è dell ' erba d ' oggi ( d ' una persona non più giovane ) . - Non è più d ' oggi né di ieri . - Siamo a tocco e non tocco . - Sono stato tutto il giorno col pover ' a me .... - O cavaci un numero , via ! ( Quando ci stizziamo di non capir di che umore uno sia ) .... Credo ch ' ella cominci a trovarsi d ' accordo con me . Ma andiamo innanzi . Scommetterei che la sua amica dice qualche volta , e che lei non dice , com ' io non dico mai : - Un bambino che mai il più bello . - Una ragazza bella che mai . - Si vogliono un bene che mai . - I danari li ha bell ' e bene , ma non li vuol spendere . - Non ci si discorre ( non si può parlare con quella tal persona ) . - Qui che cosa ci dice ? ( Che cosa c ' è scritto in questo punto ? ) - Ce lo divezzerò io ( lo divezzerò io dal far questo o quell ' altro ) . - Vuol fare una bella nevata . - È capace che piova . - Quando il tempo è fatto bene , ha tempo a piovere ! - Levandomi da letto , la prima cosa prendo il caffè . - S ' è montato il capo di diventare un gran che . - Non me lo posso levare di torno . - È lui , luissimo . - L ' hai veduto mai ? Maissimo . - E " perdoni " qui , e " mi scusi là " non fa altro che far cerimonie dalla mattina alla sera . - E gonfia gonfia , non ci potei più stare . - Neanche questo non lo dirà una signora ; ma lo cito come un modo tipico d ' altri molti famigliarissimi , che i toscani usano , e noi no ; donde il nostro italiano meno famigliare del loro . Usano essi ancora nel parlar famigliare un gran numero di modi che si potrebbero chiamar duplici o geminati ; nei quali l ' espressione dell ' idea è ripetuta con un vocabolo sinonimo o affine o antitetico , sia per ribadire l ' idea stessa , sia per far un contrapposto che le dia maggiore evidenza , sia per tondeggiare la locuzione , che suoni meglio all ' orecchio , o , come si direbbe elegantemente , per cura del numero . E questi modi servono moltissimo a dar colore di famigliarità al discorso , quando non si confonda il famigliare col volgare ; chè parecchi di essi cadono nella volgarità , o ci dànno accanto , e non li avrà certo uditi mai dalla sua amica . - Cito alla rinfusa : - Essere d ' accordo bene e meglio . - Essere un paio e una coppia . - Essere d ' un pelo e d ' una buccia , d ' un pelo e d ' una lana . - Fare una cosa spesso e volentieri . - Non aver né garbo né grazia . - Non aver modo né maniera . - Averne da dare e da serbare . - Non far né uno né due . - Non aver né colpa né peccato . - Far calze e scarpe d ' una cosa . - Esser fiori e baccelli con uno . - Non voler né tenere né scorticare . - Non dar né in tinche né in ceci . - Costare il cuore e gli occhi . - Mandar via uno segnato e benedetto . - Non saper né grado né grazia . - Una ne fa e una ne ficca . - Di politica non ne vuol sentire né cotto né bruciaticcio . - Non l ' ho più visto né cotto né crudo . - È lui in petto e persona . - È una lingua che taglia e cuce , che taglia e fende , che taglia e fora . - Dàgli e picchia , dàgli e tocca , dàgli e martella . - In fine e in fatti . - Né così né cosà . - Non fa né ficca . - Non cresce né crepa . ( Mi perdoni , signora ) . E mi par che basti per un saggio . Tutti questi modi , e quelli citati più sopra ( di cui molti appartengono a tutti i dialetti , alcuni tali e quali , altri in forma poco dissimile ) corrispondono per l ' appunto nella lingua a certi gesti , atteggiamenti , sorrisi e inflessioni di voce , che noi usiamo soltanto con persone domestiche , nei quali consiste particolarmente quello che si chiama modo , contegno , tratto famigliare . Certo , non sta in questo soltanto la superiorità che hanno su noi i toscani nella conversazione ordinaria : sta in molt ' altre cose che non è qui il luogo d ' accennare ; ma nel caso suo , signora , mi par che l ' altre cose ci abbiano che fare assai meno di quella che mi sono ingegnato di dimostrarle . Si tratta d ' una parte della lingua che noi non sappiamo , o possediamo male , non avendola imparata nelle scuole , dove si bada più che altro alla lingua letteraria ; ma che è forse più necessaria , o più utile di questa , perché sono le persone famigliari , gli amici intimi quelli coi quali abbiamo più occasione e bisogno , nel corso della vita , di parlare e anche di scrivere , e di trattare di più varie cose , e più liberamente , e penetrando più addentro alle cose stesse . E ora , signora mia .... Ma la signora ha fatto l ' ufficio suo , e la possiamo accomiatare con una reverenza . LA LINGUA FACETA . Questa tu devi studiare in particolar modo se sei di natura tagliato al faceto , ossia inclinato a osservare e a rappresentare ad altri il lato ridicolo delle cose , e a esprimere molti dei tuoi pensieri , anche non lepidi in sé , in forma scherzosa ; poichè per noi , che non abbiamo imparato la lingua dalla balia , non c ' è cosa più difficile che scherzare con garbo e ottener con la parola l ' effetto del riso . Perché sia difficile lo spiega con grande evidenza il Leopardi nei Pensieri che furono pubblicati dopo la sua morte ; nei quali troverai un tesoro d ' osservazioni acutissime sulla lingua italiana . Egli dice che il ridicolo ( per quanto si riferisce al linguaggio , non alla sostanza ) " nasce da quella tal composizione di voci , da quell ' equivoco , da quella tale allusione , da quel giocolino di parole , da quella tal parola appunto , di maniera che se sostituite una parola in cambio d ' un ' altra , il ridicolo svanisce " . Ora , per questa ragione appunto noi otteniamo difficilmente il nostro intento nei discorsi faceti che facciamo in italiano : perché ci manca la maggior parte di quelle parole e locuzioni , dalle quali nasce il ridicolo , e quasi sempre usiamo in luogo di quelle gli stessi modi che useremmo per dire sul serio le cose che diciamo per far ridere . * È una verità che non occorre di dimostrare . L ' avrai osservata molte volte tu stesso nei discorsi tuoi e in quelli degli altri . Tu devi sentire alla prima qual maggior effetto comico si possa ottenere in certi casi dicendo invece di " tremar dal freddo " : - batter la diana o pigliar le pispole ; invece di " dar poco da mangiare a uno " : tenergli alta la madia ; invece di " ridurgli il vitto " : alzargli la mangiatoia ; invece di " non ha la testa a segno " : gli va male l ' oriolo ; invece di " picchiare , dar lo busse a uno " : pettinarlo , rosolarlo , tamburarlo , fargli una tamburata , dargli le croste o le paghe o le briscole . - E senti che più facilmente farai ridere se invece di " scappare , indebitarsi , dire l ' opposto di quello che s ' è detto , far le occorrenze sue , tirar calci , andar tutto d ' un pezzo e impettito " dirai : - spronar le scarpe , inchiodarsi , rivoltar la frittata , far gli offici di sotto , lavorar di pedate , aver mangiato la minestra o lo stufato di fusi . - E non c ' è bisogno di farti notare che diversità d ' effetto comico corra fra le espressioni : un abito che " si comincia a scucire " e che comincia a fischiare ; fra " abito lungo e largo o logoro o scarso o mal fatto " e palandrana , biracchio , paraguai , saltamindosso ; fra " brodo allungato " e brodo di carrucola , fra " cattiva minestra " e sbroscia o basoffia , fra " miseria " e trucia , " paura " e battisoffia , " cattivo quadro " e cerotto ; " persona acciaccosa e di malumore " e deposito : - Andiamo a far visita a quel deposito del signor Gaudenzio ! - Molte di queste parole e locuzioni sono ridicole per sé medesime , e bastano da sé in molti casi a destar l ' ilarità , dove non gioverebbe a destarla un particolare o un ' osservazione arguta aggiunta alla frase o alla descrizione e all ' aneddoto . * Per dimostrarti quant ' è ricca in questo campo la nostra lingua , ti cito ancora una serie di modi d ' uso comune in Toscana , che noi non usiamo se non raramente ; di alcuni dei quali è evidente il significato ; e d ' una parte degli altri lascerò che cerchi il significato tu stesso , perché ti resti meglio impresso nella memoria . - Affogare nel cappello , nelle scarpe , nel soprabito - Aver roba in corpo o in manica - Aver paglia in becco - Avere il baco ( con qualcuno ; avercela , senza dimostrarlo , o volerlo dimostrare ) - Avere i bachi ( essere inquieto o di malumore ) - Aver famiglia in capo - Aver la fregola ( di fare una cosa ) - Aver messo il tetto - Alzare i mazzi - Andare , darsi ai cani - Andare in dolcitudine - Attaccare il lucignolo - Bastonare la messa ( dirla in furia ) , una cosa qualunque ( abborracciarla e venderla a vil prezzo ) - Batter la solfa - Battere il trentuno - Campare con uno stecco unto - Dar le pere - Dare fune o spago - Dare una lunga a uno ( intrattenerlo , senza spedirlo ) - Dare un ' untatina - Dar nelle girelle o nelle girandole - Essere al lumicino , al moccolino , al moccoletto - Essere uno spianto ( una rovina : quell ' affare è stato un vero spianto per il tale ) - Essere in pernecche - Fare un bollo ( vuol prender moglie quello spiantato ? Farebbe un bel bollo ! ) - Far polvere ( sollevare scompigli : non faccia tanta polvere : abbia un po ' più di prudenza ) - Fare una buca ( un cassiere nella cassa ) - Fare un passio ( una cosa lunga di cosa che dovrebbe esser breve ) - Far baciabasso ( per umiliazione , per adulazione , sottomettersi ) - Girare a uno la cuccuma , la còccola , il boccino - Grattar gli orecchi - Levar le repliche - Mangiare a macca - Macinarsi il patrimonio - Mettere in purgo ( una notizia non sicura ) - Non mondar nespole ( S ' egli lavora , l ' altro non monda nespole ) - Pagar con le gomita - Piantare un melo - Piantare un porro - Prendere al bacchio ( alla cieca , alla ventura ) - Prender pelo - Prendere una lùcia , una briaca , una bertuccia - Ridursi all ' accattolica - Spianare il gobbo , le costure - Scuotere la polvere - Sonarla a uno - Sonare a mattana - Sbarbare ( Non riuscire in una cosa : s ' è messo a tradurre Orazio ; ma non ce la sbarba ) - Tagliare le calze - Venir le cascaggini ( d ' una cosa che ci annoia : mi fa venir le cascaggini ) . E soltanto per esprimere facetamente l ' idea del mangiare con avidità , o molto , o soverchio : diluviare , digrumare , dipanare , scuffiare , sgranocchiare , dimenare le ganasce , ungere , sbattere , far ballare il dente , far ballare il mento , ingubbiarsi , rimpippiarsi , rimbuzzarsi , spolverare , dar ripiego a quant ' è in tavola , mangiare a scoppiacorpo , macinare a due palmenti , mangiar con l ' imbuto , divorare a quattro ganasce . E fermiamoci qui , per non fare un ' indigestione . * Certo che le parole non hanno per tutti la stessa faccia . Molte che hanno effetto comico per alcuni , per altri non l ' hanno , e questo non è soltanto delle parole di tal genere , ma , in generale , di tutte ; e deriva dall ' aver ciascuno un suo particolare sentimento della lingua , che è la ragione per cui della lingua stessa ciascuno tende ad appropriarsi certe forme a preferenza d ' altre , o ad usarle in un significato più o men lievemente diverso da quello in che altri le usano . Ma il senso comico delle parole , in special modo , è un senso che si affina grandemente con l ' osservazione , coi raffronti , e via via che , avanzando con gli anni , si scoprono negli uomini , e nelle cose , nuove e più intime sorgenti di ridicolo ; e quand ' è affinato , dà nello studio della lingua mille diletti . Sono ben lontano dal credermi in questo più fine di Caio o di Tizio ; e non di meno , m ' accade di ridere o sorridere di molte parole , ogni volta che le leggo o le sento , come di certe forme e di certi atteggiamenti del viso umano , versi buffi o mosse allegre o burattinesche . Per esempio : - Briachite - Briachella ( uno che piglia spesso piccole sbornie ) . - Non è briaco : ha soltanto un po ' d ' accollo ( l ' inclinazione del collo come sotto un peso ) - Sbiobbo ( d ' uno rachitinoso e con gran bazza ) - Musceppia ( bambina o ragazzetta saputella ) - Patìto ( l ' innamorato ) - Pateracchio ( per conclusione spiccia , specialmente di matrimonio : si videro , si piacquero e fecero subito il pateracchio ) - Un tient ' a mente ( uno scapaccione ) - Stanga , stangato ( per bulletta , un uomo in bulletta ) - Pispilloria ( discorso a carico di qualcuno , o lungo e noioso ) - Scarpata ( pedata ) - Ciucata ( cavalcata con gli asini ) - Cacheroso ( svenevole ) - Bacherozzolo ( per bambino ) - Frittura ( di molti bambini ) - Sguerguente ( uno che fa atti strani o sgarbati ) - Squarquoio ( di vecchio cascante ) - Rubapianete ( ladro di chiesa ) - Spulcialetti - Squarciavento - Spiantamondi - Strizzalimoni - Picchiapetto - Frustamattoni - Sottaniere - Religionaio - Miracolaio - Pretaio ( uno che bazzica preti ) - Mogliaio ( che non esce mai d ' attorno a sua moglie ) - Fantajo ( dilettante d ' ancelle , direbbe la signora Piesospinto ) ; e di verbi non cito che pissipissare , indragonire , rinfichisecchire , insatanassare , sfanfanare ( struggersi d ' amore ) , cicisbeare , matrimoniarsi , rivogare .... Giusto , mi vengono in mente due versi di Neri Tanfucio : Povera truppa , quanti serviziali T ' ho visto rivoga ' nel deretano ! * Ho citato quasi tutti modi dell ' uso vivo toscano . Ma il linguaggio del ridicolo non può essere circoscritto dall ' uso , perché a chi scherza e vuol far ridere tutto è lecito , pur che rimanga nei confini più vasti della lingua . Nascendo anche il ridicolo da contrasti e dissonanze tra la parola e l ' idea , da parole usate in senso insolito , inaspettate , strane o anche fuor d ' ogni proposito ragionevole , e dalla stessa affettazione o pedanteria voluta del vocabolo o della frase , ne segue che qualsiasi modo vieto o tronfio o poetico o arcaico , il quale , usato sul serio , stonerebbe intollerabilmente , e farebbe ridere alle spese di chi lo dice , ottiene invece l ' effetto che si propone chi scherza , ed è quindi legittimo se a quest ' effetto è adoperato opportunamente e con garbo . È come di certi gesti e impostature e alterazioni del viso e dell ' accento , che riescono leziosi , sconvenienti e anche odiosi quando in una persona sono abituali e inconsapevoli o affettazioni di dignità e d ' eleganza ; ma che all ' opposto riescono piacevoli quando son fatti con l ' intenzione di far ridere , contraffacendo qualcuno , per esempio . Gli esempi sono così frequenti negli scrittori , che non mette conto di citarne ; e sono frequentissimi anche nelle conversazioni della gente colta . Noi tutti abbiamo conosciuto o conosciamo certi belli umori che hanno la consuetudine di rallegrar la gente dicendo cose comunissime o lepide con parole gravi e lambiccate e in stile magniloquente . Io ebbi un amico , professore di lettere , il quale faceva sbellicar dalle risa gli amici raccontando aneddoti faceti , e parlando anche delle cose più ovvie con parole e giri di frase del Decamerone , ch ' egli sapeva quasi a memoria . Seriamente diceva d ' esser rimasto in una trattoria attirato dalla piacevolezza del beveraggio ; descriveva un desinare suntuoso a cui era stato invitato , con grandissimo e bello e riposato ordine servito , dove lui , vago di vini solenni , aveva trovato il fatto suo bevendo del Caluso e del Barolo in certi graziosi bicchieri , che d ' ariento pareano ; e chiamava un avvocato : armario di ragione civile , e una ragazza afflitta da pene amorose : - sventurata in amadore ; e diceva d ' un farabutto : - Testimonianze false con sommo diletto dice , chiesto e non richiesto - , e a un amico incontrato per la strada : - Dammi un fiammifero , se tu hai in te alcuna favilluzza di gentilezza ; e : - Grazie , cuore del corpo mio ! - e adoperava il con ciò sia cosa che con tanto garbo , e qualche volta così all ' impensata , e con un così forte contrasto col significato e con l ' intonazione del discorso , che strappava risate da mandarsi a male . Non trascurare dunque , leggendo gli scrittori e i dizionari , neppure quella parte della lingua che è fuori d ' uso , perché certe voci e locuzioni muffite , che tu quasi ributti dalla tua mente , ti possono servire in certi casi a dare un vivo effetto comico a uno scherzo , il quale altrimenti riuscirebbe sciapito , a far ridere con un gioco di parole semplicissimo , con una sola parola , con un nonnulla . Nulla nella lingua è disprezzabile , tutto può giovare . La lingua giocosa è infinita come le sorgenti del riso . PER VARIARE IL PROPRIO VOCABOLARIO . Più di trent ' anni fa , in un tempo che sfornavo prosa a gran furia , un mio amico un fermò una mattina per la strada , e con un viso grave , che a tutta prima mi fece temere una cattiva notizia , mi disse : - Ho letto il tuo ultimo articolo . Dimmi un po ' : quando intendi di finirla col tuo in un battibaleno ? La prima volta che scriverai invece : in un momento , in un attimo , in un lampo , o anche semplicemente in un baleno , t ' inviterò a desinare . Aveva ragione . C ' era anche nel mio ultimo articolo quel maledetto battibaleno , che avevo cacciato non so quante volte in altri miei scritti , senz ' avvedermi della ripetizione , e che doveva esser venuto a noia , oltre che al mio amico , a molt ' altri . Tutti gli scrittori hanno certi modi dei quali fanno un uso indiscreto , come gli attori drammatici di certe intonazioni di voce . Non parlo di quelle parole ( per lo più verbi e aggettivi ) ch ' essi usano frequentemente per necessità , perché sono la espressione di qualche cosa che è nell ' indole del loro ingegno e del loro animo . Parlo di quei modi che non esprimono alcun sentimento o maniera particolare di veder le cose , e che son ripetuti quasi inconsciamente , senza bisogno , per forza di consuetudine , in luogo d ' altri modi , i quali direbbero lo stesso per l ' appunto . I più degli scrittori non n ' hanno soltanto uno o due , ma parecchi , e alcuni un buon numero ; e non solo gli scrittori , ma quasi tutti , parlando , n ' hanno più o meno . Sono parole che s ' attaccano alla lingua , come vizi di pronunzia , e ci restano attaccati per tutta la vita . C ' è , per esempio , chi dice e scrive fin che campa : - Quindici giorni , tre anni , due ore or sono - , e mai , neanche una volta per isbaglio : - quindici giorni , tre anni , due ore fa . - C ' è chi ha preso il vezzo di dire : - Avere il tarlo con uno - per averci odio , ira , rancore , e questo tarlo gli vien fuori infallibilmente tutte le volte che ha da esprimere quell ' idea , foss ' anche dieci volte il giorno e migliaia l ' anno . Altri s ' è avvezzato a dir tratto tratto , e lo dice in ogni caso , invece di ogni tanto , ogni poco , di quando in quando , a quando a quando ; e spesso impropriamente , perché d ' uno , per esempio , che faccia una tal cosa ogni due o tre mesi , non è proprio il dire che la fa tratto tratto , che significa intervalli di tempo più brevi . Perché quasi sempre accade questo : che chi sposa , come suol dirsi , una data locuzione , finisce con adoperarla ad esprimere non solo l ' idea alla quale essa è propria , ma tutte le idee affini a quella , e ch ' essa non esprime che a un incirca . Ma non è questo il solo inconveniente del mal vezzo . La ripetizione oziosa e abituale di certe voci e locuzioni toglie loro in molti casi gran parte dell ' efficacia , e tutta quanta , di solito , nei discorsi faceti , perché da chi legge o ascolta esse sono presentite e aspettate come ritornelli ; oltrechè riescono sgradevoli , come affettazioni , anche le più naturali e semplici , parendo che chi scrive o parla le metta innanzi così ogni momento perché le tenga in conto di fiori rari e di pietre preziose ; e aggiungi che , dicendo sempre certe cose con gli stessi vocaboli , è quasi impossibile evitar rime , cacofonie , iati , asprezze , com ' è impossibile a chi parla o scrive in una lingua straniera , in cui non conosca che un modo unico di significare ciascuna idea . Ora , via via che andrai innanzi nell ' uso della lingua , a te pure s ' incolleranno alle labbra certi modi di dire , e ci resteranno , se non vincerai la pigrizia intellettuale , che è in tutti la cagione prima di questa specie di servitù parziale del pensiero alla parola ; se , voglio dire , ogni volta che avrai da esprimere quella data idea , non farai uno sforzo per cacciar via l ' espressione tirannica , e trovare qualche altro modo egualmente proprio , o più proprio , di esprimerla . E non basterà che tu faccia questo : tu dovrai preservarti dal vizio cercando continuamente , nello studio che fai della lingua , d ' arricchire , di variare , di rinfrescare il tuo vocabolario . Perché , per esempio , dovrai dire eternamente d ' ora in poi , quando puoi dire di qui avanti , di qui innanzi , d ' ora in avanti , d ' ora avanti , di qui in là ? Perpetuamente un via vai invece di un va e vieni , un andirivieni , un andare e venire ? Sempre : non ne indovina una , invece di : non ne infila , non ne azzecca , non ne becca , non ne incarta una ? E improvvisamente o all ' improvviso in luogo di : di punto in bianco , di secco in secco , di stianto , a un tratto , tutt ' a un tratto ? E alla bella prima o a tutta prima invece di : di primo tratto , di primo lancio , di primo colpo , di primo acchito ? E da solo a solo in luogo di testa testa , a faccia a faccia , a quattr ' occhi ; e alla rinfusa invece di alla mescolata o all ' arruffata , e stare in contegno o in contegni invece di stare in aria , star sulle sue , stare in sussiego , stare sul grave , e sulle cerimonie in cambio di : sulle convenienze e sui convenevoli ? E così quel tal signore del tarlo potrebbe in molti casi esprimere diversamente e con maggior proprietà la sua idea , dicendo : averla amara , avere il sangue guasto , avere il baco , esser nero con uno . E un altro , che invece del tarlo ha la mosca , e la fa volare a ogni proposito , potrebbe dire spesso e meglio , invece di saltar la mosca al naso : montar la luna , montare in bestia , saltare in collera , saltare il grillo , pigliare i cocci , prender cappello , andar nei nuvoli , alzare i mazzi ; o almen qualche volta , se della mosca vuol serbar qualche cosa , sostituirvi la mostarda . E un signore di mia conoscenza , che ha sempre la ramanzina in bocca , potrebbe variar la nota con : fare o dare un rabbuffo , una risciacquata , una lavata di testa , una ripassata , una sbarbazzata , un ' intemerata , una parrucca , un tu per tu , una polpetta , un trippone . E un mio amico intimissimo , che per molt ' anni seccò il prossimo col bighellonare , avrebbe potuto molte volte sostituire al prediletto gioiello : girandolare , gironzolare , girondolare , girellare , girottolare , vagare , vagolare , vagabondare , vagabondeggiare , zonzare , andare a zonzo , in ronda , in volta , in giro , gironi . E il signore medesimo , che confessa le sue male abitudini per sua mortificazione , dovrebbe lasciare un po ' riposare il suo bisticciarsi , ricordandosi che si può dir più a proposito in molti casi : pigliarsi a picca , piccheggiarsi , gattigliarsi , pizzicarsi , stare a ribecco , stare punta a punta , stare a tu per tu , essere agli occhi . E .... fermami , ti prego , o non la finisco . Arricchisci dunque , ti ripeto , varia , rinfresca continuamente il tuo linguaggio . Tu avrai osservato quanto sono attraenti nel parlare il dialetto anche persone ignoranti che , non per istudio che n ' abbian fatto , ma per privilegio di natura possedono e usano molte più parole e frasi che la maggior parte del popolo ; com ' è vivo , colorito , scintillante , spesso comico il loro discorso , e con che piacere li stanno tutti a sentire , anche gente colta . Ma per acquistar questa dote non basta acquistare e fissarsi nella mente parole e locuzioni ; bisogna esercitarsi a adoperarle , come faceva il Leopardi in quei suoi Pensieri già citati , ch ' egli metteva sulla carta giorno per giorno , senza pensare che sarebbero stati mai pubblicati . Manca a quando a quando in quelle pagine quella sobrietà rigorosa che si ammira in tutte le altre sue prose : egli ripete il suo pensiero in vari modi , l ' uno dopo l ' altro , infilando sinonimi e frasi equivalenti , come passando in rassegna tutte le maniere possibili d ' esprimere quel pensiero ; ed è evidente che scriveva quei periodi per premunirsi dal vizio della ripetizione di certe forme nelle scritture che destinava alla stampa . Quest ' esercizio paziente faceva egli pure da giovane , ed era già un grande maestro . IL PESCATORE DI PERLE . Ecco un personaggio che variava davvero il suo vocabolario ; ma lo variava in maniera che non si faceva più intendere . Il che ( sia detto a sua scusa ) non era sempre un gran danno per chi l ' ascoltava . Questo pescatore di perle era un fabbricante di pillole , panciuto e brizzolato , d ' aspetto e di modi signorili ; col quale strinsi relazione in una trattoria , ch ' egli frequentava da anni , e dov ' io desinavo ogni giorno con parecchi amici , dilettanti di letteratura . Era uno di quei cultori solitari della lingua , per i quali questo studio non è che un ' occupazione piacevole dei ritagli di tempo , senz ' alcun fine letterario , e quel po ' d ' ambizione che ci mettono non va oltre il cerchio degli amici , con cui fanno sfoggio innocente della loro filologia . Ma uno studioso della lingua propriamente non era : era un appuntatore di parole scompagnate da ogni frase o pensiero , che nel suo concetto avevano un valore per sé , anche non servendo a nulla : raccoglieva parole come altri raccoglie insetti curiosi o francobolli rari . La sentenza del Tommaseo , che ogni modo è tanto più accetto quanto più è comune , e che il più comune , in fatto di lingua , come in tante altre cose , è quasi sempre il più bello , era proprio il rovescio del gusto e della norma che guidavan lui nel suo lavoro di spigolatura ; ciò che si può dire di molti , anche al dì d ' ancoi , come dice Dante . Egli non s ' innamorava che della parola peregrina , rimota dall ' uso , e quanto più dall ' uso era rimota , tanto più gli pareva bella e pregevole , e per il solo fatto che non fosse mai stata udita e che riuscisse incomprensibile , egli pensava che dovesse dare un gran piacere a chi l ' udiva e fargli ammirare chi la sapeva . Da anni andava facendo questa raccolta di perle false ; credo che le notasse in un registro ; n ' aveva alla mano un gran numero , e gli pareva di possedere il tesoro di Montecristo . Cosa singolare : il suo linguaggio era generalmente scevro d ' ogni affettazione , il suo frasario semplicissimo : solo di tanto in tanto buttava là all ' improvviso una di quelle parole straordinarie e difficili , che facevano spalancare gli occhi e la bocca alla compagnia . Si sottintende che , per poter fare questa mostra di calìe linguistiche , doveva parlar sempre italiano . E , in fatti , aveva smesso con tutti il vernacolo , giustificandosi col dire che ogni buon cittadino avrebbe dovuto far lo stesso , per amor di patria , perché la lingua diventasse l ' unico linguaggio degl ' italiani . Ma se tutti gl ' italiani avessero parlato come lui , si sarebbe parlato nel nostro paese la più matta e burlesca lingua del mondo . Non le ricordo tutte , peccato ! Ma le più belle mi son rimaste . Per esempio , non chiamava mai " mal di capo " l ' incomodo a cui andava soggetto ; ma cefalalgia , e non " limonata purgativa " volgarmente , il rimedio col quale la curava ; ma limonata catartica . Si faceva radere un giorno sì e un giorno no , e questo chiamava sempre : farsi radere epicraticamente ; ma sul serio , intendiamoci ; senza un barlume di sorriso che mostrasse la coscienza di dire una parola strana . E a proposito di barba , si faceva fare un solo radimento , e quando il rasoio non tagliava , diceva al barbiere : - Questo rasoio non è radevole . - E poi : non " ingarbugliare " gli affari e i conti , ma garabullare ; scarabillare la chitarra ; frucandolare , per frugacchiare ; avvocatarsi , per prender la laurea d ' avvocato ; avvocato parlantiere , per chiacchierone ; dinanzare uno per la strada , per passargli davanti , e mal camminabile una strada disagevole . Diceva d ' aver visto un ubbriaco che squinciava per la piazza , ossia , che andava ora per un verso ora per un altro ; e ogni momento , discutendo : - Ma codesta non è una ragione , è uno ziribiglio ( arzigògolo ) - ; e rifiutando da bere : - Grazie , ho bevuto abbastanza ; non sono bibace . Comico quanto le parole era il modo come le diceva , con certa intonazione e aria di trascuranza , quasi di sbadataggine , che si riconoscevano finte nell ' atto stesso , dallo sguardo furtivo ch ' egli girava sugli uditori , per veder l ' impressione che quegli ori di lingua facevano . E n ' aveva di due qualità : le parole ultra peregrine , per lo più inintelligibili , ch ' egli pescava nei libri , non letti da lui che con questo scopo , e non pregiati se non in ragione della pesca rara che ci poteva fare ; e le parole comuni , delle quali usava costantemente la variante antica . Sempre diceva diputato per deputato , cileste per celeste , maledicenza , malevoglienza , insapiente , inreprensibile , fabuloso . Queste piccole violazioni dell ' uso comune gli parevano una cosa nobilissima . Ne ricordo dell ' altre anche più graziose , ch ' egli prediligeva , come : ghiribizzamento , dimenticamento , pretensionoso . - Non fumo che dopo desinare , - diceva - ; mai nelle ore mattutinali : mi darebbe degli archeggiamenti di stomaco . - E dava una sbirciata circolare all ' uditorio . Giorno per giorno andava arricchendo il suo vocabolario di qualche rarità . Noi riconoscevamo quelle di recente acquisto dal giro forzato ch ' egli dava al discorso per far venire il punto opportuno di metterle fuori . Qualche volta inventava anche espressamente dei fatti . Nessuno gli credeva , per esempio , quando egli raccontava che gli era cascato uno specchio dalla parete : era un ' invenzione per poter dire che , prima d ' appenderlo , avrebbe dovuto dimergolare il chiodo , per assicurarsi che fosse ben piantato . E come affaticava l ' immaginazione , si vedeva , per trovare il pretesto di chiamare gentildonnaio ( corteggiatore di signore dell ' aristocrazia ) un avventore della sua farmacia , e per venir a dire che aveva rincincignato e lacerato una lettera insolente , e che il portinaio di casa sua , che s ' era ubbriacato la domenica , aveva rinfonfillato la sbornia il lunedì ! Questa ci confessò poi che l ' aveva intesa da un operaio senese ch ' era andato da lui a comperare dell ' ammoniaca ; e fu un caso notevole perché , neanche a domandarglielo , non diceva mai dove avesse raccattato questo o quel diamante della sua favella . Come il Conte di Montecristo , delle sorgenti della sua ricchezza egli faceva un mistero . Perché aveva molti più anni di noi , non osavamo dargli la baia , se non con certa discrezione . Ma spesso mettevamo in dubbio l ' italianità dei suoi vocaboli . - È proprio sicuro che questa sia una parola di buona lingua ? - Non glielo domandavamo per altro che per ispassarci della gravità con cui rispondeva : - Sì , ha degli esempi autorevoli . - E credo che , veramente , non ne dicesse una che non potesse in qualche modo giustificare . Ma , come disse un linguista insigne , gli scrittori italiani che fanno testo son tanti , tanto diversi d ' età , di patria , tanto disuguali di gusto e di senno , che non c ' è stranezza in materia di lingua , la quale con la loro autorità non si possa difendere . Un giorno provammo noi a parlare a modo suo per veder se capiva la satira . Stavamo seduti fuori della trattoria . Il tempo si metteva a brutto . Cominciò uno a dire : - Il cielo s ' annubila . Un altro : - Lampaneggia . - Senti che aria umidosa ! Vuol venire un ' acquazione . - Già pioviniggia . Non diede segno d ' intender lo scherzo ; ma se l ' intese , non se n ' ebbe per male . Ci parve che facesse un atto di riflessione per imprimersi nella mente quelle parole insolite . Poi , guardando per aria : - Se piove - disse - non può durare . Il vento è a tramontana . Rim - bel - tem - pirà . Insomma , l ' ebbe vinta lui , perché non avevamo in pronto altri vocaboli per continuare la celia . Ma una sera fece una brutta figura , che gli avrebbe dovuto insegnare come non fosse senza pericoli la pesca delle parole stupefacenti . S ' era avvicinata al nostro crocchio la padrona della trattoria , una signora attempatotta , sempre tutta ripicchiata , che si dava grandi arie di nobildonna , affettando una grande castigatezza nel parlare con gli avventori ; dai quali non tollerava la minima licenza di linguaggio . Si discorreva prosaicamente di certi cibi di facile o di difficile digestione . A un certo punto il pescatore di perle disse con molta gravità : - Noi digeriamo un cibo tanto più facilmente quanto più lo ... Un altro avrebbe detto semplicemente : quanto più lo desideriamo , o ne abbiamo voglia . Egli volle dire una parola " rimota dall ' uso " . E anche questa sarebbe passata come tante altre , se egli non avesse intoppato in una difficoltà di pronunzia . Ma intoppò dopo le prime due sillabe , e pronunciò le tre ultime dopo una pausa , in modo che ne formò un verbo a parte , non dicibile in presenza d ' una signora . Ci fu impossibile trattener la risata che ci venne su dai precordi , e ne seguì un piccolo scandalo . La signora credette ch ' egli avesse voluto dire uno scherzo , che sarebbe stato davvero sconvenientissimo ; lo fulminò d ' un ' occhiata , e se n ' andò a passi tragici ; e il povero " pescatore di perle " che era un uomo gentile , in fondo , e pieno d ' amor proprio , restò annichilito . La parola , pur troppo , era la prima persona plurale dell ' indicativo presente del verbo concupiscere , registrato dalla Crusca , con parecchi esempi di scrittori sacri . È ERRORE ? NON È ERRORE ? Queste due domande da quasi mezzo secolo mi suonano così spesso nella mente e all ' orecchio che oramai mi paiono di quelle Voci della natura o delle cose che parlano nei cori fantastici dei poemi . E tu pure , nel corso dei tuoi studi di lingua , e per tutta la vita , rivolgerai migliaia di volte a te stesso quelle domande , e migliaia di volte le rivolgerai ad altri , e altri le rivolgeranno a te ; e nella più parte dei casi rimarrete incerti della risposta . - Ecco il gran malanno della lingua italiana - dicon molti . E sarà davvero , per varie ragioni , un malanno più grave nella nostra che nelle altre lingue ; ma non è proprio esclusivamente della nostra : è un poco di tutte . Un illustre scrittore francese , per esempio , ha detto argutamente che non c ' è cosa più difficile del trovare tre francesi colti , i quali siano d ' accordo nel dire che un loro concittadino parla e scrive correttamente il francese . E pure si considera questa come una delle lingue viventi che hanno maggior fissità e sono più uniformemente parlate nella loro patria . Discorriamo dunque del " gran malanno " . Ma bisogna ch ' io mi rifaccia un po ' di lontano . Leggi , ti prego , la lettera seguente , che fu scritta da un bravo signore a un suo nipote , per indurlo a presentarsi al direttore d ' una Banca , a chiedergli riparazione d ' un torto che gli avevan fatto nella sua estimazione . Nota che lo scrittore della lettera è un uomo che fece i suoi bravi corsi classici , ed è giustamente stimato una persona colta , a cui sta bene la penna in mano . Mi domanderai come c ' entrino gli affari della Banca nella quistione degli errori di lingua . C ' entrano bene e meglio , lo vedrai , se avrai la pazienza di leggere . Caro nipote , Mi stupisce quello che mi scrivi d ' aver inteso dire del signor B . Fu indubbiamente qualche male intenzionato che te lo volle mettere in trista luce , e mi domando con qual fine possa averlo fatto . Sono menzogne che rivoltano . Ignorante ? Orgoglioso ? Mancante di tatto ? Nulla di tutto ciò è vero . Te ne posso star garante , poichè ho l ' onore di conoscerlo da tempo ; a meno ch ' egli sia mutato di bianco in nero da un mese a questa parte . Non è soltanto , incontestabilmente , un uomo di merito , abilissimo nel suo ufficio , appassionato degli studi finanziari , e che gode della massima considerazione presso tutto il personale della Banca ; ma anche uomo d ' animo elevato , di cuore sensibile , e in fatto di cortesia , gentiluomo senza eccezione ; tanto che è amato , più che beneviso , da quanti l ' avvicinano . Mai non conobbi personaggio alto locato più abbordabile ; chiunque gli può parlare ; anche gente del basso popolo è ricevuta da lui alla prima . Che vada soggetto ad accessi di malumore , che si lasci trasportar qualche volta dalla passione , ne convengo ; ma non è detto che alla vivacità del temperamento non possa andar congiunta la delicatezza ; e in ogni caso , basta a disarmarlo una buona parola . Deciditi dunque ; presèntati a lui senza imbarazzo ; raccontagli l ' accaduto ; mettilo al fatto d ' ogni circostanza , senza far nomi ; osservagli che fosti tu il provocato , che ti si fece un tiro inqualificabile , tentando d ' intaccare il tuo onore , per sbalzarti da una posizione che per te è quistione di pane , e mettere al tuo posto peggio che una nullità , un birbaccione spudorato , cointeressato coi tuoi peggiori nemici . Non ti preoccupare dell ' esito : vedrai che prenderà interessamento al caso tuo e che non ti toccherà una delusione . Io gli scrivo oggi stesso , d ' altronde , per metterlo prima al corrente della cosa , o per porre i punti sugl ' i , caso che già la sapesse . Ti prevengo , peraltro , che non devi pensare di raggiungere il tuo scopo con adulazioni e maniere insinuanti , le quali con lui non fanno effetto di sorta ; chè non è di quegli uomini che per vanità transigono con la propria coscienza ; e come non si lascia toccare dalle lusinghe , non si lascia imporre dalle minacce . Ma siccome è ragionevole e onesto , nulla di più facile che persuaderlo e cattivarselo dicendogli alla spiccia la verità e aprendogli con effusione il proprio cuore . Se credi che ti possa essere una facilitazione , t ' accludo una mia carta di visita per presentartigli . Abbi la compiacenza d ' accusarmi subito ricevuta di questa lettera . Non ho bisogno di dirti che per quest ' affare o per altro , nella mia pochezza , sono sempre a tua disposizione . In attesa d ' una risposta , ti mando una stretta di mano , e tienmi per la vita il tuo affezionatissimo zio TAL DEI TALI . È una lettera , riconoscerai , che a novantanove su cento italiani colti parrebbe non scritta male . Ebbene : tra francesismi , neologismi , solecismi , parole e locuzioni non puramente italiane , o per ragioni diverse riprovate dai purissimi , contiene la bellezza di 78 - dico settantotto - errori grossi e piccoli . Su parecchi di questi i purissimi non cadono d ' accordo : chi li bolla come errori , chi no . Ma il professore Pataracchi starebbe fermo sul 78 , o al più concederebbe che alcuni veri errori non sono ; ma mende , nèi , parole brutte , metafore strane , leziosaggini ; insomma , modi da sfuggirsi . Ed ecco presso a poco in qual forma concerebbe , alla lesta , il povero zio . - Mi stupisce . No , " Stupisco " : Stupire è intransitivo . - Indubbiamente , per " indubitatamente " non ha corso legale . - Intenzionato . Brutta voce , da non usare . - Mettere in trista luce . Una metaforaccia da buttarsi via . - Io mi domando . Falso : " domandare " e " dire " non s ' usano a modo di riflessivi . - Menzogne che rivoltano . " Rivoltare " riferito a cose morali , è improprio . - Mancante di tatto , nulla di tutto ciò , ho l ' onore di ( invece di " mi onoro " ) , un mazzo di francesismi . - Da tempo ( senza dir da quanto ) e star garante ( per star mallevadore ) , da bollare . - A meno che ( per " eccetto che " ) , barbaro . - Da un mese a questa parte . Che parte ? Che c ' entra la parte ? Un fregaccio . - Uomo di merito . Merito , usato in questa forma indeterminata , sta male . - Incontestabilmente per " incontrastabilmente " , abilissimo per " valentissimo " , massima per " grandissima " , personale per " gl ' impiegati " , da rimandarsi in Gallia . - Appassionato degli studi , improprio . - Considerazione per " stima " , brutta metafora . - Animo elevato , francese , e sensibile , nel senso che qui gli si dà , francesissimo . Improprio in fatto di cortesia per " in materia di " o " rispetto a " . È brutto e strano modo senza eccezione per " assolutamente " e lezioso beneviso per " ben veduto " e metaforaccia sgarbata e materiale alto locato . - Un brutto paio di francesismi avvicinare una persona per " avvicinarsi a lei " e abbordabile per " degnevole " o " accostevole " . - Chiunque per " ciascuno che " quando serve a un costrutto sospeso , riprovevole . - Riprovevole basso popolo , che non s ' usa che in senso spregiativo . - Francese accessi di malumore per " moti , impeti " , francese lasciarsi trasportare da una passione per " lasciarsi sopraffare " , francese ne convengo per " lo riconosco " . - Un frego su insieme al , invece di " insieme con " che è errore ; su delicatezza per " gentilezza " , su disarmare per " far cadere la collera " . - Deciditi per " risolviti " via ! - Senza imbarazzo ? alla spazzatura ! Imbarazzo non vuol dire che " gravezza di stomaco " . - L ' accaduto ! Ma accaduto non è sostantivo , è participio . - Mettere al fatto , per " far sapere ? " , mai al mondo . - Brutto circostanza per " particolare " . Foggiato sul francese far nomi . Francese inqualificabile per " indegno " . Osservagli per " fagli osservare o notare " , sproposito . Intaccar l ' onore , altro sproposito . Posizione per " impiego " , di vil conio francese , e così è quistione di pane e una nullità per " si tratta di pane " e " uomo da nulla " . E bollo spudorato per " impudente " " e cointeressato , che è del gergo mercantesco , e delusione per " disinganno " , che non è parola italiana , e interessamento , che è voce ostrogotica , e preoccuparsi per " darsi pensiero " che è uno svarione , e mettere al corrente , che è mal detto invece di " in corrente " od " a giorno " . Un altro mucchietto di scorie francesi : d ' altronde , mettere i punti sugl ' i , ti prevengo per " ti avviso " , far effetto per " commovere , colpire " . Sgarbatissimo raggiungere lo scopo per " ottenerlo " : lo scopo non corre . - Improprio insinuante per " lusinghevole " . - Abbominevole transigere con la coscienza per " patteggiare " . - Ignobile mozzicone di frase imporre per " soverchiare " . E non fanno effetto di sorta ! Che ci sta a fare quel sorta ? E siccome per " poichè " qual uomo onesto lo può usare ? E toccare per " commovere " con che faccia si può scrivere ? E fare una cosa con effusione ? Effusione di che ? - È un altro francesismo nulla di più facile , ed è contennendo alla spiccia per " alla lesta " e non di buona lingua facilitazione per " agevolezza " . - Ti accludo . Oibò ! " Ti includo " Carta di visita . Eh , via ! " Biglietto di visita " . - Abbi la compiacenza . Che roba e ? Si dice : " Cortesia , gentilezza " . - Ricevuta non si dice che per danaro : " ricevimento " . - E bellino il francesismo non ho bisogno di dirti per " non occorre , non importa ch ' io ti dica " ! E quest ' altro : sono a tua disposizione per " ai tuoi comandi " ! E pochezza per " insufficienza " è voce non solo brutta , ma falsa . E in attesa è un fiore del gergaccio burocratico . E non è un bel modo una stretta di mano come si direbbe una " stretta d ' occhi o di spalle " . Ed ecco il razzo finale : Tienmi per la vita ! Perché vuol che lo tengano per la vita ? Ha paura di cascare ? * Hai visto che po ' po ' di roba . E i modi bollati nella lettera di quel disgraziato zio non sono che una parte minuscola del numero grandissimo che il professor Pataracchi e altri come lui bollerebbero . Sfoglia i dizionari dei francesismi , i vocabolari dei modi errati , i lessici della corrotta italianità , e altri simili : ci troverai riprovate , per ragioni diverse , un ' infinità ( ma no , anche infinità è un francesismo ) , dirò : innumerevoli parole e locuzioni , che si senton dire continuamente da persone colte d ' ogni parte d ' Italia , ( non esclusa la Toscana ) , e che si trovano a ogni tratto anche in libri di scrittori , i quali hanno tutt ' altro che reputazione di barbari . Tu m ' interrompi per dirmi : - Ebbene ? Tante grazie . È una bella notizia per incoraggiarmi a studiare l ' italiano . C ' è da darsi al diavolo . Posso dire come Scrupolino , che val meglio studiare il cinese . - Ma no ; non per iscoraggiarti dico quello che dico ; ma per preservarti da ogni scoraggiamento che ti potesse cogliere andando innanzi nello studio . Voglio dire che se darai retta a tutto quello che dicono i vagliatori e distillatori e lavandai della lingua , che non hanno altro da fare , e ' ti faranno il capo , ti faranno , grosso come un cocomero di Prato ; che se , fin da principio , ti vorrai proporre di parlare e di scrivere un italiano assolutamente immacolato , nel modo che lo vorrebbero i Pataracchi , dovrai darti tal cura e durar tanta fatica , che a questo solo si ridurranno i tuoi studi , che starai fermo invece di procedere , e non farai che difenderti in luogo di conquistare . Né t ' incoraggio a barbareggiare con questo , che Dio mi liberi ; poichè moltissimi dei modi d ' uso corrente , che i puristi condannano , sono di fatto erronei o barbari o brutti , e devi imparare a conoscerli per non usarli , e per conoscerli è bene che tu legga i libri citati , dove sono raccolti . Ma questo lavoro di ripulimento della lingua tu devi farlo a poco a poco , tranquillamente , come un esercizio igienico ; non con la furia di mondarti d ' ogni impurità tutt ' a un tratto , come molti fanno , che è un mettersi a un ' impresa disperata . E devi considerare che molti di quei modi sono inevitabili , che che se ne dica , e che dalla lingua italiana non s ' estirperanno più , per quanto si faccia ; e che sull ' erroneità di molti altri non concordano neppure i linguisti più severi ; e che questi stessi linguisti severissimi , quando non scrivono o non parlano di lingua , si lasciano scappare dalla bocca o dalla penna una buona parte delle parole e delle locuzioni a cui nei loro codici dànno lo sfratto . Va ' dunque franco . Non ti costerà gran fatica lo scansare prima di tutto i francesismi , che si riconoscono alla brutta faccia . Tu non hai bisogno di ricorrere ai dizionari per sapere che sono francesismi sformati circostanziare , debuttare , decampare , defezionare , dettagliare , dilazionare , formalizzare , negligentare , rivoluzionare , terrorizzare , e altri errori simili , che suonano nella lingua italiana come le stecche false nel canto . E non ti lascerai scappare dalla penna né " declinare il proprio nome " , né " demolire una reputazione " , né " fare delle amabilità " , né " colmare di attenzioni " ; e non dirai che in una casa c ' è tutto il confortabile , per dire che c ' è ogni comodità e ogni agio ; né che sei andato a Genova o a Milano in una data epoca ; né che un dato scrittore la importa per bellezza di stile sopra un altro ; né tanti altri modi dello stesso genere , nei quali è evidente il conio straniero falsificato , e che pure si dànno giornalmente e si accettano come moneta di zecca italiana . Bada per ora che non cadano nella tua lingua le grosse immondizie , e spazza via quelle che ci sono . Poi , avvezzandoti a far pulizia nella casa , diventerai a poco a poco in quel lavoro sempre più accurato e meticoloso , fino a volerla tersa e lucente come uno specchio . Ora devi provveder soprattutto ad ammobiliarla , a mettervi tutto quello che è necessario e utile , e a darle un aspetto generale decoroso , senza star dietro a tutte le minuzie e cercar la perfezione in ogni nonnulla . Che cos ' è questo vocìo ? Viene innanzi una folla . Mi par di riconoscervi qualcuno . Senti che gridano essi stessi chi sono , l ' un dopo l ' altro . Abbonamento - Abitudine - Accattonaggio - Aggiotaggio - Affarismo - Affarista - Ballottaggio - Canotto - Canottiere - Carriera ( per professione ) - Colpo di stato - Comitato - Crisi ministeriale - Decorazione ( per insegna cavalieresca ) - Dimostrazione popolare - Esplosione - Esposizione - Evoluzione storica - Favoritismo - Giornalismo - Genio ( per uomo di genio ) - L ' insieme ( per " il tutto " ) - Influenza ( per influsso ) - Interpellanza - Iniziativa - Manovra - Marcia - Mozione - Panico ( per timor panico ) - Pensione ( per retta o dozzina ) - Personale d ' un ' amministrazione - Pompa ( da incendi ) - Proclama - Proiettile - Progetto - Protezionismo - Reazione - Solidarietà - Uomo di spirito - Specialista - Spionaggio - Successo - Insuccesso - Interesse , interessante , interessare - Naturalizzare - Materializzare - Sorvegliare - Speculare - Subire - Sensibile - Suscettibile - Indispensabile - Normale - Anormale - Obbligatorio - Refrattario - Seducente - I prodotti dell ' industria - Le produzioni teatrali - I torbidi di Vattelapesca - Abbasso i tiranni ! ... Ci vorrebbe altro a sentirli tutti . Ma ora gridano tutti insieme . Sentiamoli . " Noi siamo francesismi , barbarismi , sconce parole , tutto quello che volete . Ma arrestate il nostro corso , se vi riesce , signori Pataracchi e compagnia . Abbiamo preso l ' aire e non c ' è più freno per tenerci , disse un dei pochi di voi , che hanno vista lunga e senso di discrezione . Avete avuto un bel gridare e scaraventarci addosso tòrsoli e sassi e tenderci funi a traverso la strada : noi siamo andati oltre , e ci siamo sparsi da per tutto ; cacciati dalle porte , siamo rientrati per le finestre ; dalle bocche dei mal parlanti siamo passati a quelle di chi parla meglio ; abbiamo invaso i giornali , i trattati , le leggi , le cattedre , il Parlamento , i vocabolari , le Accademie ; e ci siamo e ci resteremo . Abbasso i Pataracchi ! " LE PAROLE NUOVE . ( Pareri d ' un senatore , d ' un filologo , d ' una signora , d ' un ingegnere industriale e d ' un bello spirito ) . * Per parole nuove intendo principalmente quelle che noi prendiamo a prestito da lingue straniere per designare nuove cose ( come istituzioni , invenzioni , usanze ) , per le quali non abbiamo nella nostra lingua parole proprie , perché son cose che non ebbero origine , ma furono introdotte da paesi stranieri nel nostro . Come di altre parole e locuzioni si domanda : - È errore ? Non è errore ? - di queste si suol domandare : - Si può o non si può dire ? O che parola italiana vi si potrebbe sostituire ? - A questo riguardo , invece di stenderti un lungo elenco di vocaboli , e di ripeterti ( chè altro non potrei fare ) le discussioni che si fecero e si fanno sulla convenienza d ' accettarne alcuni e di rifiutarne altri , e sui vocaboli italiani che potrebbero far le veci dei rifiutati , credo più opportuno il riferirti certi pareri che mi furon dati intorno all ' argomento da persone di dottrina e di buon senso , alcuni molti anni fa , altri di recente ; dai quali tu potrai dedurre una norma generale da seguire , parlando e scrivendo . UN SENATORE . - Come ho da fare , signor Senatore ? - domandai a un dotto toscano , scrittore elegantissimo ( ahimè ! son più di trent ' anni , e il valentuomo è morto da un pezzo ) . - Come si può conciliare la necessità d ' usar le parole nuove col dovere di non offendere la purità della lingua ? Rivedo il buon sorriso arguto con cui mi rispose : - La purità della lingua ? Ma nessuna lingua è pura , e non deve , né può essere . Non potrebbe esser pura che la lingua d ' un popolo , il quale non avesse commercio né di cose né d ' idee con alcun altro popolo , non solo , ma che , non mutando in nulla mai né le idee né le cose proprie , ossia , non pensando e non progredendo , non avesse mai bisogno di variare e d ' arricchire il proprio linguaggio ; che sarebbe perciò un linguaggio morto , e morto il popolo stesso . Nessuna lingua è ricca abbastanza da poter designare in termini che già possegga tutti gli oggetti e i concetti nuovi che porta con sé il progresso universale di ogni forma del lavoro umano : deve quindi ogni lingua accettare e produrre continuamente nuovi termini . La maggior parte di questi , a chi vorrebbe la lingua immobile , paiono voci impure , che la deturpino e la snaturino . Ma le cause dell ' alterazione della lingua essendo inevitabili e necessarie , è così illogico e impossibile il respingere le nuove parole per amor della purità linguistica , come sarebbe il respingere le cose e le idee per conservare immutato il modo di vivere e di pensare della propria nazione . Sono i barbarismi superflui e le parole nostre storpiate o usate in senso improprio e i traslati e i costrutti ripugnanti all ' indole della lingua nazionale , quelli che la offendono e la imbastardiscono : non le parole straniere di cui non si può fare di meno . Si può dire che macchiassero la purità della lingua i primi italiani che nominavano coi termini ora in uso tutte le nuove armi inventate dopo la scoperta della polvere ? E quelli che chiamavano coi loro nomi d ' origine tutti i concetti e le istituzioni che ci vennero dalla rivoluzione francese , e che fra noi hanno conservato quei nomi , non più discussi ora , e quasi neppur più riconosciuti come stranieri ? E quelli che usavano per i primi le parole telegrafo , piroscafo , dagherrotipo , fotografia , e cento altre simili ? Non si dia dunque pensiero per questo riguardo , perché non offenderà la purità della lingua usando le parole nuove , e necessarie , più che non ne offenda l ' armonia pronunziando o scrivendo i nomi di personaggi storici o d ' amici suoi francesi , inglesi o tedeschi , che le occorra di rammentare nei suoi discorsi o nei suoi scritti . UN FILOLOGO . Questi esordì bruscamente : - Anche lei ! Ma non c ' è che il nostro paese dove la letteratura abbia tanto tempo da perdere . Che bisogno ha di pareri in una quistione di semplicissimo buon senso ? Sulle parole straniere assolutamente necessarie per designar nuove cose , non c ' è da discutere : bisogna usarle ; e non è nemmeno il caso di dire : bisogna : s ' usano , le usan tutti , e la quistione è risolta . Il dubbio può cadere su tutte quelle voci e locuzioni nuove che servono ad esprimere nuovi aspetti di cose , nuove relazioni fra di esse , modificazioni nuove d ' idee e di sentimenti , nuovi ordini di idee , principalmente in politica , in arte , in filosofia ; e intendo la filosofia che è materia delle conversazioni comuni . In questo campo , come ha detto un maestro , ci sono in ogni lingua , in qualunque momento considerata , parole e frasi straniere messe in prova , delle quali alcune rimarranno , altre saranno sostituite da altre , che l ' uso formerà e farà prevalere alle prime ; parole nazionali di cui si va mutando il significato ; processi di differenziazione , per dirla coi matematici , che si vanno compiendo , ma che non sono interamente compiuti . Ora , rispetto all ' uso di questo materiale mobile della lingua , ciascuna nazione fa come una moltitudine in cammino ; nella quale c ' è chi si spinge alla testa della colonna , chi rimane alla coda e chi si tiene nel mezzo . Lei , come scrittore , non ha da andare né tra i primi né tra gli ultimi ; ma deve camminare fra gli uni e gli altri . Il criterio della scelta lo ha da ricavare dall ' uso . Delle parole nuove usi quelle che s ' usano generalmente e che generalmente sono capite . Fra due parole che s ' usino , una straniera e una italiana , con non determinata prevalenza di questa o di quella , ma tutt ' e due egualmente intese dai più , si tenga all ' italiana . E in tutti i casi in cui la parola italiana , che alcuni vorrebbero sostituire all ' esotica , non è capìta dai più , non c ' è da tentennare : poichè si parla e si scrive per farsi capire dai più , usi l ' esotica , e non si dia altro pensiero . Fuor di questa norma , che anche un ragazzo troverebbe da sé , non si fanno che vanissime ciance . UNA SIGNORA . Era una signora toscana , coltissima , che avrebbe potuto presedere un ' Accademia , e non aveva ombra di pedanteria . - Io non le posso dire - rispose - che quello che lei certamente pensa . Si ricorda i versi del Giusti a proposito della parola diligenza ? Il cambio delle voci Fra gente e gente , come l ' ombra al corpo , Tien dietro al cambio delle cose umane ; Né straniero vocabolo corrompe L ' intrinseca virtù d ' una favella Quando lo stile riman paesano . Se lei parla e scrive in buon italiano , una lingua tutta italiana di sostanza , d ' impasto e di colore , nessuno dirà che parla o che scrive male per il fatto che a quando a quando usi una parola non italiana per dire una cosa che nella nostra lingua non ha ancora la parola che la esprima . So bene che ad alcune delle parole straniere già divulgate c ' è chi propone di sostituire altre parole nostre , e che , se queste calzano , e se hanno da prevalere , ciò che è desiderabile , bisogna pure che qualcuno le cominci a usare . Ma in questo io m ' attengo a una regola che mi è suggerita da un sentimento più forte di quello della lingua . Delle parole italiane che si vorrebbero sostituire alle straniere ce n ' è che si posson dire senza che ne scapiti la naturalezza del discorso , e quelle le dico . Ce n ' è altre che non si possono dire senza far maravigliare e sorridere chi ascolta e senza passar per saccenti che si voglia in materia di lingua dettar la legge , e queste non le dico e non le scrivo , perché preferisco usare un barbarismo al far ridere e all ' esser tacciata di saputella . Così non voglio e non posso dire teletta invece di toeletta , né posa invece di consolle , né rinfresco invece di buffé , e con buona pace del nostro buon B . , dirò cupè , finchè lui od altri non abbiano trovato in luogo di quella parola qualcosa di più spiccio di scompartimento anteriore della diligenza , che quando è detto per non dire la parola barbara , è ridicolo . Questa è la mia regola riguardo alle parole nuove : parlare e scrivere italiano quanto più puramente si può , senza far ridere ; perché nell ' uso delle parole ciascuno ha un suo sentimento proprio della convenienza , al quale nessun ' autorità linguistica può comandare . Ma già dev ' esser pure l ' opinione sua , com ' è di quasi tutti , e lei non m ' ha interrogata che perché gliela confermassi ; e se le avessi espresso un ' opinione contraria , non ne avrebbe tenuto nessun conto . Stia dunque col Giusti . L ' importante è che lo stile rimanga paesano . UN INGEGNERE INDUSTRIALE . Sono ameni i puristi sine labe che non vogliono le parole nuove . È perché non vivono nel nuovo mondo . Se ci vivessero , se sapessero il numero enorme di nuove parole che hanno portato con sé e rese necessarie i progressi delle industrie minerarie e metallurgiche , il telegrafo , il telefono , l ' elettricità , le macchine tessili , la stampa , e cento altre cose ; se toccassero con mano che non passa quasi giorno senza che si scopra o s ' inventi qualche nuovo strumento , o procedimento , o particolare di congegno o di tecnica , che non può aver altro nome fuor di quello che gli dà chi lo inventa , si sdarebbero dall ' impresa per disperati . Per ogni dieci o cento parole che occorrono , e che son prese da una lingua straniera o coniate alla meglio fra noi dalla gente che n ' ha bisogno , essi ne propongono una , che dicono italiana , o meno barbara . Ma a che pro ? Chi la mette in corso ? E quale scrittore ha mai fabbricato nuove parole , che sian diventate d ' uso comune ? D ' uno dei più fecondi e popolari scrittori francesi del settecento , si dice che n ' abbia coniate di suo e mandate in giro due sole ; delle quali una è morta . E , infatti , l ' azione d ' uno scrittore , per quanto autorevole , non è che pochissima cosa , per non dire nulla affatto , rispetto all ' azione collettiva del popolo , che di certe parole nuove ha bisogno subito , e le piglia dove sono e come le trova , o se le fabbrica da sé , nel modo che gli comoda e gli garba . Conosco una sola nuova parola italiana che in quest ' ultimi anni sia stata coniata da un pubblicista , e abbia avuto una certa fortuna : ed è tramvia , che entrò nei regolamenti e nelle leggi . Ma moltissimi che scrivono tramvia , dicono parlando tranvai , e tranvai o tram si dice dalla grande maggioranza in Toscana e altrove ; e anche di quelli che usano la parola ufficiale , chi la fa femminile e chi maschile , e chi pronunzia tramvia e chi tranvia , poichè il suono amv non è della lingua italiana ; e non è ancor certo che a tramvia debba restar la vittoria . Dunque ? Io lascerei gridare i linguisti , e farei il comodo mio , come tutti fanno , senza il loro permesso , e come s ' è sempre fatto da per tutto , da che mondo è mondo e le lingue vanno da sé , come i fiumi . UN BELLO SPIRITO . Quello che mi fa dispetto , in quest ' affare delle parole nuove , di cui mi son molto occupato per pura curiosità , è l ' ipocrisia dei pedanti : è che molti di loro condannano certe parole senza dire quali altre vi si hanno da sostituire , e qualche volta riconoscendo che non ce n ' è altre ; o ne propongono tre o quattro , che equivale a non proporne alcuna , perché è un sostituire a una questione un ' altra quistione ; e che , in ogni caso , combattendo una parola in uso e proponendone un ' altra , sono certi certissimi di fare un buco nell ' acqua ; ciò che vuol dire che seccano la gente sapendo di non ottenere altro effetto che quello di seccare . Mi fa anche più dispetto il vedere che molte delle parole nuove ch ' essi non registrano o bollano di barbarismi nei dizionari e nelle dissertazioni o dispute filologiche , o cancellano con tanto di frego nei componimenti dei loro discepoli , le usano poi essi stessi a tutto pasto , parlando , perché non possono farne di meno , perché non si farebbero capire o si farebbero canzonare usando quelle che ci vogliono sostituire . Per esempio , io giocherei tutti e due gli occhi che di tutti quanti i proscrittori del barbarismo consommé o consumé non ce n ' è uno che abbia mai detto , non ci sarà mai uno che dirà in nessun luogo , in nessun caso , a nessun cameriere o cuoco o albergatore o serva d ' Italia : - Mi dia un consumato o un brodo ristretto . - E l ' esempio val per cento . O che razza di gioco a partita doppia è codesto ? Se quelle parole le dicono , perché non le scrivono ? Se non osano di scriverle , perché le dicono ? Sono bene costretti a scriverne e a lasciarne scrivere tante altre che ai loro padri fecero orrore . Ma la lingua s ' altera ! Ma sono secoli che si va alterando ; ma tutto s ' altera col tempo : i costumi , le idee , la vita , il mondo : non s ' ha da alterare la lingua ? Ma la vanno alterando essi medesimi , che usano molte parole non usate dalla generazione antecedente , che ne usano da vecchi molte altre , che non usavano da giovani . Dicevano essi da ragazzi le parole : patinaggio , scatingring , fonografo , cinematografo , sport , automobile , motocicletta ? E bisogna ben che le dicano ora per forza . Io vorrei che con la macchina maravigliosa del romanziere Wells ci potessimo trasportare tutti quanti nel venticinquesimo secolo , per veder che faccia farebbero a leggere il vocabolario della Crusca del 2400 ! E allora , a che serve questo dire e non scrivere , prescriver con la penna e accettar con la bocca , e pensar d ' arrestare una moltitudine che corre agguantando Tizio e Caio per il colletto ? * Ma tu mi dirai che non t ' ho riferito che giudizi anonimi . Ebbene , consultiamo insieme uno scrittore grande e purissimo . Ecco quello che ti direbbe Giacomo Leopardi , condensando in un breve discorso quanto è scritto sparsamente nei sette volumi dei Pensieri postumi . - Conservare la purità della lingua è un sogno , un ' immaginazione , un ' ipotesi astratta , un ' idea non mai riducibile ad atto , se non solamente nel caso d ' una nazione che , sia riguardo alla letteratura e alla dottrina , sia riguardo alla vita , non abbia ricevuto e non riceva nulla da nessuna nazione straniera . Le cose vivendo sempre , e modificandosi sempre continuamente e moltiplicandosi le conosciute , e non potendo una lingua esser mai perfettamente fornita del necessario fin ch ' ella non esprime perfettamente e convenientemente tutte le cose e tutte le possibili modificazioni delle cose di questo mondo , ne segue la necessità ch ' ella s ' accresca sempre di nuovi modi ; i quali è ben naturale che a noi italiani vengano in gran parte di fuori , perché la vita ci viene in gran parte d ' altronde . Molte di queste parole e modi nuovi sono comuni a tutte le lingue colte d ' Europa , e però sono europeismi , non barbarismi , perché non è barbaro quello che è proprio di tutto il mondo civile e proprio per ragione appunto della civiltà , com ' è l ' uso di queste voci che deriva dalla stessa civiltà e dalla stessa scienza d ' Europa . E d ' altra parte l ' esempio dei nostri classici ( quasi tutti ) che hanno arricchito la nostra lingua con derivar vocaboli e modi dal latino , dal greco , dallo spagnuolo o donde che sia , e li hanno resi italiani di fatto , ci ammonisce che la lingua italiana è capacissima d ' appropriarsi voci e maniere d ' altre lingue . E non solo può , ma lo deve fare , perché quanto più la nostra lingua è diligente nel non voler perdere ( cosa ottima ) , tanto più per necessaria conseguenza dev ' essere industriosa nel guadagnare , per non somigliarsi al pazzo avaro che per amor del danaro non mette a frutto il danaro , ma si contenta di non perderlo e di guardarlo senza pericoli . Voler respingere le parole nuove è voler mettere l ' Italia fuori del mondo . Tutte sentenze d ' oro , come dice il Giusti . Ma poichè potresti esser tentato d ' abusarne , seguendo l ' esempio dei molti barbari che dalle lingue straniere pigliano a prestito una parola ogni dieci , ti presento come antidoto un mio amico di gioventù ; la cui immagine mi salta sempre davanti quando nel parlare italiano sto per dire una parola o una frase francese , non perché manchi alla mia lingua il modo corrispondente , ma per iscansare la fatica di cercarlo . Ho l ' onore di presentarti il visconte La Nuance . IL VISCONTE LA NUANCE . La famiglia dei visconti La Nuance è antica e numerosissima . Il giovine italiano , al quale avevamo posto quel soprannome , era nobile veramente ( del che non si boriava punto ) ; ma povero come noi , figliuolo d ' un esattore , e impiegato egli stesso , non ricordo in che amministrazione dello Stato . Essendo cresciuto in Savoia , dove suo padre era stato parecchi anni , aveva imparato il francese prima e meglio dell ' italiano , e quella era rimasta la sua lingua preferita , e diventata il suo vanto , la sua gloria , il vero titolo di nobiltà , del quale egli andava superbo ; affermando , naturalmente , ch ' era la più bella d ' ogni lingua antica e moderna , superiore senza confronto e per ogni rispetto alla nostra . Quindi le continue discussioni e battaglie che seguivano fra lui e gli amici , e le infinite canzonature che gli piovevano addosso ; delle quali non si risentiva mai , poichè a un ' ostinazione invincibile in quella sua idea , in quella soltanto , egli accoppiava una bonarietà inalterabile , che gli faceva tollerare anche gli scherzi più mordenti . Ci stizziva in particolar modo il suo continuo interpolare nel discorso italiano vocaboli e frasi francesi , come se la nostra fosse una mezza lingua , che non bastasse ad esprimere perfettamente nessun pensiero ; e non men di questo la ostentazione ch ' egli faceva di quell ' italiano infranciosato , quasi compiacendosi di non avere della lingua propria che un ' infarinatura , quanto gli occorreva appunto per i suoi ristretti bisogni di impiegato . E usava nella più parte dei casi il modo francese anche sapendo il modo italiano , poichè in ogni parola o frase di quella lingua egli sentiva o diceva di sentire una sfumatura di significato ( una nuance , diceva sempre ) che nella nostra lingua non si poteva rendere . Era quasi sempre un ' immaginazione sua ; ma non c ' era verso di sconficcargliela dal capo . Citava un modo francese , e diceva in aria di sfida : - Sentiamo , come direste in italiano ? - Noi gli citavamo un modo nostro che , per consenso di tutti , significava per l ' appunto lo stesso . Ed egli no , s ' incapava a negare . - Ci s ' avvicina - rispondeva - ; ma è un ' altra nuance ; no , ce n ' est pas ça tout à fait . - No , far riscontro non voleva dire precisamente faire pendant , averne un ramo non significava tal quale être toqué , dire di uno roba da chiodi o ira di Dio non era propriamente lo stesso che pis que pendre . - Un ' altra nuance , un ' altra nuance , qualche cosa di sopraffino , l ' idea d ' un ' idea , un nonnulla , ch ' egli non sapeva dire , ma che sentiva . E quando poi si faceva la prova inversa , aveva la faccia fresca di tradurre disinvolto in dégagé , traccheggiarsi in se dandiner e vattelapesca in que sais - je ! Noi gli coprivamo la voce con una urlata , ed egli rispondeva urlando : - Traducete in italiano il Marivaux , se vi riesce ! Traducete il Labiche ! - E tu traduci il Berni , traduci il Giusti , traduci il Parini ! - Fiato sprecato . Aveva anche il coraggio di sostenere che il francese è più musicale dell ' italiano . - Troppe vocali , troppe vocali - diceva . - Si parla sempre con la bocca spalancata . Per esempio , il famoso verso di Dante , nel racconto di Francesca .... - e squarciando le a con una bocca da entrarci una rapa , declamava : - Aaamor che aaa nullo aaamato aaamar perdonaaa ! Ma c ' è da slogarsi le mascelle ! - E noi gli citavamo bellissimi versi francesi che avevano non meno a che il verso dantesco ; ma non serviva , perché l ' a francese , per lui , era un ' altra a , di suono più discreto dell ' italiana . Nei versi francesi sentiva armonie misteriose che al nostro grosso orecchio sfuggivano . - Per esempio , quel celebre verso del La Fontaine , che Victor Hugo giudicò ammirabile : Six forts chevaux tiraient un coche ; che maravigliosa , inimitabile armonia imitativa ! - Di versi italiani , maravigliosi per armonia imitativa , gliene citavamo a decine . - Ma non così fini - ribatteva - non così fini ! - Andava fino a dire che era ben più dolce l ' au revoir che l ' a rivederci , benchè nel saluto francese ci siano come nel nostro due erre ; le quali , per giunta , egli arrotava in tal modo , che , a sentirlo , pareva d ' esser salutati da una sega arrugginita . - Au rrrevoirrr ! Ma non sentite che dolcezza ? - E allora gli davamo del barbaro , dell ' italiano rinnegato , del traditore della patria ; al che egli rispondeva invariabilmente : - Des bêtises ! des bêtises ! - guardandoci con un sorriso compassionevole , come gente di una razza primitiva , parlanti ancora una lingua rudimentale . Di scrittori italiani parlava il meno possibile , e ci aveva le sue buone ragioni . Quando gli chiedevamo un giudizio sopra un nostro grande scrittore antico o moderno , egli riconosceva con parole vaghe i meriti che noi ammiravamo in lui ; ma soggiungeva sempre che gli pareva lourd , sans souplesse , sans finesse . La finezza era nel suo concetto la grande superiorità della lingua francese sulla nostra , e affermava che soltanto in francese si poteva parlare con una signora con delicatezza aristocratica , senza mai stonare , senza urtar mai le convenienze e il buon gusto . Gli domandavamo se credeva davvero che il marchese Gino Capponi e il barone Ricasoli , allora viventi , non sapessero sostenere una conversazione con una patrizia fiorentina senz ' urtare il buon gusto e le convenienze . Egli aveva l ' audacia di risponderci che non li aveva mai sentiti . Lo investivamo qualche volta fieramente . - Come puoi giudicare della finezza della lingua italiana tu , ostrogoto lacerator d ' orecchi , che dici tutto il lungo del cammino , una ragazza non si può più gentile , e giuocare un ruolo , e venir di desinare ? - Perché erano di questo conio i francesismi che egli schiantava . E allora ribatteva trionfalmente ; - Ah ! Ah ! Voi v ' importate ! È segno che non avete delle buone ragioni , che vi sentite battuti , battuti a piatta cucitura , ridotti a .... Come direste in italiano aux abois ? - O vile Gallo , agli estremi ! - rispondevamo noi . E lui , col suo solito sorriso di commiserazione : - È un ' altra nuance ; non c ' è il senso comico ; è un ' altra nuance tutt ' affatto . Non disperavamo di persuaderlo , non di meno . Alle volte lo pigliavamo con le buone , ragionando ; gli parlavamo della grande ricchezza della lingua italiana , di cui una gran parte non è nei dizionari ; della sua mirabile facoltà di adattarsi a tutti i toni , agli stili più diversi , e alla traduzione d ' ogni lingua , serbando il colore dell ' originale , senza snaturare l ' indole propria ; della grande quantità e varietà di " tipi e di conii ch ' ella possiede per poter formare voci e modi d ' uno stesso genere di significazione " , delle innumerevoli desinenze frequentative , diminutive e disprezzative dei suoi verbi , e dell ' elasticità e capacità e mutabilità stupenda del suo periodo ; e cercavamo di dimostrargli che , nel più dei casi , quando una parola francese non si può tradurre in una italiana dello stesso valore , questo deriva dal fatto che la francese è usata in vari significati , per ciascuno dei quali noi abbiamo una parola propria ; e via discorrendo . Ma era come dire al muro . Egli rispondeva che noi facevamo della letteratura , ch ' egli intendeva parlare della lingua di conversazione , e ribatteva il suo chiodo , che soltanto in francese si poteva conversare con grazia e con spirito , e che al confronto del francese l ' italiano era lourd , poco pieghevole , privo di nuances , una lingua d ' accademici e di professori . E noi in coro , come sempre : - Bugiardo rinnegato ! - Gallaccio odioso ! - Va ' fuori d ' Italia ! - Che il diavolo t ' importi ! - Smettila , o t ' assommiamo a calotte ! - E lui , col suo eterno sorriso : - È inutile . Non mi farete demordere dalla mia opinione . Ma quello che agli amici non era mai riuscito d ' ottenere parve che l ' ottenesse il Governo , trasferendolo improvvisamente da Torino , con suo grande rammarico , in non so quale città del Veneto ; poichè , forse per lasciarci una buona memoria di sé , per tutto il tempo che rimase ancora fra noi , non solo non mise più sul tappeto e non accettò più nessuna discussione sulle due lingue , ma anche parlò meno francescamente del solito , smettendo , se non altro , d ' ostentare certi francesismi per provocazione . Credemmo d ' aver operato noi il miracolo , e ce ne rallegrammo . Il giorno della partenza lo accompagnammo tutti alla stazione . Era malinconico . Quando ci abbracciò , prima di salire nel vagone , si commosse . - Ricordatevi di me - ci disse - , scrivetemi . E dimenticate i nostri battibecchi per la lingua . - Ci strinse ancora la mano dallo sportello , dicendoci con le lacrime agli occhi : - Addio ! Addio ! A rivederci ! - E quel suo salutarci , contro il suo solito , in italiano , ci parve il segno più certo del ravvedimento , e noi pure salutammo con affetto l ' amico , ridiventato italiano . Oppresso dalla commozione , si ritirò in fondo al vagone prima del fischio della partenza . Ma appena il treno si mosse , si rilanciò al finestrino , e con voce più commossa di prima , agitando il fazzoletto , gridò con diciotto erre : - Au revoir ! Au revoir ! Au revoir ! Era la frecciata del Parto . - Trrraître ! - gli rispose uno degli amici . Ma forse egli non ci aveva tradito di proposito : soltanto , nell ' impeto della commozione , gli era uscito irresistibilmente dal cuore il saluto che all ' orecchio suo sonava più dolce . E così , nonostante l ' ultimo ravvedimento , egli rimase per sempre nella nostra memoria il visconte La Nuance , tipo perfetto e amenissimo dell ' italiano con la cresta e coi bargigli . PER LA DIFESA DELLA LINGUA . Fin qui , giovinetto mio , mi sono ingegnato di darti consigli e suggerimenti utili ad acquistare il possesso della lingua . Ma , in materia di lingua , non basta acquistare , bisogna difendersi . Tu dovrai badare di continuo a preservarti dal contagio della lingua corrotta che si parla , si scrive e si stampa , non soltanto nella tua , ma in ogni regione del paese ; a respingere da te le infinite voci e locuzioni barbare , errate , strampalate , torte ad altro significato dal vero , che pullulano nel comune linguaggio parlato e scritto , e che appunto per la frequenza con cui sono generalmente ripetute , s ' attaccano per modo alla lingua e alla penna di tutti , da riuscir quasi impossibile , anche a chi ci metta una cura attentissima , il preservarsene affatto . Di questi modi da fuggire non ti faccio un elenco , perché , anche a non citar che mezzi di quelli che conosco , ne dovrei empire decine di pagine , e ti seccheresti a leggerli ; ma troverai i più comuni nel dialogo seguente ; il quale seguì davvero tempo fa , con poche differenze nell ' ordine e nella materia , fra quattro amici ; e che , più o meno variato , si ripete certamente spesso , in ogni parte d ' Italia , fra persone colte , che hanno a cuore la purità e il decoro della lingua nazionale . A CHI LE DICE PEGGIO . DIALOGO fra uno scrittore , un avvocato , un professore di chimica , fisica e matematica , e un cronista di giornale , che stanno desinando in una stanzetta di trattoria . LO SCRITTORE ( al Professore ) . - Dov ' eravamo rimasti ? IL PROFESSORE . - Aspetta : lascia che m ' orienti un poco . SCRITT . - Orièntati . E una . PROF . - Ne sentirai dell ' altre . Caro mio , noi non ci abbiamo nessuna colpa nel fatto che la lingua diventi sempre più scientifica , o per dir meglio , scienziata . Non siamo noi che divulghiamo , portandolo in tutti i campi del pensiero , il nostro linguaggio tecnico , del quale non possiamo far di meno . È il gran pubblico , sono i giornali e la cattiva letteratura che ce lo pigliano .... SCRITT . - Già : è effetto del polarizzarsi di tutte le idee verso la scienza . PROF . - Hai detto bene . Ma è un fatto , te lo confesso , di cui il nostro amor proprio si compiace . Al vedere che ogni interruzione o lacuna di qualunque cosa diventa una soluzione di continuità , ogni scopo un obbiettivo , ogni caso un fenomeno .... SCRITT . - E ogni mescolanza un ' amalgama . PROF . - A sentir parlare di forza centripeta e centrifuga dell ' istinto , del dinamismo dei partiti politici , di movimenti rivoluzionari sincroni e sinfoni , e di coefficienti della vittoria e d ' esponenti della debolezza del Ministero , e di Parlamenti saturi d ' elettricità .... AVVOCATO . - E di atmosfera d ' odio .... CRONISTA . - E di fenomeni di capillarità psicologici .... Questa l ' ho letta io . PROF . - Forse in una tua cronaca . Ma io n ' ho letta una assai meglio . - Di queste consuetudini e sentimenti si forma nella gioventù un precipitato di scetticismo . - Sei battuto . Lasciami finire . A sentire quante quistioni particolari sono una faccia del prisma d ' una quistione generale ; quanti ordini d ' idee sono stratificazioni o substrati d ' altri ordini d ' idee , e quanti uomini e cose , quantità negative ; ma più che altro al vedere quanti concetti non si sanno più esprimere senza ricorrere agli strumenti e agli apparecchi dei nostri Gabinetti , come sarebbe il barometro del malcontento popolare .... SCRITT . - Il termometro dell ' opinione pubblica . CRON . - Il diapason della moralità nazionale . AVV . - E il propulsore degli entusiasmi cittadini ? PROF . - Benissimo ; e la valvola di sicurezza delle passioni .... Al sentir tutto questo , dico , io gonfio di giubilo e d ' alterezza .... SCRITT . - Fino all ' ennesima potenza . PROF . - Lo volevo dire ; perché penso che , andando innanzi per questa strada , verrà tempo che quanti vorranno imparar l ' italiano dovranno venire a scuola da noi , a studiar fisica , chimica , matematica , mineralogia , geologia .... ; i Vocabolari dell ' uso saranno i nostri trattati . SCRITT . - E allora tutto si dovrà studiare , fuorchè la letteratura . E non solo le scienze esatte , ma anche le scienze giuridiche . Per esempio : la circostanza attenuante , la cerziorazione , la requisitoria , il verdetto , usciti dalle aule dei tribunali , sono oramai entrati da per tutto . E quante cose si comminano , oltre le pene stabilite dalla legge ! E si testimonia affetto , rispetto e riverenza . E non sono più i soliti testimoni che depongono ; sono anche i fatti . - Una data circostanza depone in favore d ' una tal persona .... - Io mi figuro la Circostanza che giura sul Vangelo di dir tutta la verità .... AVV . - E una Ragione che cammina a suon di tamburo , col facile sulla spalla , te la figuri ? È la solita Ragione che milita in favore di qualcuno o di qualcosa . E poi che siamo nel campo militare , a me piace infinitamente la base d ' operazione . Un innamorato , per esempio , che va a stare in una villa vicina a quella della sua amata , e ne fa la sua base d ' operazione ! L ' ho letta in un romanzo . Mi piace anche mossa strategica riferito a un atto qualunque di piccola furberia . E una parola che ha una data portata , come un pezzo d ' artiglieria .... SCRITT . - Io preferisco il linguaggio finanziario , che va prendendo sempre più voga . Ha certe espressioni così nobili ! Fare il bilancio , per esempio , delle buone qualità e dei difetti di un amico ; dire d ' un uomo politico , venuto in auge , o scapitato d ' autorità , che le sue azioni si sono alzate o ribassate , o , accennando ai suoi meriti e ai suoi demeriti verso il paese , che ha al suo attivo certe cose e al suo passivo certe altre .... Mi par di vederlo diviso in due colonne , come il registro d ' un negoziante . AVV . - E dove lasciate i verbi , che sono i più bei fiori ? Suicidarsi , terrorizzare , ostacolare , impossibilitare , prevenzionare , massacrare , acutizzare .... Si va acutizzando il dissidio in seno alla Commissione del Bilancio , signori ! SCRITT . - O signori , e suggestionare ? AVV . - Bravo , hai detto il gran verbo , il verbo factotum , che si presta a tutti i servizi . Ora si è suggestionati da una donna , dalla fame , da un libro , da un luogo , dalle circostanze , da tutto . Ho letto in un giornale che un certo fanale di luce elettrica , davanti a un teatro , faceva una réclame suggestionante . PROF . - Suggestionante , impressionante , emozionante , raccapricciante , son tutta roba del vostro magazzino , signori giornalisti . CRON . - Non mia . SCRITT . - Tu ce n ' hai dell ' altra . Chi scrisse l ' altro giorno nel tuo giornale : - L ' uomo di Stato che è stato intervistato - ? Sei stato tu , sei stato ? Io son restato . AVV . - Non facciamo quistioni personali . Per me , del resto , nel linguaggio delle cronache trovo bellezze ammirabili . Per esempio : il borsaiolo o l ' accoltellatore che , dopo fatto il colpo , s ' ecclissa , come un astro , mi pare un traslato dantesco . PROF . - È uno dei tanti verbi a cui si fa fare un ufficio indegno della nobiltà della nascita , come rivelare , trasfigurare .... SCRITT . - Già : si dice che un certo puzzo rivela che il pesce è guasto , che una faccia tinta di carbone è trasfigurata . E sono anche dei credenti nella Rivelazione e nella Trasfigurazione che lo dicono ! Questo non è un errore di lingua , è un sacrilegio . E così tutti creano , tutto si crea .... PROF . - Un altro verbo che fa cento mestieri , come organizzare , funzionare , sistemare . Si organizza uno Stato , un ballo , una dimostrazione , una colazione alla romana . E tutto funziona o non funziona : un arcivescovo , una serratura , un ' amministrazione , una vite , una legge , un cavatappi , un governo , la molla d ' un gibus . E c ' è chi parla di sistemarsi in un nuovo quartiere .... AVV . - E perché no ? ( accennando con un ' occhiata il Cronista ) . S ' è inteso dire poco fa : - Io ho il sistema di prendere il tè col latte la mattina , come se una colazione fosse una dottrina filosofica .... CRON . - Sta ' zitto , tu , che dicesti un giorno in tribunale che il tuo avversario deragliava . AVV . - Deragliai . Ma deragli tu pure dalla buona lingua quando scrivi che s ' è verificato un incendio . Che bisogno c ' è di verificare che una casa è in fiamme ? E quando dici o dite che il Ministero ha conglobato in uno due progetti di legge ! Oh giusto ! Scrive oggi il tuo direttore che " la conversione del Ministero a sinistra s ' accentua " . Doveva anche dirci su quale atto o dichiarazione del Governo cade l ' accento , e se è acuto o grave . Ma già ora s ' accentua anche una tempesta in mare e la peste nelle Indie . SCRITT . - Ma questa diventa una discussione a base di personalità . Vi richiamo all ' ordine . PROF . - Anche l ' a base è diventato moneta corrente . Un discorso a base d ' insinuazioni , una letteratura a base di pornografia . Ho letto in un giornale : una rissa fra due erbivendole a base di zoccolate . SCRITT . - È un modo di moda fra gli eleganti , come darsi il lusso di fare una cosa , posare a liberale o ad altro , aver esito negativo , fare una cosa su vasta scala , essere all ' ordine del giorno . Gabriele d ' Annunzio , per esempio , è all ' ordine del giorno ... CRON . - Come un progetto di legge .... SCRITT . - Associarsi al dolore .... CRON . - Come a un giornale .... SCRITT . - L ' opinione pubblica che si commove , si sdegna , inorridisce . AVV . - Come un ' attrice . SCRITT . - Un ministro , uno scienziato che è un valore . PROF . - Come una cedola del debito pubblico . SCRITT . - Il morale che s ' abbatte e si rialza . AVV . e CRON . ( a una voce ) . - Come un misirizzi . SCRITT . - L ' avete detto contemporaneamente . Notate anche quest ' avverbio , che abbraccia la durata della vita d ' un uomo , e s ' usa per dire che due persone si voltano indietro nello stesso punto . Ma dimenticavo le due più ammirabili . S ' annunzia che s ' è fatta non so dove una strage di poveri israeliti : la notizia merita conferma . Assassini ! E una regione che è teatro d ' un ' inondazione ! Bella rappresentazione ! CRON . - Qualche volta la notizia è meno esatta . PROF . - Già : un bel modo delicato di dire che è una pastocchia . Così , per consolare i poveri disperati , si chiamano cortesemente i meno abbienti . AVV . - Ma queste son miserie ! Volete ch ' io vi dica la più preziosa di tutte ? La lessi l ' altro giorno . Si riferisce a un fatto doloroso . Ma si riesce a far ridere di tutto . Un suicidio al sublimato corrosivo . PROF . - Impossibile . È di tuo conio . AVV . - Ti porterò il giornale . PROF . - Nati di cani ! Come si dice il risotto al pomodoro ! SCRITT . - E se passassimo ai sostantivi ? Riguardo a questi , quello che c ' è di più curioso per me è l ' uso che prevale di adoperarli a sproposito , e che deriva da una tendenza generale , morbosa , a esagerare ogni cosa . Nove volte su dieci , anche in discorsi e in proclami ufficiali , si dice orgoglio , che è un vizio , per dire alterezza , che è un sentimento nobile , e orgoglioso invece d ' altero . Le parole alterezza e altero pare che vadano cadendo in disuso . Così non più dignità , ma fierezza . E si dice l ' incarico di scopare come l ' incarico di rispondere al discorso della Corona ; aver la missione di far l ' operazione del catasto in una provincia , come la missione di convertire un popolo al Cristianesimo ; l ' apostolato della cultura delle barbabietole ; il còmpito , che era un lavoro d ' ago o di maglia , o un lavoro assegnato agli scolaretti .... AVV . - Il còmpito d ' unificare la Germania .... fu il lavoro di scuola del Bismark . SCRITT . - Far l ' apoteosi del formaggio di Gorgonzola .... PROF . - È il parossismo dell ' iperbole . Dove lasci gl ' ismi ? Fra cinquant ' anni ci saranno nella lingua tanti ismi che si farà rima ogni dieci parole . Andiamo , io lancio il primo : il nervosismo delle nuove generazioni .... . AVV . - Il rigorismo del Fisco ... CRON . - Il confusionismo dei partiti .... SCRITT . - Il parallelismo delle situazioni . Ma parossismo è l ' ismo prediletto . Si serve in tutte le salse . C ' è persino chi ama i maccheroni fino al parossismo . E anche coi sostantivi in à non si scherza . Se ne fa un tale scialacquo , che a sentir certi discorsi , par che l ' oratore picchi delle martellate in un muro .... AVV . - Garibaldi è una grande individualità . SCRITT . - Il Tolstoi una celebrità , una sommità .... CRON . - Il dottor Carle una specialità . PROF . - E ha molte notabilità l ' Università della nostra città . AVV . - Che è posta in una bella località . PROF . - In una delle principali arterie di Torino , poichè ora si chiamano arterie le strade grandi , e non so perché non si chiamino vene le strade minori .... SCRITT . - Oh bravo ! Poichè hai portato la nota anatomica , ricordiamo il linguaggio medico . Ce n ' è una che vale per cento : l ' idiosincrasia . Le declamazioni d ' una liberale e civile idiosincrasia . C ' è chi ne va matto . Ma anche il portar la nota è una perla . Ora si porta la nota amena in un banchetto , la nota patriottica in un ' assemblea , la nota trista in una conversazione . Di uno che ammazzò il rivale in un ballo disse ieri l ' altro un giornale : che vi portò la nota tragica . La grazia di quella nota ! E a proposito : tragedia , un ' altra parola che ha fortuna . Non ci son più delitti volgari : son tutte tragedie e drammi . ( Al Cronista ) : Ma questa è una vostra industria letteraria per far comprare il giornale . CRON . - Manco a dirlo . SCRITT . - L ' hai detta finalmente ! Mi maravigliavo che non ti fosse ancora scappata . O dove l ' avete scovato codesto manco a dirlo odiosissimo che inciampiamo a ogni passo ? CRON . - O come vuoi ch ' io lo sappia ? Chi è imbevuto di letteratura classica , non può dire da che classico abbia preso questo o quel modo . Da Dante , forse . SCRITT . - Avete preso da Dante anche la piattaforma elettorale ? PROF . - In questo hai torto . Piattaforma è una parola che mi piace : larga , solida , maestosa . Come superfetazione , che mi piace anche di più , per la sua gentilezza . Quando sento dire che un tal progetto di legge non è che una superfetazione d ' un altro , presentato da un altro Ministero , vado in solluchero . Mi par così poetica l ' immagine di quei due feti ! SCRITT . - Ciascuno ha i suoi gusti . Io ho il gusto degli aggettivi nuovi , semplici e partecipati , dei quali faccio uno studio particolare . Ce n ' è di deliziosi , come ora si dice . Per esempio : sensazionale ; schiacciante , riferito a un argomento ; toccante : un oratore toccante : mi par di vederlo suonar la chitarra . E scollacciato , d ' un romanzo ! L ' immagine di quel sostantivo mascolino col seno troppo scoperto , m ' affascina . E così macabro è uno dei miei amori . Si scopre il cadavere d ' una povera bimba strozzata : - scoperta macabra . - Com ' è a proposito l ' immagine d ' una danza , che desta quell ' aggettivo ! E calza bene anche l ' aggettivo drammatico che accoppia all ' idea d ' un assassinio quella d ' un ' opera d ' immaginazione dilettevole ! E imponente detto ad un modo d ' una signora d ' alta statura e d ' un grande incendio ! E l ' innocenza completa , come un tranvai ! E la commedia movimentata ! E il partito politico compatto , come il legno del sorbo ! Elettori , andate alle urne compatti ! AVV . - Camminerebbero un po ' impacciati . SCRITT . - Dovresti dire marcerebbero . Marciano anche gli avvenimenti . Più curiosa è la voga che hanno preso cert ' altri aggettivi in un nuovo significato , come grandioso , che è dei più abusati . In questi giorni , per esempio , in un manifesto d ' un ' associazione è chiamato grandioso l ' avvenimento dell ' andata del re d ' Italia a Parigi , e hanno creduto di dire , non qualche cosa di meno , ma di più che grande ; perché grande , oramai , è un aggettivo scaduto . Ora non basta più dire che un attore è grande in una data parte : si dice che è immenso . Anche famoso si dice a tutto pasto . Una buona salsa ? Famosa . Un potente schiaffo ? Famoso . Una sbornia maiuscola ? Famosa . Questo vino , per esempio , è bonino ; ma non così famoso come a voi pare . PROF . - E superbo ? E magnifico ? E splendido ? AVV . - Un magnifico paio di scarpe .... CRON . - Che calzano magnificamente . SCRITT . - Anzi , divinamente ! Ma splendido è l ' aggettivo re del tempo che corre . Splendido un par di calzoni , un viale , un artista , un programma politico , un risotto . È diventato un aggettivo irresistibile . Sapete che il Guerrini , per combatterne l ' abuso , tenne una volta una conferenza satirica a un uditorio d ' amici ? Tutti ne furono persuasi ; ma quando egli ebbe finito , e domandò un giudizio sul suo discorso , risposero tutti a una voce : - Splendido ! - Non c ' è forza che valga più a sradicarlo . Come fanatico . Che c ' entra la superstizione religiosa ? Ora si è fanatici di tutto quello che piace : d ' una grande idea umanitaria come d ' un bel servizio da tavola , della Divina Commedia come delle triglie alla livornese . AVV . - Ben detto , ben definito , come dice Azzeccagarbugli . PROF . - Stupendamente bene ! CRON . - Hai il nostro plauso . SCRITT . - Non mi basta . Voglio un ' ovazione . Oggi si fa a tutti e per ogni cosa . Ma non ho finito . Il discorso che ho fatto sugli aggettivi non è esauriente . Quello che è più strano nell ' uso invadente , a mio parere , è l ' accompagnamento degli aggettivi coi sostantivi , nel quale non si riconosce più alcuna legge né di convenienza né di logica , mettendo fra gli uni e gli altri dei legami forzati , repugnanti al buon gusto e al buon senso . Basterà che vi citi un esempio per suggerirvene altri cento . Possiamo fare una gara . CRON . - Si dice record . SCRITT . - Fu un lapsus , perdonami . Un pregiudizio riguardo a una quistione d ' ordinamento delle strade ferrate si chiama pregiudizio ferroviario . Non lo vedete correre sulle rotaie ? AVV . - Lo vedo . Animo . La gara è aperta . I disinganni dei proprietari nel raccolto dell ' uva : - delusioni vinicole . PROF . - Ansietà agrarie . CRON . - Ravvedimenti costituzionali . AVV . - Un monumento operaio ! Quello eretto dagli operai cattolici a Leone XIII . Questa è delle meglio , mi pare . SCRITT . - Fermi là ! Vinco la gara io . Vi porterò il documento in prova . Il titolo d ' un articolo sui miliardai americani che vanno in automobile . Indovinate ! Cedo il premio a chi indovina . CRON . - Tempo perso . Favella . SCRITT . - Motorismo miliardario ! AVV . - Splendido . PROF . - Grandioso . CRON . - Famoso . L ' ho scritto io ! SCRITT . - Allora il premio è tuo . Tu sei immenso . La gara è chiusa . AVV . - Se ne può aprire un ' altra . SCRITT . - Immediatamente . Quella delle locuzioni frequentissime , delle quali dovrebbe bastar la ragione , il semplice buon senso a far avvertire l ' erroneità e il ridicolo , perché contengono una contraddizione di termini manifesta , o di idee , che non possono stare insieme . Il tipo di queste locuzioni è la famosa sentenza del Prudhomme : - Il carro dello Stato naviga sopra un vulcano . - Come si fa a dire che una data Amministrazione o un Istituto è una baracca che cammina male ? Che il tal ministro ha esorbitato dalla linea retta ? Un ' orbita rettilinea ! E suscitare un ' impressione , che è come dire : sollevare una cosa in giù ? Ed è scoppiato un attrito ? Avanti , signori ! AVV . - Vediamo . Abbracciare una carriera . SCRITT . - È un bell ' amplesso ! PROF . - Farsi una posizione . AVV . - È un bel fare . Ve ne dico una della nostra fabbrica . Gli elementi che vanno in esilio . " Da questo scritto , considerato a mente serena , esulano gli elementi della minaccia e dell 'ingiuria." SCRITT . - Buona ; ma non di prim ' ordine . È meglio , e si sente ogni momento : - M ' è accaduto un aneddoto . PROF . - Come chi dicesse : m ' è accaduto un racconto . Ma val di più questa : - Una voce amica che addita la via del dovere . - Una voce con le dita . Trovami l ' uguale . AVV . - Non è possibile che si possa trovare , lo riconosco . SCRITT . - Bella anche questa , e comunissima ; ma non è premiabile . Ci avrei un esempio del verbo trattare , in vece del semplice essere , arcifrequente . L ' ho letto in una cronaca di giornale ( al cronista ) non tua . A un tale par di vedere un uomo travolto dalle acque d ' un fiume ; si butta giù per salvarlo ; ma riconoscendo che si trattava d ' un cane .... CRON . - Ti darei quasi la palma . PROF . - La palma è mia . Ve ne do una freschissima . - Con quest ' atto il Governo ha ribadito la corrente della sfiducia pubblica .... AVV . e SCRITT . - La gara è chiusa ! SCRITT . - Sì ! Ribadire una corrente è senza dubbio la più maravigliosa di tutte . CRON . - Un momento . Ammettetene ancor una al concorso . Son sicuro di vincere . Attenti bene . Il teatro era completamente vuoto ! GLI ALTRI TRE INSIEME , con una risata : - Tombola ! SCRITT . - Facciamo un brindisi al vincitore ! CRON . - Voi mi emozionate . Fate troppo onore a una quantità trascurabile come son io . ( Allo scrittore ) : Ma , barbaro , non si dice : facciamo un brindisi ; si dice brindiamo . E poi ... GLI ALTRI TRE . - E poi ? CRON . - Perché bere alla mia salute ? È superfluo . Io sto magnificamente . Beviamo invece alla salute della lingua italiana , che , poveretta , per colpa un po ' di tutti , sta male assai . GLI ALTRI TRE . - Evviva ! CRON . - Non si grida più evviva . Si grida : - Hoch ! - È più di moda , e poi .... non è italiano . TUTTI INSIEME , alzando i bicchieri : - Hoch ! Hoch ! Hoch ! UN CAMERIERE ( tra sé , passando nel corridoio : ) - Che siano artisti del Circo equestre ? CONTRO I LUOGHI COMUNI ( APPENDICE AL DIALOGO ) . Caro amico , Ieri sera , dopo il nostro desinare cruscaio , mi parlasti d ' un libro che stai ponzando intorno allo studio della lingua . Non ne ricordo gran che , perdonami , perché avevo un po ' di Chianti nel capo ; ma ti suggerisco una buona idea , che mi venne in mente dopo averti dato la buona notte : a me le idee migliori vengono quasi sempre in ritardo di qualche minuto ; ciò che è una gran disgrazia per un avvocato . Dovresti scrivere un capitolo feroce , come direbbe l ' Alfieri , contro i luoghi comuni . Che vuoi ? In materia di lingua io sono un mezzo barbaro : parlo male , non scrivo meglio di come parlo , e quanto a materiale linguistico appartengo alla classe dei meno abbienti , come si diceva ieri sera . Ma odio i luoghi comuni . Di questo stupirai . Ma non dovresti stupire . C ' è dei poveri diavoli che hanno per istinto gusti e tendenze di gran signori . Tu hai capito ch ' io intendo parlare di quel gran numero di vocaboli e traslati triti e di frasi fatte , che ricorrono continuamente nei giornali , nelle conversazioni , nei discorsi parlamentari , necrologici , inaugurali e convivali , e anche nelle lettere private dei nostri concittadini . Ebbene , queste parole e frasi mi son venute in ira a tal punto che ogni volta che me ne cade una sotto gli occhi o m ' arriva all ' orecchio , mi dà il senso come d ' una botta nel gomito o d ' un urtone nel petto . È irragionevole ; ma preferisco a un luogo comune uno sproposito , e quasi quasi un ' impertinenza . Dipende dai nervi , mio caro . Sì , tutte queste maniere viete che tutti usano , anche nel linguaggio famigliare ( per iscansare altre maniere più semplici , le quali paion volgari perché son semplici ) , come tributare elogi , rendere omaggio , prodigar carezze , largire favori , esser largo di cure , dar lustro al paese e a sé stesso , dare ospitalità a un articolo , render sentite azioni di grazie ( questa mi fa fremere ) , poggiare a un ' altezza ( ci s ' aggiunge spesso , per vezzo , non comune ) ; e tutte quell ' altre perifrasi muffite , come l ' elemento divoratore , per il fuoco , e la malattia che non perdona , per la tisi , e il lenocinio della forma , e le veneri dello stile , e l ' aureola della pubblica stima , e la carità del loco natìo , e le nubi che offuscano ogni specie d ' orizzonti metaforici , e i guiderdoni e gli usberghi e i Palladii e i fior fiore della cittadinanza , son diventati l ' afflizione della mia vita . Ma come mai chi le rimastica non ci sente il rancidume che ammorba la bocca e vince lo stomaco ? È una smania universale di fuggir la parola ovvia come un malanno . Vedi se c ' è uno su cento dei necrologisti quotidiani che si contenti di dire che un galantuomo è morto ! Ha esalato l ' ultimo respiro , ha reso l ' anima , è uscito di vita , è mancato ai vivi , ha cessato di vivere , ha chiuso gli occhi , si è estinto , si è spento ; ma non è morto . La stessa parola morte , così solenne , e che al nostro cuore par che suoni sempre per la prima volta , è giudicata ignobile : si dice dipartita , decesso , la fine . Confessato e comunicato è troppo comune : si dice munito dei conforti religiosi . Bella quella munizione di conforti ! E quando si metterà a riposo quella decrepita Parca col suo putrefatto inesorabile ? E quando si finirà di profondere la larga eredità d ' affetti ? Ah , chi l ' ha detta per il primo si può ben vantare di non aver seminato nella sabbia ! E quell ' insopportabile intelletto d ' amore , di cui si fa toppe da scarpe , tanto da scrivere che è fatto con intelletto d ' amore anche un quadro statistico dell ' esportazione dei formaggi ? E quella inevitabile traccia onorata di sé , che si lascia dietro ogni scalzacane ? E quella misteriosa eloquenza di cui Tizio soltanto possiede il segreto , come d ' uno specifico farmaceutico ? E quella maledetta ostinazione a non voler mai dire che una riunione fu allegra , cordiale , triste , per mettere invece lo scettro in mano all ' allegria , alla cordialità , alla tristezza , e farla regnare ? E quell ' eterna banda musicale che rallegra tutti i banchetti coi lieti concenti ? E quel sempiterno brillare per la loro assenza delle Autorità e degl ' invitati che mancano ? Il contagio di queste affettazioni obbligatorie , e dei vezzi latini in ispecie , è penetrato fin dove la luce del gas non è giunta ancora . Vedi nelle corrispondenze mandate ai giornali fin dai più piccoli villaggi . I matrimoni , i funerali , le rappresentazioni teatrali , le deliberazioni del municipio ( espressioni troppo comuni ) sono annunziate come nuptialia , funeralia , theatralia , municipalia : che spocchia ! Dire : nel consiglio comunale ? Miserie ! In seno al consiglio . Il più vecchio dei Consiglieri , o di qualunque adunanza , è sempre il Nestore : il paese è pieno di Nestori . E quando si seppellisce un cristiano , gli si augura leggiera la terra : una leggerezza diventata più pesante del monolito di Pianezza . E a proposito di villaggi , non immagini la stizza che mi fa quel popolo Ebreo esulante dall ' Egitto , tirato sempre in ballo nell ' autunno per dire che i villeggianti se ne vanno : l ' esodo dei villeggianti ! Non c ' è che un ' altra eleganza che mi dia ai nervi a egual punto , ed è il senza por tempo in mezzo o in men che non si dica , o con la rapidità del fulmine , che intoppo a ogni passo . Ma che Dio vi benedica con una pertica , se volete dire che un tale ha fatto una cosa in un lampo , imitatelo , ditela alla più lesta possibile , per rendere la rapidità dell ' azione , con una sola parola , e non con una filastrocca . Ma no , c ' è un altro luogo comune che detesto più di quanti n ' ho citati , ed è la moglie di Cesare che non dev ' essere sospettata . Chi ci libererà una volta da questa signora , Dei superiori ! E siamo anche a questa , in fine : che non si possa più dire nei giornali , né in Parlamento , né dove diamine tu voglia , che c ' è del marcio in una banca , in un ministero , in una classe sociale , o anche in una cesta di cavoli , senza tirarvi per i capelli Amleto e la Danimarca ? Io c ' inverdisco , parola d ' onore . Flagella dunque gagliardamente i luoghi comuni . Per me sono uno dei primi segni che servono a distinguere gli scrittori veri dagli scrittori di dozzina . Io che , non per finezza d ' educazione letteraria , ma per istinto , ne sento il puzzo un miglio lontano , non ne trovai uno solo nel Manzoni , nel Leopardi , nel Carducci , in nessuno dei grandi maestri . Mostrali ai ragazzi studiosi per quello che sono : germi d ' infezione ; perché , non badandovi , essi s ' avvezzano a usarli , e se ne fanno una provvista , e questa , ingrossando a poco a poco , finisce con soffocare in loro il sentimento della semplicità , e anche , se l ' hanno , la dote rara dell ' originalità della forma . Flagella senza misericordia . Ti parrò troppo inviperito . Ma è perché , pure abbominando il luogo comune , di tanto in tanto , alla sbarra , me ne lascio scappare qualcuno ; non serve ch ' io stia in guardia ; è come un influsso dell ' aria , al quale è forza ch ' io soggiaccia . Ah , vedi che ci son cascato ! È forza ch ' io soggiaccia ! Disgraziato ! Me ne vergogno , mi schiaffeggio , e ti saluto . IL TUO AVVOCATO . " GLI ARDIRI " . Confessioni d ' uno scrittore pusillanime a uno senza paura . Il dialogo segue in casa del primo , di nome Leone , che sta seduto allo scrittoio , coperto di fogli . L ' altro , Rompicollo di pseudonimo , gli siede di faccia . Età dei due personaggi : vicini al pendìo dove l ' età precipita . LEONE ( che ha finito di leggere un manoscritto ) . - Che te ne pare ? Sii sincero . ROMPICOLLO . - Sincerissimo . La narrazione è ordinata , lucida , scritta bene come tutto quello che tu scrivi . Ma c ' è il difetto che è in tutti i tuoi scritti . Ci manca una bella qualità , una sola . L . - Tira il colpo . R . - Mettiti in guardia . Si può riferire a te il giudizio che diede un editore illustre sul modo di scrivere d ' un romanziere che tu conosci : - Scrive da maestro ; ma .... non c ' è caso di vedergli una volta la cravatta per traverso . L . - Spiègati meglio . R . - Per spiegarmi meglio , bisogna che te la faccia un po ' lunga . L . - Purchè tu la faccia di corsa . R . - Mi rifaccio a ottant ' anni addietro , quando già un grande maestro osservava che negli scrittori del suo tempo la lingua italiana s ' andava geometrizzando , riducendo al linguaggio magro e asciutto della ragione e delle scienze che si chiamano esatte , con grave pericolo di cadere nella timidità , povertà , impotenza , regolarità eccessiva , ch ' egli rimproverava alla lingua francese dell ' età sua . Egli voleva dire che s ' andava perdendo l ' uso di quella libertà , di quei tanti idiotismi e irregolarità felicissime , di quelle tante licenze , o ardiri , per servirmi d ' una sua parola , nei quali consistevano principalmente " la facilità , la varietà , la volubilità , la pieghevolezza , la forza insomma e la bellezza , il genio e il gusto della lingua italiana . " Gli ardiri , capisci ! Li definisce bene anche il Padre Cesari dove dice che i nostri antichi scrittori non procedevano sempre a passi di stretto costrutto grammaticale , che alcune cose , scrivendo , lasciavano da mettercele i leggitori , che prendevano spesso un giro o legamento che usciva dal comune , che s ' allargavano fuori della via trita , tenendo l ' occhio più alla sentenza che alla costruzione delle parole . C ' erano insomma nella loro lingua ( tanto lontana per questo dal cader nell ' arido e nel matematico ) scorci , ellissi , annodature e snodature , travolgimenti di costrutto , ogni specie d ' idiotismi efficaci e di belle licenze , che le davano una naturalezza e un vigore ammirabile ; c ' era una franchezza , un far da padroni , un coraggio .... L . - Che io non ho . R . - Hai voluto la sincerità . La maggior parte di quelle licenze o ardiri , consacrati dall ' uso dei classici , d ' errori che erano a rigor di grammatica , son diventati bellezze . Vezzi e grazie , dice il Cesari . Ma sono anche concisione e forza . Ebbene , tu non te ne servi mai . Ma non tu solo : pochissimi se ne servono , e con parsimonia paurosa , anche fra gli scrittori toscani . Scriviamo tutti col compasso e con le seste . E scrivendo così , disconosciamo , offendiamo la natura della nostra lingua . Tu m ' intendi . Le lingue , ha detto un grande scrittore francese , sono somiglianti ad antiche foreste , dove le parole e le frasi vennero su come vollero o come poterono . Ce n ' è di bizzarre e anche di mostruose ; ma formano tutt ' insieme , riunite nel discorso , armonie bellissime ; ed è da barbari e da insensati il potarle come i tigli dei passeggi pubblici . La lingua , aggiunge lo stesso scrittore , esce da un fondo popolare : è piena d ' ignoranze , d ' errori , di capricci , e le sue più grandi bellezze sono ingenue .... Perché mi fai quel risolino ironico ? L . ( buttando il manoscritto con dispetto ) . - Perché t ' affanni a sfondare una porta aperta , figliuol mio . ( Balzando in piedi ) . Ah , tu non sai che tasto ingrato mi tocchi ! Ma io sono più persuaso di te della verità di quanto mi dici . Ma io sento e riconosco meglio di te quello che mi manca , e questo appunto è il tormento della mia vita . Ma delle belle licenze , dei solecismi efficaci , degli ardimenti felici , che tu mi decanti , io ho fatto nei nostri scrittori uno studio amoroso e paziente come nessuno l ' ha fatto mai , e te lo posso far toccare con mano ... R . - E allora ... perché non ti si vede mai la cravatta per traverso ? L . ( lasciandosi ricader sulla seggiola e con accento sconsolato ) . - Perché sono un vigliacco . R . ( ridendo ) . - Eh via , amico ; non ti calunniare . L . ( con un movimento impetuoso apre un cassetto , e ne tira fuori e sbatte sul tavolino un grosso scartafaccio ) . - Vedi se ti dico la verità . Qui ci sono esempi cavati da scrittori di tutti i secoli , dai trecentisti ai contemporanei , dal Villani al Machiavelli , dal Machiavelli al Bartoli , dal Bartoli a Gino Capponi ... Guarda , sfoglia ; questa è la prova della mia vigliaccheria . R . - Ma è una raccolta preziosa . Io non ho mai pensato a farla . Te l ' invidio . Tu me la devi far leggere . L . - E vedi se l ' ho fatta con amore . Ho diviso e ordinato gli esempi : esempi dell ' uso di certe preposizioni , di certi pronomi , di certi avverbi , di certi costrutti . Ah , tu credevi ch ' io fossi compassato e geometrico per non sapere come si violano bellamente le buone regole ! Ma io sento la bellezza delle licenze classiche quant ' altri mai al mondo , e n ' ho a mia disposizione un magazzino . Solo ch ' esse ci stanno come le monete d ' oro nella cassa forte d ' un avaro fradicio . Io non le spendo per vigliaccheria . Vedi qui , soltanto intorno all ' uso del che , quante n ' ho ammucchiate ... R . - Leggi , te ne prego . Sono curiosissimo . L . - Quel che , che è la mia tortura e la mia vergogna ! Ti voglio svelare tutta la mia dappocaggine . Vedi qui il Villani : - Una cosa ebbero i rettori di quello ( del popolo di Firenze ) , CHE furono molto leali e diritti a comune . - Vuoi credere ch ' io non sarei da tanto d ' usare il che in quella maniera , che mi parrebbe temerario ? Che ne dici ? E quest ' altro esempio del Sacchetti : - E pone questa sua pultiglia a mensa , CHE non è porco in terra di Roma che n ' avesse mangiato . - E neanche quest ' altro che io m ' arrischierei ad usare . - Udite le mie parole , e non le abbiate a schifo per la nostra etade , CHE siamo giovani . - E anche questo che , che sta lì a maraviglia , mo lo rimangerei . - E uscì di Parigi , e cavalcò tante giornate ch ' egli giunse a Narbona , CHE sono cento venti leghe . - E io , cane , scriverei : - che è distante da Parigi cento venti leghe . - E campò da quel morbo , CHE non ne campò uno sul centinaio . - E vorrei che fosse qualche uccello nuovo , CHE non se ne trovano molti per l ' altre genti , come sono fanelli e calderelle . - Come scriverei io , per non usar quei due che , non ho la faccia di dirtelo . Questo del Machiavelli : - Perché dai Tarquini ai Gracchi , CHE furono più di trecent ' anni . - Io avrei scritto un orrore : - fra i quali e i primi corsero più di trecent ' anni - , o forse peggio . - Mi pasco di quel cibo che solum è mio , e CHE io nacqui per lui . - Un anacoluto bellissimo , non è vero ? E io non lo scriverei neppure sotto il bastone . E vado innanzi , senza citar gli autori : - Diedegli un colpo in su l ' elmo , CHE tutto il grifone d ' ariento andò per terra . - Io ci avrei premesso un tale o un così forte , per salvar l ' onore . - Un teatro CHE non ci toccava d ' entrarvi che cinque o sei volte in tutto il carnevale ... - Cosa CHE me ne dispiace anche adesso . - Per bisogno di danari arrandellò quella villa , CHE avrebbe potuto pigliarci il doppio . - Epopea e storia sono due termini CHE l ' uno ammazza l ' altro . - Il magnanimo fa le grandi cose con l ' agevolezza CHE il comune degli uomini fa le cose comuni ... Io , vile , avrei usato in quest ' ultimo caso un vile con la quale , e commesso altre piccole viltà compagne nei casi precedenti ... R . - O perché mai , se di quei modi senti l ' efficacia , e sai che sono legittimati dagli scrittori ? L . - Te lo dirò poi . Senti sull ' uso dell ' avverbio dove , che è un ' altra mia afflizione , perché lo saprei usar bene , e vi sostituisco ogni specie di locuzioni odiose . - Con questi m ' ingaglioffo ... - Hai già ricosciuto messer Niccolò , non è vero ? - Con questi m ' ingaglioffo per tutto il dì , giuocando a cricca , a trictrac , DOVE nascono mille contese . - In questo caso è DOVE si riconosce la virtù dell ' edificatore . - In queste cose bisogna esser cauto , ma DOVE ne va ' l capo , cautissimo . - Vollero farli malgrado loro santi , DOVE non era poco che fossero cristiani . - Accanto a DOVE ora è San Francesco di Paola . - Si fecero molte ricerche a Meda , DI DOV ' era la conversa . - Io sarei capace di scrivere : - che era il paese nativo della conversa . - Non uno dei dove citati avrei l ' animo d ' usare in quella maniera . Che te ne pare ? Andiamo innanzi . Ti secco ? R . - Ma no ; sèguita , che mi ci godo . L . - Sull ' uso della preposizione da . Vedrai se io so a quante belle locuzioni abbreviative e svelte si può far servire . - Fin DA abatonzolo ( da quando era abatonzolo ) il fatto suo era uno spasso . - Quello non è luogo DA andarvi di notte . - La passione il fe ' dare in falli DA non inciamparvi altro che un cieco . - Gli dia un tema tale che i due vocaboli cadano DA dover adoperare . - Le son cose queste DA farle e DA lodarle le donne della santa nazione ; ma noi ... - Il penultimo esempio è del Tommaseo , l ' ultimo del Carducci . Io farei il viso rosso , vedi , se dovessi dirti il giro ignobile di parole che avrei fatto per esprimere l ' uno e l ' altro pensiero ! R . - Ma perche , in nome di Dio ? L . - E riguardo all ' uso del se , senti che ellissi efficaci , che scorci d ' espressione io rifiuto per codardìa . - Brancolando con le mani , SE a cosa nessuna si potesse appigliare . - Il desiderio che questi signori Medici mi cominciassero adoperare , SE ( quand ' anche ) dovessero cominciare a farmi voltolare un sasso . - Erano saliti sui tetti , SE di là potessero veder la cassa , il corteggio , qualche cosa . - Sei persuaso che non mi mancherebbe l ' arte , se non mi mancasse il fegato ? R . - Ma dunque ! L . - Ma aspetta . Io ti voglio ben persuadere che so , e che soltanto per poltroneria , non per ignoranza , scrivo come un tanghero . Mi voglio schiaffeggiar con le mie mani quanto merito . Passo all ' uso dell ' infinito . Ecco del Sacchetti : - Il lupo entrava domesticamente nelle case , senza far male a persona , e senza ESSERNE fatto a lui . - O nobile duca , dov ' è la tua saviezza A SEDERE dove tu non dèi per dignità di re ? - Tu devi essere un ladroncello A ENTRARE per le case altrui . - E se alcuno dicesse ( è Niccolò da capo ) - : i modi erano straordinari , e quasi efferati : VEDERE il popolo insieme gridare contro il Senato , il Senato contro il popolo , CORRERE tumultuosamente per le strade , PARTIRSI tutta la plebe da Roma ecc . , dico come ogni città ... - Com ' è detto bene ! E io non direi così per un biglietto da mille . - Venendo alla seconda inginocchiazione , la fatica della prima aggiungendosi alla seconda , e VOLERE far presto e non POTERE , ( bellissimo ! ) lo costrinse a far sì , che la parte di sotto si fe ' sentire . - Ed ecco il saluto che meriterebbero da chi legge gli scrittori poltroni del mio stampo . R . - Ma le ragioni della poltroneria ! L . - E quelle proposizioni incidenti , interpolate fra gli elementi d ' un ' altra , quasi indipendenti , e per così dir sospese nel periodo , che imitano così bene il linguaggio parlato , e dànno al discorso un andamento così disinvolto e spigliato , un così bel colore di naturalezza .... R . - Giusto ; qui t ' aspettavo : sono la mia predilezione . Vediamo se n ' hai qualcuna della mia raccolta . L . - Ce n ' ho un cassone . - Per mia fè , che CHI MI DONASSE L ' ORO DEL MONDO , non t ' offenderei . - Come pienamente si legge per Lucano poeta , CHI LE STORIE VORRÀ CERCARE . - Il Chiodo è un chirurgo che , CHI LO PAGA BENE , tien segreti gli ammalati . - E se tira vento , t ' acceca , poichè non può stare se non intinge ogni momento le cinque dita in una gran tabacchiera , E SU SU , E QUEL CHE NON C ' ENTRA SEMINA , movendo i polpastrelli aggruppati . R . - È detto con un garbo ammirabile . E tu non useresti nemmeno codeste forme di sintassi , che tutti usano ? L . - No , ch ' io sia dannato ! Nemmen queste . E tutti quegli altri modi semplici e ingenui , tolti dal linguaggio famigliare , di legare un pensiero ad un altro , e d ' accozzar l ' uno all ' altro senza legame , che sono una bellezza ! Per esempio : - Il quale manifesta agli uomini certe cose che non sanno , ED EGLI LE SA . - Questi piani , che sono in mezzo di queste montagne , sono spazzati e puliti come la palma della mano , E TUTTO QUESTO FA IL VENTO . - Venendo San Francesco a Santa Maria degli Angeli con frate Leone a tempo di verno , E IL FREDDO GRANDISSIMO FORTEMENTE IL CRUCCIAVA .... E il grande verso di Dante : Vedi che non rincresce a me , E ARDO . Sostituiamo all ' e un che , come avrei fatto io , vigliacco , e facciamo un verso mediocre e floscio d ' un verso che fa fremere : non è vero ? Ah , tu credevi ch ' io scrivessi come scrivo per ignoranza ! Per esempio , ci ho un tesoro di modi ellittici preziosi , che tengo a muffire . - Ora perché si sappia come morì , UDII DIRE a mio padre che gli venne voglia d ' andare alla stufa .... - Com ' è garbata l ' omissione del dirò che , ch ' io mi sarei ben guardato dall ' omettere ! - E avendo dato a questo suo figliuolo certe carte , E CHE ANDASSE INNANZI CON ESSE , e aspettasselo da lato della badìa di Firenze .... - Disse : i nemici esser oltre numero molti : quaranta che essi erano , non far corpo da sostener contro a tanti , E I PAESANI DA NON FIDARSENE IN TALE ESTREMO . - Per dir questo io avrei fabbricato un periodaccio doppio . - Confortate la donna E ELLA VOI . - Io c ' avrei rificcato un conforti . Io rispetto bassamente tutte le concordanze , io bacio la terra purchè sia sempre in perfetta corrispondenza il soggetto col verbo , e rovini il mondo ! Vedi , per me è una bellezza la frase : - In questo , I SIGNORI CHI ANDAVA IN QUA E IN LÀ , E CHI ' NSÙ E CHI ' NGIÙ , e il restante , chi si nascose in un luogo , chi in un altro ; - e quest ' altra : - dubbiosi , mutoli , attratti , ciechi ed OGNI ALTRA INFERMITÀ VENNERO dal re - ; ma ( scrollando il capo , con un sorriso ironico ) mi farei levar la pelle prima di metter sulla carta quelle bellezze . So bene che " una parte della Grammatica è costituita dalla somma degl ' idiotismi d ' una lingua , diventati un fatto " , so che " la scienza della lingua consiste nel sapere e l ' arte dello scrivere nell ' adoperare quelle variazioni idiomatiche " che sono innumerevoli , e tutte opportunamente usabili , anche quelle di cui non c ' è esempio negli scrittori ; so tutto questo .... e scrivo come scrivo ! R : - Ma me lo dici una volta di che , di chi , per che ragione hai paura ! L . ( scoppiando ) . - Ho paura dell ' ignoranza del maggior numero , ho paura della pedanteria degli asini , ho paura di Giuseppe Prudhomme ! Ecco di che ho paura . R . - Di Giuseppe Prudhomme ? Ah , capisco finalmente ! L . - Sì . Tu conosci il Prudhomme , quel personaggio maraviglioso in cui Enrico Monnier ha rappresentato la scioccheria , l ' ignoranza saccente , la meschinità e la pecoraggine intellettuale , inconsapevole e presuntuosa di una grande famiglia d ' esseri , non soltanto della sua Francia , ma d ' ogni paese del mondo . Ebbene , io , nello scrivere , ho paura del Prudhomme italiano , e della signora Prudhomme , e dei suoi figliuoli e delle sue figliuole , e di tutti i suoi congiunti ed amici , e di tutti coloro che poco o molto rassomigliano a lui . Quando sto per mettere sul foglio uno di quei tanti modi che abbiamo visti , e degli altri moltissimi , che ho notati , mi si leva davanti tutta quella gente , li vedo col mio libro o col mio articolo fra le mani , e li sento esclamare : - Oh che ciuco ! Ma che italiano è questo ? Ma costui non sa la grammatica ! - perché tutte quelle licenze e arditezze che per te e per me sono bellezza e forza della lingua , per il Prudhomme e per i suoi simili sono offese alla grammatica , alla logica , al senso comune ; poichè Prudhomme , liberale in politica , è in letteratura un tiranno superbo e stupido , che sputa sull ' idiotismo , e calpesta ogni libertà di parola . È il suo fantasma che mi fa geometrizzare la lingua : io faccio l ' asino per paura degli asini . Sono di coloro , di cui dice il Carducci che , per scrivere , si mettono i guanti , per parer gentiluomini ai borghesucci . Se non che egli parla di chi ha le mani grosse e nocchiute , piene di porri , di verruche e di schianze , che i guanti non bastano a mascherare . Ed io no : io avrei una mano ben fatta , leggera , una mano da signore ; e sono i guanti che me la sformano : i grossi guanti grammaticali , tutti sgonfi e grinze e frinzelli . E dire che m ' inguanto per il Prudhomme ! Che abbominio ! R . - Eh via , tu esageri . Il Prudhomme è una testa piccola ; ma non un cretino addirittura . Mi pare che tu lo calunni per iscusarti . L . - E tu lo difendi per farmi coraggio , capisco . Ma fors ' anche non lo conosci quanto me . Io non lo conosco soltanto per i giudizi suoi che mondo ripete ; ma anche per esperimento diretto che feci di lui in varie occasioni . Ecco qua un foglio col quale lo misi alla prova . Son tutti periodi , frasi di scrittori magistrali , che sottoposi al suo giudizio , dandoglieli per roba di sconosciuti ; di quei costrutti , frequentissimi negli scrittori classici , dei quali noi ammiriamo la naturalezza e l ' efficacia . - E tutte quelle cose delle quali non è ragione naturale perché così debba essere o intervenire , non si debbono osservare né credere . - Ma che pasticcio è questo ? - domandò il Prudhomrne . - Costui non deve aver fatto le elementari ! - Questo Castruccio , guerreggiando , e dando assai che fare ai Francesi , fra le altre nobili cose che fece fu questa . - Oh che bella sintassi ! - esclamò il Prudhomme . - Rilegga un po ' , tanto per ridere . - Perché il Prudhomme , lo devi sapere , va in estasi davanti alle inversioni latine più forzate e contorte , che gli paiono eleganze aristocratiche ; ma a quelle naturali e necessarie alla lingua viva , che sono , come dice un filologo , una parte di stile diventato lingua , arriccia il naso come a volgarità di scrittori incolti . E senti quest ' altre , che sono anche più amene . - Io so che la cagione che tanta moltitudine è qui , è solo per udire quello che più volte v ' ho detto . - A questa il Prudhomme fece una risata . - Non c ' è materia da farne proverbio , i quali generalmente si fondano sulla ragione e sull ' esperienza . - Proverbio , i quali - disse - ; e chi è questo pazzo ? - Era scritto che egli portato su dai tumulti di Livorno , un tumulto di Livornesi dovesse farlo precipitare . - Commento : - Che egli .... lo dovesse .... Una grammatica da serve . - I dodici capitani del Cairo è come se tu dicessi i dodici capitani di guerra . - I dodici capitani è .... E chi è quest ' asino ? - È Daniello Bartoli , - risposi . R . - Codesta è incredibile . L . - Ma vera . Te ne cito ancor una , che sarà l ' ultima . Lessi a un Prudhomme questa frase del Carducci : - Leggendo sì fatte cose , chi conosce discretamente la letteratura nazionale , la prima cosa che pensi è .... - Ma questa - mi disse - è una costruzione da scolaretto di terza elementare . - Capisci : secondo lui , il periodo doveva esser rovesciato ! R . ( ridendo ) . - Andiamo , te lo confesso ora : avevi ragione : non ho difeso il Prudhomme che per farti coraggio . L . - A un vigliaccone par mio ? Ma è fatica sprecata , caro amico . E lascia ch ' io finisca la mia confessione perché voglio che tu mi disprezzi nella misura che mi spetta . Tu non puoi immaginare fino a che segno io arrivi . Nel racconto che t ' ho letto , nel primo dialogo , avevo scritto : - Ma bada , me , tu m ' hai a risparmiare . - Vedi qua : ho cancellato il me . - Avevo scritto : - Era un luogo destinato ad ammazzarvisi le bestie . - Ho sostituito : - Dov ' era destinato che s ' ammazzassero le bestie . - Un orrore . Qui , dov ' era scritto : - Quel ragazzaccio non gli si può dir nulla che si rivolta come un aspide - , ho corretto : - A quel ragazzaccio non si può dir nulla .... - Sì , ridi pure . Dove avevo detto : - Mi diede che m ' accompagnasse per la città il suo segretario - ... come abbia corretto non oso dirtelo . E nota che per ciascuno di quei modi ho i miei bravi esempi classici . Ah , faccio stomaco a me stesso ! A questa miseria son ridotto ! R . - Amico , sei gravemente malato , lo riconosco . Ma i malati della tua malattia , consòlati , sono molti più che non credi fra gli scrittori . La conclusione è questa : che hai bisogno d ' una cura rigorosa . L . - Eh , tu puoi celiare , tu che sei intrepido . Leggendo le cose tue , non sai come t ' invidio ! R . - E dunque segui la mia via , che è assai più comodo che continuar per la tua . Io ero come te , un tempo . E guarii senza cura . Fu una parola di Gino Capponi il mio toccasana . Ci sono certi motti di scrittori che operano di questi miracoli . Egli dice in una lettera : - Io , quando piglio la penna in mano , ho sempre la voglia di farmi bastonare . - Fu un lampo per me . Dopo d ' allora , ogni volta che pigliai la penna , saltò addosso a me pure quella voglia , ma doppia : di buscarne e di darne ad un tempo . L ' immagine del Prudhomme italiano , critico di lingua , che a te fa tanto spavento , a me mette il diavolo in corpo . Io ci ho un gusto matto a provocarlo con la penna , a irritarlo , a farlo strillare , e mentre me lo immagino fuor della grazia di Dio , rido di lui , e batto più forte . Dar delle urtonate al buon gusto del Prudhomme , schiaffeggiare la sua pedanteria , sfondare a pugni e a calci la sua grammatica tarlata , è per me una sodisfazione indicibile . Pròvatici , e vedrai che piacere ci troverai tu pure . Eccoti la cura della tua malattia : la lotta . Rimbòccati le maniche , e picchia . L . ( guardandolo ) . - Ti ammiro . Io , invece , rassomiglio a quel pittore che passava delle giornate davanti al suo quadro , esclamando : - Ah , se osassi ! Se osassi ! - Ma a che serve ? Come dice don Abbondio , il coraggio uno non se lo può dare . E sì che per darmelo ho tentato ogni mezzo ; perfino .... ( dopo un momento d ' esitazione ) quello di bere del cognac prima di mettermi a scrivere . R . - E allora osavi ? L . - Sì , ma ( vergognandosi ) la mattina dopo .... cancellavo . R . - Ma oggi tu devi farla finita . Tu devi giurar qui , in mia presenza , stendendo la mano sul tuo scartafaccio , guerra implacabile al Prudhomme ! L . ( scrollando il capo ) . - Sarebbe un giuramento di marinaro . ( A un tratto , tendendo il pugno ) . Ah , come l ' odio ! R . - Chi odia teme . Fin che lo temerai , non lo affronterai . Fa ' il giuramento . L . - Ebbene , andiamo : giuro . R . - Guerra a morte ? L . ( con viso truce , ma con accento fiacco ) . - A morte . R . ( tra sé , guardandolo di sott ' occhio ) . - Non si batterà . Non c ' è altro . Requiescat in pace . L ' ALTO LÀ DELLA GRAMMATICA . Alto là , signorino . Le ho da parlare . Non mi guardi bieco . Non le ho gridato che per celia l ' alto là soldatesco . Non sono più la dura tiranna che molti credono ; non considero più come offese mortali ogni rifiuto di cieco ossequio , ogni minima licenza o confidenza che si prenda la gente con me . Essendomi persuasa che , come tutte le cose di questo mondo , son destinata anch ' io a mutare col tempo , mi vengo piegando man mano a transigere coi diritti dell ' uso , con la ragione dell ' armonia , con molte piccole convenienze dell ' arte che una volta disconoscevo . Ma non vorrei che per queste ragioni ella si credesse lecito di buttarmi tra i ferravecchi , che sarebbe anche un gran male per lei , com ' è per tutti quelli che gliene dànno l ' esempio ; e però voglio che c ' intendiamo bene , che ella sappia da me quanto posso concedere , e quanto credo d ' avere ancora il diritto di vietare . Dirà lei che questo è il linguaggio d ' una tiranna ? E veda , a provarle quanto sono arrendevole dovrebbe bastare quel lei ; col quale entro in materia . Io volevo una volta che nel caso retto s ' usasse sempre egli , e ora lascio dire lui e lei in tutti i casi in cui il significato della frase s ' appoggia sul pronome , che deve perciò far rilievo . Quindi : - È lui che l ' ha detto . - Lo saprà lui , io non lo so . - S ' impanca a filosofo , lui ! - sta bene . Ma che bisogno c ' è di dire : - Me lo dice lui stesso ? - Andai senza che lui lo sapesse ? - Mi valsi delle ragioni che lui addusse ? - Questo non è più uso giustificato ; ma profusione dell ' idiotismo , inutile e ristucchevole . E così eglino ed elleno son pronomi diventati arcaici , ridicoli nel parlar famigliare e un po ' pedanteschi anche nella prosa letteraria ; ma non vi si può sostituire essi ed esse , che sono pur sempre dell ' uso comune , invece di quello sfacciato loro , che molti vogliono in ogni caso , forse non per altro che per vilipendermi ? E perché bandire questi , quegli e altri al nominativo singolare , per sostituirvi questo , quello e un altro , sempre , anche quando non sono richiesti dal carattere famigliare del discorso ? E perché usare a tutto pasto lei invece di ella , quando ella è ancora vivo e comunissimo nell ' uso dei Toscani , i quali dicono l ' uno o l ' altro secondo che vuole l ' orecchio o il diverso grado di famigliarità che hanno con la persona a cui si rivolgono ? E consento che si dica e scriva gli in luogo di loro e a loro , quando il loro dà impaccio , come nell ' esempio : - Vuoi dare del vino ai ragazzi ? Non voglio dargliene - , perché : - non voglio darne loro o loro darne - sarebbe troppo duro all ' orecchio ; ma non che si dia lo sfratto a loro come a una parola intollerabile per sé , e che si scriva , ad esempio : - Fermò i suoi compagni e gli disse - , dove il gli è una sgrammaticatura gratuita , più sgradevole a due doppi del loro . E non mi si dica che , ragionevolmente , dovrei essere inflessibile , e aver per massima : - O sempre o mai - , perché , ammettendo questo , io mi dovrei disfare e rifare per metà : non dovrei permettere di dir come me e come te ; né glielo dissi riferito a femmina ; né consentire che s ' usi il verbo nel plurale con un nome collettivo singolare , come nell ' esempio : - La gente vanno - ; né tollerare che si riferisca un verbo in singolare ad un soggetto plurale , preceduto o no da un di partitivo , come nelle frasi : - Non c ' è cristi . - C ' è dei birboni . - Malati non ce n ' era . - Può nascer di gran cose - ; licenze che io consento , come altre moltissime , perché per una parte io sono costituita da leggi generali della ragione immutabili , e per un ' altra parte non sono che il codice degl ' idiotismi della lingua ; onde ne vengo accettando sempre di nuovi , benchè adagio adagio . Per continuare : chiudo gli occhi sul lo proaggettivo ( per esempio : " non fosti generoso , ma lo saresti stato " ) quando sonerebbe troppo ingrato il tale , che i miei devotissimi usano , o sarebbe uggiosa la ripetizione dell ' aggettivo , o il non dir quello né ripeter questo lascerebbe nella frase un vuoto anche più sgradevole . Lascio passare , quando cadono opportuni , tutti quei costrutti viziosi , come : - A me non me ne vien nulla ; a chi sa mostrare i denti gli si porta rispetto , ecc . , - che sono frequentissimi , e per ragion di suono quasi inevitabili nel linguaggio parlato . Permetto il volgare cosa per che cosa , e il costrutto toscano noi si fa , noi si dice , e il gli e il la soggetti pleonastici ogni volta che servano a riprodurre fedelmente un discorso famigliare o di gente del popolo . Gabello , infine , tutti gli anacoluti più arditi in tutti i casi in cui per mezzo loro si scansa di dar alla frase una rigida forma grammaticale che nuocerebbe alla chiarezza , alla naturalezza , all ' efficacia , e quando , come disse un maestro , s ' usa l ' anacoluto per non mettere altrimenti in contraddizione un pensiero ingenuo , immediato o semiserio con una maniera d ' esprimerlo riflessa , compassata o seria . Ma ( e qui siamo al nodo ) se do il dito , non voglio che mi si pigli la mano , e poi il braccio , e poi tutta la persona . Voglio che non s ' usino se non gl ' idiotismi necessari o utili ; che tra due locuzioni di eguale naturalezza ed evidenza , una sgrammaticata e una corretta , si scelga sempre quella corretta ; che non si consideri , come molti fanno , ogni idiotismo come una gemma per la sola ragione che è un idiotismo ; che non si creda ogni licenza ugualmente lecita così nella riproduzione d ' un dialogo famigliare come in un discorso letterario , così nel far parlare un uomo del contado come quando parla lo scrittore in persona propria ; che all ' antica tirannia della Grammatica , non si sostituisca il dispotismo della Sgrammaticatura , e all ' ostentazione dell ' eleganza la sfacciataggine della volgarità ; che non si calpesti ogni legge del galateo linguistico , cascando nel linguaggio mercatino per non cascare nel linguaggio accademico ; che , infine , perché s ' è buttata via la parrucca e la cipria , non si creda un dovere il mettersi anche in maniche di camicia e l ' andare attorno con la faccia sporca . Ho detto , signorino . QUELLO CHE SI PUÒ IMPARARE DAI TOSCANI . Se t ' accadrà , fin che sei giovane , di fare , un soggiorno breve o lungo in Toscana , sarà per te una buona fortuna , perché , volendo , imparerai là in un mese dalla voce della gente più che in un anno altrove dallo studio dei libri . Se questa fortuna non avrai , t ' occorrerà senza dubbio , nella tua o in altre città d ' Italia , di conoscere e di frequentare toscani . Ebbene , ti raccomando fin d ' ora d ' ascoltarli sempre con gli orecchi bene aperti , e di studiare attentamente il loro linguaggio , in special modo se saranno fiorentini . Non soltanto molto materiale di lingua potrai imparare da loro , essendo gran parte dell ' uso fiorentino presente , come tutti sanno , l ' uso fiorentino antico , che diventò lingua letteraria comune a tutta Italia ; ma , quello che più importa , la proprietà , la spontaneità , la prontezza dell ' espressione , che son quello che manca a noi principalmente . Perché corre fra noi e loro questa gran differenza , come osservò giustamente un linguista illustre : che a noi , parlando , per dire una data cosa , vengono quasi sempre sulla bocca due modi : il dialettale e uno o più modi italiani , fra i quali dobbiamo scegliere ; e a loro viene un modo solo , quello che dice per l ' appunto quella data cosa , quello che è il più proprio , e che tutti i loro concittadini usano in quello stesso caso ; donde la facilità , la sicurezza , la precisione del loro parlare , dove il nostro è quasi sempre opera di stento e d ' artifizio . Possono qualche volta anche i toscani stentare e riuscire artifiziosi , quando hanno da esprimere un pensiero nuovo o insolito o complesso , perché in tal caso cercano essi pure , se non la parola , la frase , e il modo di collegare le frasi ; ma nel dire le infinite cose comuni , che sono argomento quotidiano di discorso , tutti sono sempre pronti , spontanei e semplici ; non tentennano perché non hanno dubbî ; non sbagliano perché non possono sbagliare . Fa ' bene attenzione . Vedrai quanti modi piani e agili hanno d ' esprimere pensieri che noi esprimiamo di solito in forma ricercata e pesante ; in quanti casi fanno un salto con la frase dove noi facciamo più passi ; in quant ' altri scansano con una mossa snella e garbata l ' intoppo che noi urtiamo , o arrivano con la parola un tratto di là dal punto dove noi crediamo che la sua potenza si arresti . E anche nel parlare di quelli che non hanno cultura nessuna , osserverai certi modi di legar le proposizioni , certe forme armoniche di sintassi , certe abbreviature di frase efficacissime , che negli scrittori ti parrebbero effetti di arte meditati , e sono pregi naturali del loro linguaggio . E sentirai da loro a ogni tratto una parola inaspettata , che è come un tocco di pennello dato all ' idea , che tu non sapresti dare con altra parola ; espressioni ingegnose , graziose e comiche , eleganze e arguzie felici , che non sono proprie di chi parla , ma di tutta la sua gente , e tanto più efficaci per questo , che gli vengon via come da sé , e l ' una incalza l ' altra , e nessuna ti fa pensare che sarebbe più calzante un ' altra al pensiero . E bada bene a loro anche quando parli tu , ed essi t ' ascoltano : uno schiarimento che ti chiederanno , un ' ombra leggiera di stupore o di dubbio , che passerà sul loro viso , o un sorriso leggerissimo , o una ripetizione emendata , che faranno quasi senza volerlo , dell ' espressione d ' un tuo pensiero , t ' avvertiranno che t ' è sfuggita una parola impropria , e perciò non chiara , invece della propria , un ' espressione letteraria in luogo della famigliare , una frase affettata in cambio di quella semplice , ch ' essi avrebbero usata in quel caso . Che sono mai i pochi idiotismi che ai toscani si rinfacciano per rincalzar la stramba affermazione che essi parlino un dialetto come gli altri , di fronte alla ricchezza , alla finezza , alla grazia , alla mirabile armonia pittrice del loro linguaggio ? E che stupido orgoglio è quello che non vuol riconoscere in loro una superiorità , della quale ci avvantaggiamo tutti , poichè tutti attingiamo alla loro lingua quando non ci basta la fonte degli scrittori e dei dizionari , e che cocciutaggine il non voler riconoscere che si parli meglio l ' italiano in quella regione , che fu la culla della lingua , ed è la sola in cui la lingua si parli da tutti ? Ma tu non sarai di questi , certamente . Se andrai in Toscana , tu t ' immergerai , nuoterai con piacere infinito in quell ' onda di lingua viva e pura , alla cui armonia ti parrà che consuoni quella che spira nelle linee dei monumenti di arte maravigliosi , che ti sorgeranno d ' intorno ; e ti parranno dolci anche quegl ' idiotismi di pronunzia , che prima deridevi , quando penserai che sonarono pure sulle labbra degli scrittori e degli artisti immortali che il mondo venera ; e con l ' amore della lingua e con l ' ammirazione dell ' arte nascerà nel tuo cuore un sentimento di gratitudine affettuosa e profonda per quel popolo , primo custode del tesoro della nostra parola , dotato d ' ogni facoltà più gentile e del più squisito senso della bellezza ; di quel popolo al quale dobbiamo tanta parte della nostra gloria , che , a immaginarlo assente dalla storia italiana , non ci appare più la immagine della patria che con la corona smezzata sulla fronte . IL DOTTOR RAGANELLA . Era stato un pezzo in Toscana il dottor Raganella ; ma dai toscani non aveva imparato nulla , perché non li aveva mai lasciati parlare . La parola , soleva egli dire , è il più bel dono di Dio . Noi dicevamo che il dono a lui era toccato un po ' troppo abbondante . Ma per fortuna non era che dottore in legge , non esercitava l ' avvocatura , non rintronava la testa che agli amici . Si vantava d ' avere una grande facilità di parola . Ed era vero : aveva una facilità spaventevole . E sarebbe riuscito eloquente se fosse stato persuaso della verità detta dal Bonghi : che gli uomini dotati di parola facile si debbono assoggettare più degli altri a una disciplina rigorosa per non cadere nella prolissità , con la quale non c ' è eloquenza né stile . Non erano discorsi i suoi : erano cascate , frane , diluvi di parole . Non intaccava , non si posava mai , e parlava sempre più in fretta via via che il suo discorso s ' allungava . Disse un poeta francese ad un giovane : Se tu riuscirai a parlare dieci ore di seguito senza sputare , sarai padrone della Francia - : egli avrebbe dovuto esser padrone dell ' Italia . Dopo averlo inteso discorrere per un quarto d ' ora , restava a tutti una romba nell ' orecchio come quando ci passa accanto a grande velocità un treno di strada ferrata . Egli aveva l ' illusione , comune a tutti i parlatori troppo facili , che la rapidità vertiginosa del discorso impedisca la noia in chi ascolta ; quando segue invece l ' opposto , perché in quella furia essi non hanno tempo né modo di dar rilievo e colore a nessun concetto o parte di concetto , e riescono però necessariamente uniformi . E accadeva pure a lui , come a tutti gli altri suoi simili , che avendo coscienza di quella mancanza di rilievo e di colore , cercava di supplirvi ripetendo più volte l ' espressione d ' ogni pensiero , a modo di quel giornalista verboso d ' uno scherzo comico del Ferrari , che incomincia un discorso col verso So , conosco , m ' è noto e non ignoro , e va innanzi così fino alla fine . E pure la soverchia facilità di parola lo portava a non far grazia , raccontando un fatto qualsiasi , di nessuno anche minimo e più futile particolare , di modo che se aveva da dire , per esempio , ch ' era stato a visitare un amico , diceva per quali strade era passato e che cosa gli era frullato pel capo camminando , e poi : - " Salgo le scale , suono il campanello , m ' aprono , domando : - È in casa ? - È in casa , - vado avanti , entro nel salotto .... " e via su quest ' andare . E come di ragione , non lasciandogli tempo di riflettere la troppa foga , parlava scorretto , come tutte le raganelle umane . Il suo eloquio era un torrente impetuoso che travolgeva improprietà , sgrammaticature , riempitivi , cacofonie , contraddizioni e vesciche . Non di meno , la prima volta che l ' udivano , alcuni l ' ammiravano . - Che ammirabile facondia ! - dicevano . Ma facondia non era la parola che facesse al caso . Si poteva dire di lui quello che uno scrittore disse d ' un suo critico , il quale scriveva come il dottor Raganella parlava : - La buona educazione mi vieta di definire con la parola propria le fughe del suo stile . Ciò non ostante egli ci divertiva , qualche volta ; in special modo quando faceva uno sfogo di collera contro qualche suo nemico , quando si metteva a gridare , per esempio : - Gridi pure , strepiti , strilli , minacci , tempesti ; non mi lascerò smovere : sono deciso , risoluto questa volta , irremovibile , inflessibile nel proposito di far quel passo , e vi accerto , v ' affermo , vi giuro sul mio onore .... - Fèrmati ! - gli dicevamo - , e bevi un sorso .... - o gli cantavamo l ' aria del Matrimonio Segreto : Prenda fiato , prenda fiato , Seguitare poi potrà . E come parlava nel calore della passione , così nello scherzo . Gli venivano spesso dei motti arguti ; ma ne sciupava sempre l ' effetto ripetendoli , parafrasandoli , commentandoli , fin che ce li faceva tornare a gola , come bocconi indigesti . E quale nel parlare era nello scrivere . Tirava via con la rapidità che usano gli attori quando fingono di scrivere sulla scena : letteroni d ' otto pagine , in cui le proposizioni si succedevano senza legame grammaticale , e le ripetizioni cadevano l ' una sull ' altra come le fette di salame accanto al coltello , e ad ogni pagina la lettera ricominciava . Ma del più bel dono di Dio non abusava soltanto per esprimere il pensiero proprio ; anche per parlare per conto nostro , come fanno tutti i parlatori irrefrenabili , che non vogliono star a sentire i discorsi degli altri . Egli rompeva in bocca all ' amico il ragionamento o il racconto , e lo finiva per lui : - Ho capito : tu gli hai risposto così e così , lui ha replicato in codesto modo , tu hai perso la pazienza , e l ' hai piantato , non è vero ? E hai fatto bene , e io feci lo stesso in un caso simile che m ' occorse appunto .... - E non serviva dirgli : - Fa ' il comodo tuo ; quando avrai finito tu , ricomincerò io - ; sorrideva e tirava innanzi , e non ci lasciava ricominciare . Quando andava al teatro o faceva una gita fuor di città , o quando sapevamo che gli era seguìta qualche avventura , lo aspettavamo con vero sgomento nella saletta appartata del caffè dove ci veniva a trovare ogni sera ; perché non c ' era cristi , egli ci voleva riferire le sue impressioni , e filava dei discorsi di mezz ' ora così rapidi e fitti , che a noi non riusciva neppure di farci entrare di straforo un ' osservazione . E s ' aveva un bel tentare di scoraggiarlo non badandogli : egli pensava che la nostra disattenzione fosse simulata per un tantino d ' invidia che ci pungesse del dono di Dio , e questo pensiero lo stimolava anche più . Oppure , vedendoci disattenti noi , rivolgeva il discorso agli altri pochi avventori che venivano nella stessa sala , anche se sconosciuti , e s ' infervorava a cicalare anche più del solito , scambiando con ammirazione lo stupore che quelli mostravano in viso , un poco somigliante all ' intontimento che dà il rumore monotono d ' una ruota di mulino . Una sera , fra l ' altre , prese di mira un grosso medico barbuto che stava sorbendo il caffè dalla parte opposta della saletta , e di discorso in discorso gli venne a parlare d ' un suo incomodo , del quale gli raccontò la storia minuta con una fiumana di parole ; e finì con domandargli : - Che rimedio mi consiglia lei ? Quegli lo guardò fisso , e poi , fra il silenzio di tutti , con un viso grave e un vocione di basso , gli rispose spiccicando le sillabe : - Lei ha bisogno d ' un astringente . Tutti risero in coro , e fu quella la prima volta che il dottor Raganella mostrò un ' ombra di vergogna d ' aver troppo parlato . Il matrimonio ci liberò dalla tirannia della sua loquela . Ma ci separammo da buoni amici , quando partì per il viaggio di nozze . Nel fargli i nostri augùri , peraltro , compiangemmo tutti in cuor nostro la sua povera moglie : come avrebbe potuto resistere per tutta la vita al flagello di quella facondia ? Pochi giorni dopo , uno di noi ricevette dalla Svizzera una sua lunga lettera , nella quale egli diceva , fra l ' altro , che la sua sposa era stata così commossa dallo spettacolo della cascata del Reno a Sciaffusa , che l ' aveva fatto rimaner là un ' ora con lei ad ammirarlo . Lo stesso pensiero balenò a tutti : l ' aveva fatto rimaner là perché il fragore della cascata copriva la sua voce , e in quel tempo essa s ' era un po ' riposata .... Lo stesso amico ricevette poi un ' altra lettera , con la quale egli annunziava il suo ritorno , e che la sera dopo sarebbe venuto a trovarci al caffè . Tremammo all ' idea della descrizione del viaggio ch ' egli ci avrebbe inflitta : chi ci poteva reggere ? Sarebbe stata una grandinata di parole dalle otto a mezzanotte . La sera fatale , un amico , che l ' aveva visto avvicinarsi per la strada , ce lo preannunziò , affacciandosi all ' uscio : - Si salvi chi può ! - Tutti se la diedero a gambe . Trovando la saletta vuota , egli sospettò la fuga , se n ' ebbe per male , e non ritornò più . Ne fummo dolenti ; ma non c ' era rimedio . Pochi mesi dopo , per ragione d ' interessi domestici , andò a stare a Bologna , e per anni non se n ' ebbe più notizia . Poi si seppe che sua moglie gli aveva fatto causa per separazione legale . Il vero perché non ci fu detto . Ma per noi non ci fu dubbio . Egli doveva aver reso alla povera donna la vita intollerabile . La causa della separazione era certissimamente il più bel dono di Dio . A TRAVERSO I SECOLI . I Trecentisti . A questo punto bisogna che ci fermiamo un poco a discorrere dei principali scrittori che s ' hanno da leggere per imparare la lingua . Prima di tutti .... Qui vedo sorridere i miei lettori , che in questo momento suppongo siano tre , un giovinetto , una signorina e un cittadino originale , a cui è saltato il ticchio , fra i trenta e i quarant ' anni , di mettersi a studiare la lingua del suo paese : li vedo sorridere con certa malizia , e mi par di sentirli dire tutti e tre insieme : - Già , ci aspettavamo il consiglio prammatico - , e poi in cadenza di canto : - i Tre - cen - ti - sti ! Eh , Dio buono , non è una novità , lo so bene . E so anche , giovinetto mio , quello che tu e gli altri due lettori mi vorreste rispondere : che a leggere quei nostri antichi scrittori vi provaste , ma che vi riuscirono ostici , non tanto per la materia quanto per la forma ; voglio dir per la lingua e per lo stile troppo diversi da quelli delle scritture moderne ; per cagion di che vi sentiste , leggendoli , come spaesati , sconcertati nelle consuetudini del vostro pensiero e del vostro gusto , e quasi in compagnia di gente con cui non fosse possibile , per la differenza dell ' indole , pigliar famigliarità ; e fra la quale e voi s ' interponesse un velo di nebbia , che v ' impedisse di vederli bene in viso , e quindi di mettervi in comunicazione immediata con l ' animo loro . Ma io vorrei principalmente persuader te , giovinetto , che , vincendo quel primo senso ostico , e persistendo nella lettura di quegli scrittori , finiresti col prendervi amore , con tuo vantaggio grandissimo , per quelle medesime ragioni per le quali ti pare ora che quella lettura non t ' abbia mai ad attirare . Pròvatici un ' altra volta , te ne prego , e persisti , tenendo sempre presente che quelle parole e frasi , nelle quali consiste la maggior differenza fra quegli scrittori e i moderni , erano allora in Toscana , e in specie a Firenze , d ' uso comune , e quindi naturalissime a coloro che scrivevano ; i quali , eccetto pochissimi , non facevano distinzione fra lingua parlata e lingua scritta ; di che deriva appunto la ricchezza , la schiettezza , l ' efficacia delle loro scritture . Dopo che avrai preso con essi qualche famigliarità , non sentirai più la novità di quei modi , che ora ti paiono affettazioni e stranezze ; parranno anche a te naturali come parevano agli scrittori a cui venivano spontanei ; e allora , non più arrestato da quegl ' intoppi , ti lascerai andare all ' onda di quella prosa viva , fresca , giovanile , sentirai , come dice il nostro primo poeta vivente , quello che c ' è di più vivido e più frizzante , più zampillante e più mosso nell ' elocuzione di quei prosatori che in quella dei moderni che tu preferisci ; nei quali l ' arte è più raffinata , ma tanto meno ricca e meno schietta la vena . Ti parrà di sentirli parlare di viva voce in quei loro periodi , simili appunto al linguaggio parlato , d ' una orditura così semplice e debole , con poca o nessuna legatura rettorica di pensieri , e affollati di determinazioni accessorie ; i quali alle volte piglian la fuga , alle volte s ' arrestano a un tratto , e fanno mille brusche svoltate , come seguendo tutti i balzi del pensiero nascente e riproducendo il disordine del discorso vivo ; ammirerai , come dice il Capponi , quella naturalezza delle armonie , in cui non sono mai cercate combinazioni di suoni , e " hanno più rilievo quelle parole che avevano avuto prima nella voce più vivo l ' accento " ; ti delizierai in quella loro proprietà di vocaboli , non studiata , perché essi eran propri per necessità , in quelle loro locuzioni " della nitidezza che si vede nelle monete novellamente coniate " , in quella fresca verginità d ' una lingua , che cominciava appena a diventar letteraria , e in cui si sente come la fragranza della sbocciatura . E sempre più , continuando a leggere , t ' innamorerai di quello che così giustamente si chiama candore di tali scrittori , di quell ' aria amabile d ' ingenuità che dà alla loro prosa la frequenza della congiunzione semplice , come l ' usano i bambini e la gente del popolo , e la profusione dei superlativi , in cui si manifesta la fanciullesca vivacità dell ' ammirazione , e quel martellamento , che fanno così spesso , sopra un ' idea semplicissima , come per farla entrare in capo a un lettore ignorante ; ciò che pure è proprio della gente ingenua . Vedrai che singolari effetti d ' arte escono dalla schietta ispirazione non corretta dall ' arte , dal calore del sentimento libero , dalle negligenze , dalle rozzezze medesime , dagli stessi difetti non mascherati d ' alcun artifizio , ma lasciati scoperti come nudità innocenti . Come si respira in quelle pagine ! Ecco gente che parla davvero alla buona e alla libera , che ci dice quello che ha da dire senza l ' interprete letterario ! Ci par quasi un miracolo . E quanta naturalezza nel modo di raccontare , quanta vivezza in quei dialoghi a botte e risposte , e quanta evidenza in quello stesso disordine affannoso con cui ci rappresentano le scene animate , e che graziosa semplicità negli esordi e nelle considerazioni sugli uomini e sugli avvenimenti ! Ti diletterai pure a osservare quante cose si potevano dir bene allora senza una quantità di parole e di frasi che a noi , per dir quelle cose stesse , paiono ora di necessità assoluta ; ti maraviglierai di trovare interi periodi che si potrebbero riscrivere al presente , dopo sei secoli , senza mutarvi un vocabolo ; ti divertirai a notare qua e là i francesismi curiosissimi , le parole che mutarono significato , e quelle cadute in disuso , che ora farebbero sorridere , le diversità singolarissime , fra quel tempo e il nostro , del senso e del linguaggio comico , del frasario cerimonioso , delle forme del ragionamento , dell ' espressione della gioia e dell ' amore . E arrivato a un certo punto , vivrai con l ' immaginazione in quel tempo , ti parrà d ' aggirarti fra quella gente e di respirare l ' aria che essi respiravano . Avendo cominciato a leggere per imparar la lingua , sarai preso a poco a poco dalla sostanza , attratto dalla curiosità di quel modo di sentire e di pensare , dalla descrizione delle costumanze , degli usi pubblici , della vita domestica , dell ' arte della guerra e dei viaggi , da tutte le manifestazioni dello spirito di quel popolo " giovane , forte , adoprante , pieno d ' immaginazione , più inventore che ora non sia " , e compreso d ' una fede religiosa semplice e ardente . E ammirerai di più quegli scrittori se proverai qualche volta a staccarti all ' improvviso da loro per leggere uno qualsiasi dei prosatori del tuo tempo . Come ti parranno compassati , troppo ligi alla fredda ragione , pieni d ' artifici e di civetterie e ricercati nell ' orditura e nell ' armonia dello stile anche quelli che per questi rispetti peccano meno ! E più avvertirai il vantaggio di quelle letture quando , avendone ancor piena la mente , ti metterai a scrivere , chè ti sentirai tanto più sciolto , più libero , meglio inclinato a esprimere i tuoi pensieri semplicemente , fresco e leggiero dello spirito come si sente del corpo chi esce dall ' acque d ' un fiume . E ti do un consiglio : di leggere prima i più semplici , dai quali quando passerai a Dante , rimarrai maravigliato , come d ' un prodigio , del passo gigantesco che fa con lui la prosa italiana , senza perdere la sua freschezza giovanile , pure prendendo a norma la sintassi latina ; maravigliato profondamente della elaborazione sapiente che egli vi porta insieme coi " soavi numeri " e i " sottili legamenti " della poesia , dell ' arte magistrale con cui egli disegna l ' idea , plasma l ' immagine , illumina tutti i particolari dei fatti in quell ' architettura mirabilmente varia dei periodi , in quella prosa " ora solenne ora gentile , profonda e limpida " che è il primo vero e grande esempio di prosa artistica nella nostra letteratura . E studia con amore anche l ' altro grande maestro . Vinci la noia che ti daranno da prima i lunghi periodi , nei quali , per accarezzare l ' orecchio , sovrabbonda di parole , e per raggruppare intorno a un concetto principale troppi concetti accessori , addossa incisi ad incisi , e per imitare la prosa latina intreccia e traspone forzatamente frasi e vocaboli . Vinci quella prima noia , e dello sforzo sarai compensato ad usura . Dov ' egli esprime un sentimento vivo o tratta un argomento che s ' accorda con le sue facoltà naturali , i suoi difetti spariscono o s ' attenuano ; dove ai suoi personaggi fa parlare il linguaggio della passione , ha tratti d ' eloquenza calda , logica e impetuosa che t ' avvolge e ti trascina ; nella pittura della realtà comica , nella descrizione delle scene e dei personaggi lepidi , nel dialogo , nella satira , egli si serve con ardimento e con arte impareggiabile di tutti i più efficaci costrutti del parlar fiorentino , dell ' idiotismo , del proverbio , di tutto quanto v ' è di più vivo nella lingua viva , come se in lui fossero raccolti e saltassero fuori l ' un dopo l ' altro dieci scrittori . Ti parrà uniforme da principio : poi vi troverai mille forme , mille armonie , mille colori . E non possiamo imitarlo , non forzare il nostro pensiero moderno alle sue forme , a cui non si piegherebbe che snaturandosi , né dipingere e scolpire con l ' arte sua , né ripeter la sua musica ; ma egli resta pur sempre un architetto sovrano , un pittore insigne , uno scultore stupendo , un artefice di suoni maraviglioso , uno scrittore unico , che fece nella prosa italiana il lavoro d ' una generazione , che ogni volta che ci riprende , ci domina , e al quale è bene ritornare ogni tanto , perché se n ' esce sempre con un raggio nella mente e dell ' oro nelle mani . Dal Boccaccio a Leonardo . Vuoi ora qualche consiglio , non da maestro , ma da vecchio amico , per proseguire dopo il Trecento ? Fatto che avrai il gusto al Boccaccio , non ti svoglierà dalla lettura l ' imitazione che troverai di lui in una serie di scrittori del secolo seguente ; i quali , sotto l ' influsso del culto risorgente dell ' antichità , seguirono l ' esempio del grande novelliere , dislogando le ossa , come dice il Leopardi , e le giunture della nostra lingua , per imporle violentemente le forme latine . Leggerai Leon Battista Alberti che della gravezza della sintassi boccaccesca ti compenserà con molte pagine di stile elegante e agile , sparse di parole vive e frasi schiette del suo volgare nativo . Leggerai con piacere la lettera di Lorenzo il Magnifico a Federico d ' Aragona , che si può dire la prima esposizione critica della nostra più antica letteratura poetica , oltre che un esempio di bella prosa , foggiata alla latina , d ' una eloquenza nobile e calda . Per formarti un concetto della prosa classicheggiante di quel secolo , qual è nel più alto grado del suo svolgimento , leggerai , con un po ' di pazienza , l ' Arcadia del Sannazzaro . Altri scrittori leggerai , che con più o meno garbo innestarono la latinità nel volgare , temperando la gravità dello stile forzato con quella parte della lingua viva , che irresistibilmente veniva loro dalla bocca alla penna . E farai una cosa : alternerai con la lettura di questi , che prolungata ti stancherebbe , quella degli scrittori semplici e spontanei , che anche nel Quattrocento fiorirono . Leggi le lettere di Alessandra Macinghi , dove , col candore dei Trecentisti , troverai la ricchezza e la vivacità del parlar fiorentino del tempo suo , e come in uno specchio limpidissimo riflessa la vita d ' una famiglia di quel secolo , e in questa un ' anima schietta , buona , amorosa , di cui ti resterà l ' immagine impressa nel cuore . Leggi le prediche di Fra Bernardino da Siena , tutte fiorite di bei modi dell ' antico parlar senese , tutte apologhi , novellette , arguzie , quadretti pieni di freschezza e di vita . Leggi , come esempio di spontaneità e di forza , belle nonostante le ruvidezze dello stile , efficacissime nelle forme piane e spezzate del parlare popolaresco , le prediche del Savonarola , piene di lampi e di tuoni , qualche volta grandi e terribili . Leggi sopra tutto il Trattato della Pittura di Leonardo da Vinci , per vedere a che grado d ' efficacia possa pervenire nello scrivere un homo senza lettere quando tratta una materia in cui è maestro , a qual segno di gagliardia , di densità , di concisione , di limpidezza possa arrivar nella prosa , pur senza lettere , chi ha osservazioni profonde e grandi pensieri da esprimere , che quadri stupendi di colorito e d ' evidenza riesca a dipinger con la penna chi ha delle cose la visione fisica netta , luminosa , immensa ch ' egli aveva . Da Leonardo al Machiavelli . La stessa norma , d ' alternar le letture di scrittori d ' indole opposta o diversa , ti consiglio di seguire per gli scrittori del secolo decimosesto , il più ricco di grandi maestri , il più vario nelle opere , il più ammirabile per ricchezza di lingua e perfezione di forma , di tutta la letteratura italiana . Nel Bembo , primo legislatore della lingua volgare , che giovò più di tutti in Italia alla formazione d ' un idioma letterario comune , e in molti dei suoi imitatori , che tutta l ' arte dello scrivere ridussero nella scelta e nella collocazione delle parole , ti spiaceranno la mancanza di spontaneità , l ' asservimento del pensiero alla frase , l ' imitazione pedissequa del Boccaccio , e più che altro quel pavoneggiarsi perpetuo , come se a ogni periodo dicessero ai lettori : - Vedete come scrivo bene ! - Ma leggili con attenzione , non fosse che per la lingua purissima , chè ne ricaverai un grande vantaggio . Quanti felici costrutti e garbati giri di sintassi vi troverai , che fine arte nel concatenare i periodi e nel rendere ogni sfumatura del pensiero , che ricchezza di modi e che belle e flessuose forme di eleganza e di cortesia signorile ! E non soltanto lo stile dignitoso e semplice ti attirerà nel Cortegiano del Castiglione ; ma la rara potenza dell ' osservar dal vero e sul vivo , e la forte pittura di caratteri storici , e la rappresentazione evidente della vita delle Corti italiane del Cinquecento , e la magistrale arte dialogica . E nel Galateo del Della Casa , oltre la grazia , la fiorentinità schietta , il sapore trecentistico , la ricchezza delle espressioni proprie e calzanti , ammirerai le osservazioni argute e finissime sull ' animo umano , sui costumi e sulla vita ; e nel Gelli la forma semplice , tersa , spontanea , ricca del più bel volgare fiorentino e in molti tratti quasi moderna , con la quale egli rende intelligibile e gradevole a ogni lettore anche la materia ardua della filosofia ; e nel Firenzuola l ' amenità , la leggiadria , la lingua candidissima , snella , vivace , tutta grazie e bei modi del parlar famigliare . Che salti maravigliosi farai da un prosatore all ' altro ! E come sentirai meglio l ' originalità e i pregi di ciascuno raffrontandolo col precedente ! Dopo la prosa rapida , nervosa , scolpita del traduttore stringatissimo del più stringato degli storici , dal quale imparerai a serrare nel più breve cerchio possibile di parole l ' espressione del tuo pensiero , ti parrà più mirabilmente fluida e musicale l ' eloquenza dei dialoghi e delle lettere del Tasso . Dopo esserti dilettato nell ' arte squisita delle Lettere del Caro , di stile disinvolto e brillante , ma correttissimo , e piene di gaio lepore , leggerai con doppio piacere il più eloquente e più incantevole sgrammaticatore di tutte letterature , quel libro unico , riboccante di vita , di forza , di baldanza , d ' ingegno , viva immagine d ' un uomo e d ' un secolo straordinario , quella specie d ' Orlando Furioso in prosa , quell ' indiavolato e sfolgorante capolavoro , che è la Vita di Benvenuto Cellini . Quando t ' avranno un po ' stancato le descrizioni e le orazioni sfoggiate della storia del Giambullari " artista finissimo della parola e della sintassi " ma impettito e freddo nella sua " dignità impeccabile " , leggerai e rileggerai con sempre più calda ammirazione l ' Apologia di Lorenzino dei Medici , una folata d ' eloquenza italianissima , lucidissima , ardente di passione , bella e spaventevole come un torrente in piena , che travolge ogni cosa . E senti : studia il Guicciardini . Non ti sgomentare di quello stile involuto e austero , talvolta un po ' rude , sovente oscuro , che dà sulle prime al lettore un senso d ' oppressione , e gli confonde la mente . Continua a leggere . Tu riconoscerai a poco a poco che quel modo di scrivere non è tanto sforzo e artifizio quanto effetto naturale della maniera di sentire e di pensare propria dell ' autore , del procedimento con cui si svolgono e s ' intrecciano le idee nel suo intelletto profondo e complesso , " uno dei più chiaroveggenti che siano stati al mondo . " E dai periodi lunghi e farragginosi , di cui si stenta a cogliere il senso , distinguerai quelli lunghi del pari , ma architettati con maestria mirabile , periodi da gran signore della lingua e dello stile , in cui dagli accessori emerge l ' idea principale , dominante , come una torre sopra un villaggio . E da questi imparerai a legare con ordine e con armonia in un periodo solo , intorno a un solo concetto , una famiglia di concetti minori ; e dai magistrali ritratti dei personaggi e dalle considerazioni acute e profonde sugli avvenimenti , a studiare l ' animo umano e i casi della vita ; e di quella lettura ti rimarrà nella mente un suono grave e solenne , che risentirai come un ' eco ispiratrice ogni volta che , scrivendo , cercherai una forma degna a un ordine di alti pensieri . Ma sopra tutti ammirerai e studierai il Machiavelli , che " segna il punto d ' arrivo della sincera prosa antica e il punto di partenza della moderna " , prosatore che dal latinismo e dall ' uso volgare trae insieme una forza che nessun altro raggiunse , il più schietto , il più sicuro , il più sintetico , il più logico scrittore del tempo suo , il più sdegnoso disprezzatore della rettorica , il più strettamente legato alla realtà delle cose , il più potentemente drammatico , il più superbamente eloquente ; grande nell ' arte che va innanzi al suo secolo , grande nell ' ardimento e nella carità di patria che gli fiammeggia nell ' anima , grande nel pensiero folgorante , che illumina il presente e legge nell ' avvenire . Da Galileo all ' Alfieri . Un altro grande maestro . Di dove arriva il Machiavelli , il più moderno dei prosatori antichi , muove Galileo , che infondendo nella prosa il soffio di quella nuova filosofia , la quale " fa più ricche , più chiare e più dritte le teste " , le dà sulla via della libertà e della verità l ' impulso poderoso , per cui ella procede fino al tempo nostro . La sodezza e la concisione che viene dalla densità del pensiero e dalla profondità della dottrina , la lucidità pura che deriva dalla chiarezza perfetta e dallo stretto e sottile concatenamento delle idee , l ' eleganza , la dignità , la sprezzatura signorile che è effetto del pieno possesso e del sentimento profondo della lingua letteraria e della famigliare , tutto questo è in quella nobile prosa che scorre come un largo fiume pacato e limpido , e in cui si sente la forza d ' un intelletto sovrano e d ' un ' anima grande . Rimani un pezzo alla scuola di Galileo , e ritornavi ogni tanto per imparare , non soltanto a scrivere , ma a meditare e a ragionare ; senza di che si mena la penna , ma non si scrive . Poi leggerai i suoi discepoli e continuatori , e ti piacerà nel Redi la grazia prettamente paesana , nel Magalotti la scioltezza tutta moderna , nel Boccalini la vivacità e la gagliardìa . In altra forma ti persuaderà eloquentemente dell ' obbligo di ben parlare la propria lingua il Dati , nella cui prosa ritroverai il miglior Cinquecento ; e nel Sarpi ammirerai la sobrietà vigorosa e lucida , retta da una coscienza fortissima e da un alto intento civile . Ti parrà di ritornare indietro col Bartoli , adoratore della forma , studioso di vezzi e di grazie , servitore , non dominatore della lingua ; ma di lingua vi troverai una miniera enorme , e v ' imparerai l ' arte difficile di " condurre come in ordinanza stretta i pensieri e trarre dalla destrissima collocazione delle parole chiarezza lucidissima e nobile e grato temperamento di suoni " . E artificio rettorico troverai pure nelle prediche del Segneri , concitate talvolta per proposito più che per passione ; ma anche spontaneità nell ' esuberanza , e puro eloquio e varietà d ' armonie nella stretta argomentazione e negl ' impeti non rari d ' eloquenza vera ; e calda , viva , irruente eloquenza nelle Filippiche del Tassoni , frementi d ' ira contro la dominazione straniera e tutte palpitanti di generose speranze italiane . C ' è bisogno di raccomandarti Gaspare Gozzi , maestro di eleganza e di grazia , pieno di buon gusto e di buon senso , e osservatore arguto e finissimo , che in pieno Settecento oppone all ' invadente gusto straniero la sua bella prosa castigata , ancora atteggiata della dignità antica ? Occorre accennarti la prosa agile , spigliata , scintillante , con la quale Giuseppe Baretti allarga i confini della critica e tratta a ferro e a fuoco le frivolezze e le pastorellerie dell ' Arcadia ? Ma a lui non t ' arresterai per studiare gli effetti prodotti nella prosa italiana dal nuovo mescolarsi della cultura nazionale con la cultura europea contemporanea . Leggerai del Cesarotti , benchè francesizzante , le pagine dove si prefigge di liberar la lingua dal dispotismo dell ' autorità e dai capricci della moda e dell ' uso per sommetterla al governo legittimo della ragione e del gusto ; e non trascurerai il Bettinelli , se vorrai un esempio singolare di prosa battagliera , ribelle alle tradizioni pedantesche , inforestierata , ma viva ; né l ' Algarotti , che nello stile foggiato alla francese ha l ' arte di render piane con facilità e vivezza quasi di conversazione le verità più difficili della scienza ; né Alessandro Verri , non puro di lingua né di stile , ma uno dei primi nostri scrittori riusciti efficacissimi nella mozione degli affetti . E arriverai così a Vittorio Alfieri , che con la sua Vita eresse il primo monumento di prosa veramente moderna : e s ' intende di quella prosa personale , non calcata su alcun esemplare da tutti imitabile , la quale prende forma e colore dall ' indole dell ' autore , ed è opera d ' arte , ma d ' un ' arte sua propria , uscita dall ' intimo dell ' animo suo , e che non si può confondere con quella di nessun altro , come l ' espressione del viso e il suono della voce . Dal Foscolo al Carducci . E ora una schiera di maestri , mirabilmente vari , nei quali , come nell ' Alfieri , parla il nuovo spirito destato dalla rivoluzione e la coscienza nazionale risuscitata dalla dominazione francese ; e primo fra questi Ugo Foscolo con quell ' Epistolario impareggiabile , in cui egli trasfuse e svelò tutta l ' anima sua con un calore , con una sincerità , con una franchezza e vigoria di stile che ti soggiogheranno . Ma non trascurerai però la prosa fluida , chiarissima , sonoramente faconda del suo rivale poetico , Vincenzo Monti , battagliante col diavolo in corpo contro la Crusca e i propri critici . Né ti spiacerà il ritorno all ' imitazione dell ' antico in quegli scrittori che tentarono per tal via di salvare le nostre lettere dalla corruzione straniera ; chè anzi essi ti gioveranno per questo . Declamazione , ridondanza d ' ornamenti , affettazione anticheggiante ; ma anche vigor maschio di stile , pagine scultorie e magniloquenti troverai nel Botta . Ammirerai il gusto squisito e " la strettissima fabbrica dei periodi " nel Giordani , benchè per il soverchio studio appunto di legare strettamente le idee e di serbar la lingua purissima , egli abbia qualche cosa di rattenuto , come dice il Capponi , e " non scorra nella sua prosa libera e franca l ' onda della parola " . E benchè la parola idoleggi , e sia schiavo del suo principio di restringere la lingua al Trecento , ti gioverà il Padre Cesari , prosator gioielliere , tutto eleganze classiche , che fu al tempo suo contro il forestierume linguistico un " antidoto potente " non inutile affatto ai giorni nostri . E lascerai dire chi vuole : leggerai il Colletta , non impeccabile nella lingua e non sempre chiarissimo , ma fiero e gagliardo in quella sua prosa da uomo di guerra , che porta lo stampo profondo dell ' animo suo . E non leggerai soltanto , studierai con amore i due prosatori ammirabili che sono nel Leopardi : quello libero , vivo , tutto moderno dei Pensieri inediti , dove s ' abbandona all ' ispirazione subitanea , quasi parlando più che scrivendo , e quello meno agile , meno colorito , ma di disegno più puro e più fermo , delle Operette morali : prosa originalissima , mista di modernità e di classicismo , magistralmente ordita , d ' una " serenità marmorea " , d ' un ' armonia sommessa e delicatissima , e d ' una chiarezza " a traverso la quale si vedono i pensieri come per un ' acqua limpida le rene e i sassolini del fondo " . Quello che il Leopardi non fece , di rinfrescare la lingua alla sorgente dell ' uso vivo , troverai nel Tommaseo , che alla propria prosa " diede moto e vita e copia ritraendo giudiziosamente dall ' uso fiorentino " , poeta e scienziato della parola , qualche volta troppo forzatamente conciso , ma ricco , robusto , proprio , e pittore e scultore e cesellatore , che dice mirabilmente e in modo tutto suo ogni cosa più difficile a dire . C ' è bisogno di rammentarti Giuseppe Giusti ? Non è a imitarsi la soverchia ripetizione dei modi prediletti , né l ' abuso delle forme vernacole , né l ' affettazione della sprezzatura , in cui cade troppo spesso nell ' Epistolario ; ma quanta ricchezza di modi famigliari e popolari , che pieghevolezza , che amabile baldanza , che briosa disinvoltura di stile ! Non t ' avrei neppure da rammentare il Guerrazzi , non scevro di vecchia rettorica , né d ' enfasi romantica , e spesso forzato nello stile ; ma ricchissimo di lingua pura , di frasi scultorie e d ' immagini ardite , potente nell ' espressione dell ' ira e del sarcasmo e negl ' impeti d ' eloquenza patriottica , scrittore originale e grande nelle sue pagine migliori , venate d ' oro e scintillanti di gemme , irte di rilievi di bronzo e di punte d ' acciaio . Leggi dopo questa , per amor del contrasto , la prosa nobilmente famigliare di Gino Capponi , bella d ' una proporzione , d ' una discrezione , d ' una compostezza patrizia , nella quale , come dice il Carducci , l ' anima del lettore si riposa e si contenta come l ' occhio dello spettatore nelle linee degli edifizi fiorentini . E non soltanto per dovere di cittadino , ma per interesse di studioso , leggerai la prosa del Mazzini , " lievemente colorita di classicismo " , misurata , ma viva , armoniosa , ma senza ridondanza , ora profeticamente solenne , ora squillante come una musica guerriera , e sempre chiara come cristallo . E per prender coraggio da un esempio insigne del come anche un italiano nato ai piedi delle Alpi possa con lo studio riuscire uno scrittore facondo , nobile e ricco , leggi Vincenzo Gioberti : un maestro , benchè vesta troppo ampiamente il pensiero e " faccia sciupìo di metafore e di splendori " . Col quale terminerei , non essendo necessario l ' accennare i viventi , se d ' uno di questi non si potesse in nessun modo tacere , perché è incominciato per lui il giudizio della posterità . Voglio dire Giosue Carducci , prosatore potentissimo , che dice tutto quello che vuole e come vuole , solennemente e famigliarmente , con un ' arte che sgomenta chi studia l ' arte ; nel quale la conoscenza profonda della lingua letteraria e il possesso perfetto dell ' uso vivo , non abusati mai ad alcun proposito , si fondono e si contemperano in un linguaggio di forza straordinaria e d ' armonia svariatissima , egualmente bello e potente nella descrizione e nella polemica , nel discorso dottrinale e nel volo lirico , nell ' orazione politica e nella fantasia scherzosa , sempre segnato d ' un ' impronta in cui lo riconosci e lo ammiri . - Ma , e Alessandro Manzoni ? - domanderai a questo punto . L ' ho lasciato ultimo per finire con lui , e volevo finir con lui perché è lo scrittore che devo raccomandarti con maggior insistenza di studiare , parendomi la prosa dei Promessi Sposi la più vicina a quello che è per tutti oramai il tipo ideale della prosa moderna : moderna e perfettamente italiana . È semplice , in fatti , conforme al linguaggio parlato , e pare spontanea ; ma non cade mai nella volgarità , e neppure nell ' affettazione della naturalezza . È chiara , limpida come l ' aria , ma non per effetto d ' una semplicità elementare : ha la chiarezza che deriva dalla precisione e dall ' ordine dei pensieri , e dall ' arte finissima di ridurre ogni idea , per quanto profonda e complessa , a un ' espressione semplice , che la fa parere un portato del senso comune . È sempre stretta al pensiero , ma senza impacciarlo mai ; logica , ma senza mostrar lo sforzo delle connessioni e dei legamenti ; omogenea , ma pieghevole a tutti gli atteggiamenti del pensiero e alla natura propria d ' ogni oggetto o argomento ; originale , ma non ribelle alla tradizione , e scevra a un tempo d ' ogni imitazione o reminiscenza di stili altrui . È ricca di lingua , e dove il soggetto lo vuole , elegante , ma senza che la forma si faccia mai sentire per sé stessa , senza che alcuna parola o frase distolga mai l ' attenzione dal pensiero ; ed è variamente colorita , ma senza vistosità , e con una fusione perfetta di tinte ; ed è mirabilmente armoniosa , ma senza ricerca evidente del numero , d ' un ' armonia riposta e delicatissima , che par non venga dalle parole , ma dal pensiero , e nasce infatti dall ' equilibrio perfetto delle idee , e suona nella mente quasi senza che l ' orecchio la senta . Leggila e studiala con attenzione e con amore . Studiala confrontando le due Edizioni del Romanzo , quella del primo testo , del 1825 , e quella corretta , del 1840 , e ne intenderai meglio la ragione , l ' arte e la bellezza al vedere come del primo testo l ' autore ha appianato le scabrosità , addolcito le durezze , sostituito al latinismo o al modo vernacolo la locuzione italiana , all ' arcaismo la parola viva , alla pedanteria grammaticale l ' anacoluto efficace ; per che via , con che norma lucida e costante egli ha rifatto in parte e avvicinato l ' opera sua alla forma ideale che gli splendeva nella mente . Studiala , e t ' affinerai il criterio e il gusto , e prenderai in avversione per sempre il manierato e il falso , il troppo e il vano , la trivialità e la stranezza , l ' orpello e la ciancia . Studiala , e imparerai a fare e a correggere , a condensare e a semplificare , a esser chiaro e sincero , dignitoso e discreto , logico e giusto . Studia il Manzoni e amalo per tutta la vita . Ma non lo adorare ; ti sia maestro , non idolo . Conclusione . Voglio dire : non te lo prefiggere modello unico di prosatore , per avere il pretesto , comodo alla pigrizia , di non leggerne altri , come molti fanno ; ai quali il maestro unico raffina il gusto , ma lo circoscrive ; poichè il Manzoni mostrò ciò che può la lingua nostra , ma non in tutti i campi , né in ogni forma della letteratura , non avendo trattato ogni argomento , né tutto detto in tutti i modi possibili neppure nel campo suo . E non lo imitare , per la ragione principalissima , ch ' egli non ha imitato nessuno . Ma la semplicità - domanderai - la naturalezza , tutte le qualità mirabili che riconosciamo nella sua prosa , perché non s ' hanno da imitare ? - E io ti rispondo che quelle qualità non te le darà l ' imitazione , con la quale troppo facilmente la semplicità degenera in sciatteria , la grazia in sguaiataggine e in superficialità la chiarezza . Quelle qualità devono essere in te , come furono nel Manzoni , il frutto maturo d ' infiniti studi e letture , e disse stupendamente il più sensato dei manzoniani : che è illusione il credere di potergliele rubare , leggendo lui soltanto , senza rifare in qualche modo il cammino ch ' egli fece . Leggi dunque , e studia tutti gli scrittori . Leggi e confronta fra di loro quelli che si rassomigliano e quelli che più si dissomigliano , arrestandoti in special modo a considerare gli effetti simili ottenuti con mezzi diversi . In ciascuno troverai certi ordini di pensieri e di sentimenti ch ' essi esprimono con maggior efficacia d ' ogni altro ; troverai nei più artificiosi espressioni e forme semplici ; nei meno eleganti forme elegantissime ; nei meno ricchi di lingua locuzioni e costrutti preziosi , da altri non usati , frasi e parole , dalle quali essi soli traggono certi effetti vivi , per il punto e il modo con cui le adoperano , come se quelle forme acquistassero dalla loro penna , incastonate nei loro periodi , un valore particolare . Cerca in tutti , quando sei arrestato da una frase o da una parola che suona falso , o da un ' oscurità , o da una slegatura che ti dà il senso d ' un vuoto , o da un giro di parole che ti dà un principio di noia , cerca in qual maniera si potrebbe correggere l ' errore , chiarire l ' oscurità , annodare i pensieri sconnessi , recidere la frase oziosa . Arrèstati in special modo ogni volta che trovi espressi con facilità e proprietà certi sentimenti e pensieri , dei quali a te suol riuscire difficile l ' espressione , o perché corrispondono a lati deboli delle tue facoltà , o perché sono remoti dalla tua indole , o perché si riferiscono a cose sulle quali non hai mai fermato a lungo l ' attenzione . E ritorna sulle pagine belle : non ti contentare di quella prima commozione viva e piacevole ch ' esse ti destano , nella quale , come dice il Leopardi , la mente tumultua e si confonde ; ma esamina , com ' egli faceva , e rivolgi in mente quelle bellezze fin che esse vi piglino un posto , dove rimangano . Locuzioni , armonie , inflessioni di stile , particolarità sintattiche degli scrittori più diversi si mescoleranno nella tua memoria , si combineranno coi tuoi pensieri , e ti verranno fuori in certi momenti , senza che tu ne riconosca l ' origine , come dall ' intimo del tuo spirito , come nate nel tuo capo , e tutte tue ; chè saranno tue veramente . Ti verranno , nello scrivere , reminiscenze inconsapevoli di tutte le scuole , di tutti i generi e di tutti i secoli della letteratura , soccorsi inaspettati , echi lontani e vicini e soffi animatori e baleni ; scriverai con la cooperazione misteriosa di tutti i grandi scrittori ; e ti parrà nondimeno di non ricever nulla da nessuno , perché quello che n ' avrai tolto sarà diventato tua eredità legittima , ti sarà penetrato " nei più profondi strati del pensabile " , sarà diventato sostanza del tuo cervello e del tuo sangue , il tuo ingegno , la tua italianità , la parola spontanea e necessaria del tuo sentimento e del tuo pensiero . UN PARLATORE IDEALE . È uno dei più cari ricordi della mia gioventù questo toscano illustre , al quale , per riuscire un grande scrittore , non mancò né l ' ingegno , né la dottrina , né il sentimento , né l ' arte ; ma solamente la voglia di scrivere . Già dissi di lui in altri libri ; ma l ' impressione ch ' egli mi lasciò di sé nell ' animo e nella mente è così profonda , e ancor così viva , che , riparlandone , non ho coscienza di ripetere cose già dette ; e se ripeto le cose , mi vien sempre fatto di dirle in modo diverso , poichè mi pare di non averle mai dette prima con bastante efficacia . È il più ammirabile maestro di lingua parlata ch ' io abbia inteso mai , quello che mi mostrò meglio d ' ogni altro più eletto parlatore ciò che può la lingua italiana nel campo della conversazione agile e varia , irto di tante difficoltà per la maggior parte degl ' italiani anche colti . Si sentiva ch ' era toscano ; ma non negl ' idiotismi di pronunzia che ai toscani si rimproverano , chè non n ' aveva nessuno , non aspirando neppur leggermente la c : si sentiva nella pronunzia perfetta che , fuor di Toscana , nessun italiano o pochissimi possedono , anche di coloro che hanno reputazione meritata di parlar perfettamente . Ma la pronunzia era il pregio minore del suo parlare . Il pregio massimo era d ' esprimere ogni pensiero , anche più difficile , intorno a qualunque argomento , o più ovvio o più astruso , con una facilità e con un garbo impareggiabile , senza uscir mai dal tono della conversazione famigliare ; di dire ogni cosa con proprietà , con finezza e con eleganza , senza che apparisse mai nel suo discorso neppure un ' ombra di ricercatezza e d ' ostentazione letteraria . Parlava con facilità , ma non in furia , e se qualche volta s ' arrestava un momento a cercare una parola o una frase , nessuno dei suoi ascoltatori s ' impazientiva ; non solo , ma l ' aspettazione era piacevole , perché sapevan tutti che l ' espressione aspettata veniva poi quasi sempre più felice , più calzante al pensiero di quella che alla mente loro s ' affacciava . E v ' erano nel suo linguaggio gradazioni finissime secondo ch ' egli parlava con persone con le quali non avesse dimestichezza , o con amici stretti , o in un crocchio dove non fossero signore , o con signore . Non c ' era caso che con queste gli sfuggisse mai uno di quei tanti modi volgari , comunemente usati , dello stampo di tirar su le calze o romper le tasche o mandare a far friggere , che molti credono leciti in ogni compagnia perché li hanno letti nei libri : egli non aveva neppur da fare un atto di riflessione per iscansarli : il suo senso squisito della dignità e della grazia li escludeva . E così , quando gli occorreva di spiegare ad uno qualche cosa che questi non comprendesse alla prima , o quando faceva una citazione , o ribatteva un ' opinione altrui , erano ammirabili le sfumature , le industrie gentili della frase e dell ' accento , ch ' egli usava , non lasciandole quasi avvertire , perché non ci fosse nel suo linguaggio nessun ' apparenza d ' insegnamento , né colore di saccenteria , né asprezza di contraddizione . Ne seguiva mai ch ' egli mostrasse , come fanno molti bei parlatori , di star a sentire sé stesso , o di cercar negli occhi degli uditori l ' ammirazione della propria eloquenza : non si vedeva mai sul suo viso , non si sentiva mai nel suo accento altra espressione da quella del pensiero o del sentimento ch ' egli esponeva . Alla semplicità signorile e amabile del linguaggio corrispondeva perfettamente il suo modo di gestire : vivo , ma sobrio , e sempre spontaneo , e pieno d ' efficacia , sia che facesse l ' atto di disegnar nell ' aria un ' immagine , o d ' incidere col cesello una frase , o di modellare una forma nella creta , o di scacciare con la mano un velo di nebbia che ondeggiasse fra il suo pensiero e la sua parola . Maravigliosa era poi la varietà del suo vocabolario , ricchissimo , secondo gli argomenti della conversazione , di locuzioni letterarie e di modi popolari , senza che nessun modo insolito usato da lui paresse mai strano o nuovo affatto a chi l ' udiva per la prima volta , tanto egli l ' usava a proposito , e in maniera che da tutto il discorso n ' era chiarito il senso e l ' opportunità dimostrata . Persino quei vocaboli stranieri , che s ' usano di necessità per designar nuove cose , ma che suonano sgradevolmente all ' orecchio non ancora assuefatto a sentirli , riuscivano meno esotici , pigliavan quasi suono e apparenza italiani in quel suo linguaggio di sostanza e di forma tutta italiana , come se questo comunicasse loro un poco del suo colorito e della sua armonia . Con che agilità di parola raccontava , con che evidenza di disegno e securità di tocco descriveva , con che vivezza faceva scattare e scintillare l ' arguzia , e con che stretta concatenazione d ' argomenti e lucida semplicità di dizione ragionava , smorzando il tono , allentando la stretta della dialettica , raffinando la cortesia dell ' espressione man mano che sentiva vacillare l ' avversario , non più ostinato a resistere che per salvare l ' orgoglio ! Si diceva ogni momento , ascoltandolo : - Senti , come si può dire semplicemente la tal cosa che io dico sempre con una frase solenne ! - Oppure : - Guarda , e io sostenni sempre che la tal frase francese non si poteva tradurre in buon italiano ! - A sentirlo , desideravo sempre che fosse lì qualche dotto straniero , di quelli che intendono l ' italiano e lo gustano , perché ammirasse in quel parlare un saggio della ricchezza e della potenza della nostra lingua , e mi rallegravo in fondo all ' anima , e sentivo alterezza d ' esser nato nel paese dove una tal lingua si parla . E osservavo che quasi tutti , discorrendo con lui , parlavano meglio del solito , e non per uno sforzo che facessero , per emulazione ; ma naturalmente , come per un ' eco armoniosa ch ' egli destasse in loro ; ciò che pure osservai nelle famiglie , dove parlan tutti più o men bene , se c ' è uno che parla benissimo . La sua conversazione era un diletto , un pascolo intellettuale , una scuola di lingua e di gentilezza . E per effetto dei vari pregi ch ' egli riuniva , dell ' espressione propria e colorita , della pronunzia bella , dell ' accento e del gesto efficacissimo , tanta parte dei suoi discorsi m ' è rimasta impressa nella memoria , che ad ogni tratto , parlando e scrivendo , nell ' atto stesso che certe espressioni m ' escono dalla bocca o dalla penna , mi ricordo d ' averle imparate da lui ; e molte volte , dopo che ho scritto una frase o una parola che mi pare affettata , o volgare , o disadatta , domando a me stesso s ' egli l ' avrebbe usata , e se , immaginando d ' udirla dire da lui , mi par che stoni col suo discorso , la cancello ; e quasi sempre , nel rileggere con intento critico qualche cosa mia che non mi contenti , per forzarmi ad esser severo con me medesimo in ciò che riguarda il buon gusto , mi figuro che ci sia lì lui , ad ascoltare . E così nei buoni effetti del suo insegnamento mi risorge dinanzi sovente l ' immagine del maestro insigne e caro , che da venticinque anni non vedo più , e a cui m ' è dolce esprimere ancora una volta la reverenza antica e la gratitudine fatta più viva dal tempo . [ 350 bianca ] PARTE TERZA . [ 352 bianca ] SE CI POSSIAMO FARE UNO STILE . Un onesto negoziante , un po ' burbero in famiglia , ma buon diavolaccio , il quale credeva che per legge di natura un padre fosse in grado d ' insegnare alla sua prole ogni cosa , un giorno , in mia presenza , disse severamente al suo figliuoletto , rendendogli la pagina del componimento italiano : - Ma quando ti farai uno stile ? - Poi , rivolgendosi a me : - Lo persuada lei , che è tempo che si faccia uno stile . Gli promisi di contentarlo in un momento più opportuno ; ma la prima volta che mi trovai a quattr ' occhi col ragazzo , lo confesso senza rimorso , tradii il genitore con un discorsetto ribelle alla sua volontà ; il quale diceva presso a poco quello che ora ripeto a te , mio giovine lettore ideale . Farsi uno stile ! Mi par come dire : farsi un temperamento , farsi una fisonomia , farsi una voce . Lo stile non ce lo facciamo : ci vien fatto ; o come disse un grande scrittore , si trova senza cercarlo : chi lo cerca , non può che trovare uno stile artefatto ; chi se lo vuol fare non riuscirà che a farsi una maniera , non uno stile . Qualunque scrittore , che abbia uno stile veramente proprio e sano , che non sia imitazione o artifizio ( sinonimi , letterariamente , di malsania ) , se gli domandi in che modo se lo sia fatto , ti dirà che non lo sa , o che non lo sa dire ; che in fondo è la stessa cosa . Non ti dar dunque questa briga , non soltanto inutile , ma perniciosa . Se si tien per giusta la definizione : lo stile è l ' uomo , tu devi prima diventare un uomo . Se s ' accetta l ' altra definizione : - lo stile è quella vita che il tuo concetto prende in te , e che tu comunichi , nell ' esprimerlo , agli altri - , o più breve : - è la vita nella parola - , come si può cercare la vita ? Sei persuaso ? T ' addurrò un ' altra ragione . È un fatto universalmente riconosciuto che ogni individuo , in un certo senso , parla un linguaggio diverso da quello d ' ogni altro uomo , cioè , che non solo usa sempre o quasi quelle tali parole per esprimere quelle tali cose , e ha certi modi e frasi famigliari , consuete a lui più che agli altri ; ma che certe parole e frasi suole usare in un significato leggermente diverso da quello che dànno loro la maggior parte . E non soltanto ciascun uomo ha un linguaggio individuale per quello che riguarda i semplici vocaboli e le semplici frasi ; ma ha pure un suo modo particolare d ' ordinare le idee , il quale deriva dal maggiore o minor grado d ' importanza che a ciascuna idea egli attribuisce rispetto all ' altre , e un modo suo proprio di legarle fra loro , il quale dipende dalle relazioni particolari che fra loro egli vede , e anche un andamento del discorso , per così dir musicale , suo proprio , il quale è effetto del suo modo individuale di sentire il suono del linguaggio ch ' egli parla . Ora in questo vocabolario individuale , e nel modo d ' ordinare e di collegare l ' idee , e nel ritmo del discorso che ciascuno ha di suo , consiste appunto lo stile ; e tu comprendi che tutte queste cose non si cercano , ma vengono da sé , col tempo , che ne porta molt ' altre . Vedi dunque che non ti devi affannare a farti uno stile . Ognun sa sé , dice il proverbio , e il Giusti , riferendolo allo scrivere , l ' ha ben commentato così : ognuno ha mezzi tutti suoi , tutti voluti dal suo modo di essere , e dei quali il più delle volte non saprebbe dar conto neppure a sé medesimo . Ma questi mezzi non si svolgono , e non vien fatto d ' usarli che con gli anni , quando è formata l ' organatura della mente e formato l ' animo . In ciò che nel linguaggio di ciascuno c ' è di differente da quello degli altri " entra tutta l ' individualità del carattere , del sapere , dell ' educazione " . Lo stile ti verrà dai recessi più profondi dell ' animo , da quello che faranno di te le passioni , i casi della vita , le cose che amerai e ammirerai , la tua professione , i tuoi studi prediletti ; ti verrà dal predominio che avrà in te o il sentimento o la ragione , o dall ' equilibrio stabile dell ' uno con l ' altra ; dai contrasti che troverai , dalle lotte che dovrai combattere , dai favori e dalle percosse che avrai dalla fortuna nell ' aprirti una strada nel mondo , dall ' aspetto in cui ti si presenterà la natura , dal modo come giudicherai gli uomini , dalla fede che avrai in qualche cosa di bello e di grande , o dai sentimenti che non ti lasceranno sorgere o ti spegneranno nel cuore quella fede . Come la luce del sole dà il colore alle cose , sarà il lume dell ' anima tua che darà il colore al tuo stile , sarà il palpito del tuo cuore che gli darà il movimento , e gli darà il calore l ' onda del tuo sangue , e l ' eco che avrà nel tuo spirito l ' armonia del giorno sarà la sua armonia . Cerca dunque per ora , nello scrivere , la naturalezza , la chiarezza , l ' ordine , la proprietà ; ma quel che indefinibile che è l ' individualità dello stile , che è lo stile senz ' altro , aspetta che ti venga . Se te lo volessi fare , cadresti sicuramente nell ' imitazione e nella stranezza . Non cercare lo stile : pensa , studia , opera , ama , vivi , e l ' avrai . LO STILETTATORE . Vien qui a proposito un nuovo personaggio piacevole . Non bazzicò che breve tempo il nostro piccolo cenacolo letterario di capi armonici , quando Firenze era capitale ; ma vi lasciò di sé una memoria vivissima , che , come vedi , ancor non m ' abbandona ; ( o dolce Francesca , perdonami ! ) In che modo si fosse imbrancato con noi non ricordo bene : mi pare al caffè , dove attaccò conversazione di punto in bianco , da un tavolino all ' altro , una sera che discutevamo di letteratura , vociando tutti a un tempo , com ' era nostro costume . Era Emiliano , agente di varie Case di commercio , benchè ancora molto giovane , e dilettante di lettere a ore avanzate . Aveva scelto per passatempo la letteratura , non so perché , invece del biliardo o del tiro al piccione : forse perché meno costosa ; ma a poco a poco ci aveva preso passione ; e l ' idea madre della sua passione era , com ' egli diceva corrugando la fronte , di farsi uno stile . Questa frase , nella quale si riduceva , credo , quanto egli conservava degli studi ginnasiali non finiti , gli s ' era ficcata nel capo come una vite ; farsi uno stile era diventato per lui il pensiero precipuo della vita , dopo quello di guadagnarsi il pane . Ma qualunque altra cosa avesse disegnato di farsi , anche un palazzo di marmo di Carrara , credo che gli sarebbe riuscita più facilmente di quella , da tanto ch ' era falso e strambo il modo ch ' egli teneva per conseguirla . Al pari di molt ' altri , egli considerava lo scrivere come un ' industria a parte , che non avesse che fare col pensiero , o quasi ; come un ' arte meccanica in cui si riuscisse maestri con l ' esercizio , indipendentemente dal fatto di avere o no qualche cosa da dire ; e credeva quindi che uno si potesse fare uno stile , come un sarto fa un abito , per esporlo nella vetrina della sua bottega . E neanche studiava a modo suo ( chè sarebbe stato inutile ) di farsi uno stile suo proprio . Egli andava cercando nella gran sartoria della letteratura italiana un abito bell ' e fatto ; pigliava ora questo ora quello , se lo insaccava , e veniva a farcelo vedere , pavoneggiandosi . Un certo talentaccio d ' imitazione l ' aveva . Letto per una settimana un autore , ne cavava un certo numero di frasi e di costrutti , gl ' imbastiva insieme alla diavola sopra un argomento qualsiasi , e correva al caffè a leggerci la paginetta come un saggio dello stile che s ' era fatto . Gli saltavamo agli occhi , dandogli del contraffattore , del falso pavone , dell ' arlecchino finto Principe . E allora egli ricorreva a un altro autore , e tornava dopo un po ' con un ' altra paginetta , tessuta con la filaccia spicciata dai panni di quello . Una volta rifaceva il Giusti , un ' altra il Boccaccio , una settimana guerrazzeggiava , la settimana appresso impiccava i fantocci del suo pensiero al laccio del Davanzati . E non si scoraggiava mai per le nostre canzonature . - Eppure - , esclamava , picchiando il pugno sul tavolino - io mi farò uno stile ! Parve una volta persuaso , finalmente , della falsità della via che batteva : che uno stile non si sarebbe fatto mai scimiottando ora l ' uno ora l ' altro scrittore . Avete ragione - ci disse - non bisogna imitare pecorescamente nessuno . - E ci manifestò la sua nuova idea , un ' idea luminosa , una trovata da uomo di genio , espressa con una formula farmaceutica : - Bisogna mescolare e agitare . - E mescolò e agitò davvero . La sera che ci portò il suo nuovo saggio , si fece un baccano di casa del diavolo . Era la brutta copia d ' un lungo articolo di giornale , in cui aveva fatto il più bizzarro intruglio di stili che si possa immaginare ; dove quasi ad ogni periodo saltava dall ' imitazione d ' uno scrittore a quella d ' un altro , facendo anche salti di secoli , con una temerità di matto furioso ; un cibreo stilistico , nel quale si sentivano i più disparati sapori della cucina letteraria nazionale , dalle semplici minestre patriarcali dei trecentisti ai lambiccati manicaretti dolciastri dei cianciatorelli fiorentineggianti e francesizzanti della scuola manzoniana degenerata . Il chiasso che facemmo lo sconcertò al primo momento ; riconobbe sbagliata la ricetta ; ma si rifece animo ben presto , e ripetè fieramente che in ogni modo , o per una via o per un ' altra , a furia di cercare e d ' ostinarsi , si sarebbe fatto uno stile . E appunto per questo suo continuo farci balenare agli occhi , quasi in atto di minaccia , il suo stile futuro , gli mettemmo il soprannome di stilettatore . Il ridere che si fece alle sue spalle , povero stilettatore ! Quando l ' incontravamo per la strada , dopo qualche giorno che non s ' era visto , gli domandavamo lì su due piedi : - Te lo sei fatto ? - Non ancora proprio - , rispondeva ; - ma sono sulla buona strada . - Ma è tempo che tu ti spicci ! - Si fa presto a dire - , ribatteva sul serio . - Ma non ci si fa mica uno stile in ventiquattr ' ore ! - lasciando capire con quelle parole , che forse in fin di settimana avrebbe avuto il fatto suo . Non gli davamo requie . Aveva ragione di dirci che gli stilettatori eravamo noi . Quando al caffè si chinava a cercare un soldo che gli era cascato , gli domandavamo : - Che cosa cerchi ? Uno stile ? - Quando mescolava nel bicchiere vari liquori per farsi una certa bibita di sua invenzione , dicevamo : - Ecco Pippo ( era il suo nome di battesimo ) che si fa uno stile ! - E gli davamo ogni specie di ricette scritte per farselo . - Recipe : tanti grammi di questo , tanti di quest ' altro : pestare , sbattere , far cuocere a bagnomaria - , e la parte del corpo dove aveva da applicare l ' impiastro . Ma egli non badava alle nostre burle , e seguitava a braccar lo stile . - Uno stile - ci disse gravemente una sera ( e doveva essere una frase imparata di fresco ) - che sia nello stesso tempo moderno e ritragga dai grandi esemplari . Curiosa , fra l ' altro , era l ' impressione che gli facevano tutte le locuzioni e le definizioni insolite ch ' egli leggesse , concernenti la tecnica ( era una sua parola prediletta ) dello stile . Non le capiva bene , e non poteva ; ma le raccoglieva con cura amorosa , e le veniva ripetendo con cert ' aria di solennità e di mistero , come formule d ' arte magica . L ' elaborazione formale del periodo , il tipo periodico , il nodo sintattico , i legami gerundivi e ipotetici , gli spunti melodici dello stile lo facevano pensare , non so ben che cosa , nulla forse , ma profondamente . Ricordo che gli fece un gran senso una frase bella davvero che aveva letta in un libro , dove era detto di certe curve del periodo prosastico di Dante , non mai girate per intero , rompentisi come a formare un sesto acuto . Ah ! s ' egli avesse potuto fare dei periodi col sesto acuto ! Anche uno solo ! Credo che avrebbe dato per questo tutti i suoi guadagni commerciali d ' un mese . Ma per tutto il tempo che rimase a Firenze , lo stile non lo trovò . Per i suoi affari di commercio dovè andare a stabilirsi a Milano . Ma per lungo tempo noi continuammo a parlare spesso di lui . Non occorreva di nominarlo . Quando , in un ristagno della conversazione , saltava su uno a dire : - Se lo sarà già fatto ? - tutti capivano ch ' egli domandava se lo stilettatore si fosse fatto finalmente uno stile . Lo incontrai molti anni dopo a Milano , mentre attraversava la Galleria con aria affaccendata . Mi salutò con viva cordialità : aveva dimenticato o perdonato le canzonature fiorentine . Dopo lo scambio solito di rallegramenti e di notizie , pensando che la fisima dello stile gli fosse uscita di capo da un pezzo , gli domandai , per celia , se se l ' era fatto . Ma da questo genere di monomanìe letterarie non si guarisce . Mi rispose seriamente : - Eh , no , non ancora . Che cosa vuoi ? Ho avuto tanto da lavorare in tutti questi anni ! Ma ci penso sempre . Ho un tipo stilistico nella mente . Oh , ci riuscirò , ci dovessi impiegare tutta la vita . Ora son persuaso che a trovar lo stile ideale basta appena la vita d ' un uomo . - Ma che ne farai del tuo stile ideale nei tuoi ultimi anni ? - gli domandai ; - poichè può ben darsi che tu non lo trovi che agli ultimi , e anche proprio all ' estremo passo . A che serve lo stile in punto di morte ? Mi diede una risposta sublime : - Io ho un ideale puro , senz ' ambizioni . Sarei contento anche di portar la mia trovata con me al camposanto . Ma lascerò qualche pagina , vedrai . Basterà una pagina ! E queste furono le ultime parole che intesi dalla sua bocca , e che spesso mi risuonano in mente . Ma di lui non rido più . Ogni volta che ci penso , ora , mi prende un sentimento d ' ammirazione , misto di tenerezza pietosa , raffigurandomi quel povero sognatore che ancora abbracciato alla sua illusione letteraria , sul letto di morte , dice con un ultimo sorriso alla sua famiglia sconsolata : - Fatevi coraggio ! Io muoio contento . Ho uno stile . A CHE SERVONO I PRECETTI . Dunque , regole , precetti , niente ? Adagio Biagio . Ma questo non dovrebb ' essere affar mio , che essendo tuo consigliere soltanto , non maestro , non sono in debito di dirti ogni cosa . E poi i precetti tu li hai nei tuoi libri di scuola . Questi ti dicono quanto t ' occorre : che , nello scrivere con vien badare che tra i pensieri ci sia unità e continuità ; che bisogna collocare vicine le frasi che hanno fra di loro relazione più stretta , e di cui l ' una chiama l ' altra quasi naturalmente ; che le proposizioni secondarie ( precedenti , conseguenti o concomitanti che siano ) debbono essere misurate e collocate in modo da non nuocere mai all ' evidenza della proposizione principale , che regge tutto il periodo , o che è principale , se non altro , per il suo valor logico . Ti dicono pure che non si ha da abusare di nessuno dei vari modi di legare fra di loro i concetti , per coordinazione , per subordinazione , per conclusione , ma usarli alternatamente , quanto è possibile senza forzar la sintassi ; che certi concetti o certe parti del concetto , perché richiamino sopra di sé l ' attenzione , debbono essere staccati , invece che fusi con gli altri , e fatti risaltare , come gli aggetti in architettura ; che in certi casi bisogna affollare nel periodo le proposizioni , in altri diradarle , per la stessa ragione che si fa del tempo nella musica ; e in alcuni punti fare una breve pausa , per lasciar liberi un momento al lettore la mente e il respiro , e in altri una pausa più lunga , perché il lettore riposi , come si fa danzando e camminando ; e che è necessario variare il tipo del periodo , come il tono nella parlata , per iscansare la monotonia nella quale i pensieri si confondono e si velano come dentro una nebbia . Tutti questi precetti tu conosci , e Dio mi guardi dal dirti che sono inutili . Ti dico , anzi , che ne devi tenere grandissimo conto , perché alcuni di essi , che sono leggi fondamentali del pensiero , se li avrai sempre vivi nella mente , saranno come voci che , a quando a quando , mentre scrivi , ti faranno star attento a non uscir della retta via , o t ' avvertiranno che ne sei uscito e t ' indurranno a rientrarvi , cancellando le orme dei passi fuorviati . E aggiungo che il conoscere bene i termini e le definizioni della precettistica ti sarà utilissimo a formare nettamente nel tuo pensiero le osservazioni che farai sugli scrittori , a determinare con esattezza a te medesimo i difetti e gli errori che troverai in loro , altrettanto utili a studiare quanto i pregi e le bellezze , a fare , insomma , delle opere letterarie quella lettura analitica e critica , che è la sola veramente proficua . E non di meno ti dico che da tutta la precettistica del mondo non imparerai a scriver bene ; te lo dico perché tu non ti sgomenti , come avviene a molti giovani , della difficoltà , della quasi impossibilità d ' aver tutti presenti , scrivendo , e d ' osservare tanti precetti rigidi e astratti , che pare debbano essere un inciampo più che un aiuto , e come una rete tesa intorno al pensiero , che gli tolga ogni libertà di movimento . No , non ti sgomentare dei precetti . Quando ti metterai a scrivere con un concetto chiaro nel capo , e mosso da un sentimento vivo , quando ti troverai , procedendo nel lavoro , in quello stato di mente e d ' animo , nel quale chi scrive " è compreso , agitato , spronato da dieci operazioni della mente distinte e conflate ad un tempo , che vanno come in figura di cono a metter capo a un prodotto comune " , l ' osservanza della più parte di quei precetti ti riuscirà spontanea per modo , che quasi non avrai coscienza d ' osservarli . Sarà la tua ispirazione che , dando l ' impulso alle parole e alle frasi , le manderà ad occupare il posto che loro convien meglio nel periodo ; sarà la mobilità del tuo pensiero che scanserà naturalmente la monotonia , facendoti rompere le uguaglianze , variar le misure dei periodi , mandare innanzi il discorso a onde ora lunghe e placide , ora rotte e precipitose ; sarà la stessa respirazione mutevole del tuo pensiero che ti farà trovare le giuste pause , e rallentare il passo dopo le corse , per riprender lena , e riprender la corsa più rapida dopo esser andato un tratto a rilento ; sarà il tuo sentimento eccitato il maestro muto , pronto e sicuro che ti farà dar risalto a certi concetti , sollevandoli come sur un piedestallo , e collocarne alcuni disparte , come in uno spazio vuoto , ed esporre altri quasi a una svoltata brusca del periodo , dove facciano un ' apparizione inaspettata . Tu metterai in atto molte arti sottili che non saprai di possedere , obbedirai a molti precetti ai quali non avrai mai pensato , sarai nello scrivere , come dice il Tommaseo che ogni uomo è nel parlare , guidato da certe norme sapientissime di natura che sono l ' umana ragione medesima . Prevedo ora una tua domanda . Riguardo ai due stili , non è vero ? C ' è in ogni letteratura due forme di stile , che , come dice benissimo un grande scrittore , scaturiscono tutt ' e due dall ' intima natura del cervello umano . C ' è quello più spontaneo , che del pensiero rende tutte le flessioni , segue tutti i serpeggiamenti , accompagna in tutti i minimi moti il processo , non lasciando nulla sottintendere a chi legge ; al quale mette innanzi come un quadro , dove il pensiero stesso è rappresentato in tutti i suoi particolari , e questi nell ' ordine e nel disordine con cui si sono affacciati alla mente . E c ' è lo stile che , con un lavoro sintetico , segna del pensiero soltanto i rialti e le cime , in modo che la mente di chi legge faccia un salto dall ' uno all ' altro pensiero importante , sorvolando e sottintendendo tutti i pensieri secondari che fanno catena fra quelli , ossia compiendo da sé il quadro di cui lo scrittore non ha dato che i tratti principali . Ebbene , tu domandi a quale dei due stili ti debba attenere . E chi te lo può dire , amico mio ? Noi andiamo perpetuamente dall ' uno all ' altro . L ' uno e l ' altro si trovano a vicenda , se non in ciascuna opera , nell ' opera complessiva di quasi tutti gli scrittori , non tanto perché essi passino da questo a quello deliberatamente , sentendo che ciascuno di essi , alla lunga , affatica , quanto perché al primo o al secondo sono naturalmente condotti dalla varia natura degli argomenti , dal diverso modo di concepire che induce in loro il diverso genere degli studi , e dalle condizioni dello spirito mutate dall ' età e dai casi della vita . È più naturale nell ' età giovanile la prima forma , cioè , il lasciar andar la parola , la frase , la sintassi libere e agili come è il pensiero della gioventù , viva e impaziente ; s ' inclina più all ' altra nell ' età matura , quando , pensando più denso e più cauto , si è di conseguenza più sobri nel parlare e nello scrivere , e come in tutte l ' altre cose anche nell ' espressione del proprio pensiero si cura soltanto quello che più importa e si va dritti allo scopo per la via più breve . Tu , se diventerai uno scrittore , prenderai più spesso l ' uno che l ' altro stile secondo che vorrà la tua indole ; o fors ' anche tutt ' e due cozzeranno sempre in te senza che l ' uno o l ' altro prevalga : chi lo sa ? Questi son misteri , come dice Giambattista Giorgini , che l ' anima celebra con sé stessa . Non te ne dar pensiero per ora . Quello che più preme , per riuscire nell ' uno o nell ' altro modo a scriver bene , è che tu possegga da padrone la lingua ; senza di che nessuna forma di stile prenderai , perché chi è povero di lingua , ed è quindi costretto a far servire a tutti gli usi quel poco che n ' ha , non va dove la natura e l ' ispirazione lo spingono , ma dove le scarse parole e frasi del suo dizionario lo tirano ; le quali , invece di obbedirgli , gli comandano , come fa in generale chi serve , quando gli s ' addossano anche dei servizi che non deve fare , ed egli sa che non abbiamo nessuno da sostituirgli . E ora tiriamo innanzi .... . Ma no ; aspetta un momento . Mi devo prima difendere da un tale , eccolo qua , che mi corre addosso come uno spiritato ... COME S ' HA DA INTENDERE LA MASSIMA CHE SI DEVE SCRIVERE COME SI PARLA . L ' anonimo , ansando : - Sono arrivato in tempo , grazie al cielo ! Lei stava per consigliare a questo povero ragazzo di scrivere come si parla ! - Ha indovinato . - O come si fa ad avere i capelli bianchi e così poco giudizio ? - Glielo dirò poi , quando lei avrà sfogato la sua generosa indignazione . Faccia liberamente . - Faccio sicuro . Voglio salvare un ' anima . Lei , dunque , consiglia a chi scrive di proporsi come ideale un linguaggio imperfetto . No ? Ma è necessariamente imperfetto il linguaggio parlato , poichè chi parla , chiunque sia , non ha tempo di vagliare i vocaboli , né di sceglier le frasi , né d ' ordinare le idee , né d ' architettare con garbo i periodi ; perché i migliori parlatori non esprimono i più dei loro pensieri che a mezzo , o ne dànno l ' espressione compiuta a furia di ritocchi e d ' aggiunte , e allungano e ripetono , e parlano a sbalzi e a strappi , e suppliscono alle deficienze dell ' espressione parlata con l ' accento , col gesto e con lo sguardo . Che cosa mi può rispondere ? - Le rispondo prima di tutto che lei ha sciorinato un periodo che è un argomento in mio favore , perché è un periodo parlato che sta benissimo ; invece del quale ne farebbe probabilmente un altro men naturale e meno efficace se scrivesse quello che m ' ha detto seguendo la sua teoria : che non bisogna scrivere come si parla . In secondo luogo , le rispondo che lei sfonda una porta spalancata . - Come sarebbe a dire ? - Sarebbe a dir questo . Che per iscrivere come si parla io intendo : scrivere come uno che parlasse perfettamente . - Oh bella ! Lei si dà la zappa sui piedi , dunque , e riconosce la mia ragione , perché chi parlasse perfettamente parlerebbe come si scrive ... da chi sa scrivere com ' io m ' intendo . - No , ed ecco il punto : non parlerebbe perfettamente , perché riuscirebbe , e parrebbe anche a lei strano e affettato , chi , parlando , adoperasse tutti i vocaboli , le frasi e i costrutti che per solito s ' adoperano scrivendo ; la maggior parte dei quali non sono adoperati parlando neppure da coloro che ne abusano nelle scritture , e ciò perché sentono anch ' essi che quei modi parrebbero nella conversazione ricercati e pedanteschi . Ora io dico che quei modi , per la stessa ragione che non s ' usano parlando , si deve scansar d ' usarli scrivendo , perché essi non mutano natura né suono nel passar dalla bocca alla penna ; e se ai più fanno un altro senso sulla carta da quello che fanno nella conversazione , questo non deriva che da una consuetudine viziosa della mente , la quale non vede più nella scrittura la rappresentazione della parola viva , com ' è in realtà , ma qualche cosa di convenzionale , quasi d ' impersonale , e quindi indipendente dalle leggi del linguaggio comune . E questo è tanto vero , che a quelli stessi che sono del parer suo , cioè che parlano in un modo e scrivono in un altro , par più naturale , più viva , più efficace , benchè sempre non lo dicano , la prosa conforme al linguaggio parlato che quella non conforme ; e non può essere altrimenti . Credo giusta perciò questa regola : quando s ' è scritto un periodo , domandare a noi stessi se , dovendo dire quella stessa cosa che abbiamo scritta , la diremmo nello stesso modo , con la certezza di non parer leziosi , o pedanti , o forzati ; e se ci pare di no , levar via dal periodo i vocaboli e le frasi che non diremmo , e sostituirvi quelli che diremmo . Sono assolutamente certo che in tutti i casi , così facendo , il periodo riuscirebbe più semplice , più chiaro e più bello . - Ha finito ? - Per ora . - Dei del cielo , perdonategli ! O non riconosce lei che c ' è una quantità di modi e di forme , che non s ' usano parlando perché non son naturali , ma che si possono e debbono usare scrivendo perché abbreviano l ' espressione del pensiero , legano i pensieri fra loro meglio delle forme usuali della conversazione , e tengon su la sintassi , e dànno forza al discorso ; e che è irragionevole , nell ' interesse medesimo dell ' efficacia dello stile , il sacrificare tutti quei vantaggi alla naturalezza ? - Lo riconosco , e per questo a questa povera anima che lei vuol salvare , avrei detto , se me n ' avesse lasciato il tempo , che quelle forme e quei modi , a cui lei accenna , bisogna evitarli quanto è possibile , non in modo assoluto . Gli avrei detto prima che per scrivere come si parla non si ha da intendere che si debba scrivere con lo stessissimo linguaggio una pagina di romanzo e una commemorazione dantesca , una lettera a un amico e un capitolo di storia . Ma questa distinzione non contraddice punto al mio principio , poichè lo stesso linguaggio parlato non ha sempre lo stesso carattere e le stesse forme , con chiunque , dovunque e in qualsiasi occasione e di qual si voglia cosa si parli . Intesi un giorno un amico improvvisare un discorso sopra un feretro , al camposanto , in presenza d ' un migliaio di persone : egli usò frasi e parole che non avrebbe usate dicendo quelle stesse cose a me solo : eppure non stonavano perché erano esse pure del linguaggio parlato ; ma del linguaggio che si parla quando s ' ha l ' animo commosso , in un momento solenne , davanti a un grande uditorio . E le vorrei mostrare le migliori pagine degli scrittori italiani di tutti i tempi , dal Machiavelli al Carducci , e farle toccar con mano che le più eloquenti e più belle tra le migliori , anche sopra argomenti altissimi , quelle che ci vanno più dritte al cuore e alla mente , e che ci rimangono più scolpite nella memoria , e che rileggiamo sempre con maggior piacere , sono per l ' appunto le pagine , nelle quali abbiamo più viva l ' illusione di sentir parlare l ' autore come immaginiamo che parli o che parlasse con tutti , nelle quali troviamo meno parole , frasi e costrutti lontani dall ' uso del linguaggio parlato . - Ah , no ! Ah , no ! Ah , no ! E se anche potessi riconoscere vero codesto per quanto riguarda le parole e le frasi , non lo potrei mai ammettere rispetto alla struttura del periodo ; il quale , nel linguaggio parlato , non è mai e non può essere , come spesso nella prosa scritta dev ' essere , largamente svolto , sapientemente costrutto , nobilmente architettato . - Nego , nego , nego . Lei può aver ragione in riguardo al periodo della conversazione ordinaria , su argomenti comuni , famigliare e tranquilla ; ma ha torto , se riferisce quello che dice anche al linguaggio della passione . La passione , parlando , ha due maniere di periodo . Parla a brevi incisi , senz ' ordine e senza legature , negl ' impeti violenti e passeggeri , che offuscano la mente e fanno balbettare il pensiero come la lingua . Ma quando l ' uomo infiammato dalla passione , e tanto più se è un uomo colto , le fa un racconto o una descrizione o un ragionamento , nel quale , per produrle un ' impressione immediata e viva , ha bisogno di presentarle tutt ' insieme , o nel minor tempo possibile una quantità d ' idee , d ' argomenti , di fatti , d ' immagini , che nella sua mente s ' affollano e s ' incalzano , osservi come svolge anch ' egli largamente il periodo , che periodi lunghi le tesse , pieni d ' incisi e pur rapidi , complessi e chiari ad un tempo , e ben lumeggiati in ogni loro parte , e ampi e armonici e leggeri ; che paiono stati preparati e imparati a mente , e sono non di meno pieni di spontaneità e di naturalezza , e non hanno né parole , né frasi , né costrutti che non siano comunissimi nel linguaggio parlato ! Per questo io dico che anche dove occorre di svolgere ampiamente il periodo , scrivendo , si può serbare la naturalezza del linguaggio di chi parla , e che non soltanto nei termini e nelle frasi , ma anche nella sintassi e nell ' andamento della prosa scritta , pur mirando sempre a una perfezione che nel parlare non si può raggiungere , ci dobbiamo scostare il meno possibile dal linguaggio che usiamo nella conversazione . Così io intendo lo " scrivere come si parla " . - Non creda d ' avermi persuaso . In ogni modo , nel dar quella norma ai giovani c ' è un pericolo : di farli cadere nella trascuratezza e nella volgarità . - Ma c ' è un pericolo anche nel combatterla , ed è di farli cadere nell ' affettazione e nella pedanteria . - Lasciamola lì . - Badi che è lei che la lascia . - Allora la ripiglio . - Ripigliamola . ( Continua ) . PENSARCI PRIMA . Ecco il più utile dei precetti : - Pensare prima di mettersi a scrivere . - Un grande scrittore ha detto : - Meditare vivamente e tranquillamente sull ' argomento . Alla tua età , quando s ' ha da scrivere , si suol commettere l ' errore d ' incominciar subito e in qualunque modo , con la risoluzione di chi spicca la corsa incontro a un pericolo per non lasciar tempo alla paura di saltargli addosso ; s ' entra d ' un salto nell ' argomento anche senza un ' idea preconcetta , pensando che l ' ispirazione ci raggiungerà per la via , che le idee sorgeranno sul nostro cammino , l ' una dall ' altra , come le bolle in un ' acqua agitata . È un calcolo sbagliato della pigrizia , che rifugge dal lavoro preparatorio della composizione . Quanto meno avrai pensato prima , tanto più faticherai dopo , e con minor frutto . Quanto più ti sarai voltato e rivoltato per la mente il soggetto avanti di scrivere , con tanto maggior rapidità scriverai ; e questa rapidità non sarà precipitazione , ma impeto spontaneo , che andrà tutto a vantaggio della vivacità dell ' espressione e della fluidità dello stile . Noi pensiamo a frammenti e a ritocchi . Poche idee ci nascono nella mente chiare e vestite di un ' espressione che possa esser messa tal quale sulla carta . Al primo sorgere , l ' idea ci si presenta quasi sempre come " un ' ombra , presso che informe ; poi si disegna , ma a linee ancora mal determinate , e qua e là spezzate e manchevoli ; poi piglia una forma compiuta e netta . Tu getti per lo più l ' idea sulla carta quando è ancora nella prima o nella seconda fase . Aspetta la terza . Ci sono idee che si svolgono con un lungo giro misterioso nei labirinti del cervello : tu devi lasciar che compiano il giro : se le prendi a mezzo cammino non prendi che un embrione d ' idea . E non pensare che certe espressioni felici , che tu trovi negli scrittori , siano sempre , come ti paiono , effetto d ' un ' ispirazione subitanea : tali possono esser parse allo scrittore medesimo nell ' atto che le scriveva ; ma sono in realtà quasi sempre " l ' ultimo effetto istantaneo d ' un lavoro precedente del suo pensiero " . Nota ancora che ciò che osservano tutti gl ' insegnanti in certi giovani , che non riescono mai ad appropriarsi certi costrutti sintattici , non deriva se non dal fatto che essi formano sempre stortamente nel loro capo certi gruppi di concetti , ai quali quei costrutti corrispondono ; e li formano sempre stortamente perché non fanno mai quel lavoro a mente tranquilla , prima di scrivere , e nella furia dello scrivere accettano sempre lì per lì la forma solita in cui quei dati concetti si presentano alla loro mente . E devi pensar prima anche per questo : che , in quel pensare avanti di scrivere , l ' attenzione è più facilmente raccolta , essendo la stessa operazione meccanica della scrittura una distrazione ; e il lavoro del pensiero è più libero e più vivo , e meno proclive a oltrepassare i confini d ' una brevità sobria ed efficace che quando va di conserva con la penna ; poichè la penna è chiacchierona , tende ad allungare , a infronzolare , a ripetere ; ed anche in quel lavoro mentale preparatorio libero e agile abbracciando e misurando più facilmente tutte le parti del tuo pensiero , previeni il pericolo di lasciarti poi tirare , scrivendo , più là del giusto e del conveniente da ciascuna parte del pensiero medesimo . E principalmente per bene ordinar le tue idee devi pensar prima , perché , se aspetti a ordinarle mentre scrivi , questo lavoro ti distrarrà da quello di cercar l ' espressione ; e se per cercar l ' espressione trascurerai l ' ordine delle idee , non ti verrà più fatto di legarle naturalmente e logicamente ; ma le legherai con nodi grammaticali artificiosi e forzati , che faranno peggior effetto delle sconnessioni . Oltrechè nel troppo frequente sostare con la penna per riparare all ' insufficiente preparazione , perderai anche l ' originalità del pensiero e della forma , perché darai tempo alle reminiscenze letterarie di sopraggiungere , ossia , ai pensieri e alle frasi d ' altri di mescolarsi coi tuoi , e ti si raffredderà l ' ispirazione , senza la quale non c ' è spontaneità , e accetterai molte volte , per impazienza dell ' indugio e per abbreviare lo stento , senza critica , violentando la tua coscienza , la prima idea che ti s ' affaccia alla mente . C ' è ancora un ' altra ragione , e questa te la dico con le parole d ' un autore drammatico valentissimo , che certo t ' ha più volte rallegrato e commosso . Dopo avermi spiegato com ' egli abbia per uso di non mettersi mai a scrivere prima d ' avere in mente il lavoro quasi compiuto , disse : - Resisto quanto più posso alla tentazione di prender la penna , perché qualunque cosa io metta sulla carta , prima d ' aver pensato tutto il mio dramma , mi diventa un impaccio . Quando quella tal cosa è scritta , non mi so più risolvere a mutarla né a cancellarla , o non lo faccio che con grande sforzo , per un senso di pigrizia e quasi d ' avarizia intellettuale , perché mi rincresce di buttar via quella fatica già fatta , anche non essendone contento . Una pagina , invece , o una frase , la quale non sia scritta ancora che nel mio pensiero , la correggo o la cancello senza esitazione e senza rammarico . M ' è sempre riuscito meglio tutto quello che ho più tardato a far passare dalla mente nella scrittura . - Avvèzzati dunque a ordinare e ad esprimer le tue idee , a prendere appunti , a cancellare , a correggere , a rifare le cose tue mentalmente . Tu rimarrai maravigliato nel riconoscere quanto si fortifichi , anche con un breve esercizio , la facoltà , che da principio è debolissima in tutti , di fare " minute mentali " . Da una volta all ' altra che ti proverai , ti riuscirà di farle , con minor fatica , sempre più lunghe , più particolareggiate , più chiare , più vicine alla forma definitiva . Quando avrai in mente ben chiaro e ordinato quello che vuoi scrivere , il tuo pensiero franco e sicuro di sé farà correre la penna diritta e svelta senza lasciarle tempo né modo di fuorviare , di serpeggiare , di perdersi in minuzie e in fregi inutili e falsi . Credi che nessuno scrittore scrisse mai una pagina veramente bella , rigorosamente logica , in ogni parte perfetta , la quale non fosse già composta per intero nel suo capo prima ch ' egli intingesse la penna nel calamaio . E tieni a mente sopra tutto che l ' ordine delle idee è , dopo il valore delle idee stesse , il primo pregio d ' ogni scrittura , perché è insieme chiarezza , brevità , armonia , bellezza , forza , e che all ' ordine prima che ad ogni altra cosa deve intendere il lavoro di preparazione , perché dall ' ordine principalmente deriva la facilità dell ' espressione e la spontaneità dello stile , perché fra lo scrivere con le idee già ordinate nella mente e l ' ordinarle scrivendo corre la stessa differenza che tra il camminare per una strada fatta e il farsi la strada a passo a passo sur un terreno ingombro di pietroni e di sterpi . Questo è il lavorìo preparatorio che devi fare ogni volta che hai da scrivere . Ma , quando non ti manchi il tempo , è bene che tu ne faccia anche un altro , che sarebbe come la preparazione generale di quella preparazione particolare . E questo consiglio te lo do in nome d ' un sommo scrittore . Il quale dice che quando s ' ha da comporre giova moltissimo il leggere abitualmente in quel tempo autori di materia analoga a quella che dobbiamo trattare ; non già per proporceli come modelli di ciò che dobbiamo fare , non per imitarli ; ma per l ' assuefazione materiale che , leggendoli , la mente acquista a quel dato lavoro e stile , per l ' esercizio ch ' essa fa di questi in quelle letture . Osservazione giustissima , poichè tutti esperimentiamo , e avverrà a te pure , che dopo aver letto , per esempio , un ragionatore , si prova una singolare tendenza e facilità a ragionare , e così dopo aver letto racconti , a raccontare , e descrizioni , a descrivere ; si fa la mano a quel dato genere , per dirla con un traslato che può parere ignobile , ma che non è , perché ci sono molte più rassomiglianze che il nostro orgoglio non voglia riconoscere , fra il lavoro intellettuale e il lavoro meccanico . E ora che abbiamo visto come ci dobbiamo preparare a scrivere , vediamo un poco lo scrittore alla prova ; in che intoppi s ' imbatta , da che cattive tentazioni sia assalito , quali pericoli corra , che battaglia debba combattere con sé stesso , e con quali forze e con quali arti possa vincere . Può essere che la rappresentazione ti giovi e ti diverta ad un tempo . CON LA PENNA IN MANO SCENA IDEALE . Personaggi : Un giovinetto che scrive . - Il genio amico . - Il Buon gusto . - Il Buon senso . - Idee , frasi , parole . - Un ' idea velata . - L ' Ambizione . UNA FRASE . - Eccomi . LO SCRITTORE ( guardandola ) . - Le rassomigli ; ma non sei per l ' appunto quella che cerco . LA FRASE . - Ma son bella . LO SCRITTORE . - Lo vedo , e mi tenti . Ma non puoi vestir la mia idea , le faresti addosso delle pieghe , e parresti un abito preso a nolo . LA FRASE . - Ma poichè non n ' hai altre alla mano ! Chi sa quanto avresti a cercare , e forse senza trovare ! Pigliami . I lettori , colpiti dal mio color vivo , non baderanno alle pieghe . IL BUON GUSTO . - Non le dar retta : le vedrebbero , come si vedono le rughe anche in un bel viso . Rifiutala . LA FRASE . - Farai vedere se non altro che mi possiedi , sarò un segno di più della tua ricchezza . IL BUON GUSTO . - E del tuo cattivo gusto e della tua improprietà e della vanità per giunta . Mandala via e cerca ancora . LO SCRITTORE - dopo aver un po ' pensato , fa un atto d ' impazienza e si rimette a pensare . IL GENIO AMICO . - Non la trovi ? LO SCRITTORE - non risponde . IL GENIO AMICO . - Se non la trovi , non insistere . Forse è già nella tua mente , ma nascosta , e uscirà di sorpresa . Forse è già passata , e non l ' hai colta a volo , ma ritornerà . Prosegui . LO SCRITTORE ( rimettendosi a scrivere ) . - " Le contrarietà e le lotte , le fatiche e gli stenti , le amarezze e le angosce , i disinganni .... " IL GENIO . - La durerai un pezzo ? IL BUON GUSTO . - Codesto si chiama sfilar la corona del rosario . IL BUON SENSO . - Tu dài il tuo pensiero a sgoccioli .... IL BUON GUSTO . - Sei pagato a un tanto la parola ? IL GENIO AMICO . - Dacci un bel frego , figliuolo . LO SCRITTORE - cancella , arrossendo e sorridendo leggermente , e continua a scrivere . IL GENIO ( leggendo di sopra alle spalle dello scrittore ) . - Codesto è buono . ( Un minuto dopo ) . E ora perché t ' impunti ? LO SCRITTORE . - È arrivato a un punto dove il pensiero gli manca ; egli vede un vuoto davanti a sé , come un fosso profondo , di là dal quale gli appare nettamente il sentiero per cui potrà continuare il cammino . Ma come riempire quel vuoto per passare di là ? UNA FOLLA DI PAROLE CHE ACCORRONO DA TUTTE LE PARTI . - Siamo qui noi , al tuo servizio . Comanda . LO SCRITTORE . - Ma voi non dite nulla . LE PAROLE . - Ma possiamo colmare il fosso . LO SCRITTORE - le guarda , titubando . IL GENIO ( alle parole ) . - Sgombrate , fannullone impostore ! ( Allo scrittore ) . Non ti servire di questa mala genìa . Lascia il vuoto piuttosto , e fàtti coraggio a spiccare il salto . Al lettore riuscirà meno ingrato lo scomodarsi a saltare con te che il passare sopra il mucchio di ciarpame , col quale lo vorresti ingannare , facendoglielo parer terra salda . LO SCRITTORE - spicca il salto e si rimette in cammino . UNA IDEA - ravvolta in un velo , gli si presenta in atto grazioso . Egli le sorride e le fa cenno di venire innanzi . IL BUON SENSO . - Bada . Non ti lasciar ingannare . Non la riconosci ? ( Strappa il velo all ' Idea ) . La riconosci ora ? È la seconda volta che ti si presenta . Le hai già fatto troppo onore la prima . Mettila alla porta . ( L ' Idea svanisce ) . Guàrdati da queste seccatrici vanitose e sfacciate che ritornano anche dieci volte in abiti diversi per farsi ritrarre in tutti gli atteggiamenti e con tutti i giochi di luce . Sono la perdizione degli scrittori che cascano nelle loro reti . Scrutale bene in viso prima di riceverle . LO SCRITTORE - dopo aver scritto un altro poco , dà un ' esclamazione di contentezza , che significa chiaramente : - Ecco un pensiero ! - e fa correre più lesta la penna . IL GENIO ( si china a leggere , sorride , e dopo un breve silenzio ) . - È un pensiero originale , ed espresso bene ; ma .... non è tuo ! LO SCRITTORE - si riscote , rimane pensieroso qualche momento , come cercando , poi fa un atto di rammarico e abbassa il capo . IL GENIO . - Oh ! l ' hai ritrovato il proprietario legittimo . È vero ? Sono illusioni frequenti . L ' ha detto un valentuomo , che pensava sempre col suo capo : un pensiero ci par nostro e nuovo , alle volte , nel punto in cui è ancora confuso nella nostra mente , perché , così essendo , non rassomiglia a nulla ; ma quando si determina nell ' espressione e assume la sua vera faccia , riconosciamo che è d ' un altro . Codesto tu l ' avresti forse riconosciuto da te , rileggendo . Non rubare : è il settimo comandamento . Un freguccio . Bravo . È da giovine onesto . LO SCRITTORE ( si rimette a scrivere . Dopo un poco , lascia cader la penna ) . - È inutile ! È un pensiero che non mi riesce d ' esprimere . Ci rinunzio . IL BUON SENSO . - Eh , via ! Io ne intuisco la ragione , poichè ti leggo in mente il pensiero . Tu hai in capo una bella frase preconcetta , nella quale vuoi far entrare quel pensiero , e non ti riesce , perché non son fatti l ' uno per l ' altro , e t ' ostini , perché vuoi mettere in mostra la frase . Rinunzia alla forma elegante e impropria che ti sta a cuore , supponi di aver da dire quello che pensi a un amico , in una conversazione famigliarissima , senz ' altra cura che di farti capire ; e vedrai che ti riuscirà di dirlo . Espresso che ti sarai in quel modo , se l ' espressione non ti finirà , ti sarà facile ridurla , con qualche mutamento , a maggior perfezione . Fanne la prova , e ne sarai persuaso . LO SCRITTORE - dopo avere un po ' pensato , rimane immobile , con gli occhi fissi sul foglio , in atto di fare uno sforzo intenso ; ma gli occhi sono senza vita . IL GENIO . - Ecco il momento in cui l ' occhio della mente si vela . Smetti , amico . Non faresti più uno sforzo utile . Alzati e muovi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . LO SCRITTORE - si rimette al lavoro e scrive di lena , senza interrompersi , per un buon tratto . Poi alza il viso , come cercando qualcosa con gli occhi , impaziente . IL GENIO . - Che cosa cerchi ? Un legame fra l ' idea che hai espressa nel periodo finito e quella che vuoi esprimere nel periodo che segue ? Ma se un legame naturale non c ' è , perché ce lo vuoi mettere ? IL BUON GUSTO . - Per eleganza ? Ma come potrà essere elegante un legame non naturale ? IL BUON SENSO . - Non è meglio uno stacco inelegante che una bella attaccatura forzata ? IL BUON GUSTO . - Che sarebbe un anello di latta dorata ? IL BUON SENSO . - E che in ogni modo congiungerebbe le parole , ma non le idee ? IL GENIO ( dopo un poco ) . - Ah , ti ci colgo ora ! Ti colgo in flagranti a raccattare un pensiero superfluo per metterci addosso una bella frase ! IL BUON SENSO ( dopo un altro poco ) . - E a cercar dei cavilli per giustificare a te stesso codesta espressione che la coscienza ti rimprovera ! IL BUON GUSTO ( due minuti dopo ) . - E a metter la barba finta a un pensiero già espresso , per farlo parere un personaggio nuovo ! LO SCRITT . ( lavora altri dieci minuti ; poi guarda alla finestra , sospirando ) . - Oh che bel sole di primavera e che bell ' aria limpida ! Come cantano allegramente gli uccelli ! Che fragranza deliziosa mandano le acacie fiorite dei viali ! Come sarebbe piacevole a quest ' ora correre fra il verde e l ' azzurro , col pensiero libero , bevendo a grandi sorsi la vita ! E che dura cosa è questa fatica , quest ' affanno della mente prigioniera , segregata dal mondo vivente , questo torturarsi il capo con la penna come con la punta d ' uno stile ! L ' AMBIZIONE ( sbucando d ' un salto di dietro a una libreria ) . - Ah ! è una dura cosa , è un affanno , è una prigionia , è una tortura ! Ah , credeva il signorino che fosse una cosa facile l ' arte , l ' arte a cui diceva di voler consacrare la vita ! Ma non ci si riesce senza incredibili fatiche , dice il poeta della Ginestra . Ma bisogna sudare e gelare , dice Orazio . Ma convien farsi per molt ' anni macro , dice Dante . Ma tutti gli scrittori che tu ammiri sudarono , vegliarono , si torturarono , ci rimisero la salute e ci si logorarono l ' anima . E il signorino ambizioso , che vuol arrivare alla gloria , crede che sia come prendere la via dell ' orto ! LO SCRITT . china la fronte e si rimette all ' opera . IL GENIO ( passata un ' ora , dopo aver letto l ' ultima pagina ) . - Sta bene . Eccoti col vento in poppa . Non dare all ' immaginazione il tempo di raffreddare . Non cercar la frase , chè non ti sfugga il pensiero . Segna di volo le idee che ti incalzano . Non ti soffermare a scegliere fra le varie parole che ti s ' offrono : notale in margine , come faceva il Leopardi : sceglierai più tardi la più calzante . Non insistere su nessun concetto secondario . Non lasciar deviare in rigagnoli , tieni raccolta la corrente del tuo pensiero ; scaccia le idee intruse che romperebbero l ' onda ; e va ' spedito , ma non ti lasciar travolgere . Fa ' un ultimo sforzo , e pianterai la bandiera sulla riva . LO SCRITT . - tira un grande respiro , e posa la penna , col viso rasserenato e sorridente . IL GENIO ( dopo aver letto ) . - Tutto codesto è ben pensato e ben detto . Hai vinto le cattive tentazioni . Non hai tradito il tuo pensiero . La tua coscienza dev ' esser contenta . Che sentimento di serenità e di leggerezza , non è vero ? E come ti è dolce ora la libertà dello spirito ! E come benedici la tua fatica ! LA SFILATA DEI BRUTTI PERIODI . Vien ' ora , che assisteremo insieme a uno spettacolo singolare , il quale ti potrà dar argomento a osservazioni utili . Come le madri spartane facevano vedere ai figliuoli gl ' Iloti ubbriachi perché prendessero in aborrimento il vizio dell ' ubbriachezza , io ti farò sfilare dinanzi i periodi deformi e viziosi , affinchè lo spettacolo ripugnante e compassionevole ti fortifichi nel proposito di non mostrar mai nulla di simile nella prosa che uscirà dalla tua penna . La moltitudine miserevole sfilerà in tre processioni successive , che rappresenteranno ciascuna una deformità o infermità particolare , comunissima nel mondo letterario , dalla quale tu dovrai fare ogni sforzo per preservarti , in special modo nel primo periodo dei tuoi studi . Ecco la prima colonna che viene avanti , come può . È lo sciame dei periodi nani , appartenenti tutti alla gran famiglia dello Stile singhiozzato , che è numerosissima , e sparsa in tutti i campi della letteratura . Sono molto in voga a cagione del gran comodo che fanno a chi vuol scrivere facilmente , senza darsi la noia d ' affrontar le difficoltà della sintassi , di collegare , cioè , e d ' intrecciare le idee , di concatenare e di saldare l ' una all ' altra le frasi , che è un perditempo di pedanti e una fatica di certosini . Vedi che son quasi tutti periodi d ' una sola , o di due proposizioni al più , semplici come la miseria . Grazie a loro il discorso va avanti a piccoli salti , come gli uccelli , o a brevissimi passi misurati come le galline a cui si mettono i laccetti alle gambe , perché non scappino . Chi li usa , dice che servono a imitare il linguaggio parlato ; ma quella non è imitazione , è caricatura , perché anche nel parlare è rarissimo che s ' esprima il pensiero così a pezzi e bocconi , che si proceda in quel modo a scatti e a sussulti , come se la mente battesse la terzana . Vedi se non è buffo che un uomo scimiotti l ' andatura d ' un bambino . Prova a seguitar per un po ' codesti periodi , e ti sentirai le gambe rotte . Non son periodi , ma rottami , briciole di periodi ; pensieri in pillole e in polvere ; trucioli e segatura di prosa . E ne passa , e ne passa , di tutti i gradi di statura al disotto della media , di tutte le gradazioni di magrezza fra il corpo spolpato e lo scheletro nudo , e usciti d ' ogni dove : da romanzi d ' appendice , da discorsi politici solenni , da commemorazioni mortuarie lacrimose , da parlate asmatiche di drammi , da lettere d ' amore deliranti a freddo e simulatamente disperate . Dicono : - È brevità efficace . - Ma non è vero ; si provino d ' un lungo periodo perfetto d ' uno scrittore conciso a far tre periodi , e vedranno se non l ' allungano , dovendo ripigliare il cammino due volte , e ripetere verbi e soggetti . - È stile scolpito ! - Ma non sono scultura i denti d ' una ruota di legno , come non è musica il rumore che n ' esce . - È vivacità di stile ! - Ma chi è più vivace dell ' epilettico ? - È un risparmio di noia al lettore ! - Ma che c ' è di più uggioso del tic tac d ' un orologio ? Oh , di che riso amaro e sprezzante riderebbe il Machiavelli al veder la prosa italiana ridotta a questo balbettìo di scamiciati aggranchiti dal freddo ! Ma non occorre ch ' io ti dica altro . Tu non ti mescolerai con questa ragazzaglia di periodi ; tu preferisci fin d ' ora la compagnia degli adulti ; chi ha buona gamba non fa tre passi sur un mattone . Lasciali andare all ' Asilo . Guarda ora quest ' altri che s ' avvicinano . Non ti par di veder venire innanzi lentamente , l ' un dietro l ' altro , di quei piccoli treni di strada ferrata , che si dànno per balocco ai ragazzi ? Sono i periodi degli scrittori geometrici . È un altro modo di scansar la fatica e le difficoltà delle orditure sintattiche sapienti e belle , pur avendo l ' aria di far dei periodi di grande disegno . Sono periodi fatti d ' una lunga serie di membri , d ' un ' egual misura a un di presso , e legati fra loro quasi tutti con lo stesso legame di coordinazione , per modo che alla fin di ciascuno il lettore può riposarsi , quasi come a un punto fermo ; ciò che dà allo scrittore il pretesto di stendere dei periodi sterminati , e di poter dire che non leva al lettore il respiro . Vero è che lo ammazza in un altro modo , e non più piacevole . Questi periodi non c ' è ragione mai che finiscano , se non quando lo scrittore non ha più nulla da dire : li finisce quando vuole , per bontà sua ; e potrebbe , con quell ' andare , fare anche un libro d ' un periodo solo . Sono pensieri cristallizzati , come disse a maraviglia un critico , in espressioni geometricamente uguali . Non sono propriamente periodi , ossia , non tessuti di proposizioni , ma filze ; non costruzioni , ma pietre e mattoni ammontati a filo di piombo , senza cemento né incastro ; non c ' è in questo periodare né rilievi , né intrecci , né scorci , né inversioni efficaci , né varietà di suoni e di modulazioni ; non v ' è che una sfilata monotona di pensieri , tutti vestiti a un modo , che vanno avanti con lo stesso passo , mettendo l ' uno il piede sull ' orma dell ' altro , come una processione di frati . Vedi che soltanto a parlarne , si prende il contagio : di questi periodi n ' ho scritto uno . Alla fin di ciascuno tu ti senti cascare il capo e le palpebre e ti devi dare un pizzicotto per incominciare il secondo . Dev ' esser qualche cosa di simile il viaggiare sul dorso d ' un ippopotamo . In tutto il tempo che ho impiegato a discorrere n ' è passato uno solo . E se n ' avvicina un altro della stessa mole . Schiaccia un sonnellino , che ti sveglierò al terzo . Buon riposo . Ecco la terza sfilata . Questa è la più sbalorditoia , quella che comprende tutte le deformità , malattie e vizi più miserevoli e strani : i periodi zoppi , i gobbi , gl ' idropici , gli accidentati , i periodi tutti testa o tutti pancia , quelli senz ' occhi che vanno a tentoni , quelli senza gambe che si trascinano per terra , e quelli che dalle reni hanno tornato il volto , come gl ' indovini dell ' inferno dantesco , e i malati d ' atassìa che non hanno coordinazione fra i movimenti delle membra , e gli ubbriachi che camminano a zig zag , barcollando , e a ogni tratto soffermandosi o inciampando , e finiscono a cadere sulle ginocchia o sulle mele . Sono tutte le mostruosità sintattiche che possono uscir dalle menti che non conoscono né seste , né compasso , e in cui " la ragion naturale e reciproca della parte d ' un concetto è continuamente turbata dalle varie associazioni della fantasia che s ' intromette nel processo del loro pensiero " ; dalle menti di tutti coloro che , come diceva il Montaigne , data la mossa coi remi alla barca del periodo , costeggiando , si soffermano qua e là e imbarcano alla cieca tutte le idee che loro fanno cenno di voler salire , per modo che la barca sopraccarica va innanzi a sbilancioni e bevendo acqua , fin che si capovolge o s ' affonda , e tutti annegano . Alcuni , come vedi , non hanno forma nessuna : non son periodi , ma una certa quantità di parole chiuse fra due punti fermi . Altri rassomigliano alle Sirene , che hanno un bel viso e finiscono in coda di pesce . Qualcuno è vestito bene ; ma le ossa sformate e i bubboni gli fanno dei gonfi sotto i panni , o i panni gli s ' aggrinzano dove mancano le carni o le costole , o il pelame intonso e arruffato , somigliante a una vegetazione selvatica , nasconde la fisonomia . Ce n ' è parecchi che non sono che aggrovigliamenti di congiuntivi , figliati l ' uno dall ' altro , o sequele di parentesi , che si fanno buio a vicenda , e mettono il pensiero principale all ' oscuro ; e molt ' altri che mostrano d ' essere stati fatti con gran cura , ma con la cura e con l ' arti d ' un chirurgo , che per tenerli su li ha ricerchiati come botti d ' apparecchi ortopedici visibilissimi , e mezzi coperti di bende , d ' imbottiture e di cerotti . Se questi periodi tu esaminassi a uno a uno , riconosceresti che la più parte dei loro vizi e difetti non richiedono ad essere scansati né ingegno singolare né arte sopraffina o esperienza consumata di scrittore ; ma che sono quasi tutti errori di logica elementare , dai quali basta il buon senso e un po ' di riflessione a preservarci . Guardali bene , e vedi quanta bruttezza e quanta miseria ! E pensa quant ' è grande il numero di questi mostricini messi al mondo di continuo da innumerevoli persone anche non incolte , o per sbadataggine o per furia o per trascuranza d ' ogni decoro letterario , e immagina gl ' infiniti piccoli danni che ne derivano nel commercio universale del pensiero : quante oscurità , quante confusioni , quanti malintesi , e quindi intoppi e lentezze e sciupìo di lavoro e di tempo ! Senza parlar del ridicolo , altra fonte infinita di piccoli guai . Dunque , hai veduto gl ' Iloti . Guàrdati . Non periodi singhiozzati , non periodi mastodontici , non periodi sciancati , né gibbosi , né malati , né selvaggi , né matti . Volta il foglio , e troverai il periodo perfetto . Ma no : bisogna che tu conosca prima Carlo Imbroglia . CARLO IMBROGLIA . Imbrogliava il discorso , intendiamoci subito : non il prossimo ; chè anzi nel commercio che esercitava , e anche fuor del commercio , era uno specchio di galantuomo ; e se non ci fossero al mondo che imbroglioni del suo genere , sarebbe un tutt ' altro viverci . Non mancava , per commerciante , di cultura letteraria , ed era pieno di buon senso ; ma aveva il difetto accennato da Dante dove dice che l ' uomo , nel quale rampolla pensiero sopra pensiero , arriva tardi al segno , a cui intende ; e il perché si capisce : perché il pensiero di lui s ' intralcia a ogni passo in sé medesimo . Ha definito mirabilmente questo vizio mentale comunissimo un critico moderno , dicendo che in non so quale scrittore la nozione si corrompeva e si disgregava prima d ' esser vissuta , presentando quel fenomeno che , secondo certi fisiologi , segue in ogni organismo che si discioglie : il quale di sede ch ' egli era d ' un solo principio vivente , diventa il semenzaio di parecchi , che con nuovi moti e combinazioni si riorganizzano nella sua materia imputridita . Che diavolo d ' arruffio si facesse nella mente del nostro buon amico quando filava un ragionamento o raccontava un fatto anche semplicissimo , non saprei ben dire . Incominciava con un ' idea , e subito quest ' idea si fendeva in due ; poi ciascuna idea si biforcava alla sua volta , o si triforcava e si sfaccettava ; e volendo seguire tutte le deviazioni e accennare tutte le trasformazioni e le sfaccettature del proprio pensiero , egli diceva e ridiceva , correggeva e aggiungeva , e accumulava incisi e incastrava parentesi , fin che si smarriva nei raggiri delle sue frasi , come in un labirinto , e doveva rifarsi da capo . Il difetto grammaticale più frequente in cui si manifestava questo suo modo farragginoso di pensare era l ' abuso del congiuntivo . Egli parlava come un certo personaggio d ' una commedia francese che un amico suo definisce : un subjonctif à jet continu . Mi ricordo parola per parola un periodo ch ' egli disse a proposito di certe pratiche fatte da noi per riconciliarlo con un amico : - " Nel caso ch ' egli volesse ch ' io andassi prima da lui , affinchè non si credesse da chi non conoscesse i fatti ch ' egli si fosse umiliato ... " - Il famoso verso di Dante Io credo ch ' ei credesse ch ' io credessi poteva essere la divisa del suo stile . Alle persone di servizio , perché facessero a puntino questa o quella cosa , non volendo omettere nessun particolare e dir tutto ben chiaramente , dava gli ordini con certi periodi così complessi e aggrovigliati , che finivano col non capirci una maledetta . Tale e quale era nello scrivere . Ai suoi corrispondenti commerciali scriveva delle lettere sulle quali dovevano meditare un pezzo , col capo fra le mani , come sopra dei palinsesti , per tirarne fuori l ' idea principale . Nella conversazione con gli amici , poi , era una vera calamità . Povero Carlo Imbroglia ! Quando principiava un racconto , o diceva : - Ecco il ragionamento ch ' io farei - , oppure : - Mi spiegherò meglio - tutti allibbivano . Era uno spasso nella trattoria sentirgli dire al cameriere , per esempio : - Io vorrei che tu dicessi al cuoco che mi cocesse la bistecca in modo ( ma già credo ch ' egli lo sappia , ma è bene che tu glielo ricordi , caso che l ' avesse dimenticato , il che non è improbabile ) in modo che facesse meno sangue che fosse possibile ; ma che un poco ne faccia , intendiamoci bene , e non mancar di dirglielo , che non gli accadesse di mandarmela secca , che mi restasse nel gozzo , come qualcuno vuole ch ' egli la faccia , ch ' io non so che gusto ci trovino . - E quasi tutti i suoi periodi erano di quest ' architettura . Ma questi erano i suoi periodi chiari . Alle volte , quando lo vedevamo impigliato in una rete da cui non gli riusciva di strigarsi , cercavamo d ' aiutarlo : chi gli suggeriva l ' espressione d ' un pensiero incidentale , chi gli porgeva una parentesi bell ' e fatta , chi gli apriva con un ' abbreviatura una via d ' uscita . Ma egli respingeva tutti i soccorsi e s ' ostinava a finir da sé il suo periodo , volendo a ogni costo dir la cosa a modo suo . Qualche volta era costretto a fermarsi , per ravviare le fila arruffate del discorso , e stava alcuni momenti in silenzio , accennandoci con la mano di pazientare un poco , e socchiudendo i piccoli occhi cerpellini , spesso malati ; i quali lacrimavano , dicevamo noi , per effetto dello sforzo ch ' egli faceva nella troppo minuta e intricata orditura della sua sintassi . Un giorno si scherzava nel crocchio sopra un argomento poco faceto : sul genere di morte che ciascuno di noi avrebbe preferito . Quando fu la sua volta , uno lo prevenne , dicendogli : - Quanto a lei , mi perdoni , la sua fine è scritta : lei resterà soffocato fra le spire d ' uno dei suoi periodi . - Rise con gli altri egli pure , dicendo che era consapevole del proprio difetto ; ma soggiunse che aveva ferma certezza di riuscire a forza di volontà ad emendarsene , a parlare finalmente come voleva e come , secondo lui , si doveva parlare . E infatti incominciava sempre a parlare col fermo proponimento di resistere alla forza dell ' abito vizioso , d ' andar diritto con la parola allo scopo , rigettando tutte le tentazioni del pensiero serpeggiante ; ma era invano : ci ricascava sempre . Un momento dopo d ' aver fermato per la millesima volta quel proponimento , era capace di scrivere , a proposito d ' un amico , del quale s ' era discusso se si dovesse sì o no invitarlo a un banchetto , una maraviglia di letterina come questa : - " Penso che converrebbe che gli mandassimo l ' invito ( poichè avete stabilito che gli si mandi , benchè io fossi d ' opinione che sarebbe stato meglio che non si facesse ) prima ch ' egli avesse notizia del pranzo da altri ( il che non credo che sia impossibile , chè anzi è assai probabile che l ' abbia ) , affinchè non potesse sospettare che noi avessimo deciso d ' invitarlo all ' ultimo momento con la speranza ch ' egli non facesse in tempo a venire ; cosa di cui , se la credesse , credo che anche voi , che sapete quanto egli sia permaloso , ammettiate che sarebbe naturale ch ' egli si risentisse ; ciò che dispiacerebbe a tutti , benchè avessimo coscienza che fosse infondato il sospetto . " - Che sudata , povero Imbroglia ! Eppure , come si capisce , anche da quel viluppo di parole , ch ' egli non avrebbe scritto malaccio se fosse riuscito a levar le gambe dal congiuntivo e a camminar con la penna per la via più corta ! Ogni volta che penso a lui , mi rigodo una scenetta comica , che è il più piacevole dei ricordi ch ' egli m ' abbia lasciati . S ' era convenuto fra una mezza dozzina d ' amici di desinare con lui alla trattoria . Eravamo già tutti intorno alla tavola , era passata l ' ora da un pezzo , ed egli non compariva . Comparve finalmente in vece sua , con un biglietto in mano , una sua vecchia serva , buona donna semplice , che stava con lui da molt ' anni , e gli era affezionata come una parente . Uno di noi lesse a voce alta : - " Cari amici ! È impossibile che immaginiate quanto io sia dolente che un malore , che m ' affligge da due giorni , m ' impedisca d ' intervenire a codesto desinare amichevole , al quale è superfluo che io vi dica quanto sarei stato felice .... " - , e terminava dicendo che era malato di congiuntivite . Che volete ? S ' ha un bel dire che è inumano il ridere del male altrui . Ma chi si sarebbe frenato ? Malato di congiuntivite ! Era un caso comico di forza maggiore . Ma il meglio venne dopo , quando la buona donna ci domandò se non avevamo nulla da mandar a dire al suo padrone . - Sì , - rispose uno , - ditegli che abbiamo detto che ce ne rincresce assai , ma che della malattia che lo tormenta non crediamo possibile ch ' egli guarisca . Riferitegli queste precise parole . Ci capirà . - La donna ci guardò stupefatta ; poi disse : - Eh no , signori . Non credano . Non è grave . È un incomodo a cui va soggetto . E allora si scoppiò addirittura . IL PERIODO PERFETTO . Il modo di periodare d ' uno scrittore maestro nell ' arte è paragonabile per certi rispetti al modo d ' andare d ' un uomo ben formato , sano , svelto e elegante ; il quale cammina per la strada a passi né lunghi né corti , ritto , ma non impettito , sciolto , ma dignitoso , e guarda e saluta di qua e di là senza soffermarsi e senza scomporsi , supera gl ' impedimenti con agilità , scansa le persone con garbo , svolta alle cantonate con un giro cauto , sale senz ' affannarsi , discende senza lasciarsi andare , e s ' arresta a un tratto , quando arriva alla meta , con un ultimo passo risoluto , rimanendo ritto ed immobile . Hai mai analizzato il diletto vivo che ti dà , oltre all ' utile dell ' idea che v ' è espressa , uno di quei periodi magistrali , d ' ampia stesura e di proporzioni giuste , nei quali v ' è una corrispondenza perfetta fra il pensiero e la forma , e i concetti sono collegati e contrapposti in maniera da illuminarsi a vicenda , e tutte le locuzioni son proprie , e tutte le giunture facili , e nessuna parola superflua , per modo che non ti riesce d ' immaginare come quella data idea avrebbe potuto essere svolta altrimenti , neppure nei particolari secondari e minimi della sua espressione ? Il periodo è lungo e ti par rapido , perché non c ' è nessuna oscurità che ti desti un dubbio , nessuna ridondanza che ti distragga , nessun intoppo né vuoto che t ' arresti . I concetti e i membri vi son distribuiti così bene , senz ' affollamento , quantunque siano molto fitti , che ti par che l ' aria vi si mova e v ' entri dentro la luce da ogni parte . Il periodo è così ben modulato che vi senti una correlazione armonica fra la prima e l ' ultima frase , e fra queste e le intermedie , e nelle intermedie fra di loro ; ma è un ' armonia non studiata e discreta , e come naturalmente prodotta dall ' accordo dei pensieri . Tutti i concetti accessori che vi son contenuti ti si stampano nella memoria nello stesso ordine in cui lo scrittore li ha posti , come se quello fosse il loro ordine necessario e immutabile . Sono poche righe , e quando sei arrivato in fondo ti par d ' aver fatto un lungo cammino , perché hai veduto molte cose in un piccolo spazio , e non sei soltanto sodisfatto della lettura , ma anche di te medesimo , perché dietro alle idee espresse n ' hai vedute di sfuggita , grazie all ' arte dell ' autore , molt ' altre , e scambi quell ' arte con acume d ' intuizione tuo proprio . E dopo la prima lettura ti senti forzato a rileggere , compiacendoti di cercare le cause di quell ' effetto piacevole e utile , d ' esaminare in ogni sua parte il congegno , e quasi di disfarlo e rifarlo , per conoscere l ' operazione mentale complessa e sottile , con la quale fu fabbricato . Ti sembra un ' opera d ' arte che stia da sé , ed è in fatti una serie di parole che formano per sé sole un tutto , che contengono un principio e un fine ; è un piccolo capolavoro d ' ordine e di numero , in cui sono congiunte la semplicità e l ' eleganza , l ' ampiezza e la brevità , la delicatezza e la forza ; dove lo scrittore ha esercitato tutte le sue facoltà e messo tutte le sue doti migliori : il buon senso , il buon gusto , la ragione , l ' immaginazione , la profondità e l ' agilità del pensiero , l ' acutezza e la vastità della vista mentale , alla quale non sfugge minuzia alcuna , e che abbraccia ad un tempo cento cose vicine e remote . Poi , rivolgendo quel piccolo capolavoro nel pensiero , godi un piacere simile a quello con cui si guarda e si rivolta per le mani un corpo rotondo , solido , liscio e lucente , e fai dei paragoni , per i quali t ' appare anche più ammirabile la sua perfezione . Ripensi altri periodi d ' altri scrittori , che ammirasti , ampi anche quelli , e bene architettati , e musicali ; ma che differenza ! C ' è in quelli più suono che pensiero , e in qualche punto il suono è strepito ; ci sono proposizioni che fanno eco l ' una all ' altra , frasi che si voltano indietro a guardare lo strascico della propria veste , concetti secondari che portano in capo un pennacchio troppo alto per la loro statura ; e a certi svolti tu ci perdi d ' occhio l ' idea principale , e non sempre la ritrovi , o la ritrovi per riperderla ancora quando sei arrivato alla fine . Ma questo è per ogni verso perfetto . Non è nulla o è poca cosa rispetto al libro che lo contiene ; si potrebbe anche togliere , e rimarrebbe all ' opera tutto il suo valore ; eppure non c ' è da secoli fra le migliaia di lettori uno solo che non si sia arrestato a quel breve giro di parole , che non l ' abbia ammirato , riletto dieci volte , citato in cento occasioni , ricordato per molti anni o per tutta la vita ; e in questa gemma si fisserà lo sguardo di generazioni e generazioni di lettori , fin che non sarà morta e sepolta la letteratura dov ' essa risplende . Ora senti : non è soltanto un consiglio , è una calda raccomandazione questa ch ' io ti faccio , con la ferma certezza che , se la seguirai , n ' avrai un vantaggio grande . Quando , leggendo uno scrittore , t ' imbatti in uno di quei periodi , trascrivilo . E non temere d ' aver da fare una tal fatica troppo sovente , perché son periodi rari anche negli scrittori grandi . L ' avere alla mano una corona di queste piccole maraviglie , e lo sfilarla ogni tanto , ti gioverà di più , per imparare a periodar bravamente , che leggere decine di volumi . Potrei presentartene io parecchi , che ho raccolti da scrittori di vari secoli ; ma è meglio che li cerchi e che faccia la scelta tu stesso . Quando li avrai trascritti , e li rileggerai , e ci penserai su , ci scoprirai molte più bellezze di quelle che t ' avranno fermata l ' attenzione alla prima , e ne ricaverai tanti ammaestramenti da formartene in capo un piccolo trattato dell ' arte del periodo , che sarà tutto tuo . Ci troverai fra i vari concetti connessioni intime , non significate con parole , come legami di fila finissime , non visibili che allo sguardo fisso e prolungato della mente ; " volute di sintassi accennate appena che faranno fare come un mezzo giro al tuo pensiero verso un oggetto nuovo , per rimetterlo quasi subito al punto da cui l ' avranno ritolto " ; brevi spiragli , per cui t ' appariranno di fuga tratti d ' orizzonti lontani ; e salite e discese e scorciatoie e profondità e curve ed angoli della locuzione , che ti desteranno nella mente altrettanti moti diversi , leggerissimi , con ciascuno dei quali ti parrà di fare , e farai in effetto un passo avanti nell ' arte difficile dello scrivere . E vedrai come ogni volta che ti metterai a scrivere dopo aver ristudiato quei modelli , troverai maggior facilità a far capire nel circuito d ' un periodo solo molti concetti , a inanellarli senza sforzo , ad accennarne alcuni senza esprimerli , a involgerne altri dentro un altro , e a trascorrere da questo a quello con un colpo d ' ala , e a districare gli stami di molti pensieri confusi per distenderli e incrociarli in un disegno netto e leggero . Dammi retta : fàtti da te questa piccola raccolta di periodi perfetti , e imparala a mente , se puoi . E , chi sa ! Se proseguirai in questi studi nell ' età virile , forse ti verrà in mente di ampliare la raccolta fatta nella giovinezza , e di dare ai giovani italiani un ' Antologia singolare e utilissima ; della quale , ch ' io sappia , non c ' è ancora esempio . IL SOGNO D ' UNO SCRITTORE FALSO . Scena : una camera buia . Lo scrittore dorme e sogna , agitato . Al principiare del sogno egli vede accanto al letto , dalla parte del capezzale , un cassone enorme , pieno di cose preziose , che gli son care quanto la vita ; e udendo un rumoretto all ' uscio , e parendogli che un ladro tenti di forzar la serratura per venirgli a rubare quel tesoro , stende e preme la mano tremante sul coperchio del cassone , respirando con affanno . Una figura di donna , bianca e leggera come vapore in nuvoletta accolto sotto forme fugaci all ' orizzonte , appare nel mezzo della camera , e gli rivolge la parola con voce limpida e pacata . LA SEMPLICITÀ . - Vengo non desiderata , lo so . Ma fino a quando rifuggirai da me come da una nemica mortale ? Fino a quando persisterai a metter sul viso dei tuoi periodi cipria e belletto e ad appiccicarvi nèi e finti riccioli e orecchini di perle false ? Fino a quando , per ottenere codesta bellezza artificiosa e stucchevole , farai gli sforzi che dovresti fare invece per nasconder l ' arte , per conseguire " quell ' apparenza di trascuratezza , di sprezzatura , quell ' abbandono , quella quasi noncuranza " che , come dice un grande maestro , è una delle mie specie più amabili , e in cui si manifesta veramente l ' ingegno ; dovecchè il raccattare e l ' accozzare lustre e chincaglie è cosa da tutti ? Disse un critico ardito che per secoli , fatte poche eccezioni , fu una fitta di damerini dello stile e della lingua tutta la letteratura italiana . Fino a quando farai il damerino tu pure , vecchio vanerello smanceroso ? Il sognatore dà uno scossone . UN ESPLORATORE AFRICANO . - O senta , signore ! Ritornato appena dall ' Africa , ho letto per caso un libro suo . Vidi laggiù certi piccoli re selvaggi che sul loro semplice abito primitivo di stoffa bianca mettevano quanto potevan raccogliere di vistoso e di luccicante , come fanno le gazze , dagli europei di passaggio ; e quando mi venivan dinanzi così addobbati , con aria maestosa e contenta , mi dovevo morder la lingua per non scoppiare dal ridere . E vidi anche dei selvaggi che avevano incise sulla pelle figure di fiori , d ' alberi , d ' armi e d ' animali , e credevano d ' esser belli , conciati a quel modo ; e a me parevano orribili e buffi . La sua prosa , mi perdoni , mi ricorda l ' abito di quei re , e il suo stile mi par tatuato , signore . Il sognatore geme . UN GENTILUOMO . - Io , signore , conobbi un tale , un bottegaio arricchito , che quando gli capitava in casa qualcuno , lo faceva girar per tutte le stanze , dove aveva messo in mostra un poco prima tutta l ' argenteria da tavola , i gioielli di sua moglie e ogni oggetto di valore comprato o ricevuto in dono da lui nel corso di trent ' anni ; e credeva con quello sfoggio di farsi veder gran signore ; e tutti lo giudicavano invece uno spocchione senza gentilezza e senza gusto . Il sognatore si volta di scatto sur un fianco , cercando una posizione più comoda . UN CRITICO ( con un sorriso acre e una voce di sega ) . - Signore ! È tempo oramai ch ' io le spiattelli la verità nuda e cruda . O chi crede d ' ingannare con codesto abbarbaglio di frasi , con codesta ostentazione di gale e di lustrini ? Crede che non si capisca ch ' Ella ricorre a codesti mezzi perché non ha un possesso sicuro della lingua , per nascondere l ' indeterminatezza che da quel possesso malsicuro deriva all ' espressione del suo pensiero ? Che non si capisca ch ' Ella tira a scriver bello e avventato perché non le riesce di scriver proprio ed esatto ? E s ' illude che con quelle cianfrusaglie brillanti si possa mascherar mai il pensiero nullo o mediocre ? Eh , via ! Anche il lettore meno colto ha una percezione finissima per iscoprire un concetto trito o volgare sotto il cencio di porpora dozzinale , come scopre la menzogna nel falso sorriso . Smetta codesta roba , che sciupa anche i pensieri migliori , perché svia la mente dalla diritta e rapida intuizione del buono e del vero . O che è l ' immagine , quando non serve a dar risalto all ' idea , altro che polvere negli occhi ? O quando capirà che la bellezza non è che nella parola o nella frase necessaria , e che questa non può essere che la più propria , e che la più propria è sempre la più semplice e la più comune ? Oh , rinunzi una volta per sempre a tutta codesta rigatteria letteraria , che si compra e si vende a peso a tutte le cantonate . Lo scrittore respira sempre più affannoso , contraendo il viso e le mani . LA PASSIONE . - Il tuo linguaggio non è il mio . Tu non parli mai con la mia voce e con le mie parole . Tu mi tradisci sempre . Io non pèttino , non arricciolo , non infioro le frasi e i periodi : io sono semplice e franca . Tu non commovi nessuno perché sei l ' opposto di quello ch ' io sono . Chi ti può credere sincero ? Crederesti tu alla sincerità d ' un uomo che mentre ti confida , per impietosirti , un grande dolore , facesse il bocchin di miele e gli occhi languidi come una donnina leziosa , e atti vezzosi del capo come una tortora in amore ? LA RAGIONE . - E piglieresti sul serio un altro che mentre s ' affanna a persuaderti d ' una grande verità o a indurti a un ' azione generosa , scoprisse ogni tanto i polsini per mostrarti i bottoni d ' oro o lanciasse un ' occhiata allo specchio per veder l ' effetto del suo gesto ? UN VECCHIO . - Senti . Io ho molto vissuto e conosco il mondo . Se tu lo conoscessi quant ' io lo conosco , se tu sapessi a quanta gente ha recato e reca danno di continuo codesto mal vezzo , in cui tu t ' ostini , d ' inorpellare l ' espressione d ' ogni sentimento e d ' ogni pensiero , tu faresti ogni maggiore sforzo per liberartene , come d ' una malattia pericolosa di morte . Quanti uomini retti e modesti son giudicati irreparabilmente non sinceri , vanitosi , presuntuosi , e si vedon rifiutati favori e vantaggi ed aiuti non per altro che perché li chiedono con codeste forme affettate e leziose a persone che aborriscono l ' affettazione e la leziosaggine quanto la malvagità e l ' impostura ! Quante lettere e scritture d ' ogni forma , che chiedono cose giuste e dovute , sono lacerate e buttate fra le cartacce non per altro che perché sono scritte nel modo che tu scrivi ! Quanti scrittori di alto ingegno e di animo buono sono diventati universalmente uggiosi e odiosi , e stati in ogni modo avversati e defraudati dell ' onore che per altri rispetti meritavano , per non essere riusciti mai a spogliarsi di codest ' abito sciagurato d ' infronzolare , d ' ingioiellare , di fiorettare il proprio linguaggio ! Che aberrazione ! O com ' è ancora possibile ? UNO SCRITTORE . - Ho pietà di te , confratello , e non te n ' offendere , chè è pietà fraterna , poichè l ' ebbi un tempo di me pure ; e fu quando tutte le gale e le lustre della parola , di cui avevo fatto abuso cieco per vent ' anni , m ' apparvero nel loro vero aspetto , e mi fecero il senso che risentirebbe un uomo , il quale , addormentatosi nell ' orgia d ' un martedì grasso , si risvegliasse il mercoledì delle ceneri , in mezzo alla sua famiglia , sbriacato , ma ancor mascherato da re delle marionette . Quando riconobbi quanti bei pensieri avevo sciupati , quanti sentimenti gentili traditi , per quanto tempo avevo offeso la dignità dell ' ufficio di scrittore scrivendo prosa di chincagliere e gettando negli occhi al pubblico crusca dorata , sentii tale vergogna e nausea di me stesso , da esser tentato di dar della fronte nel muro . T ' auguro di guarire ; ma la convalescenza ti sarà triste , povero amico . UN AMICO D ' INFANZIA ( col viso afflitto , e un accento di rimprovero triste ) . - Ah , no , in quel modo non m ' avresti dovuto scrivere in quella occasione dolorosa . Sapevi che avevo l ' anima straziata da una grande sventura : mi dovevi scrivere come ti dettava il cuore . Tu non puoi immaginare che pena fu per me il trovare nella tua lettera certe espressioni , quei tuoi soliti ornamenti e vezzi di lingua e di stile , che mi fecero dubitare della sincerità del tuo dolore , che mi parvero anzi segni manifesti d ' indifferenza e di durezza d ' animo . No ; se tu avessi avuto pietà del tuo vecchio amico , se tu avessi pianto davvero sulla sventura terribile che lo colpiva , tu non avresti usato quelle parole per dirglielo , non avresti lisciato lo stile a quel modo , perdonami , per consolare il suo cuore . Mi facesti una gran pena , amico , una gran pena ! Il sognatore , che s ' era andato agitando sempre più durante le varie apparizioni , vinto all ' ultima da un impeto di vergogna , di dolore e di sdegno , si precipita dal letto ( in sogno ) e si mette a tirar pedate furiose contro il cassone ; il quale si rovescia e si scoperchia , spandendo sul pavimento una strana variopinta luccicante mescolanza di vasetti , di piume , di ritagli di talco e di trina , di bubboli , di nastrini , di stelline , di prismetti di vetro , di scampoli di panno rosso e di frange argentate e dorate , ravvolto il tutto in un nuvolo di polvere d ' oro e di riso . Furiosamente , a scarpate , egli caccia a mucchio ogni cosa verso la finestra e abbranca a piene mani e butta tutto fuori del davanzale , e poi scaraventa fuori anche il cassone . Il tonfo che fa questo battendo sul selciato della strada , lo risveglia . Si mette a sedere sul letto , si frega gli occhi e guarda intorno . Non è ancora bene sveglio : gli cadono dagli occhi due lacrime . Ahimè ! Sono lacrime di rimpianto per il cassone ! UNA PAGINA DI MUSICA . È tendenza naturale in noi il dare un ritmo al linguaggio scritto , come lo diamo al linguaggio parlato , perché il nostro orecchio cerca naturalmente l ' armonia , e anche delle parole scritte sentiamo il suono nella mente . Gl ' imitatori dànno alla prosa l ' onda armonica , che hanno nella memoria , dello stile del loro scrittore prediletto ; quelli che non imitano , le dànno un ritmo loro proprio , che è come la musica intima del loro pensiero ; e anche gli scrittori che paiono più noncuranti dell ' armonia , si sente qua e là che non resistono alla tentazione di dare al periodo un suono largo e gradevole , o , se non altro , di terminarlo con una clausola sonora . La nostra lingua così ricca e varia di suoni , nella quale facciamo anche in prosa , senz ' avvedercene , una quantità di versi d ' ogni metro , ci tenta continuamente a cantare . E qui sta il pericolo : di far cantare la prosa per forza , aggiungendo parole superflue al periodo per dargli quella data sonorità , sforzando il pensiero stesso per ridurlo a quella data forma che all ' orecchio piace , facendo servire l ' idea al numero , in somma , invece di far obbedire il numero all ' idea . E quando s ' è su questa china , facilmente si precipita al peggio : si va dalle armonie delicate e sommesse a una musica sempre più risonante , fino ad accompagnare la sfilata delle frasi a colpi di piatti turchi , e a chiudere con colpi di gran cassa e squilli di tromba . Come si può sfuggire a questo pericolo ? Il mio umile parere ( come si suol dire quando si crede il parere proprio migliore degli altri ) è questo : che ci dovremmo proporre non di cercare l ' armonia , ma soltanto d ' evitar le asprezze e le stonature . E paiono le due cose una sola ; ma sono negli effetti assai diverse , perché , cercando l ' armonia , si finisce col cercare una data armonia , la quale non si può ottener sempre senza artifici ; ciò che non accade a chi si studia solamente di non ferir l ' orecchio . Per questo non c ' è bisogno di forzare il pensiero , d ' aggiungere , di riempire , d ' arrotondare , perché ciò che fa suonare sgradevolmente il periodo non sono quasi mai altro che uno o pochi vocaboli messi fuor di posto , e qualche volta uno o due o pochi monosillabi ; e basta per ripararvi il collocare gli uni e gli altri in quelli che il Leopardi , facendo esercizio di lingua , chiamò " cantucci , spigoli , spazietti , passaggetti , rivolte , giratine , tortuosità , angustie , stretture del discorso e del periodo " nelle quali quei vocaboli e monosillabi possono entrare senza violenza e stare senza stridere . Non è certo questa l ' unica norma che dobbiamo seguire perché la prosa non riesca disarmonica ; ma è la principale , e a te può bastare per ora . Un ritmo , un andamento musicale tuo proprio ti verrà con lo stile , del quale sarà un elemento inseparabile ; e quanto più il tuo stile sarà spontaneo , logico , fedelmente consentaneo al movimento del tuo pensiero , tanto meno t ' accorgerai d ' avere quel ritmo ; per modo che , rileggendo dopo qualche tempo le cose tue , ti parrà di sentirvi una musica sconosciuta , o di cui tu abbia appena una vaga reminiscenza . Bada ora sopra tutto a non mandar avanti la tua prosa a suon di tamburi e di pifferi , a non far del periodo una cabaletta , sempre chiusa con quelle certe battute , che il lettore presènte e solfeggia prima che tu vi giunga ; perché è questa una consuetudine che inceppa la ragione e l ' ispirazione , circoscrive la libertà del pensiero , vizia l ' espressione , gonfia lo stile , e avvilisce la dignità dello scrittore riducendolo un sonatore d ' organetto . UNA VOCE NELL ' ARIA : - Benissimo ! O che c ' è un grammofono qui ? Chi è che parla ? La stessa voce , in tono leggermente ironico : - " Ma devi anche dire all ' alunno che ci sono i sonatori del periodo , i tenori dello stile dissimulati , certi astuti che abbassano la voce , invece d ' alzarla , che non vanno mai negli acuti , che modulano il discorso come per cantare senza farsi scorgere ; ma che in realtà cantano anch ' essi . Il canto non si sente periodo per periodo ; ma quando voi avete letto dieci loro pagine senz ' aver mai colto proprio sull ' atto il cantante , sentite non di meno che non hanno parlato col tono di chi parla naturalmente , non cercando né ritmo né risonanza . È una specie di musica morbida e liscia , dov ' essi fondono i propri pensieri e smorzano le tinte dello stile ; ma che , appunto per questo , finisce col ristuccare essa pure , come il mormorìo d ' un rigagnolo , facendoci desiderare qualche asprezza , qualche schianto qua e là , in cui salti su il pensiero o l ' immagine , e magari anche qualche stonatura selvaggia , che ne rompa la dolce monotonia , dalla quale ci sentiamo conciliare il sonno come dal rullìo d ' una barchetta o dal cullamento d ' una sedia a dondolo . E per ottener questo bell ' effetto forzano spesso anche costoro il proprio pensiero , appiccicando delle brave code ai periodi , dicendo cose che non dovrebbero o come non vorrebbero , esercitando come gli altri la non nobile industria dei pleonasmi , delle zeppe , delle imbottiture e delle vescichette , con certa discrezione , quasi di sotterfugio , e con aria innocente ; ma che non inganna chi ha fine l ' occhio e l ' orecchio . Questo essi non imitano certamente dal loro maestro Alessandro Manzoni , che non n ' ha ombra . E anche dall ' esempio di questi signori convien mettere in guardia gli alunni . Rifuggano dagli uni e dagli altri : dai suonatori di gran cassa e da quelli che fanno il verso degli uccelli . " Pare che abbia finito . Mi domandi se ha detto giusto ? Eh sì , non c ' è a ridire , pur troppo . Mi domandi ancora s ' io so a chi abbia fatto allusione ? Lo so , sicuro ; ma a dirtelo .... mi vergognerei un poco . CORREGGI E LÀSCIATI CORREGGERE . Abbiamo veduto da principio quello che s ' ha da fare prima di scrivere ; dobbiamo vedere ora quello che è da farsi dopo aver scritto . Tu hai già capito : rivedere , correggere . Lascia passare un po ' di tempo , chè si quieti l ' eccitamento intellettuale , e tu possa giudicare a mente serena e ad animo riposato l ' opera tua , e questa apparisca come a una certa distanza all ' occhio indagatore della tua mente . Poi rileggi , mettendoti con l ' immaginazione , per quanto t ' è possibile , nell ' animo d ' un lettore non solo non indulgente , ma malevolo , il quale cerchi nel tuo lavoro i difetti col desiderio di trovarne , o svogliato o male attento , che non regga ad alcuna ripetizione e lungaggine , e smetta di leggere al primo senso di noia che lo prenda . Leggi , e apri nella mente dieci occhi per veder dieci cose ad un punto : le improprietà , le superfluità , le lacune , le disarmonie , i luoghi oscuri , i costrutti contorti , i legami forzati , le slegature , gli errori d ' ordine e le offese al buon gusto . Vedi se in qualche luogo non hai espresso con due o tre periodi brevi un pensiero o una serie di pensieri che si potevano raccogliere in uno , non però così lungo da non potersi abbracciare , come dice un maestro , con un ' occhiata ; se , alleggerendo tutti e due o tutti e tre quei periodi , non li puoi fondere insieme , affinchè il lettore legga d ' un fiato solo quello che dovrebbe leggere con tre riprese di respiro . Vedi se dove hai creduto di esprimere una gradazione di pensiero non hai fatto altro invece che una gradazione di frase ; se non hai ripetuto nessun pensiero sotto altra forma , o presentato l ' una dopo l ' altra delle immagini che dovevi presentare tutte a un tratto di fronte , o interposto una distanza fra due concetti che dovevano stare vicini o connessi . Dove puoi mandare innanzi d ' un salto il pensiero , che ha fatto un passo a destra e uno a sinistra , correggi ; dove la svoltata del pensiero è troppo larga , ristringila ; dove puoi accorciare una frase , serrare più forte un nodo sintattico , sostituire una parola breve a una parola lunga , accorcia , serra , sostituisci . Cerca bene se hai avuto qualche momento di distrazione o di stanchezza , dove hai commesso un peccato di vanità letteraria , dove hai lasciato sul tuo pensiero un velo di nebbia . Se farai questo lavoro con attenzione viva , ne ricaverai altrettanto diletto quanto dal lavoro facile e caldo dell ' ispirazione . Proverai che piacere squisito è lo sfrondare il superfluo quando se ne vede balzar fuori più chiara e lucida l ' idea ; che maraviglia gradevole è il veder tutto un periodo mutar aspetto e suono per la trasposizione d ' una frase o d ' una parola ch ' era fuor di posto . In questo lavoro comprenderai tutta la delicatezza dell ' arte dello scrivere , vedendo come un ritocco leggerissimo metta alle volte la forza dov ' era la fiacchezza , come la cancellatura o l ' aggiunta d ' un solo vocabolo assodi un pensiero che era campato in aria , o ne saldi due l ' uno all ' altro , che non parevano collegabili ; come un nuovo aggettivo , non prima trovato , getti quasi un raggio di sole sopra un ' idea che stava nell ' ombra . Sentirai come questo lavoro del correggere , quando è fatto bene , non sia lavoro di pedante , quale molti lo dicono ; ma di critico e d ' artista ad un tempo ; lavoro fine e profondo , che eccita anch ' esso la mente e l ' animo come una seconda creazione , e che si può far con amore , e che quando è fatto in tal modo , lascia nella coscienza una sodisfazione e una quiete , che sono il più dolce premio della fatica . Ma correggere non è sempre migliorare , bada bene . Bisogna , correggendo , tener sempre presente che nello scrivere di primo getto la mente eccitata e come dilatata e sveltita dall ' eccitazione faceva rapidamente il giro d ' un largo spazio , vedeva in una volta molte cose e molte relazioni fra le cose , e abbracciava con occhio pronto e mobilissimo ragioni , proporzioni e convenienze . Correggendo a mente fredda , noi tendiamo a esaminare invece idea per idea , frase per frase , parola per parola ; e quindi facilmente prendiamo abbaglio sul valore di ciascuna idea , frase o parola , che non vediamo più in relazione con l ' altre ; e facilmente per questo correggiamo male ; e spesso togliamo forza a un concetto del quale non abbiamo più vivo il sentimento , credendo di perfezionarne l ' espressione , e ci lasciamo andare ad arrotondar dei periodi perché non ci suonano più nella mente insieme con l ' armonia generale dello scritto , per dar loro una sonorità più piena , con danno di quell ' armonia generale . Convien dunque guardarsi , correggendo , dal corregger troppo , e per guardarsene bisogna rimettersi a quando a quando , con uno sforzo dell ' immaginazione , nello stato di mente e d ' animo in cui ci trovavamo nel far la prima stesura del lavoro , e riscontrare così la nostra correzione col criterio che in quei momenti ci guidava : criterio meno guardingo e men minuzioso , ma più largo , più agile , più istintivamente sicuro di quello della critica lenta e tranquilla . Ma quello che sopra tutto occorre nella correzione è la sincerità . - La sincerità con sé stessi ? - domanderai . O come si può non esser sinceri ? Si può in questo modo . Quando nel nostro scritto troviamo un errore o un difetto , a cui sia difficile riparare , diamo ascolto alla voce della pigrizia che ci dice : - Lascia com ' è ; forse t ' inganni ; quello che pare a te un errore di proprietà o di gusto , o altro che sia , non parrà forse tale a chi legge , o questi vi passerà su senz ' avvertirlo . - Persiste la nostra coscienza ad avvertirci che quello è un errore o un difetto ; ma , illudendo noi stessi di proposito , noi diamo retta alla pigrizia , e tralasciamo di correggere . Ed è una illusione insensata , perché il lettore , anche incolto , non avvertirà certe bellezze che noi crediamo ch ' egli noti , ma vede per contro molti difetti leggerissimi , che a noi pare gli debbano sfuggire . E infatti , chi si provi a leggere scritti propri a persone senza cultura , ma sincere , riman meravigliato spesso dell ' acutezza delle osservazioni critiche che quegli uditori gli fanno ; e la ragione del fatto è che la gente incolta , non avendo il criterio viziato o velato da concetti letterari convenzionali o dall ' assuefazione della mente a certi artifizi e vizi comuni dello scrivere , riceve dagli scritti un ' impressione immediata e schietta , e non badando , o non dando pregio a certe forme della lingua e dello stile , raccoglie meglio l ' attenzione su cert ' altre , e le vede con occhio più chiaro . Sarà una leggiera oscurità , sarà una parola fuor di luogo , sarà una frase dubbia , che può esser presa in doppio senso ; ma qualche menda noterà , qualche osservazione utile farà sempre anche l ' uomo ignorante , se dice schiettamente quello che pensa d ' uno scritto che gli si legga . Per questo ti consiglio di sottoporre qualche volta quello che scrivi anche alla critica delle persone , delle quali è generalmente disprezzato il giudizio in materia letteraria . Le loro osservazioni , lo so , feriscono più di quelle d ' ogni altro l ' amor proprio , o per dir meglio , l ' orgoglio dello scrittore . Ma in ogni campo intellettuale una delle condizioni essenzialissime per imparare è quella di vincere l ' orgoglio . Non s ' impara veramente se non si ha la ferma persuasione , in qualunque età , e a qualsiasi altezza si sia pervenuti nell ' arte o nella scienza , d ' avere ancora e sempre da imparare moltissimo . E a che serve tener alto l ' orgoglio di fronte agli altri , se siamo di continuo costretti a mortificarlo dentro noi stessi ? Procedendo negli studi e nell ' arte dello scrivere , tu dovrai ogni giorno , ogni momento , fare atto d ' umiltà davanti all ' immensità del campo che ti s ' allargherà man mano dintorno , alle sempre nuove difficoltà che ti sorgeranno dinanzi dopo che n ' avrai superate altre molte che ti saranno parse le ultime ; atti infiniti di rassegnazione dovrai fare , dolorosamente , disperando di poter raggiungere l ' ideale della tua mente . L ' arte è grande e divina per questo . S ' ama per tutta la vita perché non appaga mai pienamente , e sono quasi sovrumane le gioie ch ' ella dà perché sono frutto e ci compensano d ' infiniti sforzi e amarezze . E tu , se sei chiamato all ' arte , va ' incontro alla lotta nobilissima con l ' anima serena e piena di fede . Ti sorrida o no la vittoria , sarai contento d ' aver combattuto . Se non salirà in alto il tuo nome , salirà il tuo spirito , e per questo solo benefizio che dall ' arte avrai ricevuto , anche nella tristezza d ' una nobile ambizione delusa , tu l ' amerai ancora come un ' amica dolcissima , la benedirai sempre come una consolatrice celeste . AL MIO LETTORE IDEALE . E ora addio , giovinetto , mio lettore ideale , ch ' io mi vidi sempre dinanzi durante il mio lavoro , nell ' aspetto d ' un figliuolo più che d ' un alunno . T ' avesse dato il mio libro anche solo una minima parte del piacere con cui lo scrissi ! E non fu un piacere che nascesse dall ' illusione di mettere in atto degnamente un concetto che mi pareva buono , chè non fui contento un giorno di quanto facevo : nasceva dai mille ricordi che mi si ravvivavano , dalle mille immaginazioni che mi si destavano lungo il cammino ; perché non c ' è studio che risvegli e rimescoli la memoria , quando si fa con amore , che affolli tanto la mente d ' immagini quanto lo studio della lingua ; e tu ne farai esperienza , spero . Fu come un viaggio di vari anni per il mio paese e a traverso la sua letteratura , dove quasi ad ogni parola mi s ' alzava davanti la reminiscenza d ' una lettura , la visione d ' un fatto , il fantasma d ' uno scrittore . Pensa un po ' : dai primi monaci del Duecento , divulgatori di leggende miracolose , fino agli scrittori ancor viventi , quante diverse apparizioni , che sfilata maravigliosa di notari , di mercanti , di cardinali , di principi , d ' ambasciatori , d ' artefici , di capitani vestiti di ferro e di professori con la toga accademica o col cappello a cilindro ! E tutti quanti si disegnavano sul mare ondeggiante delle trenta generazioni che fucinarono la lingua per tutti . In mezzo a quei personaggi saltavano su bambini di Firenze , dai quali avevo inteso la prima volta certe parole , assistendo ai loro giochi sul Viale dei Colli , e contadini con cui m ' ero accompagnato per lunghi tratti nei miei viaggi a piedi per la campagna toscana ; e fra i loro discorsi mi ritornavano in mente correzioni fatte ai miei lavori di scuola da antichi maestri , discussioni linguistiche avute con amici di trent ' anni addietro , e casi e scene della vita , il cui ricordo m ' era rimasto legato in capo con quel tal vocabolo o quella tal frase , senza una ragione ch ' io percepissi . La lingua mi faceva rivivere il passato , come fa la musica , che riporta tutta l ' anima nostra a grandi distanze di tempo e di spazio . E mi sentivo ringiovanire nel rimetter le mani , dopo molti anni , nei miei vecchi scartafacci d ' appunti , ingialliti e polverosi , scritti in caratteri che non mi parevan più miei , e nel ricorrere certi vecchi libri sottolineati e annotati nei margini , che mi ricordavano letture notturne e care speranze della bella età ch ' è ora la tua . Ringiovanendo nel pensiero , mi sentivo più vicino a te , e mi pareva che lavorassimo insieme . Non tutti i miei pensieri erano lieti , peraltro . Riscontrando il significato proprio di certi modi , m ' accadeva qualche volta di riconoscere che li avevo usati sempre a sproposito ; d ' altri mi vergognavo di non averli imparati che poco prima di citarli a te con l ' aria di saperli da un pezzo ; e così di certi precetti e consigli ch ' io ti davo , mentre la coscienza mi rinfacciava d ' averli quasi sempre trasgrediti . Spesso anche mi sorgeva dinanzi il professor Pataracchi , gridando : - Ah , barbaro ! E hai la faccia d ' impancarti a far la lezione ? Concerò io la tua carta stampata per il dì delle feste ! - Oppure pensavo a questo o a quello scrittore morto o vivente , e dicevo : - Chi sa come avrebbe fatto o farebbe meglio di me questo libro ! - , e mi tormentava la coscienza di mancare della facoltà e della dottrina che in quelli riconoscevo . E a volte mi prendeva un senso di sgomento , ed ero tentato di buttar la penna . Ma in questi casi eri sempre tu , mio lettore ideale , indulgente come s ' è all ' età tua , che mi facevi animo a proseguire ; era la tua immagine che mi veniva a dir la mattina : - Al lavoro ! Qualche cosa n ' uscirà , e anche quel poco mi potrà giovare . E poi mi dava cuore un sentimento sempre più forte , ravvivato a quando a quando da un ricordo lontano , come una fiamma da un soffio di vento . Mi ricordavo d ' un povero ragazzo italiano , che un giorno udii cantare una canzone malinconica in una strada d ' una città d ' oltralpe , e certi stranieri villani , da un terrazzino , lo beffeggiavano , ripetendo sformate le sue dolci parole , e rifacendogli il verso sguaiatamente . E a quel ricordo risentivo per la mia lingua , scrivendo , quello che avevo sentito quel giorno all ' udirla vilipendere con versacci di scherno : un amore ardente e altero , pieno di venerazione e di tenerezza , che mi faceva formar più saldo il proposito di servirla e d ' onorarla nel miglior modo ch ' io potessi , con tutta l ' anima e per tutta la vita . E dicevo in cuor mio : - Se riuscissi a trasfondere questo sentimento nel mio lettore ideale ! - E questa speranza mi dava un fremito di gioia e un nuovo impulso al lavoro . E ora ti dirò ancora una bella cosa , come dice un trecentista . Credo che nella mente d ' ogni scrittore , quando scrive un libro , si formi a poco a poco e finisca con l ' essergli quasi sempre presente un ' immagine , la quale gli rappresenta in forma simbolica il suo pensiero assiduo . Ed ecco quale fu per me quest ' immagine , confusa da principio , poi da un giorno all ' altro più netta . Io vedevo un palazzo smisurato , che sorgeva fra rovine colossali di monumenti romani , e nascondeva la sommità fra le nuvole . Presentava sovrapposte di piano in piano le architetture di vari secoli : dove semplici e severe , tutte grandi bozze di granito greggio , o marmi nudi nitidissimi ; dove sopraccariche di sculture , coperte d ' affreschi , messe a oro e a musaici di gemme , risplendenti come un seminìo di stelle . A tutte le altezze , sopra le cornici e nei fregi ricorrevano in lunghe file le effigie di mille scrittori coronati , che balenavano dagli occhi , come volti viventi ; a somiglianza dei quali anche i fiori delle pitture , i fogliami dei capitelli , le figure delle colonne storiate , le cariatidi simboleggianti ogni forma della letteratura , tutto si moveva e viveva . E dalle logge aeree , dagli ampi intercolonnii , da tutte le aperture dell ' edifizio enorme e gentile , maestoso come una montagna e leggero come una cosa di sogno , uscivano canti di poeti , grida d ' oratori , armonie gravi e soavissime di voci innumerevoli , che parevano venire da una lontananza sterminata . Ma non era la bellezza multiforme e magnifica la maggior maraviglia : era che tutte le linee e gli aspetti diversi dell ' edifizio offrivano insieme , non l ' effigie propria , ma l ' espressione vaga e prodigiosa d ' un volto , sul quale era diffusa la luce d ' un sorriso ineffabile , misto d ' alterezza regale e di dolcezza materna , e che a quando a quando le voci infinite si confondevano in una , immensa come la voce d ' un mare che parlasse , ripetendo quanto di più grande e di più dolce ha detto al mondo l ' Italia nello spazio di settecent ' anni .... Era l ' edifizio della lingua italiana . E man mano che andavo innanzi , ingrandiva nella mente eccitata dal lavoro , e mi pareva sempre più bello e splendido , e che spandesse armonie più soavi e più solenni , e mi penetrava più profondamente nell ' animo quel sorriso misterioso , come d ' un volto sovrumano , che brillava nella maestà del suo aspetto . Ma sempre , quando mi trattenevo ad ammirarlo , pensavo che a visitarne i tesori nascosti e le bellezze intime più maravigliose non t ' avrei potuto guidare io stesso ; e questo pensiero era un rammarico . Ma che importa ? Tu le visiterai con la scorta d ' altri , o anche solo , più tardi . Ebbene , se il mio povero libro non t ' ha annoiato , e se t ' ha giovato un poco , io ti chiedo questa ricompensa alla mia fatica : che quando t ' aggirerai fra le meraviglie del palazzo incantato , ti ricordi qualche volta di me , che ti lascio sulla soglia , con tristezza , benedicendo i buoni propositi che porti nel cuore e le belle speranze che ti splendono in fronte . FINE . Per esser breve il più possibile ho fatto parecchie citazioni senza accennare i nomi e le opere degli scrittori , restringendomi a chiudere le frasi fra due virgole doppie ; il che può bastare per gli scrittori morti , essendo quasi tutti notissimi i giudizi loro che ho citati ; ma non basta per gli scrittori viventi . Accenno dunque , per debito di gratitudine e per utilità dei giovani lettori : - La lingua dei Promessi Sposi , di Francesco d ' Ovidio , che tutti gli studiosi della lingua dovrebbero leggere . - L ' arte del periodo nelle opere volgari di Dante Alighieri e del secolo XIII , ottimo studio critico di Giuseppe Lisio . - Storia della letteratura italiana , di Vittorio Rossi . - La formazione della prosa moderna , prolusione di Dino Mantovani . - La filosofia delle parole , di Federico Garlanda . - Abruzzesismi , Calabresismi , Sardismi , di Fedele Romani . - Grammatica italiana dell ' uso moderno , di Raffaello Fornaciari . - L ' Italia dialettale , di G . I . Ascoli . - Manuale della Letteratura italiana , di Alessandro d ' Ancona e Orazio Bacci . Quelli ch ' io posso aver dimenticati , mi perdonino . E mi perdonino anche i miei carissimi amici Guido Mazzoni e Cesario Testa l ' indiscrezione che commetto esprimendo loro pubblicamente la mia gratitudine per l ' aiuto validissimo che mi diedero nella revisione del libro .
STORIA DEI MILLE ( ABBA GIUSEPPE_CESARE , 1904 )
Saggistica ,
Giorni Pericolosi Nei dieci mesi che volsero dalla pace di Villafranca alla spedizione dei Mille , l ' Italia di mezzo diede prove di virtù civili meravigliose , ma col Piemonte corse dei pericoli gravi forse quanto quelli che il Piemonte stesso aveva corsi , prima della guerra del 1859 . I duchi , gli arciduchi , i legati pontifici fuggiti dalle loro sedi , fin da prima di quella guerra , non avevano più osato tornarvi ; e allora Parma , Modena , Bologna con la Romagna fino alla Cattolica , si strinsero in un solo Stato , che nel bel ricordo della gran via romana da Piacenza a Rimini , chiamarono l ' Emilia . Spento così d ' un tratto ogni vecchio sentimento di gelosia , conferirono la Dittatura al Farini , romagnolo venuto su , da giovane , nelle cospirazioni , e poi maturo ed esule fattosi alla vita dell ' uomo di stato vicino al Cavour , in Piemonte . Si crearono un esercito proprio , con gioventù propria e d ' ogni parte d ' Italia ; e il loro governo procedeva d ' accordo con quello di Toscana , libera anche essa , e col suo grande statista Bettino Ricasoli risoluta d ' unirsi al regno di Vittorio Emanuele . Intanto quelle regioni si chiamavano , tutte insieme , Italia centrale . Quello Stato provvisorio era tranquillo come se non ci fosse in aria nessuna minaccia , ma senza mostrarne paura , conosceva i pericoli tra i quali viveva . L ' Austria , che non aveva potuto aiutar con l ' armi i principi fuggiti a tornare , dichiarava caso di guerra l ' ingresso anche d ' un solo soldato piemontese nell ' Italia centrale : la Russia era apertamente ostile non soltanto a che Toscana e Ducati e Legazioni si unissero al regno di Vittorio Emanuele , ma ancora a che si scegliessero un Sovrano : la Prussia consigliava il Piemonte di rimetter esso stesso in trono i principi fuggiti . I diplomatici italiani avevano un bel dire fin da allora ai prussiani che la Germania mostrava desiderio di rompere i legami posti anche a lei dai trattati del 1815 : quegli uomini di Stato , sebbene sapessero che presto la Germania avrebbe fatto ciò che già faceva l ' Italia , insistevano perché il Piemonte si contentasse della Lombardia , si consolidasse bene e lasciasse tempo al tempo . In quanto a Napoleone III , questi diceva di non voler correre i rischi di una nuova guerra che l ' Austria avrebbe immancabilmente intrapresa se fosse avvenuta l ' annessione dell ' Emilia e della Toscana al nuovo regno ; ed erano avversi all ' Italia la Spagna , la Baviera , persino il Belgio . Sola l ' Inghilterra si mostrava amica al nuovo Stato , che si veniva formando ; sola suggeriva agli Italiani dell ' Emilia e della Toscana di stare saldi nella loro risoluzione . Al Piemonte consigliava di fare , di osare senza domandare e di non darsi briga né dell ' Austria né della Francia , né di nessuno . E il Ricasoli e il Farini erano uomini da sentir bene il consiglio , perché stavano al governo di popolazioni che sapevano ragionare il loro diritto . Come s ' erano formate le grandi potenze , esse che mormoravano e minacciavano perché Piemontesi e Lombardi volevano aiutare i loro fratelli del centro a divenir com ' essi liberi , e tutti insieme Italiani ? L ' Austria , la Francia , la Prussia , la Russia si erano costituite in secoli di violenze e di usurpazioni , calpestando popoli , che due o tre di esse ritenevano ancora con la forza ; gli Italiani non conquistavano , non usurpavano nulla ; non abbattevano se non delle dinastie che loro erano state imposte . Ora perché esse , le grandi potenze , volevano impedirli ? Si ragionava così , e così stavano le cose nel principio del 1860 , quando appunto Cavour , che dopo la pace di Villafranca , sdegnato contro Napoleone e fin contro il Re , si era ritirato dal governo , tornava alla presidenza dei Ministri . Egli allora osò da uomo che sapeva di aver dei collaboratori potenti , e un popolo pronto a tutto . E d ' accordo con lui , il Ricasoli per la Toscana e il Farini per l ' Emilia , pubblicarono il Decreto che convocava i Comizi , in tutta l ' Italia centrale , pel plebiscito . In quei Comizi , i votanti dovevano dichiarare se volessero l ' unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele , ovvero il regno separato . E nell ' Emilia su 2,916,104 abitanti , comprese donne e fanciulli , 426,006 voti furono per l ' unione ; contrari , solo 756 . Nella Toscana , su 1,806,940 abitanti votarono per l ' unione 366,871 , pel regno separato 54,925 . Così l ' Europa , che tante sciagure aveva versate o lasciato versare sull ' Italia , da secoli , vide meravigliata Emiliani e Toscani concordi ed entusiasti fondersi con Piemontesi e Lombardi ; e i duchi e gli arciduchi - parole di Cavour - " sepolti in perpetuo sotto il cumulo di schede deposte nelle urne . " Protestarono i principi che vedevano levati via per sempre i pretesi loro diritti ; protestò l ' Austria , protestò quasi tutta l ' Europa , ma nessuno si mosse : e un regno dell ' Alta Italia , di undici milioni , fu fatto . * Allora , anche a uomini molto arditi , parve di aver avuto tanta fortuna , che pensare ad altro sembrava temerità e follia . L ' Europa poteva , alla fine , saltar su e dire di aver tollerato anche troppo . Infatti mostrò ancora il suo broncio il 2 aprile , nella seduta inaugurale del nuovo Parlamento in Torino ; nella qual seduta , con manifesta avversione , non si fecero vedere i rappresentanti diplomatici di Russia , Prussia , Spagna e del Belgio . E se i limiti del nuovo regno fossero stati segnati dalla valle del Po , forse il Governo avrebbe potuto facilmente persuadere lo spirito pubblico a mantenersi cheto per alcuni anni , aspettando e preparando altri eventi . Ma i confini erano già di là dall ' Appennino ; e aver a far parte del regno la Toscana , la gran maestra antica della vita civile italiana , voleva dire esser costretti a continuare l ' impresa nazionale . Napoleone III lo aveva ben capito , e di malumore aveva già detto ad un suo ministro che l ' unione della Toscana al regno di Vittorio Emanuele portava di conseguenza l ' unità italiana . Però al Conte di Cavour l ' unità non pareva ancora possibile . L ' idea sua era sempre di dar assetto al nuovo regno ; promuoversi tutte le libertà ; svolgerne le forze già così rigogliose e omogenee ; farlo ricco , colto , solcarlo di strade ferrate e di canali ; dotarlo di ogni sorta di opere pubbliche ; farne insomma il Belgio in grande dell ' Europa meridionale . Così , intanto gli Italiani dello Stato Pontificio e delle Due Sicilie , avrebbero sentito e desiderato la prosperità dello Stato settentrionale anche per sé ; e forse , prima che passasse un decennio , si sarebbero mossi spontaneamente per unirsi a goderla . Egli aveva allora appena cinquant ' anni , e poteva ripromettersi di vivere ancora tanto da guidare quel movimento . Senonchè Mazzini sin dal 2 marzo aveva scritto : " Non si tratta più di repubblica o di monarchia , si tratta di unità nazionale ; d ' essere o non essere . Se l ' Italia vuole essere monarchica sotto la Casa di Savoia , sia pure : se dopo la riscossa vuol acclamare liberatori e non so che altro il Re e Cavour , sia pure . Ciò che ora vogliamo è che l ' Italia si faccia . " Il gesto era preciso , diritto ; Sicilia , Napoli , Roma tutto doveva venire nell ' unità nazionale : per Mazzini , pel suo partito , che era anche fatto di uomini di guerra , l ' ora era buona ; o coglierla , quali che si fossero i pericoli , o non vederla tornar mai più . Egli fin dal 1856 aveva rivolta la sua azione al Mezzodì per far procedere di laggiù in su la propaganda rivoluzionaria : nel '57 , per tentarvi una rivoluzione , d ' intesa con lui era andato a morir colà Pisacane : nel '59 , temendo che la pace di Villafranca e le sue conseguenze portassero a far guarentire dall ' Europa l ' intangibilità delle Due Sicilie , egli Mazzini , aveva mandato Crispi in Sicilia a promuovervi agitazioni e a prepararvi l ' insurrezione . Ora dunque bisognava gettare il dado , e cominciare appunto dalla Sicilia . * Certo la convinzione di Mazzini l ' aveva in parte , almeno nel cuore , anche il Cavour . Egli dopo Villafranca , in uno scatto di magnanima ira , aveva detto : " Mi hanno troncato la via a fare l ' Italia con la diplomazia dal Nord ; ebbene , la farò dal Sud con la rivoluzione ! " Ma poi si era frenato . E se Mazzini vedeva le cose da credente che subordinava tutto alla propria fede , e andava incontro ai fatti , fosse pure per trovare il martirio , Cavour col suo tatto del possibile guardava da uomo di Stato che misura le probabilità e vi conforma l ' azione . Il regno delle Due Sicilie gli pareva un organismo da lasciar vivere ancora ; le idee sue rispetto a quello non si erano peranche mutate . L ' anno avanti , nel maggio , appena salito al trono Francesco II , egli lo aveva invitato a unirsi al Piemonte contro l ' Austria . Ma Francesco aveva preferito la neutralità , sperando che Russia , Prussia , Inghilterra si sarebbero messe dalla parte dell ' Austria , e che la guerra del '59 sarebbe finita come quella del '48 . Cavour il 25 giugno , cioè dopo la battaglia di Solferino e San Martino , sempre sperando di convincere quel Re a divenir italiano , gli aveva mandato il conte Ruggero Gabaleone di Salmour come inviato straordinario , con l ' istruzione di dirgli che il concetto dell ' indipendenza italiana aveva informato sempre il Governo piemontese ; che perciò da anni , consigliando con l ' esempio e con la voce agli altri principi d ' Italia quelle interne riforme che dessero soddisfazione ai legittimi desiderii dei popoli , aveva mirato soprattutto a consociarli nello stesso intento di nazionalità , unico mezzo per disarmare le fazioni . Quel diplomatico doveva ricordare al Re avere il Piemonte ammonito sempre che , seguendo altra via , i governi avrebbero dovuto combattere non più le sette , ma il sentimento universale della nazione , e che nella funesta lotta non essi sarebbero stati vincitori . L ' inviato doveva anche dire che mentre la guerra era guerreggiata in Lombardia , l ' ostinata neutralità del re di Napoli sarebbe considerata come una diserzione o un segreto patteggiamento coll ' inimico . In quanto alle Due Sicilie , poi , doveva dire essere noto che colà più che altrove fremevano passioni ardenti , rancori profondi , ire lungamente compresse che aspettavano ansiosamente l ' occasione di prorompere terribili e irrefrenate : che le occasioni non tarderebbero , e con esse gli incitamenti e le seduzioni entro e fuori del regno : che confidare nella sola forza , far puntello al trono d ' armi mercenarie , era partito che non solamente doveva ripugnare all ' animo onesto del giovane Re , a partito mal sicuro e pieno di pericoli . Pensasse il Re che la presenza di un esercito francese in Italia doveva commuovere il paese dove aveva regnato Gioachino Murat ; e dove era morto compianto : ci pensasse , e collegandosi sinceramente col Piemonte , dichiarasse pronta guerra all ' Austria e mandasse parte dell ' esercito sul Po e sull ' Adige , a combattere a fianco di Vittorio Emanuele e di Napoleone . L ' inviato doveva anche pregare il Re di far vuotare le carceri politiche , di riaprire le vie del ritorno ai proscritti , di sanar le piaghe della Sicilia ; ma su questo e su tutto il resto aveva trovato sordi i cuori . Tuttavia Cavour non si era stancato . Al principio del 1860 , appena tornato al governo , quando temeva ancora l ' intervento dell ' Austria nell ' Italia centrale , aveva ritentato di condurre il re di Napoli ad allearsi col nuovo regno di Vittorio Emanuele . Ma Francesco II e il suo governo si erano messi invece a cospirargli contro , istigati dal Nunzio Pontificio , dalla Spagna , dalla regina Sofia di Baviera stessa sposa del Re , fantasticanti tutti insieme una lega cattolica . E assoldavano austriaci per Napoli e pel Papa , concentravano soldati negli Abruzzi , miravano a suscitar tumulti nella Romagna . Allora Cavour cambiò tono , e fece avvertire badassero bene a non far mettere piede di soldato borbonico nel pontificio . Essi , cocciuti , non ascoltavano consigli neppur dall ' Inghilterra . La quale alla fine diceva loro tirannia , ingiustizia , oppressione essere le caratteristiche del governo dell ' Italia meridionale ; quelle dell ' Italia settentrionale , libertà e giustizia ; e che in tutti i paesi del mondo , la gente anche la più volgare capiva la differenza esistente tra un governo giusto e umano e un governo ingiusto e spietato . Ostinato ognor più , non ascoltavano nemmeno la Russia loro amicissima , che per bocca del suo primo Ministro diceva a Napoli che la polizia del Regno , spiaceva fino al capo della polizia russa ; e questi era allora Kakoskine , uomo addirittura feroce . Anche la Francia consigliava invano minori asprezze . Pareva tempo da non usar più nessun riguardo , ma forse il giovane Re ispirava ancora a Vittorio Emanuele una certa pietà : Era figlio di Maria Cristina di Savoia , sposata nel 1832 al grossolano e cattivo Ferdinando II , trattata male nella reggia e morta consunta nel 1836 . Essa aveva avuto quell ' unico figlio . E si sapeva che quando era nato , non volendo concedere a lei di allattarlo , le avevano fatto entrare in camera per nutrice una donna di Santa Lucia , piagata a una gamba , con le tracce della scrofola al collo , con pochi capelli in testa , quasi tignosa e con figli rachitici o che non si reggevano in piedi . Aveva rivelate queste miserie un abate Terzi , che Maria Cristina aveva condotto con sé dal Piemonte per confessore . E l ' abate aveva anche narrato che vicina a morte , avendo chiamato il Re , la infelice regina s ' era sentita rispondere che il Re dormiva . Così era spirata soletta come una povera , con al capezzale un oscuro frate ; e il popolo napoletano l ' aveva chiamata santa . Per disgrazia sua , quel povero bambino , orfano di madre , mal visto erede al trono , non aveva potuto morire anch ' esso , era stato educato a odiare ogni cosa italiana . Ed ora regnava . Se Vittorio Emanuele aveva voluto che il suo Governo usasse dei riguardi a quel parente nato e vissuto infelice , come uomo di cuore aveva fatto bene . L ' agitazione per la Sicilia . Ma la Nazione non aveva nessun dovere di sentimenti pietosi . E allora la voce di Mazzini che dopo la pace di Villafranca aveva gridato : " Al Centro mirando al sud , " si mise a gridare : " Al Sud mirando al Centro , Roma : " e infiammò i cuori , e diresse le aspirazioni degli italiani del Nord verso la Sicilia . Egli e i Comitati suoi e il partito repubblicano che nel 1859 aveva saputo lealmente servire in guerra la monarchia , s ' accinsero al preparar un ' impresa che pareva folle , e che invece doveva riuscire a fini meravigliosi . L ' uomo per condurla , tutti lo designavano : Garibaldi . Intanto Mazzini aveva fatto partir per la Sicilia Rosolino Pilo . Era questi un uomo di quarant ' anni , nato in Palermo dalla famiglia dei conti Capeci , sangue d ' Angiò , tutta devota ai Borboni . Egli unico di quella famiglia aveva dato il suo cuore alla patria . Dal '49 era esule ; nell ' esiglio aveva conosciuto Mazzini e n ' era divenuto l ' apostolo . Nel 1857 , doveva andar compagno di Pisacane alla impresa finita in Sapri ; ma i barcaroli coi quali aveva aspettato il passaggio del vapore Cagliari , lo avevan mal servito , il vapore era passato , ed egli era ridisceso a Genova , a sentir poi la tragica fine dell ' amico . Da allora aveva vissuto con quella spina nel cuore . Ora , d ' intesa con Mazzini e con Garibaldi , partiva il 26 marzo su di un povero legno viareggino per l ' isola sua . Garibaldi gli aveva detto che qual si fosse il suo destino laggiù , rammentasse che tutto vi si doveva fare in nome dell ' Italia e di Vittorio Emanuele . Pilo , repubblicano , aveva accettato il motto , ed era partito con Giovanni Corrao , anche questi siciliano , arditissimo uomo del popolo . Avevano navigato quattordici giorni , erano riusciti a sbarcar presso Messina , e s ' eran messi a percorrere l ' isola , annunziando Garibaldi . Anche Cavour era ormai quasi convinto che non si poteva più lasciar la questione napolitana al tempo , ma gli doleva che Garibaldi e Mazzini si pigliassero col loro partito l ' onore d ' essere i primi . E perciò d ' accordo col Fanti , Ministro della guerra non amico di Garibaldi , avea già fatto profferire al nizzardo generale Ribotti d ' andar in Sicilia a capitanarvi l ' insurrezione . Ribotti gli pareva uomo da ciò . Era stato al servizio della rivoluzione siciliana del '48; per essa aveva tentato di portar l ' armi in Calabria , era stato preso e condannato , e aveva sofferto anni di carcere dai Borboni . Ma Ribotti non aveva accettato . Forse indovinava che laggiù , solo il gran nome di Garibaldi e l ' ingegno suo di guerra e la sua figura , avrebbero potuto trovar la vittoria . * In quei giorni venne come la folgore una lieta notizia : a Palermo era scoppiata l ' insurrezione . E si diceva che all ' alba del 4 aprile , da un convento chiamato della Gancia , un Francesco Riso , giovane di 28 anni , aveva con alcuni compagni data la mossa , e che un Salvatore La Placa s ' era azzuffato con la milizia , in certi quartieri della città abitati da pescatori e retaioli . Ma la gioia si cambiò in ira quando , subito appresso , oggi una voce , domani l ' altra , si seppe che quei generosi erano stati oppressi ; che le squadre di campagna , già scese vicino a Palermo , s ' erano ritirate nei monti ; che tredici compagni di Riso , oltre quelli morti combattendo , erano stati fucilati ; che egli giaceva pieno di ferite e prigioniero ; che lo stato d ' assedio era proclamato , e che erano arrestati il padre di Riso con altri cittadini cospicui di Palermo . Dunque la rivoluzione era domata ! No , non doveva essere : l ' Italia superiore la faceva sua propria . Da quel momento tutti cominciarono a chiedere che facesse Garibaldi , e se non si muovesse , e se non era ancora andato , e perché non fosse ancora laggiù . E non dicevano già , che dovesse muoversi il governo di Vittorio Emanuele ; tutti avevano il sentimento del rischio cui si sarebbe messo d ' aver mezza Europa addosso : a tutti bastava che si muovesse lui , Garibaldi , che quanto a gente per seguirlo ce ne sarebbe stata anche troppa . Ma si sentiva che bisognava far presto , perché il Governo borbonico aveva compreso che la Sicilia non mirava più , come nel '20 e nel '48 a separarsi da Napoli o a rifarsi regno da sé ; ma che il suo moto era di tendenze unitarie , con mira all ' Italia superiore . Perciò quel Governo prometteva largamente strade ferrate , portifranchi , casse di sconto , prestiti alle grandi città ; mentre si ingegnava di reprimere la insurrezione nell ' interno , mandando colonne mobili a disarmare la gente . Se Francesco II avesse dato una costituzione quale l ' isola la voleva del '48 , chi poteva dire che la Sicilia non si sarebbe acconciata ? Bisognava proprio far presto . * Non si vuol mica dire che nel settentrione i liberali bruciassero tutti dal desiderio di vedere andar gente ad aiutar la Sicilia e Napoli a liberarsi dai Borboni , a unirsi al resto d ' Italia . V ' erano allora i ragionatori che trovavano gli argomenti forti in contrario . Ma come mai si voleva fare un solo stato di quest ' Italia così lunga e sottile , senza un centro , e nel napoletano senza strade né nulla ? Eh già , rispondevano altri , ragionatori anch ' essi , queste cose le diceva pure Napoleone I . Diceva che se tutta la parte d ' Italia dal Monte Velino in giù e con essa la Sicilia fosse stata gettata dalla natura tra la Sardegna e la Corsica la Toscana e Genova , la Penisola avrebbe avuto un centro quasi egualmente distante da tutti i punti della sua circonferenza : ma così come era fatta , quella parte dal Velino che formava il Regno di Napoli , gli pareva di clima , d ' interessi , di bisogni , diversi da quelli di tutta la valle del Po e di quella dell ' Arno . Però non avrebbe detto così se a ' suoi tempi avesse avuto il telegrafo , la navigazione a vapore , le strade ferrate . Tutte queste cose levavano via dall ' Italia un bel po ' degli inconvenienti della sua configurazione . Del resto , Napoleone aveva soggiunto che nonostante tutto , l ' Italia era una sola nazione , una di costumi , di lingua e di letteratura ; affermava che in un tempo più o meno lontano i suoi abitanti si unirebbero sotto un solo governo ; e passate in rassegna le condizioni storiche di tutte le grandi città , dichiarava solennemente di pensare che Roma sarebbe senz ' altro quella che gli Italiani si sceglierebbero per capitale . Altri ragionatori dicevano che il Re di Napoli teneva un esercito di più di 120 mila soldati , bene armati e con cavallerie e artiglierie delle migliori d ' Europa . Era vero . Ma ai giovani che ascoltavano solo il cuore , il cuore diceva una cosa molto semplice , cioè che quei cento ventimila soldati non erano tutti , come un sol uomo , nel pugno di quel Re , così che ei li potesse lanciar di colpo nel punto dell ' isola dove Garibaldi anderebbe a sbarcare . Allora i savi soggiungevano che intorno all ' isola vigilava una crociera di chi sa quante navi , forse trenta , forse quaranta : ma quelli del cuore sentivano che se anche le navi fossero tante , il mare era vasto , e che una catena intorno all ' isola non era possibile a tenersi così stretta , che di notte o di giorno un marinaio come Garibaldi non riuscisse a passare . ( NdA : Si seppe poi , a cose finite , che la crociera intorno all ' isola era composta di 14 legni e di 2 rimorchiatori da guerra , con aggiunti ad essi 4 piroscafi mercantili della Società di navigazione siciliana e 2 della napolitana , armati e dati da comandare ad ufficiali militari . In tutto adunque erano 22 legni . La vigilanza , da Capo San Vito a Mazzara , era affidata alla Partenope , fregata a vela da 60 cannoni ; al Valoroso , pure a vela da 12 cannoni ; allo Stromboli , pirocorvetta da 6 cannoni e al Capri , da 2 . Comandavano quella crociera , un Cossovich capitano di vascello imbarcato sulla Partenope , e sullo Stromboli era imbarcato l ' Acton , baldanzoso uomo che partendo da Napoli aveva detto al Re di voler buttar a mare Garibaldi . Da Mazzara a Capo Passaro , da Capo Passaro al Faro , dal Faro a Trapani , incrociava il resto della flotta . ) Invece una preoccupazione grave davvero , e tale da togliere l ' ardire a molti , riguardava il poi , se mai la spedizione sbarcasse . Della Sicilia si sapeva poco qual fosse nell ' interno . Nella sua solitudine pareva quasi fuor della vita . E quasi più del suo tempo presente si sapeva del suo passato ma bene antico . Molti parlavano di quelle sue città di due milioni d ' abitanti , del suo popolo d ' otto milioni che nutriva sé eppure faceva ancora chiamar l ' isola sua granaio d ' Italia ; sapevano enumerare le sue civiltà , greca , latina , araba ; la sua monarchia normanna che seppe valersi di quelle civiltà , farsi amare dai vinti e lasciare , a traverso i secoli , il desiderio ancora di quel regno . Ma all ' infuori dei marinai , chi mai sapeva della Sicilia presente ? Chi vi era mai stato ? Forse qualche ricco , e anche soltanto nelle grandi città , Palermo , Messina , Catania , Siracusa ; ma l ' interno dell ' isola non era guari conosciuto neppur sulla carta . Però si indovinava e si amava il suo popolo , perché avevano insegnato a pregiarlo i suoi profughi , ne ' dieci anni da che stavano rifugiati in Piemonte ; gente degna , patrizi , letterati , avvocati , medici , architetti o artigiani valenti e virtuosi . Se dalla Sicilia era venuto via quel fior di gente , non poteva darsi che non vi fosse laggiù un popolo degno di loro ; bisognava andarvi , per dir così , a scarcerare l ' anima dell ' isola , farla espandersi nella vita italiana . Quante energie , quanta luce , quante virtù , aggiunte all ' anima della nazione ! Queste cose non si pensavano per l ' appunto così , ma si sentivano vagamente , come nell ' adolescenza si sentono le prime aure dell ' amore cui si va incontro , e sono la vita . Ma intanto , quale rischio l ' andarvi ! Certo Garibaldi si sarebbe gettato su qualche costa , lontano dalle città marittime , dove non fossero milizie , per non farsi opprimere appena giunto . E da quella costa si sarebbe mosso a trovar nell ' interno sui monti qualche posizione forte , per chiamarvi a sé gli insorti e fare un esercito tale da poter affrontare in campo quello dei regi , o magari piombar sulla capitale . Ma quanti scontri avrebbe dovuto sostenere nelle sue prime marcie , e chi mai sapeva in quali condizioni ? E se gli fosse avvenuto di perdere ? Pazienza i morti , ma i feriti , in che mani sarebbero rimasti ? Come li avrebbe trattati il nemico offeso per quell ' assalto che gli veniva da gente di fuori ? E chi fosse riuscito a salvarsi da quelle mani , in quali boschi , in quali tane , senza cure , solo , disperato sarebbe andato a finire ? Si fantasticavano cose orrende . Eppure l ' aria del tempo , la fede in Garibaldi e una certa voluttà di andare a patire per una grande idea , faceva vincere anche quelle tetre preoccupazioni . E appunto , qual era allora lo spirito dell ' esercito del Borbone ? A sentir gli esuli siciliani e napoletani , in quell ' esercito v ' erano dei generali , dei colonnelli , persin dei vecchi capitani , che sapevano bene quanta era stata la gloria dei loro padri . Da fanciulli li avevano visti tornare dalle guerre napoleoniche di Spagna e di Russia , dopo aver empito il mondo delle loro geste e dei loro nomi . Nel 1815 li avevano visti sotto re Gioachino tentar l ' impresa di cacciar l ' Austria dalla Lombardia . Nel 1848 avevano marciato essi stessi alla guerra quasi fino al Po ; erano tornati indietro afflitti , quando il loro Re spergiuro li aveva richiamati ; e quelli che non avevano ubbidito ed erano andati a Venezia , vi si erano fatti ammirare . Pepe , Ulloa , Rossarol ! Appresso , a sentir le risorte glorie dei Piemontesi in Crimea e poi quelle recenti del 1859 , dovevano aver patito di non essere stati mandati a quella bella guerra , fatta per cacciare lo straniero . E così forse era entrato nell ' animo dell ' esercito lo scontento . Ma in quel momento non si sapeva se amassero o odiassero . Forse contro i piemontesi avrebbero combattuto fieramente , se ne fossero scesi nel Regno a guerra di Re : ma contro Garibaldi avrebbero combattuto solo per disciplina . Dovevano anche trovarsi nelle file molti ai quali quel nome incuteva sgomento . Non era egli colui che undici anni avanti si era fatto conoscere a Velletri e a Palestrina , quando i napolitani erano marciati su Roma per rimettere il Papa in trono ? Insomma , bene bene non si sapeva nulla dello spirito vero dell ' esercito laggiù : certo , a volerlo giudicare dalle opere contro la Sicilia , doveva essere feroce ancora come era stato nel '48 . Ma si sarebbe visto alla prova cosa valessero quelle milizie in cui ufficiali e sott ' ufficiali avevano quasi tutti grossa famiglia ; e si sarebbero visti anche gli stranieri mercenari che non si chiamavano più svizzeri , ma di svizzeri erano formati e di bavaresi e d ' austriaci , d ' un po ' d ' ogni gente . In quanto alla marineria , saperne qualcosa sarebbe stato più interessante . Ma neppur essa si conosceva guari . Però degli ufficiali malcontenti ve ne dovevano essere ; e anzi , alcuni dicevano che quelli del Fieramosca , quando nel gennaio del '59 avevano scortato a Gibilterra i grandi cittadini del Regno liberati dalle galere ma condannati alla deportazione , erano stati visti con le lagrime agli occhi e il dolore sul viso . Così dicevano i meridionali profughi antichi o recenti dal Regno . Tra essi i Siciliani erano i più ardenti . Parlavano della loro isola , facendone ritratti vivissimi coll ' immaginosa parola . I loro Vespri parevano un fatto recente . Conoscevano la storia della loro indipendenza dai Vespri fino al 1735 , come se l ' avessero vissuta ; si vantavano di aver avuta da quell ' anno bandiera e amministrazione distinta dalla napolitana , e Parlamento proprio : tutte cose confermate nella Costituzione del 1812 , quando i Borboni , perduto il continente , si erano rifugiati laggiù e vi avevano trovato sicurezza , protetti dalla generosità del popolo e dall ' Inghilterra . Ma essi , tornati sul trono di Napoli , avevano poi tradito tutto , e cominciato a offender l ' isola e il suo popolo , chiamandola negli atti pubblici : " Terra di là dal faro " , quasi come a dire paese barbaro . Onde le sue rivoluzioni del '20 e del '48 , e un odio crescente sempre e tanto , che l ' isola si sarebbe messa sotto l ' Inghilterra , la Russia , la Francia , sotto chi si fosse che l ' avesse voluta , pur di esser levata da dipender da Napoli . Ora quella passione si rivolgeva all ' Italia , a chiamar lei , l ' Italia del nord che doveva ascoltarla . E Garibaldi dov ' era , che cosa faceva ? Garibaldi e Cavour . Garibaldi stava in Torino alle prese col Conte di Cavour , perché avvenuta la cessione di Nizza alla Francia , credeva che egli la avesse patteggiata fin dal '57 , quando aveva concertato con Napoleone l ' aiuto militare del '59 . Invece la cessione era seguita per una soperchieria di Napoleone , che oltre la Savoia , per non opporsi all ' annessione dell ' Emilia e della Toscana al regno di Vittorio Emanuele , aveva voluto anche Nizza . Cavour aveva fatto di tutto per salvarla , ma non v ' era riuscito ; e Garibaldi pareva contro di lui implacabile . Ma il 7 aprile gli capitarono a Torino il Bixio e il Crispi , i quali " a nome degli amici comuni per l ' onor della rivoluzione , per carità della povera isola , per la salute della patria intera , " lo pregarono di mettersi a capo di una spedizione e di condurla in Sicilia . E Garibaldi che forse meditava un moto popolare in Nizza stessa , per salvarla lui se Cavour non aveva potuto ; messo in disparte questo e ogni suo pensiero , accettò e decise di far l ' impresa . Par quasi certo che Egli n ' abbia parlato con Vittorio Emanuele e che n ' abbia avuti incoraggiamenti . Però il Re , il 15 aprile , volle ancora scrivere al Cugino di Napoli che era " giunto il tempo in cui l ' Italia poteva esser divisa in due stati potenti , uno del Settentrione l ' altro del Mezzogiorno : che Egli pel bene suo lo consigliava di abbandonare la via fino allora tenuta : e che se ripudiasse il consiglio , presto egli , Vittorio Emanuele , sarebbe posto nella terribile alternativa o di mettere a pericolo gli interessi più urgenti della stessa sua propria dinastia , o di essere il principale strumento della rovina di lui . Qualche mese che passasse ancora senza che egli si attenesse all ' amichevole suggerimento , egli , il Re di Napoli , sperimenterebbe l ' amarezza delle terribili parole : troppo tardi . " E scritto così , Vittorio Emanuele partì lo stesso giorno 15 aprile pel suo viaggio trionfale in Toscana e nell ' Emilia , dove andava per la prima volta da Re . * La sera di quel 15 aprile Garibaldi si presentò improvviso alla Villa Spinola nel territorio di Quarto , allora ignoto borgo poco discosto da Genova , sulla riviera orientale . In quella villa se ne stava Augusto Vecchi esule Ascolano , suo antico ufficiale di dieci anni avanti , alla difesa di Roma . - Buona sera , Vecchi ; vengo come Cristo a trovare i miei apostoli , ed ho scelto il più ricco , questa volta . Mi volete ? - Per Dio , Generale , e con piacere immenso ! - Pare una pagina romanzesca , ma allora appunto cominciava il periodo in cui le cose più vere ebbero l ' aria di fantasie . In quella villa il Generale si stabilì , e vi chiamò i suoi . Per andare in Sicilia occorrevano armi , ed egli senz ' altro mandò in Milano a prenderne di quelle già comprate col fondo del milione di fucili , fatto raccogliere da lui per sottoscrizione nazionale . Sennonché là , Massimo d ' Azeglio , governatore , non solo rifiutò di concedere che se ne portasse via una parte , ma le fece mettere tutte sotto sequestro . Scrisse poi d ' aver temuto che quelle armi finissero in tutte altre mani che quelle di Garibaldi , certo temeva di Mazzini , ma in quel momento l ' atto suo diede grandemente da sospettare che il Governo fosse avverso a ogni impresa garibaldina . Veramente il Conte di Cavour desiderava proprio più che mai che la spedizione non si facesse . Temeva che Garibaldi , una volta mosso si lasciasse trasportare dal suo vecchio pensiero di Roma , e invece che in Sicilia andasse a sbarcare su qualche parte della costa pontificia , senza riguardo al pericolo di tirare addosso a sé e al Regno una guerra dalla Francia . Sperava , anzi , che ogni cosa sfumasse . Il 24 aprile mandò apposta il colonnello Frapolli da Garibaldi , per indurlo ad abbandonare ogni disegno ; e il Frapolli , amico del Generale , gli parlò delle difficoltà che si opponevano ad una discesa nell ' isola o nel continente . Gli ricordò persino le tragedie di Murat , dei Bandiera , di Pisacane . Non si sa che viso facesse il Generale a tali moniti del Frapolli , ma certo è che questi tornò a Torino da Cavour , persuaso che Garibaldi non partirebbe . E , in verità , il Generale era già inclinato a rompere ogni preparativo , perché dalla Sicilia aveva notizie non buone . Ondeggiò tutti quei giorni pensando alla tremenda responsabilità di una catastrofe . Il 27 gli giunse un telegramma da Fabrizi da Malta , quasi lugubre : " Completo insuccesso nelle provincie e in Palermo ; molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta . " Così diceva il telegramma . E la parola del Fabrizi valeva quella che Garibaldi stesso avrebbe detto . Era un vecchio patriota di quelli sfuggiti nel 1831 alle forche di Modena ; e sempre poi aveva vissuto in esilio a onorare l ' Italia e a farla stimare dagli stranieri . Egli non poteva che dire la verità . E perciò Garibaldi deliberò di lasciar andar tutto , e di tornarsene nella sua solitudine di Caprera : anzi , diede ordine di tenergli un posto sul vapore che doveva partire il 2 maggio per la Sardegna . Cavour lo seppe , e scrisse a Napoleone che ormai di una impresa di Garibaldi non c ' era più da temere . Ma allora si erano fatti attorno al Generale tutti i più ostinati a voler andare in Sicilia : Bertani , Bixio , Crispi e tanti altri minori , che nella Villa Spinola tennero con lui una specie di gran Consiglio , il 30 aprile , anniversario della sua bella vittoria del '49 , contro i francesi , sotto Roma . In mezzo a quel consesso , tra i discorsi roventi di quei patrioti , come uomo ispirato da una luce improvvisa , Garibaldi balzò su d ' un tratto a dire : " Partiamo . Ma subito , domani ! " Domani era troppo presto : bisognava pensare ad avere i legni da navigare ! Ma insomma un po ' di giorni , tre o quattro , sarebbero bastati . Intanto quegli operosi avrebbero raccolta la gente da fuori . Dacché egli aveva detto : " Partiamo , " lasciasse fare , che ad eseguire c ' era chi ci pensava . Il Conte di Cavour , ignorando quella nuova deliberazione , era partito il 1 maggio per Bologna , a raggiungervi nel giro trionfale il Re , cui sperava di strappare l ' ultima parola che impedisse a Garibaldi ogni tentativo d ' allora e di poi . Narrano gli intimi del Conte e del Re che si trovavano con essi in Bologna , avere il Cavour manifestato fin l ' intenzione di fare arrestar Garibaldi , se si fosse ostinato a tentar qualche cosa , e d ' andar egli stesso a porgli addosso le mani , se non si trovasse chi avesse l ' ardimento di farlo . E sarà vero , perché allora egli temeva troppo che l ' Imperatore dei Francesi , credendosi canzonato da lui , pigliasse qualche violenta deliberazione contro l ' Italia . Ma ormai alla forza delle cose neppur egli poteva più resistere . E saputo ciò che a Genova si faceva , stette col Re a Bologna , per non tornare a Torino in quei giorni a farsi tormentare dalla diplomazia . Però prese le sue precauzioni . E temendo sempre che Garibaldi volesse fare un colpo contro Roma , ordinò alla divisione navale del contrammiraglio Persano d ' andare in crociera tra Capo Carbonara e Capo dello Sperone a Sant ' Antioco , o , in altre parole , dinanzi al Golfo di Cagliari . Gli ingiungeva però di non " adoperar le macchine " ; e che cosa intendesse di voler dire con ciò non si sa bene ora , né lo seppe allora forse neppure il Persano . Poi non tornò a Torino se non la sera del 5 maggio , e là , da Genova , gli piovvero le notizie . Che fare ? Adesso non c ' era altro che lasciar fare ; e giacché la spedizione non si poteva più impedirla senza che sorgessero chi sa quali guai nel paese , pensò subito di mettersi sul gioco di dominarla , e di rispondere alle proteste che lo avrebbero tempestato . Genova nel gran giorno In Genova , sin dagli ultimi di aprile , stavano già molti dei più vogliosi di partire per la Sicilia , e altri ve ne furono chiamati nei primi tre giorni di maggio . Per le vie di quella città tutta lavoro , dove la gente va attorno sempre con l ' aria di chi non ha tempo da perdere , quei forestieri che riempivano i caffè e le passeggiate stonavano alquanto . Ma forse nessuna città era adatta come Genova a farvi quell ' adunata e a servir di copertura al Governo . Il quale così , negli ultimi momenti , poté far bene le viste di non accorgersi di nulla , proprio come se nulla vi fosse , e tutto pareva inteso , consentito , voluto dalla città intera , ma con somma prudenza . Il 5 maggio ogni cosa era pronta . Allora Garibaldi scrisse al Re cominciando : " Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie , ha commosso il mio cuore e quelle d ' alcune centinaia dei miei vecchi compagni d 'arme." Pareva che volesse rammentare a Vittorio Emanuele che l ' anno avanti egli per il primo , nel suo discorso del 10 gennaio in Parlamento , aveva trovato la espressione giusta come un ' eco delle " grida di dolore " giunte a lui da ogni parte d ' Italia . E soggiungeva di saper bene a quale impresa pericolosa si sobbarcava , ma che poneva confidenza in Dio e nella devozione dei suoi compagni . Prometteva che grido di guerra sarebbe l ' unità nel nome di Lui , Vittorio ; e sperava che se mai l ' impresa fallisse , l ' Italia e l ' Europa liberale non dimenticherebbero che era stata determinata da motivi puri affatto da egoismo . Disse , che riuscendo , un nuovo e brillantissimo gioiello avrebbe ornato la corona di Lui ; ma non celava l ' amarezza sua per la cessione della sua terra natale . E , certo per non compromettere il Re , finiva scusandosi di non avergli detto il suo disegno , per tema che egli lo dissuadesse dal fare quel passo . Mesta e solenne lettera , nella quale era serenamente espresso il dubbio e la speranza e il sentimento dell ' ora . Spiace in essa quel tanto che c ' è di finzione : ma insomma , i tempi erano tali , da giustificare questo ed altro . Il Generale scriveva pure all ' Esercito italiano , esortando ufficiali e soldati a star saldi nella disciplina , a non abbandonare le fila per seguir lui . Scriveva all ' Esercito napolitano per ricordare ai figli dei Sanniti e dei Marsi che erano fratelli dei soldati di Varese e di San Martino . E anche non dimenticava i Direttori della Società dei Vapori Nazionali , cui nella notte doveva menar via il Piemonte e il Lombardo , scusandosi di quell ' atto di violenza , e raccomandandoli al paese perché rimettesse qualunque danno , avaria o perdita che loro potesse seguirne . In tutte quelle lettere e in parecchie altre di quel giorno , una frase qua un ' altra là rivelavano un sentimento sicuro ma anche una misteriosa tristezza . Il 5 maggio 1860 . La sera di quel 5 maggio , coloro che erano destinati a partire , ricevuto un ordine aspettato tanto , quale da solo quale con qualche amico , come se andassero a diporto , così consigliati per non dar nell ' occhio alla polizia , cominciarono a uscir da Genova per la Porta Pila , sulla via del Bisagno . Andavano alla Foce o a Quarto , secondo che loro era stato detto . E trovavano sul loro cammino folle di cittadini di ogni classe , donne , uomini , che senza parere davano loro l ' augurio , e ciascuno un poco dell ' anima sua . Nino Bixio scese al porto . " Là - scrive il Guerzoni - in una andana tra il Lombardo e il Piemonte e proprio costa a costa tanto da toccarsi coi due vapori , riposava una vecchia carcassa di nave condannata da tempo , che chiamavano " Nave Joseph " . Bixio nella sua mente ne aveva fatta la prima base di operazione di tutta la mossa . Già da parecchi giorni la Joseph andava ricevendo a poco per volta delle casse misteriose , degli involti sospetti , che avevano le più strane somiglianze di casse da munizioni e d ' involti di fucili ... Bixio aveva ordinato che per la sera del 5 maggio tra le nove e le dieci , una quarantina d ' uomini si raccogliessero in silenzio su quella nave , e stessero ad aspettare la sua venuta e i suoi ordini . Gli uomini erano parte marinai fedeli , parte volontari ma del fiore . Alle nove e mezzo arrivarono sulla Joseph Bixio e lo scrittore di queste pagine . Appena a bordo Bixio cavò di tasca un berretto da tenente - colonnello , se lo calò sulle orecchie , e disse : - Signori , da questo momento comando io , attenti ai miei ordini . - E gli ordini furono : buttarsi col revolver in pugno sui vicini vapori , fingere di svegliarvi la gente di guardia , fingere di costringere i fochisti ad accendere , i marinai a salpar l ' ancora , i macchinisti a prepararsi al loro mestiere , sgombrare , pulire il bastimento , allestirlo in fretta per la partenza . E così fu fatto nel massimo ordine e silenzio , e non senza accompagnare di molti sorrisi quella farsa con cui quella epopea esordiva . Fra tutte queste operazioni se ne andarono quattro o cinque ore , e già i primi chiarori dell ' alba cominciavano a rompere dalla punta di Portofino . Bixio era inquieto e principiava a perdere anche quell ' ultimo avanzo di pazienza che in quei giorni di febbre e rabbia gli era restato . Finalmente , verso le quattro del mattino tutto era pronto , e i due piroscafi uscirono dal porto , girando verso Quarto , punto designato dell 'imbarco." Ma prima di tirar avanti per Quarto , i due piroscafi si pigliarono su una parte dei Mille , che stava alla foce del Bisagno . Ivi erano avvenute delle scene pietose di questa sorte . Tra quei giovani c ' era un Luzzatto da Udine , cui fu detto che tra la folla si aggirava la madre sua , venuta così da lontano a cercarlo . Voleva benedirlo o tirarselo via da quel cimento ? Il giovanetto le si fece incontro , e le andò tra le braccia ; ma la sua prima parola fu di pregarla a non gli dir di tornarsene , perché a lui sarebbe stato mortale il dolore di partir lo stesso dopo averla disubbidita . Altri padri , madri sorelle andavano tra quei gruppi , pregando , scongiurando , incuorando , e alla fine dando il bacio quasi della morte ; e quando i due vapori apparvero e accolsero quei giovani , chi aveva assistito a quelle scene dovè tornarsene nella città col cuore quasi sollevato . Uguali cose avvenivano a Quarto . Là verso le dieci c ' era folla anche più fitta che alla foce . Tutta la via che si svolge intorno a quel piccolo seno di acque era stipata . Nella villa Spinola entravano , dalla villa uscivano frettolosi uno dopo l ' altro incessanti messaggeri ; a ogni momento si faceva tra la folla gran silenzio , si udiva dire : " Eccolo ! " No , non era ancora Garibaldi . Poi la folla fece un ' ultima volta largo più agitata , tacquero tutti : finalmente era Lui ! Garibaldi attraversò la strada seguìto da Turr e da Sirtori , allora già colonnelli , e per un vano del muricciolo rimpetto al cancello della Villa , discese franco giù per gli scogli . E cominciarono i commiati . Tra gli altri bello e forte è narrare quello di uno Stefano Dapino cui suo padre , vecchio amico di Mazzini e dei fratelli Ruffini , aveva accompagnato fino a quel passo . Quel padre aveva con sé anche un altro figliuolo più giovane . Conversavano tranquilli come se il figlio partisse per una caccia ; poi senza parole , senza sospiri il padre abbracciò il figlio , stettero un poco stretti prima essi due , poi tutti e tre , finché Stefano che aveva alla spalla la carabina , baciò il fratello , gli fece segno come a raccomandargli il padre , si staccò da loro e discese per dove scendevano alle barche i suoi compagni . E quel padre e quell ' altro figlio si persero fra la folla , portando alla casa lieta di altre gioie , ricchezza , bellezza , onore , quell ' amara gioia d ' esser stati a quella fortissima prova . Piccole cose tra le grandi , nelle ore dell ' attesa , qua e là per e vie di Quarto , sugli usci delle casupole , quelli che dovevano partire si sentivano dare dai pescatori , dai marinai , certi consigli semplici , ma d ' amore . Avete mai navigato ? - No . - Se temete di avere il mal di mare , appena a bordo , coricatevi supino e state sempre così , non patirete . - Se vi daranno del biscotto mangiatene poco , e bevete poi pochissimo , se no guai ! - Sbarcherete in Sicilia , oh sbarcherete ! Ma , ... vini traditori laggiù ! - E la gente ? - Come noi ... però molto facili a tirare ... Ma chi la rispetta ... Soprattutto la famiglia bisogna rispettare laggiù ... Ma voi avrete altro pel capo ... Coraggio ! - A poco a poco tutti discesero nelle barche , queste presero il largo . Verso le undici , d ' una di queste già più in alto , si udì una voce limpida e bella chiamare " La Masa ! " E un ' altra voce rispose : " Generale ! " Poi non si udì più nulla . E su quell ' acqua stetterro le barche a cullarsi aspettando . Quelli che v ' erano su parlavano del Governo , di Cavour , di Vittorio Emanuele , dell ' accordo , del disaccordo tra loro e Garibaldi e della finzione ; e siccome le ore passavano , i più cominciavano a temere che i vapori non venissero , e che si dovesse tornare a terra mortificati , fors ' anche a farsi arrestare . Oh quel Cavour ! La voleva vincer lui ! Ma quando furon visti i segnali rossi e verdi dei due legni , e poi i legni stessi venir con già a bordo la gente che v ' era stata imbarcata alla foce : quelle barche scoppiarono di grida di gioia . In un lampo vogarono ai due legni ; e in meno di mezz ' ora , chi sul Lombardo , chi sul Piemonte , quell ' altro mezzo migliaio di uomini furono su , come ognuno seppe ingegnandosi ; braccia , ganci , scale , corde , tutto fu buono a salirvi . La Partenza Bellissima fu l ' alba di quella domenica 6 maggio 1860 . Il mare , un po ' mosso durante la notte , si era chetato . Da bordo , a guardare indietro , si vedevano la collina del Bisagno , là , cupa nella fredda ombra ; e lontano , profilati nell ' azzurro , azzurro anch ' essi , i monti lungo la riviera d ponente che sfumavano via via verso Savona fin dove se ne perdevano le forme . Le cittadette e le borgate di quella riva biancheggiavano appena , e mettevano degli strani sensi di desiderio domestico nella gioia della partenza . Ma quando i due vapori sbuffarono e i mossero , a vederselo dinanzi , là a prua , il promontorio di Portofino pareva dire : " Venite pure , oltre me lontana , molto lontana , sta la terra misteriosa , che andate a cercare . " Dalle navi , rispondevano all ' invito quelle mille anime ; vecchi amici , compagni d ' armi che , cercandosi un posto a bordo , s ' incontravano , si abbracciavano e : - Anche tu ? E tu ? E tu ? - gioia d ' amarsi meglio per aver sentito e voluto fare una stessa gran cosa . Ma ci fu un momento che dai due vapori Garibaldi e Bixio si scambiarono coi portavoce delle non liete parole . Diceva Garibaldi a Bixio : - Quanti fucili avete a bordo ? - Mille e cento . - E di munizioni ? - Nulla - E le barche di Bogliasco ? Per guardar che si guardasse non si scoprivano da nessuna parte le barche di cui il Generale chiedeva , e che si dovevano trovare in quelle acque ad aspettare i due vapori . Eppure quelle barche avevano nella notte imbarcate le armi e le munizioni raccolte a Bogliasco ! Dunque si doveva star là tanto che comparissero ? E se in Genova il Governo , destato a forza dalle grida di qualche Console , dovesse di necessità accorgersi che dal porto erano stati menati via i due vapori ? Se fosse costretto a spedir una delle sue navi da guerra a catturarli , a ricondurli nel porto , quando mai si potrebbe poi ritentare l ' impresa ? Non era di quelle che si fanno due volte . Il generale Turr che in quel momento stava vicino a Garibaldi , narra che questi " rimase qualche tempo meditabondo , che poi alzò verso il cielo il capo dicendo : ' Anderemo avanti egualmente ! ' E che , stato un altro poco , ordinò di navigare verso Piombino . " * Ora ecco ciò che era avvenuto . La sera avanti un manipolo di giovani genovesi , scelti dal Bixio e dall ' Acerbi , erano stati mandati al ponte di Sori . - Là - aveva lor detto Bixio - troverete due uomini coi quali vi riconoscerete questa parola d ' ordine che vi do . Essi vi consegneranno le casse raccolte a Bogliasco ; con quelle vi metteranno nelle barche , e vi condurranno , come siamo intesi , a trovarci . - Chi erano i due uomini ? A qualcuno di quel giovani balenò il dubbio che potessero essere quegli stessi che già nel 1857 avevano guidate le barche comandate da Rosolino Pilo , cariche dei fucili e delle munizioni per Pisacane , che doveva passar sul vapore Cagliari . Quegli uomini avevano menato pel golfo il povero Rosolino così male , che egli e il gruppo di esuli che aveva seco non erano riusciti a trovar il vapore su cui Pisacane magnanimo aveva continuato senz ' armi la sua avventura . Ora se quegli uomini erano forse gli stessi di allora ? I giovani mandati dal Bixio a Sori avevano ragione di volersi accertare e ne domandarono i nomi . - A voi non ispetta per ora sapere né il nome né chi vi guiderà - disse Bixio - né dove incontrerete i vapori : andate ; tutto , si spera , andrà a seconda . - Allora la gioventù aveva imparato a ubbidire fortemente , e quei giovani si recarono a Sori , dove trovarono i due uomini , che erano proprio quelli dei quali avevano dubitato . Tuttavia si imbarcarono essi e ogni cosa . Ma di quei due uomini che dovevano guidarli in mare , uno si era già allontanato , e l ' altro non volle entrare con loro in nessuna barca . Lo pregarono , lo supplicarono e persino lo minacciarono , ma egli si slanciò in un leggerissimo canotto a due remi , e celerissimo si allontanò , gridando che lo seguissero alla luce del fanale che stava accendendo sulla sua poppa . Il fanale stette acceso una ventina di minuti , poi si spense ; e per quanto quei giovani gridassero dietro a quell ' uomo , egli non si fece più vivo . Sperarono che tornasse , passarono le ore ; e intanto i rematori , tutti di Conegliano , vogarono al largo verso ponente . Benché fosse notte alta , i giovani si accorsero di esser condotti male ; ma i barcaiuoli giurarono di aver avuto l ' ordine di andar allo scoglio detto di Sant ' Andrea presso Sestri Ponente , che là avrebbero trovato i vapori e che là i due uomini li avrebbero raggiunti . Durarono così molte ore , finché sicuri di essere ingannati costrinsero i barcaiuoli a volgersi verso levante , e quando fu l ' alba videro da lontanissimo due vapori verso Portofino . Indovinarono che vapori erano ; e allora ( l ' espressione è di uno di loro che ne scrisse pochi anni dipoi ) , il loro dolore fu immenso come il mare . Intanto i due uomini , i due traditori che gli avevano ingannati , erano stati tutta la notte a scaricare mercanzie di contrabbando , sete e coloniali ; certo approfittando del fatto che i doganieri lungo le rive o non v ' erano o facevano cattiva guardia , per ordini avuti di non disturbar nessuno quella notte di misteriosa faccenda . Se Bixio che aveva dato gli ordini a quei giovani , sicuro nella sua fierezza di mandarli a gente dabbene , avesse potuto avere quei due ribaldi là sul suo ponte , chi sa qual pena avrebbe loro inflitta ! Egli era uomo da metterseli sotto i piedi , o da impiccarli all ' albero della sua nave , come anticamente si faceva ai pirati . L ' Ordine del giorno Dunque i due vapori navigarono via verso Piombino . E tutto il 6 e la notte appresso e la mattina del 7 , non ebbero incontri . I volontari che a poco a poco si erano messi al posto che ognuno aveva saputo trovarsi , e sopra coperta o sotto nelle sale dei vapori , passavano le ore dormendo , conversando , leggendo . Ma a mezza mattina quelli che stavano sul Lombardo , furono chiamati in coperta , dove dal ponte di comando fu loro letto l ' ordine del giorno . Diceva così : " La missione di questo corpo sarà , come fu , basata sull ' abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria . I prodi Cacciatori delle Alpi servirono e serviranno il loro paese con la devozione e la disciplina dei migliori militanti , senz ' altra speranza , senz ' altra pretesa che la soddisfazione della loro intemerata coscienza . Non gradi , non onori , non ricompense allettarono questi bravi ; essi si rannicchiarono nella modestia della vita privata , allorché scomparve il pericolo ; suonando l ' ora della pugna , l ' Italia li rivede ancora in prima fila , ilari , volenterosi , e pronti a versare il sangue loro per essa . Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino , or sono dodici mesi : ' Italia e Vittorio Emanuele ' , e questo grido pronunciato da voi metterà spavento ai nemici d 'Italia." Quella lettura destò qualche mormorio qua e là tra le gente del Lombardo ; ma la nobiltà dei certe frasi e il nome del Generale che le parlava , imponevano silenzio ad ogni passione . Il motto ' Italia e Vittorio Emanuele ' scontentava moltissimi , i quali , repubblicani di fede , non avrebbero voluto sentirsi legare da quelle parole . Ma non vi furono gravi rimostranze . A quell ' ora stessa , lo stesso ordine del giorno era letto sul Piemonte e vi faceva lo stesso effetto . A Talamone Intanto i due vapori costeggiavano quasi la terra . Pareva già passato tanto tempo dalla partenza , che i meno esperti , vedendo una torre su cui sventolava la bandiera tricolore , credettero di esser già in Sicilia , e che quella fosse la bandiera della rivoluzione trionfante . Ma non erano che in Toscana . Quella torre e quel gruppo di case che le stavano intorno , si chiamavano Talamone . E quando le navi furono là vicinissime , fu vista una barca vogare loro incontro : e nella barca stava un ufficiale con in capo un enorme cappello a feluca , che non lasciava quasi vedere un altro ufficiale che quello aveva seco . Erano i comandanti del forte e del porto . Scambiarono dei saluti col Piemonte , vi montarono su , vi si trattennero un poco con Garibaldi , poi tornarono nella loro barca ; e poco appresso i due vapori gettavano l ' ancora in quel porto . Ivi , alla lesta , Garibaldi discese a terra col suo stato maggiore , vestito da generale dell ' esercito piemontese , come l ' anno avanti in Lombardia , e come se fosse in terra sua fece sbarcare i Mille . Il villaggio fu invaso . Quei poveri abitanti , marinai , pescatori , carbonai della Maremma , si trovarono con le case messe sossopra da quella gente che pagava , ma voleva mangiare . Forse pensavano che anticamente così s ' erano visti invasi i loro padri dai corsari ; ma saputo chi erano quei forestieri e l ' uomo che li conduceva , si sbrigavano con gioia per contentarli . Garibaldi undici anni avanti era passato per la Maremma , e vi aveva lasciato la sua leggenda . Intanto , tra quei volontari , i più vaghi delle cose belle contemplavano il paesaggio . A guardare il mare vedevano l ' Elba , la Pianosa , Montecristo , il Giglio , quasi in vasto semicerchio come a una gran danza : a guardar verso terra , vedevano il monte Amiata , e i più colti indovinavano in quelle lontananze Santafiora e Sovana , nomi pieni di storia . Tra l ' Amiata e il mare , faceva tristezza un lembo della Maremma infelice . Là doveva essere Orbetello , fortezza dell ' antico Stato dei Presidii fondato da Carlo V , quando spenta la repubblica di Siena e dato il suo territorio a Cosimo de ' Medici , volle tenere per sé quel lembo di dominio , diffidando certo del popolo senese e più del fiorentino che aveva fatto la meravigliosa difesa nel 1530 contro le sue milizie . Ora quel lembo di terra , dopo vicende molte , era toscano , italiano , libero . Era stato anche del Re di Napoli fino al 1805 . Ecco che ora vi faceva sosta Garibaldi , per pigliarvi , se si può dir così , l ' abbrivio , a levar via dal trono gli eredi di quei Re . In faccia a Talamone verso sud , forse a dieci chilometri di mare , i contemplatori ammiravano il monte Argentaro selvoso sulle sue cime , che guardate da quell ' umile spiaggia parevano eccelse . Gli stava ai piedi la cittadetta di Santo Stefano . Ricordo allora quasi fresco , ivi , nel 1849 , s ' era fatto portare da Talamone in una barca da pescatori Leopoldo II , fuggito da Firenze con la sua famiglia . Da Santo Stefano con ignobili infingimenti , ingannati i toscani , era poi partito per Gaeta , dove aveva cospirato per far venire gli Austriaci in Toscana . E gli Austriaci lo avevano servito a rimetterlo in trono . Ma adesso erano appena passati undici anni , si era avverata la minaccia fattagli dai più nobili uomini del paese ; ed egli da un anno se n ' era dovuto andar via per sempre . In un gruppo d ' eruditi raccolti all ' ombra di un ciuffo di olivi , a ridosso di Talamone , si parlava d ' una battaglia vinta là attorno dai Romani contro i Galli Cesati . Quarantamila morti ! Ma come mai tanta strage con l ' armi d ' allora ? Certo doveva avvenire nell ' inseguimento dei vinti . E dai Galli passavano a dir di Mario . Anche Mario reduce da Cartagine per tornarsene a Roma , era sbarcato lì a Talamone . Ora Garibaldi non era quasi un Mario buono ? E Roma non era il suo pensiero ? Se gli fosse venuto in mente di andare anch ' egli di là a Roma ! Non era egli il Generale della repubblica romana ? Erano ardenti discorsi . Ma , a questo proposito , nascevano in quello e anche in altri gruppi discussioni vive sull ' ordine del giorno udito a bordo il mattino . Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva lasciato loro il motto monarchico ; ma la disciplina volontaria era forte . Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là alle loro case , soltanto sei o sette giovani cari . Seguivano il sardo Brusco Onnis che del motto ' Italia e Vittorio Emanuele ' era rimasto quasi offeso . Repubblicano inflessibile , si era imbarcato a Genova sperando forse che Garibaldi , una volta in mare , si ricordasse d ' essere anche egli repubblicano ; ma deluso , ora se ne andava , e se ne andavano con lui quei pochi , però senza che fosse fatto a loro nessun raffaccio . Rinunciavano per la loro idea ad una delle più grandi soddisfazioni che cuor d ' allora potesse avere , e il sacrificio meritava rispetto . I Mille Ma cosa si stava a perder tempo in Talamone , mentre in Sicilia la rivoluzione pericolava , e si poteva , giungendovi , trovarla spenta ? Questo lo sapeva Garibaldi . Intanto su quella spiaggia i Mille si vedevano bene tra loro la prima volta , come in una rassegna . Ora , chi parla di quei tempi e di quelle cose , dice presto : il 1860 , la Sicilia insorta , il gran nome di Garibaldi , quello di alcuni suoi illustri , la partenza da Quarto , la traversata maravigliosa , lo sbarco a Marsala , Calatafimi , Palermo e la liberazione finale ; due o tre date e un numero d ' uomini , pochi più di Mille , e per la storia in grande è quasi tutto . Ma quei Mille chi erano ? Che cosa erano ? Non certo una specie di compagnia di ventura all ' antica ; non una parte di vecchio esercito costituito , staccata a scelta o per caso ; nessuna legge li obbligava , non erano soldati di professione , non avevano tutti quella media di età che di solito hanno i soldati ; non una cultura comune ed uguale , e nemmeno una divisa uniforme . Vestivano quasi tutti alla borghese e alle diverse fogge , dalle quali , a quei tempi , si riconoscevano ancora a qual regione d ' Italia e a qual classe sociale uno appartenesse . E parlavano quasi tutti i dialetti della penisola . Erano , per dir così , parte dell ' esercito popolare militante di cuore nel partito rivoluzionario : vecchi , figliuoli di giacobini , di napoleonidi , di Murattisiti ; uomini di mezza età , educati dalla Giovane Italia , tra le congiure e le insurrezioni ; giovani nei quali la letteratura classica e la romantica s ' erano fuse in una bella temperanza a fecondare l ' amor di patria . Con essi , degli artigiani che dalle diverse scuole politiche e dai fatti belli dell ' ultimo decennio , erano stati destati al concetto della nazione . Di loro fu subito detto che erano eroi favolosi , pazzi sublimi , ed altre simili iperboli , e anche delle ingiurie . Invece di volenterosi com ' essi ve n ' erano in Italia a migliaia ; ma ad essi intanto era toccata quella fortuna . Uno che vi era e dei migliori , scrivendone poi nella vita di Garibaldi , con quattro pennellate alla brava disse che erano un popolo misto " di tutte le età e di tutti i ceti , di tutte le parti e di tutte le opinioni , di tutte le ombre e di tutti gli splendori , di tutte le miserie e di tutte le virtù " e vi notò " il patriota sfuggito per prodigio alle forche austriache e alle galere borboniche , il siciliano in cerca della patria , il poeta in cerca d ' un romanzo , l ' innamorato in cerca dell ' oblio , il notaio in cerca di un ' emozione , il miserabile in cerca d ' un pane , l ' infelice in cerca della morte : mille teste , mille cuori , mille vite diverse , ma la cui lega purificata dalla santità dell ' insegna , animata dalla volontà unica di quel Capitano , formava una legione formidabile e quasi fatata . " Così li ritrasse il Guerzoni , caro al Generale e vivido ingegno , e fu felice pittore . Narrar di loro , descriverne gli aspetti , farne rivivere la fisionomia morale , resuscitare coi ricordi i loro sentimenti e quelli dell ' epoca ora quasi estinti , è un giusto servigio che vuole essere reso alla storia . La quale si avvia a non più fermarsi solo nelle reggie per trovarvi le dinastie , o nei campi per descriver battaglie e celebrare capitani ; ma già accoglie nelle sue pagine il personaggio popolo , che ai fatti col proprio sangue e col proprio danaro dà il cuore . E il cuore governa il mondo , e il sentimento fa i veri miracoli della storia . * A colpo d ' occhio , si poteva dire che per un quarto quei Mille erano uomini fra i trenta e i quarant ' anni e per un altro bel numero tra i quaranta e i cinquanta ; forse dugento stavano tra i venticinque e i trenta . Gli altri , i più , erano tra i diciotto e i venticinque . Di adolescenti ce n ' erano una ventina , quasi tutti bergamaschi . Alcuni qua e là tra quei gruppi parevano trovarvisi per curiosità , perché , vecchi oltre i sessanta ; e invece vi stavano a spendere le ultime forze di una vita tutta vissuta nell ' amore della patria . Il vecchissimo passava i sessantanove , aveva guerreggiato sotto Napoleone e si chiamava Tommaso Parodi da Genova ; il giovanissimo aveva undici anni , si chiamava Giuseppe Marchetti da Chioggia , fortunato fanciullo cui toccava nella vita un mattino così bello ! Seguiva il medico Marchetti padre suo , che se l ' era tirato dietro in quell ' avventura . In generale , certo più della metà erano gente colta ; anzi si può dire che soldati più colti non mossero mai a nessun ' altra impresa . Alcuni di essi , i vecchi , avevano combattuto nelle rivoluzioni del '20 del '21 del '31; molti nelle guerre del '48 e del '49 e nelle insurrezioni di poi . Nella guerra del 1859 avevano militato quasi tutti , volontari nei reggimenti piemontesi o tra i Cacciatori delle Alpi sotto Garibaldi . E quasi tutti avevano tenuto il broncio al paese perché , non si era mosso quanto avevano sperato , tanto almeno che il Piemonte non avesse avuto bisogno dell ' aiuto francese . Pronti essi sempre a dar la vita , credevano che tutti dovessero esserlo come loro , e che la rivoluzione bastasse a vincere i grandi eserciti e a far cadere le fortezze . Per essi a ogni modo , quell ' aiuto era stato un gran dolore , perché lo aveva recato Napoleone , che allora chiamavano con forte rancore : ' l ' Uomo del 2 dicembre ' . Ma v ' erano pure certuni che ragionando con la storia per guida , sebbene un po ' da romantici , trovavano che anzi l ' aiuto francese era stato ammenda giusta d ' una colpa antica . Non era stata la Francia di Carlo VIII la causa prima della servitù tre volte secolare d ' Italia ? I francesi del 1494 avevano , per dir così , gettato il dado , provocando altri a giocarsi con loro il possesso d ' Italia : ora , quelli del 1859 erano venuti a riparare il danno fattole dai loro avi . Qualcosa di provvidenziale pareva di vederlo sin nelle date capitali di quella storia . Non era finita la gara antica proprio nel 1559 , con quel tal trattato di Castel Cambresis che , esclusi i Francesi , avevano messo l ' Italia , direttamente o indirettamente , quasi tutta nelle mani degli Spagnuoli ? Ed ecco che dopo trecento anni giusti , la Francia era venuta a strappar la Lombardia dalle mani dell ' Austria , erede in qualche guisa degli Spagnuoli . E giusta era venuta con alla testa un imperatore di sangue italiano ; come era stato un italiano Emanuele Filiberto , colui che trecent ' anni avanti aveva finita la gara antica tra Spagnuoli e Francesi , vincendo per la Spagna a San Quintino . Non era quasi da dire che gli italiani d ' allora si fossero pigliata la sola vendetta possibile contro i Francesi ? Questi per primi li avevano disturbati mentre lavoravano a resuscitare il sapere antico per sé , e per l ' Europa ; ed essi , all ' ultimo , avevano dato il genio di un loro guerriero per farla finita a beneficio del loro nemico , dovesse pure essere poi peggiore di essi . Adesso quell ' Italiano che imperava in Francia ed era venuto con centocinquantamila soldati pareva un riparatore . Anche l ' Europa intera non sembrava fare ammenda di qualche suo vecchio torto ? Se essa gridava ma lasciava che in Italia gl ' italiani facessero ciò che loro sembrava meglio , non poteva dire che si contenesse a quel modo per un tacito consenso di giustizia verso il popolo che trecent ' anni indietro le aveva dato i frutti del proprio studio , l ' arte sua , e per essa aveva scoperto la terra e aperte le vie a studiar il cielo , con Colombo e con Galileo ? * I giovani dai venti ai venticinque anni quasi tutti sentivano in sé , vivi e presenti i fratelli Bandiera con la loro storia , intesa nella prima adolescenza , tra le pareti domestiche , dai padri e dalle madri angosciate . Quell ' Emilio di 25 anni , quell ' Attilio di 23 , disertati a Corfù di sulle navi austriache ; la loro madre corsa invano colà , per supplicarli di smettere il loro disegno d ' andar a morire ; le loro risposte a Mazzini che li consigliava di serbarsi a tempi migliori ; e poi l ' imbarco , il tragitto nell ' Ionio e lo sbarco sulla spiaggia di Crotone , presso la foce del Neto , - che nomi ! - e il primo scontro a San Benedetto coi gendarmi borbonici , e le plebi sollevate a suon di campane a stormo contro di loro gridati Turchi ; e il secondo scontro a San Giovani in Fiore , - poesia , poesia di nomi ! - e l ' inutile eroismo contro il numero , e la cattura e la Corte marziale e le risposte ai giudici vili e la condanna e la fucilazione nel Vallo di Rovito ; tutto sapevano , tutto come canti di epopea studiati per puro amore . E suonava nei loro cuori la strofa amara ed eroica del canto di Mameli : L ' inno dei forti ai forti , Quando sarem risorti Sol li potrem nomar . Un po ' più in qua negli anni , quei giovani avevano sentito il grido di Pio IX : " Gran Dio , benedite l ' Italia ! " andato a suonare fin nei più riposti tugurii . Avevano viste le rivoluzioni nelle quali , troppo fanciulli , non avevano potuto cacciarsi ; e le guerre del '48 e del '49 , e le cadute , e le disperazioni , e le speranze rinate ; e nel '57 la gran tragedia di Carlo Pisacane coi suoi trecento , tra plebi mutatesi anche allora in furie contro di loro andati per redimerle , combattuti , accerchiati , oppressi , morti . Ma dunque tutte le spiaggie del Regno erano tombe aperte per chiunque tentasse di portarvi un po ' di libertà ? Cresceva la febbre in quei cuori . E ve n ' erano che avevano concepito il pensiero di andar laggiù per un ricordo di scuola di qualche anno addietro : un luogo dell ' Odissea e dell ' Eneide ; o il racconto letto in Plutarco della libertà data dai Siracusani ai prigionieri ateniesi , solo per averli sentiti cantare i cori di Euripide ; o un episodio della guerra servile dei tempi romani . E v ' era chi più che delle cose antiche era pieno delle recenti , per aver letto nella storia del Colletta i supplizi del Caracciolo e del Sanfelice , o la fine della repubblica Partenopea nel 1799 . Altri ancora s ' era inebriato dei canti popolari siculi , uditi nella melodia viva di qualche volontario siciliano conosciuto l ' anno avanti nei Cacciatori delle Alpi . Ve n ' era fin uno , e lo narrava , che aveva avuto la spinta a quel passo da un fatto da nulla , ma che sul suo cuore aveva potuto più che la scuola e i libri . Un giorno di luglio dell ' anno avanti , stando egli in Brescia alla porta di uno degli ospedali zeppi ancora dei feriti di Solferino e di San Martino , aveva veduto fermarsi un carro di casse d ' aranci e di filacciche e di bende . Venivano dalle donne di Palermo ! O santa carità della patria ! Dunque in quella terra lontana si pensava a chi pativa per tutti ? E aveva anche inteso dire dai medici che quelle cose erano uscite dall ' isola trafugate , perché , la polizia di laggiù , guai ! Dunque c ' era in Italia una tirannide più cruda di quella dell ' Austria ? Ed egli aveva fatto voto di andare a dar la sua vita laggiù , se mai fosse venuta l ' ora di levar quella tirannide dal mondo . La formazione del piccolo esercito Sapeva Garibaldi ciò che faceva , nè in Talamone stava certo a perdere tempo . Ivi doveva trovare le munizioni da guerra o andar avanti lo stesso a pigliarle in Sicilia al nemico . Ma frattanto vi faceva dar forma alla spedizione , comporre le compagnie combattenti e tutti i corpi che deve avere un esercito per entrar in guerra . Non poteva già scendere in Sicilia alla testa di uno stormo disordinato ! Al suo quartier generale diede per capo il colonnello Stefano Turr che allora aveva trentacinque anni . Da giovane tenente dell ' esercito austriaco , il Turr era passato in Piemonte l ' anno '49; sapeva cos ' era stato il dolore della sua Ungheria e dell ' Italia quell ' anno ; sapeva cosa voleva dire essersi trovato condannato a morte e liberato quasi nell ' ora del supplizio , e cos ' erano le gioie e le ansie del cospiratore nell ' impaziente attesa della riscossa . Aveva combattuto l ' anno avanti sotto Garibaldi in Lombardia , e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue tra i Cacciatori delle Alpi . Bellissimo uomo , alto e diritto , con due gran baffi e un gran pizzo scuri , e occhi pensosi ma vigili e mobilissimi sotto la fronte quadrata a torre . Novecento anni avanti sarebbe stato un fiero capo di quegli Ungheri che vennero a turbare il regno di Berengario ; ma ora , con la gentilezza acquistata dalla sua gente nei secoli e la sua nativa , era un cavaliero che poteva tenere scuola d ' ogni cortesia . Finita quella guerra divenne diplomatico , apostolo di lavoro e di pace . Scavò canali di navigazione nella sua Ungheria , tagliò l ' istmo di Corinto ; va ancora pel mondo gridando all ' umanità la concordia , l ' amore e il bene . Ungherese come il Turr , un po ' più giovane di lui , aiutante anch ' esso del Generale , v ' era il Tukory , che veniva ad offrir l ' ingegno e la vita a quest ' Italia , la quale , nel Cinquantanove , in certa guisa aveva disdetto la fratellanza di sventure e di speranze , che l ' avevano legata fino allora alla patria sua . Diceva egli così senza raffaccio , ma con dolore . Egli aveva militato per la Turchia contro la Russia durante la guerra di Crimea , e s ' era trovato a difendere la fortezza di Kars contro quei soldati dello Czar che nel '49 gli avevano rovinato la patria . Servire un barbaro per odio contro un altro barbaro gli doveva essere stato grande strazio ; ma con Garibaldi a faticare per l ' Italia era quasi felice . Però s ' indovinava che era molto deluso del mondo , e morire come morì poi a Palermo non gli dovette parere amaro . Poi c ' era il Cenni di Comacchio , uomo di quarantatré anni , avanzo di Roma e della ritirata di San Marino ; uno tutto fremiti , che ad averlo vicino pareva di camminar col fuoco in mano presso una polveriera . Amico del Cenni v ' era l ' ingegnere Montanari di Mirandola , anch ' egli avanzo di Roma , che aveva trentott ' anni e ne mostrava cinquanta per la tetraggine che gli avevano impressa le meditate sventure del paese . Anche aveva molto patito nelle carceri di Mantova e di Rubiera . Ma contrasto quasi d ' arte gli stava a lato un senese , che da giovane aveva fatto versi , sembrati al Niccolini degni del Foscolo . Nei suoi ventisei anni bellissimo e forte , era sempre gaio come se gli cantasse un ' allodola in core . Era quel povero Bandi , che cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi ; e doveva campare ancora trentacinque anni , per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado , da uno a lui sconosciuto . E v ' era Giovanni Basso , nizzardo , ombra più che segretario del Generale , ch ' egli aveva visto sublime a Roma , umile ma ancora più sublime da povero candelaio alla Nuova York . E c ' erano il Crispi , allora poco conosciuto , e l ' Elia anconitano , che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprir Garibaldi . C ' erano il Griziotti pavese di trentott ' anni , matematico di bella mente ma di cuore più bello ancora ; e il Gusmaroli di cinquanta , antico parroco del Mantovano , che come l ' eroe dell ' Henriade andava tra quelli che uccidevano , senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere . Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino , bel capitano di mare , che pareva andasse studiando Garibaldi , per divenire simile a lui nell ' anima come gli somigliava già un po ' nel volto ; biondo come lui , assai più aitante di lui , con un petto da contenervi cento cuori d ' eroe . Allo Stato Maggiore generale presiedeva il colonnello Sirtori . Antico sacerdote , aveva chiuso per sempre il suo breviario , portandone scolpito il contenuto nel cuore casto , e serbando nella vita la severità e la povertà dell ' asceta claustrale . Spirito rigido , cuore intrepido , ingegno poderoso , nel Quarantanove con l ' Ulloa napoletano , era stato ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia . Poi esule in Parigi , aveva visto indignato trionfare sull ' uccisa repubblica Napoleone III . E la vita gli si era fatta un lutto . Non aveva perdonato all ' Imperatore il 2 dicembre , neppure vedendolo poi scendere nel Cinquantanove con centocinquantamila francesi a liberargli la sua Lombardia ; anzi , antico soldato della patria s ' era astenuto dal venire a quella guerra imperiale . Ma la guerra stessa , com ' era seguita , gli aveva insegnato a non illudersi più . Non aveva guari speranze che quell ' impresa si potesse far bene ; consultato , l ' aveva sconsigliata , ma dichiarando che se Garibaldi ci si fosse risolto , lo avrebbe seguito . Ed ora a quarantasette anni , era lì con quella sua faccia patita , incorniciata da una strana barba ancor bionda , esile alquanto della persona , silenzioso , guardato come se portasse in sé qualcosa di sacro , forse le promesse dell ' oltretomba . Pareva il Turpino di quella gesta . Da lui dipendevano , come capitani , un Bruzzesi romano di trentasette anni ; il matematico Calvino esule trapanese di quarant ' anni , onore dell ' emigrazione siciliana ; Achille Maiocchi milanese di trentanove , e Giorgio Manin , figlio del gran Presidente della repubblica veneziana , che non ne aveva ancor trenta . Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano , un gran bel sessagenario che a guardargli in viso pareva di leggere la poesia del Meli ; il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni gran repubblicano ; ultimo v ' era un giovane tenente dell ' esercito piemontese , disertato a portar tra i Mille il suo cuore . Questi doveva morire a Calatafimi sotto il nome di De Amicis , ma veramente si chiamava Costantino Pagani . * E poi veniva il grosso del piccolo esercito . Alla testa della prima compagnia chi se non il Bixio ? Era quel Bixio che nel Quarantasette , in una via di Genova , fattosi alle briglie del cavallo di Carlo Alberto , gli aveva gridato : " Dichiarate , o Sire , la guerra all ' Austria , e saremo tutti con voi ! " Nel Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli ; con Mameli era stato a Roma dove era parso l ' Aiace della difesa , e il 30 aprile vi aveva fatto prigioniero tutto un battaglione di francesi . Poi aveva navigato portando per gli oceani le sue speranze . Ma nel Cinquantanove aveva riprese le armi , non più riluttante a fare la guerra regia , e facendola bene : adesso era capitano del Lombardo , ma in terra avrebbe comandata la prima compagnia . Il Dezza ingegnere e il Piva , che dovevano divenire generali dell ' esercito italiano , erano suoi luogotenenti . Marco Cossovich , veneziano , uno che nel '48 aveva concorso a levar l ' arsenale agli Austriaci , e Francesco Buttinoni da Treviglio provato già nel '48 e nel '49 , erano loro sottotenenti , tutti e quattro già chi di trenta , di trentacinque o trentasei anni ; e sergenti e soldati benché fior d ' uomini tutti , badassero bene con chi avevano da fare , ché con Bixio , non dico paurosi , ma solo inesperti o disattenti o svogliati , c ' era da essere inceneriti . Ma ogni dappoco sarebbe divenuto un valente anche solo pel contatto con sergenti come erano Ettore Filippini , Eugenio Sartori , Angelo Rebeschini , Enrico Uziel , e tra commilitoni come Giovanni Capurro , Emilio Evangelisti , Enrico Rossetti , e altri molti che Bixio aveva impressi del suo sigillo . E poi vi erano nella compagnia Pietro Spangaro , Raniero Taddei , Antonio Ottavi , già ufficiali di grido che per nobile compiacimento si erano lasciati fondere con la massa dei semplici militi , e vi facevano scuola di virtù militari . La seconda compagnia , detta dei livornesi perché di Livorno era Jacopo Sgarallino , il più popolare dei suoi ufficiali , e di Livorno erano i suoi sergenti , fu affidata al colonnello Vincenzo Orsini . Questi non veniva dalla storica famiglia Orsini di Roma e neppure da quella romagnola da cui uscì Felice Orsini , uomo allora di recente terribilità , per le bombe che aveva lanciate in Parigi contro Napoleone III , e rimpianto per la nobile vita così sacrificata e per la rassegnata morte sul patibolo . Il colonnello garibaldino era di famiglia palermitana , uomo già di quarantacinque anni , ufficiale dell ' artiglieria borbonica da giovane , poi affiliato alla Giovane Italia , passato al servizio dell ' isola sua nella rivoluzione del '48 , cresciuto con essa , con essa caduto nel '49 . Da quell ' anno era vissuto esule negli eserciti di Turchia , salendovi a colonnello dell ' arma ne ' cui studi era stato allevato . Venuto il '59 , era tornato in Italia , e adesso era lì a riportar il braccio alla sua Sicilia . Prevalevano nella compagnia per numero gli operai , anch ' essi però uomini intelligenti , che sapevano bene qual passo avevano fatto : e i più erano toscani , e portavano nomi i nobiltà popolaresca antica . Per la stessa ragione per cui la seconda compagnia fu chiamata dei livornesi , la terza poteva dirsi dei calabresi perché di Calabria erano il barone Stocco che la comandava , verde vecchio di cinquantaquattro anni , e Francesco Sprovieri , Stanislao Lamensa , Raffaele Piccoli , Antonio Santelmo suoi ufficiali . V ' erano inquadrati degli uomini insigni come Cesare Braico , Vincenzo Caronelli , Domenico Damis , Domenico e Raffaele Mauro fratelli , Nicolò Mignogna , Antonio Plutino , Luigi Miceli ; e avvocati e medici e ingegneri , e futuri deputati , senatori , ministri e generali , tutti fra i trentacinque e i cinquant ' anni , tutti di Calabria e di Puglia . Pareva la compagnia dei savi ! La quarta toccò a Giuseppe La Masa , siciliano di Trabia , antico all ' esilio , già quarantenne . Era un singolarissimo uomo . Biondo quasi ancora come un giovinetto e di carnagione che doveva essere stata rosea , finissimo nei lineamenti del volto , più che un siciliano sembrava uno scandinavo . Certo aveva nelle vene sangue normanno . Poeta improvvisatore , giureconsulto , agitatore d ' idee , s ' era fatto mandar via presto dall ' isola natia , e a Firenze nel '47 aveva stretto amicizia col fiore dei patriotti . Doveva aver sentito di sé grandi cose e grandissime averne agognate ; e fino a un certo segno le aveva conseguite . Si diceva che nel gennaio del '48 avesse decretato lui la rivoluzione di Palermo , per il 12 di quel mese preciso , genetliaco del Re , firmando audacemente un proclama di sfida col proprio nome per un Comitato che non esisteva . Ma non era vero . Però la rivoluzione era scoppiata , ed egli nella guerra che n ' era venuta tra Napoli e la sua Sicilia era stato Capo dello Stato maggiore dell ' esercito . In un intermezzo di quella aveva condotto i Cento Crociati isolani alla guerra di Lombardia ; poi , finita male ogni cosa nell ' isola come altrove , si era rifugiato in Piemonte , aveva scritto libri di guerra , infaticabile . Pochi giorni avanti la spedizione dei Mille , quando Garibaldi esitava a fare la impresa , egli si era offerto di condurla , e l ' avrebbe condotta con grande animo , se non forse con grande fortuna . Però non lo avevano voluto lasciar fare neppure i siciliani . Pareva ambizioso . Un po ' di quell ' avversione che poi lo tribolò , già gli si manifestava contro , e forse per questa non ebbe sotto di sé in quella sua compagnia ufficiali di nome . Ma aveva nel quadro de ' suoi sott ' ufficiali dei giovani eminenti . Vi aveva Adolfo Azzi da Trecenta , di ventitré anni , che con Simone Schiaffino si era diviso l ' onore di far da timoniere a Bixio ; vi aveva l ' avvocato Antonio Semenza , monzasco , che nell ' animo aveva tutta l ' opera di Mazzini , e Francesco Bonafini , di Mantova , che riassumeva in sé tutta la vigorosa gentilezza della sua regione . E nella compagnia s ' erano concentrati quasi tutti i bresciani , forse perché del bresciano egli aveva preso qualche cosa . Nel '57 aveva sposata la duchessa Felicita Bevilacqua sua fidanzata fin da prima del '48 , donna che lo aveva fatto signore del proprio destino , delle proprie ricchezze sterminate , quasi fatto re d ' un piccolo regno . Ora egli abbandonava quegli splendori , per tornare all ' amore della sua terra . Ed era un prezioso elemento , e doveva presto mostrarlo in Sicilia , dove raccolse le squadre paesane dei Picciotti , e le tenne ordinate per Garibaldi . Alla testa della quinta compagnia sonava il nome nizzardo degli Anfossi , glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano . Ma ahimè ! Il vivo non era del valore del morto . Però la inquadravano degli ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l ' anima della compagnia come un ' arma corta nel pugno . V ' era tra essi Faustino Tanara del parmigiano , una specie di Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto e che non seppe mai il cuore che egli ebbe . In quella compagnia , nulla di regionale . C ' erano un centinaio di uomini di tutte le terre italiane , vi si sentivano tutte le nostre parlate , vi si vedevano delle teste di tutte le tinte , e di grigie e di bianche parecchie . Mesto a pensarsi , vi si trovavano parecchi trentini tra i quali Giuseppe Fontana , Attilio Zanoli , Camillo Zancani , che morirono poi vecchi , senza la gioia di aver visto libera la loro bella terra di Trento . Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani . Era un biondo di trentatré anni , alto , snello , elegante . Si sarebbe detto che se avesse voluto volare , subito gli si sarebbero aperte al dorso due ali di cherubino . Parlava un bell ' italiano con leggero accento meridionale , gestiva sobrio e grazioso come un parigino ; nel portamento pareva un soldato di mestiere , negli atti e nei discorsi un Creso vissuto tra le delizie dell ' arte , in qualche gran palazzo da Mecenate . Si chiamava Giacinto Carini , nome di borghesi e nome anche di principi siciliani che a lui , già nobilissimo della persona , dava un ' aria alta e singolarmente aristocratica . In lui v ' era il generale che sei anni dopo avrebbe comandata una brigata italiana all ' attacco di Borgoforte . E da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio IX fosse venuto , come venne , al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia , ch ' ei ben conosceva , l ' Italia avrebbe avuto il Papa italiano iniziatore di quella vita che poi non ebbe . Luogotenente del Carino era Alessandro Ciaccio , palermitano , uomo di quarant ' anni , esule da dieci . In mezzo alla compagnia pareva il sacerdote di una religione non ancora predicata ma già viva nei cuori . Non era tempra da uomo di guerra , ma da dar la vita per qualche grande amore , sì : sarebbe stato capace di ber la cicuta e morire conversando di cose alte e pure in mezzo a quei suoi militi che , lui presente , si sentivano sempre come avvolti da un ' aura casta e purificatrice . Altri ufficiali del Carini erano Giuseppe Campo e Giuseppe Bracco - Amari , palermitani anch ' essi ; quello rivoluzionario per tradizione di famiglia , questo un altezzoso uomo che pareva aristocratico e schivo , ma era soltanto un distratto . Andava distratto fino nei combattimenti . Altro singolare uomo era il sottotenente Achille Cepollini , napolitano , di quarant ' anni , vecchio difensore di Venezia , letterato anzi professore di lettere , che fu visto a Calatafimi l ' ultima volta , e sparito non lasciò di sé traccia sicura , né di lui se ne riseppe mai più . Sfilava la settima compagnia , la più numerosa e la più signorile , quasi tutta di studenti dell ' Università pavese , lombardi di ogni provincia , milanesi eleganti , veneti che la grazia natìa temperavano alla baldanza dei compagni nati tra l ' Adda e il Ticino . La comandava Benedetto Cairoli , che allora aveva già trentacinque anni . E pareva così contento , in quella sua bella faccia di giusto , aveva un ' aria così paterna , che uno avrebbe detto : " Certo a costui è stato affidato ogni soldato dalla madre in persona , perché , se non è necessario sacrificarlo , glielo riconduca puro e migliore . " Ah , il contatto con quell ' anima ! Molti vanno ancora pel mondo che vissero giovinetti sotto quell ' occhio , in quei giorni di altissima scuola ; e ne portarono la luce tra la gente , che , pur divenuta scettica , pensa che un mondo migliore debba essere stato , e spera che torni . Era luogotenente del Cairoli il Vigo Pellizzari , da Vimercate , bello e giocondo giovane , di ventiquattro anni , nato coi più bei doni di natura , ma sprezzatore superbo fin di sé stesso . Amava la vita , avrebbe potuto averla felice , non volle . Scherzava con la morte , pareva che l ' andasse cercando per schiaffeggiarla , e che la morte lo scansasse , tanto era ardimentoso . Sette anni di poi , le si diede irato a Mentana gridando insulti ai francesi . Sottotenenti della compagnia erano Biagio Perduca di venticinque anni e Nazzaro Salterio di trentasei . Pavese quello , aveva personale giusto , viso fiero ma a certi momenti dolcissimo . Non morì in guerra e fu sorte crudele , perché doveva finire di là a quindici anni con la luce della mente già spenta . Invece il Salterio visse cinque anni più di lui , e quando fu l ' ora sua cadde di colpo , sano e intero , nella sua divisa di colonnello , come uno fulminato sul campo . Furiere della compagnia era il marchese Aurelio Bellisomi da Milano , allora sui ventiquattro , bellissimo giovane e colto assai , mazziniano per fare l ' unità nell ' ora che passava , ma forse già vagheggiatore dell ' idea del Cattaneo , come di cosa da venir sicura col tempo , conseguenza della stessa unità allora necessaria per conseguire l ' indipendenza . Ma non parlava guari delle sue idee federaliste per non seminare discordie . In quanto ai sergenti , quando s ' è detto che si chiamavano Enrico Cairoli , Luigi Mazzucchelli , Pompeo Rizzi , Camillo Ruta , par d ' aver detto tutto anche a chi non portò mai camicia rossa . Erano giovani tra i venti e i ventisett ' anni , e son già morti da un pezzo ; ma di essi soltanto Enrico finì come erano degni di trovarsi a finire tutti , in quel bel giorno di Villa Glori , sotto le mura di Roma , uno contro venti . Il caporal furiere era Luigi Fabio , il buon Fabio morto poi quasi sessantenne , ma di cuor sempre giovane . E i quattro caporali erano lo studente Ferdinando Cadei , che cadde a Calatafimi , Giuseppe Campagnuoli , Alessandro Casali , Luigi Novaria ; quello di Caleppio , questi tre di Pavia . Tra quei compagni di ventitré anni il Novaria ne aveva trentatré , pareva un vecchio , ma stonava poco perché versava larga la sua vena di ilarità , sebbene talvolta fosse canzonatore mordace , e talvolta pigliasse il tono fin di Tersite . Così la compagnia era fortemente inquadrata . Contava centotrenta militi , ventitré dei quali erano proprio pavesi . E tra quei centotrenta , ventiquattro erano studenti di legge , dodici di medicina , quattordici di matematica , due di farmacia . Di commercianti ve n ' erano una dozzina , di possidenti e di impiegati una trentina . Gli altri erano artigiani e operai , ma tutta gente anche questa che sapeva bene dove andava . Allegri e vibranti di vita , parevano avviati a conquistarsi un regno ognuno per sé . Ma dei più cari a ricordarsi fu un giovanetto , forse non ancora ventenne , che durante la traversata cantava sempre , accompagnato da due altri pavesi Giuseppe Tozzi e Luigi Rossi . In quelle notti del Tirreno empiva il mare e il cielo con le arie eroiche del Nabucco e dei Masnadieri , con una voce che faceva tacere tutti e pigliava i cuori . Si sentiva che l ' anima sua si inebriava di un ' acre voluttà di morire ; e forse fu poi felice quell ' ora a Palermo , su d ' una barricata , combattendo e cantando : " Si vola d ' un salto nel mondo di là , " cadde morto . Lo chiamavano Pùdarla , ma il suo vero nome era Angelo Gilardelli . E l ' ultima era l ' ottava . L ' aveva raccolta quasi tutta nella sua Bergamo Francesco Nullo , che la dava bell ' e fatta ad Angelo Bassini pavese , certo di darla a chi l ' avrebbe condotta da bravo . Era il Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria , quel cuore avrebbe mandato luce come il sole ; e se lo avesse lanciato nell ' inferno , avrebbe fatto divenir buono Satana stesso . Così dicevano coloro che avevano già lette sin da allora queste immagini nelle poesie di Petofi . A Roma il 3 giugno del '49 , nell ' ora dello sterminio , s ' era avventato quasi solo contro i francesi di Villa Corsini , percotendo , insultando , gridando a chi volesse ammazzarlo , e nessuno lo aveva ucciso . Aveva una testa che sembrava una mazza d ' armi , ma l ' espressione della sua faccia ricordava quella di certi santi anacoreti . Sapeva poco , discorreva poco ; ostinato nell ' idea che gli si piantava nel capo , a chi lo vinceva di prove gridava : " Appiccati ! " ma lo abbracciava e gli dava subito ragione , intenerito e devoto . Per tutte queste sue doti , e perché aveva già quarantacinque anni , gli si erano lasciati volentieri metter sotto Vittore Tasca , Luigi Dall ' Ovo , Daniele Piccinini , coi loro bergamaschi , quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia , quadrata e intrepida sempre , sia che scelga la patria per suo culto , sia che ad altri ideali volga il pensiero : quella che parve ai siciliani formidabile per gli ardimenti sulle barricate , e per la serena fidanza nei vini dell ' isola , bevuti ai banchetti liberamente , senza perdere dignità né d ' atti né di parole . Vittore Tasca aveva trentanove anni , ed era una strana testa , che con un po ' di studi forse sarebbe riuscita d ' un artista . Con quelli ch ' egli aveva fatti era rimasto qualcosa di mezzo tra un commerciante geniale e un agricoltore . Conosceva le vie del Levante dove era andato per seme di filugello , e si trovava appunto sulle mosse di tornarvi , quando sentì della spedizione garibaldina . Allora piantò ogni cosa e seguì Garibaldi , cui si diè tutto e cui nella tarda età dedicò quasi bosco sacro una sua villetta in Brembate , dove fino al 1892 raccolse ogni anno anche da lontano i suoi amici , a commemorare in una cerimonia all ' antica il gran Duce . Il Dall ' Ovo che aveva anch ' egli trentanove anni , era una figura su per giù sul fare del Tasca , forse un po ' meno aspro ma anch ' egli burbero e buono . Non sapeva che da quell ' umile posto di sottotenente della compagnia , le sorti della guerra e dell ' esercito nazionale lo avrebbero elevato su tanto , da fare di lui un colonnello . E da colonnello doveva invecchiar nell ' esercito per uscirne alfine e sparire come tanti , che si rincantucciarono a rivivere del loro passato , dei quali non si seppe più se fossero vivi o morti . Ma Daniele Piccinini che più di lui e più del Tasca personificava in sé il bergamasco cittadino insieme e valligiano e di monte , come rimase vivo e presente a tutto il mondo garibaldino ! Nato a Pradalunga in Val Seriana , da una famiglia radicata tra le rocce e ricca e forte ivi come una volta quelle dei feudatari , ma però tutta di virtù patriarcali ; candido a trent ' anni come un adolescente , valoroso come un personaggio dei ' Reali di Francia ' , allora ancora molto letti nelle campagne ; in quel maggio era disceso dal suo paesello a vedere se non si tornasse a far qualche cosa per l ' Italia , e aveva dato il suo nome di tono guerriero antico alla compagnia bergamasca . Fu lui quello che a Calatafimi , in un momento che Garibaldi si trovò tanto vicino ai nemici da farsi colpire fino da un colpo di pietra , gli si lanciò quasi irato davanti , e coprendolo col suo pastrano da pioggia onde la camicia rossa non lo facesse più far da bersaglio , osava gridargli che non a lui stava bene andare a farsi uccidere come un soldato qualunque . " Chi è quel giovane ? " domandò allora Garibaldi , guardando quella bella figura . " Piccinini di Bergamo , " gli fu risposto . Il Generale non se ne scordò più , né il Piccinini lasciò più di seguirlo . Due anni dipoi , in Aspromonte , ruppe la spada di capitano per non consegnarla intera al capitano dei bersaglieri che lo faceva prigioniero : prigioniero con gli altri compagni garibaldini stipati nel forte di Bard in Val d ' Aosta , si rannicchiò in una cannoniera dove stette quasi notte giorno a languire di nostalgia e di dolore civile . Poi nel 1866 volle far la guerra del Trentino da semplice milite , perché aveva giurato di non portare spada mai più . Tornato poi a ' suoi monti , non ne uscì per venti anni . Alla fine si lasciò vincere dal desiderio d ' andare a visitare la Sicilia e la Calabria che egli aveva percorse e voleva di nuovo percorrere a piedi , per vedervi quanto fosse migliorato il popolo e quanto la terra . Non poté giungere fin laggiù . Un giorno dell ' agosto 1889 a Tagliacozzo gli accadde di esser ferito per disavventura da un giovane amico . E morì là , quasi lieto di morire tra quei monti , dove suona ancora con tanta mestizia il nome della battaglia perduta da Corradino . Ora la sua salma è chiusa nel piccolo camposanto della sua Pradalunga , a cui salgono i clamori del Serio sonante che passa . Càpita là talvolta ancora adesso qualche vecchio forestiero che fa chiamar il custode per farsi mostrar la terra dove sta Daniele . Entra in quel recinto , cui con forse quattro lenzuola cucite insieme si potrebbe fare un velario , svolta a sinistra , nell ' angolo c ' è una cappelletta nuda . " Sta qui , " dice il custode . Qui ? Pensa il forestiero . E vorrebbe gridare : Su , Piccinini ! D ' uomini come te v ' è ancor penuria nel mondo . Risorgi e insegna ! Un po ' della tempra del Piccinini erano quei bergamaschi tutti , anche i più popolani ; anime esaltate dal patriottismo e un po ' mistiche . Nel 1863 , quando la Polonia fece la sua terza rivoluzione , uno stormo di quei militi tornati dall ' ottava compagnia dei Mille , volò laggiù con Francesco Nullo . E il 5 maggio , terzo anniversario della partenza da Quarto , entrarono nella Polonia russa a Olkusz , dove s ' imbatterono subito nei Cacciatori finlandesi del generale Szakowskoy , coi quali impegnarono un combattimento . Il Nullo cadde ai primi colpi , e morì magnifico fin nella caduta ; essi combatterono fin che furono tutti morti o feriti o ridotti a non poter più . Elia Marchetti si trascinò ferito a morte fin nel territorio austriaco ; dove un austriaco capitano , ammirandolo se lo raccolse in casa e ve lo tenne con religione a morire . Quelli che sopravvissero furono mandati in Siberia . Nelle miniere di Jskutz logorarono la vita sette anni , invidiando i morti , e parecchi vi morirono . Quelli che erano scampati alla strage e alla cattura , camminando come belve , valicando montagne , passando fiumi , vennero dietro il sole a cercar la patria . E per le terre dell ' Austria vi giunsero . Ma non si erano ancora riposati di tanta via , che scoppiò la guerra del 1866 . Allora tutti tornarono in campo , e Giuseppe Dilani detto Farfarello , umile operaio , andava a farsi uccidere dagli Austriaci , nelle terre trentine nostre a Monte Suello , vecchio nei patimenti a ventisette anni . E Luigi Perla , con quel suo visetto arguto ? Oh ! Egli andò nel 1870 a morire a Digione per la repubblica , alla testa di un battaglione che gli fu affidato . La Francia riconoscente lo fregiò , morto , della Legion d ' onore ; ma già egli era compensato nell ' aver potuto morire per quel nome di repubblica , che alla sua mente semplice pareva realtà di tutte le belle cose sognate . Quei bergamaschi fecero scuola . Così , come alcuni in Polonia e come il Perla in Francia , ultimo alunno di quell ' antica compagnia , figlio d ' uno di quei bergamaschi , Ettore Panzeri ufficiale degli Alpini nell ' esercito della nuova Italia , andava a morir giovinetto per la Grecia a Domokos nel 1897 , bella favilla dell ' antico fuoco garibaldino , che ridiede dopo tanti anni quella tardiva vampata . I Carabinieri genovesi Ora ecco i Carabinieri genovesi , quasi tutti di Genova , o in Genova vissuti a lungo , mazziniani ardenti , armati di carabine loro proprie , esercitati nel tiro a segno da otto o nove anni i più , gente che s ' era già fatta ammirare nel 1859 , ben provveduta , colta , elegante . Li comandava Antonio Mosto , tutto di Mazzini , uomo non molto sopra i trent ' anni , ma che ne mostrava di più : barba piena , lunga , sguardo acuto , ficcato lontano come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sé . Quanto al coraggio , era per lui cosa tanto naturale , che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse . In tutta la campagna i borbonici non ebbero per lui una palla , ma il cuore glielo straziarono uccidendogli il fratello Carlo , che piantato lo studio all ' Università di Pisa , aveva ripreso la carabina . E la fortuna gli serbava di tornare illeso anche dalla guerra del 1866 . Ma l ' anno appresso , a Mentana , una palla francese lo colpì di tale ferita , che lo rese invalido fin che nel 1880 morì . Suo luogotenente era Bartolomeo Savi , un fierissimo repubblicano , tutto nudrito di studi classici , e già ben sopra la quarantina ; uomo austero e cruccioso , che guardava sempre con un certo piglio di rimprovero Garibaldi , perché s ' era lasciato tirare dalla parte del Re . Ma lo seguiva perché gli pareva di non aver diritto di negar il suo braccio alla patria , soltanto pel motivo che la patria si andava rifacendo nel nome di un re . E lo seguì poi fino al giorno che , dopo Aspromonte , tutto gli parve falsato , e , poco appresso , tediato della vita si uccise . Inquadravano la compagnia Canzio , Burlando , Uziel , Sartorio , Belleno , dei quali i tre ultimi non tornarono più ; e tra tutti , quei trentasette carabinieri dovevano pagare un gran tributo fin dal primo scontro di Calatafimi , dove cinque morirono , dieci furono feriti . Ma la vittoria fu dovuta in gran parte alle loro infallibili carabine . Le Guide Mancavano i cavalli , né c ' era tempo di far una corsa nella vicina Maremma a pigliarne un branco al laccio , ma le Guide furono ordinate lo stesso . Erano ventitré . Le comandava il Missori , l ' elegantissimo milanese , passato dal culto delle eleganze a quello delle armi , e come da prode lo seppero tutti . Basti che in quella guerra l ' Italia dovette a lui e a pochi altri se a Milazzo Garibaldi non fu sopraffatto e ucciso da un branco di cavalieri napoletani , che essi a rivoltella sgominarono , mentre il Generale che si trovava a piedi poté , uccidendolo , liberarsi dal capitano di quelli ruinatogli addosso furioso , menando fendenti . Sergente delle Guide era Francesco Nullo , il più bell ' uomo della spedizione . Aveva trentaquattro anni , era mercante come Francesco Ferrucci . Allora gli entrò la passione di cavalier di ventura dell ' umanità , e non ebbe più requie finché non gliela diede tre anni di poi , nel cimitero di Miekov , il generale russo che ve lo seppellì con onori militari da generale pari suo . Sapeva quel russo di dover andare punito nel Caucaso , ma nonostante , a quella nobile figura di morto volle mostrare il suo nobile cuore di uomo . Compagni più che sottoposti al Missori e al Nullo , erano certi degni uomini come Giovan Maria Damiani da Piacenza , che a sedici anni aveva combattuto a Novara , dove gli era morto un fratello ; e Giuseppe Nuvolari da Roncoferraro nel Mantovano ricchissimo di possessioni e già sui quaranta ; due puritani , niente allegri , provati nell ' esilio , pensierosi sempre , quasi scontrosi . Semplice guida era Emilio Zasio da Pralboino , di ventinove anni , che uscito di modesta casa pareva figlio di principi , tanto ambiva le cose signorili ; fantastico , impetuoso , temerario e nell ' amare e nel volere sempre grandioso . Luigi Martignoli , da Lodi come Fanfulla , che a trentatré anni doveva morire a Calatafimi , somigliava un po ' al Zasio nel portamento non nella bellezza ; ma bello ancor più di Zasio era il conte Filippo Manci da Poro nel Trentino , giovinetto di ventun anni . Tutti e due furono infelici . Sopravvissuti a quelle guerre e alle altre venute dopo , dovevano finire quasi insieme nel 1869 , col raggio della mente già spento per dolori così crudeli , specie quelli del Manci , che chi li conobbe ingiuriò la morte perché non se li aveva presi quando le andavano incontro sani d ' anima e lieti . E poi tra quelle Guide erano scritti l ' avvocato Filippo Tranquillini e Egisto Bezzi trentini anch ' essi come il Manci ; Domenico Cariolato da Vicenza , che di ventiquattro anni era già un veterano della difesa di Roma ; il medico Camillo Chizzolini da Marcaria e l ' ingegnere Luigi Daccò da Marcignano giovanissimi tutti , che parevano figli del sessagenario Alessandro Fasola novarese , già carbonaro nel 1821 col Santarosa , profugo , poi soldato di tutte le guerre sino a quella del 1859 , e che ora correva a quell ' impresa romanzesca con la baldanza d ' un giovanetto che fa la sua prima volata fuori casa . L ' Intendenza Poiché la spedizione doveva avere una Intendenza , questa fu formata sul serio , benché in verità , la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire . E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi , avanzo dei martirii di Mantova , il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l ' onor del nome , macchiato da uno del casato che aveva venduto l ' ingegno e le lettere all ' Austria , prima ch ' egli nascesse . Aveva compagni Ippolito Nievo , Paolo Bovi , Francesco De Maestri e Carlo Rodi , tre veterani questi ultimi , mutilati ciascuno d ' un braccio , che parevano intervenuti per dire ai giovani : " Vedete che cosa ci si guadagna ? Eppure non fa male ! " In quanto al Nievo andava tra quella gente , per dir così , come Orfeo tra gli Argonauti . Chi lo guardava indovinava che era già grande , o che era destinato a divenirlo . Egli era noto per due suoi romanzi sentimentali : ' Angelo di bontà ' e ' Il conte pecoraio ' ; e anche si sapeva da qualche amico suo che ei stava lavorando alle sue maravigliose ' Confessioni d ' un Ottuagenario ' , e che le lasciava imperfette per accorrere alla grande impresa . Diceva egli stesso che gli sarebbe tanto rincresciuto morire senza averle finite ! Nel 1859 aveva cantati gli ' Amori garibaldini ' , liriche scintillanti come spade , scritte sull ' arcione cavalcando alla guerra di Lombardia , e stampate sul punto di partire per la Sicilia . E , ' Partendo per la Sicilia ' , fu appunto il titolo che egli dava all ' ultima , non uscita dal suo petto ma rappresentata nella pagina da una fila di interrogativi . Forse egli presentiva che non sarebbe più ritornato ? Difatti spariva dal mondo nel marzo del 1861 , in una notte di tempesta nel Tirreno , con un vapore che fu ingoiato , passeggeri e tutto , dalle acque . Perì in lui il poeta che avrebbe cantato davvero l ' Epopea garibaldina ; e un cadavere che fu creduto lui , venne poi trovato sulla riva d ' Ischia , l ' isola dei poeti . Il corpo sanitario Più necessario allora che non l ' Intendenza , fu ordinato anche il Corpo sanitario , sotto il vecchio dottor Pietro Ripari da Solarolo Rainiero , che de ' suoi cinquantott ' anni ne aveva passati molti nelle carceri dell ' Austria e del Papa . Ma per tormenti che vi avesse durati , non si era mai stancato di adorare la propria idea , e tant ' era che per essa , con l ' età che aveva , lì si metteva al caso d ' andare a sperimentare anche le galere del Borbone e a finir la vita tra i ferri . Aveva con sé Cesare Boldrini , mantovano , uomo di quarantaquattro anni , e Francesco Ziliani del bresciano , di ventotto , valenti medici e bravi soldati . Il Boldrini , nel seguito della guerra , volle poi essere soltanto ufficiale combattente . E il 1° ottobre cadde a Maddaloni , comandante di un battaglione rimasto celebre col suo nome ; consolazione grande questa al prode nei dolori che durarono due mesi a consumarlo e a farlo morire . Il Ziliani bellissimo , robustissimo e giocondo , per qualche cosa che aveva nel far suo metteva la soggezione , e temperava solo con la sua presenza anche i più spensierati e chiassosi . Dove egli capitava , fossero pur allegri i discorsi , tutti diventavano serii , le lingue si facevano caste , di cose frivole nessuno sapeva più dirne . Crebbe su agli alti gradi , ma non se ne volle giovare : tornò modestamente alle case patriarcali da dove non uscì che per le altre guerre ; vi si chiuse alla fine a farsi crescere intorno una famiglia secondo il suo cuore , e in mezzo ad essa invecchiò , ricordando ed amando i campi e le plebi . Altri medici in quel piccolo corpo erano Oddo - Tedeschi d ' Alimena e Gaetano Zen di Adria ; e del resto se ne trovavano sparsi in tutte le compagnie , combattenti dei migliori e da combattenti infermieri . A Calatafimi ne furono visti tra un assalto e l ' altro deporre il fucile , tirar fuori ferri e bende , curare qualche ferito ; ripigliar su l ' arma , e andar a farsi ferire . * La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più che per metà composta d ' uomini di studio e d ' intelletto . Ne contava più d ' un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati ; e così come questi un centinaio di medici , un mezzo centinaio di ingegneri , una ventina di farmacisti , trenta capitani marittimi , dieci pittori o scultori , parecchi scrittori o professori di lettere e di scienze , tre sacerdoti , alcuni seminaristi . V ' era anche una donna , Rosalia Montmasson savoiarda , moglie di Crispi , che volle seguir il marito in quel pericolo ; poi centinaia di commercianti e centinaia di artefici , operai il resto , contadini quasi nessuno . Non sarà inutile aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini erano lombardi , centosessanta genovesi , il resto veneti , trentini , istriani e delle altre provincie dell ' Italia superiore e centrale , con forse un centinaio di siciliani e napolitani tornanti dall ' esilio . Non ve n ' erano affatto delle provincie di Aquila , Benevento , Caltanissetta , Campobasso , Chieti , Caserta , Forlì , Pesaro , Ravenna e Siracusa . Stranieri accorsi per amor d ' Italia ve n ' erano diciotto , uno dei quali africano , l ' altro d ' America , e questi era Menotti , il figlio del Generale . Di quel centinaio di meridionali trentacinque appartenevano alla parte peninsulare del Regno ; gente degna davvero tutti . Ma sette di essi erano venerandi per chi sapeva la storia dei loro dolori . Avevano portato per dieci anni la catena negli ergastoli di Procida , di Montefusco o di Montesarchio ; condannati a trenta , a venticinque , a vent ' anni di ferri per amore di libertà . Ma il 9 gennaio del 1859 , proprio la vigilia del giorno in cui Vittorio Emanuele diceva , lassù , lontano , nel Parlamento piemontese , la sua storica frase delle ' grida di dolore ' ; avevano ricevuto laggiù col gran Poerio , col Settembrini , con Silvio Spaventa , la beffarda grazia di andar banditi , deportati in America . Re Ferdinando , sentendosi divenuto odioso a tutta Europa , che lo chiamava da un pezzo negazione di Dio , aveva voluto dare quel segno della sua clemenza , a sessantasei delle sue vittime . Di queste si sa il viaggio a Cadice , la liberazione avvenuta a bordo nell ' Atlantico per opera del figlio di Settembrini , la discesa a Cork in Irlanda e il rifugio in Piemonte . Ora di quei sessantasei , sette erano lì che se n ' andavano tra i Mille , come sette vendette . Bisognava esser nati con cuori veramente eroici per mettersi dopo tanto patire a quel passo , o aver lo spasimo di riveder lui il Re crudele ; e poiché egli era già morto , incontrarsi almeno con qualche suo rappresentante per afferrarlo al petto e farlo domandar pietà . Questo diciamo noi , forse perché in generale siamo ancora tanto deboli , che ci compiacciamo di pensar da violenti ; ma que ' sette erano forti e miti . Allora non erano più nel fior degli anni . Achille Argentino ingegnere di Sant ' Angelo dei Lombardi ne aveva trentanove ; Cesare Braico , medico di Brindisi , trentasette ; Domenico Damis , gentiluomo di Lungro , trentasei ; Stanislao Lamnesa , legale di Saracena , quarantotto ; Raffaele Mauro , gentiluomo di Cosenza , quarantasei ; Rocco Morgante , farmacista da Fiumara , cinquantacinque ; Raffaele Piccoli di Castagna diacono , quarantotto . E Mauro aveva a casa cinque figliuoli , Lamensa quattro . Non li avevano più veduti dal 1849 , anno della loro condanna ; ora andavano a ritrovarli per quella via . Parlavano poco , ma se dicevano gli orrori delle galere nelle quali erano stati , a quelli che ascoltavano avveniva di augurarsi che essi vi fossero ancora chiusi , d ' aver dieci vite , d ' andar a darle tutte per liberare da tante miserie dei cristiani come loro . Al paragone quelle dello Spielberg dovevano esser state sopportabili , umane . Ma ce n ' erano ancora tanti altri negli ergastoli del Regno ! Tutto il Regno era un carcere , dunque era bello andare a sfondarlo . L ' Artiglieria e il Genio Perché fu allora cosa inaspettata , si narra qui un po ' fuor di posto che in Talamone fu pur formata l ' Artiglieria . Fin dalla prima ora della sua discesa a terra , Garibaldi aveva visto nel vecchio castello una colubrina , lunga come la fame , montata su di un cattivo affusto , a ruote di legno non cerchiate , e pel logoro di chi sa quanti anni divenute poligonali . Portava in rilievo sulla culatta l ' anno del suo getto , 1600 , e il nome del fonditore Cosimo Cenni , certo un toscano . Una delle maniglie in forma di delfino le era stata rotta , ma due segni di cannonate ricevute le facevano onore . Forse non aveva mai più tuonato dal 9 maggio 1646 , quando novemila francesi condotti da Tommaso di Savoia erano giunti in quel golfo su d ' una flotta di galee e tartane . Adesso là nel castello non faceva più nulla , e Garibaldi se la prese . Il giorno appresso , vennero da Orbetello tre altri cannoni , uno dei quali non guari migliore della colubrina , ma due erano di bronzo bellissimi , alla francese , fusi nel 1802 . Sulla fascia della culatta d ' uno si leggeva " L ' Ardito " su quella dell ' altro " Il Giocoso " . I nomi piacquero ; convenivano agli umori di quella gente . Quei cannoni non avevano affusto , ma laggiù in Sicilia qualcuno avrebbe saputo incavarseli , e per questo c ' erano tra i Mille i palermitani Giuseppe Orlando e Achille Campo , macchinisti valenti , i quali difatti fecero poi tutto alla meglio sei giorni appresso . Ma chi aveva dato quei cannoni ? Garibaldi aveva mandato il colonnello Turr , al comandante della fortezza di Orbetello con questo scritto : " Credete a tutto quanto vi dirà il mio aiutante di campo , colonnello Turr , e aiutateci con tutti i mezzi vostri , per la spedizione che intraprendo per la gloria del nostro Re Vittorio Emanuele e per la grandezza della patria . " Il comandante , che era un tenente - colonnello Giorgini , quando lesse quel foglio si dovette sentire un grande schianto al cuore . L ' aiutante di campo di Garibaldi gli chiedeva delle munizioni ! Impossibile . Ella è militare , - disse al Turr - e sa che cosa significhi consegnare le armi e le munizioni di una fortezza , senza ordine dei capi . Ma se gli ordini li riceveste dal Re ? - rispose il Turr - basterà che gli inviate questa mia lettera . E lì per lì , sotto gli occhi del Comandante , scrisse al conte Trecchi , notissimo aiutante di campo di Vittorio Emanuele : " Caro Trecchi , Dite a Sua Maestà che le munizioni destinate per la nostra spedizione sono rimaste a Genova ; ora preghiamo Sua Maestà di voler dar ordine al Comandante della fortezza di Orbetello di provvederci con quanto più può del suo arsenale . Colonnello Turr . " Porgendo la lettera al Comandante , il Turr gli disse che siccome la risposta non verrebbe se non forse in una settimana , su di lui Comandante peserebbero tutte le incalcolabili conseguenze di quel ritardo ; lo informò della spedizione ; lo accertò dell ' intesa tra il Re e Garibaldi ; insomma seppe far tanto che quell ' ufficiale , solo facendosi promettere che l ' impresa non sarebbe volta contro gli Stati del Papa , diede tutte le cartucce che aveva pronte , e casse di polvere e quei tre cannoni e quant ' altre cose poté . E tutto fu caricato e condotto a Talamone , dov ' egli stesso volle recarsi per veder Garibaldi e la spedizione . Vollero accompagnarlo due suoi ufficiali , e insieme il maggior Pinelli che comandava un battaglione di bersaglieri , diviso tra Orbetello e Santo Stefano . Temeva questi che quei soldati gli scappassero mezzi per imbarcarsi con Garibaldi , e voleva pregarlo di non riceverli a bordo . Il Generale accolse tutti con grato animo , ma non senza pensare che al Giorgini dovevano seguire de ' guai . E gliene seguirono , perché il povero Comandante fu poi tenuto a lungo nella fortezza di Alessandria sottoposto a Consiglio di guerra ; ma alcuni mesi dopo , nel tripudio della patria , fu mandato sciolto di pena . Ora dunque la spedizione possedeva anche delle artiglierie , e bisognava formare il corpo dei Cannonieri . A ordinarli e comandarli venne messo il colonnello Vincenzo Orsini , che per questo dovette lasciare la 2° Compagnia cui si era appena presentato . Egli chiamò a sé quanti avessero già militato nell ' artiglieria , e ne trovò una ventina . Ai quali ne aggiunse dieci altri , inesperti nell ' arma , ma studenti quasi tutti di matematica nell ' Università di Pavia . E fu di questo numero Oreste Baratieri , giovinetto sui diciannove , pigliato appunto allora dalla fortuna che non lo abbandonò più per trentasei anni , e doveva elevarlo tanto da farlo brillar come un astro e spegnerlo poi in un giorno , come nulla , nel buio . Egli aveva allora compagni in quell ' artiglieria strana , giovani come lui , Luigi Premi da Casalnovo , Arturo Termanini da Casorate , saliti poi anche essi nell ' esercito nazionale e assai alti , ma senza clamori . Vi aveva Domenico Sampieri di Adria , uomo di trentadue anni , avanzo della difesa di Venezia e degli esigli di Smirne e d ' Epiro , e divenuto anch ' egli Generale dell ' esercito nazionale . Rimasto oscuro e modesto , vi si trovava insieme ad essi Giuseppe Nodari , da Castiglione delle Stiviere , anima d ' artista , che dappertutto laggiù avea sempre la matita in mano a schizzare dal vero bivacchi , fatti d ' arme e figure caratteristiche , delle quali s ' ornò poi la casa dove morì medico , trentott ' anni di poi . E giovane mistico , nato per ogni sacrificio , vi stava bene col Nodari l ' ingegnere Antonio Pievani da Tirano , che già deliberato a farsi frate , solo quando fu finita l ' opera di rifar la patria , entrò nei Francescani , per andar missionario nel mondo barbaro . E invece , tradito dalla salute , morì nel 1880 , in una cella del convento di Lovere , sul lago d ' Iseo , sulle cui rive deliziose eran nati quattro compagni suoi nei Mille , Zebo Arcangeli , Gian Maria Archetti , Carlo Bonardi e Giuseppe Volpi , questi ultimi due a lui carissimi e morti in guerra . Poiché ormai quel piccolo esercito aveva tutte le sue membra fuorché il Genio , fu ordinato anche questo : una dozzina e mezza di operai , di macchinisti , d ' ingegneri , con Filippo Minutilli da Grumo d ' Appula per Comandante , uomo di quarantasette anni , severo , di poche parole , cui si leggeva in viso , e certo lo aveva dentro , qualche profondo dolore . Pativa l ' esilio dal 1849; era stato in Oriente , in Malta , in Piemonte ; lasciava in Genova coi figliuoli la moglie , eroica donna messinese , che si era sentita il cuore di cucire per lui la camicia rossa , e di scendere alle porte di Genova , a dirgli addio , mentre egli passava per andar a Quarto ad imbarcarsi . Luogotenente del Minutilli fu l ' ingegnere Achille Argentino , uno dei liberati l ' anno avanti dalle galere di Re Ferdinando , dei quali si è detto . Formati così anche i piccoli corpi dell ' Artiglieria e del Genio , gli uomini che vi appartenevano andarono a piantar sul Piemonte un piccolo laboratorio . E subito , e i giorni dipoi , pur non avendo strumenti , fabbricarono scatole di mitraglia con ogni sorta di rottami e di lamiere di ferro rinvenute nelle stive dei due vapori . Con le lenzuola di bordo fecero sacchetti per le cariche da cannone , e fabbricarono cartucce da fucile , metà delle quali passarono sul Lombardo . La diversione Tutto cominciava ad andare per bene : solo sembrava strano che la spedizione continuasse a stare a perdere un tempo prezioso . Ma nel pomeriggio dell'8 corse vagamente la voce che Garibaldi avesse deliberato di gettarsi nel Pontificio , per marciare senz ' altro su Roma . Una sessantina di uomini , presi qua e là nelle campagne e raccolti in drappello , erano partiti sin dalla sera avanti , per la strada che , girando il golfo , mena da Talamone in Maremma . Marciava alla loro testa un Zambanchi . Era un forlivese già sulla cinquantina , quadrato , barbuto , di poca testa , assai rozzo e millantatore . E aveva fama d ' esser uomo di sangue , perché nel '49 , a Roma , era stato crudo contro tre preti , i quali , volendo entrare nelle città travestiti da contadini , avevano dato del capo nei suoi avamposti . Egli li aveva tenuti prigionieri ; poi , senza averne ordine dal Governo , gli aveva fatti fucilare . Per tal suo fatto gli pesava addosso l ' accusa di sterminatore di preti e frati , e sin d ' averne colmato un pozzo . A chi non sapeva tutto , pareva che quella compagnia fosse l ' avanguardia , e che la spedizione dovesse tenerle dietro . E i più giovani lo credevano , ma gli anziani no . Delle otto compagnie , Garibaldi ne aveva affidate tre a comandanti siciliani , una ad un calabrese ; ora come poteva darsi che egli volesse far loro il torto di non andare in Sicilia ? Però il fatto che quel piccolo drappello se n ' era andato per entrare nel Pontificio a farvisi distruggere forse ai primi passi , se tutta la spedizione non lo volesse seguire , non si capiva . Vi era chi diceva che Garibaldi avesse fatto così , per levarsi dai piedi quel Zambianchi che gli era odioso : ma altri faceva osservare che forse si esagerava perché non a un uomo così fatto Garibaldi avrebbe dato da condurre quel manipolo , in cui si erano trovati a dover andare dei giovani come il Guerzoni , il Leardi , il Locatelli , il Ferrari , il Fumagalli , il Pittaluga , e avvocati , scrittori , scultori , e quattro medici come Fochi , Bandini e Soncini da Parma , e Cantoni da Pavia , e tanti altri , proprio gente già di conto . Pensavano forse meglio quelli che dicevano che il Generale aveva mandato quel manipolo nel Pontificio affinché n ' andasse la voce a Roma e a Napoli , a generar confusione in quei governi ; e che quanto al Zambianchi qualcuno , forse il Guerzoni , avesse l ' ordine di levargli il comando , se mai venisse l ' occasione di doversene liberare per qualche suo sproposito o qualche violenza . Verso sera le trombe suonarono , le compagnie si ordinarono , scesero al porto , tornarono a imbarcarsi sui due vapori . Quella tornata a bordo levò via ogni dubbio . E allora nacque negli animi una generosa pietà per i compagni partiti . Che brava gente ! Avevano compìto il più duro sacrificio che si potesse ideare : perdevano la vista di Lui e l ' epopea che s ' erano sentita nel pensiero , per andar a crearne un episodio oscuro , non sapevano dove , pochi , bene armati , ma condotti da un uomo disamato . Parlando d ' essi , molti confessavano che comandati a quel passo non avrebbero ubbidito ; ma i più lodavano l ' ubbidienza di quei sessanta come indizio di gran virtù , e testimonianza del più alto valore . A Santo Stefano Garibaldi aveva fretta di partire , ma non aveva fatto imbarcare le compagnie per questo . Alcuni dei suoi uomini per cattiveria o per braveria , avevano dato noia a qualcuno di Talamone , ond ' egli , sdegnato , si era risolto a levar tutti da terra . Così i due vapori stettero carichi all ' ancora tutta la notte dall'8 al 9; e solo all ' alba salparono pel golfo a Santo Stefano , breve tratto . La cittadetta si svegliava . Viste dal porto , le sue case parevano edificate l ' una a inseguir l ' altra su su , per arrivare in alto a trovar i giardini , i vigneti , gli oliveti pensili tra le rocce . Vi scesero Bixio , Schiaffino e Bandi , per andare ai magazzini del governo , e in qualche modo farsi dare carbone , perché la traversata della Sicilia era ancora lunga , e poteva anche capitare di dover andare chi sa quanti giorni , fuggendo di qua e di là pel Mediterraneo , perseguitati dalle navi napoletane . Il Bandi s ' accostò al custode dei magazzini e cominciò colle buone a tentarlo . Ormai sapevano tutti colà che Orbetello aveva dato armi , e in quei giorni quel custode poteva fare uno strappo anch ' egli ai regolamenti . Ma colui nicchiava , e il Bandi non riusciva a convincerlo . Allora gli cadde là Bixio , che preso al petto il custode fedele , lo scosse un poco , e , miracoli di quell ' uomo , il carbone andò a bordo per dir così da sé . E andarono a bordo e viveri e barili d ' acqua . V ' andarono anche per imbarcarsi stormi di bersaglieri , ma Garibaldi aveva promesso all maggior Pinelli di respingerli , e non li volle . Tre soli che poterono salire a nascondersi sul Lombardo , seguirono la spedizione , e divennero poi ufficiali dei migliori nella bella compagnia . Le armi Durante la sosta a Santo Stefano furono distribuite le armi alle compagnie ; solenne momento ! Faceva pensare a un altro ancor più solenne , quello di quando vicina l ' ora della battaglia , i reggimenti d ' allora caricavano i fucili con quell ' indescrivibile ronzio di bacchette tutte piantate a un tempo nelle canne , che dava il raccapriccio e il cupo sentimento della morte . Quelle armi erano vecchi fucili di avanti il '48 , trasformati da pietra focaia a percussione , lunghi , pesanti , rugginosi , tetri . Stava legata a ciascun fucile una baionetta nel fodero cucito a un cinturone di cuoio nero , con certa piastra da fermarselo alla vita e certa cartucciera proprio da far malinconia a provarsela . Oggi non se ne vorrebbe servire , per così dire , neppure un bandito . Eppure nessuno se ne lagnò . Insieme con quell ' arma , ognuno ricevette venti cartucce , e se le mise a posto con gran cura . Quelle povere cose erano tutte le risorse di cui Garibaldi poteva disporre . Povero Garibaldi ! Nell ' ultimo momento che stette in quelle acque , un suo compagno d ' altri tempi che lo aveva seguito nei mari della Cina e che poi aveva perduto una gamba combattendo pei liberali del Perù , bel soldato , vivacissimo ingegno , voleva seguirlo così mutilato com ' era anche a quella sua bella guerra . Egli dovette supplicarlo di andarsene , e infine comandarglielo . Furono lagrime ! Ma Stefano Siccoli dovè ubbidire , discendere , veder da terra salpare l ' ancora , stringersi il cuore perché non gli scoppiasse . Però aveva già il suo proposito bell ' e formato : egli avrebbe raggiunto Zambianchi . Di nuovo in mare Era quasi il tocco dopo mezzodì , quando il Piemonte e il Lombardo si mossero verso l ' isola del Giglio . Finalmente ! Garibaldi era stato tutti quei due giorni in angustia . Certo egli ignorava ciò che si seppe poi , e cioè che il Ricasoli , governatore della Toscana , aveva telegrafato al prefetto di Grosseto di " tenersi estraneo a quanto succedeva " nel golfo di Talamone . Ma lo avesse anche saputo , temeva del Farini , temeva del Cavour , né avrebbe potuto giustamente lagnarsi di loro , se gli avessero fatto giungere addosso la squadra di Persano a pigliarselo . Il momento era ben più cruccioso che quello di Genova . Nei tre giorni della sua partenza , tutta l ' Europa avea avuto tempo di mettere il Governo di Torino alla stretta o di catturare lui o di prepararsi alla guerra . E allora che rovina ! Le genti del mezzodì deluse e cadute nell ' accasciamento ; egli e il suo partito umiliati ; Vittorio Emanuele costretto a rinnegare il pensiero unitario ! Ci sarebbero voluti molti anni a rimetter su gli animi ; e intanto , prima che tornasse un ' occasione , sarebbero divenuti vecchi , sarebbero forse morti il Re , Cavour , Mazzini , lui , tutta quella generazione ; e non si sapeva che cosa sarebbe poi avvenuto . Ora dunque egli e tutti sulle due navi respiravano contenti . Girata la punta dell ' Argentaro , ecco a destra l ' isola del Giglio con la sua costa erta e rocciosa e col suo borgo su in cima . Una freschezza , una pace ! Quanti di quei naviganti già vecchi e stanchi avranno pensato di venirvi un dì a trovarsi un posticino lassù , per invecchiarvi del tutto e morirvi , pensando alla loro odissea ! Ma ora l ' odissea non era finita , anzi andavano a crearne forse l ' ultimo canto . Più in là del Giglio , Montecristo , l ' isola dei sogni ; e lungo la costa occidentale dell ' Argentaro a guardare in su torri , torri e torri . Che strano arnese da guerra doveva essere stato quel monte ! E poi a sinistra Giannutri , luogo da capre selvatiche e da conigli . Di là da quelle isolette i due vapori pigliarono il largo ; dunque alle coste romane non c ' era proprio più da pensarci , e presto sarebbero entrati nelle acque napolitane . Veniva ai Mille la sera e la malinconia . Cosa si pensava di loro nelle loro città , nei loro villaggi , nelle loro case ? Davvero tutta l ' Italia doveva stare in grande ansietà . Ormai la spedizione era via da quattro giorni ; ogni istante poteva esser quello di una grande tragedia , in qualche punto del Tirreno . Se i due vapori si fossero imbattuti nella crociera napolitana , avrebbero dovuto arrendersi o avventarsi cannoneggiati contro le navi borboniche , lanciarsi all ' arrembaggio da disperati , e farsi saltar in aria con esse o pigliarsele . Chi sapeva mai ! Con Garibaldi e con Bixio alla testa , tutto era possibile . Ma se invece fossero stati catturati e menati nel porto di Napoli , dove quel Re potesse veder Garibaldi e i suoi là , sotto le finestre della reggia , prima di farli morire forse tutti , o empirne le sue galere ? Chi amava , pensava così e temeva e sperava ; e forse non sarà mancato chi anche peggio della cattura avrà augurato una tempesta di cannonate sui due vapori e il fondo del mare a chi vi era su , per tomba . Ma i due vapori andavano ancora sicuri . E andarono tutta la notte e tutto il giorno dipoi , che era il 10 , senza veder che cielo ed acqua come se fossero nell ' Oceano . A bordo , i pavesi cantavano . Tutto era quieto . Solo a una cert ' ora prima del mezzodì , ci fu un po ' di trambusto , perché uno del Lombardo si era gettato in mare , pel dolore di non essere riuscito a farsi inscrivere nei Carabinieri genovesi . Fu subito fermato il vapore ; una lancia vogò come saetta , giunse dove quell ' uomo si dibatteva tra le onde , e uno della lancia si chinò , lo tirò su mezzo morto ma come fosse un gingillo . Quel forte dalle braccia così gagliarde doveva essere , era certo il figlio di Garibaldi . A bordo si diceva così , perché così le moltitudini fanno la loro poesia , e infatti quel forte era proprio Menotti . Dopo , sul meriggio , il Piemonte cominciò a filar via più spedito e il Lombardo a rimanere indietro . La distanza s ' allungava ora per ora ... Dove voleva andare il Generale così solo ? Forse aveva pensato di dividere in due la spedizione , per non correre tutti la stessa sorte , se mai fosse stata avversa ? Chi lo sapeva ! Divisi , Piemonte e Lombardo , l ' uno o l ' altro sarebbero riusciti ad approdare , e riuscendo tutt ' e due , una volta sbarcati , facile sarebbe stato riunirsi nell ' isola . Era un nuovo dolore per quei del Lombardo , poiché se Bixio era Bixio , ben più fortunati erano coloro che si trovavano a correr le sorti del Generale , ora che la prova era così vicina . Finire con lui come che fosse , ognuno se lo poteva augurare . In un certo momento , mentre gli animi erano agitati così , Bixio chiamò tutti a poppa . Era furioso : Aveva scaraventato un piatto in viso a uno che s ' era lamentato dei superiori , e aveva perduto a lui il rispetto . - Tutti a poppa ! - E Bixio di lassù , dal ponte del comando , fremente come un ' aquila librata sull ' ali , già per piombare sulla preda , parlò : " Io sono giovane , ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo . Sono stato naufrago , prigioniero , ma son qui e qui comando io . Qui io sono tutto , lo Czar , il Sultano , il Papa , sono Nino Bixio . Dovete ubbidirmi tutti : guai chi osasse un ' alzata di spalle , guai chi pensasse d ' ammutinarsi . Uscirei col mio uniforme , colla mia sciabola , con le mie decorazioni , e vi ucciderei tutti . Il Generale mi ha lasciato , comandandomi di sbarcarvi in Sicilia . Vi sbarcherò . Là mi impiccherete al primo albero che troveremo , ma in Sicilia , ve lo giuro , vi sbarcheremo . " Veramente esagerava , perché l ' atto di colui che lo aveva offeso era affatto individuale , e non meritava quel suo fiero discorso . Però quand ' egli ebbe finito e voltò le spalle , forse per non farsi vedere commosso , tutte le braccia erano alzate a lui , tra grida di lode . Ma da quel suo discorso parve a tutti di aver indovinato che il disegno di Garibaldi era proprio di tentar lo sbarco , egli e Bixio , ognuno da sé . Difatti il Piemonte era già quasi fuori della lor vista , sicché prima che fosse notte fatta , non ne scorgevano neppur più il fumo . E passò sul Lombardo un soffio di gran malinconia . Erano congetture . Di certo vi era che cominciava la notte dei pericoli veri . Ormai la marineria napoletana doveva sapere da un pezzo che la spedizione era in mare , e che si era forse già tesa tutta davanti all ' isola ad aspettarla . Garibaldi andava ad esplorare . Egli , prudentissimo e in guerra sempre geloso del proprio segreto , soltanto dopo salpato da Santo Stefano , poiché allora nessuno avrebbe più potuto propalar nulla , aveva detto al suo aiutante Turr di chiamargli Crispi , Castiglia e Orsini siciliani , per determinare il punto di sbarco . E in quella conferenza , abbandonato il suo primo pensiero di scendere a Castellamare del Golfo , aveva deliberato di tentarlo a Porto Palo , sulla costa tra Sciacca e Mazzara , dove è fama che il 16 giugno dell'827 siano sbarcati i primi Saraceni che invasero l ' isola , chiamati e guidati da Eufemio di Messina . Ma certamente questo fatto di mille anni avanti non entrò per nulla nella scelta di Garibaldi : perché né egli , né quegli uomini che stavano con lui , se anche lo sapevano , erano teste da fissarvisi su . Comunque sia , per andare a Porto Palo , i due vapori dovevano fare falsa rotta verso la Berberia , e poi , se le acque parevano libere , voltar di colpo verso Sicilia a trovarlo . Ma assai dopo il mezzo di quella notte dal 10 all'11 , Garibaldi giunto presso l ' isoletta di Maretimo , che nel gruppo delle Egadi è la più lontana dalla costa di Sicilia , deliberò di fermarsi celato dall ' isoletta e a lumi spenti , per aspettare il Lombardo . Da ponente e da tramontana vedeva i fanali delle navi napolitane in crociera , e in quei momenti doveva parergli d ' esser ne ' suoi tempi quasi favolosi di Rio Grande d ' America . Stato un pezzo in quel silenzio come in agguato , inquieto pel Lombardo che non appariva , tornò indietro per cercarlo . E coloro che stavano sul Lombardo e che a quell ' ora vegliavano , quando rividero il Piemonte lo credettero una nave nemica che corresse loro incontro a investirli . Lo credette lo stesso Bixio . Piantato sul suo ponte , egli fece levar su tutti e inastar le baionette ; comandò al macchinista di dar tutto il vapore , e al timoniere di voltar tutto a sinistra , per andare alla disperata addosso a quel legno . A prora Simone Schiaffino , capitan Carlo Burattini d ' Ancona , Jacopo Sgaralino di Livorno , con dietro una folla , stavano pronti per lanciarsi all ' arrembaggio , tutto il ponte del Lombardo fremeva , e mancava poco al grand ' urto . Ma allora sonò la voce di Garibaldi : - Capitan Bixio ! - Generale ! - urlò Bixio . - Indietro ! Macchina indietro ! Generale , non vedevo i fanali . - E non vedete che siamo in mezzo alla crociera nemica ? - La commozione era stata così grande , il passaggio dallo sgomento , dall ' ira , dalla ferocia alla gioia così repentino , che la parola ' crociera ' non fece quasi niun senso , e tutto fino a un certo segno tornò quieto . Intanto Garibaldi e Bixio si concertarono , poi i due vapori ripresero la via l ' un presso l ' altro verso l ' Africa , sempre però il Piemonte un po ' avanti . Così andarono fino all ' alba , e per le prime ore del mattino , in quell ' acque tra la Sicilia e le coste di Barberia , ma senza mai perder di vista il gruppo delle Egadi ; Levanzo lontana , Maretimo più in qua , ancor più in qua verso loro la Favignana . A bordo del Lombardo un Galigarsia , nativo di quell ' isoletta , povero milite che doveva morire quattro giorni dipoi a Calatafimi , diceva ad un gruppo di quei suoi compagni che in quell ' isoletta così bella v ' era un carcere profondissimo sotto il livello del mare , dove stavano chiusi sette compagni di Pisacane sopravvissuti all ' eccidio di Sapri . Condannati al patibolo e poi graziati , morivano ogni ora un po ' in quella fossa maledetta . Ma il sentimento del pericolo presente , la maravigliosa vista delle cose in contrasto col disgustoso stato in cui tutti si trovavano , pigiati da tanto tempo su quel legno , non lasciavano quasi posto alla pietà per chi dolorava altrove . Del resto , l ' ora era decisiva : o presto quei miseri sarebbero usciti liberi , o avrebbero avuto dei nuovi compagni . La Sicilia ! Tutti intanto sui due legni stavano accovacciati per ordine severissimo dei Comandanti , ma tutti guatavano dall ' orlo dei parapetti certi monti che dapprima parevano nuvolaglia e che svolgevano via nell ' aria vaporosa i loro profili sempre più netti . Quei monti per quei cuori eran già tutta la Sicilia che si animava , che esultava , che cantava alla loro venuta . E poco appresso , quando cominciò ad apparire una striscia bianca tra mare e terra , si diffuse la voce che là fosse Marsala . Marsala ! Tra quella e i due vapori erano libere le acque . Che fortuna ! Pareva che quella striscia bianca e tutta la terra movesse loro incontro , tanto la distanza si stringeva , tanto i due legni filavano agili , aiutati anche da un po ' di ponente che appunto allora si era messo . Dunque ancora forse qualche breve ora , e i due vapori avrebbero atterrato . Tutto dipendeva da questo , che non si staccassero da Marsala navi da guerra a incontrarli a cannonate . Ma la speranza era grande . Sul ponte del Piemonte che andava sempre avanti , quei del Lombardo vedevano Garibaldi circondato da un gruppo dei suoi , coi cannocchiali all ' occhio . Guardavano due legni da guerra bianchi , ancorati nel porto . Ad un tratto il Piemonte rallentò , si fermò quasi , pigliò su qualcuno da una barca peschereccia che veniva da Marsala . E da colui Garibaldi seppe che quei due legni erano inglesi ; che dal porto di Marsala , nella notte , n ' erano partiti due napolitani per Sciacca e Girgenti ; che in quella mattina stessa delle milizie venute il dì avanti eran tornate via dalla città , dirette a Trapani . La fortuna , dunque , era proprio tutta dalla parte di Garibaldi ! E il Piemonte filava e il Lombardo dietro con Bixio , che non sapendo ciò che Garibaldi sapeva , tempestava i suoi di star giù , minacciava ira ai marinai se gli sbagliassero manovra : Ma di sbarcare era anch ' egli sicuro : anzi a un certo momento che passò vicino al suo un piccolo legno inglese , egli gridò : " Dite a Genova che il general Garibaldi è sbarcato a Marsala oggi 11 maggio , alle una pomeridiana ! " Quella sicurezza di Bixio passò in tutti i cuori . Perciò non fece quasi senso l ' apparizione di due pennacchi neri , lontani , in giù a destra ; fumo di due navi da guerra certo , che dovevano venire a furia . Fulmini se mai giungessero in tempo ! Ma esse quel tanto spazio non potevano divorarselo ; la terra era ormai vicinissima : si distingueva già il molo e fino la gente . Un altro po ' di ansietà , poi ... Lo sbarco E poco appresso il Piemonte imboccava il porto , e vi si andava a posare in mezzo come in luogo suo . Bixio , nella rapina dell ' animo tempestosa , lanciò il Lombardo come un cavallo sfrenato , andasse pure ad investire , a spaccarsi , magari a sommergersi , tanto meglio ! Così , una volta sbarcati , quelli che vi stavan su avrebbero capito che non v ' era più via di ritorno . E si fermò così fuori del molo destro , a poche braccia da quella riva . Era il tocco dopo mezzodì . Nessuna poesia potrà mai dire l ' anima di quella gente in quell ' ora . Ecco il momento degli uomini di mare . Benedetto Castiglia , capo della marineria da guerra sicula nel 1848; capitano Andrea Rossi da Diano Marina , capitan Giuseppe Gastaldi da Porto Maurizio , Burattini , Assi , Sgarallino , Schiaffino e tutti quelli che com ' essi erano marinai , scesero a raccoglier nel porto quante barche vi si trovavano . E per amore o per forza le fecero lavorare . Bisognava far presto a levar la gente e le poche cose da guerra e le artiglierie dai due vapori , perché in men di due ore quelle navi che si vedevano sempre più vicine potevano giungere a tiro e fare una strage . Intorno al Lombardo e al Piemonte parve un finimondo . Intanto Turr con Missori , Pentasuglia , Argentino , Bruzzesi , Manin , Miocchi , discesi primi , salirono alla città , su cui cominciavano a sventolare bandiere d ' altre nazioni , ma le più inglesi . E dalla città alcuni cittadini calavano al porto timidamente . Dei ragazzi li precedevano a corsa ; sopraggiungevano frati bianchi , che davano poderose strette di mano a quegli strani forestieri sbarcati in armi e tutti vestiti alla borghese , salvo pochi in qualche divisa piemontese o in camicia rossa , forse una cinquantina . E quei frati facevano delle domande strane , da curiosi ma semplici ; e udendo da uno dir che era di Venezia , da un altro di Genova , di Milano , di Roma , di Bergamo , inarcavano le ciglia , maravigliati come se l ' esser essi potuti giungere nella loro Sicilia da quelle città , fosse cosa quasi fuori del naturale . In un ' ora o in un ' ora e mezzo al più , tutta la spedizione fu a terra . Qualcuno si ricordò che quel giorno era venerdì , malaugurio ; qualcun altro disse che era pur venerdì il giorno in cui Colombo partì da Palos , e che andassero al vento le superstizioni ... ! Ma a un tratto tuonò una prima cannonata . Le navi borboniche giungevano a tiro . Erano tre : due a vapore più vicine , la terza a vela tirata a rimorchio da una di esse e lasciata poi indietro per far più alla lesta . Ma anche quella si avvicinava . E avrebbe potuto tirar qualche poco prima , ma avevano indugiato alquanto i lor fuochi , perché i due legni inglesi Argus e Intrepid ancorati nel porto avevano pregato a segnali di bandiere di non tirare , finché i loro ufficiali da terra non fossero tornati a bordo . Difatti dei marinai in calzoni bianchi uscivano da Marsala e scendevano frettolosi al mare . E allora quelle navi cominciarono a sfogarsi contro gli sbarcati , le due a vapore con tiri quasi in cadenza , quella a vela addirittura a fiancate . Però i loro proiettili o davano in acqua , sguisciando poi a rotolar sulla riva già mezzi morti , o non oltrepassavano guari la linea del molo . Cadde qualche granata in mezzo alle compagnie già ordinate , ma queste pronte , si gettarono a terra e lasciarono scoppiare : una di quelle colpì e sfasciò mezzo un casotto da doganieri del molo ; un ' altra fece tremare la settima Compagnia , passandole parallela alla fronte , così che due braccia più a sinistra la mieteva tutta . " Alte le teste ! " gridò Cairoli ; e la Compagnia stette salda . Alfine fu dato il comando di salire alla città . Manin e Maiocchi regolavano la corsa a gruppi . Un po ' curvi , un po ' carponi , un po ' ritti , regolandosi alle vampate dei cannoni nemici , correvano quei gruppi su per il pendio verso la porta della città e vi entravano . Cara Marsala ! E di qua e di là si spandevano per le vie traverse , perché in faccia a quella maestra era andata a porsi una delle fregate , e tentava , coi suoi tiri , d ' infilare la porta . Poca gente per quelle vie ; degli usci si chiudevano ; dalle soglie d ' altri usci e dalle finestre donne e uomini guardavano paurosi ; e ve n ' erano che applaudivano , i più parevano gente trasognata . Garibaldi , sbarcato degli ultimi , saliva anch ' egli ma lento alla città , portando la sciabola sulla spalla come un contadino la zappa . E ogni poco si volgeva a guardar il porto . Gusmaroli e altri pochi che lo seguivano , avrebbero voluto portarlo via di peso dal pericolo d ' essere ucciso o soltanto ferito in quel primo istante . Senza di lui non si sapeva cosa sarebbe stato di quel gruppo d ' uomini , fossero pur molti i grandi e i forti tra loro . Egli da solo era un esercito . Ma nessuno osava dirgli che si guardasse , nessuno , neppur Bixio , venuto via addirittura l ' ultimo da bordo . Egli aveva voluto prima far portare a terra tutto ciò che gli era parso buono a qualcosa , poi non avendo più nulla da farvi , aperti egli stesso i rubinetti delle macchine affinché il Lombardo s ' empisse d ' acqua , era disceso . Intanto le navi borboniche continuavano a tirare . E fu saputo subito che le due fregate a vapore si chiamavano Stromboli e Capri , e che quella a vela , tanto maestosa , era la Partenope . Ah ! La Stromboli ! V ' erano tra gli sbarcati quei tali sette che vi avevano navigato su nel 1859 fino a Cadice , con gli altri deportati che dovevano andare a finire in America . Ora la riconoscevano ai profili . Non erano più quei tempi , sebbene fossero ancora tanto vicini : né era più l'11 luglio del 1849 , quando , comandata da un Salazar , la Stromboli aveva inseguito i trabaccoli siciliani che , fallito loro lo sbarco in Calabria , andavano a rifugiarsi nelle Ionie . Lo Stromboli allora aveva issato bandiera inglese , perfidamente ingannando quei siciliani , e li aveva catturati e condotti a lunghe pene nelle carceri dei Borboni . Adesso era lì mortificata con quegli altri due legni , cui non restava che pigliarsi il Piemonte per menarlo via . Quanto al Lombardo l ' avrebbero dovuto lasciar là giacere , come un mostro marino sputato sulla spiaggia . Testimoni di quei fatti stettero i due vapori inglesi , ammirando la discesa e la prontezza e l ' ordine con cui tutto era avvenuto . E non sapevano che si sarebbe subito gridato e ripetuto poi lungamente pel mondo che essi avevano aiutato Garibaldi , e che anzi per aiutarlo s ' erano trovati là apposta . Furono voci false . L ' Argus stava in quel porto da parecchi giorni per proteggere gli inglesi residenti in Marsala , L ' Intrepid v ' era giunto di passaggio da poche ore , e poche ore dopo se n ' andava per Malta . Il proclama A guardia del porto , se mai dalle navi borboniche sbarcasse della gente , rimasero la 7° Compagnia e i Carabinieri genovesi . Con le loro infallibili carabine , quei genovesi , che , per dir così , davano in una capocchia di chiodo a trecento metri , avrebbero presto levato ogni voglia di sbarcare a chi l ' avesse tentato . Da mare dunque Garibaldi non aveva da temere . Da terra sì . Per questo mandò ricognizioni verso Trapani e verso Sciacca , fece uscire dalla città quanto poté più delle Compagnie , fors ' anche non si fidando dei vini del paese pei loro effetti sulle teste di quei suoi uomini , i quali in cinque giorni non avevano mangiato che poco biscotto e bevuto acqua di botte quasi imputridita . Per esplorare il paese montò egli stesso sulla cupola della Cattedrale , cui passarono subito ben vicine due granate delle navi che avevano visto gente lassù . Disceso andò al Municipio , e di là disse alla Sicilia la sua prima parola : " Siciliani ! Io vi ho condotto un piccolo pugno di valorosi , accorsi alle vostre eroiche grida , avanzi delle battaglie lombarde . Noi siamo qui con voi , ed altro non cerchiamo che di liberare il vostro paese . Se saremo tutti uniti sarà facile il nostro assunto . Dunque , all ' armi ! Chi non prende un ' arma qualunque , è un vile o un traditore . A nulla vale il pretesto che manchino le armi . Noi avremo i fucili , ma per il momento ogni arma è buona , quando sia maneggiata dalle braccia di un valoroso . I Comuni avranno cura dei figli , delle donne , dei vecchi che lascerete addietro ! La Sicilia mostrerà ancora una volta al mondo , come un paese , con l ' efficace volontà d ' un intero popolo , sappia liberarsi dei suoi oppressori . " Di questo proclama , affisso alle cantonate di Marsala , furono mandati esemplari alle città vicine , e lontano alle squadre che tenevano i monti . Bisognava che la gran voce andasse , e infiammasse la rivoluzione già quasi vinta . I Marsalesi leggevano e cominciavano a comprendere , coloro che cinque giorni avanti non avevano osato insorgere al grido di Abele Damiani , loro concittadino , adesso pigliavano animo , seguisse poi ciò che potesse , perché con quegli italiani c ' erano pur Crispi , La Masa , Orsini , Palizzolo , Carini , tutti dei loro , proprio dell ' isola , e tutti già celebri fin dal '48 . E poi avevano visto Lui , Garibaldi in persona . Se la colonna del generale Letizia , che il giorno avanti aveva fatto la sua comparsa minacciosa , e se n ' era andata credendo di lasciarsi dietro tutto tranquillo , fosse anche rinvenuta ; avrebbero avuto da far con Garibaldi , con quei suoi ufficiali facili a riconoscersi per uomini di guerra sul serio , con quella gente un po ' d ' ogni età ma pratica d ' armi e disciplinata , con loro infine e con al loro città che si sarebbe difesa . Anche il popolino pigliava via via confidenza con quei forestieri . Nelle taverne , nelle botteghe dove essi entravano per rifocillarsi e provvedersi di qualche cosuccia necessaria , la gente faceva subito folla . E si tratteneva a sentirli parlare . Come erano buoni e cortesi ! Le donne osservavano che molti portavano i capelli lunghi , cosa strana per soldati , e che avevano gli occhi azzurri e le mani e i panni indosso da veri signori . I bottegai ricevevano le monete con su l ' effigie di Vittorio Emanuele , mirando e facendo mirare i gran baffi del Re di cui avevano sentito parlar vagamente , domandavano se Garibaldi fosse suo fratello . Davano i resti in mucchi di monete luride e fruste , e facevano tutto gli uni e gli altri con gran fidanza . Quelle non erano ore da inganni . Correvano intanto dei racconti curiosi di particolari minuti dello sbarco , un fatterello seguito qua o là , a questo o a quell ' altro di questa , di quella Compagnia . Faceto , nel serio , ma vero , si diceva che appena sceso a terra , un Pentasuglia , pratico del mestiere , era entrato nell ' ufficio del telegrafo , dove l ' impiegato aveva appena finito di annunziare a Palermo e a Trapani che gente armata sbarcava da due legni sardi . Ripicchiavano appunto da Trapani , domandando quanti fossero gli sbarcati ; e il Pentasuglia aveva risposto egli stesso : - Mi sono ingannato , sono due vapori nostri . - Poi , stato un istante ridendo a sentirsi dare dell ' imbecille da Trapani , subito aveva tagliato il filo . * Dunque la gran notizia era andata , e a quell ' ora la avevano già a Napoli nella reggia . Ivi che sgomento e che collera ! Se ne aspettavano ben altra . Il giorno 6 avevano saputo della partenza di Garibaldi da Genova , e protestato col telegrafo a tutte le Corti d ' Europa contro il Pirata e contro chi lo doveva aver favorito . La mattina del 7 , il Re era andato a far le sue divozioni a San Gennaro , e il Governo aveva mandato ordini alla flotta " d ' impedire a ogni costo lo sbarco dei filibustieri ; di respingere con la forza ; di catturare i legni . " Poi erano stati quattro giorni d ' angoscia mortale . E ora lo sbarco era avvenuto ! Ma ancora assai che l ' invasore era andato a mettersi dal punto più lontano dalla Capitale ! Tempo e spazio per schiacciarlo non sarebbe mancato . Pure il colpo era tremendo . Ancor più tremendo il colpo doveva essere sentito a Palermo , dove il luogotenente del Re , principe di Castelcicala , e i generali e l ' esercito avevano così vicino l ' uomo temuto . Chi sapeva mai in quale trambusto era la gran città , se anche la popolazione era già venuta a conoscere che il Garibaldi annunziato da Rosolino Pilo stava in Sicilia davvero ? Intanto a Marsala bisognava vegliare . Potevano giungere nella notte numerose truppe da Trapani , da Sciacca , dal mare ; e l ' impresa garibaldina , così ben riuscita nella traversata e nello sbarco , finire là in quella piccola città come già quella di Pisacane a Sapri . Ma la notte passò tranquilla ; verso l ' alba furono ritirati gli avamposti , raccolte le compagnie e tutto approntato per la prima marcia verso l ' interno . In marcia Alla chiamata non mancava neppure un uomo . Ed era naturale . Ognuno sentiva in sé il pericolo di rimaner isolato ; ognuno , per quanto piccolo , aveva coscienza della propria responsabilità . Quasi staccati dal mondo , ridotti per dir così in un campo chiuso dove erano discesi a mettersi da sé , comprendevano , chi più chi meno , molti forse confusamente , che trovarvisi non voleva dire soltanto essere in guerra contro altri soldati ne ' quali da un ' ora all ' altra si sarebbero imbattuti ; e che quella che erano venuti a cercare non era una guerra come tutte le altre . Vincere dovevano ad ogni costo , perché dall ' isola non potevano più uscire che vincitori ; ma soprattutto bisognava non lasciar perire Garibaldi . Era coscienza dunque che ognuno desse tutto sé stesso , e che tutti insieme si facessero amare dal popolo siciliano per virtù e purezza in tutte le azioni . Perciò si udirono fieramente rimproverar dai compagni certi pochi che nella notte s ' erano dati bel tempo . Diceva Enrico Moneta da Milano , piccolo soldatino della 6° Compagnia , di diciannove anni , uno dei quattro fratelli che l ' anno avanti erano stati Cacciatori delle Alpi , diceva che chi era là per aiutare quel mondo a mutarsi , doveva badare ad essere austero ancor più che prode . - Per di più , quella che stava per accendersi era sotto un certo aspetto una vera guerra civile . E se per quella trafila doveva passare l ' Italia a divenire nazione , bisognava badare a farsi onore e a far onore anche al nemico pur vincendolo , per lasciargli possibile l ' oblio della sconfitta senza viltà , e facile e pronto il ritorno all ' amore . Tali spiriti si venivano formando negli animi anche di quelli che non avrebbero saputo spiegarsi a manifestarli , così come uno quasi senza che se ne avveda si ritempra d ' aria pura . Schierate fuor di Marsala sulla via che mena a Sciacca , stavano tutte le compagnie con gli altri piccoli corpi . Il tempo era bello e fresco , la guazza sull ' erbe magre di quello spiazzo pareva quasi una brinata . Il mare dormiva : lontani , già verso l ' Egadi , i legni napolitani rimorchiavano il Piemonte . E per tutto era una quiete diffusa , anche nella città che pareva avesse già dimenticato il turbamento del giorno innanzi . Pochi cittadini si aggiravano intorno alle compagnie . Qualcheduno armato di doppietta era là per seguirle . Faceva senso tra gli altri un signore , forse di trentacinque o quaranta anni , taciturno e pensoso . Si chiamava Gerolamo Italia . Egli di là fino all ' ultimo di quella guerra nel Regno , marciò poi , fido alla 6° Compagnia , semplice milite , sempre pensoso e modesto . Una tromba suonò in distanza , poi comparve Garibaldi a cavallo . Indossava camicia rossa , portava i calzoni grigi da generale ma senza le strisce d ' argento , e in capo teneva il suo solito cappello dalla foggia che allora si diceva all ' Orsini o anche all ' ungherese , come glielo hanno poi fatto gli scultori quasi in tutti i monumenti ; e gli sventolava dietro un gran fazzoletto annodato al collo . Teneva il mantello americano ripiegato sull ' arcione davanti . Dietro di lui cavalcavano il suo stato maggiore e alcuni delle Guide , Nullo tra gli altri , bellissimo nella sua divisa del '59 , tutta grigia con alamari neri e galloni da sergente . Pareva col suo cavallo un solo getto di bronzo . Il Missori indossava la giubba rossa da ufficiale con alamari d ' oro . Al passaggio del Generale non furono presentate le armi . Egli certe cose non le voleva . Tirò via , guardando le Compagnie molto ilare in viso ; poi queste si mossero , fianco destro , trombe in testa e partirono . Quelle trombe suonavano le arie semplici ma pungenti de ' bersaglieri di La Marmora ; il passo delle compagnie era franco , nessuno si sentiva più mareggiare il terreno sotto , come il giorno innanzi dopo lo sbarco ; e quando spuntò il sole cominciarono i canti . A forse un miglio da Marsala , la testa della colonna svoltò per una via traversa che , staccandosi dalla consolare , menava verso l ' interno tra vigneti allora già in pieno rigoglio . Passati i vigneti cominciarono gli oliveti , e pareva che quella prima marcia dovesse condurre a vedere meravigliose colture . Verso le undici la colonna fece il grand ' alto in una conca , presso una casa bianca , fresca , silenziosa , con a ridosso delle fitte macchie d ' olivi vetusti . Là , Garibaldi , seduto a ' piedi d ' uno di quegli alberi , come se fosse l ' ultimo di quella gran Compagnia , si mise a mangiar del pane . Tutta la conca era popolata di gruppi , tutti mangiavano gagliardamente il saporito pane di Marsala ; quanto a bere , pei novellini che s ' erano imbarcati senza fiaschetta , c ' era presso la casa un pozzo , e intorno a questo molti facevano ressa contendendosi un poco d ' acqua . Il Generale guardava con certa compassione quei poveri ragazzi : " Poveri ragazzi ! " come fu udito dire egli stesso . Ripresa la marcia , spuntato il valichetto del colle in cui giaceva quella conca , la colonna si vide davanti una distesa ondulata senz ' alberi , senza case , il deserto . - Come la Pampa ! - dicevano alcuni che nella loro vita avevano visto l ' America . E in quel deserto s ' inoltrò la spedizione , sotto un sole , ah che sole ! E che peso i panni ! Felici coloro che ne avevano appena indosso tanto da non andare scoperti . E quella prima marcia fu una gran prova , ma nessuno rimase indietro . Eppure c ' erano dei giovanetti che ad ogni passo parevano doversi lasciar cadere in terra sfiniti . Ma lo spirito li reggeva , e continuavano a marciare , aiutati anche dai compagni più esercitati che levavano loro fino il fucile , tanto che ricogliessero un po ' di fiato . Dove mai si sarebbero fermati ? Per quanto guardassero a sinistra , a destra e davanti , nulla , mai un ciuffo d ' alberi , mai una casa . Cosa era dunque la Sicilia già granaio d ' Italia ? Degli uomini pratici di campi dicevano che tutta quella miseria dipendeva dal disboscamento , altri che dai latifondi , dal feudalesimo , dai frati . Il fatto era che quel deserto metteva un senso di sgomento nei cuori . Là sarebbe stato bello trasformarsi in un esercito di legionari alla romana con la marra , la vanga , gli aratri di Lombardia ! Ma là non c ' erano le acque di Lombardia ; anzi non ci si trovava neppure da dissetarsi . E alcune voci intonavano il coro del Verdi : ' Fonti eterne , purissimi laghi ... ' * Finalmente quando già si faceva sera , apparve lontano un corpo di casa massiccio e scuro , su di un rilievo un po ' più spiccato di quella campagna . Era il maniero di Rampagallo , quello che si chiamava bellamente feudo , come se là il feudalesimo fosse ancora una cosa viva . E tutto , dai muri massicci , alle finestre , alla gran porta , ai cortili dentro , ai contadini che vi si aggiravano , tutto vi aveva infatti una fisionomia d ' antichità corrucciata . Le Compagnie si accamparono davanti a quel vasto casamento su di un pendio erboso , che dopo l ' arsura della lunga giornata pareva dar un carezzevole senso di refrigerio . A pié dei loro fasci d ' arme , mangiarono il loro pane , e in silenzio si addormentarono . Ma i pochi che per servizio dell ' accampamento vegliavano , videro di prima notte entrar nel gran cortile di Rampagallo una piccola schiera d ' uomini , forse sessanta , condotti da tre o quattro cavalieri , alti su degli stalloni piuttosto che sellati , bardati , con attraverso sulle cosce dei lungi fucili . Gli uomini a piedi erano armati di doppietta , con alla vita la ventriera per le cartucce e qualche pugnale . Vestivano panni strani , parecchi avevano sopravesti e cosciali di pelli caprine , e portavano in capo dei berretti quasi frigi o dei cappellacci a cencio . I loro capi , fratelli Sant ' Anna e barone Mocarta , passarono da Garibaldi . Egli fece liete accoglienze a quel primo manipolo che la Sicilia armata gli dava ; la scena era quasi da medio evo : pareva proprio che in quelle ore in quel luogo quei signori fossero giunti per prestare l ' omaggio a un conquistatore . Ma Garibaldi che sapeva ricevere come un re , nello stesso tempo sapeva parere quasi inferiore a chi gli si presentava , onde quel fascino e quel suo dominio sui cuori , da cui subito quei siciliani si sentirono presi . E uscivano da quel ricevimento , magnificando . A Salemi A levata di sole , il giorno appresso che era domenica , la colonna si mise in cammino . Andava alla testa la 1° Compagnia con Bixio , il quale aveva l ' ordine d ' avanzarsi fino a Salemi , grosso borgo che fu presto veduto apparire lontano in cima a un monte . Bella vista a guardarlo , ma poveri petti ! La salita lassù fu faticosissima e lunga ; però , quando le compagnie vi giunsero , provarono un forte compiacimento . Tutta la gente aspettava gridando : " Garibaldi ! Garibaldi ! " storpiandone il nome con alterazioni strane ; ma insomma era un vero delirio . E le campane squillavano a festa ; e una banda suonava delle arie eroiche . Via via che le compagnie giungevano nella piazza , si trovavano avvolte da uomini , da donne , persin da preti ; e tutti abbracciavano , molti baciavano , molti porgevano boccali di vino e cedri meravigliosi . Ma v ' erano anche dei poveretti , troppi ! i quali stendevano la mano per dar a capire d ' aver fame , facevano certi segni da parer nemici se non fossero stati i loro occhi pieni di umiltà . - E noi pure abbiamo fame ! - rispondevano quei soldati stizziti , ma parecchi davano degli spiccioli a quella povera gente , che largiva loro dell ' Eccellenza . E Garibaldi qual è ? Domandava la folla . Passava Turr . E ' questo ? No . Passava Carini . Dunque sarà questo ? No . Ognuno dei più belli e prestanti tra i grandi della spedizione , per essa doveva essere Garibaldi . Chi sa quale se lo immaginavano ! Ma quando lo videro , quei siciliani quasi quasi si inginocchiarono . Oh che viso , che testa , che santo ! Egli sorridendo si levò come poté dalla turba , e andò a mettersi al suo lavoro . Cominciava così a formarsi intorno a lui la leggenda che pigliò poi tante forme ; da quella che un angelo gli parasse le schioppettate , a quell ' altra che fosse parente di Santa Rosalia e fin suo fratello . Stettero poco a giungere delle cavalcate da tutte le parti , e poi drappelli di insorti come quei della notte avanti , a cento , ducento , trecento ; e chi portava lo schioppo ancora a pietra focaia , chi la doppietta , chi fino il trombone . I più erano armati di picche , e tutti insieme , per quelle viuzze a salite e discese ripide , facevano un chiasso più da sagra che da rivoluzione . Ma si udivano anche delle grida ingiuriose ai Borboni , e delle canzoni che ferivano il nome di Sofia regina . E spiacevano . Dopo mezzodì fu affisso alle cantonate un proclama . Ah ! Ora dunque tutto è nelle mani sue ! - dicevano i militi , e pareva loro che quel titolo di Dittatore infondesse una forza di disciplina superba . E pensavano al nemico . Non si sarebbe fatto vedere ! O bisognava andare a trovarlo ? Già , di salir lassù a Salemi per trovar loro , non avrebbe certo tentato . Chi sapeva mai ! Ma a buon conto , già dalle prime ore , erano partiti per gli avamposti i Carabinieri genovesi , e più lontano ancora era andata una mezza squadra della Compagnie di Bixio . In quella squadra , comandata dal giovanissimo Ettore Filippini veneziano , si trovavano da semplici militi Raniero Taddei ingegnere e Antonio Ottavi tutt ' e due da Reggio Emilia , ufficiali esperti e considerati nelle guerre passate ; e così da quella parte il servizio di campo era bene affidato . Intanto gli artiglieri avevano già piantato alla meglio una sorta di officina , dove lavoravano a costruir gli affusti pei canoni di Orbetello . Giuseppe Orlando e Achille Campo , coi soli e primitivi strumenti che avevano potuto trovare dai carrai di Salemi riuscivano a far miracoli di meccanica ; e il giorno dipoi i tre cannoni e la colubrina , rimessa un po ' a nuovo anch ' essa sul suo carretto , facevano buona promessa che nello sparo non si sarebbero , rimboccandosi indietro , avventati addosso ai loro serventi . E quel giorno fu veduto giungere in Salemi un giovane monaco , raggiante di quell ' allegrezza che ognuno ricorda d ' aver letto in viso ai sacerdoti del '48 . Chi non aveva udito benedire la patria da qualche pulpito , in quell ' anno che pareva ancora tanto vicino ? E poi appresso , dall ' oggi al domani , le chiese erano divenute mute . Pio IX s ' era disdetto , e la coscienza delle moltitudini tra la patria e la religione s ' era confusa . Pure , a non lungo andare , le moltitudini avevano poi ripreso lume da sé , e poiché la patria doveva a ogni modo rifarsi , o s ' erano messe ad aiutar la grand ' opera , o se non altro avevano lasciato che si andasse svolgendo , spettatrici non ostili né indifferenti . Ma laggiù nell ' isola , dove il clero viveva ancora delle passioni civili del popolo , i sacerdoti in generale erano caldi patriotti . Quel monaco si chiamava fra Pantaleo . Era un bello e robusto giovane di forse trent ' anni , che parlava come se fosse uscito allora da un cenacolo miracoloso , donde avesse portato via il fuoco degli apostoli nell ' anima e nella lingua . Piacque ma non a tutti . Tra quella gente dell ' alta Italia , v ' erano i diffidenti e gli avversi per sistema agli uomini di chiesa ; ma poiché Garibaldi accolse bene il monaco , e lo chiamò l ' Ugo Bassi delle sue nuove legioni , anche quelli rispettarono il frate e lo lasciarono predicare . Intanto riconoscevano che la parola di lui immaginosa e ardente era una forza di più . Continuavano ad arrivare squadre alla spicciolata , e tra quello scorcio di giornata e tutta l ' altra appresso si poté calcolare alla grossa che quegli insorti fossero già due migliaia . Non dovevano essersi mossi da lontanissimo , anzi era da presumersi che fossero tutti della estrema parte occidentale dell ' isola ; dunque una volta che Garibaldi si fosse avanzato verso il centro , si sarebbe trovato tra popoli che avrebbero fatto levar su il fiore della gioventù pronta a seguirlo . Frattanto quelli che erano già lì si mostravano ossequenti , guatavano con occhio cupido i fucili del Mille , che per quanto meschini erano sempre armi da guerra ; ma discorrendo di fatti d ' arme , essi così saldi a star al fuoco e a sparar da fermi contro il nemico , essi così destri e fieri nei loro duelli ad armi corte , se sentivano parlar d ' attacchi alla baionetta , quasi raccapricciavano . Piovve dirotto tutta la notte tra il 13 e il 14 , e poi tutto quanto questo giorno con tedio grande e grande stizza di tutti , perché il mal tempo li faceva indugiar lassù in quell ' ozio . Ed essi erano tormentati da un desiderio inquieto di trovarsi alla prima prova , per esperimentare il nemico con cui avevano da fare , e di cui , non sapendo nulla di preciso , sentivano dir le cose più stravaganti . Neppur dagli avamposti avevano segno che fosse in movimento . Che faceva ? Il nemico Da Palermo , sin dall ' alba del 6 , era partita una colonna comandata dal generale Landi , vecchio di settant ' anni , promosso di fresco a quel grado . Da soldato egli aveva combattuto contro le rivoluzioni siciliane , sin da quella del 1820 , ed era venuto su grado grado in quella milizia stagnante , che sentiva d ' essere mantenuta più per assicurare il Re contro i sudditi che per difendere il Regno . Questo se ne stava infatti sicuro , coperto com ' era dallo Stato pontificio e protetto dal mare . Quel Landi era un uomo pio . In marcia si era fermato a sentir messa a Monreale , per santificare la domenica , proprio quella domenica in cui Garibaldi con la spedizione faceva il suo primo giorno di mare . Poi , continuando la sua via molto adagio , andando in carrozza alla testa della sua colonna , il 12 aveva fatto sosta in Alcamo . Di là partito la notte per Calatafimi , v ' era giunto la mattina del 13 , appunto mentre Garibaldi saliva a Salemi . Da Calatafimi aveva scritto lettere dogliose al Comandante in capo dell ' isola , annunziando che prima di marciar su Salemi , dove sapeva trovarsi una banda di ' gente raccogliticcia ' , voleva aspettare un battaglione del 10° di linea che gli avevano promesso . Ignorava ancora lo sbarco di Garibaldi , ignorava che quelle genti raccogliticce erano i Mille con Garibaldi in persona . Ma , il 14 sapeva già qualche cosa di più , e scrivendo parlava di ' emigrati sbarcati ' . Si proponeva d ' andare il 15 ad attaccarli . Poi risolse d ' aspettar a Calatafimi , " posizione tutta militare , molto vantaggiosa all ' offensiva ed alla difensiva ed essenzialmente necessaria ad impedire che le bande si scaricassero su Palermo da quel lato della Consolare " . E il 15 , fermo nel suo proposito , scriveva che " tentare un assalto a Salemi sarebbe un ' imprudenza ed un avventurare la colonna fra la imboscata nemica . " Mostrava dunque di ignorare il numero degli avversari ma di temerli : e veramente spie la Sicilia non ne diede a lui allora , né ad altri dopo ; però egli li chiamava già ' Garibaldesi ' . Tuttavia non nominava Garibaldi quasi che a scriver quel nome temesse di vedersi apparir lì innanzi il terribile uomo . Forse ripensando al passato , rammentava che quel giorno stesso cadeva l ' anniversario di due grandi fatti : il 15 maggio del 1848 , re Ferdinando spergiuro aveva fatta far la strage nelle vie di Napoli , chiuso il Parlamento , tradita la nazione ; il 15 maggio del 1849 , oppressa la rivoluzione in tutta la Sicilia , il generale Filangeri era entrato in Palermo vittorioso . E rammentando , forse quel povero Landi sperava . * Non si potrebbe dire se Garibaldi , pensando anche egli a quelle date , abbia aspettato quel giorno 15 come una scadenza di buon augurio . Un po ' preso da certi fili era egli pure , e spesso la sua bella stella Arturo guardata da lui gli aveva fatto venir su dal cuore il consiglio buono . Comunque sia , all ' alba del 15 maggio , fatto leggere alle compagnie un suo ordine del giorno che piantava nei cuori le risoluzioni supreme , mise il suo piccolo esercito in marcia . Le compagnie mossero con la sinistra in testa , e così andava innanzi alle altre la 8° bergamaschi ; orgoglio di Francesco Nullo e di Francesco Cucchi , gran ricco questi che dato di suo largamente a denaro , adesso era pronto a dar l ' anima . Ma i carabinieri genovesi la precedevano , e le guide erano già assai più oltre di questi . Discendeva quella gente da Salemi per le giravolte che fa la via calandosi nella valle ; e Garibaldi , fermo ancora appena fuor da Salemi lassù , a quei che giunti a mezzo la china si volgevano a guardarlo , pareva librato nell ' aria . Il popolo della cittadetta affollava il ciglio del monte attorno alle mura , e gridava a modo suo gli augurii a chi se n ' andava ... Certamente quello sarebbe stato giorno di battaglia , e molti di quegli uomini che partivano non avrebbero veduto andar sotto quel sole che nasceva . Coi Mille camminavano le squadre . Ed essi non già più così , ma le chiamavano ' Picciotti ' , dilettandosi in questo nome paesano che pareva l ' espressione del confidente abbandono con cui quegli uomini si erano messi nelle mani di Garibaldi . Per vezzo chiamavano ' Picciotto ' qualcuno delle compagnie che avesse tipo più di meridionale : carissimi pel gran valore militare , ma dolci a ricordare anche per questa cosa da nulla , Ferdinando Secondi da Dresano studente di legge e Giuseppe Sisti da Pasturago studente di matematica , della compagnia Cairoli . Parevano proprio nati dalla più bella gente aristocratica dell ' isola . Altri d ' altre compagnie si erano fin vestiti da ' picciotti ' ; bellissimo tra tutti Francesco Margarita da Cuggiono che col berretto frigio nero , con la giacca mezza fatta di peli e cosciali pure fatti di pelle , pareva un tipo di baronetto da star bene in uno di quei feudi là intorno . Avevano smesso i panni di gala e i cappelli a cilindro , alcuni che s ' erano imbarcati a Genova forse appena usciti dal teatro o da qualche salotto , e anch ' essi vestivano alla siciliana . Dal capo alla coda della colonna , correva come un fluido che fondeva sempre più in un sentimento di forza e d ' allegrezza tutti quegli animi ; e via via che la colonna avanzava , pareva che ognuno fiutasse nell ' aria la misteriosa presenza del nemico . A un certo punto , si ripiegò sulla colonna un drappello di uomini che scendevano da certi pagliai fuori di mano nella campagna . Parevano irati . Erano quelli della mezza squadra della Compagnia Bixio , che andati agli avamposti da quarantott ' ore , erano stati via sotto la pioggia e fin senza pane . Raccontavano che poco avanti era capitato a trovarli lo stesso Bixio , e che li aveva assai bruscamente ripresi , come se avessero avuto qualche gran torto . Ma essi , pazienti , da quel terribile che non mangiava , non dormiva , tempestava giorno e notte non lasciando quiete neppur le pietre , si erano lasciati dir tutto ; e ora lieti di ricongiungersi ai compagni , vi portarono in mezzo la gran notizia , Sì ! Il nemico doveva essere , anzi era certo non lontano , già in posizione . Dunque tra poco la battaglia . E intanto si vedevano le squadre dei ' Picciotti ' svoltare per le vie traverse , anche i cinquanta o sessanta che andavano a cavallo , e allontanarsi , pigliare i monti . Dove andavano ? Nessuno ci capiva nulla . La bandiera Durante una breve sosta , che fu fatta fare alla colonna , passò l ' ordine di mandar la bandiera al centro della 7° Compagnia , quella del Cairoli . Da Marsala fin là , quella bandiera l ' aveva custodita la 6° del Carini . E la portava Giuseppe Campo palermitano , uno che nell ' ottobre avanti aveva tentato la rivoluzione a Bagheria presso Palermo , e che lasciato quasi solo era fuggito dall ' isola a Genova . Ma ora tornava portabandiera dei Mille . Egli dunque con sei militi della 6° andò al centro della 7° salutato da questa con molto onore . E allora alla bandiera fu tolto per la prima volta l ' incerato da Stefano Gatti mantovano . Sfavillarono al sole da una parte del drappo , ricchissimi nei tre colori , emblemi d ' argento e d ' oro che figuravano catene infrante e cannoni ed armi d ' ogni sorta , con su un ' Italia , in forma d ' una bellissima donna trionfante colla corona turrita . E dall ' altra parte , a lettere romane trapunte in oro , spiccava questa leggenda : A GIUSEPPE GARIBALDI GLI ITALIANI RESIDENTI A VALPARAISO 1855 . Su tre grandi nastri pendenti dalla cima dell ' asta tutto bullettine d ' oro , brillavano pure d ' oro tre parole che allora facevano sospirare come roba da sogni impossibili ad avverarsi , tre cose che ora perché si hanno pare siano sempre esistite : ' Indipendenza , Unità , Libertà ' . Allora volevano esprimere semplicemente delle speranze e dei voti , ma dicevano insieme che i donatori di quella bandiera , in quelle terre d ' America da dove veniva , tra i nativi e gli stranieri , sentivano più amari che in Italia il rammarico , la vergogna , il danno di non avere un nome patrio come gli inglesi , i francesi , gli spagnuoli , tutti gli europei emigrati come loro , pur sentendosi , da lavoratori , pari e forse migliori . Ciò forse avevano voluto significare a Garibaldi , mentre egli dolente era passato pei porti del Pacifico : ed egli ora in quell ' angusta valletta siciliana , tra gente nata e tenuta nell ' ignoranza dell ' esistenza d ' un ' Italia , sventolava quella bandiera e gettava le sorti della nazione . Fatto un altro po ' di cammino , la colonna giungeva a Vita , piccolo borgo , case rustiche , molte catapecchie , una chiesa . Parecchi di quelli che posarono l ' occhio su quella chiesa , non immaginarono di certo che la sera di quel giorno vi sarebbero stati portati dentro feriti , a patire , a veder morire , a morire . Faceva brutto senso veder la gente di quel borgo fuggire a gruppi , a famiglie intere , trascinare i vecchi e pigliare i monti , carica di masserizie , mandando lamenti . Pareva che fuggissero a un ' invasione di barbari . Ma quella gente sapeva cosa c ' era là vicino e ricordava eccidii recenti . La colonna traversò il borgo , e poco distante fece alto . Passò Garibaldi frettoloso ; domandò se le Compagnie avessero mangiato ; se no , mangiassero pure . Ma che cosa ? Senza scomporre troppo gli ordini , e anche ridendo giocondamente , chi volle si adagiò , e si misero tutti a sbocconcellare il loro pane : molti sbrancarono alquanto in certi piccoli campi di fave lì ai lati della via , e con quel companatico fecero il loro pasto . Allora furono viste alcune Guide tornar trottando per lo stradale che si stendeva innanzi . Tra quelle il sessagenario Alessandro Fasola pareva ringiovanito . Poi fu un correre di cavalli dal luogo dove stava Garibaldi alle Compagnie , e subito s ' udirono due squilli di tromba . Tutti a posto e via come stormi , pigliarono quasi a volo un colle a destra brullo , ronchioso , arso dal sole . Vi si piantarono in cima ordinati . E di lassù , oltre una breve convalle , forse a duemila metri , videro su di un altro colle rimpetto schierato il nemico . Era un balenio d ' armi che coronava la vetta gran tratto ; due macchie scure parevano due cannoni ; certe linee nette profilate nel fianco del colle facevano indovinare dei terrazzi sostenuti forse da muri a secco ; filiere di fichi d ' India rotte qua e là si spandevano dal ciglio d ' alcuni di quei terrazzi ; forse nascondevano delle linee di soldati . Su di un balzo del colle sorgeva una casetta ; pochi alberi grami lassù ; in molti punti pareva la roccia nuda . Di là da quel colle facevano sfondo alti monti . Grigio , con aspetto più di rovina che d ' abitato , si vedeva lontano in alto , a pie ' d ' un castello , un gruppo grande di case , che non si sapeva ancora chiamare Calatafimi . Nelle gole dei monti a sinistra formicolavano turbe di gente ; le squadre partite da Salemi erano anch ' esse lassù ; ogni tanto vi scoppiavano delle grida . E quelli dall ' altra parte , i napolitani , videro anch ' essi e lo narrarono poi per anni . Videro quella linea che s ' era formata rimpetto a loro con movimenti non soliti tra gli insorti , rotta a tratti da macchie rosse . E stupirono . Non capivano cosa volessero dire , o dubitavano che quei rossi fossero casacche di galeotti fuggiti da non sapevano quale bagno . I soldati ignoravano che fosse là Garibaldi , ma s ' accorgevano d ' essere dinanzi a gente che doveva sapere star in battaglia . Mancava poco al mezzogiorno . Il combattimento Dal 1814 quando i napolitani di Murat salirono fino al Po , senza saper bene se si sarebbero incontrati amici o nemici coi loro vecchi commilitoni dell ' esercito italico del Viceré Eugenio ; e poi si offesero scambiando con essi delle cannonate : da allora non si erano più trovati di fronte italiani delle due parti estreme , armati per darsi battaglia . L ' ora dunque era solenne . I due piccoli eserciti stettero ancora un pezzo a guardarsi . Garibaldi su di una sporgenza del colle , tra certe rocce che gli facevano riparo dinanzi a mezzo la persona , stava con Turr , Sirtori , Tukory , osservando il nemico . Aveva dato l ' ordine di tener chete le Compagnie che non sparassero , e queste stavano chete , anzi a terra sdraiate . I Carabinieri genovesi erano stati messi avanti a tutti , già un po ' più giù nel pendio verso il nemico : dietro di loro la 8° e la 7° Compagnia giacevano stese in cacciatori a quadriglie , e così era formata da loro la prima linea . La 6° e la 5° Compagnia sul ciglio del colle , sdraiate anch ' esse in ordine aperto formavano la seconda linea ; tutto il battaglione di Bixio , e cioè la 4° , la 3° e la 2° Compagnia , stavano in riserva sul versante dalla parte di Vita , ma solo pochi passi dal ciglio ; più in giù , quasi alla falda , era rimasta la 1° Compagnia , quella di Bixio , il quale la aveva lasciata al suo luogotenente Dezza . Egli si era portato avanti forse per trovarsi sempre vicino al Generale , per non perderlo di vista mai , quasi che in caso di sconfitta si sentisse di salvarlo , o , non lo potendo , volesse morirgli al lato . Passavano le ore , e Garibaldi , che di solito preferiva assalire , non si risolveva all ' attacco . Sperava forse che nelle file nemiche si destasse qualche sentimento italiano ? Chi lo sa ! Ma si può crederlo perché aveva ordinato di portar nel punto più alto la bandiera tricolore , e di farla sventolare . Ad ogni modo sembrava che avesse risolto cavallerescamente di lasciar ai Napolitani il vanto d ' assalir primi . E verso il tocco squillò una tromba napolitana . Uno dei garibaldini , certo Natale Imperatori della 6° Compagnia Carini , che conosceva quella sonata , disse subito : " Vengono i Cacciatori ! " E difatti , contro il grigio e il verde del suolo , furono viste prima come un formicolio , poi più nette , spiccate le divise cilestrine discendere alla sfilata , agili , giù pei terrazzi del loro colle , serpeggiando tra i ciuffi di fichi d ' India . Erano addirittura due Compagnie . Giunti all ' ultima falda del colle , s ' avanzarono pel po ' di spazio che faceva la valletta , e cominciarono i loro fuochi di sotto in su contro i garibaldini della prima fronte . Questi erano i Genovesi . Chi li poteva tenere che non rispondessero al fuoco delle quadriglie ? Pure durarono un pezzo senza sparare e peritissimi al tiro giudicavano impediti i nemici le cui palle passavano miagolando molto in alto : ma alla fine cominciarono anch ' essi con le loro carabine di pochissimo scoppio , ma secco , acuto , e le palle andavano al segno . Allora quei Cacciatori si arrestarono a scambiare ancora pochi tiri , così da fermi , coi Genovesi . Ma subito le trombe garibaldine suonarono l ' attacco alla baionetta . Bisognava levar le Compagnie dalla tentazione di sprecar di lassù le munizioni , perché i più non avevano che dieci cartucce , e i fucili non portavano più che a quattrocento metri . Le Compagnie , a quegli squilli , balzarono ritte come sorgessero dalla terra improvvise , e si rovesciarono giù dal colle una dietro l ' altra , correndo scaglionate oblique giù per la china , ma mirabilmente composte , poi s ' allargarono in ordine sparso , quando i cannoni napolitani cominciarono a trarre granate . Lo narrarono poi molti che stavano allora nelle file nemiche . Quel movimento , fatto così di lancio e con sicurezza da veterani , produsse in loro un effetto indicibile . Ma non si sgomentarono . E fu bene , perché per la loro mirabile resistenza meritarono d ' esser lodati nell ' ordine di Garibaldi il giorno appresso ; e la lode poté forse sugli animi più della stessa vittoria riportata da chi li lodava . Così il bel fatto d ' arme era cominciato . In un lampo le due Compagnie di Cacciatori furono spazzate via , lasciando esse alcuni caduti in quel fondo , bei giovani d ' Abruzzo , di Calabria , di chi sa quale di quelle terre delle rivoluzioni gloriose e infelici . Sul berretto elegante a barchetta , portavano il numero 8 - 8° Cacciatori ! - E indossavano delle divise di tela cilestrina , giubba corta , elegante , su cui s ' incrociavano pittorescamente le corregge degli zaini e della fiaschetta a zucca , schiacciata e foderata di cuoio . La loro carabina , pei tempi d ' allora , era perfettissima , e la daga baionetta faceva pensare a quelle terribili degli zuavi . Poveri ragazzi ! Come fanno stringere il cuore l ' eleganza delle divise indosso ai morti sui campi , e quelle cose e quei numeri e quei nomi dei corpi ! Coloro che giacciono non hanno più né vita né nome , né paese né nulla : a casa loro i parenti non sapranno la zolla che beve il loro sangue , né l ' erba su cui spirarono l ' ultimo fiato . Solo non li vedranno mai più ; essi son morti . Triste cosa la guerra ! Ma allora pareva ancora bella perché vi si poteva patire , morire , per far trionfare un ' idea , più che perché vi si potesse provar la gioia e la gloria di vincere . Rispettate i nemici , rispettate i feriti ! - gridò Francesco Montanari di Mirandola , caduto per grave ferita su quel colle - sono italiani anch ' essi ! - E la sua faccia severa , quasi dura e in quel momento contratta dal dolore , parve trasfigurata da quella sua sublime pietà . A che ormai descrivere il fatto d ' armi di Calatafimi ? Le battaglie , da quelle che descrisse Omero all ' ultima della storia moderna , si somigliano tutte . Sono furia d ' uomini contro uomini che s ' avventano gli uni agli altri , dandosi a vicenda da vicino o da lontano la morte , con più o meno arte , secondo i tempi . Cortesi fin che si vuole , i combattenti son sempre ancor poco diversi " dagli uomini sul vinto orso rissosi . " Eppure leggiamo rapiti dalle narrazioni , ammirando fatti che in sé sono atroci , e ci esaltiamo e chiamiamo magnanimo tanto chi dà come chi riceve la morte in campo . Ci pare sovrumano il maresciallo Ney a Vaterloo , quando nella tragica ora della sconfitta già imminente , grida con voluttà disperata che vorrebbe tutti nel petto i proiettili dei cannoni inglesi rombanti nell ' aria . Sublime ci pare quell ' oscuro lanciere francese , che là , in una delle ultime cariche di cavalleria , gittò la sua lancia in mezzo a un quadrato inglese , per andare a raccattarla come per gioco in quel quadrato ; e spronò e balzò e cadde egli e il suo cavallo sulle siepi di baionette , schiacciando altri e morendo . Chi mai ci pare più grande di lord Cardigan , quando ricevuto l ' ordine di assalire la batterie russe a Balaclava , sa che vi morrà egli , l ' ultimo di sua schiatta , forse con tutti i suoi seicento cavalieri ; ma snuda la spada e gridando : " Avanti , ultimo dei Cardigan ! " galoppa alla morte come se volasse al cielo ? Ma quel Montanari e quel suo grido , son ben più degni di storia . Quello di Calatafimi fu fatto d ' arme che appena potrebbe stare come frammento episodico di una di quelle grandi battaglie . Eppur e per l ' importanza e per l ' influenza sua sulla vita della nostra nazione , conta quanto e forse più di ciascuna d ' esse per le altre . E il Generale ? L ' arte di Garibaldi , mirabile già nell ' aver saputo creare in tutti i suoi un sentimento profondo , sicuro , superbo della loro situazione , nei tre giorni avanti ; in quello del fatto d ' armi , stette tutta nell ' averseli tenuti stretti nel pugno come un fascio di folgori , fino al momento in cui , non essendo più possibile in nessun modo lasciare il campo non vincitori , poté abbandonar ognuno al comando di sé stesso , certo egli che da quel momento si sarebbero svolte le più recondite virtù e le forze e l ' ingegno d ' ognuno , dalla calma pontificale di Sirtori al furore di Bixio , all ' impeto geniale di Schiaffino , all ' audacia di Edoardo Herter , d ' Achille Sacchi , di cento altri , e , si può dire di tutti , perché un codardo che è uno , in quell ' ora , in quel luogo , non ci poté più essere . E il merito di questo miracolo fu tutto del Generale . L ' anima sua era entrata , era presente in tutte quelle anime , fosse egli in qual si volesse punto del campo . Due momenti della pugna furono esclusivamente suoi : uno , quello di quando Bixio , che era Bixio , osò domandargli alla maniera sua se non gli paresse il caso di battere in ritirata , ed egli rispose che là si faceva l ' Italia o si moriva : l ' altro , quello dell ' ultimo assalto , quando tutti rifiniti boccheggiavano sotto il ciglio del colle , su cui si erano ridotte via via risalendo le schiere nemiche scacciate da terrazzo a terrazzo in su . Là disperavano tutti , non egli , che parlando pacato andava per le file come un padre con gli occhi rilucenti di lagrime : " Riposate , figliuoli , poi un ultimo sforzo e abbiamo vinto . " Fu in quel momento che lo colpì nella spalla destra uno dei sassi che i borbonici facevano rotolar giù ; ma egli non degnò mostrare d ' essersene accorto , e continuò a mantenere quell ' aria sicura che creava la sicurezza altrui , in quel quarto d ' ora in cui , se i borbonici avessero osato rovesciarsi giù alla baionetta , in più di duemila quanti erano ancora , la rotta era sua . Essi invece , raccolti lassù , urlavano : ' Viva lo Re ' ; rotolavano sassi , e tiravano schioppettate a chi si faceva su dal ciglio a guardare . Uno di questi fu Edoardo Herter da Treviso , medico di 26 anni . Pareva una damigella bionda vestita da uomo , tanto aveva esile l ' aspetto , ma i suoi muscoli erano d ' acciaio . Parlò con Garibaldi un istante , poi si lanciò su per un greppo . ' Ah piangerà tua madre ! ' fu cantato di lui , e appena su , cadde riverso colpito nel petto a morte . In quel momento l ' artiglieria garibaldina tuonò di giù dalla strada , dove alla fine aveva potuto mettersi a tiro , e un suo proiettile andò a cadere tra i regii . Fu come il segno della ripresa , perché poco appresso si fece come un subbuglio , e fu gridato : " La bandiera , la bandiera in pericolo ! " E la bella bandiera di Valparaiso fu veduta salire , come se andasse da sé , trascinando dietro ai lembi delle sue pieghe quanti vi s ' affollavano presso . Passata dalle mani di Giuseppe Campo a Elia , a Menotti , a Schiaffino , ora Schiaffino la portava all ' ultima prova . E giù , staccati dalla loro fronte , uno stormo di napolitani corsero per pigliarsela . Allora le si formò un viluppo intorno , cozzo breve , fiero , feroce , vera mischia ; e la bandiera sparì , lasciando uno dei suoi nastri nel pugno di Gian Maria Damiani . E Schiaffino , il superbo nocchiero del Lombardo , giacque là morto . E ' questo il momento d ' annunziarmi una pubblica sciagura ? - gridò Garibaldi a chi gli dava notizia di quella morte . Ma proprio in quel momento , in un altro punto della battaglia scoppiava un urlo di gioia ... Un cannone era preso . Fumigava ancora la sua gola dell ' ultimo colpo sparato contro quelli che vi s ' erano lanciati su primi , primo Achille Sacchi da Pavia , giovanetto di diciassett ' anni , che cadde già con le mani sulla volata di quel pezzo e giacque morto . " Ancora uno sforzo ! " e lo sforzo era fatto . Erano balzati su fino i moribondi ; l ' ultimo assalto alla baionetta fu veramente meraviglioso . I napolitani non vi ressero , si volsero , rovinarono via . Non però tutti in fuga . Avevano cominciato i Cacciatori e i Cacciatori finivano . Mentre la fanteria e i Carabinieri napolitani si ritiravano confusi giù pel declivio del colle perduto ; quei Cacciatori , come stessero in un campo a istruirsi , facevano le loro fucilate a quadriglie , allontanandosi lentamente . Fin Garibaldi stette a mirarli un pezzo , in quelle loro belle mosse ; ma poi diede ordine di caricarli a una delle Compagnie che appena conquistato il colle , già si erano quasi riordinate intorno ai loro ufficiali . Corse la 6° , Carini . E quell ' ultimo strascico del fatto d ' arme fu presto levato . Tutta la colonna borbonica si sprofondò nel vallone , sparì un momento , poi ricomparve di là . Saliva l ' erta per Calatafimi . La chiudeva un manipolo di cavalli , forse mezzo squadrone , che durante il combattimento s ' era tenuto giù sullo stradale , certo aspettando di potersi gettare sui nemici vinti a sciabolarli . Invece ora proteggeva la ritirata ai suoi . Dal campo di battaglia fu vista quella gente serpeggiare su per l ' erta lunga , stendersi e di nuovo sparire poi più su , a poco a poco , in Calatafimi . Dopo la vittoria Sul colle conquistato riposarono i vincitori . E cominciò subito la raccolta dei feriti gravi , che non avevano più potuto reggersi , e giacevano giù pei fianchi del colle , molti , troppi , per un fatto di così pochi combattenti e di così corta durata . Tra grave e non gravi erano 182 , i morti 31 . Le ferite erano orribili , lacerate , larghe , massime quelle fatte dalle palle ogivali cave dei Cacciatori . Pochi napolitani che i loro non avevano potuto portar via , si lasciavano pigliar su meravigliati di vedersi trattati bene , mentre s ' erano forse aspettati d ' essere uccisi . All ' allegrezza della vittoria si mescolava così quella grande malinconia . E s ' era messo un vento freddo che faceva frizzar la pelle . Calavano intanto dalle montagne le squadre dei ' Picciotti ' , e invadevano il campo di battaglia , meravigliati anch ' essi del combattimento contemplato dall ' alto , come dai gradini d ' un anfiteatro una lotta di gladiatori . Garibaldi guardava sempre una strada che da ponente , per una gola , metteva in quella specie di conca da cui sorgevano su i due colli , quello della sua posizione del mattino e quello conquistato su cui si posava coi suoi . Forse temeva l ' arrivo di un corpo nemico da Trapani . Ma aveva fatto mettere gli avamposti , e dato l ' ordine a Bixio di collocare le artiglierie . Aveva anche già detto di voler salire a Calatafimi il giorno appresso , e sapeva lui per quali vie si sarebbe incamminato . Per quella fatta dai Napolitani nella ritirata no certo : e questo capivano tutti , perché tentar un attacco da quella parte sarebbe stata una follia . Ma egli era allegro in viso , e ciò bastava . Uno strano sentimento , che tutti dovettero provare , ma di cui si accorsero e se lo spiegarono per dir così solo i più raffinati allora e molto di poi anche gli altri , ripensando a quelle ore , fu quello dell ' isolamento in cui si trovavano . Non erano passati che dieci giorni da quando avevano lasciato Genova , eppure pareva loro d ' essere via da mesi e mesi , d ' aver navigato molto , d ' aver camminato molto , d ' esser già quasi gente dimenticata . Si sapeva nell ' Alta Italia che erano sbarcati , che erano stati accolti bene ? Qualche spirituale forza dava almeno in quel momento un senso vago del dove si trovavano e della loro vittoria ? A Milano , a Genova , a Torino e nella Venezia gemente in mani austriache , per tutti i borghi e i villaggi da dove qualcuno d ' essi s ' era mosso , cosa si pensava , cosa si sperava , cosa si temeva per loro ? Ah ! Un filo di telegrafo per mandare la gran notizia alla patria e riceverne una parola . Certo da Napoli sarebbe taciuta o mandata pel mondo svisata , falsata la notizia della battaglia a far piangere . E intanto erano scene di gioia , come a rivedersi dopo anni ed anni , nell ' incontrarsi fra loro amici di casa , di scuola , di Compagnia che si erano perduti di vista durante il combattimento e che si ritrovavano sani e salvi . Ed erano lamenti per i caduti , il tale giù ai primi colpi , il tal altro a mezzo al colle , un altro addirittura in cima quasi in braccio ai nemici . Andavano a cercarli , a guardarli , a baciarli . E così i nomi dei morti e dei feriti , il modo , il come , il dove , il quando , tutti i particolari se li scambiavano , e parlavano commossi , ma tuttavia ancora con un po ' del sentimento egoistico d ' essere usciti salvi dal pericolo in cui altri aveva lasciato la vita . Si sa ; il vero dolore , quello grande e sincero viene dopo , quando il sangue si è rimesso in calma e la pietà si ridesta . Tra le Compagnie che si erano riordinate , si faceva un gran parlare dell ' importanza del fatto ; qua e là in quel campo ci parevano dei piccoli Parlamenti . Quelli che avevano sentito Garibaldi , quando aveva detto a Bixio : " Qui si fa l ' Italia o si muore , " commentavano le solenni parole , e pareva proprio a tutti di sentirsi piantato in cuore che il fatto d ' armi , piccolo in sé , era già come un ' ultima battaglia risolutiva , da combattersi ancora sì , non si sapeva dove né quando , ma già vittoriosi . E ciò voleva dire l ' Italia fatta sin da quel giorno , su quel colle . Il qual colle aveva tuttavia un nome di malaugurio . Era stato subito detto che si chiamava ' Pianto dei Romani ' , perché ivi , più di duemila anni indietro , questi erano stati vinti dai Segestani e dai Cartaginesi . Ma quel nome di mestizia era un ' invenzione , o per lo meno una interpretazione errata . ' Pianto ' non è che il vernacolo siciliano ' Chiantu ' , o piantamento di viti ; e uno n ' era stato fatto far su quel colle da un ' antica famiglia Romano . E difatti , quei tali terrazzi dovevano essere stati fatti per dei poderosi filari di viti , sebbene allora vi si vedessero soltanto arbusti grami , e piante che esalavano un tristo odore di cimitero . Così , e durante il combattimento , aveva detto il livornese Giuseppe Petrucci della compagnia Bixio , facendo parer ai vicini di fiutar davvero un ' aria di morte . * La notte calò rapida come nelle giornate più corte dell ' anno . E in quel crepuscolo fu commovente veder un gruppo di sei o sette Francescani , i quali dopo aver combattuto fino con tromboni , partivano per tornare al loro convento . Erano accorsi là da Castelvetrano . A quell ' ora se ne andavano giù dal colle nei loro tonaconi grossi , con le loro armi in spalla , seri e tranquilli , come se tornassero da aver fatto la questua tra quei soldati che avevano fame , e stavano divorando pane e cacio distribuito in fretta già quasi nel buio . Poi le Compagnie si addormentarono . Al tocco dopo la mezzanotte la sentinella dell ' avamposto verso Calatafimi diede l ' alto a due persone che le venivano incontro . - Amici , galantuomini di Calatafimi . - Avanti . - Tutto l ' avamposto fu subito in piedi . - Cosa volete ? - Con l ' anima nelle parole , quei due galantuomini recavano che i Napoletani avevano abbandonato Calatafimi , marciando verso Alcamo , che stava di là , di là ... La notizia era lieta . Levava la gran preoccupazione di ciò che sarebbe potuto avvenire il giorno appresso . Da Palermo , a quell ' ora , poteva già esser giunto per nave a Castellamare un corpo di aiuto ai vinti , e con tutta comodità aver marciato da Castellamare a Calatafimi . Ora se i Napolitani se n ' erano invece andati , ciò voleva dire che a Palermo non c ' era un generale che avesse occhi . Bene , bene ! Quei galantuomini furono condotti da Garibaldi , che stava ben desto nella casupola sul colle , e che gli accolse con gioia . Fatta l ' ambasciata , volevano tornarsene ; ma egli , non li volendo lasciar esporsi a pericoli , se li tenne fino al mattino . Avrebbero marciato con lui . Ed essi non s ' accorsero che forse diffidava di loro , tanto era buona e incredibile la notizia che gli avevano portato . * Nel brivido che dà l ' alba , prima ancora che le trombe suonassero le sveglie , molti di quei militi , mezzo intirizziti dalla gran guazza , giravano già pel campo a rivedere i morti . Di questi ve n ' erano che parevano dormirsene sicurissimi d ' essere svegliati a lor tempo , tanta era la pace che avevano nel volto . Così Giuseppe Belleno , così Giuseppe Sartoriio , tutti e due Carabinieri genovesi ; questo colpito nel petto proprio nel momento che fulminava un gran fante borbonico , mirato a prova da lui . Aveva data e ricevuta la morte in un punto . Poco discosto giaceva Ferdinando Cadei di Caleppio , bel giovane di ventun ' anno , che adagiato sul fianco destro pareva sogguardasse timidamente . Carlo Bonardi da Iseo non si trovava più nel luogo dov ' era caduto e rimasto morto bocconi , né per quanto gli amici suoi cercassero là attorno vedevano le sue larghe spalle da atleta , né il mantello che portava rotolato a bandoliera ancora nell ' ultimo istante . Cosa n ' era mai stato ? Invece il gran Schiaffino copriva ancora la terra là dove l ' anima sua lo aveva lasciato . Era solo un po ' scolorito in viso . In uno dei punti , dove la resistenza del nemico era stata più forte , giaceva Luciano Marchesini da Vicenza , col capo su d ' un sasso nero che pareva un libro . " Come il Battaglia l ' anno scorso a San Fermo ! " diceva Odoardo Rienti da Como . E narrava di Giacomo Battaglia poeta , che combattendo tra i Cacciatori delle Alpi cadde a San Fermo colpito in fronte , e tratto di tasca un suo Dantino se lo pose sotto il capo e sul poema divino spirò . Un po ' più in su , e proprio sulla cima del colle , dove erano stati fatti gli ultimi colpi , giaceva come un assiderato Eugenio Sartori da Sacile . La morte che , toccandolo quasi per saggiarlo a Venezia nel '49 , lo aveva lasciato tornare alle mense patriarcali di casa sua , se l ' era preso lì . Egli no , non pareva in pace ! Gli occhi non gli si erano ancora chiusi , e , dopo tante ore , il suo viso esprimeva sempre una gran collera da battaglia . E via via cercati così , i morti furono rivisitati quasi tutti . Ma alla fine bisognò pure che i vivi gli abbandonassero . Sarebbero poi venuti i seppellitori a scavare a ogni morto una buca lungo il corpo , ve l ' avrebbero fatto rivoltar giù forse con malgarbo , poi o sul corpo o sul dorso , poche badilate di terra e addio . Un dì , chi sa quando , qualcuno verrebbe a scoprire delle ossa . * Le compagnie partirono . E per la stessa china e poi per la stessa erta fatta dai Napolitani la sera avanti , marciarono a Calatafimi . Ivi trovarono la gente ancora scompigliata . Quei poveri abitanti avevano visto dalle loro case , il combattimento del Pianto Romano , e poi i borbonici tornare vinti tra loro . Erano stati gran parte della notte tremando che il mattino portasse loro uno scontro nelle stesse vie della città tra le loro case : invece i borbonici erano partiti . Ma potevano sopraggiungerne di nuovi . Insomma la fisionomia generale era triste . Nella via maestra si trovavano a ogni passo i segni della sosta fattavi dai vinti ; nelle poche botteghe , misere assai , non c ' era più nulla ; quelli avevano portato via ogni cosa . Ma le Compagnie , a poco a poco , misero un po ' di fidanza e d ' allegrezza ; tanto più poi nel pomeriggio , quando fu lor letto l ' ordine del giorno di Garibaldi . Era uno de ' suoi più eloquenti , e parve la voce di tutta la patria . " Soldati della libertà italiana , con compagni come voi io posso tentare ogni cosa , e ve lo mostrai ieri conducendovi alla vittoria contro un nemico superiore per numero e per le sue forti posizioni . Io avevo contato sulle vostre fatali baionette , e vedete che non mi sono ingannato . " Deplorando la triste necessità di dover combattere soldati italiani , debbo confessare d ' aver trovato una resistenza degna di causa migliore . E questo vi mostra quanto noi potremo fare , quando l ' intiera famiglia italiana sarà riunita intorno a una sola bandiera . " Domani il continente italiano sarà parato a festa , per la vittoria dei suoi liberi figli e dei nostri prodi siciliani . " Le vostre madri , le vostre amanti , usciranno nella via superbe di voi , con la fronte alta e radiante . " Il combattimento ci costò molti cari fratelli , morti nelle prime file ; e nei fasti della gloria italiana risplenderanno eternamente i nomi di questi martiri della nostra santa causa . " Paleserò al nostro paese i nomi dei bravi che con sommo valore condussero alla lotta i più giovani e i più inesperti militi , e che domani li guideranno alla vittoria su altri campi , a rompere gli ultimi anelli delle catene che tengono avvinta la nostra Italia carissima . " I nemici ! Ve n ' erano in Calatafimi parecchi , feriti il giorno avanti e abbandonati là , perché per via avrebbero patito troppo . I vincitori andavano a trovarli nelle chiese e nei conventi , li confortavano , li carezzavano . Ed essi dicevano che non sarebbero più tornati alle loro bandiere . Cominciava già allora la fratellanza ; solo qualcuno guatava bieco e mormorava sdegnoso . Dai Francescani , prodigava la sua carità un padre Luigi , il quale fu poi amorosissimo nei giorni appresso ai garibaldini portati là da Vita , dove non c ' era luogo per tenerli se non ammucchiati come nelle prime ore dopo il combattimento . Forse quel frate si sentì prendere fin da allora da quella forza per cui ebbe il coraggio di spogliar l ' abito , di lasciarsi portar via dalla rivoluzione nella vita nuova italiana ; e tornato al secolo divenne col tempo uomo di cattedra , uomo di Stato in Roma , dove coloro che lo avevano conosciuto laggiù continuarono a chiamarlo in segreto " padre Luigi " . Le emozioni del giorno avanti , il bisogno di raccoglimento , la stanchezza , non svogliarono di visitar il paese intorno chi aveva sentimento dei luoghi e delle cose . Uscendo dalla parte occidentale molti andavano in poco tempo alle rovine di Segesta , e vi si appressavano esaltandosi via via . Quelle trentasei colonne del tempio dorico rimaste in piedi come parte di un ' opera incompiuta , tanto sembravano recenti ; il teatro poco più in là , ispiravano una malinconia magnanima . Era mai possibile che fosse stata abitata da gente così ricca e grandiosa da aver eretto quei monumenti , una terra ora popolata quasi solo di miseri ? Quelle colonne parevano vive e pensanti , quel tempio pareva aver ancora un ' anima cui facesse dolore vedersi intorno caprai indifferenti , nei quali tuttavia l ' uomo antico doveva starsene addormentato . Ora quei visitatori si lusingavano d ' essere capitati a svegliarlo . La marcia ad Alcamo Garibaldi non perdeva tempo : all ' alba del 17 rimise la sua gente in cammino . Da Calatafimi un ' ultima occhiata d ' addio al colle del Pianto Romano , poi via per Alcamo . E fu una marcia mattutina di poca fatica anche per quelli dei feriti che , sentendo di potersi reggere , piuttosto che starsene inoperosi , avevano voluto seguire la colonna , chi col braccio al collo , chi con la testa bendata , chi a piede nelle file , chi su quei carri di laggiù storiati di Madonne e di Santi , illustrati da sentenze e leggende paesane . Parlavano dei compagni rimasti a Vita nella chiesa o nelle case , dove mancavano di tutto e pativano , e qualcuno stava forse per morire , sebbene il vecchio Ripari e Ziliani e Boldrini e gli altri medici facessero prodigi d ' amore . Erano cose meste ; eppure la campagna meravigliosa metteva nei cuori il proprio rigoglio , onde si sentivano senza troppi rimpianti . Ah che paese ! Se quel trionfo di verde fosse venuto crescendo così come pareva , la via doveva menare davvero alla terra promessa . Intanto qualche cosa di paradisiaco si vedeva già . La fama di Garibaldi era andata a rinnovare le fantasie già note altrove ; onde , agli sbocchi delle stradicciole campestri che mettevano in quella via , gruppi di donne dinanzi ai loro uomini e coi bimbi al collo o per mano , gli gridavano dei saluti quasi religiosi . Alcune si inginocchiavano , altre dicevano " Beddi ! " ai giovani soldati . Via via andando si scoprivano , tra le biade peste , arnesi militari dei borbonici ; e quei villici li additavano imprecando agli ' schifiosi ' che li avevano gettati nella ritirata . Poi , già nelle vicinanze di Alcamo , comparvero delle carrozze di signori che venivano incontro a Garibaldi , tirate da pariglie superbe . A un certo punto comparve il mare del Golfo così azzurro , sotto un cielo così terso , che tra per quella vista e la bella campagna e il tutt ' insieme , fu un ' ora di incanto . In qualche gruppo della colonna scoppiarono canti lombardi , di quelli della regione dei laghi . Quella era proprio la terra degna che vi fosse sbocciato uno dei primi fiori della nostra poesia , perché tutto ciò che vi si vedeva ricordava la ' Rosa fresca aulentissima ' di Ciullo o di Cielo . Allora la variante non importava . E poi ecco Alcamo con le sue belle case e i suoi giardini coi muri passati dai palmizi , che si spandevano fuori torpidi nel caldo meriggio . Non poteva essersi dato che il delizioso ' Contrasto ' fosse avvenuto davvero con di mezzo uno di quei muri o la siepe d ' uno di quegli orti ? Tutto vi pareva così antico ! La città , quasi moresca d ' aspetto , quasi mesta , era in festa religiosa , ma pareva allegrarsi a poco a poco , per l ' arrivo di quegli ospiti d ' oltremare . E poi si esaltò addirittura per un fatto quasi incredibile , di cui si parlava già sin dal giorno avanti in Calatafimi come di cosa avvenuta o da avvenire . Garibaldi si era lasciato indurre da fra Pantaleo a ricevervi la benedizione in chiesa . Egli schiettamente , semplicemente , in mezzo al popolo , si sottomise alla Croce che il frate gli impose sulla spalla , proclamandolo guerriero mandato da Dio . La scena fu un po ' strana , ma il Generale stette con tanta sincerità di spirito , che neppure i più filosofanti della spedizione trovarono nulla a ridire . Fu un lampo di misticismo sprigionato dall ' anima di lui , formata d ' un po ' di tutte le anime grandi che furono , e anche di quella di Francesco d ' Assisi , dietro al quale , nato nel suo tempo , egli si sarebbe scalzato dei primi a seguirlo . A Partinico Fu dunque un giorno lieto quello d ' Alcamo ; ma l ' altro appresso , quando la colonna partì acclamata e marciò a Partinico , qual diverso mondo le si apprestava a così breve distanza ! Per Alcamo la milizia borbonica battuta a Calatafimi era passata senza che nessuno le si fosse fatto contro per impedirla ; ma Partinico la aveva affrontata , e per le vie e per le case era stato un combattimento da selvaggi . A entrare in quella città , parve di affacciarsi a uno degli orrendi spettacoli di strage fra Greci e Turchi della rivoluzione ellenica di quarant ' anni avanti . Proprio sulle soglie della cittadetta , stavano mucchi di morti bruciacchiati , enfiati , in cento modi straziati . E tenendosi per mano a catena e cantando , vi danzavano attorno fanciulle scapigliate come furie , cui faceva da quadro e da sfondo la via maestra nera d ' incendi non ancora ben spenti . Le campane sonavano a stormo ; preti , frati , popolo d ' ogni ceto , urlavano gloria ai militi correnti dietro a Garibaldi , che traversò rapido la città col cappello calato sugli occhi , e andò a posarsi all ' altro capo , in un bosco d ' olivi , mesto come non era ancor parso in quei giorni . E là gli furono condotti alcuni sodatucci borbonici , rimasti prigionieri in mano dei Partinicotti e salvati a stento da qualche buono ; poveri giovani disfatti dal terrore di due giorni passati con la morte alla gola . Consegnati a lui si sentirono sicuri , e piansero e risero come fanciulli . Sprazzo di sereno nella tempesta , chi si potrebbe tenere dal narrarlo ! Garibaldi sedeva in quel momento a pie ' d ' un olivo . Aveva appena finito di confortare quei poveri soldati , che gli fu presentato dal capitano Cenni suo carissimo uno dei giovani della spedizione , il quale portava una manata di fragole in un canestrino fatto di foglie . " Generale , " disse il Cenni , " questo cacciatore delle Alpi vi offre le fragole . " Garibaldi guardò Cenni , guardò il giovane , poi sorrise un poco , crollò la sua bella testa e gli domandò : " Di dove siete ? " - " Genovese " rispose il giovane quasi tremando . E allora il Generale in dialetto genovese . " E avete ancora la madre ? " " Generale sì ; " e gli occhi del giovane videro allora molto lontano . " Cosa direbbe - continuò Garibaldi - se fosse qui a vedere che mi piglio le vostre fragole ? " Ma intanto tese la mano e ne levò due o tre per gradire , soggiungendo : " Andate , andate , godetevele voi , che vi parranno più buone che a me . " Dopo non lungo riposo , le Compagnie si rimisero in marcia , allontanandosi quasi con gioia da quel luogo di sangue . Alcuni Partinicotti le seguirono armati di doppiette e di pugnali . Ve n ' era uno che pareva di bronzo , tutto vestito di velluto biancastro , con a cintola due pistole . Il Sampieri dell ' artiglieria diceva che erano dell ' aria di colui i Palicari e i Clefti dei quali egli , nell ' esilio suo in Grecia , ne aveva conosciuti alcuni , vecchi ancora di quei di Bozzaris . Si sarebbe detto che quell ' uomo non fosse fatto che ad uccidere , e invece a parlargli era buono e anche grazioso . Raccontava quasi scusandosi l ' eccidio cui aveva partecipato ; e diceva con poesia di Palermo , bella , grande : " Vedrete , vedrete ! Il palazzo reale ! " E forse tutto il suo patriottismo era per l ' isola sua , pel regno , pel piccolo regno di Sicilia , indipendente da tutto il mondo . Seguì la marcia di Garibaldi senza più staccarsi , divenne amico di qualcuno in tutte le Compagnie , portava la letizia in tutti i crocchi e le buone promesse . Nove giorni di poi , il mattino del 27 , nell ' assalto di Palermo , fu visto l ' ultima volta , sotto il Ponte dell ' Ammiraglio , disteso morto presso un Cacciatore borbonico , che moribondo egli stesso lo guardava . Forse lo aveva ucciso lui . Al Passo di Renda Sul vespro di quel giorno la colonna garibaldina entrò nell ' ombra di un anfiteatro di monti , dove si immerse quasi a celarsi . In quell ' ora , tutto là intorno pareva minaccioso , dalle falde ronchiose ai profili di quei monti dentati in alto e taglienti . Il po ' di piano traversato dalla strada consolare dava un senso di freddo . E il luogo , al dire dei Siciliani , era infame per istorie truci di masnadieri . Passo di Renda voleva dire pericolo di non uscirne vivo chi vi si avventurasse da solo . Le Compagnie , rifinite dalla stanchezza e dalla fame , si gettarono in terra ciascuna , per dir così , dove fu fermata ; e per un po ' fu silenzio profondo . Ma poi qua e là furono accesi dei fuochi con gli arbusti raccolti per quelle ripe , e intorno ai fuochi quei militi si misero come al solito a sgranocchiare il loro pane . Da otto giorni non si cibavano quasi d ' altro che di pane e cacio come il Generale , semplice uomo che faceva divenir semplici tutti e senza voglie , senza bisogni . Quella sera si mise a dormire in un cantuccio di quell ' accampamento , tra corte rocce ferrigne , dove i più novelli tra i suoi andavano timidamente a passargli vicino per guardarlo . Ma era veramente Garibaldi quell ' uomo coricato su quella povera coperta , sotto quel mantello , con la sella del suo cavallo per origliere ? Ed era Dittatore , e voleva levar via dal trono il Re delle Due Sicilie , egli così povero e che riposava così tranquillo , senza guardie né nulla ? Pareva un sogno . Contemplatolo un poco , quei giovinetti se ne tornavano alle Compagnie , a dire che egli dormiva e che perciò tutto doveva andar bene . Ma tutti sentivano di trovarsi a una breve camminata da Palermo , da dove un generale un po ' ardito avrebbe potuto condurre una colonna a sorprenderli ; e guai se anche un ' altra colonna mandata a sbarcare a Castellamare , per Alcamo e Partinico , per la via stessa che essi avevano fatta , fosse giunta alle loro spalle . Invece quella notte passò quieta , senz ' altra noia che d ' un po ' di pioggia . ma all ' alba , che bella sveglia ! Da un ' altura di quell ' anfiteatro scese sul campo improvviso un suon di banda , che parve venuta dall ' infinito a far una melodia nota , ma tal quale come laggiù non gustata mai da nessuno in nessun teatro del mondo , e nemmeno in cuore dal Verdi , che l ' aveva creata . Era il suo bolero dei ' Vespri Siciliani ' . Benedetto lui ! L ' anima sua tornava a soffiare l ' entusiasmo in quei cuori , in quel luogo , come già sul mare da Quarto a Marsala coi canti dei ' Masnadieri ' , col coro del ' Nabucco ' " Va ' pensiero sull ' ali dorate . " Una voce di tenore limpida e potente s ' accordò subito ai suoni , adattandovi i bei versi del ' Giovanni da Procida ' del Niccolini " Le Siciliane Vergini , " e qualche parte del campo applaudiva . Ripetuta tre o quattro volte , quell ' aria dei ' Vespri ' mise una grande agitazione . E non era più lo scoppio di gioia idillica d ' Elena , che nel melodramma scende dalla scalea incontro al coro di fanciulle , che le portano fiori ; ma passava come un vento eroico di martirio , che invitasse amici e nemici a morir insieme per la pace del mondo . Il piccolo esercito si levò tutto ; e allora fu un andare verso un punto dove la strada consolare mette da quell ' orrido passo alla vista della Conca d ' Oro . Tutti si fermavano là incantati . Vedevano giù in basso quel paradiso ; e in fondo Palermo che pareva infinita ; e nel tremolare della marina un fitto di antenne , navi da guerra certo le più , navi di tutta Europa e forse d ' America , corse là per vedervi la gran scena che vi doveva avvenire . Di quella scena essi dovevano essere poi attori ! Ma quando , come , con quali sorti ? Sapevano che laggiù tra quelle mura stavano ventimila soldati , ma insomma v ' erano pure dugentomila cittadini . E alcuni , quasi col sentimento dei diecimila di Senofonte quando scopersero il mare , gridavano : Palermo , Palermo ! Di là , il vecchio Ignazio Calona mostrava gli sbocchi dei monti da dove erano discesi i Napolitani di Florestano Pepe e di Filangeri , nel 1820 e nel 1849 . A quelle due rivoluzioni egli aveva partecipato di venticinque anni e di cinquantatré , e si poteva immaginare con qual animo se tanto glie ne avanzava adesso , che ne aveva sessantacinque . E diceva con foco giovanile che nel maggio del 1849 , quando Palermo si preparava all ' ultimo sforzo per respingere Filangeri già vincitore del resto dell ' isola , laggiù nella pianura che si vedeva tra la città e il Monte Grifone , ogni giorno accorreva gente d ' ogni ceto a scavar fossati , ad alzar ripari , e che tutti lavoravano insieme signori e plebe , anche le dame e le più nobili fanciulle . A quei discorsi i giovani si esaltavano . Così per tutta la mattinata fu una grande vivezza nell ' accampamento , dove quei militi si facevano giocondamente ognuno da sé le più umili cose ; si lavavano le camicie a una gran cisterna , si rattoppavano le scarpe , si ricucivano gli strappi dei panni così mal ridotti , che coloro che avevano indosso i più signorili parevano ormai i peggio vestiti . Ma alle belle persone , al portamento elegante , quella miseria dava quasi maggior risalto . Altri davano una ripulita ai fucili o si ingegnavano di raccomodarne i guasti . I cannonieri stavano intorno ai loro pezzi . Appoggiato alla gran colubrina , Antonio Pievani da Sondrio leggeva il Vangelo , e lo spiegava ad alcuni che aveva intorno . Tutti ascoltavano raccolti e pensosi , e facevano venire in mente i Puritani di Cromwell . Passava qualche scettico , stava un istante , poi se n ' andava compreso di rispetto per quel soldato credente . Ma in un canto dell ' accampamento v ' era qualcuno che , per dir così , teneva il posto che nei poemi cavallereschi hanno le Orche e i mostri . Sdraiato in terra , legato mani e piedi , vestito alla siciliana con certa eleganza , custodito da alcuni ' Picciotti ' delle squadre del barone Sant ' Anna , stava un uomo grande e forte , di viso cattivo . Guardava sprezzante e taceva . I garibaldini che andavano a vederlo , sentivano dire che egli era un tal Santo Mele , il quale sin dallo scoppio della rivoluzione aveva principiato a correre la campagna con alcuni ribaldi , rubando le casse pubbliche e assassinando gente . Aveva fino incendiato il villaggio di Calamina . E tutto aveva fatto in nome di certa sua giustizia che gli pareva d ' aver diritto d ' esercitare ; anzi , se ne gloriava . I Siciliani che dall ' esiglio erano tornati nell ' isola con Garibaldi , dicevano che colui doveva essere ' Maffioso ' ; e spiegavano ai compagni la natura d ' una tenebrosa società , che aveva le sue fila per tutta l ' isola , in alto , in basso , nelle città , nelle campagne , dappertutto . Piace rammentare che i continentali scusavano l ' isola , narrando che anche da loro vi erano state compagnie di malfattori che avevano esercitato una giustizia di loro genio , favoriti dalle plebi delle campagne e anche dai ricchi delle città , quando le leggi parevano torte contro la giustizia vera ; e dicevano che quelli erano passati e che sarebbe passata anche la ' Maffia ' . Quel Santo Mele il giorno appresso sparì . Forse la ' Maffia ' potentissima gli aveva dato aiuto fino in quell ' accampamento . Noiosissima cosa , nel pomeriggio di quel giorno cominciò a piovere . Senza tende , senza coperte era un gran brutto stare ; ma il campo non si attristò per questo ; anzi , vi fu un momento di gaiezza fin troppa . Era stato macellato un gran bove donato da un Comune là presso , e in certi pentoloni mandati pure da quel Comune , cuochi improvvisati cuocevano di quel bove a pezzi , e del riso . Ma quando si fu sul punto di scodellare , e tutti si sentivano già quasi nello stomaco quel ristoro , s ' accorsero di non avere né gamelle né cucchiai , e una risata generale empì l ' aria di chiasso . Però vi fu l ' ingegnoso che si prese la parte sua di riso in una foglia di fico d ' India , e allora tutti ai fichi , e nel cavo di quelle foglie coriacee un po ' di quel cibo poterono gustarlo tutti . Quanto a vino ce n ' era nel campo a botti . Seguitò la pioggia tutto il resto del giorno e anche quella notte , sicché la dimane quella gente , fradicia fino alla pelle , faceva un brutto vedere . Garibaldi guardava mesto . Egli nella notte aveva fatto levar via una specie di baldacchino che alcuni di quei suoi militi gli avevano formato sopra con dei mantelli sostenuti da pali , mentre dormiva . Ma alfine anche quel giorno venne il sole , e ognuno tornò a sentirsi bene . Intanto Garibaldi aveva meditato una mossa . Voleva piantar nella mente dei difensori di Palermo che egli avesse deliberato di assalirli da Renda per la via di Monreale , e creare in essi l ' illusione che egli potesse scendere a farsi pigliare come in una trappola su quella via . Così la sera del 20 , messo in marcia il battaglione Carini , lo fece calare nel villaggio di Pioppo , a pie ' dei monti e già sul lembo della Conca d ' oro . Ivi tenne quelle Compagnie tutta la notte . All ' alba del 21 si spinse avanti egli stesso dove erano già i Carabinieri genovesi , con le compagnie del battaglione Bixio passate anch ' esse durante la notte . Quasi subito l ' avanguardia venne alle schioppettate con gli avamposti napolitani , mentre che a sinistra , su pei fianchi dei monti , si svolgeva una loro ala , certo per aggirare la gente garibaldina , calarle addosso e metterla in rotta tra gli aranceti del piano . Quel mattino i napolitani parevano di buon umore . Ma la loro ala girante s ' abbatté nelle squadre di Rosolino Pilo , che stava a mezza costa , e dovette arrestarsi . Allora s ' impegnò lassù un fuoco vivissimo di fucileria , a cui le squadre ressero bravamente , per più di due ore , finché i borbonici furono costretti a ritirarsi . E giù nel piano le Compagnie garibaldine , menate avanti , indietro e poi ancora avanti per modo che esse stesse non ci capivano più nulla , verso il mezzodì ricevettero l ' ordine di ritirarsi . Videro Garibaldi tornar dalla fronte col suo Stato maggiore in sì gran fretta , che avrebbero potuto credere di doversi sentir dietro i compagni dell ' avanguardia fuggenti ; ma bastò loro guardar in faccia il Generale , e la breve ritirata di ritorno al Passo di Renda fu fatta con calma . Risalite lassù trovarono sul ciglio del passo i cannoni in posizione con le gole chinate verso la pianura , dove , volgendosi a guardarla , vedevano brillar non lontano le armi dei nemici distesi . Forse questi si apparecchiavano a farsi avanti . E allora pareva di capire che Garibaldi avesse mirato a tirar fuori di Palermo una parte di difensori per piombarle addosso , e se la fortuna lo secondasse , romperli , ed entrare con essi in Palermo , che sarebbe insorta . Invece seguì una gran quiete . Ma in quella quiete si sparse una notizia dolorosa . Rosolino Pilo , che su quei colli di San Martino , con le sue squadre , aveva così ben rintuzzato l ' attacco dei regii , era stato colpito al capo da una palla di rimbalzo , mentre scriveva un biglietto a Garibaldi . Ed era morto , povero prode , con in vista la sua Palermo laggiù , sospirata dall ' esilio per undici anni . Alla testa delle sue squadre rimaneva l ' amico suo Corrao , uomo di gran coraggio ma incolto e di poco prestigio ; e così con la gran figura di Pilo veniva a mancare una delle forze più vive della rivoluzione . Perciò si diffuse una gran mestizia , Garibaldi fu visto afflittissimo ; e facilmente il pensiero de ' suoi passava da Pilo a lui , che da una palla poteva essere spento da un ' ora all ' altra . E allora ? Marcia notturna Venne intanto la sera , una sera cupa che minacciava una notte di pioggia . Eppure le Compagnie furono fatte mettere sotto le armi e in marcia , di nuovo come il giorno avanti sulla via per discendere a Pioppo . Dunque Garibaldi si ostinava davvero a tentar Palermo da quella parte e con un attacco notturno ? Fosse pure ! Gli animi erano ben disposti , perché quello stare con la gran città alle viste e con le spalle mal sicure cominciava a diventar fastidioso . E marciarono . Ma là dove la via chinava , dove sul mezzodì avevano visto i cannoni in batteria , i cannoni non c ' erano più , e le Compagnie invece di scendere , si videro fatte girar a destra per entrare in un sentiero che non poteva menare se non sulle creste di certi monti , dei quali nei due giorni passati nel campo di Renda avevano potuto considerare l ' asprezza . All ' imbocco di quel sentiero , soldato per soldato ricevevano tre pani da alcuni uomini , che agli ordini del capitano Bovi , bolognese , facevano fretta ai passanti che pigliassero e andassero . Quei tre pani volevano dire tre giorni forse di marcia per le montagne . Erano dunque preziosi ; onde i più dei soldati non sapendo dove se li mettere , inastate le baionette ve li infilzavano , e tiravano via col fucile in spalla sbilanciato a quel modo , celiando . Ma come fu notte chiusa e il sentiero venne a mutarsi in sterpeto , si fecero alquanto tristi . Sennonché a un certo punto trovarono Garibaldi che tribolava a mandare avanti dei contadini , i quali curvi sotto lunghe stanghe portavano a spalle appesi a quelle i cannoni smontati , dieci o dodici per ciascun pezzo . E li esortava , e li metteva sul gioco di moversi ognuno con tutte le sue forze , li aiutava persino , e per insegnar loro come dovevano stare sotto la stanga ci si metteva egli stesso . In quel mestiere lo secondavano il Castiglia , il Rossi , il Burattini , i marinai del Lombardo e del Piemonte , già sin da Salemi formati in una piccola Compagnia . Con quell ' esempio la colonna sfilava , un uomo dietro l ' altro oramai , ché per due non c ' era più luogo . E cominciò una pioggerella che presto divenne fitta tra quelle tenebre , dando alla gente il senso di camminare nelle nubi . Ah le belle vie di Milano , di Venezia , di Genova , tutte inondate di luce , a quell ' ora ! I pani , inzuppandosi , cascavano giù dalle baionette , cascava qualche uomo a ogni passo ; tuttavia si rideva ancora , ma , per dir così , d ' un malinconico riso interiore . Metteva un po ' di sgomento il non veder più nulla , salvo dei gran fuochi indietro nel campo di Renda abbandonato , e un altro gran fuoco solitario avanti , lontano , verso il quale si accorgevano di marciare ; mentre dal fondo , sulla sinistra , salivano a intervalli i gridi d ' allerta delle sentinelle napolitane . Dalla testa della colonna veniva il nitrito d ' un cavallo , insistente , selvaggio . A un tratto s ' udirono due colpi di fuoco . Fu un fremito per tutta quella sfilata : forse l ' avanguardia s ' era imbattuta nel nemico . Ma poi non si udì più nulla . E sempre tirando avanti , passò la voce che quei colpi erano stati scaricati da Bixio nella testa del suo cavallo , per farlo smetter di nitrire ; atto proprio da Bixio che aveva voluto far quella marcia del diavolo in sella . Era vero . Andando avanti , i soldati passavano vicino a un cavallo spianato là morto fuori de ' piedi . Quando fu quasi l ' alba , le Compagnie si trovarono a calare dalle ultime falde di quei monti su d ' una grossa borgata . Pioveva ancora . Credevano d ' aver camminato lontano , e invece la Conca d ' oro era ancora lì davanti ad essi come quando stavano a Renda , solo che adesso la vedevano da oriente . Mirabile marcia ! Garibaldi che per natura si ricordava così poco delle cose fatte , ebbe ragione quando , riparlandone dopo molti anni , disse che neppure in America si era trovato a farne fare una a ' suoi , somigliante a quella del Parco . E non un uomo si era perduto ; qualche ritardatario aveva saputo serrarsi presto alla colonna ; anche i cannoni erano venuti per quelle balze . Ma in quale stato , povera gente ! Il borgo di Parco sia lodato sempre pel modo come la accolse . Non ci fu casa che non si aprisse a ristorare qualcuno , a rasciugare i panni , a rifornirne che non poteva più tener indosso i propri , ridotti in cenci , a rincalzare chi non aveva più scarpe in piede . Ma ancora più da lodarsi quel borgo , perché si prese in seno tutta quella gente , e se la tenne celata tutto quel giorno e la notte appresso , senza che nulla ne trapelasse ai borbonici , campeggianti nella Conca d ' oro . Un frate strano Cotesto giorno , uno di quei soldati fu fermato da un giovane monaco che egli avea già veduto girare pel borgo , e soffermarsi qua e là a parlare coi suoi compagni . E capì subito che era un ' anima tormentata da qualche gran cruccio . Avviato il discorso , il monaco si spiegò : avrebbe voluto gettarsi nella rivoluzione , ma qualcosa lo tratteneva . Seduti a pie ' d ' una delle tre grandi croci che sorgevano su d ' un poggio a figurarvi il Calvario ; quei due parlavano già come vecchi amici . E il garibaldino diceva al frate che se avesse voluto entrare nella sua Compagnia , vi avrebbe trovato il Comandante e gli ufficiali e molti militi siciliani tornati dall ' esilio ; e che l ' esser frate non voleva dire ; che già altri frati avevano combattuto per Garibaldi a Calatafimi e che anzi , un francescano lo seguiva già da Salemi . Il monaco rispondeva che pur ammirando Garibaldi gli pareva che quella ch ' egli combatteva non fosse la guerra di cui la Sicilia aveva bisogno . L ' unità d ' Italia e la libertà pel vero popolo siciliano erano quasi nulla . Che potevano farsene quelle plebi ancora oppresse da tutte le ingiustizie , altrove , in Piemonte , in Lombardia , levate da un secolo ? Non avevano visto essi venuti da fuori , per quel poco che avevano già corso dell ' isola , quanta era la miseria e quanta l ' abiezione di quelle plebi ? La libertà non era pane per lo stomaco e nemmeno per lo spirito ; anzi sarebbe poi per i già prepotenti un mezzo per opprimere di più . In Sicilia era necessaria una guerra che trasformasse la società e la vita , facendo guadagnare al popolo il tempo che per forza gli era stato fatto perdere . Non vedeva Garibaldi che la Sicilia era ancora quasi come doveva essere stata ai tempi delle guerre servili di venti secoli avanti ? Insomma quel monaco voleva la guerra non soltanto contro i Borboni , ma contro tutti gli oppressori grandi e piccoli , che si trovavano laggiù dappertutto . Il garibaldino cui pareva di non capir quasi come un monaco parlasse a quel modo , gli diceva che allora quella guerra ch ' egli voleva avrebbe dovuto esser fatta anche contro i frati ricchissimi , e molti . E il monaco ardente rispondeva che sì , che anche contro i frati si doveva farla , contro di essi prima che contro d ' ogni altro , ma col Vangelo in mano e con la Croce : che allora anch ' egli ci si sarebbe messo , ma che così come era fatta e per quel che era fatta , gli pareva inutile . Se Garibaldi avesse guardato bene , si sarebbe accorto che le plebi lo lasciavano solo coi suoi . Allora il garibaldino accennò alle squadre che numerose tenevano i monti qua e là . - E chi vi dice - esclamò il monaco con voce risoluta - chi vi dice che non si aspettino qualche cosa di più ? - Il discorso era stringente . Il garibaldino che non si voleva dar vinto , sentiva tuttavia che il monaco ne sapeva più di lui . Mirava quel volto illuminato da una fiamma che non era la sua di mazziniano , taceva un po ' confuso e anche alquanto impicciolito . Poi egli e il monaco si levarono di là , si abbracciarono , e questi se n ' andò . Egli discese tra i suoi con l ' animo turbato e scontento . Gli pareva d ' aver imparato molto in quel colloquio , e vagamente sentiva che l ' unità della patria non era tutto , che la libertà avrebbe scoperto molte piaghe , alle quali poi col tempo altri avrebbe dovuto pensare . E se ne ricordò e pensò a quel monaco trent ' anni dipoi , quando proprio da quella parte dell ' isola parlò più alto l ' antico dolore che quegli sin da quel tempo remoto sentiva . I borbonici all ' offensiva Tornando ai fatti allora presenti , i borbonici si erano svegliati la mattina del 25 maggio , certi di avere ancora in faccia Garibaldi su al passo di Renda , dove tutta la notte erano stati tenuti accesi dei grandi fuochi . Ma allo schiarirsi s ' accorsero che egli non era più là . Dove mai poteva essere andato ? Forse la prima supposizione fu ch ' egli si fosse ritirato indietro . Non passò loro neppur per la mente che avesse fatto quella marcia inverosimile per andarsi a porre sul loro fianco in quel nascondiglio di Parco . E non ne seppero nulla tutto quel giorno , perché la Sicilia non dava spie , non ne seppero fino al mattino appresso , quando videro coronarsi d ' armati il poggio che sorge sopra quel borgo . Certo là era lui ; quelle che si vedevano non potevano essere squadre . E deliberarono di andare a trovarlo . Il dì stesso sul vespro mossero , e parve per assalire Garibaldi in due colonne a tenaglia . Ma non era che un movimento per saggiarlo o forse per tirarselo giù nel piano . Egli aveva scelta bene la sua posizione ; piantato Bixio a mezza costa col suo battaglione , il battaglione Carini aveva schierato lungo la strada che sale per quel dosso ed entra poi tra i monti verso Piana de ' Greci . I cannoni erano in batteria . Tutto era pronto per ricevere i borbonici . Ma la loro ala sinistra si avanzò appena a tiro di fucile , e scambiò qualche colpo con alcuni ' Picciotti ' che stavano sulle più basse falde , l ' altra non si inoltrò neppur tanto . Erano dunque soltanto ricognizioni , ma volevano dire che per l ' indomani si preparava qualche cosa di grosso . E avvenne . Alla levata del sole , un gran tratto della via da Palermo a Monreale fu visto dal Campo di Garibaldi sfavillar tutto d ' armi . Pareva che i ventimila uomini del presidio fossero usciti tutti alla campagna , tanto era lunga quella traccia , la cui testa entrò nei fitti pomari e continuò a marciarvi nascosta , come s ' indovinava dall ' accorciarsi delle sue code . Garibaldi , fermo nelle sue posizioni , faceva lavorar di zappa il suo Genio e la sua Artiglieria , come se si preparasse a ricevere l ' assalto . Aveva già mandati i Carabinieri genovesi alla posta , là dove il primo incontro degli assalitori doveva naturalmente seguire , certo che contro le loro carabine il nemico si sarebbe sentito cader la baldanza . Antonio Mosto doveva pensare a reggervi quanto fosse possibile a brava gente qual era la sua , e alla fine ritirarsi la via che tutta la Colonna avrebbe pigliata , perché Garibaldi , contro ogni apparenza data da principio alle proprie intenzioni , aveva deliberato un ' altra volta la ritirata , quasi la fuga . Infatti , quando i primi colpi dei Carabinieri genovesi annunziarono che la colonna nemica attaccava , egli mise le sue Compagnie in marcia con l ' artiglieria già avviata ; passò egli stesso avanti a cavallo , disse qualche parola d ' incoraggiamento , e un po ' di gran passo e un po ' di corsa , in una stretta lunga parecchie miglia , la marcia fu gagliardamente condotta . Va ' e va ' , anche quella volta le Compagnie furono messe a una dura prova , perché quando trafelate giunsero a veder la Piana de ' Greci , e idealmente già vi si riposavano , con quel sentimento che devono avere sin gli uccelli migratori di oltremare all ' apparire della terra ; ecco le Guide a sbarrar loro la via e additare la salita a un monte . Uno sgomento ! Ma lassù era già il Generale , di lassù chiamavano con alte grida ben note i più rotti alle fatiche ; bisognava raggiungerli perché il nemico tentava di precederli alla Piana de ' Greci varcando quel monte . Chi non era addirittura spossato ubbidiva . Veramente il Comandante nemico che aveva ideato quel movimento , si era ingannato sulla possibilità d ' eseguirlo , data la mobilità delle compagnie garibaldine . Contro altra gente forse gli sarebbe riuscito . Ma esso non aveva ancor guadagnata la prima , e già Garibaldi gli appariva sulla seconda delle cime che credeva di aver tempo a varcare , avanti che i garibaldini avessero percorso la via da Parco alla Piana . Così non ci fu che uno scambio di fucilate lassù da gola a gola ; poi i borbonici se ne tornarono indietro giù pel versante verso Parco ; Garibaldi , ridisceso dalla parte sua , andò a occupare la Piana de ' Greci . Si chiama così la città degli Albanesi , adagiata in mezzo a una campagna grigia , grigia essa stessa e tetti e muri e tutto . Almeno aveva tale aspetto quel giorno , vista traverso l ' aria infiammata del mezzodì , che tremolava come una sottilissima rete di fil d ' argento , sì che uno avrebbe detto di poterla palpare solo a far quattro passi avanti . Oh che sole ! Che refrigerio sarebbe stato sdraiarsi appena giunti tra quelle case ! Ma la gente della città fuggiva . Cosa le avevano fatto credere di quei forestieri , di quel Garibaldi di cui anche i preti , i frati e le monache dicevano bene ? Sapeva quella gente che i garibaldini avevano i borbonici alle spalle , e temeva che in quella sua città volessero far fronte al nemico e aspettarlo a battaglia ? Certo non era cosa che dovesse incuorarla a stare . Il fatto è che fuggiva . Ed era proprio il 24 maggio , giorno che per costume di secoli gli Albanesi della Piana salgono al Monte delle Rose , a cantarvi con le fronti volte a oriente , verso l ' antica patria , lamentose parole nella loro antichissima lingua . O bella Morea , Da che ti lasciai non ti vidi più ! Quivi trovasi mio padre , Quivi la madre mia , Quivi i miei fratelli sepolti ho lasciati . O bella Morea , Da che ti lasciai non ti vidi più . Quella data , quell ' ascesa , quel canto ricordavano loro i dolori degli avi tre secoli e mezzo indietro , che per non soggiacere ai Turchi s ' erano rassegnati a lasciar l ' Albania , e col fior degli Epiroti condotti da Giorgio Scanderberg avevano trovato rifugio in Sicilia , portando seco loro le immagini e quanto possedevano di più caro . Fiera e costumata gente , orgogliosa della sua origine , che ne ' suoi canti serba vivo il sentimento di quattro secoli , e sogna ancora che uno del suo sangue possa , quando che sia , ricondurla nella vecchia patria lontana . Si può dire che i Garibaldini videro appena gli abitanti della città , perché , accampati fuori , stettero stanchi , inquieti e pensosi d ' altro . Sapevano che da un ' ora all ' altra il nemico che li seguiva sarebbe apparso . I Carabinieri genovesi che , sostenuto il primo assalto al Parco , s ' erano ripiegati sulla colonna , raccontavano che i borbonici erano almeno cinque mila , mercenari bavaresi la più parte , con artiglieria e cavalleria . E lamentavano di aver perduto nello scontro Carlo Mosto e Francesco Rivalta , ai quali forse quei feroci non avevano dato quartiere . Tutti dunque erano pensosi . Che cosa meditasse il Generale lo ignoravano ; se quella fosse una manovra o una vera ritirata , nessuno poteva dirlo . Garibaldi ne scrisse poi , riconoscendo egli stesso che quel giorno poteva essergli funesto , se avesse avuto da fare con un nemico più diligente . Verso sera , le Compagnie furono rimesse in marcia , e ancora quasi con aria di ritirarsi in fretta . L ' artiglieria e i pochi carri erano già stati incamminati verso Corleone , scortati da poche dozzine di quei militi , tra i quali i non ben guariti di Calatafimi . L ' Orsini comandante dell ' artiglieria aveva ricevuto l ' ordine di andare , andar sempre ; e la colonna gli si mise dietro persuasa che omai di Palermo non si sarebbe più parlato , se pure non c ' era da dubitare che tutto dovesse finire con quanto già s ' era sentito sussurrare due volte , cioè che Garibaldi avrebbe sciolta la spedizione , lasciando a ciascuno la cura di mettersi in salvo da sé . L ' ora correva triste . Ma dopo aver marciato un pezzo e fatta notte , la Colonna fu menata fuor della via Consolare a piantarsi in un bosco , dove accampò . Il luogo era selvaggio . E ordine fu dato di non parlare , di non accender fuoco neppure per fumare , di sdraiarsi ognuno nel posto ove si trovava senza più moversi per nulla . Si discusse molto per trovare se tutte le cose che Garibaldi aveva fatto nei due giorni avanti a quello , e ciò che fece nei due dipoi , siano state fasi d ' esecuzione d ' un suo concetto svolto con intenzioni ben determinate ; o se tutta una sequela di fatti , non legati tra loro da verun concetto , e venuti quasi fortuiti ora per ora , l ' abbiano condotto al resultato glorioso d ' entrar in Palermo , nel modo , per dir così , favoloso con cui v ' entrò . E così , soltanto a discuterlo , si disconobbe tutto il suo studio di quei giorni , che fu di trar da Palermo una parte del grosso presidio ; illuder questo , creandogli l ' opinione d ' aver costretto lui a rifugiarsi co ' suoi lontano ; illudere il Comando supremo della capitale , farlo sicuro ch ' egli non tornerebbe , tanto che vigilasse meno e si lasciasse sorprendere . Certo nell ' esecuzione di quel suo disegno vi furono dei momenti ne ' quali poté parere il disegno stesso non fosse ben fermo , né Garibaldi lo contesterebbe . Ma poi , che contestare quando si sa come egli pensava e sentiva ? La guerra non la faceva per gusto , e non era per lui né scienza né arte . Si trovava al mondo in queste nostre età , in cui essa è ancora uno dei mezzi per far trionfar la giustizia , e la faceva senza cercarvi né gloria né altro . Anzi ne dimenticava i fatti appena li aveva compiuti . Non è forse vero che quando , per esempio , scrisse di Calatafimi , che pur egli stimava uno de ' suoi più bei fatti d ' armi , ne scrisse quasi come uno che non vi fosse stato presente , e non avesse mai visto neppure quel campo ? Nei tempi che verranno , tale noncuranza sarà forse il titolo più alto per la sua gloria di generale , cui nessuno preparava i mezzi di guerra , che tutto doveva improvvisare ed eseguire , solo con l ' aiuto d ' uomini devoti a lui come a un ' idea ; e col sentimento del bene , e con la fede in qualche cosa di superiore da cui si credeva assistito , andava avanti vincitore sempre , almeno moralmente anche quando era vinto . In quel bosco , la forza misteriosa superiore da cui gli pareva d ' essere assistito , gli si rivelò nello splendore d ' Arturo , la bella stella che egli sin da giovane marinaio aveva scelta per sua . Lo udirono i suoi intimi rassicurarsi in quello splendore . Ciò almeno fu detto e creduto per tutto il campo , dove sottovoce si diceva che il Generale era lieto perché Arturo appariva fulgido più che mai . E se era n ' aveva cagione . In quella notte , poco distante dal bosco , per la via consolare di Corleone , il nemico marciava sicuro di andare dietro di lui rotto e in fuga , e mandava a Palermo la notizia , e la notizia andava a Napoli , e Napoli diceva al mondo un ' altra bugia così : " Le regie truppe riportarono una segnalata vittoria . Garibaldi battuto una seconda volta al Parco , perduto un cannone e sconfitto a Piana de ' Greci , fuggiva inseguito dalla milizia verso Corleone . Gravi dissensi tra i ribelli . " Invece quelle milizie non avevano battuto nessuno , non preso cannoni , né inseguivano lui ma la sua artiglieria , di cui in quella manovra aveva saputo disfarsi ; e lui si lasciava alle spalle coi suoi , più d ' accordo che mai coi ribelli siciliani , e prossimi a far con essi la congiunzione . Infatti all ' alba , egli salì da quel bosco a Marineo , e vi si trattenne fino alla sera ; poi marciò a Missilmeri , dove , come gli annunziava un messaggio del generale La Masa , lo aspettavano quattromila isolani che questi aveva raccolti per lui . Certo la posizione in cui Garibaldi s ' era posto con quella mossa era pericolosissima . Bastava che una spia ne avvisasse il Comandante della colonna nemica da lui così ben elusa , perché essa tornasse indietro a schiacciarlo sotto Palermo . Tanto era ciò facile , che nella marcia di notte , da Marineo a Missilmeri , in un momento di sosta fu quasi da tutti creduto di averla addosso . E allora ? Il senso della lor condizione era in tutti profondo . Ma non fu nulla . Ben presto , ripresa la marcia , apparve non lontano una gran luminaria . Era Missilmeri che li invitava . Vi giunsero verso la mezzanotte e vi si posarono . Quanto erano tornati vicini a Palermo ? La gente di Missilmeri diceva loro che dopo una piccola marcia , subito salito il monte a ridosso del paese , l ' avrebbero veduta . E la rividero il giorno appresso , da quel monte di Gibilrossa . Di lassù guardando a sinistra potevano anche scoprire quasi tutte le terre che avevano percorse . Oltre certi monti lontani doveva trovarsi Calatafimi . Come vi stavano i cari feriti gravi , dei quali non avevano più risaputo nulla ? E quanti vi erano morti ? Gibilrossa Su quella sorta d ' altopiano , se si può chiamar così la cima di Gibilrossa , formicolava il campo dei ' Picciotti ' di La Masa , che vi facevano un sussurro come nelle selve il vento . Erano forse quattromila , ma pochi gli armati almeno di fucili da caccia . Tuttavia davano da sperare che , avventati a tempo opportuno , anche gli armati soltanto di picche avrebbero fatto da bravi . Aveva detto Garibaldi che ogni arma era buona , purché impugnata da un valoroso . I continentali si frammischiavano a quelle squadre , a farsi descrivere nelle belle e immaginose parlate sicule le parti dell ' isola da cui erano venuti . E osservavano che anche i più rozzi di quei ' Picciotti ' avevano pensieri e sentimenti elevati , e che riusciva loro d ' esprimerli quasi con eloquenza . Ispidi all ' aspetto , erano squisiti dentro come certi frutti maturati ai loro lunghi soli . Ma anche pareva che alcuni di essi parlassero dialetti che sapevano di lombardo e di monferrino ! E di ciò si maravigliavano appunto i lombardi , tra i quali Telesforo Cattoni del Mantovano , angelico giovane a ventun ' anni già dottore in legge e studioso di lettere , cui l ' ingegno lampeggiava negli occhi . Ma Domenico Maura calabrese , dottissimo uomo sulla cinquantina , che sempre tra quei giovani parlava di Dante , diceva che se la fortuna avesse secondato Garibaldi , essi avrebbero poi trovato da maravigliarsi anche in Calabria , sentendo in certi villaggi parlar piemontese dai discendenti dei Valdesi scampati dalle persecuzioni . Quelli che lì in Sicilia avevano del lombardo e del monferrino , erano discendenti d ' avventurieri e di favoriti tirati nell ' isola dal gran Conte Ruggero , quando vi condusse sposa Adelaide di Monferrato . Dietro quella gentildonna uscita dal paese più cavalleresco d ' Italia , erano corsi a frotte nell ' isola gentiluomini d ' ogni grado , e Ruggero aveva dato loro da abitare certi luoghi , che per il numero grande di quegli ospiti furono poi chiamati villaggi lombardi . E coloro vi si erano misti e fusi coi nativi , greci , arabi e normanni , pur conservando le loro consuetudini e i loro dialetti . Aidone , Piazza , Nicosia , altre cittadette erano di quei luoghi . Nel pomeriggio di quel giorno , apparvero lassù alcuni uomini di mare in calzoni bianchi , e si disse subito che erano ufficiali delle navi inglesi ancorate nel porto di Palermo , saliti per vaghezza a visitare quell ' accampamento . Sapevano essi che v ' avrebbero trovato Garibaldi ? E se lo sapevano , poteva ignorarlo il Comandante generale borbonico di Palermo ? Ciò dava dell ' inquietudine . Essi intanto recavano che nella gran città tutti erano persuasi della fuga di Garibaldi , che anzi questo si leggeva stampato sulle cantonate , che l ' ufficialità del presidio esultava , ma che n ' era addolorato e sgomento il popolo , cui la sbirraglia raddoppiava gli insulti . Diedero per primi anche la notizia che il governo di Napoli aveva chiamato ' filibustieri ' Garibaldi e i suoi appena partiti da Quarto , denunciandoli al mondo come pirati ; e il nome di ' filibustieri ' fu subito preso per titolo di vanto da quei giovani , come da altri in altri tempi altri nomi vituperosi . Aggirandosi nell ' accampamento , quegli Inglesi si dilettavano di schizzare i profili dei più pittoreschi tra quei Garibaldini ; si facevano scrivere nei loro taccuini i nomi di questo e di quello , davano delle strette di mano che parevano strappi ; insomma sembravano in festa , e si facevano promettere una visita sulle loro navi . Ma i politici , e tra quei militi ve n ' erano molti , mormoravano . Ah gli Inglesi ? Sempre dove avevano toccato avevano lasciato l ' ipoteca o fatto mercato . Berchet li aveva ben giudicati ne ' suoi ' Profughi di Praga ' ! Essi forse agognavano che in Sicilia si versasse tanto sangue che non fosse più possibile nessuna pace coi Napolitani : e poi d ' accordo con Napoleone si sarebbero presa l ' isola , lasciando libero lui di farsi dar la Sardegna da Vittorio Emanuele , e questo di dargliela . Napoli con le sue provincie continentali sarebbe rimasto ai Borboni . E così salvi questi , salvato al Papa il resto del regno , l ' Austria si sarebbe baciate le mani di veder questi contenti e di tenersi il Veneto ; la Russia contentissima , avrebbe applaudito ; e l ' unità d ' Italia , addio ! Queste cose si dicevano a Gibilrossa dai mazziniani specialmente ; e di quelli che le ascoltavano chi le credeva già quasi belle fatte ; chi ci si arrabbiava a discuterle , a negarle , e chi crollava le spalle , ridendo . A buon conto , se era vero qualcosa d ' altro che già si sussurrava , quegli Inglesi avevano portato a Garibaldi i piani delle fortificazioni di Palermo e dei posti occupati dal nemico alle porte . Questo era bene sapere , perché il tempo incalzava , si avvicinava qualche grand ' ora , e con quella tal colonna andata dietro all ' Orsini e che poteva da un ' ora all ' altra apparire alle spalle , bisognava far presto . * Potevano essere le sedici all ' italiana antica , come si contavano le ore laggiù , quando si sentì dire che Garibaldi aveva chiamati a sé tutti i suoi maggiori ufficiali e i Comandanti di tutte le Compagnie . Grande commozione , grande attesa . Il campo pareva stare tutto in ascolto . Si seppe poi subito che in quel consiglio Garibaldi aveva fatti due casi : o ritirarsi a Castrogiovanni e là in luogo forte attendere che la rivoluzione ingagliardisse e giungessero dal continente altre spedizioni ; oppure gettarsi su Palermo . Si diceva che tutti i Comandanti avevano gridato con entusiasmo : " A Palermo ! " e che anzi Bixio aveva soggiunto : " o all ' inferno ! " Allora corse per tutta quella gente un tal fremito , che parve s ' animassero fin le rocce . La gran risoluzione era presa : presa in quel punto di Gibilrossa dove fu fatto poi sorgere l ' obelisco di marmo che vi si vede biancheggiare dal mare e dai monti , a ricordanza di quell ' ora suprema . Lassù fu anche stabilito l ' ordine della marcia ; impegno delicatissimo , in cui Garibaldi seppe usare tatto squisito . Egli aveva deliberato di tentare l ' assalto di Palermo dalla Porta Termini , piombando improvviso , all ' arma bianca , sulla guardia quale e quanta essa fosse . Ma in ciò non poteva adoperare le squadre del La Masa , neppure quelle armate di fucile , perché non avevano baionetta . Eppure non gli pareva né prudente né giusto , privar affatto i Siciliani di quel grande onore di andar primi o almeno coi primi , alla presa della loro capitale . Perciò risolse di far marciare alla testa un mezzo centinaio di Cacciatori delle Alpi condotti dal Tukory , i quali dovevano cadere come ombre addosso alla vedetta nemica . La avrebbero trovata oltre certe case , a pie ' di un altissimo pioppo . Bisognava impedire come che fosse che quel povero ignoto soldato desse l ' allarme alla guardia del Ponte dell ' Ammiraglio ; sorte strana di un semplicissimo uomo , dalla cui piccola vita poteva dipendere tutto un mondo di cose grandi . Dietro quel drappello doveva marciare un mezzo migliaio di ' Picciotti ' , poi i Carabinieri genovesi e appresso tutte le Compagnie dei Cacciatori delle Alpi . Ultimo in coda , avrebbe seguito il grande stormo . Disposte così le cose , tutti quei corpi furono condotti a pigliar il posto loro assegnato , nei pressi del Convento che sorge lassù , per aspettarvi che imbrunisse . I Cacciatori delle Alpi abbandonavano così quei luoghi , dove avevano passato una delle loro giornate più tormentose , sotto un sole feroce , senz ' altro riparo che di poveri fichi d ' India . E in tutta quella giornata non avevano ricevuto che ognuno un pane e una fetta di carne cruda , che avevano mangiato chi rosolandosela al fuoco sulla punta della baionetta , chi scaldandosela sulle rocce arse dal sole , chi tale e quale . Non erano mesti né lieti , si incamminavano forse alla morte . Ma se avessero avuto fortuna , se fosse loro riuscito di penetrar nella gran Palermo , e farvi levar su tutto il popolo come un mare , e pigliarsela , che grido di gloria per tutta l ' Italia , che gioia poi poter dire : io v ' era ! A ogni modo , meglio quel cimento supremo , meglio che star dell ' altro in quelle incertezze , per finire alla meno peggio e tornare se forse e chi sa come , nell ' Alta Italia mortificati . Intanto che veniva la notte , furono fatte dai Comandanti raccomandazioni amichevoli . Marciare in silenzio ; non badare a rumore che potesse venire da qualsifosse parte ; non si lasciassero impaurire dalla cavalleria , se mai , come era da prevedersi , ne fosse capitata sui fianchi della colonna . Contro di essa bastava formare i gruppi , giovandosi degli accidenti del terreno , e tirare ai cavalli . Del resto , la fortuna di Garibaldi avrebbe sempre aiutato , e all ' alba sarebbero stati in Palermo . Con certa esaltazione qualcuno ripeteva che Bixio aveva già detto : " A Palermo o all 'inferno." La calata a Palermo Appena fu buio , la colonna si mise in marcia e cominciò subito la discesa . Allora , di là , fu veduto il vastissimo semicerchio di monti , che serra la Conca d ' oro , coronarsi di fuochi , come se dappertutto vi fossero dei piccoli accampamenti . Se si volesse così avvisare il popolo di Palermo perché si preparasse , o confondere i borbonici non si sapeva . Ma intanto quei fuochi empivano di una forza misteriosa l ' anima della colonna in marcia , fino a crear l ' illusione che da tutti quei punti movessero su Palermo tante altre colonne di insorti , per assalirla da tutte le porte , e trovarvisi dentro insieme con Garibaldi , il giorno seguente , a celebrar la festa dello Spirito Santo . Era proprio la vigilia della Pentecoste . L ' anno avanti , il 27 maggio , Garibaldi aveva vinto gli Austriaci in Lombardia a San Fermo ; il 27 maggio del 1849 aveva messo piede sul territorio del Regno a Ceperano , dietro il Borbone fugato da lui , generale della Repubblica romana : anche una terza volta quel giorno poteva segnargli forse una bella data . * L ' ampia strada , che oggi sale per agevoli giravolte a Gibilrossa , allora non esisteva . Non era che un sentieruccio giù pel ripidissimo pendio , dove bisognava camminare con l ' olio santo in mano , sull ' orlo d ' un borro tutto balzi e sfasciume . Eppure , per quella traccia calò senza disgrazie tutto quel mondo , anche Garibaldi che andava su d ' un cavallo molto tranquillo , che finì poi nelle mani di Alberto Mario , cui fu donato . Perduto alquanto tempo a riordinarsi giù a piè del monte , la colonna si rimise in marcia lenta e silenziosa . Ululavano per la campagna a sinistra i cani da lontanissimo ; da destra muggiva il mare ; non era molto buio ; faceva quasi freddo , per la gran guazza . Nel piano , la via correva fiancheggiata da muriccioli a secco tra oliveti , e a tratti fra case mute e tetre . Da una di quelle case là attorno , veniva un tintinno di pianoforte , che ora si udiva ora no , e dava una di quelle malinconie che son fatte di dolore , d ' amore , di speranza , di desideri , d ' un po ' di tutto ciò che è gentile in noi . Chi mai sonava in quell ' ora tanto tranquilla , mentre stava per cominciare la musica della morte ? E pareva che fosse ancora molto lontano il gran punto , il gran momento , e che l ' alba volesse venire più presto del solito , troppo presto . Perciò fu fatto incalzare il passo , ma sempre più raccomandando il silenzio . Poi la colonna sboccò nella via Consolare . Allora le compagnie dei Cacciatori delle Alpi si misero per quattro , serrando così più sotto , con l ' ordine di tirar avanti senza badare a chi si arrestasse , e di stringersi ai muri degli orti . I cuori battevano già . Ma ad un tratto li schiantò addirittura un uragano di grida e di fucilate scoppiato alla testa , perché a un certo punto che si chiama Molino della Scafa , i ' Picciotti ' , credendo forse d ' essere già alle prime case di Palermo , si misero ad urlare . E molti di essi , presi chi sa per qual cosa dal panico , si arrestarono , si scomposero , si rovesciarono sui Carabinieri genovesi , cagionando il rigurgito di tutta la colonna . Accorse Bixio inviperito contro il La Masa ; accorse Garibaldi che richiamò lui alla calma ; e volto ai Carabinieri genovesi gridò : " Colonne di bronzo , le spalle anche voi ? " All ' immeritato rimprovero , il Mosto rispose mesto , ma fermo : " Noi siamo al nostro posto , e abbiamo aperte le righe per non esser travolti . " Garibaldi sapeva bene cosa erano quei prodi ; e del resto tutto ciò fu un lampo , perché pigliata subito la corsa avanti , una corsa impetuosa , serrata , gridata ; il meglio della Colonna fu di lancio sotto il fuoco dei Cacciatori borbonici , che difendevano il Ponte dell ' Ammiraglio . In quella prima luce apparvero il profilo a schiena d ' asino e i dieci o dodici pilastri interrati del ponte , brulicanti d ' uomini e d ' armi nel fumo , visione da sogno , ma incancellabile anche per chi non sapeva che quel ponte normanno aveva ben più di sette secoli sulle sue pietre . Così adunque la sorpresa tanto ben preparata era venuta in parte a mancare . Ma quei Cacciatori che avevano dormito intorno al Ponte , con l ' animo sicuro che Garibaldi era in fuga lontano ; a un assalto così violento , presi alla baionetta , non ressero a lungo , e si ritirarono fuggendo da disperati , tanto che invece d ' andar a piantarsi dietro a una loro gran barricata oltre il crocicchio di Porta Termini , come avrebbero dovuto , giunti appena al crocicchio stesso , svoltarono a Sant ' Antonino , per sottrarsi a quei dannati Garibaldini che giungevano di notte a quel modo . Questi inseguivano . E infilavano la via del sobborgo sotto il fuoco d ' un altro battaglione schierato sulle mura a sinistra ; si arrestavano al crocicchio , e subito si mettevano a sbarrarsi la via alle spalle . Di lì minacciava la cavalleria che moveva dalla chiesetta di San Giovanni Decollato . Ma Faustino Tanara da Parma , con un plotone della sua Compagnia , e il sacerdote siciliano Antonio Rotolo , con una grossa squadra di ' Picciotti ' , tennero quella cavalleria in rispetto . Ora , a passar quel crocicchio faceva caldo . Dal mare lo spazzava la mitraglia delle fregate , vi grandinavano le palle da Sant ' Antonino . Ma bisognava passarlo , che se no , chi sa quanta forza di nemici poteva tornarvi , appena si fossero rimessi dal primo sgomento . E vi era già Garibaldi col suo Stato Maggiore . Raggiava . Forse non sapeva ancora che tra il Ponte dell ' Ammiraglio e quel crocicchio , in sì breve tratto , erano caduti Tukory , Benedetto ed Enrico Cairoli feriti gravemente . Ben vedeva Bixio tempestar a cavallo su e giù ferito anch ' egli , rimproverando , ingiuriando quasi perché non s ' era già presa tutta la città , e sfogando la sua furia contro di uno che aveva osato dirgli che si guardasse che sanguinava dal petto . Egli s ' era già levato da sé il proiettile . E molti in quel breve tratto erano i morti . Giaceva sul Ponte il dottor La Russa di Monte Erice ; giaceva presso il ponte Stanislao Lamensa . La morte lo aveva fermato lì , senza misericordia per i suoi dieci anni di ergastolo , né per i suoi figliuoli che lo aspettavano in Calabria dal 1849 . Sotto il Ponte , fra parecchi altri amici e nemici , giaceva Giovanni Garibaldi , popolano genovese , morto di fuoco e di ferro . Placido Fabris da Povegliano , giovane tanto bello che i compagni d ' Università lo chiamavano Febo , giaceva per morto con tutta traverso al petto la daga - baionetta d ' un cacciatore ucciso da altri , mentre vibrava a lui il colpo mortale . E non morì . Doveva , guarito , ricomparire quasi un risorto , per andarsi a far ferire anche dagli Austriaci a Bezzecca sei anni dopo . Bellissimi tipi di siciliani giacevano feriti . Inserillo , Caccioppo , Di Benedetto , gente che continuò a dare il proprio sangue fino a Mentana . Narciso Cozzo , il bello e biondo patrizio palermitano che , uscito tre giorni avanti a raggiunger Garibaldi , si era unito , nell ' accampamento del Parco , alla 6° Compagnia ; camminava tra quei feriti , quei morti e quella calca , quasi andasse invulnerabile ammirando . Pareva un Normanno di settecent ' anni addietro , tornato a guardare come dai moderni si combattesse . A lui la morte diè tempo e spazio fino al Volturno , e il 1° ottobre , nella gran battaglia garibaldina , là se lo colse . Bisognava dunque passar oltre quel crocicchio infernale , e a un cenno di Garibaldi il passo terribile fu traversato , fu invasa alla corsa la via per la Fiera Vecchia . Piazza della Fiera Vecchia ! Lì all ' alba del 12 gennaio 1848 , quel La Masa che ora conduceva i ' Picciotti ' aveva lanciato il suo grido di guerra quasi da solo , a piè di quella statua di Palermo che ora non v ' era più , perché la polizia l ' aveva fatta levare . Ma era la piazza della Fiera Vecchia davvero quel largo ? Non ci si vedeva nessuno , precisamente come nel 1848 . Garibaldi quasi impallidì . Un cittadino , di tra i due battenti d ' un uscio socchiuso , gli gridò : " Evviva ! " Qualche finestra si aperse , qualche testa si sporse , ma gente non ne compariva né con armi né senza . Fu un istante da tragedia . Ma appunto per questo avanti ! Garibaldi col suo Stato maggiore , preceduto dai più ardenti , seguito dall ' onda de ' suoi si inoltrò per quelle vie deserte fino a piazza Bologni . Ivi smontò , e nell ' atrio del palazzo che dà il nome alla piazza , si assise . Proprio si assise ! Ora la sua tranquillità faceva quasi paura . Giungevano intanto i suoi da tutte le parti con notizie diverse , confuse , assurde : giungeva Bixio a piedi con in pugno la spada spezzata a mezzo , furibondo , terribile . Veniva a pigliarsi venti uomini di buona volontà , per andare a farsi uccidere con loro a Palazzo reale . " Tanto , - gridava - tra due ore siamo tutti morti ! " E già si avviava , già voltava l ' angolo di via Toledo , quando Garibaldi lo fece chiamar indietro . Garibaldi in quel momento era quasi giulivo . Aveva riso d ' un colpo che sfuggitogli da una delle sue pistole , gli aveva sforacchiato il lembo dei calzoni sopra il malleolo , dove fu poi ferito due anni appresso in Aspromonte : aveva confortato due giovani prigionieri napolitani ; aveva baciato nel nome di Benedetto Cairoli qualcuno della 7° Compagnia , e baciandolo gli aveva detto che intendeva di baciare in lui tutti i presenti . Giulivo era anche perché cominciavano a comparire dei cittadini ansanti , trasecolati . Dunque era vero , era entrato , era Lui ? E guardavano quei capelli ancora così biondi , quella barba , quel torso erculeo nella camicia rossa , quelle gambe un po ' esili e quei piccoli piedi da gentiluomo . Adoravano . Era lui e non avevano creduto ! Il romore della fucileria di Porta Termini , l ' avevano preso per uno dei tranelli della polizia , che già parecchie volte aveva sull ' alba fatto sparare qua e là ; e sempre chi era stato pronto a scendere , credendo di gettarsi nella rivoluzione , era invece caduto in mano dei birri . Così raccontavano quei cittadini . Dunque , se la città non era subito insorta , nulla di male , purché si facesse , purché non si lasciasse tempo ai nemici di riaversi : barricate ! barricate ! Non si sentì più gridar altro che barricate . Garibaldi diede l ' ordine all ' Acerbi , mantovano , di mettersi a quel lavoro , e gli designò compagno il palermitano duca della Verdura ; formò un comitato provvisorio per il governo della città presieduto dal dottor Gaetano La Loggia : ma veramente il governo era lui . E le campane cominciarono a martello , perché la polizia aveva fatto levar via il battaglio da tutte . Prima suonò quella di San Giuseppe , poi un ' altra , poi altre e altre ; tutta la città si svegliava : Santa Rosalia ! Santo Spirito ! Che c ' era mai ? Garibaldi ? Garibaldi era venuto dentro in quel giorno di festa religiosa , certo lo aveva voluto Iddio . E nessuno , forse nessuno , pensò che quell ' uomo con sì poca gente era entrato a tirar su la città , su di sé , sui suoi , lo sterminio . Tra quei cittadini vi erano fin dei preti . Quello alto , maestoso , con la gran testa già grigia , era l ' abate Ugdulena ; e quell ' altro smilzo , pallido , vibrante , era prete Di Stefano . E giunsero degli uomini in divisa che parevano di cavalleria , giubba rossa , calzoni azzurri . Disertori forse ? Al portamento no ; e poi non avevano armi . Donzelli del comune erano , che venivano dal Palazzo pretorio . Dunque la magistratura cittadina , il Pretore , i Decurioni erano già in moto ? No . Essi erano borbonici quasi tutti , e quasi tutta l ' aristocrazia borbonica se n ' era fuggita a Napoli , o ritirata sulle navi in rada , stava al sicuro . Ma insomma quelli erano i Donzelli del Palazzo . Sui bottoni dorati delle loro divise , si leggeva la sigla : S.P.Q.P. ' Senatus populusque palermitanus ' . Ma Giuseppe Giusta , artigiano , lingua di fuoco , lesse subito a modo suo : " Sono Pochi Quanto Prodi . " Il frizzo non destò allegria perché quello non era momento da celie ; anzi , qualcuno disse che Giusta celiava per farsi dar giù , forse , un po ' di paura . Ah la paura ! Strana affezione . V ' erano lì dei giovani che nella notte , durante la marcia , avevano forse tremato ; e adesso si sarebbero messi da soli a qualsifosse cimento . Perché adesso era davvero aperta la via a tutte le prove , e la città s ' avviava a divenir tutta un campo . Verso Sant ' Antonino si combatteva ; da porta Macqueda , i cannoni del generale Cataldo tiravano lungo la gran via ; quelli del generale in capo Lanza , da Palazzo reale , spazzavano tutta Toledo . Non pareva vero che il forte di Castellamare tacesse ancora . Si sapeva già che ivi comandava il Colonnello d ' artiglieria Briganti ; si seppe poi che un suo figliuolo capitano era stato ai mortai , aspettando l ' ordine di cominciar il fuoco , e che rapito dalla voglia di mandar la prima bomba sulla città ribelle , aveva già mormorato contro suo padre , minacciando persino d ' andar egli stesso a scuoterlo . Ma verso le sette l ' ordine gli fu mandato , e allora si udì un gran tonfo a Castellamare , e su nell ' aria un gran rombo . La prima bomba piombò . Cominciava quel bombardamento , che con terribili pause di cinque minuti tra bomba e bomba , doveva durare tre giorni e farne piovere sulla città ben mille e trecento . E subito scoppiarono qua e là degli incendi . A mezzogiorno in punto si misero poi a tirare anche le navi . Intanto Garibaldi era passato col suo Quartier generale nel Palazzo pretorio . Là , con un suo decreto da Dittatore , sciolse il Municipio , per nominare , come fece il dì appresso , un nuovo Pretore e nuovi Senatori . Ora la città , anzi la Sicilia era lui . Da quel centro si diramavano i suoi ordini alle piccole colonne che si erano spinte in tutti i versi alla periferia della città . Erano gruppi di Cacciatori delle Alpi , cui si univano fidenti e volenterosi i ' Picciotti ' entrati il mattino , e via via cittadini d ' ogni ceto usciti di casa con armi o senza . E dove avveniva uno scontro coi borbonici , i disarmati aspettavano bramosi che qualcuno cadesse , ne prendevano l ' arma , le cartucce , il posto , e combattevano esultanti . Un grosso nerbo della 8° Compagnia avanzò per vie traverse , verso Palazzo reale fino alla gran Guardia , e di lì fugò il generale Landi , quel povero vecchio Landi , già battuto a Calatafimi . Un po ' della 6° con parte della 7° e alcuni Carabinieri genovesi , andavano per pigliare il convento dei Benedettini ; la 5° si spingeva verso porta Macqueda , fino a Villa Filippina . Ma dir Compagnie non è preciso . Queste si erano frante e si frangevano ognor più in manipoli , e ogni manipolo seguiva il più stimato fra quelli che lo componevano , o chi si mostrava più ricco di partiti . Così dei vecchi ubbidivano a dei giovinetti ; uomini in divisa d ' ufficiali si lasciavano consigliare da studenti che non avevano mai visto una caserma ; qualcuno come Vigo Pellizzari che , caduto Benedetto Cairoli , era divenuto il Comandante della 7° , rivelava qualità di vero uomo di guerra ; Giuseppe Dezza della 1° suppliva da bravissimo il Bixio , che , non potendo più reggere dal molto sangue perduto , era stato costretto da Garibaldi a ritirarsi in casa Ugdulena , e aveva ubbidito mordendosi per ira le mani . * I borbonici avevano lasciato passare il momento buono ad invadere la città , come avrebbero potuto . Quattro o cinque ufficiali audaci che si fossero mossi ciascuno alla testa d ' un mezzo battaglione , e avessero marciato verso il centro tutti a un tempo , pur seminando di morti e di feriti la via , bastavano a schiacciar tutti . Ma forse nessuno aveva osato cimentarvisi , per paura di entrare a farsi seppellire sotto un po ' di tutto , da tutte le case , mobili , pietre , olio ardente . Adesso , dopo quattro ore dall ' entrata di Garibaldi , sarebbe già stato difficile riuscire , anche se i borbonici ci si fossero provati ; e già si vedeva che prima di sera sarebbe divenuto addirittura impossibile . Poiché nelle vie sorgevano come per incanto barricate per tutto . Dagli usci venivano fuori carri , carrozze , botti ; dalle finestre piovevano mobili , materasse , fin pianoforti . E tutto era subito raccolto , ammontato , serrato insieme . Poi a forza di picconi e di leve si spiantavano li lastre delle vie ; e queste sì , queste servivano bene ! Parevano fatte apposta . E con esse , visto o non visto , venivano alzate su delle vere mura , una barricata a dieci metri dall ' altra ; fin troppe , come disse poi Garibaldi . Vi lavoravano e uomini e donne e fanciulli , che si rissavano tra loro facendo a chi ubbidisse meglio , se dai panni , dai capelli , dall ' accento , riconoscevano un garibaldino in chi comandava . Le popolane poi parevano furie . " Signuri , nui riciano ca di li nostri trizzi un ' avianu a fari ghiumazzo pi li so mugghieri ! Scillirati , infami ! " E davano dentro da disperate a portar pietre e sacchi di terra . Il Comitato delle barricate , composto di cittadini esperti ancora del 1848 , presedeva a quel lavoro che metteva sossopra il lastrico di ogni via . E già si vedevano uomini sugli orli dei tetti ad ammonticchiarvi tegole , uomini sui balconi a preparar mobili da buttar giù , se mai le milizie borboniche si fossero avventurate . Ma quelle milizie non si muovevano all ' offensiva . Anzi , verso le sedici , come si diceva là all ' uso antico d ' Italia , il general Cataldo che occupava i pressi di Porta Macqueda , i Quattro venti e il Giardino inglese , assalito dalla città , tormentato alle spalle dai ' Picciotti ' , si ritirava al Palazzo reale ; e al Palazzo reale si ripiegava il generale Letizia , scacciato dal rione Ballerò . Sicché al Palazzo e nella piazza e negli orti intorno , si trovavano da dodicimila soldati , sotto il generale Ferdinando Lanza , alter ego del Re , uomo di 72 anni che aveva a lato Maniscalco , il fiero capo della polizia . E allora le carceri non più custodite si apersero , e ne sbucarono duemila condannati , orribile ingombro gettato tra i piedi alla rivoluzione , perché potevano solo disonorarla . Ma Garibaldi provvide . Vietò d ' andar armati senza dipendere da un capo ; vietò di perseguitar i birri sperduti ; decretò pena di morte al furto , al saccheggio : fece tremare e fu ubbidito . Lavoravano intanto i mortai di Castellamare , che nel pomeriggio di quella prima giornata presero specialmente di mira il Palazzo pretorio , sul quale misuravano l ' arcata delle loro bombe . I nemici , non da palermitani , ma da qualche birro vagante , dovevano aver saputo che in quel palazzo si era messo Garibaldi , e perciò cercavano di seppellirvelo sotto col suo Stato maggiore ! Non vi riuscivano ; ma le loro bombe , cadendo nelle vicinanze , facevano delle grandi rovine . * A notte , quel fuoco da Castellamare cessò , e cessò anche quello della fucileria quasi per tutto . Ma la veglia fu viva , incessante . Le finestre delle case cominciarono a illuminarsi , per le vie ci si vedeva quasi come di giorno . Ed era un andirivieni dalle parti della città al Palazzo pretorio e di lì alle parti ; sicché pareva che i combattenti si dessero il cambio nei posti che occupavano , solo per andar un po ' dal Generale , e rifare nella vista di lui le speranze e le forze . Egli aveva fatto mettere una materassa sulla gradinata della fontana di Piazza Pretoria , rimpetto al gran portone del Palazzo , e là , a pie ' di una di quelle alte statue che la adornano , riceveva notizie , dava ordini , riposava , Giovanni Basso da Nizza , suo segretario e compagno sugli oceani , Giovanni Froscianti da Collescipoli antico frate , Pietro Stagnetti da Orvieto , veterani della Repubblica romana , gli facevano guardia : dall ' altra parte della piazza , nelle scuderie di palazzo Serradifalco , stavano sellati i cavalli delle Guide . E sul portone di quel palazzo si vedeva Giovanni Damiani , vigile come un ' aquila , pronto a qualche partito supremo di Garibaldi , se forse fosse venuta l ' ora della disperazione . Di quelli che andavano e tornavano , taluni si sentivano chiamar dentro dagli usci di qualche casa o palazzo socchiusi . E là nei cortili , sotto i porticati , giù nei sotterranei , trovavano donne , uomini , fanciulli , signori e servi ; e questi a gara se li pigliavano in mezzo curiosi , e li tempestavano di domande : e di dove erano , e come si chiamavano , e se avevano madri , sorelle . E stringendo loro le mani , tastavano se queste erano fini ; maravigliavano a udirli parlare da gentili uomini . Li ristoravano di cibi e di vini squisiti ; empivano loro le tasche di biancherie ; mostravano le coccarde tricolori , triangolari come l ' isola ; li baciavano , li pregavano di farsi portar da loro se mai cadessero feriti . E le donne esaltate congiungevano le mani come in chiesa ; e le fanciulle sorridevano estatiche nei grandi occhi lucenti ; e poi a veder coloro andarsene , piangevano come sorelle amorose . Nei posti in faccia al nemico , quelli che vegliavano , ricevevano le notizie delle cose avvenute altrove . Ai Benedettini , Giuseppe Gnecco , carabiniere genovese , si era lanciato alla gola di un ufficiale borbonico e lo aveva tratto via seco prigioniero . Là e là , i tali della tale Compagnia o della tal ' altra , avevano formato barricate mobili con botti rinvolte in materasse , e spingendole avanti a forza di spalle sotto il fuoco dei borbonici , erano giunti fino alle case occupate da questi , e balzati dentro , fulminei avevano preso le case e i difensori . Metteva una certa sicurezza negli animi sapere che ormai tutta la parte bassa della città era in mano degli insorti , salvo il palazzo delle Finanze in piazza Marina , che era ben tenuto d ' occhio perché i borbonici non potessero portar via il tesoro . Anche la caserma di Sant ' Antonio era stata presa , e molti vi si erano riforniti di bellissime armi . Là Andrea Fasciolo , Carabiniere genovese , aveva dato tutto il giorno lo spettacolo d ' un coraggio che i suoi compagni , per dire quanto era , chiamavano coraggio sfacciato . Cominciava a disertare qualche ufficiale borbonico : al Palazzo pretorio era giunto il tenente Achille De Martini , comandante dei cannoni a Calatafimi , e si era dato anima e corpo a Garibaldi . Intanto seguitavano a entrar in città da porta Termini e ' Picciotti ' e ' Picciotti ' ; da porta Macqueda era entrato Giovanni Carrao , con la squadra che era stata di Rosolino Pilo . E la notte passava . * Ma i mortai di Castellamare suonarono presto la diana del 28 , e presto ricominciò il fuoco dappertutto . Dappertutto la rivoluzione vinceva . Ma dolorose perdite si fecero fin dalle prime ore di quel secondo giorno . Enrico Richiedei da Salò ed Enrico Uziel da Venezia , furono uccisi da una palla di cannone che li compì tutti e due al capo , lasciandoli morti sfigurati l ' uno vicino all ' altro quei due fiori di giovinezza . Antonio Simonetta milanese diciannovenne , puro come uno di quei fraticelli che cantarono al letto di San Francesco morente , uscito l ' anno avanti incolume dalla battaglia di San Martino , cadeva al convento dei Benedettini , dove gli amici ne cercarono poi invano il corpo e la fossa . E ai Benedettini cadeva Giuseppe Naccari palermitano , reduce dall ' esilio coi Mille , cadeva senza aver ancor riveduto la sua famiglia , anch ' egli bellezza maschia , che nella 6° Compagnia , per la molta somiglianza col gran lombardo morto a Roma nel 1849 , era chiamato Luciano Manara . Nel campanile di quel convento fu ucciso Crispo Cavallini da Orbetello , altro bel forte cui toccò di morire senza lasciar il nome alla schiera dei Mille . Egli fu dimenticato come uno che non avesse avuto né parenti , né amici , né nulla . E forse felice lui , se morendo , avesse potuto indovinare quell ' oblio ; perché , diciamo noi , portar seco nella morte tutto sé stesso , la gloria e il nome , deve esser una gioia più che da uomo . Non insegnava così l ' ordine del giorno di Garibaldi letto nella traversata in alto mare ? Ai Benedettini combatteva il Mosto co ' suoi Carabinieri , Carabiniere infallibile anch ' esso , e dal campanile fulminava gli artiglieri del bastione Porta Montalto , obbligandoli a lasciar muti due pezzi . Lo secondavano tranquillamente , con tiri che coglievano , Giambattista Capurro , giovinetto che aveva la testa bendata per una ferita in fronte , ed Ernesto Cicala benché già toccato malamente da una scheggia di granata . Vicini e mirabili per la calma , facevano i loro tiri Stefano Dapino e Bartolomeo Savi , testa d ' oro da cherubino , tanto era biondo , il primo ; l ' altro arruffato quella sua testa grigia piena sempre delle tragedie di Sofocle . Si combatteva dunque dappertutto e si dimenticava ogni cosa . Ma se qualcuno non si sentiva più dalla fame , i conventi dei frati erano là divenuti ospizi . Ivi le cucine fervevano . Bastava dar una corsa là , e uno ci trovava il cuoco e il cantiniere , pronti a scodellare e a mescere . Si ristorava e via , tornava benedetto a farsi onore . Dei frati veri , molti parevano più rivoluzionari dei garibaldini stessi ; qualche vecchio brontolava pauroso , perché delle rivoluzioni ne aveva già viste troppe e tutte finite male , quella del '20 e quella del '48 . Si dava da mangiare anche nei refettorii e nei parlatorii dei monasteri . Folle di monacelle bianche si premevano a guardar dalle porte , e parevano stormi alati d ' angeli , discesi come nella poesia a contemplar i figli degli uomini . Qualcuna osava , correva quasi ad occhi chiusi , e al primo cui le capitava di stendere le braccia metteva al collo una reliquia , subito fuggendo beata come se avesse rapita un ' anima al purgatorio . Colui per quella non pericolava più . Invece delle vecchie suore si mettevano a discorrere in mezzo agli ospiti armati e laceri e sporchi di polvere ; e li interrogavano curiose , e domandavano se Garibaldi era cristiano , giovane , bello , e li pregavano di vincere e di tornare poi a dar loro le notizie , a difender loro , povere monacelle , dalle genti borboniche crudeli . Non sapevano ancora che i monasteri dei Sette Angeli e della Badia nuova erano stati saccheggiati , né che quello di Santa Caterina bruciava . Lì sì ! C ' era bisogno d ' aiuto ! Ma nel gran trambusto che assordava tutti , nessuno aveva ancor badato che lì come altrove c ' era l ' incendio . Eppure il monastero sorgeva a lato del Palazzo pretorio ! Il fuoco vi aveva cominciato dal tetto , a cagione di una bomba di quelle destinate al Palazzo , scoppiata in aria . E l ' incendio era disceso di piano in piano . Solo verso la sera del 28 , qualcuno pensò che là dentro c ' erano delle povere creature . E allora , sfondata la porta del monastero , vi entrarono dieci o dodici Cacciatori delle Alpi con dei ' Picciotti ' , a tentar di salvarle . Nel piano terreno ci si poteva ancora , ma cerca di qua , cerca di là non si trovavano monache in nessuna parte . Che si fossero lasciate perir arse nei piani superiori , non pareva da credersi . Finalmente uno andò nell ' oratorio , e là ne vide che , come larve bianche nella penombra in fondo , piangevano , fuggivano a nascondersi fino in certe loro catacombe . Raggiunte , si inginocchiavano in terra , torcendo le braccia , porgendo le gole come a dei carnefici ; pregate di uscir di là dentro , perché presto non ci sarebbe stato più tempo , non volevano lasciarsi condur via a niun patto . Sicché quei soldati dovettero minacciare di porre loro addosso le mani per salvarle a forza . E allora esse si lasciarono mettere in fila , lunga fila di religiose di tutte le età , monache e converse . Ve n ' erano di bellezza celestiale , giovani come aurore ; ve n ' erano delle vecchie mummificate . I fratelli Carlo e Pietro Invernizzi da Bergamo , bizzarrissimi spiriti , ne portavano via sulle spalle una per ciascuno quasi paralitiche , e mentre che agli atti pareva che reggessero dei reliquiari , parlavano in bergamasco da diavoli cose che avrebbero fatto ridere i sassi . Fu questa la sola profanazione , se si può dir così ; tutti gli altri vennero fuori serii con quella strana processione ; e a vedere la raffinatezza dei riguardi che sapevano usare , faceva orgoglio . Condussero quelle meschine a un altro monastero ; e là , nella gioia della salvezza , qualche stretta di mano , sin qualche bacio fu dato e preso . * La seconda giornata passò dunque come la prima e peggio ; ma la terza furono cose indescrivibili . Tutte le vie erano ormai gremite di gente . A cagione del bombardamento , lo stare in casa era più pericoloso che lo star fuori ; perché dove una bomba cadeva su di un tetto , sprofondava giù fino a terreno , scoppiava e faceva crollar tutto . Invece per quelle che cadevano nelle piazze o nelle vie , la gente si gettava a terra , le lasciva scoppiare , poi su , si levava gridando : " Viva Santa Rosalia , Garibaldi , l ' Italia ! " E si esaltava , e si lasciava pigliare da un certo cupo entusiasmo della strage , senza neppur più inorridire perché qualcuno restava a terra morto o ferito . Di tanto in tanto si udiva uno scoppio di grida furiose qua e là ; erano donne del popolo che avevano fatto la posta a qualche birro , e riuscite a pigliarlo , urlandogli " Sorcio , Sorcio ! " lo malmenavano , lo straziavano a brani . Così dovevano aver urlato : " Mora ! Mora ! " le loro antenate dei Vespri . Sennonché ora bastava che capitasse in tempo un garibaldino a stender le mani sul birro sciagurato , e quelle donne glielo cedevano vivo , quasi contente , urlando ancora : " Viva Santa Rosalia ! " Di quei miseri servi della polizia ne furono salvati parecchi in tal modo , e pel momento venivano messi nei sotterranei del Palazzo pretorio , dove almeno nessuno poteva più torturarli . Così le turbe si aggiravano per la città , passando da barricata a barricata pei vani lasciativi apposta ; e incontrandosi ai Quattro Cantoni si incrociavano , si acclamavano e si confondevano come quattro correnti . Ivi un gran tendone tirato tra due palazzi celava la metà di via Toledo verso porta Felice , all ' altra metà di lì in su , verso al Palazzo reale . Perciò i borbonici del Palazzo non potevano più comunicare a segni con le loro navi da guerra del porto . Quel tendone era come un immenso arazzo bene istoriato , e però spiaceva vederlo sforacchiare dalle cannonate borboniche ; ma dal Palazzo reale ci si erano accaniti contro . Diceva un Cattaneo da Bergamo , rimasto loro prigioniero e mandato a Garibaldi per certa ambasciata , con promessa sua che sarebbe tornato , come infatti volle tornare ; diceva che i borbonici già quasi ridotti a cibarsi di lattughe , provavano dispetto e noia di quel tendone più che di tutto . Erano anche arrabbiati , perché l ' Ospedale militare pieno di risorse era stato preso dai garibaldini . Dunque tra gli strazi che si vedevano , le buone notizie davano gran conforto . E si seguivano . Il bastione di Porta Montalto era stato preso dal colonnello Sirtori , mosso dal convento dei Benedettini alla testa di alcuni , che si erano lasciati mettere in petto il fuoco dell ' eroismo da quel prete soldato . I regi dell ' Annunziata erano stati costretti a sgombrare ; e comparivano a Palazzo pretorio dei giovani che avevan durato a star là giorno e notte per vincere quel posto . Venivano carichi di armi , e alcuni portavano superbi mantelli tolti a quei nemici . Ma correvano intanto gli annunzi delle morti e delle ferite . Adolfo Azzi , il forte timoniere del Lombardo , era caduto con una coscia trapassata da una palla ; Liberio Chiesa , chiassoso ma prode , giaceva anch ' egli con una gamba spezzata . A confortar i feriti un po ' dappertutto , andava il prete Gusmaroli da Mantova , e portava loro i saluti dei combattenti , e tra i combattenti tornava , serbando una calma e una pace di cuore meravigliosa . Mai che impugnasse un ' arma ! Essere ucciso poteva ; uccidere no . Egli non voleva macchiare di sangue le sue mani di sacerdote . Andava così vendicandosi a modo suo dell ' offesa che gli aveva fatto l ' Austria , impiccandoli nella sua Mantova Orioli , Grioli e Speri e Poma e gli altri di Belfiore . E siccome somigliava molto ai ritratti di Garibaldi , per questo , dove appariva , i ' Picciotti ' , credendolo il Generale in persona , sotto i suoi sguardi gareggiavano a chi mostrasse d ' aver più cuore . Egli aveva allora quarantanove anni , ma se avesse saputo quali dolori gli serbavano gli altri dodici che stette poi ancora al mondo , si sarebbe augurato di averne cento per morire se non lo volevano le palle di qualunque altra morte , ma là , ma allora . Finì nel 1872 , in una misera casupola della Maddalena , dove era suo solo conforto contemplare almeno l ' altra isola , quella di Garibaldi , dal cui cuore fu fatto cadere . Bello e grande fu l ' atto della 8° Compagnia che , mantenutasi più compatta delle altre per l ' ostinata voglia di occupare la Cattedrale , vi riuscì finalmente alle quattordici di quel terzo giorno . Rovinava allora lì a lato con indicibile fragore il palazzo del principe Carini , incendiato da una bomba , come erano già rovinati i palazzi Cutò , D ' Azzale e altri . E allora appunto , in faccia ai borbonici di Palazzo reale , quei bergamaschi invasero tutto il di fuori del tempio e dentro e su fino il campanile . E di là si misero a tirare sui soldati stipati nella gran piazza . Uccidevano a schioppettate gli artiglieri sui pezzi . Il loro capitano Bassini li governava coi trilli di certo suo fischietto da cacciatore , fumando alla pipa , tutto scoperto ai nemici che lo tempestavano di palle senza toccarlo . Ma egli si credeva invulnerabile . * A quell ' ora il generale in capo Lanza , volendo tentare una disperata prova , mandò il generale Sary a ripigliar la Cattedrale ; e il generale Colonna a ripigliare i Benedettini , l ' Annunziata , Porta Montalto . Inutile sforzo , inutile strage . Tutti gli assalti furono respinti dai garibaldini , dai ' Picciotti ' e dai cittadini . I borbonici lasciarono più di cento morti e forse quattrocento feriti , intorno alla Cattedrale e per le vie percorse , ma ritirandosi incendiavano le case , uccidevano gli inermi , violavano le donne . Erano diventati selvaggi , furiosi . Forse facevano così , per dare l ' ultimo sfogo all ' odio secolare mantenuto vivo contro l ' isola in loro , sudditi dell ' altra parte del regno ; forse li faceva divenir più crudeli lo spettacolo degli incendi , ardenti in più di sessanta luoghi della città ; tra i quali più grande e spaventoso quello del quartiere intorno San Domenico , tutto in fiamme . Ma se le sorti volgevano a male per i borbonici , anche dalla parte di Garibaldi crescevano le angustie . Quella sera non v ' erano quasi più munizioni . Si lavorava a fabbricare polvere , ma non ne veniva abbastanza pel bisogno , specialmente perché i ' Picciotti ' , come scrisse poi Garibaldi , sparavano troppo . E da tutti i punti della città dove si combatteva , giungevano uomini a chieder cartucce , come chi spasima per fame chiede pane . Gli aiutanti del Generale rispondevano alzando le braccia muti : il Sirtori , sempre tranquillo , raccomandava di dir dappertutto che le munizioni giungerebbero , che intanto i combattenti s ' ingegnassero con la baionetta . E invocava la notte . Almeno ci sarebbero state alcune ore di riposo . E poi girava già viva la voce che tra i regi fosse cominciato un grande scoraggiamento ; si diceva che altri loro ufficiali erano passati alla rivoluzione , tra i quali due capitani del genio ed era vero ; e ormai pareva certo che i dodicimila uomini del Palazzo reale stessero isolati affatto , senza viveri e senza comunicazioni col porto e con Castellamare . Dunque una risoluzione il loro generale l ' avrebbe dovuta prendere ; o avventarli tutti a morire o capitolare . Ma venuta la notte l ' inquietudine non cessò , anzi faceva terrore il pensiero di quel che sarebbe potuto succedere il mattino seguente ; e quasi si agognava che fosse già l ' alba , per tornare nella furia invece di consumar l ' anima in orribili fantasie . Anche Garibaldi ebbe quella sera un momento in cui quasi disperò . Gli avevano portato la nuova che erano sbarcati alla Flora due battaglioni di bavaresi , gente aizzata da Napoli e per tutta la traversata con feroci promesse , ed esaltata dalla lusinga d ' aver essa l ' onore di dar il colpo mortale alla rivoluzione . Ma la notizia non era esatta . I due battaglioni erano sbarcati sì , ma non alla Flora . E il generale Lanza aveva commesso l ' errore di chiamarseli al Palazzo reale . Dunque erano men da temersi , stando essi nelle mani di chi non sapeva adoprar bene neppur le buone truppe che aveva già . E Garibaldi si rassicurò . Ma quella era la notte del dolore , ed Egli ebbe pur quello di venir a sapere che alcuni de ' suoi , tre o quattro in tutti , non potendo più star con l ' animo alla paura , erano ricorsi ai consoli stranieri , per farsi munire di passaporti . Il dolore che ne provò non si può dire ; la pena del suo disprezzo che inflisse a quei tali fu mortale . Uno di essi , poi , che portava un bel nome nizzardo , era ricorso al consolato di Francia ! Il Generale ne pianse . Gli toccava là , nel pieno della sua grandezza , fosse pure alla vigilia forse della catastrofe suprema , gli toccava là quella atroce puntura di veder quel suo uomo aver riconosciuto con quell ' atto che Nizza era Francese ! Egli , così proclive a compatire , a scusare , non perdonò ; e il nome di quell ' uomo fu spento . * Il giorno appresso , mentre il fuoco , riacceso in tutti i punti sin dall ' alba , lasciava indovinare ne ' regi una certa stanchezza , ma teneva pur sempre in forse dell ' esito finale , Garibaldi ricevè un messaggio del generale Lanza . Questi che sin dal 28 aveva chiesto all ' Ammiraglio inglese d ' intromettersi per imporre una breve tregua , onde si potessero raccogliere i feriti e seppellire i morti , ma però senza trattare egli con Garibaldi ; e dall ' inglese aveva ricevuto in risposta che appunto a Garibaldi doveva rivolgersi : ora nel suo messaggio dava di Eccellenza al ' Filibustiere ' ! E gli chiedeva un armistizio di ventiquattr ' ore , e lo invitava a un ritrovo con due suoi generali , per trattar d ' altre cose . Designava per luogo la nave ammiraglia inglese . Garibaldi concesse subito l ' armistizio , accettò l ' invito al ritrovo , e da una parte e dall ' altra fu subito dato l ' ordine di cessare il fuoco . Erano le undici antimeridiane . Il ritrovo doveva avvenire alle ore quattordici . Ma mentre Garibaldi trattava di queste cose nel Palazzo pretorio , e sottoscriveva l ' armistizio col Colonnello messaggero del Generale nemico , gli giunse un grido di tradimento , propagato sia da Porta Termini , grido terribile di cui veniva interprete a lui , smaniando , quel prete Di Stefano che gli era apparso dei primi , il mattino del 27 . Insomma a Porta Termini erano giunti a marcie forzate i cinque i seimila uomini del Von Mechel e del Bosco , quelli che dal dì 24 , credendo di inseguir Garibaldi in fuga , erano andati fino a Corleone . Là , avendo alla fine saputo l ' inganno in cui erano caduti , s ' erano rivolti volando al ritorno ; ed adesso erano lì alla porta stessa per cui Garibaldi era entrato in Palermo , furiosi , sguinzagliati dai loro comandanti come belve fuor di catena . Una mezz ' ora prima che fossero sopravvenuti , entravano di lancio fino al Palazzo pretorio , perché da quella parte della città le barricate non erano quasi guardate . E chi sa ? forse Garibaldi sarebbe finito davvero nella tragedia . Invano li avevano voluti arrestare combattendo gli accorsi al grido del loro arrivo ; i Bavaresi avanzavano di barricata in barricata , erano già alla Fiera Vecchia . Ma l ' armistizio era firmato . Il Colonnello borbonico , messaggero che si trovò di fronte a Garibaldi , a sentirsi dare quasi di traditore , si offerse di andar egli stesso a fermare quella terribile colonna , e andò lealmente . Garibaldi seguì . Tra via incontrarono il colonnello Carini che veniva via di là , portato su d ' una barella , ferito gravemente ad un omero , e gridava di accorrere , di accorrere , che se no era finita . Alla vista del Colonnello borbonico che sventolava un fazzoletto bianco , i Bavaresi si fermarono come d ' incanto . Ma i loro colonnelli Von Mechel e Bosco , quando seppero dell ' armistizio , parvero lì per lì per andare in pezzi dall ' ira . Ah quel Bosco ! Egli siciliano , caro per certi liberi sentimenti a ' suoi amici palermitani , aveva fiutato nell ' aria che la fortuna stava per passargli vicino e , smesse le buone idee , si era preparato a pigliarla pei capelli . Quel Garibaldi cui , secondo che si diceva , si era vantato d ' aver mandato a sfidare a duello , egli ora si era figurato d ' averlo già nelle mani . Allora sarebbe divenuto il primo uomo del regno . Che sarebbe più contato rimpetto a lui Nunziante , Ischitella , Filangeri stesso e tutti insieme i vecchi servitori e salvatori della dinastia ? Era giovane , bello , prode , d ' ingegno , stava per valore , nell ' esercito borbonico quasi come poi il colonnello Pallavicini stette in quello di Vittorio Emanuele ; Francesco II avrebbe regnato di nome , egli di fatto , e nella reggia e nel Regno sarebbe stato più che re . Ma il gran miraggio gli si dileguò in quell ' istante , ond ' egli rimase là alla Fiera Vecchia tempestoso . Però nella sua collera , ispirava quasi ammirazione . Cessato anche il fuoco alla Fiera Vecchia come già per tutta la città , non si udì più che qualche colpo di qualche mal disciplinato sperduto . Ma allora , peggior di quello del combattimento , cominciò lo strazio dei feriti e dei morti da cercare . Se ne trovaron dappertutto . Facevano grande pietà le donne , i vecchi , i fanciulli . Quanti destini infranti , quante lacrime da essi lasciate dietro ! E dal Palazzo pretorio fu subito dato l ' ordine di riunire le Compagnie dei Cacciatori delle Alpi ciascuna a un punto designato , dove si dovevano raccogliere tutti coloro che non fossero impegnati alla guardia dei posti . Così oltre il numero dei morti , sarebbe stato possibile sapere il numero dei feriti ricoverati negli ospedali o nelle case dei cittadini . Allora avvennero gli incontri dei compagni che in qualche momento di quei tre giorni si erano perduti di vista fra loro , e nella confusione avevano partecipato ai fatti d ' arme in punti diversi , dubitando reciprocamente della vita gli uni degli altri , o avendo ricevuto notizie vaghe di ferite e di morte . " E tu dove ti sei trovato ? E tu cosa hai fatto , e dove eri la notte tale ? dove hai mangiato , dormito , vissuto ? " Ve n ' erano di così storditi , di così disfatti dalle veglie , dalle fatiche , dalle emozioni , che non sapevano nemmen essi che dire . Ma parlava per loro il loro aspetto . Di alcuni che parevano riposati e pasciuti si mormorava . E così , alla grossa , si poté fare il conto delle morti . Non erano molte . La vittoria di Calatafimi era costata assai di più . Ma in Palermo le Compagnie avevano combattuto , governandosi ogni soldato quasi da sé , esponendosi appena quant ' era necessario per far fuoco , e avanzando con quell ' abilità naturale con cui si sa cogliere il destro a scansare i danni , a pigliarsi i vantaggi . Invece moltissimi erano i feriti , i più nel capo o nella parte superiore del torso . Le barricate avevano salvato il resto della persona . Ed era stata fortuna , perché i feriti nelle gambe morirono poi quasi tutti . Molti più erano i morti borbonici . In certi luoghi , come al bastione di Porta Montalto , erano così fitti , che non si capiva chi ne avesse potuti uccidere tanti . Ma quasi nessun ufficiale tra loro . Di questi , in tutti i tre giorni , non ne morirono che quattro , misera testimonianza del valore di quella ufficialità , se pur non fu una manifestazione di sentimento già nato negli animi , almen dei giovani , quello dell ' inutilità d ' ogni sacrificio contro colui che , impersonando la milizia di un altro Re , rappresentava un ' idea della quale sarebbero stati volentieri soldati . In quel pomeriggio , tutti si misero a dar una ripulita alle armi ; poi chi di qua chi di là , i più andarono a visitar i compagni feriti o a trovar le famiglie dalle quali erano capitati , durante quell ' inferno dei tre giorni , per caso o per chiedere un tozzo o un sorso . E là erano accoglienze da principi . Ve ne furono che capitarono in casa di gente altolocata ma malveduta dal popolo , e che senza saperlo servirono di copertura agli ospiti da cui furono tenuti in casa come guardie . Altri furon visti accompagnar di qua e di là tra la folla famiglie sgomente che , così protette , si facevano condurre nei monasteri o alla marina , dove si imbarcavano per andare al sicuro su qualche nave , ad aspettare il resto della tragedia . Perché ventiquattr ' ore di armistizio sarebbero presto passate . Intanto allo Stato Maggiore , il Turr , il Sirtori , gli altri non perdevano il tempo , e tutto quel pomeriggio fu dato loro a fabbricar polvere , a ordinare un poco i ' Picciotti ' , a far mettere in batteria certi vecchi cannoni cavati fuori da dove erano stati nascosti nel 1849 . Altri ne furono messi su , avuti in dono o comprati dai bastimenti mercantili che stavano in rada . E i ' Picciotti ' vi facevano intorno la ronda , li lustravano e li coprivano di immagini sacre , improvvisavano fin delle laudi a quei bronzi , come se fossero eroi o santi . Il giorno appresso si sarebbe sentita la loro voce . Nei luoghi della città più affollati , sebbene l ' andirivieni fosse più che mai vivo , bande musicali suonavano arie patriottiche dell ' Attila , dei ' Due Foscari ' , dei ' Lombardi ' , o inni del Quarantotto ; qualcuno suonava già anche " Si scopron le tombe ... " E , cosa meravigliosa , invece di far adagiare gli animi nella speranza che la lotta non ricominciasse più , l ' armistizio li aveva ancora concitati . Perciò si vedevano le gronde dei tetti , i balconi , le finestre , sempre più carichi di materiale da buttar giù ; e tra la gente che lavorava a far sempre più alte le barricate , si sentiva dire con sicurezza che neppure centomila uomini avrebbero più potuto venir da fuori al Palazzo pretorio . Queste erano esagerazioni battagliere . Ma cosa grande davvero , che passa l ' immaginazione , fu sul tardi il ritorno di Garibaldi dal suo abboccamento coi generali borbonici Letizia e Chrétien , avvenuto a bordo della nave ammiraglia inglese . Egli vi era andato lasciando in angoscia indicibile chi lo sapeva . Ed essendo giunto a un luogo del porto detto la Sanità , proprio nel momento in cui vi giungevano i generali nemici , l ' ufficiale della lancia inglese non sapendo che far di meglio , lo aveva imbarcato insieme con quei due . Come si sentissero in compagnia di quell ' uomo in semplice camicia rossa essi tutti galloni , non è facile immaginare ; ma narrava il capitano Cenni che parevano aver voglia di far l ' altezzoso . E difatti nelle trattative , una volta a bordo e cominciata la conferenza , il general Letizia affettava di non rivolgersi a Garibaldi , e parlava con una certa alterigia . Ciò dispiacque all ' ammiraglio Mundy e ai comandanti navali francese , americano e sardo , che egli aveva chiamati sulla sua nave , perché assistessero al colloquio . E questo si mutò presto quasi in un diverbio . Il Mundy , ospite , ebbe anzi un bel da fare onde Garibaldi , pur con ragione , non trascendesse . Il Letizia aveva tra l ' altre cose osato chiedergli che la rappresentanza cittadina di Palermo facesse un atto di sottomissione al suo Re . E allora Garibaldi proruppe che la rappresentanza cittadina era in lui Dittatore , e rotta ogni trattativa si ritirò . Ma nel partirsi da bordo si rivolse al Comandante americano Palmer , confidandogli rapidamente e a bassa voce che in Palermo non aveva quasi più munizioni , e raccomandandosi a lui perché , se potesse , gliene mandasse . Così tornò a terra . Ma nel breve tragitto dalla marina al Palazzo pretorio , ebbe uno di quei momenti nei quali gli eroi pagano , per dir così , il fio della loro grandezza . Lo pagano con la tempesta che si scatena loro nell ' animo , come avvenne al Mazzini nel 1833 , nell ' ora terribile in cui si trovò a lottar tra l ' idea sua , che egli chiamava dovere , e il sacrificio di tanti , che per quell ' idea suscitata da lui , si offrivano alla rivoluzione , alla galera , alle forche . E così come narrò di sé il Mazzini , di sé e di quel suo momento narrò Garibaldi . " Confesso che non ero scoraggiato ; ma considerando la potenza e il numero del nemico e la pochezza dei nostri mezzi , mi nacque un po ' d ' indecisione sulla risoluzione da prendersi , cioè se convenisse continuar la difesa della città , oppure rannodare tutte le nostre forze e ripigliar la campagna . Quest ' ultima idea mi passò per la mente come un incubo , ma la allontanai da me con dispetto : trattavasi di abbandonar la città di Palermo alle devastazioni di una soldatesca sfrenata ! Mi presentai quindi quasi indispettito con me stesso al bravo popolo dei Vespri . " Apparve di fatto dal balcone sinistro del Palazzo , nel lampo delle invetriate che , mentre si aprirono , scintillarono percosse dal sole già basso verso Monte Pellegrino , e a capo scoperto , come Ferruccio ai suoi , prima di Gavinana , parlò . Breve , pacato , con voce che suonò come un canto , disse che il nemico gli aveva fatto delle proposte ingiuriose per Palermo e che egli , sapendo il popolo pronto a farsi seppellire sotto le rovine della sua città , le aveva rifiutate . V ' è ancora qualcuno , vivo , al mondo , che , sebbene sia passato quasi mezzo secolo , si sente sempre nell ' anima quella voce . E ancora vede ciò che vide in quell ' ora . Vede quella moltitudine che non balenò neppur un istante , e che alle ultime parole di Garibaldi ruppe in un grido solo : " Sì ! Sì ! Grazie ! Grazie ! " con una levata di mani , di fronti , di cuori , tale da fare impallidire lui , pel sovrumano peso che gli imponeva , accettando l ' onore di lasciarsi sacrificare . Egli guardò un poco , poi si tirò dentro ' " ritemprato ( lo narrò nelle sue ' memorie ' ) e da quel momento ogni sintomo di timore , di titubanza , d ' indecisione " gli sparve . Il discorso di Garibaldi comparve poi subito stampato sotto forma di Proclama alle cantonate . Diceva così : " Il nemico mi ha proposto un armistizio . Io accettai quelle condizioni che l ' umanità dettava di accettare , cioè ritirar le famiglie e i feriti : ma fra le richieste , una ve n ' era ingiuriosa per la brava popolazione di Palermo , ed io la rigettai con disprezzo . Il risultato della mia conferenza d ' oggi fu dunque di ripigliar le ostilità domani . Io e i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli dei Vespri una battaglia , che deve infrangere l ' ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dell 'eroismo." Parrà forse dir troppo ma è verità . La sera di quel giorno , proprio come se ricorresse la sua festa di Santa Rosalia , Palermo si illuminò tutta . Lasciamo stare che i palazzi e le case dei ricchi nelle grandi vie fecero addirittura la luminaria ; ma non vi fu casupola per quanto povera e nascosta ne ' vicoli , che non avesse il suo lume a ogni finestra . E la notte passò in cene e canti e fino in danze . Per prepararsi alla ripresa della guerra , se guerra doveva ancora esservi , si avrebbe avuta poi tutta la mattinata appresso . Ma quando fu mezzodì e i combattenti erano tornati tutti ai loro posti , pronti a ricominciare , fu fatto dire dappertutto che l ' armistizio era prolungato di tre giorni . Allora entrò nei cuori che in quanto a Palermo i regi avevano finito . E tanto più crebbe l ' idea quando si arrese la compagnia che custodiva il palazzo delle Finanze in piazza Marina , dove giaceva un tesoro di cinquanta milioni di ducati . Avevano messo il blocco al palazzo una ventina di Garibaldini e un nugolo di popolani , appostati intorno a distanza , vigili giorno e notte , e così il denaro della Sicilia , rimaneva in Sicilia . Durante quell ' armistizio , stettero le due parti ai loro posti , ognuna con le proprie sentinelle piantate a farsi guardia contro la nemica . E in certi punti della città , le sentinelle si trovavano a essere così vicine fra loro , che in quattro passi potevano gettarsi a zuffa l ' una sull ' altra . Perciò in quei luoghi insieme coi ' Picciotti ' , che dal grande odio non avrebbero saputo stare senza insultarsi o saltare addirittura sui napolitani , fu messo un gruppo di Garibaldini . E talvolta avveniva che dei soldati napolitani qualcuno o la sentinella stessa , da una parola all ' altra , si lasciava tirare a conversare coi Garibaldini , perdeva la testa , dava indietro un ' occhiata , tentennava un poco , e poi scattava via di lancio a rifugiarsi tra loro , abbracciato , baciato , portato via in trionfo per la città . Così , alla Fiera Vecchia , anche i Bavaresi disertarono a dozzine , ultime figure di mercenarii che avevano fatto quell ' ultima apparizione in Italia . Magnanimo veramente era stato il primo giorno Francesco Crispi che , appena sottoscritto l ' armistizio , si era ricordato subito del Mosto e del Rivalta , rimasti in mano dei borbonici , nella ritirata dal Parco . Egli , segretario di Stato del Dittatore , corse a Castellamare per farne lo scambio con due ufficiali superiori nemici , prigionieri . Entrò nel forte superbamente , e chiese dei due Garibaldini . Di Garibaldini prigionieri non v ' era che il Rivalta ; dell ' altro , quei del Castello non sapevano nulla . Il Rivalta sì , sapeva dove era il suo povero amico ; ma non lo disse , temendo che il Crispi infuriasse , e tirasse fors ' anche su di sé e su di lui la bestialità di alcuno di quei biechi soldati . Diceva il Comandante del Castello che il Mosto era forse dal generale Lanza nel Palazzo Reale . Il Crispi uscì per andarvi , ma tra via il Rivalta , gli narrò che il Mosto esile e stanco , nella ritirata dal Parco era caduto sfinito su per l ' erta del monte e che sopraggiunti i Cacciatori era stato trafitto a baionettate . Egli , il Rivalta , aveva visto da pochi passi più in su morir l ' amico a quel modo , e sarebbe toccata anche a lui la stessa sorte , se un giovane ufficiale non avesse persuasi i Cacciatori a serbarlo per averne informazioni su Garibaldi . Salvato così , lo avevano mandato al colonnello Bosco e poi a Palermo , dove era stato chiuso in una casamatta del Castello , e tra le minacce e gli insulti ivi tenuto sino a quel momento . Ma dalla mattina del 27 , quando si era sentito sopra il capo tremar le volte al tuonar dei mortai , aveva sperato , gli si era allargato il cuore . Sparsa la notizia tra i Carabinieri genovesi , andò al Parco Antonio Mosto con alcuni amici ; e sul monte , ancora nel posto dov ' era stato ucciso , trovò il suo fratello , dolce e gracile giovine , da otto giorni insepolto . E nello stesso posto lo seppellì . * Garibaldi , un di quei giorni , verso sera , fece una passeggiata a cavallo per la città , passando pei luoghi dove le barricate erano meno fitte . Dire che accoglienze gli faceva il popolo parrebbe ora poesia , ora che il mondo è tanto mutato . Miravano le turbe quella figura dolce , e non sapendo ben capire come ad essa convenisse il gran nome guerriero , chinavano religiosamente la fronte , o gli si protendevano come ad un essere sovrumano . Non era difficile immaginare le folle deliranti di certi altri paesi prostrate per voluttà di farsi schiacciare dai carri sacri . Egli correggeva con lo sguardo quei fanatismi . Spirato quel termine di tre giorni , fu prolungato l ' armistizio di altri tre . Si indovinava in ciò gli ondeggiamenti della Reggia di Napoli , dove il re mite e le donne fiere tenevano la questione sospesa tra i consigli di chi voleva che Palermo fosse tutta ridotta in rovine , e il vecchio saggio Filangeri che ammoniva il Re , supplicandolo di non si mettere da sé , con quell ' eccidio , al bando di tutta l ' Europa liberale . E il suo consiglio prevalse . Così al terzo armistizio seguì una convenzione , per la quale i regi si obbligavano a sgombrar Palermo , però con l ' onore delle armi . Garibaldi concesse . Andassero pure onorati ! Erano italiani anch ' essi , e nel trattarli così , egli poteva dire di riportare un ' altra vittoria . E il giorno 8 giugno fu uno strano spettacolo . Al cospetto di molto popolo in festa , dinanzi a forse quattrocento Cacciatori delle Alpi raccolti per quella cerimonia , sfilarono i ventimila soldati dell ' esercito regio , soldati di tutte le armi . Dove andavano , dove si sarebbero ancora incontrati a combattere con quei loro vincitori che , così pochi , avevano dietro di loro l ' Italia Nuova ? Non sapevano , ma pareva sentissero che il mondo abbandonava il loro sovrano . Tuttavia , se passavano senza fierezza , non avevano aria avvilita . I soldati avevano combattuto . Allora Palermo festeggiò sé stessa magnificamente , e quelli che chiamava i suoi liberatori . Essi , in venticinque giorni dalla partenza da Genova , avevano vissuto quanto si può vivere in parecchi anni , e veduto e sentito quanto in un lungo viaggio , per terre di civiltà antiche e venerande . E avevano anche potuto meditare sugli effetti delle rivoluzioni compiutesi , durante l ' ultimo secolo , nell ' alta Italia , dove se le miserie della vita erano ancora molte , certa somma di beni s ' era pur cumulata nelle città e nelle campagne , e di questi beni tutti ne avevano risentito . Ma là nell ' Isola , rimasta nel silenzio e nella solitudine , senza essere stata toccata dalla rivoluzione francese , quasi tutto era ancora come doveva essere stato parecchi secoli indietro . Grandezze da principi in una classe ristretta ; povertà , ignoranza e superstizione nella grossa moltitudine ; e , salvo le grandi città , assenza quasi assoluta di quel ceto di mezzo colto , ricco , operoso , che nell ' alta Italia teneva già sin da allora in pugno le sorti sociali . Però l ' anima siciliana si rivelava pronta a liberarsi da quanto di troppo vecchio la impediva , e capace di rimettere in breve il gran tempo perduto . Ma queste eran cose da lasciarsi al poi . Per allora bastava che l ' Italia spingesse avanti l ' opera iniziata dai Siciliani e dai Mille . Questi si sarebbero modestamente confusi nell ' onda grossa di volontari che essa avrebbe mandati , come infatti mandò . Ma nei giorni che corsero tra lo sgombro dei regi e l ' arrivo di quella che fu chiamata la seconda spedizione condotta dal Medici , le gioie che Palermo fece loro godere furono cose da novelle orientali . Banchetti e festini , uno che aspettava la fine dell ' altro per cominciare . I Mille , smessi i panni borghesi , vi comparivano nelle loro fiammanti camicie rosse , mirabili le Guide nelle pittoresche divise tra ungheresi e francesi ; mirabili i Carabinieri genovesi in un costume severo e quanto mai signorile . Ogni tanto , però , si faceva qualche gran funerale di morti per ferite , perché grandiosa e solenne doveva essere in Palermo anche l ' ospitalità della tomba . Così certi umili volontari che , morti nelle loro case , sarebbero stati accompagnati al cimitero da pochi umili come loro , ebbero esequie da grandi . Quelle di Adolfo Azzi morto il 4 giugno , quelle del colonnello Tukory morto il dì 8 , furono apoteosi . Intanto alla gioia veniva a mescersi certa mestizia . Era di quella che le grandi cose lasciano nel cuore , quando sono compiute . Gli animi alacri e lieti della vigilia cambiano godimento nella tristezza di poi . Quanto a quelli che avanzarono dopo Palermo , alcuni andarono a morir a Milazzo come Vincenzo Padula da Padula , Gaetano Erede da Genova e Giuseppe Poggi , il bello ed eroico Poggi , cui Garibaldi aveva ammirato a Calatafimi . Pilade Tagliapietra da Treviso , Giuseppe Profumo da Genova , Pietro Zenner da Vittorio e l ' angelico Ernesto Belloni da Treviso , caddero a Reggio Calabria ; Angelo Cereseto e Giovanni Battista Roggerone , Quirico e Pietro Traverso , tutt ' e quattro genovesi , e Innocente Stella da Arsiero , morirono in battaglia sul Volturno , e a Villa Gualtieri , il 1° ottobre . Così in tutti , dei Mille , da Calatafimi al Volturno , quelli che morirono in quel grand ' anno furono settantotto . Altri come il Nullo ed Elia Marchetti andarono presto a morir in Polonia cavalieri poeti della libertà ; altri ancora come Raniero Taddei e Antonio Ottavi da Reggio Emilia e Stefano Messaggi milanese , morirono combattendo , ufficiali dell ' esercito , a Custoza ; o come Vincenzo Dalla Santa e Giuseppe Dilani camicie rosse , nel Trentino . Finirono a Mentana Vigo Pelizzari e Antonio Caretti ; alcuni , come Giuseppe Gnecco da Genova e Luigi Perla da Bergamo , morirono in Francia , combattendo ne ' Vosgi contro i Prussiani . Di morte naturale , nei primi dieci anni dopo il '60 , morirono quelli che erano già quasi vecchi al tempo della spedizione , ma anche molti , massime dei più giovani , consumati dalla tisi . Non pochi finirono di malattie mentali ; troppi si spensero da sé , non rimasti abbastanza forti alla vita . Si dice che a Quarto sorgerà un giorno un monumento con su tutti i nomi dei Mille incisi nel marmo . Sarà cosa che onorerà la patria ; ma lo scoglio da cui Garibaldi scese a imbarcarsi , è da sé monumento cui la poesia fece già più duraturo d ' ogni marmo e d ' ogni bronzo , essa che vince il silenzio dei secoli ! - Fine -
Saggistica ,
[ Introduzione ] - La controversia che ai dì nostri si agita fra quella che suolsi chiamare scuola " positiva " del diritto penale e la scuola detta " classica " non è che il riflesso nel campo del diritto di un dissidio assai più vasto che si manifesta in tutto quanto il campo delle discipline filosofiche e morali . La negazione del libero arbitrio , e , secondo i seguaci della nuova scuola , la conseguente negazione di ogni responsabilità morale ; la tesi loro che in diritto penale occorra abbandonare la considerazione astratta del reato come entità a sé , e sia necessario invece studiare il delinquente nelle sue particolarità fisiologiche , psicologiche ed antropologiche , il delitto nelle sue cause sì individuali che sociali ; la loro tendenza ad erigere il diritto penale su basi utilitarie ; tutte le innovazioni insomma sì teoriche che pratiche di cui la scuola positiva si fa propugnatrice si presentano come corollari di quelli che sono i principî del movimento scientifico moderno ; movimento di cui il " positivismo " vuol considerarsi come la più genuina manifestazione . Il positivismo moderno , da altri designato sotto il nome di filosofia della esperienza , non fu , com ' è noto , eretto a sistema filosofico che dal Comte , ma rintraccia le sue origini assai più addietro , e può considerarsi , nella sua espressione generale , come una fondamentale tendenza dello spirito umano . Due furono in ogni tempo le vie per cui l ' uomo tentò di accrescere la sfera della propria conoscenza : ora ripiegandosi sopra sé stesso , traendo dalle profondità della propria mente e dalla contemplazione delle idee la parte maggiore dello scibile ; ora invece volgendo lo sguardo attento allo svolgersi dei fatti nel mondo reale , registrandoli con pazienti osservazioni e confronti , per ridurli a formole via via più schematiche e più generali . All ' una corrisponde la tendenza aprioristica o speculativa , all ' altra quella positiva , empirica o sperimentale . Queste due tendenze si sono in ogni tempo divise il campo del pensiero filosofico , e nella filosofia greca le vediamo principalmente rappresentate , l ' una da Platone , l ' altra da Aristotile . Ma vi sono state epoche , in cui l ' una o l ' altra delle due ha sembrato prender decisamente il sopravvento . Così il prevalere della prima tendenza ha contrassegnato in genere le epoche di profondo fervore mistico e religioso , atto a distogliere l ' attenzione dell ' uomo dal mondo delle realtà terrene , per rivolgerla a mondi ideali , più razionali e perfetti di quello nel quale la nostra vita si svolge ; mentre l ' osservazione dell ' effettivo prodursi ed avvicendarsi dei fenomeni ha contrassegnato invece piuttosto quelli d ' intensa attività ed interesse pratico . È così che sono opera principalmente del pensiero teologico quegli abusi e quelle esagerazioni del metodo astratto ed aprioristico che hanno viziato in modo così singolare la scienza del Medio Evo , e che hanno senza dubbio contribuito potentemente a provocare quella reazione contro la scolastica e la " metafisica " che dura tuttora , e di cui il positivismo moderno è la più recente espressione . Alla scolastica il positivismo si contrappone sì come metodo che come dottrina . - Era infatti appunto la credenza mistica in una realtà diversa e superiore a quella sensibile , e quindi non raggiungibile per mezzo dell ' osservazione e dello sperimento , e di ogni ragionamento che da questi prendesse le mosse , era la credenza in una realtà " trascendentale " per accedere alla quale solo potevano valere le facoltà superiori dell ' intelletto e della ragione pura , quella che giustificava l ' uso troppo esclusivo , tanto nei sistemi metafisici che in quelli teologici , del raziocinio astratto e speculativo . Per lungo tempo credettero gli uomini che i fenomeni conosciuti per mezzo della osservazione sensibile fossero la parte più caduca , più transitoria , e meno degna di fede , del nostro sapere . Mentre essa non può fornirci che le apparenze puramente passeggiere del " mondo dell ' esperienza " , la nostra ragione , il nostro intelletto , l ' intuizione , o addirittura la rivelazione " soprannaturale " ci mettono in presenza dell ' Immutabile , dell ' Assoluto , del Necessario , in quanto si contrappongono al Variabile , al Relativo , al Contingente , - di quelle verità eterne ed imperiture che " trascendono " la sfera della esperienza . Senza tener conto di questa credenza in una realtà trascendentale che precedette loro , credo sia impossibile il giudicare rettamente della funzione e del valore di molti sistemi filosofici , passati e moderni . Comunque , era la realtà trascendentale l ' oggetto di quella che fu detta " metafisica " , e fu per essa che la metafisica fu considerata non solo come la parte più nobile ed elevata , ma anche come la parte più " verace " del nostro sapere . Col progresso del pensiero si produsse , com ' è noto , un vasto movimento che fece perdere alle investigazioni metafisiche il favore originariamente tributato loro . Il cammino trionfale delle scienze fisiche , le conquiste del metodo sperimentale , la coscienza dell ' infecondità di quel tipo di speculazione che consiste nel preoccuparsi quasi esclusivamente del concatenamento logico delle idee senza fermarsi a verificare le premesse , giustificazione ultima di ogni ragionamento ; infine la grande rivoluzione metodologica che è associata col nome di Bacone ; tutto ciò contribuì ad estendere la sfera d ' influenza della " fisica " e ad esaltarla di fronte alla " metafisica " . Il primo a formulare nettamente l ' opposizione fra il positivismo , come sistema filosofico distinto , e la metafisica , fu il creatore della parola stessa " positivismo " e il fondatore del sistema : Augusto Comte . Colla sua legge dei tre stadi della conoscenza umana , di cui il terzo solo è compatibile secondo lui con la verità scientifica , egli condannava inesorabilmente ad un tempo le dottrine ed i metodi metafisici . Chi legge le prime pagine del suo Cours de Philosophie positive , scorge subito come per lui il rinnovamento del metodo non sia che la conseguenza logica di un modo radicalmente nuovo di considerare l ' universo ed i suoi rapporti con la conoscenza dell ' uomo . Ciò che distingue lo stadio positivo dallo stadio teologico e da quello metafisico " il quale in fondo non è che una modificazione del primo " , è che in esso " la mente umana , riconoscendo l ' impossibilità d ' ottenere delle nozioni assolute , rinunzia a ricercare l ' origine e la destinazione dell ' universo , e a conoscere le cause intime dei fenomeni per applicarsi solo alla scoperta , mediante l ' uso ben combinato del ragionamento e dell ' osservazione , delle loro leggi effettive , vale a dire delle loro relazioni invariabili di successione e di similitudine . La spiegazione dei fatti , ridotta allora a dei termini reali , non è più quindi che il legame stabilito fra i diversi fenomeni particolari e alcuni fatti generali , di cui il progresso tende sempre più a diminuire il numero " . Ora , se osserviamo questo periodo , come pure gli altri che lo accompagnano vediamo che è facile riscontrare in esso due elementi distinti , sebbene messi in stretto rapporto fra di loro . Oltre all ' elemento metodologico - l ' ammonimento da tener conto della realtà positiva , a usare con sobrietà del raziocinio allo scopo di evitare il pericolo di equivoci , sofismi , spiegazioni verbali o altri errori ; - vi si scorge l ' idea di una vera e propria limitazione della conoscenza umana . Non può l ' uomo conoscere le " cause intime " dei fenomeni e deve abbandonare la vana pretesa di penetrare fino alle " essenze " alle " sostanze " delle cose , di risalire alle loro origini o ricercare il loro fine . La sua conoscenza è puramente relativa ; una vasta porzione della realtà deve rimanere per lui in eterno un mistero , un campo per le ipotesi più svariate , tutte egualmente destituite di ogni possibilità di verificazione . È questa la teoria detta della " relatività della conoscenza " , la quale ha prestato allo Spencer gli argomenti per la sua celebre dottrina dell ' Inconoscibile , ma che si riconnette storicamente e logicamente alle classiche ricerche di Locke , Hume , Berkeley e finalmente Kant , sulla natura e le funzioni della nostra conoscenza . Quale sia la portata di tali ricerche è noto : esse ebbero per oggetto l ' analisi dei nostri concetti più elevati ed astratti , lo studio della origine delle nostre idee , e dimostrarono la natura sensoriale " empirica " di ogni conoscenza , la dipendenza di ciò che diciamo " mondo esteriore " dalle nostre rappresentazioni , il contenuto sperimentale dei nostri concetti di causa e di sostanza . A torto o a ragione , da tali ricerche scaturì una vena di scetticismo e d ' agnosticismo che ancora oggi domina gran parte del pensiero filosofico , e risalta evidente negli scritti dei più fra i positivisti . Il positivismo è da questi concepito come una dottrina critica e demolitrice , che rovesci , per la sola virtù del suo modo di concepire la conoscenza umana , tutto un mondo di antiche idee e credenze di cui dimostra irrevocabilmente la falsità . Tutti quegli oggetti del pensiero , cui si accompagnava nella mente dei " metafisici " qualche credenza effettivamente resa inaccettabile dalla nuova teoria della conoscenza ( p . es . la credenza ch ' essi facessero parte della realtà " trascendentale " ) , sono per ciò solo dichiarati " entità metafisiche " , destituite pertanto d ' ogni valore e significato e da scartarsi senza ulteriore esame . Non è qui il luogo di mostrare quali danni alla correttezza del pensiero filosofico può aver recato tal maniera di ragionare . Avremo occasione di tornare varie volte su questo argomento , specialmente a riguardo del modo con cui molti positivisti considerano la libertà e la volontà , designate da loro quali entità metafisiche . Di questo elemento scettico si risente in parte l ' attitudine assunta dal " positivismo " moderno di fronte alle questioni morali e giuridiche . Ma qui bisogna inoltre tener conto dell ' apparente antagonismo fra la concezione " scientifica " delle cose e quella che e morale e diritto hanno considerato finora come essenziale alla propria esistenza e a cui il positivismo quella vorrebbe sostituire . La scienza tende a concepire i fenomeni come svolgentisi gli uni dagli altri secondo leggi fisse e costanti , fornite del carattere della necessità ; mentre la morale e il diritto li considerano come atti a mutarsi e trasformarsi docilmente sotto la mano dell ' uomo , dotato di volontà e libertà . Di qui un dissidio che , apparente o reale che sia , ha ad ogni modo fatto credere esservi fra i risultati della scienza ed i postulati della morale un ' insanabile contraddizione , ogni progresso dell ' una dovendo segnare una restrizione ed un abbassamento dell ' altra . È questo il problema omai secolare del libero arbitrio , la discussione del quale dal positivismo sembra avere ricevuto nei tempi recenti nuovo incitamento e importanza più grave , e che può considerarsi altresì come il pernio attorno al quale si aggira la controversia da esso sollevata a riguardo del diritto penale . - Consideriamo ora più specialmente la " scuola positiva del diritto penale " . Anche qui vediamo la proposta di un metodo , nuovo e diverso , fondata su un modo nuovo e diverso di concepire la base e la natura del diritto di punire . Come il positivismo in genere dichiara " antiscientifici " i metodi della metafisica in nome di una nuova teoria della conoscenza , così pure noi vediamo nella scuola " positiva " come contrapposta alla scuola classica , la pretesa di inaugurare un metodo nuovo , più " scientifico " di quello finora prevalso nelle discipline penali . L ' indirizzo prevalente del diritto penale , sia per le sue origini che risalgono a quel generoso movimento di reazione che si produsse nel secolo XVIII contro gli abusi e gli arbitrii che viziavano l ' amministrazione della giustizia , e quindi nel razionalismo individualistico degli enciclopedisti ; - sia anche per le tendenze psicologiche e le opinioni individuali degli scrittori che più hanno influito su di essa ; - ma soprattutto , diciamolo sin d ' ora , per le esigenze imprescindibili della materia penale , si è sempre attenuto , e si attiene tuttora , ad un metodo essenzialmente astratto . Non questo o quell ' individuo autore del reato , ma il reato stesso è l ' oggetto del diritto penale : e il reato considerato non come fatto concreto , ma come ente astratto , come mero rapporto di contraddizione fra l ' atto dell ' uomo e la legge dello stato . È al reato così inteso che viene commisurata la pena , indipendentemente da ogni effetto d ' emenda o di ravvedimento che sia a presumersi abbia ad avverarsi nell ' autore del fatto lesivo , indipendentemente dalla pericolosità speciale dell ' individuo quale può risultare dall ' esame particolare di lui , indipendentemente infine da ogni idea di esemplarità ulteriore della pena sui male intenzionati . - Per i positivisti , un tale metodo si trova in contraddizione colle regole più utili e feconde del metodo sperimentale ; esso è per loro un metodo " metafisico " , come è una " entità metafisica " per loro il reato quale è dalla scuola classica considerato e studiato . Ma non solo il metodo : i principii stessi su cui si fonda secondo i classici , il diritto di punire sono per loro " metafisici " . È questo anzi il punto in cui più si manifesta il carattere critico e demolitore delle nuove dottrine , analogo a quello che abbiamo riscontrato nel positivismo in generale . Qui come là , la riforma del metodo si annunzia come la conseguenza logica della mutazione nelle dottrine ; cosicché un giudizio completo nel metodo non potrà aversi se non dopo un esame , per quanto sommario , di queste sue basi teoriche , e della questione se e fino a qual punto il metodo possa considerarsene come una logica derivazione . Due sono i punti teorici fondamentali nei quali la scuola positiva si pone come avversaria alla classica . L ' uno è rappresentato dalla questione del libero arbitrio , l ' esistenza del quale la scuola " classica " postula come fondamento della imputabilità , mentre è dall ' altra scuola negata . L ' altro punto è la " giustificazione " del diritto di punire , che l ' una pone nella giustizia , l ' altra nell ' utilità , nella necessità in cui si trova la società di difendersi dai suoi nemici . Come è facile vedere , queste premesse trascendono la sfera speciale del diritto punitivo per avere una portata addirittura sul modo di concepire la morale . - Coll ' identificarla col calcolo utilitario , esse tendono a toglierle esistenza distinta ; come , negando la libertà , esse le tolgono la " condizione pratica " per la sua possibilità . Per ciò che riguarda il diritto penale , piuttosto che a produrre una riforma di esso , tali dottrine , se considerate nella loro espressione estrema , sembrano atte piuttosto a scalzarne addirittura le basi . I diversi argomenti dei positivisti sono concatenati fra loro . Ragionano i positivisti : negato il libero arbitrio , su cui poggiavano l ' idea di responsabilità , di merito e demerito , idee necessarie così alla morale come al diritto , ne viene di conseguenza che il diritto di punire , nel senso più comune di questo vocabolo , non è più ammissibile né nella società , né negli individui , e sola rimane la necessità per la società di difendersi da chi ne lede il benessere e la tranquillità , di porlo nell ' impossibilità di nuocere altrimenti , di rimuovere le cause per cui egli fu condotto a ciò fare . A questo fine unico mezzo è lo studio accurato dei precedenti del colpevole , la ricerca di tutti i coefficienti che cooperarono alla produzione necessaria del male , e ciò col duplice intento di rimuovere le cause individuali e sociali del delitto , di curare nell ' individuo l ' irresistibile impulso a commetterlo ; nonché di mettere , nel modo più opportuno e su di lui efficace , il reo nella pratica impossibilità di tradurlo in atto , per tutto il tempo che l ' impulso dura . La verità è che , ammessi tali principî , si avrà una medicina od una profilassi individuale o sociale ; si avrà un complesso di riforme per prevenire in modo diverso il delitto ; ma di un vero e proprio diritto penale non si potrà parlare . Comunque , è da tali premesse che si traggono le conseguenze surriferite intorno al metodo in diritto penale . Non più la considerazione astratta del reato , ma lo studio concreto del delinquente e di tutte le cause che lo spinsero a delinquere . Solo così potrà ottenersi una efficace difesa e rigenerazione sociale . Il metodo da adottarsi , secondo i positivisti , non è diverso da quello invalso per lo studio dei fenomeni naturali : mediante l ' osservazione e lo sperimento acquistare una conoscenza chiara del modo di prodursi e di svolgersi dei fenomeni , delle leggi fatali che li governano : allo scopo di poter poi agire , modificando gli antecedenti , sui conseguenti , e di accrescere così il nostro potere sulla natura . Fino a che punto tale concezione è essa legittima ? Fino a che punto i principî del positivismo come sistema filosofico , se veri in generale , sono applicabili alla sfera più particolare del diritto penale ? E quali sono le conseguenze legittime di una tale applicazione ? A nostro parere , se la tendenza generale segnata dal positivismo è giusta , come quella che rappresenta la maturità scientifica dei tempi nostri ; bisogna però guardarsi da certe intemperanze ed eccessività , frequenti negli scritti dei positivisti , ma che del vero e proprio metodo positivo costituiscono la più flagrante violazione . Se molte delle premesse che la scuola positiva in diritto penale fa sue , sono tali che nessuno potrebbe con cognizione di causa negar loro la propria adesione ; pure molte delle illazioni che essa ne trae sono inesatte od errate , o non tengono conto di elementi pure imprescindibili dell ' oggetto loro . Per chiarir ciò , converrà prima prendere in esame la questione del libero arbitrio : per poi passare alle altre questioni implicate dal nostro argomento . LIBERO ARBITRIO ED IMPUTABILITÀ MORALE . La teoria , che per la prima volta io comprendeva rettamente , cessava di essere scoraggiante , e , oltre al sollievo che ne venne al mio spirito , io cessai di soffrire sotto al peso , così grave per chi mira ad essere un riformatore delle altrui opinioni , di reputare una dottrina come vera , e la dottrina contraria come moralmente benefica . [ MILL , Autobiography , , 1873 , p . 170 ] . - Se noi ricerchiamo qual ' è la ragione dell ' interesse e della passione di cui la questione del libero arbitrio è stata in ogni tempo l ' oggetto , non ci sarà difficile vedere ch ' essa sta principalmente nell ' enorme importanza pratica del problema della Responsabilità . L ' intima connessione fra questo e la libertà del volere è insieme un dato del senso comune , un risultato della riflessione filosofica , e un prodotto dell ' evoluzione del diritto dalle forme più brutali di reazione violenta e senza misura contro la causa , qualunque essa sia , del danno ricevuto , a quelle rigorosamente misurate e strettamente personali delle civiltà più progredite . Una conveniente trattazione del tema della responsabilità non potrebbe quindi andar disgiunta da una discussione , per quanto sommaria , della celebre questione detta del " libero arbitrio " . Questa , com ' è noto , sembra essere una delle questioni più ribelli che abbiano mai affaticato l ' ingegno umano ; e da più secoli ch ' essa è controversa , non sembra ancora aver mosso il passo decisivo verso la sua soluzione . Oggi ancora per alcuni il libero arbitrio è " un ' illusione " per altri esso è una verità evidente , un " fatto " che non ha bisogno neppure di dimostrazione . Per quasi tutti poi , l ' affermazione o la negazione del libero arbitrio è un dilemma gravissimo , onde dipendono conseguenze teoriche e pratiche di incalcolabile valore . Si tratta infatti di sapere " se l ' uomo possa determinarsi da sé ad agire in un modo piuttosto che in un altro , se possa scegliere liberamente il male ed il bene , e se perciò possa essere ritenuto responsabile dei propri atti " . Il consenso comune è sempre stato per il verdetto affermativo , mentre la filosofia , che col senso comune non di rado si trova in conflitto , ha dato per bocca di molti fra i suoi più eminenti cultori responso contrario . Secondo l ' opinione più generale , la questione " se l ' uomo possa determinarsi ad agire " si identifica con quella della causalità nelle umane azioni : se cioè all ' uomo , in quanto è dotato della facoltà di volere , sia applicabile il principio di causalità . L ' uomo solo , dicono alcuni , sfugge alla " legge di necessità " che governa tutti quanti gli altri esseri . Niuna regola lo costringe , niuna legge fatale gli addita in anticipo la via da seguirsi . Egli solo perciò è veramente libero ; libero non " relativamente " , come lo possono essere alcuni agenti della natura di fronte ad altri , ma " assolutamente " . A tali affermazioni rispondono altri , facendosi forti di tutto il movimento scientifico moderno ed asserendo l ' impero della causalità anche nel campo dell ' umane azioni , donde essa sembrava voler essere per sempre esclusa . Essi si credono perciò anche in diritto di negare che le azioni umane possano dirsi libere , e ne traggono argomento per rifiutar loro la responsabilità , così morale che giuridica . È un dilemma dal quale sembra non esservi scampo : da una parte una esigenza suprema della morale e del sentimento , dall ' altra l ' autorità della scienza , oggi sempre crescente . Delle due tesi alternative , la prima ci conduce alla concezione di una volontà quasi nata per miracolo , distaccata da ogni suo antecedente , non atta ad essere studiata nelle sue origini , nelle sue cause , non suscettibile cioè di alcuna conoscenza scientifica ( scire est per causas scire ) ; l ' altra sembra por capo ad un fatalismo più o meno larvato ( poiché nessuno , come ben osserva il Mill , è coerentemente fatalista ) . E mentre il fatalismo ci ripugna , ed è d ' altra parte contrario all ' intuitiva coscienza e all ' orgoglio dell ' uomo , l ' ammettere una soluzione assoluta della continuità naturale fra gli antecedenti tutti quanti della volontà e la volontà stessa , un abisso attraverso il quale non sia possibile tendere alcun filo logico di prevedibilità , è cosa non meno contraria , per altri rispetti , alle nostre esigenze pratiche ed intellettuali . Come la morale sembra postulare l ' affermazione del " libero arbitrio " , così tutta quanta la scienza dell ' uomo sembra postularne la negazione . Entrambe le alternative sono insomma , per dirla col James , postulati di razionalità , la scelta fra i quali non può non riuscirvi per un lato od un altro , dolorosa . Nel fatto , sulla inevitabilità di questo dilemma sorgono gravi dubbi . È evidente , che se una necessità inesorabile costringesse gli uomini ad agire in determinate guise e non altrimenti ; se l ' uomo fosse condannato ad assistere , spettatore inerte , automa cosciente , allo svolgersi degli avvenimenti predeterminati ab aeterno da un fato contro cui ogni resistenza è vana , la nostra credenza nella responsabilità sua sarebbe un imperdonabile errore . Questa è la tesi del fatalismo logico e coerente . Ma il fatalismo come dottrina implica l ' impotenza della volontà umana dinanzi a forze che la trascinano suo malgrado : esso pone queste forze come estrinseche alla volontà , come fattori a lei esterni che entrano in lotta con lei e finalmente la dominano vittoriosamente . Per il fatalista , la volontà esiste come entità distinta , già completamente formata ; esiste l ' impulso ad agire , la tendenza al bene o al male , il dolore e il piacere , il desiderio , l ' aspirazione , l ' ideale ; tutto quel complesso di elementi che contribuiscono alla costituzione di una volontà risoluta ; solo che tutte queste forze rimangono senza alcun effetto . " Ducunt volentem fata , nolentem trahunt " , è l ' espressione tipica del modo fatalistico di concepir la vita : nel quale la volontà ed il fato sono rappresentati come potenze antagonistiche , l ' una però destinata a soggiacere eternamente all ' altra . La questione del libero arbitrio però , com ' è generalmente intesa , non si limita a considerare soltanto la volontà in rapporto alle forze che ne possono limitare o contrastare l ' effetto . Se infatti noi ci domandiamo quali sono le cause che hanno prodotta una determinata volizione , oppur discutiamo in astratto se cause siffatte esistono o sono discopribili , consideriamo la volontà non più ne ' suoi effetti , ma nel processo stesso della sua formazione . Posso benissimo conoscere l ' atto volontario e saperlo distinguere nel caso pratico dagli atti di diversa natura , attribuire alla volontà la sua più piena efficacia ; e nello stesso tempo rimanere dubbioso intorno a qualche qualità propria dell ' atto volontario stesso . Così posso pormi la questione , alla quale più propriamente si riduce la controversia del determinismo : fra le proprietà che distinguono l ' azione volontaria da quella che non è tale , si trova anche la proprietà di fare eccezione al principio di causalità ? Si differenzia essa dalle non volontarie per una maggiore indeterminatezza , o per una indeterminatezza assoluta ? Questa seconda questione è assai diversa dalla prima , se cioè gli atti umani dipendano o non dipendano dalla volontà . Mentre quella portava essenzialmente sulla volontarietà delle umane azioni , questa porta sulla loro prevedibilità ; mentre quella verteva sulla possibilità per noi di agire in un modo piuttosto che in un altro , questa verte piuttosto sulla possibilità per gli altri di influire su di noi : mentre infine la soluzione di quella può decidere della fiducia che possiamo avere in noi , questa decide piuttosto della fiducia che in noi possono avere gli altri . L ' insistere sulla radicale diversità dei due problemi non è , come alcuno potrebbe ritenere , l ' enunciare un truismo : tale diversità è atta ad essere stranamente trascurata . Molti la riconoscono in principio , per poi dimenticarsene nell ' ulteriore svolgimento delle loro dottrine , mentre altri adoperano un linguaggio che lascia incerto quale dei due problemi intendano trattare . Ciò produce uno stato di confusione e d ' equivoco da cui è assai difficile liberarsi , anche per le menti più avvezze alla critica logica . - Chi nega il libero arbitrio è raro che con ciò voglia negare il carattere di volontarietà che hanno alcune fra le nostre azioni . Interrogato , è anzi probabile ch ' egli protesti contro una supposizione siffatta . " Chi ha mai contestato , egli dirà , l ' esistenza di volizioni e la loro relativa efficacia ? Ciò sarebbe puerile . Sono i nostri avversari che ci fraintendono . Per costoro , la volontà sorge dal nulla ; è un vero miracolo ; è un concetto che si trova nel contrasto più aperto colla concezione scientifica , " positiva " del mondo ; è infine una " entità metafisica " che noi ci sentiamo in diritto di scartare sdegnosamente . Ma altra cosa è affermare che le nostre relazioni son " necessarie " e altra cosa affermare che non possiamo fare ciò che vogliamo . Questa è la libertà fisica , mentre noi ci riferiamo alla libertà " morale " , fondata nell ' assurdo concetto di una volontà senza cause . È soltanto nel concetto di volontà che differiamo dai nostri avversari ; alla loro concezione metafisica noi sostituiamo la sola concezione positiva " . A tal discorso non potremmo rispondere se non che su ciò possiamo essere in parte d ' accordo con loro , e che il solo argomento di discussione sarà fino a qual punto certe ulteriori loro affermazioni siano conformi alla premessa così enunciata . Quando si muta il concetto di una cosa , quando , in altre parole , non si fa che negarle certe proprietà e attribuirgliene certe altre , occorre star bene attenti a distinguere dalle proprietà che se ne vanno quelle che rimangono , per non attribuire a tal mutamento di concetto conseguenze maggiori di quelle che veramente ne derivano . Quando neghiamo agli atti umani l ' attributo della libertà , occorre essere ben cauti a sapere di qual libertà si parla . Per lungo tempo si è creduto che " l ' essenza " della libertà consistesse nell ' indipendenza da quel principio di causalità che regge la natura esteriore ; perciò chi pretende estendere il principio di causalità alle azioni umane si è creduto in diritto di negare che queste si possano dir " libere " . Lo stesso è a dirsi dell ' attributo della " volontarietà " : se i nostri atti volontari sono quelli che fuggono ad ogni vincolo causale , ciò significa che non v ' è attività umana che meriti veramente il nome di volontaria . Il male si è che le parole " volontario " e " libero " hanno , nel linguaggio ordinario , un significato determinato ed ormai consacrato dall ' uso . Venti volte al giorno io dico : voglio , e mi sento libero di eseguire la mia volontà . Se qualcuno mi viene a dire che tale mia persuasione è frutto di una " illusione " , il mio buon senso si ribella , e sono inclinato a dar del mistificatore al mio interlocutore . Che se poi le sue ragioni mi convincono , io ne risento un effetto deprimente , e propendo verso una concezione fatalistica della vita . È che la violazione dell ' uso corrente delle parole non avviene quasi mai impunemente ; tosto o tardi la confusione si produce , con danni teorici e pratici talora gravissimi . È come se qualcuno spacciasse monete con valore effettivo inferiore al loro valor nominale , e credesse d ' essere scevro di ogni responsabilità , e di avere evitato ogni inconveniente , per non essersene egli valso se non per il loro valore effettivo , dichiarando oltre a ciò il valore stesso alla persona ricevente . A parte la possibilità della frode e di illecito guadagno per quest ' ultima , è certo che vi sarà tosto o tardi chi prenderà le monete per il loro valore nominale , se qualcuno non ne arresta il corso denunziando l ' inganno . Non altrimenti avviene per le parole adoperate in un senso troppo diverso dall ' usuale . Il linguaggio ha un valore essenzialmente sociale , quasi direi pubblico , e a nessun singolo è lecito farlo variare arbitrariamente . Ogni parola desta in noi , occorre non dimenticarselo , una folla di associazioni , che solo in parte soggiacciono al nostro controllo cosciente . Le " questioni di parola " che generalmente sono considerate come disquisizioni sterili ed oziose , hanno invece una importanza grande appunto per ciò : che una parola , a meno che non sia coniata ex novo , porta seco una moltitudine di rappresentazioni associate che è vano il volere assolutamente sopprimere negli altri , e perfino in noi . Il chiedersi se ad un dato oggetto sia applicabile un dato nome equivale praticamente a chiedersi se tale oggetto possegga le qualità che da tal nome sono o debbono essere rappresentate ed evocate , se cioè tale oggetto debba farsi registrare nella " classe di oggetti " che il nome designa . Ogni questione di parola pertanto , coinvolgendo più o meno direttamente una questione di classificazione , è nello stesso tempo anche una questione di pensiero : la sola differenza fra essa e la " questione di fatto " consistendo in ciò , che mentre in quest ' ultima si tratta di vedere se esista un determinato oggetto o quali sono i suoi rapporti con altri , nella prima si discute se quei rapporti ( ad es . di somiglianza ) che abbiamo constatati fra più oggetti e che vengono connotati da un nome si estendano anche ad un altro oggetto : il che si esprime dicendo che questo oggetto deve o non deve essere chiamato in quel dato modo . Non si meravigli quindi alcuno se ravviserà nella presente discussione del problema del libero arbitrio i caratteri propri della " questione di parola " . È appunto solo sollevando una " questione di parola " che le nostre idee sul libero arbitrio e i suoi rapporti colla responsabilità morale e giuridica potranno farsi chiare ; ed è dal non averla sollevata per tempo che dipende , in gran parte , lo sterile dispendio di forze intellettuali che intorno a questa questione si è prodotto . L ' inconveniente , che rende difficili tutte le questioni del genere di questa del libero arbitrio , non è , come alcuno ha creduto , ch ' esse non abbiano per oggetto l ' esperienza accessibile e che perciò offrano soluzioni le une e le altre egualmente indimostrabili come vere ; ma che i concetti e le idee sono in esse rappresentate da parole il cui significato , volgare o filosofico , ha variato storicamente e non è oggi facile a definirsi , e che quindi recano implicazioni intellettuali o sentimentali aventi coi concetti maestri , per così dire , un semplice rapporto di contiguità e non di dipendenza logica . Vedremo ciò meglio or ora . Ma è così che spesso gli avversari discutono come se asserissero cose irreconciliabilmente opposte , mentre in realtà fanno affermazioni che potrebbero benissimo sussistere l ' una accanto all ' altra senza nuocersi : ed avviene altresì che ciascuno di essi , trasportato dalla foga della disputa e dallo spirito di scuola , nonché tratto in inganno dal suono stesso delle proprie parole , trascura di fare le necessarie distinzioni e si rifiuta di ammettere quelle parti della dottrina avversaria , spesso le più fondamentali , alle quali egli non avrebbe di per sé alcuna obbiezione da fare . Avviene pertanto che l ' errore di ciascuno consista piuttosto in ciò che ognuno indebitamente nega dell ' altro , anziché in ciò ch ' egli afferma di cognizione propria ; e nelle conseguenze ch ' egli da questa indiscriminata negazione trae . - È generalmente nota la distinzione fra quei giudizii che il Kant chiama analitici e quelli ch ' egli chiama sintetici , e che furono per lo addietro designati come proposizioni essenziali e proposizioni accidentali . Mentre colle proposizioni sintetiche , che possono anche essere chiamate proposizioni reali ( Mill ) , intendiamo asserire qualche cosa di nuovo nell ' oggetto designato da un nome , che perciò non era implicato nel significato del nome stesso , nelle proposizioni analitiche , che possono essere considerate come verbali , noi " asseriamo di una cosa sotto ad un nome determinato solo ciò che è asserito di essa per il semplice fatto di averla chiamata con quel nome " ( Mill ) . Tale distinzione non ha forse quell ' importanza che le venne da alcuni attribuita , per il fatto che praticamente riesce assai difficile il riconoscere quali sono le proposizioni analitiche e quali le sintetiche . Le parole non conservano il medesimo significato da tempo a tempo , né da individuo ad individuo . Esse vanno ora estendendo il loro senso a proprietà che prima erano fuori dalla loro sfera d ' applicazione , ora abbandonandone altre che prima in essa rientravano . Onde non sempre le proposizioni sono sintetiche o analitiche per tutti : certe proprietà , che per alcuni sono pure e semplici implicazioni del significato di una parola , per altri , più ignoranti o meno riflessivi , sono elementi nuovi , su cui la loro attenzione va espressamente richiamata . " Le parole , scrive un arguto filosofo , che sono l ' intermediario indispensabile fra il mio pensiero e l ' altrui , hanno ben l ' aria di essere un intermediario inutile ed incomodo fra il pensiero e il suo oggetto . Il pensiero per sua natura è dinamico e vivente ; esso non è , ma diventa , è un progresso , non una cosa ; esso è un organismo di cui le immagini rappresentano le cellule , con questa differenza , che " ogni cellula occupa un punto determinato del corpo , mentre un ' idea veramente nostra riempie tutto il nostro organismo " ( Bergson ) . Le immagini si avviluppano , si generano , si penetrano fra di loro ; esse formano un tessuto vivente . Questo tessuto , il linguaggio lo lacera , lo mette in brandelli , poi ch ' esso esige che " noi stabiliamo fra le nostre idee le medesime distinzioni nette e precise , la medesima discontinuità che fra gli oggetti materiali " ( Bergson ) . Come l ' arcobaleno sulla cascata permane colla sua gamma di vivaci colori nonostante il fluire incessante delle molecole liquide che ne sono quasi il sostegno materiale , come il corpo umano si mantiene colle sue fattezze pressoché inalterate attraverso al perenne rinnovarsi della materia organica che lo compone , così , mentre il pensiero si trova in uno stato di plasticità e di fluidità continue , le forme del linguaggio che servono ad esprimerlo hanno la fissità dei solidi che non mutano d ' aspetto se non per la lenta corrosione degli elementi esteriori . Parole rimaste quasi inalterate a traverso i secoli sono passate a poco a poco per infinite sfumature di significato , in modo da trovarsi alla fine della loro evoluzione a contatto , per così dire , con pensieri diversissimi da quelli ch ' esse rappresentavano originariamente . La storia delle scienze e della filosofia ci offre innumerevoli esempi di questa attitudine del pensiero a scivolare sotto alle parole . E ciò che si verifica per i popoli si verifica pure per gli individui . Per il medesimo individuo , nei diversi stadi della sua vita , a seconda dei diversi gradi della sua educazione e della sua esperienza , il significato di una parola cambia . Così pure se ci volgiamo a considerare i rapporti degli uomini fra di loro , vediamo che per quanto i diversi individui adoperino gli stessi termini a designare a un dipresso i medesimi oggetti , dietro a tale uso abbastanza uniforme si celano differenze notevoli nel senso dei termini stessi . In altre parole , numerose espressioni , pure avendo per tutti la medesima estensione , non hanno per tutti la medesima comprensione : non altrimenti che gli oggetti sul mercato , vendutivi ad un prezzo ch ' è eguale all ' incirca per tutti , possono rappresentare per gl ' individui che se li scambiano gradi diversissimi di valore subbiettivo , cioè di " utilità marginale " . " Ciò dipende , dice il succitato scrittore , dal modo in cui facciamo la conoscenza delle parole . È a forza di veder attribuire le medesime parole ad una quantità di oggetti differenti che si arriva ad indovinarne il senso , se pur ci si arriva : poiché di rado si osserva , e mai con grande precisione , e qualche volta non si osserva affatto ciò che tutti questi oggetti hanno in comune . Così " un fratello sa chi sono i suoi fratelli e le sue sorelle , molto tempo prima di avere una nozione qualsiasi della natura dei fatti implicati nel significato di tali nomi ( MILL , System of logic , I , 1 , Ch . II ) " . " Per provare che qualche fraintendimento esiste sempre in fondo alle conversazioni , basta considerarne parecchie che si succedono sul medesimo argomento . Il malinteso , impercettibile a prima vista , diventa allora patente e colpisce le menti anche meno accorte . È così che la storia si converte in leggenda . Il sistema filosofico più intelligibile in sé e più chiaramente esposto , se si propaga e si estende , è atto a diventare una raccolta di formole vane od una nuova dottrina . Esso non è più compreso o è mal compreso . E in tal modo che nel Medio Evo ogni commento alla filosofia di Aristotile è un traviamento oppure un pensiero originale . Ora la scolastica è un fatto di tutti i tempi : essa compare nell ' antichità , e il Rinascimento l ' ha appena rovesciata ch ' esso la ristabilisce sotto altra forma " . Comunque , è il fatto che le parole non hanno eguale comprensione per tutti coloro che le adoperano , quello che rende quasi impossibile stabilire quali siano le proposizioni sintetiche e quali le analitiche . Così si suol addurre generalmente , seguendo il Kant , come esempio di proposizione analitica la frase : i corpi sono estesi , mentre quest ' altra : i corpi sono pesanti , sarebbe una proposizione sintetica . Ora ciò non è esatto , poiché se chi ha studiato nei libri di fisica , dove corpo è generalmente definito come ciò che occupa dello spazio , è probabile pensi che l ' estensione è un attributo assai più direttamente implicato in tal nome ; d ' altra parte può darsi che l ' operaio o il contadino , che assai più spesso ha sentito la pesantezza dei corpi di quel che non abbia ragionato sulla loro estensione , troverà più naturale attribuir loro la prima che la seconda . È vero che mentre tutti i corpi " occupano dello spazio " , vi sono dei corpi che non pesano pel braccio che li solleva ; ma se per pesante s ' intende semplicemente soggetto alla gravità , si vedrà che la frase : i corpi sono pesanti , è non meno analitica dell ' altra . Il principio d ' inerzia , o di conservazione dell ' energia , e quello della conservazione della materia ci appajono oggi così evidenti che sono da alcuno in ciò equiparati agli assiomi della aritmetica . Eppure vi è stato un tempo in cui tali verità erano apertamente disconosciute , in cui si credeva che il movimento si esaurisse e la materia svanisse senza lasciar traccia di sé , ed è solo attraverso ad una lunga serie di sforzi intellettuali che gli uomini sono arrivati a convincersi del contrario . Il principio che la materia " non si crea né si distrugge " , è asceso al grado di giudizio analitico solo in tempi relativamente recenti . In tesi generale il cammino della scienza tende ad aumentare il numero delle proposizioni che sono , o possono essere per chi le enuncia , analitiche . - Le leggi scientifiche formulano rapporti invariabili di coesistenza e successione fra fatti e proprietà ; il che ci permette di dedurre dalla presenza di un fatto o di una proprietà una catena sempre più lunga di fatti o proprietà . - Ora le proprietà di un oggetto sono quelle che servono alla sua definizione - un oggetto è un insieme di proprietà costantemente legate fra loro . - Ciò che ci dà il concetto di un oggetto non è che l ' insieme delle sue proprietà essenziali : e tali sono quelle appunto che intendo attribuirgli quando gli assegno quel dato nome . E quando io affermo di un oggetto una di queste proprietà le quali sono , o possono essere contenute nella sua definizione , io enuncio una proposizione analitica . Ora la scienza accresce il numero delle proprietà legate fra loro in modo , che la presenza di una di essa sia indizio certo della presenza delle altre . - Tutte le proposizioni generali ch ' essa enuncia sono sintetiche per chi le ode per la prima volta , ma sono atte a divenir analitiche per chi è familiare con esse . Se tutti gli oggetti designati da un nome posseggono invariabilmente , oltre alle proprietà sin qui conosciute come costituenti la connotazione del nome stesso , anche altre proprietà ciò vorrà dire che basterà d ' ora in poi semplicemente aver applicato il nome stesso ad un oggetto per intendere che questo possiede , oltre a quelle , anche queste . " La scienza , scrive il Dugas , è un linguaggio ben fatto , e questo linguaggio è l ' espressione , ognora più abbreviativa e più semplice , di una realtà meglio conosciuta nei suoi particolari e nella sua complessità " . Ma se pertanto col progredire della scienza il numero dei giudizi analitici tende a crescere , talora per avventura accade che una proprietà , fino a un certo momento ritenuta " essenziale " ad un dato oggetto , si scopra non esser tale , sia perché si trovano altri oggetti , pur aventi tale comunanza di proprietà con quello da costringerci a chiamarlo collo stesso nome , ma mancanti di quella proprietà in particolare ; sia perché una nuova corrente di pensiero porti a negare quell ' opinione finora generale . In breve , anche nel cammino della scienza bisogna tener conto dell ' errore possibile . Che avverrebbe se domani si verificasse un caso ben constatato di annullamento della materia ? - Quando si scopre l ' errore , cioè si riconosce che una data proprietà non è affatto , come si credeva , caratteristica di un dato oggetto , una scelta si impone : o si mantiene il nome di prima a quel gruppo d ' oggetti , rifiutando d ' ora innanzi la definizione che se ne dava mediante quella proprietà ; o si seguita a ritenere quella proprietà essenziale all ' applicabilità del nome , affermando così che il tal gruppo di oggetti non " merita " più tal nome . Ad ogni modo tutto ciò mette sempre capo ad un rifiuto o ad una sostituzione di definizione . Tale rifiuto o sostituzione non interessa gli oggetti reali se non per ciò che riguarda quella o quelle determinate proprietà . Gli oggetti rimangono integri pel rimanente , né apprendiamo nulla sulla loro esistenza o meno . Non sempre però di ciò si tien conto . Accade , abbiamo visto , che coloro i quali sono avvezzi a sentir definire l ' oggetto mediante quella proprietà particolare , si rifiutino d ' ora innanzi ad applicare il nome di quell ' oggetto al complesso di proprietà rimanenti , o , ciò che è lo stesso si rifiutino di ammettere l ' esistenza di oggetti a cui quel nome sia applicabile , col pretesto che quelli che esistono " mancano delle proprietà necessarie per potere essere così chiamati " . Che cosa ne deriva ? che siccome invece nel linguaggio ordinario il nome indica anche la presenza delle altre proprietà , il loro rifiuto è male interpretato , si crede che " l ' oggetto " sia addirittura negato , e se ne desumono delle conseguenze che sono altrettante erronee quanto difficili a dimostrarsi tali . Infatti la premessa onde si parte , il rifiuto di applicare un dato nome , può esser giusta ; ma secundum quid , vale a dire secondo la definizione particolare che del nome è stata data . D ' altra parte le conseguenze sono tratte da quel rifiuto preso sic et simpliciter , come riguardante il nome nella sua più completa ed usuale connotazione . Ci troviamo quindi dinnanzi ad un sofisma , che spesso si cela sotto le pieghe di una sottilissima e complicatissima dialettica , ma che non è per questo meno fecondo di danni . - Se ora consideriamo più particolarmente la questione del " libero arbitrio " vediamo subito come ad essa si applichi tutto ciò che abbiamo detto sin qui sulla influenza di un linguaggio poco preciso nel rendere pressoché insolubili certi problemi . - La fusione del problema del fatalismo con quello della " causalità delle umane azioni " è stata ed è prevalentemente favorita dalla non sufficiente accuratezza nell ' accertare che cosa si intende dire colle parole causa , necessità , libertà , quando si afferma che anche le volizioni umane sono necessarie , che di esse si potrebbero determinare le cause con altrettanta sicurezza come a riguardo di qualunque fenomeno naturale ; che l ' uomo pertanto non è " libero " . Senza tener conto di ciò , rimarrà sempre inesplicabile come la conciliazione fra i concetti di libertà e necessità appaia agli uni così semplice ed evidente , mentre ad altri essa appare addirittura una cosa " enorme " . - Alla domanda : esiste il libero arbitrio ? - si potranno dare risposte in apparenza contraddittorie , in realtà suscettibili di essere nello stesso tempo vere e false , fintanto che non si è data una soluzione alla prima questione : che cosa cioè s ' intenda , o si debba intendere per libero arbitrio . Originariamente , liberum arbitrium non poteva voler dire altro che la facoltà di scegliere volontariamente fra le diverse azioni quella che si preferisca , e di menare ad esecuzione il verdetto della volontà . Libero arbitrio e volontà non potevano avere significato diverso , e questione del libero arbitrio non poteva rappresentare se non la questione se e fino a che punto l ' uomo possa volere ciò che fa . Solo più tardi questa - se l ' uomo possa volere ciò che fa e fare ciò che vuole - venne considerata come la questione semplicemente della libertà fisica , - questione facilmente risolubile in senso affermativo ; mentre la questione detta del " libero arbitrio " fu trasportata in una sfera più alta , quella della " libertà metafisica " in cui pur si stimò conservasse gran parte della sua importanza pratica e morale e seguitasse ad essere il fondamento della responsabilità etica ed anche giuridica . Tale libertà metafisica poi fu fatta consistere nell ' indipendenza più assoluta da ogni vincolo di causalità . Per comprender per qual processo psicologico sia avvenuto tale trapasso , occorre considerare che per lungo tempo , specialmente sotto l ' influsso del pensiero teologico , fu creduto che l ' indipendenza dalla causalità costituisse effettivamente l ' " essenza " dell ' atto volontario , e la proprietà fondamentale per cui questo potesse dirsi libero e quindi responsabile . La parola libertà poteva dunque per tutto questo tempo " connotare " indifferentemente l ' attributo della volontarietà e quello della mancanza di causalità . Ma quando cambiò il modo di considerar la natura dell ' azione volontaria ; quando si suppose o si credette dimostrato che anche di essa potevano rintracciarsi le cause ; ne venne che chi al nome libertà faceva corrispondere soprattutto il secondo degli attributi si credette poter affermar legittimamente che l ' uomo non fosse libero , e conseguentemente anche che non fosse neppur responsabile delle proprie azioni . Ne nacque quindi la credenza che alla responsabilità morale nell ' uomo non bastasse la libertà fisica , pratica , ch ' egli asserisce ad ogni istante della sua vita dicendo : io voglio , - ma fosse necessaria una libertà più elevata e recondita , di cui fu fatto un problema a parte . Ora è intorno a questo concetto di una libertà " superiore " che verte tutta la questione . L ' estensione della parola libertà a quest ' ulteriore problema è cosa legittima , e tale da non ingenerare equivoci ? Ed è proprio questa la libertà in cui ha suo fondamento il concetto dell ' umana responsabilità ? La nostra opinione è che il problema della libertà è uno solo . Ed è il problema della volontarietà . Ogni indagine avente per oggetto una libertà " ulteriore " , più profonda e verace di questa implica un impiego abusivo di termini atto a traviare il pensiero filosofico , e pertanto da scartarsi . Quando , nella discussione intorno al libero arbitrio , gli uni asseriscono che l ' uomo non è libero , l ' importo vero della loro asserzione è che l ' uomo non possa dirsi libero secondo la definizione speciale data del liberum arbitrium indifferentiae dai loro avversari . Senza tener conto di ciò ogni apprezzamento della loro dottrina e delle sue conseguenze riescirà malsicuro . Essi intendono semplicemente negare che delle volizioni umane sia assolutamente impossibile rintracciare le cause , e di " negare " quindi quel concetto di libertà che in tale assenza di cause la faceva consistere . Ma la parola libertà , come le altre che occorrono in questa questione , " causa " , " necessità " , e simili , hanno - giova ripeterlo - un significato ormai consacrato dall ' uso . La distinzione fra atti liberi e non liberi è una distinzione che ci serve continuamente nelle vicissitudini quotidiane . Tutti noi profferiamo continuamente giudizi sulla libertà nostra o l ' altrui , valutiamo l ' innocenza o la colpevolezza di questo o quell ' individuo , ne ricerchiamo le scuse , le attenuanti o le aggravanti , senza mai aver ragionato se le nostre affermazioni implichino la negazione della causalità e senza il più delle volte sospettare neppure di trattar come risolto " un problema metafisico della più alta importanza e difficoltà " . Prendiamo le parole così come ci vengono presentate dall ' uso volgare , e le applichiamo , senza troppo esitare , ai casi pratici ogni qualvolta in essi ravvisiamo certi caratteri , certi segni , che sono , logicamente parlando , quelle che si chiamano le note dei nostri concetti , e formano la connotazione delle parole . Determinare quali sono queste note , e qual è pertanto il contenuto dei giudizi che tutti noi , uomini incolti e scienziati , confusi nelle esigenze della vita pratica , dieci e dieci volte al giorno profferiamo , è compito d ' importanza , non solo psicologica , ma anche logica e filosofica grandissima . Esso è anzi lo scopo di gran parte dell ' indagine filosofica passata e presente . Non altrimenti vanno considerate tutte le speculazioni che soglionsi raggruppare sotto il nome di teoria della conoscenza . Le classiche ricerche di Berkeley sul concetto di realtà , di Hume sul concetto di causa , per tacer d ' altre , non hanno , come venne da molti creduto , lo scopo di rispondere alla domanda " se la realtà esista " o " sia conoscibile " se si possano o no ritrovare le cause vere dei fenomeni ; ma piuttosto di analizzare il contenuto di tali concetti , da dirci che cosa intendiamo dire quando enunciamo giudizi sulla realtà dei fenomeni e sulle loro cause . Sarebbe assurdo il pensare che tali giudizi siano privi di senso , e che i termini corrispondenti meritino addirittura di essere cancellati dal nostro vocabolario " scientifico " . Si potrà discutere quali siano i caratteri su cui si basa la distinzione fra atti liberi e non liberi , non già rifiutarla senz ' altro . Alcune distinzioni , specie se create artificialmente dallo scienziato in vista di certe differenze fra i fatti , possono bensì essere scartate senza scrupolo e abbandonate per sempre , ove si riconosca inesistente la differenza su cui si fondavano : ma altre invece - che troppo di frequente ci servono nel linguaggio parlato e che è lecito quindi presumere siano basate su differenze reali fra i fenomeni , se anche generiche e difficili a determinarsi - non possono esserlo senza gravi inconvenienti . " Si potrebbe dire , scrive il Vailati , che la tattica più opportuna da adottarsi dal filosofo e dallo psicologo , di fronte ad una parola che , dalla tradizione o dal linguaggio comune , gli venga presentata con significato indeciso o viziato da pericolose associazioni , sia quella consigliata dal vangelo rispetto al peccatore : " non si deve desiderare la morte ma ch ' essa si converta e viva " ; che cioè essa , spogliata e purificata da ogni indeterminatezza od ambiguità , entri a far parte del linguaggio tecnico assumendo un senso quanto meno è possibile disforme da quello che vagamente e quasi istintivamente il linguaggio comune le attribuisce " . Se ora interroghiamo l ' uso popolare ; se ci domandiamo che cosa vogliamo dire quando diciamo di essere liberi di scegliere questo piuttosto che quel corso d ' azione , vediamo che in ogni caso ci riferiamo alla nostra facoltà di volere una cosa piuttosto che un ' altra , e di eseguire la nostra determinazione volontaria . Qualunque sia il risultato dei moderni studi di psicologia e di fisiologia sulla volontà ; qualunque sia la risposta che la scienza moderna sarà per dare a quell ' altro e " più elevato " problema : se le nostre azioni siano o no determinate da cause ; resterà sempre per noi ridubitata l ' esistenza di un ' azione volontaria come distinta dall ' azione involontaria . Spetterà allo psicologo , al fisiologo , al filosofo il determinare su che si basi tal distinzione , lo spinger quindi più innanzi l ' indagine intorno alla natura dei fatti implicati nel nostro discorso quando diciamo di volere . Ma il fatto che talora vogliamo , e talora non vogliamo agire , che talora la nostra volontà resta senza efficacia , talora invece sortisce il suo pieno effetto , non potrà essere distrutto da alcuno sforzo di dialettica . Avremo fatto un gran passo innanzi quando ci saremo convinti che ciò che il senso comune ha in ogni tempo postulato non è la libertà " metafisica " , consistente nell ' esser sciolti da ogni vincolo di " causalità " , ma è la libertà pratica , " fisica " di fare ciò che vogliamo . - Aggiungiamo che a questo riguardo il responso della scienza e della filosofia non può essere che la piena giustificazione di quello del senso comune . L ' uomo è dotato di aspirazioni sentimentali ed ideali , di una ragione capace di guidar la sua mano nella scelta dei fini e dei mezzi , di una mente cioè , nella quale si rispecchia l ' avvenire e dalla quale l ' avvenire è in parte plasmato ; ciò sarà sempre vero , sia che la mente stessa segua ne ' suoi processi una tal qual regolarità che ci permetta un giorno di determinarne le leggi , sia che questo debba restar in eterno vietato agli sforzi degli psicologi . Poiché tale è la sola pretesa legittima che possano vantare i " deterministi " . E se essi hanno così spesso palesata la tendenza a negare o almeno a deprezzare l ' efficacia direttiva della nostra ragione sulle nostre azioni , nel che consiste propriamente la volontà e così pure la libertà , ciò dipende oltre a tutto dal persistere in loro di un concetto della causalità e della necessità , che essi stessi poi magari in altre occasioni professano di rigettare . - È ciò che osserva il Mill in un celebre capitolo del suo Sistema di logica . " Molti non credono affatto , egli dice , e pochissimi sentono praticamente che non v ' è nella causalità nulla oltre ad una invariabile , certa ed incondizionale successione . Pochi sono coloro ai quali la semplice costanza di successione appaia un vincolo di unione abbastanza stringente per un rapporto di natura così speciale come quello di causa ed effetto . - Anche se la ragione lo ripudia , l ' immaginazione conserva il sentimento di una connessione più intima , di un qualche strano legame o misteriosa costrizione esercitata dall ' antecedente sul conseguente . Ora è appunto ciò che , considerato in applicazione alla umana volontà , confligge colla nostra coscienza e rivolta i nostri sentimenti . - Siamo certi , che nel caso delle nostre religioni una tal costrizione misteriosa non esiste " . " Coloro che credono che le cause traggano seco i loro effetti per un mistico legame hanno ragione di credere che la relazione fra le volizioni e i loro antecedenti sia d ' altra natura . Ma essi dovrebbero fare un passo innanzi , e riconoscere che questo è anche vero del rapporto di ogni altro effetto col suo antecedente . Se un tal vincolo è considerato come implicato dalla parola necessità , la dottrina non è vera delle azioni umane ; ma neppure è essa allora vera degli oggetti inanimati . Sarebbe assai più corretto il dire , che la materia non è vincolata da necessità , che l ' affermare ciò della mente " . La cosa apparirà anche più chiara ove si rifletta all ' origine psicologica di questo concetto di un legame più intimo e stringente fra i fenomeni della natura esteriore che non fra quelli del nostro mondo interno . A dirimere i rapporti fra gli elementi della natura esteriore è necessario un certo sforzo . - Cosicché l ' affermazione che una cosa è causa di un ' altra viene ad essere il più delle volte anche l ' espressione della nostra impotenza , assoluta o relativa , di impedire che , data la causa , l ' effetto si produca ; il che esprimiamo dicendo che è necessario , che è inevitabile , che il tal fatto si produca , che non sta in nostro potere di modificare il rapporto fra esso e i suoi antecedenti , o che per far ciò si richiede da parte nostra la spesa di una certa somma di energia . I rapporti del concetto popolare della causalità col sentimento dello sforzo furono a torto trascurati dal Hume e dal Mill . È evidente che lo sforzo non è altro che l ' indice che qualche cosa si oppone all ' esecuzione della nostra volontà . Se la necessità indica sforzo , relativa impotenza , allora necessità e volontarietà sono termini antagonistici . Azioni volontarie sono quelle che per eccellenza stanno nel nostro potere . Non è peraltro l ' estensione alle azioni volontarie di questa causalità o necessità in senso più stretto quella che i deterministi possono volere , poiché essa implicherebbe una contraddizione nei termini . - Essi non possono affermare se non che anche della produzione delle azioni volontarie è possibile stabilire le leggi . Ma legge qui non indica se non prevedibilità . Ogni legge stabilisce che dati certi elementi della realtà , se ne potranno prevedere certi altri . Essa presuppone altresì che altri elementi nel caso contrario non vengano a disturbare il rapporto così stabilito . La combinazione di più elementi dà luogo ad effetti che sarebbe stato impossibile argomentare a priori dall ' esame di ciascun elemento separato ma che , data la combinazione , si possono con ogni certezza prevedere . Onde se si conoscessero le leggi dell ' azione combinata di tutti gli elementi presenti in un dato oggetto , ad un istante dato , sarebbe possibile dedurne con tutta sicurezza ciò che avverrà nel momento successivo . Nella sfera della volontà , ciò significa che se all ' istante che precede immediatamente l ' azione io conoscessi tutti gli elementi presenti , potrei predire infallibilmente l ' azione che seguirà . Quest ' asserzione teorica non fa del resto che mostrarci la quasi - impossibilità pratica che tale predizione avvenga . - Ben lungi dal convincere l ' agente della inevitabilità delle proprie azioni , essa deve fargli presente che ogni suo pensiero , ogni sua considerazione - quella " se esista o no il libero arbitrio " compresa - introduce per ciò solo un nuovo elemento al complesso di cause che determineranno l ' evento . I rapporti di causalità che lo studioso avrà riscontrati fra i fatti del suo pensiero e le sue azioni non saranno mai per riprodursi indisturbati ogni qualvolta egli vorrà servirsene per predire il corso del proprio pensiero o della propria attività nel momento prossimo successivo ; e questo perché ? perché il semplice fatto di conoscere tutto ciò in anticipo rende deforme la realtà concreta dalle premesse delle leggi da lui stabilite : tale conoscenza può fornire motivi nuovi ed inaspettati ad una delle alternative possibili . - E così via all ' infinito . Come si vede , si può ammettere la possibilità di determinare le leggi dell ' azione volontaria e nello stesso tempo affermare nell ' uomo il potere più assoluto di modificare a suo talento il corso delle proprie azioni , dichiarando antiscientifica e contraddittoria ogni concezione fatalistica della volontà . Nulla di più può essere postulato dai moralisti più rigorosi ed esigenti , per ciò che riguarda la pratica possibilità della morale , la quale sarebbe certamente nulla ove l ' uomo non potesse disporre dei suoi atti a suo talento . Ogni esame degli scritti loro , non meno che ogni indagine della coscienza popolare , ci convincerà che ciò che è veramente necessario alla morale terrena è l ' esistenza di quella libertà che alcuni hanno chiamata , con frase inesatta ed equivoca , libertà fisica . " L ' uomo , scrive il Carrara , ha la facoltà di determinarsi nelle sue azioni , preferendo a proprio talento il fare e il non fare dietro i calcoli del proprio intelletto . Questa potenza è quella che costituisce la sua libertà d ' elezione . È in virtù di tale facoltà che gli si chiede conto degli atti a cui si determina " . " Il magistrato trova in un individuo la causa materiale di un atto e gli dice : tu facesti : imputazione fisica . Trova quell ' individuo con volontà intelligente e gli dice : tu facesti volontariamente : imputazione morale " . " La morale , scrive il Brusa , insegna che l ' uomo ha , fra i previsti , l ' obbligo di renderne reale uno , il quale possa ragionevolmente adattarsi come degno de ' suoi fini ideali . La morale dice e dirà sempre all ' uomo finché essa sussisterà : tu devi . Ora se tu devi , gli è che tu puoi " . Orbene , che cosa v ' è in una libertà così concepita , che cozzi veramente contro l ' ammissione di un vincolo di causalità fra la volontà e i suoi antecedenti , quale siamo venuti delucidando ? Dobbiamo andar più oltre , e col Ihering , il grande filosofo del diritto , non certo sospetto di non aver stimato al suo giusto valore la funzione della volontà nelle opere individuali e sociali dell ' uomo , che senza una qualche causalità riesce difficile addirittura il concepire la volontà ? " Senza ragion sufficiente , egli dice , un movimento della volontà è altrettanto impensabile quanto il movimento della materia : la libertà del volere nel senso , che la volontà si possa mettere in moto spontaneamente senza alcuna causa impulsiva , è qualche cosa di simile al barone di Münchhausen , traente sé stesso per i capelli fuor della palude " . Comunque , il moralista non ha bisogno , per concepir la possibilità della morale fra gli uomini , di suppor risolta in senso negativo la questione " se le nostre azioni obbediscano o no al principio di causalità " . Quand ' anche fosse dimostrato irrevocabilmente che la legge di causalità non soffre eccezione alcuna neppure nella sfera dell ' attività umana , rimarrebbe sempre indiscussa l ' esistenza di azioni volontarie distinte da quelle che tali non sono . Non è quindi nella negazione del " libero arbitrio " , nel senso tradizionale di questa espressione , che possa fondarsi logicamente la negazione della responsabilità dell ' uomo di fronte al suo simile per le azioni commesse ; ed ogni affermazione dei positivisti come di altri la quale implichi una tal premessa è pertanto inammissibile . - Noi abbiamo fin qui parlato della volontarietà delle nostre azioni come sufficiente a costituire il fondamento della responsabilità dell ' uomo di fronte ai propri simili . Con questo non abbiamo voluto affermare ch ' essa sia sufficiente ad altre esigenze , principalmente a quelle del sentimento religioso . Ciò che basta a stabilire la responsabilità dell ' uomo di fronte ad un altro uomo può non bastare a stabilirne la responsabilità di fronte a Dio . Per farsi una idea di come sia sorta e si sia radicata l ' opinione che alla possibilità di una imputazione morale sia necessaria una libertà consistente nell ' indipendenza da ogni causalità , bisogna tener conto della parte importantissima rappresentata dal " problema del libero arbitrio " nella teologia cristiana . È noto infatti com ' esso costituisca , per così dire , il pernio delle questioni più gravi e difficili che abbiano agitato il pensiero teologico : la predestinazione , la grazia , il peccato originale , la redenzione , la stessa bontà , preveggenza , e onnipotenza divina ; e sia stato nel seno della chiesa , dai tempi primitivi fino ai nostri giorni , una delle più vivaci sorgenti d ' eresie e di scismi . Il sentimento religioso è fenomeno oltremodo complesso , composto di elementi morali ed intellettuali che spesso si trovano in conflitto fra loro . Qualunque sia esso stato al suo inizio : sia esso stato il frutto del primo svegliarsi della curiosità scientifica , abbia esso avuto origine nel sentimento di terrore dell ' uomo primitivo dinnanzi ai paurosi fenomeni della natura , oppure nelle prime e malcerte esigenze del suo senso morale , il certo si è che nelle nostre religioni più evolute si riscontra la presenza di questi vari elementi , per quanto trasformati e sublimati . La divinità è anzitutto concepita come " spiegazione " suprema dell ' universo , come suprema verità , ed è considerata come la causa prima ed il sostrato essenziale di tutti i fenomeni . Le sue attribuzioni sono l ' infinità e l ' eternità , l ' onnipotenza e l ' onniveggenza ; ogni limite imposto alla personalità divina ripugna alla coscienza religiosa dei tempi moderni . Ma nello stesso tempo la divinità personifica e rappresenta il principio e la sanzione morale suprema , il fine di ogni esistenza , la sua giustificazione . Affinché il sentimento religioso sia pienamente soddisfatto , affinché una religione sia veramente tale ( religio ? ) , occorre che la divinità , oltreché pensata , possa essere anche venerata ed amata . Il valore delle religioni non sta tanto nell ' essere esse una spiegazione dell ' universo , quanto nell ' essere una spiegazione ottimistica , consolatrice , confortante . In questa loro missione sentimentale va ravvisata una delle principali ragioni della loro forza . Ma per ciò , bisogna che la divinità possa apparirci come immensamente giusta ed immensamente buona , come la raddrizzatrice di ogni torto , la compensatrice della infelicità della vita , come quella che risolve , insomma , il problema del male : in essa deve convergere non la sola fede , ma anche la speranza e la carità degli uomini . Fino a che punto è possibile l ' accordo fra queste esigenze del sentimento religioso ? Il problema non ha mai cessato di agitare la mente dei credenti . Esso è , per così dire , il problema teologico per eccellenza . Se Dio è causa di tutte le cose , come spiegare la presenza , d ' altronde incontestabile , di tanto dolore e di tanta perversità nell ' universo ? Se Dio è onnipotente ed onniscente , come non ammetterlo nello stesso tempo o indifferente , o addirittura malevolo a nostro riguardo ? Come sopratutto ammettere in lui il diritto di castigare l ' uomo per aver commesso un fallo la cui responsabilità ultima risalirebbe a lui ? " L ' ultimo autore di tutte le nostre volizioni , scrive Hume , fu il creatore del mondo , che per il primo impresse il movimento a questa immensa macchina e pose tutti gli esseri in quella posizione particolare , dalla quale ogni evento successivo doveva risultare per una inevitabile necessità . Le azioni umane possono dunque o non contenere malizia alcuna , come quelle che procedono da una causa così perfetta , oppure , se ne contengono , debbono coinvolgere il creatore nel biasimo che meritano , dal momento che si riconosce ch ' egli ne è la causa ultima e il vero autore . Perocché come un uomo che ha appiccato il fuoco ad una mina , è responsabile di tutte le conseguenze di questo atto , tanto se la miccia è lunga come se è corta , - così , dovunque si trovi una catena continua di modificazioni necessarie , l ' Essere , finito o infinito , che ha prodotto la prima deve essere considerato anche come l ' autore di tutte le altre " . Di qui l ' ipotesi del libero arbitrio , secondo la quale la volontà è essa stessa un anello terminale nella catena delle cause , è essa stessa una causa prima . La necessità di tale ipotesi s ' impose ai dottori della chiesa sin dai tempi più antichi . " Né gli elogi , né i supplizi , dice Clemente d ' Alessandria , sono fondati in giustizia , se l ' anima non ha il libero potere di desiderare e d ' astenersi , e se il vizio è involontario " . Ma subito aggiunge : affinché per quanto è possibile Dio non sia la causa dei vizî degli uomini . I Manichei , che , com ' è noto , negavano il " libero arbitrio " , erano costretti ad ammettere un altro principio del male ( Hylè ) . Essi furono combattuti vivacemente da Sant ' Agostino , il quale peraltro credette risolvere la questione concludendo che l ' uomo non ha avuto il " libero arbitrio " se non prima della caduta , ma che da allora in poi , divenuto preda del peccato , non ha più da sperare la propria salvezza se non dalla predestinazione e dalla redenzione . Ad un grado maggiore di maturità è giunta la controversia con S . Tommaso d ' Aquino . L ' uomo è dotato di libero arbitrio " alioquim frustra essent consilia , exhortationes , praecepta , prohibitiones , praemia et poenae " . Il libero arbitrio però v ' è identificato colla volontà , e la distinzione fra volontario ed involontario v ' è fondata sulla definizione datane da Aristotile . Dio è sempre la causa prima di tutte le cose , e naturali , e volontarie . Ma " come per le cause naturali egli non toglie , movendole , che i loro atti siano naturali , così , movendo le cause volontarie non toglie che le azioni loro siano volontarie , ma piuttosto ciò produce in loro , poiché opera in ciascuna cosa secondo la proprietà sua " . S . Tommaso ammette dunque la predestinazione : tuttavia egli la concilia colle esigenze opposte mediante la dottrina delle cause contingenti . Tale dottrina ha una importanza immensa nella concezione cosmologica del medio evo , in cui fra le altre cose , serviva a spiegare la presunta influenza degli astri sul corso della vita umana , come appare anche in Dante . Secondo questa concezione , che risale alle dottrine d ' Aristotile sulla materia e sulla forma - sebbene vi sia chi discute ch ' essa sia una riproduzione genuina del pensiero di lui - l ' ordine che regge l ' universo e che emana da Dio non è costante in tutte le sue parti . Il mondo ci presenta una gerarchia digradante da una maggiore ad una minor perfezione , regolarità , ed uniformità .. Il tipo della uniformità e della regolarità era la sfera esteriore del Cosmo , l ' Aplanes ( Empireo ) coll ' innumerabil genere delle stelle fisse incastonate in esso , eterna e sempre in moto nella medesima orbita circolare , per necessità della sua stessa natura , e senza alcuna potenzialità di fare altrimenti . Ma la terra e i corpi elementari , organici ed inorganici , sotto alla sfera lunare e nell ' interno del Cosmo , apparivano di perfezione inferiore e di natura diversa . Erano invero in parte governati e pervasi dal movimento e dall ' influenza della sostanza celestiale nella quale erano comprese , e dalla quale prendevano in prestito la loro forma implicata colla materia , col principio cioè di potenzialità , di trasformazione , di mutabilità , di irregolarità , di generazione e distruzione . Vi sono dunque nei corpi sublunari e tendenze fisse e tendenze variabili . Le tendenze costanti sono quelle che costituiscono la natura , la quale sempre aspira al bene , o alla perpetua rinnovazione di forme perfette al massimo grado , per quanto impedita in quest ' opera dalle influenze avverse , e perciò atta a non produr mai se non individui difettosi e destinati a perire ( per ch ' a risponder la materia è sorda ) . La parte variabile è costituita dalla " spontaneità " o " caso " i quali costituiscono un agente indipendente che accompagna inseparabilmente la natura , sempre modificandone pervertendone , frustrandone i propositi . Inoltre , i diversi agenti naturali di frequente reagiscono gli uni sugli altri , mentre le tendenze irregolari agiscono alla loro volta su essi tutti . Nella misura in cui agisce la natura , in ciascuno dei suoi agenti distinti , i fenomeni sono regolari e prevedibili : tutto ciò ch ' è uniforme , o che , senza essere del tutto uniforme , ricorre naturalmente e frequentemente , è opera sua . Ma , oltre ed accanto alla natura , vi è l ' influenza del caso e della spontaneità , che è essenzialmente irregolare e imprevedibile : sotto questa influenza vi sono possibilità tanto pro che contro : di due eventi alternativi , tanto l ' uno che l ' altro possono egualmente prodursi . [ Grote , Aristotle , I , pp . 164-165 ] . Per noi , che siamo oggi portati a vedere nella apparente assenza di cause determinanti piuttosto un segno della nostra ignoranza che non dell ' irregolarità della natura , tale concetto di una irredimibile contingenza può non parere accettabile . La parola contingenza , se rimanesse nel nostro vocabolario filosofico , non designerebbe se non quei fatti che , per la complessità e il numero delle loro cause , per la remota disparità degli elementi che concorrono a formarli , per la loro attitudine a modificarsi per ogni più piccola influenza sopravveniente , ci è impossibile , allo stato attuale delle nostre cognizioni , di prevedere . - Essa starebbe cioè a rappresentarci piuttosto la presenza di leggi molteplici , intreccianti i loro effetti , la esistenza cioè di un ordine più complicato , che non la mancanza di ogni legge . La contingenza in questo senso non sarebbe che relativa , non assoluta . Se per causa s ' intende non il complesso degli elementi necessari e sufficienti alla produzione di un fenomeno , ma anche quelli semplicemente necessari , causa contingente significherà quel fattore che può dar luogo a prodotti diversi a seconda della diversità degli altri fattori con cui si trova in combinazione ; così il sole sarebbe una causa contingente rispetto all ' esistenza della vita organica sui pianeti . - Così intesa , la distinzione fra cause necessarie e contingenti può riescire di qualche utilità , ed è forse ad averla trascurata che sono dovuti alcuni errori che si sono accreditati e diffusi nel mondo scientifico moderno . In questo senso - nel senso di una maggior complessità di cause - si può dire , senza timore di sollevare contestazioni , che le azioni volontarie rientrano nella contingenza . Ma oggi in generale , per la nostra educazione scientifica , siamo poco disposti ad ammettere che vi sia una porzione dell ' universo ove la legge e l ' ordine non estendano il loro dominio : una contingenza come quella di S . Tommaso ci ripugna ed urta contro tendenze ormai inveterate in noi . Giova osservare però che non mancano tentativi , anche modernissimi , di ripristinare un concetto di contingenza analogo a quello di S . Tommaso ; e ciò sempre , osserviamolo , per fini e mire essenzialmente teologiche . Certo si è che la contingenza in senso assoluto rappresenta pur sempre quella soluzione di continuità nella catena causale , che è indispensabile per evitar di concepire il male come una emanazione della divinità . Il male allora non sorge e si sviluppa se non in quella parte dell ' universo ove domina la contingenza . Il dualismo inerente ad ogni religione positiva qui si fa manifesto : da una parte Dio e la " natura " che , " obbedendo all ' istinto a lei dato che la porta " , aspira alla perfezione ; dall ' altra una potenza avversa , sia essa il caso , la materia , la volontà umana od uno spirito maligno , il demonio . Fino a qual punto la teologia sia riescita a togliere la contraddizione fra l ' infinità e l ' onnipotenza di Dio e la presenza di questa potenza avversa , è questione troppo grave per esser qui discussa ; tanto più che contraddizioni siffatte , insuperabili dalla fredda ragione , possono benissimo essere superate ove intervenga un atto di fede . In ultima analisi , per la teologia il problema della predestinazione si risolve coll ' ammettere si tratti di un mistero : è imperscrutabile il giudizio per cui la divinità permette talvolta il trionfo del male . Alla provvidenza spetta , secondo S . Tommaso , permettere alcuni difetti nelle cose , e l ' apparente ingiustizia della giustizia divina non è che una conseguenza della limitatezza della nostra ragione . " Niente , osserva il Vailati , prova meglio la inevitabilità dell ' ipotesi del libero arbitrio per i teologi , quanto il constatare le enormi assurdità in cui furono costretti a cadere ogni qualvolta tentarono di rigettarla . Così , per esempio .... dalla negazione del libero arbitrio Lutero fu costretto ad ammettere la credenza , moralmente mostruosa , che la salvezza o la dannazione eterna degli uomini non dipendesse affatto dalla loro condotta , ma solo dal beneplacito ( grazia ) di Dio , il quale creandole sapeva già che una parte di essi era irrevocabilmente destinata alle pene dell ' inferno . Per adoperare la sua immagine , ingenua e cinica nello stesso tempo : quando Dio nei sacri libri esorta gli uomini al ben fare , fa come quei genitori che , ai loro bambini non ancora abili a camminare , dicono di venir verso di loro , ben sapendo che non lo possono fare onde essi sian costretti ad invocare il loro aiuto " . Insomma , " fu soprattutto la difficoltà di conciliare l ' esistenza troppo evidente del male nel mondo , colla credenza , troppo preziosa , nella prescienza e nella giustizia divina , quella che rese necessaria l ' introduzione di un ' ipotesi che , come questa del libero arbitrio , sgravasse da una parte il creatore dalla taccia di aver creato un mondo imperfetto e pieno di miserie di ogni genere , e dall ' altra attribuisse a queste il carattere di " punizioni " o " espiazioni " provocate e rese necessarie dalle disubbidienze e dai peccati degli uomini . I metafisici che credono che la questione del libero arbitrio possa continuare ad avere un senso qualunque all ' infuori di ogni implicazione teologica rassomigliano a quegli amputati che si illudono di sentir ancora dei dolori e delle trafitture nel membro che non hanno più ; essi sono dei teologi . con una gamba di legno " . - Una cosa infatti altamente degna di nota è che il " problema del libero arbitrio " , nella forma in cui è oggi comunemente inteso , pare fosse totalmente sconosciuto ai grandi pensatori dell ' antichità . I più fra essi , è vero , sembrano aver ammesso insieme con Aristotile un elemento di spontaneità e di variazione irregolare nell ' universo , ma questa era per loro una veduta puramente cosmologica . Consideravano la causalità e la volontarietà delle umane azioni come due questioni differenti , da trattarsi separatamente e irrilevanti l ' una per l ' altra ; non le raggruppavano insieme in un solo problema globale , per così dire , pressoché insolubile se non per mezzo di un mistero . Ciò è tanto vero che secondo alcuni di essi , p . es . Epicuro , la volontà , governata dai motivi , non rientra affatto nella cerchia , pur da loro ammessa , dei fenomeni essenzialmente irregolari e spontanei . Questa mancanza del problema " del libero arbitrio " nella filosofia antica è quella che fa far le alte maraviglie allo Schopenhauer , e gli ispira anzi per essa un certo qual disprezzo . " Gli antichi , egli scrive , non sono da consultarsi su tale questione , perché la loro filosofia , per così dire ancora allo stato d ' infanzia ( ? ) , non si era ancora fatta un ' idea adeguata dei due più profondi o più gravi problemi della filosofia moderna , quello cioè del libero arbitrio e quello della realtà del mondo esteriore , ossia del rapporto fra l ' ideale e il reale . Quanto al grado di chiarezza e di comprensione al quale avevano portata la questione del libero arbitrio , è ciò di cui si può rendersi conto in modo soddisfacente coll ' Etica a Nicomaco di Aristotile ( III , c . 1-8 ) ; si riconoscerà che il suo giudizio a questo proposito non concerne essenzialmente che la libertà fisica ed intellettuale , ed è perciò ch ' egli non parla che dell ' ekousion e dell ' akousion , confondendo gli atti volontari cogli atti liberi . Il problema assai più difficile della libertà morale non gli si è ancora presentato , sebbene a momenti il suo pensiero si estenda fino a questo punto , sopratutto in un punto dell ' Etica a Nicomaco ( II , 2 e III , 7 ) , ma egli commette l ' errore di dedurre il carattere dalle azioni , anziché queste da quello " . Ebbene ciò non fa , a nostro parere , che far risaltare in questo la superiorità di Aristotile sul filosofo tedesco . La sua concezione è assai più positiva - se per positivo s ' intende chi possiede una visione netta della realtà ed i suoi problemi e chi sa di questi discernere gli elementi essenziali da quelli puramente accessori - di quella dello Schopenhauer . La ragione per cui Aristotile , in un ' opera di morale , non fa parola del " problema del libero arbitrio " è ch ' esso , - inteso come lo intenderebbe lo Schopenhauer , - non è neppur veramente un problema nel senso proprio della parola . Il trasporto della questione della causalità delle umane azioni volontarie - problema cosmologico e teologico - nel campo della morale , e l ' applicazione alla questione così trasportata del nome di libero arbitrio , hanno fatto credere che nella morale esista un problema là dove veramente non ne esiste nessuno . Quando il moralista ha constatato che esiste una volontà e che questa è pienamente efficace , tutte le sue esigenze sono soddisfatte . E questo è il solo significato legittimo , a nostro parere , della parola libertà . L ' immaginare una libertà ulteriore , la sola " verace " , consistente nella " possibilità di volere diversamente da come abbian voluto , pur rimanendo costanti tutti quanti gli antecedenti della nostra volizione " ; libertà che non sia quella di cui si parla ogni giorno quando si afferma di esser liberi perché sì può far ciò che si vuole , ma da cui dipendano nondimeno tutte le conseguenze che soglionsi generalmente far dipendere da quella ; - il sostituire insomma al concetto " pratico " della libertà un presunto concetto " trascendentale " ; - equivale a voler a tutti i costi considerare come non risolta una questione che già lo è . Sarebbe difficile trovare un sintomo più caratteristico di quella che i tedeschi chiamano Grübelsucht , e che consiste in una tendenza insaziabile a dubitar di tutto , della propria esistenza , della esistenza degli oggetti che ci circondano , della nostra capacità a pensare , a sapere , a volere ; mentre è evidente che , se la parola certezza ha un significato qualsiasi , essa è applicabile a questi casi della nostra esperienza più immediata e giornaliera . Quelli che lo Schopenhauer chiama " i due più profondi e gravi problemi della filosofia moderna " non hanno altra origine . Alla " realtà del mondo esteriore " abbiamo accennato in un altro scritto , parlando della teoria della " relatività della conoscenza " . Abbiamo osservato , che l ' affermazione di una siffatta " relatività " non implica alcuna diminuzione della nostra certezza riguardo alla realtà delle cose ; ciò deriva da una errata interpretazione del valore e della funzione delle indagini del Berkeley . Tali indagini non avevano per scopo di dirci se le cose esteriori esistano , di insegnarci cioè qualchecosa sulla veridicità della nostra conoscenza , ma solo di analizzare la natura del nostro giudizio nell ' esistenza delle cose , che cosa intendiamo dire quando diciamo : la tal cosa esiste . Così il problema dei rapporti fra l ' ideale ed il reale non può essere che il tentativo di stabilire su che si basi tale distinzione . Vi è una parte della realtà che noi crediamo particolarmente legata al nostro io , un ' altra che crediamo " indipendente " da esso . Vi è una parte più apparente della realtà ( le parvenze sensibili delle cose ) , un ' altra più recondita , a conoscer la quale giungiamo per mezzo del ragionamento ( di cui argomentiamo l ' esistenza ) . Così l ' astronomo giunge a determinare per mezzo del calcolo i movimenti reali degli astri , in contrapposto ai loro movimenti apparenti sulla volta celeste . È questo - e non altro - ciò che volevano dire gli antichi coll ' antitesi fra i nooumena ( le cose come reali ) e i phainomena ( le cose apparenti ) ; ma un concetto qual è quello del noumeno Kantiano non era ancor venuto loro in mente . O la distinzione fra il fenomeno e il noumeno serve a discernere alcuni fra gli oggetti della nostra conoscenza da altri , ed allora ha un senso , e può essere utile : o serve a designare il rapporto fra tutta quanta la nostra conoscenza , ( cioè tutto il nostro mondo ) reale e possibile , e una presunta realtà al di fuori di essa , ed allora essa è addirittura un non senso . Lo stesso può dirsi della " libertà trascendentale " . Questa , si chiami essa libertà d ' indifferenza o libero arbitrio , sta precisamente alla libertà nel senso comune della parola , come il noumeno , la realtà trascendentale sta a quella cui possiam pervenire mediante le operazioni ordinarie del nostro intelletto . I teorici della conoscenza , Berkeley , Hume , Kant hanno , si dice , dimostrato l ' inconoscibilità di una realtà siffatta . Bisogna andar più oltre , e dichiarare l ' inesistenza di essa , come rappresentata da una nozione assurda , contraddittoria e quindi inconcepibile . Non facendo ciò , si trarranno sempre da tali teorie conseguenze illegittime in senso scettico : si crederà cioè , esservi una porzione della realtà esistente che sia stata da tali studi dichiarata inaccessibile alla mente umana , mentre non si è fatto che abolire un concetto , e più che un concetto , una parola la quale , essendo vuota di senso , non è applicabile ad alcunché di reale . Per convincersi che simile è il caso per la libertà metafisica o morale , basta considerare le definizioni che se ne sogliono dare , sia che essa si affermi , sia ch ' essa venga negata . È impossibile definire questa libertà senza dare artificialmente a tutte le parole della definizione un senso diverso dall ' usuale ; un senso " trascendentale " . " Per libertà morale o libertà volitiva o libero arbitrio , scrive il Ferri , si intende : la facoltà per cui l ' uomo può volere una determinata cosa piuttosto che un ' altra , indipendentemente da ogni causa o motivo , esterno o interno , che lo determini necessariamente a quella data volizione o decisione della volontà . Questa è appunto la libertà che forma l ' oggetto della tanto dibattuta questione , e si esprime così : io posso voler fare questa cosa o quella , a mio piacere , all ' infuori ed in opposizione ad ogni motivo , a qualsiasi causa necessaria , fisica o psichica , esterna od interna " . A chi ben guardi questo periodo , apparrà chiaro che il suo contesto si presta egualmente bene ad indicare quel genere di libertà che è semplicemente implicato dalla volontarietà delle nostre azioni . Il Ferri parla di un uomo che può agire a suo piacere , indipendentemente da qualsiasi causa o motivo , senza vincolo di sorta , esterno od interno , che lo determini necessariamente . Sembra dunque che , secondo tale definizione la libertà che il Ferri combatte postuli la presistenza di un qualchecosa che si chiama uomo con un " piacere " suo proprio , e ne implichi la indipendenza di fronte ad altre cause , i motivi , siano essi esterni ( ? ) od interni . Ora la facoltà di poter perseverare nella propria volontà a dispetto di motivi ulteriori , è certo uno dei dati della credenza comune nella libertà . Il negare questo potere ; postulare l ' uomo esistente come forza , qualunque ne sia l ' origine , ed immaginare questa forza annichilita , impotente di fronte ad altre forze da lei distinte , non è questa la concezione del fatalismo ? È appunto la negazione di questa libertà così definita che può condurre i lettori ( e gli scrittori stessi ) a conseguenze prettamente fatalistiche . Ma tale invece non era il pensiero di chi questa definizione enunciava : le parole , inadatte ad esprimere cose tanto elevate , lo hanno tradito . Il potere di agire a piacer nostro , di cui qui si tratta , non è quel potere , che tutti sappiamo di possedere , di agire come ci pare opportuno , utile , buono , perché questa è la libertà fisica , su cui non v ' è discussione aperta . La libertà " morale " è qualchecosa di molto più elevato , e si libra in una sfera ove la debolezza dell ' umana ragione può invano sperare di raggiungerla . Essa non è la libertà di fare ciò che si vuole , perché questa viene sdegnosamente rigettata come libertà fisica ; non è la libertà consistente nel volere questa o quella cosa , e neppure , checché se ne dica , quella consistente nel voler volere , - poiché anche gli sforzi dell ' attenzione , l ' ostinazione a persistere in un proposito a dispetto di tutto e di tutti , l ' acciecamento volontario sono suscettibili di una spiegazione " deterministica " . Che cosa è dunque questa libertà ? Essa è una creatura vaporosa , che sparisce appena facciamo il gesto di mettervi sopra la mano , che si dilegua in alto , sempre più in alto , che precede l ' inseguitore come l ' ombra precede il corpo , indefinitamente . La libertà , secondo Malebranche , è un " mistero " . Ora per lo scienziato , che studia il problema della libertà come gli vien posto dal senso comune , la libertà non può essere un mistero . Un problema deve essere almeno concepibile perché egli tenti di darne una soluzione . Egli può studiare il problema della volontarietà delle umane azioni , e può studiare il problema della causalità delle umane azioni . Sono due problemi differenti . Ma il problema della " libertà " è uno solo . La parola libertà , come tutte le altre parole del nostro linguaggio , è stata creata dagli uomini per il loro uso e consumo . Essa è fatta per essere riempita di buona e solida sostanza , tolta al mondo nel quale viviamo e a conoscere il quale si affaticano le nostre intelligenze ; non per essere vuotata pneumaticamente di ogni contenuto sensibile e respirabile e poi conservata e ammirata con superstiziosa venerazione , come se ancor contenesse qualche essenza preziosa . Le parole nostre tutte hanno un senso determinato ( o determinabile ) ed umano , né ci è lecito , per capriccio , dar loro un preteso senso trascendentale che - per il fatto che siamo noi stessi uomini - non potrebbe essere se non un vero e proprio non senso . Di tali non sensi , prodotti da parole che restano campate in aria dopo che loro fu tolto ogni valore assegnabile , ve ne sono stati nella storia del pensiero assai più di quanto non parrebbe possibile a prima vista . È compito dello scienziato e del filosofo lo scoprirli appena si formano e toglierli di mezzo , e questo suo lavoro è tutt ' altro che privo di importanza , vista la facilità che hanno gli uomini a cadere nelle forme più svariate di psittacismo . Ma quello che giova notare , è che la negazione di " concetti " consimili , nulli ab initio , per così dire , per la presenza di elementi contraddittori , non è da confondersi affatto coll ' affermazione dell ' inapplicabilità dei concetti veri a determinati oggetti o alla realtà in genere : tale negazione non è che la constatazione , rispetto ai primi , della loro intima ed essenziale nullità . Il loro annientamento non lascia quindi alcun vacuum nel mondo del pensiero , alcuna limitazione di esso , che possa dare adito a scetticismo di sorta ; la loro forma è già subito riempita efficacemente , né alcuna soluzione di continuità resta a segnare il luogo ove essi già furono . Risulta così illegittimo ogni dubbio sulla nostra libertà non meno che sulla esistenza o realtà in genere delle cose . Come , quando ho debitamente constatato , con tutti i mezzi di prova che come uomo ho a mia disposizione , la presenza di un oggetto , la mia credenza nell ' esistenza di esso ha ogni grado immaginabile e desiderabile di certezza , né v ' è luogo a dubbio ulteriore - tutte le conseguenze teoriche e pratiche che decorrono da tale credenza sono d ' ora innanzi legittime ; - così , quando ho constatato di trovarmi nella condizione di poter scegliere a mia volontà fra più azioni possibili , non mi è lecito dubbio alcuno sulla libertà mia . Concludendo dunque il dilemma che il più delle volte si crede posto dalla " questione del libero arbitrio " - quello cioè fra la credenza nell ' assoluta imprevedibilità degli atti volontari , e l ' accettazione di un fatalismo deprimente e distruttore di ogni morale responsabilità , - è un falso dilemma . L ' analisi logica della questione ci ha condotto a ravvisarvi due problemi distinti , suscettibili ciascuno di soluzioni opposte , ma indipendenti fra loro . Da una parte , la questione se le nostre azioni dipendano dalla nostra volontà ; o meglio - poiché è evidente che ve ne sono alcune che ne dipendono - quali sono le azioni che ne dipendono ; fino a che punto cioè siamo liberi , e pertanto responsabili . Rientrano in tale questione tutti quegli studi sulla psicologia e la patologia della volontà che sono di tanta utilità così al sociologo , come al moralista e al giurista . Dall ' altra parte , la questione più " elevata " forse , ma certo praticamente meno importante , e ad ogni modo irrilevante per l ' altra , se alle nostre azioni sia o no applicabile il principio di causalità . Chi tale applicabilità nega , intende asserire che i fenomeni della nostra mente , che sono gli antecedenti dell ' azione volontaria , posseggono una fondamentale ed irrimediabile irregolarità : che cioè una previsione sicura dei loro effetti , come non si ha ora , non si potrà mai avere . Essi pretendono in altre parole segnare sin d ' ora un limite insuperabile alla psicologia della volontà . Quale delle due opinioni contrarie sia la vera è cosa assai ardua a decidersi allo stato presente delle nostre cognizioni . Certo si è che col progredire della scienza si vanno scoprendo di continuo nuovi casi di uniformità e regolarità fra i fenomeni , e non sfuggono a questa sorte i fenomeni psichici , per quanto in modo meno spiccato degli altri . Molta della contingenza Aristotelica o Tomistica si è ormai dileguata ai nostri occhi ; e la materia , che per Aristotile rappresentava il principio della irregolarità , oggi , mutato significato , è venuta ad apparirci come la sede delle leggi più fisse e sicure che signoreggiano l ' Universo , - le meccaniche , le fisiche e chimiche . Fin qui , la natura si è mostrata abbastanza docile ai nostri desideri : i fatti suoi si sono lasciati a poco a poco ridurre in leggi , plasmare ad una forma più razionale di quella che ci vien presentata dal crudo ordine dell ' esperienza ; ed è ciò che ha permesso all ' uomo di tanto estendere il suo potere sulle forze naturali , che ha prodotto le meraviglie del vapore e dell ' elettricità , dell ' industria , dell ' igiene e della terapia moderne . Ma " fino a che punto , per dirla con un acuto pensatore americano , la natura si mostrerà così plastica nell ' avvenire , nessuno può dire . Il nostro solo mezzo di saper ciò è di metterla alla prova " . Intanto a questa lotta dell ' uomo contro l ' oscura potenza del caso e del disordine possiamo assistere con una certa serena tranquillità , sicuri che , qualunque ne sia l ' esito , esso non potrà essere fatale ad alcuno dei supremi postulati della nostra vita morale . Se fosse vero che dall ' esito di questa lotta dipende per noi la possibilità di applicare il concetto di responsabilità , ogni progresso della fisiologia e della psicologia dovrebbe segnare una restrizione della sfera della morale . Ogni motivo per agire dovrebbe costituire un ' attenuante dell ' azione commessa . Fortunatamente , non è dell ' assenza di motivi e di cause che il diritto e la morale hanno bisogno : la loro base in tal caso sarebbe davvero troppo malsicura e ristretta . Essi hanno soltanto bisogno che l ' atto sia l ' emanazione del carattere e della personalità cosciente dell ' individuo che valuta i motivi , in altre parole della sua ragione . La suscettibilità al motivo , l ' attitudine cioè ad agire in modo diverso a seconda della previsione delle conseguenze dei nostri atti , ben lungi dall ' essere un argomento contro la libertà e la responsabilità , è piuttosto la prova di essa . Nella vita , le persone di maggior volontà non sono quelle che persistono in un modo d ' agire , sordi ad ogni voce in contrario , ma quelli che meglio si lasciano convincere dalla bontà degli argomenti ; non i più impulsivi , ma i più riflessivi nell ' azione : non quelli che seguono la randagia associazione delle idee , ma le regole della logica . Per meglio chiarire tutto ciò , non sarà male il far parola dei caratteri distintivi dell ' atto volontario , e della natura dei fatti implicati in esso . Ne derivano infatti conseguenze per la morale ed il diritto che meritano forse di essere segnalate . LA VOLONTÀ . - Che cos ' è un atto volontario ? E perché l ' atto volontario solo è atto responsabile ? " Atto volontario , dice Aristotile , sembra esser l ' atto il cui principio è nell ' agente stesso , che sa in particolare tutte le condizioni che l ' atto suo coinvolge " . " La parola volontario designa , propriamente parlando , ciò che noi facciamo senza esservi costretti da una necessità qualsiasi . Involontarie sono quelle cose che noi facciamo per forza maggiore o per ignoranza " . " Una cosa fatta per forza maggiore è quella la cui causa è esteriore , e di tal natura che l ' essere che agisce e che soffre non contribuisca in nulla a questa causa : per esempio , quando siamo trascinati da un vento irresistibile , o da gente che si è impadronita della nostra persona " . Tali definizioni d ' Aristotile , quantunque non si discostino dall ' uso volgare delle parole , ed esprimano ciò a cui tutti siamo disposti a consentire , hanno forse bisogno di esser completate . Molti movimenti del nostro corpo sembrano aver il loro principio in " noi " senza per questo meritare il nome di volontari , nel senso più ristretto secondo il quale ci reputiamo responsabili per averli commessi . La nostra vita psichica reagisce continuamente sulla nostra vita fisica e fisiologica ; essa produce in noi i movimenti riflessi ed istintivi , tutto quel complesso di reazioni svariate che costituiscono le emozioni , eppure questi fatti rientrano in una categoria ch ' è di somma importanza il poter distinguere da quella degli atti propriamente volontari . Di certi impulsi , di certi atti che hanno la loro sorgente nell ' oscuro meccanismo della nostra vita reflessa e istintiva noi non sogliamo ritenerci responsabili se non nella misura in cui potevamo impedirli : cosicché la responsabilità , degradando poco a poco , svanisce addirittura quando tali impulsi superino un certo grado di intensità , che li rende " irresistibili " . Come ed in che senso le passioni , che pur costituiscono tanta parte della nostra individualità , possono rappresentare una limitazione alla volontà , ponendosi di fronte a questa come potenze a lei avverse ? Lo stesso Aristotile sembra imbarazzato a rispondere a questa domanda : " Così , egli scrive , non si possono a buon dritto chiamare involontari gli atti che ci fanno commettere la collera e il desiderio . Una prima ragione si è che , ciò ammesso , ne verrebbe di conseguenza che nessun essere all ' infuori dell ' uomo , agirebbe volontariamente , neppure i bambini . Possiamo dire che noi non facciamo niente di nostra piena e libera volontà , nelle cose della collera e del desiderio ? Oppur dobbiamo far qui una distinzione , ed ammettere che noi facciamo il bene volontariamente e il male involontariamente ? ma non sarebbe ridicolo di ammettere una distinzione simile , dal momento che non vi è che un solo e medesimo agente che cagiona tutti questi atti ? " . Gli è che tali impulsi , istinti e passioni sono bensì fra i coefficienti della volontà , fra gli elementi che combinandosi dànno origine al fatto complesso della volizione , e senza i quali anche quegli atti che posseggono nel grado più eminente il carattere della volontarietà sarebbero inintelligibili . - Ma i movimenti che questi impulsi producono possono considerarsi come volontari o no a seconda del contenuto intellettuale , per così dire , della nostra mente al momento in cui si eseguiscono e che su di essi infierisce . Mentre infatti fra gli scienziati e i filosofi non manca chi consideri tutta quanta la nostra vita impulsiva ed attiva , impulsi e stati sentimentali come manifestazioni della volontà ( Schopenhauer ) , il linguaggio ordinario sembra riserbare la designazione di volontari a quelli fra gli impulsi che siano preceduti o accompagnati da una chiara e lucida coscienza dell ' atto che sta per seguire , con una visione più o meno netta , più o meno penetrante , delle sue conseguenze . Questa coscienza è quella che permette ad altri impulsi , atti a controbilanciare il primo , di sorgere : che permette , cioè , il fatto dell ' inibizione , senza la possibilità della quale non vi è atto propriamente volontario . Fermiamoci un momento a considerare che cos ' è implicato da ciò . Non è raro di trovare scrittori che definiscono gli atti volontari come quelli a determinare i quali contribuiscono le nostre idee , le nostre rappresentazioni . Un tal modo di esprimersi non è tuttavia del tutto esatto . - Per adoprare una frase cara ad alcuni deterministi , non è vero che " ogni determinismo interno rappresenti una determinazione volontaria " . Le nostre idee e rappresentazioni possono produrre numerose reazioni che pur non sono volontarie . Se , per esempio , estendo il dito indice della mia mano , e ad occhi chiusi mi sforzo di rappresentarmi , più vivacemente che sia possibile , di tenere un revolver in mano e di premere il grilletto , mi avverrà certamente di sentire il mio dito a tremare per la tendenza a contrarsi ; e , se fosse connesso con un apparecchio registratore , esso certamente tradirebbe il suo stato di tensione col segnare movimenti incipienti . Questi non avvengono perché io so di non avere in mano la rivoltella , e quindi io inibisco la tendenza iniziale . Ma quei movimenti incipienti tengono dietro ad una rappresentazione mia , e pur non sono volontari , anzi si compiono contro la volontà mia . Altro esempio sono tutti i movimenti " incoscienti " che si compiono quando alcuno di noi è internamente assorto nella meditazione o nella fantasticheria ( rêverie ) , come il parlar da soli accompagnandosi col gesto : e tanti altri . Per spiegare la produzione dell ' azione volontaria bisogna dunque specificare maggiormente e ricorrere a fatti di natura più particolare . - Esiste una categoria di fatti psichici che è opportuno classificare a parte dalle semplici " rappresentazioni " , o " idee " , e sono le nostre credenze , i giudizi che formuliamo sulle cose . Ora è di somma importanza notare che è solo a quegli atti su cui hanno influito vere e proprie credenze nostre , che diamo il nome di volontari . - Se prima io non ho premuto il grilletto , è perché ben sapevo che il grilletto non esisteva che nella mia immaginazione . Il premere un grilletto immaginario è cosa assurda , e perciò non ho voluto far ciò . - Così è : altra cosa è rappresentarsi un albero , altra cosa il credere nella sua esistenza , il giudicare : l ' albero è . Ogni giudizio presuppone l ' esistenza di rappresentazioni , ma queste sono distinte da quello e possono anche esistere senza di esso . Nello stato anteriore alla determinazione volontaria , lo stato di deliberazione , ciò che si svolge nella nostra mente non è il conflitto di semplici idee contraddittorie , richiamantisi l ' una l ' altra secondo le leggi dell ' associazione per contiguità o per similarità : ma quello fra più giudizi sull ' atto che si compie o sta per compiersi , e le sue conseguenze certe o probabili . - Perché vi sia atto volontario , occorre che tali giudizi figurino fra le cause dell ' atto stesso : ch ' essi cioè abbiano la facoltà di sospenderne o di modificarne la produzione . Se ben si considera , è proprio questo il criterio differenziale fra le azioni volontarie e le involontarie . - Se io sto per prendere una grave determinazione , per esempio , quella di commettere il suicidio gettandomi dalla finestra , fino ad un certo momento , ogni considerazione nuova sopravveniente ha la capacità di sospendere l ' esecuzione dell ' atto : il dolore che proveranno i congiunti e gli amici , la condizione in cui rimarranno gli altri componenti la famiglia , la possibilità di porre rimedio alle cause della mia disperazione , l ' irrevocabilità dell ' atto , o semplicemente il male fisico della caduta sono considerazioni che possono , anche quando ho già scavalcata la ringhiera , indurmi a non condurre a termine l ' azione incominciata . Perciò io dico che tale azione dipende dalla mia volontà . Ma da un certo momento in poi : da quando il punto di appoggio è perduto e l ' individuo si è abbandonato , ogni ulteriore considerazione è inutile : se ad un certo punto della discesa l ' individuo è colto dal pensiero ch ' egli si sfracellerà immancabilmente le ossa sul marciapiede , ciò non gli impedirà di seguitare a cadere secondo la legge inesorabile della gravità : l ' atto non dipende più dal suo volere . Lo stesso avviene quando spesso la nostra volontà si trova in lotta con le leggi del nostro organismo . Vi sono certi movimenti che si possono bensì non cominciare , ma che una volta cominciati non si possono interrompere . In altri l ' impulso ad eseguirle cresce colla ripetizione degli atti : ad un certo momento della vita esso diventa realmente irresistibile . In altri ancora l ' atto è irresistibile sin da principio quando l ' agente si trovi in determinate condizioni ; a lui non è possibile che evitare le condizioni stesse . È così che nascono , com ' è noto , la maggior parte dei vizi di cui l ' uomo si fa poi schiavo ; è su ciò che è fondata la massima pedagogica : principiis obsta . Tutto ciò rientra nella questione dei limiti della volontà , lo studio della quale è d ' importanza capitale per il pedagogo , il moralista , il sociologo , il giurista . Nella natura infatti i fenomeni che godono di questa singolare proprietà , per noi oltremodo preziosa , di poter esser modificati dalle nostre credenze e dai nostri giudizi , dalle considerazioni cioè che facciamo sul loro modo di svolgersi , sono in numero relativamente ristretto . Degli altri noi siamo spettatori , ma non motori . Le loro successioni e le loro coesistenze , i loro divorzi e i loro connubi sono stabiliti da vincoli così tenaci che possiamo bensì conoscerli , ma non possiamo infrangerli . Conosciuti , tali vincoli fra i fenomeni saranno gli elementi della nostra concezione scientifica dell ' Universo , la base sempre più larga , sulla quale si erigerà quella possibilità di previsione delle conseguenze degli atti nostri , che è atta a renderci sempre più potenti nella nostra relativa impotenza di fronte all ' immensa natura . Ma la nostra influenza su di essi non sarà che indiretta : se vogliamo renderci propizie le loro forze , se vogliamo piegarle ai nostri fini , non possiamo farlo se non per mezzo di quella parte della realtà , che realmente si mostra obbediente al semplice fiat nostro . Che una parte siffatta della realtà esista , è indubitabile : tutti coloro che hanno come noi identificato la libertà colla volontarietà delle azioni , hanno considerato la libertà come un fatto evidente . Hanno avuto torto però alcuni di essi di considerare questo fatto come un attestato diretto della coscienza . Ciò che ci dice che un dato atto , un dato movimento terrà dietro ad una determinata nostra credenza , è , non meno che per quelli che tengono dietro direttamente agli stimoli " esteriori " , l ' esperienza . Desidero che domani piova , e la pioggia non cade per questo : stimo invece opportuno che il mio braccio si muova per prendere quell ' oggetto , che la mia bocca articoli certi suoni , che la mia penna scriva le presenti parole , ed ecco ! la cosa è fatta . Nel formulare il mio desiderio , io ben sapevo che esso si sarebbe realizzato nel primo caso , che non si sarebbe realizzato nel secondo . Onde io dal semplice esame del mio stato d ' animo posso dire a priori se esso sarà efficace o no a diventare , secondo l ' espressione del Kant , la causa dell ' esistenza del proprio oggetto ; se quindi , io potrò formularlo nella forma risoluta : " io voglio " , o dovrò limitarmi a quella più mite e modesta : " io desidero " , o " io spero . " - Ma ciò non è che un prodotto delle ripetute esperienze fatte , per mezzo delle quali ho potuto constatare " quali movimenti tengano dietro a quali pensieri . " Tanto è vero che nel caso di paralisi il rapporto di successione normale è rotto , l ' esperienza deve rifarsi da capo : in un paralitico di data recente , vi hanno tutti gli antecedenti dell ' azione volontaria , compresa la certezza che l ' azione seguirà - ma l ' azione invece questa volta non si produce : il braccio non si alza , le labbra non si muovono ad articolare il suono , le gambe si rifiutano al comando che vien loro impartito col consueto vigore . È questo uno stato di cose a cui presto tien dietro la convinzione della propria impotenza ; sparisce il vero e proprio carattere di volizione , e subentra il semplice desiderio , distinto dalla volontà vera e propria in quanto per questa è necessaria la previsione dell ' atto . - Un essere adunque che non avesse avuto esperienza anteriore non potrebbe , nel senso proprio della parola , volere . Tutte le reazioni sue agli stimoli di ogni sorta sarebbero di natura inaspettata per lui . " I movimenti volontari , scrive il James , debbono essere funzioni secondarie , non primitive , del nostro organismo . È questo il primo punto che deve essere capito nella psicologia della volontà . I movimenti reflessi , istintivi , emozionali sono tutti fatti primarii : i centri nervosi sono organizzati in modo che certi stimoli fanno scattare certe parti esplosive ; e la creatura che assiste per la prima volta ad una di tali esplosioni , fa una esperienza nuova . Un giorno assistevo insieme ad un bambino all ' arrivo rumoroso di un treno diretto nella stazione . Il bambino che si trovava assai vicino ad una piattaforma si scosse e si mise a piangere , divenne pallido col respiro affannoso , e gridando corse a me a nascondersi il viso . Sono convinto che quel piccolo essere non era meno maravigliato per il proprio contegno che per l ' arrivo del treno , e certo più di quanto fossi io , che assistevo alla scena . Naturalmente , se una tale reazione si ripetesse spesso , sapremmo presto che cosa ci dobbiamo aspettare da noi stessi , e potremmo prevedere la nostra condotta , pur rimanendo questa involontaria ed incontrollabile come prima . Ma se , nell ' azione volontaria propriamente detta , l ' azione volontaria deve essere preveduta , ne consegue che nessuna creatura che non abbia un potere divinatorio potrà mai eseguire per la prima volta un atto volontario . Ora noi non siamo forniti di un potere di visione profetica dei movimenti che possiamo fare , più che delle sensazioni che possiamo avere . Come dobbiamo aspettare che le sensazioni ci si presentino , così dobbiamo aspettare che i nostri movimenti si siano compiuti involontariamente , prima di formarci l ' idea di ciò che sono l ' uno o l ' altro di questi due processi . Noi impariamo per la via della esperienza tutte le possibilità che possediamo : quando un movimento particolare avvenuto una volta in modo casuale , reflesso e involontario ha lasciato una traccia di sé nella nostra memoria , il movimento può essere di nuovo desiderato , può essere proposto come fine , può essere deliberatamente voluto . Ma è impossibile vedere in qual modo avrebbe potuto essere voluto altrimenti . Una provvista di idee dei vari movimenti possibili , formatasi nella memoria , per l ' esperienza fatta compiendoli involontariamente , è pertanto il primo requisito della vita volontaria " . Vediamo dunque come le azioni reflesse ed istintive , che alcuni sogliono contrapporre alla volontà come qualchecosa di irreducibilmente diverso , siano invece il materiale onde la volontà si vale e senza il quale sarebbe impossibile comprendere i suoi movimenti . Inoltre , ben lungi dal rappresentare antiche azioni volontarie rese incoscienti , o subcoscienti , dalla lunga ripetizione , esse sono qualchecosa di anteriore alla volontà , qualchecosa che può bensì esservi senza che esista una vera e propria volontà , ma senza di cui una volontà qualsiasi è inintelligibile . Se ora forse molte delle nostre reazioni istintive sono azioni volontarie diventate automatiche , ciò vuol dire che prima ancora vi dovevano essere altre azioni automatiche , se anche diverse dalle attuali . La volontà presuppone quella che il Bain chiama attività spontanea del sistema nervoso , per la quale a certi determinati stimoli , esteriori od interiori , rispondono determinate reazioni . " Si può paragonare il sistema nervoso a un organo i cui mantici sono costantemente tesi e pronti a scaricarsi in tutti i sensi a seconda dei tasti che preme l ' organista . Lo stimolo delle nostre sensazioni e dei nostri sentimenti ( feelings ) non dà la forza interna , ma determina il punto ove si produrrà la scarica e come essa si produrrà . Questa attività diremo così automatica del nostro sistema nervoso è la base di tutta quanta la nostra vita emozionale , sentimentale , affettiva . La vista di certi oggetti , di certi aggruppamenti di linee e di colori , il contatto di certi corpi , l ' audizione di certi suoni , ogni sensazione insomma fa nascere nel nostro organismo certe reazioni determinate , piacevoli o dolorose , certe preferenze o repulsioni , certi impulsi ad agire , che non possono altrimenti chiamarsi se non istintivi . E nella vita istintiva hanno la loro radice , più o meno direttamente , tutti i nostri sentimenti , dai più elementari e volgari , ai più complessi , elevati e raffinati . - La vita istintiva fornisce alla volontà , oltreché , come abbiamo visto , i suoi materiali , anche ogni fine , ogni ragione in vista della quale essa si determina . I grandi fini , ai quali si vogliono talora ricondurre tutti gli altri subordinati : la nostra conservazione , la conservazione della specie , la felicità o il piacere ; quelle tendenze che possono orientare tutta quanta la vita di un uomo , l ' amore , il sentimento familiare o patriottico , la bramosia di sapere , la passione artistica , l ' aspirazione umanitaria , che cosa sono in ultima analisi , se non grandi istinti , più degli altri " fondamentali " ? E nel dire ch ' essi sono istinti , noi non intendiamo affatto deprezzarli . Il fatto che un istinto , una nostra tendenza è " cieca " , che è impossibile " giustificarla " con una " ragione " qualsiasi non dice nulla infatti sulla opportunità o meno per gli uomini di seguirla ; imperocché ciò è vero di tutte le nostre maggiori tendenze . Una nostra tendenza , una nostra preferenza , non può giustificarsi se non mediante un ' altra tendenza , un ' altra preferenza ; onde è forza pur far capo ad una tendenza , ad una preferenza che non ha bisogno di essere ulteriormente giustificata , ad un qualche cosa cioè , la cui preferibilità ci sembri perfettamente ovvia e naturale . Ogni sentimento , nel fatto , basta a sé stesso ; e alla domanda di un perché non si può rispondere , nella massima parte dei casi , se non : perché è così . La ragazza piace al suo innamorato non per alcun fine indiretto o remoto , ma semplicemente perché gli piace : s ' egli la sposa , anche per altri motivi per la sua posizione sociale o i suoi danari , s ' egli ciò facendo crede di servire la patria , o , avendo una vena filosofica , è convinto di servire all ' alto fine della conservazione della razza , tutti questi sentimenti sono elementi estranei all ' amore , che possono bensì rinforzarlo e magari sostituirlo , ma che non possono essere , agli occhi dell ' innamorato , la giustificazione della propria passione . Il bisogno di giustificare ai propri occhi un sentimento è già una prova ch ' esso incomincia a vacillare . Presso l ' uomo non meno che presso gli animali esiste un certo numero di tendenze che non hanno altra giustificazione all ' infuori della propria esistenza . Nel gatto la vista del topo fuggente , nella gallina la vista delle uova , nel cane l ' odore di un buon boccone provocano l ' impulso ad una serie di atti , il fine dei quali può benissimo essere conosciuto dall ' animale in questione , ma che si compierebbero egualmente anche ove tale conoscenza mancasse . La gallina che ha già covato e veduti i pulcini , il gatto ed il cane che sanno ormai per esperienza qual complesso di raffinate sensazioni rappresentino il topo acchiappato e il boccone furato , alla vista degli oggetti stessi non provano più quel semplice e cieco impulso ad agire della prima volta : prima ancora di essersi mossi è sorta in loro la rappresentazione ( previsione ) degli effetti dei loro movimenti , e questi effetti possono presentarsi come desiderabili alla loro volta , cioè rinforzare l ' impulso primitivo , oppure come dolorosi , e quindi neutralizzarlo . Nel caso del cane , accanto alla delizia del boccone può sorgere il ricordo e la previsione delle frustate del padrone . Dal momento in cui nasce la possibilità che un impulso sia frenato dalla previsione di conseguenze ulteriori , l ' azione comincia a meritarsi il nome di volontaria . Intanto l ' azione si compierebbe egualmente anche senza quella nozione delle conseguenze desiderabili dell ' atto , che costituisce ciò che ìmpropriamente chiamasi " l ' idea del fine " . Per la gallina il desiderio di covare le uova è altrettanto finale quanto lo è per noi quello di mangiare quando abbiamo fame . Le uova le vengono presentate , ed essa vi si adagia sopra , né essa sa perché , se non che la cosa l ' attrae e la seduce . Le uova sono per lei una fonte di emozioni , e l ' oggetto di un forte sentimento , le cui ragioni trascendono di gran lunga le sue capacità intellettuali , e che per lei è cosa più naturale di questo mondo . Così parteciperanno per lei di questa tinta emozionale , per così dire , tutti quegli oggetti ch ' essa giungerà ad associare colle uova stesse : le uova saranno suscettibili di diventar fine per una quantità di atti ad esse relativi , atti in sé magari spiacevoli , ma eseguiti in vista del piacere dato dalle uova stesse . Abbiamo dunque veduto che cosa contraddistingua la volontà : l ' influenza sui nostri atti dei giudizi che formuliamo intorno agli atti stessi . Abbiamo veduto altresì come ciò presupponga l ' esistenza di impulsi , di tendenze , di preferenze per così dire automatiche del nostro organismo ; i quali fatti costituiscono una terza categoria di fenomeni altrettanto distinta dalle credenze ( giudizi ) quanto queste lo sono dalle rappresentazioni . Essi sono la base di ogni nostra vita sentimentale ed affettiva , sia essa di natura inferiore come la vegetativa , o superiore come quella estetica e morale . - Possiamo ora giungere a conseguenze di qualche importanza a riguardo del concetto di responsabilità . Se le azioni volontarie sono solo quelle e tutte quelle , su cui influiscono i nostri giudizi sulle conseguenze loro , ne consegue che solo l ' azione volontaria potrà essere impedita dalla previsione di un male vicino o lontano che sia per derivarne a qualcuno ( propria , persona , famiglia , amici , patria , umanità ) . Solo su di essa potrà agire il motivo , egoistico od altruistico . Ora giova notare che non è la specie , la qualità di tale influenza che importa alla responsabilità . Se io , dopo aver accertato tutte le conseguenze , sicure o probabili , dei miei atti ; dopo aver veduto con perfetta lucidità che agendo in una determinata guisa produrrò un determinato danno alla tal persona o alla tal cosa la integrità della quale è sancita dal senso morale pubblico : pur nondimeno persisto nel mio disegno semplicemente perché questa considerazione non mi fa alcuna impressione e mi lascia freddo ed indifferente , vale a dire se persisto nel mio disegno per deficienza d ' impulso al ben fare , io non sono meno responsabile per questo . In altre parole , la deficienza sentimentale non è di per sé sola una minorante della responsabilità . È questo un punto che merita di richiamare la nostra attenzione poiché costituisce , per così dire , il nodo della questione della responsabilità . Il principio che abbiamo enunciato è atto ad essere trascurato ai giorni nostri , in cui taluni sembrano credere che il non aver sentito che bisognava agire in un dato modo sia una scusa sufficiente per non aver fatto il proprio dovere . Eppure il principio è irrecusabile anche dal punto di vista deterministico . Ciò che intendiamo biasimare in un individuo è appunto questa mancanza dei sentimenti , nella quale si rivela la sua personalità . Affinché un individuo possa essere ritenuto responsabile occorre che l ' azione fosse in suo potere . Ma " essere in suo potere " che cosa implica , se non " l ' assenza di ogni ostacolo insuperabile eccetto la mancanza di spinta al bene ? " È precisamente in questo caso che la punizione e l ' espressione della disapprovazione morale sono anche utili per fornire la forza impulsiva deficiente . La presenza di un sentimento malvagio , la mancanza di un sentimento buono , non alterano adunque la misura della responsabilità di un individuo . La preponderanza di un sentimento qualsiasi è sempre necessaria all ' azione . Se quindi , per dichiarare uno responsabile , bisognasse constatare che i sentimenti buoni e malvagi si controbilanciano in lui ; ne deriverebbe la pratica inapplicabilità del concetto di responsabilità . Solo quando un sentimento acquista tale un sopravvento da invadere tutto quanto il campo della coscienza , togliendole quella lucidità ch ' è necessaria per agire volontariamente : solo quando il sentimento degenera in passione , e più che in passione , in monomania , precludendo addirittura la via al sorgere di ogni considerazione a sé contraria , dando così alle reazioni dell ' individuo qualche cosa della natura cieca e pressoché irresistibile dell ' azione riflessa : solo allora potrà parlarsi di una diminuzione di responsabilità . Ma finché l ' organismo intellettuale rimane inalterato e rimane quindi la possibilità che sorgano impulsi contrari alla passione dominante , la responsabilità persiste inalterata . Qual ' è il punto in cui si produce il tracollo , in cui la preponderanza della passione cioè diviene irresistibile ? È questo il problema pratico della responsabilità , quello a cui si trova di fronte il giudice e il moralista nei singoli casi concreti . Risolverlo astrattamente è cosa impossibile . I limiti del potere d ' inibizione si spostano di continuo col crescere della civiltà col perfezionarsi della educazione . Vi è sempre un certo punto , in cui la coscienza generale quasi istintivamente riconosce che , crescendo più oltre l ' impulso , esso diviene tale che nessuno dei consociati in circostanze determinate saprebbe resistergli . Si crea così una certa norma , una certa media intorno alle quali oscillano i limiti della responsabilità . Come tali , esse sono necessariamente imperfette , e necessariamente creano talora nel loro conflitto colla realtà delle cose , particolari ingiustizie e crudeltà come indebite indulgenze . Ma ciò è inevitabile , data la origine sociale del concetto di responsabilità . Solo potrebbe essere un giudice infallibile di sé l ' individuo stesso , ove fosse imparziale , oppure una divinità omnisciente . Strettamente legata colla questione dei limiti della responsabilità è quella di stabilire quali sono gli oggetti su cui la volontà estende il proprio potere . Non manca chi pretende restringere gli effetti della volontà a quegli eventi che possono essere prodotti dalle contrazioni muscolari . Ora è certo che questi costituiscono la parte più ovvia ed evidente della sfera della volontà . Ma una parte non meno importante soprattutto moralmente è costituita dai cambiamenti che possiamo provocare nel corso dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti . Se ciò avvenga con o senza il concorso del nostro sistema muscolare è questione non risoluta del tutto , ma che ad ogni modo non toglie l ' importanza del fatto in sé . Possiamo entro certi limiti dominare e dirigere i nostri pensieri ed i nostri sentimenti , specialmente mediante l ' attenzione volontaria . Ed a proposito dell ' attenzione è bene avvertire che anche a suo riguardo è impossibile concludere a priori la possibilità di una spiegazione " deterministica " . Anche qui possiamo ripetere ciò che abbiamo detto in generale della volontà . Vi sono degli oggetti che attraggono quasi automaticamente la nostra attenzione ( oggetti brillanti , nuovi insoliti , cose in sé piacevoli , ecc . ) , in modo da farci concentrare nella loro contemplazione , in piena dimenticanza di ogni altra realtà . Ma l ' attenzione può svegliarsi , per qualche fine remoto , e appuntarsi in oggetti in sé privi di qualunque attrattiva : allora nasce propriamente l ' attenzione volontaria , accompagnata da quel sentimento di sforzo nel quale alcuni hanno voluto vedere a tutti i costi un argomento in favore dell ' indeterminismo assoluto . Ma se noi persistiamo in una occupazione mentale anche a dispetto degli ostacoli oppostici dalla nostra stessa costituzione cerebrale , stanchezza ecc . , ciò sarà sempre per qualche ragione ( perché crediamo sia utile , necessario , doveroso far ciò ) . Anzi la differenza fra l ' attenzione volontaria ed involontaria starà tutta qui : che nel primo caso sappiamo perché stiamo attenti alle cose , nel secondo no . Restano infine fra gli effetti della volontà le alterazioni che possiamo produrre sulle nostre abitudini e le nostre future tendenze all ' azione , per mezzo delle quali possiamo quasi , per così dire , rinnovare la nostra personalità . Nell ' educazione non sarà mai troppa l ' attenzione attribuita a questa terza categoria d ' effetti . Lo scopo principale dell ' educazione è di rendere l ' individuo un " fascio di abitudini " buone , in modo che lo sforzo ch ' egli dovrà fare per tener la via retta d ' azione sia quanto più lieve è possibile . Allora , quando l ' individuo in sé stesso , o altri su di lui hanno ottenuto questo scopo , l ' azione volontaria stessa diviene una cosa molto più semplice , in quanto ormai più non si rivolge che all ' esterno : l ' individuo non ha più bisogno di diffidare delle sue forze interne , dei suoi impulsi : è giunto il momento in cui l ' educatore può rivolgere al suo pupillo le parole di Virgilio a Dante , giunto in cima alla bella montagna del Purgatorio : Tratto ti ho qui con ingegno e con arte ; Lo tuo piacere omai prendi per duce ; Fuor sei dell ' erte vie , fuor se ' dell ' arte . .... .... .... .... .... .... .... .... .... .... .... .... .. Non aspettar mio dir più , né mio cenno : Libero , dritto e sano è lo tuo arbitrio , E fallo fòra non fare a suo senno ; Perch ' io te sopra te corono e mitrio . ( Purg . , XXVII , 130-132,139-142 ) . - Perché - qualcuno potrebbe chiedere - questa digressione sulla natura e i caratteri della volontà , dal momento che tutti sappiamo distinguere un atto volontario da un atto involontario ? Ciò basta perfettamente per ogni bisogno pratico , ed è soltanto dal lato pratico che la volontà è considerata dal moralista e dal giurista . La volontà è una delle cose a noi più direttamente note , e , anziché aver bisogno di esser " definita " , può essa stessa servirci a definire una moltitudine di cose . Il meglio quindi da farsi per il moralista , il giurista e il sociologo è di assumere la volontà come un dato , lasciando allo psicologo e al metafisico le ulteriori indagini , che per i primi non hanno alcun interesse diretto . Rispondiamo , che se tale è la conclusione a cui si dovrebbe arrivare , non è per questo men vero che spesso non ne vien tenuto conto , ed è abbastanza , generale la convinzione che la scienza possa in qualche modo negare la volontà o qualcuno de ' suoi attributi essenziali alle esigenze pratiche : ed il rilevare , per quanto in modo sommario , i principali caratteri per cui , anche secondo la scienza psicologica più recente , si distingue il processo delle nostre volizioni , serve quindi ad evitare certi errori assai comuni , che tendono ad attribuire alla scienza stessa un aspetto assai più " rivoluzionario " di quanto in realtà non abbia . Le conclusioni a cui siamo giunti non sono del tutto irrilevanti per una esatta comprensione della posizione della morale e del diritto di fronte alle scienze propriamente dette . Anzi tutto , abbiamo visto che ogni descrizione del processo volitivo è incompleta , la quale non rilevi come precedenti causali caratteristici della volizione siano le nostre credenze , vale a dire i giudizi che facciamo intorno alle cose , strettamente o lontanamente connesse coll ' atto che stiamo per compiere . Abbiamo osservato d ' altra parte , che ciò presuppone anche nel nostro organismo un ' attività automatica , per la quale tali credenze siano impulsive , facciano cioè nascere in noi tendenze a determinate azioni ; e come le tendenze stesse costituiscono tutta la nostra vita istintiva , emozionale , affettiva , e sono perciò la base di ogni nostra preferenza , di ogni nostro apprezzamento sulla desiderabilità delle diverse azioni possibili che , nello stato di deliberazione volontaria , si presentano come alternative . Vediamo ora in che questo possa interessarci . Che la credenza , e non la semplice rappresentazione in quanto da essa si distingue , sia il precedente causale dell ' atto volontario , ci mostra subito che della produzione di questo nessuna meccanica di rappresentazioni , susseguentisi per via di semplice associazione , potrebbe render esatta ragione . La psicologia associazionistica inglese , e quella intellettualistica di Herbart non teneva abbastanza conto di ciò : essa tentava di derivare tutti quanti i processi mentali dalle rappresentazioni e dai loro rapporti . Nella psicologia più recente invece si manifesta la tendenza a mantener distinti da quelle sì i fatti di credenza come gli stati emozionali e volitivi , gli uni e gli altri indefinibili per mezzo delle sole rappresentazioni . Ora le nostre credenze , i nostri giudizi , sebbene non siano per nulla indipendenti dalle leggi per cui si susseguono fra loro le rappresentazioni ( leggi dell ' associazione psicologica ) , soggiacciono ad altre leggi loro particolari che da quelle non possono in alcun modo dedursi . Tali leggi , che sono quelle per cui la evidenza ( la credibilità ) di un giudizio scaturisce da quella di un altro giudizio , e su cui pertanto sono fondati tanto il processo di spiegazione che quello di dimostrazione , formano la base della logica umana . Resta perciò salvato quello che può dirsi il carattere razionale della volontà , carattere a cui per uno strano equivoco si è creduto che la " scienza " potesse in qualche modo attentare , e che viene implicato nelle definizioni che i moralisti più rigorosi ed esigenti dànno della facoltà di volere e quindi della libertà . Affermare poi che la volontà presuppone altresì quegli stati emozionali e affettivi che costituiscono un terzo elemento irreducibile della nostra vita mentale , equivale a rilevare un ' altra qualità della volontà che i deterministi sono troppo spesso portati a trascurare o a negare : voglio dire quella che potrebbe chiamarsi la sua spontaneità ed originalità ; qualità che anch ' essa pertanto non ha nulla di contraddittorio con un determinato bene inteso . Da nessuna combinazione di rappresentazioni o credenze potrebbe dedursi quale sarà l ' atto seguente ove non si conosca quale sarà il sentimento , nel senso più ampio della parola , ch ' esse determineranno : in altre parole , quale sarà l ' azione che l ' agente preferirà . Ora , come nelle leggi che regolano le nostre credenze va ricercato il fondamento della logica , così in altre leggi particolari secondo cui si svolgono le nostre preferenze , le nostre emozioni , va ricercato il fondamento psicologico sì dell ' estetica come della morale propriamente detta . Scopo della morale è di determinare i fini che l ' uomo deve proporsi nell ' operare . Ora tutto ciò che vogliamo , lo vogliamo come fine o come mezzo ad un fine . Il fine stesso poi può apparirci a sua volta come mezzo ad un fine ulteriore , e così via ; vale a dire che possiamo via via " giustificare " le nostre azioni o i nostri proponimenti col riferirli a fini sempre superiori , creando così una scala od una gerarchia di fini gli uni agli altri subordinati . Ma - ritornando su ciò che abbiamo detto a proposito degli istinti in questo procedimento non potremo andare all ' infinito : vi sarà un certo numero di fini che ci apparranno degni di essere desiderati innanzi a tutto e per sé stessi ; la cui bontà o preferibilità ci apparrà così evidente da non aver bisogno di ulteriore " giustificazione " . Ora , come nel decidere della rispettiva desiderabilità dei diversi fini , così nel decidere di questi fini ultimi il nostro " senso morale " è giudice inappellabile . Ogni tentativo di sfuggire in modo definitivo al suo verdetto è assurdo : non si farà che spostare la questione , per tornare , quando si tratti di deciderla , alla medesima autorità a cui abbiam voluto sottrarci . Insomma , senza qualchecosa di desiderabile in sé , senza un termine finale , la cui desiderabilità giustifichi le altre ma non abbia bisogno di essere giustificata ; senza un " imperativo categorico " di qualche sorta , non vi è morale , né altra scienza pratica che sia possibile . L ' " INDIPENDENZA " DELLA MORALE . - Da tutto ciò che abbiamo detto fin qui vediamo balzare in piena luce un principio spesso implicitamente od esplicitamente violato da scienziati e filosofi , che è merito della scuola criticista francese , fondata dal Renouvier , di avere strenuamente rivendicato , e che forma il cardine , per così dire , di quella filosofia . Vogliam parlare di quello che fu detto " principio della indipendenza della morale " . Ciò che fin qui abbiamo detto può non considerarsi che come una illustrazione del medesimo principio . Sono due i modi con cui l ' attività scientifica ( comprendendo con questa tutti i tentativi di spiegazione generale o speciale dei fenomeni , e quindi anche i sistemi metafisici le religiosi ) hanno sembrato minacciare l ' esistenza autonoma della morale : l ' uno consiste nella negazione della libertà , " condizione pratica " della morale ; l ' altro in una tendenza più o meno conscia a non considerare più come inappellabile il giudizio del senso morale , e nella corrispondente opinione che la scienza possa in certo qual modo sostituirlo nella determinazione di ciò che è bene di fare . Per ciò che riguarda il primo punto , crediamo di aver dimostrato che il timore , che la scienza possa in alcun modo scalzare le basi della morale e del diritto , essere privo di fondamento . La negazione del " libero arbitrio " , in quanto questo si confonde colla inapplicabilità del principio di causalità alle umane azioni , non implica la negazione della libertà umana . Alla credenza dell ' uomo nella propria libertà noi attribuiamo , con Aristotile e Cartesio , con Cousin e Mill tutta la forza di una verità scientifica . Non sempre ed in ogni caso - ma in generale e nella normalità - le nostre credenze hanno il potere di influenzare le nostre azioni ; quel complesso di giudizi sulla realtà delle cose , come sono e come saranno in seguito al nostro atto , congiunto all ' apprezzamento etico che ne facciamo , ha per la massima parte di noi e in gran parte degli eventi della nostra vita , la facoltà di tradursi negli atti nostri . E in tale facoltà è ravvisata l ' attuazione più piena e completa della libertà , quale è postulata dalla morale e dal diritto . Ogni altro senso della parola libertà è invero illegittimo e atto a traviare il pensiero . Andiamo dunque più oltre di coloro , i quali ritengono dover noi mantener la libertà come postulato supremo della morale e del diritto sol perché la credenza nella libertà è ancor generale fra gli uomini , e la morale ed il diritto , avendo uno scopo essenzialmente sociale , debbono tener conto della opinione della maggioranza e non di quella di solitari pensatori . Noi al contrario siamo convinti che la negazione della libertà quale base della morale e del diritto sia fondata su un vero e proprio sofisma , che scientificamente non regge . Essa ha , come abbiamo osservato , lo stesso valore della " negazione della realtà esteriore " e simili tesi in cui pur troppo si è spesso smarrita l ' alta filosofia . Come a chi negava la realtà delle cose esteriori fu da taluno risposto col dare un calcio ad una pietra ; come a chi negava il moto fu risposto col mettersi a camminare , così è lecito a chiunque confutare un filosofo negatore della libertà col compiere la più insignificante delle azioni volontarie . - La prova che egli così fornisce non è soltanto in pieno accordo col senso comune : essa è del tutto conforme allo spirito scientifico e consona ai più rigidi canoni del metodo sperimentale . A riguardo del secondo punto , qualche altra osservazione è forse necessaria . Che la scienza possa dimostrare " l ' assurdità " di un ideale etico è opinione oggidì ancora comune , com ' è ancora opinione comune che essa dimostri essere " illusioni " intere categorie di parvenze sensibili degli oggetti . È tutt ' altro che raro , per esempio , il trovare fra gli scienziati chi vi affermi che quei fatti di special natura sui quali la scienza moderna ha attratto di preferenza l ' attenzione degli studiosi , quali le vibrazioni degli atomi materiali , costituiscono la sola " realtà " , mentre quelle apparenze , che assumono i corpi in quanto cadono sotto questo o quel senso , rientrano nel mondo delle " illusioni " . Così il fisico vi dirà : noi crediamo di veder rosso o turchino , ci immaginiamo di udire una determinata nota , di provare una data sensazione , poniamo , di calore ; ma in realtà non esistono che certe vibrazioni dell ' aria o dell ' etere che colpiscono i nostri organi del senso . Tali affermazioni , che possono anche non avere un senso errato , implicano ad ogni modo un uso equivoco della parola illusione . Chi ci dice così non si accorge che anche quelle vibrazioni cui egli accenna , non ci sarebbero note affatto se non possedessimo in qualche altro senso il mezzo di percepirle , direttamente o indirettamente - senza o con l ' aiuto di strumenti e del raziocinio . Egli non ha dunque alcun diritto di chiamare illusione alcuna delle percezioni stesse . Egli crede di dar la preferenza , sulla realtà che appare ai nostri sensi , ad una realtà diversa e più reale . - Nel fatto invece egli non fa che posporre una parte della realtà che gli appare ai sensi , ad un ' altra parte della medesima realtà . Parimenti lo scienziato , il quale si rifiuta di ammettere come giusto un ideale etico col pretesto che la scienza ne ha dimostrata la assurdità , è sovente vittima di un ' illusione sulla natura delle proprie ricerche . Egli crede in certo qual modo di potersi emancipare dai pregiudizi del bene e del male , uscir dalla sfera della morale , ma invece vi si trova sempre e necessariamente di nuovo rinchiuso . Egli potrà bensì eseguire tutte le operazioni che vuole sostituendo un fine etico ad un altro , ma nel far questo egli compie pur sempre opera di moralista e non di scienziato , e la sua posizione sarà altrettanto " poco scientifica " quanto prima . In altri termini , la scienza non può creare " valori etici " , come non può neppure creare valori estetici . " L ' osservazione ed il ragionamento scientifico , scrive il Vailati , non possono condurci che a prevedere le conseguenze delle nostre azioni o a determinare i mezzi per arrivare a questo o quello scopo . Le conclusioni alle quali si giunge possono essere poste sotto questa forma : se si vuole , o non si vuole , la tal cosa , si deve volere la tale o tal altra cosa . Ma con nessuno sforzo di alchimia dialettica potrebbesi giungere a conclusioni della forma seguente : si deve volere , o non si deve volere , la tale o tal altra cosa " . - È notevole l ' analogia fra quella che chiamasi " giustificazione " nel mondo morale , e la " spiegazione " o " dimostrazione " nel mondo scientifico . Allo stesso modo come si " spiega " un fatto ed una legge mostrando che si può dedurre da un altro fatto o da un ' altra legge , così non si può " giustificare " un atto od una norma ( un modo generale di agire che ci par desiderabile ) se non deducendola ( mostrando ch ' essa ne è un presupposto necessario ) da un altro atto o da un altra legge . - Ma ciò con cui si " spiega " , si dimostra , si prova un fatto ( una credenza ) non può essere che un altro fatto ( un ' altra credenza ) ; così ciò con cui si " giustifica " una norma d ' agire , e qualunque nostra aspirazione in genere , non può essere che un ' altra norma d ' agire , un ' altra nostra aspirazione . Non si potrà mai " giustificare " un ideale etico per mezzo di una semplice credenza , come non si può spiegare nessun fatto per mezzo di semplici rappresentazioni . Ora , il numero delle cose verso le quali proviamo una specie di tendenza impulsiva che ci appar così naturale da non aver bisogno di giustificarsi , è notevole . - Ci riferiamo a quello che abbiamo detto degli istinti . - Ogni istinto , con tutte le emozioni e gli affetti corrispondenti , è atto a costituire un fine in sé . E nell ' uomo gli istinti , ben lungi dall ' essere più scarsi che negli altri animali , sono assai più numerosi o svariati , ed è questa una delle ragioni della sua superiorità . Il bisogno di una " giustificazione " nasce solo allorquando fra i diversi impulsi , fra le diverse tendenze si produce un conflitto : quando cose di per sé indifferenti o ripulsive acquistano la capacità di muoverci verso di loro per i rapporti di dipendenza che giungiamo a stabilire fra esse e le cose che sono oggetto diretto delle nostre aspirazioni e desideri . Se la cosa è indifferente , allora ad essa si trasmette , intatto , il suo valore emozionale ; ma se la cosa invece ha un contenuto emozionale già di per sé , allora questo concorre ad accrescere o a diminuire lo stimolo che ci porta all ' azione . Per raggiungere un fine , occorre passare sopra ad una quantità di mezzi sgradevoli o ripugnanti : vi è un punto però , nel quale la sgradevolezza dei mezzi supera il limite , e la loro adozione non è più " giustificata " dal fine . È così che si " costituisce il bilancio " , per così dire , dei pro e dei contro di un determinato genere di condotta : se l ' attivo supera il passivo , le azioni si compiono ; altrimenti l ' uomo si astiene dall ' agire . Alla " costituzione del bilancio " la scienza concorre , ed abbiamo visto come : per opera sua la catena delle conseguenze prevedibili si accresce ogni giorno di preziosi anelli ; ma ciascuno di questi anelli è , sin dalla sua comparsa , subito valutato dal sentimento , ed in questa valutazione la " scienza " non ha nulla che vedere e deve dichiararsi incompetente . Osserviamo ancora che la principale funzione del processo di giustificazione si ha nei rapporti degli uomini fra loro . Nonostante che ciascuno di noi abbia una quantità di fini separati che gli appaiono di per sé desiderabili ; nonostante che vi sono per me e gli altri innumerevoli cose il cui perseguimento è assolutamente disinteressato e che si ricercherebbero egualmente anche se fosse assolutamente impossibile trovar per loro la più piccola " giustificazione " ; nondimeno gli uomini sono continuamente in cerca di fini , che essendo universalmente riconosciuti come degni di essere appetiti , possano servire di giustificazione degli atti dei singoli di fronte ai consociati . La tendenza all ' unificazione esiste tanto nella morale quanto nella scienza . Anche fra le credenze ve ne è un certo numero che per ciascuno di noi non ha bisogno di essere né spiegata , né dimostrata vera : ma ciò non toglie che il conoscerne la spiegazione , la dimostrazione mi mette in grado di convincere chi era restio ad ammetterla , col mostrargli ch ' essa è una conseguenza de ' principii che a lui e a me sono comuni o di fatti ch ' egli stesso non può rifiutarsi di riconoscere come veri . - Così in morale sarebbe certamente desiderabile il trovare un principio etico , riconosciuto universalmente come giusto , un fine supremo a cui si potesse dimostrare che tutti gli altri corrispondono . Ciò è forse un ' utopia : ma ad ogni modo , ogni qualvolta si riesce a dimostrare che un dato fatto , oltre a soddisfare ad un dato fine , soddisfa anche ad un fine ulteriore , che oltre ad essere desiderato per sé può anche essere desiderato in vista di un altro bene , io faccio un effettivo passo innanzi verso quella possibilità di convincere tutti della opportunità di un dato corso d ' azione , verso quella concordia su ciò che è bene ( in concreto ) , che è stata , in ogni tempo l ' aspirazione suprema della morale . I tentativi ordinari di unificazione degli scopi morali non corrispondono peraltro , troppo spesso , che apparentemente a tale aspirazione . Essi ( come , p . es . per citare quello che appare il più plausibile , l ' utilitarismo ) o non sono che delle unificazioni puramente verbali ( in quanto che quando si tratti di definire , poniamo , il preteso scopo unico , il bene della società , questo finisce collo scindersi in una quantità di beni desiderabili ciascuno per proprio conto ) , oppure equivalgono ad un ' arbitraria mutilazione delle aspirazioni morali dell ' uomo , e ad una " ingiustificabile " soppressione o dedignificazione dei suoi più nobili impulsi eccettuato uno solo , - come se non fosse meglio , di questi , averne a disposizione uno di più piuttosto che uno di meno . Il torto loro è di tendere , non a mostrare , che la bontà , per esempio , di certe cose o di tutte le cose buone , è accompagnata dalla loro utilità ; e che quindi convenga compierle anche a chi la loro bontà direttamente non sente ; ma a mostrare che la sola giustificazione legittima delle cose è la loro utilità ; nel che dicono , o una cosa ovvia di per sé , e quindi irrilevante , o addirittura basata sul falso . LA " GIUSTIFICAZIONE " DEL DIRITTO DI PUNIRE - La controversia fra i positivisti e i classici nel diritto penale verte , come abbiamo accennato , oltreché sul libero arbitrio , anche sulla giustificazione della pena . Dopo ciò che è stato detto sul processo di giustificazione non sarà troppo difficile il chiarire questo secondo punto . La posizione assunta dalla scuola positivistica di fronte a quella classica , per ciò che riguarda il diritto di punire , è nettamente utilitaria . Essa pretende bandire dalle proprie considerazioni ogni idea di merito o di demerito , si propone di fare astrazione da ogni fine etico , e pretende di fondare la necessità della pena nel solo criterio della pericolosità del delinquente , convertendo quindi il diritto di punire nella semplice necessità o utilità per la società , simile in questo a qualsiasi organismo vivente nella natura , di difendersi da chi ne minaccia l ' esistenza od il benessere . Se ben si guardi in fondo a questo proponimento di " evitar la morale " si vedrà la principale , se non la sola ragione sua sta nella premessa negazione del libero arbitrio . Ogni giudizio di merito presuppone l ' imputabilità morale . Questa essendo , secondo i positivisti , dimostrata insostenibile per la negazione del libero arbitrio , ne deriva che il principale argomento in favore della loro tesi utilitaria è dato dall ' impossibilità di dare altra base al diritto di punire . Un tale argomento però , crediamo di averlo dimostrato , non regge alla critica . La negazione del " libero arbitrio " lascia impregiudicata ogni questione di morale umana e sociale . Ma anche se ciò non fosse - ed è strano che i positivisti e gli altri sostenitori della loro tesi non l ' avvertano - ; anche se la negazione del libero arbitrio portasse seco di necessità " l ' impossibilità della morale " , e bene e male , virtù e vizio , merito e demerito , ricompensa e castigo dovessero essere d ' ora innanzi nomi vani e senza subbietto ; ciò avverrebbe ad ogni modo per essere stato dimostrato che sia per l ' uomo impossibile proporsi qualunque fine ed attuarlo ; non soltanto i fini morali in particolare . Non solo il bene morale , ma anche l ' utile dovrebbe essere bandito dal campo delle giustificazioni ; la parola stessa " giustificazione " cesserebbe anzi di aver qualsiasi significato . Niente può servire meglio di queste conseguenze enormi come riduzione all ' assurdo delle tesi fatalistiche che si annidano spesso più o meno inconsciamente nelle dottrine che assumono la negazione del libero arbitrio come loro punto di partenza . Ai soli argomenti che soglionsi in generale addurre a favore dell ' utilitarismo sono dunque ridotti coloro che vogliono sostituire la " difesa della società " senz ' altro ad ogni altra base del diritto penale . La verbalità di questa sostituzione colpisce subito lo sguardo . Sarebbe difficile invero trovare una espressione più vaga ed indeterminata , che meglio si adatti a tutti i gusti e meglio si presti a tutte le interpretazioni ed illazioni più svariate . Anzitutto , osserviamo che si tratta di un fine etico , non meno " trascendentale " di qualunque altro fine . Si presuppone come dimostrato che la " Società " sia desiderabile in sé , e debba avere la prevalenza indiscussa su tutti gli altri fini possibili . Oppure si suppone che scopo e giustificazione della società sia di essere la miglior condizione per l ' attuazione di questi ultimi ; - ed in questo secondo caso torna ad affacciarsi il problema : quali sono essi ? E fino a che punto , credendo di fare il " bene della società " si corre il rischio di offendere questi fini ? - E ci troviamo altrettanto lontani da una soluzione soddisfacente del problema quanto lo eravamo prima di introdurre il concetto della difesa della società . Che rimane dunque di tal concetto ? Una frase equivoca , che dà addito al pericolo continuo di violazioni e soprusi nell ' esercizio del magistero penale , per l ' impossibilità di determinare che cosa si debba intendere per bene della società e la conseguente probabilità che qualche furbo l ' identifichi con questo o quell ' interesse transitorio e particolare . Nel fatto , se la " difesa della società " come giustificazione del diritto di punire si presenta con un aspetto così plausibile , è appunto in grazia della sua grande elasticità . Se interpretata con sufficiente larghezza , tutti , compresi i classici , si possono trovare daccordo nell ' accettarla . Ma la dottrina " classica " ci offre , a mio avviso , una concezione assai più maturata , una definizione assai più rigorosa e scientifica di qual genere di difesa sociale sia quella a cui serve il diritto penale ; e tale da non essere affatto in contraddizione inconciliabile con ciò che forma la parte sostanziale del positivismo moderno . Nel mentre ch ' essa ci dà un ' approssimazione assai maggiore alla vera natura e funzione del magistero punitivo , non pregiudica d ' altra parte , col suo principio della tutela giuridica , alla questione dei fini a cui più specialmente questo deve servire , lasciando la determinazione loro a chi ne ha veramente la competenza , al moralista cioè e alla coscienza pubblica , manifestatasi per mezzo degli organi a ciò designati . " Il delitto come fatto , scrive il Carrara , ha origine dalle umane passioni , le quali spingono l ' uomo a ledere il diritto del proprio simile malgrado la legge che proibiva di farlo . Il delitto come ente giuridico ha origine dalla natura della società civile . L ' associazione ( che all ' uomo è imposta dalla legge eterna come mezzo di conservazione e di progresso intellettuale ) , non sussisterebbe né risponderebbe ai suoi fini , se ciascuno dei consociati avesse libera ogni sua volontà , anche ingiusta e dannosa ad altrui . Di qui la necessità , di proibire certi atti che turberebbero l ' ordine esterno , e decretare che qualora si commettano saranno considerati come delitti " . Il bisogno della difesa del diritto rende necessaria l ' autorità dello Stato . " La tutela giuridica , scrive egli nella mirabile introduzione alla parte speciale del suo Programma , non potrebbe convenientemente esercitarsi mercè la sola azione disgregata degli individui , nella quale non sempre sarebbesi trovata , razionalità , uniformità e potenza ; per lo che avrebbe mancato del più necessario dei suoi elementi : la certezza di sé . Così la costituzione della autorità sociale e il rispetto alla medesima è un precetto imposto all ' uomo dalla stessa legge di natura , perché la forza umana alla quale è consegnato il mantenimento della sovranità del diritto si eserciti in modo razionale , uniforme e potente . Tranne per questo fine la costituzione dell ' impero sui consociati non sarebbe che un abuso di forza " . " Riconosciuta così nell ' autorità sociale la potestà legittima di esercitare una coazione efficace sugli individui per la conservazione della legge giuridica , lo esercizio di tale coazione piuttosto col mezzo del castigo che col mezzo della prevenzione diretta altro non è che la consguenza di uno stato di fatto che rende necessaria quella forma piuttosto che questa . Essendo umanamente impossibile anche ad una autorità sociale , per quanto potentemente armata , fermare in precedenza il braccio del micidiale e dell ' avido che muove alla violazione del diritto , la forza tutelatrice bisogna che si eserciti mediante la coazione morale . La necessità della coazione morale legittima la minaccia della pena . E poiché la minaccia della pena non sarebbe minaccia efficace ma vana parola , se allo avvenimento di una violazione la pena non cogliesse realmente il violatore ; la necessità e legittimità della minaccia porta seco la necessità e la legittimità della irrogazione effettiva del castigo " . Difficile è davvero comprendere in che cosa una concezione siffatta possa essere stata reputata in contraddizione formale coi portati della scienza moderna . In ogni stadio di civiltà vi è stato un certo numero di azioni che gli uomini stimarono non doversi permettere , un certo numero di fini , individuali e sociali , il cui raggiungimento dovesse essere garantito . Di questi , che non hanno mai rappresentato tutti quanti i fini a cui gli uomini aspirano , ma solo la parte più essenziale , una specie di minimum di moralità sociale reputato indispensabile alla vita in comune , fu stimato necessario rilasciare la protezione all ' autorità sociale , qualunque essa fosse ; e sono quelli precisamente che quando sono raccolti a sistema costituiscono ciò che viene chiamato il diritto di un popolo . La determinazione di questi fini , come già più volte affermammo , non spetta allo scienziato , e neppure al giurista in quanto egli li trova già elaborati dalla coscienza popolare , dal " senso morale " generale . Questi può talora , come legislatore , come interprete ed ispiratore della coscienza popolare , assumere anche in parte questa funzione - è nota la funzione che ebbero i giureconsulti e i magistrati nello svolgimento storico del giure romano ; ma , in quanto egli determina non che cosa è ma che cosa deve essere , non è la semplice scienza che parla in lui , ma la voce della coscienza morale sua o per mezzo suo quella generale del popolo . Tali fini , sebbene dal vivere sociale elaborati e resi sempre più chiari collo svilupparsi del senso morale e giuridico , pure rappresentano alla loro volta in molta parte la ragione stessa per cui il vivere sociale si è costituito ; sono quindi sotto molti rispetti la giustificazione della società , qualchecosa di più " fondamentale " ancora di essa , e che può essere considerata come ad essa anteriore . La " società " adunque , negli organi che la rappresentano o sono creduti rappresentarla , si " difende " contro l ' azione che viola quei principî ch ' essa ritiene indispensabile siano rispettati . Ma la difesa della società , se così chiamar si vuole , non si esercita contro un uomo libero ( dotato di volontà ) allo stesso modo con cui si eserciterebbe contro un pericolo naturale , un animale furioso , un pazzo infrenabile . Contro questi agenti la sola maniera di provvedere è di porre impedimenti fisici all ' effettuazione del danno . Ma sull ' uomo libero , suscettibile di essere influenzato da motivi , capace pertanto di astenersi da una azione in vista delle conseguenze che questa porterà su lui o su altri , è possibile agire per via morale . Nuovi motivi possono essere presentati od imposti alla sua considerazione per astenersi da atti che egli altrimenti avrebbe compiuti . Questi motivi possono essere considerazioni intorno all ' immoralità o inciviltà dell ' azione stessa , fornitigli per mezzo della persuasione e alimentati in lui dal fatto stesso che la coscienza sociale colpisce l ' azione con una pena ( vedi Brusa , Proleg . , p . 135 ) e simili ; ma possono anche consistere nella minaccia di un male effettivo per l ' agente , la quale chiami a raccolta , ove i sentimenti socievoli ed altruistici non bastino , anche i sentimenti egoistici a distogliere l ' individuo dalla violazione del diritto . Così nasce la necessità della pena , la quale può essere definita in genere come quel complesso di conseguenze dolorose artificialmente annesse a date azioni volontarie dalla legge o dalla pubblica opinione allo scopo di diminuirne il numero e di tranquillare la coscienza sociale . La pena dunque , ripetiamo , può essere considerata come un modo di " difesa " ; ma essa è un modo di difesa speciale , diretto contro speciali pericoli e speciali nemici . Il giustificare quindi la pena colla difesa della società può anche non implicare un errore ; ma a condizione di non significare se non ciò che altri , con locuzione più precisa , chiamano " tutela giuridica " . - Ove ben si consideri , tutte le altre dottrine che sono state escogitate per render ragione del diritto di punire sono deficienti per non aver tenuto conto di tutti i dati del problema , per aver contemplato un solo lato , se anche vero , della questione , facendo più o meno astrazione dalle esigenze pratiche alle quali soggiace in ogni suo stadio il diritto , ed in qualche modo dimenticando che il diritto è un organismo concreto , la cui vitalità ed il cui retto funzionamento dipendono dal soddisfacimento di condizioni molteplici , fuor dalle quali esso corre il rischio di venir meno al suo fine ; - per aver mancato , pertanto , di senso " positivo " , nel significato più proprio di questa parola . La teoria della giustizia assoluta - della espiazione - della pena fondata puramente ed assolutamente sulla proporzione fra il male e la colpa da compensarsi e retribuirsi col male del castigo , se si basa puramente sul giudizio del merito e demerito del colpevole e non viene in pratica limitata da altre considerazioni , mette capo , nonché ad una indebita confusione del diritto colla morale , ad un esagerato subiettivismo . Allo speculatore astratto essa si presenta come idealmente giusta , ed anche come idealmente efficace . Che cosa può meglio contribuire a far sì che gli uomini perseverino nella retta via , dell ' idea che saranno puniti esattamente in proporzione del loro merito , tenuto conto di tutto ciò che può alleviare , di tutto ciò che può aggravare la loro responsabilità ? Ma un tal giudizio richiede un giudice onniveggente ed infallibile , quale solo può ritrovarsi in una divinità . Non per nulla i sistemi religiosi hanno sempre avuta la tendenza ad accettare senza restrizioni la dottrina dell ' espiazione . Nel fatto , siccome la giustizia terrena è amministrata da uomini atti ad ingannarsi ed a peccare , la teoria del perfetto adattamento del castigo al demerito è stata la fonte dei peggiori abusi . Essa è quella , che , abbandonando al giudice una discrezione illimitata , è stata uno dei più validi sostegni del sistema inquisitorio di procedura . La teoria della esemplarità della pena , d ' altra parte , è esposta ad obbiezioni analoghe . Essa urta anzitutto contro il nostro sentimento di giustizia , poiché non sarebbe ammissibile che , solo per dare un esempio agli altri fosse punito gravemente chi ha commesso un fatto , la responsabilità per il quale sia per molti riguardi mitigata . Intesa in questo senso , la teoria della esemplarità potrebbe legittimare anche la condanna del pazzo e di chi ha agito per forza maggiore , e perfino quei giudizi contro gli animali e le cose che furono comuni nel Medio Evo . Vero è che la maggior parte dei seguaci di tale dottrina la intendono in un modo assai più razionale : poiché , si può obbiettare , l ' esempio non è efficace se non quando la punizione si applica a chi agisce in condizioni simili alle nostre , onde chi è , normalmente o per accidente , privo della facoltà di astenersi volontariamente da una azione , non deve esserne colpito . Ma allora si può rispondere che , con tali ed altre specificazioni , l ' elemento della esemplarità trova il suo posto anche nella teoria " classica " della tutela giuridica . È ovvio che la ragione per cui alla minaccia della pena è indispensabile far seguire effettivamente la pena che altrimenti mancherebbe l ' esempio . Lo stesso Carrara novera l ' esemplarità fra i requisiti della pena ; ma nello stesso tempo pone in guardia contro la cattiva interpretazione e la indebita estensione del criterio della esemplarità . " La pena , egli scrive , deve essere esemplare : tale cioè che ingeneri nei cittadini la persuasione che il reo ha patito un male . La mancanza del primo requisito ( l ' afflittività ) fa cessare l ' efficacia della pena rispetto al reo ; la mancanza di questo secondo la fa cessare rispetto a tutti gli altri ; e così nei buoni come nei malvagi per diversa ragione . Ma la esemplarità che richiedesi nelle pene non devesi riguardare come il fine precipuo a cui essa deve servire : ciò condurrebbe alla falsa dottrina della intimidazione . Deve piuttosto intendersi come una condizione esteriore della pena nella sua irrogazione . Ma non deve spingersi all ' effetto di aggiungere alla pena tormenti oltre alla giusta misura sotto il pretesto di renderla più esemplare . La esemplarità , in una parola , deve essere un risultato che si deve ottenere dalla punizione , senza che , per ottenerla , se ne alteri la misura oltre il rapporto della giustizia " . L ' emenda del reo è pure incontestabilmente uno degli scopi a cui sarebbe desiderabile che corrispondesse la pena . Ma si può essa stabilire come criterio supremo , a cui tutti gli altri debbano cedere ? Essa viola l ' esigenza che la pena sia certa , nonché l ' altra ch ' essa sia spiacevole e dolorosa . L ' emenda non potrebbe ottenersi se non coi buoni trattamenti : il risultato d ' altra parte sarebbe nella maggior parte dei casi problematico . Il fine dell ' emenda dovrà dunque , fino a che la pena sarà destinata sopra ed anzitutto a guarentire la tranquillità dei consociati , sempre considerarsi come un fine subordinato . Finalmente , la teoria dei " positivisti " . È curioso notare come questa , per quanto si attenga sempre al semplice diritto di difesa sociale , pure quando si tratta di interpretarlo si presenti piuttosto come una dottrina eclettica , che fa larga parte alle diverse esigenze delle altre scuole , e mentre ora sembra accostarsi alle forme più utilitarie di difesa ( colla giustificazione perfino della pena di morte ) , ora si accosta piuttosto alla dottrina dell ' emenda , ed ora invece , col dar maggior rilievo all ' elemento subiettivo nell ' esame del delinquente , ai medesimi risultati cui mette capo la teoria dell ' espiazione . Secondo il Florian , gli scopi della pena sono tre : a ) porre il delinquente nella impossibilità materiale di nuocere ( pura difesa ) ; b ) cercare che il delinquente non ricada nel delitto e che in lui si destino sentimenti ed attitudini sociali ( emenda ) ; c ) trattenere gli altri dal delitto mediante la minaccia e l ' intimidazione . Nella dottrina però dei positivisti è notevole la sfiducia rispetto a quest ' ultimo fine , cioè all ' efficacia della minaccia della pena a distogliere i male intenzionati dal delinquere . Se basata sulla negazione assoluta del " libero arbitrio " , tale sfiducia è , come abbiamo visto , del tutto infondata ; se invece derivata dal concetto della irresistibilità di certi impulsi per certe categorie d ' individui , sordi perciò alla coazione morale , la questione è ben lungi dall ' essere definitivamente risolta , ma si presenta come plausibile e di immenso interesse . Le ricerche e le intuizioni geniali del Lombroso non hanno , e non dovrebbero avere , altro scopo che di stabilire se esistano tali categorie d ' individui , quali siano e come riconoscerle . Tali ricerche possono portare a risultati preziosi , di grandissima importanza anche per il diritto penale , ma certamente non pare che il materiale di fatti sin qui accumulato sia sufficiente per poter ancora considerar la teoria come scientificamente provata . Troppo è ardua tale questione per poterla qui discutere : essa è di competenza dello psichiatra , del fisiologo e dell ' antropologo più che del giurista , il quale si deve limitare ad accettare i portati dei loro studi ove abbia sufficienti garanzie ch ' essi sono solidamente fondati . Non si tratta ad ogni modo - ed è questo il punto di massima importanza per la presente dissertazione - di una questione di assoluta affermazione o negazione , ma di una questione di misura . La teoria del delinquente nato non può pretender di essere estesa a tutti quanti gli umani delinquenti . La tesi dell ' inefficacia assoluta della pena a prevenire il delitto mi par troppo contraria alla coscienza generale e alla esperienza particolare che ciascuno di noi sì è fatta della natura umana , per poter esser vera . - Le manca inoltre una base di fatto , poiché nessuno ha osato sperimentare che cosa diverrebbe la società ove per quindici giorni si decretasse l ' impunità assoluta per ogni sorta di delitti . - Ma l ' efficacia della pena ha certamente dei limiti - lo prova il fatto stesso che , a malgrado delle pene anche severissime , il delitto non ha mai cessato completamente d ' esistere - ; ed è di sommo interesse il conoscere quali sono questi limiti . Non è quindi l ' irresponsabilità in generale , ma sono alcuni casi di irresponsabilità che la nuova scuola farebbe risaltare ; ed in questo la sua posizione è , a priori , inoppugnabile . Rimane l ' affermazione della scuola positiva di voler fare astrazione da ogni concetto di merito o demerito , di retribuzione . Qui ancora , tale affermazione , se fondata nella negazione del libero arbitrio , è insostenibile . Il principio della difesa sociale non può d ' altra parte fornirle appoggio di sorta . La nostra coscienza morale , come ci addita quali sono i fini che debbono essere protetti contro eventuali violazioni , così pure ci addita i limiti entro cui tale protezione , si designi essa come difesa sociale o tutela giuridica , va mantenuta - l ' individualità umana , per la simpatia naturale che desta , costituendo di per sé stessa un fine che va rispettato . Vi sarà quindi un punto in cui il fine della sicurezza pubblica , la cui necessità è tanto più urgente quanto è più grave il male minacciato , non basta più a giustificare il sacrifizio dell ' individualità - in cui la pena ( che , per essere una restrizione della personalità , è in sé un male ) sembra un mezzo troppo increscioso per ottenere il risultato voluto . Quale è questo punto ? Quello in cui la pena cessa di essere giusta , perché sproporzionata al demerito del colpevole . Nel determinare questo punto , la nostra coscienza morale sarà giudice inappellabile : dopo ciò che abbiamo detto nel suo corso di giustificazione non ci pare che ciò abbia bisogno di essere ulteriormente dimostrato . Ecco dunque come il concetto del merito , di ciò che è giusto subisca il delinquente come conseguenza del suo operato , è concetto che non si può assolutamente evitare , perché esso è un elemento che entra continuamente nei nostri giudizi . Che se poi invece l ' affermazione dei positivisti di voler fare astrazione da tale idea indica il proponimento di escludere dal diritto penale le considerazioni d ' indole più strettamente etica , allora questo è un principio già ammesso nella distinzione rigorosa fra diritto e morale , in quanto quello riguarda un numero minore di azioni e si astiene , per motivi di garanzia individuale , da ogni ingerenza nella nostra personalità subiettiva . Anche a questo riguardo dunque possiamo dire che la nuova scuola , combattendo la scuola " classica " , ha un po ' combattuto " contro i mulini a vento " . È forse il caso di ripetere ancora una volta che molte controversie si potrebbero evitare , se chi combatte una dottrina si proponesse sul serio di comprenderla completamente , e se , anziché scegliere questa o quell ' affermazione , staccata di questo o quell ' autore , per aver facile giuoco di demolirla , si curasse di considerare la teoria avversa nella sua coerenza logica e nella sua forma più accettabile ; se insomma invece di prendere le teorie per il loro lato più debole , si prendessero dal loro lato più vero . È così che troppo spesso uno si maraviglia della facilità colla quale può sbaragliare un avversario creduto formidabile , mentre non si accorge che quella che ha dinanzi a sé non è l ' avversario in carne ed ossa , ma una immagine impagliata , per così dire , del medesimo , posta inoltre nella maniera più acconcia per essere colpita . Un esame più attento gli avrebbe tosto chiarito l ' inganno . Spesso fatti e cose , che a prima vista ci appaiono illogici ed assurdi , cessano poi di apparirci tali appena uno studio più accurato e una conoscenza più precisa della complessa realtà ci forzano a riconoscere un fondamento ed una giustificazione che prima ci erano sfuggiti solo in grazia di ingenuo semplicismo e , diciamolo pure , di un ' ignoranza da dilettanti . La lezione che ci dànno i fatti è spesso una lezione di modestia . È assai frequente , ed in special modo di fronte al diritto , un certo atteggiamento di fastidiosa impazienza e d ' intolleranza , che dipende dall ' incapacità di afferrare la ragione della molteplicità , della complicanza e sottigliezza delle esigenze a cui deesi piegare chi lavora in un campo pratico . Il diritto è un prodotto essenzialmente " storico " , frutto di sforzi protratti per secoli in vista di risultati pratici di grande interesse ma di enorme difficoltà : esso ha dovuto nel suo svolgimento tener conto di innumerevoli esigenze talora contraddittorie , preferire spesso fra più mali il minimo , cercare il contemperamento delle varie tendenze , dei vari bisogni , delle varie idealità : e rappresenta quindi l ' accumulazione di una sapienza che spesso è di difficile comprensione al profano , e presta facilmente il fianco alle obbiezioni superficiali di un immaturo senso comune . Così chi guarda soprattutto all ' esigenza di far giustizia mal comprenderà perché il giudice sia inceppato da leggi che pretendono fissare anticipatamente la misura della responsabilità del colpevole . Chi guarda invece piuttosto all ' emenda si stupisce della barbarie dei mezzi adoperati nella repressione del delitto , che sono in contraddizione con tutte le teorie moderne sull ' educazione . Chi infine guarda alla necessità di difendere la società , ove non interpreti tale concetto con sufficiente larghezza , si maraviglierà di certe debolezze e condiscendenze , dell ' inefficacia dei mezzi escogitati , oppure vorrà un adattamento della difesa al pericolo concreto , troppo superiore a quanto non permetta la necessità di determinare legalmente la pena prima che la violazione effettiva si sia avverata . Le medesime considerazioni si possono fare , a parer nostro , anche intorno a quell ' altra questione che ci interessa : quella cioè che più specialmente riguarda il metodo del diritto penale . IL METODO DEL DIRITTO PENALE . - La questione del metodo può dirsi il nodo della controversia fra i positivisti ed i " classici " . Il metodo di cui i positivisti propugnano l ' adozione anche nelle discipline penali è , com ' è noto , quello stesso delle scienze naturali , " positive " ; cioè l ' osservazione e , entro i limiti del possibile , lo sperimento , che mettano in luce le vere cause del delitto , rimovendo le quali soltanto si può sperar di sopprimere il delitto stesso . " Il reato è un fatto dell ' uomo , che si verifica in società e che alla società riesce dannoso ; è quindi , un fenomeno individuale e sociale insieme . Or dunque è necessario prima di parlare del reato , studiare l ' uomo che ha commesso il reato e l ' ambiente , nel quale si produsse . Di qui l ' indagine dei caratteri , che si mostrano propri della massa dei delinquenti , da un lato ; dall ' altro , l ' esame delle peculiari condizioni dell ' ambiente fisico e sociale , nel quale la delinquenza fiorisce . Appariva quindi evidente fin dagli esordi del nuovo indirizzo , che il reato , una volta studiato nelle sue manifestazioni reali e quotidiane , era il prodotto e il resultato di un triplice ordine di fattori : antropologici od individuali ( fisici e psichici ) , fisici e sociali . Ora , che un tale studio possa essere fecondo di utili ed interessanti risultati , è cosa evidente . E appunto notiamo che l ' ipotesi del liberum arbitrium indifferentiae colla conseguente impossibilità di ogni studio scientifico del delitto , aveva per tal riguardo un effetto deprimente . Chi invece nega il libero arbitrio ha la speranza di poter un giorno fondare una scienza completa dell ' uomo in tutte le manifestazioni della sua attività morale e materiale , e quindi anche di poter rintracciare tutte quelle cause molteplici che possono aver posto un individuo nella triste " necessità " del delitto . Ma un tale studio , se offre un interesse scientifico e pratico grandissimo , può considerarsi come un metodo accettabile in diritto penale , e tale da poter essere utilmente sostituito al metodo finora prevalente ? Anzitutto , occorre scartare una opinione , che più volte nel corso del presente lavoro abbiamo dichiarata errata : quella cioè che un ' organizzazione , qual è quella del diritto , che ha per scopo la determinazione ed il raggiungimento di fini , possa aver per base unica l ' osservazione della realtà . Se una cosa debba o non debba essere è questione in cui la " scienza " non ha nulla che fare . Se una pena sia o no conveniente , giusta , opportuna è cosa che solo il nostro " sentimento " può decidere . Una pena potrebbe apparirci come la sola efficace a estirpare il delitto e pur essere scartata come quella che urta contro il nostro senso morale . La osservazione della realtà può dirci qual è il risultato dell ' applicazione di una data pena : il nostro sentimento , se il provvedimento della pena comporti un grado di desiderabilità tale da essere adottato per raggiungere questo risultato . In altre parole , anche dopo che la scienza , l ' uso del metodo positivo , ci ha mostrati i mezzi necessari ove si voglia raggiungere il fine , resta sempre adito al giudizio etico se valga la pena di adottarli in vista del medesimo . Perciò , sia che si tratti di elaborare il diritto o di stabilire le sanzioni per la sua violazione , l ' uso esclusivo del metodo " positivo " è addirittura una impossibilità . Ma se tutto ciò è vero , si dirà : se è vero che la sola osservazione oggettiva della realtà non può bastare né al giurista , né al moralista ; pur nondimeno è sempre su un materiale concreto , di fatto , che deve esercitarsi il giudizio nostro , se anche contiene elementi etici ; e quindi quanto più la pena sarà stabilita caso per caso , quanto più essa terrà conto dei molteplici e variabili elementi che possono concorrere a modificare l ' opportunità e la misura del gastigo , tanto più il nostro metodo sarà " positivo " nel senso più proprio della parola ; poiché questo non disconosce la funzione del nostro senso etico nella determinazione del fine , ma richiama l ' attenzione sulla impossibilità di raggiungere un fine qualsiasi senza conoscere la realtà sulla quale si deve operare . Rispondiamo che tali osservazioni sarebbero perfettamente giuste se l ' uso dell ' astrazione non trovasse a sua volta la sua giustificazione nelle esigenze pratiche della materia . È impossibile evitar l ' uso dell ' astrazione nella scienza ; tanto meno sarà possibile evitarlo in morale e diritto . Anche per ciò che riguarda la scienza , i fatti concreti esorbitano sempre dalle categorie nette e precise ch ' essa pone , e contengono sempre dei residui e degli elementi da essa non contemplati . Ciò è vero tanto delle scienze astratte quanto di quelle che si propongono espressamente di studiare i fatti . Il fatto della scienza non è il fatto della natura . E le scienze stesse che hanno per oggetti i fatti procedono per due vie principali : la constatazione delle somiglianze e la determinazione di medie : processi nei quali l ' astrazione si trova continuamente implicata . Se non vi fossero anche nei fatti delle somiglianze e delle ripetizioni accanto alle loro diversità , non solo la scienza storica sarebbe impossibile , ma sarebbe perfino impossibile riferire un fatto qualsiasi per mezzo delle parole ; non avremmo che una successione d ' impressioni indefinibili . " L ' ordine generale dei fatti non esclude certi disordini , né la regolarità certe irregolarità . Lo storico che generalizza , classifica , riassume , deve rendersi conto di ciò ch ' egli fa ; egli deve vedere che la complessità e la varietà del reale sorpassano ogni immaginazione e sfidano ogni sforzo di analisi completa ; egli deve guardarsi dal negare la diversità col pretendere di ricondurla tutta quanta alle unità ch ' egli constata . Nella morale poi , ed a più forte ragione nel diritto , per l ' indole sociale di queste discipline , la necessità di una certa astrazione si presenta come inevitabile . - La morale sociale è certamente più astratta della morale individuale , quale può elaborarsi in un animo generoso , preoccupato della inevitabile insufficienza di tutte le soluzioni generali e a grandi linee dei problemi etici . Ogni precetto categorico , quando sia considerato dalla coscienza individuale desiosa di realizzare il minimo possibile di ingiustizia e d ' immoralità , è atto ad apparir difettoso nel senso che vi sono dei casi rispetto ai quali esso non raggiunge assolutamente più il suo fine . La complicatezza e la sottigliezza della casistica etica è pressoché infinita . Ne consegue pur troppo inevitabilmente , che ogni sistema dogmatico e assoluto di morale , ogni precettistica astratta , ogni " codificazione " delle nostre norme di condotta non può alla lunga non apparire insoddisfacente ed incompleta alle anime più nobili e raffinate , che sono senza posa alla ricerca del massimo bene e del minimo male , ed atta a patire , nei casi reali , di numerose eccezioni . Se alcune norme eterne di morale ci appajono universalmente giuste , come per esempio quella di non fare agli altri ciò che non vorremmo fatto a noi ; ciò dipende e soprattutto dal fatto ch ' esse esprimono piuttosto la condizione d ' animo in cui si deve porre colui che vuol giudicare della via più retta nelle evenienze pratiche , che non una vera e propria regola pratica d ' azione . Ma appena dall ' indeterminatezza ideale si scende nel campo delle pratiche realtà per porre una regola definita da non derogarsi mai nelle vicissitudini della vita , allora nasce tosto il conflitto fra le più delicate aspirazioni dell ' anima individuale e la grossolana rigidità della morale tradizionale e legale . E così l ' opinione pubblica è in genere indulgente verso quelle grandi personalità che dànno , a torto o a ragione , maggiori garanzie di veder meglio e più lontano dagli altri , permettendo loro di violare , in vista di un resultato determinato , i canoni più indiscussi della morale costituita ; è così anche che vediamo talvolta le persone veramente buone e generose mettersi in contrasto coi modi di pensare della società ove vivono , perdonando dove altri condannerebbe , e valersi della loro conoscenza del mondo morale per trovare giustificazioni ed attenuanti prima insospettate alle azioni dei loro simili , ammaestrandoci a guardare più benevolmente la vita degli altri e ad astenerci da ogni giudizio fondato su criteri troppo esclusivi , generali ed assoluti . " De même que la grace est parfois plus belle que la beauté , de même il y a une chose encore plus juste que la justice : la bonté " . Un tal modo di pensare peraltro , ove si generalizzasse in epoche di senso morale malfermo ed incerto , ove non fosse usato con una certa diffidenza e mantenuto in una cerchia , per così dire , tutta individuale e morale , sarebbe certo assai pericoloso . Il permesso di contravvenire alle norme riconosciute di condotta in vista di un fine superiore , se dispensato con troppa larghezza , può condurre , ai peggiori abusi : i risultati della morale gesuitica sono lì per ammaestrarcene . Ogni società richiede per conservarsi e prosperare che un certo numero di regole pratiche di condotta siano universalmente osservate dai consociati , e che la facoltà di violarle in singoli casi non sia abbandonata all ' arbitrio individuale . Il numero di queste regole varia coi tempi , ed è presumibile che diminuisca col crescere della civiltà e col perfezionarsi del senso morale . Intanto possiamo vedere che già si cammina per certi riguardi in questo senso . Nelle vecchie società a base consuetudinaria ed autoritaria un numero enorme di atti , quale oggi a grande stento riusciamo a rappresentarci , era sottratto all ' arbitrio individuale e regolato secondo precetti rigidi e fissi , valevoli per ogni tempo ed ogni circostanza sanzionati da pene severissime ed inflessibili . In tali stadi di civiltà sembra , come osserva il Bagehot , essere stato profondamente , se non consapevolmente sentito che per i popoli ancora all ' inizio della propria evoluzione è meglio il seguire una norma purchessia , che il non seguirne alcuna . Oggi invece siamo in un ' epoca di piena discussione : vediamo l ' individuo ergersi colla propria ragione e col proprio sentimento di fronte alla collettività , senza tollerare altre ingerenze nella sua facoltà di crearsi una vita secondo le proprie aspirazioni e di gudicare della opportunità dei proprii atti nelle singole circostanze , all ' infuori di quelle più strettamente necessarie . La libertà , non solo di fronte alle leggi , ma anche di fronte alla pubblica opinione e alle consuetudini , la reciproca tolleranza in fatto di pensiero e di moralità , tutta questa maggior fluidità e plasticità di tutto l ' ambiente sociale sono sintomi della maggior fiducia riposta nell ' individuo e della corrispondente diffidenza verso le regole di viver sociale di carattere troppo fisso , troppo asssoluto e troppo durevole . Ma che siamo ben lontani ancora dall ' epoca in cui si potrà fare a meno di ogni regola fissa , ce lo mostrano d ' altra parte tutte le nuove leggi sorte in epoca recente allo scopo di guarentire precisamente questa libertà individuale contro i soprusi e gli arbitrii dei singoli , tutti i complicati organi del diritto pubblico odierno , col loro meccanismo di freni e contrappesi , di reciproca vigilanza e controllo , che costituiscono uno dei caratteri delle moderne democrazie . Onde è a dirsi che si tratti piuttosto di una sostituzione di norme piuttosto che di una vera e propria loro diminuzione , e che si è in cerca di regole che contemperino il massimo di libertà e indipendenza individuale , il massimo di fluidità sociale , con quella regolarità e con quell ' equilibrio necessario alla vita di una società ; non del modo di poter fare a meno di qualunque norma ; - tesi quest ' ultima che solo gli anarchici , nel loro incoercibile ottimismo , possono aver l ' audacia di sostenere . Tali norme pertanto , che la loro sanzione sia semplicemente esercitata dall ' opinione ( morale ) , o dallo stato ( diritto ) , non possono in qualche modo non partecipare della natura dell ' astrazione : il diritto non può , per la sua stessa natura di disciplina sociale , piegarsi ai fatti particolari nella loro complessità talora formidabile . È così che nasce il conflitto fra la legge e l ' equità , fra il jus strictum e il jus equum , fra il diritto civile e il naturale , fra il diritto e la giustizia . Il diritto , come disse il Vico , ha bisogno anzitutto del certo ; ora il certo non si può ottenere se non fissando dei limiti e delle categorie generali ed astratte , che , appunto come tali , hanno qualche cosa in sé dell ' arbitrario . Di questi inconvenienti - e come potrebbe essere diversamente ? - partecipa anche il diritto penale . La pena accompagna il precetto giuridico come sua sanzione , precede quindi la violazione del precetto medesimo e non può pertanto non essere astrattamente commisurata , in base a ciò che per una misura media appar giusto , utile . E ciò per una necessità difficilmente evitabile senza andare incontro ad inconvenienti maggiori . È necessario che ogni cittadino conosca che cosa lo attende ov ' egli commetta questa o quella azione lesiva del diritto . È necessario veder guarentito l ' individuo contro l ' arbitrio personale del giudice , contro l ' impeto momentaneo del sentimento pubblico , contro il prevalere di considerazioni estranee al magistero penale . L ' individualità moderna è troppo gelosa della propria integrità per esporla al capriccio variabile e alla mutevole forza del sentimento . Fra le garanzie reclamate oggidì dall ' individuo , la principale è senza dubbio quella consacrata dall ' art . 1 del codice penale nostro , il principio cioè che nessuno possa essere punito per una azione che non sia stata nelle debite forme e anteriormente al suo compimento , dichiarata reato . Nullum delictum , nulla peona sine praevia lege poenali . Come il giudice di un fatto deve essere designato prima che il fatto sia compiuto , così prima del fatto deve essere stabilito che esso costituisce delitto e qual ' è la pena sua . Onde il grave pericolo insito in ogni pena indeterminata . La pena quindi deve essere eseguita quale fu stabilita dalla legge , e non in base ad una presunta temibilità del reo , argomentata dai suoi caratteri particolari . " La pena , scrive il Carrara , non può essere che una pena . Mite sì ; giusta . Ma adeguata al passato ; e inamovibile per fatti posteriori " . Ed ecco la semplice e naturale giustificazione di quel metodo astratto che considera il reato come ente giuridico , contro al quale i positivisti sollevano tante obbiezioni . Ma a prescindere dal suo " sapor metafisico " , non poco irritante forse per i positivisti più profondamente penetrati dallo spirito di scuola , nella espressione ente giuridico non è a vedersi se non l ' espressione della necessità di una determinazione legale del delitto , del valore comparativo dei delitti fra loro e colle rispettive pene , - e ciò puramente a scopo di pubblica garanzia . Fissar la pena prima del resto vuol dire necessariamente fissarla per mezzo di dati astratti , di generalizzazioni , ed in base ad una media : quindi esporla ad essere nei casi concreti , malgrado la discrezione limitata concessa al giudice , ora troppo severa , ora troppo mite . Ma come evitar ciò ? È un ' imperfezione pressoché inevitabile in ogni istituzione sociale ch ' essa non debba tener conto di certe esigenze individuali , e consideri le grandi linee e le grandi masse ; ciò a cui dobbiamo mirare essendo che di queste ingiustizie ve ne sia il minor numero possibile . - Intanto i seguaci della nuova scuola , col voler ridurre senz ' altro il giudizio penale ad un libero esame della temibilità dell ' individuo , tolgono , senza essere forse abbastanza consci della gravità ciò che propongono , una delle più valide garanzie di libertà individuale , una di quelle più faticosamente acquistate in epoche recenti . D ' accordo in ciò colle dottrine in apparenza più discordi dalle loro , come , p . es . , quella della espiazione , essi tendono in pratica a rinnovare le forme più schiette del procedimento inquisitorio , col subbiettivismo , coll ' arbitrio eccessivo del giudice , colla pena indeterminata e straordinaria e la confusione delle parti in giudizio , che a questo sistema sono inerenti . Qualunque sia il nostro parere sulla desiderabilità di ovviare agli inconvenienti che oggi si verificano , non si può negare l ' importanza di simili considerazioni e la necessità di non mai perderle di vista , nel tentar qualunque riforma . Anche per ciò che riguarda il metodo nel diritto penale , possiamo dunque dire che le affermazioni dei positivisti , a meno , che non siano corrette da numerose restrizioni , sono eccessive o peccano di unilateralità , non tenendo sufficiente conto di esigenze e pericoli pratici per volgere l ' attenzione di preferenza a uno solo dei dati del complesso problema della giustizia pratica . Anche qui , possiamo dire che peccano di semplicismo ed ottimismo , mancando pertanto di senso " positivo " . - Tutto ciò ci mostra qual ' è la funzione possibile , e nello stesso tempo quali sono i limiti , del " metodo positivo " nel diritto penale . Non vogliamo dire che le nuove dottrine non rappresentino una tendenza giusta e vera , che il metodo astratto non sia la fonte , in molti casi concreti , di deplorevoli inconvenienti , che la corrente di pensiero scientifico , la quale ha influito così potentemente nel trasformare tutte le condizioni di vita nell ' epoca presente , debba restare senza un efficace infiusso nel diritto penale . Ben diverso è il nostro pensiero . Crediamo piuttosto , che se i positivisti forse non hanno recato tutto il vantaggio che possono recare , se si sono attirata da parte dei " classici " un ' antipatia e una ripulsione eccessiva , ciò è dovuto al fatto ch ' essi non hanno saputo sempre discernere la parte sana delle loro dottrine , ch ' essi hanno interpretato il " positivismo " in un modo troppo angusto e parziale , traendone conseguenze affrettate ed estreme e mancando di quello spirito conciliativo ed equanime , senza il quale ogni collaborazione scientifica è impossibile . Qualunque sia l ' opinione a cui si arrivi sulla necessità di introdurre questa o quella riforma nell ' indirizzo prevalente nel diritto penale , indirizzo che risale al Beccaria , ciò che non gli si può contestare è l ' amore verso la libertà umana ed i diritti individuali , a cui sono ispirati i suoi principi . - Ogni giudizio su di esso che non tenesse conto delle sue origini nel grande movimento razionalistico del secolo XVIII correrebbe il rischio di essere ingiusto e manchevole . Come reazione a tutto un sistema , inveterato da secoli di soprusi e d ' arbitrii , per cui l ' individuo era continuamente minacciato di pene oscure ed incerte , motivate dall ' argomento senza repliche della ragione di stato , niuna meraviglia ch ' essa abbia talora forse anche trapassato il segno in senso contrario . Vediamo infatti il movimento di riforma accennarsi in sulle prime nel Beccaria stesso con forme che a noi parrebbero eccessivamente dogmatiche ed intransigenti , spiegabili in lui per il fatto ch ' egli si era trovato a contatto col sistema , contro il quale combatte , in tutta la sua crudità , mentre non era naturalmente in grado di misurare gli eventuali danni del sistema opposto . Sono caratteri della dottrina del Beccaria : l ' intolleranza assoluta di ogni interpretazione della legge penale , non giustificabile neppure con giudici peggiori di quelli del tempo suo ; un ossequio alla legge e alla certezza della pena portato fino all ' acciecamento di non volerne saper neanche del diritto di grazia ; la mancanza di ogni senso storico . Tolto quindi assolutamente l ' arbitrio del giudice ; e alle pene arbitrarie sostituite pene assolutamente determinate e fisse . " Chi potrebbe lagnarsi della proclamazione di questi principi , osserva il Brusa riferendosi alla nuova legislazione criminale , per ciò solo che di un tratto essi non tennero conto di certe esigenze ulteriori della giustizia pratica ? Se il diritto criminale avesse dovuto attendere la propria risurrezione prima dallo spirito storico che non da quello speculativo , neanche la riforma leopoldina e le altre contemporanee avrebbero potuto precorrere la rivoluzione del 1849 . Chi può anzi dire se , per esempio , l ' obbrobrioso mercato della giustizia che profittava a giudici e sovrani avrebbe altrimenti allora cessato , insieme all ' abuso delle mitigazioni per motivi futili ed indegni , come quella che il bigamo avesse , sposando una meretrice , elevato questa ad una vita onorata ? " . La stessa giustificazione utilitaria del diritto di punire , la stessa dottrina del contratto sociale , per quanto oggi si possano riconoscere i loro difetti come teorie generali , hanno nella mente del Beccaria e dei suoi contemporanei una funzione ed un valore che sarebbe ingiusto disconoscere . Essi rappresentano la negazione degli abusi di un sistema anteriore : la teoria utilitaria , come quella che vuol rattenere la pena entro i limiti della necessità di reprimere solo le azioni che veramente turbano l ' ordine e la tranquillità sociale ; la teoria del contratto sociale come quella che denuncia le ineguaglianze stridenti , non più fondate nella reciprocità dei servigi e contrarie al sentimento di giustizia . Oggi la pratica delle legislazioni è venuta introducendo via via quelle limitazioni ai principii assoluti , che apparvero necessarie ad un migliore contemperamento delle varie tendenze . - Al giudice si è concesso quell ' arbitrio che è indispensabile al retto esercizio delle sue funzioni ; entro i limiti fissati dalla legge egli può graduare la pena adattandola quanto è più possibile alla particolare gravità del fatto . Per ciò che riguarda il convincimento , il sistema delle prove morali , sostituito a quello delle prove legali , nel quale massima è la diffidenza verso la personalità del giudice , già segna un passo grandissimo in una direzione nella quale si può molto avanzare . Perocché quando è lasciata al giudice la facoltà di condannare od assolvere secondo il proprio convincimento , sì può intravedere anche la possibilità di lasciargli secondo il proprio convincimento graduare le pene . E l ' istituzione stessa dei giurati , per quanto la si voglia limitata al puro giudizio del fatto , pure è un segno della medesima tendenza . In pratica , i giurati sono i rappresentanti della coscienza popolare anche per ciò che riguarda la valutazione del fatto come delitto o no , e perciò forniscono un avvicinamento , per quanto limitato , alla " individualizzazione " della pena . Ma in tutto ciò il canone più indicato del metodo positivo è di procedere gradatamente , senza sacrificare nulla di ciò che si è ottenuto , in vista di risultati che possono essere problematici ed incerti . La " individualizzazione della pena " non è l ' aspirazione esclusiva di nessuna scuola speciale , ma la tendenza naturale del progresso ; la sola questione da discutersi essendo fino a qual punto essa si possa conciliare con garanzie essenziali di libertà contro gli arbitrii di qualunque specie . Tale questione è troppo grave per essere discussa nel presente lavoro , che pretende più che altro esporre alcune osservazioni pregiudiziali sulle questioni che più spesso si discutono intorno al diritto punitivo ; - la forma stessa in cui tale questione è da noi enunciata , mostra d ' altra parte come riteniamo essere impossibile risolverla così a priori ed in generale . Trattandosi essenzialmente di una questione di misura , essa si presterà a soluzioni sempre varie coll ' avanzare del tempo e col progredire della civiltà , e secondo le divergenze nel carattere e nell ' educazione dei popoli . Nello stabilire il valore comparativo dei reati fra loro e la proporzione loro colle pene , una legge ben fatta dovrà avvicinarsi quanto più è possibile alla realtà delle cose , ed essere quanto più possibile particolareggiata , creando distinzioni e categorie che realmente corrispondano a quelle che si riscontrano nelle cose stesse . Ma ciò non deve considerarsi come un sovvertimento delle basi su cui fin qui posava il diritto penale . - Al contrario , il movimento positivistico deve piuttosto considerarsi come un tentativo di completare ed integrare l ' indirizzo fin qui prevalente nel diritto penale , di spingerlo più velocemente in una direzione già presa , di additarne certe lacune e di colmarle , senza per questo rinunciare ai benefizi dall ' indirizzo prevalente presi più specialmente di mira . - Esso non può propugnare la sostituzione assoluta del " metodo positivo " al metodo astratto : ciò sarebbe , come abbiam visto , non aver intesa del tutto la natura del metodo positivo , e disconoscere quella del diritto stesso : ma nello stesso tempo ci dà un avvertimento di tener conto , più di quanto non lo si sia fatto forse per il passato , dei risultati dell ' osservazione positiva , e soprattutto insiste su alcuni fatti e leggi nuove scoperte o intravedute dalla scienza moderna , che possono condurci a vedere un po ' diversamente la natura dell ' uomo , oggetto del diritto penale , e la società . - Ciò può portare una trasformazione , nella legge stessa , nel senso di darle una maggior specializzazione , nonché nell ' ufficio del giudice , aumentando la sua discrezione , perché egli possa tener conto di quella relatività , che tutti i fenomeni posseggono , e che non si può trascurare senza lacerare in qualche modo la giustizia come la verità . Ed è qui che si manifesta una delle pieghe caratteristiche del pensiero moderno , che merita attenzione . La " negazione del libero arbitrio " , nel senso tradizionale , non è , come abbiam visto , una dottrina così sovversiva come alcuni hanno voluto farla apparire : e non è che in base ad un equivoco che si può sostenere ch ' essa scalzi le basi del diritto e della morale . Ciò non ostante non è a negarsi l ' influenza che deve esercitare il nuovo modo di concepire la libertà sulle concezioni etiche e giuridiche . Il " liberum arbitrium indifferentiae " come solo ed indispensabile fondamento della libertà e della responsabilità , portava a far concepire queste come qualità fisse ed inalterabili dell ' uomo in ogni condizione di tempo e di cose ; eccesso a cui doveva contrapporsi quello di considerare ogni causa ed ogni condizione assegnabile come una minorante della responsabilità . Ogni ricerca sulle condizioni obbiettive della responsabilità dichiarata pericolosa , o scoraggiata come impossibile . Il " negatore del libero arbitrio " che non sia vittima di equivoci sul valore di tal negazione , sarà portato invece a vedere nella libertà e responsabilità , qualità esistenti nell ' uomo , ma analoghe alle altre , atte cioè ad essere studiate nella loro genesi e nella loro evoluzione , suscettibili di gradazioni infinite , e subordinate alla presenza di certe condizioni e concomitanti , a concepire in altri termini la responsabilità piuttosto dinamicamente ed evoluzionisticamente , che staticamente . Ed in questo senso gli studi nuovi sulla responsabilità possono portare un contributo prezioso , come al sociologo , così al legislatore e al giurista . Col mostrarci quali delle nostre azioni veramente dipendano dalla nostra volontà , fino a che punto siamo effettivamente liberi di compiere una data azione , e fino a che punto invece la responsabilità dei nostri atti vanisca dinanzi all ' influenza di cause prepotenti , essa può rivelarci nuovi casi di irresponsabilità , come anche di responsabilità finora inaspettate ( ipnotismo , suggestione ) . Né il giurista deve guardare con sospetto e diffidenza la corrente dei nuovi studi come se ogni risultato di questi dovesse segnare un ' offesa alla integrità del diritto e della morale . L ' idea di un antagonismo fra gli studi " positivi " in genere e le nostre aspirazioni etiche è un concetto falso , contro il quale è stato nostro intento di combattere in tutto il corso del presente lavoro . Abbiamo dunque visto a che cosa si riduca la possibilità per gli studi scientifici di modificare il nostro concetto di responsabilità : non nella negazione di questa , ma nell ' avvertimento che la responsabilità è qualche cosa di più fuggitivo , di meno palpabile , di assai più legato al fatto particolare nella sua complessità , di quanto forse non lo supponessero le vecchie scuole di morale , sta l ' importanza della nuova scuola anche nel campo del diritto penale . Ed è questo anzi , a mio parere , ciò che dovrebbe renderla sopra ogni altra cosa simpatica . Essa tende a mostrarci sempre più che anche nel campo dell ' infamia e del delitto sono numerosi i disgraziati , coloro che hanno assai più bisogno di essere educati , ajutati e curati che d ' essere minacciati di punizione . Nonostante le intemperanze e gli errori incontestabili che ne hanno segnato il sorgere , la nuova scuola desta attenzione e interesse per il nuovo soffio di simpatia che da essa nccessariamente , quasi a dispetto di certe sue premesse utilitarie , spira verso coloro che furono condotti al delitto e all ' abbrutimento da cause strapotenti . Essa ci addita , se non l ' impossibilità , la terribile difficoltà di sfuggire a certi impulsi quando tutto nella vita concorre a togliere stimolo e potenza alla difesa contro di essi . Essa ci mostra , anche nel campo della morale , l ' esistenza di una schiera di privilegiati , che compiono il bene senza fatica , poiché tutto in loro , condizioni fisiologiche , psicologiche e sociali , cospira a far loro vedere il lato buono delle cose , che godono una specie di " rendita di situazione " morale , mentre per altri la medesima condotta non potrebbe mantenersi se non a prezzo di indicibili sforzi e sacrifizi . Onde un grande e benefico impulso a tutte le riforme sociali , che tendono a togliere le cause della delinquenza , in modo da render quanto meno necessario è possibile il provvedimento increscioso ed imperfetto dell ' applicazione della pena . La pena non è il miglior modo di difesa sociale , o di tutela giuridica che dir si voglia . La sua efficacia è limitata : è presto raggiunto il punto oltre il quale un aumento nella severità di essa non produce più una diminuzione corrispondente negli attentati al diritto . La sicurezza sociale non è perciò da essa se non imperfettamente ristabilita : il senso morale , se non imperfettamente soddisfatto . Ogni giorno , coll ' ingentilirsi dei costumi , cresce la ripugnanza per i mezzi fisici di repressione ; ogni giorno , si sente maggiormente il bisogno di trovare mezzi più potenti e più civili di prevenire il delitto . Sotto un certo aspetto , la pena può considerarsi come il sintomo dell ' impotenza della società a provvedere altrimenti ai mali che la travagliano . Troppo forse si è creduto per lo addietro che i mezzi penali fossero la panacea per tutte le correnti delittuose che serpeggiano nella società . Gli studi positivi moderni , psicologici , antropologici e sociali , hanno se non altro il merito di aver fatto concepire in un modo più relativo la natura e la funzione del diritto penale . La controversia fra la scuola positiva e la scuola classica può dirsi pertanto un prodotto , più che di divergenze reali di dottrine , di tendenze e di aspirazioni . Eccessivamente ostile è stata forse finora l ' attitudine sì da una parte che dall ' altra ; ed è venuto , parmi , il momento in cui alle lotte ed alle polemiche , in parte almeno sterili , debba succedere il riconoscimento dei rispettivi limiti , il contemperamento delle tendenze , e la serena collaborazione . - " Se nel secolo XVI , scrive Carlo Cattaneo in alcune sue mirabili pagine , che fu il primo dell ' era moderna , la ragione individuale aveva ardito farsi a discutere popolarmente li arcani religiosi , e nel XVII li asserti delle scuole filosofiche , nel XVIII ella estese quell ' aspro sindacato a tutte le istituzioni civili . Sommo divenne il contrasto fra la vita delli uomini e i loro pensieri . Vivendo in mezzo all ' intreccio dei vincoli sociali , quelle menti animate dai geometri e acuite dal calcolo mercantile osarono domandare se , e come , e quanto ciascuna istituzione giovasse ad ogni individuo partecipe della civile aggregazione . Tutto si valutò dunque col giudicio individuale e giusta l ' individuale interesse . Si considerò la società come un patto fra eguali ; si domandò la revisione del patto , il ritorno all ' uguaglianza primitiva , la restituzione dello stato naturale del genere umano . Le predilezioni delle scuole e l ' inesplicabile eccellenza delle arti e delle lettere antiche sospinsero ad immaginare un mondo primitivo , educato nelle lingue , nelle arti , nelle scienze , nelle leggi da una serie di geni benefici , l ' opera dei quali sotto lo sforzo della superstizione e della violenza fosse venuta oscurandosi successivamente fino alle caligini del Medio Evo , ma potesse coll ' opera d ' altri geni rivocarsi in breve , e quasi di repente , al nativo splendore . Vi fu perfino chi preferì ad una fittizia civiltà , ingombra dei ruderi d ' ogni tempo e piena di ingiustizie e di corruttele , la semplice e pura vita , che li uomini dovevano aver gioito prima del patto sociale in seno alla primigenia selva della terra . Adunque lo sforzo capitale del pensiero umano nello scorso secolo XVIII era una generale censura delle istituzioni del tempo , nel senso di ogni individuo , e all ' intento di ristaurare il regno della logica naturale e della personale indipendenza . Nel secolo presente vi fu quasi riflusso del pensiero umano in contrario verso . Si trovò che l ' utile di ogni individuo scaturiva dal complesso dell ' azienda sociale , né poteva avverarsi mai nella solitudine o nel dissociamento . Le più complicate istituzioni apparvero necessari effetti del consorzio civile e forme della sua esistenza . Si vide che certe consuetudini erano scala e preparazione ad altre migliori , alle quali i popoli non potevano giungere altrimenti ; e così si vennero spiegando e giustificando certi ordinamenti transitori , che in faccia ad una logica immediata sembravano assurdi e barbari . Viceversa s ' intravvide sotto lo splendore delle libertà antiche l ' oppressione e la servitù delle moltitudini , e nella dolorosa ruina di quelle meravigliose civiltà si riconobbe un evento che poteva condurre all ' emancipazione degli oppressi . La consolante dottrina del progresso si svolse dal seno della istoria si vide il genere umano elevarsi dalla ferocia del vivere ferino , attraverso alla guerra , alla schiavitù , alle devastazioni , alle tirannidi , ai supplici , alle torture , sino all ' effezione graduale dell ' utile , del giusto , dell ' equo , del bello , del vero , della pace , della carità . Allora si rallentò quella inesorabile censura , spinta dai nostri padri nel diretto interesse dell ' individuo ; ed in quella vece si promosse un ' interpretazione benigna , benigna forse oltre misura , di tutte le transazioni scalari e successive della civil società : si giustificò il senso comune dei popoli , che aveva sancito e venerato ciò che era rispettivamente opportuno ai luoghi ed ai tempi ; e le leggi più celebri apparvero piuttosto frutti di una certa graduale maturanza d ' interessi e di opinioni , che liberi decreti della mente individua dei legislatori . Perloché la tendenza più comune del pensiero istorico in questo secolo XIX è una generale spiegazione delle eccessive forme civili , in quanto promuovono gradualmente lo spontaneo sviluppo dell ' individuo ed il suo bene , nello sviluppo e nel bene della intera società . Questo comune movimento delle dottrine filosofiche e istoriche nell ' età nostra si diramò poi per molte strade assai divergenti . Li uni , mettendosi a tutta carriera nella idea delle successive evoluzioni sociali , vollero stringere un corso di secoli in poche giornate , e s ' appresero di slancio al sogno di un incivilimento nuovo ed inaudito , senza famiglia , senza eredità , senza proprietà . Altri al contrario acquietandosi nella generale giustificazione dei fatti , e confidando nel genio naturale delle moltitudini , e nella forza ingenita che spinge le cose al compimento di un ordine prestabilito , ricadono nel fatalismo dell ' oriente , e maledicendo alla virtù infelice santificano la vittoria e adorano la forza . Altri fraintesero la giustificazione istorica del passato , e vi supposero la necessità di ritornare le cose ai loro principi ; e vanamente additarono , come mèta ad un viaggio retrogrado dell ' umanità , ora l ' un ora l ' altra delle età già consumate . In mezzo a queste aberrazioni , i più veggenti sanno congiungere la fiducia nel progresso alla paziente accettazione delle lente e graduate sue fasi , e alla critica proporzionale e perseverante , ch ' è pur necessaria a promuoverlo . Essi sanno discernere le istituzioni transitorie e caduche da quelle senza cui l ' umano consorzio non regge . Essi nutrono la generosa persuasione che l ' individuo non è sempre cieco strumento del tempo , ma una forza libera e viva , la quale tratto tratto può far trapiombare la dubia bilancia delle umane cose . Questa scuola pratica , che studia il campo della libertà umana nel seno della necessità e del tempo , deve librarsi tra la violenza logica delle dottrine passate , e l ' indolente e servile ottimismo delle dottrine che si levarono sulla ruina di quelle " . Sarebbe difficile invero immaginare un quadro più eloquente e più vero di ciò che è stato il grande movimento scientifico del secolo testé trascorso e un cenno più chiaro e riassuntivo di quelli che sono veramente , a parer nostro , i caratteri essenziali delle tendenze positive moderne . In un altro nostro scritto , abbiamo tentato di dare al " positivismo " un significato più vasto , e nello stesso tempo meno radicale e dogmatico di quello che gli attribuiscono molti dei sostenitori dei " sistemi " positivistici ; di mostrare cioè come sia vano il voler restringere questo all ' accettazione ed alla applicazione di pochi principi teorici e metodologici , e come si tratti , piuttosto che di un brusco mutamento nella direzione del pensiero scientifico , dello sviluppo graduale di una specie di facoltà nuova , così variata e complessa nei suoi diversi aspetti che è pressoché impossibile di darne una definizione che sia insieme e completa e precisa . Chi potrebbe , per esempio , formulare esattamente i principi su cui si fonda il senso storico , quella delicata facoltà di comprendere ogni epoca sotto il suo vero colore , facoltà che è uno dei tratti più caratteristici della società intellettuale contemporanea ? È qualche cosa di simile a ciò che si chiama , nella vita sociale , la inestimabile qualità del " tatto " del " saper vivere " - qualche cosa che non s ' insegna , ma che s ' impara bensì , frequentando certe persone , vivendo in certi ambienti , respirando , come si suol dire , una certa atmosfera . " Se osserviamo - dicevamo - la differenza fra la scienza e la filosofia moderna e quelle che hanno per lo più prevalso nel passato , vediamo che ciò che più nettamente caratterizza questa in confronto a quella è lo spirito nuovo di cui questa è animata . Vediamo in essa , da un lato , una maggior circospezione nelle osservazioni e nelle esperienze , una conoscenza più esatta dei mezzi più atti a raggiungere un determinato risultato scientifico , una maggior prudenza nella generalizzazione e nella deduzione , un più completo disinteresse , per così dire , nella aspirazione alla verità , un ' unità più completa nella sua ricerca , e infine una indipendenza maggiore da considerazioni estranee alla scienza ; dall ' altra parte , un perfezionamento dello spirito critico , la tendenza a non accontentarsi di spiegazioni puramente verbali e formali di fenomeni , ad analizzare i nostri concetti e a scomporre ne ' suoi elementi ogni nostra cognizione . Finalmente , bisogna tener conto della influenza profonda esercitata in tutti i rami dello scibile dal nuovo elemento di recente introdotto nelle speculazioni filosofiche e scientifiche : la teoria della evoluzione . Mentre prima v ' era la tendenza a considerare ogni cosa " sub specie aeternitatis " , oggi tutto invece ci appare in preda ad un perpetuo lavorio di trasformazione e siamo portati a considerare tutti gli eventi piuttosto da un punto di vista dinamico che statico . Si è propagato fra noi un sentimento oltremodo vivace della relatività di tutti i fenomeni concreti al momento , cosmologico o storico , in cui si producono ; onde una reazione contro i modi troppo astratti e semplicisti di concepire la realtà , i quali troppo trascuravano il " coefficiente del tempo " , e contro la filosofia razionalista del secolo XVIII ; è la propagazione del metodo storico comparativo in tutte le scienze " . È a torto che alcuni hanno voluto vedere in questo complesso di tendenze , frutto della maturità scientifica dei tempi nostri , l ' indicazione di una limitazione effettiva del nostro sapere ad una porzione ristretta della realtà , mentre un vasto campo di questa , tutto ciò ché riferisce all ' al di là dei fenomeni , sia per sempre sottratto alle nostre indagini . L ' Agnosticismo sistematico è anzi ciò che vi può esser di più estraneo alla scienza moderna . Se si è creduto il contrario , ciò dipende dall ' influenza che nella filosofia moderna hanno avuto le teorie della conoscenza di Hume , Berkeley , Kant . Ma tali dottrine , qualunque sia la nostra opinione sulla loro intrinseca accettabilità e giustezza , qualunque sia stata l ' opinione dei loro stessi creatori , non giustificano , come è stato mostrato , alcuna delle conseguenze agnostiche e scettiche che alcuni ne hanno tratto . Il loro scopo , non è , abbiamo detto , di dare un giudizio sulla possibilità o l ' attendibilità della nostra conoscenza , ma di definirla e spiegarla ; di dirci che cosa intendiamo dire quando affermiamo che la tal cosa esiste , che la sua causa è la tal altra cosa , etc . , non di dirci se tali nostri giudizi siano veri o no . Delle parole causa , sostanza , realtà e simili esse ci forniscono definizioni nuove e diverse dalle antiche ; ma non ne segue che per ciò solo alcuna porzione della realtà sia sottratta alle nostre ricerche come non ne segue neppure che debba prevalere questo o quel metodo di ricerca ad ogni altro . Se oggi sappiamo imporre dei limiti ad una troppo impaziente curiosità scientifica , se ci atteniamo di preferenza , ove ciò sia possibile , al metodo induttivo o sperimentale , piuttosto che all ' astratto e razionale ; ciò non che per la nostra esperienza intellettuale più matura , la quale ci ha insegnato la via più economica e sicura per giungere alla scoperta del vero , ed a guardarci da certe intemperanze ed errori in cui troppo spesso caddero i pensatori del passato . Concludendo adunque , il positivismo più che un sistema nuovo e radicalmente diverso da quelli che lo hanno preceduto , rappresenta un complesso di tendenze che si sono formate a poco a poco in un grande secolo di indefesso lavoro pratico ed intellettuale , di incessante discussione e di inesorabile critica : il sorgere delle scuole storiche ed evoluzionistiche , la visione sempre più netta della relatività e della complessità dei fenomeni , la ripugnanza a concepire qualsiasi campo della realtà come non soggetto a leggi " naturali " sono tutte manifestazioni del medesimo movimento . Di queste tendenze generali del mondo moderno dovevano inevitabilmente risentirsi anche la morale ed il diritto , e ciò naturalmente non poteva avvenire senza un periodo di crisi , contrassegnato dalla eccessiva baldanza demolitrice degli uni , da eccessivi timori e ingiustificati scoraggiamenti degli altri . Per ciò che riguarda il diritto penale , abbiam visto come ciò si palesasse soprattutto nella pretesa demolizione del concetto di responsabilità , e nelle offese all ' autonomia del nostro senso morale nel determinare l ' esistenza e la ragione del " diritto di punire " . Ma abbiam visto pure , come ciò derivasse da una errata interpretazione dei principii supremi su cui il movimento positivo si reputa fondato . Resta dunque , come sola legittima e veramente feconda , la tendenza rappresentata da tutti i moderni studi psicologici e sociali , criminologici e antropologici . Nello stesso tempo , abbiamo rilevato come ciò possa portare a limitazione e sostituzioni parziali del diritto punitivo con altri mezzi migliori . Non già però in forza della enunciazione di alcuni principii , ma per opera dei risultati a cui eventualmente i nuovi studi metteranno a capo . Fino a che punto ciò potrà portare ad una trasformazione profonda del presente indirizzo nel diritto penale , è impossibile determinare sin d ' ora , solo un avvenire di studi , d ' esperienze e d ' ulteriore maturazione scientifica e morale potrà dare gradualmente a questa domanda una completa risposta . Gennaio - Ottobre 1901