Saggistica ,
IN
MEMORIA
DI
FRANCESCO
PESARO
TENACE
PROPUGNATORE
NEL
VENETO
SENATO
D
'
UNA
VENEZIA
FORTE
.
PREMESSA
Ayez
les
choses
de
première
main
;
puisez
à
la
source
!
....
(
LA
BRUYÈRE
.
-
Maximes
)
Il
presente
studio
non
vuol
essere
che
una
prefazione
intesa
a
far
conoscere
l
'
ambiente
militare
ed
i
personaggi
che
accompagnarono
la
Serenissima
al
sepolcro
.
Perché
,
se
esiste
qualche
opera
di
indubbio
valore
intorno
all
'
armata
della
Veneta
Repubblica
,
poco
o
nulla
di
edito
si
trova
relativamente
al
suo
esercito
,
quasi
che
fosse
argomento
trascurabile
nella
vasta
trama
delle
politiche
vicende
dello
Stato
nato
sul
mare
e
per
il
mare
.
Ora
questa
presunzione
non
è
equa
.
Qualunque
ramo
dell
'
attività
pubblica
merita
riguardo
e
considerazione
,
e
soltanto
il
giudizio
particolare
sopra
ciascun
ramo
dell
'
attività
medesima
può
mettere
capo
ad
una
sintesi
illuminata
e
completa
.
Al
caso
concreto
poi
dell
'
attività
militare
veneta
,
cimentata
nei
tempi
dello
splendore
alle
tenaci
e
vittoriose
lotte
contro
i
Turchi
in
difesa
della
Cristianità
,
dei
commerci
e
dell
'
incivilimento
contro
la
barbarie
,
sembra
argomento
cospicuo
di
studio
l
'
esame
dell
'
evoluzione
di
questa
attività
giunta
al
termine
del
suo
ciclo
ed
il
coglierla
quando
sta
per
accasciarsi
sopra
sé
stessa
come
una
persona
fatta
decrepita
,
pavida
ed
intransigente
.
Questo
dal
lato
puramente
soggettivo
della
speculazione
storica
.
Ma
v
'
ha
ancora
un
altro
argomento
di
peculiare
interesse
che
può
spingere
all
'
indagine
intorno
alla
decadenza
militare
della
Veneta
Repubblica
.
L
'
ambiente
della
storia
presenta
ricorsi
di
singolare
rilievo
,
suggestioni
forti
e
spontanee
sulle
quali
,
a
determinati
periodi
di
tempo
,
non
sembra
né
vano
né
inutile
riportare
il
contributo
positivo
degli
studi
e
della
meditazione
,
affinché
traccino
a
loro
volta
norma
ad
un
nuovo
ricorso
di
fatti
.
E
Venezia
,
con
gli
svariati
suoi
atteggiamenti
della
politica
,
dei
commerci
,
dell
'
arte
,
dell
'
incremento
economico
e
marinaro
,
è
soggetto
che
volentieri
s
'
impone
oggigiorno
allo
spirito
ed
alla
fantasia
e
li
occupa
con
l
'
inesauribile
fascino
di
una
figura
dalle
perfezioni
classiche
.
L
'
opera
del
Molmenti
sulla
storia
di
Venezia
nella
vita
privata
simboleggia
l
'
espressione
più
bella
ed
alta
di
questi
sensi
.
Per
le
cose
della
decadenza
e
della
rovina
militare
della
Serenissima
i
documenti
non
scarseggiano
.
V
'
ha
anzi
plètora
,
come
per
solito
accade
dei
periodi
storici
e
sociali
di
debolezza
e
di
dissolvimento
,
i
quali
sono
pur
sempre
anche
i
più
loquaci
e
papirofili
,
perché
appunto
sono
i
meno
attivi
e
materiati
di
fatti
.
E
questi
documenti
assai
numerosi
e
del
tutto
inesplorati
nelle
grosse
filze
del
Senato
militar
e
dei
provveditori
Foscarini
e
Battagia
all
'
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
,
oltre
che
illustrare
il
periodo
storico
singolarmente
considerato
,
gittano
per
riverbero
nuova
luce
sulle
operazioni
dell
'
esercito
francese
e
del
generale
Buonaparte
,
da
Lodi
a
Leoben
.
Sicché
studiando
questo
brano
di
storia
militare
inedita
nel
campo
pratico
delle
vicende
storiche
e
militari
nostrane
,
si
stende
la
mano
a
quella
meravigliosa
messe
di
studi
e
di
documentazione
delle
guerre
napoleoniche
che
ci
viene
d
'
oltre
Alpe
,
e
che
con
i
volumi
del
capitano
Fabry
spinge
innanzi
la
bella
marcia
delle
indagini
fin
sulla
soglia
degli
Stati
Veneti
,
all
'
Adda
ed
all
'
Oglio
nella
primavera
dell
'
anno
1796
(
2
)
.
Roma
,
dicembre
1909
.
E.B.
NOTA
BIBLIOGRAFICA
Non
può
essere
copiosa
,
una
nota
bibliografica
quando
gli
argomenti
dell
'
indagine
si
riferiscono
pressocché
esclusivamente
all
'
inedito
.
Nondimeno
occorre
citare
a
questo
punto
qualche
opera
di
interesse
generale
utile
per
inquadrare
la
materia
particolare
dello
studio
presente
.
La
documentazione
inedita
,
riferita
più
specialmente
alla
raccolta
«
Deliberazioni
Senato
Militar
»
e
«
Deliberazioni
Senato
Militar
in
Terraferma
»
,
si
trova
singolarmente
descritta
per
ogni
argomento
di
trattazione
.
L
.
CELLI
.
-
Le
ordinanze
militari
della
Repubblica
Veneta
nel
secolo
XVI
.
-
Nuova
Antologia
-
Vol
.
LIII
-
Serie
III
-
Fascicoli
del
1
settembre
e
1
ottobre
1894
.
F
.
NANI
MOCENICO
-
Giacomo
Nani
-
Memorie
e
documenti
-
Venezia
,
Tip
.
dell
'
Ancora
,
1893
:
V
.
MARCHESI
.
-
Tunisi
e
la
Repubblica
di
Venezia
.
-
Torino
,
Roux
edit
.
A
.
MENEGHELLI
.
-
Vita
di
Angelo
Emo
.
-
Padova
,
1836
.
M
.
FERRO
.
-
Dizionario
del
Diritto
comune
e
Veneto
.
-
Venezia
,
Santini
Edit
.
1845
.
S
.
ROMANIN
.
-
Storia
documentata
di
Venezia
-
Vol
.
IX
,
Venezia
,
1850
.
S
.
ROMANIN
.
-
Lezioni
di
storia
veneta
.
-
Firenze
,
Le
Monnier
,
1876
.
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
-
Parte
Terza
-
Il
decadimento
.
-
Bergamo
,
Istituto
Italiano
di
Arti
Grafiche
,
1908
,
CASONI
.
-
Forze
militari
(
in
Venezia
e
le
sue
lagune
,
Vol
I
)
.
A
.
RIGHI
.
-
Il
conte
di
Lilla
e
l
'
emigrazione
francese
a
Verona
.
(
1794-1796
)
-
Perugia
,
Bertelli
edit
.
,
1909
.
E
.
PESENTI
.
-
Angelo
Emo
e
la
Marina
Veneta
del
suo
tempo
.
-
Venezia
.
Naratovich
,
1899
.
LA
CAMPAGNA
DEL
1796
NEL
VENETO
PARTE
PRIMA
LA
DECADENZA
MILITARE
DELLA
SERENISSIMA
CAPO
I
.
Le
fonti
della
milizia
veneta
.
La
sera
del
2
giugno
1796
deve
essere
stata
assai
tragica
per
i
senatori
veneziani
convenuti
al
casino
del
procuratore
Pesaro
,
alla
Canonica
(
3
)
,
per
deliberare
intorno
a
gravi
oggetti
concernenti
la
Repubblica
.
Il
provveditore
generale
in
Terra
Ferma
,
Nicolò
Foscarini
,
aveva
avuto
il
dì
avanti
,
sotto
Peschiera
,
un
colloquio
burrascoso
con
il
generale
Buonaparte
,
né
gli
era
riuscito
a
rabbonirlo
che
a
prezzo
di
dolorose
abdicazioni
per
la
dignità
della
vetusta
Serenissima
.
E
l
'
uomo
nuovo
,
con
la
visione
dinanzi
agli
occhi
di
sconfinati
orizzonti
di
gloria
,
si
era
trovato
di
fronte
all
'
uomo
del
passato
,
che
vedeva
chiudersi
per
la
sua
patria
quegli
orizzonti
medesimi
sotto
il
velo
grigio
e
melanconico
del
tramonto
.
Il
generale
Buonaparte
aveva
accusato
il
Senato
Veneto
di
tradimento
per
avere
permesso
giorni
avanti
agli
Austriaci
di
occupare
Peschiera
,
di
slealtà
per
avere
dato
asilo
in
Verona
al
conte
di
Lilla
,
di
parzialità
colpevole
-
come
egli
diceva
-
per
male
corrispondere
alle
pressanti
esigenze
di
vettovaglie
e
di
carriaggi
da
parte
dell
'
esercito
francese
,
di
neutralità
violata
infine
in
vantaggio
dei
nemici
suoi
,
gli
Austriaci
.
Ora
,
di
tutto
questo
,
Buonaparte
aveva
dichiarato
al
vecchio
Foscarini
di
doverne
trarre
aspra
vendetta
per
ordine
del
Direttorio
,
incendiando
Verona
e
marciando
contro
Venezia
.
Il
rappresentante
Veneto
,
atterrito
,
era
riuscito
alla
fine
a
indurre
il
focoso
generale
a
più
umani
consigli
ed
a
salvare
Verona
,
ma
più
con
l
'
aspetto
della
sua
desolata
canizie
che
con
la
virtù
della
parola
,
a
condizione
però
«
che
le
truppe
del
generale
Massona
fossero
ammesse
in
città
,
occupassero
i
tre
ponti
sull
'
Adige
,
avvertendo
che
le
minime
rimostranze
che
si
imaginassero
di
fare
i
veneti
riuscirebbero
il
segnale
dell
'
attacco
(
4
)
»
.
Tra
l
'
incendio
e
l
'
occupazione
militare
non
era
dubbia
la
scelta
,
ed
al
Foscarini
fu
giocoforza
di
cedere
.
Duramente
Buonaparte
aveva
rifiutato
al
vecchio
provveditore
perfino
il
tempo
necessario
,
per
prendere
gli
ordini
dal
Senato
e
lo
aveva
accomiatato
«
con
i
modi
che
il
vincitore
detta
leggi
al
vinto
(
5
)
»
.
Era
il
principio
della
fine
della
Serenissima
.
All
'
udire
i
dolenti
messaggi
del
Foscarini
,
l
'
accolta
dei
senatori
veneti
alla
Canonica
,
pavida
,
discorde
,
sfiaccolata
,
non
trovò
altro
rimedio
al
male
che
spacciare
due
Savi
del
Collegio
a
Verona
per
assistere
il
provveditore
in
altri
colloqui
con
il
generale
Buonaparte
,
quasi
che
il
loro
mandato
fosse
quello
di
sorreggere
con
le
dande
gli
estremi
passi
del
valetudinario
diplomatico
e
della
agonizzante
Repubblica
.
La
fiducia
nelle
arti
della
parola
e
del
protocollo
rappresentava
ancora
,
agli
occhi
dei
contemporanei
,
l
'
ultima
àncora
di
salvezza
,
perché
i
tempi
di
Sebastiano
Verniero
e
di
Francesco
Morosini
erano
trascorsi
da
un
pezzo
.
Ed
i
due
nuovi
eletti
in
quella
tumultuaria
adunanza
notturna
per
implorare
mercé
al
vincitore
di
Dego
,
di
Millesimo
e
del
ponte
di
Lodi
,
furono
Francesco
Battagia
e
Nicolò
Erizzo
I
.
Essi
partirono
sùbito
alla
volta
del
campo
francese
sotto
Verona
,
recando
seco
«40
risme
di
carta
di
buona
qualità
,
12
risme
di
carta
piccola
da
lettere
lattesina
,
2000
penne
,
3000
bolini
grandi
ed
altrettanti
piccioli
,
36
libbre
di
cera
Spagna
,
un
barilotto
di
inchiostro
,
6000
fogli
di
carta
imperiale
,
registri
,
spaghi
e
spaghetti
in
grande
quantità
»
(
6
)
.
La
burocrazia
aulica
della
Serenissima
,
in
difetto
di
soldati
e
di
armi
,
così
provvedeva
alla
difesa
delle
sue
città
murate
e
del
suo
territorio
.
A
quel
tempo
,
l
'
esercito
veneto
si
era
oramai
consunto
per
vecchiezza
.
I
lunghi
e
sfibranti
periodi
di
pace
e
di
neutralità
in
cui
l
'
inazione
suonava
colpa
e
l
'
assenteismo
politico
della
Repubblica
,
prolungata
offesa
alla
dignità
del
vecchio
e
glorioso
Stato
italico
,
l
'
abbandono
,
lo
scadimento
d
'
ogni
istituto
,
lo
scetticismo
e
l
'
indifferenza
,
avevano
siffattamente
prostrata
la
milizia
veneziana
da
imprimere
sul
suo
volto
,
un
tempo
già
gagliardo
e
raggiante
per
le
vittorie
d
'
Italia
e
d
'
Oriente
,
le
rughe
più
squallide
della
decrepitezza
ed
il
marchio
più
profondo
della
dissoluzione
.
La
bella
e
radiosa
visione
del
monumento
a
Bartolomeo
Colleoni
,
fiera
ed
energica
come
il
suggello
di
una
volontà
prepotente
,
stupenda
come
l
'
annunzio
di
una
vittoria
pressoché
astratta
dall
'
ordine
dei
tempi
,
grado
a
grado
si
era
dileguata
nell
'
esercito
della
Serenissima
,
come
svanisce
un
sogno
carezzato
alla
luce
di
una
triste
realtà
.
*
*
*
Il
nerbo
degli
armati
della
Serenissima
traeva
origine
da
due
provenienze
distinte
:
i
mercenari
e
le
cerne
.
E
queste
e
quelli
,
per
la
comunanza
del
servizio
sul
mare
,
ritraevano
un
tal
carattere
anfibio
che
imprimeva
alla
milizia
veneta
fisionomia
ed
atteggiamenti
del
tutto
diversi
dalle
altre
milizie
contemporanee
.
Queste
due
fonti
si
erano
nel
passato
così
bene
intrecciate
assieme
,
da
dar
vita
ad
un
fiume
ricco
d
'
acque
e
poderoso
nel
quale
,
in
determinati
e
non
infrequenti
periodi
della
storia
,
si
erano
come
trasfuse
tutte
le
tradizioni
militari
dei
Comuni
e
degli
Stati
dell
'
Italia
.
Il
mercenarismo
rampollava
dalle
antiche
compagnie
di
ventura
e
ne
aveva
dapprincipio
tutto
il
sapore
e
tutto
lo
spirito
,
considerate
le
forme
repubblicane
della
Serenissima
e
le
tendenze
della
sua
società
aristocratica
e
marinara
.
Questo
spirito
,
a
grado
a
grado
,
si
era
modificato
e
quasi
plasmato
sotto
il
ferreo
stampo
fortemente
unitario
degli
istituti
veneziani
del
Rinascimento
;
sicché
il
mercenarismo
,
tratto
fuori
dal
martellare
delle
passioni
partigiane
e
dall
'
angusta
cerchia
delle
passioni
cittadine
,
aveva
alla
fine
assunto
in
Venezia
una
individualità
più
piena
,
lineamenti
più
decisi
e
sicuri
da
organismo
di
Stato
.
Infine
la
medesima
stabilità
ed
unità
degli
ordini
oligarchici
veneti
,
l
'
èsca
dei
largheggiati
premi
,
il
miraggio
delle
accumulate
ricchezze
,
il
cemento
glorioso
del
sangue
prodigato
per
un
vincolo
mistico
e
positivo
insieme
-
quello
della
fede
e
della
pubblica
economia
rivendicate
sotto
i
fieri
colpi
del
Turco
-
avevano
contribuito
ad
imprimere
a
quel
vecchio
istituto
militare
del
Trecento
una
fisionomia
veneta
.
schiettamente
originale
,
che
sembrava
quasi
fusa
dentro
l
'
orma
formidabile
del
leone
di
San
Marco
.
Nel
frattempo
il
periodo
eroico
della
guerra
di
Cambrai
,
delle
lotte
di
Candia
e
delle
campagne
del
Morosini
erano
volti
al
tramonto
(
7
)
.
La
Serenissima
divenuta
più
sollecita
di
conservare
che
di
conquistare
,
aveva
stimato
savio
consiglio
quello
di
fare
più
largamente
partecipi
de
'
suoi
beni
i
propri
soldati
,
specie
i
mercenari
dalmati
,
allo
scopo
di
meglio
stringerseli
dattorno
con
i
vincoli
della
gratitudine
e
dell
'
interesse
,
con
quei
legami
di
amorevolezza
che
suscitano
il
reggimento
paterno
e
la
coscienza
della
solidarietà
delle
fonti
del
comune
benessere
.
Questo
cammino
,
che
sapeva
del
romano
antico
,
pareva
bello
e
fiorito
ma
celava
non
pochi
rovi
e
non
poche
spine
.
La
Serenissima
,
fatta
vegliarda
,
largheggiò
per
troppa
debolezza
in
autonomie
,
in
franchigie
e
donativi
a
benefizio
de
'
suoi
soldati
di
mestiere
,
ed
apparecchiò
fatalmente
a
sé
medesima
ed
alle
istituzioni
militari
quella
rovina
che
,
in
altri
tempi
,
aveva
annientato
il
vigore
delle
colonie
legionarie
di
Roma
.
Anzitutto
,
quella
continua
e
gagliarda
corrente
di
forze
fresche
e
nuove
che
,
dal
littorale
dalmata
,
rifluiva
ai
dominî
di
Terraferma
e
di
Levante
per
rinsanguare
le
schiere
dei
così
detti
reggimenti
di
Oltremarini
-
levati
in
origine
per
servire
sulle
navi
-
cominciò
ad
inaridire
pel
tralignare
degli
ordini
feudali
in
Dalmazia
e
pel
diffondersi
del
benessere
nelle
repubbliche
marinare
e
nei
municipi
liberi
.
Infine
,
il
difetto
di
stimolo
alle
audaci
imprese
-
primo
incentivo
allo
spirito
di
ventura
-
e
le
lunghe
paci
,
lo
asfissiarono
e
l
'
uccisero
come
sotto
le
distrette
di
una
enorme
camicia
da
Nesso
.
Le
angustie
finanziarie
compirono
l
'
opera
.
Così
le
truppe
levate
per
ingaggio
tanto
Oltremare
che
in
Italia
principiarono
a
morire
a
sé
medesime
.
Francesco
Morosini
già
da
tempo
aveva
avvisata
questa
lenta
ruina
,
quando
per
mantenere
a
numero
il
suo
esercito
del
Peloponneso
aveva
dovuto
ricorrere
ai
rifiuti
di
pressocché
tutti
i
mercati
d
'
uomini
d
'
armi
d
'
Europa
ed
incettare
,
coi
Toscani
e
Lombardi
,
anche
gli
Svizzeri
,
gli
Olandesi
,
i
Luneburghesi
ed
i
Francesi
;
di
guisa
che
con
cosiffatta
genia
-
come
egli
disse
-
corse
rischio
non
già
di
dettare
legge
al
nemico
bensì
di
riceverla
dai
suoi
soldati
medesimi
(
8
)
.
Nel
1781
,
come
risulta
dai
piedilista
,
ruoli
organici
e
stanza
dei
corpi
insieme
delle
milizie
venete
redatti
dall
'
inquisitore
ai
pubblici
rolli
,
mancavano
654
oltremarini
nei
presidi
di
Levante
,
353
in
quelli
di
Dalmazia
,
263
in
quelli
del
Golfo
e
42
infine
in
quelli
d
'
Italia
.
In
totale
1312
soldati
oltremarini
mancanti
,
su
3449
che
dovevano
essere
presenti
alle
armi
in
quell
'
anno
,
suddivisi
in
99
compagnie
ed
11
reggimenti
(
9
)
.
In
questo
intervallo
i
nobili
dalmati
-
feudatari
un
tempo
,
poi
condottieri
eroici
e
devoti
delle
milizie
venete
di
ventura
,
modificate
e
migliorate
nel
senso
di
cui
sopra
è
cenno
-
si
erano
venuti
imborghesendo
grado
a
grado
(
10
)
.
L
'
antico
privilegio
loro
di
levare
e
di
vestire
i
propri
fanti
con
le
vistose
casacche
cremisine
e
di
donarli
poscia
,
come
in
simbolo
di
fede
ardente
e
di
accesa
devozione
alla
Serenissima
,
era
degenerato
col
tempo
e
diventato
un
mercimonio
tra
le
mani
venali
degli
ingaggiatori
,
dei
capi
-
leva
e
degli
ingordi
racoleurs
.
La
Serenissima
tentò
dapprima
di
ravvivare
i
sopiti
spiriti
bellicosi
di
quella
nobiltà
,
un
po
'
distratta
dalle
fortune
commerciali
della
Repubblica
raguséa
,
dalle
libertà
comunali
di
Spàlato
e
di
Zara
e
dalle
autonomie
di
Poglizza
,
col
largire
nuovi
privilegi
,
decime
,
concessioni
e
bacili
di
formento
.
Ma
la
prodigalità
attizzò
alla
fine
l
'
avarizia
e
non
accese
i
desiderati
spiriti
di
patriottismo
,
talché
i
deputati
et
aggionti
alla
provvigion
del
dinaro
nell
'
agosto
del
1745
si
videro
obbligati
a
porre
un
freno
alla
disastrosa
ed
infruttuosa
corrività
della
Repubblica
verso
la
nobiltà
dalmata
;
corrività
che
minacciava
,
di
rovinare
le
«
camere
(
tesorerie
)
di
quelle
province
,
costringendo
per
questo
oggetto
a
farsi
più
abbondanti
et
frequenti
le
missioni
di
pubblico
danaro
per
le
esigenze
di
quelle
parti
»
(
11
)
.
Né
più
valeva
a
risollevare
l
'
intisichito
spirito
di
ventura
tra
i
Dalmati
-
i
mercenari
per
eccellenza
-
l
'
imagine
della
forza
e
della
potenza
guerriera
della
Serenissima
.
Le
parvenze
esterne
dell
'
imperio
,
alle
quali
si
affidava
buona
parte
del
suo
prestigio
presso
le
popolazioni
soggette
,
erano
precipitate
a
quel
tempo
in
uno
stato
di
abbandono
colpevole
.
«
Le
fortificazioni
di
Levante
,
della
Dalmazia
e
dell
'
Albania
-
scriveva
nel
1782
il
brigadiere
degli
ingegneri
Moser
de
Filseck
al
Doge
-
sono
in
uno
stato
di
desolazione
tale
da
commuovere
a
riguardarle
...
A
Zara
,
ogni
parte
delle
opere
componenti
i
recinti
e
le
fortificazioni
è
in
rovina
...
Spàlato
è
in
decadimento
,
ed
un
nemico
può
eseguirvi
un
colpo
di
mano
,
a
suo
talento
...
Lo
stato
infine
del
forte
S
.
Francesco
a
Cerigo
fa
rabbrividire
pel
decoro
del
Principato
»
(
12
)
.
Le
armi
vecchie
e
rugginose
avevano
dunque
disamorato
i
venturieri
a
detergerle
in
Italia
,
ed
Oltremare
.
Restava
soltanto
qua
e
là
per
la
Dalmazia
ed
in
Levante
qualche
guizzo
del
fulgore
antico
,
raccomandato
ad
un
sentimento
di
gratitudine
giammai
sopito
nel
cuore
delle
genti
d
'
altra
riva
dell
'
Adriatico
verso
la
Veneta
Repubblica
,
che
le
aveva
raccolte
sotto
le
proprie
ali
nei
tempi
più
travagliati
della
Cristianità
e
difesi
contro
il
Turco
.
Ed
a
questi
sentimenti
,
le
ultime
compagnie
di
ventura
italiane
avevano
raccomandato
i
loro
estremi
giorni
di
vita
a
Venezia
.
*
*
*
L
'
altra
fonte
delle
milizie
venete
era
rappresentata
dalle
cerne
,
che
fornivano
soldati
dei
luoghi
ordinati
con
previdenze
territoriali
,
specie
di
Landwehr
che
si
levava
in
tempo
di
guerra
o
di
neutralità
a
rincalzo
dei
mercenari
,
cioè
dei
provvisionati
.
Le
cerne
venete
,
o
soldati
d
'
ordinanza
,
emanavano
adunque
direttamente
dal
pensiero
politico
e
militare
di
Nicolò
Macchiavelli
,
che
volle
l
'
istituto
delle
milizie
nazionali
tratto
dal
popolo
pedestremente
armato
(
13
)
.
Costituiva
il
nerbo
delle
cerne
l
'
elemento
rurale
dei
domini
di
Terraferma
e
d
'
Oltremare
,
cui
la
Serenissima
aveva
fatto
larghe
concessioni
per
rinfrancarlo
nel
suo
innato
spirito
conservatore
ed
adescarlo
a
servire
,
lietamente
ed
in
buon
numero
,
nella
milizia
regionale
.
Di
queste
prime
pratiche
conservò
memoria
il
Bembo
.
«
Deliberò
il
Senato
-
egli
scrisse
-
che
,
nel
Veronese
,
l
'
anno
1507
,
un
certo
numero
di
contadini
che
potessero
armi
portare
,
si
scegliesse
e
descrivesse
;
i
quali
all
'
arte
militare
si
avvezzassero
,
e
costoro
liberi
da
tutte
gravezze
fossero
,
acciò
più
pronti
alle
cose
della
guerra
essere
potessero
,
e
chiamati
alle
loro
insegne
incontanente
v
'
andassero
.
Il
qual
raccoglimento
di
soldati
di
contado
agli
altri
fini
della
Repubblica
(
come
suole
l
'
uso
essere
di
tutte
le
cose
maestro
)
in
breve
passò
e
si
diffuse
.
Il
perché
ora
le
ville
ed
i
ragunamenti
degli
uomini
del
contado
di
ogni
città
,
parte
de
'
suoi
hanno
che
a
questa
cosa
intendono
,
di
essere
armati
ed
apparecchiati
di
maniera
che
,
senza
spazio
,
alla
guerra
subitamente
gire
e
trovarsi
e
servire
alla
Repubblica
e
per
lei
adoperare
si
possono
.
E
queste
genti
tutte
soldati
di
ordinanza
,
o
cernite
,
si
chiamarono
»
(
14
)
.
La
guerra
della
lega
di
Cambrai
,
combattuta
per
l
'
integrità
dei
domini
della
Signoria
,
consolidò
questa
milizia
paesana
e
la
fece
popolare
,
ad
onta
dei
tentativi
fatti
per
denigrarla
-
più
che
tutto
dopo
lo
sbaraglio
di
Vailate
-
per
opera
dei
troppo
interessati
fautori
delle
milizie
assoldate
,
gli
industriali
della
guerra
d
'
allora
.
In
sostanza
,
si
voleva
rovesciare
sopra
i
soldati
di
ordinanza
un
po
'
di
quel
discredito
e
di
quella
noncuranza
di
cui
gli
eserciti
regolari
furono
sempre
prodighi
verso
le
«
guardie
nazionali
»
.
Il
grande
vantaggio
delle
cerne
consisteva
,
anzitutto
,
nel
loro
costo
sensibilmente
minore
in
confronto
del
necessario
per
mantenere
un
eguale
numero
di
soldati
di
mestiere
.
Toccava
infatti
al
comune
di
descriverle
,
di
armarle
e
d
'
inquadrarle
in
centurie
;
laddove
questo
còmpito
,
per
i
soldati
di
mestiere
,
toccava
ai
capi
-
leva
che
ne
ritraevano
un
utile
per
sé
e
per
la
compagnia
.
Anche
i
gradi
delle
cerne
,
fino
a
quello
dei
capi
di
cento
incluso
,
si
attribuivano
di
massima
per
elezione
nei
villaggi
che
contavano
il
maggior
numero
di
descritti
.
Gli
obblighi
di
questi
ultimi
erano
limitati
a
cinque
mostre
o
rassegne
annuali
(
mostrini
)
,
oltre
a
talune
riviste
straordinarie
(
generali
)
in
luoghi
designati
,
con
il
comune
consenso
dei
soldati
medesimi
,
escluse
però
le
fortezze
,
le
terre
murate
,
i
castelli
ed
i
grossi
villaggi
.
Epperciò
le
rassegne
si
compievano
d
'
ordinario
in
rasa
campagna
.
Le
cerne
dovevano
presentarsi
alle
rassegne
con
le
armi
che
avevano
personalmente
in
consegna
dai
comuni
,
come
si
pratica
per
lunga
tradizione
nella
Svizzera
:
le
assenze
erano
punite
con
la
descrizione
a
galeotto
,
oppure
con
la
multa
di
5
ducati
(
15
)
.
In
queste
rassegne
le
cerne
ricevevano
la
polvere
da
moschetto
,
il
piombo
e
la
corda
occorrenti
per
confezionare
li
scartocci
,
i
quali
erano
poi
verificati
dai
capitani
alla
presenza
dei
capi
di
cento
.
Con
queste
munizioni
i
soldati
si
esercitavano
al
palio
,
vale
a
dire
al
tiro
a
segno
nei
campi
appositamente
stabiliti
.
Dal
lato
economico
adunque
le
cerne
rappresentavano
un
notevole
vantaggio
per
le
finanze
della
Signoria
,
una
vàlvola
di
sicurezza
all
'
aprirsi
delle
guerre
,
perché
esse
esimevano
lo
Stato
dal
ricorrere
-
sotto
la
pressione
del
bisogno
e
sotto
il
giogo
della
domanda
-
al
mercato
sempre
sostenuto
dei
soldati
di
mestiere
.
*
*
*
Ma
il
vantaggio
delle
milizie
paesane
non
era
solo
d
'
indole
economica
-
cosa
per
certo
non
disprezzabile
tenuto
conto
delle
angustie
finanziarie
in
cui
versava
la
Serenissima
verso
la
sua
fine
-
ma
anche
di
natura
morale
.
Lo
schietto
spirito
di
regionalità
di
cui
erano
come
impregnate
le
cerne
,
il
quale
traeva
origine
dai
sani
e
vigorosi
succhi
della
terra
,
conferiva
loro
molto
prestigio
e
dava
affidamento
di
moralità
grande
,
laddove
i
soldati
di
mestiere
,
rifiuto
della
società
del
tempo
,
erano
rappresentati
dal
generale
veneto
Salimbeni
come
«
sentina
d
'
ogni
vizio
»
.
Dalle
cerne
infatti
erano
esenti
i
capi
di
famiglia
,
per
un
patriarcale
riguardo
riferito
alle
cose
della
guerra
e
nelle
famiglie
stesse
non
si
descriveva
più
di
un
soldato
per
ognuna
,
tenendo
fermo
il
concetto
di
non
ammettere
in
questa
milizia
che
sudditi
genuini
della
Repubblica
.
Dalle
cerne
erano
inoltre
esclusi
i
servitori
,
i
girovaghi
,
i
condannati
ed
i
galeotti
,
sicché
l
'
elemento
di
esse
era
incomparabilmente
migliore
di
quello
dei
soldati
di
mestiere
,
tra
i
quali
si
accoglievano
«
tutti
gli
oziosi
ed
i
vagabondi
che
dalla
Terraferma
si
spediscono
in
castigo
nelle
province
di
Oltremare
,
per
cui
cresce
la
massa
dei
vizi
e
delle
corruttele
nella
truppa
,
e
sono
cagione
della
poca
disciplina
e
del
fisico
deperimento
di
essa
»
(
16
)
.
Passate
quindi
le
guerre
unicamente
ispirate
al
concetto
della
difesa
dei
dominî
italici
,
prese
il
sopravvento
la
presunzione
dei
riguardi
dovuti
in
uno
Stato
marinaresco
e
repubblicano
alla
libertà
individuale
dei
propri
sudditi
,
che
si
voleva
completamente
arbitra
di
esplicarsi
,
senza
restrizione
alcuna
,
secondo
il
miglior
rendimento
delle
energie
di
ciascuno
di
essi
.
La
tolleranza
dei
pubblici
uffizi
,
il
benessere
diffuso
,
il
vezzo
delle
neutralità
ripetute
invariabilmente
allo
aprirsi
di
ciascuna
campagna
,
a
partire
dalla
sciagurata
pace
di
Bologna
(
1530
)
,
invogliarono
le
genti
già
disamorate
delle
armi
a
colorire
codeste
teorie
di
liberismo
militare
con
le
tinte
più
accese
dell
'
arte
tizianesca
.
E
la
presunzione
,
oppure
la
consuetudine
,
per
l
'
ignavia
degli
uomini
e
per
la
debolezza
dei
tempi
acquistò
alla
fine
vigore
di
legge
.
La
Repubblica
,
ricca
ed
imbelle
,
poteva
ben
concedersi
anche
il
lusso
di
comperare
i
soldati
di
cui
abbisognava
per
la
difesa
de
'
propri
domini
.
Principiò
così
a
diffondersi
la
costumanza
delle
tasse
militari
,
o
tanse
,
cioè
del
prezzo
di
riscatto
dal
servizio
dovuto
nelle
cerne
,
con
il
cui
prodotto
componevasi
un
fondo
destinato
ad
assoldare
altrettanti
mercenari
.
Gli
artieri
ne
approfittarono
subito
,
poi
i
barcaiuoli
veneziani
e
gli
ascritti
alle
scuole
di
Santa
Barbara
,
da
cui
levavansi
i
cannonieri
dell
'
esercito
della
Serenissima
.
E
le
tanse
acquistarono
fin
d
'
allora
la
denominazione
di
insensibili
,
perché
essendo
ripartite
per
arte
su
tutte
le
persona
che
le
componevano
,
ne
venivano
a
risultare
delle
quote
d
'
affrancazione
individuale
dal
servizio
molto
tenui
;
vale
a
dire
quasi
insensibili
.
Cresciuto
il
favore
delle
tanse
,
crebbe
in
parallelo
la
corrività
delle
cassazioni
,
cioè
delle
esonerazioni
tra
le
cerne
,
e
divenne
facile
l
'
esimersi
dal
servizio
facendosi
sostituire
per
denaro
da
un
altro
soldato
tratto
dalla
medesima
milizia
.
Le
rassegne
caddero
col
tempo
in
dissuetudine
,
si
trascurò
la
vigilanza
da
parte
dei
comuni
,
e
questo
primo
e
magnifico
esempio
di
landwehr
veneta
principiò
a
languire
ed
a
morire
(
17
)
.
Nella
Dalmazia
le
cerne
furono
introdotte
da
Valerio
Chierigato
intorno
all
'
anno
1570
,
e
si
denominarono
craine
o
craicinich
.
Ma
per
gli
stessi
motivi
dianzi
esposti
,
esse
erano
scadute
sul
finire
della
Repubblica
anche
da
quelle
parti
e
le
loro
sorti
si
erano
già
accomunate
con
quelle
dei
soldati
oltremarini
o
di
mestiere
.
Così
delle
due
fonti
essenziali
della
milizia
veneta
-
eredità
dell
'
arte
italica
del
Cinquecento
-
i
soldati
prezzolati
e
le
cerne
,
gli
uni
sopravvivevano
ancora
alle
ingiurie
dei
tempi
ma
tutti
squassati
e
ridotti
come
una
larva
di
sé
medesimi
,
le
altre
erano
pressoché
scomparse
dalla
scena
della
vita
militare
veneziana
,
o
si
consideravano
tutto
al
più
come
un
rudere
di
un
vetusto
edifizio
abbandonato
da
gran
tempo
.
In
questa
guisa
delle
due
grandi
correnti
che
alimentavano
le
vecchie
armi
della
Serenissima
e
formavano
,
insieme
commiste
,
un
fiume
regale
gonfio
d
'
acque
e
fecondo
d
'
energie
,
non
era
rimasto
che
l
'
ampio
alveo
,
tutto
pantani
ed
acquitrini
dai
quali
emanavano
miasmi
e
malaria
.
CAPO
II
.
L
'
amministrazione
centrale
della
guerra
.
Il
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
e
le
magistrature
militari
.
Come
il
rendimento
di
una
macchina
ottimamente
costituita
si
commisura
dalla
somma
di
attriti
che
riesce
a
vincere
,
sicché
il
suo
lavoro
procede
rapido
,
silenzioso
e
produttivo
,
così
l
'
opera
proficua
di
uno
Stato
si
arguisce
dall
'
armonia
degli
sforzi
de
'
suoi
organi
direttivi
e
dal
loro
coordinamento
,
in
modo
che
tutte
le
energie
abbiano
impiego
e
non
si
smarriscano
in
sterili
conati
,
o
per
superfluità
di
uffizi
o
per
contraddizione
di
còmpiti
.
Ora
la
macchina
statale
veneta
della
decadenza
era
complicata
e
rugginosa
,
epperciò
assai
pigra
e
poco
produttiva
.
Aveva
addentellati
con
molteplici
sopravvivenze
feudali
,
intrecci
con
privilegi
oligarchici
,
vincoli
con
un
proteiforme
organismo
amministrativo
burocratico
e
cancelleresco
onusto
d
'
impiegati
;
sì
che
tutto
impaludava
nello
apparecchio
e
nelle
forme
e
poco
o
nulla
rendeva
nella
sostanza
(
18
)
.
L
'
amministrazione
della
guerra
poi
-
che
per
il
suo
istituto
più
risentiva
delle
sopravvivenze
del
passato
-
era
così
multiforme
e
farraginosa
da
incontrare
attriti
ed
intoppi
ad
ogni
passo
.
Le
cose
della
guerra
mettevano
capo
al
Collegio
,
ossia
al
Consiglio
dei
ministri
della
Repubblica
,
composto
di
16
membri
,
o
Savi
(
19
)
.
Di
questo
Collegio
facevano
parte
il
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
ed
il
Savio
di
terraferma
alle
ordinanze
;
i
due
centri
esecutivi
dell
'
amministrazione
delle
milizie
di
mestiere
e
delle
milizie
paesane
,
cioè
delle
cerne
.
Il
Savio
alla
scrittura
era
preposto
,
oltre
che
all
'
ordinamento
delle
milizie
stanziali
,
anche
a
quello
delle
fortificazioni
,
delle
artiglierie
e
delle
scuole
militari
,
e
traeva
il
nome
dall
'
antico
suo
ufficio
di
tenere
cioè
al
corrente
i
ruoli
dei
soldati
ingaggiati
.
Era
,
in
sostanza
,
il
ministro
della
guerra
della
Serenissima
.
Il
Savio
alle
ordinanze
sopravvegliava
invece
al
governo
delle
cerne
e
corrispondeva
ad
un
vero
e
proprio
ministro
alle
Landwehr
,
cioè
ad
un
centro
organatore
della
difesa
territoriale
.
Queste
supreme
magistrature
militari
,
come
le
altre
del
Collegio
,
erano
elettive
.
Più
antica
-
per
ragione
di
precedenza
storica
delle
milizie
prezzolate
sulle
paesane
-
era
la
carica
di
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
,
il
cui
istituto
venne
riordinato
al
principio
del
XVI
secolo
,
quando
cioè
le
armi
della
Serenissima
più
sfolgoravano
per
i
domini
d
'
Italia
ed
oltremare
(
20
)
.
Più
recente
era
invece
il
saviato
alle
ordinanze
,
largamente
citato
nella
riforma
di
quelle
milizie
dettata
da
Giovanni
Battista
Del
Monte
(
1592
)
.
Il
Savio
alla
scrittura
(
come
gli
altri
membri
del
Collegio
)
durava
in
carica
un
semestre
,
ma
poteva
essere
rieletto
quando
fosse
spirato
un
intervallo
di
sei
mesi
almeno
dal
decadimento
dell
'
ultimo
mandato
.
Ne
derivava
perciò
una
specie
di
oligarchia
politico
-
amministrativa
,
vincolata
o
ad
una
determinata
consorteria
oppure
ad
un
monopolio
nei
pubblici
affari
.
La
molteplicità
degli
uffici
burocratici
accentuando
i
danni
di
tale
esclusivismo
rendeva
la
macchina
statale
rigida
,
lenta
ed
improduttiva
.
Per
le
cose
della
milizia
questo
monopolio
politico
ed
amministrativo
doveva
essere
temperato
,
in
origine
,
dalla
carica
del
generale
in
capo
.
Straniero
,
di
regola
,
esso
era
destinato
ad
impiegare
le
truppe
in
guerra
-
sotto
la
responsabilità
dei
provveditori
del
Senato
incaricati
di
sorvegliarlo
a
mo
'
dei
commissari
della
Repubblica
di
Francia
-
ed
in
pace
a
suffragare
della
sua
autorevole
esperienza
l
'
apparecchio
delle
armi
e
degli
armati
(
21
)
.
Il
generale
in
capo
doveva
essere
infatti
una
specie
di
responsabile
tecnico
,
mentre
il
Savio
alla
scrittura
non
era
altro
che
un
semplice
amministratore
dei
fondi
destinati
dalla
Serenissima
al
mantenimento
ed
all
'
armamento
dei
propri
soldati
.
Ed
essendo
la
carica
di
generale
in
capo
vitalizia
,
non
pareva
gran
male
che
gli
uffizi
amministrativi
si
alternassero
attorno
ad
essa
,
con
vicenda
più
o
meno
frequente
,
emanando
da
una
ristretta
base
nella
scelta
delle
persone
a
ciò
deputate
.
Ma
poiché
si
resero
sempre
più
rare
le
guerre
ed
il
vezzo
delle
neutralità
le
confinarono
alla
fine
tra
i
ferrivecchi
,
la
benefica
influenza
moderatrice
del
generale
in
capo
sulle
magistrature
militari
,
politiche
e
burocratiche
,
cominciò
a
scadere
,
fintantoché
scomparve
del
tutto
.
Rimasero
i
danni
ed
i
pericoli
delle
consorterie
,
senza
argine
e
senza
riparo
.
Dopo
lo
Schoulemburg
,
distinto
generale
sàssone
cui
la
Signoria
aveva
conferito
il
titolo
di
maresciallo
e
l
'
incarico
della
difesa
di
Corfù
,
nel
1716;
dopo
i
generali
Greem
e
Witzbourg
-
tutti
stranieri
ed
eletti
generali
in
capo
delle
forze
venete
-
per
amore
di
economia
(
22
)
o
per
mal
concepite
diffidenze
verso
una
carica
che
sembrava
oramai
destituita
di
ogni
significato
pratico
,
essa
passò
in
dissuetudine
con
il
tacito
consenso
del
Collegio
,
del
Senato
e
del
Doge
.
Da
quel
punto
,
il
Savio
alla
scrittura
si
rinchiuse
senza
controllo
nelle
sue
funzioni
burocratiche
e
cancelleresche
e
diventò
,
alternatamente
,
o
una
carica
monopolizzata
dalle
medesime
persone
-
-
salvo
l
'
intervallo
legale
nella
rielezione
-
quando
si
trovavano
coloro
che
volentieri
la
disimpegnassero
;
oppure
un
caleidoscopio
di
persone
diverse
prive
di
competenza
e
di
pratica
(
23
)
-
Sulla
cooperazione
del
collega
alle
ordinanze
non
v
'
era
oramai
più
da
contare
alla
fine
della
Serenissima
,
perché
questa
magistratura
si
era
completamente
atrofizzata
.
Per
formarsi
un
'
idea
circa
l
'
attività
e
l
'
importanza
di
quel
Savio
,
basta
citare
alcune
cifre
relative
al
maneggio
che
esso
faceva
del
pubblico
denaro
per
l
'
amministrazione
dipendente
.
Nel
bilancio
pel
militar
dell
'
anno
1737
,
solo
9511
ducati
e
grossi
21
erano
assegnati
al
Savio
alle
ordinanze
per
le
cerne
,
e
ducati
309
e
grossi
17
per
le
loro
mostre
e
mostrini
;
e
ciò
sopra
una
spesa
totale
di
2,060,965
ducati
e
grossi
11
effettivamente
fatta
in
quell
'
anno
dalla
Signoria
per
le
cose
della
milizia
(
24
)
.
I
migliori
Savi
avvicendatisi
nell
'
amministrazione
veneta
della
guerra
,
non
mancarono
di
levare
la
loro
voce
contro
la
soppressione
della
carica
di
comandante
in
capo
;
mancanza
che
abbandonava
quei
magistrati
a
sé
medesimi
senza
l
'
appoggio
di
spiccate
capacità
militari
che
rappresentassero
la
continuità
nello
apparecchio
degli
uomini
e
delle
armi
;
e
più
che
tutti
,
Francesco
Vendramin
,
il
miglior
Savio
alla
scrittura
della
decadenza
della
Repubblica
.
Questi
nel
1785
dichiarava
infatti
al
Doge
che
il
malessere
dell
'
esercito
dipendeva
dalla
rinunzia
,
fatta
da
tempo
,
«
di
eleggersi
un
commandante
supremo
,
dalla
cui
sapienza
e
virtù
si
possano
ritrarre
quei
lumi
e
direzioni
che
valghino
a
sistemare
in
buon
modo
le
truppe
»
(
25
)
.
Ma
,
ad
onta
di
queste
franche
parole
-
come
sempre
le
usava
il
Savio
Vendramin
-
il
generalissimo
tanto
invocato
non
venne
a
rialzare
i
depressi
spiriti
militari
dei
Veneti
,
e
rimase
la
burocrazia
che
non
passa
(
26
)
.
Questa
intensificò
anzi
l
'
opera
sua
,
così
da
avvolgere
il
Savio
alla
scrittura
in
una
rete
inestricabile
di
intralci
e
di
formalità
innumerevoli
.
Esaminiamo
in
particolare
codesto
viluppo
,
congegnato
a
bella
posta
per
troncare
i
nervi
ad
ogni
energia
.
Il
Savio
alla
scrittura
nell
'
esercizio
delle
sue
funzioni
aveva
rapporti
con
tutte
le
magistrature
politiche
,
marinare
e
civili
d
'
Italia
e
d
'
oltremare
.
Quanto
al
reclutamento
ed
agli
assegni
in
ordine
alla
forza
bilanciata
,
egli
aveva
relazioni
con
l
'
Inquisitore
ai
rolli
,
con
il
Savio
Cassier
e
con
i
magistrati
sopra
camere
,
o
tesorerie
provinciali
:
quanto
al
reclutamento
ed
all
'
ordinamento
delle
cerne
,
egli
doveva
accordarsi
con
il
collega
deputato
ad
esse
.
Per
le
cose
attinenti
il
servizio
anfibio
dell
'
esercito
sulle
navi
armate
,
egli
doveva
intendersi
con
i
Savi
agli
ordini
per
le
milizie
,
con
i
Provveditori
generali
da
Mar
,
con
quelli
in
Dalmazia
ed
Albania
,
con
i
Provveditori
att
'
Arsenale
ed
,
infine
,
con
il
Capitanio
del
Golfo
(
contado
delle
Bocche
di
Cattaro
)
.
Per
il
riparto
ed
il
servizio
territoriale
delle
truppe
,
il
Savio
alla
scrittura
doveva
prendere
accordi
con
i
capitani
e
podestà
delle
province
,
con
il
magistrato
e
con
il
sopraintendente
all
'
artiglieria
,
con
il
provveditore
alla
cavalleria
,
con
il
sopraintendente
del
genio
e
con
i
provveditori
alle
fortezze
.
Lo
sfruttamento
dell
'
industria
privata
-
usato
sempre
in
buona
misura
dalla
Serenissima
per
le
cose
della
guerra
-
obbligava
inoltre
il
Savio
competente
ad
una
continua
vigilanza
sui
deputati
alle
miniere
,
per
quanto
si
riferiva
l
'
industria
metallurgica
della
Bresciana
e
del
Bergamasco
,
e
sui
capi
delle
maestranze
per
le
industrie
estrattive
dell
'
alto
Cadore
(
27
)
.
Oltre
a
ciò
,
per
quanto
riguardava
il
servizio
sanitario
,
l
'
amministrazione
della
guerra
era
in
rapporti
continui
con
i
provveditori
agli
ospedali
e
con
i
capi
religiosi
di
talune
confraternite
incaricate
dell
'
assistenza
degli
infermi
(
28
)
;
per
quanto
concerneva
il
servizio
di
commissariato
,
con
i
magistrati
sopra
biade
e
frumento
,
con
i
Savi
alla
mercanzia
e
con
i
provveditori
all
'
agricoltura
;
per
quanto
rifletteva
infine
l
'
amministrazione
della
giustizia
,
con
il
missier
grande
,
o
capo
della
polizia
esecutiva
,
e
con
i
governatori
alle
galere
dei
condannati
.
Né
si
arrestava
a
questo
il
frantumamento
delle
autorità
militari
venete
,
spesso
discoste
l
'
un
l
'
altra
ed
animate
da
interessi
contradditori
,
e
l
'
intralcio
con
le
magistrature
civili
.
Nei
rapporti
aulici
e
cancellereschi
,
era
deputato
ogni
settimana
un
Savio
designato
a
turno
nel
Collegio
-
epperciò
detto
Savio
di
settimana
-
per
esporre
al
Senato
le
proposizioni
ed
i
decreti
deliberati
dal
Consiglio
.
Tale
costumanza
,
per
certo
assai
comoda
,
non
era
però
in
pratica
molto
giovevole
per
la
trattazione
degli
affari
-
specie
dei
militari
-
rimettendo
il
patrocinio
di
essi
a
mani
del
tutto
inesperte
o
ignare
.
*
*
*
Consideriamo
ora
un
poco
questa
mastodontica
macchina
burocratica
in
azione
.
Nel
1784
,
solo
per
riformare
alcune
parti
del
vestiario
e
dell
'
equipaggiamento
della
fanteria
veneta
,
riputate
o
troppo
incomode
o
troppo
costose
,
convennero
assieme
in
più
conferenze
il
Savio
alla
scrittura
attuale
ed
uscito
(
29
)
,
i
Savi
alla
mercanzia
in
numero
di
cinque
ed
il
magistrato
sopra
camere
.
Ciò
nondimeno
,
dodici
anni
dopo
,
la
riforma
non
era
ancora
del
tutto
attuata
tra
le
file
dell
'
esercito
veneto
.
Fino
dal
1775
il
Savio
alla
scrittura
e
l
'
Inquisitore
ai
rolli
,
concordi
,
deploravano
in
Collegio
e
presso
il
Principe
le
tristissime
condizioni
in
cui
versavano
le
artiglierie
e
le
armi
portatili
,
alle
cui
deficienze
non
era
più
in
grado
di
porre
rimedio
il
vetusto
Arsenale
di
Venezia
.
Soltanto
sette
anni
dopo
il
grido
d
'
allarme
venne
raccolto
da
Francesco
Vendramin
,
in
una
delle
sue
riconferme
al
Saviato
alla
scrittura
,
e
la
questione
venne
finalmente
da
lui
posta
dinanzi
al
Doge
con
criteri
da
industria
di
Stato
meglio
che
moderni
.
L
'
industria
militare
privata
aveva
tenaci
e
floridissime
radici
a
Venezia
,
e
le
armi
bianche
venete
,
assai
pregiate
nella
tempra
e
nel
lavoro
del
cesello
(
30
)
,
avevano
una
fama
incomparabile
.
Cresciuto
poi
il
favore
delle
armi
da
fuoco
,
degli
archibugi
e
delle
artiglierie
navali
e
terrestri
,
le
fucine
della
Bresciana
vennero
procacciandosi
nell
'
industria
manifatturiera
quel
nome
che
si
è
tramandato
fino
ai
giorni
nostri
.
La
trasformazione
decisa
e
cosciente
dell
'
industria
militare
privata
in
industria
di
Stato
,
avrebbe
quindi
corrisposto
in
modo
mirabile
alle
esigenze
economiche
e
tecniche
della
Serenissima
,
poiché
avrebbe
consentito
di
ridurre
con
immenso
vantaggio
economico
l
'
improduttivo
organismo
dell
'
Arsenale
e
di
sostituire
al
suo
lavoro
,
o
lento
o
negativo
,
quello
più
proficuo
delle
maestranze
dei
metallurgi
e
degli
artieri
,
organizzati
e
disciplinati
in
forme
corporative
tradizionali
,
vigilate
per
di
più
di
continuo
dalle
magistrature
apposite
.
Così
fu
concluso
,
nel
1782
,
un
contratto
con
la
Società
mercantile
di
Girolamo
Spazziani
,
mediante
il
quale
essa
si
assumeva
l
'
obbligo
-
usufruendo
delle
due
migliori
fonderie
e
miniere
dal
Bergamasco
(
31
)
-
di
fornire
alla
Serenissima
entro
14
anni
,
in
lotti
proporzionali
,
le
artiglierie
di
cui
abbisognava
;
e
cioè
35
cannoni
da
30
libbre
(
32
)
,
52
da
14
,
24
da
12
,
oltre
le
munizioni
,
gli
attrezzi
e
gli
armamenti
necessari
.
Lo
Stato
si
sarebbe
garantito
della
buona
qualità
delle
forniture
,
obbligando
la
ditta
Spazziani
ad
uniformarsi
strettamente
nella
fondita
dei
pezzi
alle
regole
all
'
uopo
prescritte
dal
maresciallo
Schoulemburg
,
e
con
l
'
assoggettare
le
bocche
da
fuoco
a
speciali
prove
forzate
da
compiersi
al
Lido
,
a
spese
esclusive
della
società
assuntrice
ed
alla
presenza
del
magistrato
all
'
artiglieria
.
Queste
prove
dovevano
essere
da
due
a
quattro
per
ogni
pezzo
da
collaudarsi
,
ed
i
pezzi
rifiutati
si
dovevano
restituire
alla
ditta
per
essere
rifusi
e
nuovamente
esperimentati
.
Nel
contratto
infine
erano
comminate
penalità
e
multe
alla
ditta
Spazziani
,
al
caso
di
inosservanza
di
impegni
da
parte
della
medesima
(
33
)
.
L
'
artiglieria
veneta
,
con
il
concorso
dell
'
industria
privata
,
poteva
e
doveva
quindi
rinnovarsi
tra
il
1782
ed
il
1796
.
In
questo
periodi
di
tempo
dovevano
inoltre
rifondersi
o
ristaurarsi
le
bocche
da
fuoco
dichiarate
inservibili
,
e
non
erano
poche
in
quel
tempo
:
82
cannoni
di
diverso
calibro
,
85
colubrine
,
63
sacri
e
passavolanti
,
180
petrieri
,
5
mortai
,
9
trabucchi
ed
1
bastardo
(
34
)
.
Se
così
fosse
stato
,
la
Serenissima
all
'
aprirsi
della
campagna
del
1796
avrebbe
avuto
536
bocche
da
fuoco
disponibili
,
nuove
del
tutto
o
riparate
;
e
non
si
sarebbero
visti
sui
rampari
di
Verona
«
i
pezzi
così
malandati
,
i
letti
(
affusti
)
«
così
rôsi
dal
tempo
...
che
se
fosse
occorso
di
maneggiarne
taluno
non
si
saprebbe
come
eseguire
l
'
ordine
»
(
35
)
.
Ma
per
assicurare
tali
vantaggi
all
'
esercito
sarebbero
occorsi
continuità
di
vedute
nell
'
amministrazione
della
guerra
,
preparazione
,
vigore
di
energie
da
parte
delle
persone
elevate
all
'
ufficio
di
Savio
alla
scrittura
,
accordo
infine
deciso
e
cosciente
di
tutti
nell
'
attuare
una
riforma
finanziaria
ed
industriale
che
avrebbe
legato
il
nome
della
Serenissima
ad
un
grande
e
razionale
progresso
nella
pubblica
economia
.
Ora
la
vecchia
e
già
tanto
sapiente
Repubblica
,
ridotta
a
lottare
indarno
contro
la
morte
vicina
,
non
poteva
più
trovare
nel
consunto
organismo
lo
rinnovate
energie
capaci
di
redimerla
dalla
triste
eredità
del
passato
.
Fino
al
1786
,
cioè
durante
il
periodi
delle
riconferme
al
Saviato
di
Francesco
Vendramin
-
il
ministro
riformatore
della
decadenza
militare
veneta
-
le
consegne
della
ditta
Spazziani
procedettero
con
ordine
e
regolarità
,
ma
da
quell
'
anno
in
avanti
gli
impegni
cominciarono
ad
allentarsi
finché
non
ne
rimase
più
traccia
.
Ai
lagni
in
materia
delle
pubbliche
cariche
militari
si
rispondeva
invariabilmente
con
delle
buone
promesse
,
con
caute
direzioni
,
con
voti
e
parole
,
mentre
i
mali
reclamavano
urgentemente
fatti
,
mentre
gli
ufficiali
attestavano
«
che
in
Dalmazia
ed
in
Levante
vi
sono
ancora
compagnie
di
fanti
armate
ancora
dei
fucili
dell
'
ultima
campagna
(
36
)
...
si
che
il
solo
smontarli
e
rimontarli
,
ogni
volta
che
pulir
si
debbono
,
basta
a
renderne
un
gran
numero
fuori
di
servizio
»
(
37
)
.
Vero
è
che
per
i
fatti
,
oltre
che
alla
ferma
e
cosciente
volontà
dei
deputati
a
compierli
,
occorre
anche
il
danaro
;
e
questo
,
come
succede
del
sangue
in
ogni
organismo
indebolito
,
è
il
primo
a
scarseggiare
nei
governi
travagliati
dalla
decadenza
.
Alla
fine
della
seconda
neutralità
d
'
Italia
-
cioè
subito
dopo
la
guerra
per
la
successione
di
Polonia
-
lo
sbilanzo
,
o
deficit
delle
finanze
veneziane
,
era
infatti
salito
a
770-784
ducati
all
'
anno
,
ed
all
'
amministrazione
della
guerra
toccò
di
scontare
queste
falle
con
sacrifizi
e
con
lesinerie
le
quali
finirono
per
annientare
del
tutto
la
compagine
materiale
e
morale
dell
'
esercito
.
«
Con
queste
riduzioni
-
diceva
un
rapporto
al
Principe
-
il
corpo
delle
truppe
non
può
oramai
più
supplire
con
la
propria
forza
agli
essenziali
bisogni
dello
Stato
...
e
quindi
occorre
sia
tolto
da
quel
languore
e
miseria
in
cui
presentemente
esso
si
trova
,
somministrandogli
i
mezzi
di
cui
ha
bisogno
»
(
38
)
.
Ma
anche
sa
questo
punto
la
voce
del
Savio
Vendramin
predicò
invano
,
ed
i
denari
non
vennero
-
ironia
del
caso
-
se
non
quando
si
trattò
non
già
di
apparecchiare
armi
ed
armati
in
difesa
della
Repubblica
,
ma
di
mantenere
lautamente
due
eserciti
sul
suo
suolo
,
nemici
l
'
uno
dell
'
altro
,
della
Serenissima
,
ed
entrambi
emuli
nell
'
opera
triste
di
taglieggiarla
e
di
calpestarla
.
Ma
ritorniamo
al
Savio
alla
scrittura
ed
alla
sua
fisionomia
burocratica
.
Quale
magistrato
supremo
alla
milizia
esso
,
di
regola
,
non
abbandonava
la
Dominante
-
cioè
Venezia
-
se
non
per
compiere
l
'
annuale
visita
al
Collegio
militare
di
Verona
,
in
Castelvecchio
,
dal
quale
uscivano
i
giovani
ufficiali
di
artiglieria
e
genio
della
Repubblica
.
Era
questa
una
comparsa
periodica
all
'
epoca
degli
esami
finali
,
che
circondavasi
a
bella
posta
di
solennità
,
sia
nell
'
intento
di
lasciar
traccia
nell
'
animo
dei
futuri
ufficiali
delle
milizie
venete
,
sia
in
quello
di
ravvivare
,
a
scadenza
fissa
,
il
prestigio
ed
il
nome
del
Savio
alla
scrittura
nella
principale
fortezza
dei
domini
d
'
Italia
.
Ma
le
apparizioni
erano
troppo
rapide
e
,
sovratutto
,
affogate
sotto
il
cumulo
delle
formalità
proprie
del
manierismo
incipriato
del
tempo
.
Di
una
di
queste
visite
si
conserva
traccia
nel
diario
del
Collegio
militare
di
Verona
.
«
Il
Savio
Alvise
Quirini
-
dice
il
diario
-
partì
da
Venezia
un
mercoledì
dopo
pranzo
del
luglio
1787
,
alle
ore
20
,
per
Mestre
.
Aveva
seco
due
staffieri
ed
un
furier
.
Il
legno
era
pronto
a
Marghera
,
con
quattro
cavalli
ed
il
furier
davanti
,
pure
a
cavallo
.
Al
Dolo
si
cambiarono
i
cavalli
:
a
Padova
il
Savio
pernottò
nel
palazzo
Quirini
ed
il
provveditor
straordinario
di
colà
,
Zorzi
Contarini
,
gli
diede
scorta
di
due
soldati
a
cavallo
.
Il
giorno
appresso
(
giovedì
)
,
alle
ore
22
suonate
,
il
Savio
arrivò
a
Verona
»
(
39
)
.
In
quella
città
un
ufficiale
della
guarnigione
venne
subito
comandato
a
disimpegnare
la
carica
di
aiutante
presso
il
Savio
Alvise
Quirini
,
ed
un
'
ora
dopo
l
'
arrivo
di
questi
il
tenente
Zulatti
,
ufficiale
di
guardia
alla
piazza
,
venne
a
felicitarsi
seco
lui
per
l
'
ottimo
viaggio
compiuto
e
ad
esibirsi
,
cioè
a
profferire
servigi
.
Ma
il
Savio
alla
scrittura
,
congedati
bellamente
gli
ufficiali
venuti
per
fargli
onore
,
andò
ad
alloggiare
in
casa
del
cugino
Marin
Zorzi
,
e
la
«
tavola
fu
servita
per
quella
sera
dal
locandier
alle
Due
Torri
(
40
)
,
essendo
stato
convenuto
il
prezzo
di
tutto
dal
brigadier
Mario
Lorgna
,
governatore
militare
del
Collegio
.
La
sera
stessa
venne
il
brigadiere
Lorgna
a
fare
ossequio
al
Savio
alla
scrittura
,
e
si
combinò
subito
per
verificare
la
scuola
ed
incominciare
gli
esami
lo
stesso
giorno
seguente
.
La
sera
poi
il
Savio
andò
alla
comedia
al
Nobile
Teatro
ed
il
vescovo
mandò
il
suo
nome
a
casa
Zorzi
»
(
41
)
.
CAPO
III
.
Ufficiali
grandi
e
piccini
.
Perduto
è
quell
'
organismo
il
cui
cuore
si
attarda
di
spingere
il
sangue
nelle
vene
.
Ed
il
cuore
ed
il
cervello
si
erano
da
tempo
intorpiditi
nell
'
esercito
della
Serenissima
nelle
persone
de
'
suoi
generali
.
Quando
il
brigadiere
Fiorella
(
42
)
nella
notte
dell'8
agosto
1796
,
all
'
avanguardia
della
divisione
Serurier
,
reduce
dalla
vittoria
di
Castiglione
si
riaffacciava
a
Verona
abbandonata
giusto
una
settimana
innanzi
per
rioccuparla
d
'
ordine
di
Buonaparte
,
il
generale
Salimbeni
comandante
di
quella
piazza
indugiò
alquanto
nel
riaprire
ai
Francesi
la
porta
di
San
Zeno
.
Il
brigadiere
Fiorella
l
'
abbatté
allora
con
alcune
volate
di
mitraglia
,
e
si
trovò
comoda
scusa
per
il
ritardo
dei
Veneti
di
rovesciare
la
colpa
sulla
tarda
vecchiaia
del
Salimbeni
.
Questo
generale
-
si
disse
-
oramai
ottuagenario
,
incapace
di
montare
a
cavallo
,
costretto
a
servirsi
di
un
carrozzino
(
43
)
,
non
poteva
trovarsi
ovunque
in
quel
trambusto
della
notte
dell'8
agosto
.
E
Buonaparte
lieto
delle
riportate
vittorie
e
del
riacquisto
di
Verona
,
non
fece
gran
caso
di
questi
fiacche
scuse
dei
Veneti
,
ondeggianti
tra
gli
Austriaci
padroni
dell
'
interno
della
città
ed
i
Francesi
padroni
delle
campagne
,
oscitanti
tra
i
vincitori
ed
i
vinti
.
La
vecchiaia
dei
generali
veneti
esisteva
nondimeno
,
e
grave
.
Il
Savio
alla
scrittura
Francesco
Vendramin
l
'
aveva
denunciata
al
Principe
come
il
male
precipuo
che
rodeva
l
'
esercito
,
e
scongiurava
di
provvedervi
in
tempo
:
«
Di
eguale
impedimento
-
egli
così
scriveva
nel
1785
-
alle
buone
disposizioni
della
milizia
in
genere
si
è
pure
l
'
impotenza
di
non
pochi
ufficiali
,
specie
delle
cariche
generalizie
,
che
giunti
alla
più
fredda
vecchiaia
,
ritenuti
dalle
viste
del
proprio
vantaggio
,
vogliono
ancora
continuare
nel
servizio
sino
alla
fine
della
vita
....
.
Sicché
,
malgrado
quella
riverenza
che
si
conviene
alle
pubbliche
deliberazioni
,
mi
è
forza
dire
che
,
spesse
volte
,
questo
Augusto
Governo
è
più
commosso
dalla
pietà
che
dal
proprio
interesse
,
cui
talvolta
antepone
le
convenienze
particolari
di
coloro
che
godono
la
distinta
fortuna
di
essergli
soggetti
»
(
44
)
.
Non
si
pensò
però
con
questo
a
svecchiare
gli
alti
gradi
dell
'
esercito
Veneto
.
Fino
dal
1786
,
allo
scopo
di
ripartire
in
modo
equo
e
vantaggioso
per
il
servizio
i
beni
ed
i
mali
delle
diverse
guarnigioni
d
'
Italia
e
d
'
oltremare
,
il
Senato
aveva
stabilito
un
turno
di
generali
;
ossia
un
determinato
ordine
di
successione
dei
generali
medesimi
al
comando
dei
quattro
grandi
riparti
militari
in
cui
si
suddivideva
il
territorio
della
Repubblica
(
45
)
.
Fu
assegnato
allora
in
Levante
il
sergente
-
generale
Maroti
,
con
i
sergenti
maggiori
di
battaglia
Bubich
e
Craina
;
in
Dalmazia
il
sergente
generale
Salimbeni
-
ricordato
più
sopra
-
con
i
sergenti
maggiori
di
battaglia
Nonveller
ed
Arnerich
;
in
Italia
il
tenente
generale
Pasquali
,
con
i
sergenti
maggiori
di
battaglia
Stràtico
e
Bado
.
Dopo
quattro
anni
questi
generali
dovevano
mutare
residenza
,
ma
nel
1790
-
cioè
allo
spirare
del
primo
quadriennio
dacché
la
determinazione
fu
presa
-
il
sergente
maggiore
di
battaglia
Arnerich
faceva
sapere
al
Savio
alla
scrittura
che
egli
non
era
più
in
grado
di
muoversi
dalla
Dalmazia
,
perché
diventato
più
che
nonagenario
.
E
non
soltanto
i
generali
erano
incapaci
di
viaggiare
dall
'
Italia
,
oltremare
e
viceversa
.
Nello
stesso
anno
1790
anche
i
colonnelli
brigadieri
Macedonia
e
Gazo
si
dovettero
lasciare
alle
rispettive
guarnigioni
,
stante
la
loro
tarda
vecchiezza
.
La
gerarchia
generalizia
era
poi
troppo
ristretta
in
confronto
degli
aspiranti
.
La
piramide
gerarchica
nell
'
esercito
Veneto
si
restringeva
talmente
verso
il
vertice
da
rendere
necessaria
una
longevità
pressoché
biblica
per
raggiungerla
.
Nel
1781
i
quadri
dello
stato
generale
erano
:
1
tenente
generale
,
2
sergenti
generali
,
6
sergenti
maggiori
di
battaglia
,
oltre
ai
sopraintendenti
del
genio
e
della
cavalleria
con
il
grado
di
colonnelli
brigadieri
.
Il
tenente
generale
era
Alvise
Fracchia
-
Magagnini
di
85
anni
,
di
cui
68
di
continuato
servizio
;
i
sergenti
generali
erano
Pasquali
e
Rade
-
Maina
,
vecchi
colonnelli
dei
fanti
oltramarini
;
i
sergenti
maggiori
di
battaglia
Arnerich
,
Salimbeni
,
Maroli
,
Nonveller
,
Rado
e
Stràtico
.
Non
pochi
di
questi
occupavano
ancora
le
cariche
generalizie
nel
1796
,
vale
a
dire
che
erano
infeudati
nell
'
ufficio
da
oltre
tre
lustri
.
*
*
*
Teoricamente
i
metodi
per
la
elevazione
degli
ufficiali
agli
alti
gradi
dell
'
esercito
dovevano
essere
di
garanzia
sicura
per
la
bontà
dei
quadri
.
La
procedura
per
la
nomina
delle
cariche
generalizie
-
esclusivamente
devolute
alla
scelta
-
era
infatti
assai
minuta
,
abbenché
non
scevra
di
sospetti
di
favoritismo
.
A
tenore
della
così
detta
legge
di
Ottazione
,
cioè
di
avanzamento
(
46
)
,
le
vacanze
nei
gradi
dovevano
ripianarsi
entro
tre
mesi
dacché
avvenivano
;
tempo
più
che
necessario
per
una
scrupolosa
valutazione
dei
titoli
dei
concorrenti
,
ma
anche
più
che
sufficiente
per
dar
modo
alle
consorterie
di
raggiungere
i
propri
fini
.
I
titoli
presentati
dai
candidati
formavano
,
nel
loro
assieme
,
i
così
detti
piani
di
prova
.
Vi
figuravano
i
lunghi
e
buoni
servigi
prestati
sotto
la
vermiglia
bandiera
della
Repubblica
,
le
ferite
,
le
malattie
sofferte
a
motivo
del
contagio
,
le
azioni
di
merito
e
-
ove
ne
era
il
caso
-
anche
le
prigionie
passate
sotto
i
Turchi
,
i
naufragi
patiti
e
la
perdita
degli
averi
.
Gli
ultimi
tempi
imbelli
della
Serenissima
avevano
naturalmente
assottigliato
di
molto
il
bagaglio
eroico
di
codesti
titoli
,
surrogandoli
con
i
più
modesti
e
comuni
dell
'
anzianità
e
della
età
dei
candidati
,
e
su
questi
titoli
si
esercitava
la
retorica
degli
ufficiali
concorrenti
.
Il
sergente
maggiore
di
battaglia
Antonio
Maroli
così
faceva
,
ad
esempio
,
nel
1782
l
'
apologia
di
sé
medesimo
,
aspirando
al
grado
del
valetudinario
Rade
-
Maina
collocato
finalmente
a
riposo
:
«
Fino
dai
primi
anni
Antonio
Maroli
si
incamminò
alla
professione
delle
armi
.
Passato
per
la
trafila
dei
vari
gradi
,
con
l
'
assiduità
del
servizio
e
con
la
provata
sua
abilità
giunse
,
nell
'
anno
1768
,
ad
occupare
il
grado
di
colonnello
.
Le
attestazioni
delle
primarie
cariche
da
Mar
e
degli
ufficiali
dello
Stato
generale
e
di
molti
altri
graduati
,
rilevano
di
avere
egli
utilmente
servito
nel
laborioso
carico
di
sergente
maggiore
nella
importante
piazza
di
Corfù
,
impiegandosi
pure
,
per
varî
anni
,
nella
istruzione
del
reggimento
,
negli
esercizi
e
nella
militare
disciplina
anche
in
pubblici
bastimenti
in
mar
.
«
Imbarcato
sopra
la
nave
San
Carlo
che
tradusse
a
Tenedo
il
fu
Ecc.mo
Kav
.
Correr
,
bailo
(
47
)
,
si
fermò
sulla
medesima
in
attenzione
dell
'
arrivo
dell
'
altro
Ecc.mo
bailo
Francesco
Foscari
,
ed
in
questo
frattempo
attaccatasi
grave
epidemia
nell
'
equipaggio
di
detta
nave
si
maneggiò
egli
presso
i
comandanti
turchi
per
avere
ricovero
in
terra
...
Nel
sostenere
i
governi
delle
armi
(
comandi
di
presidio
)
di
alcune
città
e
fortezze
nei
differenti
riparti
di
terra
e
di
mar
,
eguale
fu
la
di
lui
attenzione
ed
attività
,
che
gli
conciliò
approvazione
.
Molto
fu
poi
riconosciuta
la
di
lui
direzione
nel
seguito
ammutinamento
di
prigionieri
di
Brescia
per
metterli
a
dover
,
nel
quale
malagevole
incontro
per
18
ore
sostenne
con
coraggio
il
fuoco
degli
ammutinati
,
e
gli
toccò
vedere
ai
suoi
piedi
ucciso
un
caporale
e
ferito
un
soldato
»
(
48
)
.
Le
apologie
più
salienti
dei
piani
di
prova
erano
pubblicate
per
le
stampe
dai
candidati
più
audaci
o
facoltosi
,
e
diffuse
per
la
Dominante
ad
apparecchiare
terreno
per
le
deliberazioni
finali
del
Savio
alla
scrittura
e
del
Senato
.
Era
una
specie
di
gara
a
foglietti
,
dai
tipi
vistosi
e
dalla
studiata
mostra
delle
benemerenze
personali
;
una
vera
rassegna
pubblica
alla
quale
dovevano
interessarsi
non
poco
gli
spettatori
dell
'
epoca
ciarliera
e
spensierata
dei
casini
,
dei
caffè
e
delle
gazzette
.
Per
troncare
gli
effetti
della
mala
pianta
il
Senato
,
nel
1783
,
volle
abolite
codeste
costumanze
alquanto
teatrali
.
Vietò
ai
candidati
di
rimanere
a
Venezia
durante
le
elezioni
delle
cariche
generalizie
,
e
nel
periodo
di
tempo
immediatamente
anteriore
,
ed
in
luogo
dei
piani
di
prova
commise
al
Savio
alla
scrittura
di
compilare
delle
apposite
note
personali
,
da
produrre
alla
Consulta
al
caso
di
ciascuna
vacanza
.
La
Consulta
poi
,
avuto
l
'
elenco
dei
migliori
candidati
,
votava
o
ballottava
su
ciascuno
di
essi
,
in
Pien
Collegio
,
con
quattro
quinti
dei
voti
e
l
'
elezione
si
confermava
da
ultimo
in
Senato
.
Eletto
il
nuovo
generale
,
con
le
ducali
di
nomina
se
ne
fissava
anche
lo
stipendio
.
*
*
*
Scendiamo
ora
dal
vertice
della
piramide
gerarchica
verso
la
grande
e
massiccia
sua
base
.
Gli
ufficiali
veneti
erano
troppi
per
i
soldati
che
avevano
da
comandare
e
per
le
attribuzioni
che
dovevano
compiere
.
Nel
1776
si
trovavano
nei
reggimenti
attivi
33
colonnelli
,
altrettanti
tenenti
colonnelli
,
30
sergenti
maggiori
,
203
capitani
,
31
capitani
-
tenenti
,
184
tenenti
,
237
alfieri
o
cornette
per
la
cavalleria
e
163
cadetti
.
In
totale
,
964
officiali
sull
'
effettivo
di
10,605
fazionieri
o
comuni
che
contava
l
'
esercito
veneto
di
quel
tempo
;
e
ciò
senza
tener
conto
degli
ufficiali
in
servizio
sedentario
,
alle
fortezze
,
al
corpo
del
genio
,
all
'
Arsenale
,
ai
governatorati
delle
armi
,
alle
scuole
e
di
quelli
infine
con
riserva
di
anzianità
.
In
sostanza
,
i
quadri
degli
officiali
della
Serenissima
avevano
tutta
l
'
aria
di
un
grande
stato
-
maggiore
a
spasso
.
Il
grosso
di
questo
stato
-
maggiore
proveniva
dalla
trafila
della
troppa
,
come
ne
fa
fede
lo
scarso
numero
dei
cadetti
presenti
alle
armi
nel
1776
.
Delle
scuole
militari
esistenti
a
quell
'
epoca
,
il
collegio
di
Verona
provvedeva
al
reclutamento
dei
corpi
di
artiglieria
e
genio
:
quello
di
Zara
,
per
la
fanteria
oltremarina
,
era
ancora
allo
stato
rudimentale
.
Riformatisi
in
appresso
questi
due
istituti
,
quello
di
Verona
nel
1764
e
quello
di
Zara
nel
1784
,
una
nuova
ondata
,
di
formidabili
competitori
venne
ad
affiancarsi
alla
vecchia
corrente
dei
provenienti
dalla
troppa
nello
aspirare
ai
gradi
,
di
ufficiale
(
49
)
.
Dal
Militar
Collegio
di
Verona
-
come
è
noto
-
uscivano
gli
alfieri
dell
'
artiglieria
e
del
genio
ed
,
accessoriamente
,
anche
quelli
di
fanteria
e
di
cavalleria
.
In
queste
ultime
armi
si
transitavano
però
quegli
allievi
che
,
al
termine
dei
corsi
,
riportavano
una
classificazione
inferiore
alla
minima
ritenuta
necessaria
per
servire
nelle
armi
dotte
,
o
coloro
infine
che
-
per
mancanza
di
posti
-
non
trovavano
più
luogo
nelle
armi
medesime
.
In
questo
caso
i
diseredati
dalla
sorte
potevano
aspirare
a
far
ritorno
alle
armi
cui
aspiravano
,
concorrendo
in
turno
ogni
anno
con
i
nuovi
licenziati
dall
'
istituto
veronese
.
Dal
collegio
militare
di
Zara
uscivano
gli
alfieri
dei
reggimenti
oltremarini
e
le
cornette
dei
reggimenti
di
cavalleria
.
L
'
istituto
esisteva
fin
dal
1740
,
ma
per
difetto
di
concorrenti
aveva
vissuto
una
vita
stentata
ed
anemica
fino
al
1784
,
perché
la
massa
dei
Dalmati
aspiranti
ai
gradi
dell
'
esercito
preferiva
la
via
più
lunga
ma
più
avventurosa
del
servizio
anfibio
sui
pubblici
legni
e
verso
i
confini
turcheschi
,
a
quella
più
tediosa
e
nuova
degli
studî
e
dei
riparti
d
'
istruzione
.
Ma
poiché
-
sotto
l
'
impulso
di
Angelo
Emo
e
del
Savio
Francesco
Vendramin
-
l
'
amministrazione
veneta
della
guerra
accennò
a
battere
nuove
vie
,
ed
il
reclutamento
degli
ufficiali
usciti
dalle
scuole
parve
destinato
a
soppiantare
ogni
altra
provenienza
,
il
conflitto
tra
il
vecchio
ed
il
nuovo
,
tra
la
pratica
e
la
teoria
,
scoppiò
clamoroso
ed
inevitabile
.
Si
accese
allora
la
guerra
tra
i
fautori
del
tirocinio
,
dell
'
esperienza
e
dei
titoli
acquisiti
,
e
quelli
delle
accademie
delle
prove
e
degli
esami
.
I
tempi
grigi
e
fiacchi
non
offrendo
verun
'
altra
distrazione
,
fecero
sì
che
gli
ufficiali
dell
'
epoca
si
ingolfassero
in
queste
lotte
sterili
ed
acerbe
con
l
'
ardore
che
proviene
dall
'
ozio
.
Mèta
del
tirocinio
nei
gradi
di
truppa
era
l
'
alfierato
.
Ad
esso
si
perveniva
pel
tramite
dei
cadetti
,
da
parte
dei
giovani
provenienti
dalle
scuole
,
o
per
quello
dei
sergenti
per
parte
dei
borghesi
e
dei
gregari
di
truppa
.
Gli
aspiranti
alla
carriera
delle
armi
usciti
dalle
buone
famiglie
veneziane
,
per
essere
ammessi
nelle
file
dell
'
esercito
quale
cadetti
dovevano
contare
almeno
14
anni
di
età
.
Per
raggiungere
lo
stesso
grado
nella
truppa
occorrevano
invece
dai
sei
agli
otto
anni
.
Dopo
tre
anni
di
buon
servizio
come
cadetto
,
questi
era
promosso
alfiere
,
se
di
fanteria
e
cornetta
se
di
cavalleria
;
e
con
l
'
alfiere
,
detto
per
antonomasia
il
primo
grado
di
goletta
,
cominciava
il
lungo
e
faticoso
calvario
dell
'
ascesa
ai
gradi
di
ufficiale
(
50
)
.
Questi
si
conferivano
nell
'
interno
del
reggimento
fino
al
grado
di
sergente
-
maggiore
.
Ed
i
gradi
erano
quelli
di
tenente
,
di
capitano
-
tenente
,
o
comandante
della
compagnia
del
colonnello
,
di
capitano
,
di
sergente
-
maggiore
,
o
comandante
di
battaglione
:
i
gradi
di
tenente
colonnello
e
di
colonnello
si
conferivano
a
ruolo
unico
sulla
totalità
della
rispettiva
arma
o
riparto
(
51
)
.
Per
progredire
nella
carriera
si
doveva
tenere
conto
delle
prove
comparative
,
dell
'
abilità
,
del
merito
e
della
anzianità
dei
singoli
concorrenti
(
52
)
;
requisiti
tutti
codesti
domandati
sia
dalle
anteriori
leggi
di
ottazione
,
compilate
da
Francesco
Morosini
,
sia
da
quelle
redatte
dal
generale
Molin
(
1695
)
.
Nella
pratica
delle
cose
però
l
'
anzianità
ed
il
merito
avevano
la
preminenza
,
comprendendosi
sotto
questo
ultimo
titolo
le
campagne
di
guerra
,
le
ferite
e
le
«
occasioni
vive
»
,
come
dicevasi
a
quel
tempo
con
vocabolo
comprensivo
per
dinotare
tutte
le
benemerenze
dei
candidati
dovute
comunque
al
rischio
personale
.
Ma
cresciuto
il
favore
delle
scuole
professionali
,
il
merito
e
l
'
anzianità
dovettero
cedere
di
fronte
all
'
abilità
comprovata
dagli
esami
,
e
con
questi
e
per
questi
il
Savio
si
proponeva
di
svecchiare
i
quadri
dell
'
esercito
.
L
'
alfiere
doveva
dar
saggio
di
comandare
in
modo
inappuntabile
tutti
gli
esercizi
della
compagnia
,
in
presenza
del
sergente
maggiore
,
del
colonnello
e
del
tenente
colonnello
del
reggimento
.
Egli
doveva
inoltre
rispondere
a
tutte
le
interrogazioni
che
i
detti
ufficiali
avessero
creduto
di
rivolgergli
sul
Libretto
Militar
,
ossia
catechismo
degli
esercizi
,
e
sul
servizio
in
campagna
compilato
dal
maresciallo
Schoulemburg
.
Infine
doveva
rivelarsi
provetto
nel
maneggio
delle
armi
,
della
picca
e
della
sargentina
,
conoscere
la
suddivisione
del
reggimento
in
plotoni
,
divisioni
,
ali
,
centro
,
dare
ragione
di
tutti
i
tocchi
di
tamburo
e
superare
alcune
prove
sulle
matematiche
elementari
e
sul
disegno
.
Il
tenente
-
oltre
che
dimostrarsi
come
l
'
alfiere
idoneo
nel
maneggio
del
fucile
e
della
picca
-
doveva
saper
compilare
polizze
di
scansi
,
ossia
liste
di
deconto
individuale
,
redigere
quietanze
dei
depositi
di
danaro
che
,
eventualmente
,
i
soldati
gli
avessero
confidato
,
tenere
al
corrente
la
vacchetta
,
o
giornale
di
presenza
della
compagnia
,
infine
comprovare
un
'
abilità
professionale
pari
alla
richiesta
nelle
prove
degli
alfieri
.
In
questi
semplici
esperimenti
s
'
accanì
quindi
la
lotta
tra
conservatori
e
novatori
in
materia
di
avanzamento
,
quando
i
programmi
furono
rimaneggiati
con
criteri
restrittivi
,
specie
per
i
gradi
superiori
.
Nel
giugno
1785
,
rendendosi
vacante
il
posto
di
sergente
-
maggiore
nel
reggimento
di
fanti
italiani
Marin
Conti
,
aspirarono
ad
esso
tre
capitani
del
corpo
medesimo
.
Il
verbale
giurato
di
idoneità
a
sostenere
le
prove
di
uno
dei
candidati
così
si
esprimeva
:
«
Facciamo
fede
,
con
nostro
giuramento
et
vincolo
di
onore
,
noi
qui
sottoscritti
graduati
nel
reggimento
colonnello
Marin
Conti
,
dei
fanti
italiani
,
come
il
capitanio
Michiel
Antonio
Gosetti
ha
sempre
adempiuto
alle
parti
tutte
del
suo
dovere
,
con
puntualità
ed
abilità
in
tutto
quello
che
appartiene
al
pubblico
servizio
.
Come
anche
nella
subordinazione
et
obbedienza
con
i
suoi
superiori
e
con
nostra
intera
soddisfazione
egli
non
è
mai
incorso
in
verun
militar
castigo
,
né
si
abusò
di
licenze
per
stare
lontano
dal
proprio
reggimento
,
adornato
essendo
di
onorati
costumi
,
degno
adunque
delle
nostre
veridiche
attestazioni
,
per
cui
gli
rilasciamo
la
presente
perché
possa
valersene
»
(
53
)
.
*
*
*
Gli
esami
da
capitano
a
sergente
-
maggiore
erano
insieme
pratici
e
teorici
.
Nei
primi
il
candidato
doveva
sottoporsi
alle
prove
seguenti
:
«1°
)
Riconoscerà
il
battaglione
in
tutte
le
sue
parti
e
lo
ripartirà
con
i
bassi
uffiziali
-
2°
)
Farà
la
disposizione
degli
uffiziali
e
li
manderà
in
parata
-
3°
)
Farà
passare
ufficiali
e
sottufficiali
in
coda
per
il
maneggio
delle
armi
-
4°
)
Ordinerà
e
comanderà
il
maneggio
delle
armi
,
con
li
necessari
avvertimenti
-
5°
)
Ordinerà
due
raddoppi
di
file
,
uno
sulla
sinistra
in
avanti
,
per
mezzo
-
battaglione
,
l
'
altro
che
le
divisioni
delle
ali
raddoppino
quelle
del
centro
-
6°
)
Si
ridurrà
in
istato
di
battaglia
-
7°
)
Farà
fuoco
con
quattro
plotoni
,
principiando
dalli
quattro
plotoni
del
centro
-
8°
)
Farà
fuoco
con
due
mezze
divisioni
dalle
ali
al
centro
-
9°
)
Staccherà
la
marcia
per
mezze
-
divisioni
in
fianco
,
e
si
ridurrà
in
divisioni
con
passo
francese
(
accelerato
)
-
10°
)
Formerà
il
quadrato
in
marcia
-
11°
)
Farà
una
scarica
generale
-
12°
)
Disfarà
il
quadrato
e
ridurrà
il
battaglione
in
istato
di
parata
»
(
54
)
.
Gli
esami
teorici
comprendevano
i
doveri
degli
ufficiali
di
ogni
grado
,
cominciando
da
quelli
dell
'
alfiere
e
terminando
con
quelli
del
sergente
maggiore
,
tanto
nel
reggimento
che
nella
brigata
.
Le
tesi
trattavano
del
giornaliero
servizio
di
piazza
,
del
modo
di
accampare
ed
acquartierare
il
reggimento
,
di
marciare
con
il
reggimento
da
un
luogo
ad
un
altro
,
di
imbarcarlo
e
di
sbarcarlo
in
buon
ordine
,
della
maniera
di
tenere
disciplinati
gli
ufficiali
,
i
sottufficiali
e
la
truppa
,
dei
sistemi
di
redigere
piedilista
,
dettagli
,
di
passar
rassegne
,
di
distribuire
infine
i
riparti
nei
quartieri
e
di
raccoglierli
nelle
piazze
d
'
armi
(
55
)
.
Più
caratteristiche
erano
le
prove
per
l
'
arma
di
cavalleria
,
in
quanto
quest
'
arma
poteva
considerarsi
esotica
in
un
esercito
a
base
marinaresca
come
era
quello
della
Serenissima
,
anche
nei
tempi
dello
splendore
.
Così
,
nel
marzo
del
1795
,
rendendosi
vacante
in
Verona
il
posto
di
sergente
-
maggiore
(
56
)
nel
reggimento
dei
dragoni
Colonnello
Giovanni
Antonio
Soffietti
,
si
presentarono
candidati
alle
prescritte
prove
sei
degli
otto
capitani
comandanti
di
compagnia
,
e
ad
essi
furono
proposti
i
seguenti
quesiti
,
da
estrarsi
a
sorte
in
numero
di
quattro
per
ogni
esaminando
:
«1°
)
Data
una
distanza
di
100
miglia
,
data
la
premura
del
comandante
che
il
nostro
squadrone
arrivi
quanto
più
presto
possibile
ad
unirsi
ad
un
'
altra
cavalleria
colà
esistente
,
e
data
infine
la
qualità
del
cammino
,
si
ricerca
in
quanti
giorni
,
senza
troppo
disagio
,
sarà
compiuta
la
marcia
e
di
quali
avvertenze
abbia
a
far
uso
durante
il
viaggio
-
2°
)
Acquartierata
la
cavalleria
in
una
grossa
terra
in
prossimità
del
nemico
,
quali
saranno
le
precauzioni
contro
le
sorprese
-
3°
)
Con
quali
avvertenze
si
custodiscono
i
prigionieri
di
guerra
mentre
si
conducono
al
luogo
loro
assegnato
-
4°
)
In
qual
modo
si
scorta
un
convoglio
di
vittuarie
passando
per
i
luoghi
sospetti
-
5°
)
Come
si
marcia
alla
sordina
-
6°
)
Contromarce
per
righe
-
7°
)
Come
si
mettono
in
contribuzione
i
villaggi
nemici
,
vigente
sempre
il
timore
che
il
nemico
ci
sia
alle
spalle
-
8°
)
Se
lo
squadrone
arrivasse
ad
un
fiume
inguadabile
,
che
ripieghi
si
farebbero
-
9°
)
Lo
squadrone
,
in
colonna
di
divisioni
,
si
trova
su
di
una
strada
dove
i
cavalli
non
possono
che
marciare
di
passo
:
esso
è
forzato
a
ritirarsi
facendo
fuoco
.
Si
effettui
la
relativa
ritirata
-
10°
)
Modo
di
caricare
contemporaneamente
il
nemico
sulla
fronte
e
sulle
ali
:
la
parte
più
forte
sulla
fronte
,
due
parti
minori
sulle
ali
-
11°
)
Attacco
di
cavalleria
in
un
bosco
-
12°
)
Come
si
fa
a
foraggiare
-
13°
)
Cammin
facendo
,
se
si
trovasse
uno
staccamento
(
distaccamento
)
nemico
trincerato
che
ci
impedisse
di
marciare
,
quale
sia
il
partito
migliore
»
(
57
)
.
Esaminiamo
da
ultimo
le
prove
prescritte
per
l
'
artiglieria
,
allo
scopo
di
formarci
un
giudizio
esatto
sull
'
entità
degli
esperimenti
e
sul
grado
,
di
istruzione
degli
ufficiali
Veneti
del
tempo
.
Nel
1782
,
per
gli
aspiranti
al
posto
vacante
di
capitano
-
tenente
nel
Reggimento
Artiglieria
si
richiedevano
le
prove
seguenti
:
«1°
)
Le
quattro
prime
operazioni
aritmetiche
,
frazioni
,
radici
quadrate
e
cubiche
,
regola
del
tre
diretta
ed
inversa
-
2°
)
Sui
primi
sei
libri
della
geometria
-
3°
)
Sulla
trigonometria
piana
-
4°
)
Sull
'
uso
delle
tavole
balistiche
per
i
tiri
orizzontali
ed
obliqui
-
5°
)
Sopra
la
proprietà
della
parabola
relativamente
ai
tiri
di
bomba
-
6°
)
Sull
'
uso
della
tavoletta
pretoriana
-
7°
)
Sopra
i
vari
generi
di
calibri
dell
'
artiglieria
-
8°
)
Come
si
prendono
le
misure
di
un
pezzo
di
artiglieria
per
farvi
un
letto
(
affusto
)
-
9°
)
Quali
sono
gli
apprestamenti
usati
nell
'
artiglieria
veneta
per
il
servizio
delle
artiglierie
navali
,
murali
e
campali
-
10°
)
Quale
è
il
modo
di
numerare
le
palle
,
bombe
,
granate
,
unite
in
piramide
o
in
altra
figura
-
11°
)
Come
disporre
le
cose
spettanti
all
'
artiglieria
sopra
i
legni
armati
al
caso
di
combattere
-
12°
)
Come
si
forniscono
le
racchette
ad
uso
di
segnali
e
le
candele
ardenti
ad
uso
delle
minute
artiglierie
,
le
spolette
e
le
bombe
ad
uso
dei
cannoni
,
mortai
ed
obusieri
-
13°
)
Come
si
misura
il
tempo
in
cui
una
bomba
percorre
un
dato
spazio
-
14°
)
Esercizi
campali
ed
evoluzioni
del
Reggimento
Artiglieria
,
giusta
le
istruzioni
del
brigadiere
conte
Stràtico
»
(
58
)
.
Per
gli
aspiranti
al
grado
di
sergente
-
maggiore
nell
'
arma
(
59
)
alle
menzionate
prove
si
aggiungevano
esami
di
meccanica
,
di
stàtica
,
di
resistenza
delle
bocche
da
fuoco
,
di
potenza
degli
esplosivi
,
oltre
ad
esperimenti
sulle
manopere
di
forza
e
relativi
comandi
,
sulle
opere
difensive
e
di
fortificazione
(
60
)
.
*
*
*
Si
spiega
adunque
come
col
crescere
di
tale
florilegio
scientifico
,
sbocciato
come
un
'
oasi
nel
campo
uniforme
degli
umili
fiori
campestri
dell
'
anzianità
e
delle
occasioni
vive
,
i
giovani
ufficiali
usciti
dalle
scuole
venete
del
tempo
si
trovassero
in
condizioni
spiccatamente
favorevoli
in
paragone
dei
canuti
colleghi
passati
per
i
gradi
inferiori
di
truppa
.
Molti
di
questi
erano
invecchiati
nelle
scolte
sui
diruti
rampari
della
Repubblica
,
a
Corfù
,
a
Parga
,
a
Zante
ed
a
Cefalonia
,
si
erano
temprati
ai
miasmi
mortiferi
dì
Prevesa
,
di
Vonizza
e
di
Butrinto
,
avevano
scritto
infine
l
'
ultimo
capitolo
-
per
quanto
assai
mutato
nel
decoro
guerresco
-
dell
'
epica
lotta
accesasi
tra
la
Cristianità
ed
il
Turco
,
dalle
crociate
a
Lepanto
e
da
Candia
in
Morea
,
vigilando
come
sentinelle
perdute
verso
i
confini
musulmani
sui
lontani
castelli
di
Dernis
,
di
Clissa
e
di
Knin
.
Ed
il
bilancio
del
servizio
di
queste
scolte
fedeli
-
quasi
fatte
simbolo
di
una
potenza
della
quale
più
non
rimaneva
che
il
nome
-
era
solenne
come
un
piccolo
monumento
di
storia
individuale
.
Storia
dei
tempi
,
fatta
non
già
di
novità
sibbene
di
lunga
e
paziente
attesa
.
Sfogliamo
un
poco
tra
le
pagine
di
codesti
titoli
vetusti
.
Dagli
stati
di
servizio
prodotti
dai
capitani
Zorzi
Rizzardi
e
Donà
Dobrilovich
al
Senato
per
ottenere
la
loro
giubilazione
,
risulta
che
il
primo
di
questi
era
soldato
dal
1734
,
cadetto
nel
1740
,
alfiere
nel
1753
,
tenente
nel
1766
,
capitano
-
tenente
nel
1778
,
capitano
nell
'
anno
medesimo
;
vale
a
dire
che
aveva
impiegato
ben
51
anni
di
servizio
per
ottenere
quest
'
ultimo
grado
,
dei
68
di
età
che
contava
il
postulante
.
Il
collega
Dobrilovich
era
soldato
dal
1733
,
caporale
nel
1739
,
sergente
nel
1742
,
alfiere
nel
1745
,
tenente
nel
1766
,
capitano
-
tenente
nel
1773
e
capitano
pure
nello
stesso
anno
:
gli
erano
quindi
occorsi
51
anni
per
raggiungere
la
desiderata
mèta
di
comandante
di
compagnia
,
accumulando
per
via
il
fardello
di
ben
68
anni
di
età
.
Né
gli
accademici
,
per
dir
così
,
erano
i
soli
a
far
concorrenza
ai
vecchi
soldati
della
Repubblica
.
Oltre
ad
essi
si
dovevano
contare
gli
ufficiali
sopranumerari
,
cioè
quelli
il
cui
rollo
di
anzianità
era
per
un
motivo
qualsivoglia
sospeso
,
i
provenienti
dai
nobili
e
dai
figli
degli
ufficiali
,
ed
infine
i
titolati
,
cioè
coloro
che
in
virtù
di
una
grazia
sovrana
,
per
benemerenze
personali
o
di
famiglia
,
ricevevano
un
grado
ed
i
relativi
emolumenti
senza
però
disimpegnarne
gli
uffici
.
Ingrossata
così
la
schiera
dei
competitori
-
talché
i
cadetti
nel
1781
erano
cresciuti
a
605
,
laddove
nel
1776
toccavano
il
centinaio
e
mezzo
appena
-
il
malcontento
dei
vecchi
ufficiali
non
ebbe
più
ritegno
.
«
Quando
-
dice
un
'
istanza
avanzata
al
Senato
dal
tenente
Teodoro
Psalidi
,
del
Reggimento
di
Artiglieria
-
dovetti
fare
le
prove
anche
nelle
scienze
matematiche
,
volendo
aspirare
al
grado
di
capitano
-
tenente
,
e
mi
venne
imposto
di
prestarmi
in
tali
studi
che
non
mi
erano
mai
stati
prescritti
,
mai
insegnati
dai
miei
superiori
,
cui
infine
non
ebbi
mai
il
tempo
di
applicarmi
,
mi
cadde
l
'
animo
.
Pensi
dunque
l
'
E
.
V
.
quanto
inaspettato
mi
giungesse
il
nuovo
precetto
,
grave
e
difficile
,
di
immergermi
in
quei
ardui
studi
nel
periodo
ristretto
di
18
mesi
,
termine
alle
prove
assegnato
,
e
quanto
fosse
il
mio
svantaggio
rimpetto
ai
giovani
tenenti
di
me
meno
anziani
,
che
tratti
recentemente
dal
Militar
Collegio
di
Verona
avevano
avuta
la
fortuna
di
essere
da
valenti
maestri
istrutti
con
ottima
disciplina
in
quelle
scienze
»
(
61
)
.
Nelle
armi
di
linea
,
si
impugnava
in
luogo
delle
tesi
scientifiche
il
valore
delle
prescritte
prove
,
per
quanto
si
riferivano
alla
parte
teorica
del
regolamento
di
esercizi
e
di
quello
sul
servizio
delle
truppe
in
campagna
.
Il
Senato
ed
il
Savio
,
imbarazzati
di
fronte
a
questa
selva
di
proteste
che
rimpinzavano
di
suppliche
e
di
lagni
le
voluminose
filze
del
carteggio
,
ordinarono
infine
alle
commissioni
reggimentali
di
rassegnare
i
titoli
dei
candidati
e
le
prove
di
esame
al
Savio
stesso
,
acciocché
questi
potesse
giudicare
con
uniformità
,
di
criteri
,
come
in
ultimo
appello
.
Ma
non
per
questo
i
lagni
cessarono
:
occorreva
un
rinnovamento
profondo
di
uomini
e
di
principi
per
porre
rimedio
al
male
,
e
questo
rimedio
non
poteva
essere
nelle
mani
della
vetusta
Serenissima
.
Era
l
'
estate
del
1796
,
quando
il
Savio
alla
Scrittura
Leonardo
Zustinian
-
già
denominato
in
alcuni
reclami
con
il
vocabolo
giacobino
di
cittadino
-
si
risolse
di
proporre
al
Senato
uno
schema
di
svecchiamento
dell
'
esercito
,
mercé
una
larga
applicazione
del
sistema
dei
limiti
di
età
,
visto
che
quello
degli
esami
aveva
ormai
dichiarato
la
sua
bancarotta
.
«
Occorre
-
diceva
il
Savio
Zustinian
al
Principe
-
purgare
una
buona
volta
la
milizia
dagli
ufficiali
inetti
,
di
età
troppo
avanzata
,
ovvero
affetti
da
mali
incurabili
...
prescrivendo
la
giubilazione
di
questi
con
intera
paga
del
rispettivo
grado
,
a
moneta
di
ogni
riparto
.
E
le
norme
che
sembrano
da
stabilirsi
,
sono
quelle
di
70
anni
di
età
per
i
graduati
(
ufficiali
superiori
)
,
di
60
anni
per
i
capitani
,
capitani
-
tenenti
ed
alfieri
»
(
62
)
.
Ma
era
troppo
tardi
.
L
'
esercito
Veneto
cadeva
giusto
allora
sotto
la
rovina
della
Repubblica
,
ed
i
provvedimenti
escogitati
dal
Savio
alla
Scrittura
Leonardo
Zustinian
non
servirono
ad
altro
che
a
formare
argomento
di
curiosità
nella
storia
della
vecchia
organica
militare
dei
Veneziani
,
ed
a
fornire
oltre
a
ciò
un
buon
esempio
atto
a
comprovare
come
talvolta
ad
eguali
difficoltà
,
o
molto
simili
,
ad
onta
dei
mutati
tempi
,
si
procura
di
far
fronte
con
espedienti
assai
affini
.
*
*
*
Sparpagliati
nei
diversi
presidi
d
'
Italia
e
d
'
oltremare
,
gli
ufficiali
della
Serenissima
non
erano
tra
loro
in
eguali
condizioni
d
'
istruzione
e
di
addestramento
professionale
.
Quelli
poi
che
soggiornavano
nella
Dominante
,
per
le
loro
occupazioni
da
guardia
oligarchica
e
per
i
loro
contatti
con
le
primarie
cariche
dello
Stato
,
godevano
di
un
prestigio
che
non
aveva
riscontro
con
gli
altri
colleghi
dell
'
esercito
.
Lo
stesso
carattere
della
milizia
veneta
-
prevalentemente
levata
per
ingaggio
-
contribuiva
oltre
a
ciò
a
creare
attorno
agli
ufficiali
stessi
un
ambiente
molto
affine
a
quello
in
cui
trascorrono
oggigiorno
la
loro
esistenza
gli
ufficiali
di
taluni
eserciti
delle
libere
repubbliche
d
'
America
.
Nullameno
,
ad
onta
di
queste
circostanze
poco
favorevoli
dell
'
ambiente
-
cristallizzato
nelle
vecchie
pratiche
e
nei
vetusti
pregiudizi
,
sopravvissuti
ancora
dal
tempo
delle
compagnie
di
ventura
e
del
Quattrocento
-
la
decadenza
militare
della
Serenissima
brilla
ancora
per
il
nome
di
qualche
ufficiale
,
salito
in
fama
unicamente
per
virtù
propria
;
ciò
che
è
garanzia
del
suo
merito
indiscusso
.
E
sono
nomi
cari
non
soltanto
nel
ristretto
cerchio
della
Repubblica
oramai
moritura
,
ma
eziandio
in
quello
più
vasto
e
luminoso
della
storia
militare
italiana
.
Tra
essi
primeggia
il
brigadiere
del
genio
militare
Anton
Mario
Lorgna
,
da
Cerea
,
fondatore
di
quel
corpo
;
architetto
,
idraulico
,
topografo
e
matematico
di
gran
fama
,
il
cui
nome
va
indivisibilmente
congiunto
alla
riputazione
del
Collegio
Militare
di
Verona
,
già
grande
prima
della
caduta
di
Venezia
,
talché
non
pochi
eserciti
stranieri
facevano
a
gara
nel
richiederne
gli
allievi
al
Senato
(
63
)
ed
egregia
anche
dopo
la
caduta
,
talché
non
sdegnò
di
occuparsene
il
Foscolo
.
Meritevoli
di
nota
in
questo
periodo
di
tempo
sono
pure
i
nomi
del
maggiore
di
artiglieria
Domenico
Gasparoni
,
veneziano
,
ordinatore
del
Museo
dell
'
Arsenale
ed
autore
di
una
pregevole
opera
sull
'
artiglieria
veneta
dedicata
al
doge
Paolo
Senior
(
64
)
;
del
sergente
maggiore
di
battaglia
Stràtico
,
introduttore
di
considerevoli
riforme
nei
regolamenti
militari
Veneti
,
ed
infine
di
Giacomo
Nani
,
per
quanto
quest
'
ultimo
appartenga
per
provenienza
alla
marina
,
ma
per
anima
e
per
circostanze
della
gloriosa
sua
camera
delle
armi
all
'
esercito
,
intorno
al
quale
scrisse
il
volume
inedito
dal
titolo
Della
Milizia
Veneta
(
65
)
e
l
'
opera
perduta
relativa
alla
difesa
di
Venezia
(
66
)
.
Gli
stimoli
per
suscitare
una
nobile
gara
di
emulazione
e
di
benemerenze
tra
gli
ufficiali
Veneti
erano
ben
pochi
.
Le
stesse
ristrettezze
del
bilancio
impedivano
perfino
di
assolvere
il
sacrosanto
obbligo
contratto
dalla
Serenissima
verso
i
prodi
combattenti
sotto
le
bandiere
di
Angelo
Emo
,
assegnando
loro
quel
grado
e
quello
stipendio
che
erano
stati
decretati
dal
Senato
per
merito
di
guerra
(
67
)
.
Per
questo
titolo
-
abbenché
con
molta
minor
frequenza
-
si
assegnavano
agli
ufficiali
anche
delle
medaglie
d
'
oro
,
con
l
'
impronta
del
leone
di
San
Marco
,
del
valore
medio
di
30
zecchini
(
68
)
.
Ma
per
l
'
assenza
di
clamorose
imprese
,
verso
la
fine
della
Repubblica
anche
questa
costumanza
,
derivata
dai
tempi
eroici
,
cadde
in
disuso
,
sicché
se
ne
ricorda
a
mala
pena
qualche
raro
caso
.
Tale
è
quello
del
capitano
Gregorio
Franinovich
,
del
Reggimento
Cernizza
,
decorato
per
speciali
benemerenze
ed
atti
di
valore
compiuti
dal
detto
ufficiale
in
Levante
(
69
)
.
E
passiamo
al
rovescio
della
medaglia
.
Le
punizioni
degli
ufficiali
Veneti
avevano
,
in
prevalenza
,
il
carattere
di
coercizione
morale
.
Così
l
'
ammonizione
,
l
'
arresto
semplice
,
l
'
arresto
più
lungo
,
la
sospensione
dal
grado
,
la
notazione
speciale
sul
libro
-
registro
del
servizio
-
della
quale
si
teneva
conto
a
suo
tempo
per
la
compilazione
dei
titoli
di
esame
-
infine
l
'
esclusione
o
la
sospensione
temporanea
dalle
adunanze
,
o
circoli
di
persone
per
grado
e
per
nobiltà
distinte
(
70
)
.
*
*
*
L
'
antica
foggia
di
vestire
degli
ufficiali
era
stata
riformata
nel
1789
sull
'
esempio
degli
Austriaci
e
dei
Prussiani
.
In
seguito
a
questa
riforma
introdotta
dallo
Stràtico
,
che
compilò
la
relativa
«
Ordinanza
contenente
la
prammatica
e
la
disciplina
relativa
all
'
uniforme
della
fanteria
italiana
»
,
tutti
gli
ufficiali
veneti
,
dall
'
alfiere
al
colonnello
,
dovevano
indossare
la
nuova
divisa
,
non
soltanto
in
servizio
ma
anche
nelle
presentazioni
,
negli
spettacoli
e
nelle
pubbliche
solennità
.
Erano
comminate
punizioni
a
chi
non
ottemperasse
a
questi
precetti
o
alterasse
la
foggia
del
vestire
.
E
che
tali
mancanze
non
fossero
rare
,
lo
attestano
le
minuziose
cure
con
cui
l
'
Ordinanza
sopra
citata
prevedeva
i
relativi
casi
.
«
Tutti
-
soggiungeva
l
'
Ordinanza
-
dentro
un
triennio
dovranno
avere
la
nuova
uniforme
,
pena
la
sospensione
dal
servizio
e
la
sottomissione
a
ritenute
,
finché
la
nuova
uniforme
non
sia
fatta
,
oltre
le
notazioni
da
farsi
sul
Libro
Registro
,
a
pregiudizio
dello
avanzamento
»
.
La
pettinatura
degli
ufficiali
veneti
era
liscia
,
con
due
bucali
(
riccioli
)
,
uno
per
parte
delle
tempia
,
sostenuti
dalle
forchette
che
giungevano
fino
a
mezza
orecchia
:
i
capelli
dovevano
essere
bene
incipriati
(
polverizzati
)
e
la
chioma
raccolta
in
una
rete
(
fodero
)
di
pelle
nera
.
Il
principale
capo
di
vestiario
della
fanteria
italiana
era
la
velada
,
o
abito
a
coda
di
rondine
di
panno
blò
,
foderato
di
roè
bianco
(
71
)
,
guarnito
di
un
collarino
e
di
balzanelle
,
o
manopole
,
pure
di
panno
bianco
,
adorno
di
grossi
bottoni
di
metallo
dorato
con
impresso
,
in
cifre
romane
,
il
numero
del
corpo
cui
gli
ufficiali
appartenevano
(
72
)
.
Gli
ufficiali
dei
fanti
oltramarini
avevano
l
'
abito
di
panno
cremisi
,
come
i
soldati
,
e
quelli
di
artiglieria
di
panno
gris
di
ferro
.
Nella
stagione
fredda
si
indossava
da
tutti
un
cappotto
di
panno
bianco
,
della
stoffa
di
quello
usato
per
il
bavero
della
velada
,
guernito
di
bottoni
pure
di
metallo
dorato
e
foderato
assai
spesso
di
una
buona
pelliccia
.
I
calzoni
d
'
inverno
erano
di
panno
blò
e
nella
stagione
calda
di
rigadino
bianco
forte
.
L
'
abbigliamento
degli
ufficiali
veneti
era
completato
dal
colletto
di
pelle
nera
lucida
,
dai
manichini
di
buona
tela
batista
,
dai
guanti
di
pelle
gialla
lavabile
,
dagli
stivali
di
bulgaro
cerato
,
dagli
stivaletti
di
pelle
nera
da
usarsi
in
estate
,
allacciati
dalle
cordelle
,
e
dal
cappello
a
tricorno
.
I
distintivi
di
grado
si
portavano
sul
cappello
.
L
'
alfiere
non
recava
sopra
di
esso
alcuna
distinzione
,
i
tenenti
ed
i
capitani
-
tenenti
si
riconoscevano
invece
per
una
rosetta
,
o
coccarda
,
mista
d
'
oro
e
di
seta
azzurra
,
assicurata
sull
'
ala
sinistra
del
tricorno
mediante
un
bottone
ed
un
'
asola
(
laccio
)
di
seta
nera
.
I
capitani
si
distinguevano
per
due
rosette
simili
alle
anzi
descritte
,
assicurate
sopra
ciascun
'
ala
del
copricapo
:
i
sergenti
maggiori
,
i
tenenti
colonnelli
ed
i
colonnelli
infine
recavano
tutti
,
senza
distinzione
alcuna
,
due
rosette
come
i
capitani
,
intessute
però
per
intero
di
solo
filo
d
'
oro
.
Oltre
a
ciò
il
bavero
degli
abiti
degli
ufficiali
superiori
era
ornato
di
un
largo
gallone
d
'
oro
mentre
quello
degli
ufficiali
inferiori
ne
era
sprovvisto
.
Anche
i
fiocchi
delle
spade
e
dei
bastoni
erano
differenti
per
ogni
grado
.
I
bastoni
dei
subalterni
erano
guerniti
di
un
pomo
d
'
avorio
,
quelli
dei
capitani
di
un
pomo
di
metallo
liscio
dorato
:
i
bastoni
degli
ufficiali
superiori
non
avevano
altro
distintivo
che
un
risalto
anulare
disposto
verso
l
'
attacco
del
pomo
alla
canna
.
Le
cinture
ed
i
pendoni
(
tracolle
)
delle
spade
erano
di
pelle
bianca
lucida
,
con
scudetti
di
metallo
recanti
in
rilievo
l
'
emblema
del
leone
di
San
Marco
:
gli
scudetti
degli
ufficiali
subalterni
erano
semplicemente
inargentati
,
quelli
dei
capitani
inquartati
dentro
un
ribordo
dorato
,
quelli
degli
ufficiali
superiori
infine
erano
tutti
dorati
(
73
)
.
Quanto
alle
armi
,
abolita
definitivamente
la
picca
nel
1790
,
le
lame
delle
spade
,
le
fasce
ed
i
puntali
dei
foderi
dovettero
,
in
tutto
e
per
tutto
,
uniformarsi
al
modello
prescritto
dall
'
Ordinanza
dello
Stràtico
.
*
*
*
Prima
di
lasciare
l
'
argomento
degli
ufficiali
veneti
,
occorre
aggiungere
ancora
qualche
cenno
che
valga
a
lumeggiare
la
loro
posizione
interiormente
ed
esteriormente
all
'
ambiente
militare
del
tempo
.
I
sistemi
di
ingaggio
delle
truppe
-
sopravvissuti
a
Venezia
per
lunga
tradizione
fino
dall
'
epoca
delle
compagnie
di
ventura
-
riflettevano
di
necessità
sugli
ufficiali
la
fisionomia
particolare
di
comandanti
non
tanto
d
'
uomini
,
quanto
di
custodi
di
merce
acquistata
a
suon
di
quattrini
dalla
Serenissima
sul
mercato
dei
soldati
di
mestiere
.
Si
spiega
quindi
come
,
dato
tale
ambiente
,
le
occupazioni
dell
'
ufficiale
fossero
in
prevalenza
amministrative
,
anziché
tecniche
,
educative
e
morali
.
Le
tradizioni
del
reggimento
,
i
ricordi
dei
principali
fatti
di
guerra
-
che
solevano
tramandarsi
egregiamente
in
Piemonte
tra
le
milizie
paesane
-
non
avevano
quindi
un
equivalente
riscontro
morale
tra
i
Veneti
,
neppure
tra
le
cerne
dei
migliori
tempi
della
Serenissima
.
I
soldati
di
mestiere
avevano
anzi
smarrite
tutte
queste
tradizioni
,
a
motivo
dell
'
avvicendarsi
dei
nuovi
ingaggiati
nei
corpi
,
del
frantumarsi
dei
riparti
nelle
varie
guarnigioni
e
degli
atteggiamenti
diversi
assunti
dalle
milizie
venete
della
decadenza
,
divise
di
continuo
tra
il
servizio
di
sentinella
,
quello
ai
daziere
,
di
guardia
confinaria
e
campestre
,
oppure
di
rincalzo
ai
satelliti
degli
Inquisitori
di
Stato
.
Epperciò
,
all
'
infuori
del
comandante
di
compagnia
,
il
cui
compito
era
quello
di
amministrare
il
mezzo
centinaio
di
uomini
che
la
Repubblica
gli
confidava
,
per
essere
equipaggiato
,
armato
e
nutrito
,
nessun
altro
ufficiale
aveva
attributi
speciali
nell
'
ordine
dell
'
educazione
e
dello
apparecchio
morale
dei
propri
dipendenti
.
Neppure
il
colonnello
aveva
sotto
questo
riguardo
particolari
incarichi
;
che
anzi
,
per
l
'
uniforme
costume
di
ridurre
tutto
quanto
aveva
attinenza
al
soldato
al
denominatore
comune
dell
'
amministrazione
,
seguendo
la
moda
del
tempo
anche
nell
'
esercito
veneto
sopravviveva
la
compagnia
colonnella
,
alle
cui
funzioni
contabilesche
non
potendo
accudire
di
persona
il
capo
del
reggimento
venivano
da
lui
delegate
ad
un
tenente
anziano
,
detto
perciò
capitano
-
tenente
.
In
analogia
si
regolava
il
tenente
colonnello
ed
il
sergente
maggiore
,
che
avevano
pure
essi
la
rispettiva
compagnia
,
confidata
figuratamente
al
governo
di
un
capitano
che
ne
faceva
in
realtà
le
veci
amministrative
in
tutto
e
per
tutto
.
Dal
capitano
,
comeché
si
trattasse
di
un
vero
e
proprio
possesso
individuale
,
prendevano
poi
nome
le
altre
compagnie
,
la
cui
anzianità
e
disposizione
nelle
manovra
era
fissata
dall
'
anzianità
del
rispettivo
comandante
,
dopo
la
compagnia
del
colonnello
e
degli
altri
ufficiali
superiori
del
reggimento
.
Il
prevalente
carattere
mercenario
delle
milizie
venete
aveva
inoltre
,
da
tempo
,
avvezzi
i
governanti
a
considerarle
quale
strumento
ligio
all
'
oligarchia
che
le
manteneva
in
vita
;
e
tale
modo
di
essere
-
contrario
ad
ogni
libero
svolgersi
delle
attività
morali
-
si
rifletteva
necessariamente
anche
sul
carattere
degli
ufficiali
.
Valgano
a
questo
proposito
due
ordini
di
concetti
:
quello
di
servirsi
degli
ufficiali
nelle
operazioni
poliziesche
di
maggior
rilievo
,
-
quale
l
'
arresto
fatto
dal
colonnello
Craina
,
dei
fanti
oltremarini
,
del
noto
patrizio
liberale
Zorzi
Pisani
-
e
della
fiscalità
continua
esercitata
sopra
di
essi
-
specie
sui
comandanti
di
compagnia
-
in
tutte
le
manifestazioni
amministrative
;
ciò
che
contribuiva
a
far
ritenere
gli
ufficiali
medesimi
come
asserviti
di
continuo
ad
una
specie
di
stato
di
tutela
da
parte
delle
maggiori
autorità
e
magistrature
competenti
.
Ma
,
ad
onore
degli
ufficiali
Veneti
,
conviene
pure
soggiungere
a
questo
punto
che
mai
,
nelle
voluminose
filze
del
carteggio
militare
della
decadenza
,
si
trova
citato
un
caso
che
giustifichi
codesta
diffidenza
fiscale
,
la
quale
d
'
altronde
era
connaturata
nei
tempi
ed
in
molti
eserciti
d
'
allora
,
e
che
si
è
tramandata
per
qualche
traccia
perfino
a
giorni
non
lontani
dai
nostri
(
74
)
.
*
*
*
Se
la
grande
massa
degli
ufficiali
adunque
-
quelli
di
Linea
-
trascorreva
l
'
esistenza
morale
ed
intellettuale
in
tale
angusto
cerchio
di
attribuzioni
e
di
consuetudini
,
fatto
ancora
più
uniforme
dal
grigio
dell
'
inoperosità
della
decadenza
repubblicana
,
ciò
non
toglie
che
qualche
altro
corpo
di
ufficiali
stessi
-
a
base
più
ristretta
ed
a
reclutamento
più
omogeneo
,
-
non
intravedesse
degli
spiragli
verso
orizzonti
più
audaci
o
verso
aspirazioni
che
precorrevano
il
futuro
.
Il
Collegio
Militare
di
Verona
,
per
le
sue
relazioni
scientifiche
con
l
'
Università
di
Padova
,
per
l
'
indole
e
la
nazionalità
di
taluni
suoi
insegnanti
,
si
prestava
anzitutto
da
buon
crogiuolo
delle
nuove
idee
ed
a
propalarle
nell
'
esercito
.
Fino
dal
1764
si
lamentava
infatti
dal
Savio
alla
Scrittura
,
che
tra
i
giovani
dell
'
istituto
serpeggiassero
«
dei
mali
principi
,
pregiudicievoli
alla
buona
morale
,
molto
più
ancora
contaminata
dalle
massime
di
libertà
che
vien
fatto
di
credere
che
si
siano
nel
Collegio
disseminate
»
.
Tale
sospetto
motivò
un
'
inchiesta
,
eseguita
dal
Savio
alla
Scrittura
Marco
Antonio
Priuli
,
la
quale
accertò
che
tre
ufficiali
capisquadra
del
Collegio
,
«
consumavano
il
loro
tempo
con
la
lettura
di
romanzi
e
di
libri
oltramontani
,
dei
quali
contribuiscono
pure
i
giovani
,
avendosi
giurata
deposizione
che
si
fossero
vedute
nelle
mani
di
qualche
alunno
le
opere
di
Volter
(
sic
)
,
e
venendo
perfino
introdotto
il
sospetto
che
si
leggessero
quelle
ancora
di
Niccolò
Macchiavello
»
(
75
)
.
Gli
ufficiali
modernisti
vennero
sfrattati
dal
Collegio
di
Verona
,
e
la
mala
pianta
delle
idee
novatrici
pareva
del
tutto
spenta
quando
,
nella
primavera
del
1785
,
vi
si
scoperse
una
loggia
di
Liberi
Muratori
,
fondata
da
Giovambattista
Joure
,
maestro
di
lingua
francese
nell
'
istituto
,
allo
scopo
di
diffondere
tra
i
futuri
ufficiali
veneti
i
principi
delle
nuove
dottrine
liberali
,
e
«
di
restituire
alfine
l
'
uomo
alla
prisca
libertà
naturale
,
da
cui
la
teocrazia
ed
il
principato
lo
avevano
allontanato
»
(
76
)
.
A
questa
loggia
«
muratoria
»
militare
deve
avere
partecipato
molto
probabilmente
anche
il
colonnello
Lorgna
-
poiché
le
adunanze
degli
affigliati
si
tenevano
in
certe
camere
dal
medesimo
occupate
in
Castel
Vecchio
-
e
,
certamente
,
non
pochi
ufficiali
della
guarnigione
di
Verona
appartenenti
al
corpo
di
artiglieria
,
come
risulta
dagli
interrogatori
del
processo
,
nei
quali
sono
spesso
citati
il
maggiore
alle
fortezze
Solidi
e
l
'
alfiere
conte
Rambaldo
,
da
Legnago
(
77
)
.
Scoperta
l
'
associazione
,
gli
Inquisitori
(
78
)
sfrattarono
subito
il
maestro
Joure
dagli
Stati
Veneti
e
sbandarono
gli
ufficiali
ascritti
alla
loggia
di
Verona
in
diverse
guarnigioni
di
terraferma
ed
oltremare
.
Nullameno
,
i
germi
diffusi
dal
Joure
nel
maggior
istituto
militare
della
Repubblica
lasciarono
traccia
oltre
al
rogo
dei
libri
e
dei
registri
della
loggia
ordinato
dagli
Inquisitorì
,
ed
essa
traspare
nel
continuo
fermento
cui
andò
soggetto
il
collegio
,
da
quell
'
epoca
fino
alla
violenta
sua
soppressione
accaduta
per
opera
del
generale
Rampon
,
a
metà
luglio
del
1796
.
Il
desiderio
di
riforme
era
dunque
la
spinta
principale
di
quei
moti
,
intesi
«
a
sovvertire
l
'
attuale
spirito
di
concordia
,
di
pace
e
le
leggi
della
sottomissione
e
del
buon
ordine
che
furono
naturalmente
stabilite
»
e
di
realizzare
infine
«
delle
novità
nei
metodi
nello
insegnare
...
non
volendo
ufficiali
ed
alunni
più
vivere
soggetti
»
(
79
)
.
Pure
anche
questi
germogli
di
giacobinismo
,
cresciuti
come
pianta
sporadica
all
'
ombra
delle
torri
merlate
del
castello
Scaligero
di
Verona
,
dovevano
un
giorno
tornare
utili
alla
Repubblica
(
80
)
.
E
ciò
avvenne
quando
si
trattò
di
spedire
i
primi
messaggeri
di
pace
al
generale
Buonaparte
,
sotto
Brescia
;
messaggeri
che
il
Senato
volle
servilmente
prescelti
fra
gli
antichi
allievi
del
Collegio
Militare
veronese
,
nella
speranza
che
il
ricordo
delle
relazioni
«
muratorie
»
,
perseguitate
un
tempo
e
ritornate
in
onore
per
la
circostanza
,
valesse
a
propiziare
loro
ed
alla
Repubblica
l
'
animo
del
conquistatore
(
81
)
.
E
questi
ufficiali
furono
il
colonnello
Giovanni
Francesco
Avesani
ed
il
capitano
Leonardo
Salimbeni
,
inviati
il
27
maggio
1796
a
Brescia
con
il
mandato
di
implorare
grazia
da
Buonaparte
per
l
'
avvenuta
occupazione
di
Peschiera
,
fatta
pochi
giorni
avanti
di
sorpresa
dagli
Austriaci
.
Di
ufficiali
inferiori
dell
'
esercito
infine
,
coimplicati
in
movimenti
politici
,
non
si
trova
traccia
nel
carteggio
della
decadenza
militare
veneta
.
E
questo
serve
da
conferma
,
tanto
del
carattere
di
guardia
oligarchica
-
conservato
dall
'
esercito
stesso
fino
alla
rovina
del
governo
della
Serenissima
-
quanto
della
infondatezza
del
timore
da
alcuni
nutrito
che
esso
avesse
potuto
tralignare
in
mano
di
audaci
e
di
novatori
.
L
'
espressione
di
questo
sospetto
di
tradimento
-
naturale
d
'
altronde
in
ogni
organismo
inesorabilmente
votato
alla
rovina
-
si
trova
in
talune
«
polizze
»
anonime
trovate
nei
bossoli
del
Maggior
Consiglio
e
del
Senato
durante
l
'
anno
1796
(
82
)
.
Queste
«
polizze
»
insinuavano
di
diffidare
dell
'
ottuagenario
tenente
generale
Salimbeni
,
comandante
in
capo
delle
milizie
venete
raccolte
sotto
la
piazza
di
Verona
e
dei
suoi
figliuoli
,
tra
i
quali
era
il
capitano
Leonardo
citato
più
sopra
.
Uno
di
questi
foglietti
così
diceva
:
«
Non
prestar
fede
al
generale
Salimbeni
»
.
Un
altro
ancora
proclamava
:
«
Governo
,
nò
ve
fidè
del
generale
Salimbeni
,
Recordève
del
Carmagnola
»
.
Un
terzo
riproduceva
il
rozzo
disegno
di
una
forca
,
con
la
scritta
:
«
Per
il
general
Salimbeni
»
.
Un
ultimo
infine
insinuava
:
«
Il
tenente
generale
Salimbeni
è
giacobino
coi
figli
ed
adora
solo
l
'
oro
,
Governo
,
guardatevi
che
non
vi
tradisca
essendo
più
francese
che
suddito
»
.
CAPO
IV
.
Le
truppe
assoldate
.
Tra
il
principio
dell
'
assedio
di
Mantova
e
le
giornate
di
Lonato
e
Castiglione
i
fanti
oltremarini
,
per
comando
espresso
dal
generale
Buonaparte
,
furono
clamorosamente
allontanati
da
Verona
.
Questi
soldati
-
denominati
volgarmente
Schiavoni
-
raccolti
in
buon
numero
in
quella
città
(
83
)
andavano
di
certo
a
contraggenio
al
giovane
generale
francese
.
Forse
egli
li
riteneva
una
specie
di
guardia
pretoriana
,
ed
imbevuto
di
studi
e
di
prevenzioni
sul
governo
dispotico
degli
antichi
Stati
d
'
Italia
,
ne
deve
avere
desiderato
lo
scioglimento
come
un
impegno
civico
commesso
alla
sua
opera
ed
a
quella
del
Direttorio
di
Francia
.
Rispondendo
ad
analogo
concetto
il
generale
Schérer
,
sul
finire
del
1795
,
aveva
imposto
lo
scioglimento
dei
corpi
còrsi
alla
Repubblica
di
Genova
(
84
)
.
L
'
indisciplina
degli
Schiavoni
era
d
'
altronde
grande
,
documentata
perfino
dalle
attestazioni
del
generale
Salimbeni
.
Essa
poteva
prorompere
ogni
momento
ad
eccessi
e
costituire
il
focolare
dei
mal
repressi
spiriti
di
malcontento
che
serpeggiavano
tra
le
popolazioni
veronesi
,
taglieggiate
,
angariate
,
violentate
nelle
persone
e
negli
averi
.
Certo
,
sotto
questi
riflessi
,
Buonaparte
divinava
in
qualche
misura
l
'
esplosione
cittadina
delle
Pasque
Veronesi
.
Anche
le
esigenze
militari
imponevano
urgentemente
ai
Francesi
di
premunirsi
da
tale
minaccia
.
La
fortezza
di
Verona
era
diventata
,
ai
primi
di
luglio
del
1796
,
la
loro
principale
base
d
'
operazione
contro
l
'
esercito
mobile
degli
Austriaci
e
contro
la
piazza
di
Mantova
,
il
punto
d
'
appoggio
contro
gli
sbocchi
dal
Tirolo
e
dalla
Val
Sugana
,
la
tappa
intermedia
dal
Milanese
e
dal
Bresciano
nella
vagheggiata
marcia
dei
Francesi
alla
volta
di
Venezia
,
del
Friuli
e
dei
confini
occidentali
dell
'
Impero
(
85
)
.
Occorreva
perciò
rompere
subito
gli
indugi
ed
in
quest
'
arte
Buonaparte
era
maestro
insuperabile
.
Il
caso
di
un
ufficiale
francese
ucciso
per
le
campagne
di
Villafranca
,
qualche
borseggio
,
qualche
rissa
accaduta
fra
gli
oltremarini
mal
compresi
dai
soldati
di
Francia
non
famigliari
con
l
'
idioma
illirico
,
porsero
l
'
occasione
propizia
per
imporre
al
Senato
di
sfrattare
da
Verona
le
casacche
cremisine
dei
fidi
dalmati
.
Al
generale
Massena
toccò
di
apparecchiare
l
'
animo
dei
Veneti
alla
grave
rinunzia
.
«
Il
est
temps
enfin
,
monsieur
le
provvediteur
»
-
così
scriveva
quel
generale
a
Nicolò
Foscarini
,
il
4
luglio
1796
-
que
les
assassinats
que
vos
soldats
ne
cessent
de
commettre
envers
les
miens
,
finissent
.
Le
général
Rampon
,
commandant
à
Veronne
,
m
'
a
dejà
rendu
compte
que
plusieurs
de
nos
volontaires
avoient
été
assassinés
a
coups
de
stilet
,
ou
de
sabre
,
par
vos
Esclavons
»
[
86
]
.
Tre
giorni
dopo
Massena
ribadiva
ancora
la
sua
tesi
con
cresciuta
insistenza
e
protervia
:
«
Par
les
piéces
ci
jontes
Vous
verrez
que
les
assassinats
continuent
,
et
que
les
ordres
que
je
presume
que
Vous
avez
donné
pour
les
reprimer
ne
sont
nullement
suivis
.
Je
Vous
previens
que
si
ces
horreurs
ne
finissent
pas
,
je
ne
pourrai
plus
Vous
répondre
des
suites
funestes
q
'
elles
causeront
infalliblement
»
(
86
)
.
Infine
,
dopo
il
cupo
rombo
della
tempesta
lontana
,
venne
il
guizzo
della
folgore
.
L'8
di
luglio
Buonaparte
indirizzava
al
provveditore
Foscarini
la
lettera
che
segue
:
«
Il
y
a
entre
la
troupe
française
et
les
Esclavons
une
animosité
que
des
malveillaux
,
sans
doute
,
se
plaisent
à
cimenter
.
Il
est
indispensable
,
Monsieur
,
pour
eviter
des
plus
grands
malheurs
,
ainsi
facheux
que
contraires
aux
intéréts
des
deux
Republiques
,
que
Vous
fassiez
sortir
demain
de
Veronne
,
sous
les
pretexes
les
plus
specieux
,
les
bataillons
d
'
Esclavons
que
Vous
avez
dans
la
ville
de
Veronne
»
(
87
)
.
L
'
espressione
della
volontà
del
vincitore
era
chiara
e
precisa
e
non
ammetteva
replica
.
Essa
si
fondava
per
di
più
sulla
presunzione
che
il
contingente
illirico
stanziato
a
Verona
fosse
di
molto
superiore
al
mezzo
migliaio
di
dalmati
che
vi
teneva
effettivamente
guarnigione
sui
primi
di
luglio
.
Epperciò
ogni
tentativo
per
far
recedere
Buonaparte
dalla
determinazione
presa
riuscì
vano
,
ad
onta
che
il
provveditore
Foscarini
,
col
collega
Battagia
,
si
fossero
adoperati
coi
modi
più
soavi
ed
insinuanti
a
produrre
l
'
effetto
bramato
.
«
Ciò
però
non
servì
ad
altro
-
aggiungevano
i
provveditori
-
che
a
far
prendere
a
Buonaparte
un
tuono
ancora
più
deciso
,
sicché
abbandonando
quelle
maniere
piacevoli
colle
quali
ci
aveva
in
prima
accolti
,
disse
che
era
tempo
oramai
che
cessassero
tutti
gli
scandali
,
e
che
fosse
tolta
radicalmente
l
'
occasione
a
querele
...
e
che
senza
dilazione
di
sorta
gli
Schiavoni
si
rimpiazzassero
con
Italiani
,
in
quel
numero
che
fosse
piaciuto
.
Che
egli
poi
(
Buonaparte
)
non
si
curava
di
esaminare
chi
tra
gli
Schiavoni
o
Francesi
avesse
ragione
o
torto
,
che
non
dovevamo
però
ignorare
che
scambievole
era
tra
queste
due
nazioni
il
livore
e
lo
spirito
di
vendetta
.
E
facendoci
intendere
che
era
necessitato
di
occuparsi
di
altri
affari
,
ci
obbligò
subito
a
congedarci
»
(
88
)
.
Ai
due
rappresentanti
di
un
potere
oramai
morituro
messi
così
duramente
alla
porta
,
tra
la
vergogna
del
sottomettersi
e
l
'
incertezza
dell
'
esito
in
una
reazione
improvvisata
senza
la
ferma
volontà
di
rinsanguarla
con
il
braccio
e
con
la
fede
,
il
primo
partito
parve
più
prudente
e
conforme
alle
necessità
dell
'
ora
.
E
gli
Schiavoni
,
all
'
alba
del
9
di
luglio
-
come
Buonaparte
aveva
voluto
-
uscirono
da
Verona
di
soppiatto
,
come
fuggiaschi
di
fronte
alla
fatalità
di
un
destino
che
incombeva
sul
loro
capo
come
su
quello
dei
governanti
della
Serenissima
.
Le
casacche
cremisi
,
che
mai
avevano
indietreggiato
per
lungo
volgere
di
anni
di
fronte
alla
furia
turchesca
,
cedevano
ora
misteriosamente
terreno
come
pressati
dall
'
avvento
delle
nuove
età
.
Sotto
questa
oscura
minaccia
il
passato
,
quasi
fatto
persona
in
quegli
ultimi
soldati
fedeli
della
Signoria
,
pareva
ripiegarsi
su
sé
medesimo
,
come
dentro
le
pieghe
della
vermiglia
bandiera
della
Repubblica
.
Tre
compagnie
del
reggimento
oltremarino
Medin
si
trasferirono
a
Vicenza
e
quattro
a
Padova
,
«
attendendo
in
quelle
città
gli
ultimi
ordini
dell
'Ecc.mo
Senato
»
.
Lo
stesso
giorno
9
di
luglio
1796
,
le
artiglierie
del
generale
francese
Rampon
salivano
indisturbate
sui
rampari
della
fortezza
di
Verona
e
,
con
gesto
violento
,
si
surrogavano
alle
armi
paesane
che
vergognosamente
si
erano
date
alla
latitanza
.
Così
uscirono
gli
Schiavoni
da
Verona
.
Vi
dovevano
però
ritornare
quasi
un
anno
appresso
,
nel
crepuscolo
sanguinoso
delle
Pasque
Veronesi
,
per
tingere
di
rosso
quella
scena
drammatica
con
cui
la
Serenissima
doveva
chiudere
il
suo
lungo
e
glorioso
dominio
in
terraferma
(
89
)
.
*
*
*
Gli
oltremarini
costituivano
le
milizie
assoldate
per
eccellenza
della
Repubblica
.
Corrispondevano
un
poco
agli
Svizzeri
,
con
i
quali
quei
soldati
di
mestiere
avevano
comuni
lo
spirito
di
ventura
,
la
tenacia
delle
tradizioni
militari
e
la
religione
della
fede
giurata
;
sentimenti
tutti
che
,
saldamente
ed
atavisticamente
,
si
trasmettevano
tra
le
milizie
dalmate
come
un
vero
e
proprio
culto
per
la
Signoria
.
E
la
Signoria
-
quella
dello
splendore
del
Cinquecento
-
ben
sicura
di
questo
lealismo
e
di
questa
fede
,
il
cui
eco
non
è
ancora
del
tutto
spento
sull
'
altra
riva
dell
'
Adriatico
,
aveva
confidato
agli
oltremarini
la
custodia
e
la
difesa
delle
fonti
della
sua
ricchezza
e
della
sua
gloria
:
il
presidio
de
'
propri
navigli
quale
fanteria
di
marina
,
la
guardia
delle
stazioni
commerciali
più
esposte
alle
incursioni
musulmane
,
la
difesa
delle
teste
di
tappa
sulle
strade
commerciali
più
sensibili
e
rimunerative
per
i
traffici
veneziani
,
infine
il
servizio
da
scolta
più
disagioso
e
pericoloso
sui
castelli
sperduti
in
mezzo
all
'
aridità
delle
Alpi
Dinariche
.
Gli
oltremarini
si
distinguevano
tra
la
milizia
veneta
per
il
loro
armamento
pesante
da
arrembaggio
,
costituito
da
una
grave
e
lunga
spada
detta
palosso
-
corruzione
della
pallasch
degli
Imperiali
-
munita
di
un
'
impugnatura
a
più
else
,
e
per
la
loro
vistosa
assisa
di
panno
cremisino
,
ornamento
delle
navi
parate
a
festa
nelle
solennità
del
Bucintoro
e
segno
da
raccolta
nelle
mischie
navali
più
aspre
e
serrate
.
Si
ingaggiavano
,
come
tutti
i
soldati
mercenari
della
Repubblica
,
esclusivamente
nei
domini
di
oltremare
,
d
'
onde
traevano
il
loro
nome
da
battaglia
:
illirico
era
il
loro
linguaggio
ed
i
comandi
militari
.
I
capi
-
leva
si
occupavano
del
loro
reclutamento
-
edizione
senza
confronto
migliore
e
corretta
dei
racoleurs
dell
'
antico
regime
-
anzitutto
perché
questo
ufficio
era
disimpegnato
da
ufficiali
,
in
secondo
luogo
perché
era
espressamente
vietato
nello
ingaggiare
le
reclute
di
usare
lusinghe
per
indurle
più
facilmente
ad
imprendere
il
pubblico
servizio
.
«
Tutte
le
reclute
-
dicevano
infatti
le
capitolazioni
dei
capi
-
leva
-
dovranno
essere
volontarie
e
non
ingaggiate
con
frode
o
con
ubbriacarle
,
sotto
pena
a
chi
avesse
ingaggiato
con
frode
alcuna
recluta
,
di
essere
casso
immediatamente
dal
rollo
della
compagnia
(
di
leva
)
e
spedito
in
Levanto
per
anni
sei
in
figura
di
soldato
;
ed
essendo
incapace
del
servizio
,
di
essere
condannato
in
prigione
ad
arbitrio
di
S
.
E
.
il
Savio
alla
Scrittura
,
dovendo
i
soldati
rimettersi
ad
incontrare
il
pubblico
servizio
di
buon
genio
e
di
tutta
loro
buona
volontà
»
(
90
)
.
D
'
altronde
le
tradizioni
militari
dei
Dalmati
ed
il
prestigio
che
aveva
presso
di
loro
il
veneto
governo
,
disimpegnavano
ampiamente
gli
ingaggiatori
dal
ricorrere
a
queste
arti
subdole
.
Tra
i
capi
leva
in
Dalmazia
godeva
anzi
di
bella
fama
,
ai
tempi
di
Angelo
Emo
,
il
tenente
colonnello
Carlo
Marchiondi
(
91
)
.
I
capi
-
leva
si
aggiravano
per
le
borgate
e
le
campagne
di
oltremare
a
far
l
'
incetta
d
'
uomini
,
coadiuvati
da
provetti
subalterni
esperti
nella
lingua
illirica
,
e
l
'
attività
loro
si
esplicava
rispetto
allo
Stato
pressoché
nell
'
orbita
di
un
vero
e
proprio
appalto
da
privative
(
92
)
.
La
levata
regolavasi
mediante
apposite
capitolazioni
accettate
dalle
due
parti
contraenti
,
l
'
ingaggiatore
a
nome
del
governo
e
l
'
ingaggiato
.
Le
reclute
dovevano
contare
«
almeno
4
piedi
ed
8
oncie
di
statura
,
(
metri
1,622216
)
(
93
)
avere
un
'
età
compresa
tra
i
16
ed
i
40
anni
,
essere
sani
,
senza
alcuna
imperfezione
di
corpo
,
parlare
l
'
illirico
,
non
essere
disertori
dalle
pubbliche
insegne
,
non
avere
infine
esercitato
mai
alcun
mestiere
infame
(
94
)
»
.
All
'
atto
dell
'
ingaggio
e
dopo
la
visita
«
di
un
chirurgo
stipendiato
dal
pubblico
o
dalla
comunità
,
il
quale
era
tenuto
inoltre
a
risarcire
in
ogni
caso
la
Signoria
col
suo
stipendio
di
qualunque
frode
»
,
la
recluta
contraeva
la
.
ferma
di
sei
anni
di
servizio
continuo
sotto
le
bandiere
.
Ammassati
-
come
si
diceva
allora
-
i
nuovi
oltremarini
,
si
suddividevano
nei
diversi
riparti
territoriali
della
Serenissima
.
Quelli
destinati
alla
Dalmazia
erano
nuovamente
visitati
dal
provveditore
della
provincia
residente
a
Zara
,
quelli
assegnati
a
prestare
servizio
sulla
squadra
dal
Capitanio
del
golfo
,
quelli
infine
destinati
alla
Terraferma
dal
Savio
alla
Scrittura
,
al
Lido
di
Venezia
.
Non
appena
le
anzidette
autorità
avevano
riconosciuta
la
piena
attitudine
al
servizio
de
'
nuovi
inscritti
,
questi
si
descrivevano
sui
pubblici
rolli
,
d
'
accordo
con
gli
inquisitori
competenti
,
e
da
quel
punto
cominciavano
a
decorrere
gli
assegni
in
conto
della
forza
bilanciata
della
Repubblica
.
Con
queste
pratiche
di
accentramento
amministrativo
e
di
controllo
,
l
'
esercito
veneto
andava
sicuramente
esente
dalla
piaga
dei
passavolanti
.
Gli
assegni
dei
nuovi
soldati
erano
di
doppio
ordine
,
verso
i
medesimi
e
verso
i
loro
impresari
.
Ogni
ufficiale
ingaggiatore
riceveva
infatti
per
ciascuna
recluta
riconosciuta
idonea
22
ducati
,
se
destinata
alla
Terraferma
e
20
ducati
se
assegnata
alla
Dalmazia
o
al
Golfo
.
Su
questo
premio
poi
si
dovevano
prelevare
12
ducati
per
l
'
uniforme
ordinaria
la
quale
,
in
omaggio
alla
vecchia
tradizione
feudale
dalmata
-
che
ancora
sussisteva
tra
le
sopravvivenze
formali
-
doveva
essere
fornita
insieme
al
nuovo
soldato
dall
'
ufficiale
capo
-
leva
,
laddove
l
'
uniforme
cremisi
di
parata
era
somministrata
dal
rispettivo
comandante
di
compagnia
.
Rimanevano
così
in
attivo
ai
capo
-
leva
dagli
8
ai
10
ducati
di
guadagno
per
ciascuna
recluta
,
vale
a
dire
dalle
32
alle
40
lire
,
a
secondo
del
corso
della
moneta
;
ciò
che
costituiva
il
lucro
di
tali
operazioni
.
*
*
*
Seguiamo
ora
la
nuova
recluta
oltremarina
nelle
sue
peregrinazioni
e
tra
le
strettoie
della
fiscalità
amministrativa
del
tempo
.
I
trasporti
a
Venezia
si
eseguivano
con
le
cosidette
manzere
,
barche
onerarie
della
specie
dei
trabaccoli
e
generalmente
usate
dai
beccaj
di
Venezia
per
trasportare
colà
i
buoi
da
macello
(
manzi
)
dalle
province
d
'
oltremare
.
Ordinariamente
i
trasporti
si
effettuavano
dagli
scali
di
Spalato
,
di
Traù
,
di
Sebenico
e
di
Zara
.
Sul
littorale
del
Lido
-
vera
e
propria
caserma
di
passaggio
dei
soldati
della
Serenissima
(
95
)
-
i
nuovi
Schiavoni
ricevevano
,
nell
'
attesa
di
essere
sbandati
o
assegnati
ai
corpi
,
un
'
istruzione
sommaria
.
Poi
,
per
via
d
'
acqua
,
si
trasferivano
a
Fusina
e
Padova
,
d
'
onde
si
iniziava
il
loro
faticoso
pellegrinaggio
per
raggiungere
i
corpi
cui
erano
stati
destinati
,
nel
Veronese
,
nel
Bresciano
e
sui
lontani
confini
del
Bergamasco
.
La
paga
mensile
era
di
31
lire
venete
(
96
)
-
oltre
il
biscotto
per
uso
di
barca
che
gli
Schiavoni
ricevevano
sempre
in
omaggio
alle
loro
tradizioni
originali
di
servizio
sulle
pubbliche
navi
-
laddove
i
fanti
italiani
,
ossia
gli
ingaggiati
nei
paesi
di
Terraferma
,
avevano
il
pane
.
Con
questa
somma
,
pari
a
circa
16
lire
odierne
(
97
)
,
lo
Schiavone
doveva
soddisfare
le
voraci
brame
del
fisco
,
del
proprio
comandante
di
compagnia
,
e
provvedere
infine
al
proprio
vitto
durante
il
mese
.
Egli
doveva
cioè
lasciare
8
lire
venete
per
la
massa
vestiario
,
2
e
mezza
al
comandante
di
compagnia
che
lo
riforniva
dell
'
abito
cremisi
di
parata
,
sborsare
oltre
a
ciò
l
'
importo
dell
'
olio
per
l
'
illuminazione
delle
camerate
,
della
terrabianca
(
bianchetto
)
per
tenere
monde
e
pulite
le
buffetterie
e
le
parti
bianche
dell
'
uniforme
,
comperare
il
grasso
,
il
lucido
per
le
scarpe
e
perfino
i
piccoli
oggetti
di
pulizia
personale
.
Restavano
così
allo
Schiavone
poco
più
di
15
lire
venete
al
mese
per
sfamarsi
,
eguali
a
7
e
mezzo
delle
attuali
.
I
compensi
dei
soldati
veneziani
non
erano
quindi
molto
lauti
.
Invano
i
Savi
alla
Scrittura
avevano
rappresentato
al
Senato
la
necessità
di
aumentare
l
'
assegno
della
truppa
,
ma
le
strettezze
finanziarie
lo
avevano
vietato
sempre
.
Ed
i
comandanti
di
compagnia
-
tra
l
'
incudine
delle
masse
vestiario
oberate
ed
il
martello
delle
cariche
superiori
che
esigevano
negli
Schiavoni
«
velade
»
sempre
fiammanti
-
picchiavano
sul
grigio
del
ferro
che
tenevano
tra
le
mani
,
cioè
sulle
masse
dei
loro
dipendenti
,
il
cui
peculio
castrense
di
7
lire
e
mezzo
si
assottigliava
allora
ancora
di
più
.
Il
Senato
in
molte
di
queste
circostanze
soleva
venire
in
soccorso
,
ma
a
beneficio
dei
comandanti
di
compagnia
piuttosto
che
dei
soldati
,
specie
al
caso
di
mostre
straordinarie
,
di
passaggi
di
principi
e
di
visite
.
Così
essendo
di
passaggio
per
Udine
nel
gennaio
del
1782
i
principi
imperiali
di
Russia
,
sotto
il
nome
di
principi
del
Nord
,
e
volendosi
in
quella
circostanza
che
la
compagnia
del
capitano
Borissevich
,
dei
fanti
oltremarini
Cernizza
,
destinata
loro
per
scorta
d
'
onore
si
presentasse
nella
maggiore
militare
decenza
,
il
Senato
trovò
giusto
di
compensare
quel
capitano
delle
maggiori
spese
incontrate
nella
circostanza
per
il
corredo
della
truppa
con
120
ducati
di
valuta
corrente
(
98
)
.
In
queste
strettezze
,
diventate
sempre
più
acute
verso
la
caduta
della
Repubblica
per
l
'
abbandono
deplorevole
delle
cose
della
guerra
,
la
merce
uomo
scadeva
quindi
sempre
più
sul
mercato
dei
soldati
di
mestiere
.
Così
convenne
transigere
con
le
prescrizioni
delle
capitolazioni
ed
ammettere
nella
truppa
schiavona
«
li
vagabondi
e
li
malviventi
,
nonché
i
banditi
che
disturbano
ed
infestano
la
Dalmazia
,
provvedimento
suggerito
dell
'
attual
Provveditore
Generale
con
plausibili
argomenti
di
carità
verso
i
sudditi
e
di
sicurezza
di
transito
sulle
pubbliche
strade
di
quella
provincia
,
ed
in
vista
di
rendere
utile
in
qualche
modo
allo
Stato
tale
sorta
di
gente
scorretta
ed
indisciplinata
»
(
99
)
.
Il
corpo
dei
Travagliatori
-
o
compagnie
di
disciplina
istituite
nel
1785
per
sfollare
i
riparti
dai
più
torbidi
elementi
raccolti
dai
capi
-
leva
-
alleviò
alcun
poco
l
'
esercito
della
Serenissima
da
questo
còmpito
d
'
istituto
di
correzione
(
100
)
.
Ma
il
male
aveva
troppo
salde
e
profonde
radici
perché
questo
provvedimento
,
escogitato
dal
Savio
alla
Scrittura
Francesco
Vendramin
,
potesse
sortire
a
buon
esito
.
Anzitutto
il
male
travagliava
le
milizie
prezzolate
con
il
tarlo
roditore
delle
diserzioni
.
Dal
1°
settembre
1780
al
1°
febbraio
1784
,
abbandonarono
le
insegne
nei
reggimenti
oltremarini
ben
662
soldati
:
dal
1°
marzo
1785
al
1°
settembre
1789
ne
disertarono
altri
1129;
e
ciò
sopra
una
media
di
3500
uomini
presenti
in
quel
torno
di
tempo
nei
reggimenti
oltremarini
(
101
)
.
Con
queste
cifre
significative
alla
mano
,
si
spiega
il
grido
d
'
allarme
gittato
non
molto
prima
dell
'
arrivo
dei
Francesi
nel
Veneto
dal
generale
Salimbeni
;
grido
che
se
parve
a
taluno
troppo
pessimista
a
tal
'
altro
sembrò
perfino
sospetto
di
fellonia
.
Ed
i
bossoli
del
Maggior
Consiglio
e
del
Senato
,
come
si
è
detto
più
sopra
,
ne
sanno
qualche
cosa
.
«
I
nostri
vecchi
soldati
-
scriveva
il
Salimbeni
al
Savio
alla
Scrittura
Iseppo
Priuli
-
sono
oramai
diventati
sentina
d
'
ogni
vizio
.
Bisogna
separarli
nelle
fazioni
della
piazza
(
di
Verona
)
dalle
cernide
,
ma
non
è
possibile
di
separarli
anche
nei
quartieri
dove
hanno
alloggio
in
comune
»
(
102
)
.
Ed
il
Salimbeni
proponeva
sommessamente
al
Savio
di
allontanare
gli
Schiavoni
più
facinorosi
da
Verona
,
e
più
specialmente
le
compagnie
dei
capitani
Missevich
e
Valerio
,
«
le
quali
venute
dalla
Dalmazia
sono
da
sostituirsi
con
altre
...
per
preservare
le
cernide
dal
contagio
dei
vizi
»
.
Il
Savio
Iseppo
Priuli
non
ascoltò
la
proposta
ed
il
destino
serbava
a
Buonaparte
di
farla
accogliere
con
la
forza
.
*
*
*
Gli
Oltremarini
erano
ordinati
in
11
reggimenti
contrassegnati
dal
nome
del
rispettivo
comandante
oppure
da
quello
del
circolo
di
reclutamento
più
cospicuo
.
Nel
piedilista
del
1°
settembre
1776
quei
corpi
erano
descritti
come
segue
(
103
)
:
Reggimento
Bubich
,
Selich
,
Scutari
,
Sinj
,
Matutinovich
,
Craina
,
Minotto
,
Rado
,
Macedonia
,
Dandria
e
Bua
.
Ciascun
reggimento
contava
di
regola
9
compagnie
,
o
raccolte
per
intero
in
uno
dei
grandi
riparti
territoriali
della
Serenissima
,
o
suddivise
tra
i
riparti
medesimi
e
le
navi
armate
.
Faceva
però
eccezione
da
questa
regola
il
reggimento
degli
oltremarini
del
circondario
di
Sinj
,
il
quale
contava
11
compagnie
ripartite
nelle
province
d
'
Italia
e
di
Dalmazia
.
La
maggior
forza
di
questo
corpo
era
dovuta
all
'
importanza
militare
del
territorio
nel
quale
esso
si
levava
,
ed
al
valore
e
numero
dei
castelli
di
frontiera
che
in
esso
esistevano
(
Spalato
,
Salona
,
Clissa
,
Sinj
ecc
.
)
.
Secondo
le
tabelle
organiche
di
formazione
,
approvate
dal
Senato
,
il
reggimento
di
oltremarini
non
doveva
superare
la
forza
di
432
uomini
,
ciò
che
stabiliva
l
'
effettivo
delle
compagnie
in
una
media
di
54
presenti
ognuna
.
Tale
forza
non
era
però
mai
effettiva
,
neppure
nei
periodi
di
neutralità
o
durante
i
mesi
del
completo
armamento
delle
due
squadre
,
grossa
e
sottile
,
quando
trattavasi
cioè
di
spedizioni
marittime
o
di
crociere
di
maggiore
rilievo
.
Così
nel
1787
,
al
tempo
delle
imprese
di
Angelo
Emo
,
presero
imbarco
il
1°
marzo
del
detto
anno
sulle
navi
armate
in
guerra
ben
19
compagnie
di
fanti
oltremarini
,
ma
essendo
tale
contingente
troppo
scarso
nella
sua
forza
complessiva
di
un
migliaio
di
uomini
appena
,
convenne
ricorrere
al
complemento
dei
reggimenti
italiani
,
i
quali
fornirono
altre
12
compagnie
alla
squadra
,
oltre
alle
19
fornite
dagli
Schiavoni
.
Alla
vigilia
dell
'
arrivo
dei
Francesi
nel
Veneto
gli
oltremarini
avevano
24
delle
loro
compagnie
dislocate
in
Terraferma
,
con
una
forza
complessiva
di
1648
uomini
compresi
i
rinforzi
dovuti
alle
craine
(
104
)
.
Tutte
queste
compagnie
erano
ripartite
come
segue
:
A
Verona
,
Legnago
e
Peschiera
9
,
a
Brescia
con
il
castello
di
Orzinovi
4
1/2
(
105
)
,
a
Bergamo
e
contado
3
,
a
Crema
mezza
compagnia
,
al
Lido
,
con
Chioggia
e
Capo
d
'
Istria
7
compagnie
.
*
*
*
I
soldati
del
tempo
oziavano
molto
,
e
nell
'
ozio
sfibrante
e
prolungato
che
li
logorava
gli
elementi
più
torbidi
degli
ingaggiati
avevano
modo
di
compiere
un
vero
e
proprio
corso
di
perfezionamento
.
L
'
azione
degli
ufficiali
non
rappresentava
di
certo
alcun
freno
in
questi
moti
,
perché
essa
si
limitava
al
controllo
delle
cifre
sui
registri
,
alla
sorveglianza
del
maneggio
d
'
armi
nei
cortili
delle
caserme
e
dei
castelli
,
e
si
arrestava
alla
soglia
delle
camerate
che
perciò
restavano
abbandonate
a
sé
medesime
ed
ai
propri
inquilini
in
un
vero
stato
di
abbiezione
morale
e
di
miseria
materiale
.
Al
tocco
del
tamburo
,
che
batteva
la
diana
ogni
mattina
all
'
alba
,
cominciava
il
giornaliero
servizio
sulle
navi
armate
e
nelle
caserme
.
I
soldati
si
levavano
dai
loro
giacigli
,
composti
di
regola
della
semplice
schiavina
,
o
rozza
,
coperta
da
letto
gittata
semplicemente
sulle
nude
tavole
,
o
più
spesso
sul
terreno
sul
quale
essi
dormivano
quasi
sempre
vestiti
.
I
paglioni
,
o
pagliericci
,
vennero
a
mitigare
la
durezza
di
queste
vita
dei
soldati
della
Serenissima
soltanto
verso
la
sua
fine
,
e
più
precisamente
a
principiare
dall
'
anno
1781;
e
furono
limitati
dapprima
ai
presidi
delle
più
notevoli
fortezze
ed
in
particolari
circostanze
di
servizio
(
106
)
.
Le
guardie
rappresentavano
il
pensiero
dominante
della
vita
di
guarnigione
,
epperciò
il
soldato
semplice
era
anche
denominato
con
l
'
appellativo
di
fazioniere
,
come
che
quello
fosse
il
suo
ufficio
esclusivo
.
Nel
servizio
territoriale
era
impiegato
ordinariamente
un
terzo
della
forza
,
del
qual
costume
è
rimasta
traccia
fino
ai
giorni
nostri
nella
norma
regolamentare
la
quale
prescrive
che
il
soldato
debba
avere
almeno
due
notti
libere
per
una
passata
in
sentinella
.
Le
esigenze
della
società
del
tempo
,
il
grande
numero
delle
magistrature
militari
e
la
frequenza
delle
risse
tra
i
soldati
moltiplicavano
a
dismisura
i
posti
di
guardia
.
Così
vi
erano
gran
-
guardie
nelle
principali
piazze
delle
città
fortificate
,
guardie
d
'
onore
alle
primarie
cariche
militari
del
luogo
,
agli
ufficiali
superiori
del
reggimento
,
e
così
via
.
Valga
ad
esempio
il
seguente
specchio
delle
guardie
della
città
di
Verona
,
nell
'
anno
1794
(
107
)
:
MUTE
GUARDIE
E
PORTE
Capi
-
tani
Subal
-
terni
Ser
-
genti
Capo
-
rali
Tam
-
buri
e
pifferi
Fazio
-
nieri
Totale
Artiglieri
Guardia
di
S
.
E
.
il
capitano
e
podestà
(
108
)
-
-
2
1
2
2
37
44
Croati
Guardia
detta
di
cavalieri
al
medesimo
.
-
-
-
-
-
-
1
-
-
11
12
Italiani
Guardia
di
S
.
E
.
il
tenente
generale
comandante
(
109
)
1
2
1
1
2
24
31
Guardia
alle
bandiere
dei
reggimenti
-
-
-
-
-
-
7
-
-
35
42
Picchetti
dei
reggimenti
-
-
5
-
-
6
-
-
36
47
Gran
Guardia
1
1
1
2
2
24
32
Porta
Nuova
-
-
1
1
1
1
20
24
Porta
San
Zeno
-
-
1
1
1
1
20
24
Porta
Vescovo
-
-
1
1
1
1
20
24
Oltramarini
Porta
San
Giorgio
-
-
1
1
1
1
16
20
N
.
2
pattuglie
-
-
-
-
2
2
2
16
22
Castello
San
Felice
-
-
-
-
1
1
-
-
8
10
Id
.
San
Pietro
-
-
-
-
-
-
1
-
-
6
7
Ospedale
delle
Milizie
-
-
-
-
-
-
2
-
-
8
10
Guardia
in
Ghetto
-
-
-
-
-
-
1
-
-
5
6
2
14
10
30
12
279
355
Né
è
forse
fuori
luogo
ricordare
a
questo
punto
anche
il
servizio
di
guardia
che
le
truppe
prestavano
nelle
isole
e
nell
'
estuario
di
Venezia
,
nel
1792
(
110
)
.
Guardia
al
Lido
,
44
uomini
;
appostamenti
e
feluche
di
sanità
al
Lido
,
24;
feluca
S
.
Erasmo
,
8;
feluca
Tre
Porti
,
8;
Falconera
,
8;
Carvale
,
8;
Porto
Quieto
,
8;
sciabecco
del
canale
dei
Marani
,
12;
feluca
del
canale
dei
Marani
,
12;
due
feluche
a
Poveglia
,
16;
feluca
S
.
Pietro
in
Volta
,
8;
feluca
di
Fisolo
,
8;
feluca
delle
urgenze
8;
fusta
,
24;
sciabecco
Po
di
Goro
,
48;
feluca
Po
di
Goro
,
8;
feluca
Malamocco
,
8;
seconda
feluca
di
Malamocco
,
8;
servizi
vari
di
guardia
alle
reclute
,
alle
caserme
ecc
.
,
60
.
Totale
,
308
uomini
comandati
a
Venezia
e
nell
'
estuario
in
giornaliero
servizio
da
«
fazionieri
»
.
*
*
*
Al
distacco
della
guardia
,
fatto
con
solennità
intorno
al
mezzodì
,
tutta
la
truppa
prendeva
le
armi
.
Si
faceva
l
'
appello
per
segnalare
i
disertori
,
si
leggevano
gli
ordini
,
si
dava
una
sommaria
occhiata
alle
armi
ed
agli
abiti
,
dopo
la
quale
funzione
la
vita
militare
formale
cessava
di
regola
per
riprendersi
l
'
indomani
alla
medesima
ora
.
Restava
la
grigia
monotonia
della
vita
di
caserma
.
Con
quei
pochi
soldi
che
rimanevano
ancora
nelle
mani
dell
'
oltremarino
,
dopo
il
passaggio
sotto
le
forche
caudine
del
fisco
e
del
comandante
di
compagnia
,
egli
doveva
rifocillarsi
.
E
disinteressandosi
ancora
lo
Stato
dal
fornire
il
vitto
ai
propri
soldati
-
all
'
infuori
del
biscotto
agli
oltremarini
e
del
pane
agli
altri
-
v
'
era
taluno
che
lo
surrogava
in
quest
'
opera
con
ingordigia
ed
esosità
,
di
guisa
che
il
misero
peculio
castrense
dei
soldati
di
mestiere
veniva
ad
assoggettarsi
per
questo
ad
una
nuova
ed
estrema
decimazione
.
Esistevano
all
'
uopo
sulle
navi
armate
e
nelle
caserme
i
così
detti
bettolini
,
specie
di
vivanderie
esercitate
assai
spesso
da
loschi
personaggi
,
nelle
quali
i
soldati
si
provvedevano
dei
generi
di
prima
necessità
ed
anche
delle
vivande
confezionate
.
A
coloro
poi
cui
le
strettezze
non
consentivano
di
procurarsi
le
vivande
confezionate
,
i
bettolieri
fornivano
gli
arnesi
di
cucina
per
apparecchiare
di
solito
la
classica
polenta
ed
un
misero
intingolo
per
companatico
,
e
ciò
previo
un
piccolo
compenso
che
lo
scarso
nucleo
degli
utenti
corrispondeva
a
titolo
di
noleggio
degli
arnesi
stessi
all
'
esercente
del
bettolino
.
Delle
norme
-
ossia
terminazioni
-
regolavano
il
servizio
di
queste
vivanderie
,
specie
sulle
pubbliche
navi
,
ma
l
'
ingordigia
dei
bettolieri
era
assai
spesso
più
forte
anche
delle
terminazioni
.
Lo
sconcio
era
anzi
giunto
a
tal
segno
,
poco
avanti
alla
caduta
della
Repubblica
,
da
indurre
il
generale
Salimbeni
a
proporre
al
Savio
alla
Scrittura
dei
provvedimenti
radicali
in
materia
:
«
Bisognerebbe
-
egli
diceva
-
assegnare
ad
ogni
camerata
di
10
soldati
almeno
una
caldaia
da
polenta
,
una
secchia
di
larice
cerchiata
ed
una
tavola
per
rovesciarvi
di
sopra
la
polenta
stessa
...
Sarebbe
inoltre
desiderabile
,
per
liberare
il
soldato
dall
'
obbligo
che
ora
ha
di
spendere
la
mòdica
sua
paga
in
una
bettola
,
o
bettolino
,
con
grave
danno
della
disciplina
e
peso
della
sua
sussistenza
,
di
fornire
anche
la
legna
necessaria
per
cucinare
il
cibo
.
Con
questi
mezzi
si
potrebbero
tener
uniti
i
soldati
,
lontani
dalle
osterie
,
dove
è
forza
che
dimentichino
la
loro
nativa
semplicità
e
contraggano
il
mal
costume
»
(
111
)
.
Il
governo
disciplinare
risentiva
fortemente
degli
effetti
di
questo
colpevole
regime
di
abbandono
e
di
trascuranza
,
acuito
dalla
fiacchezza
dei
tempi
.
Abolita
virtualmente
la
bastonatura
sull
'
ultimo
quarto
del
secolo
XVIII
,
restava
la
prigionia
e
la
condanna
al
remo
,
la
punizione
classica
delle
milizie
della
Repubblica
marinara
la
quale
ne
usava
sempre
con
molta
larghezza
.
La
pena
della
galera
o
del
remo
era
solitamente
inflitta
ai
disertori
,
ma
anch
'
essa
aveva
perduto
sulla
fine
della
Repubblica
molta
parte
del
suo
prestigio
,
per
essersi
assottigliato
il
numero
delle
navi
armate
e
ridotta
a
poca
cosa
la
loro
navigazione
.
La
punizione
alla
galera
era
così
diventata
un
succedaneo
della
prigione
ordinaria
.
Circa
questa
bancarotta
del
governo
disciplinare
e
dei
suoi
freni
,
basti
dire
che
molti
disertori
preferivano
la
condanna
al
remo
al
servizio
militare
,
triste
preferenza
che
illumina
l
'
ambiente
dell
'
epoca
.
«
Considerano
infatti
i
soldati
-
dice
un
documento
-
una
breve
condanna
al
remo
assai
meno
pesante
della
vita
militare
,
stentata
,
faticosa
e
prolungata
per
un
più
lungo
periodo
di
tempo
»
(
112
)
.
La
disinvoltura
,
con
cui
affrontavasi
questa
pena
appare
infine
nei
trucchi
che
solevano
usarsi
,
alla
caduta
della
Repubblica
,
per
gabellare
al
Savio
alla
Scrittura
i
premi
promessi
a
colui
che
restituisse
alle
insegne
un
disertore
.
Si
accordavano
per
questo
in
un
medesimo
corpo
due
soldati
,
l
'
uno
s
'
infingeva
di
abbandonare
le
bandiere
,
l
'
altro
di
scoprirlo
in
un
rifugio
convenuto
in
precedenza
;
«
sicché
colludendo
notoriamente
assieme
captori
e
fuggiaschi
tra
loro
si
dividevano
il
premio
assegnatosi
ai
primi
...
Onde
sarebbe
utile
,
in
luogo
di
dare
il
premio
a
questi
captori
,
di
servirsi
al
caso
dei
metodi
usati
dagli
esteri
eserciti
,
cioè
di
obbligare
le
terre
,
ville
e
paesi
,
ad
arrestare
i
fuggiaschi
e
condurli
senza
mercede
alcuna
alle
pubbliche
forze
,
con
la
cominativa
che
venendo
scoverto
in
qualsivoglia
tempo
e
modo
negletto
il
fermo
di
qualche
disertore
,
sarebbe
obbligato
il
villaggio
o
terra
a
supplire
alle
spese
incontrate
dalle
pubbliche
casse
per
il
mantenimento
e
vestiario
di
un
altro
soldato
»
(
113
)
.
Quanto
si
disse
fino
ad
ora
trattando
più
particolarmente
degli
Oltremarini
può
riferirsi
anche
all
'
altra
specie
di
milizia
pedestre
ingaggiata
,
cioè
agli
Italiani
.
Questi
si
levavano
nei
domini
della
Serenissima
in
Italia
e
nell
'
Istria
Veneta
e
si
raccoglievano
al
Lido
d
'
onde
,
accertata
la
loro
idoneità
alle
armi
,
«
in
tempo
di
pace
,
in
tempo
di
guerra
,
che
Iddio
non
voglia
,
o
di
neutralità
»
erano
«
sbandati
»
nelle
diverse
guarnigioni
di
terraferma
.
Gli
itinerari
delle
nuove
reclute
erano
minutamente
stabiliti
nei
capitolati
dei
capi
-
leva
e
circondati
da
cautele
,
tutte
intese
a
far
giungere
sicuramente
a
destinazione
la
preziosa
merce
dei
soldati
di
mestiere
,
incerti
in
questi
primi
passi
tra
la
rude
alternativa
di
seguire
una
strada
intrapresa
di
mala
voglia
,
oppure
di
abbandonarla
al
suo
inizio
medesimo
.
Drappelli
di
croati
o
di
dragoni
,
oltre
la
scorta
dei
soldati
delle
compagnie
di
leva
,
accompagnavano
in
queste
marce
le
giovani
reclute
che
,
così
guardate
,
potevano
rassomigliarsi
in
tutto
e
per
tutto
ad
un
triste
convoglio
di
prigionieri
di
guerra
.
Partiti
dal
littorale
del
Lido
,
cioè
dal
deposito
di
reclutamento
,
i
nuovi
fanti
italiani
facevano
una
prima
tappa
al
Castello
di
Padova
che
,
in
molti
rispetti
,
funzionava
da
deposito
succursale
del
Lido
.
Dopo
una
breve
sosta
in
quell
'
antico
maniero
,
le
reclute
destinate
a
proseguire
il
loro
èsodo
continuavano
nel
cammino
fino
agli
estremi
presidi
della
Serenissima
,
cioè
fin
sulle
rive
dell
'
Adda
e
dell
'
Oglio
.
Talvolta
queste
tappe
erano
abbreviate
da
qualche
trasporto
per
via
d
'
acqua
dal
Lido
a
Chioggia
,
e
di
qui
con
i
barconi
(
burchi
)
a
ritroso
dell
'
Adige
fino
a
Verona
.
Ma
erano
casi
poco
frequenti
e
subordinati
in
ogni
modo
alla
occasione
di
qualche
grande
trasporto
militare
da
Venezia
alla
grande
piazza
di
terraferma
(
114
)
.
*
*
*
La
fanteria
italiana
surrogò
nel
1775
il
tricorno
,
che
aveva
portato
in
giro
con
qualche
gloria
nelle
campagne
di
Morea
sotto
il
Morosini
,
con
un
caschetto
di
pelle
di
vitello
adorno
di
una
«
placca
de
otton
.
»
In
quella
circostanza
le
compagnie
di
granatieri
degli
stessi
fanti
-
create
assai
tempo
prima
-
ebbero
dei
berrettoni
di
pelle
d
'
orso
sul
modello
francese
,
guarniti
di
fiocchi
azzurri
e
della
«
placca
»
con
l
'
impronta
del
leone
di
San
Marco
.
Pure
in
quel
torno
di
tempo
il
colore
bianco
degli
abiti
della
fanteria
italiana
-
che
ne
era
stato
a
lungo
il
distintivo
caratteristico
,
come
il
cremisi
lo
era
stato
per
gli
oltremarini
ed
il
grigio
ferro
per
gli
artiglieri
-
venne
sostituito
dal
panno
azzurro
.
Così
le
vecchie
velade
e
bragoni
di
panno
bianco
cedettero
il
campo
ad
abiti
di
colore
e
di
taglia
alquanto
più
succinta
,
chiusi
sul
davanti
da
bottoni
metallici
fin
sotto
alla
cravatta
;
e
ciò
per
ovviare
all
'
incomodo
svolazzamento
delle
falde
e
per
meglio
riparare
il
soldato
nella
cattiva
stagione
.
Tale
riforma
aveva
anche
una
portata
economica
,
perché
il
nuovo
abito
meglio
serrato
alla
vita
del
fante
rendeva
possibile
l
'
abolizione
delle
così
dette
camiciole
,
o
corsetti
di
colore
che
si
usavano
sotto
la
«velada.»
Il
soldato
portava
una
cravatta
di
pelle
nera
,
due
incrociature
,
o
bandoliere
di
bulgaro
,
una
per
sorreggere
il
tasco
o
bisaccia
,
l
'
altra
per
sostenere
la
baionetta
.
Le
cartucce
-
venti
di
regola
-
costituenti
il
munizionamento
del
fante
italiano
erano
riposte
nel
tasco
.
Il
governo
amministrativo
della
fanteria
italiana
si
differenziava
in
qualche
parte
da
quello
dell
'
oltremarina
.
Un
sostanziale
divario
concerneva
anzitutto
il
vestiario
,
che
nell
'
italiana
era
fornito
dallo
Stato
e
mantenuto
dai
comandanti
di
compagnia
,
laddove
per
gli
oltremarini
-
come
è
detto
più
sopra
-
era
fornito
dai
capitani
.
Al
ramo
delicato
ed
importante
dell
'
amministrazione
sopravvegliavano
i
magistrati
sopra
camere
,
cioè
i
funzionari
delle
tesorerie
locali
,
impegnando
a
tal
'
uopo
le
somme
che
ciascuna
di
esse
aveva
disponibili
per
le
cose
della
milizia
(
Casse
al
Quartieron
)
.
Le
stoffe
per
le
uniformi
militari
provenivano
dall
'
industria
privata
,
ed
erano
fornite
dalle
fabbriche
e
lanifici
di
Schio
,
Castelfranco
(
115
)
ed
Alzano
nel
Bergamasco
(
116
)
.
Anche
Venezia
si
distingueva
in
quest
'
arte
con
due
stabilimenti
di
molta
fama
,
specie
nella
confezione
dei
panni
colorati
di
scarlatto
,
di
cremisi
e
di
azzurro
,
che
si
esportavano
pure
largamente
in
Dalmazia
e
nelle
contigue
terre
balcaniche
.
Le
merci
che
l
'
industria
privata
così
offriva
alla
Repubblica
erano
collaudate
di
regola
presso
i
depositi
al
Quartieron
,
o
magazzini
di
equipaggiamento
e
di
vestiario
della
truppa
.
I
lanifici
e
le
fabbriche
di
cui
sopra
,
erano
oltre
a
ciò
ispezionate
ogni
bimestre
da
due
dei
cinque
Savi
alla
mercanzia
,
i
quali
dovevano
vegliare
sulla
qualità
e
sulla
quantità
delle
lane
da
incettarsi
per
confezionare
i
panni
per
uso
militar
.
Queste
lane
dovevano
essere
tassativamente
della
specie
nominata
sacco
,
scopia
o
Puglia
(
117
)
.
Le
medesime
cautele
vigevano
per
la
fornitura
delle
buffetterie
e
dei
cuoî
necessari
per
esse
:
incrociature
,
taschi
,
pendoni
,
o
centurini
da
sciabole
,
baionette
,
palossi
e
palossetti
,
che
erano
pure
somministrati
dall
'
industria
privata
e
più
precisamente
dai
fratelli
Zaghis
di
Treviso
.
I
reggimenti
di
fanteria
italiana
alla
caduta
della
Serenissima
erano
in
numero
di
18
.
Per
decreto
del
Senato
,
nel
maggio
1790
i
reggimenti
di
cui
sopra
assunsero
un
numero
progressivo
fisso
,
oltre
al
nome
variabile
derivato
dal
rispettivo
colonnello
comandante
.
E
questi
numeri
erano
:
Reggimento
Veneto
Real
n
.
I
del
colonnello
Alberti
-
reggimento
n
.
II
del
colonnello
Mario
Alberti
-
reggimento
n
.
III
del
colonnello
Marin
Conti
-
reggimento
n
.
IV
del
colonnello
Francesco
Guidi
-
reggimento
n
.
V
del
colonnello
Teodoro
Volo
-
reggimento
n
.
VI
del
colonnello
Giambattista
Galli
-
reggimento
n
.
VII
del
colonnello
Lòdoli
-
reggimento
n
.
VIII
del
colonnello
Pacmor
-
reggimento
n
.
IX
del
colonnello
Marco
Conti
-
reggimento
n
.
X
del
colonnello
Francesco
Covi
-
reggimento
n
.
XI
del
colonnello
Andrea
Toffoletti
-
reggimento
n
.
XII
del
colonnello
Marino
Stamula
-
reggimento
n
.
XIII
del
colonnello
Giacomo
Sarotti
-
reggimento
n
.
XIV
del
colonnello
Francesco
Galli
-
reggimento
n
.
XV
di
Rovigo
-
reggimento
n
.
XVI
di
Treviso
-
reggimento
n
.
XVII
di
Padova
-
reggimento
n
.
XVIII
di
Verona
(
118
)
.
Il
numero
di
questi
reggimenti
era
marchiato
a
caratteri
romani
sui
grossi
bottoni
di
metallo
dorato
di
cui
erano
adorni
gli
abiti
dei
fanti
italiani
.
Come
gli
oltramarini
,
anche
reggimenti
di
italiani
si
suddividevano
in
9
compagnie
ciascuno
(
119
)
.
La
loro
forza
complessiva
oscillava
nel
1790
intorno
ai
6276
uomini
,
ripartiti
in
162
compagnie
organiche
.
Di
queste
,
43
con
2712
uomini
erano
nelle
guarnigioni
di
terraferma
,
raccolte
in
massima
parte
nei
presidi
di
Verona
,
Legnago
e
Peschiera
,
quando
a
quelle
terre
venne
ad
affacciarsi
Napoleone
Buonaparte
.
CAPO
V
.
Le
milizie
paesane
.
L
'
esercito
assoldato
del
vecchio
regime
agonizzava
adunque
a
Venezia
sotto
il
peso
degli
anni
,
degli
errori
e
dell
'
universale
indifferenza
.
Indebolito
nel
principio
di
autorità
,
roso
dal
tarlo
profondo
dell
'
indisciplina
,
conscio
di
essere
diventato
da
ultimo
uno
strumento
inutile
a
sé
medesimo
,
maleviso
ai
novatori
come
un
'
arma
da
tirannide
decrepita
,
trascurato
dai
medesimi
governanti
che
ne
sapevano
tutta
l
'
intima
debolezza
organica
e
morale
,
l
'
esercito
assoldato
veneto
più
non
rappresentava
alla
caduta
della
Repubblica
se
non
l
'
ombra
di
sé
medesimo
,
una
sopravvivenza
intristita
che
il
primo
soffio
di
fronda
sarebbe
stato
sufficiente
a
rovesciare
nella
polvere
.
Causa
dunque
la
pertinace
riluttanza
della
Serenissima
nel
concedere
all
'
organismo
nato
ai
bei
tempi
dei
condottieri
del
Trecento
le
riforme
e
l
'
evoluzione
che
esso
richiedeva
,
l
'
organismo
medesimo
stava
per
giungere
all
'
ultima
mèta
del
suo
travagliato
ciclo
nella
città
delle
lagune
.
Si
spiega
così
come
nello
spirito
dei
migliori
-
per
quanto
pochi
-
si
rappresentasse
la
necessità
di
surrogare
alla
imminente
rovina
delle
armi
regolate
venete
qualche
altro
istituto
che
valesse
a
raffermare
nelle
medesime
quella
fiducia
che
sembrava
oramai
spenta
nei
cuori
.
Ed
il
rimedio
meglio
adatto
alle
esigenze
pressanti
dell
'
ora
sembrava
consistere
in
una
risurrezione
delle
vecchie
cernide
veneziane
,
in
un
adattamento
cioè
degli
ordini
di
queste
-
nate
in
tempi
non
meno
travagliati
per
la
Repubblica
-
alle
condizioni
militari
,
economiche
e
sociali
delle
nuove
età
.
Nella
fede
ancora
superstite
in
questi
illusi
,
la
maschia
e
vigorosa
fondazione
di
Bartolomeo
d
'
Alviano
pareva
ancora
sorridere
,
piena
di
promesse
e
di
lusinghe
,
come
dopo
la
Ghiara
d
'
Adda
e
la
perdita
dei
domini
Veneti
di
terraferma
,
nel
1794
,
come
al
tempo
della
Lega
di
Cambrai
.
Alla
perfine
non
si
erano
perduti
dai
Veneti
né
terreni
,
né
battaglie
ordinate
,
e
l
'
uniforme
tranquillità
dell
'
epoca
pareva
propizia
,
purché
si
volesse
,
a
restaurare
la
milizia
secondo
forme
meno
viete
e
più
progredite
.
Si
trattava
in
sostanza
di
fare
ritorno
alla
semplicità
ed
alla
spontaneità
delle
funzioni
dell
'
istituto
militare
,
reso
pesante
dagli
attriti
,
rugginoso
dalla
lunga
e
sfibrante
inazione
,
improduttivo
per
essersi
ridotto
-
causa
la
sfiaccolata
bontà
dei
governanti
-
a
disimpegnare
insieme
i
còmpiti
di
istituto
di
beneficenza
e
di
vasta
casa
di
correzione
.
Le
cerne
,
vera
e
prima
milizia
territoriale
ed
archetipo
della
Landwehr
di
Stato
,
dovevano
perciò
evoluzionare
nelle
forme
e
nella
sostanza
.
Di
conseguenza
,
al
concetto
della
prestazione
personale
dei
componenti
di
tale
milizia
derivato
dalle
antiche
compagnie
del
popolo
,
durante
una
campagna
di
guerra
o
un
determinato
periodo
di
neutralità
armata
,
doveva
sostituirsi
quello
di
un
servizio
temporaneo
sotto
le
bandiere
,
anche
all
'
infuori
delle
dette
eventualità
;
un
criterio
da
coscrizione
progressiva
,
una
specie
di
prefazione
insomma
al
servizio
personale
individuale
ed
obbligatorio
.
La
riforma
era
dunque
ardita
perché
i
tempi
della
decadenza
veneta
repubblicana
potessero
accoglierla
,
comprenderla
ed
attuarla
.
Nondimeno
,
per
qualche
sintomo
,
essa
poteva
sembrare
ancora
possibile
a
coloro
che
la
vagheggiavano
.
Anzitutto
il
buon
volere
con
cui
,
dopo
tanti
anni
di
dissuetudine
,
le
cerne
erano
accorse
alle
armi
nella
primavera
del
1794
per
rimpolpare
le
scheletrite
compagnie
dei
soldati
di
mestiere
,
ed
in
secondo
luogo
l
'
arrendevolezza
con
cui
le
cerne
medesime
si
erano
sottomesse
agli
sbandi
resi
necessari
per
colmare
in
modo
uniforme
le
deficienze
dei
diversi
presidi
militari
di
terraferma
.
In
linea
di
diritto
e
di
organica
militare
adunque
l
'
evoluzione
aveva
compiuto
indubbiamente
un
grande
passo
.
L
'
elemento
campagnuolo
delle
cerne
rassicurava
oltre
a
ciò
i
più
retrivi
e
timorosi
del
governo
della
Serenissima
,
coloro
cioè
che
a
tutto
si
sarebbero
rassegnati
pur
di
non
toccare
di
un
punto
il
vetusto
e
tradizionale
edificio
degli
ordini
repubblicani
.
Il
rinvigorimento
delle
cerne
infatti
,
mentre
poteva
rafforzare
i
ben
noti
spiriti
conservatori
della
popolazione
delle
campagne
,
affezionate
all
'
antico
ordine
delle
cose
,
ligie
ai
patrizi
ed
al
clero
,
poteva
nel
contempo
costituire
nelle
mani
di
questi
ultimi
un
sicurissimo
presidio
da
contrapporre
a
qualunque
novità
avesse
potuto
arrecare
l
'
avvenire
.
I
documenti
di
tali
sensi
di
ossequio
,
come
pure
la
presunzione
che
essi
avrebbero
corrisposto
al
caso
di
una
reazione
improvvisata
non
facevano
difetto
nelle
masse
rurali
nelle
quali
le
cerne
si
reclutavano
.
Nella
primavera
del
1796
i
contadini
del
Bergamasco
,
sorpresi
dalla
mareggiata
giacobina
nelle
loro
campagne
in
fiore
,
affluivano
a
torme
al
capoluogo
della
terra
,
si
accalcavano
allo
sbocco
delle
vallate
,
si
armavano
ed
eccitavano
il
loro
podestà
Ottolini
ad
organizzarli
in
vasta
e
tenace
guerriglia
e
capitanarli
nel
nome
della
patria
in
pericolo
.
«
Non
sarà
però
molesto
a
V
.
E
.
-
scriveva
l
'
Ottolini
al
Doge
,
il
2
giugno
1796
-
se
,
con
la
mia
solita
ingenuità
.
confermo
esser
sempre
vivi
i
miei
timori
sulle
direzioni
della
popolazione
all
'
arrivo
dei
Francesi
.
Ravviso
anzi
in
generale
una
tale
e
tanta
animosità
contro
di
essi
,
che
attribuirò
sempre
ad
un
tratto
di
fortuna
se
non
succede
inconveniente
,
sebbene
dal
canto
mio
faccia
tutto
il
possibile
per
evitarlo
.
Ho
rinnovato
quindi
le
commissioni
di
fare
stare
tutti
tranquilli
ai
capi
dei
comuni
ed
ai
parroci
della
città
e
provincia
,
ed
impegnai
i
sacerdoti
a
secondarmi
con
tutto
il
fervore
possibile
»
(
120
)
.
Non
molto
tempo
dopo
,
accompagnando
lo
stesso
Ottolini
una
proposta
fatta
dai
campagnuoli
bergamaschi
al
Doge
,
di
levarsi
cioè
a
massa
,
quel
magistrato
soggiungeva
:
«
In
relazione
a
quanto
ebbi
a
rassegnare
alla
E
.
V
.
intorno
alle
spiegate
generose
impazienze
di
numerose
popolazioni
delle
vallate
di
questo
territorio
,
di
esporre
tutte
volontarie
le
vite
proprie
per
la
difesa
e
la
gloria
del
Principato
,
precise
come
sono
e
confermate
in
reale
proposizione
accolta
dall
'
universale
uniforme
voto
dei
rispettivi
consigli
,
mi
formo
dovere
di
assoggettarla
devotamente
a
cognizione
di
V
.
E
.
raccolta
nell
'
unita
parte
(
deliberazione
)
del
General
Consiglio
...
con
cui
si
offrono
a
pubblica
disposizione
10,000
uomini
riuniti
delle
loro
armi
,
tutta
gente
scelta
,
capace
e
ben
diretta
,
che
può
prestare
un
ottimo
servizio
...
desiderosa
infine
di
sacrificarsi
per
la
perpetua
e
felice
costituzione
loro
sotto
il
Veneto
dolcissimo
impero
»
(
121
)
.
*
*
*
Adunque
,
se
a
questo
slancio
delle
popolazioni
rurali
soggette
a
Venezia
avesse
corrisposto
l
'
opera
prudente
e
cosciente
del
governo
della
Repubblica
,
si
sarebbe
per
certo
acceso
sui
fianchi
e
sul
tergo
degli
eserciti
di
Napoleone
Buonaparte
nella
loro
marcia
dall
'
Adda
all
'
Isonzo
un
terribile
incendio
reazionario
da
Vandea
(
122
)
.
In
realtà
,
al
tempo
di
cui
si
parla
,
la
Serenissima
aveva
preso
oramai
il
suo
partito
riguardo
alle
milizie
paesane
ed
alle
cerne
,
il
partito
grigio
delle
mezze
misure
,
dei
compromessi
e
dei
destreggiamenti
,
tutto
proprio
delle
individualità
e
delle
collettività
fiacche
e
malate
.
Alle
prime
novelle
della
rivoluzione
di
Francia
,
il
Senato
aveva
deciso
di
risciorinare
la
vecchia
e
comoda
divisa
della
neutralità
armata
,
quella
medesima
che
aveva
servito
così
bene
a
nascondere
le
magagne
della
Serenissima
,
nel
1701
,
nel
1735
e
nel
1743
.
Ma
,
dileguatasi
alquanto
l
'
impressione
del
primo
momento
,
si
vide
che
quella
vecchia
e
sdrucita
zimarra
della
neutralità
in
armi
si
rivestiva
in
circostanze
ben
diverse
da
quelle
degli
anni
precedenti
.
La
Serenissima
era
minacciata
questa
volta
da
un
lato
dalla
nuova
Francia
nelle
basi
del
suo
reggimento
politico
e
fors
'
anco
nei
suoi
domini
,
e
dall
'
altro
dall
'
Impero
che
,
per
ragioni
di
frontiere
e
di
militari
interessi
,
poteva
violare
la
proclamata
neutralità
ad
ogni
occasione
propizia
.
La
Serenissima
doveva
quindi
essere
pronta
a
tutelare
un
bene
senza
disporre
della
necessaria
forza
per
allontanare
il
male
.
In
questi
frangenti
l
'
unica
forza
e
speranza
erano
le
cerne
.
Per
rimetterle
in
valore
si
presentavano
due
partiti
:
l
'
uno
derivato
dalla
consorteria
conservatrice
militare
veneta
,
l
'
altro
dal
piccolo
nucleo
dei
riformatori
.
Il
primo
caldeggiava
un
largo
e
fecondo
innesto
delle
cerne
nelle
truppe
prezzolate
,
per
scansarle
dalla
prossima
morte
mediante
una
trasfusione
di
sangue
rigoglioso
in
un
corpo
infermo
,
e
proponeva
quindi
un
amalgama
;
il
secondo
partito
mirava
invece
decisamente
a
soppiantare
i
regolati
ed
a
surrogarli
senza
compromessi
di
sorta
con
le
milizie
paesane
.
Vinse
il
partito
dell
'
amalgama
,
dopo
molte
discussioni
accademiche
sui
pregi
di
un
metodo
e
sugli
svantaggi
dell
'
altro
,
mentre
il
vento
di
fronda
che
veniva
dalla
Francia
si
era
oramai
tramutato
in
procella
.
Fino
dalla
primavera
del
1791
,
il
Savio
aveva
esortato
le
primarie
cariche
militari
a
riunirsi
per
concretare
i
provvedimenti
più
adatti
a
riordinare
le
cerne
.
Per
questi
studi
mancavano
però
i
dati
di
fatto
,
poiché
la
costumanza
delle
mostre
generali
e
dei
mostrini
era
passata
in
dissuetudine
come
un
'
anticaglia
,
sicché
convenne
attendere
ancora
un
'
altra
primavera
per
riordinare
i
ruoli
e
raggranellare
gli
inscritti
,
«
essendo
questi
quasi
tutti
ammogliati
,
laonde
si
credono
dispensati
,
quantunque
non
cassi
,
oltreché
non
sono
poche
le
emigrazioni
nel
territorio
e
le
morti
avvenute
da
tempo
»
(
123
)
.
Finalmente
,
nella
primavera
del
1794
,
le
cerne
riapparvero
alla
luce
in
uno
degli
ultimi
tramonti
della
Serenissima
.
La
fusione
di
esse
con
i
regolati
era
allora
al
sommo
dei
pensieri
del
Senato
,
«
che
si
proponeva
,
non
già
di
ripetere
da
questo
corpo
una
truppa
agguerrita
,
capace
di
marciar
subito
tutta
unita
e
direttamente
contro
il
nemico
,
ma
bensì
un
corpo
da
potersi
,
tutto
o
in
porzione
,
prontamente
unire
alle
altre
truppe
...
disposto
ad
essere
in
assai
più
breve
tempo
delle
reclute
comuni
istruito
nelle
militari
evoluzioni
,
reso
capace
a
presidî
,
difese
e
battaglie
.
Tale
essendo
il
servizio
che
da
esso
corpo
si
propone
di
ritrarre
il
Senato
,
basterà
disporre
quello
che
può
essere
atto
a
preparare
ed
ottenere
dalle
cerne
subito
l
'
occorrente
da
poter
divenire
,
con
poche
istruzioni
,
un
ottimo
soldato
»
(
124
)
.
Ma
per
questo
amalgama
-
compiuto
per
di
più
in
evidente
condizione
di
inferiorità
delle
cerne
rispetto
ai
regolati
-
occorreva
una
certa
misura
tra
gli
elementi
da
fondersi
,
affinché
riuscisse
una
forte
e
vigorosa
combinazione
non
già
un
miscuglio
instabile
.
Si
addivenne
così
al
partito
del
sorteggio
,
ossia
all
'
estrazione
tra
le
cerne
,
ed
all
'
adozione
di
una
ferma
biennale
da
attribuirsi
a
quei
descritti
cui
sarebbe
toccato
in
sorte
di
amalgamarsi
con
i
regolati
.
La
costumanza
d
'
altronde
aveva
qualche
precedente
nei
periodi
delle
neutralità
anteriori
,
specie
nel
1703
e
nel
1709
(
125
)
,
sicché
fu
accolta
dalle
masse
campagnuole
con
uno
spirito
di
rassegnazione
che
parve
superare
le
aspettative
.
L
'
esempio
del
piccolo
ma
forte
Piemonte
-
rievocato
a
proposito
dal
Fontana
ambasciatore
Veneto
a
Torino
-
aveva
persuaso
alla
fine
anche
i
più
scettici
in
materia
di
cerne
(
126
)
.
Quivi
i
reggimenti
stanziali
erano
assai
di
frequente
rincalzati
con
uomini
tratti
dai
reggimenti
provinciali
,
cioè
dalle
milizie
paesane
piemontesi
,
e
mercé
tale
incorporamento
periodico
,
replicato
a
più
riprese
e
quindi
numeroso
di
elementi
scelti
del
paese
obbligati
temporariamente
alle
armi
,
ben
sicuri
di
far
ritorno
alle
case
al
termine
della
ferma
,
il
sistema
di
reclutamento
dell
'
esercito
subalpino
aveva
fatto
un
grande
passo
verso
i
metodi
in
fiore
ai
nostri
giorni
(
127
)
.
In
queste
buone
predisposizioni
ed
in
queste
analogie
organiche
,
i
novatori
di
cui
sopra
scorgevano
da
ultimo
un
indizio
benaugurante
per
la
propria
tesi
.
*
*
*
Adunque
,
nel
maggio
dell
'
anno
1794
,
dietro
istanza
del
brigadiere
Stràtico
-
il
miglior
campione
del
partito
conservatore
militare
veneto
del
tempo
-
il
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
Antonio
Zen
emanò
un
decreto
con
il
quale
si
prescriveva
,
«
di
effettuare
l
'
estrazione
tra
le
cerne
dell
'
Istria
e
la
coscrizione
tra
le
craine
della
Dalmazia
,
di
un
competente
numero
di
individui
per
essere
imbarcati
ed
inoltrati
al
Lido
per
rinforzo
occorrente
ai
soldati
di
Terraferma
(
128
)
.
L
'
obbligo
alle
armi
dei
sorteggiati
doveva
essere
di
un
biennio
,
i
compensi
di
2
ducati
a
titolo
di
donativo
da
corrispondersi
all
'
atto
del
loro
innesto
nella
milizia
regolata
,
la
paga
eguale
in
tutto
e
per
tutto
a
quella
dei
soldati
di
mestiere
,
cioè
a
31
lire
venete
nominali
.
In
questo
modo
,
nel
maggio
dell
'
anno
sopra
ricordato
,
si
ingaggiarono
sull
'
altra
sponda
dell
'
Adriatico
500
reclute
,
e
cioè
125
nell
'
Istria
Veneta
e
375
nella
Dalmazia
,
sorteggiate
rispettivamente
e
proporzionatamente
sopra
un
contingente
di
525
uomini
atti
alle
armi
della
prima
provincia
e
1375
nella
seconda
.
Il
mese
successivo
si
levarono
altre
450
reclute
tra
le
cerne
di
Terraferma
e
nell
'
agosto
altrettante
in
Dalmazia
:
in
complesso
1400
uomini
in
4
mesi
.
Erano
esenti
da
questa
prestazione
i
comuni
della
Bresciana
,
per
l
'
antico
privilegio
loro
di
servire
con
la
gente
solo
nell
'
interno
della
terra
,
sicché
quelle
cerne
si
incorporarono
nei
presidi
della
provincia
e
più
precisamente
nelle
due
compagnie
dei
fanti
italiani
di
presidio
in
Orzinovi
.
Ma
,
più
che
altrove
,
questi
primi
saggi
di
coscrizione
avevano
incontrato
grande
favore
sull
'
altra
riva
dell
'
Adriatico
.
«
L
'
estensione
della
Dalmazia
-
diceva
la
relazione
di
un
piedilista
dall
'
epoca
-
la
sua
aperta
e
moltiplicata
confinazione
esigendo
talora
per
l
'
indole
dei
finitimi
uno
straordinario
aggregato
di
individui
,
anche
per
una
sola
occasione
al
servizio
,
così
si
arrolano
ivi
le
colletizie
,
le
quali
sono
più
adatte
di
ogni
altro
per
la
loro
nascita
ed
educazione
a
difendere
i
focolari
ed
il
pubblico
suolo
.
Armigeri
per
istituto
,
essi
non
hanno
bisogno
di
annui
esercizî
che
li
addestrino
come
i
sudditi
della
Terraferma
e
dell
'
Istria
,
ma
cadono
ben
volentieri
in
stipendio
per
il
solo
tempo
del
servizio
che
fanno
nel
corpo
delle
colletizie
sotto
i
loro
ufficiali
che
,
stipendiati
con
costanti
tenuissime
paghe
,
tengono
una
certa
sopravveglianza
sull
'
andamento
dei
sudditi
della
Sardarìa
(
o
rispettivo
contado
)
,
sono
come
accreditati
e
riveriti
dalla
popolazione
e
preposti
al
caso
a
dirigerla
con
paghe
in
tal
caso
corrispondenti
al
grado
che
dalla
pratica
è
loro
accordato
per
rientrare
,
tosto
che
cada
la
ragion
dell
'
armo
,
nel
consueto
metodico
loro
piede
»
(
129
)
.
In
quell
'
anno
1794
si
ristabilirono
pure
le
mostre
generali
,
si
completarono
i
ruoli
sotto
la
responsabilità
dei
singoli
rappresentanti
e
capi
di
provincia
nonché
di
2
colonnelli
delle
cernide
oltre
Mincio
ed
in
Terraferma
e
di
4
ufficiali
dello
Stato
Generale
all
'
uopo
prescelti
dal
Savio
alle
Ordinanze
,
pure
due
per
di
qua
e
due
per
di
là
del
Mincio
;
infine
si
ristamparono
le
norme
della
«
Elementar
istruzione
ad
uso
delle
cernide
»
edite
nel
1763
(
130
)
.
Sempre
però
ligio
al
concetto
fondamentale
dell
'
amalgama
-
da
attuarsi
cautamente
e
circospettamente
-
il
Senato
aveva
prescritto
di
escludere
al
possibile
i
volontari
dalle
nuove
coscrizioni
,
sia
perché
il
vocabolo
aveva
troppo
sapore
di
giacobinismo
,
sia
perché
ammettendo
i
volontari
medesimi
quella
suprema
magistratura
temeva
che
l
'
istituto
tradizionale
delle
cerne
tralignasse
con
troppo
rapida
vicenda
nel
campo
dei
fautori
delle
nuove
milizie
.
Intanto
su
questo
terreno
delle
mezze
misure
il
tempo
passava
veloce
.
Scoccati
due
anni
dalla
coscrizione
delle
prime
cerne
con
ferma
biennale
,
nella
primavera
del
1796
convenne
provvedere
ad
altre
levate
in
Terraferma
ed
Oltremare
(
131
)
.
I
ruoli
ben
preparati
dai
merighi
,
o
capi
plotoni
delle
cerne
,
dovevano
rimanere
esposti
nelle
chiese
per
8
giorni
almeno
prima
della
rassegna
e
del
sorteggio
,
onde
aprire
l
'
adito
ad
ognuno
di
produrre
i
propri
gravami
,
o
titoli
di
esenzione
.
Per
coloro
che
comunque
avessero
beneficiato
di
questi
ultimi
,
il
Savio
aveva
in
animo
di
adottare
una
speciale
tansa
,
o
tassa
militare
alle
ordinanze
,
sicché
riducendo
i
gravami
personali
allo
stretto
indispensabile
,
o
magari
sopprimendoli
,
il
passo
verso
una
coscrizione
regolare
e
perfino
verso
una
leva
in
massa
sarebbe
riuscito
semplice
ed
agevole
(
132
)
.
Ma
il
tempo
per
attuare
tali
riforme
mancò
.
Per
questa
seconda
grande
levata
delle
cerne
il
Savio
alla
Scrittura
aveva
promulgato
non
poche
norme
,
da
osservarsi
scrupolosamente
da
tutte
le
cariche
cioè
autorità
militari
competenti
.
I
drappelli
dei
congedandi
della
levata
del
1794
dovevano
essere
riaccompagnati
alle
rispettive
case
da
ufficiali
:
tutti
i
mezzi
di
trasporto
oltremare
dovevano
sfruttarsi
all
'
uopo
,
come
tutte
le
lusinghe
dovevano
pure
adoperarsi
nell
'
intento
d
'
indurre
le
cerne
più
volonterose
ad
assoggettarsi
ad
una
riafferma
con
premio
(
133
)
.
E
ciò
urgeva
oltremodo
.
La
proporzione
delle
cerne
ai
«
regolati
»
,
causa
l
'
inaridirsi
delle
fonti
di
reclutamento
di
questi
ultimi
,
minacciava
di
far
traboccare
il
piatto
della
bilancia
a
favore
delle
milizie
paesane
,
ciò
che
se
poteva
sorridere
ai
novatori
non
poteva
talentare
per
certo
ai
conservatori
.
Sicché
le
riafferme
mantenendo
alle
armi
un
certo
numero
di
cerne
che
,
sotto
molti
rispetti
,
potevano
considerarsi
come
«
regolati
»
,
dovevano
funzionare
quasi
da
vàlvola
di
sicurezza
del
sistema
dell
'
amalgama
.
*
*
*
Le
unità
dei
soldati
permanenti
,
intristite
dall
'
indisciplina
,
scheletrite
dalle
diserzioni
,
si
fondevano
infatti
come
neve
al
sole
.
«
Devo
infatti
far
presente
alla
E
.
V
.
-
scriveva
il
16
febbraio
1796
il
Savio
alla
Scrittura
Priuli
al
Doge
,
«
-
che
presidiate
essendo
le
presenti
piazze
e
fortezze
d
'
Oltre
-
Mincio
compresa
Verona
da
fanteria
italiana
,
con
teste
2712
,
artiglieri
173
e
1223
nazionali
(
Oltramarini
)
,
eseguito
lo
sbando
tra
giugno
e
novembre
degli
Istriani
,
delle
Craine
e
delle
Cernide
Italiane
levate
nell
'
anno
1794
,
il
totale
delle
pubbliche
forze
della
Repubblica
in
Italia
verrà
a
ridursi
a
4
compagnie
di
invalidi
-
in
tutto
teste
327
-
che
formano
il
presidio
delle
città
di
Palma
,
Udine
,
Treviso
,
Padova
,
Rovigo
e
Vicenza
,
a
7
compagnie
di
cavalleria
ed
a
325
invalidi
Oltremarini
disposti
tra
gli
appostamenti
del
Lido
,
Istria
e
Padova
,
e
finalmente
a
24
compagnie
di
Nazionali
formanti
teste
789
,
tra
il
Lido
e
la
Terraferma
,
oltre
a
4
compagnie
di
cannonieri
,
con
teste
141
ed
Italiani
attive
compagnie
13
,
con
teste
325
.
In
tutti
,
teste
2187
,
che
occorrer
dovranno
alle
molteplici
esigenze
della
sanità
,
biave
,
oltre
le
guardie
,
i
dazi
etc
.
»
(
134
)
A
questi
estremi
si
era
oramai
ridotto
l
'
esercito
della
Serenissima
.
Epperciò
parlare
ancora
di
amàlgama
in
tali
frangenti
come
nella
primavera
del
1794
sarebbe
stato
follia
,
dal
momento
che
l
'
esercito
dei
«
regolati
»
,
il
quale
doveva
funzionare
da
crogiuolo
della
fòndita
,
più
non
esisteva
se
non
di
nome
:
ostinarsi
a
mantenere
un
sistema
di
reclutamento
che
i
tempi
e
le
circostanze
unanimi
designavano
per
anacronismo
,
sarebbe
stato
lo
stesso
che
chiudere
le
caserme
per
sciopero
di
soldati
.
Tutto
questo
avrebbe
oltre
a
ciò
contrariate
le
viste
politiche
della
neutralità
armata
,
«
non
sospetta
,
ma
necessariamente
richiesta
dall
'
onore
e
dalla
salute
della
Repubblica
,
»
,
come
aveva
pubblicamente
dichiarato
in
Senato
Francesco
Pesaro
in
una
concione
diventata
poi
memoranda
(
135
)
.
Il
partito
militare
novatore
della
Serenissima
,
il
fautore
cioè
delle
milizie
paesane
in
tutto
e
per
tutto
,
aveva
così
vinta
la
propria
tesi
mentre
la
Repubblica
moriva
.
Le
novelle
di
Francia
,
i
metodi
rapidi
e
decisi
delle
guerre
della
Rivoluzione
,
i
sistemi
di
leva
in
massa
avevano
spinta
la
loro
eco
fino
alla
città
delle
lagune
.
L
'
ultimo
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
se
ne
era
fatto
persino
il
portavoce
,
unitamente
al
Savio
uscito
Bernardino
Renier
,
a
Francesco
Gritti
Savio
alle
Ordinanze
in
carica
ed
a
Domenico
Almorò
Tiepolo
Savio
alle
Ordinanze
uscito
,
al
tenente
generale
Salimbeni
,
e
,
tutti
insieme
-
come
si
costumava
per
le
deliberazioni
di
maggior
rilievo
-
avevano
proposto
al
Senato
di
adottare
anche
per
l
'
esercito
Veneto
un
sistema
di
reclutamento
per
coscrizione
,
con
ferma
triennale
(
136
)
.
Un
premio
di
due
ducati
doveva
essere
corrisposto
subito
agli
estratti
nelle
rassegne
delle
cerne
,
il
doppio
a
coloro
che
si
offrissero
spontaneamente
alle
bandiere
.
Ai
nuovi
soldati
si
prometteva
oltre
a
ciò
una
licenza
di
almeno
un
mese
all
'
anno
,
da
fruirsi
alle
proprie
case
durante
il
periodo
invernale
,
e
più
precisamente
dal
1°
novembre
al
31
marzo
.
Al
termine
della
ferma
triennale
gli
inscritti
dovevano
ricevere
un
donativo
di
18
ducati
ognuno
.
Questa
fu
l
'
ultima
evoluzione
delle
vecchie
cernide
venete
,
conforme
al
concetto
che
presiede
al
reclutamento
degli
eserciti
odierni
.
Per
essa
l
'
antico
preludeva
il
nuovo
,
ed
il
passato
di
Vailate
e
di
Rusecco
avrebbe
schiuso
la
strada
ad
una
nuova
serie
di
memorande
imprese
,
se
la
Repubblica
avesse
avuto
occhi
per
vedere
e
cuore
per
intendere
.
E
Giacomo
Nani
,
l
'
ordinatore
delle
nuove
milizie
paesane
in
battaglioni
regolari
vestiti
ancora
della
fiammante
divisa
degli
Oltremarini
(
137
)
,
avrebbe
eguagliato
per
certo
la
fama
di
Bartolomeo
d
'
Alviano
,
se
il
popolo
veneto
che
vide
cadere
la
Repubblica
come
un
lògoro
e
vecchio
castello
di
carte
da
giuoco
davanti
alla
furia
di
Napoleone
Buonaparte
,
fosse
stato
pari
in
vigore
e
tenacia
al
popolo
della
Lega
di
Cambrai
.
*
*
*
Ma
i
tempi
,
i
condottieri
e
le
buone
milizie
non
si
improvvisano
,
perché
sono
frutto
dell
'
evoluzione
lenta
dei
principi
e
,
sopratutto
,
della
rude
esperienza
individuale
e
collettiva
.
Epperciò
la
vecchia
Repubblica
doveva
prima
,
perire
e
poscia
rinnovarsi
nell
'
anima
del
suo
popolo
.
In
queste
condizioni
di
fatto
,
il
fermento
delle
nuove
età
ed
i
sintomi
precisi
e
sicuri
di
un
rinnovamento
prossimo
non
potevano
manifestarsi
-
anche
agli
occhi
dei
più
apparecchiati
a
comprenderli
-
se
non
con
contorni
indecisi
e
mal
definiti
,
come
una
linea
di
orizzonte
ampia
e
nubilosa
alla
luce
dalla
prima
aurora
.
Di
tali
sentimenti
fanno
fede
alcune
scritture
dell
'
epoca
,
e
specialmente
è
suggestiva
una
dovuta
alla
meditazione
,
più
che
alla
penna
,
di
un
antico
allievo
del
Militar
Collegio
di
Verona
discepolo
del
maestro
Giambattista
Joure
,
cioè
il
capitano
del
genio
Leonardo
Salimbeni
,
figlio
del
tenente
generale
comandante
delle
milizie
venete
concentrate
a
Verona
:
«
Mi
sono
fatto
incontro
al
generale
Buonaparte
-
dice
quella
scrittura
-
verso
la
città
di
Brescia
.
Tutte
le
terre
ed
i
villaggi
dello
Stato
Veneto
per
dove
i
Francesi
si
incamminano
si
mostrano
pieni
di
spavento
e
di
terrore
.
Gli
abitanti
si
ritirano
con
i
loro
effetti
nei
paesi
più
lontani
e
lasciano
deserte
le
case
e
le
campagne
.
Ho
sentito
qualche
soldato
francese
lamentarsi
di
questo
(
così
lo
chiamano
)
difetto
di
fidanza
,
epperciò
io
ho
cercato
di
far
cuore
agli
abitanti
delle
terre
per
le
quali
sono
passato
...
I
soldati
francesi
sono
tutti
giovani
e
volonterosi
....
.
in
una
colonna
forte
di
20.000
uomini
almeno
non
ne
ho
veduto
alcuno
che
giungesse
all
'
età
di
40
anni
.
Erano
molto
allegri
,
cantavano
di
continuo
canzoni
repubblicane
,
e
mi
si
mostrarono
persuasi
della
capacità
e
del
coraggio
dei
loro
condottieri
,
lodando
sopra
tutto
e
levando
al
cielo
il
merito
di
Buonaparte
.
Fui
assicurato
da
molti
che
quei
soldati
non
disertano
mai
,
da
quelli
infuori
che
temono
imminente
un
qualche
severo
castigo
.
Infatti
le
loro
marce
senza
le
solite
cautele
per
impedire
la
diserzione
mi
hanno
persuaso
che
ciò
sia
proprio
vero
;
ma
non
sarebbe
forse
così
al
caso
che
fossero
battuti
.
«
Il
vestiario
di
questi
giovani
soldati
di
fanteria
consiste
in
un
paio
di
calzoni
lunghi
di
panno
bianco
,
o
di
tela
,
in
un
farsetto
di
roba
simile
ed
in
una
velada
turchina
,
del
taglio
ordinario
,
fornita
di
mostre
e
di
paramani
bianchi
.
Hanno
cappello
in
testa
,
buone
scarpe
,
camicie
proprie
e
grosse
cravatte
al
collo
.
Gli
artiglieri
differiscono
nel
colore
delle
mostre
e
dei
paramani
,
che
sono
di
rosso
.
La
cavalleria
è
meglio
vestita
,
ma
in
varie
maniere
.
Non
si
vede
però
alcuna
eleganza
di
vestiario
in
nessun
corpo
di
questa
armata
,
né
l
'
uniformità
e
la
proprietà
osservata
dalle
truppe
tedesche
,
sicché
si
riscontrano
molti
soldati
aventi
i
loro
vestiti
affatto
lògori
e
coi
gomiti
fuori
.
«
La
fanteria
è
armata
di
fucile
leggero
con
una
lunga
baionetta
e
di
una
sciabla
al
fianco
.
La
cavalleria
al
solito
,
ma
con
carabine
più
corte
,
ed
è
fornita
di
cavalli
eccellenti
.
Gli
artiglieri
sono
tutti
a
cavallo
in
vicinanza
dei
loro
pezzi
,
il
che
rende
quanto
mai
spedito
il
loro
manneggio
durante
l
'
azione
,
sì
volendo
avanzare
che
in
ritirata
.
Nella
colonna
che
ho
incontrata
non
eravi
che
artiglieria
leggiera
.
Abbondano
di
pezzi
da
8
del
calibro
francese
e
di
obusieri
da
8
pollici
,
sicché
hanno
per
questo
conto
un
vantaggio
grande
sopra
gli
Austriaci
i
cui
pezzi
sono
per
la
maggior
parte
di
calibro
minore
.
«
Un
capitano
mi
ha
permesso
di
esaminare
i
suoi
pezzi
e
mi
spiegò
tutte
le
innovazioni
delle
nuove
artiglierie
di
Francia
.
«
Si
ottiene
tutto
da
essi
con
la
civiltà
e
con
la
franchezza
.
La
disciplina
di
questa
armata
è
tutta
di
una
nuova
natura
,
e
non
è
veramente
in
vigore
se
non
quando
i
soldati
si
mettono
sotto
le
armi
.
Dormono
sempre
allo
scoperto
e
senza
tende
,
passano
i
fiumi
di
poca
larghezza
sempre
a
nuoto
ed
i
loro
ufficiali
di
fanteria
,
fino
al
capitano
incluso
,
marciano
a
piedi
alla
testa
dei
loro
uomini
.
Ufficiali
e
soldati
tutti
portano
delle
bisacce
sul
dorso
,
essendo
assai
piccolo
il
numero
dei
domestici
permessi
dalle
loro
ordinanze
militari
....
«
Bisogna
ora
fare
un
succinto
ritratto
del
generale
Buonaparte
.
La
sua
statura
è
al
disotto
della
mediocre
,
viso
scarno
e
pallido
,
occhio
vivace
,
corpo
esile
.
È
assai
composto
di
sua
persona
e
molto
riflessivo
.
Egli
dà
ordini
così
chiari
e
precisi
ai
generali
subalterni
,
che
ad
essi
poco
o
nulla
rimane
da
aggiungere
.
Conosce
siffattamente
la
forza
delle
sue
armate
,
anche
nelle
più
diverse
posizioni
di
manovra
,
che
a
memoria
ed
in
un
istante
egli
ne
ordina
i
movimenti
senza
per
ciò
ricorrere
ad
altri
aiuti
.
«
Buonaparte
è
fertile
in
progetti
che
sa
condurre
a
fine
sempre
per
li
modi
i
più
semplici
.
È
risoluto
nell
'
operare
ed
ama
in
sommo
grado
la
gloria
,
e
la
lode
.
«
Così
lo
ho
veduto
e
così
me
lo
hanno
dipinto
i
suoi
ufficiali
ed
i
suoi
soldati
»
(
138
)
.
Con
questa
confusa
visione
di
un
esercito
dell
'
avvenire
levato
dalla
nazione
e
per
la
nazione
,
pulsante
della
vita
,
della
volontà
e
della
forza
cosciente
di
quest
'
ultima
di
cui
rappresentava
il
fiore
;
con
l
'
imagine
davanti
agli
occhi
di
un
esercito
condotto
da
un
generale
come
Napoleone
Buonaparte
,
amante
al
sommo
della
gloria
e
della
lode
,
cadeva
l
'
esercito
veneto
dei
soldati
di
mestiere
per
lasciare
il
posto
al
nuovo
,
sull
'
esempio
di
quelli
che
dalla
Francia
venivano
allora
ad
affacciarsi
alle
lagune
di
Venezia
.
CAPO
VI
.
L
'
artiglieria
veneziana
.
La
veneta
repubblica
,
romanamente
e
saviamente
,
ha
sempre
prediletta
la
massima
in
pedite
robur
.
Sui
18
reggimenti
di
fanti
italiani
e
sugli
11
di
oltramarini
essa
non
contava
infatti
,
alla
caduta
,
che
4
reggimenti
di
cavalleria
,
1
di
artiglieria
ed
1
di
operai
(
il
così
detto
reggimento
Arsenal
)
,
proporzione
per
certo
assai
favorevole
all
'
arma
del
popolo
,
qualora
si
consideri
il
fondamento
oligarchico
ed
aristocratico
dello
Stato
e
la
necessità
di
ben
presidiare
i
numerosi
castelli
e
fortezze
che
esso
aveva
sparsi
,
dall
'
Adda
e
dall
'
Oglio
,
giù
per
il
littorale
dalmata
,
fino
allo
scoglio
di
Cerigotto
.
A
cifre
tonde
,
a
262
compagnie
di
fanteria
non
facevano
quindi
riscontro
che
43
compagnie
,
tra
dragoni
,
corazzieri
,
croati
e
cannonieri
.
La
prevalente
soverchianza
numerica
della
fanteria
sulle
altre
armi
non
fece
però
dimenticar
mai
alla
Serenissima
la
cavalleria
e
l
'
artiglieria
,
e
quest
'
ultima
in
particolar
modo
.
Quale
ramo
progredito
dell
'
arte
,
l
'
artiglieristica
vantava
anzi
a
Venezia
belle
tradizioni
dottrinali
e
bibliografiche
:
basta
sfogliare
la
cospicua
e
diligente
raccolta
del
Cicogna
per
convincersene
(
139
)
.
Figurano
in
essa
,
tra
le
opere
più
conosciute
,
il
Breve
esame
da
sotto
-
bombardiere
,
capo
e
scolaro
,
redatto
sotto
forma
di
dialogo
,
l
'
Esercizio
dell
'
artiglieria
veneta
e
maneggio
del
fucil
,
oltre
all
'
opera
classica
del
maggiore
Domenico
Gasperoni
,
ricordata
più
sopra
e
dedicata
al
doge
Paolo
Renier
.
Però
,
fino
all
'
anno
1757
,
l
'
esercito
veneto
non
ebbe
un
corpo
di
artiglieria
a
sé
,
a
somiglianza
dei
reggimenti
delle
altre
armi
.
Né
la
specializzazione
tattica
dei
cannonieri
era
giunta
ancora
a
tal
segno
da
richiedere
particolari
provvedimenti
a
loro
riguardo
,
sicché
la
Serenissima
si
compiaceva
di
conservare
loro
,
al
possibile
,
quella
tal
veste
di
maestranza
,
rimasuglio
di
vecchi
statuti
e
consorterie
,
dalla
quale
il
corpo
medesimo
,
con
poca
spesa
,
ritraeva
grande
prestigio
e
saldo
vincolo
organico
.
Al
servizio
ordinario
nei
castelli
,
nelle
fortezze
e
sui
pubblici
legni
armati
,
provvedevano
i
così
detti
artiglieri
urbani
,
bombardieri
o
bombisti
;
propaggine
delle
cerne
e
particolare
aspetto
delle
Landwehr
venete
che
,
in
origine
,
erano
così
ricche
di
multiformi
e
fecondi
atteggiamenti
da
milizia
popolare
.
Ai
bombardieri
appartenevano
infatti
per
obbligo
gli
affigliati
alle
maestranze
ed
alle
scuole
devote
al
culto
di
Santa
Barbara
,
il
quale
rifletteva
sulla
consorteria
uno
spiccato
carattere
religioso
militante
.
Dopo
il
1570
la
confraternita
si
ridusse
in
fraglia
,
cioè
scuola
o
associazione
laica
,
sotto
la
protezione
della
medesima
santa
,
con
capitolari
che
prescrivevano
ai
componenti
dell
'
arte
alquanti
esercizi
personali
obbligatoli
da
compiersi
al
Lido
.
Il
Consiglio
dei
Dieci
ed
i
Provveditori
del
Comun
(
140
)
dovevano
scrupolosamente
vegliare
all
'
assetto
di
questa
scuola
ed
all
'
osservanza
dei
doveri
degli
affigliati
,
d
'
accordo
con
il
magistrato
alle
artiglierie
(
141
)
e
con
«
quello
alle
fortezze
»
.
Ogni
città
fortificata
o
castello
disponeva
di
un
nucleo
organizzato
di
codesti
bombardieri
,
istruito
,
disciplinato
e
condotto
da
ufficiali
medesimamente
prescelti
tra
le
maestranze
.
I
bombardieri
di
Venezia
,
dell
'
estuario
e
dei
riparti
Oltremare
,
con
le
rispettive
scuole
,
dovevano
provvedere
al
servizio
delle
artiglierie
sui
pubblici
legni
,
oppure
assoggettarsi
al
pagamento
della
relativa
tansa
,
o
tassa
di
esonerazione
come
si
è
detto
più
sopra
.
I
bombardieri
-
secondo
i
capitolari
dell
'
arte
-
dovevano
presentarsi
a
raccolta
ad
ogni
tocco
di
generala
,
o
assemblea
,
sottomettersi
alla
estrazion
del
bossolo
,
cioè
a
dire
al
sorteggio
,
come
praticavasi
con
le
cerne
ove
occorresse
designare
gli
artigiani
necessari
per
servire
le
artiglierie
sulle
navi
,
formare
pattuglie
notturne
nelle
città
murate
,
montare
dì
guardia
alle
porte
,
scortare
convogli
di
polveri
e
di
munizioni
da
guerra
ed
estinguere
incendi
nelle
province
di
terraferma
.
I
bombardieri
di
Venezia
infine
,
dovevano
esercitarsi
nei
pubblici
bersagli
di
S
.
Alvise
e
del
Lido
,
«
onde
ammaestrarsi
nel
maneggio
di
tutte
le
armi
che
usar
debbono
in
guerra
,
con
cannoni
ad
uso
di
mar
e
di
terra
,
moschettoni
a
cavalletto
,
fucili
e
carabine
,
lancio
delle
bombe
e
maneggio
della
spada
»
.
Oltre
a
questo
tirocinio
,
i
bombardieri
veneziani
dovevano
far
mostra
di
sé
nelle
pubbliche
solennità
,
in
quella
dello
Sposalizio
del
mare
,
nelle
feste
dell
'
incoronamento
del
Doge
ed
all
'
atto
dell
'
ingresso
dei
patriarchi
,
procuratori
e
cavalieri
della
Stola
d
'oro.Tutti
questi
servizi
erano
gratuiti
-
compreso
quello
di
pompiere
cui
erano
astretti
i
bombardieri
di
Terraferma
-
salvo
una
bonifica
di
8
ducati
,
corrisposta
annualmente
dallo
Stato
per
ogni
componente
dell
'
arte
a
pro
'
della
confraternita
ed
a
titolo
di
maestranza
perduta
(
142
)
.
*
*
*
Col
tempo
queste
costumanze
derivate
dalle
età
eroiche
,
da
una
condizione
semplicista
ed
arretrata
dell
'
evoluzione
industriale
e
della
compagine
operaia
,
cominciarono
prima
a
scadere
e
dopo
a
degenerare
.
Molti
bombardieri
si
svincolarono
dal
giogo
del
servizio
personale
obbligatorio
pagando
le
tanse
,
individuali
dapprima
,
collettive
di
poi
-
vale
a
dire
le
insensibili
-
quando
cioè
,
con
l
'
insofferenza
del
servizio
,
crebbero
l
'
avarizia
ed
il
disamore
alle
armi
,
ed
il
mestierantismo
militare
attecchì
su
questo
terreno
brullo
ed
infecondo
come
una
fioritura
di
erbàcce
selvatiche
.
Sulla
seconda
metà
del
secolo
XVIII
quasi
tutte
le
compagnie
venete
dei
bombardieri
si
erano
assottigliate
in
modo
straordinario
,
e
con
esse
-
ridotte
in
totale
a
poche
centinaia
di
uomini
-
si
doveva
provvedere
al
servizio
dei
5338
(
143
)
pezzi
esistenti
a
quell
'
epoca
sui
rampari
e
sui
navigli
della
Repubblica
.
Quale
truppa
infine
,
i
seguaci
di
Santa
Barbara
si
erano
ridotti
-
come
scriveva
il
maggiore
Domenico
Gasperoni
-
né
più
né
meno
che
un
branco
di
individui
,
la
cui
uniforme
e
le
stesse
baionette
erano
quasi
sempre
impegnate
o
in
vendita
ai
cenciauoli
.
Urgeva
quindi
porre
riparo
a
tanta
rovina
,
resa
ancor
più
grave
dal
progresso
cospicuo
che
altrove
aveva
realizzato
l
'
arma
d
'
artiglierìa
nella
tecnica
e
nella
tattica
,
mercé
l
'
addestramento
continuo
ed
intenso
dei
cannonieri
;
laddove
i
bombardieri
veneti
dedicavano
all
'
arte
di
Santa
Barbara
soltanto
il
limitato
tempo
che
le
giornaliere
occupazioni
loro
concedevano
,
ed
anche
questo
di
malavoglia
o
facendosi
surrogare
dai
peggiori
rifiuti
della
società
.
Ebbe
così
vita
,
nel
1757
,
il
primo
nucleo
del
Reggimento
veneto
all
'
artiglieria
,
reclutato
con
i
soliti
metodi
delle
milizie
di
mestiere
,
mercé
le
cure
del
sopraintendente
dell
'
arma
di
allora
,
che
era
il
brigadiere
Tartagna
,
venuto
al
servizio
della
Repubblica
dall
'
Austria
.
Successivamente
il
brigadiere
Saint
-
March
ed
il
sergente
generale
Patisson
(
144
)
)
proseguirono
l
'
opera
del
Tartagna
,
specie
il
secondo
che
può
considerarsi
il
vero
e
proprio
riformatore
dell
'
artiglieria
veneta
della
decadenza
.
Tra
il
1770
ed
il
1778
il
reggimento
crebbe
di
forza
e
migliorò
d
'
assetto
.
L
'
istituzione
del
Collegio
militare
di
Verona
-
avvenuta
pressoché
al
tempo
della
creazione
del
primo
nucleo
stanziale
dell
'
arma
-
doveva
inoltre
assicurare
alla
medesima
una
corrente
continua
di
ufficiali
,
tratti
dal
miglior
ceto
della
società
veneta
,
convenientemente
addestrati
ed
istruiti
;
uno
stato
maggiore
insomma
degno
dei
migliori
eserciti
e
dei
più
bei
tempi
della
Serenissima
.
In
sei
anni
di
corso
si
studiava
infatti
nel
Collegio
la
grammatica
usando
i
libri
di
Fedro
,
i
Commentari
di
Giulio
Cesare
e
le
Vite
degli
uomini
illustri
di
Plutarco
,
il
latino
,
il
francese
,
le
matematiche
pure
,
tanto
teoricamente
che
in
pratica
ed
infine
le
matematiche
miste
,
«
quali
sono
adatte
al
matematico
ed
al
fisico
,
abbracciando
perciò
la
meccanica
,
la
balistica
,
l
'
idrostatica
,
l
'
idraulica
,
l
'
ottica
,
la
perspettiva
,
l
'
astronomia
,
l
'
architettura
civile
e
militare
,
la
nautica
e
la
geografia
»
(
145
)
.
E
poiché
era
«
scopo
principale
dell
'
istituto
di
rendere
i
giovani
,
al
possibile
,
perfetti
nell
'
ufficio
di
artiglieri
,
di
ingegneri
e
di
battaglisti
»
,
così
si
doveva
,
oltre
alle
materie
teoriche
di
cui
sopra
,
«
insegnare
loro
il
modo
di
guerreggiare
degli
antichi
,
l
'
uso
di
accamparsi
,
la
condotta
delle
mine
,
l
'
arte
teorica
e
pratica
dell
'
artiglieria
ed
il
modo
di
guerreggiare
presentemente
in
rapporto
con
gli
antichi
»
.
Nel
piedilista
del
1781
adunque
il
reggimento
di
artiglieria
appare
di
già
adulto
.
Esso
contava
681
cannonieri
suddivisi
in
12
compagnie
,
quattro
delle
quali
erano
dislocate
nei
presidi
di
Levante
,
tre
in
quelli
di
Dalmazia
e
le
rimanenti
cinque
in
Italia
.
Dai
diversi
presidi
poi
si
prelevavano
in
proporzione
i
contingenti
necessari
per
il
servizio
delle
navi
armate
in
guerra
.
Alla
disciplina
,
all
'
istruzione
ed
all
'
impiego
dei
cannonieri
imbarcati
sopravvegliavano
a
turno
,
due
degli
otto
capitani
del
reggimento
residenti
a
Venezia
,
l
'
uno
a
bordo
della
nave
capitana
,
l
'
altro
a
bordo
della
galera
provveditrice
dell
'
armata
,
e
ciò
durante
il
tempo
in
cui
la
squadra
teneva
il
mare
,
vale
a
dire
ordinariamente
dal
giugno
all
'
ottobre
di
ogni
anno
.
Il
numero
dei
cannonieri
imbarcati
sulle
navi
era
,
di
regola
,
di
una
ventina
per
ogni
fregata
e
di
una
dozzina
per
ogni
sciabecco
.
L
'
impiego
delle
batterie
galleggianti
verificatosi
in
quei
tempi
gloriosi
per
le
imprese
coloniali
dell
'
Emo
,
richiedeva
oltre
a
ciò
uno
speciale
contingente
anche
per
tali
navigli
,
pari
in
forza
a
quello
che
si
usava
sulle
fregate
.
All
'
infuori
di
questi
còmpiti
essenziali
del
reggimento
,
di
servire
cioè
sui
pubblici
navigli
,
esso
funzionava
da
centro
d
'
istruzione
e
da
istituto
di
collaudo
dei
materiali
dell
'
arma
.
Queste
pratiche
si
eseguivano
al
tiro
al
bersaglio
del
Lido
-
l
'
antico
palio
dello
splendore
veneziano
-
dove
si
trovavano
raccolti
i
falconetti
ed
i
cannoni
,
in
prevalenza
del
calibro
da
12
e
da
16
,
necessari
per
eseguire
i
tiri
di
prova
,
il
saggio
delle
polveri
e
dei
proiettili
e
per
verificare
la
resistenza
dei
materiali
.
Pure
al
poligono
del
Lido
si
esperimentavano
i
prodotti
della
Casa
all
'
Arsenal
,
l
'
officina
classica
delle
armi
,
degli
arredi
e
degli
strumenti
guerreschi
veneziani
,
i
letti
o
affusti
da
cannone
,
gli
attrezzi
e
gli
armamenti
,
e
si
collaudavano
pure
i
lavori
che
l
'
industria
privata
somministrava
alla
Repubblica
,
specie
i
cannoni
forniti
dalla
ditta
Spazziani
.
Le
artiglierie
e
le
munizioni
-
regolarmente
apprestate
per
qualche
tempo
dalla
detta
casa
mercantile
-
erano
assoggettate
al
Lido
ai
prescritti
tiri
forzati
,
e
così
anche
le
canne
dei
fucili
di
nuovo
modello
,
tipo
Tartagna
,
fucinate
a
Gardone
in
Valtrompia
,
le
armi
bianche
e
da
fuoco
somministrate
dagli
stabilimenti
metallurgici
della
Bresciana
.
Infine
,
al
Lido
ed
a
Mestre
,
i
cannonieri
del
reggimento
si
esercitavano
nelle
prove
di
traino
con
buoi
e
cavalli
,
e
d
'
inverno
si
adoperavano
per
riconoscere
lo
spessore
dei
ghiacci
al
margine
della
laguna
e
nei
canali
navigabili
,
per
determinare
la
capacità
di
transito
dei
veicoli
sopra
le
superficî
congelate
.
*
*
*
Ma
tutte
le
previdenze
del
sergente
generale
inglese
Patisson
e
poscia
dello
Stràtico
,
nominato
sovraintendente
delle
cose
tutte
all
'
artiglieria
nel
1786
(
146
)
,
coadiuvato
dal
capitano
Buttafogo
elevato
alla
carica
di
ispettore
-
non
sarebbero
state
sufficienti
per
assicurare
al
corpo
degli
artiglieri
veneti
quel
prestigio
che
essi
toccarono
alla
caduta
della
Repubblica
,
senza
l
'
opera
del
grande
contemporaneo
Angelo
Emo
.
Occorre
perciò
menzionare
a
questo
punto
i
progressi
della
tecnica
artiglieristica
,
realizzati
per
opera
ed
impulso
dell
'
ultimo
ammiraglio
veneto
.
Prima
di
lui
la
decadenza
batteva
il
suo
pieno
nell
'
Arsenale
e
sulle
navi
armate
.
«
Le
sale
di
quel
vecchio
e
grande
edifizio
-
scriveva
Giovanni
Andrea
Spada
-
erano
adorne
a
pompa
,
non
a
difesa
,
né
v
'
era
in
esso
quanto
bastasse
a
l
'
armamento
completo
di
tre
reggimenti
.
I
cannoni
quasi
tutti
di
ferro
e
non
adatti
agli
usi
della
nuova
arte
della
guerra
,
le
palle
in
relazione
...
,
le
maestranze
erano
poi
così
svogliate
,
ignoranti
e
corrotte
,
che
un
operaio
lavorava
alle
volte
un
solo
giorno
al
mese
»
.
Rimediò
per
primo
a
questa
rovina
il
Patisson
,
spalleggiato
dall
'
Emo
,
grande
e
geniale
ammiratore
dell
'
arte
e
della
disciplina
marinara
e
militare
inglese
,
ch
'
egli
vagheggiava
introdotte
a
Venezie
.
«
Le
polveri
nostre
sono
umide
-
dichiarava
il
Patisson
al
Savio
alla
Scrittura
-
e
non
si
provvede
a
sostituirle
che
con
altre
ugualmente
cattive
...
Le
artiglierie
impongono
urgenti
provvedimenti
per
rendere
utili
i
pezzi
che
sono
nelle
cinque
principali
piazze
di
Oltremare
,
cioè
Corfù
,
Cattaro
,
Zara
,
Knin
e
Clissa
,
e
validi
i
pezzi
destinati
all
'
armo
dei
pubblici
legni
,
nonché
all
'
attual
sottile
armata
di
18
navi
,
6
fregate
,
5
sciabecchi
,
fissato
con
decreto
del
1°
agosto
1780
...
alla
difesa
dei
forti
della
Dominante
,
per
il
treno
di
campagna
e
per
le
altre
eventualità
»
(
147
)
.
Il
noto
contratto
con
la
ditta
Spazziani
doveva
ovviare
alla
gravissima
crisi
,
unitamente
ai
provvedimenti
organici
adottati
per
l
'
arma
di
artiglieria
,
alla
abolizione
delle
mezze
paghe
ai
cannonieri
meno
abili
ed
al
trasferimento
degli
inabili
nel
corpo
dei
veterani
.
Fu
così
possibile
armare
nell
'
estate
del
1784
la
squadra
veneziana
destinata
all
'
impresa
di
Tunisi
(
148
)
;
sforzo
assai
modesto
se
si
riguarda
il
passato
,
ma
tuttavia
soddisfacente
e
lusinghiero
se
si
considerano
le
critiche
contingenze
del
tempo
,
le
trascuranze
e
gli
abbandoni
degli
istituti
militari
e
marinari
.
Nel
seguente
anno
1785
i
cannonieri
del
reggimento
artiglieria
si
distinguevano
nel
violento
bombardamento
della
cittadella
di
Sfax
.
La
bombarda
Distruzione
,
nel
combattimento
del
30
luglio
colpiva
31
volte
il
segno
su
32
tiri
,
il
31
luglio
23
volte
su
47
,
il
1°
agosto
infine
39
volte
su
47
.
La
bombarda
Polonia
il
1°
agosto
stesso
colpiva
55
volte
il
nemico
su
61
colpi
lanciati
.
Il
porto
di
Trapani
-
prescelto
dall
'
Emo
con
sagace
intuito
militare
e
navale
-
per
servire
da
base
eventuale
di
rifornimento
della
propria
squadra
e
delle
artiglierie
venete
,
ferveva
allora
di
apparecchi
guerreschi
.
Quivi
si
apportavano
gli
ultimi
ritocchi
alle
batterie
galleggianti
protette
,
ideate
ed
allestite
dal
grande
ammiraglio
.
«
La
poca
influenza
delle
navi
-
così
egli
lasciò
scritto
-
sopra
le
batterie
rasenti
del
molo
,
suggerì
alla
mia
imaginazione
un
espediente
alla
prima
apparentemente
ridicolo
...
di
formare
cioè
,
con
artificiosa
connessione
,
clausura
e
rivestimento
della
unita
superficie
di
due
masse
di
venti
botti
,
due
zattere
o
galleggianti
munite
di
un
grosso
cannone
da
40
ciascuno
...
protetto
da
parapetti
formati
da
una
doppia
riga
di
mucchi
di
sabbia
...
bagnata
e
rinchiusa
da
sacchi
»
(
149
)
.
Il
5
ottobre
1785
l
'
Emo
,
coadiuvato
dai
suoi
cannonieri
,
impiegava
per
la
prima
volta
due
di
tali
batterie
blindate
galleggianti
nel
bombardamento
della
Goletta
,
«
ed
era
molto
cosa
piacevole
-
scriveva
un
testimonio
oculare
-
nel
veder
da
tutti
i
lati
cadere
fulminanti
le
nostre
bombe
sopra
la
rinomata
Goletta
che
,
tutta
fumante
,
mi
sembrava
un
Vesuvio
»
(
150
)
.
Queste
batterie
galleggianti
-
migliorate
in
seguito
ed
accresciute
di
numero
-
ricevettero
due
cannoni
ognuna
,
tra
cui
un
obice
,
e
quindi
appresso
anche
un
mortaio
da
200
.
Al
comando
dell
'
artiglieria
di
ciascuna
zattera
blindata
furono
destinati
due
ufficiali
del
reggimento
,
e
le
zattere
stesse
si
denominarono
obusiere
,
bombardiere
o
cannoniere
,
a
seconda
del
tipo
dei
pezzi
che
recavano
a
bordo
.
Ma
le
imprese
dell
'
Emo
rappresentarono
il
canto
del
cigno
della
morente
grandezza
militare
e
navale
dei
Veneziani
.
Morto
questi
,
il
1°
marzo
1792
,
l
'
artiglieria
veneta
ripiombò
nella
sua
rovina
.
*
*
*
Quale
servizio
prettamente
tecnico
,
l
'
artiglieria
faceva
capo
al
Reggimento
così
detto
all
'
Arsenal
ed
all
'
Arsenale
medesimo
;
talché
le
due
branche
dell
'
attività
artiglieristica
-
il
tattico
ed
il
tecnico
-
trovavano
nella
pratica
due
enti
destinati
a
rappresentarle
,
cioè
il
reggimento
suddetto
e
quello
all
'
artiglieria
.
Dopo
i
grandiosi
ampliamenti
introdotti
nell
'
Arsenale
ai
tempi
dello
splendore
(
151
)
,
l
'
aggiunta
del
braccio
nuovissimo
,
del
riparto
delle
galeazze
e
della
casa
del
canevo
,
ossia
la
corderia
(
denominata
comunemente
la
tana
)
,
la
meravigliosa
fabbrica
dei
veneziani
era
caduta
prima
in
abbandono
e
poscia
in
completa
rovina
.
La
stupenda
officina
delle
armi
e
dei
navigli
veneti
,
verso
la
caduta
della
Serenissima
si
era
quindi
ridotta
un
'
ombra
di
sé
medesima
,
una
bellezza
stanca
e
disfatta
dall
'
opera
demolitrice
degli
anni
,
la
cui
fama
richiamava
ancora
le
genti
a
visitarla
,
ma
più
come
un
monumento
delle
passate
età
che
come
cosa
viva
.
Così
la
visitò
Giuseppe
II
nell
'
estate
dell
'
anno
1769
.
L
'
Arsenale
conservava
ancora
a
quel
tempo
oltre
tre
miglia
di
circuito
,
e
tutto
intero
il
giro
delle
sue
muraglie
guarnite
di
bertesche
sulle
quali
,
di
continuo
,
vigilavano
le
sentinelle
per
preservare
il
cantiere
da
ogni
funesto
accidente
,
specie
dal
fuoco
.
Queste
sentinelle
erano
in
corrispondenza
con
una
guardia
centrale
posta
in
mezzo
all
'
Arsenale
,
con
cui
,
ad
ora
ad
ora
,
esse
scambiavano
alla
voce
il
grido
di
all
'
erta
per
sapere
se
vegliassero
.
Dalla
sera
all
'
alba
un
drappello
di
soldati
-
Oltremarini
in
massima
parte
-
girava
tutt
'
attorno
al
grande
cantiere
veneziano
,
ed
anche
questi
solevano
chiamare
dal
di
fuori
l
'
attenzione
di
quelli
che
vigilavano
sull
'
alto
delle
mura
,
di
guisa
che
l
'
incrocio
delle
voci
delle
scolte
era
continuo
e
persistente
.
Dei
due
maggiori
ingressi
dell
'
edifizio
,
quello
detto
da
mare
,
d
'
onde
entravano
ed
uscivano
le
navi
,
era
guardato
sempre
da
un
buon
nerbo
di
truppa
disposto
presso
al
ponte
di
legno
.
L
'
ingresso
detto
da
terra
,
che
si
apriva
sul
Campo
dell
'
Arsenal
,
era
invece
custodito
da
un
altro
manipolo
di
cannonieri
e
di
schiavoni
,
i
quali
facevano
la
scolta
sotto
la
grande
porta
del
leone
alato
,
sopra
alla
quale
troneggia
la
statua
di
Santa
Giustina
.
Vicino
alla
porta
da
mare
-
segno
manifesto
della
corruzione
e
della
decadenza
dei
tempi
-
sorgeva
una
cantina
o
vascone
che
,
«
da
tre
bocche
versava
vino
in
gran
copia
per
dissetare
a
pubbliche
spese
tutto
quel
popolo
di
operai
(
152
)
,
cresciuto
tra
l
'
ignavia
universale
e
fatto
baldanzoso
dalle
debolezze
dei
governanti
.
E
gli
arsenalotti
,
intorno
all
'
anno
1775
,
ascendevano
ancora
a
più
di
duemila
,
suddivisi
in
squadre
comandate
da
appositi
capi
detti
proti
,
sotto
-
proti
o
capi
d
'
opera
,
tutti
vestiti
con
abiti
talari
(
153
)
.
Al
riparto
delle
fonderie
e
dei
metallurgi
sopravegliava
ancora
a
quei
tempi
la
dinastia
degli
Alberghetti
,
«
membri
della
famiglia
benemerita
di
antico
servigio
la
quale
aveva
mai
sempre
prodotto
uomini
valenti
nelle
meccaniche
ed
inventori
di
nuove
artiglierie
»
(
154
)
.
E
tra
questi
operai
tutti
si
reclutava
il
grosso
del
Reggimento
Arsenal
,
più
corporazione
e
confraternita
del
tipo
degli
antichi
bombisti
,
che
corpo
regolarmente
ordinato
.
A
tale
arte
facevano
pure
capo
i
lavori
di
ristauro
più
delicati
delle
armi
portatili
,
quali
il
rinnovo
degli
azzalini
(
acciarini
)
,
il
calibramento
delle
canne
e
la
trasformazione
dei
fucili
dall
'
antico
modello
(
1715
)
al
nuovo
,
del
campione
Tartagna
.
Al
lavoro
delle
vele
ed
alla
fattura
dei
cordami
sottili
attendevano
le
donne
«
le
quali
,
a
togliere
ogni
sorta
di
scandalo
,
albergavano
in
un
luogo
disgiunto
affatto
dagli
uomini
,
custodite
da
altre
donne
attempate
e
di
buona
fama
,
e
con
la
sopraintendenza
di
un
ministro
di
età
matura
»
(
155
)
.
Altri
operai
-
pure
ascritti
al
Reggimento
Arsenal
-
si
occupavano
di
«
filar
canape
e
formarne
gomene
,
alla
qual
cosa
era
destinato
un
luogo
che
è
bensì
dentro
il
circuito
dell
'
Arsenal
,
ma
separato
da
esso
in
modo
che
con
quello
non
abbia
comunicazione
veruna
»
(
156
)
.
Questa
era
la
Tana
sopranominata
,
laboratorio
,
deposito
di
cànapi
e
magazzino
di
legname
da
lavoro
e
di
altri
attrezzi
marinareschi
,
governato
dagli
appositi
visdomini
,
o
sottointendenti
.
Era
questa
Tana
un
vasto
locale
lungo
400
pertiche
,
governato
di
un
magistrato
apposito
,
e
non
lungi
da
esso
si
ergeva
il
real
naviglio
del
Bucintoro
,
che
una
volta
all
'
anno
,
la
vigilia
dell
'
Ascensione
,
usciva
fuori
dell
'
Arsenale
per
far
di
sé
bella
mostra
il
dì
seguente
,
«
nel
più
bello
di
tutti
gli
spettacoli
che
si
possano
mai
vedere
in
qualunque
parte
del
mondo
»
(
157
)
.
*
*
*
Il
magistrato
all
'
artiglieria
aveva
giurisdizione
sull
'
Arsenale
insieme
agli
altri
colleghi
(
158
)
,
ma
l
'
opera
sua
si
esplicava
più
particolarmente
rispetto
al
reggimento
all
'
Arsenal
,
mentre
quella
del
sopraintendente
,
o
del
brigadiere
dell
'
arma
,
si
riferiva
in
modo
speciale
al
reggimento
artiglieria
.
Quel
magistrato
teneva
infatti
i
ruoli
dei
«
fonditori
,
carreri
,
fabbri
,
tornitori
ed
altri
uffiziali
unicamente
dipendenti
da
esso
»
,
aveva
in
consegna
i
parchi
dei
cannoni
di
bronzo
e
di
ferro
,
le
munizioni
,
le
bombe
,
gli
apprestamenti
d
'
ogni
genere
ed
i
salnitri
.
Funzionava
adunque
,
sotto
questo
punto
di
vista
,
da
ufficio
burocratico
ed
amministrativo
;
còmpito
non
lieve
né
facile
quando
si
pensi
allo
svariatissimo
numero
di
bocche
da
fuoco
che
la
Repubblica
manteneva
ancora
in
servizio
alla
sua
caduta
,
claudicanti
sui
letti
che
invano
attendevano
l
'
opera
riparatrice
e
rinnovatrice
della
ditta
mercantile
Spazziani
.
Erano
24
modelli
diversi
di
cannoni
,
tra
bronzo
e
ferro
,
5
di
falconetti
,
6
di
colubrine
,
4
di
petrieri
,
13
di
mortaj
,
3
di
obusieri
,
3
di
obizzi
;
senza
contare
le
artiglierie
di
minor
calibro
e
le
speciali
,
come
gli
aspidi
,
i
passavolanti
,
i
saltamartini
,
i
trabucchi
,
le
spingarde
,
gli
organetti
ed
i
mortaretti
per
la
prova
delle
polveri
(
159
)
.
Ma
il
peggior
lavoro
da
Sisifo
in
questa
decadenza
delle
armi
veneziane
si
era
per
certo
quello
di
resistere
alle
continue
insidie
che
si
tendevano
al
Deposito
intangibile
,
di
cui
il
magistrato
all
'
artiglieria
era
responsabile
coma
prima
autorità
tecnica
del
reggimento
all
'
Arsenale
.
Questo
deposito
era
costituito
da
una
cospicua
raccolta
d
'
armi
d
'
ogni
fatta
,
composte
in
alquante
sale
dell
'
Arsenale
medesimo
,
«
le
cui
pareti
erano
tutte
maestrevolmente
guernite
,
dall
'
alto
al
basso
,
di
loriche
,
di
elmi
,
di
spade
,
di
archibugi
e
di
altri
militari
strumenti
.
Alcuni
di
questi
saloni
forniti
erano
di
armi
per
25,000
soldati
,
tali
altri
per
30,000
,
tali
altri
ancora
ne
somministravano
fino
a
40,000
:
e
ve
ne
erano
ancora
altri
per
25,000
o
30,000
galeotti
.
Le
dette
sale
si
vedevano
ancora
adorne
con
le
imagini
di
molti
ed
illustri
capitani
»
(
160
)
.
Il
deposito
intangibile
,
ampliato
e
riordinato
nella
parte
moderna
dal
sopraintendente
Patisson
e
nell
'
antica
del
maggiore
Gasperoni
(
161
)
,
era
così
detto
perché
ad
esso
non
si
doveva
ricorrere
salvo
che
al
caso
di
estrema
urgenza
ed
immediato
pericolo
di
guerra
,
dappoiché
agli
usi
correnti
dell
'
armo
o
della
neutralità
dovevano
sopperire
altri
depositi
detti
di
consumo
,
pure
stabiliti
dentro
la
cinta
dell
'
Arsenale
con
annesse
riserve
di
cannoni
e
di
munizioni
.
Ora
un
organismo
come
il
veneto
della
decadenza
,
il
quale
consumava
senza
produrre
,
doveva
necessariamente
intaccare
il
patrimonio
del
passato
senza
reintegrarlo
in
alcuna
guisa
,
e
mordere
dentro
l
'
eredità
del
deposito
intangibile
senza
ricostituirla
.
Ed
al
magistrato
all
'
artiglieria
toccò
di
assistere
a
questa
lenta
morìa
delle
armi
veneziane
,
registrandone
a
mano
a
mano
i
battiti
decrescenti
del
polso
,
assistendo
inoperoso
ed
inutile
a
questo
sfasciarsi
,
grado
a
grado
,
di
una
potenza
militare
accumulata
da
secoli
,
la
quale
andava
sgretolandosi
come
sotto
le
percosse
monotone
ed
uniformi
di
un
mare
ondoso
e
profondo
.
I
registri
del
magistrato
all
'
artiglieria
rilevano
tutto
questo
con
impassibilità
e
precisione
.
Il
deposito
intangibile
faceva
così
bancarotta
,
ed
ogni
fucile
ed
ogni
spada
che
si
toglieva
da
esso
e
non
si
rinnovava
,
sembrava
una
nuova
e
fiera
rampogna
all
'
ignavia
della
Serenissima
.
Nel
1794
i
presidi
di
Brescia
,
di
Bergamo
e
di
Verona
,
erano
sprovvisti
di
schioppi
per
armare
le
cerne
pur
allora
arruolate
,
le
quali
abbisognavano
di
2300
fucili
e
di
66
moschetti
da
cavalletto
.
Il
Reggimento
all
'
Arsenal
non
potendo
fare
fronte
alle
richieste
con
le
armi
del
deposito
di
consumo
fu
autorizzato
,
«
a
fare
le
relative
pratiche
,
cioè
«
a
far
passare
dal
deposito
intangibile
a
quello
di
consumo
il
numero
dei
fucili
occorrenti
,
guarniti
di
bajonetta
»
(
162
)
.
Da
quel
punto
la
rovina
non
ebbe
più
ritegno
.
Nel
1796
il
deposito
di
consumo
-
secondo
scrisse
il
colonnello
Molari
del
Reggimento
Arsenale
-
si
era
ridotto
a
soli
360
fucili
con
bajonetta
,
a
199
senza
,
a
200
tromboni
per
uso
delle
navi
,
a
639
palossi
di
bordo
ed
a
359
palossetti
;
vale
a
dire
a
nulla
o
pressoché
(
163
)
.
Il
deposito
intangibile
era
pure
disceso
a
quel
tempo
a
24,084
fucili
completi
,
a
7750
pistole
poco
atte
al
servizio
e
difettose
di
azzalini
,
a
1558
palossi
e
ad
89
moschettoni
(
164
)
.
È
bensì
vero
che
si
trovavano
oltre
a
ciò
sparse
alla
rinfusa
nelle
sale
20.966
canne
da
rimontarsi
in
fucili
,
7455
lame
da
palosso
,
2624
azzalini
,
11,862
guardie
da
palosso
,
3366
lame
da
palossetto
e
2500
guardie
corrispondenti
;
ma
per
adattare
tutte
quelle
parti
d
'
arme
occorrevano
tempo
,
fede
e
lavoro
,
e
così
come
si
trovavano
potevano
rassomigliarsi
ai
frantumi
di
una
grande
e
meravigliosa
nave
sfasciata
dalla
tempesta
.
Pure
,
in
mezzo
a
tanta
dissoluzione
,
si
rileva
dai
documenti
la
nota
semplice
ed
ingenua
,
cioè
l
'
offerta
fatta
da
taluni
abitanti
dell
'
estuario
veneziano
di
crescere
,
comunque
,
con
le
loro
vecchie
e
logore
armi
il
deposito
dell
'
Arsenale
.
Erano
i
cittadini
di
Burano
che
in
tali
frangenti
facevano
omaggio
al
Principe
di
20
schiopponi
e
di
25
schioppi
da
brazzo
,
«
(
braccio
)
serventi
alla
cazza
(
caccia
)
dei
volatili
»
(
165
)
.
La
piccola
e
modesta
profferta
se
lumeggia
il
patriottismo
dei
bravi
Buranesi
,
rivela
nondimeno
la
fatalità
e
la
grandezza
della
rovina
militare
della
Repubblica
,
e
riflette
ancora
molta
luce
sul
modo
di
intendere
e
di
comprendere
la
guerra
in
quei
tempi
.
CAPO
VII
.
Il
corpo
degli
ingegneri
militari
.
Quando
nacque
il
corpo
degli
ingegneri
militari
veneti
,
esso
legava
il
suo
nome
ad
un
'
opera
che
può
sembrare
benaugurante
anche
oggigiorno
.
Nella
primavera
dell
'
anno
1771
il
Capitanio
del
Golfo
segnalava
al
Senato
la
necessità
di
ridurre
in
quarto
il
grande
disegno
topografico
dell
'
Albania
,
e
ciò
per
gli
usi
correnti
e
per
conservarne
copia
nella
Fiscal
Camera
delle
Bocche
di
Cattato
.
Il
lavoro
fu
commesso
dal
Savio
alla
Scrittura
al
tenente
colonnello
Lorgna
,
e
questi
l
'
affidò
a
sua
volta
ai
migliori
allievi
del
Collegio
Militare
di
Verona
destinati
ad
uscire
in
quell
'
anno
alfieri
nel
nuovissimo
corpo
degli
ingegneri
militari
;
così
quei
giovani
uscirono
dall
'
ombra
delle
scure
torri
scaligere
al
sole
di
una
vagheggiata
vita
di
operosità
e
di
studi
guerreschi
,
con
la
visione
davanti
agli
occhi
di
quella
grande
provincia
sulla
quale
,
in
altri
tempi
,
si
era
largamente
e
fortemente
diffuso
il
nome
e
la
gloria
di
Venezia
.
La
decisione
di
istituire
un
corpo
di
ingegneri
militari
giungeva
infatti
in
buon
punto
.
Si
poteva
beneficiare
delle
tradizioni
e
della
pratica
compiuta
altrove
,
specie
in
Francia
,
dai
corpi
analoghi
;
costituire
un
prezioso
ausilio
per
l
'
esercito
veneto
,
oltre
che
quale
organo
tecnico
anche
come
istituto
direttivo
,
uniformandosi
ai
còmpiti
che
gli
altri
corpi
del
genio
militare
esercitavano
altrove
disimpegnando
gli
affici
inerenti
al
servizio
di
stato
maggiore
(
166
)
.
Ma
non
basta
.
Il
novello
corpo
del
genio
militare
veneto
avrebbe
potuto
rendere
grandi
servigi
anche
nelle
relazioni
civili
.
Infatti
le
condizioni
speciali
del
suolo
della
Repubblica
,
il
regime
delle
sue
acque
costiere
e
rivierasche
,
la
lotta
continua
e
tenace
sempre
impegnata
con
queste
affine
di
conservare
igienico
e
fruttifero
il
suolo
,
portuosi
gli
scali
,
facili
e
spedite
le
vie
fluviali
di
transito
ed
i
canali
navigabili
,
avrebbero
offerto
una
inesauribile
materia
di
attività
e
di
lavoro
fecondo
agli
ingegneri
militari
veneti
,
una
auspicata
occasione
insomma
per
bene
meritare
del
pubblico
benessere
.
Ma
l
'
occasione
desiderata
di
creare
un
cosiffatto
strumento
,
utile
insieme
all
'
esercito
e
dallo
Stato
,
mancò
per
l
'
ignavia
degli
uomini
e
per
l
'
indifferenza
dei
tempi
.
Rimase
solamente
traccia
del
buon
proposito
,
della
sua
pratica
assai
tardiva
,
e
,
come
simbolo
,
il
prestigio
del
nome
di
un
illustre
ufficiale
degli
ingegneri
militari
veneti
che
,
da
solo
,
bastò
alla
deficienza
di
tutti
gli
altri
.
Tale
fu
il
brigadiere
Giovanni
Mario
Lorgna
(
167
)
-
più
volte
ricordato
-
la
cui
sfera
d
'
attività
va
indivisibilmente
congiunta
a
quella
di
Bernardino
Zendrini
(
168
)
,
il
celebre
matematico
della
Repubblica
che
studiò
e
costrusse
Murazzi
,
ed
a
quella
degli
ingegneri
idraulici
che
sistemarono
l
'
alveo
del
Brenta
ed
il
suo
Taglio
Nuovissimo
(
169
)
.
Ma
la
fama
militare
del
brigadiere
degli
ingegneri
Lorgna
va
sopratutto
collegata
alla
pratica
degli
insegnamenti
da
lui
professati
per
sette
lustri
nella
scuola
d
'
applicazione
di
artiglieria
e
genio
della
Serenissima
in
Verona
,
agli
studi
sull
'
impiego
delle
mine
,
sul
miglior
rendimento
degli
esplosivi
e
sul
tracciamento
delle
gallerie
,
a
qualche
restauro
ed
ampliamento
nelle
fortezze
di
Mantova
,
di
Legnago
e
di
Peschiera
,
ai
rilievi
topografici
da
lui
intrapresi
nel
territorio
irriguo
del
Polesine
,
con
il
concorso
dei
suoi
allievi
,
con
la
cooperazione
di
Giacomo
Nani
e
con
l
'
aiuto
delle
tavolette
pretoriane
commissionate
,
per
iniziativa
del
Lorgna
medesimo
,
in
Inghilterra
(
170
)
.
Frutto
di
questi
ultimi
lavori
fu
la
grande
carta
corografica
della
regione
del
basso
Adige
,
pubblicata
però
dalla
Serenissima
tanto
tardi
che
essa
servì
prima
ai
suoi
nemici
-
Austriaci
e
Francesi
-
che
ai
Veneti
.
Risultavano
in
questa
carta
chiaramente
tracciati
il
corso
dei
fiumi
,
dei
canali
,
l
'
andamento
degli
scoli
,
degli
argini
e
delle
strade
rispetto
alle
province
finitime
,
nonché
la
postura
delle
chiuse
e
delle
conche
.
La
scala
era
circa
del
50.000
.
Anche
lo
stato
delle
fortificazioni
e
dei
castelli
di
Venezia
e
d
'
Oltremare
-
dei
quali
si
parlerà
più
avanti
-
ovunque
in
rovina
,
richiedeva
urgentemente
l
'
opera
riparatrice
degli
ingegneri
militari
.
A
questo
compito
avevano
atteso
fino
allora
-
però
in
modo
insufficiente
ed
inadeguato
-
il
personale
dei
provveditori
alle
fortezze
,
i
quartiermastri
alle
fortificazioni
e
perfino
gli
ingegneri
ai
confini
,
corpo
di
professionisti
di
Stato
dipendenti
dalle
Camere
ai
confini
,
incaricati
in
special
modo
del
tracciamento
e
della
manutenzione
della
viabilità
sulle
frontiere
della
Repubblica
(
171
)
.
Con
questi
auspizî
adunque
,
nel
1770
,
venne
creato
con
apposito
senato
-
consulto
il
Corpo
degli
Ingegneri
militari
,
unitamente
al
Reggimento
di
Artiglieria
(
172
)
.
Il
grande
favore
,
tutto
proprio
del
tempo
,
verso
quanto
di
tecnica
militare
e
navale
proveniva
dall
'
Inghilterra
,
indusse
il
Savio
alla
Scrittura
a
ricercare
da
quella
parte
anche
il
primo
sovraintendente
nel
corpo
novello
-
come
si
era
fatto
per
l
'
artiglieria
-
;
e
questi
fu
il
colonnello
Dixon
,
scozzese
di
origine
.
Gli
organici
degli
ingegneri
militari
furono
stabiliti
come
appresso
:
1
colonnello
,
1
tenente
colonnello
,
2
sergenti
maggiori
,
8
capitani
,
8
tenenti
ed
altrettanti
alfieri
,
da
trarsi
questi
ultimi
annualmente
dal
Collegio
Militare
di
Verona
.
In
totale
il
corpo
doveva
contare
sul
primo
piede
28
ufficiali
senza
alcun
riparto
di
truppa
.
L
'
uniforme
era
«
di
scarlatto
,
con
fodera
,
giustacuore
e
calzoni
bianchi
,
con
paramenti
e
mostre
fino
alla
metà
del
vestito
di
velluto
nero
,
dragona
d
'
oro
alla
spala
,
e
spada
con
fioco
uniforme
»
(
173
)
.
Adunque
la
buona
volontà
di
costituire
il
corpo
degli
ingegneri
militari
veneti
non
mancava
,
almeno
alle
apparenze
.
Ma
,
tra
il
detto
ed
il
fatto
,
le
correlazioni
non
erano
né
semplici
né
rapide
sotto
la
decadenza
del
governo
della
Serenissima
.
Il
Piano
regolatore
del
corpo
,
studiato
dal
colonnello
Dixon
,
prescriveva
che
,
«
esaminato
fosse
il
merito
non
solo
degli
ufficiali
già
titolati
come
ingegneri
e
destinati
a
comporlo
,
ma
degli
altri
ancora
da
inserirsi
nel
medesimo
»
.
E
poiché
si
constatò
,
con
opportune
prove
ed
esami
,
che
nessuno
dei
candidati
possedeva
i
necessari
requisiti
di
idoneità
-
all
'
infuori
di
uno
(
174
)
-
il
Senato
deliberò
subito
di
rimandare
a
miglior
epoca
la
definitiva
costituzione
del
corpo
medesimo
.
Trascorso
un
biennio
,
lo
scozzese
Dixon
,
contrariato
dalle
lungaggini
e
dalle
oscitanze
verso
quel
corpo
degli
ingegneri
che
egli
non
aveva
fino
allora
comandato
che
sui
lindi
specchi
dei
Piedilista
,
nella
primavera
del
1772
chiese
ed
ottenne
di
essere
esonerato
dallo
sterile
servizio
,
e
gli
successe
il
colonnello
Moser
de
Filseck
,
tirolese
di
origine
e
proveniente
dall
'
esercito
austriaco
.
Pure
tra
il
vecchio
ed
il
nuovo
,
tra
lo
scozzese
che
abbandonava
la
città
delle
lagune
ed
il
tirolese
che
gli
subentrava
,
il
Senato
continuò
a
nicchiare
,
ad
onta
che
le
istanze
e
le
circostanze
incalzassero
per
indurlo
una
buona
volta
a
dare
corpo
e
vita
al
Piano
regolatore
decretato
fino
dal
1770
.
«
È
oramai
tempo
di
decidersi
-
lasciò
scritto
il
Savio
nel
1779
-
e
con
ciò
noi
non
facciamo
che
rappresentare
non
già
sciogliere
i
dubbi
che
si
affacciano
su
quest
'
argomento
degli
ingegneri
militari
,
ma
giudicheremo
tuttavia
colpa
tacere
e
ritenere
alcune
riflessioni
in
merito
e
che
lo
zelo
ci
indica
...
La
disciplina
è
l
'
anima
dei
militari
,
e
la
differenza
nei
gradi
rende
più
sicura
la
dipendenza
ed
il
buon
ordine
.
Un
sopraintendente
degli
ingegneri
adunque
,
occupato
nelle
generali
riviste
per
tutto
lo
Stato
,
il
colonnello
ispettore
,
costante
e
necessario
al
Collegio
militare
di
Verona
,
esercitato
per
di
più
ben
di
frequente
in
molteplici
e
varie
commissioni
...
il
corpo
senza
ufficiali
...
tutto
ciò
insomma
non
giova
a
conservare
l
'
armonia
nel
medesimo
.
Bisogna
decidersi
!...»(175)
Finalmente
,
nel
1782
,
il
corpo
degli
ingegneri
militari
cominciò
a
contare
qualche
ufficiale
ritenuto
capace
di
disimpegnarne
gli
uffici
.
Ma
siccome
quel
numero
era
pur
sempre
esiguo
e
di
gran
lunga
inferiore
all
'
organico
,
così
si
adottò
un
servizio
promiscuo
tra
gli
ingegneri
militari
ed
i
colleghi
ingegneri
ai
confini
,
una
specie
di
compromesso
tra
i
due
corpi
tecnici
veneti
.
Sulla
fine
di
quell
'
anno
si
trova
infatti
che
i
tenenti
ingegneri
Carlo
Canòva
e
Francesco
Medin
,
unitamente
al
tenente
colonnello
Milanovich
,
prestavano
la
loro
opera
nell
'
arginatura
dell
'
Adige
,
alle
dipendenze
del
magistrato
al
detto
fiume
ed
in
collaborazione
a
taluni
ingegneri
civili
(
176
)
.
Indi
appresso
,
rendendosi
sempre
più
frequenti
i
casi
di
questo
servizio
cumulativo
,
particolarmente
nelle
province
d
'
Oltremare
,
le
meno
desiderate
e
le
più
trascurate
,
«
per
lo
stato
di
desolazione
di
tutte
le
caserme
,
opere
interne
ed
esterne
di
fortificazione
,
ospitali
,
magazzini
,
depositi
,
cisterne
ed
altro
»
(
177
)
,
il
Savio
alla
Scrittura
deliberò
di
meglio
precisare
i
limiti
della
prestazione
comune
dei
due
corpi
,
e
stabilì
«
che
l
'
aiuto
dovesse
essere
per
l
'
avvenire
reciproco
,
ma
libero
da
ogni
vincolo
l
'
un
l
'
altro
»
(
178
)
.
Il
senso
della
disposizione
non
era
molto
chiaro
.
Rimase
però
inteso
,
in
tanta
indeterminatezza
di
forme
,
che
gli
ingegneri
ai
confini
dovessero
occuparsi
più
specialmente
dei
lavori
stradali
in
genere
,
ed
in
ispecie
delle
vie
del
Canale
del
Ferro
,
di
Venzone
,
di
Gemona
,
di
San
Daniele
,
del
Taglio
Nuovo
di
Palma
,
della
prosecuzione
dei
lavori
in
corso
sull
'
Isonzo
,
a
Porto
Buso
,
nell
'
Istria
,
alli
scogli
di
Tessaròlo
,
lungo
la
strada
di
Campara
in
Val
Lagarina
,
nel
territorio
di
Cremona
e
verso
gli
Stati
del
Pontefice
;
e
che
gli
ingegneri
militari
dovessero
dedicare
di
preferenza
la
loro
attività
ai
lavori
di
carattere
militare
,
cioè
alle
opere
di
fortificazione
,
ai
castelli
ed
alle
caserme
(
179
)
.
Cosicché
,
soltanto
nel
1785
,
vale
a
dire
dopo
circa
quindici
anni
dalla
fondazione
teorica
del
corpo
degli
ingegneri
militari
veneti
,
questo
principiava
ad
avere
un
inizio
di
vita
,
assicuratagli
da
nuove
cure
e
previdenze
del
brigadiere
Lorgna
,
concretate
nella
riforma
delle
«
Leggi
,
regole
e
scuole
del
Militar
Collegio
di
Verona
»
.
*
*
*
Era
però
troppo
tardi
.
Rimediare
al
passato
non
era
più
possibile
,
tanto
era
grande
ed
irreparabile
la
rovina
del
presente
.
Tra
il
1782
ed
il
1783
il
brigadiere
degli
ingegneri
Moser
de
Filseck
,
reduce
da
un
lungo
e
fortunoso
viaggio
d
'
ispezione
nei
domini
Veneti
di
Oltremare
,
così
dipingeva
al
Principe
il
triste
stato
delle
fortificazioni
della
Repubblica
:
«
Prima
di
ogni
altra
cosa
-
così
scriveva
il
Moser
-
voglia
V
.
E
.
consentirmi
che
,
con
il
cuore
veramente
dolente
,
io
mi
lagni
del
deperimento
nel
quale
attrovai
quasi
ogni
parte
delle
opere
componenti
i
recinti
e
le
fortificazioni
dei
domini
d
'
Oltremare
...
specie
della
piazza
di
Zara
,
il
più
forte
propugnàcolo
della
provincia
di
Dalmazia
,
e
delle
riflessibili
mancanze
e
bisogni
riconosciuti
nelle
sue
interne
militari
fabbriche
.
Non
mi
sorprende
però
,
Eccellentissimo
Signore
,
le
grandiosi
somme
che
occorrerebbero
per
un
general
restauro
di
esse
opere
,
bensì
il
riconoscere
una
grande
parte
dei
danni
medesimi
portati
dalla
malizia
degli
uomini
e
per
difetto
di
convenienti
diligenze
,
che
profittando
delli
primi
intacchi
in
un
'
opera
la
riducono
in
consunzione
in
breve
spazio
di
tempo
,
senza
alcun
riguardo
né
timore
.
Tanto
maggiore
fu
la
mia
sorpresa
quando
vidi
considerabili
mancanze
in
situazioni
che
sono
alla
vista
delle
sentinelle
e
degli
stessi
corpi
di
guardia
.
Il
quartiermastro
dovrebbe
essere
uomo
di
fermissima
attenzione
ed
attivo
,
avere
registri
esatti
ed
accompagnare
gli
ingegneri
nelle
visite
che
essi
dovrebbero
fare
....
ma
invece
nulla
avviene
di
tutto
questo
.
Manca
il
ponte
che
traversa
il
fosso
capitale
della
piazza
di
Zara
alla
porta
di
Terraferma
,
unica
comunicazione
con
il
continente
,
e
per
conseguenza
la
sola
parte
per
la
quale
si
può
entrare
in
Zara
da
tutta
la
estesa
provincia
,
per
la
via
di
terra
;
è
rovesciato
il
molo
dalla
parte
di
mare
.
Vi
si
rimediò
con
un
ponte
provvisionale
,
ma
è
bisognevole
di
restauro
,
ed
il
molo
è
sfasciato
dalla
violenza
delle
onde
»
(
180
)
.
Né
in
migliori
condizioni
di
Zara
-
la
Venezia
della
Dalmazia
-
erano
le
altre
piazze
e
castelli
del
littorale
e
dell
'
interno
:
«
Spalato
-
soggiungeva
l
'
ora
detta
relazione
-
ha
una
situazione
stupenda
per
sé
.
L
'
imperatore
Diocleziano
vi
eresse
il
suo
palagio
ed
ha
per
appoggi
il
castello
di
Clissa
per
proteggerne
il
commercio
verso
l
'
interno
e
quello
di
Sign
(
181
)
.
Ma
Spalato
è
ora
in
decadimento
ed
un
nemico
può
eseguirvi
un
colpo
di
mano
.
Vale
perciò
meglio
per
lo
Stato
di
stabilire
colà
i
soli
depositi
generali
di
munizioni
da
bocca
e
da
guerra
,
e
fidarsi
meglio
degli
appoggi
di
Clissa
e
Sign
,
però
bene
appropriati
.
«
Per
Sign
,
fu
il
veltz
-
maresciallo
Schoulemburg
che
dimostrò
la
necessità
di
fortificarla
fino
dal
1718
.
Ma
il
piano
non
ebbe
seguito
,
e
la
Repubblica
parve
allora
contentarsi
di
fortificare
,
Clissa
e
Dernis
ed
il
passo
di
Roncislap
,
sulla
Kerka
(
182
)
.
Infine
,
nel
1752
,
furono
fatti
pochi
lavori
a
Sign
...
ed
a
Spalato
non
furono
toccate
che
poche
rovine
del
vecchio
forte
e
nulla
più
.
Eppure
Sign
è
luogo
di
confine
,
vi
si
fermano
le
carovane
dei
Turchi
prima
di
scendere
a
Spalato
e
vi
è
una
caserma
confinaria
.
«
Clissa
è
disposta
sull
'
erto
di
un
greppo
che
domina
il
solo
passo
per
il
quale
,
da
Sign
,
si
può
entrare
nel
contado
di
Spalato
.
I
recinti
della
fortezza
sono
in
buono
stato
e
,
con
piccole
aggiunte
alle
opere
attuali
,
si
potrebbe
ridurre
quel
posto
molto
forte
.
Clissa
è
provvista
di
conservatorî
da
acqua
(
serbatoj
)
,
requisito
assai
necessario
per
una
piazza
di
guerra
in
queste
regioni
.
Qualche
ristauro
vi
è
però
necessario
,
acciocché
possano
contenere
quest
'
ultimo
elemento
nella
qualità
e
nella
quantità
indispensabili
...
Occorrono
però
ristauri
anche
sulla
strada
di
Sign
,
per
Clissa
,
fino
a
Spalato
(
183
)
.
In
questa
strada
,
a
quattro
miglia
circa
da
Spalato
(
dove
sono
ancora
alcuni
residui
della
città
di
Salona
)
è
fissato
un
appostamento
per
una
compagnia
di
Dalmatini
(
Oltramarini
)
,
il
cui
quartiere
è
però
così
miserabile
che
opprime
lo
spirito
entrando
nel
medesimo
»
.
Proseguendo
nel
triste
pellegrinaggio
,
dalla
Dalmazia
alle
terre
Levantine
,
le
tinte
del
rapporto
Moser
si
fanno
ancora
più
fosche
,
come
che
la
vita
pubblica
veneta
scemasse
di
vigore
e
di
calore
a
misura
che
si
allontanava
dalla
Dominante
e
dalle
province
a
questa
più
vicine
.
«
A
Corfù
-
continua
la
ricordata
relazione
-
le
opere
sono
tutte
ingombre
,
i
parapetti
rovesciati
,
disfatte
le
embrasure
(
feritoie
)
...
sicché
confesso
che
grande
fu
la
mia
sorpresa
nell
'
attraversare
tanta
rovina
.
A
Cerigo
ed
Asso
,
la
medesima
desolazione
.
Quivi
i
N.N.
H.H.
(
184
)
rappresentanti
,
nelle
loro
abitazioni
,
sono
appena
riparati
dai
raggi
solari
ed
il
vento
e
la
pioggia
entra
per
ogni
parte
.
Gli
ufficiali
di
Cerigo
pagano
alloggio
di
casa
,
essendo
atterrate
quelle
che
loro
servivano
da
ricovero
;
i
soldati
sono
pessimamente
posti
nei
corpi
di
guardia
.
Ad
Asso
infine
tutte
le
fabbriche
militari
sono
in
rovina
.
Le
condizioni
del
forte
di
San
Francesco
di
Cerigo
...
mi
hanno
poi
fatto
rabbrividire
,
ed
invoco
provvedimenti
per
il
decoro
del
Principato
.
Li
otto
pezzi
che
quivi
sono
nella
casa
di
San
Nicolò
,
3
da
30
e
5
da
20
,
sarebbe
più
decoroso
che
fossero
interamente
a
terra
,
piuttostoché
vederli
appoggiati
sui
fracidissimi
rottami
dei
loro
letti
(
affusti
)
.
«
A
Cefalonia
le
due
fortezze
sono
ora
interamente
disabitate
...
Prèvesa
acquistata
nell
'
ultima
guerra
contro
il
Turco
,
nel
golfo
di
Arta
,
insieme
a
Voniza
(
185
)
esposta
alle
incursioni
nemiche
,
è
fortezza
solo
di
nome
ma
in
realtà
è
un
mal
conservato
trinceramento
»
.
Ed
il
sopraintendente
Moser
dopo
questa
fiera
requisitoria
così
concludeva
:
«
Si
faccia
presto
a
provvedere
.
Siano
fornite
le
milizie
di
quartieri
e
di
ospitali
che
loro
sono
urgentemente
necessari
,
capitali
i
più
preziosi
per
le
convenienze
del
Principato
.
Se
no
,
a
nulla
servono
le
bene
intese
e
solide
fortificazioni
,
gli
utensili
,
gli
attrezzi
da
guerra
,
armi
di
buona
tempera
e
ben
conservate
,
se
non
vengono
difese
le
une
e
maneggiate
le
altre
da
destro
e
robusto
braccio
»
.
*
*
*
Il
triste
spettacolo
delle
province
d
'
oltremare
in
rovina
,
senza
difesa
,
senza
cannoni
,
senza
milizie
,
l
'
imagine
delle
residenze
dei
rappresentanti
della
Repubblica
sul
punto
di
crollare
;
dei
picchetti
di
Oltremarini
usciti
fuori
delle
caserme
per
cercare
miglior
sicurezza
e
riparo
sotto
le
tende
,
presso
le
rive
di
quel
mare
che
fu
già
pieno
del
nome
e
della
gloria
di
Venezia
,
quasi
attendessero
di
momento
in
momento
di
mutare
dimora
,
deve
avere
per
certo
commosso
lo
spirito
del
Senato
Veneto
.
Ma
poiché
l
'
azione
era
a
quel
tempo
assai
più
ardua
della
commiserazione
ed
i
mezzucci
assai
più
facili
delle
decisioni
pronte
e
virili
,
si
ricorse
anche
questa
volta
ai
timidi
tentativi
,
tanto
per
ingannare
il
pericolo
dell
'
ora
.
Così
avvenne
che
in
risposta
al
disperato
appello
del
Moser
,
la
Serenissima
si
contentò
di
istituire
il
corpo
dei
Travagliatori
del
genio
.
Taluni
storici
della
Repubblica
-
ed
il
Romanin
tra
gli
altri
(
186
)
-
vollero
attribuire
a
quel
corpo
un
significato
moderno
,
qualificandolo
per
precursore
dell
'
odierna
arma
del
genio
.
Ma
il
paragone
a
tutto
rigore
di
critica
non
regge
.
Al
massimo
i
travagliatori
veneti
potevano
rassomigliarsi
alle
compagnie
di
ouvriers
,
che
esistevano
nell
'
esercito
francese
prima
dell
'
anno
1776;
compagnie
che
vennero
poi
surrogate
dai
soldati
pionniers
con
precisi
attributi
di
arma
tecnica
,
ciò
che
significa
che
i
predecessori
degli
ouvriers
non
possedevano
i
requisiti
dei
pionieri
o
,
quanto
meno
,
in
modo
assai
incompleto
.
Ma
anche
facendo
astrazione
da
questi
còmpiti
e
da
questi
paralleli
,
occorre
mettere
in
rilievo
qualche
altro
aspetto
che
meglio
serva
a
chiarire
il
valore
militare
e
morale
del
nuovo
corpo
dei
travagliatori
,
e
le
differenze
sostanziali
con
il
corpo
dei
soldati
pionniers
di
Francia
,
cui
si
vorrebbe
troppo
corrivamente
ricollegare
le
tradizioni
organiche
dei
travagliatori
veneti
.
Il
Moser
adunque
,
esponendo
l
'
urgenza
di
far
argine
al
decadere
delle
fortificazioni
veneziane
,
proponeva
d
'
impiegare
nei
ristauri
un
personale
militare
ordinato
in
compagnie
,
con
reclutamento
,
còmpiti
e
trattamento
assai
analoghi
a
quelli
delle
odierne
compagnie
di
disciplina
.
Era
quindi
una
specie
di
stabilimento
di
correzione
militare
che
si
trattava
di
istituire
,
realizzando
con
esso
due
vantaggi
precipui
:
quello
cioè
di
purgare
i
corpi
dai
soggetti
più
pericolosi
e
di
impiegare
la
loro
mano
d
'
opera
nei
restauri
delle
fortificazioni
e
delle
caserme
a
prezzo
più
conveniente
della
mano
d
'
opera
borghese
.
Quest
'
opera
di
risanamento
dal
lato
morale
militare
-
particolarmente
caldeggiata
dal
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
in
carica
Niccolò
Foscarini
-
piacque
al
Senato
che
l
'
approvò
anzitutto
per
tali
viste
.
«
Per
togliere
i
perniciosi
effetti
-
come
diceva
la
relazione
premessa
dal
detto
Savio
al
decreto
che
ordinava
la
costituzione
del
corpo
dei
travagliatori
-
derivati
dalla
introduzione
nella
truppa
dì
quelle
figure
che
,
quantunque
ree
di
non
gravi
delitti
,
chiamano
tuttavia
la
pubblica
vigilanza
ad
impedire
loro
maggiori
trapassi
,
...
e
nell
'
intento
precipuo
di
tenere
aperta
una
via
per
allontanare
dalla
Terraferma
e
dalla
Dominante
gli
individui
infesti
alla
comune
quiete
,
si
assoggetta
l
'
ora
intesa
scrittura
.
«
Ed
essa
si
dirige
a
stabilire
l
'
istituzione
di
due
Corpi
di
Travagliatori
(
187
)
che
raccoglier
abbiano
le
sopra
indicate
figure
ed
inoltre
quei
soldati
che
,
per
indisciplina
e
scostumatezza
,
venissero
giudicati
dalle
pubbliche
cariche
d
'
Oltremare
e
Savio
alla
Scrittura
degni
di
tale
correzione
,
per
essere
impiegati
nelle
fabbriche
ed
in
ogni
altro
pubblico
lavoro
d
'
Oltremare
.
Ed
il
Senato
,
che
adatto
ciò
riconosce
alle
viste
del
suo
servizio
ed
alla
tranquillità
dei
suoi
sudditi
,
avvalora
il
provvedimento
con
la
sua
approvazione
.
«
I
soldati
travagliatori
avranno
la
paga
di
soldato
di
fanteria
italiana
,
più
una
diaria
di
cinque
gazzette
(
188
)
nei
giorni
di
continuato
lavoro
,
onde
possano
procurarsi
una
nutrizione
adatta
alle
fatiche
:
ai
capi
-
squadra
saranno
corrisposte
dieci
gazzette
.
Il
vestiario
dei
travagliatori
deve
esser
fatto
dal
Magistrato
sopra
Camere
(
189
)
e
di
due
in
due
anni
loro
somministrato
,
giusta
il
modello
che
l
'
esattezza
della
conferenza
assoggetta
,
e
che
si
rileva
corrispondere
in
un
sessennio
al
valore
di
quello
usato
dalla
truppa
italiana
»
(
190
)
Tale
fu
l
'
ordinamento
del
corpo
di
travagliatori
Veneti
suddiviso
in
due
compagnie
:
una
destinata
ai
lavori
di
Levante
,
l
'
altra
a
quelli
della
Dalmazia
(
191
)
.
È
chiaro
adunque
che
l
'
idea
di
istituire
un
corpo
del
genio
militare
era
ben
lungi
ancora
dalla
mente
dei
governanti
veneti
nel
1785
.
E
come
non
bastassero
ad
attestarlo
le
espressioni
del
senatoconsulto
ora
citato
,
v
'
ha
ancora
il
libro
dei
Doveri
del
Corpo
dei
Travagliatori
,
pronto
a
ribadire
tale
concetto
.
A
custodia
delle
principali
residenze
delle
due
compagnie
-
cioè
la
Cittadella
di
Corfù
ed
il
Forte
di
Zara
-
erano
stabiliti
dei
grossi
picchetti
di
guardia
,
ciò
che
dinota
la
condizione
molto
simile
a
quella
dei
forzati
in
cui
erano
tenuti
i
componenti
del
corpo
.
L
'
anzidetto
libro
dei
Doveri
(
192
)
specifica
ancora
meglio
tale
condizione
pressoché
ergastolana
dei
travagliatori
quando
prescrive
che
,
«
a
far
parte
di
diritto
dei
detti
corpi
sono
chiamati
quegli
individui
che
,
dai
varî
tribunali
,
uffizi
,
magistrati
e
reggimenti
,
vengono
condannati
a
servire
nella
truppa
.
Non
possono
però
introdurvisi
gli
individui
rei
di
gravi
delitti
ed
infamanti
,
né
incapaci
al
lavoro
...
Dietro
parere
delle
primarie
cariche
delle
province
di
Oltremare
e
del
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
,
si
possono
altresì
condannare
a
servire
nei
corpi
dei
travagliatori
quei
soldati
che
si
mostrassero
di
mal
costume
,
o
indisciplinati
,
o
che
meritassero
almeno
due
anni
di
correzione
.
Spirati
questi
due
anni
e
non
dando
i
soldati
segni
di
ravvedimento
termineranno
quivi
l
'
ingaggio
.
I
ravveduti
termineranno
invece
lo
ingaggio
nella
truppa
dove
saranno
nuovamente
trasferiti
»
.
I
travagliatori
non
erano
adunque
che
tristi
soggetti
allontanati
dall
'
esercito
,
e
la
cura
di
liberarnelo
al
possibile
primeggiava
sopra
ogni
altra
,
ad
onta
della
rovina
delle
fortificazioni
veneziane
e
della
fosca
dipintura
del
sopraintendente
Moser
.
Fu
soltanto
pochi
mesi
prima
della
caduta
della
Serenissima
che
il
generale
Stràtico
richiese
effettivamente
al
Savio
alla
Scrittura
di
istituire
un
corpo
del
genio
militare
,
con
attributi
e
còmpiti
da
arma
nel
senso
moderno
;
«
formando
finalmente
un
corpo
di
guastatori
,
istrutto
nella
costruzione
dei
trinceramenti
ed
opere
campali
sotto
la
direzione
degli
ufficiali
ingegneri
e
nella
gittata
dei
ponti
per
il
passaggio
dei
fiumi
.
Così
ad
ogni
comando
nulla
verrebbe
a
mancare
,
tanto
per
muovere
la
truppa
contro
l
'
oste
nemica
che
per
assicurarle
una
forza
superiore
alla
medesima
»
.
Ma
lo
Stràtico
scriveva
così
soltanto
il
20
luglio
1796
(
193
)
.
CAPO
VIII
.
La
cavalleria
veneta
.
Le
armi
nel
loro
complesso
,
il
governo
ed
il
riparto
difensivo
e
territoriale
.
I
veterani
.
Le
glorie
della
cavalleria
leggera
stradiotta
erano
sfiorite
da
gran
tempo
.
I
fieri
cavalieri
albanesi
-
o
cappelletti
-
al
soldo
della
Repubblica
,
vestiti
di
abiti
succinti
,
armati
di
piccolo
scudo
,
di
lancia
e
di
spada
,
che
avevano
empito
delle
loro
fulminee
gesta
i
campi
d
'
Italia
nel
Cinquecento
,
si
erano
a
grado
a
grado
ammansiti
.
Avevano
dapprima
smussate
le
unghie
,
poscia
ripiegate
le
zanne
e
si
erano
da
ultimo
confusi
e
perduti
in
un
largo
innesto
nei
più
miti
cavalleggeri
Dalmati
e
Croati
.
L
'
essenza
dell
'
arte
del
combattere
leggero
alla
stradiotta
,
fatto
di
balenare
d
'
incursioni
,
di
tagli
ratti
e
violenti
inferti
sul
corpo
greve
dell
'
avversario
,
di
solchi
sanguigni
e
profondi
vibrati
sulle
terre
devastate
dalla
loro
rapacità
,
era
esulata
altrove
sotto
forme
più
disciplinate
e
conformi
al
diritto
delle
genti
,
specie
in
Francia
,
dove
si
era
raccolta
e
tramandata
,
con
qualche
sapore
di
venezianità
,
sotto
le
insegne
del
reggimento
cavalleggeri
Royal
Cravates
(
194
)
.
A
Venezia
rimase
,
come
di
tutto
il
bello
ed
il
buono
del
passato
,
soltanto
l
'
eredità
delle
memorie
.
Trascorso
il
periodo
delle
grandi
guerre
e
delle
lotte
di
conquista
,
nelle
quali
la
cavalleria
stradiotta
con
il
suo
rapido
dilagare
parve
quasi
il
simbolo
e
l
'
arma
per
eccellenza
;
ripiegatasi
la
Serenissima
in
sé
medesima
,
la
cavalleria
divenne
nell
'
esercito
veneto
un
'
arma
esotica
.
Si
restrinse
cioè
al
modesto
compito
di
milizia
addetta
alla
custodia
dei
confini
,
alla
scorta
dei
convogli
di
privative
dello
Stato
(
195
)
e
delle
reclute
,
alla
guardia
d
'
onore
delle
missioni
e
delle
alte
cariche
governative
;
dedicò
infine
il
proprio
servizio
al
mestiere
di
staffetta
lungo
le
principali
rotabili
,
per
trasmettere
con
qualche
celerità
lungo
di
esse
le
ducali
e
gli
ordini
più
urgenti
del
Savio
alla
Scrittura
.
Sotto
questo
riguardo
adunque
la
cavalleria
veneziana
prese
la
veste
di
un
pubblico
servizio
e
si
spogliò
delle
caratteristiche
di
arma
combattente
.
Le
esenzioni
e
le
difficoltà
dei
pascoli
,
mentre
tendevano
a
raccoglierla
in
determinati
centri
meglio
provvisti
di
foraggio
,
obbligavano
per
contro
a
frazionarla
in
piccoli
posti
là
dove
questo
scarseggiava
.
E
ciò
anche
per
meglio
soddisfare
alle
esigenze
del
servizio
di
scorta
e
di
staffetta
.
La
campagna
bresciana
e
la
veronese
primeggiavano
per
floridezza
dei
pascoli
e
quivi
i
riparti
di
cavalleria
potevano
stare
più
raccolti
:
la
provincia
del
Friuli
,
specie
il
circondario
di
Pordenone
(
196
)
,
pur
essendo
assai
più
ricca
di
foraggi
era
nondimeno
esente
da
ogni
servitù
,
e
ciò
per
antico
privilegio
.
Nei
dintorni
del
Chievo
(
Clevo
)
stava
quindi
alloggiato
un
buon
terzo
della
cavalleria
veneta
al
tempo
della
decadenza
,
ed
a
Verona
risiedeva
il
suo
sopraintendente
.
I
possessori
di
quelle
praterie
acclive
e
dei
pingui
pascoli
sotto
quella
fortezza
erano
obbligati
-
per
vecchi
statuti
-
a
somministrare
le
decime
dei
loro
fieni
alla
cavalleria
(
197
)
.
Ma
quel
vincolo
-
fatto
di
antiche
schiavitù
terriere
-
era
diventato
insopportabile
ai
terrazzani
veronesi
della
decadenza
della
Repubblica
,
che
ripetutamente
ed
acerbamente
se
ne
dolevano
,
offrendosi
perfino
di
pagare
la
prescrìtta
decima
in
denaro
sonante
.
Con
ciò
quei
terrazzani
intendevano
piuttosto
a
liberarsi
delle
guarnigioni
che
dell
'
onere
che
loro
derivava
per
la
presenza
della
cavalleria
nelle
loro
terre
.
Ma
il
Senato
,
nel
1782
,
riconfermò
nel
modo
più
esplicito
il
pieno
vigore
delle
antiche
servitù
,
«
essendoché
la
fornitura
delle
decime
alla
pubblica
cavalleria
è
destinata
alla
comune
salvezza
di
tutti
,
per
il
mantien
di
quell
'
arma
»
(
198
)
.
A
squadriglie
,
a
drappelli
,
il
rimanente
della
cavalleria
era
suddiviso
in
parte
nelle
città
e
nel
contado
della
Bresciana
e
del
Bergamasco
,
ed
in
parte
tra
i
centri
di
Padova
,
Rovigo
,
Treviso
,
Udine
e
Palmanova
.
Delle
province
di
Oltremare
,
la
sola
Dalmazia
aveva
cavalleria
preferibilmente
croata
,
oppure
di
corazze
;
e
poiché
a
questa
specialità
da
tempo
era
affidato
il
servizio
di
vigilanza
verso
le
frontiere
turchesche
e
nell
'
interno
,
i
nomi
di
corazze
e
di
croati
suonavano
nei
luoghi
come
sinonimi
di
gendarmi
ed
anche
di
sgherri
(
199
)
.
Inauguratosi
poi
,
nel
1783
,
il
sistema
dei
cambi
di
guarnigione
o
dei
turni
-
come
si
disse
più
avanti
-
-
fra
i
grandi
riparti
territoriali
della
Serenissima
,
questa
tradizione
poliziesca
andò
a
grado
a
grado
affievolendosi
,
ed
il
servizio
di
ordine
pubblico
fu
indi
appresso
egualmente
ripartito
tra
le
diverse
specialità
dell
'
arma
che
si
avvicendavano
nei
presidi
d
'
Oltremare
.
*
*
*
I
còmpiti
della
cavalleria
veneta
si
esplicavano
anzitutto
nei
servizi
mobili
,
cioè
nella
perlustrazione
delle
strade
di
maggior
transito
insidiate
dai
malviventi
,
nella
sorveglianza
delle
linee
di
confine
,
nella
protezione
dei
convogli
di
biave
(
frumento
)
che
dovevano
servire
alla
panificazione
per
la
truppa
(
200
)
e
nei
servizi
fissi
di
guardia
e
di
vigilanza
locale
;
cioè
nei
così
detti
appostamenti
dell
'
arma
stabiliti
ai
nodi
stradali
di
maggior
rilievo
,
nelle
vicinanze
delle
fortezze
e
dei
castelli
più
importanti
.
Sotto
quest
'
ultimo
aspetto
,
la
cavalleria
veneta
si
prestava
all
'
occorrenza
anche
al
disimpegno
del
servizio
di
staffetta
e
di
corriere
,
come
si
è
ricordato
più
sopra
.
Il
senso
di
cosiffatto
servizio
spigliato
,
disimpegnato
a
piccoli
nuclei
,
contribuiva
nondimeno
a
rendere
l
'
arma
maneggevole
,
usa
alle
fatiche
e
bene
allenata
.
I
frequenti
contatti
tra
l
'
una
e
l
'
altra
riva
dell
'
Adriatico
avevano
fatto
inoltre
acquistare
alla
medesima
buona
pratica
degli
imbarchi
,
degli
sbarchi
e
dimesticità
nelle
traversate
oltremare
,
abbenché
nessuna
prescrizione
regolamentare
si
occupasse
della
materia
e
se
ne
lamentasse
oltremodo
il
difetto
(
201
)
.
I
trasporti
si
eseguivano
di
solito
tra
il
Lido
e
Zara
usando
le
manzere
,
o
barche
per
il
trasporto
dei
bovini
,
ed
in
genere
«
approfittando
di
tutti
i
legni
in
partenza
,
sia
per
armo
che
per
scorta
delle
reclute
»
(
202
)
.
Quanto
al
frazionamento
della
cavalleria
esso
era
per
certo
molto
considerevole
.
Nel
1794
,
le
quattro
compagnie
di
croati
del
Reggimento
Colonnello
Avesani
e
le
quattro
compagnie
di
dragoni
del
Reggimento
Colonnello
Soffietti
,
che
avevano
stanza
attorno
al
Chievo
,
fornivano
appostamenti
a
Mozzecane
,
Valeggio
(
Valeso
)
,
Sorgà
,
Villanova
,
Castelnuovo
,
San
Pietro
in
Valle
,
Caldiero
,
Cà
de
'
Capri
,
Sega
,
ed
eventualmente
anche
posti
di
vigilanza
attorno
alle
fortezze
di
Legnago
e
di
Peschiera
(
203
)
.
Le
rimanenti
quattro
compagnie
di
ciascuno
dei
reggimenti
sopra
ricordati
,
che
tenevano
guarnigione
nella
Bresciana
,
provvedevano
a
loro
volta
agli
appostamenti
di
Palazzolo
,
Ospedaletto
,
Ponte
San
Marco
,
Orzinovi
,
Àsola
,
Pontevico
,
Salò
e
Crema
.
Infine
,
due
compagnie
del
reggimento
croati
del
Colonnello
Emo
distaccate
nel
Bergamasco
,
somministravano
gli
appostamenti
di
Cavernago
,
di
Vercurago
,
Lavalto
,
Sorta
,
Villadoda
,
Cividale
,
Barican
,
Sola
,
Brambat
,
Lurano
,
San
Gervasio
,
Romano
e
Pontida
(
204
)
.
E
le
compagnie
della
cavalleria
veneta
a
quel
tempo
,
«
detratti
gli
ufficiali
,
bassi
-
ufficiali
,
camerata
(
attendenti
e
piantoni
di
scuderia
)
selleri
,
forier
e
marescalco
,
che
non
fanno
servizio
...
»
si
erano
ridotte
a
soli
27
cavalieri
ognuna
(
205
)
.
Intorno
a
questo
medesimo
tempo
l
'
arma
si
suddivideva
in
due
reggimenti
di
croati
,
in
uno
di
cavalleria
dragona
ed
uno
di
cavalleria
corazziera
.
I
reggimenti
di
croati
e
di
dragoni
avevano
la
forza
di
otto
compagnie
ciascuno
,
quello
di
corazzieri
ne
contava
solamente
sei
.
Le
compagnie
di
dragoni
,
croati
e
corazzieri
,
accoppiate
due
a
due
,
formavano
uno
squadrone
agli
ordini
di
un
sergente
maggiore
.
I
corazzieri
,
per
vecchia
tradizione
nobilesca
,
costituivano
anche
nella
cavalleria
veneta
la
milizia
a
cavallo
più
pregiata
e
ragguardevole
,
e
la
legge
di
Ottazione
assicurava
ai
loro
graduati
alcuni
privilegi
in
confronto
agli
altri
graduati
della
Serenissima
(
206
)
.
I
dragoni
erano
destinati
a
combattere
occorrendo
anche
a
piedi
ed
erano
perciò
armati
di
moschettoni
(
207
)
;
i
croati
infine
formavano
la
cavalleria
leggera
.
Sulla
fine
della
Repubblica
era
sopraintendente
dell
'
arma
il
già
colonnello
delle
corazze
conte
Giulio
Santonini
.
Quando
questi
fa
elevato
alla
suprema
carica
della
cavalleria
veneta
(
1788
)
con
l
'
anzidetto
titolo
di
sopraintendente
e
con
il
grado
di
sergente
maggiore
di
battaglia
,
il
Santonini
contava
52
anni
di
servizio
e
67
di
età
,
dedicati
in
massima
parte
al
pubblico
servizio
nelle
guarnigioni
di
Dalmazia
e
di
Levante
(
208
)
.
*
*
*
Il
grande
frazionamento
delle
truppe
venete
,
le
loro
unità
stremate
di
gregari
e
decrepite
nei
quadri
,
il
servizio
anfibio
che
esse
prestavano
tra
terra
e
mare
,
tra
le
frontiere
turchesche
e
le
isole
sperdute
dell
'
arcipelago
ionico
,
rendevano
assai
rare
le
occasioni
utili
per
stabilire
contatti
reciproci
di
cameratismo
,
per
affinare
il
senso
dell
'
arte
,
per
esercitare
insomma
le
truppe
medesime
in
nuclei
di
qualche
rilievo
,
conforme
a
quanto
si
usava
a
quell
'
epoca
nei
campi
di
manovra
di
Francia
e
dell
'
Impero
.
Richiamate
poi
a
nuova
vita
le
cerne
nel
1794
,
con
il
loro
innesto
nei
riparti
di
soldati
del
vecchio
piede
le
unità
si
rinsanguarono
alcun
poco
,
sicché
le
compagnie
anemiche
dei
fanti
italiani
ed
oltremarini
,
da
una
trentina
di
soldati
appena
salirono
in
media
a
circa
il
doppio
.
Si
presentava
allora
propizia
l
'
occasione
per
addestrare
le
truppe
venete
in
qualche
simulacro
di
campo
o
di
manovra
,
ed
il
tenente
generale
Salimbeni
-
il
tacciato
di
giacobinismo
nei
bossoli
del
Maggior
Consiglio
e
del
Senato
-
la
colse
ben
volentieri
a
Verona
,
là
dove
,
sulla
fine
del
detto
anno
,
si
trovavano
raccolti
ben
2507
tra
fanti
e
cannonieri
,
con
326
tra
dragoni
e
croati
(
209
)
.
«
Il
capitanio
di
Verona
(
Alvise
Mocenigo
)
come
pure
il
tenente
generale
Salimbeni
-
così
diceva
una
relazione
del
Savio
al
Doge
-
si
mostrano
molto
soddisfatti
dei
progressi
della
guarnigione
nei
campali
esercizî
,
ad
onta
del
tempo
non
lungo
scorso
dalla
prima
raccolta
delle
cernide
e
di
qualche
rèmora
nelle
successive
.
Né
per
essere
di
già
terminata
la
stagione
delle
campali
evoluzioni
(
210
)
si
introdusse
l
'
inazione
nella
piazza
.
Mentre
quel
comandante
delle
armi
profitta
di
questa
stessa
circostanza
per
stabilirvi
il
giornaliero
servizio
,
senza
tenere
di
soverchio
occupata
la
truppa
che
gode
di
altrettanto
riposo
e
coglie
sempre
le
buone
giornate
per
esercitarle
anche
riunite
in
corpo
,
il
medesimo
si
propone
alla
ventura
primavera
di
eseguire
anche
col
presidio
qualche
evoluzione
di
tattica
»
(
211
)
.
Le
buone
intenzioni
avevano
adunque
fruttato
qualche
cosa
.
Più
tardi
,
nel
luglio
del
1796
,
il
sergente
generale
conte
Stràtico
-
il
fautore
di
una
artiglieria
veneta
da
battaglia
leggera
e
manovriera
ed
il
riformatore
del
regolamento
di
esercizi
per
le
fanterie
italiana
ed
oltremarina
-
riaffermava
ancora
la
necessità
di
queste
manovre
d
'
assieme
,
nella
premessa
al
ricordato
regolamento
e
nel
carteggio
che
esso
diede
luogo
tra
lo
stesso
Stràtico
ed
il
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
in
carica
.
Con
la
visione
oramai
netta
e
precisa
della
patria
violentata
sul
margine
delle
lagune
-
come
al
tempo
della
guerra
di
Cambrai
-
quel
generale
vagheggiava
la
costituzione
di
alcuni
campi
stabili
sotto
ai
forti
di
San
Pietro
in
Volta
e
di
Malamocco
,
presso
i
trinceramenti
della
Motta
detta
di
Sant
'
Antonio
e
presso
il
Lido
,
allo
scopo
di
formarne
una
scuola
d
'
armi
e
d
'
armati
sempre
pronta
ad
ogni
evenienza
,
sempre
desta
ad
ogni
minaccia
;
di
apparecchiare
insomma
un
buon
istrumento
di
difesa
per
Venezia
e
per
l
'
estuario
.
Giacomo
Nani
,
con
il
prestigio
del
suo
nome
,
con
la
profondità
delle
sue
dottrine
,
con
il
suo
patriottismo
illuminato
,
aggiungeva
a
questi
disegni
forza
e
decoro
.
«
È
bene
-
scriveva
lo
Stràtico
-
che
si
radunino
al
più
presto
assieme
queste
truppe
e
siano
messe
sotto
le
tende
,
come
nella
ultima
neutralità
(
212
)
al
tempo
del
maresciallo
Schoulemburg
.
Tale
metodo
è
poi
molto
utile
nel
formarsi
in
battaglia
,
nel
marciare
fuori
dei
campi
per
qualche
lungo
tratto
interrotto
da
fossi
,
da
siepi
e
da
altri
impedimenti
,
e
finalmente
per
eseguire
le
grandi
manovre
.
Da
questo
primo
passo
dello
attendamento
è
facile
condursi
poi
a
quegli
altri
che
formano
la
catena
continua
delle
militari
istruzioni
;
vale
a
dire
nel
rendere
in
pari
tempo
ed
in
unione
con
la
fanteria
esercitati
gli
artiglieri
nella
disposizione
e
nello
esercizio
dell
'
artiglieria
di
corpo
e
del
treno
da
campagna
,
di
cui
dovrebbero
essere
forniti
i
progettati
accampamenti
,
come
anche
la
cavalleria
che
vi
si
volesse
assegnare
sia
nei
finti
assalti
che
in
foraggiare
,
scortare
convogli
e
bagagli
...
Quanto
poi
riflette
questa
ultima
arma
,
il
maresciallo
Schoulemburg
era
del
parere
doversi
armare
i
lidi
di
Venezia
(
213
)
,
specie
i
dipartimenti
di
Pellestrina
e
di
Chioggia
,
con
buoni
corpi
di
cavalleria
per
impedire
gli
sbarchi
ed
appoggiare
occorrendo
quelle
milizie
che
,
da
Venezia
,
fossero
spedite
in
Terraferma
.
Converrebbe
quindi
chiamare
a
questa
parte
almeno
quattro
compagnie
di
croati
,
aumentando
però
la
loro
forza
attuale
fino
a
cento
teste
,
formare
con
esse
tre
buoni
squadroni
(
di
due
compagnie
ognuno
)
ed
aggiungervene
un
quarto
di
cavalleggeri
»
.
Così
,
mentre
la
Serenissima
stava
agonizzando
,
si
istituirono
in
tumulto
gli
ultimi
campi
di
manovra
dell
'
esercito
Veneto
,
sicché
essi
uscirono
alla
luce
del
sole
come
nati
-
morti
.
*
*
*
Il
riparto
militare
della
Repubblica
comprendeva
i
quattro
dipartimenti
territoriali
d
'
Italia
,
di
Dalmazia
,
del
Golfo
e
del
Levante
.
I
tre
ultimi
,
per
essere
d
'
oltremare
,
avevano
stretta
correlazione
con
la
suprema
magistratura
politica
,
civile
e
marinara
di
ciascuna
provincia
(
i
provveditori
generali
)
.
Il
primo
dipartimento
invece
,
quello
d
'
Italia
,
non
avendo
normalmente
tale
analogia
di
forme
e
di
reggimenti
-
a
meno
che
speciali
circostanze
politiche
non
consigliassero
di
nominare
anche
colà
un
provveditore
-
esercitava
la
propria
giurisdizione
per
mezzo
dei
capitani
e
dei
podestà
.
Nel
riparto
di
Levante
(
214
)
primeggiava
l
'
isola
di
Corfù
,
per
la
sua
posizione
geografica
e
per
il
ricordo
degli
ultimi
fasti
di
guerra
della
Serenissima
(
1716
)
indivisibilmente
congiunti
alla
strenua
difesa
del
maresciallo
Schoulemburg
.
E
la
fortezza
corfiotta
nel
1796
contava
ancora
sui
rovinati
rampari
ben
512
bocche
da
fuoco
di
varia
specie
e
calibro
.
Dopo
Corfù
,
in
ordine
d
'
importanza
,
si
contava
Santa
Maura
(
Levkàs
)
cui
pendevano
di
continuo
sul
capo
come
scimitarra
gli
orrori
delle
incursioni
turchesche
;
Zante
(
Zakynthos
)
la
boscosa
e
feconda
per
i
pingui
pascoli
,
assai
mal
guardata
dai
suoi
21
cannoni
barcollanti
sugli
affusti
tarlati
;
Prevesa
la
cittadella
perduta
in
fondo
al
promontorio
aziaco
,
ricca
di
gloria
romana
ed
anche
un
poco
orgogliosa
per
la
recente
fortuna
dei
Veneti
(
215
)
,
guardata
da
un
pugno
di
soldati
macilenti
per
i
miasmi
dell
'
acquitrino
ambracico
.
Venivano
ultime
Vonizza
,
l
'
isola
di
Cefalonia
con
il
presidio
di
Asso
,
e
li
scogli
perduti
di
Cerigo
e
Cerigotto
.
Nel
contado
delle
Bocche
,
cioè
in
parte
della
giurisdizione
del
Golfo
,
aveva
il
primo
posto
la
fortezza
di
Cattaro
con
153
cannoni
,
compreso
l
'
armamento
del
Forte
Spagnuolo
di
Castelnuovo
(
216
)
,
quello
del
castello
di
Budua
e
degli
appostamenti
di
Zupa
e
del
contado
dei
Pastrovicchi
.
Frequenti
erano
le
relazioni
politiche
e
commerciali
dei
governatori
delle
armi
di
queste
due
ultime
fortezze
con
l
'
attiguo
territorio
dei
Montenegrini
e
dei
pascià
dell
'
Erzegovina
(
217
)
.
Il
riparto
di
Dalmazia
aveva
per
capoluogo
Zara
.
Non
minore
importanza
dopo
questa
città
avevano
i
castelli
di
Knin
,
di
Sign
,
di
Spalato
,
di
Traù
,
le
opere
di
Sebenico
,
quelle
di
Almissa
e
di
Imoschi
.
Nell
'
Istria
Veneta
primeggiava
infine
Capodistria
armata
con
12
pezzi
.
Tra
le
piazze
forti
d
'
Italia
aveva
grande
fama
Palma
,
o
Palmanova
,
retta
da
uno
speciale
magistrato
militare
.
Il
numero
dei
castelli
e
delle
fortificazioni
di
Venezia
e
dell
'
estuario
era
assai
grande
,
e
tale
si
trasmise
pressoché
in
integro
,
attraverso
le
dominazioni
francese
ed
austriaca
,
fino
al
1848
.
Tra
le
opere
più
notevoli
si
contavano
,
al
tempo
della
caduta
della
Repubblica
,
quelle
del
Lido
,
di
Campalto
,
della
Certosa
,
di
San
Giorgio
Maggiore
,
della
Motta
di
Sant
'
Antonio
,
del
Maltempo
,
di
San
Pietro
in
Volta
,
degli
Alberoni
,
di
Chioggia
,
di
Bròndolo
,
del
Castello
di
Sant
'
Andrea
,
di
San
Giovanni
della
Polvere
,
di
San
Giorgio
in
Alga
;
oltre
una
folla
di
opere
minori
,
batterie
,
trinceramenti
,
ottagoni
,
palizzate
ed
appostamenti
(
218
)
.
Sugli
spalti
di
queste
opere
di
Venezia
e
dell
'
estuario
risultavano
collocate
in
complesso
2471
bocche
da
fuoco
,
comprese
le
disponibili
nell
'
Arsenale
.
Caposaldo
della
difesa
di
Terraferma
era
la
fortezza
di
Verona
.
In
essa
si
notavano
il
castello
di
San
Pietro
e
quello
di
San
Felice
(
219
)
,
entrambi
ricchi
di
solide
muraglie
,
di
torricelle
,
di
opere
a
corno
e
di
terrapieni
d
'
ogni
maniera
,
demoliti
in
buona
parte
in
forza
del
trattato
di
Luneville
nel
marzo
1801;
Castel
Vecchio
di
remota
costruzione
Scaligera
(
220
)
con
grossi
parapetti
,
feritoie
sui
piloni
del
classico
ponte
e
merlature
,
opere
deturpate
anch
'
esse
in
virtù
del
detto
trattato
;
e
la
cinta
murata
con
le
numerose
porte
,
cortine
e
bastioni
illustrati
dall
'
arte
del
Sammichieli
.
Minore
importanza
avevano
infine
la
piazze
di
Legnago
e
di
Peschiera
-
recentemente
sistemate
nei
fossi
acquei
e
nelle
mure
dal
colonnello
Lorgna
-
il
castello
di
Brescia
,
le
opere
di
Orzinovi
(
Orzi
-
Novi
)
,
di
Crema
,
di
Àsola
,
di
Pontevico
e
di
Bergamo
.
*
*
*
L
'
alta
giurisdizione
territoriale
militare
sui
riparti
di
Levante
,
Dalmazia
,
Golfo
ed
Italia
,
era
esercitata
dai
rispettivi
sergenti
maggiori
di
battaglia
,
secondo
i
turni
dei
quali
si
disse
più
sopra
.
Il
comando
effettivo
delle
fortezze
competeva
invece
ai
singoli
governatori
delle
armi
,
suddivisi
in
alquante
categorie
a
seconda
dell
'
importanza
delle
fortezze
medesime
.
Ai
governatori
delle
armi
spettava
un
certo
numero
di
lance
spezzate
costituenti
una
piccola
guardia
del
corpo
.
Successivamente
però
questo
diritto
andò
modificandosi
e
si
trasformò
,
sul
finire
della
Repubblica
,
in
una
specie
di
indennità
di
carica
da
corrispondersi
in
contanti
.
A
questi
governatori
delle
armi
nelle
fortezze
d
'
Oltre
mare
incombeva
un
còmpito
assai
spesso
difficile
e
pericoloso
.
Quello
cioè
di
servire
da
ago
della
bilancia
in
mezzo
alla
violenza
delle
passioni
politiche
delle
genti
contermini
,
e
da
scudo
contro
le
incursioni
e
le
depredazioni
delle
vicine
tribù
turchesche
.
E
l
'
uno
e
l
'
altro
ufficio
essi
dovevano
assolvere
con
dignità
e
con
fermezza
,
quasi
sempre
con
scarsissimi
presidi
,
con
armi
spuntate
e
rugginose
.
In
quest
'
opera
giovava
ancora
alcun
poco
il
bagaglio
delle
antiche
memorie
e
del
vecchio
prestigio
repubblicano
rinverdito
dopo
le
campagne
del
1716-17
,
ma
più
che
tutto
valeva
l
'
intreccio
dei
vincoli
politici
,
sociali
e
feudali
,
solidamente
ribadito
dalla
Repubblica
nei
domini
d
'
Oltremare
tra
i
suoi
stessi
rappresentanti
ed
i
maggiorenti
delle
terre
.
Così
,
con
fine
accorgimento
,
la
Serenissima
soleva
scegliere
non
pochi
dei
governatori
delle
armi
delle
principali
fortezze
di
Dalmazia
e
di
Levante
tra
gli
ufficiali
superiori
degli
Oltremarini
,
vale
a
dire
tra
i
conterranei
medesimi
;
sicché
,
per
tale
riguardo
,
le
genti
entravano
di
leggeri
in
una
tal
specie
di
convinzione
di
godere
una
autonomia
propria
,
convinzione
che
gli
istituti
repubblicani
rafforzavano
e
corroboravano
.
Il
crogiuolo
delle
milizie
regionali
oltremarine
serviva
così
da
elemento
unificatore
,
da
valido
intermediario
tra
le
libertà
cantonali
d
'
Oltremare
ed
il
potere
centrale
repubblicano
,
da
scuola
d
'
armi
insieme
e
di
pubblici
poteri
dalla
quale
il
dominio
veneto
usciva
rafforzato
e
popolarizzato
.
Le
migliori
famiglie
dalmate
quivi
dovevano
acquistare
i
titoli
per
l
'
esercizio
del
governo
sui
conterranei
,
in
nome
della
stessa
Serenissima
,
e
questo
automatico
ricambio
di
uomini
e
di
reggitori
raddolciva
le
suscettività
individuali
e
collettive
delle
municipalità
dalmate
e
le
cointeressava
agli
accorti
fini
politici
della
Repubblica
.
Nelle
principali
fortezze
i
governatori
delle
armi
erano
inoltre
coadiuvati
dai
così
detti
maggiori
alle
fortezze
,
tratti
in
buona
parte
dal
corpo
degli
artiglieri
,
con
incarichi
esclusivamente
sedentari
.
Non
mancavano
però
degli
strappi
a
tale
consuetudine
circa
il
reclutamento
di
questi
ufficiali
,
e
tra
gli
altri
merita
particolare
rilievo
quello
che
si
verificò
nel
1794
quando
-
nell
'
assoluta
impossibilità
di
trovare
un
posto
agli
ufficiali
promossi
per
merito
di
guerra
da
Angelo
Emo
-
convenne
trasferirli
appunto
nel
personale
delle
fortezze
,
senza
riguardo
di
sorta
all
'
ufficio
ed
all
'
arma
di
provenienza
.
I
còmpiti
di
questi
ufficiali
alle
fortezze
erano
assai
simili
a
quelli
che
,
sotto
la
Francia
del
vecchio
regime
,
erano
attribuiti
ai
majors
ed
agli
aides
majors
généreaux
des
logis
(
221
)
.
Poche
parole
rimangono
da
dire
intorno
alla
dislocazione
effettiva
delle
truppe
venete
.
I
documenti
più
autorevoli
in
materia
sono
per
certo
i
«
Piedilista
generali
di
tutte
le
pubbliche
forze
»
compilati
all
'
Inquisitorato
sull
'
amministrazione
dei
pubblici
ruoli
.
Codesti
specchi
,
che
servivano
di
base
ai
càlcoli
relativi
alla
forza
bilanciata
dell
'
esercito
della
Repubblica
,
comprendevano
gli
effettivi
sotto
le
armi
,
gli
aumenti
e
le
diminuzioni
dei
fazioneri
in
confronto
del
periodo
di
tempo
immediatamente
precedente
,
gli
amassi
o
risultati
delle
nuove
leve
,
i
cassi
o
congedati
per
compimento
d
'
ingaggio
o
per
inabilità
fisica
,
i
fuggiti
o
disertori
,
i
morti
,
i
passati
di
riparto
o
trasferiti
ad
altra
sede
,
ed
infine
i
realditi
,
o
condannati
la
cui
pena
era
sospesa
momentaneamente
per
revisione
di
processo
(
222
)
.
Le
modalità
di
tali
piedilista
erano
tassativamente
fissate
dalle
Terminazioni
degli
Ill.mi
ed
Ecc.mi
Signori
Inquisitori
sopra
l
'
amministrazione
dei
pubblici
rolli
(
223
)
,
e
ad
esse
si
dovevano
uniformare
tutti
i
comandanti
di
truppa
nello
intento
di
evitare
brogli
,
peculati
e
tentativi
di
frode
per
via
dei
passavolanti
(
224
)
.
Epperciò
ogni
ufficiale
,
sulla
propria
fede
di
uomo
d
'
onore
,
doveva
redigere
la
copia
del
rispettivo
rollo
,
o
riparto
,
da
trasmettersi
quindi
agli
inquisitori
competenti
,
vidimata
dalle
autorità
superiori
.
Analoghe
pratiche
si
osservavano
per
le
truppe
imbarcate
sui
pubblici
legni
,
disposte
a
guardia
di
lontani
presidi
e
negli
appostamenti
.
I
sergenti
maggiori
di
battaglia
,
i
capi
dei
riparti
territoriali
,
gli
aiutanti
di
reggimento
e
di
battaglione
,
dovevano
sorvegliare
con
somma
cura
la
compilazione
scrupolosa
dei
piedilista
,
che
si
trasmettevano
all
'
Inquisitorato
semestralmente
prima
dell
'
anno
1790
,
ed
annualmente
dopo
di
quell
'
anno
(
225
)
.
*
*
*
Dai
piedilista
adunque
-
orgoglio
e
tormento
della
burocrazia
militare
veneta
dell
'
epoca
-
si
rileva
che
la
forza
bilanciata
sullo
scorcio
di
vita
della
Repubblica
oscillava
intorno
alla
dozzina
di
migliaia
di
soldati
,
e
che
pochi
anni
prima
della
caduta
questa
forza
era
timidamente
salita
sopra
alle
quindici
migliaia
di
uomini
(
226
)
.
Tale
contingente
di
truppe
era
suddiviso
pressoché
in
parti
proporzionali
tra
i
quattro
dipartimenti
militari
.
Così
nel
1780
,
sopra
un
totale
di
313
compagnie
e
12,406
teste
a
ruolo
,
compresi
gli
invalidi
,
gli
addetti
all
'
Arsenale
,
alle
scuole
militari
ed
alle
compagnie
di
leva
,
spettavano
a
ciascuno
dei
grandi
riparti
gli
effettivi
seguenti
:
Riparto
di
Levante
.
-
Presidi
,
numero
24
(
227
)
.
A
terra
,
uomini
3326
.
Sulle
navi
,
nomini
1683
(
228
)
.
Riparto
di
Dalmazia
.
-
Presidi
,
numero
49
(
229
)
.
A
terra
,
uomini
2761
.
Sulle
navi
,
uomini
255
.
Riparto
d
'
Italia
.
-
Presidi
,
numero
43
(
230
)
.
A
terra
,
uomini
2141
.
Sulle
navi
,
uomini
453
.
Riparto
del
Golfo
.
-
Presidi
,
numero
2
(
231
)
.
A
terra
,
uomini
197
.
Sulle
navi
,
uomini
460
.
Nell
'
interno
dei
corpi
le
guarnigioni
di
solito
erano
distribuite
in
giusta
misura
,
con
senso
di
equità
e
di
equilibrio
tra
i
buoni
ed
i
cattivi
distaccamenti
,
e
con
riguardo
ai
turni
destinati
a
ristabilire
l
'
equilibrio
in
questa
necessaria
altalena
di
«
bona
mixta
malis
»
delle
guarnigioni
degli
eserciti
a
base
nazionale
.
Pochi
erano
invece
i
corpi
che
avevano
tutte
le
compagnie
raccolte
in
una
medesima
sede
,
o
riparto
territoriale
,
e
ciò
dipendeva
ordinariamente
tanto
da
necessità
di
transito
da
un
riparto
all
'
altro
(
Lido
-
Padova
-
Zara
)
,
quanto
da
convenienze
particolari
d
'
arma
(
corazzieri
,
croati
,
travagliatori
,
invalidi
etc
.
)
.
Nel
piedilista
del
V
settembre
1776
(
232
)
-
uno
dei
più
accurati
della
specie
-
risulta
infatti
che
,
dei
18
reggimenti
di
Fanteria
Italiana
,
14
avevano
le
proprie
compagnie
tutte
riunite
nell
'
interno
di
uno
stesso
riparto
,
che
i
rimanenti
reggimenti
le
avevano
frazionate
,
e
che
tutti
i
corpi
di
Fanti
Oltramarini
all
'
infuori
di
due
(
233
)
si
trovavano
con
le
proprie
unità
sparpagliate
tra
la
Dalmazia
,
il
Levante
,
l
'
Italia
ed
il
Golfo
.
Della
cavalleria
veneta
,
il
Reggimento
di
Corazze
aveva
le
sue
sei
compagnie
tutte
in
Dalmazia
,
quello
di
Dragoni
era
per
intero
dislocato
in
Italia
.
Il
reggimento
Croati
del
Colonnello
Begna
presidiava
la
Dalmazia
senza
distaccamenti
in
altri
riparti
,
quello
del
Colonnello
Gregorina
era
tutto
raccolto
in
Italia
.
Il
Reggimento
artiglieria
infine
era
suddiviso
con
sei
compagnie
in
Levante
,
tre
nella
Dalmazia
ed
altrettante
in
Italia
.
Questa
dislocazione
delle
truppe
venete
si
mantenne
presso
a
poco
immutata
fino
alla
caduta
della
Repubblica
.
Subì
soltanto
qualche
alterazione
nel
1796
quando
,
a
cominciare
dai
primi
di
giugno
,
dalle
province
d
'
Oltremare
furono
chiamate
alla
Dominante
truppe
per
la
difesa
delle
lagune
minacciate
dagli
eserciti
di
Francia
.
Allora
,
per
la
seconda
volta
dopo
la
guerra
di
Cambrai
,
si
videro
raccolte
milizie
in
buon
numero
dentro
l
'
abitato
cittadino
di
Venezia
,
violando
la
tradizionale
consuetudine
che
ne
le
escludeva
in
via
normale
in
omaggio
alle
libertà
repubblicane
.
All
'
infuori
di
codesti
casi
eccezionalissimi
,
unici
rappresentanti
della
legge
e
della
forza
armata
veneta
dentro
alla
città
delle
lagune
erano
i
birri
ed
i
fanti
,
ministri
questi
ultimi
al
servizio
del
Consiglio
dei
Dieci
e
degli
Inquisitori
di
Stato
(
234
)
.
*
*
*
Poiché
l
'
esercito
veneto
della
rovina
repubblicana
accentuò
il
proprio
carattere
di
istituto
di
beneficenza
,
pullularono
come
una
fungaia
i
corpi
degli
invalidi
,
o
dei
benemeriti
,
senza
contare
i
nuclei
di
militari
fisicamente
inadatti
al
servizio
,
non
inquadrati
in
unità
sedentarie
ma
semplicemente
mantenuti
a
ruolo
e
stipendio
con
il
benefizio
delle
così
dette
mezze
paghe
.
Di
queste
ultime
si
avvantaggiavano
in
particolar
modo
i
cannonieri
,
intendendo
con
ciò
la
Serenissima
di
conservarsi
sotto
mano
-
prima
della
fondazione
del
Reggimento
Artiglieria
e
subito
dopo
di
essa
-
una
certa
riserva
di
militari
pratici
delle
artiglierie
per
far
fronte
alle
eventuali
esigenze
.
Ma
poiché
lo
scandaloso
costume
delle
mezze
-
paghe
,
che
manteneva
a
spese
del
pubblico
erario
una
falange
di
fannulloni
e
di
disadatti
fu
abolita
nell
'
anno
1777
,
un
'
ondata
di
postulanti
e
di
malcontenti
venne
a
rifluire
alle
unità
organizzate
degli
invalidi
.
Se
ne
rammaricava
inutilmente
il
Senato
,
rilevando
il
grave
danno
pecuniario
che
causava
tale
corrività
,
eccitando
il
Savio
alla
Scrittura
a
provvedere
:
«
perché
questa
caritatevole
disposizione
(
dei
benemeriti
)
non
vada
a
danno
del
dinaro
pubblico
,
né
trovi
il
privato
interesse
una
fonte
di
illeciti
vantaggi
»
(
235
)
.
La
piaga
però
aveva
troppo
salde
e
profonde
radici
,
d
'
altronde
le
strettezze
dell
'
erario
non
permettevano
di
concedere
giubilazioni
che
ai
militari
fatti
decrepiti
sotto
l
'
assisa
repubblicana
;
e
ciò
non
poteva
accadere
di
solito
che
verso
i
60
o
70
anni
di
età
.
Nel
1790
esistevano
nell
'
esercito
veneto
7
compagnie
o
distaccamenti
di
benemeriti
.
Una
compagnia
di
essi
era
dislocata
al
Lido
e
nelle
opere
contermini
,
una
a
Palmanova
ed
una
nel
Castello
di
Brescia
.
Un
distaccamento
assai
numeroso
di
quei
vecchi
soldati
guardava
il
forte
di
San
Pietro
dei
Nembi
sotto
Zara
,
un
altro
quello
del
Maltempo
presso
Venezia
,
i
due
ultimi
infine
erano
dislocati
a
Zara
e
nel
Collegio
Militare
di
Verona
.
Principale
còmpito
di
questi
benemeriti
era
il
servizio
di
guardia
agli
istituti
ed
edifizi
militari
affidati
alla
loro
custodia
,
«
senza
mai
staccarsi
dal
posto
sotto
qualunque
pretesto
,
per
ubbidire
ai
comandi
che
loro
venissero
impartiti
e
vietando
l
'
asporto
di
pubblica
o
di
privata
roba
»
(
236
)
.
CAPO
IX
.
L
'
addestramento
della
truppa
veneta
.
Cadeva
la
Repubblica
quando
,
dopo
una
serie
di
reiterate
istanze
intese
a
porre
in
rilievo
la
vetustà
dei
regolamenti
tattici
compilati
dal
maresciallo
Schoulemburg
al
principio
del
secolo
XVIII
-
sui
quali
era
passato
indarno
tutto
lo
splendore
dell
'
arte
federiciana
-
il
Senato
si
induceva
finalmente
a
nominare
una
commissione
con
l
'
incarico
di
redigerne
dei
nuovi
.
Si
trattava
anzitutto
di
rendere
più
agili
e
manovriere
le
forme
tattiche
della
fanteria
,
anchilosate
ancora
nella
vecchia
suddivisione
di
ali
,
di
divisioni
e
di
plotoni
,
di
imprimere
maggiore
impulso
al
fuoco
,
scioltezza
agli
ordinamenti
e
vigoria
alle
azioni
da
combattimento
.
La
circostanza
che
un
buon
nucleo
di
truppe
venete
si
trovava
raccolto
sotto
Verona
,
e
che
il
generale
Salimbeni
ed
il
governatore
delle
armi
di
quella
città
avevano
cominciato
ad
esercitarle
in
simulacri
di
esercitazioni
e
di
manovre
,
si
presentava
assai
propizia
per
compiere
le
necessarie
esperienze
della
riforma
dei
regolamenti
.
Nella
primavera
del
1795
una
commissione
composta
dal
detto
generale
Salimbeni
,
dal
sergente
generale
Stràtico
e
da
altri
ufficiali
inferiori
,
compiva
infatti
la
prima
metà
dell
'
opera
,
cioè
quella
della
revisione
della
parte
formale
dei
regolamenti
tattici
dal
titolo
«
Esercizi
personali
per
gli
Uffiziali
,
bassi
-
uffiziali
e
soldati
della
truppa
veneta
»
,
e
la
presentava
al
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
Iseppo
Priuli
con
una
dotta
relazione
a
corredo
,
acciocché
questo
magistrato
la
rassegnasse
a
sua
volta
al
Doge
.
La
relazione
faceva
riserva
,
«
che
i
detti
benemeriti
ufficiali
Salimbeni
e
Stràtico
avrebbero
fatta
successivamente
completa
produzione
anche
della
seconda
parte
dell
'
opera
...
la
quale
abbracciar
deve
i
movimenti
dei
corpi
,
così
avendo
essi
creduto
di
dividerla
per
maggiore
facilità
e
chiarezza
»
(
237
)
.
Questa
prima
parte
del
regolamento
che
vedeva
allora
la
luce
comprendeva
adunque
il
maneggio
del
fucile
del
modello
Tartagna
,
i
movimenti
con
la
bandiera
per
gli
alfieri
,
con
la
spada
per
gli
ufficiali
e
le
varianti
ed
aggiunte
per
la
fanteria
oltramarina
.
Nel
proemio
si
esprimeva
il
voto
,
«
che
il
libro
venisse
stampato
in
entrambe
le
lingue
italiana
ed
illirica
,
due
essendo
le
nazioni
con
differente
linguaggio
che
hanno
l
'
onore
di
servire
Vostra
Serenità
»
,
e
prometteva
di
estendere
gli
studi
e
le
esperienze
anche
alla
cavalleria
,
«
la
quale
ha
eguale
e
forse
anche
maggiore
bisogno
della
infanteria
di
regolazioni
nello
esercizio
non
solo
,
ma
anche
nella
tattica
,
usando
ancora
quelle
che
furono
estese
fino
dal
secolo
passato
dal
generale
Stenau
»
.
Ispirandosi
a
modernità
di
concetti
,
«
come
si
deve
»
ed
alle
«
nuove
pratiche
introdotte
ed
usitate
dalle
nazioni
più
agguerrite
»
,
i
compilatori
del
nuovo
regolamento
esprimevano
da
ultimo
la
fiducia
che
la
«
nazionalità
veneta
potrà
,
con
esso
,
diventare
mirabilmente
istrutta
»
.
Le
nuove
ordinanze
conservavano
la
formazione
della
fanteria
su
tre
righe
,
ponevano
in
rilievo
la
sempre
crescente
potenza
del
fuoco
e
procuravano
di
disciplinare
l
'
urto
.
Semplificavano
oltre
a
ciò
-
nei
limiti
del
possibile
-
il
maneggio
dell
'
armi
ed
assottigliavano
d
'
alcun
poco
il
pesante
bagaglio
delle
evoluzioni
,
delle
marce
,
delle
contromarce
e
delle
colonne
d
'
attacco
.
*
*
*
Per
eseguire
i
movimenti
con
la
spada
,
oramai
definitivamente
sostituita
alla
picca
fino
dall
'
anno
1790
(
238
)
,
gli
ufficiali
dovevano
prendere
la
posizione
di
attenti
,
epperciò
essi
dovevano
:
«
impiantarsi
con
la
vita
dritta
,
petto
in
fuori
,
capo
alto
,
tacchi
tra
loro
distanti
di
due
dita
,
punte
dei
piedi
in
fuori
,
ginocchia
tese
,
braccia
pendenti
al
naturale
in
giù
,
cappello
che
riposi
sopra
le
ciglia
ma
voltato
un
poco
verso
sinistra
»
(
239
)
.
I
movimenti
con
la
spada
erano
17
e
cioè
:
spada
alla
mano
o
in
parata
,
primo
saluto
,
spada
in
parata
,
secondo
saluto
,
spada
in
battaglia
,
spada
in
parata
,
spada
all
'
orazion
,
spada
in
parata
,
spada
a
funeral
,
spada
in
parata
,
spada
in
riposo
,
spada
in
parata
,
spada
in
battaglia
,
spada
in
riposo
,
spada
in
battaglia
,
spada
in
parata
,
spada
nel
fodero
.
Il
saluto
con
la
spada
si
rendeva
dagli
ufficiali
veneti
presso
a
poco
come
si
pratica
oggigiorno
e
così
si
salutavano
:
«L'Ecc.mo
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
,
i
Provveditori
Generali
da
Mar
,
della
Dalmazia
e
gli
Ecc.mi
Capi
di
Provincia
in
Terraferma
»
.
Per
rendere
onore
alle
altre
autorità
militari
il
saluto
con
la
spada
si
arrestava
al
primo
tempo
dell
'
odierno
saluto
,
e
cioè
«
con
la
coccia
della
spada
«
dirimpetto
al
mento
,
alla
distanza
di
un
palmo
,
guardamano
voltato
verso
il
lato
sinistro
e
lama
verticale
e
di
piatto
»
.
Questi
modi
di
salutare
le
autorità
militari
superiori
ed
inferiori
surrogarono
rispettivamente
la
battuta
della
picca
ed
il
levarsi
del
cappello
,
quando
la
picca
stessa
costituiva
l
'
ordinario
armamento
dell
'
ufficiale
.
Altre
regole
disciplinavano
il
modo
di
portare
la
spada
all
'
orazion
,
che
stendevasi
a
quell
'
atto
davanti
al
corpo
con
il
braccio
disteso
e
la
punta
fin
presso
terra
,
mentre
l
'
ufficiale
ripiegava
il
ginocchio
destro
sotto
il
sinistro
,
si
toglieva
di
capo
il
cappello
e
lo
raccomandava
alla
mano
sinistra
;
a
funeral
,
nella
quale
positura
la
spada
si
portava
serrata
contro
il
petto
lungo
il
lato
sinistro
,
assicurata
sotto
l
'
avambraccio
piegato
all
'
altezza
della
mammella
;
in
battaglia
infine
cioè
con
la
spada
stesa
lungo
il
fianco
destro
,
«
appoggiandola
verticalmente
nel
vuoto
della
spalla
,
col
filo
in
fuori
»
(
240
)
.
Gli
alfieri
portavano
normalmente
la
bandiera
«
sul
fianco
destro
,
l
'
asta
alquanto
inclinata
verso
dritta
e
pendente
in
avanti
,
la
lancia
(
freccia
)
voltata
in
piano
ed
il
calcio
a
terra
»
.
Nei
tempi
sereni
e
senza
vento
la
bandiera
si
lasciava
«
a
drappo
volante
»
,
nei
piovosi
invece
o
con
vento
si
prendeva
«
il
canto
(
lembo
)
pendente
del
drappo
e
con
la
mano
destra
si
serrava
all
'
asta
»
.
Nelle
parate
-
senza
eccezione
di
tempo
-
la
bandiera
doveva
essere
sempre
spiegata
.
L
'
alfiere
abbassava
la
bandiera
davanti
a
quelle
medesime
supreme
cariche
militari
cui
si
rendeva
dagli
ufficiali
il
completo
saluto
con
la
spada
,
«
compiendo
un
ottavo
di
giro
a
«
dritta
,
poi
con
la
mano
dritta
abbassando
l
'
asta
della
bandiera
verso
la
parte
sinistra
,
finché
il
piatto
della
lancia
sia
ad
un
palmo
distante
da
terra
...
nell
'
atto
stesso
si
raccoglieva
con
la
mano
sinistra
il
drappo
e
si
impugnava
per
di
fuori
dell
'
asta
»
.
Per
salutare
tutti
gli
altri
superiori
l
'
alfiere
toglieva
semplicemente
di
capo
il
cappello
(
241
)
.
E
passiamo
agli
esercizi
con
il
fucile
(
242
)
.
Poche
premesse
poste
innanzi
alla
descrizione
dei
relativi
movimenti
richiamavano
l
'
attenzione
sul
fatto
,
«
che
il
maneggio
del
fucile
deve
compiersi
dai
soldati
con
desterità
e
scioltezza
...
epperciò
essi
dovranno
stare
con
l
'
orecchio
attento
al
comando
,
muovere
le
mani
sempre
in
vicinanza
del
corpo
,
eseguire
con
vigore
ogni
tempo
di
una
mozione
restando
poi
immobili
da
uno
all
'
altro
tempo
»
.
Per
facilitare
poi
la
simultaneità
e
l
'
esatta
esecuzione
degli
esercizi
,
si
prescriveva
che
«
essendo
i
soldati
in
rango
e
fila
,
quelli
di
prima
riga
abbiano
a
guardare
attentamente
il
campione
(
istruttore
)
e
quelli
delle
due
ultime
file
quelli
della
prima
,
onde
muoversi
tutti
contemporaneamente
»
.
Tra
il
comando
di
ciascun
movimento
e
l
'
esecuzione
del
primo
tempo
di
esso
,
il
campione
doveva
lasciar
correre
un
intervallo
bastevole
per
contare
a
cadenza
i
primi
tre
numeri
.
Tra
i
tempi
successivi
questo
intervallo
doveva
essere
prolungato
di
alquanto
e
diventare
eguale
all
'
intervallo
di
tempo
che
è
necessario
per
contare
i
primi
sei
numeri
.
Si
eccettuavano
da
questa
regola
mnemonica
i
comandi
per
i
fuochi
e
per
ritirare
le
armi
,
i
quali
dovevano
eseguirsi
non
appena
ordinati
.
La
posizione
di
base
per
eseguire
il
maneggio
dell
'
armi
era
quella
del
fucile
collocato
sulla
spalla
sinistra
,
con
la
canna
in
fuori
,
sostenendo
il
calcio
con
la
palma
della
mano
sinistra
appoggiata
al
fianco
,
«
sicché
il
pollice
premeva
il
calcio
e
le
altre
dita
lo
stringevano
per
di
sotto
:
il
braccio
sinistro
non
doveva
essere
né
troppo
teso
né
troppo
inarcato
,
col
gomito
daccosto
alla
vita
in
modo
tale
che
la
mammella
cadesse
tra
le
due
viti
della
piastrina
»
(
243
)
.
Il
rigido
formalismo
dominante
non
si
arrestava
però
a
tali
prescrizioni
e
rilevando
,
«
che
vi
sono
uomini
che
hanno
più
anca
che
spalla
e
di
quelli
che
sono
al
contrario
»
,
presumeva
di
correggere
anche
le
differenze
fisiologiche
dei
diversi
attori
con
compensi
e
temperamenti
,
in
modo
da
ottenere
che
tutti
i
fusti
dei
fucili
si
adagiassero
in
un
medesimo
piano
inclinato
,
perfettamente
uniforme
.
«
Se
il
soldato
-
-
diceva
dunque
il
regolamento
-
ha
più
anca
che
spalla
,
esso
dovrà
sostenere
il
fucile
sulla
spalla
volgendo
il
pugno
un
poco
in
dentro
perché
la
canna
più
si
scosti
dalla
testa
;
e
se
al
contrario
avesse
più
spalla
che
anca
,
allora
volgerà
il
pugno
un
poco
più
in
fuori
appoggiando
maggiormente
il
calcio
alla
coscia
per
avvicinare
di
più
la
canna
alla
testa
.
Con
tale
avvertenza
si
riuscirà
a
mettere
nello
stesso
piano
tutti
i
fucili
di
una
riga
di
soldati
»
.
E
sulla
pratica
di
questi
ripieghi
i
campioni
fondavano
il
supremo
segreto
dell
'
arte
,
la
ricetta
che
assicurava
fortuna
alla
complicata
coreografia
del
maneggio
dell
'
armi
.
I
principali
movimenti
con
il
fucile
erano
34
.
La
loro
progressione
cominciava
col
presentar
l
'
arme
,
la
quale
si
sosteneva
verticalmente
davanti
al
corpo
«
in
candela
,
proprio
dirimpetto
al
mezzo
del
capo
,
col
vidone
(
vitone
)
del
cane
contro
il
centurino
...
ed
il
piede
destro
tre
dita
dietro
il
piede
sinistro
,
in
modo
che
il
calcagno
di
questo
guardi
il
mezzo
dell
'
altro
piede
,
e
ciò
senza
cangiare
di
fronte
»
(
244
)
.
Sull
'
esecuzione
dei
fuochi
il
regolamento
richiamava
«
tutta
l
'
attenzione
dei
soldati
...
avezzandoli
a
mirare
con
franchezza
,
a
non
torcere
in
verun
modo
la
testa
,
a
non
muovere
né
il
corpo
né
il
fucile
,
perché
ogni
piccolo
moto
può
alterare
la
direzione
del
colpo
.
Allorché
poi
questo
vada
a
maggior
distanza
,
si
insegnerà
ai
soldati
a
premere
bene
col
calcio
la
spalla
nell
'
atto
di
far
fuoco
»
(
245
)
.
Gli
esercizi
del
fuoco
erano
preceduti
dal
movimento
di
base
del
preparatevi
.
A
tale
comando
il
fucile
si
portava
presso
a
poco
nella
positura
di
«
presentat
-
arm
»
e
da
questa
si
armava
il
cane
,
premendo
con
il
pollice
della
mano
destra
sul
vitone
del
cane
medesimo
.
Ciò
fatto
si
passava
al
secondo
movimento
,
cioè
all
'
impostatevi
,
portando
il
piede
destro
un
palmo
dietro
al
sinistro
e
volgendo
il
corpo
verso
destra
,
in
guisa
da
«
metterlo
a
mezzo
profilo
»
.
Così
si
spianava
l
'
arma
«
appoggiando
la
guancia
destra
sul
calcio
,
chiudendo
l
'
occhio
sinistro
per
potere
aggiustatamente
mirare
col
destro
lungo
la
canna
l
'
oggetto
che
si
vuole
colpire
....
Quando
non
sia
determinato
questo
oggetto
da
prendere
di
mira
,
il
soldato
farà
cadere
la
bocca
del
fucile
al
livello
circa
degli
occhi
»
.
I
tempi
della
carica
erano
laboriosissimi
.
Al
comando
di
pigliate
la
carica
il
soldato
estraeva
dal
tasco
(
cartucciera
)
una
carica
,
bene
avvertendo
«
di
aprirlo
in
mezzo
e
non
da
fianco
per
ritrovarla
più
facilmente
»
;
quindi
portava
la
detta
carica
alla
bocca
,
ne
strappava
la
carta
con
i
denti
sino
a
scoprire
la
polvere
aiutandosi
per
ciò
con
uno
«
sforzo
della
mano
verso
la
sinistra
»
.
Ciò
fatto
si
poneva
mano
al
focone
chinando
la
testa
per
poterlo
bene
innescare
,
quindi
si
chiudeva
la
batteria
e
si
impugnava
con
la
destra
il
fucile
verso
la
bocca
,
«
in
modo
che
il
calcio
poggi
a
terra
accosto
al
piede
sinistro
,
la
cartella
sia
in
fuori
,
il
fucil
tocchi
la
coscia
sinistra
e
la
bocca
resti
dirimpetto
alla
spalla
destra
,
impugnato
con
la
detta
mano
destra
»
.
Da
questa
posizione
,
«
dopo
di
aver
soffregata
con
le
due
dita
pollice
ed
indice
la
sommità
della
carica
per
bene
aprirla
del
tutto
,
si
versava
la
polvere
in
canna
mandandole
dietro
la
carta
,
e
si
intasava
da
ultimo
con
la
bacchetta
stendendo
naturalmente
il
braccio
e
spingendola
con
forza
dentro
la
canna
stessa
»
.
Tutto
ciò
esigeva
una
quarantina
di
tempi
.
Non
minor
cura
esigevano
l
'
armare
le
baionette
(
246
)
,
il
disarmarle
,
il
sostenere
l
'
urto
(
247
)
e
portare
il
fucile
alla
pioggia
,
assicurato
con
il
calcio
sotto
l
'
ascella
sinistra
«
la
bocca
in
basso
e
la
bacchetta
in
sù
»
;
il
recare
l
'
arma
alle
bandiere
cioè
a
fianc
-
arm
;
a
funeral
,
sotto
l
'
ascella
sinistra
con
il
calcio
all
'
insù
e
davanti
,
la
canna
inclinata
indietro
tenendo
il
fucile
con
la
sinistra
all
'
impugnatura
e
la
destra
dietro
la
schiena
al
mezzo
di
essa
;
infine
all
'
orazion
,
verticalmente
davanti
la
spalla
destra
mentre
il
soldato
stava
nella
posizione
di
in
ginocchio
con
la
mano
sinistra
in
atto
di
saluto
sul
frontone
del
caschetto
.
Un
'
appendice
agli
Esercizi
personali
regolava
i
movimenti
speciali
della
fanteria
oltremarina
per
quanto
riguardava
il
maneggio
del
palosso
e
recava
,
a
mò
di
chiusa
,
un
capitolo
relativo
alla
visita
delle
armi
e
delle
monizioni
.
*
*
*
Tale
fu
la
riforma
dei
regolamenti
per
la
fanteria
veneta
.
Con
essa
si
dovevano
abbandonare
d
'
un
tratto
i
vincoli
che
collegavano
i
regolamenti
stessi
all
'
arte
del
Principe
Eugenio
di
Savoia
,
per
ravvicinarli
decisamente
alle
tradizioni
più
recenti
della
scuola
francese
e
federiciana
.
Forse
tali
progressi
sarebbero
stati
assai
più
sensibili
nella
seconda
parte
che
si
attendeva
,
quella
cioè
,
relativa
all
'
impiego
tattico
delle
truppe
,
ma
il
tempo
tolse
non
solo
la
facoltà
di
pubblicare
quest
'
ultima
,
ma
ben
anco
il
destro
di
diffondere
più
largamente
la
prima
oltre
il
ristretto
cerchio
delle
milizie
che
componevano
il
campo
veneziano
sotto
Verona
.
La
parte
formale
degli
Esercizi
personali
non
vide
infatti
neppure
l
'
onore
delle
stampe
.
Essa
rimase
allo
stato
di
manoscritto
tra
le
mani
gli
ufficiali
veneti
che
la
sperimentarono
,
e
così
si
tramandò
pure
ai
posteri
confinata
tra
le
polverose
carte
del
Savio
alla
Scrittura
(
248
)
.
Restò
così
ancora
in
vigore
,
fino
alla
caduta
della
Serenissima
,
il
libretto
del
maresciallo
Schoulemburg
,
l
'
ultimo
capitano
della
Repubblica
.
Gli
uomini
delle
tre
righe
erano
disposti
l
'
uno
dietro
all
'
altro
alla
distanza
di
un
passo
.
Gli
esercizi
erano
comandati
alla
voce
o
con
il
tocco
del
tamburo
,
e
si
dovevano
eseguire
all
'
ultima
parola
del
comando
che
il
campione
doveva
pronunciare
breve
e
forte
,
oppure
al
termine
del
tocco
seguendo
l
'
esempio
dei
sottufficiali
o
dei
campioni
medesimi
.
Gli
esercizi
del
reggimento
erano
preceduti
dal
riconoscimento
,
o
formazione
delle
unità
di
manovra
.
Si
pareggiavano
allora
le
file
,
si
eguagliava
la
forza
delle
compagnie
,
si
suddividevano
tra
i
riparti
secondo
l
'
ordine
di
precedenza
gli
ufficiali
ed
i
sottufficiali
i
quali
,
fuori
delle
righe
,
attendevano
in
questo
frattempo
di
prendere
posto
.
La
compagnia
inquadrata
perdeva
da
quel
momento
ogni
personalità
e
tutta
la
truppa
si
ripartiva
in
tre
divisioni
,
cioè
il
centro
e
le
due
ali
.
Tale
formazione
era
pure
la
normale
per
il
combattimento
(
249
)
.
Ogni
divisione
era
comandata
da
un
capitano
o
da
un
sergente
maggiore
:
si
suddivideva
in
mezze
divisioni
,
e
queste
ancora
in
plotoni
di
manovra
.
Le
evoluzioni
principali
consistevano
nel
raddoppiare
le
file
e
le
righe
,
nel
serrarle
,
nelle
conversioni
,
nello
spezzare
la
fronte
,
nel
formare
le
colonne
ed
i
quadrati
,
nelle
contromarce
e
nei
fuochi
.
Per
raddoppiare
le
file
i
soldati
di
ciascuna
fila
si
spostavano
lateralmente
ed
entravano
nella
distanza
di
circa
un
passo
che
intercedeva
di
solito
tra
uomo
ed
uomo
.
Quando
il
movimento
doveva
eseguirsi
sulla
destra
si
spostavano
le
file
pari
,
se
a
sinistra
si
spostavano
invece
le
disparì
.
Le
conversioni
si
effettuavano
a
perno
fisso
e
per
ottenere
il
necessario
contatto
facevasi
assai
spesso
porre
ai
soldati
le
mani
sui
fianchi
,
alla
costumanza
tedesca
.
Le
contromarce
facevansi
per
righe
e
per
file
.
Per
eseguire
i
fuochi
si
serravano
le
righe
da
petto
a
schiena
,
cioè
si
annullava
l
'
ordinaria
distanza
di
circa
un
passo
che
esisteva
tra
le
righe
medesime
.
V
'
erano
fuochi
così
detti
di
riga
,
di
mezze
divisioni
,
di
plotoni
,
da
fermo
e
marciando
,
cioè
alternandosi
le
righe
nello
sparare
usufruendo
all
'
uopo
degli
intervalli
interposti
.
Contro
la
cavalleria
si
formava
il
quadrato
,
sia
da
fermo
che
in
marcia
,
armando
le
baionette
e
sostenendo
l
'
urto
.
Il
libro
del
maresciallo
Schoulemburg
trattava
oltre
a
ciò
del
servizio
territoriale
,
o
di
piazza
,
del
modo
di
accampare
e
di
accantonare
un
reggimento
e
le
unità
inferiori
ad
esso
,
di
porlo
in
marcia
con
le
misure
di
sicurezza
e
di
scortare
un
convoglio
.
Però
,
stante
l
'
esiguità
delle
forze
disponibili
e
l
'
abbandono
degli
esercizi
nei
campi
di
manovra
,
queste
pratiche
non
erano
che
semplici
attestazioni
teoriche
.
Invece
-
come
si
disse
altrove
-
era
assai
deplorato
il
difetto
di
norme
regolamentari
circa
l
'
imbarco
e
lo
sbarco
di
truppe
a
piedi
o
a
cavallo
sui
pubblici
legni
;
operazioni
di
qualche
frequenza
nell
'
esercito
della
Repubblica
specie
dopo
l
'
adozione
dei
turni
di
guarnigione
(
250
)
.
Le
evoluzioni
della
cavalleria
erano
più
antiquate
di
quelle
della
fanteria
e
risalivano
alla
fine
del
XVII
secolo
,
cioè
a
dire
alla
pratica
del
generale
Stenau
,
altro
capitano
della
Veneta
Repubblica
.
Anche
la
cavalleria
-
come
la
fanteria
-
si
ordinava
su
tre
righe
e
la
distanza
tra
queste
era
normalmente
di
cinque
passi
.
Gli
intervalli
tra
fila
e
fila
erano
tali
che
i
cavalieri
potevano
introdursi
liberamente
in
questi
spazi
senza
toccarsi
l
'
un
l
'
altro
.
Le
evoluzioni
consistevano
nello
sdoppiare
e
nel
raddoppiare
le
file
e
le
righe
,
con
procedimenti
analoghi
a
quelli
risati
dalle
armi
a
piedi
.
Le
conversioni
-
di
180
gradi
-
si
eseguivano
tanto
a
righe
aperte
che
serrate
:
si
adoperavano
per
cambiare
diametralmente
direzione
di
marcia
e
si
compievano
per
divisioni
,
mozze
divisioni
,
per
file
ed
anche
individualmente
per
ogni
singolo
cavaliere
.
L
'
esercizio
con
le
armi
consisteva
,
per
le
corazze
ed
i
croati
,
nel
maneggio
della
spada
,
della
sciabola
e
dei
pistoloni
da
arcione
;
per
i
dragoni
inoltre
nell
'
uso
del
moschetto
armato
di
baionetta
.
Le
tendenze
difensive
diffuse
nell
'
arma
di
cavalleria
-
a
motivo
della
importanza
crescente
del
combattimento
a
fuoco
-
avevano
accentuato
nella
pratica
degli
esercizi
l
'
impiego
delle
colonne
vuote
di
dentro
e
dei
quadrati
.
La
prima
di
queste
formazioni
si
assumeva
dagli
squadroni
in
colonna
di
divisione
,
«
facendo
che
la
testa
stia
ferma
e
che
conversino
le
mezze
divisioni
delle
altre
,
dimodoché
rivolgano
la
fronte
alla
campagna
»
,
cioè
verso
il
nemico
(
251
)
I
quadrati
si
ottenevano
invece
dalla
linea
spiegata
,
ripiegando
le
ali
all
'
indentro
e
ripiegandosi
ancora
ciascuna
metà
di
queste
ultime
in
sé
medesime
dopo
effettuata
la
conversione
verso
l
'
interno
,
in
guisa
da
costituire
nell
'
insieme
il
quarto
lato
della
figura
.
Ciò
fatto
tutti
eseguivano
una
conversione
individuale
«
verso
la
campagna
»
.
Le
cariche
si
effettuavano
di
regola
in
modo
avvolgente
.
In
quest
'
arte
-
tramandatasi
tradizionalmente
nella
cavalleria
veneta
dagli
stradiotti
e
dai
cappelletti
-
si
distinguevano
ancora
,
sul
cadere
della
Repubblica
,
i
Croati
.
Questi
medesimi
recavano
ancora
la
palma
nel
foraggiare
,
nel
portare
gli
attacchi
in
terreni
intricati
e
scuri
,
nel
passaggio
dei
corsi
d
'
acqua
ed
infine
nei
combattimenti
temporeggianti
e
nelle
ritirate
.
Le
corazze
distinguevansi
a
loro
volta
nelle
salve
con
i
pistoloni
,
ed
i
dragoni
nei
fuochi
con
i
moschetti
e
nei
combattimenti
pedestri
.
Gli
esercizi
campali
e
le
evoluzione
del
Reggimento
artiglierìa
erano
infine
regolate
,
sul
tipo
di
quelle
della
fanteria
,
da
un
libretto
appositamente
redatto
dal
brigadiere
Stràtico
.
La
carica
dei
pezzi
si
eseguiva
con
la
cucchiaia
o
con
i
cartocci
.
Con
il
calcatoio
si
spingeva
la
polvere
nella
camera
della
bocca
da
fuoco
e
vi
si
intasava
,
adoperando
all
'
uopo
un
poco
di
strame
palustre
,
delle
alghe
di
mare
oppure
della
paglia
aggrovigliata
,
fintantoché
la
polvere
stessa
affiorava
nello
intorno
del
focone
.
Indi
appresso
si
introduceva
nell
'
anima
del
pezzo
la
palla
elevandone
alquanto
la
volata
.
Eseguito
questo
primo
tempo
della
carica
,
con
un
fiaschetto
si
colmava
di
polvere
da
innesco
il
focone
,
se
ne
spargeva
un
poco
anche
nella
parte
posteriore
di
esso
,
ed
il
cannone
era
allora
pronto
per
la
punteria
e
lo
sparo
.
CAPO
X
.
Dei
bilanci
militari
.
Anche
l
'
energia
motrice
di
ogni
organismo
sociale
,
il
denaro
,
difettava
grandemente
al
tempo
della
decadenza
repubblicana
.
È
perciò
necessario
di
toccare
anche
questa
materia
nelle
sue
relazioni
con
i
bilanci
della
guerra
,
per
conoscere
quanta
parte
della
rovina
nelle
armi
venete
tocchi
ai
fattori
morali
e
quanta
,
non
meno
notevole
,
sia
da
attribuirsi
invece
ai
fattori
materiali
,
al
governo
della
lésina
,
al
metodico
rifiuto
dei
mezzi
necessari
per
mantenere
in
vita
il
prezioso
strumento
della
difesa
della
patria
,
all
'
ostinatezza
infine
di
negare
ad
esso
le
necessario
riforme
.
Importa
dunque
sfogliare
anche
il
carteggio
dei
Savi
cassieri
-
o
ministri
veneziani
delle
finanze
-
quello
dei
Magistrati
sopra
Camere
,
o
sopraintendenti
delle
tesorerie
provinciali
,
esaminare
le
pòlizze
dei
preposti
al
Quartieron
,
o
cassa
militare
destinata
a
sopperire
ai
bisogni
della
milizia
stanziata
nel
territorio
dipendente
da
ciascuna
Camera
..
E
da
questa
indagine
emergerà
una
verità
di
molto
rilievo
.
Che
cioè
i
primi
allarmi
nelle
angustie
finanziarie
si
sogliono
,
con
improvvido
consiglio
,
far
scontare
alle
milizie
-
come
che
queste
possano
in
ogni
evenienza
privarsi
di
tutto
quasi
arnesi
inutili
e
parassitari
-
e
che
questa
decimazione
mal
frutta
allo
Stato
che
la
pratica
nel
momento
del
pericolo
,
quando
cioè
esso
si
accorge
troppo
tardi
di
essersi
apparecchiato
lentamente
e
di
proposito
alla
rovina
,
all
'
umiliazione
ed
al
servaggio
.
Al
caso
concreto
,
Venezia
negò
ai
propri
soldati
e
marinai
il
necessario
per
affilare
le
armi
,
tenere
asciutte
le
polveri
e
validi
i
propri
navigli
,
ed
il
mal
fatto
risparmio
andò
profuso
e
sperduto
nel
mantenere
sul
proprio
suolo
due
eserciti
,
nemici
tra
di
loro
e
pronti
a
sovvertirla
.
Ora
vediamo
un
poco
addentro
a
queste
cifre
.
Alla
fine
della
Seconda
Neutralità
d
'
Italia
(
1737
)
la
Serenissima
aveva
accumulato
un
sensibile
deficit
,
o
sbilanzo
-
come
si
diceva
nel
linguaggio
d
'
allora
-
epperciò
si
escogitarono
riduzioni
,
falcidie
ed
economie
,
atte
possibilmente
a
colmarlo
.
A
quell
'
epoca
le
entrate
annue
della
Repubblica
erano
valutate
in
ducati
5,114,915
,
cioè
a
dire
in
lire
21,426,378
circa
:
le
spese
complessive
ammontavano
a
ducati
5,810,037
,
talché
lo
sbilanzo
si
aggirava
annualmente
intorno
a
705,722
ducati
,
cioè
a
2,960,161
lire
.
Da
questo
complessivo
gèttito
di
pubblico
danaro
,
le
spese
militari
(
Esercito
e
Marina
)
prelevavano
ogni
anno
due
milioni
e
mezzo
di
ducati
,
all
'
incirca
(
252
)
.
Tali
spese
nell
'
anno
1737
erano
ripartite
come
segue
;
Arsenale
e
Tana
,
ducati
218,037
e
grossi
6
(
253
)
;
Spese
per
l
'
armar
,
comprese
le
navi
e
le
galere
,
ducati
46,836
e
grossi
3;
Fortezze
,
ducati
32,776
e
grossi
12;
Artiglierie
,
ducati
25,841
e
grossi
15;
per
formento
ad
uso
di
lavoro
dei
forni
,
ducati
109,264
e
grossi
19
.
Simile
,
per
formento
bonificato
alle
decime
,
ducati
215,165
e
grossi
6;
per
le
milizie
del
Lido
,
ducati
215,107
e
grossi
3;
per
il
loro
vestiario
,
ducati
56,594
e
grossi
22
.
Per
capitoli
varii
,
quali
spazzi
(
viaggi
)
dei
capi
da
Mar
,
sopracomiti
etc
.
,
ducati
28,512
o
grossi
17
.
Paghe
e
paghette
alle
predette
autorità
e
serventi
,
ducati
28,348
e
grossi
17
.
Per
gli
stipendi
,
compreso
quello
del
veltz
-
maresciallo
Schoulemburg
(
254
)
,
ducati
31,296
e
grossi
12
.
Totale
per
l
'
ordine
militar
nella
Dominante
,
ducati
1,008,511
e
grossi
23
.
Il
rimanente
del
bilancio
era
assorbito
dalle
truppe
dislocate
negli
altri
riparti
della
Serenissima
,
distinto
in
analoghi
capitoli
di
spesa
,
e
questa
fu
precisamente
di
ducati
2,060,965
e
grossi
11
(
255
)
.
Sempre
nell
'
anzidetto
anno
,
con
questo
bilancio
la
Serenissima
manteneva
nelle
armi
19,385
uomini
.
Ma
premendo
ovunque
le
proteste
e
gli
incitamenti
ad
assottigliare
gli
apparecchi
militari
ed
a
porli
in
armonia
con
la
politica
di
rinuncia
e
di
stretta
neutralità
dichiarate
dalla
Repubblica
dopo
la
pace
di
Passarowitz
,
il
Senato
nell
'
inverno
del
1738
convocò
,
«
una
conferenza
per
meditare
e
far
suggerire
quei
sollievi
e
risparmi
che
conciliar
si
possano
tra
i
riguardi
della
pubblica
economia
e
quelli
della
necessaria
custodia
degli
Stati
»
.
Quali
fossero
i
termini
di
questa
equazione
vaghissima
,
a
più
incognite
,
solita
a
rinverdire
ad
ogni
crisi
delle
finanze
e
molto
più
ad
ogni
depressione
di
spirito
ed
infrollimento
della
volontà
collettiva
delle
nazioni
,
non
è
detto
.
Certo
si
voleva
che
l
'
Esercito
e
la
marineria
veneta
facessero
le
spese
dello
sbilanzo
e
lo
risarcissero
.
La
navigazione
più
non
allettava
,
il
commercio
veneziano
era
allora
arenato
,
l
'
impero
coloniale
scomparso
miseramente
:
di
questo
ormai
non
rimanevano
superstiti
che
i
pochi
brandelli
delle
isole
Ionie
,
del
Cerigo
e
di
Cerigotto
.
I
porti
franchi
di
Trieste
,
di
Livorno
,
di
Ancona
e
di
Sinigaglia
avevano
soppiantato
i
traffici
della
Repubblica
,
che
si
era
ormai
ridotta
a
dimenticare
affogando
le
memorie
del
passato
nella
vita
spensierata
,
spendereccia
e
voluttuaria
del
presente
.
Ed
in
quei
frangenti
di
allegro
consumo
senza
un
'
equivalente
produzione
riparatrice
,
lo
sbilanzo
cresceva
.
Nondimeno
il
credito
della
Repubblica
era
ancora
considerevole
-
una
bella
facciata
architettonica
che
imponeva
pur
sempre
per
quanta
rovina
nascondesse
nell
'
interno
-
ed
il
fratto
degli
antecedenti
risparmi
poteva
consentire
di
far
ancora
fronte
alla
situazione
,
purché
si
ponessero
un
poco
all
'
incanto
le
armi
e
meglio
si
colorisse
con
quest
'
atto
la
divisa
assunta
dallo
Stato
godereccio
,
scettico
ed
imbelle
.
Frutto
adunque
della
conferenza
indetta
dal
Senato
Veneto
si
fu
una
prima
riduzione
della
forza
bilanciata
la
quale
,
da
circa
20,000
nomini
,
discese
a
meno
di
16,000
.
Si
sospesero
inoltre
le
reclutazioni
e
le
giubilazioni
e
si
incitò
la
conferenza
anzidetta
a
proseguire
nelle
riforme
e
nelle
falcidie
per
realizzare
nuovi
e
più
copiscui
risparmi
.
Nel
1738
il
bilancio
militare
veneto
si
ridusse
infatti
ad
1,886,322
ducati
;
quello
del
1739
discese
ancora
a
1,670,333
ducati
;
quello
del
1740
infine
precipitò
a
1,592,784
ducati
.
L
'
esercito
o
la
marineria
veneziani
si
erano
adunque
sacrificati
alla
generale
assenza
d
'
ogni
spirito
di
sacrifizio
individuale
e
collettivo
,
ed
in
questa
bancarotta
di
sentimenti
e
di
mezzi
essi
avevano
riportati
dei
colpi
così
fieri
da
non
riaversi
mai
più
.
Così
la
Repubblica
cominciò
a
morire
da
quando
decretò
la
liquidazione
dei
propri
armamenti
.
«
Va
ben
-
aveva
esclamato
il
penultimo
doge
Paolo
Renier
-
«
No
gavemo
più
forze
,
non
terrestri
,
non
marittime
,
non
alleanze
,
..
Vivaremo
dunque
a
sorte
e
per
accidente
!...»
.
*
*
*
Vennero
ben
presto
nuove
angustie
derivate
dal
contegno
che
doveva
serbare
la
Repubblica
all
'
aprirsi
della
guerra
per
la
Successione
Austriaca
.
Il
docile
strumento
dei
bilanci
guerreschi
che
sembrava
adattarsi
all
'
infinito
all
'
umile
compito
di
dare
senza
nulla
mai
chiedere
,
di
risarcire
il
patrimonio
pubblico
perché
altri
spensieratamente
lo
godesse
senza
ombra
di
preoccupazioni
o
di
affanni
per
l
'
avvenire
,
di
servire
da
vàlvola
di
sicurezza
dell
'
erario
che
si
avviava
al
fallimento
,
cominciò
a
farsi
meno
duttile
e
più
prezioso
.
Le
diffidenze
verso
la
Francia
e
verso
la
Spagna
,
l
'
aperto
viso
dell
'
armi
assunto
dall
'
Austria
,
avevano
richiamato
alla
realtà
delle
cose
con
quella
pavidità
pronta
ad
ogni
dedizione
,
con
quella
premura
decisa
a
troncare
ogni
imbarazzo
e
che
potevano
eguagliare
la
spensieratezza
imbelle
con
cui
si
era
posto
mano
a
disfare
gli
armamenti
.
Pure
conveniva
apparecchiare
qualche
cosa
,
se
non
altro
per
semplice
mostra
.
La
Repubblica
aprì
allora
docilmente
la
strada
di
Campara
(
Val
Lagarina
)
agli
Austriaci
-
i
nemici
più
vicini
-
per
ingraziarseli
;
suonò
a
raccolta
per
le
cerne
e
racimolò
qualche
migliaio
di
vagabondi
tratti
dai
riparti
d
'
Italia
e
d
'
Oltremare
per
innestarli
nell
'
esercito
.
Alle
potenze
più
lontane
offrì
in
pegno
la
dichiarazione
della
sua
terza
neutralità
a
mò
di
una
presuntuosa
etichetta
fatta
per
coprire
una
merce
avariata
.
Ed
il
costrutto
positivo
di
tutte
queste
pratiche
si
fu
quello
di
riallentare
i
cordoni
della
borsa
.
Nel
1741
i
bilanci
militari
veneti
risalirono
ad
1,818,147
ducati
,
nell
'
anno
appresso
-
con
la
leva
di
due
migliaia
di
cerne
-
crebbero
ancora
sino
a
2,845,481
ducati
e
si
mantennero
a
questo
livello
per
tutto
il
rimanente
periodo
della
terza
neutralità
d
'
Italia
.
Ma
dopo
la
pace
di
Acquisgrana
il
governo
della
lèsina
riprese
di
bel
nuovo
il
sopravvento
ed
accompagnò
senza
interruzione
le
vicende
militari
della
Repubblica
fino
alla
sua
caduta
.
L
'
esercito
si
ridusse
daccapo
prima
alla
forza
bilanciata
di
circa
una
quindicina
di
migliaia
di
uomini
,
poi
ad
una
dozzina
di
migliaia
,
compresi
i
non
valori
.
Le
compagnie
di
fanteria
precipitarono
alla
forza
di
una
trentina
di
individui
,
quelle
di
cavalleria
ad
una
ventina
,
i
bilanci
militari
al
milione
e
mezzo
di
ducati
ed
anche
meno
.
La
bancarotta
non
poteva
essere
più
completa
.
L
'
Arsenale
ridusse
pressoché
a
nulla
il
proprio
lavoro
,
le
milizie
incanutirono
sugli
artificiosi
piedilista
,
gli
ufficiali
furono
obbligati
a
morire
ancora
in
servizio
nella
più
tarda
vecchiaia
per
mancanza
di
danari
necessari
a
giubilarli
.
Nondimeno
la
vetusta
macchina
della
Repubblica
continuava
a
reclamare
tutta
la
sua
parte
di
dissipazione
dell
'
erario
,
senza
che
il
più
timido
tentativo
di
riforma
valesse
ad
alleviarne
l
'
insopportabile
peso
.
La
macchina
lavorava
unicamente
a
vuoto
e
peggio
.
A
comprovare
questo
spèrpero
di
energie
basta
l
'
esame
dei
bilanci
dell
'
Arsenale
veneziano
,
considerato
come
pietra
angolare
del
vetusto
edifizio
guerresco
della
Repubblica
.
Esso
richiedeva
in
media
per
il
suo
mantenimento
-
affatto
parassitario
-
218,837
ducati
all
'
anno
,
46,836
ducati
per
l
'
anno
dei
pubblici
navigli
,
25,841
ducati
per
il
rabberciamento
delle
artiglierìe
più
sganghenate
,
30,000
ducati
per
il
Reggimento
Arsenal
.
In
totale
il
maggior
stabilimento
marinaro
dei
Veneti
pesava
adunque
sulla
pubblica
finanza
per
324,504
ducati
all
'
anno
-
cioè
a
dire
per
1,356,426
lire
odierne
-
senza
contare
le
giubilazioni
,
le
spese
ordinarie
per
i
trasporti
Oltremare
,
per
le
esperienze
ed
altro
.
E
tutto
ciò
per
lasciar
marcire
sugli
squeri
(
cantieri
)
navi
più
che
quarantenarie
ed
una
perfino
-
la
Fedeltà
-
impostata
nel
1718
e
varata
nel
1770;
per
lanciare
in
mare
tra
il
1717
ed
il
1780
soltanto
28
legni
,
che
venivano
così
a
costare
all
'
erario
pressoché
tre
milioni
e
mezzo
ognuno
,
ammesso
che
questo
prodotto
di
lavoro
possa
ritenersi
il
solo
veramente
sensibile
dello
stabilimento
durante
il
menzionato
periodo
di
oltre
sessant
'
anni
.
Il
costo
di
produzione
soverchiava
adunque
in
modo
inaudito
il
valore
del
prodotto
,
né
v
'
erano
fede
ed
energia
capaci
di
metterli
in
correlazione
,
amputando
con
sicurezza
un
organismo
mastodontico
di
consorterie
,
lento
e
parassitario
.
Occorreva
perciò
romperla
con
le
tradizioni
corporative
di
una
industria
di
Stato
divenuta
oramai
un
anacronismo
economico
,
sociale
e
politico
;
stendere
la
mano
franca
e
sicura
all
'
industria
privata
che
nella
produzione
delle
armi
aveva
pur
fatto
passi
lusinghieri
e
decisi
.
Ora
i
buoni
propositi
di
giovare
in
questo
senso
l
'
amministrazione
della
guerra
attingendo
alle
floride
officine
della
Bresciana
,
del
Bergamasco
,
del
Salodiano
,
mettendo
a
contributo
i
servizi
della
compagnia
mercantil
dello
Spazziani
,
le
ferriere
di
Agordo
,
i
lanifici
della
Trevigiana
e
del
Vicentino
,
tramontarono
non
appena
si
dileguò
al
Saviato
alla
Scrittura
il
benefico
influsso
dell
'
opera
riformatrice
di
Francesco
Vendramin
(
256
)
.
*
*
*
Rimase
adunque
nella
sua
integrità
opprimente
il
bagaglio
delle
spese
e
,
per
fronteggiarle
,
dopo
di
avere
liquidato
l
'
esercito
e
la
flotta
convenne
ricorrere
alla
rovinosa
china
del
credito
.
Subito
dopo
la
pace
di
Acquisgrana
venne
aperto
un
deposito
o
prestito
di
quattro
milioni
di
ducati
,
valuta
corrente
,
di
soldo
vivo
al
tasso
del
3,50
per
cento
.
Il
prestito
doveva
essere
affrancabile
,
cioè
rimborsabile
entro
40
anni
mediante
estrazioni
(
premi
e
rimborsi
)
da
effettuarsi
per
maggiore
garanzia
in
pien
Collegio
,
e
per
la
somma
di
centomila
ducati
ogni
anno
.
Il
pagamento
dei
pro
,
cioè
degli
interessi
,
doveva
compiersi
semestralmente
.
Questi
nuovi
aggravi
esaurirono
i
bilanci
militari
e
diedero
il
tracollo
alla
moribonda
milizia
veneta
.
Il
bilancio
annuo
della
guerra
si
restrinse
allora
sul
milione
di
ducati
,
né
si
provvide
per
questo
a
sfrondare
le
spese
inutili
,
allo
scopo
di
rendere
più
efficaci
e
produttive
le
scarse
risorse
superstiti
.
In
tali
angustie
finanziarie
,
in
tanto
disordine
amministrativo
,
in
tale
ostinatezza
nel
persistere
negli
antichi
errori
,
nella
primavera
del
1794
vennero
chiamate
alle
armi
le
cerne
.
Indarno
i
deputati
ed
aggionti
sopra
la
provvision
del
pubblico
danaro
ed
il
Savio
Cassier
moltiplicarono
le
interviste
,
per
far
fronte
alle
nuove
e
più
gravi
esigenze
e
sollecitarono
l
'
opera
degli
scansadori
(
257
)
.
Ad
onta
di
tutto
ciò
si
resero
necessari
altri
centomila
ducati
per
la
prima
levata
delle
cerne
,
poi
altri
duecentomila
e
più
,
ed
alla
fine
di
quell
'
anno
il
consuntivo
delle
spese
maggiori
per
gli
armamenti
della
Repubblica
era
salito
a
238,584
ducati
e
grossi
12
,
compresa
la
cavalleria
e
qualche
lavoro
più
urgente
da
praticarsi
nelle
fortezze
(
258
)
.
Fu
perciò
aperto
un
nuovo
credito
,
il
nuovissimo
,
e
si
convenne
di
porre
mano
anche
alla
Cassa
del
deposito
intangibile
,
così
come
si
porrà
mano
più
tardi
a
quella
del
Bagatin
e
si
inaspriranno
le
decime
,
come
infine
,
per
sopperire
ai
bisogni
delle
armi
,
si
era
deciso
di
svaligiare
senza
remissione
i
magazzini
dell
'
Arsenale
(
259
)
.
L
'
anno
terribile
stava
per
scoccare
.
La
commedia
della
finanza
allegra
si
avviava
a
diventare
dramma
e
tragedia
,
ma
prima
dell
'
epilogo
essa
doveva
passare
ancora
sotto
le
forche
caudine
dei
Commissari
del
Direttorio
,
piegarsi
davanti
alla
voracità
insaziabile
dei
cassieri
dell
'
esercito
francese
incaricati
di
dimostrare
alla
Francia
che
la
Serenissima
poteva
pur
dare
ancora
,
e
che
la
guerra
si
doveva
alimentare
con
la
stessa
guerra
a
qualunque
costo
,
a
spese
degli
ignavi
e
degli
imbelli
.
Questa
fanfara
era
già
stata
audacemente
lanciata
all
'
aria
dallo
stesso
generale
Napoleone
Buonaparte
:
«
Io
-
aveva
dichiarato
al
colonnello
Veneto
Fratacchio
,
a
Castiglione
,
il
12
Luglio
1706
-
batterò
gli
Austriaci
e
farò
che
i
Veneziani
paghino
tutte
le
spesa
di
guerra
!
»
(
260
)
Un
mese
dopo
Bonaparte
imponeva
una
contribuzioue
di
tre
milioni
di
franchi
alla
città
di
Brescia
e
trattava
col
Battagia
un
prestito
da
imporsi
alla
Repubblica
(
261
)
.
CAPO
XI
.
Conclusione
.
La
«
Serenissima
»
si
apparecchiava
adunque
a
scomparire
sotto
una
marèa
montante
di
contraddizioni
tristi
ed
anche
ridicole
.
Essa
voleva
sinceramente
la
pace
con
tutti
e
si
sforzava
di
preparare
delle
armi
lògore
e
spuntate
;
fidava
palesemente
nelle
dichiarazioni
di
neutralità
e
,
privatamente
,
non
si
dissimulava
le
difficoltà
di
mantenere
il
rispetto
ai
trattati
in
un
periodo
di
violenze
e
di
usurpazioni
in
cui
unico
diritto
sovrano
era
la
forza
;
aveva
dichiarato
la
bancarotta
nelle
finanze
insufficienti
a
mantenere
in
vita
persino
il
proprio
esercito
anemico
e
la
propria
flotta
tarlata
,
ed
i
Francesi
e
gli
Austriaci
ben
rovistando
con
sfrontatezza
e
rapacità
nelle
casse
dello
Stato
e
nelle
tasche
dei
privati
,
si
apparecchiavano
a
trarne
il
necessario
per
mantenere
e
nutrire
non
solo
un
esercito
,
ma
ben
anco
tre
,
lautamente
ed
allegramente
.
Triste
stato
dei
deboli
codesto
,
fatto
di
speranza
e
di
timore
,
di
alternative
di
fiducia
e
di
sconforto
.
La
Repubblica
,
ridotta
a
palleggiarsi
delle
responsabilità
non
sue
,
a
stendere
la
mano
capitale
al
nemico
ammesso
a
forza
dentro
il
cerchio
delle
mura
cittadine
doveva
,
da
Verona
,
strizzare
l
'
occhio
all
'
altro
nemico
che
stava
ancora
fuori
e
voleva
penetrarvi
.
Obbligata
a
piatire
in
note
diplomatiche
,
in
richiami
,
in
proteste
,
le
spinosità
di
una
situazione
politica
,
sociale
e
morale
insostenibile
,
poteva
rassomigliarsi
ad
una
dannazione
di
Procuste
fatta
persona
.
Passava
da
Verona
il
20
maggio
1796
il
maresciallo
Colli
per
ritrarsi
nel
Tirolo
,
col
livido
in
volto
per
le
recenti
sconfitte
patite
nella
Liguria
e
nel
Milanese
,
e
prometteva
al
provveditore
generale
Foscarini
:
«
pieno
riguardo
alle
autorità
venete
,
disciplina
nelle
truppe
,
pagamento
delle
somministrazioni
in
contanti
»
.
E
tutto
ciò
mentre
giungevano
alte
proteste
dalle
comunità
venete
,
«
per
i
violenti
modi
con
i
quali
si
trattano
i
villici
nel
trasporto
dei
bagagli
austriaci
per
le
vie
di
Campata
,
obbligati
essendo
a
forza
di
oltrepassare
con
i
loro
carriaggi
i
confini
convenzionati
...
asportandone
gli
Austriaci
poscia
perfino
i
bovi
»
(
262
)
.
Ed
il
Foscarini
:
«
convinto
essendo
che
tutto
ciò
sia
contrario
alle
intenzioni
della
Corte
Cesarea
ed
agli
ordini
dei
di
Lei
generali
»
comandava
«
ai
commissari
ai
Campara
di
rimostrare
ai
generali
austriaci
le
cose
accennate
,
di
interessarsi
a
rilasciare
ordini
precisi
onde
tutto
proceder
avesse
secondo
le
regole
e
le
discipline
convenzionate
per
i
passaggi
a
Campara
medesima
»
(
263
)
.
I
Francesi
erano
ancora
lontani
e
la
fiducia
nell
'
equilibrismo
era
ancora
fresca
e
promettente
.
«
I
Francesi
scriveva
il
22
maggio
Foscarini
al
Doge
,
di
cui
ancora
non
conosco
le
forze
sono
-
per
quanto
la
diligenza
dell
'
eccellentissimo
rappresentante
di
Brescia
mi
scrive
con
sua
lettera
di
ieri
-
a
Robecco
,
da
dove
,
staccato
un
uffiziale
con
cinque
soldati
per
passare
il
ponte
sull
'
Olio
entrarono
nella
terra
di
Ponte
Vico
,
ricercando
se
vi
fossero
altri
ponti
vicini
o
altri
porti
,
e
quanto
fondo
il
fiume
avesse
.
Quindi
,
fatta
ricerca
a
chi
appartenesse
quella
terra
e
conosciuta
essere
soggetta
al
dominio
Veneto
,
sono
al
momento
retrocessi
a
Robecco
»
(
264
)
.
Buoni
adunque
parevano
i
principii
della
nuova
avventura
con
i
Francesi
,
e
tutta
l
'
arte
e
tutte
le
speranze
sembravano
rivolte
allo
scopo
di
propiziarsi
gli
Austriaci
,
quando
il
menzognero
zeffiro
che
veniva
di
Lombardia
crebbe
d
'
un
colpo
d
'
audacia
e
di
violenza
.
«
I
mali
asprissimi
-
scriveva
il
26
maggio
Foscarini
al
Doge
-
che
l
'
attual
guerra
fa
provare
all
'
Italia
cominciano
a
produrre
non
lievi
conseguenze
.
Già
ho
rassegnato
i
disordini
occorsi
a
Crema
per
parte
delle
truppe
francesi
...
ma
la
vivacità
di
questa
nazione
ed
il
genio
intraprendente
dei
suoi
generali
lasciano
oramai
delusa
ogni
speranza
.
In
queste
circostanze
,
ben
volentieri
avrei
desiderato
accorrere
io
pure
a
confortar
personalmente
i
sudditi
di
V
.
E
.
a
quel
paese
...
ma
coperte
essendo
le
strade
di
armati
delle
belligeranti
potenze
,
il
riguardo
di
non
compromettere
il
decoro
della
pubblica
rappresentanza
ha
fatto
sopprimere
per
ora
in
me
stesso
tale
vivo
desiderio
»
.
*
*
*
Fu
l
'
avventura
di
Peschiera
che
scatenò
l
'
uragano
,
occupata
di
sorpresa
dagli
Austriaci
di
Beaulieu
il
26
maggio
come
res
nullius
,
tanto
che
il
Beaulieu
stesso
agli
ufficiali
veneti
inviati
a
protestare
per
questa
rapina
non
si
faceva
scrupolo
di
dire
:
«
che
lorquando
le
ragioni
di
guerra
fanno
credere
necessaria
una
cosa
a
chi
la
tratta
...
non
valgono
le
deboli
ragioni
del
diritto
e
vengono
sforzati
a
tacere
tutti
i
riguardi
»
(
265
)
.
Al
danno
si
aggiungevano
dunque
l
'
ironia
e
le
beffe
.
Nella
notte
del
27
alla
rapina
di
Peschiera
seguì
la
violenza
della
Chiusa
d
'
Adige
.
Prima
dell
'
alba
del
detto
giorno
si
era
presentato
davanti
a
quella
fortezza
un
gruppo
di
ufficiali
austriaci
accompagnato
da
una
colonna
di
fanti
,
per
imporre
al
governatore
veneto
Bajo
di
aprire
le
porte
.
Questi
rispose
dal
chiavesin
(
266
)
che
quello
«
non
era
il
luogo
di
passaggio
e
retrocedessero
perciò
a
Loman
,
ma
gli
ufficiali
austriaci
insistettero
dicendo
di
aver
lettere
di
somma
premura
da
consegnare
alla
posta
di
Volargne
,
dirette
a
Verona
»
.
Sorpreso
nella
buona
fede
l
'
ingenuo
Bajo
introdusse
allora
gli
ufficiali
austriaci
dentro
la
Chiesa
ma
,
«
nell
'
aprire
le
bianchette
erano
appiattati
i
soldati
,
che
sforzarono
il
chiaverino
e
si
introdussero
in
più
di
duecento
in
fortezza
,
senza
il
minimo
sconcerto
»
(
sic
)
.
Così
cominciò
per
la
Serenissima
il
tristissimo
calvario
dei
disinganni
,
delle
estorsioni
e
delle
usurpazioni
,
senza
forza
di
ribellarsi
al
tormento
del
martirologio
,
senza
fede
per
trovare
in
sé
medesima
un
'
ultima
stilla
di
energia
capace
di
abbreviarlo
con
una
scossa
suprema
.
Era
il
destino
che
fatalmente
ed
implacabilmente
si
compieva
sopra
un
organismo
fiaccato
dagli
anni
e
rassegnato
a
morire
.
L
'
occupazione
di
Peschiera
da
parte
degli
Austriaci
fornì
a
Buonaparte
buon
argomento
per
esigere
un
vistoso
compenso
nell
'
occupazione
di
Verona
-
necessaria
alla
sua
manovra
con
la
linea
dell
'
Adige
e
Legnago
-
non
appena
i
Francesi
ebbero
forzata
la
linea
del
Mincio
(
30
maggio
)
.
In
questo
intento
Buonaparte
apparecchiò
una
di
quelle
rappresentazioni
a
tesi
delle
quali
egli
era
maestro
.
Atterrì
il
Foscarini
minacciando
d
'
incendiare
Verona
,
poi
sembrò
placarsi
,
«
purché
vi
entrassero
le
sue
truppe
,
occupassero
i
tre
ponti
sull
'
Adige
traversando
la
città
e
lasciando
guarnigioni
sugli
stessi
,
fino
a
che
le
ragioni
della
guerra
lo
esigessero
»
.
Il
1°
giugno
infatti
una
colonna
di
20,000
Francesi
capitanata
dal
generale
Massena
si
affacciò
alla
Porta
di
San
Zeno
e
penetrò
in
città
minacciando
l
'
uso
della
forza
in
caso
di
resistenza
(
267
)
.
Così
cominciò
la
spoliazione
della
Repubblica
che
doveva
avere
il
suo
classico
epilogo
ai
preliminari
di
Leoben
.
Ma
siccome
per
il
momento
conveniva
osservare
ancora
qualche
parvenza
di
riguardo
verso
la
Serenissima
-
che
pur
non
era
ancora
radiata
dal
novero
degli
Stati
-
così
,
di
buon
accordo
,
si
decise
di
continuare
nella
serie
delle
reticenze
parziali
,
delle
contraddizioni
,
delle
umiliazioni
e
delle
figure
artificiose
,
come
per
ingannare
l
'
estrema
ora
che
stava
maturando
.
La
speranza
,
dopo
tutto
,
è
sempre
l
'
ultima
dea
a
sgombrare
dall
'
orizzonte
.
I
Francesi
pretesero
un
rifornimento
giornaliero
di
12,000
razioni
.
Per
salvare
le
apparenze
della
neutralità
,
la
ditta
mercantile
Vivante
si
prestò
alla
bisogna
,
figurando
di
dare
con
una
mano
agli
ospiti
incomodi
e
di
riceverne
con
l
'
altra
il
valsente
;
ma
in
realtà
la
ditta
non
era
pagata
che
dalla
Serenissima
la
quale
,
per
evitare
maggiori
guai
,
si
era
docilmente
adattata
a
mantenere
il
protervo
nemico
sullo
stesso
suolo
della
patria
che
conculcava
(
268
)
.
La
commedia
piacque
e
si
diffuse
largamente
,
come
un
allegro
diversivo
in
mezzo
al
trambusto
della
guerra
ed
alla
concitazione
bellicosa
.
«
Cinquantamila
razioni
di
pane
da
24
oncie
l
'
una
chiedono
giornalmente
i
Francesi
sotto
Peschiera
-
scriveva
il
6
giugno
il
Foscarini
-
più
60
grossi
bovi
,
150
carra
di
fieno
,
prodigiosa
quantità
di
vino
,
legna
ed
altro
»
(
269
)
.
E
la
Repubblica
compiacente
faceva
per
questo
scivolare
nelle
tasche
della
ditta
Vivante
-
che
moltiplicava
le
sue
filiali
-
danaro
sopra
danaro
,
come
una
buona
nonna
passa
di
soppiatto
al
nepotino
capriccioso
un
balocco
rifiutatogli
dalla
mamma
severa
.
Dopo
le
razioni
,
il
pane
ed
i
buoi
,
venne
la
richiesta
delle
armi
,
cioè
2000
fucili
per
armare
parte
delle
reclute
del
corpo
di
Massena
(
270
)
.
E
poiché
le
rappresentazioni
della
compagnia
mercantile
Vivante
riscuotevano
il
plauso
generale
,
si
pensò
bene
di
aggiungere
alla
piacente
commedia
qualche
nuova
scena
ad
effetto
.
«
Si
sono
concertati
finalmente
-
scriveva
il
Foscarini
al
Principe
(
271
)
-
i
modi
più
adatti
per
la
consegna
dei
fucili
.
Abbiamo
perciò
creduto
opportuno
di
richiamare
il
munizioniere
del
territorio
ed
il
Vela
,
l
'
agente
noto
della
ditta
Vìvante
,
ed
imposto
ad
essi
il
più
scrupoloso
segreto
con
la
minaccia
di
incorrere
nella
pubblica
disgrazia
,
prescrissimo
(
272
)
al
primo
di
avere
sul
fatto
a
cancellare
dalli
ricercati
fucili
le
marche
in
essi
impresse
del
territorio
e
riponendoli
in
casse
,
con
le
loro
baionette
,
di
trasportarli
questa
sera
in
modo
inosservato
nel
luogo
dove
il
Vela
forma
i
magazzini
per
i
suoi
generi
.
Al
Vela
poi
abbiamo
ingionto
che
,
lorquando
avrà
a
presentarglisi
un
commissario
francese
per
parte
del
generale
Massena
,
abbia
a
dirgli
che
essendo
stato
da
noi
incaricato
di
procurare
da
mano
privata
la
prestanza
di
duemila
fucili
,
era
a
lui
riuscito
di
averne
mille
subito
e
gli
altri
sarebbero
somministrati
nei
seguenti
giorni
,
a
diverse
partite
.
E
questa
dilazione
abbiamo
combinata
perché
la
ristrettezza
del
tempo
conceder
non
poteva
di
verificar
tutto
il
travaglio
di
togliere
dai
fucili
l
'
impronta
del
territorio
ed
accomodare
quelli
che
in
qualche
misura
ne
abbisognano
»
.
*
*
*
Lunga
sarebbe
la
serie
di
queste
umiliazioni
e
di
queste
mistificazioni
,
patite
con
eguale
improntitudine
dalla
Serenissima
per
opera
dei
Francesi
come
degli
Austriaci
.
Ma
importa
ora
di
conchiudere
.
La
ragione
ultima
di
ogni
debolezza
,
di
ogni
contraddizione
,
di
ogni
transazione
vergognosa
,
stava
nel
miserando
stato
di
esaurimento
militare
in
cui
versava
la
Repubblica
.
Questa
,
fiduciosa
nei
trattati
e
nelle
dichiarazioni
di
neutralità
,
nella
politica
di
equilibrismo
e
di
opportunità
spinta
oltre
ai
limiti
del
ragionevole
,
spensierata
,
allegra
,
disamorata
della
milizia
,
aveva
creduto
di
trovare
nei
trattati
medesimi
un
'
arma
sempre
valida
e
rispettata
,
una
specie
di
talismano
,
dimentica
che
la
guerra
li
rompe
e
li
calpesta
quando
così
piaccia
al
più
forte
.
In
tale
sfera
di
cieche
confidenze
,
di
ostentate
omissioni
,
di
trascuranze
ignobili
,
la
milizia
veneta
si
era
appartata
dal
grande
organismo
dello
Stato
,
come
vergognosa
di
essere
,
come
desiderosa
di
vivere
semplicemente
tollerata
.
E
decadde
ed
intisichì
in
questo
abbandono
come
una
pianta
selvatica
e
parassitaria
.
Quando
la
vecchia
Repubblica
fu
destata
dal
lungo
sonno
dal
rumore
delle
armi
nemiche
sopra
il
suo
suolo
abbandonato
alla
mercé
dello
straniero
,
essa
cercò
invano
le
armi
proprie
,
ma
non
le
trovò
più
,
perché
ben
diceva
Giacomo
Nani
che
:
«
non
vi
può
essere
piano
militare
che
sia
acconcio
a
combattere
una
malattia
puramente
di
ordine
morale
e
politico
»
(
273
)
.
Così
la
Serenissima
,
ostinata
nel
negare
al
proprio
esercito
quelle
riforme
che
l
'
avrebbero
potuto
salvare
dalla
rovina
,
lo
aveva
reso
organicamente
un
anacronismo
,
economicamente
uno
strumento
di
dissipazione
del
pubblico
danaro
,
militarmente
un
istituto
incapace
di
esplicare
una
forza
qualunque
.
Esso
poteva
perciò
rassomigliarsi
ad
una
personificazione
grandiosa
della
statua
di
Laocoonte
,
paralizzata
dai
molteplici
intralci
e
viluppi
dell
'
amministrazione
faragginosa
dello
Stato
,
sfibrata
dalla
specializzazione
delle
autorità
,
dai
controlli
e
dalle
consorterie
,
schiacciata
dalla
sovrapposizione
delle
autorità
,
dal
bagaglio
opprimente
di
un
immenso
macchinario
di
pubblici
poteri
.
In
questi
intralci
delle
energie
e
delle
volontà
,
in
questa
atrofìa
degli
organi
motori
dell
'
amministrazione
di
Stato
,
il
mercenarismo
poté
sviluppare
l
'
intera
gamma
delle
proprie
caratteristiche
,
fino
alle
conseguenze
estreme
.
Indifferenza
cioè
al
contenuto
morale
della
patria
,
separatismo
nella
società
,
venalità
,
protervia
nel
chiedere
,
pari
alla
debolezza
nel
cedere
o
nel
promettere
da
parte
dell
'
organismo
dello
Stato
che
alimentava
il
mercenarismo
medesimo
.
Cosicché
mentre
altrove
-
specie
in
Piemonte
-
l
'
evoluzione
degli
ordini
ed
il
largo
appello
alle
milizie
paesane
permettevano
di
compiere
riforme
decise
nel
tralignato
organismo
degli
eserciti
mercenari
,
apparecchiando
il
trapasso
verso
gli
odierni
sistemi
di
reclutamento
,
Venezia
,
cieca
nella
fede
giurata
alle
sue
costituzioni
vetuste
,
dimentica
dell
'
eredità
legatale
dall
'
Alviano
-
che
nelle
cerne
aveva
additata
la
fortuna
militare
della
Repubblica
-
si
ostinava
pur
sempre
a
mantenere
nelle
caserme
una
larva
di
esercito
che
si
dissolveva
come
neve
al
sole
.
Così
fu
possibile
,
anzi
necessaria
,
la
viltà
suprema
della
Veneta
Repubblica
nel
1796
.
Nondimeno
,
tra
il
vecchio
che
cadeva
a
brandelli
in
rovina
ed
il
nuovo
che
maturava
,
ad
onta
delle
volontà
dei
governanti
e
dei
governati
e
della
pertinace
immutabilità
degli
istituti
,
si
apparecchiavano
gli
eserciti
odierni
fatti
con
la
nazione
e
per
la
nazione
.
Riguardare
quindi
le
vie
del
passato
,
riandare
il
cammino
percorso
per
toccare
lo
sviluppo
d
'
oggi
,
non
può
qualificarsi
opera
vana
,
purché
si
mediti
sulle
circostanze
che
hanno
accompagnata
la
grande
evoluzione
e
sulle
contingenze
particolari
che
l
'
hanno
affrettata
.
Perché
-
ad
onta
di
ogni
sapienza
postuma
di
storia
e
di
esperienza
umana
più
generalmente
note
-
v
'
ha
sempre
qualche
spunto
a
suggestioni
molto
proficue
da
raccogliere
,
dimenticato
lungo
la
grande
ed
ampia
via
maestra
,
come
assai
spesso
si
notano
sovra
a
'
suoi
cigli
dei
modestissimi
fiori
che
sfuggono
alla
vista
dei
più
.
(
1
)
Nota
del
trascrittore
:
la
Parte
II
non
sembra
essere
stata
mai
pubblicata
(
2
)
G
.
FABRY
.
-
Campagne
de
l
'
Armée
d
'
Italie
(
1796-1797
)
.
(
3
)
Presso
alla
piazza
di
S
.
Marco
.
Erano
detti
casini
,
al
tempo
della
decadenza
della
Repubblica
,
luoghi
di
generale
riunione
di
liete
brigate
e
da
galanti
ritrovi
.
(
4
)
Carteggio
del
prov
.
generale
in
T.F.
Filza
n
.
1
(
1796
)
.
R
.
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
.
(
5
)
Ibidem
.
(
6
)
Carteggio
del
proc
.
gen
.
in
T
.
F
.
Filza
n
.
1
(
1706
)
.
B
.
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
.
(
7
)
Vedasi
per
i
due
primi
periodi
di
tempo
la
bella
scrittura
dell
'
avvocato
LUIGI
CELLI
,
dal
titolo
:
Le
ordinanze
militari
della
Repubblica
Veneta
nel
secolo
XVI
,
nella
Nuova
Antologia
,
vol
.
LIII
,
serie
III
,
fascicoli
del
1°
settembre
e
del
1°
ottobre
1894
.
(
8
)
A
.
DELL
'
ACQUA
GIUSTI
.
-
I
Veneziani
in
Atene
nel
1687
.
(
9
)
Dettaglio
sullo
stato
militare
del
1°
settembre
1781
,
per
osservare
li
generi
della
milizia
reggimentata
e
disposta
nei
rispettivi
dipartimenti
del
Veneto
Dominio
,
in
confronto
al
voler
dei
decreti
,
nonché
per
conoscere
il
numero
difettivo
di
allora
.
Formato
alla
Ragioneria
sopra
ai
rolli
,
dietro
comandi
dell
'
Ecc
.
Savio
Francesco
Vendramin
,
Savio
di
Terra
Ferma
alla
Scrittura
(
Archivio
Stato
,
Frari
.
Deliberazioni
Senato
Militar
1781
.
Filza
106
)
.
(
10
)
I
primi
riparti
di
Oltremarini
si
levarono
nel
1507
e
servirono
più
specialmente
da
fanteria
marina
.
A
partire
dalla
guerra
di
Candia
si
accentuò
il
loro
carattere
di
milizia
ingaggiata
,
da
impiegarsi
in
modo
anfibio
,
epperciò
anche
nelle
guerre
terrestri
.
Francesco
Morosini
per
le
campagne
del
Levante
e
del
Peloponneso
li
ordinò
in
reggimenti
regolari
.
(
11
)
Decreto
del
26
agosto
1745
.
-
Stampato
per
li
figliuoli
del
quondam
Z
.
Antonio
Pinelli
,
stampatori
ducali
.
-
Sulle
condizioni
politiche
ed
economiche
delle
città
dalmate
,
si
veda
l
'
opera
del
prof
.
TULLO
EBBER
,
Storia
della
Dalmazia
dal
1796
al
1814
,
-
Zara
,
1886
,
tip
.
Woditzka
(
6
fascicoli
)
.
(
12
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
107
,
anno
1782
.
(
R
.
Archivio
Stato
dei
Frari
in
Venezia
)
.
(
13
)
Documenti
per
servire
alla
storia
della
milizia
italiana
dal
XIII
secolo
al
XVI
,
raccolti
negli
archivi
della
Toscana
e
preceduti
da
un
discorso
di
Giuseppe
Canestrini
.
-
Firenze
,
Vieusseux
,
1851
.
(
Archivio
Storico
Italiano
,
tomo
XV
)
.
(
14
)
BEMBO
.
-
Dell
'
Istoria
Veneta
.
Libro
I
,
pag
.
350
.
LODOVICO
MOSTARDI
.
-
Storia
di
Verona
dall
'
origine
fino
all
'
anno
1668
.
Verona
,
A
.
Rossi
,
edit
.
,
1668
.
-
CELLI
.
-
Op
.
cit
.
in
Nuova
Antologia
.
(
15
)
Il
ducato
veneto
,
moneta
d
'
argento
,
corrispondeva
sul
termine
della
Repubblica
a
lire
italiane
4,189
.
(
Vedi
:
PAPADOPOLI
,
-
Sul
valore
della
moneta
Veneta
.
-
Venezia
1880
)
.
(
16
)
Relazione
ai
piedilista
del
1781
del
Savio
di
T.F.
alla
Scrittura
,
Francesco
Vendramin
(
29
dicembre
1781
)
.
-
Delib
.
Senato
Militar
.
Agosto
-
Dicembre
detto
.
Senato
I
.
Secreta
,
Filza
106
(
17
)
Verso
la
caduta
della
Repubblica
,
le
cerne
erano
considerate
né
più
ne
meno
di
guardie
campestri
.
Si
veda
a
questo
proposito
qualche
episodio
citato
nelle
Memorie
di
un
ottuagenario
di
IPPOLITO
NIEVO
.
(
18
)
«
Nell
'
amministrazione
veneta
era
insomma
una
farragine
di
impiegati
e
tale
numero
di
uffici
,
da
rendere
impossibile
rappresentarli
anche
teoricamente
in
piena
evidenza
»
.
-
(
ROMANIN
.
-
Storia
documentata
di
Venezia
,
Tomo
VIII
,
pag
.
368
)
.
(
19
)
Il
Collegio
era
composto
come
appresso
:
sei
Savi
grandi
cui
spettavano
le
preposizioni
al
Senato
,
cinque
Savi
agli
ordini
incaricati
di
vigilare
sulle
cose
della
marina
,
cinque
Savi
di
terraferma
,
e
cioè
il
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
,
il
Savio
alle
ordinanze
e
tre
altri
Savi
più
semplicemente
detti
di
terraferma
,
con
il
compito
di
riferire
sulle
condizioni
politiche
,
economiche
ed
amministrative
di
quest
'
ultima
.
(
20
)
Fino
dal
principio
del
secolo
XVI
,
dovendosi
accentrare
in
particolari
registri
le
scritture
riguardanti
le
spese
per
la
milizia
,
fu
delegato
a
ciò
taluno
dei
Savi
del
Collegio
.
Un
decreto
del
26
maggio
1523
sancì
poi
la
riforma
di
simili
scritture
ed
ordinò
che
vigilasse
su
di
esse
un
Savio
apposito
.
Ebbe
cosi
origine
il
Savio
di
terraferma
alla
scrittura
,
che
si
incaricò
indi
appresso
delle
spese
e
dell
'
amministrazione
degli
eserciti
della
Repubblica
Veneta
.
I
Savi
erano
eletti
in
principio
di
ogni
anno
,
che
,
secondo
il
costume
Veneto
,
principiava
in
marzo
(
more
veneto
)
.
(
21
)
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
.
-
(
IV
edizione
,
Bergamo
1908
.
Parte
III
,
pag
.
23
,
nota
)
.
(
22
)
Lo
stipendio
medio
del
maresciallo
Schoulemburg
era
di
ducati
12.500
,
pari
a
lire
52.302
circa
.
Vedasi
R
.
Commissione
per
la
pubblicazione
dei
documenti
finanziari
della
Repubblica
di
Venezia
.
Serie
II
.
Bilanci
generali
dal
1736
al
1766
(
Scritture
e
decreti
)
.
-
Venezia
,
tipografia
Vicentini
,
1903
.
Lo
stipendio
del
detto
maresciallo
salì
però
fino
a
ducati
25.000
all
'
anno
.
(
23
)
Nella
seconda
metà
del
secolo
XVIII
sono
notevoli
le
seguenti
rielezioni
nel
Saviato
di
terraferma
alla
scrittura
:
Alvise
Tiepolo
,
1764-1765;
Zuane
Quirini
,
1765-1766;
Antonio
Zen
,
1778-1779-1790;
Francesco
-
Vendramin
,
1781-1782-1784-1785;
Iseppo
Priuli
,
1794-1795
.
(
24
)
R
.
Commissione
per
la
pubblicazione
dei
documenti
finanziari
della
Repubblica
di
Venezia
(
op
.
cit
.
)
.
(
25
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
117
.
(
26
)
La
proposta
di
nominare
un
generale
in
capo
venne
indarno
ripetuta
,
nell
'
estate
del
1796
,
anche
da
Giacomo
Nani
.
(
27
)
Miniere
di
piriti
ramifere
di
Agordo
.
(
28
)
Tra
le
più
notevoli
confraternite
della
specie
,
si
debbono
notare
quella
dei
Santi
Giovanni
e
Paolo
di
Venezia
,
dei
padri
di
San
Giovanni
di
Dio
a
Zara
,
dell
'
ospedale
militare
di
San
Sérvolo
pure
in
Venezia
.
(
29
)
Quando
trattavasi
di
deliberare
su
argomenti
di
maggior
interesse
intervenivano
nelle
deliberazioni
,
oltre
il
Savio
in
carica
(
attuale
)
,
anche
quello
che
lo
era
nel
semestre
antecedente
(
uscito
)
.
(
30
)
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
-
Parte
II
,
pag
53
,
160
,
199
.
(
31
)
Bongion
e
Maniva
.
(
32
)
I
pesi
erano
in
libbre
grosse
e
corrispondevano
ognuna
(
12
oncie
)
a
kg
.
0,476999
.
(
MARTINI
.
-
Manuale
di
Metrologia
,
pag
.
817
e
Segg
.
-
Torino
1883
)
.
(
33
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1782
.
Filza
107
.
(
34
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1782
.
Filza
107
.
(
35
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Maggio
1796
.
Filza
23
.
Relazione
del
tenente
generale
Salimbeni
sulle
condizioni
della
fortezza
di
Verona
.
(
36
)
Campagne
del
1715-1718
a
Corfù
ed
in
Morea
.
(
37
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1783
.
Filza
107
.
(
38
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
117
.
Anno
1786
.
(
39
)
Collegio
Militar
di
Verona
.
Busta
n
.
264
.
(
R
.
Archivio
di
Stato
dei
Frari
di
Venezia
)
.
Intorno
all
'
ordinamento
ed
alla
vita
di
questo
istituto
militare
,
si
veda
:
E
.
BARBARICH
-
Una
scuola
di
artiglierìa
e
genio
sotto
la
Serenissima
-
(
Rivista
di
artiglieria
e
genio
-
luglio
,
agosto
-
1908
)
.
(
40
)
Celebrata
locanda
al
tempo
della
Veneta
Repubblica
,
posta
a
fianco
della
chiesa
di
Santa
Anastasia
di
Verona
.
(
41
)
Sull
'
uso
dei
biglietti
di
visita
al
tempo
della
decadenza
veneziana
vedasi
:
P
.
MOLMENTI
.
-
(
Op
.
cit
.
,
parte
III
,
pagg
.
45
,
434
,
458
,
459
,
474
,
476
)
.
(
42
)
Comandava
allora
interinalmente
la
divisione
Serurier
.
(
43
)
Carteggio
del
Provveditore
Generale
Nicolò
Foscarini
.
Filza
2
(
1°
luglio
-
15
agosto
1796
)
.
(
44
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1785
.
Filza
117
.
(
45
)
Italia
,
Dalmazia
,
Levante
e
Golfo
.
(
46
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Tavola
I
,
Registro
29
(
Ducali
del
maggio
1786
)
.
(
47
)
Gli
ambasciatori
a
Costantinopoli
si
denominavano
più
specialmente
nel
linguaggio
diplomatico
Veneto
baili
.
(
48
)
Delib
.
Senato
Militar
,
1782
.
I
Secreta
.
Filza
106
(
49
)
La
riforma
delle
scuole
militari
fu
preceduta
ed
accompagnata
dalla
riforma
delle
scuole
civili
,
le
quali
vennero
laicizzate
a
Venezia
per
opera
di
Gasparo
Gozzi
.
Il
periodo
di
maggiore
attività
in
quest
'
opera
corrisponde
agli
anni
che
corsero
dal
1773
al
1775
.
Il
Savio
alla
scrittura
Francesco
Vendramin
desiderava
di
questa
riforma
farne
il
caposaldo
per
i
progettati
miglioramenti
do
introdursi
nell
'
esercito
Veneto
,
seguendo
i
criteri
già
enunciati
dal
Gribeauval
,
che
suonavano
come
appresso
:
«
Le
but
est
des
réduire
à
peu
de
chose
les
droits
à
l
'
anciennete
,
aneantir
ceux
de
la
protection
,
donner
toute
faveur
aux
talente
supérieure
et
les
initier
dans
le
commandement
avant
l
'
âge
où
le
corps
commence
à
perdre
et
l
'
esprit
cesse
d
'anquérir.Tale
opera
si
era
già
magnificamente
affermata
in
Francia
ai
tempi
del
maggior
lustro
militare
del
regno
di
Luigi
XV
.
(
50
)
Il
nome
di
alfiere
deriva
manifestamente
dal
latino
aquilifer
,
titolo
e
grado
di
colui
che
,
nelle
antiche
ordinanze
romane
,
portava
l
'
aquila
,
insegna
principale
della
legione
.
Nella
milizia
moderna
si
tramandò
il
nome
per
designare
l
'
officiale
incaricato
di
portare
le
insegne
di
una
compagnia
di
fanti
.
In
cavalleria
l
'
alfiere
prendeva
il
nome
di
cornetta
,
dalla
piccola
insegna
quadra
oltre
volte
usata
in
quell
'
arma
.
(
51
)
Non
esisteva
correlazione
gerarchica
tra
i
gradi
dell
'
esercito
e
quelli
della
marina
veneta
repubblicana
.
Il
grado
di
alfiere
,
o
di
cornetta
,
corrispondeva
però
in
qualche
misura
a
quello
di
nobile
in
nave
,
che
rappresentava
il
primo
gradino
della
gerarchia
degli
ufficiali
di
vascello
.
Il
grado
di
sopracomito
,
secondo
nella
scalèa
,
disponendo
del
comando
di
una
nave
(
ordinariamente
una
galera
)
eguagliava
,
sotto
qualche
rispetto
,
quello
del
capitano
comandante
di
una
compagnia
di
fanti
oppure
di
una
compagnia
di
cavalli
.
I
gradi
più
elevati
della
marina
,
quale
il
governatore
di
galeazza
,
il
governatore
dei
condannati
(
o
ispettore
alle
ciurme
ed
all
'
armamento
delle
navi
)
,
il
capitanio
del
Golfo
,
o
comandante
della
squadra
adriatica
,
sottoposti
a
loro
volta
al
capitanio
generale
,
al
provveditor
dell
'
Armata
,
al
patron
delle
navi
,
all
'
almirante
,
al
capitan
delle
navi
ed
infine
al
provveditore
generale
da
Mar
,
non
avevano
riscontro
approssimativo
nei
gradi
dell
'
esercito
.
(
52
)
Legge
di
Ottazione
per
la
promozione
degli
uffiziali
e
bassi
-
uffiziali
nei
Reggimenti
Italiani
,
Oltramarini
,
Cimarioto
,
Croati
a
cavallo
,
Corazzieri
,
Dragoni
,
al
servizio
della
Serenissima
Repubblica
di
Venezia
.
Stampata
per
ordine
dell
'Ecc.mo
signor
Michele
Morosini
,
Kav
.
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
,
in
esecuzione
al
Sovrano
decreto
dell
'Ecc.mo
Senato
,
2
giugno
1740
.
Pinelli
,
stampatori
ducali
,
Venezia
,
1740
.
(
53
)
La
dichiarazione
,
datate
da
Brescia
li
16
giugno
1785
,
è
firmata
dal
tenente
colonnello
Zorzi
Molari
e
dal
colonnello
Giovanni
Marin
Conti
,
comandante
del
reggimento
(
Delib
.
Senato
Milit
.
Secreta
I
.
Filza
116
,
1786
)
.
(
54
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
Filza
116
.
Anno
1785
.
(
55
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
Filza
116
.
Anno
1785
.
(
56
)
Capo
-
squadrone
,
vale
dire
comandante
di
due
compagnie
di
cavalli
.
(
57
)
Delib
.
Senato
Militar
.
,
1795
.
Filza
n
.
146
Le
principali
norme
di
manovra
della
cavalleria
veneta
si
possono
desumere
dall
'
opera
intitolata
:
«
Esercito
militare
e
regola
universale
della
cavalleria
e
dragoni
della
Serenissima
Repubblica
di
Venezia
,
stabiliti
da
S.E.
Daniele
Dolfin
»
(
Verona
1707
)
.
(
58
)
Delib
.
Senato
Militar
,
1782
.
Filza
n
.
105
.
(
59
)
Vale
a
dire
maggiore
,
comandante
di
una
o
più
compagnie
di
cannonieri
.
(
60
)
Buona
parte
di
queste
prove
pratiche
si
effettuavano
al
«
Bersaglio
di
artiglieria
»
di
Sant
'
Alvise
,
a
Venezia
,
oppure
al
Lido
.
Sui
particolari
delle
artiglierie
venete
,
si
veda
:
«
Le
artiglierie
Venete
,
fatte
incidere
in
rame
dall
'
Ispettore
generale
Domenico
Gasparoni
.
(
1779
)
»
.
(
61
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
1785
.
Filza
116
.
(
62
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1796
.
Filza
25
.
(
63
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1777
.
Collegio
Militar
di
Verona
.
Busta
224
.
Il
Senato
in
esito
a
tali
richieste
aveva
decretato
,
che
i
provenienti
dal
Collegio
Militare
di
Verona
non
potessero
allontanarsi
dal
servizio
sotto
le
pubbliche
bandiere
se
non
dopo
un
triennio
di
permanenza
nell
'
ufficio
cui
attendevano
.
(
64
)
Pubblicata
nel
1779
,
in
folio
,
col
titolo
:
«
Le
Artiglierie
Venete
,
fatte
incidere
in
rame
dall
'
Ispettore
generale
Domenico
Gasparoni
.
»
(
65
)
Il
manoscritto
trovasi
al
Museo
di
Padova
(
Biblioteca
)
.
(
66
)
FILIPPO
NANI
MOCENIGO
-
GIACOMO
NANI
.
-
Memorie
e
documenti
.
-
Venezia
,
1893
.
L
'
opera
della
«
Milizia
Veneta
aveva
il
seguente
motto
:
«
Non
ci
può
essere
piano
militare
che
sia
acconcio
a
combattere
una
malattia
puramente
morale
e
politica
»
.
(
67
)
Erano
43
ufficiali
che
Angelo
Emo
aveva
elevato
al
grado
superiore
,
con
il
consenso
del
Senato
,
per
benemerenze
acquisite
nelle
campagne
di
Tunisi
e
di
Algeria
.
Essi
furono
distribuiti
in
soprannumero
tra
i
diversi
corpi
,
ma
poi
ricollocati
in
congedo
per
mancanza
di
posti
.
Questi
ufficiali
reclamarono
vivacemente
ed
infine
,
nel
1795
,
ebbero
dal
Senato
dei
posti
al
governo
delle
piazze
e
delle
fortezze
.
(
Delib
.
Senato
Militar
.
1795
.
Filza
146
)
.
(
68
)
Il
zecchino
era
pari
a
lire
venete
22
,
e
la
lira
veneta
a
soldi
20
(
Italiane
lire
0,5228
)
.
(
69
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1793
.
Filza
139
.
(
70
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1790
.
Filza
130
.
(
71
)
Panno
assai
leggero
(
rarus
)
.
(
72
)
«
Riconoscendo
buona
la
pratica
-
diceva
un
Senatoconsulto
dell
'
anno
1769
-
seguita
dalle
estere
truppe
di
porre
un
segno
distintivo
di
reggimento
,
e
non
essendo
quello
sufficiente
della
diversità
dei
mostrini
(
mostreggiature
)
comunemente
usato
,
il
Senato
emette
l
'
avviso
che
con
il
numero
impresso
sui
bottoni
ai
debbano
distinguere
i
18
reggimenti
italiani
»
(
Delib
.
Senato
Militar
.
1789
.
Filza
127
)
.
(
73
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1790
.
Registro
n
.
29
.
Decreto
29
aprile
1790
.
Si
noti
l
'
analogia
di
tali
distinzioni
di
grado
usata
dagli
ufficiali
Veneti
con
quella
tradizionalmente
adottata
dagli
ufficiali
dell
'
esercito
del
Montenegro
.
Presso
di
questi
i
segni
del
grado
si
portano
sul
berretto
,
e
sono
:
ufficiali
generali
,
scudetto
d
'
oro
dalle
insegne
principesche
;
maggiori
scudetto
d
'
oro
con
le
scimitarre
d
'
argento
;
ufficiali
inferiori
scudetto
d
'
argento
con
le
scimitarre
d
'
oro
.
(
74
)
Dalla
fiscalità
amministrativa
militare
dell
'
epoca
ai
erano
da
qualche
tempo
affrancati
gli
eserciti
di
Luigi
XV
.
Sotto
il
regno
di
questi
venne
regolata
l
'
amministrazione
dei
reggimenti
,
la
proprietà
delle
compagnie
fu
tolta
ai
capitani
,
un
ufficiale
contabile
venne
infine
assegnato
presso
ciascun
comando
di
corpo
.
(
75
)
Collegio
Militare
di
Verona
.
Busta
241
.
Relazione
del
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
M
.
A
.
Priuli
.
Intorno
ai
particolari
di
questa
avventura
,
si
veda
:
E
.
BARBARICH
.
«
Una
scuola
di
artiglieria
e
genio
sotto
la
Serenissima
Repubblica
»
(
Rivista
di
artiglieria
e
genio
-
Luglio
,
agosto
1908
)
.
(
76
)
Inquisitori
di
Stato
.
-
Lettere
dei
rettori
di
Verona
,
1781-1787
.
Busta
n
.
110
.
-
Idem
.
Dispacci
dei
rettori
di
Verona
,
1785-1788
.
Busta
n
.
367
.
(
77
)
Carteggio
citato
.
(
78
)
Erano
Girolamo
Diedo
,
Angelo
Maria
Gabriel
e
Giovanni
Sagredo
.
Sulla
loro
opera
di
repressione
delle
logge
massoniche
in
terraferma
,
si
veda
:
ROMANIN
.
Storia
documentata
dì
Venezia
,
Tomo
VIII
,
Capo
VIII
,
pag
.
272
,
399
.
(
79
)
Collegio
Militare
di
Verona
.
Busta
n
.
224
.
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
.
-
Busta
178
.
Registri
dei
deputati
al
Militar
Collegio
di
Verona
.
Anni
1764-1797
.
(
80
)
Devesi
notare
la
strana
coincidenza
che
nelle
stesse
sale
di
Castel
Vecchio
venne
a
stabilirsi
,
ai
primi
tempi
del
dominio
francese
,
l
'
accademia
detta
degli
Aletofili
,
cioè
amanti
della
verità
,
e
che
quivi
pure
si
installò
l
'
accademia
dei
Neoterici
,
cioè
dei
seguaci
delle
nuove
scienze
fisiche
e
medicali
.
(
81
)
Le
relazioni
tra
il
governo
francese
e
le
«
Logge
Muratorie
»
furono
intensificate
,
nell
'
estate
del
1796
,
dal
Salicati
.
(
LAPORTE
-
Souvenir
d
'
un
emigré
-
pag
.
19
)
.
(
82
)
Carteggio
degli
«
Inquisitori
di
Stato
»
Busta
n
.
920
.
(
R
.
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
)
.
(
83
)
Si
trovavano
a
Verona
,
ai
primi
di
luglio
del
1796
,
sette
compagnie
di
fanti
oltremarini
con
un
effettivo
combattente
di
532
uomini
,
tutti
appartenenti
al
Reggimento
Medin
.
(
Carteggio
del
Provveditore
Nicolò
Foscarini
,
Busta
n
.
1
)
.
(
84
)
Vedasi
:
FABRY
.
-
Campagne
de
l
'
Armée
d
'
Italie
.
-
(
Vol
.
IV
,
pagine
24
,
26
,
29
,
30
,
31
,
32
,
94
,
95
ecc
.
)
(
85
)
Per
decisione
del
26
Pratile
,
presa
dal
Commissario
del
governo
della
Repubblica
francese
,
i
magazzini
di
Castelnuovo
,
Garda
e
Salò
furono
sistemati
in
modo
che
essi
disponessero
sempre
di
15
giorni
di
viveri
per
tutta
l
'
armata
.
Anche
Verona
fu
posta
in
tale
condizione
.
Il
magazzino
di
riserva
di
Brescia
fu
aumentato
in
questa
circostanza
con
15.000
razioni
di
biada
.
Il
provvigioniere
generale
della
Repubblica
veneta
,
Vivante
,
doveva
incaricarsi
di
tutti
questi
rifornimenti
.
Giornalmente
dovevano
inoltre
versarsi
nei
magazzini
del
commissario
Gachet
,
a
Verona
,
60
carri
di
fieno
di
100
pesi
ciascuno
,
40
carri
di
paglia
pure
di
100
pesi
ognuno
,
550
stara
di
avena
,
oltre
un
'
aliquota
di
generi
diversi
per
i
bisogni
impreveduti
.
Il
4
luglio
,
il
nominato
commissario
francese
impose
d
'
urgenza
la
fornitura
di
12.000
sacchi
di
farina
.
(
Carteggio
del
Provveditore
generale
in
Terraferma
Nicolò
Foscarini
.
Filza
n
.
2
.
Senato
Secreta
III
)
.
Il
10
luglio
doveva
funzionare
in
Brescia
un
ospitale
da
200
letti
,
per
il
quale
argomento
si
dovevano
accordare
assieme
il
commissario
generale
francese
Flament
con
il
segretario
Sanfermo
,
un
cancelliere
ducale
ed
il
colonnello
d
'
artiglieria
veneta
Fratacchio
.
(
Carteggio
citato
)
(
86
)
FOSCARINI
.
-
Carteggio
citato
.
(
87
)
La
lettera
reca
la
intestazione
che
segue
:
Quartier
General
de
Veronne
,
le
20
Messidor
de
l
'
An
IX
de
la
Republique
Française
,
une
et
indivisible
.
È
annessa
alla
Filza
n
.
2
del
citato
carteggio
del
Provveditore
Nicolò
Foscarini
.
(
88
)
Loc
.
cit
.
(
89
)
Intorno
alle
Pasque
Veronesi
si
consulti
-
tra
le
fonti
più
recenti
-
il
libro
del
BONNEFONS
:
La
chute
de
la
Republique
de
Venise
(
1780-1797
)
.
Librairie
Académique
Perrin
,
Paris
,
1908
,
pag
.
225
e
sgg
.
(
90
)
Capitolazioni
.
-
Delib
.
Senato
Militare
1785
.
Filza
118
.
(
91
)
Carlo
Marchiondi
,
eccellente
ingaggiatore
di
fanti
oltremarini
,
trovasi
citato
a
titolo
di
onore
nel
carteggio
del
Senato
fino
dall
'
anno
1783
,
perché
in
quattro
anni
era
riuscito
a
condurre
sotto
le
venete
insegne
oltre
5000
reclute
,
numero
doppio
del
richiesto
dal
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
.
Fu
perciò
promosso
tenente
colonnello
(
22
maggio
1783
)
.
Il
tenente
colonnello
Carlo
Marchiondi
morì
nel
1785
.
(
92
)
La
forza
di
una
compagnia
di
leva
,
o
centro
di
reclutamento
delle
milizie
ingaggiate
,
era
la
seguente
:
1
tenente
o
capitanio
,
1
alfiere
,
1
sergente
,
2
caporali
,
1
tamburo
o
piffero
,
36
fanti
.
(
93
)
Il
piede
veneziano
corrispondeva
a
metri
0,347735
:
a
sua
volta
l
'
oncia
,
di
12
linee
,
equivaleva
a
metri
0,028978
.
(
94
)
Capitolazioni
sopra
citate
.
-
Delib
.
Senato
Militar
,
anno
1785
.
Filza
118
.
Tra
i
mestieri
infami
era
compreso
quello
dello
sbirro
.
(
95
)
Le
caserme
principali
si
trovavano
nel
rione
di
Santa
Maria
Elisabetta
del
Lido
ed
erano
capaci
di
oltre
4000
uomini
.
-
(
Vedasi
:
Il
forastiere
illuminato
intorno
le
cose
più
belle
,
rare
e
curiose
,
antiche
e
moderne
della
città
di
Venezia
e
delle
isole
circonvicine
.
Venezia
,
1740
.
Giovambattista
Albrizzi
,
editore
,
pag
.
301
)
.
(
96
)
La
lira
veneta
,
di
20
soldi
ognuna
,
corrispondeva
ad
Italiane
lire
0,5228
.
(
97
)
Esattamente
a
L
.
16,182
.
(
98
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Anno
1782
.
Secreta
I
.
Filza
107
.
(
99
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
1782-1784
.
(
100
)
Sull
'
istituzione
delle
compagnie
di
travagliatori
,
si
veda
il
capitolo
relativo
al
Genio
nello
studio
presente
.
(
101
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1790
.
Filza
131
.
(
102
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1794
.
Filza
146
.
(
103
)
Già
dalla
fine
del
XVII
secolo
,
nel
corpo
degli
oltremarini
si
erano
fuse
tutte
le
speciali
milizie
d
'
oltremare
note
ai
tempi
dello
splendore
con
il
nome
di
Dalmati
,
Cimeriotti
e
Montenegrini
.
La
reggimentazione
degli
oltremarini
risale
però
più
precisamente
all
'
anno
1688
,
quando
cioè
il
Morosini
tracciò
la
grande
suddivisione
della
fanteria
veneta
in
oltramontani
ed
oltramarini
,
attribuendo
a
questi
ultimi
il
carattere
di
socii
.
Dell
'
antica
differenziazione
di
queste
milizie
d
'
oltremare
sopravviveva
ancora
,
al
tempo
della
caduta
di
Venezia
,
il
Reggimento
Corfù
di
San
Marco
,
o
dei
Corfiotti
,
impiegato
nel
presidio
dell
'
isola
.
(
104
)
Dettaglio
della
forza
di
infanteria
italiana
ed
oltremarina
,
artiglieria
e
cavalleria
,
esistente
il
1°
marzo
1796
in
Terraferma
,
con
l
'
innesto
delle
cernide
italiane
ed
istriane
e
delle
craine
dalmatine
.
(
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
1796
.
Filza
149
)
.
Come
è
noto
,
le
cerne
levate
in
Dalmazia
denominavansi
più
specialmente
craine
,
oppure
craicinich
.
(
105
)
Orzinovi
ora
fortezza
di
confine
,
correndo
in
questo
tratto
la
frontiera
veneta
tra
la
Serenissima
e
lo
Stato
di
Milano
lungo
la
destra
dell
'
Oglio
.
Il
contado
di
Crema
rappresentava
un
possedimento
isolato
della
Repubblica
al
di
là
del
confine
,
compreso
tutto
intorno
dal
territorio
milanese
di
Soncino
,
Robecco
,
Lodi
e
Vailate
.
La
frontiera
nel
contado
bergamasco
tra
Serenissima
e
Milano
correva
,
per
buon
tratto
,
lungo
l
'
Adda
fino
alle
adiacenze
di
Trezzo
,
indi
,
mediante
una
linea
obliqua
convenzionale
,
si
rivolgeva
oll
'
Oglio
in
direzione
di
Martinengo
.
(
106
)
Nell
'
estate
del
1796
non
tutte
le
truppe
venete
raccolte
da
Giacomo
Nani
per
la
difesa
dell
'
estuario
di
Venezia
erano
ancora
fornite
di
pagliericci
.
Convenne
disfare
all
'
uopo
delle
vecchie
tende
riposte
nella
tana
dell
'
Arsenale
per
sopperire
alla
bisogna
,
e
si
impiegarono
in
quella
circostanza
alquante
vellere
,
o
cucitrici
di
vele
,
addette
al
grande
cantiere
eneto
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
,
giugno
1796
.
Filza
23
)
.
(
107
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Anno
1794
.
Filza
143
.
(
108
)
Nel
1784
,
era
primo
capitano
e
podestà
di
Verona
Alvise
Mocenigo
.
(
109
)
Il
tenente
generate
Salimbeni
.
(
110
)
Delib
.
Senato
Militar
,
1792
,
Filza
134
.
(
111
)
Il
generale
Salimbeni
si
riferiva
specialmente
alle
condizioni
delle
cerne
e
delle
craine
raccolte
a
Verona
nel
1794
.
(
Delib
.
Senato
Militar
,
Filza
145
)
.
(
112
)
Relazione
al
piedilista
del
1781
del
Savio
alla
Scrittura
Francesco
Vendramin
.
(
Delib
.
Senato
Militar
.
1781
.
Filza
106
)
.
(
113
)
Relazione
al
piedilista
del
1781
(
Delib
.
Senato
Militar
-
1781
-
Filza
106
)
.
(
114
)
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
-
Parte
III
,
pag
.
167
.
(
115
)
Opificio
esercitato
sulla
fine
della
Serenissima
da
Giacomo
Zannoni
.
(
116
)
Condotto
a
quell
'
epoca
da
Francesco
Bascarezzi
.
(
117
)
Terminazione
della
conferenza
delli
Savi
alla
scrittura
,
attual
ed
uscito
,
di
due
dei
cinque
Savi
alla
mercanzia
e
magistrati
sopra
camere
intorno
al
metodo
per
il
vestiario
dei
reggimenti
italiani
.
(
Delib
.
Senato
militar
,
1755
)
.
(
118
)
La
riforma
della
numerazione
dei
corpi
di
fanti
italiani
fu
caldeggiata
,
fino
dal
1785
,
dai
Savio
alla
scrittura
Francesco
Vendramin
e
dal
brigadiere
Stràtico
.
«
Riconoscendo
poi
-
diceva
una
relazione
estesa
da
quest
'
ultimo
-
per
buona
pratica
seguita
dalle
estere
truppe
di
porre
un
segno
distintivo
di
reggimento
,
e
non
essendo
quello
sufficiente
della
diversità
dei
mostrini
comunemente
usati
,
si
emette
l
'
avviso
che
con
il
numero
impresso
sui
bottoni
si
debbano
distinguere
i
18
reggimenti
di
fanti
italiani
,
assegnando
gli
ultimi
quattro
numeri
ai
reggimenti
di
città
,
in
ordine
all
'
epoca
di
loro
istituzione
»
.
(
Delib
.
Senato
milit
.
,
anno
1785
.
Registro
n
.
29
)
.
(
119
)
Le
compagnie
prendevano
nome
dai
rispettivi
comandanti
,
e
cioè
:
1a
Colonnella
-
2a
Tenente
colonnella
:
-
3a
Sergente
maggiore
..
La
4a
,
5a
,
6a
,
7a
,
8a
e
9a
si
intitolavano
dal
nome
dei
rispettivi
capitani
comandanti
.
Vedasi
a
questo
riguardo
quanto
nel
presente
studio
è
stato
detto
nel
capitolo
relativo
agli
ufficiali
veneti
.
(
120
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
1796
,
Filza
n
.
25
.
(
121
)
Ibidem
.
Filza
25
.
-
Lettera
al
Doge
in
data
dell'8
luglio
1796
.
(
122
)
[
122
]
La
fiera
esibizione
delle
genti
del
Bergamasco
finì
ai
capi
del
Consiglio
dei
X
,
i
quali
furono
al
riguardo
«
del
geloso
affare
...
e
dell
'
alto
segreto
che
esso
importava
...
ricercati
a
divenire
,
con
il
loro
consiglio
e
per
le
vie
le
più
secrete
,
a
quelle
deliberazioni
che
pareranno
proprie
alla
loro
prudenza
»
.
In
altri
termini
,
il
Senato
nel
rassegnare
al
Consiglio
dei
Dieci
quella
proposta
con
144
voti
favorevoli
alla
decisione
presa
e
30
incerti
,
dimostrò
il
suo
fermo
intendimento
di
cestinarla
.
(
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
1796
.
Filza
25
.
In
Pregadì
,
12
luglio
1796
)
.
(
123
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1792
,
Filza
134
.
(
124
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1794
.
Filza
142
.
(
125
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
134
.
(
126
)
Rapporto
del
rappresentante
veneto
a
Torino
,
Giovanni
Andrea
Fontana
.
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
119
.
(
127
)
Vedi
il
§
31
del
R
.
Viglietto
24
dicembre
1736
.
(
Raccolta
delle
leggi
e
decreti
del
Duboin
,
vol
.
XXVIII
,
pag
.
193
)
.
(
128
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1794
.
Filza
142
.
(
129
)
Delib
.
Senato
Militar
.
1794
.
Filza
135
.
(
130
)
Registri
delle
deliberazioni
del
Senato
Militar
.
Secreta
30
.
Le
norme
si
erano
esaurite
da
gran
tempo
.
(
131
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
1796
.
Decreto
del
3
marzo
detto
.
Filza
n
.
149
.
(
132
)
I
gravami
personali
ai
riferivano
-
come
si
sa
-
specialmente
ai
coniugati
,
ai
fittaoli
,
agli
indegni
ecc
.
(
133
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
,
1796
Filza
149
-
Lo
stato
delle
cerne
incorporate
nell
'
anno
1794
,
la
loro
suddivisione
per
circoli
di
reclutamento
ed
i
loro
effettivi
,
al
termine
del
primo
biennio
di
ferma
risultano
dallo
specchio
seguente
:
Descritte
nei
ruoli
Morti
Fuggiti
Cassi
Effettivi
nel
1796
a
)
Cerne
Italiane
.
Padovane
355
8
-
-
22
325
Vicentine
366
7
20
15
324
Veronesi
e
Colognesi
403
14
17
10
362
Bresciane
152
1
4
14
133
Dette
privilegiate
(
Orzinovi
)
125
-
-
13
8
104
Bergamasche
164
-
-
19
7
138
Cremasche
50
-
-
1
2
47
Bellunesi
110
9
2
10
89
Bassanesi
135
3
5
6
111
Feltrine
79
-
-
-
-
11
65
Trevisane
389
4
5
42
338
Salodiane
51
2
1
6
42
Friulane
267
5
11
12
239
Polesane
148
-
-
3
-
-
145
Totale
2781
53
101
165
2462
b
)
Cerne
Istriane
226
5
10
3
208
c
)
Craine
Dalmate
732
31
31
15
651
3739
89
142
183
3321
(
134
)
Deliberazione
Senato
Militar
.
Filza
149
.
(
135
)
Discorso
al
Senato
del
cav
.
Francesco
Pesaro
(
ottobre
1792
)
.
(
136
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
26
marzo
1796
.
Filza
149
.
(
137
)
Vedasi
l
'
ordinamento
dalle
craine
in
battaglioni
e
la
loro
dislocazione
a
Venezia
e
nell
'
estuario
in
ottobre
-
novembre
dell
'
anno
1796
nelle
:
«
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
»
Filza
161
.
-
Per
l
'
opera
di
Giacomo
Nani
in
questa
circostanza
si
veda
specialmente
il
volume
di
Filippo
Nani
-
Mocenigo
ricordato
più
sopra
.
(
138
)
Carteggio
del
Provveditor
Generale
in
Terraferma
Nicolò
Foscarini
.
-
1796
.
Filza
n
.
1
.
(
Carteggio
dal
18
maggio
a
tutto
giugno
detto
)
.
(
139
)
CICOGNA
.
-
Bibliografia
Veneziana
.
-
Vedasi
nella
raccolta
la
sezione
relativa
alla
bibliografia
militare
.
(
140
)
Magistratura
molto
antica
cui
metteva
capo
tutto
ciò
che
si
riferiva
all
'
azienda
comunale
.
I
provveditori
del
Comune
avevano
una
particolare
sorveglianza
sull
'
istituto
delle
arti
,
sulle
scuola
di
devozione
etc
.
(
141
)
Diventato
dopo
il
1588
una
magistratura
stabile
.
Il
culto
della
santa
protettrice
degli
artiglieri
si
mantenne
sempre
vivo
sino
alla
caduta
della
Serenissima
e
si
accentuò
nella
scuola
di
Santa
Barbara
,
dove
è
eretto
un
altare
con
un
dipinto
del
Tintoretto
.
Questa
scuola
conserva
il
capo
della
denominata
santa
,
recato
a
Venezia
da
Candia
nell
'
anno
1070
(
Il
forastiere
illuminato
intorno
le
cose
più
rare
e
curiose
antiche
e
moderne
della
città
di
Venezia
)
.
-
Sulle
prime
sedi
dell
'
arte
dei
bombardieri
a
Venezia
,
si
veda
l
'
opera
del
BIANCHINI
;
La
chiesa
di
Santa
Maria
Formosa
,
pag
.
31
,
Venezia
1892
,
e
la
nota
apposta
dal
MOLMENTI
a
pagina
54
del
2°
volume
della
sua
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
(
Bergamo
,
Istituto
italiano
di
arti
grafiche
,
1906
)
.
(
142
)
Più
tardi
,
agli
otto
ducati
di
bonifica
per
testa
si
aggiunsero
altri
quattro
ducati
di
bonifica
,
ossia
di
taglione
.
(
143
)
Di
cui
3713
di
bronzo
e
1025
di
ferro
,
per
il
valore
complessivo
di
quattro
milioni
di
ducati
.
(
144
)
Assunto
al
servizio
veneto
nel
1771
(
6
ottobre
)
.
Il
Patisson
era
inglese
di
nascita
.
(
145
)
Piano
generale
degli
studi
da
farsi
in
un
sessennio
nel
pubblico
Militar
Collegio
di
Verona
,
fatto
estendere
da
Alvise
Tiepolo
,
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
.
-
Venezia
,
1763
.
-
Per
i
figliuoli
del
quondam
Z
.
Antonio
Pinelli
,
stampatori
ducali
.
(
146
)
Decreto
del
Senato
del
27
settembre
1786
(
Delib
.
Senato
Militar
,
n
.
29
Secreta
-
Registro
)
.
(
147
)
Relazione
sullo
stato
dell
'
artiglieria
Veneta
,
(
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
Filza
103
,
anno
1781
)
.
La
relazione
è
firmata
da
Angelo
Diedo
,
Francesco
Battagia
e
Francesco
Falier
.
(
148
)
Navi
di
primo
rango
Fama
(
capitana
)
e
Forza
,
fregata
Palma
,
sciabecco
Tritton
,
bombarde
Distruzion
,
Polonia
;
galeotta
Esploratore
.
La
fregata
Concordia
e
gli
sciabecchi
Cupido
e
Nettuno
si
aggiunsero
alle
sopra
dette
navi
nelle
acque
di
Corfù
.
(
149
)
V
.
MARCHESI
.
-
Tunisi
e
la
Repubblica
di
Venezia
.
Lettera
di
Angelo
Emo
,
in
data
dell
'
ll
ottobre
1785
.
(
150
)
Giornale
storico
del
viaggio
in
Africa
della
Veneta
squadra
,
-
Pag
.
63
.
Vedasi
anche
«
Angelo
Emo
»
in
Rivista
marittima
,
2°
Semestre
1907
.
(
151
)
P
.
MOLMENTI
.
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
.
Parte
II
,
pag
.
50
.
(
152
)
Il
forastiere
illuminato
ecc
.
,
pag
.
104
(
op
.
cit
.
)
.
(
153
)
Idem
,
pag
104
.
(
154
)
Idem
,
pag
.
97
.
(
155
)
Il
forastiere
illuminato
,
op
.
cit
.
,
pag
.
97
98
.
(
156
)
Ibidem
,
pag
.
103
.
(
157
)
Ibidem
,
pag
.
103
.
(
158
)
Le
magistrature
all
'
Arsenale
erano
molte
e
complesse
.
Anzitutto
i
Provveditori
all
'
Arsenal
(
3
)
scelti
dal
Senato
con
carica
biennale
,
i
Patroni
all
'
Arsenal
(
3
)
che
duravano
in
ufficio
32
mesi
ed
erano
incaricati
materialmente
della
custodia
e
della
polizia
del
cantiere
,
i
Visdomini
alla
Tana
(
3
)
e
gli
Inquisitori
all
'
Arsenal
,
nominati
questi
ultimi
soltanto
al
caso
di
particolari
inchieste.Tali
cariche
erano
prevalentemente
di
ordine
politico
.
Le
cariche
militari
e
marittime
avevano
uffici
a
parte
non
meno
numerosi
:
così
i
Provveditori
all
'
armamento
,
i
pagadori
(
5
)
,
i
presidenti
ed
aggionti
alla
milizia
da
mar
,
il
magistrato
all
'
artiglieria
ecc
.
(
159
)
Il
preciso
campionario
dell
'
artiglieria
veneta
della
decadenza
risulta
dal
seguente
prospetto
:
Cannoni
:
120
B
-
100
B
-
60
B
-
50
B
-
50
F
-
40
B
-
40
F
-
30
B
-
30
F
-
20
B
-
20
F
-
16
B
-
16
F
-
14
B
-
14
F
-
12
B
.
ordinario
-
12
B
.
medio
-
12
F
.
leggero
-
12
F
.
ordinario
-
9
B
-
9
F
-
6
B
.
ordinario
-
6
B
.
leggero
-
6
F
.
ordinario.Falconetti:
8
B
-
9
B
-
6
B
-
3
B
-
1
B.Colubrine:
100
B
-
60
B
-
40
B
-
30
B
-
20
B
-
14
B.Apiede
12
B.Passavolante:
9
B.Saltamartino:
6
B.Sacri:
12
B.Spingarde:
10
F.Petrieri:
14
B
.
-
12
B
-
6
B
.
-
1
B.Mortari:
1000
B
-
1000
F
-
500
B
-
500
F
-
300
B
-
200
B
-
100
B
-
50
B
-
30
B
-
20
B
-
16
B
-
14
B
-
14
F.Trabucchi:
20
B
-
16
B
-
14
B
-
14
F.Obusieri:
100
B
-
30
B
-
16
B.Obizzi:
200
B
-
120
F
-
20
F.Organetti:
B
-
F.Mortaretti:
B
-
F
.
(
Foglio
dimostrante
l
'
esistenza
dei
pezzi
di
artiglieria
nell
'
Arsenal
,
nei
forti
della
Dominante
,
flotta
,
ecc
.
nell
'
anno
1781
.
-
Delib
.
Senato
Militar
,
-
Filza
N
.
103
)
.
(
160
)
Il
forastiere
illuminato
,
op
.
cit
.
,
pag
.
99
.
(
161
)
Il
maggiore
Domenico
Gasperoni
,
riordinatore
del
Museo
dell
'
Arsenale
.
(
162
)
Delib
.
del
Senato
Militar
di
Terraferma
,
1794
.
Filza
,
143
.
(
163
)
Rapporto
del
colonnello
Molari
,
citato
nell
'
opera
di
FILIPPO
NANI
MOCENIGO
Giacomo
Nani
.
Memorie
,
etc
.
pag
.
67
.
(
164
)
Idem
.
(
165
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
Carteggio
dall'11
genn
.
1796
al
25
detto
.
Filza
n
.
24
.
Unitamente
a
questa
offerta
i
Buranesi
dichiaravano
di
aver
pronte
«500
persone
da
prendere
le
armi
,
6
tartane
per
uso
«
di
pesca
e
9
pieleghe
ad
uso
di
negozio
di
legna
».Le
pieleghe
erano
barche
pescherecce
a
tre
alberi
della
foggia
dei
trabaccoli
e
della
portata
minore
di
100
tonnellate
.
L
'
etimologia
di
esse
proviene
forse
dal
latino
pelagus
,
perché
queste
barche
si
esponevano
con
qualche
facilità
ai
pericoli
del
mare
nella
pesca
.
(
166
)
Le
funzioni
del
servizio
di
stato
maggiore
,
disimpegnate
in
Francia
per
gran
tempo
dal
corpo
degli
ingegneri
militari
,
furono
trasferite
nell
'
anno
1783
al
corpo
di
stato
maggiore
propriamente
detto
.
(
167
)
Nacque
il
Lorgna
il
22
ottobre
1735
a
Cerea
di
Verona
e
morì
in
questa
ultima
città
,
nel
Collegio
Militare
,
il
27
giugno
1796
.
«
Fu
aggregato
-
dicono
i
documenti
-
alle
prime
accademie
dell
'
Europa
,
carteggiò
con
tutti
i
dotti
della
terra
e
produsse
opere
matematiche
e
fisiche
che
gli
procurarono
la
stima
universale
.
Dei
60
anni
che
visse
,
35
ne
dedicò
al
Militar
Collegio
di
Verona
nello
insegnamento
»
.
(
Carteggio
del
Collegio
Militar
di
Verona
.
-
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
.
-
Busta
246
)
(
168
)
L
'
autore
dell
'
opera
insigne
dal
titolo
:
Del
corso
delle
acque
.
(
169
)
L
'
idea
dei
Murazzi
si
deve
effettivamente
al
padre
Coronelli
che
ne
trattò
dapprima
nell
'
opuscolo
assai
raro
dal
titolo
:
«
Proposte
del
padre
Coronelli
importanti
al
pubblico
e
privato
,
svelate
e
delucidate
con
disegni
»
(
170
)
Vedasi
carteggio
del
Collegio
Militar
di
Verona
sopra
citato
.
Anni
1769-1770
.
(
171
)
Il
corpo
degli
Ingegneri
ai
confini
possiede
negli
Archivi
di
Stato
di
Venezia
un
copioso
carteggio
del
tutto
inesplorato
.
(
172
)
Decreto
del
Senato
,
5
ottobre
l770
.
(
Delib
.
Senato
Militar
.
)
Filza
n
.
100
.
Secreta
I
.
(
173
)
Collegio
Militare
di
Verona
,
-
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
-
Busta
246
.
(
174
)
Il
capitano
degli
ingegneri
militari
Ferro
,
da
Treviso
(
Delib
.
Senato
militar
,
Filza
n
.
102
,
1770
)
.
(
175
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Filza
100
.
1779-1781
.
(
176
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Secreta
.
Registro
n
.
28
.
1782-1785
.
(
177
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Rapporto
al
Principe
del
brigadiere
Sopraintendente
degli
ingegneri
militari
veneti
,
Moser
de
Filseck
.
(
178
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Filza
115
.
Anno
1785
.
(
179
)
Delib
.
Senato
Milit
.
Filza
117
.
Anno
1785
.
(
180
)
Rapporto
del
sopraintendente
del
corpo
degli
ingegneri
militari
,
Moser
de
Filseck
,
sullo
stato
delle
piazze
di
Oltremare
,
allegato
dal
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
Francesco
Vendramin
in
una
relazione
al
Doge
.
-
(
Delib
.
Senato
Milit
.
Secreta
I
.
Filza
107
.
Anno
1782
)
.
(
181
)
L
'
odierna
Sinj
in
val
di
Cetina
.
(
182
)
Presso
la
stretta
di
Slap
,
all
'
uscita
del
fiume
Kerka
nella
zona
lacustre
di
Prokljan
e
di
Sebenico
.
(
Foglio
della
carta
austriaca
,
alla
scala
di
1:200.000
.
Spalato
.
34°-44°
)
.
(
183
)
Strade
poi
migliorate
nel
1806
al
tempo
del
governo
del
Provveditore
Generale
Vincenzo
Dandalo
in
Dalmazia
.
(
Vedasi
,
La
Dalmazia
al
31
dicembre
1806
.
Opera
economica
e
politica
umiliata
a
S
.
M
.
Imperatore
e
Re
)
.
(
184
)
Abbreviazione
usata
per
dinotare
il
predicato
di
nobili
uomini
,
dovuto
ai
rappresentanti
della
Veneta
Repubblica
.
(
185
)
Venute
alla
Repubblica
in
forza
del
trattato
di
Passarowitz
(
21
luglio
1718
)
.
-
Vedasi
a
questo
riguardo
ROMANIN
.
Storia
documentata
di
Venezia
,
tomo
VIII
,
pag
.
56-57
.
(
186
)
Dice
questo
storico
:
«
Il
decreto
del
Senato
del
21
luglio
1785
«
istituì
inoltre
due
corpi
di
travagliatori
e
zappatori
-
minatori
dipendenti
«
dal
corpo
del
genio
»
.
Storia
documentata
di
Venezia
,
vol
.
VIII
,
pag
.
373
.
-
È
doveroso
però
notare
a
questo
punto
che
il
senato
-
consulto
non
fa
cenno
di
questo
seconda
denominazione
,
di
zappatori
-
minatori
che
si
vuole
dal
ROMANIN
attribuita
nel
senato
-
consulto
medesimo
ai
travagliatori
.
(
187
)
Il
decreto
non
parla
quindi
di
zappatori
-
minatori
.
(
188
)
La
gazzetta
era
di
tre
bezzi
.
(
189
)
Il
suo
importo
era
preventivato
in
lire
Venete
78.8
.
(
190
)
Deliberazioni
Senato
Militar
Registro
N
.
29
,
I
Secreta
.
Anni
1788-1790
.
Decreto
del
21
luglio
1788
.
(
191
)
Le
due
compagnie
dovevano
contare
in
origine
140
uomini
ognuna
.
(
192
)
Il
libro
più
precisamente
ai
intitola
come
appresso
:
Doveri
delle
persone
incaricate
della
disciplina
ed
uso
dei
Corpi
dei
Travagliatori
.
Delib
.
Senato
Militar
,
Filza
116
,
(
1785
)
.
(
193
)
Delib
.
Senato
Militar
in
Terraferma
.
Filza
36
(
1796
)
.
(
194
)
E
.
BARBARICH
.
Gli
Stradiotti
nell
'
arte
militare
veneziana
.
(
Rivista
di
Cavalleria
,
1904
)
.
-
PAJOL
.
Les
guerres
sous
Louis
XV
,
vol
.
VII
,
pag
.
329-329
Paris
,
Firmin
-
Didot
,
Editeurs
,
1891
.
(
195
)
Specie
del
sale
in
Dalmazia
-
Vedasi
:
«
La
Dalmazia
nei
commerci
della
Serenissima
»
,
del
Sabalich
-
(
Zara
,
Tipografia
Vitaliani
,
1907
,
pag
.
23
.
(
196
)
Da
cui
dipendono
le
vaste
praterie
denominate
dei
Camoi
.
(
197
)
A
senso
delle
Tasse
per
le
genti
d
'
arme
ed
alloggi
per
la
cavalleria
vigenti
.
(
Deliberazioni
Senato
Militar
)
.
Secreta
.
Registro
N
.
28
,
(
1782-1784
)
.
(
198
)
Delib
.
Senato
Militar
,
I
,
Secreta
,
Filza
104
(
1782
)
.
(
199
)
In
realtà
il
servizio
di
sgherro
era
affidato
in
Dalmazia
ai
cosidetti
panduri
.
Picchetti
di
cavalleria
solevano
nondimeno
scortare
le
caravane
turche
che
,
dall
'
interno
,
scendevano
di
porti
dalmati
;
specie
a
Spàlato
.
(
Vedi
Sabalich
-
La
Dalmazia
nei
commerci
della
Serenissima
-
pag
.
54
)
(
200
)
Cioè
il
biscotto
per
la
fanteria
oltremarina
ed
il
pane
per
la
fanteria
italiana
.
(
201
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
146
(
1795
)
.
(
202
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Secreta
I
.
Registro
N
.
28
(
1783-1784
)
.
(
203
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
N
.
143
,
(
1704
)
.
(
204
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
N
.
143
,
(
1704
)
.
(
205
)
Lettera
di
Iseppo
Priuli
,
Savio
di
Terraferma
alla
Scrittura
,
al
Doge
in
data
13
giugno
1794
(
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
143
)
.
(
206
)
«
Le
promozioni
si
faranno
in
ogni
reggimento
da
caporale
a
sergente
-
maggiore
incluso
.
Per
i
tenenti
-
colonnelli
e
colonnelli
sul
totale
delle
troppe
della
nazione
rispettiva
,
salvi
i
privilegi
che
sono
accordati
ai
reggimenti
delle
città
di
Terraferma
,
alle
corazze
,
ai
reggimenti
di
Cimarioti
e
Marina
»
.
(
Legge
di
Ottazione
.
Capo
I
,
2
giugno
1740
)
.
(
207
)
Un
esercizio
assai
interessante
della
«
cavalleria
dragona
»
si
nota
in
un
acquarello
inserito
nella
«
Raccolta
Gherro
»
nel
civico
Museo
di
Venezia
.
L
'
acquarello
raffigura
gli
esercizi
di
alcuni
riparti
di
dragoni
di
presidio
nella
fortezza
di
Osoppo
.
Le
evoluzioni
pedestri
dei
dragoni
si
rilevano
dalla
tavola
6
del
libro
«
Esercito
militare
e
regola
universale
della
Cavalleria
e
dragoni
etc
.
»
del
Dolfin
,
dal
titolo
«
Reggimento
di
cavalleria
o
dragoni
a
piedi
,
disposto
in
ordine
di
fare
l
'
esercizio
o
far
fuoco
»
.
(
208
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Registro
N
.
29
(
1785-1790
)
.
Il
Santonini
era
al
servizio
della
Repubblica
fino
dal
1735
.
(
209
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
filza
N
.
145
(
1794
)
(
210
)
La
stagione
autunnale
.
(
211
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
145
,
(
1794
)
.
(
212
)
Guerra
per
la
Successione
d
'
Austria
-
La
neutralità
della
Repubblica
Veneta
venne
proclamata
nel
1741
(
3a
Neutralità
d
'
Italia
)
.
(
213
)
Nei
pressi
di
San
Niccolò
del
Lido
si
dovevano
infatti
riattare
,
nell
'
estate
del
1796
,
la
caserma
di
cavalleria
colà
esistente
ed
i
tre
pozzi
attigui
.
Tali
progetti
erano
stati
studiati
da
Giuseppe
Ferretti
e
da
Vincenzo
Dandolo
,
i
quali
dovevano
pure
riferire
sulla
capacità
di
alloggiamento
delle
truppe
e
sulle
condizioni
di
rifornimento
dell
'
acqua
potabile
a
Chioggia
ed
alle
Porte
di
Bròndolo
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
,
Filza
N
.
26
.
Dal
16
luglio
al
30
detto
-
1796
-
Senato
,
Secreta
I
).La
relazione
del
Ferretti
e
del
Dandolo
relativa
a
tali
lavori
è
particolarmente
interessante
per
la
conoscenza
,
a
quell
'
epoca
,
del
sottosuolo
del
Lido
e
della
zona
dell
'
estuario
veneziano
.
Essa
stabiliva
,
per
quanto
concerne
la
ricerca
delle
acque
potabili
,
«
che
all
'
intorno
del
Lido
esiste
una
catena
di
corpi
i
quali
negano
l
'
ingresso
alle
acque
salse
circostanti
ed
uscita
alle
acque
dolci
che
dalle
nuvole
cadono
alla
superficie
del
detto
Lido
;
che
quantunque
la
superficie
del
littorale
sia
continuamente
irregolare
per
cagione
dei
corpi
estranei
appositamente
portativi
per
innalzare
in
alcuni
punti
il
livello
,
formar
argini
etc
,
e
per
la
ricorrenza
in
alcuni
altri
punti
di
grandi
masse
di
sabbia
dai
flutti
sollevate
,
nulladimeno
è
cosa
bene
avverata
che
a
più
o
meno
profondità
,
secondo
l
'
elevazione
del
suolo
,
si
incontra
,
sempre
al
medesimo
livello
,
la
sabbia
pura
che
copre
tutta
l
'
estensione
;
che
le
acque
attraverso
le
sabbie
si
equilibrano
e
si
orizzontano
a
diverse
distanze
,
qualunque
esse
siano
».Il
Ferretti
ed
il
Dandolo
proponevano
quindi
l
'
estrazione
delle
acque
dai
pozzi
chiusi
ed
a
qualche
profondità
mediante
pompe
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
,
loc
.
cit
.
)
.
Alla
relazione
sono
allegate
alcune
mappe
ed
i
disegni
delle
pompe
idrauliche
che
si
dovevano
costruire
.
(
214
)
Il
Levante
Veneto
al
tempo
della
decadenza
comprendeva
le
isole
Ionie
con
144,959
abitanti
in
maggioranza
Greci
.
(
215
)
Campagna
del
1717
.
(
216
)
Il
nome
di
questo
forte
delle
Bocche
ripete
la
sua
origine
dalla
conquista
che
ne
fecero
i
Veneziani
e
Spagnuoli
collegati
,
nel
1538
,
sopra
i
Turchi
.
Il
detto
Forte
Spagnuolo
fu
ripreso
dai
Musulmani
nel
1539
,
e
poi
dai
Veneziani
nel
1687
.
(
217
)
Il
Montenegro
nelle
relazioni
dei
Provveditori
Veneti
(
1687-1735
)
,
Edizione
Principe
,
Roma
1896
.
Vedasi
anche
,
SABALICH
-
La
Dalmazia
nei
commerci
della
Serenissima
-
(
op
.
cit
.
)
.
(
218
)
In
un
riparto
della
pubblica
forza
al
presidio
delle
principali
opere
di
Venezia
ai
primi
di
agosto
del
1796
si
trovano
menzionate
le
seguenti
:
Opere
del
Lido
-
Appostamenti
vari
-
18
compagnie
di
fanteria
-
Cavalleria
40
uomini
-
Artiglieria
260
-
Compagnia
Avesani
87
-
Battaglione
Paravia
(
dalmato
)
267.Castello
S
.
Andrea
,
3
compagnie
di
Italiani
-
Certosa
,
8
compagnie
.
-
S
.
Giorgio
Maggiore
,
7
compagnie
-
Giudecca
,
battaglione
Danese
-
Idem
,
battaglione
Cippico
-
Motta
di
S
.
Antonio
,
battaglione
Paravia
-
S
.
Giovanni
della
Polvere
,
battaglione
Nachich
-
S
.
Giorgio
in
Alga
,
compagnia
Zanchì
-
Murano
,
14
compagnie
di
Italiani
-
Campalto
,
compagnia
Costacchi
-
Forte
Alberoni
,
compagnia
Grabovaz
-
Forte
S
.
Pietro
,
battaglione
Iuva
-
Chioggia
,
battaglioni
Mida
,
Michieli
e
Bortoluzzi
-
Bròndolo
,
battaglione
Matutinovich
.
(
Vedasi
Filippo
Nani
-
Mocenigo
«
Giacomo
Nani
»
Memorie
e
documenti
,
Venezia
,
Tipografia
dell
'
Ancora
,
1893
).Sulle
correlazioni
tra
l
'
assetto
difensivo
di
Venezia
alla
caduta
della
Repubblica
e
quello
che
esisteva
nella
stessa
città
nel
1848
,
si
vedano
le
preziose
cartelle
lasciate
da
G
.
B
.
Cavedalis
,
ministro
della
guerra
durante
il
Governo
Provvisorio
,
nella
busta
N
.
388
(
Cavedalis
)
all
'
Archivio
di
Stato
dei
Frari
di
Venezia
.
Si
consultino
inoltre
a
questo
riguardo
i
Commentari
sugli
anni
1848-49
dello
stesso
ministro
Cavedalis
,
tuttora
inediti
.
(
219
)
Quivi
fu
detenuto
per
qualche
tempo
il
famoso
novatore
Zorzi
Pisani
.
(
Vedasi
-
Romanin
-
Lezioni
di
Storia
Veneta
-
Vol
.
I
,
pag
.
503
-
Firenze
-
Le
Monnier
editore
,
1875
)
.
(
220
)
Venne
edificato
nel
1355
da
Can
Grande
II
per
rassicurarsi
in
città
dopo
la
ribellione
di
Frignano
suo
fratello
spurio
.
Era
annesso
all
'
opera
il
famoso
ponte
sull
'
Adige
.
(
G
.
B
.
da
Persico
-
Verona
e
la
sua
provincia
-
pag
.
43
,
-
Verona
-
Pollidi
editore
1838
)
.
Castel
Vecchio
venne
riattato
a
più
riprese
dai
Veneziani
e
particolarmente
dopo
il
1759
,
cioè
dopo
che
venne
istituito
in
esso
il
Collegio
Militare
di
Artiglieria
e
Genio
.
Vedasi
,
E
.
BARBARICH
-
Un
Collegio
di
Artiglieria
e
Genio
sotto
la
Serenissima
(
Op
.
cit
.
)
(
221
)
In
Francia
,
a
quell
'
epoca
,
i
gouverneurs
particuliers
des
places
avevano
alle
loro
dipendenza
i
majors
,
gli
aides
-
majors
ed
i
sous
-
aides
-
majors
.
(
PAJOL
-
Les
guerres
sous
Louis
XV
.
Vol
.
VII
,
pag
.
508
.
Paris
,
Firmin
Didot
Ed
.
,
1891
)
.
(
222
)
La
realdizione
metteva
assai
spesso
capo
alla
riabilitazione
d
'
onde
traeva
nome
il
vocabolo
(
realdire
)
.
(
223
)
2a
Edizione
1790
.
(
224
)
«
Alcuni
scrittori
del
secolo
XVII
usavano
questa
parola
per
indicare
quel
soldato
finto
che
,
in
occasione
di
rassegna
,
si
faceva
dai
capitani
passare
alla
banca
per
mostrare
le
compagnie
piene
»
.
GRASSI
-
Dizionario
militare
italiano
-
Torino
,
1833
,
Vol
.
III
,
pag
.
179
.
(
225
)
Decreto
del
Senato
in
data
22
luglio
1790
.
(
226
)
Forza
bilanciata
:
Anno
1781,11,607
uomini
-
1782
,
11,705
-
1790
,
14,946
-
1791
,
14,348
-
1792
,
14,484
-
1793
,
14,303
-
1794
,
15,620
.
(
227
)
Corfù
,
Guino
,
Lestimo
,
Lazzaretto
,
Butrinto
,
Potamò
,
Manduchio
,
Parga
,
Paxo
,
S
.
Maura
,
Amaxachi
,
Prevesa
,
Vonizza
,
Cefalonia
,
Argastoli
,
Cottoleo
,
Lixuri
,
Fortezza
,
Asso
,
Teachi
,
Zante
,
Cerigo
,
Forte
di
San
Francesco
,
Pubbliche
fabbriche
.
(
228
)
Navi
638
uomini
,
fregate
268
,
sciabecchi
296
,
galere
225
,
brigantini
,
feluche
27
,
galiotte
220
,
caicchi
8
.
(
229
)
Zara
,
Nona
,
Novegradi
,
Obrovazzo
,
Dracevaz
,
Zemonico
,
Bencovatz
,
Ostrovizza
,
Zegar
,
Arbe
,
Pago
,
Sebenico
,
Scardona
,
Cossovo
,
Stermizza
,
Pagine
,
Chistagne
,
Bilibrigh
,
Cadina
-
Cugna
,
Knin
,
Dernis
,
Vrbas
,
Verlica
,
Spalato
,
Salona
,
Clissa
,
Traù
,
Sign
,
Haan
,
Trigl
,
Roncislap
,
Bazzana
,
Almissa
,
Duares
,
Imoschi
,
Sista
,
Macarsca
,
Vergoraz
,
Narenta
,
Brazza
,
Lesina
,
Curzola
,
Risano
,
Perasto
,
Trinità
(
Troitza
)
,
Castelnuovo
,
Suttorina
,
Budua
,
Maini
.
(
230
)
Capo
d
'
Istria
,
Porto
Quieto
,
Pinguente
,
Saline
d
'
Istria
,
Pola
,
Lido
di
Venezia
,
Lazzaretto
Nuovo
,
Chioggia
,
Padova
,
Vicenza
,
Montebello
,
Bassano
,
Verona
,
Peschiera
,
Castelnuovo
,
Malcesine
,
Mozzecane
,
Ossenigo
,
Tormini
,
Villanuova
,
Sega
,
Caldiero
,
Valeggio
,
Legnago
,
Monzambano
,
Cadecapri
,
Salò
,
Desenzano
,
Brescia
,
Orzinovi
,
Asola
,
Palazzolo
,
Ospedaletto
,
Ponte
San
Marco
,
Bergamo
,
Martinengo
,
Cavernago
,
Boltier
,
Crema
,
Palmanova
,
Udine
,
Treviso
,
Rovigo
(
231
)
.
Cattaro
(
città
)
,
Lazzaretto
di
Castelnuovo
delle
Bocche
.
(
232
)
Allorquando
i
piedilista
si
compilavano
ogni
semestre
,
essi
si
pubblicavano
al
1°
marzo
,
ed
al
1°
settembre
di
ciascun
anno
,
poiché
i
Veneziani
negli
atti
pubblici
e
civili
cominciavano
l
'
anno
-
perciò
detto
more
veneto
-
al
1°
marzo
e
si
comprendevano
quindi
in
esso
i
due
primi
mesi
dell
'
anno
successivo
.
(
233
)
Reggimenti
dei
colonnelli
Bubich
(
Italia
)
e
Matutinovich
(
Levante
)
(
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
N
.
87
)
(
1777
)
.
(
234
)
Sempre
in
via
eccezionale
i
fanti
erano
talvolta
spalleggiati
nell
'
esercizio
del
loro
ministero
da
qualche
pattuglia
di
fanti
oltramarini
o
italiani
.
Così
si
usava
negli
arresti
di
maggior
grido
ed
in
quelli
di
natura
politica
,
come
quando
fu
arrestato
Zorzi
Pisani
.
L
'
ultimo
famoso
«
fante
»
degli
inquisitori
fu
Cristofolo
Cristofoli
il
quale
,
come
si
usava
dire
,
«
aveva
più
forza
di
un
battaglione
di
granatieri
»
(
P
.
MOLMENTI
-
Storia
di
Venezia
nella
vita
privata
-
P
.
III
pag
.
181
,
Bergamo
-
Istituto
Italiano
di
arti
grafiche
-
1908
)
.
(
235
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Registro
N
.
28
.
(
1782-1784
)
.
(
236
)
Libro
dei
doveri
per
il
Collegio
Militare
di
Verona
,
(
1764
)
.
(
237
)
Deliberazioni
Senato
Milit
.
Secreta
I
,
Filza
146
(
1795
)
.
(
238
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Registro
n
.
29
(
1790
)
.
Decreto
29
aprile
detto
.
L
'
esercito
veneto
fu
l
'
ultimo
ad
abbandonare
la
picca
nello
armamento
dei
propri
ufficiali
.
(
239
)
Esercizi
personali
per
gli
uffiziali
etc
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
.
Filza
n
.
146
,
Anno
1795
)
.
(
240
)
Esercizi
personali
,
etc
.
numeri
VI
,
VIII
,
X
.
(
241
)
Esercizi
personali
,
etc
.
Capitolo
II
.
Esercizio
della
bandiera
per
gli
alfieri
.
(
242
)
Maneggio
del
fucil
per
i
soldati
-
Serie
di
comandi
del
maneggio
del
fucil
:
1
)
Presentate
le
armi
-
2
)
Fucile
in
spalla
-
3
)
A
dritta
-
4
)
Fronte
-
5
)
A
sinistra
-
6
)
Fronte
-
7
)
Mezzo
giro
a
dritta
-
8
)
Fronte
-
9
)
Preparatevi
-
10
)
Impostate
-
11
)
Fuoco
-
12
)
Ritirate
le
armi
-
13
)
Pigliate
la
carica
-
14
)
Carica
in
canna
-
15
)
Bacchetta
in
canna
-
16
)
Bacchetta
a
suo
luogo
-
17
)
Fucil
in
spalla
-
18
)
Armate
la
baionetta
-
19
)
Sostenete
l
'
urto
-
20
)
Fucil
in
spalla
-
21
)
Portate
l
'
urto
-
22
)
Fucil
in
spalla
-
23
)
Disarmate
la
baionetta
-
24
)
Fucil
alla
pioggia
-
25
)
Fucil
in
spalla
-
26
)
Fucil
a
funeral
-
27
)
Fucil
in
spalla
-
28
)
Fucil
all
'
orazion
-
29
)
Fucil
in
spalla
-
30
)
Sostenete
l
'
arma
-
31
)
Fucil
in
spalla
-
32
)
Portate
l
'
arma
-
33
)
Riposate
l
'
arma
-
34
)
Fucil
in
spalla
.
(
243
)
Esercizi
personali
etc
.
Capitolo
III
.
Maneggio
del
fucil
per
i
soldati
.
(
244
)
Maneggio
del
fucil
per
i
soldati
-
Articolo
I
.
(
245
)
Nota
Spiegativa
all
'
Articolo
XII
.
(
246
)
Innestare
le
baionette
sul
fucile
.
(
247
)
Crociat
-
et
.
(
248
)
L
'
esemplare
che
si
conserva
all
'
Archivio
di
Stato
dei
Frari
in
Venezia
si
trova
nella
Filza
n
.
146
dell
'
anno
1795
,
relativa
al
carteggio
delle
Deliberazioni
del
Senato
Militar
in
Terraferma
.
(
249
)
In
massima
dicevasi
ala
di
ordinanza
la
destra
:
soltanto
se
il
reggimento
veniva
a
trovarsi
a
sinistra
del
centro
di
un
corpo
più
grosso
,
ala
di
ordinanza
diventava
allora
la
sinistra
.
(
250
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
n
.
116
(
1785
)
(
251
)
Deliberazioni
Senato
Militar
.
Filza
n
.
146
(
1795
)
(
252
)
R
.
Commissione
per
la
pubblicazione
dei
documenti
finanziari
della
Repubblica
Veneta
.
Serie
II
op
.
cit
.
-
Bilancio
dell
'
anno
1737
.
(
253
)
Il
ducato
d
'
argento
veneto
si
suddivideva
in
24
grossi
e
32
piccoli
ed
equivaleva
complessivamente
a
L
.
4,189
.
(
Papadopoli
-
Sul
valore
della
moneta
Veneta
-
Venezia
1885
)
.
(
254
)
Tra
i
generali
stranieri
al
soldo
della
Repubblica
,
oltre
allo
Schoulemburg
,
erano
compresi
il
Principe
di
Castiglione
ed
il
tenente
generale
Guglielmo
Greem
.
(
255
)
Vedi
R
.
Commissione
etc
.
(
op
cit
.
)
.
(
256
)
Secondo
la
convenzione
stipulata
con
la
ditta
Spazziani
,
questa
sì
era
assunto
il
carico
di
fornire
alla
Repubblica
pezzi
di
tutti
i
calibri
al
costo
di
100
ducati
effettivi
al
migliaro
(
peso
grosso
veneto
)
,
laddove
la
produzione
di
Stato
non
era
capace
di
fornirli
a
meno
di
170
ducati
effettivi
.
(
Deliberazioni
del
Senato
Militar
.
Filza
107
,
Anno
1782
)
.
Il
migliaro
equivaleva
a
1000
libbre
grosse
cioè
a
Kg
.
476,998;
la
libbra
grossa
di
12
oncie
corrispondeva
a
Kg
.
0,476
-
Il
peso
grosso
era
in
uso
per
la
più
parte
delle
merci
;
metalli
,
legname
,
lana
,
cotone
etc
,
(
Martini
-
Manuale
di
metrologia
-
op
.
cit
.
-
pag
.
817
e
segg
.
(
257
)
Delib
.
Senato
Militar
.
Filza
145
(
1793
)
.
(
258
)
Scansadori
,
magistrati
appositi
istituiti
nel
1376
per
provvedere
nella
pubblica
amministrazione
ad
eliminare
le
spese
superflue
.
(
259
)
Il
prestito
nuovissimo
fu
decretato
in
Senato
il
12
aprile
1794
.
L
'
imposizione
delle
decime
straordinarie
fu
decisa
nell
'
estate
del
1796
.
(
260
)
Filza
F
.
Battagia
,
Provveditore
Straordinario
in
Terraferma
.
-
Anno
1796
.
Filza
N
.
1
.
(
261
)
Filza
F
.
Battagia
,
idem
.
Lettera
14
agosto
1796
,
N
.
19
della
serie
.
«
Buonaparte
aggiunse
che
tutte
le
nazioni
avevano
dei
debiti
e
che
la
Repubblica
Veneta
aveva
cento
mezzi
per
fare
denari
con
uno
Stato
così
florido
,
risparmiando
se
non
altro
il
gettato
in
un
armo
che
,
o
non
aveva
nessuno
oggetto
,
o
lo
aveva
contro
la
Francia
»
.
(
262
)
Carteggio
del
Provveditor
generale
in
terraferma
,
Nicolò
Foscarini
.
Filza
N
.
1
.
(
18
maggio
,
tutto
giugno
1796
)
.
Senato
III
.
Secreta
.
(
263
)
Editto
in
data
del
22
maggio
1796
(
ibidem
)
.
(
264
)
Robecco
,
terra
del
contado
di
Lodi
presso
all
'
Adda
,
dipendeva
allora
dallo
Stato
di
Milano
.
(
265
)
Lettera
del
Foscarini
al
Doge
il
27
maggio
1796
(
N
10
)
.
-
Carteggio
citato
.
-
I
due
ufficiali
veneti
spediti
al
campo
austriaco
erano
il
tenente
colonnello
Vonveiller
ed
il
capitano
Zulati
.
(
266
)
Sportello
.
(
267
)
Carteggio
Nicolò
Foscarini
,
lettere
N
.
18
e
19
.
(
268
)
«
Salvate
così
le
apparenze
che
non
esista
pubblica
intervenzione
,
conviene
poi
che
non
occulti
a
V.E.
le
conseguenze
...
O
pagheranno
i
francesi
o
sarà
esposta
la
pubblica
cassa
.
La
salute
di
questa
città
e
del
territorio
dipendono
dall
'
esito
di
queste
misure
»
.
(
Lettera
del
Foscarini
al
Doge
il
1°
giugno
1796
.
Carteggio
citato
)
.
(
269
)
Carteggio
Nicolò
Foscarini
.
Lettera
n
.
24
.
(
270
)
Lettera
n
.
27
,
in
data
del
9
giugno
1796
.
(
271
)
Lettera
n
.
29
,
in
data
dell'11
giugno
1796
.
(
272
)
Per
combinare
questa
indecorosa
mistificazione
si
erano
accordati
insieme
il
Provveditore
Generale
Nicolò
Foscarini
ed
il
Provveditore
Straordinario
Francesco
Battagia
.
(
273
)
Motto
premesso
da
Giacomo
Nani
alla
sua
opera
inedita
dal
titolo
,
Della
Milizia
Veneta
,
conservata
nella
Biblioteca
del
Museo
di
Padova
.
Saggistica ,
I
Il
paese
del
melodramma
A
In
quella
enorme
zanzariera
che
è
la
valle
del
Po
fra
Parma
e
Mantova
doveva
nascere
il
genio
di
Giuseppe
Verdi
,
e
Parma
diventare
la
roccaforte
dei
verdiani
.
Da
quelle
terre
arate
e
grasse
tu
vedi
le
torri
e
i
monumenti
e
le
mura
di
questa
antica
capitale
dove
ebbe
sede
anche
la
corte
di
Maria
Luisa
d
'
Austria
,
moglie
del
grande
Imperatore
.
Per
toccare
il
fondo
dell
'
anima
di
Verdi
non
nuoce
l
'
aver
vissuto
a
lungo
là
dentro
,
quarant
'
anni
fa
,
fra
un
popolo
facile
ad
accalorarsi
,
travagliato
e
pieno
di
una
sinistra
inclinazione
musicale
.
Quella
era
l
'
epoca
delle
sedizioni
fulminee
,
dei
grossi
adulterii
,
dei
preti
e
dei
mangiapreti
,
l
'
epoca
del
gaz
,
dei
ladri
di
gatti
,
e
dei
lampionari
che
vanno
con
l
'
asta
nell
'
Ave
Maria
fuligginosa
e
accendono
dei
lampioni
rotti
:
la
plebe
porta
il
tabarro
alla
spagnuola
,
il
cappelluccio
calcato
sugli
occhi
,
e
sputa
fuori
dei
denti
con
tracotanza
parlando
a
grumi
quel
dialetto
mescolato
e
gagliardo
che
ancora
dura
.
Il
cosidetto
vino
della
bassa
,
mistura
schiumosa
e
spropositata
che
faceva
bum
nello
stomaco
,
dava
fuoco
ai
loro
discorsi
e
aggiungeva
risonanza
all
'
umore
fondo
di
questi
odiatori
del
genere
umano
.
Parma
chiudeva
entro
i
suoi
bastioni
umidi
un
dedalo
di
straducole
,
porticati
,
tane
e
borghetti
carichi
di
passione
,
di
violenza
e
di
generosità
.
Covi
di
anarchici
e
di
bombardieri
ratés
,
le
sue
osterie
erano
sempre
piene
di
vociferazioni
e
di
canti
.
Quando
vedevi
sbucar
fuori
dal
buio
delle
porte
certe
fosche
,
scarne
e
spiritate
figure
di
popolani
,
dagli
occhi
assonnati
e
biechi
,
facevi
presto
ad
accorgerti
che
in
quel
clima
infuriava
ancora
il
microbo
dell
'
ottantanove
.
Immersa
nel
fiato
torbido
dei
suoi
cieli
di
novembre
,
questa
città
logora
e
illustre
rassomigliava
molto
a
un
quartiere
del
vecchio
Parigi
.
Anche
sulla
sua
piazza
della
Rocchetta
avrebbe
potuto
degnamente
figurare
il
palco
della
prima
ghigliottina
.
Popolo
turbolento
e
temibile
,
popolo
che
disprezza
il
villano
,
odia
lo
sbirro
e
massacra
la
spia
dove
la
trova
,
quello
di
Parma
.
Tutta
la
città
era
un
teatro
continuo
:
contumelie
,
gazzarre
e
tumulti
finivano
la
giornata
di
questi
cittadini
pericolosi
e
fierissimi
.
Quante
volte
non
abbiamo
veduto
scoppiare
da
un
nonnulla
la
ribellione
,
torme
di
gente
rabbiosa
accorrere
e
fra
botte
e
legnate
volare
all
'
aria
qualche
kepí
di
questurino
.
Le
cagnare
,
nella
luce
verde
dell
'
inverno
si
trasformavano
in
sommosse
e
in
un
baleno
,
fra
mille
urli
e
sbatacchiamenti
di
imposte
,
la
situazione
diventava
grave
.
Gli
arresti
,
gli
strilli
forsennati
delle
donne
,
le
sassate
,
gli
spari
,
le
fughe
e
gli
inseguimenti
allargavano
il
campo
della
lotta
che
si
protraeva
poi
nell
'
oscurità
,
circospetta
,
accanita
,
feroce
e
micidiale
.
O
,
lunghe
notti
d
'
ansia
passate
ad
ascoltare
il
crepitare
dei
moschetti
,
il
passo
di
corsa
delle
pattuglie
di
rinforzo
,
le
cariche
dei
cavalleggeri
,
le
maledizioni
strazianti
dei
caduti
e
l
'
acciottolio
delle
barricate
distrutte
!
All
'
agitazione
tragica
e
sospesa
di
quelle
tenebre
facevano
allora
riscontro
,
come
in
uno
specchio
calmo
,
i
lucori
silenziosi
e
sepolti
di
qualche
palazzo
,
le
vampate
dei
forni
del
pane
,
la
fabbrica
infuocata
del
vetro
e
le
finestre
dell
'
interminabile
ospedale
che
duravano
accese
fino
all
'
alba
,
quando
,
coi
nervi
distesi
,
udivi
finalmente
morire
sotto
la
neve
alta
il
grido
dello
spazzacamino
.
B
Ma
il
mondo
gira
,
girano
le
stagioni
e
poiché
l
'
afa
d
'
agosto
ci
spinge
fuori
,
usciamo
un
poco
dalle
mura
di
questa
città
dal
clima
troppo
continentale
-
-
incontro
ci
viene
l
'
odore
del
fieno
,
e
il
fiato
bricco
e
pesante
della
canapa
messa
a
macerare
.
Lí
,
a
due
passi
,
Parma
stracca
e
mezzo
sepolta
nella
cerchia
dei
suoi
terrapieni
nicchia
assopita
nella
siesta
pomeridiana
.
Un
breve
orizzonte
si
apre
dinanzi
a
noi
regolare
monotono
e
triste
.
Verdi
nacque
qui
,
né
si
volle
più
muovere
da
questi
luoghi
.
Il
suo
respiro
fu
tutt
'
uno
con
l
'
aria
carica
e
violenta
di
questa
pianura
lavorata
a
fondo
dai
più
grami
contadini
.
Ostinatamente
rivolto
verso
le
memorie
d
'
una
età
passata
,
egli
lasciava
che
il
sole
lo
folgorasse
alle
spalle
grande
figura
adusta
che
rimane
lungamente
ferma
sul
tramontare
del
secolo
scorso
.
Non
si
ha
un
'
idea
del
suo
ordine
,
della
sua
atavica
semplicità
e
della
sua
profonda
fatica
.
Se
gli
avessero
portato
per
le
briglie
Pegaso
,
il
cavallo
dalle
ali
,
egli
lo
avrebbe
attaccato
a
un
aratro
o
a
un
qualunque
carrettino
rurale
.
Vuole
la
terra
sotto
i
suoi
piedi
quest
'
uomo
tetragono
come
il
toro
nel
buio
della
stalla
,
e
il
suo
occhio
cerca
nell
'
ombra
la
scintilla
e
la
vampa
.
Dunque
con
lui
niente
teorie
,
esperimenti
,
avvenirismi
.
Egli
sa
che
quando
l
'
arte
progredisce
rapidamente
è
segno
che
precipita
e
che
dall
'
infuriare
delle
mode
e
delle
novità
non
si
avranno
che
tegole
e
rottami
sul
capo
.
Tuttavia
ciò
non
lo
trattiene
dal
fare
,
sul
tardi
,
quel
che
i
critici
chiamano
con
ammirazione
«
seguire
i
tempi
»
-
-
ma
i
tempi
un
artista
li
precede
o
li
ripudia
;
per
concludere
,
egli
che
dopo
la
prova
amava
ancora
su
ogni
altra
sua
opera
il
Trovatore
,
lasciò
detto
:
torniamo
all
'
antico
.
E
tutto
il
suo
teatro
s
'
identifica
con
il
suo
paese
d
'
origine
.
Sul
volto
crucciato
e
stanco
di
Parma
Verdi
fa
come
il
macchinista
della
luce
che
conosce
l
'
arte
di
rubare
gli
effetti
ai
vecchi
teloni
del
melodramma
.
La
sua
voce
querula
e
tellurica
scoppia
e
fa
cadere
l
'
uno
su
l
'
altro
i
colpi
di
scena
;
e
mentre
affondano
e
risorgono
là
dentro
il
fasto
rugginoso
,
gli
aspetti
sordidi
,
i
colori
,
i
riflessi
,
l
'
architettura
,
gli
sfondi
di
questa
antica
capitale
,
ti
par
di
vedere
Verdi
,
come
un
enorme
stregone
di
campagna
incombere
fra
il
fumo
dei
comignoli
sulla
città
faziosa
.
C
Durante
la
recita
il
nostro
cuore
di
credenti
palpita
appeso
all
'
icone
dei
padri
.
Gli
occhi
aperti
nell
'
oscurità
,
vigiliamo
come
dei
macchinisti
ipnotizzati
dal
riverbero
violento
della
fornace
,
mentre
la
nave
fila
a
tutto
vapore
sugli
abissi
dell
'
oceano
:
e
fissiamo
febbrilmente
i
lumi
dell
'
orchestra
.
Quel
pubblico
verdiano
cupo
e
fedele
che
è
capace
nella
sua
passione
sacrosanta
di
inviare
lettere
anonime
fregiate
di
teschio
e
di
pugnali
incrociati
a
chi
osasse
esprimere
dubbi
o
riserve
sull
'
idoleggiato
bussetano
,
è
con
noi
,
dietro
di
noi
,
mentre
canta
la
voce
dolorosa
di
Ernani
,
o
squilla
la
musica
vermiglia
del
Trovatore
.
E
pensiamo
nell
'
ascoltare
il
sacro
respiro
de
'
suoi
corali
e
la
veemenza
de
'
suoi
concertati
tradotti
in
disegni
larghi
esatti
,
al
realismo
e
alla
concretezza
di
questo
grande
uomo
.
Gl
'
insegnanti
del
Conservatorio
di
Milano
dissero
che
egli
non
aveva
attitudini
per
la
musica
e
ch
'
egli
non
possedeva
nessuna
abilità
;
e
non
aveva
che
del
genio
:
troppo
poco
per
dei
professori
e
dei
critici
.
Non
siamo
noi
di
quelli
che
propongono
il
Falstaff
come
il
capolavoro
,
e
lo
pongono
a
culminare
innanzi
a
tutte
le
altre
opere
di
Giuseppe
Verdi
.
Intorno
a
questo
grande
capolavoro
,
sollievo
ed
edificazione
di
tutti
i
kapellmeister
,
i
contatti
e
gli
attriti
violenti
si
placano
ragionevolmente
,
la
lava
si
intiepidisce
,
il
fuoco
non
è
più
che
cenere
calda
.
Qui
fra
le
scorie
appare
e
si
allarga
una
topografia
disegnata
e
tranquillizzante
,
e
qui
vengono
a
piantare
le
tende
i
competenti
,
gli
elaboratori
,
gli
alchimisti
,
mentre
il
pubblico
si
allontana
rispettosamente
per
far
posto
al
loro
proficuo
e
amoroso
lavoro
d
'
inventario
.
Nel
Falstagg
,
che
va
considerato
a
parte
,
tutto
è
obbiettivamente
realizzato
con
quella
mentalità
calma
e
prevenuta
che
dà
soltanto
la
cultura
agli
uomini
di
tarda
età
.
Là
dentro
Verdi
s
'
è
fatto
,
per
quel
che
poteva
,
protestante
,
e
ha
versato
con
circospezione
gli
ultimi
spiccioli
del
suo
genio
e
le
melanconiche
tenerezze
della
sua
verve
discreta
e
senile
:
ma
la
sua
antica
voce
è
indebolita
,
i
suoi
atteggiamenti
non
sono
più
i
frutti
meravigliosi
,
spaccati
e
strabocchevoli
dell
'
intuito
,
e
le
sue
decisioni
sono
attraversate
da
un
elemento
nuovo
e
preoccupante
.
Una
bruna
ombra
di
tristezza
si
allunga
per
pagine
e
pagine
su
questa
partitura
,
e
alla
luce
solforosa
della
ribalta
,
la
commedia
musicale
del
vecchio
misantropo
appare
spesso
fredda
,
prudente
,
indiretta
ed
evasiva
.
Egli
era
incappato
per
la
seconda
volta
in
un
poeta
certamente
autorevole
,
ma
pieno
di
ideologie
e
di
scombiccherature
dilettantesche
;
costretto
a
sottolineare
un
dialogo
molto
fitto
e
complicato
,
tutto
seminato
di
arguzie
arzigogolate
e
di
accorgimenti
letterari
,
il
vecchio
Verdi
,
che
era
costruito
alla
maniera
semplice
e
sdegnosa
dei
grandi
,
sentí
forse
il
dissidio
,
ma
non
ebbe
la
forza
di
dominare
,
di
distruggere
e
di
ricostruire
a
linee
larghe
,
sommarie
e
potenti
la
materia
del
libretto
.
D
'
altronde
si
trattava
finalmente
di
mostrar
la
faccia
ai
contrappuntisti
e
agli
intellettuali
accantonati
e
ostili
,
e
allora
,
nel
silenzio
sterile
e
superbo
del
tramonto
,
egli
si
volse
lentamente
a
quelli
e
diede
loro
l
'
opera
riflettuta
,
riposata
,
ed
esemplare
come
un
gran
quadro
placido
ed
educativo
.
A
parer
nostro
egli
raggiunse
con
una
immediatezza
tutta
meridionale
il
culmine
più
eccelso
della
bellezza
proprio
nel
Trovatore
.
Senza
dubbio
,
dinanzi
a
quest
'
opera
impareggiabile
i
commentatori
rimangono
sconcertati
e
senza
compenso
.
Ecco
dove
l
'
arte
di
Verdi
,
che
è
tutta
sovvertimento
,
deformazione
,
caricatura
sublime
,
mette
a
fuoco
i
quattro
canti
della
terra
.
Il
suo
ritmo
prodigioso
e
veemente
,
scagliato
con
la
fionda
,
durevole
come
il
bagliore
di
una
scarica
cosmica
,
arrossa
allora
tutto
il
cielo
vibrante
dell
'
arte
.
Lí
ribolle
,
entro
schemi
rozzi
ma
larghi
e
solidi
,
il
suo
temperamento
facinoroso
e
straordinario
,
sussulta
la
sua
natura
copiosa
,
scoppiano
i
suoi
canti
capovolti
,
ripresi
e
innalzati
clamorosamente
.
Chi
è
abituato
per
una
certa
dimestichezza
a
ficcare
le
dita
fra
gli
ingranaggi
dei
componimenti
musicali
,
le
ritrae
improvvisamente
,
fa
un
salto
indietro
e
rimane
trasecolato
al
prorompere
della
sua
foga
folgorante
e
irreparabile
.
Con
l
'
isteria
che
dà
l
'
esuberanza
,
tumultuante
e
cieca
,
con
una
stravaganza
e
una
convulsione
tutta
italiana
,
fulminea
e
positiva
,
lasciando
impraticate
le
strade
maestre
,
egli
divora
,
senza
por
tempo
in
mezzo
,
come
un
bolide
radente
,
le
scorciatoie
più
impensate
,
sempre
fugace
e
irraggiungibile
per
colmo
di
forza
e
di
impeto
.
Irritato
,
imperioso
e
gigantesco
,
egli
lambisce
felinamente
il
sangue
caldo
dalle
proprie
ferite
;
e
la
preghiera
e
l
'
invettiva
sembrano
uscire
dalla
sua
gola
come
una
minaccia
inarticolata
dalle
fauci
di
un
ciclope
tetro
e
appassionato
.
D
Le
sue
straordinarie
creazioni
hanno
spesso
origine
dai
motivi
più
frusti
e
popolari
.
Egli
può
rivedere
tutto
un
Oriente
nell
'
interno
di
un
frutto
nostrano
come
il
cocomero
.
Verdi
,
quando
vuole
,
fa
ballare
le
rovine
;
con
un
colpo
eccentrico
egli
sa
rialzare
,
come
nell
'
Aida
,
i
valori
scaduti
e
antichissimi
.
Entro
l
'
atmosfera
equinoziale
di
quest
'
opera
,
con
un
certo
caldo
,
profumato
e
svenevole
che
sa
acutamente
di
belle
donne
,
Verdi
,
il
colosso
che
non
conosce
distanze
,
muove
a
passi
di
gigante
da
un
pozzo
desertico
all
'
altro
per
attingere
melodie
africane
e
rovesciarle
sull
'
assemblea
ardente
e
prostrata
in
un
languore
gonfio
di
sospiri
.
In
questa
opera
tipica
,
piena
di
caldura
e
di
freschezza
saturnina
,
la
musa
nera
di
Verdi
,
ci
si
para
dinanzi
per
la
prima
volta
,
come
la
Sibilla
,
e
dietro
lei
si
spalancano
le
meraviglie
templari
e
i
tesori
massicci
delle
Mille
e
una
notte
.
Le
mescolanze
di
gregoriano
secolare
,
di
moresco
e
di
italiano
del
ceppo
più
focoso
,
sulle
quali
il
genio
letargico
e
temporalesco
del
bussetano
scarica
saette
e
fulmini
silenziosi
dai
bagliori
abbronzati
e
torridi
,
fanno
uno
spettacolo
unito
e
portentoso
di
geroglifici
subitanei
,
di
forme
piramidali
dai
colori
atri
,
che
affondano
,
man
mano
,
nelle
cupe
oscurità
azzurrine
del
quadro
,
rintuonando
interminabilmente
.
Ci
sembra
che
tutta
una
miracolosa
razza
teatrale
si
sia
spenta
con
lui
sul
finire
del
secolo
scorso
.
Nelle
generazioni
successive
,
rimescolate
e
confuse
frettolosamente
dalla
politica
,
dalla
guerra
e
dalla
così
detta
cultura
economica
,
non
ritroviamo
più
traccia
di
quel
che
fu
l
'
affanno
lirico
,
l
'
idolatria
romanzesca
e
musicale
degli
italiani
dell
'
ottocento
;
si
direbbe
che
i
legami
di
sangue
,
le
affinità
di
temperamento
e
di
sentimento
che
dovrebbero
unirci
al
passato
sieno
scaduti
e
dimenticati
per
sempre
.
Dove
sono
oggi
gli
artisti
che
han
voce
,
anima
e
carattere
da
regalare
agli
eroi
stravaganti
ché
Verdi
ci
pone
innanzi
come
problemi
?
È
avvenuto
,
a
noi
,
udendo
l
'
Aida
tirata
via
con
brutale
routine
,
di
pensare
che
il
teatro
lirico
italiano
si
avviasse
di
corsa
verso
la
più
assordante
e
babelica
confusione
.
Su
una
piattaforma
cruda
e
volgare
i
trasporti
castissimi
,
gli
scorci
,
e
il
volo
vago
dell
'
ispirazione
possono
diventare
giuochi
pesanti
e
imprese
da
circo
.
In
tal
caso
scene
d
'
insieme
e
finali
gravidi
di
coreografia
rischiano
di
sembrarci
troppo
panciuti
e
carichi
di
mostarda
esplodente
.
A
vedere
l
'
orchestra
e
i
cori
nel
loro
colmo
rinculare
d
'
improvviso
e
rimpiattarsi
sotto
i
colpi
infaticabili
che
la
grancassa
tira
giú
a
due
mani
,
c
'
è
da
credere
di
esser
capitati
mentre
è
in
corso
l
'
espugnazione
d
'
un
fortilizio
.
E
Dopo
Verdi
il
teatro
lirico
italiano
decaduto
,
tradito
e
vilipeso
ogni
giorno
di
dentro
e
di
fuori
,
va
alla
deriva
e
scompare
umilmente
come
un
annegato
.
La
clientela
aggressiva
e
demagogica
dei
politicanti
ha
guastato
il
chiuso
e
storico
giardino
italiano
,
ha
tratto
in
rovina
anche
questo
istituto
nativo
e
carico
di
carattere
,
che
,
coronato
di
gloria
,
una
volta
,
e
investito
di
un
vero
potere
temporale
,
par
divenuto
oggi
un
terrapieno
sconvolto
per
costruzioni
edilizie
.
Oggi
la
molla
magica
è
spezzata
,
gli
spiriti
sono
fuggiti
dalle
nostre
terre
,
e
con
essi
,
il
genio
,
l
'
ispirazione
.
Sui
paesi
gelati
del
Settentrione
,
anche
quando
fa
bello
,
la
luce
vien
giú
così
debole
e
fioca
che
la
gente
della
città
è
costretta
ad
accendere
tutti
i
lampioni
per
vedere
se
davvero
c
'
è
o
non
c
'
è
il
sole
:
allo
stesso
modo
,
noi
,
di
questi
tempi
,
diamo
fuoco
ai
nostri
innumerevoli
becchi
a
gaz
e
incendiamo
tutto
il
combustibile
rimasto
pur
d
'
illuminare
da
vicino
un
mondo
caliginoso
,
ridotto
e
basso
,
nel
quale
non
si
muovono
più
intenzioni
né
disegni
plausibili
.
Dove
è
finito
lo
splendore
brioso
del
nostro
teatro
?
Ci
sono
ancora
fra
i
giovani
delle
creature
eteree
,
gazzose
,
satinate
e
leggere
che
salgono
nell
'
atmosfera
lietamente
sino
a
toccare
il
cielo
con
un
dito
.
Poeti
,
musicisti
,
così
,
quasi
incollati
al
firmamento
,
rimangono
muti
e
sospesi
in
quelle
altitudini
inaccessibili
,
deserte
e
luminose
,
e
attendono
in
conserva
per
mesi
e
anche
per
anni
il
giorno
del
loro
giudizio
quasi
universale
.
Sotto
i
loro
piedi
si
apre
tumultuoso
e
informe
il
baratro
,
essi
scivolano
aggrappati
pericolosamente
e
volteggiano
con
dei
raccapriccianti
capovolgimenti
astrali
come
dei
jongleurs
fra
i
raggi
oscillanti
e
sottili
del
loro
proprio
sistema
celeste
.
Corifei
meteorici
volanti
negli
spazi
dell
'
immaginazione
,
essi
naturalmente
si
nutrono
non
più
di
carne
e
di
sangue
come
prima
,
ma
di
aria
,
d
'
incenso
,
di
mosche
e
di
speranze
.
Ma
giunge
la
Notte
del
giudizio
:
essi
possono
cadere
,
e
,
se
cadono
,
cadono
e
bruciano
,
traversando
tutto
il
cielo
,
come
le
stelle
filanti
.
Un
solo
fischio
,
un
fischio
soprannaturale
nel
silenzio
della
mezzanotte
,
il
guaito
funereo
d
'
un
cane
,
il
lamento
sinistro
di
un
neonato
,
la
stecca
recisa
e
micidiale
d
'
un
cantante
può
staccarli
di
colpo
dalla
cupola
degli
spazi
e
farli
precipitare
,
fantocci
lontani
in
combustione
che
s
'
inabissano
e
si
consumano
in
una
dispersione
silenziosa
e
quasi
totale
.
I
pantani
tenebrosi
dove
guazzano
i
coccodrilli
,
accolgono
i
loro
resti
miserevoli
.
Ormai
chi
ha
più
la
forza
di
vestire
,
di
portare
le
antiche
e
preziose
armature
battute
a
fuoco
e
cesellate
d
'
oro
?
Tutte
le
più
belle
voci
stanno
consumandosi
e
spegnendosi
l
'
una
dopo
l
'
altra
come
ceri
sull
'
altare
.
Con
un
coraggio
metodico
ciascuno
s
'
industria
di
sgorbiare
a
casaccio
le
opere
immortali
.
Il
suggeritore
propone
e
il
cantante
dispone
.
Si
dànno
le
opere
senza
provarle
,
anzi
si
provano
senza
darle
.
Gli
esecutori
vengono
scelti
fra
i
più
apatici
e
mansueti
,
come
si
scelgono
i
cavalli
bianchi
per
le
fanfare
di
cavalleria
,
perché
non
s
'
imbizzarriscano
e
non
tirino
calci
al
suono
e
allo
strepito
degli
strumenti
.
Costoro
,
infatti
,
entrano
esitanti
e
s
'
avvicinano
al
pubblico
con
il
fare
sbalordito
e
diffidente
che
hanno
le
bestie
dentro
i
macelli
.
Le
prime
donne
in
scena
hanno
l
'
aria
di
voler
allattare
fino
all
'
ultimo
respiro
il
tenore
mingherlino
e
tremante
il
quale
annusa
inquietamente
sul
palcoscenico
la
polvere
,
tutto
invaso
dal
terrore
del
si
bemolle
che
sta
per
essergli
presentato
come
un
effetto
scaduto
.
Il
nostro
melodramma
oggi
è
in
uno
stato
d
'
atrofia
moribonda
.
Ogni
tanto
un
Golia
molle
,
sfasciato
,
senza
volto
,
si
presenta
al
pubblico
:
ebbene
,
al
solo
fischio
della
fionda
,
guarda
,
questo
colosso
crolla
come
un
masso
,
e
si
muove
in
pochi
istanti
lasciando
distesa
a
traverso
la
strada
la
sua
corpulenza
esanime
.
L
'
ingombro
enorme
è
difficile
da
rimuovere
;
e
allora
guai
«
a
chi
deve
procedere
oltre
:
ci
vuole
forza
di
braccia
,
e
pali
,
badili
e
accetta
non
bastano
per
dar
libera
via
alla
nostra
vena
che
forse
c
'
è
ancora
,
ma
intristisce
,
per
mancanza
di
sfogo
,
in
pozzanghere
malsane
»
.
Se
lo
ricorda
l
'
immaginazione
il
nostro
teatro
d
'
opera
,
piccolo
,
odoroso
,
stagionato
,
sonoro
,
dorato
e
pieno
tutto
di
genio
fino
al
soffitto
:
reggia
di
acchito
e
di
fantasia
,
sulle
cui
scene
i
cantanti
si
presentavano
con
il
sorriso
sulle
labbra
e
la
morte
nel
cuore
a
un
pubblico
gerarchico
che
mostrava
d
'
ascoltare
a
seconda
del
rango
con
un
aristocratico
attaccamento
,
con
una
squisita
bigotteria
musicale
o
con
un
infiammato
e
incontenibile
furore
.
Gli
apparati
della
ribalta
e
gli
arnesi
convenienti
all
'
illusione
creavano
ai
sensi
delle
dimensioni
imprevedute
e
sbalorditive
:
quando
poi
nella
foga
della
recita
capitava
in
vista
,
fra
gli
spettatori
,
la
presenza
sorprendente
di
qualche
eunuco
celebre
,
agghindato
e
nonchalant
,
un
nuovo
prestigio
sembrava
aggiungersi
alla
voce
dolce
e
spietata
di
Eros
che
risuonava
,
invadendo
la
sala
con
una
indolenza
folle
e
spirante
.
E
allora
il
fuoco
indomabile
incendiava
i
cuori
delle
dame
seminude
,
le
faceva
anelare
mortalmente
e
dava
le
traveggole
ai
cavalieri
dal
sorriso
incantato
e
vacillante
.
F
Ohimè
,
ché
caduto
è
il
lirico
furore
,
e
gli
applausi
di
un
popolo
famoso
si
estinguono
lontano
.
Anche
il
prestigio
della
scenografia
è
scomparso
per
sempre
dal
teatro
italiano
.
Si
architetta
,
si
costruisce
,
ma
si
dimentica
che
soltanto
l
'
illuminazione
può
dar
corpo
alle
immagini
.
Fra
le
coulisses
non
circola
come
un
elisire
la
musica
,
il
focolare
della
tradizione
sembra
spento
.
La
luce
elettrica
,
igienica
e
pallida
ispettrice
,
imbianca
tutto
col
suo
squallore
,
pone
in
fuga
le
ombre
,
spazza
via
dalla
scena
ogni
residuo
fantastico
e
mette
in
evidenza
un
ceppo
annerito
e
freddo
.
La
luce
,
elemento
prezioso
,
vuol
essere
propinata
avaramente
come
un
filtro
.
Il
palcoscenico
non
è
che
un
pozzo
nero
e
profondo
da
esplorare
prudentemente
con
la
lanterna
cieca
,
e
se
il
macchinista
apre
tutte
le
valvole
dell
'
elettricità
,
diventa
un
buco
enorme
e
deserto
,
uno
spogliatoio
miserabile
;
il
fondale
appare
lí
innanzi
pencolante
e
scolorito
,
le
quinte
si
reggono
male
ai
suoi
lati
livide
e
servili
.
Non
si
devono
mai
colpire
,
per
intero
,
né
di
faccia
né
di
striscio
,
gli
scenarii
che
sono
superfici
piatte
,
con
una
luce
folgorante
.
In
un
palcoscenico
pieno
d
'
ombra
e
di
mistero
i
personaggi
,
questi
prigionieri
del
melodramma
che
tentano
di
liberarsi
contorcendosi
michelangiolescamente
,
passeranno
a
traverso
tutte
le
fasi
della
illuminazione
come
la
luna
nel
corso
del
suo
viaggio
notturno
.
La
luce
li
cercherà
allora
nella
semioscurità
,
li
sceglierà
,
e
colpirà
con
la
sua
mira
i
loro
corpi
mobili
e
plastici
.
Mentre
cantano
ornerà
viva
e
granulosa
i
loro
gesti
di
argento
.
Brucierà
sui
loro
contorni
come
pepe
di
Caienna
che
arde
;
farà
nascere
riflessi
e
balzare
lampeggiamenti
di
gelatina
dalla
seta
cangiante
dei
loro
costumi
,
investirà
con
un
riverbero
pieno
di
fermento
le
loro
faccie
stravolte
.
I
raggi
sfuggiti
a
una
lanterna
magica
picchieranno
e
si
frantumeranno
come
una
bottiglia
di
vetriolo
,
contro
i
seni
turgidi
di
Eleonora
che
sta
delirando
.
A
volte
il
caso
ci
ha
procurato
spettacoli
di
questa
qualità
nei
teatri
di
provincia
.
In
una
piccola
città
durante
una
recita
di
Otello
verso
la
fine
del
primo
atto
sul
cominciare
del
duetto
la
luna
piena
frusciando
rotolò
giú
d
'
improvviso
e
finí
per
impigliarsi
come
un
volatile
di
fuoco
fra
le
aste
di
una
palma
bassa
rovesciando
aggressivamente
alcuni
grossi
raggi
sgarbati
e
crudi
di
magnesio
sulla
coppia
degli
sposi
male
assortiti
che
si
fiutavano
rifugiati
lí
sotto
;
ci
parve
di
vedere
allora
Desdemona
,
gigantessa
coperta
di
veli
perlacei
,
perdersi
come
neve
che
si
scioglie
fra
le
braccia
di
un
enorme
pezzo
di
cioccolata
lucente
che
digrignava
i
denti
con
un
umorismo
feroce
da
negro
.
Questo
effetto
esagerato
e
fulmineo
provocò
una
grandinata
di
applausi
.
Ecco
come
s
'
incaricò
l
'
imprevisto
di
fare
dell
'
arte
a
dispetto
del
metteur
en
scène
.
G
Giuseppe
Verdi
,
sembra
l
'
uomo
nato
apposta
per
spazzare
via
col
suo
pugno
sterminatore
ogni
parassitismo
intellettualistico
,
per
mettere
in
fuga
la
musicologia
ragionante
,
per
scomporre
le
tele
di
ragno
dei
sistemi
metafisici
.
Allorché
si
presenta
la
sua
faccia
ardente
e
corrugata
,
e
risuona
la
sua
musica
litigiosa
e
violenta
,
teatrale
e
spaziosa
,
sono
vane
le
spiegazioni
e
le
proteste
capziose
,
le
obiezioni
filosofiche
e
il
gesuitismo
letterario
;
è
perfettamente
inutile
allora
,
il
parlare
di
suggestione
e
di
sensibilità
,
di
modernità
e
di
cultura
.
Egli
non
è
per
buona
sorte
un
missionario
,
ma
un
contadino
eroe
.
Il
suo
alito
ha
un
sano
odor
di
cipolla
e
la
sua
voce
è
imperiosa
,
i
suoi
istinti
pieni
di
veemenza
primitiva
.
Egli
ignora
le
parafrasi
,
s
'
intromette
furiosamente
,
taglia
i
nodi
colla
roncola
,
e
fa
scorrere
lacrime
e
sangue
esilaranti
,
piomba
sul
pubblico
,
lo
mette
tutto
in
un
sacco
,
se
lo
carica
sulle
spalle
e
lo
porta
a
gran
passi
entro
i
rossi
,
vulcanici
dominii
della
sua
arte
.
H
Un
giorno
un
vecchio
mentore
,
persona
conosciuta
e
famigliare
che
sosteneva
in
città
la
parte
di
Matusalemme
,
ci
toccò
una
spalla
.
Eravamo
sotto
i
portici
del
palazzo
del
Governatore
.
Trentadue
gradi
all
'
ombra
.
In
quell
'
estasi
canicolare
udivi
salire
fino
al
cielo
il
ritornello
querulo
di
un
venditore
di
terraglie
.
-
-
Ragazzo
mio
,
-
-
fece
il
nostro
autorevole
amico
indicandoci
una
delle
arcate
che
si
aprivano
in
piena
luce
sulla
piazza
Grande
,
-
-
proprio
di
là
ho
visto
venir
su
Verdi
appoggiato
al
braccio
della
Stolz
.
Nel
fermo
stupore
solare
questi
due
pellegrini
sorsero
dinanzi
a
me
improvvisamente
.
Lo
stesso
grido
noioso
e
solitario
che
tu
odi
ripetersi
in
questo
momento
echeggiava
anche
allora
qui
sotto
le
volte
.
Verdi
ne
parve
sorpreso
.
Si
sciolse
dalla
sua
compagna
,
cavò
fuori
un
libriccino
e
segnò
una
sull
'
altra
quelle
quattro
note
approssimative
.
La
cantilena
del
merciaio
ambulante
era
andata
a
incastrarsi
dritta
nella
sua
fantasia
.
Ferro
tira
ferro
,
ragazzo
mio
.
Il
cervello
umano
quando
lavora
diventa
una
calamita
.
Qualche
volta
un
accessorio
rimette
in
movimento
la
macchina
,
poi
l
'
opera
si
stacca
come
un
frutto
maturo
e
rotola
sull
'
erba
.
Vedi
come
procede
di
sorpresa
e
per
indicazioni
il
lavoro
creativo
?
Non
si
potrebbe
forse
pensare
che
in
un
pomeriggio
arido
e
sonnolento
come
questo
da
una
costola
di
Adamo
venne
fuori
Eva
e
si
addormentò
vicino
a
lui
?
Basta
,
se
lo
vuoi
sapere
il
grido
ozioso
di
poco
fa
ha
trovato
la
sua
nicchia
nella
Aida
.
Vent
'
anni
or
sono
,
nell
'
udire
quest
'
opera
,
riconobbi
,
durante
l
'
atto
del
Nilo
,
nell
'
invocazione
rituale
dei
sacerdoti
nascosti
nel
tempio
,
la
voce
del
nostro
venditore
di
terraglie
che
da
cinquant
'
anni
trascina
il
suo
piato
e
la
sua
merce
per
le
strade
di
Parma
.
Questa
fu
la
nostra
prima
lezione
di
composizione
.
Di
lí
a
poco
il
vecchio
mentore
messo
a
giacere
spari
divorato
dagli
anni
.
Accade
qualche
volta
d
'
incrociare
sulla
strada
una
sconosciuta
che
ci
fa
rimanere
lí
smemorati
e
perplessi
.
Carica
di
evidenza
essa
cammina
isolata
e
immersa
in
quel
fluido
pittorico
che
gli
artisti
chiamano
«
il
vero
»
.
Qualunque
sia
il
genere
e
il
grado
della
sua
bellezza
,
eccone
una
che
ha
le
fisique
du
rôle
.
Pienezza
,
fragilità
,
fascino
di
provenienza
portentosa
,
costei
è
là
,
fuori
del
tempo
,
fugace
,
improvvisa
,
come
un
'
assente
rientrata
di
soppiatto
tra
le
file
.
La
grande
razza
risplende
sui
suoi
tratti
,
mentre
corre
verso
un
profondo
destino
,
il
suo
passaggio
tocca
una
corda
,
e
la
tua
marcia
,
i
tuoi
pensieri
si
arrestano
netto
sotto
il
colpo
della
sorpresa
.
Sei
colto
al
varco
;
curvo
,
sospeso
sul
mistero
della
sua
origine
poco
t
'
importa
di
sapere
dove
vada
;
è
al
suo
atto
di
nascita
che
tu
miri
,
è
la
sua
carta
d
'
identità
che
vorresti
vedere
.
Di
quale
amorosa
combinazione
è
il
frutto
questa
creatura
straordinaria
?
In
fondo
a
una
perplessità
di
questa
sorta
ci
gettano
i
tratti
più
crudi
e
felici
delle
opere
di
Verdi
.
Noi
che
scrivendo
di
lui
vorremmo
essere
il
vento
nel
fuoco
,
ci
fermiamo
a
certi
passaggi
e
dimentichiamo
di
seguirlo
per
gustare
meglio
nel
fiore
l
'
amaro
della
radice
.
Un
amaro
che
penetra
e
affonda
nella
nostra
memoria
;
e
il
ricordo
fatuo
inafferrabile
entra
in
giuoco
.
L
'
attenzione
stimolata
si
concentra
,
circoscrive
il
suo
raggio
e
preme
appassionatamente
su
quel
punto
torbido
e
remoto
.
Guardiamo
la
vita
trascorsa
dietro
una
lente
d
'
ingrandimento
:
sgranata
,
formicolante
,
vivida
visione
.
In
questo
stato
di
lucidità
ansiosa
il
problema
del
più
pesante
dell
'
aria
sembra
risolversi
.
I
fatti
si
alterano
,
la
realtà
travisata
si
sposta
,
si
solleva
e
comincia
la
mise
en
route
dell
'
immaginazione
.
Ci
accade
allora
di
cogliere
d
'
un
tratto
i
rapporti
e
le
aderenze
che
uniscono
Verdi
al
pittoresco
scheletrico
della
vecchia
Parma
,
e
di
scoprire
su
quale
vacillante
e
provvisorio
piede
di
casa
s
'
innalzi
l
'
arte
clamorosa
e
grande
di
quest
'
uomo
universale
.
La
nostra
città
è
rotta
in
due
,
e
si
dà
l
'
aria
di
essere
traversata
da
un
famoso
corso
d
'
acqua
.
Il
torrente
scende
ogni
tanto
dalla
montagna
e
le
fa
una
visita
improvvisa
e
minacciosa
.
I
parmigiani
gli
hanno
preparato
per
ogni
evenienza
un
gran
letto
che
non
basta
ai
suoi
trasporti
.
A
primavera
vien
giú
in
piena
,
impennato
e
tuonante
come
se
fosse
preceduto
da
una
fila
di
tamburi
,
s
'
ingrossa
,
monta
,
supera
i
livelli
e
sale
con
la
rapidità
di
un
aerostato
fomentato
da
un
falò
.
La
folla
nera
protesa
sui
parapetti
grida
e
gongola
,
mentre
sotto
i
suoi
piedi
i
ponti
tremano
,
e
guarda
passare
nei
gorghi
e
roteare
intorno
ai
pilastri
tronchi
d
'
albero
,
stie
galleggianti
,
asini
e
cani
affogati
e
gonfi
come
sacchi
di
zampogne
.
Già
l
'
acqua
sta
per
lambire
il
segno
dell
'
ultima
inondazione
e
chiudere
gli
occhi
dei
ponti
:
schiuma
e
tempesta
contro
gli
ostacoli
velocissima
.
Le
ali
dei
muraglioni
e
le
case
dai
camini
che
fumano
sembrano
filare
in
senso
inverso
come
una
flotta
pigiata
e
fuggente
.
Allo
stesso
modo
impetuoso
si
abbatte
sul
popolo
radunato
nel
teatro
di
Parma
la
melodia
corale
di
Verdi
,
poi
decresce
,
si
ritira
e
lascia
allo
scoperto
il
greto
ampio
ardente
,
impervio
e
abbagliante
.
Ci
sono
individui
che
hanno
molto
in
più
e
qualcosa
in
meno
del
normale
,
per
cui
quando
non
possono
far
meglio
degli
altri
cadono
al
disotto
di
tutti
.
Come
gli
ordigni
di
invenzione
empirica
così
anche
gli
spiriti
veramente
primitivi
e
originali
subiscono
delle
pannes
impreviste
e
irreparabili
.
Verdi
è
uno
di
questi
.
Alti
e
bassi
,
annientamenti
,
lacune
,
risurrezioni
miracolose
,
tutto
concorre
a
rendere
variabile
e
avventuroso
il
suo
ritmo
,
e
fin
che
il
suo
genio
traversa
il
cielo
come
un
aquilone
che
soltanto
la
corsa
può
sostenere
egli
trascura
di
essere
intelligente
,
finge
d
'
ignorare
che
i
corpi
subiscono
l
'
attrazione
della
terra
e
che
là
dove
la
vita
si
spegne
la
spoglia
precipita
.
Insomma
a
vederlo
rinunciare
ai
salvataggi
artificiosi
,
meccanici
,
all
'
ortopedia
della
tecnica
,
lo
diresti
l
'
uomo
che
non
crede
alla
morte
.
La
sua
opera
rimane
sospesa
come
una
nube
carica
di
elettricità
sui
luoghi
e
sull
'
epoca
immobile
della
nostra
giovinezza
.
Noi
sentiamo
agitarsi
là
dentro
e
insorgere
il
tramestio
turbolento
d
'
un
anniversario
.
Come
per
il
rifluire
di
una
vita
anteriore
quel
mondo
di
suoni
diventa
vorticoso
,
scialbo
,
teatrale
,
pieno
di
escamotages
silenziosi
,
di
crolli
.
Tutto
un
passato
ancora
caldo
e
recente
sembra
risalire
pigramente
il
suo
corso
.
Dobbiamo
dichiarare
che
le
nostre
preferenze
vanno
a
quell
'
arte
mutevole
,
rudimentale
e
caduca
,
che
porta
nella
sua
fisionomia
terrestre
il
segno
forte
della
sua
stagione
.
Tutto
quel
che
dovrà
subire
la
legge
fatale
del
ritorno
offre
,
quando
si
stacca
e
s
'
innalza
,
uno
spettacolo
pieno
di
somiglianza
umana
,
di
emozione
e
di
interesse
.
Il
profilo
grottesco
e
rivoluzionario
della
prima
locomotiva
a
vapore
,
questo
grosso
bébé
del
Progresso
,
e
l
'
aspetto
rurale
di
tutti
i
meccanismi
e
apparecchi
di
una
scienza
ancora
incerta
che
lavora
colle
proprie
mani
servendosi
di
alberi
abbattuti
e
di
pietre
sepolte
suscitano
insieme
al
piacere
e
alla
curiosità
la
venerazione
più
viva
.
Ma
appena
si
giunge
agli
sviluppi
,
alla
pienezza
tecnica
,
alla
fabbricazione
anonima
,
ai
piani
elevati
e
praticabili
,
al
lusso
e
alla
chiaroveggenza
della
matematica
,
al
calcolo
sublime
,
il
nostro
interesse
si
perde
nel
vuoto
della
eccellenza
professionale
.
Il
moto
perpetuo
della
perfezione
che
vuol
dire
immobilità
ci
fa
morire
di
noia
e
colare
a
picco
.
Nella
gran
luce
assoluta
la
perfezione
sta
,
senza
oscillare
,
in
una
fissità
implacabile
.
Intorno
ad
essa
cadono
le
possibilità
,
si
esauriscono
i
pericoli
,
si
spezza
ogni
rapporto
,
ogni
stimolo
,
ogni
speranza
:
le
carriere
si
chiudono
,
cessano
gli
aumenti
di
stipendio
.
Là
comincia
un
vitalizio
eterno
e
immutabile
.
Nel
melodramma
di
Verdi
c
'
è
musica
per
tutte
le
borse
.
I
suoi
difetti
e
le
sue
qualità
han
radici
profonde
nella
nostra
terra
.
Estirpare
i
primi
vuol
dire
distruggere
anche
le
seconde
.
«
Non
bisogna
esagerare
-
-
egli
scriveva
-
-
nella
smania
di
voler
ogni
cosa
perfetta
,
perché
si
corre
il
pericolo
di
compiere
ben
poco
,
o
di
non
compiere
nulla
.
La
natura
,
la
sincerità
di
un
maestro
si
rivela
mantenendo
pressoché
intatto
ciò
che
gli
è
uscito
spontaneamente
dal
cervello
,
molto
meglio
che
tormentando
instancabilmente
ciò
che
egli
ha
fatto
.
Anzi
nell
'
alternativa
di
cose
un
po
'
basse
con
altre
elevate
queste
s
'
avvantaggiano
di
più
nel
contrasto
.
Io
non
istento
a
credere
che
alcuni
poeti
abbiano
calcolato
su
simili
effetti
»
.
-
-
Così
serenamente
Giuseppe
Verdi
riconosceva
che
la
sua
opera
resterà
per
sempre
incompiuta
.
Nelle
opere
di
Verdi
ci
sono
dei
quadri
di
un
romanticismo
così
morto
e
caloroso
che
quasi
ti
sembra
di
vedere
come
in
un
sogno
astronomico
,
la
jena
passar
ratta
su
terreni
sbiancati
,
ondeggianti
,
e
tutto
un
cimitero
che
succhia
il
latte
alle
poppe
della
luna
.
Nel
secondo
atto
del
Ballo
in
maschera
,
per
esempio
,
la
scena
rappresenta
un
paesaggio
che
sprofonda
e
affoga
nella
marea
lunare
.
Fremono
le
chiome
basse
dei
salici
e
la
loro
ombra
va
e
viene
lentamente
sui
marmi
sepolcrali
.
Il
Tempo
brucia
in
qualche
lumicino
votivo
con
l
'
intermittenza
di
un
polso
malato
.
O
Valle
piena
di
avventuroso
silenzio
,
Tribunale
supremo
della
galanteria
,
intorno
al
tuo
recinto
funebre
che
brulica
di
fatui
lucori
s
'
aggirano
come
grandi
farfalle
notturne
i
tenebrosi
porte
manteaux
del
teatro
melodrammatico
,
personaggi
speronati
e
illustrissimi
che
al
cospetto
dei
tuoi
monumenti
lapidari
si
strappano
l
'
anima
a
lembi
;
li
chiama
dall
'
orchestra
con
una
lunga
cantilena
di
malaugurio
la
voce
esangue
del
corno
inglese
;
ed
eccoli
,
i
colpevoli
,
dal
fondo
della
scena
,
muovere
verso
di
noi
i
passi
incerti
.
Fra
l
'
intrico
di
gramigne
che
inceppano
il
loro
cammino
,
afforano
le
assi
di
qualche
bara
sfasciata
.
Una
spada
,
delle
lacrime
luccicano
;
bacche
d
'
argento
spuntano
fra
le
gramaglie
d
'
una
vesta
,
e
il
suono
d
'
una
voce
istrumentale
echeggia
.
Udite
come
brilla
in
quella
voce
il
quid
della
celebrità
!
Udite
gli
accenti
sbigottiti
che
fluttuano
nebbiosamente
sulle
due
bocche
confuse
nell
'
amore
!
Son
essi
,
gli
adulteri
fuggitivi
,
che
il
cimitero
stringe
e
assale
da
ogni
lato
con
tutte
le
sue
croci
ed
i
suoi
mausolei
:
rinculano
i
meschini
e
s
'
innalza
la
disperazione
del
tenore
sull
'
arco
dei
violoncelli
.
Ma
con
l
'
invasione
dei
cori
lo
spettacolo
assume
un
portamento
da
grande
opera
,
la
melodia
s
'
allarga
,
e
quando
la
scena
nereggia
lugubremente
di
cospiratori
sghignazzanti
e
un
'
onda
di
feroce
derisione
sollevata
e
sospinta
dal
ritmo
musicale
si
abbatte
sui
malcapitati
amanti
,
come
non
riconoscere
in
quei
volti
numerosi
e
contorti
,
in
quella
crudeltà
,
gli
stessi
partigiani
,
impalliditi
cogli
anni
,
che
nei
giorni
lontani
infestavano
la
vita
pubblica
della
nostra
città
?
Opere
di
Verdi
,
vicenda
burrascosa
e
mortale
,
inedia
,
agonie
e
risurrezioni
miracolose
!
Un
punto
forte
,
anzi
fortissimo
,
quello
della
riscossa
,
c
'
è
sempre
là
dentro
,
quando
la
faccia
stessa
del
melodramma
ottocentesco
emerge
sfolgorante
e
intrisa
di
sangue
come
quella
di
un
terremotato
che
scappa
fuori
vivo
da
un
avello
crollato
.
La
cabaletta
esce
allora
dalla
più
abusata
e
nera
routine
con
un
rilievo
bellissimo
.
Una
freccia
vien
dritta
a
piantarsi
nel
nostro
cuore
e
dobbiamo
gridare
:
toccato
.
Col
piede
leggero
e
il
cranio
pieno
di
una
esultanza
scarlatta
entriamo
in
argomento
.
Chi
se
l
'
aspettava
?
Finalmente
il
tenore
mostra
i
denti
.
In
teatro
nasce
il
disordine
e
la
rivoluzione
si
propaga
.
La
lingua
batte
do
ve
il
dente
duole
!
Trasecolati
si
apostrofano
l
'
un
l
'
altro
gli
spettatori
trionfanti
:
Evviva
,
abbasso
!
Fuori
di
casa
Strauss
,
Debussy
e
Stravinski
!
Intanto
un
ritmo
di
ben
altra
stagione
,
un
ritmo
portentoso
e
schietto
,
rotola
in
orchestra
sotto
il
sole
campagnolo
.
La
caricatura
entra
in
un
clima
ampio
tutto
meridionale
.
Al
diavolo
il
contrappunto
e
le
fughe
;
il
barometro
sale
.
L
'
udite
correre
infuriata
sul
fondo
della
scena
la
vecchia
tradizione
,
risorta
fra
i
rimorsi
,
che
ammonisce
e
invoca
implacabile
come
la
canzone
d
'
un
amore
che
fu
?
«
Ma
non
vedi
che
l
'
albero
pende
,
e
la
foglia
la
va
,
la
va
,
la
va
.
-
-
Se
mi
volevi
bene
non
mi
dovevi
abbandonà
...
»
Appena
fuori
della
porta
di
Parma
ci
veniva
fatto
,
da
ragazzi
,
di
capitare
a
ridosso
dei
bastioni
in
certe
località
disperate
e
propizie
alle
infantili
paure
,
fra
casematte
,
cisterne
putride
,
dove
le
male
erbe
sembrano
nascondere
pietrame
di
tombe
.
-
-
Nell
'
ora
fallace
del
giorno
che
cade
la
luce
traspare
,
s
'
annida
,
lotta
per
districarsi
fra
le
masse
del
fogliame
e
rompere
là
dentro
lacerante
,
stanca
,
velata
,
mobile
.
A
due
passi
la
vita
ferveva
,
e
il
suon
dell
'
opre
raggiungendoci
nel
nostro
labirinto
,
pigliava
un
tono
canoro
;
irreale
come
d
'
un
grido
che
fa
vòrtice
in
un
pozzo
:
eco
continua
che
si
volgeva
in
minore
con
una
scordatura
soave
.
Quello
era
il
tempo
del
nostro
tirocinio
in
faccia
alla
natura
.
Piaceva
a
noi
rimanere
lí
e
guardare
accasciarsi
e
scemare
la
giornata
.
Sollevato
a
intervalli
,
come
un
velario
in
grembo
al
vento
,
il
cielo
ricadeva
in
repentini
squallori
,
colmo
di
una
lucida
e
smemorata
vacuità
.
Tremule
irradiazioni
spaziali
attraversavano
il
mondo
,
fin
che
,
arrestato
lo
spento
rimescolio
,
l
'
occhio
poteva
fermarsi
su
uno
spettacolo
di
silente
e
immobile
riposo
.
Sull
'
incudine
cadeva
abbandonato
il
martello
del
fabbro
,
cessava
l
'
indistinto
strepito
dei
lavori
quotidiani
e
il
fossato
s
'
andava
riempiendo
di
fantasmi
.
Simili
a
forme
animalesche
e
buie
le
cose
intorno
affondavano
,
vacillanti
,
nell
'
ombra
'
.
Ultime
e
nuove
affioravano
le
lucciole
e
s
'
allontanavano
come
portate
via
sulle
acque
notturne
.
Respirando
a
pieni
polmoni
la
freschezza
di
quel
clima
mortuario
sentivamo
quasi
,
in
preda
a
un
sublime
sgomento
,
frusciare
sul
nostro
capo
il
cielo
e
le
sue
stelle
.
Col
primo
raggio
di
luna
sorgevano
titubanti
,
a
spiarci
,
ad
una
ad
una
,
fra
le
fronde
e
i
rami
,
le
facce
d
'
argento
dei
congiurati
del
«
Ballo
in
maschera
,
che
una
nuvoletta
a
poco
a
poco
»
spegneva
.
Allora
lentamente
il
sonno
della
terra
ci
prese
in
grembo
,
mentre
ancora
pareva
a
noi
di
udire
un
gramo
motivo
d
'
orchestra
allungarsi
,
accorciarsi
e
accordare
il
suo
timbro
al
grido
della
civetta
.
Su
quel
verso
romito
e
ferale
,
antica
e
paurosa
cadenza
,
l
'
anima
trovava
a
occhi
chiusi
il
modo
di
passare
sui
precipizi
con
una
leggerezza
sonnambolica
.
O
,
il
vaporoso
risveglio
quando
nell
'
altissima
notte
,
con
un
vento
che
trascina
e
fa
stormire
i
vecchi
ippocastani
dei
bastioni
,
mutevole
,
fra
l
'
uragano
e
una
tristezza
di
pioggia
echeggiò
,
molto
lontano
,
nel
canto
sgranato
e
lunatico
d
'
un
viandante
la
cabaletta
di
Verdi
.
II
Migliavacca
Trent
'
anni
fa
viveva
a
Parma
un
vecchio
violinista
lacero
e
randagio
chiamato
Migliavacca
,
cieco
,
obeso
e
sbarbato
come
un
diacono
.
Acidità
,
patema
e
sarcasmo
sfogava
masticando
ingiurie
con
la
voce
vinosa
.
Era
tenuto
in
gran
conto
e
rispettato
da
tutti
.
Con
quella
sua
testa
maestosa
chinata
sul
petto
,
inchiodata
nel
buio
,
incuteva
timore
,
e
un
codazzo
di
ammiratori
lo
seguiva
a
debita
distanza
durante
le
sue
peregrinazioni
e
i
suoi
concerti
serali
.
Migliavacca
vagava
da
un
'
osteria
all
'
altra
stringendo
sempre
sotto
l
'
ascella
un
violinuccio
mingherlino
e
unto
come
un
osso
di
prosciutto
.
Amò
sino
all
'
ultimo
dei
suoi
giorni
la
musica
d
'
opera
,
il
vino
di
bottiglia
e
le
donne
calde
da
trivio
.
Per
amore
di
queste
ultime
si
lasciava
condurre
docilmente
verso
le
case
di
malaffare
.
Saliva
brancolando
quelle
scale
piene
di
lezzo
e
di
canzoni
avariate
,
poi
su
nel
salotto
,
quando
lo
sfiorava
il
braccio
nudo
e
morbido
di
qualche
rauca
baldracca
,
allungava
il
broncio
come
un
vizioso
e
la
sua
grossa
e
pesante
maschera
impassibile
,
che
chiudeva
una
sciagura
di
fuoco
,
sembrava
volersi
spezzare
e
sciogliere
in
una
lascivia
muta
.
Subito
tutte
quelle
femmine
gli
si
facevano
sopra
a
pregarlo
:
Migliavacca
,
nonno
mio
,
una
sonata
carina
!
Egli
trasaliva
a
quei
fiati
postribolari
;
con
un
sorriso
lubrico
sulle
umide
labbra
andava
tastando
il
violino
,
l
'
imbracciava
e
raccoglieva
il
volto
congestionato
sulla
cassa
dell
'
istrumento
.
Le
dita
aggrappate
alla
tastiera
come
a
scavare
con
le
unghie
in
un
petto
,
egli
arrivava
allora
sino
a
toccarci
il
cuore
.
Poi
,
il
pezzo
,
fra
sospiri
e
armonie
,
finiva
,
e
Migliavacca
,
spinto
rotoloni
sopra
un
divano
,
colava
gloriosamente
a
picco
sotto
gli
amplessi
e
le
carezze
di
quelle
prostitute
.
Il
giorno
dopo
di
primo
mattino
lo
ritrovavi
già
al
lavoro
fermo
e
soletto
sul
marciapiedi
,
all
'
ombra
,
dinanzi
all
'
Albergo
della
Fontana
.
Guadagnava
così
,
umilmente
,
il
suo
pane
,
suonando
per
i
clienti
che
in
maniche
di
camicia
si
facevano
alla
finestra
,
mentre
intorno
ai
capricci
del
suo
archetto
tumultuavano
con
una
famigliarità
pittoresca
i
piccioni
del
palazzo
comunale
.
La
sera
stessa
lo
rivedevi
poi
all
'
ultimo
atto
dell
'
opera
,
seduto
sul
loggione
del
Teatro
Regio
.
Come
siede
in
chiesa
,
abbandonato
su
uno
stallo
della
cantoria
il
più
vecchio
canonico
del
capitolo
,
eccoti
Migliavacca
che
ascolta
nel
buio
la
Traviata
,
biascicando
non
si
sa
quale
gioia
concentrata
.
Gli
era
guida
e
compagno
fedele
un
chitarrista
mezzo
orbo
anche
lui
,
bruciato
dal
vino
,
sbrindellato
e
beceresco
come
un
mulatto
andaluso
di
Gustavo
Doré
.
La
faccia
di
costui
era
una
spugna
d
'
alcool
.
Mentre
strappava
sonnecchiando
il
mazzo
delle
corde
,
una
ruota
di
mosche
e
di
sogni
ronzava
di
continuo
intorno
a
quella
sua
gemebonda
chitarra
.
Di
tanto
in
tanto
Migliavacca
,
con
un
grugnito
represso
,
era
costretto
a
scuoterlo
,
perché
s
'
addormentava
su
un
accordo
.
Suonavano
insieme
dinanzi
al
caffè
Marchesi
per
un
pubblico
seduto
all
'
aria
aperta
.
Vanitosa
esposizione
di
piccole
famiglie
,
società
provinciale
,
ragazze
da
marito
,
esasperazione
,
indolenza
e
noia
immortale
della
vita
cittadina
facevano
durante
quelle
portentose
serate
commemorative
un
quadro
colorito
e
vivace
.
Fra
gli
strilli
e
le
eccentriche
piroette
dei
camerieri
,
tra
il
luccicore
di
caraffe
,
di
scodelle
e
di
bicchieri
,
anime
lasse
vibrano
sospese
alle
corde
d
'
un
cagionevole
violino
.
O
,
quante
bocche
di
rosa
socchiuse
come
per
un
bacio
dinanzi
a
una
granita
di
limone
.
Sono
le
signorine
di
buona
condizione
,
piantonate
dai
cari
genitori
,
che
si
dànno
anch
'
esse
a
inseguire
di
soppiatto
,
sul
tema
musicale
,
l
'
idea
unica
e
fissa
d
'
un
matrimonio
eventuale
.
Dormiveglia
,
candore
,
allibimento
di
quell
'
architettura
arciducale
.
Quasi
emersa
da
una
storica
oscurità
la
gente
squattrinata
si
addensava
dietro
i
due
sonatori
.
Odii
,
rivalità
,
ira
,
rancori
covava
in
seno
tutta
quella
plebe
assaporando
la
musica
cupamente
in
pose
rapite
e
meditabonde
.
Intanto
sui
vecchi
edifici
circostanti
sembrava
allungarsi
man
mano
rigida
e
coricata
l
'
ombra
di
Napoleone
.
Quei
concerti
,
duravano
l
'
estate
oltre
la
mezzanotte
a
languire
così
.
La
adunanza
popolare
,
chiusa
e
nera
ammutoliva
come
un
firmamento
intorno
al
cieco
.
Simili
a
stelle
cadenti
,
nel
chimerico
silenzio
creato
dal
violino
,
arcane
cupídigie
e
ipotesi
lanciate
sprofondavano
negli
universi
misteriosi
.
Quando
Migliavacca
suonava
,
il
traffco
era
bloccato
;
lui
vivo
non
si
sarebbe
potuto
pensare
di
posare
sulla
strada
principale
le
rotaie
del
tram
.
Egli
mori
;
e
fu
in
quel
vuoto
improvviso
che
la
più
balorda
e
intraprendente
genía
prese
piede
in
città
.
Lo
spettro
del
progresso
s
'
infiltrò
fra
quei
vicoli
quasi
verdi
di
erba
.
Asfaltisti
,
ingegneri
,
vagneriani
,
socialisti
,
entrarono
e
sorsero
a
sconvolgere
ogni
angolo
.
Fu
la
rivoluzione
nei
costumi
,
nelle
abitudini
,
in
tutto
,
ma
i
veri
rivoluzionari
rimasero
tuttavia
i
verdiani
pallidi
e
feroci
di
Parma
.
Musicisti
sciupati
e
giú
di
moda
,
coi
loro
baffi
fradici
di
nebbia
,
chiusi
nelle
loro
fruste
pelliccie
,
spente
figure
di
nottambuli
che
lasciano
penzolare
la
testa
e
hanno
delle
austere
borse
sotto
gli
occhi
,
costoro
se
ne
andavano
lungo
i
muri
come
dei
vecchi
topi
spelacchiati
e
pieni
di
acciacchi
salivano
e
scendevano
solinghi
sul
tardi
,
i
ponti
a
schiena
d
'
asino
.
Con
certi
cappelli
neri
,
larghi
e
pioventi
come
ombrelli
,
questi
peripatetici
pitocchi
in
preda
a
un
acerbo
rovello
,
cercavano
,
capitando
sotto
il
lume
smorto
d
'
un
lampione
,
di
nascondere
quella
cera
magra
,
gonfiata
da
una
tosse
che
tien
le
loro
bocche
in
continua
emozione
.
O
eroi
affranti
che
avete
bevuto
nel
calice
sino
alla
feccia
,
guardiani
laidi
e
dignitosi
d
'
un
passato
incantevole
,
voi
che
oggi
riposate
trafelati
sugli
ultimi
lembi
di
silenzio
,
sappiate
che
la
gloria
non
esiste
più
.
Guardate
la
vostra
città
.
Han
demolito
le
mura
,
hanno
abbattuto
anche
le
centenarie
alberate
dei
bastioni
.
Al
suono
dei
claroni
il
villano
traversa
in
automobile
le
vostre
strade
.
Polvere
che
il
vento
solleva
,
polvere
che
ricade
sulla
polvere
,
in
quel
deserto
di
memorie
che
è
diventata
la
vita
.
Altro
che
arte
!
È
la
velocità
che
conta
oggi
,
i
pugilati
,
le
truffe
e
poi
,
di
nuovo
,
la
velocità
.
Masticate
dunque
l
'
amaro
veleno
,
voi
che
avete
ancora
nel
petto
il
ritmo
lento
,
nodoso
e
ostile
dei
congiurati
e
dei
creatori
.
III
Il
ponte
verde
Era
un
ponte
a
schiena
d
'
asino
,
fatto
di
legname
.
Più
pittoresco
che
non
si
creda
,
edificante
come
la
doppia
scala
allegorica
della
vignetta
che
rappresenta
«
Le
età
dell
'
uomo
»
.
Andava
su
ripido
,
s
'
impennava
,
e
poi
giú
dall
'
altra
parte
,
scavalcando
il
corso
d
'
acqua
nel
luogo
più
antico
,
monumentale
e
solitario
della
città
.
Parma
e
il
suo
cielo
facevano
sfondo
.
Qualche
raro
passante
arrivato
sulla
gobba
del
ponte
,
sostava
appoggiato
al
bastone
,
imitando
egregiamente
il
gramo
omino
della
parabola
che
dopo
la
balda
giovinezza
affronta
la
china
della
vecchiaia
.
In
quei
tempi
ero
un
ragazzino
che
dall
'
orto
d
'
una
casa
affacciata
e
sospesa
sul
torrente
,
spiava
,
verso
l
'
ora
di
cena
,
il
ritorno
del
suo
papà
.
Lo
vedevo
scendere
,
mio
padre
,
stanco
e
a
capo
chino
,
il
ponte
,
e
sprofondare
tra
le
spallette
-
-
era
ancora
lí
,
tanto
vicino
a
me
:
lo
chiamavo
con
una
subitanea
angoscia
prima
che
scomparisse
del
tutto
.
Più
di
vent
'
anni
fa
questo
ponte
venne
distrutto
e
sostituito
da
un
piatto
canalone
,
in
cemento
armato
,
al
quale
la
coalizione
degli
ingegneri
e
dei
socialisti
che
amministrava
insolentemente
la
città
diede
il
nome
di
«
ponte
Verdi
»
.
Omaggio
di
quei
che
proclamavano
l
'
arte
«
spesa
improduttiva
»
fatto
a
un
originale
musicista
che
essendo
sul
punto
di
morire
perdeva
proprio
allora
una
bella
occasione
di
protestare
.
Ma
l
'
antico
ponte
scomparso
,
da
non
confondere
con
quello
attuale
,
si
chiamava
verde
perché
di
verde
era
stato
dipinto
da
oltre
un
secolo
.
E
di
esso
restarono
fermi
nella
limpida
corrente
i
piloni
spezzati
e
i
massi
dispersi
qua
e
là
.
Quand
'
era
in
piedi
,
il
ponte
verde
,
univa
la
Pilotta
,
colossale
edificio
costruito
dai
Farnese
che
distende
la
sua
facciata
sulla
destra
del
torrente
,
alla
riva
opposta
,
difesa
da
un
muraglione
altissimo
e
decrepito
,
che
un
immenso
tappeto
sventolante
di
erbe
,
di
fioracci
,
e
di
bocche
di
leone
copriva
a
perdita
d
'
occhio
.
Nella
stagione
di
magra
le
lucertole
,
le
donnole
,
le
biscie
strisciavano
fitte
entro
quella
gramigna
abbarbicata
al
mattone
;
i
topi
d
'
acqua
,
a
schiere
,
girellavano
lungo
la
muraglia
,
fra
i
ciuffi
verdi
s
'
inseguivano
e
si
lasciavan
cadere
come
dei
sacchetti
scotendo
e
facendo
tremare
le
cascate
d
'
edera
.
Raggiunta
quella
riva
così
popolata
di
animalacci
immondi
,
la
strada
del
ponte
passava
sotto
l
'
arco
d
'
un
torrione
merlato
e
sboccava
nel
profondo
parco
ducale
.
Sul
torrazzo
dalla
sagoma
tozza
e
guerresca
lavorava
un
fabbro
ferraio
.
Tutto
il
giorno
s
'
udiva
il
martello
e
la
lima
cantare
.
Specialista
di
grosse
serrature
,
di
catenacci
e
di
chiavi
governamentali
,
quest
'
uomo
viveva
solo
là
dentro
.
Usciva
solo
,
non
seppi
mai
da
qual
porta
.
Sbucava
dal
voltone
,
sempre
un
po
'
nero
di
fumo
e
lucente
di
polvere
di
ferro
.
Salutava
mio
padre
con
un
rispetto
simpatico
e
civile
.
Ci
si
sentiva
onorati
e
contenti
del
suo
«
buongiorno
»
.
E
ogni
volta
avevo
una
gran
curiosità
di
avvicinarlo
,
di
conoscerlo
,
di
dargli
la
mano
.
La
domenica
usciva
con
un
cappello
duro
.
Era
un
artigiano
all
'
antica
;
abbottonato
,
individualista
,
senza
tracotanza
.
Il
giorno
del
riposo
lo
passava
nelle
vicinanze
della
sua
fucina
,
senza
altra
occupazione
che
di
guardare
il
colore
dell
'
acqua
sotto
il
ponte
,
e
il
colore
del
cielo
.
Ma
quando
udivi
il
picchiettio
del
suo
lavoro
,
che
per
lo
più
durava
fino
a
notte
,
allora
ti
sembrava
che
un
mistero
armonioso
si
diffondesse
dalla
torre
chiusa
,
il
più
gran
mistero
della
mia
fanciullezza
.
Ascoltavo
,
tendevo
le
orecchie
a
quel
suono
domestico
e
remoto
.
Là
dentro
non
c
'
era
metallurgia
,
non
c
'
era
il
terremoto
meccanico
,
né
le
pulegge
,
né
i
torni
,
né
i
rocchetti
d
'
un
opificio
.
Egli
forse
,
soletto
,
col
cappello
in
testa
,
accomodava
in
quel
momento
delle
vecchie
suppellettili
,
degli
ordigni
casalinghi
,
rifaceva
il
fondo
di
qualche
fornello
,
il
manico
d
'
un
girarrosto
,
o
il
coperchio
d
'
una
pentola
.
Intanto
quel
suo
martellino
faceva
una
musica
tenera
,
dettagliata
,
amorosa
.
Saltando
sull
'
incudine
,
i
colpi
cominciavano
forte
,
continuavano
più
rapidi
,
e
finivano
in
una
pioggia
argentina
.
Il
fuoco
della
fucina
volteggiava
azzurro
dietro
i
vetri
della
sua
finestra
medioevale
.
E
quella
finestra
a
vetri
piombati
non
s
'
apriva
mai
.
Il
mio
fabbro
ferraio
non
mostrò
mai
la
sua
faccia
lassú
.
Quando
il
torrente
era
in
piena
,
il
governo
della
città
dava
l
'
allarme
,
ma
il
vecchio
ponte
non
aveva
paura
che
la
furia
delle
acque
lo
portasse
via
:
con
quella
sua
solida
gabbia
'
di
travi
,
simile
a
un
leggendario
battello
,
il
ponte
Verde
avrebbe
potuto
galleggiare
sino
al
Po
'
.
Tuttavia
il
malumore
contro
di
lui
cresceva
col
crescer
del
torrente
.
Le
autorità
non
dormivano
più
.
Quella
balaustra
verde
col
suo
salto
da
gobbo
irrideva
al
pericolo
,
e
la
sua
mossa
allegra
,
precisa
,
scheletrica
cantava
sopra
i
flutti
per
i
poeti
invece
di
ragionare
per
i
geometri
.
In
quell
'
ambiente
pieno
di
balorde
investiture
politiche
e
di
declamazioni
victorhughiane
,
là
dove
c
'
era
un
padre
del
popolo
e
alcune
decine
di
democratici
massoni
a
costituire
il
Consiglio
comunale
,
si
demolivan
le
chiese
,
si
abbattevan
le
torri
,
si
atterravan
gli
alberi
,
si
scavava
la
fossa
ai
secoli
passati
,
si
distruggeva
tutto
per
dar
lavoro
al
popolo
.
Più
un
lavoro
era
inutile
e
più
ce
n
'
era
urgenza
.
Il
padre
del
popolo
aveva
pronti
dei
piani
formidabili
di
lavori
inutili
:
ce
n
'
era
da
lavorare
inutilmente
per
cinquant
'
anni
almeno
.
E
il
ponte
fu
condannato
.
Chi
poteva
salvare
questo
piroscafo
che
da
cent
'
anni
stava
in
quarantena
fra
due
file
di
case
,
dall
'
odio
di
tanti
filantropi
?
Due
santi
,
due
patroni
,
due
difensori
,
li
aveva
il
ponte
Verde
,
ma
l
'
uno
era
cieco
,
l
'
altro
sordo
,
laceri
ambedue
e
in
uno
stato
avanzato
d
'
inedia
.
Da
tempo
immemorabile
stavan
li
di
fazione
ai
due
accessi
chiedendo
l
'
elemosina
.
La
rovina
del
ponte
li
travolse
ambedue
,
e
scomparvero
insieme
.
Il
primo
,
un
vegliardo
dai
lunghi
capelli
d
'
argento
,
sedeva
tutto
il
giorno
,
dal
lato
della
Pilotta
,
su
uno
sgabello
basso
,
col
bastone
fra
le
gambe
,
e
tendeva
il
cappello
.
Una
barba
veneranda
gli
incorniciava
la
faccia
imponente
e
tranquilla
.
Sulle
spalle
larghe
portava
una
gran
casacca
scolorita
.
La
sua
voce
grave
e
profonda
,
come
l
'
ultima
canna
d
'
un
organo
,
l
'
udivi
di
lontano
,
prima
di
vederlo
.
Era
sempre
la
stessa
salmodia
sonnolenta
:
fate
la
carità
al
povero
cieco
.
L
'
altro
,
un
vecchio
mummificato
,
seduto
nel
cantone
più
buio
della
volta
che
conduce
al
parco
ducale
,
vendeva
dei
dolci
speciali
,
alti
quattro
dita
,
e
composti
d
'
ogni
sorta
d
'
avanzi
.
Questi
pezzi
di
torta
,
tagliati
a
losanga
,
che
a
noi
discoli
sembravano
cosa
ghiottissima
,
venivano
chiamati
,
non
saprei
perché
,
paste
greche
-
-
c
'
era
dentro
di
tutto
:
mandorle
,
pasta
frolla
in
briciole
,
ossi
di
ciliege
,
cioccolato
,
biscotti
avariati
,
avanzi
di
marzapane
,
pan
pepato
e
qualche
volta
,
bottoni
di
soldato
-
-
un
tritume
nero
,
impastato
e
poi
cotto
al
forno
.
Intorno
a
quei
dolci
di
dubbio
colore
,
che
una
fitta
polvere
di
zucchero
copriva
,
ronzavano
le
mosche
e
la
ragazzaglia
della
strada
.
Bisognava
vedere
gli
occhi
avidissimi
e
le
pose
languenti
di
tutta
quella
marmaglia
che
protraeva
accanitamente
l
'
assedio
.
Il
vecchio
cisposo
vendeva
i
suoi
dolci
un
soldo
l
'
uno
,
ma
aveva
la
vista
corta
e
incassava
i
palanconi
falsi
.
I
monelli
cocciuti
aspettavano
che
gli
si
chiudessero
gli
occhi
,
che
la
testa
cadesse
sul
petto
,
per
dargli
un
urtone
e
rubargli
all
'
improvviso
qualche
pasta
greca
.
Poi
erano
strilli
e
fughe
nel
greto
del
torrente
.
Tutta
la
gente
,
tutto
il
bel
mondo
dei
pomeriggi
festivi
,
e
gli
amanti
della
sera
,
passavano
sotto
l
'
arco
oscuro
della
torre
,
dove
il
mio
fabbro
invisibile
faceva
suonar
le
chiavi
.
Passavano
le
belle
donne
sfiorando
con
i
loro
volans
di
seta
quell
'
ombra
di
mendicante
accucciato
sulla
terra
,
quell
'
esoso
venditore
di
sudici
dolciumi
,
che
rimaneva
là
,
immobile
,
abbandonato
nelle
tenebre
,
fin
che
il
fanale
verde
s
'
accendeva
in
groppa
al
ponte
a
illuminare
debolmente
i
due
versanti
.
I
pipistrelli
volteggiavano
leggeri
e
silenziosi
intorno
a
quel
faro
smorto
e
stralunato
.
IV
Teatro
Fra
la
babilonia
sempiterna
del
cartone
dipinto
,
in
una
stroppiatura
feroce
della
realtà
,
sotto
l
'
azzurro
disperato
dei
cieli
,
fra
i
lampi
del
magnesio
che
fanno
trasecolare
i
volti
imbiancati
e
anneriscono
gli
occhi
come
olive
ardenti
,
si
desta
di
soprassalto
l
'
oro
rimoto
delle
attrezzature
e
risplendono
i
laghi
nei
regni
bruciacchiati
e
secolari
di
Solimano
.
Là
regna
,
come
un
principio
,
la
Spagnola
con
la
sua
vena
strana
di
delirio
canoro
,
intorno
a
lei
nella
gran
luce
e
nel
vuoto
piove
la
polvere
di
un
mondo
in
consunzione
.
Dalla
fabbriceria
degli
ori
armonici
sale
un
ronzio
sonoro
di
violini
appisolati
,
uno
zufolo
flebile
e
un
fiatare
roco
di
legni
musicali
;
i
violoncelli
vanno
gorgogliando
giú
fino
al
fondo
delle
iridescenze
,
il
fagotto
borbotta
fra
l
'
afa
smaniando
e
gli
ottoni
accaldati
sembrano
digerire
,
sopra
una
nota
lunga
,
un
sonnifero
denso
nella
gran
siesta
cocente
del
fossato
orchestrale
:
la
Spagnola
attacca
con
la
voce
indolenzita
una
boutade
lunatica
appresa
al
sillabario
puerile
d
'
un
usignolo
,
che
sente
molto
il
genere
«
crepuscolo
»
,
e
la
sua
voce
sempre
più
esitante
scompare
in
un
indistinto
naufragio
di
malinconia
.
D
'
un
tratto
un
acutissimo
fischio
,
un
fischio
simile
a
quello
che
avvisa
gli
equipaggi
delle
navi
in
manovra
,
fa
cambiare
rotta
e
quadro
alla
prova
:
un
'
oscurità
caotica
precipita
rombando
sulla
scena
;
i
fondali
rovinano
dall
'
alto
fra
i
richiami
concitati
di
una
folla
anonima
.
Cieli
nuovi
escono
dalle
spaccature
della
ribalta
e
vanno
su
a
occupare
il
posto
di
quelli
già
sfruttati
.
Le
quinte
da
ogni
parte
vacillano
e
navigano
tra
un
diradare
di
nebbia
rossastra
.
Poi
,
a
poco
a
poco
,
come
da
un
antro
vulcanico
,
emerge
il
palcoscenico
con
le
sue
fumose
muraglie
bruciacchiate
e
qualche
lembo
di
scenario
che
dalle
bilancie
pende
fino
a
terra
.
Allora
un
fiato
da
caverna
e
una
oscura
,
misteriosa
tristezza
venne
giú
da
quell
'
inerte
laboratorio
lirico
.
Guardiamo
,
contriti
,
intorno
e
in
alto
le
file
replicate
dei
palchi
rossi
e
riboccanti
dove
stanno
in
comunanza
gli
sparati
immacolati
,
le
decolletées
pallide
e
ambigue
,
i
crani
lucidi
e
le
lunghe
braccia
guantate
.
L
'
alto
ceto
siede
,
fra
la
seta
e
le
gemme
,
affacciato
ai
davanzali
dei
balconi
innumerevoli
,
in
pose
d
'
eleganza
e
d
'
abbandono
musicale
,
come
vegliando
sotto
i
piccoli
lampadari
di
cristallo
veneziano
,
mentre
sul
fondo
indistinto
vigila
,
eretta
e
ossequiente
,
la
nera
galanteria
dei
cavalieri
serventi
.
Tutta
la
grande
sala
fin
su
agli
estremi
capitelli
carica
di
volti
protesi
e
accesi
,
sembra
voler
roteare
in
un
parossismo
d
'
insania
e
di
concitazione
,
fra
grida
di
ebbrezza
e
di
fanatica
passione
delirante
.
Rosina
Storchio
,
silfide
milanese
,
sentimentale
di
alto
lignaggio
,
in
una
veste
gonfia
di
trine
legg
[
i
]
ere
e
appena
tinte
di
colore
,
abbandonata
vaporosa
nel
gran
salone
rococò
,
solitaria
fra
i
mobili
fastosi
e
i
candelabri
viventi
,
delicata
e
leggera
sui
piedi
di
gran
dama
,
versa
nella
sua
bella
voce
,
trasparente
cristallo
di
Murano
,
lacrime
,
angoscia
,
e
il
fragile
ridere
tremante
di
un
'
anima
che
naufraga
in
ricordi
deliziosi
.
I
suoi
accenti
sono
quelli
sincera
d
'
una
passione
mille
volte
provata
e
non
mai
esaurita
.
Ella
sembra
invocare
con
pena
graziosa
la
concordia
,
l
'
amore
,
e
la
pietà
,
perché
l
'
arte
italiana
e
celebrata
non
abbia
a
decadere
e
a
morire
,
sembra
invocare
con
una
abnegazione
cosi
viva
da
tener
in
catena
la
supina
platea
e
il
proteso
loggione
.
V
Bottesini
Fu
uno
dei
più
geniali
fra
gli
artisti
del
secolo
verdiano
,
e
fra
i
virtuosi
il
più
fantastico
.
Egli
riuscí
a
spiritualizzare
la
grottesca
meccanica
del
suo
istrumento
,
soffiando
su
tutti
gli
ostacoli
col
fiato
di
un
mistificatore
prodigioso
.
All
'
apogeo
,
questo
artista
sommo
traduceva
vivamente
Paganini
sul
contrabbasso
.
Figlio
d
'
un
'
epoca
nella
quale
i
padroni
della
terra
non
erano
degli
ingegneri
,
ma
dei
signori
magnifici
che
una
gerarchia
intellettuale
innalzava
e
illuminava
,
incontro
a
lui
si
mosse
graziosamente
il
favore
di
quel
tempo
generoso
e
romantico
.
Fino
all
'
ultimo
giorno
egli
mangiò
il
pane
della
gloria
,
poi
fu
dimenticato
.
Con
Giovanni
Bottesini
scomparve
l
'
ultimo
esemplare
del
contrabbassista
virtuoso
.
Non
lasciò
eredi
.
La
sua
superba
arte
istrumentale
gli
mori
a
lato
come
una
sposa
che
non
vuol
sopravvivere
.
Là
dove
egli
era
giunto
,
per
un
colpo
mancino
del
genio
e
con
la
più
stravagante
complicità
della
natura
,
nessuno
potrà
arrivare
mai
più
,
né
farsi
da
presso
per
capirne
e
spiegarne
il
miracolo
.
Il
suo
posto
solitario
sta
distrattamente
al
di
là
di
ogni
limite
.
Ai
suoi
tempi
il
Gusto
aveva
una
funzione
,
il
Genio
un
carattere
e
l
'
Arte
una
tradizione
.
La
politica
,
questa
scienza
divenuta
flagello
,
taceva
subordinata
e
sottomessa
.
I
grossi
affari
di
Stato
lasciavano
appena
un
'
ombra
di
fastidio
sul
volto
dei
ministri
e
qualche
granulosa
traccia
di
tabacco
sui
loro
panciotti
.
Del
resto
,
le
palle
di
cannone
si
contavano
sulle
dita
,
ed
erano
così
pigre
che
,
contrariate
da
un
vento
forte
,
cambiavano
direzione
e
finivano
qualche
volta
per
tornare
indietro
.
In
quel
mondo
spiritoso
e
volubile
come
la
fiamma
aggressiva
e
vacillante
del
gaz
,
l
'
astrazione
esatta
non
era
preveduta
:
il
baratro
spettrale
della
luce
elettrica
non
s
'
era
ancora
spalancato
dinanzi
agli
uomini
.
In
teatro
si
leggeva
il
libretto
al
fumo
di
una
candela
e
,
sulla
scena
,
la
pece
greca
poteva
rappresentare
,
senza
opposizione
,
la
collera
degli
elementi
.
Anche
la
matematica
soffriva
allora
l
'
umidità
;
e
la
meccanica
,
che
viveva
in
buona
lega
con
il
legname
,
scricchiolava
faticosamente
e
si
schiantava
ai
primi
geli
rimanendo
ostruita
e
ferma
sotto
le
stagioni
.
Allora
eran
permesse
soltanto
le
invenzioni
buffe
;
le
burle
che
facevan
crepare
dal
ridere
eran
di
moda
;
c
'
era
per
la
musica
e
per
la
danza
del
fanatismo
e
del
furore
;
l
'
Italia
da
Venezia
a
Napoli
era
un
solo
carnevale
,
del
tutto
innocente
.
Dunque
,
non
per
caso
,
un
bel
giorno
il
nostro
pubblico
si
trovò
fra
i
piedi
anche
Giovanni
Bottesini
con
il
suo
contrabbasso
.
Quest
'
uomo
che
viaggiò
il
mondo
tutta
la
vita
e
lasciò
dovunque
tracce
profonde
di
costernazione
e
di
stupore
,
era
grande
di
statura
e
aveva
un
aspetto
lunare
e
corroso
,
sciupato
e
assonnato
,
insomma
un
artista
dal
sangue
guasto
e
dalle
abitudini
dissolute
.
Entrava
in
fretta
all
'
ultimo
minuto
sul
palcoscenico
fradicio
e
semibuio
del
teatro
ducale
,
sbirciando
,
col
collo
torto
,
di
tra
le
coulisses
,
il
loggione
stipato
di
gente
,
mentre
il
servo
di
scena
gli
levava
l
'
immensa
pelliccia
.
Allorquando
,
dinoccolato
,
si
presentava
tirandosi
dietro
,
bonariamente
,
quell
'
enorme
topaia
,
tutti
,
del
pubblico
,
ridevano
e
lui
con
tutti
,
a
crepapelle
.
Faceva
volentieri
della
parodia
;
cominciavano
prima
i
grugniti
del
contrabbasso
;
dopo
si
passava
nel
regno
dei
calabroni
e
ti
preva
che
tutta
l
'
aria
e
la
luce
brulicassero
di
pungiglioni
.
Allora
quasi
intontito
tra
il
ronzare
,
nel
torpore
e
nell
'
afa
sovraccarica
di
idrofobia
,
egli
,
il
suonatore
,
rotolava
,
a
poco
a
poco
addormentato
,
giú
per
la
tastiera
attaccandosi
,
per
miracolo
,
alla
quarta
corda
.
Oh
,
quel
russare
profondo
,
voluminoso
,
inaccessibile
,
sembrava
confondersi
con
i
trasalimenti
assonnati
dell
'
asse
terrestre
o
con
il
lamentoso
e
artritico
scricchiolio
di
una
stiva
tappata
e
troppo
carica
!
Adagio
,
adagio
,
pigliava
poi
via
,
serpeggiando
,
con
un
tramestio
obliquo
,
cieco
e
dilungato
,
come
rettile
mostruoso
che
s
'
inselva
.
Fin
che
si
buttava
,
piegato
in
due
,
a
suonare
con
voglia
,
sferzando
l
'
istrumento
come
per
rompere
una
crosta
dura
.
Dal
credenzone
spiritato
uscivano
,
allora
,
i
suoni
più
volubili
,
scivolando
via
stretti
in
successioni
di
accordi
e
in
glissandi
veloci
,
leggeri
e
lucenti
come
i
raggi
che
trafiggono
le
nubi
.
Gli
arpeggi
,
le
corde
doppie
e
i
pizzicati
azzeccati
saltavano
all
'
aria
in
una
prodigiosa
mescolanza
,
formando
una
grandiosa
e
barocca
architettura
che
crollava
precipitosamente
,
circondata
e
distrutta
con
furia
da
una
sequela
di
tonfi
mistificatori
.
Il
suo
era
un
cantare
tutto
invaghito
e
pieno
di
spasimo
che
somigliava
,
sulla
prima
corda
,
a
quello
del
violoncello
,
solo
che
il
suono
intonato
era
reso
un
po
'
enigmatico
quasi
da
una
maschera
fosca
che
non
desse
di
riconoscerlo
.
La
sua
arcata
dolce
,
interminabile
,
tenace
,
pacifica
e
distesa
,
e
il
suo
stile
nobile
,
pieno
di
sentimento
e
di
santità
tant
'
opra
facevano
da
persuadere
e
indurre
il
trappolone
puntiglioso
e
refrattario
a
parlare
con
voce
ammansita
,
soave
,
incalorita
,
fremente
,
e
a
sciogliere
nel
velluto
d
'
un
pianissimo
,
una
per
una
,
le
note
sospirate
e
perplesse
della
più
adorabile
malinconia
.
Niente
lo
accontentava
.
Istrione
,
disseppellitore
di
effetti
sempre
più
rari
e
pericolosi
,
egli
si
rifaceva
sotto
,
mettendo
,
di
nuovo
,
tutto
a
soqquadro
per
stanare
,
scuotere
e
risvegliare
il
mostro
sedentario
.
Superando
le
difficoltà
,
così
,
a
scalinate
;
sfasciando
piramidi
di
ottave
;
sollevando
,
in
burrasca
,
il
suo
lento
pachiderma
sino
alle
stelle
,
con
uno
scrollare
avventato
,
astioso
e
gigantesco
egli
frullava
l
'
arco
tozzo
e
formidabile
,
come
una
tramontana
tempestosa
,
fra
il
groviglio
dei
cordami
.
Echeggiava
allora
,
fuggendo
,
sull
'
intrico
temporalesco
,
un
debole
e
lontano
scampanio
di
bronzi
,
insistente
e
ferale
,
e
a
quello
ecco
rispondere
,
d
'
acchito
,
strangolata
e
vicina
,
l
'
anima
sprangata
e
sordida
del
contrabbasso
.
Muovente
dai
silenzi
stagionati
,
una
voce
gobba
e
sepolta
di
ventriloquio
si
affacciava
domesticamente
fra
le
corde
canterellando
con
una
insolenza
ironica
delle
variazioni
grottesche
sul
motivo
del
Carnevale
di
Venezia
:
la
modulazione
oscena
l
'
alzava
audacemente
di
tono
,
poi
ricadeva
in
mollezze
veneree
dondolandosi
,
al
fondo
,
sull
'
arco
del
contrabbasso
.
Quel
che
succedeva
a
questo
punto
in
teatro
è
indescrivibile
.
Il
pubblico
aristocratico
della
corte
si
torceva
sulle
poltrone
in
preda
ad
una
ilarità
stridula
.
Gli
applausi
e
le
richieste
di
bis
scoppiavano
lungo
le
file
scomposte
,
ad
ogni
battuta
.
Le
dame
seminude
e
portentose
,
che
facevan
corona
nelle
logge
dei
nobili
,
tirate
in
ballo
senza
preamboli
s
'
ingegnavano
di
salvare
il
pudore
,
ridendo
inorridite
dietro
i
ventagli
.
Bottesini
,
appoggiato
al
suo
carcassone
di
legno
,
s
'
inchinava
,
intanto
,
da
trionfatore
.
VI
Mastro
Titta
Una
volta
,
qui
a
Roma
c
'
era
un
uomo
rosso
,
maestoso
e
dabbene
,
certo
mastro
Titta
,
che
aveva
l
'
incarico
di
separare
le
teste
dai
corpi
.
Egli
compieva
questo
ufficio
puntualmente
con
una
sveltezza
e
una
nettezza
degne
di
grande
memoria
.
Doveva
egli
,
anche
,
appena
fatto
il
colpo
,
acciuffare
la
testa
mozza
per
i
capelli
e
levarla
su
in
alto
con
gesto
teatrale
in
modo
che
il
popolo
,
tutto
,
la
vedesse
grondare
e
i
più
vicini
potessero
mirare
gli
occhi
che
s
'
invetrano
e
si
chiudono
.
Questo
spettacolo
,
che
aveva
luogo
,
immaginiamo
,
sul
crepuscolo
,
fra
il
litaniare
di
un
branco
di
frati
e
lo
scampanio
lento
delle
quattro
chiese
Michelangiolesche
che
presidiano
agli
sbocchi
la
immensa
piazza
del
Popolo
,
doveva
servire
d
'
ammonimento
agli
empi
e
di
ristoro
ai
probi
cittadini
.
Nell
'
aria
era
diffuso
un
lutto
scintillante
,
armonia
promiscua
dell
'
ora
che
il
sole
e
la
luna
falcata
,
entrambi
nel
cielo
,
si
guardano
brevemente
.
I
leoni
di
pietra
della
monumentale
fontana
egizia
soffiavano
fuori
a
scrosci
impetuosi
e
lucidi
ventagli
di
acqua
nelle
innumerevoli
vasche
dove
fra
un
tumulto
silenzioso
d
'
acque
guizzavano
ormai
gli
argenti
della
sera
.
I
lumi
delle
preganti
Madonnine
murali
erano
,
sulle
vie
,
già
tutti
accesi
e
gialli
.
La
gente
accorsa
che
aveva
interrotto
i
proprii
mestieri
,
acciecata
dal
baleno
della
scure
e
dalla
vista
del
sangue
tornava
mogia
,
sospettosa
e
rabbuiata
verso
il
centro
e
le
botteghe
.
Allora
sulla
piazza
deserta
rimaneva
il
patibolo
eretto
.
Solo
a
notte
alta
il
pastore
,
seguíto
da
un
fiume
dilagante
di
pecore
querule
,
passava
su
quel
sangue
,
attraversando
,
col
plenilunio
,
la
città
.
VII
Cimarosa
Tempi
belli
,
ben
fatti
e
magnifici
.
Il
popolo
ricciuto
di
Roma
,
pieno
di
devozione
e
di
tornaconto
,
viveva
adunato
sotto
le
mura
del
Vaticano
.
Ovunque
visioni
eccelse
,
e
antiche
rovine
.
I
terrapieni
sacri
reggono
alto
sul
cielo
le
Palme
sante
e
la
Chiesa
.
La
capra
invereconda
bruca
lassú
.
I
vescovi
mitrati
e
splendenti
sbucavano
dai
portali
ecclesiastici
seguiti
dalle
processioni
osannanti
e
angeliche
,
proprio
come
nei
quadri
degli
altari
.
Il
Milord
attraversava
a
cavallo
la
piazza
di
Spagna
.
E
il
brigante
,
dai
lacci
scarlatti
,
guatava
,
titubante
e
acceso
,
tra
il
fogliame
folto
delle
fratte
cresciute
intorno
al
Colosseo
,
le
donne
forastiere
arrivate
in
diligenza
,
che
liberando
dalla
portiera
le
loro
gonne
di
tulle
a
canestro
,
saltavano
nel
polverone
,
spargendosi
in
ogni
direzione
sfrenate
,
bianche
,
leggere
e
innocenti
come
il
latte
appena
munto
.
Al
calar
del
sole
,
l
'
ora
del
Rosario
suonava
lentamente
,
e
i
frati
zoccolanti
tornavano
sull
'
asinello
dalla
cerca
.
Qua
e
là
un
credente
,
un
uomo
erculeo
,
cadeva
supplice
ai
piedi
di
qualche
cappella
solitaria
e
tutta
l
'
antica
Ciociaria
si
prosternava
,
mentre
l
'
acqua
delle
fontane
spiegava
più
forte
i
suoi
grandi
ventagli
e
le
immense
coppe
squassavano
rumorosamente
nei
laghi
sottostanti
la
loro
vestaglia
liquida
.
Si
accendevano
le
nicchie
contornate
di
lumicini
a
olio
e
cominciava
il
supplizio
dei
Santi
nelle
cui
ferite
miracolose
sembrava
ribollire
sottovetro
e
sgranarsi
a
tratti
dirottamente
il
sangue
.
Nere
,
sotto
la
cupola
del
firmamento
,
le
due
chiese
sorelle
del
Foro
Traiano
sembravano
dormire
laggiú
l
'
una
addosso
all
'
altra
su
quel
fumido
e
deserto
avello
di
romanità
che
era
la
piazza
affondata
nel
buio
.
Tra
le
pietre
calde
e
gli
oscuri
massi
d
'
architetture
crollate
,
sfavillavano
a
miriadi
,
aerei
come
dei
fuochi
fatui
,
gli
occhi
dei
gatti
selvatici
,
abitatori
di
quel
Foro
ardente
.
Nella
notte
tutta
risciacquata
c
'
era
un
silenzio
calmo
e
magnifico
entro
il
quale
le
stelle
sventolavano
con
un
luccichio
ansioso
e
solenne
.
In
quella
quiete
,
che
trae
seco
le
ombre
,
i
sospiri
e
le
benedizioni
,
le
famiglie
scamiciate
finivan
di
cenare
sulla
porta
delle
taverne
e
,
scendendo
su
loro
un
sonno
greve
come
quello
che
colse
i
centurioni
sul
sepolcro
di
Cristo
,
li
vedevi
cascar
l
'
uno
dopo
l
'
altro
colla
faccia
sulla
tavola
,
o
rovesciarsi
sulle
scranne
,
mentre
in
fondo
,
tra
gli
splendori
velati
del
rione
,
si
schiudeva
all
'
improvviso
brillante
come
uno
speco
biblico
l
'
ingresso
al
teatro
dell
'
opera
buffa
.
Tra
le
pieghe
di
un
sipario
squallido
'
la
faccia
gialla
e
lampante
di
Cimarosa
si
mostrava
per
un
attimo
nel
gaz
della
ribalta
e
dietro
di
lui
echeggiavano
scrosciando
i
dolcissimi
fragori
del
settecento
musicale
.
Era
così
bella
a
vedere
l
'
orchestra
imbandita
e
largamente
provvista
.
I
suonatori
là
intorno
parevano
dei
commensali
.
I
violoncellisti
in
disparte
stringevano
il
loro
istrumento
fra
le
ginocchia
,
brandendo
a
testa
bassa
l
'
archetto
,
come
dei
famigliari
in
atto
di
scannare
il
capretto
per
i
banchettanti
.
I
professori
di
oboe
,
di
corno
,
di
clarinetto
e
di
fagotto
gonfiavano
le
gote
ingordamente
dinanzi
a
tutti
quei
tovaglioli
di
musica
sciorinati
sotto
i
lumi
.
I
trombisti
levavano
la
tromba
a
mo
'
di
inaffiatoio
su
chi
beve
e
chi
mangia
.
In
piena
luce
rossa
all
'
altezza
del
pubblico
,
su
quella
mensa
carica
di
provvigioni
i
timbri
più
sani
e
rallegranti
giuocavano
allo
scoperto
;
strumento
colorito
e
sonoro
che
un
direttoruccio
anonimo
seduto
su
un
sediolino
rosso
pizzicava
qua
e
là
dimenandosi
come
un
buongustaio
in
mezzo
ai
condimenti
.
In
cima
a
quel
trionfo
apparecchiato
brillava
teneramente
il
cielo
ameno
del
teatro
antico
e
stormivano
le
fronde
dei
boschetti
balsamici
dipinti
sulla
carta
del
fondale
.
Il
grosso
manico
,
dal
barocchissimo
riccio
,
dei
cinque
contrabbassi
spiccava
a
pie
'
del
boccascena
e
decorava
il
quadro
come
il
principio
di
una
portentosa
piantagione
istrumentale
.
Niente
potrà
uguagliare
quest
'
arte
che
non
vuole
essere
scienza
.
Quest
'
arte
che
porta
così
leggermente
il
segno
della
personalità
e
del
genio
sembra
creata
per
abitare
a
lungo
senza
peso
nell
'
anima
di
un
popolo
.
La
piccola
orchestra
è
trattata
e
posseduta
da
Cimarosa
con
un
garbo
castigato
e
ardente
:
amore
pieno
d
'
omaggi
,
nell
'
intimità
matrimoniale
d
'
una
alcova
.
Quei
pizzicati
bassi
imitano
alla
lontana
i
passi
misteriosi
di
Pulcinella
che
sale
le
scale
d
'
un
casamento
dove
ne
succedono
di
tutti
i
colori
,
ad
ogni
piano
tonale
e
istrumentale
.
Intorno
c
'
è
un
profumo
di
baci
,
di
bucato
,
e
quell
'
odore
grato
di
cucina
della
vecchia
maniera
italiana
;
c
'
è
la
terra
,
c
'
è
il
sole
d
'
un
giorno
felice
,
il
bianco
delle
pause
,
gli
scorci
nuovi
e
lo
spazio
ridente
,
virginale
,
delle
cose
sottintese
con
una
verecondia
napoletana
.
Il
Matrimonio
segreto
chiude
una
sua
propria
acustica
interna
:
architettura
,
illuminazione
,
caratteri
,
han
leggi
e
funzioni
originali
lí
dentro
,
e
Cimarosa
respira
nel
clima
della
ribalta
come
un
pesce
che
viene
alla
superficie
a
bere
l
'
aria
salata
.
La
musica
,
nelle
semplici
mosse
,
ha
in
costume
,
una
vita
,
una
faccia
di
carne
e
una
bocca
parlante
.
-
-
Esce
trepida
,
fitta
dal
labbro
del
cantante
quella
melodia
che
il
cuore
dipana
via
via
,
come
il
nastro
d
'
un
rocchetto
telegrafico
.
A
mezzo
di
Bidú
Sayao
Cimarosa
ci
risponde
dall
'
altra
riva
-
-
la
riva
dei
Campi
Elisi
.
-
-
È
Bidú
Sayao
che
guida
la
barca
di
Caronte
.
Lei
entra
a
cuor
leggero
in
quel
regno
pieno
di
segni
e
di
forme
incorporee
e
il
pubblico
la
segue
in
punta
di
piedi
.
Bidú
Sayao
ha
dell
'
anima
fin
tra
le
pieghe
della
sua
veste
.
Il
suo
cuore
che
è
piccolo
come
si
conviene
a
quello
di
una
prima
donna
,
di
un
soprano
leggero
,
batte
sotto
l
'
orlo
di
seta
del
suo
busto
,
e
per
poco
che
sia
ferito
va
su
dal
fianco
alla
gola
con
tale
impeto
gentile
che
fa
quasi
capolino
-
-
e
dalla
sua
bocca
graziosa
lo
vedi
sanguinare
nella
sua
voce
.
La
musica
frattanto
si
sparge
adagio
adagio
,
irradia
il
silenzio
,
e
s
'
avvicina
con
la
prima
luce
che
risveglia
i
fiori
,
le
erbe
,
e
solleva
le
montagne
fuori
dai
veli
e
dall
'
oscurità
del
caos
diluviale
in
cui
è
immersa
la
nostra
epoca
di
modernità
nella
quale
il
sentimento
,
la
naturalezza
e
il
senno
sono
delle
cose
irreperibili
.
In
quest
'
opera
antica
,
l
'
orchestra
trema
di
gioia
,
come
le
foglie
al
venticello
d
'
estate
;
allora
olezzano
,
la
rosa
,
il
ginepro
e
il
garofano
.
-
-
Stride
agitata
dal
zeffiro
la
cristallina
fontana
-
-
il
più
geloso
,
l
'
ultimo
segreto
d
'
un
carillon
si
sgrana
-
-
son
fasci
di
reminiscenze
,
suoni
sommessi
e
teneri
,
è
il
canto
.
di
una
voce
buia
e
bagnata
di
pianto
.
Spinta
dal
fiato
roco
dei
flauti
l
'
ispirazione
traversa
il
palcoscenico
come
un
fantasma
in
pieno
giorno
.
Odi
negli
echi
leggeri
che
vagano
nell
'
aria
i
fruscii
soffici
e
spenti
d
'
un
corpo
che
si
spoglia
:
forcinelle
,
spilloni
,
e
stecche
sottilissime
di
osso
di
balena
che
saltano
dal
busto
.
-
-
Poi
ti
sembra
di
udire
,
insieme
a
un
gemito
lasso
,
il
turgido
tremore
d
'
un
seno
sprigionato
che
prorompe
dai
lacci
-
-
e
tra
un
basso
e
sontuoso
volo
di
veli
,
il
soffio
d
'
una
gonna
calda
che
cade
sul
pavimento
.
In
un
baleno
un
grave
senso
di
fuoco
invade
tutta
la
sala
.
A
traverso
l
'
esumazione
elegiaca
ti
par
che
brilli
nell
'
ombra
una
figura
di
carne
,
una
figura
ineffabile
:
è
Bidú
Sayao
che
si
muove
e
vacilla
,
fra
lo
spettrale
saltellamento
del
cembalo
,
quasi
sul
punto
di
cadere
nel
nulla
.
Nel
Matrimonio
segreto
tutta
una
psicologia
settecentesca
rinasce
da
quattro
note
.
-
-
Nei
giri
precisi
,
nei
larghi
respiri
di
quelle
cantilene
il
movimento
scenico
è
implicito
.
-
-
Guidati
dall
'
orecchio
gli
artisti
non
hanno
che
da
agire
senza
volere
per
raggiungere
e
superare
il
colmo
di
splendore
,
di
vita
,
di
spirito
e
di
calma
che
è
in
questa
musica
.
Qui
il
ritmo
ha
un
itinerario
,
e
tutte
le
sue
stazioni
un
senso
e
una
utilità
.
O
natura
chiara
e
felice
che
spira
negli
adagi
con
un
garbo
ritemprato
e
sereno
.
Qui
è
la
perfezione
discreta
,
la
gaiezza
casta
,
il
brio
profondo
e
pieno
di
beneplacito
.
Sull
'
ultima
battuta
della
recita
i
contrabbassi
abbandonati
fra
le
braccia
dei
professori
d
'
orchestra
sembrano
russare
à
la
belle
étoile
come
se
la
notte
non
dovesse
finire
mai
più
.
Dopo
questa
di
Cimarosa
vien
l
'
opera
di
Rossini
che
gorgheggia
e
stride
con
l
'
esuberanza
che
dà
alle
donne
l
'
età
pericolosa
.
VIII
Prime
donne
Elvira
de
Hidalgo
.
Nel
quadro
spagnolesco
del
Barbiere
di
Siviglia
(
questa
opera
che
rimescola
il
sangue
giovanilmente
,
lieta
e
inebriante
come
un
vino
raro
,
quest
'
opera
indemoniata
da
crescendi
orchestrali
,
che
fanno
una
fulminea
propaganda
di
follia
)
tutto
è
imbroccato
con
una
genialità
leggera
e
favolosa
.
Questo
capolavoro
,
stravagante
e
superbuffo
,
è
pieno
d
'
un
'
ilarità
musicale
che
turba
la
ragione
e
suscita
un
pandemonio
e
un
delirio
parodistico
.
Rossini
ci
appare
là
,
nero
,
secco
,
grottesco
eppure
brillante
,
luminoso
,
colorito
,
tenero
,
trasparente
,
spirituale
e
ammantato
di
fantasia
e
di
romanzo
come
un
personaggio
di
Goya
.
Il
genio
creativo
ha
un
'
incalcolabile
forza
trascendente
.
Il
limite
voluto
e
raggiunto
viene
superato
mille
volte
dall
'
impeto
che
ha
generato
l
'
atto
-
-
un
travaglio
ulteriore
che
opera
sempre
più
profondo
e
attivo
,
e
dà
all
'
idea
il
rilievo
e
la
forza
soggiogante
d
'
uno
stampo
.
La
natura
imita
l
'
arte
.
Il
personaggio
diventa
vivo
,
sorge
dall
'
impronta
,
scoppia
perfetto
nel
sole
,
e
spicca
tra
la
folla
che
la
sfiora
,
creatura
che
reca
nella
sua
carne
i
segni
di
uno
straordinario
privilegio
.
Come
il
Dio
volante
di
Michelangelo
crea
con
un
gesto
lieve
che
sfiora
,
il
primo
uomo
sulla
terra
,
così
papà
Rossini
,
questo
mostro
di
pigrizia
e
di
genio
,
nell
'
eccelso
e
onnipotente
attimo
della
verve
,
con
un
soffio
amoroso
spinto
entro
il
tessuto
impalpabile
di
una
visione
,
dà
lo
sguardo
,
la
voce
e
il
sangue
miracoloso
a
Rosina
-
-
oggi
,
allo
stato
civile
,
Elvira
de
Hidalgo
.
Elvira
de
Hidalgo
è
pur
la
figlia
del
grande
pesarese
.
Lo
dice
quel
ventaglio
che
ella
muove
con
destrezza
gentile
a
nascondere
il
proprio
volto
,
quel
ventaglio
tremulo
e
vivo
come
l
'
ala
d
'
una
farfalla
,
lo
dice
quella
sua
rara
moue
d
'
un
comico
antico
da
théàtre
des
bouffes
,
e
la
melanconia
,
lo
dice
,
della
sua
voce
all
'
ultima
scena
notturna
,
allorquando
deposta
lí
in
terra
,
accesa
,
la
lanterna
delle
avventure
galanti
,
splende
l
'
amaranto
della
sua
crinolina
di
broccato
ed
ella
esprime
in
tono
di
languore
l
'
incantevole
sospiro
d
'
esser
presa
e
protetta
nell
'
ombra
calorosa
di
un
epilogo
matrimoniale
.
Al
suono
innocente
della
sua
voce
che
ha
un
timbro
pallido
e
tenero
come
l
'
argento
,
ricadono
stroncate
le
mani
minaccianti
della
critica
e
si
spianano
i
volti
più
sconvolti
;
note
umili
e
ridenti
spiccano
il
volo
dalla
sua
gola
e
si
librano
in
giri
per
la
sala
come
colombe
bianche
che
rechino
nel
becco
il
ramo
d
'
ulivo
.
Un
imbarazzo
dolce
conquista
anche
i
più
burberi
controllori
.
Ella
gorgheggia
e
smorza
i
suoni
nel
silenzio
con
una
gemebonda
malinconia
che
pare
un
'
eco
della
meraviglia
,
o
la
fine
di
un
colloquio
sublime
tenuto
con
la
luna
.
Il
gesto
delle
sue
dita
di
zucchero
è
pieno
di
candore
,
di
moina
,
e
nel
suo
canto
c
'
è
la
mansuetudine
,
il
pudore
,
il
capriccio
,
e
l
'
inquietudine
della
più
casta
e
volubile
bambina
.
Allora
le
falangi
della
claque
,
che
serpeggiano
per
le
gradinate
circolari
,
si
riposano
con
fiducia
e
tacciono
con
galanteria
mentre
già
scoppiano
come
folgori
le
acclamazioni
di
mille
spasimanti
;
e
dietro
le
coulisses
,
simulacri
spezzati
di
stagioni
dipinte
,
sotto
i
riverberi
crudi
e
frantumati
del
gaz
,
nel
fumoso
incantesimo
giallo
della
pece
greca
che
arde
,
il
pompiere
di
servizio
,
guardia
assonnata
dei
lumi
,
preso
di
mano
in
mano
nel
sortilegio
canoro
,
finisce
per
piombare
boccheggiando
ai
piedi
della
corista
,
idolo
nuziale
,
bianca
di
gesso
e
tinta
di
carminio
come
un
confetto
da
tre
soldi
l
'
etto
,
vomitando
a
pacchetti
infiammati
di
Bengala
le
litanie
accese
della
sua
grande
passione
estemporanea
.
Maria
Labia
.
Mi
piacciono
quelli
che
capiscono
a
volo
,
e
rispondono
a
tono
.
Gli
uomini
d
'
ingegno
e
le
donne
di
cuore
.
Mio
padre
era
pittore
,
ed
io
non
sono
che
un
martire
del
dolce
far
niente
.
Dopo
gli
sforzi
accaniti
e
senza
frutto
il
risultato
viene
come
in
sogno
.
La
sorgente
prorompe
al
buio
.
La
formula
limpida
del
giunco
appare
nel
cuore
della
notte
.
In
uno
stato
di
riposo
e
di
rilassamento
,
mentre
i
contorni
delle
cose
si
svuotano
adagio
nell
'
elemento
lontano
e
vago
,
abbandonato
al
semplice
ritmo
animale
,
eccola
uscir
sola
dalla
dissociazione
mentale
.
Mi
piace
l
'
ombra
cupa
che
viene
fuori
dai
tasti
neri
d
'
un
pianoforte
,
e
quel
fremito
alato
che
un
vento
leggero
rapisce
a
un
'
arpa
eolia
.
Mi
piace
il
suono
opaco
e
debole
che
ode
chi
s
'
immerge
nel
sonno
come
nell
'
acqua
corrente
.
Mi
piace
la
voce
di
corallo
di
Maria
Labia
.
Immagino
una
piazzetta
dove
la
vecchiaia
ha
fatto
il
vuoto
.
La
piazzetta
d
'
una
città
sull
'
orlo
del
deserto
interrotto
:
solitudine
d
'
acqua
.
Coricata
da
secoli
sul
mare
la
città
si
addormenta
stracca
nel
suo
splendido
e
fastoso
deperimento
.
Profili
greci
tirati
per
i
capelli
.
Commedia
sacra
e
ridente
.
Nella
piazzetta
,
rifugio
degli
Illusi
,
c
'
è
un
'
aria
leggera
da
cervelli
ristucchi
e
da
pleurite
secca
.
Ciclisti
con
l
'
ombrello
.
Altissimi
muri
quasi
senza
finestre
.
Da
un
abbaino
sbuca
una
testa
che
guarda
sulla
strada
.
Grigia
e
scarmigliata
figura
di
donna
.
Nelle
occhiaie
e
sul
viso
ha
il
nero
della
fame
e
della
morte
cui
questa
razza
oppone
una
tenacia
medioevale
.
Equilibrata
all
'
indietro
sulla
scena
come
la
statua
della
Fortuna
,
Maria
Labia
sembra
trattenere
l
'
ultimo
passo
sul
limitare
della
danza
:
l
'
onda
della
fontana
lambisce
quasi
il
suo
piede
.
Veduta
che
l
'
hai
,
non
la
perdi
più
d
'
occhio
,
e
se
tu
non
la
vuoi
guardare
la
riconoscerai
subito
alla
voce
,
per
quei
puntigliosi
nonnulla
azzeccati
come
colpi
di
spillo
.
Dalla
sua
gola
escono
volta
a
volta
frecce
e
confetti
matrimoniali
,
canzoni
di
carnevale
,
parabole
filanti
,
e
commenti
tenuissimi
che
svaporano
al
segno
della
perfezione
.
Colla
mollezza
imperiosa
e
tutta
l
'
elastica
imponenza
della
sua
persona
Maria
Labia
accompagna
il
proprio
cantare
e
muove
a
cerchio
intorno
a
sé
l
'
incantevole
e
spumosa
mareggiata
della
sua
crinolina
,
lieve
,
barcamenandosi
,
sontuosamente
.
La
gran
parrucca
bianca
,
costellata
di
gemme
,
la
porta
sul
capo
come
una
torre
senza
peso
.
Due
poppe
planetarie
erompenti
dal
busto
inturgidiscono
allora
da
sembrare
ingessate
.
Quelle
sue
mani
madreperlacee
,
che
riposano
vuote
nell
'
aria
e
si
aprono
adagio
rovesciandosi
come
conchiglie
travolte
lentamente
nell
'
onda
,
chi
mai
in
Francia
,
in
Spagna
,
in
Inghilterra
potrebbe
vantarne
due
similmente
nude
,
delicate
e
toccanti
?
Quanta
discrezione
è
la
loro
nel
volersi
confondere
quasi
celare
fra
la
musica
mentre
,
come
infervorata
,
Maria
Labia
le
posa
,
con
dei
gesti
lievissimi
che
sfiorano
,
sul
seno
,
o
sulla
bocca
.
Per
la
grazia
piena
e
cattolica
dei
suoi
alti
fianchi
,
per
quell
'
accento
d
'
oro
,
che
esce
estenuato
e
sonoro
dalle
sue
labbra
,
e
traballa
in
un
raggio
medianico
,
per
quelle
sue
braccia
sublimi
levate
a
candelabro
,
Maria
Labia
ci
ricorda
di
lontano
,
e
in
una
luce
opposta
,
Elvira
de
Hidalgo
.
Che
diremo
ancora
di
questo
fiore
di
prima
donna
?
Tutto
è
prezioso
in
lei
,
nulla
soverchio
.
Dalla
sua
bocca
che
canta
il
fondo
dell
'
anima
risplende
:
una
anima
aperta
e
tuttavia
misteriosa
come
uno
specchio
nell
'
ombra
.
In
quel
timbro
d
'
argento
entra
e
passa
lento
come
in
una
fase
di
eclissi
lo
spettro
d
'
un
secolo
passato
,
e
intorno
a
quel
fantasma
a
poco
a
poco
il
taglio
della
sua
voce
s
'
accende
rinnovato
,
e
brilla
come
una
falce
.
Intensità
sottile
,
suono
fulmineo
e
fioco
,
manierismo
canoro
dove
un
certo
giunco
di
armonie
e
di
riposi
inumidisce
e
fa
trascolorire
il
cielo
veneziano
,
sollevando
nel
silenzio
un
sussurrio
di
adesione
sempre
più
larga
,
e
placida
,
come
un
fiato
di
vento
che
raggiunge
e
invade
tutto
quel
gruppo
estatico
di
isole
che
dormono
sulla
laguna
.
La
luna
sgorga
su
Venezia
,
e
ingrandisce
a
poco
a
poco
,
spiccata
e
libera
da
quel
bianco
seno
portentoso
.
La
Toti
dal
Monte
.
...
ci
sono
degli
uomini
di
legno
,
degli
uomini
di
minerale
,
di
ferro
:
per
esempio
Toscanini
-
-
meraviglioso
congegno
-
-
e
ci
son
degli
uomini
fatti
di
terra
-
-
la
terra
dei
camposanti
-
-
mescolanza
di
carne
consunta
e
di
fiori
sotto
la
pioggia
.
Talvolta
mille
cimiteri
non
giungono
a
darci
uno
di
questi
esseri
umani
che
ci
vengono
dall
'
al
di
là
.
Gli
artisti
per
noi
sono
questi
.
Salici
immensi
,
muraglie
millenarie
coperte
di
licheni
,
ruderi
;
vegetazione
,
«
a
soli
»
delle
arpe
parassitarie
,
esaltati
tramonti
;
e
dal
putridume
romantico
vien
su
il
più
sublime
lirismo
.
Qui
la
Toti
dal
Monte
che
per
l
'
eccellenza
,
il
bel
volto
,
la
statura
concentrata
e
piccante
,
si
può
chiamare
il
soprano
in
barattolo
,
la
vediamo
irretita
nell
'
atmosfera
dell
'
opera
,
quando
nel
viola
della
luce
serale
che
si
fa
sempre
più
debole
e
morta
,
le
sue
note
di
gola
,
piene
di
una
tristezza
colossale
,
volteggiano
ad
una
ad
una
,
come
dei
petali
erranti
.
Viene
la
notte
buia
e
un
cavaliere
più
buio
della
notte
sopraggiunge
.
Pavida
mormorante
la
piccola
fidanzata
con
un
gesto
timoroso
d
'
addio
pone
una
mano
sulla
nera
spalla
di
velluto
del
suo
fatale
amante
,
e
qui
s
'
accende
sulle
sue
dita
bianche
di
milionaria
un
brillante
focoso
,
fulgidissimo
,
un
brillante
grosso
come
una
noce
che
,
mentre
la
Toti
spiega
il
canto
,
irraggia
capricciosamente
le
tenebre
della
scena
.
Tutto
è
sogno
in
quel
punto
che
odi
il
motivo
«
verranno
a
te
sull
'
aure
i
miei
sospiri
ardenti
»
.
Sì
,
questo
è
il
teatro
italiano
,
ingenuo
convenzionale
,
estremamente
poetico
e
pieno
di
una
vivacità
spettrale
.
IX
Vecchio
repertorio
È
nei
numeri
del
vecchio
repertorio
che
troviamo
qualche
sollievo
-
-
lí
dentro
rallenta
un
poco
il
lavorio
,
s
'
alleggerisce
il
fardello
.
Lí
dentro
di
tanto
in
tanto
qualche
battuta
discioglie
il
suo
rabbuffo
e
si
apre
per
dar
luogo
a
delle
fioriture
di
cadenza
,
piene
di
volatine
e
di
gorgheggi
dietro
i
quali
,
in
un
comico
mistero
,
i
pianissimi
corali
s
'
incamminano
come
una
folla
-
-
attratta
dai
fuochi
artificiali
.
In
queste
opere
ingenue
il
coro
è
altrettanto
scandalista
quanto
lo
è
la
nostra
gente
di
provincia
.
Allorché
si
svolge
un
duetto
d
'
amore
,
o
una
scena
di
gelosia
,
eccoli
non
richiesti
,
i
cori
che
han
trovato
la
porta
aperta
,
sopraggiungere
in
corteo
e
allinearsi
in
casa
d
'
altri
,
lungo
le
pareti
,
per
assistere
imperterriti
allo
scioglimento
di
un
qualunque
incidente
privato
;
e
per
meritare
la
palma
dell
'
indiscrezione
eccoli
mettersi
magari
a
inseguire
il
tenore
perfino
nel
gabinetto
dove
egli
è
costretto
a
cantare
la
celebre
romanza
con
i
calzoni
in
mano
.
Nella
Sonnambula
per
esempio
vediamo
le
spose
del
villaggio
alpino
diventare
sonnambule
dinanzi
alle
brache
troppo
attillate
di
un
occasionale
dongiovanni
,
e
affrettarsi
,
prima
ancora
che
il
sole
declini
,
a
uscir
dormendo
di
casa
,
in
camicia
da
notte
,
seguite
con
trepidazione
dai
rispettivi
mariti
i
quali
,
ciascuno
per
quel
che
glielo
permette
la
sua
rigorosa
dignità
di
cornuto
,
con
parole
sommesse
azzardano
pronostici
.
In
un
paesotto
del
Tirolo
,
dove
fummo
per
cura
,
c
'
era
nella
piazza
al
posto
del
solito
giardinetto
un
piccolo
cimitero
senza
mura
.
Dopo
il
lavoro
,
la
sera
,
sotto
le
finestre
della
mia
locanda
,
una
vacca
brucava
fra
le
tombe
e
le
croci
.
Un
crocchio
di
notabili
seduti
sulle
pietre
sepolcrali
,
accendevano
con
i
fuochi
fatui
le
pipe
tirolesi
-
-
fumavano
e
conversavano
alla
buona
costoro
,
mentre
dietro
la
loro
schiena
,
sdraiate
sulle
erbacce
,
le
più
casalinghe
comari
,
in
preda
a
un
misticismo
di
alta
montagna
,
stringendo
fra
le
braccia
qualche
meschino
villeggiante
arrivato
di
fresco
,
guardavano
la
luna
sbalorditivamente
.
X
Tempo
che
fugge
Con
l
'
unità
e
il
suffragio
universale
l
'
arte
da
noi
fece
un
capitombolo
per
le
scale
,
e
reclamò
dallo
Stato
un
paio
di
stampelle
.
L
'
arlecchino
italiano
buttò
via
la
sua
pelle
a
scacchi
per
indossare
un
«
tout
de
méme
»
burocratico
,
da
funzionario
nazionale
.
Sorgevano
in
quel
disordine
nuovo
Arrigo
Boito
,
il
ballo
Excelsior
,
la
pittura
sociale
e
il
monumento
a
Vittorio
Emanuele
.
Il
teatro
che
era
tutto
spensieratezza
e
passione
e
mirava
al
cuore
della
gente
,
invece
di
restar
fedele
al
gusto
popolare
della
vecchia
Italia
,
divenne
officioso
,
autorizzato
,
e
girò
sui
tacchi
rivolgendosi
con
sussiego
alla
sedicente
pubblica
opinione
.
Nacque
la
coreografia
del
nuovo
regno
,
prese
piede
l
'
allegoria
massonica
,
si
inscenarono
le
apoteosi
per
il
canale
di
Suez
,
e
debuttarono
anche
le
antenne
del
telegrafo
Marconi
(
costumi
di
Caramba
)
.
Anche
la
danza
che
da
più
di
un
secolo
s
'
abbandonava
ai
deliziosi
capricci
di
ragionar
coi
piedi
,
fu
costretta
,
per
seguire
il
movimento
generale
,
a
pensar
con
la
testa
,
come
la
foca
sapiente
.
Difatti
c
'
era
poco
da
scherzare
da
quando
il
Paese
,
seduto
nella
prima
fila
di
poltrone
,
strappandosi
la
maschera
,
mostrò
alla
prima
ballerina
assoluta
,
due
baffi
da
doganiere
.
D
'
allora
in
poi
la
danza
non
offrí
più
che
masse
negligenti
,
acrobati
viziati
,
istruttori
caparbi
e
ignoranti
.
Chi
non
conosce
quel
popolo
infame
che
sverna
sgambettando
sulle
scene
durante
la
scialba
stagione
di
carnevale
?
Fra
questi
avanzi
isteriliti
e
rei
di
una
spodestata
nazione
,
dinanzi
a
torme
di
sacripanti
e
a
sciami
di
silfidi
cucite
nel
cotone
,
la
sfera
magniloquente
e
taciturna
degli
artisti
dal
nobile
passo
sgombrò
i
luoghi
e
disparve
in
un
arcano
scompiglio
.
Udite
come
tremano
le
vetrate
del
vecchio
teatro
ducale
al
vento
di
tramontana
.
Non
un
grido
,
non
un
latrato
scoppia
,
fra
quelle
mura
.
Solo
uno
sciagurato
portiere
s
'
aggira
in
ciabatte
là
dentro
;
i
suoi
passi
perduti
e
la
sua
tosse
risvegliano
degli
echi
interminabili
lungo
le
gallerie
deserte
;
e
il
buio
androne
-
-
i
sorci
han
fatto
il
nido
nelle
poltrone
:
colmo
d
'
inerzia
,
disordine
,
deperimento
,
lembi
di
scenari
che
si
staccano
.
Poi
,
subitamente
,
silenzio
e
armonia
sorgente
al
soffio
innumerevole
di
voci
che
si
levano
da
un
sonno
d
'
oltre
tomba
-
-
gemiti
,
sospiri
disperati
di
tanti
eroi
che
s
'
immolarono
.
La
guerra
e
il
dopo
guerra
ci
hanno
accorciato
la
vita
,
e
i
marmocchi
di
ieri
son
diventati
di
punto
in
bianco
i
nostri
concorrenti
di
oggi
senza
lasciarci
il
tempo
di
accorgerci
della
nostra
vecchiezza
.
Rimaniamo
lí
a
guardare
con
sorpresa
questa
nuova
generazione
che
vuole
assolutamente
passare
sul
nostro
corpo
.
Adesso
c
'
è
dunque
un
'
ironia
,
combinata
alle
nostre
spalle
durante
il
periodo
della
guerra
,
che
consiste
nell
'
esser
giovani
.
A
volte
qualche
ragazzino
più
audace
ci
vien
sotto
camminando
maliziosamente
sulle
uova
,
si
fa
portavoce
delle
mani
e
ci
urla
all
'
improvviso
all
'
orecchio
:
«
Ohi
vecchio
bacucco
,
lo
sai
che
siamo
in
pieno
novecento
?
»
Sbirciando
quello
stecco
verde
e
lattiginoso
,
caviamo
dai
bronchi
la
nostra
voce
più
rauca
:
«
eh
,
eh
,
va
bene
»
ci
tocca
brontolare
«
il
nostro
secolo
è
proprio
questo
»
.
Un
giovanetto
bennato
e
studioso
fa
un
buon
scolaro
.
Ma
fra
l
'
arte
e
la
scuola
c
'
è
divergenza
.
Un
buon
scolaro
fa
un
eccellente
professionista
il
quale
darà
,
a
sua
volta
,
un
proprietario
,
piccino
,
è
vero
,
ma
padre
esemplare
d
'
una
famiglia
numerosa
che
coltiverà
diligentemente
i
cavoli
.
Si
potrebbe
desiderare
il
meglio
da
un
punto
di
vista
provvisorio
e
sociale
?
Il
beneficio
di
una
simile
carriera
è
evidente
,
benché
modesto
.
In
quanto
all
'
arte
,
darai
alla
tua
vita
tutt
'
altra
direzione
e
incontrerai
presto
i
carabinieri
.
Su
per
questa
strada
non
ti
aspettar
suffragi
,
né
umana
solidarietà
.
Ma
non
fa
niente
,
cammina
,
trascinati
a
tutti
i
costi
senza
perdere
di
vista
quella
stellina
che
si
vela
,
si
copre
,
riappare
e
ti
conduce
.
L
'
esercito
non
sopporta
l
'
eroe
,
il
Parlamento
non
sopporta
il
dittatore
,
la
Corte
non
sopporta
l
'
aristocratico
,
il
teatro
non
sopporta
l
'
artista
.
L
'
artista
che
ha
rotto
le
catene
,
strappato
tutti
i
lacci
,
respinto
le
cinture
di
salvataggio
e
rifiutato
il
rond
de
cuir
,
l
'
artista
abbandonato
dal
successo
,
lavora
,
lavora
,
lavora
a
fondo
perduto
e
perde
la
sua
stessa
esistenza
a
fondo
,
in
accanite
ricerche
di
denaro
,
laceramenti
dell
'
umore
,
inimicizie
,
furori
costanti
,
fatica
,
demoralizzazione
,
e
capelli
bianchi
.
Fin
che
,
al
termine
d
'
ogni
illusione
,
egli
sembra
già
appartenere
al
mondo
degli
immortali
.
Questo
eremita
della
grande
città
,
questo
principe
indolente
che
conserva
l
'
incognito
,
comincia
con
qualche
bottone
di
meno
e
finisce
col
perderli
tutti
.
La
stentorea
vita
quotidiana
lo
respinge
ai
margini
.
Davanti
a
lui
si
spalanca
una
vertiginosa
attrazione
,
dall
'
alto
e
dal
basso
.
Avida
e
sospesa
tra
gli
umori
più
transitorii
,
la
sua
esistenza
accidiosa
fa
l
'
altalena
fra
candide
nonchalances
e
lucidi
intervalli
;
poi
precipita
nei
burroni
dove
giacciono
intorpiditi
i
vermi
e
i
mostri
.
Ma
quella
che
fu
la
sua
gaiezza
venerea
brilla
ora
nel
cielo
d
'
un
fuoco
puro
e
rallentato
come
quello
delle
stelle
spente
;
vogliamo
dire
,
lungamente
,
dopo
la
morte
,
a
distanze
immense
nello
spazio
e
nel
tempo
.
L
'
artista
non
terrà
conto
delle
esigenze
del
pubblico
,
poiché
egli
stesso
rappresenta
la
più
spinta
esigenza
dello
spirito
.
Non
sarà
riconosciuto
da
tutti
quei
teorici
che
pretendono
di
avere
le
uova
senza
ricorrere
alla
gallina
.
Egli
non
subisce
la
Moda
,
perché
la
Moda
,
piccola
o
grande
,
dovrà
sorgere
da
lui
,
e
non
darà
mai
quel
che
si
cerca
da
lui
.
Lo
si
aspetterà
a
destra
e
verrà
fuori
a
sinistra
;
supponiamo
che
avanzi
ed
ecco
invece
che
rincula
.
Il
gambero
,
per
esempio
,
che
cerca
il
suo
alimento
sa
molto
meglio
di
voi
e
di
noi
dove
trovarlo
-
-
e
poi
in
fin
dei
conti
ciascuno
ha
il
suo
modo
di
crepare
di
fame
.
La
gloria
s
'
avvicina
all
'
artista
al
passo
di
danza
macabra
.
Quando
sarà
disteso
sotto
la
sua
croce
,
egli
avrà
tutte
le
fortune
.
L
'
ultima
notte
troverà
le
strade
bloccate
,
tutte
le
porte
chiuse
,
le
case
asserragliate
e
i
fucili
spianati
su
di
lui
.
Nella
luce
che
filtra
e
trapela
dai
neri
edifici
mille
occhi
splenderanno
d
'
invidia
,
fissandolo
ostinatamente
.
Sarà
quella
la
sua
ora
di
morire
come
un
ubriacone
,
e
di
lasciarsi
andare
a
rovescio
sulla
scalinata
di
qualche
basilica
,
con
il
gesto
di
chi
abbraccia
il
cielo
.
I
topi
delle
chiaviche
gli
andranno
addosso
a
fiutarlo
;
poi
si
metteranno
,
con
i
loro
musi
rabbiosi
,
ad
ispezionare
le
sue
tasche
.
Salutiamo
profondamente
quest
'
uomo
ancora
caldo
,
che
respira
,
questo
missionario
caduto
,
questo
santo
che
fece
miracoli
inutili
.
Poniamo
la
faccia
contro
terra
sul
passare
di
questo
arcangelo
appiedato
,
ricoperto
d
'
oltraggi
e
d
'
immondizie
come
un
ambasciatore
tornato
da
Cartagine
.
La
vita
moderna
ha
un
ritmo
falso
.
I
nostri
tassametri
continuano
a
salire
e
tutti
abbiamo
paura
di
non
poter
pagare
.
Allora
si
improvvisano
i
valori
,
le
celebrità
,
si
distribuiscono
lotti
di
parti
da
rappresentare
e
si
pretende
di
fare
la
storia
con
dei
fantocci
di
paglia
.
I
grandi
artisti
boccheggiano
là
dentro
confusi
fra
le
comparse
.
Le
idee
più
stolte
s
'
attaccano
alle
teste
e
nella
corsa
s
'
accendono
istantaneamente
.
Non
hai
finito
di
spartire
i
grulli
dai
sani
di
mente
che
,
ecco
,
ti
scoppia
fra
questi
ultimi
salvati
un
'
altra
grulleria
epidemica
.
Allora
ogni
starnuto
diventa
un
grido
di
guerra
,
il
trotto
si
muta
in
galoppo
,
le
opinioni
subitanee
fan
volgere
la
marcia
ora
da
un
lato
ora
dall
'
altro
.
Tutto
questo
miracolismo
folle
,
creato
dal
giornalismo
,
entra
ruzzoloni
in
campi
riservati
e
difficili
,
e
distrugge
la
stabilità
,
l
'
opera
del
tempo
,
manda
in
fumo
l
'
arrosto
.
Intanto
queste
folle
puerili
di
snob
senza
direzione
le
vediamo
,
dai
piedi
in
su
,
svanire
d
'
un
tratto
in
fumo
di
sigaretta
.
Appoggiato
con
timorosa
leggerezza
allo
spigolo
di
una
vecchia
chiesa
romana
,
come
un
danzatore
pieno
di
fatica
e
d
'
amarezza
,
ascolto
senza
volere
,
l
'
organo
sepolto
che
russa
e
assisto
a
questo
défilé
di
corridori
contratti
sui
quali
una
ruota
rovescia
continuamente
,
come
secchi
di
ciottoli
,
le
crisi
,
i
temi
,
le
riforme
esoteriche
e
gli
ordini
della
moda
.
-
-
No
!
Meglio
esser
pigri
come
una
pera
che
matura
.
L
'
Arte
ha
bisogno
di
assorbire
tutta
la
sua
stagione
favorevole
.
Lasciamola
sul
ramo
,
giorno
e
notte
,
inverno
,
primavera
,
estate
,
fin
che
il
suo
frutto
rotola
a
pie
'
dell
'
albero
e
si
apre
.
XI
Omaggio
a
Puccini
A
Quando
il
Metodo
entrò
dalla
porta
,
dalla
finestra
uscí
ratta
l
'
ispirazione
,
la
quale
non
aveva
mai
avuto
,
del
resto
,
abitudini
troppo
sedentarie
.
-
-
Nei
tempi
passati
accadeva
spesso
d
'
imbattersi
in
lei
,
larva
fuggitiva
a
traverso
il
clamore
dei
carnevali
italiani
,
ma
poi
,
su
questa
terra
,
le
sue
visite
si
fecero
rare
e
caute
.
Essa
fissava
ostinata
,
febbrile
,
le
sue
vittime
,
e
il
suo
seno
pietroso
s
'
alzava
e
s
'
abbassava
affannosamente
come
per
il
tormento
di
una
risurrezione
fittizia
.
-
-
Faceva
le
sue
apparizioni
mute
e
inavvertite
in
ogni
luogo
,
a
tutte
le
ore
,
e
a
qualcuno
avvenne
,
incontrando
i
suoi
occhi
nello
specchio
opposto
di
un
caffè
,
di
fare
un
balzo
e
,
alzandosi
come
ipnotizzato
,
rovesciarsi
fuori
sulla
strada
,
tra
la
folla
,
senza
pagare
,
all
'
inseguimento
di
lei
che
dileguava
rapidissima
sotto
il
sole
.
-
-
Nell
'
alba
fredda
,
dietro
i
vetri
appannati
e
rosei
essa
apparve
talvolta
allo
studioso
;
o
nella
notte
d
'
inverno
,
su
una
scalinata
monumentale
,
in
mezzo
a
un
gruppo
di
mendicanti
accoccolati
,
presso
un
falò
che
illuminava
la
facciata
della
chiesa
romana
,
l
'
ispirazione
coperta
di
stracci
guardò
con
un
invito
pieno
di
suprema
follia
il
viandante
solitario
;
più
tardi
,
quel
giorno
,
di
primo
mattino
,
sotto
il
lampione
ancora
acceso
,
il
corpo
gelido
e
inerte
di
un
uomo
rannicchiato
entro
un
mantello
venne
trovato
nelle
vicinanze
deserte
.
-
-
O
chi
non
ha
nella
memoria
,
mentre
tramontava
il
sole
,
d
'
averla
veduta
,
questa
sirena
,
scivolare
,
volare
via
veloce
feerica
su
le
spallette
del
vecchio
ponte
,
scomparire
nell
'
aria
e
riapparire
immersa
e
trascinata
dalle
acque
del
fiume
,
con
la
capigliatura
disciolta
tutta
accesa
da
un
ultimo
bagliore
?
-
-
Non
fu
per
lei
che
Schumann
si
precipitò
nelle
onde
spumeggianti
del
Reno
?
-
-
B
Salutiamo
Puccini
,
illustre
autore
della
Bohème
,
uno
degli
ultimi
che
han
mirato
da
vicino
la
Sfinge
.
Egli
la
conobbe
nel
cuore
della
notte
.
Mentre
,
fra
i
candelabri
accesi
che
mangiano
l
'
aria
avidamente
la
vita
sembra
accorciarsi
,
odi
sui
tappeti
camminare
a
passi
di
lupo
qualcuno
,
che
,
se
ti
volti
,
sparisce
.
Notti
lunghe
a
trascorrere
.
Al
guizzar
delle
fiammelle
morenti
volteggiano
le
ombre
sul
soffitto
come
in
un
giunco
cieco
e
tumultuoso
della
estenuata
fantasia
,
e
un
sapore
di
fiele
sale
alla
tua
bocca
.
Poi
,
quando
le
dita
rosate
dell
'
aurora
toccano
le
alte
imposte
e
il
sangue
sembra
grondare
dai
tagli
delle
persiane
,
ecco
che
un
'
ultima
porta
si
apre
con
un
trasalimento
medianico
:
è
il
«
caira
»
teatrale
che
sorge
:
è
l
'
ispirazione
che
entra
.
L
'
imperiosa
figura
,
mossa
dal
vento
,
traluce
spettralmente
.
Oh
,
quello
sguardo
nero
che
filtra
a
traverso
i
fori
di
una
maschera
insolente
,
chi
lo
può
sostenere
?
Puccini
lavorava
sino
all
'
alba
,
chiuso
nel
suo
studio
a
Torre
del
Lago
.
Come
un
pescatore
notturno
che
muove
appena
il
remo
e
lascia
dondolare
la
lanterna
a
fior
d
'
acqua
,
Puccini
,
seduto
al
suo
lavoro
,
riconduceva
il
motivo
sempre
sullo
stesso
punto
profondo
,
sommessamente
ribadiva
l
'
accordo
e
si
chinava
a
spiare
la
medusa
sotto
il
velo
oscillante
del
ritmo
.
I
suoi
vicini
di
casa
,
testimoni
assonnati
di
tanta
solitaria
creazione
,
ne
sapevano
qualcosa
.
Sfiorando
la
notte
fonda
,
il
suono
del
suo
pianoforte
giungeva
debolmente
al
loro
orecchio
-
-
voce
di
cristallo
,
trasognante
eco
che
si
spegneva
e
rinasceva
mille
volte
,
-
-
rado
,
assopito
,
continuo
nel
silenzio
.
Quel
cauto
centellinare
di
musica
accompagnava
i
loro
sogni
leggeri
e
le
ore
di
veglia
perplessa
-
-
fin
che
sul
far
del
giorno
il
concerto
remoto
svaniva
a
poco
a
poco
disperso
confusamente
nel
mare
dei
ruggiti
uscenti
dalle
stalle
che
si
riaprivano
.
La
pagina
bianca
ha
l
'
attrazione
d
'
una
grande
finestra
.
L
'
idea
,
come
una
mosca
contro
la
vetrata
,
batte
la
testa
sul
foglio
senza
comprendere
che
bisogna
girare
a
ritroso
e
ritrovare
lo
spazio
donde
la
prima
parola
è
venuta
.
Il
difficile
non
sta
nello
scrivere
ma
nel
rendersi
conto
ex
abrupto
di
quel
che
vale
ciò
che
si
è
scritto
.
Anche
Puccini
nell
'
assidua
ricerca
,
spinto
dall
'
ansia
,
passava
qualche
volta
il
segno
e
usciva
dal
suo
elemento
naturale
come
un
pesce
che
per
il
troppo
slancio
finisce
in
mezzo
all
'
erba
di
un
prato
.
Povero
Puccini
,
quando
la
vena
lo
abbandonava
,
piuttosto
che
impuntarsi
come
uno
che
perde
al
giuoco
,
egli
affogava
nell
'
ipocondria
,
con
l
'
aria
supplichevole
d
'
un
bevitore
malato
che
afferra
la
bottiglia
.
È
inutile
-
-
diceva
-
-
che
uno
si
decida
per
la
melodia
,
se
la
melodia
non
si
decide
per
lui
.
Il
suo
tenero
cuore
era
scontento
,
insaziato
di
vita
,
di
musica
,
d
'
amore
,
e
per
cercarle
meglio
,
queste
cose
,
e
trovarle
più
presto
,
Puccini
teneva
a
disposizione
della
sua
malinconia
tre
automobili
.
Lasciava
aperto
lo
spartito
sull
'
ultima
battuta
umida
ancora
d
'
inchiostro
-
-
raggiungeva
il
confine
e
scompariva
verso
il
nord
,
fuggitivo
,
irreperibile
.
Fra
i
canali
,
le
dune
,
le
città
brumose
del
Belgio
e
dell
'
Olanda
ne
perdevi
ogni
traccia
.
Per
settimane
e
mesi
non
ne
sapevi
più
nulla
.
Finalmente
,
un
bel
giorno
la
celebrità
,
come
una
sposa
inquieta
,
si
metteva
in
moto
,
riusciva
a
raggiungerlo
in
qualche
nascondiglio
disperato
e
lo
riconduceva
a
casa
.
Puccini
possedeva
lo
spirito
di
casta
che
ogni
artista
deve
possedere
,
ma
non
poteva
soffrire
la
volgarità
,
le
molestie
e
i
commenti
malevoli
che
il
suo
successo
gli
procurava
.
Tutti
a
suo
tempo
gli
sono
passati
sotto
il
naso
,
e
tutti
gli
han
fatto
le
corna
:
ancora
oggi
del
suo
talento
pratico
,
dei
suoi
guadagni
,
del
suo
sentimentale
egoismo
si
parla
.
-
-
Ohimè
,
le
chiacchiere
assurde
!
-
-
In
fondo
in
fondo
,
dei
suoi
quattrini
,
egli
non
faceva
gran
caso
:
artista
,
galantuomo
,
milionario
,
bohemien
fortunato
ed
infelice
,
Puccini
era
ben
d
'
altro
inquieto
e
ansioso
.
Mite
e
fiero
ad
un
tempo
,
riservato
e
pur
nobile
nel
tratto
,
Puccini
aveva
un
carattere
caldo
,
netto
,
un
carattere
delicato
e
bellissimo
d
'
italiano
sul
serio
e
senza
macchia
.
Egli
ammirava
con
chiuso
entusiasmo
chi
doveva
ammirare
.
Degli
altri
taceva
garbatamente
.
Era
generoso
,
ma
non
faceva
credito
al
primo
venuto
.
Solo
agli
amici
apriva
l
'
animo
suo
.
Scendere
in
fondo
alla
più
grande
miseria
umana
,
toccare
i
limiti
della
disperazione
e
sperare
nelle
tenebre
,
immergersi
nella
follia
e
raggiungere
la
morte
e
il
genio
:
ecco
le
nostalgie
incredibili
di
quest
'
uomo
così
diritto
,
saldo
e
sobrio
.
Me
ne
parlava
una
sera
in
una
di
quelle
taverne
russe
che
si
schiusero
pochi
anni
fa
nel
suolo
di
Roma
,
come
gioiellerie
sotterranee
.
Puccini
respirava
in
quel
luogo
la
musica
e
si
gonfiava
di
gioia
come
una
spugna
nascosta
nella
grotta
marina
.
Egli
sembrava
in
preda
a
un
orgasmo
elegante
,
a
una
felicità
inusitata
.
Sotto
le
penne
di
struzzo
,
sontuosamente
giaceva
in
quel
nido
d
'
esilio
una
aristocrazia
vinta
,
santificata
dai
debiti
e
dalle
disgrazie
:
sterilità
dagli
sguardi
di
smalto
;
violenza
superba
,
splendore
fatale
di
quella
folla
che
andava
a
seppellirsi
sempre
più
in
basso
,
lontano
dalla
strada
.
Quell
'
ermetico
reame
della
moda
e
dell
'
arte
era
vertiginosamente
carico
di
destini
in
pericolo
.
Sedevamo
là
insieme
da
tre
ore
.
Il
volto
di
Puccini
,
quel
suo
volto
dolce
,
acceso
,
virile
vacillava
nell
'
azzurro
barlume
della
lampada
posata
al
nostro
tavolo
.
Stranamente
commosso
e
sincero
si
fece
più
vicino
a
me
per
dirmi
:
«
I
miei
giorni
,
tutte
le
mie
ore
avrei
volute
passarle
in
un
'
atmosfera
come
questa
,
senza
uscirne
mai
più
»
,
poi
aggiunse
a
fior
di
labbro
con
affettuosa
mestizia
:
«
Caro
Barilli
,
la
mia
vita
è
fallita
»
.
C
Un
giorno
,
parecchi
anni
fa
,
ci
trassero
per
mano
in
un
teatro
.
Si
trattava
di
assistere
alla
recita
di
una
Bohème
insuperabile
:
il
tenore
aveva
in
gola
,
a
mazzi
,
le
saette
di
Giove
,
la
prima
donna
stemperava
nella
sua
voce
,
più
vivida
e
lucida
del
mercurio
,
l
'
amore
febbrile
e
le
lacrime
di
tutte
le
couturières
dell
'
altro
secolo
;
il
baritono
?
una
tromba
marina
coi
fiocchi
;
Musetta
il
trionfo
dell
'
insolenza
elegante
,
della
civetteria
e
del
buon
cuore
;
Colline
,
un
quattrocentoventi
filosofico
che
spazzava
ad
ogni
nota
i
fogli
dai
leggii
dell
'
orchestra
e
coi
suoi
lunghi
fiati
possenti
rovesciava
i
paraventi
e
faceva
dondolare
le
frangie
delle
poltrone
;
l
'
orchestra
poi
,
le
masse
corali
e
la
mise
en
scène
,
la
perfezione
assurda
.
Mai
non
s
'
era
udito
né
veduto
al
mondo
nulla
di
simile
.
Il
pubblico
filava
il
perfetto
amore
con
l
'
impresa
,
ma
l
'
impresa
,
da
femmina
,
cominciò
a
cambiare
le
carte
in
tavola
e
a
mutar
le
pedine
;
nella
compagnia
spuntarono
subito
i
pezzi
di
ricambio
,
gli
scenari
bellissimi
filarono
presto
in
America
con
i
vestiari
;
il
tenore
seguì
la
stessa
via
degli
scenari
,
il
direttore
d
'
orchestra
fuggì
con
la
moglie
d
'
un
ricco
negoziante
d
'
ombrelli
;
la
prima
donna
,
chiamata
telegraficamente
al
letto
di
morte
di
uno
dei
suoi
cento
padri
,
scomparve
senza
ritorno
;
il
baritono
per
uno
scivolone
avvenuto
appunto
nel
voler
cogliere
un
la
bemolle
che
non
c
'
è
scritto
passò
armi
e
bagagli
all
'
ospedale
;
Musetta
,
che
era
provvisoriamente
sua
moglie
,
ne
approfittò
per
scivolare
più
giú
;
il
basso
crepò
d
'
indigestione
;
orchestra
e
cori
furono
ingoiati
in
un
batter
d
'
occhio
dalle
leve
di
guerra
.
L
'
impresa
imperturbabile
ricorse
a
tutti
i
canili
del
regno
,
riempí
i
vuoti
e
sostituí
malamente
tutto
e
tutti
.
-
-
Non
rimase
più
altro
della
prima
recita
,
su
questa
zona
di
scambii
in
tumulto
che
il
gran
cappello
di
feltro
grigio
galleggiante
or
su
una
testa
ora
sull
'
altra
dei
diversi
Rodolfi
che
guaivano
per
turno
di
sera
in
sera
-
-
fin
che
l
'
ultimo
,
il
più
mingherlino
della
serie
,
fu
acciuffato
a
metà
della
romanza
dalle
guardie
,
e
schiaffato
in
carcere
per
diserzione
-
-
il
teatro
fu
chiuso
,
e
il
cappello
rimase
in
questura
appeso
a
un
chiodo
.
D
Un
altro
giorno
al
Costanzi
andò
in
scena
la
Butterfly
con
l
'
artista
Tamaki
Miura
,
una
vera
figlia
del
sole
di
levante
.
Dell
'
arte
giapponese
non
conoscevamo
sino
a
quel
giorno
che
alcuni
disegni
e
i
giunchi
delicati
dei
ginnasti
che
senza
prendere
la
rincorsa
spiccano
un
salto
leggero
e
sembrano
chiamati
dal
cielo
.
L
'
arte
impalpabile
dei
giapponesi
spazia
sospesa
come
un
profumo
ed
è
fatta
di
passaggi
segreti
e
impraticati
.
Arte
silenziosa
che
va
sempre
al
segno
,
anzi
lo
supera
occultamente
.
Le
frecce
volano
l
'
una
sulla
parabola
dell
'
altra
e
fan
dondolare
la
cima
di
un
fiore
:
ma
l
'
arciere
taciturno
porta
una
maschera
di
ferro
.
Impenetrabilità
di
quei
volti
!
L
'
anima
di
costoro
è
scesa
a
vivere
nelle
loro
membra
di
danzatori
e
di
lottatore
.
Mentre
noi
occidentali
pretendiamo
di
mirare
al
sodo
,
di
stare
al
positivo
e
come
San
Tommaso
vogliamo
toccare
tutto
con
mano
,
nella
puerile
illusione
di
acquistare
la
certezza
,
essi
non
toccano
mai
nulla
,
né
si
direbbe
che
abbiano
curiosità
o
sospetto
di
alcuna
cosa
:
tuttavia
sono
proprio
i
giapponesi
quelli
che
troveranno
il
pelo
nell
'
uovo
,
senza
rompere
'
il
guscio
.
E
se
un
giorno
vedremo
uno
dei
loro
camminare
sulle
acque
,
non
sarà
quello
un
miracolo
,
ma
l
'
ultimo
trionfo
di
una
tecnica
misteriosa
e
sublime
.
Stoicismo
e
impassibilità
sembrano
essere
la
loro
regola
.
Forse
la
morte
soltanto
può
strappare
a
costoro
un
singulto
.
Quando
cadranno
vinti
,
in
tuo
potere
e
vorrai
sollevare
i
veli
del
loro
segreto
eroico
,
chinandoti
a
scrutare
il
loro
volto
morente
,
tu
li
vedrai
,
questi
simulatori
già
volti
dal
letargo
ostentare
in
un
sorriso
accanito
la
loro
dentatura
animalesca
.
Ma
il
grido
gutturale
sfuggito
al
loro
petto
e
simile
a
quello
del
sordomuto
non
lo
potrai
dimenticare
mai
più
.
Calati
in
gran
numero
sul
teatro
come
avanguardie
del
pericolo
giallo
,
questi
figli
del
sole
suscitano
fra
il
nostro
pubblico
molta
curiosità
per
quella
loro
aria
appartata
di
jongleurs
in
vacanza
vestiti
provvisoriamente
all
'
europea
,
e
con
certi
tubini
neri
,
sotto
i
quali
sembrano
dormire
i
loro
occhi
di
pietra
tirati
col
filo
sulle
tempie
.
Come
loro
,
anche
noi
siamo
là
dentro
per
assistere
alla
recita
di
questa
straordinaria
Tamaki
Miura
.
Non
è
costei
una
delle
solite
prime
donne
ridondanti
,
esplicite
,
sbottonate
a
mezzo
il
petto
,
che
nel
trasporto
lirico
si
premono
il
cuore
a
due
mani
,
traboccano
e
dànno
lo
squillo
della
loro
voce
,
squassando
la
testa
come
campanelli
.
Questa
Butterfly
di
bruna
e
lucida
marca
giapponese
,
ha
gli
occhi
piantati
sulla
fronte
come
due
semi
di
mela
,
e
la
sua
bocca
sembra
fatta
per
stritolare
noci
e
strappare
la
corteccia
agli
alberi
.
Tamaki
Miura
,
risalendo
dalle
più
remote
origini
darwiniane
,
si
è
arrampicata
velocissima
fino
qui
alla
luce
delle
nostre
ribalte
.
Equivoca
,
perplessa
apparizione
su
una
scena
ormai
decaduta
e
deserta
.
Essa
ha
portato
con
sé
dall
'
oriente
estremo
e
mattiniero
,
certi
vestimenti
sfarzosi
e
delicati
entro
i
quali
si
muove
,
ondeggia
,
ravvolta
quietamente
,
come
un
pesce
nell
'
acqua
.
Si
muove
e
si
fa
trascinare
dal
flutto
sonoro
.
Le
sue
molli
e
biforcute
estremità
che
sembrano
lambire
il
fondo
di
un
golfo
marino
,
gonfiano
veli
di
sabbia
,
mentre
ella
s
'
ingolfa
e
canta
.
Gli
è
che
nel
cantare
Tamaki
Miura
danza
in
quel
suo
ritmo
obeso
e
inafferrabile
.
Non
è
a
dire
con
quanto
interesse
e
stupore
noi
studiamo
le
mosse
lente
e
mutevoli
di
questa
esotica
e
pingue
creatura
.
Con
un
tufo
a
nostra
volta
ci
immergiamo
per
gradi
nella
massa
liquida
della
musica
.
Palombari
impacciati
,
nello
scafandro
rimbalzando
adagio
e
rigirando
l
'
occhio
senz
'
anima
come
dei
grossi
mammiferi
tumefatti
,
cerchiamo
di
seguire
il
filo
pauroso
della
sua
voce
,
che
sgrana
volanti
colonne
di
bollicine
d
'
aria
e
giunge
a
noi
singolarmente
distinta
da
una
lontananza
antropologica
.
Fra
il
dondolio
monotono
,
l
'
altalena
e
gli
elastici
zig
zag
di
tutte
quelle
cose
lente
,
annegate
per
sempre
,
fugge
pasciuta
e
pigra
,
Tamaki
Nliura
,
né
mostra
darsi
pena
del
nostro
cauto
,
ostinato
inseguimento
;
anzi
,
quasi
per
gioco
,
sparisce
e
ricompare
,
preda
scintillante
e
alata
,
s
'
inoltra
fra
i
meandri
corallini
,
e
vuol
forse
condurci
a
rimorchio
,
presi
all
'
uncino
,
legati
alla
sua
voce
,
vuol
condurci
,
chissà
dove
,
a
Jokohama
?
Naiade
oleosa
e
pesante
,
piegasi
'
rovesciata
,
si
capovolge
piano
come
un
monumento
.
Con
un
grido
disperso
esala
la
rinchiusa
nostalgia
,
emerge
a
poco
a
poco
;
e
mentre
intorno
a
lei
stillano
,
tremuli
nell
'
aria
,
i
lacrimosi
rubini
del
suo
fuoco
subacqueo
,
fa
inchini
gravi
,
parlamentando
melodiosamente
fra
la
spuma
dei
violini
,
in
quel
suo
gergo
rinfrescato
e
fluttuante
che
sa
di
sale
e
di
vento
.
Ma
ecco
un
'
ombra
gigantesca
strisciare
sul
fondo
panoramico
del
mare
e
in
alto
,
controluce
,
farsi
innanzi
la
chiglia
buia
,
enorme
di
una
corazzata
americana
.
Come
a
una
gran
bordata
della
nave
,
corre
l
'
ondata
istrumentale
di
Giacomo
Puccini
,
sopra
Tamaki
,
la
ghermisce
,
la
copre
tutta
,
e
se
la
porta
via
.
Povera
Butterfly
,
ferita
,
sanguinante
,
inabissata
.
Affievoliscono
man
mano
i
suoi
lamenti
problematici
e
il
silenzio
di
quella
solitudine
ci
sembra
allora
più
che
mai
profondamente
vigilato
dalla
platea
supina
e
dal
proteso
loggione
.
Il
velario
si
chiude
-
-
la
recita
finisce
quasi
improvvisamente
.
Intorno
a
noi
il
pubblico
caduto
in
un
originale
dormiveglia
sembra
rimasticare
ancora
i
grumi
della
musica
.
Avvinti
al
fascino
postumo
di
questa
rappresentazione
,
ci
leviamo
a
fatica
e
avviamo
i
nostri
passi
verso
il
palcoscenico
decisi
ad
affrontare
l
'
artista
degli
antipodi
.
Traversiamo
la
scena
fra
gente
d
'
ogni
risma
che
grida
e
lavora
di
sgombero
,
e
raggiungiamo
il
camerino
della
prima
donna
.
Tamaki
Miura
è
là
,
seduta
dinanzi
alla
toilette
,
avvolta
in
un
kimono
verde
mare
,
intenta
a
strofinarsi
con
un
asciugamano
la
faccia
tonda
che
assume
una
espressione
chiusa
e
fonda
di
sonno
al
cloroformio
.
Mentre
le
annunciamo
il
nostro
nome
e
la
nostra
qualità
di
critici
inquirenti
i
suoi
occhi
si
aprono
ed
incontrano
nello
specchio
il
nostro
sguardo
chiaro
che
arde
di
curiosità
.
E
Nei
tempi
successivi
alla
guerra
lo
spirito
'
e
il
genio
di
razza
sostennero
le
battaglie
più
dure
e
disperate
.
Si
sarebbe
detto
che
la
vecchia
civiltà
d
'
Europa
non
si
trovasse
più
a
possedere
che
un
patrimonio
ingombrante
di
pregiudizii
e
uno
stock
di
formule
improvvisate
e
sterili
.
L
'
intelligenza
,
il
buon
gusto
e
il
buon
senso
eran
costretti
a
incassare
colpi
su
colpi
.
La
guerra
organizzò
il
disordine
in
tutti
i
paesi
;
da
noi
fu
come
una
bastonata
all
'
ultima
lucerna
che
illuminava
debolmente
la
nostra
vita
intellettuale
.
Rimanemmo
al
buio
.
Si
sa
che
dell
'
oscurità
approfittano
i
ladri
,
i
topi
e
tutti
quei
che
sentono
odor
di
formaggio
.
Fu
allora
che
buttati
sulla
terra
nuda
,
col
fucile
spianato
,
spiando
come
dei
comitagi
le
tenebre
,
noi
cominciammo
a
sparare
qua
e
là
,
su
coloro
che
alla
chetichella
cercavano
di
scavalcare
i
ranghi
.
Giacomo
Puccini
che
era
in
uno
dei
periodi
della
sua
laboriosa
inquietudine
si
mise
a
seguire
la
nostra
azione
con
benevolo
interesse
.
Anch
'
egli
,
sempre
insidiato
,
teneva
a
fatica
il
suo
posto
,
il
grande
posto
che
gli
compe
te
nella
storia
del
teatro
lirico
italiano
-
-
lo
si
accusava
di
non
esser
né
Wagner
né
Verdi
.
O
,
guarda
la
ipocrisia
degli
anonimi
.
Come
se
i
colossi
fossero
roba
di
tutti
i
giorni
,
e
una
montagna
dinanzi
alla
finestra
ci
volesse
ogni
mattina
,
per
far
piacere
a
chi
si
mette
al
davanzale
.
L
'
essere
italiani
costituisce
già
di
per
sé
una
fatica
non
indifferente
-
-
figurarsi
il
logorio
di
Puccini
che
italiano
lo
era
dieci
volte
.
Quando
si
tratta
di
spacciare
delle
sciocchezze
,
da
noi
,
tutti
si
fanno
avanti
generosamente
e
tutti
sono
splendidi
.
Parlando
di
Puccini
i
mangiatori
di
ipofosfiti
si
compromisero
sino
al
ridicolo
;
intorno
a
lui
le
più
stupide
leggende
circolarono
senza
firma
.
Ce
n
'
era
da
farlo
cader
malato
di
malinconia
.
Bisognò
che
morisse
e
che
i
birboni
si
tirassero
un
po
'
da
un
lato
,
per
rimettere
sensibilmente
in
equilibrio
la
bilancia
.
Egli
aveva
sacrosantamente
ragione
di
vivere
in
campagna
e
di
prendere
a
fucilate
le
anatre
di
Torre
del
Lago
.
Puccini
possedeva
quella
che
si
vuol
chiamare
la
tecnica
,
ma
non
ne
era
posseduto
.
Seguiva
con
attento
interesse
ogni
atteggiamento
nuovo
,
assorbiva
ogni
specie
di
novità
dell
'
arte
,
ma
nel
suo
sangue
agiva
il
contro
veleno
e
nella
sua
testa
funzionava
egregiamente
il
mangiafumo
.
Senza
agitarsi
,
egli
contemplava
,
dalla
sua
poltrona
,
la
grottesca
vicenda
delle
tenzoni
teoretiche
,
ben
sapendo
che
a
battersi
a
colpi
di
tecnica
non
si
conclude
un
'
acca
.
C
'
è
un
argomento
sfatato
,
un
ambiente
sciupato
,
un
luogo
comune
,
una
cifra
particolarmente
cara
ai
compositori
italiani
,
quella
del
fiorentinismo
medioevale
-
-
roba
da
inglesi
,
altrettanto
falsa
in
rapporto
a
Giotto
che
a
Paoli
il
trattore
.
-
-
Quasi
tutti
i
musicisti
hanno
tentato
il
colpo
,
e
partendo
dal
luogo
comune
sono
arrivati
puntualmente
allo
zero
.
-
-
Puccini
riprende
quella
cifra
abusata
e
ne
fa
un
capolavoro
.
Abbiamo
potuto
assistere
,
dieci
anni
fa
,
al
banchetto
che
si
diede
in
Roma
al
Grand
Hotel
in
onore
di
Puccini
dopo
il
trionfo
del
Gianni
Schicchi
.
Il
celebre
operista
sedeva
tra
due
uomini
di
stato
:
due
ministri
.
-
-
Si
mangiò
'
e
si
bevve
in
centocinquanta
con
il
naso
sopra
dei
bellissimi
cespi
di
rose
che
sembravano
essere
sbocciate
d
'
incanto
sulla
tovaglia
dinanzi
ad
ogni
commensale
.
Piatti
,
cucchiai
,
forchette
,
bicchieri
e
violini
facevano
insieme
una
musica
ordinata
e
dolce
nel
salone
riscaldato
del
Grand
Hotel
.
Ma
venne
l
'
ora
dei
discorsi
e
tutti
si
voltarono
attenti
come
al
passaggio
della
Cometa
.
Il
Ministro
della
Pubblica
Istruzione
posò
il
tovagliolo
,
si
levò
solennemente
,
cominciò
ad
allargare
le
frasi
con
un
gesto
avvocatesco
delle
braccia
;
ma
aveva
un
bel
tuonare
,
corrugato
:
ci
parve
che
in
vita
sua
l
'
omaccione
di
Governo
non
avesse
mai
ascoltato
una
nota
di
musica
;
il
suo
,
era
un
vero
parlare
arabo
.
La
squillante
voce
del
Ministro
della
Pubblica
Istruzione
arrestò
il
servizio
e
sconvolse
profondamente
il
capocameriere
.
Poi
si
fece
innanzi
un
cronista
borioso
e
ricciuto
come
il
re
dei
mori
che
finì
,
con
un
ottimismo
tutto
meridionale
,
per
concedere
a
Puccini
il
permesso
di
sedere
alla
stessa
tavola
insieme
a
ministri
e
a
giornalisti
come
lui
.
Non
si
era
ancora
chetato
il
cronista
quando
in
mezzo
alla
sala
si
precipitò
l
'
impresario
.
-
-
Apriti
cielo
;
che
strilli
,
che
sproloquio
,
che
storpiatura
!
-
-
La
lingua
cominciò
a
girargli
in
bocca
come
un
succhiello
che
stia
bucando
una
cassa
forte
;
si
accompagnava
nella
foga
del
dire
con
le
mani
,
agitandole
intorno
alla
propria
faccia
come
se
volesse
schiaffeggiarsi
,
così
furiosamente
,
ma
senza
decidersi
a
farlo
.
L
'
autore
di
Gianni
Schicchi
,
ascoltando
,
sembrava
in
preda
a
una
commozione
amara
-
-
pensava
forse
alla
propria
casa
,
al
proprio
lavoro
.
-
-
I
suoi
occhi
posati
con
malinconica
considerazione
sui
personaggi
incredibili
che
gli
stavano
intorno
,
parevano
dire
:
troppo
tardi
,
signori
.
-
-
Voi
volate
sempre
in
soccorso
del
vincitore
.
Oggi
gli
onori
che
l
'
Italia
rende
al
suo
genio
cominciano
ad
assumere
un
tono
alto
,
sincero
e
magnifico
.
-
-
Disgraziatamente
Puccini
che
fu
il
musicista
più
fortunato
dei
nostri
tempi
,
non
c
'
è
più
.
Sopra
le
ultime
pagine
della
sua
ultima
opera
il
cuore
di
Puccini
,
quel
cuore
tenero
e
virile
cominciò
a
rallentare
,
mentre
il
capo
del
caro
ed
alto
amico
ripiegava
su
di
un
lato
.
La
sua
commemorazione
fu
cosa
indimenticabile
.
Un
gran
colpo
di
timpano
fu
il
segnale
solenne
del
raccoglimento
.
Apparve
allora
sulla
scena
la
sua
effigie
.
Silenzio
.
Quel
volto
immobile
e
dolce
che
si
dissolveva
adagio
in
un
raggio
di
paradiso
sembrava
dire
ancora
una
volta
alla
platea
allibita
:
troppo
tardi
,
signori
.
XII
Commiato
L
'
Arte
è
sempre
in
regola
con
il
passato
e
tuttavia
in
perfetto
orario
con
l
'
avvenire
.
All
'
alba
del
dí
,
spinta
oltre
dal
suo
alacre
travaglio
di
esplorazione
essa
è
già
fuori
all
'
avanguardia
.
Dietro
di
lei
il
mondo
di
ieri
annaspa
nella
notte
,
decade
,
si
capovolge
e
scompare
maledicendo
agli
antipodi
.
Essendo
l
'
Arte
,
nel
suo
compito
fortunato
di
rinascere
e
di
rinnovarsi
,
cosa
febbrile
e
distruttiva
,
l
'
odio
,
il
sospetto
,
l
'
antipatia
,
il
biasimo
,
la
colgono
sulla
strada
,
e
tutto
vale
come
arma
d
'
offesa
per
la
razza
refrattaria
e
formicolante
che
s
'
informa
a
tentoni
e
blatera
nel
suo
buio
dormitorio
di
morale
e
di
salute
.
È
difficile
assai
di
fare
comprendere
a
questi
così
detti
benpensanti
che
,
per
esempio
,
si
può
essere
buoni
padri
di
famiglia
,
ma
l
'
arte
è
un
'
altra
cosa
.
Se
poi
ti
affanni
a
parlare
di
idee
nuove
,
di
forze
giovani
,
di
tendenze
moderne
,
vedrai
una
parte
,
la
più
rispettabile
del
pubblico
,
infischiarsene
,
in
un
modo
che
non
potrebbe
essere
più
fatale
,
e
l
'
altra
volgersi
appena
per
fiutarli
,
così
obliquamente
come
fa
la
vacca
quando
annusa
il
vitello
morto
.
VII
Niccolò
Paganini
Amò
le
donne
,
la
gloria
,
il
denaro
,
ma
il
suo
vero
amore
fu
soltanto
quello
per
il
suo
istrumento
.
«
Il
violino
che
ha
un
'
anima
che
pensa
»
.
Nei
primordi
della
sua
carriera
una
voce
a
Milano
lo
saluta
grande
pagliaccio
del
violino
«
quando
farà
meno
caricature
sul
suo
strumento
...
»
aggiungeva
il
critico
meneghino
.
In
quel
torno
di
tempo
Paganini
profittava
di
ogni
cadenza
per
imitar
sul
violino
le
voci
dell
'
asino
,
del
cane
e
del
gallo
,
la
voce
degli
uccelli
,
il
suono
delle
trombe
,
dei
corni
e
dei
tamburi
.
Fu
chiamato
«
giacobino
genovese
Paganini
»
e
accusato
di
non
avere
«
né
criterio
né
giudizio
musicale
»
.
Preda
,
ancor
giovane
,
di
terribili
mali
fisici
,
tormentato
dalla
necessità
,
e
da
continuo
desiderio
d
'
amore
,
inseguito
dalla
calunnia
,
romanticamente
insaziato
e
insaziabile
,
vero
figlio
del
tempo
in
cui
visse
,
Paganini
,
trascinò
,
si
può
dire
,
dietro
di
sé
tutto
un
secolo
,
e
il
romanticismo
nacque
proprio
da
lui
.
Vero
personaggio
di
Hoffmann
.
Schubert
dopo
averlo
ascoltato
scrisse
a
un
amico
:
«
ho
sentito
cantare
un
angelo
»
.
«
Bisogna
fortemente
sentire
per
far
sentire
»
,
diceva
questo
italiano
.
Istrione
,
alfiere
dell
'
imponderabile
.
Egli
voleva
soltanto
il
«
sicuro
»
effetto
sul
pubblico
.
Come
Tartini
scrisse
Il
trillo
del
diavolo
,
egli
scrisse
,
Le
streghe
.
Come
è
risaputo
Paganini
fu
anche
un
prodigioso
suonatore
di
chitarra
.
Per
due
lustri
dura
il
brillare
splendente
di
quest
'
uomo
cometa
sul
cielo
europeo
.
Poi
in
coda
a
tante
lotte
,
avventure
e
trionfi
,
la
sua
fine
segnò
nelle
onde
vermiglie
di
rivoluzioni
e
di
guerre
,
una
traccia
di
spietata
solitudine
.
E
caduto
che
fu
,
l
'
ostilità
umana
si
scatenò
sul
suo
corpo
di
gigante
immobile
.
Le
spoglie
di
Paganini
peregrinarono
accolte
in
deposito
e
cacciate
da
pietosi
asili
.
Una
odissea
funeraria
trascinava
qua
e
là
la
sua
cassa
.
È
noto
che
il
vescovo
di
Nizza
,
dove
Paganini
si
spense
,
negò
il
riposo
in
terra
benedetta
e
il
rito
ecclesiastico
alla
salma
,
essendo
egli
morto
,
non
ostante
le
esortazioni
del
parroco
,
senza
conforti
religiosi
.
Paganini
aveva
promesso
di
scrivere
su
di
un
'
ardesia
,
perché
afono
,
non
poteva
più
parlare
,
la
propria
«
confessione
»
.
Masi
ridusse
a
morte
repentina
,
senza
adempire
la
promessa
.
Dopo
lunga
e
crudele
peregrinazione
,
la
sfortunata
salma
del
grande
violinista
,
imbalsamata
conservata
col
metodo
tranchiniano
,
trovò
riparo
nella
Villa
di
Gaione
in
quel
di
Parma
.
Avendo
i
giudici
ecclesiastici
annullato
la
sentenza
del
vescovo
di
Nizza
.
Il
figlio
Achille
pensò
di
trasferire
le
spoglie
paterne
dalla
villa
stessa
,
al
cimitero
di
Parma
.
Un
testimone
oculare
,
tuttora
vivente
,
Abramo
Germoni
,
chierichetto
,
allora
,
di
Gaione
,
ha
narrato
che
il
funebre
corteo
,
sul
far
della
sera
(
era
l
'
autunno
,
pioveva
;
la
notte
era
caduta
innanzi
tempo
)
,
si
mosse
dalla
parrocchiale
preceduto
dal
Germoni
come
crocifero
,
e
dall
'
arciprete
Don
Pettenati
.
Alla
bara
si
avvicendavano
sedici
portatori
ai
quali
era
rischiarata
la
via
da
alcuni
lampioni
portatili
.
Percorrendo
l
'
argine
destro
del
torrente
Baganza
,
fra
lo
stupore
dei
rari
passanti
,
per
l
'
insolito
spettacolo
,
il
corteo
giunse
a
notte
fonda
dinanzi
ai
cancelli
aperti
della
«
Villetta
»
che
è
il
camposanto
parmense
.
Sovente
,
quand
'
ero
ancora
un
ragazzo
,
vedevo
sovente
,
a
Parma
,
il
Barone
Achille
Paganini
,
e
l
'
ho
anche
conosciuto
di
persona
;
un
signore
molto
vecchio
,
ma
robusto
e
dritto
nella
persona
-
-
gentiluomo
campagnolo
-
-
figura
appartata
e
singolare
,
e
andava
sempre
solo
.
Ma
nei
giorni
di
mercato
s
'
aggirava
vestito
all
'
inglese
,
fra
la
calca
degli
opulenti
villani
,
e
trafficanti
della
provincia
.
Egli
rassomigliava
fatidicamente
a
Niccolò
Paganini
,
d
'
una
rassomiglianza
intermittente
fugace
,
come
un
colpo
di
febbre
una
fiamma
gli
fissava
i
tratti
,
era
l
'
identità
-
-
poi
tutto
scompariva
in
un
baleno
-
-
e
mi
ricordo
d
'
averlo
osservato
in
quel
suo
atteggiamento
furtivo
,
muover
gesti
e
passi
perduti
,
mentre
le
sue
pupille
sfolgoravano
selvaggiamente
,
come
quelle
d
'
un
perseguitato
.
Era
suo
figlio
.
IX
..
Cremona
c
'
ero
stato
da
ragazzo
,
vale
a
dire
nel
secolo
scorso
.
Non
ho
ricordi
di
quel
viaggio
e
di
quella
visita
;
ma
so
d
'
un
desiderio
assurdo
che
mi
venne
fin
dall
'
arrivo
'
a
Cremona
:
avrei
voluto
esserci
nato
.
Troppo
tardi
,
non
è
vero
?
Sissignori
.
Pestavo
i
piedi
,
m
'
impuntavo
,
e
ne
chiedevo
ragione
con
gran
petulanza
al
mio
papà
che
mi
ci
aveva
portato
,
e
non
sapeva
rispondermi
-
-
insomma
la
gita
finí
in
una
arrabbiatura
.
Lui
mi
teneva
per
mano
e
non
gli
parlavo
più
,
e
non
guardavo
più
niente
.
E
qui
ecco
che
ritroviamo
le
traccie
del
mio
carattere
,
delizioso
e
insopportabile
.
Per
me
Cremona
vista
tra
il
corruccio
,
le
lagrime
e
il
rimpianto
di
non
esserci
nato
era
la
capitale
del
lattemiele
e
dei
cialdoni
.
Adesso
dopo
quarantacinque
anni
la
rivedo
e
la
riconosco
molte
opere
nuove
e
importanti
sono
cresciute
dentro
e
intorno
a
Cremona
,
molti
luoghi
sono
cambiati
,
tuttavia
il
suo
naturale
equilibrio
e
il
suo
tono
posato
è
sempre
quello
di
prima
.
Una
città
estremamente
ordinata
,
comoda
,
senza
difetti
.
Non
ci
manca
nulla
,
e
tutto
è
in
armonia
.
Belle
botteghe
,
palazzi
tranquilli
,
case
ricche
,
strade
pulite
,
buoni
alberghi
gente
buona
,
facce
contente
-
-
e
il
centro
,
dove
l
'
antico
,
illustre
,
e
il
moderno
ben
costruito
e
spazioso
,
si
toccano
tranquillamente
,
è
il
più
solido
e
caro
luogo
del
mondo
-
-
con
un
bel
giardino
pubblico
che
una
pioggia
dolce
bagna
,
fa
brillare
e
inzuppa
di
silenzio
.
Salvo
una
breve
parentesi
(
14991509
)
in
cui
la
città
appartenne
a
Venezia
,
Cremona
'
seguí
in
genere
le
sorti
di
Milano
-
-
sia
all
'
epoca
del
Risorgimento
come
in
quella
fascista
,
e
fu
un
ardente
focolaio
di
vita
politica
e
patriottica
.
In
ogni
tempo
fu
centro
di
studi
e
vi
furono
tenute
in
grande
onore
le
armi
e
tuttavia
è
città
noci
molto
nota
.
È
celebre
la
scuola
di
pittura
cremonese
dal
quindicesimo
e
sedicesimo
secolo
-
-
più
tardi
fu
la
patria
dei
celebri
liutai
Stradivari
,
Guarnieri
,
Amati
e
Bergonzi
e
dei
musicisti
Claudio
Monteverdi
,
e
Ponchielli
.
Direi
che
è
già
molto
per
una
città
di
provincia
.
Ma
non
basta
:
Giuseppe
Cesari
,
il
compianto
musicologo
e
critico
del
«
Corriere
della
Sera
»
,
mio
amico
e
collega
di
studi
musicali
al
Conservatorio
di
Monaco
di
Baviera
,
dal
quale
siamo
usciti
laureati
e
maestri
di
musica
ambedue
nello
stesso
giorno
,
era
anche
lui
di
Cremona
.
Nel
centro
di
Cremona
sorge
il
Torrazzo
,
o
torre
campanaria
,
meraviglia
e
simbolo
della
città
lombarda
.
È
un
superbo
campanile
gotico
.
Il
più
alto
d
'
Italia
.
Il
Torrazzo
ha
figliato
il
Torrone
,
squisito
mastice
commestibile
(
per
chi
ha
buoni
denti
)
conosciuto
in
tutto
il
mondo
civile
.
Ma
a
Cremona
c
'
è
anche
l
'
insuperabile
mostarda
,
denso
intruglio
di
frutta
cotta
e
di
senape
eccellente
durante
le
cene
d
'
inverno
con
il
cappone
o
il
tacchino
lesso
,
oppure
col
manzo
o
il
cotechino
.
Ne
van
pazzi
i
nonni
e
i
ragazzi
.
A
tavola
,
in
cucina
,
magari
,
la
mostarda
domestica
riscalda
la
bocca
,
le
budella
e
il
cervello
,
come
fa
l
'
alcool
.
Dà
dell
'
allegria
e
dello
slancio
familiare
a
questi
simposi
di
stretto
parentado
e
diffonde
per
tutto
l
'
essere
un
'
euforia
feerica
da
cenone
di
Natale
.
Com
'
è
uso
vecchio
e
tenace
di
tutte
le
piacevoli
città
della
bassa
:
Cremona
,
Piacenza
,
Parma
e
soprattutto
Mantova
,
che
son
piene
di
buone
cose
da
mangiare
,
e
hanno
il
culto
della
tavola
.
Dopo
,
viene
il
teatro
,
l
'
opera
e
il
Trovatore
di
Verdi
,
col
quale
la
mostarda
di
Cremona
ha
in
certa
maniera
molti
punti
di
contatto
lirico
.
Ed
eccoci
finalmente
arrivati
alla
musica
,
ragione
non
ostante
tutte
della
nostra
venuta
qui
.
«
Inaugurazione
solenne
del
nuovo
organo
,
e
concerto
nella
cattedrale
alla
presenza
di
S
.
M
.
la
Regina
Imperatrice
»
.
Imbandierata
fino
ai
tetti
,
lieta
e
calma
sotto
la
pioggia
,
con
tutta
la
popolazione
schierata
onestamente
lungo
la
strada
(
cittadini
e
campagnoli
che
volevano
vedere
la
Sovrana
)
,
Cremona
aveva
un
aspetto
festoso
,
composto
:
veramente
di
farsi
onore
.
Quando
la
macchina
della
Regina
spuntò
,
passò
un
fremito
su
tutta
la
folla
,
e
un
grido
corse
e
si
propagò
,
grido
della
folla
alla
folla
,
da
un
capo
all
'
altro
del
percorso
:
«
chiudete
gli
ombrelli
»
.
Era
come
dire
,
scopritevi
dinanzi
a
Elena
di
Savoia
,
e
aver
le
mani
libere
per
applaudire
.
L
'
automobile
reale
che
procedeva
a
passo
d
'
uomo
veniva
continuamente
circondata
,
le
donne
e
le
bambine
le
prime
,
in
un
impeto
d
'
amore
popolare
davvero
commovente
.
Guardie
di
città
e
militi
avevan
non
poco
da
fare
per
aprire
colle
buone
la
strada
alla
Regina
,
la
quale
dietro
il
cristallo
sorrideva
e
inchinava
gentilmente
il
capo
a
tutti
,
incontrando
gli
occhi
negli
occhi
,
la
fedeltà
incantata
e
gloriosa
delle
popolane
venute
a
ringraziarla
.
Accoglienze
e
risposta
così
felice
e
sincera
,
non
l
'
ho
vista
mai
invita
mia
.
Un
incontro
,
e
una
giornata
fu
questa
che
resterà
a
lungo
nella
memoria
di
questa
ritrosa
e
degnissima
città
.
Dopo
il
concerto
in
Chiesa
,
ebbe
luogo
la
chiusura
della
Mostra
,
che
credevo
Stradivariana
,
e
invece
era
quella
dell
'
Ottocento
,
promossa
dagli
antiquari
.
La
Mostra
Stradivariana
purtroppo
era
chiusa
da
un
pezzo
:
ero
venuto
apposta
a
Cremona
dove
non
c
'
era
più
neanche
un
violino
da
vedere
.
Tutti
gli
istrumenti
preziosi
avevano
preso
il
volo
.
Andai
al
Museo
dove
c
'
è
una
vetrina
con
gli
arnesi
della
bottega
di
Stradivari
.
Allora
cercai
qualche
altro
.
La
casa
di
Stradivari
era
stata
demolita
dal
tempo
dei
tempi
,
la
chiesa
dove
c
'
era
la
sua
tomba
anch
'
essa
era
scomparsa
,
e
demolita
era
pure
la
tomba
,
dalla
quale
nel
momento
di
scoperchiarla
venne
alla
luce
in
tutto
soltanto
un
teschio
,
che
un
ladro
sconosciuto
afferrò
e
scappò
via
,
né
venne
più
rintracciato
.
Strano
destino
di
quest
'
uomo
leggendario
del
quale
ormai
si
sa
soltanto
che
aveva
un
gran
naso
:
pare
di
sì
,
un
gran
naso
.
X
..
Il
Melodramma
italiano
è
un
'
opera
d
'
arte
tutta
speciale
,
costruita
sul
ciglio
d
'
un
abisso
di
ridicolo
,
ci
si
sostiene
a
forza
di
genio
.
Da
un
secolo
,
questo
equilibrio
prodigioso
si
verifica
.
È
qualcosa
come
del
combustibile
:
s
'
accende
per
confricazione
fra
ribalta
e
platea
,
fra
un
tenore
e
il
loggione
.
D
'
effetto
vivo
ed
immediato
il
Melodramma
è
fatto
di
quella
musica
che
si
chiama
da
Stendhal
fino
ai
nostri
giorni
la
musica
fisica
:
categoria
nella
quale
primeggiano
Rossini
,
Donizetti
e
Verdi
.
In
un
certo
senso
e
durante
un
certo
periodo
,
per
un
popolo
come
il
nostro
il
Melodramma
è
stato
per
così
dire
la
«
Macchina
infernale
»
.
I
piccoli
teatri
di
una
volta
eran
se
si
può
dire
delle
rosticcerie
del
sentimento
pubblico
.
Un
podio
da
saltimbanchi
,
quattro
lumi
a
petrolio
,
e
qualche
testa
da
morto
bastavano
all
'
uopo
.
Fra
il
pubblico
e
gli
artisti
in
un
lampo
s
'
avverava
il
contatto
:
ed
eran
gridi
,
abbracci
,
fischi
,
baci
e
coltellate
.
Oggi
il
Melodramma
vive
i
suoi
tardi
giorni
,
pieno
d
'
acciacchi
-
-
ma
vive
ancora
:
crudo
,
concreto
,
atavico
-
-
così
com
'
è
,
e
come
è
sempre
stato
.
Sarà
certo
meno
antico
del
Colosseo
per
esempio
o
della
Torre
di
Pisa
,
ma
è
più
vecchio
,
infinitamente
più
vecchio
.
Dicono
,
il
Melodramma
sta
per
morire
tira
le
cuoia
tal
quale
Don
Chisciotte
.
La
macchina
infernale
non
funziona
più
:
non
dà
fuori
più
altro
che
orina
e
fetore
.
Nel
calore
dei
termosifoni
e
dei
ceri
che
bruciano
intorno
al
catafalco
del
Melodramma
,
crebbe
continuamente
e
aumenterà
l
'
ansia
funebre
e
l
'
attenzione
del
pubblico
.
Oggi
che
il
nostro
teatro
è
diventato
un
arsenale
da
rimpinzare
per
dar
corpulenza
allo
spettacolo
,
una
palestra
,
un
'
arena
,
un
«
cantiere
del
fare
e
disfare
»
.
Oggi
che
bisogna
gonfiare
le
gote
,
puntare
i
piedi
,
forzare
la
voce
,
in
mezzo
a
un
orribile
,
agitato
e
costoso
meccanismo
scenico
,
che
entra
in
campo
con
tutto
il
suo
legname
,
i
suoi
chiodi
,
le
sue
martellate
,
i
suoi
impianti
idraulici
,
i
suoi
ascensori
i
giganti
,
e
i
suoi
trabocchetti
che
fumano
a
nubi
di
acre
vapore
,
invadendo
di
starnuti
l
'
ambiente
.
Quest
'
opere
eran
scritte
con
una
verve
inimitabile
,
con
una
abilità
grandiosa
e
meticolosa
ad
un
tempo
-
-
i
punti
di
ricamo
,
le
pitture
,
i
colori
,
i
lustrini
preziosi
,
le
cadenze
fuori
uso
formavano
un
insieme
d
'
apparenze
straordinarie
e
irresistibili
-
-
i
vezzi
originali
del
Melodramma
fan
presto
a
diventare
vizi
abbominevoli
,
le
qualità
giovanili
a
diventar
difetti
.
«
Effetti
della
metempsicosi
»
che
fa
girare
il
mondo
,
vediamo
coi
nostri
occhi
il
rovescio
della
medaglia
.
L
'
opera
diventò
tutta
una
rete
d
'
inganni
e
di
disinganni
,
una
congerie
di
trucchi
-
-
l
'
ispirazione
innegabile
,
la
stessa
sincerità
si
misero
a
guardar
storto
,
e
ti
sembrò
sospetta
.
Erano
opere
che
ormai
facevan
paura
queste
dell
'
Ottocento
:
c
'
eran
delle
toppe
logore
e
delle
nudità
commoventi
.
Carne
ce
n
'
era
ancora
sotto
:
e
sangue
lento
che
tremava
di
morire
.
Si
tratta
di
coglier
l
'
opera
sull
'
ultimo
guizzo
vitale
e
di
scaldarla
col
fiato
.
Così
l
'
un
dopo
l
'
altro
caddero
i
melodrammi
del
glorioso
Ottocento
.
-
-
Non
tutti
però
-
-
anzi
alcuni
di
Verdi
rinacquero
come
l
'
araba
fenice
dalle
proprie
ceneri
.
XI
Trovatore
Così
in
questo
Trovatore
,
Eleonora
,
Manrico
,
Azucena
,
Il
conte
di
Luna
,
e
persino
Ferrando
(
il
basso
)
,
sono
i
sacripanti
immortali
di
un
palcoscenico
eterno
,
del
quale
Verdi
ha
gettato
le
basi
,
eretto
l
'
arco
,
e
acceso
le
luci
miracolose
,
d
'
un
gesto
solo
,
d
'
un
gesto
onnipotente
.
Nel
Trovatore
non
si
riesce
a
scoprire
la
molla
e
gli
ingranaggi
primi
del
movimento
sorprendentissimo
che
lo
anima
tutto
e
lo
fa
vibrare
come
un
battello
in
partenza
.
Ecco
dunque
che
cantare
,
qualunque
sia
la
parte
,
in
quest
'
opera
che
sta
in
bilico
sopra
un
abisso
,
è
cosa
pericolosa
,
anzi
quasi
altrettanto
mortale
come
il
gioco
della
«
corrida
»
.
Ci
vogliono
l
'
occhio
,
o
l
'
orecchio
,
la
sveltezza
,
il
fiato
,
e
il
coraggio
di
un
toreador
.
Chi
sbaglia
la
mira
d
'
un
pelo
,
crolla
sotto
le
cornate
del
pubblico
,
e
non
si
rialza
mai
più
.
Quando
Verdi
ha
per
le
mani
dei
soldati
o
degli
armigeri
soltanto
li
tratta
con
gran
conoscenza
del
loro
fiero
mestiere
,
e
ne
fa
degli
animosi
coristi
:
e
viceversa
,
che
è
quel
che
conta
.
Si
può
dire
che
attraverso
i
cori
soldateschi
delle
sue
opere
egli
abbia
contribuito
a
formare
,
ottant
'
anni
fa
,
il
giovane
esercito
italiano
,
in
quel
suo
caratteristico
aspetto
,
movimento
e
ardore
che
ancora
oggi
vale
.
Caserme
,
bivacchi
,
corpo
di
guardia
,
schieramento
,
sfilate
,
scaramucce
,
baldorie
e
battaglie
hanno
un
calore
popolaresco
,
un
piglio
,
un
tono
crudo
ma
cordiale
,
un
'
allegria
robusta
e
franca
,
e
una
naturalezza
generosa
e
poetica
particolarmente
nazionale
.
Densa
e
straordinaria
è
,
per
esempio
,
la
prima
scena
soldatesca
nell
'
opera
il
Trovatore
.
Dal
punto
di
vista
musicale
è
un
vero
primo
tempo
di
sinfonia
,
perfetto
:
d
'
un
risalto
e
colore
teatrale
,
strepitosi
e
bui
insieme
.
Il
Trovatore
si
fa
tutto
al
disopra
del
libretto
,
per
evaporazione
lirica
.
Il
canto
scavalca
il
testo
,
lo
espelle
,
lo
distrugge
:
la
musica
fa
il
dramma
da
sé
sola
.
La
vicenda
,
trae
tutta
la
sua
virulenza
dal
ritmo
,
e
non
si
può
raccontarla
,
o
spiegarla
per
mezzo
di
parole
,
mentre
si
capisce
in
un
lampo
attraverso
l
'
esecuzione
sonora
.
Il
barocco
libretto
non
è
che
l
'
elemento
occasionale
che
provoca
l
'
esplosione
,
e
dietro
quella
ricade
annientato
(
dispersione
confusa
di
rime
,
sillabe
e
balbettamenti
)
e
scompare
senza
traccia
per
sempre
.
Poi
,
quel
che
è
stato
è
stato
:
il
libretto
non
esiste
più
.
Ma
c
'
è
l
'
opera
viva
,
immortale
.
Quest
'
opera
è
divisa
con
magistrale
rigore
,
in
quadri
,
in
scene
,
in
atti
isolati
e
contrastanti
-
-
staccati
e
definiti
in
modo
irreparabile
-
-
ognuna
di
queste
parti
,
organismo
bloccato
,
fa
corpo
totale
,
ermeticamente
chiuso
in
suoni
,
voci
,
movimenti
e
portentosi
silenzi
.
Ogni
parte
del
Trovatore
è
un
quadro
senza
cornice
,
nella
sua
luce
di
rogo
,
o
di
luna
,
o
di
fucina
,
o
di
crepuscolo
,
o
di
prigione
.
Visione
fonda
improvvisa
,
e
d
'
una
evidenza
surreale
.
Opera
dove
tutto
è
diretto
alfine
immediato
dell
'
effetto
:
senza
preparazioni
,
preludi
,
introduzioni
,
interludi
senza
ricorsi
tematici
,
o
commenti
orchestrali
,
e
senza
rallentare
di
danze
,
o
indugi
,
e
diffusioni
di
coreografie
.
È
il
teatro
dei
suoni
in
atto
:
la
musica
piroetta
e
si
proietta
in
fatti
.
Fatti
sonori
:
d
'
una
intensità
e
interesse
che
colpisce
,
centra
e
sconvolge
ogni
ingenua
immaginazione
.
E
come
si
attacca
la
materia
amorosa
,
e
fa
presa
,
e
morde
tesa
,
e
feconda
.
Intermediari
,
cultori
,
dottori
dello
stile
,
contrappuntisti
,
storici
,
controllori
analisti
,
sprecan
tempo
e
fatica
su
quest
'
opera
che
non
si
lascia
legare
,
né
sta
ferma
sul
tavolo
anatomico
.
Col
Trovatore
la
scienza
non
fa
un
passo
avanti
,
anzi
ne
fa
uno
indietro
.
Qui
non
c
'
è
progresso
tecnico
,
né
novità
,
né
riforme
di
procedure
,
né
ricerche
,
né
conquiste
istruttive
.
La
fattura
è
più
che
normale
,
anzi
è
ovvia
addirittura
.
Qui
non
c
'
è
edificazione
studiata
,
ma
crepitio
di
genio
:
tanto
genio
che
grandina
.
Quest
'
opera
,
tutto
corallo
,
vien
su
dal
suo
tempo
improvvisa
come
una
emersione
vulcanica
.
È
un
fenomeno
caotico
ogni
volta
,
sotto
una
pioggia
di
fuoco
e
di
lapilli
.
Purtroppo
negli
ultimi
anni
le
esecuzioni
di
quest
'
opera
partecipano
dell
'
incertezza
generale
.
Forse
per
la
buona
musica
son
brutti
momenti
questi
,
non
basta
la
buona
volontà
.
Alla
domanda
:
-
-
Come
si
fa
il
Trovatore
?
Rispondiamo
:
-
-
Se
ne
è
perduto
la
ricetta
.
Tuttavia
,
l
'
altra
sera
,
al
Teatro
Reale
dell
'
Opera
,
il
Trovatore
prese
fuoco
e
saltò
,
come
un
barile
di
polvere
.
Tra
schianti
,
chiarori
abbaglianti
,
turgido
e
un
nugolo
di
scintille
.
Insomma
fu
una
recita
ben
riuscita
.
Il
pubblico
romano
non
ce
la
fece
a
resistere
-
-
fu
commosso
fino
all
'
entusiasmo
-
-
e
il
successo
avvenne
,
e
si
formò
metereologicamente
,
nel
cielo
del
teatro
,
come
un
temporale
,
e
scoppiò
molto
clamoroso
alla
fine
.
XII
Una
cronaca
che
fa
proprio
al
nostro
caso
Se
dovessimo
dar
la
stura
alla
nostra
meraviglia
,
e
alle
nostre
descrizioni
intorno
a
quest
'
opera
incomparabile
di
Verdi
,
dieci
pagine
non
basterebbero
.
Ma
saremo
brevi
:
Ecco
qua
:
la
Traviata
è
appena
cominciata
,
il
maestro
concertatore
dirige
,
per
così
dire
,
a
barchetta
,
scrutando
il
palcoscenico
,
da
vecchio
lupo
di
mare
che
voga
fuori
del
porto
:
lo
sguardo
sempre
addosso
ai
cantanti
più
celebri
,
cercando
di
scoprire
le
loro
orgogliose
intenzioni
.
Perché
son
proprio
i
più
celebri
quelli
che
potrebbero
fargli
qualche
scherzo
:
sarebbe
a
dire
,
per
esempio
,
che
potrebbero
saltare
a
piè
pari
mezza
battuta
,
o
uscir
di
tono
così
sensazionalmente
come
può
uscire
dai
gangheri
un
illustre
portone
.
Sulle
immacolate
tovaglie
,
fra
le
camelie
in
fiore
della
casa
di
Violetta
,
scintilla
il
Frascati
d
'
oro
.
A
tavola
tutti
.
Un
brindisi
.
Il
coro
si
mette
il
tovagliolo
,
impugna
il
bicchiere
vuoto
,
e
canta
:
«
Libiamo
libiamo
nei
lieti
calici
...
»
,
mentre
la
prima
donna
,
meravigliosamente
giovane
,
lavora
di
gorgheggi
,
spensierata
e
febbrile
peccatrice
sull
'
orlo
d
'
un
precipizio
.
«
Verdi
è
sempre
Verdi
»
,
sospira
una
dama
dietro
la
nostra
poltrona
.
«
Amen
»
,
rispondiamo
con
la
voce
bianca
d
'
un
chierico
che
serve
la
messa
,
guardando
contriti
il
teatro
riboccante
e
silenzioso
al
pari
d
'
una
chiesa
durante
la
sacra
funzione
.
La
gran
sala
,
fin
su
agli
ultimi
capitelli
,
appare
tutta
carica
di
volti
protesi
,
e
da
un
momento
all
'
altro
diresti
che
si
muove
e
si
mette
a
ruotare
come
un
'
immensa
girandola
,
travolta
in
una
voragine
d
'
ebbrezza
e
d
'
entusiasmo
,
striando
la
penombra
con
le
sue
sete
splendenti
,
le
sue
gemme
,
i
suoi
occhi
lucidi
,
i
suoi
sparati
intangibili
,
le
sue
lunghe
braccia
guantate
,
e
i
suoi
tenui
lampadari
lunari
a
ogni
balcone
.
L
'
attenzione
del
pubblico
è
incatenata
e
supina
,
e
son
rari
gli
istanti
in
cui
la
folla
ha
la
forza
di
liberarsi
dall
'
ammirazione
religiosa
per
tradurre
in
un
grido
la
propria
riconoscenza
.
Sì
,
Verdi
è
sempre
Verdi
.
Però
qui
,
niente
retorica
,
né
enfasi
,
né
trivialità
focosa
,
né
fervore
coreografico
:
qui
invece
frivolezza
profonda
,
vezzi
,
pungenti
melodie
,
banchieri
,
baccarat
,
risate
di
cristallo
,
biancheria
di
bucato
,
bel
mondo
,
buone
maniere
,
mal
sottile
,
amore
e
morte
.
Nella
Traviata
c
'
è
mischiato
il
magro
e
il
grasso
a
grandezza
naturale
.
E
l
'
ispirazione
che
regge
questo
miracoloso
equilibrio
è
la
più
sincera
,
la
più
nuda
,
la
più
elegante
e
ritrosa
che
ci
sia
.
Per
quel
che
riguarda
la
sua
consistenza
e
struttura
,
quest
'
opera
potrebbe
galleggiare
sull
'
acqua
,
come
Ofelia
.
Come
Ofelia
quest
'
opera
muore
d
'
amore
.
Ebbene
,
durante
la
recita
,
quando
il
successo
iperbolico
va
su
fin
alle
stelle
:
al
critico
non
resta
più
altro
da
fare
che
muover
le
sue
obiezioni
al
progresso
teatrale
,
alla
musica
d
'
avanguardia
,
all
'
arte
nuova
,
scientifica
e
senza
cuore
,
che
,
pur
essendo
recente
,
è
ormai
rimasta
l
'
ultima
,
in
coda
al
vecchio
repertorio
.
Sul
finire
del
dramma
,
un
clamore
altissimo
di
carnevale
batte
alla
porta
chiusa
della
dimora
dove
Violetta
si
spegne
oscuramente
;
in
uno
scorcio
fulmineo
intravedi
le
notturne
mense
imbandite
,
che
la
malinconia
minaccia
,
dai
tempi
di
Chopin
.
Quest
'
opera
è
un
capolavoro
,
modello
compiuto
e
perfetto
d
'
arte
e
di
sentimento
,
l
'
opera
più
italiana
che
ci
sia
.
Fatta
di
musica
viva
,
sempre
presente
e
connessa
alla
realtà
teatrale
di
ottant
'
anni
fa
.
I
suoi
canti
emergono
oggi
dal
pelago
concitato
e
inconcludente
della
produzione
moderna
,
più
teneri
e
commoventi
che
mai
.
Cadeva
il
sipario
sull
'
ultimo
accordo
dell
'
opera
,
e
ho
visto
coi
miei
propri
occhi
lacrimar
donne
,
vecchi
e
ragazze
,
e
i
professori
d
'
orchestra
levarsi
adagio
adagio
,
pallidi
,
trasognati
,
tenendo
il
loro
violino
come
si
tiene
un
ombrello
:
non
si
rendevano
conto
che
la
recita
era
finita
.
3
XIII
..
Benché
le
altre
arti
esistano
nel
presente
e
nel
futuro
,
direi
che
la
musica
è
piuttosto
impegnata
nel
passato
.
La
sua
potenza
evocativa
va
ben
lontano
da
noi
,
torna
indietro
,
ci
rapisce
,
e
noi
ne
siamo
trasportati
volta
per
volta
al
di
là
di
ogni
espressione
.
In
questo
senso
retroattivo
,
Verdi
è
il
musicista
per
eccellenza
.
Nessuno
è
più
popolare
,
più
sconvolgente
di
lui
.
L
'
intera
razza
umana
pende
dalle
corde
della
sua
chitarra
.
Il
suo
genio
si
rivela
senza
preamboli
.
Di
colpo
,
come
gli
sorge
dentro
.
E
nelle
sue
opere
c
'
è
musica
d
'
ogni
prezzo
,
d
'
ogni
misura
,
per
tutte
le
borse
e
per
tutti
i
livelli
sociali
.
Poi
,
verso
la
fine
dei
suoi
melodrammi
,
è
uno
schianto
:
la
commozione
spezza
i
cuori
di
pietra
,
e
le
lacrime
calde
piovono
dirottamente
.
Verdi
tira
avanti
senza
circonlocuzioni
.
Non
sa
di
etichetta
,
non
ha
il
mazzo
delle
chiavi
d
'
oro
,
non
ha
il
carnet
delle
formule
magiche
:
con
un
colpo
di
spalla
butta
giú
le
porte
,
calpesta
la
legge
,
i
divieti
e
,
in
cambio
,
appaga
l
'
istinto
.
I
suoi
difetti
e
le
sue
qualità
hanno
radici
profonde
nella
nostra
terra
.
Estirpare
i
primi
vuol
dire
distruggere
anche
le
seconde
.
Ma
quanta
consapevolezza
in
lui
.
Uditelo
.
«
Non
bisogna
esagerare
,
-
-
scriveva
Verdi
,
-
-
nella
smania
di
voler
ogni
cosa
perfetta
,
perché
si
corre
il
pericolo
di
compiere
ben
poco
o
di
non
compiere
nulla
.
La
natura
,
la
sincerità
di
un
maestro
si
rivela
mantenendo
pressoché
intatto
ciò
che
gli
è
uscito
spontaneamente
dal
cervello
,
molto
meglio
che
tormentando
instancabilmente
ciò
che
egli
ha
fatto
.
Anzi
,
nell
'
alternativa
di
cose
un
po
'
basse
con
altre
elevate
;
queste
s
'
avvantaggiano
di
più
nel
contrasto
.
Io
non
istento
a
credere
che
alcuni
poeti
abbiano
calcolato
su
simili
effetti
»
.
Così
,
serenamente
,
Verdi
riconosceva
che
la
sua
opera
resterà
per
sempre
incompiuta
.
Siamo
sulla
via
di
Sant
'
Agata
dove
«
Omnibus
»
ci
ha
mandato
in
pellegrinaggio
.
La
campagna
,
in
questa
stagione
,
è
disseminata
di
alberi
spogli
e
stecchiti
.
C
'
è
l
'
aria
dolce
delle
buone
e
brumose
giornate
d
'
inverno
.
Ecco
Sant
'
Agata
fra
la
nebbia
.
E
pioppi
molto
alti
che
van
su
nella
nebbia
,
e
salici
ossuti
che
annunziano
la
vicinanza
del
Po
.
Qua
e
là
,
nel
torpore
,
casolari
dai
vecchi
muri
porosi
.
Curiosa
sensazione
di
periferia
.
La
campagna
giace
,
per
così
dire
,
con
l
'
acqua
alla
gola
.
Dorme
quasi
affogata
.
Come
non
immaginare
Utrillo
,
alle
inferriate
del
manicomio
,
contemplare
questo
paesaggio
sparuto
e
malinconico
?
E
pensiamo
,
da
questi
luoghi
,
al
sacro
respiro
dei
corali
di
Verdi
,
alla
veemenza
dei
suoi
concertati
tradotti
in
disegni
larghi
,
esatti
,
al
realismo
e
alla
concretezza
di
questo
grande
uomo
.
Gli
insegnanti
del
Conservatorio
di
Milano
dissero
che
egli
non
aveva
attitudini
per
la
musica
,
e
che
non
possedeva
alcuna
abilità
.
Non
aveva
che
del
genio
.
Troppo
poco
per
dei
professori
e
dei
critici
.
Una
gran
buona
fede
patriottica
gonfia
,
gonfia
quei
suoi
corali
smisurati
e
provinciali
.
Busseto
.
Questi
grossi
paesi
,
o
piccole
città
,
han
dei
viali
,
dalla
stazione
all
'
abitato
,
che
non
finiscono
più
,
e
bisogna
farli
a
piedi
:
coi
piedi
nel
fango
dove
serpeggiano
e
guazzano
,
senza
cascare
,
dozzine
di
ciclisti
intabarrati
,
contadini
per
lo
più
,
col
naso
rosso
e
il
cappellaccio
sugli
occhi
.
È
un
giorno
festivo
,
e
nei
campi
non
si
lavora
.
Un
silenzio
diluito
vigila
a
mezz
'
aria
.
Sciami
di
uccellini
scivolano
giú
con
volo
incerto
,
ondeggiano
,
non
sapendo
dove
posarsi
,
e
si
cacciano
impauriti
fra
i
rami
di
qualche
alberello
senza
foglie
,
scomparendo
in
fila
come
un
ventaglio
che
si
chiude
.
Tutto
questo
scenario
in
dissoluzione
par
pieno
di
lividi
fantasmi
che
svaniscono
fra
densi
vapori
.
Lembi
cenciosi
di
nebbia
scendono
sino
a
lambire
le
siepi
.
Il
suolo
non
è
più
che
uno
specchio
rotto
,
nero
picchiettío
di
pozzanghere
e
di
rivoli
che
,
seguendo
il
pianeggiare
del
terreno
,
si
versano
gli
uni
negli
altri
.
Qui
c
'
è
posto
per
i
panoramici
corali
verdiani
,
dove
dondola
uguale
la
cadenza
del
buon
senso
del
nostro
biblico
Ottocento
.
Camminiamo
da
più
di
mezz
'
ora
verso
Sant
'
Agata
che
è
a
tre
chilometri
da
Busseto
.
Un
torrente
d
'
acqua
piovana
cola
fra
due
profondi
argini
erbosi
.
È
pieno
di
canne
selvatiche
e
forse
di
anatre
.
Qualche
cane
da
caccia
corre
,
col
muso
in
aria
e
la
coda
dritta
,
lungo
le
rive
,
verso
il
Po
che
deve
essere
colmo
a
straripare
con
questa
stagione
.
Il
piccolo
campanile
di
Sant
'
Agata
suona
allegramente
,
alla
rinfusa
:
è
un
concerto
argentino
nella
nebbia
del
cielo
tutto
ugualmente
madido
di
caligine
fino
all
'
orizzonte
.
Le
galline
strepitano
dai
pollai
,
squassando
le
ali
bagnate
.
Belle
galline
grasse
da
brodo
,
che
fan
conversazione
fra
di
loro
,
razzolando
imperiosamente
sulle
concimaie
.
Giungono
talvolta
,
al
nostro
orecchio
,
rotti
e
ovattati
discorsi
di
ciclisti
lontani
.
Poi
,
ad
un
certo
punto
,
ecco
suonare
una
grossa
campana
,
quella
di
Busseto
.
Quei
rintocchi
lenti
e
funebri
fan
venire
in
mente
il
«
miserere
»
del
Trovatore
.
Invece
,
è
proprio
mezzogiorno
in
punto
.
Molte
opere
di
Verdi
vennero
rappresentate
cinquant
'
anni
fa
per
l
'
ultima
volta
.
Non
caddero
,
ma
furono
abbandonate
.
E
non
se
ne
parlò
più
.
Non
vennero
sepolte
,
ché
non
erano
morte
definitivamente
,
né
vive
sembravano
più
essere
.
Rimasero
fuori
rotta
,
in
quarantena
.
Chiuse
,
aspettando
.
E
il
tempo
non
le
ingoiò
.
Luisa
Miller
,
I
due
Foscari
,
Macbeth
,
Nabucco
...
Erano
ricche
,
nobili
e
salde
,
nutrite
di
quella
vena
inesauribile
e
popolaresca
che
distingue
il
miglior
Verdi
e
durarono
più
della
loro
condanna
.
Armate
di
ferro
e
d
'
argento
,
con
tutte
le
vele
spiegate
,
sonanti
come
tante
navi
in
partenza
,
queste
opere
bussetane
e
genovesi
rientrano
,
una
dopo
l
'
altra
,
sontuosamente
in
servizio
,
dopo
cinquant
'
anni
d
'
inedia
,
che
non
le
distrussero
né
le
accasciarono
.
Non
fu
necessario
ritirarle
a
secco
per
le
riparazioni
d
'
uso
.
Non
presentavano
avarie
o
deterioramenti
,
né
di
fuori
né
di
dentro
:
erano
intatte
.
E
più
che
nuove
,
apparvero
.
Rafforzate
dalla
stagionatura
,
e
in
istato
di
riprendere
il
mare
;
passando
in
bilico
perfetto
,
e
galleggiando
valide
,
maestose
e
dolci
dinanzi
agli
occhi
stupiti
del
mondo
,
del
mondo
moderno
.
Questa
fenomenale
attualità
e
questo
adattamento
ad
ogni
tempo
e
luogo
della
musica
di
Verdi
,
mi
ricorda
un
episodio
lontano
della
mia
vita
a
Londra
.
Ero
arrivato
lassú
con
una
giornata
come
questa
,
brumosa
,
silenziosa
,
invernale
.
Il
tassi
mi
aveva
deposto
in
uno
square
deserto
e
buio
.
Eran
le
otto
di
sera
.
Cercavo
un
albergo
nei
pressi
,
e
non
si
vedeva
niente
.
Tutto
chiuso
.
Sabato
festivo
.
Queste
son
le
ore
terribili
per
chi
rimane
sul
lastrico
,
a
Londra
.
Sono
le
ore
dei
pasti
.
Si
subisce
la
regola
.
La
legge
dei
focolari
non
s
'
infrange
in
questa
città
ordinata
:
chi
è
dentro
è
dentro
,
e
chi
è
fuori
ci
resta
.
La
strada
londinese
in
cui
mi
trovo
,
vapora
e
fumiga
come
una
concimaia
.
La
nebbia
sale
,
turbina
lentamente
,
si
addensa
e
vela
i
lampioni
.
La
nebbia
infradicia
tutto
.
Le
fiammelle
han
guizzi
di
agonia
,
e
i
vetri
si
bagnano
man
mano
:
si
bagnano
di
pianto
.
La
strada
diventa
un
teatro
,
un
teatro
sprangato
,
sommerso
,
fra
apparizioni
natanti
e
dissolvenze
feeriche
.
Ogni
formasi
stacca
,
naviga
senza
peso
,
sparisce
.
Non
ci
sono
più
case
,
non
ci
son
più
muraglie
,
né
cancelli
,
né
cielo
.
Dall
'
alto
,
qualche
raggio
di
luce
polverosa
cola
giú
serpeggiando
come
il
gesso
,
in
questa
cupa
marea
caliginosa
.
A
un
tratto
,
tutta
la
zona
echeggia
.
C
'
è
una
voce
:
umana
o
divina
?
C
'
è
un
'
arpa
,
nella
nebbia
;
lo
spleen
,
la
nostalgia
dell
'
ultima
canzone
della
Traviata
di
Verdi
.
La
voce
è
d
'
una
donna
,
d
'
un
ragazzo
o
d
'
una
sirena
;
ma
così
forte
,
giovane
,
disperata
,
in
questa
colossale
solitudine
,
che
mi
domando
:
è
un
concerto
o
un
naufragio
?
Sono
lí
a
due
passi
i
musici
ambulanti
,
italiani
.
Potrei
quasi
toccarli
,
ma
non
scorgo
,
aguzzando
lo
sguardo
,
che
una
rorida
parvenza
che
ondeggia
e
sfuma
,
argentea
,
piramidale
,
forse
l
'
arpa
.
È
ancora
il
lembo
di
un
povero
scialle
di
lana
.
Spettri
,
fantasmi
,
sull
'
orlo
del
marciapiede
.
La
strada
,
tutta
impregnata
di
miasmi
,
da
un
capo
all
'
altro
trasecola
,
riecheggia
,
e
tace
a
lungo
.
Intanto
qualche
spiraglio
si
schiude
,
lassú
,
dove
son
gli
abbaini
:
ombre
bianche
s
'
affacciano
:
fatue
movenze
.
Dal
cielo
invisibile
piove
a
poco
a
poco
;
e
comincia
una
caduta
lenta
di
palanconi
.
Solennemente
,
come
in
un
incubo
che
s
'
allenta
,
tintinnano
sull
'
asfalto
le
monete
:
son
gli
angeli
delle
soffitte
,
le
cameriere
e
i
facchini
di
questi
hótels
di
lusso
che
buttano
,
senza
interruzione
,
i
loro
risparmi
ai
misteriosi
musici
della
strada
deserta
e
sommersa
.
Finalmente
siamo
a
Sant
'
Agata
,
davanti
alla
villa
di
Verdi
.
Traversiamo
un
ponticello
.
Ci
viene
aperto
un
cancello
.
Entriamo
in
un
cortile
,
e
un
cane
ci
fa
festa
.
La
custode
ci
introduce
nella
vecchia
casa
di
Verdi
,
dove
non
c
'
è
nessuno
,
dove
tutto
è
conservato
puntualmente
,
in
bell
'
ordine
,
e
spolverato
ogni
giorno
col
piumaccio
.
Ci
accorgiamo
subito
di
essere
in
una
casa
ancor
viva
e
abitabile
,
non
in
un
museo
.
Ecco
la
camera
da
letto
col
baldacchino
,
il
pianoforte
di
Verdi
,
la
sua
camicia
da
notte
,
i
bei
mobili
neri
.
La
rastrelliera
con
i
fucili
da
caccia
.
In
un
angolo
,
i
bastoni
d
'
un
gentiluomo
di
campagna
,
e
,
in
tutto
l
'
arredamento
,
non
c
'
è
nulla
che
ricordi
il
cattivo
gusto
dell
'
Ottocento
.
La
porta
aperta
sul
parco
ci
dà
un
senso
confuso
di
attesa
e
di
presenza
.
Tutto
questo
parco
ozioso
,
appisolato
nella
nebbia
,
è
quasi
più
alto
che
largo
,
sì
,
d
'
una
statura
altrettanto
incredibile
quanto
la
sua
vecchiaia
:
alberi
venerabili
e
giganteschi
dalla
scorza
rugosa
e
durissima
,
che
la
mano
stessa
di
Verdi
piantò
,
forse
cento
anni
fa
;
tortuosi
viali
coperti
di
foglie
bagnate
;
solitudine
signorile
,
una
forza
di
terra
antica
e
riservata
,
e
l
'
odor
grave
e
intatto
dell
'
autunno
immobile
intorno
alla
villa
del
Maestro
,
dove
tutto
respira
come
se
fosse
ieri
,
e
l
'
atmosfera
eterna
di
lavoro
e
di
pace
dell
'
artista
che
l
'
abitò
durante
cinquant
'
anni
.
Una
lunga
pipa
di
schiuma
,
in
un
astuccio
aperto
e
foderato
di
velluto
rosso
,
sta
sul
pianoforte
.
«
To
,
Verdi
fumava
,
era
un
fumatore
?
»
«
Oh
,
no
,
-
-
mi
dice
la
custode
.
-
-
Nella
sua
prima
giovinezza
Verdi
era
di
costituzione
molto
debole
.
Soffriva
di
mali
di
gola
,
e
non
fumava
che
qualche
trabuco
dolce
,
di
tanto
in
tanto
,
e
con
tutta
la
precauzione
»
.
«
più
tardi
,
la
sua
salute
migliorò
,
diventò
buonissima
;
e
nell
'
età
più
avanzata
,
Verdi
era
robustissimo
e
molto
resistente
al
lavoro
»
.
Il
suo
mestiere
di
compositore
,
insieme
a
quello
di
contadino
proprietario
,
le
lunghe
passeggiate
sulle
sue
terre
,
ch
'
egli
percorreva
sovente
a
piedi
e
qualche
volta
in
vettura
per
sorvegliare
i
lavori
,
gli
avevano
restituito
completamente
le
forze
del
corpo
e
dello
spirito
.
Verdi
non
ha
mai
avuto
una
decadenza
.
Fino
a
ottantasette
anni
godette
di
una
salute
straordinaria
.
«
L
'
ho
visto
vecchio
soltanto
sei
mesi
,
-
-
mi
dice
il
dottor
Carrara
Verdi
,
suo
nipote
,
-
-
cadde
giú
dopo
la
morte
di
Re
Umberto
.
Non
si
riconosceva
più
.
E
,
poco
dopo
,
morì
anche
lui
»
.
È
una
gran
fortuna
che
non
ci
sian
cimeli
,
né
alcuna
messa
in
scena
postuma
,
in
questa
bella
casa
.
Tutto
è
allo
stesso
posto
originale
,
di
dimora
semplice
e
tranquilla
che
funziona
.
Si
aspetta
quasi
che
il
padrone
rientri
dal
giardino
.
Ci
sembra
davvero
che
,
da
un
momento
all
'
altro
,
Egli
possa
rientrare
col
suo
gran
cappello
di
feltro
,
e
la
sua
figura
accigliata
e
benevola
.
Sulle
mensole
ci
son
due
statuette
di
bronzo
:
Manzoni
e
Vittorio
Emanuele
II
.
Alle
pareti
,
c
'
è
un
ritratto
di
Crispi
.
Sotto
campane
di
vetro
,
ci
sono
gustose
terrecotte
napoletane
.
«
Sono
tutte
cose
regalate
»
,
mi
dice
la
custode
sottovoce
.
Tutto
è
rimasto
tal
quale
dal
giorno
che
se
ne
andò
.
E
tutto
qui
lo
aspetta
,
anche
gli
alberi
nel
parco
.
E
cresce
un
po
'
l
'
inquietudine
come
se
,
dopo
trentasette
anni
della
sua
assenza
,
dovesse
ritornare
da
un
momento
all
'
altro
.
E
sulla
scrivania
,
c
'
è
un
cartoncino
sul
quale
Verdi
ha
scritto
con
una
calligrafia
senza
disinvoltura
.
«
Un
tedesco
che
sa
,
sa
troppo
.
Un
russo
che
sa
,
è
un
pericolo
»
.
I
Parigi
Parigi
,
superficie
lucente
ammantata
di
schiuma
e
di
bave
sanguigne
,
che
ruotano
leggere
intorno
a
tetri
monumenti
come
il
velo
febbrile
degli
stagni
intorno
ai
piloni
dei
ponti
.
Parigi
,
umida
nebbia
,
atmosfera
di
tisi
,
sotto
la
tua
carezza
le
negre
vagabonde
impallidiscono
e
van
pigliando
il
colore
del
cedro
affumicato
.
Eccitamento
,
estenuazione
,
delirio
.
I
gridi
disperati
delle
tue
vittime
sembrano
affievolire
sotto
il
tuo
cielo
sordo
.
Al
levarsi
del
tuo
giorno
malato
,
un
problema
s
'
affaccia
,
sempre
lo
stesso
problema
:
non
perdere
terreno
-
-
il
pane
da
guadagnare
,
la
gloria
da
difendere
-
-
e
tutto
da
ricominciare
.
Già
all
'
aurora
,
dietro
le
verande
dei
caffè
,
in
quelle
innumerevoli
gabbie
di
vetro
lavate
dalla
pioggia
,
mille
donne
sedute
davant
all
'
apéritif
bivaccano
aspettando
la
sera
.
Donne
calate
dalla
Normandia
,
dal
paese
di
Galles
,
dal
Perú
,
provenzali
,
spagnuole
,
donne
di
tutto
il
mondo
,
creature
che
sembrano
venir
giú
dal
cielo
all
'
ora
dell
'
Ave
Maria
,
sboccano
dalla
chiesa
della
Madeleine
e
scendono
come
un
fiume
inesauribile
i
grandi
boulevards
.
Tutte
riconoscibili
alla
divisa
dell
'
ordine
,
l
'
eleganza
,
esse
portano
,
a
guisa
d
'
armature
,
diademi
e
cinture
d
'
argento
.
Con
un
ritmo
sacro
,
incessanti
cortei
di
cortigiane
,
popolo
di
demoni
,
mandre
belluine
s
'
inoltrano
,
come
le
belve
spinte
dal
bisogno
,
a
invadere
la
strada
.
E
fluttuando
lentamente
,
sommergono
i
marciapiedi
.
Son
le
milizie
che
ogni
sera
conquistano
Parigi
,
sacerdotesse
dell
'
amore
che
cercano
inquietamente
negli
occhi
della
folla
che
arranca
contro
corrente
la
promessa
d
'
una
cena
eventuale
.
Sotto
torrenti
di
luce
un
pensiero
,
le
assilla
:
come
vivere
oggi
.
Parigi
è
l
'
oceano
umano
dove
ogni
certezza
va
a
picco
.
Nessuno
è
sicuro
di
sé
.
Ciascuno
dubita
,
ma
non
si
scopre
né
si
scoraggia
mai
.
Sempre
in
armi
;
al
lavoro
con
instancabile
lena
.
Ogni
esitazione
è
fatale
.
Leggerezza
e
noncuranza
fan
maschera
ai
volti
-
-
ostentata
malvagità
delle
parole
,
e
onore
sulla
punta
delle
spade
-
-
così
ciascuno
,
avido
e
guardingo
,
giuoca
il
suo
giuoco
,
da
un
'
alba
all
'
altra
sotto
pena
di
perdersi
nelle
ventiquattr
'
ore
,
di
veder
precipitare
il
proprio
nome
.
Il
ridicolo
e
la
fame
,
ecco
il
pericolo
.
Basta
un
gesto
infelice
,
un
malessere
,
una
confessione
;
e
però
con
quanta
arte
,
con
quanta
felina
destrezza
costoro
schivano
i
fulmini
dell
'
avversa
fortuna
.
In
questo
clima
che
demolisce
un
ercole
,
e
fa
ammuffire
l
'
aria
intorno
alle
lampade
ad
arco
,
in
questo
clima
che
conferisce
un
aspetto
livido
a
tante
facce
affrante
,
la
buona
educazione
e
la
vivacità
galante
son
di
prammatica
.
Fra
questo
popolo
sì
ragionevole
e
umano
ci
sono
degli
occhi
che
dardeggiano
come
quelli
dei
topi
appestati
.
In
questo
vivere
da
far
paura
ad
un
forzato
,
un
verminaio
innumerevole
si
affatica
da
mane
a
sera
.
E
la
fatica
diventa
veleno
e
il
veleno
odio
.
Miseria
,
angoscia
,
sangue
e
coraggio
sublime
,
van
su
alla
superficie
e
brillano
di
uno
splendore
sinistro
.
Allora
si
vedono
degli
individui
strani
ritirarsi
in
certi
grigi
casamenti
,
chiudersi
in
una
stanza
e
vivere
degli
anni
lontano
dalla
strada
e
dal
mondo
.
Fortificati
fra
uno
scrittoio
e
un
muro
,
tracciare
delle
linee
,
fare
dei
calcoli
,
ingiallire
come
l
'
avorio
,
e
perdere
i
peli
,
alimentarsi
di
chimica
e
di
caffè
,
e
scatenare
dai
loro
quaderni
aperti
,
rivoluzioni
,
cataclismi
oscuri
e
leggi
nuove
,
e
idee
che
durano
e
sfavillano
remote
come
le
stelle
su
questa
babilonia
immortale
,
dove
,
per
riparare
a
tanti
stomachí
sfondati
,
a
tante
teste
che
girano
la
cucina
s
'
è
fatta
delicata
,
squisita
,
omeopatica
.
Qui
si
succhiano
gli
ossicini
degli
uccelletti
marci
,
si
cavano
ingordamente
le
lumache
dal
guscio
e
si
finisce
la
cena
con
del
formaggio
fetido
.
Come
qui
si
lavora
,
e
con
quale
dispendio
di
forza
e
di
spiriti
!
Ognuno
sfrutta
se
stesso
al
massimo
grado
.
Si
trae
dalla
propria
salute
tutta
la
rendita
e
se
questa
non
basta
s
'
intacca
il
capitale
.
Si
rischia
all
'
occasione
anche
il
patibolo
.
Non
si
teme
che
il
vuoto
,
il
marasma
,
l
'
inedia
.
Superando
il
disgusto
e
la
nausea
si
avanza
a
marce
forzate
verso
la
morte
:
ebbene
,
eccola
una
grande
città
!
E
tutto
questo
immenso
lavoro
vien
fatto
per
creare
,
ogni
dí
,
la
modernità
,
per
ringiovanire
la
vita
,
per
reintegrare
le
illusioni
cadute
,
le
speranze
avvizzite
,
per
utilizzare
e
rendere
innocua
l
'
eternità
.
Apparenza
,
menzogna
e
fatuità
fan
da
scenario
,
sono
i
vessilli
eroici
di
tutti
questi
martiri
;
ma
nel
fondo
,
nel
fango
,
strenua
resistenza
,
sacrificio
stoico
,
dolore
e
grandezza
.
Mai
rinuncia
,
sconforto
,
diserzione
.
Sempre
avanti
,
a
denti
stretti
,
trattenendo
un
singulto
;
fischia
il
vento
attraverso
gli
anni
e
lacera
l
'
esistenza
;
sempre
di
corsa
verso
il
denaro
e
la
celebrità
.
Allora
si
capisce
come
questa
popolazione
non
sia
prolifica
,
si
capisce
l
'
isteria
,
le
crisi
politiche
,
la
ferocia
e
le
anomalie
di
questa
razza
raffinata
e
cagionevole
.
Parigi
sorge
invidiata
,
si
trasforma
da
un
'
ora
all
'
altra
,
crolla
di
volta
in
volta
e
tuttavia
cresce
sempre
,
e
ingrandisce
in
fretta
il
suo
raggio
.
Profondo
e
fragile
specchio
che
accoglie
la
luce
del
mondo
,
Parigi
sfida
il
tempo
:
e
poi
si
dice
che
il
tempo
si
vendica
di
quel
che
fu
compiuto
senza
di
lui
.
II
Moulin
Rouge
Sulle
insegne
luminose
di
Montmartre
turbina
un
impetuoso
nebbione
violetto
.
È
il
cielo
basso
di
Parigi
,
il
cielo
che
non
può
dormire
e
ha
le
palpebre
bruciate
di
fatica
.
Dal
boulevard
che
arde
come
una
fornace
vengono
su
buffate
d
'
incendio
,
e
clamori
assordanti
di
folla
.
Il
cielo
s
'
agita
fra
le
sue
coltri
di
nubi
.
Scintille
di
tizzoni
l
'
avvolgono
e
mettono
fuoco
al
suo
lenzuolo
.
Attaccato
ai
parafulmini
,
il
cielo
di
Parigi
si
sporge
di
tratto
in
tratto
sul
vuoto
e
fa
alla
strada
delle
grandi
smorfie
meteorologiche
.
I
lampi
di
magnesio
scuotono
e
fan
guizzare
i
vetri
:
le
leggende
réclame
volteggiano
infiammate
,
sembrano
vacillare
e
rianimarsi
al
vento
,
brulicano
come
vermi
lucenti
intorno
ai
cornicioni
delle
case
.
Qualche
vecchia
facciata
balza
innanzi
,
livida
,
e
vibra
per
un
attimo
come
metallo
fuso
.
Fra
i
bizzarri
edifici
chiamati
in
causa
così
bruscamente
da
un
proiettore
che
spalanca
il
suo
occhio
e
si
spegne
,
ce
n
'
è
uno
,
più
stravagante
degli
altri
,
color
sangue
di
bue
,
un
padiglione
che
fuma
e
frigge
,
come
una
rosticceria
,
avvolto
nel
fuoco
dei
bengala
.
Due
mulini
a
vento
presidiano
come
due
corpi
di
guardia
il
raggiante
portale
dove
la
gente
entra
come
da
noi
la
domenica
in
Chiesa
.
È
il
Moulin
Rouge
.
Il
Moulin
Rouge
apre
i
suoi
battenti
alle
tre
dopopranzo
.
I
nottambuli
accecati
dal
sole
,
con
un
salto
riparano
là
dentro
.
Nel
dancing
si
respira
ancora
l
'
aria
della
notte
.
Il
luogo
indefinito
annega
in
un
lucore
sulfureo
e
ferale
;
sembra
di
essere
alla
foce
d
'
un
fiume
nell
'
ora
del
tramonto
e
benché
manchino
i
pipistrelli
a
guazzare
fra
quei
vapori
palustri
,
due
mulini
olandesi
,
che
si
drizzan
là
in
fondo
,
bastan
a
darci
l
'
idea
d
'
un
paesaggio
disteso
.
Le
pale
,
incrostate
di
lampadine
rosse
,
continuano
a
girare
lentamente
e
,
moltiplicate
negli
specchi
,
che
sonnecchiano
nella
profonda
penombra
della
sala
,
han
l
'
aria
d
'
un
fuoco
artificiale
che
si
sgrana
e
piove
adagio
adagio
.
Quando
la
musica
attacca
,
il
dancing
si
riempie
come
una
piscina
.
I
danzatori
scendono
a
precipizio
le
scalette
di
quattro
o
cinque
gradini
e
si
buttano
tra
il
pubblico
che
balla
.
È
l
'
atto
di
chi
vuole
annegare
.
Stando
seduti
a
un
tavolo
si
può
contemplare
dall
'
alto
lo
spettacolo
.
Languide
coppie
,
flutti
amorosi
,
marosi
densi
di
schiuma
,
amplessi
,
cuori
spezzati
,
abbracciamenti
di
naufraghi
,
e
sorrisi
morenti
;
smarrite
figure
di
efebi
,
ricciuti
come
gli
agnelli
,
che
nuotano
appaiati
;
linfatiche
fanciulle
che
balbettano
in
quel
bagno
cocente
;
l
'
una
all
'
altra
allacciate
,
esse
si
chiudono
come
i
fiori
la
sera
in
una
stretta
che
non
si
allenta
più
.
Marinai
di
Toione
,
branchi
di
cortigiane
,
negri
della
Martinica
,
carbone
nella
farina
,
arrancano
in
schiere
fitte
.
Americani
del
sud
madidi
di
sudore
e
gente
d
'
ogni
razza
,
stranieri
che
han
perduto
il
nome
e
le
radici
,
galleggiano
inerti
e
colmano
di
procelloso
letargo
quest
'
ultimo
peno
boreale
.
I
riflettori
sembrano
frugare
in
quel
vivaio
mostruoso
che
fa
corpo
e
cammina
a
rilento
come
un
immenso
camaleonte
.
Le
ali
dei
mulini
rimuovono
e
sospingono
la
calca
.
Si
macina
davvero
là
dentro
,
si
macina
,
con
un
accanimento
pesante
,
sonnolento
.
I
suonatori
del
jazz
band
imitano
alla
lontana
gli
urli
di
un
'
orda
indiana
,
e
il
saxofono
a
solo
,
ripete
le
obiezioni
,
i
lagni
e
le
risate
d
'
un
ottentotto
che
soffre
il
solletico
.
Le
più
strane
vociferazioni
istrumentali
ripercosse
dalle
gole
dei
monti
s
'
estinguono
nelle
aperte
campagne
.
Fu
dopo
l
'
armistizio
che
capitai
la
prima
volta
in
questo
luogo
.
La
virtú
come
un
uccello
preso
al
vischio
,
batteva
le
ali
e
perdeva
le
penne
:
ma
,
come
erano
belle
le
giovani
donne
quel
giorno
;
e
nei
ballerini
,
quanta
eleganza
caduca
.
C
'
era
passata
la
guerra
,
la
febbre
spagnuola
,
poi
s
'
era
abbattuto
sul
Moulin
Rouge
il
fuoco
bianco
,
la
nevicata
leggera
e
diaccia
degli
stupefacenti
.
L
'
amore
al
suo
apogeo
s
'
era
gelato
là
dentro
.
Ti
pareva
vedere
le
grandi
ondate
impennarsi
,
frangersi
nell
'
angelico
tango
,
l
'
una
sull
'
altra
,
come
cristallo
.
Un
assideramento
,
un
'
angoscia
solenne
regnava
nella
sala
.
Colavano
tutti
con
una
acquiescenza
collettiva
verso
l
'
orlo
d
'
un
mondo
che
finisce
,
quei
danzatori
,
e
sembravano
poeti
,
condannati
a
morte
,
spoglie
di
preti
annegati
che
vanno
alla
deriva
.
Oh
,
quel
silenzio
di
tante
bocche
aperte
,
o
premute
contro
altre
bocche
!
Il
pallore
di
quelle
facce
che
volteggiano
abbagliate
e
cadono
nel
segno
di
zone
oscure
e
calde
!
Non
un
grido
che
rompesse
l
'
alta
veglia
.
Il
silenzio
di
quella
folla
bagnata
nella
luce
dolce
dei
fari
era
il
silenzio
eroico
di
una
ciurma
che
danza
su
un
battello
che
affonda
.
Oggi
la
mise
en
scène
è
la
stessa
,
e
a
dir
la
verità
tutti
gli
apparati
vieux
jeu
sono
a
posto
e
badano
a
funzionare
,
ma
la
clientela
è
cambiata
;
le
pale
girano
invano
cercando
di
riprendere
la
rotta
d
'
una
volta
,
i
tempi
sono
scarsi
e
il
Moulin
Rouge
non
è
più
il
mare
,
l
'
inferno
,
l
'
eternità
del
piacere
;
le
chimere
alate
che
accompagnavano
quel
viaggio
interminabile
sono
dileguate
.
Il
«
dopoguerra
»
è
finito
con
tutte
le
sue
prodigalità
e
i
suoi
vizi
;
eccola
quasi
sgombra
nel
riverbero
bieco
,
la
gran
sala
da
ballo
rossa
di
vergogna
e
di
luce
!
La
grandezza
,
lo
stoicismo
pauroso
di
quella
folla
che
un
impeto
di
distruzione
trasfigurava
,
tutto
è
scomparso
.
Adesso
si
vivacchia
là
dentro
.
Il
piccolo
ceto
trionfa
.
Gli
approcci
sono
cauti
,
i
contatti
prudenti
;
si
balla
per
fare
un
esercizio
igienico
.
Un
ordine
borghese
e
una
rigorosa
economia
presiedono
quei
festini
.
L
'
egoismo
inquadrato
nella
morale
fa
le
sue
evoluzioni
,
qui
dove
molti
anni
or
sono
era
in
voga
il
prodigioso
contorsionista
chiamato
le
desossé
,
qui
dove
faceva
furore
la
celebre
Golue
,
danzatrice
indecente
,
che
più
tardi
mise
su
una
baracca
e
fece
la
domatrice
di
leoni
.
Ormai
il
Moulin
Rouge
è
diventato
il
fondo
d
'
una
caverna
nuda
.
Il
genius
loci
è
scappato
con
tutto
il
suo
arsenale
di
cose
celesti
e
malefiche
;
perseguitato
dalla
polizia
,
ha
cambiato
quartiere
e
chissà
dove
nasconde
adesso
i
suoi
veleni
.
La
storia
di
questo
stabilimento
è
scritta
da
un
pittore
umorista
sui
muri
della
sala
,
pornografica
memoria
'
d
'
un
'
età
scandalosa
che
un
illustre
destino
illumina
grandiosamente
.
Un
furore
erotico
,
scatenamento
dei
sensi
,
si
sferrò
da
Montmartre
e
più
precisamente
dal
Moulin
Rouge
sul
mondo
.
I
più
bizzarri
spiriti
di
Parigi
son
ricordati
nell
'
album
di
questo
venerabile
bordello
.
La
sala
che
venne
rinnovata
pochi
anni
fa
era
più
ristretta
,
a
quei
tempi
,
era
l
'
epoca
del
chiaro
scuro
,
del
brio
all
'
italiana
,
e
i
veri
diamanti
,
le
gemme
,
e
gli
occhi
neri
di
quella
gioventú
guarivano
di
cupi
lampi
il
buio
delle
logge
.
La
spavalderia
francese
s
'
impegnava
,
come
in
una
mischia
,
nei
«
lancieri
»
che
allora
eran
di
moda
.
Ai
comandi
stentorei
d
'
un
direttore
di
«
quadriglia
»
gli
ampi
mantelli
scarlatti
degli
spahis
fluttuavano
,
e
gli
zuavi
dai
lunghi
baffi
a
punta
e
dal
pizzo
alla
Napoleone
III
avanzavano
a
scaglioni
tenendo
per
la
mano
le
loro
belle
dai
cappelli
di
paglia
.
Sciami
di
brillanti
ufficiali
dal
petto
coperto
di
medaglie
portavano
là
dentro
un
soffio
di
gloria
coloniale
.
Irresistibili
megere
,
tra
uno
sfolgorio
di
guerrieri
,
tiravan
su
le
gonne
e
si
abbandonavano
ai
parossismi
osceni
del
cancan
.
III
Montparnasse
Si
tratta
di
una
montagna
alta
pochi
metri
;
poniamo
che
siano
dieci
.
Dalla
Senna
si
risale
un
pendio
dolce
e
lunghissimo
.
Il
boulevard
Raspail
mena
su
insensibilmente
alla
città
delle
arti
.
Dal
piano
al
monte
Parnaso
.
A
Parigi
senza
immaginazione
non
c
'
è
realtà
e
le
più
esagerate
definizioni
hanno
in
questo
paese
una
naturalezza
indiscutibile
.
Benché
la
decantata
montagna
sia
poco
più
alta
d
'
un
primo
piano
dal
livello
medio
della
metropoli
,
la
sua
ariosa
groppa
non
è
lontana
dal
cielo
.
Le
nubi
e
le
stelle
si
mescolano
alla
gente
accampata
sul
dorso
tondo
e
interminabile
di
questa
planetaria
altura
.
Vivere
qui
vuol
dire
aver
tutta
Parigi
sotto
i
piedi
.
Qui
prima
che
in
ogni
altro
luogo
si
risveglia
la
vita
del
mondo
.
Montparnasse
è
l
'
avanguardia
che
entra
nel
futuro
.
Molti
anni
fa
Montparnasse
fu
il
rifugio
di
alcuni
imbrattatele
profughi
di
Montmartre
.
Discesi
furtivamente
da
un
versante
,
traversando
la
bassa
e
i
ponti
della
Senna
,
costoro
risalirono
l
'
altro
versante
.
Fu
un
atto
di
secessione
,
umile
e
silenzioso
ma
pieno
di
una
funebre
eloquenza
.
Allora
Montparnasse
era
un
villaggio
senza
lumi
,
un
sordido
nido
di
apaches
,
di
misantropi
,
di
anacoreti
e
di
beghíne
.
Fantasmi
s
'
aggiravano
nella
bruma
serale
.
Nei
giorni
di
sole
i
primi
pittori
esponevano
le
loro
croste
sul
trottoir
e
,
avvolti
nei
loro
mantelli
,
si
sedevano
a
lato
.
Col
coprifuoco
,
la
popolazione
era
già
tutta
a
letto
.
I
più
eleganti
nottambuli
cominciarono
allora
a
spingere
lassú
le
loro
pericolose
escursioni
.
Il
quartiere
aveva
il
suo
clima
Victorhughiano
,
e
le
sue
burrasche
di
montagna
.
Quasi
invisibile
nei
cieli
carichi
di
nuvolaglia
,
come
un
naviglio
rovesciato
,
quando
la
tempesta
è
passata
,
Montparnasse
riprendeva
al
mattino
il
suo
equibrio
in
una
atmosfera
abbuiata
.
Modigliani
venne
qui
dall
'
Italia
.
Fornito
di
speranze
e
di
quattrini
.
Arrivato
di
fresco
,
bianco
e
rosso
come
una
rosa
,
egli
era
un
giovane
in
gamba
che
si
tirava
dietro
un
bel
cane
di
lusso
.
Ma
si
buscò
il
mal
del
paese
:
la
pittura
.
Cominciò
a
menare
una
vita
grama
.
Il
zerbinotto
si
trasformò
in
un
leone
affranto
.
Basta
,
fu
il
solito
scherzo
.
Era
già
celebre
,
e
moriva
di
fame
.
Un
fremito
d
'
orrore
e
un
miserabile
intenerimento
circondarono
la
sua
fine
prematura
.
Oggi
i
suoi
quadri
valgon
cento
sterline
.
Un
congresso
perenne
dei
cinque
continenti
imperversa
quassú
.
Montparnasse
,
mercato
della
pittura
,
è
chiassoso
come
una
Borsa
Americana
.
Mercanti
,
espositori
,
negozianti
di
colori
,
modelli
,
critici
,
letterati
,
poeti
e
artisti
,
fabbricanti
di
cornici
,
consiglieri
ed
amici
fanno
una
popolazione
di
centomila
persone
.
Secondo
l
'
ultimo
censimento
i
pittori
son
trentamila
,
di
cui
tremila
giapponesi
.
La
pittura
è
la
legge
che
regge
il
circondario
.
Picasso
,
Giorgio
de
Chirico
,
Derain
,
Braque
,
Fujita
son
gli
dei
sull
'
altare
.
Ma
tutto
cambia
:
nella
stagione
propizia
il
cielo
s
'
apre
e
ondeggia
come
un
ventaglio
,
e
l
'
angelo
dell
'
avvenire
sbuca
dall
'
alto
con
indicibile
fragore
.
Eccolo
volare
su
queste
straordinarie
terrazze
dei
caffè
di
Montparnasse
.
Le
mogli
dei
pittori
,
le
amiche
,
le
compagne
,
le
concubine
,
le
ammiratrici
anch
'
esse
e
le
maîtresses
si
mettono
a
dipingere
e
a
digiunare
entusiasticamente
;
e
all
'
impensata
i
successi
precipitano
su
qualche
testa
fortunata
.
E
molte
teste
le
senti
friggere
,
le
vedi
schizzar
sale
come
casseruole
sui
fornelli
,
ci
sono
delle
teste
bollenti
che
fischiano
,
traboccano
come
marmitte
e
dan
fuori
all
'
improvviso
le
più
portentose
invenzioni
.
Quello
che
gli
uni
sprecano
vien
raccolto
dagli
altri
;
anche
la
poesia
,
il
genio
.
Il
plagio
flagrante
arricchisce
i
poveri
di
spirito
.
Quei
che
cadde
risorge
per
bocca
degli
apostoli
.
La
scuola
libera
dei
caffè
e
degli
ateliers
,
fa
le
rivoluzioni
,
la
luce
e
le
scoperte
.
Qui
non
si
perde
nulla
,
né
un
gesto
,
né
un
'
idea
.
Anche
i
morti
ritornano
.
Donne
fatali
,
coi
gomiti
sul
tavolo
,
stan
mute
come
furie
a
guardare
.
Femmine
con
le
tempie
rosa
,
le
labbra
accese
di
minio
e
gli
occhi
neri
che
rîon
finiscono
più
,
fumano
e
sghignazzano
.
Altre
,
a
gambe
larghe
,
ingoiano
ostriche
,
apostrofano
senza
riserve
il
prossimo
,
e
poi
si
fan
chiamar
principesse
.
Montparnasse
,
periferica
regione
,
cosmopoli
di
artisti
.
A
sentir
loro
non
c
'
è
che
Montparnasse
,
strapaese
del
mondo
.
Qui
ci
sono
dei
tipi
,
venuti
dagli
antipodi
,
che
frequentano
,
dieci
anni
di
fila
,
sempre
lo
stesso
bar
,
e
non
han
mai
visto
Parigi
:
ci
son
profeti
e
fachiri
in
quarantena
;
s
'
allungano
i
loro
visi
a
forza
di
caffè
e
latte
,
ma
i
loro
discorsi
non
mutano
:
tavolozze
e
colori
.
Un
vecchio
e
tenace
abitué
del
caffè
della
Rotonde
,
col
mento
appoggiato
al
bastone
,
ascolta
costernato
le
ragioni
dell
'
uno
e
dell
'
altro
,
poi
guardandosi
intorno
prorompe
,
comincia
a
strillare
:
«
Ah
,
prima
di
morire
vorrei
pur
conoscere
anch
'
io
qualcuno
che
non
sia
pittore
!
»
L
'
arte
,
qui
si
rinnova
a
catena
.
Di
deduzione
in
deduzione
,
di
nome
in
nome
passa
la
corrente
.
Gli
uni
aiutano
gli
altri
:
è
una
collaborazione
accanita
e
tenace
che
fa
l
'
arte
francese
.
Ogni
tanto
un
anello
si
spezza
e
cade
.
Il
circolo
s
'
accorcia
e
si
stringe
.
Chi
è
perduto
se
ne
va
per
le
strade
,
si
affaccia
alla
porta
dei
caffè
come
un
'
ombra
.
Genio
morso
dalla
paralisi
;
straziante
agonia
!
Il
povero
raté
cammina
da
un
posto
all
'
altro
e
quasi
ti
sembra
di
vedere
il
sangue
spicciare
sul
suo
fianco
.
Quando
la
giornata
è
quasi
finita
,
quando
il
lavoro
è
cessato
,
e
i
bagliori
del
giorno
corrono
a
incrociarsi
un
'
ultima
volta
nell
'
aria
come
fasci
di
frecce
,
quando
il
cielo
si
copre
gradatamente
di
veli
e
di
silenzio
,
l
'
illustre
Babele
sembra
vacillare
sulle
sue
radici
,
dilatarsi
e
bere
tutto
il
lume
che
gronda
.
Dall
'
Avenue
de
l
'
Observatoire
fino
alla
gare
di
Montparnasse
l
'
immenso
quartiere
s
'
accende
pavesato
di
colori
e
di
fuochi
,
vuol
rompere
gli
ormeggi
e
sollevarsi
su
un
'
onda
di
clamori
gonfio
e
glorioso
,
come
una
gran
nave
che
salpa
.
IV
Jean
Lurçat
È
un
pittore
di
mia
scelta
.
Il
caso
me
lo
fece
conoscere
quand
'
egli
era
già
celebre
a
Parigi
.
Dinanzi
a
qualche
sua
tela
m
'
accorsi
che
una
improvvisa
e
vivace
parentela
mi
legava
a
lui
:
cominciavo
a
sentire
il
suono
dei
suoi
colori
.
Partiva
per
l
'
Egitto
per
due
mesi
.
Gli
chiesi
se
avrebbe
dipinto
molto
laggiú
.
Non
dipingerò
,
prenderò
soltanto
qualche
nota
,
rispose
Lurçat
,
mostrandomi
un
piccolo
quaderno
da
cinque
soldi
.
La
luce
del
sole
ti
mostra
un
lato
e
ti
nasconde
l
'
altro
che
la
luna
rischiara
.
Lo
stesso
paesaggio
,
a
seconda
del
lume
non
lo
riconosci
più
.
La
luce
piglia
mille
forme
:
la
spada
,
il
raggio
,
la
nebbia
,
il
punto
invetrato
,
il
bagliore
,
la
scarica
,
il
vapore
,
il
miraggio
,
il
riverbero
,
la
freccia
,
la
fascia
,
ecc
.
,
sempre
inganna
.
Sempre
ingiusta
e
parziale
,
complice
nella
frode
della
tenebra
,
la
luce
morta
e
sanguigna
cammina
nell
'
oscurità
e
provoca
l
'
incendio
.
È
una
miscela
che
cola
dalle
fessure
.
Batte
contro
il
muro
e
ripiega
.
Squadra
i
massi
che
le
ostruiscono
il
cammino
,
fa
l
'
angolo
e
ricade
più
in
là
come
un
mantello
fumante
.
La
luce
è
il
bene
e
il
male
,
la
luce
tradisce
i
fatti
che
stan
quatti
nell
'
ombra
.
Tutto
il
mondo
fu
creato
al
buio
e
dall
'
interno
.
La
luna
,
il
sole
,
vennero
appesi
clandestinamente
all
'
universo
come
quando
si
prepara
uno
spettacolo
.
E
perfino
le
stelle
,
l
'
acqua
,
i
fiori
,
tutto
venne
finito
alla
cieca
,
a
tastoni
nell
'
inerzia
spenta
d
'
un
'
eclisse
totale
.
Il
primo
razzo
sprizzò
dai
vulcani
.
La
luce
entrò
in
iscena
come
una
ballerina
sulle
cime
più
alte
dei
monti
:
e
tutti
gli
occhi
la
seguirono
impazziti
.
Poi
invase
il
cielo
e
scivolò
sul
mare
.
In
quel
punto
Qualcuno
si
copri
e
scomparve
,
come
il
macchinista
quando
s
'
alza
il
sipario
.
La
luce
è
la
strada
che
un
foro
nelle
persiane
ti
mostra
sul
soffitto
:
la
strada
che
si
muove
sulla
tua
testa
e
va
alla
rovescia
-
-
la
luce
è
la
negativa
fotografica
.
Quel
che
è
bianco
diventa
nero
-
-
e
viceversa
.
E
quella
elettrica
è
una
maschera
diabolica
:
sta
là
come
un
enigma
e
poi
d
'
un
tratto
si
spegne
.
È
sempre
lo
stesso
inganno
.
Il
cervello
ne
soffre
!
La
nostra
intelligenza
educata
a
quel
giuoco
diventò
come
quella
,
fece
le
stesse
manovre
,
e
ne
assunse
le
veci
.
Oramai
si
può
dipingere
con
l
'
intelligenza
,
che
non
è
soltanto
la
memoria
della
luce
,
ma
ne
è
la
rivale
.
Ecco
perché
Lurçat
non
pianta
il
cavalletto
nel
deserto
,
ma
torna
in
Francia
e
dipinge
la
notte
.
Crea
e
distrugge
,
non
tiene
mai
fede
la
luce
.
Si
sposta
,
fugge
codarda
come
un
profeta
che
abbandona
il
suo
popolo
.
Così
l
'
intelligenza
.
Anch
'
essa
prende
tutti
gli
aspetti
.
Penetra
e
si
ritrae
.
Il
pittore
si
guardi
dall
'
una
e
dall
'
altra
.
La
loro
velocità
turba
continuamente
le
sue
lunghe
esperienze
.
Sul
posto
illuminato
,
prontezza
,
abilità
non
servono
;
non
c
'
è
che
il
ricordo
che
un
sentimento
trattiene
,
quella
memoria
che
pesa
sui
nostri
destini
,
la
memoria
che
vale
.
Da
un
bisogno
di
esprimersi
per
dimenticare
tralucenti
figure
sorgono
e
si
svuotano
mollemente
nel
nulla
.
È
in
questo
modo
tacito
che
si
risolve
l
'
arte
ultima
di
Lurçat
.
Stan
là
i
suoi
disegni
con
la
fissità
di
una
proiezione
medianica
.
Sospesi
nel
vuoto
lasciato
da
un
mistero
svelato
,
allo
sbocco
di
uno
di
quegli
amori
inenarrabili
nei
quali
si
penetra
senza
paura
,
disperatamente
fin
che
ci
si
trova
dinanzi
a
un
muro
,
le
bocche
di
otto
fucili
dietro
la
schiena
,
e
la
grazia
arriva
appena
in
tempo
.
Allora
solamente
si
ha
il
diritto
di
dipingere
,
di
fare
della
musica
,
e
di
scrivere
in
versi
.
Se
no
è
meglio
tenersi
in
riserva
.
L
'
astinenza
è
al
sommo
dell
'
arte
.
I
suoi
disegni
sono
un
filo
caduto
sull
'
acqua
corrente
;
l
'
oblio
se
lo
porta
via
.
Rimembranza
,
sul
punto
di
snodarsi
ancora
riconoscibile
.
Sono
un
lungo
capello
di
donna
che
si
torce
nel
catino
.
Un
arabesco
,
un
geroglifico
,
una
scrittura
ampia
che
segna
l
'
itinerario
dell
'
umore
di
un
artista
.
Prospettive
che
hanno
un
livello
e
un
equilibrio
olimpico
.
Ci
si
vede
la
mano
abituata
a
disegnare
dopo
il
diluvio
le
nuove
carte
geografiche
:
spartizione
della
terra
e
delle
acque
.
Il
semplice
contorno
d
'
un
nudo
ti
sembra
un
continente
.
Figure
che
s
'
ingrandiscono
a
guardarle
,
pigliano
un
'
aria
di
antico
mistero
,
assorte
in
quella
lucidità
divina
che
precede
la
morte
.
Fluido
che
emana
dai
durissimi
pensieri
che
non
si
sciolgono
.
Apparizione
estremamente
labile
che
non
può
essere
veduta
,
scoperta
e
capita
che
una
sola
volta
;
una
volta
sola
prima
che
si
spezzi
.
Lurçat
è
capace
di
creare
col
semplice
ausilio
d
'
un
foglio
bianco
delle
grandi
distanze
tranquille
.
Passato
il
periodo
delle
contrazioni
,
dei
tormenti
del
fuoco
creativo
,
l
'
artista
lontano
,
quasi
assente
,
un
ritmo
largo
e
tranquillo
,
un
ritmo
d
'
ispirazione
postuma
fa
galleggiare
guida
e
conduce
oziosamente
queste
composizioni
piene
di
limpide
risonanze
.
Immagini
che
eran
rimaste
per
anni
impacchettate
nella
memoria
,
sfilano
dalla
matita
dell
'
artista
e
s
'
avviano
al
largo
;
veicolo
,
veicolo
progressivo
da
un
cartone
all
'
altro
.
Quel
che
vi
spinge
a
chiedere
se
non
c
'
è
là
sotto
una
storia
.
Non
saprei
quale
storia
-
-
mormora
Lurçat
-
-
e
pur
tuttavia
una
storia
ignorata
si
muove
occultamente
in
quei
lavori
:
la
storia
degli
anelli
di
fumo
che
fan
catena
senza
che
il
fumatore
pensieroso
ci
pensi
.
È
l
'
ispirazione
clandestina
che
distrattamente
sfugge
in
spirali
dal
comignolo
quando
il
fuoco
non
è
ancora
spento
.
La
sua
pittura
è
sobria
,
preziosa
,
circoscritta
da
un
esaltato
lirismo
,
aristocratica
,
chiara
e
nutrita
di
solitarie
arditezze
.
Nei
suoi
cieli
c
'
è
del
metallo
,
il
metallo
più
leggero
,
l
'
alluminio
.
Poi
i
suoi
volumi
sono
dei
pani
di
gesso
insozzati
di
rossetto
e
di
sangue
.
Alcuni
segnacci
neri
ci
sono
,
ma
son
rari
,
sguardi
di
corvo
,
spessi
e
crassi
come
le
tracce
d
'
un
sughero
bruciato
.
E
l
'
oscurità
c
'
è
,
ma
rosa
,
piuttosto
che
violetta
.
Mentre
le
ombre
portate
son
nere
come
l
'
Estate
.
V
Italia
e
Francia
L
'
italiana
è
una
lingua
sincera
e
poetica
,
ma
ritrosa
e
senza
praticità
.
Non
si
lascia
sfruttare
,
né
ridurre
in
briciole
.
Con
essa
non
si
fa
mercato
.
Senza
la
ritrosia
che
la
protegge
e
l
'
inceppa
la
nostra
lingua
avrebbe
raggiunto
il
Polo
e
l
'
Equatore
;
invece
l
'
italiana
,
la
lingua
più
bella
di
tutte
,
è
rimasta
quasi
sempre
tappata
in
casa
,
pudica
di
modi
e
di
costumi
.
E
nel
viver
ritirato
conservò
una
freschezza
coperta
e
intatta
,
come
una
monaca
in
clausura
.
Ci
vuole
un
cuore
filiale
,
mille
precauzioni
e
un
sentimento
fortissimo
per
smuovere
dal
buio
i
suoi
vocaboli
prodigiosi
,
per
trasportare
questa
lingua
timorosa
e
devota
di
qualche
passo
più
innanzi
,
in
modo
che
la
luce
del
mondo
cada
,
per
un
giorno
almeno
,
su
essa
.
Lieve
e
lungo
ha
il
respiro
,
e
nei
ricordi
,
la
lingua
nostra
,
trova
degli
accenti
da
sonnambula
che
durano
a
girare
nell
'
ombra
,
come
il
vento
in
un
pozzo
.
Schiva
,
e
incerta
nelle
sue
leggi
grammaticali
,
tarda
nella
compilazione
del
suo
dizionario
,
piena
di
amene
sentenze
proverbiali
,
la
lingua
italiana
si
esaurisce
subito
,
non
si
lascia
acchiappare
e
mettere
in
cattedra
.
Fugge
i
ragionamenti
,
cerca
la
melodia
.
Non
vuol
servire
,
non
vuole
obbedire
.
Umile
,
ma
tenace
,
essa
tende
a
dominare
il
pensiero
a
traverso
l
'
orecchio
.
Invece
la
lingua
francese
è
tutta
a
frasi
fatte
,
e
scorre
via
come
un
tapis
roulant
.
Ti
porta
dove
vuoi
.
In
città
,
in
campagna
.
Duttile
,
disinvolta
,
maneggevole
,
logica
,
e
animatissima
lingua
;
non
c
'
è
che
da
immergere
le
mani
nel
suo
sacco
per
cavarle
fosforescenti
di
spirito
.
Là
dentro
sembrano
fervere
tutti
i
tesori
illusorii
.
Le
sue
frasi
entrano
l
'
una
nell
'
altra
agevolmente
come
gli
anelli
di
una
catena
.
Ciascuno
può
variare
il
giunco
.
Parlando
,
o
scrivendo
,
il
francese
è
un
mercato
aperto
.
Mentre
,
in
italiano
,
per
comporla
,
una
pagina
,
ci
vuole
un
talismano
,
ci
vuole
la
cupa
passione
d
'
un
poeta
.
Se
no
la
nostra
lingua
si
sbarazza
crudelmente
dei
suoi
esploratori
.
Il
francese
è
tutto
sfumature
e
sfondi
.
La
nostra
lingua
invece
non
sembra
avere
che
una
dimensione
:
la
sua
superficie
nuda
.
Non
sembra
promettere
che
una
ricompensa
:
la
sua
consistenza
sonora
.
E
bisogna
riscaldarla
col
proprio
fiato
,
questo
candore
di
lingua
.
Il
suo
volto
uniforme
,
immoto
,
sembra
senza
rilievo
,
tanto
il
rilievo
è
cancellato
dagli
anni
;
e
le
cavità
sono
piene
di
polvere
.
Palpandola
come
un
cieco
,
soltanto
al
tatto
,
si
ritrovano
le
tracce
della
sua
bellezza
immortale
.
Ma
se
la
crosta
classica
si
rompe
,
un
sangue
caldo
scaturisce
e
ti
spruzza
-
-
il
linguaggio
popolare
altrettanto
rosso
quanto
è
bianca
quella
fronte
di
gesso
.
In
francese
ogni
parola
è
un
arnese
.
Il
francese
si
gonfia
,
si
moltiplica
,
ci
riempie
le
tasche
ed
í
cassetti
,
s
'
adatta
a
tutte
le
dimensioni
dell
'
intelligenza
.
È
come
il
colore
sulla
tavolozza
.
Col
francese
si
dipinge
,
si
fan
velature
,
si
avvolge
la
verità
,
il
nudo
e
i
suoi
difetti
.
La
lingua
italiana
quando
l
'
hai
fra
le
braccia
,
e
non
ti
scappa
,
ti
pare
,
fuor
di
senno
,
che
palpiti
offrendoti
il
fianco
,
invece
si
raffredda
da
capo
,
si
distende
e
non
si
muove
più
.
Ci
vuole
il
potere
magnetico
,
l
'
energia
d
'
un
Cagliostro
,
perché
la
lingua
italiana
si
levi
,
cammini
,
e
ti
segua
.
È
la
lingua
della
Sibilla
che
rifiuta
di
spiegarsi
.
-
-
Poche
parole
traversano
la
notte
dei
tempi
,
molte
parole
non
direbbero
nulla
.
Il
suo
antico
pudore
è
diventato
solennità
.
Nella
conversazione
perde
il
senso
e
si
spegne
.
Per
cavarne
un
suono
giusto
bisogna
che
la
nostra
fantasia
e
la
sua
originalità
si
tocchino
,
e
ci
vuole
il
più
amoroso
accorgimento
per
non
turbare
la
sua
trasparenza
di
sorgente
alla
quale
non
si
può
bere
che
a
fior
d
'
acqua
,
essendo
il
fondo
torbido
facile
a
salire
leggero
.
La
Francia
e
l
'
Italia
sono
due
modi
differenti
di
rappresentare
l
'
eternità
;
e
la
loro
vicinanza
è
un
capolavoro
del
tempo
.
Che
cosa
sarebbe
la
Francia
senza
l
'
Italia
al
suo
fianco
?
E
viceversa
.
I
due
colori
attigui
sulla
carta
d
'
Europa
dànno
un
accordo
portentoso
;
ma
non
potresti
dire
quale
è
quello
dei
due
,
che
fa
cantare
l
'
altro
.
Quale
preferire
fra
queste
due
sorelle
?
L
'
una
mobile
,
capricciosa
,
diversa
di
giorno
in
giorno
,
l
'
altra
,
dal
collo
taurino
,
ferma
come
una
statua
abituata
a
portare
sul
capo
il
peso
dei
secoli
.
Dinanzi
a
quello
scenario
della
Storia
che
è
il
Mediterraneo
,
l
'
Italia
e
la
Francia
seggono
vicine
,
come
due
sorelle
a
teatro
.
L
'
una
è
golosa
,
spiritata
,
inquietante
,
quasi
fastidiosa
,
per
civetteria
perde
in
pubblico
ogni
contegno
.
L
'
altra
modesta
e
nobile
,
s
'
offende
e
si
colora
di
fuoco
fino
al
bianco
degli
occhi
.
La
Francia
smania
,
soffre
il
solletico
,
per
farci
dispetto
tira
la
lingua
e
si
busca
qualche
gomitata
fra
le
costole
.
La
colpa
di
questi
litigi
è
tutta
delle
due
lingue
,
che
pur
somigliando
sono
sempre
discordi
.
Ci
vorrebbe
un
traduttore
intelligente
sino
alla
punta
dei
capelli
,
un
musicista
addirittura
,
per
creare
quell
'
armonia
che
manca
.
L
'
equivalente
non
si
trova
e
,
il
commercio
ne
soffre
.
Tu
gli
dai
un
cinghiale
,
egli
ti
restituisce
un
maiale
,
poi
ti
dà
lui
un
coniglio
e
tu
gli
rendi
una
lepre
.
E
sempre
lo
stesso
equivoco
,
fra
italiani
e
francesi
,
e
il
conto
non
torna
mai
.
Tuttavia
,
per
rappresaglia
,
dobbiamo
noi
cadere
in
ginocchio
dinanzi
agli
inventori
del
W.C.
?
Non
è
forse
la
nostra
burrascosa
convivenza
illustrata
da
fatti
chiari
e
gloriosi
?
Si
dice
che
della
moderna
civiltà
americana
non
rimarranno
che
mari
di
scatole
di
latta
.
L
'
impero
ottomano
non
ci
lasciò
che
piramidi
di
teschi
;
i
turchi
non
produssero
che
deserti
di
sabbia
.
La
Russia
non
è
più
che
uno
spaccio
di
disperazione
.
I
tedeschi
,
da
Wagner
,
a
traverso
Bruckner
,
Strauss
e
Reger
s
'
andarono
a
ficcare
nel
cemento
armato
,
e
lí
sono
rimasti
.
Dopo
la
guerra
mondiale
,
il
Tempo
se
vuol
ritrovare
la
compiacenza
e
l
'
orgoglio
d
'
esser
vecchio
e
immortale
deve
posare
il
piede
sulla
terra
latina
,
e
rientrare
nel
suo
mondo
cattolico
.
Spagna
,
Italia
e
Francia
lo
consoleranno
d
'
essere
eterno
.
L
'
Italia
che
da
Roma
in
poi
concede
a
questo
ospite
il
suo
silenzio
sacro
,
conservi
il
suo
atteggiamento
olimpico
.
Con
due
arance
al
posto
degli
occhi
,
simulacro
arcaico
squassato
dai
terremoti
,
l
'
Italia
riprende
la
sua
accecata
immobilità
d
'
avamposto
.
Il
deserto
è
vicino
.
Mentre
l
'
altra
sorella
,
velata
dalle
sue
piogge
,
esaltata
dai
venti
dell
'
Atlantico
,
sempre
nuova
di
umore
e
di
toilettes
,
in
un
cocchio
a
due
ruote
leggere
scarrozza
mollemente
.
La
sua
è
una
passeggiata
letteraria
;
poeti
,
scrittori
,
artisti
e
giornalisti
si
slanciano
alle
stanghe
e
le
fan
fare
il
giro
del
bosco
di
Boulogne
.
La
poesia
italiana
è
una
statua
posata
su
un
carrello
basso
e
grossolano
;
dalle
tozze
ruote
di
legno
,
simile
a
quelli
che
trasportano
i
blocchi
di
marmo
di
Carrara
.
Un
uomo
erculeo
tira
quel
carro
,
che
esce
al
sole
come
un
idolo
una
volta
ogni
cent
'
anni
.
Tutta
l
'
antica
ciociaria
prosternata
fa
ala
al
suo
passaggio
.
VI
L
'
Opéra
Eravamo
smemorati
del
tutto
e
ravvolti
in
una
perplessità
senza
causa
.
Pioveva
ancora
un
poco
,
a
tratti
.
Per
l
'
aria
c
'
era
una
sospensione
vaga
e
inquieta
come
per
la
presenza
nebulosa
e
immota
di
cose
disfatte
,
passate
.
Lo
spazio
,
pieno
di
caligine
,
sembrava
assordito
e
remoto
,
e
tra
gli
aspetti
tumultuosi
e
crudi
della
realtà
avresti
creduto
di
sentir
frusciar
via
quieto
,
assorto
,
il
panorama
di
una
vita
anteriore
.
E
pure
quella
era
l
'
ora
febbrile
e
clamorosa
delle
ultime
notizie
di
Parigi
.
Da
vicino
e
da
lontano
gli
strilloni
urlavano
come
demonii
scatenati
«
L
'
intransigeant
...
la
Ruhr
...
l
'
Armée
française
à
Coblenz
...
»
La
folla
si
muoveva
a
precipizio
con
quel
furore
francese
che
mescolato
alla
passione
politica
fa
di
certi
uomini
dei
fantocci
ridicoli
e
pericolosi
.
Fiumi
di
veicoli
enormi
e
d
'
ogni
specie
impazienti
circolavano
e
s
'
incrociavano
intorno
a
noi
,
scampanellando
senza
tregua
e
scaricando
a
bruciapelo
dalle
trombe
i
più
rauchi
e
mostruosi
avvertimenti
.
Nella
buca
ardente
della
ferrovia
sotterranea
si
gettavano
a
denti
stretti
torme
innumerevoli
di
pedoni
frettolosi
.
La
luce
elettrica
s
'
era
accesa
d
'
improvviso
sui
grandi
boulevards
e
sulla
lucida
Avenue
che
porta
al
Palais
Royal
.
Stavo
lí
su
due
piedi
fra
la
baraonda
dinanzi
all
'
edificio
dell
'
Opéra
.
La
gran
pignatta
costruita
dal
Garnier
e
circondata
di
statue
e
di
lampioni
malinconici
dominava
la
piazza
come
un
'
isola
fortificata
e
tenebrosa
.
In
alto
sul
frontone
del
famoso
e
diffamato
teatro
s
'
apriva
il
loggiato
pensile
che
illuminato
con
fuochi
di
bengala
svaporava
in
una
calda
tristezza
di
solitudine
.
Figure
incerte
e
femminee
s
'
affacciavano
all
'
aperto
,
si
sporgevano
nella
notte
,
si
muovevano
e
si
mescolavano
delicatamente
lassú
come
visioni
trepide
in
una
sede
sacra
ed
eccelsa
.
Trasecolando
guardavo
quel
presepio
aereo
.
La
baraonda
circostante
,
i
gridi
e
le
gomitate
mi
logoravano
i
nervi
mentre
quell
'
al
di
là
mi
invitava
col
suo
ineffabile
richiamo
.
Detto
fatto
slanciatomi
in
uno
spazio
libero
fra
le
automobili
con
un
salto
mi
trovai
fra
lo
scialbore
dei
fanali
ottocenteschi
,
l
'
ombra
delle
colonne
.
Nel
vestibolo
maestoso
e
vacuo
ogni
accesso
è
presidiato
da
una
specie
di
tribunale
eretto
sul
quale
troneggiano
,
solenni
,
dei
signori
in
frack
e
sparato
bianco
,
rasati
sino
al
blu
,
che
inalberano
sulla
testa
dei
magnifici
cilindri
di
alta
forma
.
Sono
questi
,
pallidi
tipi
di
croupiers
che
sorvegliano
,
sbadigliando
con
un
sussiego
accigliato
e
taciturno
,
gli
ingressi
e
verificano
i
biglietti
di
quelli
che
entrano
.
Ci
par
d
'
essere
nella
più
solenne
e
deserta
Corte
d
'
Assisi
.
E
fin
qui
,
nessuna
eco
musicale
che
giunga
a
noi
,
nessun
presentimento
lirico
.
Una
estenuazione
scoraggiante
,
un
che
di
blasé
fluttua
e
s
'
allunga
pei
vasti
corridoi
silenziosi
,
rischiarati
pigramente
.
Qualche
persona
di
qualità
entra
ancora
,
con
domestica
lentezza
.
Sono
dei
ritardatarii
:
un
cenno
,
e
traversano
stanchi
questo
primo
monumentale
controllo
.
Lo
spettacolo
deve
essere
già
incominciato
da
un
pezzo
.
Ci
buttiamo
verso
il
celebre
scalone
,
facciamo
i
gradini
a
due
per
volta
correndo
sul
tappeto
che
ci
guida
sempre
più
in
alto
.
I
giri
e
rigiri
sono
interminabili
:
durante
l
'
ascensione
ci
vien
fatto
d
'
intravvedere
tra
gli
splendori
spalancati
dei
promenoirs
l
'
uniforme
di
parata
di
una
guardia
repubblicana
che
vigila
sui
beni
dello
Stato
;
costui
ci
rimette
paternamente
su
la
buona
strada
.
Finalmente
eccoci
,
col
cuore
in
gola
,
all
'
ultimo
piano
;
là
ci
colpiscono
l
'
orecchio
gli
scoppi
vaghi
degli
ottoni
soffocati
dalla
porta
chiusa
e
i
mormorii
indistinti
di
un
coro
che
sembra
sepolto
.
C
'
è
ancora
tempo
,
tra
il
muro
e
la
porta
,
di
sbagliare
indirizzo
;
per
fortuna
la
guardarobiera
del
loggione
ci
soccorre
e
ci
mette
dentro
con
un
sorriso
e
un
inchino
impercettibile
.
Nell
'
oscurità
d
'
una
grotta
sonora
popolata
da
silhouettes
protese
,
intente
e
lampeggianti
come
terrecotte
nel
riverbero
di
un
forno
,
una
piccola
poltrona
di
velluto
rosso
,
vuota
,
al
davanzale
,
ci
aspetta
;
e
siamo
a
posto
.
Una
spanna
più
su
del
nostro
capo
il
soffitto
cupo
,
enorme
,
s
'
allarga
e
s
'
allontana
oscuramente
.
La
recita
è
in
pieno
corso
.
La
sala
immensa
del
teatro
s
'
apre
tutta
sotto
i
nostri
piedi
come
un
abisso
semibuio
,
silenzioso
e
formicolante
;
annegata
in
un
rosso
amaro
che
i
lumi
radi
e
protetti
non
riescono
a
guastare
.
Contempliamo
,
da
questo
nido
di
piccioni
,
la
turbinosa
inerzia
di
quel
mondo
sontuosamente
prostrato
in
una
beatitudine
crepuscolare
.
Nella
veglia
accaldata
e
sonnolenta
l
'
orchestra
quasi
roca
rimescola
e
sciupa
dolcemente
i
suoi
timbri
.
Le
armonie
si
addensano
e
si
diffondono
trasfigurate
come
a
vespero
.
I
violoncelli
circolano
sommessi
e
chini
fra
i
fiati
declinanti
mentre
le
trombe
echeggiano
tristi
,
trionfali
e
lente
nella
lontananza
.
Nessuno
potrà
dire
l
'
insistente
turbamento
che
dà
la
musica
in
questo
luogo
memorabile
,
popolato
e
fastoso
.
Una
ricchezza
pesante
e
ravvolta
di
colori
indistinti
quieti
si
coagula
all
'
intorno
.
Forme
gelide
dai
riflessi
misteriosi
nella
torrida
semi
oscurità
guizzano
irretite
nel
vasto
sogno
musicale
,
come
mosche
iridescenti
e
innumerevoli
,
prese
in
una
immensa
tela
di
ragno
.
Un
lampadario
a
palloni
opachi
grosso
come
un
carroaisel
,
illumina
da
vicino
le
grevi
incrostazioni
dorate
e
la
fumosa
e
violenta
pittura
della
cupola
.
A
mezz
'
aria
lembi
di
luce
han
fremiti
velati
e
perlacei
di
neve
che
ondeggi
nel
tramonto
e
si
sciolga
.
Dal
respiro
profondo
di
quelle
tenebre
trasparenti
,
vive
con
un
rilievo
leggero
misterioso
e
aggraziato
una
folla
sospesa
e
senza
età
.
Nelle
loggie
riboccanti
di
alto
ceto
giacciono
in
atteggiamento
di
contrizione
gli
sparati
immacolati
,
le
décolletées
pallide
e
ambigue
,
i
Granii
lucidi
e
privilegiati
e
le
lunghe
braccia
guantate
;
fra
la
seta
e
le
gemme
affacciata
ai
davanzali
dei
balconi
la
folla
siede
quasi
prosternata
.
I
tenui
raggi
dei
lumi
scivolano
sulla
lunghe
spalle
azzurrine
,
sui
dorsi
polposi
e
lisci
,
echeggiando
sul
raso
e
sul
velluto
verde
cobalto
con
uno
splendore
stanco
,
dissonante
e
morbido
di
toni
.
Sul
'
fondo
indistinto
vigila
,
eretta
e
ossequíente
,
la
nera
galanteria
dei
cavalieri
francesi
.
Mentre
non
è
troppo
vecchio
questo
teatro
ha
un
aspetto
di
decrepitudine
esanime
incantevole
come
,
a
vederlo
ritornare
,
così
sterminato
,
un
tempo
che
fu
.
In
questa
cornice
il
pubblico
sembra
proprio
quello
di
cento
anni
fa
.
Certo
,
quassú
al
nostro
posto
devono
esser
venuti
a
covare
il
loro
odio
gli
anarchici
dell
'
epoca
di
Ravachol
e
di
Blanqui
,
i
romantici
alcoolizzati
,
i
bombardieri
feroci
e
tutto
quel
proletariato
verdiano
cupo
e
fedele
,
capace
nella
sua
passione
sacrosanta
di
minacciare
con
lettere
fregiate
di
teschi
e
di
pugnali
chi
osasse
toccare
l
'
idolo
del
loro
fanatismo
.
Il
sipario
venerabile
e
smorto
,
dipinto
a
larghe
pieghe
di
velluto
sanguigno
discende
silenziosamente
.
Nell
'
intervallo
molti
spettatori
leggono
il
libretto
.
Curiosa
usanza
quella
di
richiamare
il
pubblico
quando
la
recita
riprende
,
con
una
serie
di
colpi
lugubri
e
reiterati
come
se
dietro
il
sipario
inchiodassero
un
feretro
.
L
'
orchestra
è
già
di
nuovo
tutta
a
posto
disseminata
fra
i
lumi
verdi
dei
leggii
e
sembra
un
accampamento
di
scarabei
in
cravatta
bianca
;
la
lettura
ricomincia
svogliata
e
accademica
.
Le
poltrone
di
velluto
paonazzo
della
platea
montano
irruenti
come
squadroni
della
vecchia
guardia
lanciati
verso
un
'
altura
,
in
file
serrate
e
ondeggianti
.
Il
pubblico
è
così
folto
che
copre
le
architetture
e
sembra
piovere
giú
dalla
cupola
nel
fuoco
crollante
delle
cavità
più
oscure
e
disperate
.
La
parete
di
contro
sembra
un
'
apoteosi
al
suo
epilogo
che
s
'
inabissa
dissolvendosi
maestosamente
,
e
una
ascensione
infatuata
piena
d
'
un
lucore
agonizzante
.
Quella
sera
si
rappresentava
la
Kovancina
di
Moussorski
.
Quest
'
opera
fra
le
più
grandi
di
tutta
la
Russia
ci
rivelò
le
profondità
animate
,
intatte
,
delicate
e
brutali
dell
'
anima
musicale
slava
,
apparsa
improvvisamente
,
durante
questo
ultimo
mezzo
secolo
nell
'
agone
un
poco
routinier
del
nostro
teatro
lirico
.
La
verginità
monumentale
di
questa
musica
piena
di
emozione
primitiva
,
il
leggero
delirio
delle
melodie
,
e
i
ritmi
festosi
annunziano
,
con
un
risuonare
violento
e
disperso
,
l
'
avvento
della
Russia
nevosa
e
leggendaria
.
Il
paziente
e
solenne
dolore
,
l
'
ignavia
sbadigliante
e
l
'
indistruttibile
sperare
di
quel
popolo
grande
e
neghittoso
lampeggia
occultamente
in
orchestra
come
.
fuoco
sotto
una
distesa
dura
e
interminabile
di
ghiaccio
.
Dissipato
quel
brivido
vasto
,
puerile
,
quando
s
'
acqueta
l
'
ebbrezza
divina
e
precipitosa
l
'
ascoltatore
rimane
vuoto
di
parole
,
smemorato
e
sospeso
ai
limiti
di
quelle
melodiose
distese
,
pungenti
e
lontane
che
sfumano
poeticamente
.
Nella
storia
del
teatro
musicale
Moussorski
non
è
l
'
anello
di
una
catena
.
È
solo
.
Nessuno
lo
precede
,
nessuno
lo
segue
.
Appartenne
a
quella
scuola
che
si
formò
barometricamente
nel
grande
spazio
della
santa
Russia
,
come
una
nuvola
:
«
Glinka
,
Balakireff
,
Borodin
,
Liadoff
,
Rimski
Korsakoff
»
,
e
finalmente
«
Moussorski
»
,
che
scoppia
come
un
uragano
.
Lo
si
riconosce
al
suo
terribile
accento
,
alla
sua
larghezza
popolosa
e
senza
costruzione
,
alla
sua
implacabile
solennità
che
riposa
sul
numero
.
Si
può
dire
che
sulla
opera
di
Moussorski
come
sulle
terre
del
sacro
impero
non
tramonta
mai
il
sole
.
È
un
mondo
immerso
in
un
sublime
sgomento
.
Il
tempo
non
ha
presa
su
di
lui
.
In
Moussorski
c
'
è
grandezza
,
la
grossezza
omerica
.
Viene
avanti
.
A
ogni
battuta
ha
del
coraggio
,
della
forza
.
Non
una
parola
di
più
nel
suo
discorso
.
Una
mimica
enorme
,
una
profondità
,
una
magia
da
far
fremere
.
Egli
tira
a
sé
un
tappeto
infinito
.
Travolge
i
destini
di
un
popolo
.
Senza
tregua
-
-
patetico
,
formidabile
.
Vicino
a
lui
i
suoi
compagni
,
i
suoi
revisori
son
ben
meschini
.
Borodin
,
Glazunoff
e
Rimski
Korsakoff
il
quale
gli
corregge
le
partiture
d
'
orchestra
,
non
sono
che
dei
professori
,
degli
epigoni
,
che
scrivono
delle
sinfonie
,
dei
quartetti
e
nell
'
opera
fanno
del
folclore
.
Moussorski
,
tutto
istinto
,
non
scrisse
mai
una
fuga
.
La
sua
idea
era
la
Russia
.
E
per
la
Russia
scrisse
le
sue
opere
:
il
Boris
e
la
Kovancina
.
Infatti
Moussorski
possedeva
una
preparazione
tecnica
appena
rudimentale
,
egli
non
volle
mai
possedere
quella
che
si
chiama
l
'
abilità
del
mestiere
,
e
forse
non
poteva
.
Egli
sentiva
che
le
abitudini
dello
stile
acquisito
e
del
lavoro
metodico
pesano
sull
'
indipendenza
del
pensiero
musicale
e
intralciano
l
'
originalità
.
Orientato
decisamente
secondo
la
sua
vocazione
Moussorski
non
si
preoccupa
di
bellezza
pura
né
di
estetica
.
Borodin
racconta
che
un
giorno
Moussorski
cominciò
a
suonare
una
sinfonia
di
Schumann
,
arrivato
a
metà
smise
indispettito
e
chiuse
il
quaderno
:
«
Qui
cominciano
le
matematiche
musicali
»
,
esclamò
con
umore
.
Scriveva
poi
a
un
amico
:
«
Ditemi
perché
,
quando
ascolto
parlare
dei
giovani
artisti
,
pittori
e
scultori
,
io
posso
seguire
i
loro
pensieri
,
capire
le
loro
opinioni
,
il
loro
scopo
,
e
di
rado
mi
accade
di
sentirli
parlare
di
tecnica
,
mentre
,
al
contrario
,
quando
mi
trovo
con
dei
musicisti
,
quasi
non
odo
enunciare
una
idea
viva
,
essi
sembrano
sempre
seduti
sui
banchi
della
scuola
,
e
non
conoscono
che
tecnica
e
vocaboli
del
mestiere
.
L
'
arte
musicale
è
dunque
così
giovane
che
si
debba
studiarla
in
modo
puerile
?
»
Rimski
Korsakoff
che
ha
istrumentato
e
completato
la
Kovancina
dice
nelle
sue
Memorie
che
i
manoscritti
di
Moussorski
tradivano
«
un
dilettantisme
effronté
et
une
impuissance
technique
absolue
»
.
«
Amateci
fin
che
siamo
sporchi
,
perché
quando
saremo
puliti
ci
ameranno
tutti
»
è
il
detto
comune
dei
vagabondi
russi
.
Gli
è
che
fra
genio
e
intelligenza
c
'
è
un
abisso
incolmabile
.
Che
cosa
sono
il
pensiero
,
la
ragione
e
il
sapere
di
fronte
alla
fantasia
creativa
se
non
degli
accomodamenti
ambiziosi
e
provvisori
?
-
-
e
non
parliamo
della
verosimiglianza
e
della
piccola
logica
giudiziosa
,
insalatina
nell
'
orto
del
travet
.
Purtroppo
è
proprio
sotto
forma
d
'
insalata
che
l
'
arte
diventa
un
commestibile
popolare
.
Abbiamo
sempre
bisogno
di
intenderci
l
'
un
l
'
altro
e
di
riconciliarci
sulla
base
d
'
una
formula
vuota
e
convenzionale
.
Abituati
a
veder
Cristo
di
faccia
,
non
lo
riconosciamo
più
se
si
presenta
di
profilo
,
ed
è
solo
quando
ascoltiamo
Moussorski
istrumentato
da
Rimski
Korsakoff
che
ci
accorgiamo
che
Moussorski
vale
cento
volte
più
di
Rimski
.
In
conclusione
ogni
grand
'
uomo
ha
sempre
il
torto
di
non
rassomigliare
al
suo
ritratto
ufficiale
.
O
disgraziato
e
grande
Moussorski
!
Quando
la
foga
creativa
l
'
abbandonava
,
piuttosto
che
impuntarsi
dinanzi
al
lavoro
come
un
giocatore
di
scacchi
egli
afferrava
la
bottiglia
e
affogava
la
propria
pena
nella
vodka
.
E
povera
e
immensa
Kovancina
,
manomessa
salassata
!
Dove
l
'
uno
mette
,
l
'
altro
leva
.
Da
Rimski
e
Borodine
,
sino
all
'
ultimo
,
arrangeur
,
régisseur
,
o
direttore
d
'
orchestra
,
ciascuno
aggiunge
del
proprio
,
taglia
nel
vivo
,
scompone
,
inquadra
,
rabbercia
e
storpia
.
E
dopo
tanto
rimescolare
e
correggere
,
quest
'
opera
viene
scaguata
sulle
tavole
della
scena
,
così
come
si
gettano
i
dadi
alla
fortuna
,
finisce
per
dare
un
tono
quasi
differente
a
seconda
che
s
'
allunga
o
si
schiaccia
nel
cadere
.
Tuttavia
per
quante
riparazioni
o
abusi
si
possano
commettere
a
suo
danno
,
continua
lì
dentro
a
vivere
e
a
marciare
il
genio
dell
'
autore
.
Tutto
il
resto
non
può
trovare
che
una
giustificazione
appena
sopportabile
.
VII
Teatro
dei
Campi
Elisi
L
'
Italia
,
dunque
,
avrebbe
il
torto
di
non
conoscere
abbastanza
Alfredo
Casella
,
pianista
europeo
,
il
più
stonato
e
il
più
placido
dei
nostri
compositori
,
l
'
apostolo
,
per
così
dire
,
della
nota
falsa
,
il
più
pedagogico
dei
fumisti
e
fra
tanti
futuristi
,
avveniristi
,
dadaisti
,
dinamisti
,
il
più
intossicato
e
'
più
angelico
di
tutti
.
Quando
Giuseppe
Verdi
sul
declinare
della
vita
scrisse
«
torniamo
all
'
antico
»
,
aveva
egli
forse
veduto
con
terrore
emergere
sulla
lontana
curva
evanescente
dell
'
orizzonte
il
profilo
embrionale
e
fantomatico
di
Alfredo
Casella
?
Nato
con
un
anticipo
di
alcune
centinaia
di
anni
,
giunto
inaspettato
in
queste
nostre
province
trasandate
e
piene
di
pigre
e
succulente
banalità
,
capitato
fra
orecchianti
crapuloni
e
ammiratori
smargiassi
di
Gioacchino
Rossini
e
di
Gaetano
Donizetti
,
soffocato
da
un
'
atmosfera
grassa
di
cotechino
,
confuso
tra
gente
scamiciata
che
mandava
giú
certi
bocconi
pesanti
come
ferri
da
stirare
,
Alfredo
Casella
,
il
nostro
valoroso
amico
,
si
strinse
nei
panni
con
un
brivido
,
si
abbottonò
in
fretta
sino
al
mento
come
uno
spicchio
di
limone
e
cercò
di
passare
al
largo
filando
via
dissimulato
e
lieve
come
un
missionario
chiamato
altrove
.
Avido
di
un
'
avvenire
che
gli
si
mostrasse
alla
vista
con
le
sue
prospettive
geometriche
,
con
le
sue
solitudini
appartate
e
metafisiche
egli
distrusse
dietro
di
sé
le
insegne
della
vecchia
saggezza
,
i
ponti
della
ritirata
,
e
si
lanciò
alla
ricerca
di
un
mondo
irreprensibile
e
retto
dal
più
austero
proibizionismo
.
Nel
quale
gli
uomini
avessero
uno
stomaco
automatico
e
un
cuore
secco
come
un
terno
al
lotto
,
e
dove
il
progresso
politecnico
salisse
sempre
scivolando
verso
zone
più
frigorifere
con
la
continua
e
silenziosa
regolarità
di
un
ascensore
bene
ingrassato
.
Ecco
dunque
il
nostro
precursore
in
viaggio
;
avanguardia
perduta
fra
le
ombre
antelucane
di
un
'
epoca
che
non
vorrebbe
ancora
essere
rivelata
,
egli
procede
impassibile
e
rigoroso
oltre
i
limiti
segnati
sulle
carte
dalle
ultime
spedizioni
.
Le
fiere
e
gli
Iddii
di
quelle
plaghe
vergini
e
sacre
fuggono
ululando
fra
le
nebbie
dinanzi
alla
redingote
fatale
dell
'
ex
segretario
della
Società
italiana
di
musica
moderna
,
che
sembra
sgranare
sotto
i
suoi
passi
una
interminabile
legione
di
pianoforti
invisibili
.
Di
stagione
in
stagione
,
questo
franco
cacciatore
dell
'
idea
futura
riappare
persistente
e
immutato
fra
noi
accolto
e
ossequiato
dai
discepoli
categorici
della
santa
lega
modernistica
che
recano
in
mano
il
catechismo
della
cacofonia
pura
.
Egli
studia
,
saggia
,
incita
il
loro
fervore
sacrosanto
,
poi
si
immerge
con
grazia
pacata
nelle
diverse
correnti
della
più
matta
pubblicità
e
s
'
allontana
trasportato
verso
remotissimi
lidi
.
Così
,
all
'
inglese
,
se
ne
va
ogni
volta
questo
messaggero
dell
'
anno
duemila
.
L
'
America
elettrica
lo
attrae
irresistibilmente
con
i
suoi
fonografi
,
i
suoi
brevetti
d
'
invenzione
e
i
suoi
grattacieli
che
tanto
somigliano
ai
poemi
sinfonici
d
'
oggidì
.
Come
compositore
egli
è
del
tutto
imparziale
,
vale
a
dire
,
non
ci
mette
niente
di
suo
,
la
sua
posizione
nel
mondo
della
musica
è
quella
di
colui
che
non
persuade
nessuno
e
non
si
lascia
persuadere
da
nessuno
.
Questo
non
gli
impedisce
di
avere
per
il
globo
,
e
in
via
d
'
eccezione
,
non
pochi
ammiratori
e
sopratutto
moltissimi
amici
a
prova
di
bomba
.
Egli
è
,
senza
dubbio
,
il
primo
fra
i
charmants
garçons
della
giovane
scuola
italiana
,
i
suoi
nemici
lo
adorano
e
fra
questi
ultimi
,
Casella
può
mettere
anche
noi
che
scriviamo
di
lui
con
tanta
affettuosa
ingratitudine
.
«
La
freccia
volante
riposa
»
disse
un
filosofo
greco
.
Saggezza
sprecata
.
Casella
è
per
la
logica
scientifica
,
e
non
scrive
quattro
battute
di
melodia
qualunque
,
senza
rivestirle
con
la
camicia
di
spine
del
suo
sistema
.
Egli
fa
stridere
nel
bagno
gelato
del
suo
temperamento
il
ferrame
rovente
della
sua
volontà
.
Il
moto
dissonante
e
babelico
,
l
'
attrito
armonico
esasperato
e
insanabile
,
l
'
escoriazione
perpetua
sono
il
suo
rovello
.
Egli
lancia
all
'
aria
rottami
d
'
ogni
sorta
,
pone
mano
ad
altri
,
e
a
chi
tocca
tocca
.
Studia
giorno
e
notte
con
quella
tenacia
irreparabile
,
escogita
e
combina
ad
arte
i
suoni
in
modo
da
sconquassare
i
nervi
e
smontare
,
pezzo
per
pezzo
,
i
timpani
del
prossimo
:
strappa
alla
gente
malcapitata
gridi
di
spasimo
e
siccome
egli
è
fatto
per
metter
male
e
creare
screzii
fra
gli
strumenti
d
'
orchestra
,
tutto
gli
riesce
così
bene
da
suscitargli
intorno
orrore
e
spavento
,
per
il
raggio
di
dieci
miglia
.
Egli
lavora
di
sorpresa
,
piomba
su
una
sala
di
concerti
e
quasi
sempre
riesce
a
catturare
e
trarsi
dietro
il
pubblico
che
non
osa
più
né
fiatare
né
fuggire
.
Là
dove
passa
la
sua
musica
l
'
erba
non
rinasce
più
!
C
'
è
qualcuno
che
prende
la
cosa
al
tragico
e
si
domanda
con
costernazione
:
Quand
'
è
che
costui
avrà
il
coraggio
civile
di
farsi
capire
?
Errore
!
niente
da
fare
con
lui
.
Amici
e
nemici
insieme
egli
travolge
pur
di
raggiungere
i
posteri
,
egli
scrive
per
le
generazioni
future
;
sono
i
nostri
nipoti
quelli
che
capiranno
e
godranno
tutto
.
Il
bello
si
è
che
Casella
oltre
ad
essere
un
compositore
a
gran
velocità
è
anche
,
lo
diciamo
con
orgoglio
,
un
uomo
intelligentissimo
,
cosa
che
costituisce
,
per
un
musicista
d
'
oggidì
,
un
lusso
strepitoso
.
Tuttavia
a
vederlo
non
lo
diresti
da
tanto
.
Chi
non
lo
conosce
immagina
ch
'
egli
sia
un
tipo
da
non
star
nella
pelle
,
egli
invece
ci
sta
,
compunto
e
cauto
;
non
ci
sta
proprio
del
tutto
comodo
,
perché
di
pelle
ne
ha
ricevuta
in
dotazione
appena
quel
tantino
strettamente
necessario
;
ma
per
starci
,
ci
sta
,
lo
si
può
dire
,
docilmente
,
senza
batter
ciglio
,
né
fare
una
grinza
.
Se
ha
da
mostrarsi
lieto
,
prende
le
sue
precauzioni
e
,
con
uno
sforzo
calcolato
,
sorride
,
sorride
,
sorride
come
i
cavalli
di
legno
di
un
carrousel
.
Naturalmente
non
può
,
nelle
sue
condizioni
,
nemmeno
rimpinzarsi
di
pasticcini
o
gonfiarsi
di
vino
.
A
tavola
lo
vedi
sobrio
e
misurato
arrestarsi
al
dessert
,
posare
la
forchetta
e
il
coltello
e
scostare
tranquillamente
da
sé
il
bicchiere
,
alzando
gli
occhi
rassegnati
al
soffitto
.
Allora
tu
potrai
leggere
,
sulla
fronte
senza
rughe
,
la
legge
dura
:
Non
mangerai
né
cocomeri
né
poponi
.
Contro
i
casi
gravi
d
'
allegria
irrefrenabile
Casella
ha
escogitato
una
risata
,
diremo
così
,
idraulica
,
di
sua
fabbricazione
,
che
non
mette
in
pericolo
il
suo
squisito
involucro
,
né
lo
squassa
o
arriccia
:
una
risata
che
scoppia
,
erompe
e
scroscia
tutta
al
di
dentro
con
il
glu
,
glu
,
glu
lamentoso
di
secchio
che
vien
su
pieno
e
grondante
,
da
una
cisterna
d
'
acqua
gelata
.
L
'
incontrammo
in
gennaio
a
Parigi
,
la
sua
roccaforte
.
Egli
con
la
solita
impassibilità
ci
colmò
d
'
attenzioni
e
di
gentilezze
,
e
ci
invitò
,
per
il
giorno
dopo
,
ad
un
concerto
,
nel
quale
egli
avrebbe
preso
parte
come
pianista
e
come
compositore
.
Il
concerto
ebbe
luogo
,
infatti
,
nel
gran
teatro
dei
Campi
Elisi
e
fu
la
prima
volta
che
noi
mettemmo
piede
là
dentro
.
La
sala
era
gremita
e
magnifica
.
Dirigeva
l
'
orchestra
René
Baton
.
Casella
sedeva
al
pianoforte
.
Tutti
conoscono
il
suo
raro
talento
pianistico
e
la
sua
tecnica
chiara
,
brillante
e
delicata
;
è
inutile
,
quindi
,
descrivere
l
'
entusiasmo
che
il
nostro
connazionale
suscitò
quel
giorno
;
basti
dire
che
tra
il
continuo
andare
e
ritornare
,
per
presentarsi
al
pubblico
che
lo
acclamava
con
insistenza
delirante
,
Casella
fu
costretto
a
farsi
qualche
chilometro
col
capogiro
.
La
seconda
parte
del
programma
comprendeva
l
'
esecuzione
della
sua
Elegia
eroica
per
grande
orchestra
.
Casella
che
non
aveva
più
parte
in
scena
venne
su
in
palco
con
noi
e
si
mise
in
un
angolo
buio
per
ascoltarsi
.
E
l
'
angoscia
cominciò
.
La
musica
impelagata
e
stridula
dell
'
amico
,
trovando
,
questa
volta
,
un
sostegno
nella
nostra
disperata
solidarietà
tirava
innanzi
tutta
di
contropelo
fra
un
silenzio
di
malaugurio
.
Guardando
ben
dritto
dinanzi
a
noi
nelle
tenebre
pensavamo
con
accoramento
:
Dio
buono
,
si
può
zittirlo
e
fischiarlo
in
Italia
ma
all
'
estero
l
'
applaudiremo
a
tutti
i
costi
.
Intanto
l
'
Elegia
eroica
che
a
tutta
prima
sembrava
interminabile
andava
man
mano
rattrappendosi
fin
che
arrivò
all
'
ultimo
rantolo
e
si
distese
stecchita
.
Drizzammo
le
orecchie
in
quel
punto
ma
invano
;
non
un
segno
di
reazione
o
di
collaudo
sorse
a
rompere
il
silenzio
mortale
che
regnava
nella
sala
;
s
'
udí
invece
appena
il
rifiatare
pauroso
di
una
folla
scampata
allora
e
sollevata
fuor
di
pericolo
.
La
cupola
aerea
del
teatro
risuonò
fievolmente
e
lungamente
come
se
l
'
echeggiare
di
mille
sorrisi
enigmatici
l
'
avesse
percossa
.
In
quel
frangente
,
noi
,
possiamo
dirlo
senza
falsa
modestia
,
ci
portammo
da
buoni
italiani
e
cominciammo
a
far
strepito
per
dieci
,
battendo
le
mani
,
a
dita
aperte
,
senza
badare
al
bruciore
,
con
una
forza
e
uno
zelo
,
moltiplicati
;
ma
quel
che
ci
indignò
e
ci
fece
uscir
dai
gangheri
,
fu
il
vedere
Casella
seduto
,
freddo
e
immobile
nella
semioscurità
,
inerte
come
un
idolo
metafisico
.
Toh
!
,
gli
gridammo
con
furia
,
ci
lasci
soli
in
questo
guaio
,
proprio
tu
che
hai
la
colpa
di
tutto
?
-
-
Fu
allora
che
udimmo
tutto
d
'
un
tratto
,
la
sua
risata
stridere
come
una
carrucola
nella
sua
gola
,
mentre
le
sue
mani
di
pianista
si
mettevano
ad
applaudire
con
un
'
allegria
straordinaria
.
E
questa
volta
il
successo
si
delineò
assumendo
le
proporzioni
gigantesche
di
un
successo
a
quattro
mani
.
VIII
Museo
Grevin
È
un
gran
museo
di
figure
di
cera
.
Labirinto
,
teatro
,
galleria
,
catacomba
;
tutto
insieme
,
un
palazzo
.
Dentro
Dentro
c
'
è
Robespierre
,
Briand
,
Napoleone
,
Gambetta
,
Poincaré
,
Re
Alfonso
,
la
più
famosa
ballerina
dell
'
Opéra
,
poi
c
'
è
Charlot
,
Costes
e
Lebrix
.
In
tutto
tre
dozzine
di
personalità
molto
in
vista
,
alle
quali
devi
aggiungere
«
les
grandes
vedettes
du
Sport
et
de
la
Mode
»
.
Carico
di
ornamenti
,
lavorato
come
un
mobile
di
pessimo
gusto
rococò
-
-
appariscente
,
rosso
,
decrepito
e
tetro
,
l
'
ambiente
sembra
l
'
antica
sala
dei
festini
di
una
dimora
abbandonata
.
Quel
tanto
di
teatrale
che
un
simile
luogo
comporta
,
e
la
sua
funzione
postuma
applicata
al
Presente
,
darebbero
ragione
a
un
titolo
,
ad
un
nome
più
lungo
e
romanzesco
,
per
esempio
:
Museo
Grevin
,
ovvero
,
la
Forza
del
Destino
.
Di
punto
in
bianco
,
senza
detonazione
,
senza
il
tumulto
di
una
soluzione
chimica
,
l
'
Attualità
qui
dentro
diventa
Storia
con
l
'
emmediatezza
di
un
precipitato
.
Cos
'
è
?
Chiromanzia
,
o
forma
,
clima
,
effetto
del
locale
?
Chi
lo
sa
.
Qui
dentro
spira
un
'
aria
da
fine
di
carnevale
;
un
'
aria
di
esumazione
;
c
'
è
una
atmosfera
soffocante
e
surreale
,
che
ti
mozza
il
respiro
,
uno
scirocco
che
ti
fa
invecchiare
,
un
'
afa
dinanzi
alla
quale
rinculi
,
e
sprofondi
nel
Tempio
della
Fama
Universale
.
Insomma
la
mise
en
scène
sembra
sia
stata
attuata
nell
'
orgasmo
di
una
crisi
ministeriale
,
ed
è
in
tutto
e
per
tutto
degna
d
'
esser
firmata
dal
più
grande
pittore
dell
'
epoca
:
il
doganiere
Rousseau
.
I
grandi
personaggi
del
giorno
riprodotti
in
cera
sono
gli
ospiti
estatici
di
questa
formidabile
galera
.
Tutti
i
più
illustri
indiziati
di
genio
,
quelli
che
son
passibili
di
immortalità
,
eccoli
là
,
immersi
in
una
luce
,
per
così
dire
,
declamatoria
.
Sembrano
spegnersi
intorno
a
quei
tigt
verdognoli
gli
echi
di
un
'
orazione
funebre
.
Quanto
silenzio
.
L
'
imponente
brigata
luccica
e
non
si
muove
più
sotto
il
nevischio
della
naftalina
.
Giunta
a
questa
stazione
la
pubblicità
fa
alt
,
si
tace
e
sbadiglia
.
Qui
c
'
è
il
«
fermo
»
,
la
quarantena
della
gloria
.
Il
salone
d
'
ingresso
è
diviso
in
scomparti
,
in
box
(
salvo
i
trofei
,
gli
addobbi
,
e
la
tappezzeria
)
come
una
scuderia
.
Con
la
coda
dell
'
occhio
vedi
brillare
qua
e
là
delle
facce
che
sai
.
Stresemann
,
Hoover
,
Kellogg
,
malamente
equilibrati
,
sembra
che
nascondano
sotto
le
falde
dei
loro
diplomatici
krauss
delle
code
di
paglia
.
Statue
di
cera
?
-
-
dirai
.
-
-
Abbiamo
già
veduto
cento
volte
questa
roba
nei
baracconi
da
fiera
.
Non
è
la
stessa
cosa
.
Anch
'
io
ricordo
la
«
donna
nuda
rapita
dall
'
orangutan
,
il
maggiore
Toselli
ferito
ad
Amba
Alagi
e
il
Re
Galantuomo
che
muore
nel
suo
letto
»
;
ma
quelle
,
benché
ferite
e
morenti
,
sono
statue
felici
,
fortunate
;
viaggiano
,
cambiano
aria
e
paesi
.
Le
vedi
respirare
in
fin
dei
conti
,
girar
la
testa
e
gli
occhi
,
sia
pure
lentamente
;
insomma
credi
,
quel
regime
aperto
e
mutevole
fa
loro
proprio
un
gran
bene
.
Ma
nel
Museo
Grevin
non
c
'
è
movimento
.
Le
statue
in
questa
pensione
conservano
il
loro
atteggiamento
per
dei
mesi
e
dei
mesi
,
magari
per
degli
anni
,
finché
viene
il
momento
di
sparire
in
cantina
o
nel
solaio
.
I
posti
sono
contati
,
quindi
la
celebrità
vuol
essere
amministrata
qui
dentro
col
massimo
rigore
.
Scaduta
la
voga
,
appena
la
popolarità
accenna
a
scemare
,
gli
inquilini
in
ribasso
devono
ceder
la
scranna
ai
nuovi
che
sopravvengono
.
Quanti
ce
n
'
è
,
che
son
passati
di
qui
.
Nomi
mondiali
,
tipi
famosi
,
monumenti
che
pesavano
quintali
,
quintali
di
cera
preziosa
.
Dove
sono
finiti
?
Li
hanno
liquidati
.
Li
hanno
fatti
bollire
in
una
grande
caldaia
?
Dunque
anche
qui
tutto
cambia
,
tutto
si
rinnova
,
e
qualche
volta
più
presto
di
quel
che
non
avvenga
nelle
interminabili
e
sempre
fresche
vetrine
delle
Galeries
Lafayette
.
Basta
una
guerra
,
una
rivoluzione
,
e
anche
meno
,
una
seduta
parlamentare
,
perché
qualche
figura
vada
su
nel
granaio
,
e
un
'
altra
faccia
di
cera
venga
messa
a
quel
posto
.
Chi
si
ricorda
più
,
per
esempio
,
di
Combes
,
il
famoso
ministro
anticlericale
,
il
mangiapreti
famoso
,
il
cui
statuone
spadroneggiava
qua
dentro
?
Passato
il
suo
quarto
d
'
ora
politico
,
è
scomparso
il
grand
'
uomo
.
Forse
per
farlo
durare
un
po
'
di
più
ne
han
fatto
dei
ceri
sacri
.
E
adesso
Combes
illumina
l
'
altare
di
Notre
Dame
de
Paris
?
Un
triste
guardiano
,
con
la
candela
accesa
,
fa
qui
dentro
ogni
notte
il
suo
giro
di
ronda
,
ispeziona
il
locale
e
si
ritira
borbottando
.
Come
l
'
avaro
,
sordo
e
feroce
custode
del
Castello
di
Corneville
,
che
per
mezzo
delle
campane
spaventava
l
'
ignara
popolazione
e
usurpava
i
beni
del
padrone
.
Soltanto
che
sugli
zoccoli
disposti
nel
salone
invece
delle
sinistre
e
arrugginite
armature
degli
antenati
qui
ci
son
dei
doppioni
fuori
corso
,
ancora
più
sinistri
,
dei
terribili
sosia
,
dei
«
facenti
vece
»
di
cera
.
Chissà
quali
tragedie
avvengono
qui
la
notte
.
Quante
rivalità
e
odii
si
scatenano
quando
il
Museo
si
chiude
.
È
lecito
supporlo
:
vociferazioni
,
lamenti
,
strida
,
da
far
gelare
il
sangue
.
Benché
il
mattino
dopo
tutto
ritorni
in
ordine
,
il
pubblico
che
entra
non
si
lascia
ingannare
da
tutta
quella
cera
che
ora
sorride
e
si
compiace
in
silenzio
.
Troppa
diplomazia
.
Abbiamo
già
capito
,
solo
al
vedere
il
povero
Charlot
più
pesto
e
più
smorto
del
solito
,
quel
che
succede
qui
.
Tremante
,
mezzo
nascosto
dietro
una
colonna
,
Charlot
dopo
ogni
nottata
reca
ancora
sul
volto
le
tracce
di
una
minacciosa
paura
,
e
copre
con
le
braccia
la
vita
del
suo
piccolo
bene
:
Jackie
Coogan
.
Fu
nel
muovermi
per
uscire
dal
Museo
Grevin
che
dal
fondo
del
salone
d
'
ingresso
vidi
voltarsi
verso
di
me
un
mucchio
di
figure
di
cera
.
Una
folla
del
tutto
nuova
.
Dianzi
,
passando
dallo
stesso
salone
,
li
avevo
lasciati
scorrere
intorno
a
me
senza
accorgermene
.
Correttissimi
e
pieni
di
un
'
animazione
enigmatica
costoro
da
tutte
le
parti
mi
venivano
incontro
amabilmente
,
quasi
per
trattenermi
.
Benché
sembrassero
un
po
'
sazii
e
scoraggiati
di
esser
senza
voce
e
senz
'
anima
,
i
loro
lineamenti
,
resi
audaci
da
qualche
pennellata
recente
e
troppo
carica
,
luccicavano
come
la
galantina
.
Alcuni
si
affacciavano
ai
loro
scomparti
con
l
'
aria
ansiosa
,
curiosa
e
impettita
di
chi
aspetta
che
suoni
l
'
ora
della
libera
uscita
.
E
ce
n
'
eran
di
quelli
impazienti
,
che
avevan
già
messo
il
piede
sul
tappeto
che
copre
lo
spazio
adibito
alla
circolazione
del
pubblico
.
Fra
coloro
che
se
ne
stavan
quieti
al
loro
posto
rivedo
con
piacere
Hoover
.
Seduto
degnamente
egli
ascolta
,
con
un
sorriso
quadrato
come
il
suo
viso
,
un
rapporto
che
gli
fa
il
suo
segretario
.
C
'
è
fra
i
due
molto
spazio
e
molto
rispetto
.
La
gerarchia
funziona
anche
al
museo
.
Hoover
non
batte
ciglio
.
Il
suo
segretario
nemmeno
.
La
conferenza
può
continuare
.
Passiamo
oltre
.
Ed
ecco
Doumergue
,
il
più
scapolo
e
insieme
il
più
paterno
dei
presidenti
.
È
un
Doumergue
esageratamente
in
salute
,
che
fa
pensare
al
cognac
.
La
sciarpa
repubblicana
lo
taglia
trasversalmente
in
due
,
al
pari
dell
'
alfiere
di
un
mazzo
di
carte
francesi
-
-
uguale
di
sopra
e
di
sotto
.
Ha
lo
sparato
imbottito
,
gravido
forse
di
stoppa
.
Sul
petto
del
suo
frack
scintilla
,
come
un
granchio
d
'
oro
,
una
decorazione
.
Anch
'
egli
,
agghindato
e
scentrato
,
sorride
e
tiene
una
mano
posata
sulla
spalliera
della
poltrona
.
Scarpe
di
pelle
lucida
.
Mani
di
morto
.
Sorriso
da
ubbriaco
.
Consiglio
al
ritrattista
:
«
rifare
tutto
da
capo
»
.
Lí
vicino
alla
Francia
,
il
Vaticano
:
due
svizzeri
,
con
l
'
alabarda
,
fan
la
guardia
alla
nicchia
dove
il
Papa
seduto
in
trono
,
con
una
bolla
nella
mano
abbandonata
sui
ginocchi
,
guarda
un
monsignore
tutto
in
viola
,
che
tien
le
mani
incrociate
sul
ventre
.
In
piedi
è
un
giovane
cavaliere
barbato
,
in
cappa
e
spada
,
nel
nero
costume
spagnolo
,
catenella
d
'
oro
,
collare
,
spadino
e
scarpe
col
fiocco
.
Sul
fondo
un
crocifisso
.
È
il
pezzo
più
vivo
del
quadro
.
Accanto
a
me
,
un
signore
con
un
giornale
in
mano
(
l
'
«
Action
française
»
)
e
gli
occhiali
sul
naso
.
Ha
l
'
aria
di
tenere
il
fiato
,
guarda
S
.
Santità
con
un
'
attenzione
da
psichiatra
.
Guardiamo
tutti
e
due
a
lungo
,
ma
io
mi
stanco
per
primo
e
mi
rivolgo
verso
di
lui
:
Di
cera
,
di
cera
anche
lui
.
-
-
«
Leon
Daudet
»
mi
sussurra
in
un
orecchio
un
custode
avvicinatomisi
di
soppiatto
.
Mi
rivolto
di
soprassalto
squadrandolo
con
diffidenza
,
non
fosse
anche
costui
di
cera
.
Della
cera
incaricata
d
'
ingannarmi
?
O
di
qual
'
altra
materia
?
Era
un
surrogato
o
un
uomo
?
E
s
'
allontana
lasciandomi
nel
dubbio
.
Si
vede
del
resto
che
queste
figure
sono
di
cera
finissima
;
se
fossero
di
sego
,
con
questi
pomeriggi
che
un
'
afa
stanca
divora
,
le
mani
di
Doumergue
colerebbero
irreparabilmente
giú
per
i
bracciuoli
della
poltrona
.
Dunque
per
ora
i
fantocci
di
questa
serra
della
grandezza
politica
,
reagiscono
al
caldo
con
dei
sorrisi
melliflui
,
con
delle
smorfie
melense
.
Si
sa
il
miele
e
la
cera
sono
parenti
.
Ma
se
ti
fai
sotto
e
li
guardi
a
poca
distanza
non
ti
pare
che
questi
ritratti
abbozzino
un
sorriso
,
un
sorriso
un
po
'
contrariato
di
non
rassomigliare
a
nessuno
e
tanto
meno
a
se
stessi
?
Madida
di
stearico
sudore
a
forza
di
voler
essere
fedele
,
questa
ricostruzione
individuale
di
gente
che
circola
tuttora
nel
mondo
e
sta
benone
,
ti
sembrerà
viceversa
più
squallida
e
più
ardente
di
quel
che
è
naturale
.
S
[
t
]
udiamo
anche
noi
vivi
,
che
pur
siamo
d
'
argilla
;
poi
quando
la
terra
ci
copre
,
ne
usciamo
,
a
piccole
rate
notturne
,
in
fuochi
fatui
.
Vuoi
o
non
vuoi
la
cera
ha
sempre
voglia
di
ardere
,
se
non
d
'
altro
di
febbre
,
e
qui
i
personaggi
più
importanti
son
tutti
febbricitanti
.
Han
già
il
presentimento
che
presto
o
tardi
dovran
finire
tutti
in
sacra
o
profana
illuminazione
.
Infatti
in
questo
salone
combustibile
è
proibito
fumare
.
Qui
dentro
c
'
è
una
mise
à
point
storica
che
non
aspetta
il
tempo
.
Siamo
nel
regno
della
copia
conforme
.
Qui
si
sopprime
l
'
anima
,
si
sopprime
il
respiro
,
a
scopo
commemorativo
.
Si
mette
il
morto
al
posto
del
vivo
.
Qui
,
fra
una
nube
di
cloroformio
e
di
etere
,
si
tratta
di
estrarre
la
«
maschera
»
dell
'
epoca
presente
;
di
mettere
sotto
una
campana
di
vetro
,
lontano
,
lontano
dall
'
aria
'
,
delle
statue
che
han
sotto
il
braccio
immense
buste
di
cuoio
,
e
non
sono
esattori
.
Monumenti
autorevolissimi
ma
senza
piedistallo
che
stringono
nel
pugno
rotoli
di
carta
bollata
,
segno
antichissimo
di
onnipotenza
.
Questo
luogo
è
uno
spegnitoio
per
tutti
:
di
cera
e
di
carne
.
I
tappeti
smorzano
lo
slancio
,
moderano
l
'
andatura
del
visitatore
incerto
e
diffidente
.
Si
cammina
sulle
uova
.
Si
parla
sottovoce
come
in
casa
dell
'
ammazzato
.
Avviene
che
qualche
manichino
impaziente
venuto
ad
ingombrare
addirittura
il
passaggio
,
riesca
a
conservare
,
quasi
per
miracolo
,
la
propria
incolumità
fra
il
parapiglia
muto
e
rispettoso
della
gente
.
Lo
vedi
con
raccapriccio
tenersi
dritto
nell
'
ombra
,
in
mezzo
a
quel
via
vai
.
La
mossa
malaccorta
di
un
frettoloso
che
si
volta
,
uno
spintone
,
una
pestata
di
piedi
,
potrebbe
farlo
traballare
e
cascar
giú
tutto
d
'
un
pezzo
fra
le
braccia
di
un
custode
accorrente
.
Che
diavolo
,
sembra
vivo
-
-
e
sono
tanti
i
vivi
che
sembrano
morti
.
Lí
per
lí
non
viene
in
mente
a
nessuno
che
sia
falso
-
-
eppoi
con
questa
luce
così
equivoca
e
fioca
-
-
ci
vuole
tanto
poco
,
una
disattenzione
basta
;
ecco
che
rotola
in
terra
.
No
,
m
'
illudo
,
resiste
.
È
un
'
arte
da
imbalsamatori
.
Ogni
opera
di
questa
arte
è
opera
conservativa
anzi
reazionaria
:
sostituisce
al
vero
la
mummia
trionfale
,
il
cliché
burocratico
comun
denominatore
d
'
ogni
convenzionale
identificazione
.
Il
vivo
preso
di
mira
ha
sempre
il
torto
di
non
rassomigliare
al
suo
ritratto
ufficiale
-
-
gli
assenti
han
sempre
torto
-
-
dunque
in
certo
qual
modo
,
nell
'
ordine
definitivo
,
son
rivoluzionari
,
anzi
dobbiamo
aggiungere
che
a
colui
,
fra
costoro
,
che
si
compiace
d
'
esser
raffigurato
così
,
sub
specie
aeternitatis
,
l
'
esser
vivo
dispiace
,
l
'
esser
vivo
è
d
'
impaccio
.
Motivo
per
cui
molti
poveri
diavoli
,
che
credono
alla
gloria
,
o
sentono
d
'
esser
predestinati
a
passare
alla
storia
,
cercan
fin
dalla
nascita
il
gesto
,
il
silenzio
solenne
dei
musei
,
tengon
la
lingua
tra
i
denti
,
imitano
nel
loro
viso
il
legno
,
il
bronzo
,
la
cera
,
il
gesso
,
lo
stucco
dei
busti
da
consolle
,
e
serbano
fino
alla
morte
l
'
atteggiamento
degli
idoli
,
dei
tabú
.
Quando
usciamo
di
qui
il
sole
fa
l
'
ultimo
capitombolo
.
Fra
quel
fiume
di
gente
che
scende
i
grands
boulevards
si
resta
sbalorditi
e
interdetti
.
Del
vero
,
del
reale
non
c
'
è
più
traccia
nel
mondo
.
Sotto
le
miracolose
spavalderie
del
crepuscolo
c
'
è
un
'
esuberanza
distratta
di
colori
e
di
forme
vuote
che
si
muovono
senza
direzione
,
un
'
intensità
di
cose
vaghe
e
vacillanti
che
un
soffio
caldo
rende
più
luminose
e
ferme
.
Non
si
ha
più
il
senso
dell
'
autenticità
:
esseri
strani
che
ti
guardano
con
occhi
ingranditi
,
cocottes
erranti
in
preda
a
una
estasi
egiziana
,
strilloni
di
giornali
che
un
congegno
fu
urlare
sempre
la
stessa
parola
,
signore
dalle
parrucche
d
'
argento
,
cavalieri
manierati
e
stecchiti
che
si
chinan
su
quelle
;
lentissime
automobili
che
si
seguono
silenziosamente
a
catena
,
e
tutti
quei
lucenti
cristalli
di
vetture
troppo
nuove
,
dietro
i
quali
brillano
come
sante
reliquie
i
volti
più
consunti
e
antichi
di
Parigi
.
Sotto
il
terrore
delle
tenebre
che
calano
rapidamente
,
tutti
vacillano
,
incerti
sulla
via
da
pigliare
;
poi
sembra
che
ognuno
si
butti
a
dritta
o
a
manca
quasi
per
raggiungere
prima
di
notte
la
porta
del
proprio
Museo
Grevin
.
IX
Stella
Stella
Giuseppe
.
Pittore
napoletano
emigrato
a
New
York
34
anni
fa
.
Figura
straordinaria
.
Questa
«
nota
personale
»
la
trovo
scritta
sul
mio
taccuino
.
Mi
pare
che
valga
la
pena
di
svilupparla
.
Un
tipo
simile
non
s
'
incontra
ogni
giorno
.
Come
la
terra
del
suo
paese
,
costui
è
fatto
d
'
una
sostanza
vulcanica
,
ferace
e
saporita
,
che
può
viaggiare
e
non
si
guasta
mai
sotto
nessun
clima
.
Segnalo
dunque
ai
lettori
il
pittore
Giuseppe
Stella
,
calato
su
Parigi
dall
'
America
.
Egli
ha
già
piantato
la
sua
brava
tenda
nel
quartiere
di
Montparnasse
.
Ecco
un
uomo
che
non
ti
farà
mai
un
'
accoglienza
banale
.
L
'
ho
conosciuto
avant
'
ieri
,
dopo
la
mezzanotte
,
al
caffè
«
du
Dôme
»
.
Faceva
un
caldo
equatoriale
.
La
gente
seduta
fuori
sulla
veranda
,
studiando
il
modo
di
respirare
quel
fuoco
,
non
faceva
che
sbottonarsi
,
bere
dell
'
acqua
ghiacciata
,
e
farsi
vento
col
fazzoletto
.
Stella
arrivato
allora
da
Napoli
,
attraverso
Roma
e
Pisa
,
pretendeva
che
la
temperatura
di
qui
non
fosse
niente
in
confronto
alla
nostra
italiana
.
Stava
seduto
sulla
sua
scranna
come
un
re
.
La
sua
corporatura
sommergeva
tutto
quel
mondo
esausto
e
trito
che
sudava
intorno
a
lui
.
Era
,
come
si
suol
dire
,
in
forma
,
e
il
suo
umore
,
d
'
una
dimensione
grandiosa
e
piena
,
splendeva
addirittura
.
Deve
avere
una
salute
formidabile
costui
.
Ha
la
mascella
forte
di
Caruso
.
Probabilmente
le
sue
tele
cantano
.
Stella
è
di
Muro
Lucano
.
Si
mette
a
parlare
dei
monti
della
Basilicata
.
Sulla
casa
dove
è
nato
e
cresciuto
,
ha
fatto
costruire
ultimamente
una
terrazza
che
domina
tutta
la
vallata
.
Di
lassú
nell
'
ora
del
tramonto
egli
si
gode
la
vista
di
un
panorama
così
bello
da
togliere
il
fiato
.
Le
montagne
nude
,
senza
boscaglia
,
si
addormentano
le
une
appoggiate
alle
altre
e
vanno
digradando
verso
la
linea
dell
'
orizzonte
.
L
'
aria
è
tersa
.
La
vallata
che
è
lunga
chilometri
e
chilometri
affonda
tra
i
monti
con
curve
delicate
come
la
schiena
di
un
violino
.
«
È
un
istrumento
quella
vallata
-
-
dice
Stell
-
-
un
strumento
che
vibra
»
.
«
ogni
voce
,
ogni
suono
,
anche
il
più
piccolo
,
anche
l
'
eco
più
lontana
diventa
una
cantilena
a
motivo
locale
»
.
Nel
caffè
intanto
la
folla
dirada
.
Alla
nostra
volta
si
paga
,
e
ci
si
alza
dal
tavolo
.
Facciamo
insieme
un
po
'
di
strada
nella
notte
.
Stella
ha
forse
cinquant
'
anni
,
è
un
po
'
sbracato
,
ma
solido
,
allegro
e
raggiante
.
Parla
forte
come
tutti
i
meridionali
.
Camminando
con
lui
in
quel
torrido
boulevard
ho
l
'
impressione
che
egli
sia
il
residuo
vivente
di
una
giornata
d
'
agosto
.
Un
essere
,
che
il
sole
,
prima
di
sparire
,
ha
deposto
sulle
terra
che
dorme
.
La
faccia
di
Stella
è
una
palla
di
fuoco
.
Un
cappello
a
cono
dalle
ali
nere
e
spioventi
fa
da
paralume
a
quella
faccia
che
arde
come
una
lucerna
,
e
sembra
gettare
(
mi
si
perdoni
la
figura
)
un
tenue
riverbero
circolare
sui
marciapiedi
.
Per
lui
bruciano
ancora
qua
e
là
i
lumi
degli
ultimi
caffè
rimasti
aperti
.
Stella
parla
con
una
competenza
originale
della
sua
vita
e
dell
'
arte
.
Parla
meglio
d
'
un
filosofo
e
di
non
so
quale
poeta
.
Parla
del
«
naif
»
,
del
«
naif
»
italiano
,
e
dice
questa
parola
in
francese
perché
probabilmente
gli
pare
che
a
dirla
in
italiano
nessuno
ci
crede
.
Parla
di
quegli
artisti
popolari
che
continuano
una
tradizione
antichissima
:
la
pittura
istoriata
dei
baracconi
e
dei
carretti
.
Poi
il
discorso
gira
.
Adesso
viene
fuori
l
'
America
,
Edgardo
Poe
,
e
Walt
Whitman
.
Due
poeti
,
due
Americhe
digerenti
.
Quella
di
Poe
più
vera
dell
'
altra
.
«
Laggiú
-
-
dice
Stella
-
-
vedo
Poe
dappertutto
:
nella
tristissima
campagna
,
dove
,
trent
'
anni
fa
,
non
c
'
era
che
qualche
casamento
abbandonato
e
pauroso
;
nei
quartieri
sordidi
e
deserti
di
qualche
vecchia
città
-
-
per
esempio
di
Broocklin
»
.
«
Poe
non
si
può
tradurre
.
Quale
forma
italiana
o
francese
dare
per
esempio
al
Corvo
?
Lo
conoscete
in
inglese
?
Che
lingua
,
che
effetti
lucidi
e
prodigiosi
!
»
«
In
quanto
alle
traduzioni
di
Baudelaire
c
'
è
lí
dentro
un
'
indolenza
preziosa
,
una
cadenza
latina
che
non
va
;
un
non
so
che
,
un
colore
,
una
sensualità
di
cui
l
'
originale
non
reca
ombra
»
.
«
Poe
è
serafico
,
lucido
,
profondo
e
matematico
.
Materia
calamitata
.
Calmo
e
fatale
»
.
«
Chi
non
ha
visto
tutto
il
cielo
metallico
che
copre
New
York
non
può
capire
quel
che
intendo
dire
»
.
«
Il
Maelstrohm
,
leggetelo
in
inglese
.
Mai
una
lingua
raggiunse
la
vertigine
cristallina
,
il
calcolo
immutabile
e
arduo
di
questo
poema
in
prosa
»
.
«
In
America
la
nera
malinconia
,
la
solitudine
spaventevole
le
senti
appena
arrivi
.
Poe
non
poteva
essere
che
americano
»
.
«
Una
sera
ero
in
quella
orrenda
città
che
è
Broocklin
:
l
'
inferno
industriale
»
.
«
Badate
-
-
racconta
Stella
.
-
-
Un
luogo
da
fuggire
a
gambe
levate
»
.
«
La
neve
dura
copriva
tutto
.
Una
neve
chè
il
carbone
anneriva
:
tutta
ghiacciuoli
taglienti
,
e
croste
pericolose
.
C
'
era
ad
ogni
passo
da
rompersi
le
ossa
»
.
«
Insomma
vetro
in
terra
e
vetro
nell
'
aria
»
.
«
Nessuno
fuori
in
quell
'
ora
.
Neanche
un
cane
in
giro
»
.
«
Le
case
e
le
botteghe
di
quel
quartiere
anonimo
erano
chiuse
e
sprangate
.
E
sopratutto
un
buio
morto
,
un
silenzio
spietato
»
.
«
Aspettavo
il
tram
che
non
veniva
.
Avevo
freddo
.
Ero
solo
.
Per
riscaldarmi
cercai
di
muovere
qualche
passo
su
quel
difficilissimo
cammino
»
.
«
Vedevo
proiettarsi
laggiú
sulla
neve
una
luce
folgorante
.
Meno
male
,
pensai
,
c
'
è
un
Bar
aperto
,
un
Caffè
,
o
forse
un
Ristorante
»
.
«
Andai
avanti
incantato
verso
quella
zona
di
neve
che
sotto
la
luce
vivissima
sembrava
sollevarsi
leggera
nelle
tenebre
»
.
«
A
poco
a
poco
raggiunsi
l
'
angolo
e
nel
voltare
rimasi
quasi
acciecato
da
una
specie
di
forno
elettrico
»
.
«
Era
una
terribile
vetrina
delle
Pompe
funebri
che
vomitava
il
fuoco
bianco
di
cento
dinamo
su
tutta
la
neve
della
strada
»
.
«
In
mezzo
alla
vetrina
c
'
era
una
bara
di
smalto
bianco
,
foderata
di
seta
bianca
.
Su
quella
bara
un
cartello
`
As
you
like
it
'
che
vuol
dire
,
`
come
vi
piace
'
»
.
«
Questa
è
l
'
America
dai
pugni
di
ferro
e
dai
nervi
d
'
acciaio
!
»
X
I
Black
Birds
Il
formidabile
spettacolo
di
New
York
La
Rivista
di
Leslies
«
GLI
UCCELLI
NERI
»
con
ADELAIDE
HALL
AIDA
WARD
TIAN
MOORE
e
la
famosa
musica
di
Mr
Hugb
parole
di
Doroty
Fields
CON
UNA
COMPAGNIA
DI
STELLE
E
100
ARTISTI
DI
COLORE
Questo
fu
l
'
ultimo
cartellone
di
Music
hall
che
apparve
affisso
sulla
facciata
del
Moulin
Rouge
di
Parigi
.
Gli
Uccelli
neri
migratori
diedero
quella
sera
la
loro
recita
d
'
addio
.
Addio
vario
,
strabiliante
,
definitivo
.
Il
Music
hall
morí
quella
sera
d
'
una
bella
morte
,
e
il
cinematografo
parlato
s
'
insediò
ormai
nel
Moulin
Rouge
che
era
stato
la
rocca
forte
del
Variété
.
L
'
ultima
canzone
triste
di
Adelaide
Hall
diceva
la
nostalgia
trionfale
di
quell
'
addio
al
Moulin
Rouge
che
proprio
all
'
apogeo
essa
lasciava
,
per
non
rivederlo
mai
più
.
Fra
gli
orgiastici
bengala
di
questo
supremo
commiato
,
ci
parve
udire
allora
lo
strido
delle
procellarie
annunciante
,
nella
tempesta
,
il
naufragio
del
Music
hall
.
Non
si
vedrà
mai
più
nulla
di
più
vistoso
,
di
più
vivo
e
vibrante
di
questa
troupe
composta
di
negri
indiavolati
,
e
di
mulatte
le
cui
mani
s
'
attorcigliano
come
le
miccie
accese
,
i
cui
tratti
trasaltano
e
bruciano
nelle
esplosioni
infuocate
del
jazz
.
Non
vedremo
mai
più
tutti
quei
veli
schiumosi
e
bianchi
di
sposa
,
di
fidanzata
,
su
quei
volti
color
di
ciocco
lata
,
e
di
rosa
-
-
quelle
strane
figure
di
fanciulle
,
di
matrone
,
di
guappi
,
in
foggie
caricaturali
e
carnevalesche
-
-
tutte
quelle
vignette
da
«
Magazin
pitoresque
»
con
certe
mantelline
,
cuscinetti
,
ombrellini
,
che
una
volta
usavano
,
anche
nell
'
isole
di
Cuba
,
San
Domingo
e
Giamaica
,
all
'
epoca
e
nel
clima
dei
piantatori
di
zucchero
.
E
non
saprei
dire
perché
nella
follia
musicale
di
quell
'
orchestra
negra
ci
fosse
dello
Chopin
.
Forse
perché
a
traverso
l
'
amorosa
Georges
Sand
un
po
'
di
sangue
nero
è
colato
nelle
Mazurche
del
malinconico
pianista
polacco
?
Di
qui
la
pallida
e
cocente
ebbrezza
di
quei
ritmi
.
Tre
cuoche
della
Martiníca
col
fazzolettone
annodato
sulla
fronte
saltano
come
impazzite
giuocando
con
le
loro
sottane
di
percalle
a
fiorami
,
e
scoprendo
sulle
caviglie
le
mutande
antiquate
del
1860
-
-
mentre
da
quel
vespaio
sonoro
che
è
la
grande
«
Plantation
Orchestra
»
senti
venir
su
un
caldo
equatoriale
.
I
quadri
dello
spettacolo
si
seguono
l
'
un
l
'
altro
,
senz
'
altra
interruzione
che
quella
di
un
attimo
di
oscurità
:
-
-
Caffè
bui
,
clandestini
,
del
quartiere
di
Harlem
,
buffoneschi
episodi
della
malavita
,
vociferazioni
scimmiesche
,
tutto
quel
bianco
idioma
inglese
che
traversa
la
loro
anima
nera
-
-
la
scena
che
sprofonda
nel
buio
,
fra
un
minaccioso
luccicar
di
rasoi
.
Poi
le
coppie
dei
negri
in
abito
da
società
che
sfilano
nel
lume
zafferano
della
ribalta
-
-
i
riti
matrimoniali
-
-
le
smanie
sentimentali
-
-
e
finalmente
l
'
immenso
,
panteistico
richiamo
del
Sud
,
la
scena
della
Jungla
,
con
la
famosa
canzone
del
Di
ga
di
ga
do
:
tutto
ha
uno
svolgimento
vertiginoso
,
profondo
e
rievocatore
,
come
la
traversata
di
un
secolo
in
un
giorno
.
Questo
teatro
disceso
fra
noi
dall
'
America
è
proprio
di
una
innocenza
integrale
.
Naturalmente
i
Black
birds
,
o
uccelli
neri
che
dir
si
voglia
,
prima
di
venir
qui
abitavano
una
selva
,
una
selva
di
grattacieli
,
i
grattacieli
di
New
York
.
Ragione
per
cui
in
questa
curiosa
Parigi
che
il
nuovo
mai
non
sazia
,
essi
son
già
gli
esponenti
dell
'
ultima
moda
,
della
suprema
eleganza
.
Non
a
torto
del
resto
,
perché
son
tutti
negri
smilzi
,
costoro
,
dal
ventre
concavo
come
un
cucchiaio
ossidato
.
Negri
che
in
una
patetica
conflagrazione
di
pacatissime
cadenze
inglesi
e
di
strilli
gutturali
,
dan
valore
e
conferma
alle
teorie
di
Darwin
.
più
numerose
e
più
inquietanti
dei
maschi
anche
qui
sono
le
femmine
;
genia
combusta
,
adulterata
e
volubile
che
per
via
d
'
esorcismi
,
di
semicupi
,
e
di
cipria
,
riesce
a
far
la
spola
tra
il
grado
umano
più
basso
e
quello
più
sublime
,
lasciando
la
civiltà
dietro
sé
,
a
mezza
strada
,
come
una
vecchia
governante
.
Sulle
gote
queste
ragazze
hanno
delle
grosse
frittelle
di
rossetto
.
Lorde
in
tal
guisa
le
loro
oscure
fisionomie
han
preso
d
'
incanto
uno
slancio
frenetico
e
fatuo
come
la
fiamma
.
Così
avviene
che
una
paradossale
e
lampante
avvenenza
trasfiguri
le
loro
magre
teste
di
morto
.
Lì
per
lì
non
sai
come
da
quell
'
acre
e
fin
troppo
aromatico
branco
salti
fuori
di
colpo
la
più
radiosa
stella
di
Broadway
.
Son
tutte
men
che
ventenni
,
d
'
una
polpa
serpentina
e
durissima
,
pettinate
alla
maniera
eccentrica
di
Josephine
Baker
,
cioè
con
i
capelli
incollati
a
virgola
sulla
fronte
.
Sotto
questa
punteggiatura
audace
i
loro
occhi
dardeggiano
.
Non
c
'
è
donna
di
teatro
,
o
cometa
nel
cielo
,
che
fuggendo
sfolgori
più
viva
di
questa
.
Con
dei
notturni
riflessi
di
bronzo
i
loro
corpi
ignudi
,
che
un
agitato
e
gonfio
gonnellino
di
penne
di
struzzo
copre
,
guizzano
contro
luce
in
un
vegetariano
paesaggio
da
cinematografo
.
Beatissima
isola
del
Pacifico
.
In
fondo
,
la
luna
fa
una
scia
d
'
argento
sul
mare
di
smeraldo
che
appare
incorniciato
da
'
palmizi
giganti
.
Su
quel
terrestre
paradiso
di
banane
,
esse
son
le
hawajane
.
Una
bellissima
scena
,
che
non
basta
a
descriverla
la
penna
stilografica
:
ci
vogliono
i
tamburi
.
Si
direbbe
il
festino
di
una
tribú
di
pescatrici
di
perle
,
che
torno
torno
all
'
isola
,
nelle
acque
profonde
,
i
coscienziosi
pescicani
assediano
.
Ma
quel
che
più
addentro
deve
turbare
con
vaghe
nostalgie
l
'
anima
delle
platee
è
la
voce
strana
di
queste
fanciulle
di
colore
.
Voce
debole
,
ferma
sugli
albori
della
creazione
.
Liquide
voci
boschive
,
verdi
come
l
'
aria
tra
il
fogliame
,
monotone
come
l
'
acqua
.
Queste
negre
che
cantano
ballando
,
buttan
le
note
a
piena
gola
,
come
l
'
ultima
campana
che
s
'
addormenta
.
Suoni
lunghi
che
dondolano
ai
rami
,
polvere
di
melodia
:
il
sonno
scivola
,
s
'
adagia
.
Dormiveglia
della
jungla
sotto
la
pioggia
calda
.
Lamenti
di
leopardi
,
la
sera
.
Ruggito
che
illanguidisce
e
finisce
in
sfumature
color
di
vaniglia
.
Onde
gravi
di
sospiri
;
misteriosi
assopimenti
;
echi
dolenti
;
voci
nascoste
in
fondo
alla
natura
.
Cantilene
che
incantano
;
voci
comiche
,
rauche
,
lucenti
,
musicali
.
Musicali
accenti
di
una
fisarmonica
immensa
da
cui
nasce
il
nuovo
mito
negro
americano
.
Nel
genere
serio
,
poi
,
questa
troupe
ci
offre
un
numero
di
una
terribilità
addirittura
teologale
.
Qui
la
passione
di
Cristo
e
la
paura
del
diavolo
non
han
limiti
.
Il
motivo
ne
è
il
seguente
:
«
Negli
stati
del
Sud
il
paese
è
allo
stesso
livello
del
mare
,
e
quando
un
negro
muore
,
se
non
è
abbastanza
ricco
per
essere
sepolto
nelle
montagne
,
vien
sotterrato
nelle
adiacenze
lagunari
,
sì
che
l
'
acqua
fa
tornare
il
suo
corpo
a
galla
.
Allorché
muore
uno
di
questi
negri
poveri
tutti
i
negri
del
villaggio
si
riuniscono
intorno
alla
sua
bara
,
e
creano
coi
loro
canti
una
specie
di
isteria
che
spinge
gli
uomini
a
rubare
,
e
le
donne
a
vendersi
ai
bianchi
,
allo
scopo
di
raccogliere
il
denaro
sufficiente
per
l
'
inumazione
del
defunto
»
.
Il
velario
si
apre
su
un
quadro
spento
che
la
lanterna
cieca
esplora
.
È
la
navata
d
'
una
chiesa
anglicana
.
Il
cupo
laboratorio
dei
missionari
di
Boston
.
Luce
da
inquisizione
.
Là
dentro
un
'
oscura
e
devota
adunanza
intona
i
cantici
.
La
musica
è
quella
di
un
dogmatico
fox
trott
.
Voluminose
entità
si
distinguono
appena
in
quel
buio
.
Corpi
moventi
,
forme
dai
pallidi
balenii
d
'
alluminio
oscillano
fra
gli
opachi
vapori
d
'
un
altare
.
Un
fumido
velo
di
magnesio
ardente
imbianca
tutte
quelle
figure
di
negri
problematici
,
che
non
sono
più
altro
che
cifre
di
una
religione
,
simulacri
di
un
rito
funebre
e
corale
.
L
'
enorme
bocca
rosea
di
un
pastore
africano
affiora
e
affonda
lentamente
nel
tenebrore
:
apparizione
spettrale
che
riassorbita
dall
'
ombra
,
sparisce
nel
lucido
disco
girante
d
'
un
grammofono
.
Dietro
e
intorno
a
quel
segno
che
dilegua
c
'
è
solamente
il
nero
di
una
negativa
fotografica
.
Lastra
che
si
sviluppa
e
stride
in
un
bagno
di
acidi
:
il
Jazz
.
Mugghiano
in
quell
'
oscurità
le
voci
dell
'
apocalissi
.
L
'
orchestra
metallica
scroscia
e
spruzza
acciaio
fuso
.
È
il
film
sonoro
che
vive
.
Le
luci
dei
riflettori
,
che
il
luminista
sorveglia
,
invadono
a
poco
a
poco
con
una
nebbia
azzurrina
,
la
folla
dei
fanatici
il
cui
gesticolare
sempre
più
lungo
e
vasto
si
ripercuote
in
ombre
cinesi
sul
fondale
.
Così
da
un
processo
chimico
vien
fuori
una
specie
di
giudizio
universale
:
una
foresta
umana
che
si
piega
e
si
raddrizza
.
Foresta
senza
fine
.
Canto
,
minaccia
,
solenne
spavento
circonda
,
vaticinio
,
sermone
che
il
più
solenne
spavento
circonda
.
Qui
c
'
è
tutta
la
Bibbia
di
un
convertito
stregone
.
Evangelo
furente
entro
il
quale
cova
l
'
elettricità
di
un
temporale
,
entro
il
quale
brilla
fra
cento
dissolvenze
cinematografiche
il
fuoco
di
un
'
antichissima
magia
.
Qui
c
'
è
l
'
idolatria
,
e
insieme
,
ritmata
coi
pugni
del
mea
culpa
,
una
scolastica
,
violenta
e
celeste
,
che
fa
pensare
a
Bach
:
un
Bach
della
Polinesia
.
In
mezzo
ai
clamorosi
scongiuri
e
alle
orazioni
,
un
'
ombra
umana
caduta
sui
ginocchi
si
trascina
;
prorompe
un
urlo
selvaggio
che
porta
tutta
la
musica
sul
modo
maggiore
.
Il
contrappunto
aumenta
sino
all
'
uragano
e
la
popolosa
visione
va
'
su
a
braccia
levate
nei
cieli
del
palcoscenico
.
XI
Lauri
Volpi
«
La
carriera
del
tenore
non
ci
interessa
;
essa
è
quella
che
gli
permette
di
raggiungere
la
celebrità
prima
che
la
intonazione
-
-
nei
concertati
vuol
aver
ragione
lui
,
anche
quando
nessuno
gli
dà
torto
;
poi
bisogna
applaudirlo
se
non
si
vuol
passare
per
nemici
della
grande
arte
»
.
Ecco
un
'
opinione
,
uno
sfogo
,
un
giudizio
generico
,
forse
a
ragion
veduta
,
ma
che
non
calza
sempre
nel
caso
specifico
:
per
esempio
nel
caso
di
Lauri
Volpi
,
al
quale
non
fa
nessun
torto
l
'
avere
la
più
bella
voce
dei
nostri
giorni
.
La
voce
dell
'
uomo
felice
è
la
sua
.
L
'
Italia
gli
ha
dato
la
gloria
,
l
'
America
la
ricchezza
,
la
Francia
la
rosetta
della
legion
d
'
onore
.
E
la
Spagna
gli
diede
l
'
amore
d
'
una
sposa
,
gli
diede
la
ridente
compagnia
d
'
una
figlia
di
Valenza
.
La
prima
volta
che
andai
a
trovarlo
all
'
Opéra
di
Parigi
,
c
'
erano
nel
suo
camerino
ogni
sorta
di
personaggi
eccelsi
-
-
fra
gli
altri
l
'
ambasciatore
della
Repubblica
Argentina
,
e
il
duca
d
'
Alba
,
allora
ministro
di
Re
Alfonso
.
-
-
Neanche
a
farlo
apposta
,
nomi
sì
illustri
,
figure
sì
spiccate
e
magnanime
non
potevano
capitare
più
a
proposito
in
quel
fatidico
speco
riservato
al
melodramma
.
È
appunto
nel
camerino
,
prima
di
entrare
in
scena
,
che
la
missione
,
il
compito
nazionale
d
'
un
tenore
famoso
comincia
ad
esplicarsi
.
È
lí
,
fra
i
mazzi
di
fiori
che
ingombrano
le
consolle
,
e
i
costumi
sgargianti
che
pesano
,
gremiti
d
'
oro
,
ai
ganci
delle
pareti
:
in
mezzo
a
un
guazzabuglio
di
asciugamani
buttati
sulle
poltrone
e
di
scarpini
che
volano
al
sotto
,
che
il
nostro
globe
trotter
del
melodramma
italiano
incontra
a
tu
per
tu
i
potenti
della
terra
.
Son
proprio
quelli
e
quelle
,
i
momenti
importanti
e
le
arguzie
efficaci
.
Quando
dinanzi
allo
specchio
,
stropicciandosi
i
diversi
cerotti
sulla
faccia
,
l
'
artista
senza
voltarsi
replica
con
la
modestia
più
amabile
ai
signorili
omaggi
di
quei
Grandi
.
Allora
avviene
che
il
luogo
così
inquadrato
e
immerso
in
una
luce
cocente
e
malinconica
,
possa
sembrare
quello
di
un
'
antica
pittura
.
Giovane
e
seminudo
,
il
vello
sulle
spalle
,
come
san
Giovanni
Battista
-
-
il
nostro
Lauri
Volpi
sostiene
in
quel
frangente
,
con
una
fierezza
cattolica
,
il
centro
del
quadro
.
L
'
umana
mitezza
e
il
classico
vigore
del
suo
aspetto
,
ecco
quel
che
lo
rende
oltre
ogni
dire
simpatico
.
Perché
fortuna
vuole
che
fuori
del
palcoscenico
Lauri
Volpi
non
faccia
mai
il
tenore
.
Nella
conversazione
la
sua
voce
non
è
più
quella
che
canta
:
è
un
'
altra
voce
.
-
-
Ha
un
timbro
spento
,
ma
caldo
-
-
muove
bassa
dalle
sue
labbra
;
traluce
vagamente
dall
'
intimo
,
rivelando
l
'
oscura
sensibilità
dell
'
uomo
.
-
-
È
la
sua
voce
privata
;
quella
della
fede
.
Viene
da
una
corda
profonda
-
-
cangiante
ombra
d
'
un
suono
.
Celata
come
una
rosa
che
brucia
paonazza
nel
suo
rabbuffo
di
carta
velina
.
Negli
hôtels
dov
'
egli
scende
piovono
subito
gli
agenti
teatrali
e
lo
assediano
con
offerte
fantastiche
:
i
contratti
sono
pronti
,
non
c
'
è
più
che
la
firma
da
metterci
.
Bersagliato
di
seguito
da
tal
numero
di
affari
si
capisce
che
il
nostro
Lauri
Volpi
sia
qualche
volta
stufo
di
scritture
e
di
soldi
,
al
punto
di
rifiutare
delle
proposte
che
qualsiasi
compositore
o
poeta
con
tutta
la
sua
immaginazione
stenta
a
credere
.
Se
insisto
un
po
'
su
quest
'
argomento
poco
elegante
non
è
per
difetto
di
gusto
,
ma
bensì
per
concludere
che
di
tutte
le
varie
felicità
che
lo
circondano
è
proprio
a
questa
,
economica
,
che
Lauri
Volpi
seccato
volta
il
più
spesso
la
schiena
.
Gli
è
che
Volpi
,
innamorato
del
pubblico
,
come
della
sua
donna
,
vuole
ottenere
soltanto
che
il
pubblico
lo
ami
.
Ecco
perché
canta
.
Basta
guardarlo
col
binocolo
,
quando
entra
in
scena
.
La
sala
,
buia
e
gremita
,
lo
manda
in
visibilio
.
Veh
,
com
'
è
smorto
e
nobile
il
suo
volto
.
Il
suo
petto
si
alza
e
s
'
abbassa
come
quello
d
'
uno
spasimante
che
sta
lí
lí
per
spirare
sotto
un
balcone
chiuso
.
I
suoi
«
do
diesis
»
sono
dei
lunghi
e
umani
messaggi
che
arrivano
alla
luna
.
-
-
E
sul
punto
di
attaccare
l
'
acuto
degli
acuti
vedi
Lauri
Volpi
chiudere
vertiginosamente
gli
occhi
avvolti
nel
vuoto
come
uno
che
si
getta
dalla
torre
Eiffel
.
-
-
Ed
è
sempre
un
volo
canoro
stupendo
.
Tutto
quel
che
in
un
anno
può
spendere
,
di
note
sopra
i
righi
,
un
tenore
normale
,
egli
lo
spende
in
una
sera
.
È
un
vero
salasso
vocale
.
n
La
sua
recente
tournée
fu
un
arco
solo
di
trionfi
,
da
Budapest
a
Berlino
,
da
Parigi
fino
all
'
isola
di
Maiorca
.
In
Spagna
cantò
anche
nella
Plaza
dos
Toros
di
Barcellona
dinanzi
a
ventimila
persone
.
In
ogni
luogo
del
mondo
cantò
in
italiano
.
Questo
continuo
cambiar
paesi
,
teatri
,
compagnie
,
e
cantare
,
oggi
,
con
degli
ungheresi
,
con
dei
tedeschi
domani
,
è
una
cosa
che
ti
scombussola
-
-
mi
dice
Lauri
Volpi
.
-
-
La
memoria
della
parte
,
la
pronunzia
sicura
,
il
movimento
,
se
ne
vanno
a
Patrasso
-
-
bisogna
provare
e
riprovare
per
assuefarsi
a
certe
repliche
ostrogote
che
a
tutta
prima
ti
fan
rimanere
di
sasso
.
Povero
lui
,
per
una
settimana
Parigi
fu
piena
del
suo
nome
e
'
non
gli
diede
riposo
-
-
quattro
recite
e
tre
concerti
in
sette
giorni
.
L
'
ultima
sera
all
'
Opéra
fece
l
'
Aida
.
-
-
Recita
completamente
italiana
.
-
-
Gli
artisti
di
quel
teatro
,
dal
primo
all
'
ultimo
,
si
sforzarono
di
cantare
nella
nostra
lingua
,
e
ci
riuscirono
egregiamente
fu
intorno
a
Lauri
Volpi
una
gara
inaspettata
,
ed
un
omaggio
magnifico
reso
all
'
arte
nostra
.
Fra
il
terzo
e
il
quarto
atto
volli
andar
su
a
salutarlo
.
Per
arrivare
al
palcoscenico
c
'
è
un
viaggio
inenarrabile
da
fare
:
vestiboli
,
passaggi
,
boccaporti
,
androni
che
rimbombano
,
scalette
di
servizio
,
spazi
morti
,
scricchiolio
di
legname
sotto
i
passi
-
-
insomma
un
'
arca
,
questo
teatro
,
un
barcone
,
una
scuderia
,
un
labirinto
grandioso
,
vuoto
,
antidiluviano
e
provvisorio
.
In
fondo
a
certe
corsie
,
mezzo
annegate
nella
luce
fioca
e
traballante
del
gas
,
una
tribuna
da
corte
d
'
assisi
,
e
sulla
scranna
un
custode
che
non
da
piu
segno
di
vita
.
Mi
ci
volle
una
guida
per
arrivare
.
Sul
palcoscenico
,
turbe
di
comparse
ferme
nella
penombra
;
fra
le
quinte
le
masse
dei
coristi
aspettavano
il
segnale
,
come
dei
soldati
in
trincea
-
-
nell
'
aria
,
fino
al
soffitto
altissimo
,
noia
,
sonno
,
stanchezza
.
E
in
disparte
,
nel
buio
,
Lauri
Volpi
colle
braccia
conserte
.
Riconosco
i
suoi
occhi
lucenti
,
i
suoi
capelli
ricciuti
e
bagnati
di
naufrago
:
la
tunica
leggera
di
Radames
è
quasi
incollata
sulle
sue
spalle
-
-
su
tutto
il
suo
corpo
fuma
il
vapore
.
È
sudato
,
formidabile
,
come
un
boxeur
prima
dell
'
ultimo
round
.
Ma
allegro
.
Ride
-
-
sa
che
fra
cinque
minuti
un
'
altra
celeste
Aida
,
un
'
Aida
parigina
,
morirà
fra
le
sue
braccia
.
XII
Concerto
di
negri
La
sala
Gaveau
a
Parigi
sembra
quella
di
Santa
Cecilia
a
Roma
-
-
un
po
'
più
vasta
,
se
vuoi
,
e
sontuosa
-
-
con
delle
penombre
e
delle
profondità
appartate
,
quasi
delle
nicchie
,
entro
le
quali
gli
astanti
,
aspettando
che
il
concerto
cominci
,
siedono
in
una
solitudine
conventuale
.
Un
piccolo
organo
con
la
gerarchia
delle
sue
canne
mute
dorme
avvolto
in
un
barlume
grigio
e
argento
,
e
fa
fronte
al
pubblico
che
di
minuto
in
minuto
si
va
accumulando
in
platea
,
fitto
,
profumato
e
soffice
come
una
valanga
.
Ad
un
certo
punto
una
raggiera
di
lumi
dai
colori
arancioni
s
'
accende
e
indora
la
folla
distesa
e
sussurrante
.
Cinque
negri
in
smoking
son
già
allineati
sul
podio
.
Cinque
ceffi
di
pece
lampeggiano
sul
candore
degli
sparati
-
-
sembrano
tenebrose
maschere
intente
a
spiare
dai
fori
.
L
'
improvvisa
luce
non
ha
lasciato
a
loro
il
tempo
di
dileguarsi
.
La
scena
ha
l
'
aria
di
un
complotto
sventato
.
Tengon
la
testa
china
e
le
mani
dietro
la
schiena
.
Che
avranno
in
sorte
costoro
:
il
linciaggio
,
la
sedia
o
la
fucilazione
?
Su
un
lato
del
palco
un
pianoforte
a
coda
interminabile
,
una
specie
di
sarcofago
scoperchiato
,
sta
lí
sulle
ruotine
,
fermo
.
Lo
diresti
il
pauroso
veicolo
adibito
alla
traslazione
delle
loro
salme
.
Poveracci
;
tirano
appena
il
fiato
,
posseduti
da
uno
stesso
pensiero
funesto
;
e
quel
respiro
diventa
a
poco
a
poco
un
lamento
,
una
preghiera
che
fluttua
su
quelle
labbra
tumide
:
mescolanza
fioca
di
versetti
e
di
nenie
che
una
quiete
assonnata
mantiene
su
un
tono
monotono
e
lieve
.
Son
dei
quacqueri
neri
che
cantano
in
lingua
inglese
,
su
un
ritmo
che
suona
lento
,
scompigliato
,
arcano
-
-
cantano
senza
sostegno
istrumentale
.
Cantano
.
E
non
si
guardano
mai
.
Non
si
toccano
,
guai
!
-
-
curvi
,
immobili
,
assorti
come
bestie
catturate
.
Il
loro
insieme
è
ammirevole
,
l
'
intonazione
è
perfetta
,
e
sembra
desolata
di
esserlo
.
Le
voci
di
questi
negri
non
sono
fatte
per
primeggiare
ma
per
coprirsi
a
vicenda
,
e
intrecciarsi
in
un
gergo
rotto
,
confuso
,
puerile
,
indefinibile
.
C
'
è
un
mistero
,
un
'
ossessione
,
una
occulta
presenza
che
fa
loro
venir
la
tremarella
,
qualcosa
che
si
muove
come
l
'
ombra
dei
preti
missionari
sulla
sabbia
del
deserto
.
Ascoltiamo
perplessi
questa
musica
senza
gesti
,
che
gira
a
rilento
.
-
-
Formule
caute
,
echeggiamenti
vaghi
,
irreperibili
suoni
,
evasivi
accenti
.
È
un
'
arte
che
non
si
eleva
mai
,
non
si
spiega
,
gorgoglia
,
e
si
svuota
prima
di
avverarsi
:
ventriloquia
sobria
,
evanescente
armonia
che
fa
l
'
altalena
e
arriva
sino
a
noi
a
onde
successive
,
come
per
trasmissione
radiofonica
.
I
cinque
cantori
del
nuovo
mondo
sembrano
ancora
lontani
sui
flutti
dell
'
oceano
.
Sul
loro
sangue
infuocato
la
chiesa
protestante
ha
versato
la
Fede
-
-
ormai
le
loro
anime
cristiane
bruciano
onestamente
come
le
candele
sull
'
altare
.
Non
han
più
forza
,
né
foga
,
né
originalità
;
non
c
'
è
più
niente
di
verticale
nel
loro
modo
;
mai
un
colpo
azzeccato
-
-
effetti
d
'
ombra
nell
'
ombra
-
-
dissolvenze
sonore
.
Per
attaccare
insieme
s
'
intendono
fra
loro
a
cenni
impercettibili
,
serbando
tuttavia
un
atteggiamento
impersonale
pieno
di
dissimulazione
belluina
.
Ohimè
;
chi
s
'
aspettava
di
udire
da
costoro
qualche
esilarante
mistificazione
,
qualche
grossa
e
accorata
eccentricità
sul
genere
di
Alleluia
,
casca
dalle
nuvole
e
comincia
a
ingoiare
sbadigli
su
sbadigli
come
il
camaleonte
che
mangia
l
'
aria
.
Ma
la
natura
presto
o
tardi
si
vendica
.
Ed
ecco
che
a
poco
a
poco
dietro
tanta
devozione
nasce
la
luce
violetta
dell
'
alba
,
come
intorno
a
un
'
orgia
funebre
.
Senti
,
che
nostalgia
in
quegli
ululati
contriti
.
Le
u
inglesi
sospirano
nel
loro
naso
,
gemono
nella
loro
gola
;
e
tutto
l
'
alfabeto
dei
seminari
di
Boston
,
che
gonfia
le
loro
gote
che
fischia
fra
i
loro
denti
,
e
fa
roteare
i
loro
occhi
in
un
'
estasi
placida
,
si
mischia
malinconicamente
a
proposito
di
sermoni
,
di
Bibbia
e
di
pie
cerimonie
.
Dietro
quei
salmi
ci
son
le
canzoni
sotto
la
tenda
nell
'
accampamento
notturno
,
la
vittima
pronta
per
il
sacrificio
,
l
'
acquavite
per
la
danza
e
i
falsi
combattimenti
dei
guerrieri
.
Questi
negri
hanno
dunque
un
'
anima
a
doppio
fondo
,
e
non
sono
dei
trabucos
denicotinizzati
.
L
'
istinto
,
il
ritmo
vitale
li
invade
gradatamente
,
il
sacro
delirio
vien
fuori
dalle
loro
ugole
,
e
il
pubblico
elettrizzato
comincia
ad
agitarsi
.
Fra
i
ranghi
femminili
c
'
è
una
tribú
di
dame
color
di
liquirizia
,
che
si
gonfiano
esilarate
,
mostrano
i
denti
e
non
stan
più
nella
pelle
.
Proprio
in
quel
punto
m
'
accorgo
d
'
avere
per
vicina
una
negra
del
tropico
,
ingombrante
,
cresputa
,
e
una
sua
figluoletta
dalle
trecce
pesanti
e
bruciate
.
Ambedue
seguono
anelando
il
concerto
e
sembrano
al
settimo
cielo
.
A
bocca
aperta
la
piccola
sorride
,
sorride
in
silenzio
-
-
i
suoi
occhioni
di
bull
dog
guardano
nel
vuoto
con
uno
sbalordimento
travolgente
.
Comincio
anch
'
io
a
sentirmi
leggero
,
e
a
salire
a
traverso
regioni
metafisiche
,
al
di
là
di
tutte
le
mitologie
,
nell
'
elemento
cosmico
e
cieco
.
Tempestoso
,
immobile
,
l
'
universo
siderale
affonda
da
ogni
parte
infinito
.
I
grossi
unisoni
cantano
su
un
tono
equatoriale
-
-
un
inno
si
leva
dagli
uomini
,
dalle
foreste
,
dal
mare
e
va
su
in
cielo
-
-
un
cielo
immane
,
che
stride
,
sul
proprio
asse
,
e
tuona
lontano
.
Ansante
e
rorido
come
un
gran
ventre
sazio
il
firmamento
palpita
e
stilla
fuoco
.
Miriadi
di
astri
sanguigni
fumano
lentamente
.
La
via
lattea
luccica
come
una
cintura
incrostata
.
Corrono
i
messaggi
fra
l
'
uno
e
l
'
altro
polo
.
Tutto
è
ripetizioni
,
discrepanze
e
segnali
.
La
notte
fa
il
suo
lungo
viaggio
con
i
vapori
che
ne
derivano
e
le
luci
che
l
'
accompagnano
.
La
stella
di
Venere
riman
l
'
ultima
a
dondolare
lassú
.
Le
altre
sono
fuggite
tutte
dinanzi
al
prossimo
sorgere
del
sole
.
XIII
Parigi
1930
La
Patria
della
democrazia
par
diventata
una
cooperativa
anonima
,
e
Parigi
lavora
in
sordina
ma
sodo
:
quiete
e
semplicità
stanno
alla
superficie
.
A
tutta
prima
diresti
che
il
gallo
ha
messo
il
becco
sotto
l
'
ala
e
digerisce
.
Invece
seleziona
.
Le
iniziali
allegoriche
,
i
sostantivi
tonanti
della
Repubblica
son
scritti
in
lettere
piccole
.
Sui
biglietti
da
visita
non
vedi
che
minuscole
.
Genio
,
eroismo
,
gloria
,
cercano
di
non
dar
più
nell
'
occhio
,
strisciano
lungo
i
muri
e
vanno
in
bassa
tenuta
.
Vittoria
,
libertà
sono
parole
di
terza
qualità
.
Nell
'
arte
,
nella
politica
,
sono
aboliti
gli
altoparlanti
.
Tutto
quel
che
è
imperativo
o
pretensioso
marca
il
passo
e
si
tace
.
Bando
alle
esclamazioni
,
non
son
più
i
chiari
di
luna
della
rettorica
.
Gli
esteti
e
i
demagoghi
van
coperti
d
'
obbrobrio
a
crepare
sotto
i
ponti
.
All
'
enfasi
ci
pensa
lo
spazzino
.
Crisi
di
rinnovamento
,
giunco
di
influenze
,
trasfusione
del
sangue
.
I
discorsi
son
corti
,
le
parole
precise
,
si
cerca
l
'
essenziale
.
D
'
una
lotta
accanita
e
profonda
come
questa
non
odi
che
i
sospiri
e
qualche
rantolo
.
In
mezzo
a
tanto
silenzioso
tormento
il
rumore
d
'
una
porta
sbattuta
,
il
tonfo
d
'
un
suicida
,
il
grido
d
'
un
poeta
,
si
spengono
senza
traccia
in
questa
atmosfera
raccolta
che
è
come
un
coltrone
di
cenere
.
In
un
discorso
di
ieri
Paul
Claudel
constatava
senza
rincrescimento
che
l
'
americanismo
ha
invaso
da
un
capo
all
'
altro
tutta
la
Francia
.
C
'
è
dell
'
esagerazione
,
e
i
poeti
che
esagerano
son
messi
in
questo
momento
fuori
circolazione
come
le
maiuscole
dell
'
alfabeto
.
Ma
Claudel
è
anche
ambasciatore
e
la
frase
scabrosa
sollevò
un
putiferio
;
si
disse
da
ogni
parte
:
basta
,
basta
.
Prima
che
la
protestante
eco
sia
dispersa
del
tutto
,
leviamoci
per
affermare
a
nostra
volta
che
,
se
la
Francia
sta
americanizzandosi
,
la
città
di
Parigi
è
addirittura
dei
negri
.
Quassú
il
negro
è
il
modello
,
il
profeta
,
l
'
artista
.
Qui
si
dà
fondo
a
tutte
le
più
occulte
negrerie
.
L
'
Africa
ha
steso
il
suo
braccio
sulla
città
lumière
.
Settantamila
algerini
sudano
nelle
officine
.
Le
più
oscure
tribú
traversano
senza
tamburo
i
grandi
boulevards
.
Il
ritmo
di
questa
metropoli
è
imperiale
.
Nei
saloni
trionfa
il
giovane
stregone
dal
colore
dei
sigari
di
avana
.
I
negri
ti
dànno
il
biglietto
nei
carrozzoni
del
tram
.
Ammarrate
ai
piedi
del
Louvre
ballano
sui
flutti
della
Senna
le
piroghe
oceaniche
.
I
senegalesi
in
alta
uniforme
fan
la
guardia
all
'
Eliseo
.
Il
fatto
non
è
ancora
politico
,
è
piuttosto
mondano
.
Mala
moda
a
Parigi
fa
presto
a
diventare
politica
.
L
'
Italia
invece
e
il
vecchio
italianismo
perdono
dei
punti
,
anzi
precipitano
-
-
come
si
dice
in
borsa
.
[
Venezia
,
Michelangelo
,
Posillipo
)
,
il
sentimento
e
la
gelosia
passano
un
brutto
quarto
d
'
ora
.
Il
do
di
petto
,
il
dolce
far
niente
,
i
bersaglieri
e
la
vendetta
sono
spacciati
quassú
dove
il
risentimento
,
lo
sdegno
,
l
'
aversene
per
male
,
sono
il
segno
di
un
deplorevolissimo
costume
provincia
le
.
Oggidì
si
calpesta
,
si
riduce
in
frantumi
ogni
romanticheria
,
si
scaraventa
nel
fiume
tutto
quel
che
è
vieux
jeu
.
Parigi
è
diventata
un
'
isola
cosmopolita
intorno
alla
quale
galleggiano
ruotando
dei
tappi
di
champagne
,
qualche
berretto
di
carta
rossa
da
cotillon
e
molte
donne
disperate
e
fradicie
di
lacrime
.
Qui
certo
l
'
amore
non
fa
appannare
i
vetri
delle
case
private
:
qui
c
'
è
l
'
uomo
in
incognito
,
c
'
è
il
quacquero
.
L
'
uomo
integrale
,
anima
,
spirito
,
e
corpo
,
l
'
uomo
in
caratteri
da
scatola
,
è
morto
.
Quante
donne
dopo
un
naufragio
approdano
in
questi
paraggi
in
cerca
d
'
un
appoggio
,
d
'
un
protettore
.
Ohimè
!
A
Montparnasse
si
studia
,
ma
si
fa
poco
all
'
amore
.
E
tuttavia
in
nessun
altro
luogo
accorrono
come
qui
,
disperate
,
le
tapine
che
han
bisogno
d
'
essere
sostenute
per
cadere
di
nuovo
.
Del
resto
qui
,
amore
,
non
si
dice
più
:
si
dice
amicizia
e
l
'
amicizia
è
sperimentale
.
Così
d
'
esperimento
in
esperimento
la
vita
finisce
qualche
volta
a
spegnersi
sopra
un
fornello
di
carbone
.
Il
cancan
è
finito
.
Entrando
in
Parigi
fiuti
nell
'
aria
lo
spirito
serioso
della
città
,
che
da
qualche
anno
in
qua
si
moralizza
fin
che
può
.
Ti
permettono
appena
una
scrittura
che
dice
castamente
delle
cose
immorali
.
L
'
absinte
non
c
'
è
più
,
-
-
si
mena
una
vita
sorvegliata
e
pacifica
.
L
'
uno
dopo
l
'
altro
i
luoghi
clandestini
si
chiudono
.
In
poesia
le
note
son
leggere
,
intermittenti
,
ultimi
segni
balzati
alla
superficie
letteraria
,
come
le
bolle
d
'
aria
che
fa
un
annegato
sparito
sott
'
acqua
.
Quanta
severità
.
I
cervelli
son
diventati
più
forti
,
ma
i
cervelli
soltanto
.
Ora
si
cerca
d
'
essere
ragionevoli
e
si
aspetta
la
trasfusione
del
sangue
.
La
sera
il
cielo
è
zebrato
di
fulmini
,
ma
non
senti
tuonare
.
Di
tutto
un
apparecchio
pirotecnico
,
dopo
che
i
fuochi
artificiali
son
bruciati
,
e
il
fumo
è
dileguato
,
non
rimangono
al
mattino
che
tizzoni
,
trucioli
,
gabbie
schematiche
di
réclame
tramortita
,
e
la
freddezza
arcigna
d
'
una
città
che
non
ha
punto
goduto
.
È
la
corrente
invisibile
che
durante
la
notte
dà
tanti
occhi
,
e
un
milione
di
sguardi
sfolgoranti
,
a
queste
strade
funebri
.
Ecco
il
paesaggio
invernale
fatto
di
neve
,
di
cemento
,
e
pieno
di
ateliers
,
sterilizzati
dalla
luce
elettrica
-
-
dove
il
pensiero
moderno
brucia
,
brilla
,
si
spoglia
di
ceneri
calde
,
evapora
,
a
forza
di
combustione
,
fin
che
rimane
bianco
,
esiguo
,
ossificato
come
uno
scheletro
nella
calce
.
Ma
queste
non
sono
che
impressioni
di
un
ultimo
arrivato
.
Col
tempo
l
'
incanto
nascosto
di
Parigi
ci
avvolge
volubilmente
,
ci
penetra
,
e
una
dolce
avidità
di
viverci
ci
prende
:
entri
in
circolazione
,
sei
parte
del
tutto
,
trovi
un
destino
nuovo
e
senza
ribellione
finirai
anche
tu
per
trascinarti
dietro
la
catena
del
parigino
.
Saggistica ,
A
MIA
SORELLA
EMMA
CASTELLINI
SIGHELE
.
Questa
,
ch
'
io
ti
offro
,
è
la
frammentaria
relazione
di
un
vagabondaggio
intellettuale
attraverso
un
territorio
psicologico
molto
studiato
e
sempre
poco
conosciuto
.
Tu
sai
che
la
parte
migliore
di
me
è
in
quei
libri
coi
quali
ho
voluto
servire
la
scienza
in
cui
credo
,
è
in
quella
propaganda
patriottica
con
la
quale
ho
voluto
difendere
la
mia
terra
irredenta
che
amo
.
Al
di
fuori
di
questa
fede
e
di
questo
amore
,
io
guardo
il
mondo
con
la
tranquilla
serenità
di
un
modesto
studioso
che
non
ambisce
dir
cose
nuove
,
ma
desidera
soltanto
osservare
.
Queste
mie
pagine
sono
il
frutto
di
un
'
osservazione
obbiettiva
:
raccolgono
,
commentano
,
criticano
quello
che
gli
altri
hanno
detto
:
sono
ricami
intessuti
coll
'
ago
dell
'
improvvisazione
su
un
tema
che
oggi
interessa
:
sono
brevi
fuochi
d
'
artificio
con
cui
ho
tentato
illuminare
fugacemente
una
questione
molto
complessa
e
molto
confusa
.
Pure
,
in
queste
pagine
è
un
sentimento
che
le
rende
forse
non
indegne
di
essere
dedicate
a
te
.
Il
libro
è
in
alcune
parti
ardito
,
ma
il
suo
scopo
è
profondamente
morale
.
Tu
vi
troverai
,
a
volte
,
un
'
eccessiva
semplicità
,
a
volte
un
po
'
d
'
ironia
.
L
'
una
e
l
'
altra
non
sono
che
la
paura
di
dar
troppa
importanza
al
mio
pensiero
.
Ma
tu
vi
troverai
,
anche
,
la
convinzione
sincera
che
il
maggiore
e
migliore
ideale
della
donna
si
realizza
nella
sua
missione
di
madre
.
Per
me
è
vangelo
la
parola
di
Nietzsche
:
la
donna
è
un
enigma
la
cui
soluzione
si
chiama
maternità
.
E
per
questo
a
te
-
che
della
missione
di
madre
hai
inteso
modernamente
tutti
i
doveri
e
godi
oggi
meritamente
tutti
gli
orgogli
-
per
questo
a
te
ho
voluto
dedicare
il
mio
libro
,
come
un
atto
di
riconoscenza
d
'
affetto
e
d
'
ammirazione
.
S
.
S
.
Firenze
,
marzo
1910
.
Una
sola
morale
per
i
due
sessi
.
-
"
On
peut
prédire
à
coup
sûr
que
la
morale
de
demain
sera
ce
que
seront
les
convictions
de
demain
relativement
à
l
'
importance
,
à
la
nature
,
à
la
signification
des
rapports
sexuels
.
"
-
GABRIEL
TARDE
.
Un
destino
ironico
vuole
che
i
grandi
uomini
creino
dei
discepoli
piuttosto
per
esagerare
e
deformare
le
loro
idee
paradossali
anziché
per
seguire
e
diffondere
ciò
che
vi
è
di
umanamente
bello
e
nobile
nelle
loro
teorie
.
Tolstoi
che
è
insuperabile
artista
e
mediocre
filosofo
,
ha
visto
sorgere
troppi
seguaci
della
sua
filosofia
e
troppo
pochi
imitatori
della
sua
arte
.
E
delle
sue
dottrine
filosofiche
,
che
risentono
tutte
l
'
assolutismo
del
solitario
e
peccano
tutte
per
l
'
inapplicabilità
d
'
una
psicologia
d
'
eccezione
,
quella
che
ha
avuto
,
anni
or
sono
,
più
largo
onore
di
discussione
e
anche
il
successo
di
un
assentimento
verbale
,
è
stata
la
teoria
dell
'
amore
.
Una
teoria
negativa
,
che
si
è
diffusa
nel
mondo
per
mezzo
di
quel
delizioso
racconto
inverosimile
che
è
la
Sonata
a
Kreutzer
.
Per
Tolstoi
l
'
amore
nella
sua
significazione
fisiologica
di
atto
che
obbedisce
all
'
istinto
è
vizio
e
lussuria
;
e
da
perfetto
asceta
egli
sacrifica
volentieri
la
perpetuità
della
specie
a
questa
perpetuità
del
male
.
L
'
intelligenza
ottusa
degli
uomini
normali
credeva
ingenuamente
che
il
consiglio
di
Tolstoi
non
sarebbe
stato
accolto
.
A
rigore
di
logica
,
non
si
poteva
ammettere
che
l
'
ideale
dell
'
umanità
consistesse
nella
negazione
dell
'
amore
e
quindi
nella
soppressione
dell
'
umanità
.
Ma
la
logica
non
è
forse
che
un
'
opinione
....
come
l
'
aritmetica
,
e
a
combattere
contro
di
essa
pullularono
i
discepoli
tolstoiani
.
L
'
inno
alla
castità
fu
cantato
su
tutti
i
toni
da
un
coro
di
imitatori
;
e
non
soltanto
l
'
inno
alla
castità
relativa
come
vuole
la
morale
cristiana
,
ma
l
'
inno
alla
castità
assoluta
come
pretende
il
gran
sacerdote
di
Jasnaja
Poljana
.
Nell
'
ultimo
capitolo
della
Femme
inquiète
di
Jules
Bois
si
legge
questa
pagina
ove
è
simbolizzata
la
"
coppia
futura
"
la
coppia
platonica
che
rispecchia
il
divino
ma
inutile
amore
secondo
lo
sterile
vangelo
di
Tolstoi
:
-
"
...
Il
secolo
stava
per
finire
.
Noi
eravamo
diventati
i
discepoli
di
Isaja
che
era
il
Messia
della
religione
suprema
.
Un
giorno
il
maestro
mi
disse
:
-
Io
ho
molto
amato
,
ma
i
miei
amori
mi
avevano
lasciato
un
senso
di
disgusto
....
Finalmente
incontrai
colei
che
doveva
decidere
del
mio
destino
e
mutare
la
mia
esistenza
.
Ella
era
vergine
.
Io
ero
sorpreso
del
rispetto
che
mi
ispirava
.
Una
sera
tuttavia
ho
creduto
che
la
mia
passione
sarebbe
stata
più
forte
del
mio
rispetto
.
Ed
ella
che
mi
vedeva
pallido
e
tremante
e
mi
comprendeva
,
appoggiandomi
la
testa
sulla
spalla
mi
disse
:
-
Voi
me
lo
avete
confessato
:
le
coppe
ove
avete
bevuto
non
vi
hanno
mai
soddisfatto
:
perché
ricominciare
un
'
esperienza
vana
?
fra
qualche
istante
voi
non
avrete
più
ideali
ma
soltanto
un
'
amante
di
più
.
Noi
abbiamo
un
gesto
più
splendido
a
compiere
sulla
terra
.
-
Ed
io
la
ho
ascoltata
,
soggiunse
Isaja
,
ed
ora
dopo
molti
anni
sento
che
essa
mi
guidò
sulla
via
perfetta
.
Le
parole
del
maestro
,
malgrado
la
rivolta
della
carne
,
mi
parvero
la
verità
,
ed
io
compresi
che
non
valeva
la
pena
di
vivere
se
non
si
sorpassava
la
vita
"
.
Il
gesto
splendido
che
Isaja
e
la
vergine
avevano
da
compiere
sulla
terra
e
che
hanno
compiuto
,
era
di
rimanere
amici
anziché
diventare
amanti
:
e
a
questo
gesto
splendido
Jules
Bois
concede
la
sua
incondizionata
ammirazione
.
Ma
crede
veramente
Jules
Bois
a
quello
che
scrive
,
o
la
sua
non
è
che
un
'
ammirazione
....
letteraria
,
subito
sconfessata
appena
egli
è
costretto
a
rispondere
alla
facile
obbiezione
che
la
sua
teoria
,
anziché
elevare
l
'
amore
,
lo
annulla
e
sopprime
l
'
umanità
?
Un
giorno
egli
mi
scriveva
:
-
"
Voi
vi
siete
un
poco
sorpreso
di
vedermi
celebrare
la
castità
assoluta
.
Io
credo
veramente
che
vi
sia
una
castità
superiore
,
completa
,
tanto
per
l
'
uomo
che
per
la
donna
,
ma
mi
guarderei
bene
dall
'
indicarla
come
esempio
alle
moltitudini
.
È
un
'
idea
personale
che
io
non
mi
permetterei
di
imporre
a
nessuno
.
Io
predico
soltanto
la
castità
relativa
.
Ma
il
profeta
,
colui
che
,
sacerdote
d
'
una
religione
,
trova
le
verità
geniali
per
mezzo
delle
quali
il
mondo
di
secolo
in
secolo
è
esaltato
e
trasfigurato
,
colui
deve
secondo
me
essere
sempre
casto
.
Gesù
e
Buddha
vissero
nella
purità
assoluta
.
Giovanna
d
'
Arco
non
ebbe
le
sue
visioni
che
perché
il
suo
cuore
e
il
suo
corpo
restarono
intatti
.
Sono
delle
eccezioni
così
rare
e
così
venerabili
che
la
loro
imitazione
non
mi
sembra
pericolosa
,
sopratutto
presso
di
noi
che
dobbiamo
temere
l
'
eccesso
opposto
.
Amiamo
e
riveriamo
questi
genii
incomparabili
.
I
fanali
delle
strade
non
ci
bastano
:
noi
abbiamo
bisogno
anche
di
guardare
le
stelle
"
.
Interpretata
e
modificata
così
,
la
dottrina
della
castità
comincia
ad
apparir
meno
assurda
:
dalle
nebbie
del
misticismo
si
scende
sul
terreno
pratico
della
realtà
,
e
si
confessa
che
il
precetto
assoluto
è
messo
innanzi
soltanto
perché
abbia
delle
applicazioni
relative
.
Non
altrimenti
la
nostra
psicologia
dell
'
educazione
crede
di
dover
porre
innanzi
ai
giovani
gli
esempii
di
virtù
rare
ed
eroiche
perché
essi
,
imitandole
da
lontano
,
sappiano
diventare
,
se
non
degli
eroi
,
almeno
dei
galantuomini
.
Si
domanda
mille
per
esser
certi
di
ottener
cento
.
È
la
tattica
di
tutti
i
propagandisti
.
E
si
ritorna
così
,
senza
saperlo
o
senza
volerlo
confessare
,
alla
dottrina
cristiana
,
la
quale
pur
riconoscendo
la
verginità
come
lo
stato
perfetto
,
riconosce
tuttavia
e
benedice
anche
il
matrimonio
.
La
castità
assoluta
rimane
cioè
l
'
ideale
cui
tutti
dovrebbero
tendere
,
ma
che
a
pochi
è
dato
raggiungere
.
Vi
è
però
fra
questi
moderni
predicatori
di
castità
e
l
'
antico
precetto
della
religione
cattolica
,
una
differenza
di
metodo
e
di
scopo
.
La
castità
religiosa
,
cioè
monacale
,
era
incompleta
e
socialmente
dannosa
perché
la
castità
obbligatoria
è
una
diminuzione
di
energia
e
un
avvilimento
.
Invece
,
la
castità
quale
è
voluta
dai
riformatori
moderni
alla
Jules
Bois
,
la
castità
volontaria
e
"
dosata
"
può
essere
socialmente
utile
perché
è
innegabilmente
un
aumento
di
forza
per
l
'
individuo
e
una
prova
ch
'
egli
sa
comandare
all
'
istinto
.
La
religione
aveva
posto
in
contrasto
quasi
fossero
due
termini
irreducibili
la
castità
e
l
'
amore
:
la
verginità
da
una
parte
,
il
peccato
dall
'
altra
.
Oggi
si
corregge
questo
assolutismo
e
non
si
vogliono
mantener
distinte
le
due
categorie
di
vergini
e
di
peccatori
:
oggi
Jules
Bois
dice
:
bisogna
unire
la
castità
e
l
'
amore
,
bisogna
cioè
realizzare
l
'
amore
casto
,
l
'
amore
psichico
,
nel
quale
l
'
unione
non
sia
la
conseguenza
d
'
un
desiderio
o
d
'
un
interesse
,
ma
lo
svolgersi
d
'
un
sentimento
delicato
e
puro
.
Come
realizzarlo
?
*
Prima
di
rispondere
a
questa
domanda
,
constatiamo
che
i
seguaci
di
Tolstoi
,
partiti
dall
'
aberrazione
del
maestro
,
sono
arrivati
all
'
affermazione
di
una
regola
morale
ed
igienica
molto
semplice
alla
quale
tutti
potrebbero
sottoscrivere
.
Per
attirar
l
'
attenzione
intorno
a
sé
hanno
spiegata
al
sole
la
bandiera
della
castità
assoluta
,
confidando
di
radunar
la
folla
curiosa
intorno
a
questa
insegna
mattoide
,
e
poi
,
ripiegando
a
poco
a
poco
sotto
la
grandine
del
ridicolo
,
hanno
finito
collo
sventolare
soltanto
il
pallido
labaro
della
castità
relativa
.
Per
far
questo
,
non
occorreva
atteggiarsi
a
discepoli
di
Tolstoi
,
e
nemmeno
pretendere
di
essere
dei
novatori
.
Bastava
ascoltare
quello
che
consigliano
i
medici
o
,
ancor
più
modestamente
,
quello
che
insegnano
il
senso
comune
e
il
senso
morale
.
La
castità
relativa
è
per
un
popolo
come
per
un
individuo
una
condizione
di
superiorità
.
Per
l
'
individuo
è
l
'
indice
di
un
self
control
,
di
una
padronanza
su
sé
stesso
che
gli
permetterà
di
esercitare
in
tanti
campi
più
utili
quell
'
energia
che
altri
spreca
unicamente
nel
piacere
.
Per
un
popolo
è
la
ragione
della
sua
forza
conquistatrice
e
civilizzatrice
nel
mondo
.
La
superiorità
di
espansione
d
'
una
razza
è
dovuta
in
gran
parte
alla
sua
salute
fisica
:
un
popolo
fiacco
per
eccessi
sensuali
può
avere
soltanto
una
civiltà
che
non
dura
.
Queste
sono
,
ormai
,
verità
che
corron
le
strade
;
e
si
capisce
e
si
perdona
che
le
ripetano
i
francesi
i
quali
,
vedendo
che
il
loro
paese
muore
per
la
continua
diminuzione
di
nascite
,
e
attribuendo
giustamente
questo
pauroso
fenomeno
all
'
immoralità
dei
loro
costumi
sessuali
,
cercano
di
ricondurre
la
linfa
nell
'
albero
inaridito
della
loro
razza
predicando
dai
libri
e
dai
giornali
una
castità
relativa
che
nessuno
sa
o
può
mettere
in
pratica
.
Sono
dei
moribondi
che
chiedono
ossigeno
.
Di
fronte
a
una
generazione
di
nevrastenici
e
di
degenerati
che
non
sanno
più
la
via
dell
'
amore
fecondo
e
si
perdono
nei
viottoli
della
lussuria
o
prudentemente
adoperano
le
pratiche
malthusiane
,
è
legittima
nei
francesi
la
reazione
che
consiglia
e
invoca
quella
castità
relativa
che
darà
all
'
unione
fra
uomo
e
donna
non
solo
un
valore
psicologicamente
più
alto
,
ma
anche
una
conseguenza
socialmente
più
utile
,
e
creerà
delle
famiglie
ove
il
figlio
non
è
l
'
accidente
imprevisto
e
rimpianto
,
ma
il
simbolo
vivo
,
il
fiore
umano
,
lo
scopo
ultimo
cui
tende
e
in
cui
si
nobilita
la
passione
d
'
amore
.
A
realizzare
praticamente
questo
ideale
,
Jules
Bois
non
vede
che
un
mezzo
.
Poiché
,
secondo
lui
,
in
questa
crisi
di
immoralità
la
colpa
è
tutta
o
quasi
tutta
dell
'
uomo
al
quale
la
società
permette
e
perdona
una
troppo
libera
condotta
sessuale
che
non
permette
e
non
perdona
alla
donna
,
noi
dobbiamo
esigere
dal
maschio
quella
stessa
castità
relativa
che
noi
esigiamo
dalla
femmina
,
e
,
modificando
i
nostri
costumi
,
inaugurare
una
sola
morale
per
i
due
sessi
.
Al
giovane
non
deve
essere
lecito
ciò
che
non
è
lecito
alla
fanciulla
:
l
'
uomo
deve
arrivare
al
matrimonio
nello
stesso
stato
di
purezza
nel
quale
vi
arriva
,
normalmente
,
una
ragazza
.
Lasciando
da
parte
-
per
ora
-
l
'
ingenuità
di
questa
tesi
,
riconosciamo
che
essa
porta
all
'
ultimo
limite
quel
desiderio
assurdo
di
perfetta
eguaglianza
fra
i
due
sessi
che
è
nel
programma
del
feminismo
.
Jules
Bois
osa
attaccare
il
monopolio
dell
'
uomo
,
come
lo
chiamava
Anna
Kuliscioff
,
in
ciò
che
ha
o
crede
d
'
avere
di
più
sicuro
e
di
più
legittimo
:
un
diritto
di
moralità
sessuale
diverso
dalla
donna
.
Jules
Bois
vuole
che
la
morale
per
i
due
sessi
sia
unica
.
Vuole
che
non
solo
le
leggi
scritte
ma
anche
le
leggi
morali
parifichino
dinnanzi
al
tribunale
della
pubblica
opinione
l
'
uomo
e
la
donna
.
Ed
egli
fa
questa
non
nuova
,
ma
lucida
osservazione
:
oggi
le
colpe
amorose
sono
per
la
donna
quasi
un
marchio
d
'
infamia
,
per
l
'
uomo
quasi
un
titolo
di
gloria
.
Se
una
donna
ha
un
amante
,
essa
è
punita
col
disprezzo
gesuiticamente
verbale
di
tutti
coloro
che
la
conoscono
:
se
un
uomo
ha
un
'
amante
,
egli
non
è
punito
che
dalla
tacita
invidia
degli
altri
uomini
.
Se
una
fanciulla
diventa
madre
e
si
consacra
nobilmente
e
coraggiosamente
al
suo
bambino
,
la
sua
azione
sembra
una
sfida
e
un
insulto
alla
moralità
:
se
un
uomo
tiene
con
sé
un
figlio
naturale
,
tutti
esclamano
in
coro
:
quale
generosità
!
che
nobiltà
d
'
animo
!
Questi
diversi
giudizii
sono
per
il
Bois
un
'
ingiustizia
e
un
'
illogicità
.
Ogni
adulterio
per
compiersi
,
ogni
bambino
per
nascere
hanno
bisogno
non
soltanto
d
'
una
donna
ma
anche
d
'
un
uomo
(
il
signor
de
la
Palisse
ne
converrebbe
anche
lui
!
)
:
quindi
si
dia
la
stessa
pena
o
lo
stesso
elogio
a
entrambi
i
complici
necessarii
di
quel
delitto
o
di
....
quella
buona
azione
.
C
'
è
molta
onestà
in
questi
principii
,
ma
c
'
è
anche
troppo
semplicismo
.
V
'
è
l
'
illusione
di
ridurre
il
tumulto
della
vita
all
'
aridità
semplice
di
un
'
equazione
.
V
'
è
l
'
ingenuità
di
poter
tagliare
coll
'
arma
rigida
della
logica
i
nodi
gordiani
della
sociologia
che
solo
un
duttile
bisturi
psicologico
può
sciogliere
.
La
vita
non
è
un
'
aritmetica
dove
due
e
due
fanno
sempre
quattro
:
è
piuttosto
una
chimica
dove
la
riunione
di
diversi
elementi
può
condurre
a
quei
risultati
imprevisti
che
si
chiamano
combinazioni
e
precipitati
.
La
morale
,
e
sopratutto
la
morale
dell
'
amore
,
vive
di
contraddizioni
.
E
non
si
possono
,
non
si
debbono
applicare
ai
rapporti
sessuali
le
stesse
leggi
che
si
applicano
ad
altri
rapporti
sociali
.
Vedete
,
per
esempio
:
l
'
uomo
che
riconosce
suo
preciso
dovere
avvertire
un
altro
che
un
biglietto
di
banca
cade
dal
suo
portafoglio
,
giudicherà
una
bassezza
avvertirlo
che
qualcuno
gli
ruba
la
moglie
.
Così
,
noi
possiamo
essere
d
'
accordo
con
Jules
Bois
(
e
come
del
resto
non
esserlo
?
)
che
per
ottenere
una
colpa
sessuale
(
come
egli
la
chiama
)
occorre
un
uomo
e
una
donna
:
ma
noi
sorrideremo
della
sua
logica
ingenua
che
vuole
identica
la
responsabilità
dell
'
uno
e
dell
'
altra
.
Sono
forse
sempre
identiche
le
conseguenze
della
colpa
dell
'
uno
e
quelle
della
colpa
dell
'
altra
?
E
si
può
seriamente
pretendere
che
un
giovanotto
si
mantenga
così
platonico
nei
suoi
amori
come
si
mantiene
,
o
si
dovrebbe
mantenere
,
una
signorina
?
O
si
dimentica
,
o
si
vuole
appositamente
dimenticare
che
l
'
istinto
sessuale
è
nell
'
uomo
assai
più
forte
che
nella
donna
?
Uno
psicologo
arguto
ha
detto
che
come
non
v
'
è
equivalenza
fra
l
'
adulterio
della
moglie
e
quello
del
marito
,
così
non
v
'
è
equivalenza
fra
il
peccato
d
'
amore
d
'
una
fanciulla
e
quello
d
'
un
giovane
.
Se
ad
ogni
costo
si
volesse
stabilir
questa
equivalenza
,
essa
non
potrebbe
stabilirsi
che
fra
la
completa
infedeltà
,
il
peccato
consumato
dall
'
uomo
,
e
la
semplice
coquetteriedella
donna
.
L
'
istinto
che
nell
'
uomo
si
manifesta
in
modo
attivo
,
si
traduce
nella
donna
in
una
coquetteriepassiva
.
Un
uomo
che
prova
,
e
soddisfa
,
un
vivo
e
breve
desiderio
per
una
donna
che
egli
ha
incontrato
in
una
via
o
in
un
salotto
,
non
commette
un
'
infrazione
più
grave
della
donna
che
accoglie
o
incoraggia
presso
un
adoratore
l
'
espressione
del
suo
amore
.
Ma
Jules
Bois
non
tien
conto
né
di
quelle
mie
domande
né
di
questa
osservazione
:
egli
astrae
dalla
vita
e
da
ogni
dato
della
fisiologia
e
della
psicologia
:
egli
si
limita
ad
enunciare
degli
aforismi
:
la
colpa
non
conosce
sesso
,
non
vi
è
un
peccato
esclusivamente
femminile
,
e
lancia
i
fulmini
della
sua
eloquenza
predicatoria
contro
l
'
egoismo
maschile
che
,
per
soddisfare
le
sue
passioni
o
i
suoi
capricci
,
deprava
le
mogli
e
perverte
la
sua
anima
al
contatto
delle
cortigiane
.
Per
lui
,
il
tipo
ideale
dell
'
uomo
è
rappresentato
da
quel
suo
amico
di
cui
cita
la
franca
confessione
:
-
Je
me
suis
marié
jeune
avec
une
femme
qui
fut
pour
moi
la
première
révélation
de
l
'
amour
:
et
je
vous
avoue
que
je
ne
m
'
en
repens
pas
.
-
Io
non
dirò
,
come
molti
direbbero
,
che
questo
tipo
ideale
è
molto
ridicolo
:
io
dico
soltanto
che
è
molto
raro
e
che
le
teorie
non
si
possono
costruire
sulle
eccezioni
.
Per
il
Bois
,
come
per
la
Chiesa
cattolica
,
l
'
unione
tra
uomo
e
donna
non
dovrebbe
dunque
avvenire
altro
che
....
dopo
la
celebrazione
del
matrimonio
.
E
gli
scapoli
?
Dovrebbero
far
voto
di
castità
e
mantenerlo
?
Che
la
religione
professi
di
queste
dottrine
,
non
è
più
il
caso
di
meravigliarsi
:
ma
che
seriamente
le
professi
un
letterato
geniale
è
inverosimile
.
Noi
credevamo
che
tale
propaganda
fosse
riserbata
a
quei
giovinetti
pallidi
e
solitarii
che
,
nei
congressi
per
la
moralità
,
s
'
illudono
di
riformare
un
mondo
che
non
conoscono
.
Sarà
bene
ripeterci
per
non
essere
fraintesi
:
è
fuori
di
dubbio
che
la
vita
viziosa
di
molti
giovani
merita
il
disprezzo
di
tutti
.
Ma
dovremmo
concludere
per
questo
,
come
conclude
il
Bois
,
che
l
'
uomo
debba
rimaner
sempre
puro
?
Le
esagerazioni
uccidono
la
teoria
che
vorrebbero
sostenere
.
Carpenter
ha
detto
:
l
'
ascetismo
non
è
uno
scopo
ma
un
esercizio
.
Spieghiamo
meglio
la
frase
e
diciamo
apertamente
:
la
castità
non
è
uno
scopo
ma
un
esercizio
.
Noi
dobbiamo
praticarla
come
un
'
igiene
del
corpo
e
dell
'
anima
,
senza
assolutismi
che
comprimendo
l
'
istinto
danneggierebbero
la
salute
:
in
altre
parole
,
noi
dovremmo
fare
dell
'
amore
,
non
il
vermut
o
l
'
assenzio
che
gli
alcoolisti
prendono
troppo
spesso
,
ma
il
vino
generoso
che
gli
uomini
sani
bevono
regolarmente
.
Jules
Bois
pretende
addirittura
che
gli
uomini
siano
astemii
;
e
la
sua
domanda
che
sorpassa
ogni
limite
ragionevole
non
può
che
ottenere
un
effetto
contrario
a
quello
voluto
.
*
A
dir
vero
,
la
dottrina
del
Bois
fu
ripresa
ed
esagerata
or
non
è
molto
in
Germania
da
Otto
Weininger
ma
in
Francia
ha
suscitato
,
tra
i
feministi
,
anziché
discepoli
,
un
forte
movimento
di
reazione
.
Il
principio
che
Jules
Bois
ha
posto
a
base
della
sua
teoria
-
una
sola
morale
per
i
due
sessi
-
rimane
identico
.
Soltanto
,
se
ne
capovolgono
le
applicazioni
.
E
invece
di
pretendere
dal
maschio
quella
castità
relativa
e
temporanea
che
i
nostri
costumi
esigono
dalle
fanciulle
,
si
propone
di
estendere
a
queste
la
libertà
sessuale
che
oggi
i
costumi
accordano
al
maschio
.
L
'
araldo
di
tale
dottrina
audace
,
il
feminista
che
scende
in
campo
per
offrire
e
consigliare
alle
vergini
quelle
numerose
ma
brevi
avventure
d
'
amore
che
oggi
,
prima
del
matrimonio
,
sono
un
privilegio
dei
giovani
,
è
Leone
Blum
il
quale
ha
dedicato
un
grosso
libro
e
innegabilmente
un
bel
libro
alla
dimostrazione
della
sua
tesi
.
Leone
Blum
non
ha
,
si
capisce
,
né
gli
scrupoli
sentimentali
di
Jules
Bois
,
né
le
pretensioni
moralizzatrici
di
Tolstoi
.
Egli
non
si
chiede
ciò
che
sia
bene
e
ciò
che
sia
male
da
un
punto
di
vista
assoluto
.
Egli
non
è
un
idealista
ma
semplicemente
un
osservatore
.
E
osservando
la
nostra
vita
sessuale
-
la
quale
legalmente
si
impernia
sul
matrimonio
-
s
'
è
accorto
(
cosa
non
difficile
)
che
la
felicità
vi
è
rara
e
fortuita
,
e
per
renderla
meno
rara
e
meno
fortuita
ha
proposto
un
suo
sistema
che
ora
discuteremo
.
In
lui
non
è
alcun
pessimismo
alla
Schopenhauer
che
par
maledica
ai
bassi
istinti
che
perpetuano
il
mondo
:
in
lui
non
è
che
il
desiderio
di
coordinare
e
per
così
dire
incanalar
questi
istinti
in
modo
che
ne
risulti
una
maggior
somma
di
felicità
per
l
'
uomo
e
per
la
donna
.
Egli
dice
:
"
né
la
monogamia
(
matrimonio
)
né
la
poligamia
(
unione
libera
)
sciolgono
in
modo
soddisfacente
e
completo
il
problema
della
relazione
fra
i
sessi
.
Non
si
può
affermare
né
per
il
maschio
né
per
la
femmina
che
la
monogamia
o
la
poligamia
costituiscano
la
legge
naturale
e
unica
dei
loro
rapporti
.
L
'
uomo
e
la
donna
sono
,
prima
,
poligami
e
poi
,
nella
gran
maggioranza
dei
casi
,
arrivati
a
una
certa
età
e
a
un
certo
grado
del
loro
sviluppo
,
tendono
verso
la
monogamia
.
Le
unioni
precarie
corrispondono
al
primo
stadio
:
il
matrimonio
è
la
forma
naturale
del
secondo
.
Io
propongo
che
l
'
uomo
e
la
donna
si
sposino
solo
quando
si
sentono
disposti
al
matrimonio
,
quando
cioè
il
desiderio
dei
mutamenti
e
dell
'
avventura
si
è
affievolito
per
lasciar
sorgere
il
desiderio
della
fedeltà
,
dell
'
unione
placida
,
del
riposo
sentimentale
"
.
Era
già
stato
osservato
che
uno
dei
difetti
del
matrimonio
,
forse
il
difetto
massimo
,
è
quello
di
unire
un
uomo
che
ha
vissuto
,
un
uomo
cioè
già
arrivato
a
quello
che
il
Blum
chiama
lo
stadio
monogamico
,
con
una
donna
ancora
nuova
fisiologicamente
e
psicologicamente
.
I
moralisti
si
illudevano
di
rimediare
a
questo
difetto
pretendendo
come
Jules
Bois
che
anche
l
'
uomo
fosse
nuovo
al
momento
del
matrimonio
.
Leone
Blum
,
meno
ingenuo
,
non
crede
possibile
realizzare
l
'
unione
di
queste
due
verginità
,
e
per
evitare
lo
squilibrio
fisico
che
secondo
lui
fatalmente
deriva
dall
'
unire
un
uomo
a
una
vergine
,
propone
che
anche
la
donna
entri
nel
matrimonio
dopo
aver
vissuto
anch
'
essa
la
vita
,
dopo
avere
speso
tutto
ciò
che
vi
era
di
troppo
ardente
nel
suo
istinto
....
Con
questo
sistema
egli
spera
e
crede
di
rendere
il
contratto
matrimoniale
più
sicuro
dai
colpi
di
temperino
,
perché
l
'
uomo
e
la
donna
che
hanno
liberamente
dato
sfogo
ai
loro
capricci
sensuali
non
troveranno
più
alcun
sapore
nell
'
adulterio
.
Il
Blum
segue
,
senza
citarlo
,
il
pensiero
che
Rousseau
aveva
espresso
con
questa
frase
:
-
il
faut
toujours
un
temps
de
libertinage
,
ou
dans
un
état
ou
dans
l
'
autre
;
c
'
est
un
mauvais
levain
qui
fermente
tôt
ou
tard
.
-
E
per
evitare
che
questo
cattivo
lievito
fermenti
tardi
,
cioè
dopo
il
matrimonio
,
il
Blum
vuole
che
lo
si
lasci
fermentar
prima
.
Egli
ha
insomma
,
di
fronte
agli
appetiti
sensuali
,
la
stessa
linea
di
condotta
,
la
stessa
prevenzione
che
,
di
fronte
all
'
appetito
dello
stomaco
,
avrebbe
colui
il
quale
,
ad
evitare
durante
il
pranzo
i
peccati
di
gola
dei
convitati
,
li
obbligasse
a
sfamarsi
prima
.
È
innegabilmente
una
tattica
molto
semplice
.
Ma
appunto
perché
troppo
semplice
,
non
so
quanto
sia
vera
ed
efficace
.
Anzitutto
,
facciamo
una
ovvia
constatazione
.
Gli
uomini
,
normalmente
,
si
sposano
nelle
condizioni
volute
dal
Blum
.
Egli
stesso
lo
riconosce
.
E
i
mariti
sono
forse
,
per
ciò
,
più
fedeli
delle
mogli
?
Se
l
'
infedeltà
e
quindi
l
'
infelicità
matrimoniale
dipendono
esclusivamente
,
secondo
il
Blum
,
dal
non
aver
fatto
precedere
,
una
vita
d
'
avventure
alla
vita
calma
del
matrimonio
,
o
come
va
che
proprio
quel
coniuge
(
il
marito
)
che
ha
esperimentato
questa
vita
di
avventure
è
il
più
infedele
o
,
per
lo
meno
,
è
infedele
quanto
l
'
altro
coniuge
(
la
moglie
)
che
è
arrivato
al
matrimonio
senza
esperienza
?
Affinché
la
tesi
del
Blum
fosse
riconosciuta
vera
,
bisognerebbe
ch
'
egli
dimostrasse
che
gli
adulterii
dei
mariti
sono
molto
meno
numerosi
di
quelli
delle
mogli
.
E
la
prova
,
io
credo
,
sarebbe
un
poco
difficile
.
Ma
un
'
altra
obbiezione
sorge
spontanea
contro
la
tesi
del
Blum
.
E
questa
,
per
dire
la
verità
,
egli
stesso
l
'
ha
preveduta
.
Secondo
il
suo
sistema
,
il
matrimonio
non
sarebbe
che
l
'
ospizio
dei
rassegnati
,
l
'
ospedale
ove
si
rifugiano
gli
invalidi
dell
'
amore
,
il
porto
ove
riparano
,
stanchi
e
annoiati
,
coloro
che
attraversarono
un
mare
assai
burrascoso
.
Il
matrimonio
sarebbe
cioè
in
amore
quello
che
è
il
Senato
in
politica
.
Vi
arriverebbero
,
a
una
rispettabile
età
,
coloro
che
hanno
molto
combattuto
,
molto
goduto
,
molto
sofferto
.
Ed
è
assai
dubbio
che
sotto
questa
forma
(
la
quale
farebbe
dei
coniugi
una
specie
di
pensionati
dell
'
amore
)
il
matrimonio
continuerebbe
ad
essere
,
come
è
oggi
,
la
forma
normale
e
legale
dell
'
unione
fra
i
sessi
.
Può
darsi
che
sia
un
pregiudizio
del
maschio
il
credersi
in
diritto
di
essere
il
primo
a
svegliare
l
'
amore
nella
sua
sposa
:
ma
mi
par
certo
che
egli
non
si
rassegnerebbe
ad
essere
l
'
ultimo
a
coronare
la
vita
d
'
avventure
della
sua
svelta
ed
esperimentata
compagna
.
Anziché
l
'
orgoglio
di
svegliare
l
'
amore
nella
psicologia
e
nella
fisiologia
d
'
una
vergine
,
egli
non
avrebbe
che
il
malinconico
ufficio
di
addormentare
,
di
spegnere
gli
ultimi
guizzi
dell
'
istinto
nell
'
ormai
stanco
organismo
di
una
donna
che
ha
troppo
vissuto
.
Su
che
cosa
potrebbero
costruire
la
loro
felicità
questi
coniugi
che
arriverebbero
al
matrimonio
come
due
viaggiatori
arrivano
per
caso
insieme
a
un
albergo
da
paesi
lontani
,
dopo
lunghe
peregrinazioni
durante
le
quali
ognuno
ha
lasciato
il
meglio
della
propria
energia
,
i
fiori
più
belli
della
propria
giovinezza
,
gli
entusiasmi
più
sinceri
della
propria
passione
?
Quale
ombra
stenderebbe
sull
'
avvenire
questo
passato
?
E
veniamo
all
'
obbiezione
più
forte
.
Che
accadrebbe
dei
figli
?
Forse
che
il
marito
dovrebbe
,
oltre
che
sposare
una
donna
la
quale
ha
messo
in
pratica
il
motto
dell
'
Accademia
del
Cimento
provando
e
riprovando
,
provvedere
anche
ai
figli
di
questa
donna
,
figli
che
sarebbero
naturalmente
di
molti
letti
,
data
la
teoria
delle
molte
avventure
?
Qui
,
se
non
mi
sbaglio
,
si
cade
dalla
commedia
nella
farsa
.
Ma
il
Blum
ha
un
suo
modo
spiccio
per
liberarsi
da
questa
paurosa
obbiezione
.
Nella
Denise
di
Dumas
figlio
,
un
seduttore
di
professione
descrive
a
un
moralista
le
sensazioni
deliziose
e
sempre
nuove
del
suo
mestiere
,
e
alla
domanda
del
moralista
:
E
i
figli
?
risponde
:
I
figli
sono
gli
inconvenienti
del
piacere
.
Si
vede
-
commenta
il
Blum
-
che
la
commedia
è
vecchia
:
oggi
il
seduttore
risponderebbe
:
-
Des
enfants
?
On
n
'
en
a
plus
!
-
La
risposta
è
breve
ma
eloquente
.
E
faccio
grazia
al
lettore
delle
lunghe
pagine
esplicative
nelle
quali
il
Blum
con
un
cinismo
veramente
parigino
illustra
l
'
utilità
della
teoria
malthusiana
.
Dunque
,
secondo
lui
,
non
solo
il
capriccio
dovrebbe
esser
legge
nei
rapporti
d
'
amore
,
non
solo
le
fanciulle
dovrebbero
oggi
risuscitare
con
poche
modificazioni
il
costume
antico
della
prostituzione
sacra
,
e
concedersi
al
dio
istinto
quante
volte
questo
lo
chieda
,
ed
essere
certe
che
quante
più
avventure
potranno
contare
come
fanciulle
,
tanto
più
saranno
apprezzate
e
richieste
come
mogli
,
ma
esse
dovrebbero
anche
con
moderna
sapienza
mescolare
le
precauzioni
malthusiane
a
quell
'
atto
di
gioia
e
di
abbandono
che
è
l
'
amore
,
esse
dovrebbero
diventare
prudenti
e
calcolatrici
,
non
concedersi
che
a
metà
,
prendere
tutto
ciò
che
è
piacere
,
rifiutare
tutto
ciò
che
è
responsabilità
,
e
frodando
la
legge
di
natura
,
rinnegare
ogni
poesia
,
rinnegare
la
più
alta
poesia
dell
'
amore
che
è
la
maternità
.
Se
ci
piacesse
insistere
su
un
argomento
tanto
scabroso
,
noi
osserveremmo
che
non
sempre
queste
abilissime
fanciulle
e
i
loro
amanti
d
'
un
giorno
o
d
'
un
mese
potrebbero
essere
sicuri
di
evitare
il
pericolo
e
il
danno
della
fecondità
.
Malgrado
le
precauzioni
,
vi
sono
sempre
delle
sorprese
.
E
malgrado
il
vangelo
predicato
da
Leone
Blum
vi
potranno
sempre
essere
(
lo
crediamo
e
lo
speriamo
!
)
dei
giovani
cui
ripugna
intorbidare
la
limpidità
della
loro
passione
sia
pure
effimera
,
col
veleno
d
'
un
calcolo
utilitario
,
e
che
non
osano
,
non
sanno
,
non
vogliono
offendersi
reciprocamente
insegnando
o
proponendo
l
'
uno
all
'
altro
delle
pratiche
che
ripugnano
-
almeno
in
principio
!
-
a
due
amanti
sinceri
.
E
allora
,
i
figli
nascerebbero
malgrado
la
volontà
dei
genitori
,
e
allora
molte
fanciulle
porterebbero
al
marito
,
anziché
una
corona
di
fiori
d
'
arancio
,
una
collana
di
bambini
formata
colla
cooperazione
di
molti
padri
!
Non
sarebbe
questo
un
ostacolo
al
matrimonio
tardivo
,
al
matrimonio
di
rassegnazione
e
di
consolazione
quale
lo
sogna
Leone
Blum
?
A
me
pare
di
sì
.
Al
Blum
pare
di
no
.
Egli
anzi
sostiene
che
i
mariti
accetteranno
con
gioia
quei
figli
di
varia
e
incerta
provenienza
,
e
scrive
con
una
filosofia
che
somiglia
molto
all
'
ingenuità
:
"
L
'
agrément
des
enfants
pourra
même
les
determiner
(
i
mariti
)
au
même
titre
que
les
qualités
de
la
mère
.
Et
j
'
en
sais
qui
,
redoutant
de
vieillir
sans
famille
,
n
'
auraient
pas
été
fachés
de
trouver
des
enfants
tous
faits
"
.
Così
,
il
quadro
della
famiglia
futura
è
completo
.
Non
solo
il
marito
stende
un
velo
sul
passato
di
sua
moglie
,
ma
il
suo
ideale
matrimoniale
è
di
trovare
dei
figli
già
fatti
....
evidentemente
per
evitarsi
il
disturbo
di
farli
.
*
Se
nella
tesi
di
Jules
Bois
ci
ha
sorpreso
la
troppo
poca
considerazione
degli
invincibili
bisogni
del
senso
,
e
l
'
illusione
di
ridur
quasi
tutto
l
'
amore
all
'
amore
platonico
,
nella
tesi
di
Leone
Blum
ci
ha
sorpreso
e
,
diciamolo
francamente
,
ci
ha
scandalizzato
il
veder
ridotto
a
un
problema
puramente
fisiologico
quello
che
è
anche
e
sopratutto
un
problema
psicologico
.
Per
il
Blum
,
sembra
che
tutte
le
fanciulle
non
siano
altro
che
delle
attrici
le
quali
,
per
poter
recitar
bene
la
loro
parte
alla
prima
rappresentazione
davanti
al
sindaco
,
debbono
averla
prima
ripetuta
assai
volte
in
molte
prove
con
varii
attori
.
Egli
non
crede
che
una
donna
possa
amare
per
sempre
un
uomo
solo
.
Egli
crede
che
la
fedeltà
sia
uno
stato
secondo
,
un
fenomeno
raro
che
appare
soltanto
come
una
conseguenza
fatale
della
stanchezza
quando
si
è
abusato
dell
'
infedeltà
.
Io
credo
invece
che
la
virtù
delle
donne
sia
una
questione
di
temperamento
.
E
non
mi
illuderei
sulla
fedeltà
di
una
moglie
solo
perché
questa
,
da
fanciulla
,
ha
potuto
esaurire
in
dieci
o
venti
avventure
il
bisogno
del
suo
istinto
poligamo
.
Chi
ha
bevuto
,
berrà
.
Il
matrimonio
sognato
da
Leone
Blum
non
sopprimerà
l
'
adulterio
:
sopprimerà
forse
la
gelosia
,
questa
malattia
dell
'
immaginazione
sessuale
.
I
mariti
che
arrivano
....
ultimi
,
mostrerebbero
infatti
poca
psicologia
ad
esser
gelosi
dell
'
avvenire
.
Il
pericolo
del
tradimento
esisterà
come
esiste
oggi
,
con
la
sola
differenza
che
potrà
essere
un
poco
diminuito
....
per
l
'
età
dei
coniugi
.
Se
infatti
il
Blum
vuole
che
gli
uomini
e
le
donne
si
sposino
tardi
,
è
evidente
che
per
ragioni
aritmetiche
il
numero
degli
adulterii
sarà
diminuito
.
Ma
ciò
non
prova
nulla
a
vantaggio
del
suo
sistema
:
prova
soltanto
questa
verità
banale
:
che
quando
la
maggioranza
degli
uomini
e
delle
donne
si
sposano
fra
i
35
e
i
50
anni
,
anziché
fra
i
20
e
i
40
,
le
probabilità
degli
adulterii
sono
diminuite
per
una
ragione
fisiologica
.
Del
resto
,
io
vorrei
sapere
perché
il
Blum
si
preoccupa
tanto
della
fedeltà
post
-
matrimoniale
,
una
volta
che
egli
dà
così
poco
peso
a
quello
che
noi
siamo
abituati
a
chiamare
l
'
onore
d
'
una
fanciulla
.
Se
egli
trova
legittimo
che
la
donna
possa
mutare
come
e
quanto
vuole
i
suoi
amanti
fin
che
non
è
maritata
,
per
quale
ragione
troverà
necessario
e
doveroso
che
tutto
ad
un
tratto
questa
donna
si
irrigidisca
nella
più
assoluta
onestà
?
Non
ricordo
più
chi
ha
scritto
che
il
tramonto
dura
dieci
minuti
all
'
orizzonte
e
dieci
anni
nel
cuore
d
'
una
donna
.
E
quali
bagliori
di
fuoco
hanno
talvolta
certi
tramonti
femminili
!
È
dunque
possibile
,
se
non
probabile
,
che
anche
una
donna
maritata
secondo
i
consigli
del
Blum
,
cioè
a
un
'
età
non
più
giovanissima
,
senta
in
sé
rifiorire
quell
'
istinto
della
mutabilità
che
il
nostro
autore
,
con
un
criterio
troppo
matematico
,
vuole
restringere
entro
il
primo
periodo
della
vita
pubere
.
E
allora
?
Allora
,
se
questa
donna
ama
,
perché
deve
essere
vietato
a
lei
l
'
abbandonarsi
al
suo
amore
,
se
proprio
voi
,
signor
Blum
,
avete
sostenuto
che
bisogna
seguire
e
non
frenare
l
'
istinto
?
Tutto
l
'
errore
della
tesi
del
Blum
consiste
nel
termine
cronologico
ch
'
egli
le
ha
voluto
assegnare
.
Egli
ha
diviso
in
due
,
con
una
linea
ipotetica
,
la
vita
sessuale
.
Libertà
assoluta
prima
del
matrimonio
,
fedeltà
rigida
dopo
.
Egli
non
ha
mai
fatto
questione
di
sentimento
:
egli
ha
fatto
soltanto
questione
d
'
istinto
.
Egli
ha
considerato
l
'
uomo
e
la
donna
come
uno
zoologo
:
ha
assegnato
a
questi
animali
la
loro
stagione
degli
amori
.
Miopìa
grande
,
perché
l
'
uomo
,
contrariamente
ad
ogni
altro
animale
,
ama
in
tutte
le
stagioni
e
,
si
può
dire
,
a
tutte
le
età
.
Miopìa
ancora
più
imperdonabile
perché
l
'
uomo
ha
trasformato
l
'
amore
da
un
semplice
gesto
fisiologico
in
un
poema
di
sentimento
.
Ora
,
secondo
il
mio
modesto
parere
,
ciò
che
va
difeso
è
la
libertà
incondizionata
di
questo
sentimento
,
non
già
la
licenza
di
quell
'
istinto
.
Ciò
che
dobbiamo
chiedere
e
pretendere
è
che
le
fanciulle
possano
unirsi
a
coloro
che
veramente
amano
,
non
già
che
esse
possano
divertirsi
col
primo
maschio
che
sveglia
il
loro
istinto
.
Il
Blum
si
è
preoccupato
troppo
dell
'
amore
fisiologico
e
troppo
poco
dell
'
amore
psicologico
.
Ha
rivendicato
i
diritti
del
senso
,
non
i
diritti
della
passione
.
Ha
visto
nella
donna
più
una
lussuriosa
che
un
'
amante
.
E
le
ha
detto
:
sfògati
con
un
periodo
di
carnevale
in
cui
sotto
la
maschera
della
libertà
tutto
ti
sarà
lecito
:
poi
,
verrà
la
quaresima
del
matrimonio
e
allora
dovrai
far
la
beghina
.
Più
limpido
,
più
logico
,
più
onesto
sarebbe
stato
rivendicare
arditamente
il
diritto
all
'
amore
libero
,
senza
barriere
matrimoniali
e
senza
la
volgarità
di
preoccupazioni
malthusiane
.
Rivendicarlo
in
nome
del
sentimento
,
anziché
in
nome
del
senso
.
Io
credo
vi
sia
un
'
esagerazione
e
un
equivoco
in
tutti
quei
moralisti
o
feministi
che
danno
oggi
un
'
eccessiva
importanza
alla
questione
sessuale
e
par
la
considerino
quasi
come
la
chiave
di
volta
dell
'
edificio
di
tutta
la
nostra
moralità
.
Noi
siamo
colpiti
da
una
specie
di
ossessione
del
problema
sessuale
e
lo
discutiamo
sotto
tutte
le
forme
e
ad
ogni
momento
.
Vogliamo
insegnare
ai
ragazzi
nelle
scuole
i
fenomeni
della
riproduzione
,
vogliamo
che
ne
siano
edotte
con
esaurienti
spiegazioni
anche
le
fanciulle
,
quasi
che
l
'
amante
non
sia
preferibile
a
un
professore
di
fisiologia
per
svelare
dei
segreti
così
belli
!
Vogliamo
,
infine
,
che
anche
la
donna
pregusti
con
libere
e
varie
avventure
ciò
che
una
volta
le
era
negato
dalla
morale
fino
al
giorno
del
matrimonio
.
E
anche
coloro
che
sono
agli
antipodi
di
queste
audaci
dottrine
rivoluzionarie
,
anche
i
feministi
alla
Jules
Bois
non
nascondono
il
loro
desiderio
,
direi
quasi
la
loro
voluttà
di
parlare
dell
'
atto
fisiologico
che
costituisce
l
'
amore
,
sia
pure
per
bestemmiarlo
,
e
rinnovano
in
letteratura
la
psicologia
lubrica
del
confessore
che
gode
di
poter
almeno
parlare
di
quegli
argomenti
che
la
sua
religione
gli
vieta
di
conoscere
in
un
modo
un
po
'
più
positivo
.
È
uno
scatenamento
di
sensualità
verbale
dove
i
più
arditi
nel
vocabolario
e
i
più
precisi
nei
particolari
sono
giovinetti
che
ancora
non
sanno
o
zitellone
che
si
rammaricano
di
non
avere
ancora
saputo
.
Sembra
che
la
nostra
società
attraversi
un
periodo
di
senilità
impotente
,
e
come
i
vecchi
,
goda
nella
descrizione
di
azioni
che
non
le
è
più
dato
di
compiere
.
Per
questo
,
forse
,
anche
scrittori
della
forza
e
dell
'
originalità
di
Leone
Blum
non
vedono
nel
problema
dell
'
amore
che
il
senso
e
nella
donna
che
la
femmina
.
E
non
offrono
a
questa
che
il
mezzo
per
ottenere
soddisfazioni
materiali
e
volgari
.
Vittime
dell
'
ambiente
,
questi
scrittori
non
sentono
che
più
alto
è
l
'
ideale
femminile
,
più
nobile
il
desiderio
di
libertà
nella
donna
.
Essa
vuole
conquistare
i
diritti
dell
'
anima
,
oltre
e
più
che
il
diritto
di
concedere
il
proprio
corpo
.
Ella
non
chiede
pluralità
d
'
amanti
e
non
ha
sete
di
sensualità
:
ella
chiede
semplicemente
amore
nel
significato
più
umano
e
più
poetico
di
questa
parola
.
-
"
Les
femmes
-
diceva
Balzac
-
abandonneront
les
bénéfices
de
toutes
les
nuits
de
Messaline
pour
vivre
avec
un
être
qui
leur
prodiguera
ces
caresses
d
'
âme
dont
elles
sont
si
friandes
,
et
qui
ne
coutent
rien
aux
Lommes
si
ce
n
'
est
un
peu
d
'attention...."
LA
CRIMINALITÀ
ANCILLARE
.
Ricordate
,
lettrici
,
il
Journal
d
'
une
femme
de
chambre
di
Ottavio
Mirbeau
?
Questo
libro
,
che
è
un
'
opera
d
'
arte
e
nello
stesso
tempo
uno
studio
sociale
,
che
è
ardito
fino
all
'
indecenza
e
triste
fino
alle
lagrime
,
narra
la
vita
d
'
una
cameriera
,
e
lascia
comprendere
qual
è
,
in
generale
,
la
vita
di
tutte
le
cameriere
.
Il
tipo
di
Célestine
,
di
questa
bella
fanciulla
venuta
d
'
Audierne
a
Parigi
per
corrompersi
,
come
un
fiore
viene
dai
campi
per
avvizzir
nei
salotti
,
ricorda
la
figura
malinconica
di
Germinie
Lacerteux
;
ma
mentre
i
Goncourt
nel
loro
romanzo
avevano
analizzato
soltanto
la
psicologia
d
'
una
donna
,
il
Mirbeau
seppe
compiere
nel
suo
volume
l
'
analisi
di
tutta
una
classe
sociale
.
È
la
classe
delle
persone
di
servizio
che
nel
Journal
d
'
une
femme
de
chambre
confessa
audacemente
,
cinicamente
le
sue
miserie
e
le
sue
vergogne
,
svelando
quelle
dei
suoi
padroni
.
Classe
sociale
ibrida
,
che
non
ha
più
il
sangue
generoso
del
popolo
donde
esce
,
ma
che
ha
già
acquistato
i
vizi
della
borghesia
ove
vuol
penetrare
;
esercito
di
malcontenti
e
di
invidiosi
che
noi
manteniamo
nelle
nostre
case
per
sua
o
nostra
sventura
,
che
avvelena
la
nostra
vita
corrompendo
la
propria
,
che
imita
ciò
che
abbiamo
di
peggio
e
desidera
ciò
che
abbiamo
di
meglio
,
che
si
mescola
necessariamente
alla
nostra
intimità
,
ed
è
quindi
complice
o
spia
di
quanto
abbiamo
di
più
geloso
e
di
più
segreto
....
*
Forse
molti
leggendo
il
libro
del
Mirbeau
l
'
avranno
creduto
una
descrizione
fantastica
o
esagerata
,
dovuta
allo
spirito
ironico
e
paradossale
dell
'
autore
francese
.
Malauguratamente
la
lettura
in
questo
caso
non
è
stata
che
lo
specchio
della
verità
.
Ho
qui
sul
tavolo
un
volume
di
quasi
500
pagine
in
ottavo
:
La
servante
criminelle
,
étude
de
criminologie
professionnelle
di
Raymond
de
Ryckère
,
un
magistrato
sociologo
,
e
leggendolo
m
'
è
parso
vedermi
svolger
dinanzi
la
prova
documentata
di
quella
diagnosi
dolorosa
che
Ottavio
Mirbeau
aveva
sintetizzata
in
un
'
opera
d
'
arte
.
Colle
cifre
e
coi
fatti
,
con
la
fredda
eloquenza
della
statistica
e
con
la
precisione
inoppugnabile
di
inchieste
rigidamente
condotte
,
il
De
Ryckère
dimostra
che
la
classe
delle
persone
di
servizio
è
,
relativamente
,
una
di
quelle
che
offrono
la
più
alta
percentuale
alla
delinquenza
,
e
ad
ogni
forma
di
degenerazione
:
pazzia
,
suicidio
,
alcoolismo
,
prostituzione
.
E
bisogna
aggiungere
che
la
statistica
non
può
numerare
tutti
i
delitti
,
in
ispecie
i
furti
,
delle
persone
di
servizio
,
perché
dei
domestici
che
rubano
accade
quasi
sempre
ciò
che
accade
dei
giocatori
che
barano
:
quando
vengono
scoperti
si
cacciano
,
per
unica
punizione
.
*
Se
è
vero
che
le
società
hanno
i
delinquenti
che
si
meritano
,
deve
essere
altrettanto
vero
che
i
padroni
hanno
i
servitori
che
si
meritano
.
L
'
atto
di
accusa
contro
questi
include
quindi
un
atto
di
accusa
anche
contro
quelli
.
E
la
crisi
della
domesticità
,
che
preoccupa
le
nostre
famiglie
ed
è
oggi
uno
dei
leit
-
motiv
dei
discorsi
delle
nostre
signore
,
si
eleva
dalla
meschinità
del
pettegolezzo
al
valore
di
problema
sociale
ed
assurge
a
sintomo
non
trascurabile
della
trasformazione
morale
ed
economica
di
tutta
la
nostra
vita
.
Se
le
persone
di
servizio
peggiorano
,
gli
è
infatti
perché
peggiorano
i
padroni
,
perché
l
'
ambiente
della
casa
è
mutato
da
quel
che
era
una
volta
.
Uomo
o
donna
,
il
domestico
non
è
più
,
salvo
rare
eccezioni
,
come
l
'
edera
che
muore
ove
s
'
attacca
.
Nelle
famiglie
moderne
sfilano
figure
sempre
nuove
di
cuoche
,
di
cameriere
,
di
servitori
,
con
la
rapidità
di
un
cinematografo
.
Si
direbbe
che
,
alla
stessa
guisa
che
si
son
rallentati
i
vincoli
famigliari
,
s
'
è
perduto
anche
il
prestigio
di
attrazione
che
le
famiglie
antiche
avevano
sui
loro
domestici
.
Una
volta
,
la
persona
di
servizio
faceva
quasi
parte
della
famiglia
,
vi
rimaneva
a
lungo
,
ne
divideva
le
gioie
e
i
dolori
:
oggi
,
non
è
che
un
salariato
che
passa
.
Colpa
,
in
parte
,
del
modo
come
oggi
da
molti
padroni
sono
trattati
i
domestici
.
La
distanza
che
separa
gli
uni
dagli
altri
è
accentuata
.
Non
più
dolcezza
nei
comandi
:
non
più
confidenza
sincera
nelle
reciproche
relazioni
.
Ordini
brevi
,
o
generosità
del
genere
di
queste
:
"
Voi
potete
mangiare
questa
pera
;
è
marcia
"
.
-
"
Finite
pure
questo
pollo
in
cucina
,
sa
di
cattivo
odore
"
.
Ah
,
eleganti
ed
educate
padrone
di
casa
che
vi
lamentate
tanto
dell
'
insolenza
delle
vostre
persone
di
servizio
,
siete
voi
ben
sicure
di
aver
sempre
rispettata
la
loro
dignità
?
Colpa
,
anche
,
dell
'
aumento
vertiginoso
che
si
è
manifestato
in
questi
ultimi
tempi
nel
numero
delle
persone
di
servizio
.
Nella
sola
città
di
Parigi
i
domestici
in
undici
anni
sono
raddoppiati
.
E
la
qualità
ha
avuto
naturalmente
un
'
evoluzione
inversa
alla
quantità
.
Mentre
una
volta
avere
una
persona
di
servizio
significava
una
discreta
agiatezza
,
e
averne
due
quasi
la
ricchezza
,
adesso
non
c
'
è
modesta
famiglia
che
non
voglia
avere
la
cuoca
e
la
cameriera
....
pagate
e
trattate
dio
sa
come
!
Colpa
,
infine
,
di
quella
corrente
egalitaria
che
ormai
domina
i
sentimenti
e
i
pensieri
di
tutte
le
classi
inferiori
.
E
la
classe
dei
domestici
,
più
di
ogni
altra
,
è
in
caso
di
far
confronti
che
suscitano
legittima
invidia
,
perché
non
solo
essa
è
necessaria
spettatrice
delle
maggiori
ingiustizie
sociali
,
del
danaro
che
si
profonde
spensieratamente
da
alcuni
mentre
troppi
ne
mancano
,
ma
anche
perché
essa
è
giudice
del
valore
morale
dei
suoi
padroni
,
e
conoscendone
i
vizî
trova
doppiamente
ingiusta
la
loro
superiorità
economica
.
Per
tutte
queste
ragioni
,
c
'
è
fra
le
persone
di
servizio
e
chi
le
paga
un
antagonismo
latente
ma
forse
più
acuto
che
fra
le
altre
classi
di
sfruttati
e
di
sfruttatori
;
e
questo
antagonismo
che
non
può
o
non
sa
ancora
manifestarsi
in
forme
violente
ma
almeno
leali
,
si
sfoga
in
modi
subdoli
e
vili
,
quasi
una
lotta
nell
'
ombra
,
che
ha
per
unico
risultato
di
peggiorare
sempre
più
i
rapporti
fra
le
due
classi
,
e
di
far
degenerare
sempre
più
la
classe
delle
persone
di
servizio
che
combattono
la
loro
battaglia
con
armi
immorali
e
delittuose
.
*
Schwift
,
il
celebre
umorista
inglese
,
ha
scritto
un
piccolo
libro
interessantissimo
:
L
'
arte
di
rubare
ai
padroni
.
-
Consigli
ai
domestici
dei
due
sessi
.
Certamente
nessuna
persona
di
servizio
lo
ha
letto
,
eppure
moltissime
ne
appliccano
ogni
giorno
gli
insegnamenti
.
Io
non
so
se
sia
vero
,
come
pretende
Mercier
,
che
su
dieci
domestiche
quattro
son
ladre
:
so
che
il
40
per
cento
delle
donne
condannate
per
furto
in
Francia
appartengono
alla
classe
delle
persone
di
servizio
,
e
che
in
Italia
la
proporzione
è
presso
a
poco
la
stessa
.
Aggiungete
a
queste
constatazioni
statistiche
i
mille
modi
in
cui
una
cameriera
e
sopratutto
una
cuoca
può
rubare
ai
padroni
senza
che
questi
se
ne
accorgano
,
e
forse
si
converrà
che
il
Mercier
non
aveva
tutti
i
torti
.
Diceva
Balzac
:
"
un
cuoco
o
una
cuoca
non
sono
altro
che
dei
ladri
domestici
che
noi
abbiamo
l
'
ingenuità
di
ricompensare
con
un
salario
.
Fra
la
tavola
da
pranzo
e
il
mercato
,
essi
hanno
stabilito
un
'
imposta
;
e
nessun
municipio
di
nessuna
città
è
così
abile
a
far
valere
i
suoi
diritti
di
dazio
,
come
essi
lo
sono
su
tutto
ciò
che
dalle
botteghe
dei
fornitori
entra
nella
casa
del
padrone
"
.
Codesta
è
una
forma
di
criminalità
specifica
cui
non
si
può
negare
che
la
professione
stessa
invita
e
quasi
provoca
,
e
che
,
appunto
per
la
sua
universalità
,
merita
le
attenuanti
.
I
padroni
la
conoscono
,
la
sopportano
e
chiudono
un
occhio
.
Un
'
altra
forma
,
assai
più
grave
e
pericolosa
,
di
criminalità
specifica
ancillare
è
quella
delle
associazioni
di
ladri
che
hanno
per
loro
affigliate
le
cuoche
e
le
cameriere
.
Queste
,
che
potrebbero
definirsi
le
commesse
viaggiatrici
dell
'
associazione
,
hanno
l
'
incarico
di
entrare
a
servizio
nelle
famiglie
per
poter
descrivere
ai
....
colleghi
la
topografia
degli
appartamenti
,
indicare
le
stanze
e
i
mobili
ove
son
racchiusi
i
danari
e
l
'
argenteria
,
facilitare
insomma
il
furto
con
scasso
.
A
Parigi
pochi
anni
or
sono
era
famosa
la
banda
dei
grembiuli
bianchi
diretta
da
Giuseppina
Varille
,
una
deliziosa
soubrette
che
riuscì
per
molto
tempo
a
tenere
in
iscacco
la
polizia
.
Dopo
aver
molto
guadagnato
,
indisturbata
,
fu
finalmente
scoperta
e
arrestata
nel
1905
.
Sul
suo
esempio
si
son
formate
altre
associazioni
,
e
ormai
le
bandes
de
bonnes
danno
molto
filo
da
torcere
a
Lépine
,
l
'
irrequieto
e
astutissimo
prefetto
di
polizia
di
Parigi
.
Prevedo
che
qualche
lettrice
sorriderà
a
questo
racconto
,
pensando
con
tranquilla
sicurezza
che
son
cose
che
accadono
a
Parigi
e
di
cui
non
c
'
è
ancora
pericolo
nelle
nostre
quiete
città
di
provincia
.
Si
disilluda
.
Una
signora
mi
raccontava
or
son
pochi
mesi
a
Firenze
questo
fatto
.
Ella
aveva
preso
al
suo
servizio
una
cameriera
che
si
era
presentata
a
lei
con
ottime
informazioni
.
La
cameriera
il
giorno
dopo
entrata
in
casa
ammalò
,
e
gravemente
.
La
signora
non
ebbe
cuore
di
mandarla
all
'
ospedale
e
la
curò
con
affetto
quasi
materno
per
circa
un
mese
.
Quando
la
ragazza
guarì
disse
alla
padrona
che
voleva
immediatamente
lasciar
la
sua
casa
.
-
Ma
come
-
rispose
la
signora
-
dopo
tutte
le
cure
che
ti
ho
prodigato
,
mi
vuoi
ricompensare
con
un
atto
di
ingratitudine
?
-
La
cameriera
scoppiò
in
pianto
,
le
confessò
che
era
affigliata
a
una
banda
di
ladri
,
e
che
non
volendo
tradire
la
sua
benefattrice
né
correre
il
rischio
delle
rappresaglie
dei
suoi
compagni
se
non
avesse
dato
loro
le
indicazioni
richieste
,
credeva
compiere
il
suo
dovere
allontanandosi
.
*
Scrive
Célestine
nel
suo
Giornale
:
"
Quana
je
pense
qu
'
une
femme
de
chambre
ou
une
cuisinière
tient
chaque
jour
dans
ses
mains
la
vie
des
maîtres
....
une
pincée
d
'
arsenic
à
la
place
du
sel
....
un
petit
filet
de
strychnine
au
lieu
du
vinaigre
....
et
C6a
y
est
!
Eh
bien
,
non
..
tant
-
il
est
vrai
que
nous
avons
tout
de
même
la
servitude
dans
le
sang
!
"
.
Celestina
si
sbaglia
e
regala
alla
classe
cui
appartiene
un
elogio
ironico
ch
'
essa
non
merita
.
Le
persone
di
servizio
non
hanno
tutte
nel
sangue
quell
'
istinto
servile
che
le
fa
rifuggire
dall
'
avvelenamento
.
Se
è
vero
che
questo
reato
è
in
grande
diminuzione
dopo
i
progressi
della
chimica
moderna
la
quale
ne
scopre
facilmente
le
traccie
,
è
anche
vero
che
la
diminuzione
è
dovuta
alla
criminalità
maschile
e
non
alla
criminalità
femminile
.
La
donna
,
più
debole
dell
'
uomo
,
deve
necessariamente
servirsi
nel
delitto
di
mezzi
subdoli
e
vili
.
Come
normalmente
essa
adopera
più
la
furberia
che
l
'
ingegno
,
più
la
finzione
che
la
lealtà
,
così
anormalmente
essa
adopera
piuttosto
il
veleno
che
il
coltello
.
E
fra
le
donne
,
quelle
addette
ai
servizii
domestici
danno
all
'
avvelenamento
una
percentuale
fortissima
perché
la
scarsezza
della
loro
coltura
le
lascia
inconscie
dei
pericoli
d
'
un
delitto
ch
'
esse
s
'
illudono
non
possa
venire
scoperto
,
e
perché
la
facilità
quotidiana
che
hanno
di
commetterlo
,
è
una
suggestione
cui
non
sempre
sanno
resistere
.
Da
Eufrasia
Mercier
che
avvelenò
la
sua
padrona
da
cui
s
'
era
fatta
nominare
erede
,
fino
a
Clementina
Tosetti
che
avvelenò
la
povera
Lardera
De
Medici
per
sposarne
il
marito
,
la
lista
delle
cameriere
avvelenatrici
è
lunghissima
.
Avvelenano
per
interesse
,
avvelenano
per
amore
,
avvelenano
sopratutto
per
vendetta
.
Forse
di
tutte
le
passioni
femminili
la
più
profonda
e
la
più
lunga
è
la
vendetta
.
Bisogna
essere
donna
,
ha
detto
Madame
de
Rieux
,
per
sapere
qual
voluttà
sia
vendicarsi
.
Le
persone
di
servizio
,
che
vivono
in
una
condizione
e
in
un
ambiente
dove
tutto
le
offende
le
irrita
le
inasprisce
,
hanno
più
di
ogni
altro
l
'
occasione
di
dare
sfogo
al
loro
rancore
,
e
si
vendicano
infatti
dei
loro
padroni
nella
maniera
più
crudele
e
più
atroce
.
Si
vendicano
per
il
motivo
più
futile
,
spesso
per
un
semplice
rimprovero
.
Questa
sproporzione
fra
il
movente
e
l
'
atto
,
fra
il
sentimento
e
i
mezzi
adoperati
per
soddisfarlo
,
può
far
credere
in
certi
casi
si
tratti
di
un
'
intelligenza
ammalata
o
degenerata
:
non
è
invece
generalmente
che
l
'
effetto
dell
'
impulsività
femminile
....
Una
cameriera
di
18
anni
,
rimproverata
dalla
padrona
perché
aveva
rotto
un
piatto
,
mette
del
veleno
nella
minestra
.
La
padrona
e
il
marito
muoiono
fra
atroci
spasimi
.
La
cameriera
confessa
piangendo
il
suo
delitto
orribile
e
vorrebbe
uccidersi
per
espiarlo
.
Qual
prova
migliore
che
talvolta
nella
donna
il
delitto
non
è
che
la
conseguenza
della
fulminea
impulsività
con
cui
l
'
idea
si
traduce
in
azione
?
Ma
questi
sono
evidentemente
dei
casi
eccezionali
,
per
quanto
,
ripeto
,
la
statistica
ne
segni
piuttosto
l
'
aumento
che
la
diminuzione
.
Uccidere
i
padroni
è
forse
del
resto
un
atto
di
ingenuità
da
parte
dei
domestici
.
Ucciderli
,
e
perché
?
Forse
che
si
uccide
la
mucca
che
dà
il
latte
o
il
montone
che
dà
la
lana
?
Si
munge
la
mucca
e
si
tosa
il
montone
,
abilmente
,
con
molta
delicatezza
....
Ecco
il
furbo
consiglio
di
Celestina
.
E
spunta
allora
quell
'
altra
forma
specifica
di
criminalità
ancillare
che
ha
la
sua
base
e
la
sua
origine
nell
'
immoralità
sessuale
.
Quando
una
domestica
ha
ceduto
al
padrone
o
al
figlio
del
padrone
,
non
è
soltanto
il
suo
onore
di
vergine
che
si
è
infranto
,
è
tutta
la
sua
moralità
che
ha
subìto
una
diminuzione
.
In
lei
il
rispetto
della
proprietà
altrui
,
dato
che
esistesse
assai
vivo
,
si
fa
assai
debole
,
ed
ella
non
distingue
più
nettamente
la
differenza
fra
il
ricevere
un
dono
dal
suo
amante
e
il
prendere
da
sé
ciò
a
cui
crede
d
'
aver
diritto
.
Dice
molto
bene
il
Joly
:
"
les
femmes
ont
le
vague
sentiment
que
tout
leur
est
permis
dans
leurs
rapports
avec
l
'
homme
,
car
elles
peuvent
en
quelque
sorte
tout
payer
par
leur
complaisance
"
.
E
una
volta
acquistata
questa
sicurezza
d
'
avere
nel
loro
corpo
nella
loro
gioventù
il
facile
e
pronto
mezzo
per
pagare
qualunque
debito
e
per
essere
assolte
da
qualunque
furto
,
chi
può
dire
dove
e
quando
si
arresteranno
sulla
china
dell
'
immoralità
?
La
prostituzione
ancillare
ha
varie
forme
:
la
più
antica
certo
,
la
più
semplice
e
forse
anche
la
più
comune
è
la
prostituzione
domestica
:
quella
che
l
'
occasione
,
più
che
il
vizio
,
determina
quasi
fatalmente
.
È
il
padrone
o
un
servitore
o
un
frequentatore
della
famiglia
che
,
approfittando
di
circostanze
favorevoli
,
prendono
la
fanciulla
....
la
cui
resistenza
non
è
mai
molto
energica
.
V
'
è
la
prostituzione
larvata
dei
caffè
delle
trattorie
degli
alberghi
(
la
cui
forma
più
tipica
è
offerta
dalle
kellerinnentedesche
)
,
ove
l
'
avventore
sa
di
trovare
soddisfazione
per
tutti
i
suoi
appetiti
.
E
v
'
è
infine
la
prostituzione
vera
e
propria
ma
clandestina
esercitata
da
certe
agenzie
che
,
mediante
avvisi
sui
giornali
o
agenti
speciali
,
ingannano
le
fanciulle
e
col
pretesto
di
trovar
loro
un
posto
di
cameriera
o
di
cuoca
le
fanno
invece
servire
come
stromenti
di
un
turpe
guadagno
.
Ove
si
arriva
scendendo
più
o
meno
volontariamente
queste
scale
del
vizio
?
Si
arriva
al
delitto
,
all
'
infanticidio
,
all
'
aborto
,
con
tutto
il
corteo
delle
megere
che
per
professione
favoriscono
questi
reati
;
si
arriva
a
quell
'
ultimo
gradino
della
prostituzione
,
il
caput
mortuum
della
società
,
ove
spuntano
coloro
che
speculano
su
questa
miseria
umana
,
e
la
donna
che
si
vende
è
alla
mercé
dell
'
uomo
che
ruba
ed
uccide
e
ne
diventa
la
complice
.
Che
cosa
fa
la
società
per
impedire
,
o
almeno
per
diminuire
,
questa
demoralizzazione
crescente
della
classe
delle
persone
di
servizio
?
Che
cosa
fanno
i
governi
di
fronte
alle
rivelazioni
statistiche
che
ci
avvertono
ogni
anno
della
aumentata
percentuale
di
aborti
,
di
infanticidii
,
di
furti
,
di
reati
d
'
ogni
genere
,
dovuti
alle
domestiche
?
Si
crede
forse
che
i
Goncourt
abbiano
mentito
quando
nella
prima
pagina
di
Germinie
Lacerteux
scrissero
che
è
una
storia
vera
?
O
si
suppone
che
Ottavio
Mirbeau
abbia
tolto
unicamente
dalla
sua
fantasia
tutti
i
fatti
ch
'
egli
descrive
?
Non
sentiamo
noi
invece
che
è
vicino
a
noi
,
intorno
a
noi
,
nelle
nostre
case
,
una
folla
di
persone
che
sordamente
mina
la
tranquillità
della
nostra
esistenza
,
e
che
questo
lavoro
sotterraneo
esige
da
noi
un
pronto
rimedio
appunto
perché
noi
ne
abbiamo
la
maggior
responsabilità
?
Quali
metodi
profilattici
e
terapeutici
abbiamo
noi
adoperato
per
diminuire
la
paurosa
delinquenza
ancillare
?
*
Bisogna
constatare
anzitutto
,
e
con
dolore
,
che
in
nessun
paese
del
mondo
il
Governo
ha
creduto
di
intervenire
in
favore
della
disgraziatissima
classe
delle
persone
di
servizio
.
Ovunque
,
sotto
la
pressione
delle
idee
moderne
,
è
sorta
una
legislazione
nuova
,
la
legislazione
del
lavoro
.
C
'
è
un
minimo
d
'
età
per
gli
operai
addetti
alle
industrie
,
ci
sono
disposizioni
concernenti
l
'
igiene
dei
locali
ove
essi
lavorano
,
ci
sono
delle
limitazioni
alle
ore
di
lavoro
,
in
una
parola
c
'
è
un
insieme
di
leggi
protettrici
della
salute
dell
'
operaio
,
e
ci
sono
degli
ispettori
incaricati
della
sorveglianza
di
queste
leggi
.
La
classe
ancillare
invece
è
rimasta
estranea
a
questa
protezione
legale
.
Una
fanciulla
,
da
cui
i
parenti
vogliono
trarre
precoci
guadagni
,
può
essere
messa
a
servire
in
età
giovanissima
.
Chi
sorveglia
quanto
ella
lavora
?
Chi
si
preoccupa
se
essa
è
mal
nutrita
e
peggio
alloggiata
?
Come
i
suoi
genitori
senza
scrupoli
,
così
i
suoi
padroni
senza
pietà
,
possono
liberalmente
sfruttarla
,
con
quali
dolorose
conseguenze
per
la
sua
salute
fisica
e
morale
è
facile
immaginare
.
La
burocrazia
dei
Governi
non
ha
saputo
far
altro
che
estendere
alla
classe
delle
persone
di
servizio
il
dono
....
un
po
'
troppo
platonico
delle
decorazioni
.
In
Inghilterra
la
regina
Vittoria
aveva
istituito
fin
dal
1872
una
decorazione
speciale
per
i
domestici
che
fossero
rimasti
venticinque
anni
nella
stessa
famiglia
.
Nel
Granducato
di
Assia
-
Darmstadt
,
l
'
identica
decorazione
(
una
croce
d
'
oro
che
porta
nel
centro
a
smalto
il
monogramma
della
granduchessa
)
fu
istituita
nel
1895
.
E
nel
Belgio
,
un
decreto
del
ministro
dell
'
Industria
e
del
Lavoro
ha
esteso
nel
1906
anche
ai
domestici
che
dimostrino
d
'
aver
servito
lealmente
per
venticinque
anni
uno
stesso
padrone
,
la
medaglia
speciale
del
Lavoro
.
Ora
,
nessuno
nega
che
ciò
sia
ingenuamente
giusto
ed
utile
,
ma
nessuno
vorrà
sostenere
che
ciò
sia
l
'
unico
o
il
miglior
mezzo
per
contribuire
all
'
elevazione
morale
delle
persone
di
servizio
.
*
Più
pratica
è
senza
dubbio
la
via
per
cui
s
'
è
messa
l
'
iniziativa
privata
.
Tutte
le
associazioni
o
le
opere
filantropiche
che
,
sotto
un
titolo
o
sotto
un
altro
,
imitando
l
'
Oeuvre
des
servantes
liberées
di
Parigi
,
o
l
'
Arachne
Club
di
Londra
,
o
la
Borsa
del
lavoro
di
Bruxelles
,
tentano
di
trovar
lavoro
alle
domestiche
disoccupate
o
di
salvarle
dai
pericoli
che
le
circondano
quando
sono
sole
e
senza
risorse
,
fanno
innegabilmente
del
bene
.
Soltanto
lo
fanno
,
per
necessità
,
in
una
sfera
troppo
ristretta
,
e
non
rimediano
che
a
una
parte
del
grave
problema
.
Il
quale
rimarrà
fatalmente
insoluto
finché
rimarrà
nei
nostri
costumi
quella
specie
di
schiavitù
addolcita
e
larvata
che
è
la
condizione
della
persona
di
servizio
che
affitta
a
noi
per
uno
stipendio
meschino
,
non
solo
l
'
opera
sua
,
ma
la
sua
libertà
di
tutti
i
giorni
e
di
tutte
le
ore
.
Non
v
'
è
nessuna
altra
forma
di
lavoro
umano
che
tolga
così
completamente
l
'
indipendenza
.
Il
domestico
o
la
domestica
debbono
fare
sempre
ciò
che
è
loro
comandato
;
la
loro
volontà
è
abolita
:
la
loro
libertà
non
esiste
che
per
eccezione
in
alcune
ore
della
domenica
.
Ed
è
in
questo
stato
di
servilismo
che
risiede
la
causa
maggiore
dell
'
immoralità
e
della
criminalità
ancillare
.
Già
,
a
priori
,
coloro
che
entrano
a
far
parte
della
classe
delle
persone
di
servizio
rivelano
,
per
il
solo
fatto
della
scelta
della
loro
professione
,
uno
scarso
sentimento
di
dignità
personale
.
I
caratteri
forti
,
in
cui
è
sviluppato
il
rispetto
della
propria
personalità
e
in
cui
parla
alto
la
fierezza
umana
,
cercano
in
altro
modo
di
guadagnarsi
la
vita
.
Ciò
che
oggi
noi
domandiamo
e
vogliamo
è
l
'
indipendenza
.
Per
questo
,
molte
ragazze
preferiscono
a
un
posto
di
cameriera
,
il
lavoro
della
fabbrica
,
più
faticoso
e
spesso
meno
rimunerato
,
ma
che
lascia
loro
,
alla
fine
della
giornata
,
tutta
la
loro
libertà
.
Quelle
invece
che
si
rassegnano
a
diventare
persone
di
servizio
dimostrano
-
come
ho
detto
-
una
fiacca
coscienza
della
loro
dignità
,
la
quale
non
solo
le
predispone
ai
compromessi
colla
morale
,
ma
aumenta
nell
'
ambiente
in
cui
sono
costrette
a
vivere
,
e
non
può
che
offrirle
,
facili
vittime
,
a
tutte
le
tentazioni
.
Se
dunque
un
rimedio
è
possibile
alla
cosiddetta
crisi
delle
persone
di
servizio
,
questo
non
si
troverà
altro
che
trasformando
radicalmente
il
servizio
domestico
,
riducendolo
cioè
ai
minimi
termini
,
ed
elevandolo
in
dignità
là
dove
non
potrà
essere
soppresso
.
Ma
non
è
forse
questa
un
'
utopia
?
*
Per
ora
è
senza
dubbio
un
'
utopia
,
e
un
'
utopia
che
si
presta
al
ridicolo
.
Sono
quasi
dieci
anni
che
le
persone
di
servizio
imitano
la
tattica
delle
altre
classi
proletarie
protestando
collettivamente
contro
la
loro
condizione
.
A
Brooklyn
,
a
Chicago
,
a
Filadelfia
,
si
ebbero
nel
1899
i
primi
scioperi
delle
cuoche
e
cameriere
che
chiedevano
maggiori
salarii
e
sopratutto
un
numero
maggiore
di
ore
di
libertà
.
Poi
si
formarono
i
sindacati
che
esigevano
addirittura
dai
padroni
un
mese
di
vacanza
all
'
anno
....
come
le
amministrazioni
pubbliche
lo
accordano
ai
loro
impiegati
.
E
l
'
agitazione
s
'
estese
dal
nuovo
continente
al
vecchio
.
In
Olanda
nel
1902
l
'
associazione
delle
domestiche
aveva
il
suo
giornale
settimanale
che
combatteva
..
per
i
diritti
ancillari
.
E
in
Inghilterra
,
in
Russia
,
in
Ungheria
,
in
Germania
,
pullularono
a
poco
a
poco
sotto
forme
legali
e
illegali
le
dimostrazioni
della
classe
dei
domestici
,
che
con
meetingso
con
memoriali
,
con
scioperi
o
con
Società
,
levavano
alta
la
loro
voce
di
protesta
.
Il
pubblico
però
,
che
guarda
sempre
con
interesse
,
spesso
con
paura
,
alle
agitazioni
operaie
,
non
concedeva
alle
agitazioni
ancillari
che
il
suo
sorriso
e
la
sua
ironia
.
E
a
Berlino
fece
furore
la
frase
di
un
impiegato
di
polizia
,
il
quale
,
a
una
cuoca
che
si
era
andata
a
lagnare
perché
i
suoi
padroni
la
facevano
lavorare
19
ore
su
24
,
aveva
bruscamente
e
causticamente
risposto
:
"
Anche
il
gran
Federico
non
si
concedeva
che
5
ore
di
riposo
al
giorno
"
.
*
Nondimeno
,
malgrado
il
ridicolo
,
l
'
idea
di
una
trasformazione
nel
servizio
domestico
si
fa
strada
,
nei
giornali
e
nei
libri
.
Uno
dei
più
eleganti
chroniqueurs
parigini
scriveva
or
non
è
molto
:
"
Tutto
si
industrializza
oggi
:
e
perché
le
prestazioni
del
servizio
domestico
non
seguiranno
anch
'
esse
la
corrente
generale
?
La
domesticità
,
salvo
quella
di
gran
lusso
,
è
destinata
a
sparire
.
I
diversi
servizî
della
casa
saranno
intrapresi
à
forfaitda
compagnie
industriali
"
.
E
Charles
Gide
preconizzava
anch
'
esso
a
breve
scadenza
l
'
avvento
di
una
êra
di
liberazione
per
i
domestici
.
Non
solo
-
egli
diceva
-
la
maggior
parte
di
questi
scomparirà
,
ma
quelli
che
resteranno
non
daranno
più
in
affitto
la
loro
persona
,
bensì
,
come
ogni
altro
operaio
,
soltanto
alcune
ore
del
loro
tempo
.
Io
non
so
se
queste
previsioni
ottimiste
potranno
realizzarsi
tanto
presto
.
So
che
nel
fondo
della
coscienza
umana
dorme
un
istinto
di
giustizia
che
di
tratto
in
tratto
si
sveglia
e
produce
in
noi
un
vago
indefinibile
malessere
davanti
ai
fatti
in
cui
si
mostra
troppo
brutalmente
l
'
ineguaglianza
sociale
e
lo
spirito
di
casta
.
È
questo
istinto
che
a
poco
a
poco
nella
storia
ha
abolito
tutte
le
differenze
politiche
fra
gli
uomini
.
Perché
non
dovrebbe
esso
col
tempo
arrivare
anche
ad
abolire
,
o
per
lo
meno
ad
attenuare
,
la
differenza
sociale
fra
padroni
e
servitori
?
LA
DONNA
e
le
ingiustizie
della
legislazione
.
Nous
parlerons
contre
les
lois
insensées
jusqu
'
a
ce
qu
'
on
les
reforme
et
,
en
attendant
,
nous
nous
y
sonmettrons
avenglement
.
DIDEROT
.
Per
chi
voglia
discutere
obbiettivamente
questo
tema
,
che
ha
suscitato
e
suscita
intorno
a
sé
così
alto
fragor
di
polemiche
,
vi
è
anzitutto
una
semplice
ma
importante
constatazione
da
fare
,
ed
è
questa
:
"
le
donne
sono
le
sole
persone
cui
ai
nostri
giorni
vengano
dalla
legge
interdette
certe
capacità
,
per
ragione
di
nascita
"
.
Come
anticamente
gli
schiavi
,
come
fino
a
poco
tempo
fa
i
negri
in
America
,
le
donne
escono
alla
vita
col
marchio
indelebile
d
'
una
inferiorità
giuridica
.
Io
non
discuto
,
per
ora
:
io
mi
limito
a
ricercare
le
cause
di
queste
disposizioni
de
'
Codici
.
La
causa
principale
e
più
ovvia
consiste
nell
'
opinione
diffusissima
che
la
donna
sia
inferiore
all
'
uomo
.
Io
non
ripeterò
ciò
che
è
stato
detto
con
tanta
insistenza
noiosa
!
Dai
Padri
della
Chiesa
ai
rappresentanti
più
illustri
della
scienza
positiva
moderna
,
dai
poeti
ai
fisiologi
,
dagli
scrittori
socialisti
ai
conservatori
,
è
un
coro
per
concludere
col
Leopardi
che
la
donna
dell
'
uomo
al
tuttoda
natura
è
minor
.
Ché
se
più
mollie
più
tenui
le
membra
,
essa
la
mentemen
capace
e
men
forte
anco
riceve
.
Ciò
che
è
strano
si
è
che
coi
nemici
della
donna
si
son
trovati
d
'
accordo
,
nelle
conseguenze
,
i
suoi
più
validi
difensori
.
La
seconda
causa
infatti
per
cui
si
è
sempre
considerata
la
donna
una
minorenne
perpetua
consiste
nell
'
opinione
di
coloro
i
quali
giudicano
la
donna
un
essere
così
nobile
e
puro
da
doverlo
tener
lontano
dalla
realtà
della
vita
perché
non
sia
profanato
.
Gli
uni
dunque
hanno
detto
:
la
donna
è
un
essere
moralmente
malefico
,
e
intellettualmente
inferiore
,
non
bisogna
accordarle
tutti
i
diritti
che
ha
l
'
uomo
.
Gli
altri
hanno
detto
:
la
donna
è
un
essere
quasi
divino
,
il
fiore
della
nostra
esistenza
,
la
luce
della
nostra
via
,
ma
appunto
per
questo
bisogna
proteggerla
come
si
protegge
un
fiore
od
un
bimbo
.
E
gli
uni
per
disprezzo
,
gli
altri
per
ammirazione
hanno
concluso
col
tenerla
giuridicamente
soggetta
.
Come
ha
saputo
la
donna
portare
le
sue
catene
?
Ella
ha
imitato
gli
angeli
che
nell
'
affresco
di
Raffaello
vengono
a
liberare
San
Pietro
:
ella
non
ha
cercato
di
spezzare
colle
sue
fragili
e
bianche
mani
le
solide
sbarre
di
ferro
:
ella
ha
semplicemente
addormentato
e
ipnotizzato
i
guardiani
...
Che
le
importava
,
in
fondo
,
di
essere
esclusa
dalla
fabbricazione
delle
leggi
,
se
ella
dirigeva
coloro
che
le
fabbricano
?
Che
le
importava
di
essere
considerata
da
meno
dell
'
uomo
se
questo
maschio
orgoglioso
e
prepotente
che
le
negava
certi
diritti
,
era
viceversa
,
di
fronte
a
lei
,
umile
come
un
servo
ed
obbediente
come
un
automa
?
Dicono
sia
una
legge
storica
che
i
popoli
vinti
si
vendichino
dei
popoli
conquistatori
corrompendoli
.
La
donna
si
è
storicamente
vendicata
dell
'
oppressione
maschile
,
non
tanto
corrompendo
l
'
uomo
,
quanto
facendolo
agire
secondo
la
sua
volontà
e
lasciandogli
soltanto
l
'
illusione
dell
'
indipendenza
.
Se
mi
si
chiedesse
qual
forza
ha
più
contribuito
al
progresso
del
mondo
,
dopo
la
spada
dei
grandi
capitani
e
le
scoperte
dei
genii
,
direi
che
fu
la
seduzione
e
il
fascino
delle
donne
.
Una
forza
,
codesta
,
oscura
e
latente
che
non
ebbe
i
clangori
della
fama
come
ogni
cosa
bella
o
perfida
compiuta
dall
'
uomo
,
ma
una
forza
che
ha
invaso
e
pervaso
nei
secoli
tutti
i
meandri
della
vita
sociale
,
come
quelle
acque
sotterranee
che
diffondendosi
quetamente
pei
campi
sono
la
ragione
nascosta
e
perenne
della
fecondità
di
certi
terreni
.
Io
non
so
se
tutte
le
opere
dell
'
uomo
siano
dovute
all
'
ispirazione
femminile
:
certo
so
che
l
'
uomo
solo
,
l
'
uomo
senza
la
donna
non
è
che
la
metà
di
sé
stesso
:
per
esser
completo
egli
deve
aver
sentito
vibrare
vicino
a
sé
il
cuore
di
una
madre
,
d
'
una
sorella
,
d
'
una
amante
,
e
di
tutte
queste
grazie
,
di
tutte
queste
tenerezze
,
di
tutti
questi
fiori
dell
'
anima
fusi
tra
loro
in
un
solo
profumo
come
i
grappoli
della
vite
,
egli
deve
aver
saputo
crearsi
un
'
anima
forte
e
buona
,
l
'
anima
ardita
di
chi
tenta
qualunque
impresa
per
l
'
amor
d
'
una
donna
,
l
'
anima
generosa
di
chi
sente
di
dovere
il
meglio
dell
'
esser
suo
a
colei
che
gli
sta
a
fianco
e
che
le
leggi
pongono
tanto
al
di
sotto
di
lui
!
Ma
,
pur
troppo
,
gli
uomini
che
hanno
questa
coscienza
del
loro
relativo
valore
son
rari
,
e
ad
ogni
modo
non
basta
,
non
può
bastare
alla
donna
la
parte
silenziosa
di
ispiratrice
nascosta
.
Senza
dubbio
è
una
grande
soddisfazione
morale
per
lei
il
poter
dire
,
vedendo
l
'
agitarsi
e
l
'
affannarsi
degli
uomini
sul
palcoscenico
della
vita
:
son
io
che
dietro
alle
quinte
dirigo
i
loro
movimenti
;
ma
,
oltre
alle
soddisfazioni
dell
'
amor
proprio
,
occorrono
le
soddisfazioni
effettive
,
e
la
donna
vuol
uscire
dall
'
ombra
giuridica
e
politica
in
cui
è
stata
relegata
finora
,
vuol
conquistare
il
suo
posto
al
sole
,
vuole
agire
non
soltanto
con
l
'
arma
indiretta
del
suo
fascino
,
ma
per
mezzo
dei
diritti
che
le
leggi
le
devono
riconoscere
.
Ed
ecco
-
allora
-
il
feminismo
.
*
Il
punto
di
partenza
del
feminismo
è
questo
:
l
'
uomo
e
la
donna
sono
eguali
nella
nascita
e
nella
morte
:
le
differenze
fisiologiche
esistono
nel
loro
corpo
,
ma
non
ne
esiste
alcuna
nella
loro
costituzione
morale
:
il
cuore
ed
il
cervello
non
hanno
sesso
.
Per
conseguenza
fra
l
'
uomo
e
la
donna
tutto
dev
'
essere
uguale
.
Mi
permetto
di
credere
scientificamente
sbagliata
la
premessa
di
questa
teoria
.
Nella
questione
femminile
,
come
in
ogni
altra
,
il
punto
di
partenza
non
dev
'
essere
l
'
eguaglianza
,
questa
gloria
politica
,
ma
questo
errore
scientifico
dei
nostri
tempi
.
La
legge
che
regola
il
mondo
non
è
l
'
uguaglianza
,
ma
la
disuguaglianza
,
il
che
non
significa
inferiorità
e
oppressione
,
ma
differenza
e
gerarchia
.
La
donna
non
è
uguale
all
'
uomo
,
non
per
lo
stolto
pregiudizio
del
diritto
canonico
che
diceva
"
mulier
non
est
facta
ad
imaginem
Dei
"
,
non
per
la
più
stolta
ragione
addotta
da
Proudhon
-
un
socialista
!
-
che
affermava
non
potervi
essere
società
fra
uomo
e
donna
più
che
fra
animali
di
specie
diversa
,
ma
perché
,
dice
Spencer
,
il
supporre
che
l
'
animo
e
l
'
intelletto
dell
'
uomo
e
della
donna
possano
essere
identici
mentre
il
corpo
offre
tante
differenze
tra
l
'
uno
e
l
'
altro
e
mentre
è
così
diverso
nella
vita
l
'
ufficio
paterno
dal
materno
,
gli
è
un
supporre
che
a
funzioni
speciali
non
debbano
corrispondere
facoltà
speciali
,
il
che
,
a
dir
vero
,
sarebbe
un
esempio
unico
nella
natura
.
Lasciamo
dunque
ai
semplicisti
della
psicologia
il
sognare
fra
i
due
sessi
delle
identità
che
l
'
osservazione
quotidiana
facilmente
smentisce
,
e
constatiamo
che
non
occorre
partire
da
una
premessa
così
sbagliata
per
arrivare
alla
giustissima
conseguenza
dell
'
uguaglianza
giuridica
fra
uomo
e
donna
.
Se
infatti
la
donna
è
diversa
dall
'
uomo
,
non
per
questo
gli
è
inferiore
:
è
diversa
da
lui
,
ma
a
lui
equivalente
,
e
di
lui
egualmente
necessaria
.
Quindi
non
deve
soffrire
alcuna
diminuzione
di
diritti
.
Del
resto
,
a
mantenere
,
ad
aumentare
anzi
la
profonda
diversità
congenita
fra
le
doti
psichiche
dei
due
sessi
,
hanno
certamente
contribuito
i
lunghi
secoli
di
barbarie
e
di
oscurantismo
durante
i
quali
la
donna
era
considerata
poco
più
che
una
schiava
,
tenuta
lontana
non
pure
dalla
vita
pubblica
ma
da
ogni
luce
di
coltura
e
di
intellettualità
.
Chi
può
dire
che
cosa
sarebbe
diventata
la
donna
se
sistemi
orientali
di
educazione
non
avessero
atrofizzate
in
lei
tante
energie
?
Chi
può
dire
qual
senso
di
misura
e
di
relatività
avrebbe
acquistato
la
sua
mente
,
ancor
oggi
impulsiva
e
assoluta
,
se
gli
uomini
non
avessero
irrigidito
il
suo
cervello
nella
cieca
obbedienza
al
despotismo
del
marito
,
o
inacidito
il
suo
cuore
nelle
solitudini
dei
conventi
?
Chi
può
dire
qual
dignità
e
qual
fiera
difesa
di
sé
stessa
avrebbe
ella
imparato
dall
'
esperienza
,
se
i
Codici
non
l
'
avessero
considerata
-
e
non
la
considerassero
ancora
-
come
una
minorenne
od
una
interdetta
?
Io
non
credo
vi
sieno
maledizioni
bibliche
che
dannino
in
eterno
all
'
inferiorità
una
razza
,
e
tanto
meno
un
sesso
.
Noi
,
popoli
di
razza
bianca
,
stiamo
accorgendoci
ora
di
ciò
che
sa
fare
e
dove
ha
saputo
arrivare
in
pochi
anni
la
razza
gialla
,
che
certi
pseudo
-
scienziati
avevano
già
bollata
come
refrattaria
ad
ogni
progresso
!
Noi
vedremo
-
se
lo
sapremo
educare
e
se
lo
lascieremo
liberamente
espandersi
al
sole
della
civiltà
-
che
cosa
sa
fare
e
dove
può
arrivare
il
sesso
femminile
!
Tutto
si
muove
ed
evolve
nel
mondo
,
e
non
ci
sono
,
o
per
lo
meno
non
ci
saranno
più
un
giorno
,
cosiddette
fatalità
che
la
storia
non
abbia
smentite
.
La
donna
che
finora
era
rimasta
stazionaria
o
aveva
progredito
assai
lentamente
,
entra
adesso
in
un
periodo
di
evoluzione
più
rapida
,
e
-
migliorando
sé
stessa
-
conquista
in
pochi
anni
ciò
che
prima
impiegava
secoli
a
conquistare
.
I
filosofi
della
storia
affermano
che
l
'
evolversi
della
donna
e
il
suo
ascendere
verso
condizioni
giuridiche
migliori
abbia
sempre
accompagnato
ogni
progresso
dei
popoli
e
sia
il
segno
infallibile
del
passaggio
dalla
barbarie
alla
civiltà
.
Io
credo
che
questo
principio
generale
soffra
qualche
eccezione
,
giacché
le
leggi
barbariche
punivano
,
per
esempio
,
con
maggior
mitezza
alcuni
delitti
delle
donne
,
e
viceversa
con
maggior
severità
le
offese
recate
dagli
uomini
alle
donne
,
mostrando
con
ciò
di
applicare
forse
con
più
giustizia
,
certo
con
più
cortesia
quella
differenza
dei
sessi
che
le
leggi
romane
e
in
genere
le
leggi
dei
popoli
civili
,
applicavano
-
ed
applicano
-
in
ben
altro
modo
.
Ma
,
senza
insistere
in
particolari
e
limitandomi
a
segnare
le
tappe
principali
del
cammino
fatto
dalla
condizione
giuridica
della
donna
nel
mondo
,
dirò
che
se
nelle
leggi
romane
come
,
del
resto
,
in
tutte
le
leggi
d
'
allora
la
donna
sul
principio
contava
poco
o
nulla
perché
non
poteva
disporre
né
di
sé
né
dei
suoi
beni
,
ed
era
assorbita
completamente
dall
'
autorità
paterna
o
maritale
,
a
poco
a
poco
in
Roma
stessa
,
ella
uscì
da
questa
servitù
assoluta
.
Al
tempo
di
Cicerone
la
donna
era
proprietaria
:
alla
fine
dell
'
Impero
il
diritto
consuetudinario
s
'
era
sovrapposto
alle
leggi
e
la
donna
,
libera
da
ogni
tutela
per
ciò
che
concerne
i
suoi
beni
,
poteva
comprare
,
vendere
,
disporre
insomma
della
sua
proprietà
a
suo
talento
.
Tutto
il
lavoro
dei
giureconsulti
romani
ha
consistito
dunque
nello
staccare
Eva
dalla
costa
di
Adamo
,
per
darle
un
'
esistenza
autonoma
.
E
si
può
dire
che
l
'
idea
dell
'
ugual
dignità
dei
due
sessi
è
un
'
idea
romana
,
confermata
più
tardi
dal
cristianesimo
.
Un
'
idea
però
,
più
teorica
che
pratica
,
poiché
solo
parzialmente
applicata
,
e
che
,
per
tradursi
efficacemente
in
realtà
,
dovette
attendere
che
passassero
le
epoche
buie
del
medioevo
e
del
feudalismo
,
e
che
scoppiasse
la
rivoluzione
francese
.
Fu
infatti
la
rivoluzione
francese
a
rivoluzionare
anche
il
diritto
privato
.
Il
nuovo
giure
femminile
,
le
cui
basi
furono
poste
dall
'
Assemblea
legislativa
e
di
cui
l
'
intero
sistema
apparve
nel
Codice
Civile
Napoleonico
riposa
veramente
,
ben
più
che
il
diritto
romano
,
sull
'
eguaglianza
dei
due
sessi
.
In
omaggio
a
questo
principio
,
le
leggi
per
la
prima
volta
sancirono
:
l
'
uguaglianza
fra
la
donna
e
l
'
uomo
nella
capacità
di
acquistare
e
di
disporre
;
l
'
abolizione
del
Senato
Consulto
vellejano
,
ossia
della
incapacità
per
la
donna
di
obbligarsi
per
altri
;
la
pari
libertà
di
concludere
e
di
sciogliere
il
matrimonio
;
il
diritto
di
successione
intestata
per
le
figlie
,
a
pari
condizioni
coi
fratelli
.
Non
era
tutto
,
ma
era
molto
.
Non
era
,
nemmeno
,
una
vera
conquista
femminile
,
giacché
quelle
riforme
,
pur
essendo
favorevoli
alle
donne
,
non
erano
state
determinate
da
teorie
feministe
.
Erano
la
conseguenza
logica
e
necessaria
dell
'
abolizione
dei
maggioraschi
e
di
altri
privilegi
di
origine
feudale
ed
aristocratica
.
Se
la
donna
ne
veniva
favorita
,
ciò
era
un
corollario
,
non
lo
scopo
.
La
Rivoluzione
francese
-
e
intendo
tanto
coloro
che
intellettualmente
la
determinarono
,
quanto
coloro
che
la
eseguirono
-
non
ebbe
tempo
di
occuparsi
della
donna
e
dei
suoi
diritti
.
Rousseau
,
nel
Contratto
Sociale
,
non
ne
parla
:
Montesquieu
,
nello
Spirito
delle
leggi
,
vi
è
contrario
:
Robespierre
,
questo
tiranno
mistico
e
sanguinario
,
teneva
la
donna
a
vile
e
voleva
che
l
'
uomo
fosse
un
dittatore
nel
seno
della
famiglia
.
Ed
è
perciò
che
se
il
Codice
francese
sancì
e
portò
pel
mondo
-
coi
diritti
dell
'
uomo
-
l
'
uguaglianza
giuridica
della
donna
,
non
spense
interamente
quel
residuo
di
feodalità
mascolina
,
che
nel
Codice
stesso
si
rivela
coll
'
assoggettare
la
moglie
alla
ferrea
volontà
del
marito
.
Secondo
il
Codice
infatti
,
la
donna
,
se
rimane
nubile
o
se
,
dopo
essersi
sposata
,
diviene
vedova
,
è
giuridicamente
capace
e
libera
di
possedere
,
di
comperare
,
di
vendere
,
di
contrattare
,
di
commerciare
,
ma
la
moglie
,
oh
la
moglie
è
incapace
,
nel
senso
che
nulla
può
senza
l
'
autorizzazione
del
marito
.
Lo
spirito
dominatore
del
maschio
,
lo
spirito
giacobino
del
politicante
è
tutto
in
questa
differenza
tra
la
donna
che
ha
marito
e
la
donna
che
non
lo
ha
.
Napoleone
,
commentando
appunto
le
disposizioni
del
suo
Codice
,
diceva
:
"
il
est
une
chose
qui
n
'
est
pas
franC6aise
:
c
'
est
qu
'
une
femme
mariée
puisse
faire
ce
qui
lui
plaît
"
.
Ebbene
noi
possiamo
parafrasare
questa
brutale
asserzione
dell
'
imperatore
,
e
dire
:
"
c
'
è
una
cosa
che
non
è
logica
,
ed
è
che
una
donna
capace
giuridicamente
alla
vigilia
del
matrimonio
,
diventi
incapace
la
mattina
dopo
"
.
Se
mai
,
la
dignità
di
sposa
,
la
gloria
di
madre
,
dovrebbe
aumentare
i
suoi
diritti
,
non
diminuirli
!
Lo
so
che
,
se
si
è
colpita
la
sposa
d
'
una
incapacità
che
comincia
dal
matrimonio
e
finisce
con
esso
,
non
è
stato
in
odio
alla
donna
o
unicamente
pel
pregiudizio
feudale
che
l
'
uomo
è
il
padrone
assoluto
in
casa
sua
,
ma
è
stato
anche
per
una
ragione
più
alta
e
innegabilmente
rispettabile
:
per
impedire
che
la
disciplina
domestica
s
'
indebolisca
,
per
tenere
intatta
l
'
unità
della
famiglia
.
Dicono
i
giureconsulti
,
e
ripete
,
del
resto
,
il
buon
senso
di
tutti
:
una
direzione
ci
vuole
:
non
si
concepisce
una
nave
senza
pilota
,
uno
Stato
senza
sovrano
,
un
esercito
senza
generale
,
una
società
senza
direttore
,
un
'
assemblea
senza
presidente
,
e
quindi
non
si
può
concepire
una
società
coniugale
senza
un
capo
.
Siamo
d
'
accordo
.
Ma
non
si
concepisce
nemmeno
che
oggi
,
quando
le
condizioni
economiche
di
tutti
e
specialmente
della
donna
sono
mutate
,
ella
sia
poco
o
nulla
padrona
del
suo
danaro
,
del
danaro
ch
'
ella
guadagna
!
Non
si
concepisce
che
oggi
,
quando
la
donna
,
pel
fatto
ch
'
ella
lavora
non
solo
fra
le
pareti
domestiche
,
ma
al
di
fuori
,
nelle
fabbriche
,
nelle
officine
,
ed
ha
acquistato
un
valore
commerciale
e
industriale
che
prima
non
aveva
,
ed
è
non
più
l
'
oggetto
di
lusso
cui
si
chiede
qualche
ora
di
piacere
,
ma
il
valido
aiuto
del
maschio
nel
sopportare
i
pesi
materiali
e
morali
della
famiglia
,
non
si
concepisce
-
ripeto
-
che
il
legislatore
voglia
ancora
lasciare
nei
Codici
questa
tutela
economica
della
moglie
,
tutela
che
è
spesso
la
prima
origine
delle
discordie
coniugali
,
ed
è
talvolta
anche
l
'
origine
della
rovina
delle
famiglie
!
Non
è
qui
il
caso
di
precisar
meglio
ciò
che
vado
dicendo
,
citare
articoli
di
Codice
e
commentarli
,
ma
voglio
dire
,
a
onor
nostro
,
che
il
Codice
Civile
italiano
è
,
per
ciò
che
riguarda
la
condizione
economica
della
moglie
,
migliore
del
Codice
Napoleonico
,
contro
cui
insorge
oggi
in
Francia
una
lega
di
intellettuali
,
migliore
anche
di
altri
Codici
Civili
d
'
Europa
,
ma
non
tale
da
soddisfare
le
esigenze
,
ch
'
io
credo
legittime
,
dei
feministi
.
Il
matrimonio
,
anche
in
Italia
,
è
per
la
donna
,
quanto
ai
beni
,
un
profondo
sonno
:
un
sonno
da
cui
spesso
è
svegliata
di
soprassalto
per
il
romore
d
'
un
disastro
.
Il
marito
,
abituato
a
non
dipendere
da
nessuno
,
chiede
raramente
in
affari
il
consiglio
della
moglie
....
anche
quando
si
tratta
dei
danari
di
lei
.
La
moglie
,
in
parte
obbligata
dalla
legge
,
e
ancor
più
abituata
dal
costume
,
si
tiene
estranea
a
ciò
che
non
è
la
quotidiana
azienda
domestica
.
E
questo
letargo
dell
'
attività
femminile
è
,
oltre
che
un
'
ingiustizia
,
un
errore
,
perché
la
donna
ha
più
prudenza
dell
'
uomo
,
ed
essendo
per
indole
più
conservatrice
,
non
sarebbe
mai
favorevole
a
quelle
incoscienti
larghezze
che
a
poco
a
poco
corrodono
i
patrimonii
,
né
a
quelle
speculazioni
arrischiate
che
d
'
un
tratto
li
inghiottono
.
*
Senonché
,
non
è
soltanto
come
moglie
e
come
proprietaria
che
la
donna
potrebbe
lagnarsi
del
Codice
Civile
.
È
sopratutto
come
fanciulla
e
come
madre
ch
'
ella
potrebbe
protestare
contro
le
ingiustizie
della
legislazione
.
Strana
e
triste
ironia
!
Il
legislatore
,
per
giustificare
la
tutela
giuridica
cui
assoggettava
la
donna
,
ha
fatto
ricorso
alla
debolezza
di
lei
e
al
suo
bisogno
di
protezione
:
ma
si
è
dimenticato
totalmente
di
questa
debolezza
femminile
e
di
questo
bisogno
di
protezione
quando
si
trattava
di
protegger
la
donna
dalle
seduzioni
del
maschio
....
Il
legislatore
,
cioè
,
ha
avuto
tutte
le
precauzioni
per
salvaguardare
il
patrimonio
economico
della
donna
e
ha
voluto
che
,
non
lei
sola
,
ma
anche
il
marito
ne
fosse
responsabile
:
non
ha
avuto
nessuna
preoccupazione
per
salvaguardare
il
patrimonio
morale
,
l
'
onore
della
fanciulla
,
e
all
'
uomo
che
l
'
ha
compromessa
ha
detto
sorridendo
:
"
stai
pure
tranquillo
!
tu
non
sei
responsabile
!
la
ricerca
della
paternità
è
interdetta
!
"
.
È
logico
questo
?
è
giusto
?
è
umano
?
Io
leggo
nel
nostro
Codice
Civile
l
'
articolo
1151
che
dice
:
"
qualunque
fatto
dell
'
uomo
che
arreca
danno
ad
altri
,
obbliga
quello
per
colpa
del
quale
è
avvenuto
a
risarcire
il
danno
"
.
Questo
articolo
protegge
le
nostre
finestre
,
le
nostre
porte
,
i
nostri
mobili
,
i
cancelli
dei
nostri
giardini
,
le
derrate
delle
nostre
campagne
,
il
nostro
cane
e
il
nostro
cavallo
....
ma
non
protegge
la
donna
!
Davanti
al
Codice
,
la
donna
è
meno
delle
nostre
bestie
!
Eppure
non
è
forse
arrecar
danno
alla
donna
il
sedurla
,
farla
soffrire
,
distruggere
,
forse
per
sempre
,
la
sua
bellezza
e
la
sua
salute
,
e
lasciarle
la
doppia
croce
del
disonore
e
dell
'
obbligo
materiale
di
nutrire
il
bambino
e
allevarlo
?
Oh
,
io
sento
le
voci
degli
uomini
prudenti
e
severi
,
che
hanno
tanto
rispetto
per
la
famiglia
legale
e
così
poco
per
le
famiglie
illegali
che
l
'
amore
crea
e
danna
all
'
infelicità
,
io
sento
le
voci
dure
e
fredde
che
dicono
:
"
la
donna
fu
debole
,
ella
doveva
riflettere
prima
di
cedere
,
che
colpa
ha
l
'
uomo
s
'
ella
non
gli
ha
saputo
resistere
?
"
ed
io
sento
anche
le
voci
maligne
che
susurrano
:
"
è
un
'
ingenuità
il
credere
che
chi
seduce
sia
l
'
uomo
!
è
la
donna
che
nella
maggior
parte
dei
casi
seduce
!
"
.
Ebbene
?
e
se
anche
ciò
fosse
vero
?
In
qual
trattato
di
logica
o
di
morale
si
può
trovare
il
principio
che
dei
due
complici
di
un
'
azione
,
uno
solo
deve
pagarne
la
pena
e
sopportarne
le
conseguenze
?
E
mi
si
concederà
per
lo
meno
,
che
se
l
'
uomo
non
è
il
primo
autore
del
male
,
è
innegabilmente
il
complice
necessario
.
E
perché
mai
questo
complice
necessario
,
compiuto
ciò
che
ha
creduto
di
compiere
,
succhiato
il
miele
del
fiore
,
se
ne
può
partire
indisturbato
,
libero
come
l
'
ape
vagabonda
,
con
un
pensiero
di
meno
ed
un
trionfo
di
più
,
lasciando
nell
'
abbandono
,
nel
dolore
,
nella
vergogna
colei
che
gli
ha
dato
il
meglio
dell
'
esser
suo
?
Ma
-
ripetono
ancora
quelle
voci
severe
e
prudenti
-
:
"
il
Codice
non
può
preoccuparsi
di
tutti
questi
infiniti
piccoli
drammi
d
'
amore
ove
l
'
uomo
compie
la
sua
esperienza
di
maschio
saggiando
la
virtù
femminile
;
questi
casi
non
dipendono
che
dalla
coscienza
!
"
.
Ebbene
:
io
credevo
appunto
che
la
legge
dovesse
essere
la
coscienza
di
quelli
che
non
ne
hanno
!
Credevo
che
la
legge
dovesse
ristabilire
l
'
equilibrio
fra
la
responsabilità
dell
'
uomo
,
che
ora
è
nulla
,
e
la
responsabilità
della
donna
,
che
ora
è
troppa
,
non
solo
per
ubbidire
a
un
criterio
di
giustizia
e
per
diminuire
quel
tributo
di
anime
e
di
corpi
femminili
che
l
'
umanità
paga
al
minotauro
dell
'
egoismo
maschile
,
ma
anche
per
ragioni
di
previdenza
sociale
.
Sapete
voi
che
accade
di
tutte
le
fanciulle
abbandonate
e
di
tutti
i
figli
illegittimi
?
Che
cosa
accada
delle
fanciulle
tradite
è
facile
immaginare
.
Tolte
le
pochissime
eroine
che
hanno
la
sapiente
dolcezza
della
rassegnazione
e
che
col
lavoro
onesto
sanno
ricostruirsi
la
vita
che
l
'
inganno
d
'
un
uomo
minacciava
di
spezzare
per
sempre
,
tolte
le
poche
energiche
che
nell
'
impeto
del
dolore
pel
vigliacco
abbandono
trovano
il
coraggio
criminoso
di
vendicarsi
dell
'
amante
col
coltello
,
col
revolver
,
col
vetriolo
,
tutte
le
altre
scendono
più
o
meno
lentamente
la
scala
del
vizio
,
povere
candide
foglie
di
magnolia
che
il
primo
contatto
ha
ingiallito
per
sempre
!
E
che
accade
dei
figli
?
di
quell
'
esercito
di
illegittimi
che
sorgono
ogni
anno
a
minacciare
la
società
,
di
cui
dicono
i
vizii
nascendo
,
e
di
cui
rappresentano
,
vivendo
,
i
vizii
e
i
delitti
?
Un
piccolo
numero
di
illegittimi
paga
subito
,
colla
morte
violenta
,
la
colpa
e
la
vergogna
della
nascita
.
L
'
infanticidio
è
l
'
estrema
aberrazione
della
fanciulla
tradita
,
che
non
seppe
uccider
sé
stessa
né
vendicarsi
contro
l
'
amante
,
e
che
sopprime
l
'
innocente
,
la
prova
viva
e
strillante
del
suo
disonore
.
E
i
giurati
assolvono
il
delitto
orrendo
-
33
assoluzioni
ogni
100
infanticidii
-
non
solo
perché
essi
sentono
che
il
delitto
in
questo
caso
non
è
la
conseguenza
di
passioni
malvagie
,
bensì
la
testimonianza
sanguinosa
d
'
una
rivolta
legittima
,
ma
assolvono
anche
perché
essi
si
trovano
di
fronte
solo
la
fanciulla
-
madre
,
non
vedono
l
'
uomo
,
il
complice
necessario
che
è
lontano
,
e
questa
ingiustizia
li
disarma
e
li
rende
indulgenti
....
E
quando
l
'
infanticidio
non
lo
compie
la
madre
,
pensa
la
società
matrigna
a
commetterlo
sui
figli
illegittimi
.
Usciti
alla
luce
dopo
mesi
di
ansie
e
di
dolori
,
privi
d
'
ogni
cura
igienica
come
d
'
ogni
cura
morale
,
essi
sono
sacrati
dalla
morte
;
e
ne
muore
infatti
l'11
per
cento
nel
primo
mese
e
il
24
per
cento
nel
primo
anno
.
Poi
....
poi
....
gli
altri
che
restano
-
senza
un
nome
,
senza
una
posizione
,
incapaci
d
'
orgoglio
-
traversano
la
vita
con
l
'
odio
latente
contro
l
'
ingiustizia
di
cui
son
vittime
,
e
popolano
i
nostri
ospedali
e
le
nostre
prigioni
!
E
allora
,
in
presenza
di
questi
bimbi
che
,
se
non
sono
uccisi
o
non
muoion
di
stenti
,
divengono
la
zavorra
sociale
,
in
presenza
di
tante
donne
che
cadon
nel
fango
,
se
non
entrano
in
prigione
per
essersi
vendicate
dell
'
amante
,
io
vorrei
ripetere
la
domanda
che
il
Senatore
Rivet
rivolgeva
ai
legislatori
del
suo
paese
:
io
vorrei
chiedere
ai
gravi
uomini
politici
che
nelle
questioni
di
commercio
e
di
dogana
sono
così
spesso
protezionisti
arrabbiati
,
io
vorrei
chiedere
se
troveranno
ancora
che
è
inutile
protegger
la
donna
dalle
seduzioni
del
maschio
,
e
se
si
pronuncieranno
ancora
per
il
libero
scambio
degli
abbandoni
e
degli
infanticidii
,
dicendo
con
una
beata
indifferenza
:
lasciate
fare
,
lasciate
passare
!
*
Forse
-
poiché
l
'
egoismo
maschile
è
tanto
grande
-
non
si
riuscirà
ad
ottenere
che
l
'
uomo
provveda
,
almeno
economicamente
,
alle
prime
necessità
dei
figli
illegittimi
,
finché
le
donne
non
avranno
pari
agli
uomini
il
diritto
di
voto
e
quindi
il
diritto
di
fare
le
leggi
.
Lo
constatava
col
suo
sorriso
arguto
di
filosofo
canzonatore
anche
Beaumarchais
quando
nel
Mariage
de
Figaro
,
alludendo
appunto
al
modo
con
cui
il
Codice
tratta
la
donna
che
ha
peccato
d
'
amore
,
scriveva
:
de
cette
absurde
injusticefaut
-
il
dire
le
pourquoi
?
Les
plus
forts
ont
fait
la
loi
!
Questa
questione
del
voto
alle
donne
-
in
cui
s
'
appunta
lo
sforzo
maggiore
del
feminismo
-
parmi
appartenga
al
numero
di
quei
problemi
politici
,
e
son
molti
,
pur
troppo
,
che
spaventano
più
per
l
'
ignoranza
che
si
ha
delle
loro
conseguenze
,
che
per
la
conoscenza
delle
ragioni
che
li
sostengono
.
Noi
abbiamo
,
spesso
,
la
paura
delle
parole
:
noi
abbiamo
,
talvolta
,
l
'
avversione
istintiva
per
certe
riforme
che
immaginiamo
gravide
di
chi
sa
quanti
e
quali
pericoli
.
Anche
gli
uomini
adulti
,
come
i
bambini
,
hanno
i
loro
cauchemars
.
Ma
quando
spunta
il
sole
i
fantasmi
scompaiono
,
e
quando
certi
problemi
si
studiano
da
vicino
al
lume
tranquillo
dell
'
osservazione
scientifica
,
ci
si
accorge
che
essi
non
erano
così
rivoluzionarii
come
la
nostra
timidità
e
il
nostro
misoneismo
temevano
.
Il
voto
alle
donne
!
Per
essere
sincero
comincio
col
dichiarare
che
io
non
credo
che
le
nostre
leggi
attuali
lo
riconoscano
:
chi
lo
crede
non
può
essere
che
un
partigiano
il
quale
scambia
il
suo
desiderio
per
la
realtà
,
o
un
avvocato
,
il
quale
-
secondo
il
solito
-
sostiene
che
la
legge
sancisce
l
'
opinione
del
suo
cliente
!
No
:
le
nostre
leggi
non
riconoscono
nella
donna
il
diritto
di
voto
politico
....
ma
lo
potrebbero
,
lo
dovrebbero
riconoscere
.
Ho
letto
molte
pagine
pro
e
contro
il
voto
femminile
,
e
naturalmente
anche
i
discorsi
pronunziati
recentemente
alla
Camera
,
dove
,
per
miracolo
!
l
'
estrema
destra
di
Luigi
Luzzatti
si
è
trovata
d
'
accordo
coll
'
estrema
sinistra
dell
'
on
.
Mirabelli
in
un
atto
di
cavalleresca
cortesia
verso
le
signore
:
ma
confesso
di
non
aver
trovato
nulla
di
meglio
,
né
per
logica
né
per
chiarezza
,
degli
argomenti
che
sviluppava
Condorcet
,
nientemeno
che
120
anni
fa
,
nel
Journal
de
la
Sociéte
de
1789
.
Il
diritto
di
eleggere
ed
essere
eletto
è
fondato
per
gli
uomini
sul
loro
carattere
di
creature
intelligenti
e
libere
.
Non
sono
creature
tali
anche
le
donne
?
I
soli
limiti
a
quel
diritto
sono
la
condanna
a
una
pena
afflittiva
o
infamante
,
e
la
minorità
.
Ebbene
:
forse
che
tutte
le
donne
ebbero
conti
a
regolare
colla
giustizia
,
o
non
è
scritto
all
'
articolo
240
del
Codice
Civile
che
ogni
individuo
dei
due
sessi
all
'
età
di
21
anno
è
maggiore
?
Si
argomenterà
forse
dalla
pretesa
inferiorità
mentale
della
donna
?
È
assurdo
,
perché
-
dato
che
tale
inferiorità
esista
-
forse
che
gli
uomini
poco
intelligenti
non
hanno
diritto
di
voto
?
Ma
l
'
infimo
impiegato
d
'
ordine
dell
'
infima
amministrazione
ha
gli
identici
diritti
politici
di
Guglielmo
Marconi
!
Si
argomenterà
dalla
debolezza
fisica
delle
donne
?
Se
questa
obbiezione
valesse
,
bisognerebbe
sottoporre
gli
elettori
a
un
giurì
di
medici
,
e
poiché
non
si
è
ancora
istituita
la
visita
medica
elettorale
e
votano
nevrastenici
,
epilettici
ed
alcoolisti
,
mi
sembra
che
-
per
ciò
che
riguarda
la
salute
-
potrebbero
votare
anche
le
donne
.
L
'
obbiezione
capitale
-
tutti
lo
sanno
e
lo
sentono
-
consiste
nell
'
osservare
che
,
aprendo
alle
donne
la
vita
politica
,
si
distolgono
dalla
famiglia
.
Ma
non
le
distolgono
dalla
famiglia
anche
oggi
,
più
assai
dell
'
ipotetica
partecipazione
alla
vita
politica
,
le
professioni
manuali
e
il
commercio
?
Non
è
la
nostra
vita
affrettata
e
febbrile
che
lancia
nelle
officine
,
nei
magazzini
,
nelle
amministrazioni
,
le
fanciulle
,
le
spose
,
le
madri
?
Non
è
questo
terribile
aculeo
della
lotta
economica
,
non
è
l
'
ansia
del
guadagno
,
non
è
la
fatalità
della
grande
industria
che
toglie
l
'
operaia
al
suo
focolare
,
al
suo
bambino
,
ai
suoi
doveri
di
madre
e
di
moglie
,
per
sequestrarla
tutto
il
giorno
là
dove
il
mostro
della
civiltà
ha
bisogno
del
suo
lavoro
?
Protestiamo
pure
contro
questa
immane
e
dura
necessità
,
ma
non
accusiamo
il
voto
politico
di
produrre
un
danno
che
già
il
capitalismo
,
la
macchina
,
la
creazione
dei
grandi
opifici
hanno
prodotto
.
Non
è
la
piccola
scheda
bianca
che
toglierebbe
la
donna
alla
casa
e
alla
famiglia
,
di
dove
l
'
ha
già
distolta
la
grande
industria
e
la
nera
officina
.
Forse
che
per
votare
-
o
per
apprendere
quel
tanto
che
occorre
per
votare
con
coscienza
e
con
libertà
-
la
donna
dovrebbe
impiegare
quelle
otto
o
dieci
ore
di
lavoro
al
giorno
,
che
oggi
ella
ruba
alla
sua
famiglia
....
senza
che
gli
antifeministi
protestino
?
O
forse
che
gli
antifeministi
non
si
preoccupano
della
donna
che
deve
guadagnarsi
la
vita
col
suo
lavoro
-
e
che
è
pure
la
gran
maggioranza
-
e
pensano
soltanto
alla
donna
ricca
e
agiata
,
facendo
una
comoda
sociologia
da
salotto
,
come
Paul
Bourget
fa
della
psicologia
da
milionari
studiando
soltanto
anime
umane
che
abbiano
almeno
cento
mila
lire
di
rendita
?
Io
non
vedo
,
dunque
,
lo
confesso
,
un
solo
argomento
che
possa
validamente
contrastare
in
teoria
il
diritto
di
voto
alle
donne
.
Quanto
alla
pratica
-
cioè
all
'
immediata
attuazione
-
prescindendo
da
coloro
che
temono
dal
voto
femminile
una
riscossa
reazionaria
-
sono
le
donne
stesse
che
dimostrano
di
non
sentirne
l
'
imperiosa
necessità
.
In
Austria
dove
,
da
oltre
trent
'
anni
,
le
donne
del
grande
possesso
nobile
hanno
diritto
di
voto
,
poco
e
raramente
lo
esercitano
.
In
Francia
e
in
Belgio
,
paesi
più
evoluti
del
nostro
,
non
si
è
ancora
tentata
l
'
ardita
riforma
.
In
Italia
,
basterebbe
constatare
l
'
indifferenza
con
cui
la
maggior
parte
del
pubblico
femminile
ha
seguìto
la
recente
discussione
parlamentare
-
che
fu
del
resto
più
un
'
esercitazione
rettorica
che
l
'
espressione
eloquente
d
'
un
sentimento
sincero
-
per
convincersi
che
all
'
entusiasmo
di
poche
non
segue
il
consenso
pieno
e
caldo
di
tutte
.
Basterebbe
,
sopratutto
,
gettare
uno
sguardo
sulla
statistica
spaventosa
delle
donne
analfabete
-
il
50
per
cento
delle
spose
italiane
non
sanno
nemmeno
firmare
col
proprio
nome
l
'
atto
di
matrimonio
!
!
-
per
comprendere
che
troppe
altre
cose
più
urgono
fra
noi
per
la
vera
emancipazione
della
donna
!
*
Proclamare
,
dunque
,
tutti
i
diritti
,
non
far
dedizione
d
'
alcuno
anche
lontano
ed
altissimo
,
ma
perseguire
con
tenacia
conquiste
immediatamente
più
utili
e
necessarie
,
ecco
la
tattica
di
un
feminismo
fecondo
.
Volere
la
donna
pari
all
'
uomo
,
ma
cercar
di
elevarla
,
con
l
'
educazione
e
con
l
'
istruzione
a
quella
dignità
cui
ella
agogna
.
Giacché
,
più
che
la
donna
elettrice
,
più
che
la
donna
politicante
,
urge
oggi
rivendicare
la
donna
nella
semplicità
della
sua
sacra
funzione
,
cioè
la
donna
che
ama
.
Io
non
credo
al
feminismo
spurio
che
sotto
il
nome
di
lotta
di
sesso
vuol
far
guerra
all
'
uomo
,
vuol
mascolinazzare
la
donna
,
vuol
dare
ad
intendere
ch
'
essa
possa
fare
a
meno
dell
'
uomo
.
Ciò
è
contro
la
natura
,
contro
la
bellezza
,
contro
l
'
amore
!
Io
credo
al
feminismo
che
innalza
la
donna
,
che
le
apre
tutte
le
vie
,
in
modo
che
la
sua
mente
possa
spaziare
fin
là
dove
una
volta
non
arrivava
nemmeno
il
suo
sguardo
,
ma
le
lascia
però
intatte
tutte
le
sue
femminili
attrattive
.
Gli
è
appunto
quando
la
donna
è
veramente
donna
,
e
non
un
ibrido
campione
del
terzo
sesso
,
che
ella
può
creare
capolavori
.
Le
donne
che
hanno
scritto
dei
libri
che
resteranno
non
sono
le
donne
che
hanno
ucciso
in
sé
stesse
il
sesso
per
meglio
misurarsi
nella
concorrenza
brutale
col
maschio
,
ma
sono
le
donne
che
hanno
amato
.
Se
c
'
è
una
poesia
femminile
che
commuova
,
è
quando
esprime
la
passione
:
se
c
'
è
un
'
opera
d
'
arte
di
donna
che
s
'
imponga
è
quando
l
'
ha
infiammata
l
'
amore
.
Diceva
il
Guizot
che
ricercando
un
giorno
con
Macaulay
quale
fosse
,
nella
letteratura
,
l
'
opera
femminile
che
più
si
avvicinava
alla
perfezione
,
s
'
eran
trovati
d
'
accordo
nel
pensare
che
erano
le
lettere
di
M.me
de
Sevigné
,
e
che
entrambi
avevano
attribuito
la
superiorità
di
quel
capolavoro
al
fatto
che
era
l
'
opera
d
'
una
madre
.
Non
dunque
un
feminismo
che
spenga
ciò
che
vi
è
di
più
puro
e
di
più
sacro
nella
donna
:
non
un
feminismo
che
divida
ed
odii
,
ma
un
feminismo
che
eguagli
e
rinsaldi
i
legami
spirituali
fra
l
'
uomo
e
la
donna
.
Diamo
alla
donna
tutti
i
diritti
che
le
spettano
-
ella
vedrà
se
è
il
caso
di
esercitarli
-
ma
diamole
sopratutto
quell
'
educazione
libera
e
fiera
di
cui
manca
,
e
che
le
è
necessaria
per
comprendere
che
ella
deve
essere
,
non
la
nostra
concorrente
,
ma
la
nostra
alleata
,
e
che
il
suo
miglioramento
significa
raddoppiare
le
forze
intellettuali
del
genere
umano
e
quindi
le
probabilità
di
una
vita
felice
.
Come
l
'
uomo
e
la
donna
sono
fisiologicamente
necessari
per
creare
la
vita
,
così
l
'
accordo
fra
loro
-
pari
ormai
di
coltura
di
dignità
di
diritti
-
è
necessario
per
creare
il
progresso
.
Questa
è
la
verità
,
e
questa
,
io
credo
,
è
anche
la
poesia
!
Una
delle
più
illustri
feministe
italiane
,
Anna
Maria
Mozzoni
,
confessava
:
"
povere
ribelli
siamo
noi
,
che
amiamo
i
nostri
nemici
!
"
.
E
in
queste
parole
sta
la
conclusione
migliore
del
nostro
problema
,
giacché
se
è
vero
che
l
'
uomo
non
è
mosso
ad
agire
altro
che
dal
desiderio
di
far
omaggio
di
tutto
ciò
che
egli
conquista
-
fama
onori
ricchezze
-
alla
donna
che
ama
,
anche
il
feminismo
non
può
e
non
deve
essere
che
la
rivendicazione
della
personalità
della
donna
perché
questa
possa
più
nobilmente
offrirla
a
colui
che
essa
liberamente
si
è
scelto
.
L
'
ISTRUZIONE
DELLA
DONNA
.
Il
faut
élever
la
jeune
fille
avec
la
pensée
constante
qu
'
elle
sera
un
jour
la
compagne
de
l
'
homme
.
M.me
DE
STAËL
.
Si
racconta
che
essendosi
chiesto
una
volta
a
Legouvé
in
quale
periodo
della
vita
dei
suoi
figli
egli
cominciasse
la
sua
azione
di
educatore
:
Prima
che
nascano
,
rispose
.
Pur
troppo
,
pochissimi
padri
saprebbero
e
potrebbero
rispondere
con
la
profondità
filosofica
e
con
la
previdente
affettuosità
di
Ernesto
Legouvé
;
e
certo
nessun
governo
ha
mai
voluto
spingere
così
indietro
e
così
lontano
le
sue
cure
per
l
'
educazione
de
'
cittadini
.
I
governi
,
in
genere
,
non
pensano
all
'
educazione
ma
soltanto
all
'
istruzione
,
e
non
sempre
felicemente
e
compiutamente
nemmeno
a
questa
.
Se
la
statistica
fu
definita
una
specie
di
bromuro
scientifico
poiché
calma
,
colla
doccia
fredda
delle
cifre
,
i
nervi
eccitati
della
nostra
curiosità
,
c
'
è
una
statistica
che
dovrebbe
,
anziché
calmare
i
nostri
nervi
,
irritarli
,
e
farci
salire
al
viso
le
fiamme
della
vergogna
per
la
nostra
inferiorità
di
fronte
agli
altri
popoli
civili
.
Intendo
la
statistica
dell
'
analfabetismo
.
Mentre
in
Germania
si
contano
appena
2.45
analfabeti
su
100
abitanti
,
e
in
Inghilterra
3.45
,
e
in
Francia
3.50
,
noi
italiani
vinciamo
il
triste
record
della
barbarie
anche
in
confronto
alla
Russia
,
giacché
questa
ha
36
analfabeti
su
100
abitanti
,
e
noi
ne
abbiamo
52.93
.
E
pur
troppo
questa
statistica
complessiva
-
se
si
volesse
distinguere
per
sesso
-
riuscirebbe
assai
più
grave
per
la
donna
che
per
l
'
uomo
!
Infatti
,
prendendo
come
termine
di
paragone
i
dati
demografici
che
riguardano
i
matrimonii
innanzi
agli
ufficiali
dello
Stato
Civile
(
se
si
consultassero
anche
i
matrimonii
religiosi
sarebbe
ancor
peggio
!
)
noi
troviamo
che
su
100
sposi
,
soltanto
35.50
non
seppero
firmare
l
'
atto
nuziale
,
mentre
su
100
spose
non
lo
seppero
firmare
47.95
.
Quindi
-
ed
è
veramente
doloroso
a
dirsi
-
quindi
la
metà
delle
mogli
e
delle
madri
italiane
non
sanno
nemmeno
scrivere
il
proprio
nome
!
Immaginiamoci
la
coltura
della
maggior
parte
dell
'
altra
metà
!
E
sorvolo
,
per
carità
di
patria
,
sul
fatto
che
in
Germania
,
in
Francia
e
in
Inghilterra
le
spose
che
non
sanno
sottoscrivere
l
'
atto
di
matrimonio
raggiungono
appena
la
cifra
del
2
,
del
3
,
al
massimo
del
4
per
cento
.
Di
fronte
a
queste
constatazioni
-
che
sono
vergognose
e
socialmente
pericolose
,
ma
che
i
nostri
uomini
politici
pare
siano
abituati
a
considerare
con
olimpica
indifferenza
,
come
un
male
necessario
che
la
terza
Italia
ha
ereditato
dall
'
Italia
dei
Papi
-
di
fronte
a
queste
constatazioni
verrebbe
fatto
a
un
ingenuo
di
domandare
:
"
Ma
c
'
è
o
non
c
'
è
,
in
Italia
,
una
legge
sull
'
istruzione
obbligatoria
?
"
.
La
legge
c
'
è
,
e
da
più
di
trent
'
anni
,
perché
appunto
dal
1877
fa
parte
della
raccolta
delle
innumerevoli
Leggi
e
Decreti
del
Regno
,
ma
....
chi
pon
mano
ad
essa
?
Questa
nostra
legge
-
che
ebbe
l
'
unico
merito
di
precedere
quelle
analoghe
di
Francia
e
di
Inghilterra
-
ebbe
,
fra
gli
altri
,
il
torto
gravissimo
,
dovuto
a
ragioni
finanziarie
,
di
limitare
dai
6
ai
9
anni
l
'
età
in
cui
l
'
istruzione
è
obbligatoria
.
Questo
periodo
di
tre
anni
era
troppo
breve
,
non
solo
per
lo
scopo
diretto
dell
'
istruzione
,
ma
anche
per
lo
scopo
indiretto
di
prevenzione
sociale
che
la
scuola
dovrebbe
prefiggersi
.
Tutti
i
paesi
civili
avevano
stabilito
un
periodo
più
lungo
per
lo
meno
del
doppio
:
in
Francia
l
'
istruzione
è
obbligatoria
dai
6
ai
13
anni
,
in
Austria
,
in
Ungheria
,
in
Germania
dai
6
ai
14
,
in
Inghilterra
dai
5
ai
14
,
in
Isvizzera
dai
6
ai
16
anni
.
E
sorgeva
spontanea
la
domanda
:
il
bambino
e
la
bambina
italiani
che
a
9
anni
compiuti
non
hanno
più
l
'
obbligo
di
frequentare
la
scuola
,
che
cosa
faranno
?
(
Parlo
,
si
capisce
,
dei
bimbi
di
quelle
infime
classi
sociali
che
non
potendo
darsi
il
lusso
di
continuare
l
'
istruzione
per
conto
proprio
,
mandano
i
loro
figli
a
scuola
-
se
li
mandano
!
-
solo
nel
periodo
fissato
dalla
legge
)
.
A
questi
bambini
sarà
evidentemente
scuola
la
strada
,
poiché
il
padre
e
la
madre
,
contadini
o
operai
,
occupati
nei
lavori
dei
campi
o
delle
officine
,
li
lascieranno
vagabondare
,
lieti
d
'
avere
per
qualche
ora
un
pensiero
e
una
noia
di
meno
....
Il
ministro
Orlando
si
rese
conto
di
questa
inferiorità
del
nostro
paese
,
che
equivaleva
a
un
pericolo
sociale
,
e
colla
legge
.
luglio
1904
estese
l
'
obbligo
dell
'
istruzione
fino
al
dodicesimo
anno
di
età
e
fornì
ai
Comuni
i
mezzi
per
istituire
corsi
d
'
istruzione
elementare
superiore
.
L
'
intenzione
era
nobilissima
,
ma
rimase
semplicemente
....
intenzione
.
Si
può
dire
infatti
senza
peccare
di
soverchio
pessimismo
,
che
la
legge
del
1904
non
è
osservata
in
pratica
.
E
non
è
osservata
perché
le
pene
ai
genitori
che
vi
contravvengono
sono
più
miti
che
altrove
(
un
'
ammenda
di
50
centesimi
!
)
e
perché
oltre
ad
essere
miti
,
sono
rarissimamente
applicate
.
Così
non
solo
la
legge
sull
'
istruzione
obbligatoria
non
è
osservata
,
ma
è
del
tutto
inutile
,
giacché
in
Italia
la
scuola
è
frequentata
soltanto
....
da
chi
vi
si
reca
spontaneamente
.
Mentre
,
infatti
,
in
Inghilterra
e
agli
Stati
Uniti
,
sia
per
la
maggiore
educazione
del
popolo
,
sia
per
l
'
inflessibile
rigore
anglosassone
con
cui
sono
puniti
i
contravventori
alla
legge
,
non
esiste
una
differenza
apprezzabile
fra
il
numero
degli
alunni
che
dovrebbero
frequentare
la
scuola
e
il
numero
di
coloro
che
effettivamente
la
frequentano
,
da
noi
invece
pur
troppo
,
un
terzo
degli
alunni
che
vi
sarebbero
obbligati
disertano
la
scuola
.
Si
tratta
cioè
di
un
milione
,
badate
,
di
un
milione
di
bambini
e
bambine
che
dovrebbero
frequentare
la
scuola
e
non
la
frequentano
.
Ed
è
così
apatica
la
nostra
indole
,
che
nessuno
chiede
spiegazione
di
questa
trascuratezza
che
costituisce
un
delitto
;
nessuno
domanda
di
chi
è
la
colpa
se
la
legge
sull
'
istruzione
obbligatoria
non
viene
osservata
;
nessuno
pensa
che
un
milione
di
bimbi
fra
i
6
e
i
12
anni
sul
lastrico
della
via
significa
un
futuro
pericolo
sociale
gravissimo
,
significa
l
'
analfabetismo
colle
sue
conseguenze
fatali
,
il
vagabondaggio
e
la
delinquenza
!
E
mentre
è
facile
trovare
,
nel
Parlamento
e
fuori
,
chi
alzi
fiere
proteste
contro
ogni
irregolarità
e
contro
ogni
abuso
-
purché
siano
,
s
'
intende
,
commessi
dagli
avversarii
politici
,
perché
quando
sono
commessi
dai
correligionarii
anche
i
delitti
si
scusano
,
-
è
difficilissimo
il
trovare
chi
senta
il
bisogno
e
il
dovere
di
salire
su
dalla
morta
gora
del
pettegolezzo
politico
e
del
piccolo
scandalo
parlamentare
,
per
guardare
in
faccia
i
veri
problemi
che
interessano
la
vita
della
nazione
,
e
per
chiedere
che
non
sia
abbandonata
all
'
ignoranza
dei
più
e
all
'
indolenza
del
governo
la
funzione
della
scuola
,
in
cui
riposa
la
migliore
energia
del
popolo
e
la
salute
dell
'
avvenire
!
Mi
si
perdoni
se
,
per
chiudere
questo
argomento
,
insisto
ancora
con
delle
cifre
:
saranno
le
ultime
.
Il
numero
degli
alunni
d
'
ambo
i
sessi
raggiunge
circa
il
20
per
cento
sul
totale
della
popolazione
in
tutti
i
paesi
civili
:
è
il
20.70
nella
Svizzera
,
il
20.38
agli
Stati
Uniti
,
il
20.00
in
Baviera
e
Sassonia
:
da
noi
è
soltanto
il
7.89
per
cento
.
E
non
occorre
fare
dell
'
alta
sociologia
per
riconoscere
questa
verità
assiomatica
:
che
la
percentuale
massima
nel
numero
degli
alunni
è
l
'
indice
tangibile
della
massima
civiltà
,
ossia
dei
paesi
dove
è
maggiore
il
benessere
materiale
,
più
diffusa
l
'
industria
,
e
minore
il
numero
de
'
reati
.
*
Sono
molte
le
scuse
o
le
giustificazioni
che
si
adducono
per
spiegare
questa
nostra
inferiorità
.
Ma
,
sorvolando
sulle
secondarie
,
le
cause
principali
del
doloroso
fenomeno
si
possono
ridurre
a
due
,
una
sociale
,
l
'
altra
strettamente
economica
.
La
causa
sociale
e
,
in
parte
,
di
razza
,
-
che
potrà
,
speriamo
,
affievolirsi
col
tempo
ma
che
oggi
è
ancora
fortissima
specie
nell
'
Italia
meridionale
,
-
consiste
nel
fatto
che
i
genitori
italiani
non
intendono
l
'
utilità
della
scuola
pei
loro
bambini
,
preferiscono
sfruttarli
col
lavoro
e
colla
mendicità
in
età
ancor
tenera
,
o
lasciarli
in
ozio
in
mezzo
alla
via
....
Il
vizio
è
nel
sangue
,
e
le
leggi
possono
fare
ben
poco
!
Nel
Belgio
,
per
esempio
,
non
esiste
istruzione
obbligatoria
;
eppure
colà
le
scuole
sono
frequentatissime
.
Altra
razza
,
e
,
diciamolo
pure
,
altro
grado
di
civiltà
!
E
poiché
in
Italia
le
autorità
-
come
ho
detto
-
non
si
prendon
la
pena
di
infligger
multe
a
quei
genitori
che
non
inviano
i
loro
figli
alla
scuola
,
il
cattivo
esempio
s
'
estende
,
e
la
piaga
si
fa
cancrena
.
Dunque
:
in
basso
,
incredulità
nei
vantaggi
dell
'
istruzione
:
in
alto
,
indolenza
nel
reprimere
le
contravvenzioni
,
-
ecco
gli
ostacoli
contro
cui
si
dibatte
fra
noi
il
problema
della
scuola
.
Ma
l
'
ostacolo
maggiore
è
l
'
ostacolo
economico
,
la
difficoltà
finanziaria
.
È
noto
che
in
molti
Comuni
le
scuole
sono
in
uno
stato
così
deplorevole
,
da
giustificare
quasi
coloro
che
non
le
frequentano
.
Si
è
sempre
detto
,
e
si
continua
a
dire
,
che
non
ci
sono
denari
per
il
Ministero
dell
'
Istruzione
Pubblica
,
il
cui
bilancio
è
notoriamente
la
cenerentola
dei
bilanci
italiani
.
Io
credo
che
,
come
i
giornali
ricorrono
alla
scusa
della
tirannia
dello
spazio
per
giustificare
la
non
pubblicazione
di
ciò
che
non
vogliono
pubblicare
,
così
i
governi
riparano
dietro
la
scusa
della
tirannia
finanziaria
per
non
spendere
mai
danari
dove
non
li
vogliono
spendere
.
Noi
siamo
ancor
vittime
del
pregiudizio
che
per
la
grandezza
della
patria
occorra
crear
fucili
e
cannoni
anziché
teste
ed
uomini
,
e
noi
dimentichiamo
che
le
vittorie
dell
'
esercito
tedesco
sono
dovute
alla
coltura
dei
suoi
soldati
.
Per
questo
la
Germania
,
che
sa
preparare
da
lontano
le
sue
vittorie
,
non
lesina
danaro
all
'
istruzione
pubblica
:
per
questo
il
solo
regno
di
Prussia
spende
356
milioni
all
'
anno
per
la
sola
istruzione
popolare
,
e
la
stampa
tedesca
anche
la
più
conservatrice
trova
che
è
poco
,
e
noi
invece
ci
accontentiamo
di
un
bilancio
totale
dell
'
istruzione
pubblica
che
s
'
aggira
intorno
ai
100
milioni
,
di
cui
lo
Stato
ne
paga
meno
della
metà
e
il
resto
lo
pagano
i
Comuni
!
Io
non
voglio
-
né
saprei
-
discutere
se
oggi
in
Italia
uomini
politici
che
veramente
e
fermamente
volessero
,
potrebbero
ottenere
che
per
l
'
istruzione
pubblica
si
facesse
più
di
quanto
oggi
si
faccia
:
certo
so
che
la
grande
riforma
che
la
patria
aspetta
è
l
'
aumento
delle
risorse
materiali
della
scuola
.
Aumento
tanto
più
necessario
in
quanto
che
ora
s
'
avanza
-
oltre
e
insieme
ai
maschi
-
l
'
esercito
femminile
,
che
una
volta
era
non
solo
assolutamente
escluso
dalle
scuole
secondarie
e
,
Dio
liberi
,
dalle
Università
,
ma
era
anche
escluso
,
se
non
in
via
assoluta
,
almeno
in
forza
del
costume
e
dell
'
abitudine
,
dalla
scuola
primaria
.
Una
volta
non
si
riconosceva
alcun
diritto
di
istruzione
nelle
donne
.
Sottomesse
giuridicamente
,
lo
erano
anche
intellettualmente
,
e
gli
uomini
le
lasciavano
,
le
volevano
lasciare
nella
più
beata
ignoranza
.
Une
femme
en
sait
toujours
assez
diceva
Molière
quand
la
capacité
de
son
esprit
so
hausseà
connaître
un
pourpoint
d
'
avec
un
haut
de
cnausse
.
E
Goethe
in
una
lettera
ad
un
amico
sosteneva
che
l
'
istruzione
della
donna
doveva
limitarsi
alle
nozioni
più
elementari
e
consigliava
di
affidare
alle
ragazze
le
cure
della
cucina
e
del
giardino
e
di
far
lavorare
coll
'
ago
quelle
che
preferissero
star
sedute
.
La
citazione
è
forse
un
po
'
troppo
antica
?
Elisabetta
d
'
Austria
confessava
al
suo
fedele
e
forse
unico
amico
il
dottor
Christomanos
:
"
meno
le
donne
imparano
e
più
esse
hanno
pregio
,
poiché
esse
estraggono
dal
loro
io
tutta
la
loro
scienza
.
Il
resto
non
fa
che
snaturarle
:
esse
disimparano
una
parte
di
loro
stesse
per
appropriarsi
imperfettamente
un
po
'
di
grammatica
o
un
po
'
di
logica
"
.
Questa
avversione
alla
coltura
può
sorprendere
nella
bocca
di
un
'
imperatrice
coltissima
,
la
quale
forse
pronunciò
quelle
parole
in
un
giorno
di
tristezza
e
di
ironia
;
ma
era
lo
stato
d
'
animo
di
quasi
tutti
fino
a
trent
'
anni
or
sono
.
Fino
a
quell
'
epoca
infatti
soltanto
una
piccola
minoranza
di
fanciulle
frequentava
le
scuole
primarie
.
E
del
resto
,
non
abbiamo
,
ognuno
di
noi
,
dei
documenti
dolorosi
di
ciò
che
fosse
l
'
educazione
femminile
della
generazione
che
ci
ha
preceduto
?
Non
troviamo
oggi
noi
stessi
nelle
donne
attempate
delle
classi
inferiori
una
gran
maggioranza
di
analfabete
,
e
non
troviamo
anche
nelle
donne
delle
classi
ricche
,
specialmente
di
certe
provincie
,
una
coltura
così
bassa
da
lasciar
germogliare
ogni
sorta
di
superstizione
?
Il
concetto
di
educare
la
donna
-
non
per
semplice
abbellimento
come
in
certi
conventi
e
in
certi
collegi
di
cui
parleremo
fra
poco
-
ma
per
renderla
intellettualmente
e
moralmente
migliore
è
dunque
un
concetto
relativamente
nuovo
.
Come
è
recente
il
fatto
che
la
donna
osi
uscire
,
per
istruirsi
,
dalla
famiglia
,
e
mescolarsi
nelle
scuole
pubbliche
coi
fanciulli
.
Ancora
pochi
anni
fa
il
numero
degli
alunni
maschi
nelle
scuole
primarie
era
dovunque
assai
maggiore
di
quello
delle
fanciulle
:
ora
tendono
ad
equilibrarsi
,
e
in
alcuni
Stati
,
in
Francia
per
esempio
e
in
Baviera
,
il
numero
delle
femmine
supera
quello
dei
maschi
.
Da
noi
-
ed
il
fenomeno
è
confortante
-
il
numero
delle
fanciulle
che
frequentano
le
scuole
elementari
va
gradatamente
e
regolarmente
crescendo
,
e
poiché
le
ultime
statistiche
di
qualche
anno
fa
davano
una
minima
differenza
fra
i
due
sessi
,
è
probabile
che
ora
l
'
esercito
delle
piccole
alunne
abbia
raggiunto
numericamente
l
'
esercito
maschile
.
C
'
è
un
'
altra
constatazione
a
farsi
,
per
noi
italiani
(
dopo
aver
rilevato
il
male
,
è
bene
poter
constatare
anche
il
bene
del
nostro
paese
)
ed
è
che
l
'
Italia
può
dirsi
fra
i
paesi
latini
il
più
progredito
riguardo
a
quel
sistema
di
coeducazione
dei
sessi
o
scuola
mista
,
universalmente
adottato
agli
Stati
Uniti
,
ma
viceversa
ancora
respinto
in
tutto
o
in
parte
dai
paesi
d
'
Europa
.
Io
credo
all
'
efficacia
intellettuale
e
morale
della
scuola
mista
,
giacché
essa
dà
maggior
vita
e
colorito
,
maggior
emulazione
al
lavoro
,
e
come
diceva
un
esperto
educatore
"
elimina
l
'
isterismo
e
ridona
l
'
ozono
della
vita
naturale
ad
una
atmosfera
resa
deleteria
dagli
antichi
costumi
monastici
"
.
È
una
triste
abitudine
quella
invalsa
finora
-
e
che
stranamente
prevale
ancor
oggi
nella
arditissima
Francia
-
di
voler
tenere
distinti
e
ben
divisi
ragazze
e
ragazzi
nei
primi
anni
della
vita
,
quando
il
sesso
ancora
non
parla
,
per
lasciarli
poi
insieme
nella
vita
di
società
proprio
quando
il
sentimento
dominante
da
una
parte
e
dall
'
altra
è
l
'
amore
!
Abituati
a
stare
insieme
fin
da
bambini
,
i
maschi
e
le
femmine
acquistano
quella
franca
e
libera
e
fraterna
camaraderie
senza
secondi
fini
,
che
,
se
spaventa
forse
le
anime
timorate
,
è
certo
più
leale
e
più
sana
di
quelle
sapienti
ritrosie
gesuitiche
in
cui
si
riassume
talvolta
tutto
il
pudore
di
certe
fanciulle
.
La
scuola
mista
non
fu
in
Italia
un
atto
di
volontà
:
fu
una
conquista
inconscia
del
pubblico
sul
governo
.
Essa
sorse
quasi
di
sorpresa
,
inavvertitamente
.
Si
cominciò
-
in
qualche
città
dove
non
esistevano
istituti
femminili
-
ad
accordar
per
favore
a
un
padre
l
'
ammissione
in
un
ginnasio
o
in
una
scuola
tecnica
della
sua
figliuola
;
e
l
'
iniziativa
ardita
,
prima
criticata
e
combattuta
come
tutte
le
iniziative
,
fu
a
poco
a
poco
imitata
.
Gli
uomini
,
sul
principio
,
sono
ribelli
,
ma
poi
,
e
in
questo
caso
per
fortuna
,
ritornano
pecore
.
Oggi
,
e
intendo
per
oggi
la
data
delle
più
recenti
statistiche
,
oltre
le
20
mila
alunne
delle
scuole
normali
,
abbiamo
più
di
9000
alunne
nelle
Scuole
tecniche
e
più
di
500
negli
Istituti
tecnici
,
più
di
2000
nei
Ginnasii
e
oltre
400
nei
Licei
.
E
ogni
anno
segna
un
aumento
costante
Ecco
le
cifre
precise
:
Debbo
questa
statistica
alla
cortesia
del
comm
.
De
Negri
,
Direttore
Generale
della
Statistica
,
che
volle
compilarla
per
me
sui
Bollettini
Ufficiali
del
Ministero
della
Pubblica
Istruzione
.
Nelle
Università
il
progresso
fu
più
lento
.
Nessuna
donna
s
'
era
laureata
in
Italia
prima
del
1877
.
In
quell
'
anno
e
nei
tre
successivi
si
ebbe
una
laureata
all
'
anno
.
Il
numero
rimase
scarsissimo
fino
al
1893
,
in
cui
furono
15
,
e
poi
salirono
fino
alla
cifra
di
52
nel
1900
Anche
questa
statistica
è
dovuta
al
Comm
.
C
.
De
Negri
=
.
Dato
l
'
abbrivo
,
è
facile
prevedere
che
l
'
aumento
continuerà
in
proporzioni
sempre
maggiori
.
Non
arriveremo
,
e
non
ci
avvicineremo
nemmeno
agli
Stati
Uniti
,
dove
le
alunne
che
frequentano
i
corsi
secondarii
(
ossia
i
nostri
ginnasii
e
licei
)
sono
più
numerose
dei
maschi
,
dove
nel
1900
si
contavano
di
fronte
a
130
mila
ragazzi
che
dicevano
di
studiare
il
latino
,
190
mila
ragazze
che
lo
studiavano
,
e
dove
oltre
alle
Università
miste
esistono
13
Collegi
universitarii
unicamente
destinati
alle
donne
con
5100
studentesse
,
-
ma
ci
metteremo
senza
dubbio
anche
noi
per
la
grande
strada
maestra
che
consente
alla
donna
quell
'
alto
grado
di
istruzione
che
la
rende
non
solo
eguale
all
'
uomo
ma
,
ciò
che
più
importa
,
indipendente
da
lui
.
Il
Tocqueville
,
il
quale
scriveva
quando
le
condizioni
della
donna
americana
non
avevano
ancor
raggiunto
il
livello
che
toccano
ai
nostri
giorni
,
era
stato
fin
da
allora
colpito
dai
progressi
del
movimento
femminile
in
America
,
e
confessava
:
"
Se
voi
mi
domandate
a
che
cosa
io
penso
doversi
attribuire
la
prosperità
singolare
e
la
forza
ognor
crescente
del
popolo
americano
,
io
risponderò
doversi
attribuire
alla
superiorità
intellettuale
delle
sue
donne
"
.
Potremo
anche
noi
meritare
,
in
un
tempo
più
o
meno
lontano
,
un
simile
elogio
da
un
altro
grande
storico
dell
'
avvenire
?
*
Prima
di
rispondere
a
questa
domanda
,
bisogna
porne
un
'
altra
:
bisogna
domandarci
:
perché
studiano
queste
studentesse
?
perché
vengono
,
sorelle
intellettuali
,
a
combattere
con
noi
la
grande
battaglia
della
scienza
contro
l
'
ignoto
,
o
dell
'
arte
per
la
bellezza
?
perché
le
troviamo
sui
nostri
passi
,
concorrenti
gentili
e
temute
,
a
darci
il
sorriso
della
loro
compagnia
,
ma
a
rubarci
,
spesso
,
la
palma
del
trionfo
?
Esse
vengon
fra
noi
perché
le
sospinge
forse
l
'
amore
allo
studio
,
perché
le
trascina
senza
forse
la
necessità
economica
.
Anche
la
donna
sente
oggi
al
pari
dell
'
uomo
il
desiderio
di
una
sua
propria
espressione
individuale
:
sente
il
bisogno
di
affermarsi
da
sola
,
col
proprio
lavoro
,
col
proprio
cervello
,
per
rendersi
indipendente
.
Direi
che
agogna
ad
una
vita
umana
nell
'
ampio
senso
latino
della
parola
,
e
non
vuol
più
rimaner
chiusa
nella
semplice
vita
sessuale
,
dove
la
storia
l
'
aveva
confinata
finora
.
Vuole
il
mondo
per
sé
,
e
non
la
famiglia
soltanto
.
È
un
bene
?
è
un
male
?
Non
importa
qui
dire
:
è
la
fatalità
!
La
donna
era
sempre
vissuta
in
una
specie
di
parassitismo
economico
.
L
'
unica
sua
speranza
e
l
'
unica
sua
carriera
era
il
matrimonio
.
Lo
stato
psicologico
della
fanciulla
era
l
'
attesa
;
e
questa
sua
condizione
di
dover
aspettare
il
marito
non
era
che
una
forma
di
muta
mendicità
.
Perciò
,
se
non
si
maritava
,
e
se
il
chiostro
non
accoglieva
le
sue
verginali
speranze
deluse
,
essa
restava
nell
'
ambiente
sociale
come
un
ramo
secco
tra
la
gloria
della
foresta
verde
e
fiorita
,
come
un
organo
che
abbia
fallito
alla
sua
funzione
,
come
un
peso
inutile
e
gravoso
alla
propria
famiglia
.
E
già
molti
anni
or
sono
l
'
Holtzendorff
aveva
presentito
la
gravità
sociale
di
questa
ingiusta
condizione
di
cose
,
e
con
la
fredda
calma
del
giurista
tedesco
aveva
posto
brutalmente
il
problema
così
:
o
la
poligamia
,
oppure
procacciare
alle
donne
escluse
dal
matrimonio
altri
modi
di
onesto
e
lucroso
collocamento
.
Allora
,
quando
l
'
Holtzendorff
scriveva
,
si
contavano
in
Germania
più
di
due
milioni
di
ragazze
di
età
superiore
ai
25
anni
non
maritate
,
capo
d
'
accusa
vivente
-
egli
diceva
-
contro
lo
spensierato
egoismo
degli
uomini
.
Quante
saranno
oggi
,
e
non
in
Germania
soltanto
,
le
oneste
ragazze
che
,
non
volendo
e
non
potendo
sposarsi
,
hanno
pur
diritto
a
un
'
esistenza
che
non
sia
l
'
avvilente
inutile
e
parassitaria
vita
della
vecchia
zitella
?
Saranno
certamente
di
più
,
poiché
in
questa
nostra
epoca
ove
tutto
è
ridotto
al
comun
denominatore
danaro
,
e
dove
le
esigenze
di
tutte
le
classi
sono
smisuratamente
cresciute
,
l
'
uomo
non
può
contrarre
matrimonio
con
la
facilità
con
cui
lo
contraeva
una
volta
.
C
'
è
-
minore
fra
noi
che
altrove
,
ma
non
trascurabile
-
una
crisi
del
matrimonio
,
prodotta
dal
fatto
che
oggi
il
mantenere
una
famiglia
è
un
problema
economico
che
non
a
tutti
è
dato
risolvere
.
Chi
muove
l
'
attività
maschile
è
ancora
e
sempre
,
come
fu
e
come
sarà
in
eterno
,
la
donna
,
e
Rudyard
Kipling
può
cantare
:
"
finché
le
nostre
donne
debbano
andare
per
le
vie
bene
abbigliate
e
il
danaro
occorra
a
comperare
i
loro
monili
,
le
baleniere
correranno
d
'
anno
in
anno
,
pe
'
mari
,
alla
ventura
"
,
-
ma
è
l
'
amante
d
'
un
mese
o
d
'
un
'
ora
che
fa
fare
all
'
uomo
questi
sacrifizii
e
questi
eroismi
:
per
la
moglie
egli
non
ha
,
generalmente
,
né
questi
pensieri
né
queste
energie
!
E
poiché
la
fanciulla
sente
questa
verità
psicologica
,
poiché
ella
s
'
accorge
che
la
dura
necessità
economica
rende
i
matrimonii
meno
frequenti
,
poiché
,
nel
rinascere
dignitoso
della
sua
personalità
,
ella
sdegna
di
attendere
come
una
schiava
che
l
'
uomo
le
getti
,
quasi
fosse
un
sultano
,
il
suo
fazzoletto
,
ecco
che
ella
ha
voluto
,
e
in
parte
ha
saputo
,
rendersi
indipendente
,
ecco
che
ella
ha
detto
:
io
studierò
,
io
lavorerò
,
io
basterò
a
me
stessa
come
un
uomo
.
Ed
è
sorto
così
un
tipo
di
donna
che
non
ha
ancora
trovato
,
forse
,
la
sua
espressione
precisa
,
ma
che
senza
dubbio
esce
dalle
tre
grandi
categorie
in
cui
Alessandro
Dumas
s
'
illudeva
di
chiudere
tutti
i
tipi
di
donna
.
Diceva
il
Dumas
che
le
donne
sono
o
vestali
o
matrone
o
cortigiane
,
cioè
donne
o
del
tempio
o
del
focolare
o
della
strada
.
Ebbene
:
per
coloro
che
si
vergognerebbero
d
'
essere
cortigiane
,
per
coloro
che
non
vogliono
essere
vestali
,
per
coloro
che
non
possono
diventare
matrone
,
deve
pur
esistere
un
'
altra
categoria
:
la
categoria
severa
ed
altera
della
donna
che
non
chiede
al
suo
sesso
e
alle
sue
attrattive
la
ragione
di
piacere
,
ma
chiede
al
suo
cervello
e
al
suo
lavoro
la
ragione
di
vivere
rispettata
e
indipendente
nel
mondo
.
*
Senonché
-
per
quanto
il
fenomeno
di
cui
ora
ho
parlato
sia
grave
ed
interessante
e
rappresenti
uno
dei
casi
più
acuti
del
nostro
malessere
sociale
-
bisogna
riconoscere
che
esso
è
in
un
certo
senso
un
fenomeno
eccezionale
nel
grande
problema
dell
'
educazione
della
donna
.
Dopo
aver
constatato
,
con
le
parole
argute
di
Anatole
France
,
che
"
la
science
peut
bien
avoir
,
comme
la
religion
,
ses
vierges
et
ses
diaconesses
"
,
dopo
aver
confessato
che
è
giusto
che
la
fanciulla
possa
trovare
le
sue
condizioni
d
'
esistenza
al
di
fuori
del
matrimonio
,
occorre
anche
dire
che
se
è
doveroso
che
la
società
gliele
faciliti
in
tutti
i
modi
,
è
altrettanto
giusto
e
direi
quasi
più
doveroso
che
la
società
si
preoccupi
di
formare
nella
fanciulla
la
sposa
e
la
madre
futura
.
Compie
quest
'
alto
ufficio
l
'
educazione
che
noi
impartiamo
oggi
alle
fanciulle
nelle
nostre
scuole
?
Ha
lo
Stato
coscienza
di
questo
suo
grande
dovere
?
Pur
troppo
noi
dobbiamo
confessare
che
oltre
la
misera
scuola
obbligatoria
,
l
'
insegnamento
femminile
assume
nel
nostro
paese
,
come
del
resto
anche
in
altre
nazioni
civili
,
un
carattere
di
privilegio
del
quale
,
sia
per
la
spesa
,
sia
per
altre
cento
difficoltà
,
ben
poche
possono
godere
.
La
scuola
secondaria
è
infatti
frequentata
in
Italia
solo
da
1/10
del
numero
totale
delle
fanciulle
.
E
vi
è
un
'
altra
e
più
dolorosa
confessione
da
fare
.
Lo
Stato
-
amo
credere
ancora
e
sempre
per
la
terribile
tirannia
finanziaria
-
non
ha
potuto
,
non
ha
saputo
attirare
a
sé
la
fiducia
delle
famiglie
,
le
quali
in
gran
maggioranza
disertano
le
scuole
e
gli
istituti
governativi
,
inviando
le
loro
figlie
ad
istituti
privati
.
Nel
1898
le
fanciulle
che
frequentavano
le
scuole
dello
Stato
erano
in
tutta
Italia
24.335
,
e
le
fanciulle
che
compivano
la
loro
educazione
nei
monasteri
erano
invece
95.404
!
!
!
Vale
a
dire
:
più
dei
3/4
delle
fanciulle
italiane
sono
educate
dalle
monache
!
Lontana
da
me
l
'
idea
di
entrare
,
a
proposito
di
queste
cifre
,
in
una
discussione
di
principii
:
io
rispetto
tutte
le
fedi
e
tutte
le
opinioni
,
e
appunto
perché
sono
incrollabilmente
ma
serenamente
fermo
nella
mia
,
non
ho
verso
le
opinioni
degli
altri
,
né
quelle
furie
verbali
,
né
quei
despotismi
giacobini
che
credono
di
essere
manifestazioni
d
'
energia
,
e
non
sono
talvolta
che
convulsioni
di
anime
incerte
le
quali
sperano
di
affogare
nella
violenza
il
dubbio
che
le
tormenta
.
Ma
mi
sarà
permesso
di
deplorare
che
lo
Stato
abbandoni
con
tanta
indifferenza
l
'
educazione
della
donna
a
chi
,
anche
se
non
guasta
per
sempre
le
idee
,
certo
non
può
dare
quel
sentimento
di
italianità
e
di
modernità
che
pure
noi
vogliamo
insegnare
ai
maschi
nelle
scuole
governative
.
Forse
è
qui
il
germe
di
quella
dissonanza
di
convinzioni
e
di
tendenze
fra
i
due
sessi
che
impedisce
a
questi
di
aver
idee
comuni
e
concordi
;
e
forse
l
'
opera
educativa
più
utile
sarebbe
appunto
di
togliere
questa
dissonanza
,
ristabilire
l
'
unissono
fra
l
'
uomo
e
la
donna
che
ora
,
pur
troppo
,
sentono
pensano
e
quindi
agiscono
in
modo
contradditorio
!
Lasciando
tuttavia
questo
problema
di
tanto
lontana
e
difficile
soluzione
,
e
limitandomi
a
parlare
dell
'
educazione
femminile
,
quale
essa
è
attualmente
,
io
credo
che
le
si
possano
rivolgere
due
critiche
,
due
critiche
opposte
ma
che
,
secondo
i
casi
,
saranno
riconosciute
per
vere
.
Negli
istituti
femminili
,
o
si
studia
troppo
,
o
si
studia
troppo
poco
.
O
v
'
è
cioè
,
l
'
eccesso
dello
studio
serio
che
uccide
l
'
allegria
e
l
'
igiene
,
o
v
'
è
la
frivolezza
di
certi
studii
fatti
più
che
altro
per
abbellimento
e
per
....
attirare
il
marito
,
frivolezza
che
corrompe
nella
fanciulla
il
carattere
e
ne
diminuisce
il
senso
di
dignità
.
In
alcuni
istituti
s
'
insegna
sopratutto
ciò
che
serve
per
far
figura
,
per
illudere
,
per
conquistare
;
si
dà
,
direi
quasi
,
una
polverizzazione
di
coltura
superficiale
perché
il
profumo
passeggiero
di
questa
coltura
inganni
chi
si
avvicina
:
non
si
insegna
nulla
di
ciò
che
nutre
veramente
il
cervello
,
di
ciò
che
rinsalda
la
coscienza
,
di
ciò
che
prepara
alla
vita
.
Da
questi
istituti
escono
quelle
bambole
che
suonano
e
cantano
,
che
civettano
e
flirtano
in
tre
o
quattro
lingue
,
e
che
la
società
accoglie
sorridendo
come
i
tipi
della
perfetta
educazione
,
senza
chiedersi
mai
se
la
fabbricazione
non
potrebbe
essere
più
accurata
o
almeno
più
solida
!
Bambole
che
attraversano
la
vita
facendo
più
male
che
bene
,
facendo
spesso
molto
male
con
la
più
tranquilla
incoscienza
,
perché
non
amano
che
sé
stesse
e
credono
che
il
mondo
sia
stato
creato
unicamente
perché
esse
possano
divertirsi
....
"
Deliziose
e
terribili
piccole
belve
-
così
le
definisce
De
Ryons
nell
'
Ami
des
femmes
-
per
le
quali
ci
si
disonora
,
ci
si
rovina
,
ci
si
uccide
,
e
di
cui
l
'
unica
preoccupazione
-
in
mezzo
a
questa
carneficina
-
è
di
vestirsi
secondo
la
moda
,
alle
volte
come
un
ombrello
,
alle
volte
come
una
campana
!
"
.
Quale
contrasto
fra
la
figura
ambigua
di
queste
donne
perfidamente
leggere
,
e
il
profilo
della
fanciulla
seria
che
dà
tutto
il
suo
giovanile
e
sincero
entusiasmo
agli
studî
,
e
vuole
ottenere
da
questi
non
una
batteria
di
seduzioni
per
accalappiare
un
marito
,
ma
un
patrimonio
intellettuale
che
serva
a
lei
sola
!
Eppure
,
come
c
'
è
l
'
esagerazione
nel
male
,
c
'
è
anche
l
'
esagerazione
nel
bene
!
Non
solo
in
molte
ragazze
,
ma
in
molti
padri
di
famiglia
,
nelle
madri
stesse
si
è
infiltrata
oggi
ed
ha
messo
radice
la
convinzione
che
più
si
studia
,
più
si
ingobbisce
sui
banchi
della
scuola
col
naso
nei
libri
e
nei
vocabolarii
,
e
meglio
è
.
L
'
abuso
e
l
'
eccesso
della
scuola
-
non
sono
io
che
lo
dico
,
ma
è
il
senatore
Angelo
Mosso
-
è
come
un
'
edera
fatale
che
ora
si
è
avvinghiata
anche
all
'
organismo
della
donna
,
e
ne
rattrista
l
'
esistenza
inaridendone
le
sorgenti
della
vita
.
Alle
fanciulle
noi
facciamo
imparare
l
'
estrazione
della
radice
cubica
,
e
neghiamo
loro
un
cortile
dove
possano
correre
a
prendere
una
boccata
d
'
aria
,
a
sgranchirsi
le
gambe
,
a
non
sentire
più
i
gomiti
delle
compagne
nei
proprii
fianchi
!
È
il
pregiudizio
dell
'
intellettualità
pedante
ed
anti
-
igienica
che
viola
le
leggi
della
salute
!
È
la
ribellione
,
in
origine
giustissima
,
contro
l
'
ignoranza
,
che
arriva
a
conseguenze
esagerate
ed
illogiche
!
Bisogna
ristabilir
l
'
equilibrio
fra
lo
sviluppo
del
cervello
e
lo
sviluppo
delle
altre
facoltà
umane
.
Bisogna
avere
per
l
'
educazione
morale
quel
concetto
armonico
che
i
greci
avevano
per
la
bellezza
fisica
.
L
'
arte
antica
non
si
preoccupava
,
come
la
nostra
,
soltanto
dell
'
ampiezza
della
fronte
pensosa
,
della
piega
del
labbro
ironica
,
della
contrazione
della
sopracciglia
irritata
.
L
'
espressione
della
bellezza
scaturiva
allora
da
tutte
le
membra
,
non
come
oggi
dalla
testa
sola
,
e
tutta
la
persona
umana
parlava
alla
fantasia
dell
'
artista
e
del
popolo
.
Ebbene
:
bisogna
applicare
questo
criterio
artistico
anche
alla
vita
sociale
.
Bisogna
sviluppare
tutte
le
membra
e
tutte
le
facoltà
dell
'
individuo
,
non
solo
il
cervello
,
perché
il
progresso
non
è
il
frutto
unico
e
mostruoso
di
quella
pianta
rara
che
è
l
'
ingegno
,
ma
è
la
messe
benefica
che
si
raccoglie
dall
'
umanità
quando
alla
vigoria
intellettuale
s
'
uniscono
la
salute
fisica
e
la
salute
morale
.
Questo
pensiero
,
questa
preoccupazione
della
salute
fisica
dovrebbe
essere
dominante
nel
problema
dell
'
educazione
della
donna
.
Anzitutto
perché
l
'
igiene
fisica
è
anche
igiene
morale
.
Là
dove
,
come
in
Inghilterra
,
nei
grandi
parchi
attigui
alle
scuole
,
le
fanciulle
alternano
le
ore
di
studio
con
le
ore
di
gioco
,
esse
sentono
aleggiare
anche
intorno
alla
loro
anima
quell
'
atmosfera
ossigenata
che
è
intorno
al
loro
corpo
,
e
come
tutto
il
loro
organismo
diventa
più
forte
,
così
i
loro
discorsi
diventan
più
puri
e
più
sani
:
non
alligna
il
pettegolezzo
sciocco
o
l
'
allusione
lubrica
che
fiorisce
invece
come
muschio
all
'
ombra
umida
delle
scuole
ove
le
fanciulle
siedono
immobili
per
lunghe
ore
del
giorno
.
Ed
è
per
questo
che
si
accentua
,
specie
all
'
estero
,
un
movimento
che
vorrebbe
trasportare
,
fuori
delle
fumose
e
assordanti
città
,
nell
'
ambiente
verde
e
tranquillo
della
campagna
le
scuole
e
gli
istituti
d
'
educazione
.
È
per
questo
che
,
oltre
alle
scuole
normali
ed
ai
ginnasii
e
ai
licei
femminili
,
dovrebbero
sorgere
anche
fra
noi
quelle
scuole
agrarie
femminili
,
di
cui
or
son
tre
anni
si
faceva
apostolo
la
più
geniale
poetessa
italiana
.
Vedendo
che
malgrado
le
rigurgitanti
scuole
normali
-
dalle
quali
fra
breve
uscirà
un
numero
di
maestre
superiore
alle
scolare
-
il
problema
della
disoccupazione
femminile
restava
immutato
,
Ada
Negri
si
chiedeva
:
"
Perché
non
tentar
d
'
aprire
,
per
la
donna
,
anche
in
Italia
,
una
via
di
attività
più
sana
e
più
serena
,
all
'
aria
aperta
,
fra
le
cose
semplici
e
pure
della
terra
,
secondando
il
suo
istinto
naturale
e
il
suo
sviluppo
fisiologico
?
Perché
non
indirizzare
verso
le
scuole
agrarie
tutte
quelle
anemiche
fanciulle
moderne
,
che
ora
impoveriscono
il
loro
sangue
sui
banchi
delle
scuole
cittadine
?
"
.
E
la
poetessa
aveva
ragione
non
solo
perché
,
anche
per
la
donna
come
per
l
'
uomo
,
val
più
oggi
un
'
istruzione
tecnica
e
pratica
di
quelle
sapienti
inutilità
di
puro
abbellimento
che
si
insegnano
in
certi
collegi
,
ma
aveva
ragione
sopratutto
perché
il
problema
dell
'
educazione
della
donna
,
a
chi
guardi
lontano
,
coincide
oggi
col
problema
della
razza
.
Se
vogliamo
che
le
generazioni
future
siano
fisicamente
più
sane
e
quindi
moralmente
più
equilibrate
di
questa
nostra
generazione
ove
i
nervi
sono
i
terribili
despoti
del
nostro
organismo
,
e
la
nevrastenia
è
,
più
che
un
'
eccezione
morbosa
,
la
triste
regola
generale
,
bisognerà
pure
che
noi
pensiamo
ad
educare
la
donna
in
modo
ch
'
essa
possa
trasmettere
ai
suoi
figli
un
sangue
purificato
dall
'
ossigeno
dell
'
aria
libera
e
dal
fresco
e
sano
odor
della
terra
.
Pur
troppo
se
la
nostra
iniziativa
latina
è
feconda
in
opere
di
beneficenza
,
è
quasi
sterile
nelle
opere
di
prevenzione
.
Noi
abbiamo
lagrime
e
danari
per
tutte
le
malattie
e
per
tutte
le
colpe
umane
.
Vecchi
,
ammalati
,
pazzi
,
ciechi
,
sordomuti
,
deficienti
,
rachitici
,
scrofolosi
,
tubercolosi
,
delinquenti
,
ogni
piaga
fisica
e
morale
è
classificata
e
curata
in
questo
immenso
ospedale
che
è
il
mondo
.
La
nostra
pietà
postuma
è
grande
quasi
quanto
la
nostra
miseria
!
Ma
noi
non
abbiamo
che
assai
raramente
danari
e
pensieri
per
prevenire
tutti
questi
mali
e
tutti
questi
dolori
!
Noi
non
riflettiamo
che
,
se
si
sapesse
educare
,
molte
di
queste
miserie
scomparirebbero
e
tutte
diminuirebbero
.
Diminuirebbero
,
sopratutto
,
se
alla
donna
,
oltre
a
un
'
educazione
religiosa
,
oltre
a
un
'
educazione
mondana
,
oltre
a
un
'
educazione
scientifica
,
si
desse
un
'
educazione
sociale
.
Aprire
il
suo
cervello
ai
problemi
maggiori
che
agitano
la
mente
dell
'
uomo
,
in
modo
che
essa
possa
essere
non
solo
la
sua
compagna
che
lo
comprende
,
ma
la
sua
coscienza
che
lo
guida
:
aprire
anche
il
suo
sentimento
affinché
ella
impari
-
nell
'
età
in
cui
è
facile
imparare
le
cose
buone
e
generose
-
che
il
suo
destino
e
la
sua
missione
non
si
chiudono
nella
mediocrità
del
benessere
egoista
,
ma
devono
spaziare
più
lontano
e
più
in
alto
.
Senza
dubbio
,
il
primo
dovere
d
'
una
donna
è
di
creare
la
felicità
intorno
a
sé
,
nella
sua
famiglia
:
crearla
coll
'
onestà
,
mantenerla
colla
dolcezza
:
ma
questo
dovere
non
basta
:
la
donna
deve
andare
più
oltre
.
Essa
deve
integrare
coi
fatti
,
coll
'
esempio
,
quanto
v
'
è
di
puro
nel
socialismo
:
essa
deve
compiere
,
non
per
un
impulso
di
pietà
inconscia
come
una
volta
,
non
per
una
moda
o
per
uno
sport
come
oggi
,
ma
per
un
dovere
cosciente
,
quasi
come
un
ufficio
specifico
della
femminilità
,
quell
'
opera
di
aiuto
,
di
conforto
materiale
e
morale
che
,
oltrepassando
l
'
orizzonte
famigliare
,
si
rivolge
ai
dolori
e
alle
ingiustizie
che
non
ci
toccano
da
vicino
.
Di
fianco
all
'
uomo
che
combatte
,
essa
deve
essere
la
fata
che
ingentilisce
ed
attenua
le
fatali
conseguenze
della
lotta
:
essa
deve
socializzare
le
anime
per
avvicinare
gli
uomini
,
-
opera
più
degna
che
socializzare
la
proprietà
per
sopprimere
le
classi
.
LA
DONNA
e
il
problema
dell
'
educazione
.
Le
donne
esercitano
una
così
grande
influenza
sugli
uomini
,
che
sono
esse
che
determinano
il
loro
carattere
.
PLATONE
.
Il
problema
femminile
sul
quale
tanto
e
forse
troppo
si
discute
,
ha
questo
di
particolare
:
che
ha
schierato
,
pro
e
contro
le
rivendicazioni
della
donna
,
gli
uomini
in
una
strana
confusione
,
quasi
essi
avessero
portato
nel
decidersi
,
non
le
ragioni
calme
e
spassionate
dell
'
osservatore
imparziale
,
ma
le
impressioni
fuggevoli
ed
egoiste
della
propria
esperienza
.
La
logica
infatti
vi
dice
che
tutti
i
novatori
dovrebbero
difendere
la
completa
ed
assoluta
emancipazione
della
donna
,
e
che
tutti
i
conservatori
dovrebbero
,
dal
canto
loro
,
avversare
questo
movimento
di
emancipazione
.
Viceversa
,
voi
trovate
-
con
sorpresa
-
dei
novatori
e
dei
socialisti
che
sono
antifeministi
,
e
dei
conservatori
e
dei
reazionarii
che
sono
feministi
.
Vicino
ad
Achille
Loria
,
anima
rigida
di
socialista
scienziato
,
il
quale
proclama
l
'
eguaglianza
della
donna
e
dell
'
uomo
e
vuole
per
la
prima
diritti
identici
a
quelli
del
secondo
,
ecco
Cesare
Lombroso
,
un
altro
scienziato
socialista
,
il
quale
dichiara
la
donna
assolutamente
inferiore
all
'
uomo
e
le
nega
perciò
eguali
diritti
.
Vicino
a
Ferdinando
Brunetière
che
,
anche
nella
questione
femminile
,
volle
farsi
paladino
di
ciò
che
è
vecchio
e
tradizionale
e
sostenne
quindi
che
la
donna
dovesse
rimanere
una
minorenne
perpetua
,
ecco
Edoardo
Rod
,
un
romanziere
cui
certo
non
si
possono
rimproverare
teorie
sovversive
,
il
quale
,
come
un
eterodosso
,
chiede
per
la
donna
diritti
identici
a
quelli
dell
'
uomo
.
Da
che
dipende
questo
vario
,
strano
ed
illogico
aggrupparsi
degli
uomini
intorno
al
problema
del
feminismo
?
Dipende
forse
dal
soggetto
stesso
della
disputa
,
e
dovremmo
noi
riconoscere
che
la
donna
-
come
ci
fa
spesso
nella
vita
dimenticare
le
nostre
idee
più
salde
rendendoci
illogici
verso
noi
stessi
-
abbia
,
anche
nel
campo
della
teoria
,
il
supremo
potere
di
piegare
alla
contraddizione
la
lama
inflessibile
del
pensiero
scientifico
?
Chi
sa
dire
se
nell
'
antifeminismo
degli
uni
non
v
'
è
,
come
lievito
inconscio
,
il
rancore
di
amori
infelici
,
e
nel
feminismo
degli
altri
il
ricordo
indulgente
di
dolcezze
passate
?
Certo
,
se
è
sempre
difficile
in
ogni
questione
l
'
astrarre
dalla
propria
persona
e
dai
casi
della
propria
vita
,
è
difficilissimo
nel
problema
femminile
,
dove
mal
si
scorge
la
linea
sottile
che
separa
il
pensiero
dal
sentimento
,
e
dove
noi
portiamo
-
senza
saperlo
e
senza
volerlo
-
quel
cumulo
di
odî
o
di
amori
,
di
speranze
o
di
gelosie
,
di
generosi
ideali
o
di
ambizioni
egoiste
,
che
la
donna
,
eterna
animatrice
,
suscita
nella
nostra
esistenza
.
Forse
ogni
uomo
,
se
vuol
esser
sincero
,
dovrà
confessare
che
quante
volte
avrà
discusso
di
feminismo
,
sostenendo
per
la
donna
ampia
partecipazione
alla
vita
pubblica
,
libertà
di
adire
tutte
le
professioni
e
godimento
di
tutti
i
diritti
fino
al
diritto
di
voto
politico
,
gli
sarà
passata
dinanzi
agli
occhi
della
mente
-
come
un
dolce
fantasma
contradditore
-
la
figura
della
sua
donna
,
della
donna
che
egli
deve
amare
sopra
tutto
e
sopra
tutti
,
e
l
'
istinto
atavico
dell
'
egoismo
maschile
,
che
vuol
mantener
chiuso
nello
scrigno
della
famiglia
il
gioiello
prezioso
,
sarà
risorto
in
lui
per
lottare
contro
il
libero
convincimento
dell
'
uomo
moderno
che
sente
di
dover
permettere
che
almeno
i
raggi
di
luce
di
quel
gioiello
vadano
ad
illuminare
gli
altri
,
e
che
sa
di
non
poter
rendere
schiava
un
'
anima
che
ha
anch
'
essa
diritto
alla
vita
multipla
e
complessa
del
mondo
moderno
.
Ma
-
al
di
fuori
di
queste
ragioni
sentimentali
-
io
credo
che
la
contraddizione
a
cui
ho
accennato
e
per
la
quale
uomini
di
idee
e
di
partiti
opposti
si
trovan
fra
loro
d
'
accordo
sia
nel
combattere
sia
nel
favorire
il
movimento
feminista
,
dipenda
da
un
motivo
più
generale
,
più
profondo
e
di
importanza
ben
più
sostanziale
.
Dipende
,
secondo
me
,
dal
fatto
che
il
problema
femminile
è
stato
mal
posto
.
Finora
si
è
creduto
che
la
base
,
quasi
direi
la
piattaforma
su
cui
si
doveva
erigere
la
disputa
consistesse
in
questa
domanda
:
è
la
donna
inferiore
o
superiore
all
'
uomo
?
Domanda
che
a
tutta
prima
sembra
afferrare
il
problema
nelle
tanaglie
di
un
dilemma
cui
non
è
dato
sfuggire
,
e
che
viceversa
è
una
domanda
inutile
e
sbagliata
.
In
psicologia
e
in
sociologia
non
valgono
le
leggi
rigide
dell
'
aritmetica
:
e
se
è
vero
che
un
dato
numero
deve
essere
necessariamente
o
inferiore
o
superiore
ad
un
altro
,
non
è
altrettanto
vero
che
un
dato
organismo
deva
anch
'
esso
essere
o
superiore
o
inferiore
ad
un
altro
:
può
essere
semplicemente
diverso
.
Un
medico
cui
si
chiedesse
se
per
vivere
è
più
importante
la
respirazione
o
la
nutrizione
,
risponderebbe
che
entrambe
sono
egualmente
importanti
e
necessarie
.
E
non
potrebbe
istituire
fra
loro
un
paragone
per
decidere
il
più
o
il
meno
dell
'
importanza
reciproca
,
giacché
la
necessità
assoluta
della
vita
non
ammette
queste
distinzioni
materiali
di
grado
.
Così
è
del
nostro
problema
.
La
donna
non
è
né
superiore
né
inferiore
all
'
uomo
:
è
diversa
.
Diversa
e
imparagonabile
ed
ugualmente
necessaria
,
giacché
l
'
uomo
e
la
donna
sono
i
due
atomi
che
formano
la
molecola
della
vita
sociale
,
senza
uno
dei
quali
la
vita
non
è
.
E
da
questa
differenza
-
profonda
psicologicamente
come
fisiologicamente
-
non
nasce
soltanto
quel
delirio
adorabile
che
si
chiama
l
'
amore
,
ma
scaturiscono
altresì
limpide
tutte
le
ragioni
per
cui
la
donna
deve
avere
diritti
non
eguali
all
'
uomo
,
ma
equivalenti
.
Non
eguali
,
perché
è
diversa
;
non
minori
perché
non
è
inferiore
;
ma
equivalenti
perché
il
suo
posto
nel
mondo
è
per
legge
di
natura
all
'
identica
altezza
di
quello
dell
'
uomo
.
Se
il
nostro
problema
fosse
stato
posto
così
-
sulla
base
cioè
di
una
disuguaglianza
tra
i
due
sessi
che
non
implica
né
superiorità
né
inferiorità
-
noi
non
avremmo
avuto
,
riguardo
al
feminismo
,
né
le
esagerazioni
pessimiste
di
certi
scienziati
,
né
le
esagerazioni
ottimiste
di
coloro
che
,
per
natural
reazione
,
vorrebbero
far
credere
che
la
donna
ha
tutte
le
attitudini
sociali
dell
'
uomo
e
in
identico
grado
.
Vedete
,
per
esempio
.
I
fisiologi
hanno
trovato
nei
tessuti
della
donna
,
nei
globuli
del
suo
sangue
,
nel
processo
evolutivo
del
suo
cervello
,
la
prova
ch
'
essa
è
fisicamente
meno
sviluppata
dell
'
uomo
.
E
gli
psicologi
,
analizzandone
l
'
intelligenza
e
la
sensibilità
,
hanno
paragonato
la
donna
ad
un
adulto
con
le
passioni
d
'
un
bambino
,
e
l
'
hanno
definita
,
come
il
bambino
,
una
spugna
educabile
.
Da
queste
constatazioni
-
che
io
per
il
primo
riconosco
vere
in
gran
parte
-
alcuni
scienziati
,
polarizzati
nell
'
idea
di
istituire
un
confronto
aritmetico
fra
i
due
sessi
,
e
sopratutto
il
pubblico
dei
profani
che
ha
la
triste
prerogativa
di
rendere
antipatica
la
scienza
interpretandola
male
-
hanno
tratto
la
conseguenza
che
la
donna
è
inferiore
all
'
uomo
.
Ma
io
vi
domando
:
forse
che
la
missione
della
donna
nel
mondo
è
uguale
a
quella
dell
'
uomo
?
e
poiché
non
lo
è
,
vi
sembra
logico
allora
il
pretendere
-
sotto
pena
di
bollarla
col
marchio
dell
'
inferiorità
-
che
la
donna
la
quale
ha
una
missione
diversa
abbia
identiche
qualità
fisiche
e
morali
dell
'
uomo
?
o
non
è
semplicemente
assurdo
l
'
esigere
che
chi
deve
compiere
funzioni
diverse
abbia
eguali
attitudini
?
Questo
equivoco
che
è
causa
dell
'
opinione
illogica
degli
anti
-
feministi
,
è
causa
altresì
dell
'
opinione
esagerata
dei
feministi
.
Costoro
voglion
la
donna
eguale
all
'
uomo
,
come
quelli
la
vogliono
inferiore
,
perché
nessuno
s
'
adatta
a
riconoscerla
diversa
e
imparagonabile
.
E
l
'
eguaglianza
fanno
consistere
non
solo
nella
conquista
che
io
reputo
legittima
di
diritti
giuridici
e
politici
,
ma
anche
nel
voler
imporre
socialmente
una
sola
morale
per
i
due
sessi
.
Due
feministi
illustri
,
nella
loro
manìa
di
voler
identificare
i
diritti
della
donna
e
dell
'
uomo
anche
di
fronte
all
'
amore
,
sono
giunti
a
due
conseguenze
estreme
ed
opposte
che
potrebbero
esse
sole
dare
la
prova
degli
assurdi
cui
si
arriva
quando
ci
si
lascia
guidare
,
non
dall
'
esame
sereno
della
realtà
,
ma
dalla
passione
e
da
un
preconcetto
.
Jules
Bois
,
il
letterato
francese
che
ama
avvolgere
la
sue
idee
sociali
nelle
nebbie
del
misticismo
e
dello
spiritismo
,
pretende
nientemeno
dai
maschi
quella
castità
pre
-
matrimoniale
che
si
esige
dalle
fanciulle
,
giacché
-
egli
dice
-
l
'
uomo
e
la
donna
devono
arrivare
al
matrimonio
in
identiche
condizioni
;
e
viceversa
Giacomo
Novicow
,
il
sociologo
russo
profondo
ed
ardito
,
vorrebbe
accordare
alle
fanciulle
la
stessa
libertà
che
hanno
gli
uomini
,
e
predica
nel
suo
libro
:
La
redenzione
della
donna
nientemeno
che
l
'
abolizione
del
matrimonio
,
e
il
pieno
assoluto
diritto
per
l
'
uomo
e
per
la
donna
di
unirsi
quando
vogliono
e
appena
che
lo
vogliono
,
senza
alcuna
formalità
,
e
salvo
a
mutar
legame
cogli
anni
o
coi
mesi
,
o
col
periodo
di
tempo
ancora
più
breve
che
il
fato
assegna
ai
capricci
d
'
amore
.
Io
non
discuto
qui
queste
due
opinioni
:
io
mi
limito
a
constatare
,
come
un
fenomeno
abbastanza
significativo
,
che
in
nome
di
uno
stesso
principio
-
il
feminismo
-
si
giunge
da
un
lato
alla
castità
forzata
,
dall
'
altro
lato
all
'
amore
libero
;
e
mi
permetto
di
osservare
che
mentre
la
passione
trascina
ad
idee
estreme
ed
assurde
gli
apostoli
del
feminismo
,
perduti
dietro
il
miraggio
di
un
paragone
matematico
fra
i
due
sessi
che
è
assolutamente
impossibile
,
ben
pochi
hanno
visto
ciò
che
vi
ha
di
veramente
superiore
e
sublime
nella
donna
,
la
madre
;
ben
pochi
hanno
sentito
che
a
questa
sua
funzione
socialmente
sacra
-
che
spiega
anche
tutte
le
diversità
psicologiche
dei
due
sessi
-
bisogna
ricondurre
non
solo
le
cure
e
gli
omaggi
,
di
cui
noi
uomini
siamo
generosi
perché
ci
costano
poco
,
ma
anche
i
diritti
della
donna
,
che
noi
siamo
lenti
ed
avari
nel
riconoscere
perché
costerebbero
molto
al
nostro
egoismo
maschile
.
E
il
primo
diritto
della
donna
,
quello
che
è
sancito
dalla
stessa
legge
di
natura
perché
prolunga
moralmente
la
funzione
fisiologica
della
maternità
,
è
il
diritto
all
'
educazione
dei
figli
.
Come
adempiono
oggi
le
donne
a
questo
diritto
,
che
dovrebbe
nobilitarsi
in
esse
e
diventare
un
sacrosanto
dovere
?
Che
facciamo
noi
uomini
per
lasciar
esercitare
questo
diritto
alle
nostre
mogli
,
per
renderle
sopratutto
coscienti
e
degne
d
'
esercitarlo
?
Non
vi
pare
che
dinanzi
a
questo
pauroso
problema
che
tiene
racchiuso
in
germe
l
'
avvenire
della
società
,
impallidiscano
come
questioni
secondarie
tutte
le
altre
rivendicazioni
giuridiche
o
politiche
che
la
donna
pretende
?
Senza
dubbio
-
ed
io
sono
lieto
di
dichiararlo
altamente
-
per
le
donne
che
non
vogliono
o
non
possono
formarsi
una
famiglia
,
per
le
donne
che
,
pur
avendo
una
famiglia
,
posseggono
cuore
,
ingegno
e
mezzi
materiali
per
diffondere
su
più
vasto
campo
la
loro
attività
,
esistono
oggi
e
devono
essere
libere
ed
aperte
altre
vie
,
feconde
di
bene
,
su
cui
se
splende
meno
intenso
il
raggio
del
sentimento
intimo
,
brilla
forse
più
viva
la
luce
d
'
un
altruismo
cosciente
.
Ma
,
pur
dando
tutta
la
mia
ammirazione
alle
donne
che
si
dedicano
alla
risoluzione
di
problemi
e
alla
cura
di
piaghe
sociali
,
e
che
lottano
coraggiosamente
per
la
loro
indipendenza
morale
ed
economica
,
ancora
così
indegnamente
conculcata
,
io
non
credo
si
possa
negare
che
la
prima
funzione
-
perché
la
più
normale
-
della
donna
sia
quella
che
si
svolge
nel
cerchio
della
famiglia
:
cerchio
ristretto
e
meschino
secondo
alcuni
,
e
che
nondimeno
costituisce
il
nucleo
da
cui
si
irradiano
tutte
le
energie
sociali
,
il
propulsore
spesso
ignorato
e
trascurato
che
,
per
mezzo
dell
'
educazione
,
dà
forza
ed
anima
a
tutte
le
forme
della
vita
civile
.
Alla
mente
degli
uomini
di
governo
il
problema
dell
'
educazione
si
presenta
per
necessità
sotto
la
forma
unica
della
scuola
:
è
debito
riconoscere
che
vi
hanno
provveduto
in
parte
,
ed
è
bene
sperare
vi
provvedano
sempre
più
,
quantunque
la
scuola
sia
ancora
la
cenerentola
delle
istituzioni
sociali
;
ma
bisogna
dir
alto
e
forte
che
la
scuola
,
non
solo
ha
una
missione
più
istruttiva
che
educatrice
,
ma
altresì
ch
'
essa
è
l
'
ambiente
secondario
in
cui
il
fanciullo
si
forma
e
diventa
uomo
.
L
'
ambiente
primo
e
più
importante
è
la
famiglia
:
e
il
maestro
di
scuola
potrà
ben
poco
sul
cervello
e
sul
cuore
dei
fanciulli
se
non
lo
aiuta
e
quasi
direi
non
gli
prepara
il
terreno
la
madre
.
Orbene
,
chiediamoci
qual
è
oggi
l
'
influenza
della
famiglia
,
esaminiamo
che
cosa
dovrebbe
fare
,
e
che
cosa
in
realtà
può
fare
la
madre
per
l
'
educazione
dei
figli
.
*
Uno
dei
fenomeni
più
gravi
e
più
strani
che
si
verifica
specialmente
nelle
classi
colte
,
ma
che
non
manca
neppure
nelle
classi
inferiori
,
è
la
disarmonia
,
lo
squilibrio
intellettuale
fra
il
marito
e
la
moglie
.
Si
direbbe
che
quella
disuguaglianza
fra
i
due
sessi
ch
'
io
ho
constatata
e
che
costituisce
il
segreto
e
il
fascino
della
vita
,
sia
stata
ad
arte
e
patologicamente
esagerata
fino
a
costituire
un
difetto
e
un
pericolo
.
Nelle
nostre
classi
superiori
il
matrimonio
,
se
è
sempre
un
organismo
fisiologico
,
se
è
talvolta
anche
un
organismo
psicologico
(
quando
gli
sposi
si
amano
e
realizzano
l
'
ipotesi
poetica
di
formar
due
corpi
in
un
'
anima
sola
)
non
è
quasi
mai
,
o
ben
raramente
,
un
vero
e
proprio
organismo
intellettuale
,
giacché
le
idee
tanto
religiose
quanto
politiche
quanto
generali
sull
'
educazione
,
sono
spesso
diverse
ed
opposte
fra
il
marito
e
la
moglie
.
Guardiamoci
attorno
,
e
togliendoci
almeno
per
un
minuto
quella
patina
di
gesuitismo
con
cui
ricopriamo
per
amore
del
quieto
vivere
i
nostri
discorsi
,
confessiamo
che
nelle
nostre
famiglie
manca
spesso
l
'
unità
intellettuale
,
l
'
accordo
intimo
assoluto
sincero
di
idealità
e
di
fede
tra
marito
e
moglie
,
confessiamo
che
i
genitori
danno
talvolta
dinanzi
ai
figli
lo
spettacolo
deleterio
di
discussioni
sui
principii
fondamentali
della
morale
e
della
vita
,
o
(
ciò
che
è
forse
peggio
)
si
chiudono
in
un
silenzio
prudente
che
dice
la
paura
di
discutere
quei
problemi
perché
v
'
è
la
certezza
preventiva
di
non
trovarsi
all
'
unissono
,
silenzio
terribile
ed
eloquente
che
il
bambino
intuisce
ed
interpreta
coll
'
inconscia
lucidità
dell
'
anima
vergine
,
restandone
turbato
,
e
divinando
l
'
incertezza
,
il
dubbio
,
la
contraddizione
che
lo
accompagneranno
più
tardi
dalla
famiglia
nella
scuola
e
dalla
scuola
nella
vita
.
Ecco
dunque
il
primo
vizio
dell
'
educazione
:
la
base
mal
sicura
o
contradditoria
delle
credenze
dei
genitori
,
il
dissidio
silenzioso
tra
le
loro
opinioni
.
Come
possono
i
figli
-
in
questa
nebbia
intellettuale
che
li
circonda
e
che
è
squarciata
ogni
tanto
dai
lampi
rivelatori
di
una
disputa
-
formarsi
una
fede
ed
una
coscienza
?
E
come
potremo
noi
lagnarci
che
la
gioventù
cresca
incerta
,
scettica
e
pessimista
,
se
nella
famiglia
ha
trovato
,
invece
che
la
guida
sicura
di
principii
affermati
di
comune
accordo
dal
padre
e
dalla
madre
,
un
dualismo
di
indirizzo
più
o
meno
apparente
?
A
comporre
-
almeno
in
parte
-
questo
dualismo
,
si
segue
in
generale
questo
sistema
:
il
marito
lascia
sulle
prime
alla
moglie
l
'
educazione
dei
figli
,
le
permette
cioè
di
istillar
loro
le
nozioni
e
le
pratiche
della
sua
fede
e
dei
suoi
principii
,
abdica
insomma
,
non
so
se
per
noncuranza
o
per
desiderio
di
pace
,
alla
sua
autorità
,
e
si
consola
e
si
tranquillizza
pensando
con
filosofia
fatalista
che
più
tardi
i
figli
muteranno
d
'
idee
e
diverranno
quel
che
è
divenuto
egli
stesso
.
E
i
figli
mutano
infatti
,
sotto
l
'
influenza
dei
compagni
,
sotto
gli
sprazzi
di
luce
dell
'
istruzione
,
sotto
l
'
aculeo
continuo
della
vita
che
fa
svanire
a
poco
a
poco
le
dolci
primitive
illusioni
,
le
ingenue
credenze
infantili
.
Ma
,
senza
notare
che
è
faticoso
ed
illogico
il
lasciare
che
i
fanciulli
si
nutrano
da
principio
di
idee
che
dovranno
più
tardi
rinnegare
,
io
mi
domando
se
non
v
'
è
in
questo
sistema
un
pericolo
.
Un
pericolo
grave
,
perché
a
torto
si
crede
che
le
prime
idee
istillate
nei
bambini
possano
per
sempre
seppellirsi
come
cose
morte
nel
cervello
e
nel
cuore
dell
'
uomo
.
Esse
hanno
un
potere
di
resurrezione
che
sembra
miracoloso
,
e
che
non
è
se
non
la
conseguenza
d
'
una
legge
fisiologica
.
Noi
possiamo
perdere
la
memoria
di
fatti
recenti
,
o
non
più
sentire
l
'
influenza
di
recenti
suggestioni
intellettuali
,
ma
noi
non
perdiamo
mai
il
ricordo
di
fatti
,
l
'
influenza
di
idee
lontane
.
Falstaff
,
mentre
spira
a
Londra
in
una
taverna
dopo
una
vita
dissoluta
,
parla
dei
verdi
campi
e
rivede
il
paesaggio
dove
visse
bambino
.
E
questo
ritorno
della
mente
d
'
un
moribondo
ai
fatti
più
lontani
dell
'
esistenza
non
è
un
artificio
poetico
,
né
un
'
abile
invenzione
sentimentale
:
è
l
'
intuizione
del
genio
di
Shakespeare
che
,
precorrendo
la
scienza
come
avviene
agli
artisti
grandissimi
,
scolpiva
in
un
episodio
drammatico
la
verità
che
alcuni
secoli
dopo
il
Ribot
doveva
formulare
scientificamente
così
:
le
idee
nate
per
ultime
sono
le
prime
a
degenerare
:
le
sensazioni
invece
che
colpirono
il
nostro
organismo
infantile
non
muoiono
mai
,
ma
sulla
fine
della
vita
ritornano
.
Gli
è
in
forza
di
questa
legge
che
il
sistema
d
'
educazione
generalmente
adottato
diventa
pericoloso
:
gli
è
in
forza
di
questa
legge
che
noi
assistiamo
spesso
a
quelli
che
il
Sergi
chiamava
tramonti
cerebrali
,
alla
riapparizione
cioè
e
alla
tirannia
,
nell
'
uomo
adulto
,
delle
idee
che
hanno
formato
la
base
delle
prime
abitudini
mentali
nell
'
infanzia
e
nella
gioventù
,
e
che
un
'
osservazione
superficiale
credeva
morte
per
sempre
.
Le
mie
parole
non
devono
essere
intese
come
un
'
allusione
larvata
al
disprezzo
di
alcune
idee
o
all
'
elogio
di
altre
:
io
mi
spoglio
per
un
momento
della
mia
qualità
di
modesto
positivista
,
io
cerco
di
elevarmi
al
di
sopra
di
tutte
le
passioni
e
di
tutti
i
partiti
intellettuali
,
e
parlo
non
in
nome
di
una
dottrina
-
che
per
quanto
sinceramente
professata
può
essere
erronea
-
ma
in
nome
dell
'
educazione
del
carattere
,
la
più
degna
di
cure
e
viceversa
pur
troppo
la
più
trascurata
.
Date
ai
vostri
figli
la
fede
e
l
'
ideale
che
più
vi
piace
:
-
qualunque
opinione
ha
diritto
al
rispetto
ed
è
una
forza
attiva
nel
mondo
pur
che
sia
onestamente
sentita
e
non
venduta
ai
dominatori
o
all
'
interesse
di
far
carriera
-
ma
non
date
loro
il
dubbio
,
non
inquinate
l
'
acqua
limpida
e
pura
dell
'
entusiasmo
infantile
coi
furbi
veleni
del
calcolo
,
sperando
,
o
di
ipotecare
per
sempre
il
bambino
alle
suggestioni
della
prima
infanzia
,
o
fidando
ch
'
egli
le
perderà
lungo
la
scettica
via
dell
'
esperienza
.
Entrambe
queste
speranze
-
qualunque
sia
la
realizzata
-
avranno
una
conseguenza
dolorosa
:
esse
impediranno
la
formazione
del
carattere
,
non
solo
per
l
'
esempio
di
mutabilità
e
di
contraddizione
ch
'
esse
danno
,
ma
anche
perché
,
se
è
sempre
difficile
rifare
l
'
educazione
,
quest
'
educazione
rifatta
diventa
anche
inutile
quando
nella
vecchiaia
,
indebolito
il
cervello
,
si
cade
nella
miseria
del
fatale
tramonto
.
*
Un
'
unità
di
indirizzo
,
un
ambiente
fermo
di
principii
,
-
ecco
dunque
ciò
che
sopratutto
occorre
al
bambino
perché
l
'
anima
sua
si
svolga
in
modo
libero
e
degno
.
Non
è
qui
il
caso
di
dire
come
quest
'
unità
dovrebbe
esser
creata
,
con
quali
mezzi
cioè
la
famiglia
-
dallo
stato
incerto
e
contradditorio
che
oggi
ci
presenta
-
potrebbe
elevarsi
alla
dignità
di
un
tutto
organico
,
di
un
ambiente
uniforme
.
Io
mi
contento
di
constatare
che
per
molti
segni
noi
possiamo
legittimamente
sperare
in
una
evoluzione
progressiva
della
donna
,
che
la
avvicini
sempre
più
alla
scienza
e
alla
vita
,
e
la
renda
,
al
pari
dell
'
uomo
,
conscia
e
partecipe
di
quel
moderno
movimento
sociale
che
ormai
d
'
ogni
parte
ci
avvolge
e
ci
si
impone
.
E
augurando
che
quest
'
unissono
famigliare
divenga
presto
una
realtà
,
io
mi
permetto
di
credere
che
a
completarlo
-
a
renderlo
cioè
fecondo
pei
figli
-
gioverebbe
il
ritardare
in
un
certo
senso
e
entro
certi
limiti
l
'
invio
del
bambino
alla
scuola
.
Io
parlo
qui
specialmente
per
quelle
famiglie
che
avendo
un
relativo
benessere
e
almeno
la
sicurezza
della
vita
quotidiana
,
permettono
che
le
madri
dedichino
un
po
'
di
tempo
ai
figli
:
non
oserei
,
pur
troppo
,
parlare
anche
a
quella
folla
di
famiglie
proletarie
,
in
cui
la
donna
è
,
come
l
'
uomo
e
peggio
dell
'
uomo
,
schiava
d
'
un
lavoro
che
la
snerva
,
la
abbrutisce
e
la
costringe
a
trascurare
i
suoi
bambini
,
affidandoli
il
più
presto
possibile
alla
scuola
.
Per
queste
dolci
e
rassegnate
vittime
del
lavoro
,
non
v
'
è
che
la
speranza
lontana
che
una
maggiore
giustizia
nel
mondo
arrivi
a
redimerle
!
Noi
dobbiamo
tendere
più
allo
sviluppo
morale
che
allo
sviluppo
intellettuale
del
fanciullo
:
noi
dobbiamo
cercare
di
formar
in
lui
la
coscienza
prima
che
la
coltura
.
La
pianta
-
uomo
,
come
le
altre
piante
,
ha
bisogno
per
crescere
forte
e
salda
,
di
restare
qualche
tempo
nel
terreno
dove
è
nata
.
Il
trapiantarla
finch
'
essa
è
molto
giovane
,
significa
spesso
intralciare
coscientemente
il
suo
sviluppo
.
E
il
nuovo
ambiente
della
scuola
,
se
viene
a
sovrapporsi
troppo
presto
all
'
ambiente
della
famiglia
,
può
essere
talvolta
una
causa
di
turbamento
,
anziché
,
come
si
crede
,
una
ragione
di
progresso
e
di
elevazione
.
Per
una
madre
che
sta
morendo
il
dolore
più
acuto
è
senza
dubbio
il
pensiero
di
dover
abbandonare
il
suo
bambino
,
di
doverlo
lasciare
alle
cure
di
altri
,
talvolta
di
persone
estranee
ed
ignote
.
Eppure
,
quante
madri
ricche
s
'
affrettano
volontariamente
a
distaccarsi
dal
loro
bambino
inviandolo
troppo
presto
alla
scuola
,
mescolandolo
,
prima
che
ve
ne
sia
bisogno
,
ad
un
ambiente
che
gli
è
sconosciuto
.
È
vero
però
ch
'
esse
sentono
in
fondo
quanto
c
'
è
di
poco
naturale
in
questo
sistema
,
giacché
pur
ripetendosi
che
la
scuola
è
la
strada
necessaria
alla
vita
,
e
pur
sognando
con
la
preveggenza
dell
'
affetto
materno
le
corone
della
gloria
sopra
le
piccole
teste
bionde
,
esse
non
isfuggono
ad
un
vivo
dolore
quando
il
primo
giorno
di
scuola
,
il
giorno
della
separazione
è
venuto
.
Certo
quel
dolore
passa
:
il
piccolo
scolaro
s
'
abitua
alla
scuola
come
il
piccolo
orfano
s
'
abitua
al
nuovo
ambiente
;
ma
quel
dolore
è
il
sintomo
ed
il
trionfo
del
buon
senso
materno
che
intuisce
il
dovere
e
il
potere
della
famiglia
.
Lasciamo
vivere
i
nostri
figli
fra
noi
e
con
noi
!
lasciamoli
formarsi
fisicamente
e
moralmente
prima
di
costringerli
a
imbottirsi
di
cognizioni
!
Questi
primi
anni
di
vita
intima
,
vissuti
in
un
'
atmosfera
calda
d
'
affetto
,
saranno
non
solo
un
vantaggio
per
il
bambino
,
ma
anche
per
la
madre
.
Nessun
maestro
ha
così
lucida
la
visione
del
modo
con
cui
si
debba
educare
un
fanciullo
,
come
la
madre
,
perché
la
donna
intuisce
per
istinto
i
temperamenti
e
può
dosare
-
permetettemi
la
parola
-
i
premii
e
i
castighi
,
le
parole
e
gli
atti
a
seconda
della
necessità
.
Anche
se
un
maestro
avesse
questa
squisita
acuità
femminile
,
anche
s
'
egli
possedesse
la
facoltà
che
è
specifica
nella
donna
,
di
leggere
a
fondo
nell
'
anima
,
di
strappare
da
un
semplice
sguardo
,
da
un
movimento
,
da
una
risposta
,
il
segreto
della
psiche
infantile
,
come
potrebbe
egli
fare
buon
uso
di
queste
sue
facoltà
in
una
scuola
dove
sono
venti
o
quaranta
bambini
,
educando
ognuno
diversamente
?
E
noi
lo
vediamo
qual
sorte
hanno
alla
scuola
i
bambini
più
difficili
da
educarsi
,
i
bambini
tardi
,
timidi
,
chiusi
,
che
paion
negati
alla
gioia
e
alla
vita
.
Essi
sono
generalmente
lasciati
in
disparte
,
odiati
,
maltrattati
forse
dagli
altri
.
Nella
famiglia
invece
,
senza
il
confronto
umiliante
dei
compagni
,
senza
la
severità
fredda
ed
insofferente
del
maestro
,
ma
sotto
le
cure
materne
che
li
avvolgono
al
pari
di
una
carezza
,
essi
potranno
rinascere
come
rifiorisce
un
virgulto
debole
e
isterilito
se
una
mano
pietosa
e
affettuosa
ne
prende
cura
e
lo
espone
al
sole
e
all
'
aria
che
danno
la
vita
!
Ma
-
io
dicevo
-
questa
prima
educazione
materna
gioverà
non
solo
al
figlio
,
ma
anche
alla
madre
.
Per
la
donna
infatti
occuparsi
del
suo
bambino
,
significa
lavorare
al
suo
stesso
miglioramento
.
Oh
per
le
poche
cose
che
noi
insegniamo
ai
bambini
,
quante
essi
ne
possono
insegnare
a
noi
,
se
li
sappiamo
studiare
e
comprendere
!
e
come
è
vero
che
mentre
noi
cerchiamo
di
educarli
,
sono
essi
che
inconsciamente
migliorano
ed
elevano
noi
,
se
le
nostre
cure
sono
materiate
d
'
affetto
!
Nel
mondo
dei
ricchi
e
dei
colti
le
signore
hanno
tante
ore
oziose
,
conducono
una
vita
fittizia
che
le
stanca
e
le
annoia
,
eppure
qualcuna
non
sente
,
non
s
'
accorge
d
'
avere
al
suo
fianco
un
'
occupazione
buona
e
forte
che
la
salverebbe
....
e
non
dalla
noia
soltanto
!
Vede
intorno
a
sé
che
tutto
si
trasforma
e
si
muta
,
e
non
intende
che
bisognerebbe
anche
mutare
qualche
abitudine
;
lascia
che
la
sua
vita
continui
ad
essere
determinata
dalla
routine
del
costume
e
non
ha
il
coraggio
di
ribellarvisi
,
dedicandosi
,
anziché
alle
frivolità
della
vita
mondana
,
a
un
pensiero
profondo
,
a
una
fede
che
si
incarnerebbe
in
un
'
opera
importante
:
l
'
educazione
dei
figli
.
E
scusa
sé
stessa
,
-
poiché
il
rimorso
le
parla
forse
dal
fondo
della
coscienza
,
-
dicendosi
che
è
tanto
occupata
dei
suoi
doveri
mondani
che
non
ha
nemmeno
un
'
ora
di
tempo
libero
.
Quanta
ironica
verità
in
queste
parole
!
Certo
,
solo
le
persone
molto
occupate
e
degnamente
occupate
trovano
il
tempo
per
occuparsi
ancora
di
altre
cose
.
Chi
non
fa
nulla
di
degno
,
non
ha
mai
tempo
per
nulla
!
Ma
poi
che
cosa
occorre
perché
la
madre
compia
veramente
il
suo
dovere
verso
i
suoi
figli
?
Non
certo
il
sacrificio
di
molte
ore
per
insegnamenti
speciali
,
che
non
tutte
le
madri
possono
dare
,
e
ai
quali
,
del
resto
,
può
provvedere
il
maestro
.
Occorre
soltanto
che
nella
madre
sia
sempre
vivo
ed
all
'
erta
il
sentimento
della
sua
missione
,
che
la
sua
cura
sia
rivolta
non
soltanto
a
sorvegliare
i
figli
,
ma
sopratutto
a
sorvegliare
sé
stessa
,
occorre
ch
'
essa
li
guidi
e
li
formi
coll
'
esempio
di
ogni
giorno
,
non
colle
parole
pronunciate
ogni
tanto
.
L
'
educazione
non
è
che
una
catena
ininterrotta
di
suggestioni
;
e
sbaglia
molto
chi
crede
che
basti
o
sopra
ogni
altra
cosa
importi
,
insegnar
delle
massime
di
morale
o
affermar
verbalmente
dei
principii
.
Queste
massime
e
questi
principii
scivoleranno
sullo
specchio
dell
'
anima
infantile
senza
lasciar
traccia
,
se
non
saranno
confortati
dall
'
esempio
quotidiano
,
che
solo
ha
il
potere
di
incidere
impressioni
durevoli
nella
mente
e
nel
cuore
del
bambino
.
Ed
è
perciò
che
non
vale
predicare
il
dovere
d
'
esser
sinceri
e
l
'
odio
contro
la
menzogna
,
se
noi
stessi
,
come
purtroppo
avviene
spesso
,
siamo
poco
franchi
nelle
nostre
azioni
,
ambigui
nei
nostri
discorsi
,
se
la
nostra
occupazione
più
frequente
e
più
gradita
è
la
maldicenza
a
riguardo
di
tutti
e
specialmente
dei
nostri
amici
.
La
sincerità
deve
essere
inoculata
coi
fatti
,
non
colle
parole
:
ed
è
di
sincerità
che
noi
tutti
oggi
abbiamo
bisogno
,
poiché
essa
è
l
'
igiene
dell
'
anima
.
Non
mentire
mai
al
bambino
:
essere
semplici
e
veri
dinanzi
a
lui
:
non
nascondergli
la
nostra
ignoranza
se
una
sua
domanda
ci
imbarazza
:
non
credere
di
dover
mantenere
la
nostra
dignità
insistendo
in
una
nostra
opinione
,
se
per
caso
ci
siamo
sbagliati
o
abbiamo
oltrepassato
la
giusta
misura
.
La
sincerità
è
un
'
arma
sicura
:
il
fanciullo
s
'
abitua
a
veder
limpido
dentro
di
noi
,
e
più
tardi
egli
diventerà
un
uomo
,
a
patto
che
noi
abbiamo
cercato
d
'
essere
degli
uomini
di
fronte
a
lui
.
Se
l
'
abitudine
della
sincerità
è
l
'
igiene
dell
'
anima
,
l
'
abitudine
del
lavoro
-
del
lavoro
manuale
-
costituisce
anche
per
chi
non
vi
è
obbligato
dalla
necessità
,
l
'
igiene
del
corpo
.
In
teoria
noi
stimiamo
molto
il
lavoro
,
ma
in
pratica
noi
stimiamo
ancor
più
le
classi
sociali
che
possono
darsi
il
lusso
di
farne
a
meno
,
e
lo
disprezzano
quindi
implicitamente
.
Come
nelle
classi
elevate
il
sogno
lontano
per
l
'
avvenire
dei
figli
è
ch
'
essi
divengano
dei
laureati
e
degli
intellettuali
,
anziché
degli
uomini
che
nella
vita
dell
'
officina
,
dei
commerci
e
dei
campi
si
siano
formati
a
costo
di
sacrifici
una
coscienza
e
a
costo
di
energia
una
posizione
,
così
la
preoccupazione
vicina
per
l
'
educazione
dei
figli
è
ch
'
essi
imparino
le
lingue
anziché
un
mestiere
,
e
maneggino
la
penna
più
presto
che
la
zappa
o
la
pialla
.
Noi
non
abbiamo
ancora
inteso
,
come
intesero
gli
Anglosassoni
,
tutta
la
feconda
influenza
non
solo
fisica
ma
anche
morale
che
l
'
abitudine
del
lavoro
può
avere
sul
bambino
;
e
mentre
crediamo
nostro
dovere
insegnargli
il
più
presto
possibile
a
leggere
e
a
scrivere
,
ci
sembrerebbe
di
umiliarlo
e
di
umiliarci
l
'
insegnargli
a
compiere
da
sé
stesso
alcuni
uffici
umili
,
ad
adoperare
le
sue
qualità
fisiche
,
oltre
che
le
sue
qualità
morali
,
ad
essere
insomma
pratico
nella
vita
e
non
soltanto
teorico
.
Eppure
,
insegnato
da
principio
,
il
lavoro
è
una
distrazione
:
alternato
collo
studio
è
un
divertimento
;
e
il
fanciullo
intanto
s
'
abitua
a
non
disprezzarlo
ma
ad
amarlo
,
perché
esso
gli
dà
quell
'
allegria
sana
,
quella
soddisfazione
di
sé
che
proviene
dal
sentimento
di
bastare
a
sé
stesso
,
di
non
aver
bisogno
per
la
più
piccola
fatica
o
per
il
più
piccolo
inconveniente
materiale
di
ricorrere
ad
altri
.
Quando
il
fanciullo
avrà
presa
quest
'
abitudine
del
lavoro
,
quando
nella
famiglia
egli
avrà
imparato
ad
esser
franco
,
e
l
'
animo
suo
si
sarà
temprato
alla
verità
,
alla
semplicità
e
alla
praticità
,
che
sono
le
condizioni
prime
d
'
una
vita
utile
e
degna
,
allora
soltanto
l
'
influenza
della
scuola
potrà
essere
salutare
,
sviluppando
e
migliorando
la
psiche
infantile
senza
il
pericolo
che
la
affatichi
o
la
turbi
.
E
dalla
scuola
non
si
dovranno
attendere
soltanto
dei
risultati
che
attestino
i
progressi
intellettuali
,
ma
sopratutto
dei
risultati
che
sian
la
prova
di
progressi
morali
.
È
stata
scolpita
molto
bene
la
differenza
che
intercede
fra
l
'
educazione
latina
e
l
'
educazione
inglese
e
americana
,
dicendo
che
mentre
presso
di
noi
un
maestro
crede
d
'
aver
raggiunto
l
'
apice
della
sua
missione
quando
può
dire
ai
genitori
d
'
uno
scolaro
:
"
vostro
figlio
è
docile
,
ubbidiente
e
impara
tutto
ciò
ch
'
io
gli
insegno
"
,
presso
gli
Anglosassoni
invece
un
maestro
mette
il
suo
orgoglio
nel
poter
dire
ai
genitori
d
'
un
fanciullo
:
"
vostro
figlio
dà
sempre
più
prova
di
formarsi
un
'
individualità
:
ha
le
sue
preferenze
negli
studii
,
dimostra
di
voler
essere
e
di
saper
essere
qualcuno
"
.
Noi
tendiamo
insomma
all
'
uniformità
grigia
,
alla
beata
mediocrità
,
alla
formazione
del
gregge
docile
che
seguirà
senza
ribellioni
il
pastore
:
gli
altri
tendono
all
'
individualità
insofferente
ma
promettitrice
di
feconde
energie
,
alla
formazione
di
un
popolo
libero
e
sciolto
che
non
s
'
acqueterà
negli
stagni
degli
impieghi
,
ma
navigherà
ardito
il
mare
tempestoso
della
lotta
per
l
'
esistenza
.
E
non
v
'
ha
dubbio
che
questo
secondo
sistema
d
'
educazione
sia
il
migliore
,
sopratutto
oggi
,
quando
ciò
che
più
manca
e
più
è
necessario
è
il
carattere
.
La
coltura
e
l
'
ingegno
non
ci
fanno
per
fortuna
difetto
:
è
la
merce
di
cui
siamo
più
ricchi
e
che
esportiamo
con
migliore
successo
.
È
il
carattere
che
ci
manca
per
risollevarci
moralmente
e
politicamente
a
quel
posto
,
cui
il
nostro
passato
ci
dà
il
diritto
di
tendere
,
e
che
conquisteremo
,
malgrado
le
denigrazioni
degli
scettici
e
i
rancori
degli
invidiosi
.
La
malattia
grave
dell
'
epoca
nostra
,
quella
che
ha
caratterizzato
vergognosamente
la
fine
del
secolo
scorso
e
si
prolunga
sull
'
alba
del
nostro
,
non
è
già
che
vi
siano
troppi
uomini
immorali
e
perversi
-
ve
ne
son
sempre
stati
!
-
è
che
vi
siano
troppi
individui
che
non
hanno
una
coscienza
formata
e
che
quindi
sono
in
balìa
delle
suggestioni
dell
'
ambiente
.
La
nostra
società
muore
per
la
debolezza
e
l
'
incertezza
morale
dei
suoi
figli
,
per
l
'
abulìa
della
volontà
.
Noi
non
abbiamo
quasi
più
-
e
la
politica
ne
è
l
'
indice
eloquente
-
di
quegli
uomini
che
Balzac
chiamava
uomini
-
quercia
e
ch
'
eran
la
gloria
d
'
un
tempo
:
noi
abbiamo
troppi
uomini
-
arbusti
che
si
piegano
dalla
parte
d
'
onde
spira
il
vento
.
Certo
è
la
civiltà
che
ci
ha
ridotto
in
questa
deplorevole
condizione
:
la
nostra
vita
troppo
intensamente
vissuta
,
e
le
tentazioni
troppo
numerose
di
questa
stessa
civiltà
esercitano
di
continuo
sulla
nostra
debolezza
nervosa
una
triste
opera
di
degenerazione
.
Ma
il
nostro
dovere
è
di
reagire
;
e
come
i
medici
quando
non
possono
togliere
un
individuo
dall
'
ambiente
malsano
,
cercano
di
neutralizzarne
gli
effetti
fortificando
per
mezzo
dell
'
igiene
l
'
organismo
individuale
,
così
noi
,
pur
riconoscendo
i
pericoli
dell
'
epoca
nostra
,
dobbiamo
cercare
di
neutralizzarne
gli
effetti
fortificando
il
nostro
carattere
coll
'
igiene
morale
ed
intellettuale
.
Quando
nel
bambino
si
è
cercato
di
formare
un
carattere
,
quando
si
è
bene
scolpito
nella
creta
della
natura
umana
il
profilo
d
'
un
uomo
onesto
,
state
pur
sicuri
che
le
tempeste
della
vita
potranno
forse
far
piegare
talvolta
quest
'
uomo
,
ma
egli
rialzerà
subito
la
fronte
,
come
l
'
albero
saldo
che
,
passato
l
'
uragano
,
raddrizza
verso
il
cielo
la
sua
cima
orgogliosa
.
Ora
,
quest
'
opera
necessaria
e
suprema
della
formazione
del
carattere
,
deve
essere
lo
scopo
più
importante
dell
'
educazione
.
La
scuola
e
la
vita
servono
a
dirigere
verso
un
ideale
o
verso
un
altro
le
tendenze
individuali
,
a
canalizzare
,
se
posso
dir
così
,
la
sorgente
viva
dell
'
entusiasmo
giovanile
che
altrimenti
si
sperderebbe
negli
infiniti
rigagnoli
di
desideri
e
di
sogni
infiniti
.
Ma
è
la
famiglia
che
crea
la
potenzialità
di
questo
entusiasmo
:
è
la
famiglia
che
formando
solidamente
il
carattere
nel
fanciullo
,
lo
rende
capace
di
servire
più
tardi
con
sincerità
e
con
fervore
quella
qualsiasi
idea
che
lo
avrà
convinto
ed
appassionato
.
Degli
uomini
che
credano
in
quello
che
dicono
,
che
cerchino
di
realizzare
quello
in
cui
credono
,
degli
uomini
la
cui
vita
sia
una
fede
operata
,
-
ecco
ciò
che
occorre
all
'
epoca
nostra
,
ed
ecco
ciò
che
un
'
educazione
sapiente
potrebbe
darle
.
E
il
compito
altissimo
è
sopratutto
affidato
alle
donne
perché
le
donne
sono
non
solo
il
sorriso
ed
il
premio
della
nostra
esistenza
,
ma
sono
anche
,
e
devono
essere
,
le
nostre
educatrici
e
le
nostre
animatrici
.
Qualunque
cosa
una
nazione
sia
-
ha
detto
un
filosofo
-
essa
è
dovuta
principalmente
alle
madri
di
questa
nazione
.
La
verità
di
tale
sentenza
fu
suggellata
all
'
epoca
del
nostro
risorgimento
,
quando
ogni
martire
ed
ogni
eroe
testimoniava
col
sacrificio
della
sua
vita
della
fede
patriottica
che
il
labbro
materno
gli
aveva
istillato
:
io
mi
auguro
che
la
verità
di
questa
sentenza
sia
novellamente
suggellata
dalla
generazione
futura
,
la
quale
,
per
merito
delle
donne
che
sapranno
educarla
,
porterà
nella
vita
sociale
ciò
che
oggi
vi
è
molto
raro
:
una
coscienza
secura
che
creda
e
non
pieghi
,
un
carattere
che
sdegnando
i
furbi
accomodamenti
che
fanno
arrivar
le
persone
,
lavori
soltanto
al
trionfo
pacifico
delle
idee
.
PER
I
NOSTRI
FIGLI
.
"....on
se
demaude
où
mènent
les
fastidieuses
études
classiques
qu
'
on
impose
à
la
jeune
bourgeoisie
:
elles
mènent
au
café
.
"
MAURICE
BARRÈS
.
Les
Déracinés
.
Vi
sono
-
verso
l
'
infanzia
-
due
grandi
categorie
di
doveri
:
l
'
una
riguarda
tutti
quei
provvedimenti
di
beneficenza
di
assistenza
di
prevenzione
che
noi
ci
studiamo
di
moltiplicare
a
vantaggio
dei
bambini
degli
altri
,
dei
bambini
infelici
,
siano
essi
vittime
del
delitto
o
delinquenti
essi
stessi
,
sieno
miserabili
o
vagabondi
,
ammalati
o
degenerati
:
l
'
altra
categoria
riguarda
tutto
ciò
che
noi
potremmo
e
dovremmo
fare
per
i
nostri
bambini
,
per
i
bambini
felici
,
per
coloro
cioè
cui
non
manca
,
nascendo
,
nessuna
delle
condizioni
necessarie
alla
vita
,
e
che
chiedono
a
noi
soltanto
sapienza
e
pazienza
di
educazione
per
affacciarsi
nel
mondo
sani
fidenti
agguerriti
.
Orbene
,
di
questi
due
lati
opposti
sotto
cui
si
presenta
il
grave
problema
dell
'
infanzia
,
parmi
che
il
primo
sia
più
studiato
oggi
che
non
il
secondo
,
parmi
che
al
primo
si
consacrino
oggi
le
nostre
maggiori
e
migliori
energie
.
Si
direbbe
che
noi
abbiamo
dato
ascolto
ai
lamenti
che
ci
venivano
dalla
strada
,
piuttosto
che
alle
piccole
voci
della
nostra
casa
:
si
direbbe
che
noi
abbiamo
sentito
,
in
un
magnifico
slancio
di
altruismo
,
i
nostri
doveri
verso
la
società
,
oltre
e
forse
più
che
i
nostri
doveri
verso
la
famiglia
.
Era
giusto
,
del
resto
,
ed
era
fatale
che
avvenisse
così
.
Troppo
lungo
era
stato
il
periodo
della
noncuranza
sdegnosa
verso
i
piccoli
sventurati
che
soffrivano
in
silenzio
o
s
'
incamminavano
inconsci
per
la
triste
via
della
degenerazione
,
troppo
timidi
ed
empirici
erano
stati
i
tentativi
dell
'
antica
beneficenza
quasi
tutta
rivolta
ad
ospedali
e
ad
ospizii
,
ai
vecchi
e
ai
malati
,
perché
l
'
epoca
nostra
non
sentisse
il
bisogno
di
rimediare
al
passato
,
rivolgendo
le
sue
cure
feconde
sopratutto
all
'
infanzia
diseredata
.
Troppo
tristi
e
gravi
,
infine
,
erano
le
rivelazioni
statistiche
perché
noi
-
sotto
l
'
impulso
della
pietà
,
e
anche
forse
sotto
l
'
aculeo
della
paura
-
non
cercassimo
di
opporre
all
'
abbandono
,
al
vagabondaggio
,
alla
delinquenza
dei
minorenni
che
spaventosamente
aumentano
,
dighe
più
forti
di
quelle
finora
costrutte
.
Dicono
le
statistiche
che
la
cifra
dei
fanciulli
abbandonati
supera
annualmente
in
Italia
i
30
mila
,
e
che
ogni
anno
vanno
in
carcere
70
mila
minorenni
,
un
decimo
dei
quali
non
ha
raggiunto
i
14
anni
!
E
dice
ogni
giorno
la
cronaca
quali
delitti
si
compiano
,
non
dall
'
infanzia
,
ma
contro
l
'
infanzia
,
quale
strazio
si
faccia
delle
loro
anime
e
dei
loro
corpi
,
non
solo
nei
bassi
fondi
sociali
,
ma
anche
là
dove
nessuno
avrebbe
osato
supporre
,
in
quei
conventi
e
in
quegli
asili
religiosi
dove
qualche
degenerato
si
serve
del
manto
mistico
della
fede
per
coprire
il
contrabbando
osceno
dei
suoi
vizii
contro
natura
.
Era
quindi
naturale
che
sorgessero
ovunque
Società
ed
Istituti
per
provvedere
a
questi
mali
e
per
prevenir
queste
infamie
:
era
legittima
negli
scrittori
la
preoccupazione
di
studiar
sopratutto
nel
problema
infantile
ciò
che
vi
è
di
pericoloso
e
di
guasto
:
era
spontaneo
e
bello
nelle
classi
più
ricche
e
più
colte
il
desiderio
di
esercitare
la
loro
pietà
,
alleviando
dolori
,
curando
miserie
,
proteggendo
ed
educando
i
fanciulli
dei
poveri
.
Nobilissimo
esempio
di
solidarietà
doverosa
,
che
non
è
diminuito
dallo
scetticismo
ironico
con
cui
alcuni
lo
giudicano
.
Una
scrittrice
straniera
ha
osato
dire
che
questa
nostra
filantropia
,
la
quale
non
fu
mai
prima
d
'
ora
così
estesa
ed
invadente
,
è
incenso
bruciato
allo
sbocco
d
'
una
cloaca
:
il
profumo
attenua
momentaneamente
i
miasmi
,
ma
non
li
può
distruggere
.
Giudizio
ingiusto
d
'
un
'
opera
giusta
,
perché
anche
fosse
vero
che
tutta
questa
filantropia
non
dà
risultati
pratici
-
e
ne
dà
viceversa
moltissimi
e
quotidiani
!
-
basterebbe
a
suo
onore
ed
a
prova
della
sua
utilità
l
'
aver
diffuso
quel
senso
di
fratellanza
umana
per
cui
noi
ci
sentiamo
legati
uno
all
'
altro
,
e
non
ci
sembra
d
'
aver
compiuto
il
nostro
dovere
se
,
oltre
all
'
aver
pensato
a
noi
,
non
diamo
anche
un
po
'
del
nostro
tempo
e
del
nostro
danaro
a
chi
è
più
infelice
di
noi
!
Soltanto
-
e
mi
si
permetterà
d
'
esser
sincero
-
soltanto
,
bisogna
non
dimenticare
che
a
fianco
di
questa
attività
sociale
,
grande
e
diffusa
,
v
'
è
anche
un
'
attività
famigliare
,
più
modesta
e
più
intima
,
che
pure
esige
la
nostra
attenzione
:
bisogna
ricordarsi
che
il
merito
di
far
parte
di
comitati
di
beneficenza
per
l
'
una
o
l
'
altra
categoria
di
bambini
infelici
,
non
assolve
dall
'
obbligo
di
occuparsi
dei
proprii
bambini
;
bisogna
insomma
riconoscere
che
l
'
esercizio
della
filantropia
non
è
e
non
deve
essere
,
come
invece
pur
troppo
credono
alcuni
,
una
specie
di
carta
di
scusa
con
cui
si
compra
il
diritto
di
trascurare
altri
doveri
.
Vi
sono
dei
ricchi
i
quali
destinano
ogni
anno
una
data
somma
in
elemosina
,
e
credono
con
quest
'
atto
di
generosità
amministrativa
d
'
aver
tranquillato
la
loro
coscienza
.
Così
vi
sono
persone
che
tutto
l
'
anno
lavorano
con
fervore
in
opere
di
beneficenza
,
e
credono
con
ciò
d
'
aver
esaurito
ogni
loro
obbligo
,
d
'
aver
quasi
acquistato
il
diritto
a
non
preoccuparsi
di
chi
li
circonda
più
da
vicino
,
sopratutto
dei
loro
bambini
i
quali
sentono
la
nostalgia
di
questi
genitori
troppo
affaccendati
e
troppo
lontani
.
Diffidiamo
di
queste
forme
illogiche
di
un
altruismo
che
s
'
estende
troppo
e
non
si
concentra
abbastanza
,
e
affermiamo
ben
alto
e
ben
forte
che
solo
quando
ci
siamo
degnamente
occupati
dei
nostri
figli
,
noi
possiamo
crederci
degni
d
'
elogio
,
occupandoci
anche
dei
figli
degli
altri
.
È
un
errore
scindere
questi
due
doveri
,
staccando
quasi
l
'
umanità
dalla
famiglia
,
perché
soltanto
coloro
che
sanno
amar
molto
i
pochi
,
sanno
veramente
amare
un
poco
i
moltissimi
.
Ecco
la
ragione
per
cui
io
preferisco
restringere
in
modesti
confini
il
mio
tema
,
e
limitarmi
a
ricercare
quali
siano
gli
obblighi
nostri
verso
quell
'
infanzia
che
cresce
da
noi
e
con
noi
.
Ecco
perché
,
lasciando
la
grande
strada
maestra
dei
doveri
sociali
,
ormai
troppo
battuta
,
io
tenterò
di
internarmi
nelle
vie
meno
note
dei
nostri
più
semplici
e
famigliari
doveri
verso
i
bambini
.
*
È
assai
lontano
il
tempo
in
cui
Erberto
Spencer
,
pubblicando
il
suo
libro
sull
'
educazione
,
descriveva
,
con
l
'
umorismo
un
po
'
pesante
ma
profondo
della
sua
razza
,
i
gentiluomini
campagnuoli
e
i
funzionarii
di
provincia
tutti
occupati
a
discorrere
,
dopo
pranzo
,
dell
'
allevamento
dei
polli
,
dell
'
arte
di
render
grasso
e
forte
un
bue
,
di
formar
d
'
un
cavallo
un
buon
trottatore
,
e
soggiungeva
:
"
nessuno
di
loro
pensa
e
parla
dell
'
arte
di
portare
un
fanciullo
al
massimo
del
suo
vigore
e
della
sua
energia
morale
"
.
Da
allora
,
si
pensa
e
si
parla
molto
di
quest
'
arte
dell
'
allevamento
umano
;
anzi
l
'
umanità
pare
abbia
non
solo
ascoltato
il
rimprovero
di
Spencer
,
ma
fatta
propria
,
almeno
a
parole
,
la
sentenza
un
po
'
cruda
e
volgare
di
Emerson
che
,
per
l
'
uomo
,
la
prima
condizione
di
successo
nel
mondo
è
di
essere
un
buon
animale
.
Il
vecchio
pregiudizio
sentimentale
e
poetico
che
ci
faceva
un
tempo
disprezzar
la
salute
e
persuadeva
alle
fanciulle
il
desiderio
d
'
esser
pallide
"
come
una
bella
sera
d
'
autunno
"
,
è
ormai
lontano
e
dimenticato
tra
le
nebbie
del
romanticismo
.
Noi
siamo
oggi
convinti
-
forse
perché
vediamo
sorgere
intorno
a
noi
generazioni
sempre
più
deboli
e
più
nervose
-
che
la
salute
fisica
è
la
base
di
ogni
educazione
.
Ne
siamo
tanto
convinti
che
il
medico
è
diventato
nelle
nostre
famiglie
e
nella
nostra
società
ciò
che
era
il
prete
nelle
famiglie
e
nella
società
d
'
una
volta
:
una
specie
di
direttore
spirituale
che
,
se
non
giudica
i
nostri
pensieri
e
le
nostre
azioni
,
fissa
però
l
'
orario
della
nostra
vita
e
ce
ne
detta
le
norme
igieniche
.
Ora
,
io
non
so
se
in
questa
dittatura
dei
medici
sia
forse
un
po
'
d
'
esagerazione
,
e
se
non
siamo
un
po
'
vittime
tutti
di
quella
manìa
professionale
che
vuol
sostituire
,
come
dice
argutamente
Bourget
,
"
la
boîte
de
pilules
à
la
page
de
l
'
Evangile
"
;
io
non
so
nemmeno
se
la
passione
anglo
-
americana
(
che
ha
invaso
anche
noi
)
per
ogni
forma
di
ginnastica
e
di
sport
vada
assumendo
la
tinta
patologica
della
moda
,
e
se
Nansen
non
abbia
ragione
di
criticarla
osservando
che
"
mentre
lo
scopo
della
vita
semplice
e
sana
è
di
farci
vivere
nella
natura
,
lo
scopo
dello
sport
è
soltanto
quello
,
molto
egoistico
,
di
farci
toccar
la
meta
qualche
secondo
prima
dei
nostri
competitori
"
;
so
che
tutto
questo
ossequio
alla
medicina
dovrebbe
esser
messo
in
pratica
non
solo
e
non
tanto
per
ciò
che
riguarda
il
lato
estetico
,
lo
sviluppo
fisico
dei
fanciulli
,
ma
anche
e
sopratutto
per
ciò
che
riguarda
il
lato
psicologico
,
il
loro
sviluppo
morale
.
Uno
fra
i
più
gravi
difetti
nostri
nell
'
educazione
,
è
di
non
ricordarci
mai
che
il
temperamento
del
bambino
dipende
dalla
sua
salute
,
e
che
,
il
più
delle
volte
,
bambino
cattivo
è
sinonimo
di
bambino
non
sano
.
Noi
sappiamo
tutto
ciò
,
in
teoria
,
perché
non
è
certo
una
cosa
nuova
e
l
'
abbiamo
letta
infinite
volte
:
ma
....
noi
la
dimentichiamo
quasi
sempre
in
pratica
,
e
mentre
ci
affrettiamo
a
chiamare
il
medico
per
il
più
piccolo
mal
di
gola
del
nostro
bimbo
,
non
lo
chiamiamo
mai
,
o
quasi
mai
,
perché
egli
ci
consigli
la
cura
-
ben
più
importante
!
-
per
correggere
i
capricci
,
l
'
insubordinazione
,
la
caparbietà
dei
nostri
figliuoli
.
Eppure
,
bisognerebbe
insistere
fino
alla
noia
su
questa
gran
verità
:
che
il
morale
del
bambino
,
come
dell
'
uomo
,
è
così
strettamente
legato
colla
disposizione
dei
suoi
organi
,
che
solo
curando
o
modificando
questi
,
si
potrà
trovare
il
modo
di
rendere
i
bambini
più
buoni
e
gli
uomini
più
saggi
.
Forse
ad
alcuno
,
a
qualche
mamma
specialmente
,
ripugna
,
perché
sa
troppo
di
materialismo
,
il
riconoscere
questo
stretto
e
fatale
legame
tra
l
'
organismo
e
le
manifestazioni
dell
'
anima
,
e
pare
ad
esse
che
,
riconoscendolo
,
si
abbassi
e
si
profani
quel
concetto
del
bene
e
della
bontà
che
esse
vorrebbero
tenere
molto
elevato
:
ma
queste
mamme
ignorano
che
le
conquiste
della
fisiologia
sono
ormai
universalmente
riconosciute
anche
dagli
spiritualisti
,
e
che
-
se
la
scienza
ha
dimostrato
che
i
nostri
pensieri
e
i
nostri
sentimenti
,
in
una
parola
l
'
anima
nostra
,
si
manifesta
e
,
per
così
dire
,
s
'
incarna
,
nella
materialità
del
nostro
sistema
nervoso
-
la
scienza
lascia
però
libero
a
tutti
di
far
librare
il
bel
volo
della
Psiche
immortale
al
di
sopra
dell
'
apparecchio
umano
che
le
serve
di
intermediario
col
mondo
esteriore
.
Quando
si
fosse
vinto
questo
pregiudizio
di
voler
attribuire
i
difetti
e
le
cattive
tendenze
dei
bambini
a
una
loro
specifica
perversità
dovuta
unicamente
al
libero
arbitrio
,
quando
si
fosse
riconosciuto
che
essi
sono
moralmente
ciò
che
il
loro
organismo
fisico
permette
che
siano
,
il
problema
dell
'
educazione
apparirebbe
più
semplice
,
e
noi
diventeremmo
non
solo
educatori
più
abili
,
ma
sopratutto
giudici
più
sereni
e
più
equi
.
Noi
accoglieremmo
cioè
umilmente
quella
grande
lezione
di
modestia
che
ci
viene
dalla
legge
d
'
eredità
.
Io
ho
sentito
,
per
esempio
,
molte
volte
-
e
ogni
lettore
potrà
controllare
la
verità
di
quanto
sto
per
dire
-
io
ho
sentito
molte
volte
alcuni
genitori
sorprendersi
e
indignarsi
per
il
carattere
indisciplinato
disobbediente
irritabile
del
loro
bambino
,
quasi
che
essi
non
fossero
le
cause
responsabili
di
tutto
ciò
che
pensa
e
fa
questa
piccola
anima
e
questo
piccolo
corpo
.
Non
sanno
essi
forse
che
tutto
ciò
che
è
il
bambino
,
egli
lo
deve
ai
suoi
genitori
e
ai
suoi
ascendenti
?
Non
sanno
essi
che
i
nostri
figli
sono
ciò
che
noi
siamo
?
E
non
intendono
che
contro
il
cattivo
temperamento
,
contro
le
tendenze
,
o
false
o
violente
,
o
colleriche
o
bugiarde
,
il
bambino
non
potrà
lottare
altro
che
col
mezzo
di
quelle
suggestioni
educative
che
noi
stessi
eserciteremo
su
di
lui
,
e
che
quindi
-
anche
per
questa
ragione
-
noi
siamo
i
veri
responsabili
delle
sue
azioni
?
Eppure
,
tale
ragionamento
di
logica
intuitiva
e
di
elementare
giustizia
è
molto
spesso
dimenticato
.
Constatando
i
difetti
dei
nostri
figli
noi
non
pensiamo
mai
che
in
gran
parte
sono
dovuti
a
noi
;
e
nel
correggerli
ci
lasciamo
vincere
spesso
da
una
severità
e
da
una
irritazione
incosciente
che
somiglia
alla
stupida
rabbia
con
cui
un
floricultore
volesse
battere
le
sue
piante
e
i
suoi
fiori
che
crescono
male
!
E
fosse
almeno
questa
severità
la
conseguenza
voluta
di
un
sistema
,
la
risposta
calma
del
nostro
cervello
a
ciò
che
ci
sembra
meritevole
di
castigo
,
l
'
adempimento
di
ciò
che
noi
crediamo
un
dovere
!
Ma
il
più
delle
volte
,
pur
troppo
,
non
è
così
.
Bisogna
aver
la
franchezza
di
confessare
che
spesso
i
nostri
atti
di
severità
verso
i
nostri
bimbi
non
hanno
nulla
né
di
calmo
né
di
saggio
,
né
di
voluto
,
né
di
cosciente
.
Essi
sono
-
semplicemente
-
il
riflesso
di
un
nostro
stato
di
nervosità
passeggiera
.
Forse
è
una
di
quelle
giornate
in
cui
,
per
ragioni
barometriche
o
per
motivi
personali
di
malumore
(
e
la
nostra
vita
ne
offre
tanti
!
)
,
c
'
è
tensione
elettrica
nell
'
aria
e
tensione
nervosa
nei
temperamenti
:
e
allora
accade
che
il
rumore
dei
giuochi
dei
bambini
,
il
frastuono
che
essi
fanno
,
la
loro
innocente
birichinata
-
che
altre
volte
erano
per
noi
ragioni
di
compiacenza
e
di
allegria
-
ci
annoino
e
ci
stanchino
:
-
noi
alziamo
indispettiti
la
voce
in
tono
di
rimprovero
:
i
bimbi
disobbediscono
:
noi
insistiamo
:
essi
si
ribellano
,
e
questa
ribellione
scatena
il
nostro
furore
.
Poiché
le
parole
non
bastano
,
occorrono
argomenti
più
persuasivi
;
e
ben
presto
non
è
più
un
educatore
che
punisce
col
solo
scopo
di
emendare
il
bambino
,
ma
è
un
sistema
nervoso
eccitato
che
si
sfoga
come
può
,
ciecamente
,
con
la
voce
e
con
le
percosse
.
Più
tardi
,
noi
ci
accorgiamo
dell
'
umiliante
spettacolo
che
abbiamo
offerto
ai
nostri
figli
,
e
ne
sentiamo
rimorso
e
vergogna
.
E
allora
,
cerchiamo
di
rimediare
con
un
'
affettuosità
esagerata
,
cerchiamo
di
compensare
con
una
pioggia
di
carezze
e
di
baci
,
i
lampi
e
le
folgori
momentanee
del
nostro
furore
.
Ma
il
rimedio
è
inutile
,
giacché
il
bambino
ci
comprende
e
ci
giudica
con
una
lucida
intuizione
precoce
,
e
sente
questa
tacita
confessione
del
nostro
torto
:
il
rimedio
,
oltre
che
inutile
,
è
erroneo
e
deleterio
nelle
sue
conseguenze
,
perché
sono
appunto
queste
nostre
oscillazioni
d
'
energia
che
fanno
i
bambini
disordinati
di
spirito
,
incoerenti
di
desiderî
,
incapaci
a
comprendere
quando
noi
abbiamo
veramente
ragione
,
proclivi
sempre
a
supporre
che
ogni
nostro
rimprovero
,
anche
il
più
giusto
,
non
sia
che
l
'
effetto
del
nostro
malumore
e
dei
nostri
nervi
.
Avviene
così
che
la
severità
,
la
quale
vorrebbe
essere
il
mezzo
migliore
per
tener
alta
la
nostra
autorità
,
è
viceversa
spesso
un
mezzo
per
esautorarci
....
*
Molti
genitori
hanno
coscienza
di
questo
risultato
negativo
,
e
per
rimediarvi
,
o
forse
semplicemente
ed
egoisticamente
per
sbarazzarsi
di
una
responsabilità
che
pesa
e
che
toglierebbe
troppo
tempo
alle
loro
giornate
....
piene
di
tante
altre
cose
,
decidono
di
chiudere
in
collegio
il
bambino
la
cui
educazione
presenta
qualche
difficoltà
.
Oh
,
io
non
sarò
così
ingiusto
e
così
assoluto
da
formulare
un
giudizio
unico
su
tutti
i
collegi
!
Ve
ne
sono
oggi
di
quelli
che
valgono
la
migliore
delle
famiglie
-
disgraziatamente
i
più
non
sono
in
Italia
!
-
e
che
creano
degli
uomini
sani
e
forti
,
preparati
modernamente
alla
vita
e
alle
sue
lotte
,
e
non
imbottiti
classicamente
di
sola
coltura
....
Ma
prescindendo
dai
meriti
intellettuali
e
didattici
,
il
collegio
quale
era
una
volta
ovunque
e
qual
è
ancora
adesso
,
generalmente
,
in
Italia
,
il
collegio
chiuso
nella
città
,
specie
di
caserma
e
convento
,
fa
moralmente
tristezza
.
Il
fanciullo
sente
come
un
'
impressione
di
freddo
nell
'
immergersi
d
'
un
tratto
in
quella
folla
di
ignoti
,
e
pensa
a
sua
madre
.
Avete
letto
voi
Sous
le
fardeau
dei
Rosny
?
avete
meditato
le
pagine
eloquenti
che
descrivono
ciò
che
una
delicata
anima
infantile
può
soffrir
nei
collegi
?
E
ricordate
i
versi
di
Sully
Prudhomme
in
cui
è
un
così
triste
e
giusto
rimprovero
:
On
voit
dans
les
sombres
écolesdes
petits
qui
pleurent
toujours.Oh
mères
!
coupables
absentes
!
Meglio
-
assai
meglio
-
che
le
madri
non
siano
colpevoli
assenti
,
se
esse
vogliono
veramente
meritare
il
dolce
nome
con
cui
le
chiama
il
loro
bambino
!
Meglio
per
lui
e
per
loro
,
se
esse
cercheranno
di
adempiere
personalmente
il
loro
dovere
di
educatrici
!
Giacché
l
'
abbandonare
ad
estranei
la
prima
educazione
dei
propri
figli
-
salvo
i
casi
di
necessità
che
nessuno
nega
-
è
una
vigliaccheria
famigliare
.
Bisogna
vincere
gli
ostacoli
,
se
vi
sono
,
sopportare
i
pesi
immancabili
dell
'
educazione
,
modificare
il
proprio
temperamento
,
armarsi
di
quella
serenità
materna
che
Sofia
Bisi
Albini
ha
così
suggestivamente
descritta
,
e
comprendere
che
non
la
durezza
e
i
castighi
,
non
sopratutto
l
'
altalena
pericolosa
fra
le
sgridate
e
i
baci
,
ma
la
calma
noi
dobbiamo
ai
nostri
figli
,
la
calma
e
la
fermezza
,
in
modo
che
essi
sentano
in
noi
un
riposo
e
un
sostegno
,
e
abbiano
verso
di
noi
quel
rispetto
che
è
una
paura
amata
.
Generalmente
,
invece
,
ciò
che
manca
nell
'
educazione
è
appunto
l
'
unione
e
direi
la
fusione
tra
queste
due
qualità
:
noi
non
sappiamo
essere
nello
stesso
tempo
calmi
e
sereni
verso
i
bambini
,
e
noi
non
conosciamo
che
i
due
sistemi
opposti
ed
esagerati
della
troppa
severità
o
della
troppa
indulgenza
.
Il
primo
sistema
,
sistema
di
disciplina
rude
che
crea
dei
piccoli
esseri
sempre
tremanti
,
e
li
foggia
meccanicamente
all
'
obbedienza
passiva
,
è
senza
dubbio
molto
comodo
per
noi
,
ma
non
altrettanto
utile
ai
fanciulli
,
giacché
spegne
in
loro
o
atrofizza
l
'
istinto
di
iniziativa
,
la
coscienza
della
propria
personalità
,
quel
sano
individualismo
senza
del
quale
,
più
tardi
,
essi
non
faranno
nulla
di
degno
nel
mondo
:
e
molte
volte
anche
produce
-
all
'
entrata
nella
vita
-
una
reazione
pericolosa
,
perché
il
giovane
,
nell
'
impeto
di
liberazione
da
una
disciplina
troppo
ferrea
,
passa
di
slancio
a
una
vita
di
disordine
.
Il
secondo
sistema
,
d
'
un
'
educazione
troppo
tenera
,
tutta
condiscendenze
e
debolezze
,
che
abitua
il
fanciullo
a
credersi
il
piccolo
despota
della
famiglia
,
ha
in
sé
,
evidente
,
la
sua
condanna
:
per
voler
fare
troppo
felice
il
bambino
non
negandogli
mai
nulla
,
ne
fa
immancabilmente
un
uomo
infelice
,
che
non
potrà
sopportare
le
contraddizioni
e
vincere
gli
ostacoli
che
la
vita
gli
prepara
e
a
cui
nessuno
in
famiglia
lo
ha
abituato
.
E
il
guaio
maggiore
di
entrambi
questi
sistemi
è
che
essi
non
ripetono
sempre
la
loro
giustificazione
-
come
apparentemente
potrebbe
credersi
-
dal
concetto
che
i
genitori
si
formano
del
modo
d
'
educare
i
figli
,
ma
bensì
dal
loro
inconscio
egoismo
.
Non
è
cioè
un
meditato
giudizio
intellettuale
che
ci
fa
seguire
il
sistema
della
severità
o
quello
dell
'
indulgenza
,
ma
semplicemente
il
nostro
tornaconto
.
Se
teniamo
i
nostri
figli
sotto
una
disciplina
rigida
,
è
,
il
più
delle
volte
,
perché
ci
disturberebbe
averli
sempre
nelle
nostre
stanze
,
dove
vogliamo
essere
liberi
e
indipendenti
a
tutte
le
ore
:
se
invece
li
mescoliamo
alla
nostra
vita
,
tenendoli
troppo
con
noi
e
fra
noi
e
accontentandoli
in
tutto
,
è
perché
,
il
più
delle
volte
,
il
nostro
affetto
degenera
in
sentimentalità
morbosa
e
non
sa
compiere
ciò
che
gli
imporrebbe
il
dovere
.
In
una
parola
,
ciò
che
noi
facciamo
per
i
nostri
figli
ha
l
'
apparenza
,
direi
l
'
etichetta
,
di
essere
fatto
per
il
loro
bene
:
in
realtà
,
è
fatto
,
spesso
,
per
la
nostra
comodità
,
per
seguire
automaticamente
gli
impulsi
,
non
sempre
ragionevoli
,
che
il
nostro
istinto
ci
suggerisce
.
E
anche
quando
noi
amiamo
veramente
,
profondamente
i
nostri
figli
,
li
amiamo
-
senza
accorgercene
-
più
per
noi
che
per
loro
.
Il
nostro
modo
infatti
di
comprendere
la
loro
felicità
è
così
fatalmente
egoistico
,
che
non
ci
adattiamo
a
saperli
felici
senza
di
noi
.
Nel
nostro
affetto
verso
di
loro
,
noi
sappiamo
talvolta
toccare
le
più
alte
vette
dell
'
altruismo
,
ma
,
normalmente
,
noi
siamo
incapaci
di
compiere
quei
quotidiani
sacrifici
-
più
umili
e
perciò
più
difficili
-
che
,
cooperando
alla
felicità
del
fanciullo
,
lo
staccherebbero
da
noi
.
La
stessa
madre
che
è
sublime
di
devozione
al
letto
del
figlio
ammalato
,
e
non
calcola
fatiche
e
dimentica
sé
stessa
e
rischia
,
felice
e
inconscia
,
la
vita
per
lui
,
non
saprà
dimenticare
sé
stessa
né
rischiare
il
passeggero
dolore
della
lontananza
,
permettendo
che
questo
figlio
,
più
tardi
,
si
cerchi
una
via
e
si
costruisca
una
felicità
lontana
da
lei
.
Eroica
in
casi
eccezionali
,
essa
non
avrà
,
nei
casi
normali
,
nemmeno
il
piccolo
coraggio
di
saper
dimenticare
sé
stessa
.
Diceva
molto
bene
il
Desmolins
che
uno
degli
ostacoli
più
grandi
alla
riforma
dell
'
educazione
nei
paesi
latini
è
la
tenerezza
troppo
esclusiva
delle
mamme
.
Ed
io
mi
permetterei
di
aggiungere
-
anche
troppo
illogica
.
Alcune
mamme
,
che
lasciano
talvolta
senza
molto
dolore
il
loro
figlio
ancor
piccolo
entrare
in
un
collegio
-
basta
che
sia
un
collegio
vicino
!
-
si
ribellano
poi
a
lasciarlo
allontanare
da
loro
quando
,
fatto
più
grande
,
egli
avrebbe
tanto
bisogno
di
scuotere
d
'
intorno
a
sé
la
polvere
sentimentale
della
sua
casa
e
di
imparare
,
viaggiando
,
come
ci
si
formi
un
carattere
e
come
si
conquisti
una
posizione
.
Noi
abbiamo
invertito
,
se
posso
dir
così
e
salvo
,
s
'
intende
,
numerose
eccezioni
,
la
legge
di
natura
che
vuole
il
bambino
vicino
ai
genitori
nei
primi
anni
,
e
libero
in
seguito
;
e
mentre
non
ci
ripugna
troppo
,
in
certi
casi
,
abbandonare
ad
altri
,
ad
estranei
,
la
prima
educazione
del
nostro
bambino
,
vogliamo
poi
che
questo
,
divenuto
giovane
e
adulto
,
trascorra
la
sua
vita
sempre
vicino
a
noi
.
Inversione
dovuta
al
nostro
egoismo
,
alla
nostra
sentimentalità
latina
,
che
è
ben
lontana
dal
comprendere
e
dall
'
adottare
,
sia
pure
in
piccola
parte
,
la
larga
visione
dell
'
educazione
inglese
,
dove
i
fanciulli
,
a
una
certa
età
,
lasciano
il
nido
della
famiglia
,
quasi
uccelli
in
apparenza
ingrati
che
lo
dimentichino
,
ma
per
ritornarvi
più
tardi
,
coll
'
orgoglio
di
una
giovinezza
degnamente
vissuta
,
colla
soddisfazione
d
'
aver
dato
alla
patria
,
in
paesi
lontani
,
quel
tesoro
di
energie
che
la
fa
grande
nel
mondo
.
*
Ora
,
sarebbe
evidentemente
assurdo
pretendere
che
la
famiglia
latina
fosse
,
come
la
famiglia
anglosassone
,
pronta
a
recidere
i
suoi
nervi
troppo
sensibili
,
e
pensosa
soltanto
che
i
propri
figli
trovino
la
ricchezza
lontani
dal
proprio
nido
:
vi
si
opporrebbe
la
razza
,
la
nostra
stessa
costituzione
sociale
ed
economica
,
e
d
'
altronde
io
per
il
primo
riconosco
che
nel
nostro
modo
di
intender
la
vita
è
un
profumo
di
poesia
e
di
gentilezza
che
compensa
forse
,
in
parte
,
i
vantaggi
materiali
dell
'
insensibilità
inglese
.
Ma
noi
potremmo
dagli
stranieri
,
se
non
imparar
tutto
,
almeno
imparar
qualche
cosa
:
questa
sopratutto
:
imparare
a
lasciar
che
si
manifestino
liberamente
le
tendenze
dei
nostri
figli
,
che
si
svolgano
le
loro
iniziative
,
che
s
'
espanda
la
loro
originalità
;
noi
dovremmo
imparare
a
dirigere
la
loro
natura
,
anziché
,
come
troppo
spesso
facciamo
,
affaticarci
a
correggerla
ed
a
comprimerla
per
seguire
il
concetto
aprioristico
che
noi
ci
siamo
fatti
della
loro
carriera
e
del
loro
avvenire
.
Malauguratamente
non
è
così
.
Se
noi
volgiamo
lo
sguardo
ai
nostri
sistemi
di
educazione
e
di
istruzione
,
ci
accorgiamo
che
la
loro
caratteristica
è
una
desolante
uniformità
.
Si
direbbe
che
tutti
i
fanciulli
sono
gettati
nello
stesso
stampo
perché
ne
esca
un
unico
tipo
intellettuale
:
il
tipo
dell
'
impiegato
,
del
professore
,
del
professionista
,
imbottito
di
una
coltura
più
o
meno
ben
digerita
.
Anni
sono
era
venuta
di
Francia
una
grande
ventata
di
reazione
contro
questo
sistema
d
'
educazione
,
ma
essa
aveva
appena
fatto
stormir
qualche
foglia
del
nostro
quieto
ed
immobile
paesaggio
intellettuale
:
non
ne
aveva
scosso
i
tronchi
robusti
né
turbata
la
saldezza
delle
radici
antiche
.
Pochissimi
avevano
sentito
quanta
sincerità
fosse
in
questa
ventata
di
ribellione
:
i
più
,
credendo
si
volesse
attentare
al
diritto
intangibile
che
ha
nella
nostra
coltura
lo
studio
del
latino
e
del
greco
,
avevano
bollato
come
opinione
di
barbari
o
volgare
preoccupazione
di
bottegai
,
il
desiderio
di
dare
all
'
istruzione
dei
nostri
figli
un
indirizzo
più
pratico
e
socialmente
più
utile
.
Costoro
-
e
mi
duole
il
dirlo
-
non
avevano
capito
nulla
o
avevano
finto
di
non
capir
nulla
.
Costoro
ignoravano
,
anzitutto
,
che
a
capo
della
bestemmiata
crociata
era
,
non
un
barbaro
o
uno
spirito
bottegaio
,
ma
uno
dei
più
illustri
accademici
di
Francia
,
uno
degli
scrittori
didatticamente
e
politicamente
più
ortodossi
,
Jules
Lemaître
.
Costoro
dimenticavano
,
inoltre
,
che
la
crociata
non
combatteva
il
latino
e
il
greco
,
ma
soltanto
il
modo
con
cui
queste
lingue
....
e
tante
altre
cose
!
vengono
insegnate
.
Mettiamoci
una
mano
sulla
coscienza
e
confessiamo
che
noi
sappiamo
ben
poco
di
latino
e
quasi
nulla
di
greco
dopo
otto
o
cinque
anni
di
studio
!
Diceva
il
dottor
Toulouse
,
ed
io
posso
ripetere
testualmente
le
sue
parole
:
"
ho
quarant
'
anni
e
sono
trent
'
anni
che
affatico
il
mio
spirito
sui
libri
e
sull
'
osservazione
dei
fatti
;
e
non
potrei
,
sul
momento
,
trovare
in
alcuna
delle
discipline
che
ho
studiato
quelle
risposte
che
si
esigono
dagli
scolari
e
che
io
stesso
ho
fornito
ai
miei
tempi
in
diverse
riprese
"
.
Ecco
una
constatazione
che
dovrebbe
essere
meditata
da
coloro
che
preparano
i
programmi
per
le
scuole
,
da
coloro
che
istituiscono
gli
esami
e
credono
alla
loro
efficacia
.
L
'
insegnamento
attuale
consiste
nel
trasmettere
delle
cognizioni
,
mentre
il
suo
scopo
dovrebbe
essere
formare
lo
spirito
e
il
carattere
.
Oggi
,
alla
scuola
,
si
impara
tutto
fuor
che
a
pensare
e
ad
agire
:
oggi
si
dimentica
che
lo
sforzo
d
'
ogni
educazione
deve
consistere
non
nell
'
appiccicare
della
coltura
,
ma
nel
formare
delle
attitudini
.
La
superiorità
vera
,
in
ogni
ambiente
,
è
di
creare
,
non
di
sapere
;
e
per
questo
il
commerciante
che
sa
dar
vita
a
un
'
azienda
meglio
adatta
ai
bisogni
della
clientela
fa
opera
di
creazione
eguale
,
e
forse
più
utile
,
di
colui
che
scrive
un
bel
libro
.
È
in
tal
senso
e
seguendo
questi
concetti
che
noi
protestiamo
contro
l
'
uniformità
di
un
'
educazione
che
dà
l
'
illusione
e
non
la
realtà
della
coltura
,
che
crea
più
spostati
che
non
uomini
atti
a
tramutare
in
succo
e
sangue
il
cibo
classico
di
cui
furon
nutriti
.
Eppure
,
sia
vanità
,
abitudine
od
indolenza
,
i
genitori
,
-
e
parlo
,
si
capisce
,
dei
genitori
delle
classi
più
elevate
,
-
continuano
a
mandare
i
loro
figli
a
quelle
scuole
classiche
che
hanno
fama
di
formare
automaticamente
il
cosiddetto
giovane
colto
,
come
se
per
la
soddisfazione
di
creare
qualche
erudito
,
si
avesse
il
diritto
di
lanciar
nel
mondo
una
folla
di
mediocri
inutili
,
o
come
se
noi
non
dovessimo
essere
che
un
popolo
immenso
di
filosofi
di
romanzieri
di
scrittori
,
un
popolo
di
puri
spiriti
,
che
vivessero
....
di
letteratura
,
e
pei
quali
tutte
le
altre
attività
ed
energie
umane
non
contassero
quasi
nulla
.
Quanti
sono
coloro
che
si
preoccupano
di
sviluppare
e
determinare
a
tempo
i
gusti
naturali
del
bambino
....
se
per
caso
non
fossero
proprio
quelli
di
studiare
latino
e
greco
?
Quanti
sono
coloro
che
hanno
l
'
istinto
e
il
tatto
di
comprendere
le
sue
inclinazioni
?
Ai
più
,
non
balena
neppure
l
'
idea
che
vi
sia
nell
'
anima
del
fanciullo
,
come
v
'
è
nel
suo
viso
,
qualche
cosa
che
lo
distingua
dagli
altri
,
e
che
perciò
esigerebbe
,
da
parte
nostra
,
uno
studio
speciale
.
Cioè
,
mi
correggo
.
Noi
avvertiamo
talvolta
alcune
delle
cosiddette
disposizioni
naturali
dei
nostri
figlioli
:
le
avvertiamo
per
gloriarcene
nel
nostro
istintivo
orgoglio
paterno
o
materno
o
per
sventolarle
vanitosamente
presso
i
conoscenti
e
presso
gli
amici
:
ma
noi
non
approfondiamo
l
'
analisi
di
queste
facoltà
che
rompono
l
'
equilibrio
della
psiche
infantile
:
noi
non
ci
chiediamo
se
non
sarebbe
forse
nostro
dovere
di
dare
ad
esse
tutte
le
nostre
cure
,
mutando
,
se
posso
dir
così
,
l
'
orientazione
educativa
del
bambino
:
noi
non
calcoliamo
il
danno
di
lasciar
sperdere
sul
principio
pei
mille
rigagnoli
della
distrazione
una
vena
che
potrebbe
diventare
feconda
,
e
senza
un
rimorso
,
senza
un
dubbio
,
noi
insistiamo
nel
solito
vecchio
sistema
:
inviamo
cioè
il
fanciullo
a
quella
scuola
che
a
noi
pare
per
lui
la
più
utile
,
e
dove
l
'
obbligo
di
studiare
contro
genio
materie
ch
'
egli
non
ama
,
lo
fa
riuscire
spesso
mediocre
od
infimo
.
Forse
è
qui
che
bisogna
cercar
la
ragione
per
cui
certe
scuole
danno
risultati
di
cui
non
possiamo
troppo
vantarci
.
E
quando
Alessandro
Dumas
-
volendo
appunto
lanciare
una
frecciata
ironica
contro
la
scuola
-
si
chiedeva
:
Come
mai
vi
sono
tanti
ragazzi
intelligenti
e
tanti
uomini
imbecilli
?
egli
intravvedeva
che
questa
curiosa
e
dolorosa
trasformazione
è
dovuta
al
fatto
che
la
scuola
,
invece
di
sviluppare
le
qualità
specifiche
del
fanciullo
,
le
atrofizza
,
e
quindi
,
invece
di
formare
l
'
uomo
,
lo
deforma
.
È
questo
il
grande
delitto
pedagogico
dei
nostri
giorni
:
delitto
che
compiono
quotidianamente
non
solo
i
maestri
nella
scuola
,
ma
i
genitori
nella
famiglia
,
e
che
si
estende
non
solo
verso
i
bambini
ma
verso
i
giovani
.
Quando
suona
l
'
ora
della
scelta
della
professione
e
della
carriera
-
che
dovrebb
'
essere
la
più
importante
nella
vita
d
'
un
giovane
perché
da
essa
dipende
la
sua
felicità
-
quanti
sono
i
padri
che
si
preoccupano
di
lasciar
libero
il
corso
a
quelle
disposizioni
innate
dei
loro
figli
,
di
cui
pure
s
'
eran
fatti
un
orgoglio
in
passato
?
Quanti
sono
coloro
i
quali
riflettono
che
-
nella
vita
-
chi
fa
ciò
per
cui
natura
l
'
ha
creato
sopporta
facilmente
ogni
fatica
ed
ogni
contrarietà
,
mentre
invece
chi
è
costretto
a
una
professione
cui
la
sua
natura
ripugna
,
ha
eternamente
in
sé
un
'
intima
tristezza
e
un
'
intima
ribellione
che
gli
renderanno
amaro
il
lavoro
e
difficilissimo
il
raggiungere
una
meta
elevata
?
La
maggioranza
dei
genitori
non
ha
scrupolo
di
opprimere
la
natura
propria
del
loro
figlio
per
sostituirgliene
un
'
altra
.
Vogliono
fabbricare
un
avvocato
o
un
ingegnere
,
un
professore
,
un
magistrato
o
un
impiegato
,
secondo
la
tradizione
della
famiglia
,
il
presunto
vantaggio
economico
,
l
'
opportunità
del
momento
,
senza
preoccuparsi
affatto
che
,
così
facendo
,
essi
soffocano
un
cervello
e
violentano
un
'
anima
.
E
se
osate
avvertirli
dell
'
errore
,
essi
si
armano
di
argomenti
che
paiono
vittoriosi
,
e
vi
dicono
che
è
inutile
preoccuparsi
delle
singole
disposizioni
del
giovane
,
perché
le
vere
vocazioni
si
fanno
strada
quand
même
,
attraverso
tutti
gli
ostacoli
,
e
vi
citano
Voltaire
che
era
commesso
nello
studio
d
'
un
procuratore
,
e
Musset
che
era
impiegato
presso
un
banchiere
....
il
che
,
innegabilmente
,
non
ha
impedito
che
essi
abbiano
fatto
carriera
.
Ma
questi
padri
troppo
logici
dimenticano
che
le
leggi
e
i
metodi
dell
'
educazione
non
sono
fatti
per
gli
individui
eccezionali
,
i
quali
certamente
trovano
sempre
il
modo
di
manifestarsi
,
bensì
per
l
'
infinito
numero
degli
uomini
medii
e
normali
i
quali
non
possiedono
la
forza
di
togliersi
di
dosso
quella
cappa
di
piombo
con
cui
furono
oppressi
e
di
cui
per
la
vita
rimangono
vittime
.
Ecco
il
maggiore
equivoco
che
domina
il
gran
problema
dei
nostri
doveri
verso
la
gioventù
.
Siamo
tutti
persuasi
che
il
primo
dovere
sia
di
dare
ai
figli
la
felicità
,
o
,
poiché
questa
è
irraggiungibile
,
di
avviarli
almeno
sul
cammino
della
felicità
:
ma
generalmente
si
crede
che
la
felicità
consista
nella
sicurezza
placida
d
'
un
impiego
,
e
non
si
intende
invece
che
essa
è
un
premio
che
si
conquista
palmo
a
palmo
col
libero
sviluppo
delle
proprie
energie
.
Noi
vogliamo
fare
dei
giovani
,
dei
vecchi
precoci
e
calcolatori
,
che
si
accontentino
subito
d
'
un
piccolo
posto
sicuro
e
vicino
,
pur
di
non
correre
quell
'
alea
del
rischio
che
è
la
poesia
della
vita
.
Con
una
suggestione
a
ritroso
,
noi
inoculiamo
in
essi
i
germi
di
un
pessimismo
utilitarista
che
addormenta
coscienza
e
ardore
,
e
li
fa
timidi
dinanzi
a
ogni
ostacolo
,
preoccupati
soltanto
di
procacciarsi
una
posizione
mediocre
pur
che
garantisca
il
loro
tranquillo
avvenire
.
E
non
sentiamo
quanto
più
bello
e
più
utile
,
più
dignitoso
e
più
fiero
,
sarebbe
invece
sviluppare
in
essi
il
senso
della
libera
iniziativa
,
e
fecondare
la
dote
migliore
e
maggiore
della
gioventù
che
è
l
'
entusiasmo
.
Lasciarli
liberi
,
perché
essi
possano
seguire
le
loro
naturali
disposizioni
e
interpretar
quella
voce
che
detta
dentro
:
volerli
entusiasti
,
cioè
innamorati
di
quella
qualunque
idea
che
sostengono
,
con
un
cervello
che
calcola
ma
con
un
cuore
che
non
calcola
punto
,
simili
a
un
soldato
che
conta
i
suoi
nemici
,
ma
poi
se
ne
dimentica
il
numero
pensando
alla
bellezza
della
sua
bandiera
....
*
Tale
io
penso
dovrebbe
essere
l
'
ideale
dell
'
educazione
:
e
tale
,
forse
,
nell
'
intimo
dell
'
animo
è
riconosciuto
da
molti
.
Ma
ben
pochi
osano
applicarlo
.
Perché
?
Perché
uno
dei
fenomeni
più
strani
e
contradditorii
della
nostra
psicologia
è
che
mentre
noi
siamo
modernamente
audaci
nel
pensiero
e
approviamo
le
idee
più
ardite
suscitate
da
libri
e
studi
recenti
,
siamo
ancora
pavidi
nell
'
azione
,
perché
mentre
il
nostro
cervello
vede
lucidamente
la
via
nuova
che
dovremmo
percorrere
,
la
nostra
volontà
non
sa
essere
abbastanza
indipendente
per
abbandonare
d
'
un
tratto
la
via
vecchia
,
a
cui
siamo
legati
da
una
fitta
rete
di
tradizioni
e
di
pregiudizi
,
e
si
ripercuote
così
anche
nel
problema
dell
'
educazione
quell
'
eterno
dissidio
fra
teoria
e
pratica
,
che
si
manifesta
dovunque
,
e
che
è
dovuto
al
fatto
che
l
'
uomo
opera
come
sente
e
non
come
pensa
.
Un
giorno
io
assistevo
a
una
conferenza
sull
'
Educazione
nuova
detta
da
una
nostra
illustre
scrittrice
.
Gran
folla
di
signore
nella
sala
e
grandissimi
applausi
.
Uscendo
,
sorpresi
questo
dialogo
fra
due
mamme
:
-
Son
cose
verissime
diceva
l
'
una
-
ma
come
si
fa
a
metterle
in
pratica
?
-
Già
-
rispose
l
'
altra
-
io
non
vorrei
certo
esser
la
prima
!
-
Così
è
.
Noi
abbiamo
un
sacro
orrore
dell
'
azione
isolata
,
e
nessuno
di
noi
vuol
essere
il
primo
ad
applicare
certi
principii
,
a
fare
sui
proprii
figli
l
'
esperienza
di
certi
metodi
e
di
certe
idee
.
Quando
si
tratta
di
un
atto
qualsiasi
della
nostra
vita
,
noi
non
domandiamo
mai
se
è
bene
compierlo
:
noi
domandiamo
sempre
e
soltanto
se
è
generalmente
ammesso
che
lo
si
compia
.
E
per
paura
d
'
essere
i
primi
,
per
il
terrore
d
'
assumere
un
'
iniziativa
che
potrebbe
essere
criticata
,
noi
continuiamo
nella
vecchia
routine
.
Ora
,
bisognerebbe
distruggere
quest
'
antitesi
fra
la
teoria
e
la
pratica
;
bisognerebbe
avere
il
coraggio
di
compiere
questo
sforzo
che
riavvicinasse
le
idee
ai
fatti
e
rendesse
le
nostre
azioni
logicamente
degne
dei
nostri
pensieri
.
Diceva
il
Lemaître
:
"
basta
che
le
classi
privilegiate
comincino
,
le
altre
seguono
fatalmente
"
.
Anch
'
io
lo
credo
,
e
perciò
ho
voluto
ripetere
qui
quello
che
troppi
altri
e
troppo
meglio
di
me
hanno
detto
.
L
'
ANIMA
DEL
FANCIULLO
.
Quando
noi
pronunciamo
il
nome
d
'
infanzia
,
si
sveglia
nella
nostra
memoria
un
cumulo
di
ricordi
che
hanno
il
fascino
d
'
un
romanzo
.
È
la
nostra
giovinezza
che
rivive
,
come
in
un
sogno
,
è
la
nostra
esperienza
che
la
vede
e
la
racconta
,
mescolando
la
poesia
della
realtà
all
'
attrattiva
della
lontananza
,
deformando
alcuni
episodii
che
il
tempo
ingrandisce
dinanzi
alla
nostra
coscienza
,
come
lo
spazio
ingrandisce
dinanzi
ai
nostri
occhi
-
attraverso
i
rami
degli
alberi
-
il
profilo
degli
astri
che
sorgono
....
Ed
è
così
spontanea
,
così
inconscia
questa
alterazione
del
vero
,
che
non
solo
noi
crediamo
a
tutto
quanto
rievoca
la
nostra
fantasia
,
la
quale
tinge
talvolta
troppo
in
roseo
e
talvolta
troppo
in
nero
il
primo
periodo
della
vita
,
ma
noi
osiamo
anche
spiegare
e
giudicare
tutto
il
complicato
meccanismo
della
nostra
piccola
anima
di
fanciulli
con
la
nostra
superba
psicologia
di
uomini
adulti
.
Forse
le
pagine
meno
vere
nelle
autobiografie
di
certi
scrittori
,
sono
quelle
che
riguardano
la
loro
fanciullezza
;
pagine
dalle
quali
s
'
effonde
un
conforto
o
un
rimpianto
,
l
'
eco
lontana
di
gioie
ingenue
o
di
incompresi
dolori
,
ma
nelle
quali
,
se
è
spesso
mirabile
la
descrizione
di
un
'
epoca
o
di
un
ambiente
,
non
è
quasi
mai
esatta
,
precisa
,
sincera
la
figura
morale
del
protagonista
.
Anche
lo
fosse
,
noi
avremmo
la
psicologia
di
un
fanciullo
,
non
già
la
psicologia
del
fanciullo
.
Per
tentar
questa
,
bisogna
dunque
tenersi
lontano
dagli
esseri
superiori
ed
eccezionali
che
spesso
vogliono
presentare
anche
la
loro
infanzia
sul
palcoscenico
della
gloria
,
bisogna
non
dar
troppa
importanza
ai
propri
ricordi
,
che
peccano
di
soggettivismo
,
e
occorre
invece
moltiplicare
le
osservazioni
serene
e
spassionate
intorno
a
noi
,
tra
le
famiglie
che
ci
circondano
,
tra
la
folla
anonima
della
strada
e
della
scuola
....
Solo
così
-
coll
'
analisi
minuta
e
diffusa
-
è
stato
possibile
alla
scienza
moderna
strappare
almeno
qualche
segreto
a
quella
sfinge
eterna
che
è
l
'
anima
del
fanciullo
.
*
Rileggendo
-
come
io
ho
dovuto
e
voluto
fare
-
una
non
piccola
parte
di
ciò
che
si
è
scritto
intorno
all
'
infanzia
,
mi
sono
convinto
che
fino
ad
alcuni
anni
fa
,
la
psicologia
del
bambino
poteva
riassumersi
in
due
opinioni
diametralmente
opposte
ed
egualmente
assolute
.
Da
un
lato
,
erano
i
denigratori
per
partito
preso
,
i
quali
definivano
i
fanciulli
tutti
egoisti
,
ribelli
,
bugiardi
,
crudeli
:
dall
'
altro
lato
erano
i
lodatori
quand
même
,
i
quali
li
definivano
simboli
di
perfezione
,
angeli
di
bontà
e
di
innocenza
.
Fra
i
primi
,
fra
coloro
che
dissero
più
male
dell
'
infanzia
,
emergono
il
La
Bruyère
,
un
celibe
,
e
il
Dupanloup
,
un
vescovo
.
Ed
è
abbastanza
spiegabile
-
lo
dico
senza
malignità
-
che
un
teologo
,
il
quale
aveva
tutto
l
'
interesse
a
mantener
ferma
la
dottrina
della
depravazione
congenita
,
e
un
vecchio
scapolo
,
al
quale
i
bambini
degli
altri
saranno
parsi
dei
diavoletti
noiosi
e
tormentatori
,
li
abbiano
bollati
con
così
severo
giudizio
.
Fra
i
secondi
,
fra
quelli
che
io
chiamerei
i
cortigiani
dell
'
infanzia
,
primeggia
Rousseau
,
sostenendo
che
il
bambino
esce
perfetto
dalle
mani
del
creatore
,
e
che
soltanto
la
nostra
falsa
educazione
lo
deforma
e
lo
guasta
.
Ed
è
altrettanto
spiegabile
il
suo
ottimismo
quanto
il
pessimismo
degli
altri
.
Il
filosofo
-
poeta
,
sedotto
dalla
grazia
infantile
,
e
più
che
altro
forse
dal
suo
preconcetto
antisociale
,
ha
idealizzato
un
'
età
,
che
tutti
i
poeti
,
del
resto
,
prima
e
dopo
di
lui
,
avevano
ravvolto
nell
'
azzurro
della
leggenda
.
Senza
discutere
-
per
ora
-
quanta
esagerazione
vi
sia
nell
'
una
e
nell
'
altra
di
queste
due
opinioni
,
è
necessario
anzitutto
constatare
che
esse
partono
da
un
punto
di
vista
falso
.
Esse
pretendono
di
dare
un
giudizio
morale
sull
'
attività
psicologica
del
bambino
,
ciò
che
è
un
equivoco
e
un
'
illusione
.
Non
si
debbono
prestare
al
bambino
dei
motivi
determinanti
che
egli
non
ha
.
Non
si
possono
interpretare
i
suoi
sentimenti
,
le
sue
impulsioni
,
le
sue
tendenze
,
come
interpretiamo
le
nostre
.
Quello
che
per
noi
ha
un
significato
,
per
lui
non
lo
ha
.
La
sua
coscienza
ignora
ciò
che
è
il
cardine
della
nostra
.
Egli
si
affaccia
alla
vita
,
senza
comprenderla
,
come
una
pianta
che
spunti
dal
suolo
;
e
nel
crepuscolo
mattutino
della
sua
esistenza
egli
afferma
istintivamente
le
sue
naturali
energie
,
ignorando
che
queste
più
tardi
dovranno
essere
giudicate
e
dirette
da
una
luce
morale
,
come
ogni
erba
e
ogni
albero
innalza
e
svolge
all
'
alba
liberamente
il
suo
stelo
e
il
suo
tronco
,
ignorando
che
fra
poco
dardeggierà
su
di
essi
,
per
trasformarli
,
il
raggio
del
sole
.
Lasciamo
dunque
ai
teologi
,
ai
filosofi
ed
ai
poeti
,
la
platonica
soddisfazione
di
giudicare
l
'
animo
del
fanciullo
alla
stregua
dell
'
animo
di
un
adulto
,
e
invece
di
infiorare
l
'
infanzia
di
lodi
illogiche
o
di
coprirla
con
un
disprezzo
ancora
più
illogico
,
cerchiamo
modestamente
e
semplicemente
di
spiegare
il
perché
della
sua
strana
e
contradditoria
psicologia
.
*
Una
delle
leggi
fisiologiche
ormai
meno
discusse
,
e
degna
quindi
di
esser
tenuta
quasi
come
un
assioma
,
è
che
la
ontogenia
riproduce
la
filogenia
.
Le
quali
parole
un
po
'
oscure
,
tradotte
in
lingua
povera
,
significano
che
l
'
individuo
,
dall
'
atto
del
concepimento
a
quello
della
nascita
,
riproduce
le
fasi
per
cui
è
passata
evolutivamente
la
specie
.
Gli
uomini
-
prima
di
giungere
a
quello
stato
di
civiltà
relativa
di
cui
la
storia
più
lontana
ci
conserva
notizie
-
vissero
migliaia
e
migliaia
di
anni
in
condizioni
e
sotto
forme
che
noi
tentiamo
oggi
di
evocare
,
ricostruendo
il
meno
fantasticamente
possibile
,
cogli
sprazzi
di
luce
che
ci
vengono
dalla
scienza
,
la
lunga
via
crucis
attraverso
la
quale
a
poco
a
poco
i
nostri
antenati
svestirono
la
loro
animalità
per
acquistare
aspetto
e
coscienza
umana
.
Ebbene
:
ogni
individuo
nel
suo
sviluppo
fetale
rifà
in
pochi
mesi
questa
strada
faticosamente
percorsa
dalla
specie
in
un
periodo
di
secoli
,
e
la
vita
dell
'
embrione
può
dirsi
il
riassunto
a
grande
velocità
(
mi
si
permetta
questa
espressione
)
del
viaggio
fatto
dalla
specie
nel
mondo
.
Da
questa
legge
fisiologica
che
Haeckel
ha
splendidamente
illustrata
,
parmi
possa
derivare
per
analogia
,
e
quasi
corollario
spontaneo
,
un
'
altra
legge
di
ordine
psicologico
.
Come
nello
sviluppo
fetale
noi
riproduciamo
la
fisiologia
dei
nostri
antenati
,
nelle
forme
e
nelle
anomalie
scheletriche
,
così
nei
primi
anni
di
vita
ne
riproduciamo
la
psicologia
,
nelle
attitudini
della
mente
e
della
volontà
.
Il
bambino
,
cioè
,
sente
e
agisce
come
un
primitivo
e
come
un
selvaggio
,
e
tutta
la
sua
incoerente
impulsiva
psicologia
che
ci
sorprende
e
ci
turba
,
non
è
che
la
resurrezione
,
per
fortuna
transitoria
,
della
psiche
antica
,
quasi
per
ricordare
a
noi
-
umiliandoci
-
donde
siamo
venuti
.
Se
è
dunque
vero
,
come
comunemente
si
afferma
,
che
nel
fanciullo
c
'
è
,
in
potenza
,
lo
scorcio
dell
'
uomo
futuro
,
è
altrettanto
vero
che
c
'
è
,
in
realtà
,
lo
scorcio
dell
'
uomo
primitivo
,
il
riassunto
di
tutta
una
psicologia
atavica
che
noi
abbiamo
ormai
sorpassata
.
Questa
constatazione
scientifica
è
non
soltanto
la
piattaforma
su
cui
devono
basarsi
tutti
gli
studii
relativi
all
'
infanzia
,
ma
è
anche
,
in
un
certo
senso
,
la
spiegazione
implicita
di
ogni
forma
di
attività
del
fanciullo
.
Esaminando
infatti
i
suoi
sentimenti
,
i
suoi
pensieri
,
le
sue
azioni
,
noi
ritroveremo
in
tutti
l
'
eco
e
il
ricordo
,
quasi
direi
la
fotografia
di
un
mondo
morale
lontano
e
scomparso
.
*
La
caratteristica
più
tipica
dell
'
anima
infantile
è
,
senza
dubbio
,
la
potenza
della
sua
immaginazione
.
L
'
infanzia
è
l
'
età
del
sogno
,
nella
quale
questo
mondo
che
noi
non
conosciamo
ancora
si
veste
dei
più
brillanti
colori
;
è
l
'
età
in
cui
il
massimo
godimento
consiste
nell
'
ascoltare
fiabe
e
racconti
straordinari
.
Ebbene
:
non
è
forse
durante
l
'
infanzia
del
mondo
che
si
sono
formati
i
miti
e
le
leggende
,
queste
storie
dell
'
umanità
bambina
,
destinate
a
coprire
sotto
una
fantasia
lussureggiante
la
povertà
delle
conoscenze
umane
?
L
'
immaginazione
-
nel
fanciullo
come
nel
selvaggio
-
è
così
grande
che
trasforma
gli
oggetti
in
esseri
coscienti
e
sensibili
,
dà
il
soffio
della
vita
alle
cose
inanimate
ed
inerti
.
Un
bambino
di
4
anni
attribuiva
alle
pietre
una
specie
di
anima
e
le
compiangeva
perché
esse
dovevano
restare
sempre
immobili
allo
stesso
posto
.
Non
altrimenti
il
selvaggio
crede
che
nell
'
albero
che
stormisce
sia
uno
spirito
e
presta
non
solo
un
corpo
ma
un
'
anima
al
vento
che
urla
durante
la
notte
.
Chi
non
osserva
,
quotidianamente
,
le
adorabili
manifestazioni
di
simpatia
che
una
bimba
prodiga
alla
sua
bambola
,
come
se
questa
fosse
viva
?
Essa
le
parla
,
essa
la
bacia
,
essa
la
veste
e
la
sveste
,
e
la
sera
la
vuol
vicina
al
suo
letto
perché
non
stia
sola
al
buio
e
non
abbia
paura
!
Chi
non
sa
che
i
bambini
,
nei
loro
giuochi
,
acutizzano
questa
potenza
della
loro
immaginazione
,
non
solo
sino
a
prestare
una
personalità
a
cose
che
non
l
'
hanno
,
ma
sino
al
cambiamento
della
loro
stessa
personalità
,
sino
a
una
completa
illusione
di
metamorfosi
?
Un
fanciullo
di
5
anni
,
cui
piaceva
molto
giocare
al
carbonaio
,
viveva
con
così
completa
illusione
il
suo
personaggio
fittizio
che
pretendeva
che
tutti
lo
chiamassero
il
carbonaio
anziché
col
suo
nome
,
e
la
sera
nella
sua
preghiera
ingenua
diceva
a
Dio
:
Fa
,
o
Signore
,
ch
'
io
sia
domani
un
buon
carbonaio
!
Lo
so
,
e
lo
prevedo
:
noi
dovremmo
domandarci
:
fino
a
che
punto
questa
illusione
è
completa
?
fino
a
che
punto
il
fanciullo
è
vittima
della
sua
stessa
immaginazione
?
Non
è
forse
egli
talvolta
un
artista
precoce
che
giuoca
alla
commedia
e
vuol
burlarsi
di
noi
?
La
risposta
è
difficile
e
,
come
ben
si
comprende
,
non
potrebbe
esser
data
che
caso
per
caso
.
Vi
sono
delle
impercettibili
nuancesin
queste
illusioni
,
che
vanno
dalla
fede
più
cieca
al
primo
barlume
d
'
incredulità
che
spunta
con
un
sorriso
:
vi
sono
dei
gradi
,
delle
sfumature
psicologiche
,
secondo
l
'
età
e
secondo
il
temperamento
più
o
meno
intelligente
od
ottuso
del
bambino
.
Ma
una
cosa
è
fuori
di
dubbio
:
che
in
molti
fanciulli
l
'
illusione
è
sincera
e
assoluta
,
perché
l
'
immaginazione
esercita
sulla
loro
psiche
un
'
influenza
così
dispotica
da
essere
veramente
,
come
diceva
Pascal
,
"
la
creatrice
sovrana
di
errori
e
di
falsità
"
.
È
in
questa
potenza
dell
'
immaginazione
infantile
che
noi
dobbiamo
ricercare
l
'
origine
di
una
delle
più
gravi
e
pericolose
caratteristiche
del
bambino
:
la
menzogna
.
Si
dice
ch
'
egli
nasce
bugiardo
:
e
si
dice
bene
:
ma
non
si
interpreta
sempre
egualmente
bene
il
meccanismo
della
sua
bugia
.
Ellen
Key
,
l
'
autrice
di
uno
fra
i
più
suggestivi
e
profondi
libri
intorno
all
'
infanzia
,
distingueva
argutamente
le
bugie
dei
bambini
in
bugie
fredde
,
ossia
coscienti
e
quindi
colpevoli
,
e
bugie
calde
,
le
quali
sono
l
'
espressione
di
un
'
eccitazione
momentanea
e
di
una
fantasia
ardente
.
Ella
,
senza
saperlo
,
volgarizzava
così
,
con
parola
piana
,
un
dato
della
psicologia
sperimentale
che
il
Sully
e
il
Ribot
avevano
messo
in
luce
,
e
cioè
,
che
fra
immaginazione
e
allucinazione
non
c
'
è
che
una
differenza
di
gradi
,
e
spesso
si
toccano
e
coincidono
.
Certe
bugie
calde
-
per
conservare
il
vocabolo
di
Ellen
Key
-
non
sono
nei
fanciulli
che
delle
transitorie
allucinazioni
,
da
cui
esula
totalmente
la
mala
fede
.
Quando
un
bambino
che
gioca
lo
sentite
gridare
ch
'
egli
è
un
cocchiere
o
ch
'
egli
è
un
soldato
,
state
certi
che
in
quel
momento
egli
è
sicuro
di
esserlo
e
non
mentisce
:
quando
a
una
bimba
si
domanda
improvvisamente
:
chi
ti
ha
dato
la
tal
cosa
?
ed
essa
risponde
confusa
:
la
mia
bambola
,
-
è
assai
probabile
ch
'
essa
non
sia
colpevole
d
'
una
vera
bugia
ma
vittima
d
'
una
illusione
.
Oh
,
non
v
'
ha
dubbio
che
da
queste
piccole
menzogne
dette
per
ischerzo
,
il
fanciullo
sale
alle
bugie
fredde
,
alle
bugie
meditate
con
quella
grande
astuzia
e
con
quella
sottile
perfidia
che
è
talvolta
racchiusa
nella
sua
piccola
anima
:
ma
non
siamo
forse
noi
che
,
coll
'
esempio
,
gli
insegnamo
a
perseverare
nella
menzogna
e
a
perfezionarla
?
Ci
scandalizziamo
tanto
delle
bugie
del
fanciullo
,
ma
forse
che
noi
,
suoi
modelli
e
maestri
,
siamo
sinceri
nella
nostra
vita
e
sopratutto
dinanzi
a
lui
?
che
deve
egli
imparare
da
noi
,
se
i
nostri
discorsi
sono
sempre
ambigui
,
se
la
nostra
vita
sociale
è
un
tessuto
di
abili
menzogne
,
e
se
la
nostra
occupazione
più
frequente
è
più
gradita
è
la
maldicenza
a
riguardo
di
tutti
e
specialmente
dei
nostri
amici
?
Un
atto
di
contrizione
sarebbe
più
giusto
,
a
questo
proposito
,
di
un
atto
d
'
accusa
!
E
del
resto
,
anche
in
quelle
menzogne
coscienti
che
più
ci
addolorano
e
ci
sorprendono
nel
fanciullo
,
qual
è
la
parte
della
perversità
e
quale
quella
della
suggestione
e
dell
'
allucinazione
?
Vi
è
tutta
una
letteratura
-
volumi
e
volumi
di
medici
e
di
psichiatri
-
sulle
menzogne
e
sulle
false
testimonianze
dei
bambini
;
e
tutti
gli
autori
indistintamente
concludono
ch
'
esse
sono
la
conseguenza
di
auto
-
suggestioni
.
La
potenza
dell
'
autosuggestione
è
tale
,
in
certi
casi
,
che
il
bambino
arriva
a
creder
reali
degli
avvenimenti
ch
'
egli
ha
sognati
,
a
confondere
i
suoi
ricordi
,
a
mescolare
colla
realtà
le
sue
finzioni
.
E
quando
racconta
un
fatto
lo
trasfigura
:
crea
una
leggenda
e
vi
crede
.
Gli
annali
giudiziarii
son
pieni
dei
terribili
errori
con
cui
le
false
testimonianze
dei
fanciulli
hanno
prolungato
o
deviato
processi
.
Basta
che
il
caso
abbia
reso
spettatore
un
fanciullo
d
'
un
delitto
,
immediatamente
la
sua
immaginazione
infiora
la
realtà
con
una
generazione
spontanea
di
mille
particolari
nuovi
:
basta
anche
semplicemente
che
alcuno
racconti
un
fatto
dinanzi
a
lui
,
perché
si
illuda
di
esserne
stato
testimone
,
e
sia
pronto
ad
affermarlo
e
a
giurarlo
.
Strano
e
misterioso
e
pauroso
prestigio
dell
'
immaginazione
che
altera
la
psiche
del
fanciullo
e
lo
conduce
,
a
sua
insaputa
,
alle
frontiere
del
delitto
!
*
Pur
troppo
,
del
resto
,
anche
per
altre
vie
il
fanciullo
s
'
avvicina
al
delitto
,
e
si
può
dire
che
la
sua
psicologia
è
spesso
quella
del
delinquente
.
L
'
infanzia
infatti
è
non
solo
organicamente
bugiarda
,
ma
anche
organicamente
crudele
.
Cet
âge
est
sans
pitié
,
scriveva
il
Lafontaine
,
e
forse
pochi
uomini
sono
arrivati
alle
crudeltà
assurde
ed
inutili
cui
arrivano
i
bambini
,
per
il
solo
piacere
-
apparentemente
-
di
veder
soffrire
.
Quando
un
povero
uccellino
o
un
gatto
o
un
insetto
capita
per
disgrazia
nelle
loro
terribili
e
piccole
mani
,
essi
gli
infliggono
i
più
atroci
e
lunghi
supplizii
con
una
gioia
incosciente
che
merita
davvero
il
nome
di
pazzia
morale
.
È
,
in
essi
,
come
un
furore
di
distruzione
,
che
non
pensa
e
non
calcola
le
sofferenze
che
infligge
.
È
come
lo
sfogo
impulsivo
di
un
istinto
di
dominazione
,
la
voluttà
di
possedere
interamente
-
a
non
importa
qual
prezzo
-
la
vittima
che
ha
svegliato
il
loro
desiderio
.
È
il
ritorno
atavico
della
psicologia
del
selvaggio
il
quale
non
conosce
freni
ai
suoi
appetiti
;
è
anche
lo
scorcio
individuale
di
quella
psicologia
collettiva
crudele
ed
egoista
di
certi
popoli
civili
che
non
rispettano
i
diritti
dei
deboli
e
vogliono
ad
ogni
costo
soggiogarli
ed
opprimerli
:
è
,
cioè
,
un
piccolo
imperialismo
.
Imperialismo
di
despota
incosciente
,
o
dirò
meglio
caricatura
d
'
imperialismo
,
che
si
sfoga
non
solo
su
persone
e
su
animali
,
ma
-
per
vendetta
-
anche
su
oggetti
inanimati
.
Quante
volte
non
vediamo
noi
un
bambino
battere
la
sedia
o
il
tavolo
contro
cui
ha
urtato
e
che
gli
ha
fatto
male
?
E
ci
ritorna
alla
memoria
la
ridicola
vendetta
di
Serse
che
,
irritato
perché
una
tempesta
aveva
impedito
al
suo
esercito
di
passare
il
mare
,
fece
battere
colle
verghe
l
'
Ellesponto
dai
suoi
soldati
.
Talvolta
la
crudeltà
contro
le
cose
-
che
si
manifesta
sotto
la
forma
della
distruzione
senza
motivo
-
è
determinata
nel
bambino
dalla
curiosità
che
diviene
una
specie
di
manìa
iconoclasta
.
È
per
curiosità
che
molti
fanciulli
spezzano
i
loro
giocattoli
,
come
Goethe
,
il
quale
confessava
d
'
aver
gettato
,
da
bambino
,
tutto
il
vasellame
della
casa
dalla
finestra
per
vedere
in
qual
modo
si
rompeva
sul
marciapiede
,
o
come
Ruskin
,
il
quale
racconta
che
nella
sua
infanzia
strappava
e
tagliuzzava
i
fiori
in
preda
a
uno
stupore
ammirativo
.
*
Ma
ciò
che
più
offende
e
sorprende
l
'
animo
nostro
nello
studio
dell
'
anima
del
fanciullo
,
è
il
constatare
in
molte
,
in
troppe
occasioni
,
la
sua
profonda
insensibilità
di
fronte
ai
dolori
morali
.
Il
bambino
è
un
indifferente
e
un
impassibile
dinanzi
alle
disgrazie
,
dinanzi
alle
malattie
degli
altri
,
persino
dinanzi
alla
morte
.
Egli
è
,
spesso
,
il
simbolo
del
più
assoluto
egoismo
.
Non
pensa
che
a
sé
e
ai
suoi
giuochi
.
Ricordo
a
questo
proposito
un
aneddoto
caratteristico
.
Un
giorno
d
'
estate
due
fanciulli
nuotavano
in
mare
.
Dalla
spiaggia
li
osservava
la
madre
,
che
aveva
vicino
a
sé
la
figlia
minore
,
una
bimba
di
sei
anni
.
A
un
certo
punto
i
ragazzi
che
si
erano
spinti
troppo
lontano
,
non
si
videro
più
.
Le
onde
li
avevano
travolti
.
Si
può
immaginare
l
'
ansia
della
madre
che
inviò
barche
e
marinai
al
salvataggio
.
La
piccola
bimba
,
tranquilla
e
sorridente
,
visto
che
i
fratelli
non
ricomparivano
,
disse
:
-
Non
pensarci
più
,
mamma
!
ormai
è
certo
che
sono
affogati
:
è
mezzogiorno
,
andiamo
a
colazione
!
-
Ho
citato
questo
aneddoto
,
a
prova
dell
'
analgesia
morale
dei
bambini
,
perché
esso
è
di
mia
personale
esperienza
,
ma
quanti
altri
analoghi
potrei
riferirne
!
Senonché
,
ritorna
qui
,
molto
a
proposito
,
l
'
osservazione
che
già
feci
di
sfuggita
in
principio
:
constatata
questa
assenza
di
pietà
,
questo
predominio
cinico
dell
'
egoismo
nel
fanciullo
,
possiamo
noi
giudicarlo
come
lo
giudicheremmo
in
un
uomo
?
possiamo
noi
applicare
ai
bambini
la
nostra
morale
?
Vi
è
,
evidentemente
,
una
gran
differenza
tra
l
'
essere
impassibili
davanti
a
una
sventura
,
sapendo
che
cosa
essa
sia
e
rappresentandocene
tutte
le
conseguenze
,
e
l
'
essere
indifferenti
perché
non
se
ne
intende
il
valore
e
non
se
ne
prevedono
i
risultati
.
Noi
proiettiamo
la
nostra
psiche
nella
psiche
infantile
,
e
noi
immaginiamo
che
i
bambini
debbano
rendersi
conto
dei
nostri
dolori
per
istinto
,
o
che
,
almeno
,
possano
comprenderli
quando
noi
li
esprimiamo
apertamente
.
Orbene
,
ciò
è
illusorio
,
ciò
non
è
che
un
daltonismo
mentale
.
Le
nostre
ansie
,
le
nostre
preoccupazioni
e
i
nostri
patemi
d
'
animo
lo
lasciano
nella
maggior
parte
dei
casi
indifferente
per
la
semplice
ed
unica
ragione
che
oltrepassano
la
sua
capacità
di
simpatia
.
Per
esempio
,
sappiamo
noi
che
idea
si
facciano
i
bambini
della
morte
?
Ne
intendono
essi
il
significato
e
le
conseguenze
terribili
?
hanno
essi
quella
sensazione
d
'
irreparabile
che
è
per
noi
la
più
triste
e
la
più
angosciosa
?
Non
credo
.
Una
signora
inglese
,
M.me
Burnett
,
ci
offre
al
riguardo
un
documento
eloquente
.
Ella
racconta
le
impressioni
provate
nelle
due
volte
che
la
morte
visitò
la
sua
casa
mentre
era
bambina
.
La
prima
volta
non
ebbe
che
un
desiderio
:
toccare
il
cadavere
per
sapere
che
cosa
significasse
la
frase
ch
'
ella
aveva
udita
:
freddo
come
la
morte
;
la
seconda
volta
,
dinanzi
al
cadavere
d
'
una
bimba
di
tre
anni
,
bionda
e
bella
,
ella
non
provò
che
un
'
impressione
piacevole
per
lo
spettacolo
poetico
del
letto
bianco
tutto
coperto
di
fiori
!
E
M.me
Burnett
aggiunge
:
-
Io
non
mi
sono
sentita
commossa
,
io
non
ho
potuto
versare
una
lagrima
,
quantunque
prima
mi
fossi
immaginata
che
avrei
pianto
molto
!
-
È
dunque
assurdo
,
lo
ripeto
,
pretendere
dal
fanciullo
,
in
faccia
al
dolore
o
alla
sventura
,
delle
emozioni
ch
'
egli
non
può
sentire
perché
il
suo
cervello
non
arriva
a
comprenderle
.
Come
è
assurdo
,
per
la
stessa
ragione
,
giudicare
altri
lati
della
psicologia
infantile
coi
nostri
criterii
,
con
la
nostra
severità
che
presuppone
una
coscienza
.
Il
furto
,
per
esempio
,
è
frequente
nei
bambini
.
Ogni
volta
che
essi
possono
rubare
un
dolce
senz
'
esser
visti
,
lo
rubano
.
Ma
forse
che
essi
-
nei
primissimi
anni
-
sanno
che
cosa
sia
il
mio
ed
il
tuo
?
Qualunque
cosa
veda
o
tocchi
il
bambino
,
egli
grida
impulsivamente
che
è
sua
,
come
il
selvaggio
prende
impulsivamente
ciò
che
gli
capita
sotto
mano
;
e
l
'
appropriarsi
ciò
che
lo
attornia
,
ciò
che
eccita
in
un
dato
momento
il
suo
desiderio
non
è
,
per
il
bambino
,
che
una
tendenza
naturale
,
è
,
se
posso
dir
così
,
un
'
estensione
della
sua
personalità
.
Più
tardi
,
senza
dubbio
,
egli
esce
da
questa
incoscienza
e
impara
che
vi
sono
dei
limiti
ai
proprii
desiderii
e
dei
diritti
altrui
che
bisogna
rispettare
,
e
allora
,
ma
allora
soltanto
,
se
ruba
,
noi
potremo
dire
ch
'
egli
è
veramente
un
ladro
.
Così
,
quando
noi
constatiamo
che
una
gran
parte
dei
fanciulli
sono
disobbedienti
e
ribelli
,
noi
affermiamo
la
verità
,
ma
non
interpretiamo
sempre
esattamente
il
perché
della
loro
disobbedienza
e
della
loro
ribellione
.
Per
il
bambino
,
il
principio
d
'
autorità
e
la
sua
conseguenza
che
è
il
castigo
,
sono
cose
che
non
dovrebbero
esistere
.
Egli
non
intende
l
'
amore
altro
che
come
l
'
intendiamo
noi
....
quando
siamo
innamorati
,
sotto
forma
cioè
di
carezze
e
di
baci
,
di
soddisfazione
immediata
umile
e
volontaria
a
ogni
nostro
desiderio
....
Egli
non
capisce
che
l
'
amore
di
chi
lo
circonda
può
manifestarsi
,
per
il
suo
bene
,
in
rimproveri
ed
in
rifiuti
.
E
la
mamma
o
il
babbo
che
gli
negano
qualche
cosa
,
si
trasformano
nella
sua
fantasia
in
esseri
crudeli
che
lo
tormentano
e
che
lo
rendono
infelice
.
È
così
forte
e
violento
questo
antagonismo
dell
'
anima
infantile
contro
ogni
regola
e
contro
ogni
autorità
,
che
il
desiderio
dei
fanciulli
di
diventare
grandi
non
è
,
in
fondo
,
che
la
speranza
di
sottrarsi
a
questa
legge
,
a
questo
controllo
.
Essere
grande
,
per
il
bambino
,
significa
sopratutto
essere
sbarazzato
dall
'
obbligo
di
obbedire
,
essere
libero
di
fare
ciò
che
vuole
.
E
sfoga
intanto
-
fin
che
non
può
esser
libero
-
il
suo
istinto
di
insubordinazione
con
quelle
rivolte
a
cui
noi
diamo
il
nome
di
capricci
,
intendendo
con
questa
parola
di
definire
un
atto
impulsivo
,
senza
ragione
,
libero
ed
inspiegabile
,
come
il
vento
che
soffia
.
Eppure
-
come
il
vento
che
soffia
-
anche
il
capriccio
ha
le
sue
cause
e
le
sue
condizioni
.
E
sarebbe
bene
,
di
volta
in
volta
,
studiarle
.
Sarebbe
bene
specialmente
ricordare
che
l
'
anima
del
bambino
non
è
logica
riflessiva
cosciente
come
la
nostra
,
ma
è
una
piccola
anima
anarchica
,
e
che
egli
è
un
inconscio
discepolo
di
Rousseau
,
che
non
vede
nei
nostri
tentativi
d
'
educazione
se
non
un
intervento
noioso
ed
inutile
al
suo
naturale
sviluppo
.
Ma
a
questo
punto
,
io
sento
sorgere
in
voi
una
domanda
:
voi
mi
direte
:
abbia
o
non
abbia
il
bambino
coscienza
di
ciò
che
sente
e
di
ciò
che
fa
,
sieno
vere
o
false
le
spiegazioni
e
le
giustificazioni
date
fin
qui
,
certo
è
che
il
quadro
della
psicologia
infantile
da
voi
tracciato
è
molto
triste
ed
oscuro
:
ed
è
anche
esatto
?
È
vero
,
cioè
,
che
nel
fanciullo
non
palpitino
che
istinti
egoisti
,
bugiardi
,
ribelli
,
crudeli
?
Rispondo
che
,
nella
vita
e
sopratutto
in
psicologia
,
nulla
è
assoluto
perché
nulla
è
semplice
.
L
'
organismo
umano
è
una
macchina
complicata
,
delicata
,
misteriosa
,
e
come
non
esistono
uomini
in
tutto
perversi
o
uomini
ottimi
in
tutto
,
perché
la
natura
mette
degli
sprazzi
di
luce
nelle
anime
più
abbiette
,
e
delle
chiazze
d
'
ombra
nelle
anime
più
buone
,
così
non
esistono
fanciulli
in
cui
circoli
sempre
il
veleno
di
impulsioni
ataviche
,
e
non
spunti
mai
il
fiore
candido
della
dolcezza
e
della
serenità
.
Ognuno
di
noi
conserva
nella
memoria
il
ricordo
-
se
non
ha
la
fortuna
d
'
aver
la
prova
viva
vicino
sé
-
di
tipi
di
fanciulli
miti
,
sensibilissimi
,
che
chiudono
nel
loro
organismo
delicato
le
più
squisite
manifestazioni
del
cuore
,
sensitive
morali
,
se
posso
dir
così
,
che
rispondono
con
fremiti
affettuosi
se
appena
noi
le
tocchiamo
.
E
,
anche
al
di
fuori
di
queste
eccezioni
sentimentali
,
è
certo
che
ogni
bambino
conosce
l
'
altruismo
e
la
simpatia
,
se
non
altro
perché
imita
ciò
che
vede
,
e
piange
se
vede
piangere
;
ogni
bambino
ha
slanci
di
tenerezza
verso
il
cane
ed
il
gatto
che
gli
sono
compagni
di
giuoco
,
e
che
forse
in
un
altro
momento
potrà
martirizzare
;
ogni
bambino
ha
tesori
di
affezione
e
fascino
di
carezze
per
le
persone
che
lo
circondano
,
e
sa
farsi
deliziosamente
perdonare
la
desolante
insensibilità
del
suo
temperamento
e
i
lampi
del
suo
egoismo
feroce
.
Ma
questa
psicologia
normale
che
lo
avvicina
a
noi
,
sorge
in
lui
gradatamente
coll
'
età
,
mano
mano
che
dalla
sua
psiche
atavica
esce
e
si
forma
,
come
farfalla
dal
bozzolo
,
la
psiche
dell
'
uomo
futuro
.
È
-
se
posso
dir
così
-
un
lento
lavoro
di
ricamo
con
cui
l
'
educazione
a
poco
a
poco
ingentilisce
e
trasforma
il
tessuto
troppo
rude
della
sua
originaria
natura
.
Il
fondo
della
sua
anima
rimane
quale
io
ho
tentato
descriverlo
,
certo
non
pretendendo
di
essere
stato
né
completo
né
esatto
,
ma
forse
sperando
di
essermi
avvicinato
al
vero
.
Avviene
in
psicologia
quello
che
avviene
in
pittura
.
Quando
si
deve
fare
un
ritratto
,
bisogna
restringersi
e
quasi
direi
riassumersi
a
significarne
l
'
intima
e
più
gagliarda
e
dominatrice
espressione
:
bisogna
,
cioè
,
colpire
ciò
che
vi
è
di
caratteristico
nella
fisonomia
fisica
e
morale
d
'
una
persona
,
trascurando
forzatamente
molti
particolari
,
su
cui
si
affanna
invece
la
vista
dei
pedanti
e
dei
miopi
.
Ora
,
il
ritratto
dell
'
infanzia
non
poteva
esser
dipinto
che
coi
colori
che
ci
offrono
le
ricerche
positive
e
scientifiche
,
senza
chiedere
alla
poesia
le
sue
sfumature
ideali
e
alla
rettorica
le
sue
tinte
esagerate
.
Ma
ciò
che
è
confortante
si
è
che
questo
ritratto
è
transitorio
:
è
cioè
uno
di
quei
ritratti
ai
quali
,
col
tempo
,
non
si
assomiglia
più
.
Tutta
quella
psicologia
che
rievoca
nel
fanciullo
i
primordii
dell
'
umanità
,
sfuma
lentamente
cogli
anni
e
svanisce
all
'
epoca
della
pubertà
.
Essa
non
è
,
nella
vita
-
e
salvo
casi
eccezionali
di
delinquenza
congenita
-
che
una
parentesi
fisiologica
,
il
saluto
,
il
ricordo
,
l
'
ammonimento
delle
lontane
miserie
onde
siamo
ascesi
alla
civiltà
,
una
specie
di
malattia
-
come
ve
ne
son
tante
!
-
che
noi
dobbiamo
soffrire
e
superar
da
fanciulli
,
e
dalla
quale
usciamo
più
sani
,
più
forti
,
moralmente
migliori
.
E
non
è
raro
infatti
il
caso
,
che
coloro
i
quali
sono
stati
da
bimbi
i
più
violenti
,
i
più
capricciosi
,
i
più
cattivi
,
diventino
poi
gli
uomini
più
saggi
ed
egregi
,
e
le
donne
più
oneste
e
più
austere
.
Soltanto
,
per
ottener
questo
risultato
,
bisogna
saper
comprendere
il
bambino
,
e
per
comprenderlo
,
bisogna
amarlo
.
Amarlo
,
non
con
la
sentimentalità
esagerata
-
e
forse
più
di
parole
che
di
sostanza
-
che
oggi
è
di
moda
:
amarlo
non
con
la
nostra
ansietà
nervosa
e
ridicola
che
trema
per
ogni
sorso
d
'
acqua
non
bollita
e
per
ogni
biscotto
fuori
programma
;
amarlo
non
per
viziarlo
,
e
nemmeno
per
imporgli
nei
suoi
studii
e
nei
suoi
divertimenti
il
giogo
d
'
un
orario
cui
la
sua
natura
repugna
;
ma
amarlo
per
fondersi
nell
'
anima
sua
,
per
vivere
la
sua
vita
di
impulsi
e
di
contraddizioni
,
per
spiegarsi
la
mancanza
d
'
unità
e
di
costanza
della
sua
psicologia
,
per
comprendere
,
infine
,
ch
'
egli
è
come
un
campo
ove
sono
radici
antiche
di
piante
maligne
che
bisogna
sopprimere
,
e
germi
nuovi
di
piante
feconde
che
bisogna
aiutare
a
svilupparsi
e
non
lasciar
soffocare
da
quelle
.
E
sopratutto
bisogna
essere
sereni
e
generosi
verso
di
lui
:
dimenticare
ch
'
egli
è
insensibile
ai
nostri
dolori
perché
non
li
capisce
,
e
cercare
invece
di
comprendere
i
suoi
.
Il
nostro
torto
maggiore
verso
l
'
infanzia
è
di
ripagarla
,
spesso
,
con
quell
'
indifferenza
sentimentale
ch
'
essa
mostra
verso
di
noi
.
Noi
sorridiamo
dei
suoi
dolori
,
perché
,
paragonandoli
ai
nostri
,
ci
sembrano
meschini
,
e
non
ci
accorgiamo
che
sbagliamo
i
termini
del
raffronto
.
Ciò
che
par
futile
a
noi
,
è
grave
per
il
fanciullo
,
precisamente
come
ciò
che
è
importante
per
noi
,
non
arriva
nemmeno
ad
esser
compreso
da
lui
.
Vi
sono
in
quelle
piccole
anime
delle
grandi
e
paurose
tragedie
,
che
noi
definiamo
come
capricci
.
Vi
sono
,
in
germe
,
tutte
le
passioni
che
dilaniano
il
cuore
dell
'
uomo
,
e
che
noi
ingenuamente
crediamo
di
poter
placare
con
un
rimprovero
od
un
castigo
,
mentre
non
facciamo
che
esacerbarle
.
Vi
sono
delle
strane
intuizioni
precoci
che
permettono
al
bambino
di
vedere
,
di
sentire
,
di
giudicare
tutte
le
ingiustizie
che
noi
commettiamo
verso
di
lui
,
illudendoci
ch
'
egli
non
arrivi
a
capirle
.
L
'
orgoglio
e
la
gelosia
,
per
esempio
,
queste
precocissime
fra
le
passioni
umane
,
fanno
forse
più
soffrire
i
fanciulli
che
non
gli
adulti
,
e
creano
il
tipo
,
non
raro
,
del
bambino
chiuso
nella
sua
tristezza
silenziosa
e
nella
sua
testardaggine
,
che
porta
con
incompresa
dignità
il
dolore
del
suo
orgoglio
ferito
,
e
contro
il
quale
scioccamente
e
perversamente
si
sfoga
la
nostra
severità
,
pretendendo
di
correggerlo
di
un
difetto
di
cui
ignoriamo
le
cause
.
E
v
'
è
,
infine
,
al
di
sopra
di
tutte
queste
considerazioni
,
un
'
altra
considerazione
più
alta
e
più
vasta
,
che
dovrebbe
oggi
modificare
non
solo
i
giudizi
sull
'
anima
del
fanciullo
,
ma
specialmente
il
metodo
dell
'
educazione
.
Io
ho
tracciato
alcune
linee
della
psicologia
infantile
,
analizzando
l
'
infanzia
in
sé
stessa
,
da
un
punto
di
vista
scientifico
,
isolandola
quasi
dal
tempo
e
dall
'
ambiente
.
L
'
analisi
-
lo
confesso
-
non
era
completa
.
Io
ho
dimenticato
che
non
si
può
fare
astrazione
nello
studio
di
nessun
organismo
dall
'
ambiente
ove
sorge
,
e
che
-
opera
od
uomo
,
individuo
o
collettività
-
tutti
,
come
le
piante
,
risentono
l
'
influenza
del
terreno
che
li
ha
prodotti
.
Anche
l
'
infanzia
sente
oggi
,
oltre
le
cause
ereditarie
e
congenite
,
l
'
influenza
dell
'
epoca
in
cui
vive
,
subisce
la
temperatura
morale
che
la
circonda
,
è
illuminata
dal
riflesso
di
quel
mondo
grande
che
s
'
agita
intorno
a
lei
.
E
l
'
anima
sua
incoscientemente
palpita
di
ciò
che
è
il
palpito
dell
'
anima
nostra
.
I
fanciulli
moderni
sono
diversi
dai
fanciulli
di
cinquanta
anni
fa
,
perché
non
possono
sottrarsi
e
ignorare
la
febbre
da
cui
è
dominata
la
nostra
civiltà
frettolosa
.
Oggi
essi
entrano
troppo
presto
nella
vita
:
troppo
presto
affaticano
il
cervello
negli
studi
:
troppo
presto
sciupano
la
loro
adorabile
semplicità
infantile
,
partecipando
in
società
all
'
esistenza
complicata
,
irritata
,
affaccendata
degli
adulti
.
Oggi
ciò
che
essi
odono
in
famiglia
,
il
molto
che
leggono
,
il
troppo
e
il
turpe
che
vedono
nelle
strade
,
la
stessa
ansiosa
preoccupazione
dei
genitori
che
si
ripercuote
in
loro
e
li
eccita
,
la
coscienza
di
essere
divenuti
i
personaggi
più
importanti
della
casa
,
questa
inebriante
mistura
d
'
orgoglio
e
di
vanità
per
cui
s
'
illudono
d
'
esser
qualcuno
mentre
non
sono
ancor
nulla
,
e
vogliono
già
emergere
in
quel
mondo
che
ancora
li
ignora
,
fanno
sì
che
essi
accelerino
e
saltino
i
periodi
fisiologicamente
normali
del
loro
sviluppo
,
e
siano
dei
precoci
e
dei
nervosi
.
Tutte
le
distanze
s
'
abbreviano
oggi
,
nel
mondo
fisico
come
nel
mondo
morale
.
La
nostra
legge
sovrana
è
la
fretta
.
Abolire
fin
che
si
può
e
più
che
si
può
quegli
ostacoli
antichi
che
si
chiamano
il
tempo
e
lo
spazio
,
ecco
la
meta
dietro
cui
corriamo
vertiginosamente
.
E
noi
stiamo
abolendo
o
accorciando
l
'
infanzia
.
Come
noi
diventiamo
vecchi
prima
del
tempo
,
così
il
fanciullo
,
prima
del
tempo
,
diventa
uomo
.
Sotto
la
pressione
violenta
di
emozioni
e
di
sensazioni
superiori
alla
sua
età
,
egli
diventa
uomo
per
i
desiderî
,
per
le
ambizioni
,
per
le
passioni
,
non
per
la
forza
e
per
la
coscienza
.
Ed
è
da
questo
squilibrio
fra
il
volere
e
il
potere
,
da
questa
antinomia
fra
la
legge
di
natura
e
le
esigenze
della
civiltà
,
che
scoppia
talvolta
nell
'
anima
infantile
il
dramma
più
pauroso
e
più
doloroso
:
il
suicidio
!
Noi
credevamo
che
il
rifiuto
della
vita
fosse
possibile
solo
in
chi
conobbe
la
vita
:
noi
credevamo
che
quest
'
attimo
di
coraggio
in
cui
si
nasconde
forse
una
lunga
viltà
,
fosse
una
conseguenza
dei
dolori
e
delle
preoccupazioni
dell
'
età
matura
.
E
invece
,
ecco
che
l
'
epidemia
suicida
si
diffonde
anche
tra
i
fanciulli
,
ecco
che
le
statistiche
ne
notano
ogni
anno
il
regolare
crescente
aumento
,
ecco
che
noi
vediamo
e
leggiamo
che
si
uccidono
non
solo
ragazzi
di
quindici
o
sedici
anni
,
ma
bimbi
di
dieci
,
di
otto
,
persino
di
sei
anni
!
Ah
,
chi
potrà
mai
immaginare
la
tempesta
di
idee
troppo
grandi
in
quei
cervelli
troppo
piccoli
?
chi
potrà
mai
ridire
il
tormento
di
quelle
anime
prima
di
compiere
l
'
atto
fatale
?
Qui
non
soccorre
a
spiegarci
il
mistero
la
teoria
atavica
!
qui
la
colpa
non
è
né
dell
'
eredità
,
né
della
natura
!
La
colpa
è
nostra
perché
siamo
noi
,
è
la
nostra
civiltà
troppo
intensa
,
febbrile
e
cerebrale
che
intorbida
ed
avvelena
anche
l
'
ingenuità
del
fanciullo
e
ne
eccita
fino
alla
patologia
tutto
il
sistema
nervoso
.
E
noi
dovremmo
sentire
questo
rimorso
,
aver
coscienza
di
questa
responsabilità
:
noi
dovremmo
finalmente
comprendere
che
il
primo
dovere
dell
'
educazione
è
di
creare
intorno
al
bambino
un
ambiente
moralmente
sano
e
bello
,
ove
non
penetri
l
'
eco
di
tutte
le
ansie
che
ci
tormentano
,
e
ove
l
'
anima
del
fanciullo
possa
svolgersi
liberamente
secondo
le
leggi
della
natura
,
senza
essere
troppo
presto
soffocata
o
martirizzata
dai
pensieri
e
dalle
sensazioni
dell
'
anima
nostra
.
E
solo
allora
-
quando
avremo
ridato
all
'
infanzia
la
sua
pace
serena
e
la
vedremo
fiorire
intorno
a
noi
simbolo
di
speranza
-
solo
allora
noi
potremo
comprendere
e
meritare
la
frase
di
Amiel
:
che
il
po
'
di
paradiso
che
noi
troviamo
sulla
terra
è
dovuto
alla
presenza
del
bambino
!
FINE
.
Saggistica ,
PREFAZIONE
ALLA
PRIMA
EDIZIONE
Questo
libro
che
presento
oggi
al
lettore
non
pretende
d
'
essere
un
lavoro
rigidamente
scientifico
come
il
volume
I
delitti
della
folla
,
ma
soltanto
una
raccolta
di
studî
i
quali
,
da
diversi
punti
di
vista
,
cercano
di
gettare
un
po
'
di
luce
nell
'
oscuro
problema
della
psicologia
collettiva
.
La
maggior
parte
di
questi
studî
furono
già
pubblicati
qua
e
là
,
e
se
io
li
riunisco
e
li
ripubblico
ora
gli
è
non
solo
perché
essi
sono
legati
organicamente
fra
loro
dall
'
identità
dell
'
oggetto
,
ma
anche
per
queste
due
altre
ragioni
:
anzitutto
perché
di
fronte
al
grande
sviluppo
preso
negli
ultimi
anni
dalla
psicologia
collettiva
,
non
mi
pare
inutile
rievocare
i
tentativi
,
sia
pur
manchevoli
e
frammentarî
,
di
chi
per
primo
si
occupò
con
amore
e
con
fervore
di
quella
scienza
;
in
secondo
luogo
perché
tali
tentativi
sono
la
più
eloquente
ed
esauriente
risposta
alle
critiche
che
da
alcune
parti
mi
vennero
per
il
modo
con
cui
io
avevo
definito
e
interpretato
la
psicologia
collettiva
.
Questa
recentissima
scienza
attraversa
ora
un
periodo
di
confusione
dovuto
a
un
equivoco
.
Allorché
apparvero
alcuni
anni
fa
i
primi
lavori
di
psicologia
collettiva
,
essi
interessarono
e
appassionarono
il
pubblico
,
non
certo
per
merito
del
loro
autore
,
ma
per
la
novità
del
tema
.
E
quindi
moltissimi
,
con
felice
intuito
del
momento
,
si
dettero
a
coltivare
quel
ramo
di
scienza
.
Ma
,
coltivandolo
,
sconfinarono
;
e
sotto
la
bandiera
della
psicologia
collettiva
fecero
passare
degli
studî
che
con
quella
non
avevano
che
delle
relazioni
molto
indirette
.
Per
esempio
Gustavo
Le
Bon
e
Pasquale
Rossi
nei
loro
libri
,
del
resto
assai
importanti
,
hanno
confuso
spesso
la
psicologia
delle
folle
(
che
è
veramente
della
psicologia
collettiva
,
cioè
della
psicologia
dal
punto
di
vista
statico
)
con
la
psicologia
dei
popoli
(
la
quale
non
è
altro
che
della
psicologia
collettiva
dinamica
o
sociologia
)
.
Ora
,
io
non
ripeterò
qui
la
mia
distinzione
fondamentale
tra
psicologia
collettiva
e
sociologia
perché
la
ho
già
troppe
volte
esposta
altrove
*
,
e
non
cercherò
di
dimostrarne
l
'
esattezza
perché
Alessandro
Groppali
l
'
ha
così
lucidamente
difesa
da
tutte
le
obbiezioni
che
le
furono
mosse
,
ch
'
io
non
potrei
che
ripetere
,
e
assai
meno
bene
,
ciò
ch
'
egli
scrisse
con
mirabile
precisione
scientifica
*
.
Ma
mi
limiterò
a
dire
che
il
presente
volume
vuol
essere
-
ed
io
mi
lusingo
che
sia
-
un
'
altra
battaglia
combattuta
per
dissipare
quell
'
equivoco
e
per
togliere
quella
confusione
che
hanno
,
a
torto
,
schierato
in
due
campi
i
cultori
della
psicologia
collettiva
,
bollando
gli
uni
come
nemici
ed
esaltando
gli
altri
come
amici
della
folla
.
Il
lettore
vedrà
che
non
è
il
caso
di
fare
queste
divisioni
ingiuste
e
antipatiche
,
e
riconoscerà
che
chi
ha
dedicato
una
gran
parte
della
propria
attività
allo
studio
dell
'
anima
collettiva
ne
ha
saputo
comprendere
così
i
difetti
come
le
virtù
,
appunto
perché
non
essendo
dominato
da
alcun
preconcetto
,
ha
potuto
serenamente
distinguere
il
momento
statico
dal
momento
dinamico
dell
'
attività
collettiva
,
e
constatare
i
risultati
dolorosi
che
si
hanno
spesse
volte
dal
primo
,
come
riconoscere
le
straordinarie
e
feconde
energie
che
si
sviluppano
sempre
dal
secondo
.
Ottobre
1903
.
SCIPIO
SIGHELE
.
PREFAZIONE
ALLA
SECONDA
EDIZIONE
Nell
'
inverno
scorso
ho
tenuto
all
'
Istituto
di
Scienze
Sociali
di
Firenze
,
per
invito
del
Direttore
l
'
illustre
prof
.
Riccardo
Dalla
Volta
,
un
breve
corso
di
conferenze
intorno
alla
Sociologia
e
la
psicologia
collettiva
.
E
l
'
esito
insperato
di
quel
corso
,
se
da
un
lato
mi
dimostrò
che
certi
problemi
sono
sempre
di
attualità
,
dall
'
altro
lato
mi
fu
di
incitamento
a
ristudiarli
e
riordinarli
.
Per
questo
,
or
son
pochi
mesi
presentavo
al
pubblico
la
quarta
edizione
dei
Delitti
della
folla
,
e
mentre
sto
preparando
una
nuova
edizione
della
Delinquenza
settaria
,
offro
oggi
al
lettore
questa
seconda
edizione
dell
'
Intelligenza
della
folla
,
sperando
di
dare
così
all
'
opera
mia
un
carattere
meno
incompleto
e
meno
inorganico
.
Questi
tre
volumi
poco
si
intenderebbero
e
mal
si
giudicherebbero
,
isolati
.
Considerati
insieme
,
essi
appariranno
,
io
credo
,
come
le
parti
di
un
tutto
,
come
le
conseguenze
e
le
applicazioni
logiche
di
un
pensiero
unico
e
di
una
dottrina
a
lungo
meditata
.
Nella
presente
edizione
,
non
solo
è
totalmente
mutato
l
'
ordine
primitivo
dei
capitoli
,
e
tutti
sono
corretti
ed
ampliati
,
ma
ho
aggiunto
lo
studio
Contro
il
Parlamentarismo
che
nella
prima
edizione
mancava
,
e
un
capitolo
inedito
su
La
folla
e
Gabriele
d
'
Annunzio
.
Forse
il
pubblico
si
convincerà
che
l
'
arte
e
la
scienza
,
malgrado
le
apparenze
,
malgrado
cioè
il
dispregio
dei
superuomini
per
la
folla
,
non
sono
in
fondo
discordi
nel
considerare
il
valore
sociale
e
intellettuale
della
psicologia
collettiva
.
NAGO
(
Trentino
)
,
settembre
1910
.
SCIPIO
SIGHELE
.
CAPITOLO
PRIMO
Il
problema
morale
dell
'
anima
collettiva
Uno
dei
fenomeni
più
caratteristici
del
momento
presente
-
il
solo
forse
per
cui
esso
può
definirsi
con
esattezza
-
è
l
'
importanza
che
è
andata
assumendo
la
collettività
in
confronto
dell
'
individuo
.
Mentre
quasi
tutte
le
antiche
credenze
barcollano
o
muoiono
,
mentre
le
vecchie
colonne
della
società
pare
crollino
l
'
una
dopo
l
'
altra
,
la
potenza
delle
masse
è
la
sola
che
nulla
minaccia
e
il
cui
prestigio
ingrandisce
ogni
giorno
.
Appena
un
secolo
fa
la
politica
tradizionale
dei
governi
e
le
rivalità
dei
principi
erano
i
più
importanti
fattori
degli
avvenimenti
.
L
'
opinione
del
pubblico
contava
per
poco
,
anzi
spesso
non
contava
per
nulla
.
Oggi
,
sono
le
tradizioni
ereditarie
dei
singoli
Stati
,
i
desiderî
e
i
capricci
dei
singoli
principi
che
non
contano
nulla
,
ed
è
-
invece
-
la
voce
collettiva
e
grandiosa
della
folla
che
guida
il
mondo
.
Una
volta
la
coscienza
di
un
popolo
si
poteva
impersonare
in
un
uomo
che
ne
era
l
'
espressione
ed
il
segno
dinanzi
alla
storia
.
Il
secolo
d
'
oro
della
Grecia
si
può
simbolizzare
in
Pericle
:
un
periodo
della
storia
di
Roma
si
può
simbolizzare
in
Cesare
,
e
non
a
torto
uno
storico
illustre
ha
detto
che
la
frase
di
Luigi
XIV
:
lo
Stato
sono
io
,
per
quanto
odiosa
e
pericolosa
,
non
era
allora
né
psicologicamente
né
socialmente
inesatta
.
Ma
oggi
,
chi
potrebbe
affermare
che
un
popolo
è
rappresentato
da
un
uomo
solo
,
il
quale
ne
riassuma
e
ne
esprima
tutti
i
desiderî
,
tutte
le
tendenze
,
tutte
le
idee
?
Anche
quei
popoli
che
-
non
so
se
per
loro
fortuna
o
per
loro
disgrazia
-
sono
retti
da
un
monarca
più
personale
e
più
significativo
degli
altri
,
possono
tutt
'
al
più
vantarsi
che
questo
monarca
simbolizzi
alcuni
lati
,
e
spesso
i
più
patologici
della
loro
poliedrica
anima
collettiva
,
non
certo
che
egli
la
rappresenti
completa
ed
intera
.
E
come
nella
politica
,
così
anche
nella
scienza
,
dopo
la
crisi
d
'
individualismo
che
ha
imperato
ovunque
,
in
economia
,
in
morale
,
in
diritto
,
si
ritorna
a
studiare
ogni
azione
umana
come
un
prodotto
della
collettività
piuttosto
che
dell
'
individuo
,
e
si
segue
quell
'
onda
di
reazione
sociologica
o
socialista
che
va
ad
infrangersi
con
crescente
violenza
contro
lo
scoglio
dell
'
illusione
egocentrica
forse
troppo
a
lungo
durata
.
L
'
individuo
,
insomma
,
che
una
volta
era
il
perno
intorno
a
cui
roteava
si
può
dire
tutta
la
civiltà
,
oggi
scompare
,
in
politica
,
dinanzi
a
quell
'
ente
collettivo
che
è
il
partito
o
l
'
opinione
pubblica
,
nella
scienza
,
dinanzi
a
quell
'
ente
collettivo
che
è
la
specie
.
Esso
è
considerato
ormai
come
la
goccia
d
'
acqua
nel
mare
:
una
quantità
trascurabile
per
sé
stessa
,
una
potenza
immensa
e
terribile
soltanto
quando
è
unito
ai
suoi
simili
.
E
mentre
fino
a
poco
tempo
fa
la
psicologia
e
la
filosofia
-
troppo
sempliciste
e
superficiali
-
avevano
creduto
di
spiegare
l
'
evoluzione
sociale
colla
apparizione
sporadica
di
qualche
grand
'
uomo
,
e
avevano
ridotto
tutta
la
storia
-
l
'
arte
come
la
scienza
,
la
religione
come
la
politica
-
a
un
seguito
di
biografie
,
oggi
si
è
compreso
che
il
protagonista
vero
della
storia
,
quantunque
non
sempre
visibile
,
è
stato
il
popolo
,
vale
a
dire
la
folla
anonima
su
cui
l
'
egoismo
dei
grandi
lavorava
come
su
un
corpo
vile
per
costrurre
l
'
edificio
della
propria
potenza
e
della
propria
ambizione
,
e
che
,
viceversa
,
era
la
immensa
oscura
miniera
donde
quei
grandi
traevano
inconsciamente
le
loro
idee
e
i
mezzi
per
attuarle
.
Si
parla
dei
problemi
gravi
che
il
secolo
XIX
ha
lasciato
in
eredità
al
secolo
nostro
.
Se
io
non
mi
sbaglio
,
il
legato
più
glorioso
e
nello
stesso
tempo
più
pericoloso
di
questa
eredità
è
precisamente
quello
che
si
riassume
nella
parte
che
giocherà
la
folla
nell
'
avvenire
.
Oggi
infatti
non
si
tratta
soltanto
di
riconoscere
-
da
un
punto
di
vista
letterario
-
la
influenza
della
collettività
nell
'
evoluzione
umana
:
si
tratta
sopratutto
di
constatare
-
da
un
punto
di
vista
politico
-
l
'
impero
assoluto
che
ormai
la
collettività
ha
preso
sui
destini
del
mondo
.
La
folla
ha
sempre
tenuto
nelle
sue
mani
incoscienti
la
sorte
del
mondo
.
Terribile
e
immensa
parte
,
la
sua
,
ma
passiva
.
Essa
è
stata
,
di
fronte
al
prodotto
che
chiamasi
civiltà
,
la
femmina
feconda
il
cui
amore
suscita
il
lavoro
e
offre
la
ricompensa
.
È
per
lei
,
in
fondo
,
che
anche
il
più
egoarchico
degli
eroi
lavora
,
come
l
'
uomo
per
la
donna
;
ma
appunto
come
la
donna
,
essa
non
sa
produrre
da
sola
.
La
sua
gloria
anonima
è
sempre
stata
quella
di
procreare
,
a
sua
insaputa
,
il
genio
che
avrebbe
aumentato
di
qualche
linea
il
catalogo
delle
sue
ricchezze
.
Perciò
la
sua
funzione
avrebbe
dovuto
essere
unicamente
quella
di
amare
e
di
servire
i
genii
,
come
la
sposa
ama
e
serve
lo
sposo
;
ma
viceversa
la
folla
non
fu
mai
né
sposa
né
madre
:
essa
non
fu
che
femmina
,
e
il
più
spesso
la
sua
riconoscenza
è
consistita
nel
crucifiggere
i
salvatori
,
lasciando
alle
anime
di
altri
eroi
avvenire
la
cura
del
loro
culto
*
.
Finora
,
infatti
,
l
'
opera
più
evidente
che
compiron
le
folle
fu
un
'
opera
di
distruzione
.
Esse
agirono
nei
secoli
,
come
quei
microbi
che
dissolvono
i
corpi
indeboliti
e
i
cadaveri
.
I
barbari
,
che
furono
le
grandi
folle
dell
'
antichità
,
come
gli
operai
sono
le
grandi
folle
dei
nostri
giorni
,
non
avrebbero
certo
costrutto
l
'
edificio
della
civiltà
romana
,
ma
quando
quell
'
edificio
fu
barcollante
occorrevano
i
barbari
per
atterrarlo
,
e
rendere
possibile
la
creazione
d
'
una
civiltà
nuova
con
gli
avanzi
del
vecchio
colosso
*
.
Parve
,
allora
,
un
'
opera
totalmente
negativa
a
chi
non
sapeva
che
la
distruzione
è
il
fondamento
della
costruzione
:
ma
fu
allora
che
,
per
la
prima
volta
,
si
rivelò
la
tragica
potenza
delle
folle
,
e
che
,
per
un
istante
,
la
filosofia
del
numero
diventò
la
sola
filosofia
della
storia
.
Ai
nostri
giorni
,
se
ancor
si
può
temere
come
eccezione
brutale
e
sanguinosa
l
'
opera
distruggitrice
delle
folle
,
bisogna
riconoscere
che
l
'
opera
loro
si
esplica
in
modo
normale
e
pacifico
colle
grandi
correnti
dell
'
opinione
pubblica
,
coi
comizî
e
colla
scheda
elettorale
.
Pure
noi
sentiamo
di
tanto
in
tanto
tutta
la
colossale
potenza
della
loro
opera
negativa
in
quegli
scioperi
che
,
arrestando
d
'
un
tratto
con
mirabile
uniformità
la
vita
sociale
,
ci
dànno
collettivamente
un
brivido
di
paura
,
come
quelle
mancanze
di
respiro
che
ci
dànno
individualmente
la
sensazione
,
il
brivido
della
morte
.
La
folla
è
dunque
oggi
,
come
sempre
,
e
quantunque
in
diverso
modo
,
l
'
arbitra
del
nostro
avvenire
:
e
bisogna
quindi
preoccuparsi
di
questo
nuovo
possente
e
soverchiante
fattore
collettivo
della
vita
sociale
che
,
grazie
alla
libertà
politica
,
è
uscito
dall
'
incoscienza
,
e
può
agire
adesso
alla
luce
dei
comizî
,
della
stampa
,
delle
elezioni
,
degli
scioperi
,
anziché
essere
costretto
come
una
volta
,
ad
esplicare
di
quando
in
quando
le
sue
torve
energie
all
'
ombra
delle
congiure
,
delle
sette
e
delle
rivolte
.
La
logica
rigida
di
qualche
intellettuale
individualista
è
ancora
tormentata
da
questo
dubbio
:
è
veramente
degna
la
folla
dello
scettro
che
la
libertà
politica
le
ha
donato
?
questo
nuovo
Briareo
merita
di
ricevere
nelle
sue
mille
braccia
il
bastone
del
comando
ormai
caduto
dalle
mani
dei
despoti
?
è
giusto
che
,
come
una
volta
si
era
sovrani
per
nascita
,
oggi
lo
si
sia
per
il
numero
,
e
che
l
'
aritmetica
abbia
detronizzato
l
'
eredità
?
Ma
a
queste
retoriche
e
paurose
domande
,
mi
par
quasi
ozioso
dare
risposta
,
giacché
vi
risponde
coll
'
argomento
sovrano
dei
fatti
,
non
solo
tutta
la
storia
recente
del
mondo
civile
,
ma
tutta
la
nostra
vita
da
che
l
'
Italia
è
nazione
libera
ed
una
.
Lasciamo
pure
che
talvolta
,
per
comodo
di
polemica
,
si
insulti
l
'
anima
collettiva
chiamandola
la
piazza
:
in
realtà
tutti
sentono
il
dovere
di
rispettarla
sotto
il
nome
di
opinione
pubblica
;
e
ciò
è
tanto
vero
che
la
stessa
forma
politica
che
ci
regge
ha
sentito
il
bisogno
di
trovare
il
suo
più
sincero
e
più
forte
punto
di
appoggio
e
la
sorgente
sua
più
fresca
e
più
limpida
nei
plebisciti
,
i
quali
non
sono
altro
che
l
'
espressione
statistica
della
volontà
collettiva
.
Il
destino
-
ed
io
credo
un
giusto
destino
-
ci
ha
ormai
condotti
al
despotismo
della
collettività
,
e
quindi
-
più
che
discutere
questo
despotismo
teoricamente
,
e
del
resto
platonicamente
,
poiché
non
si
può
mai
ritogliere
al
popolo
quello
che
gli
fu
dato
-
mi
sembra
necessario
discutere
i
modi
e
i
mezzi
con
cui
quel
despotismo
si
può
rendere
sempre
più
cosciente
e
più
degno
.
Ecco
dove
-
secondo
me
-
consiste
il
problema
dell
'
anima
collettiva
:
nello
studiare
quest
'
anima
multiforme
e
complessa
che
ormai
tiene
nelle
sue
mani
il
nostro
avvenire
e
nel
cercare
di
elevarla
moralmente
e
intellettualmente
.
Io
non
so
se
voi
abbiate
mai
fermata
la
vostra
attenzione
su
questo
strano
fenomeno
:
gli
italiani
sono
-
individualmente
-
dotati
da
natura
di
una
innegabile
superiorità
su
molti
altri
popoli
,
e
nondimeno
-
tutti
insieme
-
formano
una
nazione
che
,
se
è
stata
una
volta
la
prima
,
non
è
pur
troppo
più
la
prima
nel
mondo
moderno
.
Viaggiando
,
io
mi
son
sentito
spesso
rivolgere
da
amici
sinceri
e
spassionati
del
nostro
paese
questa
domanda
che
racchiudeva
,
con
misterioso
contrasto
,
un
elogio
e
una
umiliazione
:
"
Come
è
possibile
-
mi
dicevano
-
che
un
popolo
come
il
vostro
sia
collettivamente
inferiore
al
popolo
tedesco
e
al
popolo
inglese
,
se
il
più
umile
degli
italiani
ha
più
ingegno
,
più
sobria
moralità
,
più
energia
e
più
resistenza
al
lavoro
del
migliore
degli
operai
inglesi
e
tedeschi
?
Che
fate
voi
della
vostra
abbondanza
di
uomini
,
della
vostra
ricchezza
di
ingegno
,
di
questo
tesoro
che
la
sorte
vi
ha
dato
,
se
non
siete
capaci
di
usufruirlo
,
di
organizzarlo
sapientemente
,
per
la
gloria
e
per
la
prosperità
della
patria
comune
?
"
.
Ed
io
sentivo
la
verità
dolorosa
di
questa
domanda
,
accorgendomi
ovunque
all
'
estero
che
se
qualche
italiano
-
come
individuo
-
era
rispettato
e
adulato
,
l
'
Italia
-
come
organismo
collettivo
-
non
solo
non
era
adulata
,
ma
talvolta
non
era
nemmeno
conosciuta
.
E
mi
dovevo
confermare
sempre
più
in
una
idea
che
già
m
'
era
balenata
come
un
'
incognita
psicologica
,
l
'
idea
che
mentre
l
'
anima
dell
'
italiano
rimane
sempre
la
più
agile
,
la
più
viva
,
la
più
aperta
ad
ogni
sogno
di
bellezza
e
ad
ogni
ideale
di
grandezza
,
l
'
anima
collettiva
dell
'
Italia
è
ancora
incerta
paurosa
e
quasi
scontenta
di
sé
,
perché
minore
degli
elementi
che
la
compongono
.
E
mi
chiedevo
:
perché
le
grandi
potenze
europee
,
la
Francia
,
e
sopratutto
la
Germania
e
l
'
Inghilterra
,
valgono
socialmente
assai
più
di
noi
,
mentre
la
materia
prima
di
cui
sono
formate
-
l
'
individuo
-
è
assai
inferiore
alla
nostra
?
Dove
risiede
la
causa
di
questo
paradosso
psicologico
per
il
quale
con
unità
elementari
migliori
noi
italiani
diamo
collettivamente
un
prodotto
peggiore
?
E
fra
le
infinite
cause
di
questo
paradosso
,
una
mi
parve
avesse
un
'
importanza
generale
e
di
primo
ordine
,
poiché
da
essa
tutte
le
altre
,
per
varie
e
diverse
ragioni
dipendono
.
Fra
noi
non
si
è
ancora
formata
,
non
si
è
potuta
formare
,
un
'
unica
anima
italiana
;
esistono
invece
molte
e
differenti
anime
italiane
,
quante
sono
le
regioni
del
nostro
paese
.
Quell
'
inconscio
lavoro
di
polarizzazione
che
storicamente
si
è
compiuto
presso
altri
popoli
,
così
da
far
convergere
tutti
i
raggi
delle
singole
energie
individuali
in
un
unico
fuoco
,
e
da
dare
-
oltre
e
più
che
la
prova
scientifica
-
la
sensazione
artistica
che
milioni
di
anime
possono
riassumersi
,
simbolizzarsi
e
fremere
in
una
sola
grande
anima
collettiva
;
questo
inconscio
lavoro
,
che
è
la
forza
specifica
della
Francia
,
della
Germania
e
dell
'
Inghilterra
,
non
è
avvenuto
fra
noi
.
I
nostri
troppo
diversi
temperamenti
,
e
più
la
nostra
storia
,
ce
lo
hanno
impedito
:
ognuno
di
noi
,
prima
di
essere
italiano
,
è
o
meridionale
o
settentrionale
,
o
siciliano
o
milanese
,
o
veneto
o
napoletano
,
e
quindi
le
nostre
energie
non
convergono
e
non
si
sommano
in
un
fuoco
centrale
,
ma
tendono
a
raggrupparsi
indipendentemente
,
secondo
antichi
legami
regionali
,
frutto
dell
'
eredità
e
dell
'
abitudine
,
-
e
formano
perciò
dell
'
Italia
non
un
faro
unico
che
splenda
di
luce
uniforme
ed
intensa
,
ma
una
riunione
di
sistemi
planetarî
ove
sono
molti
i
soli
che
vivono
di
luce
propria
e
che
hanno
ciascuno
un
seguito
d
'
astri
minori
.
L
'
Italia
infatti
non
è
-
per
chi
la
consideri
dall
'
alto
e
da
lontano
come
un
'
astratta
entità
psicologica
-
né
un
organismo
mastodontico
come
la
Germania
,
né
un
organismo
meno
pesante
ma
forse
ancora
più
burocraticamente
uniforme
come
la
Francia
.
Ogni
tedesco
ed
ogni
francese
portano
impresso
il
loro
carattere
nazionale
e
da
quello
solo
voi
potete
riconoscerli
e
definirli
:
ogni
italiano
invece
,
oltre
e
più
del
suo
carattere
nazionale
,
porta
impresso
lo
stigma
della
sua
provincia
;
ed
è
perciò
che
mentre
una
riunione
di
francesi
o
di
tedeschi
vi
dà
la
sensazione
d
'
una
musica
monocorde
,
una
riunione
di
italiani
ha
tutto
il
fascino
d
'
una
sinfonia
ove
s
'
intreccino
mille
motivi
melodici
.
L
'
Italia
insomma
è
nell
'
anima
del
suo
popolo
quello
che
è
nella
sua
geografia
:
il
paese
che
riunisce
gli
spettacoli
più
diversi
:
e
come
voi
potete
,
attraversandola
,
passare
dai
ghiacciai
delle
Alpi
al
sorriso
delle
marine
,
da
campagne
ubertose
a
terreni
deserti
e
malarici
,
da
selve
ove
cresce
soltanto
la
nordica
pianta
dell
'
abete
a
giardini
ove
fiorisce
l
'
arancio
;
così
giudicandola
socialmente
,
voi
dovete
confessare
che
molti
suoi
abitanti
paiono
,
anziché
italiani
,
greci
o
spagnuoli
o
tedeschi
,
e
che
mentre
alcuni
hanno
l
'
indolenza
dei
popoli
orientali
,
altri
son
dominati
dalla
febbre
del
danaro
propria
degli
americani
.
Orbene
,
questa
varietà
antropologica
e
psicologica
che
costituisce
la
bellezza
artistica
e
potrebbe
costituire
la
perfezione
sociale
del
nostro
paese
,
è
,
viceversa
,
fonte
di
invidia
fra
gli
italiani
e
quindi
di
debolezza
collettiva
dinanzi
agli
stranieri
,
perché
noi
-
anziché
riconoscerla
francamente
e
svilupparla
sapientemente
-
ci
siamo
ostinati
a
negarla
e
a
comprimerla
in
omaggio
a
un
falso
concetto
del
patriottismo
.
L
'
esagerazione
e
l
'
iperbole
,
che
sono
fra
i
nostri
maggiori
difetti
,
ci
hanno
fatto
credere
che
noi
eravamo
non
soltanto
tutti
fratelli
,
ma
anche
tutti
eguali
,
da
un
capo
all
'
altro
della
penisola
,
e
siamo
andati
sempre
innanzi
sulle
stampelle
della
retorica
e
al
suono
dei
grandi
nomi
,
proclamando
che
noi
dovevamo
essere
tutti
governati
ad
un
modo
,
italiani
della
Sicilia
e
del
Veneto
,
del
Piemonte
e
della
Calabria
.
E
quando
-
dapprima
-
qualche
voce
isolata
di
osservatori
indipendenti
osò
ammonire
:
"
Badate
,
noi
siamo
diversi
per
razza
,
per
storia
,
per
abitudini
,
e
bisogna
quindi
piuttosto
che
imporre
a
forza
un
'
unificazione
formale
,
preparare
a
poco
a
poco
un
'
unificazione
sincera
e
reale
"
,
i
più
copersero
quelle
voci
isolate
sotto
il
clangore
degli
squilli
della
loro
retorica
patriottica
;
e
quando
più
tardi
quelle
voci
s
'
alzarono
più
forti
e
più
numerose
e
non
fu
possibile
ridurle
al
silenzio
,
si
disse
da
molti
che
esse
erano
l
'
opera
di
scuole
scientifiche
superficiali
e
paradossali
,
o
di
uomini
e
di
partiti
che
volevano
minare
l
'
unità
politica
del
nostro
paese
.
Invece
-
prescindendo
dal
modo
e
dalla
forma
con
cui
certe
verità
si
dovevano
e
si
debbono
dire
-
io
credo
ed
affermo
che
il
pericolo
vero
per
l
'
unità
della
nostra
patria
,
non
istà
nel
riconoscere
apertamente
ch
'
essa
è
formata
di
regioni
che
hanno
idee
,
sentimenti
e
bisogni
diversi
,
ma
consiste
nell
'
ostinarsi
a
negare
questa
differenza
,
e
nel
voler
quindi
educare
e
governare
tutti
gli
italiani
in
un
modo
identico
,
costringendoli
amministrativamente
e
legislativamente
in
un
letto
di
Procuste
,
che
fa
sorgere
gli
urli
della
protesta
,
e
fa
deviare
patologicamente
quello
spirito
regionale
che
-
se
fosse
rispettato
nei
suoi
giusti
limiti
-
sarebbe
ancor
oggi
,
come
fu
all
'
epoca
dei
Comuni
,
la
fortuna
d
'
Italia
.
È
questa
manìa
di
un
'
eguaglianza
e
di
una
uniformità
impossibili
e
innaturali
,
che
ci
ha
impedito
di
formare
un
'
anima
collettiva
veramente
degna
di
noi
,
specchio
fedele
di
quello
che
siamo
e
di
quanto
valiamo
.
Perduti
nel
pregiudizio
che
base
necessaria
dell
'
unità
politica
sia
l
'
uniformità
sociale
,
noi
abbiamo
lavorato
inutilmente
-
colle
leggi
e
colle
frasi
-
a
creare
un
tipo
unico
di
italiano
che
non
esiste
e
non
può
esistere
;
e
non
ci
siamo
accorti
che
il
nostro
dovere
di
cittadini
e
di
uomini
sinceri
era
invece
di
lavorare
-
con
un
prudente
sistema
di
federalismo
amministrativo
-
allo
sviluppo
autonomo
dei
vari
tipi
di
italiani
,
i
quali
,
tutti
insieme
,
avrebbero
cooperato
a
formare
dell
'
Italia
,
non
un
organismo
rigidamente
monotono
,
ma
un
organismo
sciolto
,
libero
,
snello
,
che
nella
stessa
diversità
delle
indoli
ond
'
era
composto
,
avrebbe
trovato
la
ragione
della
sua
bellezza
e
della
sua
forza
.
Giacché
-
ed
è
questa
davvero
un
'
opera
di
sano
patriottismo
-
se
noi
non
dobbiamo
tacere
che
alcune
nostre
regioni
sono
ancora
indietro
sulla
via
del
progresso
e
della
moralità
,
noi
non
dobbiamo
nemmeno
tacere
che
ciò
dipende
da
una
minoranza
che
ancora
le
domina
medioevalmente
e
che
politicamente
le
sfrutta
:
l
'
anima
vera
di
quelle
luminose
regioni
è
un
tesoro
nascosto
di
qualità
morali
e
di
genialità
intellettuale
che
non
attende
se
non
un
aiuto
fraterno
per
esplicarsi
libera
al
sole
e
scuotere
il
giogo
dei
pochi
furbi
che
la
fanno
apparire
diversa
da
quella
che
è
realmente
.
E
questo
aiuto
fraterno
si
riassume
anzitutto
e
sopratutto
in
un
'
opera
di
sincerità
.
Noi
dobbiamo
lasciare
ai
paladini
della
maffia
e
della
camorra
,
a
coloro
che
ingenuamente
o
gesuiticamente
credono
si
possa
uccidere
un
male
negandolo
,
o
cancellare
una
macchia
coprendola
,
il
bugiardo
sistema
di
proclamarsi
tutti
eguali
e
tutti
arrivati
a
un
identico
grado
di
civiltà
:
noi
dobbiamo
inaugurare
arditamente
il
sistema
della
verità
che
,
svelando
,
per
guarirli
,
le
colpe
e
i
difetti
,
che
sono
di
pochi
,
scopra
e
sviluppi
anche
le
doti
e
le
qualità
ignorate
,
che
per
fortuna
sono
di
molti
.
Così
-
e
non
altrimenti
-
potrà
formarsi
la
genuina
anima
nostra
:
così
l
'
Italia
potrà
essere
nel
suo
insieme
all
'
altezza
morale
e
intellettuale
delle
regioni
che
la
compongono
,
e
apparire
dinanzi
agli
stranieri
come
la
risultante
armonica
in
cui
si
fondono
le
diverse
e
mirabili
energie
del
popolo
più
riccamente
dotato
dalla
natura
.
Un
bagno
di
sincerità
:
ecco
ciò
di
cui
ha
bisogno
la
patria
nostra
.
La
debolezza
dell
'
Italia
è
tutta
nelle
menzogne
di
cui
s
'
è
nutrita
dal
'70
in
poi
.
E
se
la
menzogna
più
grande
è
quella
di
cui
ho
parlato
finora
,
altre
ve
ne
sono
-
meno
gravi
forse
politicamente
-
ma
altrettanto
pericolose
dal
punto
di
vista
sociale
.
Noi
ci
dibattiamo
fra
due
teorie
,
egualmente
esagerate
e
bugiarde
,
che
si
contraddicono
nei
termini
stessi
con
cui
vengono
esposte
.
Per
alcuni
,
noi
siamo
un
popolo
giovine
;
per
altri
,
noi
siamo
addirittura
un
popolo
decrepito
.
Vi
son
quelli
che
con
implacabile
scetticismo
fanno
udire
il
lugubre
rintocco
delle
campane
a
morto
della
razza
latina
;
e
vi
son
quelli
che
con
troppo
patriottico
orgoglio
suonano
la
fanfara
d
'
un
rinnovamento
della
stirpe
italiana
.
Costoro
s
'
empion
la
bocca
,
e
vorrebbero
intronar
le
orecchie
degli
altri
,
col
ricordo
delle
nostre
glorie
passate
:
quelli
invece
traggono
eccessive
conseguenze
da
alcuni
fenomeni
di
innegabile
degenerazione
,
e
come
medici
troppo
frettolosi
predicono
la
morte
d
'
un
organismo
basandosi
soltanto
su
sintomi
passeggieri
e
superficiali
.
Gli
uni
e
gli
altri
-
secondo
me
-
hanno
torto
.
Noi
non
dobbiamo
essere
né
troppo
vani
e
ottimisti
,
né
troppo
pessimisti
e
modesti
.
Noi
non
dobbiamo
far
nostra
la
sciocca
psicologia
del
nobile
moderno
,
il
quale
s
'
illude
che
basti
il
suo
blasone
a
renderlo
rispettato
e
temuto
,
e
s
'
adagia
nella
contemplazione
dei
meriti
dei
suoi
avi
,
senza
sentire
il
bisogno
e
il
dovere
di
rendersi
degno
di
loro
,
ma
noi
non
dobbiamo
neppure
avvilirci
nella
teoria
snervante
di
coloro
che
,
proclamandoci
un
popolo
vecchio
,
ci
dannano
a
una
decadenza
fatale
.
In
questi
ultimi
tempi
si
è
troppo
abusato
di
similitudini
nel
campo
sociologico
,
e
troppo
spesso
si
è
voluta
paragonare
la
vita
di
un
popolo
a
quella
di
un
individuo
.
Le
nazioni
non
possono
essere
in
tutto
paragonate
agli
organismi
individuali
,
giacché
mentre
per
questi
il
corso
della
vita
è
inesorabilmente
tracciato
dalle
leggi
di
natura
,
e
dopo
un
periodo
di
gioventù
in
cui
l
'
uomo
ardisce
e
promette
,
v
'
è
un
periodo
di
virilità
in
cui
agisce
e
mantiene
,
e
un
periodo
di
senilità
in
cui
decade
e
che
prelude
alla
morte
,
-
per
quelle
collettività
che
si
chiamano
nazioni
,
può
verificarsi
invece
o
il
miracolo
dell
'
immortalità
o
almeno
quello
della
resurrezione
.
Vale
a
dire
che
nazioni
anche
vecchissime
possono
o
continuare
a
vivere
prospere
e
rigogliose
,
o
,
dopo
un
periodo
di
decadimento
e
di
morte
apparente
,
rifiorire
e
risorgere
agli
splendori
d
'
un
tempo
.
Tale
fu
,
nella
storia
,
il
destino
felice
di
alcuni
popoli
;
tale
può
essere
-
io
lo
spero
e
lo
auguro
-
anche
il
destino
del
nostro
popolo
.
L
'
Italia
ha
troppe
volte
mostrato
di
possedere
la
misteriosa
virtù
di
alternare
periodi
di
gloria
e
di
potenza
con
periodi
di
silenzio
e
di
miseria
,
come
certi
terreni
alternano
anni
di
fecondità
con
anni
di
sterilità
,
per
non
legittimare
la
speranza
che
ancora
una
volta
si
riproduca
il
miracolo
confortante
!
Ma
l
'
attuazione
di
questo
miracolo
noi
non
dobbiamo
attenderla
soltanto
dal
nostro
passato
,
quasi
questo
fosse
una
fiamma
eterna
che
ci
deve
riscaldare
ed
illuminare
perennemente
nei
secoli
,
noi
dobbiamo
volerla
e
meritarla
colle
nostre
attuali
energie
.
E
invece
di
cullarci
in
un
orgoglio
che
confina
colla
vanità
,
o
rinchiuderci
in
una
modesta
rassegnazione
che
confina
con
un
'
umiltà
suicida
,
noi
dobbiamo
svegliare
in
noi
una
serena
e
ferma
fiducia
in
noi
stessi
,
e
non
soltanto
spazzar
via
le
menzogne
che
ci
degradano
e
i
pregiudizi
che
ci
indeboliscono
,
ma
sopratutto
svecchiare
la
nostra
educazione
e
la
nostra
istruzione
,
le
quali
sono
-
anche
esse
-
non
ultime
cause
di
quella
atonia
della
nostra
anima
collettiva
che
ci
fa
apparire
minori
di
quello
che
siamo
.
Le
razze
anglo
-
sassoni
sono
attualmente
superiori
alle
razze
latine
,
non
solo
e
non
tanto
perché
,
in
confronto
a
noi
,
sono
razze
giovani
,
quanto
e
sopratutto
perché
esse
hanno
sistemi
d
'
educazione
giovani
,
mentre
noi
li
abbiamo
vecchissimi
,
e
perché
si
preoccupano
di
formare
e
di
agguerrire
l
'
uomo
per
le
lotte
della
vita
moderna
,
piuttosto
che
di
imbottirlo
di
cognizioni
sul
mondo
antico
.
Senza
essere
esagerati
,
io
credo
che
il
nostro
sistema
d
'
educazione
classica
si
può
riassumere
così
:
in
un
atto
di
fede
davanti
l
'
infallibilità
d
'
un
maestro
o
d
'
una
teoria
,
e
in
un
continuo
atto
d
'
adorazione
verso
il
nostro
passato
,
che
ci
è
imposto
come
un
esempio
immutabile
e
insuperabile
.
Infatti
,
prima
e
più
che
insegnare
le
cose
necessarie
alla
vita
,
nelle
nostre
scuole
si
insegna
,
esaltandola
,
la
storia
antica
,
la
quale
non
è
se
non
il
trionfo
della
forza
brutale
:
-
e
lo
strano
è
che
noi
siamo
pronti
a
meravigliarci
e
a
inorridire
davanti
a
un
delitto
politico
moderno
,
mentre
non
facciamo
altro
che
lodare
i
delitti
politici
del
passato
,
e
mentre
la
nostra
educazione
non
è
che
una
glorificazione
continua
della
violenza
!
Nelle
nostre
scuole
,
invece
di
formar
degli
uomini
,
si
forman
degli
eruditi
:
invece
di
preparare
i
giovani
alle
difficoltà
della
lotta
per
la
esistenza
,
si
preparano
soltanto
alle
carriere
burocratiche
:
invece
di
sviluppare
l
'
iniziativa
individuale
,
si
cerca
di
spegnere
sotto
un
livello
mediocre
ogni
lampo
di
originalità
.
In
una
parola
,
nelle
scuole
dove
si
dovrebbe
aver
di
mira
lo
sviluppo
delle
più
alte
facoltà
umane
,
non
si
tende
invece
che
a
un
unico
ideale
,
molto
prossimo
,
il
diploma
.
E
lo
Stato
che
fabbrica
,
a
colpi
di
manuale
,
tutti
questi
laureati
,
non
può
utilizzarne
che
una
parte
e
lascia
perciò
senza
impiego
tutti
gli
altri
.
Esso
deve
quindi
rassegnarsi
a
nutrire
i
primi
e
ad
aver
per
nemici
i
secondi
,
deve
rassegnarsi
cioè
a
creare
due
categorie
di
individui
:
quelli
che
avendo
assediato
le
carriere
,
hanno
potuto
ottenere
un
posto
,
e
quelli
che
pur
avendo
messo
l
'
assedio
sono
rimasti
al
di
fuori
della
fortezza
burocratica
.
I
primi
costituiscono
una
folla
schiava
del
Governo
,
sempre
pronta
a
sostenerlo
per
paura
di
perdere
il
loro
impiego
e
per
inconscia
difesa
di
classe
;
i
secondi
costituiscono
una
folla
ribelle
al
Governo
,
sempre
pronta
a
combatterne
e
a
intralciarne
le
iniziative
;
-
e
la
cosiddetta
opinione
pubblica
non
è
spesso
che
la
risultante
di
queste
due
strane
correnti
che
portano
nei
giudizi
,
non
le
idee
e
i
sentimenti
veri
del
popolo
,
ma
o
gli
egoismi
d
'
una
folla
che
ha
troppo
mangiato
,
o
le
rappresaglie
d
'
una
folla
che
ha
fame
.
Tale
è
-
per
disgrazia
-
la
condizione
di
una
gran
parte
delle
folle
latine
e
specialmente
italiane
,
perché
la
nostra
gioventù
intellettuale
è
resa
precocemente
vecchia
dai
nostri
sistemi
d
'
educazione
.
L
'
idea
di
farsi
un
posto
al
sole
e
di
essere
utili
al
proprio
paese
al
di
fuori
dell
'
ingranaggio
della
burocrazia
o
dell
'
ambiente
parlamentare
,
è
un
'
idea
quasi
ignota
alla
maggioranza
dei
giovani
cervelli
italiani
.
E
ciò
,
non
tanto
per
un
abbassamento
intellettuale
,
quanto
per
una
organica
sfiducia
in
sé
stessi
,
per
la
quale
anche
i
giovani
si
credono
e
si
sentono
vecchi
,
e
come
i
vecchi
hanno
bisogno
per
camminare
di
appoggiarsi
al
bastone
del
Governo
o
del
favoritismo
politico
.
Qual
differenza
con
altri
popoli
,
dove
,
-
come
per
esempio
nell
'
America
del
Nord
-
tanto
gli
impieghi
governativi
come
i
posti
di
deputati
non
sono
ambiti
dai
giovani
,
sono
anzi
lasciati
a
coloro
che
non
hanno
fatto
in
altro
modo
carriera
!
Là
non
si
crede
che
un
Governo
ed
un
popolo
sieno
tutti
ed
unicamente
nella
burocrazia
e
nel
Parlamento
!
Là
si
sente
che
le
energie
individuali
e
collettive
del
paese
sono
fuori
da
quelle
due
istituzioni
che
da
noi
invece
le
atrofizzano
:
i
cittadini
hanno
,
cioè
,
fiducia
in
sé
stessi
,
hanno
,
dirò
meglio
,
coscienza
di
sé
stessi
,
e
sanno
quindi
che
i
funzionarî
non
sono
altro
che
dei
servitori
della
nazione
,
e
i
deputati
dei
mandatari
-
non
dei
despoti
-
dell
'
opinione
pubblica
.
La
nazione
vera
è
nei
suoi
cittadini
indipendenti
,
che
indipendentemente
lavorano
,
pensano
e
parlano
.
Ebbene
:
noi
dovremmo
imitare
questo
tipo
d
'
educazione
,
e
invece
di
tendere
,
nelle
nostre
scuole
,
all
'
uniformità
grigia
,
alla
beata
mediocrità
,
alla
formazione
del
gregge
docile
che
seguirà
senza
ribellioni
il
pastore
,
noi
dovremmo
tendere
alla
individualità
insofferente
,
ma
promettitrice
di
feconde
energie
,
alla
formazione
di
un
popolo
libero
e
sciolto
che
non
s
'
acqueti
negli
stagni
degli
impieghi
,
ma
navighi
ardito
il
mare
tempestoso
dell
'
esistenza
.
Se
noi
sapremo
compiere
anche
la
parziale
trasformazione
della
nostra
educazione
classica
in
una
istruzione
professionale
,
che
riconduca
una
parte
della
gioventù
ai
campi
,
alle
officine
,
ai
commerci
piuttosto
che
farla
ammuffir
negli
uffici
,
e
dia
ad
essa
più
che
l
'
erudizione
di
ciò
che
è
vecchio
,
il
senso
pratico
della
vita
moderna
,
e
,
più
che
l
'
ammirazione
per
l
'
ingegno
,
l
'
ammirazione
per
l
'
attività
e
per
il
carattere
,
noi
formeremo
allora
veramente
un
'
anima
collettiva
degna
della
potenza
che
ormai
il
progresso
le
ha
riconosciuto
.
Il
problema
,
il
pericolo
,
il
bisogno
del
momento
presente
consistono
appunto
in
quest
'
opera
di
educazione
delle
masse
:
e
ne
è
prova
il
fatto
che
là
dove
le
folle
rimasero
ancor
vittime
della
incoscienza
e
dell
'
ignoranza
secolare
,
incancrenite
nei
vecchi
sistemi
di
una
vecchia
educazione
,
diedero
al
mondo
spettacolo
triste
di
ingiustizie
e
di
violenze
collettive
,
-
e
là
invece
dove
poterono
sollevarsi
alla
visione
serena
dei
loro
diritti
,
guardare
con
anima
aperta
e
illuminata
il
loro
destino
,
diedero
un
grande
magnifico
impulso
alla
formazione
di
una
rinnovata
coscienza
sociale
,
-
quasi
bagliore
lontano
d
'
una
vera
giustizia
che
scenderà
con
luce
calma
e
ferma
a
sostituire
la
ipocrita
giustizia
del
tempo
nostro
.
Guardiamoci
attorno
:
e
confessiamo
che
se
un
'
opera
di
moralità
fu
compiuta
,
rivelando
colpe
finora
prudentemente
nascoste
,
se
un
'
opera
di
equità
fu
tentata
,
elevando
il
lavoro
alla
dignità
e
alla
considerazione
che
merita
,
lo
si
deve
,
non
tanto
a
questo
o
a
quell
'
individuo
,
quanto
allo
sviluppo
lento
,
continuo
,
grandioso
dell
'
anima
collettiva
,
cui
finalmente
si
osò
e
si
volle
far
sentire
la
sua
potenza
legittima
,
e
che
agisce
ora
come
fiamma
purificatrice
di
altruismo
ad
oscurare
e
disperdere
l
'
egoismo
individualista
da
cui
eravamo
dominati
finora
.
Né
si
dica
che
è
la
semplice
forza
numerica
che
ora
appare
d
'
un
tratto
,
e
che
soverchia
brutalmente
ogni
altra
forza
,
poiché
le
furon
tolti
o
allentati
i
freni
che
la
tenevano
paurosamente
silenziosa
.
Ciò
che
oggi
impone
,
fa
pensare
e
per
fortuna
fa
anche
provvedere
,
non
è
la
forza
bruta
della
folla
,
la
quale
ha
sempre
esistito
,
ma
è
la
coscienza
nuova
sviluppatasi
nella
folla
,
coscienza
nutrita
di
verità
e
di
modernità
.
Oggi
noi
non
abbiamo
dinanzi
a
noi
,
come
una
volta
,
degli
automi
che
lavorano
e
soffrono
e
sono
temibili
soltanto
per
il
loro
numero
;
noi
abbiamo
innanzi
a
noi
degli
organismi
coscienti
che
sanno
il
prezzo
del
loro
lavoro
e
che
si
sono
formati
un
'
anima
collettiva
la
quale
giovanilmente
fronteggia
la
nostra
ancor
vecchia
e
chiedono
a
noi
economicamente
quel
che
noi
chiedemmo
politicamente
,
or
è
un
secolo
,
ad
altre
classi
sociali
.
Due
artisti
,
i
fratelli
Goncourt
,
lanciavano
,
più
di
cinquant
'
anni
fa
,
uno
di
quei
paradossi
letterarî
che
la
storia
s
'
incarica
di
tramutare
,
almeno
parzialmente
,
in
realtà
positiva
.
"
Ogni
quattro
o
cinquecento
anni
-
essi
dicevano
-
la
barbarie
è
necessaria
per
rivivificare
il
mondo
.
Una
volta
in
Europa
,
quando
una
vecchia
popolazione
d
'
una
amabile
contrada
era
diventata
anemica
,
le
cadevano
addosso
dal
nord
dei
colossi
di
sei
piedi
che
rifacevano
la
razza
.
Adesso
che
l
'
Europa
non
ha
più
selvaggi
,
sono
gli
operai
che
faranno
quel
lavoro
fra
una
cinquantina
d
'
anni
e
ciò
si
chiamerà
la
rivoluzione
sociale
"
.
Io
non
ho
citato
questo
brano
per
il
suo
contenuto
politico
:
-
non
voglio
occuparmi
di
politica
e
ad
ogni
modo
dichiaro
che
sono
ottimista
ed
evoluzionista
e
non
credo
ai
funebri
minacciatori
di
cataclismi
!
-
ho
citato
questo
brano
per
il
suo
contenuto
psicologico
e
morale
.
Ed
io
penso
sia
vero
,
fortunatamente
vero
,
che
una
grande
rivoluzione
morale
si
sta
compiendo
in
noi
per
l
'
avvento
e
l
'
elevazione
del
popolo
,
per
lo
svolgersi
ed
il
fiorire
di
un
'
anima
collettiva
cui
si
aveva
negato
finora
la
luce
e
la
vita
.
Da
troppo
tempo
noi
eravamo
polarizzati
nella
illusione
che
tutto
quanto
di
bello
e
di
grande
era
al
mondo
fosse
il
dono
di
qualche
mostruoso
cervello
individuale
:
da
troppo
tempo
noi
ci
curvavamo
dinanzi
al
novissimo
despotismo
delle
supreme
facoltà
individuali
.
E
l
'
adorazione
per
l
'
uomo
d
'
ingegno
era
tanta
,
che
gli
si
perdonava
assai
più
facilmente
che
agli
altri
le
immoralità
e
persino
i
delitti
che
commetteva
.
Se
era
un
artista
lo
si
onorava
,
anche
se
la
sua
arte
era
degenerata
e
sovvertiva
i
principî
della
morale
:
se
era
un
uomo
politico
,
lo
si
lasciava
libero
anche
se
rubava
.
Orbene
,
l
'
anima
collettiva
è
sorta
a
ribellarsi
,
e
a
farci
ribellare
,
contro
questa
teoria
superba
ed
aristocratica
:
e
non
soltanto
ci
ha
insegnato
,
più
che
l
'
ammirazione
per
qualche
cervello
superiore
,
l
'
amore
vivo
e
fraterno
per
la
folla
degli
umili
;
ma
ci
ha
rivelato
altresì
che
se
i
progressi
intellettuali
sono
innegabilmente
dovuti
al
genio
di
qualche
individuo
,
i
progressi
morali
sono
dovuti
sempre
all
'
opera
oscura
della
collettività
,
cui
non
sorride
speranza
di
gloria
,
ma
verso
cui
deve
scendere
-
più
giusta
e
più
grande
-
la
nostra
riconoscenza
.
Avviene
-
per
le
conquiste
morali
della
folla
-
ciò
che
avviene
nell
'
arte
per
le
maggiori
e
più
mirabili
opere
architettoniche
.
Come
,
dinanzi
alla
nera
cattedrale
di
Colonia
o
dinanzi
alla
candida
meraviglia
del
Duomo
di
Milano
,
si
dimentica
il
nome
di
chi
le
ideò
e
di
coloro
che
ne
diressero
ed
eseguirono
il
lavoro
,
e
solo
rimane
viva
l
'
ammirazione
per
il
sentimento
religioso
che
ne
fu
l
'
ispirazione
anonima
e
collettiva
,
così
,
dinanzi
al
progresso
morale
cui
il
nostro
secolo
assiste
e
che
fa
suo
dogma
di
dare
il
benessere
,
l
'
educazione
e
il
potere
al
maggior
numero
possibile
d
'
individui
,
anziché
riserbarli
a
caste
privilegiate
,
noi
dobbiamo
dimenticare
il
nome
degli
apostoli
che
quel
progresso
diressero
e
fecondarono
,
e
dare
il
dovuto
merito
alla
grande
anima
collettiva
del
popolo
che
di
quel
progresso
fu
l
'
origine
e
l
'
istigatrice
maggiore
.
Suprema
opera
di
giustizia
,
codesta
,
perché
riconduce
alla
sua
vera
causa
ciò
che
noi
credevamo
merito
di
pochi
,
-
suprema
opera
di
modestia
,
perché
piega
i
nostri
orgogli
individuali
dinanzi
all
'
azione
oscura
della
folla
,
e
-
come
una
religione
più
umana
-
ci
umilia
tutti
dinanzi
alla
misteriosa
divinità
dell
'
anima
collettiva
.
CAPITOLO
SECONDO
L
'
arte
e
la
folla
L
'
arte
e
la
folla
sono
due
nomi
che
ai
più
debbono
sembrare
contradditorî
e
inassociabili
,
giacché
mentre
l
'
uno
rappresenta
l
'
aristocrazia
del
pensiero
,
l
'
altro
non
significa
che
la
volgarità
del
numero
.
Può
la
folla
intendere
l
'
arte
e
giudicarla
?
È
il
suo
plebiscito
una
di
quelle
sentenze
contro
cui
non
è
ammesso
l
'
appello
,
e
che
pro
veritate
habentur
?
O
viceversa
,
come
pretendono
molti
,
l
'
arte
che
piace
alla
folla
non
è
arte
o
,
tutt
'
al
più
,
non
è
che
una
forma
di
arte
inferiore
?
Ecco
il
problema
non
del
tutto
nuovo
,
ma
che
alcuni
studî
recenti
hanno
rimesso
alla
moda
;
problema
interessante
e
importante
,
non
solo
per
le
soluzioni
che
può
avere
,
ma
altresì
e
sopratutto
per
le
analisi
psicologiche
che
,
per
risolverlo
,
rende
necessarie
.
È
la
psicologia
collettiva
,
questo
mare
immenso
,
profondo
e
misterioso
,
che
occorre
sondare
per
scoprire
,
non
la
ragione
intima
ed
ultima
che
è
inafferrabile
,
ma
almeno
alcune
cause
dei
suoi
flussi
e
riflussi
,
delle
sue
calme
e
delle
sue
tempeste
improvvise
.
I
.
Sorridono
alcuni
dell
'
ufficio
moralizzatore
che
il
Guyau
prima
e
il
Tolstoi
poi
attribuirono
all
'
arte
,
e
non
ammettono
ch
'
essa
possa
avere
di
mira
il
miglioramento
progressivo
dell
'
umanità
,
seguendo
volta
a
volta
le
riforme
che
spuntano
nell
'
ambiente
sociale
.
Negan
costoro
che
vi
sia
un
'
arte
conservatrice
ed
una
rivoluzionaria
,
un
'
arte
realista
ed
una
repubblicana
,
un
'
arte
militarista
ed
una
antiguerresca
,
perché
-
essi
dicono
-
tutti
questi
e
molti
altri
piccoli
fenomeni
dell
'
anima
contemporanea
sono
dall
'
arte
vera
guardati
dall
'
alto
e
spesse
volte
trattati
con
disprezzo
.
Può
darsi
.
Io
non
mi
arrogo
il
diritto
di
definir
l
'
arte
vera
e
umilmente
confesso
di
ignorare
chi
abbia
la
privativa
di
questa
definizione
.
Ma
sento
che
l
'
arte
riflette
come
uno
specchio
le
correnti
religiose
,
politiche
,
scientifiche
che
attraversano
la
psiche
umana
,
e
quindi
affermo
-
con
la
modestia
doverosa
in
un
profano
-
che
l
'
arte
segue
in
questo
senso
i
pensieri
e
i
sentimenti
diffusi
nell
'
anima
collettiva
e
,
quasi
direi
,
si
nutre
di
essi
.
L
'
arte
rappresenta
tra
i
fenomeni
umani
quello
che
la
sensitiva
rappresenta
tra
gli
organismi
vegetali
.
Essa
avverte
,
con
una
straordinaria
dote
di
percezione
che
nessun
altro
ha
e
che
pare
prescienza
,
tutto
ciò
che
avviene
intorno
a
lei
,
e
o
reagisce
ai
fenomeni
del
mondo
esteriore
o
li
assorbe
,
ma
sempre
li
riassume
con
una
limpida
evidenza
sintetica
.
Prova
ne
sia
il
problema
che
oggi
ritorna
ad
occupare
lo
spirito
umano
e
che
io
ho
posto
a
tema
di
questo
studio
.
Questa
ricerca
dei
rapporti
tra
l
'
arte
e
la
folla
,
questo
chiederci
se
l
'
una
possa
essere
giudicata
dall
'
altra
,
che
cosa
è
,
se
non
la
forma
artistica
sotto
cui
si
manifesta
il
gran
dissidio
fra
individualismo
e
socialismo
che
turba
la
coscienza
contemporanea
?
In
questa
sdegnosa
superbia
dell
'
artista
creatore
che
nega
alla
folla
il
diritto
di
consacrarlo
alla
fama
o
all
'
oblio
,
non
vediam
noi
risorgere
e
scolpirsi
il
duello
eterno
fra
l
'
individuo
e
la
società
,
non
sentiamo
noi
agitarsi
il
grande
dubbio
-
nelle
cui
nebbie
il
secolo
sorge
-
se
sia
cioè
il
progresso
un
merito
esclusivo
di
alcuni
individui
geniali
che
trascinaron
dietro
le
folle
come
i
pastori
le
pecore
,
o
non
piuttosto
la
meravigliosa
opera
incosciente
di
tutti
,
una
specie
di
immensa
piramide
cui
ogni
uomo
che
visse
portò
la
sua
pietra
?
Abbiamo
dunque
di
fronte
,
nel
campo
nell
'
arte
,
come
in
quello
della
politica
,
due
partiti
opposti
ed
irriducibili
:
l
'
uno
esalta
la
folla
,
l
'
altro
la
spregia
;
l
'
uno
la
crede
degna
d
'
esser
giudice
d
'
ogni
opera
individuale
e
quindi
anche
di
governare
,
l
'
altro
le
nega
ogni
capacità
intellettiva
,
e
la
vorrebbe
quindi
non
giudice
e
despota
,
ma
ancella
e
schiava
,
dominata
sempre
ed
in
tutto
da
uno
o
da
pochi
.
In
politica
,
il
partito
che
spregia
la
folla
è
ristretto
ormai
in
assai
brevi
confini
:
la
tesi
superba
ed
egoista
è
ormai
difficile
ad
essere
sostenuta
nella
sua
rigida
purezza
,
perché
urta
contro
uno
stato
di
fatto
che
non
si
può
mutare
:
il
diritto
di
voto
.
Bisogna
aggiungere
inoltre
che
la
politica
,
essendo
il
fenomeno
sociale
in
cui
la
sincerità
e
la
franchezza
sono
più
scarse
,
non
permette
quella
divisione
netta
e
leale
di
partiti
che
altrove
esiste
,
e
si
manifesta
piuttosto
con
gradazioni
indecise
,
che
non
con
colori
risolutamente
spiccati
.
È
raro
infatti
trovare
nella
politica
un
individualista
ad
oltranza
,
cioè
un
dispotico
:
come
è
raro
trovare
un
socialista
ad
oltranza
,
cioè
un
uomo
che
neghi
ogni
e
qualsiasi
influenza
o
diritto
all
'
individuo
isolato
:
entrambi
sono
intimamente
rosi
da
una
contraddizione
facile
ad
essere
messa
a
nudo
,
quantunque
non
confessata
:
l
'
individualista
cercherà
quell
'
adesione
e
quel
successo
nel
pubblico
,
ch
'
egli
a
parole
disprezza
;
e
il
socialista
lotterà
per
quel
sentimento
egoistico
di
sopravvanzare
gli
altri
e
di
accumulare
per
sé
,
che
teoricamente
condanna
.
In
arte
,
il
partito
che
spregia
la
folla
è
più
numeroso
.
Senza
accennare
alla
falange
estrema
dei
sostenitori
della
teoria
del
superuomo
,
sono
innegabilmente
molti
coloro
che
rifiutano
alla
moltitudine
il
diritto
di
giudicare
una
qualunque
manifestazione
artistica
,
e
lo
accordano
tutt
'
al
più
soltanto
a
un
cenacolo
di
competenti
che
vanno
sotto
il
nome
di
critici
.
Anche
qui
si
riproduce
il
fenomeno
contradditorio
per
il
quale
codesti
aristocratici
del
pensiero
non
sono
poi
troppo
malcontenti
se
la
turba
li
colma
di
elogi
e
di
applausi
;
ma
,
pur
beandosi
dell
'
aura
popolare
che
li
accarezza
,
essi
non
cessano
di
disprezzarla
,
e
quando
quell
'
aura
è
loro
contraria
anziché
favorevole
,
non
se
ne
sgomentano
,
ma
ne
sorridono
dall
'
alto
della
loro
incontestabile
superiorità
.
Dall
'
antico
oratore
greco
che
,
quando
la
folla
lo
applaudiva
,
si
interrompeva
per
chiedere
ironicamente
:
mi
applaudono
?
ho
dunque
detto
una
sciocchezza
?
fino
al
genio
italianamente
moderno
di
Arrigo
Boito
che
,
nella
memorabile
sera
della
prima
rappresentazione
del
Mefistolele
,
impassibile
sul
suo
scanno
di
direttore
d
'
orchestra
,
rispondeva
ai
fischi
del
pubblico
,
dicendo
sorridente
ai
vicini
:
che
onore
mi
fanno
!
,
-
questo
supremo
disprezzo
dell
'
individuo
-
artista
verso
la
folla
-
beota
è
uno
dei
fenomeni
più
comuni
.
Ma
è
altresì
sempre
un
fenomeno
logico
e
giusto
?
Ecco
finalmente
e
veramente
il
problema
.
II
.
Si
è
detto
da
alcuni
e
si
ripete
ormai
quotidianamente
da
tutti
,
che
la
folla
è
moralmente
e
intellettualmente
inferiore
all
'
individuo
.
Chi
scrive
cooperò
,
anzi
fu
il
primo
,
a
mettere
in
luce
questa
verità
,
ed
ebbe
il
piacere
di
veder
riprodotte
spesso
le
proprie
idee
.
Soltanto
,
questi
riproduttori
,
o
inconscientemente
per
miopia
,
o
coscientemente
per
spirito
di
parte
,
hanno
dimenticato
che
se
io
avevo
formulato
una
legge
,
ne
avevo
anche
constatate
le
non
rare
eccezioni
.
Eccezioni
morali
,
anzitutto
.
La
folla
è
senza
dubbio
un
terreno
in
cui
il
microbo
del
male
si
sviluppa
assai
facilmente
,
e
in
cui
viceversa
il
microbo
del
bene
quasi
sempre
muore
,
non
trovandovi
le
condizioni
di
vita
.
Da
una
folla
voi
temete
sempre
,
sperate
di
rado
:
tutti
sentono
e
tutti
sanno
,
pur
troppo
,
per
esperienza
,
che
l
'
esempio
di
un
malfattore
o
di
un
pazzo
può
trascinare
la
folla
al
delitto
:
ben
pochi
credono
,
e
raro
avviene
,
che
la
voce
d
'
un
pacificatore
possa
indurre
la
folla
alla
calma
.
L
'
opera
della
folla
fu
nella
storia
più
un
'
opera
di
odio
e
di
distruzione
che
non
di
creazione
e
d
'
amore
,
perché
la
folla
,
organismo
incosciente
e
impulsivo
,
fatalmente
agisce
più
cogli
istinti
del
selvaggio
e
del
bruto
che
non
con
quelli
dell
'
uomo
civile
.
Ma
non
si
può
negare
che
talvolta
la
moltitudine
arriva
ad
altezze
psicologiche
che
l
'
uomo
isolato
non
saprebbe
raggiungere
,
o
manifesta
una
generosità
così
sublime
che
nessun
individuo
potrebbe
spiegare
.
"
Quando
il
più
grande
degli
oratori
riuscì
a
convincere
gli
Ateniesi
che
l
'
uomo
il
quale
aveva
attirato
su
di
essi
dei
disastri
irreparabili
persuadendoli
ad
armarsi
contro
Filippo
,
meritava
non
pene
ma
corone
di
lauro
;
quando
egli
si
gloriò
d
'
aver
salvato
a
Maratona
l
'
onore
del
suo
paese
,
e
persuase
a
dei
bottegai
e
a
degli
artigiani
che
l
'
onore
doveva
esser
loro
più
caro
della
vita
,
si
assistè
quel
giorno
al
più
bel
trionfo
che
la
parola
umana
abbia
mai
riportato
,
e
il
popolo
ateniese
provò
che
una
moltitudine
non
è
sempre
mediocre
e
che
le
grandi
ispirazioni
sanno
trovar
qualche
volta
la
strada
per
penetrare
nella
sua
anima
.
Ogni
cittadino
,
forse
,
isolatamente
,
avrebbe
resistito
all
'
eloquenza
di
Demostene
,
ma
egli
parlava
a
una
folla
,
e
la
folla
si
è
arresa
"
*
.
Così
nella
celebre
notte
del
4
agosto
,
l
'
assemblea
di
Francia
,
facendo
getto
dei
suoi
diritti
ereditari
,
ha
dato
prova
d
'
un
altruismo
collettivo
,
il
cui
equivalente
invano
si
cercherebbe
nella
storia
degli
altruismi
individuali
.
Così
,
la
folla
briaca
dei
parigini
,
all
'
epoca
della
rivoluzione
,
ebbe
dei
lampi
di
dolcezza
sentimentale
in
mezzo
all
'
oscura
bufera
della
sua
ferocia
bestiale
.
Quando
Sombreuil
,
condannato
a
morte
,
apparve
tra
la
fila
delle
baionette
,
e
sua
figlia
gli
si
allacciò
al
collo
,
scongiurando
gli
assassini
di
risparmiarlo
,
o
di
uccidere
anche
lei
insieme
a
lui
,
un
grido
di
grazia
s
'
elevò
tra
la
moltitudine
.
E
si
accordò
alla
figlia
la
vita
del
padre
,
al
patto
orribile
ch
'
ella
immergesse
le
labbra
in
una
tazza
piena
del
sangue
di
aristocratici
.
La
figlia
prese
il
bicchiere
con
mano
ferma
e
lo
vuotò
alla
salute
del
padre
suo
.
Il
gesto
supremo
operò
il
miracolo
.
Vi
sono
delle
sorprese
della
natura
anche
nel
delitto
;
vi
sono
delle
imprevedibili
rivoluzioni
negli
abissi
del
cuore
umano
.
Quei
mostri
,
ancor
tinti
di
sangue
,
portarono
in
trionfo
Sombreuil
e
sua
figlia
fino
al
loro
palazzo
e
giurarono
di
difenderli
contro
ogni
nemico
*
.
Così
-
per
passare
dalle
tragedie
vere
e
vissute
a
quelle
false
e
rappresentate
-
non
si
può
negare
che
nelle
società
più
equivoche
,
nelle
masse
composte
dei
peggiori
elementi
,
c
'
è
un
sentimento
collettivo
di
onestà
e
di
giustizia
che
vince
l
'
istinto
individuale
più
perverso
.
Ricordo
di
aver
letto
l
'
indignazione
che
invase
una
platea
di
forzati
a
una
rappresentazione
concessa
loro
dalla
Direzione
del
penitenziario
,
quando
il
traditore
Golo
fa
uccidere
da
due
sicari
la
pia
e
virtuosa
Genoveffa
di
Brabante
col
suo
bambino
.
Non
c
'
è
quindi
alcun
dubbio
che
pur
dovendo
affermare
in
generale
che
la
folla
è
moralmente
peggiore
dell
'
individuo
,
bisogna
anche
riconoscere
che
talvolta
essa
lo
supera
nell
'
esplicazione
delle
più
alte
facoltà
dell
'
anima
umana
.
La
folla
,
come
la
donna
,
ha
una
psicologia
estrema
,
capace
solo
di
eccessi
,
mirabile
alle
volte
di
abnegazione
,
spaventosa
spesso
di
ferocia
,
mai
o
quasi
mai
mediocre
e
misurata
nei
suoi
sentimenti
.
Orbene
:
potremo
noi
dire
che
la
folla
ha
-
anche
,
nel
campo
intellettuale
-
questo
carattere
estremo
e
contradditorio
;
potremo
noi
dire
che
la
sua
intelligenza
,
come
la
sua
psicologia
,
conosce
altezze
di
vette
o
profondità
di
abissi
ignoti
all
'
individuo
isolato
?
Qui
il
problema
si
fa
più
complesso
e
difficile
.
A
tutta
prima
sembra
che
la
legge
da
me
formulata
e
secondo
la
quale
il
prodotto
intellettuale
d
'
una
collettività
è
sempre
inferiore
a
quello
che
avrebbe
dato
ciascuno
degli
individui
che
la
compongono
,
non
soffra
eccezioni
.
Dodici
uomini
di
buon
senso
,
riuniti
insieme
per
formare
un
giurì
,
emanano
spesso
verdetti
che
non
hanno
senso
comune
.
Dieci
o
venti
artisti
o
scienziati
riuniti
insieme
per
formare
una
Commissione
emanano
spesso
decisioni
contrarie
ai
più
elementari
principî
della
scienza
e
dell
'
arte
.
Centinaia
di
uomini
di
ingegno
riuniti
insieme
per
formare
un
Parlamento
si
comportano
collettivamente
in
modo
da
offrire
spesso
materia
al
disprezzo
o
al
sorriso
più
che
al
rispetto
.
La
compagnia
insomma
,
indebolisce
-
riguardo
al
risultato
complessivo
-
così
la
forza
dell
'
ingegno
,
come
quella
dei
sentimenti
buoni
e
pietosi
.
Con
questa
aggravante
però
,
a
sfavore
del
prodotto
intellettuale
:
che
mentre
la
compagnia
,
se
generalmente
abbassa
il
livello
morale
degli
individui
può
talvolta
,
come
vedemmo
,
per
eccezione
innalzarlo
,
non
può
mai
innalzarne
il
livello
intellettuale
.
La
collettività
cioè
può
essere
qualche
volta
geniale
dal
punto
di
vista
del
sentimento
;
non
può
mai
esserlo
dal
punto
di
vista
del
pensiero
.
Vi
sono
infatti
degli
eroismi
collettivi
ma
non
vi
sono
dei
capolavori
collettivi
.
La
folla
può
arrivare
alle
manifestazioni
supreme
della
virtù
,
ma
non
può
raggiungere
le
manifestazioni
supreme
dell
'
intelligenza
creatrice
.
Noi
non
troviamo
in
nessuna
storia
politica
,
scientifica
,
letteraria
,
l
'
esempio
d
'
una
folla
che
abbia
avuto
-
essa
sola
,
in
un
dato
momento
,
e
senza
che
alcuno
gliela
suggerisse
-
un
'
idea
geniale
.
Chi
potrebbe
citare
un
Consiglio
di
guerra
donde
sia
uscito
un
piano
di
battaglia
paragonabile
a
quelli
di
Napoleone
?
Chi
potrebbe
citare
un
Consiglio
di
ministri
donde
sia
uscita
una
di
quelle
riforme
politiche
che
fanno
la
gloria
di
un
'
epoca
e
che
rendono
celebri
i
nomi
di
un
Machiavelli
,
di
un
Richelieu
e
di
un
Bismarck
?
Chi
potrebbe
citare
un
Congresso
di
scienziati
donde
sia
uscita
una
di
quelle
scoperte
che
mutano
il
mondo
e
che
rendono
immortali
un
Laplace
o
un
Galileo
*
?
Ecco
dunque
perché
i
nemici
della
folla
possono
basare
su
innegabili
ragioni
scientifiche
il
loro
disprezzo
verso
la
moltitudine
.
Questa
non
è
soltanto
composta
generalmente
di
ignoranti
e
di
incompetenti
,
ma
anche
quando
è
formata
da
dotti
e
da
competenti
,
il
suo
prodotto
intellettuale
non
rappresenta
che
il
prodotto
numerico
della
mediocrità
.
Il
fuoco
sacro
del
pensiero
di
genio
non
è
mai
uscito
dall
'
anima
collettiva
:
è
il
dono
esclusivo
del
cervello
individuale
.
III
.
A
questo
punto
però
s
'
impone
un
'
osservazione
di
grandissima
importanza
che
i
più
hanno
trascurato
.
Tutto
ciò
che
noi
abbiamo
detto
intorno
alla
folla
,
si
riferisce
soltanto
al
suo
modo
di
pensare
e
d
'
agire
considerato
dal
punto
di
vista
statico
.
Quando
cioè
noi
constatiamo
che
gli
uomini
riuniti
valgono
sempre
intellettualmente
meno
dell
'
uomo
isolato
,
intendiamo
di
applicare
questo
principio
unicamente
a
quelle
collettività
che
si
formano
più
o
meno
improvvisamente
e
sporadicamente
in
un
dato
momento
,
quali
sono
appunto
:
le
moltitudini
di
piazza
,
i
pubblici
dei
teatri
,
i
giurì
,
le
Commissioni
,
i
Parlamenti
,
ecc
.
;
non
intendiamo
certo
-
e
sarebbe
assurdo
-
di
applicare
questo
stesso
principio
alla
folla
considerata
dal
punto
di
vista
dinamico
,
a
tutta
cioè
la
società
umana
nel
suo
sviluppo
storico
.
È
necessario
dunque
fissare
ben
chiaramente
questa
distinzione
che
per
non
essere
stata
compresa
dai
più
,
ha
dato
luogo
a
moltissimi
equivoci
:
altra
cosa
è
la
psicologia
della
folla
quand
'
essa
agisce
quasi
per
improvvisazione
in
un
dato
e
breve
momento
,
altra
cosa
è
la
psicologia
della
folla
quand
'
essa
agisce
lentamente
nel
corso
dei
secoli
.
Nel
primo
caso
,
le
sue
manifestazioni
sono
sempre
inferiori
a
quelle
dell
'
individuo
:
nel
secondo
caso
invece
,
non
solo
non
sono
sempre
inferiori
,
ma
talvolta
sono
superiori
.
Se
infatti
non
esistono
capolavori
collettivi
sbocciati
quasi
per
miracolo
tutto
a
un
tratto
da
un
'
assemblea
di
uomini
,
esistono
però
delle
meravigliose
opere
create
a
poco
a
poco
coll
'
aiuto
del
tempo
dalla
folla
alle
quali
si
cercherebbe
invano
di
imporre
il
suggello
d
'
un
genio
unico
.
Le
tele
,
le
statue
,
i
poemi
,
alcune
scoperte
scientifiche
,
possono
e
debbono
individualizzarsi
in
un
nome
:
Raffaello
o
Van
Dyck
,
Dante
o
Shakespeare
,
Fidia
o
Michelangelo
,
Keplero
o
Newton
.
Ma
certe
creazioni
complesse
e
nondimeno
d
'
una
immensa
importanza
-
come
per
esempio
la
lingua
e
la
scrittura
-
non
possono
aver
avuto
un
autore
unico
.
Esse
sono
il
risultato
del
lavoro
di
milioni
di
uomini
,
e
nessuno
avrebbe
potuto
compierle
da
solo
,
perché
sorpassano
il
genio
e
la
vita
di
qualsiasi
individuo
.
Esse
sono
un
'
opera
collettiva
,
fluttuante
e
inafferrabile
come
l
'
acqua
d
'
un
fiume
,
e
come
questa
eterna
e
formata
da
un
infinito
numero
di
piccoli
ruscelli
sconosciuti
,
che
pur
tuttavia
producono
,
tutti
insieme
,
un
effetto
colossale
.
È
la
folla
che
ha
saputo
elevare
le
prime
forme
mimiche
e
imitative
della
voce
umana
fino
alla
nostra
straordinaria
ricchezza
di
espressione
;
è
la
folla
che
,
senza
avere
il
sorriso
della
gloria
,
concesso
solo
al
genio
individuale
,
ha
saputo
da
pochi
vocaboli
delle
lingue
primitive
far
uscire
quel
monumento
che
è
l
'
ultimo
dizionario
di
Fluegel
,
contenente
94
mila
parole
.
È
la
folla
che
,
passando
dalla
scrittura
pictografica
alla
scrittura
fonetica
e
alfabetica
ci
ha
permesso
di
scolpire
e
di
dipingere
con
le
gradazioni
più
sottili
i
nostri
sentimenti
e
i
nostri
pensieri
e
di
trasmetterli
alla
posteriorità
con
un
'
esattezza
che
vince
quella
della
fotografia
*
.
E
che
dire
delle
leggende
,
dei
cicli
eroici
che
ogni
popolo
possiede
quando
fa
la
sua
prima
apparizione
sul
palcoscenico
della
storia
?
I
poemi
omerici
della
Grecia
,
le
creazioni
rapsodiche
di
ogni
paese
non
sono
che
lente
formazioni
intellettuali
create
o
trasmesse
dalla
folla
.
Ma
non
basta
.
L
'
intelligenza
della
folla
,
-
latente
e
dispersa
in
un
'
infinità
di
individui
-
ha
anche
altre
manifestazioni
.
La
collettività
precede
spesso
,
quasi
direi
che
annunzia
in
modo
vago
e
indeterminato
la
scoperta
precisa
e
determinata
dell
'
individuo
.
Che
cosa
sono
i
proverbî
,
se
non
l
'
esperienza
incoscientemente
accumulata
dalla
folla
e
sinteticamente
espressa
?
Che
cosa
sono
le
preveggenze
geniali
tanto
comuni
nel
popolo
,
quantunque
tanto
poco
considerate
?
Quando
un
genio
scopre
una
nuova
teoria
scientifica
si
può
dire
ch
'
essa
era
già
stata
intravvista
e
preannunciata
dalla
folla
.
Prima
che
sorgessero
la
grafologia
e
i
grafologi
,
la
scrittura
si
chiamava
carattere
,
quasi
a
significare
il
rapporto
colle
facoltà
morali
della
persona
.
Prima
di
Lister
,
nelle
montagne
della
Calabria
si
guarivano
le
ferite
colla
terebentina
che
sgorga
dalla
scorza
dei
pini
.
Prima
che
Lombroso
avesse
enunciato
la
sua
teoria
della
simbiosi
del
delitto
,
un
fabliau
ne
aveva
avuto
l
'
intuizione
,
raccontando
la
storia
di
un
astrologo
il
quale
,
avendo
letto
negli
astri
che
un
fanciullo
sarebbe
divenuto
un
assassino
,
aveva
consigliato
il
padre
di
questo
fanciullo
di
farne
un
chirurgo
,
per
appagare
così
in
una
maniera
utile
a
lui
e
agli
altri
,
il
suo
istinto
di
crudeltà
*
.
Il
genio
è
dunque
,
sotto
questo
punto
di
vista
,
il
rivelatore
di
verità
che
sonnecchiano
nella
coscienza
di
tutti
;
è
colui
che
trova
la
formula
e
dà
la
dimostrazione
di
ciò
che
l
'
anima
collettiva
ha
soltanto
abbozzato
o
intravvisto
nel
suo
lavoro
oscuro
ed
anonimo
;
è
il
grande
riflettore
ove
convergono
migliaia
e
migliaia
di
raggi
e
donde
la
luce
si
diffonde
con
un
'
intensità
centuplicata
.
I
grandi
uomini
-
diceva
il
Bourdeau
-
non
fanno
che
compiere
una
funzione
sociale
;
essi
si
agitano
,
ma
è
la
folla
che
li
conduce
;
e
nel
destino
misterioso
che
li
innalza
alla
gloria
e
li
fa
ricadere
nel
nulla
non
si
deve
vedere
che
l
'
insieme
delle
volontà
e
delle
aspirazioni
popolari
.
Uomini
politici
,
artisti
e
scienziati
,
essi
credono
di
dirigere
un
popolo
e
di
imporgli
i
propri
gusti
e
le
proprie
idee
;
in
realtà
essi
non
fanno
che
seguire
l
'
impulso
che
viene
a
loro
dal
popolo
.
E
non
soltanto
si
deve
riconoscere
che
ogni
collettività
crea
il
suo
genio
,
come
ogni
sentimento
crea
la
sua
espressione
e
come
ogni
idea
confusa
e
diffusa
si
riassume
in
un
simbolo
;
ma
bisogna
altresì
riconoscere
che
la
collettività
corregge
,
sviluppa
ed
eleva
le
conquiste
del
pensiero
e
del
sentimento
fatte
dal
genio
individuale
.
Il
genio
è
il
presente
,
vale
a
dire
il
figlio
del
passato
,
del
lavoro
oscuro
e
collettivo
di
tutta
l
'
umanità
;
ma
appunto
come
il
presente
,
è
non
soltanto
il
figlio
del
passato
,
ma
altresì
il
padre
dell
'
avvenire
;
e
perciò
,
come
tutti
i
padri
,
deve
sottomettersi
alla
fatalità
evoluzionista
che
farà
giudicare
e
modificare
le
sue
idee
e
le
sue
conquiste
dalla
folla
dei
suoi
discendenti
.
Ed
ecco
che
da
queste
semplici
osservazioni
mi
pare
scaturisca
limpidamente
una
conclusione
che
non
è
né
incerta
né
contradittoria
come
le
premesse
avrebbero
potuto
lasciar
supporre
:
la
folla
,
che
è
inferiore
all
'
individuo
nel
momento
statico
in
cui
questi
enuncia
le
sue
idee
o
mette
in
azione
le
sue
energie
volitive
,
è
viceversa
utile
e
necessaria
all
'
individuo
,
non
solo
nel
passato
per
formarlo
,
ma
anche
nell
'
avvenire
per
correggere
e
migliorare
le
sue
idee
e
le
sue
azioni
.
Io
direi
volentieri
-
e
mi
si
perdonerà
il
paragone
-
che
la
collettività
ha
nella
storia
la
identica
funzione
che
ha
la
semente
nella
vita
vegetativa
:
essa
produce
dei
frutti
meravigliosi
,
i
genii
;
quando
questi
frutti
imbalsamano
l
'
atmosfera
,
voi
dovete
riconoscere
che
nulla
li
uguaglia
né
per
il
sapore
,
né
per
l
'
odore
,
né
per
la
bellezza
:
la
semente
è
,
in
questo
minuto
,
innegabilmente
inferiore
al
suo
prodotto
:
ma
nel
cielo
della
vita
voi
dovete
riconoscere
che
questi
frutti
sono
molto
inferiori
alla
semente
,
perché
essi
non
esisterebbero
senza
questa
,
e
perché
,
se
la
terra
non
fecondasse
i
germi
che
portano
in
loro
stessi
,
la
loro
magnificenza
sarebbe
inutile
,
come
sarebbe
inutile
l
'
opera
del
genio
,
se
la
folla
non
ne
fecondasse
i
pensieri
.
IV
.
E
mi
pare
anche
che
tale
conclusione
apra
la
via
ad
illuminare
il
problema
dei
rapporti
fra
l
'
arte
e
la
folla
,
e
,
più
che
ad
illuminare
,
a
comporre
il
dissidio
tra
questi
due
termini
che
paion
oggi
tra
loro
opposti
ed
inconciliabili
.
Questo
dissidio
non
è
già
-
come
sembra
superficialmente
-
una
questione
fra
l
'
artista
e
il
pubblico
,
un
duello
fra
l
'
uno
e
i
molti
:
è
soltanto
,
ridotto
nei
suoi
veri
termini
,
una
questione
di
tempo
.
L
'
artista
,
infatti
,
può
ribellarsi
al
giudizio
della
folla
contemporanea
,
ma
non
può
ribellarsi
al
giudizio
della
folla
dei
posteri
:
egli
può
spregiare
la
moltitudine
in
mezzo
alla
quale
vive
:
non
può
spregiare
la
moltitudine
che
verrà
dopo
di
lui
.
Nel
mondo
non
vi
è
e
non
vi
può
essere
altro
criterio
per
giudicare
qualsiasi
manifestazione
intellettuale
che
l
'
adesione
dei
più
:
adesione
senza
dubbio
lenta
e
lontana
anziché
immediata
,
ma
che
rispecchia
tuttavia
un
giudizio
collettivo
,
un
giudizio
della
folla
.
E
nessun
uomo
potrebbe
pretendere
d
'
essere
un
genio
,
se
i
suoi
successori
non
lo
riconoscessero
come
tale
,
perché
la
sua
superbia
sarebbe
vana
e
risibile
quando
i
posteri
coprissero
il
suo
nome
di
silenzio
e
di
oblìo
.
Nel
campo
della
scienza
e
dell
'
arte
non
vige
il
sistema
dispotico
che
aveva
vigore
in
altri
tempi
nel
campo
politico
:
non
si
può
cioè
crearsi
principî
a
dispetto
e
contro
il
volere
della
maggioranza
.
Nel
campo
della
scienza
e
dell
'
arte
vige
il
sistema
dei
plebisciti
,
plebisciti
tanto
più
sinceri
e
coscienti
in
quanto
che
,
essendo
promulgati
dai
posteri
,
escludono
ogni
sospetto
di
corruzione
e
di
suggestione
.
E
se
,
come
io
penso
,
questa
è
una
verità
di
evidenza
assiomatica
,
confesso
che
mi
è
sempre
parso
,
non
solo
ingiusto
,
ma
strano
,
che
l
'
artista
,
per
il
solo
fatto
che
la
folla
non
sa
di
primo
acchito
interpretarlo
e
comprenderlo
,
lanci
contro
di
essa
gli
anatemi
e
le
scomuniche
della
superbia
.
Sì
,
lo
riconosciamo
.
Il
pubblico
molto
spesso
non
intende
l
'
opera
d
'
arte
che
è
chiamato
a
giudicare
:
fischiò
Rossini
alla
prima
rappresentazione
del
Barbiere
di
Siviglia
,
e
ha
fischiato
Wagner
a
quasi
tutte
le
manifestazioni
del
suo
straordinario
genio
musicale
:
lasciò
passare
sotto
silenzio
o
ferocemente
combatté
sulle
prime
,
altre
opere
di
pittura
,
di
scultura
o
di
letteratura
,
che
rimasero
poi
come
gemme
di
eterno
splendore
nell
'
arte
.
Ebbene
,
anche
ammettendo
tutto
ciò
,
e
anche
tralasciando
di
notare
che
talvolta
,
vicino
ai
verdetti
assurdi
della
folla
,
vi
sono
i
verdetti
logici
e
giusti
,
io
voglio
soltanto
chiedere
agli
artisti
superbi
:
perché
voi
soli
vi
inalberate
davanti
alla
lentezza
che
la
folla
adopera
per
comprendervi
,
mentre
questa
lentezza
dell
'
animo
collettivo
verso
le
intuizioni
del
genio
individuale
è
una
fatale
e
anche
una
benefica
necessità
,
non
solo
per
quanto
riguarda
l
'
arte
,
ma
per
tutte
le
manifestazioni
intellettuali
?
Anche
nella
scienza
,
anche
nella
politica
,
in
qualunque
ramo
dell
'
attività
umana
,
non
si
è
mai
visto
-
o
si
è
visto
assai
raramente
per
una
di
quelle
eccezioni
che
confermano
la
regola
-
che
il
pubblico
,
che
la
folla
,
abbraccino
d
'
un
subito
,
d
'
emblée
,
la
nuova
idea
che
qualche
veggente
ha
annunziato
o
la
nuova
scoperta
che
è
stata
fatta
da
qualche
genio
individuale
.
Napoleone
sorrise
quando
gli
fu
presentato
e
descritto
il
modello
di
una
nave
a
vapore
:
Thiers
affermò
in
pieno
Parlamento
francese
che
la
trazione
a
vapore
e
le
strade
ferrate
erano
un
'
utopia
,
e
che
il
mondo
non
avrebbe
avuto
mai
altro
mezzo
di
comunicazione
che
la
diligenza
a
cavalli
;
Aristotile
non
ammetteva
che
gli
uomini
nascessero
uguali
,
e
credeva
che
vi
sarebbe
sempre
stata
la
divisione
fra
liberi
e
schiavi
.
Eppure
nessuno
-
io
credo
e
spero
-
vorrà
dare
del
mediocre
a
Napoleone
,
a
Thiers
e
ad
Aristotile
.
E
perché
dunque
gli
artisti
-
pittori
,
scultori
,
o
letterati
-
si
arrogano
il
diritto
di
coprire
dei
loro
insulti
coloro
che
non
ammirano
subito
le
loro
opere
e
non
vanno
in
estasi
al
primo
momento
in
cui
le
vedono
,
le
leggono
o
le
odono
?
Perché
-
sotto
pena
d
'
esser
trattata
di
ignorante
-
la
folla
deve
avere
dinanzi
a
un
'
opera
di
Wagner
quella
celerità
d
'
intuizione
che
Napoleone
e
Thiers
non
ebbero
dinanzi
alla
scoperta
di
Watt
?
La
verità
è
che
qualunque
idea
,
prima
di
riuscir
vittoriosa
,
deve
attraversare
un
periodo
di
lotta
e
di
avversità
.
Lo
sanno
tutti
coloro
che
hanno
lottato
in
politica
per
il
raggiungimento
d
'
un
ideale
:
lo
sanno
tutti
coloro
che
hanno
lottato
nella
scienza
per
la
conquista
di
una
parte
di
quell
'
inconoscibile
che
è
ancora
infinito
.
Eppure
nel
periodo
di
lotta
,
né
gli
apostoli
e
i
martiri
,
né
gli
scienziati
,
osarono
trarre
dall
'
opposizione
che
trovarono
nell
'
ambiente
che
li
circondava
ragione
di
insultante
disprezzo
verso
la
folla
,
la
quale
non
sapeva
e
non
poteva
a
tutta
prima
comprenderli
.
Più
modesti
,
appunto
perché
più
forti
e
più
degni
,
di
certi
superbi
artisti
moderni
,
essi
intendevano
che
nella
folla
l
'
effetto
d
'
un
'
idea
o
d
'
una
immagine
non
può
sempre
ottenersi
immediatamente
,
come
scintilla
che
si
sprigioni
da
un
attrito
improvviso
,
ma
deve
propagarsi
a
poco
a
poco
come
quando
si
getta
un
sasso
nell
'
acqua
e
le
onde
si
formano
sempre
più
grandi
e
più
lontane
fino
alla
riva
.
Essi
intendevano
che
le
abitudini
ereditarie
e
il
misoneismo
-
assai
più
che
l
'
ignoranza
o
il
cervello
ristretto
-
impediscono
al
pubblico
di
far
buon
viso
alla
novità
che
s
'
annuncia
e
che
lo
turba
per
un
senso
indefinibile
che
è
di
sorpresa
e
di
paura
insieme
.
E
aspettavano
pazienti
dal
tempo
quell
'
applauso
e
quell
'
adesione
che
i
contemporanei
negavan
loro
,
senza
per
questo
bollare
di
incapacità
e
di
idiozia
-
come
ora
pare
che
s
'
usi
-
coloro
che
non
li
comprendevano
.
Ripetiamolo
dunque
ancora
una
volta
:
non
si
può
pretendere
dalla
folla
una
grande
celerità
di
intuizione
davanti
a
un
'
opera
d
'
arte
,
e
non
si
deve
-
per
questa
mancanza
di
celerità
-
insultarla
.
Anche
l
'
uomo
isolato
non
possiede
sempre
questa
celerità
d
'
intuizione
davanti
alle
opere
d
'
arte
o
ad
altre
manifestazioni
intellettuali
o
ad
altri
problemi
.
Non
tutti
i
poeti
sono
estemporanei
,
non
tutti
gli
uomini
di
ingegno
sono
oratori
improvvisati
:
ma
non
per
questo
si
potrà
disprezzare
chi
manca
di
queste
facoltà
d
'
improvvisazione
.
Anzi
,
forse
il
vero
poeta
,
come
il
vero
scienziato
,
coloro
cioè
che
resteranno
nella
storia
per
opere
eterne
,
sono
appunto
quelli
che
mancano
di
queste
doti
appariscenti
e
suggestive
.
Orbene
,
la
folla
è
,
nella
sua
immensa
anima
collettiva
,
come
uno
di
quegli
individui
il
cui
ingegno
non
sa
manifestarsi
istantaneamente
e
che
,
colto
all
'
improvviso
,
fa
una
figura
minore
di
quella
che
merita
,
ma
che
viceversa
-
se
gli
lasciate
il
tempo
e
la
riflessione
-
sa
darvi
il
capolavoro
.
Gli
è
perciò
che
invece
dell
'
antitesi
che
una
gran
parte
di
individui
superiori
sentono
fra
essi
e
la
folla
,
invece
del
disprezzo
con
cui
la
coprono
,
quasi
essa
non
fosse
che
il
corpus
vile
su
cui
i
genii
possono
tentare
,
come
i
medici
negli
ospedali
,
le
loro
esperienze
,
io
vorrei
si
sviluppasse
tra
gli
artisti
e
la
folla
un
sentimento
di
amore
e
di
solidarietà
.
Sentimento
di
solidarietà
che
produrrebbe
,
anziché
la
mala
pianta
d
'
uno
sterile
orgoglio
,
una
modestia
feconda
,
insegnando
che
,
come
il
pensiero
non
è
che
l
'
opera
misteriosa
di
migliaia
di
cellule
celebrali
,
ciascuna
delle
quali
isolata
nulla
potrebbe
,
così
l
'
artista
geniale
e
l
'
opera
sua
non
sono
che
la
risultante
individuale
e
simbolica
del
lavoro
collettivo
di
milioni
di
uomini
,
ciascuno
dei
quali
,
isolato
,
non
potrebbe
né
pensare
,
né
agire
,
né
vivere
.
Sentimento
di
solidarietà
,
che
fugherebbe
la
nera
nube
del
pessimismo
contemporaneo
,
per
cui
da
certi
superuomini
si
disprezza
la
folla
come
un
'
accozzaglia
di
bruti
,
indegna
persino
di
ricevere
il
dono
di
un
'
opera
d
'
arte
,
e
svilupperebbe
invece
la
luce
limpida
e
ferma
di
un
sano
ottimismo
,
in
nome
del
quale
si
sentirebbe
il
fraterno
dovere
di
lavorare
per
l
'
elevazione
intellettuale
e
per
la
redenzione
morale
di
questa
folla
.
Ah
!
io
non
so
come
vi
possano
essere
ancora
taluni
scettici
e
pessimisti
i
quali
sostengono
che
la
vita
non
vale
la
pena
d
'
esser
vissuta
,
giacché
l
'
uomo
di
genio
non
è
compreso
,
e
l
'
uomo
onesto
è
sopraffatto
dal
furbo
.
Ma
questo
è
un
calcolo
miope
e
utilitario
!
E
chi
lo
fa
non
può
essere
che
un
perverso
o
un
ammalato
.
Vi
sono
tante
miserie
,
tanti
dolori
,
tante
ignoranze
,
e
non
si
sente
che
solo
per
la
divina
poesia
di
alleviare
una
di
queste
miserie
o
uno
di
questi
dolori
,
per
combattere
una
sola
di
queste
ignoranze
,
varrebbe
la
pena
di
vivere
?
E
deve
essere
l
'
arte
,
e
devon
esser
gli
artisti
che
dànno
questo
triste
esempio
di
superbia
e
di
egoismo
,
spregiando
la
folla
e
allontanandosi
da
lei
come
da
un
ambiente
mefitico
?
No
.
Dal
campo
sereno
dell
'
arte
deve
venire
e
verrà
-
io
ne
son
certo
-
ben
altro
esempio
.
Gli
artisti
,
questi
milionari
dell
'
ingegno
,
non
devono
imitare
certi
milionari
del
danaro
che
tengon
tutte
le
loro
ricchezze
per
sé
e
sprezzano
chi
non
ne
possiede
di
equivalenti
.
Essi
devono
riconoscere
,
anzitutto
,
che
la
loro
ricchezza
,
il
genio
,
è
come
l
'
oro
del
capitalista
,
il
frutto
del
lavoro
incosciente
ed
ereditario
di
migliaia
e
migliaia
di
uomini
e
non
un
loro
esclusivo
merito
personale
:
devono
sentire
inoltre
che
il
loro
dovere
è
di
gettare
questa
ricchezza
nel
crogiuolo
dell
'
anima
collettiva
per
farla
feconda
,
come
il
dovere
del
ricco
è
rimettere
il
suo
oro
in
circolazione
,
per
aumentare
la
prosperità
di
un
paese
.
Che
importa
se
sulle
prime
non
saranno
compresi
,
come
il
ricco
che
dispensa
il
suo
danaro
raccoglie
sulle
prime
,
non
riconoscenza
,
ma
ingratitudine
?
La
riconoscenza
,
che
è
rara
nell
'
individuo
,
è
sempre
sicura
quantunque
assai
lenta
,
nella
folla
,
ed
ha
un
nome
dinanzi
al
quale
il
più
rigido
degli
aristocratici
,
il
più
logico
degli
individualisti
,
e
il
più
superbo
degli
artisti
si
deve
inchinare
,
perché
si
chiama
la
Gloria
.
CAPITOLO
TERZO
La
folla
e
Gabriele
D
'
Annunzio
Se
ci
pungesse
il
desiderio
di
estrarre
dalle
opere
dei
grandi
autori
le
pagine
che
essi
scrissero
per
insultare
e
per
diffamare
la
folla
,
noi
compiremmo
un
'
opera
molto
lunga
e
forse
vana
di
erudizione
.
La
folla
è
sempre
stata
nella
letteratura
un
oggetto
di
dispregio
e
contro
di
essa
furono
scagliati
sempre
dalla
superbia
degli
individui
gli
strali
della
più
rovente
ironia
.
Pure
in
questo
odio
-
come
forse
in
tutti
gli
odî
-
non
era
che
una
trasformazione
di
un
inconfessato
amore
e
di
un
desiderio
inconscio
.
Della
moltitudine
esecrata
,
anche
il
più
egoarchico
degli
autori
ambiva
l
'
applauso
:
della
plebe
diffamata
anche
il
più
aristocratico
degli
uomini
non
sdegnava
il
suffragio
.
E
una
intima
contraddizione
annullava
quindi
il
valore
di
certe
pagine
,
dettate
dall
'
orgoglio
e
rinnegate
dalla
vanità
.
Vorrei
dire
,
se
la
similitudine
non
sembrasse
azzardata
,
che
l
'
attitudine
di
molti
letterati
verso
la
folla
fu
eguale
a
quella
di
molti
filosofi
verso
la
donna
.
Teoricamente
gli
uni
e
gli
altri
dimostravano
un
disprezzo
che
in
pratica
si
risolveva
in
un
desiderio
.
La
folla
e
la
donna
sono
le
due
più
grandi
incognite
psicologiche
che
abbiano
affaticato
il
cervello
e
turbato
i
sensi
dell
'
uomo
.
Sono
le
due
sfingi
che
hanno
proposto
sempre
i
più
insolubili
enigmi
.
E
spesso
il
non
saper
risolvere
questi
enigmi
persuadeva
,
per
vendetta
,
all
'
ingiuria
contro
la
sfinge
.
L
'
individuo
è
,
di
fronte
alla
folla
,
nella
stessa
condizione
psicologica
dell
'
amante
dinanzi
all
'
amata
:
egli
è
dominato
da
un
tumulto
di
sensazioni
varie
e
contradditorie
che
possono
però
riassumersi
tutte
in
questa
nota
fondamentale
:
il
desiderio
del
possesso
e
della
conquista
.
L
'
amore
e
l
'
ambizione
non
hanno
altro
scopo
:
possedere
una
donna
,
conquistare
una
moltitudine
.
E
come
,
in
ultima
analisi
,
due
amanti
non
sono
che
due
avversarî
inconsci
dalla
cui
lotta
esce
,
risultato
fisiologicamente
fecondo
,
l
'
amore
,
così
l
'
individuo
e
la
folla
non
sono
che
due
nemici
fatali
dalla
cui
antitesi
esce
,
risultato
socialmente
fecondo
,
il
progresso
.
La
vita
è
sempre
e
soltanto
un
duello
;
o
tra
due
individui
,
o
tra
un
individuo
e
la
moltitudine
.
Forse
colui
che
intuì
più
profondamente
e
più
genialmente
questa
condizione
necessaria
della
vita
,
colui
che
ebbe
la
più
esatta
visione
della
psicologia
amorosa
come
della
psicologia
collettiva
,
fu
Gabriele
D
'
Annunzio
.
Nell
'
opera
del
poeta
io
ho
visto
balenare
quella
verità
scientifica
che
mi
affatico
modestamente
da
tempo
a
mettere
in
luce
.
Altrove
*
ho
già
cercato
di
dimostrare
che
la
Nave
è
-
prescindendo
dai
meriti
letterarî
e
teatrali
della
tragedia
-
una
mirabile
ricostruzione
di
psicologia
collettiva
primitiva
,
perché
l
'
anima
della
folla
barbara
vi
palpita
e
freme
come
in
pochissime
altre
opere
d
'
arte
.
Ma
non
una
sola
tragedia
Gabriele
D
'
Annunzio
intendeva
dedicare
al
mistero
dell
'
anima
collettiva
.
Quando
apparve
la
Nave
,
io
mi
risovvenni
che
alcuni
anni
innanzi
il
poeta
aveva
annunziato
fra
le
sue
prossime
opere
una
che
portava
il
titolo
:
La
tragedia
della
folla
,
e
gli
scrissi
chiedendogli
se
per
avventura
la
Nave
non
fosse
,
sotto
altro
titolo
,
la
stessa
cosa
della
Tragedia
della
folla
.
Egli
rispose
così
:
"
Nella
Tragedia
della
folla
intendevo
di
rappresentare
per
cinque
episodi
i
vasti
movimenti
dell
'
anima
innumerevole
.
I
titoli
degli
episodi
basteranno
forse
a
darle
un
'
idea
chiara
del
mio
intendimento
:
la
Fame
,
la
Pestilenza
,
la
Paura
,
la
Ribellione
,
la
Vittoria
.
Ciascun
episodio
si
svolgeva
fra
il
Protagonista
e
la
Folla
.
I
protagonisti
erano
:
un
Condottiere
,
un
Santo
,
una
Sibilla
,
un
Tribuno
,
un
Messo
:
tipi
di
grande
potenza
ideale
,
ora
dominatori
,
ora
inspiratori
,
ora
travolti
:
una
voce
e
un
cuore
contro
mille
e
mille
voci
,
contro
mille
e
mille
cuori
.
La
rappresentazione
doveva
esser
fatta
"
sotto
la
specie
dell
'
eterno
"
.
Difficile
era
il
còmpito
.
Ma
quale
ebbrezza
scrivere
un
poema
per
grande
orchestra
!
La
mancanza
dell
'
orchestra
(
cioè
degli
esecutori
)
e
del
teatro
adatto
mi
sconfidò
.
Una
parte
dei
miei
studî
e
delle
mie
divinazioni
passò
in
certe
scene
della
Nave
"
.
Appare
chiaro
,
dunque
,
che
non
per
una
fuggevole
inspirazione
,
ma
per
meditato
proposito
Gabriele
D
'
Annunzio
volle
studiare
e
studiò
"
i
vasti
movimenti
dell
'
anima
innumerevole
"
.
Appare
chiaro
,
altresì
,
che
egli
intese
appunto
la
psicologia
collettiva
come
un
duello
fra
il
Protagonista
e
la
Folla
.
Nella
Nave
non
è
che
un
frammento
di
quest
'
opera
vasta
,
non
è
che
un
episodio
di
questa
storia
.
Ma
frammento
ed
episodio
bastano
a
far
intendere
il
concetto
dell
'
autore
.
Diceva
Baudelaire
che
fra
tutti
i
diritti
di
cui
troppo
si
parla
uno
ve
n
'
è
che
è
stato
dimenticato
e
alla
dimostrazione
del
quale
ognuno
è
interessato
:
il
diritto
di
contraddirsi
.
Gabriele
D
'
Annunzio
ha
molto
usufruito
di
questo
diritto
.
Credo
,
del
resto
,
non
esista
opera
di
scrittore
nella
quale
non
sia
facile
cogliere
numerose
contraddizioni
.
Confrontando
le
Vergini
delle
Rocce
col
Fuoco
-
i
due
romanzi
ove
il
poeta
meglio
e
maggiormente
analizza
dal
lato
politico
-
filosofico
e
dal
lato
estetico
-
psicologico
l
'
anima
collettiva
-
noi
potremmo
comporre
un
'
antologia
di
pagine
ugualmente
belle
ma
il
cui
significato
è
perfettamente
contrario
.
Nelle
Vergini
delle
Rocce
,
-
opera
compiuta
dopo
un
periodo
di
vita
romana
,
durante
il
quale
le
bassezze
e
le
viltà
del
mondo
affaristico
-
parlamentare
avevano
determinato
nel
poeta
una
reazione
ultra
-
aristocratica
,
-
la
folla
è
il
bersaglio
di
tutte
le
critiche
,
di
tutte
le
ironie
,
di
tutto
il
profondo
disprezzo
del
superuomo
nauseato
dalla
indegna
democrazia
invadente
.
Nel
Fuoco
-
opera
compiuta
sotto
l
'
inspirazione
di
una
attrice
grandissima
"
che
pareva
portare
nelle
pieghe
delle
sue
vesti
raccolta
e
muta
la
frenesia
delle
moltitudini
lontane
da
cui
ella
aveva
sollevato
il
brivido
fulmineo
e
divino
dell
'
arte
con
un
grido
di
passione
e
con
un
silenzio
di
morte
"
,
-
nel
Fuoco
il
poeta
intese
,
per
virtù
dell
'
inspiratrice
,
che
cosa
veramente
fosse
la
folla
...
Non
già
che
mutasse
o
dovesse
mutare
il
giudizio
politico
intorno
alla
moltitudine
.
Credo
che
Gabriele
D
'
Annunzio
,
malgrado
sia
stato
deputato
,
giudichi
ancora
i
suoi
ex
-
colleghi
come
li
giudicava
nelle
Vergini
delle
Rocce
(
pag
.
69
)
:
-
"
gli
stallieri
della
Gran
Bestia
vociferanti
nell
'
Assemblea
"
;
e
credo
ch
'
egli
abbia
ancor
fede
in
questo
assurdo
assolutista
:
"
essere
lo
Stato
eretto
sulle
basi
del
suffragio
e
dell
'
eguaglianza
,
una
costruzione
ignobile
e
anche
precaria
"
(
pag
.
73
)
.
Ma
è
mutata
-
dalle
Vergini
al
Fuoco
-
la
concezione
psicologica
ed
estetica
della
folla
.
Ciò
che
egli
riteneva
sterile
,
diventa
fecondo
.
Il
contatto
colla
moltitudine
ch
'
egli
insultava
come
una
degradazione
,
diventa
invece
un
'
elevazione
per
l
'
individuo
.
Egli
comprende
cioè
che
non
solo
l
'
individuo
non
s
'
abbassa
a
comunicar
colla
folla
,
ma
riceve
anzi
da
questa
sensazioni
e
pensieri
che
nel
suo
cuore
e
nel
suo
cervello
solitari
non
sarebbero
sorti
mai
;
sente
insomma
aumentarsi
,
al
contatto
dell
'
anima
collettiva
,
il
vigore
e
il
valore
della
sua
cenestesi
.
Nelle
Vergini
delle
Rocce
,
questo
era
il
vangelo
dell
'
Ammonitore
:
-
"
A
giudicarne
dalla
qualità
dei
tuoi
pensieri
,
tu
sembri
contaminato
dalla
folla
o
preso
da
una
femmina
.
Per
aver
attraversato
la
folla
che
ti
guardava
,
ecco
,
tu
già
ti
senti
diminuito
dinnanzi
a
te
medesimo
.
Non
vedi
tu
gli
uomini
che
la
frequentano
divenire
infecondi
come
i
muli
?
Lo
sguardo
della
folla
è
peggio
che
un
getto
di
fango
:
il
suo
alito
è
pestifero
.
Vattene
lontano
mentre
la
cloaca
si
scarica
"
(
pag
.
98
)
.
Nel
Fuoco
,
il
vangelo
è
profondamente
diverso
.
Gabriele
D
'
Annunzio
,
che
aveva
rovesciato
tutta
la
dovizia
dei
suoi
più
insultanti
aggettivi
addosso
alla
plebe
,
ne
riconosce
l
'
oscura
potenza
animatrice
,
e
scrive
ripetendo
la
verità
profonda
enunciata
da
Riccardo
Wagner
:
"
il
solo
creatore
dell
'
opera
d
'
arte
è
il
popolo
e
l
'
artista
può
soltanto
cogliere
ed
esprimere
la
creazione
del
popolo
inconsapevole
"
.
Quale
abisso
tra
questa
doverosa
constatazione
e
le
pagine
delle
Vergini
delle
Rocce
,
ove
il
popolo
non
era
che
un
gregge
imbelle
e
idiota
contro
cui
non
potevansi
e
non
dovevansi
adoperare
che
fruste
sibilanti
!
Ma
l
'
ammenda
migliore
che
il
poeta
fa
delle
antiche
sue
teorie
è
in
questa
pagina
,
della
quale
non
ne
conosco
una
psicologicamente
più
bella
:
-
"
...
il
sentimento
straordinario
di
cui
egli
(
Stelio
Effrena
)
erasi
stupito
quando
dal
trono
dei
Dogi
parlava
alla
folla
,
tornò
ad
occuparlo
.
Nella
comunione
tra
la
sua
anima
e
l
'
anima
della
folla
un
mistero
era
sopravvenuto
,
quasi
divino
:
qualche
cosa
di
più
grande
e
di
più
forte
erasi
aggiunto
al
sentimento
ch
'
egli
aveva
della
sua
persona
consueta
;
un
ignoto
potere
era
parso
convergere
in
lui
,
abolendo
i
confini
della
persona
particolare
e
conferendo
alla
voce
solitaria
la
concordia
di
un
coro
.
V
'
era
dunque
nella
moltitudine
una
bellezza
riposta
donde
il
poeta
e
l
'
eroe
soltanto
poteano
trarre
baleni
.
Quando
quella
bellezza
si
rivelava
per
l
'
improvviso
clamore
alzato
nel
teatro
o
sulla
piazza
pubblica
o
sulla
trincea
,
allora
un
torrente
di
gioia
gonfiava
il
cuore
di
colui
che
aveva
saputo
suscitarla
col
verso
,
con
l
'
arringa
,
col
segno
della
spada
.
La
parola
del
poeta
comunicata
alla
folla
era
dunque
un
atto
,
come
il
gesto
dell
'
eroe
.
Era
un
atto
che
creava
dall
'
oscurità
dell
'
anima
innumerevole
un
'
istantanea
bellezza
,
come
uno
statuario
portentoso
potrebbe
da
una
mole
d
'
argilla
trarre
con
un
sol
tocco
del
suo
pollice
plastico
una
statua
divina
"
.
Or
dunque
:
quella
moltitudine
che
nelle
Vergini
delle
Rocce
era
definita
"
una
cloaca
"
e
rendeva
gli
uomini
"
infecondi
come
i
muli
"
,
nel
Fuoco
diventa
una
miniera
"
che
possiede
una
sua
bellezza
riposta
"
e
che
suscita
nell
'
individuo
l
'
impulso
fecondo
per
creare
statue
divine
...
Riconoscere
che
nella
moltitudine
è
questo
inconscio
potere
:
confessare
che
essa
è
necessaria
al
genio
come
la
terra
al
seme
,
come
la
donna
all
'
uomo
,
per
creare
:
rispettarla
come
la
collaboratrice
anonima
e
oscura
di
ogni
cosa
grande
e
bella
che
sia
apparsa
nel
mondo
,
-
ecco
ciò
che
Gabriele
D
'
Annunzio
afferma
nella
sua
lucida
prosa
meravigliosa
.
Ed
ecco
ciò
che
io
volevo
constatare
.
Null
'
altro
.
CAPITOLO
QUARTO
L
'
opinione
pubblica
Che
cosa
è
la
pubblica
opinione
?
Tutti
,
nominandola
,
si
illudono
di
sapere
che
cosa
sia
;
in
realtà
nessuno
saprebbe
-
e
forse
potrebbe
-
definirla
esattamente
.
È
,
nel
mondo
,
quello
che
è
Dio
in
cielo
:
un
giudice
invisibile
impersonale
e
temuto
;
è
,
come
la
religione
,
una
potenza
arcana
,
in
nome
della
quale
si
sono
compiuti
i
più
sublimi
eroismi
e
le
più
abbiette
iniquità
;
è
,
come
la
legge
,
invocata
e
interpretata
,
a
torto
o
a
ragione
,
in
ogni
momento
della
vita
;
è
,
come
la
forza
,
sostenitrice
a
volte
del
diritto
,
più
spesso
dell
'
errore
;
è
,
infine
,
come
una
bandiera
,
disposta
a
volgersi
sempre
dalla
parte
donde
spira
il
vento
.
E
se
si
volesse
azzardare
su
di
essa
una
definizione
,
non
si
potrebbe
che
applicarle
la
frase
ironica
che
Pauline
de
Grandpré
applicava
alla
donna
:
on
peut
dire
sur
son
compte
tout
ce
qu
'
on
voudra
,
on
trouvera
toujours
une
raison
.
Forse
è
per
questo
suo
carattere
indefinibile
che
la
pubblica
opinione
è
stata
finora
così
poco
studiata
.
Essa
è
,
socialmente
,
un
fenomeno
inafferrabile
,
direi
quasi
-
se
la
parola
non
facesse
sorridere
-
che
è
psicologicamente
un
'
anguilla
,
poiché
quando
credete
di
averla
presa
vi
sfugge
da
tutte
le
parti
.
Quali
sono
le
cause
che
la
producono
?
Quali
le
leggi
che
la
governano
?
E
,
anzitutto
,
di
chi
e
di
quanti
è
composta
?
A
queste
domande
noi
tenteremo
rispondere
.
I
.
Ruggero
Bonghi
,
in
un
memorabile
discorso
tenuto
alla
Camera
nel
1873
,
cercò
di
mettere
a
questo
studio
un
principio
d
'
ordine
,
scrivendo
:
"
Non
bisogna
credere
o
fingere
di
credere
che
ogni
manifestazione
di
animo
esprima
davvero
una
pubblica
opinione
.
L
'
opinione
pubblica
per
avere
autorità
deve
essere
vera
,
certa
,
ed
avere
fondamento
sul
consenso
più
generale
delle
menti
colte
di
un
paese
"
.
Parole
d
'
oro
,
ma
parole
vane
.
È
sempre
possibile
-
in
pratica
-
distinguere
la
vera
opinione
pubblica
definita
dal
Bonghi
,
da
quella
che
manca
dei
caratteri
che
egli
ritiene
necessarii
a
formarla
?
Chi
,
e
dove
sarà
il
giudice
supremo
il
quale
sentenzierà
,
volta
per
volta
,
che
una
data
corrente
dello
spirito
pubblico
merita
o
non
merita
il
nome
di
pubblica
opinione
?
Con
qual
mezzo
aritmetico
si
potrà
sicuramente
affermare
che
la
maggioranza
pensa
in
un
dato
modo
,
e
con
qual
criterio
sociologico
si
potranno
sicuramente
distinguere
le
menti
colte
di
un
paese
dalle
menti
incolte
?
E
dato
anche
,
per
una
ipotesi
inverosimile
,
che
questa
difficilissima
operazione
di
matematica
psicologica
fosse
possibile
,
quale
ne
sarebbe
praticamente
il
frutto
?
Vi
sono
molti
casi
in
cui
è
notorio
che
l
'
opinione
pubblica
prevalente
non
è
fondata
sul
consenso
più
generale
delle
menti
colte
di
un
paese
;
e
si
può
forse
,
per
questo
,
non
tener
conto
di
quella
opinione
?
Individui
o
collettività
,
sudditi
o
governanti
,
tutti
siamo
spesse
volte
in
balìa
della
cosidetta
opinione
pubblica
,
qualunque
essa
sia
e
in
qualunque
modo
si
sia
formata
.
Pretendere
che
si
cerchi
se
essa
rappresenta
davvero
la
maggioranza
delle
persone
colte
,
è
una
ingenuità
:
la
si
teme
o
la
si
segue
anche
avendo
la
certezza
che
essa
non
possiede
i
caratteri
di
cui
Ruggero
Bonghi
la
voleva
fornita
;
e
i
governi
se
ne
devono
preoccupare
,
venga
essa
dall
'
ignoranza
di
migliaia
di
contadini
,
o
dall
'
intelligenza
di
alcune
personalità
superiori
.
Prendiamo
due
esami
relativamente
recenti
,
per
spiegar
meglio
il
nostro
pensiero
.
Dopo
il
disastro
di
Adua
si
manifestò
in
Italia
un
'
opinione
pubblica
sul
nuovo
indirizzo
da
dare
alla
nostra
politica
in
Africa
,
che
portò
all
Ministero
,
con
l
'
appoggio
degli
stessi
radicali
e
dei
socialisti
,
il
marchese
Di
Rudinì
.
Era
quella
una
vera
opinione
pubblica
?
Noi
non
osiamo
dirlo
:
ma
constatiamo
il
fatto
che
essa
,
due
anni
dopo
,
era
completamente
mutata
,
tanto
è
vero
che
il
Ministero
Rudinì
dovette
dare
le
dimissioni
.
Orbene
:
sia
stata
falsa
l
'
opinione
pubblica
del
1896
,
o
quella
del
1898
-
e
una
delle
due
deve
esserlo
stata
di
certo
-
una
cosa
è
fuori
di
dubbio
:
che
in
entrambi
i
casi
si
è
ceduto
all
'
opinione
pubblica
,
senza
troppo
sottilizzare
se
essa
era
o
non
era
costituita
dalla
maggioranza
delle
persone
colte
del
paese
.
Era
l
'
opinione
pubblica
-
e
bastava
,
perché
vi
si
obbedisse
come
ad
un
despota
.
Il
secondo
esempio
che
voglio
recare
,
è
ancor
più
calzante
.
Si
tratta
della
questione
Dreyfus
.
Qual
parte
ha
giuocato
-
in
questo
infame
e
famoso
affare
-
l
'
opinione
pubblica
francese
?
Unanime
,
prima
,
nel
negare
la
revisione
del
processo
,
quasi
unanime
,
dopo
,
nel
chiederla
ad
alte
grida
.
L
'
opinione
pubblica
di
prima
aveva
torto
:
non
era
né
vera
,
né
certa
,
come
la
vuole
il
Bonghi
:
era
il
risultato
patologico
d
'
una
suggestione
imposta
dalla
perfidia
di
alcuni
e
subìta
dalla
ingenuità
patriottica
di
quasi
tutti
:
eppure
sarebbe
stato
possibile
non
tener
conto
di
quell
'
opinione
?
Voi
l
'
avete
visto
:
in
una
memoranda
seduta
-
del
7
luglio
1898
-
tutta
la
Camera
francese
si
inchinò
pecorilmente
a
quell
'
opinione
pubblica
,
decretando
l
'
affissione
in
tutti
i
comuni
della
Repubblica
del
discorso
di
Cavaignac
.
E
Ruggero
Bonghi
avrebbe
dovuto
ammettere
che
la
Camera
dei
deputati
rappresenta
le
menti
colte
d
'
un
paese
,
e
che
quindi
un
suo
plebiscito
è
un
plebiscito
cosciente
e
sensato
.
Io
-
modestamente
-
giudico
in
modo
diverso
i
Parlamenti
ma
non
è
qui
il
luogo
di
dirne
il
perché
e
del
resto
alla
mia
tesi
attuale
,
il
perché
non
importa
.
La
conseguenza
a
cui
volevo
arrivare
,
e
a
cui
mi
sembra
di
essere
arrivato
,
è
questa
:
1°
L
'
opinione
pubblica
si
impone
,
anche
quando
non
è
formata
dal
consenso
più
generale
delle
menti
colte
di
un
paese
;
2°
Anche
il
pensiero
degli
uomini
colti
può
essere
figlio
di
un
'
impressione
improvvisa
,
erronea
o
rettificabile
(
come
nel
caso
della
Camera
francese
)
e
quindi
non
basta
-
per
riconoscere
autorità
all
'
opinione
pubblica
-
il
dimostrare
che
essa
è
fondata
sulla
maggioranza
delle
persone
colte
.
Queste
,
come
gli
ignoranti
,
si
possono
sbagliare
.
L
'
avvocato
G
.
A
.
Pugliese
-
in
un
breve
ma
acuto
articolo
*
-
s
'
accorse
che
la
definizione
dell
'
opinione
pubblica
tentata
dal
Bonghi
non
era
completa
,
e
propose
di
aggiungere
-
ai
caratteri
di
cui
la
voleva
fornita
il
Bonghi
-
un
altro
:
che
essa
riposi
su
un
costante
stato
d
'
animo
.
Così
-
egli
pensava
-
non
si
scambierà
per
vera
opinione
pubblica
quella
che
in
Francia
negava
la
revisione
del
processo
Dreyfus
,
giacché
essa
non
fu
costante
.
E
aggiungeva
:
"
dicesi
che
in
materia
di
appalti
di
opere
pubbliche
il
vero
collaudo
viene
dato
dal
tempo
:
ebbene
,
a
me
pare
che
anche
il
battesimo
di
vera
pubblica
opinione
debba
attendersi
dal
tempo
"
.
La
similitudine
è
bella
,
ma
io
son
tentato
di
ripetere
a
questo
proposito
:
parole
d
'
oro
,
ma
parole
vane
.
Anzitutto
si
potrebbe
chiedere
all
'
avvocato
Pugliese
:
quanto
tempo
occorre
...
perché
avvenga
il
collaudo
?
Quando
si
potrà
dire
che
una
data
opinione
pubblica
è
vera
e
certa
?
Dopo
dieci
anni
,
dopo
venti
,
dopo
trenta
?
In
secondo
luogo
-
ammesso
che
si
trovi
questo
limite
di
tempo
,
che
a
me
pare
introvabile
-
non
sarebbe
ciò
una
soddisfazione
puramente
platonica
?
Dato
,
per
esempio
,
che
oggi
si
manifesti
una
corrente
dello
spirito
pubblico
,
dovremo
,
e
potremo
noi
,
trascurarla
,
e
pacificamente
attendere
,
per
tenerne
calcolo
,
che
sia
passato
...
un
quarto
di
secolo
?
In
terzo
luogo
,
non
è
evidente
che
una
simile
opinione
pubblica
non
sarebbe
più
un
'
opinione
pubblica
,
ma
qualche
cosa
che
assomiglia
molto
alla
tradizione
?
Che
cosa
è
,
infatti
,
la
tradizione
se
non
un
'
opinione
pubblica
che
si
è
fissata
e
cristallizzata
nel
popolo
?
Or
dunque
-
s
'
io
non
mi
sbaglio
-
le
definizioni
tentate
dal
Bonghi
e
dal
Pugliese
non
sono
complete
,
né
,
se
lo
fossero
,
sarebbero
pratiche
.
In
conclusione
,
i
due
autori
citati
si
limitano
ad
affermare
che
la
vera
opinione
pubblica
è
quella
che
dalle
persone
di
senno
,
dal
tempo
,
e
dagli
avvenimenti
è
stata
riconosciuta
per
giusta
.
Una
definizione
,
come
si
vede
,
che
potrebbe
portar
la
firma
di
Monsieur
de
la
Palisse
;
ma
che
,
pur
essendo
una
verità
,
non
è
feconda
di
nessuna
conseguenza
.
Io
credo
che
nel
problema
che
ci
occupa
,
non
si
debbano
cercare
a
priori
delle
definizioni
-
le
quali
,
come
diceva
argutamente
il
Lombroso
,
tolte
le
geometriche
,
sono
tutte
inesatte
-
ma
si
debba
piuttosto
tentar
di
studiare
in
qual
modo
l
'
opinione
pubblica
si
forma
e
da
quali
strane
e
oscure
leggi
psicologiche
è
governata
.
La
definizione
non
è
che
la
sintesi
della
descrizione
di
un
fenomeno
:
ed
è
manifestamente
un
errore
il
volere
esporre
la
sintesi
prima
di
aver
fatto
l
'
analisi
.
Distinguere
l
'
opinione
pubblica
vera
e
certa
da
quella
non
vera
ed
incerta
,
mi
sembra
impresa
molto
difficile
,
prima
di
avere
bene
stabilito
che
cosa
è
l
'
opinione
pubblica
.
E
per
stabilire
che
cosa
è
l
'
opinione
pubblica
,
bisogna
anzitutto
sapere
-
o
per
lo
meno
cercar
di
sapere
-
che
cosa
è
il
pubblico
.
Noi
,
quindi
,
fedeli
a
queste
idee
che
son
quelle
del
metodo
positivo
,
analizzeremo
in
primo
luogo
l
'
ente
collettivo
che
si
chiama
pubblico
e
cercheremo
di
isolarlo
dagli
altri
enti
collettivi
coi
quali
generalmente
e
facilmente
lo
si
confonde
;
in
secondo
luogo
studieremo
come
nel
pubblico
si
vengano
formando
,
a
poco
a
poco
o
d
'
un
tratto
,
fisiologicamente
o
patologicamente
,
le
varie
opinioni
;
infine
cercheremo
di
determinare
quali
siano
i
caratteri
per
cui
si
può
riconoscere
se
una
data
opinione
del
pubblico
è
attendibile
,
e
se
quindi
deve
o
non
deve
essere
rispettata
e
seguita
.
Questa
è
,
secondo
il
nostro
sommesso
parere
,
l
'
unica
strada
che
ci
potrà
condurre
,
non
a
svelare
interamente
(
l
'
affermazione
sarebbe
superba
)
ma
almeno
a
rendere
meno
nebuloso
quel
mistero
di
psicologia
collettiva
che
chiamasi
opinione
pubblica
,
e
che
nel
mondo
moderno
ha
una
così
grande
e
pericolosa
influenza
.
II
.
Pubblico
è
una
parola
che
,
come
tutte
quelle
che
non
indicano
un
oggetto
materialmente
definito
,
ha
un
significato
molto
vago
ed
elastico
.
Sappiamo
,
all
'
ingrosso
,
che
cosa
vuol
dire
ma
saremmo
imbarazzatissimi
a
precisarlo
.
Si
dice
:
il
pubblico
di
un
teatro
,
d
'
un
'
assemblea
;
-
e
in
questo
caso
la
parola
pubblico
ha
un
valore
determinato
,
che
si
restringe
a
quelle
persone
che
erano
in
teatro
o
assistevano
all
'
assemblea
,
ed
è
sinonimo
di
folla
.
Si
dice
:
il
tal
libro
ha
avuto
un
gran
successo
nel
pubblico
;
-
e
in
questo
caso
la
parola
pubblico
ha
un
valore
meno
specifico
;
non
si
riferisce
più
a
un
dato
numero
di
persone
riunite
,
non
è
quindi
più
sinonimo
di
folla
,
ma
comprende
una
data
parte
della
popolazione
sparsa
anziché
riunita
,
che
si
intende
e
si
interessa
di
arte
,
di
letteratura
o
di
scienza
.
Si
dice
ancora
:
sulla
data
questione
politica
-
poniamo
una
guerra
-
il
pubblico
ha
la
data
opinione
;
-
e
in
questo
caso
la
parola
pubblico
ha
un
valore
ancor
più
generale
:
non
si
riferisce
soltanto
ad
una
parte
della
popolazione
,
a
quella
o
questa
classe
o
casta
o
scuola
o
partito
,
ma
comprende
tutto
il
popolo
,
talvolta
molti
popoli
,
talvolta
tutto
il
mondo
civile
.
In
quali
di
questi
significati
va
intesa
la
parola
pubblico
?
Per
rispondere
a
tale
domanda
,
bisogna
rifarci
un
po
'
indietro
ed
esaminare
l
'
evoluzione
che
ha
seguito
nel
tempo
quell
'
organismo
complesso
ed
indeterminato
che
oggi
indichiamo
col
nome
di
pubblico
.
Se
noi
volgiamo
uno
sguardo
ai
più
bassi
regni
dell
'
animalità
,
vediamo
che
in
essi
il
carattere
dominante
è
l
'
individualità
assoluta
.
"
Des
êtres
d
'
espèces
multiples
-
scrive
l
'
Espinas
-
et
dont
le
nombre
est
prodigieux
,
vivent
dans
les
eaux
,
sur
la
terre
et
sur
les
autres
animaux
à
l
'
état
d
'
isolement
complet
.
Un
grand
nombre
de
Foraminifères
,
dont
les
carapaces
ont
formé
des
continents
,
sont
isolés
physiologiquement
:
de
tels
êtres
sont
faibles
,
non
seulement
parce
qu
'
ils
sont
petits
,
mais
encore
parce
qu
'
ils
sont
seuls
"
*
.
In
questi
infimi
stadî
dell
'
animalità
,
non
essendovi
associazione
,
non
vi
può
evidentemente
essere
nemmeno
l
'
embrione
lontano
del
pubblico
.
Nondimeno
,
appena
si
sale
un
poco
sull
'
albero
della
vita
,
l
'
associazione
appare
.
È
,
sulle
prime
,
un
semplice
aggregato
materiale
,
puramente
fisico
.
L
'
associazione
consiste
tutta
in
una
azione
di
presenza
:
se
gli
individui
si
allontanano
al
punto
da
non
potersi
più
vedere
,
o
restano
distanti
fra
loro
un
certo
tempo
,
cessano
per
questo
solo
fatto
di
essere
associati
.
L
'
associazione
,
in
una
parola
,
è
,
in
questi
casi
,
sinonimo
di
contatto
fisico
.
Man
mano
che
dalle
forme
inferiori
si
ascende
alle
forme
superiori
dell
'
associazione
fra
gli
animali
,
troviamo
che
il
contatto
fisico
non
è
più
la
condizione
necessaria
per
costituire
la
società
:
anche
se
i
singoli
organismi
sono
distanti
,
l
'
associazione
sussiste
:
il
legame
che
li
tiene
uniti
non
è
più
soltanto
materiale
,
ma
si
spiritualizza
e
diventa
morale
e
intellettuale
.
Gli
animali
elevati
nella
scala
zoologica
formano
quegli
aggregati
che
si
potrebbero
chiamare
tribù
o
popoli
(
le
api
colla
loro
regina
)
,
ed
hanno
la
divisione
del
lavoro
e
i
segnali
a
distanza
e
la
voce
che
-
se
non
è
la
parola
umana
-
è
tuttavia
un
mezzo
possente
di
comunicazione
.
In
queste
società
noi
possiamo
scorgere
non
solo
l
'
embrione
della
folla
-
ossia
di
individui
fisicamente
a
contatto
-
bensì
anche
l
'
embrione
del
pubblico
-
ossia
di
individui
fisicamente
separati
,
ma
riuniti
,
secondo
la
giusta
espressione
del
Tarde
,
da
una
coesione
mentale
.
Il
fenomeno
fisio
-
psicologico
della
folla
lo
si
osserva
-
per
esempio
-
in
una
volata
di
uccelli
,
dove
il
minimo
sbattere
di
ali
di
uno
solo
produce
in
tutti
un
panico
irresistibile
,
come
il
grido
di
allarme
di
un
uomo
in
una
via
o
in
una
piazza
affollate
induce
la
paura
e
la
fuga
in
tutti
coloro
che
gli
sono
vicini
.
Il
fenomeno
di
psicologia
collettiva
cui
noi
diamo
il
nome
di
pubblico
,
lo
si
osserva
-
con
più
lontana
analogia
e
minore
chiarezza
-
nel
contegno
che
alcune
specie
di
animali
tengono
verso
uno
dei
loro
.
Ammirato
od
odiato
,
seguìto
o
sfuggito
-
anche
l
'
animale
prova
il
riflesso
sociale
-
se
posso
dir
così
-
delle
sue
doti
o
dei
suoi
difetti
congeniti
,
e
questo
riflesso
non
è
che
l
'
embrione
del
pubblico
.
L
'
elefante
a
istinti
cattivi
sta
sempre
isolato
e
non
vive
mai
nella
società
degli
altri
:
ciò
dipende
in
parte
dal
suo
spontaneo
desiderio
,
in
parte
perché
gli
altri
vogliono
lasciarlo
solo
.
E
questo
è
innegabilmente
un
giudizio
del
pubblico
.
Se
dalle
associazioni
animali
passiamo
alle
associazioni
umane
,
l
'
evoluzione
del
fenomeno
che
stiamo
analizzando
ci
appare
identica
quantunque
immensamente
ingrandita
e
complicata
.
Come
nelle
infime
società
animali
il
legame
sociale
è
costituito
da
un
semplice
contatto
fisico
,
così
nelle
prime
società
umane
il
cosiddetto
pubblico
si
riduce
alla
folla
,
giacché
è
costituito
soltanto
da
individui
fisicamente
a
contatto
.
E
come
nelle
società
animali
più
evolute
il
legame
sociale
non
è
soltanto
materiale
ma
anche
morale
e
intellettuale
,
così
nelle
più
moderne
società
umane
il
pubblico
è
un
vero
pubblico
anziché
semplicemente
una
folla
,
poiché
è
costituito
non
da
individui
fisicamente
riuniti
,
ma
da
individui
distanti
fra
loro
nello
spazio
,
e
nondimeno
collegati
da
un
'
idea
,
da
un
sentimento
comune
,
da
una
invisibile
coesione
mentale
.
Gli
esempî
chiariranno
il
mio
pensiero
meglio
di
quanto
abbian
saputo
fare
le
mie
parole
.
Nell
'
antichità
greco
-
romana
(
per
non
perderci
in
ricerche
di
tempi
più
lontani
o
di
popoli
barbari
)
possiamo
noi
dire
che
esistesse
un
pubblico
?
Esistevano
delle
folle
,
ma
non
esistevano
pubblici
.
Tutto
ciò
che
si
riferiva
alla
politica
era
discusso
nel
foro
,
nelle
assemblee
,
nei
comizî
,
-
cioè
dalla
folla
:
i
reggitori
di
Stati
,
i
tribuni
,
i
novatori
,
non
avevano
alcun
mezzo
per
portare
a
distanza
il
loro
pensiero
e
per
inocularlo
negli
individui
sparsi
e
isolati
:
dovevano
-
per
forza
-
agire
sul
pubblico
riunito
e
presente
,
cioè
sulla
folla
.
Gesù
Cristo
non
aveva
che
la
parola
per
diffondere
la
sua
dottrina
;
dal
primo
nucleo
di
persone
cui
aveva
parlato
,
sorgevano
i
discepoli
che
alla
loro
volta
parlavano
ad
altri
nuclei
di
persone
.
Il
nuovo
verbo
si
estendeva
così
-
di
folla
in
folla
-
allargando
sempre
più
il
cerchio
di
coloro
che
erano
istintivamente
chiamati
ad
udirlo
,
come
un
sasso
lanciato
nell
'
acqua
estende
-
di
onda
in
onda
-
l
'
effetto
prodotto
dalla
sua
caduta
.
Tutto
ciò
che
si
riferisce
all
'
arte
e
alla
scienza
non
aveva
,
allora
,
un
pubblico
,
nel
senso
in
cui
noi
oggi
lo
intendiamo
:
aveva
semplicemente
un
uditorio
;
cioè
una
folla
.
I
poeti
non
eran
forse
degli
oratori
...
in
versi
?
I
loro
poemi
non
erano
forse
detti
,
dinanzi
a
una
moltitudine
più
o
meno
numerosa
,
che
non
poteva
conoscerli
se
non
recandosi
in
massa
ad
udirli
?
Gli
stessi
scienziati
come
diffondevano
la
loro
scienza
,
se
non
rivelandola
a
viva
voce
ad
alcuni
discepoli
riuniti
?
Si
dirà
-
ed
è
vero
-
che
se
questa
era
la
regola
generale
,
non
mancava
l
'
eccezione
:
non
mancavano
cioè
i
lettori
singoli
dei
manoscritti
copiati
a
mano
in
qualche
diecina
di
esemplari
e
che
contenevano
i
poemi
di
Virgilio
o
d
'
Omero
,
le
storie
di
Tacito
o
di
Cesare
;
ma
possiamo
noi
affermare
(
e
l
'
osservazione
è
di
Gabriele
Tarde
*
)
che
questi
singoli
lettori
avessero
la
coscienza
di
formare
un
aggregato
sociale
,
come
ai
nostri
giorni
i
lettori
d
'
uno
stesso
giornale
o
,
anche
,
di
uno
stesso
romanzo
alla
moda
.
No
,
certamente
.
Essi
erano
le
lontane
avanguardie
del
pubblico
:
ma
non
avevano
coscienza
di
esserlo
,
ed
erano
troppo
pochi
.
Per
il
numero
e
per
l
'
incoscienza
,
rappresentavano
quindi
una
quantità
trascurabile
*
.
Nel
medio
evo
esisteva
un
pubblico
?
Il
Tarde
lo
nega
,
sostenendo
che
non
v
'
erano
che
delle
fiere
,
dei
pellegrinaggi
,
delle
moltitudini
tumultuose
nelle
quali
correvano
-
volta
a
volta
-
delle
frenesie
religiose
o
guerresche
,
delle
collere
spaventose
o
delle
paure
vilissime
.
Basta
pensare
alle
crociate
e
ai
terrori
che
precedettero
la
fine
dell
'
anno
mille
,
per
comprendere
che
allora
qualunque
manifestazione
del
movimento
sociale
era
determinata
dalla
folla
e
dalla
sua
strana
psicologia
.
Ma
se
è
certo
che
,
in
quell
'
epoca
,
l
'
influenza
dell
'
individuo
sulla
massa
si
esercitava
quasi
unicamente
colla
parola
parlata
,
se
è
certo
cioè
che
i
grandi
agitatori
esercitavano
la
loro
influenza
sopratutto
su
persone
presenti
,
e
che
-
d
'
altra
parte
-
gli
uomini
facevano
sentire
i
loro
odî
ed
i
loro
amori
collettivi
,
sempre
nella
forma
compatta
e
brutale
della
folla
,
-
è
anche
fuori
di
dubbio
che
quell
'
avanguardia
del
pubblico
che
noi
abbiamo
riscontrato
ai
tempi
di
Grecia
e
Roma
,
si
faceva
poco
a
poco
più
cosciente
e
più
numerosa
.
I
lettori
isolati
dei
manoscritti
aumentavano
;
e
sotto
il
pensiero
intermittente
e
violento
delle
folle
,
si
andava
disegnando
il
pensiero
continuo
e
pacifico
del
pubblico
;
-
pensiero
meno
visibile
,
e
più
trascurato
,
ma
non
trascurabile
,
e
che
attendeva
da
una
scoperta
,
ormai
prossima
,
di
diventare
visibile
e
importantissimo
.
Questa
scoperta
fu
la
stampa
.
L
'
invenzione
della
stampa
fu
per
il
sorgere
del
pubblico
quello
che
è
una
rivoluzione
politica
per
il
sorgere
di
un
nuovo
ordinamento
sociale
:
il
momento
storico
,
cioè
,
in
cui
un
organo
entra
in
attività
e
tramuta
la
sua
esistenza
,
fino
allora
potenziale
,
in
un
'
esistenza
di
fatto
.
Questo
nuovo
organo
era
la
coscienza
collettiva
che
fino
allora
era
stata
forzatamente
costretta
a
rinchiudersi
nell
'
ignoranza
o
nel
silenzio
e
la
cui
possibile
manifestazione
-
sia
per
apprendere
il
pensiero
di
chi
la
dirigeva
,
sia
per
approvare
o
per
combattere
questo
pensiero
-
era
consistita
nelle
riunioni
di
parlamenti
,
di
assemblee
,
di
fiere
o
di
folle
.
La
stampa
portava
a
tutti
gli
uomini
civili
la
voce
dei
meneurs
anche
lontani
,
e
offriva
-
reciprocamente
-
il
modo
di
far
sentire
a
questi
meneurs
la
volontà
o
i
desiderii
del
popolo
,
senza
aver
bisogno
che
esso
fosse
riunito
e
presente
e
urlasse
sotto
le
finestre
d
'
una
reggia
le
sue
minaccie
,
o
commettesse
eccessi
in
una
via
o
in
una
piazza
.
Noi
,
nati
quando
la
stampa
era
già
un
'
abitudine
ereditaria
di
qualche
secolo
,
non
possiamo
-
senza
uno
sforzo
di
volontà
-
immaginarci
il
contraccolpo
che
la
sua
invenzione
ebbe
nel
mondo
.
I
libri
pubblicati
e
diffusi
-
per
la
prima
volta
-
a
migliaia
di
copie
davano
a
chi
li
leggeva
la
sensazione
di
formare
una
classe
nuova
di
persone
;
di
persone
le
quali
pur
non
conoscendosi
fra
loro
ed
essendo
distanti
le
une
dalle
altre
,
si
sentivano
nondimeno
legate
dall
'
invisibile
filo
intellettuale
della
lettura
d
'
un
identico
volume
e
dalle
riflessioni
che
quella
lettura
faceva
nascere
in
ognuno
di
loro
.
Fino
a
quel
momento
gli
uomini
,
per
sentire
la
loro
solidarietà
e
per
manifestarla
,
non
avevano
che
un
solo
mezzo
:
riunirsi
in
folla
.
La
stampa
faceva
sentire
quella
loro
solidarietà
e
ne
rendeva
possibile
la
manifestazione
,
senza
bisogno
che
essi
si
riunissero
;
al
contatto
fisico
aveva
sostituito
il
contatto
morale
:
alla
folla
aveva
sostituito
il
pubblico
.
Senza
dubbio
,
il
pubblico
,
quando
nacque
,
non
era
un
organismo
così
complicato
e
così
possente
quale
è
divenuto
oggi
.
Come
ogni
cosa
viva
,
traversò
varie
fasi
,
prima
di
giungere
alla
fase
odierna
.
Se
si
può
dire
che
esso
data
dal
secolo
XVI
,
dopo
il
grande
sviluppo
preso
dalla
stampa
,
è
dovere
riconoscere
che
allora
aveva
un
'
estensione
e
un
'
importanza
infinitamente
minore
di
quella
che
assunse
in
seguito
.
Era
,
sulle
prime
,
un
pubblico
quasi
esclusivamente
letterario
scientifico
o
religioso
;
e
in
fondo
,
sempre
formato
da
una
minoranza
di
persone
colte
.
Nella
seconda
metà
del
secolo
XVIII
sorge
il
vero
pubblico
politico
,
formato
non
da
una
minoranza
di
uomini
colti
,
ma
dalla
grande
maggioranza
del
popolo
,
e
a
poco
a
poco
assorbe
tutti
gli
altri
pubblici
più
o
meno
speciali
e
ristretti
.
La
Rivoluzione
francese
dà
a
questo
pubblico
una
nuova
estensione
,
poiché
è
appunto
a
quell
'
epoca
che
il
giornalismo
prende
uno
slancio
che
,
per
allora
,
possiamo
dire
grandissimo
*
.
La
stampa
tuttavia
,
pur
avendo
creato
il
pubblico
quasi
in
sostituzione
della
folla
,
non
aveva
saputo
offrire
al
pubblico
quel
vantaggio
che
pur
la
folla
possedeva
:
voglio
dire
l
'
attualità
.
E
mi
spiego
.
Coloro
che
leggevano
i
giornali
,
sapevano
bensì
quanto
accadeva
nel
mondo
,
ma
lo
sapevano
forzatamente
in
ritardo
.
Tra
le
molte
differenze
che
esistono
tra
folla
e
pubblico
,
la
più
grave
,
allora
,
era
questa
:
che
i
membri
di
una
folla
erano
tutti
colpiti
contemporaneamente
da
una
notizia
,
e
si
sentivano
quindi
legati
fra
loro
-
oltre
che
dal
contatto
fisico
-
dal
pensiero
che
ognuno
di
loro
provava
nell
'
identico
istante
le
identiche
impressioni
;
mentre
gli
individui
sparsi
che
facevano
parte
del
pubblico
,
oltre
che
essere
distanti
nello
spazio
,
lo
erano
anche
nel
tempo
,
giacché
apprendevano
le
notizie
,
non
tutti
nello
stesso
momento
,
ma
chi
molte
ore
,
chi
qualche
giorno
,
chi
,
talvolta
,
una
o
più
settimane
dopo
.
Le
comunicazioni
non
erano
né
frequenti
,
né
veloci
,
e
le
provincie
lontane
dovevano
accontentarsi
di
sapere
con
gran
ritardo
ciò
che
era
accaduto
alla
capitale
.
Questa
mancanza
di
contemporaneità
nell
'
apprendere
notizie
rendeva
meno
forte
e
meno
attiva
l
'
influenza
del
pubblico
:
toglieva
a
questo
la
grande
prerogativa
e
il
maggior
segreto
della
temibilità
della
folla
:
l
'
unisono
.
Ma
ciò
che
non
poteva
dare
la
invenzione
della
stampa
,
venne
dato
da
altre
scoperte
,
non
meno
gravide
di
incalcolabili
conseguenze
sociali
:
la
ferrovia
e
il
telegrafo
e
,
s
'
intende
,
il
telefono
e
il
telegrafo
senza
fili
.
Colla
prima
,
le
distanze
si
diminuirono
e
i
giornali
poterono
arrivare
in
luoghi
lontani
in
un
breve
spazio
di
tempo
:
colle
altre
le
distanze
si
ridussero
quasi
al
nulla
e
una
notizia
poté
percorrere
centinaia
e
migliaia
di
chilometri
in
pochi
minuti
.
La
ferrovia
,
il
telegrafo
ed
il
telefono
diedero
le
ali
alla
stampa
,
e
dettero
al
pubblico
quel
senso
di
attualità
che
fino
allora
non
possedeva
.
È
stato
detto
egregiamente
che
il
trasporto
della
forza
a
distanza
è
un
nulla
,
di
fronte
a
questo
trasporto
del
pensiero
a
distanza
*
.
Certo
il
telegrafo
ed
il
telefono
han
fatto
sì
che
il
pubblico
di
lettori
fosse
,
per
la
contemporaneità
,
quasi
uguale
a
una
folla
di
uditori
,
poiché
il
tempo
che
impiegano
la
parola
di
un
uomo
o
la
notizia
di
un
fatto
ad
arrivare
sotto
gli
occhi
di
chi
legge
un
giornale
è
-
nei
suoi
rapporti
sociali
-
poco
più
lungo
di
quello
che
impiega
la
voce
di
un
oratore
ad
arrivare
agli
orecchi
di
chi
lo
ascolta
.
Oggi
,
in
tutto
il
mondo
civile
si
può
sapere
a
poche
ore
di
distanza
che
cosa
hanno
detto
il
presidente
degli
Stati
Uniti
o
lo
Czar
,
ciò
che
è
accaduto
a
Parigi
o
a
Buenos
-
Ayres
.
Il
pubblico
cioè
ha
conquistato
quell
'
unità
di
tempo
che
gli
mancava
,
e
che
lo
faceva
,
in
un
certo
senso
,
socialmente
inferiore
alla
folla
.
Inoltre
la
folla
era
un
aggregato
che
aveva
necessariamente
i
suoi
limiti
:
non
poteva
essere
composta
di
un
numero
di
persone
che
eccedesse
una
data
cifra
.
Prendiamo
pure
,
come
esempio
,
il
Colosseo
-
il
più
vasto
anfiteatro
dell
'
antichità
-
che
conteneva
,
dicesi
,
100.000
persone
;
prendiamo
pure
,
come
esempio
,
gli
innumerevoli
individui
che
formavano
-
all
'
aria
aperta
-
l
'
uditorio
di
un
Pier
l
'
Eremita
:
per
quanto
la
nostra
fantasia
sia
generosa
,
potremo
arrivare
tutto
al
più
alla
cifra
di
due
o
trecento
mila
persone
:
non
oltre
.
Il
pubblico
,
invece
-
e
intendo
il
pubblico
moderno
-
non
conosce
limiti
;
un
sovrano
od
un
genio
per
mezzo
delle
grandi
scoperte
:
stampa
,
ferrovia
,
telefono
e
telegrafo
-
parlano
oggi
contemporaneamente
a
milioni
di
individui
,
a
tutto
il
mondo
che
legge
.
III
.
Io
mi
lusingo
che
il
poco
che
ho
detto
fin
qui
sarà
bastato
a
far
conoscere
-
almeno
a
larghi
tratti
-
l
'
evoluzione
del
pubblico
,
e
a
stabilirne
le
differenze
colla
folla
.
Il
pubblico
non
è
che
una
trasformazione
della
folla
,
compiuta
lentamente
dalla
civiltà
,
la
quale
-
mano
mano
che
progrediva
-
scopriva
mezzi
sempre
migliori
per
poter
tener
legati
idealmente
gli
uomini
,
senza
bisogno
che
essi
fossero
fisicamente
vicini
.
La
folla
è
un
aggregato
semplice
nella
sua
formazione
e
improvviso
,
quindi
in
un
certo
senso
animale
;
il
pubblico
è
un
aggregato
più
difficile
a
formarsi
e
più
lento
,
quindi
più
umano
.
La
folla
non
è
che
una
riunione
di
contatti
psichici
essenzialmente
prodotti
da
contatti
fisici
:
il
pubblico
non
ha
alcun
bisogno
della
vicinanza
dei
corpi
per
essere
un
intricato
complesso
di
comunicazioni
da
anima
ad
anima
.
La
folla
,
insomma
,
è
una
collettività
eminentemente
barbara
ed
atavica
:
il
pubblico
è
una
collettività
eminentemente
civile
e
moderna
.
Se
la
similitudine
non
sembrasse
azzardata
,
direi
che
tra
la
folla
ed
il
pubblico
passa
l
'
identica
differenza
che
corre
tra
l
'
orda
selvaggia
e
la
società
attuale
.
Il
progresso
,
che
ha
saputo
trasformare
a
poco
a
poco
l
'
orda
selvaggia
nel
tipo
dello
Stato
moderno
,
ha
saputo
anche
tramutare
a
poco
a
poco
la
folla
in
pubblico
.
Si
tratta
,
in
entrambi
i
casi
,
di
aver
sostituito
all
'
informe
agglomero
umano
che
sentiva
,
pensava
ed
agiva
impulsivamente
e
tumultuariamente
,
un
altro
agglomero
umano
che
sente
,
pensa
ed
agisce
con
maggior
riflessione
e
sotto
il
freno
di
certe
leggi
.
Le
prove
di
questa
differenza
tra
la
folla
e
il
pubblico
abbondano
.
È
un
assioma
che
,
quanto
più
un
organismo
è
semplice
,
tanto
più
è
soggetto
alle
forze
della
natura
.
L
'
uomo
civile
si
difende
meglio
dell
'
uomo
barbaro
dalle
intemperie
,
e
il
variare
periodico
delle
stagioni
ha
sulla
sua
vita
sociale
un
'
influenza
minore
che
sull
'
uomo
barbaro
.
Per
la
stessa
ragione
l
'
uomo
barbaro
sa
e
può
opporre
all
'
ambiente
fisico
una
maggior
resistenza
e
una
migliore
difesa
dell
'
animale
superiore
,
e
questo
,
a
sua
volta
,
dell
'
animale
inferiore
.
Orbene
,
le
folle
sono
organismi
semplici
e
primitivi
,
perché
la
loro
azione
dipende
molto
dallo
stato
dell
'
atmosfera
e
delle
stagioni
.
Una
giornata
di
pioggia
basta
ad
allontanare
il
pericolo
d
'
un
assembramento
;
e
non
per
nulla
tutti
i
questori
e
tutti
i
prefetti
di
polizia
,
seguendo
l
'
esempio
di
Bailly
,
benedicono
il
brutto
tempo
che
fa
vuotare
le
vie
e
le
piazze
e
rende
difficilissime
,
se
non
impossibili
,
le
folle
e
quindi
le
dimostrazioni
o
le
sommosse
.
Il
pubblico
-
organismo
più
complicato
e
più
civile
-
non
si
risente
affatto
dell
'
instabilità
dell
'
atmosfera
:
splenda
il
sole
o
diluvi
,
esso
rimane
identico
nella
sua
sostanza
e
nella
sua
efficacia
.
Così
il
caldo
o
il
freddo
,
l
'
estate
o
l
'
inverno
,
che
hanno
tanta
influenza
sulle
folle
,
non
ne
hanno
alcuna
sui
pubblici
.
Veggansi
in
proposito
le
osservazioni
del
Fournial
*
e
sopratutto
quelle
del
Lombroso
e
del
Laschi
*
:
esse
dicono
,
col
linguaggio
preciso
ed
inconfutabile
delle
cifre
,
come
le
folle
siano
più
o
meno
frequenti
e
numerose
,
secondo
le
stagioni
ed
i
gradi
di
calore
.
Per
i
pubblici
,
invece
,
tutto
ciò
è
indifferente
;
e
prova
ne
sia
,
come
ha
osservato
il
Tarde
,
che
la
crisi
più
acuta
di
una
sovra
-
eccitazione
del
pubblico
,
quella
dell
'
affare
Dreyfus
,
è
scoppiata
e
si
è
diffusa
in
inverno
.
Un
altro
assioma
sociologico
è
che
l
'
impronta
della
razza
va
facendosi
sempre
più
debole
,
mano
mano
che
gli
organismi
salgono
nella
scala
sociale
.
E
questo
assioma
è
tanto
evidente
che
non
ha
quasi
bisogno
di
spiegazione
.
Più
si
moltiplicano
e
si
intrecciano
le
influenze
sociali
,
più
è
difficile
scorgere
lo
stigma
ereditario
della
razza
-
nascosto
,
attenuato
o
trasformato
da
cause
o
da
concause
ulteriori
.
Nel
regno
vegetale
e
nel
regno
animale
(
escluso
l
'
uomo
)
noi
possiamo
agire
con
una
relativa
sicurezza
affidandoci
soltanto
all
'
immancabile
efficacia
della
razza
e
dell
'
ereditarietà
.
Gli
allevatori
di
piante
e
di
animali
lo
sanno
:
coi
loro
innesti
e
coi
loro
incroci
,
essi
ottengono
-
con
precisione
quasi
matematica
-
quello
che
vogliono
:
le
qualità
dello
stame
e
del
pistillo
,
del
padre
e
della
madre
,
si
combinano
e
si
riproducono
nei
figli
con
un
'
esattezza
meravigliosa
.
Possiamo
noi
agire
in
egual
modo
sugli
uomini
?
No
,
certamente
.
Per
questi
,
se
la
razza
e
l
'
ereditarietà
valgono
molto
,
vale
moltissimo
l
'
ambiente
in
cui
nascono
e
vivono
,
vale
cioè
moltissimo
l
'
influenza
sociale
.
Dato
-
per
un
'
ipotesi
inverosimile
-
che
si
potessero
conoscere
perfettamente
nel
morale
e
nel
fisico
i
genitori
e
i
loro
antenati
,
non
per
questo
si
potrebbe
disegnare
a
priori
l
'
aspetto
fisico
del
figlio
,
e
tanto
meno
descrivere
la
sua
fisonomia
morale
ed
intellettuale
.
Orbene
,
trasportiamo
quest
'
osservazione
dall
'
organismo
individuale
all
'
organismo
collettivo
,
e
chiediamoci
se
non
è
evidente
che
la
razza
ha
maggiore
influenza
su
una
folla
che
non
su
un
pubblico
.
Chi
non
saprebbe
distinguere
una
folla
italiana
da
una
folla
tedesca
?
Chi
potrebbe
confondere
un
meeting
d
'
inglesi
con
un
meeting
di
napoletani
?
Chi
non
sa
che
una
folla
veneta
non
arriverebbe
mai
agli
eccessi
di
crudeltà
cui
arrivano
le
folle
calabresi
o
palermitane
?
Basta
avere
assistito
una
volta
ad
una
rappresentazione
in
un
teatro
tedesco
,
e
aver
confrontato
il
contegno
degli
spettatori
con
quello
che
tengono
ordinariamente
gli
spettatori
italiani
,
per
comprendere
come
le
folle
siano
sotto
l
'
impero
assoluto
della
razza
da
cui
escono
.
Calme
o
entusiastiche
,
fredde
o
bollenti
,
secondo
che
sono
germaniche
o
latine
.
I
pubblici
delle
varie
nazionalità
non
offrono
certo
differenze
così
spiccate
.
E
non
le
offrono
perché
-
mentre
nelle
folle
gli
individui
smussano
gli
angoli
delle
loro
singole
personalità
per
non
lasciar
scorgere
che
il
contorno
del
loro
tipo
nazionale
-
nei
pubblici
invece
non
c
'
è
questa
neutralizzazione
dell
'
individuo
a
intero
profitto
del
carattere
di
razza
,
appunto
perché
nei
pubblici
-
aggregati
più
civili
e
moderni
-
predomina
il
fattore
sociale
anziché
quello
atavico
.
Un
terzo
assioma
sociologico
-
anch
'
esso
di
intuitiva
evidenza
-
è
che
la
superiorità
d
'
un
organismo
-
sia
esso
individuale
o
collettivo
-
si
misura
dalla
maggiore
riflessione
ch
'
esso
mette
nelle
sue
manifestazioni
.
Gli
uomini
e
i
popoli
sono
più
o
meno
civili
,
secondo
che
sanno
più
o
meno
vincere
,
col
potere
d
'
inibizione
,
che
la
educazione
e
la
civiltà
han
sviluppato
in
loro
,
gli
istinti
atavici
e
selvaggi
che
li
trascinerebbero
ad
agire
impulsivamente
.
Orbene
,
chi
vorrà
e
potrà
negare
che
le
folle
sono
assai
più
impulsive
e
quindi
più
violente
dei
pubblici
?
Confrontiamo
,
per
esempio
,
le
folle
femminili
coi
pubblici
femminili
.
C
'
è
,
psicologicamente
,
un
abisso
fra
le
une
e
gli
altri
.
Le
folle
femminili
sono
la
quintessenza
della
crudeltà
e
della
barbarie
:
nei
loro
eccessi
esse
superano
di
gran
lunga
le
folle
maschili
.
Aprite
un
libro
di
storia
di
qualsiasi
epoca
,
voi
vi
leggerete
degli
episodi
raccapriccianti
sull
'
inverosimile
grado
di
bestialità
cui
possono
arrivare
le
donne
quando
discendono
e
si
riuniscono
nelle
strade
.
La
Rivoluzione
francese
offre
al
riguardo
un
gran
numero
di
fatti
che
incutono
orrore
e
terrore
:
e
anche
senza
risalire
a
tempi
lontani
,
chi
ha
assistito
alle
sommosse
di
Sicilia
nell
'
inverno
1893
94
,
e
alle
tristi
giornate
di
Milano
nel
maggio
1898
,
non
ha
bisogno
d
'
imparare
da
altri
che
le
donne
,
in
folla
,
sono
,
peggio
che
selvagge
,
cannibali
.
Che
cosa
v
'
ha
,
invece
,
di
più
civile
,
nel
senso
buono
e
anche
nel
senso
cattivo
di
questa
parola
,
dei
pubblici
femminili
?
Le
lettrici
dei
giornali
e
dei
romanzi
alla
moda
,
e
quelle
dei
giornali
e
delle
riviste
femministe
,
sono
,
è
vero
,
appassionate
ed
anche
talvolta
un
poco
esaltate
;
ma
la
loro
passione
è
sempre
sapientemente
tenuta
in
freno
da
una
non
trascurabile
dose
di
furberia
,
e
le
loro
manifestazioni
somigliano
assai
più
al
modo
di
agire
della
volpe
che
a
quello
della
tigre
.
Per
questo
ho
detto
che
i
pubblici
femminili
sono
civili
anche
nel
cattivo
senso
della
parola
:
hanno
cioè
della
civiltà
non
solo
la
mitezza
,
ma
altresì
-
mi
perdonino
le
signore
-
la
doppiezza
gesuitica
.
Ed
ora
che
abbiamo
,
o
almeno
crediamo
di
avere
dimostrato
l
'
inferiorità
della
folla
di
fronte
al
pubblico
,
poiché
l
'
una
rappresenta
un
aggregato
barbaro
ed
atavico
,
l
'
altro
un
aggregato
moderno
e
civile
,
è
necessario
domandarsi
qual
parte
abbiano
rispettivamente
,
nel
movimento
sociale
odierno
,
questi
due
diversi
e
indefinibili
organismi
che
riassumono
tutta
la
misteriosa
e
pur
possente
psicologia
collettiva
.
Il
dottor
Le
Bon
*
,
ed
io
con
lui
*
,
abbiamo
,
anni
or
sono
,
proclamato
che
la
nostra
epoca
è
"
l
'
êra
delle
folle
"
.
Gabriele
Tarde
invece
sostiene
che
la
nostra
epoca
è
"
l
'
êra
dei
pubblici
"
.
Ci
siamo
sbagliati
,
in
parte
,
tutti
.
La
nostra
epoca
è
,
nello
stesso
tempo
,
l
'
êra
dei
pubblici
e
delle
folle
.
Senza
dubbio
,
il
sorgere
e
lo
svilupparsi
del
pubblico
ha
diminuito
la
frequenza
delle
folle
,
ma
non
le
ha
soppresse
.
Ha
aperto
,
per
così
dire
,
una
nuova
valvola
al
bisogno
del
popolo
di
manifestare
i
proprî
sentimenti
e
i
proprî
pensieri
,
ma
non
ha
chiuso
l
'
antica
.
Vi
sono
oggi
-
oltre
le
folle
-
i
pubblici
,
ma
non
vi
sono
soltanto
i
pubblici
.
Il
progresso
modifica
e
,
modificando
,
migliora
;
ma
non
cancella
totalmente
le
abitudini
ataviche
.
Carlyle
ha
detto
che
la
civiltà
non
è
che
una
corteccia
entro
cui
può
ardere
viva
,
col
suo
fuoco
infernale
,
la
passione
selvaggia
dell
'
uomo
.
E
la
verità
di
questa
affermazione
è
confermata
quotidianamente
dai
fatti
:
noi
vediamo
persone
-
che
si
comportano
nella
vita
normale
con
tutte
le
forme
insegnate
dal
vivere
civile
-
scoppiare
ad
un
tratto
in
una
azione
crudele
che
rivela
in
esse
la
bestia
umana
.
È
il
così
detto
delitto
passionale
.
La
corteccia
della
civiltà
-
dinanzi
a
una
provocazione
-
si
è
spezzata
per
lasciar
uscir
fuori
la
linfa
della
barbarie
.
Quel
che
avviene
per
gli
individui
avviene
per
le
collettività
.
La
civiltà
ha
tramutato
la
folla
in
pubblico
,
ma
il
pubblico
a
sua
volta
ritorna
folla
,
quando
il
sentimento
che
lo
domina
è
così
forte
da
non
sapersi
più
contenere
e
da
aver
bisogno
per
la
sua
manifestazione
della
forma
atavica
con
cui
si
esplicava
una
volta
.
Ogni
giorno
noi
assistiamo
a
questo
fenomeno
di
un
pubblico
che
produce
una
folla
.
Quando
,
per
esempio
,
l
'
idea
che
muove
un
partito
,
ossia
un
pubblico
politico
,
ha
raggiunto
un
altissimo
grado
di
espansione
,
da
quel
pubblico
esce
,
quasi
per
generazione
spontanea
,
una
folla
che
fa
dimostrazioni
,
sommosse
,
rivoluzioni
.
Quando
il
sentimento
religioso
diffuso
nel
pubblico
si
acutizza
nella
superstizione
,
ecco
che
dal
pubblico
di
fedeli
escono
le
folle
religiose
peregrinanti
a
un
santuario
,
o
deliranti
dinanzi
a
qualche
madonna
o
a
qualche
santo
miracoloso
.
Quando
l
'
amore
o
la
stima
-
o
viceversa
l
'
odio
e
il
disprezzo
per
una
data
persona
-
oltrepassano
nel
pubblico
certi
limiti
,
ecco
che
da
questo
pubblico
escono
le
folle
urlanti
di
entusiasmo
e
di
ammirazione
,
o
di
esecrazione
e
di
ferocia
,
intorno
ad
un
sovrano
,
a
un
generale
,
a
un
artista
.
Il
pubblico
,
insomma
,
in
certi
casi
,
ritorna
folla
,
come
l
'
uomo
civile
,
in
certi
casi
,
ritorna
barbaro
.
E
in
questo
senso
quindi
possiamo
dire
che
la
folla
non
è
oggi
che
una
forma
acuta
e
patologica
del
pubblico
.
IV
.
A
questo
punto
,
dopo
avere
,
nel
modo
più
breve
e
più
chiaro
che
per
me
si
poteva
,
tentato
di
spiegare
che
cosa
è
il
pubblico
,
isolandolo
dagli
altri
enti
collettivi
con
cui
potrebbe
confondersi
,
è
necessario
ed
è
men
difficile
ritornare
all
'
oggetto
del
nostro
studio
e
chiederci
in
qual
modo
si
forma
l
'
opinione
pubblica
.
Da
quanto
ho
esposto
,
risulta
chiaramente
che
l
'
opinione
pubblica
è
,
qualche
volta
,
non
l
'
opinione
del
pubblico
propriamente
detto
,
ma
l
'
opinione
della
folla
.
Il
pensiero
e
il
sentimento
della
collettività
,
noi
lo
abbiamo
visto
,
se
si
esprimono
oggi
normalmente
per
mezzo
dei
giornali
e
se
si
diffondono
quindi
sugli
individui
sparsi
e
lontani
,
si
esprimono
anche
anormalmente
per
mezzo
delle
moltitudini
,
le
quali
sanno
dire
ed
imporre
in
modo
staticamente
violento
ciò
che
i
pubblici
pensano
in
modo
dinamicamente
pacifico
.
I
discorsi
,
le
adunanze
,
le
riunioni
elettorali
,
le
dimostrazioni
di
piazza
,
sono
altrettante
forme
di
folle
,
che
influiscono
anche
oggi
-
e
molto
!
-
sulla
formazione
dell
'
opinione
pubblica
.
Dietro
queste
folle
c
'
è
sempre
-
siamo
d
'
accordo
-
un
partito
,
cioè
un
pubblico
,
che
è
la
loro
causa
e
,
per
dir
così
,
il
bozzolo
da
cui
escono
:
ma
ciò
non
toglie
che
siano
quelle
folle
che
conquistano
d
'
un
tratto
-
colla
suggestione
immediata
e
fortissima
che
da
loro
si
sprigiona
-
il
cuore
e
il
cervello
degli
individui
i
quali
,
altrimenti
,
avrebbero
impiegato
più
tempo
a
convertirsi
.
Per
rispondere
dunque
alla
domanda
:
in
qual
modo
si
determina
una
data
opinione
pubblica
?
bisognerebbe
fare
non
solo
la
psico
-
fisiologia
del
pubblico
,
ma
anche
quella
della
folla
.
Senonché
,
la
psico
-
fisiologia
della
folla
noi
l
'
abbiamo
studiata
altrove
*
e
non
amiamo
ripeterci
.
Ci
resta
a
studiare
quella
del
pubblico
.
Ed
è
ciò
che
noi
tenteremo
.
Una
prima
divisione
dei
pubblici
si
presenta
spontanea
quando
si
voglia
considerare
,
da
un
lato
il
diverso
grado
di
coltura
,
dall
'
altro
lato
i
diversi
interessi
degli
uomini
.
Qui
se
ressemble
s
'
assemble
,
dice
un
proverbio
,
e
ciò
è
vero
non
solo
per
le
folle
,
ma
anche
per
i
pubblici
.
Una
stessa
educazione
,
un
identico
scopo
,
riuniscono
gli
individui
in
un
fascio
intellettuale
,
come
un
identico
sentimento
li
spinge
tutti
ad
agglomerarsi
in
una
via
o
in
una
piazza
.
Noi
abbiamo
quindi
i
pubblici
giudiziari
,
industriali
,
agricoli
,
letterari
,
scientifici
,
religiosi
,
politici
,
secondo
che
gli
individui
appartengono
alla
magistratura
,
all
'
industria
,
all
'
agricoltura
,
alla
letteratura
,
alla
scienza
,
alla
religione
,
alla
politica
.
Questi
pubblici
non
differiscono
fra
loro
soltanto
per
lo
scopo
che
perseguono
,
ma
bensì
anche
per
l
'
estensione
che
hanno
e
per
la
tecnicità
che
possiedono
.
Più
il
pubblico
è
ristretto
,
più
è
tecnico
;
e
più
è
possente
e
quindi
temibile
,
quanto
più
l
'
interesse
che
difende
è
generale
.
Una
volta
,
la
diversità
di
coltura
e
di
interessi
dava
luogo
nella
società
a
divisioni
di
altro
genere
,
che
si
chiamavano
corporazioni
,
mestieri
,
classi
o
caste
.
Erano
divisioni
più
stabili
e
più
ben
definite
,
anzitutto
perché
si
fondavano
qualche
volta
sull
'
eredità
,
in
secondo
luogo
perché
chi
ne
faceva
parte
non
ne
poteva
uscir
facilmente
,
e
chi
non
v
'
era
ascritto
non
vi
poteva
con
facilità
penetrare
.
Erano
,
in
un
certo
senso
,
dei
campi
chiusi
nei
quali
si
poteva
contare
il
numero
dei
soldati
e
donde
l
'
emigrazione
e
dove
l
'
immigrazione
erano
quasi
impossibili
.
I
pubblici
odierni
,
che
hanno
sostituito
queste
divisioni
,
sono
assai
meno
stabili
e
assai
meno
definiti
;
sono
,
se
posso
dir
così
,
organismi
fluttuanti
,
perché
non
si
può
mai
precisare
la
qualità
degli
individui
che
li
compongono
e
tanto
meno
il
loro
numero
.
Un
pubblico
è
oggi
una
specie
di
nebulosa
,
di
cui
se
è
facile
distinguere
il
nucleo
centrale
,
è
difficilissimo
determinare
i
confini
.
Vi
entra
e
ne
esce
chi
vuole
;
e
non
valgono
,
o
valgono
poco
,
le
ragioni
ereditarie
e
tradizionali
per
costringere
l
'
una
o
l
'
altra
persona
a
far
parte
di
questo
o
di
quel
pubblico
.
Noi
possiamo
dire
che
il
pubblico
è
-
per
la
vita
sociale
-
quello
che
è
per
la
vista
,
una
cascata
d
'
acqua
,
la
quale
ci
fa
sempre
l
'
identica
impressione
malgrado
che
le
goccie
di
cui
è
composta
mutino
continuamente
.
Le
goccie
del
pubblico
sono
gli
individui
.
E
non
solo
vi
è
una
continua
variazione
nelle
goccie
che
forman
la
cateratta
o
-
per
lasciare
la
metafora
-
nelle
cellule
che
formano
quell
'
organismo
collettivo
che
è
il
pubblico
;
ma
anche
questo
stesso
organismo
va
sempre
più
perdendo
quei
caratteri
di
stabilità
e
di
infrangibilità
che
presentava
una
volta
.
Confrontate
-
e
non
solo
in
Italia
-
i
partiti
politici
di
mezzo
secolo
fa
con
quelli
attuali
.
Destra
e
Sinistra
erano
allora
due
nomi
che
,
nella
Camera
e
nel
paese
,
rispondevano
a
due
correnti
di
idee
che
seguivano
ognuna
il
loro
corso
indipendente
.
Qualunque
confusione
fra
quei
due
partiti
e
fra
gli
uomini
che
li
rappresentavano
,
sarebbe
parsa
impossibile
,
o
,
se
fosse
avvenuta
,
sarebbe
stata
giudicata
come
una
viltà
od
un
tradimento
.
La
divisione
era
netta
,
recisa
,
intangibile
.
Le
goccie
,
cioè
gli
uomini
,
mutavano
necessariamente
,
ma
la
cateratta
,
cioè
l
'
idea
,
rimaneva
intatta
ed
immobile
.
Possiamo
noi
dire
lo
stesso
dei
partiti
attuali
?
È
pietà
non
rispondere
a
questa
domanda
,
giacché
tutti
vedono
e
sanno
,
pur
troppo
quanta
poca
forza
di
coesione
e
quanta
poca
impermeabilità
(
mi
si
perdoni
la
parola
)
abbiano
i
partiti
politici
dei
nostri
giorni
.
Essi
non
sono
che
una
etichetta
che
l
'
uomo
tiene
appiccicata
fin
che
gli
fa
comodo
,
e
getta
lontano
quando
gli
conviene
di
farla
dimenticare
.
Tra
i
vari
partiti
c
'
è
oggi
in
permanenza
un
fenomeno
di
osmosi
e
di
endosmosi
:
le
idee
dell
'
uno
penetrano
in
quelle
dell
'
altro
e
viceversa
;
e
gli
uomini
che
le
sostenevano
non
trovano
quindi
strano
,
anzi
trovano
logico
,
di
allearsi
dopo
di
essersi
combattuti
.
Questa
continua
mobilità
dei
partiti
o
dei
pubblici
attuali
(
che
è
giustamente
,
secondo
il
Tarde
,
una
delle
loro
caratteristiche
principali
)
non
merita
però
troppo
severo
giudizio
,
giacché
le
cause
da
cui
dipende
,
se
non
la
giustificano
,
la
scusano
molto
.
In
primo
luogo
,
è
evidente
che
gli
uomini
non
possono
essere
oggi
tenacemente
fedeli
a
un
'
idea
,
come
lo
potevano
essere
,
e
lo
erano
,
una
volta
.
In
passato
,
ogni
uomo
nascendo
aveva
già
designato
non
solo
la
sua
carriera
e
quindi
il
suo
posto
nel
mondo
,
ma
anche
il
complesso
di
teorie
cui
doveva
serbarsi
rigidamente
attaccato
.
Occorreva
allora
un
fatto
molto
grave
(
ed
era
ad
ogni
modo
un
fenomeno
molto
strano
)
per
vedere
,
ad
esempio
,
un
aristocratico
nutrire
sentimenti
diversi
da
quelli
della
sua
casta
.
Oggi
,
invece
,
ogni
uomo
che
nasce
è
,
in
gran
parte
,
un
'
incognita
,
perché
non
si
può
sapere
con
sicurezza
né
la
carriera
che
sceglierà
,
né
le
idee
cui
sarà
devoto
.
Non
solo
:
ma
mentre
una
volta
,
generalmente
,
si
invecchiava
e
si
moriva
con
idee
presso
a
poco
uguali
a
quelle
della
gioventù
,
-
oggi
è
più
che
probabile
di
cambiare
di
idee
,
o
per
lo
meno
di
modificarle
,
coi
lustri
se
non
cogli
anni
.
Il
progresso
che
avanza
con
velocità
sempre
maggiore
rende
quasi
forzatamente
necessario
il
mutar
opinione
,
e
non
a
torto
un
filosofo
diceva
che
chi
non
cambia
mai
la
propria
opinione
non
può
essere
che
colui
il
quale
non
vuole
o
non
sa
imparar
nulla
.
Un
'
altra
causa
della
mobilità
dei
pubblici
,
che
si
riattacca
alla
prima
e
non
ne
è
che
un
diverso
aspetto
,
consiste
nel
fatto
che
oggi
la
opinione
di
ciascuno
è
messa
a
dura
prova
perché
quotidianamente
insidiata
dal
diffondersi
di
opinioni
diverse
o
addirittura
contrarie
.
Un
uomo
si
conserva
più
facilmente
onesto
,
quanto
minori
sono
le
occasioni
che
lo
tentano
:
un
uomo
si
mantiene
più
facilmente
d
'
un
dato
parere
,
quanto
minori
sono
i
pareri
opposti
che
egli
sente
svolgere
intorno
a
lui
.
Non
occorreva
certo
un
carattere
adamantino
per
serbar
fede
,
in
addietro
,
a
quel
patrimonio
di
idee
in
cui
si
era
nati
e
cresciuti
,
poiché
non
era
frequente
il
caso
che
nuove
correnti
di
idee
venissero
ad
urtare
ed
a
turbare
le
correnti
tradizionali
ed
ereditarie
.
E
,
viceversa
,
non
è
sintomo
di
poca
saldezza
di
carattere
,
oggi
,
il
mutar
opinione
,
poiché
sono
infinite
le
forme
di
suggestione
che
la
nostra
vita
sociale
offre
a
ciascuno
,
per
trascinarlo
a
pensare
e
a
sentire
in
un
senso
piuttosto
che
in
un
altro
.
Tra
queste
forme
di
suggestione
,
la
più
importante
,
quella
che
riassume
e
concentra
tutte
le
altre
,
è
senza
dubbio
la
stampa
.
Non
vi
è
professione
,
non
partito
,
non
scuola
artistica
,
religiosa
o
scientifica
che
non
voglia
avere
il
suo
giornale
o
la
sua
rivista
,
come
non
v
'
è
reggimento
che
non
abbia
la
sua
bandiera
.
Affermarsi
con
un
giornale
è
,
nel
mondo
moderno
,
il
primo
bisogno
di
un
'
idea
che
nasce
,
come
di
ogni
interesse
che
non
vuole
essere
soffocato
da
interessi
rivali
.
Ed
è
perciò
che
si
potrebbe
fare
una
statistica
e
una
psicologia
della
nostra
vita
sociale
,
solo
contando
ed
esaminando
i
giornali
che
vengono
pubblicati
.
Il
sentire
la
imperiosa
necessità
di
possedere
un
proprio
giornale
,
prova
implicitamente
che
ogni
partito
sa
e
crede
che
quello
è
il
modo
migliore
per
formarsi
un
seguito
di
fedeli
.
Sa
e
crede
cioè
,
che
gli
uomini
si
schierano
dietro
un
'
idea
,
non
tanto
,
come
una
volta
,
per
ragioni
ereditarie
e
tradizionali
,
quanto
per
ragioni
attuali
,
di
persuasione
immediata
.
Senonché
-
a
questo
punto
-
ci
si
presenta
formidabile
la
domanda
:
è
il
giornale
o
il
giornalista
che
forma
il
pubblico
,
o
viceversa
?
Dico
formidabile
la
domanda
,
non
tanto
perché
,
secondo
il
mio
parere
,
lo
sia
realmente
,
quanto
perché
tale
è
considerata
in
genere
dagli
scrittori
.
Noi
abbiamo
in
sociologia
molte
di
queste
questioni
,
che
si
potrebbero
tutte
ridurre
a
una
questione
unica
:
se
cioè
sia
l
'
ambiente
che
ha
maggior
influenza
sull
'
individuo
,
o
l
'
individuo
sull
'
ambiente
.
Problemi
,
in
fondo
,
che
servono
soltanto
a
mostrare
l
'
acutezza
psicologica
dei
singoli
avversari
,
i
quali
,
per
sostenere
la
loro
tesi
,
fanno
sfoggio
di
argomenti
e
di
paragoni
bellissimi
,
ma
esagerati
e
paradossali
.
Prendiamo
,
ad
esempio
,
la
cosidetta
teoria
del
grand
'
uomo
.
Secondo
Spencer
che
la
mise
in
ridicolo
,
è
un
errore
attribuire
socialmente
una
grande
influenza
all
'
uomo
di
genio
:
esso
non
è
che
il
prodotto
necessario
dell
'
ambiente
in
cui
sorge
e
,
per
così
dire
,
un
figlio
del
suo
tempo
:
un
uomo
non
attivo
,
ma
rappresentativo
,
come
lo
chiamava
l
'
Emerson
;
un
attore
,
non
un
autore
del
dramma
storico
.
Secondo
altri
,
invece
-
Carlyle
il
primo
-
tutto
ciò
che
noi
vediamo
di
buono
e
di
bello
nel
mondo
è
dovuto
agli
eroi
,
cioè
ai
grandi
uomini
:
l
'
anima
della
storia
intera
non
è
che
la
loro
storia
:
essi
sono
,
per
ripetere
l
'
espressione
di
Stuart
Mill
:
"
il
sale
della
terra
e
senza
di
loro
la
vita
umana
diverrebbe
una
palude
stagnante
"
.
Chi
ha
torto
o
ragione
?
Mi
si
permetta
-
prima
di
rispondere
-
di
ricorrere
a
una
similitudine
,
certo
banale
,
ma
che
ha
,
se
non
altro
,
il
pregio
di
essere
chiara
.
Ogni
uomo
è
il
prodotto
dei
suoi
genitori
;
senza
di
essi
non
esisterebbe
,
e
con
genitori
diversi
sarebbe
diverso
da
quello
che
è
.
Su
ciò
ci
troviamo
senza
dubbio
tutti
d
'
accordo
.
Così
ci
troviamo
certo
tutti
d
'
accordo
nel
credere
che
ogni
genio
sia
il
prodotto
dell
'
epoca
sua
,
e
che
epoche
diverse
producano
genii
diversi
.
Or
bene
,
pur
ammettendo
queste
premesse
che
a
me
paiono
assiomi
,
negheremmo
noi
che
ogni
figlio
-
una
volta
fatto
uomo
-
possa
esercitare
sui
suoi
genitori
una
grande
influenza
?
O
per
il
solo
fatto
ch
'
egli
è
il
prodotto
fisiologico
e
psicologico
di
suo
padre
e
di
sua
madre
,
dovremmo
negare
la
possibilità
di
questa
influenza
?
No
,
non
è
vero
?
Lo
stesso
,
s
'
io
non
mi
sbaglio
,
deve
dirsi
del
genio
.
Napoleone
e
Garibaldi
,
Dante
e
Shakespeare
,
sorsero
quando
sorsero
perché
fatalmente
dovevano
sorgere
,
e
in
questo
senso
è
vero
che
essi
sono
i
figli
del
loro
tempo
,
lo
scorcio
incosciente
in
cui
si
è
,
per
così
dire
,
simbolizzata
l
'
umanità
di
una
data
epoca
;
ma
chi
vorrà
contestare
che
,
pur
essendo
prodotti
necessari
della
storia
,
dettero
poi
essi
stessi
un
nuovo
indirizzo
alla
storia
,
esercitando
nel
mondo
un
grande
impero
materiale
o
morale
?
Scendiamo
ora
da
queste
altezze
,
ove
si
parla
di
genii
e
di
epoche
storiche
,
e
ritornando
al
nostro
più
modesto
argomento
,
parliamo
di
giornalisti
e
di
pubblici
.
I
nomi
saranno
diversi
ma
il
ragionamento
non
muterà
.
Senza
dubbio
,
ogni
pubblico
,
produce
i
giornalisti
che
hanno
i
suoi
istinti
,
le
sue
tendenze
,
le
sue
doti
ed
i
suoi
difetti
;
che
sono
,
in
una
parola
,
creature
sue
;
ma
una
volta
che
il
pubblico
ha
,
per
dir
così
partorito
il
suo
giornalista
,
è
questo
che
,
come
figlio
verso
i
genitori
,
può
cominciare
ad
avere
influenza
sul
pubblico
,
a
dirigerne
e
a
modificarne
le
opinioni
.
In
questo
caso
si
può
dire
che
la
psicologia
del
pubblico
somiglia
a
quella
della
folla
.
Che
cosa
sono
i
meneurs
delle
folle
,
se
non
prodotti
incoscienti
e
istantanei
delle
folle
stesse
?
In
una
moltitudine
assembrata
e
fremente
,
voi
sentite
ad
un
tratto
una
voce
o
un
grido
,
dietro
il
quale
corre
subito
,
con
cieca
ed
uniforme
credulità
,
tutta
la
turba
,
per
dare
sfogo
ai
suoi
sentimenti
di
odio
o
di
amore
.
Di
quella
voce
o
di
quel
grido
non
è
responsabile
l
'
uomo
che
li
ha
lanciati
,
ma
la
misteriosa
anima
della
folla
che
l
'
ha
costretto
a
lanciarli
.
Il
meneur
è
dunque
creato
dalla
collettività
.
Ma
,
appena
creato
,
egli
acquista
un
tal
potere
dispotico
su
coloro
che
lo
attorniano
,
che
può
condurli
ove
vuole
,
ad
eccessi
ed
a
delitti
che
la
folla
non
avrebbe
voluto
né
pensato
mai
di
commettere
.
Il
giornalista
non
è
che
un
meneur
del
suo
pubblico
.
Creato
da
questo
,
può
trascinarlo
al
di
là
di
dove
esso
stesso
voleva
andare
.
V
.
Se
la
logica
,
dunque
,
serve
a
qualche
cosa
,
io
credo
che
essa
ci
dia
il
diritto
di
affermare
che
l
'
opinione
pubblica
è
,
se
non
del
tutto
creata
,
certo
plasmata
,
modificata
e
diretta
dai
giornalisti
.
In
quale
misura
?
Ecco
il
problema
.
Problema
difficilissimo
a
risolvere
,
giacché
-
quantunque
i
fenomeni
di
psicologia
collettiva
somiglino
molto
,
per
i
loro
imprevisti
precipitati
,
ai
fenomeni
chimici
-
pur
tuttavia
è
impossibile
in
psicologia
collettiva
quel
che
è
possibile
in
chimica
:
sapere
cioè
qual
dose
occorra
delle
varie
sostanze
per
ottenere
la
sostanza
nuova
.
Per
uscir
di
metafora
:
come
si
può
determinare
quanta
parte
ebbe
,
nel
creare
una
data
opinione
pubblica
,
l
'
opera
personale
di
questo
o
quel
giornalista
,
e
quanta
parte
l
'
opera
anonima
,
collettiva
ed
istintiva
del
popolo
?
Si
dice
,
per
esempio
*
,
che
la
statistica
degli
abbonamenti
è
un
eccellente
termometro
-
spesso
consultato
-
che
avverte
i
redattori
di
un
giornale
della
linea
di
condotta
da
seguirsi
.
In
questo
caso
è
il
pubblico
che
impone
,
colla
sanzione
economica
,
il
suo
parere
ai
giornalisti
,
non
questi
a
quello
.
E
c
'
è
in
proposito
l
'
esempio
famoso
del
"
Figaro
"
,
che
nel
1897
dopo
aver
pubblicato
i
primi
articoli
di
Emilio
Zola
in
favore
di
Dreyfus
e
di
chi
lo
difendeva
,
mutò
bandiera
per
non
disgustare
i
suoi
abbonati
ed
i
suoi
lettori
*
.
Senza
ricorrere
,
del
resto
,
a
un
fatto
tanto
noto
,
e
compiuto
se
non
altro
con
una
franchezza
che
ne
potrebbe
essere
una
attenuante
,
ognuno
di
noi
-
per
poco
che
abbia
pratica
del
mondo
giornalistico
-
conosce
dei
fatti
analoghi
;
conosce
cioè
dei
giornali
e
,
quel
che
è
peggio
,
dei
giornalisti
,
che
hanno
mutato
o
modificato
le
loro
opinioni
perché
gli
umori
del
pubblico
,
e
quindi
la
cifra
degli
incassi
,
consigliavano
loro
utilmente
di
modificarle
.
Malgrado
questi
fatti
,
io
inclino
però
a
credere
più
frequente
e
più
intensa
l
'
influenza
del
giornalista
sul
pubblico
,
che
non
quella
del
pubblico
sul
giornalista
.
E
non
solo
quell
'
influenza
è
,
secondo
me
,
più
intensa
,
ma
può
essere
anche
moralmente
più
dannosa
.
Ed
ecco
il
perché
.
Il
pubblico
potrà
far
mutare
indirizzo
a
un
giornale
:
noi
riconosciamo
che
questa
è
una
brutta
cosa
per
il
carattere
e
l
'
indipendenza
del
giornale
giacché
è
,
in
fondo
,
una
forma
di
corruzione
.
Ma
è
una
corruzione
che
non
fa
che
una
sola
specie
di
vittime
:
le
facili
coscienze
dei
convertiti
.
Si
tratta
quindi
semplicemente
di
una
questione
di
morale
individuale
.
Se
,
per
tenerci
all
'
esempio
citato
,
i
lettori
del
"
Figaro
"
volevano
che
il
loro
giornale
difendesse
lo
Stato
maggiore
francese
e
ribadisse
la
catena
del
relegato
dell
'
Isola
del
Diavolo
,
e
se
il
Consiglio
d
'
amministrazione
del
grande
giornale
parigino
ha
creduto
suo
interesse
di
accontentarli
,
peggio
per
quei
lettori
,
e
peggio
,
ripeto
,
per
le
coscienze
dei
giornalisti
e
per
l
'
indipendenza
del
giornale
che
a
quel
mutamento
si
sono
adattati
.
Non
c
'
è
altro
da
deplorare
.
L
'
influenza
,
invece
,
del
giornalista
sul
pubblico
può
essere
moralmente
e
materialmente
assai
più
dannosa
,
giacché
il
giornalista
può
mentire
,
può
far
credere
al
suo
pubblico
cose
non
vere
,
e
quindi
traviarne
il
giudizio
;
può
,
insomma
,
commettere
verso
di
lui
molti
delitti
,
sfruttando
la
sua
credulità
e
la
sua
buona
fede
.
C
'
è
forse
il
bisogno
di
portar
degli
esempi
per
provare
quante
imprese
losche
-
finanziarie
e
politiche
-
furono
gabellate
per
buone
al
pubblico
dall
'
arte
sapiente
dei
giornalisti
?
I
Panama
francese
e
italiano
informino
.
Del
danaro
,
molto
danaro
,
moltissimo
danaro
,
e
si
crea
l
'
opinione
pubblica
che
si
vuole
.
Non
parliamo
poi
dei
periodi
elettorali
,
dove
,
oltre
il
danaro
,
sono
in
gioco
mille
passioni
,
non
tutte
nobili
e
pure
.
Come
vi
sono
i
candidati
o
i
loro
grandi
elettori
che
mentiscono
alla
folla
che
ascolta
i
loro
discorsi
,
e
promettono
cose
che
sanno
di
non
poter
mantenere
e
diffamano
i
loro
avversarî
,
-
così
vi
sono
i
giornalisti
dell
'
uno
e
dell
'
altro
campo
che
mentiscono
al
loro
pubblico
per
trascinarlo
a
dare
il
voto
a
Tizio
piuttosto
che
a
Caio
.
Nel
dover
constatare
questi
fatti
dolorosi
c
'
è
una
sola
consolazione
:
ed
è
che
i
giornali
,
come
gli
oratori
,
si
servono
l
'
un
l
'
altro
d
'
antidoto
e
si
neutralizzano
.
Ma
non
resta
men
vero
che
il
pubblico
è
,
in
moltissimi
casi
,
come
la
creta
molle
su
cui
imprime
la
sua
impronta
la
mano
del
giornalista
.
Gabriele
Tarde
colla
sua
abituale
acutezza
diceva
che
-
quasi
a
contrappeso
psicologico
a
questi
delitti
commessi
verso
il
pubblico
-
vi
sono
anche
i
delitti
commessi
dal
pubblico
.
Ed
è
vero
.
Già
,
quel
fenomeno
di
peggioramento
morale
collettivo
che
io
ho
constatato
nella
folla
avviene
fatalmente
anche
nel
pubblico
,
il
quale
non
è
che
una
folla
diffusa
.
Gli
individui
che
compongono
una
folla
od
un
pubblico
-
presi
uno
per
uno
-
sono
,
in
generale
,
buone
e
brave
persone
:
riuniti
insieme
,
si
direbbe
che
le
loro
qualità
migliori
si
elidono
e
si
nascondono
per
lasciare
scorgere
e
sopravvanzare
le
qualità
peggiori
.
Si
svegliano
,
cioè
,
nelle
collettività
-
siano
esse
statiche
come
una
folla
,
o
dinamiche
come
un
pubblico
-
gli
istinti
più
bassi
,
e
delle
stratificazioni
del
carattere
salgono
alla
superficie
le
prime
,
le
più
animali
e
le
più
selvaggie
.
Le
folle
son
più
feroci
e
brutali
,
nella
manifestazione
di
questi
istinti
,
appunto
perché
sono
organismi
atavici
;
i
pubblici
son
meno
brutali
e
feroci
appunto
perché
sono
organismi
moderni
e
civili
.
Le
une
,
nel
loro
parossismo
d
'
odio
,
corrono
all
'
assassinio
;
gli
altri
si
limitano
all
'
ingiuria
e
alla
diffamazione
.
Le
une
uccidono
materialmente
,
gli
altri
si
limitano
ad
uccidere
moralmente
.
Dobbiamo
dire
-
per
questo
-
che
tanto
le
folle
come
i
pubblici
sieno
incapaci
di
slanci
nobili
,
generosi
ed
eroici
?
Nemmeno
per
idea
.
Ma
questi
slanci
sono
rari
,
e
la
regola
è
che
,
nelle
collettività
,
gli
istinti
buoni
rimangono
addormentati
.
Prendete
,
come
esempio
,
le
forme
più
ristrette
e
più
comuni
del
pubblico
:
i
salotti
,
i
clubs
,
ecc
.
;
provate
in
una
conversazione
a
dir
bene
d
'
una
persona
:
qualcuno
farà
eco
,
gli
altri
,
se
non
contraddiranno
,
rimarranno
zitti
e
il
discorso
morirà
ben
presto
.
Provate
invece
a
dirne
male
:
sarà
un
coro
:
ognuno
avrà
il
suo
piccolo
sassolino
da
aggiungere
alla
valanga
del
pettegolezzo
,
e
l
'
argomento
,
state
pur
certi
,
non
si
estinguerà
tanto
presto
.
Bisogna
confessarlo
:
la
leggenda
biblica
è
psicologicamente
verissima
:
i
frutti
dell
'
albero
del
male
sono
assai
più
saporiti
di
quelli
dell
'
albero
del
bene
.
Passiamo
dai
pubblici
ristretti
ai
pubblici
vasti
:
dal
salotto
al
giornalismo
.
Nella
stampa
,
se
si
vuole
veramente
svegliare
l
'
interesse
e
la
curiosità
del
pubblico
,
occorre
creargli
non
un
oggetto
d
'
amore
,
ma
un
oggetto
d
'
odio
.
Piacciono
,
per
dir
il
vero
,
anche
gli
idoli
,
e
vi
si
bruciano
incensi
con
grande
prodigalità
,
ma
finiscono
per
stancare
:
e
d
'
altronde
non
è
sempre
troppa
malignità
il
supporre
che
il
pubblico
crei
degli
idoli
per
darsi
poi
il
divertimento
di
abbatterli
.
Un
'
osservazione
che
non
ho
intesa
fare
a
suo
tempo
da
alcuno
e
che
pure
mi
sembra
semplicissima
,
è
che
l
'
affare
Dreyfus
ha
preso
un
nuovo
slancio
ed
ha
maggiormente
appassionato
il
pubblico
dei
due
mondi
quando
il
fratello
dell
'
infelice
capitano
accusò
Esterhazy
di
essere
l
'
autore
del
bordereau
.
Egli
aveva
trovato
l
'
oggetto
d
'
odio
da
offrire
in
pascolo
al
popolo
.
Fino
allora
si
combatteva
per
l
'
innocenza
di
un
uomo
ma
non
si
conosceva
.
il
nome
del
vero
colpevole
:
era
una
campagna
negativa
,
la
cui
nobiltà
non
poteva
essere
sentita
da
tutti
,
ma
soltanto
da
coloro
che
si
appassionano
idealmente
per
la
verità
e
per
la
giustizia
.
Il
grosso
del
pubblico
,
come
le
folle
a
teatro
,
vuole
che
i
drammi
finiscano
non
solo
col
trionfo
dell
'
innocente
,
ma
anche
colla
condanna
del
colpevole
.
E
la
simpatia
per
Dreyfus
aveva
bisogno
,
per
crescere
,
di
riscaldarsi
al
fuoco
dell
'
odio
contro
Esterhazy
.
Dice
benissimo
il
Tarde
:
"
Scoprire
o
inventare
un
nuovo
e
grande
oggetto
di
odio
per
l
'
uso
del
pubblico
,
è
ancora
uno
dei
mezzi
più
sicuri
per
diventare
uno
dei
re
del
giornalismo
.
In
nessun
paese
,
in
nessuna
epoca
,
l
'
apologetica
ha
avuto
tanto
successo
quanto
la
diffamazione
"
.
Ed
è
questa
considerazione
,
e
nessun
'
altra
,
che
può
spiegare
l
'
enorme
successo
della
stampa
diffamatoria
,
dei
Drumont
,
dei
Rochefort
,
e
di
tutte
le
altre
tigri
letterarie
di
Francia
e
di
altrove
.
Il
pubblico
,
quindi
,
è
per
sé
stesso
un
po
'
delinquente
,
giacché
ha
degli
istinti
e
delle
passioni
basse
ed
impure
.
Nei
periodi
storici
,
durante
i
quali
il
progresso
si
accelera
e
si
acutizza
in
forme
rivoluzionarie
,
il
pubblico
può
diventare
delinquente
davvero
.
Allora
è
facile
che
dalla
ferocia
verbale
passi
alla
ferocia
materiale
e
che
esso
voglia
colpire
,
non
soltanto
a
parole
,
i
suoi
oggetti
d
'
odio
.
Allora
è
facile
che
esso
applauda
chi
propone
,
e
spinga
anzi
a
proporre
,
le
leggi
di
proscrizione
,
le
condanne
,
i
massacri
,
le
persecuzioni
di
qualunque
genere
.
Senza
l
'
esistenza
e
senza
le
provocazioni
di
un
certo
pubblico
,
gli
orrori
della
Rivoluzione
francese
,
come
del
resto
di
tutte
le
rivoluzioni
,
non
sarebbero
stati
possibili
.
Nei
periodi
storici
normali
,
il
carattere
delittuoso
di
certi
pubblici
è
diverso
,
si
vede
meno
,
ma
non
è
per
questo
meno
effettivo
.
Allora
il
pubblico
,
più
che
autore
è
complice
di
delitti
;
non
li
commette
,
ma
sopporta
che
i
suoi
capi
li
commettano
,
e
cerca
nasconderli
o
attenuarli
in
base
a
una
speciale
moralità
che
non
è
altro
se
non
un
interesse
di
partito
.
Da
ciò
,
le
congiure
del
silenzio
su
azioni
non
belle
compiute
da
personalità
politiche
;
da
ciò
,
i
tentativi
di
salvataggio
,
quando
i
nodi
vengono
al
pettine
e
suona
l
'
ora
paurosa
delle
inchieste
.
Ma
il
tema
è
scabroso
,
e
non
è
facile
né
forse
bello
l
'
insistervi
.
Se
vi
sono
dei
pubblici
delinquenti
,
vi
sono
anche
dei
pubblici
pazzi
o
,
per
lo
meno
,
incoscienti
.
Il
pubblico
è
qualche
volta
assalito
di
improvviso
da
un
eccesso
di
follia
,
senza
che
se
ne
possano
spiegare
le
ragioni
:
fenomeno
codesto
che
non
trova
altro
paragone
se
non
in
quelle
folate
di
vento
che
turbano
d
'
un
tratto
la
quiete
dell
'
atmosfera
.
Il
pubblico
greco
che
or
sono
alcuni
anni
impose
al
suo
governo
la
guerra
colla
Turchia
,
era
in
uno
di
questi
accessi
;
e
forse
anche
il
popolo
italiano
traversò
una
fase
di
incoscienza
dopo
il
disastro
di
Adua
,
nel
giudicare
la
responsabilità
della
guerra
e
nel
decidere
la
condotta
che
i
suoi
ministri
dovevano
tenere
.
Meno
gravi
e
meno
importanti
,
socialmente
ma
psicologicamente
simili
,
questi
engoûments
sono
anche
la
caratteristica
dei
pubblici
,
non
politici
,
ma
artistici
e
letterari
.
Viene
alle
volte
un
momento
in
cui
un
letterato
diventa
improvvisamente
di
moda
,
e
per
un
po
'
di
tempo
non
si
parla
che
di
lui
,
non
si
scrive
che
di
lui
;
è
il
re
del
giorno
.
Magari
egli
non
ha
prodotto
nulla
di
nuovo
,
o
l
'
ultimo
suo
libro
è
inferiore
ai
precedenti
:
eppure
soltanto
allora
sembra
che
il
pubblico
s
'
accorga
della
sua
celebrità
.
In
tutti
questi
casi
la
psicologia
dei
pubblici
ritorna
ad
assomigliare
alla
psicologia
delle
folle
,
dove
non
si
sa
come
o
perché
nascano
certi
impulsi
e
scoppino
certe
azioni
violente
,
o
delittuose
o
pazzesche
,
che
nessuna
forza
umana
è
capace
di
moderare
.
E
appunto
in
questi
casi
ritorna
più
imperiosa
la
domanda
:
dietro
ogni
pubblico
non
ci
son
forse
sempre
dei
pubblicisti
che
lo
aizzano
,
come
dietro
ogni
folla
c
'
è
sempre
una
setta
che
ne
è
quasi
il
lievito
?
Qualunque
sia
la
risposta
che
si
voglia
dare
a
questa
domanda
-
e
una
risposta
recisa
,
categorica
,
sarebbe
a
mio
parere
impossibile
-
essa
avrebbe
,
per
lo
scopo
del
nostro
studio
,
una
relativa
importanza
.
A
noi
basta
avere
constatato
che
alcune
volte
-
io
direi
molte
volte
-
è
il
giornalista
che
forma
l
'
opinione
pubblica
.
In
questi
soli
casi
si
può
tentare
di
proporre
qualche
suggerimento
che
serva
a
rendere
più
onesta
e
più
utile
l
'
influenza
del
giornale
,
e
quindi
più
cosciente
e
più
vera
l
'
opinione
pubblica
.
Per
i
casi
in
cui
-
non
il
giornale
esercita
il
suo
potere
di
suggestione
sul
pubblico
,
ma
questo
su
quello
,
-
io
non
vedo
possibilità
di
rimedî
o
consigli
,
se
non
forse
in
una
vasta
e
lunga
opera
di
educazione
e
di
istruzione
popolare
,
che
trascenderebbe
i
limiti
del
nostro
lavoro
.
Se
infatti
voi
credete
che
una
qualsiasi
opinione
si
manifesti
nel
pubblico
,
senza
che
vi
abbia
influito
la
voce
di
alcun
pubblicista
,
per
un
fenomeno
incomprensibile
di
generazione
spontanea
,
voi
potrete
tutto
al
più
studiare
il
modo
e
le
forme
con
cui
questa
opinione
si
è
manifestata
,
ma
non
potrete
consigliare
alcun
mezzo
per
cercar
di
modificare
quell
'
opinione
.
Essa
sarebbe
una
fatalità
,
contro
cui
è
vano
lottare
.
Ma
poiché
,
ripeto
,
se
si
potrà
discutere
sulla
misura
dell
'
influenza
della
stampa
,
non
si
può
certo
discutere
sulla
realtà
effettiva
di
questa
influenza
,
noi
cercheremo
se
v
'
è
un
modo
di
disciplinarla
affinché
essa
adempia
con
maggior
moralità
e
più
coscienza
al
suo
difficilissimo
còmpito
di
creare
la
pubblica
opinione
.
VI
.
È
un
fenomeno
,
in
apparenza
,
un
po
'
strano
che
mentre
lo
Stato
esige
delle
garanzie
intellettuali
e
morali
per
lasciare
esercitare
la
professione
del
medico
,
dell
'
avvocato
,
dell
'
ingegnere
,
dell
'
impiegato
,
non
ne
esiga
nessuna
per
esercitare
quella
del
giornalista
.
Si
direbbe
-
e
perdonatemi
il
paradosso
-
che
lo
Stato
lasci
in
balìa
degli
incompetenti
le
funzioni
più
alte
e
più
difficili
;
lascia
infatti
ai
giurati
(
che
non
hanno
l
'
obbligo
di
essere
giuristi
o
psicologi
)
il
giudicare
della
vita
e
dell
'
onore
dei
singoli
cittadini
;
lascia
ai
deputati
(
che
non
hanno
l
'
obbligo
d
'
aver
fatto
studi
di
sociologia
)
il
giudicare
degli
interessi
collettivi
della
nazione
;
infine
lascia
ai
giornalisti
(
che
non
debbono
dare
nessun
esame
né
presentare
la
fedina
criminale
pulita
)
il
terribile
potere
di
formare
la
pubblica
opinione
.
Con
ciò
-
e
mi
preme
di
dichiararlo
subito
-
io
non
intendo
affatto
di
invocare
delle
leggi
che
restringano
il
diritto
di
diventar
giurato
,
deputato
o
giornalista
.
Io
non
credo
-
o
per
lo
meno
credo
assai
poco
-
alla
valutazione
ufficiale
delle
attitudini
:
credo
invece
che
-
sopratutto
nel
campo
intellettuale
-
imperi
la
legge
di
selezione
e
di
sopravvivenza
dei
più
adatti
.
Lo
Stato
può
distribuire
lauree
e
diplomi
:
chi
,
pur
avendoli
ottenuti
,
non
ne
è
degno
,
muore
ugualmente
di
fame
o
trascina
una
oscura
e
faticosa
esistenza
.
Tutto
ciò
che
ha
il
bollo
governativo
-
laurea
,
esame
,
concorso
-
non
è
in
fondo
che
un
mezzo
per
la
diffusione
di
quella
crisi
di
mediocrità
che
si
va
determinando
oggi
fra
i
notabili
della
borghesia
.
Parmi
però
che
se
sarebbe
del
tutto
inutile
-
oltre
che
ridicolo
-
l
'
esigere
per
il
giornalista
un
diploma
,
non
sarebbe
affatto
inutile
esigere
per
il
giornalista
stesso
una
garanzia
della
sua
moralità
e
della
sua
intelligenza
.
Il
diploma
è
una
responsabilità
indiretta
che
si
assume
lo
Stato
e
che
,
in
pratica
,
non
esiste
:
l
'
obbligo
di
firmare
gli
articoli
sarebbe
-
se
io
non
mi
illudo
-
una
responsabilità
personale
e
diretta
,
che
avrebbe
in
pratica
une
grande
e
benefica
efficacia
.
Tutti
sappiamo
il
feticismo
che
il
popolo
ha
per
ciò
che
è
stampato
:
gran
parte
di
coloro
che
leggono
un
giornale
credono
a
quello
che
leggono
con
fede
cieca
,
lo
reputano
possibile
e
probabile
,
lo
ripetono
,
lo
raccontano
,
lo
ampliano
,
lo
svisano
.
Di
ogni
notizia
stampata
si
può
dire
quel
che
si
dice
della
calunnia
:
anche
se
non
v
'
è
nulla
di
vero
,
ne
resterà
sempre
qualche
cosa
.
Orbene
,
a
me
pare
che
non
bisognerebbe
approfittare
troppo
di
questa
inconscia
credulità
del
pubblico
e
che
il
più
elementare
sentimento
di
lealtà
dovrebbe
consigliare
a
mettere
un
nome
-
ossia
una
persona
che
ne
risponda
-
in
fondo
a
ogni
articolo
.
Così
il
lettore
avrebbe
,
in
quel
nome
,
una
garanzia
,
o
per
lo
meno
un
indice
per
prestare
maggiore
o
minore
fede
a
quello
che
legge
.
Quand
'
io
vedo
sui
giornali
certi
attacchi
violenti
contro
questa
o
quella
persona
,
contro
una
società
,
contro
una
istituzione
,
e
non
trovo
in
calce
all
'
articolo
un
nome
,
mi
vien
fatto
di
pensare
-
per
associazione
di
idee
-
a
una
lettera
anonima
.
Lo
so
:
si
può
obbiettare
che
c
'
è
l
'
organismo
giornale
,
il
quale
risponde
di
quello
che
è
stampato
nelle
sue
colonne
.
Ma
a
che
si
riduce
questa
responsabilità
?
Nel
maggior
numero
dei
casi
il
processo
non
si
vuol
fare
o
non
si
può
fare
perché
mancano
nell
'
articolo
gli
estremi
del
reato
;
ed
è
giusto
,
allora
,
che
si
getti
la
lode
o
il
discredito
senza
che
si
sappia
chi
è
colui
che
loda
o
diffama
?
Nei
casi
in
cui
il
processo
si
fa
,
vi
è
la
magra
consolazione
e
l
'
inutilissima
sanzione
,
di
veder
condannare
il
gerente
che
non
ha
mai
nessuna
colpa
,
o
il
direttore
che
può
non
averla
,
o
-
ipotesi
rarissima
-
l
'
autore
dell
'
articolo
anonimo
,
se
egli
sentirà
il
bisogno
di
rivelarsi
all
'
ultima
ora
,
mentre
avrebbe
dovuto
,
per
lealtà
,
mostrarsi
prima
.
Ma
,
si
dice
,
resterebbe
ad
ogni
modo
la
responsabilità
finanziaria
dell
'
amministrazione
del
giornale
.
Prescindendo
dal
discutere
quanto
sia
effettiva
questa
responsabilità
,
io
domando
:
è
giusto
ed
è
civile
il
ridurre
a
una
responsabilità
collettiva
,
anonima
e
soltanto
finanziaria
,
i
delitti
che
per
mezzo
della
stampa
si
possono
commettere
?
Non
sarebbe
questo
un
risuscitare
l
'
epoca
longobarda
in
cui
anche
gli
omicidii
si
scontavano
soltanto
in
danaro
,
o
,
peggio
ancora
,
l
'
epoca
barbara
,
in
cui
rispondeva
di
un
delitto
non
solo
colui
che
lo
aveva
commesso
,
ma
tutta
la
sua
famiglia
,
tutto
il
suo
clan
?
Intendiamoci
bene
:
io
credo
doveroso
che
l
'
amministrazione
di
un
giornale
risponda
dinanzi
alla
legge
civile
di
tutto
ciò
che
nel
giornale
si
pubblica
:
ma
non
credo
che
questa
responsabilità
sia
sufficiente
,
e
non
credo
equo
che
il
pietoso
velo
di
un
'
anonima
collettività
copra
la
non
bella
figura
dell
'
uomo
che
ha
scritte
cose
degne
d
'
esser
condannate
o
anche
soltanto
di
essere
biasimate
.
La
gogna
è
,
tra
le
pene
più
antiche
,
quella
che
trasformata
civilmente
,
sembra
ancora
a
me
la
più
giusta
.
Si
sappia
pubblicamente
da
tutti
il
nome
di
colui
che
per
vendetta
,
per
invidia
,
o
per
altri
più
bassi
motivi
ha
gettato
il
discredito
su
una
persona
o
ha
ingannato
e
traviato
i
suoi
lettori
.
Questo
è
,
secondo
la
mia
coscienza
,
il
criterio
con
cui
parmi
si
debba
intendere
la
responsabilità
.
Senonché
i
fautori
dell
'
articolo
anonimo
hanno
degli
altri
argomenti
in
favore
della
loro
tesi
.
L
'
articolo
anonimo
,
essi
dicono
,
ha
più
efficacia
sul
pubblico
,
giacché
rispecchia
non
l
'
opinione
singola
d
'
uno
scrittore
,
ma
quella
d
'
un
partito
,
e
giacché
permette
al
giornale
di
mantenere
unità
di
indirizzo
.
Ha
più
efficacia
sul
pubblico
?
Forse
.
Ma
che
genere
d
'
efficacia
?
Io
penso
che
l
'
articolo
firmato
si
possa
paragonare
alla
voce
d
'
un
oratore
,
e
l
'
articolo
anonimo
ad
uno
di
quei
gridi
ignoti
che
escono
spesso
dalla
folla
.
Io
non
nego
che
questo
grido
possa
suggestionare
la
moltitudine
più
di
quel
che
possa
persuadere
il
suo
uditorio
la
parola
di
un
oratore
:
ma
qual
è
la
suggestione
più
cosciente
e
più
onesta
?
Del
resto
si
può
affermare
,
tanto
per
fare
una
frase
,
che
l
'
articolo
anonimo
rispecchia
,
non
l
'
opinione
d
'
una
persona
,
bensì
quella
d
'
un
intero
partito
:
in
realtà
l
'
articolo
è
sempre
scritto
da
una
sola
persona
o
per
lo
meno
sulla
falsariga
delle
idee
suggerite
da
una
sola
persona
,
e
quindi
il
voler
far
credere
che
è
un
'
opera
collettiva
...
come
i
poemi
d
'
Omero
,
è
una
finzione
.
Nessuno
più
di
me
riconosce
,
e
l
'
ho
già
detto
,
che
il
vero
giornalista
è
,
come
in
un
altro
campo
il
vero
artista
,
un
uomo
che
intende
,
riassume
in
sé
ed
esprime
bisogni
,
desiderii
e
pensieri
che
giacciono
confusi
e
diffusi
nella
psiche
collettiva
;
ma
se
egli
ha
questa
dote
felice
di
rendersi
interprete
del
sentimento
di
molti
,
perché
nascondere
il
suo
nome
?
Anzitutto
egli
potrebbe
sbagliarsi
,
e
in
tal
caso
è
bene
si
sappia
che
l
'
opinione
o
il
giudizio
espresso
son
l
'
opinione
ed
il
giudizio
di
un
solo
e
non
di
molti
;
in
secondo
luogo
,
se
egli
veramente
dice
quello
che
molti
pensano
,
dov
'
è
il
danno
che
produrrebbe
la
sua
firma
?
I
giornali
possono
molto
,
ma
possono
molto
anche
i
libri
nella
formazione
e
nella
trasformazione
delle
idee
e
dei
sentimenti
.
E
i
libri
,
specialmente
i
libri
che
hanno
rifatto
la
gente
,
non
sono
anonimi
.
Quanto
al
mantenere
unità
di
indirizzo
al
giornale
,
riconosco
che
il
sistema
di
scrivere
senza
firmare
è
...
il
sistema
ideale
.
Siccome
nessuno
sa
chi
è
colui
che
scrive
,
nessuno
può
rimproverare
a
Tizio
o
a
Caio
di
scrivere
oggi
in
un
giornale
il
contrario
di
quello
che
scriveva
ieri
in
un
altro
.
Io
invece
desidero
che
gli
articoli
sian
firmati
appunto
per
evitare
smistamenti
di
persone
che
,
lavorando
anonimamente
,
possono
,
senza
cadere
in
discredito
,
uniformarsi
all
'
indirizzo
di
un
giornale
che
,
magari
,
poco
prima
,
in
un
altro
giornale
avevano
combattuto
.
E
d
'
altra
parte
,
pur
riconoscendo
che
si
può
onestamente
mutare
le
proprie
opinioni
,
vorrei
che
queste
naturali
modificazioni
del
pensiero
politico
dei
singoli
giornalisti
fossero
compiute
alla
luce
del
sole
e
colla
franca
lealtà
di
chi
non
si
vergogna
d
'
aver
cambiato
parere
.
L
'
articolo
anonimo
è
una
specialità
del
giornale
politico
quotidiano
:
le
riviste
scientifiche
o
letterarie
,
salvo
casi
rarissimi
,
portano
tutti
articoli
firmati
.
Eppure
,
o
appunto
,
l
'
opinione
pubblica
formata
dalle
riviste
,
su
una
qualsiasi
questione
tecnica
,
scientifica
o
letteraria
,
è
sempre
più
equa
,
più
misurata
,
più
cosciente
dell
'
opinione
pubblica
politica
formata
dai
giornali
quotidiani
.
Perché
?
Le
ragioni
sono
evidenti
.
Anzitutto
perché
gli
scrittori
delle
riviste
sono
ritenuti
più
onesti
degli
scrittori
dei
giornali
,
nel
senso
che
si
crede
e
si
sa
che
essi
sostengono
sempre
la
loro
opinione
sincera
,
non
quella
che
in
un
dato
momento
potrebbe
piacere
al
pubblico
,
e
tanto
meno
quella
che
potrebbe
essere
loro
imposta
,
e
magari
pagata
,
da
chi
avesse
interesse
a
vederla
trionfare
.
In
secondo
luogo
,
perché
gli
scrittori
delle
riviste
sono
intellettualmente
migliori
,
cioè
più
competenti
nel
soggetto
che
trattano
,
e
non
fanno
l
'
articolo
(
come
i
giornalisti
)
su
qualsiasi
argomento
,
ad
essi
magari
ignoto
un
'
ora
prima
.
Orbene
,
questa
superiorità
morale
e
intellettuale
che
hanno
incontestabilmente
le
riviste
sui
giornali
quotidiani
è
,
in
fondo
,
dovuta
al
fatto
che
nelle
riviste
gli
articoli
sono
firmati
.
Esigete
la
firma
anche
per
gli
articoli
dei
giornali
quotidiani
,
e
gli
articoli
saranno
migliorati
moralmente
e
intellettualmente
.
VII
.
Arrivato
alla
fine
del
mio
saggio
,
sento
e
prevedo
io
stesso
due
critiche
.
Si
dirà
,
in
primo
luogo
,
che
se
la
stampa
ha
molta
importanza
nella
formazione
dell
'
opinione
pubblica
,
non
ne
è
però
la
causa
unica
:
si
dirà
,
in
secondo
luogo
,
che
il
limitarsi
ad
esigere
che
gli
articoli
sian
firmati
,
dato
che
sia
un
rimedio
,
è
un
rimedio
meschino
di
fronte
al
male
che
il
giornalismo
può
fare
.
Accetto
in
parte
la
prima
critica
,
ma
rispondo
con
le
seguenti
parole
di
Max
Nordau
:
"
L
'
uomo
di
Stato
che
or
sono
circa
60
anni
diceva
che
"
la
stampa
è
il
quarto
potere
"
credeva
di
dire
un
paradosso
;
inconsciamente
pronunziava
una
profezia
.
La
stampa
,
senza
volerlo
,
senza
saperlo
quasi
,
entra
in
concorrenza
vitale
coi
poteri
costituiti
.
Essa
tende
ad
impadronirsi
dei
diritti
del
Governo
,
del
Parlamento
e
dell
'
Accademia
.
Naturalmente
questi
corpi
si
difendono
.
Essi
odiano
la
stampa
perché
sentono
in
lei
la
loro
erede
un
poco
impaziente
.
Ma
il
loro
odio
sarà
impotente
.
Le
stampa
sarà
la
più
forte
.
Poiché
essa
è
la
figlia
delle
condizioni
nuove
della
vita
civile
,
mentre
gli
altri
poteri
sono
stati
creati
da
una
civiltà
che
non
conosceva
ancora
né
ferrovie
,
né
telegrafo
,
né
telefono
,
né
istruzione
obbligatoria
e
universale
.
La
base
sociologica
di
tutte
le
istituzioni
di
una
democrazia
è
l
'
opinione
pubblica
,
vale
a
dire
il
sentimento
e
la
volontà
della
maggioranza
del
popolo
.
Tutto
il
meccanismo
del
parlamentarismo
:
agitazioni
elettorali
,
elezioni
,
Camera
,
regolamento
delle
sedute
,
discussioni
,
votazioni
,
non
sono
che
la
messa
in
opera
dell
'
opinione
pubblica
.
Ma
quanto
pesante
e
fuor
di
moda
è
questa
macchina
!
E
quanto
elegante
,
mobile
,
efficace
,
al
contrario
,
quella
della
stampa
!
Come
incarnazione
del
suffragio
universale
,
essa
è
infinitamente
più
adattata
alle
invenzioni
moderne
che
il
parlamentarismo
!
"
.
È
dunque
perdonabile
se
,
in
questo
primo
abbozzo
d
'
uno
studio
sull
'
opinione
pubblica
,
ci
siamo
fermati
a
considerare
l
'
influenza
della
stampa
che
è
,
nello
stesso
tempo
,
dell
'
opinione
pubblica
la
causa
e
l
'
espressione
più
profonda
e
più
vera
.
Alla
seconda
critica
rispondo
che
,
se
vi
saranno
senza
dubbio
molte
riforme
più
radicali
per
correggere
i
difetti
e
quindi
la
influenza
della
stampa
periodica
,
codeste
riforme
sarebbero
per
le
leggi
che
governano
la
stampa
,
non
per
gli
uomini
che
la
incarnano
e
la
rappresentano
,
ed
io
penso
modestamente
che
occorra
,
oggi
sopratutto
,
mutar
piuttosto
gli
uomini
che
non
le
leggi
.
Le
leggi
,
anche
ottime
,
sono
inutili
,
se
non
dannose
,
quando
son
mediocri
o
cattivi
gli
uomini
che
le
applicano
.
E
se
anche
si
potesse
,
senza
ledere
i
prìncipi
di
libertà
,
escogitare
un
'
ottima
legge
sulla
stampa
,
essa
rimarrebbe
inefficace
se
i
pubblicisti
non
avessero
maggiore
coscienza
e
non
sentissero
maggiore
responsabilità
della
loro
missione
.
Ora
,
a
sviluppare
questa
coscienza
e
a
far
sentire
questa
responsabilità
,
io
non
so
spinta
maggiore
di
quella
che
verrebbe
dall
'
esigere
che
il
pubblicista
mettesse
sempre
il
suo
nome
a
fianco
delle
sue
parole
.
A
poco
a
poco
si
eleverebbe
-
per
eliminazione
degli
indegni
e
dei
mediocri
-
il
livello
morale
e
intellettuale
della
stampa
periodica
,
e
si
darebbe
la
meritata
influenza
sul
pubblico
a
quella
élite
della
intelligenza
che
è
ancora
la
sola
forma
di
aristocrazia
che
possa
avere
dei
diritti
sul
popolo
.
Giacché
,
se
è
vero
che
per
giudicare
della
bontà
di
un
'
idea
basta
contare
i
voti
dei
posteri
,
è
vero
altresì
che
occorre
pesare
quelli
dei
contemporanei
.
E
per
quanto
si
voglia
,
e
si
debba
,
abbassare
e
diminuire
l
'
efficacia
dei
singoli
individui
sull
'
ambiente
che
li
circonda
e
attribuire
tutto
l
'
onore
del
progresso
umano
alle
collettività
,
bisogna
riconoscere
che
l
'
uomo
ha
ancora
un
potere
di
suggestione
personale
,
e
che
sarebbe
dannoso
il
volerglielo
togliere
coll
'
esigere
che
egli
si
nascondesse
sempre
sotto
l
'
anonimo
.
Per
comprendere
quel
che
possa
-
più
che
l
'
idea
,
il
nome
di
colui
che
la
sostiene
e
la
divulga
-
basta
pensare
al
famoso
Io
accuso
!
di
Emilio
Zola
.
La
straordinaria
forza
di
suggestione
di
quell
'
atto
superbamente
bello
,
non
stava
tanto
nel
sentimento
e
nel
pensiero
,
quanto
nell
'
uomo
che
lo
manifestava
:
e
il
bene
immenso
che
ha
fatto
quella
lettera
alla
causa
della
giustizia
e
della
umanità
,
capovolgendo
un
'
opinione
pubblica
iniqua
,
dipendeva
non
dal
contenuto
della
lettera
,
ma
dalla
firma
.
CAPITOLO
QUINTO
Il
Parlamento
e
la
psicologia
collettiva
"
Les
Parlements
ressemblent
à
ces
ruines
que
l
'
on
foule
aux
pieds
,
mais
qui
rappellent
toujours
l
'
idée
de
quelque
temple
fameux
pour
l
'
ancienne
religion
des
peuples
"
.
MONTESQUIEU
,
Lettres
Persanes
Lettre
92
-
Usbeck
à
Rustan
.
Io
non
so
se
,
come
molti
sperano
e
alcuni
credono
,
sia
vicina
l
'
ora
in
cui
il
sistema
parlamentare
dovrà
trasformarsi
o
morire
.
Certo
so
che
non
poche
accuse
vengon
lanciate
contro
di
esso
da
uomini
politici
e
da
pensatori
,
e
che
la
grande
massa
del
pubblico
non
gli
risparmia
critiche
acerbe
e
talvolta
uno
sdegnoso
disprezzo
.
Parmi
però
che
nella
severa
requisitoria
siasi
dimenticata
l
'
accusa
più
grave
.
Finora
si
è
combattuto
il
parlamentarismo
soprattutto
nelle
persone
:
i
deputati
-
si
è
detto
-
non
sono
,
salvo
rare
eccezioni
,
i
migliori
della
nazione
,
sono
spesso
anzi
gente
mediocre
;
conquistano
il
seggio
,
fanno
i
proprî
interessi
non
quelli
degli
elettori
,
o
fanno
gl
'
interessi
di
questi
solo
in
riguardo
al
vantaggio
personale
che
ne
possono
trarre
;
manca
od
è
debole
la
disciplina
di
partito
ove
sarebbe
necessaria
,
e
la
si
ritrova
invece
sotto
la
forma
losca
di
camorra
o
sotto
la
forma
ridicola
di
puntiglio
nelle
questioni
in
cui
le
grandi
idee
politiche
non
entrano
e
gli
estremi
settori
della
Camera
potrebbero
andar
d
'
accordo
senza
offendere
la
logica
e
l
'
integrità
del
carattere
;
il
regionalismo
e
il
campanilismo
,
queste
due
manifestazioni
di
meschino
e
miope
egoismo
collettivo
,
dominano
e
spadroneggiano
insieme
all
'
egoismo
individuale
,
portando
l
'
immoralità
dentro
e
fuori
del
Parlamento
,
e
facendo
del
deputato
,
che
dovrebb
'
essere
un
legislatore
conscio
del
suo
altissimo
ufficio
,
un
uomo
che
rende
molti
favori
nella
speranza
che
a
lui
si
ricambino
con
un
solo
:
eleggerlo
nuovamente
.
E
tutto
ciò
senza
accennare
al
più
brutto
e
pur
troppo
forse
al
non
meno
diffuso
fra
i
vermi
che
rodono
il
sistema
parlamentare
:
la
compera
dei
voti
nelle
elezioni
.
Nessuno
ha
creduto
,
ch
'
io
mi
sappia
,
di
combattere
il
Parlamento
,
anziché
nelle
persone
che
lo
costituiscono
,
nella
sua
essenza
di
organismo
collettivo
.
Nessuno
cioè
si
è
posto
questo
problema
:
dato
anche
,
per
un
'
ipotesi
inverosimile
,
che
tutti
i
singoli
membri
che
lo
compongono
fossero
moralmente
e
intellettualmente
gli
ottimi
della
nazione
,
potrebbe
il
Parlamento
dare
ottimi
risultati
?
In
altre
parole
:
nel
solo
fatto
d
'
essere
una
riunione
di
molti
,
non
è
insita
la
ragione
di
quasi
tutti
i
suoi
difetti
?
A
questa
domanda
noi
tenteremo
di
rispondere
.
I
.
È
un
'
idea
volgare
,
-
che
un
ottimista
potrebbe
attribuire
alla
modestia
umana
,
e
un
pessimista
al
desiderio
di
non
assumere
responsabilità
,
-
il
credere
che
più
persone
sappiano
decidere
meglio
che
una
persona
sola
una
qualunque
questione
.
Quattro
occhi
vedono
più
di
due
,
-
dice
un
proverbio
,
che
è
senza
dubbio
vero
in
molti
casi
ma
è
anche
senza
dubbio
falso
in
molti
altri
,
come
accade
in
genere
di
tutti
i
proverbi
,
nati
dall
'
esperienza
raccolta
su
alcuni
fatti
,
e
non
applicabili
perciò
a
tutti
.
E
allargando
il
principio
contenuto
in
quel
proverbio
,
che
pareva
di
evidenza
assiomatica
,
si
è
venuti
man
mano
in
ogni
ramo
della
vita
civile
costituendo
la
regola
che
le
decisioni
importanti
dovessero
essere
prese
da
un
collegio
di
individui
anziché
da
un
solo
individuo
.
La
magistratura
giudicante
,
popolare
o
togata
,
fu
collegiale
;
i
problemi
che
riguardano
argomenti
di
arte
,
di
scienza
,
d
'
industria
,
d
'
amministrazione
,
furono
sottoposti
al
giudizio
di
Consigli
o
di
Commissioni
;
e
anche
le
leggi
,
che
sono
i
più
gravi
problemi
dei
popoli
,
dovettero
sottoporsi
al
Parlamento
,
ossia
al
voto
di
molte
persone
.
Si
credeva
con
ciò
di
ovviare
ai
pericoli
che
presenta
,
così
dal
lato
morale
come
da
quello
intellettuale
,
il
sistema
di
lasciar
arbitro
un
solo
.
Sommando
più
intelligenze
,
-
dicevasi
,
-
si
avrà
un
risultato
migliore
di
quello
che
darebbe
una
intelligenza
unica
,
e
unendo
più
persone
,
esse
si
controlleranno
a
vicenda
,
evitando
così
le
ingiustizie
,
altrimenti
assai
facili
.
Il
ragionamento
,
-
bisogna
confessarlo
,
-
era
semplice
,
e
in
apparenza
d
'
una
logica
ferrea
.
Ma
era
vero
poi
nella
pratica
?
A
me
pare
di
no
.
Anzitutto
,
per
ragioni
che
chiamerò
estrinseche
e
che
ha
egregiamente
accennate
Aristide
Gabelli
.
"
Si
dice
-
egli
scriveva
-
che
le
Giunte
,
le
Commissioni
,
i
Consigli
,
in
una
parola
i
molti
che
esercitano
il
potere
insieme
,
sono
una
guarentigia
contro
gli
abusi
.
Sarà
anche
vero
.
Ma
prima
bisogna
vedere
se
sono
di
aiuto
all
'
uso
.
Il
fine
per
cui
i
poteri
si
dànno
,
è
infatti
questo
,
che
si
adoperino
.
Quando
le
guarentigie
contro
gli
abusi
son
tali
che
ne
impediscono
l
'
uso
,
diventa
inutile
ancora
il
darle
.
Ora
i
molti
sono
appunto
una
guarentigia
di
questo
genere
,
per
le
partigianerie
e
le
discordie
che
generano
fra
loro
gli
interessi
,
le
opinioni
e
gli
umori
contrarii
;
perché
,
in
mancanza
di
questi
,
uno
viene
,
uno
non
viene
,
uno
è
ammalato
,
un
altro
è
in
viaggio
,
e
di
frequente
tutto
dev
'
esser
rimandato
con
perdita
inestimabile
di
tempo
e
spesso
di
opportunità
e
di
efficacia
;
perché
,
se
è
difficile
di
trovare
in
tutti
l
'
ingegno
,
assai
più
difficile
è
trovare
la
risoluzione
e
la
fermezza
;
perché
,
non
essendovi
responsabilità
personale
,
chi
può
cerca
di
schermirsi
;
perché
chi
ha
il
potere
e
non
l
'
esercita
,
non
è
che
un
impedimento
a
chi
dovrebbe
esercitarlo
;
perché
infine
,
senza
ripetere
ragioni
che
tutti
sanno
,
le
forze
degli
uomini
uniti
si
elidono
e
non
si
sommano
.
Ciò
è
tanto
vero
,
che
moltissime
volte
vien
fuori
una
cosa
mediocre
da
un
consesso
di
tal
natura
che
ognuno
di
quelli
che
lo
compongono
sarebbe
stato
in
grado
di
farla
meglio
da
solo
.
Gli
uomini
,
diceva
Galileo
,
non
sono
come
cavalli
attaccati
a
un
carro
che
tutti
tirano
;
ma
come
cavalli
sciolti
che
corrono
e
uno
dei
quali
guadagna
il
pallio
"
*
.
Quest
'
ultima
idea
che
il
Gabelli
enuncia
soltanto
di
sfuggita
è
,
secondo
me
,
la
più
importante
e
la
più
profonda
.
Sta
bene
il
dire
:
più
intelligenze
sommate
insieme
daranno
un
risultato
migliore
di
quello
che
darebbe
un
'
unica
intelligenza
,
ma
possiamo
noi
in
sociologia
applicare
questi
criteri
puramente
ed
esclusivamente
matematici
?
Io
non
lo
credo
.
"
Que
de
fois
j
'
ai
constaté
-
scriveva
l
'
infelice
Guy
de
Maupassant
,
-
que
l
'
intelligence
s
'
agrandit
et
s
'
élève
dès
qu
'
on
vit
seul
,
qu
'
elle
s
'
amoindrit
et
s
'
abaisse
dès
qu
'
on
se
mêle
de
nouveau
aux
autres
hommes
!
Les
contacts
,
tout
ce
qu
'
on
est
forcé
d
'
ecouter
,
d
'
entendre
et
de
répondre
,
agissent
sur
la
pensée
.
Un
flux
et
reflux
d
'
idées
va
de
tête
en
tête
,
et
un
niveau
s
'
établit
,
une
moyenne
d
'
intelligence
pour
toute
agglomération
nombreuse
d
'
individus
.
Les
qualités
d
'
initiative
intellectuelle
,
de
réflexion
sage
et
même
de
pénétration
de
tout
homme
isolé
,
disparaissent
dès
que
cet
homme
est
mêlé
à
un
grand
nombre
d
'
autres
hommes
"
*
.
Il
Maupassant
non
faceva
che
parafrasare
due
versi
di
Lamartine
:
"
Il
faut
se
séparer
,
pour
penser
,
de
la
fouleEt
s
'
y
confondre
pour
agir
"
.
La
psiche
umana
,
infatti
,
non
è
una
cifra
che
possa
andar
soggetta
alle
leggi
semplici
ed
elementari
della
scienza
dei
numeri
;
è
piuttosto
una
strana
entità
che
si
governa
colle
complicatissime
leggi
della
chimica
e
che
nell
'
associarsi
con
altre
entità
simili
dà
luogo
a
quei
fenomeni
sempre
sorprendenti
,
spesso
inspiegabili
,
che
si
chiamano
combinazioni
e
fermentazioni
.
È
perciò
che
il
risultato
dato
da
una
riunione
di
uomini
non
è
mai
una
somma
,
ma
è
sempre
un
prodotto
,
è
un
quid
ignoto
che
si
sprigiona
-
quasi
improvvisa
scintilla
psicologica
-
dai
diversi
elementi
psichici
individuali
che
si
incontrano
e
si
urtano
.
A
chi
volesse
sapere
il
perché
di
questo
fenomeno
-
certo
da
tutti
osservato
,
-
a
chi
volesse
conoscere
la
ragione
per
la
quale
,
come
dice
sinteticamente
il
Gabelli
,
le
forze
degli
uomini
riuniti
s
'
elidono
e
non
si
sommano
,
noi
non
potremmo
risponder
meglio
che
citando
una
pagina
di
Max
Nordau
,
il
forte
ed
acuto
scienziato
che
ha
il
torto
di
voler
diventare
di
quando
in
quando
un
romanziere
mediocre
.
-
"
Riunite
venti
o
trenta
Goethe
,
Kant
,
Helmholz
,
Shakespeare
,
Newton
,
ecc
..
,
-
egli
scrive
,
-
e
sottomettete
al
loro
giudizio
una
qualsiasi
questione
pratica
del
momento
.
I
loro
discorsi
saranno
forse
diversi
da
quelli
che
potrebbe
pronunziare
un
'
assemblea
di
gente
comune
(
benché
io
non
vorrei
rispondere
nemmeno
di
questo
)
,
ma
quanto
alle
loro
decisioni
io
sono
certo
ch
'
esse
non
differirebbero
in
nulla
da
quelle
di
un
'
assemblea
qualunque
.
E
perché
ciò
?
Perché
ciascuno
dei
venti
o
trenta
eletti
,
oltre
alla
propria
originalità
che
fa
di
lui
un
individuo
eccellente
,
possiede
anche
il
patrimonio
delle
qualità
ereditate
dalla
specie
,
che
lo
rendono
simile
non
solo
al
suo
vicino
nell
'
assemblea
,
ma
anche
a
tutti
gli
individui
sconosciuti
che
passano
per
la
strada
.
Si
può
dire
che
tutti
gli
uomini
allo
stato
normale
posseggono
certe
qualità
che
costituiscono
un
valore
comune
,
identico
,
-
supponiamo
eguale
a
x
,
-
valore
che
è
aumentato
negli
individui
superiori
da
un
altro
valore
,
per
ognuno
differente
,
e
che
per
ciò
deve
esser
indicato
in
modo
diverso
per
ciascuno
di
essi
:
sia
,
per
esempio
,
eguale
a
b
,
c
,
d
,
ecc
.
Ciò
ammesso
,
ne
segue
che
in
un
'
assemblea
di
20
uomini
,
tutti
genii
di
primo
ordine
,
si
avranno
20
x
,
e
soltanto
1
b
,
1
c
,
1
d
,
ecc
.
,
e
necessariamente
le
20
x
,
vinceranno
le
b
,
c
,
d
,
isolate
;
vale
a
dire
l
'
essenza
generale
umana
vincerà
la
personalità
individuale
,
e
il
berretto
dell
'
operaio
coprirà
completamente
il
cappello
del
medico
,
del
pensatore
e
del
filosofo
"
*
.
Queste
parole
,
che
a
me
paiono
un
assioma
piuttosto
che
una
dimostrazione
,
vengono
confermate
,
per
chi
dubitasse
della
loro
esattezza
,
da
una
lunga
serie
di
fatti
.
A
che
si
devono
,
se
non
al
fenomeno
così
acutamente
spiegato
dal
Nordau
,
i
frequentissimi
verdetti
assurdi
dei
giurati
?
Io
ho
visto
assolvere
tre
giovani
che
s
'
erano
,
essi
stessi
,
confessati
colpevoli
d
'
aver
fatto
subire
a
una
povera
ragazza
gli
ultimi
oltraggi
e
di
averla
in
seguito
martirizzata
in
un
modo
osceno
.
Credete
voi
che
i
giurati
,
presi
ognuno
separatamente
,
avrebbero
assolto
quei
tre
miserabili
?
Io
mi
permetto
di
dubitarlo
.
Raffaele
Garofalo
ricorda
un
esperimento
da
lui
fatto
sopra
un
collegio
di
sei
distinti
medici
,
i
quali
,
pregati
di
dare
un
giudizio
su
un
uomo
accusato
di
furto
,
lo
dichiararono
innocente
malgrado
le
prove
evidenti
di
colpabilità
,
e
riconobbero
più
tardi
d
'
essersi
sbagliati
.
In
questi
casi
,
-
e
negli
infiniti
altri
che
si
potrebbero
citare
,
-
è
appunto
il
semplice
fatto
d
'
essere
in
alcuni
invece
che
soli
,
la
causa
del
verdetto
spropositato
.
L
'
unione
di
più
intelligenze
diminuisce
,
anziché
accrescere
,
il
valore
intellettuale
della
decisione
da
prendersi
;
e
come
nell
'
assemblea
di
genii
sognata
da
Nordau
è
probabile
che
il
risultato
sia
quale
potrebbe
darlo
il
cervello
d
'
un
uomo
mediocre
,
così
in
questi
giurì
di
uomini
di
buon
senso
è
facile
ottenere
un
verdetto
che
scenda
non
solo
al
disotto
del
buon
senso
,
ma
anche
al
disotto
del
senso
comune
.
L
'
identico
fenomeno
si
verifica
,
-
e
naturalmente
dovuto
alle
identiche
cause
,
-
in
seno
alle
troppe
Commissioni
artistiche
,
scientifiche
,
industriali
,
che
sono
una
delle
piaghe
più
dolorose
del
nostro
sistema
amministrativo
.
Accade
spesso
che
le
loro
decisioni
sorprendano
il
pubblico
per
la
loro
stranezza
.
Come
è
possibile
,
-
si
dice
-
che
degli
uomini
come
quelli
che
facevan
parte
della
Commissione
abbiano
potuto
emettere
un
giudizio
così
illogico
,
così
falso
?
Come
è
possibile
che
dieci
o
venti
artisti
,
dieci
o
venti
scienziati
,
diano
un
verdetto
che
non
è
conforme
né
ai
principi
dell
'
arte
né
a
quelli
della
scienza
?
L
'
autore
delle
"
Menzogne
convenzionali
"
risponderebbe
che
anche
qui
...
il
berretto
dell
'
operaio
copre
il
cappello
del
professore
.
Melchior
de
Vogüé
,
colla
sua
abituale
acutezza
,
diceva
un
giorno
,
a
proposito
d
'
uno
degli
ultimi
ministeri
francesi
:
-
"
Ces
ministres
,
dont
je
plaisais
à
constater
plus
haut
la
valeur
individuelle
,
ces
hommes
qui
,
pour
la
plupart
,
montrent
dans
leurs
départemens
respectifs
d
'
éminentes
qualités
d
'
administration
,
il
semble
qu
'
une
paralysie
foudroyante
les
frappe
quand
ils
se
trouvent
réunis
autour
de
la
table
du
Conseil
ou
au
pied
de
la
tribune
,
devant
une
résolution
collective
à
prendre
"
.
Orbene
,
nei
Parlamenti
perché
non
dovrà
accadere
la
stessa
cosa
?
Il
ragionamento
del
Nordau
vale
anche
se
al
posto
della
cifra
20
si
mette
quella
di
100
o
di
500
.
Anzi
l
'
aumento
del
numero
non
fa
che
esagerare
e
rendere
più
acuto
il
fenomeno
.
Lord
Chesterfield
,
in
una
lettera
a
suo
figlio
,
constatava
questa
fatale
eliminazione
delle
qualità
migliori
dell
'
intelligenza
in
ogni
numerosa
riunione
di
uomini
.
"
Dopo
di
me
,
-
egli
scriveva
,
-
prese
la
parola
lord
Macclefield
che
ebbe
una
grandissima
parte
nella
preparazione
del
bill
e
che
è
uno
dei
più
grandi
matematici
e
astronomi
dell
'
Inghilterra
,
e
parlò
con
una
conoscenza
profonda
della
questione
e
una
grande
chiarezza
.
Ma
,
malgrado
ciò
,
la
preferenza
fu
data
a
me
,
molto
ingiustamente
,
lo
confesso
"
.
Indi
aggiunge
:
"
Sarà
sempre
così
.
Ogni
assemblea
è
una
folla
;
qualunque
sieno
le
individualità
che
la
compongono
,
non
bisogna
mai
pretendere
da
essa
il
linguaggio
della
ragione
:
una
collettività
d
'
individui
non
possiede
la
facoltà
di
comprendere
...
"
.
L
'
esperienza
popolare
,
del
resto
,
aveva
già
intuito
quello
che
il
filosofo
tedesco
ha
dimostrato
recentemente
e
che
lord
Chesterfield
osservava
fin
dal
1751
.
Un
vecchio
proverbio
dice
:
senatores
boni
viri
,
senatus
autem
mala
bestia
:
e
il
pubblico
oggi
ribadisce
questo
dettato
,
quando
a
proposito
di
certi
gruppi
sociali
afferma
che
,
presi
separatamente
,
gli
individui
che
li
compongono
sono
galantuomini
,
messi
insieme
sono
birbanti
.
Enrico
Ferri
aveva
quindi
ragione
di
scrivere
che
"
la
riunione
di
persone
capaci
non
è
arra
sicura
della
capacità
complessiva
e
definitiva
:
dalla
riunione
di
persone
di
buon
senso
si
può
ottenere
un
'
assemblea
che
manchi
del
senso
comune
,
come
nella
chimica
dalla
riunione
di
due
gaz
si
può
avere
un
corpo
liquido
"
*
.
È
doloroso
ma
è
vero
:
contro
le
leggi
della
logica
matematica
,
l
'
essere
in
molti
,
anche
intelligentissimi
,
non
può
che
condurre
a
un
risultato
intellettualmente
mediocre
.
II
.
Ma
dunque
,
-
dirà
a
questo
punto
il
lettore
il
quale
essendo
,
secondo
Aristotele
,
un
animale
politico
,
vedrà
subito
le
gravissime
conseguenze
politiche
che
possono
derivare
dalle
nostre
osservazioni
,
-
ma
dunque
,
se
voi
condannate
a
priori
le
decisioni
prese
da
più
persone
,
volete
il
ritorno
alla
tirannia
personale
dispotica
,
senza
sindacato
alcuno
e
senza
alcuna
garanzia
?
Volete
far
vostra
la
frase
del
Casti
:
meglio
fra
gli
artigli
di
un
leone
che
fra
le
unghie
di
cento
topi
?
Io
non
dico
questo
perché
la
conclusione
sarebbe
esagerata
e
troppo
assoluta
:
io
mi
limito
a
criticare
quelli
che
credo
difetti
del
sistema
attuale
.
Questo
sistema
è
nato
appunto
,
-
da
una
parte
per
la
ragione
accennata
più
sopra
,
che
in
più
ci
si
vede
meglio
che
in
uno
,
-
e
dall
'
altra
parte
per
reagire
al
pericoloso
vecchio
sistema
tirannico
dell
'
arbitrio
supremo
d
'
un
solo
.
Due
vizî
erano
contenuti
nelle
tirannie
antiche
:
essere
ereditarie
ed
essere
individuali
.
Il
primo
era
senza
dubbio
più
grave
del
secondo
,
-
e
il
mezzo
migliore
ma
quasi
impossibile
per
correggerlo
,
sarebbe
stato
di
attuare
il
sogno
di
Carlyle
facendo
despoti
i
geni
anziché
i
figli
del
despota
precedente
.
Si
è
voluto
invece
correggere
entrambi
quei
vizî
e
sopratutto
il
secondo
e
si
è
dato
il
potere
al
popolo
.
Alla
tirannia
di
uno
si
è
sostituita
quella
di
moltissimi
;
il
pregiudizio
del
diritto
divino
dei
re
,
-
direbbe
Spencer
,
-
è
stato
sostituito
dal
pregiudizio
del
diritto
divino
dei
Parlamenti
.
Un
tempo
si
era
sovrani
per
nascita
,
oggi
lo
si
è
per
numero
.
L
'
aritmetica
ha
detronizzato
l
'
eredità
.
Veramente
ci
sono
ancora
alcuni
solitarii
spiriti
aristocratici
i
quali
non
sanno
vedere
la
ragione
di
questo
scettro
gettato
forse
imprudentemente
alla
massa
.
O
perché
il
voto
di
100
calzolai
dovrà
valere
quanto
il
voto
di
100
uomini
colti
?
-
"
J
'
aime
mieux
faire
ma
cour
à
M
.
Guizot
qu
'
à
mon
portier
"
,
-
diceva
il
Beyle
,
riassumendo
così
con
la
sua
rovente
ironia
l
'
apparente
paradosso
che
,
mettendo
l
'
origine
del
potere
in
basso
,
sembra
asservire
l
'
intelligenza
al
numero
.
Ed
è
nota
l
'
orgogliosa
boutade
di
quell
'
oratore
che
sentendosi
applaudir
dalla
folla
esclamò
interrompendosi
:
"
Mi
applaudono
?
ho
dunque
detto
una
sciocchezza
?
"
.
Insieme
a
lui
sono
molti
gli
ingegni
che
,
sdegnando
l
'
opinione
del
pubblico
,
fanno
proprii
i
versi
superbi
del
poeta
:
"
Rien
ne
me
plaît
,
hors
ce
qui
peut
déplaireAu
jugement
du
rude
populaire
"
.
Ma
hanno
veramente
ragione
queste
anime
sdegnose
e
sono
esse
veramente
sincere
?
Il
filisteo
tanto
disprezzato
non
è
forse
il
fertile
campo
su
cui
esse
lavorano
,
la
condizione
necessaria
della
loro
stessa
esistenza
,
perché
è
a
lui
ch
'
esse
debbono
la
palma
del
trionfo
e
la
consacrazione
della
gloria
?
S
'
io
non
erro
,
in
fondo
a
questa
teoria
come
in
fondo
alla
teoria
di
chi
sostiene
il
diritto
assoluto
della
maggioranza
,
si
cela
un
equivoco
.
Entrambi
,
aristocratici
e
democratici
(
chiamiamoli
così
per
brevità
)
,
hanno
in
parte
ragione
e
in
parte
torto
.
Hanno
ragione
i
secondi
se
fanno
giudice
supremo
la
maggioranza
soltanto
nel
tempo
;
hanno
ragione
i
primi
se
i
secondi
voglion
far
giudice
la
maggioranza
.
non
solo
nel
tempo
,
ma
anche
in
ogni
dato
e
attuale
momento
storico
.
E
mi
spiego
.
Tutto
ciò
che
esiste
e
che
è
opera
dell
'
uomo
,
-
dagli
oggetti
materiali
alle
idee
,
-
non
è
che
l
'
imitazione
o
la
ripetizione
più
o
meno
modificata
di
un
'
idea
già
inventata
da
un
'
individualità
superiore
.
Come
tutte
le
parole
del
nostro
vocabolario
,
oggi
molto
comuni
,
erano
una
volta
neologismi
,
così
tutto
ciò
che
oggi
è
comune
,
era
una
volta
unico
e
originale
.
L
'
originalità
,
-
fu
detto
molto
spiritosamente
,
-
non
è
altro
che
la
première
della
volgarità
.
Se
questa
originalità
non
ha
in
sé
stessa
le
condizioni
di
vita
,
gli
imitatori
mancano
ed
essa
muore
nell
'
oblio
,
come
ricade
nel
nulla
una
commedia
fischiata
alla
sua
prima
rappresentazione
:
al
contrario
se
essa
ha
in
sé
un
sol
germe
di
utile
,
un
'
anima
di
verità
,
gli
imitatori
aumentano
all
'
infinito
come
le
rappresentazioni
d
'
un
dramma
vitale
.
Il
fondo
delle
idee
che
noi
disprezziamo
oggi
come
troppo
volgari
perché
corrono
su
tutte
le
bocche
,
è
dunque
formato
dalle
intuizioni
,
-
un
tempo
miracolose
,
oggi
invecchiate
,
-
dei
filosofi
dell
'
antichità
,
e
i
luoghi
comuni
dei
discorsi
più
ordinari
hanno
cominciato
la
loro
carriera
come
scintille
brillanti
d
'
originalità
.
Ciò
che
non
era
degno
di
vivere
è
morto
,
e
ciò
che
oggi
forma
la
sapienza
e
la
coscienza
della
gran
massa
del
pubblico
è
quanto
di
meglio
i
genii
hanno
inventato
nei
secoli
.
È
quindi
giusto
il
dire
che
nel
tempo
l
'
unico
giudice
d
'
ogni
idea
è
la
maggioranza
.
Essa
sola
col
suo
lento
e
tardo
verdetto
dà
la
sanzione
suprema
a
quello
che
i
grandi
uomini
hanno
creato
o
trovato
.
Ma
se
da
questo
punto
di
vista
,
che
chiamerò
dinamico
,
è
necessario
il
riconoscere
nella
maggioranza
il
diritto
di
giudicare
,
possiamo
noi
riconoscere
egualmente
questo
diritto
dal
punto
di
vista
statico
?
In
altre
parole
,
la
maggioranza
che
è
in
grado
di
giudicare
,
ed
è
anzi
l
'
unico
giudice
,
di
un
'
idea
di
cento
o
di
mille
anni
fa
,
-
è
anche
in
grado
di
giudicare
l
'
idea
di
un
pensatore
contemporaneo
?
Soppressa
la
distanza
nel
tempo
,
in
questo
fenomeno
collettivo
del
pensiero
,
possiamo
noi
dire
che
le
altre
condizioni
rimangano
eguali
?
Evidentemente
la
risposta
non
può
che
essere
negativa
.
Coloro
stessi
che
si
inchinano
al
parere
dato
dalla
maggioranza
su
una
questione
attuale
,
non
possono
disconoscere
che
questo
parere
è
spesso
o
per
lo
meno
alcune
volte
sbagliato
,
mentre
necessariamente
tutti
si
inchinano
al
parere
dato
dalla
maggioranza
,
-
e
in
essa
formatasi
per
lenta
evoluzione
,
-
su
un
'
idea
che
sorse
molti
secoli
addietro
.
Il
numero
,
insomma
,
è
supremo
giudice
dal
punto
di
vista
dinamico
:
non
lo
è
dal
punto
di
vista
statico
.
E
per
esprimermi
con
una
frase
,
forse
in
parte
inesatta
,
ma
che
ad
ogni
modo
intesa
in
senso
relativo
scolpisce
il
mio
pensiero
,
dirò
che
,
se
per
giudicare
di
un
'
idea
basta
contare
i
voti
dei
posteri
,
occorre
pesare
quelli
dei
contemporanei
*
.
Sostenere
che
i
più
,
in
un
dato
momento
storico
,
hanno
sempre
ragione
,
e
i
meno
hanno
sempre
torto
,
è
constatare
un
fatto
politicamente
innegabile
(
e
fatalmente
necessario
)
ma
non
giusto
.
Le
minoranze
invece
,
nel
mondo
come
nei
Parlamenti
,
sono
sempre
state
la
gloria
di
ogni
paese
.
A
priori
quindi
,
il
diritto
della
maggioranza
,
applicato
com
'
è
alla
nostra
vita
politica
,
pare
urti
contro
la
logica
,
giacché
l
'
opinione
dei
più
non
è
in
tutti
i
casi
l
'
opinione
migliore
;
urta
specialmente
quando
si
consideri
che
questo
diritto
della
maggioranza
si
esplica
col
mezzo
dei
Parlamenti
,
cioè
di
numerose
riunioni
di
uomini
,
le
quali
,
-
come
noi
tentammo
dimostrare
più
indietro
,
-
abbassano
sempre
,
per
legge
fatale
di
psicologia
collettiva
,
il
valore
intellettuale
della
decisione
da
prendersi
.
E
non
solo
si
abbassa
necessariamente
il
valore
dei
risultati
,
ma
questi
possono
dipendere
da
cause
improvvise
,
inaspettate
e
sproporzionate
all
'
effetto
che
producono
.
Una
parola
,
un
gesto
,
un
atto
qualsiasi
,
mutano
repentinamente
le
tendenze
di
un
'
assemblea
come
di
una
folla
;
il
contagio
fulmineo
di
un
'
emozione
cambia
in
un
momento
il
parere
di
tutti
,
come
una
folata
di
vento
che
curvi
tutte
da
un
lato
le
cime
di
un
campo
di
biade
;
e
quindi
,
oltre
all
'
abbassamento
del
livello
intellettuale
,
un
'
assemblea
può
andar
soggetta
ad
un
istantaneo
traviamento
intellettuale
:
dare
cioè
dei
risultati
non
soltanto
di
valore
minore
di
quello
che
darebbe
ognuno
dei
suoi
membri
,
ma
altresì
di
valore
totalmente
diverso
.
Ciò
accade
in
ogni
riunione
di
uomini
:
accade
tanto
più
nei
Parlamenti
,
i
quali
,
pel
modo
come
sono
formati
e
per
il
modo
come
decidono
,
rappresentano
e
riuniscono
due
fasi
di
psicologia
collettiva
le
quali
si
sovrappongono
,
o
,
per
usare
un
'
espressione
chimicamente
più
esatta
,
si
combinano
.
Infatti
,
non
solo
le
votazioni
dei
deputati
,
ma
anche
le
elezioni
dei
deputati
sono
dovute
al
giuoco
d
'
azzardo
della
psicologia
collettiva
.
Quali
sono
i
coefficienti
più
importanti
che
concorrono
all
'
elezione
di
un
deputato
,
tralasciando
la
compera
dei
voti
sulla
quale
è
inutile
insistere
,
giacché
per
se
stessa
mostra
il
suo
danno
?
Sono
i
discorsi
e
i
giornali
.
Orbene
,
questi
due
mezzi
di
persuasione
,
o
,
-
dirò
meglio
,
-
di
suggestione
sul
pubblico
,
sono
i
più
forti
e
nello
stesso
tempo
i
meno
sicuri
:
quelli
cioè
che
possono
dare
l
'
esito
più
impreveduto
e
più
illogico
,
appunto
perché
agiscono
(
e
sopratutto
il
primo
)
approfittando
delle
sorprese
della
psicologia
collettiva
.
Senonché
,
a
chiarir
bene
il
mio
concetto
,
qui
ho
bisogno
di
chiedere
al
lettore
ch
'
egli
mi
segua
in
una
breve
parentesi
su
quel
fenomeno
facilmente
osservabile
ma
poco
osservato
,
che
è
la
fisiologia
del
successo
.
III
.
Nel
campo
intellettuale
,
la
figura
che
si
eleva
ha
,
secondo
il
genere
di
arte
o
di
scienza
cui
s
'
è
dedicata
,
diversa
celerità
nell
'
arrivare
alla
notorietà
e
alla
fama
.
Prescindendo
anche
qui
dalla
réclame
che
si
compera
,
noi
possiam
dire
che
la
suggestione
sulla
massa
,
e
quindi
il
successo
può
essere
lento
o
immediato
,
e
generalmente
è
lento
se
la
suggestione
si
esercita
in
modo
diffuso
,
ossia
su
un
individuo
alla
volta
,
immediato
se
si
esercita
in
modo
intenso
,
ossia
su
una
folla
di
individui
insieme
.
Un
libro
,
per
esempio
,
non
è
mai
giudicato
come
un
dramma
;
quello
è
letto
dai
singoli
studiosi
che
nella
quiete
solitaria
della
loro
stanza
possono
spontaneamente
formarsi
un
'
opinione
sincera
;
-
questo
è
ascoltato
dagli
spettatori
riuniti
,
i
quali
si
suggestionano
incoscientemente
a
vicenda
,
e
formano
tutti
insieme
un
mostro
a
mille
teste
che
par
voglia
intimare
al
povero
autore
questo
dilemma
terribile
:
divertimi
o
ti
divoro
!
Le
condizioni
del
giudizio
sono
evidentemente
diverse
.
Qual
'
è
la
migliore
?
Prima
di
rispondere
,
facciamo
un
'
altra
domanda
.
Avete
mai
sottoposto
ad
una
analisi
di
chimica
psicologica
quelli
scoppi
infrenabili
di
entusiasmo
che
,
in
un
teatro
o
in
una
sala
,
coprono
talvolta
sotto
un
uragano
di
applausi
la
fine
di
una
scena
drammatica
o
le
ultime
parole
di
un
discorso
eloquente
?
In
quel
momento
,
il
pubblico
crede
d
'
essere
giusto
e
sincero
,
perché
egli
prova
veramente
l
'
emozione
che
manifesta
;
ma
è
proprio
tutto
merito
del
dramma
o
dell
'
oratore
se
gli
spettatori
sono
giunti
a
quel
grado
di
approvazione
frenetica
,
o
non
c
'
è
forse
invece
qualche
altra
droga
che
ha
contribuito
a
far
spumeggiare
questo
inebriante
vino
dell
'
entusiasmo
?
Nessuno
ignora
la
legge
psicologica
,
di
indiscutibile
verità
,
che
l
'
intensità
di
una
emozione
cresce
in
proporzione
diretta
del
numero
delle
persone
che
risentono
quell
'
emozione
nello
stesso
luogo
e
contemporaneamente
.
Alfredo
Espinas
nel
suo
volume
Des
Sociétés
animales
,
ha
dato
la
prova
matematica
di
questo
fenomeno
:
-
"
Supponiamo
,
-
egli
scrive
,
-
che
l
'
emozione
risentita
da
un
dato
oratore
quando
si
presenta
al
pubblico
possa
essere
rappresentata
dalla
cifra
10
,
e
che
alle
prime
parole
,
ai
primi
lampi
della
sua
eloquenza
,
egli
ne
comunichi
almeno
la
metà
ai
suoi
uditori
che
saranno
,
-
supponiamo
ancora
,
-
300
.
Ognuno
reagirà
con
degli
applausi
o
col
raddoppiare
la
propria
attenzione
e
ciò
produrrà
quello
che
nei
resoconti
dicesi
un
movimento
(
sensazione
)
.
Ma
questo
movimento
sarà
risentito
da
tutti
nello
stesso
tempo
,
giacché
l
'
uditore
non
è
meno
preoccupato
dell
'
uditorio
,
che
dell
'
oratore
,
e
la
sua
immaginazione
è
immediatamente
colpita
dallo
spettacolo
di
queste
300
persone
in
preda
tutte
ad
un
'
emozione
;
spettacolo
che
non
può
non
produrre
in
lui
un
'
emozione
reale
.
Ammettendo
che
esso
non
risenta
che
la
metà
di
questa
emozione
,
la
scossa
da
lui
subìta
sarà
rappresentata
non
più
da
5
,
ma
dalla
metà
di
5
moltiplicata
per
300
,
vale
a
dire
da
750
"
.
Orbene
,
s
'
io
non
m
'
inganno
,
queste
parole
bastano
a
dimostrare
che
tutti
i
giudizi
dati
da
una
folla
sono
fatalmente
esagerati
,
giacché
la
singola
opinione
dell
'
uditore
si
eleva
alla
ennesima
potenza
per
il
solo
fatto
della
presenza
di
altre
persone
.
Il
numero
in
questo
caso
,
è
il
coefficiente
primo
e
più
importante
del
successo
,
il
quale
non
è
certo
creato
da
lui
,
ma
è
però
da
lui
sviluppato
a
proporzioni
che
toccano
talvolta
le
cime
dell
'
inverosimile
.
Non
per
nulla
Luigi
di
Baviera
,
che
era
pazzo
ma
che
era
anche
un
grande
artista
,
e
una
grande
coscienza
d
'
artista
,
voleva
assistere
da
solo
,
nel
teatro
deserto
,
alle
rappresentazioni
delle
opere
di
Vagner
.
Egli
sentiva
che
in
tal
modo
soltanto
,
libero
da
qualunque
suggestione
,
avrebbe
potuto
sinceramente
giudicare
e
godere
le
manifestazioni
del
genio
.
Per
uno
scienziato
o
un
artista
che
si
diriga
al
pubblico
sparso
anziché
al
pubblico
riunito
,
gli
effetti
e
la
misura
del
successo
sono
sostanzialmente
diversi
*
.
Voi
conoscete
la
lettera
che
l
'
Esther
di
Balzac
-
questa
fanciulla
insensibile
e
depravata
che
l
'
amore
purifica
e
innalza
-
scrive
al
suo
amante
prima
di
morire
.
Ella
si
uccide
perché
si
è
venduta
a
Nucingen
per
Rubempré
.
Lascia
al
suo
poeta
settecento
e
cinquanta
mila
lire
,
prezzo
di
questo
mercato
,
e
scherzando
sull
'
orlo
del
sepolcro
affinché
egli
rimanga
men
triste
,
gli
scrive
:
"
Qui
est
-
ce
qui
te
fera
comme
moi
ta
raie
dans
les
cheveux
?
"
Si
dice
che
Balzac
,
leggendo
questa
lettera
ad
alta
voce
,
s
'
interrompesse
,
esclamando
colle
lagrime
agli
occhi
:
"
Comme
c
'
est
beau
!
"
.
Quante
volte
non
è
accaduto
ad
ognuno
di
noi
di
commoverci
-
pur
troppo
non
come
autori
-
alla
lettura
di
certe
pagine
sublimi
?
Ma
quel
fiotto
di
ammirazione
che
ci
saliva
dal
cuore
e
che
,
se
fossimo
stati
in
un
teatro
o
in
una
sala
affollata
,
avrebbe
condotto
istantaneamente
per
sola
virtù
di
contagio
al
delirio
dell
'
applauso
,
si
spegneva
solitario
nell
'
anima
nostra
e
fra
le
pareti
del
nostro
studio
.
L
'
autore
di
un
libro
non
vede
e
non
sa
queste
isolate
manifestazioni
d
'
entusiasmo
:
egli
non
conosce
quel
pubblico
sparso
che
lo
ammira
,
e
,
se
ne
ode
le
singole
voci
,
non
ne
ode
però
la
voce
collettiva
e
grandiosa
.
Egli
non
può
mai
essere
come
un
oratore
o
come
l
'
autore
d
'
un
dramma
o
d
'
un
melodramma
,
il
fuoco
ove
convengono
in
un
unico
istante
tutte
le
impressioni
risentite
da
centinaia
di
uditori
,
centuplicate
,
-
ognuna
di
esse
,
-
sul
suo
valore
effettivo
dal
solo
fatto
della
presenza
di
altri
uditori
;
ed
è
perciò
ch
'
egli
non
gode
mai
la
voluttà
acuta
e
suprema
di
veder
tutto
un
pubblico
commosso
e
delirante
ai
suoi
piedi
,
come
lo
vedono
invece
oratori
e
autori
drammatici
che
valgono
-
talvolta
-
assai
meno
di
lui
.
Altra
cosa
dunque
,
è
agire
su
un
pubblico
riunito
,
altra
cosa
è
agire
su
un
pubblico
diffuso
.
Quale
-
ripeto
-
la
condizione
migliore
?
Soggettivamente
,
non
saprei
.
La
risposta
dipende
dal
temperamento
individuale
.
V
'
è
chi
si
compiace
d
'
essere
travolto
dalle
acclamazioni
di
una
folla
;
v
'
è
chi
si
accontenta
di
conoscere
per
vie
indirette
l
'
ammirazione
che
il
pubblico
gli
tributa
.
Mascagni
e
Zola
possono
essere
ugualmente
soddisfatti
nella
loro
vanità
o
nel
loro
giusto
orgoglio
,
-
l
'
uno
assistendo
a
quell
'
attacco
epilettico
d
'
entusiasmo
che
colpì
i
viennesi
alla
rappresentazione
di
Cavalleria
Rusticana
e
dell
'
Amico
Fritz
,
-
l
'
altro
apprendendo
dal
suo
editore
Charpentier
che
la
Debâcle
in
pochi
mesi
aveva
raggiunto
il
150°
migliaio
.
Sono
due
plebisciti
,
diversi
nella
manifestazione
,
simili
nel
significato
.
Oggettivamente
,
-
non
v
'
è
dubbio
che
il
giudizio
del
pubblico
sparso
è
il
più
sicuro
e
il
più
vero
.
Ho
già
dimostrato
che
il
giudizio
di
una
folla
è
sempre
esagerato
per
la
sola
influenza
del
numero
,
la
quale
eleva
necessariamente
il
diapason
delle
singole
opinioni
individuali
.
Credo
di
poter
aggiungere
che
questo
giudizio
è
anche
spesso
sbagliato
.
La
psicologia
collettiva
rare
volte
è
guidata
dalla
logica
e
dal
buon
senso
.
L
'
occasione
,
il
caso
fortuito
,
l
'
incosciente
,
determinano
nella
maggior
parte
dei
casi
le
sue
manifestazioni
.
Un
grido
di
un
solo
,
forza
a
quel
grido
tutti
gli
altri
.
Il
contagio
dell
'
applauso
o
della
disapprovazione
,
è
fulmineo
,
come
in
una
volata
d
'
uccelli
il
minimo
sbatter
d
'
ali
produce
in
tutti
un
panico
irresistibile
.
E
allora
,
il
giudizio
che
ne
esce
e
che
noi
crediamo
la
somma
dei
giudizi
di
tutti
,
non
è
che
il
parere
d
'
un
solo
il
quale
,
per
l
'
ignoto
fenomeno
della
suggestione
,
è
divenuto
ad
un
tratto
il
casuale
ed
istantaneo
despota
di
tutta
la
folla
.
...
"
J
'
ai
l
'
horreur
des
foules
,
scriveva
Guy
de
Maupassant
:
je
ne
puis
entrer
dans
un
théâtre
ni
assister
à
une
fête
publique
.
J
'
y
éprouve
aussitôt
un
malaise
bizarre
,
insoutenable
,
un
énervement
affreux
,
comme
si
je
luttais
de
toute
ma
force
contre
une
influence
irrésistible
et
mystérieuse
.
Et
je
lutte
en
effet
contre
l
'
âme
de
la
foule
qui
essaye
de
pénétrer
en
moi
...
"
.
Il
fenomeno
più
meraviglioso
che
avviene
nelle
folle
è
appunto
questo
annientamento
delle
singole
personalità
in
una
personalità
unica
,
immensa
,
diversa
da
ognuna
di
quelle
che
la
compongono
.
Si
direbbe
che
ogni
individuo
perde
la
facoltà
di
sentire
e
di
pensare
e
diviene
strumento
cieco
di
un
cervello
e
di
un
'
anima
ignoti
.
Nella
folla
,
un
uomo
applaude
,
fischia
,
grida
viva
o
morte
,
quasi
senza
saperlo
.
Togliete
quest
'
uomo
dalla
folla
,
sottraetelo
a
quel
fascino
,
ed
egli
pel
primo
si
meraviglierà
di
quello
che
ha
fatto
.
S
'
aggiunga
che
dinanzi
ad
una
folla
,
qualunque
manifestazione
dell
'
ingegno
corre
dei
grandissimi
rischi
.
La
psicologia
collettiva
,
-
in
questo
simile
alla
psicologia
femminile
(
mi
perdonino
le
signore
)
-
è
fatta
di
crudeltà
e
di
contraddizioni
,
e
passa
,
o
meglio
,
salta
velocissimamente
da
un
dato
sentimento
al
sentimento
opposto
.
Un
attore
od
un
oratore
che
pronuncino
male
una
parola
,
possono
-
suscitando
,
anche
nel
momento
più
serio
,
una
crudele
risata
-
compromettere
l
'
esito
d
'
una
commedia
o
di
un
discorso
;
un
dramma
che
cominci
con
una
frase
strana
o
che
si
presti
ad
un
giuoco
di
parole
,
può
esser
sicuro
di
non
andar
più
innanzi
.
Prova
ne
sia
il
famoso
"
O
Salamini
!
"
della
tragedia
di
Alfieri
.
Il
ridicolo
-
in
questi
casi
-
uccide
tutto
,
anche
la
gloria
,
checché
ne
dica
M.me
de
Staël
.
Il
giudizio
del
pubblico
sparso
,
quello
che
tocca
ai
libri
,
non
presenta
questi
pericoli
.
Certo
,
anche
per
il
libro
,
il
verdetto
collettivo
si
forma
a
poco
a
poco
,
giacché
tutti
i
lettori
diffusi
si
comunicano
le
loro
impressioni
,
e
i
singoli
pareri
si
fondono
insieme
come
singole
note
che
assurgano
ad
un
unico
accordo
;
ma
è
questo
un
unisono
che
sorge
più
gradatamente
riunendo
opinioni
più
ponderate
e
perciò
meno
facilmente
modificabili
,
anziché
esser
dovuto
a
scoppio
improvviso
di
psicologia
collettiva
incosciente
.
Analogo
all
'
effetto
che
produce
un
discorso
pronunziato
innanzi
a
centinaia
di
individui
riuniti
,
è
l
'
effetto
prodotto
da
un
'
idea
espressa
o
da
una
persona
lodata
in
un
giornale
politico
quotidiano
.
Per
la
psicologia
collettiva
si
può
dire
che
il
giornale
-
in
questi
casi
-
equivale
al
discorso
.
Infatti
l
'
istantaneità
dell
'
impressione
prodotta
dall
'
oratore
su
persone
riunite
,
è
sostituita
da
un
brevissimo
spazio
di
tempo
(
le
2
o
3
ore
posteriori
all
'
uscita
del
giornale
,
entro
le
quali
tutti
l
'
hanno
letto
)
in
cui
l
'
impressione
dell
'
articolo
o
della
notizia
si
diffonde
su
persone
vicine
e
comunicanti
,
per
necessità
di
vita
,
fra
loro
.
Basta
aver
assistito
una
sola
volta
-
alla
capitale
o
in
provincia
,
in
un
caffè
o
alla
farmacia
-
all
'
arrivo
di
un
giornale
aspettato
,
per
convincersi
quanto
sia
grande
l
'
effetto
e
istantanea
la
suggestione
della
notizia
che
interessa
e
che
era
attesa
.
Il
contenuto
dell
'
articolo
passa
di
bocca
in
bocca
con
una
celerità
quasi
eguale
a
quella
con
cui
le
emozioni
si
propagano
in
una
folla
:
i
commenti
favorevoli
o
sfavorevoli
hanno
la
forza
suggestiva
dell
'
applauso
o
della
disapprovazione
che
accoglie
un
discorso
,
e
il
pensiero
di
ognuno
subisce
,
cosciente
o
incosciente
-
una
vera
costrizione
,
come
quella
d
'
ogni
singolo
spettatore
in
un
teatro
o
in
una
assemblea
.
In
una
parola
,
l
'
effetto
del
giornale
è
,
come
quello
di
un
discorso
,
esagerato
e
spesso
anche
fallace
.
IV
.
Ora
,
dopo
la
digressione
,
ritorniamo
al
punto
donde
siamo
partiti
.
Io
dicevo
che
l
'
elezione
del
deputato
è
dovuta
specialmente
alle
forze
di
suggestione
sprigionantisi
da
questi
due
mezzi
:
arte
oratoria
e
giornali
quotidiani
.
È
dovuta
cioè
ai
due
mezzi
che
più
facilmente
e
più
velocemente
costruiscono
quell
'
edificio
che
si
chiama
il
successo
(
edificio
poco
solido
certamente
se
non
è
meritato
,
ma
la
cui
solidità
e
durata
poco
importa
per
gli
effetti
riguardo
ai
quali
noi
lo
studiamo
)
e
che
maggiormente
turbano
,
per
legge
di
psicologia
collettiva
,
la
indipendente
e
sincera
determinazione
dell
'
elettore
.
Che
cosa
avviene
allora
?
Avviene
che
l
'
elettore
,
il
quale
depone
la
sua
scheda
nell
'
urna
e
pare
compia
un
'
azione
libera
ed
isolata
,
non
è
altro
che
un
suggestionato
,
vittima
di
una
suggestione
che
può
essere
oggi
un
discorso
,
domani
un
giornale
.
E
pazienza
fosse
suggestionato
da
un
'
idea
o
da
una
persona
che
valgano
qualche
cosa
,
-
sarebbe
allora
socialmente
utile
la
suggestione
!
-
ma
non
c
'
è
bisogno
d
'
essere
scettici
per
affermare
che
tali
casi
son
rari
.
Nel
nostro
lieto
paese
della
rettorica
sono
molti
quelli
che
sanno
cucire
insieme
un
discorso
ad
effetto
,
e
la
massa
è
abbastanza
ignorante
per
ammirare
coloro
che
tuonano
grandi
frasi
anche
se
non
sanno
far
brillare
nessun
lampo
di
pensiero
.
L
'
arte
oratoria
,
che
è
fra
le
più
nobili
e
le
più
difficili
,
si
abbassa
spesso
alla
volgarità
di
un
semplice
artificio
,
adoperato
per
attrarre
a
sé
gli
uditori
incolti
ed
ingenui
.
"
Un
diluvio
di
parole
sopra
un
deserto
d
'
idee
"
,
ecco
la
frase
terribile
ma
giusta
con
cui
in
molti
casi
si
possono
definire
i
discorsi
dei
candidati
e
quelli
dei
loro
grandi
elettori
.
E
la
potenza
suggestiva
di
questi
discorsi
di
secondo
o
di
terzo
ordine
è
dimostrata
dal
fatto
del
numero
grandissimo
di
avvocati
che
giungono
a
Montecitorio
.
Quanto
alla
stampa
quotidiana
,
-
o
chi
non
sa
quale
valore
abbiano
le
lodi
ch
'
essa
tributa
?
Queste
lodi
,
o
si
pagano
(
in
danaro
o
con
lavori
)
,
o
si
ottengono
per
amicizia
di
qualche
redattore
o
si
scrivono
dagli
stessi
lodati
.
Il
buon
pubblico
di
provincia
crede
alla
sincerità
della
réclame
,
e
non
sospetta
le
piccole
vigliaccherie
e
le
piccole
umiliazioni
che
il
candidato
ha
dovuto
subire
per
far
mettere
vicino
al
suo
nome
un
aggettivo
laudativo
.
E
laggiù
,
nel
piccolo
paesello
,
quando
si
legge
il
giornale
,
l
'
effetto
del
soffietto
è
immancabile
.
Così
,
purtroppo
,
si
fabbricano
i
deputati
,
cui
le
migliaia
di
voti
in
tal
modo
e
con
tali
mezzi
ottenute
(
e
non
parlo
dei
mezzi
delittuosi
)
dànno
l
'
illusione
d
'
essere
dei
grandi
uomini
.
Quando
poi
,
in
un
momento
di
sincerità
e
di
sconforto
,
si
fa
la
fisiologia
del
Parlamento
,
e
si
vede
ch
'
esso
è
in
gran
parte
composto
di
personalità
ignote
o
insignificanti
,
si
dice
,
quasi
argomento
di
meschina
soddisfazione
:
la
colpa
è
del
paese
:
esso
è
stato
interrogato
ed
ha
risposto
con
quella
scelta
.
La
colpa
è
del
paese
,
siamo
d
'
accordo
;
ma
esso
risponde
così
,
cioè
male
,
perché
lo
si
interroga
e
lo
si
obbliga
a
dare
una
risposta
col
mezzo
ingannatore
della
psicologia
collettiva
.
Se
si
potesse
interrogarlo
isolatamente
,
individuo
per
individuo
,
sarebbe
,
io
credo
,
diverso
il
risultato
,
come
sarebbero
meno
frequenti
i
verdetti
assurdi
dei
giurati
,
se
ognuno
di
questi
dodici
valentuomini
potesse
dare
il
suo
voto
senza
soggiacere
alla
mutua
suggestione
dei
colleghi
e
a
quella
dell
'
accusatore
,
del
difensore
e
del
pubblico
.
Il
guaio
è
che
questo
rimedio
è
inattuabile
,
o
almeno
,
io
non
vedo
la
possibilità
d
'
attuarlo
.
Formato
una
volta
il
Parlamento
,
esso
funziona
,
ancora
e
sempre
,
a
base
di
psicologia
collettiva
.
E
il
livello
intellettuale
di
chi
lo
compone
,
già
basso
,
scende
ancor
più
per
la
legge
che
abbiamo
enunciata
.
Gli
uffici
,
le
Giunte
,
le
Commissioni
-
piccoli
Parlamenti
nel
grande
-
moltiplicano
le
probabilità
di
risultati
mediocri
e
di
dolorose
sorprese
.
La
ragione
politica
fa
spesso
passare
sotto
la
sua
bandiera
il
contrabbando
di
molte
illogicità
o
di
molte
ingiustizie
.
Si
sopprimono
o
si
modificano
degli
articoli
di
legge
,
senza
pensare
che
questi
sono
in
relazione
con
altri
che
andrebbero
alla
lor
volta
soppressi
o
modificati
;
si
approva
talvolta
tutto
un
progetto
sol
perché
una
parte
è
ottima
e
deve
essere
approvata
.
E
non
manca
mai
-
nei
momenti
solenni
-
l
'
appello
ai
grandi
nomi
e
alle
grandi
idealità
della
patria
,
per
strappare
al
sentimento
,
e
per
conquistare
d
'
assalto
,
un
'
approvazione
che
il
raziocinio
forse
si
rifiuterebbe
di
dare
.
Ne
segue
che
il
Parlamento
può
in
molti
casi
paragonarsi
a
un
filtro
a
rovescio
:
i
progetti
di
legge
,
anziché
migliorarsi
,
peggiorano
,
attraversando
tutte
quelle
fasi
cui
si
vogliono
assoggettare
.
Vedete
,
per
esempio
.
Un
testo
di
legge
arriva
in
discussione
.
Non
sarà
certamente
un
capolavoro
,
e
si
può
-
a
questo
proposito
-
deplorare
che
i
progetti
non
siano
affidati
a
uno
specialista
della
materia
*
.
Ma
,
ad
ogni
modo
,
il
testo
di
legge
è
stato
redatto
da
persone
competenti
e
presenta
una
certa
coesione
.
Ebbene
:
immediatamente
la
pioggia
degli
emendamenti
si
rovescia
su
quell
'
infelice
progetto
:
alcuni
,
forse
,
ispirati
dal
desiderio
sincero
di
migliorare
la
legge
,
i
più
,
certo
,
dettati
da
secondi
fini
politici
,
e
che
prendono
insidiosamente
pretesto
da
questa
legge
per
tendere
un
trabocchetto
in
cui
cadrà
il
Ministero
.
La
seduzione
d
'
una
frase
felice
,
la
pressione
di
qualche
giornale
,
la
necessità
momentanea
di
non
scontentar
gli
avversari
,
mille
motivi
estranei
all
'
oggetto
vero
della
discussione
,
possono
far
adottare
un
primo
emendamento
.
Il
giorno
dopo
,
dei
motivi
d
'
altro
ordine
ne
faranno
accogliere
un
secondo
,
spesso
contradditorio
al
primo
,
e
votato
da
deputati
assenti
il
giorno
innanzi
e
non
al
corrente
perciò
della
discussione
.
E
così
di
seguito
,
fino
al
momento
in
cui
la
legge
non
sarà
che
un
insieme
confuso
di
articoli
eterogenei
,
un
mostro
dinanzi
al
quale
la
Camera
si
spaventerà
e
ch
'
essa
rimanderà
al
nulla
.
La
Camera
infine
è
psicologicamente
una
femmina
e
spesso
anche
una
femmina
isterica
.
Basterebbe
,
per
provare
la
verità
di
questa
definizione
umiliante
,
osservare
la
differenza
che
esiste
fra
i
deputati
quando
sono
nell
'
aula
,
e
i
deputati
quando
sono
nei
corridoi
.
La
mobilità
straordinaria
della
loro
psicologia
non
ha
davvero
riscontro
altro
che
nei
temperamenti
isterici
.
Gli
uomini
che
voi
avevate
visto
,
un
minuto
prima
,
minacciarsi
colla
voce
e
col
gesto
,
sfidarsi
quasi
cogli
occhi
,
li
vedete
ora
venirsi
incontro
col
sorriso
sulla
labbra
e
stendersi
amichevolmente
la
mano
.
Se
un
ministro
passa
,
coloro
che
lo
coprivan
d
'
ingiurie
,
l
'
accolgono
ridendo
,
si
congratulano
con
lui
per
la
sua
replica
brillante
,
forse
(
ed
ecco
il
veleno
)
trovano
il
modo
di
raccomandargli
una
supplica
.
I
rapporti
sono
mutati
,
e
più
ancora
le
parole
e
i
giudizi
.
I
discorsi
che
si
applaudirono
,
la
proposta
che
si
appoggiò
col
proprio
voto
,
diventano
l
'
oggetto
di
critiche
acerbe
.
L
'
uno
parla
con
ironia
della
dottrina
che
ha
difeso
,
con
amarezza
delle
persone
che
ha
sostenuto
.
Un
altro
si
esprime
con
grande
moderazione
sul
conto
di
uomini
e
di
idee
che
ha
violentemente
attaccato
.
Le
frasi
fatte
che
,
nell
'
aula
,
si
tuonavano
come
fossero
assiomi
,
ora
vengon
messe
in
ridicolo
.
Chi
gridava
che
la
salvezza
era
nella
libertà
,
implora
adesso
un
uomo
,
cioè
una
dittatura
,
per
salvare
la
situazione
.
Verità
-
al
di
qua
della
porta
;
errore
-
al
di
là
.
Da
una
parte
,
il
palcoscenico
,
dall
'
altra
,
la
realtà
delle
cose
*
.
Paul
Bourget
,
mi
pare
,
ha
detto
che
la
vita
è
"
un
volume
de
Labiche
interfolié
par
du
Shakespeare
"
.
Così
,
e
a
maggior
ragione
può
dirsi
della
vita
parlamentare
.
Una
farsa
nei
corridoi
,
una
tragedia
nell
'
aula
.
V
.
Se
questi
sono
i
probabili
risultati
intellettuali
di
un
Parlamento
,
quali
saranno
i
risultati
morali
?
La
riunione
di
molti
,
come
diminuisce
la
forza
del
cervello
,
indebolirà
anche
l
'
energia
del
carattere
?
Pur
troppo
,
oggi
non
si
può
più
discutere
se
il
Parlamento
nel
suo
complesso
risponda
ai
fini
più
alti
della
moralità
:
recenti
dolorosissimi
fatti
vietano
il
dubbio
a
questo
proposito
.
La
discussione
dunque
è
solo
possibile
sulle
cause
di
questa
immoralità
.
La
prima
e
la
più
evidente
si
rintraccia
nel
modo
con
cui
molti
deputati
vengono
eletti
.
Sbalzati
al
seggio
di
rappresentanti
della
nazione
coll
'
appoggio
di
Tizio
o
di
Cajo
,
anziché
per
meriti
proprii
riconosciuti
dal
popolo
,
essi
trascinano
necessariamente
con
sé
la
catena
di
una
riconoscenza
forzata
.
E
questa
riconoscenza
si
traduce
in
favori
che
sono
parzialità
e
ingiustizie
.
Pel
deputato
è
un
obbligo
contraccambiare
le
prove
di
devozione
che
ha
ricevute
:
per
l
'
elettore
è
un
diritto
ricevere
questo
contraccambio
.
Il
mandato
legislativo
viene
così
a
snaturarsi
dalla
base
e
prepara
il
terreno
a
nuove
e
più
grandi
immoralità
.
Queste
-
data
una
tale
predisposizione
-
non
si
fanno
lungamente
aspettare
.
Già
è
cosa
nota
che
la
compagnia
,
di
qualunque
genere
essa
possa
essere
,
aumenta
quella
piccola
o
grande
tendenza
al
male
che
cova
latente
,
come
fuoco
sotto
la
cenere
,
in
ognuno
di
noi
.
Guardate
i
bambini
:
quando
si
trovano
insieme
,
è
allora
che
diventano
più
cattivi
e
più
crudeli
.
Lo
scherzo
un
po
'
ardito
,
il
piccolo
furto
,
la
scalata
d
'
un
muricciuolo
,
che
nessuno
avrebbe
ardito
commettere
e
neppur
pensare
da
solo
,
sono
pensati
e
commessi
quando
trovansi
in
alcuni
od
in
molti
.
Noi
stessi
-
già
uomini
-
dobbiamo
riconoscere
che
se
c
'
è
un
caso
in
cui
possiamo
venir
meno
alle
leggi
della
delicatezza
o
a
quelle
della
pietà
,
è
appunto
quando
siamo
in
alcuni
,
giacché
allora
spunta
in
noi
il
coraggio
del
male
e
giudichiamo
leggermente
l
'
azione
poco
corretta
che
soli
non
saremmo
stati
capaci
di
compiere
.
Chi
non
ha
,
nella
sua
giovinezza
,
qualche
episodio
che
confermi
l
'
esattezza
di
quel
che
siamo
venuti
dicendo
?
Qual
'
è
il
gentiluomo
che
non
ricordi
d
'
aver
commesso
con
dei
compagni
-
e
soltanto
perché
era
con
loro
-
una
birichinata
che
rasentava
l
'
azione
immorale
se
non
il
delitto
*
?
.
La
ragione
di
questi
fatti
,
-
tanto
comuni
da
non
esigere
la
prova
ma
soltanto
un
accenno
,
-
è
anzitutto
aritmetica
.
Come
la
media
di
alcuni
numeri
non
può
evidentemente
essere
uguale
ai
più
elevati
fra
questi
,
così
un
aggregato
di
uomini
non
può
riflettere
nelle
sue
manifestazioni
le
facoltà
più
elevate
proprie
ad
alcuni
soltanto
di
questi
uomini
:
essa
rifletterà
soltanto
le
facoltà
morali
che
si
ritrovano
in
tutti
.
Giuseppe
Sergi
direbbe
,
con
una
sua
bella
e
biologicamente
esatta
similitudine
,
che
le
ultime
e
migliori
stratificazioni
del
carattere
-
quelle
che
la
civiltà
e
l
'
educazione
son
riuscite
a
formare
in
qualche
individuo
privilegiato
-
vengono
ecclissate
dalle
stratificazioni
medie
che
son
patrimonio
di
tutti
,
e
nella
somma
totale
queste
prevalgono
e
le
altre
scompaiono
.
Avviene
cioè
dal
punto
di
vista
morale
ciò
che
noi
osservammo
più
indietro
dal
punto
di
vista
intellettuale
.
La
compagnia
indebolisce
così
il
talento
,
come
i
sentimenti
morali
.
E
ciò
,
anche
per
un
'
altra
ragione
.
Basta
che
-
in
un
aggregato
di
uomini
-
vi
sia
un
malvagio
,
perché
esso
faccia
dei
discepoli
,
degli
imitatori
.
Gli
uomini
,
diceva
il
Bagehot
,
sono
guidati
da
modelli
non
da
ragionamenti
,
-
e
diceva
bene
,
ma
egli
dimenticava
di
aggiungere
che
"
sono
guidati
sopratutto
dai
modelli
cattivi
"
.
È
la
pera
guasta
che
corrompe
le
sane
:
non
s
'
è
mai
visto
che
queste
migliorino
quella
.
Il
microbo
del
male
ha
una
potenza
d
'
espansione
infinitamente
più
grande
di
quella
del
microbo
del
bene
,
dato
che
quest
'
ultimo
esista
,
giacché
mentre
pur
troppo
si
sa
che
molte
malattie
sono
contagiose
,
non
è
ugualmente
provato
che
sia
contagiosa
anche
la
salute
.
È
ben
più
facile
ammalarsi
per
suggestione
,
che
non
guarire
.
È
quindi
più
facile
corrompersi
socialmente
,
che
non
rafforzare
il
proprio
carattere
,
tanto
più
che
la
corruzione
morale
presenta
la
grande
attrattiva
dell
'
interesse
.
Un
minimo
strappo
alla
coscienza
può
significare
un
immenso
vantaggio
economico
,
-
e
nell
'
epoca
borghese
che
attraversiamo
il
danaro
risplende
di
troppo
vivida
luce
per
non
ipnotizzare
anche
coloro
che
si
credono
,
e
sono
fino
ad
un
certo
punto
,
degli
uomini
onesti
.
L
'
ambiente
li
circonda
come
in
una
spira
,
ed
è
veramente
un
boa
constrictor
che
a
poco
a
poco
soffoca
la
delicatezza
,
l
'
onore
,
persino
il
rimorso
.
Chi
può
analizzare
i
modi
in
cui
avviene
questa
degenerazione
?
Anzitutto
,
la
vita
del
deputato
-
intendo
le
ore
passate
nei
corridoi
della
Camera
-
non
è
certo
fatta
per
fortificare
il
carattere
.
In
mezzo
a
quei
discorsi
,
che
si
gabellano
per
idee
politiche
e
non
sono
spesso
che
pettegolezzi
,
la
volontà
si
fonde
in
parole
.
Avvicinando
continuamente
gli
avversari
le
convinzioni
meglio
temprate
si
smussano
,
si
ammolliscono
.
Il
sarcasmo
dei
colleghi
più
astuti
umilia
sulle
prime
gli
ingenui
e
gli
onesti
della
politica
;
le
ribellioni
spontanee
che
questi
hanno
il
pudore
di
fare
,
trova
degli
scettici
,
degli
indifferenti
,
dei
canzonatori
;
la
loro
rigida
onestà
,
dinanzi
a
quel
plebiscito
contrario
,
comincia
a
vacillare
,
ed
essi
si
chiedono
:
se
gli
altri
avesser
ragione
?
E
una
volta
entrato
il
dubbio
-
poiché
dinanzi
all
'
onore
dubitare
vuol
dire
essere
sconfitti
,
-
la
vittoria
dell
'
immoralità
è
sicura
.
Un
piacere
dapprima
,
una
piccolissima
ingiustizia
in
seguito
:
la
breccia
è
aperta
.
E
mano
mano
che
si
procede
per
questa
strada
,
così
ripida
da
esser
certi
che
una
volta
messovi
il
piede
si
precipita
fino
in
fondo
,
la
coscienza
cerca
di
scusare
il
suo
cambiamento
col
più
gesuitico
e
più
inutile
dei
conforti
:
tutti
fanno
così
!
la
mia
responsabilità
,
se
pur
esiste
,
è
infinitesima
.
E
per
tal
modo
,
nel
fatto
d
'
essere
in
molti
,
oltre
la
causa
della
corruzione
trovano
-
ultimo
danno
-
l
'
illusione
d
'
una
scusa
.
I
pochissimi
che
si
salvano
da
questa
lebbra
-
i
refrattarii
-
non
possono
nulla
per
diminuire
l
'
epidemia
.
Raramente
si
fanno
denunciatori
,
perché
il
buono
è
compassionevole
e
-
mi
duole
il
dirlo
-
in
certi
casi
è
anche
vile
.
Viltà
che
in
lui
deriva
da
una
virtù
,
dall
'
esser
pietoso
.
Giudicando
gli
altri
alla
sua
stregua
,
egli
s
'
immagina
e
si
rappresenta
il
dolore
e
l
'
umiliazione
del
malvagio
che
venga
svergognato
,
e
non
osa
gettargli
in
faccia
l
'
accusa
.
Come
per
essere
eroi
sul
campo
di
battaglia
bisogna
essere
un
po
'
crudeli
,
così
per
essere
coraggiosi
e
franchi
nel
mondo
politico
,
bisogna
esser
privi
di
una
certa
delicatezza
di
sentimento
.
E
solo
un
alto
,
imperioso
dovere
può
vincere
questo
riserbo
e
far
d
'
un
collega
un
accusatore
.
La
conseguenza
è
che
i
buoni
,
col
loro
contegno
negativo
,
facilitano
le
losche
imprese
ai
malvagi
e
a
tutti
quei
deboli
,
quegli
uomini
arbusti
,
come
direbbe
Balzac
,
che
piegano
ove
il
vento
spira
,
e
ove
vogliono
i
forti
.
Si
forma
così
a
poco
a
poco
una
associazione
non
confessata
,
latente
,
incosciente
anche
,
se
vogliamo
,
la
quale
stende
la
sua
invisibile
rete
su
tutta
la
vita
pubblica
.
È
una
potenza
che
non
si
ha
il
coraggio
di
nominare
,
ma
che
si
conosce
:
è
una
forza
che
non
si
vede
,
ma
che
si
sente
:
assomiglia
a
quelle
acque
sotterranee
che
non
si
sospettano
alla
superficie
ma
che
costituiscono
la
causa
della
vegetazione
che
cresce
sul
suolo
.
E
quella
vegetazione
è
il
favoritismo
,
l
'
immoralità
,
il
delitto
.
Il
pubblico
sa
che
per
ottenere
qualche
cosa
basta
rivolgersi
a
un
deputato
:
sia
anche
contro
giustizia
,
non
importa
;
e
il
deputato
chiede
,
prega
,
impone
ed
ottiene
.
Ottiene
dal
Governo
ipotecando
il
suo
voto
(
salvo
poi
a
tradire
quando
senta
l
'
odor
di
cadavere
)
-
ottiene
dalle
banche
,
vendendo
il
fumo
della
sua
influenza
,
-
ottiene
dalla
burocrazia
,
facendo
brillare
l
'
oro
della
sua
medaglietta
e
il
titolo
d
'
onorevole
,
così
poco
meritato
.
Ai
ministeri
vi
sono
volumi
che
contengono
le
raccomandazioni
dei
deputati
e
nessuno
si
meraviglia
che
sia
così
.
E
il
Governo
che
sa
e
tollera
tutte
queste
cose
-
e
le
tollera
perché
ne
trae
dei
vantaggi
-
non
teme
certi
oppositori
alla
Camera
,
giacché
sono
troppo
legati
a
lui
da
legami
inconfessabili
per
avere
l
'
audacia
di
dire
tutta
ed
intera
la
verità
.
Sotto
le
invettive
più
forti
degli
oppositori
-
fatte
pour
la
galerie
,
per
ingannare
gli
ingenui
-
sta
l
'
accordo
e
la
congiura
del
silenzio
.
Essi
non
possono
rivelare
tutti
i
reati
degli
avversarii
perché
nella
rovina
verrebbero
travolti
come
complici
anche
loro
.
È
questa
la
vera
delinquenza
politica
moderna
,
fatta
di
sotterfugi
e
di
ipocrisie
,
delinquenza
settaria
di
quei
pochi
che
arrivarono
in
alto
,
e
che
fa
degno
riscontro
alla
delinquenza
settaria
delle
infime
classi
sociali
.
Queste
,
più
franche
,
adoperano
la
violenza
,
e
i
loro
mezzi
di
lotta
si
chiamano
l
'
assassinio
e
la
dinamite
;
quelli
,
più
gesuiticamente
civili
,
adoperano
le
astuzie
,
e
i
loro
mezzi
di
lotta
si
chiamano
l
'
appropriazione
indebita
,
il
falso
,
la
frode
.
Immoralità
di
persona
-
immoralità
di
partito
-
immoralità
di
governo
,
-
tutto
questo
è
la
conseguenza
necessaria
e
fatale
di
un
sistema
che
pare
creato
apposta
per
peggiorare
gli
uomini
anziché
migliorarli
.
Il
deputato
-
prima
di
diventare
tale
-
stigmatizza
il
contegno
e
la
condotta
di
quelli
che
erano
allora
deputati
;
come
i
ministri
,
prima
di
essere
tali
,
cioè
dai
banchi
dell
'
opposizione
,
gridavano
contro
il
Governo
.
Gli
è
che
,
non
essendo
ancor
presi
nei
denti
della
ruota
fatale
,
avevano
l
'
illusione
che
vi
si
potesse
resistere
.
Non
sapevano
che
la
politica
è
una
lenta
depravazione
cui
pochissimi
sanno
sfuggire
;
e
anche
i
migliori
,
quando
venivano
dalle
lontane
provincie
con
alti
ideali
e
con
sogni
rosei
,
non
sospettavano
che
alla
luce
che
li
attirava
avrebbero
bruciata
la
loro
onestà
.
VI
.
La
requisitoria
è
finita
,
ed
il
modesto
pubblico
ministero
che
l
'
ha
pronunciata
dovrebbe
ora
,
invece
che
richieder
la
pena
,
indicare
i
rimedii
al
male
che
ha
lamentato
.
Veramente
questo
male
ha
cause
così
profonde
e
così
radicate
nella
natura
umana
che
l
'
eliminarle
sembra
difficile
.
Esso
potrebbe
paragonarsi
alla
morte
,
il
fenomeno
fatale
di
cui
si
cerca
sempre
di
attenuare
la
gravità
,
ma
che
non
si
può
sopprimere
.
Chi
oserebbe
combattere
il
diritto
supremo
della
maggioranza
e
conseguentemente
il
potere
dei
Parlamenti
?
E
qual
rimedio
è
possibile
al
fatto
che
ogni
riunione
,
ogni
gruppo
di
uomini
è
moralmente
e
intellettualmente
inferiore
agli
elementi
che
lo
compongono
,
se
la
vita
sociale
altro
non
è
che
la
risultante
o
il
complesso
di
tutti
questi
infiniti
gruppi
che
in
essa
si
agitano
,
e
che
si
chiamano
classi
,
chiese
,
associazioni
,
partiti
?
Il
rimedio
evidentemente
non
c
'
è
,
e
la
constatazione
di
questa
verità
dolorosa
è
forse
l
'
ipotesi
più
pessimista
che
si
sia
mai
formulata
.
Unirsi
nel
mondo
umano
vuol
dire
peggiorarsi
;
che
cosa
volete
di
più
desolante
?
Gabriele
Tarde
-
quand
'
io
esposi
per
la
prima
volta
una
tale
idea
-
ne
trasse
,
con
quell
'
acume
logico
che
non
è
l
'
ultimo
dei
suoi
pregi
,
una
deduzione
assai
ardita
.
"
Segnalo
-
egli
scriveva
-
senza
insistervi
,
la
portata
inattesa
di
cui
quest
'
idea
è
suscettibile
se
la
si
estende
al
di
là
dell
'
umanità
.
Tutti
sanno
che
gli
organismi
sono
stati
considerati
a
ragione
come
delle
società
di
cellule
,
e
le
cellule
come
società
di
molecole
.
Ora
,
supponiamo
che
il
nostro
principio
si
applichi
a
queste
società
biologiche
o
chimiche
,
supponiamo
cioè
che
anche
in
queste
l
'
aggregato
non
sia
superiore
ai
suoi
elementi
,
che
gli
sia
anzi
inferiore
o
tutto
al
più
eguale
;
noi
vediamo
allora
l
'
Universo
intero
apparirci
sotto
un
nuovo
aspetto
,
ed
è
al
perfezionamento
del
microscopio
,
non
del
telescopio
,
che
noi
dovremo
domandare
la
rivelazione
delle
più
mirabili
meraviglie
del
mondo
.
Forse
,
infatti
,
fu
in
virtù
di
un
puro
pregiudizio
ingiustificato
che
l
'
io
dell
'
atomo
si
ritenne
sempre
più
semplice
,
più
meschino
,
più
basso
dell
'
io
animale
od
umano
.
Forse
,
nel
fondo
nascosto
degli
esseri
viventi
,
nelle
loro
intimità
elementari
,
vive
e
si
diffonde
invisibilmente
assai
più
di
intelligenza
e
di
arte
che
non
alla
superficie
"
*
.
Ma
arrestiamoci
sulla
china
di
queste
congetture
paradossali
*
.
La
inverosimiglianza
della
nostra
teoria
quando
vien
portata
agli
estremi
nulla
toglie
alla
sua
verità
quando
la
si
applichi
ai
casi
cui
noi
l
'
abbiamo
applicata
.
Che
una
riunione
di
uomini
sia
nei
suoi
risultati
collettivi
peggiore
della
media
dei
singoli
che
la
compongono
,
è
un
'
affermazione
di
cui
ci
lusinghiamo
d
'
aver
portato
le
prove
e
di
essa
ci
accontentiamo
.
Quanto
al
diritto
della
maggioranza
,
pur
tralasciando
di
notare
ch
'
esso
si
esplica
col
mezzo
dei
parlamenti
cioè
della
psicologia
collettiva
,
fu
anch
'
esso
combattuto
teoricamente
e
praticamente
.
Infatti
è
riposta
in
lui
la
prima
fondamentale
ragione
della
bassezza
politica
a
cui
siamo
scesi
.
"
Il
governo
della
mediocrità
-
scriveva
lo
Stuart
Mill
-
non
può
essere
che
un
governo
mediocre
.
Nessuno
Stato
governato
dalla
democrazia
o
da
una
aristocrazia
numerosa
,
ha
mai
potuto
sollevarsi
al
disopra
della
mediocrità
,
né
nella
sua
condotta
politica
,
né
nelle
sue
opinioni
e
nei
suoi
costumi
,
se
non
là
dove
il
popolo
sovrano
si
è
lasciato
guidare
dai
consigli
e
dall
'
influenza
di
un
uomo
o
di
alcuni
uomini
superiori
"
*
.
Stuart
Mill
adunque
,
condannava
in
modo
assoluto
il
governo
dei
molti
,
soltanto
ammetteva
la
possibilità
di
un
'
eccezione
:
"
quando
il
popolo
sovrano
si
lasciasse
guidare
da
un
genio
"
.
Ma
in
tal
caso
,
invece
che
di
un
'
eccezione
,
non
si
tratta
forse
di
una
conferma
della
regola
stabilita
?
Sappiamo
anche
noi
che
molte
volte
le
assemblee
politiche
possono
sollevarsi
ad
altezze
sublimi
di
pensiero
o
di
sentimento
,
quando
le
infiamma
la
parola
fascinatrice
di
un
Mirabeau
o
l
'
idea
grandiosa
di
un
Camillo
Cavour
,
-
ma
che
cosa
provano
questi
fatti
in
favore
del
diritto
della
maggioranza
?
Non
provano
nulla
,
perché
in
tali
casi
non
è
la
voce
della
maggioranza
quella
che
s
'
impone
,
ma
il
dispotismo
d
'
un
solo
,
dispotismo
che
si
fonda
,
anziché
-
come
un
tempo
-
sulla
forza
materiale
,
sulla
suggestione
incosciente
.
Tutte
le
volte
che
un
'
assemblea
ha
proclamato
una
verità
o
conquistato
un
diritto
,
tutte
le
volte
insomma
ch
'
essa
non
è
stata
mediocre
nelle
sue
manifestazioni
,
ha
dovuto
seguire
-
come
l
'
ipnotizzato
il
suo
ipnotizzatore
-
un
uomo
che
la
affascinava
e
intellettualmente
la
possedeva
.
Voi
potete
dire
-
in
tali
casi
-
che
il
risultato
è
dovuto
all
'
assemblea
o
alla
sua
maggioranza
.
È
un
'
illusione
.
Quel
risultato
fu
voluto
da
un
solo
,
e
da
lui
imposto
,
per
forza
suggestiva
,
a
coloro
che
lo
attorniavano
*
.
La
vita
sociale
-
e
quindi
anche
la
vita
politica
-
si
impernia
sul
fenomeno
della
suggestione
.
Felici
le
epoche
e
i
popoli
che
posseggono
un
genio
il
quale
polarizza
tutti
i
desideri
,
tutti
i
sentimenti
,
e
si
trae
dietro
ciecamente
la
folla
!
Ma
sono
casi
rari
codesti
nella
vita
delle
nazioni
,
e
quando
il
genio
non
c
'
è
,
quando
manca
questo
fuoco
in
cui
attirare
tutte
le
energie
individuali
,
abbiamo
veramente
il
regno
delle
mediocrità
,
perché
la
forza
di
suggestione
,
invece
di
individualizzarsi
,
si
diffonde
e
si
disperde
,
dando
luogo
alle
mille
sorprese
della
psicologia
collettiva
.
Gli
è
in
questi
casi
-
che
sono
i
più
comuni
e
i
più
normali
-
che
si
verificano
nei
Parlamenti
gli
effetti
dolorosi
che
abbiamo
notati
,
ed
è
per
questi
casi
che
-
non
un
vero
rimedio
-
ma
almeno
un
'
attenuazione
del
male
si
troverebbe
nel
diminuire
il
numero
dei
deputati
.
Se
,
per
esempio
,
i
rappresentanti
della
nazione
fossero
ridotti
a
100
,
è
certo
che
la
media
di
questi
100
sarebbe
superiore
intellettualmente
e
moralmente
alla
media
dei
500
deputati
attuali
.
E
perché
?
Perché
limitando
il
numero
,
è
difficile
che
rimangano
fuori
i
buoni
,
ed
è
invece
facile
,
per
fortuna
,
che
siano
esclusi
i
cattivi
.
Quando
i
posti
sono
troppi
la
zavorra
vi
entra
quasi
necessariamente
.
Bisogna
pur
eleggere
il
deputato
!
e
se
non
c
'
è
chi
merita
d
'
essere
eletto
,
bisognerà
accontentarsi
del
primo
venuto
.
Avviene
per
i
seggi
al
Parlamento
,
quello
che
accade
per
le
cattedre
alle
Università
.
Fin
che
queste
saranno
troppe
,
vedremo
molti
professori
che
non
meritano
d
'
esser
tali
;
diminuite
le
cattedre
,
e
i
migliori
si
faranno
avanti
,
occuperanno
i
posti
,
e
la
media
del
corpo
insegnante
sarà
migliore
.
Poi
,
con
un
numero
di
deputati
più
limitato
si
eviterà
un
altro
inconveniente
.
Oggi
basta
che
una
persona
si
elevi
in
qualunque
ramo
della
scienza
o
dell
'
arte
,
perché
la
sua
provincia
,
la
sua
città
-
che
sono
un
po
'
vane
del
loro
concittadino
,
come
le
madri
del
figlio
che
ha
fatto
buona
riuscita
-
si
credano
in
obbligo
di
gettarlo
entro
la
caldaia
di
Montecitorio
.
È
un
uomo
d
'
ingegno
.
E
sta
bene
.
Ma
forse
perché
fa
dei
bei
versi
o
dei
buoni
libri
,
sarà
anche
un
operoso
ed
utile
uomo
politico
?
Generalmente
è
il
contrario
.
E
così
si
crea
un
deputato
mediocre
,
strappando
all
'
arte
o
alla
scienza
un
ottimo
artista
o
un
egregio
scienziato
.
No
.
Alla
politica
si
dedichi
chi
vuole
,
e
gli
elettori
mandino
in
Parlamento
chi
ha
mostrato
d
'
aver
doti
politiche
.
Non
crediamo
che
a
reggere
il
popolo
o
a
far
delle
leggi
basti
della
gente
d
'
ingegno
.
È
un
ingegno
speciale
che
occorre
,
come
per
tutte
le
professioni
.
Altrimenti
noi
vedremo
degli
avvocati
,
ministri
o
viceministri
alla
marina
o
al
tesoro
,
degli
ingegneri
alla
grazia
e
giustizia
e
dei
signori
che
spropositano
allegramente
al
ministero
dell
'
istruzione
pubblica
.
Col
numero
di
posti
limitato
,
questi
smistamenti
saranno
più
rari
e
men
facili
,
e
ci
guadagneranno
tutti
in
omaggio
alla
legge
della
specificazione
del
lavoro
.
Aggiungete
che
si
renderà
finalmente
possibile
il
pagare
un
'
indennità
ai
deputati
,
obbligandoli
a
non
fare
che
il
deputato
.
La
qualità
di
rappresentante
del
popolo
,
che
adesso
è
una
sinecura
e
non
serve
che
per
ottenere
ovunque
scappellate
e
facilitazioni
,
diverrà
una
carica
che
esige
del
lavoro
;
la
responsabilità
divisa
in
100
invece
che
in
500
sarà
più
fortemente
sentita
,
e
gli
eletti
dovranno
occuparsi
delle
cose
importanti
e
di
interesse
veramente
generale
,
lasciando
che
ogni
provincia
provveda
autonoma
e
indipendente
ai
proprii
interessi
particolari
,
lasciando
soprattutto
ai
faccendieri
di
fare
in
Roma
i
commessi
e
i
corrispondenti
degli
elettori
per
le
loro
esigenze
meschine
e
personali
.
E
allora
forse
un
miglioramento
ci
sarà
;
e
questo
ormai
vecchio
organismo
parlamentare
,
semplificandosi
,
potrà
vivere
senza
infamia
e
forse
con
lode
.
Io
credo
che
di
esso
si
possa
dire
come
di
certi
veleni
,
i
quali
uccidono
o
rinforzano
secondo
le
dosi
in
cui
vengono
adoperati
.
Ora
la
dose
o
,
per
lasciar
la
metafora
,
l
'
estensione
e
l
'
importanza
che
il
parlamentarismo
è
andato
prendendo
,
è
così
grande
che
minaccia
di
uccidere
la
vita
pubblica
.
Chissà
che
,
limitando
la
dose
,
non
possa
,
invece
che
ucciderla
,
rinforzarla
.
CAPITOLO
SESTO
L
'
intelligenza
e
la
moralità
della
folla
.
POLEMICA
.
Poiché
,
come
ho
detto
nella
Prefazione
,
questo
libro
vuole
avere
anzitutto
un
valore
di
documento
per
la
storia
della
psicologia
collettiva
,
riproduco
qui
integralmente
una
polemica
svoltasi
parecchi
anni
or
sono
intorno
al
problema
dell
'
intelligenza
e
della
moralità
della
folla
,
fra
me
,
Enrico
Ferri
,
Gabriele
Tarde
,
Pio
Viazzi
e
Silvio
Venturi
.
I
.
Lettera
di
Scipio
Sighele
a
Gabriele
Tarde
.
Illustre
Signore
ed
Amico
,
È
una
fortuna
ed
un
onore
per
me
,
che
voi
vi
occupiate
da
qualche
tempo
della
criminalità
collettiva
,
tema
cui
io
vado
dedicando
i
miei
studi
assidui
e
il
mio
povero
ingegno
.
Una
fortuna
,
perché
,
nel
difficile
lavoro
,
voi
mi
siete
spesso
una
guida
geniale
,
sempre
un
critico
acuto
e
sottile
;
un
onore
,
perché
l
'
interesse
che
dimostrate
per
quel
soggetto
,
mi
prova
che
non
fece
opera
inutile
chi
pel
primo
attirò
su
di
esso
l
'
attenzione
degli
studiosi
.
In
uno
dei
vostri
ultimi
articoli
*
,
che
sono
ricami
psicologici
deliziosi
per
la
soavità
delle
tinte
,
voi
vi
occupate
della
folla
non
solo
dal
punto
di
vista
morale
,
ma
anche
dal
punto
di
vista
intellettuale
,
e
poiché
su
questo
argomento
parmi
d
'
aver
qualche
cosa
da
dire
,
mi
son
permesso
di
dirigervi
questa
lettera
,
che
voi
leggerete
-
spero
-
con
quell
'
indulgenza
che
è
una
dote
naturale
nelle
individualità
superiori
.
Io
non
so
se
sia
vera
la
teoria
un
po
'
paradossale
sostenuta
da
alcuni
,
che
il
progresso
consista
nel
ritornare
all
'
antico
:
certo
mi
sembra
matematicamente
perfetta
la
similitudine
di
Goethe
,
il
quale
diceva
che
il
progresso
non
è
che
una
spirale
:
ritorna
su
se
stesso
,
ma
sempre
innalzandosi
.
Se
voi
applicate
questa
definizione
al
diritto
penale
e
più
propriamente
al
tema
di
cui
voglio
occuparmi
,
vedrete
quanto
sia
vera
.
In
tempi
lontani
erasi
intravveduta
-
in
modo
confuso
,
erroneo
e
anche
barbaro
-
l
'
esistenza
di
una
criminalità
collettiva
;
poi
,
quel
primo
barlume
da
cui
potevansi
trarre
utili
e
umane
applicazioni
,
era
stato
oscurato
da
quella
grande
crisi
d
'
individualismo
che
,
come
voi
dite
benissimo
,
è
scoppiata
ed
ha
imperato
ovunque
,
in
politica
come
in
economia
,
in
morale
come
in
diritto
;
ed
oggi
soltanto
-
a
distanza
di
secoli
-
noi
ritorniamo
a
considerare
i
delitti
come
azioni
della
collettività
piuttosto
che
della
persona
,
seguendo
anche
noi
,
nel
campo
limitato
del
diritto
penale
,
quell
'
onda
di
reazione
sociologica
o
socialista
,
che
va
ad
infrangersi
con
crescente
violenza
contro
l
'
illusione
egocentrica
,
forse
troppo
a
lungo
durata
.
Ritorniamo
-
io
dicevo
-
al
concetto
della
criminalità
collettiva
,
ma
-
come
la
spirale
-
vi
ritorniamo
innalzandoci
.
Una
volta
si
estendeva
alla
famiglia
,
a
tutto
il
clan
,
la
pena
di
un
delitto
di
cui
un
solo
erasi
reso
colpevole
.
E
ciò
dipendeva
dal
fatto
che
,
a
quelle
epoche
primitive
,
ogni
gruppo
di
formazione
naturale
-
come
appunto
la
tribù
o
la
famiglia
-
costituiva
un
ente
indissolubile
ed
indivisibile
.
L
'
individuo
era
una
parte
,
non
un
tutto
,
un
organo
,
non
un
organismo
,
e
colpire
lui
solo
sarebbe
apparso
allora
un
'
assurdità
,
come
parrebbe
adesso
un
assurdo
il
punire
un
membro
solo
dell
'
uomo
.
Questa
embrionale
concezione
del
delitto
collettivo
basavasi
su
un
rapporto
famigliare
o
di
casta
,
ed
era
ingiusta
nelle
sue
conseguenze
,
perché
sbagliata
nelle
sue
cause
:
dipendeva
da
un
concetto
politico
,
non
da
un
'
osservazione
obbiettiva
.
Oggi
si
è
corretto
l
'
errore
.
Oggi
ci
siamo
accorti
che
esistono
dei
delitti
collettivi
,
ma
non
quali
li
scorgeva
la
miope
,
paurosa
e
tirannica
legge
dei
tempi
andati
,
bensì
quali
li
rivela
la
moderna
scienza
positiva
del
diritto
penale
,
che
si
affatica
a
distinguere
la
parte
che
in
ogni
azione
umana
-
e
quindi
anche
nel
delitto
-
è
dovuta
all
'
ambiente
da
quella
che
è
dovuta
alla
costituzione
antropologica
dell
'
individuo
.
Tale
distinzione
,
facile
,
se
vogliamo
,
nel
reato
personale
,
commesso
da
un
solo
,
diventa
difficile
nel
reato
settario
,
difficilissimo
nel
reato
della
folla
,
perché
in
questi
ultimi
le
cause
determinanti
sono
così
numerose
e
così
intrecciate
da
non
poterne
fare
la
somma
,
ma
da
tentare
soltanto
di
trovarne
la
risultante
,
-
una
specie
di
diagonale
in
quel
misterioso
parallelogramma
delle
forze
psichiche
,
nel
quale
non
entrano
soltanto
le
energie
palesi
e
a
noi
note
,
ma
s
'
agita
anche
la
vita
ignota
dell
'
incosciente
.
Io
ho
tuttavia
cercato
di
studiare
questo
parallelogramma
,
di
tracciarne
,
se
è
possibile
,
le
dimensioni
.
E
col
vostro
aiuto
,
ciò
mi
è
riuscito
meno
arduo
e
più
divertente
.
Un
punto
però
avevo
soltanto
di
sfuggita
toccato
,
mentre
meritava
di
essere
svolto
con
qualche
ampiezza
.
Polarizzato
nello
studio
della
moralità
della
folla
,
avevo
trascurato
di
analizzarne
l
'
intelligenza
*
.
Avevo
detto
che
la
folla
-
come
la
donna
*
-
ha
una
psicologia
estrema
,
capace
di
tutti
gli
eccessi
,
forse
capace
solo
di
eccessi
,
mirabile
alle
volte
di
abnegazione
,
spaventosa
spesso
di
ferocia
,
mai
o
quasi
mai
mediocre
e
misurata
nei
suoi
sentimenti
.
Avevo
dimenticato
di
soggiungere
che
se
le
collettività
,
nell
'
ordine
morale
,
sono
suscettibili
dei
due
estremi
opposti
,
della
più
selvaggia
criminalità
e
del
più
sublime
eroismo
,
nell
'
ordine
intellettuale
invece
,
non
conoscono
che
un
estremo
,
l
'
infimo
,
giacché
se
possono
discendere
a
degli
abissi
di
pazzia
o
di
imbecillità
sconosciuti
all
'
individuo
isolato
,
non
sanno
elevarsi
alla
manifestazione
suprema
dell
'
intelligenza
e
dell
'
immaginazione
creatrice
.
Vi
sono
,
-
infatti
-
eroismi
collettivi
:
non
vi
sono
né
nell
'
arte
,
né
nella
scienza
capolavori
collettivi
*
.
Orbene
,
per
qual
motivo
-
vi
chiedete
voi
,
fermandovi
su
questo
fatto
che
racchiude
a
tutta
prima
un
'
anomalia
,
-
per
qual
motivo
la
altissima
manifestazione
dell
'
ingegno
è
sconosciuta
ai
gruppi
sociali
,
mentre
la
grande
e
potente
manifestazione
della
volontà
e
della
virtù
è
a
loro
accessibile
?
"
Egli
è
-
dite
voi
,
e
traduco
le
vostre
parole
-
che
l
'
atto
di
virtù
il
più
eroico
è
qualche
cosa
di
molto
semplice
,
e
non
differisce
dall
'
atto
di
moralità
ordinaria
che
per
il
grado
:
ora
,
appunto
,
la
potenza
di
unisono
,
che
è
racchiusa
negli
assembramenti
umani
,
dove
le
emozioni
e
le
opinioni
si
rafforzano
rapidamente
per
il
loro
contatto
moltiplicatore
,
è
per
eccellenza
outrancière
.
Ma
l
'
opera
del
genio
o
del
talento
è
sempre
complicata
e
differisce
in
natura
,
non
in
grado
soltanto
,
da
un
atto
d
'
intelligenza
volgare
"
.
Se
mi
permettete
,
io
,
invece
della
vostra
frase
,
giusta
,
ma
un
poco
involuta
,
avrei
detto
semplicemente
così
:
l
'
uomo
,
dal
punto
di
vista
morale
,
è
una
quantità
addizionabile
;
dal
punto
di
vista
intellettuale
,
non
lo
è
.
In
altre
parole
:
dei
sentimenti
si
può
fare
la
somma
,
delle
idee
non
si
può
far
che
la
media
.
Questa
è
la
ragione
per
cui
cento
uomini
di
coraggio
dànno
una
collettività
coraggiosissima
,
mentre
cento
uomini
d
'
ingegno
dànno
una
collettività
intellettualmente
mediocre
.
Senonché
,
dicendo
questo
,
noi
non
abbiamo
ancora
spiegato
nulla
,
e
ritorna
insistente
la
domanda
:
perché
le
facoltà
morali
hanno
caratteri
tanto
diversi
da
quelli
delle
facoltà
intellettuali
?
Perché
-
io
credo
-
l
'
ingegno
e
il
genio
non
hanno
quella
forza
di
suggestione
che
posseggono
in
grado
altissimo
le
impressioni
,
le
sensazioni
,
gli
affetti
.
C
'
è
una
frase
-
nell
'
uso
comune
-
che
spiega
molto
bene
questa
differenza
.
Si
dice
che
il
coraggio
s
'
infonde
,
ed
è
vero
:
ed
è
così
anche
di
molte
altre
doti
e
di
molti
altri
difetti
morali
:
s
'
infonde
la
paura
,
l
'
odio
,
la
fede
,
la
simpatia
;
ma
l
'
ingegno
e
tanto
meno
il
genio
non
si
possono
infondere
.
Sono
facoltà
incomunicabili
,
appunto
perché
sono
il
frutto
della
eredità
piuttosto
che
dell
'
ambiente
.
Si
nasce
o
non
si
nasce
con
esse
;
non
è
possibile
acquistarle
.
Voi
mi
direte
che
anche
le
facoltà
morali
si
ereditano
e
non
si
acquistano
,
che
si
nasce
ottimi
o
pessimi
,
come
si
nasce
intelligenti
od
idioti
:
ed
è
vero
in
gran
parte
anche
questo
,
e
fu
anzi
la
scuola
positiva
ad
affermare
categoricamente
tale
verità
.
Ma
è
certo
tuttavia
che
,
-
salvo
,
ripeto
,
le
eccezioni
,
-
è
più
facile
formare
di
un
bambino
un
buon
uomo
che
non
un
uomo
intelligente
.
Del
resto
la
mia
osservazione
non
vuol
essere
applicata
alle
persone
che
vivono
in
società
allo
stato
diffuso
,
bensì
alle
persone
che
vivono
allo
stato
riunito
.
Intendo
cioè
parlare
degli
stadii
acuti
della
associazione
umana
,
qual
è
una
folla
e
,
in
grado
minore
,
una
setta
,
non
già
dello
stadio
normale
qual
è
la
quotidiana
convivenza
sociale
.
E
-
applicato
a
questi
stadii
acuti
-
credo
davvero
che
il
principio
da
me
esposto
non
si
possa
combattere
.
Ogni
dimostrazione
sarebbe
inutile
;
è
l
'
evidenza
che
parla
.
Prendete
una
riunione
qualsiasi
di
persone
:
il
grido
,
il
gesto
,
la
parola
d
'
un
solo
potrà
farla
vile
od
eroica
,
ma
nessun
grido
,
nessun
gesto
,
nessuna
parola
potrà
elevare
il
suo
livello
intellettuale
,
potrà
dare
a
quelle
migliaia
di
cervelli
la
scintilla
del
genio
.
Le
facoltà
intellettuali
-
dunque
-
non
si
possono
sommare
,
come
le
facoltà
morali
,
perché
,
a
differenza
di
queste
,
non
possono
comunicarsi
per
suggestione
.
Ma
perché
non
si
possono
comunicare
per
suggestione
?
Voi
vedete
.
Le
domande
si
susseguono
,
avvicinandosi
ad
una
spiegazione
.
Riusciremo
a
trovarla
?
Io
lo
spero
.
La
ragione
per
cui
le
facoltà
intellettuali
non
si
possono
comunicare
per
mezzo
della
suggestione
consiste
,
secondo
me
,
nel
fatto
che
esse
non
hanno
-
al
contrario
dei
sentimenti
-
mezzi
esteriori
di
manifestazione
.
Suol
dirsi
-
e
non
a
torto
-
che
la
fisonomia
rivela
la
persona
d
'
ingegno
;
ma
certo
non
rivela
la
forma
e
la
qualità
dell
'
ingegno
,
certo
non
rivela
quale
idea
passi
in
un
dato
momento
nel
cervello
d
'
un
uomo
.
Invece
la
fisonomia
esprime
assai
bene
le
emozioni
dell
'
anima
,
e
le
può
esprimere
non
in
un
modo
vago
ed
indefinito
,
ma
definito
e
preciso
:
si
può
leggere
sul
volto
di
una
persona
la
gioia
,
la
paura
,
l
'
odio
,
quasi
tutti
gli
affetti
del
cuore
.
Ora
voi
m
'
insegnate
-
ed
io
stesso
ho
speso
qualche
pagina
a
dimostrarlo
-
che
"
è
una
legge
universale
in
tutto
il
regno
della
vita
intelligente
che
la
rappresentazione
d
'
uno
stato
emozionale
provoca
la
nascita
di
quest
'
identico
stato
in
colui
che
ne
è
testimonio
"
.
Dato
che
quest
'
emozione
sia
,
per
esempio
,
di
furore
o
di
collera
,
in
un
attimo
il
volto
di
coloro
che
la
vedono
assumerà
un
'
espressione
d
'
ira
in
cui
vi
sarà
un
non
so
che
di
teso
e
di
tragico
.
E
non
solo
questa
emozione
sarà
esteriormente
manifestata
,
ma
sarà
anche
intimamente
sentita
.
"
La
speciale
azione
muscolare
-
dice
il
Maudsley
-
non
è
solo
l
'
esponente
della
passione
,
ma
eziandio
una
parte
essenziale
di
essa
.
Atteggiate
la
fisonomia
ad
una
particolare
emozione
,
e
l
'
emozione
così
imitata
non
fallirà
di
destarsi
in
voi
"
.
Ecco
dunque
perché
i
sentimenti
si
propagano
,
e
si
propagano
con
una
celerità
spaventosa
:
ecco
perché
basta
un
uomo
irritato
per
rendere
irritati
tutti
coloro
che
lo
attorniano
;
ecco
perché
la
collettività
che
essi
compongono
può
essere
la
somma
dei
singoli
stati
d
'
animo
di
ciascuno
e
avere
quella
forza
immensa
che
dà
l
'
unione
,
quella
terribilità
irreparabile
che
dà
l
'
unisono
psicologico
.
L
'
ingegno
e
il
genio
,
invece
,
non
hanno
-
ripeto
-
mezzi
esteriori
di
comunicazione
:
non
possono
quindi
diffondersi
in
grado
eguale
,
e
,
per
così
dire
,
allo
stesso
livello
fra
centinaia
migliaia
d
'
individui
riuniti
,
e
far
sì
che
la
manifestazione
intellettuale
della
collettività
sia
la
somma
delle
singole
facoltà
intellettuali
.
Sento
dirmi
da
voi
:
però
anche
l
'
ingegno
ha
un
mezzo
di
suggestione
immediata
,
la
parola
,
e
un
mezzo
di
suggestione
mediata
,
il
libro
.
E
-
per
non
accennare
che
al
primo
di
questi
mezzi
di
suggestione
,
quello
che
ci
riguarda
più
da
vicino
-
chi
non
ha
assistito
a
quelle
esplosioni
di
applausi
che
chiudono
talvolta
il
discorso
d
'
un
oratore
eloquente
?
Ma
potremo
noi
dire
che
questa
suggestione
intellettuale
somigli
alla
suggestione
delle
emozioni
e
dei
sentimenti
?
Potremo
noi
dire
che
,
in
tal
caso
,
gli
uditori
sono
saliti
all
'
altezza
dell
'
ingegno
dell
'
oratore
,
come
-
negli
altri
casi
-
gli
spettatori
salgono
al
grado
di
odio
,
di
paura
,
di
eroismo
manifestato
da
colui
che
li
suggestiona
?
Evidentemente
no
.
Giacché
,
la
distinzione
che
qui
bisogna
fare
e
che
a
me
sembra
di
capitale
importanza
,
è
,
che
mentre
la
suggestione
dei
sentimenti
fa
degli
eguali
,
la
suggestione
delle
idee
non
fa
che
dei
discepoli
,
dei
seguaci
,
vale
a
dire
degli
inferiori
.
Diffondete
un
'
emozione
in
mezzo
a
una
folla
:
in
un
brevissimo
spazio
di
tempo
ogni
individuo
la
risentirà
nell
'
identico
modo
in
cui
voi
la
risentirete
:
moralmente
,
quindi
,
voi
vi
sarete
creato
intorno
un
popolo
di
eguali
.
Diffondete
invece
un
'
idea
in
mezzo
a
una
folla
:
tutti
-
supponiamo
-
vi
applaudiranno
e
saranno
con
voi
,
ma
intellettualmente
voi
vi
sarete
creato
intorno
un
popolo
di
seguaci
,
non
di
eguali
.
Nel
primo
caso
avrete
riprodotto
,
per
suggestione
,
il
vostro
io
morale
in
tanti
individui
quanti
erano
coloro
che
vi
ascoltavano
e
vi
vedevano
:
avevate
coraggio
,
e
avete
creato
100
coraggiosi
;
avevate
paura
,
e
avete
creato
100
paurosi
.
Nel
secondo
caso
,
il
vostro
io
intellettuale
non
s
'
è
trasfuso
in
nessuno
:
siete
un
genio
,
ma
non
avete
creato
nessun
genio
,
avete
soltanto
costretto
,
per
suggestione
,
100
mediocri
ad
applaudirvi
e
a
seguirvi
.
Ed
ecco
perché
,
nell
'
ordine
morale
,
la
collettività
conosce
vette
inaccessibili
all
'
individuo
isolato
,
giacché
essa
può
rassomigliarsi
a
un
ammasso
di
polvere
il
cui
scoppio
,
data
la
miccia
,
è
tanto
più
fragoroso
quanti
più
sono
i
grani
di
polvere
che
lo
compongono
,
-
e
nell
'
ordine
intellettuale
non
può
raggiungere
le
altezze
cui
un
uomo
solo
arriva
,
giacché
-
anche
data
la
minaccia
-
il
sacro
fuoco
del
pensiero
non
può
propagarsi
.
Che
se
,
non
accontentandoci
di
rilevare
questo
fatto
innegabile
,
noi
volessimo
anche
ricercarne
la
ragione
intima
,
scoprire
cioè
con
curiosità
metafisica
il
perché
la
natura
abbia
posto
quella
differenza
fra
le
facoltà
del
cervello
e
le
facoltà
del
cuore
,
noi
potremmo
dire
che
la
collettività
non
sa
elevarsi
all
'
altezza
intellettuale
dell
'
individuo
isolato
perché
,
se
lo
sapesse
,
farebbe
opera
inutile
o
dannosa
,
e
sa
invece
sorpassare
l
'
individuo
nelle
supreme
manifestazioni
morali
,
perché
l
'
opera
sua
,
in
questo
caso
,
è
più
che
utile
,
necessaria
.
In
un
dato
momento
storico
,
e
in
qualunque
ramo
dell
'
attività
umana
,
basta
infatti
che
un
solo
abbia
genio
,
ma
non
basta
che
un
solo
sia
eroe
.
Basta
un
Garibaldi
e
mille
eroi
per
vincere
una
battaglia
.
Mille
Garibaldi
sarebbero
inutili
.
In
altre
parole
:
staticamente
il
numero
è
inutile
al
genio
:
è
invece
utilissimo
all
'
eroismo
come
a
tutti
i
sentimenti
dell
'
uomo
.
Senonché
,
-
malgrado
questo
mio
tentativo
di
spiegazione
,
-
è
indubitato
che
la
conclusione
che
sgorga
dalle
vostre
e
dalle
mie
osservazioni
è
sconfortante
.
La
collettività
,
si
chiami
Giurì
o
Commissione
,
assemblea
o
folla
,
dà
un
prodotto
morale
e
intellettuale
peggiore
di
quello
che
darebbe
ognuno
degli
uomini
che
la
compongono
.
Unirsi
nel
mondo
umano
vuol
dunque
dire
peggiorarsi
.
È
questo
il
principio
cui
arriviamo
,
ed
è
questa
l
'
ultima
formula
del
pessimismo
più
acuto
.
È
forse
un
'
illusione
od
un
paradosso
?
A
voi
non
è
parsa
tale
,
perché
quando
io
l
'
enunciai
la
prima
volta
,
l
'
avete
accettata
e
le
avete
dato
un
grande
valore
.
Voi
scrivevate
:
"
Segnalo
l
'
importanza
inattesa
di
cui
questo
principio
è
suscettibile
se
lo
si
estende
al
di
là
dell
'
umanità
.
Sappiamo
che
gli
organismi
sono
stati
considerati
,
e
a
ragione
,
come
delle
società
di
cellule
,
e
sappiamo
anche
che
si
è
potuto
vedere
nelle
cellule
stesse
delle
società
di
molecole
...
Ora
supponiamo
che
quel
principio
si
applichi
a
queste
società
biologiche
o
chimiche
,
che
cioè
,
anche
in
queste
società
l
'
aggregato
non
sia
superiore
ai
suoi
elementi
,
anzi
che
sia
inferiore
o
tutto
al
più
eguale
;
noi
vediamo
l
'
universo
intero
apparirci
sotto
un
aspetto
nuovo
ed
è
ai
perfezionamenti
del
microscopio
,
non
del
telescopio
,
che
noi
dovremo
domandare
le
rivelazioni
delle
più
grandi
meraviglie
del
mondo
.
Del
resto
,
è
forse
in
causa
di
un
pregiudizio
ingiustificato
,
che
l
'
io
dell
'
atomo
è
stato
sempre
ritenuto
più
semplice
,
più
povero
,
più
basso
dell
'
io
animale
od
umano
.
Forse
,
nel
fondo
nascosto
degli
esseri
viventi
,
nelle
loro
intimità
elementari
,
viene
invisibilmente
spiegata
assai
più
intelligenza
ed
arte
che
non
si
spieghi
alla
superficie
...
"
*
.
Io
vi
lascio
con
questo
oscuro
problema
insoluto
.
La
soluzione
verrà
data
dalla
psicologia
dell
'
atomo
,
che
voi
invocate
,
e
che
non
è
altro
,
in
fondo
,
se
non
la
psicologia
dell
'
incosciente
,
ancora
così
ignota
e
così
misteriosa
.
Credetemi
con
ammirazione
Vostro
SCIPIO
SIGHELE
.
II
.
Nota
di
Enrico
Ferri
.
La
lettera
che
precede
,
veniva
pubblicata
nel
numero
del
l
°
novembre
1894
della
"
Critica
Sociale
"
.
Prima
che
giungesse
la
risposta
di
Gabriele
Tarde
(
che
il
lettore
troverà
più
innanzi
)
,
Enrico
Ferri
combatteva
le
mie
osservazioni
psicologiche
con
la
Nota
che
qui
riproduco
,
a
cui
faccio
seguire
le
mie
controosservazioni
.
La
psicologia
collettiva
-
come
io
la
battezzai
sino
dalla
2ª
edizione
dei
Nuovi
Orizzonti
-
ha
avuto
organismo
così
rigoglioso
dagli
studi
geniali
e
meritatamente
lodati
del
mio
carissimo
Sighele
,
ed
essa
risponde
troppo
al
colore
del
tempo
,
che
mette
in
luce
sempre
crescente
così
i
dolori
come
le
forze
benefiche
e
malefiche
della
collettività
umana
,
perché
non
debba
prestarsi
nella
infinita
varietà
poliedrica
dei
suoi
elementi
e
delle
sue
manifestazioni
,
ad
una
diversità
di
osservazioni
e
di
induzioni
,
anche
fra
chi
abbia
completo
accordo
di
teorie
fondamentali
.
Tale
è
il
caso
della
presente
Nota
alla
lettera
,
sempre
acuta
e
profonda
,
di
Scipio
Sighele
a
Gabriele
Tarde
.
L
'
impressione
-
per
dirla
subito
-
che
io
ho
avuto
leggendo
questa
lettera
,
è
un
'
impressione
di
urto
mentale
.
Si
legge
.
Il
cervello
comincia
l
'
acceleramento
della
ideazione
,
e
l
'
aumenta
via
via
trascinato
con
intensità
progressiva
dalle
ben
graduate
osservazioni
dello
scrittore
e
poi
,
alla
fine
,
quando
il
moto
intellettuale
dovrebbe
rallentarsi
e
fissarsi
nella
conclusione
finale
,
logicamente
indotta
dalle
premesse
,
si
trova
invece
dinanzi
un
'
affermazione
brusca
,
ottusa
,
che
vi
ricorda
l
'
urto
di
un
treno
a
grande
velocità
contro
la
sbarra
immobile
di
un
binario
morto
.
Ed
è
veramente
un
binario
morto
quello
in
cui
l
'
amico
Sighele
mi
pare
si
sia
messo
;
in
gran
parte
,
io
credo
,
trascinato
e
quasi
direi
deraillé
dal
vagabondaggio
metafisico
della
sociologia
del
Tarde
.
Il
quale
,
per
quanto
gallicamente
seducente
,
mi
pare
appunto
un
ricamatore
che
,
presa
una
idea
(
e
per
solito
la
prende
da
altri
)
,
sa
ricamarne
delle
"
variazioni
"
molteplici
,
sempre
ingegnose
e
brillanti
,
ma
più
spesso
unilaterali
e
sopratutto
anarchiche
,
nel
senso
che
non
sono
il
prodotto
logico
e
necessario
del
metodo
sperimentale
di
osservazione
e
di
induzione
,
ma
rappresentano
piuttosto
la
fantasia
logica
,
il
zig
-
zag
arabescato
di
un
cervello
analitico
e
fecondo
,
ma
scientificamente
eslege
.
Tali
sono
i
caratteri
dei
lavori
più
notevoli
del
Tarde
,
dopo
i
suoi
primi
e
più
originali
articoli
pubblicati
anni
fa
nella
"
Revue
philosophique
"
.
Egli
prende
l
'
idea
sulla
influenza
dell
'
imitazione
,
svolta
fra
gli
altri
dal
Despine
in
una
monografia
del
1871
,
e
vi
ricama
sopra
le
sue
Lois
de
l
'
imitation
,
che
sono
l
'
esagerazione
unilaterale
e
inconcludente
di
un
aspetto
vero
della
vita
.
Così
egli
prende
l
'
idea
del
Pugliese
,
mia
,
e
del
Sighele
,
sul
delitto
collettivo
(
folla
delinquente
)
e
vi
ricama
sopra
i
suoi
saggi
critici
,
prima
al
Congresso
di
antropologia
criminale
a
Bruxelles
,
poi
nella
"
Revue
des
deux
Mondes
"
.
Oppure
egli
prende
le
osservazioni
fondamentali
della
scuola
positiva
italiana
e
vi
ricama
d
'
attorno
la
Criminalité
comparée
e
la
Philosophie
pénale
,
accordandosi
,
anche
per
l
'
indole
dell
'
intelletto
,
con
quegli
analitici
e
comparatori
e
ricamatori
italiani
,
che
s
'
illudevano
d
'
aver
messa
su
una
"
terza
scuola
"
di
"
naturalismo
o
positivismo
critico
"
sol
perché
,
per
esempio
,
alle
statue
michelangiolescamente
scolpite
da
Lombroso
,
son
capaci
,
a
tavolino
,
di
grattare
qualche
cosa
col
magistero
sottile
e
miope
della
lima
sillogistica
.
Non
dico
per
questo
che
anche
gli
ingegni
critici
,
malgrado
l
'
indole
loro
parassitaria
,
non
abbiano
una
funzione
utile
nella
scienza
e
nella
vita
.
Dico
invece
che
bisogna
guardarsi
,
a
forza
di
scorrere
qua
e
là
,
di
non
mettersi
in
un
qualche
binario
morto
,
come
parmi
sia
il
caso
di
questa
nota
del
Sighele
.
Egli
fa
questa
lucida
osservazione
:
le
forze
sentimentali
possono
comunicarsi
e
sommarsi
dall
'
individuo
in
una
folla
,
mentre
le
forze
intellettive
no
.
L
'
osservazione
mi
pare
fondamentalmente
esatta
;
ma
purché
si
esprima
in
senso
relativo
e
non
assoluto
.
Io
direi
che
i
sentimenti
si
comunicano
e
si
sommano
nella
collettività
,
più
che
le
idee
.
E
quindi
non
credo
esatta
l
'
affermazione
consequenziale
del
Sighele
,
che
chi
comunica
un
sentimento
ad
una
collettività
fa
degli
eguali
a
sé
,
mentre
chi
comunica
un
'
idea
fa
dei
seguaci
.
Sta
bene
che
il
coraggio
come
l
'
odio
o
la
vendetta
si
possono
"
infondere
"
da
un
individuo
ad
una
folla
:
ma
i
suggestionati
saranno
sempre
diversi
dal
suggestionatore
.
E
diversi
nel
senso
del
più
come
del
meno
.
Garibaldi
fu
giustamente
detto
"
eroe
creatore
di
eroi
"
:
ma
i
garibaldini
che
lo
seguivano
e
lo
sopravvanzavano
nella
battaglia
,
infuocati
dalla
sua
persona
,
non
erano
eroi
eguali
a
lui
,
che
,
per
esempio
,
doveva
conservare
sempre
un
certo
sangue
freddo
,
per
essere
,
come
fu
,
così
geniale
capitano
e
stratega
.
Anche
l
'
artista
o
l
'
oratore
comunicano
agli
uditori
la
loro
passione
;
ma
nell
'
amore
o
nell
'
odio
o
nella
pietà
o
nell
'
ilarità
gli
uditori
sono
ben
diversi
dall
'
attore
o
dall
'
oratore
.
Questi
deve
serbare
il
suo
sangue
freddo
,
mentre
gli
uditori
tutto
dimenticano
e
arrivano
al
monoideismo
,
finché
dura
la
suggestione
sentimentale
.
E
come
fra
i
garibaldini
ci
può
essere
uno
più
o
diversamente
coraggioso
di
Garibaldi
,
così
fra
gli
uditori
vi
può
essere
uno
più
o
diversamente
artista
e
intelligente
dell
'
attore
o
dell
'
oratore
.
Lo
stesso
avviene
per
l
'
intelligenza
della
folla
.
Sighele
dice
che
quando
l
'
oratore
getta
una
idea
nella
folla
degli
uditori
,
questi
,
se
ne
restano
suggestionati
e
applaudiscono
,
diventano
dei
seguaci
,
cioè
degli
inferiori
,
non
degli
eguali
.
Non
è
esatto
.
In
iscuola
,
in
un
comizio
,
in
tribunale
,
in
un
'
assemblea
,
l
'
oratore
che
dice
veramente
delle
cose
,
non
delle
parole
soltanto
,
eleva
il
livello
intellettuale
dei
suoi
uditori
,
non
solo
perché
accresce
il
loro
patrimonio
attuale
di
cognizioni
ma
soprattutto
perché
dà
loro
per
l
'
avvenire
un
metodo
,
una
lente
e
una
bussola
per
osservare
il
mondo
.
E
fra
gli
uditori
può
esservi
chi
resta
al
disotto
di
lui
,
se
è
ingegno
potente
-
e
questo
è
evidente
-
ma
può
esservi
chi
lo
superi
.
Qualche
volta
il
discepolo
passerà
il
maestro
,
meno
nell
'
arte
,
ma
più
nel
metodico
lavoro
della
scienza
.
Ciò
non
toglie
,
ripeto
,
che
realmente
i
sentimenti
(
moralità
)
siano
più
comunicabili
che
le
idee
(
intelligenza
)
,
ed
una
delle
ragioni
può
essere
quella
indicata
dal
Sighele
,
dei
segni
di
espressione
,
più
precisi
e
completi
e
quindi
più
suggestivi
per
le
emozioni
che
per
le
idee
.
Un
'
altra
,
e
più
fondamentale
,
può
essere
che
i
sentimenti
toccano
più
da
vicino
che
non
le
idee
la
base
stessa
della
vita
animale
comune
ai
viventi
;
un
debole
di
mente
può
procacciarsi
da
vivere
,
anche
allo
stato
selvaggio
;
ma
un
uomo
che
non
senta
il
dolore
(
questa
sentinella
della
vita
)
o
l
'
istinto
di
fame
,
di
sete
,
ecc
.
,
muore
inevitabilmente
e
presto
.
È
quindi
sempre
questione
di
grado
,
nella
comunicabilità
ed
addizionabilità
così
dei
sentimenti
come
delle
idee
.
Ma
poi
Sighele
e
Tarde
qui
trascurano
completamente
l
'
altro
lato
del
fenomeno
,
l
'
influenza
della
folla
sull
'
individuo
,
non
solo
per
i
sentimenti
(
ciò
che
fu
fatto
appunto
colla
teoria
del
delitto
collettivo
)
ma
anche
per
le
idee
.
Già
il
proverbio
dice
che
"
quattro
occhi
vedono
più
di
due
"
.
E
se
l
'
opera
del
genio
(
forse
anche
per
la
gran
parte
che
vi
ha
il
sentimento
e
l
'
immaginazione
,
secondo
le
osservazioni
di
Huxley
)
è
opera
più
individuale
di
ogni
altra
,
tuttavia
né
in
essa
si
deve
escludere
l
'
azione
della
intelligenza
collettiva
né
questa
si
può
disconoscere
in
quella
forza
,
ben
più
continua
e
quotidiana
della
evoluzione
umana
,
che
è
l
'
opera
del
talento
.
Chi
sa
dire
dove
e
da
chi
abbia
avuta
una
data
immagine
il
poeta
,
che
la
rende
immortale
coi
suoi
versi
?
Forse
da
un
intelletto
mediocre
,
in
una
conversazione
fugace
o
insipida
per
tutto
il
resto
.
Io
ho
provato
,
dopo
le
mie
lezioni
all
'
Università
,
quanto
utile
mi
venga
dalle
conversazioni
e
dalle
osservazioni
fattemi
da
questo
o
da
quello
dei
miei
uditori
e
che
io
non
avevo
fatto
e
che
a
me
poi
possono
servire
di
scintilla
per
illuminare
tutto
un
vasto
campo
di
ulteriori
osservazioni
.
"
Il
y
a
quelqu
'
un
qui
a
plus
d
'
esprit
que
M
.
de
Voltaire
:
c
'
est
tout
le
monde
"
.
Ecco
la
conferma
di
questa
mia
affermazione
.
Il
cervello
di
un
genio
o
artistico
o
scientifico
può
riassumere
e
coordinare
e
fecondare
in
sé
moltissimi
fra
i
lati
dell
'
infinito
poliedro
della
vita
;
ma
migliaia
di
cervelli
,
siano
pure
mediocri
,
ma
pregni
di
esperienze
ed
osservazioni
,
infinitamente
diverse
e
più
svariate
,
sia
pure
embrionali
e
frammentarie
,
abbracciando
l
'
infinito
poliedro
da
un
maggior
numero
di
lati
,
mettono
in
luce
cose
e
idee
che
il
cervello
di
un
genio
da
solo
non
vede
.
Il
calzolaio
vide
l
'
errore
nello
stivale
scolpito
dall
'
artista
greco
,
così
come
si
narra
del
contadino
toscano
che
nel
cavallo
plasmato
da
uno
scultore
di
genio
scoperse
che
mancavano
quei
due
bitorzoli
senza
pelo
che
stanno
alle
ginocchia
di
tutti
i
cavalli
.
Bisogna
provare
,
per
esempio
,
in
una
riunione
di
studenti
,
di
operai
o
di
contadini
:
gettate
là
un
'
idea
,
che
vada
al
midollo
delle
cose
,
e
ve
la
sentirete
poco
dopo
rimbalzata
dai
cervelli
di
questo
o
di
quell
'
uditore
,
rinforzata
,
corretta
,
ampliata
da
cento
altre
osservazioni
e
rilievi
parziali
,
che
rimanendo
frammentari
e
isolati
nel
cervello
o
denutrito
o
inesperto
o
incolto
di
chi
le
fa
,
restano
nel
vuoto
,
come
seme
che
non
può
gettare
radici
nella
rena
circostante
.
Ma
,
per
una
parte
,
quell
'
altra
idea
,
specialmente
se
direttiva
e
metodica
,
svolta
dall
'
oratore
,
coordina
e
rafforza
le
idee
frammentarie
e
deboli
degli
uditori
e
quindi
eleva
il
loro
diapason
intellettuale
;
e
d
'
altra
parte
,
le
osservazioni
di
rimbalzo
,
fatte
dalla
collettività
,
fecondano
e
rafforzano
il
meccanismo
intellettivo
dell
'
individuo
.
Vale
a
dire
,
amico
Sighele
,
che
è
inutile
correr
dietro
alle
bolle
di
sapone
,
come
l
'
io
dell
'
atomo
che
è
una
contraddizione
in
termini
,
dacché
l
'
atomo
è
l
'
individuo
vero
e
solo
,
cioè
l
'
indivisibile
e
il
semplice
,
ed
io
invece
significa
risultante
complessa
(
conscia
od
inconscia
)
di
molti
elementi
psichici
primordiali
.
Dove
non
c
'
è
collettività
non
ci
può
essere
l
'
io
:
e
la
psicologia
dei
microrganismi
fatta
dal
Binet
è
possibile
solo
,
perché
il
più
semplice
dei
microrganismi
è
sempre
una
collettività
federata
e
diversa
,
di
cellule
viventi
.
Vale
a
dire
,
infine
,
che
la
conclusione
finale
è
precisamente
l
'
opposta
:
non
è
che
unirsi
,
nel
mondo
,
voglia
dire
peggiorarsi
o
indebolirsi
.
La
realtà
è
che
non
si
vive
se
non
vi
è
unione
;
perché
,
come
dissi
altrove
,
Robinson
Crosuè
,
che
sarebbe
l
'
ideale
umano
così
dell
'
individualismo
come
della
sua
logica
conclusione
,
non
può
essere
che
una
leggenda
o
un
caso
patologico
.
Ma
poi
,
come
sarebbe
stata
possibile
l
'
evoluzione
dal
microbo
all
'
uomo
e
dall
'
uomo
selvaggio
all
'
uomo
civile
se
l
'
unione
,
cioè
l
'
associazione
,
volesse
dire
peggioramento
e
indebolimento
?
...
E
non
è
tutta
l
'
evoluzione
,
in
sostanza
,
che
un
processo
di
crescente
associazione
e
di
riunione
?
Vero
è
che
Sighele
applica
la
sua
osservazione
soltanto
alle
forme
ristrette
e
più
o
meno
transitorie
dell
'
associazione
umana
,
anziché
al
fatto
costituente
ed
universale
della
società
umana
.
E
questa
limitazione
rende
in
qualche
parte
accettabile
,
cioè
rispondente
alla
realtà
delle
cose
,
la
sua
conclusione
.
Ma
,
malgrado
questa
distinzione
necessaria
,
-
già
da
me
fatta
fin
dai
primordii
tra
psicologia
individuale
,
psicologia
collettiva
e
psicologia
sociale
,
-
io
credo
tuttavia
che
in
ogni
e
qualsiasi
manifestazione
della
materia
inorganica
ed
organica
,
dall
'
aggregazione
e
combinazione
degli
atomi
nell
'
ordine
siderale
o
chimico
sino
alla
aggregazione
e
combinazione
delle
sensazioni
ed
idee
elementari
nell
'
ordine
psicologico
individuale
e
dei
sentimenti
e
delle
idee
individuali
nell
'
ordine
della
psicologia
collettiva
e
sociale
,
-
sempre
si
deve
dire
che
"
l
'
unione
fa
la
forza
"
.
E
mi
parrebbe
fare
offesa
all
'
ingegno
del
Sighele
se
credessi
necessario
indicargliene
qui
le
prove
,
dopo
che
l
'
ho
tratto
fuori
dal
binario
morto
in
cui
s
'
era
ficcato
col
tardigrado
io
dell
'
atomo
.
La
collettività
rende
più
intensa
ogni
manifestazione
psichica
.
Ecco
la
conclusione
positiva
:
e
più
intensa
non
è
sinonimo
di
più
buona
.
Ma
se
in
un
dato
momento
e
in
una
data
collettività
prevale
un
elemento
cattivo
(
antisociale
o
immorale
)
,
questo
si
rafforzerà
come
si
rafforzerà
invece
un
elemento
buono
(
sociale
o
morale
)
se
avrà
la
prevalenza
.
Insomma
,
io
credo
sempre
esatta
la
mia
prima
fondamentale
osservazione
,
che
nella
psicologia
collettiva
avviene
non
già
la
semplice
miscela
degli
elementi
individuali
,
ma
la
loro
combinazione
chimica
.
Sicché
la
risultante
psichica
collettiva
non
è
eguale
-
tanto
per
i
sentimenti
quanto
per
le
idee
-
alla
somma
degli
elementi
psichici
individuali
:
è
anzi
sempre
diversa
,
in
meglio
o
in
peggio
,
così
come
dalla
combinazione
chimica
di
due
o
più
sostanze
si
ha
nella
massa
finale
una
temperatura
o
più
alta
o
più
bassa
di
quella
dei
corpi
componenti
*
.
Certo
,
ora
più
spesso
avviene
che
nella
collettività
prevalga
il
meno
buono
e
il
meno
intelligente
;
ma
per
quale
recondita
ragione
?
Qui
,
amico
Sighele
,
devi
ficcare
lo
sguardo
a
fondo
,
ed
il
fondo
è
la
lotta
antagonistica
ed
anarchica
degli
interessi
egoistici
nel
mondo
presente
,
senza
la
base
e
la
disciplina
della
solidarietà
vera
e
viva
.
In
un
'
accademia
come
in
un
comizio
,
come
in
un
Parlamento
,
ognuno
cercherà
sempre
di
giovare
a
sé
:
ma
nel
mondo
individualista
l
'
utile
proprio
troppe
volte
non
è
conciliabile
coll
'
utile
altrui
.
Ecco
perché
,
incoscientemente
,
rebus
sic
stantibus
,
nella
collettività
più
spesso
avviene
il
fascio
degli
egoismi
antisociali
invece
che
l
'
unione
degli
egoismi
sociali
.
La
conferma
se
ne
ha
in
certi
casi
eccezionali
.
Quando
in
una
battaglia
l
'
entusiasmo
è
al
colmo
o
in
un
'
opera
di
salvataggio
(
inondazioni
,
incendi
,
epidemie
,
ecc
.
)
l
'
elemento
della
solidarietà
sociale
prevale
su
quello
dell
'
isolamento
anti
-
sociale
,
la
riunione
centuplica
allora
la
forza
del
sacrificio
e
dell
'
eroismo
e
della
virtù
,
come
centuplica
quella
del
delitto
,
in
altre
diverse
condizioni
di
tempo
e
di
luogo
.
Tutto
sta
adunque
nel
dare
alle
collettività
umane
un
'
orientazione
tale
,
per
cui
l
'
egoismo
individuale
,
inseparabile
dalla
vita
(
perché
primum
vivere
deinde
philosophare
)
non
sia
costretto
ad
essere
anti
-
sociale
per
affermarsi
,
ma
trovi
invece
nella
vita
collettiva
anche
le
condizioni
di
maggiore
e
miglior
vita
per
sé
.
Il
come
di
questa
orientazione
sociale
esce
dai
limiti
di
questa
Nota
ed
è
risolto
dal
socialismo
scientifico
.
Per
ora
mi
fermo
a
queste
considerazioni
di
psicologia
collettiva
,
che
interessano
la
giurisprudenza
penale
come
la
sociologia
criminale
.
E
sarò
lieto
se
il
Sighele
od
altri
vorrà
continuare
la
cortese
polemica
di
idee
;
dalla
quale
,
appunto
perché
anche
nel
campo
dell
'
intelligenza
,
unirsi
vuol
dire
rafforzarsi
,
non
potrà
che
risultare
il
vantaggio
e
l
'
incremento
della
nostra
scienza
positiva
.
ENRICO
FERRI
.
III
.
Risposta
di
Scipio
Sighele
a
Enrico
Ferri
.
Roma
,
2
novembre
1894
.
Mio
carissimo
Enrico
,
Grazie
delle
parole
cortesi
ch
'
io
debbo
all
'
indulgenza
del
maestro
e
all
'
affetto
dell
'
amico
;
grazie
sopratutto
della
critica
franca
e
sincera
che
io
cerco
e
desidero
,
giacché
mi
sembra
il
risultato
più
utile
e
la
soddisfazione
più
grande
di
coloro
che
scrivono
.
Tu
dici
che
io
"
ho
urtato
contro
la
sbarra
immobile
d
'
un
binario
morto
"
.
Un
disastro
ferroviario
e
...
intellettuale
,
dunque
.
Può
darsi
.
Ma
la
colpa
è
veramente
e
solamente
mia
?
O
non
accade
spesso
alla
scienza
di
incontrare
questi
binari
morti
che
le
vietano
la
sua
corsa
a
grande
velocità
,
queste
sbarre
immobili
che
arrestano
la
macchina
ancora
avida
di
cammino
?
Sono
io
responsabile
se
il
pensiero
ha
le
sue
colonne
d
'
Ercole
,
se
esiste
l
'
ignoto
dell
'
incosciente
,
e
se
mi
dichiaro
vinto
dinanzi
a
un
problema
che
nessuno
ha
saputo
risolvere
?
E
merito
io
d
'
essere
tacciato
di
metafisico
perché
invoco
la
psicologia
dell
'
atomo
?
Qualche
centinaio
d
'
anni
fa
(
anzi
qualche
diecina
)
il
buon
pubblico
avrebbe
sorriso
se
gli
avessero
detto
che
esisteva
la
psicologia
dei
microrganismi
!
Eppure
,
Binet
l
'
ha
studiata
!
Io
penso
che
,
se
il
vero
temperamento
positivista
deve
credere
soltanto
a
ciò
che
vede
o
a
ciò
di
cui
ha
le
prove
,
non
deve
però
escludere
a
priori
nessuna
ipotesi
.
Tutto
è
possibile
al
mondo
,
e
l
'
affermare
categoricamente
:
la
scienza
non
arriverà
oltre
questo
limite
,
è
una
forma
di
ipoteca
sull
'
avvenire
che
le
meravigliose
sorprese
del
presente
e
del
passato
dovrebbero
consigliarci
di
evitare
.
Del
resto
,
che
importa
credere
o
non
credere
possibile
questa
psicologia
dell
'
atomo
?
Il
mio
,
era
un
desiderio
,
una
speranza
,
un
augurio
,
che
gettavo
là
,
alla
fine
della
mia
lettera
,
per
attenuare
lo
sconforto
che
invade
chi
,
dopo
aver
molto
cercato
,
s
'
accorge
di
non
aver
trovato
nulla
o
quasi
nulla
.
La
spiegazione
ultima
mi
sfuggiva
:
la
sentivo
inarrivabile
ed
intangibile
,
ma
volevo
almeno
indicare
dove
,
a
parer
mio
,
essa
stava
racchiusa
.
Non
potendo
vedere
il
tesoro
,
mi
accontentavo
di
supporre
dove
era
nascosto
.
Ad
altri
più
fortunati
di
me
il
saperlo
scoprire
.
Ho
sbagliato
?
Può
darsi
,
-
ripeto
.
Ma
alla
mia
ipotesi
tu
non
hai
sostituito
nessun
assioma
,
al
mio
dubbio
nessuna
certezza
.
Il
mistero
rimane
,
e
noi
ci
troviamo
almeno
d
'
accordo
nel
dover
confessare
la
nostra
ignoranza
.
Senonché
,
non
è
su
questo
incerto
ed
oscuro
problema
che
vale
la
pena
di
soffermarsi
a
discutere
.
Noi
possiamo
continuare
più
utilmente
la
nostra
polemica
intorno
a
quelle
mie
osservazioni
di
psicologia
collettiva
che
tu
non
accusi
di
essere
metafisiche
,
e
che
-
se
non
m
'
inganno
-
pur
criticandole
,
accetti
nel
fondo
interamente
.
Io
avevo
detto
che
le
forze
sentimentali
si
sommano
in
una
folla
,
le
forze
intellettive
no
,
e
che
la
suggestione
dei
sentimenti
fa
degli
eguali
,
mentre
la
suggestione
delle
idee
fa
degli
inferiori
.
Tu
trovi
troppo
assolute
queste
affermazioni
,
perché
la
differenza
,
secondo
te
,
è
di
gradi
non
di
sostanza
.
A
rigore
di
logica
tu
hai
ragione
.
In
natura
non
esiste
nulla
di
sostanzialmente
diverso
e
distinto
:
tutto
si
riannoda
e
si
riallaccia
attraverso
sfumature
infinite
:
la
legge
d
'
evoluzione
lo
insegna
.
Ci
sono
delle
zone
neutre
che
vietano
persino
di
sentenziare
se
un
organismo
appartiene
al
regno
vegetale
o
al
regno
animale
.
Perché
dunque
dovrebbero
esistere
delle
barriere
divisionali
in
psicologia
?
Ma
la
logica
troppo
severa
fa
commettere
degli
errori
,
come
la
corda
tirata
troppo
si
spezza
.
Tu
stesso
mi
hai
insegnato
che
,
per
comodità
di
studio
e
per
maggiore
chiarezza
,
si
usa
,
nella
scienza
e
nella
vita
,
chiamar
con
nomi
diversi
le
cose
che
in
ultima
analisi
non
sono
che
uno
sviluppo
ulteriore
una
dell
'
altra
,
-
e
così
io
credo
che
si
possano
tener
distinti
in
psicologia
dei
fenomeni
che
-
pur
non
differendo
fra
loro
sostanzialmente
-
differiscono
però
di
tanti
gradi
da
far
quasi
dimenticare
l
'
origine
comune
.
Orbene
,
la
suggestione
dei
sentimenti
differisce
tanto
dalla
suggestione
delle
idee
,
che
io
ho
creduto
di
poter
stabilire
fra
l
'
una
e
l
'
altra
questo
carattere
distintivo
:
l
'
una
fa
degli
eguali
,
l
'
altra
dei
seguaci
,
degli
inferiori
.
So
bene
,
-
e
lo
potevi
capire
anche
tu
-
che
quell
'
aggettivo
eguali
non
ha
il
significato
che
gli
si
dovrebbe
attribuire
in
una
dimostrazione
matematica
:
in
psicologia
sopratutto
(
e
anche
in
natura
)
non
c
'
è
nulla
di
identico
,
e
quando
si
adoperano
certe
parole
,
si
lascia
a
chi
legge
di
interpretarle
non
alla
lettera
,
ma
nel
senso
che
loro
si
è
dato
scrivendole
.
So
bene
che
gli
eroi
creati
da
Garibaldi
non
erano
e
non
potevano
essere
eguali
a
lui
,
e
che
il
grado
di
passione
cui
sale
il
pubblico
non
è
preciso
a
quello
dell
'
oratore
che
lo
ha
suggestionato
-
(
l
'
anima
umana
non
è
una
cifra
e
la
psicologia
non
è
l
'
aritmetica
)
,
-
ma
è
certo
che
quegli
eroi
e
quel
pubblico
modellavano
sé
stessi
incoscientemente
sulla
figura
morale
del
loro
suggestionatore
,
e
che
tutti
insieme
costituivano
un
unisono
psicologico
,
che
autorizzava
la
mia
affermazione
.
L
'
espressione
di
un
sentimento
ha
,
per
coloro
che
vi
assistono
,
l
'
identico
effetto
della
vibrazione
d
'
una
nota
sulle
corde
musicali
che
si
trovano
sotto
la
influenza
di
questa
vibrazione
.
La
persona
risponde
collo
stesso
sentimento
,
come
la
corda
risponde
colla
stessa
nota
.
Sarà
forse
un
tono
più
alto
o
più
basso
,
ma
è
l
'
identico
suono
,
è
l
'
accordo
.
Delle
idee
,
invece
,
non
avviene
così
.
Garibaldi
può
,
colla
sola
virtù
dell
'
esempio
,
creare
un
eroe
.
Spencer
non
può
,
con
una
sua
frase
o
colla
lettura
d
'
un
suo
capitolo
,
creare
un
genio
e
nemmeno
un
ingegno
.
Non
insisto
su
questa
dimostrazione
perché
l
'
evidenza
mi
par
meridiana
.
Tu
dici
però
-
per
combattere
la
mia
tesi
-
che
l
'
oratore
il
quale
dica
veramente
delle
cose
e
non
delle
parole
soltanto
,
eleva
il
livello
intellettuale
dei
suoi
uditori
,
-
e
fin
qui
siamo
d
'
accordo
e
l
'
ho
ammesso
anch
'
io
,
scrivendo
che
l
'
oratore
,
in
tal
caso
,
fa
dei
seguaci
,
cioè
suggestiona
e
avvicina
a
sé
intellettualmente
il
suo
pubblico
;
-
e
sostieni
anche
che
fra
gli
uditori
può
esservi
chi
superi
l
'
oratore
perché
spesso
il
discepolo
sorpassa
il
maestro
.
E
qui
-
pur
essendo
d
'
accordo
con
te
nella
osservazione
(
troppo
semplice
,
del
resto
,
perché
si
possa
combattere
)
,
-
mi
permetto
di
dirti
che
non
modifica
in
nulla
la
mia
tesi
.
Verdi
ha
avuto
un
maestro
di
musica
,
Dante
avrà
avuto
un
maestro
di
letteratura
,
Raffaello
un
maestro
di
disegno
.
Che
cosa
significa
questo
,
per
la
psicologia
collettiva
?
Significa
forse
-
come
tu
tenderesti
a
provare
-
che
le
facoltà
intellettuali
non
solo
fanno
degli
eguali
,
come
le
forze
sentimentali
,
ma
fanno
dei
superiori
?
Qui
-
mi
pare
tu
abbia
dimenticata
quella
tua
felice
distinzione
fra
psicologia
collettiva
e
psicologia
sociale
,
che
è
stata
la
scintilla
del
mio
libro
sulla
Folla
delinquente
.
La
psicologia
collettiva
-
quale
tu
stesso
la
definisci
ed
io
ho
studiata
-
è
la
psicologia
delle
collettività
riunite
staticamente
.
Quando
dunque
io
dico
che
la
suggestione
delle
idee
-
al
contrario
della
suggestione
dei
sentimenti
-
fa
,
non
degli
uguali
,
ma
degli
inferiori
,
intendo
parlare
da
un
punto
di
vista
statico
.
Il
rispondermi
che
in
un
'
aula
d
'
università
dove
parla
un
professore
,
o
in
un
teatro
dove
parla
un
Demostene
,
vi
può
essere
-
nascosto
ed
ignoto
fra
il
pubblico
-
uno
scienziato
o
un
artista
che
supererà
quel
professore
o
un
oratore
che
supererà
quel
Demostene
,
-
è
un
eludere
la
questione
,
non
un
risolverla
,
è
un
uscire
dal
campo
della
psicologia
collettiva
per
entrare
in
quello
della
psicologia
sociale
.
La
mia
tesi
-
esposta
in
un
modo
esagerato
e
brutale
-
è
questa
:
staticamente
,
cioè
in
un
brevissimo
spazio
di
tempo
,
per
sola
virtù
di
contagio
,
si
può
fare
d
'
un
uomo
un
eroe
o
un
assassino
,
non
si
può
fare
un
genio
del
pensiero
.
E
sfido
chiunque
a
contraddirmi
.
-
Quando
tu
poi
,
per
provare
la
forza
di
suggestione
delle
idee
,
mi
citi
i
discepoli
che
superano
i
maestri
o
,
per
provare
che
non
solo
l
'
individuo
ha
influenza
sul
pubblico
,
ma
anche
,
e
più
,
il
pubblico
,
sull
'
individuo
,
mi
avverti
che
a
un
poeta
può
venire
un
'
ispirazione
da
un
intelletto
mediocre
,
e
che
a
uno
scienziato
può
balenare
un
'
idea
geniale
da
una
conversazione
fugace
o
insipida
,
-
io
ti
rispondo
che
hai
ragione
,
ma
che
questa
è
psicologia
sociale
e
non
psicologia
collettiva
.
E
degli
effetti
e
dell
'
importanza
della
suggestione
(
tanto
dei
sentimenti
come
delle
idee
)
da
un
punto
di
vista
dinamico
e
non
statico
,
io
ho
troppo
a
lungo
parlato
altrove
,
perché
deva
ripetermi
qui
.
Tu
scrivi
questi
periodi
limpidi
,
e
inconfutabili
:
"
Non
è
sempre
esatto
che
la
somma
collettiva
delle
idee
sia
peggiore
delle
idee
genialmente
individuali
.
Nel
genio
,
e
anche
nell
'
ingegno
potente
,
c
'
è
sempre
una
qualche
esagerazione
,
un
qualche
squilibrio
nelle
premesse
più
acutamente
vedute
e
ravvicinate
,
come
nelle
induzioni
più
velocemente
anticipate
.
Nella
collettività
,
invece
,
è
vero
che
domina
la
media
,
ma
appunto
perché
tale
,
questa
rappresenta
così
una
elevazione
equilibrata
e
definitiva
della
intelligenza
comune
di
fronte
allo
stadio
precedente
,
come
un
'
attenuazione
integratrice
delle
audacie
più
o
meno
squilibrate
,
ma
sempre
precoci
e
perciò
meno
vitali
,
del
genio
individuale
.
Nella
scienza
la
scuola
dei
seguaci
vale
sempre
più
e
meglio
del
maestro
iniziatore
,
ed
hanno
-
l
'
una
e
l
'
altro
-
due
funzioni
utilmente
diverse
.
Senza
l
'
individuo
creatore
la
scuola
non
si
farebbe
e
la
media
individuale
non
si
eleverebbe
;
ma
senza
una
collettività
solidale
,
l
'
intuizione
del
genio
non
vive
e
cade
in
un
torpore
e
in
un
oblio
talvolta
secolare
,
finché
le
condizioni
più
propizie
e
meglio
adatte
della
collettività
,
o
spontaneamente
,
o
per
spinta
rinnovata
di
un
altro
genio
o
anche
di
un
talento
,
non
ne
fissino
definitivamente
la
struttura
e
lo
sviluppo
"
.
Parole
d
'
oro
,
-
ma
che
non
levano
una
virgola
a
quel
che
io
ho
affermato
,
perché
sono
parole
e
concetti
applicabili
in
sociologia
e
non
in
psicologia
collettiva
.
Ho
ammesso
anch
'
io
,
e
ho
scritto
*
tutto
questo
:
ho
ammesso
anch
'
io
,
-
e
l
'
ho
scritto
-
che
il
genio
non
è
che
un
simbolo
il
quale
rappresenta
le
aspirazioni
e
le
tendenze
di
una
data
classe
e
di
un
dato
periodo
;
ch
'
egli
non
è
se
non
lo
scorcio
incosciente
di
un
momento
storico
,
quasi
una
figura
in
cui
si
riassumono
e
si
fissano
tutte
le
suggestioni
infinite
e
diverse
che
su
di
lui
hanno
agito
;
-
ma
riconoscendo
che
il
genio
è
un
parto
meraviglioso
della
collettività
,
ho
inteso
e
intendo
riconoscere
soltanto
dinamicamente
il
potere
della
collettività
sull
'
individuo
.
Anche
staticamente
esiste
questo
potere
,
ma
produce
il
male
anzi
che
il
bene
,
abbassa
e
non
eleva
l
'
intelligenza
.
Ed
è
in
questo
senso
,
cioè
da
un
punto
di
vista
statico
,
che
io
ho
osato
esporre
la
frase
pessimista
che
"
unirsi
,
nel
mondo
umano
,
vuol
dire
peggiorarsi
"
.
Da
un
punto
di
vista
dinamico
cioè
di
psicologia
sociale
,
bisognerebbe
essere
pazzi
per
affermare
una
cosa
simile
,
e
tu
hai
ragione
di
dire
che
-
allora
-
bisognerebbe
anche
rinnegare
la
teoria
dell
'
evoluzione
e
riconoscere
che
il
selvaggio
val
più
dell
'
uomo
civile
,
e
la
scimmia
antropomorfa
più
del
selvaggio
.
Per
essere
più
preciso
io
avrei
dovuto
scrivere
che
-
"
unirsi
nel
mondo
umano
,
solo
staticamente
,
vuol
dire
peggiorarsi
"
.
-
Ma
all
'
esattezza
del
linguaggio
,
che
ho
trascurata
,
poteva
rimediare
il
senso
e
l
'
intonazione
del
mio
articolo
.
Io
parlavo
della
folla
non
della
società
:
io
parlavo
di
suggestione
immediata
e
incosciente
,
non
di
suggestione
lenta
e
cosciente
;
io
-
in
una
parola
-
parlavo
di
improvvise
rivoluzioni
psicologiche
,
non
di
graduali
evoluzioni
;
io
non
applicavo
quindi
la
mia
conclusione
a
tutto
il
vasto
campo
della
sociologia
,
ma
soltanto
al
campo
ristretto
della
psicologia
collettiva
.
Tu
mi
hai
voluto
far
dire
più
di
quello
che
avevo
in
animo
di
dire
,
e
per
combattere
una
tesi
che
io
non
ho
sostenuta
,
hai
esagerato
.
Tu
hai
scritto
che
il
principio
:
l
'
unione
fa
la
forza
è
vero
sempre
in
psicologia
sociale
e
in
psicologia
collettiva
.
No
:
in
psicologia
collettiva
l
'
unione
spesso
fa
,
intellettualmente
,
non
la
forza
,
ma
la
debolezza
:
i
Giurì
,
le
Commissioni
,
le
assemblee
informino
:
soprattutto
i
tuoi
Nuovi
Orízzonti
,
dove
questa
verità
è
stata
così
genialmente
accennata
.
Ed
io
non
avrei
altro
da
aggiungere
se
non
prevedessi
una
tua
domanda
,
anzi
alcune
domande
:
"
quali
sono
i
limiti
-
tu
potresti
dirmi
-
quali
i
confini
tra
la
psicologia
collettiva
e
la
psicologia
sociale
?
dove
finisce
l
'
una
e
comincia
l
'
altra
?
non
si
verificherà
anche
qui
la
legge
d
'
evoluzione
,
e
non
si
passerà
dall
'
una
all
'
altra
per
fasi
e
per
gradazioni
indistinte
?
e
non
sarà
allora
impossibile
o
quasi
applicare
a
queste
diverse
fasi
le
leggi
che
tu
credi
vere
per
l
'
una
e
che
sarebbero
quindi
false
per
l
'
altra
?
"
.
I
problemi
racchiusi
in
queste
interrogazioni
sono
gravi
e
importanti
.
Io
tenterò
di
risolverli
nel
mio
prossimo
volume
:
La
delinquenza
settaria
*
.
La
setta
è
infatti
una
collettività
che
potrebbe
dirsi
il
trait
-
d
'
union
fra
la
folla
e
la
società
,
la
zona
neutra
,
per
ripetere
un
'
espressione
felice
,
tra
la
psicologia
collettiva
e
la
psicologia
sociale
.
L
'
argomento
mi
porterebbe
molto
lontano
:
ma
io
non
posso
abusare
della
cortesia
della
"
Critica
sociale
"
,
alla
quale
ho
già
rubato
qualche
colonna
.
Altrove
e
meglio
io
potrò
dire
il
mio
pensiero
.
Intanto
credimi
,
con
l
'
affetto
e
con
l
'
ammirazione
che
sai
,
sempre
tuo
SCIPIO
SIGHELE
.
IV
.
Risposta
di
Gabriele
Tarde
a
Scipio
Sighele
*
.
Io
sono
sempre
lieto
,
e
voi
,
caro
Sighele
,
lo
sapete
,
di
rendere
la
giustizia
dovuta
ai
vostri
belli
e
profondi
lavori
;
e
non
solo
è
il
vigore
e
il
raro
acume
di
uno
spirito
veramente
personale
,
che
io
ammiro
in
voi
,
ma
eziandio
quella
nobiltà
naturale
di
carattere
che
vi
tiene
al
disopra
delle
misere
questioni
d
'
amor
proprio
.
Noto
questo
tanto
più
volentieri
,
dacché
è
pur
tempo
ch
'
io
risponda
a
certi
attacchi
che
se
non
mi
commuovono
,
non
cessano
però
di
sorprendermi
,
succedendo
bruscamente
,
non
so
troppo
il
perché
,
a
numerose
testimonianze
d
'
amicizia
e
a
buoni
uffici
reciproci
.
Io
non
seguirò
il
Ferri
nella
via
ch
'
egli
ha
battuta
a
mio
riguardo
.
Un
uomo
così
abile
,
com
'
egli
è
,
all
'
adattamento
e
al
volgarizzamento
delle
idee
altrui
dovrebbe
più
di
chiunque
astenersi
dal
gettare
ad
altri
epiteti
scortesi
di
parassita
di
vagabondo
e
di
plagiario
;
dovrebbe
astenersene
e
sopratutto
verso
qualcuno
che
maturò
a
lungo
,
nella
più
profonda
solitudine
,
il
frutto
delle
sue
proprie
riflessioni
,
fino
al
giorno
in
cui
il
suo
pensiero
schietto
e
personale
si
è
diffuso
con
qualche
onore
nel
modo
scientifico
.
Certo
,
ben
io
so
che
in
fatto
di
idee
la
proprietà
individuale
deve
sempre
esser
intesa
in
un
senso
molto
relativo
;
che
il
collettivismo
è
qui
al
suo
posto
,
meglio
che
in
qualsiasi
altro
campo
;
e
che
noi
non
siamo
mai
se
non
i
comproprietari
comunisti
e
indivisi
delle
nostre
idee
le
più
originali
.
Ciononostante
,
il
merito
d
'
una
tal
quale
originalità
mi
fu
così
spesso
riconosciuto
,
da
ogni
parte
e
su
tutti
i
toni
,
e
persino
dai
più
acerbi
miei
critici
,
che
io
credo
di
potere
,
-
senza
troppa
illusione
-
attribuirmi
la
paternità
de
'
miei
scritti
a
dispetto
del
mio
amabile
contradditore
.
Il
deputato
Ferri
era
ancora
sulle
panche
della
scuola
quando
già
il
mio
sistema
d
'
idee
era
fissato
nelle
linee
principali
.
Io
non
potei
quindi
toglierlo
a
prestito
né
da
lui
né
da
alcuno
dei
suoi
e
neppure
dal
Despine
,
che
mai
non
lessi
.
Che
quest
'
ultimo
si
sia
occupato
della
imitazione
,
è
ben
cosa
possibile
.
Lo
stesso
Platone
ne
sentì
alcun
po
'
l
'
importanza
nella
sua
Repubblica
.
La
questione
non
è
qui
.
Il
pubblico
filosofico
l
'
ha
ben
compreso
ed
è
esso
,
in
fin
dei
fini
,
il
solo
giudice
del
merito
dei
nostri
lavori
.
In
ogni
caso
io
posso
affermare
che
quand
'
anche
io
non
avessi
conosciuta
la
nuova
scuola
,
io
non
avrei
a
cangiar
verbo
delle
mie
due
opere
principali
:
Le
leggi
dell
'
imitazione
e
La
logica
sociale
.
Quanto
alla
mia
Criminalità
comparata
e
alla
mia
Filosofia
penale
,
questi
due
volumi
non
sono
che
l
'
applicazione
pura
e
semplice
del
mio
punto
di
vista
generale
-
pubblicato
fin
dal
1881
nella
"
Revue
Philosophique
"
e
finito
assai
prima
-
al
lato
criminale
della
Società
;
a
quel
modo
ch
'
io
l
'
applicai
al
lato
linguistico
,
religioso
,
economico
,
estetico
e
giuridico
.
Questa
applicazione
criminologica
io
non
l
'
avrei
fatta
nella
stessa
maniera
se
non
avessi
avuto
il
vantaggio
di
leggere
un
giorno
l
'
Uomo
delinquente
di
Lombroso
e
gli
scritti
della
scuola
.
Ma
il
rimprovero
di
averli
saccheggiati
mi
sorprende
singolarmente
;
avrei
capito
piuttosto
quello
di
averli
un
tal
po
'
demoliti
:
e
ancora
ciò
equivarrebbe
a
disconoscere
tutta
la
benevolenza
(
voi
diceste
un
giorno
beneficenza
)
della
mia
critica
da
amico
.
Se
tutti
coloro
che
criticano
il
Ferri
l
'
hanno
copiato
,
i
suoi
copisti
sono
legione
,
cominciando
dall
'
onorevole
Colajanni
che
gli
ha
assestato
di
così
bei
colpi
,
e
senza
dire
del
Lucchini
,
del
Carnevale
,
dell
'
Alimena
e
di
tanti
altri
rudi
giostratori
della
terza
scuola
.
Io
non
so
del
resto
a
qual
proposito
,
senza
aver
nulla
di
molto
particolare
da
dire
,
Ferri
interviene
nella
piccola
conversazione
cortese
ed
istruttiva
che
voi
impegnaste
con
me
su
un
punto
assai
delicato
della
psicologia
delle
folle
.
S
'
egli
fu
il
padrino
della
psicologia
collettiva
,
come
a
più
riprese
si
vanta
,
s
'
ingannerebbe
,
ad
ogni
modo
,
supponendo
di
esserne
il
padre
e
che
nessuno
abbia
ormai
il
diritto
di
toccare
a
questo
soggetto
di
studi
senza
il
suo
consenso
.
Il
difficile
non
era
di
trovare
il
nome
,
bensì
di
trovare
e
approfondire
la
cosa
.
È
ciò
che
voi
fate
,
è
ciò
che
io
pure
ho
tentato
di
fare
.
E
ciò
che
mi
dà
qualche
fiducia
nelle
mie
ricerche
è
che
mi
sembra
ch
'
esse
si
accordino
spesso
con
le
vostre
,
anche
in
quanto
concerne
il
piccolo
problema
da
voi
recentemente
discusso
nella
"
Critica
sociale
"
.
Perciò
non
ho
che
qualche
riflessione
da
aggiungere
alle
vostre
fini
osservazioni
.
Io
distinsi
nello
spirito
collettivo
delle
folle
il
lato
intellettuale
e
il
lato
morale
,
e
feci
notare
che
,
moralmente
,
esse
uguagliano
ed
anche
superano
l
'
individuo
nel
bene
e
nel
male
,
nell
'
eroismo
e
nel
delitto
,
mentre
,
intellettualmente
,
esse
scendono
quanto
è
più
basso
di
lui
nella
stoltezza
e
nella
follìa
,
senza
mai
elevarsi
alla
sua
altezza
nella
genialità
.
Ora
,
voi
reputate
vera
questa
osservazione
,
ma
la
spiegazione
ch
'
io
ne
dò
non
vi
soddisfa
e
ne
tentate
un
'
altra
.
Le
due
,
tuttavia
,
forse
si
completano
più
che
non
sieno
in
contrasto
,
e
io
credo
che
voi
stesso
ve
ne
avvedrete
tosto
che
io
abbia
un
po
'
rettificato
il
mio
pensiero
.
Qui
,
mi
sembra
,
si
ha
da
aggiungere
alla
distinzione
già
fatta
,
un
'
altra
distinzione
:
quella
dell
'
aspetto
quantitativo
e
dell
'
aspetto
qualitativo
dei
fenomeni
psichici
,
siano
intellettuali
o
morali
.
La
credenza
affermativa
o
negativa
,
che
passa
per
tanti
gradi
senza
cangiar
di
natura
,
è
una
quantità
mentale
.
Il
desiderio
,
esso
pure
,
positivo
o
negativo
,
lo
è
del
pari
e
per
la
stessa
ragione
perché
segue
una
scala
continua
,
dalla
più
leggera
tendenza
alla
passione
più
sfrenata
,
in
una
stessa
determinata
direzione
.
Anche
l
'
intensità
delle
sensazioni
è
,
sino
a
un
certo
punto
,
una
quantità
.
Ma
un
'
idea
,
in
quanto
combinazione
particolare
di
percezioni
o
d
'
imagini
e
indipendentemente
dalla
più
o
meno
forte
adesione
dello
spirito
,
è
qualcosa
di
qualitativo
,
che
differisce
in
natura
,
e
non
soltanto
in
grado
,
da
un
'
altra
idea
.
Lo
stesso
dirò
del
sentimento
,
considerato
non
già
sotto
l
'
aspetto
dell
'
energia
,
ma
sotto
quello
della
sua
composizione
e
della
sua
distinta
sfumatura
,
nella
quale
si
fondono
mille
impressioni
,
mille
pene
o
piaceri
elementari
.
Ebbene
,
è
notevole
che
di
quanto
il
lato
quantitativo
della
psicologia
individuale
,
così
definito
si
riproduce
amplificato
ed
esagerato
in
psicologia
collettiva
,
di
altrettanto
il
lato
qualitativo
si
riflette
attenuato
e
impoverito
.
Le
folle
,
senz
'
alcun
dubbio
,
davanti
a
uno
spettacolo
commovente
,
come
una
corsa
di
tori
o
una
carica
di
cavalleria
in
sommossa
,
hanno
sensazioni
più
forti
di
gioie
o
di
dolori
più
vivi
,
che
non
risentirebbe
isolato
ciascuno
degli
individui
che
le
compongono
.
Esse
hanno
una
capacità
di
godere
e
di
soffrire
,
e
parimenti
di
affermare
o
di
negare
,
di
desiderare
o
respingere
,
superiore
alla
capacità
analoga
dell
'
individuo
.
Ma
al
tempo
stesso
,
cotesto
assembramento
,
cotesto
affollamento
effervescente
degli
individui
così
adatto
a
rafforzare
in
ciascun
d
'
essi
le
loro
sensazioni
espresse
,
i
loro
desiderî
e
le
loro
convinzioni
reciprocamente
corroborate
pel
solo
fatto
del
loro
scambio
,
è
assolutamente
inadatto
a
suscitare
,
ad
accelerare
nello
spirito
e
nel
cuore
di
questi
individui
,
anche
in
quelli
che
hanno
più
anima
e
più
genio
,
lo
sbocciare
di
un
'
idea
davvero
nuova
e
feconda
,
od
anche
di
un
sentimento
nuovo
e
fecondo
,
di
una
specie
inedita
di
entusiasmo
o
di
amore
.
Perché
se
vi
ha
delle
idee
geniali
,
vi
ha
pure
dei
sentimenti
geniali
.
Lungi
dall
'
affrettarne
o
dall
'
agevolarne
l
'
apparizione
,
l
'
azione
della
folla
la
inceppa
o
la
impedisce
.
In
altri
termini
,
le
folle
esaltano
la
facoltà
imitativa
dell
'
individuo
,
ma
ne
deprimono
la
facoltà
inventiva
.
Lamartine
in
due
versi
ben
coniati
,
disse
qualcosa
d
'
analogo
:
Il
faut
se
séparer
,
pour
penser
,
de
la
foule
,
Et
s
'
y
confondre
pour
agir
.
Infatti
il
pensatore
si
isola
,
e
così
il
poeta
o
l
'
artista
.
L
'
uno
per
elaborare
le
sue
nuove
e
forti
concezioni
,
l
'
altro
per
estrarre
dal
proprio
cuore
un
aroma
più
raffinato
e
complesso
dei
sentimenti
ordinarî
,
hanno
bisogno
di
raccoglimento
e
di
silenzio
.
La
germinazione
del
loro
cervello
è
a
questo
prezzo
.
Vi
hanno
senza
dubbio
eccezioni
,
ma
non
sono
che
apparenti
e
confermano
la
regola
.
Il
Nouma
Roumestan
di
Daudet
,
ad
esempio
,
al
quale
le
idee
non
venivano
che
parlando
in
mezzo
a
un
vasto
uditorio
.
Disgraziatamente
le
idee
che
vengono
in
tal
modo
,
nel
chiasso
e
nella
calca
,
hanno
per
carattere
distintivo
di
essere
semplici
luoghi
comuni
,
o
tutt
'
al
più
di
quei
paradossi
che
non
sono
se
non
luoghi
comuni
rovesciati
e
ai
quali
si
applica
a
meraviglia
il
paragone
delle
bolle
di
sapone
.
Quanto
ai
veri
"
nuovi
orizzonti
"
dello
spirito
,
schiusi
da
un
Newton
o
da
un
Descartes
;
quanto
alle
nuove
tonalità
del
cuore
apportate
al
mondo
da
tutti
i
grandi
visionari
mistici
o
patrioti
del
passato
,
profeti
ebrei
,
aedi
greci
,
bardi
celti
,
da
un
Orfeo
o
un
Budda
,
da
un
Virgilio
o
un
San
Paolo
o
un
San
Francesco
d
'
Assisi
o
un
Dante
o
un
Rousseau
o
un
Chateaubriand
-
è
sempre
nel
deserto
,
lunge
dalle
moltitudini
che
cotesti
germi
destinati
a
una
così
lontana
disseminazione
sono
creati
per
la
prima
volta
.
Poi
vengono
i
grandi
tribuni
,
i
grandi
pubblicisti
,
i
missionari
che
si
dedicano
all
'
apostolato
di
quelle
innovazioni
,
le
seminano
dappertutto
e
le
fanno
cadere
nel
pubblico
dominio
.
È
così
che
si
formarono
tutti
i
sentimenti
maggiori
che
mossero
i
popoli
,
l
'
onore
della
famiglia
,
l
'
onore
della
città
,
la
religione
della
patria
,
la
pietà
,
la
fedeltà
feudale
...
È
così
,
che
,
ancor
più
manifestamente
,
il
gusto
della
tragedia
classica
nel
secolo
XVII
,
la
passione
dell
'
architettura
gotica
nel
medio
evo
e
il
disgusto
di
essa
nel
secolo
XVIII
,
o
,
ai
dì
nostri
,
il
culto
entusiasta
della
libertà
e
dell
'
uguaglianza
,
divennero
successivamente
fonti
di
emozioni
nazionali
tra
i
francesi
delle
varie
epoche
;
per
modo
che
,
adunate
nel
teatro
,
nella
chiesa
,
nel
museo
,
sulla
pubblica
piazza
,
le
folle
francesi
furono
soventi
elettrizzate
da
capolavori
che
in
altre
epoche
avrebbero
fischiati
,
ed
ebbero
i
più
bei
slanci
d
'
eroismo
civico
o
militare
per
cause
che
,
un
secolo
prima
,
le
avrebbero
lasciate
indifferenti
o
mosse
ad
orrore
.
Il
contrasto
,
voi
lo
vedete
,
che
oggi
vi
propongo
,
non
è
del
tutto
il
medesimo
da
cui
sono
partito
nell
'
articolo
che
voi
citaste
.
Alla
distinzione
dell
'
intellettuale
e
del
morale
io
sovrappongo
,
più
ch
'
io
non
sostituisca
,
quella
della
quantità
e
della
qualità
,
dell
'
imitativo
e
dell
'
inventivo
,
distinzione
che
non
è
contraria
,
ma
,
per
così
dire
,
perpendicolare
alla
precedente
.
Ora
,
non
trovate
voi
che
,
presentato
sotto
questa
nuova
luce
,
il
mio
pensiero
appaia
più
vero
e
,
insieme
,
meno
scoraggiante
?
Ed
ora
domandiamoci
:
perché
mai
le
folle
,
che
superano
tanto
l
'
individuo
nell
'
energia
delle
loro
convinzioni
vere
o
false
,
come
nell
'
intensità
delle
loro
passioni
buone
o
cattive
e
,
per
conseguenza
,
nello
slancio
delle
loro
azioni
eroiche
o
criminose
,
sono
impotenti
a
sprigionare
dal
loro
proprio
seno
quelle
verità
o
quegli
errori
,
quelle
forme
del
bene
o
del
male
,
la
cui
iniziativa
appartiene
sempre
all
'
individuo
?
Egli
è
che
l
'
individuo
è
un
'
associazione
armonica
,
e
non
soltanto
un
aggregato
incoerente
,
di
cellule
cerebrali
;
e
che
il
lavoro
coordinato
,
logico
e
teleologico
di
queste
,
che
esige
una
profonda
pace
,
è
naturalmente
suscettivo
di
produrre
frutti
di
qualità
ben
diversa
dai
prodotti
d
'
una
fermentazione
tumultuosa
.
Il
giorno
in
cui
si
sarà
trovata
un
'
associazione
di
uomini
che
funzioni
altrettanto
armonicamente
quanto
la
società
cellulare
del
nostro
cervello
,
quel
giorno
la
genialità
diventerà
l
'
appannaggio
dei
corpi
costituiti
,
scambio
di
essere
il
privilegio
dell
'
uomo
solitario
e
si
vedranno
i
lampi
di
genio
sprizzare
dalle
deliberazioni
di
un
'
assemblea
anziché
dalla
muta
meditazione
.
Fino
a
quel
giorno
non
si
vedrà
che
il
contrario
.
Si
ha
un
bel
dire
che
quattr
'
occhi
veggono
meglio
di
due
;
non
è
perciò
men
vero
che
in
un
Parlamento
,
fosse
pure
composto
di
500
Enrico
Ferri
,
mille
occhi
appuntati
su
una
questione
militare
o
diplomatica
da
risolvere
,
non
riescono
mai
a
percepire
,
senza
gli
occhiali
d
'
un
ministro
circondato
da
uomini
competenti
,
un
'
idea
legislativa
che
stia
in
piedi
.
Parimenti
,
benché
mille
cuori
battano
più
forte
di
un
solo
,
non
è
perciò
meno
vero
che
,
nei
momenti
critici
in
cui
il
bisogno
di
una
data
riforma
dei
cuori
si
fa
sentire
,
quando
si
tratta
di
suscitare
un
sentimento
salvatore
,
una
emozione
speciale
e
rigeneratrice
,
è
in
un
cuore
solitario
che
si
produce
per
la
prima
volta
cotesta
pulsazione
salutare
e
caratteristica
,
ripercossa
poi
da
tutti
gli
altri
.
Dirò
io
con
voi
che
v
'
è
qui
una
differenza
essenziale
,
che
in
fatto
,
"
mentre
la
suggestione
dei
sentimenti
fa
degli
eguali
,
la
suggestione
delle
idee
fa
degli
inferiori
"
,
ossia
dei
discepoli
?
Eppure
,
imitazione
vi
ha
tanto
nel
primo
caso
quanto
nel
secondo
.
Malgrado
tutto
,
la
distinzione
che
voi
stabilite
ha
la
sua
parte
di
vero
e
giustifica
al
tempo
stesso
quella
ch
'
io
avevo
stabilita
fra
l
'
intelligenza
e
la
moralità
della
folla
.
Perché
,
in
fatto
di
sentimenti
,
il
difficile
e
l
'
importante
non
è
,
abitualmente
,
di
scoprirli
,
cosa
alla
fin
fine
abbastanza
facile
;
ma
è
di
sentirli
collo
stesso
grado
d
'
energia
,
necessario
a
renderli
efficaci
;
mentre
,
in
fatto
d
'
idee
,
la
difficoltà
è
di
trovarle
e
di
formularle
,
non
già
di
affermarle
con
una
grande
intensità
di
fede
;
e
le
idee
le
più
credute
,
le
più
dommatizzate
dal
fanatismo
delle
masse
,
non
sono
per
nulla
affatto
le
più
feconde
.
Un
pizzico
di
scetticismo
è
un
ottimo
lievito
per
la
fecondità
di
un
'
idea
.
Che
un
sentimento
sia
nuovo
,
poco
importa
,
generalmente
;
l
'
essenziale
e
il
raro
è
ch
'
esso
sia
molto
forte
e
quindi
molto
utile
.
Ma
non
basta
che
una
idea
sia
molto
vera
,
bisogna
che
essa
sia
nuova
;
e
il
più
sovente
la
sua
novità
fa
,
in
qualche
misura
,
parte
integrante
della
sua
verità
,
quasi
sempre
relativa
...
Molte
altre
cose
avrei
da
dire
a
questo
proposito
;
ma
già
mi
debbo
scusare
di
essermi
tanto
diffuso
.
Il
piacere
di
conversare
con
voi
mi
ha
trascinato
...
Ancora
una
parola
,
se
consentite
.
Io
non
diedi
che
a
titolo
di
ipotesi
,
e
come
tale
ho
confinato
in
calce
di
pagina
,
il
brano
sull
'
io
dell
'
atomo
,
che
voi
voleste
citare
.
Checché
si
pensi
a
questo
riguardo
,
ciò
non
altera
in
nulla
l
'
assieme
delle
mie
idee
positive
.
Queste
devono
essere
distinte
con
molta
cura
dalle
congetture
che
spesso
io
vi
ho
mescolato
,
non
senza
caritatevolmente
avvertire
il
lettore
,
che
,
in
questi
casi
,
hypotheses
fingo
.
Novembre
1894
.
G
.
TARDE
.
V
.
Nota
di
Silvio
Venturi
*
.
I
lettori
ricordano
certo
per
quali
motivi
il
Sighele
conclude
:
che
dei
sentimenti
si
può
,
per
suggestione
,
fare
la
somma
,
delle
idee
non
si
può
fare
che
la
media
;
mentre
,
pel
Ferri
,
la
collettività
rende
più
intensa
ogni
manifestazione
psichica
,
con
ciò
intendendo
che
la
comunicazione
delle
idee
alla
folla
non
solo
è
possibile
,
ma
dalla
comunione
stessa
le
idee
vengono
rinforzate
.
Ora
io
vo
'
dire
non
soltanto
che
sono
d
'
opinione
un
po
'
dell
'
uno
e
un
po
'
dell
'
altro
,
e
più
del
Sighele
che
del
Ferri
,
ma
che
sovra
tutto
fra
l
'
uno
e
l
'
altro
sarei
quasi
di
parere
contrario
.
Tale
posizione
colombiana
,
che
assumo
nella
discussione
,
vuol
dire
semplicemente
che
io
vedo
la
cosa
da
un
punto
di
vista
differente
.
Mi
sbrigo
in
due
parole
.
L
'
oratore
che
parla
alla
folla
trova
un
'
eco
perfetta
in
questa
quand
'
egli
esprima
sentimenti
o
idee
che
ad
essa
non
solo
sieno
facili
,
ma
che
essa
già
in
qualche
modo
possegga
,
ed
egli
non
faccia
che
evocarle
,
riassumerle
,
dimostrarle
,
illustrarle
.
Allora
la
folla
,
nella
sua
espressione
collettiva
,
a
parte
le
singole
stonature
di
individualità
o
eminenti
,
o
inferiori
,
od
estranee
,
trova
nell
'
oratore
,
come
nel
foco
d
'
uno
specchio
,
conversa
la
propria
opinione
o
il
proprio
sentimento
,
il
quale
dall
'
oratore
stesso
,
caldo
o
ingegnoso
,
vien
tradotto
intenso
,
come
fosse
la
somma
del
sentimento
o
del
pensiero
di
tutti
.
Se
,
al
contrario
,
l
'
oratore
esprime
sentimenti
o
pensieri
,
i
quali
,
o
per
essere
esclusivamente
suoi
,
o
per
essere
nuovi
,
sono
come
fortemente
staccati
dallo
stato
,
ordinario
dell
'
opinione
o
dei
sentimenti
del
pubblico
,
egli
in
tal
caso
né
viene
sentito
,
né
viene
compreso
.
Ricordo
,
al
proposito
,
l
'
opinione
del
Mausdey
,
il
quale
divide
gli
uomini
di
genio
in
due
categorie
:
quelli
che
hanno
ingegno
da
rappresentare
in
sé
stessi
ed
esprimere
i
sentimenti
o
le
idee
del
momento
storico
in
cui
vivono
;
e
quelli
che
sentono
o
pensano
in
modo
avanzato
,
lontano
ancora
dal
comune
intendimento
.
I
primi
possono
aver
gloria
in
vita
,
per
quanto
duri
poco
oltre
la
tomba
,
poiché
sono
uomini
del
tempo
e
passano
con
questo
;
gli
altri
avranno
gloria
più
tardi
,
quando
la
comunità
,
passo
passo
,
avrà
conquistato
il
terreno
intermedio
,
e
sarà
arrivata
ad
intendere
l
'
uomo
che
l
'
ha
preceduta
.
Fra
questa
classe
d
'
uomini
vi
hanno
pur
gli
utopisti
,
i
quali
separati
che
siano
dai
folli
,
si
può
dire
che
abbiano
avuto
la
sfortuna
di
gettare
nello
spazio
dell
'
avvenire
idee
traverso
le
quali
,
per
loro
sventura
,
non
è
passata
la
traiettoria
dell
'
umano
progresso
,
onde
furon
lasciati
da
parte
,
come
gente
che
,
anziché
precedere
il
progresso
comune
,
l
'
avrebbe
deviato
.
Assistiamo
giornalmente
alla
dimostrazione
di
quanto
io
dico
.
Nelle
pubbliche
assemblee
(
specialmente
nelle
politiche
)
gli
oratori
festeggiati
e
che
dominano
sono
coloro
che
non
dicono
nulla
di
nuovo
,
ma
che
sanno
toccar
bene
il
tasto
che
muove
il
pensiero
ed
il
sentimento
comune
;
al
contrario
i
veri
innovatori
,
gli
scienziati
sottili
ed
originali
,
sia
che
scrivano
,
sia
che
parlino
,
non
soltanto
non
vengono
compresi
,
ma
incorrono
necessariamente
nell
'
ostilità
e
nel
motteggio
.
Più
tardi
trionferanno
,
quando
,
a
poco
alla
volta
,
crescendo
il
numero
dei
seguaci
(
che
non
saranno
ciechi
fanatici
,
ma
studiosi
)
,
questi
avranno
compiuta
,
dalla
punta
alla
base
,
la
piramide
che
li
estolla
in
trionfo
.
Ricorderà
il
Ferri
,
quand
'
egli
in
Parlamento
,
propugnatore
delle
nuove
idee
pel
Codice
penale
,
fu
soffocato
dall
'
enorme
peso
dell
'
opinione
di
presso
che
tutti
i
deputati
,
i
quali
nel
Codice
di
Zanardelli
glorificavano
il
trionfo
della
opinione
pubblica
,
che
si
era
arrestata
alle
vittoriose
idealità
,
già
da
venti
anni
diventate
,
scientificamente
,
anticaglie
.
Ecco
dunque
,
secondo
me
,
l
'
errore
della
polemica
fra
Sighele
e
Ferri
.
L
'
uno
ammette
la
sola
diffusibilità
e
sommabilità
dei
sentimenti
,
e
non
si
accorge
che
ciò
si
deve
all
'
esser
i
sentimenti
e
gli
atti
volitivi
che
li
rispecchiano
,
fatti
psichici
di
patrimonio
comune
,
onde
dall
'
oratore
essi
non
vengono
seminati
,
ma
solamente
evocati
,
e
,
per
effetto
delle
leggi
dal
Sighele
stesso
così
bene
illustrate
,
rinforzati
,
sommati
e
,
fino
a
un
certo
segno
,
moltiplicati
nell
'
intensità
,
non
già
,
intendiamoci
,
nella
qualità
e
nel
numero
.
L
'
altro
,
il
Ferri
,
dicendo
che
nello
scambio
le
idee
si
rinforzano
,
dice
bene
,
a
mio
parere
,
soltanto
nel
senso
che
le
idee
individuali
,
prodotte
da
una
mente
alta
e
di
larghe
vedute
,
rispecchiano
sempre
un
lato
solo
del
prisma
,
mentre
,
preso
l
'
abbrivo
e
il
suggerimento
da
una
opinione
,
le
altre
,
emesse
dagli
altri
,
si
svolgono
a
riguardar
nuovi
lati
del
prisma
medesimo
,
onde
l
'
opinione
prima
si
può
modificare
,
allargare
,
rinforzare
,
innalzare
e
talora
anche
indebolire
.
Obbiettivamente
considerando
gli
effetti
di
una
discussione
di
idee
,
si
rilevano
due
fatti
:
il
primo
,
che
l
'
idea
emessa
dal
proponente
,
dirò
così
,
viene
attenuata
o
modificata
dalla
diversa
base
sulla
quale
,
dopo
l
'
opinione
altrui
,
essa
dovrà
poggiarsi
;
e
l
'
altro
che
il
resultato
finale
dell
'
opinione
di
ciascuno
,
compresa
quella
del
proponente
,
non
sarà
un
'
idea
acuta
,
elevata
quant
'
era
quella
di
prima
,
la
quale
tanto
più
si
distendeva
in
altezza
quanto
meno
s
'
allargava
alla
base
,
ma
sarà
un
modo
più
esatto
,
più
largo
,
per
quanto
meno
geniale
,
di
vedere
le
cose
.
Dunque
in
parte
ha
ragione
il
Sighele
,
a
dire
che
,
riguardo
ai
prodotti
intellettuali
,
lo
scambio
delle
idee
ha
per
effetto
una
diminuzione
d
'
intensità
e
di
forza
nell
'
idea
iniziale
;
ma
viceversa
avrebbe
ragione
il
Ferri
in
quanto
la
discussione
eliminando
i
pericoli
delle
unilateralità
e
delle
utopie
,
infonde
vigore
ed
efficacia
all
'
idea
medesima
,
migliorata
e
corretta
.
Dopo
ciò
,
la
distinzione
,
in
proposito
,
fra
i
sentimenti
e
le
idee
non
dovrebbe
più
esser
quella
fatta
dal
Sighele
e
dal
Ferri
,
poiché
,
a
seconda
della
coltura
o
delle
speciali
condizioni
della
folla
un
sentimento
d
'
ordine
comune
può
venir
non
compreso
ed
essere
espresso
senza
efficacia
come
fosse
un
'
idea
geniale
e
di
peregrina
fattura
:
ed
in
assemblea
diversa
un
'
idea
geniale
può
destare
entusiasmi
e
muovere
ad
azioni
al
pari
che
se
fosse
un
sentimento
universo
ed
anticamente
sentito
.
E
,
per
valermi
di
esempi
simili
a
quelli
portati
dai
nominati
scrittori
,
se
Garibaldi
creò
non
solo
degli
eroi
,
ma
mosse
un
popolo
intiero
colla
magica
parola
di
Italia
unita
,
questa
parola
non
avrebbe
avuto
efficacia
alcuna
un
secolo
innanzi
,
poiché
il
1859
trovava
in
Italia
un
popolo
nel
quale
il
concetto
dell
'
unità
italiana
erasi
fatto
sentimento
,
mentre
non
lo
era
affatto
prima
dell
'
epoca
napoleonica
,
ed
era
ancora
,
come
ai
tempi
di
Dante
,
sogno
d
'
idealità
geniali
.
Per
chiarir
meglio
il
mio
concetto
e
meglio
formulare
il
motivo
per
il
quale
vi
ha
una
differente
potenza
di
comunicabilità
,
non
già
solo
fra
sentimenti
e
idee
,
ma
fra
sentimenti
e
sentimenti
,
fra
idee
e
idee
,
ricorderò
come
il
prodotto
del
genio
accenni
ad
una
divergenza
nell
'
evoluzione
civile
,
e
inizii
un
nuovo
ramo
nell
'
albero
delle
umane
attività
;
non
altrimenti
la
varietà
,
che
spunta
da
una
specie
,
crea
nuovi
indirizzi
di
forma
e
di
vita
,
e
segna
le
origini
d
'
una
specie
novella
,
che
più
tardi
,
attraverso
i
perfezionamenti
della
nuova
varietà
,
si
andrà
affermando
.
Tale
significazione
biologica
del
genio
che
io
,
primo
,
ho
additato
e
illustrato
in
lavori
,
che
già
datano
da
cinque
o
sei
anni
,
e
di
cui
ho
pur
fatto
applicazione
nello
studio
della
psiche
sociale
e
nella
storia
,
chiarisce
il
fatto
per
il
quale
il
pensiero
dell
'
uomo
di
genio
,
che
spesso
crea
istantaneamente
o
per
lo
meno
da
poco
ha
maturato
l
'
idea
geniale
,
non
può
trovare
nella
folla
né
intendimento
né
consenso
,
poiché
questa
intende
e
risponde
solamente
a
sentimenti
e
a
idee
che
le
sono
materia
assimilata
.
Ma
non
perciò
mancherà
nella
folla
,
che
ascolta
l
'
oratore
geniale
,
una
piccola
punta
d
'
intenditori
i
quali
,
a
lui
più
prossimi
per
cultura
o
abbastanza
sottili
da
afferrare
fra
il
misticismo
della
non
sicura
dottrina
l
'
idealità
geniale
,
plaudiranno
,
nobile
e
fortunosa
claque
a
colui
che
sarà
dai
più
o
fischiato
o
deriso
.
E
,
per
contrapposto
,
ognuno
di
noi
ricorda
di
aver
udito
in
piazza
e
nei
pubblici
comizî
portar
a
cielo
oratori
,
i
quali
nulla
dissero
di
nuovo
,
ma
infarcirono
i
loro
discorsi
con
frasi
fatte
e
di
moda
,
che
hanno
la
immancabile
efficacia
di
muovere
il
pubblico
consenso
.
Mi
sembra
ingannevole
l
'
argomento
,
che
si
intravvede
tra
le
righe
del
Ferri
(
chiedo
scusa
se
ho
male
interpretato
)
,
che
vorrebbe
indurre
la
prova
della
comunicabilità
non
solo
,
ma
dell
'
effetto
diffusivo
delle
idee
,
dall
'
esempio
del
discorso
a
scopo
istruttivo
che
tiene
il
maestro
agli
scolari
o
il
conferenziere
al
pubblico
vario
dei
suoi
ascoltatori
.
Invero
,
il
buon
docente
è
quello
che
sa
tenersi
al
livello
,
non
solo
della
intelligenza
,
ma
della
coltura
dei
suoi
scolari
,
un
po
'
più
alto
,
niente
più
;
ed
ha
fama
di
buon
conferenziere
colui
che
,
guardandosi
dagli
alti
o
peregrini
voli
,
sa
con
lenocinio
fecondo
spezzare
il
pane
della
sua
scienza
,
così
da
farla
inghiottire
alla
diversa
capacità
delle
fauci
.
Dò
pur
io
importanza
all
'
azione
suggestiva
delle
correlative
espressioni
fisionomiche
e
degli
atteggiamenti
della
persona
e
della
voce
di
colui
che
,
parlando
,
sente
vivamente
ciò
che
dice
.
Nessuno
meglio
di
Orazio
ha
espresso
una
simile
cognizione
.
Da
alienista
,
fo
anche
notare
che
fra
i
sentimenti
e
le
azioni
si
stringe
facile
un
legame
,
così
che
gli
uni
chiamano
gli
altri
quasi
a
rifletterli
,
e
ciò
tanto
più
vivamente
quanto
più
i
sentimenti
siano
assimilati
agli
individui
.
Un
'
analoga
correlazione
si
stabilisce
fra
idee
ed
azioni
,
e
ciò
in
principio
dell
'
intermedio
dell
'
emotività
,
e
più
innanzi
,
mano
mano
che
l
'
idea
si
impossessa
dell
'
individuo
,
anco
senza
di
essa
.
Tanto
i
sentimenti
quanto
le
idee
dunque
possono
suscitare
negli
uditori
lo
scoppio
delle
azioni
correlative
,
onde
una
parola
di
odio
determina
mille
ruggiti
di
rabbia
e
fa
portare
mille
mani
al
bastone
;
ma
perché
ciò
succeda
bisogna
che
i
sentimenti
espressi
dall
'
oratore
non
gli
sieno
individuali
,
ma
rispondano
ad
altrettali
od
a
somiglianti
nella
folla
;
e
le
idee
che
esprime
sieno
o
così
semplici
o
così
comuni
che
,
o
ancora
per
il
tramite
di
stati
emotivi
,
o
direttamente
se
sieno
ancor
più
mature
,
trovino
nella
folla
medesima
di
essere
già
largamente
e
vivamente
comprese
.
Oggidì
ancora
nessun
oratore
sarebbe
capace
di
entusiasmare
una
moltitudine
di
Indù
colla
parola
eguaglianza
.
La
stessa
parola
trovò
tanti
ostacoli
ad
essere
accolta
quando
veniva
dalla
bocca
dei
primi
cristiani
:
e
,
al
contrario
,
sollevò
il
mondo
pubblicata
dalla
Rivoluzione
francese
.
Non
era
forse
un
'
idea
prima
e
dopo
?
Ma
prima
era
un
'
idea
solitaria
e
lontana
dalla
comune
cognizione
;
più
tardi
un
'
idea
comune
e
resa
assimilabile
,
fatta
eguale
ad
un
sentimento
.
Girifalco
,
22
novembre
1894
.
SILVIO
VENTURI
.
VI
.
Lettera
di
Pio
Viazzi
a
Scipio
Sighele
*
Egregio
Signore
,
Ella
sa
come
io
abbia
sempre
avuto
grande
ammirazione
per
l
'
opera
sua
di
scienziato
,
e
non
vorrà
credere
a
petulanza
,
se
mi
permetto
ora
di
contrastare
a
qualche
sua
asserzione
,
forse
troppo
assoluta
,
a
proposito
dell
'
intelligenza
della
folla
.
Ella
osserva
,
con
molta
giustezza
,
che
bisogna
distinguere
gli
stadî
acuti
della
associazione
umana
,
quale
è
una
folla
e
,
in
grado
minore
,
una
setta
,
dallo
stadio
normale
,
quale
è
la
convivenza
sociale
.
Ma
poi
afferma
genericamente
che
"
se
le
collettività
(
e
più
avanti
spiega
,
si
chiamino
Giurì
o
Commissioni
,
assemblea
o
folla
)
nell
'
ordine
morale
sono
suscettibili
dei
due
estremi
opposti
,
della
più
selvaggia
criminalità
e
del
più
sublime
eroismo
,
-
nell
'
ordine
intellettuale
invece
non
conoscono
che
un
estremo
,
l
'
infimo
,
giacché
se
possono
discendere
a
degli
abissi
di
pazzia
o
d
'
imbecillità
sconosciuti
all
'
individuo
isolato
,
non
sanno
elevarsi
alla
manifestazione
suprema
dell
'
intelligenza
e
dell
'
immaginazione
creatrice
.
Vi
sono
,
infatti
,
eroismi
collettivi
:
non
vi
sono
né
nell
'
arte
,
né
nella
scienza
capolavori
collettivi
"
.
Questa
è
l
'
affermazione
sua
.
E
le
cagioni
del
fenomeno
,
ella
dice
,
sarebbero
le
seguenti
:
Si
dovrebbe
accettare
come
esatta
l
'
affermazione
del
Tarde
che
"
l
'
opera
del
genio
e
del
talento
è
sempre
complicata
e
differisce
in
natura
,
non
in
grado
soltanto
,
da
un
atto
di
intelligenza
volgare
"
.
In
altre
parole
:
dei
sentimenti
si
fa
la
somma
,
delle
idee
non
si
può
fare
che
la
media
;
e
ciò
perché
le
facoltà
intellettuali
non
possono
comunicarsi
per
suggestione
,
in
quanto
non
hanno
mezzi
per
manifestarsi
esteriormente
.
Che
se
vi
ha
,
pure
nelle
idee
,
una
forma
di
suggestione
,
questa
non
fa
che
dei
discepoli
,
dei
seguaci
,
vale
a
dire
degli
inferiori
,
non
degli
uguali
,
come
avviene
per
la
suggestione
dei
sentimenti
.
Concludendo
,
ella
dice
addirittura
che
unirsi
nel
mondo
umano
,
vorrebbe
dire
peggiorarsi
.
Ora
,
a
me
pare
abbia
ragione
il
Ferri
,
quando
,
invitante
i
volonterosi
a
discutere
la
questione
,
modifica
le
accennate
asserzioni
a
questo
modo
:
essere
vero
che
i
sentimenti
si
comunicano
e
si
sommano
nelle
collettività
più
che
le
idee
,
ma
che
esse
pure
,
le
idee
,
si
sommano
;
per
conchiuderne
,
da
codesta
innegabile
comunicazione
delle
idee
,
al
principio
d
'
ordine
generale
,
che
la
collettività
rende
più
intensa
ogni
manifestazione
psichica
,
in
senso
buono
o
cattivo
,
secondo
la
prevalenza
degli
uni
o
degli
altri
elementi
che
la
compongono
.
Ed
in
primo
luogo
,
quando
si
dimentichi
pure
un
istante
la
premessa
da
lei
posta
alle
sue
ricerche
,
che
non
bisogna
confondere
le
forme
ristrette
e
più
o
meno
transitorie
dell
'
associazione
umana
,
col
fatto
costituente
ed
universale
della
società
umana
*
,
è
troppo
facile
opporre
,
ad
ogni
altro
ragionamento
,
che
,
alla
fine
,
ogni
acquisto
sul
progressivo
evolversi
dell
'
umanità
,
è
opera
collettiva
,
e
prodotto
di
mille
cause
e
di
mille
influenze
e
di
mille
relazioni
d
'
uomo
con
uomo
,
della
società
con
l
'
individuo
.
Ma
a
parte
ciò
,
e
stando
anche
alle
semplici
parziali
transitorie
aggregazioni
,
o
io
sbaglio
grossolanamente
,
o
nei
ragionamenti
suoi
,
egregio
amico
,
intravvedo
l
'
equivoco
.
E
l
'
equivoco
sarebbe
,
che
nell
'
opera
d
'
arte
o
di
scienza
necessariamente
la
forma
esteriore
ai
risultati
di
una
più
o
meno
lunga
elaborazione
psichica
è
data
dall
'
individuo
,
e
per
questo
è
facile
attribuirla
senz
'
altro
esclusivamente
alla
personalità
di
costui
,
senza
risalire
alla
genesi
psicologica
del
prodotto
.
La
realtà
poi
è
che
una
grande
opera
d
'
arte
ed
una
potente
coordinazione
di
idee
,
dovuta
nella
sua
forma
ultima
concreta
esteriore
ad
un
individuo
,
non
solo
presuppone
un
insieme
di
condizioni
mentali
derivate
dall
'
elaborazione
collettiva
anteriore
,
e
ciò
non
concluderebbe
abbastanza
;
ma
nella
massima
parte
dei
casi
ad
essa
ha
concorso
potentemente
quello
stato
speciale
di
elevazione
psichica
che
è
determinato
dall
'
azione
suggestiva
di
un
ambiente
speciale
,
atto
a
facilitare
le
creazioni
dello
spirito
.
Sensazioni
,
emozioni
,
pensieri
frammentarî
,
ripercossi
in
una
mente
sola
ed
accumulatisi
,
convergendo
in
essa
per
vie
molteplici
,
fino
al
momento
in
cui
determinarono
la
esplosione
creatrice
.
Non
so
se
ho
reso
l
'
idea
.
Certo
ognuno
di
noi
ha
provato
la
enorme
differenza
di
duttilità
,
spontaneità
e
felicità
nel
pensiero
e
di
facilità
nell
'
estrinsecazione
,
secondoché
l
'
abituale
conversione
è
più
o
meno
elevata
,
secondoché
si
respira
un
'
atmosfera
intellettuale
o
materiale
.
Chi
sa
dire
quanta
parte
nell
'
opera
di
Donatello
o
di
Michelangiolo
abbiano
avuto
le
corti
di
Cosimo
I
e
di
Giulio
II
;
nell
'
opera
di
qualcuno
fra
i
nostri
batteriologi
o
psicologi
il
gabinetto
di
Pasteur
e
la
clinica
di
Charcot
;
nell
'
opera
dei
precursori
della
rivoluzione
francese
qualche
salotto
del
secolo
scorso
?
E
la
suggestione
è
evidente
nel
campo
delle
idee
,
per
mezzo
della
parola
parlata
e
scritta
:
nell
'
arte
,
è
addirittura
condizione
essenziale
al
godimento
estetico
.
L
'
opera
d
'
arte
afferra
lo
spettatore
,
lo
assorbe
,
esclude
altre
sensazioni
,
provoca
uno
stato
di
monoideismo
simile
all
'
ipnosi
ed
allora
il
suo
contenuto
,
la
sua
significazione
intellettuale
determina
nello
spettatore
rappresentazioni
mentali
conformi
a
quelle
dello
autore
,
il
quale
per
tal
modo
sostituisce
alle
altre
la
propria
personalità
.
Moltiplicate
in
una
collettività
simili
reciproche
influenze
,
e
i
risultati
,
fermi
nelle
opere
dei
singoli
,
si
estrinsecano
però
in
quelle
fioriture
,
apparentemente
inesplicabili
,
che
a
quando
a
quando
ricorrono
nella
storia
.
V
'
ha
di
più
.
Non
mancano
esempi
di
vere
e
proprie
attuazioni
concrete
di
opere
elevatissime
,
dovute
a
collettività
;
e
si
presentano
subito
alla
mente
le
compagnie
di
maestri
alle
quali
dobbiamo
le
grandiose
e
talora
bellissime
costruzioni
gotiche
.
Ma
un
caso
splendido
ci
è
dato
dalla
fabbrica
di
Santa
Maria
del
Fiore
,
una
delle
cose
più
organiche
,
più
felici
,
sorte
per
opera
d
'
uomo
a
rallegrare
,
sotto
il
sole
rilucente
,
le
generazioni
delle
anime
fini
.
Il
disegno
della
crociata
e
delle
cappelle
posteriori
è
dovuto
all
'
opera
collettiva
di
otto
maestri
e
pittori
,
in
concordia
,
Neri
di
Fioravante
,
Benci
di
Cione
,
Francesco
Salvetti
,
l
'
Orcagna
,
Taddeo
Gaddi
,
Andrea
Bonajuti
,
Niccolò
di
Tommaso
,
Neri
di
Mone
;
esso
fu
giudicato
,
nel
concorso
,
migliore
,
prima
dagli
operai
della
chiesa
,
e
poi
da
tutto
il
popolo
convocato
dai
banditori
.
Al
giudizio
sul
disegno
pei
basamenti
e
capitelli
delle
colonne
furono
chiamati
cinque
maestri
,
poi
altri
quattro
,
poi
altri
cinque
,
ed
infine
cento
cittadini
e
religiosi
.
Ad
ogni
avanzamento
della
fabbrica
poi
emerge
bensì
qualche
nome
superiore
,
ma
è
sempre
incombente
l
'
opera
collettiva
ed
anonima
degli
operai
.
A
mio
parere
,
dunque
,
ella
,
egregio
amico
,
è
nel
vero
quando
constata
la
comune
insufficienza
delle
collettività
nelle
opere
d
'
ingegno
;
ha
torto
quando
eleva
questa
constatazione
a
regola
assoluta
generale
*
.
E
credo
con
ciò
che
non
si
possano
accettare
tali
e
quali
le
ragioni
che
ella
porge
d
'
inferiorità
di
risultati
nelle
opere
della
intelligenza
in
confronto
alle
opere
del
puro
sentimento
.
I
sentimenti
si
comunicano
e
si
propagano
e
riflettono
con
più
facilità
perché
più
fondamentalmente
uniti
alla
natura
umana
,
e
sostanzialmente
conformi
nelle
varietà
degli
individui
:
per
gli
stati
intellettuali
manca
spesso
invece
quella
affinità
che
possa
permettere
l
'
incontro
delle
idee
,
essendo
maggiore
infinitamente
la
differenza
fra
uomo
ed
uomo
nel
campo
della
intelligenza
.
Riunite
invece
intelligenze
affini
,
capacità
emozionali
conformi
-
occorre
una
certa
affinità
fra
i
semi
perché
si
fecondino
-
:
allora
l
'
unione
sarà
procreazione
.
Con
ossequio
,
suo
PIO
VIAZZI
.
Alessandria
,
4
dicembre
1894
.
Saggistica ,
Alla
cara
memoria
della
Baronessa
Alice
Marchetti
CONSIDERAZIONI
CRITICHE
Non
intendo
di
esporre
un
trattato
di
Pedagogia
Scientifica
:
queste
note
preventive
hanno
il
modesto
scopo
di
render
noti
i
risultati
assai
interessanti
di
una
esperienza
pedagogica
,
la
quale
sembrerebbe
aprire
una
via
di
pratica
attuazione
ai
nuovi
principi
che
tendono
a
ricostruire
la
Pedagogia
.
Si
sa
infatti
,
e
se
ne
parla
da
oltre
dieci
anni
,
che
anche
la
Pedagogia
,
come
già
fece
la
Medicina
,
tende
a
esulare
dai
campi
puramente
speculativi
,
per
fondare
le
sue
basi
sulle
indagini
positive
dell
'
esperienza
.
La
psicologia
fisiologica
o
sperimentale
che
,
da
Weber
e
Fechner
al
Wundt
,
è
venuta
organizzandosi
in
una
scienza
nuova
,
sembrerebbe
destinata
a
fornirle
quel
substratum
di
preparazione
,
che
l
'
antica
psicologia
morfologica
forniva
alla
Pedagogia
filosofica
.
E
anche
l
'
antropologia
morfologica
,
applicata
allo
studio
fisico
degli
scolari
,
apparisce
quale
altro
robusto
cardine
della
nuova
Pedagogia
.
Ma
in
verità
la
Pedagogia
Scientifica
non
fu
ancora
mai
costruita
,
né
definita
.
È
qualche
cosa
di
vago
di
cui
si
parla
,
ma
che
in
realtà
non
esiste
.
Si
direbbe
che
essa
finora
è
appena
l
'
intuizione
di
una
scienza
,
che
dovrà
fatalmente
scaturire
dal
cumulo
di
scienze
positive
e
sperimentali
,
che
hanno
rinnovato
il
pensiero
nel
secolo
XIX
;
perché
l
'
uomo
che
si
è
formato
un
nuovo
mondo
nell
'
ambiente
scientifico
-
-
dovrà
pure
essere
preparato
da
una
nuova
Pedagogia
.
Ma
niente
di
più
.
In
Italia
sorse
anni
fa
,
con
nobile
e
audace
slancio
,
una
cosidetta
Scuola
di
Pedagogia
Scientifica
,
per
opera
del
dottore
in
medicina
prof
.
Pizzoli
,
avente
scopo
di
preparare
i
maestri
al
nuovo
indirizzo
della
Pedagogia
:
scuola
che
ebbe
per
due
o
tre
anni
molto
successo
,
che
raccolse
,
si
può
dire
,
tutti
i
maestri
d
'
Italia
,
e
che
fu
assunta
con
magnificenza
di
materiale
scientifico
dalla
città
di
Milano
.
Essa
nacque
ricchissima
-
-
tanto
vi
affluirono
in
ogni
maniera
aiuti
economici
,
con
la
speranza
di
costruirvi
la
«
scienza
di
formar
l
'
uomo
»
.
L
'
origine
di
tanto
entusiasmo
dovevasi
in
gran
parte
alla
calda
propaganda
dell
'
illustre
antropologo
Giuseppe
Sergi
,
il
quale
,
da
circa
trent
'
anni
,
veniva
diffondendo
con
opera
assidua
,
tra
i
maestri
di
tutta
Italia
,
principi
di
civiltà
nuova
fondata
sull
'
educazione
:
«
Oggi
nella
vita
sociale
»
diceva
il
Sergi
«
s
'
impone
un
bisogno
urgente
:
il
rinnovamento
di
metodi
per
l
'
educazione
e
per
l
'
istruzione
,
e
chi
lotta
per
questa
insegna
,
lotta
per
la
rigenerazione
umana
»
.
Nei
suoi
scritti
pedagogici
raccolti
in
un
volume
:
Educazione
ed
Istruzione
(
Pensieri
)
1
nei
quali
riassume
il
contenuto
di
lezioni
e
conferenze
di
propaganda
-
-
addita
come
via
del
rinnovamento
desiderato
-
-
lo
stadio
metodico
dell
'
educando
,
condotto
sulla
guida
dell
'
antropologia
pedagogica
e
della
psicologia
sperimentale
.
«
Da
parecchi
anni
io
combatto
per
un
'
idea
che
più
ripenso
,
più
ritrovo
giusta
e
utile
per
l
'
istruzione
e
l
'
educazione
umana
,
cioè
che
per
aver
metodi
naturali
e
raggiungere
questi
fini
è
necessario
che
noi
abbiamo
numerose
osservazioni
esatte
e
razionali
sugli
uomini
,
e
principalmente
sull
'
infanzia
nella
quale
si
debbono
porre
le
basi
dell
'
educazione
e
della
cultura
»
.
...
«
Misurare
la
testa
,
la
statura
ecc
.
non
significa
,
è
vero
,
fare
della
Pedagogia
;
ma
significa
seguire
la
via
per
giungervi
,
perché
non
si
può
educare
alcuno
se
non
si
conosce
direttamente
»
.
L
'
autorità
del
Sergi
valse
a
dare
il
convincimento
che
,
una
volta
,
conosciuto
l
'
individuo
-
-
l
'
arte
di
educarlo
ne
sarebbe
scaturita
quasi
naturalmente
;
e
ciò
indusse
(
co1
Trevisini
,
1892
.
me
spesso
avviene
)
nei
suoi
seguaci
,
una
confusione
di
idee
,
che
proveniva
da
interpretazione
troppo
letterale
e
insieme
da
esagerazione
delle
idee
del
maestro
-
-
cioè
alla
confusione
fra
lo
studio
sperimentale
dello
scolaro
e
la
sua
educazione
.
E
poiché
l
'
uno
era
la
via
per
giungere
all
'
altra
,
che
ne
doveva
scaturire
naturalmente
,
si
chiamò
addirittura
Pedagogia
Scientifica
l
'
Antropologia
pedagogica
;
e
i
convertiti
al
nuovo
verbo
portarono
come
vessillo
la
«
Carta
biografica
»
,
supponendo
che
una
volta
issata
definitivamente
tale
bandiera
sul
campo
della
scuola
,
la
battaglia
fosse
vinta
.
Perciò
le
cosidette
scuole
di
Pedagogia
scientifica
insegnavano
ai
maestri
a
prendere
le
misure
antropometriche
,
ad
usare
istrumenti
di
estesiometria
,
a
raccogliere
dati
anamnestici
;
e
il
corpo
dei
maestri
scienziati
era
formato
.
Invero
all
'
estero
non
si
fa
certamente
né
di
più
,
né
di
meglio
.
Anche
in
Francia
,
in
Inghilterra
e
specialmente
in
America
si
sono
tentati
studi
di
antropologia
e
psicologia
Pedagogica
nelle
scuole
elementari
,
con
l
'
illusione
di
trarre
dall
'
antropometria
e
dalla
psicometria
il
rinnovamento
della
scuola
.
Quasi
mai
però
sono
i
maestri
a
compiere
tali
ricerche
,
ma
invece
i
medici
che
hanno
un
interesse
più
per
la
loro
scienza
speciale
,
che
per
la
Pedagogia
;
e
che
cercano
di
dare
contributi
sperimentali
alla
psicologia
e
all
'
antropometria
,
anziché
organizzare
il
loro
lavoro
e
i
loro
intenti
a
formare
la
tanto
attesa
Pedagogia
scientifica
.
Infine
l
'
antropologo
e
lo
psicologo
non
si
sono
mai
messi
a
educare
i
bambini
nelle
scuole
;
né
mai
i
maestri
esercenti
sono
saliti
al
grado
di
scienziati
di
gabinetto
.
Invece
il
progresso
pratico
della
scuola
richiederebbe
una
vera
fusione
di
indirizzi
di
studio
e
di
pensiero
,
tale
che
richiamasse
direttamente
nei
campi
elevatissimi
della
scuola
gli
scienziati
,
e
che
elevasse
i
maestri
dal
livello
inferiore
di
coltura
in
cui
oggi
si
limitano
.
A
questo
ideale
eminentemente
pratico
-
-
tendono
ora
in
Italia
le
Scuole
Pedagogiche
Universitarie
fondate
dal
Credaro
-
-
con
l
'
intento
di
estendere
la
Pedagogia
dai
limiti
di
una
semplice
materia
secondaria
della
facoltà
filosofica
,
come
era
stata
finora
,
a
una
facoltà
indipendente
,
la
quale
,
come
quella
di
Medicina
,
comprendesse
gl
'
insegnamenti
più
varî
.
E
tra
questi
entrarono
pure
l
'
Igiene
Pedagogica
,
l
'
Antropologia
Pedagogica
e
la
Psicologia
Sperimentale
.
Invero
l
'
Italia
,
che
è
patria
del
Lombroso
,
del
De
Giovanni
e
del
Sergi
,
può
portare
il
vanto
di
un
primato
in
tale
organizzazione
.
Infatti
quei
tre
scienziati
possono
chiamarsi
fondatori
di
nuovi
indirizzi
dell
'
Antropologia
:
antropologia
criminale
il
primo
,
antropologia
medica
il
secondo
,
e
antropologia
pedagogica
il
terzo
;
e
insieme
,
per
gran
fortuna
della
scienza
,
essi
sono
stati
validi
e
primi
propagatori
della
loro
idea
,
sì
che
non
solo
hanno
fatto
dei
valorosi
allievi
,
ma
hanno
pur
preparato
la
coscienza
delle
masse
ad
abbracciare
il
rinnovamento
scientifico
da
essi
difeso
(
vedi
il
mio
trattato
:
L
'
Antropologia
pedagogica
)
2
.
Oggi
lo
spirito
organizzatore
del
Credaro
ci
fa
sperare
che
si
compia
nelle
nostre
università
la
riedificazione
della
scuola
e
dei
metodi
educativi
;
e
sopratutto
la
vera
fusione
tra
le
scienze
sperimentali
,
che
hanno
indubbiamente
preparato
un
materiale
utilizzabile
al
rinnovamento
teorico
della
Pedagogia
,
e
l
'
arte
educativa
dei
maestri
esercenti
,
i
quali
elevano
nelle
Scuole
pedagogiche
universitarie
italiane
la
loro
cultura
.
E
ciò
sarebbe
gran
vanto
della
patria
.
2
Montessori
,
L
'
Antropologia
Pedagogica
,
Vallardi
.
Ma
oggi
ci
preoccupa
nell
'
educazione
l
'
interesse
dell
'
umanità
e
della
civiltà
-
-
innanzi
al
quale
esiste
una
sola
patria
:
il
mondo
.
E
per
una
causa
di
tanto
valore
tutti
quelli
che
hanno
dato
un
contributo
,
anche
se
questo
ebbe
il
significato
di
un
tentativo
non
coronato
da
successo
,
sono
degni
di
essere
rispettati
dall
'
umanità
civile
.
Così
in
Italia
la
scuola
del
Pizzoli
e
i
Gabinetti
di
Antropologia
e
di
Pedagogia
scientifica
,
che
sorsero
in
varie
città
d
'
Italia
per
opera
di
maestri
elementari
o
d
'
ispettori
scolastici
,
e
che
caddero
ancor
prima
di
essersi
definitivamente
organizzati
-
-
hanno
un
grande
valore
per
la
fede
che
li
ispirò
,
e
pel
cammino
che
hanno
aperto
al
pensiero
.
Non
bisogna
dire
che
simili
tentativi
furono
troppo
audaci
e
spinti
da
una
ristretta
comprensione
delle
nuove
scienze
ancora
in
via
di
sviluppo
:
ogni
cosa
grande
nasce
su
tentativi
facili
,
e
su
opere
imperfette
.
Quando
S
.
Francesco
di
Assisi
ebbe
la
rivelazione
di
dover
ricostruire
la
Chiesa
,
credé
che
si
trattasse
della
chiesuola
del
suo
paese
che
era
crollata
;
e
si
mise
a
trasportare
pietre
sulle
spalle
onde
riedificarla
.
Solo
dopo
si
accorse
che
la
sua
missione
era
di
rinnovare
la
Chiesa
cattolica
con
lo
spirito
di
povertà
.
Ma
il
San
Francesco
che
ingenuamente
trasporta
le
pietre
,
come
quello
che
fulgidamente
conduce
a
un
trionfo
dello
spirito
,
sono
la
stessa
persona
in
due
età
diverse
.
E
così
noi
che
lavoriamo
a
un
solo
trionfo
,
siamo
quasi
membra
o
età
di
una
persona
medesima
:
e
quelli
che
vengon
dopo
arrivano
,
perché
ci
furono
quelli
che
credettero
e
lavorarono
prima
.
Così
molto
analogamente
abbiamo
creduto
che
trasportando
le
pietre
del
duro
e
arido
esperimento
da
gabinetto
nella
scuola
antica
e
crollante
,
potessimo
riedificarla
.
Noi
abbiamo
guardato
ai
portati
della
scienza
materialistica
e
meccanicista
con
la
stessa
speranza
con
cui
San
Francesco
guardò
i
frantumi
di
granito
che
dovevano
pesar
sulle
sue
spalle
.
Ma
appunto
per
questo
ci
siamo
messi
in
una
via
falsa
e
ristretta
,
che
è
necessario
di
superare
per
imbatterci
veramente
nella
rinnovata
arte
di
preparare
le
generazioni
umane
.
Preparare
i
maestri
sulla
guida
delle
scienze
sperimentali
-
-
non
è
facile
cosa
.
Quando
avessimo
insegnato
loro
nel
modo
più
minuzioso
l
'
antropometria
e
la
psicometria
-
-
avremmo
fabbricato
dei
meccanismi
,
la
cui
utilità
sarebbe
molto
problematica
.
Infine
iniziando
all
'
esperienza
così
intesa
i
maestri
,
rimaniamo
sempre
in
un
campo
teorico
:
il
maestro
di
prima
,
preparato
su
principii
di
filosofia
metafisica
,
conosceva
le
idee
di
alcuni
uomini
considerati
autorevoli
-
-
e
muoveva
i
muscoli
del
linguaggio
nel
parlarne
,
e
i
muscoli
dell
'
occhio
nel
leggere
;
invece
i
nostri
conoscono
alcuni
istrumenti
e
sanno
muovere
i
muscoli
delle
braccia
per
usarli
;
inoltre
hanno
un
'
idea
,
che
è
storia
di
tentativi
analoghi
a
quelli
che
essi
aridamente
hanno
imparato
a
compiere
.
La
differenza
non
è
sostanziale
.
Perché
le
differenze
profonde
non
possono
esistere
nelle
modalità
esteriori
,
ma
nell
'
uomo
interiore
.
Noi
con
l
'
iniziazione
alle
esperienze
non
abbiamo
certo
preparati
nuovi
maestri
.
E
sopratutto
abbiamo
lasciato
gli
educatori
sulla
soglia
delle
scienze
sperimentali
,
non
ammettendoli
alla
sua
parte
più
nobile
e
più
profonda
-
-
alla
quale
si
formano
gli
scienziati
.
Invero
,
che
cosa
è
uno
scienziato
?
Non
certo
colui
che
sa
maneggiare
tutti
gl
'
istrumenti
di
fisica
di
un
gabinetto
o
che
nel
laboratorio
di
chimica
rimaneggia
con
sicurezza
tutti
i
reattivi
:
o
che
sa
in
biologia
approntare
i
preparati
microscopici
.
Anzi
molto
spesso
persone
assai
al
disotto
degli
«
scienziati
»
come
sarebbero
gli
assistenti
o
i
semplici
preparatori
,
sono
essi
,
non
lo
scienziato
,
che
hanno
la
più
gran
sicurezza
della
tecnica
sperimentale
.
Noi
chiamiamo
scienziato
la
figura
di
colui
che
nell
'
esperimento
ha
sentito
un
mezzo
conducente
a
indagare
le
profonde
verità
della
vita
,
a
sollevare
un
qualche
velo
dei
suoi
affascinanti
segreti
:
e
che
in
tale
indagine
ha
sentito
nascere
dentro
di
sé
un
amore
così
passionale
pei
misteri
della
natura
,
da
dimenticare
se
stesso
.
Lo
scienziato
non
è
il
maneggiatore
d
'
istrumenti
-
-
è
il
religioso
della
natura
.
Questo
sublime
innammorato
porta
della
sua
passione
,
come
un
monaco
,
i
segni
esterni
:
noi
chiamiamo
scienziato
quegli
che
vive
oramai
nel
suo
gabinetto
senza
più
sentire
il
mondo
esteriore
,
quasi
un
trappista
del
medio
evo
;
quegli
che
è
trascurato
nel
vestire
,
perché
non
si
ricorda
più
di
se
stesso
;
quegli
che
instancabile
nel
guardare
al
microscopio
,
diventa
cieco
;
quegli
che
si
inocula
la
tubercolosi
,
ingerisce
gli
escrementi
di
colerosi
,
nell
'
ansia
di
conoscere
i
veicoli
di
trasmissione
delle
malattie
;
quegli
che
sa
come
un
preparato
chimico
possa
essere
esplosivo
,
ma
pure
tenta
la
sua
sintesi
,
e
rimane
fulminato
.
Ecco
lo
spirito
dell
'
uomo
di
scienza
,
al
quale
la
natura
voluttuosamente
rivela
i
suoi
segreti
coronandolo
con
la
gloria
della
scoperta
.
Esiste
dunque
uno
«
spirito
»
dello
scienziato
,
oltre
a
un
«
meccanismo
»
dello
scienziato
.
E
lo
scienziato
è
al
culmine
della
sua
ascesa
,
allorché
lo
spirito
ha
trionfato
sul
meccanismo
;
da
lui
la
scienza
avrà
non
solo
nuove
rivelazioni
della
natura
,
ma
sintesi
filosofiche
di
pensiero
.
Ora
io
credo
che
dobbiamo
preparare
nei
maestri
,
più
lo
spirito
che
il
meccanismo
dello
scienziato
;
cioè
l
'
indirizzo
di
preparazione
deve
essere
verso
lo
spirito
,
anziché
verso
il
meccanismo
.
Come
noi
,
allorquando
vedevamo
nella
preparazione
scientifica
il
meccanismo
soltanto
,
non
volevamo
certo
mettere
il
maestro
elementare
nella
condizione
di
essere
insieme
un
perfetto
dottore
assistente
di
gabinetto
d
'
Antropologia
,
di
gabinetto
di
Psicologia
scientifica
,
e
un
igienista
dell
'
infanzia
e
della
scuola
;
ma
volevamo
solo
indirizzarlo
al
cammino
della
scienza
sperimentale
,
insegnandogli
a
maneggiare
un
po
'
gli
uni
,
un
po
'
gli
altri
istrumenti
-
-
così
noi
dobbiamo
indirizzare
il
maestro
,
pur
limitatamente
agli
scopi
che
si
prefigge
il
suo
ufficio
,
sulla
via
dello
«
spirito
scientifico
»
.
Cioè
dobbiamo
far
nascere
nella
coscienza
del
maestro
l
'
interesse
alla
manifestazione
dei
fenomeni
naturali
in
genere
,
fino
al
punto
che
ami
la
natura
,
e
che
conosca
l
'
aspettativa
ansiosa
di
chi
ha
preparato
un
esperimento
onde
attenderne
la
rivelazione
3
.
Gl
'
istrumenti
sono
come
l
'
alfabeto
e
bisogna
saperli
manovrare
,
per
poter
leggere
nella
natura
;
ma
come
il
libro
che
contenga
la
rivelazione
dei
più
grandi
pensieri
di
uno
scrittore
,
ha
nell
'
alfabeto
il
mezzo
di
comporre
la
lettera
delle
sue
parole
;
così
la
natura
sotto
il
meccanismo
dell
'
esperienza
,
ha
l
'
infinita
serie
di
rivelazioni
dei
suoi
segreti
.
Ora
chi
compitasse
potrebbe
leggere
a
rigore
le
parole
del
sillabario
,
come
quelle
di
un
'
opera
di
Shakespeare
,
purché
in
quest
'
ultima
la
stampa
fosse
abbastanza
chiara
.
Chi
è
iniziato
solo
all
'
esperimento
bruto
-
-
è
come
colui
che
compita
il
senso
letterale
delle
parole
in
un
sillabario
;
e
a
tale
livello
lasciamo
i
maestri
,
se
limitiamo
la
loro
preparazione
al
meccanismo
.
Dobbiamo
invece
renderli
interpreti
dello
spirito
della
natura
;
similmente
a
colui
che
pur
avendo
un
giorno
imparato
a
compitare
,
giunge
a
leggere
a
traverso
i
segni
grafici
il
pensiero
di
Shakespeare
,
o
di
Goethe
,
o
di
Dante
.
3
Vedere
nel
mio
Trattato
sull
'
Antropologia
pedagogica
il
capitolo
sul
«
metodo
nelle
scienze
sperimentali
»
.
Come
si
vede
,
la
differenza
è
grande
e
la
via
è
lunga
.
Tuttavia
il
primitivo
nostro
errore
era
naturale
:
il
bambino
che
ha
finito
il
sillabario
ha
l
'
illusione
di
saper
leggere
;
infatti
egli
legge
le
insegne
delle
botteghe
,
i
titoli
dei
giornali
,
e
ogni
parola
o
frase
che
eventualmente
gli
cada
sotto
gli
occhi
.
È
molto
semplice
l
'
errore
nel
quale
egli
cadrebbe
se
,
entrando
in
una
biblioteca
,
s
'
illudesse
di
saper
leggere
il
senso
di
quei
libri
.
Ma
provando
,
sentirebbe
che
«
saper
leggere
meccanicamente
»
è
nulla
,
e
uscirebbe
dalla
biblioteca
per
andare
ancora
a
scuola
.
Così
è
dei
maestri
che
abbiamo
creduto
di
preparare
alla
«
Pedagogia
Scientifica
»
insegnando
loro
Antropometria
e
Psicometria
.
Mettiamo
da
parte
le
difficoltà
di
preparare
i
maestri
-
scienziati
nel
senso
accennato
;
non
facciamo
neppure
il
tentativo
di
un
programma
,
perché
altrimenti
occorrerebbe
deviare
in
un
argomento
che
qui
non
è
nostro
scopo
.
Supponiamo
invece
,
di
aver
preparato
già
i
maestri
,
con
lunghi
esercizi
,
all
'
osservazione
della
natura
,
e
di
averli
condotti
p
.
es
.
al
grado
di
quegli
scienziati
zoologi
,
che
si
alzano
di
notte
,
per
andare
penosamente
tra
i
boschi
,
a
sorprendere
il
risveglio
e
le
prime
manifestazioni
di
vita
diurna
di
qualche
famiglia
d
'
insetti
che
li
interessano
:
-
-
ecco
lo
scienziato
che
potrebbe
essere
assonnato
e
stanco
del
cammino
:
ma
che
è
vibrante
di
vigilanza
:
il
quale
non
si
accorge
se
è
infangato
o
polveroso
,
se
la
nebbia
lo
bagni
e
se
il
sole
lo
bruci
;
ma
solo
è
intento
a
non
rivelare
minimamente
la
presenza
di
se
stesso
,
affinché
gl
'
insetti
per
ore
e
ore
compiano
pacificamente
le
loro
funzioni
naturali
ch
'
egli
vuole
osservare
.
Supponiamo
che
siano
al
grado
di
quello
scienziato
il
quale
già
miope
,
sapendo
come
ciò
affatichi
la
sua
vista
,
pure
osserva
al
microscopio
degli
infusorii
nei
loro
movimenti
spontanei
-
-
e
gli
sembra
che
nel
modo
di
scansar
si
l
'
un
l
'
altro
e
nel
modo
di
scegliere
il
nutrimento
,
siano
forniti
di
una
crepuscolare
coscienza
;
e
poi
perturba
quella
vita
pacifica
con
uno
stimolo
elettrico
,
osservando
come
alcuni
si
raggruppino
al
polo
positivo
e
altri
al
negativo
;
e
quindi
esperimenta
uno
stimolo
luminoso
,
e
vede
come
alcuni
corrano
verso
la
luce
e
altri
ne
rifuggano
;
e
indaghi
tali
fenomeni
di
tropismo
:
-
-
sempre
fissando
la
mente
sul
problema
se
quell
'
accorrere
o
fuggire
agli
stimoli
,
sia
della
stessa
natura
dello
scansarsi
,
dello
scegliere
il
cibo
;
cioè
se
sia
dovuto
a
scelta
e
a
fenomeno
crepuscolare
di
coscienza
,
anziché
ad
attrazione
o
a
repulsione
fisica
simile
a
quella
della
calamita
e
del
ferro
.
E
supponiamo
che
questo
scienziato
,
accorgendosi
che
sono
le
due
dopo
mezzogiorno
e
che
non
ha
ancora
pranzato
,
senta
la
gioia
di
avere
studiato
in
un
gabinetto
anziché
in
casa
sua
,
ove
lo
avrebbero
chiamato
due
ora
prima
,
interrompendo
insieme
l
'
interessante
osservazione
e
il
digiuno
.
Supponiamo
,
dico
,
che
il
maestro
sia
arrivato
(
indipendentemente
dalla
sua
cultura
scientifica
)
a
sentire
un
consimile
,
per
quanto
più
attenuato
,
interesse
nell
'
osservazione
dei
fenomeni
naturali
.
Ebbene
,
tale
preparazione
non
basterebbe
.
Egli
infatti
è
destinato
nel
suo
scopo
definitivo
,
non
già
ad
osservar
insetti
o
infusorî
,
ma
l
'
uomo
.
E
non
l
'
uomo
nelle
manifestazioni
dei
suoi
costumi
diurni
,
quali
quelle
famiglie
d
'
insetti
,
al
loro
risvegliarsi
al
mattino
;
ma
l
'
uomo
nel
suo
svegliarsi
alla
vita
intellettuale
.
L
'
interesse
verso
l
'
umanità
per
chi
vuole
educarla
,
deve
avere
un
carattere
che
connetta
più
intimamente
l
'
osservatore
e
l
'
osservando
,
di
quel
che
non
facciano
lo
zoologo
,
o
il
botanico
con
la
natura
;
e
ciò
che
è
più
intimo
,
è
necessariamente
più
dolce
.
L
'
uomo
non
può
amare
l
'
insetto
o
la
reazione
chimica
-
-
senza
attrito
;
quell
'
attrito
che
in
realtà
,
a
chi
l
'
osserva
senza
passione
,
apparisce
come
una
sofferenza
,
uno
strappo
alla
vita
propria
,
un
martirio
.
Ma
l
'
amore
da
uomo
a
uomo
può
esser
più
dolce
e
così
semplice
,
che
non
il
privilegiato
dello
spirito
,
ma
le
masse
possano
giungervi
senza
sforzo
.
È
necessario
che
i
maestri
,
iniziati
abbastanza
nello
«
spirito
di
scienziati
»
-
-
riposino
nel
sollievo
che
ben
presto
dovranno
provare
,
diventando
osservatori
dell
'
umanità
.
Per
dare
un
'
idea
di
questa
seconda
forma
di
preparazione
dello
spirito
,
immaginiamo
d
'
interpretar
l
'
anima
mistica
dei
primi
seguaci
di
Gesù
Cristo
,
i
quali
sentivano
da
Lui
parlare
di
un
Regno
di
Dio
alto
grandioso
al
di
là
di
quanto
possa
concepirsi
sulla
terra
.
E
ad
uno
dei
discepoli
vien
fatto
di
pensare
come
mai
potranno
essere
i
grandi
,
in
questo
Regno
,
e
lo
chiede
con
ingenua
curiosità
:
«
Maestro
,
e
come
sarà
il
più
grande
di
tutti
,
nel
Regno
dei
Cieli
?
-
-
A
cui
Cristo
carezzando
il
capo
di
un
piccolo
bambino
che
lo
fissava
incantato
,
rispose
:
«
Chi
potrà
farsi
simile
a
questo
fanciullo
,
quegli
sarà
il
più
grande
nel
Regno
dei
Cieli
»
.
Ora
supponiamo
un
'
anima
ardentemente
mistica
,
che
osservi
in
tutte
le
manifestazioni
sue
il
piccolo
fanciullo
,
per
imparare
con
un
misto
di
rispetto
e
d
'
amore
,
di
sacra
curiosità
,
e
di
aspirazione
alle
supreme
altitudini
del
Cielo
-
-
la
via
della
propria
perfezione
;
e
di
porla
nel
bel
mezzo
di
una
classe
,
popolata
da
piccoli
fanciullini
.
Ebbene
,
questo
non
sarebbe
il
nuovo
educatore
che
vogliamo
formare
.
Ma
cerchiamo
di
fondere
in
un
'
anima
sola
lo
spirito
di
aspro
sacrificio
dello
scienziato
-
-
e
quello
di
estasi
ineffabile
d
'
un
tale
mistico
-
-
e
avremo
completamente
preparato
lo
spirito
del
«
maestro
»
.
Egli
infatti
imparerà
dal
fanciullo
stesso
i
mezzi
e
la
via
per
la
propria
educazione
;
cioè
imparerà
dal
fanciullo
a
perfezionarsi
come
educatore
.
Immaginiamo
uno
dei
nostri
botanici
o
zoologi
,
pratico
nella
tecnica
dell
'
osservazione
e
dell
'
esperienza
,
che
avesse
viaggiato
p
.
es
.
,
per
istudiare
sul
luogo
la
peronospera
-
-
e
avesse
compiuto
in
aperta
campagna
le
sue
osservazioni
,
e
poi
al
microscopio
e
in
generale
nel
gabinetto
,
le
ulteriori
ricerche
ed
esperienze
di
cultura
ecc
.
;
o
che
avesse
p
.
es
.
studiato
le
zecche
,
introducendosi
nelle
stalle
e
cercando
tra
gli
escrementi
degli
animali
;
-
-
che
,
infine
,
intendesse
che
cosa
è
studiar
la
natura
,
e
conoscesse
tutti
i
mezzi
che
la
moderna
scienza
sperimentale
offre
per
raggiungere
tale
scopo
;
-
-
dico
,
immaginiamo
uno
di
questi
destinato
in
merito
agli
studi
superati
,
a
coprire
un
posto
scientifico
,
con
l
'
incarico
di
compiere
delle
ricerche
nuove
sugli
imenotteri
.
E
che
giunto
sul
posto
del
suo
destino
,
gli
ponessero
avanti
agli
occhi
una
scatola
,
coperta
di
un
limpido
vetro
,
sul
fondo
della
quale
fossero
infilate
con
uno
spillo
e
conservate
delle
belle
farfalle
morte
,
ad
ali
spiegate
.
Il
giovane
studioso
direbbe
che
quello
è
un
gioco
da
bambini
e
non
un
materiale
di
studio
da
scienziati
;
che
quelle
preparazioni
nella
scatola
sono
il
complemento
alla
ginnastica
che
fanno
i
ragazzi
nei
giardini
pubblici
,
quando
acchiappano
le
farfalle
con
una
reticella
sospesa
a
un
bastoncino
.
Lo
sperimentalista
innanzi
a
quell
'
oggetto
non
potrebbe
far
nulla
.
Lo
stesso
sarebbe
se
ponessimo
un
maestro
scienziato
secondo
il
nostro
concetto
,
-
-
in
una
delle
nostre
odierne
scuole
,
ove
i
fanciulli
sono
soffocati
nelle
espressioni
spontanee
della
loro
personalità
come
esseri
morti
;
e
fissi
sul
posto
rispettivo
,
sul
banco
-
-
come
farfalle
infilate
a
uno
spillo
;
mentre
dispiegano
le
ali
del
sapere
aridamente
acquisito
,
e
che
può
esser
simboleggiato
da
quelle
ali
,
che
hanno
il
significato
di
vanità
.
Dunque
non
vale
preparare
il
maestro
scienziato
:
occorre
approntargli
la
scuola
.
È
necessario
che
la
scuola
permetta
le
libere
manifestazioni
naturali
del
fanciullo
perché
vi
nasca
la
Pedagogia
Scientifica
:
questa
è
la
sua
riforma
essenziale
.
Nessuno
potrà
osare
l
'
affermazione
che
tale
principio
sia
già
esistente
nella
Pedagogia
e
nella
scuola
.
È
vero
che
qualche
pedagogista
-
-
auspice
il
Rousseau
,
-
-
espresse
fantastici
principi
e
vaghe
aspirazioni
di
libertà
infantile
:
ma
il
vero
concetto
di
libertà
è
affatto
sconosciuto
ai
pedagogisti
.
Essi
hanno
spesso
della
libertà
il
concetto
che
se
ne
sono
fatti
i
popoli
nell
'
ora
della
ribellione
alla
schiavitù
;
o
,
in
un
grado
più
elevato
,
hanno
un
concetto
di
libertà
che
è
sempre
ristretto
perché
significa
un
gradino
superato
della
scala
di
Giacobbe
,
cioè
la
liberazione
di
qualche
cosa
di
parziale
:
di
una
patria
,
di
una
casta
,
del
pensiero
.
La
concezione
di
libertà
che
deve
ispirare
la
Pedagogia
è
invece
universale
:
ce
l
'
hanno
illustrata
le
scienze
biologiche
del
XIX
secolo
,
quando
ci
offrirono
i
mezzi
per
istudiare
la
vita
.
Ond
'
è
che
se
l
'
antica
Pedagogia
aveva
intraveduto
o
vagheggiato
i
principî
di
studiare
lo
scolaro
prima
di
educarlo
,
e
di
lasciarlo
libero
nelle
sue
manifestazioni
spontanee
-
-
tale
intuizione
appena
espressa
e
indefinita
-
-
non
può
rendersi
attuabile
,
pratica
e
perciò
realizzabile
altro
che
dopo
il
contributo
delle
scienze
sperimentali
dell
'
ultimo
secolo
.
Non
è
il
caso
di
soffermarsi
a
discutere
:
basta
provare
.
Chi
dicesse
che
il
principio
di
libertà
informa
oggi
la
Pedagogia
e
la
scuola
farebbe
sorridere
,
come
un
fanciullo
che
innanzi
alle
scatole
delle
farfalle
infilate
,
insistesse
ch
'
esse
son
vive
e
possono
volare
.
Il
principio
di
schiavitù
informa
tutta
la
Pedagogia
che
si
sta
per
sorpassare
:
e
quindi
lo
stesso
principio
informa
la
scuola
.
Una
prova
-
-
il
banco
.
Ecco
per
esempio
una
luminosa
prova
degli
errori
della
primitiva
Pedagogia
scientifica
materialistica
,
la
quale
s
'
illudeva
di
portar
le
sue
pietre
sparse
,
alla
riedificazione
del
piccolo
,
crollante
edificio
della
scuola
.
Esisteva
il
banco
bruto
e
cieco
ove
si
ammassavano
gli
scolari
:
viene
la
scienza
e
perfeziona
il
banco
.
In
tale
opera
essa
tutti
contempla
i
contributi
dell
'
Antropologia
:
le
età
del
fanciullo
e
la
lunghezza
delle
sue
gambe
,
per
modellare
a
una
giusta
altezza
il
sedile
;
con
cura
matematica
calcola
le
distanze
tra
il
sedile
ed
il
leggìo
,
perché
il
dorso
del
bambino
non
si
deformi
nella
scoliosi
;
e
perfino
(
oh
,
profondità
dell
'
intuizione
e
dell
'
adattamento
!
)
separa
i
sedili
-
-
e
li
misura
nella
larghezza
affinché
il
fanciullo
ci
stia
seduto
appena
appena
,
sì
da
non
potersi
più
nemmeno
sgranchire
con
mosse
laterali
,
e
ciò
per
essere
separato
dal
vicino
;
e
il
banco
è
costruito
in
modo
che
il
fanciullo
sia
il
più
possibilmente
visibile
nella
sua
immobilità
:
tutta
questa
separazione
ha
l
'
intento
occulto
di
prevenire
gli
atti
di
perversione
sessuale
in
piena
classe
-
-
e
ciò
anche
negli
asili
d
'
infanzia
.
Che
dire
di
tale
prudenza
in
una
società
ove
sarebbe
scandaloso
enunciare
dei
principi
di
morale
sessuale
nell
'
educazione
,
per
non
contaminare
l
'
innocenza
?
Ma
ecco
la
scienza
che
si
presta
a
questa
ipocrisia
,
fabbricando
macchine
.
Non
solo
;
la
compiacenza
va
più
in
là
;
la
scienza
perfeziona
i
banchi
in
modo
da
permettere
al
massimo
punto
possibile
l
'
immobilità
del
fanciullo
,
o
se
si
vuole
,
da
risparmiargli
ogni
mossa
.
Così
affinché
lo
scolaro
sia
incastrato
bene
nel
suo
banco
,
sì
che
esso
stesso
lo
sforzi
alla
posizione
igienicamente
conveniente
ecco
il
sedile
,
il
posapiedi
e
il
leggìo
disposti
in
modo
che
il
fanciullo
non
potrebbe
mai
alzarsi
in
piedi
-
-
;
ma
appunto
perciò
il
sedile
a
una
mossa
determinata
,
cade
;
il
leggio
si
alza
;
il
posapiedi
si
rovescia
-
-
e
il
fanciullo
ha
precisamente
lo
spazio
di
stare
in
posizione
eretta
.
Su
questa
via
i
banchi
progredirono
in
perfezione
;
tutti
i
cultori
della
cosidetta
Pedagogia
scientifica
ne
idearono
un
modello
;
le
nazioni
non
poche
,
andarono
orgogliose
del
loro
banco
nazionale
:
-
-
nella
lotta
della
concorrenza
si
comprarono
brevetti
e
privative
.
Indubbiamente
questo
banco
aveva
a
base
della
sua
costruzione
molte
scienze
:
l
'
antropologia
con
le
misure
del
corpo
e
la
diagnosi
dell
'
età
;
la
fisiologia
nello
studio
di
movimenti
muscolari
;
la
psicologia
riguardante
precocità
e
perversione
d
'
istinti
-
-
e
sopratutto
l
'
igiene
,
tendente
a
impedire
la
scoliosi
acquisita
.
Era
dunque
veramente
un
banco
scientifico
,
avente
per
indirizzo
di
costruzione
lo
studio
antropologico
del
fanciullo
.
Ecco
un
esempio
delle
applicazioni
letterali
della
scienza
alla
scuola
.
Orbene
io
credo
che
non
passerà
molto
tempo
,
e
saremo
tutti
colpiti
di
gran
meraviglia
da
questo
fatto
che
sembrerà
incomprensibile
;
cioè
come
dai
tanti
studiosi
d
'
igiene
infantile
,
di
antropologia
,
di
sociologia
-
-
nel
progresso
del
pensiero
a
cui
si
è
giunti
sulla
fine
del
primo
decennio
del
XX
secolo
;
-
-
in
tutte
le
nazioni
ove
una
riscossa
di
protezione
al
fanciullo
sembra
essersi
risvegliata
-
-
;
non
sia
stato
rilevato
l
'
errore
fondamentale
del
banco
.
Io
credo
che
tra
non
molto
la
gente
stupita
vorrà
proprio
toccare
con
le
mani
i
nostri
banchi
modello
e
rileggere
coi
proprî
occhi
sui
libri
il
loro
scopo
,
illustrato
da
parole
e
da
figure
-
-
quasi
non
credendo
a
se
stessa
.
Il
banco
-
-
aveva
lo
scopo
d
'
impedire
la
scoliosi
degli
scolari
!
Cioè
gli
scolari
erano
sottoposti
a
un
tal
regime
,
che
,
pur
essendo
nati
sani
,
potevano
contorcersi
nella
colonna
vertebrale
e
diventare
gibbosi
!
la
colonna
vertebrale
:
la
parte
biologicamente
primitiva
,
fondamentale
,
più
antica
dello
scheletro
;
la
più
fissa
,
perciò
;
mentre
lo
scheletro
è
la
parte
più
dura
dell
'
organismo
.
-
-
La
colonna
vertebrale
che
poté
resistere
senza
piegarsi
alle
lotte
più
aspre
dell
'
uomo
primitivo
e
civile
,
quand
'
egli
combatté
contro
i
leoni
del
deserto
,
quando
soggiogò
i
mammouth
,
quando
scavò
la
pietra
,
quando
piegò
il
ferro
,
quando
sottopose
la
terra
-
-
non
resiste
,
e
si
piega
sotto
il
giogo
della
scuola
.
È
incomprensibile
come
la
cosidetta
scienza
,
abbia
lavorato
a
perfezionare
un
istrumento
di
schiavitù
nella
scuola
,
senza
essere
minimamente
penetrata
almeno
da
un
raggio
di
luce
del
movimento
che
si
svolgeva
al
di
fuori
,
nell
'
opera
di
liberazione
sociale
.
L
'
epoca
dei
banchi
scientifici
è
pur
l
'
epoca
della
redenzione
dei
lavoratori
dal
giogo
del
lavoro
inumano
.
L
'
indirizzo
è
ben
noto
,
e
si
ripete
da
tutti
;
lo
ripetono
i
maestri
del
proletariato
e
le
masse
dei
proletari
:
i
libri
scientifici
del
socialismo
,
e
i
piccoli
giornali
quotidiani
.
Il
lavoratore
denutrito
non
chiede
dei
ricostituenti
,
ma
un
miglioramento
economico
il
quale
impedisca
la
denutrizione
:
il
minatore
che
per
compiere
durante
troppe
ore
della
giornata
il
suo
lavoro
stando
piegato
sul
ventre
,
va
soggetto
alle
ernie
inguinali
non
chiede
i
cinti
erniari
onde
trattenere
le
intestina
sfuggenti
,
ma
chiede
una
diminuzione
di
ore
e
migliori
condizioni
di
lavoro
,
in
modo
che
possa
continuare
la
vita
sano
come
gli
altri
uomini
.
E
se
durante
questa
medesima
epoca
sociale
noi
constatiamo
nella
scuola
,
che
i
fanciulli
sono
lavoratori
in
cattive
condizioni
igieniche
contrarie
al
normale
sviluppo
della
vita
,
fino
al
punto
che
ne
può
rimanere
deformato
lo
scheletro
-
-
rispondiamo
a
così
terribile
rivelazione
con
un
banco
ortopedico
.
Sarebbe
come
offrire
al
minatore
il
cinto
erniario
e
al
denutrito
l
'
arsenico
.
Tempo
fa
una
signora
,
immaginandomi
fautrice
delle
innovazioni
scientifiche
riguardanti
la
scuola
,
-
-
sottopose
con
evidente
compiacimento
al
mio
giudizio
un
busto
per
gli
scolari
-
-
da
lei
inventato
,
onde
completare
l
'
opera
profilattica
del
banco
.
Invero
noi
medici
usiamo
per
la
cura
delle
deviazioni
della
colonna
vertebrale
,
più
mezzi
di
terapia
fisica
:
gl
'
istrumenti
ortopedici
,
i
busti
e
la
impiccagione
;
cioè
si
sospende
periodicamente
per
la
testa
e
per
la
punta
delle
spalle
il
bambino
rachitico
,
in
maniera
che
il
peso
del
corpo
distenda
e
quindi
raddrizzi
la
colonna
vertebrale
.
Nella
scuola
l
'
istrumento
ortopedico
è
in
gran
vigore
:
il
banco
;
oggi
comincia
qualcuno
a
proporre
il
busto
;
un
passo
ancora
e
sarà
consigliata
l
'
impiccagione
metodica
degli
scolari
.
Tutto
ciò
è
logica
conseguenza
di
materiali
applicazioni
scientifiche
alla
scuola
decadente
.
Altrettanto
potrebbe
dirsi
delle
applicazioni
dell
'
Antropologia
e
Psicologia
sperimentale
all
'
educazione
,
nelle
nostre
odierne
scuole
.
Evidentemente
il
mezzo
razionale
per
combattere
la
scoliosi
degli
scolari
,
è
di
cambiare
la
forma
del
loro
lavoro
,
in
guisa
ch
'
essi
non
siano
più
obbligati
a
rimanere
per
molte
ore
del
giorno
in
una
posizione
viziosa
.
È
una
conquista
di
libertà
quella
che
occorre
;
non
il
meccanismo
di
un
banco
.
Che
se
pure
il
banco
fosse
utile
allo
scheletro
del
bambino
,
esso
sarebbe
dannoso
all
'
igiene
dell
'
ambiente
,
per
la
difficoltà
che
presenta
ad
essere
rimosso
per
le
pulizie
;
mentre
il
piano
su
cui
il
fanciullo
posa
i
piedi
,
non
potendosi
sollevare
,
accumula
il
polviscolo
trasportato
dalla
strada
ogni
giorno
,
da
tanti
piccoli
piedi
che
hanno
camminato
.
Oggi
il
mobilio
delle
case
si
trasforma
nel
senso
di
divenir
sempre
più
leggero
e
semplice
,
affinché
possa
rimuoversi
tutto
con
facilità
,
ed
essere
possibilmente
pulito
ogni
giorno
,
se
non
addirittura
lavato
:
ma
la
scuola
è
sorda
alle
trasformazioni
dell
'
ambiente
.
Bisogna
riflettere
a
ciò
che
avverrà
dello
spirito
del
fanciullo
allorché
questi
è
condannato
a
crescere
in
modo
tanto
antificioso
e
vizioso
,
che
le
ossa
ne
restano
deformate
.
Quando
parliamo
della
redenzione
dei
lavoratori
-
-
intendiamo
sempre
che
sotto
alla
piaga
più
apparente
,
come
sarebbero
la
povertà
del
sangue
,
le
ernie
ecc
.
esiste
l
'
altra
piaga
profonda
,
che
colpisce
l
'
anima
umana
nello
stato
di
schiavitù
:
e
a
quella
si
mira
direttamente
,
dicendo
che
il
lavoratore
deve
essere
redento
nella
libertà
.
Sappiamo
bene
che
là
dove
un
uomo
ha
consumato
materialmente
il
suo
sangue
e
dove
il
ventre
emette
le
intestina
-
-
l
'
anima
fu
oppressa
nelle
tenebre
,
resa
insensibile
e
forse
uccisa
.
La
degradazione
morale
dello
schiavo
,
è
quella
che
pesa
sopratutto
al
nostro
progresso
,
che
vorrebbe
elevarsi
,
e
non
può
,
con
tale
zavorra
.
E
il
grido
di
redenzione
parla
assai
più
alto
delle
anime
,
che
non
dei
corpi
.
Che
diremo
noi
allorquando
si
tratta
di
educare
i
fanciulli
?
...
Conosciamo
bene
questo
triste
spettacolo
.
Nella
classe
c
'
è
il
maestro
faccendiere
,
che
travasa
le
cognizioni
nelle
teste
degli
scolari
.
Per
riuscire
nella
sua
opera
è
necessaria
la
disciplina
dell
'
immobilità
,
dell
'
attenzione
forzata
nella
scolaresca
;
e
al
maestro
conviene
poter
maneggiare
con
larghezza
i
premi
e
i
castighi
,
onde
costringere
a
tale
attitudine
,
coloro
che
sono
condannati
ad
essere
i
suoi
ascoltatori
.
Invero
oggi
si
è
convenuto
di
abolire
le
bacchette
e
l
'
abitudine
delle
percosse
:
come
pure
si
è
resa
meno
vistosa
la
cerimonia
delle
premiazioni
,
altro
puntello
alla
scuola
decadente
approvato
e
ribadito
dalla
scienza
.
Questi
premi
e
questi
castighi
,
mi
si
permetta
l
'
espressione
,
sono
il
banco
dell
'
anima
,
cioè
l
'
istrumento
di
schiavitù
dello
spirito
;
soltanto
che
qui
esso
non
è
applicato
ad
attenuarne
le
deformazioni
,
ma
a
provocarle
.
Il
premio
e
il
castigo
sono
una
spinta
verso
lo
sforzo
,
e
allora
non
possiamo
certo
parlare
di
svolgimento
naturale
del
fanciullo
.
Lo
yockey
offre
pezzi
di
zucchero
al
cavallo
da
corsa
prima
di
montarvi
in
sella
;
e
il
cocchiere
frusta
i
suoi
cavalli
perché
trascinino
la
carrozza
secondo
i
segni
da
ti
dalle
guide
ch
'
egli
maneggia
:
e
pure
nessuno
di
questi
corre
così
superbamente
come
il
libero
cavallo
delle
lande
.
Lo
zucchero
e
la
frusta
sono
egualmente
un
giogo
-
-
necessario
a
domare
la
ribellione
del
nobile
animale
;
non
sono
uno
stimolo
necessario
a
farlo
rimuovere
.
E
qui
,
nel
caso
dell
'
educazione
,
sarà
l
'
uomo
che
aggioga
l
'
uomo
?
-
-
È
vero
:
si
dice
che
l
'
uomo
sociale
è
l
'
uomo
naturale
aggiogato
alla
società
.
Ma
se
noi
diamo
uno
sguardo
complessivo
alla
morale
sociale
,
vediamo
a
poco
a
poco
farsi
più
dolce
il
giogo
,
cioè
vediamo
gradualmente
tornare
verso
il
trionfo
la
natura
,
la
vita
.
Il
giogo
dello
schiavo
cedé
a
quello
del
servo
,
e
questo
a
quello
del
lavoratore
.
Tutte
le
forme
di
schiavitù
tendono
a
poco
a
poco
a
dileguarsi
:
anche
la
schiavitù
sessuale
della
donna
.
La
storia
della
civiltà
è
una
storia
insieme
di
conquiste
e
di
liberazioni
.
Ora
dobbiamo
chiederci
in
quale
momento
della
civiltà
ci
troviamo
,
e
se
veramente
sia
necessario
il
giogo
del
premio
e
del
castigo
per
avanzare
:
poiché
se
noi
avessimo
realmente
sorpassato
questo
gradino
,
-
-
tale
forma
di
educazione
sarebbe
un
trarre
le
nuove
generazioni
indietro
verso
il
regresso
della
umanità
.
Qualche
cosa
di
molto
simile
alla
scuola
corrisponde
nella
società
alle
grandi
amministrazioni
governative
e
ai
suoi
impiegati
.
Essi
pure
scrivono
tutto
il
giorno
per
un
vantaggio
grandioso
e
lontano
,
di
cui
non
risentono
l
'
immediato
vantaggio
.
Cioè
,
che
lo
Stato
proceda
nei
suoi
grandi
meccanismi
per
opera
loro
e
che
il
vantaggio
di
tutti
gli
uomini
che
compongono
il
popolo
della
nazione
,
sia
dipendente
dal
loro
lavoro
-
-
essi
non
lo
percepiscono
.
Per
essi
è
immediato
bene
la
promozione
,
come
per
lo
scolaro
il
passaggio
della
classe
.
Quest
'
uomo
che
perde
di
vista
il
suo
alto
fine
,
è
come
un
fanciullo
degradato
,
è
come
uno
schiavo
ingannato
:
la
sua
dignità
d
'
uomo
è
ridotta
nei
limiti
della
dignità
di
una
macchina
,
che
ha
bisogno
di
olio
per
agire
,
perché
non
ha
in
sé
l
'
impulso
della
vita
.
Tutte
le
cose
più
piccole
,
come
il
desiderio
delle
decorazioni
,
sono
lo
stimolo
artificioso
al
suo
arido
e
buio
cammino
:
così
noi
diamo
le
medaglie
di
merito
agli
scolari
.
E
il
timore
di
non
aver
promozioni
,
li
trattiene
dalla
fuga
e
li
lega
al
lavoro
monotono
e
assiduo
,
come
il
timore
di
non
passare
la
classe
forza
lo
scolaro
sul
libro
.
Il
rimprovero
del
superiore
è
in
tutto
simile
alla
sgridata
del
maestro
-
-
la
correzione
delle
lettere
mal
fatte
,
equivale
al
cattivo
punto
sul
cattivo
compito
dello
scolaro
.
Ma
se
le
amministrazioni
non
procedono
nel
modo
eccellente
che
sarebbe
necessario
alla
grandezza
della
patria
;
se
la
corruzione
vi
si
infiltra
non
difficilmente
-
-
è
per
la
colpa
di
avere
spento
la
grandezza
dell
'
uomo
nella
coscienza
dell
'
impiegato
,
e
di
avere
ristretto
la
sua
visione
a
quei
fatti
piccoli
e
vicini
a
lui
,
che
possono
per
lui
considerarsi
come
i
premi
e
i
castighi
.
Il
potere
col
favoritismo
molto
può
perché
agisce
su
cotesti
scolari
dello
Stato
.
La
patria
si
regge
perché
la
rettitudine
della
maggior
parte
dei
suoi
impiegati
è
tale
,
che
resiste
alla
corruzione
di
premi
e
di
castighi
;
e
s
'
impone
quale
corrente
irresistibile
di
onestà
:
così
come
la
vita
nell
'
ambiente
sociale
trionfa
contro
ogni
causa
d
'
impoverimento
e
di
morte
,
e
procede
alla
conquista
dei
suoi
nuovi
trionfi
:
e
come
l
'
istinto
di
libertà
atterra
gli
ostacoli
,
procedendo
di
vittoria
in
vittoria
.
È
questa
forza
intima
e
grandiosa
della
vita
,
forza
latente
spesso
nell
'
incoscienza
,
-
-
che
manda
avanti
il
mondo
.
Ma
chi
compie
un
'
opera
veramente
umana
,
cioè
grande
e
vittoriosa
,
non
lo
fa
mai
per
la
piccola
attrattiva
di
ciò
che
noi
chiamiamo
col
nome
generico
di
«
premio
»
-
-
né
pel
timore
del
piccolo
male
che
chiamiamo
«
castigo
»
.
Se
in
una
guerra
un
numeroso
esercito
di
giganti
combattesse
per
la
smania
di
conquistare
promozioni
,
spalline
o
medaglie
,
o
pel
timore
di
venir
fucilato
;
-
-
e
gli
fosse
contro
un
manipolo
di
pigmei
infiammati
d
'
amor
di
patria
,
la
vittoria
sorriderebbe
a
questi
ultimi
.
Quando
l
'
eroismo
è
finito
in
un
esercito
-
-
i
premi
e
i
castighi
non
potranno
far
altro
che
compiere
l
'
opera
di
disfacimento
,
infiltrandovi
la
corruzione
.
Tutte
le
vittorie
e
tutto
il
progresso
umano
riposano
sulla
forza
interiore
.
Così
un
giovane
studente
potrà
diventare
un
gran
dottore
se
è
spinto
allo
studio
dalla
sua
vocazione
;
ma
se
lo
è
dalla
speranza
di
un
'
eredità
,
o
di
un
matrimonio
,
o
di
un
vantaggio
esteriore
qualsiasi
-
-
mai
diventerà
vero
maestro
e
gran
dottore
,
e
il
mondo
non
farà
un
solo
passo
di
progresso
per
opera
sua
.
Che
se
poi
occorrono
addirittura
i
premi
e
i
castighi
della
scuola
o
della
vita
familiare
a
fare
studiare
un
giovane
fino
alla
laurea
-
-
meglio
è
che
questi
non
diventi
affatto
dottore
.
Ognuno
ha
una
tendenza
speciale
e
una
speciale
vocazione
latente
,
forse
modesta
,
ma
certamente
utile
:
il
premio
può
deviare
tale
vocazione
sul
falso
cammino
della
vanità
:
e
così
si
perturba
o
si
annienta
un
'
attività
umana
.
Noi
ripetiamo
sempre
che
il
mondo
progredisce
,
e
che
bisogna
spingere
gli
uomini
ad
ottenere
il
progresso
.
Ma
il
progresso
viene
dalle
cose
nuove
che
nascono
:
ed
esse
non
essendo
prevedute
,
non
sono
premiate
,
ma
anzi
spingono
spesso
i
precursori
al
martirio
.
Guai
se
i
poemi
dovessero
nascere
dal
desiderio
di
conquistar
l
'
alloro
nel
Campidoglio
;
basterebbe
che
quella
visione
rimanesse
sola
campeggiante
nell
'
anima
del
poeta
,
e
la
musa
sarebbe
scomparsa
.
Il
poema
deve
scaturire
dall
'
animo
del
poeta
quand
'
egli
non
pensa
né
al
premio
né
a
se
stesso
:
e
se
pur
giunge
a
ottener
l
'
allo
ro
ne
sente
la
vanità
-
-
e
il
vero
premio
suo
sta
nell
'
affermazione
della
propria
forza
interna
trionfante
.
Esiste
anche
un
premio
esteriore
per
l
'
uomo
:
allorquando
p
.
es
.
l
'
oratore
vede
la
fisionomia
degli
ascoltatori
alterarsi
per
l
'
emozione
,
prova
qualche
cosa
di
così
grande
,
che
può
solo
paragonarsi
alla
gioia
intensa
di
chi
scopre
d
'
essere
amato
.
È
sempre
toccare
e
conquistare
le
anime
,
il
nostro
godimento
e
il
premio
unico
che
sia
vero
compenso
.
A
volte
ci
accade
di
attraversare
degli
istanti
in
cui
c
'
illudiamo
di
essere
il
più
grande
di
tutti
nel
mondo
:
sono
istanti
di
felicità
concessi
agli
uomini
per
continuare
in
pace
la
loro
esistenza
.
O
per
un
amor
soddisfatto
,
o
per
un
figlio
concepito
,
o
per
un
libro
pubblicato
,
o
per
una
scoperta
gloriosa
,
noi
c
'
illudiamo
che
nessun
uomo
esista
al
disopra
di
noi
.
Ebbene
,
se
in
quel
momento
una
autorità
costituita
,
o
uno
che
s
'
atteggia
a
nostro
maestro
,
ci
viene
innanzi
offrendoci
una
medaglia
o
un
premio
-
-
egli
è
il
distruttore
importuno
del
vero
premio
nostro
.
«
E
chi
sei
tu
?
griderebbe
la
nostra
illusione
svanita
-
-
«
che
mi
hai
ricordato
di
non
essere
il
primo
-
-
poiché
qualcuno
è
talmente
al
disopra
di
me
,
che
può
darmi
un
premio
?
»
Il
premio
dell
'
uomo
può
essere
solo
divino
.
In
quanto
al
castigo
-
-
l
'
anima
dell
'
uomo
normale
si
perfeziona
espandendosi
,
e
il
castigo
comunemente
inteso
è
sempre
una
repressione
.
Esso
sarà
utile
per
gl
'
inferiori
la
cui
espansione
è
nel
male
;
ma
costoro
sono
pochi
,
e
il
progresso
sociale
non
attinge
da
loro
.
Il
codice
ci
minaccia
castighi
se
siamo
disonesti
,
in
quei
limiti
indicati
dalla
legge
.
Ma
noi
non
siamo
onesti
per
paura
del
codice
;
noi
non
rubiamo
e
non
uccidiamo
perché
amiamo
il
lavoro
e
la
pace
-
-
perché
l
'
orientamento
della
nostra
vita
ci
conduce
innanzi
,
tenendoci
lontani
costantemente
e
sicuramente
dai
pericoli
di
certe
colpe
.
Senza
entrare
in
questioni
filosofiche
,
si
può
tuttavia
affermare
che
il
delinquente
,
prima
di
delinquere
,
si
è
accorto
della
esistenza
di
un
castigo
,
ha
sentito
quel
codice
gravante
su
lui
.
Egli
lo
ha
sfidato
o
vi
è
incappato
illudendosi
di
sfiorarlo
;
ma
è
avvenuta
una
lotta
tra
il
delitto
e
il
castigo
entro
la
sua
coscienza
.
Sia
efficace
o
no
a
raggiungere
lo
scopo
d
'
impedire
i
delitti
,
quel
codice
penale
è
però
indubbiamente
fatto
per
una
sola
e
limitata
categoria
d
'
individui
:
i
delinquenti
.
La
enorme
maggioranza
dei
cittadini
è
onesta
anche
ignorando
le
minacce
della
pena
.
Il
vero
castigo
dell
'
uomo
normale
è
di
perdere
la
coscienza
della
sua
propria
forza
e
della
grandezza
che
formano
la
sua
inferiore
umanità
;
e
tale
castigo
colpisce
spesso
gli
uomini
,
quand
'
anche
navigano
nell
'
abbondanza
di
ciò
che
il
comune
linguaggio
chiama
premio
.
Purtroppo
,
del
vero
castigo
che
minaccia
e
colpisce
l
'
uomo
,
l
'
uomo
non
si
accorge
.
E
pure
è
qui
che
può
svolgere
la
sua
efficacia
,
l
'
educazione
.
Ora
noi
teniamo
gli
scolari
in
iscuola
compressi
tra
quegli
strumenti
degradanti
il
corpo
e
lo
spirito
che
sono
:
il
banco
,
e
il
premio
e
i
castighi
esteriori
-
-
al
fine
di
ridurli
alla
disciplina
dell
'
immobilità
e
del
silenzio
-
-
per
condurli
-
-
dove
?
Purtroppo
,
per
condurli
senza
scopo
.
Si
tratta
di
travasare
meccanicamente
il
contenuto
di
programmi
nella
loro
intelligenza
:
programmi
compilati
spesso
nei
ministeri
e
imposti
per
legge
.
Ah
,
dinanzi
a
tale
oblìo
della
vita
che
si
svolge
nella
nostra
posterità
,
vien
fatto
di
chinare
il
capo
confusi
e
di
coprirci
con
le
mani
il
rossore
del
volto
!
Dice
bene
il
Sergi
:
«
oggi
s
'
impone
un
bisogno
urgente
:
il
rinnovamento
di
metodi
per
l
'
educazione
e
per
l
'
istruzione
,
e
chi
lotta
per
questa
insegna
,
lotta
per
la
rigenerazione
umana
»
.
STORIA
DEI
METODI
Per
costruire
una
Pedagogia
Scientifica
bisogna
dunque
battere
una
strada
diversa
da
quella
supposta
fin
qui
.
La
preparazione
dei
maestri
è
necessario
che
sia
contemporanea
alla
trasformazione
della
scuola
:
se
abbiamo
preparato
maestri
osservatori
e
iniziati
all
'
esperienza
,
conviene
che
nella
scuola
essi
possano
osservare
e
sperimentare
.
Un
cardine
fondamentale
della
Pedagogia
Scientifica
deve
essere
perciò
la
libertà
degli
scolari
,
tale
che
permetta
lo
svolgimento
delle
manifestazioni
spontanee
individuali
del
bambino
.
Se
una
pedagogia
dovrà
sorgere
dallo
studio
individuale
dello
scolaro
,
sarà
dallo
studio
inteso
in
questo
modo
-
-
cioè
tratto
dall
'
osservazione
di
bambini
liberi
.
Invano
attenderemo
il
rinnovamento
pedagogico
dall
'
esame
metodico
degli
scolari
di
oggi
,
secondo
le
guide
offerte
dall
'
antropologia
pedagogica
e
dalla
psicologia
sperimentale
.
Ogni
ramo
delle
scienze
sperimentali
è
sorto
dall
'
applicazione
d
'
un
metodo
proprio
.
La
batteriologia
deve
il
suo
contenuto
scientifico
al
metodo
dell
'
isolamento
e
delle
culture
dei
microbi
;
l
'
antropologia
criminale
,
medica
,
e
pedagogica
devono
il
loro
contenuto
all
'
applicazione
dei
metodi
antropometrici
a
individui
di
categorie
diverse
come
i
criminali
,
i
pazzi
,
i
malati
delle
cliniche
,
gli
scolari
.
La
psicologia
sperimentale
vuole
come
punto
di
partenza
una
esatta
definizione
della
tecnica
nell
'
esperimento
.
In
generale
è
importante
definire
il
metodo
,
la
tecnica
-
-
e
dalla
sua
applicazione
attendere
il
contenuto
,
che
deve
completamente
scaturire
dall
'
esperienza
.
Anzi
una
delle
caratteristiche
delle
scienze
sperimentali
,
è
di
muovere
all
'
esperimento
senza
preconcetti
di
sorta
sull
'
eventuale
esito
dell
'
esperimento
stesso
.
Per
esempio
se
si
vogliono
far
ricerche
sullo
sviluppo
della
testa
negli
scolari
più
intelligenti
e
meno
intelligenti
,
una
delle
condizioni
dell
'
esperienza
deve
essere
quella
d
'
ignorare
,
mentre
si
misura
la
testa
,
quali
siano
i
più
intelligenti
e
quali
i
più
tardi
tra
gli
scolari
,
affinché
il
preconcetto
che
i
più
intelligenti
dovrebbero
avere
la
testa
più
sviluppata
,
non
alteri
involontariamente
i
risultati
della
ricerca
.
Cioè
chi
esperimenta
deve
in
quel
momento
spogliarsi
di
ogni
preconcetto
-
-
e
fa
parte
dei
preconcetti
anche
la
cultura
.
Se
dunque
vogliamo
tentare
una
Pedagogia
Sperimentale
,
ci
converrà
rinunciare
alle
fedi
-
-
e
procedere
col
metodo
alla
ricerca
del
vero
.
Non
dobbiamo
quindi
partire
per
es
.
,
da
idee
dogmatiche
sulla
psicologia
infantile
-
-
ma
da
una
metodica
che
ci
faccia
raggiungere
la
libertà
del
bambino
per
trarre
dall
'
osservazione
delle
sue
manifestazioni
spontanee
,
la
vera
psicologia
infantile
.
E
forse
grandi
sorprese
ci
riserba
questo
metodo
!
La
psicologia
infantile
,
come
la
pedagogia
,
dovranno
formare
il
loro
contenuto
dalle
successive
conquiste
del
metodo
sperimentale
.
Ecco
dunque
il
problema
:
stabilire
il
metodo
proprio
alla
pedagogia
sperimentale
.
Esso
non
potrà
essere
quello
di
altre
scienze
sperimentali
:
e
se
in
qualche
modo
la
pedagogia
scientifica
è
integrata
dall
'
igiene
,
dall
'
antropologia
e
dalla
psicologia
,
e
ne
adotta
anche
in
parte
la
relativa
tecnica
metodologica
-
-
ciò
si
limita
a
particolari
sullo
studio
dell
'
individuo
da
educare
-
-
ciò
che
deve
essere
parallelo
all
'
opera
ben
diversa
dell
'
educazione
,
ma
che
forma
una
parte
molto
limitata
e
secondaria
nella
pedagogia
.
Il
mio
presente
studio
tratta
appunto
del
metodo
in
pedagogia
sperimentale
;
e
risulta
da
mie
esperienze
compiute
durante
due
anni
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
4
.
Invero
offro
soltanto
un
inizio
del
metodo
:
quale
l
'
ho
applicato
su
bambini
dall
'
età
di
3
a
6
anni
-
-
ma
credo
che
questo
tentativo
,
pei
risultati
sorprendenti
che
ha
dato
-
-
sarà
di
spinta
a
continuare
l
'
opera
intrapresa
.
Tanto
più
che
se
il
sistema
educativo
,
che
l
'
esperienza
mi
ha
dimostrato
eccellente
,
non
è
ancora
definitivamente
completato
,
esso
tuttavia
costituisce
già
un
insieme
abbastanza
organico
per
poter
venire
efficacemente
adottato
negli
Asili
d
'
Infanzia
o
nelle
prime
classi
elementari
.
Veramente
io
non
sono
esatta
dicendo
che
il
presente
lavoro
proviene
da
due
anni
di
esperienza
:
non
credo
che
questi
miei
ultimi
tentativi
,
avrebbero
potuto
permettere
di
creare
tutto
quanto
esporrò
in
seguito
.
Il
sistema
educativo
delle
Case
dei
Bambini
,
infatti
,
non
nasce
senza
più
lontane
origini
:
e
se
il
corso
della
presente
esperienza
è
così
breve
sui
bambini
normali
,
essa
però
proviene
da
precedenti
esperienze
pedagogiche
fatte
sui
bambini
anormali
,
e
come
tale
rappresenta
un
assai
lungo
lavoro
del
pensiero
.
Circa
dodici
anni
fa
,
essendo
dottore
assistente
alla
Clinica
Psichiatrica
nell
'
Università
di
Roma
,
ebbi
occasione
di
frequentare
il
manicomio
per
lo
studio
dei
malati
da
scegliersi
a
scopi
di
didattica
clinica
-
-
e
in
tal
modo
m
'
interessai
ai
bambini
idioti
ricoverati
nel
manicomio
stesso
.
In
quei
tempi
l
'
organoterapia
tyroidea
era
in
pieno
sviluppo
;
quindi
tra
confusioni
ed
esagerazioni
di
successo
terapeutico
,
richiamava
più
che
in
epoche
4
Oggi
,
altri
tre
anni
di
esperimenti
hanno
fatto
meglio
determinare
il
fenomeno
della
disciplina
spontanea
-
-
(
v
.
capitolo
sulla
Disciplina
)
.
precedenti
,
l
'
interesse
dei
medici
sui
bambini
frenastenici
.
Io
poi
,
avendo
compiuto
un
regolare
servizio
medico
negli
ospedali
di
medicina
interna
e
negli
ambulatori
pediatrici
,
avevo
già
rivolta
in
modo
particolare
la
mia
attenzione
allo
studio
delle
malattie
infantili
.
Fu
così
che
interessandomi
agli
idioti
,
venni
a
conoscere
il
metodo
speciale
di
educazione
per
questi
infelici
bambini
ideato
da
Edouard
Séguin
,
e
in
genere
a
penetrare
l
'
idea
allora
nascente
anche
tra
i
medici
pratici
,
della
efficacia
di
«
cure
pedagogiche
»
per
varie
forme
morbose
-
-
come
la
sordità
,
la
paralisi
,
l
'
idiozia
,
il
rachitismo
,
ecc
.
Il
fatto
che
la
pedagogia
dovesse
unirsi
alla
medicina
nella
terapia
-
-
era
la
conquista
pratica
del
pensiero
dei
tempi
-
-
e
su
tale
indirizzo
si
diffondeva
appunto
la
Kinesiterapia
.
Io
però
,
a
differenza
dei
miei
colleghi
,
ebbi
l
'
intuizione
che
la
questione
dei
deficienti
fosse
prevalentemente
pedagogica
,
anziché
prevalentemente
medica
;
e
mentre
molti
parlavano
nei
congressi
medici
del
metodo
medico
pedagogico
per
la
cura
e
l
'
educazione
dei
fanciulli
frenastenici
,
io
ne
feci
argomento
di
educazione
morale
al
Congresso
Pedagogico
di
Torino
nel
1898;
e
credo
di
avere
toccato
una
corda
molto
vibrante
poiché
l
'
idea
,
passata
dai
medici
ai
maestri
elementari
,
si
diffuse
in
un
baleno
come
questione
viva
interessante
la
scuola
.
Ebbi
infatti
dall
'
illustre
Ministro
dell
'
Istruzione
e
mio
Maestro
Guido
Baccelli
,
l
'
incarico
di
tenere
alle
maestre
di
Roma
un
corso
di
Conferenze
sull
'
educazione
dei
bambini
frenastenici
-
-
corso
che
poi
si
trasformò
nella
Scuola
Magistrale
Ortofrenica
,
che
io
diressi
ancora
per
altri
due
anni
.
A
tale
scuola
avevo
annesso
una
classe
esterna
a
orario
prolungato
,
ove
raccoglievo
bambini
giudicati
ineducabili
nelle
scuole
elementari
per
insufficienza
mentale
:
e
in
seguito
,
per
opera
di
una
società
,
venne
fondato
un
Istituto
Pedagogico
ove
,
oltre
ai
bambini
esterni
,
furono
ricoverati
tutti
i
fanciulli
idioti
del
manicomio
di
Roma
.
Rimasi
così
due
anni
a
preparare
,
con
l
'
aiuto
di
colleghi
,
i
maestri
di
Roma
ai
metodi
speciali
di
osservazione
e
di
educazione
dei
fanciulli
frenastenici
,
non
solo
;
ma
,
ciò
che
più
importa
,
dopo
essere
stata
a
Londra
e
a
Parigi
a
studiare
praticamente
l
'
educazione
dei
deficienti
,
mi
misi
a
insegnare
io
stessa
ai
bambini
e
a
dirigere
l
'
opera
delle
educatrici
dei
frenastenici
nel
nostro
istituto
.
Più
che
una
maestra
elementare
,
senza
turni
di
sorta
,
io
ero
presente
e
insegnavo
direttamente
ai
bambini
dalle
otto
del
mattino
alle
sette
di
sera
senza
interruzione
:
questi
due
anni
di
pratica
sono
il
mio
primo
e
vero
titolo
in
fatto
di
Pedagogia
.
Fin
da
quando
nel
1898900
mi
dedicai
all
'
istruzione
dei
fanciulli
deficienti
,
credetti
d
'
intuire
che
quei
metodi
non
avevano
nulla
di
speciale
all
'
istruzione
degli
idioti
-
-
ma
contenevano
principi
di
educazione
più
razionale
di
quelli
in
uso
:
tanto
che
perfino
una
mentalità
inferiore
poteva
esserne
ingrandita
e
svolta
.
Questa
intuizione
divenne
la
mia
idea
dopo
che
ebbi
abbandonato
la
scuola
dei
deficienti
;
e
a
poco
a
poco
acquistai
il
convincimento
,
che
metodi
consimili
applicati
ai
fanciulli
normali
,
avrebbero
svolta
la
loro
personalità
in
un
modo
meraviglioso
,
sorprendente
.
Fu
allora
che
principiai
un
vero
e
profondo
studio
della
così
detta
pedagogia
riparatrice
e
in
seguito
volli
intraprendere
lo
studio
della
pedagogia
normale
e
dei
principi
sui
quali
si
fonda
-
-
onde
m
'
iscrissi
studente
di
filosofia
all
'
Università
.
Una
gran
fede
m
'
animava
:
per
quanto
io
non
sapessi
se
avrei
potuto
mai
sperimentare
la
verità
della
mia
idea
,
pure
lasciai
ogni
altra
occupazione
per
approfondirla
,
quasi
preparandomi
a
una
sconosciuta
missione
.
I
metodi
per
l
'
educazione
dei
deficienti
ebbero
origine
all
'
epoca
della
rivoluzione
francese
-
-
per
opera
d
'
un
medico
le
cui
opere
di
medicina
rimangono
alla
storia
,
essendo
egli
il
fondatore
di
quel
ramo
che
oggi
si
è
specializzato
col
nome
di
Otoiatria
(
malattie
dell
'
orecchio
)
.
Egli
fu
il
primo
che
abbia
tentato
una
metodica
educazione
del
senso
dell
'
udito
,
nell
'
istituto
dei
sordomuti
fondato
da
Pereire
a
Parigi
,
riuscendo
a
rendere
udenti
i
sordastri
;
ed
in
seguito
,
avendo
avuto
per
otto
anni
in
cura
un
fanciullo
idiota
detto
il
selvaggio
dell
'
Aveyron
,
-
-
estese
a
tutti
i
sensi
quei
metodi
educativi
che
già
avevano
dato
per
l
'
udito
eccellenti
risultati
.
Allievo
del
Pinel
,
Itard
fu
il
primo
educatore
a
praticare
l
'
osservazione
dell
'
allievo
,
similmente
a
quanto
si
faceva
negli
ospedali
per
l
'
osservazione
di
malati
,
specialmente
per
i
malati
del
sistema
nervoso
.
I
lavori
pedagogici
dell
'
Itard
sono
interessantissime
descrizioni
minuziose
di
tentativi
e
di
esperienze
pedagogiche
:
e
chi
oggi
le
legge
,
deve
convenire
che
quelle
furono
le
prime
prove
della
psicologia
sperimentale
.
Ma
il
merito
di
avere
completato
un
vero
sistema
educativo
per
fanciulli
deficienti
,
spetta
a
Èdouard
Séguin
,
dapprima
maestro
,
poi
medico
:
il
quale
partendo
dalle
esperienze
di
Itard
,
le
applicò
modificandole
e
completando
il
metodo
,
durante
dieci
anni
di
esperienza
su
fanciulli
che
erano
stati
tolti
dal
manicomio
,
e
riuniti
in
una
piccola
scuola
in
via
Pigalle
a
Parigi
.
Tale
metodo
fu
esposto
la
prima
volta
in
un
volume
di
oltre
seicento
pagine
-
-
pubblicato
nel
1846
a
Parigi
col
titolo
:
Traitement
moral
,
hygiène
et
éducation
des
idiots
.
In
seguito
il
Séguin
emigrò
negli
Stati
Uniti
d
'
America
,
ove
si
fondarono
molti
istituti
per
deficienti
e
dove
il
Séguin
,
dopo
altri
vent
'
anni
di
esperienza
,
pubblicò
una
seconda
edizione
del
suo
metodo
che
portò
un
titolo
diverso
:
Idiocy
:
and
its
treatment
by
the
physiological
method
.
Tale
volume
fu
pubblicato
a
New
York
nel
1866
.
In
questo
il
Séguin
aveva
ben
definito
un
metodo
di
educazione
,
chiamandolo
metodo
fisiologico
.
Egli
non
accenna
più
nel
titolo
a
una
«
educazione
degli
idioti
»
quasi
che
fosse
a
loro
speciale
;
ma
parla
dell
'
idiozia
trattata
col
«
metodo
fisiologico
»
.
Se
noi
pensiamo
che
la
pedagogia
ebbe
sempre
per
base
la
psicologia
-
-
e
che
il
Wundt
determina
una
«
psicologia
fisiologica
»
-
-
deve
fare
impressione
la
coincidenza
di
tali
concetti
;
e
far
sospettare
nel
metodo
fisiologico
,
qualche
rapporto
con
la
«
psicologia
fisiologica
»
.
Io
,
mentre
ero
assistente
nella
Clinica
Psichiatrica
,
avevo
letto
con
molto
interesse
l
'
opera
francese
di
Edouard
Séguin
.
Ma
quella
inglese
pubblicata
a
New
-
York
venti
anni
dopo
,
benché
fosse
citata
nelle
opere
di
educazione
speciale
del
Bourneville
,
non
esisteva
in
nessuna
biblioteca
.
Con
mia
gran
meraviglia
non
ne
trovai
traccia
nemmeno
a
Parigi
,
ove
il
Bourneville
mi
disse
che
se
ne
sapeva
l
'
esistenza
-
-
ma
il
secondo
libro
del
Séguin
non
era
mai
entrato
in
Europa
.
Tuttavia
sperai
di
trovarne
qualche
copia
in
Londra
-
-
ma
dovetti
convincermi
che
anche
là
il
volume
non
esisteva
né
in
biblioteche
pubbliche
,
né
in
private
:
feci
invano
una
inchiesta
portandomi
di
casa
in
casa
presso
tutti
i
medici
inglesi
che
più
notoriamente
si
erano
occupati
di
bambini
deficienti
,
o
che
sopraintendevano
alle
scuole
speciali
.
Il
fatto
che
questo
libro
fosse
sconosciuto
anche
in
Inghilterra
benché
pubblicato
in
lingua
inglese
-
-
mi
fece
pensare
che
il
sistema
Séguin
non
fosse
stato
compreso
.
Infatti
nelle
pubblicazioni
relative
a
istituti
per
deficienti
,
il
Séguin
veniva
diligentemente
citato
,
ma
le
applicazioni
educative
descritte
erano
tutt
'
altro
che
applicazioni
del
sistema
Séguin
.
Pressoché
dovunque
si
applicano
più
o
meno
ai
deficienti
i
metodi
in
uso
per
fanciulli
normali
,
e
,
specialmente
in
Germania
,
una
mia
amica
tedesca
la
quale
vi
era
andata
a
tale
scopo
per
aiutarmi
nelle
mie
ricerche
,
notò
come
del
materiale
didattico
speciale
esista
qua
e
là
nei
musei
pedagogici
delle
scuole
per
deficienti
,
ma
non
venga
mai
praticamente
usato
;
mentre
vi
si
di
fende
il
principio
che
è
bene
adottare
pei
tardivi
lo
stesso
metodo
che
pei
normali
,
il
quale
è
però
in
Germania
più
oggettivo
che
da
noi
.
Anche
a
Bicêtre
,
ove
mi
trattenni
lungamente
a
studiare
,
vidi
che
si
adottavano
più
i
meccanismi
didattici
,
che
il
sistema
del
Séguin
;
tuttavia
il
testo
francese
era
in
mano
agli
educatori
.
Tutti
gl
'
insegnamenti
vi
si
erano
meccanizzati
:
e
ogni
maestro
seguiva
letteralmente
le
sue
abitudini
.
Però
scorsi
in
tutti
,
così
a
Londra
come
a
Parigi
,
il
desiderio
di
avere
nuovi
consigli
,
di
conoscere
nuove
esperienze
;
perché
il
fatto
enunciato
dal
Séguin
,
cioè
che
realmente
coi
suoi
metodi
si
riusciva
a
educare
gl
'
idioti
-
-
rimaneva
troppo
spesso
praticamente
una
delusione
.
Dopo
ciò
compii
le
mie
esperienze
sui
deficienti
a
Roma
e
li
educai
durante
due
anni
.
Io
seguivo
il
libro
del
Séguin
,
e
anche
facevo
tesoro
delle
mirabili
esperienze
di
Itard
:
-
-
feci
inoltre
fabbricare
,
sulla
guida
di
tali
testi
,
un
ricchissimo
materiale
didattico
.
Questo
materiale
,
che
non
vidi
completo
in
nessun
istituto
,
-
-
era
un
mezzo
meraviglioso
,
eccellente
,
in
mano
di
chi
sapeva
usarlo
;
ma
per
se
stesso
passava
inosservato
accanto
ai
deficienti
.
Compresi
perché
era
venuto
uno
scoraggiamento
negli
educatori
e
un
abbandono
del
metodo
.
Il
pregiudizio
che
l
'
educatore
debba
mettersi
a
livello
dell
'
educando
-
-
piomba
il
maestro
dei
deficienti
in
una
specie
di
apatia
:
egli
sa
di
educare
personalità
inferiori
-
-
e
perciò
non
riesce
a
educarle
;
così
i
maestri
dei
piccoli
fanciulli
credono
di
educare
i
bambini
cercando
di
porsi
a
loro
livello
con
giochi
e
spesso
con
discorsi
buffoneschi
.
Invece
bisogna
saper
chiamare
entro
l
'
anima
del
fanciullo
,
l
'
uomo
che
vi
sta
assopito
.
Io
ebbi
questa
intuizione
:
e
credo
che
non
il
materiale
didattico
,
ma
questa
mia
voce
che
li
chiamava
,
destò
i
fanciulli
,
e
li
spinse
ad
usare
il
materiale
didattico
e
a
educarsi
.
Mi
fu
guida
il
gran
rispetto
alla
loro
sventura
e
l
'
amore
che
questi
infelici
fanciulli
sanno
destare
in
chi
li
avvicina
.
Ma
anche
il
Séguin
si
esprimeva
analogamente
in
proposito
:
leggendo
i
suoi
pazienti
tentativi
,
compresi
bene
che
il
primo
materiale
didattico
da
lui
usato
,
era
spirituale
.
Perciò
alla
fine
del
volume
francese
l
'
autore
,
dando
uno
sguardo
all
'
opera
sua
,
conclude
mestamente
ch
'
essa
andrà
perduta
,
se
non
si
prepareranno
i
maestri
.
Egli
ha
sulla
preparazione
dei
maestri
di
deficienti
un
concetto
affatto
originale
:
sembrano
consigli
dati
a
una
persona
che
si
accinga
a
fare
il
seduttore
.
Vorrebbe
ch
'
essi
fossero
belli
,
affascinanti
nella
voce
e
che
prendessero
ogni
più
minuziosa
cura
di
sé
,
per
farsi
pieni
di
attrattive
.
In
loro
il
gesto
e
le
modulazioni
della
voce
dovrebbero
essere
preparati
con
la
cura
medesima
con
cui
i
grandi
artisti
drammatici
si
preparano
alle
scene
,
perché
debbono
conquistare
anime
stanche
e
fragili
,
ai
grandi
sentimenti
della
vita
.
Questa
specie
di
chiave
segreta
,
che
è
l
'
azione
sullo
spirito
,
apriva
poi
la
lunga
serie
di
esperimenti
didattici
,
mirabilmente
analizzati
da
Edouard
Séguin
,
ed
efficacissimi
realmente
all
'
educazione
degli
idioti
.
Io
ne
ottenni
effetti
sorprendenti
;
ma
debbo
confessare
che
mentre
i
miei
sforzi
procedevano
nei
progressi
intellettuali
,
una
specie
di
esaurimento
mi
prostrava
:
-
-
sentivo
di
dar
qualche
forza
che
era
in
me
.
Quello
che
si
chiama
l
'
incoraggiamento
,
il
conforto
,
l
'
amore
,
il
rispetto
,
sono
leve
dell
'
anima
umana
:
e
chi
più
si
prodigia
in
questo
senso
,
più
intorno
a
sé
rinnova
e
rinvigorisce
la
vita
.
Senza
ciò
lo
stimolo
esterno
più
perfetto
passa
inosservato
,
come
il
sole
innanzi
a
Saul
,
che
esclama
:
«
questa
?
...
è
caligin
densa
!
»
Così
potei
procedere
per
mio
conto
a
nuove
esperienze
-
-
che
non
è
qui
il
caso
di
riportare
:
solo
accennerò
come
in
quest
'
epoca
tentassi
un
metodo
per
la
lettura
e
la
scrittura
affatto
originale
;
essendo
un
tale
particolare
dell
'
educazione
,
assolutamente
manchevole
ed
imperfetto
così
nelle
opere
di
Itard
,
come
in
quelle
di
Séguin
.
Io
condussi
a
leggere
e
scrivere
correttamente
e
in
calligrafia
alcuni
idioti
del
manicomio
,
i
quali
poi
poterono
presentarsi
a
un
esame
nelle
scuole
pubbliche
insieme
ai
fanciulli
normali
,
e
superarne
la
prova
.
Questi
effetti
meravigliosi
avevano
quasi
del
miracolo
,
per
coloro
che
li
osservavano
.
Ma
per
me
i
ragazzi
del
manicomio
raggiungevano
quelli
normali
agli
esami
pubblici
,
sol
perché
avevano
seguito
una
via
diversa
.
Essi
erano
stati
aiutati
nello
sviluppo
psichico
,
e
i
fanciulli
normali
erano
stati
invece
soffocati
e
depressi
.
Io
pensavo
che
se
un
giorno
l
'
educazione
speciale
,
che
aveva
così
meravigliosamente
sviluppato
gli
idioti
-
-
si
fosse
potuta
applicare
allo
sviluppo
dei
fanciulli
normali
-
-
il
miracolo
sarebbe
scomparso
dal
mondo
-
-
e
l
'
abisso
tra
la
mentalità
inferiore
degli
idioti
e
quella
normale
,
non
sarebbe
stato
mai
più
ricolmato
.
Mentre
tutti
ammiravano
i
progressi
dei
miei
idioti
io
meditavo
sulle
ragioni
che
potevano
trattenere
gli
allievi
felici
e
sani
delle
scuole
comuni
a
un
livello
tanto
basso
,
da
poter
essere
raggiunti
nelle
prove
dell
'
intelligenza
,
dai
miei
infelici
allievi
.
Un
giorno
una
delle
mie
maestre
nell
'
istituto
dei
deficienti
,
mi
fece
leggere
una
profezia
di
Ezechiele
-
-
che
le
aveva
fatto
profonda
impressione
,
perché
le
sembrò
la
profezia
dell
'
educazione
dei
deficienti
:
«
In
quei
giorni
:
fu
sopra
me
la
mano
del
Signore
e
mi
menò
fuora
-
-
e
mi
posò
in
mezzo
di
un
campo
,
che
era
pieno
d
'
ossa
e
mi
fece
girare
intorno
ad
esso
-
-
e
disse
a
me
:
Figliuol
dell
'
uomo
pensi
tu
che
queste
ossa
sieno
per
riavere
la
vita
?
Ed
io
dissi
:
Signore
Dio
,
tu
lo
sai
.
Ed
ei
disse
a
me
:
profetizza
sopra
queste
ossa
e
dirai
loro
:
Ossa
aride
,
udite
la
parola
del
Signore
:
io
infonderò
in
voi
lo
spirito
e
avrete
vita
.
E
farò
sopra
di
voi
nascere
i
nervi
,
e
sopra
di
voi
stenderò
la
pelle
;
-
-
darò
a
voi
lo
spirito
,
e
vivrete
.
E
profetai
com
'
ei
mi
aveva
ordinato
;
e
nel
mentre
che
io
profetava
,
udissi
uno
strepito
,
ed
ecco
un
movimento
,
e
si
accostarono
ossa
ad
ossa
,
ciascuno
alla
propria
giuntura
.
E
mirai
,
ed
ecco
sopra
di
esse
vennero
i
nervi
e
le
carni
,
e
si
distese
sopra
di
esse
la
pelle
,
ma
non
avevano
spirito
.
Ed
ei
disse
a
me
:
Profetizza
allo
spirito
,
profetizza
,
figliol
dell
'
uomo
:
dai
quattro
venti
vieni
,
o
spirito
,
e
soffia
sopra
questi
morti
.
E
profetai
com
'
egli
mi
aveva
comandato
-
-
ed
entrò
in
quelli
lo
spiriro
e
riebbero
vita
e
si
stettero
sui
piedi
loro
,
e
dissero
:
È
perita
la
nostra
speranza
:
noi
siamo
come
rami
troncati
»
.
Infatti
le
parole
:
-
-
infonderò
in
voi
lo
spirito
e
avrete
vita
-
-
sembrano
riferirsi
all
'
opera
diretta
,
individuale
del
maestro
,
che
incoraggia
,
chiama
,
aiuta
l
'
allievo
e
lo
prepara
all
'
educazione
.
E
il
resto
:
sopra
voi
farò
nascere
i
nervi
e
farò
crescere
le
carni
e
sopra
di
voi
stenderò
la
pelle
-
-
ricordano
la
frase
fondamentale
che
riassume
il
metodo
del
Séguin
:
«
condurre
il
fanciullo
come
per
la
mano
dall
'
educazione
del
sistema
muscolare
a
quello
del
sistema
nervoso
e
dei
sensi
»
,
con
che
il
Séguin
conduce
gl
'
idioti
a
saper
camminare
,
a
saper
mantenere
l
'
equilibrio
nelle
mosse
più
difficili
del
corpo
,
come
montar
le
scale
,
saltare
ecc
.
;
e
infine
a
sentire
,
principiando
dall
'
educazione
delle
sensazioni
muscolari
,
tattili
e
termiche
e
finendo
a
quella
dei
sensi
specifici
.
Ma
essi
sono
semplicemente
resi
adatti
alla
vita
vegetativa
.
«
Profetizza
allo
spirito
»
dice
la
profezia
:
e
rientrò
in
quelli
lo
spirito
,
e
riebbero
vita
.
Il
Séguin
infatti
,
conduce
l
'
idiota
dalla
vita
vegetativa
a
quella
di
relazione
«
dall
'
educazione
dei
sensi
alle
nozioni
;
dalle
nozioni
alle
idee
,
dalle
idee
alla
moralità
»
.
Ma
quando
un
così
mirabile
lavoro
è
compiuto
-
-
e
a
mezzo
di
un
'
analisi
fisiologica
minuziosa
e
di
una
progressione
graduale
nel
metodo
,
l
'
idiota
è
divenuto
un
uomo
,
egli
in
mezzo
agli
altri
uomini
è
pur
sempre
un
inferiore
un
individuo
che
non
potrà
mai
adattarsi
all
'
ambiente
sociale
:
«
Noi
siamo
come
rami
troncati
:
è
perita
la
nostra
speranza
»
.
Anche
per
questo
il
faticoso
metodo
Séguin
fu
lasciato
in
disparte
:
l
'
enorme
sciupìo
di
mezzi
non
poteva
giustificare
l
'
esiguità
del
fine
.
Tutti
lo
ripetevano
:
troppo
c
'
era
ancora
da
fare
pei
fanciulli
normali
!
Conquistata
con
l
'
esperienza
la
fiducia
del
metodo
Séguin
-
-
io
dopo
che
mi
fui
ritirata
dall
'
azione
attiva
verso
i
deficienti
,
mi
rimisi
a
studiare
le
opere
di
Itard
e
di
Séguin
.
Sentivo
il
bisogno
di
meditarvi
.
Così
feci
ciò
che
non
avevo
mai
fatto
e
che
pochi
forse
potrebbero
ripetere
:
ricopiai
in
italiano
,
da
cima
a
fondo
,
gli
scritti
di
questi
autori
,
in
calligrafia
,
quasi
preparando
dei
libri
,
come
i
benedettini
prima
della
diffusione
della
stampa
.
In
calligrafia
,
per
avere
tempo
di
pesare
il
senso
di
tutte
le
parole
,
e
di
leggere
lo
spirito
dell
'
autore
.
Stavo
per
finir
di
copiare
le
seicento
pagine
dell
'
opera
francese
del
Séguin
,
allorché
ricevetti
da
New
York
un
volume
della
seconda
edizione
,
cioè
il
libro
inglese
pubblicato
nel
1866
:
questo
volume
vecchio
era
stato
trovato
tra
i
libri
di
scarto
della
biblioteca
privata
d
'
un
medico
di
New
York
-
-
ed
era
stato
facilmente
ceduto
alla
persona
che
me
lo
rinviò
:
-
-
io
lo
tradussi
insieme
a
una
signora
inglese
.
Tale
volume
non
portava
un
gran
contributo
di
ulteriori
esperienze
pedagogiche
,
ma
piuttosto
la
filosofia
delle
esperienze
esposte
nel
primo
volume
.
L
'
uomo
che
aveva
studiato
trent
'
anni
sui
fanciulli
anormali
,
esponeva
l
'
idea
che
il
metodo
fisiologico
-
-
cioè
un
metodo
che
avesse
a
base
lo
studio
individuale
dell
'
allievo
,
-
-
e
nei
procedimenti
educativi
l
'
analisi
dei
fenomeni
fisiologici
e
psichici
-
-
doveva
nascere
anche
pei
fanciulli
normali
,
segnando
la
rigenerazione
di
tutta
l
'
umanità
.
Mi
sembrò
quella
del
Séguin
la
voce
del
precursore
che
grida
nel
deserto
:
e
abbracciai
col
pensiero
l
'
immensità
dell
'
importanza
di
un
'
opera
,
che
avesse
potuto
riformare
la
scuola
e
l
'
educazione
.
In
questi
tempi
io
,
iscritta
all
'
Università
come
studente
di
Filosofia
,
seguivo
i
corsi
di
psicologia
sperimentale
che
appena
allora
si
fondavano
nelle
Università
italiane
-
-
e
precisamente
a
Torino
,
Roma
e
Napoli
;
e
contemporaneamente
eseguivo
nelle
scuole
elementari
alcune
ricerche
di
Antropologia
Pedagogica
,
studiando
in
tale
occasione
i
metodi
e
gli
ordinamenti
in
uso
per
l
'
educazione
di
fanciulli
normali
:
tali
studî
mi
condussero
poi
all
'
insegnamento
libero
di
Antropologia
Pedagogica
nella
Università
di
Roma
.
Il
mio
desiderio
sarebbe
stato
di
sperimentare
i
metodi
pei
deficienti
in
una
prima
classe
elementare
;
non
avevo
pensato
mai
agli
asili
d
'
infanzia
.
Fu
il
puro
caso
,
-
-
che
mi
fece
balenare
alla
mente
questa
nuova
luce
.
Era
la
fine
dell
'
anno
1906
:
io
tornavo
da
Milano
ove
ero
stata
eletta
a
far
parte
del
giurì
per
l
'
assegnamento
dei
premi
all
'
Esposizione
internazionale
,
nel
reparto
della
Pedagogia
scientifica
e
Psicologia
sperimentale
;
-
-
quando
fui
invitata
dall
'
ingegnere
Edoardo
Talamo
,
direttore
generale
dell
'
Istituto
Romano
di
Beni
Stabili
in
Roma
,
a
voler
assumere
l
'
organizzazione
di
scuole
infantili
entro
la
casa
.
La
genialissima
idea
del
Talamo
era
di
raccogliere
i
piccoli
figli
degli
inquilini
del
casamento
,
compresi
tra
le
età
di
3
a
7
anni
,
e
di
riunirli
in
una
sala
sotto
la
direzione
di
una
maestra
,
che
coabitasse
nel
casamento
stesso
.
Ogni
casamento
avrebbe
posseduto
la
sua
scuola
:
ed
essendo
l
'
Istituto
di
Beni
Stabili
già
proprietario
di
oltre
quattrocento
palazzi
in
Roma
-
-
l
'
opera
si
presentava
con
grandiosa
possibilità
di
sviluppo
.
Intanto
la
prima
scuola
avrebbe
dovuto
fondarsi
nel
gennaio
1907
in
un
grande
casamento
popolare
del
Quartiere
S
.
Lorenzo
-
-
contenente
circa
mille
persone
.
Nel
Quartiere
stesso
l
'
Istituto
possedeva
già
cinquantotto
stabili
,
e
,
a
detta
del
Talamo
,
ben
presto
sarebbero
sorte
circa
sedici
scuole
nelle
case
.
Questa
scuola
speciale
fu
battezzata
dalla
signora
Olga
Lodi
,
comune
amica
del
Talamo
e
mia
,
col
nome
gentile
di
«
Casa
dei
Bambini
»
:
e
la
prima
di
esse
fu
inaugurata
,
sotto
tale
titolo
,
il
6
gennaio
1907
a
via
dei
Marsi
,
58
,
e
affidata
alle
cure
di
una
maestra
sotto
la
mia
responsabilità
e
direzione
.
L
'
importanza
sociale
e
pedagogica
di
simile
istituzione
fu
da
me
subito
intuita
in
tutta
la
sua
grandezza
e
sembrai
allora
esagerata
nelle
mie
visioni
di
avvenire
trionfante
;
ma
oggi
cominciano
molti
a
intendere
come
vedessi
il
vero
.
Il
7
aprile
dello
stesso
anno
1907
si
aprì
una
seconda
«
Casa
dei
Bambini
»
al
Quartiere
di
S
.
Lorenzo
;
e
il
18
ottobre
1908
s
'
inaugurava
la
«
Casa
dei
Bambini
»
del
quartiere
operaio
dell
'
Umanitaria
in
Milano
:
-
-
mentre
la
«
Casa
di
Lavoro
»
della
stessa
società
,
assumeva
la
fabbricazione
del
materiale
didattico
.
Il
4
novembre
seguente
veniva
aperta
in
Roma
un
'
altra
«
Casa
dei
Bambini
»
non
più
in
quartieri
popolari
,
ma
in
un
casamento
moderno
per
la
borghesia
,
in
via
Famagosta
ai
Prati
di
Castello
;
e
nel
gennaio
1909
,
mentre
sto
scrivendo
queste
pagine
,
la
Svizzera
italiana
comincia
a
trasformare
i
suoi
Asili
d
'
Infanzia
retti
col
metodo
Fröbel
in
«
Case
dei
Bambini
»
,
adottando
i
nostri
metodi
e
il
nostro
materiale
didattico
5
.
La
«
Casa
dei
Bambini
»
ha
una
duplice
importanza
:
quella
sociale
che
assume
per
la
sua
forma
di
«
scuola
in
casa
»
;
e
quella
puramente
pedagogica
riguardante
i
metodi
per
l
'
educazione
infantile
da
me
sperimentati
.
Come
fattore
di
civilizzazione
diretta
del
popolo
,
la
Casa
dei
Bambini
meriterebbe
di
essere
largamente
illustrata
.
Essa
infatti
risolve
molti
dei
problemi
sociali
e
pedagogici
che
sembravano
utopistici
-
-
e
fa
parte
della
trasformazione
moderna
della
casa
:
cioè
tocca
direttamente
il
più
importante
lato
della
questione
sociale
,
che
riguarda
la
vita
intima
degli
uomini
.
Basti
qui
a
darne
un
'
idea
la
riproduzione
del
mio
discorso
inaugurale
tenuto
in
occasione
dell
'
apertura
della
seconda
«
Casa
dei
Bambini
»
in
Roma
-
-
e
del
Regolamento
che
compilai
d
'
accordo
con
l
'
ingegner
Talamo
.
Si
noti
che
il
Club
al
quale
accenno
,
e
,
se
non
l
'
infermeria
,
per
ora
l
'
ambulatorio
per
cure
mediche
e
chirurgiche
-
-
tutte
istituzioni
gratuite
per
gli
inquilini
-
-
si
sono
già
effettuate
insieme
alla
«
Casa
dei
Bambini
»
nella
Casa
Moderna
ai
Prati
di
Castello
,
(
inaugurata
il
4
novembre
1908
)
per
opera
geniale
dell
'
ing
.
Talamo
-
-
il
quale
sta
pure
studiando
un
'
attuazione
della
«
cucina
socializzata
»
.
Discorso
inaugurale
pronunziato
in
occasione
dell
'
apertura
di
una
«
Casa
di
Bambini
»
Se
in
quest
'
ora
noi
fossimo
in
una
delle
belle
sale
da
conferenze
che
ci
offre
la
città
romana
altamente
intellettuale
,
e
un
oratore
grande
ci
facesse
gustare
qualche
scena
dell
'
«
Asilo
dei
poveri
»
di
Massimo
Gorki
,
e
finisse
col
citare
anche
il
Carducci
,
che
In
morte
di
ricca
e
bella
signora
canta
il
più
profondo
dolore
umano
;
dolore
cupo
,
che
non
è
la
distruzione
di
una
bella
donna
dolori
altri
secreti
conosco
,
altre
sventure
ma
è
la
vita
delle
genti
povere
nei
loro
covili
oscuri
;
e
strappa
al
genio
del
poeta
il
grido
umano
:
apritevi
de
la
miseria
antri
nefandi
,
a
me
e
una
voce
di
sogno
avesse
mormorato
alle
nostre
anime
rabbrividite
di
terrore
:
Recatevi
sul
luogo
spaventoso
.
Colà
sono
nascenti
oasi
di
felicità
,
di
nettezza
,
di
pace
:
i
poveri
vanno
acquistando
una
casa
propria
,
ideale
;
colà
si
sta
compiendo
un
'
opera
di
redenzione
morale
,
si
liberano
le
coscienze
del
popolo
dai
torpori
del
vizio
,
dalle
tenebre
dell
'
ignoranza
;
i
bimbi
stessi
hanno
la
loro
«
Casa
»
.
Le
nuove
generazioni
vanno
incontro
ai
nuovi
tempi
,
ai
tempi
dove
non
si
compiange
più
la
miseria
,
ma
si
distrugge
;
dove
gli
antri
nefandi
si
respingono
nel
passato
e
di
essi
più
nemmeno
traccia
ne
resta
tra
i
vivi
,
se
non
il
canto
ispirato
dei
poeti
immortali
.
Allora
quale
contrasto
di
emozioni
!
e
come
saremmo
corsi
qui
,
simili
ai
re
magi
guidati
da
una
stella
e
da
un
sogno
.
Io
dico
tali
cose
per
far
intendere
l
'
alta
magnificenza
di
questa
umile
sala
modesta
,
che
sembra
una
fetta
di
casa
tagliata
da
materna
mano
ai
fanciulli
del
luogo
.
È
questa
la
seconda
«
Casa
dei
Bambini
»
che
si
fonda
nel
famigerato
quartiere
di
S
.
Lorenzo
.
Il
quartiere
di
S
.
Lorenzo
è
celebre
,
poiché
tutti
i
giornali
della
Capitale
se
ne
occupano
sulle
cronache
quasi
quotidianamente
;
ma
non
tutti
conoscono
o
rammentano
la
sua
genesi
.
Non
vi
fu
mai
l
'
intendimento
di
costruire
qui
un
quartiere
popolare
non
si
volle
fabbricare
pel
popolo
,
né
questo
è
perciò
un
quartiere
pel
popolo
.
S
.
Lorenzo
è
il
quartiere
dei
poveri
:
-
-
dall
'
operaio
onesto
mal
retribuito
e
spesso
disoccupato
in
una
città
che
non
ha
impianti
industriali
,
all
'
ozioso
,
a
colui
che
subisce
il
termine
della
sua
condanna
con
la
sorveglianza
dopo
la
prigione
:
son
tutti
qui
alla
rinfusa
.
Il
rione
di
S
.
Lorenzo
sorse
tra
l'84
e
l'88
,
all
'
epoca
della
gran
febbre
edilizia
;
e
nessun
criterio
sociale
e
igienico
guidava
le
nuove
costruzioni
;
si
costruiva
pur
di
coprire
di
mura
metri
e
metri
quadrati
di
terreno
:
più
se
ne
copriva
e
maggiori
sovvenzioni
se
ne
ricavava
da
Banche
ed
Istituti
-
-
con
una
completa
incoscienza
dell
'
avvenire
disastroso
che
si
preparava
.
Conseguenza
naturale
la
nessuna
preoccupazione
dello
stabile
che
si
creava
,
poiché
in
nessun
caso
sarebbe
rimasto
in
proprietà
di
colui
che
lo
costruiva
.
Scoppiata
la
inevitabile
crisi
edilizia
intorno
all'8890
quelle
case
malamente
ultimate
rimasero
per
lungo
tempo
disabitate
;
poi
poco
per
volta
cominciando
a
risentirsi
il
bisogno
delle
abitazioni
,
vennero
riempiendosi
d
'
inquilini
,
e
poiché
coloro
i
quali
erano
rimasti
possessori
di
quei
vasti
casamenti
non
volevano
né
potevano
ai
capitali
già
perduti
aggiungerne
dei
nuovi
,
le
case
stesse
già
antigienicamente
costruite
e
peggio
ancora
ridotte
ad
abitazioni
provvisorie
,
servirono
di
ricovero
alla
classe
più
povera
della
Capitale
.
-
-
Gli
appartamenti
,
non
essendo
preparati
pel
popolo
,
erano
troppo
grandi
:
di
cinque
sei
o
sette
stanze
;
e
andavano
a
prezzi
vilissimi
in
relazione
allo
spazio
,
ma
troppo
alti
per
ogni
singola
famiglia
.
Di
qui
il
subaffitto
.
L
'
affittuario
,
che
ha
preso
un
appartamento
di
sei
stanze
a
40
lire
mensili
,
subaffittando
per
8
o
10
lire
mensili
a
camera
ai
più
abbienti
,
o
l
'
angolo
di
camera
o
il
corridoio
ai
più
poveri
,
ricava
un
frutto
di
80
e
più
lire
mensili
,
oltre
l
'
abitazione
gratuita
.
Così
il
problema
dell
'
esistenza
è
per
esso
in
gran
parte
risolto
,
e
si
completa
in
ogni
caso
con
l
'
usura
:
l
'
affittuario
traffica
sulla
miseria
dei
suoi
coinquilini
,
prestando
piccole
somme
di
danaro
a
un
frutto
che
generalmente
corrisponde
a
una
lira
la
settimana
per
dieci
lire
di
capitale
prestato
,
ciò
che
equivarrebbe
al
frutto
annuo
del
500%
.
Cioè
nel
subaffitto
si
ha
il
più
crudele
tra
gli
sfruttamenti
:
quello
che
solo
sa
compiere
il
povero
sul
povero
.
E
a
ciò
si
aggiunga
ancora
l
'
agglomeramento
,
la
promiscuità
,
l
'
immoralità
,
il
delitto
.
Ogni
tanto
la
cronaca
ci
scopre
alcuni
di
questi
intérieurs
:
una
famiglia
numerosa
dorme
in
una
stanza
,
coi
figli
grandi
d
'
ambo
i
sessi
,
mentre
un
angolo
di
stanza
è
occupata
da
una
estranea
che
riceve
gli
amanti
di
nottetempo
:
li
vedono
i
fanciulli
e
le
ragazze
;
e
si
accendono
turpi
gelosie
di
letto
in
letto
,
e
infine
ecco
il
delitto
di
sangue
che
svela
per
un
attimo
fuggevole
,
un
piccolo
dettaglio
di
tanto
accumulo
di
miseria
.
Chi
di
noi
entra
in
uno
di
questi
appartamenti
,
comunque
voglia
prima
con
la
fantasia
immaginare
,
prova
un
senso
di
raccapriccio
e
di
sorpresa
;
non
è
come
noi
spesso
ci
figuriamo
,
quasi
in
una
scena
teatrale
,
lo
spettacolo
della
miseria
:
no
-
-
sono
tenebre
.
Ciò
che
colpisce
è
il
buio
,
che
non
fa
distinguere
di
pieno
mezzogiorno
un
particolare
della
stanza
-
-
per
es
.
dopo
che
l
'
occhio
si
è
abituato
alle
tenebre
,
si
vede
che
là
dentro
c
'
è
un
letto
e
sopra
una
persona
malata
.
Se
per
esempio
si
sono
portati
dei
danari
,
per
conto
di
una
società
di
mutuo
soccorso
,
e
si
deve
contare
e
far
firmare
la
ricevuta
,
bisogna
accendere
una
candela
.
-
-
Oh
!
quando
parliamo
di
questioni
sociali
,
vagando
sulle
nuvole
della
nostra
fantasia
,
senza
prepararci
con
una
osservazione
positiva
della
realtà
delle
cose
!
e
discutiamo
se
i
bambini
delle
scuole
debbano
o
no
studiare
e
fare
i
compiti
a
casa
,
immaginando
che
il
più
povero
possa
magari
scrivere
in
terra
accanto
a
un
pagliericcio
;
e
vogliamo
fondare
biblioteche
circolanti
perché
i
poveri
leggano
in
casa
,
e
vogliamo
stampare
opuscoli
di
propaganda
igienica
o
educativa
per
diffonderli
come
lettura
domestica
tra
le
genti
più
povere
:
-
-
noi
ci
mostriamo
profondamente
incoscienti
dei
loro
bisogni
.
Molti
di
essi
non
hanno
luce
per
leggere
!
C
'
è
per
questo
proletariato
un
problema
più
profondo
prima
di
quello
della
elevazione
intellettuale
:
il
problema
della
vita
.
Qui
pei
fanciulli
che
nascono
bisogna
mutare
la
frase
consueta
:
essi
non
vengono
alla
luce
,
vengono
alle
tenebre
,
e
crescono
tra
le
tenebre
e
i
veleni
dell
'
agglomeramento
umano
.
Necessariamente
sudici
,
perché
l
'
acqua
disponibile
in
un
appartamento
povero
di
varie
stanze
,
dovrebbe
servire
,
appena
sufficiente
a
tre
o
quattro
persone
;
e
distribuita
tra
venti
o
trenta
basta
appena
per
bere
!
Se
pensiamo
all
'
idea
poetica
e
dogmatica
che
ci
siamo
fatti
della
«
casa
»
elevata
fino
al
significato
quasi
sacro
della
«
home
»
inglese
,
il
tempio
chiuso
dell
'
intimità
-
-
ove
i
sentimenti
più
fini
infiorano
le
anime
che
trovano
la
pace
,
e
i
fiori
più
olezzanti
sembrano
il
sentimento
che
adorna
le
mura
,
il
recinto
dell
'
«
intérieur
»
inaccessibile
a
chi
non
è
caro
;
e
se
riflettiamo
al
gran
contrasto
e
alla
crudeltà
d
'
infondere
come
sentimento
educativo
questo
della
casa
,
in
tutti
-
-
mentre
tanti
non
hanno
casa
!
-
-
ma
soltanto
mura
luride
,
ove
gli
atti
fisiologici
della
vita
o
le
turpitudini
sono
esposti
alla
berlina
,
ove
non
è
intimità
mai
,
né
gentilezza
e
spesso
non
v
'
è
luce
!
né
aria
!
né
acqua
!
allora
noi
dobbiamo
concludere
che
non
possiamo
parlare
in
astratto
,
di
casa
come
di
una
idea
generica
di
educazione
delle
masse
,
e
come
un
fondamento
che
dà
,
con
la
famiglia
,
solide
basi
alla
compagine
sociale
.
Poiché
saremmo
non
positivisti
,
ma
fantasiosi
poeti
.
Così
che
a
queste
genti
è
più
decoroso
e
più
igienico
rifugiarsi
nella
strada
,
e
nella
strada
fanno
consueta
dimora
i
fanciulli
.
Ma
quanto
spesso
qui
le
strade
sono
teatro
di
delitti
di
sangue
,
di
risse
,
di
spettacoli
immondi
e
quasi
inconcepibili
a
noi
!
Parlano
le
cronache
di
donne
inseguite
dai
mariti
bestiali
e
avvinazzati
,
armati
di
coltello
,
che
raggiungono
la
vittima
e
colpiscono
all
'
impazzata
!
di
ragazze
pallide
come
cadaveri
per
lo
spavento
,
seguite
da
giovinastri
che
gettano
sassi
.
E
ancora
si
vedono
fatti
che
la
cronaca
non
registra
e
che
è
difficile
narrare
:
una
donna
che
fu
preda
notturna
in
una
osteria
di
molti
uomini
avvinazzati
,
i
quali
la
gettarono
poi
spossata
ed
ubriaca
tra
il
fango
della
via
:
e
i
fanciulli
accorsi
al
mattino
vi
si
raggrupparono
intorno
come
stormo
di
uccelli
su
preda
morta
,
gridando
e
ridendo
su
quel
lurido
corpo
di
donna
giacente
nel
fango
e
nero
di
fango
,
mentre
lo
rimuovevano
coi
piedi
!
Spettacoli
tanto
estremi
di
bruttura
,
più
profonda
assai
della
barbarie
-
-
sono
possibili
qui
alle
porte
d
'
una
città
cosmopolita
,
madre
di
civiltà
e
regina
delle
arti
belle
-
-
per
un
fatto
nuovo
,
che
i
passati
secoli
non
conobbero
:
l
'
isolamento
delle
masse
povere
.
Nel
medio
evo
si
isolavano
i
lebbrosi
;
i
cattolici
isolarono
nei
ghetti
gli
ebrei
;
ma
non
fu
mai
la
povertà
considerata
come
un
pericolo
ed
un
'
infamia
tali
da
doversi
isolare
.
Anzi
i
poveri
vissero
mescolati
ai
ricchi
-
-
e
fu
argomento
sfruttato
della
letteratura
fino
a
noi
,
fino
a
Victor
Hugo
-
-
fino
ai
tempi
della
nostra
infanzia
nelle
scuole
,
il
contrasto
tra
il
povero
e
il
ricco
:
tra
il
palazzo
che
toglie
luce
e
i
vicini
tuguri
,
tra
il
dramma
delle
soffitte
e
la
festa
di
ballo
del
primo
piano
.
Ed
era
argomento
consueto
di
educazione
morale
il
racconto
del
soccorso
inviato
dalla
principessa
nell
'
adiacente
casina
del
povero
,
ovvero
dalle
buone
bambine
ricche
alla
donna
malata
nella
soffitta
.
Tutto
ciò
sarebbe
oggi
senza
senso
di
realtà
.
I
poveri
non
hanno
più
alcun
esempio
di
gentilezza
dai
vicini
più
fortunati
e
non
hanno
più
speranza
di
soccorso
,
in
caso
di
estremo
bisogno
,
dai
vicini
che
sono
ricchi
;
queste
briciole
che
si
gettavano
ai
poveri
,
anche
queste
abbiamo
loro
tolto
;
agglomerandoli
lontano
da
noi
,
fuor
delle
mura
della
città
,
e
lasciandoli
a
se
stessi
nell
'
abbandono
,
nella
disperazione
,
nella
reciproca
scuola
di
brutalità
e
di
vizio
.
Ma
con
ciò
abbiamo
creato
dei
focolai
infetti
,
-
-
che
dovrebbero
significare
pericolo
e
minaccia
,
per
chi
ha
coscienza
sociale
-
-
su
quella
città
che
si
è
depurata
all
'
interno
da
tutto
ciò
che
è
brutto
,
e
che
si
è
am
malata
di
cancrena
,
volendo
farsi
tutta
bella
e
tutta
linda
,
dietro
un
aristocratico
ideale
estetico
.
Quando
sono
venuta
la
prima
volta
per
le
vie
di
questo
quartiere
,
dove
la
gente
per
bene
passa
solo
dopo
morta
,
ho
avuto
l
'
impressione
di
trovarmi
in
una
città
dove
fosse
avvenuto
un
gran
disastro
.
Ha
difatti
l
'
aspetto
di
un
lembo
di
città
-
-
e
un
lembo
di
città
si
volle
fabbricare
su
questa
terra
vicina
all
'
estrema
dimora
dei
cittadini
-
-
con
le
strade
diritte
e
i
grandi
casamenti
.
Mi
sembrò
che
un
lutto
recente
gravasse
su
la
popolazione
che
si
aggirava
per
le
strade
muta
,
con
aspetto
stuporoso
e
quasi
spaventato
.
L
'
alto
silenzio
sembrava
che
significasse
una
vita
collettiva
interrotta
,
spezzata
:
non
una
carrozza
,
nemmeno
il
vocio
lieto
,
popolare
dei
venditori
ambulanti
,
non
il
suono
di
un
organetto
girovago
in
cerca
del
soldo
.
Nemmeno
tutto
ciò
che
è
già
proibito
come
espressione
di
povertà
e
di
inferiore
civiltà
nell
'
interno
di
Roma
,
si
trovava
qui
a
ravvivare
quel
grave
silenzio
triste
.
Osservando
le
vie
coi
loro
avvallamenti
,
e
i
sassi
sporgenti
dal
sottosuolo
,
si
poteva
supporre
che
quel
disastro
fosse
stato
una
grande
inondazione
che
avesse
trasportato
via
tutta
la
terra
;
ma
osservando
le
case
tutte
smantellate
negli
androni
,
coi
muri
scoperti
o
mancanti
qua
e
là
di
mattoni
,
veniva
fatto
di
pensare
se
fosse
stato
un
terremoto
il
disastro
che
aveva
afflitto
quel
quartiere
.
Ma
no
-
-
guardando
bene
che
tra
tanta
popolazione
non
esiste
un
negozio
-
-
non
aveva
potuto
germogliare
nessun
magazzino
popolare
di
quelli
ove
si
vendono
oggetti
di
prima
necessità
e
a
così
basso
prezzo
che
sembra
accessibile
a
tutti
;
nessun
negozio
,
nessun
consumo
,
fuorché
osterie
luride
,
aprenti
numerose
le
loro
bocche
fetide
ai
passanti
delle
vie
,
-
-
allora
il
cuore
sentiva
che
il
gran
disastro
gravante
,
luttuoso
,
su
queste
genti
è
la
miseria
col
vizio
!
Tale
stato
di
cose
doloroso
e
pericoloso
che
richiama
quotidianamente
l
'
attenzione
con
le
cronache
dei
delitti
turpi
e
violenti
-
-
commosse
molte
anime
pietose
e
svegliò
molte
coscienze
che
vennero
qui
a
tentare
generose
opere
di
beneficenza
.
-
-
Si
può
dire
che
ogni
miseria
ispirò
una
forma
di
rimedio
-
-
e
tutto
vi
fu
tentato
-
-
dall
'
igiene
di
alcune
abitazioni
alla
crèches
,
agli
asili
infantili
,
agli
ambulatorî
.
Ma
che
cos
'
è
la
beneficenza
?
poco
più
di
un
'
espressione
di
lamento
;
è
la
pietà
tradotta
in
azione
.
Per
la
mancanza
di
continuità
di
mezzi
e
d
'
indirizzo
pochi
benefici
risultati
essa
può
dare
,
costretta
com
'
è
a
riservare
e
restringere
i
soccorsi
ad
un
troppo
limitato
numero
di
persone
.
Mentre
la
grandezza
e
il
pericolo
del
male
,
aveva
bisogno
di
un
'
opera
redentrice
sulla
collettività
,
e
vasta
nei
suoi
indirizzi
d
'
azione
e
nei
suoi
mezzi
.
Solo
un
interesse
,
che
facendo
il
bene
altrui
nutrisca
se
stesso
e
prosperi
della
prosperità
che
procura
,
poteva
,
insediandosi
qui
nel
quartiere
,
compiere
opera
efficace
di
bene
.
Ecco
iniziarsi
l
'
opera
grandiosa
e
geniale
dell
'
Istituto
Romano
di
Beni
Stabili
,
ispirata
nei
suoi
criteri
di
alta
modernità
dall
'
ing
.
Edoardo
Talamo
suo
benemerito
Direttore
generale
:
opera
originale
che
nella
complessità
dei
suoi
intenti
pratici
è
senza
esempio
in
Italia
e
all
'
estero
.
Tre
anni
fa
si
costituiva
in
Roma
questo
Istituto
,
il
cui
programma
era
di
acquistare
stabili
urbani
,
migliorarli
,
metterli
in
valore
ed
amministrarli
come
da
buon
padre
di
famiglia
.
Tra
i
primi
edifici
acquistati
fu
compresa
buona
parte
del
Quartiere
di
S
.
Lorenzo
,
ove
oggi
l
'
Istituto
possiede
58
case
,
che
occupano
una
superficie
coverta
di
circa
30.000
metri
quadrati
,
contenenti
,
oltre
ai
piani
terreni
,
1600
di
quegli
appartamenti
agglomerati
,
i
quali
raccolgono
numerose
famiglie
.
Su
molte
migliaia
di
persone
può
quindi
avere
benefica
influenza
la
riforma
progettata
dall
'
Istituto
Romano
di
Beni
Stabili
:
riforma
perciò
,
grandiosa
!
Secondo
il
suo
programma
l
'
Istituto
,
appunto
da
buon
padre
di
famiglia
,
pensò
che
non
poteva
considerare
quale
proprietà
reale
e
rimuneratrice
un
'
accozzaglia
di
vecchie
ed
umili
case
,
che
per
il
loro
stato
igienico
e
costruttivo
avrebbero
ogni
giorno
perduto
una
parte
del
loro
valore
.
Pensò
quindi
che
occorreva
trasformarle
tutte
con
criteri
di
modernità
,
sia
sotto
l
'
aspetto
edilizio
,
che
igienico
e
morale
;
poiché
la
trasformazione
edilizia
avrebbe
creata
una
proprietà
vera
e
duratura
;
mentre
la
trasformazione
igienica
e
morale
avrebbe
,
col
miglioramento
dell
'
inquilino
,
sempre
meglio
consolidato
ed
assicurato
il
reddito
di
questi
suoi
casamenti
.
Stabilì
quindi
un
programma
che
gli
consentisse
di
raggiungere
il
suo
intento
a
poco
per
volta
:
a
poco
per
volta
perché
è
difficile
vuotare
casamenti
agglomerati
in
un
'
epoca
come
questa
in
cui
le
case
sono
scarse
;
e
così
gli
stessi
principî
di
umanità
impediscono
di
progredire
più
celermente
in
tale
opera
redentrice
.
Perciò
l
'
Istituto
ha
finora
trasformato
6
tre
soli
dei
casamenti
di
S
.
Lorenzo
,
sulle
basi
del
suo
program
ma
,
che
sono
le
seguenti
:
a
)
Demolire
in
ogni
casamento
tutta
la
parte
creata
originariamente
non
per
far
case
,
ma
per
crear
cambiali
ed
assorbire
danaro
;
in
altri
termini
,
abbattere
i
corpi
centrali
che
ingombrano
i
cortili
,
riuscendo
abitazioni
malsane
e
togliendo
aria
e
luce
al
rimanente
del
casamento
.
Così
sono
abolite
le
relative
vanelle
e
pozzi
di
luce
e
creati
invece
vasti
cortili
,
coi
quali
può
darsi
aria
e
luce
a
tutte
le
camere
del
rimanente
edificio
,
le
quali
vengono
in
tal
modo
a
rappresentare
un
valore
redditizio
.
6
Oggi
i
casamenti
trasformati
a
S
.
Lorenzo
sono
quattro
.
b
)
Creare
nuove
scale
e
distribuire
meglio
i
quartierini
,
riducendoli
da
cinque
,
sei
,
sette
stanze
a
piccoli
appartamenti
di
una
,
due
o
al
più
tre
stanze
e
cucina
.
L
'
importanza
di
tali
trasformazioni
s
'
illustra
da
se
medesima
così
dal
lato
economico
del
proprietario
,
come
da
quello
materiale
e
morale
dell
'
inquilino
.
Aumentare
il
numero
delle
scale
vuol
dire
diminuire
su
esse
l
'
agglomeramento
e
ridurre
il
danno
che
porta
allo
stabile
il
continuo
passaggio
di
tante
persone
,
tutt
'
altro
che
educate
al
rispetto
della
casa
e
alle
abitudini
d
'
ordine
e
di
pulizia
.
E
anche
ridurre
i
contatti
tra
inquilini
,
specialmente
nei
passaggi
delle
ore
notturne
:
principio
evidente
d
'
igiene
morale
!
La
trasformazione
poi
dei
grandi
in
piccoli
appartamenti
,
compie
l
'
opera
isolando
in
case
separate
le
singole
famiglie
,
cioè
curando
radicalmente
la
pericolosa
piaga
del
subaffitto
,
e
insieme
tutte
le
sue
disastrose
conseguenze
di
agglomeramento
e
d
'
immoralità
;
mentre
riduce
da
una
parte
l
'
onere
del
singolo
reale
inquilino
,
migliorando
dall
'
altra
il
reddito
del
proprietario
,
il
quale
viene
ad
assorbire
quei
guadagni
coi
quali
i
singoli
affittuari
operarono
lo
sfruttamento
dei
subaffitti
.
Allorché
il
proprietario
che
affittava
per
90
lire
mensili
un
appartamento
di
6
stanze
,
lo
riduce
a
tre
piccoli
quartierini
di
una
stanza
e
cucina
,
sani
e
bene
aereati
e
illuminati
,
aumenta
evidentemente
il
proprio
reddito
.
L
'
importanza
morale
di
questa
riforma
sarebbe
già
grande
,
poiché
essa
ha
tolte
le
cattive
occasioni
e
gli
stimoli
che
venivano
dall
'
agglomeramento
e
dalla
promiscuità
;
mentre
fa
sorgere
per
la
prima
volta
in
queste
popolazioni
il
dolce
sentimento
di
sentirsi
liberi
entro
la
casa
propria
,
nell
'
intimità
della
famiglia
.
Ma
il
progetto
dell
'
Istituto
va
oltre
nei
suoi
disegni
:
vuole
dare
non
solo
una
casa
libera
ben
soleggiata
ed
aereata
,
bensì
anche
offrirla
linda
,
intatta
,
quasi
lucente
e
come
profumata
di
purezza
e
di
verginità
.
Tanto
benessere
non
è
tuttavia
senza
peso
per
chi
ne
gode
;
occorre
pagare
una
tassa
attiva
di
cure
,
di
buona
volontà
:
l
'
inquilino
che
riceve
la
casa
pulita
,
deve
mantenerla
tale
e
rispettare
l
'
integrità
delle
mura
,
dall
'
ingresso
nel
portone
,
fino
all
'
interno
del
piccolo
appartamento
.
Chi
meglio
conserverà
la
propria
casa
avrà
un
premio
annuale
;
e
gli
inquilini
tutti
diventeranno
concorrenti
in
una
gara
sana
e
nobilitante
d
'
igiene
pratica
,
resa
possibile
e
facile
dal
compito
così
semplice
di
conservare
.
Intanto
ecco
un
fatto
veramente
nuovo
!
Finora
solo
i
grandi
monumenti
nazionali
,
le
opere
d
'
arte
ricche
e
meravigliose
,
avevano
la
manutenzione
continuata
:
ecco
che
queste
case
offerte
al
popolo
hanno
l
'
onore
di
atteggiarsi
alla
pari
coi
monumenti
;
la
loro
manutenzione
è
affidata
a
centinaia
di
operai
,
cioè
a
tutti
gli
inquilini
della
casa
.
Manutenzione
quindi
perfetta
,
impeccabile
;
che
mantiene
lo
stabile
intatto
,
senza
una
macchia
sola
,
proprio
come
intatti
e
lucenti
sono
i
marmi
delle
storiche
basiliche
.
L
'
edifizio
dove
noi
ci
troviamo
e
dove
oggi
si
inaugura
la
seconda
«
Casa
dei
bambini
»
è
da
due
anni
sotto
la
protezione
unica
e
sotto
l
'
opera
esclusiva
di
manutenzione
degli
inquilini
.
Ebbene
poche
case
dell
'
alta
borghesia
potrebbero
competere
per
pulizia
e
per
freschezza
con
questa
abitazione
di
poveri
!
L
'
effetto
è
quindi
sperimentato
e
meraviglioso
.
Le
genti
acquistano
perciò
insieme
al
sentimento
della
casa
quello
della
pulizia
,
che
fa
parte
del
sentimento
estetico
,
e
questo
viene
pure
aiutato
dagli
ornamenti
naturali
che
si
diffondono
nella
casa
,
cioè
le
piante
numerose
e
gli
alberi
e
i
palmizî
nei
cortili
.
Ecco
sorgere
con
la
nobile
gara
in
cose
buone
e
feconde
di
bene
,
un
orgoglio
nuovo
nel
quartiere
:
l
'
orgoglio
collettivo
d
'
aver
il
casamento
meglio
conservato
,
di
avere
acquistato
cioè
un
grado
più
elevato
di
civiltà
.
Esse
non
solo
abitano
una
casa
,
ma
la
sanno
abitare
e
la
sanno
rispettare
,
da
persone
educate
e
civili
.
È
questa
quasi
una
prima
spinta
nel
bene
;
dalla
casa
verrà
la
persona
.
Non
si
può
tollerare
il
mobile
sudicio
nella
casa
pulita
,
e
,
essendo
la
casa
pulita
una
specie
di
festa
permanente
,
viene
il
desiderio
della
pulizia
personale
.
Una
delle
riforme
più
igieniche
dell
'
Istituto
è
quella
dei
bagni
;
ogni
casamento
riformato
ha
in
un
locale
apposito
stanze
separate
da
bagno
a
vasca
o
a
doccia
con
acqua
calda
e
fredda
,
dove
tutti
gli
inquilini
possono
andare
a
turno
,
come
p
.
es
.
a
turno
andavano
già
a
lavare
i
panni
nelle
fontane
del
casamento
!
Comodità
grande
che
invita
alla
pulizia
!
quale
vantaggio
sui
bagni
pubblici
popolari
è
il
bagno
tiepido
in
casa
,
dove
l
'
affluenza
viene
limitata
a
poche
persone
!
Noi
così
introduciamo
insieme
la
civiltà
e
la
salute
-
-
e
apriamo
non
solo
alla
luce
del
sole
,
ma
anche
a
quella
del
progresso
le
antiche
buie
abitazioni
,
gli
antri
nefandi
della
miseria
.
Ma
nel
raggiunger
l
'
ideale
della
manutenzione
perfetta
semigratuita
dei
suoi
stabili
,
l
'
Istituto
incontrava
una
difficoltà
nei
bambini
prima
dell
'
età
della
scuola
,
che
abbandonati
durante
le
ore
del
giorno
dai
parenti
lavoratori
,
incapaci
di
intendere
il
senso
di
emulazione
e
il
desiderio
del
premio
che
sono
gli
stimoli
educativi
al
rispetto
della
casa
pei
loro
genitori
,
divengono
i
vandali
incoscienti
dell
'
edificio
.
Ed
ecco
l
'
altra
riforma
che
rientra
,
indirettamente
,
nelle
spese
di
manutenzione
,
e
che
si
può
chiamare
la
più
brillante
trasformazione
di
spese
che
abbia
genialmente
pensata
finora
nei
suoi
progressi
la
civiltà
.
La
«
Casa
dei
bambini
»
vien
guadagnata
dai
genitori
con
tener
pulito
lo
stabile
,
col
risparmiare
cioè
le
spese
di
manutenzione
.
Corona
meravigliosa
di
benefici
morali
!
Nella
«
Casa
dei
bambini
»
riservata
esclusivamente
ai
piccini
del
casamento
che
non
hanno
ancora
l
'
età
della
scuola
,
le
madri
lavoratrici
possono
lasciare
tranquilli
i
figliuoli
,
con
loro
immenso
beneficio
,
con
risparmio
di
forza
,
con
gran
sollievo
di
libertà
.
Ma
anche
questo
beneficio
non
è
senza
tassa
di
cure
e
di
buon
volere
;
lo
dice
il
Regolamento
appeso
sulle
mura
dello
stabile
:
«
Le
madri
hanno
l
'
obbligo
di
mandare
i
loro
bambini
puliti
e
di
coadiuvare
all
'
opera
educativa
della
direttrice
»
.
Due
obblighi
:
cioè
la
cura
fisica
e
morale
dei
propri
figli
.
Se
il
bambino
dimostrerà
con
le
parole
,
col
contegno
,
che
in
casa
sua
viene
guastata
l
'
opera
educativa
della
scuola
,
esso
graverà
senza
remissione
sulle
braccia
dei
genitori
ignavi
e
incapaci
del
proprio
miglioramento
.
Chi
bestemmia
,
chi
si
abbandona
a
litigi
,
a
brutalità
,
sente
sopra
di
sé
gravare
il
peso
delle
piccole
vite
tanto
bisognose
di
cure
,
ovvero
sente
di
nuovo
ripiombare
nell
'
abbandono
le
piccole
creature
che
sono
la
parte
più
teneramente
cara
della
famiglia
.
Bisogna
cioè
sapersi
meritare
il
beneficio
d
'
avere
in
casa
il
gran
vantaggio
d
'
una
scuola
pei
figliuoli
più
piccoli
.
E
basta
la
«
buona
volontà
»
perché
,
in
quanto
al
saper
fare
,
il
regolamento
lo
dice
,
le
madri
dovranno
andare
almeno
una
volta
la
settimana
a
conferire
con
la
Direttrice
,
dando
notizie
del
proprio
bambino
,
e
là
potranno
raccogliere
i
consigli
che
la
Direttrice
darà
a
loro
vantaggio
.
Consigli
certo
illuminati
,
sulla
salute
e
sulla
educazione
del
piccino
-
-
poiché
nella
«
Casa
dei
bambini
»
,
è
preposto
,
insieme
a
una
Maestra
,
anche
un
Medico
.
La
Direttrice
è
sempre
a
disposizione
delle
madri
e
la
sua
vita
di
persona
colta
e
civile
è
costante
esempio
agli
abitanti
della
casa
,
perché
essa
ha
«
l
'
obbligo
imprescindibile
»
di
alloggiare
nel
casamento
e
essere
quindi
la
coinquilina
delle
famiglie
di
tutti
i
suoi
allievi
.
Fatto
d
'
immensa
importanza
!
Tra
queste
persone
quasi
selvagge
,
in
queste
case
tra
le
quali
di
nottetempo
nessuno
si
aggira
senza
essere
armato
,
ecco
va
a
vivere
della
stessa
loro
vita
una
gentile
donna
,
di
elevata
cultura
,
un
'
educatrice
di
professione
,
che
dedica
tutto
il
suo
tempo
e
la
sua
vita
a
civilizzare
le
genti
!
Vera
missionaria
,
e
regina
morale
tra
il
popolo
:
ella
,
se
ha
un
sufficiente
tatto
e
un
sufficiente
cuore
,
coglierà
frutti
inauditi
di
bene
dalla
sua
opera
sociale
!
Questo
caso
è
veramente
nuovo
:
sembra
un
sogno
irrealizzabile
,
ma
è
verità
sperimentata
.
Invero
ci
fu
il
tentativo
fatto
da
persone
generose
di
andare
a
vivere
tra
i
poveri
per
civilizzarli
.
Ma
l
'
opera
non
è
attuabile
senza
che
la
casa
dei
poveri
sia
igienica
e
renda
possibile
la
coabitazione
di
genti
socialmente
più
elevate
,
né
si
può
riuscire
all
'
intento
senza
una
specie
di
coercizione
al
bene
che
obblighi
coi
premi
,
coi
vantaggi
più
vari
,
a
chinarsi
o
a
ben
disporsi
sotto
il
giogo
della
civiltà
,
la
popolazione
del
casamento
intero
.
Il
caso
è
nuovo
anche
per
la
organizzazione
pedagogica
della
«
Casa
dei
bambini
»
.
Essa
non
è
un
ricovero
passivo
dei
fanciulli
:
ma
una
vera
scuola
di
educazione
,
i
cui
metodi
sono
ispirati
ai
razionali
principi
della
Pedago
gia
scientifica
.
Viene
seguito
e
diretto
lo
sviluppo
fisico
dei
bambini
che
sono
tutti
studiati
dal
lato
antropologico
;
e
gli
esercizi
del
linguaggio
,
dei
sensi
e
della
vita
pratica
formano
le
basi
principali
delle
cognizioni
.
L
'
insegnamento
è
eminentemente
oggettivo
:
e
dispone
di
una
ricchezza
non
comune
di
materiale
didattico
.
Ma
su
ciò
non
è
possibile
addentrarci
:
basti
dire
che
già
esiste
,
propria
alla
scuola
,
una
sala
pei
bagni
caldi
e
freddi
e
pei
lavabi
parziali
ai
bambini
;
e
dove
è
possibile
,
una
distesa
di
terreno
ove
i
fanciulli
potranno
coltivare
il
campicello
educativo
.
Ciò
che
importa
rilevare
qui
sono
i
progressi
pedagogici
che
la
«
Casa
dei
bambini
»
raggiunge
come
istituzione
.
Chi
ha
pratica
della
scuola
e
dei
principali
problemi
pedagogici
che
la
riguardano
,
sa
come
venga
considera
to
un
gran
principio
-
-
principio
ideale
e
quasi
irrealizzabile
-
-
l
'
armonia
degl
'
intenti
educativi
tra
la
famiglia
e
la
scuola
.
Ma
la
famiglia
è
qualche
cosa
di
sempre
lontano
e
di
quasi
sempre
ribelle
;
una
specie
di
fantasma
irraggiungibile
,
per
la
scuola
.
La
casa
è
chiusa
non
solo
ai
progressi
pedagogici
,
ma
spesso
anche
ai
progressi
dell
'
ambiente
sociale
.
Questa
è
la
prima
volta
che
si
vede
la
possibilità
pratica
di
realizzare
il
tanto
decantato
principio
pedagogico
.
Si
mette
la
scuola
in
casa
;
non
solo
,
ma
si
mette
in
casa
come
proprietà
collettiva
;
e
si
lascia
sotto
gli
occhi
dei
parenti
tutta
intera
la
vita
della
maestra
,
nel
compimento
della
sua
alta
missione
.
È
dolce
e
nuovo
e
profondamente
educativo
il
sentimento
della
proprietà
collettiva
.
I
genitori
sanno
che
la
«
Casa
dei
bambini
»
è
loro
proprietà
e
si
ricava
dalle
spese
della
pigione
.
Le
madri
possono
a
tutte
le
ore
del
giorno
sorvegliarla
,
o
ammirarla
,
o
meditarla
.
Essa
è
in
ogni
modo
uno
stimolo
continuo
a
riflessioni
e
una
fonte
di
benessere
evidente
e
di
miglioramento
proprio
e
dei
figli
.
Le
madri
infatti
si
può
dire
che
adorino
la
«
Casa
dei
bambini
»
e
la
direttrice
.
Quante
finezze
impensate
hanno
queste
ottime
madri
del
popolo
,
per
la
maestra
dei
loro
più
teneri
figli
!
esse
spesso
le
lasciano
dolci
e
fiori
sul
davanzale
della
finestra
della
scuola
,
come
un
omaggio
muto
,
reverente
,
quasi
religioso
.
Orbene
,
allorché
dopo
tre
anni
di
tale
noviziato
le
madri
manderanno
alle
scuole
comuni
i
loro
figliuoli
,
saranno
eccellentemente
preparate
a
coadiuvarne
l
'
opera
educativa
,
ed
avranno
acquisito
profondamente
un
sentimento
raro
a
trovarsi
anche
nelle
classi
più
elevate
,
cioè
che
bisogna
con
la
propria
condotta
e
con
la
propria
virtù
,
meritare
il
dono
d
'
avere
un
figlio
educato
.
Un
altro
progresso
raggiunto
dall
'
istituzione
della
«
Casa
dei
bambini
»
riguarda
la
Pedagogia
scientifica
.
Essa
,
basandosi
sullo
studio
antropologico
dell
'
allievo
da
educare
,
toccava
solo
una
parte
della
questione
posi
tiva
che
tende
a
trasformarla
.
Poiché
l
'
uomo
non
è
solo
un
prodotto
biologico
,
ma
anche
un
prodotto
sociale
-
-
e
l
'
ambiente
sociale
degli
individui
in
via
d
'
educazione
è
la
casa
con
la
famiglia
.
Ora
,
invano
cercherà
la
Pedagogia
scientifica
di
migliorare
le
nuove
generazioni
,
se
non
giunge
ad
influire
anche
sull
'
ambiente
,
ove
le
nuove
generazioni
sorgono
e
crescono
!
Tutte
le
applicazioni
d
'
igiene
pedagogica
sarebbero
vano
tentativo
,
se
la
casa
dovesse
rimaner
chiusa
a
ogni
progresso
!
Io
credo
dunque
che
aver
potuto
aprire
la
casa
alla
luce
dei
nuovi
veri
,
al
progresso
della
civiltà
-
-
cioè
aver
risolto
il
problema
di
poter
direttamente
modificare
l
'
ambiente
delle
nuove
generazioni
,
sia
stato
rendere
possibile
l
'
attuazione
pratica
dei
principî
fondamentali
della
Pedagogia
scientifica
.
Un
altro
progresso
segna
ancora
la
«
Casa
dei
bambini
»
-
-
essa
è
il
primo
passo
verso
la
casa
socializzata
.
Si
trova
nella
propria
abitazione
il
vantaggio
di
poter
lasciare
i
piccoli
figli
in
luogo
sicuro
,
non
solo
,
ma
atto
a
migliorarli
;
-
-
e
sono
tutte
le
madri
che
possono
godere
tale
immenso
vantaggio
,
allontanandosi
di
casa
pei
propri
lavori
.
Finora
soltanto
una
casta
sociale
godeva
tale
privilegio
;
erano
le
donne
ricche
,
le
quali
potevano
allontanarsi
dai
figli
per
le
loro
occupazioni
mondane
,
lasciandoli
in
mano
a
una
istitutrice
e
a
una
bonne
.
Oggi
le
donne
del
popolo
che
abitano
in
queste
case
riformate
possono
dire
come
le
gran
dame
:
ho
lasciato
i
miei
figli
con
l
'
istitutrice
e
la
bonne
;
ma
di
più
,
esse
,
come
principesse
del
sangue
,
possono
aggiungere
:
e
il
medico
di
casa
veglia
giornalmente
su
loro
,
e
dirige
la
loro
sana
crescenza
.
Solo
le
gran
dame
inglesi
hanno
consuetamente
l
'
elegante
«
carnet
maternel
»
,
ove
si
notano
le
principali
misure
e
le
date
dei
principali
avvenimenti
della
crescenza
del
bambino
:
queste
donne
del
popolo
posseggono
dei
loro
figliuoli
le
«
Carte
biografiche
»
redatte
da
maestri
e
da
medici
,
che
,
fondate
su
criteri
scientifici
,
divengono
un
«
carnet
maternel
»
perfezionato
.
Quali
fossero
i
vantaggi
della
socializzazione
di
oggetti
ambiente
noi
lo
sapevamo
:
per
es
.
la
socializzazione
della
carrozza
nei
tram
;
la
socializzazione
delle
torcie
a
vento
e
delle
lanterne
nella
illuminazione
costante
delle
strade
;
fatti
sociali
che
aumentano
la
possibilità
di
comunicazione
,
prolungano
la
vita
del
giorno
,
sono
fonte
d
'
immensa
ricchezza
.
Anche
la
enorme
produzione
di
oggetti
d
'
uso
nel
progresso
industriale
che
moltiplica
favolosamente
e
rende
accessibile
a
tutti
il
vestito
fresco
,
come
il
tappeto
e
la
tenda
,
come
il
dolce
,
il
piatto
di
maiolica
,
il
cucchiaio
di
metallo
ecc
.
,
spargendo
un
benessere
generale
e
tendendo
a
livellare
nelle
apparenze
le
caste
sociali
;
-
-
tutto
ciò
si
era
veduto
nella
sua
realtà
,
nei
suoi
benefici
collettivi
,
nella
smisurata
ricchezza
prodotta
.
-
-
Ma
ancora
non
si
erano
socializzate
«
le
persone
»
-
-
persone
di
servizio
e
impiegati
,
come
sarebbero
appunto
la
bonne
e
la
istitutrice
,
cioè
i
«
famigliari
»
.
Di
questo
fatto
nuovo
abbiamo
nella
«
Casa
dei
bambini
»
il
primo
e
finora
così
in
Italia
come
all
'
estero
,
unico
esempio
.
Il
suo
significato
è
alto
,
poiché
corrisponde
a
un
bisogno
dei
tempi
.
Infatti
non
si
può
dire
che
la
comodità
di
lasciare
i
figli
sottragga
le
madri
a
un
dovere
naturale
e
sociale
di
primo
ordine
,
qual
'
è
quello
di
curare
e
di
educare
la
tenera
prole
.
No
,
perché
l
'
evoluzione
economico
sociale
chiama
oggi
la
donna
lavoratrice
nell
'
ambiente
sociale
e
la
sottrae
forzatamente
a
quei
doveri
che
pur
le
sarebbero
cari
!
La
madre
ugualmente
dovrebbe
allontanarsi
dai
suoi
figliuoli
,
con
lo
strazio
di
saperli
abbandonati
.
L
'
opportunità
di
tale
istituzione
non
è
ristretta
alle
classi
lavoratrici
della
mano
,
ma
si
estende
anche
alla
borghesia
dove
molte
sono
le
donne
lavoratrici
del
pensiero
.
Tutte
le
maestre
e
le
professoresse
,
spesso
costrette
anche
nel
doposcuola
a
lezioni
private
,
lasciano
i
bambini
affidati
alle
mani
di
una
persona
di
servi
zio
rozza
e
sconosciuta
,
che
è
talvolta
insieme
la
cameriera
e
la
cuoca
.
Infatti
alla
prima
notizia
della
«
Casa
dei
bambini
»
sono
piovute
all
'
Istituto
Romano
di
Beni
Stabili
calorose
domande
da
parte
delle
classi
borghesi
,
perché
venisse
estesa
alle
loro
abitazioni
una
riforma
tanto
provvida
.
Noi
quindi
veniamo
a
socializzare
una
«
funzione
materna
»
una
funzione
femminile
,
entro
la
casa
.
Ecco
nell
'
atto
pratico
la
risoluzione
di
alcuni
problemi
di
femminismo
che
sembravano
a
molti
insolubili
.
Che
sarà
dunque
della
casa
-
-
si
diceva
-
-
se
la
donna
se
ne
allontana
?
La
casa
si
trasforma
ed
assume
essa
le
antiche
funzioni
della
donna
.
Io
credo
che
nell
'
avvenire
sociale
altre
forme
di
socializzazione
verranno
,
p
.
es
.
l
'
infermeria
.
La
donna
è
la
naturale
infermeria
dei
cari
di
casa
sua
.
Ma
chi
non
sa
quante
volte
oggi
ella
debba
strapparsi
,
con
alto
strazio
,
dal
letto
dei
suoi
amati
che
soffrono
,
per
correre
al
lavoro
?
La
concorrenza
è
grande
e
le
assenze
dal
proprio
dovere
minano
la
solidità
del
posto
sociale
donde
si
trae
l
'
esistenza
!
Poter
lasciare
i
malati
in
una
«
infermeria
di
casa
»
dove
si
possa
accedere
in
tutti
i
minuti
di
libertà
che
lascia
il
lavoro
,
dove
si
possa
vegliare
liberamente
la
notte
,
sarebbe
un
vantaggio
sentito
.
E
quale
progresso
nell
'
igiene
famigliare
,
per
tutto
ciò
che
riguarda
l
'
isolamento
e
le
disinfezioni
!
Chi
non
conosce
,
per
esempio
,
gli
imbarazzi
di
una
famiglia
che
ha
un
bambino
malato
di
morbo
infettivo
,
e
non
sa
come
isolare
gli
altri
figliuoli
,
perché
nella
città
ove
fu
di
recente
trasferita
per
impiego
,
non
ha
parenti
e
non
ha
ancora
amici
cui
affidarli
?
Lo
stesso
si
dica
(
cosa
più
lontana
certamente
,
ma
non
impossibile
,
anzi
vantaggiosamente
tentata
in
America
)
della
cucina
socializzata
,
che
manda
con
l
'
ascensore
il
pranzo
ordinato
il
mattino
,
nella
propria
stanza
da
pranzo
intima
e
quieta
.
Questo
vantaggio
sorriderebbe
certo
più
di
tutti
gli
altri
a
quelle
famiglie
borghesi
che
debbo
no
affidare
i
piaceri
della
tavola
e
insieme
la
propria
salute
,
alle
mani
di
una
donna
ignorante
di
cucina
,
che
brucia
le
vivande
;
ovvero
che
sono
costrette
a
far
venire
da
una
trattoria
lontana
i
«
piatti
del
giorno
»
.
Infine
la
trasformazione
della
casa
dovrà
compensare
la
perduta
presenza
in
famiglia
della
donna
che
è
divenuta
un
lavoratore
sociale
.
Ma
in
tal
modo
la
casa
diventa
una
piovra
che
tutto
afferra
e
tutto
assorbe
e
sminuzza
e
digerisce
tutto
quanto
,
avendo
significato
di
bene
agli
uomini
,
era
fuggito
da
lei
:
scuole
,
bagni
pubblici
,
ospedali
.
Tenderebbe
ancora
a
trasformare
luoghi
di
pericolo
e
di
vizio
in
luoghi
di
elevamento
intellettuale
,
se
in
essa
,
accanto
alle
scuole
pei
bambini
,
sorgessero
dei
clubs
di
trattenimento
e
di
lettura
per
gl
'
inquilini
e
specialmente
per
gli
uomini
che
vi
trovassero
il
modo
di
passare
la
sera
.
Il
club
del
casamento
,
possibile
e
utile
in
tutte
le
classi
sociali
,
come
è
utile
e
possibile
la
«
Casa
dei
Bambini
»
,
potrebbe
far
chiudere
le
osterie
e
le
case
di
giuoco
,
con
alto
vantaggio
morale
della
popolazione
.
Ed
io
non
credo
che
l
'
Istituto
Romano
di
Beni
Stabili
sia
lontano
dall
'
intendimento
di
fondare
dei
clubs
di
lettura
in
queste
case
del
popolo
riformate
nel
quartiere
di
S
.
Lorenzo
:
clubs
dove
gli
inquilini
potrebbero
trovare
giornali
e
opuscoli
educativi
,
elementi
di
discorsi
sani
,
elevamento
della
coscienza
!
Noi
siamo
dunque
ben
lontani
dalla
temuta
distruzione
della
casa
e
della
famiglia
per
la
necessità
in
cui
si
trova
la
donna
,
nell
'
evoluzione
economico
sociale
dell
'
ambiente
,
di
darsi
al
lavoro
retribuito
.
La
casa
assume
essa
stessa
le
dolci
attribuzioni
femminili
di
missione
domestica
;
e
un
giorno
forse
quando
gli
uomini
avranno
dato
una
somma
di
danaro
al
padrone
di
casa
,
otterranno
in
cambio
tutto
quanto
è
necessario
al
comfort
della
vita
,
come
quando
consegnando
alla
massaja
il
danaro
neces
sario
,
si
procuravano
ogni
benessere
interno
nella
vita
di
famiglia
.
La
casa
tende
dunque
ad
assumere
,
nella
sua
evoluzione
,
un
significato
più
alto
e
sublime
della
odierna
home
inglese
.
Essa
non
è
più
fatta
solo
di
mura
,
siano
pure
mura
linde
,
custodi
care
dell
'
intimità
,
simboli
sacri
di
famiglia
;
diventa
più
di
tutto
questo
.
Essa
vive
!
ha
un
'
anima
,
ha
quasi
braccia
tenere
e
consolatrici
di
donna
.
Essa
dà
la
vita
morale
e
il
benessere
-
-
cura
,
educa
,
e
se
ci
fosse
refezione
scolastica
,
nutrisce
i
teneri
figli
:
come
sul
seno
di
una
donna
generosa
e
soave
,
il
lavoratore
stanco
trova
in
essa
riposo
e
stimolo
a
una
vita
rinnovata
.
È
tutta
la
vita
intima
,
è
la
felicità
.
La
donna
nuova
,
come
farfalla
uscita
dalla
crisalide
,
si
sarà
liberata
da
tutte
le
attribuzioni
che
un
tempo
la
rendevano
desiderabile
all
'
uomo
,
come
fonte
di
benessere
materiale
dell
'
esistenza
.
Ella
sarà
come
l
'
uomo
un
individuo
umano
libero
,
un
lavoratore
sociale
:
e
come
l
'
uomo
cercherà
il
benessere
e
il
riposo
nella
casa
riformata
e
socializzata
.
Per
se
stessa
vorrà
essere
amata
e
non
come
mezzo
di
benessere
e
di
riposo
;
e
vorrà
amore
,
libera
da
ogni
forma
di
lavoro
servile
.
Lo
scopo
dell
'
amore
umano
non
è
quello
egoistico
di
assicurare
i
propri
riposi
:
ben
più
in
alto
vola
sublime
.
Lo
scopo
dell
'
amore
è
di
moltiplicare
le
forze
dello
spirito
libero
facendolo
quasi
divino
,
e
in
tanta
luce
eternare
la
specie
.
È
l
'
amore
ideale
incarnato
da
Federico
Nietsche
nella
donna
di
Zaratustra
,
che
vuole
coscientemente
il
figlio
migliore
di
se
stessa
.
«
Perché
mi
desideri
»
?
chiede
ella
all
'
uomo
:
«
forse
per
timore
della
solitudine
?
...
cioè
per
difenderti
dai
disagi
della
vita
?
«
In
questo
caso
,
va
lontano
da
me
.
Io
voglio
l
'
uomo
che
ha
vinto
se
stesso
-
-
e
si
è
formata
un
'
anima
grande
;
io
voglio
l
'
uomo
che
ha
conservato
un
corpo
sano
e
robusto
-
-
;
io
voglio
l
'
uomo
che
voglia
con
me
unire
l
'
anima
e
il
corpo
,
per
procreare
il
figlio
!
il
figlio
migliore
,
più
perfetto
,
più
forte
di
quelli
che
l
'
hanno
creato
!
»
.
Migliorare
la
specie
coscientemente
,
coltivando
la
propria
salute
e
la
propria
virtù
-
-
ecco
quanto
resta
al
connubio
famigliare
degli
uomini
.
Sublime
concetto
al
quale
ancora
non
pensiamo
!
E
la
casa
del
futuro
socializzata
,
vivente
,
provvida
,
dolce
,
educatrice
e
consolatrice
,
è
il
vero
e
degno
nido
delle
coppie
umane
,
che
vogliono
in
essa
migliorare
la
specie
e
slanciarla
trionfante
nell
'
eternità
della
vita
!
Regolamento
della
Casa
dei
bambini
L
'
Istituto
Romano
di
Beni
Stabili
aggrega
al
casamento
N
....
..
di
sua
proprietà
la
Casa
dei
Bambini
;
in
essa
si
raccolgono
i
figliuoli
degli
inquilini
,
i
quali
non
abbiano
raggiunto
l
'
età
voluta
per
entrare
nelle
scuole
elementari
.
Scopo
principale
della
Casa
dei
Bambini
è
quello
di
offrire
gratuitamente
ai
genitori
,
i
quali
siano
d
'
ordinario
obbligati
ad
allontanarsi
dalla
casa
per
le
loro
occupazioni
,
le
cure
famigliari
alle
quali
non
possono
attendere
.
Nella
Casa
dei
Bambini
si
cureranno
l
'
educazione
,
l
'
igiene
,
lo
sviluppo
fisico
e
morale
dei
fanciulli
,
mediante
precetti
ed
esercizi
adatti
all
'
età
.
Saranno
addetti
alla
Casa
dei
Bambini
una
Direttrice
,
un
Medico
ed
una
Custode
.
L
'
orario
della
Casa
dei
Bambini
sarà
fissato
dalla
Direttrice
in
apposito
regolamento
.
Possono
essere
ammessi
nella
Casa
dei
Bambini
tutti
i
fanciulli
del
Casamento
dell
'
età
dai
tre
ai
sette
anni
.
I
genitori
che
vogliono
usufruire
della
Casa
dei
Bambini
non
pagheranno
contributo
alcuno
.
Essi
assumono
però
questi
obblighi
imprescindibili
:
a
)
di
mandare
nelle
ore
indicate
i
bambini
nella
sala
destinata
puliti
nel
corpo
e
nei
vestiti
,
e
con
un
adatto
grembiule
;
b
)
di
usare
il
massimo
rispetto
,
la
massima
deferenza
verso
la
Direttrice
e
verso
tutte
le
altre
persone
addette
alla
Casa
dei
Bambini
e
di
coadiuvare
la
Direttrice
stessa
nell
'
opera
educatrice
dei
bambini
.
Almeno
una
volta
la
settimana
le
madri
potranno
parlare
con
la
Direttrice
dando
notizie
del
proprio
bambino
nella
sua
vita
domestica
,
e
ricevendo
notizie
e
consigli
dalla
Direttrice
per
il
bene
dei
fanciulli
.
Saranno
espulsi
dalla
Casa
dei
Bambini
:
a
)
quelli
che
si
presenteranno
sciatti
e
sudici
,
b
)
quelli
che
si
mostreranno
indisciplinati
;
c
)
quelli
i
cui
genitori
mancassero
di
rispetto
alle
persone
proposte
alla
Casa
dei
Bambini
o
che
comunque
dimostrassero
di
distruggere
con
cattiva
condotta
l
'
opera
educatrice
che
è
scopo
dell
'
istituzione
.
Nell
'
assegnazione
dei
premi
annuali
da
conferirsi
a
quelli
che
meglio
conservarono
la
loro
casa
,
sarà
tenuto
conto
del
modo
come
i
genitori
avranno
coadiuvato
l
'
opera
della
Direttrice
nell
'
educare
i
proprii
figli
.
Dicevo
dunque
che
il
caso
mi
rivelò
la
grande
opportunità
di
tentare
la
prima
applicazione
dei
metodi
pei
deficienti
,
sui
bambini
normali
non
delle
scuole
elementari
,
ma
degli
asili
infantili
.
Se
un
paragone
è
possibile
tra
i
deficienti
e
i
normali
,
questo
è
nel
periodo
della
prima
infanzia
-
-
ove
il
fanciullo
che
non
ebbe
la
forza
di
sviluppare
-
-
e
quello
che
non
è
ancora
sviluppato
-
-
posso
no
in
qualche
modo
somigliarsi
.
Infatti
i
piccoli
bambini
non
hanno
ancora
acquistato
una
sicura
coordinazione
dei
movimenti
muscolari
,
donde
la
deambulazione
imperfetta
,
l
'
incapacità
a
eseguire
atti
usuali
della
vita
come
infilare
i
vestiti
,
le
calze
,
allacciare
,
abbottonare
,
agganciare
,
ecc
.
;
-
-
gli
organi
dei
sensi
,
come
per
es
.
i
poteri
d
'
accomodazione
dell
'
occhio
,
non
sono
ancora
completamente
sviluppati
:
il
linguaggio
è
primordiale
e
porta
i
difetti
ben
noti
del
linguaggio
infantile
;
la
difficoltà
di
fissar
l
'
attenzione
,
la
instabilità
ecc
.
sono
altrettanti
caratteri
paralleli
.
Il
Preyer
,
nei
suoi
studi
di
psicologia
infantile
,
si
è
indugiato
appunto
a
illustrare
il
parallelo
tra
i
difetti
patologici
del
linguaggio
-
-
e
quelli
normali
del
bambino
in
via
di
sviluppo
.
I
metodi
che
conducevano
a
ingrandire
la
personalità
psichica
dell
'
idiota
,
avrebbero
dunque
potuto
aiutare
lo
sviluppo
dei
bambini
,
costituendo
una
igiene
della
personalità
umana
normale
.
Molti
difetti
poi
permanenti
,
come
quelli
del
linguaggio
,
si
acquistano
appunto
per
l
'
abbandono
in
cui
viene
lasciato
il
fanciullo
nell
'
importantissimo
periodo
della
sua
età
,
nel
quale
forma
e
fissa
le
sue
principali
funzioni
:
cioè
dai
3
ai
6
anni
.
Ecco
dunque
il
significato
del
mio
esperimento
pedagogico
,
condotto
per
due
anni
nelle
«
Case
dei
bambini
»
.
Esso
rappresenta
il
risultato
d
'
una
serie
di
prove
da
me
tentate
sull
'
educazione
della
prima
infanzia
,
coi
metodi
già
usati
pei
deficienti
.
-
-
Certo
non
si
tratta
dell
'
applicazione
pura
e
semplice
dei
metodi
Séguin
agli
asili
d
'
infanzia
,
come
potranno
tutti
riscontrare
consultando
le
opere
di
tale
autore
:
ma
non
è
men
vero
che
al
di
sotto
di
questi
due
anni
di
prova
,
c
'
è
una
base
sperimentale
,
la
quale
risalisce
fino
ai
tempi
della
rivoluzione
francese
,
e
conta
gli
sforzi
assidui
di
tutta
la
vita
d
'
Itard
,
e
di
tutta
la
vita
di
Séguin
.
In
quanto
a
me
,
trenta
anni
dopo
la
seconda
pubblicazione
del
Séguin
,
ripresi
le
idee
,
e
,
pos
so
osar
di
affermarlo
,
l
'
opera
di
tale
autore
,
con
la
stessa
freschezza
di
sentimento
,
con
la
quale
egli
aveva
ereditato
le
idee
e
le
opere
dal
suo
maestro
Itard
,
morto
tra
le
sue
filiali
cure
.
E
per
dieci
anni
sperimentai
nella
pratica
,
e
meditai
le
opere
di
così
ammirabili
uomini
,
che
si
erano
santificati
lasciando
all
'
umanità
le
più
feconde
prove
del
loro
oscuro
eroismo
.
Anche
i
miei
dieci
anni
di
studio
,
dunque
,
possono
sommarsi
ai
quarant
'
anni
di
lavoro
d
'
Itard
e
di
Séguin
.
Erano
perciò
già
corsi
cinquant
'
anni
d
'
attiva
preparazione
,
durante
oltre
un
secolo
di
tempo
,
prima
che
fosse
tentata
questa
prova
così
apparentemente
breve
di
due
soli
anni
;
e
non
credo
di
sbagliare
dicendo
che
essa
rappresenta
il
lavoro
successivo
di
tre
medici
che
,
da
Itard
a
me
,
più
o
meno
mossero
i
primi
passi
sulle
orme
della
psichiatria
.
PARTE
GENERALE
I
metodi
pedagogici
usati
nelle
«
Case
dei
bambini
»
Appena
seppi
d
'
avere
a
mia
disposizione
una
scuola
di
piccoli
bambini
,
desiderai
di
farne
un
campo
sperimentale
di
Pedagogia
scientifica
e
di
Psicologia
infantile
.
Partii
dal
punto
sul
quale
conviene
il
Wundt
:
che
la
psicologia
infantile
non
esiste
;
infatti
le
ricerche
sperimentali
sui
piccoli
bambini
,
come
quelle
p
.
es
.
del
Preyer
e
del
Baldwin
,
sono
compiute
sopra
due
o
tre
fanciulli
,
figli
degli
sperimentatori
.
Inoltre
gli
istrumenti
di
psicometria
devono
essere
molto
ridotti
e
semplificati
allorché
si
fanno
ricerche
sui
bambini
,
i
quali
non
si
prestano
come
soggetti
d
'
esperimento
;
e
dato
pure
che
vi
si
prestino
passivamente
,
la
psicologia
infantile
si
può
fare
solo
col
metodo
di
osservazione
esterna
,
dovendosi
rinunciare
a
tener
conto
degli
stati
interni
,
che
ci
possono
essere
rivelati
solo
dall
'
introspezione
del
soggetto
.
In
ogni
modo
gl
'
istrumenti
di
ricerca
per
la
psicometria
applicata
alla
pedagogia
,
furono
sino
ad
oggi
limitati
alla
parte
estesiometrica
.
Io
pensai
di
tener
conto
delle
altrui
ricerche
-
-
ma
di
rendermene
indipendente
.
Ritenni
come
essenziale
solo
l
'
affermazione
o
meglio
la
definizione
del
Wundt
:
che
«
tutti
i
metodi
della
psicologia
sperimentale
possono
ridursi
a
un
metodo
unico
;
cioè
:
a
una
osservazione
esattamente
regolata
»
.
Trattandosi
di
bambini
,
un
altro
fattore
doveva
essenzialmente
intervenire
:
lo
studio
dello
sviluppo
.
Anche
qui
ritenni
tale
criterio
generale
:
ma
senza
attenermi
a
dogmi
relativi
alle
attività
infantili
secondo
le
età
.
Parte
Antropologica
In
quanto
allo
sviluppo
fisico
,
pensai
in
primo
luogo
di
regolare
le
ricerche
antropometriche
,
scegliendo
le
principali
.
Feci
fabbricare
un
antropometro
per
bambini
con
la
scala
metrica
oscillante
tra
m
.
0,50
e
m
.
1,50
-
-
facendo
disporre
sul
piano
dell
'
antropometro
un
piccolo
sgabello
mobile
dell
'
altezza
di
cm
.
30
,
per
la
statura
seduta
.
Oggi
io
consiglio
di
fabbricare
l
'
antropometro
a
duplice
piano
-
-
da
un
lato
si
misura
la
statura
totale
,
e
dall
'
altro
la
statura
seduta
:
nel
secondo
lo
zero
è
a
30
cm
.
d
'
altezza
,
cioè
corrisponde
al
piano
del
sedile
,
che
è
fisso
.
Le
asticciole
scorrevoli
nell
'
incalanatura
dell
'
asta
verticale
,
sono
indipendenti
l
'
una
dall
'
altra
;
-
-
si
possono
perciò
ricavare
due
misure
contemporaneamente
,
cioè
misurare
insieme
due
bambini
.
In
ogni
modo
viene
tolto
l
'
inconveniente
e
il
perditempo
di
spostare
e
rimettere
il
sedile
,
e
di
calcolare
sulla
scala
metrica
la
differenza
.
Facilitata
così
la
tecnica
delle
ricerche
,
disposi
di
prendere
le
misure
della
statura
in
piedi
e
seduta
ogni
mese
;
e
per
avere
insieme
misure
più
esatte
relativamente
allo
sviluppo
,
e
maggior
regolarità
di
ricerche
,
stabilii
che
la
statura
dovesse
prendersi
nel
giorno
in
cui
il
bambino
compiva
il
mese
d
'
età
.
Proposi
a
tal
uopo
un
registro
così
composto
:
Gli
spazi
relativi
a
ogni
numero
,
servono
per
registrarvi
il
nome
del
bambino
nato
in
quel
giorno
del
mese
.
Così
la
maestra
sa
quali
scolari
deve
misurare
nel
giorno
segnato
dal
calendario
;
e
scrive
le
sue
misure
in
corrispondenza
del
mese
.
In
tal
modo
la
esattissima
registrazione
avviene
senza
che
,
si
può
dire
,
la
maestra
se
ne
accorga
,
nel
senso
di
risentirne
troppa
occupazione
e
fatica
.
In
quanto
al
peso
ho
disposto
ch
'
esso
si
prenda
ogni
settimana
per
mezzo
di
una
bascule
posta
nello
spogliatoio
prospicente
la
stanza
pei
bagni
.
Secondo
che
il
bimbo
è
nato
di
lunedì
,
martedì
,
mercoledì
ecc
.
in
tal
giorno
,
quando
si
è
spogliato
,
prima
di
fare
il
bagno
,
si
pesa
.
Così
il
bagno
pei
bambini
,
(
per
es
.
di
cinquanta
bambini
)
è
suddiviso
in
7
giorni
,
e
vanno
al
bagno
circa
3
o
cinque
bambini
al
giorno
.
Certamente
sarebbe
desiderabile
un
bagno
teorico
quotidiano
:
ma
io
credo
che
per
far
ciò
in
una
scuola
occorrerebbe
la
piscina
per
il
bagno
contemporaneo
di
molti
fanciulli
.
Anche
il
bagno
settimanale
porta
non
poche
difficoltà
,
praticamente
;
e
spesso
è
necessario
rendere
teorico
anch
'
esso
.
In
ogni
modo
ho
distribuito
le
pesate
settimanali
nell
'
ordine
detto
,
con
l
'
intento
di
ordinare
e
assicurare
anche
i
bagni
periodici
7
.
7
A
questo
proposito
debbo
dire
che
avrei
ideato
un
mezzo
pel
bagno
contemporaneo
,
evitando
la
piscina
.
E
cioè
ho
pensato
a
una
lunga
vasca
con
dei
sostegni
sul
fondo
per
appoggiarvi
trasversalmente
le
piccole
vasche
individuali
-
-
le
quali
dovrebbero
avere
un
foro
piuttosto
largo
sul
fondo
.
Le
piccole
vasche
sono
contenute
appena
dalla
vasca
lunga
;
entro
questa
giuoca
l
'
acqua
,
che
invade
contemporaneamente
le
piccole
vasche
per
la
legge
di
livellazione
dei
liquidi
,
penetrando
dal
foro
del
fondo
.
Quando
l
'
acqua
sia
fissata
,
non
ha
più
ragione
di
passare
da
vasca
a
vasca
e
i
bambini
farebbero
il
bagno
individuale
pur
immersi
in
una
specie
di
piscina
.
Il
vuotamento
della
vasca
grande
porta
il
vuotamento
contemporaneo
di
tutte
le
vasche
piccole
-
-
le
quali
,
potendo
esser
di
leggero
metallo
,
sarebbero
facilmente
spostabili
per
le
pulizie
del
fondo
della
vasca
collettiva
.
Non
sarebbe
difficile
imma
La
registrazione
del
peso
è
fatta
molto
semplicemente
.
In
un
registro
sono
segnati
i
giorni
della
settimana
nella
finca
verticale
;
e
in
corrispondenza
di
ognuno
sono
tracciate
molte
linee
destinate
ai
nomi
degli
scolari
nati
in
quel
giorno
.
Ogni
pagina
del
registro
corrisponde
a
un
mese
.
Ho
pensato
che
queste
potessero
essere
le
sole
misure
antropologiche
delle
quali
la
maestra
dovesse
occuparsi
;
tali
perciò
da
rientrare
direttamente
nella
scuola
.
Altre
misure
disposi
che
venissero
prese
da
un
medico
,
il
quale
si
fosse
specializzato
nell
'
antropologia
infantile
,
o
che
avesse
intenzione
di
specializzarsi
a
questo
raginare
addirittura
una
chiusura
del
foro
di
comunicazione
.
In
ogni
modo
questi
sono
progetti
per
l
'
avvenire
!
mo
dell
'
antropologia
pedagogica
.
Nel
frattempo
io
stessa
assumevo
tali
mansioni
.
L
'
opera
del
medico
doveva
essere
complessa
;
ed
a
facilitarne
l
'
ordine
,
ideai
e
feci
stampare
dei
moduli
di
carta
biografica
che
qui
riporto
.
Come
si
vede
,
essi
sono
assai
semplici
appunto
perché
intendo
che
il
medico
e
la
maestra
abbiano
essi
stessi
a
regolarsi
secondo
la
propria
cultura
e
l
'
opportunità
dell
'
ambiente
.
Ci
sono
di
ben
fissate
le
ricerche
antropometriche
,
affinché
l
'
ordine
sia
rispettato
,
e
così
vengano
garantite
le
ricerche
antropometriche
fondamentali
.
Io
dunque
consiglio
di
prendere
una
volta
l
'
anno
per
ogni
bambino
le
seguenti
misure
:
Circonferenza
della
testa
,
i
due
diametri
massimi
della
testa
,
circonferenza
del
torace
,
indice
cefalico
,
ponderale
e
di
statura
,
e
sull
'
opportunità
di
tale
scelta
rimando
al
mio
trattato
di
Antropologia
Pedagogica
.
Il
medico
è
esortato
a
compiere
tali
ricerche
entro
la
settimana
o
almeno
entro
il
mese
in
cui
il
bambino
compie
un
anno
d
'
età
-
-
e
se
è
possibile
,
proprio
nel
giorno
del
compleanno
.
Così
anche
il
medico
ha
con
la
regola
una
facilitazione
del
suo
compito
:
in
365
giorni
dell
'
anno
solo
50
bambini
al
massimo
compiono
l
'
anno
d
'
età
;
-
-
avviene
perciò
al
medico
di
prendere
tali
misure
di
tanto
in
tanto
,
senza
che
il
lavoro
lo
aggravi
minimamente
.
Sta
alla
maestra
avvertire
il
medico
dei
varii
compleanni
dei
bambini
.
In
questo
modo
l
'
antropometria
ha
pure
applicazioni
educative
.
I
fanciulli
,
uscendo
dalla
«
Casa
dei
Bambini
»
sapranno
indubbiamente
rispondere
alle
seguenti
domande
:
-
-
In
che
giorno
della
settimana
sei
nato
?
-
-
In
che
giorno
del
mese
?
-
-
Quando
viene
il
tuo
compleanno
?
E
con
ciò
essi
avranno
acquistato
abitudini
d
'
ordine
e
sopratutto
avranno
assunto
l
'
abito
di
osservare
se
stessi
.
(
Infatti
,
lo
dico
in
parentesi
i
bambini
prendono
un
piacere
grande
nel
farsi
misurare
;
al
primo
sguardo
della
maestra
che
si
posa
sopra
un
bambino
,
e
alla
parola
statura
,
si
levano
rapidamente
le
scarpe
con
riso
di
gioia
e
corrono
a
mettersi
nell
'
antropometro
,
disponendosi
da
loro
stessi
nella
posizione
normale
così
perfettamente
,
che
la
maestra
deve
soltanto
calare
l
'
indice
e
fare
la
lettura
)
.
Oltre
alle
misure
che
il
medico
rileva
coi
comuni
istrumenti
(
compasso
di
spessore
,
fettuccia
metallica
)
egli
fa
osservazioni
sulla
pigmentazione
,
sullo
stato
di
trofismo
muscolare
,
sullo
stato
delle
glandole
linfatiche
,
sulla
sanguificazione
ecc
.
Rileva
le
malformazioni
;
gli
eventuali
stati
patologici
descrivendoli
con
cura
(
rachitismo
,
paresi
infantili
,
strabismo
ecc
.
Tale
studio
obbiettivo
,
consiglierà
pure
al
medico
le
domande
anamnestiche
da
rivolgere
ai
genitori
.
Inoltre
il
medico
fa
visite
sanitarie
vere
e
proprie
,
rilevando
eventuali
eczemi
,
otiti
,
congiuntiviti
,
stati
febbrili
,
disturbi
intestinali
ecc
.
;
e
l
'
importanza
di
ciò
viene
completata
dall
'
esistenza
dell
'
ambulatorio
in
casa
che
permette
l
'
immediata
cura
e
la
sorveglianza
continua
:
come
può
già
fin
d
'
oggi
operarsi
nella
Casa
Moderna
dei
Beni
Stabili
ai
Prati
di
Castello
in
Roma
.
In
quanto
a
queste
Case
dei
Bambini
dei
Beni
Stabili
-
-
io
ho
rilevato
che
le
comuni
inchieste
anamnestiche
,
le
quali
derivano
direttamente
dalle
cliniche
,
sono
inadatte
alla
scuola
:
perché
il
gentilizio
è
nella
gran
maggioranza
perfettamente
normale
.
Quindi
io
esortai
le
maestre
a
ricavare
dalle
conversazioni
con
le
madri
,
notizie
piuttosto
di
ordine
sociale
-
-
come
la
coltura
dei
genitori
,
le
loro
abitudini
,
i
guadagni
,
le
spese
ecc
.
per
delineare
una
monografia
di
famiglia
uso
Le
Play
.
Ciò
si
può
praticamente
consigliare
soltanto
là
ove
la
maestra
abita
insieme
alle
famiglie
dei
suoi
scolari
,
e
non
altrove
,
credo
.
Invece
ovunque
riusciranno
utili
i
consigli
del
medico
trasmessi
alle
madri
per
mezzo
della
maestra
,
sull
'
igiene
individuale
di
ogni
singolo
bambino
,
o
sull
'
igiene
infantile
in
genere
;
consigli
che
la
maestra
unisce
ai
suoi
suggerimenti
sull
'
educazione
individuale
del
bambino
;
ma
ciò
riguardando
la
parte
igienico
sociale
delle
Case
dei
Bambini
non
posso
qui
trattenermivi
.
Ambiente
.
Arredamento
scolastico
Il
metodo
dell
'
osservazione
include
indubbiamente
anche
l
'
osservazione
metodica
della
crescenza
morfologica
degli
scolari
;
quanto
ho
detto
rientra
perciò
necessariamente
in
tale
metodo
,
ma
non
lo
stabilisce
.
Il
metodo
dell
'
osservazione
è
stabilito
da
una
sola
base
fondamentale
:
la
libertà
degli
scolari
nelle
loro
manifestazioni
spontanee
.
A
ciò
principiai
col
disporre
l
'
ambiente
e
quindi
l
'
«
arredamento
scolastico
»
.
Se
dicessi
che
chiesi
un
terreno
coltivabile
e
uno
spazio
abbastanza
vasto
all
'
aria
aperta
-
-
adiacenti
alla
scuola
-
-
non
direi
nessuna
novità
.
Soltanto
era
forse
nuovo
il
mio
intento
:
che
cioè
tali
terreni
fossero
in
diretta
comunicazione
con
la
scuola
(
come
ho
ottenuto
a
Milano
,
ove
una
delle
finestre
dell
'
aula
ridotta
a
porta
,
conduce
con
una
scaletta
direttamente
sul
terreno
)
in
modo
che
il
bambino
fosse
libero
di
uscire
e
rientrare
a
suo
beneplacito
in
ogni
ora
del
giorno
.
Ma
di
ciò
più
tardi
.
La
principale
modificazione
sugli
arredamenti
scolastici
è
l
'
abolizione
dei
banchi
:
ho
fatto
costruire
dei
tavolini
a
gambe
solidamente
impiantate
e
larghe
(
primi
ottaedrici
)
in
modo
che
non
fossero
soggetti
a
tremolìo
,
ma
leggerissimi
così
che
due
piccoli
bambini
di
quattro
anni
potessero
facilmente
trasportarli
-
-
tavoli
rettangolari
ai
quali
dal
lato
più
lungo
,
possono
assidersi
comodamente
due
bambini
-
-
e
un
po
'
ristretti
,
anche
tre
.
Inoltre
ho
fatto
fabbricare
delle
seggioline
da
prima
impagliate
,
ma
poi
(
l
'
esperienza
ne
ha
dimostrato
l
'
eccessivo
consumo
)
tutte
di
legno
,
leggere
,
e
possibilmente
costruite
con
eleganza
(
a
Milano
hanno
fabbricato
elegantissime
seggioline
in
istile
)
.
Oltre
a
ciò
ordinai
poltroncine
di
legno
a
larghi
braccioli
e
poltroncine
di
vimini
.
Ma
oggi
,
si
fabbricano
anche
piccoli
tavoli
quadrati
a
un
solo
posto
,
e
tavoli
di
più
forme
e
misure
-
-
i
quali
si
ricoprono
con
piccoli
tappeti
di
biancheria
-
-
e
si
adornano
con
vasi
di
verdura
e
di
fiori
.
In
Isvizzera
,
negli
Asili
Infantili
riformati
in
Case
dei
bambini
,
sono
stati
adottati
tutti
tavolini
leggerissimi
a
un
solo
posto
-
-
ed
eleganti
seggioline
di
legno
che
si
fabbricano
appositamente
a
Burgdorf
.
Fa
parte
dell
'
arredamento
un
lavabo
molto
basso
in
modo
che
il
piano
sia
accessibile
a
un
bambino
di
tre
o
quattro
anni
d
'
età
-
-
con
piani
laterali
,
tutti
bianchi
e
lavabili
,
per
tenervi
saponi
,
spazzolini
e
asciugamani
:
e
una
larga
sputacchiera
che
serve
(
si
sa
che
i
bambini
non
sputano
)
all
'
emissione
dell
'
acqua
di
lavaggio
dei
denti
.
Le
credenze
sono
basse
-
-
il
loro
piano
superiore
è
all
'
altezza
di
un
tavolino
per
adulto
-
-
ma
molto
lunghe
,
sì
da
comprendere
un
notevole
numero
di
sportelli
,
ciascuno
dei
quali
è
chiuso
da
una
chiave
diversa
:
la
serratura
è
a
portata
di
mano
dei
bambini
,
sì
che
essi
possano
aprire
e
chiudere
e
disporre
oggetti
dentro
ai
reparti
.
Sul
piano
della
credenza
lungo
e
stretto
,
sta
una
tovaglietta
di
biancheria
;
e
una
vaschetta
con
pesci
vivi
.
Tutto
intorno
alle
pareti
,
in
basso
così
da
essere
accessibili
a
piccoli
bambini
,
sono
disposte
piccole
lavagne
intercalate
da
scatole
ove
si
ripongono
i
gessi
e
i
cenci
necessarî
a
cancellare
.
Più
al
disopra
delle
lavagne
sono
allineati
quadri
raffiguranti
fanciulli
,
scene
di
famiglia
,
scene
di
campagna
,
animali
domestici
-
-
tutte
figure
estremamente
semplici
e
gentili
.
Abbiamo
messo
tra
i
quadri
di
famiglia
nelle
«
Case
di
Bambini
»
,
in
Roma
,
quello
raffigurante
la
famiglia
reale
d
'
Italia
.
Un
grande
quadro
a
colori
che
riproduce
la
Madonna
della
Seggiola
di
Raffaello
è
poi
troneggiante
sulle
pareti
,
e
noi
lo
abbiamo
scelto
a
figurare
l
'
emblema
,
il
simbolo
delle
«
Case
dei
Bambini
»
.
Infatti
le
«
Case
dei
Bambini
»
rappresentano
non
solo
un
progresso
sociale
,
ma
un
progresso
dell
'
umanità
;
esse
sono
collegate
strettamente
con
l
'
elevazione
materna
,
col
progresso
della
donna
,
e
con
la
protezione
della
posterità
.
La
Madonna
ideata
dal
divino
Raffaello
è
non
solo
bella
e
dolce
co
me
una
sublime
madre
col
suo
bambino
adorabile
e
migliore
di
lei
;
ma
accanto
a
così
perfetto
simbolo
della
maternità
viva
e
reale
,
sta
la
figura
di
Giovanni
che
rappresenta
l
'
umanità
.
A
quel
Giovanni
alludeva
il
Cristo
morente
sulla
Croce
,
allorché
rivolgendosi
a
Maria
pronunziava
le
parole
:
«
Madre
,
ecco
il
tuo
figlio
»
con
le
quali
parole
di
Cristo
additava
a
sua
madre
l
'
adozione
di
tutta
l
'
umanità
.
Nel
quadro
di
Raffaello
dunque
si
vede
l
'
umanità
che
rende
omaggio
alla
maternità
,
fatta
sublime
nel
suo
definitivo
trionfo
;
e
al
tempo
stesso
si
rappresenta
come
tale
umanità
sublime
non
leghi
più
solo
la
madre
al
proprio
figlio
,
ma
congiunga
la
madre
con
l
'
umanità
intiera
.
Inoltre
si
tratta
di
un
'
opera
d
'
arte
del
maggiore
artista
italiano
-
-
e
se
un
giorno
le
«
Case
dei
Bambini
»
si
diffondessero
nel
mondo
,
il
quadro
del
Raffaello
starebbe
a
parlare
eloquentemente
della
loro
patria
d
'
origine
.
I
fanciullini
non
potranno
comprendere
il
significato
simbolico
della
Madonna
della
Seggiola
;
ma
vi
vedranno
qualcosa
di
più
grande
che
negli
altri
quadri
raffiguranti
madri
,
padri
,
nonni
e
bambini
:
e
lo
ravvolgeranno
nel
loro
cuore
con
una
impressione
religiosa
.
Ecco
l
'
ambiente
.
Conosco
la
prima
obbiezione
che
si
presenta
alla
mente
dei
seguaci
degli
antichi
metodi
disciplinari
.
I
bambini
,
movendosi
,
rovesceranno
sedie
e
tavoli
producendo
chiasso
e
disordine
;
ma
codesto
è
un
pregiudizio
.
Similmente
le
folle
hanno
creduto
che
fossero
necessarie
le
fasce
ai
neonati
,
e
i
cesti
chiusi
ai
bambini
che
muovevano
i
primi
passi
.
Così
in
iscuola
crediamo
ancora
necessario
che
esista
il
banco
pesante
quasi
inchiodato
in
terra
.
Tutto
ciò
riposa
sul
concetto
che
il
fanciullo
dovesse
crescere
nella
immobilità
e
sullo
strano
pregiudizio
che
per
subire
un
'
azione
educativa
dovesse
tenere
una
speciale
posizione
del
corpo
-
-
come
per
esempio
una
posizione
speciale
credono
di
dover
assumere
quelli
che
pregano
.
I
tavoli
,
le
sedie
,
le
poltroncine
leggere
e
trasportabili
permetteranno
al
bambino
di
scegliere
la
posizione
più
gradita
:
egli
potrà
accomodarsi
anziché
sedersi
al
posto
:
e
ciò
sarà
insieme
un
segno
esterno
di
libertà
e
un
mezzo
di
educazione
.
Se
una
mossa
sgraziata
del
bambino
farà
cadere
rumorosamente
una
sedia
,
egli
avrà
una
evidente
prova
della
propria
incapacità
:
la
mossa
medesima
,
tra
i
banchi
,
sarebbe
passata
inavvertita
.
Così
il
fanciullo
avrà
modo
di
correggersi
,
e
quando
si
sarà
corretto
,
ne
avrà
le
prove
palesi
,
evidenti
:
le
sedie
e
i
tavoli
resteranno
fermi
e
silenziosi
al
loro
posto
;
allora
vorrà
dire
che
il
bambino
avrà
imparato
a
muoversi
.
Invece
col
metodo
antico
la
prova
della
disciplina
raggiunta
era
nel
fatto
contrario
;
cioè
nella
immobilità
e
nel
silenzio
del
bambino
stesso
.
Immobilità
e
silenzio
che
impedivano
al
fanciullo
di
imparare
a
muoversi
con
grazia
e
con
discernimento
,
in
modo
che
quando
egli
si
trovava
in
ambienti
ove
non
esistono
i
banchi
,
gli
accadeva
di
rovesciare
facilmente
oggetti
leggeri
.
Qui
invece
il
fanciullo
impara
un
contegno
e
un
'
abilità
di
muoversi
che
gli
sarà
utile
anche
fuori
di
scuola
:
-
-
egli
,
pur
essendo
bambino
diventerà
una
persona
di
maniere
libere
,
ma
corrette
.
La
maestra
della
«
Casa
di
Bambini
»
di
Milano
fece
costruire
una
lunga
mensola
accanto
a
una
finestra
,
sulla
quale
disponeva
i
leggii
per
la
scelta
degli
incastri
di
ferro
necessarî
ai
primi
disegni
(
vedi
appresso
:
-
-
il
materiale
didattico
per
la
preparazione
alla
scrittura
)
.
Ma
la
mensola
troppo
stretta
,
recava
l
'
inconveniente
che
i
bambini
nella
scelta
dei
pezzi
,
spesso
lasciavano
cadere
in
terra
un
leggio
rovesciando
con
gran
rumore
gl
'
incastri
di
ferro
che
vi
erano
sopra
.
La
maestra
pensò
di
far
accomodare
la
mensola
:
ma
tardando
a
venire
il
falegname
,
avvenne
che
i
bambini
giunsero
a
eseguire
le
loro
mano
vre
così
abilmente
,
che
i
leggii
non
si
rovesciarono
più
,
malgrado
il
loro
incerto
equilibrio
.
L
'
abilità
delle
movenze
dei
fanciulli
aveva
riparato
al
difetto
del
mobilio
.
La
semplicità
o
l
'
imperfezione
degli
oggetti
esterni
,
servono
dunque
a
sviluppare
l
'
attività
e
la
destrezza
degli
allievi
.
Tutto
ciò
è
logico
,
semplice
:
ed
ora
enunciato
e
sperimentato
,
sembra
a
tutti
evidente
come
l
'
ovo
di
Cristoforo
Colombo
.
Il
metodo
pedagogico
dell
'
osservazione
ha
per
base
la
libertà
del
bambino
;
e
libertà
è
attività
.
Disciplina
alla
libertà
Ecco
un
altro
principio
difficile
a
intendere
,
per
i
seguaci
della
scuola
comune
.
Come
ottenere
la
disciplina
in
una
classe
di
fanciulli
liberi
?
Certamente
nel
nostro
sistema
abbiamo
un
concetto
diverso
della
disciplina
;
se
la
disciplina
è
fondata
sulla
libertà
,
anch
'
essa
deve
necessariamente
essere
attiva
.
Non
è
detto
che
sia
disciplinato
solo
un
individuo
allorché
si
è
reso
antificialmente
silenzioso
come
un
muto
e
immobile
come
un
paralitico
.
Quello
è
un
individuo
annientato
,
non
disciplinato
.
Noi
chiamiamo
disciplinato
un
individuo
che
è
padrone
di
se
stesso
e
quindi
può
disporre
di
sé
-
-
ove
occorra
seguire
una
regola
di
vita
.
Tale
concetto
di
disciplina
attiva
non
è
facile
né
a
comprendersi
,
né
ad
ottenersi
-
-
ma
certo
esso
contiene
un
alto
principio
educativo
:
ben
diverso
dalla
coercizione
assoluta
e
indiscussa
alla
immobilità
.
È
necessaria
alla
maestra
una
tecnica
speciale
per
condurre
il
fanciullo
su
tale
via
di
disciplina
,
ove
esso
dovrà
poi
camminare
tutta
la
vita
,
avanzando
indefinitamente
verso
la
perfezione
.
Come
il
bambino
allorché
impara
a
muoversi
anziché
a
star
fermo
,
si
prepara
non
alla
scuola
,
ma
alla
vita
,
sì
che
diviene
un
individuo
corretto
per
abitudine
e
per
pratica
anche
nelle
sue
manifestazioni
sociali
consuete
;
così
il
bambino
si
abitua
ora
a
una
disciplina
non
limitata
all
'
ambiente
scuola
ma
estesa
alla
società
.
La
libertà
del
bambino
deve
avere
come
limite
l
'
interesse
collettivo
:
come
forma
ciò
che
noi
chiamiamo
educazione
delle
maniere
e
degli
atti
.
Dobbiamo
quindi
impedire
al
fanciullo
tutto
quanto
può
offendere
o
nuocere
agli
altri
,
o
quanto
ha
significato
di
atto
indecoroso
o
sgarbato
.
Ma
tutto
il
resto
-
-
ogni
manifestazione
avente
uno
scopo
utile
-
-
qualunque
essa
sia
e
sotto
qualsiasi
forma
esplicata
,
deve
essergli
non
solo
permessa
,
ma
deve
venire
osservata
dal
maestro
:
ecco
il
punto
essenziale
.
Dalla
preparazione
scientifica
il
maestro
dovrebbe
conquistare
non
solo
la
capacità
,
ma
l
'
interesse
di
osservatore
dei
fenomeni
naturali
.
Egli
nel
nostro
sistema
dovrà
essere
un
«
paziente
»
assai
più
che
un
«
attivo
»
;
e
la
sua
pazienza
sarà
composta
di
ansiosa
curiosità
scientifica
e
di
rispetto
assoluto
al
fenomeno
che
vuole
osservare
.
Bisogna
che
il
maestro
intenda
e
senta
la
sua
posizione
di
osservatore
:
l
'
attività
deve
stare
nel
fenomeno
.
Tale
criterio
conviene
riportare
nella
scuola
dei
piccini
,
che
dispiegano
le
prime
manifestazioni
psichiche
della
loro
vita
.
Noi
non
possiamo
sapere
le
conseguenze
di
un
atto
spontaneo
soffocato
quando
il
bambino
comincia
appena
ad
agire
:
forse
noi
soffochiamo
la
vita
stessa
.
L
'
umanità
che
si
manifesta
nei
suoi
splendori
intellettuali
nella
tenera
e
gentile
età
infantile
,
come
il
sole
si
manifesta
all
'
alba
e
il
fiore
al
primo
spuntar
di
petali
,
dovrebbe
essere
rispettata
con
religiosa
venerazione
:
e
se
un
atto
educativo
sarà
efficace
,
potrà
essere
solo
quello
tendente
ad
aiutare
il
completo
dispiegamento
della
vita
.
Per
far
questo
è
necessario
di
evitare
rigorosamente
l
'
arresto
di
movimenti
spontanei
,
e
l
'
imposizione
di
atti
per
opera
d
'
altrui
volontà
:
a
meno
che
non
si
tratti
di
azioni
inutili
o
dannose
,
appunto
perché
queste
devono
essere
soffocate
,
distrutte
.
Ad
ottenere
tali
intenti
dovetti
indurre
maestre
non
preparate
alla
osservazione
scientifica
-
-
anzi
provette
negli
antichi
metodi
imperanti
nelle
comuni
scuole
.
Ciò
mi
convinse
della
notevole
distanza
tra
questo
e
quel
sistema
.
Anche
una
maestra
intelligente
che
abbia
compreso
il
principio
-
-
trova
molta
difficoltà
a
metterlo
in
pratica
.
Essa
non
può
intendere
il
suo
compito
apparentemente
passivo
,
come
quello
dell
'
astronomo
che
siede
immobilmente
innanzi
al
telescopio
,
mentre
i
mondi
vorticosamente
roteano
per
l
'
universo
.
Questa
idea
che
la
vita
e
tutte
le
cose
vanno
da
sé
e
che
per
istudiarla
,
indagare
i
suoi
segreti
o
dirigerla
bisogna
osservarla
o
conoscerla
senza
intervenire
-
-
è
molto
difficile
ad
essere
veramente
assimilata
ed
attuata
.
La
maestra
ha
imparato
troppo
ad
essere
l
'
unica
attività
libera
della
scuola
-
-
che
ha
il
compito
di
soffocare
l
'
attività
degli
allievi
.
Quando
essa
non
ottiene
l
'
ordine
e
il
silenzio
,
si
guarda
attorno
smarrita
come
chiedendo
scusa
al
mondo
,
e
chiamandolo
a
testimone
della
sua
innocenza
:
invano
le
si
ripete
che
il
disordine
del
primo
momento
è
necessario
.
Ed
allorché
viene
obbligata
a
non
fare
altro
che
guardare
,
ella
si
chiede
se
non
debba
dar
le
dimissioni
,
poiché
non
è
più
maestra
.
Ma
quando
poi
comincia
a
dover
discernere
quali
sono
gli
atti
da
impedire
,
e
quali
quelli
da
osservare
-
-
la
maestra
antica
sente
un
vuoto
in
sé
-
-
e
comincia
subito
a
domandarsi
se
non
sarà
inferiore
al
suo
nuovo
compito
.
Infatti
colei
che
è
impreparata
,
si
troverà
per
lungo
tempo
impossente
o
smarrita
:
mentre
sentirà
tanto
più
presto
meraviglia
e
interesse
la
maestra
,
quanto
più
vasta
sarà
la
sua
coltura
scientifica
e
la
sua
pratica
nell
'
esperimento
.
Il
Notari
nel
suo
romanzo
Mio
zio
miliardario
,
che
è
una
critica
dei
costumi
moderni
,
fa
risaltare
con
la
vivezza
che
gli
è
propria
,
un
esempio
molto
eloquente
degli
antichi
metodi
di
disciplina
.
Lo
zio
,
quando
è
bambino
,
dopo
aver
commesso
una
quantità
di
storditezze
così
straordinarie
da
mettere
a
soqquadro
una
città
-
-
viene
chiuso
per
disperazione
in
una
scuola
.
Qui
lo
Zio
,
cioè
il
bambino
Fufù
,
ha
il
primo
moto
di
gentilezza
e
la
prima
commozione
,
quando
,
vicino
alla
gentile
Fufetta
,
si
accorge
che
la
bambina
è
mesta
e
senza
colazione
-
-
.
«
Si
guardò
intorno
,
guardò
Fufetta
,
si
alzò
,
prese
il
cestino
e
senza
dire
una
parola
glielo
pose
in
grembo
.
Indi
s
'
arretrò
di
qualche
passo
,
e
senza
sapere
né
come
né
perché
,
chinò
il
capo
sul
petto
,
e
scoppiò
in
un
pianto
dirotto
.
Mio
zio
non
seppe
spiegare
la
ragione
di
quel
pianto
improvviso
.
Aveva
visto
per
la
prima
volta
due
occhi
buoni
,
pieni
di
lacrime
dolorose
,
ed
aveva
sentito
una
subitanea
commozione
ed
insieme
una
gran
vergogna
:
la
vergogna
di
mangiare
,
vicino
a
un
essere
che
non
mangiava
.
Non
sapendo
esprimere
l
'
impulso
dei
suoi
sentimenti
,
né
che
cosa
dire
per
far
accettare
l
'
offerta
del
suo
cestino
,
né
che
cosa
inventare
per
simulare
il
valore
della
sua
offerta
,
era
rimasto
vittima
del
primo
urto
profondo
della
sua
anima
nascente
.
Fufetta
tutta
confusa
corse
a
lui
rapidamente
.
Con
una
delicatezza
infinita
gli
scostò
il
gomito
nel
quale
aveva
nascosta
la
faccia
:
-
-
Mica
piangere
,
Fufù
...
gli
disse
piano
quasi
supplicandolo
.
E
pareva
parlasse
a
una
bambola
di
cenci
,
tanto
lei
aveva
il
viso
intento
e
materno
e
lui
l
'
aria
grulla
e
peritosa
.
Allora
la
fanciulla
lo
abbracciò
e
mio
Zio
cedendo
ancora
all
'
impulso
che
gli
gonfiava
il
cuore
tese
il
collo
,
sporse
le
labbra
e
senza
sapere
,
senza
guardare
,
muto
e
ancora
singhiozzante
la
baciò
sul
mento
.
Trasse
un
profondo
sospiro
,
si
passò
le
maniche
sulla
faccia
per
togliersi
dagli
occhi
e
dal
naso
le
umide
traccie
della
sua
commozione
e
si
rasserenò
.
Una
voce
accidiosa
gridava
in
fondo
al
cortile
:
Ehi
!
...
voi
due
,
laggiù
...
Svelti
...
dentro
!
...
Era
la
guardiana
...
Essa
soffocava
quel
`
primo
moto
'
dell
'
anima
di
un
ribelle
,
con
la
stessa
brutalità
cieca
con
cui
avrebbe
chiamato
due
che
si
bastonavano
.
Era
l
'
ora
di
rientrare
-
-
e
tutti
dovevano
rientrare
»
.
Così
indistintamente
vedevo
fare
nei
primi
tempi
dalle
mie
tirocinanti
delle
Case
dei
Bambini
:
esse
,
quasi
involontariamente
,
richiamavano
i
bambini
alla
immobilità
,
senza
osservare
e
distinguere
i
movimenti
.
C
'
era
p
.
es
.
,
una
bambina
che
riuniva
le
compagne
in
un
gruppo
e
poi
,
in
mezzo
ad
esso
,
si
muoveva
parlando
e
facendo
grandi
gesti
.
La
maestra
subito
accorreva
fermandole
le
braccia
ed
esortandola
a
star
tranquilla
:
ma
io
,
osservando
la
bambina
,
vidi
che
faceva
da
maestra
e
da
madre
alle
altre
,
insegnava
loro
le
preghiere
e
,
coi
grandi
gesti
,
le
invocazioni
ai
santi
e
il
segno
di
croce
:
già
si
manifestava
come
una
dirigente
.
Un
altro
bambino
,
che
consuetamente
faceva
gesti
scomposti
ed
era
giudicato
quasi
un
instabile
,
un
anormale
-
-
si
mise
un
giorno
,
con
mimica
d
'
intensa
attenzione
,
a
spostare
i
tavolini
.
Subito
gli
furono
addosso
per
farlo
star
fermo
perché
faceva
troppo
rumore
:
ma
quella
era
una
prima
manifestazione
di
movimenti
coordinati
a
uno
scopo
,
nella
quale
il
bambino
manifestava
le
sue
tendenze
,
e
quindi
era
un
'
azione
che
bisognava
rispettare
.
Infatti
dopo
questa
egli
cominciò
ad
esser
tranquillo
come
gli
altri
bambini
,
ogni
volta
che
aveva
qualche
piccolo
oggetto
da
spostare
sul
suo
tavolino
.
Qualche
volta
accadeva
che
,
mentre
la
Direttrice
riponeva
nelle
scatole
gli
oggetti
adoperati
-
-
una
bambina
le
si
avvicinava
prendendo
quegli
oggetti
con
l
'
evidente
desiderio
d
'
imitarla
:
primo
moto
della
maestra
era
di
rimandarla
al
posto
,
con
la
solita
imposizione
:
«
lascia
stare
,
vai
al
posto
»
,
ma
invece
la
bambina
esprimeva
con
tale
atto
la
tendenza
ad
un
'
azione
utile
;
ella
sarebbe
riuscita
bene
p
.
es
.
negli
esercizi
di
ordine
ecc
.
Un
'
altra
volta
i
bambini
si
erano
raggruppati
chiassosamente
nella
sala
,
intorno
a
una
bacinella
d
'
acqua
ove
si
muovevano
dei
galleggianti
.
Avevamo
a
scuola
un
piccino
di
appena
due
anni
e
mezzo
:
egli
era
rimasto
indietro
solo
e
si
vedeva
evidentemente
animato
da
intensa
curiosità
.
Io
l
'
osservavo
da
lontano
con
grande
interesse
,
si
avvicinò
prima
al
gruppo
,
scansò
con
le
manine
dei
bimbi
,
capì
che
non
avrebbe
avuto
la
forza
di
farsi
largo
-
-
e
allora
ristette
e
si
guardò
intorno
.
Era
interessantissima
la
mimica
dei
pensiero
in
quel
volto
infantile
-
-
se
avessi
avuto
una
macchina
fotografica
,
avrei
ripreso
quell
'
espressione
.
Adocchiò
una
seggiolina
ed
evidentemente
pensò
di
portarla
dietro
il
gruppo
dei
ragazzi
e
montarvi
su
.
Si
mosse
col
viso
illuminato
di
speranza
verso
la
seggiolina
:
ma
in
quel
momento
la
maestra
lo
prese
brutalmente
(
o
forse
gentilmente
,
secondo
lei
)
in
braccio
e
gli
fece
vedere
la
bacinella
da
sopra
il
gruppo
dei
compagni
dicendo
:
«
Vieni
,
caro
,
vieni
,
poverino
,
guarda
anche
tu
!
»
.
Certo
il
bambino
,
vedendo
i
galleggianti
,
non
provò
la
gioia
che
stava
per
sentire
vincendo
l
'
ostacolo
con
le
sue
forze
,
e
la
visione
di
quegli
oggetti
non
gli
portò
alcun
vantaggio
,
mentre
il
suo
sforzo
intelligente
avrebbe
sviluppato
le
sue
forze
interiori
.
La
maestra
impedì
al
bambi
no
di
educare
se
stesso
-
-
senza
,
in
compenso
portargli
alcun
bene
.
Egli
stava
per
sentirsi
un
vittorioso
,
e
si
trovò
tra
due
braccia
soccorritrici
come
un
impotente
.
Nel
suo
visino
si
spense
quell
'
espressione
di
gioia
,
di
ansietà
,
di
speranza
che
tanto
mi
aveva
interessato
,
e
rimase
l
'
espressione
stupida
del
bambino
che
sa
come
altri
agirà
per
lui
.
Quando
le
maestre
furono
stanche
delle
mie
osservazioni
,
cominciarono
a
lasciar
fare
ai
bambini
tutto
quello
che
volevano
:
ne
vidi
coi
piedi
sul
tavolino
e
con
le
dita
nel
naso
senza
che
le
maestre
intervenissero
a
correggerli
;
ne
vidi
alcuni
dare
spinte
ai
compagni
e
acquistare
nel
viso
un
'
espressione
di
violenza
,
senza
che
la
maestra
facesse
la
più
piccola
osservazione
.
Allora
dovetti
intervenire
pazientemente
per
far
vedere
con
quale
assoluto
rigore
occorra
impedire
,
e
a
poco
a
poco
soffocare
,
tutti
gli
atti
che
non
devono
compiersi
affinché
il
bambino
abbia
un
chiaro
discernimento
tra
il
bene
e
il
male
.
Questo
è
il
punto
di
partenza
necessario
per
la
disciplina
:
e
il
tempo
più
faticoso
per
la
maestra
.
La
prima
nozione
che
i
fanciulli
debbono
acquistare
per
essere
attivamente
disciplinati
è
quella
del
bene
e
del
male
:
e
il
compito
dell
'
educatrice
sta
nell
'
impedire
che
il
fanciullo
confonda
il
bene
con
l
'
immobilità
-
-
e
il
male
con
l
'
attività
,
come
avveniva
con
le
forme
dell
'
antica
disciplina
.
Poiché
nostro
scopo
è
di
disciplinare
all
'
attività
,
al
lavoro
,
al
bene
;
non
all
'
immobilità
,
alla
passività
,
alla
obbedienza
.
Una
sala
ove
tutti
i
bambini
si
muovessero
utilmente
,
intelligentemente
e
volontariamente
senza
fare
alcuno
sgarbo
,
mi
sembrerebbe
molto
ben
disciplinata
.
Disporre
i
bambini
allineati
come
in
una
scuola
comune
,
assegnare
a
ogni
piccino
un
posto
-
-
e
pretendere
che
i
fanciulli
vi
rimangano
fermi
,
osservanti
dell
'
ordine
con
venuto
-
-
ciò
può
essere
attuato
in
seguito
-
-
come
la
prima
mossa
di
educazione
collettiva
.
Anche
nella
vita
accade
di
dover
rimaner
tutti
seduti
e
fermi
per
assistere
,
p
.
es
.
,
a
un
concerto
o
ad
una
conferenza
.
E
sappiamo
come
-
-
a
noi
adulti
-
-
ciò
costi
non
piccolo
sacrifizio
.
Si
possono
dunque
ordinare
i
bambini
disponendoli
al
loro
posto
in
ordine
-
-
cercando
di
far
loro
intendere
l
'
idea
-
-
che
così
disposti
stanno
bene
,
che
è
un
bene
stare
così
;
che
è
una
bella
disposizione
nella
sala
il
loro
assestamento
ordinato
e
tranquillo
;
allora
lo
stare
al
posto
fermi
e
zitti
,
risulta
da
una
specie
di
lezione
,
non
da
una
imposizione
.
Far
capire
tale
idea
senza
curarsi
della
pratica
in
modo
che
essi
imparino
,
assimilino
un
principio
di
ordine
collettivo
-
-
ecco
l
'
importante
.
Se
dopo
aver
compreso
questa
idea
,
essi
si
alzano
,
parlano
,
cambiano
posto
-
-
non
lo
fanno
più
come
prima
senza
saperlo
e
senza
pensarci
-
-
ma
lo
fanno
perché
vogliono
alzarsi
,
parlare
ecc
.
;
cioè
da
quello
stato
di
riposo
e
di
ordine
ben
noto
,
essi
partono
,
per
intraprendere
qualche
azione
volontaria
;
e
sapendo
che
vi
sono
azioni
proibite
,
saranno
spinti
a
ricordare
il
discernimento
tra
il
bene
e
il
male
.
Il
muoversi
dei
bambini
dallo
stato
di
ordine
,
diventa
sempre
più
coordinato
e
perfetto
,
col
passare
dei
giorni
;
infatti
essi
imparano
a
riflettere
sulle
proprie
azioni
.
Ora
l
'
osservazione
del
modo
come
agiscono
i
bambini
passando
da
i
primi
movimenti
disordinati
,
a
quelli
ordinati
spontanei
,
ecco
il
libro
della
maestra
,
ecco
il
libro
ispiratore
delle
sue
azioni
,
quello
in
cui
soltanto
potrà
leggere
e
studiare
per
diventare
una
buona
educatrice
.
Poiché
il
bambino
con
simili
esercizi
fa
una
specie
di
selezione
delle
proprie
tendenze
,
prima
confuse
nel
disordine
incosciente
dei
suoi
movimenti
.
È
meravigliosa
la
differenza
individuale
che
spiccatamente
si
manifesta
usando
tale
procedimento
:
il
bambino
,
cosciente
e
libero
rivela
se
stesso
.
Quelli
che
continuano
a
star
fermi
al
loro
posto
,
apatici
,
dormienti
;
quegli
altri
che
si
alzano
per
gridare
,
battere
,
rovesciare
oggetti
;
e
quelli
infine
che
vanno
a
compiere
un
'
azione
determinata
-
-
come
mettere
una
sedia
a
traverso
e
provare
a
sedervisi
,
spostare
un
tavolino
,
guardare
un
quadro
ecc
.
;
si
rivelano
come
piccini
ora
ancor
tardivi
nello
sviluppo
mentale
o
forse
malati
,
ora
tardivi
nella
formazione
del
carattere
,
ora
infine
intelligenti
,
adattabili
all
'
ambiente
,
capaci
di
esprimere
i
loro
gusti
,
la
loro
tendenza
,
il
loro
potere
di
attenzione
spontanea
,
i
limiti
della
loro
esauribilità
.
Il
concetto
di
libertà
nel
bambino
non
può
essere
semplice
come
quello
accennato
a
proposito
dell
'
osservazione
di
piante
,
d
'
insetti
ecc
.
Perché
il
bambino
per
le
caratteristiche
proprie
d
'
impotenza
nella
quale
nasce
e
per
la
sua
qualità
di
individuo
sociale
,
è
circondato
di
legami
-
-
i
quali
limitano
la
sua
attività
.
Un
metodo
educativo
che
abbia
per
base
la
libertà
deve
intervenire
per
aiutare
il
bambino
a
conquistarla
:
cioè
a
diminuire
possibilmente
i
legami
sociali
limitanti
la
sua
attività
.
A
poco
a
poco
che
il
fanciullo
procederà
su
tale
via
,
le
sue
manifestazioni
spontanee
saranno
più
limpide
di
verità
,
rivelatrici
della
sua
natura
.
Ecco
perché
la
prima
forma
d
'
intervento
educativo
deve
avere
lo
scopo
di
condurre
il
bambino
sulle
vie
della
indipendenza
.
Indipendenza
Non
si
può
essere
liberi
senza
essere
indipendenti
:
quindi
alla
conquista
dell
'
indipendenza
debbono
essere
condotte
le
manifestazioni
attive
della
propria
libertà
,
fin
dalla
prima
infanzia
.
I
bambini
piccoli
,
dal
momento
in
cui
sono
slattati
dalla
madre
,
si
avviano
sulle
strade
fortunose
dell
'
indipendenza
.
Che
cos
'
è
un
bimbo
divezzato
?
è
un
bimbo
reso
indipendente
dal
petto
materno
.
Per
quel
solo
petto
nutriente
egli
potrà
trovare
cento
piattini
di
pappa
,
cioè
sono
moltiplicati
i
suoi
mezzi
di
esistenza
,
egli
potrà
anche
scegliere
la
sua
pappa
:
-
-
prima
invece
era
legato
a
una
sola
forma
di
nutrizione
.
Tuttavia
è
dipendente
non
sapendo
ancora
camminare
,
né
vestirsi
,
né
lavarsi
,
né
chiedere
,
con
chiaro
linguaggio
:
è
schiavo
di
tutti
.
All
'
età
di
tre
anni
,
tuttavia
,
il
bambino
potrebbe
in
gran
parte
rendersi
indipendente
e
libero
.
Noi
non
abbiamo
ancora
assimilato
bene
l
'
alto
concetto
dell
'
indipendenza
,
perché
la
forma
sociale
in
cui
viviamo
,
è
ancora
servile
.
In
un
'
epoca
di
civiltà
ove
esistono
i
servi
,
non
può
germogliare
quale
forma
di
vita
il
concetto
della
indipendenza
,
come
al
tempo
della
schiavitù
era
oscuro
il
concetto
di
libertà
.
I
servi
non
sono
essi
i
nostri
dipendenti
,
siamo
noi
i
dipendenti
loro
.
Non
è
possibile
accettare
in
una
forma
sociale
un
errore
umano
così
profondo
,
senza
risentirne
effetti
generali
di
morale
inferiorità
.
Noi
crediamo
molto
spesso
di
essere
indipendenti
,
perché
nessuno
ci
comanda
,
anzi
noi
comandiamo
gli
altri
,
ma
il
signore
che
ha
bisogno
di
chiamare
il
servitore
,
è
un
dipendente
della
sua
propria
inferiorità
.
Il
paralitico
che
non
può
levarsi
le
scarpe
per
un
fatto
patologico
,
e
il
principe
che
non
può
levarsele
per
un
fatto
sociale
,
sono
infine
nella
medesima
condizione
.
Il
popolo
che
ammette
la
servitù
,
che
crede
un
vantaggio
dell
'
uomo
l
'
essere
servito
dall
'
uomo
include
come
istinto
il
servilismo
;
infatti
facilmente
ci
precipitiamo
a
servire
:
come
facendo
un
tuffo
in
piena
cortesia
,
in
piena
gentilezza
,
in
piena
bontà
.
Invece
chi
è
servito
è
leso
nella
sua
indipendenza
.
Questo
concetto
sarà
il
fondamento
della
dignità
degli
uomini
futuri
:
«
non
voglio
essere
servito
perché
non
sono
un
impotente
»
;
ecco
ciò
che
bisogna
conquistare
prima
di
sentirsi
veramente
liberi
.
Un
'
azione
pedagogica
efficace
sui
teneri
bambini
deve
essere
quella
di
aiutarli
ad
avanzare
sulla
via
dell
'
indipendenza
.
Aiutarli
ad
imparare
a
camminare
senza
aiuto
,
a
correre
,
a
salire
e
scendere
le
scale
,
a
rialzare
oggetti
caduti
,
a
vestirsi
e
a
spogliarsi
,
a
lavarsi
,
a
parlare
per
esprimere
chiaramente
i
propri
bisogni
,
a
cercare
con
tentativi
di
giungere
al
soddisfacimento
dei
loro
desideri
,
ecco
l
'
educazione
dell
'
indipendenza
.
Noi
serviamo
i
bambini
;
e
un
atto
servile
verso
di
loro
è
non
meno
fatale
,
di
un
atto
che
tende
a
soffocare
un
loro
moto
spontaneo
utile
.
Crediamo
che
i
bimbi
siano
simili
a
fantocci
inani
mati
;
li
laviamo
,
li
imbocchiamo
come
essi
fanno
con
la
bambola
.
Non
pensiamo
mai
che
il
bambino
il
quale
non
fa
,
non
sa
fare
;
ma
dovrà
poi
fare
ed
ha
i
mezzi
fisio
psicologici
per
imparare
a
fare
:
il
nostro
dovere
presso
di
lui
è
senza
eccezione
quello
di
aiutarlo
alla
conquista
di
atti
utili
.
La
madre
che
imbocca
il
bambino
senza
compiere
il
minimo
sforzo
per
insegnargli
a
tenere
il
cucchiaio
e
cercare
la
sua
bocca
,
o
che
almeno
non
mangia
ella
stessa
invitandolo
a
guardare
come
fa
-
-
non
è
buona
madre
.
Ella
offende
la
dignità
umana
di
suo
figlio
-
-
lo
tratta
come
un
fantoccio
,
mentre
è
un
uomo
dalla
natura
confidato
alle
sue
cure
.
Chi
non
comprende
che
insegnare
a
un
bambino
a
mangiare
,
a
lavarsi
,
a
vestirsi
,
è
lavoro
ben
più
lungo
,
difficile
e
paziente
che
imboccarlo
,
lavarlo
e
vestirlo
?
Il
primo
è
il
lavoro
dell
'
educatore
:
il
secondo
è
il
lavoro
inferiore
e
facile
del
servo
.
Lavoro
inferiore
e
facile
non
solo
,
ma
pericoloso
-
-
che
chiude
vie
,
pone
ostacoli
alla
vita
che
si
svolge
-
-
ed
oltre
alle
conseguenze
immediate
,
ha
più
gravi
conseguenze
lontane
.
Il
signore
che
ha
troppi
servi
,
non
solo
diviene
sempre
più
loro
dipendente
e
loro
schiavo
;
ma
i
suoi
muscoli
s
'
indeboliscono
nella
inattività
,
e
perdono
infine
la
capacità
naturale
dell
'
azione
:
la
mente
di
chi
,
per
avere
ciò
che
gli
abbisogna
,
non
lavora
,
ma
comanda
,
si
atrofizza
e
languisce
.
Se
un
giorno
,
in
un
lampo
di
luce
della
propria
coscienza
,
chi
fu
servito
volesse
conquistare
la
propria
libertà
indipendente
-
-
si
accorgerebbe
forse
di
non
averne
più
la
forza
.
Questi
criteri
dovrebbero
essere
presenti
ai
genitori
delle
classi
sociali
privilegiate
!
Tutto
quanto
è
aiuto
inutile
,
è
impedimento
allo
sviluppo
delle
forze
naturali
.
Le
donne
orientali
vestono
i
calzoni
e
le
donne
europee
vestono
le
sottane
;
ma
le
prime
più
ancora
delle
seconde
hanno
come
forma
di
educazione
quella
di
non
muoversi
.
Ciò
conduce
al
fatto
che
l
'
uomo
lavora
anche
per
la
donna
,
e
la
donna
inutilizza
le
sue
attività
e
languisce
nella
schiavitù
.
Essa
non
è
soltanto
mantenuta
e
servita
,
è
anche
diminuita
nella
sua
umanità
:
come
individuo
sociale
è
uno
scarto
ed
è
pure
inferiore
in
tutte
le
risorse
tendenti
a
salvare
la
vita
.
Illustri
il
seguente
esempio
:
un
carrozzino
contenente
padre
,
madre
e
un
fanciullo
,
corre
per
una
strada
di
campagna
.
Un
brigante
bendato
e
armato
di
fucile
,
aggredisce
la
carrozza
con
la
nota
formula
:
«
o
la
borsa
o
la
vita
»
.
A
questo
fatto
unico
le
tre
persone
agiscono
in
modo
diverso
:
l
'
uomo
che
è
un
tiratore
ed
è
armato
di
rivoltella
,
la
impugna
arditamente
contro
l
'
assassino
;
il
fanciullo
armato
solo
della
libertà
e
leggerezza
delle
proprie
gambe
,
manda
un
grido
e
fugge
all
'
impazzata
per
la
via
.
La
donna
che
non
ha
armi
di
nessun
genere
,
né
antificiali
né
naturali
,
perché
le
sue
gambe
già
poco
abili
alla
corsa
,
sono
tenute
prigioniere
dalle
vesti
-
-
manda
un
fioco
sospiro
e
cade
in
deliquio
.
Le
tre
diverse
reazioni
sono
in
rapporto
con
lo
stato
di
libertà
e
d
'
indipendenza
propria
dei
soggetti
;
la
donna
svenuta
è
colei
alla
quale
i
cavalieri
portavano
il
mantello
e
raccoglievano
gli
oggetti
caduti
in
terra
,
per
risparmiarle
ogni
mossa
.
Il
pericolo
del
servilismo
e
della
indipendenza
non
istà
soltanto
nel
«
consumo
inutile
della
vita
»
-
-
che
conduce
all
'
impotenza
,
ma
nello
sviluppo
di
reazioni
,
che
hanno
significato
anch
'
esse
di
perversione
e
d
'
impotenza
:
e
possono
paragonarsi
al
pianto
delle
isteriche
o
alla
convulsione
degli
epilettici
.
Sono
le
azioni
di
prepotenza
.
La
prepotenza
si
sviluppa
come
una
parallela
dell
'
impotenza
;
essa
è
la
manifestazione
attiva
del
sentimento
di
chi
conquista
col
lavoro
altrui
;
quindi
il
padrone
è
un
prepotente
verso
il
servo
.
Immaginiamo
un
operaio
abile
e
saggio
,
capace
non
solo
di
molto
e
perfetto
lavoro
,
ma
di
consiglio
nella
sua
officina
,
per
la
serenità
di
pensiero
con
cui
può
padroneggiare
l
'
insieme
dell
'
azienda
.
Egli
sarà
spesso
il
paciere
,
colui
che
sorride
innanzi
all
'
ira
altrui
.
Non
ci
farebbe
però
nessuna
meraviglia
,
sapere
che
in
casa
questo
operaio
sgrida
la
moglie
,
se
la
minestra
non
è
abbastanza
gustosa
o
abbastanza
pronta
e
facilmente
s
'
accende
all
'
ira
:
in
casa
non
è
più
l
'
abile
operaio
-
-
l
'
abile
operaia
è
la
moglie
che
lo
serve
e
lo
compatisce
.
Egli
perciò
è
un
uomo
sereno
là
dove
è
possente
,
ed
è
prepotente
ove
è
servito
;
forse
,
se
imparasse
a
cucinar
bene
la
minestra
,
diventerebbe
un
uomo
perfetto
.
L
'
uomo
che
fa
da
sé
ripiega
le
sue
forze
sulle
proprie
azioni
-
-
conquista
se
stesso
-
-
moltiplica
il
suo
potere
e
si
perfeziona
.
Bisogna
fare
delle
generazioni
future
uomini
potenti
;
cioè
indipendenti
e
liberi
.
Abolizione
dei
premi
e
dei
castighi
esterni
Bastano
tali
principî
,
e
l
'
abolizione
dei
premi
e
dei
castighi
esterni
viene
da
sé
.
L
'
uomo
comincia
a
sentire
il
vero
,
l
'
unico
premio
che
non
ingannerà
mai
:
la
nascita
del
potere
umano
e
della
libertà
nella
sua
vita
interiore
.
Ne
fui
meravigliata
io
stessa
all
'
esperienza
.
Eravamo
ai
primi
mesi
di
vita
delle
«
Case
dei
bambini
»
e
le
maestre
non
avevano
ancora
potuto
attuare
praticamente
i
principi
pedagogici
della
libertà
.
Specialmente
una
di
esse
si
industriava
quando
ero
assente
,
a
rimediare
alle
mie
idee
,
introducendo
un
pò
dei
metodi
a
quali
era
stata
avvezzata
.
Così
un
giorno
,
in
una
visita
improvvisa
sorpresi
un
bambino
,
tra
i
più
intelligenti
,
con
una
gran
croce
greca
d
'
argento
sostenuta
da
un
vistoso
nastro
bianco
appuntata
sul
petto
:
e
un
bambino
seduto
in
una
poltroncina
in
mezzo
alla
stanza
.
Il
primo
era
stato
premiato
,
il
secondo
era
in
castigo
.
La
maestra
,
almeno
in
mia
presenza
,
non
interveniva
con
nessuna
azione
,
così
le
cose
rimasero
come
le
trovai
.
Tacqui
,
e
mi
misi
ad
osservare
.
Il
bambino
della
croce
si
muoveva
avanti
e
indietro
trasportando
oggetti
dal
suo
tavolino
al
tavolo
della
maestra
e
viceversa
,
assai
affaccendato
e
intento
.
Egli
,
nelle
sue
mosse
,
passava
innanzi
alla
poltroncina
del
castigato
.
Gli
cadde
in
terra
la
croce
e
il
fanciullo
della
poltroncina
la
raccolse
e
la
guardò
bene
da
tutti
i
lati
,
poi
disse
al
compagno
:
«
Vedi
che
t
'
è
caduto
?
»
Il
bambino
si
voltò
e
guardò
l
'
oggetto
con
indifferenza
:
la
sua
espressione
sembrava
dire
:
«
non
m
'
interrompete
»
e
la
voce
disse
:
«
che
me
ne
importa
?
»
-
-
«
Non
t
'
importa
?
»
soggiunse
con
grande
calma
il
castigato
-
-
«
allora
me
la
metto
io
»
.
E
l
'
altro
rispose
«
sì
sì
,
mettila
tu
»
con
un
tono
che
sembrava
dire
:
«
ma
lasciami
in
pace
!
»
Il
ragazzo
della
poltrona
si
appuntò
lentamente
la
croce
sul
petto
,
la
guardò
bene
,
e
si
accomodò
sulla
poltroncina
più
comodamente
,
distendendo
le
braccia
sui
bracciuoli
.
Le
cose
rimasero
così
ed
era
giusto
.
Quel
pendaglio
poteva
soddisfare
il
castigato
non
il
bambino
attivo
contento
del
suo
lavoro
.
Un
giorno
conducevo
in
una
visita
all
'
altra
«
Casa
dei
bambini
»
una
signora
,
la
quale
lodò
molto
i
fanciulli
,
e
in
fine
in
loro
presenza
aprì
una
scatola
donde
trasse
molte
medagliette
d
'
ottone
tutte
rilucenti
e
legate
con
un
nastrino
rosso
.
«
La
signora
maestra
le
appunterà
sul
petto
dei
bambini
più
buoni
e
più
bravi
»
disse
.
Io
,
siccome
non
avevo
obbligo
di
istruire
questa
signora
sui
miei
metodi
,
tacqui
;
la
maestra
prese
la
scatola
.
Allora
un
piccino
di
quattro
anni
,
intelligentissimo
che
sedeva
tranquillo
al
primo
tavolino
,
corrugando
la
fronte
e
in
atto
di
protesta
,
si
mise
a
gridare
più
volte
:
«
ai
maschi
no
,
però
;
non
però
ai
maschi
!
»
Quale
rivelazione
!
il
piccino
aveva
già
la
coscienza
d
'
essere
tra
i
più
buoni
e
i
più
bravi
,
benché
nessuno
glielo
avesse
fatto
rilevare
e
non
voleva
essere
offeso
da
quel
premio
.
Non
sapendo
come
difendersene
,
invocò
la
sua
qualità
di
maschio
!
In
quanto
ai
castighi
,
ci
siamo
più
volte
trovate
innanzi
a
bambini
che
disturbavano
gli
altri
,
senza
dare
ascolto
alle
nostre
esortazioni
;
essi
venivano
subito
osservati
in
modo
particolare
dal
medico
,
ma
bene
spesso
si
trattava
di
fanciulli
normali
.
Ponevamo
allora
un
tavolino
in
un
angolo
della
sala
e
vi
isolavamo
il
fanciullo
,
facendo
sedere
in
una
poltroncina
di
prospetto
ai
compagni
,
dandogli
tutti
gli
oggetti
che
desiderava
.
Questo
isolamento
è
riuscito
sempre
a
calmare
il
fanciullo
:
egli
dalla
sua
posizione
vedeva
l
'
insieme
dei
compagni
,
e
la
loro
maniera
di
agire
era
una
lezione
oggettiva
efficacissima
sul
contegno
come
non
potevano
esserlo
le
parole
della
maestra
;
a
poco
a
poco
rilevava
i
vantaggi
di
essere
in
compagnia
,
e
desiderava
di
far
come
gli
altri
.
Abbiamo
ricondotto
così
alla
disciplina
tutti
i
bambini
che
ne
sembravano
in
principio
ribelli
.
Il
fanciullo
isolato
era
per
lo
più
meta
di
cu
re
speciali
,
come
se
fosse
un
bisognoso
o
un
malato
:
io
stessa
quando
entravo
andavo
prima
di
tutti
diritta
a
lui
,
facendogli
carezze
come
a
un
bambino
;
dopo
mi
rivolgevo
agli
altri
interessandomi
al
loro
lavoro
come
se
fossero
stati
uomini
.
Non
so
che
cosa
avvenisse
nella
loro
anima
:
ma
certo
fu
sempre
definitiva
e
profonda
la
«
conversione
»
degli
isolati
.
Essi
diventavano
poi
orgogliosi
di
saper
lavorare
e
di
avere
un
contegno
dignitoso
,
e
per
lo
più
serbavano
un
tenero
affetto
per
la
maestra
e
per
me
.
Il
concetto
biologico
di
libertà
in
pedagogia
-
-
Da
un
punto
di
vista
biologico
,
il
concetto
di
libertà
nell
'
educazione
della
prima
infanzia
,
deve
intendersi
come
condizione
adatta
al
più
favorevole
sviluppo
della
personalità
-
-
così
dal
lato
fisiologico
come
dal
lato
psichico
:
esso
include
perciò
il
libero
svolgimento
della
coscienza
.
Quasi
l
'
educatore
fosse
spinto
da
un
profondo
culto
alla
vita
dovrebbe
rispettare
,
osservando
con
interessamento
umano
,
lo
svolgersi
della
vita
infantile
.
Ora
la
vita
infantile
non
è
un
'
astrazione
:
è
la
vita
dei
singoli
bambini
.
Esiste
una
sola
reale
manifestazione
biologica
:
l
'
individuo
vivente
;
e
verso
individui
singoli
,
ad
uno
ad
uno
osservati
,
deve
rivolgersi
l
'
educazione
,
cioè
l
'
aiuto
attivo
alla
normale
espansione
della
vita
.
Il
bambino
è
un
corpo
che
cresce
e
un
'
anima
che
si
svolge
;
-
-
la
duplice
forma
fisiologica
e
psichica
ha
una
fonte
eterna
:
la
vita
;
le
sue
potenzialità
misteriose
noi
non
dobbiamo
sviscerarle
né
soffocarle
,
ma
attenderne
la
successiva
manifestazione
.
Il
fattore
ambiente
è
indubbiamente
secondario
nei
fenomeni
della
vita
:
esso
può
modificare
,
come
può
aiutare
o
distruggere
;
ma
non
crea
giammai
.
Le
moderne
teorie
dell
'
evoluzione
,
da
Naegeli
a
De
Vries
,
considerano
in
tutto
lo
svolgimento
del
duplice
albero
biologico
:
animale
e
vegetale
-
-
il
fattore
interno
come
l
'
essenziale
nella
trasformazione
della
specie
e
nella
trasformazione
del
l
'
individuo
.
Le
origini
dello
sviluppo
,
sia
nella
successione
filogenetica
come
in
quella
ontogenetica
,
sono
interiori
.
Il
bambino
non
cresce
perché
si
nutrisce
,
perché
respira
,
perché
sta
in
condizioni
termiche
e
barometriche
adatte
:
cresce
perché
la
vita
potenziale
in
lui
si
svolge
,
facendosi
attuale
;
perché
il
germe
fecondo
donde
proviene
la
sua
vita
,
si
sviluppa
,
secondo
il
destino
biologico
fissatovi
dall
'
eredità
.
Infatti
l
'
uomo
adulto
si
nutrisce
,
respira
,
sta
sotto
le
medesime
condizioni
barometriche
e
termiche
,
ma
non
cresce
.
La
pubertà
non
viene
perché
il
bambino
rise
,
o
danzò
,
o
fece
la
ginnastica
,
o
si
nutrì
meglio
del
solito
-
-
ma
perché
è
giunto
quel
fenomeno
fisiologico
.
La
vita
si
manifesta
-
-
la
vita
crea
,
la
vita
dona
:
-
-
e
si
contiene
entro
limiti
e
leggi
insuperabili
.
I
caratteri
fissati
nella
specie
,
non
mutano
;
-
-
essi
possono
soltanto
variare
.
Questo
concetto
così
brillantemente
illustrato
dal
De
Vries
nella
sua
Mutationstheorie
illustra
anche
i
limiti
dell
'
educazione
.
Noi
possiamo
agire
sulle
variazioni
,
le
quali
sono
in
rapporto
con
l
'
ambiente
,
ed
hanno
limiti
le
cui
oscillazioni
diversificano
nelle
specie
e
negli
individui
:
ma
non
sulle
mutazioni
.
Le
mutazioni
son
collegate
con
le
fonti
stesse
della
vita
e
la
loro
potenza
travolge
le
cause
modificatrici
dell
'
ambiente
.
Una
specie
,
per
esempio
,
non
potrà
mutare
in
un
'
altra
per
nessun
fenomeno
di
adattamento
;
come
un
gran
genio
umano
,
non
sarà
soffocato
da
nessun
pregiudizio
,
da
nessuna
falsa
forma
educativa
.
L
'
ambiente
agisce
tanto
più
sulla
vita
,
per
quanto
questa
è
meno
fissa
è
più
debole
.
Esso
può
agire
in
due
opposti
sensi
:
favorendo
e
soffocando
.
Molte
specie
rigogliose
di
palme
sono
splendide
nei
climi
torridi
-
-
perché
favorevoli
al
loro
sviluppo
-
-
,
ma
molte
specie
di
animali
e
di
vegetali
sono
scomparse
dalle
regioni
ove
non
poterono
adattarsi
.
La
vita
è
una
superba
dea
,
che
si
avanza
atterrando
gli
ostacoli
che
si
oppongono
al
suo
trionfo
nell
'
ambiente
:
questa
è
la
verità
fondamentale
;
siano
specie
o
siano
individui
-
-
persiste
sempre
la
schiera
dei
trionfatori
che
la
incarnano
.
Ora
nel
caso
dell
'
umanità
,
anzi
nella
nostra
umanità
civile
,
s
'
impone
la
cura
-
-
per
non
dire
la
cultura
della
vita
umana
.
COME
LA
MAESTRA
DEVE
FAR
LEZIONE
«
...
Le
parole
tue
sien
conte
»
.
Dante
Inf
.
,
canto
X
.
Dato
che
nella
scuola
pel
regime
della
libertà
gli
scolari
possano
manifestare
le
loro
naturali
tendenze
-
-
e
ammesso
di
aver
preparato
a
ciò
l
'
ambiente
e
i
soggetti
-
-
la
maestra
non
deve
limitare
l
'
azione
sua
all
'
osservazione
;
ma
anche
procedere
all
'
esperimento
.
La
lezione
corrisponde
a
un
esperimento
.
Tanto
meglio
saprà
far
lezione
la
maestra
,
quindi
,
per
quanto
più
sarà
iniziata
agli
studi
di
psicologia
sperimentale
.
In
ogni
modo
questa
tecnica
speciale
del
metodo
è
necessario
che
sia
appresa
con
un
tirocinio
nelle
«
Case
di
Bambini
»
-
-
essendo
più
difficile
di
quella
riferentesi
al
metodo
per
la
disciplina
.
Se
in
un
primo
tempo
la
disciplina
non
insegna
ancora
ai
bambini
l
'
ordine
collettivo
nella
scuola
,
ma
questo
viene
solo
in
seguito
agli
esercizi
disciplinari
atti
a
far
discernere
il
bene
dal
male
-
-
evidentemente
la
maestra
non
potrà
far
lezioni
collettive
.
E
queste
saranno
sempre
molto
rare
se
i
bambini
appunto
essendo
liberi
,
non
hanno
l
'
obbligo
di
rimanere
al
posto
tranquilli
e
pronti
ad
ascoltare
la
maestra
od
a
guardare
quanto
essa
fa
.
Le
lezioni
collettive
infatti
hanno
una
importanza
così
secondaria
,
che
sono
state
pressoché
abolite
da
noi
.
Caratteri
delle
lezioni
individuali
:
concisione
;
semplicità
;
obiettività
Le
lezioni
sono
individuali
.
La
loro
caratteristica
deve
essere
la
brevità
:
-
-
Dante
fa
la
lezione
a
questi
maestri
quando
dice
:
«
le
parole
tue
sien
conte
»
.
Una
lezione
diventerà
tanto
più
perfetta
,
per
quante
parole
saprà
risparmiare
;
e
una
cura
speciale
deve
essere
appunto
quella
,
nella
preparazione
della
lezione
,
di
contare
e
vagliare
le
parole
che
dovranno
pronunciarsi
.
Un
'
altra
qualità
caratteristica
della
lezione
è
la
sua
semplicità
:
essa
deve
essere
sfrondata
da
tutto
quanto
non
è
assoluta
verità
.
Che
la
maestra
non
debba
perdersi
in
vane
parole
,
ciò
è
incluso
nella
prima
qualità
:
questa
seconda
è
dunque
un
carattere
della
prima
-
-
cioè
-
-
le
parole
conte
-
-
debbono
pur
essere
le
più
semplici
,
e
riferirsi
al
vero
.
La
terza
qualità
della
lezione
è
la
sua
obiettività
-
-
in
modo
che
la
personalità
della
maestra
scompaia
,
e
rimanga
evidente
solo
l
'
oggetto
sul
quale
vuol
richiamarsi
l
'
attenzione
del
bambino
.
La
lezione
breve
e
semplice
è
per
lo
più
una
spiegazione
dell
'
oggetto
,
e
dell
'
uso
che
il
bambino
può
farne
.
In
tali
lezioni
deve
poi
essere
guida
fondamentale
il
metodo
della
osservazione
,
nel
quale
è
inclusa
la
libertà
del
fanciullo
.
Così
la
maestra
osserverà
se
il
fanciullo
s
'
interessa
all
'
oggetto
-
-
come
vi
si
interessi
,
per
quanto
tempo
,
ecc
.
,
notando
pure
la
mimica
del
volto
:
e
avrà
cura
di
non
ledere
il
principio
di
libertà
.
Provocando
un
qualsiasi
sforzo
,
la
maestra
non
saprebbe
più
quale
è
la
spontanea
attività
del
bambino
.
Se
dunque
la
lezione
preparata
rigorosamente
nella
sua
brevità
,
semplicità
e
verità
non
è
intesa
dal
bambino
come
spiegazione
dell
'
oggetto
-
-
la
maestra
deve
avere
due
avvertenze
:
1°
di
non
insistere
ripetendo
la
lezione
;
2°
di
non
far
capire
al
bambino
che
ha
sbagliato
o
che
non
ha
inteso
,
perché
lo
sforze
rebbe
a
intendere
,
e
altererebbe
lo
stato
naturale
che
deve
essere
utilizzato
dalla
maestra
per
le
sue
osservazioni
psicologiche
.
Alcuni
esempi
serviranno
a
delucidare
tale
concetto
.
Supponiamo
p
.
es
.
che
la
maestra
voglia
insegnare
a
un
bambino
due
colori
rosso
e
turchino
.
Ella
vuol
cercare
di
attrarre
sull
'
oggetto
l
'
attenzione
del
bambino
;
gli
dice
dunque
:
«
guarda
!
stai
attento
!
»
Per
poi
insegnargli
i
colori
,
dice
,
mostrando
il
rosso
:
«
questo
è
rosso
!
»
(
facendo
rilevare
a
voce
alta
e
a
lenta
pronuncia
la
parola
rosso
)
e
mostrando
l
'
altro
colore
:
«
questo
è
turchino
»
.
Onde
verificare
se
il
bambino
ha
capito
gli
dice
:
«
dàmmi
il
rosso
,
dàmmi
il
turchino
»
.
Supponiamo
che
il
fanciullo
sbagli
-
-
la
maestra
non
ripete
né
insiste
;
sorride
,
accarezza
il
fanciullo
e
ritira
i
colori
.
Le
maestre
comuni
restano
meravigliate
di
tale
semplicità
;
esse
dicono
per
lo
più
:
«
questo
sanno
farlo
tutti
»
.
Certamente
è
anche
qui
un
poco
la
storia
dell
'
ovo
di
Cristoforo
Colombo
,
ma
il
fatto
è
-
-
che
non
sanno
farlo
tutti
.
La
misura
nelle
proprie
azioni
,
è
praticamente
molto
difficile
,
tanto
più
nelle
maestre
comuni
,
preparate
con
gli
antichi
metodi
:
esse
flagellano
il
bambino
con
un
diluvio
di
parole
inutili
e
di
menzogne
.
Per
es
.
nel
nostro
caso
una
maestra
comune
si
sarebbe
rivolta
alla
collettività
-
-
dando
così
molta
importanza
alla
semplice
cosa
che
deve
insegnare
,
obbligando
tutti
i
bambini
a
seguirla
,
mentre
forse
non
tutti
vi
sono
disposti
.
Avrebbe
forse
cominciato
la
sua
lezione
così
:
«
Bambini
,
indovinate
un
po
'
che
cosa
ho
io
in
mano
?
»
-
-
Ella
sa
che
i
bambini
non
possono
indovinare
,
richiama
quindi
la
loro
attenzione
con
una
falsità
.
Poi
avrebbe
detto
probabilmente
:
«
Bambini
,
guardate
un
poco
il
cielo
?
lo
avete
visto
mai
?
lo
avete
mai
fissato
la
notte
quando
è
tutto
brillante
di
stelle
?
no
?
-
-
e
guardate
il
mio
grembiale
,
sapete
di
che
colore
è
?
non
vi
sembra
dello
stesso
colore
del
cielo
?
-
-
ebbene
guardate
ora
questo
colore
qui
:
è
il
medesimo
del
cielo
e
del
mio
grembiale
,
è
turchino
.
Osservate
un
po
'
intorno
se
c
'
è
qualche
oggetto
di
color
turchino
?
E
le
ciliege
sapete
di
che
colore
sono
?
e
i
carboni
ardenti
?
ecc
.
ecc
.
»
.
Così
che
nella
mente
del
fanciullo
,
dopo
lo
sbalordimento
dell
'
indovinare
,
si
rovescia
un
turbine
d
'
idee
:
il
cielo
,
i
grembiali
,
le
ciliege
ecc
.
;
in
mezzo
alla
qual
confusione
è
difficile
ch
'
egli
compia
il
lavoro
di
estrarre
la
sintesi
,
lo
scopo
della
lezione
,
che
è
di
riconoscere
i
due
colori
turchino
e
rosso
;
anzi
un
tale
lavoro
di
selezione
è
impossibile
alla
sua
mente
,
tanto
più
che
il
bambino
non
può
seguire
un
lungo
discorso
.
Io
mi
ricordo
di
avere
assistito
ad
una
lezione
di
aritmetica
ove
s
'
insegnava
ai
bambini
che
due
più
tre
fa
cinque
.
A
tal
uopo
si
usava
un
tavoliere
eretto
ove
si
potevano
fissare
entro
fori
appositi
delle
palle
.
Si
mettevano
p
.
es
.
più
in
alto
due
palle
,
più
in
basso
tre
,
e
in
fine
cinque
palle
.
Non
ricordo
con
molta
precisione
lo
svolgersi
di
tale
lezione
;
so
però
che
la
maestra
doveva
mettere
accanto
alle
due
palle
di
sopra
una
ballerina
di
carta
col
gonnellino
azzurro
,
la
quale
si
battezzava
lì
per
lì
col
nome
di
una
bambina
della
classe
:
«
questa
è
Mariettina
»
e
poi
accanto
alle
tre
palle
un
'
altra
ballerina
diversamente
vestita
che
era
Gigina
.
Non
so
con
precisione
come
la
maestra
giungesse
a
dimostrare
la
somma
;
ma
certo
essa
parlava
lungamente
con
queste
ballerine
,
le
spostava
ecc
.
Se
io
rammento
più
le
ballerine
che
il
procedimento
della
somma
,
che
cosa
sarà
stato
pei
bambini
?
Se
con
tale
mezzo
essi
sono
giunti
ad
apprendere
che
2
più
3
fa
5
,
avranno
dovuto
fare
un
grande
sforzo
mentale
e
la
maestra
avrà
dovuto
parlare
con
le
ballerine
per
molte
ore
!
In
un
'
altra
lezione
una
maestra
voleva
dimostrare
ai
bambini
la
differenza
fra
rumore
e
suono
.
Comincia
col
fare
un
racconto
piuttosto
lungo
ai
bambini
;
a
un
tratto
una
persona
d
'
accordo
con
lei
bussa
rumorosamente
alla
porta
.
La
maestra
s
'
interrompe
gridando
:
«
che
cos
'
è
?
cosa
è
stato
?
cos
'
hanno
fatto
?
Bambini
cos
'
è
?
ah
!
io
non
connetto
più
le
idee
,
non
posso
più
continuare
il
racconto
,
non
mi
ricordo
più
di
nulla
,
bisogna
lasciar
andare
.
Sapete
cosa
è
stato
?
avete
sentito
?
avete
capito
?
è
un
rumore
!
quello
è
un
rumore
.
Ah
!
io
preferisco
molto
cullare
questo
bambino
(
prende
un
mandolino
rivestito
della
coperta
)
.
-
-
Caro
bambino
,
preferisco
giocare
con
te
!
lo
vedete
?
lo
vedete
questo
bambino
che
tengo
in
braccio
?
»
Alcuni
bambini
:
«
non
è
un
bambino
»
altri
:
«
è
un
mandolino
»
.
La
maestra
:
«
no
no
invece
è
un
bambino
,
proprio
un
bambino
-
-
io
gli
voglio
bene
,
è
proprio
un
bambino
:
ne
volete
una
prova
?
oh
zitti
zitti
,
mi
par
che
pianga
,
mi
par
che
gridi
-
-
oh
?
dirà
forse
papà
e
mammà
?...»
Tocca
di
sotto
la
coperta
le
corde
.
«
Ah
!
avete
sentito
?
avete
sentito
che
ha
fatto
?
ha
pianto
,
ha
chiamato
?
»
Dei
bambini
:
«
è
il
mandolino
»
-
-
«
sono
le
corde
»
-
-
«
ha
suonato
»
.
La
maestra
:
«
zitti
,
bambini
,
sentite
bene
che
cosa
faccio
»
;
scopre
il
mandolino
e
tocca
francamente
le
corde
:
«
è
un
suono
!
»
Da
una
simile
lezione
pretendere
dal
bambino
ch
'
egli
capisca
l
'
intenzione
della
maestra
,
cioè
ch
'
ella
ha
voluto
far
rilevare
la
differenza
tra
rumore
e
suono
-
-
è
impossibile
.
Il
bambino
avrà
capito
che
la
maestra
ha
voglia
di
scherzare
,
o
che
è
un
po
'
scema
perché
perde
il
filo
del
discorso
a
un
rumore
e
scambia
un
mandolino
con
un
bambino
.
Certo
la
figura
della
maestra
campeggia
innanzi
alla
coscienza
infantile
,
e
non
l
'
oggetto
della
lezione
.
Ottenere
da
una
maestra
preparata
coi
comuni
metodi
una
lezione
semplice
è
cosa
molto
laboriosa
.
Io
ricordo
che
,
dopo
molte
spiegazioni
in
proposito
,
chiesi
ad
una
delle
mie
maestre
d
'
insegnare
agli
incastri
(
v
.
appresso
)
la
differenza
tra
quadrato
e
un
triangolo
.
La
maestra
doveva
semplicemente
far
incastrare
un
quadrato
e
un
triangolo
di
legno
in
uno
spazio
vuoto
corrisponden
te
,
far
toccare
col
dito
al
bambino
i
contorni
dei
pezzi
d
'
incastro
e
delle
cornici
e
dire
:
«
questo
è
un
quadrato
»
-
-
«
questo
è
un
triangolo
»
.
La
maestra
facendo
toccare
i
contorni
principiò
a
dire
:
«
questa
è
una
linea
,
un
'
altra
,
un
'
altra
,
un
'
altra
:
sono
quattro
:
contale
un
po
'
col
ditino
quante
sono
?
e
le
punte
?
conta
le
punte
,
senti
col
ditino
,
premi
su
,
sono
anch
'
esse
quattro
.
Guardalo
bene
:
è
il
quadrato
!
«
Io
corressi
la
maestra
dicendole
che
così
non
insegnava
a
riconoscere
una
forma
;
ma
dava
idea
di
lati
,
di
angoli
di
numero
:
-
-
cosa
diversa
da
quella
che
doveva
insegnare
.
-
-
«
Ma
»
si
difendeva
la
maestra
:
«
è
la
stessa
cosa
»
.
Non
è
la
stessa
cosa
-
-
è
l
'
analisi
geometrica
e
matematica
della
cosa
.
Si
potrebbe
avere
l
'
idea
della
forma
quadrata
,
senza
saper
contare
fino
a
quattro
-
-
e
quindi
senza
apprezzare
il
numero
dei
lati
e
degli
angoli
.
I
lati
e
gli
angoli
poi
sono
astrazioni
,
le
quali
per
sé
non
esistono
:
ciò
che
esiste
è
quel
pezzo
di
legno
d
'
una
determinata
forma
.
Le
ulteriori
spiegazioni
della
maestra
dunque
non
solo
confondevano
la
mente
del
bambino
-
-
ma
sorpassavano
un
abisso
qual
'
è
quello
che
corre
tra
il
concreto
e
l
'
astratto
,
tra
la
forma
d
'
un
oggetto
e
la
matematica
.
Supponete
,
dicevo
alla
maestra
,
che
un
architetto
vi
mostrasse
una
cupola
,
la
cui
forma
v
'
interessa
:
-
-
egli
potrebbe
dare
due
illustrazioni
:
far
notare
la
bellezza
dei
contorni
,
l
'
armonia
delle
forme
e
far
scendere
e
salire
intorno
alla
cupola
stessa
per
apprezzarne
le
proporzioni
relative
alle
parti
,
così
che
l
'
immagine
dell
'
insieme
venisse
apprezzato
e
poi
riconosciuto
e
creduto
;
ovvero
potrebbe
far
contare
le
finestre
,
i
cornicioni
larghi
e
stretti
,
e
infine
disegnare
la
costruzione
,
illustrare
le
leggi
statiche
e
impiantare
le
formule
algebriche
necessarie
a
risol
versi
per
il
calcolo
relativo
a
tali
leggi
.
Nel
primo
caso
voi
riterreste
la
forma
della
cupola
;
nel
secondo
non
capireste
nulla
e
anziché
la
cupola
,
vi
farebbe
impressione
questo
architetto
,
che
s
'
immagina
di
parlare
a
ingegneri
suoi
colleghi
anziché
a
signore
che
viaggiano
per
sport
.
Altrettanto
avviene
se
noi
invece
di
dire
al
bambino
:
«
questo
è
un
quadrato
»
facendone
semplicemente
toccare
,
constatare
materialmente
i
contorni
,
procediamo
all
'
analisi
geometrica
di
esso
.
Anzi
crediamo
precoce
insegnare
le
forme
geometriche
piane
al
bambino
,
appunto
perché
vi
annettiamo
il
concetto
matematico
.
Ma
il
bambino
non
è
immaturo
ad
apprezzarne
la
semplice
«
forma
»
infatti
una
finestra
e
un
tavolino
quadrati
il
bambino
può
osservarli
senza
sforzo
;
egli
guarda
tutte
le
forme
intorno
a
sé
.
Richiamare
la
sua
attenzione
sopra
una
determinata
forma
è
rischiararne
e
fissarne
l
'
idea
.
Non
altrimenti
poi
,
se
in
riva
a
un
lago
guardiamo
le
sponde
distrattamente
,
e
un
artista
che
a
un
tratto
ci
viene
vicino
esclama
:
«
come
è
elegante
il
gomito
che
fa
la
riva
sotto
l
'
ombra
di
quell
'
altura
!
»
sentiamo
la
immagine
prima
inerte
,
ravvivarsi
nella
nostra
coscienza
come
illuminata
da
un
improvviso
raggio
di
sole
-
-
e
proviamo
la
gioia
d
'
aver
percepito
ciò
che
avevamo
solo
imperfettamente
sentito
.
Questo
è
il
compito
nostro
:
dare
un
raggio
di
luce
-
-
e
passare
oltre
.
Io
paragono
gli
effetti
di
queste
prime
lezioni
alle
impressioni
di
un
solitario
che
passeggi
beatamente
sereno
in
un
bosco
ombroso
,
meditando
;
cioè
lasciando
la
sua
vita
interiore
libera
di
espandersi
.
Ad
un
tratto
una
campana
squillante
poco
lontano
lo
richiama
a
se
stesso
:
allora
egli
sente
più
viva
quella
beatitudine
pacifica
già
nascente
,
ma
latente
in
lui
.
Stimulare
la
vita
-
-
lasciandola
però
libera
di
svolgersi
-
-
ecco
il
compito
primitivo
dell
'
educatore
.
E
in
tale
compito
delicato
una
grande
arte
deve
suggerire
il
momento
,
e
limitare
l
'
intervento
,
affinché
non
perturbi
e
non
devii
,
anziché
aiutare
l
'
anima
che
nasce
alla
vita
-
-
e
che
vivrà
di
forze
proprie
.
Quest
'
arte
deve
accompagnare
il
metodo
scientifico
-
-
che
molto
fa
somigliare
la
semplicità
delle
nostre
lezioni
agli
esperimenti
di
psicologia
sperimentale
.
Allorquando
la
maestra
avrà
toccato
così
anima
per
anima
tutti
i
suoi
allievi
-
-
risvegliando
e
ravvivando
in
essi
la
vita
come
una
fata
invisibile
-
-
ella
possederà
tali
anime
e
basterà
un
cenno
,
una
parola
-
-
perché
ciascuno
senta
lei
vivamente
,
la
riconosca
e
l
'
ascolti
.
Verrà
un
giorno
nel
quale
la
maestra
,
con
sua
gran
meraviglia
,
si
accorgerà
che
tutti
i
bambini
la
obbediscono
come
miti
agnelli
lattanti
-
-
pronti
non
solo
,
ma
intenti
a
un
suo
cenno
.
Essi
guardano
lei
che
li
fa
vivere
-
-
e
sperano
,
insaziati
,
di
riceverne
nuova
vita
.
L
'
esperienza
ce
lo
ha
rivelato
;
e
ciò
forma
la
meraviglia
massima
di
chi
visita
le
«
Case
dei
Bambini
»
;
-
-
la
disciplina
collettiva
si
ottiene
come
per
una
forza
di
magìa
.
Cinquanta
o
sessanta
bambini
da
due
anni
e
mezzo
a
sei
anni
d
'
età
-
-
tutti
insieme
,
ad
un
solo
cenno
,
sanno
tacere
Così
perfettamente
,
che
il
silenzio
assoluto
sembra
quello
grave
di
un
deserto
:
e
se
un
ordine
dolce
,
espresso
a
bassa
voce
,
dice
ai
bambini
:
«
alzatevi
,
passeggiate
un
momento
in
punta
di
piedi
e
tornate
al
posto
in
silenzio
»
-
-
tutti
insieme
,
come
una
persona
sola
,
si
alzano
ed
eseguiscono
col
minor
rumore
possibile
.
La
maestra
,
con
quella
sola
voce
,
ha
parlato
a
ciascuno
;
e
ognuno
spera
dal
suo
intervento
qualche
luce
e
qualche
gioia
interna
-
-
e
va
intento
e
ubbidiente
,
come
un
esploratore
ansioso
,
che
segua
la
sua
via
.
Anche
qui
è
un
poco
l
'
uovo
di
Cristoforo
Colombo
.
Un
maestro
di
concerto
deve
preparare
ad
uno
ad
uno
i
suoi
allievi
per
trarre
dalla
loro
opera
collettiva
la
grandiosa
armonia
:
e
ciascun
artista
deve
perfezionarsi
da
sé
,
prima
di
essere
pronto
a
ubbidire
ai
muti
cenni
della
sua
bacchetta
.
Noi
invece
nella
scuola
comune
poniamo
un
maestro
concertatore
che
insegni
contemporaneamente
,
d
'
un
tratto
,
agli
istrumenti
e
alle
voci
più
diverse
,
lo
stesso
ritmo
monotono
e
pur
discordante
!
Così
nella
società
i
più
disciplinati
sono
gli
uomini
più
perfezionati
:
ma
la
perfezione
del
contegno
p
.
es
.
dei
cittadini
inglesi
,
non
è
quella
materiale
e
brutale
delle
soldatesche
.
Siamo
pieni
di
pregiudizi
anziché
di
sapienza
-
-
su
quanto
riguarda
la
psicologia
infantile
.
Abbiamo
voluto
finora
domare
i
fanciulli
dall
'
esterno
con
la
sferza
-
-
invece
di
conquistarli
all
'
interno
per
dirigerli
come
anime
umane
.
In
tal
modo
essi
ci
son
passati
accanto
senza
farsi
conoscere
.
Ma
sfrondando
l
'
antificiosità
con
la
quale
abbiamo
voluto
ravvolgerli
,
e
la
violenza
con
cui
c
'
illudemmo
di
disciplinarli
,
essi
ci
si
rivelano
nella
loro
vera
natura
.
La
loro
mitezza
è
così
assoluta
e
dolce
,
che
vi
riconosciamo
l
'
infanzia
di
quell
'
umanità
,
la
quale
poté
rimanere
oppressa
da
ogni
forma
di
giogo
e
d
'
ingiustizia
:
-
-
e
il
loro
amore
alla
conoscenza
è
tale
,
che
supera
ogni
altro
amore
,
e
ci
fa
pensare
che
invero
l
'
umanità
deve
portare
innata
quella
passione
che
spinse
le
coscienze
alle
conquiste
successive
del
pensiero
,
atterrando
di
secolo
in
secolo
i
gioghi
di
tutte
le
schiavitù
.
PARTE
SPECIALE
Orario
proposto
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
Inverno
Ingresso
ore
9
.
Egresso
ore
16
.
Ore
910
.
-
-
Ingresso
Saluto
Visita
di
pulizia
Esercizi
di
vita
pratica
(
spogliarsi
,
mettersi
i
grembiuli
reciprocamente
Visitare
la
stanza
per
l
'
ordine
e
la
pulizia
degli
oggetti
)
Linguaggio
Raccontare
cosa
si
è
fatto
dal
giorno
prima
Esortazioni
morali
Preghiera
in
comune
.
Ore
1011
.
-
-
Esercizi
intellettuali
(
Lezioncine
oggettive
intramezzate
da
brevi
riposi
Nomenclatura
Esercizi
dei
sensi
)
.
Ore
1111œ
.
-
-
Ginnastica
semplice
(
Movimenti
d
'
uso
e
di
grazia
:
posizione
normale
del
corpo
:
deambulazione
:
passeggiata
in
ordine
,
saluti
,
movimenti
d
'
attenti
,
porgere
con
grazia
gli
oggetti
)
.
Ore
11œ12
.
-
-
Refezione
Breve
preghiera
.
Ore
121
.
-
-
Giuochi
liberi
.
Ore
12
.
-
-
Giuochi
diretti
,
possibilmente
all
'
aria
libera
.
Per
turno
i
grandi
faranno
:
esercizi
di
vita
pratica
:
pulire
la
stanza
,
spolverare
,
mettere
in
ordine
gli
oggetti
Visita
generale
di
pulizia
Conversazione
.
Ore
23
.
-
-
Lavoro
manuale
;
plastica
;
disegno
ecc
.
Ore
34
.
-
-
Ginnastica
collettiva
e
canto
,
possibilmente
all
'
aria
aperta
.
Esercizi
di
previsione
:
visita
accurata
alle
piante
e
agli
animali
.
Appena
si
fonda
una
scuola
-
-
viene
proposto
l
'
orario
.
Esso
ha
due
aspetti
:
la
lunghezza
del
tempo
scolastico
,
e
la
distribuzione
dello
studio
o
degli
atti
della
vita
.
Comincio
con
l
'
affermare
che
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
come
pure
nelle
scuole
di
deficienti
,
gli
orari
debbono
essere
molto
lunghi
-
-
cioè
occupare
tutta
la
giornata
.
Io
consiglierei
per
bambini
poveri
,
e
specialmente
per
le
«
Case
dei
Bambini
»
annesse
ai
casamenti
operai
un
orario
dalle
9
del
mattino
alle
5
di
sera
in
inverno
-
-
e
dalle
8
del
mattino
alle
6
in
estate
.
Questi
orarî
prolungati
sono
necessarî
per
poter
esercitare
una
azione
direttiva
efficace
sulla
crescenza
.
Indubbiamente
,
trattandosi
di
piccoli
bambini
,
un
orario
così
lungo
dovrebbe
essere
interrotto
da
un
riposo
a
letto
lungo
almeno
un
'
ora
.
Ecco
la
grande
difficoltà
pratica
.
Generalmente
facciamo
dormire
i
piccini
miseramente
ripiegati
sul
banco
di
legno
,
con
la
testa
appoggiata
sul
braccio
;
ma
io
vedo
un
tempo
non
lontano
,
ove
in
una
bella
sala
ombreggiata
da
grandi
piante
,
degli
sdrai
ben
semplici
(
un
cuscino
dentro
una
foderetta
bianca
appoggiato
sopra
una
reticella
bassa
)
-
-
accoglieranno
i
bambini
dormienti
.
Ancor
più
volentieri
vedrei
nella
primavera
e
nell
'
estate
i
piccini
dormire
sdraiati
all
'
aria
aperta
sull
'
erba
dei
campi
,
o
su
mucchi
di
fieno
,
e
sotto
l
'
ombra
degli
alberi
-
-
ovvero
sospesi
in
basse
amache
.
Noi
,
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
a
Roma
,
lasciamo
semplicemente
che
i
piccini
vadano
a
mangiare
e
a
riposare
in
casa
loro
;
ciò
che
fanno
senza
uscire
in
istrada
!
Ma
qui
è
necessario
notare
che
l
'
orario
prolungato
deve
contemplare
la
refezione
scolastica
e
il
riposo
,
in
una
«
Casa
di
Bambini
»
rispondente
al
suo
vero
scopo
,
che
è
quello
di
dirigere
e
aiutare
la
crescenza
di
fanciulli
che
si
trovano
in
un
periodo
dello
sviluppo
così
importante
,
come
quello
che
avviene
fra
i
3
ed
i
6
anni
.
La
«
Casa
dei
Bambini
»
è
un
luogo
di
puericultura
;
noi
non
vogliamo
certo
trattenere
lungamente
a
scuola
i
piccoli
per
fame
dei
sapienti
.
ESERCIZI
DELLA
VITA
PRATICA
Il
primo
passo
che
deve
compiersi
nei
nostri
metodi
-
-
è
una
specie
di
chiamata
all
'
allievo
:
una
chiamata
ora
all
'
attenzione
,
ora
alla
sua
vita
interiore
,
ora
alla
vita
sociale
.
Facendo
un
paragone
,
che
non
va
qui
preso
in
senso
letterale
,
ma
in
senso
lato
-
-
occorre
procedere
come
in
psicologia
sperimentale
o
in
antropologia
,
allorché
si
inizia
un
esperimento
o
una
misura
:
cioè
(
dopo
aver
preparato
gl
'
istrumenti
che
qui
corrisponderebbero
all
'
ambiente
)
preparare
il
soggetto
.
Considerando
il
metodo
nell
'
insieme
,
dobbiamo
iniziare
la
nostra
opera
,
preparando
il
fanciullo
alle
forme
della
vita
sociale
-
-
e
richiamando
su
queste
la
sua
attenzione
.
Nell
'
orario
che
avevo
dettato
quando
s
'
inaugurò
la
prima
«
Casa
dei
Bambini
»
,
ma
che
non
venne
mai
praticamente
seguito
nel
suo
insieme
(
segno
che
un
orario
sulla
distribuzione
delle
materie
non
era
adatto
al
regime
della
libertà
!
)
facevo
iniziare
la
giornata
con
una
serie
d
'
esercizi
di
vita
pratica
;
e
debbo
dire
che
questa
fu
l
'
unica
parte
dell
'
orario
la
quale
corrispose
eccellentemente
-
-
tanto
che
tuttora
forma
l
'
inizio
consueto
delle
giornate
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
.
1ª
.
azione
:
Pulizia
Ordine
Compostezza
Conversazione
Appena
i
bambini
arrivano
a
scuola
,
c
'
è
una
visita
di
pulizia
,
possibilmente
alla
presenza
delle
madri
(
ma
senza
far
loro
osservazioni
dirette
)
:
si
guardano
i
capelli
,
le
mani
,
le
unghie
,
il
collo
,
gli
orecchi
,
la
faccia
,
i
denti
.
Se
il
vestito
è
trascurato
,
stracciato
,
scucito
,
se
manca
di
bottoni
,
se
è
impolverato
;
se
le
scarpe
sono
sporche
ecc
.
Si
fanno
osservare
tra
loro
i
bambini
.
Si
abituano
poi
a
osservare
se
stessi
e
a
mostrare
le
loro
condizioni
di
proprietà
.
I
bambini
di
turno
fanno
il
bagno
.
Intanto
in
classe
la
maestra
,
con
un
adatto
bacile
,
insegna
ai
bambini
a
lavarsi
parzialmente
-
-
es
.
le
dita
e
le
unghie
-
-
ovvero
i
piedi
-
-
ovvero
le
orecchie
-
-
ovvero
il
viso
con
riguardo
speciale
agli
occhi
-
-
a
sciacquarsi
la
bocca
ecc
.
-
-
cioè
a
eseguire
una
lavanda
parziale
-
-
richiamando
la
loro
attenzione
sulla
conformazione
delle
parti
che
lava
,
e
sui
mezzi
diversi
per
ottenere
la
pulizia
:
acqua
pura
-
-
ovvero
sapone
-
-
spazzole
ecc
.
Insegna
ai
grandi
ad
aiutare
i
piccoli
a
lavarsi
bene
,
pur
curando
che
i
piccoli
si
sforzino
a
far
da
sé
.
Dopo
le
pulizie
personali
c
'
è
la
visita
ai
grembiuli
;
i
bambini
se
ne
rivestono
da
soli
,
o
con
reciproco
aiuto
.
Quindi
comincia
la
visita
all
'
ambiente
:
si
osserva
se
gli
oggetti
sono
in
ordine
,
se
sono
puliti
;
la
maestra
insegna
a
cercare
i
luoghi
ove
la
polvere
si
accumula
-
-
gli
oggetti
necessarii
alla
pulizia
(
strofinacci
,
scope
,
scopetti
)
.
Tutto
ciò
,
quando
i
bambini
si
sono
addestrati
a
fare
da
sé
-
-
viene
compiuto
rapidamente
.
Quindi
i
bambini
si
mettono
al
posto
.
-
-
La
maestra
fa
capire
che
la
posizione
normale
è
quella
di
stare
ciascuno
al
suo
posto
,
in
silenzio
,
ben
diritti
,
coi
piedi
uniti
,
le
braccia
in
seconda
,
la
testa
eretta
:
insegna
la
»
compostezza
»
.
Poi
li
fa
alzare
in
piedi
a
cantare
un
inno
insegnando
che
alzandosi
e
risedendosi
non
devono
far
rumore
:
così
i
bambini
imparano
a
muoversi
tra
i
mobili
,
con
compostezza
e
riguardo
.
Quindi
fa
eseguire
gli
esercizî
di
grazia
;
andare
e
venire
,
salutare
,
porgere
oggetti
con
gentilezza
,
riceverne
ringraziando
ecc
.
La
maestra
fa
notare
con
osservazioni
esclamative
,
come
è
bello
un
bambino
pulito
,
una
stanza
ordinata
,
una
classe
composta
,
una
mossa
graziosa
ecc
.
Da
tale
«
punto
di
partenza
»
si
procede
all
'
insegnamento
libero
.
Cioè
la
maestra
non
farà
più
osservazioni
ai
bambini
,
che
si
muoveranno
dal
posto
ecc
.
badando
solo
a
riprenderli
in
tutti
i
casi
di
mosse
disordinate
.
Dopo
che
la
maestra
ha
parlato
così
,
facendo
brevi
osservazioni
con
voce
modulata
da
interiezioni
ecc
.
invita
i
bambini
a
parlare
:
-
-
li
interroga
su
ciò
che
hanno
fatto
il
giorno
prima
-
-
regolandosi
in
modo
che
essi
non
debbano
riportare
gli
avvenimenti
intimi
di
famiglia
,
ma
il
loro
individuale
contegno
coi
genitori
ecc
.
Si
domanda
se
hanno
saputo
salire
le
scale
senza
mai
insudiciarle
,
se
hanno
salutato
chi
passava
,
se
sono
stati
d
'
aiuto
alla
madre
,
se
hanno
dato
prova
in
famiglia
delle
cose
imparate
a
scuola
,
se
sono
andati
in
istrada
ecc
.
Specialmente
lunghe
si
facciano
le
conversazioni
il
lunedì
,
cioè
dopo
la
vacanza
:
in
tal
caso
si
farà
narrare
ciò
che
hanno
fatto
con
la
famiglia
«
fuori
di
casa
»
;
e
se
hanno
bevuto
vino
,
come
spesso
accade
,
esortare
a
non
berne
,
insegnare
che
ai
bambini
il
vino
fa
male
.
Tali
conversazioni
esercitano
alla
disinvoltura
del
linguaggio
-
-
e
riescono
anche
educative
,
perché
la
maestra
impedendo
di
raccontare
i
fatti
di
casa
o
dei
vicini
,
e
scegliendo
invece
gli
argomenti
adatti
alla
buona
conversazione
,
insegna
ai
bambini
ciò
che
è
conveniente
dire
-
-
ciò
di
cui
bisogna
occuparsi
nella
vita
.
Fatti
pubblici
eventualmente
accaduti
nel
casamento
,
specialmente
riferentisi
a
bambini
,
un
battesimo
,
una
caduta
ecc
.
serviranno
di
conversazione
occasionale
;
i
fatti
si
facciano
narrare
dai
bambini
stessi
.
Quindi
si
passa
ai
varî
insegnamenti
.
Refezione
del
bambino
-
-
Alimentazione
del
bambino
In
questo
capitolo
degli
esercizi
di
vita
pratica
-
-
entrerebbe
opportuno
trattare
l
'
argomento
della
refezione
.
Per
proteggere
lo
sviluppo
infantile
,
specialmente
là
ove
le
norme
dell
'
igiene
del
bambino
non
sono
ancora
diffuse
nelle
famiglie
,
sarebbe
molto
opportuno
riservare
alla
scuola
gran
parte
almeno
dell
'
alimentazione
del
fanciullo
.
È
ben
noto
oggi
che
questa
deve
adattarsi
alla
fisiologia
infantile
:
e
come
la
medicina
dei
bambini
non
è
la
medicina
degli
adulti
a
dosi
ridotte
,
così
l
'
alimentazione
non
deve
essere
quella
dell
'
adulto
in
proporzioni
quantitative
minori
.
Per
tale
ragione
io
vorrei
che
anche
nelle
«
Case
dei
bambini
»
situate
nei
casamenti
-
-
e
dove
i
piccini
,
essendo
in
casa
loro
,
possono
salire
in
famiglia
a
mangiare
,
-
-
si
istituisse
la
refezione
scolastica
.
Non
solo
:
ma
anche
se
si
trattasse
di
bambini
ricchi
-
-
la
refezione
scolastica
sarebbe
sempre
consigliabilissima
-
-
finché
un
corso
scientifico
di
cucina
non
introducesse
nelle
famiglie
signorili
l
'
abitudine
di
specializzare
il
vitto
pei
bambini
.
L
'
alimentazione
dei
piccoli
bambini
deve
essere
ricca
di
grassi
e
di
zucchero
:
-
-
materia
di
riserva
la
prima
-
-
e
plastica
la
seconda
;
infatti
lo
zucchero
è
stimolante
dei
tessuti
in
via
formativa
.
In
quanto
alla
forma
di
preparazione
è
bene
che
le
sostanze
alimentari
siano
sempre
sminuzzate
,
perché
il
bambino
non
ha
ancora
la
capacità
di
masticare
completamente
le
vivande
,
mentre
il
suo
stomaco
è
ancora
incapace
di
compiere
il
lavoro
di
sminuzzamento
degli
alimenti
.
Perciò
le
minestre
,
i
purées
,
le
polpettine
costituiscano
la
forma
consueta
dei
piatti
per
le
tavole
infantili
.
L
'
alimentazione
azotata
nel
bambino
da
due
a
tre
anni
,
dovrebbe
essere
costituita
prevalentemente
da
latte
e
uova
-
-
ma
dopo
il
secondo
anno
di
età
sono
consigliate
anche
le
minestre
in
brodo
.
Dopo
i
tre
anni
e
mezzo
si
può
dare
la
carne
:
o
trattandosi
di
bambini
poveri
,
legumi
.
Le
frutta
sono
pure
consigliate
ai
bambini
.
Credo
che
uno
specchietto
particolareggiato
su
l
'
alimentazione
infantile
potrà
essere
utile
,
specialmente
per
le
madri
.
Modo
di
preparare
il
brodo
pei
piccoli
bambini
(
36
anni
d
'
età
;
dopo
il
bambino
può
usare
il
brodo
comune
di
famiglia
)
La
quantità
di
carne
deve
corrispondere
a
1
gr
.
per
ogni
cm
.
3
di
brodo
-
-
e
va
messa
nell
'
acqua
fredda
-
-
senza
erbe
aromatiche
;
ma
col
solo
condimento
del
sale
.
La
carne
va
lasciata
due
ore
in
ebollizione
.
Invece
di
digrassare
il
brodo
-
-
è
bene
aggiungervi
il
burro
-
-
o
,
trattandosi
di
poveri
,
un
cucchiaio
di
olio
:
mai
i
sostituti
del
burro
,
come
sarebbero
margarina
ecc
.
Il
brodo
deve
essere
preparato
di
fresco
:
-
-
sarà
bene
perciò
mettere
al
fuoco
la
carne
due
ore
prima
del
vitto
,
perché
nel
brodo
appena
raffreddato
,
cominciano
a
separarsi
sostanze
chimiche
,
le
quali
sono
dannose
al
bambino
e
possono
facilmente
provocare
diarree
.
Minestre
Una
minestra
molto
semplice
e
consigliabilissima
pei
bambini
è
il
pane
cotto
nell
'
acqua
salata
o
nel
brodo
,
e
abbondantemente
condito
di
olio
.
Questa
è
la
minestra
classica
dei
bambini
poveri
:
-
-
eccellente
mezzo
di
nutrizione
.
È
analoga
la
minestra
consistente
in
piccoli
dadi
di
pane
abbrustolito
nel
burro
,
e
lasciato
inzuppare
nel
brodo
a
sua
volta
grasso
di
burro
.
O
anche
le
minestre
di
pane
grattato
.
Le
pastine
,
specialmente
quelle
glutinate
,
sono
pure
analoghe
:
indubbiamente
superiori
alle
altre
per
digeribilità
-
-
ma
accessibili
alle
sole
classi
sociali
privilegiate
.
È
bene
che
il
povero
sappia
come
un
piatto
di
pancotto
composto
con
gli
avanzi
del
pane
indurito
,
è
molto
più
sano
delle
minestre
di
grossa
pasta
-
-
magari
asciutta
e
condita
con
sughi
-
-
indigeribili
pei
bambini
!
Minestre
eccellenti
sono
quelle
costituite
da
purées
di
legumi
:
(
fagioli
,
ceci
,
piselli
,
lenticchie
)
:
oggi
si
trovano
in
commercio
i
legumi
secchi
e
sbucciati
adatti
appunto
a
questa
specie
di
minestra
Cotti
in
acqua
e
sale
,
i
legumi
che
anche
sbucciati
vanno
messi
a
freddo
e
passati
allo
staccio
-
-
(
o
semplicemente
compressi
,
se
sono
già
sbucciati
)
-
-
si
impastano
con
burro
-
-
e
poi
,
nel
brodo
bollente
,
la
pasta
si
introduce
e
si
discioglie
a
poco
a
poco
.
Le
minestre
di
legumi
si
possono
condire
anche
col
lardo
.
-
-
Invece
del
brodo
può
essere
veicolo
del
purée
di
legumi
-
-
il
latte
inzuccherato
.
Si
consiglia
molto
ai
bambini
la
minestra
di
riso
cotto
nel
brodo
o
nel
latte
-
-
;
e
la
minestra
di
farina
di
mais
,
purché
sia
condita
con
abbondante
burro
o
lardo
-
-
non
con
formaggio
(
la
forma
di
polenta
è
molto
consigliabile
per
la
lunga
cottura
)
.
Le
classi
povere
che
non
hanno
brodo
,
possono
dunque
ugualmente
nutrir
bene
i
loro
piccini
,
con
le
minestre
di
pancotto
e
di
polenta
-
-
e
coi
condimenti
di
lardo
e
di
olio
.
Latte
e
uova
Sono
alimenti
i
quali
non
solo
contengono
sostanze
azotate
sotto
forma
eminentemente
digeribile
:
ma
hanno
i
così
detti
enzimi
che
facilitano
l
'
assimilazione
nei
tessuti
,
quindi
in
particolar
modo
favoriscono
la
crescenza
del
bambino
.
E
tanto
meglio
potranno
corrispondere
a
quest
'
ultima
importantissima
condizione
,
per
quanto
più
tali
sostanze
sono
fresche
e
intatte
,
conservando
in
se
stesse
,
si
può
dire
,
la
vita
degli
animali
che
le
produssero
.
Il
latte
appena
munto
,
e
l
'
ovo
ancor
caldo
-
-
sono
al
massimo
punto
assimilabili
.
Invece
la
«
cottura
»
fa
perdere
al
latte
e
alle
uova
le
loro
particolari
condizioni
di
assimilabilità
-
-
e
li
riduce
al
potere
semplicemente
nutritivo
di
qualsiasi
sostanza
azotata
.
Perciò
oggi
si
fondano
latterie
speciali
pei
bambini
-
-
ove
il
latte
viene
raccolto
sterile
:
la
pulizia
rigorosa
dell
'
ambiente
in
cui
vivono
gli
animali
lantiferi
,
la
sterilizzazione
della
mammella
prima
della
mungitura
,
delle
mani
del
mungitore
,
e
dei
vasi
che
dovranno
contenere
il
latte
:
la
chiusura
ermetica
di
questi
ultimi
-
-
e
il
bagno
frigorifero
immediatamente
successivo
alla
mungitura
(
se
il
latte
deve
portarsi
lontano
:
altrimenti
è
bene
berlo
caldo
!
)
-
-
procurano
un
latte
puro
da
microgermi
,
il
quale
perciò
non
ha
bisogno
di
essere
sterilizzato
con
l
'
ebollizione
-
-
e
che
conserva
intatti
i
suoi
poteri
nutritivi
naturali
.
Altrettanto
si
dica
delle
uova
:
il
miglior
modo
di
offrirle
al
bambino
è
quello
di
toglierle
ancor
calde
alla
gallina
e
farle
senz
'
altro
sorbire
,
e
poi
digerire
all
'
aria
aperta
.
Ma
non
avendo
questa
comodità
-
-
saranno
scelte
uova
di
giornata
appena
scaldate
nell
'
acqua
,
cioè
preparate
à
la
coque
.
Tutte
le
altre
forme
di
preparazione
:
minestra
al
latte
,
omelette
,
ecc
.
rendono
le
due
sostanze
bensì
un
ottimo
alimento
,
consigliabile
a
preferenza
di
altri
;
ma
tolgono
loro
le
proprietà
specifiche
di
assimilazione
che
li
caratterizzano
.
Carne
Non
tutte
le
carni
sono
adatte
ai
bambini
:
e
anche
la
loro
preparazione
deve
essere
speciale
secondo
le
età
.
Così
p
.
es
.
i
bambini
da
tre
a
cinque
anni
dovrebbero
mangiare
solo
carni
triturate
più
o
meno
finemente
:
invece
a
cinque
anni
i
fanciulli
sono
capaci
di
triturare
completamente
la
carne
con
la
masticazione
;
ma
in
tal
momento
è
bene
accuratamente
insegnare
al
bambino
a
masticare
-
-
perché
egli
ha
la
tendenza
d
'
inghiottire
presto
gli
alimenti
-
-
e
ciò
può
produrre
indigestioni
e
diarree
.
Perciò
la
refezione
scolastica
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
sarebbe
opportunissima
istituzione
,
potendosi
ivi
integrare
l
'
alimentazione
razionale
del
bambino
,
con
le
cure
educative
che
vi
sono
connesse
.
Le
carni
più
adatte
ai
bambini
sono
quelle
così
dette
bianche
-
-
cioè
-
-
in
prima
linea
,
il
pollo
,
poi
la
vitella
;
così
pure
la
carne
leggera
di
pesce
(
sogliole
,
spigole
,
merluzzi
)
.
Dopo
quattro
anni
d
'
età
può
introdursi
nell
'
alimentazione
anche
il
filetto
di
bue
;
ma
non
mai
carni
pesanti
e
grasse
come
quelle
di
maiale
,
di
cappone
,
di
anguilla
,
di
tonno
,
ecc
.
:
che
sono
da
escludersi
assolutamente
,
insieme
ai
molluschi
e
ai
crostacei
(
ostriche
,
aragoste
)
,
dall
'
alimentazione
infantile
!
Le
croquettes
preparate
con
carne
finemente
tritata
,
pane
grattugiato
,
burro
,
latte
e
uova
sbattute
-
-
fritte
nel
burro
-
-
sono
la
preparazione
più
adatta
.
-
-
È
anche
una
ottima
preparazione
quella
di
impastare
a
polpetta
la
carne
grattugiata
,
con
conserve
dolci
di
frutta
e
ovo
sbattuto
con
lo
zucchero
.
A
cinque
anni
si
può
dare
al
bambino
petto
di
pollo
arrostito
,
o
qualche
cotoletta
di
vitello
o
di
filetto
di
bue
.
Il
lesso
non
deve
mai
essere
dato
al
bambino
,
perché
la
carne
essendovi
già
stata
privata
di
molti
principî
eccitanti
e
anche
nutritivi
,
riesce
difficilmente
digeribile
.
Sostanze
nervose
Oltre
la
carne
,
si
può
dare
al
bambino
che
ha
già
compiuto
i
quattro
anni
d
'
età
,
il
cervello
fritto
e
le
animelle
-
-
da
unirsi
p
.
es
.
a
croquettes
di
pollo
.
Latticini
e
creme
Sono
da
escludersi
nell
'
alimentazione
del
bambino
tutti
i
formaggi
-
-
e
anche
i
latticini
pesanti
come
p
.
es
.
la
ricotta
,
le
cosidette
«
provature
»
ecc
.
Il
solo
latticino
adatto
ai
piccoli
da
3
a
6
anni
,
è
il
burro
fresco
.
La
crema
È
pur
consigliabilissima
purché
sia
preparata
di
fresco
,
cioè
subito
prima
di
venir
mangiata
,
-
-
e
con
sostanze
freschissime
(
latte
,
uova
)
:
-
-
se
tali
condizioni
non
possono
a
rigore
raggiungersi
,
si
preferisca
fare
a
meno
della
crema
,
che
non
è
necessaria
.
Pane
Da
quanto
si
è
detto
per
le
minestre
,
risulta
già
che
il
pane
è
un
eccellente
alimento
pel
bambino
.
Esso
sia
scelto
bene
:
la
mollica
è
poco
digeribile
;
il
pane
bruno
,
che
va
in
commercio
a
prezzi
inferiori
,
contiene
più
sostanze
nutritive
del
pane
fine
e
bianco
:
quando
perciò
si
voglia
dare
al
bambino
un
'
alimentazione
prevalente
di
pane
,
è
bene
scegliere
il
pane
considerato
di
qualità
inferiore
.
La
mollica
può
utilizzarsi
quando
è
secca
per
fare
pancotti
;
ma
dovendo
dare
a
mangiare
al
bambino
semplicemente
un
pezzo
di
pane
,
è
bene
offrirgli
in
prevalenza
la
crosta
:
il
cantuccio
della
pagnotta
.
Ottimi
pei
bambini
ricchi
sono
i
grissini
.
Il
pane
contiene
molte
sostanze
azotate
ed
è
ricchissimo
di
amidi
-
-
è
scarso
però
di
grassi
:
ed
essendo
notoriamente
tre
le
sostanze
fondamentali
dell
'
alimentazione
,
cioè
:
proteiche
(
azotate
)
,
amidacee
e
grasse
,
-
-
il
pa
ne
non
è
un
alimento
completo
;
bisogna
perciò
offrire
al
bambino
possibilmente
pane
imburrato
,
il
quale
allora
costituisce
un
alimento
completo
;
e
può
essere
considerato
come
una
sufficiente
ed
eccellente
colazione
.
Erbaggi
I
bambini
non
devono
mai
mangiare
erbe
fresche
,
ma
solo
cotte
;
tuttavia
esse
non
vanno
molto
consigliate
né
cotte
,
né
crude
,
salvo
gli
spinaci
,
che
possono
con
moderazione
entrare
a
far
parte
dell
'
alimento
infantile
.
Invece
le
patate
preparate
a
purée
,
con
molto
burro
,
sono
un
buonissimo
complemento
della
nutrizione
pei
bambini
.
Frutta
Tra
le
frutta
esistono
eccellenti
alimenti
per
bambini
:
anch
'
esse
come
le
uova
e
il
latte
,
se
appena
colte
,
conservano
una
parte
vivente
,
che
aiuta
l
'
assimilazione
.
Non
essendo
però
questa
condizione
molto
praticamente
raggiungibile
nelle
città
,
è
necessario
considerare
anche
l
'
alimentazione
di
frutta
non
freschissime
,
le
quali
perciò
possono
prepararsi
e
cuocersi
in
vari
modi
.
Non
tutte
le
frutta
sono
consigliabili
pei
bambini
:
-
-
intanto
le
loro
qualità
principali
devono
essere
:
la
maturità
giusta
,
la
tenerezza
e
la
dolcezza
della
polpa
;
ovvero
la
sua
acidità
.
Le
pesche
,
le
albicocche
,
l
'
uva
,
il
ribes
,
gli
aranci
e
i
mandarini
possono
darsi
ai
picccoli
fanciulli
con
gran
vantaggio
-
-
allo
stato
naturale
.
Invece
altre
frutta
vanno
date
preferibilmente
previa
una
preparazione
,
come
:
pere
,
mele
,
prugne
;
cotte
o
sciroppate
.
Altre
frutta
,
come
fichi
,
ananas
,
datteri
,
meloni
,
ciliege
,
noci
,
mandorle
,
nocciole
,
castagne
vanno
escluse
,
per
ragioni
varie
,
dall
'
alimentazione
della
prima
infanzia
.
La
preparazione
delle
frutta
deve
consistere
nel
depurarle
da
tutte
le
parti
indigeribili
,
come
le
bucce
;
e
anche
da
quelle
che
il
bambino
potrebbe
inavvertitamente
ingerire
con
suo
danno
,
come
per
es
.
i
semi
.
Ai
bambini
di
quattro
o
cinque
anni
bisognerà
principiare
ad
insegnare
come
debbano
accuratamente
gettarsi
via
i
semi
,
e
come
vanno
sbucciate
le
frutta
:
dopo
il
fanciullo
così
educato
può
avanzarsi
all
'
onore
di
ricevere
un
bel
frutto
intatto
,
e
di
saperlo
convenientemente
mangiare
.
Le
preparazioni
culinarie
delle
frutta
devono
essenzialmente
consistere
in
due
procedimenti
:
la
cottura
e
il
condimento
con
zucchero
.
Alla
semplice
cottura
può
pure
accompagnarsi
la
triturazione
delle
frutta
cioè
la
preparazione
in
marmellate
e
in
gelatine
che
sono
eccellenti
;
ma
naturalmente
accessibili
soltanto
alle
classi
ricche
.
Invece
le
frutta
candite
,
i
marons
glacée
ecc
.
vanno
assolutamente
escluse
dall
'
alimentazione
infantile
.
Pei
bambini
poveri
,
un
grappolo
d
'
uva
e
una
mela
cotta
sotto
la
cenere
,
saranno
il
più
semplice
e
pur
sano
e
delizioso
alimento
di
frutta
.
Condimenti
Un
capitolo
importantissimo
sull
'
igiene
dell
'
alimentazione
infantile
,
riguarda
i
condimenti
nel
senso
della
loro
rigorosa
limitazione
.
Come
già
ho
accennato
,
lo
zucchero
e
alcune
sostanze
grasse
devono
,
oltre
il
sale
di
cucina
(
cloruro
di
sodio
)
,
costituire
la
parte
principale
dei
condimenti
.
A
questi
possono
aggiungersi
gli
acidi
organici
(
acido
acetico
,
citrico
)
,
cioè
aceto
e
sugo
di
limone
:
specialmente
quest
'
ultimo
potrà
essere
vantaggiosamente
usato
sul
pesce
,
sulle
croquettes
,
sugli
spinaci
,
ecc
.
Altri
condimenti
adatti
ai
piccoli
bambini
,
sono
alcuni
vegetali
aromatici
-
-
come
l
'
aglio
e
la
ruta
,
che
disinfettano
l
'
intestino
e
i
polmoni
,
ed
hanno
ancora
una
diretta
azione
antielmintica
.
Da
abolire
assolutamente
sono
invece
le
spezie
-
-
come
il
pepe
,
la
noce
moscata
,
la
cannella
,
il
garofano
-
-
e
,
sopratutto
,
la
senape
.
Bevande
L
'
organismo
in
crescenza
del
bambino
è
ricchissimo
d
'
acqua
:
quindi
bisognoso
di
molta
bevanda
.
Tra
queste
,
l
'
eccellente
e
insieme
l
'
unica
consigliabile
,
è
la
pura
e
fresca
acqua
di
fonte
.
Ai
bambini
ricchi
potrebbero
consigliarsi
le
così
dette
acque
da
tavola
,
leggermente
alcaline
,
come
quelle
di
Sangemini
,
l
'
acqua
Claudia
,
ecc
.
mescolate
a
sciroppi
,
come
p
.
es
.
quello
di
amarena
.
Oramai
fa
parte
della
coltura
generale
,
la
cognizione
che
tutte
le
bevande
fermentate
e
quelle
eccitanti
del
sistema
nervoso
,
sono
nocive
ai
bambini
:
però
vanno
assolutamente
radiati
dall
'
alimentazione
infantile
tutti
gli
alcoolici
e
i
caffeici
.
Non
solo
i
liquori
,
ma
il
vino
e
la
birra
dovrebbero
essere
ignorati
dal
gusto
infantile
-
-
e
il
caffè
o
il
thè
,
essere
inaccessibili
all
'
infanzia
.
L
'
azione
deleteria
dell
'
alcool
sull
'
organismo
infantile
non
ha
bisogno
d
'
illustrazione
;
ma
in
argomento
di
così
vitale
importanza
,
non
è
mai
superflua
l
'
insistenza
della
ripetizione
.
L
'
alcool
è
un
veleno
specialmente
fatale
agli
organismi
in
via
di
formazione
:
non
solo
ne
arresta
lo
sviluppo
totale
(
donde
infantilismo
,
idiozia
)
-
-
ma
ancora
lo
predispone
a
malattie
nervose
(
epilessia
,
meningite
)
-
-
e
a
malattie
di
organi
digestivi
e
del
ricambio
materiale
(
cirrosi
del
fegato
,
dispepsia
,
anemia
)
.
Se
le
«
Case
dei
Bambini
»
riuscissero
a
illuminare
il
popolo
su
tali
verità
,
compirebbero
un
'
opera
igienica
altissima
,
verso
le
nuove
generazioni
.
Invece
del
caffè
,
potrà
darsi
ai
bambini
orzo
abbrustolito
e
bollito
-
-
il
malto
-
-
e
sopratutto
la
cioccolata
,
che
è
un
ottimo
alimento
infantile
,
specialmente
se
mescolata
con
latte
.
Distribuzione
dei
pasti
Un
altro
capitolo
dell
'
alimentazione
infantile
,
riguarda
la
distribuzione
dei
pasti
.
Intanto
un
principio
deve
primeggiare
-
-
e
venir
diffuso
tra
le
madri
-
-
cioè
che
i
fanciulli
vanno
tenuti
rigorosamente
a
pasto
,
perché
godano
buona
salute
ed
abbiano
eccellenti
digestioni
.
Invero
prevale
tra
il
popolo
(
ed
è
una
delle
forme
d
'
ignoranza
materna
più
fatale
ai
bambini
)
il
pregiudizio
che
i
fanciulli
per
crescer
bene
debbono
mangiare
quasi
continuamente
,
senza
regola
,
sbocconcellando
quasi
per
consuetudine
una
crosta
di
pane
.
Invece
il
bambino
,
data
la
delicatezza
speciale
del
suo
sistema
digerente
-
-
ha
più
bisogno
dell
'
adulto
di
regolare
i
pasti
.
-
-
Credo
che
le
«
Case
dei
Bambini
»
a
orario
molto
prolungato
,
sarebbero
perciò
adatti
luoghi
di
puericoltura
,
potendo
dirigere
l
'
alimentazione
del
bambino
.
I
fanciulli
,
all
'
infuori
dei
pasti
stabiliti
,
non
devono
mangiare
.
In
una
«
Casa
di
Bambini
»
a
orario
prolungato
,
dovrebbero
esserci
due
refezioni
:
una
grande
verso
il
mezzogiorno
,
e
una
piccola
verso
le
quattro
pomeridiane
.
Nella
grande
refezione
deve
entrare
la
minestra
,
una
pietanza
e
pane
-
-
e
,
trattandosi
di
bambini
ricchi
,
anche
frutta
o
crema
e
burro
sul
pane
.
Nella
refezione
delle
quattro
si
preparerà
invece
una
merenda
leggera
che
dal
semplice
pezzo
di
pane
,
può
andare
al
pane
imburrato
-
-
e
al
pane
accompagnato
con
marmellate
di
frutta
,
con
cioccolata
,
con
miele
,
con
crema
,
ecc
.
Anche
i
biscotti
freschi
e
frutta
cotte
ecc
.
potrebbero
utilmente
usarsi
.
Molto
opportunamente
la
merenda
potrebbe
esser
costituita
da
una
zuppa
di
pane
e
latte
,
ovvero
da
un
uovo
à
la
coque
con
grissini
;
o
anche
da
una
semplice
tazza
di
latte
ove
sia
disciolto
un
cucchiaio
di
Mellin
'
s
Food
.
Io
consiglio
moltissimo
il
Mellin
'
s
Food
non
solo
nella
primissima
infanzia
,
ma
anche
molto
di
poi
,
pei
suoi
poteri
di
digeribilità
e
di
nutrizione
e
pel
sapore
così
gradevole
ai
bambini
.
Il
Mellin
'
s
Food
è
una
polvere
preparata
dall
'
orzo
e
dal
frumento
,
contenente
concentrate
e
pure
le
sostanze
nutritive
proprie
a
quei
cereali
:
la
polvere
va
lentamente
disciolta
in
acqua
calda
nel
fondo
della
tazza
stessa
che
servirà
per
bere
la
miscela
,
e
vi
si
versa
poi
sopra
freschissimo
latte
.
In
casa
sua
poi
il
bambino
farebbe
gli
altri
due
pasti
,
cioè
la
colazione
del
mattino
,
e
la
cena
,
che
deve
essere
pei
bambini
leggerissima
affinché
poco
dopo
siano
pronti
a
coricarsi
.
Su
tali
pasti
converrebbe
dare
consigli
alle
madri
,
esortandole
ad
aiutare
a
integrare
l
'
opera
igienica
della
«
Casa
dei
Bambini
»
,
a
vantaggio
dei
loro
figliuoli
.
La
colazione
del
primo
mattino
potrebbe
essere
,
pei
ricchi
,
latte
e
cioccolata
-
-
ovvero
latte
e
decotto
di
malto
con
biscotti
freschi
,
o
meglio
con
pane
abbrustolito
spalmato
di
burro
o
di
miele
;
pei
poveri
una
tazza
di
latte
fresco
,
con
pane
.
Nel
pasto
della
sera
è
consigliabile
una
minestra
(
i
bambini
dovrebbero
mangiare
due
minestre
al
giorno
)
e
un
uovo
alla
coque
-
-
ovvero
una
tazza
di
latte
;
o
minestra
di
riso
al
latte
e
pane
imburrato
con
frutta
cotte
,
ecc
.
In
quanto
alle
razioni
alimentari
da
calcolarsi
,
rimando
ai
trattati
speciali
d
'
igiene
:
benché
praticamente
tali
calcoli
non
siano
di
molta
utilità
.
Nelle
«
Case
di
Bambini
»
specialmente
se
di
poveri
,
userei
molto
le
minestre
di
legumi
-
-
e
farei
coltivare
nei
campicelli
,
esemplari
di
piante
utilizzabili
nell
'
alimentazione
;
per
farne
poi
cogliere
i
frutti
nella
loro
freschezza
,
e
far
li
cucinare
e
gustare
.
Cercherei
possibilmente
di
fare
altrettanto
per
le
frutta
:
-
-
e
,
nella
coltura
degli
animali
,
per
le
uova
,
e
pel
latte
,
che
i
bambini
più
grandi
potrebbero
direttamente
mungere
dalle
capre
,
dopo
essersi
scrupolosamente
lavate
le
mani
.
Un
'
altra
importante
applicazione
educativa
che
può
offrire
la
refezione
scolastica
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
,
e
che
riguarda
la
«
vita
pratica
»
,
consiste
nell
'
apparecchiare
la
tavola
,
disporre
le
stoviglie
,
impararne
la
nomenclatura
ecc
.
In
seguito
dirò
come
questo
esercizio
possa
gradualmente
salire
a
sempre
maggiori
difficoltà
,
e
costituire
un
mezzo
didattico
importantissimo
.
Infatti
noi
,
che
non
abbiamo
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
refezione
scolastica
,
possediamo
però
le
stoviglie
necessarie
ad
apparecchiare
una
tavola
e
ne
facciamo
oggetto
di
esercizi
,
che
molto
interessano
i
bambini
.
Qui
basti
accennare
ch
'
è
assai
opportuno
insegnare
ai
bambini
a
mangiare
con
proprietà
-
-
verso
se
stessi
e
verso
l
'
ambiente
(
non
insudiciare
le
tovaglie
,
ecc
.
)
,
a
usare
le
posate
(
che
,
almeno
per
i
piccini
,
saranno
limitate
al
cucchiaio
-
-
e
pei
grandi
estese
alla
forchetta
,
e
poi
anche
al
coltello
)
.
EDUCAZIONE
MUSCOLARE
Ginnastica
Si
ha
generalmente
della
ginnastica
un
'
idea
molto
parziale
:
nelle
scuole
comuni
si
usa
chiamare
ginnastica
una
disciplina
muscolare
collettiva
,
che
tende
a
far
eseguire
dei
movimenti
comandati
,
all
'
insieme
della
scolaresca
.
Tale
ginnastica
è
guidata
dalla
coercizione
.
Essa
soffoca
i
movimenti
spontanei
e
ne
impone
altri
-
-
non
si
sa
bene
con
qual
criterio
fisiologico
.
Movimenti
simili
si
usano
in
ginnastica
medica
per
ridare
,
p
.
es
.
la
funzionalità
normale
a
un
arto
intorpidito
da
un
apparecchio
ingessato
,
o
per
restituire
la
mobilità
normale
a
un
arto
paretico
.
Alcuni
movimenti
del
busto
in
uso
nelle
scuole
,
si
consigliano
p
.
es
.
,
in
medicina
a
chi
soffre
di
torpore
intestinale
.
Ma
invero
quale
ufficio
abbiano
tali
esercizi
allorché
vengono
eseguiti
da
squadre
di
fanciulli
normali
,
non
si
comprende
bene
.
Esiste
poi
la
ginnastica
alla
palestra
,
molto
simile
a
un
primo
passo
verso
l
'
acrobatismo
.
Tuttavia
non
è
qui
il
caso
di
criticare
la
ginnastica
usata
nelle
scuole
.
Certamente
non
di
tale
ginnastica
si
tratta
nel
caso
nostro
.
Invero
chi
mi
sentì
parlare
di
ginnastica
per
gli
asili
d
'
infanzia
,
mostrò
vive
disapprovazioni
,
e
tanto
più
chi
mi
intese
parlare
di
palestra
infantile
.
Davvero
se
ginnastica
e
palestra
fossero
quelle
delle
scuole
comuni
nessuno
più
di
me
avrebbe
acconsentito
alla
disapprovazione
espressa
da
cedesti
critici
.
Noi
dobbiamo
intendere
per
ginnastica
e
in
genere
per
educazione
muscolare
,
una
serie
di
esercizî
tendenti
ad
aiutare
il
normale
svolgimento
dei
movimenti
fisiologici
(
come
la
deambulazione
,
la
respirazione
,
il
linguaggio
)
;
a
proteggerne
lo
sviluppo
ove
presentansi
tardività
,
o
anomalie
;
e
ad
avviare
i
fanciulli
ai
movimenti
che
sono
utili
nel
disbrigo
degli
atti
più
comuni
della
vita
(
come
spogliarsi
,
vestirsi
,
abbottonarsi
,
allacciarsi
;
trasportare
e
usare
oggetti
come
palle
,
carrettini
ecc
.
)
.
Se
in
un
'
età
è
necessario
proteggere
il
bambino
con
una
ginnastica
speciale
,
questa
è
l
'
età
compresa
fra
tre
e
sei
anni
.
La
ginnastica
speciale
necessaria
-
-
o
meglio
igienica
in
questo
periodo
della
vita
,
si
riferisce
alla
deambulazione
.
Il
bambino
,
nella
morfologia
generale
del
corpo
,
è
caratterizzato
dall
'
avere
il
busto
molto
sviluppato
in
confronto
agli
arti
inferiori
;
nel
neonato
la
lunghezza
del
busto
dal
vertice
della
testa
,
alla
piega
inguinale
,
è
uguale
ai
68
centesimi
della
lunghezza
totale
del
corpo
;
le
gambe
dunque
sono
appena
i
32
centesimi
della
statura
.
Durante
la
crescenza
tali
proporzioni
relative
cambiano
notevolmente
:
così
p
.
es
.
l
'
uomo
adulto
ha
il
busto
lungo
sensibilmente
come
la
metà
della
intera
statura
-
-
e
precisamente
,
secondo
gl
'
individui
,
corrisponde
ai
51
od
ai
52
centesimi
della
statura
totale
.
Tali
differenze
morfologiche
tra
il
neonato
e
l
'
adulto
vengono
man
mano
attenuandosi
nella
crescenza
,
in
modo
però
che
nei
primi
anni
della
vita
il
busto
si
mantiene
ancora
eccessivamente
sviluppato
in
confronto
agli
arti
:
a
un
anno
di
età
l
'
altezza
del
busto
corrisponde
ai
65
centesimi
della
statura
totale
,
a
due
anni
a
63
centesimi
,
a
3
anni
a
62
centesimi
.
Quando
il
bambino
entra
in
un
asilo
d
'
infanzia
-
-
ha
dunque
ancora
gli
arti
inferiori
molto
corti
rispettivamente
al
busto
:
-
-
la
lunghezza
delle
gambe
corrisponde
appena
ai
38
centesimi
della
statura
.
Tra
i
sei
e
i
sette
anni
d
'
età
la
proporzione
del
busto
alla
statura
diviene
di
57
,
56
centesimi
.
Quindi
in
tale
periodo
il
bambino
non
solo
cresce
notevolmente
di
statura
(
egli
misura
infatti
all
'
età
di
3
anni
circa
m
.
0,85
,
e
a
6
anni
m
.
1,05
)
;
ma
mutando
così
profondamente
le
proporzioni
relative
tra
busto
e
arti
,
crescono
specialmente
le
gambe
.
Tale
crescenza
è
in
rapporto
con
gli
strati
cartilaginei
ancora
esistenti
nella
estremità
delle
ossa
lunghe
-
-
e
in
genere
con
l
'
ancora
incompleta
ossificazione
dello
scheletro
.
Le
ossa
tenere
delle
corte
gambe
devono
dunque
sostenere
il
peso
di
un
busto
sproporzionalmente
grande
.
Noi
non
possiamo
perciò
giudicare
la
deambulazione
dei
piccoli
bambini
alla
stregua
della
nostra
.
Per
poco
che
il
bambino
sia
debole
,
la
stazione
eretta
e
la
deambulazione
sono
una
gran
fatica
per
lui
-
-
e
facilmente
le
ossa
lunghe
degli
arti
inferiori
-
-
cedono
al
peso
del
corpo
deformandosi
,
generalmente
arcuandosi
.
Ciò
particolarmente
tra
i
bambini
denutriti
del
popolo
,
o
tra
quelli
il
cui
sistema
scheletrico
,
pur
non
presentando
fenomeni
di
rachitismo
,
si
dimostra
più
tardivo
nella
normale
ossificazione
.
Erroneamente
dunque
si
considerano
,
sotto
questo
punto
di
vista
,
i
bambini
come
uomini
piccoli
;
essi
invece
hanno
caratteri
,
proporzioni
del
tutto
speciali
.
La
tendenza
che
ha
il
bambino
a
stare
in
terra
,
a
camminare
strisciando
sui
quattro
arti
,
a
distendere
il
busto
e
dimenare
le
gambe
,
sono
altrettante
espressioni
di
bisogni
fisiologici
collegati
con
le
proporzioni
del
corpo
.
Il
bimbo
ama
camminare
sui
quattro
arti
appunto
perché
,
come
gli
animali
quadrupedi
,
ha
gli
arti
piccoli
in
confronto
al
corpo
;
e
l
'
istinto
di
stendere
il
busto
dimenando
le
gambe
corrisponde
al
bisogno
che
sente
il
bambino
di
riposare
gli
arti
inferiori
dal
peso
sostenuto
quando
stette
in
piedi
,
camminò
e
corse
:
e
di
distendere
,
stirandole
,
le
ossa
e
le
cartilagini
.
Invece
si
scambiano
queste
naturali
manifestazioni
con
cattive
abitudini
,
e
s
'
impedisce
al
bambino
di
gettarsi
in
terra
,
di
strisciare
ecc
.
,
quando
non
lo
si
obbliga
a
camminare
insieme
agli
adulti
per
«
abituarlo
a
non
aver
capricci
»
!
Errore
veramente
fatale
,
che
rende
così
comuni
le
gambe
arcuate
nei
piccini
!
È
bene
illuminare
anche
le
madri
su
questo
particolare
importante
dell
'
igiene
infantile
.
Ora
noi
con
la
ginnastica
possiamo
-
-
anzi
dobbiamo
-
-
aiutare
il
bambino
nello
sviluppo
,
cercando
di
corrispondere
al
suo
bisogno
di
muoversi
,
pur
risparmiando
fatica
alle
sue
gambe
.
Ho
pensato
a
un
mezzo
assai
semplice
,
che
mi
fu
suggerito
dall
'
osservazione
dei
bambini
stessi
.
La
maestra
faceva
camminare
i
bambini
conducendoli
a
passeggio
intorno
al
cortile
,
tra
i
muri
delle
case
e
il
giardino
centrale
,
che
è
difeso
da
una
staccionata
costruita
con
fili
di
ferro
disposti
traversalmente
paralleli
e
sostenuti
da
pali
di
legno
infissi
nel
terreno
.
C
'
era
lungo
la
via
una
breve
gradinata
,
sulla
quale
i
bambini
stanchi
avrebbero
potuto
sedersi
;
inoltre
facevo
portare
sempre
delle
seggioline
,
che
collocavamo
adiacenti
ai
muri
.
A
poco
per
volta
i
piccini
di
due
anni
e
mezzo
o
tre
anni
si
distaccavano
dall
'
insieme
-
-
essendo
evidentemente
stanchi
;
ma
invece
di
buttarsi
in
terra
o
sedersi
,
essi
andavano
verso
la
staccionata
,
e
attaccandosi
con
le
mani
ai
fili
di
ferro
superiori
,
camminavano
traversalmente
appoggiando
i
piedi
sul
filo
più
vicino
a
terra
.
Essi
provavano
gran
piacere
perché
ridevano
guardando
con
occhi
brillanti
i
compagni
più
grandi
,
che
passeggiavano
.
Infatti
questi
piccini
avevano
risolto
un
bel
problema
:
essi
si
muovevano
con
movimenti
di
generale
traslazione
del
corpo
e
movimenti
pure
delle
gambe
,
senza
far
gravare
su
esse
il
peso
del
busto
.
Tale
istrumento
nella
Palestra
ginnastica
infantile
-
-
risparmia
spontaneamente
ai
bambini
il
bisogno
di
gettarsi
in
terra
e
di
agitare
le
gambe
-
-
corrispondendo
con
una
apparenza
più
corretta
ai
medesimi
bisogni
fisiologici
.
Io
perciò
consiglio
di
fabbricare
come
istrumento
di
prima
necessità
nella
palestra
infantile
-
-
le
staccionate
;
sbarre
parallele
sostenute
da
pali
infissi
sul
terreno
,
le
quali
possono
essere
prolungate
per
un
grande
spazio
,
e
formare
nell
'
insieme
recinti
che
,
aperti
da
una
parte
,
potrebbero
per
es
.
delimitare
l
'
insieme
della
palestra
-
-
isolando
e
proteggendo
i
piccini
arrampicati
al
di
fuori
,
che
potrebbero
appunto
divertirsi
guardando
che
cosa
fanno
i
più
grandi
dentro
.
Fig
.
1
Altri
istrumenti
possono
servire
ad
analogo
scopo
:
tra
questi
il
seguente
,
che
fu
inventato
dal
Séguin
per
rinforzare
gli
arti
inferiori
e
specialmente
l
'
articolazione
del
ginocchio
nei
bambini
deboli
-
-
cioè
il
Trampolino
.
È
una
specie
di
altalena
attiva
,
costituita
da
una
seggiolina
a
sedile
lungo
,
in
maniera
che
le
gambe
del
bambino
vi
stiano
distese
fin
quasi
al
piede
-
-
sospesa
a
corde
e
lasciata
libera
:
all
'
innanzi
una
tavola
verticale
serve
di
appoggio
ai
piedi
per
la
spinta
.
Il
bambino
seduto
sul
trampolino
deve
esercitare
le
gambe
puntando
i
piedi
sulla
tavola
per
la
spinta
dell
'
altalena
:
la
tavola
sia
bassa
affinché
il
bambino
possa
vedere
innanzi
a
sé
.
In
questo
modo
essa
rinforza
le
gambe
con
una
ginnastica
limitata
agli
arti
inferiori
,
senza
far
gravare
su
questi
il
peso
del
busto
.
Fig
.
2
Altri
istrumenti
,
meno
importanti
dal
lato
igienico
,
ma
che
molto
divertono
i
bambini
,
sono
:
il
Pendolo
.
-
-
Nel
giuoco
del
pendolo
,
che
può
essere
a
uno
o
più
posti
,
si
tratta
di
palle
elastiche
appese
a
un
filo
:
i
bambini
seduti
in
piccoli
sgabelli
senza
appoggio
pel
busto
,
si
lanciano
reciprocamente
la
palla
.
È
un
esercizio
degli
arti
superiori
,
e
della
colonna
vertebrale
,
e
contemporaneamente
anche
un
esercizio
dell
'
occhio
alle
distanze
dei
corpi
in
movimento
.
Il
filo
Si
tratta
di
una
linea
disegnata
in
terra
,
p
.
es
.
col
gesso
,
col
carbone
;
o
di
una
lunga
tavola
:
-
-
sulla
quale
i
bambini
camminano
,
e
serve
a
ordinare
la
deambulazione
libera
lungo
una
direzione
:
tale
giuoco
è
pure
bello
,
se
,
dopo
una
nevicata
,
conservandosi
le
impronte
del
cammino
,
si
nota
la
regolarità
della
linea
tracciata
dalle
impronte
dei
piedi
,
e
si
suscita
una
gara
festevole
tra
i
bambini
.
La
scalinata
rotonda
Si
tratta
di
una
scalinata
a
gradini
di
legno
,
non
rettilinei
,
ma
facenti
una
curva
:
da
una
parte
essa
è
chiusa
da
una
balaustra
,
in
modo
che
offre
appoggio
alla
mano
;
dall
'
altra
è
aperta
-
-
e
rotonda
-
-
perché
i
bambini
non
trovino
appoggio
,
ma
non
possano
nemmeno
farsi
male
agli
spigoli
cadendo
.
Serve
ad
addestrare
i
bambini
nel
salire
e
discendere
le
scale
senza
appoggiarsi
,
con
mosse
composte
,
eleganti
.
I
gradini
devono
essere
molto
bassi
e
stretti
:
tale
esercizio
serve
ai
piccini
per
imparare
movimenti
che
non
possono
eseguir
bene
montando
le
scale
della
casa
,
che
sono
proporzionate
agli
individui
adulti
.
Gli
scalini
e
il
piano
:
le
scalette
a
corda
Servono
al
salto
in
largo
,
in
alto
e
in
basso
:
si
tratta
di
una
tavola
con
segni
colorati
per
misurare
l
'
estensione
del
salto
in
largo
e
di
scalini
sui
quali
o
dai
quali
saltare
.
I
piccini
amano
molto
il
salto
.
Ritengo
che
sia
opportuno
adottare
in
un
asilo
di
infanzia
anche
le
scalette
a
corda
parallele
,
usate
nel
modo
che
la
figura
rappresenta
-
-
cioè
come
aiuto
dei
movimenti
più
varî
-
-
;
chinarsi
e
alzarsi
,
sporgersi
innanzi
e
indietro
ecc
.
,
movimenti
che
i
piccini
non
potrebbero
eseguire
senza
perdere
l
'
equilibrio
,
ove
non
avessero
l
'
appoggio
delle
scalette
;
mentre
i
movimenti
stessi
sono
utili
a
provocarsi
appunto
per
acquistare
prima
l
'
equilibrio
,
cioè
la
coordinazione
dei
movimenti
muscolari
ad
esso
necessari
,
e
sono
favorevoli
pure
alla
dilatazione
polmonale
.
Inoltre
gli
esercizî
detti
,
rinforzano
la
mano
nel
suo
atto
più
essenziale
e
primitivo
:
la
prensione
,
che
necessariamente
precede
tutti
gli
altri
più
fini
movimenti
della
mano
stessa
.
Tale
istrumento
venne
efficacemente
usato
dal
Séguin
per
lo
sviluppo
della
forza
e
del
movimento
di
prensione
della
mano
,
sui
bambini
idioti
.
La
palestra
quindi
offre
mezzi
a
esercizi
vari
,
tendenti
ad
educare
la
coordinazione
di
movimenti
della
vita
comune
,
quali
camminare
,
gettare
un
oggetto
,
salire
e
scendere
le
scale
,
chinarsi
e
alzarsi
,
saltare
ecc
.
Ginnastica
libera
S
'
intende
libera
da
istrumenti
speciali
.
-
-
Essa
si
divide
in
ginnastica
obbligata
e
in
giuochi
liberi
.
Nella
ginnastica
obbligata
è
da
raccomandarsi
la
marcia
,
dove
però
non
il
ritmo
,
ma
solo
la
compostezza
dovrà
essere
ricercata
:
accompagnandola
col
canto
nel
suo
iniziarsi
,
poiché
questo
costituisce
un
esercizio
di
respira
zione
adatto
a
perfezionare
il
linguaggio
;
e
,
oltre
la
marcia
,
alcuni
dei
giuochi
del
Froebel
,
accompagnati
pure
dal
canto
(
simili
a
giuochi
che
poi
i
bambini
consuetamente
ripetono
tra
loro
:
il
leprotto
ecc
.
)
.
Nei
giuochi
liberi
si
mettono
a
disposizione
dei
bambini
palle
,
cariole
,
secchietti
,
pale
,
volanti
;
gli
alberi
si
offrono
al
giuoco
dei
quattro
cantoni
,
e
consimili
,
nei
cortili
alberati
.
Ginnastica
educativa
Sotto
il
nome
di
ginnastica
educativa
intendiamo
due
serie
di
esercizi
che
si
integrano
ad
altri
insegnamenti
,
come
:
o
la
coltivazione
della
terra
e
la
cura
delle
piante
e
degli
animali
(
innaffiare
e
mondare
le
piante
,
portare
il
becchime
ai
pulcini
ecc
.
)
dove
si
esplicano
movimenti
coordinati
vari
quali
zappare
,
chinarsi
e
alzarsi
,
andare
e
venire
trasportando
oggetti
a
uno
scopo
determinato
e
utile
,
spargere
oggetti
minuti
come
il
becchime
,
aprire
e
chiudere
cancelli
,
ecc
.
;
esercizî
che
si
fanno
evidentemente
all
'
aria
aperta
.
Ed
esercizî
per
movimenti
coordinati
delle
dita
,
che
si
fanno
in
classe
e
servono
a
preparare
agli
esercizî
di
vita
pratica
,
come
spogliarsi
e
vestirsi
:
viene
usato
all
'
uopo
un
semplicissimo
materiale
didattico
,
consistente
in
telai
ove
sono
inchiodati
due
pezzi
di
stoffa
o
di
pelle
,
che
bisogna
tra
loro
unire
e
separare
-
-
abbottonando
-
-
agganciando
-
-
allacciando
-
-
annodando
.
Nelle
nostre
«
Case
dei
Bambini
»
usiamo
dieci
telai
,
cioè
:
per
abbottonare
con
bottoni
grossi
su
stoffe
di
lana
(
vestiti
)
,
per
abbottonare
con
bottoncini
di
madreperla
su
tela
(
biancherie
)
,
per
abbottonare
con
bottoni
rotondi
fissati
su
cuoio
e
asole
pure
in
cuojo
(
scarpe
)
usando
per
abbottonare
l
'
aiuto
di
quel
piccolo
istrumento
a
uncino
che
è
l
'
allacciascarpe
;
-
-
per
allacciare
su
stoffe
sostenute
da
stecche
di
balena
(
bustini
)
-
-
e
per
allacciare
su
cuojo
|
(
scarpe
)
;
-
-
per
agganciare
con
uncinelli
grossi
metallici
così
nel
maschio
,
come
nella
femmina
;
-
-
per
agganciare
con
piccoli
uncinelli
metallici
che
s
'
infilano
in
magliette
;
-
-
per
annodare
con
grossi
nastri
di
cotone
colorato
(
fiocco
)
;
-
-
per
annodare
con
cordelline
bianche
(
biancherie
)
;
infine
per
allacciare
coi
così
detti
bottoni
automatici
che
si
usano
modernamente
.
Con
tali
istrumenti
il
bambino
può
praticamente
analizzare
i
movimenti
necessarî
a
vestirsi
e
prepararli
separatamente
con
ripetuti
esercizî
.
Si
riesce
a
condurre
il
bambino
a
vestirsi
da
sé
,
senza
che
se
ne
accorga
;
cioè
senza
che
un
insegnamento
diretto
o
un
comando
ve
lo
abbian
condotto
.
Egli
,
appena
sappia
farlo
,
comincerà
a
desiderare
l
'
applicazione
pratica
della
sua
abilità
-
-
e
ben
presto
sarà
orgoglioso
di
bastare
a
sé
stesso
e
geloso
di
tale
operazione
,
che
isola
il
suo
corpo
dalle
mani
altrui
;
e
lo
conduce
più
presto
a
quella
modestia
e
a
quella
attività
,
che
si
sviluppano
oggi
assai
più
tardi
nei
bambini
privi
di
questo
particolare
efficacissimo
dell
'
educazione
.
I
«
giuochi
delle
allacciature
»
sono
graditissimi
ai
piccini
:
e
spesso
quando
dieci
di
essi
usano
contemporaneamente
i
telai
,
seduti
silenziosamente
intorno
ai
tavolini
,
intenti
e
serî
,
danno
l
'
illusione
ottica
d
'
un
laboratorio
di
minuscoli
operai
.
Ginnastica
respiratoria
Essa
serve
a
regolarizzare
i
movimenti
respiratorî
,
a
insegnare
a
respirare
:
e
ciò
facilita
anche
la
formazione
corretta
del
linguaggio
.
Gli
esercizi
che
noi
usiamo
sono
stati
introdotti
nella
letteratura
scolastica
dal
Prof
.
Sala
,
e
le
nostre
maestre
seguono
gli
esercizî
consigliati
da
tale
autore
nel
suo
trattato
Cura
della
balbuzie
a
pag
.
118123
,
accoppiando
alcuni
esercizî
di
ginnastica
respiratoria
,
con
esercizî
muscolari
;
esempio
:
bocca
molto
aperta
;
lingua
piana
e
ferma
;
mani
sui
fianchi
;
Inspirare
profondamente
;
innalzare
le
spalle
rapidamente
rialzando
il
petto
,
con
abbassamento
del
diaframma
;
espirare
lentamente
;
abbassare
le
spalle
lentamente
,
ritornando
alla
posizione
normale
;
la
maestra
sceglie
o
compone
esercizi
simultanei
di
espirazione
ed
inspirazione
con
slancio
delle
braccia
,
ecc
.
Ginnastica
labio
dento
linguale
Essa
serve
a
insegnare
i
movimenti
delle
labbra
e
della
lingua
nella
pronuncia
di
alcuni
suoni
consonanti
fondamentali
,
e
a
rafforzare
o
a
rendere
agili
i
muscoli
a
tali
movimenti
preposti
:
questa
ginnastica
prepara
gli
organi
convenientemente
alla
formazione
del
linguaggio
.
Tale
esercizio
principia
come
collettivo
,
e
finisce
individuale
.
Si
esortano
i
bambini
a
pronunciare
con
forza
e
ad
alta
voce
la
prima
sillaba
d
'
una
parola
.
Quando
tutti
sono
intenti
a
mettere
la
maggior
forza
possibile
nell
'
esercizio
,
si
chiamano
i
bambini
ad
uno
ad
uno
-
-
e
si
fa
ripetere
a
ciascuno
la
parola
:
-
-
se
la
pronunzia
bene
-
-
si
fa
andare
a
destra
,
se
male
a
sinistra
.
A
quelli
che
la
pronunciano
male
si
fa
più
volte
ripetere
la
parola
-
-
la
maestra
nota
l
'
età
del
bambino
e
i
difetti
del
movimento
di
articolazione
,
e
poi
toccando
i
muscoli
che
devono
muoversi
,
p
.
es
.
battendo
sull
'
orbicolare
delle
labbra
,
ovvero
prendendo
la
lingua
del
bambino
e
mettendola
contro
l
'
arcata
dentaria
o
facendo
vedere
chiaramente
i
movimenti
propri
della
pronuncia
,
cerca
di
aiutare
lo
sviluppo
normale
del
movimento
necessario
all
'
esatta
articolazione
della
parola
.
Per
questi
esercizî
ginnastici
noi
facciamo
pronunciare
:
pane
-
-
fame
-
-
tana
-
-
zina
-
-
stella
-
-
rana
;
nel
1°
:
pane
,
facendo
con
tutta
la
forza
ripetere
:
pa
,
pa
,
pa
si
esercita
alla
contrazione
il
muscolo
orbicolare
delle
labbra
;
in
fame
:
facendo
ripetere
fa
,
fa
,
fa
si
esercita
il
movimento
del
labbro
inferiore
contro
l
'
arcata
dentaria
superiore
;
in
tana
:
facendo
ripetere
ta
,
ta
,
ta
si
fa
esercitare
il
movimento
della
lingua
contro
l
'
arcata
dentaria
superiore
;
in
zina
,
si
provoca
il
contatto
delle
arcate
dentarie
;
in
stella
,
(
facendo
ripetere
tutta
la
parola
)
si
esercitano
al
contatto
le
due
arcate
dentarie
trattenendo
con
forza
contro
quella
superiore
la
lingua
che
tenderebbe
a
uscirne
;
in
rana
,
si
fa
ripetere
r
,
r
,
r
esercitando
così
la
lingua
nei
movimenti
di
agilità
vibratoria
;
in
gatto
,
si
fa
trattenere
la
voce
sul
suono
gutturale
g
.
LA
NATURA
NELLA
EDUCAZIONE
Lavori
agricoli
:
coltura
delle
piante
e
degli
animali
Itard
in
un
suo
mirabile
scritto
pedagogico
:
Des
premiers
développements
du
jeune
sauvage
de
l
'
Aveyron
,
espone
particolareggiatamente
il
dramma
di
una
educazione
singolare
,
gigantesca
,
che
cerca
insieme
di
vincere
le
tenebre
psichiche
di
un
idiota
e
di
strappare
alla
libera
natura
un
uomo
.
Il
selvaggio
dell
'
Aveyron
era
un
bambino
cresciuto
allo
stato
naturale
:
abbandonato
per
fatto
criminoso
in
un
bosco
ove
i
suoi
assassini
credevano
di
averlo
ucciso
;
-
-
era
guarito
naturalmente
e
sopravissuto
per
molti
anni
-
-
libero
e
nudo
tra
le
selve
;
finché
,
catturato
dai
cacciatori
,
entrò
nella
vita
civile
di
Parigi
-
-
raccontando
con
le
cicatrici
ond
'
era
solcato
il
suo
corpicino
,
la
storia
di
lotte
con
le
fiere
e
di
ferite
lacere
per
cadute
dall
'
alto
.
Il
bambino
era
e
restò
sempre
muto
;
la
sua
mentalità
,
diagnosticata
da
Pinel
come
idiotica
,
rimase
sempre
quasi
inaccessibile
all
'
educazione
intellettuale
.
La
Pedagogia
positiva
deve
a
questo
fanciullo
i
suoi
primi
passi
.
Itard
,
medico
dei
sordomuti
e
studioso
di
filosofia
,
ne
intraprese
l
'
educazione
coi
metodi
ch
'
egli
già
aveva
tentato
parzialmente
per
rendere
udenti
i
sordastri
:
credendo
in
principio
che
il
selvaggio
presentasse
le
sue
caratteristiche
d
'
inferiorità
,
non
per
essere
un
organismo
degradato
,
ma
solo
per
la
mancanza
di
educazione
.
Egli
era
seguace
dei
principî
d
'
Helvetius
:
«
l
'
uomo
è
nulla
senza
l
'
opera
dell
'
uomo
»
cioè
credeva
all
'
onnipotenza
dell
'
educazione
:
e
contrario
al
principio
pedagogico
che
il
Rousseau
aveva
lanciato
prima
della
Rivoluzione
:
«
Tout
est
bien
sortant
des
mains
de
l
'
Auteur
des
choses
,
tout
dégénére
dans
les
mains
de
l
'
homme
»
,
cioè
l
'
opera
dell
'
educazione
è
deleteria
,
e
guasta
l
'
uomo
.
Il
selvaggio
-
-
secondo
la
primitiva
illusione
d
'
Itard
-
-
dimostrava
dunque
sperimentalmente
coi
suoi
caratteri
,
la
verità
della
prima
asserzione
.
Quando
però
egli
si
accorse
,
con
l
'
aiuto
di
Pinel
,
di
trovarsi
innanzi
a
un
idiota
-
-
le
sue
teorie
filosofiche
dettero
luogo
ai
più
ammirabili
tentativi
di
Pedagogia
sperimentale
.
Itard
divide
in
due
parti
l
'
educazione
del
selvaggio
:
nella
prima
cerca
di
ricondurre
il
fanciullo
dalla
vita
naturale
alla
vita
sociale
;
nella
seconda
tenta
l
'
educazione
intellettuale
dell
'
idiota
.
Il
fanciullo
,
nella
sua
vita
di
spaventevole
abbandono
,
aveva
trovato
una
felicità
:
egli
si
era
quasi
tuffato
e
unificato
nella
natura
deliziandosene
-
-
le
pioggie
,
le
nevi
,
le
tempeste
,
lo
spazio
senza
fine
,
-
-
erano
stati
i
suoi
spettacoli
,
i
suoi
compagni
,
il
suo
amore
.
La
vita
civile
è
una
rinuncia
a
tutto
ciò
;
ma
è
una
conquista
benefica
al
progresso
umano
.
Nelle
pagine
di
Itard
è
vivamente
descritta
l
'
opera
morale
che
condusse
il
selvaggio
alla
civiltà
,
moltiplicando
i
bisogni
del
fanciullo
,
e
circondandolo
di
amorevoli
cure
.
Ecco
un
saggio
della
ammirabile
opera
paziente
di
Itard
come
osservatore
delle
espressioni
spontanee
del
suo
educando
:
essa
veramente
può
dare
ai
maestri
che
devono
prepararsi
al
metodo
sperimentale
,
un
'
idea
della
pazienza
e
dell
'
annientamento
di
se
stessi
,
occorrenti
innanzi
al
fenomeno
che
deve
osservarsi
:
«
Quando
per
esempio
lo
si
osservava
nell
'
interno
della
sua
camera
,
lo
si
vedeva
dondolarsi
con
una
monotonia
opprimente
,
dirigere
continuamente
gli
occhi
verso
la
finestra
con
uno
sguardo
vagante
nel
vuoto
.
Se
allora
un
vento
di
uragano
soffiava
improvvisamente
,
se
il
sole
nascosto
dietro
le
nubi
si
affacciava
a
un
tratto
rischiarando
vivacemente
l
'
atmosfera
,
erano
clamorosi
scoppi
di
risa
,
una
gioia
quasi
convulsa
.
Talvolta
invece
di
questi
movimenti
di
gioia
era
una
specie
di
rabbia
frenetica
:
egli
si
torceva
le
braccia
,
si
metteva
i
pugni
chiusi
su
gli
occhi
digrignando
i
denti
e
diventando
pericoloso
per
quelli
che
gli
stavano
intorno
.
Un
mattino
che
cadeva
abbondantemente
la
neve
,
mentre
egli
era
ancora
in
letto
,
manda
un
grido
di
gioia
svegliandosi
,
salta
dal
letto
,
corre
alla
finestra
,
poi
alla
porta
;
va
e
viene
con
impazienza
dall
'
una
e
dall
'
altra
;
poi
fugge
così
svestito
nel
giardino
.
Là
,
facendo
scoppiare
la
sua
gioia
con
le
più
acute
grida
,
corre
,
si
rotola
tra
la
neve
,
la
raccoglie
a
manciate
e
l
'
inghiottisce
con
incredibile
avidità
.
Ma
le
sue
sensazioni
non
sempre
si
manifestavano
in
maniera
così
viva
e
chiassosa
,
alla
vista
dei
grandi
spettacoli
della
natura
.
E
degno
di
nota
che
in
certi
casi
essi
sembravano
prendere
l
'
espressione
calma
del
rimpianto
e
della
melanconia
.
Così
,
quando
il
rigore
del
tempo
scacciava
tutti
dal
giardino
,
era
il
momento
ch
'
egli
(
il
selvaggio
dell
'
Aveyron
)
sceglieva
per
discendervi
.
Ne
faceva
più
volte
il
giro
e
finiva
col
sedersi
sull
'
orlo
della
fontana
.
Io
mi
sono
spesso
fermato
durante
ore
intiere
e
con
indicibile
piacere
,
a
osservarlo
in
questa
situazione
;
a
vedere
come
insensibilmente
la
sua
fisonomia
insignificante
o
contratta
da
smorfie
,
assumeva
un
'
espressione
di
tristezza
e
di
melanconica
reminiscenza
,
mentre
gli
sguardi
si
sprofondavano
fissi
,
sulla
superfice
delle
acque
,
ove
egli
stesso
di
tanto
in
tanto
gettava
qualche
foglia
morta
.
Allorché
durante
la
notte
,
a
un
bel
lume
di
luna
piena
,
un
fascio
di
miti
raggi
penetrava
nella
sua
camera
,
raramente
mancava
di
svegliarsi
e
mettersi
davanti
alla
finestra
.
Restava
lì
gran
parte
della
notte
diritto
,
immobile
,
col
collo
teso
,
gli
occhi
fissi
verso
la
campagna
rischiarata
dalla
luna
e
immerso
in
una
specie
di
estasi
contemplativa
,
della
quale
l
'
immobilità
e
il
silenzio
erano
solo
interrotti
a
lunghi
intervalli
,
da
una
inspirazione
profonda
come
un
sospiro
,
che
si
estingueva
in
un
flebile
suono
di
lamenti
»
.
In
altri
brani
Itard
racconta
come
il
fanciullo
non
conoscesse
il
camminare
che
noi
usiamo
nella
vita
civile
,
ma
solo
il
correre
;
e
come
egli
,
Itard
,
corresse
dietro
a
lui
in
principio
quando
lo
conduceva
a
spasso
per
le
vie
di
Parigi
,
non
volendo
frenare
violentemente
la
corsa
del
bambino
.
Il
condurre
graduale
,
dolcissimo
del
selvaggio
a
tutte
le
manifestazioni
della
vita
sociale
,
il
primitivo
adattamento
del
maestro
all
'
allievo
,
anziché
dell
'
allievo
al
maestro
,
la
successiva
attrazione
a
una
vita
nuova
che
doveva
conquistare
il
bambino
con
le
sue
seduzioni
-
-
e
non
essergli
imposta
violentemente
in
modo
che
l
'
educando
ne
risentisse
peso
e
tortura
-
-
sono
altrettanto
preziose
espressioni
educative
,
che
possono
generalizzarsi
e
applicarsi
all
'
educazione
infantile
.
Io
credo
che
non
esista
alcuno
scritto
,
il
quale
offra
al
vivo
un
contrasto
tanto
eloquente
tra
la
vita
naturale
e
la
vita
sociale
e
che
dimostri
come
quest
'
ultima
si
eriga
tutta
su
un
fondamento
di
rinuncie
e
di
costrizioni
.
Basti
pensare
alla
corsa
,
frenata
nel
cammino
e
al
grido
della
voce
alta
,
frenato
nelle
modulazioni
della
voce
umana
che
parla
.
E
pure
,
senza
alcuna
violenza
,
lasciando
alla
vita
sociale
il
compito
di
sedurre
a
poco
a
poco
il
fanciullo
,
l
'
educazione
di
Itard
trionfa
.
La
vita
civile
è
fatta
di
rinuncie
alla
vita
naturale
,
è
vero
:
è
quasi
lo
strappo
dell
'
uomo
dal
grembo
della
terra
,
simile
allo
strappo
del
neonato
dal
seno
materno
:
ma
è
pure
una
vita
nuova
.
Nelle
pagine
di
Itard
traspare
il
finale
trionfo
dell
'
amor
dell
'
uomo
sull
'
amor
della
natura
:
il
selvaggio
dell
'
Aveyron
finisce
col
sentire
e
preferire
l
'
affetto
di
Itard
,
le
carezze
,
le
lacrime
diffuse
su
lui
,
alla
voluttà
di
tuffarsi
gioioso
sulle
nevi
,
e
di
contemplare
l
'
infinita
distesa
del
cielo
in
una
notte
stellata
:
-
-
egli
un
giorno
,
in
un
tentativo
di
fuga
verso
la
campagna
,
tornerà
spontaneamente
dimesso
e
pentito
a
cercare
la
buona
minestra
e
il
letto
caldo
.
Senza
dubbio
l
'
uomo
ha
creato
dei
godimenti
nella
vita
sociale
e
ha
fatto
nascere
con
gran
vigore
,
nella
vita
in
comune
,
l
'
amore
umano
.
Ma
egli
appartiene
pur
sempre
alla
natura
-
-
e
,
specialmente
quando
è
bambino
,
ne
ha
bisogno
,
per
trarne
le
forze
necessarie
allo
sviluppo
del
corpo
e
dello
spirito
.
Noi
abbiamo
comunicazioni
intime
con
la
natura
,
che
influiscono
anche
materialmente
sulla
crescenza
del
corpo
.
(
Per
esempio
,
un
fisiologo
,
isolando
le
piccole
cavie
dal
magnetismo
terrestre
con
degli
isolatori
,
le
vide
crescere
rachitiche
)
.
Nell
'
educazione
dei
piccoli
fanciulli
si
ripete
il
dramma
educativo
di
Itard
:
noi
dobbiamo
preparare
l
'
uomo
,
che
è
tra
gli
esseri
vivi
e
appartiene
perciò
alla
natura
,
-
-
alla
vita
sociale
-
-
perché
questa
,
essendo
opera
sua
propria
,
deve
pur
corrispondere
all
'
esplicazione
delle
sue
attività
naturali
.
Ma
i
vantaggi
che
con
la
vita
sociale
gli
prepariamo
,
sfuggono
al
piccolo
fanciullo
,
che
è
in
principio
della
sua
vita
un
essere
prevalentemente
vegetativo
.
Raddolcire
nell
'
educazione
questo
passaggio
,
dando
una
gran
parte
dell
'
opera
educativa
alla
natura
stessa
,
è
cosa
necessaria
quanto
quella
di
non
istrappare
improvvisamente
e
violentemente
il
piccolo
bambino
alla
madre
,
per
condurlo
a
scuola
;
come
appunto
si
fa
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
situate
dentro
i
casamenti
ove
abitano
i
genitori
,
dove
il
grido
del
bambino
giunge
alla
madre
e
la
voce
materna
vi
risponde
.
Oggi
,
sotto
forma
d
'
igiene
infantile
,
vien
molto
coltivata
questa
parte
dell
'
educazione
:
i
fanciulli
si
fanno
crescere
all
'
aria
aperta
,
nei
pubblici
giardini
-
-
o
si
lasciano
per
molte
ore
seminudi
in
riva
al
mare
,
esposti
ai
raggi
del
sole
.
Si
è
compreso
,
diffondendo
le
colonie
marine
e
appennine
,
che
il
miglior
mezzo
di
rinvigorire
il
fanciullo
,
è
tuffarlo
nella
natura
.
I
vestiti
succinti
e
comodi
dei
fanciulli
,
le
calzature
a
sandalo
,
la
nudità
delle
estremità
inferiori
-
-
sono
altrettante
liberazioni
dai
vincoli
opprimenti
della
civiltà
.
È
ovvio
il
principio
che
si
debba
nell
'
educazione
sacrificare
alla
libertà
naturale
quel
tanto
solo
che
è
necessario
alla
conquista
dei
maggiori
beni
che
offre
la
vita
civile
:
senza
inutili
sacrifici
.
Ma
in
tutti
questi
progressi
dell
'
educazione
infantile
moderna
,
siamo
rimasti
avvinti
nel
pregiudizio
che
nega
al
fanciullo
le
espressioni
e
i
bisogni
spirituali
-
-
e
ce
lo
fa
considerare
solo
come
un
amabile
corpo
vegetante
,
che
noi
dobbiamo
curare
,
baciare
e
far
muovere
.
L
'
educazione
che
una
buona
madre
o
una
buona
maestra
moderna
dànno
oggi
al
bambino
che
,
p
.
es
.
,
corre
tra
ajuole
fiorite
-
-
è
quella
di
non
toccare
i
fiori
-
-
e
di
non
calpestare
le
erbe
-
-
quasi
che
al
fanciullo
bastasse
soddisfare
ai
bisogni
fisiologici
del
suo
corpo
,
muovendo
le
gambe
e
respirando
aria
libera
.
Ma
se
per
la
vita
fisica
è
necessario
lasciare
il
fanciullo
esposto
alle
forze
vivificatrici
della
natura
,
è
pur
necessario
per
la
sua
vita
psichica
porre
l
'
anima
del
fanciullo
in
contatto
con
la
creazione
,
per
far
tesoro
delle
forze
direttamente
educatrici
della
natura
viva
.
Il
metodo
per
giungere
a
ciò
,
è
quello
di
avviare
il
bambino
ai
lavori
agricoli
,
guidandolo
alla
coltivazione
delle
piante
e
degli
animali
,
e
quindi
alla
contemplazione
intelligente
della
natura
.
Già
in
Inghilterra
la
signora
Latter
ha
immaginato
di
dare
le
basi
a
un
metodo
di
educazione
infantile
,
col
giardinaggio
e
l
'
orticoltura
.
Ella
vede
nella
contemplazione
della
vita
che
si
svolge
,
le
basi
della
religione
,
poiché
l
'
anima
del
bambino
andrà
dalla
creatura
al
creatore
;
e
il
punto
di
partenza
per
l
'
educazione
intellettuale
,
che
ella
limita
al
disegno
dal
vero
conducente
all
'
arte
;
e
alle
nozioni
sulle
piante
,
sugli
insetti
,
sulle
stagioni
,
che
scaturiscono
dall
'
agricoltura
;
e
ancora
sulle
prime
nozioni
di
vita
menagère
,
che
provengono
dalla
coltivazione
e
preparazione
culinaria
di
alcuni
prodotti
alimentari
,
che
poi
i
bambini
servono
in
tavola
,
provvedendo
in
seguito
anche
al
lavaggio
delle
stoviglie
.
Il
concetto
della
Latter
è
troppo
unilaterale
;
ma
i
suoi
asili
,
che
vanno
diffondendosi
in
Inghilterra
,
completano
indubbiamente
l
'
educazione
naturale
che
,
finora
,
limitata
al
lato
fisico
,
fu
già
tanto
efficace
a
rinvigorire
eccellentemente
il
corpo
dei
bambini
inglesi
.
Inoltre
la
sua
esperienza
dà
un
contributo
positivo
alla
praticità
degli
insegnamenti
agricoli
verso
i
piccoli
bambini
.
In
quanto
ai
deficienti
,
io
vidi
a
Parigi
largamente
applicare
l
'
agricoltura
alla
loro
educazione
,
con
quei
mezzi
che
la
genialità
del
Baccelli
volle
introdurre
nelle
scuole
elementari
,
quando
tentò
istituire
i
«
campicelli
educativi
»
.
Cioè
in
ogni
campicello
si
seminano
prodotti
agricoli
diversi
-
-
dimostrando
praticamente
in
quale
modo
e
in
quale
epoca
avvengano
le
seminagioni
e
i
raccolti
,
quale
è
il
tempo
di
sviluppo
dei
varî
prodotti
;
quale
la
maniera
di
preparare
il
terreno
,
di
arricchirlo
coi
concimi
naturali
o
chimici
,
ecc
.
Lo
stesso
per
le
piante
ornamentali
e
pel
giardinaggio
-
-
che
forma
poi
il
lavoro
di
massimo
provento
pei
deficienti
,
allorché
sono
in
età
di
esercitare
una
professione
.
Ma
questo
lato
dell
'
educazione
,
se
contiene
prima
un
metodo
oggettivo
di
coltura
intellettuale
e
poi
una
preparazione
professionale
,
non
è
,
secondo
me
,
da
prendersi
in
alcuna
considerazione
per
l
'
educazione
infantile
.
Il
concetto
educativo
in
questa
età
deve
essere
unicamente
quello
di
aiutare
lo
svolgimento
psico
fisico
dell
'
individuo
;
e
in
tal
caso
l
'
agricoltura
e
la
coltivazione
degli
animali
-
-
contengono
in
sé
mezzi
preziosi
di
educazione
morale
,
i
quali
possono
analizzarsi
assai
più
di
quel
che
non
faccia
la
Latter
la
quale
vi
riconosce
essenzialmente
la
via
di
condurre
l
'
anima
del
fanciullo
al
sentimento
religioso
.
In
verità
in
questa
via
,
che
è
una
scala
,
possono
riconoscersi
varii
gradini
di
passaggio
;
ne
accenno
qui
i
principali
:
1°
Il
fanciullo
s
'
inizia
all
'
osservazione
dei
fenomeni
della
vita
;
egli
si
pone
perciò
innanzi
alle
piante
e
agli
animali
in
condizioni
analoghe
a
quelle
in
cui
si
trova
il
maestro
osservatore
verso
di
lui
.
A
poco
a
poco
,
crescendo
l
'
interesse
all
'
osservazione
,
crescono
pure
le
sue
cure
premurose
verso
gli
esseri
viventi
-
-
e
di
qui
si
può
logicamente
far
giungere
il
bambino
ad
apprezzare
le
cure
che
di
lui
si
prendono
la
maestra
e
la
madre
.
2°
Il
fanciullo
s
'
inizia
alla
previdenza
in
forza
di
un
'
autoeducazione
;
allorquando
egli
sa
che
la
vita
delle
piante
seminate
dipende
dalla
sua
cura
di
innaffiarle
,
e
quella
degli
animali
dalla
sua
diligenza
nel
nutrirli
,
senza
di
che
la
pianticina
si
secca
e
l
'
animale
soffre
la
fame
-
-
il
fanciullo
diventa
vigile
come
chi
principia
a
sentire
una
missione
nella
vita
.
Inoltre
una
voce
ben
diversa
da
quella
della
madre
e
della
maestra
che
lo
richiamano
ai
suoi
doveri
,
parla
qui
-
-
esortandolo
a
non
dimenticare
mai
il
compito
intrapreso
.
È
la
voce
gemente
della
vita
bisognosa
che
vive
delle
sue
cure
.
Tra
il
bambino
e
gli
esseri
viventi
ch
'
egli
coltiva
,
nasce
una
corrispondenza
misteriosa
,
che
induce
il
fanciullo
a
compiere
alcuni
determinati
atti
,
senza
l
'
intervento
della
maestra
,
cioè
lo
conducono
ad
un
'
autoeducazione
.
I
premî
che
il
fanciullo
raccoglie
,
rimangono
pure
tra
lui
e
la
natura
:
ecco
una
mattina
,
dopo
lunghe
cure
pazienti
per
portare
il
becchime
e
le
pagliuzze
ai
piccioni
che
covano
-
-
i
piccoli
!
ecco
una
quantità
di
pulcini
pigolare
intorno
alla
chioccia
,
che
ieri
stava
immobile
entro
la
sua
cova
.
Ecco
un
giorno
i
coniglietti
tenerissimi
entro
la
conigliera
,
ove
prima
viveva
solitaria
la
coppia
dei
grossi
conigli
,
alla
quale
egli
aveva
non
poche
volte
portato
con
molto
amore
le
verdure
avanzate
in
cucina
a
sua
madre
.
Io
non
ho
potuto
ancora
impiantare
in
Roma
l
'
allevamento
degli
animali
;
ma
nella
«
Casa
dei
Bambini
»
di
Milano
vivono
parecchi
animali
,
tra
cui
una
coppia
di
graziosissime
galline
americane
piccole
e
bianche
,
che
abitano
in
un
minuscolo
ed
elegante
chalet
simile
nella
sua
costruzione
a
una
pagoda
cinese
:
ed
innanzi
un
pezzetto
di
terreno
chiuso
da
un
recinto
-
-
è
riservato
alla
coppia
.
La
porticina
dello
chalet
si
chiude
a
chiave
la
sera
;
ed
i
bambini
a
turno
ne
prendono
cura
.
Con
quanta
gioia
il
mattino
vanno
a
schiavare
la
porticina
-
-
a
portare
l
'
acqua
e
il
becchime
!
e
con
qual
cura
vigilano
durante
tutto
il
giorno
-
-
e
la
sera
richiudono
a
chiave
la
porticina
dopo
essersi
assicurati
che
nulla
manca
alle
galline
!
Mi
comunica
la
maestra
che
tra
tutti
gli
esercizi
educativi
,
questo
è
il
più
gradito
-
-
e
sembra
pure
tra
tutti
il
più
importante
.
Molte
volte
,
mentre
i
fanciulli
si
occupano
in
classe
tranquillamente
,
ciascuno
a
ciò
che
preferisce
-
-
uno
,
o
due
,
o
tre
si
alzano
in
silenzio
e
vanno
fuori
a
dare
un
'
occhiata
agli
animali
per
vedere
se
abbisognano
di
cure
.
Spesso
accade
che
un
fanciullo
si
assenti
per
lungo
tempo
e
la
maestra
lo
sorprenda
incantato
a
guardare
i
pesci
che
guizzano
rosseggiando
e
risplendendo
al
sole
,
dentro
le
acque
della
fontana
.
Un
giorno
ricevo
dalla
maestra
di
Milano
una
lettera
ove
mi
parla
con
grande
entusiasmo
d
'
una
notizia
bella
,
veramente
bella
:
sono
nati
i
piccoli
dei
piccioni
.
Per
i
bambini
fu
una
gran
festa
:
essi
si
sentivano
un
poco
padri
di
quei
piccini
-
-
e
nessun
premio
antificioso
che
avesse
carezzato
la
loro
vanità
-
-
avrebbe
mai
potuto
provocare
così
nobile
emozione
.
Non
meno
grandi
sono
le
gioie
che
procura
la
natura
vegetale
.
In
una
«
Casa
dei
Bambini
»
di
Roma
,
non
avendo
terreno
coltivabile
si
sono
disposti
vasi
da
fiori
tutto
intorno
alla
vastissima
terrazza
e
piante
rampicanti
vicino
ai
muri
.
I
fanciulli
non
dimenticavano
mai
d
'
innaffiar
le
piante
coi
loro
piccoli
innaffiatoi
.
Un
giorno
-
-
io
li
trovai
seduti
in
terra
tutti
in
circolo
attorno
a
una
splendida
rosa
rossa
che
era
sbocciata
la
notte
;
silenziosi
e
tranquilli
,
veramente
immersi
in
muta
contemplazione
.
3°
I
fanciulli
s
'
iniziano
alla
virtù
della
pazienza
e
alla
fiducia
nell
'
attesa
;
che
è
una
forma
di
fede
e
di
filosofia
della
vita
.
Allorché
i
bambini
pongono
un
seme
nella
terra
e
aspettano
che
fruntifichi
;
e
vedono
il
primo
apparire
della
pianticella
informe
-
-
e
attendono
la
crescenza
e
le
trasformazioni
sino
al
fiore
e
al
frutto
-
-
;
e
vedono
come
alcune
piante
germoglino
prima
e
altre
dopo
;
e
come
le
piante
caduche
abbiano
rapida
vita
e
gli
alberi
fruntiferi
una
crescenza
più
lenta
-
-
finiscono
con
l
'
acquistare
un
equilibrio
pacifico
della
coscienza
-
-
e
i
primi
germi
di
quella
saggezza
che
tanto
caratterizzava
i
lavoratori
della
terra
,
nei
tempi
in
cui
conservavano
ancora
la
loro
primitiva
semplicità
.
4°
I
fanciulli
s
'
ispirano
al
sentimento
della
natura
,
che
è
mantenuto
dalle
meraviglie
della
creazione
,
la
quale
dona
con
generosità
non
misurata
al
lavoro
di
chi
l
'
aiuta
a
svolgere
la
vita
delle
creature
.
Già
sul
lavoro
che
il
bambino
compie
,
una
specie
di
corrispondenza
nasce
tra
la
sua
anima
e
le
vite
che
si
svolgono
sotto
le
sue
cure
.
Il
bambino
ama
naturalmente
le
manifestazioni
della
vita
:
la
signora
Latter
ci
narra
come
facilmente
i
piccini
si
interessino
anche
ai
lombrici
della
terra
,
e
al
movimento
dalle
larve
degl
'
insetti
nel
concime
senza
sentire
quel
ribrezzo
che
noi
,
cresciuti
nell
'
isolamento
dalla
natura
,
proviamo
verso
certi
animali
.
È
bene
dunque
sviluppare
questo
sentimento
di
fiducia
e
di
confidenza
negli
esseri
vivi
,
che
è
poi
una
forma
d
'
amore
e
di
unione
con
l
'
universo
.
Ma
ciò
che
più
svolge
il
sentimento
della
natura
,
è
la
coltivazione
degli
individui
vivi
,
perché
essi
,
col
loro
naturale
sviluppo
,
restituiscono
assai
più
che
non
si
dia
,
e
mostrano
qualche
cosa
di
infinito
nella
loro
bellezza
e
nella
loro
varietà
.
Il
bambino
che
coltivò
l
'
iris
,
o
il
giglio
,
o
la
rosa
,
o
il
giacinto
-
-
depose
nella
terra
un
seme
o
un
tubero
,
e
versò
periodicamente
acqua
:
-
-
così
quegli
che
seminò
un
alberello
fruntifero
;
ed
ecco
il
fiore
sbocciato
e
il
frutto
maturato
presentarglisi
come
un
dono
generoso
della
natura
,
un
premio
ricchissimo
a
piccolo
sforzo
.
Quasi
sembra
che
la
natura
corrisponda
più
coi
suoi
doni
al
sentimento
di
desiderio
,
e
all
'
amore
vigilante
del
coltivatore
,
anziché
fare
un
bilancio
con
le
sue
fatiche
materiali
.
Ben
altrimenti
sarà
quando
il
fanciullo
dovrà
raccogliere
i
frutti
materiali
del
suo
lavoro
;
oggetti
immobili
,
uniformi
,
che
si
consumano
e
disperdono
anziché
accrescersi
e
moltiplicarsi
.
La
differenza
tra
i
prodotti
della
natura
e
quelli
dell
'
industria
,
tra
i
prodotti
divini
e
quelli
umani
:
ecco
ciò
che
dovrà
spontaneamente
nascere
come
una
constatazione
di
fatto
,
nella
coscienza
dei
fanciulli
.
Ma
al
tempo
stesso
,
come
la
pianta
deve
dare
il
suo
frutto
,
così
l
'
uomo
deve
dare
il
suo
lavoro
.
5°
Il
fanciullo
segue
la
via
naturale
dello
sviluppo
del
genere
umano
.
-
-
Infine
tale
educazione
fa
armonizzare
l
'
evoluzione
individuale
con
quella
dell
'
umanità
.
L
'
uomo
passò
dallo
stato
naturale
a
quello
antificiale
,
procedendo
a
traverso
i
lavori
dell
'
agricoltura
:
quando
scoprì
il
segreto
di
intensificare
la
produzione
della
terra
,
ottenne
il
premio
della
civiltà
.
Ugual
cammino
dovrà
percorrere
il
fanciullo
che
è
destinato
a
diventare
un
uomo
civile
.
L
'
azione
della
natura
educatrice
così
intesa
-
-
è
molto
praticamente
accessibile
.
Perché
,
ove
pur
manchi
il
vasto
terreno
e
il
cortile
che
sarebbero
necessarii
all
'
educaaione
fisica
-
-
potrà
sempre
trovarsi
qualche
metro
quadrato
di
terreno
coltivabile
,
o
un
piccolo
luogo
ove
i
piccioni
possano
fare
il
loro
nido
,
cose
sufficienti
all
'
educazione
spirituale
.
Anche
un
vaso
da
fiori
sulla
finestra
può
a
rigore
bastare
all
'
uopo
.
Nella
prima
«
Casa
dei
Bambini
»
di
Roma
abbiamo
un
vasto
cortile
coltivato
a
giardino
,
ove
i
fanciulli
possono
correre
all
'
aria
libera
-
-
e
poi
un
lungo
terreno
che
da
un
lato
è
piantato
ad
alberi
,
in
mezzo
ha
un
sentiero
brecciato
,
e
dal
lato
opposto
ha
le
zolle
libere
per
la
coltivazione
delle
piante
:
-
-
queste
abbiamo
diviso
in
tante
porzioni
,
riserbandone
una
a
ciascun
bambino
.
Mentre
i
più
piccini
corrono
liberamente
sul
sentiero
brecciato
,
o
si
riposano
all
'
ombra
degli
alberi
,
i
possessori
della
terra
(
bambini
dai
4
anni
d
'
età
in
su
)
seminano
,
o
zappano
o
innaffiano
-
-
o
contemplano
la
superfice
del
terreno
,
spiando
il
germogliar
delle
piante
.
Fatto
interessante
;
i
piccoli
terreni
dei
bimbi
sono
posti
lungo
la
parete
del
casamento
,
in
un
luogo
molto
solitario
,
perché
corrisponde
a
una
via
cieca
;
gli
abitanti
della
casa
avevano
perciò
l
'
abitudine
di
gettar
da
quelle
finestre
ogni
lordura
e
in
principio
anche
il
nostro
giardino
fu
così
contaminato
.
Ma
a
poco
a
poco
,
senza
alcuna
esortazione
da
parte
nostra
,
solo
pel
rispetto
nato
nell
'
animo
del
popolo
verso
il
lavoro
dei
bambini
,
più
nulla
scese
dalle
finestre
,
fuorché
lo
sguardo
tenero
e
il
sorriso
delle
madri
,
verso
la
terra
che
è
possesso
amato
dei
loro
piccoli
figli
.
LAVORO
MANUALE
L
'
arte
vasaia
e
le
costruzioni
Si
distingue
il
lavoro
manuale
dalla
ginnastica
manuale
-
-
in
quanto
questa
ha
lo
scopo
di
esercitare
la
mano
,
e
quello
di
compiere
un
lavoro
determinato
,
avente
o
simulante
uno
scopo
socialmente
utile
.
L
'
una
perfeziona
l
'
individuo
;
l
'
altro
arricchisce
l
'
ambiente
;
le
due
cose
sono
tuttavia
collegate
,
perché
,
può
in
generale
,
produrre
un
lavoro
utile
,
solo
chi
perfezionò
la
propria
mano
.
Ho
creduto
,
dopo
breve
prova
,
di
escludere
completamente
i
lavori
del
Froebel
-
-
perché
le
tessiture
e
le
cuciture
su
cartoncini
sono
inadatte
allo
stato
fisiologico
dell
'
organo
visivo
infantile
,
ove
i
poteri
dell
'
accomodazione
dell
'
occhio
non
hanno
ancora
raggiunto
il
completo
sviluppo
:
quindi
quei
lavori
provocano
uno
sforzo
dell
'
organo
,
che
può
avere
una
fatale
influenza
sullo
sviluppo
della
vista
.
Gli
altri
lavorini
del
Froebel
,
come
le
piegature
di
carta
,
sono
esercizi
della
mano
,
non
lavori
.
Infine
resterebbero
i
lavori
di
plastica
,
i
più
razionali
tra
tutti
i
lavori
del
Froebel
,
consistenti
nel
far
riprodurre
dal
bambino
con
la
creta
oggetti
determinati
.
Io
però
,
in
base
al
sistema
di
libertà
che
mi
sono
proposta
,
non
amavo
di
far
copiare
nulla
ai
fanciulli
:
-
-
e
,
dando
loro
la
creta
perché
la
plasmassero
a
capriccio
,
non
indirizzavo
i
bambini
a
produrre
lavori
utili
;
né
compivo
un
'
opera
educativa
,
in
quantoché
come
più
tardi
dirò
,
i
lavori
di
plastica
libera
servono
a
studiare
l
'
individualità
psichica
del
fanciullo
nelle
sue
manifestazioni
spontanee
,
ma
non
a
educarlo
.
Pensai
perciò
di
sperimentare
nelle
«
Case
dei
bambini
»
alcuni
lavori
interessantissimi
che
avevo
veduto
compiere
da
un
geniale
artista
,
il
prof
.
Randone
,
nella
«
Scuola
di
arte
educatrice
»
da
lui
fondata
-
-
scuola
sorta
in
sieme
a
una
società
pei
giovanetti
intitolata
«
Giovinezza
Gentile
»
-
-
aventi
,
così
la
scuola
come
la
società
,
lo
scopo
di
educare
i
giovani
alla
gentilezza
verso
l
'
ambiente
-
-
cioè
al
rispetto
degli
oggetti
,
degli
edifizî
,
dei
monumenti
:
parte
veramente
importante
dell
'
educazione
civile
,
e
che
m
'
interessava
in
modo
particolare
,
per
le
Case
dei
Bambini
,
avendo
tale
istituzione
lo
scopo
fondamentale
d
'
insegnare
appunto
il
rispetto
alle
mura
,
alla
casa
,
all
'
ambiente
.
Con
molta
opportunità
il
prof
.
Randone
aveva
pensato
che
la
società
«
Giovinezza
Gentile
»
-
-
non
poteva
arditamente
fondarsi
su
predicazioni
teoriche
di
principî
di
civiltà
-
-
o
su
impegni
presi
moralmente
dai
ragazzi
;
ma
che
doveva
procedere
da
una
educazione
artistica
,
conducente
il
giovinetto
ad
apprezzare
ad
amare
e
quindi
a
rispettare
gli
oggetti
e
specialmente
i
monumenti
.
Così
la
Scuola
di
Arte
Educatrice
fu
ispirata
da
un
vasto
concetto
artistico
,
comprendente
la
riproduzione
degli
oggetti
che
più
comunemente
s
'
incontrano
nell
'
ambiente
;
la
storia
e
la
preistoria
della
loro
produzione
e
l
'
illustrazione
dei
principali
monumenti
archeologici
.
Onde
raggiungere
più
direttamente
lo
scopo
,
il
prof
.
Randone
fondò
la
sua
ammirabile
scuola
nello
spessore
di
una
delle
più
artistiche
parti
delle
mura
di
Roma
,
cioè
le
mura
di
Belisario
,
prospicenti
a
Villa
Umberto
I
;
mura
affatto
trascurate
dalle
autorità
,
in
nessun
modo
rispettate
dai
cittadini
-
-
e
che
il
Randone
circondò
di
cure
,
ornandole
di
graziosi
giardini
pensili
fuori
,
e
collocandovi
dentro
la
Scuola
d
'
Arte
,
formatrice
di
Giovinezza
Gentile
.
Qui
il
Randone
ha
cercato
molto
opportunamente
di
riedificare
e
ravvivare
una
forma
d
'
arte
che
fu
già
gloria
italiana
e
fiorentina
:
l
'
arte
vasaja
-
-
cioè
quella
di
costruire
il
vaso
.
L
'
importanza
archeologica
,
storica
e
artistica
del
vaso
-
-
è
tra
le
più
grandi
-
-
e
può
solo
paragonarsi
alla
numismatica
.
Infatti
l
'
oggetto
primo
di
cui
abbisognò
l
'
u
manità
fu
il
vaso
,
che
nacque
insieme
all
'
utilizzazione
del
fuoco
,
e
prima
della
scoperta
della
produzione
del
fuoco
.
Invero
i
primi
alimenti
dell
'
uomo
furono
cotti
in
un
vaso
.
Uno
degli
oggetti
etnicamente
più
importanti
per
giudicare
la
civiltà
di
un
popolo
primitivo
,
è
il
grado
di
perfezione
raggiunto
dai
vasi
;
infatti
il
vaso
per
la
vita
domestica
,
come
l
'
ascia
per
la
vita
sociale
,
sono
i
primi
simboli
religiosi
collegati
coi
templi
degli
dei
,
e
col
culto
dei
morti
.
Ancora
le
religioni
odierne
hanno
nei
Sancta
Sanctorum
i
vasi
sacri
.
I
popoli
progrediti
nella
civiltà
,
manifestano
il
sentimento
dell
'
arte
,
e
il
gusto
estetico
,
pur
nei
vasi
,
che
si
moltiplicano
in
forme
quasi
infinite
,
come
ci
mostra
l
'
arte
egizia
,
etrusca
e
greca
.
Il
vaso
perciò
nasce
,
si
perfeziona
e
si
moltiplica
negli
usi
e
nelle
forme
,
con
la
civiltà
umana
;
e
la
storia
del
vaso
procede
con
la
storia
stessa
dell
'
umanità
.
Oltre
all
'
importanza
civile
e
morale
del
vaso
esso
ne
ha
un
'
altra
pratica
:
quella
di
prestarsi
ad
ogni
modificazione
di
forma
,
di
sostenere
ogni
più
diverso
ornamento
-
-
cioè
di
lasciare
libera
l
'
opera
individuale
dell
'
artista
.
Così
,
una
volta
appresa
la
manualità
conducente
alla
costruzione
dei
vasi
,
(
ed
ecco
la
parte
del
progresso
nel
lavoro
imparato
dall
'
insegnamento
diretto
e
graduale
del
maestro
)
ognuno
può
portarvi
modificazioni
,
secondo
l
'
ispirazione
del
proprio
gusto
estetico
(
parte
artistica
,
individuale
del
lavoro
)
.
Oltre
a
ciò
nella
Scuola
del
Randone
s
'
insegna
ad
usare
il
tornio
,
a
comporre
la
miscela
per
dare
il
bagno
alle
majoliche
,
e
a
cuocere
i
pezzi
nel
forno
:
modalità
di
lavoro
manuale
,
che
contengono
una
coltura
industriale
.
Un
'
altra
forma
di
lavoro
nella
Scuola
di
Arte
educatrice
è
la
fabbricazione
di
mattoni
minuscoli
,
con
la
relativa
cottura
al
forno
;
e
la
costruzione
di
minuscole
mura
elevate
con
le
manualità
stesse
che
i
muratori
usano
nel
le
costruzioni
delle
case
,
unendo
i
mattoni
a
mezzo
della
calce
maneggiata
con
la
cucchiaia
.
Dopo
la
costruzione
semplice
del
muro
,
divertentissima
pei
bambini
che
lo
elevano
accostando
mattone
a
mattone
,
sovrapponendo
fila
a
fila
-
-
i
fanciulli
passano
alla
costruzione
di
vere
e
proprie
case
-
-
prima
appoggiate
sul
terreno
,
e
poi
veramente
costruite
con
le
fondamenta
,
cui
precede
lo
scavo
di
larghe
buche
in
terra
,
a
mezzo
di
piccole
zappe
e
pale
.
Le
casette
hanno
i
fori
corrispondenti
alle
finestre
e
alle
porte
-
-
e
sono
variamente
ornate
nella
facciata
da
mattonelle
di
majolica
lucide
e
diversamente
colorate
;
-
-
lavoro
anch
'
esso
dei
fanciulli
.
Così
i
bambini
imparano
ad
apprezzare
gli
oggetti
e
le
costruzioni
che
li
circondano
,
mentre
un
vero
lavoro
manuale
ed
artistico
li
esercita
con
molto
profitto
.
Questo
è
il
lavoro
manuale
che
ho
adottato
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
:
dopo
due
o
tre
lezioni
i
piccoli
allievi
già
si
appassionano
nella
costruzione
dei
vasi
e
conservano
con
gran
cura
i
proprî
lavori
dei
quali
vanno
orgogliosi
.
Con
la
plastica
poi
modellano
piccoli
oggetti
,
uova
o
frutta
,
dei
quali
riempiono
i
vasi
stessi
.
Uno
dei
primi
lavori
è
il
vaso
semplice
in
creta
rossa
,
pieno
di
uova
in
creta
bianca
;
viene
poi
la
modellatura
del
vaso
con
uno
o
più
becchi
,
del
vaso
a
bocca
stretta
,
del
vaso
col
manico
,
di
quello
a
due
o
tre
manichi
,
del
tripode
,
dell
'
anfora
.
Per
i
bambini
di
cinque
o
sei
anni
si
comincia
il
lavoro
al
tornio
.
Ma
ciò
che
più
esalta
la
gioia
dei
bambini
è
il
lavoro
di
elevare
un
muro
coi
piccoli
mattoni
,
e
di
veder
sorgere
una
casetta
frutto
delle
proprie
mani
,
vicino
al
terreno
ove
crescono
le
piante
coltivate
pure
da
loro
.
Così
l
'
età
infantile
compendia
i
principali
lavori
primitivi
dell
'
umanità
-
-
quando
essa
da
nomade
facendosi
stabile
,
chiese
alla
terra
i
suoi
frutti
;
si
fabbricò
dei
ricoveri
,
e
compose
i
vasi
per
cucinare
gli
alimenti
che
la
feconda
terra
produce
.
EDUCAZIONE
DEI
SENSI
In
un
metodo
di
Pedagogia
sperimentale
-
-
deve
indubbiamente
salire
alla
massima
importanza
l
'
educazione
dei
sensi
.
Anche
la
Psicologia
sperimentale
prese
le
mosse
dalla
estesiometria
.
La
pedagogia
però
,
sia
pure
usufruendo
della
psicometria
-
-
non
deve
misurare
le
sensazioni
,
ma
educare
i
sensi
:
ecco
un
punto
facile
a
intendersi
-
-
e
pure
assai
spesso
confuso
.
Mentre
i
procedimenti
estesiometrici
non
sono
in
gran
parte
applicabili
ai
piccoli
bambini
,
può
essere
tuttavia
possibile
l
'
educazione
sensoriale
.
Noi
non
partiamo
qui
dalle
conclusioni
della
psicologia
sperimentale
-
-
cioè
non
è
la
conoscenza
delle
condizioni
sensoriali
medie
secondo
le
età
-
-
che
ci
conduce
a
determinate
applicazioni
educative
.
Noi
partiamo
essenzialmente
da
un
metodo
e
con
grande
probabilità
è
la
psicologia
che
potrà
attingere
le
sue
conclusioni
dalla
pedagogia
così
intesa
,
e
non
viceversa
.
Il
metodo
da
me
usato
è
quello
di
compiere
un
esperimento
pedagogico
con
un
oggetto
didattico
e
attenderne
le
reazioni
spontanee
dei
bambino
;
metodo
in
tutto
analogo
a
quello
della
psicologia
sperimentale
.
Faccio
uso
di
un
materiale
didattico
,
che
a
tutta
prima
potrebbe
confondersi
con
un
materiale
psicometrico
:
i
maestri
di
Milano
,
che
avevano
seguito
il
corso
del
Pizzoli
,
vedendo
esposto
il
mio
materiale
,
vi
riconobbero
dei
cromoestesiometri
,
degli
stereognometri
,
dei
baroestesiometri
-
-
e
conclusero
che
in
verità
non
portavo
nessun
nuovo
contributo
alla
pedagogia
,
perché
già
tali
istrumenti
erano
ben
noti
ai
maestri
di
Milano
.
Ma
la
profonda
differenza
tra
i
due
materiali
sta
in
ciò
:
gli
estesiometri
portano
in
sé
la
possibilità
di
misurare
,
i
miei
oggetti
invece
non
permettono
sempre
una
misura
;
ma
sono
adatti
a
far
esercitare
i
sensi
.
Perché
un
istrumento
riesca
a
tale
scopo
pedagogico
,
è
necessario
che
non
istanchi
,
ma
anzi
diverta
il
bambino
;
ecco
la
difficoltà
della
scelta
nel
materiale
didattico
.
Si
sa
che
l
'
istrumento
psicometrico
è
un
grande
consumatore
di
energie
-
-
per
questo
,
quando
il
Pizzoli
volle
applicare
anche
alla
educazione
dei
sensi
alcuni
suoi
istrumenti
psicometrici
-
-
non
riuscì
nell
'
intento
,
perché
il
bambino
vi
si
annoiava
,
cioè
si
stancava
.
Invece
:
Lo
scopo
dell
'
educazione
è
quello
di
sviluppare
le
energie
Gli
istrumenti
psicometrici
-
-
o
meglio
quelli
estesiometrici
-
-
sono
preparati
nelle
loro
graduazioni
differenziali
,
sulla
legge
di
Weber
che
,
invero
,
fu
tratta
da
esperimenti
sull
'
adulto
.
Noi
verso
i
piccoli
bambini
dobbiamo
procedere
a
tentativi
e
scegliere
il
materiale
didattico
al
quale
essi
mostrano
interesse
.
Questo
ho
fatto
io
nel
primo
anno
d
'
esperienza
nelle
«
Case
dei
bambini
»
,
adottando
stimoli
differentissimi
,
alcuni
dei
quali
avevo
già
sperimentati
nella
scuola
dei
deficienti
.
Dovetti
presso
i
bambini
normali
sopprimere
una
gran
quantità
del
materiale
adottato
pei
deficienti
,
e
altro
molto
modificarne
:
ma
credo
di
essere
venuta
a
una
scelta
di
oggetti
(
qui
non
li
vogliamo
chiamare
col
linguaggio
psicologico
:
stimoli
)
che
rappresentano
il
ristretto
necessario
alla
praticità
dell
'
educazione
sensoriale
.
Tali
oggetti
costituiscono
l
'
insieme
del
sistema
didattico
da
me
adot
tato
e
che
si
fabbrica
oggi
alla
Casa
di
lavoro
dell
'
Umanitaria
di
Milano
8
.
La
descrizione
degli
oggetti
sarà
esposta
man
mano
che
ne
verrà
determinato
l
'
uso
educativo
;
qui
mi
limito
solo
ad
enunciare
considerazioni
generali
:
1°
Differenza
di
reazione
tra
i
fanciulli
deficienti
e
i
normali
,
verso
il
materiale
didattico
costituito
da
graduali
stimoli
sensoriali
.
Tale
differenza
è
determinata
dal
fatto
:
che
il
medesimo
materiale
didattico
,
pei
deficienti
rende
possibile
l
'
educazione
;
pei
normali
provoca
l
'
autoeducazione
.
Questo
fatto
è
tra
i
più
interessanti
riscontrati
nella
mia
esperienza
;
ed
è
esso
che
ha
ispirato
e
reso
possibile
il
metodo
dell
'
osservazione
e
della
libertà
.
Supponiamo
di
usare
come
primo
oggetto
,
un
pezzo
da
incastri
solidi
:
cioè
un
sostegno
ove
s
'
incastrano
esattamente
dieci
piccoli
cilindri
di
legno
,
la
cui
base
differisce
gradualmente
di
2
mm
.
circa
.
Il
giuoco
sta
nel
togliere
dal
loro
posto
i
cilindri
,
metterli
sul
tavolino
,
mescolarli
,
e
poi
infilarli
ancora
ciascuno
al
suo
posto
:
lo
scopo
è
di
educare
l
'
occhio
alla
percezione
differenziale
delle
dimensioni
.
Pel
fanciullo
deficiente
occorreva
,
intanto
,
cominciare
da
esercizî
ove
gli
stimoli
fossero
assai
più
contrastanti
,
e
si
giungeva
a
questo
esercizio
dopo
molti
altri
precedenti
.
Pei
bambini
normali
-
-
questo
è
invece
il
primo
oggetto
che
si
può
presentare
-
-
e
,
anche
fra
tutto
il
rimanente
materiale
didattico
-
-
questo
è
l
'
oggetto
preferito
dai
piccoli
bambini
da
2
anni
e
mezzo
o
tre
anni
e
mezzo
d
'
età
.
Pel
deficiente
,
giunti
a
tale
oggetto
,
occorreva
continuamente
e
attivamente
richiamare
l
'
attenzione
,
invitandolo
all
'
osservazione
,
al
confronto
:
e
giunto
una
volta
il
8
Il
materiale
didattico
si
fabbrica
ora
oltre
che
a
Milano
anche
a
New
York
(
The
House
of
Childhood
200
Fifth
Avenue
)
.
fanciullo
a
ricollocare
tutti
i
cilindri
nel
sostegno
,
si
fermava
,
e
il
giuoco
era
finito
.
Allorché
il
deficiente
sbagliava
,
occorreva
correggerlo
,
o
spingerlo
a
correggersi
-
-
e
quand
'
anche
egli
avesse
potuto
constatare
un
errore
,
ciò
lo
lasciava
generalmente
indifferente
.
Invece
il
bambino
normale
prende
spontaneamente
un
vivissimo
interesse
al
giuoco
;
egli
scaccia
via
tutti
quelli
che
vogliono
intromettersi
ad
aiutarlo
e
vuole
esser
solo
innanzi
al
suo
problema
.
Era
già
noto
che
uno
dei
piaceri
maggiori
pei
piccoli
bambini
da
2
a
3
anni
d
'
età
,
è
quello
di
spostare
piccoli
oggetti
:
e
l
'
esperimento
delle
«
Case
dei
Bambini
»
dimostra
la
verità
di
questo
asserto
degli
psicologi
.
Ora
-
-
ecco
la
parte
importante
,
-
-
il
bambino
normale
osserva
attentamente
il
rapporto
tra
la
grandezza
del
foro
e
quella
dell
'
oggetto
da
collocarsi
ad
incastro
,
e
s
'
interessa
vivamente
al
giuoco
,
come
lo
dimostra
l
'
espressione
mimica
dell
'
attenzione
.
Se
sbaglia
ponendo
un
oggetto
troppo
grande
in
un
foro
più
piccolo
,
cambia
direzione
e
va
a
tentativi
cercando
il
foro
adatto
;
se
invece
l
'
errore
è
in
senso
contrario
,
può
essere
che
il
bambino
lasci
cadere
il
cilindro
in
un
foro
un
poco
più
grande
e
collochi
quindi
tutti
i
successivi
cilindri
ciascuno
nel
foro
precedentemente
più
grande
nella
graduazione
;
ma
in
fine
il
foro
più
stretto
rimane
vuoto
e
sul
tavolo
resta
un
grosso
cilindro
.
Il
materiale
didattico
«
controlla
ogni
errore
»
.
-
-
Allora
il
bambino
si
corregge
da
sé
,
con
procedimenti
diversi
,
per
lo
più
palpa
i
cilindri
incastrati
,
facendoli
tremolare
,
per
riconoscere
quali
vanno
larghi
;
talvolta
riconosce
a
colpo
d
'
occhio
il
punto
dell
'
errore
,
toglie
il
cilindro
intruso
e
mette
quello
rimasto
nel
suo
vero
posto
,
spostando
poi
tutti
gli
altri
.
Sempre
ripete
l
'
esercizio
,
con
crescente
interesse
.
L
'
importanza
educativa
del
materiale
didattico
risiede
appunto
in
questi
errori
:
allorché
il
fanciullo
pone
con
evidente
sicurezza
tutti
i
solidi
al
loro
posto
,
ha
sorpassato
l
'
esercizio
,
e
quel
materiale
diventa
inutile
.
Il
correggere
se
stesso
porta
il
fanciullo
a
intensificare
la
sua
attenzione
sulle
differenze
di
dimensione
,
e
a
compararle
tra
loro
:
in
ciò
consiste
appunto
l
'
esercizio
psico
sensoriale
.
Qui
dunque
non
si
tratta
di
insegnare
al
fanciullo
delle
cognizioni
sulle
dimensioni
,
a
mezzo
di
oggetti
;
né
lo
scopo
è
di
indurre
il
bambino
a
saper
usare
senza
errore
il
materiale
che
gli
si
presenta
,
eseguendo
bene
un
esercizio
.
Ciò
metterebbe
il
nostro
materiale
alla
stregua
di
qualunque
altro
-
-
p
.
es
.
di
quello
Froebel
;
e
richiederebbe
l
'
opera
attiva
della
maestra
,
che
agisse
fornendo
cognizioni
e
affrettandosi
a
correggere
ogni
errore
,
affinché
il
bambino
imparasse
l
'
uso
degli
oggetti
.
Qui
invece
è
l
'
esercizio
del
bambino
,
l
'
autocorrezione
,
l
'
autoeducazione
che
agisce
;
perciò
la
maestra
non
deve
minimamente
intervenire
.
Come
nessun
maestro
può
fornire
all
'
allievo
l
'
agilità
che
si
acquista
con
l
'
esercizio
ginnastico
,
ma
è
necessario
che
l
'
allievo
si
perfezioni
da
se
stesso
,
a
spese
del
suo
proprio
lavoro
,
così
è
qui
,
molto
analogamente
,
per
l
'
educazione
dei
sensi
.
Si
potrebbe
ripetere
che
lo
stesso
avviene
per
ogni
forma
di
educazione
:
l
'
uomo
vale
non
pei
maestri
che
ha
avuto
,
ma
per
ciò
che
ha
fatto
.
Una
delle
difficoltà
ad
attuare
questo
metodo
con
maestre
dell
'
antica
maniera
,
è
appunto
quella
d
'
impedire
il
loro
intervento
allorché
il
piccolo
bambino
resta
imbarazzato
lungamente
innanzi
all
'
errore
,
con
le
sopracciglia
aggrottate
e
le
labbra
a
tubo
,
e
fa
tentativi
ripetuti
per
correggersi
.
Allora
le
maestre
antiche
sono
prese
da
pietà
,
e
intervengono
con
forza
quasi
irresistibile
ad
aiutare
il
bambino
.
Allorché
si
impedisce
loro
questo
intervento
,
hanno
alte
parole
di
compassione
per
il
piccolo
al
lievo
;
ma
ben
presto
questi
dimostra
nel
viso
sorridente
la
gioia
di
aver
superato
un
ostacolo
.
I
bambini
normali
ripetono
tali
esercizî
molte
volte
;
più
o
meno
secondo
gl
'
individui
;
alcuni
dopo
cinque
o
sei
volte
ne
sono
stanchi
,
ma
altri
per
più
di
venti
volte
spostano
e
ricollocano
i
pezzi
,
senza
mai
perdere
una
vivissima
espressione
mimica
del
viso
.
Una
volta
io
,
dopo
aver
contato
sedici
esercizi
di
una
piccina
di
quattro
anni
,
feci
cantare
un
inno
alla
scolaresca
,
per
distrarre
l
'
attenzione
della
piccina
;
ma
essa
continuò
imperturbata
a
sfilare
,
mescolare
,
e
rimettere
a
posto
i
cilindretti
.
Una
maestra
intelligente
potrebbe
compiere
interessantissimi
studi
di
psicologia
individuale
,
e
,
fino
ad
un
certo
punto
,
misurare
i
tempi
di
resistenza
dell
'
attenzione
ai
diversi
stimoli
.
Infatti
,
quando
il
bambino
si
educa
da
sé
-
-
ed
è
ceduto
al
materiale
didattico
il
controllo
e
la
correzione
dell
'
errore
,
alla
maestra
non
resta
più
che
osservare
.
Ella
dunque
,
più
che
maestra
,
deve
essere
psicologa
:
e
qui
si
dimostra
l
'
importanza
della
preparazione
scientifica
dei
maestri
.
Infatti
coi
miei
metodi
la
maestra
insegna
poco
,
osserva
molto
,
e
,
sopra
tutto
,
ha
la
funzione
di
dirigere
le
attività
psichiche
dei
bambini
e
il
loro
sviluppo
fisiologico
.
Perciò
io
ho
cambiato
il
nome
di
maestra
in
quello
di
direttrice
.
Sui
primi
tempi
questo
nome
faceva
sorridere
,
perché
tutti
si
chiedevano
chi
dovesse
dirigere
quella
maestra
che
non
aveva
sottoposti
;
e
che
doveva
lasciare
in
libertà
i
piccoli
scolari
.
Ma
la
sua
direzione
è
ben
più
profonda
e
importante
di
quella
che
comunemente
s
'
intende
:
poiché
questa
maestra
dirige
la
vita
e
le
anime
.
2°
L
'
educazione
dei
sensi
ha
lo
scopo
di
raffinar
la
percezione
differenziale
degli
stimoli
,
-
-
a
mezzo
di
esercizî
ripetuti
.
Esiste
perciò
una
coltura
sensoriale
-
-
che
generalmente
non
è
presa
in
alcuna
considerazione
;
ma
che
è
un
fattore
necessario
a
valutarsi
in
estesiometria
.
Per
es
.
nei
tests
mentali
che
si
adottano
in
Francia
,
o
in
una
serie
di
tests
che
stabilì
il
De
Sanctis
per
la
diagnosi
del
livello
intellettuale
-
-
ho
visto
spesso
adottare
cubi
di
varia
grandezza
e
posti
a
diversa
distanza
,
tra
i
quali
il
bambino
doveva
riconoscere
il
più
piccolo
e
il
più
grande
;
mentre
al
cronometro
si
misurava
il
tempo
di
reazione
decorrente
tra
il
comando
e
l
'
esecuzione
dell
'
atto
,
e
si
notava
l
'
errore
.
Io
ripeteva
che
in
tale
esperienza
si
dimenticava
il
fattore
coltura
-
-
intendendo
coltura
sensoriale
.
I
nostri
bambini
,
tra
il
materiale
didattico
per
l
'
educazione
dei
sensi
,
hanno
p
.
es
.
,
una
serie
di
dieci
cubi
-
-
il
primo
dei
quali
ha
lo
spigolo
di
10
cm
.
e
gli
altri
hanno
successivamente
un
centimetro
meno
di
spigolo
-
-
fino
al
più
piccolo
cubo
,
che
ha
lo
spigolo
di
un
centimetro
.
L
'
esercizio
consiste
nel
gettare
in
terra
sopra
un
tappetino
verde
tutti
questa
cubi
che
sono
di
una
tinta
rosa
pallida
e
di
costruirne
la
torretta
,
ponendo
a
base
il
grosso
cubo
e
poi
successivamente
gli
altri
fino
al
cubetto
di
un
centimetro
.
Il
piccino
deve
ogni
volta
scegliere
sul
tappeto
verde
«
il
più
grande
»
cubo
.
Questo
giuoco
diverte
moltissimo
anche
i
bambini
di
due
anni
e
mezzo
,
i
quali
appena
costruita
la
torretta
,
con
piccoli
colpi
la
disfanno
,
ammirano
le
forme
rosee
cadute
sul
fondo
verde
,
e
ricominciano
da
capo
la
costruzione
un
numero
indefinito
di
volte
.
Se
innanzi
a
quel
tests
si
ponesse
uno
dei
miei
bambini
fra
tre
e
quattro
anni
di
età
,
e
uno
dei
bambini
di
prima
elementare
tra
6
e
7
anni
,
il
mio
avrebbe
indubbiamente
un
tempo
di
reazione
minore
,
e
non
commetterebbe
errori
.
Lo
stesso
si
dica
per
le
prove
del
senso
cromatico
ecc
.
Questo
metodo
educativo
può
dunque
essere
preso
in
considerazione
anche
dai
cultori
di
psicologia
sperimentale
.
Concludendo
:
il
nostro
materiale
didattico
,
rendendo
possibile
l
'
autoeducazione
,
permette
una
metodica
educazione
dei
sensi
;
non
sull
'
abilità
della
maestra
riposa
tale
educazione
,
ma
sul
sistema
didattico
che
prepara
oggetti
i
quali
:
1°
attraggono
l
'
attenzione
spontanea
del
bambino
;
2°
contengono
una
razionale
graduazione
degli
stimoli
.
Non
bisogna
confondere
l
'
educazione
dei
sensi
-
-
con
le
nozioni
concrete
che
possono
raccogliersi
dall
'
ambiente
a
mezzo
dei
sensi
-
-
né
col
linguaggio
che
dà
così
la
nomenclatura
corrispondente
alle
idee
concrete
,
come
la
costruzione
delle
idee
sintetiche
o
astratte
.
Si
pensi
a
quello
che
fa
il
maestro
di
piano
forte
;
egli
insegna
allo
scolaro
la
posizione
del
corpo
,
gli
dà
la
nozione
delle
note
,
gli
mostra
la
corrispondenza
tra
la
nota
scritta
e
il
tasto
da
toccare
,
la
posizione
delle
dita
-
-
e
poi
lo
lascia
a
sé
stesso
affinché
si
eserciti
.
Se
da
questo
scolaro
si
formerà
un
pianista
-
-
tra
le
nozioni
date
dal
maestro
,
e
le
esecuzioni
musicali
,
sarà
dovuta
intercedere
la
lunga
paziente
applicazione
agli
esercizî
che
servono
a
dare
agilità
alle
articolazioni
delle
dita
e
ai
tendini
,
a
rendere
automatica
la
coordinazione
di
speciali
movimenti
muscolari
,
e
a
rinforzare
con
l
'
uso
ripetuto
dell
'
organo
i
muscoli
della
mano
.
Il
pianista
dunque
si
sarà
dovuto
fare
da
sé
,
e
sarà
tanto
più
riuscito
,
per
quanto
più
le
sue
tendenze
naturali
lo
avranno
indotto
ad
insistere
negli
esercizî
:
tuttavia
il
pianista
non
si
sarebbe
mai
formato
col
solo
esercizio
,
senza
la
direzione
del
maestro
.
Le
direttrici
delle
«
Case
dei
bambini
»
debbono
avere
un
'
idea
ben
distinta
dei
due
fattori
,
cioè
:
-
-
la
guida
-
-
e
l
'
esercizio
individuale
.
Solo
dopo
aver
fissato
tale
concetto
esse
potranno
razionalmente
procedere
all
'
applicazione
di
un
metodo
per
guidare
l
'
educazione
spontanea
del
bambino
,
e
per
impartire
le
nozioni
necessarie
.
Nell
'
opportunità
e
nelle
modalità
dell
'
intervento
,
sta
l
'
arte
personale
dell
'
educatrice
.
P
.
es
.
nella
«
Casa
dei
Bambini
»
ai
Prati
di
Castello
,
ove
gli
allievi
appartengono
alla
piccola
borghesia
,
dopo
un
mese
dall
'
inaugurazione
-
-
trovai
un
bambino
di
cinque
anni
che
già
sapeva
comporre
tutte
le
parole
conoscendo
benissimo
l
'
alfabeto
(
che
imparò
in
quindici
giorni
)
;
sapeva
scrivere
alla
lavagna
;
nei
disegni
liberi
dimostrava
non
solo
di
essere
un
osservatore
,
ma
di
intuire
la
prospettiva
,
pel
modo
come
aveva
disegnato
una
casa
e
un
tavolino
.
In
quanto
all
'
esercizio
del
senso
cromatico
,
egli
mescolava
insieme
le
otto
gradazioni
degli
otto
colori
da
noi
usati
,
cioè
mescolava
sessantaquattro
tavolette
ciascuna
rivestita
di
seta
d
'
un
colore
o
d
'
una
gradazione
diversa
;
con
rapidità
separava
gli
otto
gruppi
-
-
e
poi
disponeva
gli
oggetti
di
ciascuno
in
gradazione
,
riempiendo
per
la
loro
giustapposizione
un
tavolino
,
e
quasi
distendendovi
sopra
un
tappeto
a
tinte
sfumate
.
Feci
l
'
esperimento
di
mostrare
vicino
alla
finestra
in
piena
luce
al
fanciullo
una
tavoletta
colorata
-
-
eccitandolo
a
fissarla
bene
per
poterla
ricordare
-
-
e
poi
di
mandarlo
al
tavolino
sul
quale
erano
distese
tutte
le
gradazioni
,
a
prendere
la
tavoletta
che
gli
sembrava
uguale
.
Egli
commetteva
leggerissimi
errori
,
prendendo
spesso
la
tinta
identica
,
più
spesso
ancora
la
vicina
,
rarissimamente
una
tinta
discosta
di
due
gradi
.
Aveva
dunque
un
potere
discriminativo
e
una
memoria
dei
colori
quasi
prodigiosa
.
Questo
fanciullo
,
come
pressoché
tutti
,
era
appassionatissimo
per
gli
esercizi
del
senso
cromatico
.
Domandatogli
il
nome
del
colore
bianco
il
fanciullo
esitò
lungamente
e
solo
dopo
varî
secondi
disse
con
incertezza
bianco
.
Ora
un
fanciullo
così
intelligente
,
anche
senza
un
intervento
speciale
della
maestra
,
poteva
avere
appreso
il
nome
di
tale
colore
in
famiglia
.
La
Direttrice
mi
dichiarò
che
essendosi
avveduta
di
una
notevole
difficoltà
nel
bambino
a
ritenere
la
nomenclatura
dei
colori
,
si
era
per
ora
limitata
a
lasciare
il
libero
esercizio
sensoriale
al
fanciullo
.
Viceversa
rapidamente
in
questo
fanciullo
si
era
sviluppato
il
linguaggio
grafico
(
vedi
metodi
sulla
lettura
e
scrittura
)
,
il
quale
,
col
mio
metodo
,
si
presenta
con
una
serie
di
problemi
da
risolvere
,
a
guisa
degli
esercizî
dei
sensi
.
Tale
fanciullo
era
dunque
intelligentissimo
;
le
percezioni
discriminative
sensoriali
andavano
di
pari
passo
con
le
alte
attività
intellettuali
:
attenzione
,
giudizio
.
Ma
era
invece
inferiore
la
memoria
dei
nomi
.
La
direttrice
aveva
creduto
di
non
intervenire
ancora
nell
'
insegnamento
.
Certamente
l
'
educazione
di
questo
fanciullo
era
un
poco
disordinata
e
la
direzione
lasciava
eccessivamente
libere
le
esplicazioni
spontanee
delle
attività
psichiche
.
Per
quanto
sia
lodevolissimo
dare
alle
idee
una
base
di
educazione
sensoriale
,
conviene
però
associare
per
tempo
il
linguaggio
alle
percezioni
.
Ho
trovato
,
a
tale
intento
,
eccellente
anche
per
i
fanciulli
normali
-
-
i
tre
tempi
dei
quali
consta
la
lezione
secondo
il
Séguin
.
1°
Tempo
:
associazione
della
percezione
sensoriale
col
nome
.
P
.
es
.
si
presentano
al
fanciullo
due
colori
:
rosso
,
turchino
;
presentando
il
rosso
si
dice
semplicemente
:
è
rosso
!
,
e
presentando
il
turchino
:
è
turchino
!
-
-
Quindi
si
lasciano
riposare
sul
tavolo
,
innanzi
agli
occhi
del
bambino
,
gli
oggetti
.
2°
Riconoscimento
dell
'
oggetto
corrispondente
al
nome
.
Si
dice
al
bambino
:
«
dàmmi
il
rosso
»
,
«
dàmmi
il
turchino
»
.
3°
Ricordo
del
nome
corrispondente
all
'
oggetto
,
si
chiede
al
bambino
mostrandogli
l
'
oggetto
:
«
come
è
?
»
e
il
bambino
dovrebbe
rispondere
:
rosso
,
turchino
.
Il
Séguin
insiste
molto
su
questi
tre
tempi
,
ed
esorta
di
lasciare
qualche
istante
i
colori
contrastanti
sotto
gli
occhi
del
bambino
;
inoltre
consiglia
di
non
mai
presentare
un
solo
colore
,
ma
due
,
perché
il
contrasto
aiuti
la
memoria
cromatica
.
Infatti
,
io
l
'
ho
provato
,
non
può
esservi
altra
forma
d
'
insegnamento
coi
deficienti
,
che
tuttavia
giungono
a
riconoscere
i
colori
assai
meglio
dei
bambini
normali
delle
scuole
comuni
,
i
quali
non
hanno
avuto
educazione
sensoriale
di
sorta
.
Ma
pei
fanciulli
normali
esiste
un
tempo
precedente
ai
tre
tempi
di
Séguin
,
il
quale
contiene
la
vera
educazione
sensoriale
:
cioè
l
'
acquisto
di
finezza
nella
percezione
differenziale
,
che
si
ottiene
solo
con
l
'
autoeducazione
.
Ecco
dunque
un
esempio
dell
'
alta
superiorità
del
fanciullo
normale
e
dell
'
efficacia
educativa
immensamente
maggiore
che
analoghi
metodi
pedagogici
possano
esercitare
sul
suo
sviluppo
psichico
,
in
confronto
ai
fanciulli
deficienti
.
Anche
l
'
associazione
del
nome
allo
stimolo
sensoriale
,
reca
per
lo
più
gran
gioia
al
piccolo
bambino
.
Io
ricordo
di
avere
un
giorno
insegnato
a
una
piccina
,
che
non
aveva
ancora
compiuto
tre
anni
,
ed
era
un
poco
tardiva
nello
sviluppo
del
linguaggio
,
tre
colori
.
Feci
mettere
dai
bambini
uno
dei
loro
piccoli
tavoli
innanzi
alla
finestra
,
e
,
seduta
io
stessa
in
una
seggiolina
dei
bimbi
,
feci
sedere
in
una
seggiolina
uguale
la
piccina
,
alla
mia
destra
.
Avevo
sul
tavolo
sei
pezzi
di
colori
uguali
a
due
a
due
-
-
cioè
rosso
,
turchino
e
giallo
.
Come
primo
tempo
,
mettevo
innanzi
alla
bambina
una
delle
tavolette
e
l
'
esortavo
a
cercare
l
'
uguale
;
e
così
ripetevo
per
tutti
e
tre
i
co
lori
-
-
facendo
bene
ordinare
in
colonna
le
coppie
uguali
.
Quindi
passavo
ai
tre
tempi
di
Séguin
.
La
piccina
imparò
a
riconoscere
i
tre
colori
e
a
pronunciarne
il
nome
.
Ella
fu
così
felice
,
che
mi
guardò
a
lungo
,
e
poi
si
mise
a
saltare
:
io
,
vedendomela
saltellare
innanzi
,
le
ripetevo
ridendo
:
«
Sai
i
colori
?
»
-
-
e
essa
rispondeva
sempre
saltellando
:
«
sì
»
.
Quella
sua
gioia
non
cessava
mai
:
la
bambina
mi
tornava
sempre
innanzi
saltando
per
sentirsi
ripetere
la
stessa
domanda
e
per
rispondere
con
entusiasmo
il
suo
«
sì
»
.
Un
altro
particolare
tecnico
di
grande
importanza
sulla
guida
all
'
educazione
dei
sensi
,
consiste
nel
possibile
isolamento
del
senso
.
Così
p
.
es
.
l
'
educazione
acustica
si
compie
bene
non
solo
in
ambiente
silenzioso
,
ma
anche
buio
;
per
l
'
educazione
della
sensibilità
generale
:
tattile
,
termica
,
barica
,
stereognostica
,
occorre
bendare
il
bambino
.
Modalità
che
la
psicologia
sperimentale
spiega
abbastanza
perché
occorra
insistervi
:
basti
qui
accennare
come
,
trattandosi
di
bambini
normali
,
ciò
accresca
intensamente
il
loro
interesse
,
senza
tuttavia
far
degenerare
in
gioia
chiassosa
gli
esercizi
,
e
senza
che
la
benda
,
essa
,
attragga
l
'
attenzione
dei
bambini
,
anziché
gli
stimoli
sensoriali
sui
quali
si
vorrebbe
invece
polarizzare
l
'
attenzione
.
Io
p
.
es
.
per
saggiare
l
'
acutezza
uditiva
,
tanto
importante
a
conoscersi
in
una
scolaresca
,
uso
la
prova
empirica
,
che
anche
negli
esami
medici
viene
praticamente
e
consuetamente
usata
in
modo
quasi
esclusivo
:
cioè
quella
della
voce
afona
.
Si
benda
il
soggetto
,
ovvero
si
parla
alle
sue
spalle
,
chiamandolo
per
nome
con
voce
afona
a
varia
distanza
.
Io
provoco
il
silenzio
solenne
nella
scolaresca
,
chiudo
la
finestra
al
buio
,
faccio
appoggiare
il
capo
dei
bambini
sulle
piccole
mani
che
devono
tenersi
innanzi
agli
occhi
,
e
chiamo
uno
per
uno
i
fanciulli
per
nome
con
voce
afona
più
insensibilmente
pei
vicini
e
più
sensibilmente
pei
lontani
.
Ogni
bimbo
attende
nel
buio
l
'
indistinta
voce
che
lo
chiama
,
e
sta
con
l
'
orecchio
vigile
,
pronto
ad
accorrere
con
gioia
intensa
alla
misteriosa
e
desideratissima
chiamata
.
Allorché
il
fanciullo
normale
si
benda
perché
possa
riconoscere
,
p
.
es
.
,
il
vario
peso
di
oggetti
,
egli
veramente
intensifica
la
sua
attenzione
sugli
stimoli
barici
che
deve
riconoscere
,
ed
è
orgoglioso
quando
ha
indovinato
.
Ma
i
deficienti
molto
spesso
nel
buio
o
si
addormentano
,
o
si
danno
ad
atti
scomposti
;
e
bendati
,
fissano
l
'
attenzione
sulla
benda
,
o
scambiano
l
'
esercizio
con
un
giuoco
:
cosa
contrastante
con
gli
scopi
dell
'
educazione
.
Si
parla
,
è
vero
,
nell
'
educazione
di
giuochi
,
ma
bisogna
intendere
con
essi
un
lavoro
libero
ordinato
a
uno
scopo
,
e
non
la
sfrenatezza
chiassosa
che
disperde
l
'
attenzione
.
Le
seguenti
pagine
di
Itard
,
danno
un
'
idea
delle
pazienti
esperienze
dell
'
insigne
pedagogista
e
insieme
il
loro
insuccesso
,
dovuto
in
gran
parte
appunto
agli
errori
,
che
successive
esperienze
dovevano
correggere
,
e
in
parte
alla
mentalità
del
soggetto
.
«
§
IV
.
-
-
In
questa
ultima
esperienza
non
dovevo
esigere
,
come
nelle
precedenti
,
che
l
'
allievo
ripetesse
i
suoni
che
percepiva
.
Questo
doppio
lavoro
,
distribuendo
la
sua
attenzione
,
era
fuori
del
piano
che
mi
ero
proposto
,
cioè
di
fare
separatamente
l
'
educazione
di
ciascuno
dei
suoi
organi
.
Mi
limitai
dunque
a
esigere
la
semplice
percezione
dei
suoni
.
Per
essere
sicuro
di
questo
risultato
,
collocai
il
mio
allievo
in
faccia
a
me
con
gli
occhi
bendati
,
i
pugni
chiusi
e
gli
feci
stendere
un
dito
tutte
le
volte
che
rendevo
un
suono
.
Questo
mezzo
di
prova
fu
presto
compreso
:
appena
il
suono
aveva
colpito
l
'
orecchio
,
il
dito
era
levato
con
una
specie
d
'
impetuosità
e
spesso
anche
con
dimostrazioni
di
gioia
,
che
non
permettevano
di
dubitare
sul
gusto
che
l
'
allievo
prendeva
a
queste
bizzarre
lezioni
.
Infatti
,
sia
che
trovasse
un
vero
piace
re
a
intendere
il
suono
della
voce
umana
,
sia
che
avesse
infine
superato
la
noia
di
rimanere
privo
di
luce
durante
ore
intiere
,
più
di
una
volta
l
'
ho
veduto
,
nell
'
intervallo
di
questa
specie
d
'
esercizi
,
venire
a
me
con
la
sua
benda
in
mano
,
applicarsela
sugli
occhi
e
battere
i
piedi
per
la
gioia
quando
sentiva
che
le
mie
mani
gliel
'
annodavano
fortemente
dietro
la
testa
.
Non
fu
che
in
questa
specie
di
esperienza
,
che
si
manifestarono
tali
testimonianze
di
contentezza
.
§
V
.
-
-
Dopo
essermi
bene
assicurato
,
col
modo
di
esperienza
suddetto
,
che
tutti
i
suoni
della
voce
,
qualunque
fosse
il
loro
grado
d
'
intensità
,
erano
percepiti
da
Vittorio
,
mi
accinsi
a
farglieli
comparare
.
Non
si
trattava
più
qui
di
contare
semplicemente
i
suoni
della
voce
,
ma
di
afferrarne
le
differenze
e
d
'
apprezzarne
tutte
quelle
modificazioni
e
varietà
di
toni
,
che
compongono
la
musica
della
parola
.
Tra
questo
lavoro
e
il
precedente
correva
una
distanza
prodigiosa
,
per
un
essere
il
cui
sviluppo
dipendeva
da
sforzi
graduati
,
e
che
si
avanzava
verso
la
civilizzazione
,
solo
perché
io
ve
lo
conducevo
lungo
un
cammino
insensibile
.
Affrontando
la
difficoltà
che
qui
si
presentava
,
dovetti
armarmi
più
che
mai
di
pazienza
e
di
dolcezza
,
incoraggiato
d
'
altronde
dalla
speranza
che
una
volta
superato
tale
ostacolo
,
tutto
era
fatto
,
per
il
senso
dell
'
udito
.
Principiammo
con
la
comparazione
delle
vocali
e
facemmo
ancora
servire
la
mano
per
assicurarci
del
risultato
delle
nostre
esperienze
.
Ognuna
delle
cinque
dita
fu
designata
per
essere
il
segno
d
'
una
delle
cinque
vocali
e
per
constatarne
la
percezione
distinta
.
Così
il
pollice
rappresentava
A
e
doveva
sollevarsi
nella
pronuncia
di
questa
vocale
;
l
'
indice
era
il
segno
dell
'
E
;
il
dito
medio
quello
dell
'
I
e
così
via
.
§
VI
.
-
-
Non
senza
fatica
e
non
senza
molto
tempo
pervenni
a
dargli
l
'
idea
distinta
delle
vocali
.
La
prima
che
distinse
nettamente
fu
O
,
in
seguito
A
.
Le
altre
offrirono
molto
maggiori
difficoltà
,
e
furono
durante
molto
tempo
confuse
tra
loro
:
infine
tuttavia
l
'
orecchio
cominciò
a
percepirle
distintamente
-
-
e
allora
ricomparvero
,
in
tutta
la
loro
vivacità
,
quelle
dimostrazioni
di
gioia
delle
quali
ho
parlato
,
fino
al
punto
che
gli
eccessi
di
gioia
i
quali
fin
allora
avevano
rallegrato
le
nostre
lezioni
,
cominciarono
a
turbarle
:
i
suoni
venivano
confusi
,
e
le
dita
si
sollevavano
indistintamente
:
pel
loro
eccesso
questi
scoppî
di
risa
disordinati
,
divennero
davvero
eccessivi
e
tali
da
farmi
scappar
la
pazienza
!
Proprio
appena
mettevo
la
benda
sugli
occhi
,
le
risate
cominciavano
»
.
Tantoché
Itard
,
impossibilitato
ormai
a
proseguire
la
sua
opera
educativa
,
pensò
di
sopprimere
la
benda
:
-
-
e
infatti
gli
scoppî
di
risa
,
e
l
'
allegria
cessavano
per
incanto
,
ma
l
'
attenzione
del
fanciullo
era
dispersa
nell
'
ambiente
da
ogni
più
piccolo
suo
mutamento
.
Era
necessaria
la
benda
:
-
-
ma
occorreva
far
capire
al
fanciullo
che
non
bisognava
ridere
tanto
e
che
si
trattava
di
una
lezione
.
Vale
la
pena
di
riportare
qui
,
i
mezzi
correttivi
di
Itard
,
e
le
loro
commoventi
conseguenze
,
che
fanno
tanto
pensare
!
«
Volli
intimidirlo
con
le
mie
maniere
,
non
potendolo
con
gli
sguardi
.
Mi
armai
di
una
bacchetta
da
tamburo
che
serviva
per
le
nostre
esperienze
e
gli
detti
dei
piccoli
colpi
sulle
dita
quando
sbagliava
.
Egli
scambiò
questa
correzione
con
uno
scherzo
e
la
sua
gioia
ne
divenne
ancor
più
chiassosa
.
Credetti
,
per
disingannarlo
,
di
rendere
la
correzione
un
po
'
più
sensibile
.
Fui
compreso
e
vidi
,
con
un
misto
di
pena
e
di
piacere
,
nella
fisionomia
oscurata
di
questo
giovinetto
quanto
il
sentimento
dell
'
ingiuria
superava
il
dolore
del
colpo
.
Delle
lacrime
uscirono
al
disotto
della
sua
benda
;
mi
affrettai
a
toglierla
;
ma
sia
imbarazzo
o
timore
,
sia
preoccupazione
profonda
dei
sensi
interiori
,
benché
liberato
da
quella
benda
egli
continuò
a
tenere
gli
occhi
chiusi
.
Non
posso
ridire
l
'
espressione
dolorosa
che
davano
alla
sua
fisionomia
le
palpebre
così
ravvicinate
,
a
traverso
le
quali
sfug
giva
di
tratto
in
tratto
qualche
lacrima
.
Oh
!
in
questo
momento
,
come
in
tanti
altri
consimili
,
pronto
a
rinunciare
al
compito
che
m
'
era
imposto
,
e
considerando
come
perduto
il
tempo
che
vi
consacravo
,
quanto
ho
rimpianto
d
'
aver
conosciuto
questo
fanciullo
,
e
condannato
altamente
la
sterile
e
inumana
curiosità
degli
uomini
,
che
pei
primi
l
'
avevano
strappato
a
una
vita
innocente
e
felice
!
»
Anche
qui
si
dimostra
la
grande
superiorità
educativa
dei
metodi
della
Pedagogia
scientifica
sui
fanciulli
normali
!
Infine
un
particolare
della
tecnica
consiste
nella
distribuzione
degli
stimoli
.
Ciò
sarà
più
particolareggiatamente
trattato
nella
descrizione
del
sistema
didattico
e
della
educazione
sensoriale
;
qui
basti
accennare
a
ciò
:
che
deve
procedersi
da
pochi
stimoli
in
contrasto
tra
loro
a
molti
stimoli
in
graduale
differenziazione
sempre
più
fine
e
impercettibile
.
Così
p
.
es
.
:
si
presenteranno
dapprima
insieme
il
rosso
e
il
turchino
;
l
'
asta
più
breve
accanto
alla
più
lunga
;
la
più
fina
accanto
alla
più
grossa
,
ecc
.
per
passare
poi
alle
gradazioni
sfumate
delle
tinte
;
alla
discriminazione
delle
lunghezze
più
vicine
,
ecc
.
EDUCAZIONE
DEI
SENSI
E
ILLUSTRAZIONE
DEL
MATERIALE
DIDATTICO
Educazione
della
sensibilità
generale
:
senso
tattile
,
termico
,
barico
,
stereognostico
L
'
educazione
del
senso
tattile
e
termico
vanno
di
pari
passo
:
perché
il
bagno
tiepido
-
-
e
in
generale
il
calore
-
-
acutizzano
la
sensibilità
tattile
.
Poiché
a
esercitare
il
senso
tattile
è
necessario
toccare
,
il
bagno
delle
mani
in
acqua
tiepida
ha
pure
il
vantaggio
d
'
insegnare
al
bambino
un
principio
di
proprietà
:
quello
di
non
toccare
gli
oggetti
se
non
con
le
mani
pulite
.
Io
dunque
applico
le
nozioni
generali
di
vita
pratica
riguardanti
la
pulizia
delle
mani
,
unghie
,
ecc
.
agli
esercizî
preparatorî
per
la
discriminazione
degli
stimoli
tattili
.
La
limitazione
degli
esercizi
del
senso
tattile
ai
polpastrelli
delle
dita
-
-
è
resa
necessaria
dalla
praticità
,
ed
è
pure
una
necessità
educativa
,
in
quanto
essa
prepara
alla
vita
nell
'
ambiente
-
-
ove
l
'
uomo
esercita
e
utilizza
il
senso
tattile
appunto
a
mezzo
di
queste
regioni
.
Faccio
dunque
lavare
bene
le
mani
al
bambino
,
col
sapone
,
in
una
catinella
:
e
nella
catinella
vicina
gliele
faccio
immergere
in
un
breve
bagno
di
acqua
tepida
.
Quindi
le
faccio
asciugare
e
il
massaggio
compie
così
l
'
opera
preparatoria
del
bagno
;
insegno
poi
al
bambino
il
tòcco
-
-
cioè
il
modo
di
toccare
la
superficie
:
perciò
è
necessario
prendere
le
dita
del
fanciullo
e
farle
scorrere
leggerissimamente
.
Un
altro
particolare
della
tecnica
è
di
insegnare
al
bambino
a
tenere
gli
occhi
chiusi
mentre
tocca
-
-
esortandolo
col
dirgli
che
sentirà
meglio
-
-
e
che
riconoscerà
,
senza
vederci
,
i
cambiamenti
di
contatto
.
Il
bambino
impara
subito
e
mostra
di
provarne
un
grande
godimento
;
tanto
che
dopo
l
'
inizio
di
tali
esercizi
,
entran
do
nella
«
Casa
dei
Bambini
»
accade
di
vederci
correre
incontro
dei
fanciulli
che
,
chiudendo
gli
occhi
,
ci
toccano
con
una
leggerezza
suprema
di
contatto
,
la
palma
della
mano
cercando
i
punti
in
cui
la
pelle
è
più
liscia
,
ovvero
toccano
i
nostri
vestiti
,
specialmente
le
guarnizioni
di
seta
,
di
velluto
ecc
.
Essi
esercitano
veramente
il
senso
tattile
;
poiché
non
sembrano
mai
sazii
di
toccare
superficie
liscie
,
p
.
es
.
il
raso
:
e
diventano
abilissimi
nel
discriminare
le
differenze
tra
le
carte
smerigliate
.
Il
materiale
didattico
consiste
:
a
)
in
una
tavoletta
di
legno
a
rettangolo
molto
allungato
-
-
la
quale
è
divisa
in
due
rettangoli
uguali
-
-
uno
ricoperto
di
cartoncino
estremamente
liscio
,
l
'
altro
di
carta
vetrata
;
b
)
in
una
tavoletta
come
la
precedente
ma
ove
si
alternano
striscie
di
carta
liscia
e
striscie
di
carta
vetratata
;
c
)
in
una
tavoletta
come
le
precedenti
,
ove
sono
poste
in
gradazione
carte
vetrate
e
carte
smerigliate
a
smeriglio
sempre
più
fino
;
d
)
in
una
tavoletta
ove
sono
disposte
carte
variamente
liscie
e
uniformi
-
-
dalla
carta
pecora
al
cartoncino
liscio
della
prima
tavoletta
.
Infine
preparo
tre
collezioni
:
di
carte
liscie
;
di
carte
smerigliate
;
di
stoffe
.
Le
stoffe
sono
riunite
e
disposte
in
una
speciale
scatola
ad
armadietto
costruita
in
cartonaggio
,
sul
genere
di
quella
che
uso
per
riporvi
le
piastrelle
da
incastro
(
vedi
appresso
)
.
Vi
ho
fatto
preparare
:
due
specie
di
velluto
,
due
rasi
;
sete
gros
fino
al
taffetas
e
al
foulard
;
lane
da
quelle
ruvide
alle
più
liscie
;
cotoni
e
lini
.
In
quanto
al
senso
termico
-
-
preparo
delle
scodelle
di
metallo
entro
le
quali
metto
dell
'
acqua
a
varia
temperatura
,
che
cerco
di
misurare
press
'
a
poco
con
un
termometro
.
Ho
fatto
già
il
progetto
per
costruire
recipienti
di
metallo
molto
lisci
,
capaci
di
essere
chiusi
da
un
coperchio
pure
metallico
;
e
portanti
unito
un
termometro
.
Il
recipiente
,
toccato
al
di
fuori
,
dà
l
'
impressione
termica
.
Faccio
poi
anche
immergere
la
mano
nell
'
acqua
fredda
,
tepida
e
calda
;
e
tali
esercizi
,
che
divertono
molto
il
bambino
-
-
vorrei
pure
far
ripetere
coi
piedi
-
-
ma
non
ho
ancora
avuto
occasione
di
attuare
il
tentativo
.
Per
l
'
educazione
del
senso
barico
uso
con
grandissimo
successo
delle
tavolette
rettangolari
6,8
cm
.
dello
spessore
di
œ
cm
.
in
tre
diverse
qualità
di
legno
:
glicine
,
noce
e
abete
;
esse
pesano
rispettivamente
:
gr
.
24
,
18
,
12;
cioè
differenziano
di
6
gr
.
;
devono
essere
ben
lisciate
e
verniciate
a
lucido
,
in
modo
che
sparisca
ogni
scabrosità
;
ma
rimanga
il
colore
naturale
del
legno
.
Il
bambino
osservando
il
colore
,
sa
che
sono
di
peso
diverso
-
-
può
quindi
avere
un
controllo
al
suo
esercizio
:
egli
prende
in
mano
due
tavolette
,
le
pone
sulla
parte
palmare
delle
dita
distese
,
e
fa
un
movimento
dal
basso
all
'
alto
per
vagliare
il
peso
:
tal
movimento
deve
farsi
a
poco
a
poco
insensibile
.
Si
consiglia
al
bambino
di
procedere
ai
confronti
differenziali
tenendo
chiusi
gli
occhi
,
così
egli
si
abitua
a
fare
da
sé
con
grande
interesse
,
per
vedere
-
-
«
se
indovina
»
.
Il
giuoco
richiama
per
lo
più
l
'
attenzione
dei
vicini
,
che
si
mettono
in
circolo
e
fanno
a
gara
per
indovinare
:
qualche
volta
i
bambini
si
servono
spontaneamente
della
benda
,
che
alternano
tra
loro
,
mescolando
l
'
esercizio
coi
più
sinceri
scoppi
di
risa
.
Educazione
del
senso
stereognostico
L
'
educazione
di
questo
senso
conduce
al
riconoscimento
degli
oggetti
alla
palpazione
,
cioè
con
l
'
aiuto
simultaneo
dei
sensi
tattile
e
muscolare
.
Su
tale
argomento
abbiamo
dati
sperimentali
meravigliosi
di
successo
educativo
,
che
meritano
,
anche
per
aiutare
la
maestra
,
di
essere
accennati
.
Il
primo
materiale
didattico
da
noi
usato
,
fu
costituito
dai
cubetti
e
mattoncini
di
Froëbel
.
Richiamata
l
'
attenzione
del
bambino
sulla
forma
dei
due
solidi
,
glieli
facevamo
palpare
accuratamente
ad
occhi
aperti
ripetendo
qualche
frase
onde
tener
fissa
la
sua
attenzione
sui
particolari
di
forma
prima
illustrati
.
Dopo
ciò
si
diceva
al
bambino
di
mettere
i
cubetti
a
destra
e
i
mattoncini
a
sinistra
,
sempre
palpandoli
,
«
anche
senza
guardarli
»
.
Infine
l
'
esercizio
era
ripetuto
dal
bambino
bendato
.
Quasi
tutti
i
bambini
riuscivano
nell
'
esercizio
;
e
in
poche
sedute
era
eliminato
ogni
errore
:
i
mattoncini
e
i
cubetti
erano
in
tutto
ventiquattro
,
perciò
l
'
attenzione
poteva
essere
a
lungo
fissata
in
questa
specie
di
«
giuoco
»
;
ma
senza
dubbio
valeva
a
mantenerla
,
la
coscienza
del
bambino
di
essere
«
spiato
»
dai
compagni
curiosi
e
pronti
a
ridere
dei
suoi
errori
-
-
e
anche
dal
proprio
orgoglio
di
«
indovino
»
.
Una
volta
una
delle
direttrici
mi
presentò
una
bambina
di
tre
anni
,
cioè
tra
le
più
piccole
,
la
quale
ripeteva
a
perfezione
l
'
esercizio
.
Mettemmo
la
piccina
a
sedere
convenientemente
in
modo
che
stesse
comoda
,
appoggiata
nella
sua
poltroncina
bene
accostata
al
tavolo
;
mettemmo
i
ventiquattro
oggetti
sul
tavolino
,
mescolandoli
insieme
,
e
dopo
aver
richiamato
l
'
attenzione
della
piccina
sulla
loro
forma
,
le
dicemmo
di
porre
i
cubetti
a
destra
e
i
mattoncini
a
sinistra
.
Bendata
poi
la
bambina
,
ella
cominciò
l
'
esercizio
come
noi
lo
insegniamo
-
-
cioè
prendendo
contemporaneamente
con
le
due
mani
due
oggetti
a
caso
-
-
palpandoli
,
e
mettendoli
al
loro
posto
.
Qual
che
volta
vengono
due
cubetti
,
o
due
mattoncini
,
ovvero
capita
nella
mano
destra
il
mattoncino
e
nella
sinistra
il
cubetto
:
il
bambino
deve
riconoscere
la
forma
e
ricordare
durante
tutto
l
'
esercizio
il
collocamento
diverso
degli
oggetti
.
Ciò
mi
sembrava
molto
difficile
per
una
bambina
di
tre
anni
.
Ma
osservandola
mi
accorsi
ch
'
ella
non
solo
compiva
facilmente
l
'
esercizio
,
ma
anche
le
manovre
di
palpazione
erano
per
lei
superflue
.
Infatti
appena
presi
i
due
og
getti
,
con
mossa
molto
leggera
,
essendo
una
bambina
assai
aggraziata
ed
elegante
nelle
movenze
,
se
capitava
che
il
mattoncino
fosse
nella
sua
destra
e
il
cubetto
a
sinistra
,
immediatamente
li
scambiava
,
poi
cominciava
la
laboriosa
palpazione
insegnata
da
noi
,
e
che
forse
era
creduta
dalla
bambina
un
obbligo
;
-
-
ma
gli
oggetti
erano
già
stati
riconosciuti
da
lei
al
solo
toccarli
leggermente
,
cioè
il
riconoscimento
era
contemporaneo
alla
prensione
.
Studiando
in
seguito
il
soggetto
,
mi
accorsi
che
la
bambina
aveva
un
ambidestrismo
funzionale
:
fatto
molto
diffuso
tra
i
bambini
di
tre
o
quattro
anni
d
'
età
-
-
e
che
invero
animerebbe
a
studiare
più
largamente
il
fenomeno
,
per
giudicare
sull
'
opportunità
di
una
educazione
simultanea
delle
due
mani
.
Io
dunque
feci
ripetere
l
'
esercizio
a
più
bambini
e
mi
accorsi
che
essi
riconoscevano
gli
oggetti
prima
di
palparli
:
e
ciò
avveniva
poi
spesso
tra
i
piccoli
.
I
nostri
metodi
educativi
costituivano
dunque
una
meravigliosa
ginnastica
associativa
,
e
conducevano
a
una
rapidità
di
giudizî
veramente
sorprendente
:
ed
erano
mirabilmente
adatti
all
'
età
infantile
.
Questi
esercizî
del
senso
stereognostico
possono
estendersi
molto
-
-
e
sono
assai
divertenti
pei
bambini
-
-
perché
in
essi
non
hanno
la
semplice
percezione
di
uno
stimolo
,
come
quello
termico
,
ma
ricostruiscono
un
oggetto
intiero
ben
noto
.
Posson
palpare
i
soldatini
,
le
palline
,
e
sopratutto
le
monete
.
Giungono
a
discriminare
anche
forme
vicine
e
piccole
,
come
il
miglio
degli
uccellini
e
il
riso
.
Essi
sono
fieri
di
vederci
senza
occhi
:
lo
gridano
forte
,
porgendo
le
loro
mani
:
«
ecco
i
miei
occhi
!
io
ci
vedo
con
le
mani
;
degli
occhi
non
ho
più
bisogno
»
.
E
io
rispondevo
spesso
alle
loro
grida
festose
:
«
Oh
bene
!
caviamoci
tutti
gli
occhi
!
cosa
ne
facciamo
più
?
»
ed
essi
scoppiavano
in
risa
e
in
applausi
.
Veramente
i
nostri
piccini
,
camminando
al
di
là
delle
nostre
previsioni
,
ci
facevano
meravigliare
con
progressi
imprevisti
,
inaspettati
;
e
mentre
essi
apparivano
talvolta
come
piccoli
pazzi
di
gioia
,
noi
restavamo
in
profonda
meditazione
.
Educazione
sensoriale
del
gusto
e
dell
'
olfatto
Questa
educazione
sensoriale
è
difficilissima
e
non
posso
parlare
finora
di
risultati
soddisfacenti
.
Solamente
posso
dire
che
non
mi
sembrano
adatti
e
pratici
,
almeno
pei
piccoli
bambini
,
esercizi
analoghi
alle
comuni
prove
adottate
nella
psicometria
.
Noi
abbiamo
usato
l
'
osmoscopio
Pizzoli
,
senza
alcun
risultato
pratico
.
I
bambini
hanno
il
senso
olfattivo
poco
sviluppato
:
ed
è
perciò
ancor
più
difficile
richiamare
la
loro
attenzione
sulle
sensazioni
olfattive
.
Una
prova
che
ebbe
esito
felice
,
ma
che
non
fu
ripetuta
abbastanza
per
definire
una
metodica
,
fu
la
seguente
.
Facevamo
odorare
al
bambino
delle
mammole
fresche
e
dei
gelsomini
;
ovvero
,
in
pieno
maggio
,
usavamo
le
rose
colte
nei
loro
stessi
vasi
da
fiori
.
Poi
bendavamo
un
bambino
dicendogli
:
«
adesso
verranno
a
farti
dei
regali
,
ti
presenteranno
dei
fiori
»
.
-
-
Infatti
un
compagno
gli
avvicinava
al
naso
p
.
es
.
un
mazzolino
di
mammole
,
che
il
bambino
doveva
riconoscere
:
e
per
l
'
intensità
si
presentavano
poi
un
solo
fiore
o
più
fiori
.
Ma
questa
educazione
,
come
quella
del
senso
gustativo
,
possono
,
io
credo
,
efficacemente
esercitarsi
avendo
la
refezione
:
allora
si
potrebbe
tentare
il
riconoscimento
di
vari
odori
:
del
pane
fresco
,
del
burro
,
dell
'
olio
,
dell
'
aceto
,
delle
spezie
,
dei
condimenti
vari
e
del
caffè
ecc
.
ciò
che
unitamente
agli
odori
dei
fiori
del
giardino
,
potrebbe
completare
un
'
educazione
utile
.
Per
i
cattivi
odori
potrebbero
presentarsi
sostanze
alimentari
andate
a
male
-
-
come
latte
inacidito
,
latte
bruciato
,
ecc
.
In
quanto
ai
sapori
-
-
il
metodo
di
toccar
la
lingua
con
una
soluzione
amara
,
acida
,
dolce
,
salata
-
-
è
perfettamente
applicabile
:
-
-
i
bambini
di
quattro
anni
si
prestano
volentieri
a
tale
giuoco
-
-
e
ciò
serve
molto
a
esercitarli
a
sciacquarsi
la
bocca
.
Essi
divertendosi
a
riconoscere
i
sapori
,
imparano
presto
ad
afferrare
il
bicchiere
con
l
'
acqua
tepida
e
a
lavare
diligentemente
l
'
interno
della
bocca
;
tantoché
l
'
esercizio
del
gusto
è
anche
un
mezzo
per
un
esercizio
igienico
.
La
discriminazione
tra
sapori
può
anche
costituire
un
vero
e
proprio
esercizio
di
autoeducazione
pei
bambini
tra
quattro
o
cinque
anni
.
Si
mettono
in
piccoli
vasetti
di
vetro
varie
polverine
bianche
,
costituite
da
miscugli
con
chinino
,
con
zucchero
,
con
sale
;
il
bambino
ha
curiosità
di
riconoscere
i
sapori
-
-
mette
sulla
lingua
un
po
'
della
polverina
,
avendo
già
appreso
la
tecnica
dai
primi
esercizi
fatti
con
le
soluzioni
,
e
poi
da
sé
si
risciacqua
la
bocca
.
A
Milano
la
signorina
Maccheroni
col
dott
.
Ferrari
fanno
ora
preparare
polverine
e
confetti
nella
farmacia
cooperativa
dell
'
Umanitaria
,
graduando
i
miscugli
.
La
refezione
potrebbe
indubbiamente
rendere
più
pratica
tale
educazione
.
Educazione
del
senso
visivo
I
Percezione
visiva
differenziale
delle
dimensioni
1°
Incastri
solidi
:
Sono
tre
sostegni
massicci
di
legno
della
lunghezza
di
cm
.
55
,
altezza
cm
.
6
,
larghezza
cm
.
8
.
-
-
Questi
portano
ciascuno
dieci
pezzi
a
incastro
,
che
sono
altrettanti
cilindretti
di
legno
,
i
quali
si
maneggiano
con
un
bottoncino
di
ottone
fissato
nel
centro
della
faccia
superiore
.
Nell
'
insieme
l
'
oggetto
somiglia
molto
al
portapesi
di
una
bilancia
.
(
Vedi
tavole
in
fondo
al
volume
)
.
Nel
primo
sostegno
i
cilindretti
sono
tutti
di
eguale
altezza
(
55
mm
.
)
ma
di
diametro
diverso
:
il
più
piccolo
di
1
cm
.
e
gli
altri
vanno
crescendo
di
œ
cm
.
nel
diametro
,
fino
i
55
mm
.
Nel
secondo
sostegno
i
cilindri
sono
tutti
di
ugual
diametro
-
-
e
il
diametro
corrisponde
alla
metà
del
più
grosso
cilindro
precedente
(
mm
.
27
)
;
-
-
ma
di
altezza
diversa
:
il
primo
è
un
dischetto
alto
1
cm
.
,
e
le
altezze
vanno
crescendo
di
5
in
5
mm
.
fino
al
decimo
che
è
perciò
alto
mm
.
55
.
Nel
terzo
sostegno
i
solidi
differiscono
così
in
altezza
come
in
diametro
:
mentre
il
primo
ha
1
cm
.
di
altezza
e
1
cm
.
di
diametro
,
gli
altri
vanno
crescendo
le
due
misure
di
mezzo
in
mezzo
centimetro
.
Con
tali
incastri
,
esercitandosi
da
sé
-
-
i
bambini
imparano
a
differenziare
gli
oggetti
secondo
la
grossezza
-
-
secondo
l
'
altezza
-
-
secondo
la
grandezza
.
In
una
classe
i
tre
giuochi
possono
essere
contemporaneamente
maneggiati
da
tre
bambini
diversi
e
venire
scambiati
tra
compagni
.
Il
bambino
sfila
i
cilindretti
,
li
mescola
sul
tavolino
e
poi
li
rimette
ciascuno
nel
suo
corrispondente
forame
.
Gli
oggetti
sono
di
abete
verniciato
e
lucido
.
2°
Grossi
pezzi
in
gradazione
dimensionale
:
Si
tratta
di
quattro
sistemi
i
quali
è
bene
che
esistano
almeno
in
doppio
esemplare
in
ogni
classe
.
Grossezze
:
oggetti
più
grossi
e
più
fini
.
Sono
dieci
prismi
quadrangolari
,
il
più
grande
dei
quali
ha
lo
spigolo
di
base
di
10
cm
.
,
e
gli
altri
vanno
decrescendo
di
1
cm
.
,
mentre
la
lunghezza
è
identica
per
tutti
i
pezzi
,
cioè
20
cm
.
I
prismi
sono
verniciati
a
vertice
smaltata
color
marrone
scuro
.
Il
fanciullo
li
mescola
spargendoli
sul
tavolino
e
li
mette
a
posto
-
-
giustapponendoli
secondo
la
gradazione
della
grossezza
-
-
e
osservando
che
le
lunghezze
siano
esattamente
corrispondenti
:
si
forma
tra
il
primo
,
e
l
'
ultimo
pezzo
una
specie
di
scala
i
cui
gradini
verso
l
'
alto
si
fanno
sempre
più
vasti
.
Il
bambino
comincia
dal
pezzo
più
fino
o
dal
più
grosso
a
suo
piacimento
(
vedi
tavole
in
fine
del
volume
)
.
Il
controllo
dell
'
esercizio
non
è
sicuro
come
negli
incastri
solidi
;
infatti
là
il
pezzo
troppo
largo
non
entra
nel
foro
stretto
,
quello
troppo
alto
sporge
dal
piano
ecc
.
:
-
-
ma
il
bambino
può
facilmente
riconoscere
a
occhio
l
'
errore
-
-
perché
in
tal
caso
la
scala
è
irregolare
:
capita
cioè
un
gradino
troppo
alto
,
dietro
il
quale
il
gradino
successivo
invece
di
salire
discende
.
Lunghezze
:
Oggetti
più
lunghi
,
più
corti
.
Il
sistema
consiste
in
dieci
aste
a
sezione
quadrata
di
3
cm
.
di
lato
;
la
prima
è
lunga
un
metro
e
l
'
ultima
,
un
decimetro
;
le
intermedie
decrescono
dalla
prima
all
'
ultima
di
un
decimetro
ciascuna
.
Ogni
spazio
di
un
decimetro
è
diversamente
colorato
,
cioè
alternativamente
in
rosso
e
in
turchino
.
Giustapponendo
le
aste
,
i
colori
devono
corrispondersi
,
formando
tante
striscie
trasversali
:
e
l
'
insieme
ha
l
'
apparenza
di
un
triangolo
rettangolo
a
canne
d
'
organo
,
decrescenti
lungo
l
'
ipotenusa
.
Il
bambino
giustappone
gli
oggetti
dapprima
sparsi
e
mescolati
,
collocandoli
in
gradazione
di
lunghezza
e
osservando
la
corrispondenza
dei
colori
:
anche
qui
esiste
un
controllo
dell
'
errore
ben
visibile
,
perché
viene
alterata
la
regolarità
della
decrescenza
lungo
l
'
ipotenusa
(
vedi
tavole
in
fondo
al
volume
)
.
Questo
sistema
importantissimo
avrà
poi
la
sua
principale
applicazione
nell
'
aritmetica
,
come
vedremo
:
perché
permette
di
contare
da
uno
a
dieci
,
di
compiere
addizioni
ecc
.
;
infine
costituisce
un
passo
iniziale
allo
studio
del
sistema
metrico
decimale
.
Altezze
:
Oggetti
più
alti
,
più
bassi
.
Il
sistema
consta
di
dieci
prismi
a
base
di
20
×
5
cm
.
e
altezza
decrescente
di
cm
.
in
cm
.
a
cominciare
da
un
massimo
di
10
cm
.
I
prismi
sono
verniciati
in
giallo
,
con
una
delle
facce
rettangolari
20
×
5
verniciata
in
bianco
:
questa
deve
rimanere
sempre
in
alto
e
forma
(
quando
il
bambino
ha
giustapposto
gli
oggetti
in
ordine
di
altezza
)
i
piani
successivi
di
una
scala
;
qui
i
gradini
,
salendo
verso
l
'
alto
regolarmente
,
restano
sempre
ugualmente
vasti
.
Grandezze
:
Oggetti
più
grandi
,
più
piccoli
.
Il
sistema
è
costituito
da
dieci
cubi
di
legno
verniciati
a
smalto
in
color
rosa
pallido
:
il
massimo
cubo
ha
uno
spigolo
di
10
cm
.
,
il
minimo
di
1
cm
.
,
e
gli
altri
vanno
gradualmente
decrescendo
di
centimetro
in
centimetro
.
A
tale
sistema
va
unito
un
piccolo
tappeto
di
panno
verde
-
-
che
può
anche
essere
di
tela
cerata
o
di
cartone
.
Il
giuoco
consiste
nel
sovrapporre
i
cubi
per
ordine
dimensionale
,
costruendo
una
torretta
la
cui
base
è
costituita
dal
massimo
cubo
,
e
la
vetta
dal
piccolissimo
cubetto
di
1
cm
.
Il
tappeto
si
mette
in
terra
,
vi
si
spargono
sopra
i
cubi
,
e
la
torretta
si
costruisce
sul
tappeto
.
Così
il
bambino
fa
l
'
esercizio
di
chinarsi
e
alzarsi
ecc
.
Il
controllo
è
dato
dalle
irregolarità
nella
decrescenza
della
torre
verso
l
'
apice
:
il
cubo
spostato
si
rivela
come
un
rigonfiamento
.
L
'
errore
principale
che
commettono
in
principio
i
bambini
è
quello
di
porre
a
base
il
secondo
cubo
e
sovrapporre
ad
esso
il
primo
confondendo
così
tra
loro
i
due
cubi
più
grandi
.
Si
noti
che
il
medesimo
errore
vidi
compiere
dai
bambini
deficienti
nelle
ripetute
prove
da
me
fatte
coi
tests
psicometrici
del
De
Santis
;
alla
domanda
:
«
qual
è
il
più
grosso
»
?
il
bambino
prendeva
per
lo
più
non
il
cubo
maggiore
,
ma
quello
ad
esso
più
vicino
per
dimensione
decrescente
.
I
quattro
sistemi
possono
anche
usarsi
dai
bambini
,
trasportando
i
pezzi
a
distanza
,
cioè
mescolandoli
p
.
es
.
sopra
un
dato
tavolino
e
disponendoli
ordinatamente
sopra
un
altro
,
da
esso
notevolmente
lontano
:
ad
ogni
pezzo
che
trasporta
,
il
bambino
deve
camminare
senza
mai
distrarsi
,
ricordando
le
dimensioni
che
va
a
cercare
nel
miscuglio
.
Così
disposti
,
gli
esercizi
sono
divertentissimi
per
bambini
di
quattro
o
cinque
anni
;
mentre
il
semplice
lavoro
di
ordinare
i
pezzi
sul
tavolino
medesimo
ove
giacciono
mescolati
,
è
più
adatto
ai
piccini
fra
tre
o
quattro
anni
d
'
età
;
la
costruzione
poi
della
torretta
coi
cubi
rosa
,
attrae
lungamente
l
'
attività
anche
dei
bambini
al
disotto
di
tre
anni
,
che
atterrano
e
ricostruiscono
la
torre
più
volte
di
seguito
.
II
Percezione
visiva
differenziale
delle
forme
e
percezioni
visivo
tattili
muscolari
Materiale
didattico
:
incastri
piani
di
legno
L
'
idea
di
questi
incastri
risale
a
Itard
ed
è
pure
stata
applicata
dal
Séguin
.
Io
nella
scuola
dei
deficienti
avevo
fatto
costruire
tali
incastri
nella
forma
usata
dai
miei
illustri
predecessori
:
cioè
avevo
fatto
sovrapporre
due
tavolette
-
-
la
basale
tutta
unita
-
-
e
la
superiore
perforata
da
figure
geometriche
varie
;
dentro
le
figure
cave
risultanti
,
si
dovevano
perfettamente
incastrare
figure
geometriche
di
legno
corrispondenti
le
quali
,
per
facilitare
il
maneggio
,
erano
fornite
di
un
bottoncino
d
'
ottone
.
Il
Séguin
usava
una
stella
,
un
rettangolo
,
un
quadrato
,
un
triangolo
e
un
cerchio
,
colorandoli
diversamente
,
così
che
si
univano
colori
e
forme
:
il
colore
aiutava
a
riconoscere
la
forma
.
Io
nella
mia
scuola
di
deficienti
avevo
moltiplicato
gli
esemplari
,
distinguendo
quelli
da
usare
pei
colori
da
quelli
da
usare
per
le
forme
.
Gl
'
incastri
per
colori
erano
tutti
a
piastrelle
circolari
,
quelli
per
le
forme
erano
tutti
di
color
turchino
.
Avevo
fatto
costruire
un
gran
numero
di
tavolette
a
più
colori
,
graduati
,
e
per
di
più
diversi
raggruppamenti
di
forma
,
ottenendo
un
materiale
costosissimo
(
speciale
per
la
graduazione
delle
tinte
)
e
ingombrante
.
Nelle
mie
nuove
esperienze
sui
bambini
normali
,
dopo
vari
tentativi
-
-
ho
completamente
escluso
gl
'
incastri
piani
pei
colori
-
-
poiché
un
tal
materiale
non
offre
nessun
controllo
all
'
errore
,
dovendo
il
bambino
coprire
il
colore
di
confronto
.
Ho
invece
conservato
gl
'
incastri
piani
,
ma
dando
loro
un
aspetto
affatto
nuovo
e
originale
-
-
che
mi
fu
suggerito
da
uno
splendido
impianto
di
lavori
manuali
al
Riformatorio
di
S
.
Michele
in
Roma
.
Qui
vidi
lavorare
piastrelle
di
legno
con
figure
geometriche
ora
sovrapposte
ora
a
incastro
:
lo
scopo
era
di
perfezionare
l
'
esattezza
nell
'
esecuzione
dei
pezzi
geometrici
,
così
per
quanto
riguarda
la
forma
,
come
la
dimensione
,
e
l
'
incastro
serviva
appunto
a
dare
il
controllo
dell
'
esattezza
del
lavoro
.
Io
pensai
allora
di
modificare
nel
modo
che
segue
gl
'
incastri
piani
:
ho
fatto
costruire
un
telaio
costituito
da
un
fondo
rettangolare
della
dimensione
entro
cornice
di
30
per
20
cm
.
;
il
fondo
turchino
scuro
,
è
circondato
da
una
cornice
rilevata
dello
spessore
di
circa
mezzo
centimetro
(
6
mm
.
)
-
-
larga
due
centimetri
:
-
-
su
tale
cornice
s
'
impernia
un
coperchio
a
telaio
costituito
da
asticciuole
di
due
centimetri
circa
di
spessore
,
incrociantesi
in
maniera
da
far
cornice
perfettamente
sovrapponibile
alla
sottostante
,
e
divisa
in
sei
quadrati
eguali
,
da
un
'
asta
trasversa
e
due
longitudinali
.
-
-
Questo
coperchio
fenestrato
gira
intorno
a
un
piccolo
pernio
e
si
fissa
anteriormente
con
una
piccola
borchia
(
vedi
tavole
in
fondo
,
al
volume
)
.
Sul
fondo
turchino
-
-
possono
adattarsi
perfettamente
sei
piastrelle
quadrate
di
10
cm
.
di
lato
e
spessore
di
6
mm
.
-
-
che
restano
fissate
dal
coperchio
quando
è
chiuso
-
-
perché
ogni
asticciuola
formante
la
fenestratura
,
si
sovrappone
ai
lati
estremi
di
due
piastrelle
adiacenti
così
che
queste
rimangono
sicuramente
fisse
,
e
l
'
insieme
si
maneggia
come
un
pezzo
solo
.
Questo
telaio
ha
il
vantaggio
che
vi
si
possono
preparare
tutte
le
combinazioni
possibili
di
figure
geometriche
-
-
mutando
le
piastrelle
-
-
e
ciò
secondo
i
criteri
della
direttrice
.
La
cornice
e
i
contorni
esterni
ed
interni
del
telaio
sono
verniciati
a
smalto
in
color
bianco
celeste
,
ossia
in
celeste
molto
pallido
-
-
e
così
le
piastrelle
;
invece
i
pezzi
da
incastrare
(
le
figure
geometriche
piene
)
sono
turchine
come
il
fondo
del
telaio
-
-
il
quale
fondo
si
vede
come
fondo
delle
piastrelle
allorché
queste
sono
adattate
nel
telaio
e
si
sia
tolta
la
figura
.
Ho
fatto
fabbricare
anche
quattro
piastrelle
piene
dello
stesso
color
turchiniccio
bianco
,
perché
con
esse
si
può
adattare
il
telaio
a
contenere
solo
una
,
due
,
tre
,
quattro
o
cinque
figure
geometriche
anziché
sei
;
essendo
molto
opportuno
,
nei
primi
insegnamenti
,
esporre
solo
due
figure
o
tre
,
contrastanti
o
almeno
molto
differenti
nella
forma
(
es
.
un
circolo
e
un
quadrato
;
ovvero
un
circolo
,
un
quadrato
e
un
triangolo
equilatero
)
.
In
tal
modo
si
rende
molto
più
semplice
un
abbondante
materiale
e
questo
si
moltiplica
,
moltiplicando
la
possibilità
di
combinazioni
.
Ho
poi
preparato
un
armadietto
che
può
essere
di
cartone
o
di
legno
-
-
a
sei
piani
;
-
-
esso
consiste
essenzialmente
in
una
scatola
-
-
la
cui
parte
anteriore
può
abbassarsi
all
'
innanzi
come
nelle
scatole
che
usano
gli
avvocati
;
e
le
sei
tavolette
sovrapposte
su
piccoli
sostegni
laterali
,
possono
contenere
ciascuna
sei
piastrelle
-
-
nel
primo
piano
ho
fatto
collocare
le
quattro
piastrelle
piene
;
e
due
piastrelle
aventi
un
trapezio
e
un
rombo
;
nel
secondo
un
quadrato
e
cinque
rettangoli
della
medesima
altezza
e
di
larghezza
decrescente
;
nel
terzo
sei
cerchi
a
diametro
decrescente
;
nel
quarto
sei
triangoli
;
nel
quinto
poligoni
dal
pentagono
al
decagono
;
nel
sesto
varie
figure
curve
ellissi
,
ovali
ecc
.
e
una
figura
a
fiore
(
quattro
archi
incrociati
)
.
A
questo
materiale
sono
annessi
dei
cartoncini
bianchi
,
quadrati
di
10
cm
.
di
lato
;
sopra
una
prima
serie
di
essi
è
ingommata
una
figura
geometrica
di
carta
turchina
del
colore
dei
pezzi
d
'
incastro
che
ripete
in
dimensione
e
forma
tutte
le
figure
geometriche
della
collezione
;
sopra
una
seconda
serie
di
cartoncini
uguali
è
ingommato
il
contorno
pure
in
turchino
,
delle
medesime
figure
geometriche
e
il
contorno
ha
lo
spessore
di
1
cm
.
;
sopra
una
ter
za
serie
di
cartoncini
uguali
è
disegnato
da
una
linea
nera
il
contorno
riproducente
le
figure
stesse
in
dimensioni
e
forma
.
Si
ha
dunque
:
il
telaio
-
-
la
collezione
delle
piastrelle
con
relativo
astuccio
-
-
e
la
collezione
di
tre
serie
di
cartoncini
.
Esercizio
con
gl
'
incastri
Esso
consiste
nel
presentare
al
bambino
il
telaio
con
varie
figure
,
togliere
i
pezzi
,
spargerli
e
mescolarli
sul
tavolino
e
invitare
il
bambino
a
ricollocarli
al
loro
posto
.
Questo
giuoco
è
accessibile
anche
ai
bambini
sotto
ai
tre
anni
-
-
ed
attrae
lungamente
l
'
attenzione
del
bambino
,
-
-
benché
meno
degli
incastri
solidi
:
non
ho
mai
visto
qui
ripetere
l
'
esercizio
più
di
cinque
o
sei
volte
consecutive
.
Il
fanciullo
,
infatti
,
impiega
molta
energia
in
questo
esercizio
-
-
esso
deve
riconoscere
la
forma
e
osservare
lungamente
;
in
principio
molti
riescono
per
tentativi
ad
incastrare
i
pezzi
-
-
cercando
p
.
es
.
di
mettere
successivamente
un
triangolo
in
un
trapezio
,
in
un
rettangolo
ecc
.
O
quando
prendono
un
rettangolo
e
riconoscono
il
luogo
dove
porlo
lo
appoggiano
però
col
lato
lungo
a
traverso
il
corto
,
e
solo
dopo
molte
prove
e
tentativi
giungono
a
metterlo
a
posto
.
Dopo
tre
o
quattro
prove
successive
,
il
bambino
riconosce
con
estrema
facilità
le
figure
geometriche
e
pone
gl
'
incastri
con
una
sicurezza
,
che
ha
un
'
espressione
di
noncuranza
,
di
disprezzo
per
l
'
esercizio
troppo
facile
.
È
questo
il
momento
in
cui
il
bambino
può
avviarsi
a
una
metodica
«
osservazione
»
delle
forme
-
-
mutando
convenientemente
le
piastrelle
sul
leggio
-
-
e
passando
dai
contrasti
alle
analogie
.
Allora
l
'
esercizio
riesce
facile
al
bambino
,
che
si
abitua
a
riconoscere
le
figure
e
a
porre
senza
sforzi
o
tentativi
i
pezzi
d
'
incastro
al
posto
relativo
.
Nel
primo
tempo
-
-
quello
cioè
dei
tentativi
-
-
nel
quale
si
presentano
al
bambino
figure
in
contrasto
di
forma
,
il
riconoscimento
è
aiutato
moltissimo
,
ove
si
associno
alla
sensazione
visiva
,
delle
sensazioni
tattili
muscolari
.
Io
faccio
toccare
con
l
'
indice
della
mano
destra
i
contorni
così
del
pezzo
,
come
dell
'
orlo
interno
della
piastrella
che
dovrà
delimitarlo
e
che
ripete
la
figura
del
pezzo
stesso
;
e
procuro
che
ciò
diventi
un
'
abitudine
pel
bambino
.
Cosa
ben
facile
ad
ottenersi
praticamente
,
perché
i
piccoli
fanciulli
amano
assai
di
tutto
toccare
.
Già
mi
ero
accorta
educando
i
deficienti
,
che
tra
le
memorie
sensoriali
,
quella
del
senso
muscolare
è
la
più
precoce
:
infatti
alcuni
bambini
che
ancora
non
riconoscevano
una
figura
guardandola
,
la
riconoscevano
però
toccandola
,
cioè
eseguendo
il
movimento
necessario
per
seguirne
i
contorni
.
Analogamente
avviene
nella
maggior
parte
dei
piccoli
bambini
normali
:
essi
,
imbarazzati
a
incastrare
un
pezzo
che
rivoltano
invano
da
tutte
le
parti
,
appena
tocchino
i
due
contorni
del
pezzo
e
della
cornice
,
riescono
nell
'
intento
.
Indubbiamente
l
'
associazione
del
senso
tattile
muscolare
a
quello
visivo
,
aiuta
in
modo
notevolissimo
la
percezione
delle
forme
e
ne
fissa
la
memoria
.
In
tali
esercizi
il
controllo
è
assoluto
come
negli
incastri
solidi
:
la
figura
non
può
infatti
entrare
se
non
nella
cornice
corrispondente
;
il
bambino
perciò
può
esercitarsi
da
solo
e
compiere
una
vera
e
propria
autoeducazione
sensoriale
,
per
ciò
che
riguardi
la
percezione
visiva
delle
forme
.
Esercizî
con
le
tre
serie
dei
cartoncini
1ª
serie
:
Si
dànno
al
bambino
dei
cartoncini
con
le
figure
a
pieno
e
dei
pezzi
d
'
incastro
(
cioè
le
figure
centrali
,
senza
la
pia
strella
che
fa
cornice
)
corrispondenti
alle
figure
;
si
mescolano
:
-
-
il
bambino
deve
ordinare
i
cartoncini
in
fila
sul
tavolo
(
ciò
che
lo
diverte
molto
)
-
-
poi
adattarvi
su
i
pezzi
.
Qui
il
controllo
è
nell
'
occhio
:
il
bambino
deve
riconoscere
la
figura
e
adattarvi
su
perfettamente
il
pezzo
in
modo
che
la
copra
e
la
nasconda
.
L
'
occhio
del
bambino
è
qui
corrispondente
alla
cornice
che
materialmente
conduceva
prima
ad
adattare
i
due
pezzi
tra
loro
.
Inoltre
il
fanciullo
deve
abituarsi
a
toccare
i
contorni
della
figura
piena
,
come
semplice
esercizio
(
e
il
bambino
esegue
sempre
volentieri
i
movimenti
)
,
e
dopo
che
ha
sovrapposto
il
pezzo
tocca
ancora
tutto
intorno
,
quasi
aggiustando
col
dito
la
sovrapposizione
affinché
riesca
perfetta
.
2ª
serie
:
Si
dà
un
mazzo
di
cartoncini
al
bambino
-
-
e
il
gruppo
di
pezzi
da
incastro
corrispondenti
alle
figure
che
sono
delineate
con
una
striscia
turchina
.
Il
bambino
sta
passando
gradualmente
dal
concreto
all
'
astratto
.
Prima
egli
maneggiava
solo
oggetti
solidi
,
poi
è
passato
a
una
figura
piana
cioè
al
piano
che
in
sé
non
esiste
;
ora
sta
passando
alla
linea
.
Ma
quella
linea
rappresenta
per
lui
,
non
il
contorno
astratto
d
'
una
figura
piana
;
bensì
il
cammino
tante
volte
compiuto
dal
suo
dito
indice
:
quella
linea
è
la
traccia
d
'
un
movimento
.
Ripassando
ancora
col
dito
il
contorno
della
figura
sul
cartoncino
,
poiché
nei
punti
su
cui
il
dito
si
sovrappone
la
figura
sparisce
,
il
fanciullo
ha
l
'
impressione
di
lasciare
realmente
una
traccia
;
-
-
inoltre
,
sparendo
la
traccia
là
ove
egli
tocca
-
-
è
l
'
occhio
che
guida
il
movimento
;
il
qual
movimento
,
però
,
fu
già
preparato
quando
il
bambino
toccava
i
contorni
solidi
dei
pezzi
di
legno
.
3ª
serie
:
Si
presentano
al
bambino
dei
cartoncini
con
le
figure
semplicemente
delineate
in
nero
e
i
pezzi
,
come
sopra
.
Qui
si
è
passati
veramente
alla
linea
,
cioè
ad
un
'
astrazione
;
anch
'
essa
però
contiene
l
'
idea
del
movimento
compiuto
.
Infatti
essa
può
non
esser
più
la
traccia
del
dito
che
tocca
,
ma
p
.
es
.
quella
della
matita
che
è
diretta
dalla
mano
nello
stesso
movimento
di
prima
.
Queste
figure
geometriche
semplicemente
disegnate
provengono
da
una
serie
graduale
di
immagini
concrete
,
visive
e
motrici
;
e
tali
immagini
tornano
alla
mente
del
bambino
,
quando
egli
fa
l
'
esercizio
di
sovrapporvi
i
pezzi
d
'
incastro
corrispondenti
.
Il
fanciullo
dunque
si
prepara
a
interpretare
con
l
'
occhio
i
contorni
delle
figure
designate
e
anche
si
prepara
con
la
mano
al
disegno
delle
stesse
figure
pei
movimenti
compiuti
.
III
Percezione
visiva
differenziale
dei
colori
:
educazione
del
senso
cromatico
Il
nostro
materiale
consiste
:
a
)
in
stoffe
vivamente
colorate
a
colori
tutti
uniti
,
a
righe
,
a
intrecci
di
righe
(
stoffe
scozzesi
)
,
a
fiorellini
,
puntini
colorati
,
ecc
.
;
b
)
in
bambole
tedesche
fatte
di
stoffa
e
vestite
con
ricci
di
stame
colorato
-
-
così
che
questi
fantocci
portano
indosso
mescolati
i
più
varii
colori
;
c
)
palle
di
lana
di
colore
unito
,
a
vivi
colori
.
Tali
oggetti
servono
specialmente
per
le
lezioni
sui
colori
.
Ma
il
materiale
didattico
per
l
'
educazione
del
senso
cromatico
è
il
seguente
,
che
ho
stabilito
dopo
una
lunga
serie
di
prove
sui
bambini
normali
.
(
All
'
istituto
di
deficienti
usavo
,
come
ho
detto
sopra
,
gli
incastri
)
.
Si
tratta
di
tavolette
intorno
alle
quali
sono
addipanati
dei
fili
vivamente
colorati
di
lana
o
di
seta
:
le
tavolette
portano
alle
due
estremità
un
bordo
dalle
due
facce
-
-
così
che
i
colori
non
istriscino
mai
sul
tavolino
-
-
e
anche
affinché
si
possa
maneggiare
il
pezzo
,
senza
mai
toccare
il
filo
colorato
.
Infatti
così
il
colore
rimane
intatto
per
lungo
tempo
.
Ho
scelto
otto
tinte
e
a
ciascuna
di
esse
corrispondono
otto
gradazioni
di
diversa
intensità
:
sono
perciò
64
tavolette
di
colori
.
Le
otto
tinte
sono
:
nero
(
al
grigio
e
bianco
)
;
rosso
;
arancione
;
giallo
;
verde
;
turchino
;
violetto
;
marrone
.
I
64
colori
sono
in
doppio
esemplare
;
cioè
l
'
intero
sistema
consta
di
128
tavolette
.
Esse
sono
contenute
in
due
astucci
uguali
di
metallo
;
ciascuno
dei
quali
contiene
un
'
intera
serie
di
64
colori
;
essi
sono
divisi
in
otto
caselle
uguali
,
entro
ciascuna
delle
quali
si
adattano
,
giustapposte
a
coltello
,
le
otto
gradazioni
di
una
tinta
.
Esercizi
Si
scelgono
tre
colori
nella
gradazione
più
viva
(es.:
rosso
,
turchino
e
giallo
)
-
-
in
doppio
campione
-
-
e
si
mettono
sul
tavolo
innanzi
al
bambino
;
-
-
presentandogli
un
colore
,
lo
si
invita
a
cercare
nel
miscuglio
l
'
uguale
;
e
così
si
fanno
disporre
in
colonna
le
tavolette
a
due
per
due
,
cioè
appaiate
secondo
il
medesimo
colore
.
Poi
si
cresce
sempre
più
il
numero
delle
tavolette
colorate
fino
a
presentare
otto
colori
,
cioè
sedici
tavolette
.
In
seguito
,
anziché
le
tinte
più
vive
si
sceglieranno
le
più
brune
o
le
più
pallide
.
Infine
si
presenteranno
due
o
tre
tavolette
dello
stesso
colore
ma
di
diversa
intensità
,
facendole
disporre
in
ordine
di
gradazione
;
fino
a
presentare
le
otto
gradazioni
.
Successivamente
si
pongono
innanzi
al
bambino
,
mescolate
,
le
otto
gradazioni
di
due
colori
diversi
(
es
.
rosso
e
turchino
)
-
-
si
fanno
separare
i
gruppi
,
e
disporre
ciascuno
in
gradazione
;
quindi
si
procede
offrendo
mescolate
,
tinte
sempre
più
simili
(
es
.
turchino
e
violetto
,
giallo
e
aranciato
,
ecc
.
)
.
In
una
«
Casa
di
Bambini
»
ho
visto
eseguire
con
molto
successo
di
interesse
e
di
sorprendente
rapidità
il
seguente
giuoco
:
la
direttrice
pone
sul
tavolo
intorno
a
cui
stanno
seduti
dei
bambini
,
tanti
gruppi
di
gradazioni
,
cioè
tante
tinte
per
quanti
sono
i
bambini
,
es
.
tre
:
fa
bene
osservare
a
ogni
bambino
qual
sia
il
colore
che
gli
spetta
o
che
ha
scelto
;
poi
mescola
tutti
insieme
i
gruppi
sul
tavolino
.
Ogni
bambino
prende
rapidamente
dal
gruppo
complessivo
tutte
le
gradazioni
del
suo
colore
,
le
ammucchia
,
e
poi
procede
al
collocamento
dei
pezzi
giustapposti
per
gradazione
,
che
danno
l
'
apparenza
di
un
nastro
a
tinte
sfumate
.
In
un
'
altra
Casa
ho
visto
i
bambini
prendere
l
'
intera
scatola
di
64
colori
,
rovesciarla
sul
tavolo
,
mescolare
a
lungo
le
tavolette
;
poi
rapidamente
riformare
i
gruppi
e
disporli
per
gradazione
,
costruendo
una
specie
di
tappetino
vagamente
colorato
e
sfumato
,
sul
tavolo
.
I
bambini
riescono
presto
ad
acquistare
un
'
abilità
,
innanzi
alla
quale
noi
restiamo
confusi
.
I
bambini
di
tre
anni
riescono
a
mettere
in
gradazione
tutte
le
tinte
.
Si
può
esperimentare
la
memoria
dei
colori
,
facendo
vedere
a
un
bambino
una
tinta
e
invitandolo
ad
andare
a
scegliere
in
un
tavolo
lontano
,
ove
tutti
i
colori
sono
allineati
,
la
tinta
eguale
.
I
fanciulli
riescono
nell
'
esercizio
,
commettendo
piccoli
errori
.
Sono
i
bambini
di
cinque
anni
,
che
si
divertono
a
quest
'
ultimo
esercizio
.
Essi
poi
amano
moltissimo
di
confrontare
due
tinte
e
prendere
la
decisione
sul
giudizio
della
loro
identità
.
Avevo
adottato
in
principio
,
per
saggiare
la
memoria
dei
colori
,
un
istrumento
ideato
dal
Pizzoli
e
consistente
in
un
disco
bruno
munito
in
alto
di
una
incisura
semilunare
:
dietro
l
'
incisura
passano
successivamente
più
colori
a
mezzo
di
un
dischetto
posteriore
girante
,
che
porta
tante
striscie
colorate
disposte
a
raggio
:
il
maestro
richiama
l
'
attenzione
su
un
colore
,
poi
gira
il
disco
e
il
bambino
deve
notare
quando
torna
nella
semiluna
il
colore
fissato
in
principio
.
Ciò
immobilizza
il
bambino
-
-
gli
impedisce
il
controllo
-
-
;
non
è
dunque
un
istrumento
di
educazione
sensoriale
.
Esercizi
per
la
discriminazione
dei
suoni
Sarebbe
desiderabile
avere
a
tal
uopo
il
materiale
didattico
usato
nei
principali
istituti
dei
sordomuti
di
Germania
e
d
'
America
,
su
l
'
«
educazione
auricolare
»
dei
sordastri
,
poiché
tali
esercizi
sono
un
avviamento
all
'
educazione
del
linguaggio
,
tendente
specialmente
a
richiamar
l
'
attenzione
discriminativa
sulle
«
modulazioni
dei
suoni
della
voce
umana
»
.
E
qui
,
nei
bambini
della
prima
età
infantile
,
occupa
un
posto
principale
appunto
l
'
educazione
del
linguaggio
.
Un
altro
scopo
degli
esercizi
è
quello
di
educare
l
'
orecchio
del
bambino
ai
rumori
,
in
modo
ch
'
egli
abituandosi
a
percepire
i
più
leggeri
,
e
a
confrontarli
coi
suoni
,
rifugga
dai
rumori
aspri
e
chiassosi
:
tale
educazione
sensoriale
ha
quindi
anche
uno
scopo
educativo
del
gusto
estetico
,
e
una
notevole
applicazione
pratica
disciplinare
.
Poiché
è
noto
come
i
piccoli
bambini
disturbino
la
disciplina
,
appunto
con
le
grida
e
col
rumore
di
oggetti
da
loro
spostati
,
battuti
ecc
.
Un
'
educazione
scientifica
,
rigorosa
del
senso
acustico
,
non
è
praticamente
applicabile
come
consueto
metodo
didattico
.
Poiché
il
bambino
non
può
esercitarsi
da
solo
,
come
fa
per
gli
altri
sensi
:
e
se
ognuno
si
esercitasse
da
solo
p
.
es
.
con
un
istrumento
a
suoni
graduati
,
ne
verrebbe
dall
'
insieme
un
incomposto
e
assordante
accozzo
di
suoni
.
Invece
,
alla
discriminazione
dei
suoni
è
necessario
un
«
assoluto
silenzio
»
.
La
signorina
Maccheroni
,
direttrice
della
«
Casa
dei
Bambini
»
a
Milano
,
ha
ideato
e
fatto
fabbricare
a
Livorno
una
serie
di
tredici
campane
con
la
convessità
in
alto
e
sostenute
da
un
piede
di
legno
verniciato
in
nero
:
-
-
esse
sono
apparentemente
identiche
-
-
ma
le
vibrazioni
a
un
colpo
di
martello
,
riproducono
le
seguenti
tredici
note
:
Il
sistema
consiste
in
una
doppia
serie
di
13
campane
e
in
quattro
martellini
.
Colpita
una
campana
della
1ª
serie
,
deve
trovarsi
il
corrispondente
suono
nella
seconda
.
Ma
l
'
esercizio
presenta
gravissime
difficoltà
;
i
bambini
non
sanno
colpire
sempre
allo
stesso
modo
le
campane
,
provocando
perciò
suoni
diversamente
intensi
;
e
anche
quando
colpisce
la
maestra
,
pure
avendo
cura
di
estinguere
le
vibrazioni
di
volta
in
volta
col
tocco
della
mano
,
i
bambini
confondono
molto
i
suoni
:
e
almeno
finora
,
tale
istrumento
non
è
sembrato
molto
pratico
.
Noi
disponiamo
inoltre
per
la
discriminazione
dei
suoni
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
la
serie
di
fischietti
del
Pizzoli
-
-
e
una
serie
di
diapason
;
e
pei
rumori
graduati
,
delle
scatole
piene
di
sostanze
diverse
più
o
meno
fini
(
da
sabbia
a
sassolini
)
:
i
rumori
si
provocano
sbattendole
.
Nel
procedimento
pratico
io
uso
di
far
così
:
faccio
provocare
il
silenzio
dalla
direttrice
,
coi
mezzi
comuni
dei
quali
dispone
,
e
poi
io
continuo
ad
approfondire
il
silenzio
facendo
;
«
st
!
st
!
»
con
una
serie
di
graduazioni
di
tono
,
ora
scoccanti
,
ora
prolungati
e
finissimi
come
un
sibilo
.
I
bambini
a
poco
a
poco
ne
restano
affascinati
.
Ogni
tanto
dico
:
«
ancora
più
silenzio
,
ancora
più
»
-
-
e
ricomincio
il
sibilo
sempre
più
leggero
:
e
dico
«
ancor
più
,
più
»
a
voce
quasi
morente
.
Quindi
con
tono
pressoché
drammatico
,
come
se
in
mezzo
al
mare
si
sentisse
una
campana
,
io
dico
,
come
una
persona
che
quasi
sviene
:
«
ecco
si
sente
l
'
orologio
»
(
l
'
orologio
a
muro
)
-
-
«
ecco
si
sentono
le
mosche
volare
,
si
sentono
i
moscerini
»
.
I
bambini
rimangono
estatici
in
un
silenzio
talmente
assoluto
,
che
la
stanza
sembra
deserta
.
«
Chiudiamo
gli
occhi
»
.
Avverto
intanto
,
che
tali
esercizi
ripetuti
,
abituano
talmente
bene
i
bambini
alla
immobilità
e
al
silenzio
assoluto
,
che
nelle
interruzioni
mi
basta
un
«
eh
!
»
,
uno
sguardo
,
a
ricomporlo
immediatamente
.
Nel
silenzio
si
procede
alla
produzione
dei
suoni
e
dei
rumori
prima
per
contrasto
,
poi
per
analogia
;
e
alla
comparazione
tra
rumori
e
suoni
.
Io
credo
che
la
massima
efficacia
si
avrebbe
coi
mezzi
primitivi
proposti
da
Itard
nel
1805
-
-
cioè
il
tamburo
-
-
e
la
campana
.
Una
serie
graduata
di
tamburi
pei
rumori
,
o
meglio
per
suoni
gravi
,
armonici
,
appartenendo
essi
a
un
istrumento
musicale
;
e
una
serie
di
campane
fino
ai
campanelli
.
I
diapason
,
i
fischietti
,
le
scatole
,
non
sono
attraenti
pei
bambini
,
e
non
educano
l
'
udito
come
questi
altri
strumenti
:
non
a
caso
certo
nelle
due
grandi
corporazioni
umane
,
quella
dell
'
odio
(
le
guerre
)
e
quella
dell
'
amore
(
le
religioni
)
hanno
adottato
i
due
strumenti
opposti
:
tamburi
e
campane
.
Io
credo
che
,
dopo
il
fascino
del
silenzio
,
sarebbe
educativo
il
fascino
delle
campane
,
ora
calmante
coi
toni
dolci
e
gravi
,
che
trasmetterebbero
nel
corpo
dei
piccini
immobili
le
loro
vibrazioni
larghe
;
ora
eccitante
coi
campanelli
,
che
bisognerebbe
scegliere
di
suono
chiaro
e
squillante
.
E
quando
,
si
può
dire
,
oltre
all
'
educazione
dell
'
o
recchio
,
si
fosse
prodotta
un
'
educazione
vibratoria
di
tutto
il
corpo
,
dei
visceri
,
dei
muscoli
-
-
col
suono
sapientemente
provocato
dalle
campane
-
-
e
si
fosse
data
una
«
pace
fibrillare
»
al
corpo
dei
bambini
;
allora
più
crudo
riuscirebbe
il
rumore
in
quei
corpi
infantili
;
essi
ne
sentirebbero
l
'
asprezza
;
e
nel
seguito
dell
'
educazione
rifuggirebbero
dai
rumori
chiassosi
;
come
chi
ha
l
'
educazione
dell
'
orecchio
musicale
fugge
,
perché
soffre
,
alle
note
stridenti
e
dissonanti
.
-
-
Non
c
'
è
bisogno
di
illustrazione
per
intendere
l
'
importanza
che
avrebbero
tali
esercizi
,
nell
'
educazione
dell
'
infanzia
del
popolo
.
Le
nuove
generazioni
sarebbero
più
calme
,
sfuggirebbero
ai
chiassi
,
a
quei
rumori
assordanti
che
feriscono
l
'
orecchio
,
allorché
si
entra
oggi
in
uno
degli
spaventosi
alveari
umani
,
dove
vivono
agglomerate
le
persone
povere
lasciate
da
noi
nell
'
abbandono
,
alle
loro
brutalità
.
L
'
educazione
musicale
Dovrebbe
essere
fatta
con
fine
metodo
,
ai
fanciulli
.
In
generale
si
vedono
i
bambini
passare
accanto
alle
grandi
suonate
,
come
vi
passano
gli
animali
:
cioè
senza
percepirne
la
complessità
dei
suoni
.
I
ragazzi
di
strada
circondano
gli
organetti
gridando
come
se
avvertissero
rumori
,
anziché
suoni
.
Per
l
'
educazione
musicale
bisognerebbe
creare
,
così
gl
'
istrumenti
,
come
la
musica
.
Intanto
il
suo
scopo
rispetto
a
quello
della
discriminazione
dei
suoni
con
le
campane
,
è
di
dare
il
ritmo
e
si
può
dire
,
di
spingere
a
movimenti
calmi
e
coordinati
,
quei
muscoli
già
vibranti
nella
pace
dell
'
immobilità
.
Io
credo
che
istrumenti
a
corda
,
specie
di
arpe
semplificate
o
di
lire
,
sarebbero
i
più
convenienti
:
essi
costituiscono
,
insieme
ai
tamburi
e
alle
campane
,
il
terzo
istrumento
classico
dell
'
umanità
:
è
questo
l
'
istrumento
della
«
vita
ìntima
individuale
»
che
la
leggenda
pone
in
ma
no
ad
Orfeo
,
la
favola
tra
le
dita
delle
fate
,
e
la
novella
tra
le
mani
agili
della
principessa
che
conquista
il
cuore
di
un
principe
vezzoso
,
-
-
nei
tempi
di
una
umanità
semplice
e
pacifica
,
comparabile
alla
semplice
vita
infantile
.
La
maestra
che
volta
la
schiena
ai
fanciulli
per
produrre
sul
pianoforte
suoni
tutt
'
altro
che
perfetti
,
non
sarà
mai
l
'
educatrice
del
loro
senso
musicale
.
Il
fanciullo
vuole
essere
affascinato
in
tutti
i
modi
-
-
dallo
sguardo
come
dalla
posa
;
e
la
maestra
che
piegandosi
verso
loro
,
e
ponendoseli
attorno
,
lasciandoli
liberi
nelle
loro
espressioni
naturali
,
toccasse
poche
corde
in
un
ritmo
semplice
,
si
metterebbe
in
comunicazione
,
in
rapporto
di
anima
con
loro
.
Tanto
più
se
questi
tocchi
semplici
accompagnasse
con
la
sua
voce
,
lasciando
liberi
i
bambini
di
seguirla
:
senza
obbligare
nessuno
a
cantare
.
Così
ella
potrebbe
scegliere
come
«
adatte
all
'
educazione
»
quelle
canzoni
che
fossero
seguite
da
tutti
i
bambini
:
o
graduare
la
complicazione
del
ritmo
alle
età
,
perché
vedrebbe
seguirla
spontaneamente
ora
i
soli
grandi
,
ora
anche
i
piccoli
bambini
,
che
adatterebbero
la
loro
forza
spontanea
alle
diverse
difficoltà
delle
canzoni
.
Io
credo
in
ogni
modo
che
gli
istrumenti
semplici
,
primitivi
come
la
«
zampogna
»
o
gli
istrumenti
a
corde
,
siano
adatte
ai
bambini
:
a
raddolcirli
,
a
penetrare
nelle
loro
anime
.
Invece
gl
'
istrumenti
a
fiato
,
come
una
tromba
o
un
sufolo
,
sono
adatti
a
eccitare
i
movimenti
muscolari
ritmici
,
e
a
provocare
una
ginnastica
spontanea
molto
educativa
,
cioè
il
ballo
:
il
quale
dovrebbe
somigliare
assai
più
a
quello
lieto
,
libero
e
innocente
dei
contadini
sull
'
aia
-
-
che
a
quello
complicato
dei
saloni
.
Io
cerco
di
condurre
la
direttrice
della
«
Casa
dei
Bambini
»
di
Milano
,
che
è
anche
una
esperta
maestra
di
musica
,
a
dei
tentativi
di
studio
sulla
capacità
musicale
dei
piccoli
bambini
.
Ella
ha
fatto
molti
tentativi
col
pianoforte
,
osservando
come
i
fanciulli
non
siano
sensibili
al
tono
musicale
,
ma
soltanto
al
ritmo
.
Sul
ritmo
ella
ha
or
ganizzato
piccoli
e
semplici
balli
figurati
,
con
l
'
intenzione
di
studiare
l
'
influenza
del
ritmo
stesso
sulla
coordinazione
dei
movimenti
muscolari
.
Ma
la
sua
alta
sorpresa
fu
invece
l
'
effetto
educativo
disciplinare
di
tale
musica
.
I
suoi
bambini
,
(
con
molta
sapienza
e
arte
condotti
da
lei
nella
libertà
,
all
'
ordine
spontaneo
degli
atti
o
dei
movimenti
)
,
cresciuti
senza
disciplina
nei
cortili
e
nelle
strade
,
avevano
l
'
abitudine
di
saltare
talvolta
sfrenatamente
.
Molto
ossequente
al
metodo
della
libertà
,
e
considerando
che
saltare
non
è
un
male
,
mai
li
aveva
corretti
.
Si
accorse
che
moltiplicando
gli
esercizi
di
ballo
,
i
bambini
a
poco
a
poco
diminuivano
i
salti
e
finalmente
non
saltavano
più
.
Allora
la
Direttrice
chiese
spiegazione
di
tale
mutamento
di
condotta
;
alcuni
piccoli
la
guardarono
senza
rispondere
;
i
grandi
le
fecero
risposte
varie
,
ma
il
cui
contenuto
era
analogo
;
«
saltare
non
sta
bene
»
-
-
«
saltare
è
brutto
»
-
-
«
saltare
è
uno
sgarbo
»
.
Questo
fu
certo
uno
dei
più
bei
trionfi
del
nostro
metodo
.
E
ciò
pure
rivela
,
insieme
alle
altre
citate
esperienze
sulle
sensazioni
,
la
educabilità
del
senso
muscolare
nel
bambino
,
e
la
squisitezza
di
tale
senso
;
che
è
in
relazione
con
la
precocità
della
memoria
muscolare
,
in
rapporto
ad
altre
forme
di
memoria
sensoriale
.
Saggio
dell
'
acutezza
uditiva
L
'
unica
prova
finora
sperimentata
con
grande
successo
nella
«
Casa
dei
Bambini
»
è
quella
dell
'
orologio
e
della
voce
afona
.
La
prova
è
del
tutto
empirica
,
e
sfugge
alla
misura
,
ma
per
questo
non
è
meno
utile
saggiare
approssimativamente
l
'
acutezza
uditiva
nei
bambini
.
Consiste
nel
far
loro
sentire
,
in
perfetto
silenzio
,
il
tic
tac
dell
'
orologio
e
tutti
i
piccoli
rumori
che
sfuggono
comunemente
all
'
orecchio
;
e
nel
chiamare
a
uno
a
uno
i
piccini
da
una
stanza
vicina
,
pronunciando
il
nome
di
ciascuno
a
voce
afona
.
Per
preparare
tali
esercizî
,
è
necessario
insegnare
ai
bambini
il
silenzio
:
per
questo
faccio
eseguire
vari
giuochi
del
silenzio
,
che
contribuiscono
in
modo
notevole
alla
sorprendente
capacità
di
disciplina
dei
nostri
bambini
.
Richiamo
l
'
attenzione
dei
piccini
sopra
di
me
-
-
che
faccio
silenzio
.
Mi
metto
in
varie
pose
:
in
piedi
,
seduta
-
-
immobile
,
silenziosa
.
Un
dito
che
si
muova
,
potrebbe
produrre
un
rumore
,
sia
pure
impercettibile
;
potrei
respirare
in
modo
che
si
sentisse
:
ma
no
,
tutto
è
assoluto
silenzio
.
Non
è
cosa
facile
.
Chiamo
un
bambino
e
lo
invito
a
far
come
me
:
egli
aggiusta
in
miglior
posa
un
piede
,
ecco
un
rumore
!
muove
un
braccio
strisciandolo
impercettibilmente
sul
bracciuolo
della
poltroncina
,
è
un
rumore
:
il
suo
respiro
non
è
ancor
silenzioso
del
tutto
,
tranquillo
,
inavvertito
assolutamente
come
il
mio
.
Durante
tali
manovre
,
e
i
miei
brevi
e
concitati
discorsi
interrotti
da
immobilità
e
silenzio
,
i
fanciulli
restano
incantati
ad
ascoltare
e
a
guardare
.
Moltissimi
s
'
interessano
del
fatto
che
non
avevano
mai
osservato
-
-
cioè
che
si
fanno
tanti
rumori
i
quali
non
si
avvertivano
;
e
che
ci
sono
più
gradi
di
silenzio
.
C
'
è
un
silenzio
assoluto
,
là
ove
nulla
,
assolutamente
nulla
si
muove
.
Essi
mi
guardano
stupiti
quando
io
mi
metto
in
mezzo
alla
sala
diritta
,
ed
è
veramente
come
se
«
non
ci
fossi
»
.
Allora
tutti
fanno
a
gara
per
imitarmi
e
cercano
di
fare
altrettanto
.
Io
insegno
qua
e
là
,
ove
un
piede
si
muove
quasi
inavvertitamente
.
L
'
attenzione
dei
fanciulli
è
richiamata
su
ogni
parte
del
corpo
,
in
un
'
ansiosa
volontà
di
raggiungere
l
'
immobilità
.
Mentre
essi
si
esercitano
a
questo
ecco
veramente
farsi
un
silenzio
diverso
da
ciò
che
superficialmente
si
chiama
silenzio
:
sembra
che
gradatamente
sparisca
la
vita
,
che
la
sala
si
faccia
di
mano
in
mano
vuota
,
come
se
non
ci
fosse
più
nessuno
.
Allora
principia
a
sentirsi
il
tic
tac
dell
'
orologio
a
muro
;
e
quel
tic
tac
sembra
crescere
d
'
intensità
a
poco
a
poco
che
il
silenzio
si
fa
assoluto
.
Di
fuori
,
dal
cortile
che
sembrava
silenzioso
-
-
ecco
venire
rumori
vari
-
-
un
uccellino
che
pigola
,
un
bambino
che
passa
.
I
fanciulli
restano
affascinati
da
quel
silenzio
come
da
una
loro
reale
conquista
.
«
Ecco
»
-
-
dice
la
direttrice
-
-
«
ora
non
c
'
è
più
nessuno
-
-
i
bambini
sono
andati
via
»
.
Raggiunto
questo
grado
,
si
chiudono
al
buio
le
finestre
-
-
e
si
dice
ai
bambini
:
chiudete
gli
occhi
-
-
appoggiate
lentamente
la
testa
sulle
mani
-
-
e
mettete
le
mani
spiegate
a
chiudere
gli
occhi
.
Essi
si
pongono
così
e
torna
nel
buio
l
'
assoluto
silenzio
.
«
Adesso
ascoltate
una
voce
leggera
che
vi
chiama
per
nome
»
.
Allora
,
in
una
stanza
vicina
collocata
dietro
ai
bambini
,
a
traverso
la
porta
spalancata
-
-
chiamo
a
voce
afona
,
strisciando
le
sillabe
lungamente
,
come
si
chiamerebbe
con
chiaro
grido
a
traverso
le
montagne
-
-
e
questa
voce
quasi
occulta
,
sembra
che
giunga
al
cuore
e
chiami
la
loro
anima
.
Ogni
chiamato
si
scuote
,
leva
la
testa
,
apre
gli
occhi
come
trasognato
e
insieme
felice
;
si
alza
silenziosamente
cercando
di
non
muovere
la
sedia
e
cammina
in
punta
di
piedi
così
impercettibilmente
che
quasi
non
si
sente
:
tuttavia
il
suo
passo
risuona
nel
silenzio
assoluto
che
non
s
'
interrompe
mai
e
tra
l
'
immobilità
che
persiste
.
E
giunge
alla
porta
con
volto
gioioso
,
fa
qualche
salto
nella
stanza
vicina
,
soffoca
piccoli
scoppî
di
risa
;
ovvero
si
attacca
alle
mie
vesti
appoggiando
il
volto
al
mio
corpo
;
o
si
pone
a
guardare
i
compagni
che
giacciono
ancora
nell
'
aspettativa
silenziosa
.
Il
chiamato
sente
quasi
un
privilegio
,
un
dono
,
un
premio
.
E
pure
sa
che
tutti
saranno
chiamati
cominciando
«
dal
più
assolutamente
silenzioso
che
resta
nella
sala
»
.
Così
ciascuno
cerca
di
meritare
nell
'
attesa
perfetta
,
la
chiamata
sicura
.
Io
vidi
una
volta
una
piccina
di
tre
anni
cercar
di
soffocare
uno
starnuto
e
riuscirvi
!
Ella
tratteneva
il
respiro
nel
suo
piccolo
petto
scosso
-
-
e
resisteva
-
-
fino
a
riuscire
vittoriosa
.
Sforzo
invero
sorprendente
!
Tale
giuoco
affascina
i
piccoli
:
i
loro
volti
intenti
,
la
loro
immobilità
paziente
,
rivela
la
ricerca
di
un
grande
piacere
.
In
principio
,
quando
l
'
anima
del
fanciullo
mi
era
sconosciuta
,
avevo
pensato
di
far
veder
loro
piccoli
dolci
e
piccoli
giocattoli
promettendo
di
darli
al
chiamato
supponendo
che
i
regali
dovessero
essere
l
'
attrattiva
necessaria
a
ottenere
simili
sforzi
dall
'
infanzia
.
Ma
ben
presto
dovetti
accorgermi
che
ciò
era
inutile
.
I
bambini
giungevano
dopo
aver
superato
gli
sforzi
,
le
emozioni
e
i
godimenti
del
silenzio
-
-
come
navi
in
porto
-
-
eran
felici
di
tutto
ciò
:
di
aver
sentito
,
qualche
cosa
di
nuovo
,
e
di
aver
riportato
una
vittoria
.
Questo
era
il
loro
compenso
.
Essi
dimenticavano
la
promessa
del
dolce
e
non
si
curavano
di
prendere
l
'
oggetto
,
che
supponevo
li
attraesse
.
Così
abbandonai
quel
mezzo
inutile
e
vidi
con
istupore
che
il
giuoco
ripetuto
si
perfezionava
sempre
più
,
fino
a
trattenere
bambini
di
tre
anni
immobili
nel
silenzio
,
durante
tutto
il
tempo
necessario
a
chiamare
e
far
uscire
ben
quaranta
altri
bambini
!
Allora
mi
accorsi
che
l
'
anima
del
fanciullo
ha
pur
essa
i
suoi
premi
e
i
suoi
godimenti
spirituali
.
Dopo
tali
esercizî
sembrava
ch
'
essi
mi
amassero
di
più
:
certo
erano
divenuti
più
ubbidienti
,
più
dolcemente
miti
.
Infatti
ci
eravamo
isolati
dal
mondo
e
avevamo
passato
qualche
minuto
insieme
uniti
tra
noi
;
io
a
desiderarli
e
a
chiamarli
-
-
ed
essi
a
ricevere
,
nel
silenzio
più
profondo
,
la
voce
che
si
rivolgeva
personalmente
a
ciascuno
di
loro
,
giudicandolo
in
quel
momento
il
migliore
di
tutti
!
La
lezione
sul
silenzio
Ecco
una
lezione
che
riuscì
molto
efficace
per
insegnare
la
perfezione
del
silenzio
.
Un
giorno
recandomi
a
una
«
Casa
dei
bambini
»
,
incontrai
nel
cortile
una
madre
che
teneva
tra
le
braccia
la
sua
bambina
di
quattro
mesi
d
'
età
-
-
fasciata
come
ancora
usano
nel
popolo
di
Roma
-
-
ove
i
piccoli
lattanti
così
involti
e
stretti
nelle
fasce
che
modellano
il
corpicino
-
-
senz
'
altra
copertura
o
grembiale
,
-
-
si
chiamano
pupi
.
La
piccina
,
tranquilla
e
paffuta
,
sembrava
l
'
incarnazione
della
pace
.
Io
la
presi
in
braccio
ed
essa
rimase
immobile
e
buona
.
Mi
avanzai
con
la
piccina
in
braccio
:
-
-
i
bambini
della
«
Casa
»
si
erano
precipitati
fuori
per
incontrarmi
-
-
come
solitamente
fanno
,
abbracciandomi
a
gara
le
ginocchia
talvolta
in
modo
così
violento
,
che
quasi
mi
gettano
in
terra
.
Io
sorrisi
loro
,
mostrando
la
pupa
-
-
essi
intesero
-
-
e
mi
saltellarono
intorno
,
guardandomi
con
occhi
brillanti
di
piacere
,
ma
senza
toccarmi
,
per
rispetto
alla
piccina
che
avevo
in
braccio
.
Così
entrai
nella
sala
e
i
bambini
mi
camminavano
tutti
intorno
.
Ci
mettemmo
a
sedere
,
io
di
rimpetto
a
loro
,
sopra
una
sedia
grande
-
-
non
sulle
piccole
seggioline
,
come
è
mia
consuetudine
.
Cioè
mi
sedetti
solennemente
.
Essi
guardavano
la
mia
piccina
con
un
misto
di
tenerezza
e
di
gioia
:
non
avevamo
ancora
pronunciato
una
parola
.
Io
dissi
:
«
Vi
ho
portata
una
maestrina
»
.
-
-
Sguardi
sorpresi
,
meravigliati
,
risa
.
-
-
«
Una
maestrina
,
sì
,
perché
nessuno
sa
stare
fermo
come
lei
»
.
Tutti
i
piccini
si
aggiustano
fermi
al
loro
posto
.
«
Le
gambe
però
nessuno
le
tiene
ferme
come
lei
»
.
Tutti
aggiustano
con
cura
le
gambe
perché
siano
composte
.
Io
li
guardo
sorridendo
:
«
Sì
,
ma
non
saranno
mai
ferme
come
le
sue
:
voi
un
poco
le
muoverete
,
ma
lei
no
.
Nessuno
può
essere
come
lei
»
.
I
bambini
sono
serî
-
-
sembra
che
sia
penetrata
in
loro
la
convinzione
della
superiorità
della
maestrina
:
alcuno
sorride
e
sembra
dire
cogli
occhi
che
le
fasce
hanno
tutto
il
merito
.
«
Nessuno
poi
sta
zitto
come
lei
»
.
-
-
Silenzio
generale
.
-
-
«
Non
è
possibile
star
proprio
silenziosi
come
lei
-
-
perché
...
sentite
il
suo
respiro
...
come
è
delicato
...
avvicinatevi
in
punta
di
piedi
»
.
Alcuni
si
alzano
e
si
avanzano
adagio
adagio
in
punta
di
piedi
,
sporgendo
la
testa
e
volgendo
l
'
orecchio
verso
la
piccina
.
Gran
silenzio
.
«
Nessuno
potrà
respirare
silenziosamente
come
lei
»
.
I
bambini
guardano
stupiti
-
-
non
avevano
mai
pensato
che
,
anche
fermi
,
si
fanno
dei
rumori
-
-
e
che
il
silenzio
dei
piccoli
è
più
profondo
del
silenzio
dei
grandi
.
Cercano
quasi
di
trattenere
il
respiro
.
Io
mi
alzo
.
«
Vado
via
piano
,
piano
»
(
cammino
in
punta
di
piedi
senza
fare
alcun
rumore
)
.
«
Eppure
da
me
qualche
cosa
si
sente
-
-
per
quanto
faccia
piano
-
-
si
sente
:
ma
lei
!
cammina
con
me
-
-
e
non
fa
alcun
rumore
:
-
-
ella
sì
-
-
va
via
ed
è
silenziosa
»
.
I
bambini
sorridono
commossi
-
-
capiscono
la
verità
e
lo
scherzo
delle
mie
parole
.
Io
restituisco
la
pupa
alla
madre
a
traverso
una
finestra
.
Dietro
alla
piccina
sembra
rimanere
un
fascino
che
avvolge
le
anime
:
nulla
è
più
dolce
in
natura
,
che
il
silenzio
di
un
respiro
di
neonato
.
La
vita
umana
rinnovata
che
riposa
nel
silenzio
,
quale
maestà
!
Al
paragone
impallidisce
l
'
espressione
di
Wordsworth
sulla
silente
pace
della
natura
:
«
che
calma
,
che
quiete
!
unico
suono
,
il
gocciolar
del
remo
sospeso
»
.
E
anche
i
fanciulli
sentono
la
poesia
del
silenzio
di
una
pacifica
vita
umana
nascente
!
Generalità
sulla
educazione
dei
sensi
L
'
accennata
metodica
per
l
'
educazione
dei
sensi
in
bambini
da
3
a
7
anni
d
'
età
non
rappresenta
certo
la
perfezione
raggiunta
;
ma
essa
apre
,
io
credo
,
una
nuova
via
d
'
indagine
psicologica
,
che
potrebbe
essere
largamente
ricca
di
risultati
.
Finora
la
psicologia
sperimentale
si
portava
a
perfezionare
gl
'
istrumenti
di
misura
,
cioè
la
graduazione
degli
stimoli
:
ma
non
esisteva
un
tentativo
atto
a
preparare
metodicamente
gl
'
individui
alle
sensazioni
.
Invece
la
psicometria
,
io
credo
,
dovrà
il
suo
sviluppo
più
alla
preparazione
dell
'
individuo
,
che
a
quella
dell
'
istrumento
.
Ma
trascurando
qui
tale
interesse
puramente
scientifico
,
la
educazione
dei
sensi
ha
un
altissimo
interesse
pedagogico
.
Noi
infatti
ci
proponiamo
due
scopi
nell
'
educazione
generale
:
-
-
uno
biologico
e
uno
sociale
;
-
-
quello
biologico
consiste
nell
'
aiutare
il
naturale
sviluppo
dell
'
individuo
,
quello
sociale
nel
preparare
l
'
individuo
all
'
ambiente
(
e
in
questo
rientra
pure
l
'
educazione
professionale
che
insegna
all
'
individuo
a
utilizzare
l
'
ambiente
)
.
L
'
educazione
dei
sensi
è
infatti
importantissima
da
entrambi
i
lati
:
lo
sviluppo
dei
sensi
infatti
precede
quello
delle
attività
superiori
intellettuali
:
e
nel
bambino
da
3
a
7
anni
esso
è
nel
periodo
della
formazione
.
Noi
dunque
possiamo
aiutare
lo
sviluppo
dei
sensi
appunto
quando
essi
sono
in
tale
periodo
,
graduando
e
adattando
gli
stimoli
,
così
come
si
deve
aiutare
la
formazione
del
linguaggio
,
prima
che
esso
sia
completamente
sviluppato
.
Tutta
l
'
educazione
della
prima
infanzia
deve
essere
informata
a
questo
principio
:
aiutare
il
naturale
sviluppo
psicofisico
del
bambino
.
L
'
altra
parte
dell
'
educazione
,
cioè
quella
di
adattare
l
'
individuo
all
'
ambiente
,
avrà
la
prevalenza
in
seguito
,
quando
il
periodo
dello
sviluppo
intenso
è
sorpassato
.
Le
due
parti
sono
sempre
intrecciate
,
ma
hanno
una
prevalenza
secondo
le
età
.
Ora
il
periodo
della
vita
che
va
da
3
a
7
anni
-
-
include
un
'
epoca
di
rapida
crescenza
fisica
-
-
e
di
formazione
delle
attività
psichiche
sensoriali
.
Il
bambino
in
questa
età
sviluppa
i
sensi
,
la
sua
attenzione
è
quindi
rivolta
all
'
ambiente
sotto
forma
di
curiosità
passiva
.
Gli
stimoli
e
non
ancora
le
ragioni
delle
cose
-
-
attraggono
la
sua
attenzione
;
è
perciò
l
'
epoca
di
dirigere
meto
dicamente
gli
stimoli
sensoriali
-
-
affinché
le
sensazioni
si
svolgano
razionalmente
:
e
preparino
così
la
base
ordinata
a
costruire
una
mentalità
positiva
al
fanciullo
.
Inoltre
con
l
'
educazione
dei
sensi
è
possibile
scoprire
e
correggere
eventuali
difetti
,
che
passano
oggi
ancora
inosservati
nelle
scuole
-
-
fino
almeno
al
periodo
in
cui
il
difetto
si
manifesta
con
una
evidente
e
oramai
irreparabile
inadattabilità
all
'
ambiente
-
-
(
sordità
,
miopia
)
.
È
dunque
questa
l
'
educazione
fisiologica
,
che
prepara
direttamente
l
'
educazione
psichica
,
perfezionando
gli
organi
dei
sensi
e
le
vie
nervose
di
protezione
e
di
associazione
.
Ma
anche
l
'
altra
parte
dell
'
educazione
,
riguardante
l
'
adattamento
dell
'
individuo
all
'
ambiente
,
è
indirettamente
toccata
.
Poiché
noi
prepariamo
così
,
l
'
infanzia
dell
'
umanità
dei
nostri
tempi
.
-
-
Gli
uomini
della
presente
civiltà
sono
eminentemente
osservatori
dell
'
ambiente
,
perché
debbono
utilizzare
al
massimo
grado
tutte
le
sue
ricchezze
.
Anche
l
'
arte
si
fonda
oggi
,
come
al
tempo
greco
,
sull
'
osservazione
del
vero
.
La
scienza
positiva
progredisce
appunto
sull
'
osservazione
;
e
tutte
le
scoperte
e
le
loro
applicazioni
che
dall
'
ultimo
secolo
tanto
valsero
a
trasformare
l
'
ambiente
civile
,
furono
conseguite
lungo
il
medesimo
cammino
.
Dobbiamo
perciò
preparare
le
nuove
generazioni
a
questa
attitudine
,
che
si
rende
necessaria
come
forma
di
vita
civile
moderna
e
come
mezzo
indispensabile
a
continuare
efficacemente
l
'
opera
del
nostro
progresso
.
Noi
vediamo
dalle
osservazioni
nascere
le
scoperte
dei
raggi
Roëtgen
,
delle
onde
herziane
,
delle
vibrazioni
del
radium
,
e
aspettiamo
applicazioni
grandiose
simili
a
quella
del
telegrafo
Marconi
.
Intanto
in
nessuna
epoca
come
nella
nostra
,
il
pensiero
,
partendo
dalle
indagini
positive
-
-
fu
così
promettente
di
luce
nelle
speculazioni
filosofiche
-
-
e
nelle
vie
spirituali
.
Le
teorie
sulla
materia
,
esse
stesse
,
dopo
la
scoperta
del
radium
,
hanno
condotto
a
concezioni
metafisiche
.
Si
potrebbe
dire
che
preparando
l
'
osservazione
,
abbiamo
pure
preparato
vie
conducenti
alle
scoperte
spirituali
.
L
'
educazione
dei
sensi
,
formando
uomini
osservatori
,
non
compie
solo
un
ufficio
generico
di
adattamento
all
'
epoca
presente
della
civiltà
;
ma
ancora
prepara
direttamente
alla
vita
pratica
.
Ci
siamo
fatti
sin
qui
,
io
credo
,
un
'
idea
molto
imperfetta
di
quanto
occorra
alla
pratica
della
vita
.
Siamo
sempre
partiti
dalle
idee
per
discendere
alle
vie
motrici
.
Così
p
.
es
.
l
'
educazione
è
stata
sempre
quella
di
insegnare
intellettualmente
e
poi
di
far
eseguire
.
Noi
in
genere
,
insegnando
parliamo
dell
'
oggetto
che
c
'
interessa
,
e
tentiamo
d
'
indurre
lo
scolaro
,
quando
ha
capito
,
a
eseguire
un
lavoro
in
rapporto
con
l
'
oggetto
stesso
.
Ma
spesso
lo
scolaro
che
ha
capito
l
'
idea
trova
enormi
difficoltà
nell
'
esecuzione
del
lavoro
che
da
lui
si
richiede
,
perché
manca
all
'
educazione
un
fattore
di
prima
importanza
:
il
perfezionamento
delle
sensazioni
.
Valga
a
illustrare
il
principio
qualche
esempio
.
Noi
diciamo
a
una
cuoca
di
comperare
del
pesce
fresco
:
essa
intende
l
'
idea
e
si
accinge
ad
eseguirla
nell
'
atto
.
Ma
se
la
cuoca
non
ha
la
vista
e
l
'
odorato
esercitati
a
riconoscere
i
segni
di
freschezza
nel
pesce
,
non
saprà
eseguire
l
'
ordine
avuto
.
Tale
manchevolezza
si
renderà
tanto
più
manifesta
nell
'
operazione
culinaria
.
La
cuoca
potrà
essere
una
letterata
e
conoscere
a
meraviglia
le
dosi
e
i
tempi
descritti
in
un
libro
di
cucina
;
saprà
eseguire
le
manipolazioni
necessarie
a
dare
la
dovuta
forma
ai
piatti
ecc
.
;
ma
allorquando
si
tratterà
di
apprezzare
con
l
'
odorato
il
momento
giusto
della
cottura
,
o
con
l
'
occhio
o
col
tasto
il
momento
di
dover
intervenire
col
dato
condimento
-
-
qui
l
'
azione
farà
difetto
,
se
la
cuoca
non
ha
i
sensi
sufficientemente
preparati
.
Essa
dovrà
conquistare
tale
abilità
con
una
lunga
pratica
-
-
e
tale
pratica
non
è
poi
altro
che
un
'
educazione
tardiva
dei
sensi
,
la
quale
spesso
non
è
più
efficace
nell
'
adulto
;
-
-
perciò
è
tanto
difficile
trovare
bravi
cuochi
.
Qualche
cosa
di
analogo
avviene
pei
medici
.
Lo
studente
di
medicina
studia
teoricamente
i
caratteri
del
polso
-
-
e
si
mette
al
letto
del
paziente
con
tutta
la
buona
volontà
di
riconoscerli
-
-
ma
se
le
sue
dita
non
sanno
raccogliere
il
fenomeno
,
invano
avrà
studiato
e
voluto
.
Per
diventare
medico
gli
manca
la
capacità
discriminativa
degli
stimoli
sensoriali
.
Lo
stesso
si
dica
pei
toni
del
cuore
,
che
lo
studente
studia
nella
teoria
,
ma
che
l
'
orecchio
non
sa
poi
distinguere
nella
pratica
;
così
si
dica
dei
fremiti
e
delle
vibrazioni
innanzi
ai
quali
la
mano
resta
inetta
.
Il
termometro
è
tanto
più
indispensabile
al
medico
,
per
quanto
più
il
suo
sistema
cutaneo
è
inadatto
a
raccogliere
gli
stimoli
termici
.
Si
sa
bene
che
un
medico
può
essere
dotto
e
intelligentissimo
senza
essere
un
buon
pratico
;
e
che
per
formare
un
buon
pratico
,
occorre
il
lungo
esercizio
.
In
realtà
questo
lungo
esercizio
non
è
altro
che
un
tardivo
e
spesso
inefficace
esercizio
dei
sensi
.
Dopo
avere
assimilate
le
brillanti
teorie
,
il
medico
si
vede
costretto
all
'
ingrato
lavoro
della
semejotica
,
cioè
all
'
esercizio
della
raccolta
dei
sintomi
,
per
trarre
da
quelle
teorie
un
pratico
frutto
.
Ecco
dunque
il
principiante
che
procede
metodicamente
alla
palpazione
,
alla
percussione
,
all
'
ascoltazione
per
riconoscere
i
fremiti
,
le
risonanze
,
i
toni
,
soffî
,
e
rumori
,
-
-
che
-
-
essi
soli
-
-
potranno
metterlo
in
grado
di
formulare
la
diagnosi
.
Donde
il
profondo
e
doloroso
scoraggiamento
,
la
disillusione
dei
giovani
medici
-
-
e
sopratutto
la
perdita
di
tempo
-
-
che
è
perdita
di
lunghi
anni
!
e
ancora
l
'
immoralità
di
esercitare
spesso
una
professione
di
così
grande
responsabilità
,
nell
'
incertezza
della
raccolta
dei
sintomi
!
Tutta
l
'
arte
medica
è
fondata
sopra
un
esercizio
dei
sensi
:
le
scuole
invece
preparano
i
medici
con
lo
studio
dei
classici
!
Ebbene
lo
sviluppo
intellettuale
grandioso
del
medico
cade
impotente
,
innanzi
all
'
insufficienza
dei
suoi
sensi
.
Un
giorno
intesi
un
chirurgo
dare
alle
madri
del
popolo
lezioni
sul
riconoscimento
delle
prime
deformazioni
del
rachitismo
nei
bambini
allo
scopo
di
indurle
a
portare
i
figli
rachitici
dal
medico
,
nell
'
inizio
della
malattia
,
quando
cioè
l
'
intervento
terapeutico
può
ancora
essere
efficace
.
Le
madri
avevano
capito
l
'
idea
:
ma
non
sapevano
riconoscere
le
deformazioni
iniziali
,
perché
mancava
loro
l
'
esercizio
sensoriale
alla
fine
discriminazione
delle
forme
appena
deviate
dalla
normalità
.
Onde
quelle
lezioni
riuscirono
inutili
.
Se
ben
pensiamo
,
quasi
tutte
le
sofisticazioni
delle
sostanze
alimentari
,
si
rendono
possibili
pel
torpore
dei
sensi
,
esistente
nelle
moltitudini
.
La
frode
dell
'
industria
si
alimenta
sulla
mancanza
della
educazione
sensoriale
nelle
masse
;
come
la
frode
del
truffatore
,
si
basa
sulla
ingenuità
della
sua
vittima
.
Noi
vediamo
i
compratori
rivolgersi
spesso
alla
lealtà
dell
'
offerente
o
riposare
sulla
fiducia
della
ditta
,
per
decidersi
agli
acquisti
:
e
ciò
perché
loro
manca
la
capacità
materiale
di
intendersene
direttamente
,
come
si
dice
;
ossia
di
distinguere
coi
sensi
i
caratteri
differenziali
delle
sostanze
.
Infine
noi
diciamo
in
molti
casi
che
si
rende
inutile
l
'
intelligenza
-
-
per
la
mancanza
di
pratica
-
-
e
questa
pratica
è
quasi
sempre
l
'
educazione
sensoriale
.
Ognuno
ha
,
nella
vita
pratica
,
la
necessità
fondamentale
di
raccogliere
con
esattezza
gli
stimoli
dall
'
ambiente
.
Ma
assai
spesso
nell
'
adulto
l
'
educazione
sensoriale
è
difficile
,
come
lo
è
l
'
educazione
della
mano
nell
'
adulto
che
voglia
farsi
pianista
.
È
necessario
iniziare
l
'
educazione
dei
sensi
nel
periodo
formativo
,
se
vorremo
in
se
guito
con
l
'
educazione
perfezionarli
.
Perciò
l
'
educazione
dei
sensi
dovrebbe
iniziarsi
con
metodo
nell
'
età
infantile
,
e
continuarsi
poi
durante
il
periodo
dell
'
istruzione
,
che
dovrà
preparare
l
'
individuo
alla
vita
pratica
nell
'
ambiente
.
Anche
l
'
educazione
estetica
e
morale
sono
collegate
strettamente
con
quella
sensoriale
.
-
-
Moltiplicando
le
sensazioni
,
e
sviluppando
la
capacità
di
apprezzare
le
minime
quantità
differenziali
tra
gli
stimoli
,
si
affina
la
sensibilità
e
si
moltiplicano
i
godimenti
.
La
bellezza
è
nell
'
armonia
,
non
nei
contrasti
-
-
e
l
'
armonia
è
affinità
-
-
onde
occorre
finezza
sensoriale
a
percepirla
.
Le
armonie
estetiche
della
natura
e
dell
'
arte
sfuggono
a
chi
ha
sensi
rozzi
.
-
-
Il
mondo
è
allora
ristretto
e
aspro
.
Nell
'
ambiente
esistono
inesauribili
fonti
di
godimenti
estetici
-
-
innanzi
alle
quali
gli
uomini
passano
come
insensati
o
come
bruti
,
-
-
cercando
il
godimento
nelle
sensazioni
forti
e
aspre
,
poiché
sono
le
sole
a
loro
accessibili
.
Ora
nei
godimenti
grossolani
molto
spesso
nasce
l
'
abitudine
viziosa
:
i
forti
stimoli
infatti
non
acutizzano
,
ma
attutiscono
il
senso
,
che
ha
così
bisogno
di
stimoli
sempre
più
accentuati
.
L
'
onanismo
così
diffuso
nei
bambini
normali
di
bassa
educazione
,
-
-
l
'
alcoolismo
,
l
'
amore
agli
spettacoli
sensuali
degli
adulti
,
costituiscono
i
godimenti
di
coloro
,
i
cui
piaceri
intellettuali
sono
scarsi
,
i
cui
sensi
tacciono
-
-
uccidendo
l
'
uomo
,
e
resuscitando
la
bestia
.
Infine
,
dal
punto
di
vista
fisiologico
,
l
'
importanza
dell
'
educazione
dei
sensi
risalta
osservando
lo
schema
dell
'
arco
diastaltico
,
rappresentante
in
sintesi
le
funzioni
del
sistema
nervoso
.
Lo
stimolo
esterno
agisce
sull
'
organo
di
senso
S
e
l
'
impressione
si
trasmette
lungo
le
vie
centripete
al
centro
nervoso
-
-
ove
si
elabora
l
'
impulso
motore
corrispondente
-
-
che
,
lungo
le
vie
centrifughe
,
si
trasmette
all
'
organo
di
moto
,
provocando
un
movimento
.
Benché
l
'
arco
diastaltico
stia
a
rappresentare
schematicamente
il
meccanismo
dei
movimenti
riflessi
spinali
,
pure
esso
può
considerarsi
come
una
chiave
fondamentale
,
atto
a
riassumere
anche
i
fenomeni
del
meccanismo
nervoso
,
più
elevati
.
L
'
uomo
raccoglie
col
sistema
periferico
sensoriale
gli
stimoli
dell
'
ambiente
-
-
cioè
si
mette
con
l
'
ambiente
in
rapporti
diretti
-
-
la
vita
psichica
poi
si
svolge
in
rapporto
col
sistema
nervoso
centrale
;
e
l
'
attività
umana
,
che
è
attività
eminentemente
sociale
,
si
manifesta
all
'
esterno
con
gli
atti
,
cioè
a
mezzo
degli
organi
psicomotori
(
lavoro
manuale
,
scrittura
,
linguaggio
parlato
,
ecc
.
)
.
L
'
educazione
deve
guidare
e
perfezionare
lo
sviluppo
dei
tre
tempi
,
i
due
periferici
e
il
centrale
;
o
meglio
,
poiché
infine
l
'
azione
si
riduce
fondamentalmente
ai
centri
nervosi
,
-
-
deve
dare
agli
esercizî
psicosensoriali
,
la
stessa
importanza
che
dà
agli
psicomotori
.
Altrimenti
isoliamo
l
'
uomo
dall
'
ambiente
.
Infatti
quando
con
la
coltura
intellettuale
crediamo
di
completare
l
'
educazione
,
facciamo
dei
pensatori
atti
a
vivere
fuori
del
mondo
,
non
degli
uomini
pratici
.
E
allorché
,
volendo
provvedere
con
l
'
educazione
alla
parte
pratica
della
vita
,
ci
limitiamo
a
esercitare
le
vie
psicomotrici
,
trascuriamo
la
parte
fondamentale
dell
'
educazione
pratica
:
quella
che
pone
l
'
uomo
in
diretto
rapporto
col
mondo
esterno
.
E
siccome
quasi
sempre
il
lavoro
professionale
prepara
l
'
uomo
a
utilizzare
l
'
ambiente
-
-
questi
deve
poi
per
necessità
supplire
alla
gran
manchevolezza
dell
'
educazione
-
-
ricominciando
,
a
educazione
compiuta
,
l
'
esercizio
dei
sensi
,
per
mettersi
appunto
con
l
'
ambiente
in
diretto
rapporto
.
EDUCAZIONE
INTELLETTUALE
«
...
condurre
...
dall
'
educazione
dei
sensi
alle
idee
»
.
Ed
.
Séguin
.
L
'
esercizio
dei
sensi
è
un
autoesercizio
che
,
a
lungo
ripetuto
,
conduce
a
un
perfezionamento
delle
attività
psicosensoriali
del
bambino
.
Il
maestro
deve
intervenire
a
condurre
il
bambino
dalle
sensazioni
alle
idee
-
-
concrete
e
astratte
-
-
e
alle
associazioni
delle
idee
-
-
con
un
metodo
atto
a
isolare
l
'
attenzione
interna
del
bambino
sulle
percezioni
-
-
così
come
si
era
prima
isolata
la
sua
attenzione
esteriore
sui
singoli
stimoli
.
Il
maestro
cioè
,
quando
fa
lezione
,
deve
cercare
di
limitare
il
campo
della
coscienza
del
bambino
-
-
sull
'
oggetto
della
lezione
-
-
come
,
per
esempio
,
isolava
il
senso
che
voleva
far
esercitare
durante
il
periodo
dell
'
educazione
sensoriale
.
Per
questo
è
necessaria
la
conoscenza
di
una
tecnica
speciale
,
la
quale
si
è
dimostrata
all
'
atto
pratico
efficacissima
.
L
'
educatrice
deve
«
al
massimo
punto
possibile
limitare
il
suo
intervento
;
senza
tuttavia
permettere
al
bambino
di
stancarsi
in
uno
sforzo
eccessivo
di
autoeducazione
»
.
E
qui
risiede
l
'
oscillazione
dei
limiti
individuali
di
perfezionamento
nella
maestra
;
cioè
l
'
arte
che
formerà
l
'
individualità
della
educatrice
.
Un
'
azione
indubbiamente
diretta
e
necessaria
della
maestra
è
quella
tendente
a
insegnare
una
esatta
nomenclatura
.
In
questo
caso
-
-
ella
dovrà
pronunciare
i
nomi
e
gli
aggettivi
necessarî
,
senza
altro
aggiungere
:
pronunciando
le
parole
molto
spiccatemente
e
con
voce
forte
-
-
in
Maria
Montessori
Il
metodo
della
pedagogia
scientifica
modo
che
i
varî
suoni
componenti
la
parola
,
siano
dal
bambino
distintamente
e
nettamente
percepiti
.
Così
per
es
.
facendo
toccare
la
carta
liscia
e
quella
smerigliata
,
nei
primi
esercizi
dei
sensi
,
dirà
:
«
è
liscio
!
»
-
-
«
è
ruvido
!
»
ripetendo
anche
più
volte
la
parola
con
varie
modulazioni
di
voce
,
ma
sempre
con
toni
vocali
chiari
e
con
spiccata
pronuncia
:
«
liscio
,
liscio
,
liscio
»
-
-
«
ruvido
,
ruvido
,
ruvido
»
.
Così
alle
sensazioni
termiche
dirà
-
-
«
è
freddo
!
»
-
-
«
è
caldo
!
»
-
-
e
poi
-
-
«
è
gelato
»
-
-
«
è
tepido
»
-
-
«
scotta
»
.
Poi
comincerà
a
usare
la
parola
generica
«
calore
»
-
-
«
più
calore
,
meno
calore
»
ecc
.
1°
«
Le
lezioni
di
nomenclatura
devono
consistere
semplicemente
nel
provocare
l
'
associazione
del
nome
con
l
'
oggetto
,
o
con
l
'
idea
astratta
che
il
nome
stesso
rappresenta
»
.
-
-
Quindi
l
'
oggetto
e
il
nome
devono
unicamente
giungere
a
colpire
la
coscienza
del
bambino
:
è
pertanto
necessario
che
nessun
'
altra
parola
oltre
il
nome
sia
pronunciata
.
2°
La
maestra
deve
sempre
provare
se
la
sua
lezione
è
riuscita
all
'
intento
propostosi
-
-
e
le
sue
prove
devono
rimanere
nel
campo
ristretto
della
coscienza
,
provocato
dalla
lezione
sulla
nomenclatura
.
La
prima
prova
della
maestra
sarà
quella
di
saggiare
,
se
il
nome
rimase
associato
all
'
oggetto
nella
coscienza
del
bambino
.
Pertanto
ella
dovrà
lasciar
trascorrere
il
tempo
a
ciò
necessario
,
cioè
tra
la
lezione
e
la
prova
dovrà
lasciar
passare
qualche
istante
di
silenzio
.
Poi
chiederà
al
bambino
,
lentamente
,
e
pronunciando
con
gran
chiarezza
solo
il
nome
(
o
l
'
aggettivo
)
insegnato
:
«
quale
è
liscio
?
»
-
-
«
quale
è
ruvido
?
»
.
Il
bambino
segnerà
col
dito
l
'
oggetto
-
-
e
la
maestra
saprà
se
l
'
associazione
è
avvenuta
.
Ma
se
non
fosse
avvenuta
,
cioè
se
il
bambino
sbagliasse
,
ella
non
dovrà
correggerlo
,
ma
sospendere
la
sua
lezione
per
ricomin
ciarla
in
altro
momento
,
in
altro
giorno
.
Infatti
perché
correggerlo
?
se
il
bambino
non
riuscì
ad
associare
il
nome
all
'
oggetto
,
l
'
unico
modo
perché
vi
riesca
sarà
di
ripetere
così
l
'
azione
dello
stimolo
sensoriale
,
come
il
nome
;
cioè
ripetere
la
lezione
.
Ma
quando
il
bambino
ha
sbagliato
,
vuol
dire
che
in
quel
momento
non
era
disposto
all
'
associazione
psichica
che
si
vuol
provocare
in
lui
;
onde
occorrerà
scegliere
un
altro
momento
.
Se
poi
con
la
correzione
noi
dicessimo
per
es
.
:
«
no
,
hai
sbagliato
;
è
così
»
tutte
queste
parole
,
che
essendo
di
rimprovero
lo
colpirebbero
più
delle
altre
(
es
.
liscio
,
ruvido
)
,
esse
rimarrebbero
nella
mente
del
bambino
;
ritardando
l
'
apprendimento
dei
nomi
.
Invece
il
silenzio
che
segue
l
'
errore
,
lascia
il
campo
della
coscienza
infantile
intatto
;
e
la
lezione
prossima
potrà
sovrapporsi
efficacemente
alla
prima
.
Infine
,
col
far
rilevare
l
'
errore
,
si
può
condurre
il
bambino
a
uno
sforzo
per
ricordare
,
ovvero
allo
scoraggiamento
;
e
noi
dobbiamo
evitare
per
quanto
è
possibile
lo
sforzo
e
la
depressione
.
3°
Dato
che
il
fanciullo
non
abbia
commesso
errori
,
la
maestra
provocherà
l
'
azione
motrice
corrispondente
all
'
idea
dell
'
oggetto
-
-
cioè
la
pronuncia
del
nome
;
-
-
chiedendo
per
es
.
:
«
come
è
questo
?
»
-
-
e
il
bambino
risponderà
:
liscio
.
L
'
educatrice
può
qui
intervenire
insegnando
a
ben
pronunciare
la
parola
spiccatamente
,
a
voce
alta
,
facendo
prima
una
profonda
inspirazione
:
«
liscio
!
»
;
e
noterà
i
difetti
o
le
forme
infantili
del
linguaggio
.
Per
ciò
che
riguarda
la
generalizzazione
delle
idee
all
'
ambiente
circostante
,
io
non
consiglio
per
un
certo
periodo
di
tempo
,
lungo
anche
dei
mesi
,
alcuna
lezione
.
Ci
saranno
dei
bambini
i
quali
,
dopo
aver
toccato
poche
volte
delle
stoffe
di
velluto
,
o
di
seta
,
o
semplice
mente
carte
liscie
o
ruvide
,
toccheranno
tutto
spontaneamente
dicendo
a
volta
a
volta
:
«
liscio
!
ruvido
!
-
-
è
velluto
!
»
ecc
.
Questo
dobbiamo
aspettare
dai
bambini
norma
li
:
cioè
l
'
indagine
spontanea
dell
'
ambiente
esterno
,
o
,
come
dico
io
,
l
'
esplorazione
volontaria
dell
'
ambiente
.
In
tal
caso
i
bambini
provano
una
gioia
ad
ogni
nuova
scoperta
che
fanno
:
ciò
dà
loro
un
senso
di
dignità
e
di
soddisfazione
,
che
li
incoraggia
indefinitamente
a
cercare
nuove
sensazioni
dall
'
ambiente
e
li
rende
spontaneamente
osservatori
.
La
maestra
dovrà
spiare
con
ogni
più
sollecita
cura
,
se
giunga
-
-
e
quando
nel
bambino
-
-
tale
generalizzazione
delle
idee
.
Per
es
.
una
volta
un
nostro
piccino
di
quattro
anni
,
mentre
correva
in
terrazzo
,
si
fermò
per
gridare
:
«
oh
!
...
il
cielo
è
turchino
!
»
e
restò
fermo
a
guardare
lungamente
la
distesa
del
cielo
.
Un
giorno
,
entrando
in
una
«
Casa
dei
Bambini
»
cinque
o
sei
piccini
si
fermarono
intorno
a
me
silenziosi
,
carezzandomi
leggermente
le
mani
e
il
vestito
,
dicendo
:
«
è
liscio
»
,
«
è
velluto
»
,
«
è
ruvido
»
:
allora
molti
altri
piccini
mi
furon
vicini
e
tutti
,
col
volto
serio
e
con
una
intensa
mimica
attentiva
,
dicevano
,
toccandomi
,
le
stesse
parole
.
La
maestra
voleva
intervenire
per
liberarmi
:
le
feci
segno
di
non
muoversi
e
stetti
io
stessa
immobile
e
silenziosa
,
ammirando
quella
spontanea
attività
intellettuale
dei
piccini
.
Il
trionfo
massimo
del
nostro
metodo
educativo
sarà
sempre
questo
:
di
ottenere
il
progresso
spontaneo
del
bambino
.
Una
volta
un
piccino
eseguiva
uno
dei
nostri
disegni
,
consistenti
nel
riempire
con
matite
colorate
delle
figure
delineate
-
-
e
precisamente
coloriva
un
albero
;
egli
,
per
empire
il
tronco
,
afferrò
un
lapis
rosso
-
-
e
la
maestra
voleva
intervenire
dicendo
:
«
ti
pare
che
gli
alberi
abbiano
il
tronco
di
color
rosso
?
»
Io
la
trattenni
e
lasciai
che
il
piccino
tingesse
in
rosso
l
'
albero
.
Quel
disegno
era
prezioso
per
noi
:
esso
ci
rivelava
che
il
bambino
non
era
ancora
un
osservatore
dell
'
ambiente
.
La
mia
cura
fu
di
provocare
nel
fanciullo
gli
esercizi
del
senso
cromatico
.
Egli
andava
coi
compagni
in
giardino
e
poteva
sempre
osservare
il
colore
del
tronco
degli
alberi
:
quando
l
'
esercizio
sensoriale
fosse
giunto
a
richiamare
l
'
attenzione
spontanea
del
bambino
sui
colori
ambiente
,
un
bel
momento
egli
si
sarebbe
accorto
che
il
tronco
degli
alberi
non
è
rosso
;
così
come
l
'
altro
fanciullo
,
durante
una
corsa
,
si
era
accorto
che
il
cielo
è
turchino
.
Infatti
,
insistendo
la
maestra
nel
porgere
al
bambino
figure
di
alberi
,
un
giorno
egli
afferrò
una
matita
marrone
per
colorire
il
tronco
,
e
fece
i
rami
e
le
foglie
verdi
.
In
seguito
il
piccino
coloriva
in
marrone
anche
tutti
i
rami
,
mettendo
il
verde
alle
sole
foglie
.
Noi
così
abbiamo
le
prove
del
progresso
intellettuale
del
bambino
.
Non
si
creano
gli
osservatori
dicendo
:
osserva
;
ma
dando
i
mezzi
per
osservare
:
e
questi
mezzi
sono
l
'
educazione
dei
sensi
.
Una
volta
provocato
tale
meccanismo
-
-
è
assicurata
l
'
autoeducazione
;
poiché
i
sensi
raffinati
portano
a
meglio
osservare
l
'
ambiente
-
-
e
questo
con
le
sue
varietà
attraendo
l
'
attenzione
,
continua
l
'
educazione
psico
sensoriale
.
Invece
se
noi
prescindiamo
dall
'
educazione
sensoriale
,
le
cognizioni
sulle
qualità
dei
corpi
vengono
a
far
parte
della
coltura
,
che
è
limitata
appunto
alle
cognizioni
apprese
e
ricordate
;
e
restano
sterili
.
Cioè
quando
il
maestro
ha
insegnato
,
cogli
antichi
metodi
,
il
nome
per
es
.
dei
colori
,
ha
impartito
una
cognizione
su
qualità
determinate
,
non
ha
educato
il
senso
cromatico
.
Il
bambino
conoscerà
quei
colori
a
volta
a
volta
dimenticandoli
,
e
resterà
al
massimo
nei
limiti
delle
lezioni
avute
dal
maestro
.
Quando
poi
il
maestro
,
nel
modo
antico
,
avrà
provocato
la
generalizzazione
dell
'
idea
dicendo
per
es
.
:
di
che
colore
è
questo
fiore
?
questo
nastro
?
ecc
.
probabilmente
l
'
attenzione
del
bambino
resterà
torpidamente
fissa
agli
esempi
proposti
dall
'
educatore
.
Se
vogliamo
paragonare
il
bambino
a
un
orologio
o
a
un
meccanismo
complesso
qualsiasi
-
-
possiamo
dire
che
l
'
antico
metodo
può
paragonarsi
all
'
atto
che
si
facesse
,
premendo
con
l
'
unghia
i
dentelli
delle
ruote
ferme
,
per
farle
girare
-
-
e
il
giro
corrisponde
a
puntino
alla
forza
motrice
applicata
dall
'
unghia
(
la
coltura
,
che
resta
limitata
all
'
opera
del
maestro
sul
fanciullo
)
;
-
-
il
nuovo
metodo
invece
è
simile
alla
carica
che
pone
in
movimento
spontaneo
tutto
il
meccanismo
-
-
movimento
che
è
in
rapporto
diretto
con
la
macchina
e
non
con
l
'
opera
di
chi
ha
imposto
la
carica
(
lo
sviluppo
psichico
spontaneo
del
bambino
,
continua
indefinitamente
e
sta
in
rapporto
diretto
con
la
potenzialità
psichica
del
fanciullo
stesso
e
non
con
l
'
opera
del
maestro
)
.
Il
movimento
,
ossia
l
'
attività
psichica
spontanea
,
parte
nel
nostro
caso
dall
'
educazione
dei
sensi
,
ed
è
mantenuta
dall
'
intelligenza
osservatrice
.
Così
per
es
.
il
cane
da
caccia
riceve
la
sua
abilità
non
dall
'
educazione
del
padrone
,
ma
dall
'
acutezza
speciale
dei
suoi
sensi
;
e
appena
applicata
all
'
ambiente
tale
qualità
fisiologica
,
l
'
esercizio
di
cacciare
,
sempre
più
raffinando
le
percezioni
sensoriali
,
dà
al
cane
il
piacere
e
poi
la
passione
della
caccia
.
Lo
stesso
si
dica
del
suonatore
di
pianoforte
-
-
il
quale
raffinando
insieme
il
senso
musicale
e
l
'
agilità
motrice
della
mano
-
-
ama
sempre
più
di
trarre
dall
'
istrumento
nuove
armonie
-
-
mentre
l
'
esercizio
sempre
più
affina
il
senso
e
l
'
agilità
:
onde
egli
è
slanciato
su
una
via
di
perfezionamento
,
che
avrà
per
limiti
quelli
soli
della
personalità
psichica
del
soggetto
.
Invece
un
fisico
potrà
conoscere
tutte
le
leggi
dell
'
armonia
-
-
e
ciò
farà
parte
della
sua
coltura
scientifica
;
-
-
egli
potrà
tuttavia
non
saper
eseguire
la
più
semplice
composizione
musicale
:
-
-
e
la
sua
coltura
,
comunque
vasta
,
avrà
i
limiti
definiti
del
ramo
della
sua
scienza
,
che
riguarda
l
'
acustica
.
Il
nostro
scopo
educativo
della
prima
infanzia
deve
essere
quello
di
aiutare
lo
sviluppo
spontaneo
della
perso
nalità
psico
fisica
,
non
di
dare
una
coltura
.
Perciò
,
dopo
aver
offerto
al
bambino
il
materiale
didattico
adatto
a
provocare
lo
sviluppo
dei
sensi
,
dobbiamo
attendere
che
si
svolga
l
'
attività
osservatrice
.
Qui
risiede
appunto
l
'
arte
educativa
,
nel
saper
misurare
l
'
azione
di
aiuto
allo
sviluppo
della
personalità
infantile
.
Intanto
si
rivelano
subito
nei
fanciulli
profonde
differenze
individuali
,
verso
le
quali
occorrerà
una
azione
diversa
da
parte
dell
'
educatore
:
cioè
dal
quasi
non
intervento
-
-
a
un
vero
e
proprio
insegnamento
.
Occorre
però
che
l
'
insegnamento
sia
rigorosamente
guidato
dal
concetto
di
limitare
al
massimo
punto
possibile
l
'
intervento
attivo
dell
'
educatore
.
Ecco
alcuni
giuochi
e
alcuni
lavori
che
abbiamo
a
tal
uopo
efficacemente
usati
.
I
giuochi
del
cieco
I
giuochi
del
cieco
si
applicano
per
lo
più
a
esercizî
della
sensibilità
generale
,
come
segue
:
Le
stoffe
Abbiamo
nel
nostro
materiale
didattico
un
grazioso
armadietto
in
cartonaggio
,
entro
cui
stanno
disposti
dei
rettangoli
delle
più
svariate
stoffe
:
velluti
,
rasi
,
sete
,
lane
,
cotoni
,
lini
,
ecc
.
Si
fanno
toccare
dai
bambini
,
insegnando
la
relativa
nomenclatura
,
e
aggiungendo
quella
riguardante
le
qualità
:
grosso
,
fino
,
peloso
,
morbido
.
Poi
si
chiama
un
bambino
,
lo
si
pone
a
un
tavolo
di
prospetto
ai
compagni
,
in
modo
che
tutti
lo
vedano
;
si
benda
e
gli
si
offrono
a
una
a
una
delle
stoffe
:
egli
le
tocca
,
le
stira
,
le
palpa
e
giudica
:
è
velluto
;
è
tela
fina
;
è
panno
ruvido
,
ecc
.
L
'
esercizio
provoca
l
'
interesse
generale
;
gli
sbagli
sono
causa
di
grande
ilarità
;
quando
poi
si
of
fre
al
bambino
un
oggetto
inaspettato
o
estraneo
,
come
per
es
.
un
foglio
di
carta
velina
,
un
velo
ecc
.
la
piccola
assemblea
freme
in
attesa
del
responso
.
I
pesi
Mettiamo
il
bambino
nella
stessa
posizione
:
gli
facciamo
osservare
le
tavolette
usate
per
l
'
educazione
del
senso
barico
,
gli
facciamo
apprezzare
nuovamente
le
già
ben
note
differenze
di
peso
,
gli
diciamo
di
mettere
tutte
le
tavolette
scure
(
più
pesanti
)
a
destra
e
tutte
le
chiare
(
più
leggere
)
a
sinistra
.
Bendato
il
bambino
,
egli
procede
nell
'
esercizio
prendendo
a
volta
a
volta
due
tavolette
;
esse
capitano
ora
di
un
solo
colore
,
ora
di
due
colori
,
ma
in
posizione
opposta
a
quella
da
collocarsi
sul
banco
.
Gli
esercizî
sono
emotivi
:
quando
per
es
.
il
bambino
ha
in
mano
due
tavolette
scure
,
e
le
muta
da
una
mano
all
'
altra
,
incerto
,
e
finalmente
le
pone
entrambe
a
destra
;
i
bambini
restano
in
uno
stato
d
'
intensa
aspettativa
,
e
mostrano
un
gran
sollievo
finale
,
spesso
espresso
con
esclamazioni
soffocate
-
-
e
in
fine
con
grida
di
giubilo
,
quando
il
giuoco
eseguito
senza
errori
,
dà
l
'
impressione
che
il
compagno
veda
i
colori
delle
tavolette
con
le
mani
.
Dimensioni
e
forme
Usiamo
giuochi
consimili
facendo
indovinare
le
monete
,
i
cubetti
e
i
mattonami
di
Froëbel
;
legumi
secchi
come
fagioli
,
ceci
,
ecc
.
Ma
tali
giuochi
non
destano
mai
l
'
intenso
interesse
dei
precedenti
,
tuttavia
sono
utili
a
fissare
le
cognizioni
relative
al
riconoscimento
di
tali
oggetti
e
la
nomenclatura
.
Applicazione
dell
'
educazione
del
senso
visivo
alla
osservazione
dell
'
ambiente
.
Nomenclatura
Questa
parte
è
tra
le
più
importanti
dell
'
educazione
.
Intanto
la
nomenclatura
prepara
una
esattezza
di
linguaggio
che
non
sempre
si
rinviene
nelle
nostre
scuole
.
Moltissimi
ragazzi
per
es
.
usano
indifferentemente
le
parole
grosso
e
grande
,
lungo
ed
alto
.
Coi
metodi
già
descritti
-
-
la
maestra
invece
-
-
fissa
,
a
mezzo
del
materiale
didattico
,
delle
idee
molto
precise
e
chiare
e
vi
associa
le
parole
giuste
.
Modo
di
usare
il
materiale
didattico
.
Dimensioni
La
direttrice
,
dopo
che
il
bambino
si
è
esercitato
lungamente
nel
maneggio
dei
tre
incastri
solidi
-
-
e
ha
acquistato
la
sicurezza
dell
'
esercizio
-
-
toglie
tutti
i
cilindri
di
eguale
altezza
e
li
pone
distesi
sul
tavolino
uno
accanto
all
'
altro
-
-
allora
sceglie
i
due
estremi
dicendo
:
-
-
«
questo
è
il
più
grosso
»
-
-
«
questo
è
il
più
fino
»
:
quindi
li
pone
accanto
perché
il
paragone
sia
più
efficace
-
-
e
poi
,
prendendoli
pel
bottone
,
li
fa
combaciare
alle
basi
per
far
notare
l
'
estrema
differenza
-
-
quindi
li
pone
ancora
vicini
giustapponendoli
nel
senso
verticale
per
mostrare
che
sono
ugualmente
alti
-
-
;
può
ripetere
intanto
più
volte
:
grosso
,
fino
.
Ogni
volta
debbono
seguire
gli
altri
tempi
di
verifica
-
-
in
cui
la
direttrice
chiede
:
«
dammi
il
più
grosso
»
-
-
«
il
più
fino
»
-
-
e
infine
di
prova
del
linguaggio
:
«
questo
com
'
è
?
»
In
lezioni
successive
la
direttrice
toglie
i
due
estremi
,
e
ripete
la
lezione
coi
due
rimanenti
alle
estremità
;
infine
usa
tutti
i
pezzi
,
ne
sceglie
per
es
.
uno
a
caso
e
chiede
:
«
dammene
uno
più
grosso
di
questo
»
-
-
«
più
fino
»
.
Col
secondo
incastro
solido
la
direttrice
procede
analogamente
:
qui
mette
i
pezzi
in
piedi
,
avendo
tutti
una
Maria
Montessori
Il
metodo
della
pedagogia
scientifica
base
sufficientemente
larga
per
mantenerli
in
tale
posizione
-
-
e
dice
:
«
è
il
più
alto
»
-
-
«
è
il
più
basso
»
:
quindi
giustappone
i
pezzi
estremi
,
togliendoli
dalla
fila
;
e
ne
fa
poi
combaciare
le
basi
dimostrando
che
sono
eguali
.
Dagli
estremi
passa
ai
medi
,
come
nel
primo
esercizio
.
Col
terzo
incastro
solido
,
la
direttrice
dopo
aver
disposto
in
gradazione
tutti
i
pezzi
,
fa
notare
il
primo
dicendo
:
«
è
il
più
grande
»
e
l
'
ultimo
dicendo
:
«
è
il
più
piccolo
»
.
Quindi
li
pone
vicini
e
fa
osservare
come
differiscono
così
nell
'
altezza
come
nella
base
.
Il
procedimento
è
analogo
a
quello
dei
due
precedenti
esercizî
.
Similmente
si
procede
coi
sistemi
graduati
di
prismi
,
di
aste
e
di
cubi
:
i
prismi
sono
grossi
e
fini
in
un
sistema
,
e
alti
e
bassi
in
un
altro
,
e
di
uguale
lunghezza
;
le
aste
sono
lunghe
e
corte
e
di
uguale
grossezza
;
i
cubi
sono
grandi
e
piccoli
e
differiscono
in
larghezza
e
in
altezza
.
Le
applicazioni
all
'
ambiente
riescono
facilmente
quando
si
misurano
i
bambini
all
'
antropometro
;
ed
essi
stessi
cominciano
tra
loro
a
compararsi
dicendo
:
«
io
sono
più
alto
-
-
tu
sei
più
grosso
ecc
.
»
.
Le
comparazioni
vengono
fatte
anche
quando
i
bambini
porgono
le
loro
manine
per
mostrare
che
sono
pulite
-
-
e
la
direttrice
pure
le
distende
per
far
vedere
che
anch
'
essa
è
pulita
;
spesso
anzi
il
contrasto
tra
le
dimensioni
delle
mani
desta
l
'
ilarità
.
I
bambini
fanno
a
gara
per
misurarsi
:
si
allineano
,
si
osservano
,
si
giudicano
;
spesso
vanno
accanto
agli
adulti
e
osservano
con
curiosità
,
con
interesse
,
la
gran
differenza
di
altezza
.
Forme
La
direttrice
,
dopo
che
il
bambino
mostra
di
distinguere
con
sicurezza
le
forme
degl
'
incastri
piani
,
comincia
le
lezioni
di
nomenclatura
dalle
due
opposte
forme
:
il
quadrato
e
il
circolo
,
seguendo
il
solito
metodo
.
Non
insegnerà
tutti
i
nomi
relativi
alle
figure
geometriche
,
ma
solo
alcuni
dei
principali
come
:
quadrato
,
circolo
,
rettangolo
,
triangolo
,
ovale
,
facendo
notare
specialmente
come
ci
siano
rettangoli
stretti
e
lunghi
e
altri
larghi
e
corti
;
mentre
i
quadrati
sono
eguali
da
tutte
le
parti
e
possono
essere
solo
grandi
e
piccoli
.
Ciò
assai
facilmente
si
dimostra
agli
incastri
:
infatti
voltando
in
ogni
verso
il
pezzo
quadrato
,
esso
entra
sempre
nel
suo
incavo
;
invece
il
rettangolo
,
se
sovrapposto
di
traverso
,
non
può
più
entrare
.
Il
bambino
si
esercita
molto
volentieri
a
tale
esercizio
,
pel
quale
dispongo
nel
telaio
un
quadrato
e
una
serie
di
rettangoli
col
maggior
lato
eguale
al
lato
del
quadrato
-
-
e
l
'
altro
lato
gradatamente
decrescente
nei
cinque
pezzi
successivi
.
Analogamente
procedo
per
dimostrare
la
differenza
tra
l
'
ovale
,
l
'
ellisse
e
il
circolo
:
il
circolo
entra
da
tutte
le
parti
,
comunque
lo
si
giri
nell
'
incastrarlo
;
l
'
ellisse
non
entra
di
traverso
,
ma
purché
sia
posta
per
lungo
,
entra
anche
capovolgendola
;
l
'
ovale
invece
non
solo
non
entra
di
traverso
ma
nemmeno
capovolta
,
e
bisogna
metterla
con
la
curva
larga
verso
la
parte
larga
dell
'
incavo
,
e
la
stretta
verso
l
'
incavo
stretto
.
I
circoli
,
grandi
e
piccoli
,
entrano
per
tutti
i
versi
entro
il
loro
incastro
.
Io
però
non
faccio
rilevare
le
differenze
tra
ovali
ed
ellissi
se
non
molto
tardi
,
e
non
a
tutti
i
bambini
,
ma
a
quelli
che
dimostrino
d
'
interessarsi
alle
forme
in
modo
particolare
o
con
la
frequente
scelta
del
giuoco
o
con
domande
(
e
preferirei
che
tale
differenza
fosse
riconosciuta
spontaneamente
dai
bambini
più
tardi
,
per
es
.
alle
scuole
elementari
)
.
A
molte
persone
sembra
che
insegnando
le
forme
,
si
insegni
geometria
e
che
ciò
sia
prematuro
nelle
scuole
infantili
.
Altri
notano
che
volendo
presentare
forme
geometriche
,
converrebbe
usare
dei
solidi
,
perché
più
concreti
.
Credo
necessaria
una
parola
per
combattere
tali
pregiudizi
.
Osservare
una
forma
geometrica
non
è
analizzarla
:
nell
'
analisi
comincia
la
geometria
.
Quando
per
es
.
si
parli
al
bambino
di
lati
e
di
angoli
,
e
gli
si
spieghi
,
sia
pure
con
metodi
oggettivi
come
vuole
il
Froëbel
,
che
per
es
.
il
quadrato
ha
quattro
lati
e
si
può
costruire
con
quattro
asticine
eguali
-
-
allora
si
entra
veramente
nel
campo
della
geometria
;
ed
io
credo
a
questo
passo
assai
immatura
la
prima
infanzia
.
Ma
l
'
osservazione
della
forma
non
può
essere
inadatta
all
'
età
:
il
piano
della
tavola
alla
quale
il
bambino
siede
per
mangiare
la
sua
zuppa
,
è
probabilmente
un
rettangolo
:
il
piatto
che
contiene
il
cibo
desiderato
è
un
circolo
;
e
noi
non
crediamo
certo
che
il
bambino
sia
immaturo
a
guardare
la
tavola
e
il
piatto
.
I
pezzi
d
'
incastro
che
presentiamo
richiamano
semplicemente
l
'
attenzione
sopra
una
forma
.
In
quanto
poi
al
nome
esso
è
analogo
ad
altri
nomi
della
nomenclatura
:
perché
troveremo
prematuro
insegnare
al
bambino
le
parole
circolo
,
quadrato
,
ovale
,
mentre
quando
in
casa
sente
ripetere
per
es
.
la
parola
tondo
per
piatto
,
non
ci
fa
l
'
effetto
che
questa
sia
una
lesione
alla
tenera
intelligenza
del
bambino
?
Egli
sentirà
pure
dir
più
volte
a
casa
la
tavola
quadrata
,
il
tavolino
ovale
ecc
.
e
queste
parole
d
'
uso
resteranno
confuse
nella
sua
mente
e
nel
suo
linguaggio
per
molto
tempo
,
se
non
interverrà
un
aiuto
simile
a
quello
dato
da
noi
con
l
'
insegnamento
delle
forme
.
Bisogna
riflettere
che
molte
volte
il
bambino
,
lasciato
a
se
stesso
,
fa
uno
sforzo
per
comprendere
il
linguaggio
degli
adulti
e
le
cose
che
lo
circondano
-
-
mentre
l
'
insegnamento
venuto
a
tempo
opportuno
e
con
metodo
razionale
,
previene
tale
sforzo
,
quindi
non
affatica
ma
fa
riposare
il
bambino
e
soddisfa
un
suo
desiderio
:
egli
infatti
mostra
la
sua
contentezza
con
varie
espressioni
di
gioia
.
Analogamente
la
sua
attenzione
spontanea
richiamata
su
parole
che
male
intende
pronunciare
,
provoca
in
lui
un
linguaggio
imperfetto
che
è
effetto
di
uno
sforzo
d
'
imitazione
,
mentre
la
maestra
che
pronuncia
chiaramente
la
parola
riferentisi
all
'
oggetto
che
desta
la
curiosità
del
bambino
,
impedisce
tale
sforzo
e
tale
imperfezione
,
la
quale
dovrebbe
in
seguito
essere
con
ulteriori
sforzi
corretta
.
Anche
qui
esiste
un
pregiudizio
:
che
il
bambino
lasciato
a
se
stesso
riposi
completamente
con
la
mente
:
se
così
fosse
,
egli
rimarrebbe
estraneo
al
mondo
;
invece
lo
vediamo
a
poco
a
poco
conquistare
spontaneamente
nozioni
e
linguaggio
.
Egli
è
come
un
viaggiatore
della
vita
,
il
quale
osservi
intorno
le
cose
nuove
che
gli
si
presentano
e
cerchi
d
'
intendere
lo
sconosciuto
linguaggio
di
chi
lo
circonda
:
e
fa
grandi
sforzi
spontanei
per
capire
e
per
imitare
.
Gl
'
insegnamenti
che
si
dànno
ai
piccini
debbono
appunto
attenuar
loro
tali
sforzi
,
convertendoli
nel
godimento
della
conquista
facilitata
e
ampliata
:
noi
siamo
i
ciceroni
di
questi
viaggiatori
che
fanno
ingresso
nella
vita
umana
del
pensiero
;
e
com
'
essi
dobbiamo
avere
un
atteggiamento
di
dipendenza
.
Ciceroni
intelligenti
e
colti
che
non
si
perdono
in
vuoti
,
inesatti
discorsi
,
ma
illustrano
brevemente
l
'
opera
d
'
arte
alla
quale
il
viaggiatore
s
'
interessa
e
lascia
rispettosamente
che
egli
osservi
fin
che
vuole
;
e
lo
conduce
a
osservare
le
cose
principali
e
le
più
belle
,
affinché
non
perda
forze
e
tempo
in
cose
inutili
,
e
trovi
godimento
e
soddisfazione
durante
tutto
il
suo
pellegrinaggio
.
L
'
altro
pregiudizio
al
quale
accennavo
è
che
sia
più
adatto
presentare
al
bambino
dei
solidi
geometrici
,
anziché
dei
piani
:
la
sfera
,
il
cubo
,
il
prisma
ecc
.
Lasciamo
la
questione
fisiologica
,
che
dimostra
come
la
visione
dei
solidi
sia
più
complessa
che
quella
dei
piani
;
e
restiamo
nel
campo
più
pedagogico
della
vita
pratica
.
Gli
oggetti
che
in
maggior
numero
si
presentano
allo
sguardo
nell
'
ambiente
esterno
,
sono
paragonabili
ai
nostri
incastri
piani
:
infatti
gli
sportelli
,
l
'
intelajatura
,
la
cornice
di
una
finestra
,
la
cornice
d
'
un
quadro
,
il
piano
di
legno
o
di
marmo
d
'
una
tavola
-
-
sono
bensì
oggetti
solidi
,
ma
ove
una
delle
dimensioni
è
molto
ridotta
-
-
con
prevalenza
delle
due
dimensioni
determinanti
la
forma
del
piano
;
onde
la
forma
del
piano
prevale
e
noi
diciamo
che
la
tale
finestra
è
a
rettangolo
,
la
tale
cornice
è
ovale
;
quel
tavolo
è
quadrato
.
I
solidi
determinati
nella
forma
dal
piano
prevalente
in
dimensione
,
sono
quelli
che
veramente
e
quasi
unicamente
risaltano
al
nostro
sguardo
.
E
questi
solidi
sono
appunto
rappresentati
dai
nostri
incastri
piani
.
Il
fanciullo
riconoscerà
molto
spesso
nell
'
ambiente
le
forme
così
apprese
;
ma
assai
raramente
riconoscerà
le
forme
dei
solidi
geometrici
.
Che
la
lunga
gamba
prismatica
di
un
tavolino
sia
un
prisma
,
e
la
rotonda
sia
un
cono
tronco
o
un
cilindro
allungato
,
egli
lo
vedrà
ben
più
tardi
del
piano
rettangolare
della
tavola
sul
quale
appoggia
gli
oggetti
e
insieme
lo
sguardo
.
Non
parliamo
poi
del
fatto
di
riconoscere
che
un
armadio
,
o
tanto
meno
una
casa
,
sono
prismi
o
cubi
.
Intanto
non
esistono
mai
le
pure
forme
geometriche
solide
negli
oggetti
esterni
,
ma
combinazioni
di
forme
;
onde
prescindendo
pure
dall
'
enorme
difficoltà
di
abbracciare
con
lo
sguardo
la
forma
complessa
di
un
armadio
,
il
bambino
dovrebbe
riconoscervi
un
'
analogia
di
forma
,
non
una
identità
.
Invece
le
forme
geometriche
egli
le
riconoscerà
perfettamente
rappresentate
in
tutte
le
finestre
,
le
porte
,
le
faccie
degli
oggetti
solidi
domestici
,
i
quadri
che
ornano
le
pareti
;
nelle
pareti
stesse
,
nei
pavimenti
,
nelle
mattonelle
dell
'
impiantito
,
ecc
.
Cioè
la
conoscenza
delle
forme
presentategli
negl
'
incastri
piani
,
sarà
per
lui
una
specie
di
chiave
magica
all
'
interpretazione
di
quasi
tutto
l
'
ambiente
esterno
,
e
gli
potrà
dare
l
'
illusione
consolante
di
conoscere
i
segreti
del
mondo
.
Una
volta
condussi
con
me
a
passeggio
al
Pincio
un
ragazzo
delle
scuole
elementari
,
che
studiava
disegno
geometrico
e
conosceva
l
'
analisi
delle
figure
geometriche
piane
:
affacciati
all
'
alta
terrazza
donde
si
scopre
la
piazza
del
Popolo
e
la
distesa
della
città
,
gli
dissi
:
«
guarda
,
tutte
le
opere
dell
'
uomo
sono
un
gran
mucchio
di
figure
geometriche
»
-
-
infatti
rettangoli
,
ellissi
,
triangoli
,
semicerchi
perforavano
e
ornavano
in
cento
diverse
maniere
le
facciate
grigie
rettangolari
degli
edifizî
.
Tale
uniformità
in
tanta
distesa
,
sembrava
provare
la
limitazione
dell
'
umana
intelligenza
.
Invece
in
una
vicina
aiuola
,
le
erbe
e
i
fiori
spiegavano
superbamente
l
'
infinita
varietà
delle
forme
della
natura
.
Il
fanciullo
non
aveva
mai
fatto
queste
osservazioni
:
aveva
studiato
gli
angoli
,
i
lati
e
le
costruzioni
delle
figure
geometriche
delineate
senza
pensare
ad
altro
,
e
solo
sentendo
la
noia
dell
'
obbligo
per
un
arido
lavoro
.
Nel
primo
momento
rise
all
'
idea
dell
'
uomo
che
ammucchia
figure
geometriche
,
poi
s
'
interessò
,
guardò
a
lungo
;
gli
vidi
nel
viso
un
'
espressione
viva
di
pensiero
.
C
'
era
a
destra
del
Ponte
Margherita
una
fabbrica
in
costruzione
,
e
le
armature
delineavano
pure
dei
rettangoli
-
-
«
quanto
faticano
!
»
dissi
,
alludendo
agli
operai
:
e
poi
andammo
vicino
all
'
aiuola
e
rimanemmo
un
po
'
in
silenzio
a
contemplare
le
erbe
che
nascono
spontaneamente
:
«
È
bello
!
»
disse
il
ragazzo
-
-
ma
quel
bello
,
si
riferiva
al
movimento
interiore
dell
'
anima
sua
.
Pensai
allora
che
nell
'
osservazione
delle
forme
geometriche
agli
incastri
piani
,
e
in
quella
delle
piante
coltivate
dai
bambini
e
viste
crescere
sotto
i
loro
occhi
,
esistevano
preziose
fonti
anche
di
educazione
spirituale
.
Perciò
ho
voluto
diffondermi
in
un
'
opera
d
'
istruzione
piuttosto
larga
-
-
onde
condurre
con
una
serie
di
lavori
e
di
esercizî
il
bambino
a
osservare
le
forme
nell
'
ambiente
non
solo
,
ma
a
distinguere
l
'
opera
dell
'
uomo
da
quella
della
natura
;
e
ad
apprezzare
i
frutti
dell
'
umano
lavoro
.
Costruzioni
con
la
carta
Faccio
preparare
delle
figure
geometriche
di
più
dimensioni
,
intagliate
con
la
carta
:
e
insegno
ai
bambini
a
com
porre
delle
figure
;
cioè
non
attendo
che
le
compongano
essi
stessi
,
perché
invece
da
loro
attenderò
che
osservino
spontaneamente
l
'
ambiente
-
-
o
almeno
,
se
occorrerà
indurli
all
'
osservazione
,
che
vi
giungano
preparati
in
modo
da
interessarsene
e
continuare
poi
l
'
osservazione
spontaneamente
.
Io
dunque
insegno
la
costruzione
,
per
la
prima
volta
.
Senza
dire
una
sola
parola
,
porto
il
mio
rinvoltino
di
pezzetti
di
carta
accanto
al
fanciullo
,
mi
seggo
in
una
delle
loro
piccole
seggioline
e
lascio
che
i
curiosi
mi
vengano
intorno
.
Poi
prendo
p
.
es
.
un
quadratino
e
un
triangolo
isoscele
con
lunga
ipotenusa
,
tale
che
superi
dai
due
lati
,
se
sovrapposta
al
lato
del
quadrato
,
gli
estremi
di
questo
:
li
attacco
con
un
po
'
di
gomma
liquida
-
-
ed
ecco
una
casetta
.
Prendo
un
semicerchio
col
diametro
largo
quanto
il
minor
lato
d
'
un
lungo
rettangolo
-
-
li
ingommo
-
-
ed
ecco
la
figura
di
un
portone
.
Appena
asciutti
,
basterà
disegnarli
un
poco
per
vederli
meglio
.
Con
un
lapis
rosso
colorisco
il
triangolo
della
prima
figura
;
e
col
giallo
empio
il
quadratino
;
poi
su
questo
faccio
tre
segni
verdi
che
figurano
presso
a
poco
due
finestre
e
un
portone
.
Le
figure
di
carta
di
cui
parlo
sono
abbastanza
grandi
per
essere
facilmente
maneggevoli
.
Per
ora
le
maestre
preparano
,
ma
occorrerebbe
che
fossero
già
pronte
in
gran
quantità
.
Iniziato
il
lavoro
,
lascio
liberi
i
bambini
di
farlo
progredire
nel
modo
che
credono
meglio
:
-
-
salvo
a
dirigerlo
con
qualche
diligenza
affinché
non
costruiscano
errori
.
Disegno
A
.
Disegno
libero
.
Do
ai
bambini
un
foglio
di
carta
bianca
e
un
lapis
,
affinché
disegnino
quello
che
vogliono
.
Tale
genere
di
disegno
è
oramai
noto
tra
i
cultori
di
psicologia
sperimentale
:
la
sua
importanza
è
quella
di
rivelare
la
capacità
osservativa
del
bambino
e
anche
le
sue
tendenze
individuali
.
Generalmente
i
primi
disegni
sono
informi
e
la
maestra
deve
chiedere
al
bambino
che
cosa
ha
voluto
disegnare
e
scriverlo
sotto
il
disegno
per
ricordarsene
.
Ma
a
poco
a
poco
i
disegni
si
fanno
più
intelligibili
e
veramente
rivelano
il
progresso
che
il
bambino
fa
nel
l
'
osservazione
delle
forme
che
lo
circondano
nell
'
ambiente
:
spesso
i
particolari
più
fini
di
un
oggetto
sono
stati
osservati
e
,
comunque
imperfettamente
,
riportati
nel
disegno
primitivo
.
E
poiché
il
bambino
fa
quello
che
vuole
,
rivela
quali
oggetti
nell
'
ambiente
colpiscono
di
preferenza
la
sua
attenzione
.
B
.
Disegni
di
complemento
alle
composizioni
di
carta
.
Essi
consistono
nel
disegnare
le
persiane
e
le
porte
nelle
facciate
delle
case
;
le
inferriate
dell
'
alto
di
un
portone
ecc
.
Per
lo
più
questi
disegni
il
bambino
li
compie
sulle
composizioni
proprie
,
quando
si
sono
bene
asciugate
,
cioè
dopo
uno
o
due
giorni
dalla
ingommatura
dei
pezzi
di
carta
.
C
.
Disegni
di
riempitura
delle
figure
delineate
.
Questi
disegni
importantissimi
che
costituiscono
«
la
preparazione
alla
scrittura
»
e
insieme
corrispondono
al
disegno
libero
pel
senso
cromatico
,
poiché
là
si
rivela
la
capacità
osservativa
per
la
forma
-
-
e
qui
pei
colori
degli
oggetti
ambiente
-
-
saranno
più
ampiamente
illustrati
nel
capitolo
della
scrittura
.
Essi
consistono
nel
riempire
con
lapis
colorato
dei
contorni
disegnati
in
nero
e
raffiguranti
così
figure
geometriche
semplici
,
come
oggetti
didattici
in
uso
per
l
'
educazione
dei
sensi
,
oggetti
vari
dell
'
ambiente
,
e
oggetti
naturali
,
(
fiori
,
animali
)
.
Il
bambino
deve
scegliere
il
colore
e
con
ciò
rivela
se
ha
osservato
le
tinte
dell
'
ambiente
.
Plastica
libera
Sono
esercizi
analoghi
al
disegno
libero
e
alla
riempitura
cromatica
delle
figure
.
Qui
il
bambino
con
la
creta
fa
quello
che
vuole
,
cioè
modella
gli
oggetti
che
più
ricorda
,
che
lo
hanno
impressionato
.
Si
dà
al
bambino
una
tavoletta
di
legno
con
un
pezzetto
di
creta
appoggiata
sopra
,
e
si
attende
l
'
opera
sua
.
Noi
possediamo
meravigliosi
lavori
dei
nostri
piccini
:
alcuni
riproducono
nei
più
minuti
particolari
oggetti
visti
-
-
e
,
ciò
che
veramente
è
sorprendente
,
ricordano
talvolta
non
solo
la
forma
,
ma
pure
le
dimensioni
di
oggetti
che
maneggiarono
in
iscuola
.
Molti
piccini
modellano
oggetti
visti
in
casa
,
specialmente
arredi
di
cucina
,
stoviglie
,
brocche
da
acqua
,
culle
col
bambino
.
Sotto
molti
modelli
occorre
in
principio
scrivere
delle
spiegazioni
,
come
avviene
pei
disegni
liberi
.
In
seguito
essi
invece
modelleranno
anche
dei
solidi
geometrici
.
Indubbiamente
questi
lavori
costituiscono
contributi
preziosi
a
stabilire
le
differenze
individuali
tra
i
bambini
-
-
e
,
più
ancora
nel
nostro
caso
,
tra
le
manifestazioni
psicologiche
secondo
le
età
.
Tali
disegni
sono
una
guida
preziosa
anche
a
dirigere
l
'
intervento
della
maestra
nell
'
educazione
:
i
bambini
che
si
rivelano
già
degli
osservatori
,
probabilmente
diverranno
gli
osservatori
spontanei
di
tutto
l
'
ambiente
,
e
vi
potranno
esser
condotti
direttamente
da
tali
preparazioni
scolastiche
atte
a
fissare
e
precisare
le
sensazioni
e
le
idee
:
saranno
pure
i
bambini
che
giungeranno
alla
scrittura
spontanea
;
invece
quelli
che
persistono
in
lavori
informi
dovranno
forse
un
giorno
ottenere
la
rivelazione
diretta
della
educatrice
che
richiama
materialmente
l
'
attenzione
in
ogni
oggetto
circostante
.
I
giocattoli
Ravizza
,
i
solidi
geometrici
e
le
impronte
La
signora
Alessandrina
Ravizza
di
Milano
ha
ideato
dei
giocattoli
artistici
,
alcuni
dei
quali
ho
scelto
per
unire
al
mio
sistema
didattico
9
.
Una
serie
di
questi
giocattoli
consiste
in
tavolette
di
legno
intagliate
nei
contorni
secondo
le
figure
che
rappresentano
e
sostenute
da
un
piede
:
sulla
tavoletta
i
disegni
a
colori
dati
da
linee
e
da
riempiture
a
pieno
rappresentano
in
modo
semischematico
la
figura
stessa
.
Così
p
.
es
.
ci
sono
alberi
,
il
cui
sistema
di
rami
rappresenta
nell
'
insieme
la
forma
rotondeggiante
,
altri
la
triangolare
;
essi
sono
tavolette
intagliate
nel
contor9
Tale
materiale
da
qualche
anno
non
è
più
usato
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
.
no
e
dipinte
:
es
.
rami
verdi
,
tronco
marrone
,
ecc
.
Altri
giocattoli
rappresentano
p
.
es
.
una
casetta
in
un
bosco
,
o
un
castello
;
o
una
figura
umana
,
o
animali
.
Lo
stesso
disegno
e
la
medesima
pittura
è
ripetuta
sulle
due
facce
della
tavoletta
.
Questi
giocattoli
richiamano
due
idee
già
note
ai
bambini
:
quella
degli
incastri
piani
,
che
sono
pure
tavolette
rappresentanti
una
forma
e
colorate
;
e
le
composizioni
con
la
carta
,
poi
colorata
e
disegnata
dai
bambini
.
Qui
tavolette
simili
a
quelle
degli
incastri
,
intagliate
nei
contorni
secondo
la
forma
che
devono
rappresentare
,
sono
dipinte
e
la
pittura
completa
l
'
idea
del
contorno
.
S
'
insegna
ai
bambini
a
interpretare
tali
giocattoli
,
a
riconoscere
ciò
che
rappresentano
;
col
vantaggio
di
poter
mostrare
il
medesimo
oggetto
a
bambini
che
stiano
di
prospetto
l
'
uno
all
'
altro
-
-
cioè
tutti
intorno
al
giocattolo
.
I
bambini
prendono
con
piacere
l
'
oggetto
in
mano
,
l
'
osservano
da
tutti
i
lati
,
lo
mettono
in
piedi
,
vi
girano
intorno
.
Questi
oggetti
artistici
hanno
,
per
l
'
applicazione
che
io
ne
faccio
,
lo
scopo
di
iniziare
il
bambino
alla
interpretazione
delle
figure
che
vedrà
nei
libri
illustrati
,
nei
quadri
ecc
.
Si
sa
come
l
'
interpretazione
delle
figure
riesca
difficile
ai
piccoli
bambini
,
che
pure
vi
fissano
lo
sguardo
con
curiosità
e
con
desiderio
di
comprendervi
,
ed
è
noto
con
quale
intenso
piacere
s
'
interesseranno
più
tardi
ad
ammirare
le
belle
illustrazioni
delle
strenne
.
I
giocattoli
Ravizza
sono
un
ponte
,
che
dolcemente
conduce
il
bambino
a
gustare
le
figure
e
i
dipinti
.
I
bambini
si
fermeranno
in
seguito
a
guardare
i
quadri
disposti
intorno
alle
pareti
,
poco
più
in
alto
della
loro
testa
,
e
provando
la
compiacenza
di
essere
quasi
dei
dotti
,
degli
interpreti
del
mondo
,
capiranno
con
serena
facilità
la
rappresentazione
della
figura
,
come
la
rivelazione
dell
'
idea
che
l
'
informa
,
e
il
contorno
della
cornice
rettangolare
,
parlerà
pure
con
voce
nota
alla
loro
intelligenza
.
Una
volta
uno
dei
nostri
bambini
-
-
dopo
aver
guardato
a
lun
go
dei
quadri
-
-
disse
,
come
parlando
a
se
stesso
:
«
io
so
tutto
»
.
Un
'
altra
serie
di
giocattoli
Ravizza
da
me
scelta
,
rappresenta
caricature
di
figure
umane
,
a
base
di
solidi
geometrici
:
p
.
es
.
un
bambino
è
rappresentato
:
da
una
sfera
,
la
testa
;
seguita
da
un
cono
tronco
,
il
corpo
;
da
due
cilindri
,
le
gambe
;
ecc
.
I
solidi
geometrici
non
sono
rappresentati
integralmente
nella
forma
,
ma
con
molta
approssimazione
;
i
giocattoli
sono
dipinti
a
vivi
colori
:
così
p
.
es
.
sono
dipinte
le
parti
del
viso
;
sull
'
abito
c
'
è
un
grembiale
ecc
.
Oppure
è
una
bambola
(
presso
a
poco
così
costruita
)
che
porta
una
grande
scatola
da
modista
a
tronco
di
cilindro
:
la
scatola
è
colorata
in
marrone
scuro
e
sostenuta
alle
spalle
della
bambola
da
una
piccola
cinghia
.
Tali
giocattoli
rappresentano
perciò
chiaramente
una
figura
,
anche
piacevole
a
vedersi
.
Ma
riesce
estremamente
facile
,
interpretare
nelle
varie
parti
costituenti
l
'
oggetto
,
la
forma
di
solidi
geometrici
.
Ho
perciò
fatto
costruire
dei
solidi
geometrici
in
dimensione
rilevante
:
la
sfera
e
la
base
degli
altri
solidi
hanno
come
dimensione
massima
7
centimetri
di
diametro
o
di
spigolo
:
essi
sono
tutti
colorati
a
vernice
smaltata
azzurro
pallido
.
I
pezzi
sono
sette
:
la
sfera
,
l
'
ovale
,
il
cilindro
,
il
cono
,
il
cubo
,
la
piramide
quadrilatera
e
il
prisma
quadrilatero
,
questo
però
con
base
rettangolare
.
I
bambini
dànno
ai
due
primi
solidi
anche
il
nome
di
«
palla
»
e
di
«
uovo
»
.
Pei
bambini
più
grandi
riesce
un
divertimento
cercare
le
forme
solide
nei
piccoli
oggetti
circostanti
:
nella
cucina
(
giuocattolo
)
con
le
piccole
pentole
cilindriche
;
nelle
zampe
dei
tavolini
;
nelle
bottigliette
;
nei
lapis
.
Ai
solidi
a
facce
piane
ho
fatto
unire
dei
cartoncini
,
che
portano
delineata
con
una
riga
azzurro
chiara
del
colore
medesimo
della
verniciatura
estema
,
l
'
impronta
delle
varie
facce
;
sì
che
il
solido
stesso
può
esservi
sovrapposto
:
così
p
.
es
.
la
piramide
ha
un
quadrato
e
un
triangolo
;
il
cubo
ha
un
solo
quadrato
;
il
prisma
ha
due
rettangoli
;
il
cono
e
il
cilindro
hanno
un
circolo
.
I
bambini
devono
notare
che
le
impronte
dei
corpi
solidi
più
varî
sono
poi
sempre
le
medesime
forme
già
note
,
cioè
le
figure
geometriche
piane
.
Infatti
essi
vanno
a
disegnare
in
terra
,
col
gesso
,
il
contorno
delle
zampe
del
tavolino
-
-
poi
sollevano
il
tavolo
e
trovano
disegnati
dei
quadrati
;
ripetono
lo
stesso
lavoro
intorno
alle
zampe
delle
sedie
e
trovano
piccoli
circoli
;
disegnano
col
lapis
tutto
intorno
il
fondo
del
calamaio
che
sta
sul
tavolo
della
direttrice
,
e
,
sollevato
l
'
oggetto
trovano
il
disegno
di
un
circolo
grande
:
disegnano
intorno
a
una
scatola
e
trovano
un
rettangolo
.
Moltissimi
fanciulli
si
divertono
a
scoprire
le
impronte
dei
corpi
solidi
,
provando
un
gran
diletto
nel
ritrovare
sempre
quelle
poche
forme
ben
note
.
È
questa
per
essi
non
più
una
semplice
osservazione
degli
oggetti
,
ma
l
'
analisi
e
l
'
interpretazione
degli
stessi
,
che
finisce
in
una
sintesi
:
l
'
uniformità
o
meglio
la
limitazione
reale
delle
forme
,
che
sembrano
tanto
svariate
.
Analisi
geometrica
delle
figure
:
i
lati
,
gli
angoli
,
il
centro
,
gli
spigoli
L
'
analisi
geometrica
delle
figure
non
è
adatta
all
'
età
infantile
ma
io
ho
sperimentato
un
mezzo
di
iniziare
tale
analisi
,
limitandola
al
rettangolo
,
e
giovandomi
di
un
giuoco
,
il
quale
include
l
'
analisi
stessa
,
senza
tuttavia
fissarvi
l
'
attenzione
del
bambino
,
ma
illustrandone
chiaramente
il
concetto
.
Il
rettangolo
che
uso
,
è
il
piano
di
uno
dei
tavolini
dei
bimbi
;
il
giuoco
è
l
'
apparecchiatura
della
tavola
.
Ho
fatto
acquistare
in
tutte
le
Case
dei
Bambini
una
collezione
di
piccole
stoviglie
minuscole
,
che
si
trovano
in
commercio
come
giuocattoli
:
piatti
,
scodelle
,
zuppiere
,
insalatiere
,
bicchieri
e
bottiglie
minuscole
,
piccole
posate
,
tovagliolini
ecc
.
;
faccio
apparecchiare
la
tavola
per
sei
,
mettendo
due
posti
ai
lati
più
lunghi
,
e
un
posto
ai
più
corti
:
un
bambino
trasporta
gli
oggetti
e
li
depone
sul
posto
che
io
indico
:
«
metti
la
zuppiera
nel
centro
della
tavola
,
questo
tovagliolino
in
un
angolo
-
-
metti
questo
piatto
a
metà
del
lato
corto
»
;
-
-
poi
faccio
osservare
la
tavola
:
«
manca
qualche
cosa
in
quest
'
angolo
;
manca
un
bicchiere
lungo
questo
lato
.
Dunque
vediamo
:
c
'
è
tutto
ai
due
lati
lunghi
?
-
-
e
ai
due
lati
corti
?
-
-
manca
niente
ai
quattro
angoli
?
»
Io
non
credo
che
prima
di
sei
anni
si
possa
procedere
più
oltre
:
per
crederlo
,
bisognerebbe
che
dei
bambini
un
giorno
,
prendendo
un
incastro
piano
,
si
mettessero
spontaneamente
a
contarne
i
lati
e
gli
angoli
.
Certo
che
insegnando
loro
tali
nozioni
le
apprenderebbero
:
ma
sarebbe
dottrina
imparata
,
non
esperienza
applicata
.
Esercizî
del
senso
cromatico
Già
a
tali
esercizî
si
è
necessariamente
accennato
nel
corso
di
questo
libro
.
Ma
qui
occorre
ordinatamente
precisarne
la
successione
e
la
descrizione
.
Esercizî
destinati
a
provocare
l
'
osservazione
dell
'
ambiente
a
)
Stoffe
e
bambole
tedesche
.
Si
è
già
detto
a
proposito
della
educazione
del
senso
cromatico
,
che
noi
usiamo
nel
materiale
didattico
una
scatola
di
stoffe
colorate
disposte
in
tanti
diversi
scompartimenti
.
Le
stoffe
,
che
portano
i
più
vivi
colori
e
anche
quelle
che
si
chiamano
in
commercio
le
mezze
tinte
sono
:
velluti
,
sete
,
lane
,
cotoni
.
Molte
stoffe
son
variegate
,
a
puntini
,
a
righe
di
colori
diversi
,
a
intrecci
scozzesi
.
I
bambini
devono
riconoscere
il
colore
delle
stoffe
:
e
ciò
li
aiuterà
a
osservare
p
.
es
.
il
colore
delle
stoffe
dei
vestiti
indossati
dalle
persone
,
ad
analizzare
i
vari
colori
di
una
medesima
stoffa
.
Infine
le
bambole
tedesche
,
che
sono
composte
con
lavori
in
maglia
di
lana
d
'
ogni
colore
-
-
servono
allo
stesso
scopo
educativo
-
-
mentre
sono
morbide
,
calde
,
poco
costose
perché
si
possono
fabbricare
facilmente
(
la
faccia
è
a
lavoro
in
calza
,
bianca
;
il
naso
e
gli
occhi
sono
costituiti
da
punti
in
lana
scura
e
la
bocca
in
lana
rossa
-
-
il
vestito
simula
una
pelliccia
costituita
da
lavoro
in
calza
sfilata
-
-
i
piccoli
riccioli
di
lana
che
ne
risultano
,
sono
misti
dei
più
svariati
colori
)
e
facilmente
maneggevoli
:
esse
si
possono
gettare
lontano
come
una
palla
.
b
)
Disegni
e
Pitture
.
Noi
prepariamo
ai
bambini
alcuni
disegni
delineati
ch
'
essi
devono
empire
coi
lapis
colorati
prima
,
e
in
seguito
col
pennello
,
preparando
essi
stessi
la
tinta
in
acquerello
da
una
scatola
di
colori
.
I
primi
disegni
sono
fiori
spiegati
di
viole
del
pensiero
e
farfalle
ad
ali
spiegate
,
alberi
,
fiori
diversi
e
animali
.
Infine
paesaggi
con
prati
,
galline
,
casette
e
cielo
,
figure
umane
ecc
.
;
quando
già
sono
più
avanzati
nell
'
esercizio
,
si
presentano
cartoline
illustrate
da
colorire
:
esse
sono
preparate
a
stampa
:
-
-
da
una
parte
portano
la
scritta
comune
alle
cartoline
che
si
spediscono
-
-
e
dall
'
altra
un
disegno
delineato
.
I
bambini
lo
coloriscono
molto
graziosamente
:
-
-
e
quando
sapranno
scrivere
-
-
troveranno
pronte
le
cartoline
illustrate
più
variopinte
10
.
Tali
disegni
servono
a
studiare
lo
sviluppo
naturale
dell
'
osservazione
dell
'
ambiente
,
da
parte
del
bambino
,
su
ciò
che
riguarda
i
colori
:
infatti
i
bambini
hanno
la
scelta
del
colore
e
sono
lasciati
completamente
li10
Ho
già
preparato
una
serie
graduata
di
disegni
da
colorire
che
si
sono
rivelati
all
'
esperienza
assai
adatti
ai
nostri
bambini
.
beri
nel
loro
lavoro
.
Se
p
.
es
.
tingono
in
rosa
una
gallina
-
-
in
verde
una
vacca
ecc
.
-
-
significa
che
non
sono
ancora
osservatori
.
Ma
di
questo
fu
già
parlato
nella
parte
generale
.
Anche
si
rileva
l
'
effetto
dell
'
educazione
del
senso
cromatico
,
con
la
scelta
di
tinte
pallide
e
armoniose
,
anziché
vive
e
contrastanti
.
La
necessità
in
cui
il
bambino
si
trova
di
dover
ricordare
il
colore
degli
oggetti
che
il
disegno
rappresenta
,
lo
spinge
ad
osservare
tutto
ciò
che
lo
circonda
:
e
anzi
nasce
presto
un
'
emulazione
per
la
gloria
di
giungere
alle
cartoline
illustrate
.
Solo
i
bambini
che
sanno
stare
con
la
tinta
dentro
ai
contorni
-
-
e
che
riproducono
al
vero
i
colori
-
-
passano
a
tale
ambito
lavoro
.
Questi
disegni
sono
facili
e
di
grande
effetto
-
-
sembrano
talvolta
veri
lavori
artistici
:
-
-
una
volta
furon
donati
a
una
signora
che
è
direttrice
di
scuole
infantili
a
Mexico
,
e
che
rimase
lungamente
a
studiare
da
noi
-
-
due
disegni
:
uno
rappresentante
uno
scoglio
,
ove
le
pietre
erano
state
tinte
con
grande
armonia
di
colori
,
in
un
leggiero
color
violetto
,
bruno
e
marrone
,
gli
alberi
in
due
gradazioni
di
verde
-
-
il
cielo
azzurro
;
e
l
'
altro
un
cavallo
colorito
in
marrone
,
con
occhi
,
zoccolo
,
bardature
nere
.
Una
delle
nostre
maestre
offrì
ai
bambini
delle
stampe
d
'
un
vecchio
libro
:
i
chiaroscuri
neri
rendevano
di
un
bellissimo
effetto
le
coloriture
-
-
tanto
che
io
,
per
rendere
più
chiara
la
comprensione
della
figura
da
colorire
,
e
più
vistoso
il
lavoro
-
-
darei
anche
dei
disegni
neri
completi
,
anziché
solo
i
delineati
.
Tuttavia
i
disegni
semplicemente
delineati
sono
indispensabili
per
gli
esercizî
di
preparazione
alla
scrittura
(
v
.
appresso
)
.
I
lapis
colorati
si
maneggiano
,
tenuti
come
la
penna
da
scrivere
.
METODI
PER
L
'
INSEGNAMENTO
DELLA
LETTURA
E
SCRITTURA
Sviluppo
spontaneo
del
linguaggio
grafico
Già
fino
dal
tempo
in
cui
ero
stata
in
Roma
direttrice
della
Scuola
Magistrale
Ortofrenica
,
avevo
sperimentato
alcuni
mezzi
didattici
per
l
'
insegnamento
della
lettura
e
scrittura
-
-
affatto
originali
.
Invece
Itard
e
Séguin
non
presentano
nei
loro
trattati
pedagogici
,
dei
metodi
razionali
per
apprendere
la
scrittura
.
Nelle
pagine
più
sopra
citate
,
si
nota
in
qual
maniera
Itard
procedesse
all
'
insegnamento
dell
'
alfabeto
;
ed
ecco
riportato
ciò
che
il
Séguin
dice
sull
'
insegnamento
della
scrittura
:
«
...
per
far
passare
un
bambino
dal
disegno
propriamente
detto
alla
scrittura
,
che
ne
è
l
'
applicazione
più
immediata
,
non
resta
più
al
maestro
che
chiamare
D
una
porzione
di
cerchio
appoggiata
con
le
sue
estremità
sopra
una
verticale
:
A
due
oblique
riunite
alla
sommità
e
tagliate
da
una
orizzontale
ecc
.
ecc
.
Non
si
tratta
dunque
più
di
sapere
come
il
bambino
imparerà
a
scrivere
:
disegna
,
dunque
scriverà
.
Dopo
ciò
non
occorre
dire
che
bisogna
far
tracciare
le
lettere
secondo
le
leggi
del
contrasto
e
della
analogia
.
Come
O
vicino
a
I
;
B
di
prospetto
a
P
,
T
di
faccia
ad
L
ecc
.
»
.
Secondo
il
Séguin
,
dunque
,
non
occorre
insegnare
a
scrivere
:
il
bambino
che
disegna
,
scriverà
.
Ma
la
scrittura
è
per
questo
autore
lo
stampatello
majuscolo
!
né
ulteriormente
si
spiega
per
dirci
se
l
'
idiota
scriverà
in
altro
modo
.
Invece
si
diffonde
l
'
autore
a
descrivere
l
'
insegnamento
del
disegno
che
prepara
la
scrittura
e
che
contiene
la
scrittura
:
insegnamento
pieno
di
difficoltà
e
che
viene
stabilito
coi
comuni
tentativi
d
'
Itard
e
di
Séguin
.
«
CAPITOLO
XL
.
Disegno
.
-
-
Per
disegnare
,
la
prima
nozione
da
acquistare
per
ordine
d
'
importanza
,
è
quella
del
piano
destinato
a
ricevere
il
disegno
;
la
seconda
è
quella
del
tracciato
o
delineazione
...
»
In
queste
due
nozioni
è
ogni
scrittura
,
ogni
disegno
,
ogni
creazione
lineare
.
Queste
due
nozioni
sono
correlative
:
«
la
loro
relazione
genera
l
'
idea
,
la
capacità
di
produrre
delle
linee
in
questo
senso
:
che
le
linee
meritano
tal
nome
solo
quando
seguono
una
direzione
metodica
e
ragionata
:
il
tratto
senza
direzione
non
è
una
linea
;
prodotta
dal
caso
,
essa
non
ha
nome
.
Il
segno
razionato
,
al
contrario
,
ha
un
nome
perché
ha
una
direzione
e
,
poiché
ogni
scrittura
o
disegno
non
è
altro
che
un
composto
delle
diverse
direzioni
che
segue
una
linea
,
bisogna
,
prima
di
affrontare
la
scrittura
propriamente
detta
,
insistere
su
queste
nozioni
di
piano
e
di
linea
,
che
il
bambino
ordinario
acquista
per
intuizione
ma
che
si
è
obbligati
di
rendere
precisi
e
sensibili
per
gli
idioti
,
in
tutte
le
loro
applicazioni
.
Col
disegno
metodico
essi
entreranno
in
contatto
ragionato
con
tutte
le
parti
del
piano
e
produrranno
dapprima
con
l
'
imitazione
,
delle
linee
semplici
al
principio
e
complicate
in
seguito
.
Si
insegnerà
loro
successivamente
:
1°
a
tracciare
le
diverse
specie
di
linee
;
2°
a
tracciarle
in
direzioni
svariate
e
in
posizioni
diverse
relativamente
al
piano
;
3°
a
riunire
queste
linee
per
formare
delle
figure
graduate
dal
semplice
al
complesso
.
Perciò
bisogna
dapprima
insegnar
loro
a
distinguere
le
linee
rette
dalle
curve
,
le
verticali
dalle
orizzontali
e
dalle
oblique
svariate
all
'
infinito
;
poi
infine
i
principali
punti
di
congiunzione
di
due
o
più
linee
per
formare
una
figura
.
Questa
analisi
ragionata
del
disegno
,
donde
nascerà
la
scrittura
,
è
talmente
essenziale
in
tutte
le
sue
parti
,
che
un
bambino
il
quale
tacciava
già
materialmente
molte
lettere
prima
di
essermi
confidato
ha
messo
sei
giorni
a
tracciare
una
perpendicolare
e
una
orizzontale
,
quindici
giorni
prima
d
'
imitare
una
curva
e
una
obliqua
;
che
la
maggior
parte
de
'
miei
allievi
sono
a
lungo
incapaci
d
'
imitare
i
movimenti
della
mia
mano
sulla
carta
,
prima
di
poter
tracciare
una
linea
in
una
determinata
direzione
.
I
più
imitatori
o
i
meno
stupidi
,
producono
un
segno
diametralmente
opposto
a
quello
che
loro
dimostro
e
tutti
confondono
i
punti
di
congiunzione
di
due
linee
,
i
più
comprensibili
,
come
l
'
alto
,
il
basso
,
il
centro
.
È
vero
che
la
profonda
conoscenza
che
ho
dato
loro
del
piano
,
delle
linee
e
della
configurazione
,
li
rende
atti
ad
afferrare
ormai
i
rapporti
che
si
dovranno
stabilire
tra
il
piano
e
i
tracciati
diversi
coi
quali
essi
dovranno
riempire
la
superfice
;
ma
nello
studio
reso
necessario
dalle
anomalie
dei
miei
allievi
,
la
progressione
tra
la
verticale
,
l
'
orizzontale
,
l
'
obliqua
e
la
curva
dovevano
essere
determinate
dalla
considerazione
delle
difficoltà
di
comprensione
e
d
'
esecuzione
,
che
ciascuna
d
'
esse
offre
a
un
'
intelligenza
torbida
e
ad
una
mano
mobile
e
poco
sicura
:
qui
non
si
tratta
più
semplicemente
di
far
loro
eseguire
una
cosa
difficile
,
poiché
io
mi
accingevo
a
far
loro
sormontare
una
serie
di
difficoltà
;
perciò
mi
sono
chiesto
se
queste
difficoltà
non
fossero
le
une
più
,
le
altre
meno
grandi
e
se
mai
esse
non
s
'
ingenerassero
come
teoremi
;
or
ecco
le
idee
che
mi
hanno
guidato
a
tal
riguardo
.
La
verticale
è
una
linea
che
l
'
occhio
e
la
mano
seguono
direttamente
,
elevandosi
e
abbassandosi
.
La
linea
orizzontale
non
è
naturale
né
all
'
occhio
,
né
alla
mano
che
si
abbassano
e
seguono
una
curva
(
come
l
'
orizzonte
del
quale
ha
preso
il
nome
)
partendo
dal
centro
per
andare
alle
estremità
laterali
del
piano
,
se
non
sono
trattenute
proporzionalmente
dalla
distanza
che
percorrono
.
La
linea
obliqua
suppone
nozioni
comparative
più
complesse
;
e
le
curve
esigono
una
costanza
e
delle
differenze
di
rapporto
col
piano
,
così
variabili
e
difficili
ad
assegnare
,
che
sarebbe
perder
tempo
cominciare
lo
stu
dio
delle
linee
da
queste
ultime
.
La
linea
più
semplice
è
dunque
la
verticale
;
ed
ecco
come
ne
ho
fatta
percepire
l
'
idea
.
La
prima
formula
geometrica
è
questa
:
da
un
punto
ad
un
altro
si
può
condurre
una
sola
linea
retta
.
Partendo
da
tale
assioma
,
che
la
mano
sola
può
dimostrare
,
ho
fissato
due
punti
sulla
lavagna
-
-
e
li
ho
congiunti
con
una
verticale
;
i
miei
bambini
tentavano
di
fare
altrettanto
tra
i
punti
che
avevo
tracciato
sulla
loro
carta
-
-
ma
gli
uni
scendendo
con
la
verticale
a
destra
del
punto
inferiore
,
altri
a
sinistra
;
senza
contare
quelli
la
cui
mano
divaga
sulla
pagina
in
tutti
i
sensi
;
per
arrestare
queste
deviazioni
diverse
,
che
sono
spesso
ben
più
nell
'
intelligenza
e
nello
sguardo
,
che
nella
mano
,
ho
creduto
far
bene
di
restringere
il
campo
dell
'
apprezzamento
del
piano
,
tracciando
due
verticali
a
destra
e
a
sinistra
dei
punti
che
il
bambino
deve
riunire
con
una
linea
parallela
e
intermediaria
a
due
altre
(
le
quali
serviranno
,
per
dir
così
,
di
sponda
)
.
Se
queste
due
linee
non
bastavano
,
io
fissavo
verticalmente
sulla
carta
due
regoli
che
arrestavano
assolutamente
le
deviazioni
della
mano
:
ma
queste
barriere
materiali
non
sono
utili
a
lungo
.
Si
sopprimono
dapprima
i
due
regoli
e
si
torna
all
'
impiego
delle
linee
parallele
,
tra
le
quali
l
'
idiota
non
tarderà
a
intercalare
la
terza
verticale
;
poi
si
toglie
una
delle
verticali
direttrici
e
si
lascia
talvolta
quella
di
destra
,
talvolta
quella
di
sinistra
,
alfin
di
contrapporle
a
ogni
deviazione
che
si
presenti
:
si
sopprime
infine
quest
'
ultima
linea
,
poi
i
punti
,
cominciando
col
cancellare
quello
in
alto
che
indica
il
punto
di
partenza
del
segno
e
della
mano
,
e
il
bambino
impara
così
a
tracciare
una
verticale
,
solo
,
senza
appoggio
,
senza
punti
di
comparazione
.
Lo
stesso
metodo
,
le
stesse
difficoltà
,
gli
stessi
mezzi
di
direzione
per
i
segni
dritti
orizzontali
.
Se
per
caso
essi
sono
cominciati
abbastanza
bene
,
bisogna
aspettarsi
che
il
bambino
li
curverà
per
inclinazione
andando
dal
centro
alle
estremità
,
come
la
natura
lo
comanda
,
e
per
la
ragione
che
ho
ora
spiegato
.
Se
dei
punti
tracciati
di
distanza
in
distanza
,
non
bastano
a
sostener
la
mano
,
la
si
forza
a
non
deviare
con
le
parallele
lineari
che
si
tracciano
sulla
carta
o
con
dei
regoli
.
Infine
,
si
farà
tracciare
la
linea
orizzontale
,
appoggiando
la
squadra
su
una
riga
verticale
formante
con
essa
l
'
angolo
retto
;
il
bambino
comincerà
a
comprendere
così
ciò
che
è
la
linea
verticale
e
la
linea
orizzontale
,
e
saprà
intravedere
la
relazione
di
queste
due
prime
nozioni
per
tracciare
una
figura
.
Nell
'
ordine
di
generazione
delle
linee
sembrerebbe
che
lo
studio
delle
oblique
dovesse
seguire
immediatamente
quello
delle
verticali
e
delle
orizzontali
;
tuttavia
non
è
così
!
L
'
obliqua
che
partecipa
della
verticale
per
la
sua
inclinazione
e
dell
'
orizzontale
per
la
sua
direzione
,
e
che
partecipa
di
tutte
e
due
per
sua
natura
,
poiché
è
una
linea
retta
,
presenta
a
causa
dei
suoi
rapporti
sia
col
piano
,
sia
con
altre
linee
,
un
'
idea
troppo
complessa
per
essere
apprezzata
senza
preparazione
»
.
Così
continua
ancora
il
Séguin
per
varie
pagine
a
parlare
delle
oblique
in
tutte
le
direzioni
,
che
egli
fa
tracciare
tra
due
parallele
e
poi
delle
quattro
curve
che
fa
tracciare
a
destra
e
a
sinistra
di
una
verticale
e
al
disopra
e
al
disotto
di
una
orizzontale
,
e
conclude
:
«
Così
si
trovano
risolti
i
problemi
che
cercavo
:
le
linee
verticali
,
le
orizzontali
e
oblique
e
le
quattro
curve
,
la
cui
riunione
forma
il
cerchio
,
che
contengono
in
principio
tutte
le
linee
possibili
,
tutta
la
scrittura
.
Arrivati
a
questo
punto
ci
siamo
arrestati
a
lungo
,
Itard
e
io
.
Le
linee
essendo
note
,
conveniva
far
tracciare
a
un
bambino
delle
figure
regolari
cominciando
,
ben
inteso
,
dalla
più
semplice
.
Secondo
l
'
opinione
acquisita
,
Itard
m
'
aveva
consigliato
di
principiare
il
quadrato
;
ed
io
ho
seguito
questo
consiglio
durante
tre
mesi
,
senza
riuscire
a
farmi
comprendere
»
.
Dopo
una
lunga
serie
di
esperienze
e
guidato
dalle
idee
sulla
generazione
delle
figure
geometriche
,
il
Séguin
si
accorge
che
la
figura
più
semplice
a
trattare
è
invece
il
triangolo
.
«
Quando
tre
linee
s
'
incontrano
così
,
formano
sempre
un
triangolo
,
mentre
quattro
linee
possono
incontrarsi
in
cento
direzioni
diverse
senza
conservare
un
esatto
parallelismo
e
quindi
presentare
un
quadrato
imperfetto
.
Da
queste
esperienze
e
osservazioni
,
confermate
da
molte
altre
che
sarebbe
superfluo
riportare
,
ho
dedotto
i
primi
principî
della
scrittura
e
del
disegno
per
gl
'
idioti
;
principî
la
cui
applicazione
è
troppo
semplice
perché
io
mi
vi
soffermi
di
più
»
.
Ecco
dunque
il
procedimento
usato
dai
miei
predecessori
,
nell
'
insegnare
la
scrittura
ai
deficienti
.
In
quanto
alla
lettura
Itard
aveva
proceduto
così
:
egli
,
piantati
dei
chiodi
al
muro
,
vi
appendeva
figure
geometriche
di
legno
,
come
triangoli
,
quadrati
,
circoli
-
-
quindi
ne
disegnava
la
precisa
impronta
sul
muro
:
dopo
ciò
,
tolte
le
figure
,
le
faceva
rimettere
a
posto
nei
rispettivi
chiodi
dal
Selvaggio
dell
'
Aveyron
,
sulla
guida
del
disegno
:
da
questo
disegno
nacque
poi
nello
stesso
Itard
l
'
idea
degli
incastri
piani
.
Infine
Itard
fabbricò
delle
lettere
dell
'
alfabeto
in
stampatello
majuscolo
e
procedé
analogamente
a
ciò
che
aveva
fatto
per
le
figure
geometriche
,
cioè
le
disegnò
sul
muro
,
e
dispose
dei
chiodi
in
modo
che
il
bambino
ve
le
potesse
appendere
e
sovrapporre
.
In
seguito
il
Séguin
usò
,
invece
del
muro
,
il
piano
orizzontale
,
disegnando
le
lettere
sul
fondo
di
una
scatola
e
facendo
sovrapporre
ai
disegni
le
lettere
solide
.
Dopo
vent
'
anni
il
Séguin
non
aveva
mutato
il
suo
procedimento
.
Una
critica
al
metodo
per
la
scrittura
e
lettura
di
Itard
e
Séguin
mi
sembra
superflua
.
Tale
procedimento
ha
due
errori
fondamentali
che
lo
rendono
inferiore
ai
metodi
in
uso
pei
fanciulli
normali
-
-
cioè
:
la
scrittura
in
stampatello
majuscolo
;
e
la
preparazione
della
scrittura
con
uno
studio
di
geometria
razionale
,
quale
noi
oggi
lo
pretendiamo
solo
dagli
studenti
di
scuole
secondarie
.
Qui
veramente
il
Séguin
confonde
le
idee
in
modo
che
ci
sorprende
:
egli
è
di
un
tratto
saltato
dall
'
osservazione
psicologica
del
bambino
e
dalle
sue
relazioni
con
l
'
ambiente
,
allo
studio
della
generazione
delle
linee
e
delle
figure
e
del
loro
rapporto
col
piano
.
Egli
dice
che
il
bambino
disegnerà
facilmente
la
verticale
retta
,
ma
l
'
orizzontale
diventerà
ben
presto
una
curva
perché
«
la
natura
lo
comanda
»
;
-
-
e
questo
comando
di
natura
è
rappresentato
dal
fatto
,
che
l
'
uomo
vede
secondo
una
linea
curva
l
'
orizzonte
!
L
'
esempio
del
Séguin
vale
a
illustrare
la
necessità
di
una
educazione
speciale
adatta
a
guidar
l
'
uomo
alla
osservazione
,
e
a
dirigere
il
pensiero
logico
.
L
'
osservazione
deve
essere
assolutamente
obbiettiva
-
-
cioè
spoglia
di
preconcetti
.
Il
Séguin
ha
in
questo
caso
il
preconcetto
,
che
il
disegno
geometrico
debba
preparare
la
scrittura
,
e
ciò
gli
impedisce
la
scoperta
del
procedimento
veramente
naturale
,
necessario
a
tale
preparazione
:
inoltre
egli
ha
il
preconcetto
che
le
deviazioni
delle
linee
,
ossia
l
'
inesattezza
con
la
quale
il
bambino
le
conduce
,
siano
dovute
«
alla
mente
e
all
'
occhio
,
non
alla
mano
»
perciò
egli
si
affatica
settimane
e
mesi
a
spiegare
la
direzione
delle
linee
e
a
guidare
lo
sguardo
dell
'
idiota
.
Sembra
al
Séguin
che
un
buon
metodo
debba
partire
dall
'
alto
:
la
geometria
,
l
'
intelligenza
del
bambino
a
rapporti
astratti
sono
solo
degni
d
'
essere
presi
in
considerazione
.
Non
è
questo
il
difetto
comune
?
...
Osserviamo
gli
uomini
mediocri
:
essi
fanno
sfoggio
di
erudizione
e
disdegnano
le
semplici
cose
.
Studiamo
il
pensiero
logico
di
coloro
che
stimiamo
uomini
di
genio
:
ecco
Newton
tranquillamente
seduto
all
'
aria
aperta
;
-
-
cade
dall
'
albero
una
pera
-
-
egli
osserva
e
si
chiede
:
«
perché
?
»
Il
fenomeno
non
è
mai
piccolo
:
il
frutto
che
cade
e
la
gravitazione
universale
possono
stare
accanto
,
nella
mente
di
un
genio
.
Se
Newton
fosse
stato
un
maestro
di
bambini
,
egli
avrebbe
guidato
semplicemente
lo
sguardo
del
fanciullo
ad
ammirare
gli
astri
in
una
notte
stellata
;
ma
un
erudito
avrebbe
forse
creduto
necessario
preparar
prima
il
bambino
a
intendere
il
calcolo
sublime
,
che
è
la
chiave
dell
'
astronomia
.
Galileo
Galilei
osserva
l
'
oscillazione
di
una
lampada
sospesa
in
alto
,
e
scopre
le
leggi
del
pendolo
.
Nella
vita
intellettuale
la
semplicità
e
la
spogliazione
di
ogni
preconcetto
conducono
a
scoprire
le
cose
nuove
,
come
nella
vita
morale
l
'
umiltà
e
la
povertà
materiale
guidano
alle
alte
conquiste
spirituali
.
Se
andiamo
a
studiare
la
storia
delle
scoperte
,
troviamo
che
esse
dipendono
da
una
osservazione
veramente
obbiettiva
,
e
da
pensiero
logico
.
Cose
semplici
;
ma
ben
rare
a
trovarsi
nell
'
uomo
.
Non
sembrerebbe
forse
logico
,
che
dopo
la
scoperta
di
Laveran
sui
parassiti
malarici
che
invadono
le
emazie
nel
sangue
-
-
tanto
più
sapendosi
dalla
anatomia
che
il
sistema
sanguigno
è
un
sistema
di
vasi
chiuso
-
-
si
fosse
almeno
sospettata
la
possibilità
che
un
insetto
pungente
potesse
inoculare
il
parassita
?
Invece
continuarono
a
sembrar
verosimili
le
teorie
sui
miasmi
della
terra
,
sui
venti
africani
,
sul
paludismo
:
idee
vaghe
,
mentre
il
parassita
era
un
individuo
biologicamente
definito
.
Quando
la
scoperta
della
zanzara
malarica
venne
a
completare
logicamente
la
scoperta
del
Laveran
,
ciò
sembrò
«
meraviglioso
,
stupefacente
»
.
Ancora
si
sa
in
biologia
,
che
la
riproduzione
degli
esseri
monocellulari
vegetali
è
per
scissione
con
alternanza
di
sporulazione
;
e
quella
dei
monocellulari
animali
è
pure
per
scissione
,
ma
con
alternanza
di
coniugazione
;
cioè
,
dopo
un
certo
periodo
in
cui
la
cellula
primitiva
si
è
divisa
e
suddivisa
in
cellule
giovani
eguali
tra
loro
,
-
-
viene
la
formazione
di
due
cellule
diverse
,
una
maschile
e
una
femminile
,
che
dovran
no
fondersi
in
una
sola
,
capace
di
ricominciare
il
ciclo
della
riproduzione
per
scissione
.
Sarebbe
sembrato
logico
,
essendo
ciò
noto
ai
tempi
di
Laveran
,
e
conoscendosi
il
parassita
malarico
come
un
protozoo
,
considerare
la
sua
segmentazione
nello
stroma
dell
'
emazia
,
come
la
fase
di
scissione
,
e
attendere
che
il
parassita
desse
luogo
alle
forme
sessuali
,
che
dovevano
venire
necessariamente
nella
fase
successiva
alla
scissione
.
Invece
la
scissione
si
considerò
una
-
-
sporulazione
-
-
e
alla
comparsa
delle
forme
sessuali
,
né
il
Laveran
,
né
i
numerosi
scienziati
che
lo
seguirono
nelle
ricerche
,
seppero
dare
una
spiegazione
.
Solo
il
Laveran
espose
un
'
idea
che
fu
subito
abbracciata
,
cioè
che
quei
due
zigoti
fossero
forme
degenerate
del
parassita
malarico
e
perciò
incapaci
di
più
produrre
quelle
alterazioni
determinanti
il
morbo
:
infatti
alla
comparsa
delle
forme
sessuali
del
parassita
,
la
malaria
apparentemente
guarisce
,
essendo
impossibile
la
coniugazione
delle
due
cellule
nel
sangue
umano
.
Le
teorie
allora
recenti
del
Morel
sulla
degenerazione
umana
accompagnata
da
deformazioni
e
da
debolezza
,
ispirarono
il
Laveran
nella
sua
interpretazione
;
-
-
e
tutti
trovarono
geniale
il
pensiero
dell
'
illustre
patologo
-
-
poiché
s
'
ispirava
ai
grandiosi
concetti
delle
teorie
moreliane
.
Chi
invece
si
fosse
limitato
a
ragionare
così
:
il
plasmodio
della
malaria
è
un
protozoo
-
-
esso
si
riproduce
per
scissione
sotto
i
nostri
occhi
-
-
finita
la
scissione
si
vedono
due
cellule
diverse
-
-
una
a
semiluna
,
l
'
altra
flagellata
-
-
esse
sono
dunque
la
cellula
femminile
e
la
maschile
,
che
devono
con
la
coniugazione
alternare
la
scissione
-
-
avrebbe
calcata
la
via
della
scoperta
.
Ma
un
ragionamento
così
semplice
non
venne
;
potremmo
dunque
chiederci
:
quanto
più
progredirebbe
il
mondo
,
se
una
educazione
speciale
preparasse
gli
uomini
alla
pura
osservazione
e
al
pensiero
logico
?
La
maggior
quantità
del
tempo
e
delle
forze
intellettuali
si
perdono
nel
mondo
,
perché
sembra
grande
il
falso
e
piccolo
il
vero
.
Io
dico
ciò
per
difendere
la
necessità
che
abbiamo
di
preparare
con
metodi
razionali
le
nuove
generazioni
,
dalle
quali
il
mondo
civile
aspetta
il
suo
progresso
.
Noi
fin
qui
abbiamo
utilizzato
l
'
ambiente
:
ma
credo
giunto
il
momento
della
necessità
di
utilizzare
le
forze
umane
,
con
una
educazione
scientifica
.
Per
tornare
al
metodo
di
scrittura
del
Séguin
-
-
esso
illustra
un
'
alta
verità
:
cioè
la
tortuosità
delle
vie
che
seguiamo
nell
'
insegnamento
,
e
ciò
per
un
istinto
di
complicare
le
cose
,
analogo
a
quello
che
ci
fa
apprezzare
solo
le
cose
complicate
.
Ecco
il
Séguin
.
che
insegna
la
geometria
per
insegnare
a
scrivere
;
e
fa
eseguire
alla
mente
del
bambino
l
'
alto
sforzo
d
'
intendere
le
astrazioni
geometriche
,
per
ripiombarlo
allo
sforzo
assai
più
semplice
di
disegnare
un
D
stampatello
.
Ma
poi
:
non
dovrà
il
bambino
fare
lo
sforzo
di
dimenticare
lo
stampatello
,
per
imparare
la
scrittura
corsiva
?
E
non
sarebbe
stato
più
semplice
cominciare
con
la
scrittura
corsiva
?
Anche
noi
crediamo
che
per
imparare
a
scrivere
,
sia
necessario
far
prima
eseguire
i
bastoncelli
.
Questa
convinzione
è
profonda
.
Sembra
naturale
che
per
scrivere
le
lettere
dell
'
alfabeto
,
che
sono
tutte
rotondeggianti
,
occorra
cominciare
con
le
rette
;
e
con
le
asticelle
munite
di
filetto
ad
angolo
acuto
.
In
buona
fede
poi
ci
meravigliamo
che
sia
difficilissimo
togliere
al
principiante
la
durezza
dell
'
angolosità
,
onde
eseguisca
le
belle
curve
dell
'
O
;
eppure
con
quanto
sforzo
nostro
e
suo
,
lo
obbligammo
lungo
tempo
ad
asteggiare
e
a
scrivere
con
angoli
acuti
?
Chi
è
venuto
a
farci
la
rivelazione
che
il
primo
segno
da
eseguire
deve
essere
una
retta
?
e
perché
ci
ostiniamo
a
preparare
le
curve
cogli
angoli
?
Spogliamoci
un
momento
di
tali
preconcetti
:
e
muoviamo
sopra
una
via
più
semplice
.
Ne
proveremo
forse
un
grande
sollievo
,
risparmiando
all
'
umanità
futura
ogni
sforzo
per
imparare
a
scrivere
.
È
necessario
cominciare
a
scrivere
dalle
aste
?
basta
il
pensiero
logico
per
rispondere
:
no
.
Il
bambino
compie
un
troppo
penoso
sforzo
in
tale
esercizio
,
perché
l
'
asticella
debba
proprio
costituire
la
minore
difficoltà
da
superare
.
Anzi
,
se
bene
osserviamo
,
l
'
asta
è
l
'
esercizio
più
difficile
a
compiersi
:
il
calligrafo
solo
può
completare
regolarmente
una
pagina
di
aste
-
-
mentre
una
persona
che
scriva
mediocremente
bene
,
saprebbe
eseguire
una
pagina
di
scrittura
presentabile
.
Infatti
la
linea
retta
è
unica
-
-
segnando
la
più
breve
distanza
tra
due
punti
:
invece
ogni
deviazione
da
quella
direzione
,
segna
una
linea
non
retta
;
le
infinite
deviazioni
sono
perciò
più
facili
di
quell
'
unica
,
che
è
perfezione
.
Si
ordini
di
disegnare
sulla
lavagna
una
retta
senz
'
altra
preoccupazione
:
ogni
persona
traccerà
una
linea
lunga
-
-
in
direzione
diversa
,
cominciando
ora
da
un
lato
ora
dall
'
altro
:
-
-
e
press
'
a
poco
tutti
vi
riusciranno
.
Si
ordini
poi
di
disegnare
una
retta
in
quella
particolare
direzione
e
partendo
da
un
punto
determinato
:
allora
le
abilità
primitive
andranno
molto
scemando
e
si
vedrà
comparire
una
serie
assai
più
grande
di
irregolarità
,
cioè
di
errori
.
Quasi
tutte
le
linee
saranno
lunghe
-
-
perché
gl
'
individui
hanno
dovuto
prendere
uno
slancio
per
riuscire
all
'
intento
.
Ordiniamo
ora
che
le
linee
siano
invece
corte
,
e
a
limiti
precisi
:
gli
errori
cresceranno
ancor
più
,
perché
è
impedito
lo
slancio
,
che
aiutava
a
conservare
la
direzione
diretta
.
Ebbene
ora
aggiungiamo
a
ciò
che
si
debba
tenere
l
'
istrumento
di
scrittura
in
un
modo
determinato
non
come
l
'
istinto
detta
a
ciascuno
.
Ci
avviciniamo
così
sensibilmente
al
primo
atto
di
scrittura
,
che
vogliamo
pretendere
dai
bambini
:
questo
atto
richiederà
ancora
di
conservare
il
parallelismo
fra
i
singoli
tratti
segnati
-
-
e
costituirà
un
lavoro
difficilissimo
e
arido
,
perché
senza
scopo
pei
bambini
che
non
ne
comprendono
il
significato
.
Avevo
notato
nei
quaderni
dei
bambini
deficienti
visti
in
Francia
-
-
e
anche
il
Voisin
fa
menzione
di
questo
fenomeno
-
-
che
le
pagine
dei
bastoncelli
,
benché
principino
come
tali
,
finiscono
con
delle
righe
di
C
:
vale
a
dire
che
il
bambino
deficiente
,
la
cui
attenzione
è
meno
resistente
di
quella
del
bambino
normale
,
esaurisce
a
poco
a
poco
il
primitivo
sforzo
d
'
imitazione
,
e
il
movimento
naturale
si
sostituisce
gradualmente
a
quello
provocato
.
Così
le
aste
rette
si
trasformano
in
curve
sempre
più
somiglianti
a
dei
C
.
Tale
fenomeno
non
comparisce
sui
quaderni
dei
bambini
normali
,
poiché
essi
resistono
nello
sforzo
sino
alla
fine
della
pagina
-
-
e
così
,
come
spesso
avviene
,
nascondono
l
'
errore
didattico
.
Ma
osserviamo
i
disegni
spontanei
dei
bambini
normali
quando
p
.
es
.
essi
tracciano
sulla
sabbia
dei
viali
d
'
un
giardino
,
delle
linee
con
un
ramoscello
caduto
dagli
alberi
:
mai
vedremo
piccole
rette
-
-
ma
lunghe
linee
curve
,
variamente
intrecciate
.
Lo
stesso
fenomeno
vedeva
il
Séguin
-
-
quando
faceva
tracciare
le
orizzontali
,
che
diventavano
subito
curve
-
-
ed
egli
attribuiva
il
fenomeno
,
all
'
imitazione
con
la
linea
dell
'
orizzonte
!
Che
poi
il
bastoncello
debba
servire
a
preparare
la
scrittura
alfabetica
,
è
incredibilmente
illogico
:
l
'
alfabeto
è
troppo
rotondeggiante
perché
debba
prepararsi
con
le
rette
.
Si
dice
:
ma
,
in
molte
lettere
dell
'
alfabeto
(
non
in
tutte
,
certo
;
le
regole
calligrafiche
insegnano
come
nell
'
O
e
nei
suoi
derivati
,
non
debba
esservi
traccia
di
retta
)
entra
a
far
parte
il
tratto
retto
.
Non
è
questa
una
ragione
per
cominciare
la
scrittura
da
un
dettaglio
di
essa
.
Siamo
noi
,
che
analizziamo
così
i
segni
alfabetici
,
e
vi
troviamo
le
rette
e
le
curve
;
come
,
analizzando
il
discorso
,
vi
troviamo
le
regole
grammaticali
.
Ma
l
'
umanità
par
la
prescindendo
da
tali
regole
;
ebbene
,
perché
non
potrà
scrivere
,
prescindendo
da
tali
analisi
e
dalla
esecuzione
separata
delle
parti
costituenti
la
lettera
?
Anzi
,
guai
se
la
umanità
dovesse
parlare
solo
dopo
avere
studiato
la
grammatica
!
Sarebbe
come
se
prima
di
guardare
le
stelle
del
firmamento
,
dovessimo
studiare
il
calcolo
infinitesimale
:
sarebbe
come
se
,
prima
d
'
insegnare
a
un
idiota
a
scrivere
,
dovessimo
fargli
intendere
la
generazione
astratta
delle
linee
e
i
problemi
di
geometria
!
Ebbene
guai
altrettanto
all
'
umanità
,
che
per
iscrivere
deve
prima
eseguire
analiticamente
le
parti
costituenti
i
segni
alfabetici
.
Infine
,
lo
sforzo
che
crediamo
necessario
ad
apprendere
la
scrittura
-
-
è
uno
sforzo
tutto
antificioso
,
collegato
non
con
la
scrittura
,
ma
coi
metodi
d
'
insegnarla
.
Rigettiamo
per
un
momento
ogni
dogmatismo
più
antico
,
in
proposito
.
Rinneghiamo
la
coltura
:
non
c
'
interessi
sapere
né
come
l
'
umanità
principiò
a
scrivere
,
né
quale
possa
essere
la
genesi
della
scrittura
in
se
stessa
.
Rinneghiamo
la
convinzione
che
l
'
uso
invalso
ci
ha
dato
,
della
necessità
di
principiare
la
scrittura
coi
bastoncelli
;
e
supponiamo
di
essere
nudi
,
nello
spirito
,
come
la
verità
che
vogliamo
scoprire
.
«
Osserviamo
un
individuo
che
scrive
,
e
cerchiamo
di
analizzare
gli
atti
che
compie
scrivendo
»
.
Gli
atti
-
-
cioè
i
meccanismi
che
intervengono
all
'
esecuzione
della
scrittura
.
Questo
sarebbe
compiere
lo
studio
psicofisiologico
della
scrittura
;
vale
a
dire
esaminare
l
'
individuo
che
scrive
,
non
la
scrittura
;
il
soggetto
,
non
l
'
oggetto
.
Si
era
sempre
cominciato
dall
'
oggetto
,
esaminando
la
scrittura
,
si
era
costruito
un
metodo
.
Un
metodo
che
partisse
dallo
studio
dell
'
individuo
,
invece
,
sarebbe
affatto
originale
-
-
lontano
da
qualsiasi
altro
metodo
che
lo
precedette
;
infine
segnerebbe
una
nuova
èra
della
scrittura
,
quella
che
ha
base
antropologica
.
Se
io
avessi
pensato
di
dare
un
nome
a
questo
nuovo
metodo
di
scrittura
-
-
quando
intrapresi
gli
esperimenti
sui
bambini
normali
-
-
senza
ancora
conoscerne
i
risultati
,
lo
avrei
chiamato
infatti
metodo
antropologico
,
per
l
'
indirizzo
che
lo
aveva
ispirato
.
Ma
l
'
esperienza
mi
ha
fornito
come
una
sorpresa
e
un
vero
dono
della
natura
,
un
altro
titolo
:
«
metodo
della
scrittura
spontanea
»
.
Nel
tempo
in
cui
insegnai
ai
bambini
deficienti
-
-
mi
era
accaduto
di
osservare
il
seguente
fatto
.
Una
ragazzina
idiota
di
undici
anni
,
che
aveva
normale
la
motilità
e
la
forza
della
mano
-
-
non
riusciva
ad
apprendere
a
cucire
e
nemmeno
a
fare
il
primo
punto
,
cioè
l
'
infilzetta
:
che
consiste
nel
far
passare
l
'
ago
successivamente
al
disotto
e
al
disopra
della
trama
,
prendendo
e
lasciando
pochi
fili
.
Allora
misi
la
ragazzina
alle
tessiture
di
Froëbel
,
che
consistono
nell
'
infilare
un
'
asticciuola
di
carta
traversalmente
tra
asticciuole
verticali
pure
di
carta
,
fissate
in
alto
e
in
basso
.
Mi
venne
fatto
di
pensare
all
'
analogia
tra
i
due
lavori
;
e
m
'
interessai
molto
all
'
osservazione
.
Quando
la
ragazzina
fu
abile
nei
lavori
di
tessitura
del
Froëbel
la
ricondussi
al
cucito
-
-
e
vidi
con
piacere
che
riusciva
a
eseguire
l
'
infilzetta
.
Da
quel
momento
la
scuola
di
cucito
cominciò
regolarmente
con
le
tessiture
di
Froëbel
.
Io
pensai
che
il
movimento
necessario
della
mano
,
era
stato
preparato
al
cucito
senza
cucire
;
e
che
realmente
bisogna
trovare
il
modo
di
insegnare
prima
di
far
eseguire
:
e
,
specialmente
trattandosi
di
preparare
movimenti
,
questi
potrebbero
essere
provocati
e
anche
ridotti
in
meccanismi
da
ripetuti
esercizî
,
all
'
infuori
del
lavoro
diretto
pel
quale
si
preparano
:
onde
si
potrebbe
andare
al
lavoro
già
abili
ad
eseguirlo
,
senza
avervi
ancor
posto
mano
direttamente
:
e
compierlo
pressoché
a
perfezione
al
primo
tentativo
.
Pensai
che
così
appunto
poteva
prepararsi
la
scrittura
.
L
'
idea
mi
interessò
al
più
alto
grado
-
-
e
mi
meravigliai
della
sua
semplicità
-
-
mi
sorpresi
del
fatto
di
non
aver
pensato
prima
al
procedimento
,
che
mi
era
ispirato
dall
'
osservazione
della
ragazzina
che
non
sapeva
cucire
.
Infatti
,
poiché
io
facevo
toccare
ai
bambini
i
contorni
delle
figure
geometriche
agli
incastri
piani
,
non
rimaneva
che
far
loro
toccare
col
dito
anche
le
figure
delle
lettere
alfabetiche
.
Feci
costruire
un
superbo
alfabetario
,
con
le
lettere
in
corsivo
alte
nel
corpo
di
scrittura
8
cm
.
-
-
e
le
lettere
asteggiate
in
proporzione
;
le
lettere
erano
in
legno
dello
spessore
di
œ
cm
.
e
tutte
verniciate
a
smalto
(
in
azzurro
le
consonanti
e
in
rosso
le
vocali
)
fuorché
di
sotto
,
ove
era
una
fodera
molto
elegante
di
ottone
fissata
da
piccole
borchie
.
A
questo
alfabetario
,
che
era
in
una
sola
copia
,
corrispondevano
molte
tabelle
di
cartoncino
bristol
,
sul
quale
erano
dipinte
le
lettere
alfabetiche
nello
stesso
colore
e
dimensione
di
quelle
mobili
-
-
e
raggruppate
secondo
contrasti
e
analogie
di
forme
.
Ad
ogni
lettera
dell
'
alfabeto
corrispondeva
un
quadro
dipinto
a
mano
in
acquarello
,
ove
era
riprodotta
in
colore
e
dimensione
la
lettera
corsiva
,
e
,
vicino
,
molto
più
piccola
,
era
dipinta
la
corrispondente
lettera
in
stampatello
minuscolo
;
col
quadro
poi
le
figure
rappresentavano
oggetti
il
cui
nome
cominciava
per
la
lettera
disegnata
:
p
.
es
.
in
m
c
'
era
una
mano
e
un
martello
,
in
g
un
gatto
ecc
.
Questi
quadri
servivano
a
fissare
la
memoria
del
suono
della
lettera
-
-
e
la
piccola
lettera
in
istampatello
unita
alla
corsiva
,
doveva
essere
il
passaggio
alla
lettura
sui
libri
.
I
quadri
non
rappresentavano
certamente
un
'
idea
nuova
,
ma
completavano
un
insieme
che
non
esisteva
ancora
:
certo
un
simile
alfabetario
era
ricchissimo
e
veniva
a
costare
duecentocinquanta
lire
così
eseguito
a
mano
.
La
parte
interessante
per
la
mia
esperienza
fu
questa
:
che
io
,
dopo
aver
fatto
sovrapporre
la
lettera
mobile
coi
disegni
dei
cartelloni
dove
erano
raggruppate
le
lettere
,
le
facevo
toccare
nel
senso
della
scrittura
corsiva
,
ripetutamente
.
Tali
esercizî
si
moltiplicavano
poi
sulle
lettere
semplicemente
disegnate
nei
cartelloni
;
così
i
bambini
venivano
a
compiere
il
movimento
necessario
a
riprodurre
la
forma
dei
segni
grafici
,
senza
scrivere
.
Qui
fui
colpita
da
un
'
idea
che
non
mi
era
mai
venuta
in
mente
e
cioè
che
nella
scrittura
si
compiono
due
diverse
forme
di
movimento
-
-
cioè
oltre
il
detto
movimento
che
riproduce
la
forma
,
c
'
è
anche
quello
del
maneggio
dell
'
istrumento
di
scrittura
.
Infatti
,
quando
i
bambini
deficienti
erano
diventati
esperti
nel
toccare
tutte
le
lettere
dell
'
alfabeto
secondo
la
forma
,
non
sapevano
però
ancora
tenere
la
penna
in
mano
.
Sostenere
e
maneggiare
un
'
asticina
in
modo
sicuro
,
corrisponde
all
'
acquisto
di
uno
speciale
meccanismo
muscolare
che
è
indipendente
dal
movimento
della
scrittura
;
infatti
esso
è
contemporaneo
ai
movimenti
necessari
per
tracciare
tutte
le
diverse
lettere
dell
'
alfabeto
.
È
dunque
un
meccanismo
unico
,
che
deve
esistere
insieme
alla
memoria
motrice
dei
singoli
segni
grafici
.
Io
,
quando
provocavo
sui
deficienti
i
movimenti
della
scrittura
facendo
toccare
col
dito
le
lettere
dei
cartelloni
,
esercitavo
meccanicamente
le
vie
psicomotrici
e
fissavo
la
memoria
muscolare
di
ciascuna
lettera
.
Rimaneva
ora
la
preparazione
del
meccanismo
muscolare
per
la
tenuta
e
il
maneggio
dell
'
istrumento
di
scrittura
;
e
ciò
provocai
aggiungendo
al
già
descritto
altri
due
tempi
cioè
:
2°
toccare
le
lettere
non
più
col
solo
indice
della
mano
destra
,
come
nel
primo
tempo
,
che
serve
a
fissare
la
memoria
muscolare
;
ma
con
due
dita
,
cioè
l
'
indice
e
il
medio
.
3°
toccare
le
lettere
con
una
asticciula
di
legno
tenuta
come
una
penna
da
scrivere
.
In
sostanza
facevo
ripetere
i
medesimi
movimenti
ora
senza
,
ora
con
l
'
aggiunta
della
tenuta
dell
'
istrumento
.
Si
noti
che
il
bambino
doveva
seguire
col
dito
l
'
immagine
visiva
della
lettera
disegnata
.
È
vero
che
quel
dito
era
già
esercitato
a
toccare
i
contorni
delle
figure
geometriche
;
ma
non
sempre
tale
esercizio
si
rivelò
sufficiente
all
'
uopo
.
Infatti
anche
noi
quando
p
.
es
.
incidiamo
un
disegno
,
non
sappiamo
seguire
perfettamente
la
linea
che
pur
vediamo
e
nella
quale
dovremmo
ripassare
il
segno
.
Bisognerebbe
proprio
che
il
disegno
avesse
qualche
cosa
di
speciale
,
capace
d
'
attrarre
la
punta
del
nostro
lapis
come
una
calamita
il
ferro
,
ovvero
che
il
lapis
trovasse
una
guida
meccanica
sulla
carta
ove
disegna
-
-
per
seguire
con
esattezza
la
traccia
sensibile
in
realtà
solo
allo
sguardo
.
I
deficienti
dunque
non
sempre
seguivano
esattamente
il
disegno
,
sia
col
dito
,
sia
con
la
asticina
:
e
il
materiale
didattico
non
offriva
alcun
controllo
al
lavoro
eseguito
-
-
ossia
offriva
solo
il
controllo
malfido
dello
sguardo
del
bambino
,
il
quale
certo
poteva
vedere
se
il
dito
andava
o
no
sul
segno
.
Io
pensai
che
a
far
eseguire
esattamente
il
movimento
della
scrittura
-
-
e
a
garantirne
l
'
esattezza
o
almeno
a
guidarne
in
modo
più
diretto
la
esecuzione
,
sarebbe
stato
necessario
preparare
delle
forme
di
lettere
scavate
in
modo
,
che
esse
fossero
rappresentate
da
un
solco
ove
potesse
scorrere
l
'
asticina
di
legno
.
Feci
un
progetto
per
tale
lavoro
,
ma
essendo
troppo
costoso
non
potei
metterlo
in
esecuzione
.
Di
questo
metodo
parlai
assai
,
dopo
averlo
largamente
esperimentato
,
ai
maestri
nelle
mie
lezioni
di
didattica
alla
Scuola
Magistrale
Ortofrenica
,
come
risulta
dalle
dispense
litografate
nel
secondo
anno
di
corso
e
che
io
conservo
tuttora
in
circa
cento
copie
,
come
documento
del
passato
.
Ecco
le
parole
che
,
pubblicamente
pronunciate
dieci
anni
fa
,
rimasero
litografate
in
mano
a
oltre
duecento
maestri
elementari
,
senza
che
alcuno
,
come
con
meravi
glia
scriveva
il
prof
.
Ferreri
in
un
articolo
recentissimo
11
,
ne
ritraesse
un
'
idea
profittevole
:
Riassunto
delle
lezioni
di
didattica
della
dott
.
Montessori
anno
1900
,
Stab.lit
Romano
,
via
Frattina
62
,
Disp
.
6a
,
pag
.
46
:
«
Lettura
e
Scrittura
simultanee
»
:
A
questo
punto
si
presenta
il
cartellone
delle
«
vocali
dipinte
in
rosso
:
il
bambino
vede
`
delineate
a
colori
delle
figure
irregolari
'
.
Si
offrono
al
bambino
le
vocali
in
segno
rosso
per
sovrapporle
ai
segni
del
cartoncino
.
Si
fanno
toccare
le
vocali
di
legno
nel
senso
della
scrittura
e
si
nominano
:
le
vocali
sono
disposte
per
analogia
di
forma
:
o
e
a
i
u
«
Poi
si
dice
al
bambino
p
.
es
.
:
`
cercami
...
o
!
'
`
mettilo
al
posto
'
-
-
Poi
:
`
che
lettera
è
questa
?
'
Qui
si
vedrà
che
molti
bambini
sbagliano
solo
guardando
la
lettera
-
-
indovinano
invece
toccandola
.
Osservazioni
interessanti
si
possono
fare
rilevando
i
vari
tipi
individuali
:
visivo
,
motore
.
Si
fa
toccare
poi
al
bambino
la
lettera
delineata
sul
cartellone
-
-
prima
con
l
'
indice
solo
,
poi
con
l
'
indice
e
il
medio
-
-
poi
con
un
bastoncino
di
legno
tenuto
come
la
penna
;
la
lettera
deve
essere
toccata
nel
senso
della
scrittura
.
Le
consonanti
sono
disegnate
in
turchino
e
disposte
in
vari
cartelloni
secondo
l
'
analogia
di
forma
:
vi
è
annesso
l
'
alfabetario
mobile
in
legno
bleu
,
da
sovrapporre
ai
cartelloni
come
per
le
vocali
.
Annesso
all
'
alfabetario
sta
una
serie
di
altri
cartelloni
,
ove
accanto
alla
consonante
11
G
.
Ferreri
,
«
Per
l
'
insegnamento
della
scrittura
»
(
Sistema
della
Dott
.
M
.
Montessori
)
Bollettino
dell
'
Associazione
Romana
per
la
cura
medico
pedagogica
dei
fanciulli
anormali
e
deficienti
poveri
,
anno
I
,
n
.
4
,
ottobre
1907
.
Roma
,
Tipografia
delle
Terme
Diocleziane
.
uguale
a
quella
di
legno
stanno
dipinte
una
o
due
figure
d
'
oggetti
il
cui
nome
principia
con
la
lettera
disegnata
.
Avanti
alla
lettera
corsiva
sta
pure
dipinto
con
lo
stesso
colore
una
lettera
più
piccola
,
di
carattere
stampato
.
La
maestra
,
nominando
le
consonanti
col
metodo
fonico
,
indica
la
lettera
,
poi
il
cartellone
,
pronunciando
il
nome
degli
oggetti
che
vi
sono
dipinti
e
calcando
sulla
prima
lettera
es
.
m
...
mela
:
`
dàmmi
la
consonante
m
...
mettila
al
posto
,
toccala
ecc
.
'
.
Si
studieranno
qui
i
difetti
del
linguaggio
del
bambino
.
Toccare
le
lettere
nel
senso
della
scrittura
,
inizia
l
'
educazione
muscolare
che
prepara
alla
scrittura
.
Una
nostra
bambina
a
tipo
motore
,
istruita
con
questo
metodo
,
ha
riprodotto
tutte
le
lettere
a
penna
,
alte
circa
8
mm
.
,
ben
prima
ancora
di
saperle
riconoscere
,
con
sorprendente
regolarità
:
questa
bambina
riesce
assai
bene
anche
nei
lavori
manuali
.
Il
bambino
che
guarda
,
riconosce
e
tocca
le
lettere
nel
senso
della
scrittura
,
si
prepara
alla
lettura
e
scrittura
simultanea
anzi
contemporanea
.
Toccare
le
lettere
e
insieme
guardarle
,
fissa
più
presto
la
loro
immagine
,
pel
concorso
di
più
sensi
:
in
seguito
si
separano
i
due
fatti
:
guardare
(
lettura
)
;
toccare
(
scrittura
)
.
Secondo
i
tipi
individuali
alcuni
impareranno
prima
a
leggere
,
altri
a
scrivere
»
.
Io
avevo
dunque
iniziato
dieci
anni
fa
,
nelle
sue
linee
fondamentali
il
mio
metodo
per
la
scrittura
e
lettura
.
Con
gran
sorpresa
,
allora
notai
la
facilità
con
cui
un
bel
giorno
,
messo
in
mano
al
fanciullo
deficiente
un
gesso
,
egli
tracciava
sulla
lavagna
con
mano
ferma
e
in
calligrafia
le
lettere
dell
'
alfabeto
intiere
,
scrivendo
per
la
prima
volta
.
E
ciò
molto
più
presto
di
quanto
avrei
supposto
:
come
si
dice
appunto
nelle
dispense
,
dei
bambini
scrivevano
già
perfino
con
la
penna
tutte
le
lettere
con
bella
forma
,
e
non
ne
sapevano
ancora
riconoscere
alcuna
.
Altrettanto
ho
notato
nei
bambini
normali
,
come
dirò
:
il
senso
muscolare
è
sviluppatissimo
nell
'
infanzia
:
quindi
la
scrittura
è
facilissima
pei
bambini
.
Non
altrettanto
la
lettura
,
che
comporta
un
ben
lungo
lavoro
d
'
istruzione
,
e
richiede
uno
sviluppo
intellettuale
superiore
,
poiché
si
tratta
d
'
interpretare
dei
segni
,
di
modulare
gli
accenti
della
voce
per
intendere
il
significato
della
parola
-
-
e
tutto
ciò
con
un
lavoro
puramente
mentale
,
mentre
nella
scrittura
sotto
dettato
il
bambino
traduce
materialmente
dei
suoni
in
segni
-
-
e
si
muove
-
-
cosa
per
lui
sempre
piacevole
e
facile
.
La
scrittura
si
sviluppa
nel
piccolo
bambino
con
facilità
e
spontaneità
-
-
analogamente
allo
sviluppo
del
linguaggio
parlato
-
-
che
è
pure
una
traduzione
motrice
di
suoni
uditi
.
Invece
la
lettura
fa
parte
di
una
coltura
intellettuale
astratta
,
che
è
l
'
interpretazione
di
idee
nei
simboli
grafici
e
si
acquista
solo
più
tardi
.
Le
mie
prime
esperienze
sui
bambini
normali
furono
iniziate
nella
prima
metà
del
novembre
1907
.
Nelle
due
«
Case
dei
Bambini
»
di
San
Lorenzo
,
avevo
dal
6
gennaio
nell
'
una
e
dal
7
marzo
nell
'
altra
,
data
della
rispettiva
inaugurazione
,
-
-
applicato
solo
i
giuochi
della
vita
pratica
e
dell
'
educazione
dei
sensi
,
fino
a
tutto
il
luglio
,
epoca
in
cui
un
mese
di
vacanza
avrebbe
interrotto
le
lezioni
.
E
ciò
perché
io
,
come
tutti
,
ero
compresa
dal
pregiudizio
che
fosse
necessario
cominciare
il
più
tardi
possibile
l
'
insegnamento
della
lettura
e
scrittura
-
-
e
certo
evitarlo
in
un
'
età
inferiore
ai
sei
anni
.
Ma
durante
i
mesi
trascorsi
,
i
bambini
sembravano
domandarsi
qualche
conclusione
dagli
esercizî
che
li
avevano
già
intellettualmente
sviluppati
in
modo
sorprendente
.
Essi
sapevano
vestirsi
e
spogliarsi
,
lavarsi
,
sapevano
spazzare
i
pavimenti
,
spolverare
i
mobili
,
assestare
le
stanze
,
aprire
e
chiudere
i
cassetti
,
maneggiare
le
chiavi
nelle
serrature
,
riporre
in
bell
'
ordine
gli
oggetti
nelle
credenze
,
inaffiare
i
fiori
;
-
-
sapevano
osservare
gli
oggetti
,
sapevano
vederci
con
le
mani
:
-
-
alcuni
di
loro
vennero
a
chiederci
francamente
d
'
imparare
a
leggere
e
a
scrivere
.
E
dietro
le
nostre
ripulse
alcuni
bambini
vennero
a
scuola
sapendo
disegnare
degli
o
sulla
lavagna
e
mostrandoceli
quasi
come
una
sfida
.
Le
madri
,
poi
,
in
gran
numero
vennero
a
chiederci
come
una
grazia
d
'
insegnare
a
scrivere
ai
loro
bambini
,
«
perché
»
dicevano
«
qui
si
svegliano
e
imparano
facilmente
tante
cose
-
-
che
se
insegnaste
a
leggere
e
scrivere
imparerebbero
presto
e
risparmierebbero
le
grandi
fatiche
della
scuola
elementare
»
.
Quella
fede
delle
madri
che
da
noi
i
loro
piccini
avrebbero
imparato
senza
fatica
a
leggere
e
scrivere
,
mi
colpì
.
E
ripensando
ai
risultati
ottenuti
nelle
scuole
dei
deficienti
,
decisi
,
durante
le
vacanze
di
agosto
,
di
fare
una
prova
alla
riapertura
della
scuola
,
cioè
in
settembre
.
Ma
poi
riflettei
che
nel
settembre
sarebbe
stato
bene
riprendere
gl
'
insegnamenti
interrotti
,
e
cominciare
la
lettura
e
scrittura
solo
in
ottobre
,
all
'
epoca
dell
'
apertura
delle
scuole
elementari
-
-
ciò
che
avrebbe
portato
l
'
altro
vantaggio
di
confrontare
i
progressi
dei
bambini
di
prima
elementare
con
quelli
dei
nostri
,
che
avrebbero
contemporaneamente
cominciato
lo
stesso
insegnamento
.
In
settembre
dunque
cominciai
a
cercare
chi
fabbricasse
il
materiale
didattico
,
senza
trovare
operai
a
ciò
disposti
.
Un
professore
mi
consigliò
di
fare
ordinazioni
a
Milano
e
questo
condusse
a
una
gran
perdita
di
tempo
.
Io
volevo
far
fabbricare
un
alfabetario
magnifico
come
quello
pei
deficienti
:
in
legno
verniciato
e
metallo
;
poi
mi
sarei
contentata
di
sole
lettere
di
smalto
simili
a
quelle
che
servono
a
fare
le
iscrizioni
sulle
vetrine
dei
negozi
,
ma
non
ne
trovai
.
Nessuno
volle
fabbricarmene
in
metallo
.
In
una
scuola
professionale
fui
sul
punto
d
'
ottenere
le
lettere
incavate
nel
legno
(
per
toccarle
lungo
l
'
incisura
con
un
'
asticina
)
;
ma
poi
il
troppo
difficile
lavoro
scoraggiò
e
venne
sospeso
.
Così
era
passato
tutto
l
'
ottobre
;
già
i
bambini
di
prima
elementare
avevano
empito
pagine
di
bastoncelli
e
i
miei
stavano
ancora
nell
'
attesa
.
Allora
mi
decisi
con
le
maestre
a
intagliare
in
semplici
fogli
di
carta
delle
lettere
d
'
alfabeto
molto
grandi
,
e
una
maestra
li
colorì
rozzamente
da
un
lato
con
una
tinta
azzurrina
.
In
quanto
al
far
toccare
le
lettere
pensai
d
'
intagliare
le
lettere
dell
'
alfabeto
in
carta
smerigliata
e
ingommarla
su
carta
liscia
,
fabbricando
così
oggetti
molto
analoghi
a
quelli
usati
pei
primitivi
esercizî
del
senso
tattile
.
Soltanto
dopo
aver
fabbricato
tali
semplici
cose
,
mi
accorsi
della
gran
superiorità
di
questo
alfabetario
su
quello
magnifico
dei
deficienti
,
dietro
al
quale
ero
invano
corsa
due
mesi
:
s
'
io
fossi
stata
ricca
,
avrei
avuto
per
sempre
l
'
alfabetario
superbo
,
ma
sterile
del
passato
.
Noi
vogliamo
il
vecchio
,
perché
non
possiamo
conoscere
il
nuovo
,
e
cerchiamo
sempre
la
grandiosità
,
che
è
nelle
cose
già
tramontate
,
senza
riconoscere
nell
'
umile
semplicità
degli
inizi
nuovi
,
il
germe
che
dovrà
svilupparsi
nell
'
avvenire
.
Capii
dunque
che
:
un
alfabetario
di
carta
poteva
facilmente
moltiplicarsi
in
più
copie
,
e
così
essere
usato
da
molti
bambini
contemporaneamente
,
non
solo
pel
riconoscimento
della
lettera
,
ma
pure
per
la
composizione
di
parole
:
e
che
nell
'
alfabetario
di
carta
smerigliata
avevo
trovato
la
guida
tanto
desiderata
al
dito
che
tocca
la
lettera
,
in
guisa
che
non
più
la
vista
soltanto
,
ma
il
tatto
veniva
direttamente
a
insegnare
il
movimento
della
scrittura
con
esattezza
di
controllo
.
Nell
'
entusiasmo
di
questa
speranza
,
ci
mettemmo
,
le
due
maestre
ed
io
,
la
sera
dopo
scuola
,
a
intagliare
una
gran
quantità
di
lettere
alfabetiche
in
semplice
carta
da
scrivere
:
-
-
ingommando
quelle
di
carta
smerigliata
,
e
tingendo
in
azzurrino
le
altre
,
e
poi
spargendole
sui
tavolini
per
ritrovarle
asciutte
il
mattino
dopo
.
Mentre
così
lavoravo
,
mi
si
apriva
innanzi
alla
mente
un
quadro
chiarissimo
del
metodo
in
tutta
la
sua
completezza
,
così
semplice
,
che
mi
faceva
sorridere
il
pensiero
di
non
averci
pensato
prima
.
La
storia
dei
nostri
tentativi
iniziali
fu
molto
interessante
.
Un
giorno
che
una
delle
maestre
era
malata
,
andò
a
sostituirla
una
mia
allieva
,
la
signorina
Anna
Fedeli
,
professoressa
di
Pedagogia
in
una
scuola
normale
;
quando
andai
la
sera
a
trovare
la
Fedeli
,
questa
mi
mostrò
due
modificazioni
fatte
all
'
alfabeto
:
una
consisteva
nell
'
aver
posto
in
basso
e
dietro
a
ciascuna
lettera
,
un
'
asticina
trasversale
di
carta
bianca
perché
il
bambino
riconoscesse
il
verso
della
lettera
,
ch
'
egli
spesso
girava
da
tutte
le
parti
:
un
'
altra
consisteva
nell
'
aver
fabbricato
un
casellario
di
cartone
,
ove
riporre
in
ogni
casella
un
gruppo
di
lettere
uguali
,
mentre
stavano
prima
tutte
insieme
confuse
in
un
mucchio
.
Conservo
ancora
quel
casellario
,
costruito
con
il
vecchio
cartone
d
'
una
scatola
rotta
e
sudicia
che
s
'
era
trovato
in
portineria
,
e
cucito
rozzamente
con
del
filo
bianco
.
La
Fedeli
me
lo
mostrava
ridendo
e
quasi
scusandosi
dell
'
indecente
lavoro
,
ma
io
me
ne
entusiasmai
:
capii
subito
che
le
lettere
nel
casellario
erano
un
sussidio
prezioso
all
'
insegnamento
infatti
si
offriva
agli
occhi
del
bambino
la
possibilità
di
comparare
tutte
le
lettere
e
di
scegliere
quella
designata
.
Così
ebbe
origine
il
metodo
e
il
materiale
didattico
,
che
or
ora
descriverò
.
Qui
basti
notare
che
per
le
feste
natalizie
,
nel
dicembre
successivo
,
ossia
meno
di
un
mese
e
mezzo
dopo
,
quando
i
bambini
delle
scuole
elementari
stavano
affaticandosi
a
dimenticare
i
bastoncelli
e
gli
angoli
appresi
già
faticosamente
,
per
prepararsi
alle
curve
delle
o
o
delle
altre
vocali
,
due
miei
piccini
di
quattro
anni
scrissero
,
ciascuno
a
nome
dei
compagni
,
una
lettera
d
'
augurio
e
di
ringraziamento
all
'
Ing
.
Edoardo
Talamo
-
-
in
un
elegante
piccolo
foglio
da
lettera
-
-
con
scrittura
calligrafica
senza
cancellature
o
macchie
,
in
quella
scrittura
che
più
tardi
fu
giudicata
comparabile
alla
calligrafia
,
che
si
ottiene
in
terza
classe
elementare
.
Descrizione
del
metodo
e
del
materiale
didattico
1º
tempo
:
Esercizî
tendenti
a
provocare
il
meccanismo
muscolare
per
la
tenuta
e
il
maneggio
dell
'
istrumento
di
scrittura
Disegno
preparatorio
alla
scrittura
Materiale
didattico
:
Leggii
-
-
Incastri
di
ferro
-
-
Figure
delineate
-
-
Lapis
colorati
Ho
fatto
fabbricare
due
leggii
uguali
,
consistenti
in
tavolette
di
legno
leggermente
inclinate
sul
piano
orizzontale
,
e
sostenute
da
quattro
brevi
piedi
pure
di
legno
;
nella
parte
inferiore
pure
declive
del
leggìo
,
un
'
asticciuola
trasversale
impedisce
che
gli
oggetti
appoggiati
sulla
tavoletta
scivolino
,
cioè
serve
da
sostegno
.
La
tavoletta
è
colorata
in
azzurro
pallido
-
-
mentre
l
'
asticciuola
di
sostegno
,
i
piedi
ecc
.
sono
rosso
scarlatto
.
Per
le
due
dimensioni
ogni
leggìo
contiene
precisamente
quattro
piastrelle
quadrate
ad
incastro
di
10
cm
.
di
lato
,
in
ferro
,
colorate
in
bruno
;
e
nel
centro
d
'
ogni
piastrella
sta
il
pezzo
d
'
incastro
,
pure
in
ferro
-
-
della
tinta
azzurro
pallida
del
fondo
del
leggìo
-
-
e
munito
al
centro
d
'
un
bottoncino
d
'
ottone
.
Esercizii
Messi
i
due
leggii
vicini
,
essi
possono
avere
l
'
apparenza
d
'
un
solo
leggio
,
che
contiene
otto
figure
-
-
e
può
venir
collocato
p
.
es
.
sopra
una
mensola
,
sul
tavolo
della
maestra
,
o
sopra
una
credenza
ecc
.
,
od
anche
sull
'
orlo
del
tavolo
stesso
del
bambino
.
L
'
oggetto
è
elegante
e
attrae
l
'
attenzione
del
fanciullo
:
egli
può
scegliere
una
o
più
figure
;
e
prende
insieme
la
piastrella
e
il
pezzo
d
'
incastro
.
L
'
analogia
con
gl
'
incastri
piani
già
noti
è
completa
:
solo
qui
il
bambino
ha
a
sua
disposizione
e
liberi
i
pezzi
-
-
che
sono
molto
pesanti
e
di
spessore
sottile
.
Egli
prende
prima
la
cornice
,
la
posa
sopra
un
foglio
bianco
-
-
e
con
un
lapis
colorato
,
delinea
il
contorno
del
centro
vuoto
della
piastrella
:
poi
toglie
la
piastrella
-
-
e
sulla
carta
rimane
una
figura
geometrica
.
È
questa
la
prima
volta
che
il
bambino
riproduce
col
disegno
una
figura
geometrica
-
-
egli
finora
non
aveva
fatto
che
sovraporre
i
pezzi
degli
incastri
piani
ai
cartoncini
della
1ª
,
2ª
e
3ª
serie
.
Quindi
,
sulla
figura
segnata
dal
bambino
stesso
,
egli
pone
il
pezzo
d
'
incastro
,
come
faceva
con
l
'
incastro
piano
sui
cartoncini
della
3ª
serie
;
e
lo
delinea
con
un
lapis
di
colore
diverso
;
quindi
lo
solleva
:
sulla
carta
rimane
la
figura
doppiamente
delineata
,
a
due
colori
.
Qui
nasce
per
la
prima
volta
il
concetto
astratto
della
figura
geometrica
-
-
poiché
da
due
pezzi
in
ferro
così
diversi
come
la
cornice
e
l
'
incastro
,
risulta
un
unico
disegno
:
che
è
una
linea
,
la
quale
determina
una
figura
.
Il
fatto
risalta
all
'
attenzione
del
bambino
:
egli
spesso
si
meraviglia
di
trovare
l
'
identica
figura
da
due
pezzi
tanto
diversi
e
guarda
a
lungo
il
duplice
disegno
con
evidente
compiacimento
-
-
quasi
che
esso
fosse
una
deduzione
propria
dagli
oggetti
,
che
servirono
di
guida
alla
sua
mano
.
Inoltre
il
bambino
impara
a
tracciare
linee
determinanti
figure
.
Verrà
un
giorno
in
cui
con
meraviglia
e
compiacimento
ancor
maggiori
,
il
fanciullo
traccerà
segni
grafici
determinanti
parole
.
Dopo
ciò
comincia
il
lavoro
che
direttamente
prepara
alla
formazione
del
meccanismo
muscolare
relativo
alla
tenuta
e
maneggio
dell
'
istrumento
di
scrittura
:
il
bambino
con
un
lapis
colorato
di
sua
scelta
tenuto
come
una
penna
da
scrivere
empie
a
pieno
la
figura
delineata
.
Si
insegna
al
fanciullo
a
non
passare
al
di
fuori
del
contorno
-
-
e
con
ciò
si
richiama
su
esso
l
'
attenzione
del
fanciullo
,
il
quale
così
fissa
il
concetto
che
una
linea
può
determinare
una
figura
.
L
'
esercizio
di
riempitura
per
una
sola
figura
fa
compiere
e
ripetere
al
bambino
i
movimenti
di
maneggio
,
che
sarebbero
necessarî
a
riempire
dieci
pagine
di
bastoncelli
;
e
pur
senza
dare
stanchezza
,
perché
il
bambino
,
pur
coordinando
precisamente
le
contrazioni
muscolari
necessarie
all
'
uopo
-
-
lo
fa
liberamente
e
nei
sensi
che
vuole
:
mentre
ai
suoi
occhi
si
definisce
una
grande
figura
di
vivo
colore
.
In
principio
i
bambini
riempiono
pagine
di
carta
protocollo
con
questi
grandi
quadrati
,
triangoli
,
ovali
,
trapezi
a
colore
rosso
,
aranciato
,
verde
,
turchino
,
celeste
,
rosa
.
Poi
si
limitano
a
usare
i
colori
bleu
scuro
e
celeste
,
così
per
le
figure
delineate
come
per
la
riempitura
,
venendo
a
riprodurre
l
'
apparenza
dei
cartoncini
di
1ª
serie
.
Molti
bambini
fanno
spontaneamente
nel
centro
della
figura
un
cerchietto
a
pieno
di
colore
arancione
simulante
il
bottoncino
d
'
ottone
del
pezzo
d
'
incastro
-
-
altri
delineano
anche
il
contorno
quadrato
della
cornice
,
riempiendola
di
color
bruno
-
-
simulando
così
completamente
i
pezzi
presi
dal
leggio
.
In
tal
modo
essi
hanno
l
'
illusione
di
aver
riprodotto
esattamente
come
veri
artisti
,
gli
oggetti
che
fanno
bella
mostra
di
sé
-
-
esposti
sui
lunghi
leggii
scarlatti
.
Osservando
le
figure
successive
disposte
dallo
stesso
bambino
,
si
rivela
una
duplice
forma
di
progressione
:
1°
a
poco
a
poco
i
segni
vengono
a
debordare
meno
dal
contorno
,
finché
vi
sono
perfettamente
contenuti
,
e
la
riempitura
è
fitta
e
uniforme
tutto
intorno
al
confine
,
come
nel
pieno
centrale
;
2°
i
segni
di
riempitura
,
da
corti
e
confusi
-
-
si
fanno
sempre
più
lunghi
e
paralleli
-
-
fino
al
punto
che
alcune
volte
le
figure
sono
empite
da
una
vera
asteggiatura
regolarissima
,
che
va
a
traverso
i
due
confini
estremi
.
In
tal
caso
è
certo
che
il
bambino
è
padrone
della
penna
-
-
cioè
i
meccanismi
muscolari
necessari
al
maneggio
dell
'
istrumento
di
scrittura
si
sono
stabiliti
.
Dall
'
esame
di
tali
disegni
può
dunque
farsi
un
giudizio
sicuro
sulla
maturità
del
bambino
a
tenere
la
penna
in
mano
.
Per
alternare
gli
esercizî
si
usano
pure
i
già
citati
disegni
delineati
figuranti
fiori
,
animali
,
paesaggi
,
bambini
ecc
.
e
le
cartoline
illustrate
.
Tali
disegni
perfezionano
il
maneggio
,
perché
obbligano
a
delimitare
i
segni
a
lunghezze
varie
e
rendono
il
bambino
abile
e
sicuro
sempre
più
del
maneggio
.
Ora
se
si
contassero
i
segni
prodotti
da
un
bambino
nella
riempitura
delle
figure
,
e
si
traducessero
in
segni
grafici
di
scrittura
,
si
riempirebbero
molte
decine
di
quaderni
!
perciò
la
sicurezza
del
segno
nella
scrittura
dei
nostri
piccini
fu
paragonata
a
quella
,
che
si
raggiunge
in
terza
elementare
coi
metodi
comuni
.
Essi
,
quando
prenderanno
per
la
prima
volta
la
penna
in
mano
-
-
sapranno
maneggiarla
quasi
come
uno
scrivano
.
Nessun
mezzo
,
io
credo
,
potrebbe
trovarsi
più
efficace
a
stabilire
tale
conquista
in
minor
tempo
-
-
e
con
tanto
divertimento
del
bambino
.
Il
mio
antico
metodo
usato
pei
deficienti
-
-
di
toccare
i
contorni
delle
lettere
sul
cartellone
con
un
'
asticina
,
era
al
confronto
ben
misero
e
sterile
!
Anche
quando
i
bambini
sanno
scrivere
-
-
continuo
sempre
in
questi
esercizî
,
che
hanno
una
progressione
indefinita
,
perché
si
possono
comunque
variare
e
complicare
i
disegni
,
-
-
e
i
bambini
,
facendo
essenzialmente
sempre
lo
stesso
esercizio
,
vedono
accumulare
una
galleria
di
quadri
diversi
sempre
più
perfetti
,
che
forma
l
'
orgo
glio
di
ciascuno
di
loro
.
Perché
io
non
solo
provoco
,
ma
perfeziono
la
scrittura
coi
medesimi
esercizî
che
chiamo
preparatori
;
cioè
p
.
es
.
nel
caso
presente
,
la
tenuta
della
penna
si
farà
sempre
più
sicura
,
non
coi
ripetuti
esercizî
di
scrittura
,
ma
con
questi
di
riempitura
di
disegni
.
Così
i
miei
bambini
si
perfezionano
nella
scrittura
senza
scrivere
.
2°
Tempo
:
Esercizî
tendenti
a
dare
l
'
immagine
visiva
muscolare
dei
segni
alfabetici
e
a
stabilire
la
memoria
muscolare
dei
movimenti
necessarî
alla
scrittura
Materiale
didattico
:
Tavolette
delle
lettere
alfabetiche
in
carta
smerigliata
,
e
tavole
a
gruppi
di
lettere
come
sopra
Il
materiale
consiste
in
una
copia
di
ciascuna
lettera
dell
'
alfabeto
di
carta
a
fine
smeriglio
-
-
fissata
sopra
una
tavoletta
la
cui
dimensione
è
adatta
a
ciascuna
lettera
;
la
tavoletta
è
di
cartoncino
ricoperto
in
carta
liscia
di
color
verde
,
mentre
la
carta
smerigliata
è
grigio
chiaro
;
ovvero
la
tavoletta
è
in
legno
bianco
lucidato
,
e
la
carta
smerigliata
è
nera
.
Analoghe
tavole
in
cartone
o
in
legno
portano
raggruppate
varie
lettere
,
che
sono
identiche
alle
corrispondenti
delle
piccole
tavolette
per
lettere
e
i
raggruppamenti
sono
fatti
per
contrasto
e
analogia
di
forma
.
Le
lettere
devono
essere
in
bella
forma
calligrafica
,
con
accenno
ai
chiaroscuri
.
Esse
sono
in
iscrittura
verticale
,
perché
tale
è
l
'
uso
del
momento
nelle
scuole
elementari
.
Esercizî
Si
comincia
subito
con
l
'
insegnamento
delle
lettere
alfabetiche
:
iniziandolo
dalle
vocali
e
proseguendolo
con
le
consonanti
,
che
si
pronunciano
col
suono
e
non
col
nome
;
subito
unendo
il
suono
con
una
vocale
e
ripetendo
la
sillaba
-
-
secondo
il
ben
noto
metodo
fonico
sillabico
.
L
'
insegnamento
procede
secondo
i
tre
tempi
già
illustrati
:
I
.
Sensazione
visiva
e
tattile
muscolare
associata
al
suono
alfabetico
.
La
direttrice
presenta
al
bambino
due
cartoncini
verdi
,
o
due
tavolette
bianche
,
secondo
il
materiale
didattico
di
cui
dispone
-
-
sulle
quali
sono
le
lettere
i
ed
o
,
dicendo
:
«
questa
è
i
!
»
«
questa
è
o
!
»
(
e
analogamente
procederà
in
seguito
per
gli
altri
segni
)
.
Le
fa
quindi
immediatamente
toccare
dicendo
:
«
toccale
»
e
senza
altra
spiegazione
,
induce
a
ciò
il
bambino
,
facendo
prima
vedere
come
si
tocca
,
e
poi
,
se
è
necessario
,
conducendo
materialmente
il
dito
indice
della
mano
destra
del
bambino
sulla
carta
smerigliata
,
nel
senso
della
scrittura
.
Il
«
saper
toccare
»
e
il
«
non
saper
toccare
»
consisterà
nel
conoscere
il
senso
secondo
il
quale
si
traccia
un
determinato
segno
grafico
.
Il
bambino
impara
subito
:
e
il
suo
dito
,
già
esperto
nell
'
esercizio
tattile
,
è
condotto
dalla
leggera
morbidezza
del
fine
smeriglio
,
sulla
traccia
precisa
della
lettera
;
onde
egli
può
ripetere
da
sé
indefinitamente
il
movimento
necessario
a
produrre
le
lettere
dell
'
alfabeto
,
senza
timore
di
sbagliare
e
seguendo
forme
calligrafiche
;
se
devìa
,
l
'
impressione
liscia
lo
fa
subito
accorto
dell
'
errore
.
I
piccini
,
appena
si
son
fatti
un
poco
esperti
di
tale
tócco
,
amano
assai
ripeterlo
a
occhi
chiusi
-
-
così
si
lasciano
condurre
dallo
smeriglio
a
seguire
la
forma
,
senza
vederla
,
e
quindi
senza
conoscerla
;
e
si
può
dire
che
veramente
la
percezione
si
formerà
dalla
diretta
sensazione
tattile
muscolare
della
lettera
.
Il
bambino
,
infine
,
non
conduce
la
mano
dietro
l
'
immagine
visiva
,
ma
è
la
sensazione
tattile
che
conduce
la
mano
del
bambino
a
tracciare
quel
movimento
,
che
poi
si
fisserà
con
la
memoria
muscolare
.
Intervengono
perciò
tre
sensazioni
contemporanee
,
quando
la
direttrice
fa
vedere
e
toccare
la
lettera
dell
'
alfabeto
:
sensazione
visiva
,
sensazione
tattile
e
sensazione
muscolare
:
quindi
l
'
immagine
del
segno
grafico
si
fissa
in
un
tempo
assai
più
breve
di
quando
ne
era
,
coi
metodi
comuni
,
acquisita
la
sola
immagine
visiva
.
Si
noti
poi
che
la
memoria
muscolare
è
la
più
tenace
nel
bambino
e
insieme
la
più
pronta
.
Egli
infatti
talvolta
non
riconosce
la
lettera
guardandola
,
ma
la
riconosce
toccandola
.
Queste
immagini
sono
inoltre
contemporaneamente
associate
a
quella
uditiva
del
suono
alfabetico
.
II
.
PERCEZIONE
:
Il
bambino
deve
saper
comparare
e
riconoscere
le
figure
,
allorché
ode
il
suono
ad
esse
corrispondente
.
La
direttrice
chiede
al
bambino
,
nel
caso
citato
per
esempio
(
e
analogamente
procederà
per
le
altre
lettere
)
:
«
dàmmi
o
!
dàmmi
i
!
»
Se
il
bambino
non
sa
riconoscere
i
segni
guardandoli
,
lo
si
invita
a
toccarli
;
ma
se
anche
in
questo
caso
non
li
riconosce
,
la
lezione
ha
termine
,
e
si
riprenderà
un
altro
giorno
.
(
Fu
già
illustrata
la
necessità
di
non
rilevare
l
'
errore
,
e
di
non
insistere
nell
'
insegnamento
,
quando
il
bambino
non
vi
corrisponde
subito
)
.
III
.
LINGUAGGIO
:
Lasciate
sul
tavolo
le
lettere
per
qualche
istante
,
si
chiede
al
bambino
«
che
cosa
è
que
sto
?
»
egli
dovrà
rispondere
O
,
I
.
Nell
'
insegnamento
delle
consonanti
la
direttrice
pronuncia
solo
il
suono
e
,
appena
lo
ha
pronunciato
,
vi
unisce
una
vocale
e
pronuncia
la
sillaba
o
più
sillabe
alter
nando
più
vocali
-
-
sempre
rilevandosi
il
suono
della
consonante
-
-
infine
ripete
questo
suono
isolato
;
es
.
m
,
m
,
m
,
ma
,
mi
,
me
,
m
,
m
.
Quando
il
bambino
dovrà
ripetere
il
suono
,
lo
ripeterà
isolato
e
accompagnato
da
vocale
.
Non
è
necessario
insegnare
tutte
le
vocali
prima
di
passare
alle
consonanti
;
e
appena
si
conosca
una
consonante
,
si
compongano
subito
delle
parole
.
-
-
Modalità
consimili
sono
lasciate
all
'
arbitrio
dell
'
educatrice
.
Io
non
trovo
pratico
seguire
una
regola
speciale
nell
'
insegnamento
delle
consonanti
.
Molto
spesso
la
curiosità
del
bambino
per
un
segno
conduce
a
insegnare
la
consonante
desiderata
;
un
nome
pronunciato
richiama
nel
bambino
l
'
interesse
di
sapere
qual
'
è
la
consonante
necessaria
a
comporlo
.
E
questa
volontà
del
bambino
è
un
mezzo
più
efficace
d
'
ogni
ragionamento
a
conoscere
la
progressione
da
seguire
.
Quando
il
bambino
pronuncia
i
suoni
delle
consonanti
prova
un
evidente
piacere
:
è
per
lui
una
novità
quella
serie
di
suoni
così
varî
e
pur
noti
,
i
quali
nascono
presentando
un
segno
enigmatico
,
com
'
è
la
lettera
alfabetica
.
Ciò
ha
del
mistero
,
e
provoca
un
indicibile
interesse
.
Un
giorno
io
stavo
in
terrazza
mentre
i
bambini
giuocavano
liberamente
-
-
e
avevo
vicino
un
piccolino
di
due
anni
e
mezzo
lasciato
lì
un
momento
dalla
madre
.
Avevo
sparso
su
alcune
sedie
degli
alfabetarî
completi
e
mescolati
,
che
riunivo
nel
rispettivi
casellarî
(
vedi
appresso
)
.
Appoggiai
,
finito
il
lavoro
,
i
casellarî
su
piccole
sedie
.
Il
piccino
guardava
.
Si
avvicinò
,
e
prese
una
lettera
d
'
alfabeto
in
mano
:
f
.
I
ragazzi
in
quel
momento
correvano
in
fila
-
-
vedendo
quella
lettera
,
tutti
insieme
emisero
il
suono
corrispondente
e
passarono
.
Il
bambino
non
ci
badò
.
Appoggiò
la
f
e
prese
una
r
-
-
i
ragazzi
correndo
,
e
guardandolo
ridendo
,
si
misere
a
gridargli
:
r
r
r
!
r
r
r
!
-
-
A
poco
a
poco
il
piccino
capì
che
prendendo
in
mano
una
lettera
,
chi
passava
emetteva
un
suono
.
Ciò
lo
divertì
talmente
che
io
volli
a
bella
posta
osservare
quan
to
tempo
sarebbe
durato
in
quel
giuoco
senza
stancarsi
e
attesi
ben
tre
quarti
d
'
ora
!
I
ragazzi
avevano
preso
interesse
al
fenomeno
e
si
fermavano
a
gruppi
,
pronunciando
in
coro
i
suoni
e
ridendo
della
meraviglia
del
piccino
.
Infine
il
bambino
,
che
più
volte
aveva
preso
e
messo
in
alto
la
f
sempre
ricavando
dal
pubblico
lo
stesso
suono
,
la
riprese
mostrandomela
e
dicendo
egli
stesso
:
f
f
f
.
Aveva
imparato
quello
,
nella
gran
confusione
dei
suoni
uditi
:
lo
aveva
impressionato
la
lunga
lettera
che
,
veduta
dal
bambini
che
correvano
in
fila
,
li
faceva
sbuffare
.
Non
occorre
far
rilevare
come
la
separata
pronuncia
dei
suoni
alfabetici
riveli
le
condizioni
del
linguaggio
:
i
difetti
,
quasi
tutti
collegati
con
l
'
incompleto
sviluppo
dei
linguaggio
stesso
,
si
fanno
manifesti
e
la
direttrice
può
prenderne
nota
ad
uno
ad
uno
con
facilità
.
Qui
può
nascere
un
criterio
di
progressione
nell
'
insegnamento
individuale
,
secondo
lo
stato
di
sviluppo
in
cui
si
trova
il
linguaggio
dei
bambino
.
Trattandosi
di
correggere
il
linguaggio
è
opportuno
seguire
le
regole
fisiologiche
del
suo
sviluppo
e
graduare
le
difficoltà
:
ma
quando
il
bambino
ha
già
il
linguaggio
sufficientemente
sviluppato
e
pronuncia
tutti
i
suoni
è
indifferente
fargli
pronunciare
l
'
uno
piuttosto
che
l
'
altro
nell
'
insegnamento
del
linguaggio
grafico
,
alla
lettura
dei
segni
.
Gran
parte
dei
difetti
che
rimangono
poi
permanentemente
nell
'
adulto
,
sono
dovuti
a
errori
funzionali
dello
sviluppo
del
linguaggio
nel
periodo
infantile
.
Invece
,
se
alla
correzione
del
linguaggio
negli
adolescenti
,
si
sostituisce
una
direzione
del
suo
sviluppo
nel
bambino
,
sarebbe
attuata
un
'
opera
efficacissima
di
profilassi
.
Molti
difetti
di
pronuncia
,
inoltre
,
sono
difetti
dialettali
,
pressoché
impossibile
a
correggere
più
tardi
;
ma
che
facilissimo
sarebbe
evitare
,
ove
una
educazione
speciale
venisse
rivolta
a
perfezionare
il
linguaggio
infantile
.
Prescindiamo
qui
da
veri
difetti
del
linguaggio
collegati
con
anomalie
anatomiche
e
fisiologiche
,
o
dai
fatti
patologici
alteranti
la
funzionalità
del
sistema
nervoso
;
e
fermiamoci
solo
a
quelle
alterazioni
dovute
a
persistenze
viziose
di
pronuncia
infantile
,
a
imitazioni
di
pronuncie
imperfette
,
tra
le
quali
sono
da
noverare
le
dialettali
.
Tali
difetti
,
compresi
sotto
il
nome
di
blesità
,
possono
riferirsi
alla
pronuncia
di
ogni
suono
consonante
.
E
nessun
mezzo
più
pratico
di
correzione
metodica
del
linguaggio
può
presentarsi
,
che
questo
esercizio
di
pronuncia
,
necessario
all
'
apprendimento
del
linguaggio
grafico
col
mio
metodo
.
Ma
tale
questione
importantissima
merita
un
capitolo
a
parte
.
Tornando
ora
direttamente
al
metodo
per
la
scrittura
si
noti
che
essa
è
già
contenuta
nei
due
tempi
descritti
,
poiché
il
bambino
ha
,
con
tali
esercizî
,
la
possibilità
di
imparare
e
di
fissare
i
meccanismi
muscolari
necessarî
alle
tenuta
della
penna
e
all
'
esecuzione
dei
segni
grafici
.
Quando
il
bambino
si
fosse
a
lungo
esercitato
nei
modi
suddetti
,
egli
sarebbe
«
potenzialmente
»
pronto
a
scrivere
tutte
le
lettere
dell
'
alfabeto
e
le
sillabe
semplici
,
senza
tuttavia
aver
mai
preso
la
penna
o
un
gesso
in
mano
per
iscrivere
.
Inoltre
con
questo
metodo
si
è
iniziato
l
'
insegnamento
della
lettura
contemporaneamente
a
quello
della
scrittura
.
Quando
si
presenta
al
bambino
una
lettera
enunciandone
il
suono
-
-
il
bambino
ne
fissa
la
immagine
col
senso
visivo
e
con
quello
tattile
muscolare
;
-
-
e
associa
essenzialmente
il
suono
al
segno
relativo
,
cioè
prende
conoscenza
col
linguaggio
grafico
.
Ma
quando
vede
e
riconosce
,
legge
;
e
quando
tocca
,
scrive
;
ossia
inizia
la
sua
conoscenza
,
con
due
atti
che
in
seguito
,
svolgendosi
,
si
separeranno
a
costituire
i
due
diversi
processi
della
lettura
e
della
scrittura
.
La
contemporaneità
dell
'
insegnamento
,
o
meglio
la
fusione
dei
due
atti
iniziali
,
mettono
dunque
il
bambino
innanzi
a
una
nuova
forma
di
linguaggio
-
-
senza
che
si
determini
quale
degli
atti
costituenti
dovrà
prevalere
.
Noi
non
dobbiamo
occuparci
se
il
bambino
,
nello
svolgimento
del
processo
,
imparerà
prima
a
leggere
o
a
scrivere
;
e
se
gli
sarà
più
facile
l
'
una
o
l
'
altra
via
;
questo
noi
lo
dobbiamo
attendere
dall
'
esperienza
senza
alcun
preconcetto
,
anzi
aspettandoci
probabili
differenze
individuali
nello
svolgimento
prevalente
dell
'
uno
o
dell
'
altro
atto
.
Ciò
permette
uno
studio
di
psicologia
individuale
assai
interessante
;
e
la
continuazione
dell
'
indirizzo
pratico
del
nostro
metodo
,
che
si
fonda
sulla
libera
espansione
dell
'
individualità
.
3º
Tempo
.
-
-
Esercizî
per
la
composizione
delle
parole
Materiale
didattico
:
Esso
è
costituito
essenzialmente
dagli
alfabetarî
.
-
-
Si
tratta
delle
lettere
dell
'
alfabeto
in
identica
forma
e
dimensione
di
quelle
di
carta
smerigliata
,
qui
invece
intagliate
in
cartoncino
,
(
corrispondente
alle
tavolette
di
cartone
verde
)
o
in
cuoio
(
corrispondente
alle
tavolette
di
legno
bianco
)
.
Le
lettere
sono
libere
,
cioè
non
ingommate
su
cartoncini
o
altro
:
perciò
ogni
lettera
rappresenta
un
oggetto
maneggiabile
.
Le
lettere
suddette
,
in
cartoncino
o
in
cuoio
,
rappresentano
esemplari
diversi
dello
stesso
alfabetario
-
-
le
lettere
in
cartoncino
sono
tutte
bleu
;
quelle
in
cuoio
sono
nere
,
lucide
:
esse
cioè
ricordano
il
colore
dell
'
inchiostro
.
Per
ogni
lettera
esistono
quattro
esemplari
.
Ho
fatto
fabbricare
dei
casellarî
per
contenere
le
lettere
dell
'
alfabeto
:
cioè
una
specie
di
scatola
molto
bassa
-
-
divisa
e
suddivisa
da
tramezzi
in
tanti
spazî
-
-
entro
ognuno
dei
quali
si
depone
un
gruppo
di
quattro
campioni
della
medesima
lettera
;
gli
spazî
non
sono
uguali
tra
loro
,
ma
anzi
misurati
sulle
dimensioni
delle
lettere
stesse
,
che
vi
sono
esattamente
contenute
.
Nel
fondo
di
ogni
casella
è
fissata
una
lettera
che
non
si
può
togliere
:
essa
è
in
carta
smerigliata
chiara
per
i
casellarî
delle
lettere
di
cartone
,
e
nera
per
quelli
delle
lettere
di
cuoio
.
Non
si
fa
dunque
fatica
di
sorta
a
«
mettere
a
posto
»
le
lettere
nei
casellarî
,
perché
ve
li
richiama
la
lettera
del
fondo
,
identica
a
quella
nota
delle
tavolette
.
Questi
casellarî
sono
di
cartone
e
di
legno
rispettivamente
nei
due
campioni
.
Oltre
a
questi
ho
preparato
un
altro
alfabetario
a
lettere
più
grandi
delle
precedenti
,
tutto
in
cartone
:
le
lettere
sono
suddivise
in
due
casellarî
ognuno
dei
quali
porta
tutte
le
vocali
.
Le
vocali
sono
intagliate
in
cartoncino
rosso
e
le
consonanti
in
azzurro
:
tali
lettere
portano
alla
base
posteriormente
una
strisciolina
di
cartoncino
bianco
,
posto
traversalmente
,
il
quale
indica
insieme
la
posizione
della
lettera
e
il
livello
al
quale
debbono
le
varie
lettere
corrispondersi
secondo
la
forma
(
corrispondente
al
rigo
su
cui
si
scrive
)
.
Quest
'
ultimo
casellario
a
lettere
grandi
serve
pei
primi
principî
.
Infatti
esistono
pure
tavolette
smerigliate
e
casellarî
per
le
lettere
maiuscole
e
pei
numeri
.
Esercizî
Appena
il
bambino
conosce
qualche
vocale
e
consonante
si
pone
innanzi
a
lui
la
metà
del
gran
casellario
,
che
contiene
tutte
le
vocali
e
le
consonanti
note
(
tra
altre
ignote
)
,
segnate
posteriormente
dalla
strisciolina
bianca
.
La
direttrice
pronuncia
molto
spiccatamente
una
parola
,
per
es
.
mano
,
fa
sentire
il
suono
della
m
e
della
n
in
modo
chiaro
,
e
ripete
più
volte
i
suoni
,
secondo
l
'
opportuni
tà
del
caso
.
Quasi
sempre
il
piccino
,
con
una
specie
di
slancio
,
afferra
una
m
e
la
pone
sul
tavolino
.
La
direttrice
ripete
:
ma
mano
.
Il
bambino
sceglie
l
'
a
e
la
pone
vicina
;
poi
compone
anche
il
no
,
molto
facilmente
.
Invece
,
composta
la
parola
,
non
altrettanto
facilmente
il
bambino
la
legge
:
in
generale
lo
fa
con
un
certo
sforzo
.
Tanto
che
io
faccio
aiutare
il
bambino
,
esortandolo
a
leggere
e
leggendo
una
o
due
volte
la
parola
con
lui
,
sempre
a
pronuncia
molto
spiccata
:
mano
,
mano
.
Ma
,
capito
il
meccanismo
,
il
fanciullo
procede
innanzi
quasi
da
solo
,
interessandosi
vivamente
.
Pronunciata
una
parola
,
qualunque
essa
sia
,
purché
il
bambino
ne
intenda
bene
separatamente
i
suoni
componenti
,
egli
la
compone
ponendo
uno
accanto
all
'
altro
i
segni
che
corrispondono
ai
suoni
.
È
interessantissimo
osservare
il
bambino
in
questo
lavoro
:
egli
sta
intensamente
attento
guardando
il
casellario
,
mentre
muove
impercettibilmente
le
labbra
,
e
prende
ad
una
ad
una
le
lettere
necessarie
senza
commettere
errori
di
ortografia
.
I
movimenti
delle
labbra
sono
provocati
da
ciò
,
che
il
bambino
ripete
tra
sé
un
infinito
numero
di
volte
,
la
parola
i
cui
suoni
sta
traducendo
in
segni
.
Fu
così
che
dettati
ai
nostri
bambini
nomi
tedeschi
come
Darmstadt
,
Petermann
,
benché
essi
,
naturalmente
,
non
li
avessero
mai
sentiti
pronunciare
,
li
composero
senza
mostrare
sorpresa
o
difficoltà
-
-
e
ciò
traducendo
tutti
i
suoni
,
cioè
senza
lasciare
alcuna
lettera
componente
la
parola
,
ossia
senza
errori
ortografici
.
In
generale
però
si
dettano
al
bambino
parole
ben
note
,
affinché
dalla
composizione
risulti
un
'
idea
:
e
in
tal
caso
esso
è
spontaneamente
portato
a
rileggere
più
volte
la
parola
composta
,
e
quasi
a
contemplarla
.
L
'
importanza
di
questi
esercizî
è
molto
complessa
;
il
bambino
analizza
,
perfeziona
,
fissa
il
proprio
linguaggio
parlato
-
-
ponendo
un
oggetto
in
corrispondenza
ad
ogni
suono
che
emette
,
e
quasi
maneggiando
una
prova
so
stanziale
della
necessità
di
emetterli
tutti
con
forza
e
chiarezza
.
Fa
poi
un
tale
esercizio
associativo
tra
il
suono
udito
e
il
segno
grafico
che
lo
rappresenta
,
da
preparare
ben
solide
basi
alla
più
sicura
e
perfetta
ortografia
.
La
composizione
poi
delle
parole
,
in
se
stessa
è
un
esercizio
dell
'
intelligenza
:
il
bambino
ha
,
quasi
,
nella
parola
pronunciata
l
'
enunciazione
d
'
un
problema
che
deve
risolvere
,
e
che
risolverà
ricordando
i
segni
,
scegliendoli
in
un
miscuglio
,
e
disponendoli
convenientemente
quasi
come
i
termini
di
un
'
equazione
;
e
della
risoluzione
esatta
del
suo
problema
avrà
la
prova
,
rileggendo
la
parola
composta
;
che
rappresenta
un
'
idea
per
tutti
quelli
che
sapranno
leggerla
.
Quando
il
bambino
sente
altri
leggere
la
parola
da
lui
composta
,
ha
un
'
espressione
quasi
di
orgoglio
soddisfatto
,
e
per
lungo
tempo
,
di
una
specie
di
meraviglia
e
di
gioia
:
sente
la
simbolica
corrispondenza
con
gli
altri
,
a
mezzo
di
un
linguaggio
che
in
quel
momento
è
per
lui
lavoro
e
frutto
della
sua
propria
intelligenza
;
e
insieme
è
privilegio
di
una
superiorità
conquistata
.
Quando
il
bambino
ha
finito
la
composizione
e
la
lettura
della
parola
secondo
le
abitudini
di
ordine
costanti
in
ogni
atto
,
deve
rimettere
«
a
posto
»
tutte
le
lettere
,
ciascuna
nella
propria
casella
.
Alla
composizione
pura
e
semplice
il
bambino
unisce
dunque
due
esercizî
di
comparazione
e
di
scelta
dei
segni
grafici
-
-
il
primo
quando
dall
'
insieme
delle
lettere
esposte
nel
casellario
,
prende
quelle
necessarie
;
il
secondo
allorché
cerca
il
posto
,
cioè
la
casella
di
ciascuna
lettera
.
Sono
dunque
tre
esercizî
in
uno
,
tutti
concorrenti
a
sommarsi
nel
fissare
l
'
immagine
del
segno
grafico
,
corrispondente
ai
suoni
della
parola
.
Quindi
il
bambino
triplica
la
facilità
dell
'
apprendimento
;
e
per
ciò
,
fissa
profondamente
le
sue
cognizioni
in
un
terzo
almeno
del
tempo
che
sarebbe
stato
necessario
con
altri
metodi
.
Avver
rà
tra
poco
che
il
bambino
,
udendo
una
parola
,
o
pensando
a
una
parola
nota
,
vedrà
innanzi
alla
sua
mente
allinearsi
tutte
le
lettere
necessarie
a
comporla
,
con
una
facilità
sorprendente
per
noi
.
Un
giorno
un
bambino
di
quattro
anni
,
passeggiando
solo
in
terrazza
,
ripeteva
più
e
più
volte
come
parlando
tra
sé
:
«
per
fare
Zaira
ci
vuole
z
a
i
r
a
»
.
Un
'
altra
volta
il
prof
.
Di
Donato
,
in
una
visita
alla
«
Casa
dei
Bambini
»
,
dettò
a
un
piccino
pure
di
quattro
anni
,
il
proprio
nome
:
Di
Donato
.
Il
bambino
componeva
con
le
lettere
minuscole
dell
'
alfabetario
il
nome
tutto
in
una
parola
e
principiò
così
:
d
i
t
o
n
;
subito
il
professore
corresse
pronunciando
più
spiccatamente
:
didonato
.
Allora
il
bambino
,
senza
punto
scomporsi
,
tolse
il
to
e
lo
pose
da
un
lato
,
mettendo
in
quello
spazio
rimasto
vuoto
un
do
;
quindi
pose
a
accanto
all
'
n
,
e
prese
il
to
messo
a
parte
prima
,
per
deporlo
in
fondo
e
completare
le
parole
.
Cioè
il
bambino
,
sentendo
alla
correzione
della
pronuncia
che
il
to
non
andava
in
quel
punto
della
parola
,
aveva
presente
che
quel
to
vi
entrava
in
altro
punto
e
per
questo
metteva
a
parte
la
composizione
già
formata
,
per
utilizzarla
a
suo
tempo
!
Fatto
certo
sorprendente
in
un
bambino
di
quattro
anni
,
e
che
stupì
tutti
i
presenti
.
Esso
può
essere
spiegato
con
la
chiara
e
sùbita
complessa
visione
dei
segni
necessarî
a
formare
una
parola
udita
;
ma
deve
pure
contribuire
all
'
interpretazione
di
così
straordinario
fenomeno
,
la
formazione
d
'
una
mentalità
ragionatrice
,
acquistata
nei
successivi
esercizî
spontanei
dell
'
intelligenza
.
In
questi
tre
tempi
consiste
tutto
il
metodo
per
l
'
apprendimento
del
linguaggio
grafico
.
Il
suo
significato
è
chiaro
:
vengono
preparati
separatamente
e
intensivamente
gli
atti
psicofisiologici
,
che
concorrono
a
determinare
la
scrittura
e
lettura
.
A
parte
sono
preparati
i
movimenti
muscolari
per
l
'
esecuzione
grafica
dell
'
alfabeto
,
e
a
parte
i
meccanismi
della
tenuta
e
maneggio
degli
istrumenti
di
scrittura
.
Anche
la
composizione
delle
parole
si
traduce
in
un
meccanismo
psichico
di
associazione
tra
immagini
uditive
e
visive
.
Arriva
un
momento
in
cui
il
bambino
,
senza
pensarci
,
empie
a
pieno
le
figure
geometriche
con
un
'
asteggiatura
franca
e
regolare
;
in
cui
tocca
a
occhi
chiusi
le
lettere
e
anche
ne
riproduce
la
forma
,
muovendo
il
dito
nell
'
aria
;
in
cui
la
composizione
delle
parole
è
divenuta
un
impulso
psichico
,
che
fa
ripetere
al
bambino
solitario
:
«
per
fare
Zaira
ci
vuole
z
a
i
r
a
»
.
Ora
,
il
bambino
,
è
vero
,
non
ha
mai
scritto
;
ma
potenzialmente
ha
già
formato
tutti
gli
atti
necessarî
alla
scrittura
.
Colui
che
alla
dettatura
non
solo
sa
comporre
le
parole
,
ma
ne
abbraccia
istantaneamente
col
pensiero
tutta
la
composizione
letterale
,
potrebbe
anche
scrivere
;
poiché
sa
compiere
a
occhi
chiusi
i
movimenti
necessari
a
produrre
quelle
lettere
;
e
maneggia
quasi
inconscio
l
'
istrumento
di
scrittura
.
Anzi
tali
atti
preparati
ciascuno
in
un
meccanismo
capace
di
dare
un
impulso
,
dovranno
prima
o
poi
fondersi
in
un
improvviso
atto
esplosivo
di
scrittura
.
È
questa
appunto
la
meravigliosa
reazione
che
hanno
dato
i
bambini
normali
.
In
una
delle
«
Case
dei
Bambini
»
diretta
dalla
signorina
Bettini
,
avevo
fatto
curare
in
modo
speciale
l
'
insegnamento
della
scrittura
:
e
da
questa
casa
sono
infatti
usciti
poi
bellissimi
campioni
,
che
furono
rilasciati
,
dietro
richiesta
,
alle
autorità
scolastiche
della
Svizzera
e
del
Messico
.
Era
una
giornata
invernale
di
dicembre
,
piena
di
sole
e
salimmo
coi
bambini
sulla
terrazza
.
Essi
giuocavano
correndo
liberamente
;
alcuni
mi
stavano
intorno
.
Io
sedevo
accanto
a
un
tubo
di
camino
,
e
dissi
a
un
fanciullo
di
cinque
anni
che
mi
era
vicino
,
offrendogli
un
pezzetto
di
gesso
:
«
disegna
questo
camino
»
.
Egli
,
obbediente
,
si
accovacciò
in
terra
e
disegnò
il
camino
sul
pavimento
,
riproducendolo
in
modo
riconoscibile
;
perciò
,
come
è
mio
uso
coi
piccini
,
mi
diffusi
in
esclamazioni
di
lode
.
Il
bimbo
mi
guardò
,
sorrise
,
stette
un
momento
come
per
esplodere
in
qualche
atto
di
gioia
,
poi
gridò
:
«
scrivo
!
io
scrivo
!
»
e
chinato
in
terra
scrisse
sul
pavimento
mano
,
quindi
,
entusiasmato
,
scrisse
ancora
:
camino
,
poi
tetto
.
Mentre
scriveva
continuava
a
gridare
forte
«
scrivo
!
so
scrivere
!
»
tanto
che
alle
sue
grida
accorsero
gli
altri
bambini
e
gli
fecero
circolo
guardando
stupiti
.
Due
o
tre
mi
dissero
frementi
:
«
il
gesso
;
scrivo
anch
'
io
»
e
difatti
si
misero
a
scrivere
varie
parole
:
mamma
,
mano
,
gino
,
camino
,
ada
.
Nessuno
di
loro
aveva
mai
preso
in
mano
un
gesso
o
un
qualsiasi
istrumento
per
scrivere
:
era
la
prima
volta
ch
'
essi
scrivevano
;
e
tracciavano
una
parola
intiera
,
come
la
prima
volta
che
parlarono
,
dissero
una
parola
intiera
.
Ma
se
la
prima
parola
pronunciata
dal
bambino
dà
una
ineffabile
emozione
alla
madre
,
che
ha
scelta
quella
prima
parola
:
mamma
,
come
proprio
nome
,
quasi
compenso
dovuto
alla
maternità
,
-
-
la
prima
parola
scritta
dai
miei
piccini
dà
a
loro
stessi
una
indicibile
emozione
di
gioia
.
Essi
vedono
scaturire
da
se
stessi
un
'
abilità
,
che
sembra
loro
un
dono
di
natura
,
perché
non
sanno
mettere
in
rapporto
con
ciò
che
fanno
,
gli
atti
preparatorî
che
li
hanno
condotti
all
'
azione
.
Perciò
si
illudono
,
quasi
,
che
,
crescendo
,
un
bel
giorno
si
sappia
scrivere
.
E
così
è
in
realtà
.
Anche
il
bambino
che
parla
,
preparò
prima
inconsciamente
,
i
meccanismi
psicomuscolari
che
lo
condussero
all
'
articolazione
della
parola
:
qui
il
bambino
fa
press
'
a
poco
altrettanto
;
ma
il
diretto
aiuto
pedagogico
,
e
la
possibilità
di
preparare
quasi
materialmente
i
movimenti
della
scrittura
,
ben
più
semplici
e
grossolani
di
quelli
necessarî
all
'
articolazione
della
parola
,
fa
sì
che
il
linguaggio
grafico
si
svolga
assai
più
rapidamente
e
perfettamente
.
E
poiché
la
pre
parazione
non
è
parziale
,
ma
completa
,
cioè
il
bambino
possiede
tutti
i
movimenti
necessari
alla
scrittura
,
il
linguaggio
grafico
si
sviluppa
non
gradualmente
,
ma
in
modo
esplosivo
:
cioè
il
bambino
può
scrivere
tutte
le
parole
.
Così
fu
che
noi
assistemmo
alla
commovente
esperienza
dei
primi
sviluppi
del
linguaggio
grafico
dei
nostri
bambini
.
Quei
primi
giorni
fummo
in
preda
a
emozioni
quasi
violente
,
perché
ci
sembrava
di
essere
in
un
sogno
o
di
assistere
a
fatti
miracolosi
.
Il
bambino
che
scriveva
per
la
prima
volta
una
parola
,
era
in
preda
a
gran
gioia
;
io
lo
paragonai
subito
alla
gallina
che
ha
fatto
l
'
uovo
.
Infatti
nessuno
poteva
ripararsi
dalle
chiassose
manifestazioni
del
piccino
:
egli
chiamava
tutti
a
vedere
,
e
se
alcuno
non
si
muoveva
,
lo
pigliava
pel
vestito
costringendolo
a
venire
:
era
necessario
che
tutti
andassero
là
,
a
mettersi
intorno
alla
parola
scritta
per
ammirare
il
prodigio
,
e
per
unire
le
loro
esclamazioni
di
meraviglia
,
alle
grida
di
gioia
del
fortunato
autore
.
Per
lo
più
questa
prima
parola
era
scritta
in
terra
:
e
allora
il
piccino
si
metteva
in
ginocchio
,
per
esser
più
vicino
all
'
opera
sua
,
per
contemplarla
più
immediatamente
.
Dopo
la
prima
parola
,
il
bambino
continuava
a
scrivere
ovunque
per
lo
più
sulla
lavagna
,
con
una
specie
di
frenesia
:
io
vidi
i
bambini
agglomerarsi
attorno
alla
lavagna
per
iscrivere
e
dietro
ai
piccini
in
piedi
,
formarsi
un
'
altra
fila
di
bambini
montati
sulle
sedie
,
che
scrivevano
al
disopra
dei
primi
,
e
altrettanti
al
di
dietro
della
lavagna
:
vidi
altri
fanciulli
rimasti
fuori
,
ricorrere
a
sgarbi
,
a
dispetti
,
rovesciare
le
seggioline
su
cui
erano
in
piedi
i
compagni
,
per
trovare
un
poco
di
posto
,
e
infine
i
soccombenti
alla
lotta
chinarsi
in
terra
e
scrivere
sul
pavimento
,
o
correre
verso
gli
sportelli
delle
finestre
e
verso
le
porte
,
empiendole
di
scrittura
.
Noi
avemmo
in
quei
primi
giorni
quasi
un
tappeto
di
segni
scritti
sul
pavimento
,
e
una
tappezzeria
di
scrittura
.
In
famiglia
avveniva
lo
stesso
;
e
alcune
madri
,
per
salvare
il
pavimento
,
e
perfino
il
pane
sulla
cui
crosta
trovarono
parole
scritte
,
dettero
ai
loro
bambini
della
carta
con
un
lapis
.
Uno
di
questi
bambini
portò
il
giorno
dopo
una
specie
di
quadernetto
tutto
riempito
di
scrittura
e
la
madre
raccontò
,
che
il
fanciullo
aveva
scritto
tutto
il
giorno
e
tutta
la
sera
,
e
s
'
era
addormentato
a
letto
con
la
carta
e
il
lapis
in
mano
.
Tale
lavoro
impulsivo
,
che
non
potei
frenare
nei
primi
giorni
,
mi
fece
pensare
alla
saggezza
della
natura
che
sviluppa
a
poco
a
poco
il
linguaggio
parlato
,
e
lo
sviluppa
contemporaneamente
alla
graduale
formazione
delle
idee
.
Se
invece
la
natura
avesse
agito
imprudentemente
come
me
,
e
avesse
prima
fatto
raccogliere
dai
sensi
un
materiale
ricco
e
ordinato
,
e
avesse
lasciato
sviluppare
un
patrimonio
di
idee
,
e
avesse
poi
completamente
preparato
il
linguaggio
articolato
,
per
quindi
dire
al
fanciullo
,
fino
a
quel
punto
muto
:
«
va
!
parla
»
noi
assisteremmo
al
fenomeno
di
una
pazzesca
logorrea
improvvisa
,
per
la
quale
il
bambino
principierebbe
a
parlare
senza
posa
e
senza
freno
possibile
,
fino
all
'
esaurimento
dei
polmoni
e
al
consumo
delle
corde
vocali
e
pronunciando
le
parole
più
difficili
e
strane
.
Tuttavia
io
credo
che
tra
i
due
estremi
,
esista
un
medio
racchiudente
la
vera
via
pratica
:
noi
dobbiamo
cioè
provocare
il
linguaggio
grafico
meno
improvvisamente
;
ma
pur
facendolo
nascere
a
poco
a
poco
,
dobbiamo
provocarlo
come
un
fatto
spontaneo
,
che
si
compie
fin
dalla
prima
volta
in
modo
quasi
perfetto
.
Maniera
di
applicare
il
metodo
Lo
svolgersi
ulteriore
della
nostra
esperienza
,
ci
ha
condotti
a
constatare
un
fenomeno
più
calmo
,
dovuto
al
fatto
che
i
bambini
vedono
i
compagni
scrivere
e
ciò
li
spinge
per
imitazione
a
scrivere
appena
possono
;
perciò
quando
il
bambino
scrive
la
prima
parola
,
non
ha
ancora
a
sua
di
sposizione
tutto
l
'
alfabetario
:
è
limitato
il
numero
delle
parole
che
può
scrivere
e
il
bambino
stesso
non
è
capace
di
trovare
tutte
le
combinazioni
possibili
di
parole
,
con
le
sole
lettere
che
sono
a
sua
conoscenza
.
Egli
conserva
sempre
la
gran
gioia
della
«
prima
parola
scritta
»
,
ma
ciò
non
forma
più
una
sorpresa
stupefacente
,
perché
vede
ogni
giorno
accadere
consimili
fenomeni
,
e
sa
che
prima
o
poi
anche
a
lui
dovrà
avvenire
lo
stesso
.
Ciò
conduce
a
ottenere
un
ambiente
calmo
,
ordinato
e
al
tempo
stesso
meraviglioso
per
le
sue
sorprese
.
Facendo
una
visita
alle
Case
dei
Bambini
,
anche
essendovi
stati
il
giorno
prima
,
accade
di
trovare
fatti
nuovi
;
per
es
.
ecco
due
bambini
piccolissini
,
che
scrivono
tranquillamente
,
per
quanto
vibranti
d
'
orgoglio
e
di
gioia
,
e
che
ieri
non
iscrivevano
ancora
.
La
Direttrice
racconta
che
l
'
uno
di
essi
cominciò
a
scrivere
ieri
mattina
alle
undici
e
l
'
altro
nel
pomeriggio
alle
tre
.
Il
fenomeno
è
accolto
ormai
con
l
'
indifferenza
che
dà
l
'
abitudine
ed
è
tacitamente
riconosciuto
come
una
forma
naturale
di
sviluppo
del
bambino
.
L
'
arte
della
maestra
deciderà
se
e
quando
convenga
spingere
un
bambino
a
scrivere
,
ove
egli
,
essendo
già
avanzato
nei
tre
tempi
dell
'
esercizio
preparatorio
,
non
lo
faccia
ancora
spontaneamente
:
-
-
e
ciò
per
evitare
che
ritardando
la
scrittura
-
-
il
bambino
possa
esaltarsi
poi
in
un
tumultuoso
lavoro
impulsivo
,
che
per
la
conoscenza
di
tutto
l
'
alfabeto
non
si
potrebbe
più
frenare
.
I
segni
dai
quali
la
maestra
può
fare
una
diagnosi
quasi
precisa
di
maturità
alla
scrittura
spontanea
sono
:
il
parallelismo
e
la
rettilineità
dei
segni
di
empitura
nelle
figure
geometriche
;
il
riconoscimento
delle
lettere
alfabetiche
di
smeriglio
a
occhi
chiusi
e
la
sicurezza
e
prontezza
nella
composizione
delle
parole
.
Prima
d
'
intervenire
provocando
la
scrittura
con
un
invito
,
è
però
sempre
bene
attendere
almeno
una
settimana
l
'
esplosione
della
scrittura
spontanea
,
dopo
la
constatazione
di
tale
maturità
.
Solo
quando
il
bambino
ha
cominciato
a
scrivere
spontaneamente
,
la
maestra
deve
intervenire
a
guidare
il
progresso
della
scrittura
.
Il
primo
aiuto
che
la
maestra
darà
,
è
quello
di
rigare
la
lavagna
perché
il
bambino
sia
guidato
a
mantenere
l
'
ordine
e
le
dimensioni
nella
scrittura
.
Il
secondo
è
quello
di
indurre
il
bambino
esitante
a
ripetere
i
tócchi
delle
lettere
smerigliate
,
senza
mai
correggerlo
direttamente
sulla
scrittura
eseguita
:
cioè
il
bambino
non
si
perfezionerà
ripetendo
gli
atti
della
scrittura
,
ma
ripetendo
gli
atti
preparatori
alla
scrittura
.
Io
ricordo
un
piccolo
principiante
il
quale
per
eseguire
la
lettera
in
bella
forma
sulla
lavagna
rigata
,
si
portava
vicino
i
cartelloni
sottili
,
ritoccava
due
o
tre
volte
tutte
le
lettere
che
gli
erano
necessarie
per
le
parole
che
doveva
scrivere
,
e
poi
scriveva
,
e
se
una
lettera
non
gli
sembrava
abbastanza
bella
,
la
cancellava
,
ritoccava
la
lettera
stessa
sul
cartellone
,
e
poi
andava
a
scriverla
.
I
nostri
piccini
,
anche
quelli
che
già
scrivono
da
un
anno
,
continuano
sempre
nei
tre
esercizî
preparatori
,
i
quali
,
come
provocarono
,
così
perfezionano
poi
il
linguaggio
grafico
:
i
nostri
bambini
dunque
imparano
a
scrivere
e
si
perfezionano
nella
scrittura
,
senza
scrivere
.
La
vera
scrittura
è
una
prova
,
è
lo
sfogo
di
un
impulso
interno
,
è
il
compiacimento
di
esplicare
un
'
attività
superiore
:
non
è
un
esercizio
.
E
come
pei
mistici
l
'
anima
si
perfeziona
con
la
preghiera
,
così
pei
nostri
piccoli
,
l
'
espressione
più
alta
della
civiltà
umana
,
il
linguaggio
grafico
,
si
acquista
e
si
eleva
con
esercizî
sempre
uguali
in
atti
,
che
non
sono
la
scrittura
.
È
anche
educativo
il
concetto
di
prepararsi
,
prima
di
tentare
,
e
di
perfezionarsi
prima
di
proseguire
.
Andare
innanzi
correggendo
i
proprî
errori
,
rende
arditi
a
tentare
cose
imperfette
,
delle
quali
si
è
ancora
indegni
,
e
attutisce
lo
spirito
alla
sensibilità
verso
il
proprio
errore
.
Il
mio
metodo
della
scrittura
contiene
un
concetto
educa
tivo
,
insegnando
al
fanciullo
la
prudenza
che
fa
evitare
l
'
errore
,
la
dignità
che
rende
preveggente
e
guida
al
perfezionamento
,
e
anche
l
'
umiltà
che
tiene
costantemente
uniti
alle
fonti
del
bene
,
dalle
quali
solo
si
ricava
e
si
conserva
la
conquista
spirituale
;
allontanando
dall
'
illusione
che
il
successo
raggiunto
,
basti
oramai
a
far
continuare
il
cammino
intrapreso
.
Il
fatto
poi
che
tutti
i
bambini
-
-
così
quelli
che
principiano
appena
i
tre
esercizî
,
come
quelli
che
già
scrivono
da
molti
mesi
-
-
ripetano
sempre
le
medesime
azioni
,
li
unisce
e
li
affratella
in
un
livello
apparentemente
uguale
.
Qui
non
vi
sono
caste
di
principianti
e
di
provetti
-
-
eccoli
tutti
a
riempire
figure
coi
lapis
colorati
,
a
toccare
le
lettere
smerigliate
,
a
comporre
parole
con
gli
alfabetarî
mobili
:
i
piccoli
si
avvicinano
ai
più
grandi
,
e
questi
li
aiutano
,
-
-
tutti
poi
s
'
illudono
di
fare
la
stessa
cosa
.
C
'
è
chi
si
prepara
e
c
'
è
chi
si
perfeziona
,
ma
tutti
sono
sulla
medesima
via
:
come
più
profondamente
di
ogni
differenza
sociale
,
sta
un
'
uguaglianza
-
-
in
cui
tutti
gli
uomini
sono
fratelli
:
-
-
come
sulla
via
spirituale
tutti
,
aspiranti
e
perfetti
,
ricorrono
ai
medesimi
esercizî
.
La
scrittura
viene
appresa
in
assai
breve
tempo
-
-
perché
si
comincia
l
'
insegnamento
solo
ai
bambini
che
ne
mostrano
il
desiderio
-
-
prestando
un
'
attenzione
spontanea
alle
lezioni
che
la
direttrice
fa
ad
altri
bambini
e
agli
esercizî
in
cui
gli
altri
bambini
si
occupano
.
Alcuni
imparano
senza
ancor
aver
ricevuto
lezioni
;
solo
perché
hanno
sentite
le
lezioni
fatte
agli
altri
.
In
generale
tutti
i
piccini
da
quattro
anni
di
età
in
poi
,
si
interessano
vivamente
alla
scrittura
.
Alcuni
nostri
bambini
hanno
tuttavia
cominciato
a
scrivere
a
tre
anni
e
mezzo
.
L
'
entusiasmo
vivo
si
manifesta
specialmente
per
toccare
le
lettere
smerigliate
.
Durante
il
primo
periodo
delle
mie
esperienze
,
quando
cioè
i
bambini
vedevano
per
la
prima
volta
le
lettere
dell
'
alfabeto
,
dissi
un
giorno
alla
direttrice
Bettini
che
portasse
in
terraz
za
,
ove
i
bambini
giuocavano
,
i
vari
tipi
di
cartelloni
che
ella
stessa
avea
fabbricati
.
Appena
i
bambini
li
videro
,
si
raggrupparono
attorno
alla
direttrice
e
a
me
col
ditino
teso
,
e
a
diecine
quelle
piccole
dita
toccavano
le
lettere
,
mentre
i
bimbi
affollati
si
pigiavano
uno
con
l
'
altro
.
Finalmente
alcuni
bimbi
più
grandi
riuscirono
a
strapparci
dalle
mani
i
cartelloni
,
illudendosi
di
toccarli
come
padroni
,
ma
la
folla
dei
piccoli
impedì
loro
l
'
esercizio
.
Ricordo
con
quale
spontaneo
slancio
,
allora
,
i
possessori
di
cartelloni
,
afferratili
con
le
due
mani
,
li
stesero
in
alto
come
stendardi
e
si
misero
a
marciare
seguiti
da
tutti
gli
altri
bambini
,
che
battevano
le
mani
e
mandavano
alte
grida
di
gioia
.
La
processione
ci
passò
innanzi
:
e
tutti
,
grandi
e
piccoli
,
ridevano
rumorosamente
,
mentre
le
mamme
richiamate
dal
chiasso
,
guardavano
lo
spettacolo
affacciate
alle
finestre
.
Il
periodo
medio
che
decorre
dal
primo
tentativo
degli
esercizî
preparatori
alla
prima
parola
scritta
,
è
,
pei
bambini
di
quattro
anni
,
di
un
mese
e
mezzo
:
pei
bambini
di
cinque
anni
il
periodo
è
molto
più
breve
,
di
un
mese
circa
;
ma
uno
dei
nostri
imparò
a
scrivere
con
tutte
le
lettere
dell
'
alfabeto
,
in
venti
giorni
.
I
bambini
di
quattro
anni
,
dopo
due
mesi
e
mezzo
,
scrivono
qualunque
parola
sotto
dettato
e
possono
passare
alla
scrittura
con
l
'
inchiostro
sui
quaderni
.
In
generale
,
dopo
tre
mesi
,
i
nostri
piccini
sono
provetti
;
e
quelli
che
scrivono
da
sei
mesi
,
sono
paragonabili
ai
bambini
di
terza
elementare
.
Infine
,
la
scrittura
è
una
conquista
delle
più
facili
e
gradite
pei
bambini
.
Se
negli
adulti
fosse
facile
l
'
imprendimento
come
nei
fanciulli
al
disotto
di
sei
anni
,
in
un
mese
si
potrebbe
dileguare
l
'
analfabetismo
;
ma
forse
due
impedimenti
ci
sarebbero
a
un
successo
tanto
brillante
:
il
torpore
del
senso
muscolare
;
e
i
difetti
incorreggibili
del
linguaggio
articolato
,
che
si
tradurrebbero
nella
scrittura
.
Io
non
ho
fatto
esperienze
in
proposito
,
ma
credo
che
un
anno
scolastico
basterebbe
a
condurre
un
analfabeta
adulto
a
scrivere
non
solo
materialmente
,
ma
anche
a
esprimere
i
propri
pensieri
,
per
soddisfare
alle
prime
necessità
sociali
del
linguaggio
grafico
(
scrittura
epistolare
)
.
Ciò
per
il
tempo
necessario
all
'
apprendimento
.
In
quanto
alla
esecuzione
,
i
nostri
bambini
fin
dal
momento
in
cui
cominciano
,
scrivono
bene
;
ed
è
sorprendente
la
forma
delle
lettere
,
arrotondate
e
slanciate
,
in
tutto
somiglianti
a
quelle
dei
modelli
smerigliati
.
La
bellezza
della
loro
scrittura
non
è
quasi
mai
raggiunta
da
nessuno
scolaro
di
scuole
elementari
,
che
non
abbia
fatto
speciali
esercizii
di
calligrafia
.
Io
che
ho
studiato
molto
la
calligrafia
,
so
quanto
sia
difficile
condurre
i
ragazzi
di
dodici
o
tredici
anni
,
nelle
scuole
secondarie
,
a
scrivere
le
parole
intere
senza
staccare
mai
la
penna
,
salvo
per
gli
o
:
e
come
l
'
asteggiatura
di
varie
lettere
,
condotta
con
un
segno
solo
,
sia
spesso
una
difficoltà
insuperabile
,
e
faccia
perdere
il
parallelismo
delle
aste
componenti
.
I
nostri
piccini
invece
,
spontaneamente
,
con
una
meravigliosa
sicurezza
,
scrivono
le
parole
intiere
con
un
tratto
solo
,
mantenendo
un
perfetto
parallelismo
nei
segni
,
e
l
'
equidistanza
tra
le
varie
lettere
.
Cosa
che
a
più
di
un
visitatore
competente
ha
fatto
esclamare
:
«
se
non
lo
avessi
visto
,
non
lo
avrei
creduto
»
.
Infatti
la
calligrafia
è
un
superinsegnamento
necessario
a
correggere
difetti
già
acquisiti
e
fissati
:
ed
è
un
sopralavoro
gravoso
e
lungo
,
perché
il
bambino
vedendo
il
modello
,
deve
eseguire
il
movimento
atto
a
riprodurlo
,
mentre
tra
tale
sensazione
e
tale
movimento
,
non
vi
è
corrispondenza
diretta
.
Inoltre
la
calligrafia
s
'
insegna
in
un
'
età
ove
tutti
i
difetti
si
sono
stabiliti
,
mentre
è
passato
il
periodo
fisiologico
in
cui
la
memoria
muscolare
è
particolarmente
pronta
.
Non
si
parli
poi
dell
'
errore
fondamentale
,
che
fa
se
guire
alla
calligrafia
la
stessa
strada
dell
'
apprendimento
della
scrittura
,
dalle
aste
in
poi
.
Noi
invece
prepariamo
direttamente
il
bambino
non
solo
alla
scrittura
,
ma
anche
alla
calligrafia
,
nei
suoi
due
contributi
principali
:
la
bellezza
della
forma
(
toccare
lettere
calligrafiche
)
e
lo
slancio
del
segno
(
esercizî
di
riempitura
delle
figure
)
.
Lettura
Materiale
didattico
:
Cartellini
scritti
in
corsivo
calligrafico
(
posatello
)
-
-
con
un
corpo
di
scrittura
alto
un
centimetro
:
-
-
e
giocattoli
svariatissimi
.
L
'
esperienza
mi
ha
fatto
ben
distinguere
una
differenza
netta
tra
scrittura
e
lettura
,
e
mi
ha
dimostrata
la
non
assoluta
contemporaneità
dei
due
atti
-
-
cioè
(
per
quanto
ciò
contraddica
al
pregiudizio
invalso
)
la
scrittura
precede
la
lettura
.
Io
non
chiamo
lettura
la
prova
che
fa
il
bambino
,
verificando
la
parola
che
ha
scritta
-
-
cioè
traducendo
i
segni
in
suoni
,
come
prima
tradusse
i
suoni
in
segni
.
Perché
in
tale
verifica
il
bambino
conosce
già
la
parola
,
che
ha
più
volte
ripetuta
tra
sé
scrivendo
.
Io
chiamo
lettura
l
'
interpretazione
di
un
'
idea
,
da
segni
grafici
.
Il
bambino
che
non
ha
sentito
dettare
la
parola
,
e
che
la
riconosce
vedendola
composta
sul
tavolino
con
lettere
mobili
,
e
sa
dire
cosa
significa
(
è
un
nome
di
bambino
,
di
città
,
di
un
oggetto
ecc
.
)
quegli
legge
.
Perché
la
parola
letta
corrisponde
,
nel
linguaggio
grafico
,
-
-
alla
parola
udita
del
linguaggio
articolato
,
-
-
che
serve
a
ricevere
il
linguaggio
trasmessoci
da
altri
.
Ora
fin
che
il
bambino
dalle
parole
scritte
non
riceve
trasmissione
di
idee
,
non
legge
.
Se
vogliamo
,
la
scrittura
,
come
fu
descritta
,
è
un
fatto
in
cui
prevalgono
i
meccanismi
psico
motori
:
nella
let
tura
,
invece
,
interviene
un
lavoro
puramente
intellettuale
.
Ma
è
evidente
come
il
nostro
metodo
di
scrittura
-
-
prepari
la
lettura
-
-
in
modo
da
renderne
quasi
insensibili
le
difficoltà
.
Invero
la
scrittura
prepara
il
fanciullo
a
interpretare
meccanicamente
l
'
unione
dei
suoni
letterali
,
componenti
la
parola
che
vede
scritta
.
Il
bambino
cioè
sa
già
leggere
i
suoni
della
parola
.
Ora
si
noti
che
quando
il
bambino
compone
le
parole
con
l
'
alfabetario
mobile
,
o
quando
scrive
,
ha
tempo
di
pensare
ai
segni
che
deve
scegliere
od
eseguire
:
la
scrittura
di
una
parola
porta
un
tempo
lungo
,
confrontato
a
quello
necessario
per
la
lettura
della
medesima
.
Il
bambino
che
sa
scrivere
,
messo
innanzi
a
una
parola
che
deve
interpretare
leggendo
-
-
tace
a
lungo
-
-
e
in
generale
legge
i
suoni
componenti
,
con
la
medesima
lentezza
con
cui
li
avrebbe
scritti
.
Invece
il
senso
della
parola
viene
afferrato
quando
essa
è
pronunciata
non
solo
in
fretta
,
ma
con
gli
accenti
fonici
necessari
.
Ora
per
mettere
gli
accenti
fonici
,
bisogna
che
il
bambino
riconosca
la
parola
,
cioè
l
'
idea
che
essa
rappresenta
:
è
dunque
necessario
l
'
intervento
di
un
superiore
lavoro
dell
'
intelligenza
.
Io
dunque
per
gli
esercizi
di
lettura
,
procedo
nel
modo
seguente
-
-
e
ciò
che
sto
per
descrivere
-
-
sostituisce
l
'
antico
sillabario
.
Preparo
dei
cartellini
con
foglietti
della
comune
carta
da
scrivere
,
sopra
ciascuno
dei
quali
è
scritta
in
corsivo
alto
un
centimetro
,
una
parola
ben
nota
,
già
molte
volte
pronunciata
dai
bambini
,
e
che
rappresenta
oggetti
o
presenti
o
ben
noti
alla
memoria
(
come
p
.
es
.
mamma
)
.
Se
la
parola
si
riferisce
a
oggetti
presenti
,
pongo
questi
sotto
gli
occhi
del
bambino
,
per
facilitargli
l
'
interpretazione
della
lettura
.
Dirò
a
tale
proposito
che
gli
oggetti
sono
per
lo
più
giocattoli
:
le
«
Case
dei
Bambini
»
possiedono
infatti
non
solo
le
stoviglie
,
la
cucina
,
palle
e
bambole
come
ho
avuto
occasione
di
già
accennare
;
ma
anche
armadi
,
divani
,
letti
,
cioè
il
mobilio
necessario
ad
una
casa
di
bambola
;
case
,
alberi
,
greggi
di
pecore
,
animali
in
cartapesta
,
pupazzi
e
oche
di
celluloide
,
perciò
galleggianti
sull
'
acqua
;
barchette
coi
marinai
,
soldatini
,
ferrovie
che
corrono
,
fattorie
con
casino
di
campagna
,
e
rimesse
con
cavalli
e
buoi
entro
ampî
steccati
ecc
.
;
in
una
«
Casa
»
di
Roma
un
artista
mi
regalò
splendide
frutta
in
ceramica
.
Se
la
scrittura
serve
a
correggere
o
meglio
a
dirigere
e
perfezionare
il
meccanismo
del
linguaggio
articolato
nel
bambino
,
la
lettura
serve
ad
aiutare
lo
sviluppo
delle
idee
,
collegandolo
con
lo
sviluppo
del
linguaggio
.
Infine
la
scrittura
aiuta
il
linguaggio
fisiologico
,
e
la
lettura
,
il
linguaggio
sociale
.
Il
primo
inizio
è
dunque
,
come
ho
accennato
,
nomenclatura
:
cioè
lettura
di
nomi
di
oggetti
noti
e
,
possibilmente
,
presenti
.
Non
comincio
da
parole
facili
o
difficili
,
perché
i
bambini
sanno
già
leggere
la
parola
come
composto
di
suoni
:
lascio
che
il
piccino
lentamente
traduca
in
suoni
la
parola
scritta
-
-
e
se
l
'
interpretazione
è
esatta
-
-
mi
limito
a
dire
:
«
più
presto
»
.
Il
bambino
,
la
seconda
volta
,
legge
più
svelto
,
spesso
senza
ancora
capire
:
io
ripeto
:
«
più
presto
,
più
presto
»
.
Il
bambino
legge
sempre
più
svelto
ripetendo
lo
stesso
accumulo
di
suoni
,
e
finalmente
indovina
;
allora
guarda
con
una
specie
di
riconoscenza
e
assume
quell
'
atteggiamento
di
soddisfazione
,
che
tante
volte
irradia
i
nostri
piccini
.
Questo
è
tutto
l
'
esercizio
della
lettura
:
esercizio
rapidissimo
e
che
presenta
al
bambino
,
già
preparato
con
la
scrittura
,
una
ben
piccola
difficoltà
.
Davvero
tutte
le
noie
del
sillabario
sono
sepolte
insieme
ai
bastoncelli
!
Quando
il
bambino
ha
letto
,
appoggio
il
cartellino
spiegato
sull
'
oggetto
del
quale
portava
il
nome
:
e
l
'
esercizio
è
finito
.
Addestrati
così
i
bambini
più
a
bene
intender
qual
'
è
l
'
esercizio
che
da
loro
si
richiede
,
che
ad
eseguire
veramente
la
lettura
,
io
pensai
(
per
rendere
piacevoli
i
vari
esercizî
di
lettura
che
dovevano
essere
molto
ripetuti
,
onde
rendere
la
lettura
stessa
pronta
e
chiara
)
al
seguente
giuoco
.
Giuoco
per
la
lettura
delle
parole
Espongo
sulla
tavola
grande
i
giocattoli
più
varî
e
attraenti
:
a
ciascuno
di
essi
corrisponde
un
cartellino
,
su
cui
è
scritto
il
nome
.
Piego
e
arrotolo
i
cartellini
li
mescolo
dentro
una
scatola
,
e
li
faccio
estrarre
a
sorte
dai
bambini
che
sanno
leggere
.
Essi
devono
portare
il
cartellino
al
loro
posto
,
svolgerlo
adagio
adagio
,
leggerlo
mentalmente
senza
farlo
vedere
ai
vicini
,
ripiegarlo
,
sì
,
che
rimanga
assoluto
il
segreto
che
contiene
,
e
poi
avanzarsi
verso
la
tavola
col
cartellino
chiuso
in
mano
.
Il
fanciullo
dovrà
pronunciare
ad
alta
voce
il
nome
di
un
giocattolo
e
presentare
alla
direttrice
il
biglietto
per
la
verifica
e
tale
biglietto
diventa
allora
come
una
moneta
,
con
la
quale
il
giocattolo
nominato
si
acquista
.
Il
fanciullo
,
se
pronuncia
chiaramente
la
parola
,
indicando
col
dito
l
'
oggetto
-
-
e
la
direttrice
può
controllarne
la
verità
sul
cartellino
,
-
-
prende
il
giocattolo
e
ne
fa
ciò
che
vuole
per
un
tempo
indeterminato
.
Finito
il
turno
,
la
direttrice
chiama
il
primo
bambino
e
poi
tutti
gli
altri
,
nello
stesso
ordine
con
cui
presero
il
giocattolo
,
e
fa
estrarre
a
sorte
un
altro
cartellino
che
il
fanciullo
deve
leggere
lì
per
lì
e
che
porta
il
nome
proprio
di
uno
dei
compagni
che
non
sa
ancora
leggere
e
che
perciò
non
ebbe
il
giocattolo
:
e
poi
,
galantemente
,
deve
offrire
per
cortesia
all
'
analfabeta
compagno
,
il
giuoco
che
egli
possedé
per
diritto
.
L
'
offerta
deve
essere
fatta
con
mosse
gentili
,
con
grazia
,
accompagnandola
con
un
saluto
.
Così
si
toglie
ogni
idea
di
casta
e
si
ispira
il
sentimento
che
bisogna
dare
con
bontà
a
quelli
che
per
diritto
non
posseggono
:
e
anche
il
sentimento
che
tutti
,
avendone
merito
o
no
,
debbono
ugualmente
godere
.
Chi
prende
con
diritto
lesse
una
volta
,
chi
dà
lesse
due
volte
,
cioè
fu
doppiamente
virtuoso
:
e
questa
duplice
virtù
è
pure
un
duplice
invito
all
'
analfabeta
ad
imitarlo
e
insieme
l
'
augurio
che
lo
imiterà
presto
.
Il
giuoco
della
lettura
andava
a
meraviglia
:
s
'
immagini
la
contentezza
che
provavano
quei
bambini
poveri
,
nell
'
illusione
di
possedere
così
bei
giocattoli
,
e
certo
nel
reale
godimento
di
giuocarvi
a
lungo
.
Ma
quale
non
fu
la
mia
meraviglia
,
quando
i
bambini
,
avendo
imparato
a
capire
i
cartellini
scritti
,
rifiutarono
di
prendere
i
giocattoli
,
e
di
perder
tempo
a
giocare
,
e
con
una
specie
d
'
insaziabile
desiderio
preferirono
invece
estrarre
uno
dopo
l
'
altro
i
cartellini
,
per
leggerli
tutti
!
Io
li
guardai
chiedendo
l
'
enigma
della
loro
anima
,
che
ci
era
rimasta
sconosciuta
!
e
rimasi
quasi
meditando
a
contemplarli
,
mentre
la
scoperta
che
i
fanciulli
amano
il
sapere
per
istinto
umano
e
non
il
giuoco
vuoto
di
senso
,
mi
colpiva
di
meraviglia
e
mi
faceva
pensare
alla
grande
altezza
dell
'
anima
umana
!
Noi
dunque
riponemmo
i
giuocattoli
e
ci
mettemmo
a
fabbricare
centinaia
di
cartellini
scritti
:
nomi
di
bambini
,
nomi
di
oggetti
,
nomi
di
città
,
nomi
di
colori
e
di
qualità
rese
note
dagli
esercizî
dei
sensi
.
Li
disponemmo
in
più
scatole
e
lasciammo
i
bambini
pescarvi
liberamente
.
Io
mi
aspettavo
almeno
l
'
incostanza
di
passare
alternativamente
dall
'
una
all
'
altra
scatola
:
ma
no
,
ogni
bambino
finiva
di
vuotare
la
scatola
che
aveva
sotto
mano
,
e
solo
dopo
passava
ancora
ad
un
'
altra
,
veramente
insaziabile
di
lettura
.
Un
giorno
andai
in
terrazzo
e
trovai
che
vi
avevano
trasportato
i
tavolini
e
le
seggioline
,
piantando
addirittura
la
scuola
all
'
aperto
.
Alcuni
piccoli
giuocavano
al
sole
,
altri
stavano
seduti
in
circolo
attorno
ai
tavoli
carichi
di
lettere
e
di
cartelloni
smerigliati
;
all
'
ombra
di
un
abbaino
sedeva
da
un
lato
la
direttrice
,
che
aveva
in
mano
una
scatola
da
busti
molto
lunga
e
stretta
,
piena
di
cartellini
;
e
per
tutta
l
'
estensione
della
lunghezza
di
quella
scatola
,
stavano
allineate
manine
che
pescavano
.
Un
gruppo
di
bambini
leggeva
aprendo
e
ripiegando
i
cartellini
.
«
Non
crederà
,
mi
disse
la
direttrice
,
è
più
di
un
'
ora
che
sono
qui
,
ed
essi
ancora
non
sono
sazî
!
»
Facemmo
l
'
esperienza
di
portar
su
palle
e
bambole
,
ma
senza
risultato
;
quelle
futilità
sparivano
accanto
alla
gioia
del
sapere
.
Io
,
vedendo
un
risultato
così
sorprendente
,
pensavo
già
di
provare
a
far
leggere
lo
stampatello
;
e
proposi
alla
maestra
di
scrivere
la
parola
medesima
nella
doppia
scrittura
in
qualche
cartellino
.
Ma
i
fanciulli
mi
prevennero
:
c
'
era
nell
'
aula
un
calendario
con
molte
parole
scritte
in
carattere
stampato
,
e
alcune
in
carattere
gotico
:
nella
smania
di
leggere
alcuni
bambini
si
misero
a
guardare
quel
calendario
e
con
mia
indicibile
sorpresa
lessero
lo
stampato
e
il
gotico
!
Così
non
avemmo
più
che
a
presentare
un
libro
:
essi
infatti
vi
leggevano
le
parole
.
Ma
io
non
darei
in
principio
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
altro
che
un
libro
,
ove
sotto
la
figura
di
tutti
gli
oggetti
che
hanno
visto
,
fosse
stampato
il
nome
.
Le
madri
ricavarono
subito
profitto
dai
progressi
dei
bambini
;
sorprendemmo
infatti
nella
tasca
di
alcuni
di
essi
,
dei
foglietti
rozzamente
scritti
con
note
di
spesa
:
pasta
,
pane
,
sale
ecc
.
,
alcuni
dei
nostri
piccolini
andavano
a
far
la
spesa
con
la
nota
!
I
genitori
poi
ci
raccontavano
che
i
loro
bambini
non
camminavano
più
spediti
per
la
strada
,
perché
si
fermavano
a
leggere
le
insegne
dei
negozî
.
Educato
con
lo
stesso
metodo
in
casa
privata
un
bambino
,
un
piccolo
marchese
di
quattro
anni
e
mezzo
,
accadde
questo
fatto
:
il
padre
del
bambino
,
deputato
,
riceveva
molta
corrispondenza
;
egli
sapeva
che
da
due
mesi
il
suo
piccino
aveva
cominciato
degli
esercizî
,
che
affrettavano
l
'
apprendimento
della
lettura
e
scrittura
in
un
'
età
precoce
;
ma
non
ci
aveva
fatto
gran
caso
,
né
prestata
molta
fede
.
Un
giorno
il
marchese
leggeva
,
e
il
bambino
stava
giuocando
accanto
a
lui
,
quando
entrò
un
servo
e
depose
su
un
tavolo
la
corrispondenza
voluminosa
arrivata
allora
dalla
posta
.
Il
piccino
rivolse
a
quella
la
sua
attenzione
,
si
mise
a
maneggiare
le
lettere
e
cominciò
a
leggere
ad
alta
voce
tutti
gli
indirizzi
.
Il
marchese
credé
quasi
a
un
prodigio
.
Si
può
domandare
qual
'
è
il
tempo
medio
occorrente
per
imparare
a
leggere
:
l
'
esperienza
ci
dice
che
,
partendo
dal
momento
in
cui
il
bambino
scrive
,
il
passaggio
da
tale
studio
inferiore
del
linguaggio
grafico
a
quello
superiore
della
lettura
,
è
in
media
di
quindici
giorni
.
La
sicurezza
della
lettura
è
però
quasi
sempre
posteriore
al
perfezionamento
della
scrittura
.
Nella
maggior
parte
dei
casi
il
bambino
scrive
benissimo
e
legge
mediocremente
.
Non
tutti
i
bambini
sono
nella
stessa
età
al
medesimo
punto
:
e
poiché
nessuno
di
essi
è
mai
,
non
dico
forzato
,
ma
nemmeno
invitato
o
comunque
attratto
a
fare
ciò
che
non
vuol
fare
,
avviene
che
alcuni
bambini
non
essendosi
presentati
spontaneamente
per
chiedere
di
imparare
,
furono
lasciati
in
pace
e
non
sanno
né
scrivere
né
leggere
.
Se
l
'
antico
metodo
,
che
tiranneggia
la
volontà
del
fanciullo
e
ne
soffoca
la
spontaneità
,
non
crede
di
obbligarlo
al
linguaggio
grafico
prima
dell
'
età
di
sei
anni
,
tanto
meno
lo
crediamo
noi
!
Tuttavia
non
saprei
decidere
senza
una
più
lunga
esperienza
,
se
debba
essere
in
ogni
caso
l
'
età
del
pieno
sviluppo
del
linguaggio
articolato
,
quella
che
conviene
scegliere
per
provocare
lo
sviluppo
del
linguaggio
grafico
.
In
ogni
modo
la
quasi
totalità
dei
bambini
normali
,
trattata
coi
nostri
metodi
,
comincia
a
scrivere
a
quattro
anni
d
'
età
e
a
cinque
anni
sa
leggere
e
scrivere
almeno
come
i
bambini
che
hanno
finito
la
prima
classe
elementare
:
essi
cioè
potrebbero
passare
in
seconda
in
un
'
età
che
dista
ancora
di
un
anno
dall
'
odierna
ammissione
alla
prima
.
Giuoco
per
la
lettura
delle
frasi
Appena
alcuni
visitatori
si
avvidero
che
i
bambini
leggevano
i
caratteri
stampati
,
inviarono
in
dono
splendidi
libri
illustrati
,
che
formarono
il
primo
ricco
nucleo
della
nostra
biblioteca
.
Sfogliando
quei
libri
di
semplici
favole
,
capivo
che
i
piccini
non
avrebbero
potuto
intenderle
.
Le
maestre
,
tutte
soddisfatte
,
vollero
invece
espormi
un
saggio
,
facendo
leggere
varii
bambini
,
e
dicendomi
che
la
loro
lettura
era
molto
più
spedita
e
perfetta
di
quella
dei
bambini
che
hanno
finito
la
seconda
elementare
.
Io
però
non
mi
lasciai
sedurre
e
feci
due
prove
:
la
prima
fu
di
far
raccontare
quelle
favole
dalle
maestre
e
di
osservare
quanti
bambini
vi
si
interessavano
spontaneamente
.
Dopo
poche
parole
i
fanciulli
distraevano
la
loro
attenzione
:
la
maestra
aveva
la
proibizione
di
richiamare
all
'
ordine
i
distratti
;
così
a
poco
a
poco
nasceva
nella
scolaresca
un
rumore
e
un
movimento
dovuto
al
fatto
che
ciascuno
tornava
alle
sue
occupazioni
consuete
,
senza
più
ascoltare
.
Evidentemente
,
i
fanciulli
che
sembravano
leggere
con
piacere
quei
libri
,
non
ne
gustavano
il
senso
;
ma
godevano
del
meccanismo
acquisito
,
consistente
nel
tradurre
i
segni
grafici
nei
suoni
di
una
parola
che
essi
riconoscevano
.
-
-
Infatti
i
bambini
leggevano
con
assai
minor
costanza
i
libri
,
che
i
cartellini
:
poiché
nei
primi
incontravano
molte
parole
sconosciute
.
La
mia
seconda
prova
fu
di
far
leggere
il
libro
al
bambino
,
senza
dargli
le
spiegazioni
che
la
maestra
si
affrettava
ad
accumulare
intramezzandole
di
interrogazioni
suggestive
,
così
:
«
eh
?
hai
capito
?
Che
cosa
hai
letto
?
che
il
bambino
andava
in
carrozza
,
è
vero
?
no
?
ma
leggi
bene
,
dunque
,
guarda
,
ecc
.
»
.
Davo
dunque
il
libro
a
un
fanciullo
,
mi
mettevo
vicino
a
lui
in
atto
affettuosamente
confidenziale
,
e
gli
chiedevo
con
la
gravità
semplice
con
cui
avrei
parlato
a
un
ami
co
:
«
hai
capito
quello
che
hai
letto
?
»
-
-
Il
bambino
mi
rispondeva
:
«
no
»
;
ma
l
'
espressione
del
suo
viso
sembrava
chiedermi
la
spiegazione
della
mia
domanda
.
Infatti
l
'
idea
che
dalla
lettura
di
una
serie
di
parole
,
possa
trarsi
la
comunicazione
di
complessi
pensieri
altrui
,
i
quali
ci
vengono
con
tale
mezzo
trasmessi
,
doveva
essere
pei
miei
bambini
una
delle
più
luminose
conquiste
dell
'
avvenire
,
una
nuova
fonte
di
sorprese
e
di
gioia
.
Il
libro
si
rivolge
al
linguaggio
logico
,
non
al
meccanismo
del
linguaggio
:
e
perché
possa
essere
compreso
dal
bambino
,
bisogna
che
il
linguaggio
logico
si
sia
stabilito
in
lui
.
Tra
il
saper
leggere
le
parole
e
il
senso
di
un
libro
,
può
correre
la
stessa
distanza
che
corre
tra
il
saper
pronunciare
una
parola
e
un
discorso
.
Feci
dunque
sospendere
la
lettura
dei
libri
e
attesi
.
Un
giorno
mentre
facevamo
la
conversazione
,
quattro
bambini
contemporaneamente
si
alzarono
con
espressioni
di
gioia
e
scrissero
sulla
lavagna
delle
frasi
sul
genere
di
questa
:
«
quanto
sono
contenta
che
il
giardino
è
fiorito
»
.
Fu
una
grande
e
commovente
sorpresa
per
noi
:
essi
erano
giunti
spontaneamente
alla
composizione
,
come
spontaneamente
avevano
scritto
la
prima
parola
.
Il
meccanismo
era
il
medesimo
-
-
e
il
fenomeno
si
svolgeva
logicamente
:
il
linguaggio
logico
articolato
provocava
un
bel
giorno
l
'
esplosione
di
quello
scritto
.
Io
compresi
che
era
giunto
il
momento
di
procedere
alla
lettura
di
frasi
:
e
ricorsi
allo
stesso
mezzo
,
cioè
allo
scritto
sulla
lavagna
.
«
Mi
volete
bene
?
»
-
-
I
bambini
leggevano
lentamente
a
voce
alta
,
tacevano
un
momento
come
meditando
e
poi
gridavano
ad
altissima
voce
:
«
sì
sì
!
»
Io
continuavo
a
scrivere
«
allora
fate
silenzio
e
state
tutti
composti
»
;
essi
leggevano
quasi
tutti
gridando
e
appena
finita
la
lettura
,
un
silenzio
solenne
si
stabiliva
,
interrotto
solo
da
qualche
rumore
di
sedie
pei
movimenti
che
i
bambini
facevano
per
mettersi
composti
.
Così
cominciò
tra
me
e
loro
una
comunicazione
a
mezzo
del
linguaggio
scritto
-
-
che
riusciva
pei
bambini
interessantissima
-
-
;
essi
a
poco
a
poco
scoprivano
la
gran
qualità
della
scrittura
,
che
trasmette
il
pensiero
:
quando
cominciavo
a
scrivere
,
fremevano
nell
'
attesa
di
conoscere
quale
era
la
mia
intenzione
e
d
'
intenderla
,
senza
che
io
pronunciassi
una
sola
parola
.
Infatti
il
linguaggio
grafico
non
vuole
parole
.
-
-
Tutta
la
sua
grandezza
,
s
'
intende
soltanto
allorché
lo
si
isola
completamente
dal
linguaggio
parlato
.
Proprio
in
questi
ultimi
giorni
,
mentre
il
presente
libro
era
in
corso
di
stampa
,
siamo
giunti
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
agli
alti
godimenti
della
lettura
,
col
giuoco
seguente
:
Io
scrissi
,
sopra
alcuni
fogli
di
carta
,
lunghe
frasi
,
descriventi
azioni
che
i
bambini
avrebbero
dovuto
compiere
,
p
.
es
.
:
«
Chiudi
gli
scuri
delle
finestre
e
va
ad
aprire
la
porta
d
'
ingresso
;
poi
aspetta
un
momento
e
rimetti
le
cose
come
prima
»
.
-
-
«
Prega
gentilmente
otto
dei
tuoi
compagni
d
'
uscire
dal
posto
,
e
di
mettersi
in
fila
a
due
per
due
in
mezzo
alla
stanza
:
poi
falli
marciare
avanti
e
indietro
in
punta
di
piedi
,
pianissimo
,
senza
fare
alcun
rumore
»
.
-
-
«
Chiedi
per
favore
a
tre
dei
tuoi
compagni
più
grandi
che
cantano
meglio
,
di
venire
in
mezzo
alla
stanza
-
-
mettili
schierati
in
una
fila
-
-
e
canta
con
essi
una
bella
canzone
di
tua
scelta
»
,
ecc
.
ecc
.
I
bambini
,
appena
avevo
finito
di
scrivere
,
mi
strappavano
quasi
di
mano
i
cartellini
per
leggerli
,
-
-
mentre
li
ponevano
ad
asciugare
sui
loro
tavolini
;
essi
leggevano
spontaneamente
,
con
grande
intensità
di
attenzione
,
nel
più
profondo
silenzio
.
Io
chiesi
loro
:
«
capite
?
»
-
-
«
sì
sì
»
-
-
«
Allora
fate
»
e
con
ammirazione
vidi
i
bambini
rapidamente
scegliere
ciascuno
un
'
azione
ed
eseguirla
puntualmente
;
una
grande
attività
,
una
movimentazione
di
nuovo
genere
nacque
allora
nella
sala
:
chi
chiudeva
gli
scuri
e
li
riapriva
;
chi
faceva
correre
i
proprî
compagni
,
chi
li
faceva
cantare
,
chi
andava
a
scrivere
,
chi
a
prendere
oggetti
nella
credenza
.
La
sorpresa
,
la
curiosità
,
provocò
un
silenzio
generale
,
e
lo
spettacolo
si
svolse
tra
la
più
intensa
commozione
.
Sembrava
che
una
forza
magica
fosse
partita
da
me
,
stimolando
un
'
attività
prima
sconosciuta
:
quella
magia
era
il
linguaggio
grafico
,
la
più
grande
conquista
della
civiltà
.
Come
i
fanciulli
ne
compresero
l
'
importanza
!
alla
mia
uscita
,
mi
vennero
intorno
con
manifestazioni
di
riconoscenza
e
d
'
amore
,
dicendomi
«
grazie
!
grazie
!
della
lezione
»
.
Essi
avevano
fatto
un
gran
passo
:
erano
saliti
dal
meccanismo
,
allo
spirito
della
lettura
.
Oggi
questo
,
che
è
il
preferito
tra
tutti
i
giuochi
,
si
svolge
così
:
viene
prima
stabilito
il
silenzio
profondo
;
quindi
è
presentata
una
scatola
contenente
dei
cartellini
ripiegati
,
ove
è
scritta
una
lunga
frase
descrivente
un
'
azione
.
Tutti
i
bambini
che
sanno
leggere
,
vengono
a
estrarre
a
sorte
un
cartellino
:
leggono
mentalmente
una
o
più
volte
,
finché
sono
sicuri
di
aver
compreso
bene
-
-
quindi
restituiscono
alla
direttrice
il
cartellino
aperto
-
-
e
si
mettono
all
'
azione
.
Poiché
molte
di
queste
implicano
l
'
intervento
di
altri
compagni
che
non
sanno
leggere
,
e
molte
conducono
a
utilizzare
gli
oggetti
o
a
spostarli
,
nasce
un
movimento
generale
-
-
che
si
svolge
con
un
ordine
meraviglioso
;
mentre
l
'
alto
silenzio
va
interrompendosi
solo
per
lo
scalpicciare
sommesso
dei
piedini
che
corrono
leggermente
e
per
le
voci
che
intonano
dei
canti
;
inaspettata
rivelazione
di
una
disciplina
spontanea
,
perfetta
.
L
'
esperienza
ci
ha
dimostrato
che
la
composizione
deve
precedere
la
lettura
logica
,
come
la
scrittura
precede
la
lettura
delle
parole
.
E
che
la
lettura
donde
occorre
ricavare
un
senso
,
deve
essere
mentale
e
non
vocale
.
Infatti
la
lettura
ad
alta
voce
implica
l
'
esercizio
dei
due
meccanismi
del
linguaggio
:
-
-
articolato
e
grafico
-
-
e
ren
de
quindi
più
complesso
il
lavoro
.
Chi
non
sa
che
un
adulto
,
il
quale
debba
leggere
forte
un
brano
,
in
pubblico
,
vi
si
prepara
cominciando
col
comprenderlo
alla
lettura
mentale
?
e
che
la
lettura
ad
alta
voce
è
tra
le
azioni
intellettuali
più
difficili
?
I
bambini
,
dunque
,
che
principiano
a
leggere
onde
interpretare
il
pensiero
,
devono
leggere
mentalmente
.
Il
linguaggio
grafico
,
quando
salisce
al
pensiero
logico
,
deve
isolarsi
da
quello
articolato
.
Infatti
esso
rappresenta
il
linguaggio
che
trasmette
il
pensiero
a
distanza
,
mentre
i
sensi
e
i
meccanismi
muscolari
tacciono
:
linguaggio
spiritualizzato
,
che
mette
in
comunicazione
gli
uomini
di
tutta
la
terra
.
L
'
educazione
avendo
raggiunto
un
tale
livello
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
,
per
logica
conseguenza
tutto
l
'
ordine
della
scuola
elementare
dovrebbe
essere
mutato
.
Come
riformare
le
prime
classi
elementari
,
continuando
eventualmente
in
esse
i
nostri
metodi
,
ecco
una
gran
questione
che
non
è
qui
il
caso
di
esaminare
;
basti
però
dire
che
la
prima
elementare
sarebbe
completamente
abolita
dalla
nostra
educazione
infantile
,
che
la
include
.
Le
elementari
di
un
tempo
avvenire
dovrebbero
dunque
accogliere
bambini
come
i
nostri
,
che
sanno
già
bastare
a
se
stessi
,
sanno
vestirsi
,
spogliarsi
,
lavarsi
,
conoscono
le
regole
della
buona
condotta
civile
,
e
sono
sovranamente
disciplinati
pur
essendosi
o
,
anzi
credo
poterlo
affermare
,
per
essersi
svolti
nella
libertà
.
I
quali
,
oltre
a
un
linguaggio
articolato
sviluppato
completamente
e
senza
difetti
,
posseggono
pure
il
linguaggio
grafico
elementare
,
che
principiò
ad
innalzarsi
verso
il
linguaggio
logico
.
Che
parlano
pronunciando
bene
,
e
scrivono
in
calligrafia
,
e
sono
pieni
di
grazia
nelle
movenze
,
cioè
rappresentano
una
umanità
cresciuta
nel
culto
della
bellezza
.
Infanzia
di
una
umanità
conquistatrice
:
poiché
essi
sono
osservatori
intelligenti
e
pazienti
dell
'
ambiente
e
portano
come
forma
di
libertà
intellettuale
,
il
ragionamento
spontaneo
.
Per
simili
bambini
dovrebbe
fondarsi
una
scuola
elementare
degna
di
accoglierli
e
di
guidarli
nell
'
ulteriore
cammino
della
vita
e
della
civiltà
,
sugli
stessi
principî
educativi
di
rispetto
alla
libertà
e
alle
manifestazioni
spontanee
del
fanciullo
:
principî
che
formarono
la
personalità
di
questi
piccoli
uomini
.
(
Scrittura
di
una
bambina
di
cinque
anni
)
IL
LINGUAGGIO
NEL
FANCIULLO
Il
linguaggio
grafico
,
comprendendo
in
sé
la
dettatura
e
la
lettura
contiene
il
linguaggio
articolato
nel
suo
completo
meccanismo
,
(
vie
uditive
,
vie
centrali
,
vie
motrici
)
;
e
,
nel
modo
di
sviluppo
provocato
col
mio
metodo
,
si
basa
essenzialmente
sul
linguaggio
articolato
.
Il
linguaggio
grafico
perciò
si
può
considerare
sotto
un
duplice
punto
di
vista
:
a
)
quello
della
conquista
di
un
nuovo
linguaggio
d
'
eminente
importanza
sociale
,
che
si
somma
al
linguaggio
articolato
dell
'
uomo
naturale
;
e
questo
è
il
significato
culturale
,
che
comunemente
si
dà
al
linguaggio
grafico
,
il
quale
perciò
viene
insegnato
nelle
scuole
senza
alcuna
considerazione
ai
suoi
rapporti
col
linguaggio
parlato
ma
col
solo
intento
di
offrire
all
'
uomo
sociale
un
mezzo
necessario
nei
rapporti
con
l
'
ambiente
;
b
)
quello
invece
dei
rapporti
tra
il
linguaggio
grafico
e
il
linguaggio
articolato
e
in
essi
di
una
eventuale
possibilità
di
utilizzare
il
linguaggio
scritto
a
perfezionare
quello
parlato
:
considerazione
nuova
sulla
quale
voglio
insistere
,
e
che
dà
al
linguaggio
grafico
una
importanza
fisiologica
.
Inoltre
,
come
il
linguaggio
parlato
è
insieme
una
funzione
naturale
dell
'
uomo
e
un
mezzo
ch
'
egli
utilizza
a
scopi
sociali
,
-
-
così
quello
scritto
può
venire
considerato
in
se
stesso
,
nella
sua
formazione
,
come
un
insieme
organico
di
nuovi
meccanismi
che
si
stabiliscono
nel
sistema
nervoso
,
e
come
mezzo
utilizzabile
a
scopi
sociali
.
Infine
si
tratta
di
dare
al
linguaggio
scritto
,
oltre
che
una
importanza
fisiologica
,
anche
un
periodo
di
sviluppo
indipendente
dagli
alti
uffici
,
che
è
destinato
a
compiere
più
tardi
.
Io
credo
che
il
linguaggio
grafico
sia
irto
di
difficoltà
nei
suoi
inizî
,
non
solo
perché
si
è
fino
ad
oggi
insegnato
con
metodi
irrazionali
:
ma
perché
abbiamo
voluto
fargli
compiere
,
appena
acquisito
,
le
funzioni
elevate
di
insegnare
la
lingua
scritta
,
fissata
da
secoli
di
perfezionamento
in
un
popolo
civile
.
Pensiamo
alla
irrazionalità
del
metodo
:
noi
avevamo
analizzato
i
segni
grafici
,
anziché
gli
atti
fisiologici
necessarî
a
produrre
i
segni
alfabetici
;
senza
pensare
che
qualunque
segno
grafico
è
difficile
a
compiere
,
perché
le
rappresentazioni
visive
dei
segni
,
non
hanno
un
collegamento
ereditario
con
quelle
motrici
della
loro
esecuzione
,
come
p
.
es
.
lo
hanno
quelle
uditive
della
parola
coi
meccanismi
motori
del
linguaggio
articolato
;
ed
è
quindi
sempre
una
difficoltà
provocare
un
'
azione
eccitomotrice
,
senza
che
sia
già
costituito
al
suo
arrivo
,
il
movimento
.
L
'
idea
non
può
direttamente
agire
sui
nervi
motori
,
tanto
più
quando
l
'
idea
stessa
è
incompleta
e
incapace
di
suscitare
un
sentimento
che
ecciti
la
volontà
.
Così
p
.
es
.
l
'
analisi
fatta
della
scrittura
in
bastoncelli
e
curve
,
ha
condotto
a
presentare
al
fanciullo
un
segno
senza
significato
,
che
quindi
non
lo
interessa
e
la
cui
rappresentazione
è
incapace
di
determinare
un
impulso
motore
spontaneo
.
L
'
atto
preteso
costituiva
dunque
uno
sforzo
della
volontà
,
che
si
traduceva
nel
fanciullo
in
rapida
stanchezza
,
sotto
forma
di
noia
e
di
sofferenza
.
A
tale
sforzo
veniva
aggiunto
quello
di
costituire
contemporaneamente
le
associazioni
muscolari
,
coordinanti
il
movimento
necessario
alla
tenuta
e
al
maneggio
dell
'
istrumento
di
scrittura
.
Un
insieme
di
sentimenti
depressivi
accompagnava
tali
sforzi
conducenti
a
produrre
segni
imperfetti
ed
errati
,
che
i
maestri
dovevano
correggere
,
deprimendo
ancor
più
il
sentimento
del
bambino
col
rilievo
costante
dell
'
er
rore
e
dell
'
imperfezione
dei
segni
tracciati
.
Così
mentre
il
bambino
veniva
spinto
ad
esercitare
uno
sforzo
,
l
'
educatore
deprimeva
anziché
ravvivare
le
sue
forze
psichiche
.
Sebbene
si
eseguisse
un
cammino
così
sbagliato
,
tuttavia
il
linguaggio
grafico
,
tanto
penosamente
appreso
,
doveva
subito
essere
utilizzato
a
scopi
sociali
;
e
,
ancora
imperfetto
e
immaturo
,
si
faceva
servire
alla
costruzione
sintattica
della
lingua
,
e
all
'
espressione
ideale
dei
centri
psichici
superiori
.
Si
pensi
che
in
natura
il
linguaggio
parlato
si
forma
gradualmente
;
ed
è
già
stabilito
in
parole
quando
i
centri
psichici
superiori
utilizzeranno
queste
parole
in
ciò
che
il
Kussmaul
chiama
dictorium
,
cioè
la
formazione
grammaticale
sintattica
del
linguaggio
,
necessaria
all
'
espressione
di
idee
complesse
;
cioè
nel
linguaggio
della
mente
logica
.
Infine
il
meccanismo
del
linguaggio
deve
preesistere
alle
alte
attività
psichiche
che
dovranno
utilizzarlo
.
Ci
sono
perciò
due
periodi
nello
sviluppo
del
linguaggio
:
uno
inferiore
che
prepara
le
vie
nervose
e
i
meccanismi
centrali
che
dovranno
mettere
in
rapporto
le
vie
sensoriali
con
quelle
motrici
;
e
uno
superiore
,
determinato
dalle
alte
attività
psichiche
,
che
si
esteriorizzano
a
mezzo
dei
preformati
meccanismi
del
linguaggio
.
Così
p
.
es
.
nello
schema
che
dà
Kussmaul
sul
meccanismo
del
linguaggio
articolato
,
bisogna
innanzi
tutto
distinguere
una
specie
di
arco
diastaltico
cerebrale
-
-
rappresentante
il
puro
meccanismo
della
parola
-
-
che
si
stabilisce
nella
prima
formazione
del
linguaggio
parlato
.
Sia
in
O
l
'
orecchio
e
in
L
l
'
insieme
degli
organi
motori
della
parola
,
qui
raffigurato
nella
lingua
,
in
U
il
centro
uditivo
della
parola
,
e
in
M
il
centro
motore
.
Le
vie
OU
ed
ML
sono
vie
periferiche
,
centripeta
la
prima
e
centrifuga
l
'
altra
;
e
la
via
UM
è
via
intercentrale
di
associazione
.
Il
centro
U
,
ove
risiedono
le
immagini
uditive
delle
parole
,
si
può
ancora
suddividere
in
tre
,
come
nel
seguente
schema
,
cioè
:
suoni
(
Su
)
,
sillabe
(
Si
)
e
parole
(
P
)
.
E
che
realmente
possano
formarsi
centri
parziali
pei
suoni
e
le
sillabe
,
lo
starebbe
a
confermare
la
patologia
del
linguaggio
,
ove
in
alcune
forme
di
disfasie
centrosensoriali
,
i
pazienti
non
possono
più
pronunciare
altro
che
suoni
,
ovvero
suoni
e
sillabe
.
Anche
i
piccoli
bambini
sono
in
principio
particolarmente
sensibili
a
semplici
suoni
del
linguaggio
,
coi
quali
infatti
,
specialmente
con
la
s
,
le
madri
li
vezzeggiano
e
richiamano
la
loro
attenzione
,
mentre
più
tardi
il
bambino
è
sensibile
alle
sillabe
,
con
le
quali
pure
la
madre
li
vezzeggia
,
dicendo
:
ba
,
ba
,
punf
,
tuf
!
Infine
è
la
parola
semplice
per
lo
più
bisillabica
,
che
richiama
l
'
attenzione
del
bambino
.
Ma
anche
pei
centri
motori
può
ripetersi
la
stessa
cosa
;
il
bambino
manda
in
principio
suoni
semplici
o
duplici
,
come
p
.
es
.
bl
,
gl
,
ch
,
espressione
che
la
madre
saluta
con
teneri
inviti
e
con
festa
;
poi
cominciano
a
manifestarsi
nel
bambino
suoni
nettamente
sillabici
:
ga
,
ba
;
e
,
infine
la
parola
bisillabica
per
lo
più
labiale
mama
,
baba
.
Noi
diciamo
che
si
inizia
il
linguaggio
parlato
nel
bambino
,
allorché
la
parola
da
lui
pronunciata
,
significa
una
idea
:
quando
per
esempio
,
vedendo
la
madre
e
riconoscendola
,
dice
mama
;
e
vedendo
il
cane
dice
tetè
;
e
volendo
mangiare
dice
:
pappa
.
Cioè
riteniamo
iniziato
il
linguaggio
,
quando
esso
si
stabilisce
in
rapporto
a
percezioni
;
mentre
il
linguaggio
stesso
è
ancora
,
nel
suo
meccanismo
psico
motore
,
affatto
rudimentale
.
Cioè
quando
al
disopra
dell
'
arco
diastaltico
,
ove
la
formazione
meccanica
dei
linguaggio
è
ancora
inconscia
-
-
avviene
il
riconoscimento
della
parola
,
così
che
essa
è
percepita
e
associata
all
'
oggetto
che
rappresenta
,
allora
si
ritiene
iniziato
il
linguaggio
.
In
questo
livello
si
va
poi
perfezionando
il
linguaggio
stesso
,
a
mano
a
mano
che
l
'
udito
percepisce
meglio
i
suoni
componenti
delle
parole
,
e
le
vie
psico
motrici
si
fanno
più
permeabili
all
'
articolazione
.
È
questo
il
primo
stadio
del
linguaggio
parlato
,
che
ha
il
proprio
inizio
e
il
proprio
svolgimento
-
-
conducente
,
a
traverso
le
percezioni
,
a
perfezionare
il
meccanismo
pri
mordiale
del
linguaggio
stesso
:
e
in
questo
stadio
viene
appunto
a
stabilirsi
ciò
che
noi
chiamiamo
linguaggio
articolato
che
sarà
poi
il
mezzo
di
cui
disporrà
l
'
uomo
per
esprimere
i
proprî
pensieri
-
-
e
che
l
'
uomo
potrà
ben
difficilmente
perfezionare
o
correggere
,
allorquando
si
sarà
stabilito
:
infatti
talvolta
l
'
alta
coltura
si
accompagna
a
un
linguaggio
articolato
imperfetto
,
che
impedisce
l
'
espressione
estetica
del
proprio
pensiero
.
Lo
sviluppo
del
linguaggio
articolato
avviene
nel
periodo
di
tempo
,
che
decorre
tra
due
e
sette
anni
d
'
età
:
età
delle
percezioni
,
in
cui
l
'
attenzione
del
bambino
è
spontaneamente
rivolta
agli
oggetti
esterni
,
e
la
memoria
è
particolarmente
tenace
.
Età
pure
della
motilità
-
-
ove
tutte
le
vie
psico
motrici
si
fanno
permeabili
;
e
i
meccanismi
muscolari
si
stabiliscono
.
In
questa
epoca
della
vita
,
pei
misteriosi
legami
tra
le
vie
uditrici
e
le
motrici
del
linguaggio
parlato
,
sembra
che
le
percezioni
uditive
abbiano
il
diretto
potere
di
provocare
i
complicati
movimenti
del
linguaggio
articolato
,
che
si
svolgono
istintivamente
dietro
tali
stimoli
,
come
risvegliandosi
dal
sonno
dell
'
eredità
.
È
ben
noto
che
solo
in
questa
età
è
possibile
acquistare
tutte
le
caratteristiche
modulazioni
di
un
linguaggio
,
che
invano
si
tenterebbe
di
stabilire
più
tardi
.
La
lingua
materna
sola
è
pronunciata
bene
,
perché
si
stabilì
nell
'
epoca
infantile
;
e
l
'
adulto
che
impara
a
parlare
una
nuova
lingua
,
deve
portarvi
le
imperfezioni
caratteristiche
al
linguaggio
dello
straniero
:
solo
i
bambini
che
nell
'
età
infantile
,
cioè
al
disotto
di
sette
anni
,
apprendono
contemporaneamente
più
lingue
,
possono
percepirne
e
riprodurne
tutte
le
caratteristiche
modalità
di
accento
e
di
pronuncia
.
Così
pure
i
difetti
acquisiti
nell
'
età
infantile
,
come
quelli
dialettali
,
o
quelli
stabiliti
da
cattive
abitudini
,
diventano
indelebili
nell
'
adulto
.
Ciò
che
si
sviluppa
più
tardi
,
il
linguaggio
superiore
,
il
dictorium
,
non
ha
più
le
sue
origini
nel
meccanismo
del
linguaggio
,
ma
nello
sviluppo
intellettuale
,
che
del
linguaggio
meccanico
si
serve
.
Come
il
linguaggio
articolato
si
sviluppa
esercitandone
i
meccanismi
e
si
arricchisce
con
le
percezioni
,
il
dictorium
si
sviluppa
con
la
sintassi
e
si
arricchisce
con
la
coltura
intellettuale
.
Riprendendo
lo
schema
del
linguaggio
,
vediamo
che
al
disopra
dell
'
arco
delimitante
il
linguaggio
inferiore
,
si
è
stabilito
il
dictorium
,
D
-
-
dal
quale
oramai
partono
gl
'
impulsi
motori
della
parola
che
si
stabilisce
come
lingua
parlata
,
atta
a
manifestare
l
'
ideazione
dell
'
uomo
intelligente
;
essa
si
arricchirà
a
poco
a
poco
con
la
coltura
intellettuale
,
e
si
perfezionerà
con
lo
studio
grammaticale
della
sintassi
.
Fino
ad
ora
,
in
base
ad
un
preconcetto
,
si
è
creduto
che
il
linguaggio
scritto
dovesse
intervenire
solo
nello
sviluppo
del
dictorium
,
come
mezzo
atto
a
procacciare
la
coltura
,
e
a
permettere
l
'
analisi
grammaticale
e
la
costruzione
della
lingua
.
Poiché
le
«
parole
parlate
volano
»
si
ammise
che
la
coltura
intellettuale
potesse
avanzare
solo
con
l
'
aiuto
di
un
linguaggio
stabile
,
oggettivo
,
e
capace
di
essere
analizzato
,
come
è
quello
grafico
.
Ma
perché
noi
,
che
riconoscevamo
il
linguaggio
grafico
prezioso
anzi
indispensabile
mezzo
di
educazione
intellettuale
,
per
la
ragione
che
fissa
le
idee
degli
uomini
e
permette
di
analizzarle
e
di
assimilarle
sui
libri
,
ove
rimangono
indelebilmente
scritte
-
-
come
una
memoria
incancellabile
,
di
parole
perciò
sempre
presenti
,
e
sulle
quali
possiamo
analizzare
la
struttura
sintattica
della
lingua
:
-
-
non
lo
riconosceremo
utile
nel
più
umile
compi
to
,
di
fissare
le
parole
che
rappresentano
percezioni
e
di
analizzarne
i
suoni
componenti
?
Spinti
da
un
pregiudizio
pedagogico
,
noi
non
sappiamo
scindere
l
'
idea
del
linguaggio
grafico
,
da
quella
della
funzione
che
fino
ad
oggi
gli
abbiamo
fatto
esclusivamente
compiere
:
e
ci
sembra
che
insegnando
tale
linguaggio
ai
bambini
ancora
nell
'
età
delle
semplici
percezioni
e
della
motilità
,
si
commetta
un
grave
errore
psicologico
e
pedagogico
.
Ma
spogliamoci
da
questo
pregiudizio
,
e
consideriamo
il
linguaggio
grafico
in
se
stesso
,
ricostruendone
il
meccanismo
psico
fisiologico
.
Esso
è
ben
più
semplice
del
meccanismo
psico
fisiologico
del
linguaggio
articolato
,
e
assai
più
direttamente
accessibile
all
'
educazione
.
Specialmente
la
scrittura
è
di
una
facilità
singolare
.
Infatti
consideriamo
la
scrittura
dettata
:
abbiamo
un
parallelo
perfetto
con
il
linguaggio
parlato
,
poiché
alla
parola
udita
,
deve
corrispondere
un
'
azione
motrice
.
Qui
non
esiste
,
è
vero
,
il
misterioso
rapporto
ereditario
tra
la
parola
udita
e
la
parola
articolata
:
ma
i
movimenti
della
scrittura
sono
assai
più
semplici
di
quelli
necessarî
alla
parola
parlata
,
e
vengono
compiuti
da
muscoli
grossolani
,
tutti
esterni
,
sui
quali
possiamo
direttamente
agire
,
rendendo
permeabili
le
vie
motrici
,
e
stabilendo
dei
meccanismi
psico
muscolari
.
Così
infatti
si
fa
col
mio
metodo
,
che
prepara
direttamente
i
movimenti
;
onde
l
'
impulso
psicomotore
della
parola
udita
trova
le
vie
motrici
già
stabilite
,
e
si
esplica
nell
'
atto
della
scrittura
come
una
esplosione
.
La
difficoltà
vera
è
nell
'
interpretazione
del
segno
grafico
:
ma
dobbiamo
pensare
che
ci
troviamo
nell
'
età
delle
percezioni
,
ove
le
sensazioni
e
la
memoria
,
come
le
associazioni
primitive
,
sono
appunto
in
caratteristica
espansione
di
sviluppo
naturale
.
Inoltre
i
nostri
bambini
sono
già
preparati
da
varî
esercizi
dei
sensi
,
e
da
metodica
costruzione
di
idee
e
di
associazioni
psichiche
,
a
percepire
i
segni
grafici
;
come
un
patrimonio
di
idee
percettive
,
offre
materiale
al
linguaggio
in
via
di
sviluppo
.
Il
bambino
che
riconosce
il
triangolo
e
lo
chiama
triangolo
,
può
riconoscere
una
esse
e
denominarla
col
suono
S
.
Questo
è
ovvio
.
Non
parliamo
di
precocità
d
'
insegnamento
:
spogliandoci
dei
pregiudizi
,
rimettiamoci
all
'
esperienza
,
che
dimostra
come
infatti
i
bambini
procedono
senza
sforzo
,
anzi
con
manifestazioni
evidenti
di
piacere
al
riconoscimento
dei
segni
grafici
presentati
come
oggetti
.
E
ciò
premesso
,
consideriamo
i
rapporti
tra
i
meccanismi
dei
due
linguaggi
.
Il
bambino
di
tre
o
quattro
anni
,
ha
già
da
tempo
iniziato
il
linguaggio
articolato
,
secondo
il
nostro
schema
.
Ma
egli
si
trova
appunto
nel
periodo
in
cui
il
meccanismo
del
linguaggio
articolato
si
perfeziona
;
periodo
contemporaneo
a
quello
in
cui
egli
conquista
un
contenuto
del
linguaggio
,
col
patrimonio
delle
percezioni
.
Le
parole
che
pronuncia
,
il
bambino
non
le
ha
forse
udite
perfettamente
in
tutti
i
loro
suoni
componenti
;
e
,
se
le
ha
udite
perfettamente
esse
possono
essere
state
pronunciate
male
,
quindi
possono
aver
lasciato
una
erronea
percezione
uditiva
.
Sarebbe
bene
che
il
bambino
,
esercitando
le
vie
motrici
del
linguaggio
articolato
,
stabilisse
esattamente
i
movimenti
necessarî
ad
una
articolazione
perfetta
prima
che
,
fissatisi
dei
meccanismi
errati
-
-
e
passata
l
'
età
dei
facili
adattamenti
motori
-
-
divengano
incorreggibili
i
difetti
.
A
tal
uopo
è
necessaria
l
'
analisi
della
parola
.
Come
noi
,
volendo
perfezionare
la
lingua
,
prima
avviamo
i
fan
ciulli
alla
composizione
e
poi
passiamo
allo
studio
grammaticale
;
e
volendo
perfezionare
lo
stile
prima
insegniamo
a
scrivere
grammaticalmente
,
e
poi
veniamo
all
'
analisi
della
stilistica
-
-
così
volendo
perfezionare
la
parola
è
prima
necessario
che
la
parola
esista
-
-
e
poi
è
opportuno
discendere
alla
sua
analisi
.
Quando
dunque
il
bambino
parla
-
-
prima
però
che
sia
completato
lo
sviluppo
della
parola
che
la
rende
fissa
in
meccanismi
già
stabiliti
-
-
conviene
analizzare
la
parola
onde
perfezionarla
.
Ebbene
,
come
la
grammatica
e
la
stilistica
non
sono
possibili
col
linguaggio
parlato
,
ma
è
necessario
ricorrere
a
quello
scritto
,
che
tiene
presente
innanzi
agli
occhi
il
discorso
da
analizzare
,
così
è
della
parola
.
L
'
analisi
di
ciò
che
fugge
non
può
farsi
.
Bisogna
materiare
e
rendere
stabile
il
linguaggio
.
Ecco
la
necessità
della
parola
scritta
,
o
rappresentata
da
segni
grafici
.
Nel
terzo
tempo
del
mio
metodo
per
la
scrittura
,
cioè
la
composizione
della
parola
,
è
inclusa
appunto
l
'
analisi
della
parola
non
solo
nei
segni
,
ma
nei
suoi
componenti
;
i
segni
rappresentandone
la
traduzione
.
Il
bambino
cioè
scompone
la
parola
udita
,
-
-
e
che
egli
percepisce
interamente
come
parola
,
conoscendone
pure
il
significato
-
-
nei
suoni
e
sillabe
.
Si
osservi
il
seguente
diagramma
,
che
rappresenta
l
'
intreccio
dei
due
meccanismi
per
la
scrittura
e
pel
linguaggio
articolato
.
Mentre
nello
sviluppo
del
linguaggio
parlato
il
suono
componente
la
parola
poteva
essere
imperfettamente
percepito
-
-
ora
,
nell
'
insegnamento
del
segno
grafico
corrispondente
al
suono
-
-
e
che
consiste
nel
presentare
una
lettera
smerigliata
,
nominarla
spiccatamente
e
farla
vedere
e
toccare
-
-
non
solo
si
fissa
chiaramente
la
percezione
del
suono
udito
,
isolatamente
e
in
modo
chiaro
-
-
ma
tale
percezione
viene
associata
ad
altre
due
:
quella
centro
motrice
e
quella
centrovisiva
del
segno
scritto
.
Le
vie
periferiche
sono
segnate
in
grosso
;
le
vie
centrali
di
associazione
sono
punteggiate
;
e
quelle
riferentesi
ad
associazioni
in
rapporto
allo
sviluppo
della
parola
udita
,
sono
in
fino
.
O
orecchio
:
Su
centro
uditivo
dei
suoni
;
Si
centro
uditivo
delle
sillabe
;
P
centro
uditivo
della
parola
;
M
contro
motore
della
parola
articolata
;
L
organi
esterni
del
linguaggio
articolato
(
lingua
)
;
Ma
organi
esterni
della
scrittura
(
mano
)
;
CM
centro
motore
della
scrittura
;
CV
centro
visivo
dei
segni
grafici
;
V
organo
della
vista
Il
triangolo
CV
,
CM
,
Su
rappresenta
l
'
associazione
di
tre
sensazioni
in
rapporto
con
l
'
analisi
della
parola
.
Quando
al
bambino
si
presenta
la
lettera
,
e
si
fa
toccare
e
vedere
,
mentre
si
nomina
agiscono
le
vie
centripete
O
,
Su
;
Ma
,
CM
,
Su
;
V
,
CV
,
Su
:
e
quando
si
fa
nomina
re
la
lettera
al
bambino
,
sola
o
accompagnata
da
vocale
,
lo
stimolo
esterno
agisce
in
V
e
percorre
le
vie
V
,
CV
;
Su
;
M
;
L
;
e
l
'
altra
V
,
CV
,
Su
,
Si
,
M
,
L
.
Stabilitesi
queste
vie
di
associazione
,
presentando
stimoli
visivi
nel
segno
grafico
,
possono
provocarsi
i
movi
menti
corrispondenti
del
linguaggio
articolato
,
e
studiarli
ad
uno
ad
uno
nei
loro
difetti
;
mentre
,
mantenendo
lo
stimolo
visivo
del
segno
grafico
,
che
provoca
l
'
articolazione
e
accompagnandolo
con
quello
uditivo
del
suono
corrispondente
emesso
dall
'
educatore
,
si
può
perfezionarne
l
'
articolazione
,
che
è
,
per
condizioni
innate
,
collegata
alla
parola
udita
;
cioè
nel
corso
della
pronuncia
provocata
dallo
stimolo
visivo
,
e
durante
la
ripetizione
dei
movimenti
relativi
degli
organi
del
linguaggio
,
lo
stimolo
uditivo
che
si
intercala
nell
'
esercizio
,
concorre
a
perfezionare
la
pronuncia
dei
suoni
isolati
o
sillabici
,
componenti
la
parola
parlata
.
Allorché
poi
il
bambino
scrive
sotto
dettato
,
traducendo
in
segni
i
suoni
della
parola
,
egli
analizza
la
parola
udita
nei
singoli
suoni
,
traducendoli
in
movimenti
grafici
a
traverso
vie
già
rese
permeabili
dalle
corrispondenti
sensazioni
muscolari
.
Difetti
del
linguaggio
dovuti
a
mancanza
di
educazione
I
difetti
e
le
imperfezioni
del
linguaggio
sono
in
parte
dovuti
a
cause
organiche
,
consistenti
in
malformazioni
o
in
alterazioni
patologiche
del
sistema
nervoso
;
ma
in
parte
sono
collegati
a
difetti
funzionali
acquisiti
nell
'
epoca
della
formazione
del
linguaggio
,
e
consistono
in
una
errata
pronuncia
dei
suoni
componenti
la
parola
parlata
.
Tali
errori
sono
acquisiti
dal
bambino
,
che
sente
pronunciare
la
parola
imperfettamente
:
ossia
che
sente
a
parlare
male
.
Gli
accenti
dialettali
entrano
in
questa
categoria
:
ma
anche
vi
entrano
abitudini
viziose
,
che
fanno
persistere
nel
bambino
i
difetti
naturali
del
linguaggio
articolato
infantile
;
o
che
provocano
in
lui
,
per
imitazione
,
i
difetti
del
linguaggio
proprii
di
persone
che
lo
circondarono
nell
'
età
infantile
.
I
difetti
normali
del
linguaggio
infantile
,
sono
dovuti
a
che
i
complicati
apparecchi
muscolari
degli
organi
del
linguaggio
articolato
,
non
funzionano
ancora
bene
,
quindi
non
sono
capaci
di
riprodurre
il
suono
,
che
fu
stimolo
sensoriale
di
tale
movimento
innato
.
L
'
associazione
dei
movimenti
necessarî
all
'
articolazione
della
parola
parlata
,
si
stabilisce
a
poco
a
poco
.
Ne
risulta
un
linguaggio
di
parole
a
suoni
imperfetti
e
spesso
mancanti
(
quindi
parole
incomplete
)
.
Tali
difetti
si
raggruppano
sotto
il
nome
di
blesità
e
sono
sopratutto
dovuti
a
che
il
bambino
non
è
ancora
capace
di
dirigere
i
movimenti
della
lingua
.
Essi
comprendono
principalmente
:
il
sigmatismo
o
imperfetta
pronuncia
della
s
:
il
rotacismo
o
imperfetta
pronuncia
della
r
;
il
labdacismo
o
difettosa
pronuncia
della
l
;
il
gammacismo
o
difettosa
pronuncia
del
g
;
lo
jotacismo
difettosa
pronuncia
delle
gutturali
;
la
mogilalia
imperfetta
pronuncia
delle
labiali
,
e
,
secondo
alcuni
autori
,
come
il
Preyer
,
deve
considerarsi
mogilalia
anche
la
soppressione
del
primo
suono
della
parola
.
Alcuni
difetti
di
pronuncia
riguardanti
così
l
'
emissione
dei
suoni
vocali
,
come
di
quelli
consonanti
,
sono
dovuti
a
che
il
bambino
riproduce
perfettamente
suoni
imperfetti
uditi
.
Nel
primo
caso
,
quindi
,
si
tratta
di
insufficienze
funzionali
dell
'
organo
motore
periferico
e
quindi
delle
vie
nervose
,
e
la
causa
risiede
nell
'
individuo
;
nel
secondo
caso
invece
l
'
errore
è
provocato
dallo
stimolo
uditivo
e
la
causa
risiede
nell
'
ambiente
.
Tali
difetti
persistono
spesso
,
comunque
attenuati
,
nel
ragazzo
e
nell
'
adulto
:
e
producono
definitivamente
un
linguaggio
errato
,
al
quale
poi
saranno
congiunti
,
nella
scrittura
,
errori
ortografici
,
come
p
.
es
.
gli
errori
ortografici
dialettali
.
Se
si
pensa
al
fascino
della
parola
umana
,
indubbiamente
risalta
l
'
inferiorità
di
chi
non
possiede
un
corretto
linguaggio
parlato
e
non
potrà
immaginarsi
un
concetto
estetico
nell
'
educazione
,
senza
che
speciali
cure
debbano
essere
rivolte
a
perfezionare
il
linguaggio
articolato
.
Benché
i
greci
avessero
trasmesso
a
Roma
l
'
arte
di
educare
il
linguaggio
,
tale
uso
non
venne
ripreso
dall
'
Umanesimo
,
che
curò
più
l
'
estetica
dell
'
ambiente
e
la
reviviscenza
di
opere
artistiche
,
anziché
il
perfezionamento
dell
'
uomo
.
Oggi
comincia
appena
a
introdursi
l
'
uso
di
correggere
,
con
metodi
pedagogici
,
i
difetti
gravi
del
linguaggio
,
come
la
balbuzie
;
ma
ancora
non
è
penetrata
nella
nostra
scuola
l
'
idea
della
ginnastica
del
linguaggio
tendente
al
suo
perfezionamento
,
come
metodo
universale
;
e
come
dettaglio
della
grande
opera
del
perfezionamento
estetico
dell
'
uomo
.
Alcuni
maestri
di
sordomuti
e
intelligenti
cultori
di
ortofonia
,
tentano
oggi
,
con
iscarso
successo
pratico
,
d
'
introdurre
nelle
scuole
elementari
la
correzione
delle
varie
forme
di
blesità
:
dietro
studi
statistici
,
che
dimostrarono
la
gran
diffusione
di
tali
difetti
negli
scolari
.
Gli
esercizî
consistono
essenzialmente
in
cure
di
silenzio
,
che
mettono
in
calma
e
procurano
il
riposo
agli
organi
del
linguaggio
;
e
in
ripetizioni
pazienti
dei
singoli
suoni
vocali
e
consonanti
:
a
tali
esercizi
si
unisce
ancora
la
ginnastica
respiratoria
.
Non
è
qui
il
luogo
di
descrivere
particolareggiatamente
le
modalità
di
tali
esercizî
,
che
sono
lunghi
e
pazientissimi
,
e
affatto
discordanti
con
gli
insegnamenti
della
scuola
.
Ma
nei
miei
metodi
rientrano
tutti
gli
esercizi
per
la
correzione
del
linguaggio
:
a
)
gli
esercizi
del
silenzio
,
che
preparano
le
vie
nervose
del
linguaggio
a
ricevere
perfettamente
nuovi
stimoli
;
b
)
i
tempi
delle
lezioni
,
che
consistono
prima
nella
pronuncia
spiccata
e
chiara
,
da
parte
dell
'
educatrice
,
di
poche
parole
(
e
specialmente
dei
nomi
che
vogliono
associarsi
all
'
idea
concreta
)
,
e
con
ciò
s
'
inviano
stimoli
uditivi
del
linguaggio
chiari
,
perfetti
;
stimoli
che
sono
ripetuti
dall
'
educatrice
,
allorché
il
bambino
ha
perce
pito
l
'
idea
dell
'
oggetto
che
la
parola
rappresenta
(
riconoscimento
dell
'
oggetto
)
,
all
'
enunciazione
del
nome
;
infine
nella
provocazione
del
linguaggio
articolato
da
parte
del
bambino
,
il
quale
deve
ripetere
quella
sola
parola
ad
alta
voce
e
pronunciandone
i
singoli
suoni
;
c
)
gli
esercizî
del
linguaggio
grafico
,
che
analizzano
i
suoni
della
parola
e
li
fanno
singolarmente
ripetere
in
più
modi
:
cioè
quando
il
bambino
impara
le
singole
lettere
dell
'
alfabeto
,
e
quando
compone
o
scrive
parole
,
ripetendone
i
suoni
,
che
singolarmente
traduce
nella
parola
composta
o
scritta
;
d
)
gli
esercizi
ginnastici
,
che
comprendono
,
come
vedemmo
,
così
gli
esercizi
respiratori
come
quelli
dell
'
articolazio
ne
(
pag
.
106
)
.
Io
credo
che
nelle
scuole
avvenire
scomparirà
il
concetto
che
sta
per
nascere
oggi
,
di
«
correggere
nelle
scuole
elementari
»
i
difetti
del
linguaggio
;
e
sarà
sostituito
dall
'
altro
più
razionale
,
di
evitarli
,
curando
lo
sviluppo
del
linguaggio
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
;
cioè
nell
'
età
stessa
in
cui
il
linguaggio
si
stabilisce
nei
fanciulli
.
INSEGNAMENTO
DELLA
NUMERAZIONE
E
AVVIAMENTO
ALL
'
ARITMETICA
Già
i
bambini
di
tre
anni
sanno
contare
fino
a
due
e
tre
,
quando
si
presentano
alla
scuola
.
Eppoi
apprendono
molto
facilmente
la
numerazione
,
che
consiste
nel
contare
gli
oggetti
.
Mille
mezzi
diversi
servono
all
'
uopo
e
la
vita
pratica
stessa
li
presenta
,
allorché
nel
linguaggio
comune
si
dice
:
«
al
grembiale
mancano
due
bottoni
»
-
-
«
occorrono
altri
tre
piatti
»
ecc
.
Uno
dei
primi
mezzi
che
io
pratico
per
la
numerazione
è
quello
della
moneta
:
mi
procuro
monete
nuove
-
-
e
se
potessi
,
ne
farei
fabbricare
moltissime
in
cartone
ricoperte
in
guisa
che
simulassero
il
rame
e
l
'
argento
-
-
e
riproducessero
in
tutto
:
dimensioni
e
istoriazioni
,
le
monete
in
uso
.
A
Londra
c
'
è
una
fabbricazione
di
simili
monete
,
che
si
adoperano
nelle
classi
aggiunte
pei
fanciulli
deficienti
.
Il
cambio
della
moneta
è
la
prima
forma
di
numerazione
abbastanza
attraente
,
per
richiamare
in
modo
vivo
l
'
attenzione
del
bambino
.
Presento
pezzi
da
uno
,
da
due
e
da
quattro
soldi
;
e
con
tal
mezzo
faccio
in
breve
apprendere
la
numerazione
fino
a
dieci
.
Nessun
insegnamento
è
più
pratico
,
che
quello
tendente
a
far
conoscere
le
monete
in
corso
;
e
nessun
esercizio
più
utile
,
che
quello
del
cambio
della
moneta
.
Inoltre
esso
ha
tali
rapporti
con
la
vita
pratica
,
che
interessa
in
sommo
grado
tutti
i
fanciulli
.
Dopo
aver
insegnato
in
modo
empirico
la
numerazione
,
passo
a
esercizî
metodici
,
avendo
come
materiale
didattico
uno
dei
sistemi
,
già
usato
nell
'
educazione
dei
sensi
-
-
cioè
la
serie
delle
dieci
aste
per
le
lunghezze
-
-
la
più
corta
delle
quali
corrisponde
a
un
decimetro
e
la
più
lunga
a
un
metro
,
mentre
le
aste
da
due
a
dieci
decimetri
so
no
suddivise
nei
decimetri
componenti
,
a
mezzo
di
due
colori
alternantisi
:
rosso
e
turchino
.
Un
giorno
che
i
bambini
hanno
collocato
le
aste
giustapponendole
in
ordine
di
lunghezza
,
si
fanno
contare
i
segni
rosso
e
turchino
,
cominciando
dal
pezzo
più
piccolo
,
cioè
:
uno
;
uno
e
due
;
uno
due
e
tre
;
ecc
.
sempre
ricominciando
dall
'
uno
per
ogni
pezzo
,
a
partire
dal
lato
A
.
In
seguito
si
fanno
nominare
le
singole
aste
dalla
più
corta
alla
più
lunga
,
secondo
il
numero
totale
di
pezzi
che
contiene
-
-
toccandone
col
dito
gli
estremi
dal
lato
B
,
che
vanno
crescendo
a
scala
-
-
e
ne
risulta
la
stessa
numerazione
del
pezzo
più
lungo
:
1
,
2
,
3
,
4
,
5
,
6
,
7
,
8
,
9
,
10
.
Volendo
poi
conoscere
la
quantità
delle
aste
,
si
contano
dal
lato
A
e
risulta
la
stessa
numerazione
:
1
,
2
,
3
,
4
,
5
,
6
,
7
,
8
,
9
,
10
.
Questa
corrispondenza
del
10
dai
tre
lati
,
si
fa
verificare
dal
bambino
,
che
ripete
più
volte
l
'
esercizio
anche
spontaneamente
,
poiché
lo
interessa
.
Oramai
agli
esercizî
sensoriali
di
riconoscimento
dei
pezzi
più
lunghi
,
più
corti
,
si
uniranno
quelli
della
nu
merazione
:
gettati
in
terra
,
o
mescolati
sopra
un
tavolo
i
pezzi
,
la
direttrice
ne
sceglie
uno
e
,
oltre
a
farlo
semplicemente
vedere
al
bambino
,
ne
fa
contare
i
segmenti
:
es
.
cinque
.
Quindi
chiede
al
bambino
:
dammi
quello
subito
più
lungo
;
il
bambino
sceglie
a
occhio
e
la
direttrice
fa
verificare
se
il
bambino
ha
indovinato
,
anziché
confrontando
le
lunghezze
,
contando
i
pezzi
.
Tali
esercizî
possono
ripetersi
a
lungo
;
ed
essi
attribuiscono
poi
un
nome
proprio
a
tutti
i
pezzi
della
scala
,
che
si
chiameranno
d
'
ora
innanzi
il
pezzo
da
uno
;
il
pezzo
da
due
;
il
pezzo
da
tre
;
il
pezzo
da
quattro
,
ecc
.
;
e
infine
,
per
brevità
di
linguaggio
,
finiranno
col
chiamarsi
maneggiandoli
:
l
'
uno
,
il
due
,
il
tre
,
il
quattro
,
ecc
.
I
numeri
nel
segno
grafico
che
li
rappresenta
A
questo
punto
,
se
il
bambino
sa
già
scrivere
,
si
presentano
le
cifre
sui
cartoncini
smerigliati
,
con
lo
stesso
metodo
con
cui
si
presentano
tutti
gli
oggetti
,
cioè
nei
tre
tempi
ben
noti
:
«
questo
è
uno
»
!
«
questo
è
due
»
!
«
dàmmi
uno
»
«
dàmmi
due
»
!
-
-
che
numero
è
questo
»
?
-
-
I
numeri
si
fanno
toccare
analogamente
alle
lettere
.
Esercizi
sui
numeri
:
associazione
del
segno
grafico
alla
quantità
Ho
fatto
costruire
due
casellarî
per
numeri
:
essi
consistono
in
una
tavoletta
orizzontale
divisa
in
cinque
parti
,
da
piccole
cornici
rilevate
-
-
ed
entro
ogni
cornice
possono
deporvisi
degli
oggetti
:
e
da
una
tavoletta
verticale
,
unita
ad
angolo
retto
alla
prima
,
pure
divisa
in
cinque
parti
da
linee
verticali
semplicemente
disegnate
-
-
;
dentro
ogni
spazio
sta
una
cifra
.
Nel
primo
casellario
le
cifre
sono
0
,
1
,
2
,
3
,
4;
e
nel
secondo
:
5
,
6
,
7
,
8
,
9
.
L
'
esercizio
è
ovvio
:
si
tratta
di
deporre
entro
il
quadro
del
piano
orizzontale
,
un
numero
di
oggetti
corrispondente
alla
cifra
disegnata
sul
piano
verticale
.
Si
dànno
al
bambino
piccoli
oggetti
diversi
per
rendere
vario
l
'
esercizio
:
io
uso
dei
piccoli
fusi
che
faccio
appositamente
fabbricare
;
i
cubetti
di
Froëbel
;
e
i
dischi
che
si
usano
nel
giuoco
della
dama
.
Posto
un
gruppo
di
tali
oggetti
accanto
al
bambino
,
egli
deve
collocarli
a
posto
;
cioè
mettere
per
es
.
un
disco
in
corrispondenza
dell'1;
due
dischi
in
corrispondenza
del
2
,
ecc
.
Quando
ha
creduto
di
finire
,
e
bene
,
chiama
la
direttrice
perché
verifichi
.
Le
lezioni
sullo
zero
Attendiamo
che
il
bambino
ci
domandi
segnando
la
casella
dello
zero
:
«
e
qui
cosa
bisogna
metterci
»
?
per
rispondere
:
«
nulla
;
zero
è
nulla
»
.
Ma
ciò
non
basta
-
-
occorre
far
sentire
che
cosa
è
il
nulla
.
-
-
Per
questo
usiamo
degli
esercizî
che
divertono
immensamente
i
bambini
.
Io
mi
metto
in
mezzo
a
loro
,
che
stanno
seduti
sulle
loro
seggioline
;
mi
rivolgo
ad
uno
che
ha
già
fatto
l
'
esercizio
dei
numeri
e
gli
dico
:
-
-
«
Vieni
,
caro
;
vieni
da
me
zero
volte
,
»
.
Il
bambino
quasi
sempre
corre
da
me
e
poi
torna
al
posto
:
«
Ma
,
figlio
mio
,
tu
sei
venuto
una
volta
e
io
ti
avevo
detto
zero
volte
»
.
Comincia
la
meraviglia
:
«
ma
allora
cosa
dovevo
fare
»
?
-
-
«
Nulla
;
zero
è
nulla
»
.
«
Ma
come
si
fa
a
far
nulla
»
?
-
-
«
Non
si
fa
.
-
-
Tu
dovevi
star
fermo
;
non
dovevi
muoverti
;
non
dovevi
venire
nessuna
volta
;
zero
volte
,
niente
volte
»
.
Ripetiamo
l
'
esercizio
:
«
Tu
,
caro
,
con
le
tue
ditine
mandami
zero
baci
»
;
il
bimbo
freme
,
ride
e
sta
fermo
.
«
Hai
capito
»
?
ripeto
io
con
voce
d
'
invito
quasi
appassionata
:
«
mandami
zero
baci
!
zero
baci
!
»
Fermo
.
Risa
generali
.
Io
faccio
la
voce
grossa
come
adirandomi
delle
loro
risa
e
chiamo
uno
severamente
,
minacciosamen
te
:
«
Tu
,
qui
zero
volte
!
dico
...
qui
subito
zero
volte
;
capisci
?
dico
a
te
:
vieni
qui
zero
volte
»
!
Non
si
muove
.
Le
risa
si
fanno
più
clamorose
,
eccitate
anche
dal
mutamento
del
mio
contegno
,
prima
di
preghiera
,
poi
di
minaccia
.
«
Ma
insomma
»
gemo
con
voce
dolente
,
piangente
:
«
perché
non
mi
baciate
,
perché
non
venite
»
?
e
tutti
gridano
ad
alta
voce
mentre
gli
occhi
brillano
,
quasi
lacrimando
di
gioia
e
di
risa
:
«
zero
è
nulla
!
zero
è
niente
»
!
-
-
«
Ah
sì
»
?
faccio
io
sorridendo
pacificamente
:
«
ebbene
allora
venite
tutti
qui
da
me
una
volta
»
!
Essi
mi
si
precipitano
intorno
.
Quando
poi
si
tratterà
di
scrivere
i
numeri
,
allo
zero
diremo
:
«
zero
sembra
un
O
:
è
0»
?
-
-
«
no
,
non
è
O
,
zero
è
niente
»
.
Esercizî
sulla
memoria
dei
numeri
Quando
i
bambini
riconoscono
le
cifre
scritte
,
ed
è
per
essi
noto
il
loro
significato
numerico
,
faccio
fare
il
seguente
esercizio
.
Ho
varî
cartellini
di
carta
(
spesso
usufruisco
per
ciò
dei
bigliettini
dei
calendari
a
blocco
-
-
tagliando
via
i
pezzi
superiori
e
inferiori
ove
sono
stampate
le
parole
-
-
e
scelgo
possibilmente
numeri
rossi
)
che
portano
stampata
(
o
anche
scritta
a
mano
)
una
cifra
-
-
da
0
a
9
.
Piego
i
bigliettini
,
li
metto
in
uno
scatola
e
«
apro
la
pesca
»
.
Il
bambino
estrae
un
biglietto
,
se
lo
porta
al
posto
,
lo
guarda
nascostamente
lo
ripiega
conservando
il
segreto
.
Poi
ad
uno
ad
uno
,
od
anche
a
gruppi
,
i
bambini
possessori
del
biglietto
(
sono
,
naturalmente
,
i
più
grandi
;
quelli
cioè
che
conoscono
le
cifre
)
vengono
vicino
al
tavolino
grande
della
direttrice
,
ove
sono
raccolti
mucchi
di
oggetti
:
o
cubetti
,
o
mattoncini
di
Froëbel
,
o
le
mie
tavolette
per
gli
esercizî
del
senso
barico
:
e
ciascuno
prende
quella
quantità
di
oggetti
che
corrisponde
al
numero
estratto
.
Il
numero
è
rimasto
al
posto
di
ciascun
bambino
:
cartellino
misteriosamente
ripiegato
.
Il
bambino
deve
dunque
ricordare
il
suo
numero
non
solo
durante
i
movimenti
che
fa
tra
i
compagni
,
per
venire
al
tavolo
grande
;
ma
anche
mentre
raccoglie
i
suoi
pezzi
,
contandoli
a
uno
a
uno
.
La
direttrice
può
fare
interessanti
osservazioni
individuali
sulla
memoria
dei
numeri
.
Quando
il
bambino
ha
raccolto
i
suoi
pezzi
,
li
dispone
sul
banco
al
suo
posto
,
in
file
di
due
;
e
se
il
numero
è
dispari
,
pone
in
fondo
,
al
di
sotto
e
in
mezzo
tra
i
due
ultimi
,
il
pezzo
dispari
.
La
disposizione
quindi
dei
nove
numeri
è
la
seguente
:
rappresentata
dalle
crocette
:
al
posto
indicato
col
piccolo
cerchio
,
il
bambino
deve
porre
il
cartellino
piegato
.
Ciò
fatto
,
il
fanciullo
attende
la
verifica
:
la
direttrice
va
,
apre
i
cartellini
,
legge
e
manda
esclamazioni
di
contentezza
e
di
lodi
,
quando
constata
che
non
esistono
errori
.
In
principio
del
giuoco
accade
spesso
che
i
bambini
prendono
più
oggetti
di
quelli
che
sarebbero
necessarî
per
corrispondere
al
numero
:
e
ciò
non
già
perché
non
ricordino
la
cifra
,
ma
per
la
smania
di
avere
più
oggetti
.
Piccola
truffa
istintiva
,
che
è
propria
degli
uomini
primitivi
e
incolti
.
La
direttrice
cerca
di
spiegare
ai
bambini
,
che
è
inutile
aver
tanta
roba
sul
tavolino
-
-
e
il
bello
unico
del
gioco
,
consiste
invece
nell
'
indovinare
la
quantità
precisa
degli
oggetti
.
A
poco
a
poco
essi
entrano
in
quest
'
idea
,
ma
non
tanto
facilmente
quanto
si
crederebbe
.
È
un
vero
sforzo
della
volontà
inibitrice
,
quello
che
contiene
il
bambino
nei
limiti
dovuti
,
e
gli
fa
prendere
per
es
.
due
soli
degli
oggetti
che
sono
lì
accumulati
a
sua
disposizione
;
mentre
vede
altri
compagni
che
ne
prendono
di
più
.
Io
perciò
considero
questo
giuoco
-
-
più
un
esercizio
della
volontà
-
-
che
un
esercizio
di
numerazione
.
Il
bambino
poi
che
ha
lo
zero
,
non
si
muove
dal
posto
,
vedendo
tutti
gli
altri
compagni
possessori
del
cartellino
,
alzarsi
,
muoversi
,
prendere
liberamente
oggetti
da
quel
mucchio
lontano
,
che
gli
è
inaccessibile
.
Molte
volte
lo
zero
capita
a
un
bambino
che
sa
contare
facilmente
e
che
proverebbe
gran
piacere
ad
accumulare
un
bei
gruppo
di
oggetti
,
a
disporli
nell
'
ordine
dovuto
sul
tavolino
,
e
ad
attendere
con
orgogliosa
sicurezza
la
verifica
.
È
interessantissimo
studiare
l
'
espressione
del
viso
dei
possessori
dello
zero
:
le
differenze
individuali
che
ne
risultano
,
sono
quasi
una
rivelazione
del
«
carattere
»
di
ciascuno
.
Alcuni
restano
impassibili
,
con
un
fare
orgoglioso
,
che
tende
a
nascondere
l
'
interna
pena
della
disillusione
;
altri
manifestano
con
gesti
momentanei
,
l
'
impressione
del
disappunto
;
alcuni
non
possono
nascondere
il
sorriso
che
nasce
dal
sentimento
di
una
situazione
singolare
,
la
quale
desterà
negli
altri
curiosità
;
alcuni
poi
seguono
tutti
i
movimenti
dei
compagni
,
fino
alla
fine
dell
'
esercizio
,
con
evidente
espressione
mimica
di
desiderio
,
quasi
d
'
invidia
;
altri
infine
manifestano
una
sùbita
rassegnazione
.
Così
è
pure
interessante
la
loro
espressione
nel
confessare
lo
zero
,
quando
si
chiede
,
durante
la
verifica
:
«
e
tu
,
non
hai
preso
nulla
»
?
-
-
«
Ho
lo
zero
»
-
-
«
è
zero
»
-
-
«
avevo
zero
»
.
Queste
sono
le
risposte
uniformi
del
linguaggio
parlato
,
ma
la
mimica
espressiva
,
il
tono
della
voce
,
esprimono
sentimenti
ben
diversi
.
Rari
sono
quelli
che
con
fare
ardito
,
sembrano
concedere
la
spiegazione
a
un
fatto
straordinario
:
i
più
sono
crucciati
,
o
rassegnati
.
Bisogna
perciò
dare
delle
lezioni
sul
contegno
:
-
-
«
badate
,
è
difficile
tenere
il
segreto
dello
zero
-
-
lo
zero
sfug
ge
dal
naso
:
fate
i
disinvolti
,
non
lasciate
capire
che
non
avete
nulla
»
.
Infatti
dopo
qualche
tempo
,
l
'
orgoglio
della
dignità
ha
il
sopravvento
e
i
piccini
si
abituano
a
ricevere
lo
zero
e
i
numeri
piccoli
,
con
disinvoltura
,
contenti
di
non
manifestare
più
i
piccoli
sentimenti
dei
quali
prima
erano
schiavi
.
Addizione
e
sottrazione
dall
'
uno
al
venti
.
-
-
Moltiplicazione
e
divisione
Il
materiale
didattico
che
uso
per
insegnare
le
prime
operazioni
aritmetiche
è
il
medesimo
già
adoperato
per
la
numerazione
,
cioè
le
aste
graduate
delle
lunghezze
,
le
quali
già
contengono
la
prima
idea
del
sistema
decimale
.
Le
aste
,
come
si
disse
,
vengono
chiamate
a
nome
col
numero
che
rappresentano
:
uno
,
due
,
tre
ecc
.
Esse
si
dispongono
in
ordine
di
lunghezza
,
ossia
in
ordine
di
numerazione
.
Il
primo
esercizio
consiste
nel
cercare
di
raggruppare
i
pezzi
più
corti
del
dieci
,
in
modo
da
formare
il
dieci
:
il
più
semplice
mezzo
a
raggiungere
l
'
intento
è
quello
di
prendere
successivamente
le
aste
più
corte
,
dall
'
uno
in
su
,
e
deporle
in
cima
ad
aste
successivamente
più
lunghe
dal
nove
in
giù
.
Questo
lavoro
si
può
guidare
con
ordini
:
prendi
uno
e
aggiungilo
a
nove
;
prendi
due
e
aggiungilo
a
otto
;
prendi
tre
e
aggiungilo
a
sette
;
prendi
quattro
e
aggiungilo
a
sei
.
Ecco
formate
quattro
aste
tutte
eguali
a
dieci
.
Rimane
il
cinque
che
è
solo
:
ma
capovolgiamolo
nel
senso
della
lunghezza
;
esso
passa
da
un
estremo
all
'
altro
del
dieci
:
misuriamo
e
vedremo
che
il
dieci
risulta
da
due
volte
cinque
.
Tale
esercizio
va
ripetuto
più
volte
,
e
a
poco
a
poco
s
'
insegna
al
bambino
un
linguaggio
più
tecnico
:
Nove
più
uno
eguale
a
dieci
;
otto
più
due
eguale
a
dieci
;
sette
più
tre
eguale
a
dieci
;
sei
più
quattro
eguale
a
dieci
;
e
in
ultimo
,
cinque
per
due
eguale
a
dieci
.
Infine
esso
si
fa
scrivere
insegnando
i
segni
che
significano
più
,
eguale
e
per
.
Ecco
che
cosa
ne
risulta
e
ciò
che
si
legge
sui
quaderni
nitidi
dei
nostri
piccini
:
Quando
tutto
questo
,
è
bene
imparato
e
fissato
su
carta
con
gran
compiacimento
dei
bambini
,
si
richiama
la
loro
attenzione
sul
lavoro
necessario
a
compiersi
quando
vengono
rimessi
a
posto
tutti
i
pezzi
,
dapprima
raggruppati
per
dieci
:
si
toglie
dall
'
ultimo
pezzo
di
dieci
il
quattro
e
resta
solo
il
sei
;
si
toglie
dall
'
altro
dieci
il
tre
e
resta
il
sette
;
dall
'
altro
il
due
e
resta
l
'
otto
;
dall
'
altro
ancora
l
'
uno
e
resta
il
nove
.
Parliamo
con
più
proprietà
:
dieci
meno
quattro
eguale
a
sei
;
dieci
meno
tre
eguale
a
sette
;
dieci
meno
due
eguale
a
otto
;
dieci
meno
uno
eguale
a
nove
.
In
quanto
al
rimanente
cinque
,
esso
è
la
metà
di
dieci
,
e
si
avrebbe
tagliando
in
due
parti
eguali
il
pezzo
lungo
,
cioè
dividendo
il
dieci
per
due
:
dieci
diviso
due
eguale
a
cinque
.
Donde
la
scrittura
:
Una
volta
giunti
a
rendere
i
bambini
padroni
di
questi
esercizi
,
essi
si
moltiplicano
,
anche
per
opera
spontanea
degli
stessi
bambini
.
-
-
Possiamo
formare
due
pezzi
di
tre
?
mettiamo
l
'
uno
sul
due
,
e
poi
scriviamo
per
ricordare
l
'
esercizio
compiuto
:
2
+
1
=
3
.
Si
possono
fare
due
quattro
?
3
+
l
=
4;
e
4
3
=
1;
4
1
=
3
.
Il
pezzo
da
due
rispetto
al
quattro
si
comporta
come
il
cinque
rispetto
al
dieci
-
-
cioè
capovolto
va
da
un
capo
all
'
altro
-
-
ci
entra
due
volte
giuste
:
4
:
2
=
2;
2
×
2
=
4
.
Un
problema
:
cerchiamo
con
quanti
pezzi
si
può
fare
lo
stesso
giuoco
:
lo
fa
il
3
col
6;
e
il
4
con
l'8
,
cioè
:
A
questo
punto
aiutano
i
cubetti
nel
giuoco
della
memoria
dei
numeri
:
dalla
loro
disposizione
si
vede
a
colpo
d
'
occhio
quali
sono
i
numeri
che
si
possono
dividere
per
due
:
tutti
quelli
che
non
hanno
un
cubetto
in
fondo
.
Sono
numeri
pari
,
perché
possono
disporsi
a
paia
cioè
a
due
per
due
;
e
la
divisione
in
due
è
facilissima
,
perché
basta
separare
le
due
file
di
cubetti
che
stanno
uno
sotto
l
'
altro
.
Contando
i
cubetti
di
ciascuna
fila
si
ha
il
quoziente
.
Per
ricomporre
poi
il
numero
primitivo
,
basta
riavvicinare
le
due
file
:
per
es
.
2
×
3
=
6
.
Tutto
ciò
non
è
difficile
pei
bambini
di
cinque
anni
.
Anzi
ben
presto
si
fanno
monotone
le
ripetizioni
.
-
-
Chi
mai
può
impedirci
di
cambiare
gli
esercizi
?
Prendiamo
il
sistema
delle
dieci
lunghezze
,
e
invece
di
mettere
l
'
uno
sul
nove
poniamolo
sul
dieci
;
e
il
due
sul
nove
invece
che
sull
'
otto
;
e
il
tre
sull
'
otto
invece
che
sul
sette
.
Si
può
anche
porre
il
due
sul
dieci
,
il
tre
sul
nove
,
e
il
quattro
sull
'
otto
.
In
tali
casi
risultano
lunghezze
maggiori
del
dieci
,
che
occorre
imparare
a
nominare
:
undici
,
dodici
,
tredici
ecc
.
fino
al
venti
.
E
anche
i
cubetti
,
perché
dovranno
prendersi
nei
giuochi
solo
fino
a
nove
cioè
così
pochi
?
Le
operazioni
apprese
sul
dieci
,
si
continuano
al
venti
senza
alcuna
difficoltà
.
L
'
unica
difficoltà
è
quella
dei
numeri
decimali
,
sui
quali
occorrono
alcune
lezioni
.
Lezioni
sui
numeri
decimali
.
Calcoli
aritmetici
al
di
là
del
dieci
Il
materiale
didattico
necessario
consiste
in
vari
cartellini
quadrati
,
sui
quali
è
stampato
il
10
in
cifre
alte
cinque
o
sei
centimetri
e
in
altri
rettangolari
,
uguali
a
metà
del
quadrato
,
e
contenenti
i
singoli
numeri
da
1
a
9
.
Si
pongano
in
fila
i
numeri
semplici
:
1
,
2
,
3
,
4
,
5
,
6
,
7
,
8
,
9
.
Poi
non
essendoci
più
numeri
,
conviene
cominciare
da
capo
-
-
e
riprendere
l'1
.
Questo
1
somiglia
al
pezzo
che
nel
sistema
delle
lunghezze
sporge
dal
nove
,
nell
'
asta
del
dieci
:
contando
lungo
la
scala
fino
a
nove
,
pur
non
essendoci
più
cifre
,
resta
ancora
quell
'
ultimo
tratto
che
ricomincieremo
a
segnare
con
1
-
-
ma
è
un
uno
spostato
più
in
alto
e
per
distinguerlo
dall
'
altro
,
ci
metteremo
vicino
un
segno
che
non
vale
nulla
:
lo
zero
.
Ecco
il
10
.
-
-
Coprendo
lo
zero
coi
numeri
distaccati
rettangolari
,
nell
'
ordine
della
loro
successione
,
ecco
formato
:
11
,
12
,
13
,
14
,
15
,
16
,
17
,
18
,
19
.
Tali
numeri
si
compongono
con
le
aste
,
mettendo
successivamente
sul
pezzo
da
dieci
quello
di
uno
;
e
poi
invece
quello
di
due
;
e
poi
sostituendolo
con
quello
di
tre
ecc
.
fino
ad
aggiungere
il
pezzo
di
nove
su
quello
di
dieci
e
così
facendo
si
ottiene
un
bastone
lunghissimo
contando
i
segmenti
successivi
bleu
e
rosso
,
si
arriva
a
diciannove
.
La
direttrice
può
quindi
dirigere
i
movimenti
del
sistema
di
lunghezza
,
mostrando
i
cartellini
del
dieci
e
della
cifra
sovrapposta
allo
zero
-
-
p
.
es
.
16
:
il
bambino
ag
giunge
al
pezzo
di
dieci
quello
di
sei
.
La
direttrice
toglie
dal
cartellino
del
10
il
6
e
sovrappone
allo
zero
il
rettangolo
che
porta
p
.
es
.
il
numero
otto
:
18;
e
il
bambino
toglie
l
'
asta
del
sei
e
vi
pone
quella
dell'8
.
Ognuno
di
tali
esercizî
si
può
poi
trascrivere
,
p
.
es
.
10
+
6
=
16;
10
+
8
=
18
ecc
.
Analogamente
si
procederebbe
per
le
sottrazioni
.
Quando
il
numero
in
se
stesso
comincia
ad
avere
un
chiaro
significato
pel
bambino
,
le
combinazioni
si
fanno
sui
soli
cartellini
-
-
disponendo
variamente
i
rettangoli
che
portano
le
nove
cifre
sulle
due
file
di
numeri
,
che
sono
disegnate
sopra
lunghi
cartoni
,
come
nelle
figure
A
e
B
.
Nel
cartone
A
si
sovrappone
allo
zero
del
secondo
10
il
rettangolo
con
1;
e
sotto
,
quello
con
2
ecc
.
:
e
mentre
nella
fila
a
sinistra
rimane
l'1
della
decina
,
in
quella
di
destra
si
seguono
tutte
le
cifre
dallo
zero
al
nove
,
cioè
:
Nel
cartone
B
le
applicazioni
sono
più
complesse
:
i
cartellini
delle
cifre
vengono
successivamente
sovrapposti
e
sostituiti
in
ordine
di
progressione
numerica
a
ciascuna
decina
.
Dopo
il
nove
,
è
necessario
passare
alla
decina
successiva
,
e
così
si
procede
fino
alla
fine
,
che
è
data
dal
100
.
Quasi
tutti
i
nostri
bambini
contano
fino
al
100
-
-
numero
che
fu
dato
loro
,
in
omaggio
alla
curiosità
dimostrata
per
conoscerlo
.
Non
credo
che
tale
insegnamento
meriti
ulteriori
illustrazioni
.
Ogni
maestro
potrà
moltiplicare
praticamente
esercizi
pratici
sulle
operazioni
aritmetiche
,
usando
oggetti
che
i
bambini
possono
accumulare
o
dividere
tra
compagni
.
Nell
'
applicazione
pratica
del
metodo
,
occorre
conoscere
quali
sono
le
serie
di
esercizi
che
debbono
presentarsi
al
bambino
successivamente
.
Nell
'
esposizione
del
libro
è
bensì
indicata
una
progressione
per
ogni
esercizio
:
ma
nelle
Case
dei
Bambini
si
cominciano
contemporaneamente
i
più
svariati
esercizi
;
e
avviene
che
esistono
gradi
nella
presentazione
del
materiale
nel
suo
insieme
,
i
quali
si
sono
già
ben
definiti
nell
'
esperienza
fatta
dopo
la
prima
edizione
italiana
del
libro
.
ORDINE
E
GRADI
NELLA
PRESENTAZIONE
DEL
MATERIALE
E
NEGLI
ESERCIZI
Appena
i
bambini
vengono
a
scuola
possono
fare
i
seguenti
esercizi
:
Primo
grado
:
Muovere
le
sedie
,
in
silenzio
(
vita
pratica
)
.
Le
allacciature
.
Gli
incastri
solidi
(
esercizi
sensoriali
)
.
Tra
questi
,
l
'
esercizio
più
utile
è
quello
degli
incastri
solidi
:
il
bambino
comincia
a
fissare
l
'
attenzione
;
fa
le
prime
comparazioni
,
le
prime
scelte
dietro
un
giudizio
;
quindi
esercita
l
'
intelligenza
(
vedi
libro
)
.
Tra
gli
esercizî
degli
incastri
solidi
c
'
è
la
seguente
progressione
dal
facile
al
difficile
:
a
)
incastri
della
stessa
altezza
e
di
diametro
decrescente
;
b
)
incastri
decrescenti
in
tutte
le
dimensioni
;
c
)
incastri
decrescenti
solo
nell
'
altezza
.
Secondo
grado
:
Vita
pratica
.
-
-
Alzarsi
e
sedersi
in
silenzio
;
camminare
sul
filo
.
Esercizi
sensoriali
.
-
-
Materiale
delle
dimensioni
:
lunghezze
,
prismi
,
cubi
.
Qui
il
bambino
fa
esercizi
di
riconoscimento
delle
dimensioni
,
come
negli
incastri
solidi
;
ma
sotto
un
aspetto
tutto
diverso
.
Gli
oggetti
sono
molto
più
grandi
,
le
differenze
molto
più
evidenti
che
nel
precedente
esercizio
:
ma
qui
solo
l
'
occhio
del
bambino
riconosce
le
differenze
e
controlla
l
'
errore
.
Invece
nel
precedente
esercizio
l
'
errore
era
meccanicamente
rivelato
dalla
materialità
dell
'
oggetto
didattico
(
impossibilità
d
'
infilare
gli
oggetti
se
non
nel
relativo
spazio
)
.
Infine
,
mentre
nel
precedente
esercizio
il
bambino
compieva
movimenti
più
semplici
e
facili
(
stando
seduto
,
spostava
piccoli
oggetti
con
la
mano
)
,
qui
compie
movimenti
assai
più
complessi
e
difficili
;
e
compie
piccoli
sforzi
muscolari
(
si
muove
dal
tappeto
al
tavolo
,
si
alza
si
china
,
trasporta
oggetti
pesanti
)
.
Si
noterà
che
il
bambino
continua
a
confondere
tra
loro
i
due
pezzi
maggiori
nella
scala
crescente
,
rimanendo
a
lungo
inavvertito
tale
errore
quando
sa
già
disporre
in
ordine
gli
altri
pezzi
delle
scale
.
Infatti
la
differenza
tra
i
pezzi
essendo
nella
dimensione
variante
uguale
per
tutti
la
differenza
relativa
diminuisce
col
crescere
dei
pezzi
stessi
:
così
p
.
es
.
,
il
cubetto
che
ha
due
cm
.
di
spigolo
,
ha
uno
spigolo
doppio
di
quello
del
cubetto
di
un
cm
.
;
mentre
il
massimo
cubo
avente
dieci
cm
.
di
spigolo
,
differisce
appena
di
1/10
dallo
spigolo
del
precedente
cubo
di
nove
centimetri
.
Così
tali
esercizi
dovrebbero
teoricamente
cominciarsi
dal
pezzo
minore
:
ciò
infatti
può
farsi
col
materiale
delle
grossezze
e
delle
lunghezze
.
Ma
non
con
quello
dei
cubi
,
che
devono
disporsi
«
a
torretta
»
costruendo
la
colonna
sulla
base
del
maggior
cubo
(
v
.
libro
)
.
Invece
i
bambini
sono
attratti
innanzi
tutto
dalla
«
torretta
»
.
Così
avviene
di
vedere
i
piccoli
bambini
felici
di
aver
costruito
la
torretta
,
che
posa
sul
penultimo
pezzo
(
errore
inavvertito
)
.
Ma
quando
il
bambino
,
ripetendo
l
'
esercizio
,
si
correggerà
da
sé
in
modo
permanente
,
saremo
sicuri
che
il
suo
occhio
si
è
educato
a
percepire
anche
la
minima
differenza
tra
i
pezzi
.
Nei
tre
sistemi
delle
dimensioni
,
quello
delle
lunghezze
ha
i
pezzi
che
differiscono
di
10
cm
.
nella
dimensione
variante
,
a
differenza
degli
altri
due
sistemi
che
differiscono
invece
di
1
centimetro
.
Sembrerebbe
teoricamente
che
il
sistema
delle
lunghezzefosse
il
primo
ad
attrarre
l
'
attenzione
e
ad
escludere
gli
errori
.
Invece
non
è
così
:
i
bambini
sono
bensì
attratti
dal
sistema
,
ma
commettono
il
massimo
numero
di
errori
;
e
solo
molto
tempo
dopo
aver
eliminato
ogni
errore
negli
esercizi
con
gli
altri
due
sistemi
,
riescono
a
ordinare
la
serie
delle
lunghezze
.
Questa
,
dunque
,
è
da
considerarsi
come
la
più
difficile
tra
le
serie
dimensionali
.
Giunto
a
questo
punto
di
educazione
il
bambino
è
capace
di
fissare
l
'
attenzione
(
d
'
interessarsi
)
agli
stimoli
termici
e
tattili
.
La
progressione
nella
pratica
dello
sviluppo
sensoriale
non
è
dunque
identica
alla
progressione
teorica
che
la
psicometria
indica
nello
studio
dei
soggetti
né
segue
la
progressione
che
la
fisiologia
e
l
'
anatomia
indicano
nella
descrizione
della
complicazione
degli
organi
sensoriali
.
Infatti
il
«
senso
tattile
»
è
il
primitivo
;
l
'
organo
del
tatto
,
il
più
semplice
e
diffuso
.
Ma
è
facile
spiegare
come
le
sensazioni
più
semplici
,
gli
organi
meno
complessi
,
non
siano
i
primi
a
richiamare
sopra
di
sé
l
'
attenzione
,
in
una
presentazione
didattica
di
stimoli
sensoriali
.
Così
,
quando
già
l
'
educazione
dell
'
attenzione
è
stata
iniziata
,
si
possono
presentare
al
bambino
le
superfici
liscie
e
ruvide
,
dopo
alcuni
esercizi
termici
.
(
V
.
libro
)
.
Questi
esercizi
,
se
presentati
a
tempo
,
interessano
molto
il
bambino
;
si
ricordi
che
essi
hanno
nel
metodo
la
massima
importanza
,
perché
su
di
essi
,
in
unione
a
esercizi
di
movimento
della
mano
,
che
si
inizieranno
più
tardi
,
si
fonda
l
'
apprendimento
della
scrittura
.
Insieme
alle
due
suddette
serie
di
esercizi
sensoriali
,
si
può
cominciare
ciò
che
noi
chiamiamo
«
l
'
appaiamento
dei
colori
»
,
cioè
il
riconoscimento
di
identità
di
due
colori
(
primo
esercizio
del
senso
cromatico
)
.
Anche
qui
è
solo
l
'
occhio
del
bambino
,
che
interviene
nel
giudizio
,
come
per
le
dimensioni
:
l
'
esercizio
è
facile
,
ma
occorre
già
un
certo
grado
di
precedente
educazione
dell
'
attenzione
perché
sia
ripetuto
con
interesse
.
Intanto
i
bambini
hanno
sentito
suonare
la
musica
;
hanno
camminato
sul
filo
mentre
suona
una
marcia
ritmica
,
che
i
bambini
a
poco
a
poco
accompagneranno
spontaneamente
col
movimento
,
se
si
suonerà
sempre
con
la
stessa
musica
,
e
si
ripeterà
sempre
il
medesimo
esercizio
.
(
Per
acquistare
il
senso
del
ritmo
occorre
la
ripetizione
dello
stesso
esercizio
,
come
in
tutte
le
forme
di
educazione
delle
attività
spontanee
)
.
Si
sono
pure
ripetuti
gli
esercizi
sul
silenzio
.
Terzo
grado
:
Vita
pratica
.
-
-
I
bambini
si
lavano
,
si
spogliano
e
si
vestono
,
spolverano
i
tavolini
,
maneggiano
le
posate
,
ecc
.
Esercizi
sensoriali
:
S
'
iniziano
i
bambini
al
riconoscimento
delle
gradazioni
degli
stimoli
(
gradazioni
tattili
,
cromatiche
)
,
lasciando
che
il
bambino
si
eserciti
liberamente
.
Cominciano
a
presentarsi
stimoli
uditivi
(
i
rumori
)
.
Contemporaneamente
alle
gradazioni
si
possono
presentare
gl
'
incastri
piani
;
qui
comincia
l
'
educazione
del
movimento
della
mano
,
nel
seguire
i
contorni
dell
'
incastro
:
esercizio
che
insieme
all
'
altro
contemporaneo
del
riconoscimento
«
di
stimoli
tattili
in
gradazione
»
,
prepara
la
scrittura
.
Le
serie
dei
cartoncini
,
si
danno
dopo
che
il
bambino
riconosce
bene
le
forme
agl
'
incastri
piani
:
esse
servono
a
preparare
l
'
astrazione
del
segno
,
il
riconoscimento
di
forme
delineate
;
e
,
dopo
tutti
i
precedenti
esercizi
che
hanno
già
formato
nel
bambino
una
personalità
ordinata
e
intelligente
,
essi
possono
essere
considerati
il
ponte
di
passaggio
tra
gli
esercizi
sensoriali
,
e
la
scrittura
:
tra
la
preparazione
e
l
'
ingresso
nella
istruzione
.
Quarto
grado
:
Esercizi
di
vita
pratica
.
-
-
I
bambini
apparecchiano
,
sparecchiano
la
tavola
,
ordinano
una
stanza
;
sanno
le
cure
più
minuziose
della
toilette
(
lavarsi
i
denti
,
le
unghie
,
ecc
.
)
.
Hanno
ordinato
la
deambulazione
negli
esercizi
ritmici
sul
filo
.
Sanno
contenere
e
dirigere
i
propri
movimenti
(
fare
il
silenzio
;
spostare
oggetti
senza
romperli
,
senza
far
rumore
)
.
Esercizi
sensoriali
.
-
-
Si
ripetono
tutti
gli
esercizi
sensoriali
.
Più
il
riconoscimento
delle
note
musicali
con
le
campane
in
doppia
serie
(
vedi
libro
)
.
Esercizi
della
scrittura
.
-
-
Disegno
.
-
-
Il
bambino
passa
agli
incastri
piani
di
ferro
.
Già
si
sono
coordinati
i
movimenti
necessari
a
seguire
i
contorni
:
il
bambino
ora
li
segue
non
più
col
dito
,
ma
con
una
matita
:
lasciando
il
doppio
segno
sopra
un
foglio
di
carta
(
vedi
libro
)
.
Poi
riempie
a
pieno
le
figure
con
lapis
colorati
(
tenuti
come
la
penna
da
scrivere
)
.
Contemporaneamente
il
bambino
è
iniziato
a
riconoscere
e
toccare
qualche
lettera
d
'
alfabeto
di
carta
smerigliata
,
secondo
l
'
ordine
descritto
nel
metodo
.
Aritmetica
.
-
-
A
questo
punto
,
ripetendosi
gli
esercizi
sensoriali
,
si
presentano
le
lunghezze
con
uno
scopo
diverso
da
quello
fin
qui
usato
:
cioè
si
fanno
contare
nei
diversi
pezzi
i
segni
bleu
e
rossi
,
cominciando
dal
pezzo
di
uno
,
fino
a
quello
di
dieci
.
Tali
esercizi
si
continuano
e
si
complicano
:
a
)
nel
disegno
:
passando
da
contorni
di
incastri
piani
,
a
figure
delineate
,
che
la
pratica
di
quattro
anni
ci
ha
fatto
stabilire
,
e
che
saranno
pubblicate
come
modelli
di
disegno
.
Esse
hanno
un
contenuto
educativo
importante
:
e
rappresentano
uno
dei
dettagli
del
metodo
meglio
studiati
nel
contenuto
e
nella
gradazione
.
Esse
fanno
continuare
l
'
educazione
sensoriale
,
iniziano
all
'
osservazione
dell
'
ambiente
,
includono
una
cultura
;
e
,
per
quanto
riguarda
la
«
scrittura
»
preparano
i
movimenti
alti
e
bassi
,
contemporaneamente
;
così
che
sarà
poi
indifferente
per
il
bambino
scrivere
secondo
una
scrittura
alta
o
bassa
:
riescono
perciò
inutili
le
gradazioni
delle
rigature
dei
quaderni
nelle
varie
classi
elementari
,
come
si
usano
in
Italia
;
b
)
nell
'
apprendimento
del
linguaggio
grafico
;
fino
alla
conoscenza
delle
lettere
dell
'
alfabeto
,
e
alla
composizione
con
gli
alfabetari
mobili
;
c
)
aritmetica
,
fino
alla
conoscenza
delle
cifre
:
i
bambini
pongono
le
cifre
corrispondenti
al
numero
dei
segni
bleu
e
rossi
,
sui
singoli
pezzi
delle
lunghezze
;
fanno
gli
esercizi
coi
fuselli
(
vedi
libro
)
;
fanno
esercizi
ponendo
sul
tavolino
,
sotto
le
cifre
,
un
numero
corrispondente
di
marche
da
giuoco
variamente
colorate
,
e
disposte
a
colonna
di
due
(
pari
e
dispari
secondo
Sèguin
)
.
Quinto
grado
:
Continuano
i
precedenti
esercizi
.
-
-
Cominciano
gli
esercizi
ritmici
.
Cominciano
nel
disegno
:
a
)
gli
acquarelli
(
disegni
della
nostra
serie
)
;
b
)
contorno
libero
dalla
natura
(
fiori
,
ecc
.
)
.
Composizione
di
parole
e
di
frasi
con
l
'
alfabetario
mobile
.
Scrittura
,
lettura
.
Operazioni
aritmetiche
,
che
s
'
iniziano
con
la
serie
delle
lunghezze
.
I
bambini
a
questo
grado
presentano
interessanti
varietà
di
sviluppo
;
essi
corrono
verso
l
'
istruzione
,
e
si
ordinano
nella
coscienza
:
è
questo
lo
spettacolo
che
l
'
umanità
crescente
nello
spirito
secondo
le
sue
leggi
,
ci
fa
godere
:
e
solo
chi
esperimenta
,
può
dire
quanto
grandioso
sia
il
raccolto
di
così
arida
semina
.
LA
DISCIPLINA
NELLE
CASE
DEI
BAMBINI
Analizziamo
la
disciplina
ottenuta
col
nostro
metodo
che
si
fonda
sulla
libertà
.
L
'
esperienza
accumulatasi
dalla
prima
edizione
del
libro
italiano
ad
oggi
ci
ha
ripetutamente
confermati
su
ciò
:
che
nelle
nostre
classi
di
piccoli
bambini
numerose
fino
a
quaranta
e
anche
cinquanta
allievi
,
si
ottiene
una
disciplina
più
perfetta
che
nelle
scuole
comuni
.
-
-
Chi
visita
scuole
ben
tenute
,
come
p
.
es
.
quella
diretta
a
Roma
dalla
mia
allieva
Anna
Maccheroni
in
via
Giusti
-
-
è
colpito
dalla
disciplina
dei
bambini
.
Ecco
quaranta
bambini
da
tre
a
sette
anni
-
-
intenti
ciascuno
al
suo
lavoro
:
-
-
chi
fa
esercizi
dei
sensi
,
chi
di
aritmetica
,
chi
tocca
le
lettere
,
chi
disegna
,
chi
sta
ai
telai
,
chi
spolvera
;
alcuni
seduti
a
un
tavolo
,
altri
curvi
in
terra
sopra
un
tappeto
.
Si
ode
un
rumore
discreto
di
oggetti
che
si
sono
spostati
leggermente
,
di
bambini
che
girano
in
punta
di
piedi
.
Ogni
tanto
un
grido
di
gioia
mal
represso
-
-
una
chiamata
acuta
:
«
signorina
!
signorina
!
»
-
-
una
esclamazione
:
«
guarda
!
ecco
cosa
ho
fatto
»
.
Ma
più
spesso
il
raccoglimento
assoluto
.
La
maestra
si
muove
lentamente
e
silenziosamente
-
-
si
avvicina
a
chi
la
chiama
-
-
sorveglia
in
modo
che
chi
ha
bisogno
di
lei
la
sente
immediatamente
-
-
chi
non
ne
ha
bisogno
,
non
s
'
accorge
ch
'
ella
esista
.
Passano
ore
e
tutto
tace
.
Sembrerebbero
piccoli
uomini
come
hanno
detto
alcuni
visitando
la
Casa
dei
Bambini
-
-
o
secondo
l
'
espressione
di
altri
«
dei
senatori
in
assemblea
»
.
In
mezzo
a
un
interesse
tanto
vivo
pel
lavoro
,
non
accade
mai
che
dei
fanciulli
si
disputino
gli
oggetti
.
Se
qualcuno
compie
qualcosa
di
straordinario
,
trova
chi
lo
am
mira
godendo
del
fatto
nuovo
:
nessun
cuore
soffre
del
bene
altrui
,
ma
il
trionfo
di
uno
è
meraviglia
e
gioia
per
gli
altri
-
-
spesso
crea
degli
imitatori
di
buona
volontà
.
Sembrano
tutti
felici
e
soddisfatti
di
fare
«
quello
che
possono
»
-
-
senza
che
il
fare
degli
altri
susciti
invidia
o
emulazione
penosa
,
senza
che
susciti
orgogli
vani
.
Il
piccolino
di
tre
anni
lavora
pacificamente
accanto
al
ragazzo
di
sette
anni
-
-
così
come
il
piccino
è
tranquillo
nella
sua
statura
inferiore
e
non
invidia
la
statura
del
fanciullo
più
grande
di
età
.
Tutto
cresce
nella
più
profonda
pace
.
Se
la
maestra
vuole
qualche
cosa
da
tutta
l
'
assemblea
,
p
.
es
.
che
tutti
abbandonino
il
lavoro
che
tanto
li
interessa
-
-
basta
che
dica
sottovoce
una
parola
,
che
faccia
un
cenno
-
-
e
tutti
sono
sospesi
:
e
la
guardano
con
interesse
«
frementi
di
saperla
obbedire
»
.
Molti
visitatori
hanno
visto
la
maestra
scrivere
degli
ordini
sulla
lavagna
-
-
e
i
fanciulli
obbedire
con
gioia
.
Non
solo
la
maestra
:
ma
chiunque
chieda
qualche
cosa
ai
bambini
,
li
vede
con
meraviglia
obbedire
fino
allo
scrupolo
,
con
serena
compiacenza
.
Spesso
i
visitatori
vorrebbero
sentire
come
canta
un
fanciullo
che
dipinge
-
-
e
il
fanciullo
lascia
il
dipinto
per
compiacerlo
;
ma
appena
ha
compiuto
l
'
atto
cortese
torna
al
lavoro
interrotto
.
I
più
piccini
spesso
prima
di
obbedire
compiono
il
lavoro
incominciato
.
Uno
dei
fatti
più
meravigliosi
di
disciplina
avvenne
durante
gli
esami
delle
maestre
che
avevano
seguito
il
mio
corso
di
conferenze
sul
metodo
.
Gli
esami
erano
anche
pratici
;
quindi
gruppi
di
bambini
rimanevano
a
disposizione
delle
esaminande
,
che
secondo
la
tesi
estratta
a
sorte
,
facevano
eseguire
esercizi
diversi
ai
bambini
.
I
piccolini
occupavano
il
loro
tempo
innanzi
a
noi
nel
modo
che
a
loro
più
piaceva
:
essi
lavoravano
continuamente
;
e
tornavano
al
lavoro
intrapreso
,
dopo
l
'
interruzione
provocata
per
l
'
esame
.
Ogni
tanto
qualcuno
veniva
ad
offrirci
un
dipinto
compiuto
durante
l
'
aspettativa
.
Miss
George
di
Chicago
ha
più
volte
assistito
a
fatti
consimili
;
e
M.me
Pujol
,
che
ha
fondato
la
prima
Casa
dei
Bambini
a
Parigi
rimaneva
meravigliata
della
pazienza
,
della
costanza
,
della
compiacenza
inesauribili
dei
piccolini
.
Verrebbe
l
'
impressione
di
credere
i
fanciulli
eccessivamente
domati
;
se
non
che
la
mancanza
assoluta
di
timidezza
,
il
brillare
dell
'
occhio
,
l
'
aspetto
giocondo
e
disinvolto
,
la
prontezza
con
cui
essi
invitano
ad
osservare
il
loro
lavoro
,
o
conducono
in
giro
a
dare
spiegazioni
,
fanno
sentire
che
ci
troviamo
innanzi
ai
«
padroni
di
casa
»
;
e
l
'
espansione
con
cui
abbracciano
le
ginocchia
della
maestra
,
o
con
cui
attirano
in
basso
le
sue
spalle
e
la
sua
testa
per
baciarla
in
viso
,
rivelano
un
cuore
che
si
dilatò
liberamente
.
Chi
li
ha
visti
apparecchiare
la
tavola
,
è
certo
passato
di
apprensione
in
apprensione
,
di
meraviglia
in
meraviglia
.
Piccole
cameriere
di
quattro
anni
di
età
-
-
prendono
dei
coltelli
e
li
distribuiscono
con
altre
posate
-
-
trasportano
vassoi
contenenti
fino
a
cinque
bicchieri
di
vetro
-
-
e
infine
girano
di
tavola
in
tavola
portando
la
grossa
marmitta
piena
di
minestra
calda
.
Nessuno
si
taglia
-
-
non
si
rompe
un
bicchiere
-
-
non
si
versa
una
goccia
di
brodo
.
Durante
il
pranzo
cameriere
impercettibili
vigilano
assiduamente
;
nessuno
finisce
la
minestra
senza
che
ab
bia
subito
l
'
offerta
del
secondo
passaggio
:
ovvero
se
ha
finito
la
cameriera
si
affretta
a
togliere
la
scodella
vuota
.
Non
un
bambino
deve
chiedere
altra
minestra
o
avvertire
che
ha
finito
.
Chi
vede
ciò
e
pensa
allo
stato
comune
dei
bambini
di
quattro
anni
,
che
gridano
,
rompono
tutto
,
hanno
bisogno
di
essere
serviti
,
resta
commosso
da
uno
spettacolo
a
sorpresa
che
evidentemente
scaturisce
da
occulte
origini
di
energie
latenti
nella
profondità
dell
'
anima
umana
.
Spesso
ho
visto
delle
lagrime
rigare
il
volto
di
chi
assisteva
spettatore
a
simili
banchetti
.
Una
tale
disciplina
non
si
potrebbe
ottenere
mai
con
dei
comandi
,
con
delle
predicazioni
,
infine
coi
mezzi
disciplinari
universalmente
conosciuti
.
Non
fu
soltanto
dato
un
ordine
alle
azioni
:
ma
fu
moltiplicata
la
vita
.
Infatti
una
disciplina
simile
è
in
rapporto
con
lavori
straordinari
per
l
'
età
dei
bambini
;
e
certo
non
dipende
da
una
maestra
,
ma
da
una
specie
di
miracolo
avvenuto
nella
vita
inferiore
di
ciascun
bambino
.
Se
pensiamo
agli
adulti
,
ci
viene
in
mente
il
fenomeno
delle
conversioni
,
della
santità
;
delle
moltiplicazioni
di
forze
dei
martiri
e
degli
apostoli
,
della
costanza
dei
missionari
,
della
obbedienza
dei
monaci
.
Nessun
'
altra
cosa
esistente
nel
mondo
può
,
come
questa
serie
di
cose
,
mettersi
in
un
livello
paragonabile
alla
disciplina
delle
«
Case
dei
Bambini
»
.
Per
ottenere
la
disciplina
è
inutile
affatto
contare
sui
rimproveri
,
sui
discorsi
persuasivi
:
questi
potrebbero
forse
dare
in
principio
l
'
illusione
di
una
qualche
efficacia
;
ma
ben
presto
appena
apparisca
la
vera
disciplina
tutto
ciò
cade
come
una
miseria
,
come
una
illusione
innanzi
alla
realtà
:
«
la
notte
dà
luogo
al
giorno
»
.
I
primi
albori
della
disciplina
sono
dati
dal
«
lavoro
»
:
in
un
dato
momento
accade
che
un
fanciullo
s
'
interessa
vivamente
a
un
lavoro
;
lo
dimostrano
l
'
espressione
del
suo
viso
,
l
'
intensissima
attenzione
la
costanza
nello
stesso
esercizio
.
Quel
bambino
è
sulla
via
della
disciplina
.
Qualunque
sia
l
'
applicazione
:
o
un
esercizio
dei
sensi
,
o
una
allacciatura
,
o
il
lavare
i
piatti
,
è
lo
stesso
.
Da
parte
nostra
possiamo
influire
sullo
stabilirsi
di
questo
fenomeno
,
con
ripetute
«
lezioni
del
silenzio
»
;
l
'
immobilità
perfetta
,
l
'
attenzione
sveglia
a
percepire
il
suono
del
proprio
nome
pronunciato
da
lontano
a
voce
afona
,
e
quindi
i
movimenti
leggeri
coordinati
allo
scopo
di
non
urtare
oggetti
,
di
toccare
appena
il
pavimento
coi
piedi
-
-
è
una
preparazione
efficacissima
a
ordinare
la
personalità
:
motrice
e
psichica
.
Stabilitosi
il
fenomeno
«
lavoro
»
,
noi
dobbiamo
sorvegliarlo
con
scrupolosa
esattezza
,
graduando
gli
esercizi
secondo
l
'
esperienza
ha
definito
.
«
Il
nostro
sforzo
di
maestre
per
stabilire
la
disciplina
è
di
applicare
rigorosamente
il
metodo
»
.
Di
qui
già
risulta
la
grande
difficoltà
di
disciplinare
veramente
l
'
uomo
.
Non
è
con
la
parola
,
che
si
ottiene
:
né
l
'
uomo
si
disciplina
«
udendo
un
altro
parlare
»
:
ma
il
fenomeno
richiede
come
preparazione
una
serie
di
atti
complessi
quale
,
per
esempio
,
l
'
intera
applicazione
di
un
metodo
educativo
.
La
disciplina
si
raggiunge
dunque
per
una
via
indiretta
.
Non
è
affrontando
l
'
errore
e
combattendolo
;
ma
è
per
esempio
sviluppando
l
'
attività
al
lavoro
spontaneo
,
che
si
avanza
verso
lo
scopo
.
Il
lavoro
non
può
essere
arbitrariamente
offerto
:
qui
sta
appunto
«
il
metodo
»
:
deve
essere
quel
lavoro
cui
l
'
uomo
intimamente
aspira
-
-
quel
lavoro
che
è
chiesto
occultamente
da
latenti
tendenze
della
vita
:
o
verso
il
quale
a
grado
a
grado
l
'
individuo
ascende
.
Questo
è
il
lavoro
che
ordina
la
personalità
e
le
apre
l
'
indefinita
via
dell
'
espansione
.
Prendiamo
a
esempio
l
'
indisciplinatezza
del
piccolo
bambino
:
essa
è
fondamentalmente
una
indisciplinatezza
muscolare
.
Il
bambino
si
muove
continuamente
e
con
disordine
:
si
getta
in
terra
,
fa
atti
strani
,
grida
,
ecc
.
In
fondo
a
tutto
ciò
esiste
una
latente
tendenza
a
cercare
la
coordinazione
dei
movimenti
che
si
stabilirà
più
tardi
:
il
bambino
è
l
'
uomo
che
ancora
non
è
agile
nel
movimento
e
nel
linguaggio
-
-
e
che
dovrà
divenirlo
;
ma
è
abbandonato
a
una
esperienza
propria
piena
di
errori
e
di
faticosi
sforzi
verso
il
fine
giusto
latente
nell
'
istinto
ma
non
chiaro
nella
coscienza
.
Dire
al
bambino
:
«
sta
fermo
come
me
»
non
è
illuminarlo
:
non
con
un
comando
si
può
ordinare
il
complesso
sistema
psico
muscolare
in
un
individuo
in
via
di
evoluzione
.
Ci
confondiamo
in
questo
caso
col
diverso
esempio
dell
'
uomo
il
quale
per
malvaggio
impulso
ama
il
disordine
e
può
(
dato
che
possa
)
obbedire
a
un
energico
avvertimento
che
orienti
diversamente
la
sua
volontà
,
verso
l
'
ordine
ben
conosciuto
e
stabilito
nelle
sue
possibilità
di
attuazione
.
Ma
qui
nel
piccolo
bambino
si
tratta
di
aiutare
l
'
evoluzione
naturale
della
motilità
volontaria
.
Allora
occorre
insegnare
tutti
i
movimenti
coordinati
analizzandoli
il
più
possibile
,
e
sviluppandoli
a
parte
a
parte
;
bisogna
insegnare
al
bambino
i
varî
gradi
della
immobilità
conducente
al
silenzio
:
i
movimenti
dell
'
alzarsi
e
sedersi
,
del
camminare
naturalmente
,
del
camminare
in
punta
di
piedi
,
del
camminare
sopra
una
linea
disegnata
in
terra
,
conservando
l
'
equilibrio
della
stazione
eretta
;
del
rimuovere
oggetti
,
dell
'
appoggiarli
più
o
meno
delicatamente
;
e
infine
i
complessi
movimenti
del
vestirsi
e
dello
spogliarsi
analizzati
nei
telai
delle
allacciature
-
-
e
per
ciascuno
di
questi
nei
singoli
movimenti
parziali
delle
dita
;
i
movimenti
destinati
alla
pulizia
della
persona
e
dell
'
ambiente
,
ecc
.
L
'
immobilità
perfetta
e
il
perfezionamento
successivo
dei
movimenti
,
devono
sostituire
il
solito
comando
;
sta
fermo
,
sta
composto
.
Non
è
meraviglioso
,
ma
certo
naturalissimo
,
che
il
bambino
a
traverso
tali
esercizi
si
sia
disciplinato
-
-
per
quanto
riguarda
l
'
indisciplinatezza
muscolare
propria
dell
'
età
.
Infatti
egli
risponde
alla
natura
perché
si
muove
;
ma
i
movimenti
essendo
tendenti
a
uno
scopo
non
hanno
più
l
'
aspetto
del
disordine
,
ma
del
lavoro
.
Ecco
la
disciplina
che
rappresenta
un
fine
in
rapporto
a
una
moltitudine
di
conquiste
:
il
bambino
così
disciplinato
non
è
il
fanciullo
di
prima
che
sa
star
buono
;
ma
è
un
individuo
che
si
è
perfezionato
,
che
ha
superato
i
consueti
limiti
della
sua
età
,
che
ha
fatto
un
salto
in
avanti
-
-
ha
conquistato
nel
presente
il
suo
avvenire
.
Perciò
si
è
ingrandito
.
Non
avrà
bisogno
di
chi
,
sempre
vicino
,
gli
ripeta
invano
,
confondendo
idee
opposte
:
sta
fermo
,
sta
buono
.
La
bontà
che
ha
conquistato
non
può
farlo
più
star
fermo
nell
'
inerzia
:
la
sua
bontà
ora
è
tutta
fatta
di
moto
.
Infatti
i
«
buoni
»
sono
coloro
che
«
muovono
verso
il
bene
»
costruito
col
proprio
perfezionamento
e
con
le
opere
esterne
di
utilità
e
di
ordine
Le
opere
esterne
sono
al
nostro
caso
il
mezzo
per
raggiungere
l
'
interno
sviluppo
-
-
e
ne
appariscono
come
l
'
esplicazione
:
i
due
fattori
si
compenetrano
.
Il
lavoro
perfeziona
interiormente
il
bambino
ma
il
bambino
che
si
è
perfezionato
lavora
meglio
e
il
lavoro
migliorato
lo
affascina
,
quindi
continua
a
perfezionarlo
interiormente
.
La
disciplina
dunque
non
è
un
fatto
,
ma
una
via
,
sulla
quale
il
bambino
conquista
,
con
precisione
che
potrebbe
dirsi
scientifica
il
concetto
della
bontà
.
Ma
più
che
altro
assapora
i
godimenti
supremi
dell
'
ordine
inferiore
che
si
raggiunge
a
traverso
le
conquiste
conducenti
al
proprio
fine
.
Nella
lunga
preparazione
il
piccolino
provò
gioie
,
risvegli
e
compiacenze
che
sono
l
'
intimo
tesoro
dell
'
anima
sua
-
-
tesoro
nel
quale
va
accumulandosi
una
particolare
dolcezza
,
una
forza
che
sarà
scaturigine
di
bontà
.
Infatti
il
bambino
non
ha
soltanto
imparato
a
muoversi
e
a
compiere
atti
utili
:
ma
una
speciale
grazia
delle
movenze
,
che
rende
più
corretti
e
belli
i
gesti
della
persona
,
e
dà
risalto
alla
bellezza
della
mano
e
di
tutto
il
corpo
fatto
più
sicuro
di
sé
e
più
elegante
;
e
l
'
espressione
del
viso
e
degli
occhi
sereni
e
brillanti
,
rivelano
che
nacque
la
vita
interna
in
un
uomo
.
Che
i
movimenti
coordinati
svolgentesi
a
poco
a
poco
spontaneamente
,
cioè
scelti
e
diretti
nell
'
esercizio
e
nelle
pause
dal
bambino
stesso
,
siano
una
somma
di
sforzi
inferiore
ai
movimenti
disordinati
che
il
bambino
compie
abbandonato
a
se
stesso
-
-
è
ovvio
comprendere
.
Il
ripo
so
dei
muscoli
,
i
quali
da
natura
son
destinati
a
muoversi
,
è
nel
movimento
ordinato
;
come
il
riposo
dei
polmoni
è
nel
ritmo
normale
della
respirazione
ad
aria
piena
.
Sottrarre
i
muscoli
del
tutto
al
movimento
,
è
forzarli
contro
il
proprio
impulso
motore
,
quindi
più
che
affaticarli
è
respingerli
nel
nulla
della
degenerazione
.
Come
i
polmoni
forzati
al
riposo
dell
'
immobilità
-
-
sarebbero
spinti
alla
morte
istantanea
insieme
a
tutto
l
'
organismo
.
È
bene
dunque
farsi
una
chiara
idea
che
il
riposo
di
ciò
che
si
muove
è
in
una
determinata
forma
di
moto
,
rispondendo
alle
finalità
della
natura
.
Muoversi
nell
'
ordine
,
nell
'
obbedienza
ai
dettami
occulti
della
vita
-
-
ecco
il
riposo
.
E
in
questo
caso
speciale
,
poiché
l
'
uomo
è
intelligente
-
-
i
movimenti
sono
tanto
più
riposanti
per
quanto
più
intelligenti
.
Lo
sforzo
di
un
bambino
che
si
scalmi
saltando
scompostamente
porta
ad
un
consumo
di
forze
nervose
e
del
cuore
;
il
movimento
intelligente
che
dà
al
fanciullo
una
intima
soddisfazione
,
quasi
l
'
orgoglio
interno
di
aver
superato
se
stesso
,
di
trovarsi
in
un
mondo
superiore
ai
limiti
ritenuti
come
una
barriera
insormontabile
per
lui
-
-
tra
il
rispetto
silenzioso
di
chi
lo
guidò
senza
farsi
sentire
-
-
moltiplica
le
sue
forze
.
Questa
«
moltiplicazione
di
forze
»
è
un
modo
di
dire
che
potrebbe
fisiologicamente
analizzarsi
:
nello
sviluppo
degli
organi
per
l
'
uso
razionale
,
nella
migliore
sanguificazione
e
nel
riattivato
ricambio
materiale
dei
tessuti
-
-
fattori
tutti
favorevoli
allo
sviluppo
del
corpo
,
e
garanzie
di
salute
fisica
.
Lo
spirito
aiuta
il
corpo
nella
sua
crescenza
;
il
cuore
,
i
nervi
i
muscoli
,
trovarono
l
'
evoluzione
migliore
nelle
sue
vie
.
Poiché
una
sola
è
la
via
.
Analogamente
si
potrebbe
dire
dello
sviluppo
intellettuale
del
bambino
:
la
mentalità
infantile
caratteristicamente
disordinata
,
è
anche
essa
una
«
cercante
del
suo
fi
ne
»
che
fa
esperienze
proprie
faticose
tra
l
'
abbandono
e
troppo
spesso
la
persecuzione
generale
.
Una
volta
nel
nostro
giardino
pubblico
di
Roma
,
il
Pincio
,
vidi
un
bambino
di
circa
un
anno
e
mezzo
-
-
bellissimo
,
ridente
:
egli
aveva
un
secchiello
vuoto
e
una
piccola
pala
,
e
si
affaticava
a
raccogliere
le
breccie
del
viale
per
riempirlo
.
Era
accanto
a
lui
una
bonne
molto
distinta
,
che
aveva
evidentemente
la
maggior
buona
volontà
-
-
e
quella
che
si
chiamerebbe
la
più
affettuosa
e
intelligente
cura
del
bambino
.
Era
l
'
ora
di
andar
via
e
la
bonne
esortava
pazientemente
il
bambino
a
lasciare
il
suo
lavoro
e
farsi
mettere
nel
carrozzino
.
Cadute
le
esortazioni
innanzi
alla
fermezza
del
piccino
,
la
bonne
empì
essa
stessa
il
secchiello
di
breccioline
,
poi
pose
secchiello
e
bambino
in
carrozza
-
-
con
la
convinzione
di
averlo
contentato
.
Le
grida
alte
del
fanciullino
,
l
'
espressione
di
protesta
contro
la
violenza
e
l
'
ingiustizia
che
aveva
il
piccolo
viso
,
mi
colpirono
.
Quale
cumolo
di
offese
empiva
quel
cuore
nascente
!
Il
piccolo
non
voleva
il
secchiello
pieno
di
breccioline
;
egli
voleva
fare
l
'
esercizio
necessario
a
riempirlo
-
-
e
con
ciò
rispondere
alle
necessità
del
suo
organismo
rigoglioso
.
Era
la
sua
formazione
interna
lo
scopo
del
bambino
-
-
non
il
fatto
esterno
di
avere
un
secchiello
empito
di
sassolini
.
L
'
attaccamento
così
vivo
al
mondo
esteriore
era
un
'
apparenza
:
il
bisogno
della
sua
vita
una
realtà
.
Infatti
se
avesse
empito
il
secchiello
,
lo
avrebbe
forse
vuotato
ancora
per
riempirlo
più
volte
,
fino
alla
soddisfazione
completa
del
suo
io
.
Per
quella
tendenza
alla
soddisfazione
gli
avevo
visto
poco
prima
il
viso
magnificamente
roseo
,
tutto
sorridente
:
la
gioia
interna
l
'
esercizio
e
il
sole
erano
i
tre
raggi
aiutanti
quella
splendida
vita
.
L
'
episodio
così
semplice
di
questo
bambino
è
un
dettaglio
di
ciò
che
avviene
ai
fanciulli
di
tutto
il
mondo
,
i
migliori
e
i
più
amati
.
Essi
non
sono
compresi
perché
l
'
adulto
li
giudica
alla
propria
stregua
:
egli
crede
che
il
bambino
si
prefigga
scopi
esterni
,
e
lo
aiuta
amorevolmente
a
raggiungerli
:
invece
il
bambino
ha
in
prevalenza
lo
scopo
inconscio
di
sviluppare
se
stesso
.
Perciò
disprezza
tutto
ciò
che
è
raggiunto
-
-
e
ama
ciò
che
è
da
raggiungere
.
Per
es
.
ama
più
l
'
azione
di
vestirsi
che
lo
stato
di
vedersi
vestito
,
sia
pure
magnificamente
;
ama
l
'
azione
di
lavarsi
più
che
il
benessere
di
sentirsi
pulito
;
ama
di
costruirsi
una
casa
,
più
che
di
possederla
.
Poiché
egli
«
non
deve
godersi
la
vita
,
ma
formarsela
»
.
Nella
sua
formazione
sta
il
suo
vero
e
pressoché
unico
godimento
;
ora
la
formazione
del
piccolissimo
bambino
nel
primo
anno
di
età
consiste
nella
nutrizione
;
ma
in
seguito
consiste
nel
cooperare
allo
stabilirsi
delle
funzioni
psico
fisiologiche
dell
'
organismo
.
Quel
bambino
bellissimo
del
Pincio
ne
è
il
simbolo
:
egli
voleva
coordinare
i
movimenti
volontari
;
esercitare
la
forza
muscolare
nel
sollevare
oggetti
;
esercitare
l
'
occhio
alla
valutazione
delle
distanze
;
esercitare
l
'
intelligenza
nel
ragionamento
relativo
all
'
opera
di
empire
il
suo
secchiello
;
spingere
la
propria
volontà
nella
decisione
degli
atti
:
-
-
e
invece
chi
lo
amava
,
credendo
che
lo
scopo
suo
fosse
di
possedere
i
sassolini
,
lo
rendeva
infelice
.
Un
errore
consimile
è
quello
che
noi
così
frequentemente
ripetiamo
immaginando
che
per
lo
scolaro
lo
scopo
da
raggiungere
sia
il
possesso
intellettuale
.
Noi
lo
aiutiamo
a
possedere
intellettualmente
qualche
cognizione
,
con
ciò
impedendo
il
suo
sviluppo
e
rendendolo
infelice
.
Generalmente
nelle
scuole
si
crede
che
la
soddisfazione
sia
raggiunta
allorché
si
è
imparato
qualche
cosa
.
Ma
lasciando
i
nostri
bambini
nella
libertà
abbiamo
potuto
assai
chiaramente
seguirli
nelle
loro
vie
di
formazione
intellettuale
spontanea
.
Avere
imparato
pel
bambino
è
un
punto
di
partenza
;
quando
ha
imparato
,
allora
comincia
a
godere
della
ripe
tizione
dell
'
esercizio
-
-
e
ripete
un
numero
indefinito
di
volte
ciò
che
ha
imparato
,
con
evidente
soddisfazione
:
-
-
egli
gioisce
di
esercitarsi
,
perché
con
ciò
sviluppa
le
sue
attività
psichiche
.
Sperimentato
il
fatto
,
riesce
evidente
la
critica
a
ciò
che
si
fa
oggi
in
molte
scuole
.
Quando
p
.
es
.
s
'
interrogano
gli
scolari
accade
che
il
maestro
dica
a
chi
si
fa
innanzi
per
rispondere
«
no
,
tu
no
perché
lo
sai
»
e
interroga
lo
scolaro
che
egli
giudica
come
quegli
che
non
sa
.
Deve
rispondere
chi
non
sa
e
tacere
chi
sa
.
Ciò
perché
si
ritiene
inutile
andare
al
di
là
del
sapere
.
E
pure
quante
volte
ci
accade
nell
'
uso
più
comune
della
vita
di
ripetere
ciò
che
meglio
sappiamo
,
ciò
che
più
ci
appassiona
,
ciò
cui
corrisponde
una
vita
in
noi
.
Amiamo
appunto
di
cantarellare
motivi
musicali
ben
noti
,
quindi
gustati
,
vissuti
.
Amiamo
ripetere
il
racconto
di
cose
che
ci
appassionano
,
che
sappiamo
bene
,
anche
se
abbiamo
perfetta
coscienza
di
non
dir
nulla
di
nuovo
,
d
'
aver
ripetuto
quel
racconto
altre
volte
.
Si
ripetono
sempre
fresche
le
preghiere
dopo
che
si
sono
imparate
.
Nessuno
è
più
convinto
di
amarsi
,
che
gli
amanti
in
pieno
ardore
;
e
pure
sono
essi
quelli
che
ripetono
senza
fine
di
amarsi
.
Ma
per
ripetere
così
,
occorre
che
esista
prima
la
cosa
da
ripetere
;
il
sapere
corrisponde
a
questa
esistenza
,
a
questo
sine
qua
non
,
all
'
indispensabile
per
cominciare
la
ripetizione
degli
atti
:
e
nella
ripetizione
,
non
nell
'
apprendimento
,
consiste
l
'
esercizio
che
sviluppa
la
vita
.
Ora
,
quando
il
fanciullo
è
riuscito
a
raggiungere
questo
stato
,
di
ripetere
un
esercizio
,
egli
è
nella
via
di
sviluppo
della
sua
vita
,
e
si
manifesta
esternamente
come
disciplinato
.
Non
sempre
accade
di
raggiungere
questo
fenomeno
.
Non
in
tutte
le
età
si
ripetono
i
medesimi
esercizi
.
Infatti
la
ripetizione
deve
rispondere
a
un
bisogno
.
Qui
sta
il
metodo
sperimentale
dell
'
educazione
:
occorre
offrire
gli
esercizi
rispondenti
alle
necessità
di
sviluppo
dell
'
organismo
;
e
se
l
'
età
ha
fatto
sorpassare
una
determinata
necessità
,
non
si
potrà
più
ottenere
nella
sua
pienezza
uno
sviluppo
che
mancò
al
suo
tempo
.
Quindi
i
fanciulli
crescono
spesso
imperfetti
fatalmente
per
sempre
.
Un
'
altra
osservazione
interessante
è
quella
che
si
riferisce
alla
durata
del
tempo
di
esecuzione
degli
atti
.
I
fanciulli
che
fanno
da
loro
stessi
i
primi
tentativi
,
sono
lentissimi
nell
'
eseguire
le
azioni
.
La
loro
vita
ha
in
ciò
leggi
particolari
del
tutto
diverse
dalle
nostre
.
I
piccoli
bambini
compiono
con
lentezza
e
costanza
atti
complessi
molto
graditi
a
loro
,
come
p
.
es
.
,
vestirsi
,
spogliarsi
,
pulire
l
'
ambiente
,
lavarsi
,
apparecchiare
la
tavola
,
mangiare
,
ecc
.
Essi
sono
in
tutto
ciò
pazientissimi
,
e
portano
a
compimento
i
loro
atti
laboriosi
,
superando
tutte
le
difficoltà
che
presenta
un
organismo
ancora
in
via
di
formazione
.
Noi
invece
,
che
li
vediamo
«
faticare
»
e
«
perder
tempo
»
a
compiere
una
azione
che
noi
potremmo
in
un
attimo
e
senza
fatica
compire
ci
sostituiamo
al
bambino
e
la
facciamo
noi
.
Sempre
per
lo
stesso
pregiudizio
che
lo
scopo
da
raggiungere
sia
il
compimento
dell
'
atto
esteriore
,
noi
vestiamo
e
laviamo
il
bambino
,
gli
strappiamo
dalle
mani
oggetti
che
tanto
ama
di
maneggiare
;
noi
gli
versiamo
la
minestra
nella
scodella
,
lo
imbocchiamo
,
gli
sparecchiamo
la
tavola
.
E
dopo
tali
servizî
lo
giudichiamo
,
con
molta
ingiustizia
,
come
sempre
avviene
a
chi
soperchiò
un
altro
sia
pure
in
apparenza
beneficandolo
,
come
un
incapace
,
un
inetto
:
egli
spesso
è
giudicato
da
noi
impaziente
sol
perché
noi
non
sapemmo
trovare
la
pazienza
di
attendere
i
suoi
atti
che
obbediscono
a
leggi
di
tempo
diverse
dalle
nostre
;
e
prepotente
,
appunto
perché
noi
gli
usammo
prepotenza
.
Questa
taccia
,
questo
marchio
,
questa
calunnia
,
grava
oramai
come
un
dogma
sulla
paziente
e
mitissima
personalità
del
fanciullino
.
Egli
,
come
ogni
forte
che
difende
in
se
stesso
i
diritti
della
vita
,
si
ribella
a
chi
offende
questo
qualcosa
che
sente
dentro
,
e
che
è
una
voce
di
natura
alla
quale
egli
deve
obbedire
;
-
-
allora
manifesta
con
atti
violenti
,
con
le
grida
e
col
pianto
,
ch
'
egli
fu
sopraffatto
nella
sua
missione
.
Contro
chi
non
lo
comprese
e
che
credendo
aiutarlo
lo
respinse
indietro
nelle
vie
della
vita
,
egli
si
manifesta
un
ribelle
,
un
rivoluzionario
,
un
distruggitore
.
Così
l
'
adulto
che
l
'
ama
,
ribadisce
sul
suo
collo
piegato
ancora
una
calunnia
,
confondendo
la
difesa
della
vita
offesa
con
una
forma
di
cattiveria
innata
,
propria
e
caratteristica
ai
fanciulli
in
tenera
età
.
Che
sarebbe
di
noi
se
piombassimo
in
mezzo
a
una
popolazione
di
Fregoli
cioè
di
persone
rapidissime
nei
loro
movimenti
,
come
quelle
che
ci
meravigliano
e
destano
il
riso
sul
teatro
,
col
celere
trasformismo
?
E
se
,
continuando
noi
a
muoverci
secondo
le
nostre
abitudini
,
ci
vedessimo
assaliti
da
questi
Fregoli
,
i
quali
si
mettessero
essi
a
vestirci
malamente
,
sballottandoci
,
a
imboccarci
rapidamente
in
modo
da
non
darci
il
tempo
d
'
inghiottire
,
a
strapparci
dalle
mani
ogni
lavoro
per
compierlo
essi
rapidissimamente
,
e
piombarci
in
una
impotenza
e
in
una
inerzia
indicibilmente
umilianti
?
Noi
non
sapendo
come
meglio
esprimerci
,
ci
difenderemmo
a
pugni
e
a
grida
da
questi
forsennati
:
ed
essi
,
avendo
tutta
la
buona
volontà
di
servirci
,
direbbero
che
siamo
cattivi
,
ribelli
,
e
incapaci
di
far
nulla
.
Noi
,
che
conosciamo
la
nostra
vera
patria
,
diremo
a
costoro
:
venite
nei
nostri
paesi
e
vedrete
una
splendida
civiltà
fatta
da
noi
,
vedrete
i
nostri
lavori
meravigliosi
.
Quei
Fregoli
ci
ammirerebbero
estatici
,
non
credendo
ai
loro
occhi
,
quando
vedessero
agire
il
nostro
mondo
così
bello
,
attivo
,
regolato
,
pacifico
,
gentile
ma
molto
più
lento
del
loro
.
Qualche
cosa
di
simile
avviene
tra
noi
e
i
bambini
!
L
'
educazione
dei
sensi
è
tutta
contenuta
appunto
nella
ripetizione
degli
esercizi
:
lo
scopo
di
questi
non
è
che
il
bambino
conosca
i
colori
,
le
forme
,
le
qualità
più
varie
degli
oggetti
-
-
ma
che
affini
i
suoi
sensi
in
un
esercizio
di
attenzione
,
di
comparazione
,
di
giudizio
,
che
è
una
vera
ginnastica
intellettuale
.
Tale
ginnastica
,
razionalmente
condotta
dai
varii
stimoli
,
aiuta
la
formazione
intellettuale
,
come
una
ginnastica
fisica
rinforza
la
salute
e
guida
la
crescenza
del
corpo
.
Il
bambino
che
si
esercita
a
percepire
stimoli
con
i
vari
sensi
isolatamente
,
concentra
l
'
attenzione
,
sviluppa
a
parte
a
parte
le
attività
psichiche
:
come
con
movimenti
isolatamente
preparati
,
ordinava
le
sue
attività
muscolari
.
Egli
non
si
limita
a
una
ginnastica
psico
sensoriale
,
ma
prepara
una
particolare
attività
di
associazione
spontanea
tra
le
idee
-
-
un
ordine
di
raziocinio
svolgentesi
su
conoscenze
positive
-
-
un
equilibrio
armonico
dell
'
intelletto
.
Da
tale
occulta
ginnastica
nascono
e
si
svolgono
le
radici
di
quelle
esplosioni
psichiche
che
portano
tanta
gioia
al
bambino
,
quando
egli
fa
delle
scoperte
nell
'
ambiente
esterno
-
-
quando
medita
e
ammira
insieme
le
nuove
cose
che
gli
si
rivelano
al
di
fuori
e
le
squisite
emozioni
inferiori
della
sua
coscienza
crescente
-
-
quando
infine
nascono
in
lui
,
quasi
per
maturazione
spontanea
,
simili
a
fenomeni
di
sviluppo
interiore
,
i
prodotti
della
conoscenza
:
la
scrittura
e
lettura
.
Mi
accadde
una
volta
di
vedere
un
bambino
di
due
anni
figlio
di
un
medico
mio
collega
,
che
,
quasi
sfuggendo
alle
braccia
della
madre
che
me
lo
aveva
condotto
,
si
slanciava
sugli
oggetti
ingombranti
lo
scrittoio
paterno
:
il
blocco
rettangolare
delle
carte
,
il
coperchio
rotondo
del
calamaio
.
Io
vedevo
con
emozione
l
'
intelligente
piccolino
che
stava
alla
meglio
cercando
di
fare
gli
esercizi
che
i
nostri
piccini
,
con
tanta
passione
,
ripetono
senza
fine
agli
incastri
piani
.
Il
padre
e
la
madre
lo
tiravano
via
,
sgridandolo
,
e
spiegandomi
che
essi
invano
tentano
di
impedire
al
piccino
di
toccare
le
carte
e
gli
oggetti
del
padre
:
«
ma
il
bambino
è
irrequieto
,
è
cattivo
»
.
Quante
volte
vediamo
tutti
i
bambini
del
mondo
sgridati
perché
«
toccano
tutto
»
ribelli
a
ogni
correzione
!
Ebbene
è
guidando
e
sviluppando
questo
istinto
naturale
di
toccar
tutto
,
e
di
riconoscere
l
'
armonia
delle
figure
geometriche
,
che
i
nostri
piccoli
uomini
di
quattro
anni
e
mezzo
,
hanno
tratto
le
radici
di
tante
gioie
e
di
tante
emozioni
nel
fenomeno
della
scrittura
spontanea
.
Il
bambino
che
si
slancia
sul
blocco
delle
carte
,
sui
calamai
o
simili
cose
lottando
sempre
invano
per
raggiungere
il
suo
scopo
;
sempre
combattuto
e
vinto
da
persone
più
forti
di
lui
;
sempre
agitato
e
piangente
nelle
delusioni
dei
suoi
disperati
sforzi
-
-
spreca
energie
nervose
;
ed
è
una
illusione
dei
suoi
parenti
quella
di
credere
che
un
tale
bambino
riposi
;
come
è
un
calunnioso
malinteso
ritener
cattivo
quel
piccolo
uomo
che
agogna
già
alle
fondamenta
del
suo
edifizio
intellettuale
.
Invece
riposano
i
nostri
bambini
ardentemente
e
beatamente
lasciati
liberi
di
spostare
e
rimettere
le
piastrelle
geometriche
degli
incastri
piani
,
offerte
ai
loro
istinti
di
formazione
superiore
;
ed
essi
godendo
nella
più
piena
pace
psichica
,
ignorano
che
l
'
occhio
e
la
mano
s
'
iniziano
ai
misteri
di
un
nuovo
linguaggio
.
La
maggior
parte
dei
nostri
bambini
si
calmano
in
tali
esercizi
,
il
sistema
nervoso
riposa
.
Allora
noi
diciamo
che
questi
piccolini
sono
buoni
e
tranquilli
:
-
-
la
disciplina
esterna
tanto
sospirata
nelle
scuole
comuni
è
già
abbondantemente
superata
.
Ma
come
un
uomo
calmo
e
un
uomo
disciplinato
non
sono
la
stessa
cosa
,
così
qui
il
fatto
che
si
rivela
all
'
esterno
con
la
calma
dei
bambini
è
un
fenomeno
troppo
fisico
,
parziale
ed
esteriore
,
in
confronto
alla
vera
disciplina
che
si
sta
svolgendo
in
loro
.
Spesso
-
-
e
questo
è
ancora
un
altro
pregiudizio
-
-
crediamo
che
per
ottenere
un
atto
volontario
dal
bambino
,
basti
ordinarglielo
.
Noi
pretendiamo
che
avvenga
questo
fenomeno
,
e
chiamiamo
tale
pretesa
l
'
»
obbedienza
del
bambino
»
.
Troviamo
disobbedienti
specialmente
i
piccoli
bambini
;
anzi
la
loro
resistenza
quando
essi
hanno
tre
o
quattro
anni
è
tale
che
ci
porta
alla
disperazione
o
alla
rinuncia
di
ottenere
obbedienza
.
Ci
sforziamo
a
vantare
ai
bambini
«
la
virtù
dell
'
obbedienza
»
che
secondo
noi
dovrebbe
essere
propria
dell
'
infanzia
,
la
«
virtù
infantile
»
appunto
perché
non
la
troviamo
nei
fanciulli
altro
che
con
grande
difficoltà
.
Questa
è
un
'
illusione
molto
comune
di
chiedere
o
con
la
preghiera
o
col
comando
o
con
l
'
agitazione
ciò
che
è
difficile
o
impossibile
ad
avere
:
così
p
.
es
.
noi
chiediamo
l
'
obbedienza
dei
bambini
e
i
bambini
chiedono
la
luna
.
Basterebbe
riflettere
che
quella
obbedienza
con
la
quale
scherziamo
tanto
si
trova
più
tardi
come
primo
tentativo
naturale
in
bambini
più
grandi
,
e
poi
come
istinto
nell
'
uomo
per
avere
un
concetto
della
sua
esistenza
come
fatto
spontaneo
e
come
uno
degli
istinti
più
forti
della
umanità
.
Troveremo
la
società
umana
tutta
organizzata
sulla
più
meravigliosa
obbedienza
;
e
la
civiltà
progredire
sulle
vie
dell
'
obbedienza
.
I
gruppi
umani
si
fondano
spesso
sull
'
abuso
di
obbedienza
,
le
associazioni
a
delinquere
hanno
l
'
obbedienza
come
base
.
Quante
volte
si
sono
fatte
questioni
sociali
sulla
necessità
di
scuotere
l
'
uomo
da
uno
stato
di
obbedienza
che
lo
aveva
condotto
ad
essere
sfruttato
e
lo
aveva
abbrutito
.
L
'
obbedienza
naturalmente
è
sacrificio
.
Siamo
così
abituati
a
vivere
in
un
oceano
di
obbedienza
nel
mondo
-
-
in
uno
stato
di
sacrificio
-
-
in
una
prontezza
alla
rinuncia
,
che
chiamiamo
feste
i
legami
del
matrimonio
fatti
per
eccellenza
di
obbedienza
e
di
sacrificio
-
-
e
tra
i
popoli
si
guarda
con
invidia
il
soldato
,
che
ha
per
sua
missione
di
essere
«
obbediente
fino
alla
morte
»
mentre
consideriamo
come
un
malfattore
o
un
pazzo
chi
sfugge
all
'
obbedienza
.
Quanti
poi
hanno
fatto
l
'
esperienza
occulta
dentro
di
loro
,
di
un
ardente
desiderio
di
obbedire
a
qualche
cosa
o
a
qualcheduno
che
guidasse
nella
vita
-
-
e
di
un
desiderio
ancor
più
profondo
di
trovare
il
sacrificio
nella
dedizione
di
qualche
alta
obbedienza
.
È
dunque
naturale
che
amando
il
bambino
gl
'
indichia
mo
come
«
via
della
vita
»
l
'
obbedienza
:
e
si
comprende
l
'
angustia
che
quasi
tutti
provano
cozzando
con
la
caratteristica
disobbedienza
infantile
.
Ma
l
'
obbedienza
,
si
può
raggiungere
solo
a
traverso
una
complessa
formazione
della
personalità
psichica
:
occorre
per
obbedire
non
solo
voler
obbedire
,
ma
anche
saper
obbedire
.
Poiché
quando
si
ordina
una
cosa
-
-
si
pretende
una
corrispondente
attività
fattiva
o
inibitoria
;
l
'
obbedienza
include
perciò
una
formazione
della
volontà
e
una
formazione
intellettuale
.
Preparare
nei
dettagli
questa
formazione
,
con
singoli
esercizi
-
-
è
,
benché
indirettamente
,
spingere
il
fanciullo
verso
l
'
obbedienza
.
Il
metodo
di
cui
si
tratta
contiene
in
ogni
sua
parte
un
esercizio
volitivo
:
quando
il
bambino
compie
movimenti
coordinati
a
uno
scopo
,
raggiunge
un
fine
prefisso
,
ripete
pazientemente
un
esercizio
,
esercita
la
sua
volontà
.
Parallelamente
,
in
un
'
assai
complessa
serie
di
esercizi
mette
in
attività
i
poteri
inibitori
:
p
.
es
.
le
lezioni
del
silenzio
che
richiedono
un
lungo
controllo
inibitorio
di
tutti
i
movimenti
,
quando
il
fanciullo
sta
nell
'
attesa
della
chiamata
;
e
il
controllo
rigoroso
degli
atti
successivi
,
quando
il
bambino
vorrebbe
gridare
di
gioia
e
correre
comunque
alla
chiamata
;
invece
tace
-
-
e
si
muove
leggermente
,
badando
di
evitare
gli
ostacoli
,
per
non
far
rumore
.
Altri
esercizi
inibitori
sono
quelli
di
aritmetica
,
ove
il
bambino
avendo
estratto
un
numero
,
deve
prendere
nella
gran
massa
che
sta
apparentemente
a
sua
disposizione
,
solo
una
quantità
di
oggetti
corrispondenti
alla
sua
cifra
;
mentre
(
come
l
'
esperimento
ha
indicato
)
vorrebbe
prenderne
la
maggior
quantità
possibile
-
-
e
se
in
sorte
gli
toccò
lo
zero
,
resta
pazientemente
a
mani
vuote
.
Un
altro
esercizio
inibitorio
degli
atti
è
nella
lezione
dello
zero
,
ove
il
bambino
chiamato
,
attratto
in
tanti
modi
a
venire
zero
volte
,
a
dare
zero
baci
-
-
resta
fermo
-
-
vincendo
sensibilmente
l
'
istinto
che
lo
porterebbe
appunto
a
obbedire
alla
chiamata
.
Il
bambino
che
porta
la
grossa
marmitta
piena
di
zuppa
calda
,
deve
isolarsi
da
ogni
stimolo
ambiente
che
lo
distragga
,
resistere
alla
tentazione
di
saltare
-
-
superare
un
prurito
,
la
noia
di
una
mosca
sul
volto
-
-
e
rimanere
solo
compreso
della
grande
responsabilità
di
non
lasciar
cadere
né
piegare
la
marmitta
.
Una
bambinetta
di
quattro
anni
e
mezzo
,
ogni
volta
che
appoggiava
la
marmitta
sul
tavolino
finché
i
piccoli
convitati
si
fossero
serviti
faceva
due
o
tre
saltini
-
-
poi
riprendeva
la
marmitta
per
portarla
a
un
altro
tavolo
,
ripetendo
sempre
i
suoi
saltini
.
Ma
mai
lasciava
a
mezzo
il
suo
lungo
lavoro
di
passare
così
a
traverso
venti
tavolini
la
zuppiera
-
-
e
mai
dimenticava
la
vigilanza
necessaria
pel
controllo
dei
suoi
atti
.
La
volontà
,
come
ogni
altra
attività
,
si
rinforza
e
si
sviluppa
con
esercizi
metodici
.
E
qui
gli
esercizi
della
volontà
sono
in
tutti
gli
esercizi
intellettuali
e
della
vita
pratica
del
bambino
:
sembra
che
il
fanciullo
impari
la
esattezza
e
grazia
delle
movenze
,
che
affini
le
sue
sensazioni
,
che
impari
a
contare
e
a
scrivere
-
-
ma
più
profondamente
egli
diventa
il
padrone
di
se
stesso
-
-
il
preparatore
dell
'
uomo
di
forte
e
pronto
volere
.
Si
sente
dire
spesso
che
il
bambino
deve
saper
spezzare
la
sua
volontà
di
fronte
al
volere
dell
'
adulto
-
-
e
che
questa
è
l
'
educazione
della
volontà
del
bambino
,
che
deve
sottomettersi
e
obbedire
.
A
parte
l
'
ingiustizia
che
sta
in
fondo
a
ogni
atto
di
prepotenza
,
questa
pretesa
è
irrazionale
perché
il
bambino
non
può
spezzare
ciò
che
non
ha
.
Noi
gli
impediamo
in
tal
modo
di
formare
la
propria
volontà
-
-
e
commettiamo
il
più
grande
e
colpevole
abuso
verso
il
fanciullo
.
Egli
non
ha
mai
tempo
o
modo
nemmeno
di
provare
se
stesso
,
di
valutare
le
proprie
forze
,
i
propri
limiti
-
-
perché
viene
sempre
interrotto
e
soggiogato
dalla
nostra
prepotenza
;
e
languisce
nell
'
ingiustizia
,
allorché
si
sente
rimproverare
acerbamente
perché
non
ha
ciò
che
gli
viene
ad
ogni
ora
distrutto
.
Così
nasce
come
conseguenza
la
timidezza
del
fanciullo
,
che
è
una
specie
di
malattia
acquisita
della
volontà
che
non
poté
svilupparsi
-
-
e
che
con
la
solita
calunnia
con
cui
il
tiranno
,
cosciente
o
no
,
copre
i
propri
errori
,
viene
considerata
da
noi
come
una
caratteristica
infantile
.
I
nostri
bambini
non
sono
mai
timidi
:
una
delle
più
affascinanti
loro
qualità
è
la
scioltezza
con
cui
trattano
le
persone
,
con
cui
lavorano
in
presenza
di
altri
,
e
mostrano
con
franchezza
e
desiderio
di
compartecipazione
,
i
loro
lavori
.
Quella
mostruosità
morale
che
è
il
bambino
smorfioso
e
timido
il
quale
prende
ardire
quando
è
solo
coi
compagni
e
fa
le
«
birichinate
»
perché
poté
sviluppare
la
sua
volontà
soltanto
nell
'
ombra
-
-
sparisce
nelle
nostre
Case
dei
Bambini
.
Spettacolo
di
barbarie
inavvertita
-
-
che
somiglia
alla
artificiale
costrizione
in
cui
si
teneva
il
corpo
dei
fanciulli
destinati
a
crescere
«
nani
»
di
corte
,
mostri
fisici
o
giullari
-
-
e
nella
quale
crescono
spiritualmente
quasi
tutti
i
bambini
del
nostro
tempo
!
Infatti
in
tutti
i
congressi
di
Pedagogia
si
rileva
come
pericolo
del
nostro
tempo
«
la
mancanza
di
carattere
»
negli
scolari
:
e
si
dà
quasi
un
grido
d
'
allarme
-
-
senza
però
rilevare
che
è
l
'
indirizzo
educativo
la
schiavitù
scolastica
,
quella
che
appunto
spezza
le
volontà
e
i
caratteri
.
Il
rimedio
è
tutto
nella
liberazione
dello
sviluppo
umano
.
Oltre
all
'
esercizio
della
volontà
,
c
'
è
l
'
altro
fattore
dell
'
obbedienza
consistente
nella
conoscenza
dell
'
atto
da
compiere
.
Una
delle
osservazioni
più
interessanti
fatte
dalla
mia
allieva
Anna
Maccheroni
,
prima
nella
«
Casa
dei
Bambini
»
di
Milano
e
poi
in
quella
di
via
Giusti
in
Roma
,
riguarda
appunto
il
meccanismo
con
cui
si
svolge
l
'
obbedienza
nei
fanciulli
in
rapporto
al
«
sapere
»
.
L
'
obbedienza
nasce
nel
bambino
come
un
istinto
latente
in
lui
,
appena
la
sua
personalità
abbia
cominciato
,
come
diciamo
noi
,
a
ordinarsi
.
Per
es
.
un
bambino
comincia
a
provarsi
in
un
determinato
esercizio
-
-
una
volta
,
all
'
improvviso
,
egli
fa
perfettamente
bene
;
se
ne
meraviglia
,
guarda
,
vuol
quindi
riprovare
,
ma
l
'
esercizio
non
riesce
più
per
vario
tempo
.
In
seguito
il
bambino
riesce
quasi
sempre
a
compiere
l
'
esercizio
;
ma
se
qualcuno
gli
domanda
di
eseguirlo
non
sempre
riesce
,
anzi
,
quasi
sempre
sbaglia
.
Il
comando
esterno
non
provoca
ancora
l
'
atto
volontario
.
Quando
però
l
'
esercizio
riesce
sempre
bene
,
con
sicurezza
assoluta
,
l
'
invito
esterno
provoca
atti
ordinati
e
sufficienti
allo
scopo
;
cioè
il
bambino
può
sempre
eseguire
il
comando
ricevuto
.
Che
questi
fatti
,
a
parte
le
variazioni
individuali
,
siano
leggi
di
formazione
psichica
,
risulta
anche
dall
'
esperienza
volgare
che
tutti
abbiamo
veduto
ripetersi
nelle
scuole
e
nella
vita
.
Accade
spesso
di
sentir
dire
un
bambino
:
«
io
ho
fatto
la
tal
cosa
,
ma
non
la
so
fare
più
»
.
E
un
maestro
che
al
comando
è
deluso
dell
'
incapacità
del
bambino
:
«
eppure
il
bambino
faceva
bene
,
adesso
non
sa
più
fare
»
.
Infine
,
c
'
è
il
periodo
di
sviluppo
compiuto
,
consistente
in
ciò
:
che
quando
si
sa
fare
una
cosa
,
resta
permanente
la
capacità
a
riprodurla
.
Esistono
dunque
tre
periodi
-
-
un
primo
subcosciente
ove
nell
'
intelligenza
del
bambino
l
'
ordine
si
fa
per
un
misterioso
impulso
interiore
tra
il
disordine
,
producendo
all
'
esterno
un
atto
perfetto
che
però
,
essendo
fuori
del
campo
della
coscienza
,
l
'
individuo
non
può
riprodurre
volontariamente
.
Un
secondo
periodo
cosciente
ove
esiste
l
'
azione
della
volontà
,
che
può
assistere
al
processo
di
sviluppo
e
di
fissazione
degli
atti
;
un
terzo
periodo
ove
la
volontà
può
dirigere
e
provocare
gli
atti
stessi
,
rispondendo
anche
a
un
comando
esterno
.
Ora
l
'
obbedienza
segue
parallelamente
un
simile
processo
.
Nel
primo
periodo
,
del
disordine
interiore
,
il
bambino
non
obbedisce
,
come
se
fosse
sordo
psichicamente
,
estraneo
ai
comandi
;
nel
secondo
periodo
vorrebbe
obbedire
-
-
ha
l
'
attitudine
di
chi
comprende
il
comando
e
vuol
corrispondervi
,
ma
non
può
o
almeno
non
riesce
sempre
a
obbedire
quindi
non
è
pronto
,
non
mostra
la
gioia
di
obbedire
;
nel
terzo
periodo
corrisponde
prontamente
,
con
entusiasmo
;
e
,
perfezionandosi
negli
esercizi
,
nasce
nel
bambino
la
gioia
di
sapere
obbedire
.
È
questo
il
periodo
in
cui
egli
accorre
con
gioia
e
lascia
al
più
impercettibile
comando
qualsiasi
cosa
lo
interessi
,
per
togliersi
alla
sua
solitudine
-
-
e
fondersi
con
l
'
obbedienza
nel
campo
spirituale
di
un
altro
uomo
.
Da
questo
ordine
così
stabilito
nella
coscienza
-
-
ove
era
un
primitivo
caos
-
-
proviene
tutto
il
quadro
dei
fenomeni
di
disciplina
e
di
sviluppo
intellettuale
che
dall
'
interno
si
espande
come
una
creazione
.
Da
tali
anime
ordinate
ove
fu
separata
«
la
luce
dalle
tenebre
»
-
-
nascono
sentimenti
e
conquiste
intellettuali
improvvise
,
che
ricordano
la
creazione
biblica
del
mondo
.
Non
soltanto
quello
che
fu
laboriosamente
preparato
dal
fanciullo
stesso
,
si
trova
in
lui
:
non
solo
la
conquista
ma
il
dono
che
scaturisce
dalla
vita
interiore
.
Si
sentono
già
i
primi
fiori
di
gentilezza
,
d
'
amore
,
di
spontaneo
desiderio
del
bene
,
che
mandano
il
loro
profumo
dalle
anime
di
questi
fanciulli
-
-
e
che
promettono
i
«
frutti
della
vita
spirituale
»
di
S
.
Paolo
:
«
Frutto
dello
spirito
si
è
la
carità
,
il
gaudio
,
la
pace
,
la
pazienza
,
la
benignità
,
la
bontà
,
la
mansuetudine
,
la
modestia
,
»
.
Essi
sono
dei
virtuosi
perché
esercitarono
la
pazienza
-
-
ripetendo
gli
esercizi
-
-
la
mansuetudine
cedendo
al
comando
,
al
desiderio
degli
altri
-
-
la
bontà
godendo
del
bene
altrui
,
non
sentendo
invidia
né
emulazione
;
vissero
facendo
il
bene
nel
gaudio
,
nella
pace
;
e
furono
eminentemente
,
meravigliosamente
laboriosi
.
Ma
di
tali
virtù
essi
non
hanno
superbia
perché
non
vollero
acquistarle
come
una
superiorità
morale
,
da
un
insegnamento
esterno
seguito
con
sforzo
.
Ma
si
trovarono
sulla
via
della
virtù
-
-
perché
era
l
'
unica
via
per
giungere
al
perfezionamento
,
all
'
apprendimento
:
e
raccolsero
con
semplicità
i
frutti
di
pace
che
incontrarono
per
quella
via
.
Queste
le
prime
linee
d
'
un
esperimento
che
illustra
un
forma
di
disciplina
indiretta
-
-
ove
al
maestro
critico
e
predicante
si
sostituisce
una
razionale
organizzazione
del
lavoro
e
la
libertà
del
fanciullo
.
Essa
include
un
concetto
della
vita
generalmente
noto
più
nei
campi
delle
religioni
che
in
quelli
della
pedagogia
scolastica
-
-
perché
si
rivolge
alle
energie
interiori
dell
'
uomo
:
ma
pure
fonda
le
sue
basi
sul
lavoro
e
sulla
libertà
,
che
sono
vie
di
progresso
civile
.
CONCLUSIONI
E
IMPRESSIONI
La
parte
del
metodo
qui
descritta
,
può
chiaramente
condurre
,
io
credo
,
i
maestri
ad
applicarla
praticamente
.
Chi
ha
bene
afferrato
l
'
idea
dell
'
insieme
in
questa
metodica
-
-
intenderà
come
il
lato
riferentisi
all
'
applicazione
materiale
di
essa
è
oltremodo
semplice
e
facile
.
Infatti
la
figura
della
maestra
antica
,
che
tiene
faticosamente
la
disciplina
dell
'
immobilità
e
consuma
i
suoi
polmoni
in
una
loquela
risonante
e
continua
,
è
scomparsa
.
Alla
maestra
viene
sostituito
il
materiale
didattico
,
che
contiene
in
sé
il
controllo
dell
'
errore
e
permette
ai
singoli
bambini
l
'
auto
-
educazione
.
Così
la
maestra
è
una
dirigente
del
lavoro
spontaneo
dei
bambini
:
è
una
paziente
ed
una
silenziosa
.
I
bambini
sono
occupati
ciascuno
in
una
cosa
diversa
-
-
e
la
direttrice
può
sorvegliarli
,
facendo
osservazioni
psicologiche
,
-
-
le
quali
appunto
,
raccolte
con
ordine
e
con
criteri
scientifici
,
potranno
ricostruire
la
Psicologia
infantile
e
preparare
la
Pedagogia
sperimentale
.
Io
credo
di
avere
stabilito
,
col
mio
metodo
,
le
condizioni
di
studio
necessario
a
svolgere
una
Pedagogia
scientifica
:
e
chi
adotterà
questo
metodo
,
aprirà
con
ciò
solo
,
in
ogni
scuola
e
in
ogni
classe
,
un
gabinetto
di
Pedagogia
sperimentale
.
Di
qui
dobbiamo
attenderci
la
vera
soluzione
positiva
di
tutti
i
problemi
pedagogici
dei
quali
si
parla
:
come
già
è
venuta
la
soluzione
di
alcuni
,
quali
la
libertà
degli
scolari
,
l
'
auto
-
educazione
e
l
'
armonia
dell
'
opera
familiare
con
quella
scolastica
per
il
comune
intento
della
educazione
dei
fanciulli
.
Anche
il
problema
dell
'
educazione
religiosa
,
la
cui
importanza
ancora
non
sentiamo
pienamente
,
dovrà
essere
risolto
dalla
pedagogia
positiva
.
Se
le
religioni
nacquero
insieme
alle
civiltà
,
esse
ebbero
probabilmente
radice
dell
'
umana
natura
.
Noi
abbiamo
assistito
allo
spettacolo
edificante
di
un
istintivo
amore
alla
sapienza
nei
fanciulli
che
avevamo
giudicati
,
su
un
pregiudizio
antico
,
dediti
ai
divertimenti
ai
giuochi
vuoti
di
pensiero
.
Il
fanciullo
che
disprezza
il
giuoco
dinanzi
al
sapere
,
si
è
rivelato
il
vero
figlio
di
quell
'
umanità
che
fu
a
traverso
i
secoli
creatrice
della
scienza
e
del
progresso
civile
.
Noi
avevamo
deturpato
il
figlio
dell
'
uomo
,
relegandolo
invece
al
giuocattolo
degradante
,
nell
'
ozio
e
nel
soffocamento
di
una
disciplina
male
intesa
.
Ora
il
fanciullo
dovrà
egli
,
nella
sua
libertà
,
rivelarci
se
l
'
uomo
è
veramente
in
natura
la
creatura
religiosa
.
Negando
a
priori
il
sentimento
religioso
nell
'
uomo
,
e
privando
l
'
umanità
dell
'
educazione
di
questo
sentimento
,
potremmo
incorrere
in
un
errore
pedagogico
,
simile
a
quello
che
ci
faceva
a
priori
negare
nel
fanciullo
l
'
amore
alla
conoscenza
e
al
sapere
:
e
che
ci
spingeva
a
domarlo
nella
schiavitù
,
per
renderlo
apparentemente
disciplinato
.
Anche
affermando
che
solo
l
'
età
adulta
è
adatta
all
'
educazione
religiosa
-
-
potremmo
incorrere
in
un
profondo
errore
,
come
è
quello
che
ci
fa
oggi
dimenticare
l
'
educazione
dei
sensi
nell
'
età
in
cui
essi
sono
educabili
,
cioè
nel
bambino
,
mentre
la
vita
dell
'
adulto
è
poi
praticamente
un
'
applicazione
dei
sensi
alla
raccolta
di
sensazioni
nell
'
ambiente
:
donde
risulta
il
fallimento
della
vita
pratica
e
uno
squilibrio
che
disperde
tante
forze
individuali
.
Non
per
fare
un
paragone
tra
la
educazione
dei
sensi
,
come
guida
alla
vita
pratica
-
-
e
l
'
educazione
religiosa
come
guida
alla
vita
morale
;
ma
solo
per
servirmi
a
scopo
illustrativo
di
una
analogia
-
-
noto
come
spesso
nella
vita
morale
si
osservano
dei
fallimenti
nei
non
religiosi
-
-
e
molte
forze
individuali
,
che
pur
riconosciamo
preziose
,
disperdersi
miseramente
.
Quanti
uomini
hanno
fatto
l
'
esperienza
di
ciò
!
E
allorché
alcuni
hanno
la
tardiva
rivelazione
della
propria
coscienza
religiosa
nell
'
età
adul
ta
,
o
sotto
la
squassante
esperienza
del
dolore
,
la
mente
è
inabile
a
stabilirsi
un
equilibrio
,
perché
fu
troppo
stabilmente
formata
in
un
campo
privo
di
spiritualità
.
Allora
vediamo
spettacoli
egualmente
pietosi
o
di
conversioni
a
un
fanatismo
di
religiosità
formale
e
inferiore
;
o
di
lotte
intime
drammatiche
tra
il
sentimento
che
cerca
tra
le
tempeste
l
'
unico
suo
porto
,
e
la
mente
che
riconduce
inesorabilmente
la
coscienza
tra
i
flutti
travolgenti
dell
'
alto
mare
senza
pace
.
Fenomeni
psicologici
di
altissima
importanza
;
e
problemi
umani
la
cui
gravità
è
forse
tra
tutti
gli
altri
,
suprema
.
Noi
siamo
ancora
in
Europa
e
specialmente
,
tra
le
più
civili
nazioni
,
in
Italia
pieni
di
pregiudizi
e
di
preconcetti
su
tale
argomento
-
-
veri
schiavi
del
pensiero
.
Noi
crediamo
che
la
libertà
di
coscienza
e
di
pensiero
consista
nel
negare
alcuni
principi
di
sentimento
-
-
come
p
.
es
.
quelli
religiosi
;
mentre
la
libertà
non
esiste
mai
là
ove
si
combatte
per
soffocare
qualche
cosa
,
ma
solo
dove
si
lascia
l
'
espansione
illimitata
alla
vita
.
Chi
veramente
non
crede
,
non
teme
ciò
che
non
crede
,
e
non
combatte
ciò
che
non
esiste
:
e
se
crede
e
combatte
,
allora
diviene
soldato
contro
la
libertà
.
In
America
è
lo
stesso
scienziato
positivista
,
il
James
,
che
espone
la
teoria
fisiologica
dei
sentimenti
e
illustra
l
'
importanza
psicologica
della
«
coscienza
religiosa
»
.
Noi
non
possiamo
sapere
l
'
avvenire
del
progresso
di
pensiero
:
ecco
p
.
es
.
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
il
trionfo
della
disciplina
a
traverso
le
conquiste
della
libertà
e
dell
'
indipendenza
:
e
ciò
segna
il
fondamentale
progresso
pedagogico
nei
metodi
-
-
e
la
più
brillante
speranza
di
redenzione
umana
nell
'
educazione
.
Forse
ugualmente
,
a
traverso
le
conquiste
di
libertà
di
pensiero
e
di
coscienza
,
noi
ci
avviamo
verso
un
grande
trionfo
religioso
.
Questo
ce
lo
dirà
l
'
esperienza
;
e
saranno
indubbiamente
interessanti
le
osservazioni
psicologiche
fatte
in
proposito
nelle
«
Case
dei
Bambini
»
.
A
questo
libro
di
metodo
,
compilato
da
una
sola
persona
,
ne
dovranno
seguire
altri
,
io
mi
auguro
,
che
partendo
dallo
studio
individuale
dei
bambini
educati
col
nostro
metodo
,
esporranno
l
'
esito
delle
esperienze
.
Sono
questi
i
libri
di
Pedagogia
che
attende
l
'
avvenire
.
Dal
lato
pratico
della
scuola
,
si
ha
poi
,
coi
nostri
metodi
,
il
vantaggio
di
poter
trattenere
vicini
fanciulli
in
grado
molto
diverso
di
preparazione
:
nelle
nostre
prime
«
Case
dei
Bambini
»
,
stanno
insieme
piccini
di
due
anni
e
mezzo
,
inadatti
ancora
ai
più
semplici
esercizi
dei
sensi
-
-
e
bambini
di
oltre
cinque
anni
che
per
la
loro
coltura
potrebbero
passare
tra
pochi
mesi
in
terza
elementare
!
Ciascuno
di
essi
si
perfeziona
da
sé
;
e
prosegue
avanti
secondo
la
propria
potenzialità
individuale
.
Vantaggio
grandissimo
di
tale
metodo
,
che
potrebbe
rendere
assai
facile
l
'
istruzione
nelle
scuole
rurali
,
e
nelle
scuole
dei
piccoli
paesi
di
provincia
-
-
ove
scarsi
sono
i
fanciulli
,
e
dove
non
potrebbero
fondarsi
molte
diverse
classi
,
né
mantenersi
più
maestre
.
Dalla
nostra
esperienza
risulta
che
una
sola
maestra
può
seguire
fanciulli
i
quali
si
trovano
in
livelli
così
disparati
,
come
quelli
che
corrono
dal
primo
dei
tre
anni
dell
'
asilo
d
'
infanzia
,
alla
terza
classe
elementare
.
Mentre
accanto
a
questo
vantaggio
pratico
,
sta
l
'
altro
dell
'
estrema
facilità
con
cui
si
apprende
il
linguaggio
grafico
con
cui
perciò
si
può
combattere
l
'
analfabetismo
,
e
coltivare
la
lingua
nazionale
.
In
quanto
alla
maestra
,
ella
può
rimanere
,
senza
pericolo
di
consumar
le
sue
forze
,
tutta
la
giornata
insieme
a
bambini
che
appartengono
a
così
diversi
gradi
di
sviluppo
,
come
resta
in
casa
la
madre
coi
figli
di
tutte
le
età
dal
mattino
alla
sera
,
senza
stancarsi
.
I
bambini
lavorano
da
sé
-
-
conquistando
così
la
disciplina
attiva
come
l
'
indipendenza
nella
vita
pratica
,
come
il
progressivo
sviluppo
dell
'
intelligenza
.
Diretti
da
una
intelligente
maestra
,
tanto
nello
sviluppo
fisico
come
in
quello
intellettuale
e
morale
,
i
bambini
possono
coi
nostri
metodi
,
raggiungere
non
solo
uno
splendido
e
rigoglioso
organismo
fisico
,
ma
ancora
la
magnificenza
dell
'
anima
umana
.
Abbiamo
creduto
erroneamente
fin
qui
che
l
'
educazione
naturale
dei
piccoli
bambini
dovesse
essere
soltanto
fisica
,
ma
anche
lo
spirito
ha
la
sua
natura
e
la
vita
spirituale
è
essa
,
che
domina
la
esistenza
umana
in
tutte
le
età
.
I
nostri
metodi
prendono
in
considerazione
lo
sviluppo
psichico
spontaneo
nei
bambini
e
lo
aiutano
con
mezzi
dedotti
dall
'
osservazione
e
dall
'
esperienza
.
Se
le
cure
fisiche
conducono
i
fanciulli
a
sentire
i
godimenti
della
salute
del
corpo
,
le
cure
intellettuali
e
morali
portano
il
fanciullo
alle
alte
gioie
dello
spirito
,
e
lo
spingono
a
continue
sorprese
a
scoperte
così
nell
'
ambiente
esterno
,
come
nell
'
intimità
della
propria
anima
.
Queste
sono
le
gioie
che
preparano
l
'
uomo
e
che
solo
son
degne
di
educare
veramente
l
'
infanzia
dell
'
umanità
.
I
nostri
bambini
sono
notevolmente
diversi
da
tutti
gli
altri
fin
qui
conosciuti
tra
il
gregge
domo
delle
scuole
:
essi
hanno
l
'
aspetto
sereno
di
chi
è
felice
e
la
disinvoltura
di
chi
si
sente
il
padrone
delle
proprie
azioni
.
Quand
'
essi
corrono
incontro
ai
visitatori
,
parlano
loro
con
franchezza
,
stendono
con
gravità
la
manina
minuscola
per
una
cordiale
stretta
di
mano
,
quando
ringraziano
della
visita
ricevuta
più
col
brillare
degli
occhi
,
che
con
la
voce
squillante
;
dànno
l
'
illusione
di
piccoli
uomini
straordinari
.
Quando
poi
essi
mostrano
le
loro
abilità
con
atto
confidenziale
così
semplice
,
come
se
chiamassero
delle
testimonianze
materne
in
tutti
quelli
che
li
osservano
;
-
-
quando
intorno
a
due
visitatori
che
parlano
tra
loro
,
essi
si
accovacciano
in
terra
accanto
ai
loro
piedi
,
scrivendo
silenziosamente
il
loro
nome
con
una
parola
gentile
di
ringraziamento
-
-
quasi
volessero
far
sentire
una
gratitudine
affettuosa
a
chi
è
venuto
a
trovarli
;
quando
dànno
prova
del
loro
rispetto
con
un
silenzio
profondissimo
-
-
sono
commoventi
in
modo
,
che
scuotono
veramente
le
anime
.
La
«
Casa
dei
Bambini
»
sembra
avere
una
influenza
spirituale
su
tutti
:
io
vidi
uomini
di
affari
,
uomini
di
potere
,
preoccupati
così
da
un
lavoro
affannoso
,
come
dalla
coscienza
della
propria
superiorità
sociale
,
farsi
sereni
,
disciogliere
quasi
la
rigidezza
pesante
del
loro
grado
,
in
un
dolce
oblìo
di
se
stessi
.
È
l
'
effetto
dello
spettacolo
dell
'
anima
umana
che
si
svolse
nella
sua
vera
natura
;
e
che
fece
chiamare
i
nostri
piccini
:
bambini
prodigiosi
,
bambini
felici
,
infanzia
di
una
umanità
più
evoluta
della
nostra
.
Io
intendo
il
grande
poeta
inglese
Wordsworth
,
che
,
innamoratosi
della
natura
,
cominciò
a
sentire
la
misteriosa
voce
dei
suoi
colori
e
dei
suoi
silenzi
e
le
domandò
il
segreto
della
vita
tutta
quanta
.
Finché
,
come
un
veggente
,
ne
ebbe
la
rivelazione
:
il
segreto
di
tutta
la
natura
sta
nell
'
anima
del
fanciullo
.
Egli
ci
scopre
la
sintesi
vera
della
vita
,
che
risiede
nello
spirito
dell
'
umanità
.
Ma
quello
spirito
che
«
avvolge
la
nostra
infanzia
»
è
poi
oscurato
«
dalle
ombre
della
carcere
,
che
comincia
a
chiudersi
al
disopra
del
crescente
fanciullo
»
:
e
l
'
uomo
«
lo
vede
morire
lontano
e
svanire
nella
luce
del
giorno
consueto
»
.
Veramente
la
vita
nostra
sociale
è
bene
spesso
il
successivo
oscurarsi
e
il
morire
della
vita
naturale
che
è
in
noi
.
Questi
nostri
metodi
tendono
a
custodire
il
fuoco
spirituale
degli
uomini
;
e
a
salvare
la
loro
vera
natura
a
traverso
i
deprimenti
gioghi
della
società
.
È
una
Pedagogia
che
s
'
informa
all
'
alto
concetto
di
Emanuele
Kant
:
«
l
'
arte
perfetta
ritorna
alla
natura
»
.
Saggistica ,
DEDICA
ALLA
MEMORIA
DE
'
MIEI
POVERI
FRATELLI
GAETANO
E
ROSINA
MIEI
COMPAGNI
D
'
AMORE
E
DI
SOGNI
NELLA
FANCIULLEZZA
ENTRAMBI
CADUTI
SULLA
SOGLIA
DELLA
VITA
AVVERTENZA
Alla
Conferenza
sul
Bruno
qui
ristampata
con
poche
aggiunte
e
modificazioni
(
poiché
gli
studi
più
recenti
non
hanno
scosso
menomamente
la
mia
tesi
)
seguiva
nel
1907
un
'
Appendice
,
che
insieme
con
altri
scritterelli
bruniani
verrà
ora
compresa
in
altro
mio
volume
che
seguirà
Prossimamente
a
questo
,
e
gli
servirà
quasi
di
complemento
.
Alla
vecchia
conferenza
ho
preferito
piuttosto
unire
vari
miei
studi
posteriori
(
qui
riveduti
o
ampliati
)
,
riguardanti
taluni
dei
problemi
fondamentali
che
si
agitarono
dallo
stesso
Bruno
e
dagli
altri
pensatori
nel
nostro
Rinascimento
,
e
che
,
studiati
così
,
tutti
insieme
,
riverberano
una
viva
luce
sul
pensiero
del
Bruno
e
di
tutta
quell
'
età
di
cui
egli
è
il
martire
.
Roma
,
1920
.
G
.
G
.
In
questa
nuova
edizione
,
che
s
'
avvantaggia
sulla
precedente
di
non
poche
aggiunte
e
di
tutto
un
nuovo
capitolo
sul
Campanella
,
ho
creduto
opportuno
riordinare
tutta
la
materia
per
rendere
più
evidente
il
concetto
da
cui
tutti
gli
studi
qui
raccolti
sono
animati
e
organicamente
connessi
,
benché
maturati
via
via
in
così
lungo
lasso
di
tempo
,
come
apparisce
dalla
seguente
,
Nota
bibliografica
.
Roma
,
8
gennaio
1925
G
.
G
.
Nelle
due
precedenti
edizioni
questo
libro
era
intitolato
:
Giordano
Bruno
e
il
pensiero
del
Rinascimento
,
poiché
il
nucleo
originario
di
esso
era
costituito
da
una
conferenza
del
1907
sul
filosofo
di
Nola
.
Ma
le
aggiunte
posteriori
hanno
via
via
allargato
così
il
campo
degli
studi
raccoltivi
,
che
quello
scritto
più
antico
ha
finito
col
non
essere
più
il
centro
del
libro
ne
la
parte
che
Potesse
sembrare
più
meritevole
di
rilievo
.
E
s
'
è
reso
perciò
necessario
un
titolo
più
comprensivo
,
quantunque
i
tre
nuovi
capitoli
della
presente
edizione
(
il
primo
,
il
quinto
e
il
sesto
)
e
le
aggiunte
introdotte
qua
e
là
e
i
ritocchi
ed
aggiornamenti
suggeriti
in
qualche
punto
dal
progresso
degli
studi
consentano
ancora
di
ritenere
che
l
'
essenziale
della
raffigurazione
storica
del
Rinascimento
,
in
cui
fu
già
vista
campeggiare
la
figura
del
Bruno
,
conservi
anche
oggi
tutta
la
sua
verità
.
Anche
ora
il
libro
ha
il
carattere
composito
e
frammentario
di
una
raccolta
di
scritti
nati
in
vari
tempi
lungo
più
d
'
un
trentennio
;
una
raccolta
in
cui
taluni
argomenti
tornano
naturalmente
ad
essere
trattati
più
d
'
una
volta
,
e
certe
ripetizioni
sono
inevitabili
.
Non
è
,
pur
troppo
,
il
libro
che
un
tempo
,
a
conclusione
di
molte
mie
ricerche
,
pensavo
di
scrivere
con
ricchezza
di
concreti
particolari
e
sviluppo
di
concetti
aderenti
alla
folta
e
varia
moltitudine
degli
uomini
,
dei
loro
sistemi
,
delle
loro
passioni
e
lotte
.
Non
è
il
libro
che
in
cuore
desideravo
di
dedicare
ai
pensatori
che
avevan
dato
luce
e
calore
alla
mia
anima
,
e
ai
quali
in
dalla
prima
giovinezza
avevo
guardato
con
reverenza
ed
amore
come
a
'
miei
fratelli
maggiori
nella
grande
famiglia
della
filosofia
italiana
.
Ma
,
lo
ripeto
anche
questa
volta
,
un
organismo
nel
libro
,
com
'
è
nato
e
cresciuto
,
c
'
è
;
e
ogni
lettore
che
lo
legga
tutto
,
lo
vede
facilmente
.
Ne
credo
di
peccare
di
superbia
se
,
continuando
a
pensarci
su
e
a
seguire
il
movimento
degli
studi
,
ritengo
sei
?
apre
più
questo
libro
un
contributo
che
nessuno
studioso
del
Rinascimento
potrà
per
un
pezzo
ignorare
o
trascurare
,
sia
che
voglia
penetrare
nel
segreto
di
certe
anime
dominanti
,
sia
che
voglia
orientarsi
rispetto
ai
Problemi
e
ai
concetti
fondamentali
di
quella
età
.
Forte
dei
Marmi
,
16
agosto
1939XVII
.
G
.
G
.
NOTA
BIBLIOGRAFICA
Degli
undici
capitoli
di
questo
volume
il
I
venne
la
prima
volta
pubblicato
nel
Giornale
dantesco
,
XXXVIII
,
1937;
e
fu
un
Discorso
per
l
'
inaugurazione
della
Mostra
umanistica
nella
Biblioteca
di
Leo
S
.
Olschki
in
Firenze
(
18
aprile
1937
)
;
il
II
nella
Cultura
del
De
Lollis
,
del
15
luglio
1920
,
estratto
d
'
un
Corso
di
lezioni
tenuto
nella
Università
di
Roma
nel
7918
.
-
-
Il
III
Cap
.
,
insieme
con
i
numeri
I
e
III
dell
'
Appendice
,
nel
Giornale
Stor
.
Di
letteratura
ital
.
nel
1976
.
-
-
Il
IV
Cap
.
fu
una
conferenza
tenuta
nel
Lyceum
di
Roma
il
19
maggio
1919;
e
quindi
pubbl
.
nella
Nuova
Antologia
del
1°
giugno
dello
stesso
anno
.
-
-
Il
V
Cap
.
è
la
parte
essenziale
di
una
conferenza
tenuta
il
28
aprile
di
quest
'
anno
nella
sala
di
Luca
Giordano
,
in
occasione
della
Mostra
Medicea
(
inedita
)
.
-
-
Il
VI
Cap
.
prima
uscì
nella
pref
.
al
vol
.
G
.
GALILEI
,
Frammenti
e
lettere
con
note
di
G
.
Gentile
,
Livorno
,
Giusti
,
1917
(
2
ed
.
1925
,
ora
presso
la
Sansoni
di
Firenze
)
.
Qui
si
ripresenta
con
qualche
aggiunta
.
-
-
L
'
VIII
Cap
.
nel
volumetto
.
G
.
Bruno
nella
Storia
della
cultura
,
Palermo
,
Sandron
,
1907
.
-
-
Il
IX
Cap
.
nella
Critica
,
a
.
X
(
1912
)
.
-
-
Il
X
negli
Scritti
vari
di
erudizione
in
onore
di
R
.
Renier
,
Torino
,
Bocca
,
1912
.
-
-
Il
Cap
.
XI
è
la
Commemorazione
del
Campanella
tenuta
a
Stilo
il
19
ottobre
1924
,
e
pubblicata
nel
Giorn
.
critico
della
filos
.
italiana
,
a
.
V
,
1924
.
Quando
fu
dato
in
luce
nel
1907
lo
scritto
che
forma
il
cap
.
VIII
,
vi
fu
premessa
la
seguente
avvertenza
:
«
Questo
scritto
non
vuol
essere
né
una
biografia
,
né
un
'
esposizione
del
pensiero
di
Giordano
Bruno
;
ma
solo
un
saggio
intorno
al
significato
di
lui
nella
storia
della
cultura
:
e
quindi
una
illustrazione
delle
ragioni
peculiari
della
sua
condanna
e
della
sua
morte
mercè
lo
studio
delle
sue
idee
intorno
al
rapporto
della
filosofia
con
la
religione
,
e
del
suo
atteggiamento
verso
la
Riforma
e
verso
l
'
Inquisizione
.
«
Per
giustificare
la
speciale
determinazione
dell
'
argomento
e
la
forma
dello
scritto
,
dirò
che
questo
nacque
per
una
conferenza
,
tenuta
in
Palermo
il
20
marzo
di
quest
'
anno
,
per
invito
della
Sezione
locale
della
Federazione
nazionale
degli
Insegnanti
medi
.
La
quale
volle
in
questo
modo
riparare
all
'
omissione
(
non
di
certo
approvabile
,
quale
che
ne
sia
stato
il
motivo
)
onde
,
sette
anni
fa
,
la
gloriosa
ricorrenza
centenaria
del
rogo
di
Bruno
parve
opportuno
non
fosse
in
alcun
modo
ricordata
nelle
nostre
scuole
;
dove
pure
ogni
anno
,
a
giorno
fisso
,
tutti
i
maestri
,
da
un
capo
all
'
altro
d
'
Italia
,
sono
invitati
a
interrompere
il
corso
delle
lezioni
per
commemorazioni
improvvise
,
prive
spesso
d
'
ogni
valore
didattico
ed
educativo
,
di
eroi
grandi
e
piccoli
della
nostra
storia
civile
e
letteraria
.
E
a
me
pare
ottimo
segno
dei
tempi
,
-
-
da
non
lasciar
passare
senza
richiamarvi
sopra
l
'
attenzione
del
paese
,
-
-
che
gl
'
insegnanti
dei
nostri
ginnasi
e
licei
si
ricordassero
essi
del
Bruno
,
come
di
nome
che
appartenga
a
loro
,
cioè
alla
scuola
italiana
,
focolare
della
cultura
nazionale
.
E
non
del
Bruno
ora
da
un
paio
di
decennii
noto
alle
moltitudini
come
vittima
dell
'
intolleranza
religiosa
e
segnacolo
in
vessillo
di
rivendicazioni
anticlericali
;
ma
del
Bruno
,
che
essi
appresero
a
conoscere
nella
storia
:
il
grande
filosofo
e
martire
della
nostra
Rinascenza
.
«
Tra
tanto
schiamazzo
,
pro
e
contro
Bruno
,
fatto
nello
scorso
febbraio
da
tutti
i
politicastri
rossi
e
neri
d
'
Italia
;
i
quali
avranno
forse
tutte
le
loro
buone
ragioni
di
schiamazzare
,
ma
non
ne
hanno
certo
nessuna
,
di
non
dover
risparmiare
la
pace
dello
sventurato
scrittore
né
pur
a
tre
secoli
dalla
sua
morte
;
è
veramente
titolo
d
'
onore
pei
professori
di
Palermo
questa
loro
idea
di
stringersi
a
difesa
intorno
alla
memoria
del
filosofo
,
segno
D
'
inestinguibil
odio
E
d
'
indomato
amor
;
di
restituire
al
Bruno
la
sua
dignità
storica
di
filosofo
e
martire
della
filosofia
;
di
sottrarre
il
suo
nome
alla
mischia
profanatrice
dei
partiti
politici
,
che
l
'
esaltano
o
lo
combattono
,
esaltando
o
combattendo
i
loro
fini
e
le
loro
passioni
,
a
cui
il
Bruno
fu
ed
è
estraneo
;
di
risollevarlo
per
gli
spiriti
colti
in
quell
'
aer
sereno
,
a
cui
si
elevò
con
la
vigoria
del
suo
pensiero
,
della
sua
stessa
poetica
,
fantasia
e
con
l
'
ideale
virilità
del
suo
grande
animo
in
quell
'
aer
sereno
,
dove
tutte
le
passioni
tacciono
i
fini
pratici
e
i
contrasti
,
da
essi
generati
,
sono
superati
,
e
sopravvive
solo
quello
spirito
di
eterna
verità
,
a
cui
tutti
i
partiti
umani
,
perché
umani
,
s
'
inchinano
»
.
I
UMANESIMO
E
INCUNABOLI
I
A
chi
abbia
la
fortuna
di
trovarsi
a
una
mostra
di
incunabuli
,
accade
di
provare
uno
di
quei
grandi
godimenti
intellettuali
che
soltanto
le
più
vivaci
rievocazioni
del
passato
possono
procurare
.
Dal
prezioso
patrimonio
librario
della
nuova
cultura
quattrocentesca
pare
sorga
e
si
affolli
intorno
allo
studioso
una
moltitudine
di
umanisti
.
Sono
umanisti
scrittori
,
umanisti
editori
,
umanisti
stampatori
,
poiché
in
quell
'
età
l
'
industre
dottrina
degli
umanisti
e
l
'
ardore
del
loro
entusiasmo
suscitato
per
i
documenti
letterari
del
pensiero
antico
presero
con
la
nuova
arte
meravigliosa
dei
tipi
mobili
a
moltiplicare
e
diffondere
i
nuovi
testi
discoperti
nelle
polverose
librerie
degli
ignari
conventi
e
gli
antichi
restaurati
e
ravvivati
dalla
sagace
scienza
dei
dotti
.
E
si
videro
con
ammirazione
questi
monumenti
dell
'
arte
nuova
del
torchio
:
monumenti
della
ispirazione
estetica
,
a
cui
stampatori
e
letterati
obbedivano
,
e
dell
'
accorgimento
critico
con
cui
gli
uni
e
gli
altri
,
prima
di
stampare
i
testi
,
attesero
a
purgarne
la
lezione
guasta
e
corrotta
da
tradizioni
di
ignoranti
amanuensi
.
Ma
monumenti
altresì
di
una
più
alta
storia
;
la
quale
nella
riproduzione
manoscritta
o
tipografica
non
soltanto
si
rispecchia
,
ma
si
compie
e
si
realizza
.
Poiché
il
gusto
squisito
e
la
critica
filologica
a
cui
questi
venerandi
incunabuli
sono
informati
,
non
è
qualche
cosa
di
estrinseco
ed
accessorio
allo
spirito
degli
umanisti
,
che
collaborarono
a
queste
prime
prove
gloriose
della
stampa
.
Anzi
sono
da
considerare
una
manifestazione
dell
'
essenza
dell
'
umanesimo
,
che
non
sarebbe
compiutamente
conosciuta
dallo
storico
che
si
limitasse
a
studiarne
lo
spirito
così
come
esso
può
definirsi
o
individuarsi
in
pochi
concetti
astratti
,
trascurando
le
forme
in
cui
questi
concetti
si
incarnarono
e
furono
effettiva
realtà
storica
.
II
L
'
umanesimo
infatti
fu
filologia
;
e
filologia
nel
primo
senso
del
vocabolo
.
Fu
amore
della
parola
in
tutte
le
sue
forme
,
da
quella
ideale
,
che
si
attua
nella
fantasia
dove
la
potenza
creatrice
dello
spirito
sgorga
nel
segreto
dell
'
uomo
,
a
quella
scritta
,
in
cui
pare
che
l
'
interna
intuizione
si
esteriorizzi
e
prenda
corpo
:
tra
le
cose
materiali
;
è
alla
stampata
,
in
cui
la
parola
scritta
si
stilizza
e
moltiplica
.
Fu
quindi
vagheggiamento
delle
belle
parole
armoniose
che
dagli
antichi
grandi
,
si
apprese
a
formare
;
fu
ricerca
appassionata
dei
manoscritti
dove
quelle
parole
si
conservavano
e
potevano
sempre
tornarsi
a
leggere
(
oh
il
superbo
vanto
del
Petrarca
contro
quei
presuntuosi
barbassori
dell
'
averroismo
veneto
,
per
il
gran
codice
platonico
che
egli
si
trovava
a
possedere
nella
sua
biblioteca
!
)
;
fu
studio
acuto
,
diretto
a
restituire
al
pristino
splendore
quelle
parole
offuscate
da
barbariche
patine
di
ripetitori
inesperti
e
inintelligenti
;
quelle
parole
pur
sempre
parlanti
col
loro
schietto
suono
all
'
orecchio
e
all
'
intelletto
addottrinato
da
una
familiarità
sicura
con
l
'
antico
linguaggio
dei
padri
,
ossia
col
loro
pensiero
e
con
le
consuete
forme
ond
'
esso
si
rivestiva
.
E
in
ogni
caso
era
fiducia
nel
proprio
sapere
,
come
essi
se
l
'
eran
foggiato
grazie
a
una
diretta
e
intensa
conoscenza
degli
scrittori
antichi
.
I
quali
erano
stati
celebrati
ed
esaltati
come
maestri
d
'
ogni
scienza
ed
arte
nel
Medio
Evo
,
ma
conosciuti
i
più
soltanto
per
fama
e
indirettamente
,
per
traduzioni
e
traduzioni
di
traduzioni
,
anche
dai
maggiori
intelletti
,
come
un
Alberto
Magno
,
un
Tommaso
d
'
Aquino
,
un
Dante
Alighieri
,
dottissimi
spiriti
orientati
tutti
verso
l
'
antico
,
e
troppo
legati
tuttavia
ed
involti
nei
presenti
interessi
religiosi
,
filosofici
,
politici
od
artistici
.
Fiducia
nel
proprio
sapere
e
nell
'
ingegno
,
ossia
nella
personalità
,
che
attraverso
questo
nuovo
sapere
si
esercitava
e
formava
;
da
quando
i
nuovi
interessi
,
acuiti
e
quasi
aguzzati
dalla
gioia
delle
scoperte
degli
antichi
scrittori
celebri
ma
sconosciuti
,
e
dalla
soddisfazione
più
viva
procurata
dall
'
apprendimento
del
greco
,
da
secoli
non
più
noto
all
'
Occidente
latino
,
e
quindi
dalla
lettura
di
tante
opere
invano
già
desiderate
da
'
dotti
d
'
un
tempo
,
ebbero
straniato
l
'
uomo
cólto
dal
presente
;
dai
contrasti
e
dai
problemi
attuali
,
dal
pratico
della
vita
,
in
cui
è
la
famiglia
,
lo
Stato
,
e
perfino
la
Chiesa
con
i
suoi
tempii
,
con
i
suoi
riti
e
con
i
suoi
ministri
,
per
farlo
coetaneo
degli
antichi
e
partecipe
del
loro
mondo
.
Che
meraviglia
se
a
momenti
quest
'
uomo
nuovo
si
sentisse
in
petto
le
passioni
d
'
un
repubblicano
di
Roma
e
sognasse
con
Pomponio
Leto
una
repubblica
praticamente
impossibile
?
Ed
era
ovvio
che
,
tutto
preso
in
questa
visione
dell
'
antico
risorto
e
vivo
nella
fantasia
,
egli
a
tratti
riprovasse
quel
sentimento
del
divino
che
ogni
mortale
porta
nel
suo
mondo
,
e
si
riaffacciasse
quasi
cogli
stessi
occhi
di
un
Virgilio
a
quella
intuizione
religiosa
,
che
ogni
cristiano
condannava
da
secoli
come
credenza
negli
dèi
falsi
e
bugiardi
.
Paganesimo
,
che
era
per
altro
compatibile
con
la
fede
ricevuta
dai
padri
e
che
anche
l
'
umanista
accoglieva
nell
'
animo
in
cui
pur
sempre
rimaneva
legato
alla
famiglia
e
allo
Stato
,
ai
figli
,
agli
amici
,
al
principe
,
alla
città
e
insomma
alla
vita
attuale
e
dei
vivi
,
da
cui
egli
si
sequestrava
soltanto
a
quel
modo
che
ogni
poeta
,
ogni
artista
,
obbedendo
a
una
sua
segreta
e
personale
ispirazione
,
astrae
dalla
realtà
circostante
e
spazia
felice
nell
'
astratto
mondo
della
sua
fantasia
.
III
Le
discussioni
recenti
sul
carattere
pagano
o
cristiano
dell
'
umanesimo
si
aggirano
,
io
temo
,
intorno
ad
un
equivoco
.
A
proposito
del
quale
non
so
trattenermi
dal
ricorrere
col
pensiero
alla
bella
lettera
scritta
dal
Machiavelli
a
Francesco
Vettori
dalla
sua
villa
presso
San
Casciano
mentre
andava
meditando
il
Principe
.
Ricordate
?
Dopo
desinare
se
ne
tornava
all
'
osteria
,
a
trovare
l
'
oste
,
un
beccaio
,
un
mugnaio
e
due
fornaciai
;
e
con
costoro
amava
ingaglioffarsi
«
per
tutto
dì
giocando
a
cricca
,
a
tric
trac
»
;
e
nascevano
mille
contese
e
infiniti
dispetti
di
parole
ingiuriose
,
e
il
più
delle
volte
si
combatteva
un
quattrino
,
e
le
grida
si
sentivano
da
San
Casciano
.
Questo
durante
il
giorno
.
Ma
,
calato
il
sole
,
il
Machiavelli
si
ritirava
.
«
Mi
ritorno
a
casa
,
e
entro
nel
mio
scrittoio
;
e
in
sull
'
uscio
mi
spoglio
quella
veste
cotidiana
,
piena
di
fango
e
di
loto
,
e
mi
metto
panni
reali
ecuriali
;
e
rivestito
condecentemente
,
entro
nelle
antique
corti
degli
antiqui
uomini
,
dove
,
da
loro
ricevuto
amorevolmente
,
mi
pasco
di
quel
cibo
,
che
solum
è
mio
,
e
ch
'
io
nacqui
per
lui
;
dove
io
non
mi
vergogno
parlare
con
loro
;
e
domandoli
della
ragione
delle
loro
actioni
,
e
quelli
per
loro
umanità
mi
rispondono
;
e
non
sento
per
quattro
ore
di
tempo
alcuna
noia
,
sdimentico
ogni
affanno
,
non
temo
la
povertà
,
non
mi
sbigottisce
la
morte
;
tutto
mi
transferisco
in
loro
»
.
Parole
stupende
,
che
non
si
tornano
mai
a
leggere
senza
viva
commozione
.
C
'
è
l
'
animo
del
Machiavelli
,
e
c
'
è
,
in
pieno
Rinascimento
,
l
'
animo
dell
'
umanista
che
,
almeno
per
quattro
ore
della
sua
giornata
.
è
portato
a
transferirsi
tutto
negli
antichi
,
per
non
sentire
più
la
noia
,
dimenticare
ogni
affanno
,
non
temere
la
povertà
,
e
non
essere
sbigottito
più
dalla
morte
:
per
vivere
cioè
la
vita
beata
dello
spirito
che
dal
tempo
e
dalle
cose
finite
si
eleva
all
'
eterno
e
infinito
delle
idee
o
dei
fantasmi
che
hanno
virtù
di
affratellare
ed
unificare
gli
uomini
di
tutti
i
luoghi
e
di
tutti
i
tempi
.
Lo
studioso
che
voglia
intendere
il
significato
storico
dell
'
umanesimo
deve
guardare
a
quelle
quattro
ore
dell
'
umanista
,
quando
il
Machiavelli
lascia
l
'
osteria
e
il
tric
trac
,
e
scrive
il
Principe
;
quando
insomma
è
Machiavelli
,
creatore
di
una
scienza
che
con
le
sue
ombre
e
con
le
sue
luci
agiterà
cuori
e
cervelli
nell
'
avvenire
;
il
Machiavelli
dato
sempre
per
morto
dagli
avversari
,
e
pur
sempre
vivo
e
presente
a
turbare
la
pace
delle
loro
anime
,
a
farsi
leggere
,
a
far
pensare
.
In
quelle
quattro
ore
Machiavelli
è
tutto
negli
antichi
,
pagano
com
'
essi
,
o
più
esattamente
con
l
'
animo
aperto
ad
accogliere
attraverso
e
malgrado
le
forme
diverse
,
l
'
umanità
comune
,
e
,
a
modo
suo
,
l
'
unica
religione
che
già
il
Cusano
(
partecipe
anche
lui
del
nuovo
concetto
umanistico
)
additava
in
varietate
rituum
,
Giacché
una
delle
conquiste
definitive
dell
'
umanesimo
,
specialmente
di
quello
che
in
Firenze
si
sviluppò
per
opera
del
Ficino
e
de
'
suoi
«
complatonici
»
,
fu
un
concetto
generato
dalla
logica
sincretistica
del
platonismo
,
che
faceva
di
Platone
un
cristiano
avant
la
lettre
e
di
ogni
filosofo
cristiano
,
da
sant
'
Agostino
in
poi
,
un
autentico
platonico
.
Un
concetto
,
che
sarà
più
profondamente
teorizzato
dal
Campanella
,
e
che
in
Inghilterra
un
amico
del
Campanella
e
seguace
del
platonismo
di
Cambridge
,
derivato
da
quello
dell
'
Accademia
di
Firenze
,
proclamerà
col
nome
che
farà
fortuna
,
di
religione
naturale
,
Concetto
che
oggi
noi
criticheremo
per
la
sua
astrattezza
razionalistica
,
ma
difenderemo
sempre
,
e
praticamente
vien
adottato
dall
'
universale
come
principio
di
quella
religiosità
umana
senza
la
quale
non
c
'
è
religione
positiva
di
sorta
.
La
religione
naturale
,
per
altro
,
è
un
aspetto
dell
'
umanità
profonda
e
fondamentale
che
l
'
umanista
scopre
in
questo
suo
trasferirsi
in
un
mondo
ammirabile
e
pur
lontano
dalla
effettiva
realtà
in
cui
gli
uomini
vivi
sono
(
legati
all
'
attualità
determinata
e
alla
struttura
infrangibile
del
presente
.
Intanto
è
un
'
umanità
che
ha
valore
in
quanto
si
scioglie
dalle
contingenze
della
vita
,
in
cui
l
'
uomo
non
può
essere
immediatamente
padrone
di
sé
,
vincolato
com
'
è
al
costume
e
alla
legge
,
che
egli
trova
già
in
essere
quando
deve
conformarvisi
;
vincolato
alla
realtà
della
natura
,
in
cui
egli
nasce
e
muore
per
un
destino
che
non
è
in
lui
,
ma
sopra
di
lui
;
e
in
cui
vive
stretto
incessantemente
dalla
necessità
di
adattarsi
col
pensiero
e
con
l
'
azione
a
dati
di
fatto
meccanicamente
posti
a
limitare
dentro
determinate
condizioni
l
'
attività
dello
spirito
umano
.
Se
ne
scioglie
,
attratto
da
una
realtà
che
è
tutta
una
conquista
dell
'
uomo
,
dottrina
sua
e
frutto
di
una
propria
acquisita
esperienza
;
ond
'
egli
si
eleva
al
di
sopra
dell
'
uomo
comune
,
e
si
riscatta
da
'
suoi
limiti
e
dalle
sue
miserie
,
e
afferma
quindi
la
propria
indipendenza
,
che
è
potere
infinito
,
creatività
e
cioè
libertà
.
Di
questa
libertà
,
diversissima
,
da
quella
promessa
dalla
teologia
cristiana
che
la
sua
fa
sperare
soltanto
dall
'
intervento
d
'
un
potere
affatto
superiore
all
'
umana
natura
laddove
questa
è
conquista
possibile
all
'
uomo
di
lettere
mercè
le
sue
proprie
forze
;
di
questa
libertà
l
'
umanista
ha
una
coscienza
che
in
forma
più
o
meno
sistematica
riempie
la
letteratura
moralistica
e
filosofica
del
tempo
,
dagli
scrittori
più
bonari
e
modesti
come
il
buon
Giannozzo
Manetti
fino
ai
pensatori
più
audaci
e
metafisici
come
Tommaso
Campanella
.
Coscienza
ancora
oscura
e
non
scevra
di
contraddizioni
;
poiché
il
concetto
della
libertà
presuppone
una
filosofia
dello
spirito
,
da
cui
l
'
Umanesimo
e
lo
stesso
Rinascimento
sono
ancora
lontani
;
ma
tale
coscienza
si
pianterà
alla
radice
delle
convinzioni
più
salde
dell
'
uomo
moderno
;
atmosfera
in
cui
si
continuerà
poi
sempre
a
respirare
per
vivere
.
IV
Vi
sono
oggi
scrittori
che
innanzi
a
tali
caratteristiche
dell
'
umanesimo
adombrano
e
ammoniscono
che
non
si
deve
attribuire
a
quell
'
età
nulla
di
ciò
che
è
maturato
più
tardi
;
e
con
invidiabile
candore
vengono
inculcando
che
l
'
umanesimo
va
raffigurato
nelle
sue
fattezze
storiche
senza
nulla
aggiungervi
del
nostro
.
A
questi
scrittori
bisogna
pur
ricordare
il
motto
del
gran
savio
antico
:
respice
finem
,
o
il
proverbio
popolare
che
la
pianta
si
conosce
dal
frutto
,
o
l
'
altro
,
se
si
vuole
,
che
l
'
uomo
si
giudica
dopo
morte
;
e
insomma
ogni
storia
è
intelligibile
alla
luce
d
'
un
modo
di
concepire
la
vita
,
che
non
può
essere
se
non
proprio
della
mentalità
dello
storico
.
Il
che
non
vuol
dire
relativismo
storico
e
scetticismo
.
Quasi
che
ogni
storico
potesse
ad
arbitrio
scegliere
un
suo
punto
di
vista
senza
obbligo
di
averne
a
rendere
conto
a
chicchessia
.
Anzi
il
relativismo
,
con
le
sue
conseguenze
scettiche
,
è
proprio
della
storiografia
ingenua
che
,
non
giustificando
i
presupposti
che
essa
pure
adopera
ancorché
inconsapevolmente
,
non
può
offrire
se
non
una
delle
tante
possibili
rappresentazioni
della
realtà
storica
.
Tant
'
è
vero
che
lo
scetticismo
è
stato
sempre
stretto
congiunto
del
dommatismo
.
Comunque
,
il
significato
storico
di
un
'
idea
o
di
un
movimento
spirituale
è
nella
sua
fecondità
;
e
la
misura
del
suo
significato
va
perciò
ricercata
negli
eventi
posteriori
all
'
apparire
di
quell
'
idea
e
allo
sviluppo
di
quel
movimento
.
L
'
Umanesimo
,
che
alle
sue
origini
,
nel
Petrarca
e
negli
scolari
fiorentini
del
Petrarca
e
nei
loro
immediati
seguaci
o
avversari
,
è
moto
italiano
,
ma
che
dall
'
Italia
nel
Quattro
e
nel
Cinquecento
si
espande
a
tutta
l
'
Europa
più
civile
,
deve
spiegarci
il
Rinascimento
,
la
Riforma
e
la
Controriforma
,
la
filosofia
empiristica
e
razionalistica
del
Sei
e
Settecento
e
lo
Stato
liberale
;
deve
spiegarci
l
'
Illuminismo
e
il
Romanticismo
e
il
secolo
decimonono
.
Spiegarci
tutto
questo
,
s
'
intende
,
in
quanto
in
tutti
questi
movimenti
dell
'
età
moderna
ci
sono
elementi
che
provengono
dal
risveglio
umanistico
dell
'
uomo
.
Nel
Rinascimento
quel
vigoroso
affermarsi
dell
'
individualità
che
ci
fa
intendere
la
fioritura
meravigliosa
dell
'
arte
,
come
forma
d
'
umanità
a
cui
volgesi
ansiosa
e
bramosa
tutta
la
società
,
e
la
formazione
del
principato
paragonabile
esso
stesso
ad
opera
d
'
arte
.
Nella
Riforma
l
'
analoga
individualità
che
astrattamente
tenta
di
farsi
valere
nella
Chiesa
che
polverizza
fino
all
'
assurdo
,
ma
non
invano
richiama
la
fede
all
'
intimità
profonda
della
coscienza
,
e
la
fede
esalta
come
rigenerazione
radicale
dello
spirito
.
Nella
Controriforma
lo
sforzo
di
contemperare
lo
slancio
originale
dell
'
individualità
o
libertà
con
le
formazioni
storiche
(
Chiesa
e
Stato
)
in
cui
l
'
uomo
viene
spiegando
e
attuando
in
modo
concreto
la
sua
natura
.
Nella
filosofia
moderna
da
Bacone
e
Descartes
a
Locke
e
Leibniz
,
lo
studio
di
umanizzare
la
verità
ossia
di
concepire
il
mondo
in
guisa
che
l
'
uomo
possa
vederlo
come
il
suo
mondo
:
il
mondo
di
cui
egli
abbia
ad
essere
certo
poiché
lo
raccoglie
dalla
sua
esperienza
o
lo
costruisce
con
la
sua
ragione
.
Nello
Stato
liberale
,
dal
giusnaturalismo
allo
storicismo
dell
'
Ottocento
,
la
tendenza
a
risolvere
ogni
dualismo
tra
l
'
autorità
e
la
legge
da
una
parte
e
la
libertà
umana
dall
'
altra
.
Nell
'
Illuminismo
il
bisogno
di
negare
i
residui
del
dommatismo
impenetrabile
alla
ragione
dell
'
uomo
;
e
nel
Romanticismo
,
di
approfondire
e
compiere
il
concetto
dell
'
individualità
,
non
pur
ragione
tutta
spiegata
ma
,
come
avvertì
primo
il
gran
precursore
di
esso
,
G
B
..
Vico
,
oscuro
sentire
prima
che
ragione
,
e
poesia
e
religione
,
e
soprattutto
storia
,
ché
è
senso
comune
,
società
.
V
Certo
,
a
spiegare
tutta
la
ricchezza
della
coscienza
moderna
nella
sua
complessa
e
varia
natura
l
'
Umanismo
da
solo
non
basta
.
C
'
è
la
scienza
dei
Greci
,
c
'
è
il
diritto
di
Roma
e
l
'
universalità
dello
Stato
come
Roma
la
sentì
;
c
'
è
l
'
unità
del
divino
e
dell
'
umano
,
come
il
Cristianesimo
la
intuì
e
la
definì
,
e
quindi
la
vita
umana
,
non
più
sterile
contemplazione
della
natura
già
esistente
e
asservimento
dell
'
umano
volere
alle
leggi
naturali
,
ma
azione
creatrice
o
ricreatrice
,
potenza
morale
e
produttiva
del
vero
mondo
,
che
è
mondo
dello
spirito
.
Tutto
questo
c
'
è
nel
patrimonio
della
moderna
Europa
,
che
è
come
dire
del
mondo
moderno
;
e
non
è
Umanesimo
.
Ma
c
'
è
pure
un
lievito
che
fermenta
in
questo
mondo
e
feconda
l
'
eredità
spirituale
dell
'
età
antica
e
della
media
;
ed
è
questa
coscienza
o
dicasi
senso
,
inquieto
e
pur
profondo
,
che
l
'
uomo
ha
del
suo
potere
e
della
sua
conseguente
responsabilità
nel
mondo
che
è
il
vero
mondo
:
mondo
morale
,
estetico
,
religioso
,
teoretico
,
umano
.
L
'
uomo
al
centro
dell
'
universo
,
e
l
'
universo
tutto
colorato
dalla
luce
che
si
sprigiona
dallo
spirito
umano
,
tutto
vibrante
dell
'
ansia
dell
'
umano
pensiero
.
L
'
universo
dell
'
umanista
ha
dapprima
un
breve
raggio
;
pure
è
esso
medesimo
già
universo
,
tutto
,
infinito
.
Poiché
il
mondo
in
cui
egli
spazia
,
non
è
la
realtà
che
possa
dirsi
storica
e
naturale
,
questa
divina
realtà
che
ci
abbraccia
al
nascere
e
ci
sostiene
in
vita
e
ci
riaccoglie
al
morire
madre
benigna
e
pia
,
principio
e
fine
di
tutto
l
'
essere
nostro
.
L
'
universo
dell
'
umanista
è
una
realtà
spirituale
,
tutta
ideale
,
che
s
'
adegua
pertanto
all
'
essenza
dell
'
arte
,
in
cui
luomo
crea
una
realtà
sua
,
in
sé
perfetta
,
ma
irreale
al
confronto
di
quela
in
cui
si
vive
e
si
muore
.
Ma
,
com
'
è
proprio
d
'
ogni
ideale
realtà
che
abbia
potere
di
attrarre
lo
spirito
col
suo
valore
,
per
limitata
che
possa
apparire
o
addirittura
illusoria
dal
punto
di
vista
pratico
o
filosofico
,
il
mondo
della
poesia
,
e
così
quello
dell
'
umanista
,
ha
carattere
di
totalità
;
e
però
lo
spirito
vi
si
può
muovere
dentro
senza
urtare
mai
in
un
limite
,
senza
sospettare
mai
che
oltre
questo
mondo
ideale
e
diafano
ce
ne
sia
un
altro
solido
,
opaco
,
massiccio
,
che
è
il
mondo
in
cui
pur
bisogna
a
volta
a
volta
svegliarsi
a
lavorare
,
a
lottare
,
a
soffrire
.
Dal
rispetto
pratico
o
filosofico
,
gli
umanisti
con
la
loro
erudizione
,
coi
loro
sogni
,
con
le
loro
luminose
memorie
,
con
la
baldanza
e
con
l
'
orgoglio
del
loro
sapere
privilegiato
,
e
insomma
col
mondo
che
portano
nel
loro
cervello
,
sono
ancora
semplici
letterati
,
non
uomini
interi
.
Se
si
paragona
per
questo
rispetto
la
personalità
del
Petrarca
,
prototipo
dell
'
Umanesimo
,
a
quella
di
Dante
,
poeta
profeta
perché
uomo
intero
,
con
la
sua
robustissima
fede
religiosa
e
politica
dentro
alla
sua
possente
poesia
,
non
si
può
non
sentire
un
divario
enorme
tra
i
due
uomini
,
e
quasi
una
disperante
decadenza
umana
dalla
Commedia
al
Canzoniere
,
Dante
è
un
uomo
;
e
Petrarca
è
un
letterato
;
artista
sì
,
e
grandissimo
,
ma
in
forza
di
questa
sua
capacità
di
chiudersi
in
un
ristretto
mondo
,
tutto
suo
,
che
è
,
sì
,
il
suo
universo
,
ma
non
è
il
grande
universo
divino
per
cui
si
apre
all
'
alto
volo
la
fantasia
dell
'
Alighieri
.
Dal
Petrarca
potrà
venire
lo
spirito
del
grande
Rinascimento
,
che
si
riverserà
splendente
di
fantasmi
immortali
sull
'
Europa
meravigliata
;
ma
verrà
anche
l
'
arida
progenie
del
letteratume
accademizzante
,
classicizzante
,
linguaiolo
,
rettorico
,
erudito
,
anemico
dell
'
età
barocca
.
Ebbene
,
convien
pure
considerare
che
,
oltre
la
letteratura
,
verrà
l
'
antiletteratura
e
contro
l
'
accademia
l
'
antiaccademia
di
Giordano
Bruno
,
che
cogli
altri
filosofi
naturalisti
del
tempo
,
movendo
dallo
stesso
Umanesimo
,
si
sforzerà
di
allargare
il
petto
dell
'
uomo
all
'
ampio
respiro
della
natura
infinita
,
e
di
fare
insomma
dell
'
uomo
la
natural
tutta
la
natura
,
animata
e
fondamentalmente
umana
;
dell
'
universo
angusto
e
particolare
del
letterato
l
'
universo
,
tout
court
,
poiché
dall
'
umanista
letterato
deriva
tanto
l
'
accademia
quanto
l
'
antiaccademia
.
Dopo
Dante
si
può
dire
che
si
cominci
da
capo
;
si
riprenda
a
costruire
l
'
uomo
.
Il
quale
inizialmente
è
un
uomo
che
,
pur
di
incamminarsi
al
suo
nuovo
ideale
,
si
rannicchia
in
se
stesso
,
ma
dentro
di
se
stesso
trova
finalmente
se
medesimo
:
l
'
umanità
che
è
potenza
costruttiva
e
libertà
.
E
quindi
ardimento
e
fede
nelle
proprie
forze
;
e
senso
di
non
so
che
divino
che
è
principio
di
grandezza
e
appello
a
cose
grandi
:
è
ispirazione
di
genialità
creatrice
e
stimolo
a
volere
gagliardo
,
a
vincere
la
fortuna
con
la
virtù
,
come
l
'
intenderanno
l
'
Alberti
e
il
Machiavelli
.
Ci
vorrà
tempo
perché
in
se
stesso
l
'
uomo
si
convinca
di
poter
cercare
e
trovare
veramente
tutto
,
e
perciò
il
vero
se
stesso
;
che
non
è
sola
letteratura
,
e
neppur
sola
poesia
,
e
non
consente
perciò
all
'
uomo
di
dividere
la
letteratura
dalla
vita
,
la
fantasia
dalla
fede
,
la
scienza
dalla
patria
,
dalla
famiglia
,
da
Dio
.
Ci
vorrà
tempo
perché
venga
a
maturità
la
coscienza
che
l
'
uomo
deve
avere
della
propria
essenza
come
essenza
del
tutto
;
ma
il
seme
di
questo
processo
che
riempie
la
storia
dell
'
uomo
moderno
è
nell
'
umanesimo
.
E
chi
non
sa
vedere
nel
germe
il
frutto
che
il
tempo
,
cioè
tutto
il
lavoro
spirituale
e
il
travaglio
delle
generazioni
educate
in
Europa
alla
scuola
degli
umanisti
,
ne
trassero
,
è
un
bastardo
volontario
che
ignora
i
suoi
genitori
perché
non
si
dà
la
pena
di
ricercarli
.
Negl
'
incunabuli
della
tipografia
,
in
cui
si
riversò
l
'
anima
di
tanti
umanisti
,
sono
pure
gl
'
incunabuli
dell
'
uomo
moderno
.
II
IL
CARATTERE
DEL
RINASCIMENTO
I
L
'
Umanesimo
è
la
preparazione
o
,
se
si
vuole
,
l
'
inizio
del
Rinascimento
.
Può
andare
compreso
sotto
lo
stesso
nome
,
se
si
vuol
designare
tutto
come
Rinascimento
quel
periodo
dello
sviluppo
del
pensiero
europeo
occidentale
,
che
,
cominciato
in
Italia
e
dilatatosi
quindi
in
tutte
le
altre
nazioni
civili
,
segna
il
distacco
dell
'
età
moderna
dal
Medio
Evo
;
quel
periodo
,
che
fu
per
lungo
tempo
,
finché
prevalse
la
considerazione
tutta
;
estrinseca
dei
fatti
storici
che
con
la
diagnosi
dei
sintomi
più
appariscenti
presumeva
di
assegnare
l
'
origine
e
il
significato
storico
degli
avvenimenti
,
caratterizzato
dal
rifiorire
degli
studi
intorno
alle
due
letterature
classiche
.
In
questo
stesso
volume
,
dove
prenderemo
a
indagare
il
concetto
dell
'
uomo
nel
Rinascimento
,
s
'
intende
includere
in
questa
epoca
anche
l
'
Umanesimo
che
infatti
non
se
nel
distingue
per
ciò
che
riguarda
il
concetto
dell
'
uomo
.
Ma
l
'
orientamento
generale
del
pensiero
nel
Rinascimento
propriamente
detto
è
diverso
da
quello
dell
'
Umanesimo
;
e
ognuno
che
abbia
familiarità
,
non
dico
con
la
filosofia
,
ma
con
la
stessa
letteratura
italiana
che
va
dalla
seconda
metà
del
sec
.
XIV
alla
prima
del
XVII
,
sente
,
magari
oscuramente
,
il
profondo
divario
che
c
'
è
tra
un
Petrarca
,
un
Bruni
,
un
Valla
o
un
Poliziano
da
una
parte
,
e
un
Ariosto
,
un
Aretino
,
un
Tasso
o
un
Bruno
dall
'
altra
.
C
'
è
di
mezzo
un
mutamento
spirituale
,
che
si
manifesta
principalmente
nell
'
estensione
della
sfera
d
'
interesse
intellettuale
e
morale
;
onde
l
'
umanista
pare
si
restringa
tutto
nello
studio
e
nella
celebrazione
di
quello
che
è
strettamente
umano
,
nel
suo
animo
stesso
o
nella
memoria
e
nella
tradizione
a
cui
egli
ama
affacciarsi
per
ingrandire
e
rinvigorire
il
suo
animo
;
laddove
l
'
uomo
del
Rinascimento
gira
intorno
lo
sguardo
fuori
dell
'
uomo
,
e
abbraccia
con
l
'
intelletto
la
totalità
del
mondo
a
cui
l
'
uomo
appartiene
e
in
cui
gli
tocca
di
vivere
.
Il
punto
di
vista
umano
diventa
punto
di
vista
naturale
o
cosmico
,
che
è
lo
stesso
punto
di
vista
di
prima
,
ma
ampliato
,
in
guisa
da
ricomprendere
nel
suo
orizzonte
la
natura
.
II
Per
intendere
questo
allargarsi
dell
'
orizzonte
proprio
dell
'
Umanesimo
,
conviene
rendersi
conto
con
precisione
del
significato
dell
'
Umanesimo
di
fronte
al
pensiero
medievale
precedente
.
E
poiché
l
'
Umanesimo
è
un
fatto
della
storia
dell
'
Occidente
di
Europa
,
quivi
è
pure
da
cercare
la
situazione
spirituale
a
cui
gli
Umanisti
si
oppongono
.
La
quale
può
essere
definita
,
nel
secolo
XIII
e
XIV
,
quando
il
movimento
spirituale
filosofico
,
artistico
e
religioso
culmina
nei
più
celebri
sistemi
scolastici
,
nella
istituzione
dei
grandi
Ordini
mendicanti
e
dell
'
Inquisizione
e
nella
Divina
Commedia
,
come
la
cristallizzazione
definitiva
del
pensiero
cristiano
primitivo
e
l
'
arresto
di
quello
sviluppo
che
,
prendendo
le
mosse
dalle
intuizioni
originarie
di
Gesù
e
di
Paolo
,
aveva
dato
luogo
all
'
elaborazione
teologica
dei
Padri
mediante
le
forme
del
pensiero
classico
greco
.
Il
germe
di
vita
proprio
del
Cristianesimo
era
stato
(
il
concetto
dello
spirito
,
come
vera
realtà
,
che
non
è
oggetto
di
conoscenza
,
ma
di
fede
e
di
amore
:
dello
spirito
come
realtà
che
l
'
uomo
non
presuppone
a
se
stesso
,
ma
realizza
,
o
fa
essere
nel
proprio
animo
in
quanto
l
'
afferma
e
vuole
.
Lo
spirito
non
fu
più
concepito
come
intelletto
,
o
spirito
che
conosce
il
mondo
da
cui
è
condizionato
;
ma
come
volontà
,
o
spirito
che
non
conosce
altro
mondo
all
'
infuori
di
quello
che
esso
crea
.
Ma
altro
è
intuire
una
verità
come
questa
,
che
il
Cristianesimo
annunziò
infatti
come
la
sua
buona
novella
;
altro
è
pensare
sistematicamente
la
verità
stessa
,
e
difenderla
contro
le
filosofie
che
la
disconoscono
perché
inferiori
tuttavia
al
nuovo
punto
di
vista
.
E
il
Cristianesimo
,
coi
Padri
,
si
trovò
subito
nella
necessità
di
prender
posizione
,
al
di
sopra
della
semplice
intuizione
del
suo
vero
,
tra
le
scuole
filosofiche
,
per
difendersi
e
attaccare
con
le
armi
stesse
degli
avversari
.
Il
vino
nuovo
,
così
,
contro
il
precetto
del
Vangelo
,
fu
messo
nelle
vecchie
botti
.
E
tutti
i
teologi
o
filosofi
cristiani
platonizzarono
o
aristotelizzarono
:
sforzandosi
di
trattare
la
nuova
realtà
che
il
Cristianesimo
,
si
può
dire
,
aveva
scoperta
,
con
l
'
antico
metodo
intellettualistico
:
lasciandosi
sfuggire
che
l
'
intelletto
è
lo
spirito
che
non
conosce
e
non
può
conoscere
altro
che
la
realtà
naturale
,
cioè
appunto
quella
a
cui
il
cristiano
non
avrebbe
più
dovuto
guardare
,
se
non
per
negarla
,
e
instaurare
,
al
di
sopra
di
essa
,
la
sua
,
il
regno
dello
spirito
.
È
noto
che
i
Logici
furono
i
primi
libri
aristotelici
entrati
nella
biblioteca
dei
filosofi
cristiani
.
E
prima
ancora
,
già
le
origini
della
speculazione
cristiana
s
'
erano
intrecciate
con
lo
svolgimento
della
filosofia
platonica
alessandrina
.
Ma
è
anche
noto
che
la
logica
aristotelica
,
analitica
e
deduttiva
,
è
la
logica
del
pensiero
che
presume
la
cognizione
dei
principii
,
e
implicita
in
essa
la
cognizione
di
tutto
ciò
che
è
razionalmente
conoscibile
;
e
però
non
s
'
adatta
se
non
a
una
forma
di
verità
,
che
sia
precostituita
di
qua
dal
processo
del
pensiero
;
e
sia
quindi
immediata
,
e
perciò
trascendente
.
E
il
platonismo
,
nuovo
od
antico
,
che
è
poi
il
fondamento
ultimo
della
logica
aristotelica
,
era
infatti
la
concezione
della
realtà
come
trascendente
lo
spirito
,
e
quindi
immediata
.
Ma
ogni
realtà
immediata
o
che
trascenda
lo
spirito
,
non
è
altro
che
natura
.
E
invero
tutta
la
filosofia
greca
si
esaurì
nel
naturalismo
.
E
la
filosofia
cristiana
,
che
sforzò
di
concepire
la
realtà
come
spirito
,
e
di
portare
la
mediazione
nel
seno
stesso
dell
'
Assoluto
,
in
conclusione
tornò
alla
trascendenza
,
e
non
riuscì
a
superare
il
naturalismo
greco
poiché
ebbe
consentito
di
porsi
a
con
tatto
di
esso
e
d
'
incontrarsi
con
esso
sullo
stesso
terreno
.
La
realtà
trascende
l
'
uomo
,
in
quanto
l
'
uomo
è
essere
naturale
,
finito
.
Questa
è
la
posizione
platonica
;
e
questa
è
pure
la
posizione
cristiana
medievale
.
Coesiste
,
certamente
,
con
essa
un
elemento
contradittorio
.
poiché
,
prima
di
tutto
,
Dio
(
questa
natura
che
ci
trascende
)
è
spirito
.
Poi
,
se
molti
filosofi
,
anzi
la
maggior
parte
,
quelli
dell
'
indirizzo
che
finisce
col
prevalere
,
dicono
che
Dio
si
conosce
con
l
'
intelletto
,
altri
,
che
riaccendono
negli
spiriti
di
tempo
in
tempo
la
fiamma
della
fede
cristiana
,
si
oppongono
a
cotesta
pagana
pretesa
,
e
proclamano
la
necessità
di
appellarsi
all
'
amore
.
Poi
lo
stesso
Tommaso
d
'
Aquino
,
che
è
dei
più
rigidi
intellettualisti
e
,
senza
dubbio
,
il
più
genuino
rappresentante
della
sistematica
cristiana
,
oppugna
con
grande
vigore
la
forma
più
caratteristica
e
più
veramente
platoneggiante
della
concezione
della
trascendenza
,
come
s
'
era
annidata
nella
dottrina
averroistica
dell
'
intelletto
(
concepito
come
unico
nella
sua
universalità
oggettiva
,
e
sottratto
pertanto
ad
ogni
intrinseco
nesso
con
la
personalità
concreta
dell
'
uomo
)
,
e
in
questa
polemica
mette
in
luce
,
quanto
gli
era
consentito
dalla
sua
filosofia
,
l
'
immanenza
innegabile
del
divino
nello
spirito
umano
.
Ma
lo
spirito
,
in
generale
,
era
orientato
verso
la
trascendenza
;
e
quello
spirito
che
è
Dio
,
era
vagheggiato
come
uno
spirito
che
non
si
realizza
in
noi
,
ed
è
perciò
,
rispetto
a
noi
,
natura
;
e
lo
stesso
misticismo
della
direzione
agostiniana
,
dei
Vittorini
,
e
del
nostro
Bonaventura
da
Bagnorea
,
non
celebra
l
'
amore
come
principio
positivo
della
realtà
spirituale
dell
'
uomo
,
anzi
come
negativo
di
questa
realtà
destinata
a
risolversi
nella
realtà
trascendente
di
Dio
.
E
tutti
gli
sforzi
di
Tommaso
e
degli
altri
filosofi
cristiani
che
combattono
l
'
averroismo
,
urtano
,
infine
,
nel
concetto
aristotelico
dell
'
atto
puro
,
che
è
condizione
e
presupposto
di
ogni
divenire
,
e
dello
stesso
divenire
dell
'
umano
intelletto
.
Quindi
è
che
l
'
averroismo
,
ufficialmente
combattuto
e
perseguitato
,
diventa
nel
secolo
XIII
cadente
e
nel
successivo
la
filosofia
degli
spiriti
forti
,
che
vanno
audacemente
incontro
alle
conseguenze
necessarie
dell
'
aristotelismo
,
e
se
,
con
la
dottrina
dell
'
eternità
della
natura
,
negano
la
creazione
,
e
spiantano
così
dalle
radici
il
concetto
cristiano
dell
'
infinità
o
realtà
assoluta
dello
spirito
,
con
quella
dell
'
intelletto
unico
accrescono
le
fila
dei
così
detti
«
epicurei
»
di
Dante
e
d
'
altri
scrittori
e
pensatori
medievali
,
«
che
l
'
anima
col
corpo
morta
fanno
»
.
D
'
altra
parte
,
il
volontarismo
misticizzante
di
Duns
Scoto
mette
capo
al
nominalismo
e
al
terminismo
di
Occam
,
che
,
come
ogni
negazione
del
valore
dell
'
universale
,
è
anch
'
esso
pretto
naturalismo
,
materialistico
.
Ma
,
si
dica
naturalismo
o
astratto
teismo
,
l
'
intuizione
fondamentale
è
sempre
quella
:
la
negazione
dello
spirito
nella
sua
realtà
attuale
e
concreta
,
che
si
realizza
nell
'
atto
stesso
dell
'
uomo
che
afferma
o
nega
,
e
in
generale
nell
'
uomo
,
nella
sua
effettuale
individualità
.
Sia
che
si
neghi
questa
individualità
propria
dell
'
uomo
nella
natura
materiale
,
da
cui
l
'
uomo
è
circondato
,
di
qua
dalla
sua
nascita
e
di
là
dalla
sua
morte
,
ovvero
di
là
dalla
coscienza
in
cui
egli
si
sente
talvolta
quasi
racchiuso
,
come
per
l
'
epicureo
che
nega
l
'
immortalità
dell
'
anima
;
sia
che
questa
individualità
si
neghi
insieme
con
tutta
la
natura
finita
,
oggetto
dell
'
esperienza
,
nella
realtà
che
trascende
tutta
la
sfera
dell
'
esperienza
,
la
conclusione
è
identica
per
ciò
che
riguarda
la
realtà
,
la
potenza
e
il
valore
dell
'
uomo
:
il
quale
,
per
attribuire
a
sé
una
realtà
,
e
quindi
una
potenza
e
un
valore
,
avrebbe
bisogno
di
affermarsi
e
di
fronte
alla
natura
esteriore
,
da
cui
,
se
afferma
se
stesso
,
gli
conviene
pure
distinguersi
,
e
di
fronte
a
ogni
realtà
che
distingua
da
sé
.
Comunque
,
in
ambo
i
casi
,
l
'
individuo
perde
di
vista
se
medesimo
,
la
propria
umanità
,
il
proprio
valore
;
o
per
affisarsi
in
questo
mondo
naturale
che
non
contiene
infatti
nulla
di
umano
,
se
per
umano
s
'
intende
la
vita
spirituale
;
o
per
rivolgersi
a
un
mondo
ultra
naturale
che
,
quantunque
definito
spirituale
,
non
contiene
nulla
né
della
natura
,
né
dello
spirito
(
che
in
tal
caso
si
considera
innestato
nella
stessa
natura
)
:
nulla
,
cioè
,
dell
'
uomo
per
ciò
che
è
il
suo
travaglio
e
la
sua
grandezza
,
quella
spoglia
naturale
da
cui
egli
deve
a
grado
a
grado
svestirsi
per
attuare
laboriosamente
la
sua
intima
essenza
spirituale
.
III
Questo
naturalismo
medievale
,
che
si
concentra
nella
filosofia
,
si
stende
nelle
forme
religiose
,
nelle
forme
dell
'
arte
e
della
stessa
concreta
vita
politica
.
Il
secolo
XIII
è
il
secolo
di
Domenico
di
Guzman
e
di
Francesco
d
'
Assisi
.
La
dottrina
della
povertà
è
una
concezione
negativa
dello
spirito
,
che
è
lavoro
,
e
perciò
ricchezza
;
ed
è
lavoro
come
individualità
,
forza
che
si
spiega
consapevolmente
nella
concretezza
dei
suoi
rapporti
.
Lo
spirito
che
la
fa
nascere
è
eminentemente
cristiano
,
e
prelude
perciò
a
suo
modo
al
Rinascimento
;
ma
la
forma
in
cui
questo
spirito
s
'
adagia
,
riaccosta
il
concetto
degli
Ordini
mendicanti
all
'
ideale
del
Buddha
o
di
Antistene
,
di
cui
niente
si
può
concepire
che
sia
più
opposto
all
'
anima
del
Cristianesimo
.
Giacché
questo
è
fede
nella
potenza
creatrice
dello
spirito
;
e
quello
è
conseguenza
della
sfiducia
assoluta
nello
spirito
,
che
allora
toccherebbe
la
cima
della
perfezione
quando
rinunziasse
ad
ogni
pretesa
di
azione
e
si
chiudesse
nella
negativa
coscienza
del
suo
nulla
.
L
'
inquisizione
dei
domenicani
e
degli
stessi
francescani
è
il
corollario
del
concetto
dommatico
della
verità
trascendente
,
che
l
'
individuo
riceve
,
e
non
può
che
ricevere
,
e
deve
perciò
limitarsi
a
ricevere
.
Negazione
anch
'
essa
,
pertanto
,
dell
'
individualità
,
e
perciò
dello
spirito
,
conforme
alla
logica
della
domma
della
Chiesa
come
società
autocratica
e
,
in
ultima
analisi
,
teocratica
,
in
cui
la
verità
,
e
però
la
legge
,
scende
dall
'
alto
.
L
'
arte
non
si
può
giustificare
se
non
per
l
'
allegoria
:
in
quanto
deve
servire
non
all
'
espressione
del
sentimento
,
che
è
l
'
individualità
dell
'
artista
,
ma
alla
rappresentazione
attraente
di
quella
stessa
verità
che
forma
il
valore
della
religione
,
e
della
filosofia
.
Il
poeta
,
secondo
l
'
ideale
dantesco
del
Convivio
,
poi
pienamente
incarnato
nel
Poema
,
che
è
veramente
il
più
grande
monumento
dello
spirito
medievale
,
è
esso
stesso
teologo
,
come
ripeterà
il
Boccaccio
:
nuttius
dogmatis
expeys
,
come
lo
vorrà
Giovanni
del
Virgilio
.
Cioè
,
la
poesia
non
può
attingere
valore
se
non
dalla
fonte
,
che
è
l
'
unica
fonte
d
'
ogni
valore
all
'
occhio
dell
'
uomo
medievale
:
da
quella
realtà
,
che
non
è
nello
spirito
umano
,
né
in
virtù
del
suo
operare
;
ma
di
là
da
esso
,
in
quello
Spirito
che
solo
è
atto
:
atto
che
crea
il
mondo
,
e
in
esso
l
'
uomo
;
atto
che
fa
piovere
nel
mondo
ogni
germe
di
vita
,
e
nell
'
umana
intelligenza
ogni
raggio
di
luce
,
di
verità
,
di
bene
.
Certo
,
Dante
non
è
nell
'
allegorismo
della
Commedia
;
ma
in
quanto
noi
svestiamo
il
poema
del
suo
apparato
allegorico
,
e
di
là
dal
simbolo
andiamo
incontro
al
suo
animo
vibrante
della
passione
sua
,
Dante
si
solleva
al
di
sopra
del
suo
tempo
,
e
di
tutti
i
tempi
,
al
pari
di
ogni
poeta
,
per
sublimarsi
nell
'
eterno
.
E
c
'
è
di
più
.
Dove
noi
sentiamo
battere
il
suo
cuore
,
lì
è
Dante
con
la
sua
forte
personalità
,
nel
nerbo
del
suo
individuale
potente
carattere
.
Ma
non
è
al
rilievo
di
questa
sua
individualità
che
mira
il
poeta
:
anzi
a
raccogliere
dentro
alla
sua
vasta
anima
il
cielo
e
la
terra
:
e
dottrine
di
teologi
e
memorie
di
storici
sono
industriosamente
adunate
e
chiamate
al
gran
lavoro
,
che
tanto
cresce
di
pregio
agli
occhi
di
Dante
,
quanto
più
riflette
in
sé
di
verità
universale
ed
eterna
e
di
coscienza
del
genere
umano
.
E
se
l
'
uomo
moderno
ammira
l
'
alta
fantasia
che
spiega
in
sé
e
trae
nel
suo
volo
così
vasta
materia
di
pensiero
e
di
fatti
,
solo
guardando
al
vigore
onde
questa
fantasia
infonde
la
vita
nelle
sue
creature
,
Dante
protende
tutto
il
suo
animo
con
ansiosa
fatica
alla
dottrina
che
s
'
asconde
sotto
il
velame
dei
versi
.
Il
suo
interesse
è
lì
.
E
se
la
sua
fibra
è
così
robusta
da
reggere
al
peso
enorme
,
a
lui
non
cale
tanto
della
libertà
del
suo
movimento
,
quanto
piuttosto
dell
'
ardua
soma
che
si
compiace
di
addossarsi
.
Poeta
sì
,
ma
poeta
vate
:
maestro
di
verità
,
che
il
dolce
stile
d
'
amore
che
detta
dentro
,
assoggetta
al
bello
stile
di
Virgilio
,
«
il
savio
gentil
che
tutto
seppe
»
.
E
appunto
perché
l
'
arte
trae
il
suo
valore
dal
sapere
,
la
poesia
è
allegorica
;
ed
essa
che
per
sua
natura
è
la
più
libera
espressione
,
anzi
celebrazione
della
libertà
dello
spirito
nella
sua
individualità
,
si
sommerge
nell
'
universalità
di
un
sapere
,
che
all
'
uomo
s
'
impone
,
o
si
comunica
,
con
la
legge
che
egli
osserva
perché
non
egli
la
promulga
.
IV
Attorno
a
Dante
,
mentre
la
pubblicistica
dotta
discute
la
dottrina
classica
dell
'
origine
dello
Stato
,
e
,
tra
imperialisti
e
curialisti
,
non
vede
altra
possibile
fonte
all
'
autorità
politica
che
la
sorgente
stessa
d
'
ogni
realtà
,
ossia
la
volontà
trascendente
di
Dio
,
tumultua
nel
fervore
d
'
una
vita
nuova
pullulante
dallo
sviluppo
spontaneo
delle
reali
forze
economico
sociali
la
storia
del
Comune
una
storia
che
Dante
non
intende
.
Ma
il
Comune
stesso
non
supera
i
limiti
del
Medio
Evo
,
e
non
sa
ancora
concepire
Stato
o
una
qualunque
forza
politica
,
che
sia
la
manifestazione
e
l
'
effetto
dell
'
attività
individuale
.
Al
di
sopra
dell
'
individuo
è
il
popolo
che
si
difende
contro
i
signori
del
contado
;
al
di
sopra
del
cittadino
la
corporazione
,
in
cui
l
'
individuo
si
spoglia
del
suo
volere
particolare
per
essere
assorbito
in
un
interesse
di
classe
,
che
,
nel
suo
valore
meramente
economico
,
è
ancora
al
di
qua
della
realtà
propriamente
politica
.
Quando
,
per
vincere
l
'
antagonismo
delle
classi
e
fondare
l
'
unità
dello
Stato
nella
coesione
degl
'
interessi
discordi
,
dal
Comune
sorge
la
Signoria
,
il
Medio
Evo
tramonta
,
e
si
fa
innanzi
nella
piena
luce
della
storia
la
potenza
dell
'
individuo
,
come
spirito
che
non
presuppone
la
legge
,
ma
la
crea
.
Giustamente
è
stato
detto
che
la
Signoria
,
come
sforzo
personale
per
comporre
armonicamente
con
la
forza
del
proprio
volere
gli
elementi
di
uno
Stato
in
potenza
organica
corrispondente
a
un
disegno
,
è
trattata
da
quelle
forti
personalità
che
campeggiano
in
Italia
dal
secolo
di
Dante
a
quello
di
Machiavelli
,
come
un
'
opera
d
'
arte
.
E
la
caratteristica
è
più
profonda
che
non
si
sia
pensato
.
Giacché
veramente
tutta
la
politica
italiana
che
mette
capo
praticamente
a
Cesare
Borgia
,
autore
del
maggior
capolavoro
di
quell
'
arte
di
fare
lo
Stato
,
e
scientificamente
a
Niccolò
Machiavelli
,
autore
del
ritratto
ideale
più
coerente
,
e
come
tale
,
più
vero
d
'
un
principe
capace
di
creare
una
tale
opera
d
'
arte
,
è
una
politica
che
si
può
definire
estetica
nel
senso
stretto
di
questa
parola
;
come
estetico
è
,
in
generale
,
il
concetto
della
realtà
umana
che
l
'
Umanesimo
afferma
contro
il
naturalismo
medievale
.
E
soltanto
da
questo
punto
di
vista
è
agevole
intendere
perché
la
civiltà
italiana
del
Rinascimento
rifulse
di
luce
si
viva
in
tutta
Europa
,
mentre
l
'
Italia
soggiaceva
alla
prepotenza
straniera
,
e
s
'
avviava
rapidamente
a
quel
decadimento
,
con
cui
pagò
l
'
alto
onore
d
'
aver
dato
così
potente
impulso
a
tutta
la
civiltà
moderna
.
V
Ma
bisogna
,
prima
di
tutto
,
rendersi
conto
di
quel
che
sia
propriamente
l
'
atteggiamento
estetico
dello
spirito
.
L
'
arte
non
è
un
elemento
,
ma
una
forma
,
o
un
momento
,
della
vita
spirituale
.
E
come
forma
,
non
coesiste
con
altre
possibili
forme
,
ma
investe
totalmente
la
vita
dello
spirito
,
in
guisa
da
imprimere
il
suo
sigillo
alla
personalità
intera
dell
'
uomo
.
Il
quale
,
se
è
artista
,
raccoglie
e
risolve
nella
sua
arte
tutti
i
suoi
sentimenti
e
le
sue
idee
,
e
il
suo
concetto
del
passato
e
il
disegno
del
suo
avvenire
,
quale
egli
lo
concepisce
,
vagheggia
e
promuove
.
La
sua
scienza
o
la
sua
filosofia
diventa
materia
da
fondere
nel
fuoco
della
sua
fantasia
;
tutta
la
sua
vita
interiore
confluisce
e
sbocca
nella
sua
arte
,
che
dà
la
nota
fondamentale
e
il
tono
al
suo
carattere
.
Onde
accade
che
,
anche
quando
non
si
propone
precisamente
di
compiere
un
lavoro
d
'
arte
,
il
suo
carattere
estetico
agisce
egualmente
e
informa
di
sé
il
suo
pensiero
e
la
sua
volontà
.
poiché
non
è
da
credere
che
l
'
artista
come
tale
sia
un
semplice
contemplatore
inerte
di
sogni
che
non
hanno
realtà
di
sorta
.
Già
non
ci
sono
mai
sogni
,
che
siano
così
fuori
d
'
ogni
realtà
,
come
volgarmente
si
crede
.
Anche
il
sogno
ha
,
a
suo
modo
,
realtà
in
quella
sola
realtà
che
l
'
uomo
realizzi
,
e
in
cui
l
'
uomo
viva
:
la
realtà
spirituale
della
sua
stessa
persona
.
E
non
v
'
è
situazione
spirituale
,
in
cui
l
'
uomo
si
limiti
alla
parte
di
semplice
spettatore
;
poiché
non
è
possibile
mai
contemplare
altro
che
l
'
opera
da
noi
stessi
instaurata
col
vigore
della
nostra
interna
attività
lavorante
sempre
alla
costruzione
del
proprio
mondo
.
L
'
artista
,
dunque
,
canti
o
combatta
per
dare
corpo
,
ossia
una
più
piena
e
viva
e
sana
realtà
,
al
mondo
del
suo
sogno
,
in
ogni
caso
opera
;
e
però
artista
può
essere
,
ed
è
,
anche
in
quella
vita
pratica
che
l
'
uomo
medio
,
da
cui
l
'
artista
si
distingue
per
il
peculiar
rilievo
delle
sue
attitudini
estetiche
,
l
'
uomo
cioè
che
ha
coscienza
di
una
più
complessa
vita
che
non
sia
quella
,
entro
alla
quale
l
'
animo
dell
'
artista
tende
a
ritirarsi
e
quasi
a
chiudersi
,
e
insieme
con
quest
'
uomo
medio
il
filosofo
contrappongono
al
sogno
del
poeta
.
Il
filosofo
,
insieme
con
l
'
uomo
che
senza
una
concezione
sistematica
della
realtà
vede
e
sente
la
differenza
tra
la
vita
qual
'
è
e
la
vita
idealizzata
dall
'
arte
,
ha
l
'
occhio
a
una
realtà
che
differisce
da
quella
dell
'
artista
perché
la
contiene
;
a
quello
stesso
modo
che
la
realtà
della
veglia
contiene
in
sé
quella
del
sogno
.
La
contiene
,
perché
l
'
artista
non
conosce
se
non
ciò
che
Amore
o
altro
dio
gli
detta
dentro
:
conosce
cioè
solo
quel
tanto
della
vita
,
che
egli
sente
immediatamente
vibrare
nell
'
intimo
dell
'
animo
suo
,
e
che
si
dice
il
suo
sentimento
,
ed
è
propriamente
il
momento
individuale
o
soggettivo
della
vita
dello
spirito
:
il
momento
dell
'
astratta
individualità
e
soggettività
,
che
si
oppone
all
'
universalità
del
mondo
oggettivamente
pensato
.
Il
filosofo
,
invece
,
guarda
a
questo
termine
obbiettivo
,
verso
il
quale
necessariamente
gravita
il
soggetto
,
e
pel
quale
l
'
individuo
si
fa
universale
,
e
la
libertà
si
determina
nella
legge
;
e
nell
'
universale
e
nella
legge
si
spiega
la
storia
,
che
è
la
positività
attuale
dell
'
individuo
e
della
libertà
.
Il
filosofo
pertanto
riconosce
bensì
che
la
realtà
è
spirito
,
e
che
spirito
è
libertà
e
individualità
:
ma
questo
spirito
concepisce
come
storia
.
Ond
'
egli
,
cioè
lo
stesso
spirito
,
realizzando
la
propria
individualità
,
la
vien
determinando
in
un
pensiero
che
è
logica
,
scienza
,
catena
o
norma
inderogabile
del
pensare
;
e
realizzando
insieme
la
sua
libertà
,
la
attua
come
legge
che
è
realtà
ferrea
,
da
cui
l
'
uomo
non
si
può
staccare
e
ritrarre
senza
condannarsi
all
'
arbitrario
vano
conato
di
vivere
fuor
della
vita
,
e
quasi
cercare
se
stesso
fuor
di
se
stesso
(
di
quel
se
stesso
,
che
è
storia
,
e
si
dica
natura
,
società
,
mondo
,
o
come
altrimenti
si
denomini
)
.
Il
filosofo
tien
conto
di
quel
momento
religioso
dello
spirito
,
che
l
'
artista
si
lascia
sfuggire
.
Non
che
l
'
artista
riesca
effettivamente
a
chiudersi
dentro
al
suo
astratto
momento
individualistico
.
Ciò
non
è
possibile
,
appunto
perché
vivere
spiritualmente
è
uscire
da
questo
momento
,
e
universalizzarsi
,
pensare
,
liberarsi
dall
'
immediatezza
della
stessa
libertà
.
E
poiché
ciò
non
è
possibile
,
l
'
artista
filosofeggia
anche
lui
,
a
suo
modo
,
e
non
attribuisce
mero
valore
soggettivo
e
astrattamente
individuale
ai
suoi
fantasmi
;
anzi
li
tratta
con
quello
stesso
spirito
religioso
con
cui
l
'
uomo
si
volge
all
'
oggetto
riconosciuto
come
tale
,
alla
Realtà
che
si
ritrova
innanzi
come
trascendente
il
potere
della
sua
finita
personalità
.
Ma
l
'
artista
,
non
conoscendo
altra
soggettività
che
quella
immediata
,
né
altro
individuo
che
quello
astratto
,
e
non
cogliendo
la
storicità
del
soggetto
e
dell
'
individuo
,
onde
,
attraverso
la
sua
mediazione
oggettiva
,
il
soggetto
è
tanto
più
soggetto
quanto
più
si
oggettiva
,
e
tanto
più
potente
è
l
'
individualità
dell
'
individuo
quanto
più
essa
si
universalizza
,
non
s
'
affisa
se
non
in
un
'
oggettività
anch
'
essa
immediata
,
avulsa
perciò
dalla
realtà
storica
,
che
è
la
realtà
del
filosofo
.
E
perciò
egli
è
artista
.
Si
estrania
,
si
può
dire
usando
il
linguaggio
comune
,
si
sequestra
dal
mondo
,
e
si
fa
,
sì
,
anch
'
egli
un
mondo
,
in
cui
vive
,
ma
un
mondo
suo
,
tutto
suo
,
chiuso
nella
sua
fantasia
.
La
quale
non
è
altro
che
il
suo
pensiero
,
in
questa
posizione
astrattamente
individuale
o
immediata
.
Ecco
che
l
'
artista
,
perduto
il
contatto
col
mondo
che
limita
la
sua
libertà
,
assorto
egli
medesimo
nel
suo
mondo
,
vi
si
sente
in
possesso
di
una
libertà
infinita
,
in
cui
può
celebrare
senza
ostacoli
,
senza
dolori
,
anzi
con
la
gioia
del
creatore
,
la
propria
natura
:
esser
lui
,
dominatore
irresistibile
,
perché
solo
,
e
sottratto
,
nella
sua
infinita
solitudine
,
alla
possibilità
d
'
ogni
resistenza
e
contrasto
.
In
verità
,
la
libertà
dell
'
artista
non
è
maggiore
di
quella
del
pensatore
,
poiché
effettivamente
egli
stesso
non
fa
altro
che
pensare
.
Non
è
maggiore
,
se
alla
condizione
del
pensatore
,
da
cui
l
'
artista
ama
distinguersi
,
si
guarda
dal
punto
di
vista
dello
stesso
pensatore
che
,
riconoscendo
l
'
oggetto
,
ma
come
l
'
oggetto
che
è
suo
,
ossia
la
stessa
realtà
piena
e
concreta
del
suo
sé
,
non
sente
limite
di
sorta
intorno
alla
sua
libera
potenza
.
Ma
l
'
artista
che
non
riconosce
quest
'
intimità
dell
'
oggetto
storicamente
determinato
,
e
vede
perciò
nella
realtà
dello
spirito
religioso
e
della
filosofia
una
massiccia
barriera
destinata
a
fiaccare
la
forza
spirituale
dell
'
individuo
,
ritraendosi
nel
suo
mondo
non
sa
d
'
altra
possibile
libertà
oltre
quella
che
egli
quivi
si
gode
.
E
in
verità
,
di
contro
a
quella
obiettiva
realtà
,
ove
storicamente
essa
siasi
configurata
in
forma
di
Realtà
trascendente
,
e
la
filosofia
siasi
ridotta
a
concepirla
e
a
presentarla
come
toto
caelo
opposta
e
remota
dal
naturale
sviluppo
dell
'
individuo
nella
spontanea
affermazione
ch
'
egli
fa
di
sé
,
finché
non
siasi
trasformato
questo
concetto
della
Realtà
,
la
vita
dello
spirito
non
ha
rifugio
,
dove
possa
ritrovare
la
propria
libertà
,
all
'
infuori
dell
'
arte
.
VI
Tali
considerazioni
,
se
il
lettore
ha
avuto
la
pazienza
di
,
seguirci
,
ci
spiegano
come
in
certi
momenti
storici
,
al
modo
stesso
che
in
certe
situazioni
particolari
degl
'
individui
,
anche
la
filosofia
sia
arte
,
e
l
'
arte
assuma
il
valore
che
è
proprio
della
filosofia
.
Ci
spiegano
perché
allora
gli
artisti
riescono
a
condurre
la
più
efficace
polemica
contro
i
sistemi
filosofici
,
e
determinano
la
crisi
di
una
concezione
speculativa
della
mondo
.
Ci
spiegano
perché
chi
voglia
intendere
come
mai
dalla
scolastica
del
sec
.
XIII
si
passi
al
naturalismo
del
Rinascimento
,
e
quindi
all
'
empirismo
e
al
razionalismo
con
cui
s
'
inizia
l
'
età
moderna
,
debba
guardare
all
'
Umanesimo
della
seconda
metà
del
Trecento
e
del
secolo
seguente
.
Il
Petrarca
,
Leonardo
Bruni
,
lo
stesso
Valla
,
e
l
'
Alberti
,
e
Leonardo
,
e
il
Machiavelli
,
messi
sullo
stesso
piano
e
accanto
a
Tommaso
d
'
Aquino
,
come
filosofi
,
non
possono
fare
se
non
una
magra
figura
.
Nella
polemica
che
il
Petrarca
,
il
padre
dell
'
Umanesimo
,
conduce
instancabilmente
contro
gli
averroisti
e
i
dialettici
,
ossia
gli
occamisti
,
si
sente
il
letterato
,
che
non
avevano
poi
tutti
i
torti
quelle
male
lingue
dei
naturalisti
veneti
a
trattare
da
ignorante
.
Eppure
chi
miri
allo
sviluppo
della
filosofia
e
alle
ragioni
che
resero
possibile
nella
seconda
metà
del
Quattrocento
la
filosofia
del
Ficino
,
e
poco
stante
quella
di
Leone
Ebreo
,
e
poi
l
'
ardita
negazione
,
di
così
alto
valore
speculativo
,
di
Pomponazzi
,
e
poi
la
nuova
intuizione
di
Telesio
,
di
Bruno
e
Campanella
,
senza
di
cui
,
incontro
alla
scolastica
,
che
mai
non
scomparve
dalle
scuole
,
non
sarebbe
mai
sorta
la
filosofia
moderna
,
non
può
non
riconoscere
un
alto
significato
,
anche
nella
storia
della
filosofia
,
al
poeta
di
Laura
,
e
metterlo
nel
progresso
dello
spirito
umano
al
di
sopra
,
non
pure
di
quegli
spiriti
forti
che
erano
gli
averroisti
da
lui
canzonati
nel
De
sui
ipsius
et
multorum
ignorantia
,
ma
della
stessa
aquila
elle
Scuole
,
il
grande
Tommaso
.
Oltre
,
insomma
,
la
filosofia
dei
filosofi
c
'
è
la
filosofia
dei
non
filosofi
.
I
quali
non
sono
filosofi
di
professione
;
e
non
sono
filosofi
perché
non
sono
in
grado
di
istituire
una
critica
dei
sistemi
del
loro
tempo
che
sia
all
'
altezza
degli
stessi
sistemi
;
e
non
intendono
neppure
tutto
il
linguaggio
dei
filosofi
di
professioni
Ma
hanno
un
motivo
di
non
volerne
sapere
di
questo
linguaggio
;
e
questo
loro
motivo
ha
già
un
valore
filosofico
,
è
un
atteggiamento
critico
.
Così
la
posizione
del
Petrarca
ha
un
'
importanza
storica
di
prim
'
ordine
:
del
Petrarca
ispiratore
e
maestro
della
scuola
umanistica
fiorentina
dei
giovani
che
stanno
intorno
al
Salutati
,
e
che
promoveranno
con
l
'
esempio
e
l
'
insegnamento
lo
slancio
dell
'
Umanesimo
rinnovatore
di
tutta
la
cultura
e
dello
spirito
italiano
del
Quattrocento
.
Si
volgano
essi
,
sulle
tracce
dello
stesso
Petrarca
,
a
Platone
,
che
ardentemente
si
brama
conoscere
e
volgarizzare
per
farne
un
controaltare
all
'
Aristotele
degli
scolastici
e
della
tradizione
,
o
si
volgano
a
Lucrezio
,
che
si
discopre
e
mette
in
circolazione
e
si
imita
;
vagheggino
una
prosa
classica
eloquente
come
quella
di
Cicerone
,
o
arguta
piuttosto
come
quella
di
Quintiliano
;
e
gareggino
comunque
a
studiare
e
illustrare
gli
antichi
scrittori
di
Grecia
e
di
Roma
che
il
Medio
Evo
aveva
dimenticati
o
non
conosciuti
da
vicino
;
lo
spirito
che
li
anima
è
uno
:
contrapporre
una
scienza
nuova
a
quella
che
s
'
era
formata
nelle
scuole
medievali
.
E
della
quale
non
era
possibile
disfarsi
senza
sostituirvi
una
scienza
superiore
,
senza
scoprire
e
additare
un
nuovo
mondo
,
che
la
dottrina
tradizionale
non
aveva
giudicato
,
poiché
l
'
aveva
ignorato
:
un
mondo
libero
,
aperto
a
una
vita
nuova
dello
spirito
,
e
in
cui
questo
potesse
avanzare
con
la
gioia
di
chi
scopre
,
e
non
ha
legami
da
rispettare
.
Il
mondo
nuovo
non
è
,
ben
inteso
,
l
'
antico
,
che
era
più
vecchio
del
medievale
:
non
è
il
classicismo
pagano
e
precristiano
,
la
cui
restaurazione
sarebbe
stato
regresso
e
non
progresso
.
È
l
'
antico
,
ma
disseppellito
;
è
questa
nuova
opera
,
quest
'
entusiasmo
di
indagine
e
di
scoperta
,
questa
nuova
cultura
che
si
suscita
dai
vecchi
codici
,
creando
una
filologia
che
i
dottori
delle
scuole
invano
avevano
desiderata
(
essi
che
nel
Dugento
,
per
leggere
i
loro
testi
aristotelici
,
avevan
dovuto
ricorrere
all
'
aiuto
di
ignoranti
frati
non
ignari
di
greco
)
;
e
nella
filologia
,
e
per
essa
,
una
conoscenza
nuova
e
più
vasta
,
che
mai
non
si
fosse
posseduta
,
dell
'
antico
,
dell
'
antica
arte
e
dell
'
antico
pensiero
di
quel
pensiero
che
,
a
definirlo
quale
fu
,
in
Platone
e
nello
stesso
Aristotele
,
studiati
direttamente
nel
testo
,
tradotti
e
commentati
col
sussidio
degli
antichi
interpreti
,
non
costringe
più
i
nuovi
studiosi
al
paragone
degl
'
insegnamenti
antichi
coi
dommi
cristiani
,
e
non
richiede
lo
studio
di
quella
grave
e
soffocante
teologia
,
in
cui
s
'
era
irretita
la
scienza
degli
ultimi
secoli
.
Permette
insomma
a
questi
studiosi
di
moversi
liberamente
nello
sconfinato
campo
di
un
'
indagine
scevra
d
'
ogni
preoccupazione
estrinseca
o
pratica
.
L
'
umanista
,
distaccandosi
dallo
spirito
di
quella
che
per
:
lui
diviene
età
di
mezzo
,
limita
questa
età
e
la
chiude
,
e
celebra
la
rivendicazione
dello
spirito
umano
da
quel
concetto
del
trascendente
,
in
cui
la
stessa
filosofia
cristiana
era
caduta
:
celebra
la
libertà
del
filosofare
,
a
cui
lo
spirito
non
vorrà
mai
più
rinunziare
;
e
che
sorge
col
Valla
come
un
modo
di
quella
libertà
generale
dello
spirito
che
riafferma
,
come
può
,
immediatamente
,
il
proprio
valore
di
fronte
alla
scienza
tradizionale
,
e
al
suo
principio
trascendente
.
Si
apparta
da
quella
scienza
,
e
vive
nell
'
antico
che
ricrea
nella
sua
intelligenza
,
nel
suo
mondo
,
tanto
diverso
da
quello
in
cui
pure
i
suoi
coetanei
vivono
,
e
così
remoto
dalla
realtà
storica
,
e
dal
suo
sapere
assodato
,
dal
suo
domma
e
dalla
sua
legge
,
che
egli
può
spaziarvi
sicuro
di
non
incontrarvi
giammai
ostacoli
e
limiti
.
Quest
'
affermazione
di
sé
come
realtà
spirituale
,
individualità
e
libertà
,
ancorché
astratta
,
è
una
filosofia
,
in
quanto
la
filosofia
non
è
altro
che
l
'
affermazione
della
realtà
universale
;
e
l
'
umanista
,
raccogliendosi
e
concentrandosi
nel
suo
astratto
mondo
,
non
conosce
altra
realtà
fuori
di
questo
.
Quella
vita
,
in
cui
pur
gli
tocca
praticamente
di
vivere
,
ha
perduto
ogni
valore
a
'
suoi
occhi
;
e
,
vi
si
conformi
materialmente
o
ribelli
,
il
suo
spirito
non
è
lì
,
ma
in
quel
mondo
che
si
agita
nel
suo
cervello
.
Se
ordisce
una
congiura
politica
,
come
quella
di
Pomponio
Leto
,
essa
non
sarà
propriamente
un
'
azione
politica
,
perché
non
s
'
inserisce
nella
realtà
storica
contemporanea
,
ma
una
costruzione
letteraria
dell
'
uomo
che
s
'
è
fatto
nell
'
animo
suo
contemporaneo
degli
antichi
Romani
.
La
sua
stessa
religione
non
lo
fa
uscire
da
quel
mondo
della
sua
immaginazione
,
in
cui
le
memorie
della
felice
antichità
lo
trasportano
e
ritengono
e
Pier
Paolo
Boscoli
,
che
ha
cospirato
contro
i
Medici
per
ardore
dell
'
antica
libertà
,
quando
il
suo
sogno
s
'
infrange
contro
la
muraglia
delle
cose
effettuali
e
gli
tocca
di
morire
e
,
sul
punto
estremo
,
è
confortato
da
Luca
della
Robbia
a
riabbracciarsi
alla
fede
del
suo
tempo
e
de
'
suoi
,
a
quella
religione
da
cui
lo
aveva
distolto
l
'
ammirazione
delle
cose
classiche
,
egli
sente
l
'
abisso
che
separa
il
suo
cuore
d
'
artista
dal
mondo
della
storia
:
«
Deh
,
Luca
,
cavatemi
dalla
testa
Bruto
,
acciò
ch
'
io
faccia
questo
passo
interamente
cristiano
!
»
.
VII
Paganesimo
?
No
.
L
'
Umanesimo
,
in
quanto
tale
,
non
è
pagano
,
e
non
è
neppur
cristiano
nel
senso
del
Pastor
.
È
lo
spirito
che
può
parere
scettico
,
ma
ha
la
sua
fede
.
Può
parere
indifferente
,
ma
indifferente
non
è
se
non
verso
le
credenze
,
le
speranze
e
i
timori
della
religione
professata
attorno
ad
esso
,
eredità
del
passato
.
È
stato
anche
detto
deista
;
e
certamente
il
deismo
di
Campanella
è
preparato
dalla
speculazione
sincretistica
,
a
cui
i
dotti
del
Quattro
e
Cinquecento
si
abbandonano
,
pareggiando
in
una
comune
considerazione
tutte
le
fedi
e
tutte
le
filosofie
,
alle
quali
volgesi
con
insaziabile
curiosità
intellettuale
,
piuttosto
che
con
spirito
di
vera
e
propria
religiosità
.
Ma
l
'
Umanesimo
effettivamente
riprende
,
come
può
,
il
problema
cristiano
,
che
la
filosofia
medievale
aveva
piuttosto
soppresso
che
risoluto
;
torna
alla
primitiva
ispirazione
cristiana
della
realtà
da
intendere
come
spirito
;
e
gettando
la
base
della
concezione
a
cui
si
lavorerà
in
tutta
la
storia
moderna
della
libertà
,
senza
di
cui
non
è
spirito
,
sottrae
,
non
potendo
altro
,
l
'
uomo
,
nella
sua
stretta
individualità
,
al
giogo
di
quella
realtà
che
s
'
è
rappresentata
come
trascendente
,
e
lo
lancia
nel
libero
mondo
dell
'
arte
,
in
cui
cotesta
realtà
non
sarà
mai
per
incontrarsi
.
Di
qui
l
'
alto
suo
concetto
dell
'
uomo
,
della
stia
dignità
,
della
sua
potenza
,
che
è
una
celebrazione
nuova
per
il
suo
accento
storico
e
il
suo
significato
nella
storia
del
pensiero
moderno
;
e
rappresenta
senza
dubbio
un
passo
innanzi
di
grandissima
importanza
verso
quella
interpretazione
spiritualistica
del
mondo
,
teorica
e
pratica
,
che
è
la
mira
del
Cristianesimo
.
sicché
,
infine
,
questi
umanisti
increduli
e
derisori
di
frati
e
cinicamente
pronti
a
tutti
gli
accomodamenti
con
la
Chiesa
,
hanno
più
sostanza
di
fede
dei
loro
avversari
,
e
sono
,
a
dir
vero
,
più
profondamente
e
progressivamente
cristiani
.
Con
l
'
Umanesimo
si
comincia
in
Italia
a
staccare
l
'
uomo
dalla
vita
,
e
a
trattare
la
vita
,
con
tutto
il
suo
contenuto
(
religione
,
morale
,
politica
)
,
con
quella
indifferenza
che
è
propria
dello
spirito
estetico
.
Le
grandi
passioni
,
che
avevano
legato
gli
uomini
medievali
alla
loro
fede
temprandone
la
fibra
nelle
lotte
religiose
e
sociali
o
civili
,
decadono
.
Savonarola
a
Firenze
sull
'
estremo
Quattrocento
è
vox
clamantis
in
deserto
:
e
il
suo
rogo
e
le
triste
parole
dispregiative
che
getta
sulla
sua
memoria
il
maggiore
pensatore
del
suo
tempo
,
mistico
al
par
di
lui
,
e
già
di
lui
caldo
ammiratore
,
Marsilio
Ficino
,
sono
la
dimostrazione
evidente
dell
'
aperta
e
stridente
opposizione
tra
il
pensiero
del
Frate
ferrarese
e
quello
degli
umanisti
.
I
quali
celebrano
la
potenza
dell
'
uomo
,
ma
non
dell
'
uomo
che
nella
sua
individualità
concentra
e
risolve
la
storia
,
sì
dell
'
uomo
che
si
pone
immediatamente
di
fronte
alla
storia
,
quindi
anche
alla
così
detta
natura
,
e
si
fa
centro
di
un
mondo
che
si
deve
e
si
può
tutto
ricostruire
.
Così
accade
che
,
con
questa
indomita
e
ingenua
fede
nel
potere
dell
'
uomo
come
astratto
individuo
,
anche
la
politica
diventa
un
'
arte
estetica
;
e
il
problema
dello
Stato
si
configura
come
problema
dell
'
individuo
,
del
principe
,
che
crea
o
mantiene
lo
Stato
.
Il
quale
si
concepisce
soltanto
come
creazione
di
una
forte
individualità
,
mediante
la
virtù
,
unità
di
forza
e
di
talento
:
virtù
,
che
prescinde
da
ogni
limite
della
libertà
individuale
e
da
ogni
legge
,
quasi
vera
e
propria
forza
naturale
,
potenziata
ma
non
trasformata
dal
pensiero
,
onde
si
arma
:
senza
scrupoli
,
senza
fede
;
o
meglio
con
lo
scrupolo
solo
della
propria
coerenza
,
e
con
la
sola
fede
nel
proprio
destino
.
È
il
problema
degli
umanisti
della
politica
,
capitani
di
ventura
che
si
fanno
lo
Stato
,
o
pensatori
che
lo
costruiscono
idealmente
.
Della
virtù
a
cui
si
appellano
,
essi
sentono
di
quando
in
quando
l
'
astrattezza
;
e
perciò
parlano
di
«
fortuna
»
,
che
è
l
'
imprevisto
a
cui
la
virtù
non
provvede
:
l
'
ignoto
,
che
si
sospetta
di
là
dalla
sfera
luminosa
in
cui
l
'
individuo
si
muove
con
l
'
intelligenza
e
con
l
'
azione
;
e
che
lo
spirito
dell
'
Umanesimo
spinge
Machiavelli
come
l
'
Alberti
a
considerare
,
con
una
fede
che
non
può
diventare
concetto
,
destinata
tuttavia
ad
esser
vinta
e
soggiogata
dal
potere
dell
'
uomo
.
VIII
Il
dominio
,
in
cui
lo
spirito
dell
'
Umanesimo
,
dato
il
suo
limite
,
poteva
trionfare
,
era
uno
solo
:
quello
a
cui
lo
portava
il
suo
carattere
specifico
,
l
'
arte
.
E
sulle
rovine
delle
libertà
comunali
,
nella
prostrazione
della
robusta
religiosità
medievale
,
tra
la
spensieratezza
e
decadenza
del
costume
individualistico
,
l
'
Italia
grandeggia
e
rifulge
faro
luminoso
in
tutta
Europa
per
i
suoi
poeti
e
per
i
suoi
artisti
,
letti
e
ammirati
e
cercati
per
tutto
,
sì
che
il
nome
d
'
Italia
e
la
sua
lingua
sono
familiari
e
cari
a
tutti
gli
uomini
colti
,
ancorché
alla
stima
dell
'
ingegno
non
s
'
accompagni
di
là
dalle
Alpi
quella
del
nostro
carattere
;
e
si
formi
quasi
per
tutto
la
convinzione
che
gli
Italiani
siano
meraviglia
del
mondo
per
l
'
intelligenza
,
ma
siano
anche
«
vituperio
del
mondo
»
,
al
dire
del
Machiavelli
,
per
la
loro
incapacità
di
battersi
e
far
rispettare
la
loro
terra
,
la
loro
vita
,
i
loro
interessi
.
Per
chi
voglia
conoscere
la
prima
radice
della
fiacchezza
italiana
,
ecco
gli
ammonimenti
dello
stesso
Machiavelli
:
«
Credevano
i
nostri
principi
italiani
,
prima
che
egli
assaggiassero
i
colpi
delle
oltramontane
guerre
,
che
ad
un
principe
bastasse
sapere
negli
scrittoi
pensare
una
acuta
risposta
,
scrivere
una
bella
lettera
,
mostrare
ne
'
detti
e
nelle
parole
arguzia
e
prontezza
,
sapere
tessere
una
fraude
,
ornarsi
di
gemme
e
d
'
oro
,
dormire
e
mangiare
con
maggiore
splendore
che
gli
altri
,
tenere
assai
lascivie
intorno
,
governarsi
co
'
sudditi
avaramente
e
superbamente
,
marcirsi
nell
'
ozio
,
dare
i
gradi
della
milizia
per
grazia
,
disprezzare
se
alcuno
avesse
loro
dimostro
alcuna
lodevole
via
,
volere
che
le
parole
loro
fussero
responsi
di
oracoli
;
né
si
accorgevano
,
i
meschini
,
che
si
preparavano
ad
essere
preda
di
qualunque
gli
assaltava
.
Di
qui
nacquero
poi
nel
1494
i
grandi
spaventi
,
le
subite
fughe
e
le
miracolose
perdite
;
e
così
tre
potentissimi
Stati
che
erano
in
Italia
sono
stati
più
volte
saccheggiati
e
guasti
.
Ma
quello
che
è
peggio
,
è
che
quelli
che
ci
restano
stanno
nel
medesimo
errore
,
e
vivono
nel
medesimo
disordine
»
Altrove
il
Machiavelli
dà
un
'
altra
spiegazione
della
fiacchezza
militare
italiana
;
ma
quest
'
altra
spiegazione
concorre
nello
stesso
ordine
di
considerazioni
a
cui
si
riferisce
il
carattere
estetico
della
cultura
italiana
del
Rinascimento
.
Dice
:
«
E
pare
sempre
che
in
Italia
la
virtù
militare
sia
spenta
....
Qui
è
virtù
grande
nelle
membra
,
quando
la
non
mancassi
ne
'
capi
.
Specchiatevi
ne
'
duelli
e
ne
'
congressi
de
'
pochi
,
quanto
li
Italiani
sieno
superiori
con
le
forze
,
con
la
destrezza
,
con
lo
ingegno
.
Ma
,
come
si
viene
alli
eserciti
,
non
compariscono
.
E
tutto
procede
dalla
debolezza
de
'
capi
;
perché
quelli
che
sanno
non
sono
obediti
,
et
a
ciascuno
pare
di
sapere
,
non
ci
sendo
fino
a
qui
alcuno
che
si
sia
saputo
rilevare
e
per
virtù
e
per
fortuna
che
li
altri
cedino
.
Di
qui
nasce
che
,
in
tanto
tempo
,
in
tante
guerre
fatte
ne
'
passati
venti
anni
,
quando
elli
è
stato
uno
esercito
tutto
italiano
,
sempre
ha
fatto
mala
pruova
.
Di
che
è
testimone
el
Taro
;
di
poi
Alessandria
,
Capua
,
Genova
,
Vailà
,
Bologna
,
Mestri
»
.
Uno
de
'
più
profondi
conoscitori
della
storia
italiana
e
de
'
più
seri
pensatori
che
vi
abbiano
meditato
su
,
Gino
Capponi
,
ricercando
le
cause
della
vittoria
riportata
nel
Cinquecento
dagli
Spagnuoli
sui
Francesi
,
osservava
che
«
innanzi
Condé
si
può
dire
che
i
francesi
fossero
migliori
soldati
che
capitani
.
Conducevano
la
guerra
sempre
a
modo
dei
tempi
feudali
,
disdegnavano
le
nuove
arti
dagli
Spagnuoli
insegnate
,
e
che
non
bene
si
confacevano
alla
generosità
cavalleresca
ch
'
è
propria
della
nazione
....
L
'
astuzia
fredda
,
la
costanza
e
il
durare
,
la
pazienza
d
'
aspettare
l
'
occasione
e
fare
consumare
da
se
stesse
le
forze
troppo
avventate
,
queste
arti
diedero
la
vittoria
agli
spagnuoli
.
Li
Italiani
,
maestri
invecchiati
di
politica
,
si
tenevano
sapienti
in
quelle
arti
,
ed
essi
ne
tenevano
in
casa
la
viva
scuola
;
ma
quella
scuola
tendeva
a
perdere
,
non
a
salvare
l
'
Italia
.
Non
la
politica
antiveggenza
,
ma
le
virtù
popolari
e
il
vigore
degli
ingegni
illustrarono
le
città
libere
,
e
di
queste
era
passato
il
tempo
;
e
tutte
le
grandezze
provinciali
essendo
oggimai
compresse
o
in
limite
angusto
confinate
,
altri
e
più
vasti
concetti
si
chiedevano
alla
comune
salute
:
l
'
antica
maestria
fatta
impotente
era
ludibrio
allo
straniero
.
Allora
li
Italiani
si
dettero
a
professarla
ne
'
libri
,
e
il
successo
,
convien
dirlo
,
non
faceva
onore
all
'
insegnamento
»
.
Si
tratta
sempre
di
quell
'
individualismo
,
che
è
l
'
atteggiamento
proprio
dell
'
arte
.
Il
rapporto
tra
la
cultura
artistica
e
la
debolezza
militare
degli
Italiani
divenne
nel
Cinquecento
proverbiale
.
Baldassarre
Castiglione
,
per
esempio
,
diceva
:
«
Non
vorrei
già
che
qualche
avversario
mi
adducesse
gli
effetti
contrari
,
...
allegandomi
,
gli
Italiani
col
lor
saper
lettere
aver
mostrato
poco
valor
nell
'
arme
da
un
tempo
in
qua
.
Il
che
pur
troppo
è
più
che
vero
;
ma
certo
ben
si
porìa
dir
,
la
colpa
d
'
alcuni
pochi
aver
dato
,
oltre
al
grave
danno
,
perpetuo
biasmo
a
tutti
gli
altri
;
e
la
vera
causa
delle
nostre
ruine
e
della
virtù
prostrata
,
se
non
morta
,
negli
animi
nostri
,
esser
da
quelli
proceduta
:
ma
assai
più
a
noi
saria
vergognoso
il
pubblicarla
,
che
a
'
Franzesi
il
non
saper
lettere
,...»
.
E
il
Montaigne
:
«
L
'
estude
des
sciences
amollit
et
effemine
les
courages
plus
qu
'
il
ne
les
fermit
et
aguerrit
....
Je
trouve
Roma
plus
vaillante
avant
qu
'
elle
feust
sgavante
.
Les
belliqueuses
nations
,
en
nous
jours
,
sont
les
plus
grossières
et
ignorantes
....
Quand
les
Gots
ravagèrent
la
Grece
,
ce
qui
sauva
toutes
les
librairies
d
'
estre
passées
au
feu
,
ce
feu
un
d
'
entre
eulx
qui
sema
cette
opinion
,
qu
'
il
falloit
laisser
ce
meuble
entier
aux
ennemis
,
propre
à
les
destourner
de
l
'
exercice
militaire
et
s
'
amuser
à
des
occupations
sedentaires
et
oysifves
.
Quand
nostre
roy
Charles
huictiesme
,
quasi
sans
tirer
l
'
espée
du
fourreau
,
se
veit
maistre
du
royaume
de
Naples
et
d
'
un
bonne
partie
de
la
Toscane
,
les
seigneurs
de
sa
suitte
attribuèrent
cette
inesperée
facilité
de
conqueste
,
à
ce
que
les
princes
et
la
noblesse
d
'
Italie
s
'
amusoient
plus
à
se
rendre
ingenieux
et
savants
,
que
vigoreux
et
guerriers
»
.
Secondo
il
Montaigne
,
gli
stessi
Italiani
scherzavano
intorno
a
questa
riputazione
d
'
imbelli
,
che
s
'
erano
fatti
in
Europa
.
Racconta
infatti
:
«
Un
seigneur
italien
tenoit
une
fois
ce
propos
en
ma
presence
,
au
desadvantage
de
sa
nation
:
Que
la
mobtilité
des
Italiens
et
la
vivacité
de
leurs
conceptions
estoit
si
grande
,
qu
'
ils
preveoyvoint
les
dangiers
et
accidents
qui
leur
pouvoient
advenir
,
de
si
loing
,
qu
'
il
ne
falloit
pas
trouver
estrangé
si
on
les
veoyoit
souvent
à
la
guerre
prouveoir
à
leur
seureté
,
voire
avant
que
d
'
avoir
recogneu
le
peril
;
que
nous
et
les
Espagnols
,
qui
n
'
estions
pas
si
fins
,
allions
plus
oultre
,
et
qui
nous
falloit
faire
veoir
à
l
'
oeil
et
toucher
à
la
main
le
dangier
,
avant
que
de
nous
en
effroyer
»
.
E
già
in
Italia
uno
dei
più
dotti
umanisti
del
secolo
,
Lilio
Gregorio
Giraldi
(
14791552
)
,
traeva
argomento
anche
dallo
scetticismo
del
suo
amico
e
protettore
Giovan
Francesco
Pico
(
l
'
autore
dell
'
Examen
vattitatis
doctrinae
gentiunt
et
veritatis
Christianae
disciplittae
)
per
teorizzare
la
tesi
della
decadenza
dei
popoli
come
effetto
delle
lettere
e
delle
arti
,
nel
suo
Progymnasma
adversus
literas
et
literatos
(
pubbl
.
nel
1540
)
.
Dove
si
incontrano
p
.
es
.
queste
curiose
osservazioni
,
degne
di
un
Rousseau
:
«
Res
populi
Romani
,
ut
ab
iis
incipiamus
,
qui
fere
toto
orbi
terrarum
gloriose
imperitarunt
,
tam
diu
fioruere
et
auctae
sunt
,
quousque
philosophos
,
poetas
,
oratores
,
huiusmodique
hominum
reliquum
genus
literarum
umbras
et
otium
sectantium
pepulere
,
factis
etiam
et
promulgatis
contra
eos
senatusconsultis
.
Ubi
vero
non
solum
in
partem
urbis
recepti
ac
ipsa
urbe
caeterisque
praemiis
donati
,
sed
et
iis
quoque
iuventus
Romana
instituenda
ac
eorum
artibus
imbuenda
est
tradita
,
tum
,
cum
non
multo
post
Senatu
et
Curia
admissi
versipelles
ipsi
et
inconstantes
fuissent
,
continuo
factiones
et
partes
urbem
invasere
;
paulatimque
primo
Res
ipsa
publica
ab
optimatibus
et
principibus
urbis
ad
unius
dominationem
et
potestatem
devenit
,
mox
penitus
ad
externos
duces
et
imperatores
,
ac
demum
tandem
funditus
extincta
est
,
ita
ut
nunc
,
ex
multo
tempore
,
[
non
]
nisi
nomen
populi
Romani
restet
....
Ad
haec
autem
usque
tempora
,
ut
audio
,
Scythae
imperium
tenent
suum
,
quoniam
ab
ipso
primordio
nunquam
istos
literarum
sapientes
in
consortium
admiserunt
.
Possem
et
cum
iis
multas
alias
barbaras
nationes
hoc
loco
in
medium
afferre
,
quae
eundem
tenorem
ac
institutum
servaverunt
et
adhuc
servant
,
quibus
[
quae
?
]
contra
literas
ad
scribendum
tantum
epistolas
et
in
deorum
suorum
quibusdam
laudibus
in
usu
habent
:
quam
rem
nec
nos
improbamus
.
Venetorum
rempublicam
intelligo
tam
diu
floruisse
,
quo
mercibus
comparandis
et
convehendis
,
necnon
versuram
faciendo
navigationique
quam
literis
magis
operam
dederunt
opes
aut
facultates
auxisse
,
urbem
locupletasse
,
ditionem
longe
lateque
terra
marique
protulisse
.
Ubi
literis
et
literatis
locum
fecere
et
in
senatu
admisere
,
pene
ad
nihilum
redactam
esse
nos
ipsi
vidimus
.
Illud
certe
adhuc
faciunt
,
ut
non
nisi
vernaculo
et
quotidiano
sermone
in
senatu
utantur
.
Vide
quoque
nationes
,
quae
hoc
tempore
plurimum
rerum
et
imperio
potiuntur
,
parvi
literas
et
earum
professores
facere
,
eorum
minimam
rationem
habere
»
.
IX
Gl
'
Italiani
,
per
rialzare
l
'
uomo
oppresso
sotto
la
trascendenza
antica
,
avevano
dovuto
chiudere
l
'
animo
al
vecchio
mondo
,
e
rifare
in
sé
la
fede
dell
'
uomo
in
se
stesso
,
mediante
l
'
intelligenza
.
Avevano
dovuto
,
per
sé
e
per
gli
altri
,
alzare
lo
stendardo
della
libertà
,
aprire
e
allenare
le
menti
a
un
concetto
immanentistico
della
realtà
;
e
s
'
erano
chiusi
perciò
nell
'
astratto
regno
del
pensiero
.
Senza
questa
autolimitazione
iniziale
,
il
mondo
moderno
,
che
è
il
vero
mondo
cristiano
,
non
sarebbe
mai
nato
.
All
'
Umanesimo
(
e
al
Rinascimento
)
italiano
si
contrappone
fuori
d
'
Italia
la
Riforma
,
che
in
Italia
non
poté
metter
radici
mai
.
La
Riforma
è
sì
liberazione
dell
'
individuo
dalla
tirannia
esterna
della
Chiesa
;
è
proclamazione
anch
'
essa
dell
'
infinito
valore
dell
'
individuo
,
cui
si
restituisce
il
«
privato
esame
»
della
propria
verità
religiosa
;
ma
l
'
individuo
così
posto
anche
dalla
Riforma
nella
sua
immediata
e
astratta
soggettività
non
è
più
coraggiosamente
,
virilmente
,
come
dall
'
Umanesimo
italiano
,
abbandonato
alle
sue
forze
,
al
suo
destino
,
alla
necessità
di
farsi
egli
il
mondo
che
non
può
valere
se
non
è
il
mondo
che
egli
s
'
è
fatto
;
anzi
viene
misticamente
gittato
in
braccio
a
una
Realtà
trascendente
.
E
in
un
nuovo
fervore
dell
'
intuizione
agostiniana
della
grazia
che
sola
può
dare
l
'
umanità
all
'
uomo
,
la
Riforma
lo
inchioda
a
un
sentimento
profondo
di
sfiducia
nelle
proprie
forze
,
con
la
dottrina
de
servo
arbitrio
.
Nulla
più
contrario
all
'
individualismo
italiano
;
e
nulla
può
meglio
spiegare
perché
gli
umanisti
,
padri
del
futuro
razionalismo
,
siano
stati
più
ostili
alla
Protesta
che
alla
vecchia
Chiesa
,
che
essi
passivamente
accettavano
.
X
L
'
Umanesimo
divenne
il
Naturalismo
del
Rinascimento
,
quando
si
passò
non
già
dal
concetto
della
realtà
come
realtà
umana
al
concetto
di
una
realtà
diversa
,
concepita
come
natura
:
ma
quando
lo
stesso
concetto
dell
'
uomo
si
trasformò
in
un
concetto
più
profondo
dello
stesso
uomo
;
e
per
vincere
l
'
antitesi
della
virtù
e
della
fortuna
,
che
era
pure
l
'
antitesi
del
platonismo
di
Ficino
e
dell
'
aristotelismo
di
Pomponazzi
,
moventisi
entrambi
intorno
al
problema
dell
'
immortalità
dell
'
anima
,
l
'
uno
per
affermarla
e
l
'
altro
per
negarla
,
si
slargò
il
concetto
della
«
virtù
»
,
immedesimando
uomo
e
natura
.
sicché
dei
due
termini
se
ne
fece
un
solo
;
il
quale
fu
bensì
tutto
natura
,
ma
natura
spirituale
ed
umana
,
che
non
ha
niente
che
vedere
con
la
natura
dei
Presocratici
.
E
come
prima
l
'
uomo
nella
sua
astratta
immediatezza
,
per
l
'
Umanesimo
,
era
stato
il
tutto
,
la
realtà
universale
,
così
la
filosofia
del
Rinascimento
si
sforzò
di
concepire
immanentisticamente
la
natura
,
come
un
tutto
chiuso
,
intelligibile
iuxta
propria
principia
,
La
natura
di
Telesio
,
di
Bruno
e
di
Campanella
non
è
né
avversa
all
'
uomo
,
come
la
natura
del
pessimismo
cristiano
o
leopardiano
,
né
inferiore
all
'
uomo
,
come
quella
del
materialista
.
È
una
natura
che
ha
in
sé
non
solo
il
moto
e
la
vita
,
ma
il
senso
,
il
pensiero
e
la
virtù
.
Il
«
calore
»
telesiano
,
attraverso
lo
sviluppo
di
tutta
la
natura
,
è
principio
di
tutte
le
forme
della
vita
,
-
-
fino
alle
più
alte
manifestazioni
umane
-
-
a
eccezione
di
quelle
,
onde
l
'
uomo
partecipa
a
una
vita
soprannaturale
;
e
nell
'
universale
catena
degli
esseri
naturali
l
'
uomo
si
ricongiunge
agli
esseri
inferiori
non
per
abbassarsi
al
loro
livello
,
anzi
per
innalzare
gli
altri
esseri
tutti
fino
a
quella
natura
che
egli
scopre
in
se
stesso
.
Onde
Bruno
,
sollevandosi
al
concetto
dell
'
infinito
,
non
la
natura
materiale
,
figurata
e
figurabile
,
che
si
spande
nello
spazio
,
intende
come
infinita
,
bensì
quella
natura
che
è
Uno
,
indivisibile
e
immoltiplicabile
,
tutta
in
tutto
,
identità
di
contrari
,
di
massimo
e
di
minimo
,
e
che
si
sorprende
infatti
nel
minimo
,
effettivamente
semplice
e
impartibile
,
dentro
al
pensiero
dell
'
uomo
,
quando
la
mente
si
profonda
in
se
stessa
,
come
dice
il
Bruno
,
come
suo
centro
e
monade
.
E
Campanella
approfondisce
anche
più
questo
concetto
della
interiorità
propria
della
natura
,
che
è
perciò
tutta
posse
,
-
-
e
quindi
essere
,
-
-
ma
essendo
nosse
e
vello
;
il
cui
essere
è
notitia
sui
:
ma
non
semplice
conoscenza
passiva
,
anzi
potenza
effettiva
e
realizzatrice
.
Cioè
appunto
spirito
.
Non
l
'
uomo
dunque
si
è
fatto
natura
;
ma
la
natura
,
nel
pensiero
dell
'
umanista
esaltatore
della
divinità
dell
'
uomo
,
è
divenuta
essa
uomo
.
La
natura
è
divenuta
uomo
,
e
l
'
uomo
così
è
cresciuto
ai
suoi
propri
occhi
;
e
celebra
con
maggior
profondità
di
sentimento
e
sicurezza
di
coscienza
la
propria
infinità
e
divinità
.
È
l
'
eroico
furore
di
Bruno
.
Nella
sua
stessa
infinità
per
altro
l
'
uomo
del
Rinascimento
è
lo
stesso
uomo
dell
'
umanista
:
individualità
ancora
astratta
e
immediata
,
quindi
senza
storia
e
senza
legge
.
Il
filosofo
,
come
Bruno
,
accetta
la
legge
-
-
che
è
Stato
ed
è
religione
-
-
come
una
necessità
pratica
;
ma
non
l
'
incontra
nel
suo
mondo
,
nell
'
uomo
che
è
la
stessa
infinita
natura
.
Quando
costruisce
,
come
Campanella
,
il
suo
Stato
,
cade
nell
'
utopia
,
che
è
Stato
concepito
esteticamente
,
da
un
punto
di
vista
astratto
;
e
la
stessa
religione
gli
si
trasforma
in
religione
naturale
;
che
,
per
essere
naturale
,
non
è
più
religione
.
Qual
meraviglia
se
Bruno
finisce
sul
rogo
?
È
la
conclusione
necessaria
della
sua
filosofia
:
concetto
di
un
infinito
,
fuori
del
quale
rimane
la
storia
,
in
cui
dovrebbe
pur
vivere
l
'
uomo
che
s
'
affisa
in
tale
infinito
.
E
qual
meraviglia
che
Campanella
,
con
quella
fede
ardente
nella
sua
forte
individualità
e
nell
'
audace
disegno
della
sua
Città
del
sole
,
dovesse
cadere
sotto
la
potenza
degli
Spagnuoli
,
e
a
stento
,
con
l
'
astuzia
e
la
forza
d
'
animo
,
scampare
dalla
forca
,
ma
per
trascinare
di
prigione
in
prigione
per
ventisett
'
anni
la
sua
vita
di
tumultuosa
passione
e
di
dolorante
pensiero
?
Qual
meraviglia
se
a
Roma
poi
avranno
in
sospetto
il
suo
zelo
religioso
e
il
suo
«
trionfato
ateismo
»
,
e
costringeranno
lui
,
già
vecchio
e
infermo
,
a
cambiare
cielo
e
andare
(
1634
)
a
morire
in
Francia
,
dove
anni
prima
era
stato
suppliziato
il
Vanini
?
Ma
in
Campanella
il
Rinascimento
,
come
vedremo
,
comincia
ad
essere
superato
;
e
in
Francia
il
pensiero
di
Campanella
,
come
anche
quello
di
Vanini
,
troverà
continuatori
anche
più
che
in
Italia
;
e
la
filosofia
italiana
del
Rinascimento
darà
l
'
abbrivo
alla
moderna
filosofia
europea
.
III
IL
CONCETTO
DELL
'
UOMO
NEL
RINASCIMENTO
«
Basterebbe
questa
sola
conquista
per
imporci
un
obbligo
di
eterna
riconoscenza
verso
gli
uomini
del
Rinascimento
»
.
BURCKHARDT
,
Civ
.
Rinasc
.
ital
.
,
tr
.
it
.
,
II
,
95
.
I
La
conquista
,
che
il
Burckhardt
ascrive
a
grande
merito
degli
uomini
del
nostro
Rinascimento
,
è
quella
che
essi
fecero
del
concetto
intorno
al
valore
proprio
dell
'
uomo
e
alla
sua
superiorità
sulla
natura
.
Noto
abbastanza
è
come
tale
concetto
si
sia
fatto
strada
a
grado
a
grado
nella
coscienza
degli
uomini
di
quell
'
età
;
ma
finora
non
è
stata
studiata
la
forma
filosofica
che
assunse
ben
prestò
,
e
con
cui
vigorosamente
si
spiegò
nelle
menti
dei
maggiori
pensatori
.
Il
problema
filosofico
concerne
,
da
una
parte
,
la
posizione
dell
'
uomo
di
fronte
a
Dio
inteso
come
principio
trascendente
della
realtà
;
e
riceve
nel
Rinascimento
una
soluzione
naturalistica
,
poiché
si
assegna
alla
vita
umana
un
fine
immanente
.
Ma
,
dall
'
altra
,
riguarda
la
posizione
dell
'
uomo
di
fronte
alla
natura
,
con
la
quale
egli
era
dalla
filosofia
antica
mescolato
e
confuso
;
e
riceve
per
questo
rispetto
una
soluzione
opposta
alla
prima
;
una
soluzione
,
che
rivendica
l
'
autonomia
dell
'
uomo
di
fronte
alla
natura
inferiore
,
ricollegandolo
alla
divinità
trascendente
.
Onde
per
un
verso
si
nega
,
ma
per
l
'
altro
si
è
condotti
a
riaffermare
l
'
immortalità
..
E
si
hanno
due
diversi
e
talvolta
opposti
indirizzi
di
filosofare
;
i
quali
concorrono
nella
speculazione
di
Tommaso
Campanella
,
che
ben
si
può
considerare
come
il
frutto
più
maturo
del
Rinascimento
italiano
.
Uno
dei
più
notevoli
sonetti
del
Campanella
,
innanzi
ai
quali
lo
studioso
della
storia
del
pensiero
si
ferma
colpito
da
lampi
di
intuizioni
profonde
,
è
quello
segnato
col
n
.
34
della
Scelta
pubblicata
da
Tobia
Adami
nel
1622
,
e
quindi
scritto
anteriormente
,
come
io
credo
,
al
1607
.
È
intitolato
:
Che
la
malizia
in
questa
vita
e
nell
'
altra
ancora
è
danno
,
e
che
la
bontà
bea
qua
e
là
;
e
vuole
perciò
esprimere
il
concetto
che
non
occorra
una
vita
oltre
mondana
per
assicurare
il
premio
alla
virtù
e
il
castigo
alla
colpa
;
e
combattere
pertanto
implicitamente
la
vecchia
teodicea
,
che
ricava
una
prova
dell
'
immortalità
dell
'
anima
dal
concetto
dell
'
assoluta
giustizia
di
Dio
.
Il
sonetto
dice
:
Seco
ogni
colpa
è
doglia
,
e
trae
la
pena
nella
mente
o
nel
corpo
o
nella
fama
:
se
non
repente
,
a
farsi
pian
pian
mena
la
robba
,
il
sangue
,
o
l
'
amicizia
grama
.
Se
contra
voglia
seco
ella
non
pena
,
vera
colpa
non
fu
:
e
se
'
l
tormento
ama
,
eh
'
è
amaro
a
Cecca
e
dolce
a
Maddalena
,
per
far
giustizia
in
sé
,
virtù
si
chiama
.
La
coscienza
d
'
una
bontà
vera
basta
a
far
l
'
uom
beato
;
ed
infelice
la
finta
ed
ignorante
,
ancor
ch
'
altèra
.
Ciò
Simon
Piero
al
mago
Simon
dice
,
quando
volessim
dir
che
l
'
alma
pèra
,
ch
'
altre
pur
vite
e
sorti
a
sé
predice
.
Il
Campanella
è
convinto
,
come
risulta
dalle
stesse
poesie
e
da
tutti
i
suoi
scritti
,
che
l
'
anima
infatti
predica
a
sé
un
'
altra
vita
oltre
a
questa
,
in
cui
pare
che
soffra
il
giusto
e
l
'
ingiusto
goda
;
un
'
altra
vita
,
in
cui
le
parti
s
'
invertiranno
,
come
molti
filosofi
e
tutti
i
teologi
dicono
.
Ma
nel
suo
naturalismo
,
in
cui
la
natura
tutta
,
compreso
l
'
uomo
,
si
spiega
iuxta
Propria
Principia
,
senza
ricorso
a
nulla
di
trascendente
,
crede
che
la
giustizia
s
'
adempia
già
perfettamente
in
questa
vita
,
e
il
castigo
sia
immanente
alla
colpa
stessa
,
come
il
premio
alla
virtù
;
o
,
come
oggi
si
direbbe
,
che
il
valore
è
nella
stessa
volontà
che
lo
realizza
;
o
ancora
,
come
diceva
Kant
(
che
pure
continua
anche
lui
a
desumere
dal
concetto
della
giustizia
la
fede
nell
'
immortalità
dell
'
anima
)
,
che
il
bene
supremo
risieda
appunto
nella
buona
volontà
.
Seco
ogni
cola
è
doglia
;
e
le
pene
che
essa
trae
con
se
,
naturalmente
,
nell
'
anima
e
nel
corpo
,
nelle
sostanze
,
nella
famiglia
,
e
anche
nelle
amicizie
,
sono
conseguenze
della
stessa
natura
della
colpa
.
La
quale
s
'
accompagna
con
la
coscienza
di
sé
,
e
quindi
col
rimorso
,
col
penar
seco
,
E
qui
s
'
arresta
il
ciclo
della
colpa
.
Che
se
il
rimorso
genera
la
contrizione
,
il
tormento
dolce
alla
penitente
Maddalena
(
«
remittuntur
ei
peccata
multa
,
quoniam
dilexit
multum
»
)
:
allora
,
dice
il
Campanella
,
non
è
più
colpa
,
anzi
virtù
:
allora
la
volontà
,
quella
stessa
della
colpa
,
fa
giustizia
in
sé
,
Che
è
il
ciclo
della
redenzione
.
Ché
se
manca
la
coscienza
del
male
,
il
male
non
c
'
è
;
ma
c
'
è
la
miseria
del
male
,
giacché
infelice
è
chi
si
stimi
ignorando
che
sia
bontà
vera
,
come
infelice
chi
finge
d
'
esser
buono
:
mancando
all
'
uno
e
all
'
altro
quella
bontà
,
nel
cui
possesso
o
nella
cui
coscienza
consiste
la
beatitudine
.
Concetti
,
che
il
Campanella
svolge
anche
nella
Philosophia
yealis
.
Dove
insiste
sulla
tesi
che
«
naturalis
est
punitio
culpae
»
,
perché
ogni
vizio
è
una
violazione
delle
leggi
di
natura
,
ed
è
punito
nelle
sue
conseguenze
dalla
stessa
natura
,
che
non
può
esser
violata
.
«
In
questo
modo
»
,
è
stato
detto
«
il
Campanella
precedeva
i
moderni
,
e
specialmente
lo
Spencer
,
benché
non
trasmodi
al
pari
di
costui
,
mantenendosi
egli
nei
giusti
limiti
,
che
riguarda
le
reazioni
naturali
come
l
'
unico
mezzo
di
disciplina
morale
»
.
Ma
tra
lo
Spencer
e
il
Campanella
c
'
è
una
gran
differenza
,
tutta
a
vantaggio
del
filosofo
italiano
:
ché
per
lo
Spencer
la
reazione
della
natura
è
semplice
reazione
meccanica
,
alla
quale
non
è
necessaria
la
coscienza
del
male
;
laddove
pel
Campanella
senza
dissidio
interno
non
c
'
è
colpa
.
Ossia
per
l
'
uno
il
male
è
un
puro
fatto
o
fenomeno
naturale
,
laddove
per
l
'
altro
è
sì
anche
un
fatto
naturale
,
poiché
si
oppone
alle
leggi
della
natura
,
ma
si
realizza
nella
volontà
,
e
qui
attinge
il
suo
valore
e
la
possibilità
del
proprio
superamento
.
Se
contro
voglia
seco
ella
non
Pena
,
vera
cola
noia
fu
!
Anche
nella
teoria
della
conoscenza
il
filosofo
italiano
può
parere
un
puro
sensualista
,
della
stessa
risma
dello
Spencer
:
ma
il
senso
,
a
cui
egli
riduce
ogni
forma
del
conoscere
,
non
è
pura
passività
,
ma
,
com
'
è
stato
notato
,
percezione
della
passività
:
è
perciò
intelletto
e
senso
in
uno
.
sicché
il
suo
sensualismo
,
attentamente
considerato
,
si
rivela
una
forma
di
idealismo
.
Il
concetto
piuttosto
dell
'
immanente
valore
della
volontà
anticipa
,
senza
dubbio
,
una
delle
più
salde
e
fondamentali
dottrine
del
kantismo
.
Ma
negli
ultimi
versi
del
sonetto
è
ricondotto
dall
'
autore
a
un
'
autorità
che
toglierebbe
ad
esso
ogni
importanza
storica
,
facendolo
apparire
quasi
opinione
antichissima
della
stessa
Chiesa
cristiana
,
e
,
secondo
il
Campanella
,
dell
'
età
apostolica
,
quantunque
poi
sopraffatta
dalla
più
diffusa
e
prevalente
dottrina
,
che
riconnette
la
giustizia
divina
all
'
immortalità
trascendente
.
A
intendere
l
'
accenno
dei
vv
.
1213
giova
leggere
l
'
esposizione
che
fa
del
sonetto
lo
stesso
autore
in
questi
termini
:
«
Notabile
sonetto
per
far
conoscere
che
il
male
punisce
l
'
uomo
da
sé
subito
e
che
,
quando
non
è
vero
male
,
non
porta
pena
contro
il
volere
.
E
che
la
coscienza
netta
può
bear
l
'
uomo
.
E
quantunque
l
'
alma
fosse
mortale
,
è
più
beato
chi
vive
bene
e
puramente
che
gli
malfattori
.
Questa
sentenza
è
di
san
Piero
in
san
Clemente
Romano
,
dove
risponde
a
Simon
Mago
,
che
dicea
che
con
la
speranza
dell
'
altra
vita
perdiamo
la
presente
.
E
nell
'
ultimo
verso
prova
che
sia
immortale
,
perché
essa
alma
ha
tali
sillogismi
efficaci
a
provarlo
;
e
trovansi
oltre
le
profezie
e
religione
»
.
Così
,
nella
seconda
canzone
della
Salmodia
meta
fisicale
,
appartenente
al
periodo
delle
più
dure
sofferenze
del
povero
prigioniero
chiuso
in
un
'
orribile
fossa
di
Castel
Sant
'
Elmo
,
dice
a
Dio
:
Io
con
gli
amici
pur
sempre
ti
scuso
ch
'
altro
secolo
in
premio
a
tuo
'
riserbi
,
e
che
i
malvagi
in
sé
sieno
infelici
sempre
affliggendo
gli
animi
superbi
sdegno
,
ignoranza
e
sospetto
rinchiuso
;
e
che
di
lor
fortune
traditrici
traboccan
sempre
al
fine
.
E
nell
'
esposizione
commenta
:
«
A
'
buoni
s
'
aspetta
un
'
altra
vita
in
premio
.
E
che
di
più
in
questa
vita
gli
tristi
sono
più
puniti
in
verità
,
che
gli
buoni
internamente
,
bench
'
e
'
non
paia
;
come
pur
disse
san
Piero
a
Simon
mago
ecc
.
»
.
Nello
stesso
tempo
componeva
quel
trattato
,
così
caratteristico
,
contro
epicurei
e
machiavellisti
,
che
diede
nel
1607
manoscritto
a
Gaspare
Scioppio
,
e
fu
da
costui
intitolato
Atheismus
triumphatus
:
il
trattato
che
contiene
tutta
la
teodicea
del
Campanella
.
Quivi
nel
cap
.
XVI
rispondeva
«
quaestioni
atrocissimae
,
vexanti
mentes
hominum
,
praecipue
Epicureos
et
Machiavellistas
»
:
alla
domanda
cioè
di
Geremia
e
di
altri
profeti
:
«
Quare
via
impiorum
prosperatur
?
»
.
E
la
sua
prima
risposta
è
quella
ortodossa
:
«
Dico
hoc
contrarium
esse
ei
,
quod
credunt
.
Quippe
enim
hoc
certuni
est
argumèntum
,
quod
homini
conveniat
alia
melior
vita
,
ut
bene
Athenagora
argumentatur
,
et
,
post
hanc
,
futura
sit
recompensatio
bonorum
et
malorum
....
Profecto
,
si
tu
credis
providentiam
et
amorem
Dei
erga
creaturas
,
hoc
argumentum
moraliter
convincit
quod
nimirum
altera
sit
vita
»
.
Dove
ognun
vede
che
il
Campanella
ripete
l
'
argomento
già
addotto
da
tanti
,
ma
non
gli
attribuisce
nessun
valore
,
poiché
avverte
che
esso
può
creare
una
convinzione
morale
in
chi
già
creda
nella
provvidenza
,
ma
non
vale
per
gli
epicurei
,
che
anche
questa
provvidenza
negano
.
Quindi
tutta
la
forza
della
sua
polemica
si
restringe
alla
serie
degli
argomenti
(
ai
quali
passa
subito
dopo
)
desunti
da
considerazioni
meramente
naturali
,
o
meglio
naturalistiche
.
Basti
la
prima
,
che
è
questa
:
«
Insupèr
assèro
,
quod
ètiam
si
haec
non
crèdis
bonum
erit
operari
bonum
secundum
naturam
.
Operari
enim
secundum
naturam
cuilibet
sano
iucundum
est
,
dicunt
physiologi
.
Ergo
pravi
homines
operantur
malum
contra
naturam
et
regulas
eius
;
ergo
semper
moesti
sunt
.
Gaudium
autem
apparens
est
falsumque
,
quod
subito
perditur
,
sicut
gaudium
aegroti
bibentis
aquam
contra
legerri
medici
magna
cum
voluptate
;
sed
statini
affert
mortem
;
et
voluptas
falsa
fuit
.
Plus
capit
voluptatis
qui
in
fame
manducat
panem
caseumque
,
prout
natura
statuit
,
quam
qui
sine
fame
vitulum
saginatum
.
Hoc
nec
Epicurus
negat
:
ergo
si
famem
expectes
,
non
es
minor
rege
in
cibo
potuque
»
.
Ma
più
ci
interessa
qui
la
conclusione
,
dove
si
afferma
che
«
Petrus
Apostolus
hoc
arcanum
docuit
contra
Simonem
Magum
,
quod
,
etsi
alia
non
superesset
vita
,
conscientia
recta
in
hac
beatum
facit
hominem
magis
,
quam
quaecunque
fortuna
laeta
incredulorum
.
Ecce
ergo
quia
boni
sunt
beati
undequaque
.
Et
quidem
qui
non
statuit
vitae
probitatem
experimento
proprio
agnoscere
,
hanc
philosophiam
unquam
agnoscet
.
Et
ego
testis
sum
,
qui
de
omni
vivendi
modo
examen
feci
.
Scio
etiam
caros
mihi
puritate
conscientiae
ac
vitae
probitate
longe
magis
gaudere
,
quam
quibuscumque
deliciis
»
.
La
discussione
di
san
Pietro
e
Simon
Mago
intorno
all
'
immortalità
dell
'
anima
,
a
cui
dal
Campanella
s
'
allude
ripetutamente
,
è
nelle
Pseudo
clementine
Ricognizioni
,
scritte
,
a
quel
che
pare
,
al
principio
del
sec
.
III
,
e
che
il
Campanella
poteva
aver
lette
prima
dell
'
inizio
della
sua
ventisettenne
prigionia
,
e
citare
a
memoria
scrivendo
le
Poesie
e
l
'
Atheismus
,
E
benché
egli
potesse
a
ragione
vantare
una
portentosa
memoria
,
questa
volta
bisogna
pur
dire
che
gli
sia
fallita
.
Ivi
infatti
san
Pietro
dice
a
Simon
Mago
che
è
segno
della
bontà
divina
dare
il
suo
sole
e
la
sua
pioggia
egualmente
ai
giusti
e
agl
'
ingiusti
;
ma
aggiunge
subito
:
«
Sed
hoc
videretur
iniustum
,
si
bonos
malosque
aequali
sempre
sorte
censeret
,
et
nisi
frugum
causa
hoc
faceret
,
quibus
perfrui
aequaliter
omnes
,
qui
in
hoc
mundo
nati
sunt
,
conveniret
»
.
Se
non
che
,
egli
osserva
,
a
quel
modo
che
la
pioggia
mandata
da
Dio
nutre
del
pari
le
biade
e
il
loglio
,
e
poi
,
al
tempo
della
raccolta
,
le
granaglie
vengono
conservate
,
e
la
paglia
e
il
loglio
bruciati
,
così
nel
dì
del
giudizio
i
giusti
entreranno
nel
regno
di
Dio
e
gl
'
ingiusti
verranno
reietti
,
e
allora
alla
bontà
succederà
la
giustizia
di
Dio
.
Per
san
Pietro
non
si
può
negare
che
«
si
aequalis
permaneret
perpetuo
malis
et
bonis
,
iam
hoc
non
solum
bonum
non
esset
,
sed
et
iniustum
atque
iniquum
videretur
»
,
perché
non
vi
sarebbe
più
differenza
di
merito
dal
giusto
all
'
ingiusto
.
Al
che
Simon
Mago
naturalmente
oppone
:
«
Unum
est
,
de
quo
mihi
velim
satisfieri
,
num
immortalis
sit
anima
:
non
enim
possum
onus
subire
iustitiae
,
nisi
prius
de
immortalitate
animae
sciam
,
quae
utique
si
immortalis
non
est
,
nec
praedicationis
tuae
poterit
stare
professio
»
.
Ma
di
ciò
non
può
contentarlo
Pietro
,
che
solo
dalla
giustizia
di
Dio
crede
si
possa
dedurre
l
'
immortalità
dell
'
anima
;
e
poiché
Simone
insiste
nel
chiedere
che
si
metta
da
parte
la
questione
della
divina
giustizia
,
che
egli
non
può
concedere
se
prima
non
gli
si
provi
quella
vita
immortale
in
cui
essa
si
compirebbe
,
Pietro
infine
gli
dichiara
apertamente
:
«
Audi
.
Nonnulli
hominum
blasphemantes
Deum
et
omnem
vitam
suam
iniustitiae
voluptate
ducentes
,
in
lectulis
suis
defuncti
sunt
consecuti
finem
vitae
inter
suos
et
honorabilem
sepulturam
;
alii
vero
,
Deum
colentes
et
cum
omni
iustitia
et
sobrietate
vitam
suam
in
parsimonia
conservantes
pro
iustitiae
observantia
,
in
desertis
interiere
,
ita
ut
ne
sepoltura
quidem
haberentur
digni
.
Ubi
est
ergo
iustitia
Dei
,
si
anima
immortalis
non
est
,
quae
vel
,
si
impie
egerit
,
poenas
in
futuro
,
vel
,
si
pie
'
et
iuste
,
praemia
consequatur
?
»
.
Alla
quale
dichiarazione
segue
uno
stringente
dialogo
in
cui
Simone
dice
:
«
Hoc
utique
est
quod
nos
incredulos
facit
,
quia
multi
bene
agentes
male
pereunt
;
et
rursum
,
multi
impie
agentes
longi
temporis
cum
beatitudine
vitam
finiunt
.
-
-
Et
Petrus
:
Hoc
ipsum
,
inquit
,
quod
te
ad
incredulitatem
trahit
,
nobis
certam
fidem
facit
,
quia
iudicium
erit
.
Etenim
cum
certum
sit
Deum
iustum
esse
,
necessarium
et
consequens
est
,
aliud
esse
seculum
,
in
quo
unusquisque
pro
meritis
recipiens
iustitiam
Dei
probet
.
Quod
si
nunc
omnes
homines
pro
meritis
suis
reciperent
,
vere
nos
fallere
videbamur
dicentes
futurum
esse
iudicium
:
et
ideo
hoc
ipsum
,
quod
in
praesenti
vita
non
redditur
unicuique
pro
actibus
suis
,
fidem
indubitabilem
facit
scientibus
Deum
esse
iustum
,
quia
iudicium
erit
.
-
-
Et
Simon
:
Cur
ergo
mini
non
persuadetur
?
-
-
Petrus
ait
:
Quia
verum
prophetam
non
audisti
,
dicentem
(
Matth
.
6
)
:
Quaerite
primo
iustitiam
eius
,
et
haec
omnia
adponentur
vobis
.
-
-
Et
Simon
:
Indulge
,
inquit
mihi
nolenti
primo
iustitiam
quaerere
;
antequam
sciam
an
immortalis
sit
anima
.
-
-
Et
Petrus
:
Et
tu
mihi
hoc
unum
indulge
,
quod
non
possim
facere
aliter
quam
me
Propheta
veritatis
edocuit
.
-
-
Tum
Simon
:
Certum
est
,
inquit
,
non
posse
te
adserere
,
quod
immortalis
sit
anima
;
et
hoc
cavillaris
,
sciens
,
quod
si
mortalis
probetur
,
radicitus
convellatur
religionis
istius
,
quam
conaris
adserere
,
tota
professio
:
et
ideo
laudo
quidem
prudentiam
tuam
non
tamen
probo
persuasionem
:
multis
enim
persuades
suscipere
religionem
et
libidinis
subire
continentiam
sub
spe
futurorum
bonorum
,
quibus
evenit
ut
neque
pruesentibus
perfruantur
et
decipiantur
futuris
.
Simul
enim
ut
mortuis
fuerint
,
etiam
anima
pariter
extinguetur
»
.
La
conclusione
è
quella
che
doveva
essere
:
contro
Simone
,
principia
negantem
,
Pietro
non
ha
modo
di
dimostrare
né
la
giustizia
divina
,
né
l
'
umana
immortalità
;
e
finisce
con
lo
sdegnarsi
contro
la
sfrontatezza
dell
'
ateo
.
Nessun
accenno
,
come
si
vede
,
all
'
ardita
tesi
immanentistica
che
il
Campanella
credeva
aver
incontrata
in
quella
discussione
.
Anzi
,
per
lo
scrittore
delle
,
Ricognizioni
,
non
v
'
è
giustizia
senza
un
'
altra
vita
.
Che
è
la
recisa
negazione
della
tesi
svolta
nel
suo
sonetto
dal
Campanella
.
Come
la
memoria
del
filosofo
calabrese
potesse
in
questo
caso
ingannarsi
,
non
è
difficile
intendere
;
e
sarebbe
inutile
spendervi
attorno
parole
.
Certo
,
al
ricordo
di
quella
vivace
discussione
tra
san
Pietro
e
Simon
Mago
,
che
avevagli
dovuto
fare
molta
impressione
,
egli
mescolava
il
ricordo
d
'
altre
letture
relative
allo
stesso
argomento
:
letture
bensì
di
scrittori
molto
recenti
,
poiché
l
'
idea
d
'
una
giustizia
immanente
nello
stesso
mondo
dell
'
esperienza
suppone
la
negazione
o
il
dubbio
intorno
al
mondo
che
trascende
l
'
esperienza
,
e
insomma
quella
critica
del
concetto
dell
'
immortalità
dell
'
anima
,
che
è
propria
del
Rinascimento
.
Ancora
nella
,
Theologia
Platonica
di
Marsilio
Ficino
,
composta
tra
il
1469
e
il
'74
,
la
felicità
umana
importa
la
vita
oltremondana
,
e
le
prime
parole
dell
'
opera
sono
queste
:
«
Cum
genus
humanum
,
propter
inquietudinem
animi
imbecillitatemque
corporis
et
rerum
omnium
indigentiam
,
duriorem
quam
bestiae
vitam
agat
in
terris
,
si
terminum
vivendi
natura
illi
eundem
penitus
atque
ceteris
animantibus
tribuisset
,
nullum
animal
esset
infelicius
homine
.
Quoniam
vero
fieri
nequit
,
ut
homo
,
qui
Dei
cultu
propius
cunctis
mortalibus
accedit
ad
Deum
beatitudinis
authorem
,
omnino
sit
omnium
infelicissimus
;
solum
autem
post
mortem
corporis
beatior
effici
potest
;
necessariùm
esse
videtur
animis
nostris
ab
hoc
carcere
discedentibus
lucem
aliquam
superesse
»
.
Così
,
quando
nel
1516
,
nel
suo
De
immortalitate
animae
,
Pietro
Pomponazzi
con
quelle
stesse
armi
della
filosofia
aristotelica
che
erano
state
per
tanti
secoli
adoperate
a
difesa
dei
dommi
cristiani
,
ebbe
impugnato
l
'
immortalità
dell
'
anima
,
si
trovò
subito
innanzi
all
'
obbiezione
,
che
allora
o
non
c
'
è
un
Dio
a
reggere
il
mondo
,
o
(
ciò
che
è
assurdo
)
egli
è
iniquo
.
E
il
Pomponazzi
,
ispirandosi
forse
allo
stoicismo
,
ma
sopra
tutto
alla
logica
immanentistica
e
originale
del
suo
pensiero
,
rispose
«
Neutrum
sequi
»
.
Nessun
male
rimane
essenzialmente
impunito
,
nessun
bene
irrimunerato
ha
un
doppio
modo
d
'
intendere
la
pena
e
il
premio
:
un
modo
,
per
cui
la
pena
o
il
premio
è
essenziale
ed
inseparabile
;
e
un
altro
,
per
cui
,
invece
è
accidentale
e
quindi
separabile
:
«
Praemium
essentiale
virtutis
est
ipsamet
virtus
,
quae
hominem
felicem
facit
.
Nihil
enim
maius
natura
humana
habere
potest
ipsa
virtute
,
quandoquidem
ipsa
sola
hominem
securum
facit
et
remotum
ab
omni
perturbatione
.
Omnia
namque
in
studioso
consonant
:
nihil
timens
,
nihil
sperans
,
sed
in
prosperis
et
adversis
uniformiter
se
habens
,
sicut
dicitur
in
fine
Ethicorum
,
Et
Plato
in
Critone
dixit
:
'
Viro
bono
neque
defuncto
potest
aliquod
malum
contingere
'
.
At
opposito
modo
de
vitio
:
poena
namque
vitiosi
est
ipsum
vitium
,
quo
nihil
miserius
,
nihil
infelicius
esse
potest
.
Quam
autem
perversa
sit
vita
vitiosi
et
maxime
fugienda
manifestat
Aristoteles
VII
Ethicorum
,
ubi
ostendit
quod
vitioso
omnia
dissonant
:
nemini
fidus
,
namque
ipse
sibi
neque
vigilans
neque
dormiens
quiescit
,
diris
corporis
et
animi
cruciatibus
angustiatur
:
vita
infelicissima
.
Adeo
quod
nullus
sapiens
,
quantumcumque
egenus
,
corpore
infirmus
,
a
bonis
fortunae
destitutus
,
eligeret
vitam
tyranni
,
vel
alicuius
potentis
vitiosi
malletque
sapiens
in
sua
dispositione
permanere
.
Itaque
omnis
virtuosus
virtute
sua
et
felicitate
praemiatur
.
Quare
Aristoteles
,
Problematum
XI
problemate
,
quo
quaerit
cur
in
certaminibus
apponuntur
praemia
,
at
non
in
virtutibus
et
scientiis
,
dicit
,
hoc
ideo
contingere
,
quoniam
virtus
ipsa
est
praemium
.
Nam
cum
praemium
debeat
esse
praestantius
certamine
,
nihilque
prudentia
potest
esse
praestantius
,
sibi
ipsi
igitur
praemium
est
.
At
contrarium
de
vitio
contingit
.
Ideo
nullus
vitiosus
impunitus
relinquitur
,
quandoquidem
vitium
ipsum
sibi
vitioso
sit
poena
»
.
Il
premio
che
può
mancare
alla
virtù
è
quello
accidentale
;
e
lo
stesso
dicasi
della
pena
che
può
mancare
alla
colpa
;
e
perciò
soltanto
rispetto
a
questi
premi
e
pene
accidentali
si
può
dire
che
non
ogni
bene
sia
ricompensato
e
non
ogni
male
punito
.
Neque
hoc
inconvenit
,
trattandosi
di
punti
di
vista
,
come
oggi
si
direbbe
,
estranei
alla
natura
intrinseca
del
bene
e
del
male
.
Ma
,
nota
il
Pomponazzi
,
due
cose
sono
da
osservare
:
1°
che
il
premio
essenziale
è
assai
più
perfetto
dell
'
accidentale
,
come
la
virtù
,
p
.
e
.
,
del
denaro
;
e
la
pena
della
colpa
è
ben
altra
dal
danno
,
con
cui
essa
può
essere
punita
;
2°
che
il
premio
accidentale
od
estrinseco
non
si
somma
al
pregio
intrinseco
della
virtù
;
anzi
lo
scema
.
«
Exempli
causa
,
si
aliquis
virtuose
operatur
sine
spe
praemii
,
alter
vero
cum
spe
praemii
,
actus
secundi
non
ita
virtuosus
habetur
sicut
primi
»
.
E
maggiore
quindi
è
il
premio
del
virtuoso
cui
non
tocchi
nessun
premio
accidentale
.
E
viceversa
,
il
contrario
può
dirsi
della
pena
:
«
cum
poena
damni
adiungitur
culpae
,
diminuit
culpam
»
.
sicché
il
Pomponazzi
potrà
conchiudere
da
ultimo
:
«
Quod
studiose
operans
,
non
expectans
praemium
aliud
a
virtute
,
longe
virtuosius
et
magis
ingenue
videtur
operari
quam
ille
,
qui
ultra
virtutem
praemium
aliquod
expectat
;
quique
fugit
vitium
ob
turpitudinem
vitii
,
non
propter
timorem
poenae
debitae
pro
vitio
,
magis
laudandus
videtur
quam
qui
evitat
vitium
propter
timorem
poenae
.
Quare
perfectius
asserentes
animam
mortalem
melius
videntur
salvare
rationem
virtutis
quam
asserentes
ipsam
immortalem
.
Spes
namque
praemii
et
poenae
timor
videntur
servilitatem
quandam
importare
,
quae
rationi
virtutis
contrariatur
»
.
Bisognerà
venire
fino
a
Spinoza
,
perché
si
senta
ripetere
,
non
per
influsso
del
Campanella
,
né
del
Pomponazzi
,
ma
forse
del
filosofo
ebreo
medievale
Maimonide
,
e
sopra
tutto
per
una
rigorosa
elaborazione
delle
idee
immanentistiche
della
filosofia
neoplatonica
,
destinata
a
risolversi
in
schietto
naturalismo
,
che
«
beatitudo
non
est
virtutis
praemium
,
sed
ipsa
virtus
»
(Eth.,
V
,
q.2
)
.
Ma
Spinoza
,
proiettando
tutta
la
realtà
dello
spirito
nel
pensiero
divino
,
che
è
la
stessa
realtà
della
natura
,
rende
inconcepibile
,
senza
libertà
,
questa
virtù
,
che
non
sarà
intesa
nel
suo
valore
assoluto
prima
di
Kant
.
III
È
noto
che
un
puro
naturalista
il
Campanella
non
è
;
come
non
è
Bruno
,
e
nessuno
dei
filosofi
moderni
prima
dello
Spinoza
.
Anche
Campanella
perciò
ha
bisogno
dell
'
immortalità
trascendente
dell
'
anima
:
di
un
'
anima
che
non
si
spieghi
come
un
risultato
o
un
principio
della
stessa
natura
,
ma
la
trascenda
,
e
postuli
una
realtà
superiore
.
La
tendenza
immanentistica
del
suo
pensiero
si
palesa
tuttavia
anche
nella
sua
maniera
di
argomentare
l
'
immortalità
:
fondata
sulla
osservazione
della
profonda
differenza
che
separa
l
'
uomo
dal
mondo
naturale
,
onde
l
'
uomo
sovrasta
a
tutte
le
cose
e
celebra
una
natura
analoga
a
quella
di
Dio
,
in
quanto
domina
l
'
universo
,
ne
regge
le
forze
e
crea
un
mondo
che
è
suo
.
Tra
le
poesie
della
Scelta
una
delle
più
belle
è
quella
che
canta
con
alta
e
commossa
ispirazione
la
possanza
dell
'
uomo
,
e
di
cui
si
può
vedere
come
il
primo
abbozzo
nella
primitiva
redazione
del
De
sensu
rerum
,
Si
leggano
infatti
queste
rozze
pagine
vibranti
di
poesia
:
«
L
'
uomo
nasce
nudo
,
inerme
,
con
poca
industria
,
piangendo
,
senza
sapere
lattare
,
né
mangiare
,
né
aiutarsi
;
e
tutti
gli
altri
animali
vestiti
di
squamme
,
di
piume
,
di
pelo
,
armati
di
denti
,
di
corna
,
di
spine
,
d
'
onghie
,
d
'
artiglio
,
di
rostro
;
e
sapeno
subito
caminare
,
mangiare
e
aiutarsi
.
E
nondimeno
l
'
uomo
fra
poco
tempo
tutti
gli
animali
vince
,
e
si
veste
di
loro
pelli
,
e
mangia
la
loro
carne
,
e
li
doma
,
e
cavalca
,
e
se
arma
delle
loro
armi
,
usa
la
loro
forza
come
sua
,
si
veste
di
oro
,
d
'
argento
,
di
ferro
;
e
nuota
in
mare
,
vola
in
aria
come
Dedalo
,
corre
per
terra
con
li
piedi
suoi
e
d
'
animale
,
e
tutto
il
mondo
cammina
per
acqua
vincendo
fonde
superbissime
e
i
fieri
venti
,
come
signore
del
mare
;
e
tutti
gli
metalli
al
suo
uso
doma
,
e
stende
.
Adopera
li
alberi
,
fa
navi
,
stanze
sedie
,
casse
,
fuoco
;
si
mangia
gli
loro
frutti
,
si
serve
delle
foglie
e
fiori
a
spassi
e
a
medicine
;
usa
le
pietre
,
monti
,
selve
,
a
suo
gusto
;
e
pare
essere
il
signore
del
mondo
,
non
che
dell
'
animali
.
Ora
,
qual
animale
forte
e
sagace
può
fare
quello
che
fa
l
'
uomo
,
inerme
,
nudo
,
debole
e
timido
,
né
una
minima
parte
di
questo
?
Ali
dirai
,
l
'
api
si
fanno
repubblica
,
come
l
'
uomo
;
l
'
elefanti
la
religione
,
li
ragni
le
reti
così
sottili
che
non
fa
l
'
uomo
,
altri
li
nidi
;
altri
la
guerra
bene
usare
sanno
.
E
ti
dico
,
che
tutte
quante
cose
fanno
gli
altri
animali
fa
l
'
uomo
,
e
assai
più
;
ché
esso
istituisce
repubbliche
,
fa
leggi
e
cittadi
,
tempii
,
religione
a
Dio
;
medicina
meglio
che
i
cani
ibici
e
ippopotamo
,
e
se
ognuno
di
loro
ad
una
cosa
sola
,
ed
egli
a
mille
è
buono
.
Più
,
fa
le
rete
per
li
uccelli
come
il
ragno
,
le
celle
come
l
'
api
,
la
milizia
come
grui
e
pesci
,
e
da
tutti
piglia
esempio
,
e
migliora
ogni
loro
arte
e
industria
.
E
vince
la
forza
dell
'
elefante
,
che
porta
sopra
una
torre
d
'
uomini
,
lo
doma
e
commanda
;
e
cossì
al
leone
;
occide
e
mangia
le
balene
.
«
Che
si
può
dire
più
?
Nullo
animale
,
benché
abbia
le
mani
,
come
la
scimia
e
l
'
orso
,
sa
adoperare
il
fuoco
,
né
toccare
,
né
pigliarlo
dal
sole
,
cavarlo
dalle
pietre
,
accenderlo
,
mitigare
con
quello
i
metalli
,
gittare
i
monti
,
cuocere
le
vivande
,
e
fare
tuoni
e
lampi
.
Come
Dio
fa
nell
'
aria
,
così
fa
l
'
uomo
con
l
'
artiglieria
;
e
,
quello
che
è
cosa
stupenda
,
fa
di
notte
giorro
con
le
candele
e
con
ogli
accesi
,
tanto
mirabilmente
,
che
si
serve
del
fuoco
come
di
cosa
vile
rispetto
a
lui
.
Or
,
se
l
'
uomo
non
avesse
altra
anima
che
dal
fuoco
,
potria
sprezzare
sì
nobilissima
e
potentissima
natura
,
che
gli
animali
non
osano
mirare
,
e
molte
nazioni
l
'
adorano
?
L
'
arte
del
fuoco
è
unica
dell
'
uomo
.
E
dare
senso
alla
scrittura
,
farla
parlare
,
e
che
li
orologi
notino
il
tempo
,
e
l
'
uso
della
calamita
che
mira
al
polo
,
sono
invenzioni
d
'
animo
divino
»
.
«
Ma
l
'
astronomia
mostra
l
'
uomo
celeste
,
poiché
mira
in
suso
,
e
misura
la
grandezza
delle
stelle
,
numera
i
moti
,
e
quello
che
non
vede
lo
finge
,
con
epicicli
ed
eccentrici
;
e
fa
li
conti
suoi
tanto
giusti
,
non
solo
come
cognoscitore
,
ma
quasi
come
fabro
del
cielo
.
E
in
tanta
varietà
de
opinioni
del
modello
e
principii
delle
cose
,
si
mostra
la
divinità
sua
,
che
per
tante
vie
camina
alla
conoscenza
del
Creatore
.
E
quello
che
stupendo
è
,
ha
trovato
quando
si
fanno
l
'
ecclissi
de
'
luminari
,
e
le
predice
mille
secoli
inanti
,
e
le
congiunzioni
ed
aspetti
de
tutte
le
stelle
,
le
nature
e
nomi
,
le
comete
,
significati
ed
influssi
,
quello
che
fanno
in
terra
,
in
acqua
,
in
aria
;
i
tempi
de
solstizii
ed
equinozii
,
li
mutamenti
loro
e
dell
'
apogeo
ed
eccentricitati
,
che
riescono
a
capello
;
e
quando
Dio
varia
qualche
cosa
in
cielo
,
l
'
uomo
s
'
accorge
,
e
nota
le
anomalie
e
irregolarità
sue
;
e
sempre
fa
nuove
tavole
e
indici
di
cose
lontanissime
,
e
argomenta
la
morte
e
la
vita
non
solo
dell
'
uomo
,
ma
dell
'
animali
,
delle
repubbliche
,
de
'
regni
,
anzi
del
mondo
stesso
,
che
ha
da
perire
per
fuoco
»
.
Insomma
,
l
'
uomo
,
come
si
canterà
nelle
Poesie
,
è
un
«
secondo
Dio
»
in
virtù
del
suo
pensiero
.
Concetto
,
che
ritornerà
in
Giambattista
Vico
,
e
si
può
dire
uno
dei
germi
che
schiuderanno
nella
Scienza
Nuova
,
A
tempo
del
Campanella
,
e
per
influsso
molto
probabilmente
di
lui
,
s
'
incontra
anche
nel
Galilei
,
malgrado
il
suo
naturalismo
.
Chi
non
ricorda
il
celebre
indiamento
dell
'
intelletto
umano
nella
prima
giornata
del
Dialogo
dei
massimi
sistemi
?
Quivi
,
distinti
i
due
modi
,
intensivo
ed
estensivo
,
dell
'
intendere
,
dice
che
«
extensive
,
cioè
quanto
alla
moltitudine
degli
intelligibili
,
che
sono
infiniti
,
l
'
intender
umano
è
come
nullo
,
quando
bene
egli
intendesse
mille
proposizioni
,
perché
mille
rispetto
all
'
infinità
è
come
uno
zero
;
ma
,
pigliando
l
'
intendere
intensive
,
in
quanto
cotal
termine
importa
intensivamente
,
cioè
perfettamente
alcuna
proposizione
...
,
l
'
intelletto
umano
ne
intende
alcuna
così
perfettamente
e
ne
ha
così
assoluta
certezza
,
quanto
se
n
'
abbia
l
'
istessa
natura
;
e
tali
sono
le
scienze
matematiche
pure
,
cioè
la
geometria
e
l
'
aritmetica
,
delle
quali
l
'
intelletto
divino
ne
sa
bene
infinite
proposizioni
di
più
,
perché
le
sa
tutte
.
Ma
di
quelle
poche
intese
dall
'
intelletto
umano
credo
che
la
cognizione
agguagli
la
divina
nella
certezza
obiettiva
,
poiché
arriva
a
comprender
la
necessità
,
sopra
la
quale
non
par
che
possa
essere
sicurezza
maggiore
»
.
Anche
il
Galilei
ha
questo
senso
profondo
della
divinità
dell
'
intelligenza
umana
:
«
Anzi
,
quando
io
vo
considerando
quante
e
quanto
maravigliose
cose
hanno
intese
,
investigate
ed
operate
gli
uomini
,
pur
troppo
chiaramente
conosco
io
ed
intendo
esser
la
mente
umana
opera
di
Dio
,
e
delle
più
eccellenti
»
.
Anche
lui
è
ispirato
quasi
a
cantare
la
potenza
mirabile
dell
'
ingegno
dell
'
uomo
:
«
Io
son
molte
volte
andato
meco
medesimo
considerando
,
in
proposito
di
questo
che
di
presente
dite
,
quanto
grande
sia
l
'
acutezza
dell
'
ingegno
umano
:
e
mentre
io
discorro
per
tante
e
tanto
meravigliose
invenzioni
trovate
dagli
uomini
,
sì
nelle
arti
come
nelle
lettere
,
e
poi
fo
riflessione
sopra
il
saper
mio
,
tanto
lontano
dal
potersi
promettere
non
solo
di
ritrovarne
alcuna
di
nuovo
,
ma
anche
di
apprendere
delle
già
trovate
,
confuso
dallo
stupore
ed
afflitto
dalla
disperazione
,
mi
reputo
poco
meno
che
infelice
.
S
'
io
guardo
alcuna
statua
delle
eccellenti
,
dico
a
me
medesimo
:
-
-
E
quando
sapresti
levare
il
soverchio
da
un
pezzo
di
marmo
,
e
scolpire
sì
bella
figura
che
vi
era
nascosta
?
Quando
mescolare
e
distendere
sopra
una
tela
o
parete
colori
diversi
,
e
con
essi
rappresentare
tutti
gli
oggetti
visibili
,
come
un
Michelangiolo
,
un
Raffaello
,
un
Tiziano
?
-
-
S
'
io
guardo
quel
che
hanno
ritrovato
gli
uomini
nel
compartir
gli
intervalli
musici
,
nello
stabilir
precetti
e
regole
per
potergli
maneggiar
con
dilettò
mirabile
dell
'
udito
,
quando
potrò
io
finir
di
stupire
?
Che
dirò
dei
tanti
e
sì
diversi
strumenti
?
La
lettura
dei
poeti
eccellenti
di
qual
maraviglia
riempie
chi
attentamente
considera
l
'
invenzion
de
'
concetti
e
la
spiegatura
loro
?
Che
diremo
dell
'
architettura
?
Che
dell
'
arte
navigatoria
?
Ma
sopra
tutte
le
invenzioni
stupende
,
qual
'
eminenza
di
mente
fu
quella
di
colui
che
s
'
immaginò
di
trovar
modo
di
comunicare
i
suoi
più
reconditi
pensieri
a
qualsivoglia
altra
persona
,
benché
distante
per
lunghissimo
intervallo
di
luogo
e
di
tempo
?
Parlare
con
quelli
che
son
nell
'
Indie
?
parlare
a
quelli
che
non
sono
ancora
nati
,
né
saranno
se
non
di
qua
a
mille
e
dieci
mila
anni
?
E
con
qual
facilità
?
con
i
vari
accozzamenti
di
venti
caratteruzzi
sopra
una
carta
!
Sia
questo
il
sigillo
di
tutte
le
ammirande
invenzioni
umane
»
.
Ma
questo
concetto
della
natura
divina
dell
'
uomo
nel
Galilei
evidentemente
è
una
semplice
eco
,
affiochita
da
questa
espressione
del
sentimento
personale
della
propria
debolezza
;
conseguenza
,
a
sua
volta
,
della
posizione
galileiana
.
Per
Galileo
infatti
il
divino
è
nella
natura
,
fuori
dell
'
uomo
,
e
la
stessa
grandezza
umana
apparisce
perciò
qualcosa
di
estraneo
all
'
uomo
che
l
'
afferma
e
l
'
ammira
stupefatto
,
quasi
la
più
alta
meraviglia
della
divina
natura
.
Pel
Campanella
invece
è
uno
dei
concetti
centrali
della
sua
speculazione
.
La
quale
ne
trae
argomento
a
quella
vigorosa
metafisica
del
divino
,
per
cui
il
Campanella
dal
naturalismo
telesiano
si
solleva
a
una
filosofia
naturalistica
della
religione
(
poiché
egli
,
e
non
Herbert
di
Cherbury
,
è
il
vero
iniziatore
della
dottrina
della
religione
naturale
)
,
e
quindi
alle
sue
rivoluzionarie
idee
,
politiche
e
sociali
,
rappresentate
nella
utopia
della
Città
del
sole
.
Chi
confronti
col
capitolo
del
De
sensu
rerum
del
Campanella
,
intitolato
Della
immortalità
e
divinità
dell
'
uomo
,
e
col
capitolo
7
,
forse
contemporaneo
,
del
suo
Atheismus
tyiumphatus
,
inteso
anch
'
esso
a
provare
«
hominem
animo
divino
immortalique
donatum
esse
»
,
nonché
col
posteriore
articolo
introduttivo
al
cap
.
2
del
XIV
libro
della
sua
Metafisica
,
dove
si
adducono
«
de
hominis
excellentia
super
ammalia
et
divinitate
eius
animae
rationes
efficacissimae
et
sensatae
»
,
il
suo
canto
della
possanza
dell
'
uomo
,
vi
troverà
lo
spunto
di
una
dimostrazione
filosofica
,
dal
Campanella
più
volte
ripetuta
,
della
natura
divina
e
quindi
immortale
dell
'
anima
umana
.
L
'
uomo
,
egli
dice
,
non
è
un
essere
tra
gli
altri
della
natura
,
perché
nessuno
effetto
si
può
sopra
la
sua
causa
elevare
.
«
Ma
noi
veggiamo
che
l
'
uomo
non
si
ferma
sotto
la
natura
degli
elementi
,
e
del
sole
e
della
terra
;
ma
molto
più
sopra
loro
intende
,
desidera
;
e
opera
,
più
che
nullo
effetto
loro
,
altissimi
effetti
.
Talché
non
pende
da
loro
,
ma
da
cagione
molto
più
alta
,
che
Dio
s
'
appella
.
Ecco
che
quando
l
'
uomo
va
cogitando
,
pensa
sopra
il
sole
,
e
poi
sopra
,
e
poi
fuori
del
cielo
,
e
più
mondi
,
infinitamente
,
come
escogitano
pure
gli
Epicurei
.
Dunque
,
di
qualche
infinita
causa
ella
è
effetto
,
e
non
del
sole
e
della
terra
,
sopra
li
quali
infinitamente
trapassa
»
.
E
discorsi
i
titoli
dell
'
eccellenza
e
potenza
dell
'
uomo
,
tocca
efficacemente
la
profonda
radice
della
differenza
tra
l
'
universal
natura
e
l
'
uomo
:
«
Tutti
gli
animali
stanno
dentro
il
ventre
del
mondo
,
e
l
'
uomo
con
loro
,
come
vermi
dentro
il
ventre
dell
'
animale
;
e
pure
solo
gli
uomini
s
'
accorgono
che
cosa
è
questo
grande
animale
e
i
suoi
principii
,
corsi
,
vita
e
morte
.
Dunque
,
l
'
uomo
sta
non
solo
come
verme
,
ma
come
ammiratore
e
luogotenente
della
causa
architettrice
d
'
ogni
cosa
»
.
Il
pensiero
infatti
è
ciò
che
si
oppone
alla
natura
,
distinguendola
da
sé
e
in
sé
contenendola
.
Di
qui
il
significato
storico
della
poesia
del
Campanella
e
di
tutti
gli
altri
luoghi
,
in
cui
egli
tratta
questo
argomento
della
preminenza
dell
'
uomo
.
IV
Ma
si
tratta
di
un
argomento
caro
ai
filosofi
italiani
del
Rinascimento
;
e
potrebbe
parere
ereditato
senz
'
altro
dagli
scrittori
classici
.
Dante
,
trattando
nel
Convivio
della
nobiltà
dell
'
uomo
,
ricorreva
con
la
memoria
al
magnifico
salmo
biblico
,
che
chiede
a
Dio
:
Quid
est
homo
,
quod
memor
es
eius
?
aut
filius
hominis
,
quoniam
visitas
eum
?
Minuisti
eum
paulo
minus
ab
angelis
;
gloria
et
honore
coronasti
eum
,
et
constituisti
eum
super
opera
manuum
tuarum
.
Omnia
subiecisti
sub
pedibus
eius
,
oves
et
boves
universas
,
insuper
et
pecora
campi
,
volucres
caeli
,
et
pisces
maris
qui
perambulant
semitas
maris
.
Ma
il
Salmista
ne
traeva
solo
argomento
a
celebrare
con
gratitudine
la
grandezza
meravigliosa
di
Dio
,
terminando
come
aveva
cominciato
:
Domine
,
Dominus
noster
,
quam
admirabile
est
nomen
tuum
in
universa
terra
!
.
I
nostri
scrittori
del
Rinascimento
invece
si
compiacevano
,
come
già
Lattanzio
,
di
leggere
in
Ovidio
i
celebri
versi
che
nelle
Metamorfosi
(
I
,
7686
)
fan
seguito
alla
descrizione
della
origine
di
tutte
le
cose
naturali
:
Sanctius
his
animal
mentisque
capacius
altae
Deerat
adhuc
,
et
quod
dominari
in
cetera
posset
.
Natus
est
homo
:
sive
hunc
divino
semine
fecit
Ille
opifex
rerum
,
mundi
melioris
origo
,
Sive
recens
tellus
seductaque
nuper
ab
alto
Aethere
cognati
retinebat
semina
caeli
;
Quam
satus
Iapeto
mixtam
fluvialibus
undis
Finxit
in
effigiem
moderantum
cuncta
deorum
;
Pronaque
cum
spectent
animalia
cetera
terram
,
Os
homini
sublime
dedit
,
caelumque
videre
Iussit
et
erectos
ad
sidera
tollere
vultus
.
Cicerone
nel
De
legibus
(
I
,
9
)
aveva
anch
'
egli
contrapposto
l
'
uomo
alla
natura
con
parole
pur
care
ai
nostri
scrittori
del
Rinascimento
:
«
Animal
hoc
providum
,
sagax
,
multiplex
,
acutum
,
memor
,
plenum
rationis
et
consilii
,
quem
vocamus
hominem
,
praeclara
quadam
conditione
generatum
a
supremo
deo
:
solum
enim
est
,
ex
tot
animantium
generibus
atque
naturis
,
particeps
rationis
et
cogitationis
,
cum
cetera
sint
omnia
expertia
.
Quid
est
autem
,
non
dicam
in
homine
,
sed
in
omni
caelo
atque
terra
,
ratione
divinius
?
»
.
E
nel
De
natura
deorum
(
II
,
56
)
,
per
dimostrare
«
quantae
res
hominibus
quamque
eximiae
tributae
sint
»
,
questa
poneva
a
capo
di
tutte
le
prerogative
degli
uomini
:
«
Quae
(
providentia
naturae
)
eos
humo
excitatos
celsos
et
erectos
constituit
,
ut
deorum
cognitionem
caelum
intuentes
capere
possent
.
Sunt
enim
ex
terra
homines
non
ut
incolae
atque
habitatores
,
sed
quasi
spectatores
superarum
rerum
atque
caelestium
,
quarum
speculum
ad
nullum
aliud
genus
animantium
pertinet
»
.
Dove
le
parole
ricordano
quelle
del
De
sensu
rerum
campanelliano
;
e
il
concetto
stoico
,
qui
riprodotto
da
Cicerone
,
è
certamente
la
fonte
da
cui
sgorga
il
remoto
principio
del
pensiero
del
Campanella
.
Ma
evidente
è
il
divario
tra
quella
che
per
Cicerone
può
dirsi
una
semplice
differenza
di
grado
,
e
l
'
opposizione
qualitativa
che
il
Campanella
scorge
tra
lo
spettacolo
e
lo
spettatore
,
la
natura
e
la
mente
.
Anche
l
'
esaltazione
dell
'
eccellenza
umana
era
un
motivo
dell
'
antica
polemica
,
stoica
prima
e
poi
neoplatonica
,
in
favore
del
concetto
della
finalità
e
della
provvidenza
divina
contro
il
meccanismo
epicureo
.
E
in
Cicerone
(
De
nat
.
deor
.
,
II
,
59
)
si
ritrovano
tanti
dei
colori
adoperati
nella
poesia
del
Campanella
sulla
possanza
dell
'
uomo
:
l
'
intelligenza
di
questo
,
l
'
eloquenza
,
il
linguaggio
,
le
mani
,
«
multarum
artium
ministrae
»
,
l
'
addomesticamento
delle
bestie
,
lo
sfruttamento
di
tutti
gli
esseri
e
di
tutte
le
forze
della
natura
,
e
il
dominio
delle
potenze
più
violente
,
del
mare
e
dei
venti
:
«
Nos
campis
,
nos
montibus
fruimur
,
nostri
sunt
omnes
,
nostri
lacus
,
nos
fruges
serimus
,
nos
arbores
,
nos
aquarum
inductionibus
terris
fecunditatem
damus
,
nos
flumina
arcemus
,
derigimus
,
avertimus
,
nostris
denique
manibus
in
rerum
natura
quasi
alteram
naturam
efficere
conamur
»
.
Che
più
?
la
umana
ragione
è
penetrata
fino
nel
cielo
.
«
Soli
enim
ex
animantibus
nos
astrorum
ortus
,
obitus
cursusque
cognovimus
;
ab
hominum
genere
finitus
est
dies
,
mensis
,
annus
,
defectiones
solis
et
lunae
cognitae
praedictaeque
in
omne
posterum
tempus
,
quae
,
quantae
,
quando
futurae
sint
.
Quae
contuens
animus
accedit
ad
cognitionem
deorum
....
»
.
Ma
,
se
i
colori
son
quelli
prestati
dagli
scrittori
antichi
,
nel
Rinascimento
c
'
è
uno
spirito
nuovo
,
derivante
dalla
riscossa
dell
'
uomo
,
che
ripiglia
l
'
antico
tema
della
sua
preminenza
nel
mondo
per
contrapporsi
a
questo
,
nella
sua
autonomia
,
quasi
centro
,
come
più
tardi
si
svelerà
,
d
'
una
nuova
concezione
della
vita
.
V
Questa
opposizione
dello
spirito
alla
natura
non
è
opera
del
rigido
naturalismo
del
Pomponazzi
e
del
Telesio
,
ma
del
platonismo
fiorentino
,
che
è
l
'
altro
affluente
,
per
dir
così
,
della
filosofia
del
Campanella
,
e
senza
dubbio
la
diretta
sorgente
de
'
suoi
pensieri
sulla
dignità
,
ed
eccellenza
dell
'
uomo
.
È
noto
in
qual
conto
egli
teneva
il
Pico
;
ed
è
celebre
l
'
orazione
De
hominis
dignitate
,
che
il
Pico
scrisse
nel
1486
.
E
pensava
di
pronunziarla
a
Roma
prima
della
discussione
delle
sue
tesi
anche
più
celebri
.
In
questa
orazione
il
mirandolano
comincia
dall
'
accennare
alle
lodi
dell
'
umana
natura
fatte
da
altri
,
e
trova
che
nessuno
finora
ha
mai
colpito
nel
segno
:
«
Magna
haec
quidem
,
sed
non
principalia
,
id
est
,
quae
summae
admirationis
privilegium
sibi
iure
vindicent
»
.
Gli
altri
per
esempio
,
avevan
rivolto
la
loro
attenzione
alle
proprietà
che
l
'
uomo
ha
comuni
con
gli
angeli
,
posti
anch
'
essi
dal
platonismo
alessandrino
tra
mezzo
la
natura
e
Dio
.
Ma
,
si
chiede
il
Pico
,
perché
la
nostra
ammirazione
non
si
rivolge
piuttosto
agli
angeli
dei
cori
celesti
?
Il
vero
,
l
'
unico
miracolo
del
mondo
,
è
l
'
uomo
.
Perché
?
Creato
il
mondo
,
parve
a
Dio
necessario
un
essere
«
qui
tanti
operis
rationem
perpenderet
,
pulchritudinem
amaret
,
magnitudinem
admiraretur
»
.
C
'
era
,
insomma
,
la
natura
,
oggetto
del
pensiero
,
mancava
il
pensiero
.
E
pure
tutto
pareva
già
fosse
stato
creato
:
«
nec
erat
in
archetypis
unde
novam
sobolem
effingeret
,
nec
in
thesauris
quod
novo
filio
haereditarium
largiretur
,
nec
in
subselliis
totius
orbi
ubi
universi
contemplator
iste
sederet
.
Iam
plena
omnia
summis
,
mediis
infimisque
ordinibus
fierant
distributa
»
.
Stupenda
immagine
,
in
cui
si
raffigura
la
situazione
propria
del
naturalismo
,
che
,
lasciandosi
alle
spalle
lo
spirito
,
non
trova
lacuna
di
sorta
nel
reale
;
sicché
,
quando
si
sforza
di
concepire
lo
stesso
spirito
,
lo
degrada
e
disumanizza
,
facendolo
rientrare
nel
quadro
generale
del
meccanismo
della
natura
.
Ed
ecco
la
soluzione
del
Pico
che
assegna
,
secondo
lui
,
il
vero
valore
specifico
dell
'
uomo
,
mettendolo
al
di
sopra
della
stessa
natura
angelica
.
All
'
uomo
non
fu
dato
da
Dio
nulla
di
proprio
;
venne
bensì
conferito
«
commune
quidquid
privatum
singulis
fuerat
»
.
Messolo
in
mezzo
al
mondo
,
compendio
ed
epilogo
di
tutto
,
Dio
avrebbe
indicato
ad
Adamo
la
sua
prerogativa
,
come
l
'
essenza
stessa
della
libertà
.
L
'
uomo
non
ha
una
natura
specifica
sua
,
e
non
ha
perciò
leggi
a
cui
soggiaccia
,
né
limiti
entro
cui
si
restringa
necessariamente
la
sua
attività
,
salvo
quelli
ch
'
egli
stesso
s
'
imponga
liberamente
.
Egli
non
è
né
celeste
né
terreno
,
né
immortale
né
mortale
:
libero
creatore
di
se
medesimo
(
«
sui
ipsius
quasi
arbitrarius
honorariusque
plastes
et
fictor
»
)
,
sarà
quel
che
vorrà
.
Può
tralignare
abbrutendosi
,
e
potrà
rigenerarsi
in
Dio
«
ex
sui
animi
sententia
»
.
E
questa
è
la
felicità
,
questa
la
grandezza
dell
'
uomo
:
essergli
dato
d
'
ottenere
quanto
desidera
,
farsi
quello
che
vuole
.
I
bruti
,
da
una
parte
,
e
le
nature
celesti
,
dall
'
altra
,
sono
immediatamente
quello
che
saranno
sempre
.
L
'
uomo
sul
nascere
non
porta
seco
se
non
i
germi
di
tutte
le
vite
:
dei
quali
germoglieranno
e
daran
frutto
quelli
che
saranno
da
lui
coltivati
.
Tale
la
vera
analogia
tra
l
'
uomo
e
Dio
,
il
Pico
dirà
nell
'
Heptaplus
(
V
,
6
)
,
a
commento
del
biblico
«
Faciamus
hominem
ad
imaginem
nostram
»
.
Non
è
la
mente
,
secondo
il
Pico
,
che
assomiglia
l
'
uomo
a
Dio
,
perché
le
proprietà
di
essa
«
quanto
in
angelis
sunt
quam
in
nobis
potiora
et
contrariae
minus
naturae
adenixta
,
tanto
cum
divina
natura
plus
similitudinis
et
cognationis
habentia
»
.
Anche
nell
'
Ettaplo
osserverà
,
che
fa
d
'
uopo
cercare
un
che
di
peculiare
nell
'
uomo
,
ond
'
egli
sia
simile
a
Dio
,
e
che
non
abbia
in
comune
con
nessun
'
altra
creatura
.
«
Id
quid
esse
aliud
potest
,
quam
quod
hominis
substantia
omnium
in
se
naturarum
substantias
et
totius
universitatis
plenitudinem
re
ipsa
complectitur
?
»
.
E
insisterà
sul
«
re
ipsa
»
,
notando
che
in
ciò
consiste
appunto
la
differenza
tra
gli
angeli
e
qualunque
essere
intelligente
da
una
parte
,
e
l
'
uomo
dall
'
altra
:
ché
anche
quelli
contengono
le
forme
e
le
ragioni
di
tutto
,
in
quanto
ognuno
è
intelletto
che
conosce
tutto
.
«
At
vero
,
quemadmodum
Deus
non
solum
ob
id
quod
omnia
intelligit
,
sed
quia
in
se
ipso
ita
verae
rerum
substantiae
perfectionem
totam
unit
et
colligit
;
ita
et
homo
....
ad
integritatem
suae
substantiae
omnes
totius
mundi
naturas
corrogat
et
counit
»
.
Le
forme
che
si
raccolgono
nell
'
intelletto
sono
,
conforme
alla
dottrina
aristotelica
,
prive
di
quella
realtà
della
sostanza
,
che
implica
la
materia
:
onde
la
mente
,
in
cui
Pico
non
trova
la
peculiare
natura
dell
'
uomo
,
è
l
'
intelletto
astratto
,
che
ha
fuori
di
sé
la
realtà
;
l
'
intelletto
aristotelico
,
quel
motore
immobile
,
che
non
poteva
concepirsi
creatore
del
mondo
,
poiché
questo
è
materia
oltre
che
forma
,
ed
esso
è
pura
forma
.
La
mente
invece
,
che
si
può
attribuire
in
proprio
all
'
uomo
e
a
Dio
,
sarebbe
attività
non
contemplatrice
,
bensì
creatrice
,
realizzatrice
dell
'
essere
della
sostanza
(
«
perfectionem
totam
substantiae
»
)
:
lo
spirito
,
insomma
,
concepito
non
più
secondo
l
'
intellettualismo
greco
,
per
cui
la
mente
ha
la
realtà
di
contro
a
sé
;
ma
secondo
l
'
idealismo
cristiano
,
pel
quale
la
vera
realtà
è
opera
dello
stesso
spirito
.
VI
Il
Pico
tuttavia
era
stato
preceduto
dalla
vasta
speculazione
ficiniana
intorno
alla
natura
dell
'
anima
,
e
propriamente
intorno
alla
natura
divina
e
immortale
di
essa
:
argomento
,
com
'
è
noto
,
della
già
citata
Theologia
platonica
.
Marsilio
Ficino
aveva
letto
nello
pseudoplatonico
Assioco
questo
luogo
,
che
nella
stessa
traduzione
ficiniana
fu
certamente
sotto
gli
occhi
del
Campanella
,
e
pare
se
ne
ricordi
nella
sua
poesia
sulla
possanza
dell
'
uomo
:
«
At
haec
multae
sunt
perpulchraeque
de
animi
immortalitate
rationes
.
Neque
enim
mortalis
natura
in
tam
varias
res
attollere
sese
posset
,
ut
contemneret
ingenium
ferarum
,
conderet
urbes
,
respublicas
constitueret
,
respiceret
etiam
in
caelum
et
astrorum
videret
revolutiones
cursusque
,
solis
et
lunae
ortus
item
et
occasus
,
defectus
,
celeritatem
,
distantias
,
aequinoctiaque
et
duplices
conversiones
,
Pleiadum
etiam
et
hiemis
atque
aestatis
ventos
,
imbriumque
casus
et
horrendos
turbinum
raptus
,
ut
comprehensos
quoque
mundi
labores
saeculis
traderet
,
nisi
divinus
quidam
mentibus
nostris
spiritus
inesset
,
quo
complexum
notitiamque
tantarum
attingeret
rerum
»
.
Ma
in
un
capitolo
della
Theologia
Platonica
(
XIII
,
3
)
,
che
si
direbbe
la
fonte
diretta
del
Campanella
,
lo
spunto
dell
'
Assioco
è
svolto
in
una
delle
pagine
più
belle
della
storia
del
concetto
della
libertà
e
della
potenza
dello
spirito
umano
:
«
Cetera
animalia
vel
absque
arte
vivunt
,
vel
singula
una
quadam
arte
,
ad
cuius
usum
non
ipsa
se
conferunt
,
sed
fatali
lege
trahuntur
:
cuius
signum
est
,
quod
ad
operis
fabricandi
industriam
nihil
proficiunt
tempore
.
Contra
homines
artium
innumerabilium
inventores
sunt
,
quas
suo
exequuntur
arbitrio
:
quod
significatur
ex
eo
,
quod
singuli
multas
exercent
artes
,
mutant
et
diuturno
usu
sunt
solertiores
»
.
Il
solo
uomo
insomma
ha
una
storia
,
perché
è
libero
.
La
legge
fatale
della
natura
inferiore
è
l
'
immutabilità
;
la
libertà
umana
invece
è
mutazione
e
progresso
.
L
'
uomo
perciò
è
creatore
d
'
un
mondo
suo
,
giacché
,
quel
che
è
più
mirabile
,
«
humanae
artes
fabricant
per
se
ipsas
quaecumque
fabricat
ipsa
natura
,
quasi
non
servi
simus
naturae
,
sed
aemuli
»
.
L
'
uomo
non
solo
imita
le
opere
della
natura
,
ne
'
suoi
dipinti
,
p
.
e
.
,
e
in
tutte
le
opere
d
'
arte
che
paion
vive
e
naturali
;
ma
invade
il
campo
della
stessa
natura
con
le
sue
costruzioni
magnifiche
,
e
con
le
sue
officine
di
metalli
e
di
vetri
«
naturae
inferioris
opera
perficit
,
corrigit
et
emendat
»
.
«
Similis
ergo
ferme
vis
hominis
est
naturae
divinae
,
quandoquidem
homo
per
se
ipsum
,
idest
per
suum
consilium
atque
artem
,
regit
seipsum
a
corporalibus
naturae
limitibus
minime
circumscriptum
,
et
singula
naturae
altioris
opera
aemulatur
.
Et
tanto
minus
quam
bruta
naturae
inferioris
eget
subsidio
quanto
pauciora
corporis
munimenta
sortitus
est
a
natura
quam
bruta
,
sed
ipsemet
illa
sua
copia
construit
alimenta
,
vestes
,
strumenta
,
habitacula
,
suppellectilia
,
arma
.
Ideo
cum
ipse
sua
facultate
se
fulciat
,
fulcit
uberius
quam
bestias
ipsa
natura
»
.
A
cominciare
dai
piaceri
dei
sensi
,
che
l
'
ingegno
umano
moltiplica
sempre
,
laddove
«
bruta
brevissimis
naturae
claustris
concluduntur
»
,
per
venire
a
tutto
ciò
che
di
utile
inventa
di
continuo
,
fino
alle
opere
più
alte
della
sua
attività
disinteressata
,
dalle
quali
non
pure
non
s
'
attende
vantaggio
di
sorta
,
ma
riceve
spesso
incomodi
e
molestie
.
«
In
iis
artificiis
animadvertere
licet
,
quemadmodum
homo
et
omnes
et
undique
tractat
mundi
materias
,
quasi
homini
omnes
subiciantur
.
Tractat
,
inquam
,
elementa
,
lapides
,
metalla
et
plantas
et
animalia
,
e
in
multas
traducit
formas
atque
figuras
,
quod
nunquam
bestiae
faciunt
.
Neque
uno
est
elemento
contentus
aut
quibusdam
,
ut
bruta
,
sed
utitur
omnibus
,
quasi
sit
omnium
dominus
.
Terram
calcat
,
sulcat
aquam
,
altissimis
turribus
conscendit
in
aerem
,
ut
pennas
Daedali
vel
Icari
praetermittam
.
Accendit
ignem
,
et
foco
familiariter
utitur
et
delectatur
praecipue
ipse
solus
.
Merito
caelesti
elemento
solum
caeleste
animal
delectatur
.
Caelesti
virtute
ascendit
caelum
,
atque
metitur
;
super
caelesti
mente
trascendit
caelum
.
Nec
utitur
tantum
elementis
homo
,
sed
ornat
,
quod
nullum
facit
brutorum
.
Quam
mirabilis
per
omnem
orbem
terrae
cultura
!
Quam
stupenda
aedificiorum
structura
et
urbium
!
Irrigatio
aquarum
quam
artificiosa
Vicem
gerit
Dei
,
qui
omnia
elementa
habitat
colitque
omnia
et
terrae
praesens
non
abest
ab
aetere
.
Atqui
non
modo
elementis
,
verum
etiam
elementorum
animalibus
utitur
omnibus
,
terrenis
,
aquatilibus
,
volatilibus
ad
escam
,
commoditatem
et
voluptatem
;
supernis
caelestibusque
ad
doctrinam
magiaeque
miracula
.
Nec
utitur
brutis
solum
,
sed
et
imperat
.
Fieri
quidem
potest
,
ut
armis
quibusdam
a
natura
acceptis
bruta
nonnulla
quandoque
vel
impetum
in
hominem
faciant
,
vel
hominis
effugiant
impetum
;
homo
autem
,
acceptis
a
se
ipso
armis
et
vitat
ferarum
impetum
et
fugat
et
domat
.
Quis
vidit
unquam
homines
ullos
sub
bestiarum
imperio
detineri
,
quemadmodum
ubique
vidimus
tam
immanissimarum
ferarum
quam
mitium
armenta
per
omnem
vitam
parere
hominibus
?
Non
imperat
bestiis
homo
crudeliter
tantum
,
sed
gubernat
etiam
illas
,
fovet
et
docet
.
Universalis
providentia
Dei
,
qui
est
universalis
causa
,
propria
est
;
homo
igitur
,
qui
universaliter
cunctis
et
viventibus
et
non
viventibus
providet
,
est
quidam
Deus
:
Deus
est
procul
dubio
animalium
,
qui
utitur
omnibus
,
imperat
cunctis
,
instruit
plurima
.
Deum
quoque
esse
constitit
elementorum
,
qui
habitat
colitque
omnia
;
Deum
denique
omnium
materiarum
,
qui
tractat
omnes
,
vertit
et
format
»
.
Da
tutte
queste
prove
della
divinità
dell
'
anima
anche
il
Ficino
conchiude
:
«
Qui
tot
tantisque
in
rebus
corpori
dominatur
et
immortalis
Dei
gerit
vicem
,
est
procul
dubio
immortalis
»
.
Pure
ci
son
prove
di
gran
lunga
superiori
della
sublime
natura
dell
'
uomo
.
Il
quale
,
non
pago
delle
arti
che
si
riferiscono
al
dominio
del
mondo
materiale
,
si
solleva
a
una
forma
più
spirituale
del
divino
mediante
l
'
esercizio
della
sua
potenza
morale
,
che
si
dispiega
sulla
volontà
propria
od
altrui
;
giacché
egli
solo
tra
gli
animali
s
'
innalza
al
dominio
di
se
medesimo
,
e
quindi
degli
altri
,
nella
famiglia
,
nello
Stato
,
nel
genere
umano
.
Egli
solo
tra
gli
animali
è
capace
di
sacrificarsi
per
il
pubblico
bene
,
fino
ad
incontrare
la
morte
,
«
utpote
qui
singula
haec
mortalia
despicit
bona
,
communis
aeternique
boni
firmitati
confisus
»
.
E
dimostra
poi
anche
più
evidentemente
la
sua
divina
natura
con
le
scienze
pure
e
le
arti
belle
,
che
non
si
possono
in
nessun
modo
considerare
indirizzate
alla
soddisfazione
di
bisogni
terreni
,
e
nelle
quali
l
'
anima
sdegna
di
già
il
ministero
del
corpo
.
Né
basta
:
«
Unum
illud
est
in
primis
animadvertendum
,
quod
artificis
solertis
opus
artificiose
constructum
non
potest
quilibet
,
qua
ratione
quove
modo
sit
constructum
discernere
,
sed
solum
qui
eodem
pollet
artis
ingenio
.
Nemo
enim
discerneret
qua
via
Archimedes
sphaeras
constituit
aeneas
,
eisque
motus
motibus
caelestibus
similes
tradidit
,
nisi
simili
esset
ingenio
praeditus
.
Et
qui
propter
ingenii
similitudinem
discernit
,
is
certo
posset
easdem
constituere
,
postquam
agnovit
,
modo
non
deesset
materia
.
Cum
igitur
homo
caelorum
ordinem
,
unde
moveantur
,
quo
progrediantur
,
et
quibus
mensuris
quidve
pariant
,
viderit
,
quis
neget
eum
esse
ingenio
,
ut
ita
loquar
,
pene
eodem
quo
et
author
ille
caelorum
?
ac
posse
quodammodo
caelos
facere
,
si
instrumenta
nactus
fuerit
materiamque
caelestem
,
postquam
facit
eos
nunc
,
licet
ex
alia
materia
,
tamen
persimiles
ordine
?
»
.
Con
che
il
Ficino
ha
toccato
da
maestro
il
fondo
della
questione
,
enunciando
chiaramente
,
come
già
in
altro
luogo
della
stessa
Teologia
,
il
concetto
del
conoscere
come
attività
costruttiva
del
conosciuto
;
quel
concetto
,
da
cui
prenderà
le
mosse
la
speculazione
del
Vico
più
di
due
secoli
dopo
,
e
che
sarà
fissato
dal
filosofo
napoletano
nel
celebre
motto
:
«
verum
et
factum
convertuntur
»
.
Né
anche
qui
il
Ficino
ammette
l
'
identità
tra
la
mente
umana
e
la
divina
;
e
non
era
possibile
l
'
ammettesse
;
e
perciò
si
arresta
a
quello
stesso
scetticismo
,
a
cui
s
'
arresterà
anche
il
Vico
.
Ma
quella
certa
somiglianza
che
scorge
tra
le
due
menti
,
era
il
più
alto
segno
del
divino
che
si
potesse
scorgere
nello
spirito
umano
finché
restava
una
natura
fuori
di
esso
,
e
un
cielo
di
Dio
cotanto
diverso
da
quello
di
Archimede
,
come
solo
possibile
termine
di
ragguaglio
.
VII
Dal
Ficino
,
dal
Pico
e
dagli
scritti
ermetici
già
recati
in
latino
per
opera
del
Ficino
dipende
l
'
esaltazione
che
si
fa
dell
'
uomo
nell
'
ultimo
dialogo
della
Circe
pubblicata
nel
1549
in
Firenze
dal
filosofo
calzaiuolo
Giambattista
Gelli
.
Basta
leggerne
alcuni
periodi
,
dove
dice
della
dignità
che
dà
all
'
uomo
la
sua
«
volontà
libera
»
:
dignità
tanto
meravigliosa
,
che
«
quei
primi
sapienti
di
Egitto
lo
chiamaron
solamente
per
questo
il
gran
Miracolo
de
la
natura
.
Perché
tutte
le
altre
creature
hanno
avuto
una
certa
legge
,
per
la
quale
elle
non
possono
compiere
altro
fine
che
quello
che
è
stato
ordinato
loro
dalla
natura
:
né
possono
uscire
in
modo
alcuno
da
que
'
termini
che
ella
ha
assegnato
loro
.
E
l
'
uomo
,
per
avere
questa
volontà
libera
,
può
acquistarne
uno
più
degno
e
uno
meno
degno
,
come
pare
a
lui
,
o
inchinandosi
inverso
quelle
cose
che
sono
inferiori
a
lui
,
o
rivolgendosi
inverso
quelle
che
gli
sono
superiori
.
Imperocché
se
egli
si
darà
tutto
al
ventre
,
tenendo
sempre
la
bocca
e
la
faccia
fitta
ne
la
terra
,
egli
diventerà
stupido
e
simile
a
le
piante
,
e
se
egli
s
'
immergerà
troppo
nella
dilettazione
sensitiva
,
diverrà
simile
ai
bruti
.
Ma
se
egli
,
voltando
la
faccia
al
cielo
,
considererà
filosofando
la
bellezza
dei
cieli
e
il
maraviglioso
ordine
de
la
natura
;
e
se
egli
si
muterà
di
terreno
in
animale
celeste
;
e
se
egli
,
sprezzati
tutti
gli
impedimenti
del
corpo
,
attenderà
a
contemplare
le
cose
divine
,
si
farà
quasi
uno
Iddio
....
Egli
può
farsi
tutto
quello
che
egli
vuole
»
.
E
anche
nella
dedica
della
stessa
Circe
a
Cosimo
de
'
Medici
,
il
Gelli
aveva
scritto
:
«
In
potestà
de
l
'
uomo
è
stato
liberamente
posto
il
potersi
eleggere
quel
modo
nel
quale
più
gli
piace
vivere
,
e
quasi
come
un
nuovo
Proteo
trasformarsi
in
tutto
quello
che
egli
vuole
,
prendendo
,
a
guisa
di
camaleonte
,
il
color
di
tutte
quelle
cose
a
le
quali
egli
più
si
avvicina
con
l
'
affetto
;
e
finalmente
,
o
farsi
terreno
o
divino
,
e
a
quello
stato
trapassare
che
a
la
elezione
del
libero
voler
suo
piacerà
più
»
.
Il
concetto
dei
neoplatonici
fiorentini
sarà
ripreso
nello
Spaccio
della
bestia
trionfante
(
1584
)
da
Giordano
Bruno
,
che
se
né
gioverà
a
rivendicare
,
contro
la
concezione
antistorica
dell
'
età
dell
'
oro
,
il
valore
della
libertà
e
del
lavoro
onde
l
'
uomo
crea
a
se
stesso
il
suo
destino
e
la
sua
civiltà
.
Dice
Giove
(
e
nel
dialogo
riferisce
Sofia
)
:
«
che
gli
dei
aveano
donato
a
l
'
uomo
l
'
intelletto
e
le
mani
,
e
l
'
aveano
fatto
simile
a
loro
,
donandogli
facoltà
sopra
gli
altri
animali
,
la
qual
consiste
non
solo
in
poter
operar
secondo
la
natura
ed
ordinario
,
ma
ed
oltre
,
fuor
le
leggi
di
quella
;
acciò
,
formando
o
possendo
formar
altre
nature
,
altri
corsi
,
altri
ordini
con
l
'
ingegno
,
con
quella
libertade
,
senza
la
quale
non
arrebe
detta
similitudine
,
venesse
a
serbarsi
dio
de
la
terra
.
Quella
certo
,
quando
verrà
ad
essere
ociosa
,
sarà
frustratoria
e
vana
,
come
indarno
è
l
'
occhio
che
non
vede
,
e
mano
che
non
apprende
.
E
per
questo
ha
determinato
la
Providenza
,
che
vegna
occupato
ne
l
'
azione
per
le
mani
,
e
contemplazione
per
l
'
intelletto
,
de
maniera
che
non
contemple
senza
azione
e
non
opre
senza
contemplazione
.
Ne
l
'
età
dunque
de
l
'
oro
per
l
'
ocio
gli
uomini
non
erano
più
virtuosi
,
che
sin
al
presente
le
bestie
son
virtuose
;
e
forse
erano
più
stupidi
,
che
molte
di
queste
.
Or
,
essendo
tra
essi
per
l
'
emulazione
d
'
atti
divini
e
adattazione
di
spirituosi
affetti
nate
le
difficultadi
,
risorte
le
necessitadi
,
sono
acuiti
gl
'
ingegni
,
inventate
le
industrie
,
scoperte
le
arti
;
e
sempre
di
giorno
in
giorno
,
per
mezzo
de
l
'
egestade
,
da
la
profondità
de
l
'
intelletto
umano
si
eccitano
nove
e
maravigliose
invenzioni
.
Onde
,
sempre
più
e
più
per
le
sollecite
ed
urgenti
occupazioni
allontanandosi
dall
'
esser
bestiale
,
più
altamente
s
'
approssimano
a
l
'
esser
divino
»
.
Qui
Bruno
addita
sicuramente
il
valore
dell
'
uomo
come
,
spirito
creatore
del
suo
mondo
nella
storia
;
e
torna
ad
adombrare
quel
concetto
del
progresso
che
già
era
lampeggiato
alla
sua
mente
nella
Cena
de
le
ceneri
.
Qui
prenunzia
Vico
.
Al
quale
pure
prelude
Cesare
Cremonini
,
di
Cento
(
15521631
)
,
il
celebre
professore
aristotelico
padovano
amico
di
Galileo
,
filosofo
e
scrittore
troppo
più
famoso
che
conosciuto
.
In
una
prolusione
,
letta
a
Padova
il
26
gennaio
1597
,
egli
contrappone
l
'
uomo
alla
natura
,
e
la
filosofia
fa
consistere
nella
conoscenza
di
se
,
come
epilogo
del
reale
,
e
mirabile
potenza
di
libera
attività
,
così
come
farà
G
.
B
.
Vico
nella
prima
delle
sue
Orazioni
inaugurali
.
VIII
Ma
questa
speculazione
intorno
al
valore
dell
'
uomo
,
che
è
il
valore
dello
spirito
di
fronte
alla
natura
,
salita
nel
Ficino
,
nel
Pico
e
nel
Bruno
a
così
alte
cime
,
era
stata
iniziata
in
Firenze
stessa
un
ventennio
prima
del
Ficino
,
e
rispondeva
a
un
generale
movimento
dello
spirito
del
Quattrocento
italiano
.
Uno
de
'
suoi
storici
più
acuti
ha
scritto
:
«
Jadis
,
alors
que
la
cité
de
Dieu
se
prolongeait
sur
la
terre
,
l
'
homme
,
exilé
d
'
un
jour
dans
une
vallée
de
larmes
,
ne
gardait
d
'
autre
noblesse
queson
origine
et
n
'
avait
d
'
autre
mission
qu
'
à
préparer
par
le
jeiine
et
la
repentance
son
avenir
.
Aujourd
'
hui
,
dans
la
realité
presente
de
la
joie
et
de
la
beauté
,
l
'
homme
est
tout
.
Il
n
'
est
plus
esclave
,
il
est
maître
,
il
n
'
est
plus
membre
,
il
est
chef
.
Il
n
'
est
plus
clerc
,
docteur
,
baron
,
drapier
,
guelfe
,
gibelin
,
chrétien
:
il
est
lui
.
Il
s
'
est
fait
lui
même
:
-
-
Je
me
suis
fait
moi
même
,
-
-
disait
Pontano
.
Son
but
est
lui
même
:
li
homat
faiz
tour
luimeisme
,
disait
Latini
»
.
Già
la
polemica
dantesca
contro
la
definizione
che
Federico
li
aveva
dato
della
nobiltà
,
era
stata
uno
dei
primi
segni
del
risveglio
della
coscienza
umana
.
Ma
per
gli
umanisti
la
questione
sulla
natura
della
nobiltà
fu
uno
dei
temi
favoriti
,
e
i
molti
dialoghi
e
trattati
che
se
ne
scrissero
,
sono
tra
i
più
eloquenti
segni
del
tempo
.
Il
Bruni
,
il
Poggio
,
il
Piccolomini
,
il
Platina
,
il
Landino
,
il
Filelfo
,
lo
stesso
Ficino
dicono
a
una
voce
,
che
nobili
non
si
nasce
,
ma
si
diventa
con
le
proprie
opere
.
Ecco
,
per
esempio
,
quel
che
scriveva
il
Platina
con
quel
vivo
senso
della
dignità
umana
che
l
'
Umanesimo
promoveva
:
«
Frustra
nituntur
qui
,
omissa
virtute
,
nobilitatem
tanquam
haereditarium
munus
a
maioribus
expetant
.
Quis
enim
generosum
hunc
dixerit
,
qui
indignus
genere
et
praeclaro
nomine
tantum
insignis
?
Nobilitas
enim
virtutis
socia
et
comes
,
proprio
labore
quaesita
,
non
alieno
,
cum
vitiis
stare
nullo
modo
potest
.
Unde
verum
illud
Senecae
tragici
est
:
'
Qui
genus
iactat
suum
,
aliena
laudat
'
.
Gloriari
quidem
possumus
nos
a
claris
maioribus
sanguinem
,
artus
,
viscera
accepisse
:
nobilitatem
vero
nequaquam
,
quae
tota
ex
animis
nostris
prudet
,
et
non
aliunde
venit
,
ne
ignarum
vulgus
sequamur
,
qui
persaepe
in
maximos
errores
dilabitur
,
cuiusque
opinio
raro
cum
sapientia
convenit
»
.
Lo
stesso
concetto
stoicizzante
del
valore
creativo
e
della
assoluta
autonomia
della
volontà
umana
si
fa
strada
nella
discussione
intorno
al
potere
della
fortuna
;
contro
la
quale
,
per
bocca
di
Leon
Battista
Alberti
,
l
'
uomo
afferma
vigorosamente
la
propria
potenza
come
sorgente
della
propria
fortuna
.
Tutti
gli
scritti
morali
di
quest
'
uomo
così
rappresentativo
dello
spirito
del
Rinascimento
sono
una
rivendicazione
della
libertà
dell
'
uomo
dalla
cieca
forza
della
natura
esterna
e
del
caso
,
e
un
continuo
incitamento
all
'
uomo
perché
vegga
nella
sua
vita
l
'
effetto
delle
proprie
azioni
.
Ne
'
giovanili
Intercenali
rappresenta
egli
la
vita
umana
come
un
fiume
,
e
mentre
vede
correre
alla
morte
chi
si
affida
alla
corrente
,
addita
la
saviezza
di
quelli
che
fanno
piuttosto
assegnamento
sulle
proprie
forze
:
«
Meliori
idcirco
in
sorte
sunt
hi
qui
,
ab
ipsis
primordiis
fisi
propriis
viribus
,
nando
hunc
ipsum
vitae
cursum
peragunt
namque
cum
illis
praeclare
quidem
agitur
,
qui
,
natandi
peritia
freti
atque
adiuti
,
modo
otiosi
parumper
commorari
peneque
sequentem
naviculam
aut
tabulas
fluvio
devectas
praestolari
,
modo
item
maximis
viribus
ut
scopulos
evitent
,
contendere
atque
ad
litus
usque
pro
laude
advolare
didicere
»
.
Contro
chi
attribuisce
alla
fortuna
l
'
ingiusta
largizione
dei
comodi
e
degli
onori
ai
malvagi
,
e
quindi
contro
la
vecchia
dottrina
teologica
che
rinvia
a
un
'
altra
vita
l
'
adempimento
della
divina
giustizia
,
scrive
:
«
Quis
putarit
fortunam
vi
sua
malos
extollere
,
ubi
palam
est
,
eos
fere
omnes
,
qui
vulgo
fortunati
dicuntur
,
hominum
improbitate
aut
stultitia
crevisse
?
Tolle
cupiditates
,
tolle
ignaviam
,
susteleris
imperium
,
si
,
quod
illi
attribuendum
est
,
fregeris
vini
,
neglexeris
impetum
furentis
fortunae
.
-
-
Est
profecto
,
ut
dicis
,
atque
ideo
mortalium
sorti
vel
potius
ingeniis
condolendum
est
,
qui
vel
nesciant
,
vel
nequeant
consilio
,
prudentia
aut
virtute
integra
perfrui
»
.
Più
tardi
nel
proemio
al
trattato
Della
famiglia
tornava
a
notare
più
chiaramente
:
«
Da
molti
veggo
la
fortuna
più
volte
essere
senza
vera
cagione
incolpata
.
E
scorgo
molti
,
per
loro
stultizia
scorsi
ne
'
casi
sinistri
,
biasimarsi
della
fortuna
e
dolersi
d
'
essere
agitati
da
quelle
-
-
fluttuosissime
sue
onde
,
nelle
quali
,
stolti
!
se
stessi
precipitarono
.
E
così
molti
inetti
,
de
'
suoi
errati
,
dicono
,
altrui
forza
funne
cagione
.
Ma
se
alcuno
,
con
diligenza
qui
vorrà
investigare
qual
cosa
molto
estolla
e
accresca
le
famiglie
,
qual
'
anche
le
mantenga
in
sublime
grado
d
'
onore
e
di
felicità
,
costui
apertamente
vedrà
gli
uomini
aversi
d
'
ogni
suo
bene
cagione
e
d
'
ogni
suo
male
...
Non
è
potere
della
fortuna
;
non
è
,
come
alcuni
sciocchi
credono
,
così
facile
vincere
chi
non
voglia
esser
vinto
.
Tiene
giogo
la
fortuna
solo
a
chi
sé
gli
sottomette
»
.
La
virtù
,
non
la
fortuna
,
è
il
principio
dell
'
umana
grandezza
:
una
virtù
,
che
non
è
grazia
celeste
,
ma
umana
volontà
:
quella
virtù
appunto
che
predicherà
il
Machiavelli
.
«
Così
adunque
si
può
statuire
,
la
fortuna
essere
invalida
e
debolissima
a
rapirci
qualunque
nostra
minima
virtù
:
e
dobbiamo
giudicare
la
virtù
sufficiente
a
contendere
e
occupare
ogni
sublime
e
eccelsa
cosa
,
amplissimi
principati
,
supreme
laudi
,
eterna
fama
e
immortal
gloria
.
E
conviensi
non
dubitare
che
cosa
qual
si
sia
,
ove
tu
la
cerchi
e
ami
,
non
t
'
è
più
facile
ad
averla
e
ottenerla
,
che
la
virtù
.
Non
ha
virtù
se
non
chi
non
la
vuole
»
.
E
più
arditamente
,
nel
terzo
libro
Della
tranquillità
dell
'
animo
:
«
Voglio
ne
'
tuoi
mali
invochi
aiuto
da
Dio
;
ma
non
voglio
in
questo
t
'
abbandoni
,
e
diati
a
intendere
non
potere
in
te
di
te
quello
che
tu
puoi
.
Resta
,
quando
che
sia
,
sollecitare
gl
'
Iddii
con
tanti
tuoi
voti
e
chieste
.
Eccita
in
te
la
tua
virtù
:
sat
sit
mens
sana
in
corpore
sano
,
La
mente
nostra
sarà
sana
quando
lavorremo
esser
sana
»
.
La
stessa
virtù
dunque
,
che
il
Machiavelli
contrapporrà
alla
fortuna
ricercando
nei
Discorsi
«
quale
fu
più
cagione
dello
imperio
che
acquistarono
i
Romani
,
o
la
virtù
o
la
fortuna
»
;
e
combattendo
Livio
perché
«
rade
volte
è
che
facci
parlare
ad
alcuno
romano
,
dove
ei
racconti
della
virtù
,
che
non
vi
aggiunga
la
fortuna
»
.
«
la
qual
cosa
»
,
egli
soggiunge
,
«
io
non
soglio
confessare
in
alcun
modo
,
né
credo
ancora
che
si
possa
sostenere
»
.
E
un
'
altra
eco
dell
'
Alberti
sarà
nel
Principe
,
dove
si
ammonisce
che
la
fortuna
«
dimostra
la
sua
potenza
dove
non
è
ordinata
virtù
a
resistere
»
.
Questo
concetto
della
potenza
,
che
ha
radice
nella
volontà
dell
'
uomo
,
è
la
fede
del
Machiavelli
.
Perciò
anche
nell
'
Asino
d
'
oro
scriverà
:
Creder
che
senza
te
,
per
te
contrasti
Dio
,
standoti
ozioso
e
ginocchioni
,
Ha
molti
regni
e
molti
Stati
guasti
.
E
'
son
ben
necessarie
l
'
orazioni
,
E
matto
al
tutto
è
quel
ch
'
al
popol
vieta
Le
ceremonie
e
le
sue
divozioni
Perché
da
quelle
in
ver
par
che
si
mieta
Union
e
buono
ordine
,
e
da
quello
Buona
fortuna
poi
dipende
e
lieta
.
Ma
non
sia
alcun
di
sì
poco
cervello
,
Che
creda
,
se
la
sua
casa
ruina
,
Che
Dio
la
salvi
senz
'
altro
puntello
;
Perché
e
'
morrà
sotto
quella
ruina
.
E
bisogna
riferirsi
a
quella
sua
indomita
fede
per
intendere
l
'
ispirazione
profonda
così
dei
Discorsi
e
del
Principe
come
dell
'
Arte
della
guerra
,
poiché
anche
in
Italia
,
diventata
per
la
sua
fiacchezza
nelle
armi
,
come
s
'
è
visto
,
«
il
vituperio
del
mondo
»
,
la
stessa
fibra
dell
'
uomo
si
sarebbe
potuto
rifare
pur
che
si
fosse
voluto
.
E
però
nel
Capitolo
sull
'
ambizione
(
vv
.
109117
)
ammoniva
:
E
quando
alcun
colpasse
la
natura
Se
in
Italia
,
tanto
afflitta
e
stanca
,
Non
nasce
gente
sì
feroce
e
dura
;
Dico
che
questo
non
iscusa
e
franca
L
'
Italia
nostra
,
perché
può
supplire
L
'
educazion
dove
natura
manca
.
Questa
l
'
Italia
già
fece
fiorire
E
di
occupar
il
mondo
tutto
quanto
La
fiera
educazion
le
diede
ardire
.
Concetto
più
realistico
del
rapporto
tra
virtù
e
fortuna
,
ma
non
minor
coscienza
della
umana
autonomia
,
espresse
il
Guicciardini
:
«
Non
si
può
in
questo
mondo
eleggere
il
grado
in
che
l
'
uomo
ha
a
nascere
,
non
le
faccende
e
la
sorte
con
che
l
'
uomo
ha
a
vivere
;
però
,
a
laudare
o
riprendere
gli
uomini
,
s
'
ha
a
guardare
non
la
fortuna
in
che
sono
,
ma
come
vi
si
maneggiano
dentro
;
perché
la
laude
o
biasimo
degli
uomini
ha
a
nascere
da
'
portamenti
loro
,
non
dallo
stato
in
che
si
truovano
,
come
una
commedia
o
tragedia
.
Non
è
più
in
prezzo
chi
porta
la
persona
del
padrone
e
del
re
,
che
chi
porta
quella
di
uno
servo
;
ma
solamente
si
attende
chi
la
porta
meglio
»
.
IX
Questo
nuovo
concetto
dell
'
uomo
entrò
modestamente
,
quasi
umilmente
,
nella
speculazione
filosofica
per
opera
di
un
fiorentino
coetaneo
dell
'
Alberti
,
di
Giannozzo
Manetti
(
13861459
)
,
il
dotto
e
dignitoso
cittadino
e
uomo
di
Stato
,
che
tanti
servigi
rese
alla
patria
,
e
fu
costretto
dalle
fazioni
a
morirne
fuori
:
l
'
oratore
magnifico
della
sua
repubblica
presso
i
Genovesi
e
i
Veneziani
,
il
Papa
,
l
'
imperatore
Federico
III
e
re
Alfonso
,
alla
cui
corte
visse
gli
ultimi
anni
:
il
discepolo
di
Ambrogio
Traversari
,
e
come
lui
tra
i
più
sinceri
cristiani
degli
umanisti
,
così
amorosamente
dipintoci
da
Vespasiano
da
Bisticci
nel
suo
appassionato
amore
degli
studi
:
esperto
dell
'
ebraico
,
da
cui
tradusse
i
Salmi
,
e
del
greco
,
donde
trasportò
in
italiano
tutte
le
Etiche
di
Aristotele
o
a
lui
attribuite
,
e
il
Nuovo
Testamento
:
il
buon
Giannozzo
,
il
solo
umanista
che
non
si
compiacque
mai
delle
invettive
,
in
cui
tutti
gli
altri
si
accanivano
.
Il
suo
De
dignitate
et
excellentia
hominis
,
in
quattro
libri
,
scritta
per
invito
di
Alfonso
d
'
Aragona
e
condotto
a
termine
nel
1452
,
fu
pubblicato
nel
1532;
eppure
è
presso
che
dimenticato
dagli
storici
dell
'
Umanesimo
,
quantunque
di
questo
sia
una
delle
espressioni
più
caratteristiche
.
L
'
autore
ricorda
nella
sua
dedica
a
re
Alfonso
l
'
occasione
del
suo
scritto
,
e
ne
racconta
quindi
brevemente
la
storia
.
Trovavasi
a
Napoli
legato
e
oratore
del
popolo
fiorentino
,
quando
venne
alla
luce
un
opuscolo
di
quell
'
erudito
quanto
elegante
scrittore
che
fu
Bartolomeo
Fazio
,
dedicato
al
pontefice
Niccolò
V
.
E
,
poco
dopo
,
discorrendo
con
lui
re
Alfonso
,
come
soleva
,
a
Torre
del
Greco
,
dei
più
illustri
studiosi
contemporanei
,
cadde
il
discorso
su
quell
'
opuscolo
.
Alla
cui
materia
prese
interesse
il
re
,
che
infatti
mostrò
desiderio
che
anche
il
Manetti
ne
scrivesse
,
e
dedicasse
a
lui
l
'
opera
.
Alla
quale
si
accinse
Giannozzo
per
obbedirgli
;
ma
non
poté
presto
condurla
a
termine
e
presentarla
ad
Alfonso
prima
di
lasciar
Napoli
.
La
riprese
poi
,
e
l
'
avrebbe
finita
senz
'
altro
,
se
l
'
arrivo
repentino
dell
'
imperatore
Federico
III
non
lo
avesse
costretto
a
rinviarla
,
poiché
egli
ebbe
incarico
dalla
Repubblica
fiorentina
di
andare
a
Roma
alla
sua
incoronazione
.
Al
ritorno
bensì
da
questa
legazione
,
il
lavoro
interrotto
era
stato
ripreso
e
finito
.
Ed
ecco
adempiuta
la
promessa
.
Il
De
excellentia
ac
,
Praestantia
hominis
di
B
.
Fazio
,
scritto
probabilmente
nel
1448
,
non
ha
importanza
notevole
per
la
storia
delle
idee
del
Rinascimento
.
La
superiorità
dell
'
uomo
,
secondo
il
Fazio
,
consiste
tutta
nella
sua
destinazione
alla
beatitudine
celeste
,
della
quale
l
'
umanista
ligure
si
compiace
discorrere
distesamente
,
attingendo
alle
autorevoli
testimonianze
dei
libri
sacri
.
E
ben
s
'
intende
perché
non
ne
restasse
soddisfatto
re
Alfonso
;
e
perché
un
recente
studioso
,
paragonando
al
trattato
del
Fazio
quello
del
Manetti
,
senta
qui
subito
«
di
essere
in
un
ambiente
ravvivato
,
compenetrato
d
'
idee
nuove
»
.
La
tesi
stessa
di
Giannozzo
lo
trasse
,
lui
così
buon
cattolico
,
a
sorpassare
il
segno
;
e
il
suo
libro
per
alcuni
luoghi
da
espurgare
fu
proibito
nell
'
Indice
dell
'
Inquisitore
Generale
di
Spagna
del
1584
.
Si
presenta
bensì
anch
'
esso
con
l
'
aspetto
di
una
esercitazione
rettorica
,
quasi
centone
di
citazioni
da
celebrati
scrittori
della
letteratura
classica
e
cristiana
;
ma
chi
segua
lo
svolgimento
del
pensiero
,
che
le
citazioni
son
introdotte
a
confortare
,
lo
vede
pervaso
da
uno
spirito
originale
e
rispondente
all
'
avviamento
nuovo
del
pensiero
contemporaneo
,
che
metterà
capo
ai
platonici
ficiniani
,
e
,
lungo
una
tradizione
non
più
interrotta
,
al
Campanella
.
Giova
perciò
alla
storia
delle
idee
farne
una
compiuta
analisi
e
riferirne
qualche
estratto
.
Dei
quattro
libri
del
trattato
il
primo
è
dedicato
alla
descrizione
delle
doti
privilegiate
del
corpo
umano
;
il
secondo
dimostra
le
prerogative
della
nostra
anima
razionale
;
il
terzo
la
superiorità
e
la
destinazione
di
tutto
l
'
uomo
;
e
il
quarto
confuta
le
dottrine
pessimistiche
antiche
e
recenti
circa
la
miseria
della
vita
e
il
pregio
della
morte
.
Basterebbe
la
tesi
che
l
'
autore
si
propone
di
provare
nel
quarto
libro
a
mettere
in
chiara
luce
lo
spirito
nuovo
del
trattato
.
E
da
esso
infatti
conviene
prender
le
mosse
per
intendere
questo
nuovo
spirito
,
che
trae
il
Manetti
nel
primo
libro
a
riprodurre
molte
vecchie
pagine
di
Lattanzio
e
di
Cicerone
.
Giacché
di
tutti
i
pensatori
così
del
Rinascimento
,
come
di
questo
suo
preludio
,
che
è
l
'
Umanesimo
,
è
sempre
da
avvertire
che
i
vecchi
materiali
che
gli
scrittori
scavano
e
disseppelliscono
dal
passato
,
vengono
adoperati
a
nuove
costruzioni
,
che
recano
l
'
impronta
d
'
un
animo
nuovo
.
Nello
svolgimento
del
tema
proprio
all
'
ultimo
libro
il
Manetti
si
attiene
allo
stesso
ordine
con
cui
sono
disposti
i
tre
libri
antecedenti
.
Riferisce
quindi
e
confuta
,
sommariamente
,
quanto
è
stato
addotto
:
1
)
intorno
alla
fragilità
del
corpo
umano
;
2
)
intorno
alla
ignobile
natura
dell
'
anima
;
3
)
intorno
alla
misera
condizione
di
tutto
l
'
uomo
.
Uomini
gravi
e
dotti
,
egli
dice
,
han
lamentato
che
il
corpo
,
che
la
natura
ha
dato
all
'
uomo
,
sia
nudo
ed
inerme
,
e
così
debole
e
caduco
,
da
non
potere
senza
danno
sopportare
i
rigori
del
freddo
e
gli
eccessi
del
caldo
,
la
fatica
,
la
fame
,
la
sete
.
Hanno
osservato
che
se
l
'
uomo
si
dà
all
'
ozio
e
all
'
inerzia
,
vien
meno
ogni
suo
vigore
,
s
'
ammala
egli
e
marcisce
.
Quello
stesso
che
lo
diletta
,
e
di
cui
si
direbbe
non
possa
far
a
meno
,
per
lo
più
gli
riesce
molesto
e
funesto
.
Un
suono
troppo
forte
e
repentino
,
una
luce
eccessiva
,
un
odore
pestilenziale
,
un
sapore
amaro
e
un
aspro
contatto
inducono
stanchezza
e
turbamento
.
La
veglia
e
il
sonno
,
il
cibo
e
la
bevanda
cagionano
talvolta
la
morte
.
Basta
una
sensazione
o
troppo
forte
e
improvvisa
,
o
dolorosa
,
un
subito
cambiamento
in
quello
che
si
beve
o
nell
'
aria
circostante
,
a
ledere
gli
organi
e
produrre
gravi
danni
nel
nostro
corpo
.
Aristotele
,
Seneca
,
Cicerone
,
Plinio
e
molti
altri
scrittori
greci
e
latini
,
sacri
e
profani
,
ne
hanno
parlato
a
lungo
in
molti
luoghi
dei
loro
libri
.
Plinio
ne
conchiude
naturam
potius
novercam
,
quam
matrem
nostram
extitisse
.
Ma
chi
più
di
proposito
trattò
e
amplificò
siffatto
argomento
è
il
pontefice
Innocenzo
III
nel
suo
De
miseria
humanae
vitae
,
che
contrappose
la
terra
,
da
cui
fu
tratta
la
materia
per
la
fabbrica
degli
uomini
e
degli
altri
animali
terrestri
,
a
quei
più
nobili
elementi
onde
furon
fatte
le
altre
creature
di
Dio
;
il
fuoco
degli
astri
,
l
'
aria
dei
venti
,
l
'
acqua
dei
pesci
;
e
a
vituperio
della
stirpe
umana
mostrò
che
,
se
l
'
uomo
ha
con
tutti
gli
altri
animali
comune
la
sorte
del
nascere
,
dall
'
istante
però
del
concepimento
a
quello
della
nascita
corre
un
suo
particolare
e
più
vile
destino
;
ché
soltanto
gli
umani
embrioni
«
in
materno
utero
ex
sanguine
menstruo
educantur
et
nutriantur
»
.
In
quanto
all
'
anima
,
c
'
è
stato
un
certo
numero
di
filosofi
,
come
Talete
,
Anassimandro
,
Anassimene
,
Anassagora
,
Diogene
,
Leucippo
,
Democrito
,
Eraclito
,
Empedocle
,
Ippia
,
Archelao
,
Zenone
,
Aristosseno
,
Varrone
e
forse
anche
altri
,
persuasi
che
ella
fosse
un
che
di
corporeo
.
Né
son
mancati
di
quelli
che
la
negassero
del
tutto
,
come
Dicearco
,
pel
quale
era
un
nome
irrito
e
vano
.
Molti
poi
,
pur
negando
che
l
'
anima
sia
materiale
,
ritengono
tuttavia
che
essa
naturalmente
,
o
extra
duce
,
come
dicono
i
teologi
,
risulti
dalla
potenza
della
stessa
materia
,
e
credono
pertanto
abbia
una
volta
a
morire
insieme
col
corpo
.
E
così
è
che
,
come
si
parla
delle
malattie
del
corpo
,
si
parla
anche
delle
passioni
e
dei
morbi
da
cui
sarebbe
dentro
di
sé
lacerata
,
travagliata
e
annientata
l
'
anima
stessa
.
E
quei
medesimi
filosofi
che
misero
una
differenza
di
sostanza
tra
l
'
anima
e
il
corpo
,
ritennero
fosse
ella
soggetta
alle
passioni
durante
la
congiunzione
sua
col
corpo
;
e
non
sapendo
immaginare
come
potesse
starne
disgiunta
,
pensarono
che
da
un
corpo
non
si
staccasse
se
non
per
entrare
in
un
altro
,
d
'
uomo
o
d
'
altro
animale
,
senza
potersi
sottrarre
giammai
ai
dolorosi
turbamenti
della
vita
corporea
.
E
qual
meraviglia
se
quest
'
uomo
,
composto
di
due
sostanze
così
misere
,
risenta
in
sé
della
natura
de
'
componenti
?
Fragile
,
caduco
,
ignobile
,
esposto
a
molte
e
presso
che
infinite
sorte
di
malattie
,
fisiche
e
morali
,
egli
è
stato
argomento
delle
più
disperate
querimonie
intorno
all
'
infelicità
umana
.
E
Valerio
Massimo
racconta
del
cirenaico
Egesia
,
al
quale
il
re
Tolomeo
dovette
proibire
di
più
oltre
insegnare
,
poiché
così
eloquente
era
la
sua
dipintura
delle
miserie
della
vita
,
che
i
suoi
scolari
correvano
a
privarsene
.
E
Cicerone
c
'
informa
di
filosofi
e
retori
,
che
scrissero
anch
'
essi
in
lode
della
morte
liberatrice
dai
mali
intollerabili
della
vita
.
E
lo
stesso
Tullio
nel
suo
De
consolatione
trattò
così
efficacemente
questa
materia
da
non
far
desiderare
ai
lettori
,
come
uno
ha
detto
,
nulla
di
più
che
abbandonar
questo
mondo
.
E
Plinio
,
nella
Storia
naturale
,
lamenta
che
la
sorte
degli
uomini
sia
più
grave
assai
che
quella
dei
bruti
,
a
cagione
dei
bisogni
spirituali
che
hanno
quelli
e
non
questi
,
e
delle
angustie
che
essi
procurano
,
ignote
agli
animali
inferiori
.
La
storia
di
Cleobi
e
Bitone
,
narrata
da
Erodoto
,
e
le
preghiere
di
Trofonio
e
Agamede
ad
Apollo
,
e
la
favola
di
Sileno
che
insegna
a
Mida
non
nasci
homini
longe
optimum
esse
,
Proximum
autem
quam
Primum
mori
,
e
sentenze
di
Euripide
e
di
tanti
altri
poeti
greci
,
e
ricordi
della
classica
antichità
si
confondono
coi
lamenti
di
Salomone
sulla
vanità
della
vita
e
sulla
superiorità
del
dì
della
morte
a
quel
della
nascita
,
col
pianto
di
Giobbe
che
vede
la
brevità
e
rapidità
della
vita
concessa
all
'
uomo
come
a
mercenario
straniero
del
mondo
,
ombra
fugace
che
non
può
intendere
il
perché
del
suo
nascere
;
con
la
trattazione
sistematica
di
S
.
Ambrogio
De
bono
mortis
,
e
con
quella
anche
più
fosca
di
papa
Innocenzo
.
Il
quale
,
dopo
,
aver
accennato
a
quella
vile
e
putrida
condizione
dell
'
embrione
,
continua
osservando
che
la
prima
espressione
del
dolore
ond
'
è
assalito
l
'
uomo
in
sul
nascere
,
è
il
pianto
con
cui
egli
s
'
annunzia
.
E
il
verso
che
allora
cantavasi
(
«
vulgarem
illum
et
decantatum
versum
»
)
Dicentes
heu
vel
ha
quotquot
nascuntur
ab
Eva
gli
pare
una
conferma
di
questo
pensiero
,
e
gli
suggerisce
una
curiosa
etimologia
dello
stesso
nome
di
Eva
,
che
avrebbe
meritato
di
così
chiamarsi
quasi
unione
delle
due
interiezioni
del
dolore
(
heu
,
ha
!
)
.
Su
questi
e
simili
fondamenti
,
dice
con
bonaria
ironia
il
buon
Giannozzo
,
solidi
e
ottimi
,
come
a
lui
sembravano
,
buttati
lì
comunque
,
papa
Innocenzo
costruisce
:
per
nuditatem
,
per
periculos
,
per
senectutem
,
per
varios
mortalium
labores
doloresque
procedit
.
Il
Manetti
risponde
ai
singoli
capi
di
questa
pessimistica
dottrina
dell
'
uomo
.
E
comincia
dal
richiamare
l
'
insegnamento
di
tutti
i
dottori
cattolici
,
che
dicono
il
corpo
umano
essere
stato
fatto
di
fango
,
perché
nell
'
uomo
ci
fosse
il
principio
della
morte
e
della
immortalità
,
e
morire
egli
quindi
potesse
se
avesse
peccato
,
come
avvenne
.
sicché
la
morte
e
tutte
le
sofferenze
fisiche
non
appartengono
in
proprio
alla
natura
del
corpo
,
poiché
dipendono
dal
peccato
:
l
'
uomo
,
pur
che
avesse
voluto
,
avrebbe
potuto
non
morire
.
E
dunque
,
«
omnes
prophanorum
et
sacrorum
scriptorum
conquestiones
et
lamentationes
de
laudatione
et
bono
mortis
et
de
reliquis
incommoditatibus
suis
deficere
cessareque
deberent
»
.
La
morte
è
sì
un
male
;
ma
un
male
voluto
dall
'
uomo
.
È
vero
che
ciò
non
toglie
che
,
da
quando
nasce
,
l
'
uomo
sia
sottoposto
a
questa
legge
della
morte
e
delle
tribolazioni
che
la
preannunziano
;
ma
bisogna
pur
riconoscere
che
la
somma
dei
piaceri
supera
nella
vita
la
somma
dei
dolori
.
«
Nulla
est
enim
,
mirabile
dictu
,
hominis
operatio
,
si
diligenter
et
accurate
eius
naturam
adverterimus
,
ex
qua
ipse
saltem
non
mediocriter
oblectetur
»
.
Non
c
'
è
senso
,
il
cui
esercizio
non
sia
fonte
di
godimento
;
e
diletto
arrecano
l
'
immaginazione
,
il
giudizio
,
la
memoria
,
l
'
intelligenza
,
pur
che
si
sappia
goderne
,
e
profittare
degli
antidoti
che
la
stessa
natura
ci
offre
a
tutte
le
cause
di
dolore
:
la
provvida
natura
,
che
col
piacere
attrae
noi
,
come
gli
animali
,
all
'
adempimento
di
tutte
quelle
funzioni
che
servono
alla
conservazione
degl
'
individui
e
della
specie
.
Debole
certamente
e
fragile
il
nostro
corpo
;
ma
,
nella
sua
delicata
ammirabile
complessione
,
quale
si
conveniva
al
ricettacolo
dell
'
anima
.
Che
importa
che
l
'
elemento
,
onde
fu
tratto
il
corpo
dell
'
uomo
,
sia
da
meno
di
quelli
che
fornì
la
materia
alle
altre
creature
?
Tutte
le
altre
sono
inanimate
o
appena
dotate
di
senso
.
E
l
'
uomo
,
questo
animale
ragionevole
,
provvido
,
sagace
,
mostra
di
possedere
materia
ben
più
nobile
d
'
ogni
altra
animata
creatura
e
delle
stesse
stelle
del
cielo
,
poiché
nel
suo
corpo
possiede
lo
strumento
più
adatto
a
fare
,
a
parlare
,
a
pensare
,
a
tutto
ciò
a
cui
quegli
altri
esseri
non
pervengono
:
materia
tanto
più
nobile
,
quanto
più
vile
essa
è
per
se
medesima
,
e
nobilitata
quindi
ed
esaltata
dal
corpo
umano
che
essa
entra
a
formare
.
E
basta
tale
risposta
all
'
addebito
mosso
alla
natura
del
nostro
corpo
.
Quanto
all
'
anima
,
a
quegli
«
ebeti
»
e
quasi
«
corpulenti
e
pingui
»
filosofi
,
che
la
vogliono
morta
col
corpo
,
il
Manetti
si
contenta
di
ricordare
ciò
che
nel
secondo
libro
ha
detto
a
dimostrazione
dell
'
immortalità
,
aggiungendovi
qualche
altro
luogo
delle
Tusculane
,
per
affrettarsi
quindi
a
rispondere
a
ciò
che
si
dice
dell
'
uomo
in
complesso
.
E
per
cominciare
dal
contrapporre
autorità
ad
autorità
,
gli
par
convenga
prima
di
tutto
rammentare
quelle
parole
della
Scrittura
,
che
dicono
valde
bona
tutte
le
cose
create
da
Dio
:
poiché
il
meglio
del
mondo
è
l
'
uomo
;
e
non
è
possibile
perciò
che
ei
non
sia
nel
migliore
stato
che
si
possa
desiderare
.
E
ciò
è
confermato
da
quell
'
osservazione
di
Agostino
:
«
Sicut
melior
est
natura
sentiens
etiam
cum
dolet
,
quam
lapis
qui
dolere
nullo
modo
potest
;
ita
rationalis
natura
praestantior
etiam
misera
,
quam
illa
quae
rationis
vel
sensus
est
expers
,
et
ideo
in
ea
non
cadit
miseria
.
Quod
cum
ita
sit
huic
naturae
,
quae
in
tanta
execellentia
creata
est
,
ut
licet
sit
ipsa
mutabilis
,
inhaerendo
tamen
incommutabili
bono
,
id
est
summo
bono
,
beatitudinem
consequatur
,
nec
expleat
indigentiam
suam
nisi
utique
beata
sit
,
eique
explendae
non
sufficiat
nisi
Deus
,
profecto
non
illi
adhaerere
vitium
est
»
.
Socrate
,
Cleombroto
,
Catone
furono
indotti
al
dispregio
della
vita
non
dal
senso
delle
sue
calamità
,
sì
dalla
speranza
dell
'
immortalità
.
Se
così
non
fosse
,
non
sarebbero
da
vero
da
lodare
:
ché
sfuggire
e
sottrarsi
alle
difficoltà
e
ai
dolori
non
è
da
uomo
forte
e
magnanimo
,
anzi
da
molle
e
snervato
.
E
alle
tristi
parole
di
Salomone
nell
'
Ecclesiaste
,
poiché
secondo
le
diverse
condizioni
degli
uomini
egli
si
è
espresso
diversamente
,
sono
da
opporre
quelle
che
egli
pure
dice
dell
'
uomo
in
calce
a
quel
libro
:
«
Ibit
in
domum
aeternitatis
suae
....
et
spiritus
redeat
ad
Deum
,
qui
dedit
illum
»
.
Così
,
se
una
volta
ei
loda
più
i
morti
che
i
vivi
,
e
più
felice
stima
chi
non
è
ancor
nato
e
non
ha
visto
i
mali
che
son
sotto
il
sole
,
ecc
.
,
altre
volte
invece
scrive
che
è
meglio
un
cane
vivo
che
un
leone
morto
,
ovvero
:
«
Vade
ergo
,
et
comede
in
laetitia
panem
tuum
,
et
bibe
cum
gaudio
vinum
tuum
,
quia
placent
Deo
opera
tua
»
.
Contraddizioni
,
che
fecero
dubitare
gli
antichi
dottori
della
chiesa
ebraica
,
se
l
'
Ecclesiaste
fosse
da
accogliere
nel
canone
delle
sacre
scritture
;
e
poco
mancò
non
venisse
bruciato
.
Le
lamentazioni
di
Giobbe
poi
sono
dal
sapiente
Elia
redarguite
così
da
cedere
alle
affermazioni
contrarie
.
E
se
sant
'
Ambrogio
e
altri
dottori
della
Chiesa
si
compiacquero
in
abbassare
di
tanto
la
condizione
della
vita
e
lodare
la
morte
,
ciò
fecero
per
esaltare
lo
stato
delle
anime
buone
dopo
morte
.
Messe
pertanto
da
parte
le
autorità
,
si
può
venire
alle
ragioni
di
Innocenzo
III
.
Ma
quelle
tali
fondamenta
del
suo
edificio
fanno
venire
sulle
labbra
al
Manetti
parole
poco
rispettose
verso
il
pontefice
:
«
Quae
profecto
talia
sunt
ut
,
nisi
me
debita
summi
Pontificis
reverentia
,
quemadmodum
ait
poeta
noster
,
contineret
,
levia
quaedam
et
puerilia
et
a
pontificia
et
apostolica
gravitate
longe
aliena
esse
contenderem
»
.
E
dimostra
in
quali
spropositi
il
papa
sia
incorso
nello
spiegare
il
nome
di
Eva
e
il
suo
primo
nome
virago
,
traduzione
dell
'
ischa
ebraico
,
per
essere
affatto
digiuno
di
quella
lingua
e
non
avere
né
pure
attentamente
badato
al
modo
tenuto
da
Girolamo
nel
tradurre
questi
luoghi
del
Genesi
(
II
,
23
e
III
,
20
)
.
Della
minuta
confutazione
,
che
il
Manetti
imprende
a
fare
degli
argomenti
papali
,
basterà
per
altro
qualche
esempio
.
Le
erbe
e
gli
alberi
,
aveva
detto
Innocenzo
,
producono
fiori
,
fronde
e
frutta
;
e
tu
,
uomo
,
che
produci
?
«
Lendes
,
pediculos
et
lumbrices
!
»
.
Dalle
piante
si
ricava
olio
,
balsamo
;
e
da
te
,
invece
,
sputi
e
peggio
;
onde
quelle
spiran
di
sé
odori
soavi
,
e
tu
mandi
fetore
abbominevole
.
-
-
E
così
,
dice
il
Manetti
,
«
in
reliqua
huiusmodi
spurcitiis
foeditatibusque
referta
procedens
late
copioseque
prosequitur
,
quae
decoris
honestastisque
gratia
impraesentiarum
omittamus
»
.
Ma
a
queste
né
belle
né
pulite
obbiezioni
si
può
rispondere
che
il
paragone
è
assurdo
;
perché
d
'
ogni
albero
il
frutto
proprio
è
quello
che
egli
produce
per
la
sua
stessa
natura
.
«
At
proprii
hominis
fructus
non
sunt
foeda
illa
et
superflua
spurcitiarum
et
foeditatum
genera
superius
allegata
,
sed
potius
multiplices
intelligendi
et
agendi
operationes
fructus
habentur
et
sunt
,
ad
quas
homo
,
sicut
arbor
ad
fructificandum
,
naturaliter
nascitur
»
.
Lo
stesso
idealistico
concetto
della
umana
natura
informa
la
risposta
del
Manetti
all
'
altro
gran
lamento
d
'
Innocenzo
e
di
tanti
circa
la
brevità
della
vita
.
Questa
,
egli
osserva
,
è
lunga
quant
'
è
necessario
affinché
l
'
uomo
adempia
i
fini
della
sua
natura
.
Più
lunga
fu
nei
primi
tempi
dell
'
umanità
,
quando
tutto
il
mondo
quasi
era
ancora
da
formare
:
le
stirpi
da
propagare
,
le
città
da
edificare
,
le
scienze
e
le
arti
da
trovare
.
poiché
questo
mondo
umano
ci
fu
,
la
vita
dell
'
uomo
cominciò
a
poco
a
poco
a
decrescere
,
in
guisa
tuttavia
che
sempre
bastasse
,
e
sempre
basti
al
compimento
del
suo
destino
.
«
Satis
enim
ad
nostra
propria
intelligendi
et
agendi
officia
,
et
ad
bene
beateque
ivendum
,
superque
satis
et
olim
vivebamus
et
nunc
vivimus
»
.
A
tutti
i
mali
,
infine
,
che
affliggono
il
corpo
dell
'
uomo
,
il
Manetti
,
di
fronte
al
pontefice
e
di
fronte
a
ogni
buon
cristiano
,
ha
ragione
di
opporre
lo
stato
di
perfezione
che
a
tutti
i
corpi
competerà
in
virtù
della
finale
risurrezione
e
,
da
ultimo
,
la
visione
dei
gaudii
celesti
che
ci
attendono
al
di
là
di
questa
vita
mortale
.
Visione
che
,
per
altro
,
e
questo
è
il
nuovo
del
Manetti
,
non
alletta
e
non
attrae
così
fortemente
l
'
animo
dell
'
uomo
,
da
fargli
perdere
il
gusto
di
questa
vita
terrena
,
e
da
impedirgli
l
'
intendimento
del
valore
immanente
di
essa
.
Ma
giova
soltanto
a
giustificargliene
i
difetti
,
e
a
rendergli
possibile
un
razionale
apprezzamento
non
pur
del
principio
spirituale
dell
'
uomo
,
astrattamente
concepito
,
bensì
di
tutto
l
'
uomo
,
spirito
e
corpo
:
che
non
è
più
la
bruta
materia
,
la
carne
e
il
fango
del
medio
evo
,
ma
il
corpo
dell
'
uomo
,
lo
strumento
delicato
e
complicato
delle
sue
privilegiate
funzioni
spirituali
.
Quel
che
preme
sopra
tutto
allo
scrittore
,
è
di
cancellare
dall
'
idea
dell
'
uomo
ogni
nota
di
debolezza
e
d
'
inferiorità
,
che
possa
comunque
offuscare
l
'
alta
coscienza
ch
'
egli
ha
,
e
che
deve
avere
,
della
sua
posizione
nel
mondo
,
al
di
sopra
di
tutta
la
natura
.
X
A
raffigurare
l
'
uomo
in
questa
sua
eminente
signoria
sugli
esseri
naturali
anche
il
Manetti
si
rifà
,
nel
primo
libro
,
dalla
statura
eretta
dell
'
uomo
e
dai
versi
di
Ovidio
,
che
introduce
con
le
parole
stesse
con
cui
allo
stesso
proposito
li
aveva
citati
Lattanzio
.
E
per
descrivere
la
mirabile
struttura
delle
singole
parti
del
corpo
non
crede
si
possa
far
meglio
che
riferire
le
pagine
in
cui
questo
argomento
avevano
già
trattato
quei
due
divini
uomini
e
luminari
della
lingua
latina
,
Cicerone
e
Lattanzio
.
Ma
riprende
quindi
per
proprio
conto
il
motivo
iniziale
,
per
correggere
quasi
il
classico
significato
trascendente
dell
'
opposizione
tra
il
corpo
dell
'
uomo
e
quello
degli
altri
animali
,
osservando
:
«
Figura
ceterarum
omnium
nobilissima
ita
intuentibus
apparet
ut
de
ea
nullatenus
ambigi
dubitarive
possit
.
Nam
sic
rigida
et
recta
est
,
ut
,
cunctis
aliis
animantibus
terram
pronis
depressis
,
quasi
solus
eorum
omnium
dominus
et
rex
et
imperator
in
universo
terrarum
orbe
non
immerito
dominari
ac
regnare
et
imperare
videatur
»
.
La
filosofia
stessa
fa
consistere
l
'
essenza
o
forma
dell
'
uomo
nell
'
intelligenza
;
e
questa
esigeva
che
gli
organi
dei
sensi
più
sagaci
e
più
nobili
,
vista
e
udito
,
in
servigio
delle
superiori
funzioni
dell
'
anima
fossero
collocati
in
posizione
più
elevata
,
donde
più
largamente
potessero
spaziare
sulla
circostante
natura
.
Giacché
ben
altra
è
la
capacità
naturale
dell
'
uomo
da
quella
degli
animali
.
E
qui
spunta
il
concetto
che
riapparirà
in
Pico
,
dell
'
uomo
che
solo
fra
tutti
gli
esseri
naturali
è
atto
a
ogni
arte
che
ei
voglia
.
Di
che
sono
strumento
e
segno
naturale
nel
suo
corpo
le
mani
:
«
Pleraque
animalia
ad
alicuius
sive
artis
sive
artificii
participationem
naturali
quodam
instinctu
inclinata
feruntur
,
quod
in
araneis
et
apibus
atque
hirundinibus
et
aliis
quibusdam
solertibus
animantibus
manifeste
deprehenditur
.
Hoc
autem
rationale
idcirco
a
natura
ita
factum
itaque
institutum
esse
creditur
,
ut
ad
cuiuslibet
artis
,
non
ad
unius
solius
perceptionem
,
aptius
habiliusque
oriretur
:
si
enim
homo
ad
certam
quandam
artem
,
ceu
de
araneis
et
apibus
dicitur
,
a
natura
instinctus
accepisset
,
profecto
quemadmodum
illis
animalibus
contigisse
videmus
,
ceteris
pene
omnibus
exercitiis
et
professionibus
caruisset
.
Et
vero
ei
datae
et
exhibitae
fuerunt
manus
,
ut
per
huiusmodi
non
inanimata
,
sed
quasi
viva
instrumenta
et
,
ut
inquit
Aristoteles
,
organorum
organa
,
varia
diversarum
artium
iam
perceptarum
opera
et
officia
exercere
et
exequi
posset
»
.
Segue
una
particolareggiata
rassegna
delle
singole
parti
del
corpo
,
e
di
ciascuna
il
Manetti
dimostra
la
corrispondenza
mirabile
tra
funzione
e
struttura
,
per
conchiudere
che
ben
a
ragione
gli
antichi
pagani
e
i
moderni
cristiani
non
hanno
saputo
meglio
rappresentarci
la
divinità
che
nelle
forme
umane
;
e
ben
fu
detto
microcosmo
dai
greci
questo
corpo
dell
'
uomo
,
che
rispecchia
in
sé
la
provvidenziale
armonia
del
mondo
.
Nel
secondo
libro
il
buon
Manetti
non
si
sente
davvero
la
forza
di
affrontare
la
questione
della
natura
dell
'
anima
,
sbigottito
quasi
da
quel
che
leggeva
nel
suo
Lattanzio
:
«
Quid
autem
sit
anima
,
nondum
inter
philosophos
convenit
,
nec
fortasse
unquam
conveniet
»
.
Si
limita
quindi
a
riferire
una
serie
di
opinioni
attinte
al
De
anima
di
Aristotele
e
alle
Tusculane
,
non
senza
aver
notato
fin
da
principio
che
dopo
aver
riferito
e
sommariamente
(
leviter
)
confutato
,
occorrendo
,
le
cose
dette
dai
filosofi
appoggiati
alle
sole
loro
forze
naturali
,
si
sarebbe
rifugiato
presso
i
teologi
(
cui
questi
misteri
si
sa
che
sono
stati
da
Dio
rivelati
)
,
tanquam
in
unum
hunianae
salactis
Portum
,
Maggiore
interesse
ha
per
noi
,
la
sua
maniera
di
dimostrare
l
'
immortalità
dell
'
anima
,
ch
'
egli
confida
di
provare
con
argomenti
razionali
,
autorità
di
poeti
e
filosofi
,
e
«
adamantine
»
testimonianze
della
Scrittura
.
Gli
argomenti
scelti
(
pauca
e
multis
,
tanquam
aliis
probabiliora
)
sono
cinque
;
e
i
primi
quattro
saranno
ripetuti
dal
Campanella
.
Il
primo
è
ricavato
dall
'
uso
del
fuoco
concesso
soltanto
agli
uomini
:
«
Ceterae
animantes
tribus
dumtaxat
elementis
,
quasi
ponderosis
ac
terrestribus
,
utuntur
;
solus
vero
homo
ignem
,
utpote
leve
et
sublime
ac
caeleste
elementum
,
sine
quo
vivere
non
posset
,
in
quotidianum
vitae
suae
usum
adsumit
:
quo
ideo
non
exiguum
,
ut
ait
quidam
,
immortalitatis
argumentum
videri
debet
,
quoniam
Deum
,
qui
singula
quaeque
bruta
ignis
utilitate
privavit
,
hominibus
vero
tantummodo
largitus
est
,
nihil
temere
ac
frustra
facere
ac
operari
intelligimus
:
praesertim
cum
ad
generales
quasdam
aliquorum
,
nedum
ad
cunctas
omnium
animalium
species
intendere
ac
prospicere
videatur
.
Sed
cum
cetera
animalia
mortalia
efficeret
,
per
hiusmodi
elementorum
discretionem
quae
ad
viventium
usum
utilitatemque
creaverat
,
ea
ut
revera
inter
se
discreverat
,
ita
per
hunc
diversarum
naturarum
modum
ab
invicem
discreta
,
ab
illis
intelligi
voluit
,
qui
subtili
ingenio
praediti
paulo
altius
a
terrenis
cogitationibus
elevarentur
»
.
Il
secondo
,
tratto
da
Cicerone
,
concerne
l
'
istintiva
cura
che
gli
uomini
hanno
della
vita
,
stimando
che
essa
perdurerà
oltre
la
morte
del
corpo
:
«
Si
omnes
viventes
homines
longe
post
mortem
prospicere
ac
futuris
seculis
magnis
cum
laboribus
nec
minoribus
sumptibus
naturali
quodam
desiderio
allecti
et
instigati
,
quantum
possunt
semper
prodesse
conantur
,
partim
crebris
procerarum
arborum
consitionibus
,
partim
diuturnis
magnorum
aedificiorum
constructionibus
,
partim
continuis
filiorum
procreationibus
,
partim
denique
,
ne
cuncta
in
hoc
loco
complectamur
,
perpetuis
liberalium
artium
et
ingenuarum
sententiarum
conscriptionibus
,
ut
sunt
varia
diversorum
hominum
ingenia
,
quae
omnia
Cicero
in
Tusculanis
[
I
,
14
]
suis
multo
latius
et
uberius
prosecutus
est
,
quemadmodum
luce
clarius
constare
et
apparere
dignoscimus
,
profecto
eorum
animam
immortalem
fore
iure
dubitare
et
ambigere
non
possumus
;
praesertim
cum
huiusmodi
desiderium
cunctis
hominibus
vel
potius
humano
generi
ab
ipsa
natura
,
rerum
omnium
parente
,
inditum
fuisse
videafus
.
Quoniam
aliter
sequeretur
ut
innatae
eorum
animalium
,
quae
Deus
prae
ceteris
nobilitata
condidisset
,
cupiditates
appetitionesque
evanescerent
»
.
Il
terzo
si
fonda
sulla
naturale
aspirazione
dell
'
uomo
alla
felicità
,
che
non
può
né
anch
'
essa
ritenersi
vana
:
«
Eosdem
quoque
homines
,
natura
duce
,
felicitatem
appetere
videmus
,
quam
nullatenus
nisi
per
animae
dumtaxat
immortalitatem
adipisci
et
assequi
possent
;
nam
,
si
omnino
extingueretur
,
quonam
modo
felices
viderentur
,
intelligere
excogitareque
nequimus
:
praesertim
cum
in
hac
vita
mortali
,
ob
singularem
quamdam
eius
varietatem
,
nullatenus
beati
esse
valeamus
.
Itaque
similiter
vana
et
stulta
naturae
cupiditas
et
appetitio
resultaret
»
.
E
il
quarto
sull
'
innato
desiderio
universale
della
immortalità
:
«
Omnes
insuper
naturali
et
innata
voluntate
immortales
fore
exoptamus
et
cupimus
;
sed
huiusmodi
nostra
voluntas
,
quam
philosophi
appetitum
cum
ratione
definierunt
,
omnino
falli
decipive
non
potest
.
Quod
si
eveniret
,
in
idem
utique
inanis
cupiditatis
naturalis
absurdum
laberemur
.
Quae
quidem
quoniam
impossibilia
sunt
ac
naturae
ipsi
plane
et
aperte
repugnare
cernuntur
,
profecto
animas
una
cum
corporibus
interire
,
falsum
esse
convincitur
»
.
A
questi
argomenti
il
Manetti
aggiunge
quell
'
altro
della
tradizionale
teodicea
,
che
sarà
combattuto
dal
Pomponazzi
e
che
il
Campanella
,
come
abbiamo
visto
,
potrà
quindi
considerare
accessorio
:
«
Quod
si
fieri
potuisset
,
ut
animae
simul
cum
corporibus
interirent
,
porro
Deum
iniustum
fuisse
manifeste
concluderetur
.
Nam
magna
quaedam
perditis
hominibus
quorumcunque
malorum
facinorum
praemia
,
vel
divitias
vel
honores
ac
potentatus
et
regna
,
indignissime
simul
atque
iniquissime
largiretur
:
viris
vero
probis
atque
optimis
,
qui
cuncta
haec
quae
bona
appellare
solemus
,
frivola
et
inania
contempserunt
,
autque
inediam
,
parsimoniam
,
verbera
,
aculeos
et
singula
quaeque
corporum
tormenta
sponte
sua
susceperunt
,
ut
caelestem
illam
ac
beatam
et
immarcescibilem
vitam
nanciscerentur
,
non
modo
dignam
laborum
mercedem
non
praeberet
,
sed
pro
operibus
iustis
glorioseque
gestis
cunctas
huius
humanae
vitae
miserias
,
cruciatus
,
neces
tribueret
:
quo
quid
absurdius
dici
excogitarive
possit
nequaquam
intelligere
valemus
»
.
Tralasciamo
pure
le
testimonianze
profane
e
sacre
atte
a
confortare
questa
fede
nell
'
anima
immortale
.
Guardiamo
piuttosto
alle
manifestazioni
terrene
e
attuali
della
potenza
superiore
di
questa
spirituale
natura
dell
'
uomo
.
Tra
i
miracoli
dell
'
umana
possanza
il
Campanella
esalterà
quello
della
navigazione
;
e
il
Manetti
un
secolo
e
mezzo
prima
di
lui
scriveva
:
«
Ut
a
levioribus
incipiamus
,
quanto
et
quam
mirabili
ingenio
praeditum
Iasonem
Argonautarum
principem
fuisse
existimamus
,
quando
primum
illud
navigiurn
construxit
,
quo
Argonautae
eius
collegae
vecti
horrisonum
mare
ingredi
atque
horribiles
saevi
pelagi
fluctus
secure
et
intrepide
,
incredibile
dictu
,
transire
ausi
sunt
?
Id
cuique
ita
mirabile
videri
poterat
,
ut
unumquemque
videntem
in
sui
admirationem
compulisset
ceu
ille
apud
Actium
poetam
pastor
,
qui
navem
nunquam
antea
vidisset
,
ut
procul
divinum
et
novum
illud
vehiculum
ex
alto
conspexit
,
perterritus
et
admirabundus
hoc
modo
loquebatur
:
tanta
moles
labitur
Fremebunda
ex
alto
ingenti
sonitu
et
strepitu
Prae
se
undas
evolvit
,
et
reliqua
.
Huius
modi
navigandi
artificium
paulatim
per
multa
temporum
momenta
,
usque
ad
hanc
nostram
aetatem
ita
excrevisse
videmus
,
ut
in
miraculum
usque
processerit
.
Nam
non
modo
Britannicum
et
Glaciale
Oceanum
,
ut
inquit
Poeta
,
quotidie
navigare
consueverunt
,
sed
etiam
in
intimam
pene
Mauritaniam
,
ultra
terminos
antea
navigabiles
,
nuper
penetrare
contenderunt
,
ubi
plures
cultas
et
habitatas
insulas
penitus
antehac
incognitas
repertas
fuisse
audivimus
»
.
Ricorda
il
Manetti
le
più
grandi
e
celebri
opere
dell
'
arte
umana
:
per
es
.
le
piramidi
d
'
Egitto
e
la
cupola
del
Brunelleschi
;
e
poi
quegli
stessi
meravigliosi
dipinti
di
antichi
pittori
,
sui
quali
si
rifarà
con
lo
stesso
intento
,
come
s
'
è
visto
,
Marsilio
Ficino
:
Zeusi
,
che
ritrasse
l
'
immagine
parlante
di
Elena
;
Apelle
che
«
equam
canemque
tales
depinxerat
,
ut
equi
canesve
transeuntes
,
viva
quasi
imagine
capti
allectique
,
interdum
hinnire
ac
latrare
cogerentur
,
quoniam
ea
animalia
vera
esse
existimabant
,
quae
in
pariete
picta
in
propatulo
cernebantur
»
.
Ed
Eufranore
,
che
con
tant
'
arte
ritraeva
sulla
parete
i
grappoli
d
'
uva
fresca
,
che
gli
uccelli
andavano
a
battervi
col
becco
.
Ma
insieme
con
questi
antichi
non
esita
a
rammentare
Giotto
,
le
cui
opere
a
Roma
,
a
Napoli
,
a
Venezia
,
a
Firenze
stanno
a
gareggiare
con
i
capolavori
più
celebri
dell
'
antichità
.
E
coi
pittori
ecco
gli
scultori
ad
attestare
la
sublime
potenza
dell
'
ingegno
umano
;
giacché
,
per
ricordarne
uno
,
Prassitele
,
«
Venerem
in
quodam
Indorum
templo
marmore
ita
venuste
expressit
,
ut
vix
a
libidinosis
transeuntium
conspectibus
tuta
et
pudica
servaretur
»
.
E
per
passare
ad
altiora
et
libeyaliora
ingenuayum
aytium
monumenta
,
che
dire
dei
grandi
poeti
greci
e
latini
(
poiché
da
buon
umanista
il
Manetti
dimentica
i
moderni
)
i
cui
poemi
e
le
cui
fantasie
dovettero
richiedere
tanta
forza
d
'
ingegno
che
non
erano
possibili
sine
aliquo
caelestis
mentis
instinctu
?
Aggiungi
tanti
celebri
storici
,
oratori
,
giureconsulti
e
filosofi
,
scrutatori
meravigliosi
di
tutti
i
segreti
della
natura
,
che
consegnarono
alle
lettere
greche
e
latine
le
loro
acute
sottili
meditazioni
.
E
tacciamo
dei
medici
che
soccorrono
,
coi
loro
ingegnosi
trovati
,
ai
corpi
infermi
.
Ma
quel
che
più
colpisce
il
Manetti
,
come
poi
il
Ficino
e
il
Campanella
,
è
la
gran
prova
che
l
'
ingegno
umano
dà
di
sé
nell
'
astronomia
,
che
lo
solleva
al
cielo
:
«
Astrologi
insuper
,
motus
conversionesque
siderum
,
ortus
obitusque
signorum
et
planetarum
magna
cum
attentione
suspicientes
,
in
tantam
eorum
cognitionem
pervenerunt
,
ut
varias
Solis
Lunaeque
eclipses
defectionesque
multo
ante
praedicerent
,
et
futuras
frumentorum
,
olei
,
vini
ubertates
,
inopiasque
praenoscerent
Quales
multos
et
in
primis
Thalem
Milesium
,
qui
ob
magnani
quandam
olei
emptionem
,
cuius
penuriam
per
astrologiam
futuram
esse
praeviderat
,
ex
paupere
dives
effectus
est
.
Et
Archimedem
Syracusanum
extitisse
tradunt
,
quem
diversos
Lunae
,
Solis
ac
quinque
errantium
stellarum
motus
in
sphaera
nescio
qua
ab
eo
mirabiliter
fabrefacta
ita
illigasse
dicitur
,
ut
omnes
eorum
dissimillimos
motus
,
mirabile
dictu
,
una
regeret
conversio
.
De
quo
Lactantius
eleganter
in
secundo
Divinarum
Institutionum
libro
(
cap
.
5
)
verba
haec
ponit
:
'
An
,
Archimedes
Siculus
concavo
aere
similitudinem
mundi
ac
figuram
potuit
machinari
?
in
quo
ita
Solem
Lunamque
composuit
,
ut
inaequales
motus
et
caelestibus
similes
conversionibus
singulis
quasi
diebus
efficerent
,
non
modo
accessus
Solis
ac
recessus
,
vel
incrementa
diminutionesque
Lunae
,
verum
etiam
stellarum
errantium
vel
vagantium
dispares
cursus
orbis
ille
dum
vertitur
exhiberet
'
»
.
Anche
pel
Manetti
però
la
più
alta
vetta
che
si
tocchi
dall
'
ingegno
dell
'
uomo
è
la
speculazione
del
divino
,
propria
dei
teologi
;
i
quali
,
giovandosi
della
rivelazione
dei
profeti
,
si
addentrano
nei
più
riposti
misteri
dell
'
occulto
invisibile
e
incomprensibile
,
in
guisa
da
non
lasciar
dubbio
che
l
'
animo
loro
debba
rassomigliarsi
a
Colui
che
in
cielo
,
in
terra
,
in
mare
,
per
tutto
ha
creato
questo
mondo
di
cui
essi
posseggono
la
più
alta
dottrina
.
«
Unde
qui
haec
et
cetera
huiusmodi
conspexisse
putantur
,
hi
profecto
docuisse
perhibentur
similem
animum
suum
Eius
esse
,
qui
ea
sive
in
caelo
sive
in
terra
sive
in
mari
totove
mundo
fabricatus
esset
»
.
Della
stessa
natura
divina
della
nostra
anima
rendono
testimonianza
la
memoria
e
la
volontà
.
La
memoria
coi
suoi
portenti
,
onde
son
celebrati
tanti
illustri
uomini
antichi
;
portenti
possibili
in
vero
per
l
'
arte
dagli
uomini
stessi
inventata
a
estendere
e
rafforzare
il
naturale
potere
della
memoria
;
onde
l
'
uomo
può
non
solo
tutto
intelligere
,
ma
cuncta
quae
intellecta
essent
meminisse
,
E
la
volontà
con
la
sua
libertà
,
onde
l
'
uomo
può
volgersi
al
bene
e
rifuggire
dal
male
.
Detto
così
della
natura
corporea
e
di
quella
spirituale
dell
'
uomo
,
il
Manetti
s
'
è
aperta
la
via
a
trattare
del
posto
che
spetta
all
'
uomo
nel
mondo
.
Con
l
'
origine
del
quale
s
'
intreccia
quella
dell
'
uomo
.
E
il
Manetti
sa
quante
dottrine
materialistiche
e
panteistiche
sono
state
professate
da
grandi
filosofi
,
con
le
quali
non
sarebbe
dato
conciliare
il
suo
concetto
dell
'
uomo
.
Ma
a
tutte
le
difficoltà
derivanti
dall
'
alta
filosofia
egli
si
sottrae
con
una
modesta
dichiarazione
di
sincero
credente
:
«
Nos
,
quamquam
homunculi
et
ignari
simus
,
praesertim
si
cum
tantis
ac
tam
magnis
philosophis
comparemur
,
per
Sacras
tamen
Scripturas
caelitus
edocti
et
divino
quodam
splendore
illuminati
,
contra
falsam
gentilium
ethnicorumque
virorum
sapientiam
dicere
ac
disserere
praesumentes
,
mundum
ab
omnipotenti
Deo
ex
nihilo
creatum
et
gratia
hominis
constitutum
asserere
et
confirmare
non
dubitamus
»
.
Non
si
ferma
per
altro
a
dire
che
crede
perché
crede
.
La
stessa
struttura
razionale
di
questo
mondo
svela
al
suo
sguardo
una
finalità
.
Ora
,
non
si
dirà
che
il
mondo
sia
fatto
per
se
stesso
.
Perché
nel
mondo
,
cioè
nella
natura
,
non
c
'
è
senso
;
e
senza
senso
non
c
'
è
bisogno
cui
sia
da
soddisfare
.
Né
si
può
dire
che
il
mondo
sia
stato
fatto
per
Dio
;
perché
questi
avrebbe
potuto
e
potrebbe
fare
a
meno
del
mondo
,
come
,
si
sa
,
ne
fece
a
meno
prima
della
creazione
.
La
natura
bruta
è
indirizzata
all
'
anima
,
e
quindi
al
più
alto
degli
esseri
animati
,
al
quale
tutti
gli
altri
servono
di
strumento
:
«
Relinquitur
ergo
,
animarum
causa
mundum
esse
constructum
,
cum
rebus
ipsis
ex
quibus
constat
animantes
ipsas
uti
videamus
,
quatenus
,
per
praedictum
earum
rerum
usum
sese
conservare
,
ac
per
hunc
modum
degere
et
vivere
valeant
.
Si
ceteras
igitur
animantes
hominis
tantummodo
causa
factas
esse
apparent
,
mundum
utique
hominis
dumtaxat
gratia
a
Deo
factum
et
constitutum
fuisse
concluderetur
,
quoniam
ipsum
propter
animantes
factum
et
eas
propter
hominem
factas
dicimus
.
At
hoc
ipsum
ex
eo
certum
esse
declaratur
,
quod
omnia
quaecunque
facta
sunt
,
soli
homini
deservire
ac
mirum
in
modum
famulari
,
meridiana
(
ut
dicitur
)
luce
clarius
conspicimus
:
quo
quidem
probato
vereque
concesso
,
hominem
cuius
gratia
mundum
creatum
confitemur
,
utique
a
Deo
factum
fuisse
manifestum
est
»
.
Nell
'
uomo
,
l
'
opera
più
perfetta
di
Dio
,
si
rispecchia
la
divinità
dell
'
artefice
.
Si
rispecchia
nella
sua
natura
,
nel
suo
ufficio
,
nel
fine
al
quale
è
destinato
.
La
natura
dell
'
uomo
,
invero
,
compendia
in
sé
e
riassume
tutte
le
bellezze
sparse
ne
'
vari
ordini
dell
'
universo
;
ma
si
appalesa
nella
sua
potenza
creatrice
,
che
è
la
virtù
mirabile
del
suo
ingegno
,
Il
mondo
,
sì
,
è
creato
da
Dio
;
ma
dopo
primam
illana
novam
ac
rudem
mundi
creationena
,
si
può
dire
che
tutto
sia
opera
e
trovato
dell
'
acume
stupendo
dell
'
umana
mente
.
Onde
il
vero
mondo
è
nostro
:
«
Nostra
namque
,
hoc
est
humana
,
sunt
,
quomam
ab
hominibus
effecta
,
quae
cernuntur
:
omnes
domus
,
omnia
oppida
,
omnes
urbes
,
omnia
denique
orbis
terrarum
aedificia
,
quae
nimirum
tanta
et
talia
sunt
,
ut
potius
angelorum
quam
hominum
opera
,
ob
magnam
quandam
eorum
excellentiam
,
iure
censeri
debeant
.
Nostrae
sunt
picturae
,
nostrae
sculpturae
,
nostrae
sunt
artes
,
nostrae
scientiae
,
nostrae
(
vel
volentibus
vel
invitis
Academicis
,
qui
nihil
omnino
a
nobis
,
nescientia
,
ut
ita
dixerim
,
dumtaxat
excepta
,
sciri
posse
arbitrabantur
)
sapientiae
.
Nostrae
sunt
denique
,
ne
de
singulis
longius
disseramus
,
cum
prope
infinita
sint
,
omnes
adinventiones
,
nostra
omnia
diversarum
linguarum
ac
variarum
literarum
genera
,
de
quarum
necessariis
usibus
quanto
magis
magisque
cogitamus
,
tanto
vehementius
admirari
et
obstupescere
cogimur
»
.
La
lingua
non
è
un
dono
naturale
che
sia
stato
fatto
all
'
uomo
,
secondo
il
Manetti
:
bensì
«
subtile
quoddam
et
acutum
artificium
»
:
creazione
umana
,
al
pari
della
scrittura
che
l
'
uomo
inventò
quando
ebbe
bisogno
di
comunicare
i
propri
pensieri
agli
assenti
.
La
inventò
al
pari
di
tutti
i
prodotti
svariati
della
tecnica
:
«
Nostra
sunt
denique
omnia
machinamenta
,
quae
admirabilia
et
pene
incredibilia
humani
vel
divini
potius
ingenii
acies
ac
acrimonia
singulari
quadam
ac
praecipua
solertia
moliri
fabricarique
constituit
.
Haec
quidem
et
cetera
huiusmodi
tot
ac
talia
undique
conspiciuntur
,
ut
mundus
et
eius
ornamenta
ab
omnipotenti
Deo
ad
usus
hominum
primo
inventa
institutaque
,
et
ab
ipsis
postea
hominibus
gratanter
accepta
,
multo
pulchriora
mulloque
ornatiora
ac
tonge
politiora
effecta
fuisse
videantur
»
.
Così
intendiamo
perché
i
primi
popoli
adorassero
come
dèi
i
primi
inventori
delle
arti
.
Essi
infatti
continuano
l
'
opera
della
creazione
divina
e
portano
a
perfezione
e
compimento
il
mondo
uscito
dalle
mani
di
Dio
.
Né
l
'
uomo
si
limita
quasi
a
sopraedificare
sul
fondamento
della
natura
.
Con
la
sua
sapienza
ordina
e
governa
e
volge
a
'
propri
fini
le
stesse
creature
naturali
:
«
Homines
enim
,
velut
omnium
domini
,
terraeque
cultores
,
variis
eam
diversisque
operibus
suis
mirum
in
modum
coluerunt
,
atque
agros
et
insulas
littoraque
terris
et
urbibus
distinxerunt
.
Quae
si
ut
animis
,
ita
oculis
videre
atque
conspicere
valeremus
,
nemo
cuncta
uno
aspectu
intuens
,
ullo
unquam
tempore
admirari
atque
obstupescere
desisteret
»
.
E
come
da
una
parte
la
sapienza
si
volge
con
le
virtù
speculative
a
Dio
,
oggetto
supremo
d
'
ogni
sapere
,
così
con
le
virtù
pratiche
si
riversa
sui
naturali
appetiti
dell
'
anima
,
e
fonda
e
regge
il
mondo
morale
.
La
umana
volontà
,
d
'
altra
parte
,
non
si
chiude
nel
dominio
tutto
spirituale
della
vita
morale
,
ma
si
afferma
anch
'
essa
sulle
cose
di
natura
e
fa
del
mondo
una
cosa
,
una
proprietà
dell
'
uomo
.
Giacché
nostre
son
tutte
le
regioni
della
terra
,
le
montagne
e
le
valli
,
le
piante
e
gli
animali
,
le
fonti
e
i
fiumi
,
i
laghi
e
i
mari
:
tutte
le
creature
innumerevoli
che
con
le
loro
svariate
infinite
differenze
,
proporzionate
ad
ogni
sorta
di
nostri
eventuali
bisogni
,
stanno
anch
'
esse
a
parlarci
di
quella
Provvidenza
,
che
gli
Epicurei
si
argomentano
di
negare
.
L
'
uomo
,
in
conclusione
,
unctis
quae
creata
sunt
sua
voluntate
uti
propriaque
voluntate
dominasi
et
imperare
potest
,
umana
signoria
alla
quale
il
Manetti
non
dimentica
di
annettere
,
come
il
Campanella
,
quei
poteri
magici
e
miracolosi
e
soprannaturali
,
che
la
religione
riconosce
nei
santi
e
nei
suoi
ministri
.
Questo
il
carattere
che
distingue
la
prima
forma
del
concetto
del
regnum
hominis
,
tutta
propria
del
nostro
Rinascimento
,
dalla
forma
in
cui
lo
stesso
concetto
riapparirà
e
si
farà
valere
per
opera
di
Bacone
.
Giacché
pel
filosofo
inglese
questa
signoria
dell
'
uomo
è
conquistata
per
mezzo
del
sapere
scientifico
,
che
conferisce
all
'
uomo
il
dominio
delle
forze
naturali
:
laddove
pel
Campanella
,
come
pel
Manetti
,
questa
posizione
privilegiata
dell
'
uomo
è
ancora
un
regno
per
grazia
di
Dio
,
il
quale
conferisce
all
'
uomo
immediatamente
così
l
'
uso
delle
forze
naturali
come
quello
delle
soprannaturali
.
Un
regno
,
in
cui
si
comincia
a
intravvedere
l
'
iniziativa
creatrice
e
autonoma
dell
'
uomo
;
di
questo
quidam
mortalis
deus
,
come
,
con
frase
ciceroniana
,
dice
anche
il
buon
Giannozzo
;
ma
orientata
sempre
verso
la
realtà
trascendente
,
a
cui
l
'
uomo
con
la
virtù
e
colla
conoscenza
deve
tornare
:
poiché
il
suo
fine
è
sempre
di
là
dalla
stessa
vita
,
dove
si
celebra
questa
sua
divina
natura
in
cui
il
pensatore
della
Rinascenza
si
esalta
.
L
'
uomo
(
è
ancora
il
Manetti
che
parla
)
non
ha
il
suo
fine
in
Dio
,
ma
in
se
stesso
;
e
mal
si
può
credere
in
questa
parte
a
Lattanzio
,
che
Dio
abbia
fatto
,
come
il
mondo
per
l
'
uomo
,
così
l
'
uomo
per
Dio
,
«
tanquam
divini
templi
antistitem
,
spectatorem
operum
rerumque
caelestium
»
.
Né
meglio
ha
pensato
Agostino
«
quippe
Deum
ob
immensam
eius
bonitatem
,
non
sua
utilitate
(
scriptum
est
enim
,
quoniam
bonorum
nostrorum
non
eget
)
sed
potius
hominis
causa
hominem
fecisse
putat
»
.
Ma
,
quando
si
va
a
vedere
come
viene
poi
inteso
questo
fine
umano
dell
'
uomo
,
ecco
il
buon
Giannozzo
sfuggire
con
gran
premura
ogni
contatto
coi
peripatetici
,
coi
platonici
,
cogli
stoici
e
quanti
altri
filosofi
d
'
altro
indirizzo
ci
sono
stati
(
tanquam
nocturnos
quosdam
obscurae
et
abstrusae
veritatis
indagatores
)
.
Eccolo
a
rifugiarsi
sollecito
nell
'
unico
porto
tranquillo
e
sicuro
che
ci
sia
,
per
sottrarsi
ai
flutti
della
tempesta
:
«
Fecit
igitur
Deus
hominem
,
ut
per
quandam
admirabilium
operum
suorum
intelligentiam
certamque
cognitionem
eorum
opificem
recognosceret
et
coleret
»
.
Sarà
anche
la
soluzione
di
Marsilio
e
di
questa
corrente
filosofica
,
alla
quale
pure
si
deve
la
scoperta
del
valore
dell
'
uomo
,
fino
al
Campanella
.
IV
LEONARDO
I
Modello
dell
'
uomo
vagheggiato
e
teorizzato
dagli
uomini
del
Rinascimento
,
nella
sua
ricca
e
possente
personálità
,
tutta
forza
e
intelligenza
,
governata
da
un
supremo
ideale
d
'
arte
,
fu
nel
maggior
fiore
del
Rinascimento
stesso
Leonardo
:
il
«
divino
Leonardo
»
degli
scrittori
del
Cinquecento
.
Noi
lo
considereremo
qui
come
filosofo
,
nei
concetti
dominanti
della
sua
grande
personalità
.
Certo
,
se
per
filosofo
s
'
intende
chi
abbia
scritto
dei
libri
per
dare
una
soluzione
almeno
di
qualcuno
dei
problemi
filosofici
,
o
una
trattazione
sistematica
d
'
una
dottrina
appartenente
al
sistema
della
filosofia
,
Leonardo
non
fu
un
filosofo
.
Nei
suoi
manoscritti
non
si
troverebbero
insieme
due
pagine
di
argomento
filosofico
.
-
-
Se
per
filosofo
s
'
intende
chi
,
come
il
Socrate
di
Platone
,
sdegnando
quei
discorsi
muti
e
quasi
morti
che
sono
consegnati
alle
carte
e
vi
restano
muti
,
incapaci
di
rispondere
alle
inattese
difficoltà
e
alle
sempre
nuove
domande
del
lettore
,
non
abbia
mai
scritto
di
filosofia
,
ma
abbia
tuttavia
suscitato
con
l
'
insegnamento
vivo
una
scuola
,
che
ne
ha
perpetuato
e
fecondato
il
pensiero
,
promovendo
così
un
moto
spirituale
,
che
da
lui
ripeta
la
sua
prima
origine
,
Leonardo
non
fu
un
filosofo
.
I
suoi
scolari
ammirarono
in
lui
l
'
artista
,
il
sommo
artista
;
il
movimento
filosofico
del
Cinquecento
,
non
solo
non
fa
capo
a
Leonardo
,
ma
ne
ignora
il
nome
.
-
-
Se
per
filosofo
s
'
intende
chi
,
senza
scrivere
o
insegnare
una
dottrina
filosofica
,
viva
seco
stesso
d
'
un
pensiero
concentrato
nella
speculazione
dell
'
essere
,
tormentato
dal
senso
del
mistero
,
incurioso
di
quanto
possa
distoglierlo
da
questo
senso
,
o
non
giovi
ad
appagare
il
suo
bisogno
d
'
un
concetto
universale
della
vita
,
Leonardo
non
fu
un
filosofo
.
Il
suo
spirito
è
dominato
da
molti
interessi
teoretici
e
speculativi
,
anzi
si
può
dire
attratto
da
tutti
i
problemi
della
scienza
,
ma
è
retto
nel
profondo
dall
'
istintiva
vocazione
dell
'
artista
,
dal
desiderio
sempre
inesausto
della
visione
pittorica
,
dei
colori
e
delle
linee
,
dalle
quali
traluce
l
'
anima
umana
.
Se
in
fine
per
filosofo
s
'
intende
chi
,
comunque
,
venga
incontro
al
bisogno
che
tutti
ci
assale
quando
cominciamo
a
riflettere
sulle
contraddizioni
palesi
di
quel
pensiero
(
cui
pure
per
solito
ci
abbandoniamo
,
sospinti
dalla
necessità
di
vivere
rapidamente
la
nostra
vita
)
e
,
sentendone
il
doloroso
disagio
,
aspiriamo
a
un
concetto
che
componga
e
concilii
i
contrasti
,
e
ci
restituisca
la
pace
interna
,
la
fede
e
la
forza
della
coscienza
;
ci
venga
incontro
,
e
ci
dica
una
parola
luminosa
,
rischiaratrice
a
noi
di
un
nuovo
orizzonte
,
Leonardo
non
fu
un
filosofo
.
Dalle
sue
carte
non
possiamo
attingere
il
conforto
che
desideriamo
dai
filosofi
,
quando
,
per
esempio
,
ci
accorgiamo
di
vivere
ora
presupponendo
che
tutto
si
riduca
a
questo
mondo
materiale
che
ci
sta
innanzi
,
e
che
non
sappiamo
concepire
se
non
come
un
mondo
meccanico
in
cui
niente
accada
senza
una
causa
,
né
c
'
è
causa
che
possa
non
produrre
comunque
il
suo
effetto
;
ora
osservando
che
nel
mondo
ci
sono
pure
gli
uomini
,
ci
siamo
noi
,
che
non
possiamo
affermare
il
valore
della
nostra
personalità
con
le
sue
esigenze
imprescindibili
e
coi
suoi
ideali
imperituri
ed
eterni
senza
attribuirci
una
libertà
che
ripugna
all
'
universale
meccanismo
dianzi
ammesso
;
-
-
o
quando
avvertiamo
la
coesistenza
nel
nostro
petto
di
due
anime
radicalmente
opposte
tra
loro
,
con
una
delle
quali
ci
par
di
vivere
una
vita
che
rifletta
,
attraverso
le
mille
e
mille
sensazioni
affollantisi
a
ogni
istante
nella
nostra
coscienza
,
il
turbinio
delle
forze
circostanti
,
e
con
l
'
altra
di
crearci
da
noi
la
nostra
vita
spirituale
,
d
'
infamia
o
d
'
eroismo
,
di
godimento
o
di
sacrifizio
,
di
senso
brutale
o
di
sublime
aspirazione
a
un
ideale
infinito
;
-
-
o
quando
,
svegliatici
a
un
tratto
da
quel
quasi
sogno
che
è
la
ingenua
vita
dell
'
uomo
pratico
,
notiamo
che
questa
vita
ondeggia
di
continuo
tra
un
concetto
secondo
il
quale
tutto
trapassa
e
muore
,
non
solo
le
cose
che
mutano
incessantemente
sotto
i
nostri
occhi
,
ma
noi
stessi
,
che
ci
sentiamo
ad
ora
ad
ora
venir
meno
di
dentro
i
nostri
affetti
,
le
nostre
passioni
,
le
nostre
convinzioni
,
tutto
l
'
esser
nostro
corrente
dalla
nascita
alla
morte
,
come
onda
dell
'
oceano
destinata
a
infrangersi
sul
lido
,
-
-
e
un
altro
concetto
,
onde
noi
,
nel
nostro
essere
più
profondo
,
contempliamo
tutte
queste
cose
della
sterminata
natura
trasmutabile
per
tutte
guise
e
lo
stesso
animo
nostro
in
movimento
continuo
dall
'
alba
della
prima
infanzia
al
meriggio
dell
'
età
matura
e
al
mesto
crepuscolo
della
nostra
sera
,
noi
con
la
nostra
santa
verità
,
con
la
bellezza
eterna
dei
nostri
fantasmi
,
col
frutto
immarcescibile
della
buona
volontà
che
è
nostra
,
non
possiamo
perire
,
perché
partecipi
dell
'
immortalità
delle
cose
divine
.
Ebbene
,
quando
noi
sostiamo
innanzi
a
questi
angosciosi
problemi
,
e
ci
domandiamo
:
ma
dunque
,
che
cosa
dobbiamo
pensare
di
questa
vita
,
che
viviamo
di
conserva
,
noi
e
le
cose
,
in
una
società
,
in
un
tutto
,
dal
quale
non
potremmo
mai
uscire
?
e
come
dobbiamo
vivere
,
sotto
qual
legge
,
e
con
quale
fede
?
-
-
,
alle
nostre
domande
non
troveremo
in
Leonardo
risposta
.
Non
la
troveremo
,
se
non
vorremo
contentarci
d
'
una
semplice
affermazione
,
e
cercheremo
piuttosto
una
dimostrazione
la
quale
ci
liberi
dal
sospetto
che
non
sia
per
avventura
da
preferirsi
l
'
alternativa
opposta
.
II
Leonardo
,
dunque
,
non
ha
lasciato
né
opere
filosofiche
,
né
una
scuola
di
filosofia
;
non
è
vissuto
sotto
il
dominio
sovrano
dell
'
interesse
filosofico
,
indirizzando
a
quel
segno
la
somma
de
'
suoi
pensieri
.
Perciò
non
ha
potuto
risolvere
nessuno
dei
problemi
,
che
i
filosofi
si
propongono
.
Per
tutti
questi
rispetti
può
dirsi
a
ragione
che
Leonardo
non
appartenga
alla
storia
della
filosofia
.
Ma
,
soggiungo
subito
,
nello
stesso
senso
né
anche
Machiavelli
,
e
né
anche
Galileo
,
a
rigore
,
vi
appartengono
;
per
prendere
due
nomi
che
per
vario
motivo
vanno
storicamente
congiunti
con
quello
di
Leonardo
,
e
che
pure
si
è
soliti
d
'
incontrare
nelle
storie
della
filosofia
;
poiché
tanta
infatti
è
l
'
importanza
storica
del
loro
pensiero
,
quantunque
entrambi
abbiano
propriamente
atteso
a
problemi
scientifici
speciali
,
estranei
al
complesso
sistematico
di
quelli
che
si
possono
dire
propri
della
filosofia
.
In
verità
,
la
filosofia
cesserebbe
di
esser
filosofia
,
concetto
sintetico
o
,
come
Platone
avrebbe
detto
,
sinottico
della
realtà
in
cui
si
vive
,
se
potesse
effettivamente
ridursi
a
lavoro
speciale
,
professionale
,
di
una
sola
classe
degli
uomini
:
dei
professori
,
o
magari
,
degli
scrittori
di
filosofia
!
;
se
fosse
davvero
possibile
che
anime
sovrane
,
geni
capaci
di
svegliare
negli
uomini
e
far
vibrare
tutta
la
loro
umanità
,
come
Leonardo
,
Dante
,
Michelangelo
,
e
per
restare
in
Italia
,
Manzoni
,
Leopardi
,
non
avessero
anche
loro
,
a
modo
loro
,
una
filosofia
;
se
la
filosofia
,
insomma
,
potesse
affatto
confondersi
con
tutte
le
altre
scienze
,
che
tali
si
dicono
in
senso
stretto
,
e
che
,
ad
una
ad
una
considerate
,
sono
forme
accidentali
,
perché
avventizie
dell
'
umano
pensiero
!
Egli
è
che
in
ogni
arte
e
disciplina
,
si
può
essere
maestri
e
si
può
essere
soltanto
discepoli
;
e
che
in
arte
,
in
filosofia
,
in
religione
saranno
pochi
i
maestri
,
ma
scolari
siamo
tutti
.
sicché
in
ogni
tempo
i
maestri
han
potuto
parlare
,
più
o
meno
direttamente
,
al
genere
umano
,
ai
dotti
e
agl
'
indotti
,
ai
grandi
,
cresciuti
nella
cultura
e
nella
meditazione
,
e
agli
umili
,
ai
semplici
,
ai
parvoli
:
convenendo
tutti
,
maestri
e
scolari
,
in
una
comune
,
quasi
elementare
,
fondamentale
,
essenziale
umanità
;
per
cui
Platone
è
uno
,
ma
tutti
siamo
in
grado
di
leggerlo
,
e
tutti
così
platonizziamo
(
ciascuno
,
s
'
intende
,
a
suo
modo
,
come
dimostra
il
gran
numero
delle
interpretazioni
)
.
E
che
varrebbe
il
sorriso
di
monna
Lisa
,
se
,
dopo
che
fu
visto
da
Leonardo
e
fermato
perciò
sulla
tela
innanzi
agli
occhi
immortali
dello
spirito
,
quanti
abbiamo
occhi
e
anima
,
e
siamo
uomini
,
non
fossimo
capaci
tutti
di
guardarlo
,
vederlo
ed
esserne
conquisi
?
egli
,
maestro
,
e
noi
,
attorno
al
suo
quadro
,
scolari
,
folla
sterminata
,
tutti
uno
spirito
solo
,
vibrante
della
medesima
commozione
,
nella
stessa
intuizione
?
Si
può
non
essere
maestri
in
filosofia
;
ma
non
perciò
si
resta
al
di
qua
e
al
di
fuori
di
essa
.
Si
può
,
cioè
,
non
essere
originale
in
questa
parte
;
ma
non
si
può
non
pensare
,
o
pensare
senza
filosofia
,
se
è
vero
che
la
filosofia
non
è
altro
che
la
forma
stessa
del
pensiero
,
in
cui
la
realtà
,
tutta
la
realtà
,
perviene
alla
coscienza
di
sé
.
Egualmente
,
si
può
non
essere
originali
in
arte
,
e
non
esser
capaci
di
scrivere
una
tragedia
sofoclea
;
ma
chi
non
intenderà
il
linguaggio
di
Antigone
?
Leonardo
in
filosofia
non
è
un
maestro
,
come
non
è
un
maestro
in
filosofia
Dante
.
Ma
egli
,
al
pari
di
ogni
uomo
,
ha
la
sua
filosofia
;
al
pari
di
Dante
,
ha
una
rigorosa
filosofia
dentro
a
quella
forma
in
cui
il
suo
spirito
grandeggiò
.
Dante
,
poeta
,
è
filosofo
dentro
alla
sua
poesia
;
Leonardo
,
artista
e
scienziato
,
naturalista
,
matematico
;
architetto
e
ingegnere
,
è
filosofo
dentro
alla
sua
arte
e
alla
sua
scienza
voglio
dire
che
si
comporta
da
artista
e
da
scienziato
di
fronte
al
contenuto
filosofico
del
proprio
pensiero
,
che
non
svolge
perciò
in
adeguata
e
congrua
forma
filosofica
,
ma
intuisce
con
la
genialità
dell
'
artista
e
afferma
con
la
dommaticità
dello
scienziato
.
La
sua
filosofia
,
in
questo
senso
,
non
è
sistema
,
ma
è
quel
complesso
d
'
atteggiamenti
mentali
e
di
idee
,
in
cui
si
adagiò
il
suo
spirito
possente
,
creatore
d
'
un
mondo
di
immagini
,
umane
o
naturali
,
e
di
ordegni
e
congegni
,
tutte
egualmente
espressivi
di
una
ricca
e
commossa
vita
spirituale
:
è
la
cornice
del
quadro
,
in
cui
egli
vide
spiegarsi
quella
infinita
natura
che
era
esposta
al
suo
avido
occhio
di
indagatore
e
costruttore
.
Volete
sorprendere
l
'
atteggiamento
spirituale
dell
'
artista
,
che
ha
fatto
della
pittura
la
forma
più
alta
della
sua
potenza
?
Spiate
l
'
animo
che
detta
quelle
parole
del
Trattato
della
Pittura
,
in
cui
quest
'
arte
,
l
'
arte
di
Leonardo
,
è
messa
al
paragone
della
musica
.
Guardate
all
'
animo
,
senza
badare
troppo
al
valore
della
sua
dimostrazione
:
«
Quella
cosa
è
più
degna
,
che
satisfa
a
miglior
senso
;
adonque
la
pittura
,
satisfattrice
al
senso
del
vedere
,
è
più
nobile
della
musica
,
che
solo
satisfa
all
'
udito
.
Quella
cosa
è
più
nobile
,
che
ha
più
eternità
;
adonque
la
musica
,
che
si
va
consumando
mentre
ch
'
ella
nasce
,
è
men
degna
della
pittura
,
che
con
vetri
si
fa
eterna
.
-
-
Quella
cosa
,
che
contiene
in
sé
più
universalità
e
varietà
di
cose
,
quella
fia
detta
di
più
eccellenzia
;
adonque
la
pittura
è
da
essere
proposta
a
tutte
le
operazioni
,
perché
è
contenitrice
di
tutte
le
forme
che
sono
e
di
quelle
che
non
sono
in
natura
;
è
più
da
essere
magnificata
et
esaltata
che
la
musica
,
che
solo
attende
alla
voce
.
-
-
Con
questa
si
fa
i
simulacri
alli
dii
;
dintorno
a
questa
si
fa
il
culto
divino
,
il
quale
è
ornato
con
la
musica
a
questa
servente
;
con
questa
si
dà
copia
alli
amanti
della
causa
de
'
loro
amori
,
con
questa
si
riserva
le
bellezze
,
le
quali
il
tempo
e
la
natura
fa
fugitive
»
.
ce
,
nell
'
infinità
del
suo
universale
dominio
,
delle
forme
che
sono
e
di
quelle
che
non
sono
,
come
si
Conviene
a
una
potenza
veramente
creatrice
,
che
crea
perché
infinita
,
e
libera
nella
sua
operazione
;
e
degna
perciò
veramente
di
raffigurare
all
'
uomo
la
divinità
,
all
'
amante
l
'
amata
,
allo
spirito
,
in
generale
,
ogni
cosa
grande
e
bella
,
che
esso
collochi
al
di
sopra
delle
cose
fuggitive
della
natura
e
del
tempo
.
Quest
'
arte
-
-
che
è
per
Leonardo
la
vera
arte
,
la
sua
-
-
«
tanto
più
supera
»
,
com
'
egli
dice
,
«
gl
'
ingegni
de
li
omini
,
che
l
'
induce
ad
amare
et
innamorarsi
di
pittura
,
che
non
rappresenta
alcuna
donna
viva
.
E
già
intervenne
a
me
fare
una
pittura
,
che
rappresentava
una
cosa
divina
;
la
quale
comperata
dall
'
amante
di
quella
,
volle
levarne
la
rappresentazione
di
tal
deità
,
per
poterla
baciare
senza
sospetto
.
Ma
,
infine
,
la
coscienza
vinse
li
sospiri
e
la
libidine
;
e
fu
forza
ch
'
ei
se
la
levasse
di
casa
»
.
Se
la
levasse
,
perché
quella
che
non
era
alcuna
donna
viva
,
ma
idea
di
Leonardo
,
era
pur
bella
e
seducente
non
meno
della
più
bella
donna
generata
dall
'
uomo
e
creata
da
Dio
:
irresistibile
,
da
quanto
la
più
privilegiata
delle
creature
viventi
;
miracolo
,
non
della
natura
,
ma
dello
spirito
,
come
la
donna
ideale
del
poeta
,
l
'
eterno
femminino
splendente
alla
fantasia
dell
'
artista
e
da
questa
raggiante
nella
luce
di
«
una
cosa
divina
»
,
degna
che
innanzi
a
lei
si
pieghino
le
ginocchia
mortali
.
L
'
arte
insomma
di
Leonardo
spazia
universale
con
la
potenza
creatrice
onde
,
attraverso
lo
spirito
umano
,
Dio
gareggia
seco
stesso
,
e
si
svela
a
se
medesimo
:
svela
,
mercè
l
'
opera
umana
,
alla
mente
degli
uomini
,
come
si
svela
per
entro
alle
forme
infinite
della
sua
natura
:
egualmente
possente
,
eccellente
,
eterno
.
Quest
'
arte
divina
è
quella
di
cui
si
gloria
Leonardo
:
un
'
arte
,
di
cui
a
ragione
in
se
stesso
si
esalta
,
come
del
privilegio
attribuito
dallo
spirito
creatore
nall
'
umana
natura
.
Tale
l
'
atteggiamento
,
veramente
religioso
,
del
suo
spirito
artistico
.
E
lo
scienziato
?
Udiamo
da
lui
con
quale
animo
si
appressasse
alla
misteriosa
spelonca
nella
quale
egli
,
simbolicamente
,
si
rappresenta
la
natura
.
«
Non
fa
sì
gran
mughio
il
tempestoso
mare
,
quando
il
settentrionale
aquilone
lo
ripercuote
con
le
schiumose
onde
fra
Scilla
e
Cariddi
,
né
Stromboli
o
Alongibello
,
quando
le
solfuree
fiamme
,
essendo
rinchiuse
,
per
forza
rompendo
e
aprendo
il
gran
monte
,
fulminano
per
l
'
aria
pietre
,
terra
,
insieme
coll
'
uscita
e
vomitata
fiamma
;
né
quando
le
infocate
caverne
di
Mongibello
,
rivomitando
il
male
tenuto
elemento
,
spignendolo
alla
sua
regione
,
con
furia
cacciano
innanzi
qualunque
ostacolo
s
'
interpone
alla
sua
impetuosa
furia
....
Tirato
dalla
mia
bramosa
voglia
,
vago
di
vedere
la
gran
con
(
fusione
)
delle
varie
e
strane
forme
fatte
dalla
artifiziosa
natura
,
ragiratomi
alquanto
infra
gli
ombrosi
scogli
,
pervenni
all
'
entrata
d
'
una
gran
caverna
:
dinanzi
alla
quale
restato
alquanto
stupefatto
,
e
ignorante
di
tal
cosa
,
piegato
le
mie
rene
in
arco
,
e
ferma
la
stanca
mano
sopra
il
ginocchio
,
e
colla
destra
mi
feci
tenebra
alle
abbassate
e
chiuse
ciglia
:
e
spesso
piegandomi
in
qua
e
in
là
per
vedere
se
dentro
vi
discernessi
alcuna
cosa
.
E
questo
vietatomi
per
la
grande
oscurità
,
che
là
dentro
era
,
e
stato
alquanto
,
subito
si
destarono
in
me
due
cose
,
paura
e
desiderio
:
paura
,
per
la
minacciosa
e
oscura
spilonca
;
desiderio
per
vedere
se
là
entro
fusse
alcuna
miracolosa
cosa
»
.
Ecco
la
natura
che
Leonardo
scruta
,
con
paura
e
con
desiderio
:
col
desiderio
di
scoprirne
i
miracoli
;
con
la
paura
religiosa
che
suscita
lo
spettacolo
delle
sue
forze
indomite
:
stupefatto
,
piegato
le
reni
in
arco
,
ferma
la
mano
sopra
il
ginocchio
,
protesa
l
'
anima
e
intenta
dalla
bramosa
voglia
.
Questa
la
sua
scienza
:
una
ricerca
instancabile
,
senza
riposo
;
una
brama
inesauribile
di
vedere
,
in
uno
sforzo
costante
sostenuto
tutta
la
vita
dal
sentimento
della
propria
ignoranza
e
del
campo
illimitato
del
sapere
.
Da
una
parte
,
dunque
;
l
'
artista
orgoglioso
della
sua
divina
potenza
di
produrre
e
di
popolare
un
mondo
non
meno
vivo
di
questo
,
che
egli
trova
innanzi
a
sé
;
dall
'
altra
,
lo
scienziato
che
s
'
affaccia
con
religioso
terrore
all
'
entrata
della
gran
caverna
,
in
cui
l
'
occhio
cerca
se
mai
vi
possa
discernere
alcuna
cosa
;
lo
scienziato
,
nell
'
umiltà
della
propria
ignoranza
,
che
è
coscienza
della
vastità
infinita
dell
'
oggetto
da
conoscere
,
e
dell
'
abisso
che
separa
l
'
uomo
dalla
natura
.
Perché
egli
lascia
manoscritte
e
incomplete
tutte
le
opere
,
in
cui
aveva
fatto
disegno
di
comporre
in
corpo
di
scienza
tutte
le
sue
speculazioni
e
le
sue
osservazioni
?
Leonardo
,
l
'
eterno
insoddisfatto
,
l
'
incontentabile
,
di
cui
parlano
i
suoi
più
prossimi
biografi
,
è
lì
,
all
'
entrata
della
caverna
,
tormentato
angosciosamente
dalla
sua
bramosa
voglia
.
È
al
cospetto
di
quella
natura
,
che
non
si
lascia
chiudere
in
nessun
libro
,
e
che
avvince
piuttosto
essa
a
se
l
'
uomo
,
e
lo
trascina
di
problema
in
problema
,
di
ricerca
in
ricerca
,
per
una
via
indefinita
,
dove
l
'
uomo
più
va
,
e
più
sente
di
doversi
affrettare
,
sospinto
dalla
lunghezza
del
cammino
,
e
non
può
dire
mai
:
-
-
Ecco
,
ora
,
ho
finito
!
-
-
L
'
amico
,
che
segnò
qualche
suo
verso
smozzicato
nei
fogli
del
Codice
Atlantico
,
gli
domanda
:
O
Lionardo
,
perché
tanto
penate
?
Ma
Leonardo
si
volge
piuttosto
a
Dio
con
la
sua
Orazione
:
«
Tu
,
o
Iddio
,
ci
vendi
tutti
li
beni
per
prezzo
di
fatica
»
;
e
s
'
affretta
e
s
'
adopra
a
spender
bene
la
sua
giornata
;
alla
fine
della
quale
gli
arride
un
lieto
dormire
,
un
lieto
morire
.
Né
in
arte
,
né
in
scienza
-
-
che
già
per
lui
sono
una
cosa
sola
-
-
egli
concepisce
forma
perfetta
,
nella
quale
altri
possa
posare
.
«
Tristo
»
,
perciò
,
«
è
quel
discepolo
che
non
avanza
il
suo
maestro
»
,
ma
tristo
anche
quel
maestro
che
innanzi
all
'
opera
sua
s
'
arresti
,
pago
come
innanzi
all
'
ideale
divenuto
reale
.
Son
sue
queste
parole
profonde
:
«
Tristo
è
quel
maestro
,
del
quale
l
'
opera
avanza
il
giudizio
suo
,
e
quello
si
dirizza
alla
perfezione
de
l
'
arte
,
del
quale
l
'
opra
è
superata
dal
giudizio
»
.
E
ancora
,
scoprendo
anche
meglio
la
disposizione
d
'
animo
con
cui
egli
guardava
alle
creature
della
sua
fantasia
e
della
sua
mente
indagatrice
:
«
Quel
pittore
che
non
dubita
,
poco
acquista
.
Quando
l
'
opra
supera
il
giudizio
de
l
'
operatore
,
esso
operante
poco
acquista
;
e
quando
il
giudizio
supera
l
'
opera
,
essa
opera
mai
finisce
di
megliorare
,
se
l
'
avarizia
non
l
'
impedisse
»
.
E
meglio
ancora
,
additando
l
'
altezza
dell
'
ideale
a
cui
mira
sempre
bramosamente
:
«
Quando
l
'
opera
sta
pari
col
giudizio
,
quello
è
tristo
segno
in
tal
giudizio
;
e
quando
l
'
opera
supera
il
giudizio
,
questo
è
pessimo
,
com
'
acade
a
chi
si
maraviglia
d
'
avere
sì
bene
operato
;
e
quando
il
giudizio
supera
l
'
opera
,
questo
è
perfetto
segno
.
E
se
gli
è
giovane
in
tal
disposizione
,
senza
dubbio
questo
fia
eccellente
operatore
,
ma
fia
componitore
di
poche
opere
;
ma
fieno
di
qualità
,
che
fermeranno
gli
uomini
con
admirazione
a
contemplar
le
sue
perfezioni
»
.
Poche
opere
,
come
accadde
al
pittore
;
o
forse
nessuna
,
come
doveva
accadere
allo
scienziato
,
che
vivamente
sentì
con
la
sua
personale
esperienza
,
e
testimoniò
,
la
verità
del
biblico
detto
,
che
trascrive
nelle
sue
carte
:
«
La
verità
fu
sola
figliola
del
tempo
»
.
Donde
Bacone
,
e
assai
più
profondamente
Bruno
e
Pascal
trarranno
ispirazione
al
concetto
del
progresso
,
o
meglio
della
storicità
del
sapere
e
d
'
ogni
altro
valore
spirituale
;
e
che
Leonardo
,
da
parte
sua
,
commenta
altrove
:
«
La
sapienzia
è
figliola
della
sperienza
»
;
poiché
il
tempo
che
genera
la
verità
è
il
tempo
bene
speso
,
impiegato
nella
esperienza
intorno
alla
sterminata
natura
.
Sterminata
la
natura
;
irraggiungibile
quindi
l
'
ideale
della
scienza
,
arte
o
speculazione
che
sia
.
Leonardo
esprime
con
matematica
precisione
questo
suo
concetto
dell
'
irrealtà
dell
'
ideale
,
in
cui
consiste
propriamente
l
'
idealità
dello
spirito
:
«
Qual
'
è
quella
cosa
»
,
egli
domanda
,
«
che
non
si
dà
,
e
s
'
ella
si
dessi
non
sarebbe
?
Egli
è
lo
infinito
.
Il
quale
,
se
si
potessi
dare
,
e
'
sarebbe
terminato
e
finito
,
perché
ciò
che
si
pò
dare
ha
termine
colla
cosa
che
la
circuisse
ne
'
sua
stremi
»
.
La
stessa
natura
,
dunque
,
è
infinita
in
quanto
potenza
inesauribile
,
vita
eterna
e
divina
,
che
non
è
,
né
sarà
mai
tutta
spiegata
,
quasi
opera
pervenuta
al
proprio
compimento
e
conchiusa
.
Infinita
la
natura
,
infinita
l
'
arte
,
la
scienza
,
lo
spirito
:
ma
come
cose
che
non
si
danno
.
Non
parlate
dunque
di
capricci
di
Leonardo
.
Egli
è
trascinato
dal
suo
genio
a
perseguire
l
'
infinito
,
che
non
si
dà
,
né
si
tocca
;
a
inseguire
l
'
idea
che
lo
fa
penare
(
«
O
Lionardo
,
perché
tanto
penate
?
»
)
,
sospingendolo
senza
tregua
a
correr
dietro
a
questa
natura
che
fugge
,
e
pure
è
sempre
lì
,
o
che
egli
in
sé
la
ricrei
con
l
'
alta
fantasia
suscitatrice
di
una
sua
natura
più
vasta
,
nella
mobilità
vibratile
dell
'
anima
che
la
muove
,
o
che
studiosamente
osservi
e
contempli
quella
che
si
scorge
nella
esperienza
.
III
Cominciamo
da
questa
,
che
ci
condurrà
alla
prima
.
Chi
non
conosce
le
benemerenze
di
Leonardo
nell
'
esaltazione
dell
'
esperienza
,
strumento
di
certezza
e
di
verità
della
cognizione
,
ond
'
egli
,
senza
dubbio
,
precorre
a
Galileo
e
Bacone
?
E
la
sua
esperienza
è
la
esperienza
sensibile
.
Sua
la
sentenza
,
quantunque
,
come
tante
altre
da
lui
segnate
ne
'
suoi
manoscritti
,
possa
riflettere
cose
udite
o
lette
:
«
Ogni
nostra
cognizione
prencipia
da
'
sentimenti
»
.
Certamente
,
alla
esperienza
sensibile
egli
si
appella
combattendo
,
come
altri
aveva
fatto
nel
Quattrocento
italiano
,
il
principio
d
'
autorità
ancora
dominante
nella
scolastica
contemporanea
:
E
giova
rileggere
alcune
note
del
Codice
Atlantico
,
di
significato
evidente
:
«
Molti
mi
crederanno
ragionevolmente
potere
riprendere
,
allegando
le
mie
prove
esser
contro
all
'
alturità
d
'
alquanti
omini
di
gran
reverenza
a
presso
de
'
loro
inesperti
iudizi
,
non
considerando
le
mie
cose
essere
nate
sotto
la
semplice
e
mera
sperienza
,
la
quale
è
maestra
vera
.
Queste
regole
son
cagione
di
farti
conoscere
il
vero
dal
falso
;
la
qual
cosa
fa
che
li
omini
si
promettano
le
cose
possibili
,
e
con
più
moderanza
;
che
tu
non
ti
veli
di
ignoranza
;
che
farebbe
che
,
non
avendo
effetto
,
tu
t
'
abbi
con
disperazione
a
darti
malinconia
»
.
Questa
semplice
e
mera
esperienza
,
che
fa
discernere
il
vero
dal
falso
,
e
insegna
agli
uomini
a
contenere
le
loro
aspirazioni
dentro
i
limiti
del
possibile
,
è
organo
di
verità
,
che
quasi
presuppone
una
conoscenza
da
verificare
.
Ma
altrove
l
'
esperienza
ci
viene
innanzi
come
la
prima
maestra
,
che
ci
apprende
ogni
conoscere
,
ed
è
la
fonte
del
sapere
;
onde
la
mente
,
prescindendo
da
ogni
argomento
fattizio
della
tradizione
scientifica
,
ossia
da
ogni
autorità
,
che
secondo
la
bella
immagine
del
Campanella
,
è
un
toccare
quasi
per
mano
altrui
,
è
presente
,
anzi
aderisce
immediatamente
al
primo
generarsi
del
vero
attraverso
alla
percezione
dei
sensi
:
«
Se
bene
,
come
loro
,
non
sapessi
allegare
gli
altori
molto
maggiore
e
più
degna
cosa
a
leggere
allegherò
allegando
la
sperienza
,
maestra
ai
loro
maestri
.
Costoro
vanno
sgonfiati
e
pomposi
,
vestiti
e
ornati
,
non
delle
loro
,
ma
delle
altrui
fatiche
;
e
le
mie
a
me
medesimo
non
concedono
.
E
se
me
inventore
disprezzeranno
,
quanto
maggiormente
loro
,
non
inventori
,
ma
trombetti
e
recitatori
delle
altrui
opere
,
potranno
essere
biasimati
!
»
.
Ai
recitatori
e
trombetti
delle
altrui
opere
,
e
insomma
agli
eruditi
,
che
,
fin
dal
suo
tempo
,
l
'
oscuro
filosofo
di
Efeso
aveva
ammonito
che
la
polimazia
non
dà
l
'
intelletto
,
Leonardo
contrappone
gli
uomini
«
inventori
e
'
nterpreti
»
,
che
,
al
paragone
dei
primi
,
egli
dice
,
sono
quello
che
l
'
obbietto
fuori
dello
specchio
è
rispetto
alla
immagine
che
dell
'
obbietto
si
riflette
nello
specchio
medesimo
:
dove
l
'
obbietto
è
qualche
cosa
,
e
l
'
immagine
niente
.
L
'
inventore
,
che
nella
freschezza
ed
originalità
della
sua
scoperta
realizza
la
cognizione
,
può
dire
ai
dotti
ripetitori
del
sapere
altrui
:
-
-
Voi
siete
gente
poco
obbligata
alla
natura
,
perché
l
'
abito
che
portate
,
l
'
umanità
che
vestite
,
non
vi
appartiene
in
proprio
;
e
ridotti
al
vostro
,
sareste
da
essere
accompagnati
fra
gli
armenti
delle
bestie
.
Qui
la
esperienza
non
è
più
la
misura
logica
del
conoscere
,
ma
lo
stesso
conoscere
;
il
conoscere
nella
sua
originalità
,
il
conoscere
certo
,
al
quale
si
commisura
la
certezza
d
'
ogni
conoscere
secondario
o
derivato
.
In
questo
senso
Leonardo
combatte
i
filosofanti
del
suo
tempo
(
e
d
'
ogni
tempo
)
,
che
davano
del
meccanico
al
sapere
partorito
dalla
esperienza
.
Ed
egli
ribatteva
nella
pagina
più
tecnicamente
filosofica
del
Trattato
della
pittura
:
«
Ma
a
me
pare
che
quelle
scienzie
sieno
vane
e
piene
di
errori
,
le
quali
non
sono
nate
dall
'
esperienza
,
madre
di
ogni
certezza
,
e
che
non
terminano
in
nota
esperienzia
;
cioè
,
che
la
loro
origine
e
mezzo
o
fine
non
passa
per
nessuno
de
'
cinque
sensi
.
E
se
noi
dubitiamo
della
certezza
di
ciascuna
cosa
che
passa
per
li
sensi
,
quanto
maggiormente
dobbiamo
noi
dubitare
delle
cose
ribelli
a
essi
sensi
,
come
dell
'
essenzia
di
Dio
e
dell
'
anima
e
simili
,
per
le
quali
sempre
,
si
disputa
e
contende
!
E
veramente
accade
,
che
sempre
dove
manca
la
ragione
,
suplisse
le
grida
;
la
qual
cosa
non
accade
nelle
cose
certe
.
Per
questo
,
che
dove
si
grida
non
è
vera
scienzia
,
perché
la
verità
ha
un
sol
termine
;
il
quale
essendo
publicato
,
il
letigio
resta
in
eterno
distrutto
;
e
s
'
esso
letigio
resurge
,
la
(
è
)
bugiarda
e
confusa
scienzia
,
e
non
certezza
rinata
.
Ma
le
vere
scienzie
son
quelle
,
che
la
sperienzia
ha
fatto
penetrare
per
li
sensi
e
posto
silenzio
alla
lingua
de
'
litiganti
;
e
che
non
pasce
di
sogno
li
suoi
investigatori
,
ma
sempre
sopra
li
primi
veri
e
noti
principii
procede
successivamente
e
con
vere
seguenzie
insino
al
fine
»
.
Tralasciamo
per
ora
questi
veri
e
noti
principii
,
da
cui
si
possa
procedere
con
vere
«
seguenzie
»
,
deduttivamente
,
fino
alla
fine
,
per
tutta
l
'
esposizione
logica
d
'
un
sistema
scientifico
.
Vedremo
or
ora
quest
'
altro
aspetto
del
sapere
,
che
attrasse
l
'
attenzione
di
Leonardo
.
Intanto
,
nessun
dubbio
che
intorno
agli
oggetti
esposti
al
senso
non
v
'
ha
per
lui
,
appena
si
abbandoni
la
esperienza
,
altro
che
sogno
.
L
'
esperienza
invece
è
cognizione
vera
e
certa
,
perché
ha
in
sé
il
suo
proprio
valore
,
né
ha
bisogno
di
essere
giustificata
e
garentita
da
testimonianze
di
autorità
;
e
perché
pone
fine
al
litigio
,
al
«
grido
»
delle
dispute
nascenti
dalla
varietà
delle
dottrine
,
facendo
convenire
tutte
le
menti
nelle
medesime
percezioni
.
L
'
esperienza
di
Leonardo
,
dunque
,
non
è
l
'
esperienza
di
Protagora
e
dell
'
empirismo
positivista
,
che
,
riducendo
la
cognizione
sensibile
alle
soggettive
impressioni
dei
sensi
,
non
può
ascriverle
necessità
ed
universalità
.
Per
Leonardo
,
non
è
sorto
ancora
il
problema
della
fenomenalità
del
reale
dato
dall
'
esperienza
;
problema
che
verrà
con
Galileo
.
Egli
non
fa
nessuna
critica
del
concetto
di
esperienza
.
Ma
questo
sa
chiaramente
,
che
quell
'
esperienza
che
può
accertarci
della
verità
,
non
dev
'
essere
semplice
fatto
,
o
dato
accidentale
,
suscettibile
d
'
assumere
le
forme
più
svariate
e
di
sottrarsi
ad
ogni
possibile
determinazione
logica
che
lo
fissi
come
verità
.
No
,
l
'
esperienza
di
Leonardo
,
nella
sua
ingenua
e
dommatica
oggettività
,
si
solleva
al
di
sopra
della
semplice
contingenza
del
puro
fatto
sensibile
per
assumere
carattere
e
valore
razionale
.
Leggendo
nel
Codicetto
Trivulziano
:
«
I
sensi
sono
terestri
,
la
ragione
sta
for
di
quelli
,
quando
contempla
»
,
noi
potremmo
essere
indotti
a
pensare
a
Kant
,
che
l
'
esperienza
fa
consistere
nel
sistema
dei
dati
sensibili
formato
dall
'
attività
costruttiva
razionale
dello
spirito
,
la
quale
interviene
dal
di
fuori
,
in
certo
modo
,
nella
materia
fornita
dalle
semplici
sensazioni
:
Il
Prantl
si
ricordò
della
ragione
o
intelletto
aristotelico
,
che
parimenti
sopraggiunge
dal
di
fuori
,
date
le
rappresentazioni
sensibili
.
In
realtà
,
convien
pensare
-
-
ce
ne
avverte
quel
termine
del
«
contemplare
»
-
-
a
una
dottrina
platonica
,
la
quale
si
ritrova
,
in
una
forma
che
a
taluno
parve
prenunziare
il
kantismo
,
nel
Teeieto
.
Ma
più
che
a
Platone
,
convien
pensare
ai
Platonici
,
tradotti
,
commentati
e
resi
familiari
alla
Firenze
colta
degli
ultimi
decennii
del
Quattrocento
,
dove
si
sviluppò
e
formò
il
genio
e
il
pensiero
di
Leonardo
;
a
quei
Platonici
,
che
opposero
ai
sensi
terrestri
o
materiali
,
e
destinati
a
disfarsi
col
corpo
onde
si
esercitano
,
la
ragione
contemplatrice
di
una
realtà
trascendente
tutta
quella
natura
corporea
,
con
la
quale
i
sensi
ci
mettono
in
comunicazione
,
e
alla
quale
,
per
mezzo
di
essi
,
apparteniamo
.
Comunque
,
se
Leonardo
ripete
cogli
Scolastici
,
che
ogni
cognizione
comincia
dai
sensi
,
egli
non
fa
consistere
la
cognizione
,
tutta
la
cognizione
,
nella
esperienza
immediata
del
senso
;
ma
all
'
esperienza
immediata
contrappone
una
forma
di
conoscenza
,
che
chiama
ragione
,
e
che
giustifica
platonicamente
,
come
ragione
che
è
nostra
in
quanto
,
prima
di
tutto
,
ragione
immanente
nella
stessa
natura
.
Onde
delle
regole
date
al
pittore
può
dire
:
«
Queste
regole
fanno
,
che
tu
possiedi
uno
libero
e
bonò
giudizio
,
imperocché
'
l
bono
giudizio
nasce
dal
bene
intendere
,
e
il
bene
intendere
deriva
da
ragione
tratta
da
bone
regole
,
e
le
bone
regole
sono
figliole
della
bona
sperienzia
,
comune
madre
di
tutte
le
scienze
e
arti
»
.
Dunque
,
esperienza
,
regole
e
ragione
,
la
quale
dà
quel
bene
intendere
,
che
non
si
ha
quando
altri
si
arresti
alla
semplice
esperienza
.
«
Ricordati
»
,
dice
Leonardo
a
se
medesimo
;
«
ricordati
,
quando
comenti
l
'
acque
,
d
'
allegar
prima
la
sperienza
e
poi
la
ragione
»
.
E
nettamente
distingue
,
in
un
luogo
del
Trattato
della
Pittura
,
il
senso
dal
giudizio
che
il
discorso
deve
esercitarvi
su
per
avere
scienza
,
mostrando
come
«
li
maestri
non
si
fidano
nel
giudizio
dell
'
occhio
,
perché
sempre
inganna
»
,
e
come
spetti
alla
mente
di
correggere
le
fallacie
del
senso
.
Che
se
Leonardo
schernisce
quel
matto
di
filosofo
che
si
trasse
gli
occhi
per
non
distrarre
la
mente
dalle
speculazioni
del
suo
discorso
,
non
sarebbe
neppure
disposto
a
rinunziare
al
discorso
della
mente
,
al
giudizio
,
alla
ragione
contemplatrice
,
per
immergersi
tutto
nello
spettacolo
,
che
si
apre
agli
occhi
nella
indefinita
penombra
della
natura
.
«
Se
tu
dirai
,
che
'
l
vedere
impedisce
la
fissa
e
sottile
cognizione
mentale
,
co
'
la
quale
si
penetra
nelle
divine
scienze
;
e
tale
impedimento
condusse
un
filosofo
a
privarsi
del
vedere
;
a
questo
rispondo
,
che
tal
occhio
,
come
signore
de
'
sensi
,
fa
suo
debito
a
dare
impedimento
alli
confusi
e
bugiardi
,
non
scienzie
,
ma
discorsi
,
per
li
quali
sempre
con
gran
gridare
e
menare
de
mani
si
disputa
;
e
il
medesimo
dovrebbe
fare
l
'
udito
,
il
quale
ne
rimane
più
offeso
,
perché
egli
vorebbe
accordo
,
del
quale
tutti
i
sensi
s
'
intricano
.
E
se
tal
filosofo
si
trasse
gli
occhi
per
levare
l
'
impedimento
alli
suoi
discorsi
,
or
pensa
,
che
tal
atto
fu
compagno
del
cervello
e
de
'
discorsi
,
perché
'
l
tutto
fu
pazzia
.
Or
non
potea
egli
serrarsi
gli
occhi
,
quando
esso
entrava
in
tal
frenesia
,
e
tanto
tenerli
serrati
,
che
tal
furore
si
consumasse
?
Ma
pazzo
fu
l
'
uomo
,
e
pazzo
il
discorso
,
e
stoltissimo
il
trarsi
gli
occhi
»
.
IV
Trarsi
gli
occhi
no
;
ma
né
anche
la
mente
,
che
appunto
ci
fa
intendere
sorpassando
i
confini
della
semplice
esperienza
.
Questa
ci
mostra
soltanto
il
fatto
,
l
'
effetto
,
ma
non
la
ragione
per
cui
l
'
effetto
ha
luogo
e
non
può
mancare
;
e
il
fatto
,
senza
la
sua
ragione
,
non
è
oggetto
di
vera
e
propria
cognizione
.
La
quale
intende
il
fatto
in
quanto
ne
scorge
la
necessità
.
Talché
il
fatto
è
conosciuto
davvero
solo
quando
si
presenti
alla
mente
nella
sua
razionalità
,
come
necessità
operante
nella
natura
.
«
La
sperienza
»
,
dice
Leonardo
,
«
non
falla
mai
;
ma
sol
fallano
i
vostri
giudizi
,
promettendosi
di
quella
effetto
tale
che
ne
'
nostri
esperimenti
causati
non
sono
.
Perché
,
dato
un
principio
,
è
necessario
che
ciò
che
séguita
di
quello
,
è
vera
conseguenza
di
tal
principio
,
se
già
non
fussi
impedito
;
e
se
pur
séguita
alcuno
impedimento
,
l
'
effetto
,
che
doveva
seguire
del
predetto
principio
,
partecipa
tanto
più
o
meno
del
detto
impedimento
,
quanto
esso
impedimento
è
più
o
meno
potente
del
già
detto
principio
»
.
Per
lo
meno
dunque
nel
rapporto
della
causa
con
l
'
effetto
,
per
cui
non
può
non
seguire
questo
dove
quella
s
'
avveri
,
è
la
necessità
o
ragione
,
a
cui
deve
mirare
la
scienza
,
e
senza
la
quale
l
'
effetto
è
un
fatto
misterioso
e
non
per
anco
noto
.
Più
chiaramente
:
«
Ma
farò
alcuna
esperienza
avanti
ch
'
io
più
oltre
procieda
,
perché
mia
intenzione
è
allegare
prima
la
sperienza
e
poi
colla
ragione
diimonstrare
perché
tale
esperienzia
è
constrecta
in
tal
modo
ad
operare
.
E
questa
è
la
vera
regola
,
come
li
speculatori
delli
effecti
naturali
hanno
a
prociedere
.
E
ancora
che
la
natura
cominci
dalla
ragione
e
termini
nella
esperienza
,
a
noi
bisogna
seguitare
in
contrario
,
cioè
cominciando
(
come
sopra
dissi
)
dalla
sperienzia
,
e
con
quella
investigare
la
ragione
»
.
Infatti
egli
stesso
osserva
altrove
,
«
nessuno
effetto
è
in
natura
sanza
ragione
.
Intendi
la
ragione
,
e
non
ti
bisogna
sperienza
»
.
Non
diranno
,
né
vorranno
di
più
gl
'
idealisti
più
dominatici
,
che
vagheggeranno
una
filosofia
della
natura
.
E
perciò
queste
ultime
parole
di
Leonardo
ho
creduto
altrove
di
poter
raccostare
a
quelle
,
in
cui
l
'
autore
della
celebre
Filosofia
della
natura
,
lo
Schelling
,
formulò
il
concetto
di
una
scienza
a
priori
.
La
ragione
in
verità
di
cui
parla
Leonardo
,
è
a
priori
per
l
'
appunto
come
l
'
idea
schellinghiana
:
da
noi
non
attingibile
se
non
attraverso
l
'
esperienza
;
ma
,
una
volta
raggiunta
,
intelligibile
soltanto
come
un
antecedente
dei
fatti
manifestati
dall
'
esperienza
;
e
quindi
posseduta
,
anche
da
noi
,
come
principio
che
la
futura
esperienza
dovrà
necessariamente
confermare
,
ossia
mostrare
nella
sua
irresistibile
efficacia
,
ne
potrà
smentire
mai
.
La
ragione
di
Leonardo
non
è
prodotto
,
né
anch
'
essa
,
dell
'
esperienza
,
bensì
un
presupposto
,
che
attraverso
la
stessa
esperienza
perciò
,
si
scopre
come
la
sua
intima
sostanza
:
presupposto
,
che
rende
intelligibile
la
stessa
esperienza
.
Anche
Galileo
penserà
che
la
verità
di
cui
il
nostro
intelletto
è
capace
mercè
l
'
esperienza
,
è
la
stessa
verità
che
è
a
base
dell
'
esperienza
:
la
verità
dell
'
intelletto
divino
,
l
'
assoluta
verità
,
o
il
pensiero
che
l
'
uomo
,
guardando
alla
natura
,
e
vedendone
la
razionalità
e
intelligibilità
,
è
portato
ad
attribuire
a
Dio
che
la
natura
ha
fatta
,
nella
natura
realizzando
un
suo
disegno
o
pensiero
.
Anche
per
Galileo
l
'
intelletto
umano
,
se
non
per
estensione
,
certo
per
intensità
,
o
qualità
,
coincide
con
l
'
intelletto
divino
,
pervenendo
a
quella
ragione
delle
cose
da
cui
le
cose
provengono
.
E
poiché
ho
ricordato
Schelling
,
per
definire
storicamente
il
pensiero
del
Vinci
,
dirò
che
così
il
filosofo
tedesco
,
come
Galileo
,
come
Leonardo
s
'
incontrano
in
questo
concetto
di
una
ragione
che
è
al
principio
delle
cose
naturali
e
al
sommo
delle
investigazioni
umane
:
pensiero
,
che
si
fa
natura
per
giungere
,
da
ultimo
,
alla
coscienza
di
sé
nell
'
uomo
e
chiudere
il
circolo
del
mondo
.
Tutti
tre
appartengono
,
più
o
meno
,
a
una
medesima
corrente
ideale
,
che
,
come
ho
già
rammentato
,
in
Firenze
,
tra
i
coetanei
ed
amici
di
Leonardo
,
ebbe
alcuni
de
'
suoi
maggiori
rappresentanti
:
all
'
indirizzo
platonico
.
Galilei
accentuerà
il
motivo
atomista
e
meccanicista
,
che
non
è
estraneo
neppure
al
platonismo
originario
;
ma
tanto
rimane
lontano
da
quella
forma
ingenua
di
empirismo
,
che
gli
vorranno
attribuire
i
positivisti
del
secolo
scorso
,
da
ripetere
perfino
quella
teoria
,
così
caratteristica
del
platonismo
,
che
si
dice
delle
idee
innate
.
Schelling
è
propriamente
spinozista
;
ma
Spinoza
lo
riconduce
a
Giordano
Bruno
;
e
attraverso
Spinoza
e
Bruno
si
ricollega
al
platonismo
del
nostro
Rinascimento
,
e
nella
natura
;
vede
il
pensiero
come
realtà
inconsapevole
di
sé
,
e
la
realtà
quindi
come
quel
pensiero
che
la
mente
speculativamente
ricostruisce
come
la
verità
eterna
,
l
'
eterno
presupposto
della
scienza
,
Dio
stesso
.
A
questo
segno
mira
,
a
modo
suo
,
da
scienziato
e
da
artista
,
alquanto
oscuramente
,
anche
Leonardo
.
E
la
sua
«
ragione
»
è
determinatrice
di
quella
necessità
,
che
costringe
,
com
'
egli
dice
,
la
natura
in
tutte
le
sue
operazioni
:
di
quella
necessità
,
che
«
è
maestra
e
tutrice
della
natura
»
«
tema
e
inventrice
della
natura
,
freno
e
regola
eterna
»
;
della
natura
,
«
costretta
dalla
ragione
della
sua
legge
,
che
in
lei
confusamente
vive
»
.
La
nostra
ragione
mediante
l
'
esperienza
,
commenta
la
causa
delle
dimostrazioni
,
ossia
degli
effetti
,
della
natura
,
le
quali
sono
quelle
che
devono
essere
,
perché
costrette
dalla
sua
legge
;
e
s
'
impossessa
quindi
della
ragione
stessa
infusa
nella
natura
,
e
vi
si
immedesima
.
Nel
discorso
dell
'
umana
ragione
è
la
stessa
natura
nella
sua
interiore
necessità
o
razionalità
:
Dio
che
s
'
è
svelato
all
'
uomo
-
-
come
insegnavano
i
Neoplatonici
,
sopra
tutti
Pico
della
Mirandola
,
e
come
insegnerà
non
pure
Bruno
,
ma
Galileo
nella
Lettera
alla
Granduchessa
madre
-
-
per
mezzo
delle
opere
sue
,
nella
natura
,
in
cui
l
'
intelletto
deve
cercarne
il
vivo
vestigio
.
Questa
intuizione
del
divino
naturale
infiammerà
gli
eroici
furori
del
Nolano
,
e
accende
lo
sdegno
di
Leonardo
contro
gl
'
ipocriti
del
suo
tempo
,
congiurati
a
impedirgli
o
a
screditare
le
indagini
sue
nuove
intorno
alle
cose
naturali
:
«
Sono
infra
'
l
numero
delli
stolti
una
certa
setta
,
detti
ipocriti
,
ch
'
al
continuo
studiano
d
'
ingannare
se
ed
altri
,
ma
più
altri
che
sé
:
ma
invero
ingannano
più
loro
stessi
,
che
gli
altri
.
E
questi
son
quelli
che
riprendono
li
pittori
(
cioè
Leonardo
stesso
)
,
li
quali
studiano
li
giorni
delle
feste
,
nelle
cose
appartenenti
alla
vera
cognizione
di
tutte
le
figure
,
c
'
hanno
le
opere
di
natura
,
e
con
sollecitudine
s
'
ingegnano
d
'
acquistare
la
cognizione
di
quelle
,
quando
a
loro
sia
possibile
.
Ma
tacciano
tali
reprensori
ché
questo
è
il
modo
di
conoscere
l
'
Operatore
di
tante
mirabili
cose
,
e
quest
'
è
il
modo
di
amare
un
tanto
Inventore
!
Ch
'
invero
il
grande
amore
nasce
dalla
gran
cognizione
della
cosa
che
si
ama
[
amor
Dei
intellectualis
,
dirà
Spinoza
!
]
;
e
se
tu
non
la
conoscerai
,
poco
o
nulla
la
potrai
amare
.
E
se
tu
l
'
ami
per
il
bene
che
t
'
aspetti
da
lei
,
e
non
per
la
somma
sua
virtù
,
tu
fai
come
il
cane
,
che
mena
la
coda
e
fa
festa
,
alzandosi
verso
colui
che
li
pò
dar
un
osso
.
Ma
se
conoscesse
la
virtù
di
tale
omo
,
l
'
amerebbe
assai
più
,
se
tal
virtù
fussi
al
suo
proposito
»
.
V
Dio
dunque
,
oggetto
dell
'
amore
di
Leonardo
o
della
sua
religione
,
è
il
Dio
che
si
conosce
nelle
cose
(
Deus
in
rebus
)
,
dove
egli
operando
manifesta
il
suo
essere
.
È
quella
ragione
,
intesa
la
quale
non
occorre
esperienza
;
e
che
s
'
intende
,
anche
per
Leonardo
,
immedesimandosi
con
essa
,
come
aveva
insegnato
prima
Platone
nel
Convito
e
come
con
infinite
variazioni
continuarono
a
dimostrare
i
suoi
seguaci
.
Non
era
un
tema
obbligato
dei
platonizzanti
fiorentini
,
scolari
,
amici
,
ammiratori
del
Ficino
?
Devono
essere
frasi
còlte
dalla
bocca
o
dai
libri
dei
neoplatonici
contemporanei
,
da
una
delle
loro
teorie
d
'
amore
intessute
sulla
trama
del
dialogo
divino
di
Platone
,
queste
che
si
leggono
su
un
foglio
del
Codice
trivulziano
:
«
Muovesi
l
'
amante
per
la
cosa
amata
come
il
sugetto
colla
forma
,
il
senso
col
sensibile
,
e
con
seco
s
'
unisce
e
fassi
una
cosa
medesima
.
-
-
L
'
opera
è
la
prima
cosa
che
nasce
dall
'
unione
:
se
la
cosa
amata
è
vile
,
l
'
amante
si
fa
vile
.
-
-
Quando
la
cosa
unita
è
conveniente
al
suo
unitore
,
li
seguita
dilettazione
e
piacere
,
e
sadisfazione
.
-
-
Quando
l
'
amante
è
giunto
all
'
amato
,
lì
si
riposa
.
-
-
Quando
il
peso
è
posato
,
lì
si
riposa
.
-
-
La
cosa
sta
,
cognosciuta
,
col
nostro
intelletto
»
.
C
'
è
tutta
la
teoria
platonica
dell
'
amore
,
che
converte
l
'
amante
nell
'
amato
,
e
in
questa
conversione
gli
fa
raggiungere
la
somma
perfezione
della
sua
natura
nella
gioia
della
sapienza
,
del
pensiero
.
Per
cui
lo
stesso
Leonardo
sarà
tratto
a
fermare
nello
stesso
manoscritto
quella
osservazione
di
Cornelio
Celso
:
«
Il
sommo
bene
è
la
scienza
,
il
sommo
male
è
il
dolore
del
corpo
,
imperò
che
,
essendo
noi
composti
di
due
cose
,
cioè
d
'
anima
e
di
corpo
,
delle
quali
la
prima
è
migliore
,
la
peggiore
è
il
corpo
,
la
sapienza
è
dalla
miglior
parte
,
il
sommo
male
è
dalla
peggior
parte
,
e
pessima
.
Ottima
cosa
è
nell
'
animo
è
la
sapienza
....
e
niuna
altra
cosa
è
da
a
questa
comparare
»
.
Somma
felicità
,
beninteso
,
irraggiungibile
,
e
da
aspirarvi
appunto
con
quell
'
amore
che
Platone
nel
Convito
fece
figlio
di
Penia
,
povertà
,
difetto
incolmabile
.
«
La
somma
felicità
»
,
dice
con
grande
profondità
Leonardo
,
«
sarà
somma
cagione
della
infelicità
,
e
la
perfezione
della
sapienza
cagion
della
stoltizia
»
.
E
platonicamente
infatti
,
ancorché
possa
non
aver
letto
il
Fedone
;
raffigura
in
un
suo
disegno
simbolico
,
inseparabilmente
congiunti
,
e
confusi
in
un
solo
tronco
,
piacere
e
dolore
.
E
commenta
:
«
Questo
si
è
il
piacere
insieme
col
dispiacere
;
e
figuransi
binati
,
perché
mai
l
'
uno
è
staccato
da
l
'
altro
.
Fannosi
colle
schiene
voltate
,
perché
son
contrari
l
'
uno
e
l
'
altro
.
Fannosi
fondati
sopra
un
medesimo
corpo
,
perché
hanno
un
medesimo
fondamento
,
imperò
che
il
fondamento
del
piacere
si
è
la
fatica
col
dispiacere
,
il
fondamento
del
dispiacere
si
sono
i
vari
e
lascivi
piaceri
.
E
però
qui
si
figura
colla
canna
nella
man
destra
,
ch
'
è
vana
e
senza
forza
,
e
le
punture
fatte
con
quella
son
venenose
»
.
Altrove
egli
stesso
,
Leonardo
,
ci
ha
detto
che
tutti
i
beni
ci
son
venduti
da
Dio
a
prezzo
di
fatica
.
E
la
sua
fronte
,
così
luminosa
,
è
pur
sempre
corrugata
dal
pensiero
delle
conquiste
da
fare
,
da
quell
'
interno
giudizio
,
di
cui
egli
si
gloriava
,
sdegnoso
d
'
ogni
mediocrità
:
da
quel
giudizio
,
che
andava
sempre
al
di
là
dell
'
opera
:
virile
,
anzi
gigantesco
asceta
dello
spirito
,
che
non
conosce
altra
gioia
all
'
infuori
di
quella
,
che
è
la
suprema
,
e
che
non
si
dà
,
perché
infinita
.
E
come
in
tutti
gli
asceti
e
mistici
,
platonizzanti
o
no
,
il
suo
occhio
corre
di
là
dalla
vita
,
dalla
natura
,
quantunque
egli
vegga
,
da
uomo
della
Rinascenza
,
che
di
là
non
c
'
è
il
dolore
,
ma
né
anche
la
gioia
,
sì
la
morte
e
il
nulla
.
«
Or
vedi
,
la
speranza
e
'
l
desiderio
del
ripatriarsi
e
ritornare
nel
primo
caos
fa
a
similitudine
de
la
farfalla
al
lume
;
e
l
'
uomo
,
che
con
continui
desiderii
sempre
con
festa
aspetta
la
nuova
primavera
,
sempre
la
nuova
state
,
sempre
e
nuovi
mesi
,
e
nuovi
anni
,
parendogli
che
le
desiderate
cose
venendo
sieno
troppo
tarde
;
e
non
s
'
avede
che
desiderala
sua
disfazione
.
Ma
questo
desidèro
è
la
quintessenza
(
spirito
degli
elementi
)
che
,
trovandosi
rinchiusa
per
anima
dello
umano
corpo
,
desidera
sempre
ritornare
al
suo
mandatario
.
E
vo
'
che
sappi
,
che
questo
desiderio
è
quella
quinta
essenza
compagna
della
natura
;
e
l
'
uomo
è
modello
dello
mondo
»
.
Modello
del
mondo
,
o
microcosmo
,
o
ricapitolazione
ed
epilogo
di
tutto
l
'
essere
dell
'
universo
,
come
lo
concepiva
ed
esaltava
il
Pico
,
come
l
'
avevano
rappresentato
i
platonici
della
tradizione
ermetica
.
Pei
quali
tutti
,
l
'
anima
era
pellegrina
sulla
terra
,
chiusa
in
carcere
,
agitata
di
continuo
dalla
inquieta
nostalgia
del
mandatario
,
come
qui
ci
ha
detto
Leonardo
,
o
,
comunque
,
della
sua
sede
originaria
ed
eterna
.
Intorno
all
'
anima
,
come
intorno
a
Dio
,
Leonardo
non
amerà
troppo
speculare
,
preferendo
lasciarne
il
pensiero
ai
«
frati
,
padri
de
'
popoli
,
li
quali
per
ispirazione
sanno
tutti
li
segreti
»
e
lasciando
«
star
le
lettere
incoronate
,
perché
son
somma
verità
»
.
L
'
anima
egli
pur
ritiene
sottratta
,
al
pari
di
Dio
,
alla
conoscenza
umana
,
in
quanto
al
pari
di
esso
,
«
improvabile
»
,
ossia
non
osservabile
direttamente
nell
'
esperienza
,
da
cui
soltanto
può
muovere
il
nostro
sapere
.
L
'
anima
,
tuttavia
,
concepisce
platonicamente
non
derivante
dalla
compagine
organica
,
anzi
di
questa
dominatrice
come
di
semplice
strumento
;
e
per
conseguenza
non
destinata
a
soggiacere
alla
stessa
fine
del
corpo
,
anzi
partecipe
,
come
cosa
affatto
divina
,
dell
'
immortalità
.
«
L
'
anima
»
,
leggiamo
nel
Codice
Trivulziano
,
«
mai
si
può
corrompere
nella
coruzion
del
corpo
;
ma
fa
nel
corpo
a
similitudine
del
vento
,
ch
'
è
causa
del
sono
de
l
'
organo
;
che
guastandosi
,
una
canna
,
non
resultava
per
quella
voto
del
buono
effetto
»
.
E
dove
considera
a
parte
a
parte
le
meraviglie
della
natura
nella
costruzione
del
nostro
corpo
,
ecco
Leonardo
smettere
la
freddezza
dell
'
anatomico
,
e
rivolgersi
all
'
uomo
con
accento
altamento
umano
:
«
E
tu
uomo
,
che
consideri
in
questa
mia
fatica
l
'
opere
mirabili
della
natura
se
giudicherai
essere
cosa
nefanda
il
distruggerla
,
or
pensa
essere
cosa
nefandissima
il
torre
la
vita
all
'
omo
.
Del
quale
,
se
questa
composizione
ti
pare
di
meraviglioso
artifizio
,
pensa
questa
essere
nulla
rispetto
all
'
anima
,
che
in
tale
architettura
abita
.
E
veramente
,
quale
essa
sia
,
ella
è
cosa
divina
;
sicché
lasciala
abitare
nella
sua
opera
a
suo
beneplacito
,
e
non
volere
che
la
tua
ira
e
malignità
distrugga
una
tanta
vita
;
ché
veramente
chi
non
la
stima
non
la
merita
»
.
Dio
,
dunque
,
e
questa
cosa
divina
,
che
è
l
'
anima
umana
,
eccedono
i
limiti
della
nostra
cognizione
,
perché
non
soggetti
alla
esperienza
.
Ma
la
natura
stessa
non
si
conosce
tutta
.
Di
essa
si
può
conoscere
soltanto
quella
ragione
,
alla
cui
scoperta
ci
conduce
l
'
osservazione
dei
suoi
effetti
:
la
legge
che
ne
governa
le
esterne
manifestazioni
.
Riecheggiando
forse
un
pensiero
che
s
'
incontra
pure
nella
Teologia
platonica
del
Ficino
,
e
ricorda
infatti
un
concetto
di
Socrate
,
ma
che
sarà
ripreso
approfondito
e
fecondato
da
Giambattista
Vico
,
Leonardo
,
distinguendo
tra
l
'
opera
della
natura
e
quella
dell
'
uomo
,
di
questa
,
e
solo
di
questa
ammonisce
doversi
fare
materia
d
'
indagine
,
ove
si
miri
a
indagarne
il
disegno
:
«
O
speculatore
delle
cose
,
non
ti
laldare
di
conoscere
le
cose
,
che
ordinariamente
per
se
medesima
la
natura
conduce
.
Ma
rallegrati
di
conoscere
il
fine
di
quelle
cose
che
son
disegnate
dalla
mente
tua
»
.
Una
finalità
,
bensì
,
Leonardo
attribuisce
alla
stessa
natura
,
che
è
necessaria
perché
razionale
,
e
razionale
,
come
s
'
è
visto
,
in
virtù
della
ragione
che
la
regge
,
non
perché
meccanicamente
operante
.
Tutto
il
filosofare
dei
Neoplatonici
insisteva
nel
concetto
della
Provvidenza
governatrice
delle
cose
naturali
;
e
Leonardo
ammira
l
'
economia
ond
'
è
retta
la
vita
del
mondo
,
e
non
rifugge
dall
'
uso
del
concetto
di
finalità
come
criterio
euristico
d
'
indagine
di
là
dalle
dirette
testimonianze
dell
'
esperienza
.
Così
,
dove
conchiude
alla
negazione
del
dolore
e
del
senso
alle
piante
,
movendo
dalla
mancanza
di
bisogno
che
esse
ne
abbiano
,
dice
:
«
Se
la
natura
ha
ordinato
la
doglia
nell
'
anime
vegetative
col
moto
,
per
conservare
dell
'
istrumenti
,
i
quali
pel
moto
si
potrebbono
diminuire
e
guastare
,
l
'
anime
vegetative
senza
moto
non
hanno
a
percotere
né
contr
'
a
sé
posti
obietti
;
onde
la
doglia
non
è
necessaria
nelle
piante
,
onde
,
rompendole
,
non
sentano
dolore
come
quelle
dell
'
animale
»
.
Nella
stessa
corrispondenza
tra
causa
ed
effetto
,
in
cui
consiste
la
ragione
che
alla
mente
è
dato
scoprire
nella
natura
,
Leonardo
vede
,
giustamente
,
il
miracolo
,
ossia
l
'
opera
dello
spirito
.
Così
,
a
proposito
dell
'
occhio
,
dirà
:
«
Qui
le
figure
,
qui
li
colori
,
qui
tutte
le
spezie
delle
parti
dell
'
universo
son
ridotte
in
un
punto
,
e
quel
punto
è
di
tanta
meraviglia
!
O
mirabile
,
o
stupenda
necessità
,
tu
costrigni
,
colla
tua
legge
,
tutti
li
effetti
,
per
brevissima
via
,
a
partecipare
delle
lor
cause
.
Questi
son
li
miracoli
!
Scrivi
nella
tua
Notomia
,
come
,
in
tanto
minimo
spazio
,
l
'
immagine
possa
rinascere
e
ricomporsi
nella
sua
dilatazione
»
.
E
la
Natura
sempre
gli
apparisce
,
dove
si
spinga
il
suo
occhio
a
indagarla
,
provvidenza
ordinatrice
di
mezzi
ai
fini
;
fini
insieme
armonizzanti
a
comporre
la
vita
del
tutto
.
Così
nell
'
occhio
dell
'
uomo
,
così
nelle
narici
dei
cavalli
,
che
gli
stolti
usavano
tagliare
«
come
se
credessino
la
natura
avere
mancato
ne
'
necessarie
cose
,
per
le
quali
li
omini
abbiano
a
essere
suoi
correttori
»
;
così
nella
disposizione
delle
foglie
negli
ultimi
rami
delle
piante
;
così
per
tutto
.
Anche
il
male
,
per
Leonardo
,
è
strumento
di
bene
.
E
una
legge
razionale
,
e
ferrea
perché
tale
,
nella
sua
teleologia
stringe
il
cosmo
nelle
sue
parti
infinite
:
«
Naturalmente
ogni
cosa
desidera
mantenersi
in
suo
essere
»
e
«
tutti
li
elementi
,
fori
del
loro
naturale
sito
,
desiderano
a
esso
sito
ritornare
»
;
e
«
il
moto
violento
,
quanto
più
s
'
esercita
più
s
'
indebolisce
;
il
naturale
fa
l
'
opposto
:
liberamente
,
più
obedisce
»
.
VI
Con
questo
concetto
della
natura
siamo
sulla
via
del
naturalismo
;
ma
non
del
naturalismo
scientifico
di
Galileo
,
bensì
di
quello
metafisico
di
Bruno
e
di
Campanella
,
che
naturalizzano
lo
spirito
,
ma
spiritualizzano
la
natura
,
come
,
dopo
Platone
e
gli
Stoici
,
aveva
fatto
la
filosofia
alessandrina
,
al
cui
risorgimento
in
Firenze
Leonardo
assistette
e
partecipò
,
senza
attrattiva
,
di
certo
,
pei
problemi
propriamente
speculativi
,
anzi
con
qualche
disdegno
per
le
dispute
e
il
gridio
delle
scuole
filosofiche
,
ma
pur
respirando
nell
'
aria
del
suo
tempo
le
idee
già
penetrate
nella
mente
di
tutti
gli
spiriti
colti
,
con
cui
fu
in
contatto
quotidiano
.
Da
quelle
idee
egli
,
pittore
,
ma
,
come
altri
artisti
del
suo
tempo
,
studioso
profondo
della
tecnica
della
sua
arte
,
e
portato
quindi
dal
genio
possente
e
veloce
alla
scienza
propriamente
detta
,
in
cui
si
risolve
ogni
tecnica
,
trasse
l
'
intuizione
di
quella
natura
,
a
cui
rivolse
il
suo
sguardo
acutissimo
e
universale
.
Universale
,
com
'
egli
amava
dire
,
non
pensando
all
'
universo
,
che
come
infinito
sapeva
non
esistere
,
ma
all
'
universalità
della
vita
attraverso
il
numero
inesauribile
delle
sue
forme
,
e
quindi
alla
necessità
per
l
'
umano
ingegno
di
non
chiudersi
dentro
nessun
limite
,
ma
di
spaziare
liberamente
,
instancabilmente
,
sine
lassitudine
secondo
un
motto
leonardesco
.
E
lo
stesso
atteggiamento
scientifico
del
suo
spirito
assumeva
pertanto
aspetto
filosofico
per
i
suoi
presupposti
;
e
si
scaltriva
e
confermava
nella
coscienza
di
alcuni
canoni
metodici
fondamentali
.
Che
sono
sostanzialmente
due
:
quello
dell
'
esperienza
,
base
del
conoscere
,
di
cui
abbiamo
già
detto
;
e
quello
della
matematica
come
determinazione
esatta
della
ragione
o
legge
naturale
,
accessibile
mediante
l
'
esperienza
.
Concetto
di
cui
Leonardo
s
'
impadronisce
-
-
era
nella
scienza
contemporanea
e
nella
stessa
filosofia
,
a
cui
,
m
'
è
parso
di
doverlo
riconnettere
;
-
-
vi
insiste
con
la
forza
ingenita
e
la
perspicuità
somma
del
suo
intelletto
;
e
lo
svolge
ed
assoda
con
una
coscienza
,
che
anticipa
anche
qui
Galileo
.
La
matematica
a
lui
,
come
al
grande
Pisano
e
a
Cartesio
,
rappresenta
il
tipo
del
vero
sapere
scientifico
:
che
,
partendo
-
-
son
sue
parole
-
-
da
«
li
primi
veri
e
noti
principii
,
procede
successivamente
e
con
vere
seguenzie
insino
al
fine
»
.
Questo
è
il
processo
,
infatti
,
dell
'
aritmetica
e
della
geometria
,
«
che
trattano
con
somma
verità
della
quantità
discontinua
e
continua
»
.
«
Qui
»
,
è
sempre
Leonardo
che
parla
,
«
non
si
arguirà
,
che
due
tre
facciano
più
o
men
che
sei
;
né
che
un
triangolo
abbia
li
suoi
angoli
minori
di
due
angoli
retti
»
(
l
'
esempio
che
torna
sempre
sul
labbro
del
più
grande
dei
filosofi
matematizzanti
,
Benedetto
Spinoza
)
;
«
ma
con
eterno
silenzio
resta
distrutta
ogni
arguizione
,
e
con
pace
sono
fruite
dalli
loro
devoti
:
il
che
far
non
possono
le
bugiarde
scienze
mentali
»
.
La
matematica
suggella
l
'
immagine
della
natura
,
che
anch
'
egli
,
col
Rinascimento
che
già
s
'
avanza
,
vagheggia
ed
ama
quale
perfetta
rivelazione
dell
'
eterno
potere
.
Alla
cui
mente
sovrana
non
ardisce
alzare
lo
sguardo
;
e
contentandosi
delle
sue
anatomie
,
si
svolge
sdegnoso
contro
gli
stolti
che
«
vogliono
abbracciare
la
mente
di
Dio
,
nella
quale
s
'
include
l
'
universo
,
come
se
l
'
avessimo
anatomizata
.
O
stoltizia
umana
,
non
t
'
avedi
tu
che
se
'
stata
con
teco
tutta
la
tua
età
,
e
non
hai
ancora
notizia
di
quella
cosa
che
tu
più
possiedi
,
cioè
della
tua
pazzia
!
E
volli
a
poi
con
la
moltitudine
dei
soffistichi
inganare
te
e
altri
,
splezando
le
matematiche
scienze
,
nelle
qual
si
contiene
la
vera
notizia
delle
cose
....
;
e
voi
poi
scorrere
ne
'
miracoli
,
e
scrivere
e
dar
notizia
di
quelle
cose
di
che
la
mente
umana
non
è
capace
,
e
non
si
posson
dimostrare
per
nessun
esemplo
naturale
»
.
VII
La
mente
di
Dio
va
cercata
negli
esempi
naturali
,
così
come
l
'
idea
dell
'
artista
splende
nell
'
opera
sua
.
La
quale
non
è
per
Leonardo
-
-
naturalista
dunque
,
ma
,
ripeto
,
platonico
-
-
la
copia
della
natura
sensibile
,
ma
l
'
effigie
dell
'
idea
.
Onde
,
esaltando
la
sua
pittura
,
egli
potrà
dire
con
pienezza
d
'
intenzione
filosofica
:
«
Qual
poeta
con
parole
ti
metterà
innanzi
,
o
amante
,
la
vera
effigie
della
tua
idea
con
tanta
verità
,
qual
farà
il
pittore
?
»
.
Il
quale
,
perciò
,
non
imita
,
ma
crea
.
«
Se
'
l
pittore
voi
vedere
bellezze
che
lo
innamorino
,
egli
n
'
è
signore
di
generarle
;
e
se
voi
vedere
cose
mostruose
che
spaventino
,
o
che
sieno
buffonesche
e
risibili
,
o
veramente
compassionevoli
,
ei
n
'
è
signore
e
dio
.
E
se
voi
generare
siti
e
deserti
,
lochi
ombrosi
e
freschi
ne
'
tempi
caldi
,
esso
li
figura
,
e
così
lochi
caldi
ne
'
tempi
freddi
.
Se
voi
valli
,
se
vole
dalle
alte
cime
de
'
monti
scoprire
gran
campagna
,
e
se
vole
dopo
quella
vedere
l
'
orizzonte
del
mare
,
egli
n
'
è
signore
;
e
se
delle
basse
valli
voi
vedere
gli
alti
monti
,
o
de
li
alti
monti
le
bassi
valli
e
spiaggie
.
E
in
effetto
,
ciò
ch
'
è
nell
'
universo
per
essenzia
,
presenzia
o
immaginazione
,
esso
lo
ha
prima
nella
mente
,
e
poi
nelle
mani
,
e
quelle
sono
di
tanta
eccellenza
,
che
in
pari
tempo
generano
una
proporzionata
armonia
di
un
solo
sguardo
,
qual
fanno
le
cose
»
.
Questa
potenza
creatrice
del
pittore
è
quella
divinità
dell
'
uomo
,
che
il
platonismo
additava
nell
'
anima
umana
e
quella
per
cui
esso
insegnò
a
tutto
il
Rinascimento
ad
esaltare
la
dignità
e
grandezza
dell
'
uomo
nel
mondo
,
di
cui
anche
Leonardo
ha
detto
l
'
uomo
modello
.
Leonardo
,
che
,
con
l
'
animo
dell
'
artista
il
quale
ha
tutto
nella
sua
arte
,
vede
nella
pittura
l
'
apice
dell
'
umana
eccellenza
,
e
nell
'
occhio
,
nel
divino
occhio
mentale
che
scorre
per
l
'
universo
e
lo
idealizza
,
e
si
affisa
nell
'
idea
che
è
sua
,
canta
commosso
questa
potenza
divina
dell
'
uomo
centro
e
riassunto
dell
'
universo
e
signore
della
natura
:
lo
canta
nel
Trattato
della
Pittura
in
una
pagina
che
ricorda
,
anche
nei
particolari
,
la
canzone
di
Tommaso
Campanella
in
lode
dell
'
uomo
«
re
,
epilogo
,
armonia
,
fin
d
'
ogni
cosa
»
.
«
Tanto
più
vale
la
pittura
che
la
poesia
,
quanto
la
pittura
serve
a
miglior
senso
e
più
nobile
che
la
poesia
.
La
qual
nobiltà
è
provata
esser
tripla
alla
nobiltà
di
tre
altri
sensi
,
perché
è
stato
eletto
di
volere
piuttosto
perdere
l
'
udito
e
odorato
e
tatto
,
che
'
l
senso
del
vedere
;
perché
chi
perde
il
vedere
perde
la
veduta
e
bellezza
dell
'
universo
,
e
resta
similitudine
di
un
che
sia
chiuso
in
vita
in
una
sepoltura
,
nella
quale
abbia
moto
e
vita
.
Or
non
vedi
,
che
l
'
occhio
abbraccia
la
bellezza
di
tutto
il
mondo
?
Egli
è
capo
dell
'
astrologia
.
Egli
fa
la
cosmografia
.
Esso
tutte
le
umane
arti
consiglia
e
corregge
;
muove
Pomo
a
diverse
parti
del
mondo
.
Questo
è
principe
delle
matematiche
.
Le
sue
scienzie
sono
certissime
.
Questo
ha
misurato
l
'
altezze
e
grandezze
delle
stelle
;
questo
ha
trovato
gli
elementi
e
loro
siti
;
questo
ha
fatto
predire
le
cose
future
mediante
il
corso
delle
stelle
;
questo
l
'
architettura
,
e
prospettiva
,
questo
la
divina
pittura
ha
generata
.
O
eccellentissimo
sopra
tutte
l
'
altre
cose
create
da
Dio
,
quali
laudi
fien
quelle
,
ch
'
esprimere
possino
la
tua
nobiltà
?
quali
popoli
,
quali
lingue
saranno
quelle
,
che
appieno
possino
descrivere
la
tua
vera
operazione
?
«
Questo
è
finestra
dell
'
umano
corpo
,
per
la
quale
l
'
anima
specula
e
fruisce
la
bellezza
del
mondo
.
Per
questo
l
'
anima
si
contenta
dell
'
umano
carcere
;
e
senza
questo
,
esso
umano
carcere
è
suo
tormento
.
E
per
questo
l
'
industria
umana
ha
trovato
il
fuoco
,
mediante
il
quale
l
'
occhio
riacquista
quello
,
che
prima
li
tolsero
le
tenebre
.
Questo
ha
ornato
la
natura
coll
'
agricoltura
e
dilettevoli
giardini
.
«
Ma
che
bisogna
ch
'
io
m
'
estenda
in
sì
alto
e
lungo
discorso
?
Qual
'
è
quella
cosa
,
che
per
lui
non
si
faccia
?
Ei
move
li
omini
da
l
'
oriente
all
'
occidente
;
questo
ha
trovato
la
navigazione
.
E
in
questo
supera
la
natura
:
che
li
semplici
naturali
sono
finiti
,
e
l
'
opere
,
che
l
'
occhio
commanda
alle
mani
,
sono
infinite
;
come
dimostra
il
pittore
nelle
finzioni
d
'
infinite
forme
d
'
animali
et
erbe
,
piante
e
siti
»
.
Occhio
,
è
chiaro
,
nella
lingua
di
Leonardo
è
il
pensiero
dell
'
uomo
;
è
l
'
uomo
,
che
ha
riacquistato
il
senso
profondo
del
suo
valore
,
e
splendidamente
lo
dimostra
nello
stesso
Leonardo
,
creatore
di
bellezza
immortale
e
fondatore
di
una
molteplice
scienza
signoreggiatrice
della
natura
.
V
LA
FILOSOFIA
A
FIRENZE
NELL
'
ETÀ
MEDICEA
I
La
filosofia
dell
'
età
medicea
a
Firenze
è
stata
finora
studiata
più
ne
'
suoi
tratti
generali
e
nell
'
estrinseco
che
nelle
sue
specifiche
e
determinate
dottrine
,
nella
interna
generazione
di
queste
,
nel
significato
che
esse
ebbero
nel
loro
formarsi
e
che
conservano
nella
storia
del
pensiero
europeo
,
per
l
'
azione
che
esercitarono
in
Italia
e
fuori
d
'
Italia
;
come
sarà
pur
necessario
studiarla
a
volerla
ritrarre
con
pienezza
di
rappresentazione
storica
,
e
come
s
'
è
cominciato
a
studiarla
in
questi
ultimi
anni
.
Una
efficace
esposizione
dovrebbe
perciò
procedere
lenta
per
documentate
analisi
e
ragionate
dimostrazioni
;
per
le
quali
,
non
est
hic
locus
.
Qui
io
dovrò
limitarmi
a
descrivere
in
modo
succinto
e
sommario
l
'
immagine
che
mi
son
fatta
io
di
questa
filosofia
.
Immagine
che
avrà
,
s
'
intende
,
il
valore
che
avrà
,
e
potrà
essere
accettata
o
respinta
secondo
le
idee
con
cui
altri
si
sarà
accostato
ad
essa
e
le
impressioni
che
quindi
ne
avrà
ricevute
;
segnatamente
secondo
il
concetto
che
egli
abbia
del
Rinascimento
italiano
ed
europeo
,
che
è
poi
come
dire
,
niente
meno
,
il
concetto
di
tutta
la
storia
moderna
.
E
per
incominciare
,
distinguo
.
Divido
cioè
l
'
età
medicea
in
due
periodi
,
la
cui
profonda
differenza
credo
sia
da
tener
presente
per
intendere
il
diverso
carattere
del
pensiero
filosofico
fiorentino
nel
Quattrocento
e
nei
due
secoli
seguenti
:
-
-
il
periodo
creativo
della
potenza
medicea
,
quando
questi
grandi
mercanti
si
dimostrano
stoffa
di
principi
,
di
papi
,
di
regine
e
con
Cosimo
il
Vecchio
padre
della
patria
e
con
Lorenzo
il
Magnifico
domano
le
fazioni
cittadine
che
avevano
impedito
al
Comune
uno
stabile
assetto
,
una
legge
e
un
'
autorità
,
e
creano
lo
Stato
senza
proclamarsene
capi
,
anzi
studiandosi
di
mantenere
abito
e
forma
di
privati
cittadini
;
-
-
e
il
periodo
granducale
da
Cosimo
I
a
Giangastone
,
lungo
tutta
la
parabola
di
splendore
e
di
decadenza
del
nuovo
stato
,
ormai
costituito
ma
costretto
a
vivere
destreggiandosi
tra
la
Chiesa
,
la
Repubblica
Veneta
e
le
grandi
potenze
straniere
;
quando
Firenze
diventa
la
Toscana
.
Tra
un
periodo
e
l
'
altro
la
crisi
,
in
cui
si
chiude
tragicamente
il
passato
glorioso
morte
del
Magnifico
,
calata
di
Carlo
VIII
,
supplizio
di
Savonarola
,
lotta
tra
palleschi
e
piagnoni
;
nuovi
esilii
e
turbolenze
;
finché
gli
stranieri
intervengono
a
pacificare
la
città
spegnendo
le
ultime
faville
della
libertà
antica
e
imponendo
il
Granducato
.
Di
qua
dall
'
assedio
di
Firenze
è
tutta
la
vita
suscitata
nell
'
età
creativa
del
Comune
e
dei
primi
Medici
dalle
potenti
energie
dell
'
operoso
e
geniale
popolo
fiorentino
:
ricco
,
attivo
,
meravigliosamente
intelligente
,
sensibilissimo
agli
aspetti
e
alle
suggestioni
della
bellezza
e
dell
'
arte
,
e
perciò
veramente
geniale
e
creatore
.
A
codesto
periodo
che
varca
la
fine
del
secolo
del
Magnifico
e
si
protrae
d
'
un
trentennio
nel
successivo
,
appartengono
i
grandi
fiorentini
,
anche
se
vissuti
a
lungo
nel
secolo
XVI
:
Machiavelli
,
nato
nel
1469
,
Leonardo
,
nato
nel
1452
,
e
lo
stesso
Michelangiolo
,
nato
nel
1475
:
tutti
spiriti
temprati
nella
prima
Firenze
medicea
.
Nella
quale
convivono
compartecipi
dello
stesso
movimento
spirituale
medicei
e
anti
medicei
,
letterati
e
pensatori
,
umanisti
e
artisti
,
epicurei
ed
asceti
,
poeti
della
vita
e
del
godimento
e
poeti
platonizzanti
(
basti
ricordare
Lorenzo
stesso
de
'
Medici
,
che
accoglie
nell
'
animo
e
contempera
entrambe
queste
note
discordanti
)
,
un
Pulci
(
14321484
)
,
un
Poliziano
(
14541494
)
e
un
Ficino
(
143399
)
,
un
Pico
(
146394
)
e
perfino
un
Savonarola
,
il
più
austero
,
il
più
intransigente
spirito
religioso
dell
'
epoca
,
e
iniziatore
d
'
un
moto
di
riforma
interna
della
Chiesa
cattolica
e
della
società
durato
fino
al
secolo
scorso
e
forse
non
ancora
spento
il
più
fiero
osteggiatore
e
flagellatore
della
Firenze
medicea
,
che
gli
spiriti
più
religiosi
del
tempo
,
Pico
e
lo
stesso
Ficino
,
entrambi
ligi
a
Lorenzo
,
o
non
intesero
a
pieno
,
o
acerbamente
condannarono
,
con
modi
,
o
come
quelli
tenuti
dal
Ficino
non
degni
d
'
un
filosofo
,
dopo
che
il
gran
Domenicano
aveva
scontato
nel
rogo
quelle
che
agli
occhi
d
'
un
pallesco
potevano
apparire
intemperanze
d
'
un
santo
fervore
;
ma
egli
stesso
,
il
Savonarola
,
non
sarebbe
più
visibile
nella
luce
che
ne
illumina
la
complessa
figura
se
si
staccasse
dalla
Firenze
del
Magnifico
e
del
Machiavelli
.
Anche
qui
concordia
discors
.
Identico
problema
,
e
soluzioni
opposte
in
un
contrasto
assurdo
se
il
problema
,
l
'
ispirazione
,
il
mondo
in
cui
questi
uomini
vivono
della
loro
passione
e
della
loro
fede
,
non
fosse
identico
.
Oh
,
se
frate
Girolamo
fosse
rimasto
a
Ferrara
o
a
Bologna
,
avrebbe
anche
potuto
essere
un
eloquente
e
fervido
predicatore
della
riforma
dei
costumi
,
ma
non
sarebbe
forse
passato
all
'
azione
politica
e
al
supremo
cimento
con
l
'
autorità
di
Roma
!
Come
Machiavelli
non
s
'
intende
senza
quel
grande
laboratorio
di
sperimentazione
politica
che
è
la
città
sua
e
lo
spirito
scientifico
sbocciatovi
dal
fervore
umanistico
.
Né
Cosimo
né
Lorenzo
avrebbero
trovato
altrove
materia
ed
occasioni
alla
loro
genialità
politica
.
Egli
è
che
l
'
uomo
non
deve
mai
separare
ciò
che
Dio
ha
unito
;
e
uomini
ed
ambienti
(
città
e
tempi
)
,
concordi
o
discordi
,
fanno
una
sintesi
,
un
'
unità
indivisibile
a
chi
ricerca
nella
storia
la
vita
ond
'
essa
fu
animata
e
si
costituì
.
II
La
Firenze
medicea
è
una
città
d
'
intensa
vita
economica
e
quindi
politica
:
quell
'
inferma
(
quale
apparve
agli
occhi
di
Dante
nei
momenti
pessimistici
delle
sue
peregrinazioni
dolorose
di
vinto
e
di
esule
)
quell
'
inferma
che
non
può
trovare
posa
sulle
piume
;
e
non
la
può
trovare
,
perché
è
giovane
,
gagliarda
,
e
sente
il
fiotto
del
sangue
nelle
vene
,
e
si
muove
e
cerca
se
stessa
:
il
glorioso
Comune
,
diviso
,
discorde
,
ma
rigoglioso
,
operoso
,
potente
,
ricercato
per
tutto
,
apprezzato
,
ammirato
.
Come
ogni
giovane
,
cerca
se
stesso
;
cerca
e
non
trova
la
pace
,
l
'
unità
,
lo
Stato
.
Pure
,
chi
cerca
trova
;
e
il
male
non
è
non
aver
trovato
,
ma
non
cercare
.
E
la
città
in
cui
Coluccio
,
il
Bruni
,
il
Niccoli
,
il
Poggio
,
Ambrogio
Traversari
e
Palla
Strozzi
hanno
raccolto
e
continuano
lo
spirito
del
padre
dell
'
umanesimo
,
il
Petrarca
:
scopritore
d
'
un
nuovo
mondo
,
che
fa
cadere
in
discredito
la
vecchia
cultura
medievale
e
la
filosofia
delle
scuole
;
e
gli
animi
si
rivolgono
a
un
nuovo
ideale
,
nel
cui
concetto
è
il
segreto
della
storia
di
Firenze
medicea
,
ossia
dell
'
Italia
del
Rinascimento
.
A
questo
ideale
accenna
il
nuovo
culto
di
Platone
,
dapprima
conosciuto
solo
per
fama
,
e
pure
amato
ardentemente
(
«
com
'
uom
per
fama
s
'
innamora
»
)
,
superstiziosamente
,
a
segno
che
un
codice
de
'
suoi
dialoghi
nella
lingua
originale
si
costodisce
come
un
tesoro
inestimabile
ancorché
non
si
sappia
ancora
leggere
e
appena
forse
decifrare
;
e
nulla
più
si
desidera
che
mettersi
in
grado
di
procurarsene
una
traduzione
latina
.
poiché
Platone
,
con
l
'
autorità
conferitagli
dagli
alti
elogi
che
se
ne
leggeva
nei
Padri
della
Chiesa
e
nei
classici
più
pregiati
,
per
es
.
Cicerone
,
avrebbe
finalmente
liberato
le
menti
dal
servaggio
aristotelico
proprio
degli
epigoni
della
filosofia
scolastica
e
degli
insegnamenti
frateschi
a
cui
al
tempo
di
Dante
ogni
uomo
aspirante
a
una
cultura
superiore
era
costretto
a
far
capo
.
E
poiché
l
'
aristotelismo
della
decadenza
succeduto
ai
grandi
sistemi
del
XIII
secolo
troppo
indulgeva
alle
tendenze
naturalistiche
della
filosofia
araba
da
una
parte
e
alle
sottigliezze
sterili
e
oziose
o
almeno
prive
d
'
ogni
afflato
morale
della
così
detta
dialettica
degli
eterni
lambiccatori
di
termini
concettuali
,
la
riscossa
operata
da
Platone
s
'
intendeva
dovesse
essere
risorgimento
dello
spirito
e
degli
interessi
profondi
,
morali
e
religiosi
,
del
cuore
umano
.
Il
quale
ha
bisogno
di
una
fede
-
-
fede
nello
spirito
,
nella
sua
sostanzialità
e
quindi
libertà
ed
immortalità
,
-
-
per
poter
credere
che
l
'
uomo
sia
capace
di
cosa
che
valga
.
Questo
virtuale
platonismo
,
che
è
antiaristotelismo
(
e
,
propriamente
,
antiaverroismo
,
antioccamismo
)
,
è
nel
Petrarca
.
Ed
è
l
'
aspirazione
degli
umanisti
fiorentini
,
che
si
mettono
sulle
sue
orme
e
fanno
scuola
,
anche
fuori
di
Firenze
,
poiché
,
per
citare
uno
dei
nomi
maggiori
,
Lorenzo
Valla
a
Roma
e
a
Napoli
muove
da
loro
.
E
imparano
essi
il
greco
;
e
appena
possono
,
se
ne
servono
a
tradurre
Platone
.
Sono
Platonici
?
Sono
scontenti
della
scienza
tradizionale
delle
scuole
;
e
cercano
altro
.
Cercano
,
perché
tra
l
'
esperienza
della
vita
vissuta
intensamente
,
nell
'
ade
che
li
attrae
e
incanta
o
nel
tumulto
della
vita
cittadina
dove
ognuno
tanto
vale
quanto
è
capace
di
farsi
valere
con
l
'
intelligenza
e
con
la
volontà
,
e
tra
l
'
esempio
e
gli
ammaestramenti
del
Petrarca
sulla
nuova
via
da
lui
aperta
e
trionfalmente
percorsa
per
lungo
tratto
tra
l
'
ammirazione
universale
dell
'
Europa
colta
per
l
'
eminente
sua
personalità
e
per
il
suo
spirituale
dominio
,
frutto
non
di
superiori
investiture
o
di
privilegi
naturali
,
ma
dell
'
attività
,
dell
'
applicazione
,
dello
studio
dell
'
intelligenza
quindi
addestrata
e
nobilitata
,
questi
umanisti
sentono
,
sebbene
oscuramente
,
una
grande
verità
:
che
l
'
uomo
è
figlio
di
se
stesso
;
che
vera
nobiltà
non
è
quella
della
nascita
bensì
quella
delle
opere
;
che
a
torto
gli
uomini
attribuiscono
alla
fortuna
quel
che
,
a
ben
riflettere
,
è
sempre
il
frutto
del
loro
operare
;
e
che
insomma
ognuno
ha
in
se
stesso
il
germe
del
mondo
in
cui
aspira
a
vivere
:
purché
voglia
,
purché
pensi
,
e
accumuli
esperienze
e
dottrina
,
e
legga
perciò
e
metta
a
profitto
più
che
può
della
sapienza
dei
secoli
tramandata
nei
libri
,
eredità
preziosa
e
sacra
degli
uomini
che
si
sveglino
dalla
vita
istintiva
per
partecipare
al
mondo
proprio
degli
uomini
.
È
che
è
il
mondo
della
cultura
:
un
mondo
senza
tempo
,
in
cui
tutti
si
ritrovano
infatti
concittadini
della
stessa
città
,
i
vivi
con
i
morti
,
con
gli
antichi
risorti
a
nuova
vita
per
virtù
del
lettore
ed
interprete
,
che
,
ridando
la
vita
ai
trapassati
,
instaura
un
mondo
immortale
:
quello
dell
'
uomo
che
in
ogni
tempo
è
sempre
il
medesimo
,
come
il
Sole
e
la
Terra
;
e
agisce
sempre
a
un
modo
;
con
gli
stessi
vizi
,
le
stesse
virtù
,
lo
stesso
sentire
e
la
stessa
logica
.
Un
mondo
,
a
cui
ci
si
solleva
con
l
'
intelligenza
,
estraniandoci
e
liberandoci
dai
vincoli
e
limiti
,
e
dai
fastidi
della
vita
reale
e
quotidiana
.
Un
mondo
ideale
,
ma
più
luminoso
del
mondo
reale
e
più
conforme
perciò
ai
bisogni
spirituali
dell
'
uomo
.
Mondo
di
libertà
,
in
cui
il
petto
dell
'
uomo
si
apre
infatti
a
un
respiro
infinito
e
sente
in
sé
non
so
che
divino
.
Giannozzo
Manetti
,
il
bonario
Giannozzi
,
e
pur
uomo
dottissimo
e
meditativo
,
potrà
,
varcata
la
cinquantina
,
esser
costretto
da
esosi
fiscalismi
a
lasciare
la
sua
città
;
a
cui
aveva
resi
tanti
servigi
come
diplomatico
esperto
:
ma
porterà
,
a
Roma
ed
a
Napoli
,
la
sua
patria
nel
cuore
e
nella
mente
;
e
quando
,
ad
invito
del
re
Alfonso
d
'
Aragona
,
scriverà
il
suo
celebre
trattato
De
dignilate
et
excellentia
hominis
(
1452
)
,
non
farà
che
formulare
la
fede
profonda
dell
'
umanesimo
fiorentino
.
La
Firenze
medicea
è
infine
la
città
del
Concilio
di
Eugenio
IV
(
1439
)
succeduto
a
quello
di
Ferrara
dell
'
anno
prima
:
l
'
uno
e
l
'
altro
per
l
'
unione
delle
due
Chiese
greca
e
romana
.
Un
concilio
che
fallì
allo
scopo
per
cui
era
stato
convocato
,
poiché
se
non
impossibile
sarà
sempre
difficile
che
si
transiga
in
materia
di
dommi
.
Non
fu
però
un
fallimento
per
la
storia
dello
spirito
umano
che
se
ne
giovò
per
un
'
unione
non
religiosa
ma
filosofica
,
che
doveva
produrre
effetti
di
capitale
importanza
non
pure
nello
svolgimento
del
pensiero
speculativo
,
ma
in
tutto
l
'
indirizzo
della
moderna
civiltà
europea
.
Giacché
quell
'
occasione
fece
venire
a
Firenze
filosofi
greci
,
ossia
bizantini
,
come
Giorgio
Gemisto
(
il
celebre
Platone
,
che
per
amor
di
Platone
si
compiaceva
di
questo
equivalente
del
suo
cognome
)
e
il
Bessarione
:
l
'
uno
fermo
nella
sua
filosofia
che
,
contaminando
platonismo
e
neoplatonismo
con
dottrine
zoroastriche
,
vagheggiava
certo
suo
ideale
di
religione
razionale
sincretistica
arieggiante
a
un
ritorno
al
vecchio
paganesimo
greco
;
l
'
altro
zelatore
convinto
della
fusione
delle
due
Chiese
e
tanto
dotto
nella
filosofia
di
Platone
come
di
Aristotele
quanto
sincero
nella
sua
fede
cristiana
e
aperto
all
'
intelligenza
dello
spirito
della
Chiesa
latina
,
alla
quale
personalmente
aderì
e
nella
quale
venne
in
grande
autorità
,
nominato
cardinale
,
universalmente
stimato
e
diventato
uno
de
'
più
attivi
promotori
della
cultura
italiana
della
seconda
metà
del
Quattrocento
,
con
i
suoi
scritti
e
con
tutta
l
'
opera
sua
:
memorabile
sopra
tutto
per
la
ricca
collezione
di
manoscritti
raccolta
e
donata
a
Venezia
,
prezioso
nucleo
originario
della
Marciana
.
Intorno
a
loro
molti
i
dotti
greci
venuti
a
Firenze
o
in
altre
città
d
'
Italia
per
causa
del
Concilio
o
perché
costretti
a
cercare
l
'
Occidente
dopo
la
caduta
di
Costantinopoli
in
mano
dei
Turchi
anch
'
essi
in
varia
guisa
e
misura
efficaci
collaboratori
del
nuovo
orientamento
della
cultura
italiana
:
l
'
Argiropulo
,
Demetrio
Calcondila
,
Costantino
Lascaris
,
Giorgio
da
Trebisonda
,
Teodoro
Gaza
,
Michele
Apostolio
.
Essi
resero
familiare
in
Italia
la
cognizione
del
greco
,
agitarono
questioni
intorno
alla
interpretazione
dei
due
maggiori
filosofi
greci
:
con
le
loro
polemiche
,
con
i
loro
insegnamenti
,
con
le
loro
dispute
appassionate
ed
appassionanti
attrassero
gli
animi
verso
quel
mondo
luminoso
,
di
cui
di
tratto
in
tratto
solo
qualche
bagliore
aveva
solcato
il
cielo
della
cultura
medievale
.
Gemisto
parve
a
Firenze
un
redivivo
Platone
.
Un
suo
biografo
bizantino
ricorda
:
«
Di
quanta
ammirazione
eran
pieni
i
Romani
in
Firenze
per
la
dottrina
,
la
virtù
,
la
forza
dell
'
eloquenza
di
quell
'
uomo
!
Egli
riluceva
in
mezzo
a
loro
più
splendido
del
sole
.
Gli
uni
lo
magnificavano
come
il
dottore
e
il
benefattore
comune
degli
uomini
,
gli
altri
lo
chiamavano
Platone
e
Socrate
»
.
Non
importa
che
egli
fosse
il
più
risoluto
e
gagliardo
avversario
dell
'
unione
delle
due
Chiese
:
la
dottrina
,
la
gravità
dell
'
aspetto
del
sapiente
vegliardo
conquistavano
gli
animi
.
Ai
circoli
dove
Platone
disputava
,
accorrevano
avidi
di
ascoltarlo
i
fiorentini
che
erano
tutti
come
presi
da
una
febbre
di
sapere
,
di
scrutare
,
di
scoprire
il
nuovo
mondo
misterioso
che
era
stato
loro
additato
come
racchiudente
il
segreto
della
vita
.
Mai
infatti
una
città
ha
avuto
una
classe
colta
così
relativamente
numerosa
;
raffinata
,
scossa
dai
nuovi
bisogni
spirituali
e
ansiosa
di
luce
.
A
quei
circoli
accorreva
anche
il
primo
dei
cittadini
di
Firenze
,
Cosimo
de
'
Medici
.
E
tanti
anni
dopo
Marsilio
Ficino
nel
dedicare
la
sua
traduzione
di
Plotino
a
Lorenzo
,
rifacendo
la
storia
del
movimento
platonico
fiorentino
,
non
poteva
non
ricordare
Cosimo
padre
della
patria
,
il
quale
quo
tempore
concilium
inter
Graecos
atque
Latinos
sub
Eugenio
pontifice
Florentiae
tractabatur
,
Philosophum
graecum
nomine
Gemistum
,
cognomine
Platonem
,
quasi
Platonem
alterum
,
de
mysteriis
platonicis
disputantem
frequenter
audivit
.
Ascoltava
curioso
l
'
intelligente
uomo
quelle
dispute
;
e
,
da
quello
spirito
pratico
che
era
,
veniva
pensando
che
qualche
cosa
si
doveva
pur
fare
a
Firenze
a
coronamento
del
vasto
rinnovamento
spirituale
evidente
in
questa
nuova
Atene
.
Alla
quale
infatti
mancava
soltanto
la
gloria
d
'
un
alto
pensiero
per
potersi
in
tutto
paragonare
all
'
antica
,
ma
non
mancavano
certo
né
ingegni
né
fervore
di
studi
.
Bisognava
creare
una
nuova
accademia
,
una
grande
scuola
capace
di
ridestare
e
riprendere
l
'
insegnamento
del
grande
maestro
ateniese
,
morto
da
tanti
secoli
e
pur
sempre
vivo
,
di
riaccendere
quella
gran
luce
di
cui
tanti
sprazzi
si
riversavano
nei
dotti
discorsi
del
venerando
maestro
ottantenne
di
Bizanzio
.
Allora
,
secondo
il
Ficino
,
si
sarebbe
formato
nella
mente
di
Cosimo
il
disegno
della
futura
Accademia
platonica
di
Firenze
;
disegno
che
doveva
attuare
ventanni
dopo
,
quando
conobbe
nel
1459
Marsilio
stesso
,
giovane
ventiseenne
,
figliuolo
del
suo
medico
e
familiare
Diotifeci
,
e
gli
parve
la
persona
che
per
certi
scritti
platonici
già
pubblicati
e
pel
suo
buon
avviamento
nello
studio
della
lingua
greca
facesse
per
lui
.
E
volle
confortarlo
all
'
impresa
,
prenderlo
sotto
la
sua
protezione
,
procurargli
manoscritti
,
agevolargli
in
ogni
modo
gli
studi
a
cui
doveva
dedicarsi
,
assicurargli
materialmente
una
vita
libera
da
cure
e
bisogni
che
potessero
distrarlo
e
impedirgli
di
percorrere
il
cammino
assegnatogli
:
tradurre
e
illustrare
Platone
e
i
suoi
seguaci
maggiori
.
Quale
che
sia
il
valore
del
racconto
ficiniano
-
-
del
resto
in
tutto
attendibile
-
-
non
si
può
contestare
che
il
movimento
ficiniano
in
cui
sbocca
,
tutto
il
platonismo
umanistico
dal
Petrarca
a
Leonardo
Bruni
,
deriva
pure
dall
'
azione
esercitata
da
Gemisto
sullo
spirito
dei
dotti
fiorentini
a
mezzo
il
secolo
decimoquinto
;
e
che
detto
movimento
con
le
sue
conseguenza
storiche
che
sono
,
come
or
ora
diremo
,
di
grande
portata
,
è
effetto
dell
'
incontro
avvenuto
in
questo
tempo
a
Firenze
tra
la
estrema
e
vecchia
speculazione
bizantina
e
il
giovane
umanesimo
italiano
.
Perché
tra
noi
,
a
Firenze
,
Gemisto
trovò
preparato
il
terreno
,
anzi
una
pianta
robusta
e
rigogliosa
,
in
cui
potesse
innestarsi
e
riprender
vigore
,
per
nuovi
germogli
vitali
,
questo
ramo
stanco
del
sincretismo
platonico
che
era
la
sua
dottrina
,
destinata
,
invece
,
nella
sua
terra
d
'
origine
a
disseccarsi
e
inaridire
.
D
'
altra
parte
,
quell
'
umanismo
di
stile
petrarchesco
che
si
ritrova
ancora
nel
Manetti
,
poteva
bensì
ringagliardire
nell
'
uomo
la
coscienza
della
propria
dignità
e
potenza
ossia
della
sua
libertà
:
ma
in
un
modo
tutto
letteratura
ed
arte
,
e
quindi
reale
bensì
e
capace
di
dare
gioia
agli
uomini
,
ma
astratto
,
parziale
,
insufficiente
,
incapace
di
dare
una
ragione
a
tutta
la
vita
,
non
pure
estetica
,
ma
morale
,
e
quindi
politica
,
e
religiosa
.
Platone
aveva
una
fede
;
aveva
cioè
una
risposta
ai
problemi
che
tormentano
l
'
uomo
,
facendogli
cercare
un
perché
alla
vita
e
alla
morte
,
di
là
da
quel
mondo
infinito
e
pur
breve
in
cui
egli
può
chiudersi
e
spaziare
con
l
'
intelligenza
e
con
l
'
arte
.
La
sua
dottrina
,
razionale
o
fantastica
,
mista
di
idee
e
di
miti
,
traeva
comunque
l
'
uomo
da
sé
dal
suo
mondo
,
e
lo
metteva
di
fronte
a
Dio
:
dalla
luce
magari
lo
traeva
al
mistero
.
Si
,
al
mistero
.
Ma
a
quel
mistero
a
cui
non
vale
volger
le
spalle
per
contentarsi
di
quel
tanto
che
possono
dare
ragione
e
fantasia
.
Questo
mistero
,
questo
divinum
quid
,
è
poi
la
serietà
della
vita
,
che
prima
o
poi
assale
l
'
uomo
che
s
'
abbandoni
alla
tripudiante
baldanza
dell
'
umanità
contenta
di
sé
,
chiusa
nella
sua
effimera
gioia
e
trascorrente
nel
canto
spensierato
:
Quant
'
è
bella
giovinezza
che
si
fugge
tuttavia
!
Chi
vuol
esser
lieto
,
sia
di
doman
non
c
'
è
certezza
....
Non
fatica
,
non
dolore
!
Ciò
c
'
ha
a
esser
,
convien
sia
.
Chi
vuol
esser
lieto
,
sia
;
di
doman
non
c
'
è
certezza
.
Cotesto
mistero
,
che
costringe
a
pensare
,
e
a
pensare
seriamente
,
nasce
nella
filosofia
italiana
,
prima
umanistica
,
letteraria
,
filologica
,
da
questo
incrocio
bizantino
che
la
Firenze
medicea
opera
attraverso
la
filosofia
ficiniana
,
che
è
ancora
filologia
,
ossia
interpretazione
dei
testi
platonici
e
neoplatonici
,
ma
è
già
piena
ed
intera
filosofia
,
degna
di
un
'
età
eminentemente
mistica
ed
energicamente
religiosa
com
'
è
quella
della
Firenze
di
Savonarola
.
Vi
concorrerà
Giovanni
Pico
della
Mirandola
,
adunatore
di
ogni
dovizia
di
pensiero
e
di
mistero
della
greca
,
filosofia
e
della
orientale
,
e
nella
sua
breve
vita
agitatore
d
'
ogni
umana
sapienza
intorno
al
mistero
dell
'
anima
celante
nel
suo
segreto
un
divino
principio
,
infinito
,
immortale
,
creatore
;
il
Pico
,
signore
di
cortesia
e
di
disputazione
,
cavaliere
ardito
e
indomito
,
malgrado
ogni
minaccia
,
rampogna
o
condanna
di
questa
filosofia
tutta
protesa
nello
sforzo
di
dare
una
vasta
fede
all
'
uomo
che
pensa
e
riflette
.
Egli
susciterà
la
meraviglia
universale
per
l
'
erudizione
portentosa
come
per
l
'
audacia
delle
sue
asserzioni
.
Attorno
al
Ficino
studiosi
provetti
e
giovani
di
elette
inclinazioni
speculative
faranno
corona
,
e
con
lui
si
esalteranno
nel
culto
di
Platone
,
come
Ficino
lo
celebra
,
erede
e
rappresentante
massimo
d
'
ogni
più
antica
sapienza
e
maestro
fedelmente
seguìto
nei
secoli
dai
platonizzanti
d
'
ogni
tempo
,
Greci
e
Latini
,
pagani
e
cristiani
;
maestro
di
una
sapienza
comprovata
nel
volger
dei
tempi
attraverso
una
tradizione
tanto
più
salda
di
verità
quanto
più
estesa
nel
tempo
,
con
dottrine
pur
divergenti
e
divergenti
credenze
religiose
.
Grande
Platone
,
maestro
d
'
una
verità
che
è
la
rivelazione
dell
'
uomo
a
se
stesso
,
per
quel
fondo
comune
di
umanità
per
cui
tutte
le
genti
convengono
in
una
sola
religione
,
in
una
sola
fede
,
in
una
sola
filosofia
.
A
questa
,
quale
si
viene
delineando
a
mano
a
mano
che
il
Ficino
traduce
e
commenta
Platone
,
Plotino
,
Porfirio
,
Proclo
,
Dionigi
l
'
Areopagita
ed
Ermete
Trismegisto
(
il
più
suggestivo
e
misterioso
,
se
anche
il
meno
puro
dei
pensatori
neoplatonizzanti
)
e
ne
svolge
il
pensiero
in
proemi
,
trattati
e
lettere
,
raccogliendo
da
ultimo
il
tutto
nella
sua
opera
maggiore
della
Theologia
Platonica
,
si
volgono
tutte
le
menti
anche
dal
resto
d
'
Italia
,
anche
dai
Paesi
che
oltr
'
alpe
l
'
Umanesimo
italiano
aveva
riscossi
dal
vecchio
dogmatismo
della
cultura
medievale
da
Parigi
,
dall
'
Inghilterra
,
dalla
Germania
,
dalla
Boemia
,
dall
'
Ungheria
.
«
Virtus
et
sapientia
tua
»
,
scriveva
da
Parigi
al
Ficino
il
I
°
settembre
1496
Roberto
Gaguin
,
«
Ficine
,
tanta
in
nostra
Academia
Parisiensi
circumfertur
,
ut
cum
in
doctissimorum
virorum
collegiis
,
tum
in
classibus
etiam
Puerorum
tuum
nomea
ametur
atque
celebretur
»
.
Il
carteggio
ficiniano
,
che
una
volta
gli
Italiani
si
risolveranno
a
leggere
e
a
ristampare
in
una
edizione
critica
(
richiesta
dalle
redazioni
manoscritte
che
ce
ne
attestano
la
formazione
)
apparirà
qual
'
è
,
uno
dei
più
luminosi
documenti
dell
'
impero
spirituale
dell
'
Italia
del
Rinascimento
sull
'
Europa
,
e
dimostrerà
come
largamente
si
sia
diffusa
l
'
azione
del
Ficino
fuori
di
Firenze
e
fuori
d
'
Italia
.
Esso
ci
fa
intendere
come
e
perché
i
nuovi
problemi
posti
dal
platonismo
fiorentino
-
-
religione
naturale
,
innatismo
,
immortalità
dell
'
anima
,
centralità
dell
'
uomo
,
e
cioè
del
pensiero
,
nel
mondo
,
divinità
del
mondo
rispecchiantesi
nel
microcosmo
dello
spirito
umano
-
-
siano
diventati
i
problemi
di
Herbert
di
Cherbury
,
dei
platonisti
e
mistici
della
scuola
di
Cambridge
nel
secolo
diciassettesimo
,
e
prima
che
di
essi
,
di
Telesio
,
Patrizi
,
Bruno
,
Campanella
,
e
infine
,
come
oggi
tutti
gli
studiosi
riconoscono
,
di
Giambattista
Vico
:
lievito
potente
di
tutto
il
pensiero
moderno
,
poiché
senza
la
religione
naturale
di
Herbert
,
anzi
di
Campanella
,
non
s
'
intende
il
razionalismo
del
Settecento
;
senza
l
'
innatismo
di
Cambridge
non
s
'
intende
la
critica
di
Locke
,
né
quindi
Leibniz
e
Kant
.
Senza
il
naturalismo
del
Ficino
che
si
sviluppa
in
quello
di
Telesio
,
non
si
ha
né
Bruno
ne
Campanella
;
né
si
crea
l
'
atmosfera
di
Cartesio
e
di
Spinoza
.
Senza
Vico
rimane
chiusa
la
via
regia
alla
nuova
filosofia
come
filosofia
dello
spirito
.
IV
Ancora
.
Al
cerchio
del
pensiero
ficiniano
non
si
sottraggono
in
Italia
neanche
pensatori
che
per
la
corrente
e
tradizionale
storia
della
filosofia
passano
per
i
corifei
dell
'
indirizzo
opposto
alla
metafisica
ficiniana
:
Leonardo
p
.
e
.
o
Galileo
,
dei
quali
invece
è
da
pensare
che
siano
tra
i
maggiori
intelletti
che
ebbero
ispirazione
e
norma
di
pensare
dal
capo
dell
'
Accademia
fiorentina
.
Leonardo
,
molto
più
giovane
del
filosofo
,
si
formò
per
altro
nella
Firenze
dei
tempi
stessi
del
Ficino
.
In
un
inedito
poema
incompiuto
,
posteriore
alla
morte
del
Ficino
,
uno
scolaro
di
questo
,
Giovanni
Nesi
,
autore
di
varie
scritture
platoniche
,
lo
ricorda
così
:
In
carbon
vidi
già
con
arte
intera
Imago
veneranda
del
mio
Vinci
Che
in
Delo
e
in
Creta
e
Samo
me
'
non
era
Amico
Leonardo
del
Nesi
e
forse
del
pari
di
Bernardo
Canigiani
e
di
Niccolò
Capponi
,
anch
'
essi
complatonici
,
come
si
chiamavano
,
del
Ficino
;
familiari
pertanto
a
lui
certamente
gli
scritti
e
i
pensieri
dei
platonici
fiorentini
.
E
come
si
potrebbe
pensare
quest
'
uomo
ardente
di
tutto
vedere
e
sapere
,
indifferente
a
un
movimento
spirituale
a
cui
tutti
si
interessano
,
filosofi
e
poeti
,
letterati
e
artisti
,
al
suo
tempo
,
nella
sua
città
?
È
stato
già
messo
in
chiaro
quanto
si
siano
allontanati
dal
vero
gli
storici
che
hanno
scambiato
il
concetto
vinciano
della
esperienza
sensibili
col
concetto
che
ne
hanno
gl
'
ingenui
empiristi
puri
,
antichi
e
moderni
;
e
come
egli
al
di
sopra
della
percezione
sensitiva
collochi
un
«
giudizio
»
o
«
ragione
»
,
che
è
organo
di
una
cognizione
superiore
e
necessaria
,
alla
quale
ogni
esperienza
deve
chiedere
il
sigillo
della
verità
.
«
Ricordati
»
dice
egli
a
se
stesso
,
«
quando
comenti
l
'
acque
,
d
'
allegar
prima
la
sperienza
e
poi
la
ragione
»
.
Senza
la
quale
non
c
'
è
scienza
.
Per
Leonardo
in
natura
,
dalla
ragione
si
scende
al
fatto
che
ci
dà
l
'
esperienza
;
nella
mente
umana
,
dal
fatto
si
risale
alla
ragione
.
Altrove
,
come
già
fu
avvertito
,
dice
netto
che
«
nessun
effetto
è
in
natura
sanza
ragione
.
Intendi
la
ragione
,
e
non
ti
bisogna
sperienza
»
(
Cod
.
Atl
.
,
147
v
.
)
.
È
insomma
il
doppio
processo
o
circolo
platonico
,
che
riecheggia
in
Spinoza
e
in
Schelling
:
come
nel
nostro
Gioberti
:
discensivo
prima
e
ascensivo
poi
.
Anche
per
Leonardo
la
vera
scienza
è
nella
ragione
;
è
perciò
necessaria
;
e
perciò
matematica
.
Come
più
tardi
per
Galileo
.
E
par
di
sentire
Galileo
a
leggere
l
'
esaltazione
delle
matematiche
come
forma
necessaria
e
schiettamente
logica
d
'
ogni
perfezione
scientifica
.
Nel
Trattato
della
Pittura
:
«
Nissuna
umana
investigazione
si
pò
dimandare
vera
scienzia
,
s
'
essa
non
passa
per
le
mattematiche
dimostrazioni
.
E
se
tu
dirai
che
le
scienzie
,
che
principiano
e
finiscono
nella
mente
,
abbiano
verità
,
questo
non
si
concede
,
ma
si
niega
,
per
molte
raggioni
e
prima
,
che
in
tali
discorsi
mentali
non
accade
esperienzia
senza
la
quale
nulla
dà
di
sé
certezza
»
.
Accenti
galileiani
anche
più
espliciti
sono
più
oltre
,
e
giova
udirli
:
«
Dove
si
grida
non
è
vera
scienzia
perché
la
verità
ha
un
solo
termine
,
il
quale
essendo
pubblicato
,
il
letigio
resta
in
eterno
distrutto
;
e
s
'
esso
litigio
resurge
,
la
(
è
)
bugiarda
e
confusa
scienzia
,
e
non
certezza
rinata
.
Ma
le
verie
scienzie
sono
quelle
che
la
sperienza
ha
fatto
penetrare
per
li
sensi
e
posto
silenzio
alla
lingua
de
'
litiganti
,
e
che
non
pasce
di
sogno
li
suoi
investigatori
,
ma
sempre
sopra
li
primi
veri
e
noti
principi
precede
successivamente
e
con
vere
seguenzie
insino
al
fine
,
come
si
dinota
nelle
prime
matematiche
,
cioè
numero
e
misura
,
detta
aritmetica
e
geometria
che
trattano
con
somma
verità
della
quantità
discontinua
e
continua
»
.
Infine
,
«
nessuna
certezza
è
dove
non
si
po
'
applicare
una
delle
scienze
matematiche
o
ver
che
sono
unite
con
esse
matematiche
»
Pensieri
che
non
sono
contraddetti
come
è
stato
creduto
da
ciò
che
è
affermato
intorno
alle
matematiche
nelle
celebri
Tesi
di
Pico
della
Mirandola
(
e
che
sarà
presso
a
poco
riaffermato
più
tardi
dal
Vico
)
;
poiché
tali
affermazioni
non
si
riferiscono
alla
necessità
né
alla
certezza
del
pensare
matematico
,
a
cui
mirava
Leonardo
,
ma
alla
consistenza
dell
'
oggetto
a
cui
la
matematica
si
rivolge
,
e
alla
differenza
profonda
del
metodo
proprio
della
geometria
e
di
quello
che
invece
si
confà
alla
poesia
e
alla
filosofia
.
Giacché
in
verità
intorno
al
valore
formale
e
logico
delle
scienze
matematiche
l
'
origine
del
concetto
che
è
in
Leonardo
e
si
ritroverà
in
Galileo
e
in
Cartesio
non
si
intenderebbe
mai
da
chi
non
si
rifacesse
dalla
tradizione
platonica
.
Per
Ficino
basta
leggere
i
suoi
Collectanea
al
Filebo
.
Ma
gli
spunti
platonizzanti
di
Leonardo
-
-
conviene
insistervi
per
farla
finita
con
la
falsa
idea
di
un
Leonardo
antificiniano
-
-
sono
frequenti
tra
le
sue
note
.
Qualche
esempio
:
«
Qual
poeta
con
parole
ti
metterà
innanzi
,
o
amante
,
la
vera
effige
della
tua
idea
con
tanta
verità
,
qual
farà
il
pittore
?
»
.
È
una
reminiscenza
che
s
'
incontra
nel
Trattato
della
pittura
,
Oltre
i
detti
gia
citati
del
Codice
Trivulziano
«
I
sensi
sono
terestri
:
la
ragione
sta
for
di
quelli
quanto
contempla
»
e
quest
'
altro
appunto
:
«
Il
corpo
nostro
è
sottoposto
al
cielo
e
lo
cielo
è
sottoposto
allo
spirito
»
:
nel
manoscritto
H
(
56
r
.
)
è
un
accenno
di
sapore
bruniano
,
che
riecheggia
motivi
platonici
:
«
Tutto
tuo
discorso
ha
a
concludere
la
terra
essere
una
stella
quasi
simile
alla
luna
.
E
così
proverrai
la
nobilità
del
nostro
mondo
»
.
E
quest
'
altro
nel
manoscritto
H
(
89
v
.
)
:
«
Faciano
nostra
vita
coll
'
altrui
morte
.
Ne
la
cosa
morta
riman
vita
di
sensato
,
la
quale
,
ricongiunta
agli
stomaci
de
'
vivi
,
ripiglia
vita
sensitiva
e
intellettiva
»
.
E
nello
stesso
manoscritto
:
«
L
'
acqua
che
surgie
ne
'
monti
è
il
sangue
che
tiene
viva
essa
montagnia
.
E
forata
in
essa
o
per
traverso
essa
vena
la
natura
,
aiutatrice
de
'
suoi
vivi
,
sendo
abondante
nell
'
aumento
di
volere
vincere
il
mancamento
del
versato
omore
,
quivi
con
curioso
socorso
abonda
,
a
similitudine
del
loro
percorso
nell
'
omo
,
e
si
vede
,
per
lo
socorso
fato
,
multiplicare
il
sangue
sotto
la
pelle
»
(
77'
)
.
E
anche
quest
'
altro
del
Trivulziano
(
29'
)
:
«
Ogni
omo
sempre
si
trova
nel
mezo
del
mondo
e
sotto
il
mezo
del
suo
emisferio
e
sopra
il
cientro
d
'
esso
mondo
»
:
che
ricorda
il
famoso
detto
ermetico
(
di
quell
'
Ermete
filosofo
,
il
cui
nome
si
trova
segnato
per
memoria
nel
Manoscritto
M
:
il
Trismegisto
,
tradotto
ed
esaltato
da
Ficino
e
dai
ficiniani
)
,
il
famoso
detto
affermante
l
'
infinità
del
mondo
e
l
'
umanità
che
lo
pervade
e
vi
si
slarga
ed
attua
infinitamente
.
Il
gran
concetto
spinoziano
della
virtù
premio
a
se
stessa
,
d
'
origine
platonica
e
stoica
ricorrente
nel
Ficino
come
nel
Pomponazzi
,
ecco
è
anch
'
esso
già
in
un
appunto
di
Leonardo
:
«
Non
si
dimanda
ricchezza
quella
che
si
può
perdere
.
La
virtù
e
solo
nostro
bene
ed
è
vero
premio
del
suo
possessore
.
Lei
non
si
può
perdere
,
Lei
non
ci
abbandona
,
se
prima
la
vita
non
ci
lascia
.
Le
robe
e
le
esterne
dovizie
sempre
le
tieni
con
timore
,
e
ispesso
lasciano
con
iscorno
e
sbeffato
il
loro
possessore
»
(
Ash
,
134
v
.
)
.
Infine
,
una
curiosità
,
ma
significativa
.
Da
Giorgio
Gemisto
a
Tommaso
Campanella
il
sole
,
dator
di
vita
e
sorgente
di
luce
,
è
motivo
costante
di
esaltazione
pei
filosofi
che
in
esso
vedono
simboleggiata
,
anzi
rappresentata
la
stessa
divinità
.
Nei
manoscritti
vinciani
è
una
specie
di
Inno
al
sole
(
Lalde
,
cioè
Laude
,
del
sole
,
come
egli
dice
)
,
di
cui
egli
stesso
cita
le
fonti
:
La
spera
di
Goro
Dati
,
e
gl
'
Hymni
naturales
del
Marullo
;
ma
il
cui
motivo
era
si
può
dire
,
nell
'
aria
,
nella
Firenze
ficiniana
del
suo
tempo
;
e
anche
il
Ficino
aveva
scritto
un
De
Sole
:
Se
guarderai
le
stelle
sanza
razi
(
come
si
fa
a
vederle
per
un
piccolo
foro
fatto
colla
strema
punta
da
la
sottile
acuchia
e
que
(
sto
)
posto
quasi
a
tocare
l
'
ochio
)
,
tu
vedrai
esse
stelle
esser
tanto
minime
che
nulla
cosa
pare
minore
.
E
veramente
la
lunga
distanzia
dà
loro
ragionevole
diminuizione
,
ancora
che
molte
vi
sono
che
son
moltissime
volte
maggiori
che
la
stella
che
è
la
terra
coll
'
acqua
.
Ora
pensa
quel
che
parebbe
essa
nostra
stella
in
tanta
distanzia
;
e
considera
poi
quante
stelle
si
metterebbe
e
per
longitudine
e
latitudine
infra
esse
stelle
,
le
quali
sono
terminate
per
esso
spazio
tenebroso
.
Mai
non
posso
fare
ch
'
io
non
biasimi
molti
di
quelli
antichi
,
li
quali
disono
che
'
l
sole
non
avea
altra
grandezza
che
quella
che
mostra
.
Fra
'
quali
fu
Epicuro
....
Ben
mi
maraviglio
che
Socrate
biasimassi
questo
tal
corpo
,
e
che
dicessi
quello
essere
a
similitudine
di
pietra
infocata
.
È
certo
che
chi
lo
ponì
di
tale
errore
,
di
poco
pecò
.
Ma
io
vorrei
avere
vocaboli
che
mi
servissimo
a
biasimare
quelli
che
vollon
laldare
più
lo
adorare
li
omini
che
tal
Sole
,
non
vedendo
nell
'
universo
corpo
di
magiore
magnitudine
e
virtù
di
quello
.
El
suo
lume
allumina
tutti
li
corpi
celesti
che
per
l
'
universo
si
compartano
.
Tutte
le
anime
discendan
da
lui
,
perché
il
caldo
ch
'
è
nelli
animali
vivi
vien
dall
'
anime
,
e
nessuno
altro
caldo
né
lume
è
nell
'
universo
.
E
cierto
costoro
che
han
voluto
adorare
omini
per
iddei
,
come
Giove
,
Saturno
,
Marte
e
simili
,
han
fatto
grandissimo
errore
,
vedendo
che
,
ancora
che
Pomo
fusi
grande
quanto
il
nostro
mondo
,
parebe
simile
a
una
minima
stella
,
la
qual
pare
un
punto
nell
'
universo
;
e
ancora
vedendo
essi
omini
mortali
e
putridi
e
coruttibili
nelle
lor
sepolture
»
.
V
.
Ho
nominato
Machiavelli
:
ficiniano
,
platonizzante
anche
lui
nel
suo
concetto
della
«
virtù
»
come
essenza
dell
'
uomo
domatore
della
fortuna
e
fabbro
del
suo
mondo
,
lo
Stato
.
Ho
nominato
Galilei
,
stella
di
prima
grandezza
nel
firmamento
fiorentino
mediceo
:
egli
e
i
suoi
dell
'
Accademia
del
Cimento
onore
e
lustro
del
granducato
.
Anche
lui
tutto
compreso
dell
'
alto
concetto
dell
'
uomo
,
che
Manetti
,
Ficino
e
Pico
avevano
additato
:
anch
'
egli
audacemente
convinto
che
ci
sia
una
scienza
umana
identica
non
per
estensione
sì
per
intensità
o
valore
alla
divina
;
limitata
bensì
alle
matematiche
forse
per
quelle
stesse
considerazioni
che
Marsilio
aveva
indicate
nel
suo
Commentario
al
Parmenide
e
che
saranno
svolte
più
tardi
dal
Vico
;
anch
'
egli
disposto
e
pronto
ad
esaltarsi
e
commuoversi
nella
coscienza
della
grandezza
e
potenza
dell
'
ingegno
umano
,
anche
in
mezzo
alle
severe
speculazioni
scientifiche
de
'
suoi
Massimi
sistemi
;
anch
'
egli
dell
'
opinione
di
Platone
e
di
tutti
i
platonici
che
la
scienza
non
venga
all
'
uomo
dal
di
fuori
,
ma
l
'
abbia
dentro
,
e
soltanto
dal
proprio
interno
possa
cavarla
.
Innatismo
nel
Galilei
,
protoparente
dei
positivisti
della
nostra
fanciullezza
?
Ebbene
,
si
rilegga
il
luogo
dei
Massimi
sistemi
dove
Galileo
ammonisce
che
nulla
s
'
insegna
quando
si
tratti
di
verità
necessarie
,
e
che
quando
uno
non
sa
la
verità
da
per
sé
è
impossibile
che
altri
glie
ne
faccia
sapere
;
poiché
tante
cose
si
sanno
quantunque
non
siano
avvertite
.
Poté
dunque
il
pensiero
toscano
nel
periodo
granducale
calare
di
tono
e
dai
grandi
problemi
della
vita
a
cui
Platone
l
'
aveva
educato
,
tornare
alla
disciplina
di
particolari
problemi
dell
'
esperienza
e
però
della
natura
esterna
,
ma
non
lasciò
più
la
via
sulla
quale
s
'
era
incamminato
.
Alla
filosofia
succede
la
scienza
e
grandeggia
.
Ma
l
'
ispirazione
antica
non
si
spegne
;
e
quella
voce
solenne
che
da
Firenze
aveva
rinfrancato
l
'
uomo
del
Rinascimento
e
inculcatagli
la
fede
in
sé
medesimo
,
nel
suo
divino
ingegno
,
nella
sua
stessa
volontà
possente
,
riscuote
i
petti
di
altri
Italiani
che
in
altre
provincie
italiane
,
nel
mezzogiorno
,
erano
più
duramente
provati
dalla
tirannia
delle
scuole
e
della
Chiesa
e
dello
Stato
,
e
costretti
a
ricercare
in
se
medesimi
,
per
entro
ai
vigilati
chiostri
,
nel
buio
delle
umide
prigioni
,
tra
torture
fisiche
e
morali
,
la
forza
di
pensare
,
e
cioè
la
libertà
e
la
vita
.
Quella
voce
giganteggia
e
si
fa
più
solenne
sulla
bocca
di
un
filosofo
calabrese
,
il
Campanella
,
che
sperò
un
momento
anche
lui
di
riparare
all
'
ombra
tranquilla
del
Granducato
in
Toscana
;
e
ha
tutto
l
'
impeto
dell
'
estro
religioso
.
Il
suo
ispirato
canto
è
noto
al
lettore
di
questo
libro
;
ma
va
qui
ricordato
come
il
suggello
di
questo
glorioso
periodo
del
pensiero
italiano
.
VI
BERNARDINO
TELESIO
I
Dietro
al
chiarore
del
Rinascimento
,
sullo
sfondo
dell
'
orizzonte
,
s
'
addensa
ancora
la
nebbia
medievale
;
e
la
luce
nascente
s
'
imporpora
dei
riflessi
fumiganti
di
quella
nebbia
,
che
il
sole
alto
,
splendente
nel
mezzo
del
cielo
,
spazzerà
,
quando
agli
albori
antelucani
sarà
successo
il
gran
giorno
dell
'
età
moderna
.
In
quella
prima
ora
le
vecchie
idee
sono
morte
;
ma
,
anche
morte
,
rimangono
nel
pensiero
umano
,
e
l
'
impediscono
e
l
'
opprimono
con
la
gravezza
di
ciò
che
,
estraneo
alla
vita
,
ne
impedisce
il
cammino
.
Le
idee
nuove
,
quelle
che
sono
anche
oggi
la
sostanza
del
nostro
spirito
,
vengono
annunziate
,
anzi
affermate
con
la
vivacità
impetuosa
e
fremente
,
con
l
'
entusiasmo
gioioso
della
giovinezza
,
che
ha
per
sé
l
'
avvenire
e
non
sente
il
passato
che
si
lascia
alle
spalle
.
Ma
la
loro
affermazione
per
noi
è
piuttosto
un
annunzio
:
manca
lo
sviluppo
logico
,
in
cui
è
la
vita
concreta
delle
idee
,
e
manca
l
'
integrazione
,
che
il
lembo
della
verità
intravvista
raccolga
nella
coscienza
coerente
del
tutto
,
dove
ogni
parte
ha
il
suo
valore
organico
.
E
lo
sviluppo
e
l
'
integrazione
mancano
,
perché
il
nuovo
è
commisto
col
vecchio
e
ravvolto
nella
vecchia
scorza
;
e
si
va
innanzi
,
come
infatti
è
dei
giovani
,
senza
sapere
distintamente
che
cosa
si
lascia
e
che
cosa
si
cerca
,
e
quale
il
cammino
:
portati
dall
'
istinto
della
vita
,
che
perverrà
più
tardi
alla
netta
coscienza
del
nuovo
e
alla
negazione
del
vecchio
.
Perciò
tutti
i
pensatori
di
questa
età
hanno
due
facce
,
e
ci
presentano
contraddizioni
,
che
paiono
spiantare
i
principii
stessi
del
loro
filosofare
;
e
chi
guarda
a
una
sola
faccia
,
non
riesce
più
a
rendersi
conto
dell
'
altra
.
E
chi
ne
fa
gli
iniziatori
,
a
dirittura
,
del
pensiero
moderno
,
e
chi
li
respinge
indietro
,
alla
Scolastica
dei
tempi
di
mezzo
:
laddove
il
loro
significato
storico
è
in
questa
loro
posizione
tra
una
filosofia
che
hanno
solo
virtualmente
superata
e
una
filosofia
che
del
pari
solo
virtualmente
affermano
.
Trascurare
cotesto
residuo
esanime
,
che
resiste
nei
loro
sistemi
alle
intuizioni
innovatrici
,
in
tutti
filosofi
,
dal
Ficino
,
anzi
dal
Valla
,
al
Bruno
e
al
Campanella
,
non
è
possibile
:
vien
meno
tutto
il
significato
di
queste
medesime
intuizioni
,
che
fanno
di
essi
i
precursori
dei
più
grandi
filosofi
moderni
;
e
non
si
spiegano
più
atteggiamenti
essenziali
e
parti
vitali
del
loro
pensiero
;
ma
,
sopra
tutto
,
diviene
un
mistero
perché
il
germe
di
verità
,
che
essi
si
recano
in
mano
,
rimanga
soltanto
un
germe
,
la
cui
vita
s
'
arresti
appena
cominciata
.
II
L
'
uomo
del
medio
evo
si
era
travagliato
in
una
contraddizione
,
che
si
può
dire
organica
,
perché
ne
dipendeva
la
vita
stessa
del
pensiero
.
Una
contraddizione
,
i
cui
termini
,
se
si
vuol
considerare
il
processo
generale
della
storia
ne
'
suoi
grandi
tratti
,
si
possono
designare
come
la
filosofia
greca
e
la
fede
cristiana
:
due
termini
,
che
il
pensiero
tentò
per
tutte
le
vie
,
lungo
più
di
un
millennio
,
di
conciliare
;
ma
erano
assolutamente
inconciliabili
sul
terreno
in
cui
si
era
posto
.
poiché
,
a
dirla
in
breve
,
la
sua
dottrina
,
che
avrebbe
dovuto
operare
la
conciliazione
,
era
tuttavia
la
filosofia
greca
,
cioè
uno
dei
due
termini
stessi
antagonisti
.
La
filosofia
greca
è
il
pensiero
che
si
vede
fuori
di
sé
:
e
si
vede
perciò
o
come
natura
,
nella
sua
immediatezza
sensibile
,
o
come
idea
,
che
non
è
atto
del
pensiero
che
pensa
,
ma
cosa
in
cui
il
pensiero
si
affisa
,
e
che
presuppone
come
verità
eterna
e
ragione
eterna
di
tutte
le
cose
e
della
sua
stessa
cognizione
parallela
alla
vicenda
delle
cose
:
in
entrambi
i
casi
,
realtà
che
è
in
se
stessa
quella
che
è
,
indipendentemente
dalla
relazione
in
cui
il
pensiero
entra
con
essa
quando
la
conosce
.
Visione
la
più
dolorosa
che
l
'
anima
umana
possa
avere
del
proprio
essere
nel
mondo
:
perché
l
'
anima
umana
vive
di
verità
,
cioè
della
fede
che
sia
da
pensare
quello
che
essa
pensa
;
e
in
quella
visione
,
che
è
poi
la
visione
eterna
della
prima
riflessione
,
da
cui
si
dovrà
sempre
pigliare
le
mosse
,
la
verità
,
quel
che
è
veramente
,
non
è
nell
'
anima
umana
.
La
cui
condizione
permanente
e
,
a
dir
vero
,
tragica
da
quell
'
ardente
e
sensibilissimo
amatore
dell
'
essere
eterno
o
dell
'
ideale
del
mondo
,
che
fu
Platone
,
venne
raffigurata
nel
mito
di
Eros
:
mito
pregno
,
nella
sua
classica
serenità
,
di
pathos
che
direi
cosmico
:
perché
l
'
aspirazione
fervente
al
divino
,
che
è
l
'
Amore
di
Platone
,
e
che
nella
sua
forma
più
alta
è
la
filosofia
,
non
è
solo
lo
sforzo
supremo
in
cui
si
concentra
l
'
anima
umana
,
ma
culmina
in
questa
e
affatica
l
'
universo
,
tormentato
tutto
dal
desiderio
di
qualche
cosa
che
,
essendo
il
suo
vero
essere
,
è
fuori
di
esso
.
Mito
,
che
,
con
tutto
il
suo
pathos
,
può
essere
intanto
sereno
,
perché
l
'
occhio
dell
'
idealista
greco
è
attratto
dalla
bellezza
dell
'
ideale
lontano
,
e
vi
si
affisa
,
e
gli
sfugge
la
miseria
infinita
dell
'
amante
senza
speranza
.
In
questa
visione
,
quando
,
per
opera
principalmente
dello
stesso
Platone
,
la
verità
della
natura
sensibile
e
mortale
si
rifrange
nelle
forme
ideali
,
ond
'
essa
si
rivela
al
pensiero
ne
'
suoi
vari
aspetti
,
e
diventa
sistema
di
idee
,
tutta
la
scienza
,
nel
suo
proprio
assetto
,
quale
possesso
adeguato
della
verità
,
non
apparisce
come
il
perenne
lavoro
della
mente
e
la
celebrazione
dell
'
ufficio
supremo
del
mondo
,
ma
quasi
un
che
di
remoto
dalla
realtà
,
astratto
ideale
,
di
cui
la
cognizione
umana
è
sempre
copia
imperfetta
.
La
scienza
,
di
cui
la
logica
deduttiva
di
Aristotele
descrive
sapientemente
il
congegno
,
non
è
la
scienza
nostra
,
la
scienza
umana
,
che
si
fa
svolgendosi
continuamente
nella
storia
:
è
la
scienza
che
ha
principii
immediati
,
in
sé
contenenti
sistematicamente
tutti
i
concetti
,
in
cui
si
snoda
lo
scibile
:
è
pertanto
la
scienza
che
scienza
è
in
quanto
è
tutta
e
perfetta
a
un
tratto
,
senza
possibilità
di
svolgimento
storico
:
quella
scienza
,
per
ottenere
la
quale
tutto
questo
svolgimento
,
in
cui
è
pure
tutta
la
vita
e
tutto
l
'
essere
nostro
,
non
giova
:
un
ideale
,
al
cui
cospetto
quel
travaglio
mentale
,
che
ci
par
tuttavia
la
cosa
più
seria
del
mondo
,
non
ha
valore
di
sorta
.
Dentro
questa
visione
si
chiude
tutta
la
filosofia
greca
,
e
ogni
filosofia
che
,
come
quella
del
medio
evo
,
accetta
la
logica
,
e
la
maniera
d
'
intendere
la
verità
,
che
è
propria
di
Aristotele
.
Questa
logica
si
può
definire
la
logica
della
trascendenza
;
o
altrimenti
,
la
logica
dell
'
intellettualismo
.
Per
questa
logica
infatti
la
verità
,
termine
dell
'
intelletto
,
è
trascendente
,
radicalmente
superiore
all
'
intelletto
stesso
;
e
questo
è
ridotto
a
semplice
facoltà
passiva
,
contemplatrice
e
non
autrice
.
Che
è
il
concetto
dell
'
intelletto
nel
senso
deteriore
del
termine
:
quasi
mente
,
che
importa
bensì
la
presenza
delle
cose
da
conoscere
,
ma
non
dell
'
uomo
,
non
dello
spirito
che
le
conosce
;
e
che
ha
appunto
questo
di
proprio
e
di
diverso
rispetto
alle
cose
:
che
essa
non
è
cosa
da
conoscere
,
anzi
l
'
attività
correlativa
,
che
queste
presuppongono
nel
loro
concetto
di
«
cose
da
conoscere
»
.
Mentre
,
insomma
,
per
essa
c
'
è
il
mondo
,
ed
essa
,
per
cui
il
mondo
è
,
non
è
.
E
in
altri
termini
l
'
uomo
,
questo
divino
artefice
di
quanto
è
bello
e
santo
e
vero
nel
mondo
,
di
quanto
ci
umilia
e
ci
esalta
,
ora
facendoci
piegar
le
ginocchia
innanzi
alla
potenza
terribile
del
genio
,
ora
sublimandoci
nel
gaudio
di
quanto
trascorre
immortale
i
secoli
e
aduna
nel
consenso
d
'
uno
spirito
solo
i
morti
coi
vivi
;
quest
'
uomo
,
annichilato
.
Annichilato
s
'
intende
,
ai
propri
occhi
,
nella
coscienza
che
ha
del
suo
essere
.
Di
un
uomo
così
,
ignaro
del
proprio
valore
,
men
che
atomo
disperso
nell
'
infinito
,
Chiesa
ed
Impero
,
accampatisi
immediatamente
come
rappresentanti
di
Dio
,
possono
disporre
a
lor
talento
,
come
di
cose
che
non
sono
persone
.
Manca
la
coscienza
,
e
manca
perciò
l
'
individuo
non
c
'
è
la
libertà
,
come
coscienza
della
propria
legge
.
La
legge
,
come
la
verità
,
scende
dall
'
alto
.
Ma
era
questo
il
principio
del
Cristianesimo
?
Il
Cristianesimo
voleva
essere
,
al
contrario
,
la
redenzione
,
la
rivendicazione
del
valore
dell
'
uomo
;
voleva
sollevare
l
'
uomo
a
Dio
,
facendo
scendere
Dio
nell
'
uomo
,
e
rendendo
questo
,
partecipe
della
natura
divina
.
Giacché
in
Gesù
,
che
è
l
'
uomo
stesso
nella
sua
idealità
,
quale
esso
dev
'
essere
concepito
,
Dio
era
uomo
:
con
tutte
le
miserie
umane
,
soggetto
all
'
estrema
delle
miserie
,
la
morte
;
ed
era
Dio
(
quel
dio
,
che
redimeva
)
in
quanto
questo
uomo
,
che
eroicamente
affrontava
la
morte
,
in
questa
otteneva
il
premio
della
missione
della
sua
vita
tutta
spesa
umanamente
in
un
'
opera
d
'
amore
.
sicché
l
'
amore
risorgeva
,
non
più
,
come
nel
mito
platonico
,
contemplazione
desiderosa
dell
'
irraggiungibile
,
ma
attività
dell
'
uomo
che
crea
se
stesso
perennemente
:
e
non
era
più
la
celebrazione
estatica
di
un
mondo
che
è
,
ma
la
celebrazione
operosa
,
dolorosa
insieme
e
letificante
,
di
un
mondo
,
che
è
regno
di
Dio
essendo
la
purificazione
della
stessa
volontà
umana
nella
fiamma
della
carità
.
L
'
uomo
non
era
più
sapere
o
intelletto
;
ma
amore
o
volontà
,
creatore
esso
stesso
della
sua
verità
che
è
il
bene
la
verità
che
si
scorge
,
quando
la
cerchiamo
con
la
buona
volontà
,
col
cuore
puro
,
mettendo
tutto
l
'
essere
nostro
,
sinceramente
,
ingenuamente
nella
ricerca
;
e
che
non
è
più
,
quindi
,
un
che
di
esterno
a
noi
,
che
si
presenti
e
s
'
imponga
a
noi
passivi
,
ma
la
conquista
e
il
premio
del
nostro
sforzo
.
L
'
uomo
non
è
più
spettatore
,
anzi
protagonista
.
Si
desta
,
e
sente
se
stesso
;
sente
che
senza
la
sua
volontà
,
senza
il
suo
conato
,
senza
lui
,
il
mondo
che
ha
valore
per
lui
,
la
felicità
,
la
vita
,
Dio
,
non
si
raggiunge
.
Acquista
quindi
davvero
la
coscienza
della
sua
personalità
,
e
però
della
sua
responsabilità
:
vede
che
da
sé
tutto
dipende
;
e
lui
caduto
,
tutto
cade
;
lui
risorto
,
tutto
risorge
.
L
'
uomo
trova
dunque
se
stesso
nel
Cristianesimo
.
Se
questa
intuizione
fosse
divenuta
senz
'
altro
concetto
complessivo
ed
organico
del
mondo
,
se
questo
senso
nuovo
del
valore
dello
spirito
umano
avesse
rinnovato
la
concezione
della
vita
in
cui
l
'
uomo
afferma
la
sua
creatrice
potenza
,
se
insomma
il
contenuto
della
nuova
fede
fosse
assurto
al
vigore
d
'
una
nuova
filosofia
,
il
Cristianesimo
avrebbe
segnato
fin
da
principio
la
fine
dell
'
intellettualismo
.
Ma
la
fede
non
è
ancora
filosofia
:
è
visione
immediata
della
verità
non
integrata
in
sistema
di
pensiero
.
E
il
cristiano
,
quando
volle
pensare
il
suo
Dio
,
pensò
più
a
Dio
padre
che
a
Dio
figlio
;
e
s
'
impigliò
nella
rete
della
metafisica
aristotelica
che
il
principio
della
realtà
,
come
motore
immobile
,
il
quale
è
solo
pensiero
di
se
stesso
,
e
non
d
'
altro
,
faceva
estraneo
alla
realtà
,
e
poi
s
'
affaticava
invano
a
colmare
l
'
abisso
tra
Dio
e
la
natura
;
tra
la
causa
del
movimento
,
che
non
è
movimento
,
e
il
movimento
,
che
non
ha
in
sé
la
propria
ragion
sufficiente
;
e
quindi
tra
il
principio
del
divenire
,
che
non
diviene
,
e
la
natura
che
in
sé
non
ha
la
cagione
del
suo
perenne
generarsi
e
corrompersi
;
e
poi
tra
l
'
anima
e
il
corpo
;
e
poi
ancora
tra
l
'
anima
che
intende
,
ed
è
lo
stesso
intendimento
in
atto
,
e
l
'
anima
naturale
soltanto
capace
di
raggiungere
la
mera
possibilità
d
'
intendere
,
ma
incapace
per
sé
d
'
intendere
mai
realmente
:
e
in
generale
tra
la
materia
,
potenza
,
e
non
più
che
potenza
,
di
tutto
,
e
la
forma
,
che
di
tutto
è
realizzazione
.
Come
dire
,
tra
l
'
aspirazione
alla
vita
e
la
vita
.
Eterno
destino
di
Tantalo
!
Aristotelici
o
platonici
,
nominalisti
o
realisti
;
averroisti
o
tomisti
,
tutti
i
cristiani
ché
nel
medio
evo
si
sforzarono
di
concepire
la
realtà
,
giusero
a
cotesto
risultato
:
al
destino
di
Tantalo
.
Tanto
più
doloroso
,
tanto
più
inquietante
,
in
quanto
nella
fede
novella
,
che
fiammeggia
a
quando
a
quando
nei
mistici
,
era
pur
incluso
il
concetto
dell
'
immanenza
di
Dio
nel
mondo
,
nell
'
uomo
,
nello
spirito
.
La
teologia
,
tutta
la
filosofia
scolastica
,
anzi
tutta
la
scienza
medievale
(
che
non
è
tutta
filosofia
)
si
costruisce
come
scienza
di
una
verità
che
,
appena
il
sentimento
si
sveglia
(
basti
per
tutti
ricordare
Francesco
d
'
Assisi
e
Jacopone
,
il
suo
poeta
)
,
si
sente
estranea
all
'
anima
,
lontana
,
tale
da
colpire
per
vano
riflesso
solo
l
'
intelletto
dell
'
uomo
,
speculazione
umbratile
e
di
scuola
,
che
non
entra
nell
'
intimo
,
non
afferra
,
non
impegna
,
non
riforma
e
non
fa
l
'
uomo
.
Scienza
vana
per
chi
ravvivava
in
sé
il
sentimento
,
tutto
cristiano
,
del
valore
spirituale
scienza
elegante
nel
suo
laborioso
artifizio
,
sottile
nella
pellegrinità
de
'
suoi
tecnicismi
,
delicatissima
nei
pazienti
avvolgimenti
didascalici
in
cui
si
intrica
,
vasta
,
universale
come
un
mondo
per
quanti
vi
si
dedicavano
:
e
,
messovi
dentro
,
talvolta
,
un
intelletto
di
vasto
respiro
e
di
tempra
ferrea
,
vi
si
aggiravano
e
scendevano
per
meati
lunghissimi
,
con
ricerche
che
ora
ci
spaventano
per
la
fatica
di
pensiero
e
la
forza
di
sacrifizio
che
attestano
,
fino
a
toccare
l
'
ultimo
fondo
delle
difficoltà
,
in
cui
la
filosofia
antica
urta
e
si
arresta
.
E
basti
per
tutti
ricordare
il
nostro
Tommaso
d
'
Aquino
:
i
cui
sforzi
possenti
per
scuotersi
di
dosso
la
plumbea
cappa
delle
conseguenze
ineluttabili
dell
'
antica
filosofia
,
riempiono
l
'
animo
dello
studioso
moderno
di
commossa
ammirazione
e
di
reverenza
.
Chi
vuole
intendere
la
storia
del
pensiero
medievale
,
deve
figgere
lo
sguardo
in
questo
contrasto
delle
maggiori
forze
spirituali
che
vi
operavano
dentro
:
il
misticismo
,
che
,
affermando
immediatamente
la
presenza
di
Dio
,
della
verità
,
di
quanto
ha
valore
,
nello
spirito
umano
,
nega
la
scienza
,
come
cognizione
che
sia
sviluppo
e
sistema
,
e
tutte
le
forme
a
cui
lo
sviluppo
dello
spirito
dà
luogo
nella
scienza
e
nella
vita
;
e
la
filosofia
intellettualistica
,
che
,
presupponendo
una
realtà
fuori
dello
spirito
che
la
ricerca
,
si
affanna
in
una
costruzione
,
formalmente
ricchissima
e
sostanzialmente
vuota
,
di
ciò
che
non
può
essere
verità
.
O
verità
senza
scienza
,
senza
vita
dello
spirito
;
o
scienza
,
-
-
la
forma
più
elevata
di
questa
vita
,
-
-
senza
verità
,
sterile
.
III
Quando
il
medio
evo
è
al
tramonto
,
un
uomo
di
genio
raccoglie
in
una
espressione
eloquente
il
senso
di
vuoto
che
l
'
anima
cristiana
prova
nella
scienza
delle
scuole
:
ma
un
senso
,
che
non
è
più
schietta
conseguenza
di
disposizione
mistica
,
la
quale
,
rinunciando
alla
scienza
,
possa
trovare
il
suo
appagamento
nell
'
immediatezza
della
fede
;
anzi
,
piuttosto
,
un
senso
nascente
da
vivo
bisogno
di
sapere
,
pensare
,
intendere
.
Egli
è
un
dotto
,
un
gran
maestro
di
dottrina
,
un
amante
appassionato
della
scienza
;
ma
aspira
dal
profondo
a
una
scienza
che
riempia
l
'
anima
e
appaghi
i
bisogni
che
la
nuova
fede
ha
creati
dando
all
'
uomo
la
coscienza
della
sua
iniziativa
,
della
sua
posizione
centrale
nel
mondo
:
a
una
scienza
insomma
che
dia
la
filosofia
a
questa
fede
.
Quest
'
uomo
,
che
si
presenta
sulla
soglia
del
Rinascimento
con
la
coscienza
di
tale
nuovo
problema
,
e
che
,
parlando
un
linguaggio
pieno
di
malinconica
nostalgia
per
un
tempo
che
non
è
il
suo
,
avvia
per
una
nuova
strada
lo
spirito
umano
,
svegliando
intorno
e
innanzi
a
sé
lunga
e
folta
schiera
di
ricercatori
,
intenti
a
indagare
con
fede
oscura
ma
salda
una
scienza
nuova
,
che
non
essi
potranno
trovare
,
è
un
grande
poeta
,
che
fu
anche
un
grande
scrutatore
dell
'
anima
propria
raffinata
dall
'
amore
e
dalla
cultura
:
Francesco
Petrarca
,
iniziatore
dell
'
Umanesimo
.
L
'
Umanesimo
ha
un
doppio
valore
storico
,
negativo
e
positivo
.
È
guerra
alla
scienza
del
medio
evo
.
Guerra
combattuta
bensì
con
argomenti
alquanto
estrinseci
e
con
spirito
assolutamente
restio
,
per
lo
più
,
a
passare
attraverso
a
quella
scienza
per
superarla
.
Combattuta
con
la
satira
della
forma
letteraria
,
ispida
,
irsuta
,
lutulenta
,
aspra
di
terminologia
creata
dall
'
intelletto
irrigiditosi
nell
'
astrazione
e
nella
conseguente
escogitazione
di
entità
fittizie
;
alla
quale
si
contrappone
la
purezza
trasparente
e
composta
dell
'
arte
antica
propria
di
uno
spirito
più
ingenuo
,
meno
affaticato
dalla
concentrazione
di
un
contenuto
speculativo
divenuto
poi
insufficiente
alle
intuizioni
fondamentali
del
pensiero
.
E
combattuta
con
la
dimostrazione
sempre
feconda
,
efficace
,
insinuante
del
vuoto
,
che
c
'
era
sotto
il
tecnicismo
difficile
di
quella
pretesa
scienza
.
E
poiché
quando
la
vita
è
sullo
spegnersi
,
anche
la
causa
più
piccola
basta
a
portare
alla
morte
nella
civiltà
viva
del
sec
.
XV
,
in
quella
che
progredisce
e
prepara
le
forme
ulteriori
del
pensiero
umano
,
l
'
Umanesimo
,
pur
coi
difetti
della
sua
polemica
,
caccia
di
nido
la
Scolastica
.
Restano
le
scuole
dei
frati
;
come
restano
anche
oggi
.
Si
continua
a
filosofare
all
'
antica
;
ma
è
una
filosofia
morta
,
allora
come
ora
:
non
c
'
è
più
un
Tommaso
d
'
Aquino
,
né
un
Duns
Scoto
.
Comincia
l
'
era
dei
commentatori
,
che
fossilizzano
per
conto
loro
lo
spirito
,
che
è
vita
sempre
nuova
.
E
la
vita
è
negli
umanisti
.
Quindi
il
lato
positivo
del
loro
valore
storico
.
L
'
Umanesimo
è
filologia
;
ma
filologia
seria
,
che
rivive
il
mondo
umano
che
vuol
conoscere
:
lo
rivive
nella
fantasia
e
nel
pensiero
,
ma
con
una
fantasia
e
con
un
pensiero
,
che
s
'
estraniano
dal
mondo
circostante
e
si
chiudono
in
se
stessi
.
Gli
umanisti
perciò
,
rifacendosi
antichi
nel
mondo
degli
studi
in
cui
si
ritirano
,
possono
acconciarsi
alle
forme
della
vita
esteriore
,
a
cui
non
attribuiscono
nessun
valore
.
Tutta
la
vita
reale
e
storica
non
tocca
l
'
animo
loro
:
è
qualcosa
di
indifferente
,
che
si
può
quindi
accettare
qual
'
è
,
senza
critica
di
sorta
.
L
'
uomo
,
ora
per
la
prima
volta
,
si
spezza
in
due
,
con
una
scissura
,
che
,
quando
sarà
passato
questo
periodo
necessario
di
liberazione
dal
medio
evo
,
non
si
colmerà
a
un
tratto
;
e
in
Italia
,
che
fu
la
patria
degli
umanisti
,
ossia
dei
primi
maestri
,
dei
primi
risvegliatori
dell
'
Europa
moderna
,
resterà
tristo
legato
di
quell
'
epoca
gloriosa
,
piaga
secolare
del
nostro
carattere
spirituale
,
e
forse
il
simbolo
più
significativo
di
quel
che
sarà
la
nostra
decadenza
.
L
'
umanista
è
il
primo
letterato
dell
'
età
moderna
:
il
letterato
,
il
cui
mondo
vero
è
quello
degli
studi
,
e
quell
'
altro
,
in
cui
pur
vive
come
uomo
che
ha
famiglia
e
interessi
sociali
,
non
è
il
suo
mondo
;
il
letterato
insomma
che
non
è
uomo
.
Tale
il
Petrarca
,
i
cui
sdegni
contro
l
'
avara
Babilonia
e
il
saluto
augurale
ed
ammonitore
allo
«
Spirto
gentile
»
sono
superfetazioni
retoriche
della
sua
poesia
.
Tale
non
era
stato
quell
'
Alighieri
,
che
al
Petrarca
restò
sempre
incomprensibile
,
nel
poema
divino
,
contemplazione
e
poesia
,
ma
di
uno
spirito
energico
,
che
guarda
al
suo
tempo
,
e
s
'
appassiona
per
tutte
le
lotte
che
gli
si
agitano
intorno
,
e
fa
tuonare
da
Dio
la
parola
che
può
essere
la
salute
di
tutti
.
Letterati
saranno
tutti
i
poeti
e
filosofi
dell
'
Italia
fiorentissima
del
Rinascimento
,
che
accetteranno
tutti
la
vita
quale
la
troveranno
,
poiché
la
loro
vera
vita
essi
se
la
faranno
dentro
,
nella
fantasia
e
nella
speculazione
,
nel
mondo
creato
da
loro
.
La
stessa
religione
,
fissatasi
,
al
loro
sguardo
,
nella
Chiesa
,
che
non
solo
associa
le
anime
,
ma
le
forma
e
riforma
con
l
'
amministrazione
del
divino
commessole
,
con
la
sua
teologia
e
con
la
sua
filosofia
,
diventa
per
loro
qualcosa
d
'
estrinseco
e
indifferente
,
che
il
cittadino
deve
accettare
come
le
leggi
dello
Stato
.
In
realtà
,
essi
non
partecipano
alla
religione
del
paese
;
ma
ne
hanno
una
per
conto
loro
,
poiché
veramente
il
loro
Dio
è
la
loro
arte
,
la
loro
filosofia
,
alle
quali
infatti
votano
tutta
l
'
anima
e
subordinano
ogni
altro
interesse
,
almeno
nell
'
intimo
del
loro
spirito
.
Non
è
,
propriamente
,
né
indifferentismo
religioso
,
né
tanto
meno
ateismo
.
Ma
ateismo
pare
verso
la
religiosità
ufficiale
di
cui
si
ridono
,
ancorché
esteriormente
le
professino
ogni
riguardo
.
Quindi
i
conflitti
frequenti
e
le
prigioni
e
i
roghi
,
che
aspettano
i
nostri
filosofi
del
sec
.
XVI
.
Il
letterato
,
a
ogni
modo
,
staccandosi
dalla
vita
comune
,
in
cui
si
era
consolidata
,
in
,
forma
di
istituzioni
costrittive
della
libertà
individuale
,
l
'
intuizione
trascendente
e
intellettualistica
del
medio
evo
,
ereditata
dalla
filosofia
greca
,
ristaurava
,
come
poteva
,
la
libertà
dello
spirito
che
si
fa
il
suo
mondo
.
E
si
fa
un
mondo
di
puro
pensiero
,
poiché
non
gli
è
consentito
di
scrollare
,
d
'
un
tratto
;
quell
'
altro
della
comunità
civile
;
al
quale
per
altro
,
a
suo
tempo
,
perverrà
egualmente
,
quando
il
principio
suo
,
il
principio
della
libertà
,
diverrà
nel
sec
.
XVIII
coscienza
sociale
.
E
per
questa
sua
ristaurazione
,
che
è
perfetta
ed
assoluta
rispetto
al
mondo
dell
'
umanista
,
egli
,
il
malvisto
della
Chiesa
,
il
perseguitato
nei
libri
che
saranno
proibiti
,
nell
'
insegnamento
che
sarà
vietato
,
nella
persona
che
sarà
gettata
nei
ceppi
,
messa
alla
tortura
,
e
perfino
bruciata
,
egli
è
più
cristiano
dei
suoi
persecutori
.
Egli
è
il
continuatore
dello
spirito
vero
del
cristianesimo
.
Ha
infranta
e
buttata
via
,
con
l
'
impeto
della
giovinezza
,
la
vecchia
filosofia
,
la
fida
,
l
'
eterna
alleata
della
chiesa
medievale
,
come
della
chiesa
d
'
oggi
e
di
ogni
chiesa
avvenire
(
poiché
un
medio
evo
ci
sarà
sempre
)
.
Ma
non
si
è
abbandonato
,
come
si
faceva
una
volta
,
al
misticismo
;
anzi
celebra
la
potenza
dello
spirito
;
e
poiché
una
filosofia
sua
non
l
'
ha
(
e
non
era
facile
averla
,
dopo
il
rifiuto
di
una
filosofia
che
era
il
frutto
di
un
'
opera
millenaria
)
,
ei
la
ricerca
nell
'
antichità
più
remota
.
La
ricerca
dove
,
a
dir
vero
,
era
vano
cercarla
;
perché
quell
'
antichità
aveva
generato
il
medio
evo
.
Ma
l
'
umanista
non
sa
questo
,
e
non
può
credere
che
Platone
,
Aristotele
,
quei
maestri
solenni
di
sapienza
umana
,
che
gli
scrittori
antichi
a
una
voce
lodano
,
possano
aver
insegnato
la
dottrina
di
cui
essi
vedono
la
tardiva
e
sfigurata
immagine
nelle
scuole
del
loro
tempo
.
E
poiché
,
in
realtà
,
noi
troviamo
soltanto
quello
che
cerchiamo
,
gli
umanisti
che
imparano
il
greco
,
e
vanno
a
leggere
nei
testi
originali
e
traducono
e
commentano
,
col
sussidio
dei
più
genuini
commenti
greci
,
gli
scritti
di
Platone
e
di
Aristotele
,
scoprono
un
mondo
nuovo
;
un
altro
Platone
e
un
Aristotele
nuovo
da
quelli
che
erano
stati
i
maestri
della
filosofia
medievale
;
non
dico
di
quella
filosofia
,
ansimante
nella
logica
terministica
degli
occamisti
,
che
sul
cadere
del
Trecento
lacerava
le
orecchie
delicate
dei
primi
umanisti
fiorentini
,
i
quali
avviarono
pure
i
lavori
delle
nuove
traduzioni
greche
(
codesta
è
la
filosofia
della
decadenza
medievale
)
;
ma
di
quella
che
è
la
vera
,
la
essenziale
filosofia
dell
'
epoca
:
la
filosofia
della
trascendenza
e
dell
'
intellettualismo
.
Essi
muovono
da
una
nuova
situazione
spirituale
,
che
fa
di
questo
ritorno
all
'
antico
qualcosa
di
radicalmente
diverso
non
solo
dalla
primitiva
ellenizzazione
del
Cristianesimo
ma
anche
da
quel
primo
ritorno
alle
fonti
greche
già
avvenuto
nel
sec
.
XIII
.
IV
Marsilio
Ficino
e
Pico
della
Mirandola
,
in
cui
culmina
la
direzione
platonizzante
,
sono
platonici
,
eppure
profondamente
cristiani
;
e
un
'
aura
di
mistica
religiosità
pervade
il
loro
pensiero
,
che
vede
e
sente
Dio
per
tutto
,
e
sommamente
nell
'
anima
umana
.
E
ispirandosi
ai
Neoplatonici
piuttosto
che
a
Platone
,
più
della
trascendenza
,
che
non
possono
negare
,
accentuano
l
'
immanenza
del
divino
nella
realtà
naturale
e
aspirante
a
ritornare
all
'
Uno
da
cui
trae
sua
origine
.
E
aprono
la
via
a
Leone
Ebreo
e
a
Giordano
Bruno
.
Pietro
Pomponazzi
,
il
maggiore
aristotelico
,
fiorito
al
principio
del
sec
.
XIV
dal
movimento
filologico
sui
testi
di
Aristotele
del
secolo
antecedente
,
scopre
un
Aristotele
,
che
non
è
più
quello
dei
tomisti
,
né
quello
degli
averroisti
:
un
Aristotele
,
che
,
a
poco
per
volta
(
secondo
apparisce
dai
vari
gradi
attraversati
dalla
speculazione
stessa
del
Pomponazzi
)
,
perviene
alla
dimostrazione
di
questa
tesi
gravissima
:
che
la
materia
si
possa
sollevare
da
sé
fino
all
'
intelligenza
,
senza
il
sussidio
dell
'
intelletto
separato
;
e
che
l
'
anima
umana
,
ultimo
risultato
perciò
del
processo
della
natura
,
possa
compiere
in
questo
mondo
,
con
le
sue
forze
,
tutta
la
sua
missione
,
che
è
principalmente
il
ben
fare
,
la
virtù
;
e
che
tutti
poi
i
fatti
della
natura
debbano
pel
filosofo
spiegarsi
meccanicamente
,
per
le
loro
cause
:
un
Aristotele
,
insomma
,
per
cui
quel
che
rimane
di
trascendente
(
e
rimane
tutto
quello
che
nell
'
Aristotele
originale
e
nell
'
Aristotele
medievale
,
ossia
nella
Scolastica
,
era
tale
)
non
serve
più
alla
ricostruzione
e
spiegazione
della
realtà
che
è
la
sola
realtà
del
filosofo
.
sicché
la
filologia
del
sec
.
XV
riesce
,
ricalcando
gli
antichi
modelli
con
lo
spirito
nuovo
dell
'
Umanesimo
,
a
cavarne
due
intuizioni
generali
,
in
cui
la
filosofia
greca
riapparisce
trasfigurata
e
come
ricreata
dal
soffio
del
Cristianesimo
,
inteso
come
affermazione
dell
'
autonomia
e
del
valore
assoluto
della
natura
e
dell
'
uomo
.
La
nuova
filosofia
infatti
dicesi
platonica
e
aristotelica
;
ed
è
cristiana
,
ancorché
mal
veduta
e
condannata
dai
rappresentanti
ufficiali
del
cristianesimo
.
Si
guardi
essa
nel
Machiavelli
,
contemporaneo
del
Pomponazzi
e
suo
coerede
della
tradizione
filologica
del
sec
.
XV
.
Tutto
il
suo
realismo
politico
,
quella
concezione
dello
spirito
,
della
storia
,
dello
Stato
,
fondata
sulla
visione
della
realtà
effettuale
e
illuminata
dalla
lezione
degli
antichi
,
non
è
,
come
il
positivismo
guicciardiniano
,
un
empirismo
,
ma
una
vera
e
propria
speculazione
(
Machiavelli
è
un
idealista
)
.
La
quale
dello
studio
degli
antichi
si
giova
solo
per
liberare
l
'
uomo
dalle
contingenze
storiche
,
quali
sono
per
lei
tutte
le
forme
e
istituzioni
medievali
sorrette
dalla
autorità
di
una
tradizione
irrazionale
;
a
fine
di
studiarlo
per
quel
che
esso
è
,
nelle
sue
forze
e
nelle
sue
reali
attinenze
col
resto
del
mondo
,
vero
ed
unico
autore
della
sua
storia
:
una
specie
di
naturalismo
del
mondo
umano
.
Guardate
,
dico
,
questa
nuova
filosofia
nel
Machiavelli
.
Machiavellismo
dopo
un
secolo
,
nel
Campanella
,
sarà
sinonimo
di
«
achitofellismo
»
,
negazione
di
ogni
fede
religiosa
.
E
l
'
achitofellismo
,
più
o
meno
apertamente
e
coraggiosamente
,
è
la
conclusione
definitiva
e
il
succo
delle
dottrine
di
tutti
i
pensatori
del
Cinquecento
:
anzi
,
di
tutto
lo
spirito
italiano
del
secolo
,
a
cui
l
'
interpretazione
aristotelica
si
ispira
e
si
conforma
.
Giacché
averroisti
e
alessandristi
,
per
diverse
vie
,
tendono
tutti
alla
stessa
mèta
:
che
è
la
spiegazione
naturale
di
quel
che
una
volta
pareva
superiore
affatto
alla
natura
.
E
gli
artisti
,
si
chiamino
Ariosto
o
Folengo
,
non
conoscono
altro
mondo
;
oltre
quello
naturale
ed
umano
.
Ma
negavano
perciò
Dio
?
Se
Dio
è
quel
Dio
,
che
stando
fuori
della
natura
e
dell
'
uomo
,
ci
rende
impossibile
concepire
una
natura
divina
e
un
uomo
divino
,
Dio
essi
lo
negavano
,
perché
tenevano
ad
affermare
il
valore
della
natura
e
dell
'
uomo
.
Ma
quel
Dio
,
che
era
sceso
in
terra
,
e
si
era
fatto
uomo
,
e
aveva
redento
la
natura
,
era
la
radice
della
religione
,
che
essi
primi
,
dopo
il
lungo
travaglio
medievale
,
ristauravano
nella
coscienza
della
umanità
.
Essi
,
infatti
,
per
la
prima
volta
,
rivendicavano
in
libertà
,
dalle
presunzioni
mistiche
o
intellettualistiche
,
conculcatrici
per
opposte
ragioni
il
senso
profondo
,
proprio
del
Cristianesimo
,
della
divinità
della
vita
che
crea
eternamente
se
stessa
,
dell
'
essere
che
nella
propria
logica
ha
eternamente
la
ragione
del
proprio
trasformarsi
e
perpetuarsi
trasformandosi
.
Quando
l
'
Umanesimo
venne
per
tal
modo
,
in
chi
prima
e
in
chi
dopo
,
alla
maturità
della
Rinascenza
,
lo
spirito
umano
poté
mettere
quasi
l
'
anelito
potente
di
una
nuova
vita
:
e
da
filologia
farsi
filosofia
.
Quando
il
nuovo
Platone
e
il
nuovo
Aristotele
ridiedero
all
'
uomo
il
concetto
dell
'
immanente
suo
valore
,
e
l
'
ebbero
allenato
alla
libertà
dell
'
esser
suo
,
e
dell
'
essere
naturale
a
cui
il
suo
essere
appartiene
,
lo
stesso
Platone
e
lo
stesso
Aristotele
(
questi
sopra
tutto
,
che
era
stato
il
vero
signore
delle
scuole
e
il
maestro
di
ogni
umana
sapienza
)
dovevano
necessariamente
perdere
il
loro
prestigio
di
rivelatori
privilegiati
delle
verità
naturali
.
L
'
umanista
è
ancora
un
platonico
o
un
aristotelico
;
cerca
la
scienza
;
e
non
sa
né
anche
come
deve
cercarla
;
e
interroga
gli
antichi
,
che
la
tradizione
e
la
fama
consacra
nella
generale
estimazione
come
i
filosofi
.
Ma
il
filosofo
della
Rinascenza
da
questi
antichi
,
meglio
conosciuti
e
studiati
con
lo
spirito
nuovo
dell
'
Umanesimo
,
ha
appreso
che
la
natura
si
spiega
con
la
natura
,
la
storia
con
la
storia
;
e
che
bisogna
cercare
quindi
nel
gran
libro
della
natura
e
della
realtà
effettuale
dei
fatti
umani
che
cosa
è
la
natura
e
che
cosa
è
l
'
uomo
.
Gli
antichi
maestri
rimandavano
i
nuovi
scolari
all
'
osservazione
diretta
di
quel
che
essi
avevano
osservato
e
inteso
come
era
possibile
a
loro
,
privi
,
com
'
erano
,
d
'
ogni
sentore
della
imprescindibile
presenza
del
soggetto
umano
nel
mondo
dell
'
uomo
.
La
libertà
,
che
gli
scolari
appresero
da
loro
,
quali
essi
la
videro
coi
loro
occhi
nuovi
,
questa
libertà
essi
l
'
affermarono
ben
presto
contro
l
'
autorità
dei
maestri
,
che
faceva
della
verità
qualche
cosa
di
dato
e
di
estrinseco
alla
mente
come
il
Dio
nascosto
della
teologia
,
come
la
realtà
dell
'
intellettualismo
.
E
però
gli
umanisti
,
divenuti
filosofi
,
come
parvero
,
e
in
un
certo
senso
furono
,
atei
e
achitofellisti
,
furono
antiaristotelici
e
,
in
generale
,
ribelli
all
'
autorità
degli
antichi
.
Tutti
colpiti
da
un
fantasma
affatto
nuovo
,
non
intravvsto
mai
dagli
antichi
scrittori
:
quello
della
Verità
.
La
quale
si
leva
su
dai
libri
e
dai
tripodi
,
in
cui
i
vecchi
pensatori
e
sacerdoti
l
'
avevano
collocata
quasi
paralitica
impotente
:
e
si
sgranchisce
,
procede
col
tempo
,
e
vive
di
questo
suo
cammino
pei
secoli
,
di
cui
trionfa
,
anzi
per
le
menti
delle
generazioni
che
si
succedono
,
e
mai
indarno
:
quasi
fiamma
che
passi
da
una
mano
all
'
altra
e
mai
non
si
spenga
,
anzi
accenda
sempre
nuovi
incendi
,
sempre
più
vasti
.
Veritas
filia
tesnporis
!
Gli
uomini
,
che
per
lo
innanzi
avevano
concepito
la
verità
quasi
vivente
per
sé
e
non
risultante
dal
loro
lavoro
,
l
'
avevan
sempre
relegata
dietro
a
sé
,
al
principio
della
vita
,
nel
paradiso
terrestre
,
nell
'
età
dell
'
oro
,
nel
vangelo
rinnovatore
e
iniziatore
di
un
'
era
nuova
già
fin
da
principio
perfetta
,
o
,
per
lo
meno
,
se
verità
accessibile
a
mente
umana
,
nell
'
insegnamento
degli
antichi
,
venuti
crescendo
perciò
sempre
più
nella
venerazione
dell
'
universale
e
illuminandosi
dell
'
aureola
della
saggezza
,
onde
agli
occhi
dei
fanciulli
si
ricinge
sempre
la
canizie
dei
vegliardi
.
-
-
Sì
,
è
vero
,
si
comincia
a
dire
sulla
fine
del
sec
.
XVI
:
la
sapienza
cresce
cogli
anni
;
ma
i
vecchi
siam
noi
,
non
quelli
che
furono
prima
di
noi
.
-
-
Così
dice
Bruno
;
e
così
ripeteranno
Bacone
e
Cartesio
,
Pascal
e
Malebranche
,
e
poi
con
voce
ognora
più
alta
tutti
i
filosofi
moderni
.
I
quali
affermeranno
con
coscienza
sempre
più
salda
la
legge
del
progresso
del
sapere
e
della
verità
:
il
valore
serio
,
divino
della
storia
,
come
sviluppo
,
che
è
incremento
continuo
della
realtà
.
sicché
i
vegliardi
di
una
volta
si
trasfigurano
in
fanciulli
;
e
i
già
fanciulli
,
usciti
di
minorità
,
e
abbandonato
alla
scuola
dei
pedanti
(
come
allora
cominciarono
a
dirsi
)
il
culto
degli
antichi
,
acquistano
il
giusto
orgoglio
degli
uomini
fatti
,
e
la
coscienza
della
propria
capacità
di
concorrere
al
progresso
del
sapere
.
Che
anzi
questa
uscita
di
minorità
,
nella
sua
primitiva
e
ovvia
forma
di
reazione
al
lungo
servaggio
passato
,
scoppia
come
ribellione
,
e
si
ricompone
tardi
e
lentamente
a
equo
giudizio
storico
delle
benemerenze
incontestabili
degli
antichi
.
Così
,
se
una
volta
,
come
notava
nel
sec
.
XII
Giovanni
di
Salisbury
,
Aristotele
era
stato
il
filosofo
per
antonomasia
,
e
nessuno
si
scandalezzava
della
fanatica
iperbole
di
Averroè
che
nello
Stagirita
vedeva
«
la
norma
della
natura
e
quasi
un
modello
,
ond
'
essa
avesse
cercato
di
esprimere
il
tipo
dell
'
umana
perfezione
»
;
nel
Cinquecento
continua
bensì
,
almeno
nelle
grandi
edizioni
di
tutti
i
suoi
scritti
voltati
in
latino
e
commentati
in
uso
delle
tante
scuole
dove
rimaneva
sempre
il
solo
testo
di
studio
,
continua
egli
a
godere
il
titolo
pomposo
di
princeps
philosophorum
;
e
la
chiesa
cattolica
a
lui
come
a
patrono
invincibile
della
sua
dottrina
,
valido
alla
repressione
di
ogni
libero
tentativo
di
riscossa
,
si
tiene
sempre
strettissima
;
talché
ancora
nel
1615
Federico
Cesi
badava
ad
avvertire
il
suo
Galileo
che
a
Roma
«
li
contrari
ad
Aristotele
sono
odiatissimi
»
.
Ma
lungo
tutto
il
secolo
è
una
polemica
incessante
prima
contro
gli
aristotelici
,
e
poi
contro
Aristotele
,
preparatrice
del
rinnovamento
baconiano
.
Ricorderò
Mario
Nizzoli
(
14881566
)
,
il
quale
nel
suo
Antibarbarus
philosophicus
(
1553
)
non
dubita
di
affermare
che
chi
si
mette
sulle
orme
di
Aristotele
,
non
potrà
mai
nec
recte
philosophari
nec
perfecte
veritatent
invenire
.
Raccomanda
sì
la
lettura
delle
opere
aristoteliche
:
ma
cum
diligenti
consideratione
atque
iudicio
.
Ne
pregia
alcune
;
ma
nella
maggior
parte
della
Fisica
,
in
non
pochi
punti
della
Metafisica
e
in
tutta
la
Logica
trova
dottrine
false
,
o
inutili
,
e
perfino
ridicole
.
Ad
Aristotele
,
secondo
il
Nizzoli
,
si
può
applicare
il
proverbio
:
Ubi
bene
,
nihil
melius
:
ubi
male
,
nihil
ficius
.
Insomma
,
in
tutte
le
sue
critiche
contro
Aristotele
uno
studioso
inglese
di
Bacone
può
notare
quell
'
impazienza
e
quell
'
asprezza
,
che
son
solite
negli
scritti
del
Cancelliere
inglese
.
E
basti
vedere
le
due
avvertenze
,
che
il
Nizzoli
,
alla
fine
del
suo
libro
,
propone
a
chi
voglia
rettamente
filosofare
,
di
mandare
a
mente
.
La
seconda
delle
quali
,
nello
stesso
latino
dell
'
Anatibarbaro
,
suona
:
Quamdiu
in
scholis
fihilosophorum
regnabit
Aristoteles
iste
dialecticus
et
metaphysicus
,
tamdiu
in
eis
et
falsitatem
et
barbariem
,
si
....
non
linguae
et
oris
,
al
certe
Pectoris
et
cordis
,
regnaturam
.
Ricorderò
il
francese
Pietro
Ramo
(
nato
nel
1551
e
morto
nel
'72
,
la
notte
di
San
Bartolomeo
)
:
il
quale
con
le
sue
Animadversiones
in
dialecticam
Aristotelis
(
1545
)
avrebbe
,
secondo
il
Bruno
,
con
molto
eloquenza
dimostrato
di
esser
poco
savio
;
ma
creò
ad
ogni
modo
una
nuova
scuola
di
logica
,
esercitando
una
grande
azione
,
al
tempo
suo
,
anche
fuori
della
Francia
.
Costui
,
secondo
un
suo
biografo
,
si
laureò
dottore
d
'
arti
a
Parigi
con
una
tesi
:
Quaecuanque
ab
Aristotele
dicta
essent
,
commentitia
esse
,
Bugia
ogni
detto
di
Aristotele
!
Tanta
la
virulenza
della
sua
polemica
contro
la
logica
dell
'
antico
,
che
il
Ramo
dice
non
hostem
humani
iudicii
,
sed
tortorem
carnifìcemque
,
da
movere
a
sdegno
i
più
spregiudicati
tra
i
moderni
.
V
I
pensatori
,
adunque
,
intorno
alla
metà
del
sec
.
XVI
cominciarono
a
proporsi
con
intera
libertà
di
spirito
i
problemi
filosofici
:
libertà
da
preoccupazioni
trascendenti
e
da
pregiudizi
di
tradizione
.
E
tra
questi
pensatori
ecco
sorgere
e
grandeggiare
,
come
il
rappresentante
più
cospicuo
della
tendenza
nuova
,
il
primo
che
costruisca
tutta
una
filosofia
dal
nuovo
punto
di
vista
conquistato
dal
Rinascimento
,
l
'
annunziatore
del
nuovo
Telesio
.
Egli
incarna
il
tipo
del
filosofo
letterato
,
continuatore
della
tradizione
filologica
dell
'
Umanesimo
:
del
filosofo
,
il
cui
mondo
vero
è
quello
del
pensiero
,
e
l
'
altro
non
lo
tocca
;
che
si
chiude
nella
stia
filosofia
e
si
estrania
alla
realtà
,
che
egli
più
non
vede
,
e
che
diventa
pertanto
inafferrabile
alla
sua
filosofia
,
cui
pure
,
come
a
scienza
del
tutto
,
nulla
dovrebbe
sfuggire
.
La
vita
del
Telesio
,
quando
si
astragga
dalla
storia
dello
svolgimento
del
suo
pensiero
,
si
racconta
in
poche
parole
.
È
infatti
la
vita
di
un
uomo
,
che
vive
tutto
chiuso
in
se
stesso
;
e
se
vi
giunge
il
rumore
fioco
del
mondo
che
si
agita
attorno
al
filosofo
,
è
,
tutt
'
al
più
,
il
saluto
benevolo
degli
amici
,
facili
a
chi
,
non
contrastando
altrui
nessun
bene
mondano
,
non
si
toglie
per
sé
se
non
quello
,
che
partecipato
non
si
scema
;
o
è
il
consenso
o
il
dissenso
degli
studiosi
,
che
con
lui
si
sequestrano
dalla
vita
comune
;
o
è
il
malinconico
ricordo
della
famiglia
e
degli
affetti
e
interessi
domestici
,
che
,
trascurati
,
diventano
fonte
perenne
di
affanni
e
impedimenti
dolorosi
al
pensiero
dominante
del
filosofo
assediato
sempre
dalla
immagine
raggiante
di
quella
donna
bellissima
,
che
Bernardino
amava
di
riprodurre
sul
frontespizio
dei
suoi
libri
:
tutta
nuda
,
nel
verde
piano
,
lungi
dalle
città
dei
mortali
,
le
braccia
aperte
e
aspettanti
,
illuminata
il
petto
e
la
fronte
dal
sole
;
e
intorno
il
motto
appassionato
:
µ
o
#
#
µ
o
#
#
#
#
#
,
«
sola
a
me
cara
»
:
la
divina
Verità
,
di
cui
Giordano
Bruno
canterà
che
nuda
:
de
toto
iaculatur
corpore
lucem
;
e
per
la
quale
egli
,
il
Telesio
,
nella
tarda
età
,
raccogliendo
nella
sua
opera
maggiore
il
frutto
di
una
lunga
vita
a
lei
consacrata
,
si
scusava
dell
'
audacia
del
suo
dissentire
da
Aristotele
,
interprete
sommo
,
anche
a
suo
giudizio
,
della
natura
,
ammonendo
i
proni
aristotelici
del
suo
tempo
,
che
si
ricordassero
di
quel
che
il
maestro
aveva
detto
,
o
imitassero
quel
che
aveva
fatto
.
«
Giacché
Aristotele
stesso
vuole
,
che
in
filosofia
innanzi
a
tutti
gli
amici
si
onori
la
verità
,
in
grazia
della
quale
ei
non
teme
riprendere
anche
il
suo
maestro
ed
amico
.
E
mossi
dall
'
amore
di
lei
sola
,
per
certo
,
e
lei
sola
venerando
,
noi
,
non
sapendo
acquetarci
a
quel
che
avevano
insegnato
gli
antichi
,
a
lungo
abbiamo
scrutato
la
natura
;
e
,
se
non
c
'
inganniamo
,
scopertala
,
l
'
abbiamo
voluta
svelare
ai
mortali
,
stimando
non
essere
da
uomo
probo
e
libero
,
occultarla
al
genere
umano
per
invidia
o
per
tema
dell
'
altrui
invidia
»
.
Essa
sola
!
Fuori
di
questo
mondo
,
adunque
,
in
cui
egli
raccoglie
e
critica
,
la
tradizione
antica
e
scruta
da
capo
la
natura
,
finché
non
gli
paia
di
scoprirne
il
segreto
,
e
questo
,
da
ultimo
,
si
accinge
a
comunicare
agli
altri
,
è
vano
cercare
il
Telesio
:
si
potrà
trovare
un
'
ombra
,
non
la
persona
viva
.
Egli
è
tutto
lì
,
ne
'
suoi
libri
.
Nei
quali
c
'
è
bensì
un
punto
,
che
fermò
già
Bacone
,
ma
che
è
sfuggito
,
credo
,
a
tutti
i
biografi
,
anche
al
sagace
e
diligentissimo
Bartelli
,
che
piace
nominare
a
titolo
di
onore
,
e
in
segno
della
riconoscenza
che
gli
debbono
gli
studiosi
del
Telesio
:
un
punto
,
che
è
come
uno
spiracolo
aperto
in
cotesto
mondo
intellettuale
;
e
attraverso
di
esso
trasparisce
vagamente
qualche
cosa
della
vita
privata
dell
'
uomo
.
A
proposito
di
certa
indagine
sperimentale
intorno
all
'
azione
del
calore
in
ragione
della
sua
quantità
-
-
indagine
che
il
Telesio
,
per
conto
suo
,
ritiene
impossibile
-
-
egli
esce
in
queste
parole
:
«
Così
vi
riuscissero
altri
,
dotati
d
'
ingegno
più
perspicace
e
in
grado
di
studiare
la
natura
con
tutta
tranquillità
,
sì
da
diventare
,
non
pure
onniscienti
,
ma
onnipotenti
.
A
noi
,
per
confessarlo
ingenuamente
,
d
'
ingegno
più
grosso
,
e
a
cui
filosofare
non
è
stato
possibile
se
non
negli
ultimi
anni
della
vita
(
extremum
vitae
spatium
)
,
e
tutt
'
altro
che
liberi
da
noie
e
da
affanni
,
anzi
gittati
nelle
maggiori
angustie
e
nei
dispiaceri
più
gravi
dalla
scelleratezza
e
inaudita
crudeltà
di
coloro
,
dai
quali
avremmo
dovuto
più
essere
amati
,
onorati
e
favoriti
,
è
abbastanza
se
possiamo
scorgere
qual
calore
e
quanto
conferisca
una
data
disposizione
a
una
data
mole
materiale
»
.
E
accenni
simili
,
in
verità
,
a
preoccupazioni
e
cure
personali
,
e
infine
al
dolore
acerbo
,
da
cui
nel
1576
fu
colpito
il
cuore
del
filosofo
già
declinante
a
vecchiaia
pel
truce
assassinio
del
suo
giovinetto
Prospero
,
il
primogenito
,
si
ripetono
nelle
prefazioni
sue
e
d
'
un
fido
scolaro
a
'
suoi
libri
:
ma
suonano
appunto
come
lamenti
di
un
destino
maligno
,
che
turbò
quella
vita
serena
,
che
Bernardino
avrebbe
voluto
vivere
,
raccolto
nella
meditazione
.
Bernardino
fu
il
primo
dei
sette
figli
di
Giovanni
e
di
Francesca
Garofalo
.
Dei
quali
il
secondo
,
Valerio
,
fu
barone
di
Castelfranco
e
Cerisano
,
e
non
solo
mantenne
,
ma
accrebbe
le
avite
ricchezze
;
e
certo
pensò
più
a
far
danari
che
a
farsi
amare
,
se
nel
1567
i
vassalli
lo
denunziavano
al
governo
viceregio
per
luterano
;
e
non
essendo
riusciti
per
questa
via
a
toglierselo
di
dosso
,
dodici
anni
dopo
,
cresciuto
il
malcontento
,
lo
ammazzavano
.
Paolo
e
Tommaso
furono
invece
ecclesiastici
modesti
e
caritatevoli
:
Tommaso
,
vescovo
di
Cosenza
dal
1565
al
'69
,
profuse
il
suo
a
beneficio
dei
poveri
;
e
aiutò
il
fratello
Bernardino
,
lontano
il
più
del
tempo
da
Cosenza
e
distratto
,
com
'
era
naturale
,
per
i
suoi
studi
dalle
faccende
pratiche
,
a
precipitare
anche
lui
in
povertà
.
Bernardino
,
nato
nel
1509
,
in
una
casa
di
Via
Padolisi
,
di
fronte
al
monastero
delle
Vergini
,
dove
il
ricercatore
dei
ricordi
patrii
può
scorgerne
tuttavia
qualche
rudere
;
si
allontanò
fanciullo
da
Cosenza
,
seguendo
lo
zio
Antonio
,
umanista
dottissimo
in
latinità
e
maestro
assai
valente
di
lettere
.
E
con
lui
era
a
Milano
nel
1518
.
Da
lui
dovette
apprendere
non
solo
il
latino
,
che
egli
,
pur
torcendolo
al
faticoso
periodo
della
più
tarda
scolastica
,
maneggia
con
sicura
padronanza
del
materiale
linguistico
più
puro
;
ma
anche
il
greco
,
poiché
egli
stesso
afferma
di
avere
studiato
la
filosofia
aristotelica
più
sui
testi
originali
che
sulle
traduzioni
latine
,
il
cui
gergo
gli
riusciva
incomprensibile
.
Con
lo
zio
chiamato
a
insegnare
nel
ginnasio
romano
,
passava
a
Roma
forse
sulla
fine
del
'21
,
certo
prima
del
'23
.
E
vi
era
nel
celebre
sacco
di
quattro
anni
dopo
;
anzi
fu
fatto
prigioniero
,
e
poté
esser
liberato
dopo
due
mesi
a
intercessione
del
concittadino
Bernardino
Martirano
,
segretario
di
Filiberto
d
'
Orange
.
Onde
,
poco
stante
,
avendo
lo
zio
avuto
un
insegnamento
a
Venezia
,
egli
si
recò
a
Padova
,
per
continuare
lì
e
compiere
la
sua
istruzione
;
e
parecchi
anni
vi
stette
,
attendendo
presso
quello
studio
,
allora
tra
i
più
celebri
e
frequentati
di
Europa
e
centro
principale
dell
'
aristotelismo
,
alla
matematica
,
all
'
ottica
(
in
cui
si
assicura
che
facesse
osservazioni
nuove
importanti
)
e
sopra
tutto
alla
filosofia
.
Quando
sia
venuto
via
da
Padova
ignoriamo
.
E
le
congetture
desunte
dalla
cronologia
dei
papi
,
che
,
secondo
il
suo
antico
biografo
,
il
cosentino
Giovanni
Paolo
d
'
Aquino
,
ebbero
in
grande
stima
il
filosofo
,
e
che
sarebbero
poi
stati
tutti
quelli
che
pontificarono
dalla
giovinezza
alla
morte
di
Telesio
,
sono
prive
di
ogni
ragionevole
fondamento
.
Ma
lo
stesso
D
'
Aquino
,
che
lesse
il
suo
elogio
nell
'
Accademia
Cosentina
,
poco
dopo
la
morte
del
filosofo
,
di
cui
fu
amico
e
poté
conoscere
minutamente
i
casi
,
ci
racconta
che
Bernardino
,
«
per
poter
meglio
investigare
i
secreti
della
natura
,
per
molti
anni
si
disgiunse
dalla
frequenza
degli
uomini
,
e
sé
liberò
da
ogni
altro
pensiero
,
e
lasciò
la
patria
,
i
parenti
,
gli
amici
,
e
si
raccolse
in
un
monastero
di
frati
di
san
Benedetto
e
ivi
abitò
»
;
molto
probabilmente
nella
Grancia
di
Seminara
.
Il
che
dovette
accadere
poco
dopo
il
ritorno
da
Padova
,
e
qualche
anno
prima
del
'40
.
Perché
durante
questi
molti
anni
di
raccoglimento
e
di
studi
sappiamo
da
lui
stesso
non
aver
egli
scritto
mai
nulla
;
e
solo
ripigliò
la
penna
quando
si
credette
arrivato
in
porto
,
e
in
possesso
della
verità
già
faticosamente
ma
invano
cercata
nei
libri
di
Aristotele
,
e
poi
lungamente
indagata
nella
stessa
natura
al
lume
di
nuovi
principii
balenatigli
a
un
tratto
alla
mente
.
E
sappiamo
che
a
scrivere
cominciò
,
quando
aveva
lasciato
Seminara
,
a
Napoli
,
ospite
dei
Carafa
,
duchi
di
Nocera
.
E
doveva
aver
cominciato
prima
del
'47
,
se
il
vescovo
di
Fano
,
Ippolito
Capilupi
,
poté
dare
al
re
Francesco
I
la
lieta
novella
che
il
giogo
di
Aristotele
presto
,
sarebbe
stato
scosso
,
e
che
un
italiano
a
«
aveva
cominciato
a
scrivere
»
contro
la
sua
dottrina
.
Di
che
si
sarebbe
rallegrato
il
Re
,
e
avrebbe
detto
al
Capilupi
:
«
Io
prometto
che
,
se
costui
fa
quel
che
dice
,
io
sono
per
dargli
diecimila
fiorini
in
entrata
»
.
Lasciata
dunque
Padova
con
la
scontentezza
nell
'
animo
verso
l
'
antica
scienza
che
,
durante
gli
stessi
studi
universitari
,
gli
dové
apparire
,
quale
sempre
la
giudicò
negli
scritti
,
oscurissima
,
il
suo
pensiero
maturò
intorno
al
1540
nella
solitudine
del
chiostro
.
Passato
a
Napoli
,
nella
conversazione
degli
studiosi
ebbe
occasione
e
stimolo
a
dar
corpo
e
sistema
alle
proprie
idee
:
e
allora
abbozzò
i
nove
libri
della
sua
maggiore
opera
De
rerum
natura
e
alcuni
opuscoli
su
questioni
varie
di
filosofia
naturale
:
poiché
gli
uni
e
gli
altri
diceva
di
aver
pronti
da
un
pezzo
nel
1655
,
quando
pubblicò
il
primo
saggio
del
De
rerum
natura
.
Nel
'55
la
fama
della
nuova
filosofia
batteva
l
'
ale
fuori
del
Napoletano
;
poiché
un
altro
Capilupi
quell
'
anno
rivolgeva
al
filosofo
novatore
questa
preghiera
:
Telesio
,
voi
che
col
veloce
ingegno
,
Trascorso
avete
in
sì
pochi
anni
il
mondo
,
Misurando
la
terra
e
'1
ciel
profondo
,
Già
siete
giunto
di
saver
al
segno
:
Mostratemi
il
cammin
,
se
ne
son
degno
,
Da
seguir
voi
col
bel
lume
giocondo
,
Che
trar
mi
pò
dal
tenebroso
fondo
D
'
alta
ignoranza
,
onde
ho
me
stesso
a
sdegno
Allusione
evidente
all
'
atteggiamento
risoluto
,
che
già
il
Telesio
doveva
avere
assunto
,
di
assertore
di
una
nuova
filosofia
;
la
quale
,
per
la
stessa
avversione
che
incontrava
naturalmente
nei
tenaci
prosecutori
della
dottrina
aristotelica
,
doveva
,
come
suole
,
divenire
più
presto
famosa
che
conosciuta
.
Celebre
,
pel
racconto
che
ne
fa
lo
stesso
Telesio
,
il
viaggio
da
lui
intrapreso
nel
1563
,
per
sottoporre
la
sua
filosofia
a
uno
dei
più
illustri
peripatetici
del
tempo
,
ora
quasi
unicamente
ricordato
per
quest
'
anedotto
telesiano
:
Vincenzo
Maggio
,
di
Brescia
;
nella
cui
lealtà
spregiudicata
il
novatore
combattuto
da
tutte
le
parti
,
e
quel
che
è
più
,
tormentato
dal
segreto
sospetto
non
forse
egli
s
'
ingannasse
ad
attribuire
tanti
spropositi
a
quell
'
Aristotele
,
a
cui
i
maggiori
intelletti
per
tanti
secoli
s
'
erano
inchinati
,
credette
di
far
sicuro
affidamento
.
E
a
Brescia
le
sue
speranze
non
vennero
deluse
:
la
conversazione
di
quel
brav
'
uomo
gli
restituì
la
fede
che
gli
era
necessaria
.
Il
Maggio
lo
tenne
seco
parecchi
giorni
:
lo
ascoltò
tranquillamente
,
pesò
gli
argomenti
.
Contro
i
principii
non
trovò
che
oppugnare
,
e
le
deduzioni
riconobbe
impeccabili
.
Argomenti
da
difendere
in
modo
soddisfacente
Aristotele
,
non
seppe
addurne
;
e
confessò
,
egli
,
il
peripatetico
illustre
,
per
cui
era
certo
un
punto
d
'
onore
salvare
la
riputazione
del
maestro
,
confessò
che
veramente
questi
aveva
errato
a
porre
quei
suoi
corpi
primi
,
senza
osservare
la
natura
e
argomentando
dalle
sue
premesse
;
e
confermò
anche
che
queste
premesse
erano
involte
in
difficoltà
inestricabili
e
senza
fine
,
rilevate
dai
seguaci
stessi
;
né
gli
parve
inopportuno
metterle
sott
'
occhio
al
Telesio
.
«
Uomo
nobilissimo
»
,
esclama
questi
nel
racconto
che
due
anni
dopo
fece
di
quella
visita
al
Maggio
:
«
nobilissimo
,
sì
,
di
nascita
,
ma
assai
più
di
animo
,
cultore
e
ammiratore
soltanto
della
verità
»
.
Da
lui
fu
,
dunque
,
incoraggiato
a
pubblicare
la
parte
fondamentale
dell
'
ardita
dottrina
,
che
da
lunghi
anni
andava
rivolgendo
nell
'
animo
e
timidamente
comunicando
agli
amici
.
Allora
bensì
egli
sentiva
le
imperfezioni
che
erano
tuttavia
nella
sua
opera
,
da
cui
quasi
un
avverso
destino
gli
pareva
lo
avesse
a
lungo
distratto
.
E
continuò
negli
anni
seguenti
a
correggere
e
rifare
.
Tornò
anche
sopra
i
primi
due
libri
,
quando
li
ristampò
nel
'70
accompagnandoli
con
tre
opuscoli
De
his
quae
in
aëre
fiunt
et
de
terraemotibus
,
De
colorum
generatione
e
De
inceri
,
Finché
da
ultimo
si
apprestava
a
rifonder
il
suo
vasto
trattato
,
che
gli
riuscì
di
dare
in
luce
intero
solo
nella
vecchiaia
avanzata
.
Con
l
'
incontentabilità
propria
di
chi
giunge
con
fatica
,
per
una
via
aspra
e
non
più
tentata
,
alla
scoperta
di
un
pensiero
nuovo
,
e
si
sforza
di
dargli
la
forma
classica
,
da
reggere
al
paragone
dl
quella
onde
si
avvantaggia
la
scienza
ricevuta
,
con
quella
incontentabilità
inquieta
,
che
uno
scolaro
del
Telesio
attestava
di
lui
ripubblicando
,
dopo
la
sua
morte
,
insieme
con
nuovi
opuscoli
di
metereologia
e
psicologia
i
tre
già
stampati
dall
'
autore
ma
arricchiti
di
aggiunte
e
correzioni
inedite
di
forma
e
sostanza
,
Bernardino
Telesio
attorno
al
suo
libro
maggiore
lavorò
con
instancabile
insistenza
quasi
mezzo
secolo
.
Vi
lavorò
tra
affanni
continui
,
col
desiderio
tormentoso
,
sempre
inappagato
,
di
un
po
'
di
tranquillità
,
sotto
l
'
assillo
di
cure
e
dolori
domestici
,
che
non
gli
diedero
mai
tregua
.
Un
raggio
di
luce
nell
'
animo
suo
scende
nel
1553
,
quando
il
filosofo
solitario
,
il
meditabondo
indagatore
della
natura
,
si
fa
una
famiglia
.
Sposa
Diana
Sersale
,
una
vedova
,
già
madre
di
due
figli
.
Ma
Diana
morì
otto
anni
dopo
,
lasciando
altri
quattro
figli
di
Bernardino
.
Quegli
anni
ei
si
fermò
abitualmente
a
Cosenza
.
Qui
nel
'54
,
era
sindaco
dei
nobili
.
Qui
è
fama
adoperasse
di
buon
grado
la
sua
autorità
a
comporre
i
litigi
dei
concittadini
,
a
pacificare
gli
animi
,
amato
com
'
era
da
tutti
e
tenuto
in
somma
venerazione
.
Qui
molta
parte
dové
prendere
ai
lavori
dell
'
Accademia
Cosentina
;
la
quale
,
seguendo
lo
svolgimento
generale
della
cultura
contemporanea
,
dalla
filologia
,
si
volse
allora
,
per
opera
principalmente
del
Telesio
,
alle
quistioni
filosofiche
o
naturali
;
e
finì
col
chiamarsi
telesiana
.
Sulle
infelici
vicende
economiche
di
Bernardino
,
interrotte
,
pare
,
per
qualche
anno
dall
'
aiuto
che
al
marito
speculativo
poté
porgere
la
Diana
,
ma
fattesi
più
gravi
subito
dopo
la
morte
di
costei
,
diventando
motivo
di
sempre
maggiori
dispiaceri
al
filosofo
,
perseguitato
dai
creditori
,
non
giova
fermarsi
.
Nel
'64
Pio
IV
gli
offre
a
sollievo
l
'
arcivescovado
di
Cosenza
;
ma
egli
prega
il
Papa
che
voglia
conferirlo
piuttosto
al
fratello
Tommaso
:
«
per
attendere
a
'
studi
»
,
dice
l
'
antico
biografo
.
Ben
più
accetto
poteva
riuscirgli
l
'
invito
di
Gregorio
XIII
(
papa
dal
'72
all'85
)
a
spiegare
in
Roma
pubblicamente
il
suo
libro
;
come
l
'
altro
simile
venutogli
poscia
da
Napoli
.
Ma
vero
e
proprio
insegnamento
non
tenne
,
contento
,
come
Socrate
,
alle
conversazioni
cogli
amici
,
ai
quali
apparve
miracolo
di
dialettica
irresistibile
e
fu
veramente
maestro
pieno
di
fascino
;
contento
alle
dispute
cogli
avversari
renitenti
alla
nuova
dottrina
,
non
già
per
partito
preso
,
come
gli
ammiratori
del
Telesio
solevano
dire
,
ma
perché
fissi
oramai
in
una
forma
mentale
,
su
cui
quella
dottrina
non
poteva
più
far
presa
:
«
Quando
egli
ragionava
delle
scienze
e
delle
dottrine
»
,
ricorda
il
D
'
Aquino
,
«
parea
che
gli
ascoltanti
fossero
stati
tutti
adombrati
;
così
stavano
taciti
e
sospesi
ad
ascoltarlo
»
.
E
il
Quattromani
,
che
fu
dei
cosentini
che
risentirono
più
l
'
efficacia
di
quella
parola
,
e
un
anno
dopo
la
morte
del
Telesio
pubblicò
un
lucido
compendio
della
sua
filosofia
,
scrivendo
al
Telesio
stesso
nel
1563
:
«
Da
che
mi
allontanai
da
lei
,
quei
spiriti
,
che
in
me
erano
generati
dalla
sua
presenza
,
e
che
mi
rendeano
pronto
e
ardito
,
sono
tutti
spenti
,
e
con
loro
anco
annullato
e
venuto
meno
ogni
giudicio
e
ogni
sapere
»
.
D
'
altra
parte
,
un
motto
pittoresco
rappresenta
al
vivo
la
situazione
degli
aristotelici
sconcertati
dalle
critiche
telesiane
;
ai
quali
il
cardinal
Farnese
una
volta
avrebbe
detto
:
«
Ora
che
non
ci
è
il
Telesio
,
tutti
oppugnate
le
sue
ragioni
ma
,
come
egli
è
presente
,
ciascheduno
tace
e
si
arresta
»
.
Alle
opposizioni
e
malignazioni
degli
aristotelici
di
Napoli
,
dove
,
morta
Diana
,
il
Telesio
tornava
spesso
ospite
dei
Carafa
,
gli
fu
scudo
il
colto
e
gentile
duca
Ferrante
,
che
l
'
onorava
come
padre
.
La
gloria
cominciava
a
dargli
il
suo
conforto
e
la
forza
.
I
due
libri
ristampati
a
Napoli
nel
'70
,
con
due
degli
opuscoli
,
erano
a
Firenze
voltati
in
volgare
da
Francesco
Martelli
,
che
li
dedicava
nel
'73
al
cardinal
dei
Medici
.
Antonio
Persio
bandiva
la
dottrina
nell
'
Italia
superiore
,
a
Bologna
,
a
Venezia
,
dove
nel
'75
la
difendeva
in
una
solenne
disputa
pubblica
;
e
a
Padova
,
dove
diffondeva
tra
i
dotti
gli
scritti
telesiani
.
A
sollecitazione
di
lui
,
uno
dei
filosofi
più
rinomati
,
Francesco
Patrizzi
,
nel
'72
,
comunicava
al
Telesio
alcune
osservazioni
su
vari
punti
di
quei
due
libri
.
E
da
esse
Bernardino
era
stimolato
a
rifarsi
sempre
sulla
sua
opera
;
che
finalmente
si
risolveva
a
pubblicare
tutta
a
Napoli
nel
1586
.
L
'
anno
dopo
si
ritraeva
a
Cosenza
a
finirvi
la
sua
vita
di
pensiero
,
di
lavoro
e
di
dolore
.
Della
morte
del
suo
povero
Prospero
non
s
'
era
più
saputo
dar
pace
.
E
irrequieto
tornava
poco
dopo
a
Napoli
;
poiché
al
1588
,
-
-
anno
che
il
Tasso
da
marzo
a
novembre
trascorse
a
Napoli
,
-
-
credo
sia
da
attribuire
l
'
aneddoto
raccontato
dal
Manso
nella
vita
del
poeta
:
«
Fu
Bernardino
Telesio
uomo
di
acuto
ingegno
e
di
profonda
dottrina
e
di
socratici
costumi
;
ma
non
di
meno
sentì
acerbamente
la
morte
di
un
figliuolo
,
che
gli
fu
ucciso
senza
colpa
.
Torquato
,
per
volernelo
consolare
,
gli
addimandò
se
quando
il
figliuolo
non
era
al
mondo
,
egli
si
doleva
che
non
vi
fosse
.
Il
Telesio
rispose
che
no
.
-
-
Dunque
,
soggiunse
il
Tasso
,
perché
vi
dolete
ora
che
non
vi
sia
?
»
.
Volle
,
commenta
il
Manso
,
«
volle
contro
il
filosofo
dispregiatore
degli
antichi
valersi
degli
argomenti
dei
sofisti
»
.
Povero
filosofo
,
che
s
'
illudeva
di
non
aver
più
posto
nel
cuore
per
nessuno
,
dacché
la
Sapienza
,
accendendolo
della
sua
bellezza
divina
-
-
come
ei
canta
negli
esametri
per
Giovanna
Castriota
-
-
,
l
'
aveva
tenuto
tutto
,
fin
dai
primi
anni
,
nell
'
amore
di
lei
!
La
vita
,
che
la
sua
filosofia
escludeva
,
opprime
intanto
il
suo
cuore
di
padre
.
Pure
fin
all
'
ultimo
cercò
il
suo
ristoro
in
quell
'
amore
;
e
il
D
'
Aquino
c
'
informa
di
opere
,
che
egli
avrebbe
scritte
«
intorno
agli
ottanta
anni
»
;
che
esso
D
'
Aquino
,
poco
dopo
la
morte
del
Telesio
,
vedeva
in
Cosenza
«
nelle
mani
di
diverse
persone
»
;
e
incitava
i
concittadini
,
che
pur
troppo
non
raccolsero
l
'
esortazione
,
a
non
lasciar
perire
quelle
preziose
scritture
,
dov
'
era
«
una
maniera
e
sorte
di
logica
,
che
senza
dubbiosità
e
senza
sofismi
ci
insegna
a
discernere
il
vero
dal
falso
;
e
da
esse
si
impara
la
vera
astrologia
,
cioè
di
salire
con
la
mente
al
cielo
,
e
la
teologia
,
che
ci
ammaestra
a
conoscere
,
riverire
e
servire
Iddio
!
»
.
VI
Il
Telesio
morì
nei
primi
dell
'
ottobre
1588
a
Cosenza
.
E
qui
fortuna
volle
si
trovasse
in
quei
giorni
un
giovane
domenicano
,
che
studiava
con
ardore
filosofia
,
guardando
al
Telesio
come
all
'
astro
nuovo
che
era
sorto
all
'
orizzonte
,
e
del
Telesio
doveva
essere
tra
poco
acerrimo
difensore
contro
gli
attacchi
dell
'
aristotelico
Marta
di
Napoli
,
e
poi
uno
dei
maggiori
continuatori
:
Tommaso
Campanella
.
Il
quale
non
aveva
fatto
in
tempo
ad
accostarsi
al
vecchio
maestro
;
e
lo
vide
per
la
prima
volta
nel
catafalco
,
dove
pel
funerale
affisse
certi
suoi
distici
.
Questi
non
ci
sono
giunti
.
Abbiamo
invece
il
duro
ma
fiero
ed
energico
sonetto
,
in
cui
il
Campanella
ritrasse
il
valore
storico
del
Telesio
,
il
«
maggiore
dei
filosofi
»
,
lo
«
splendore
della
natura
»
,
e
accennò
la
propria
filiazione
ideale
dalla
filosofia
telesiana
;
un
sonetto
che
raccoglie
attorno
al
maestro
il
meglio
della
sua
scuola
:
Telesio
,
il
telo
della
tua
faretra
Uccide
de
'
sofisti
in
mezzo
al
campo
Degli
ingegni
il
tiranno
senza
scampo
;
Libertà
dolce
alla
Verità
impetra
.
Cantan
le
glorie
tue
con
nobil
cetra
Il
Bombino
e
'
l
Montan
nel
brezzio
campo
:
E
'
l
Cavalcante
tuo
,
possente
lampo
,
Le
rocche
del
nemico
ancora
spetra
.
Il
buon
Gaieta
la
gran
donna
adorna
Con
diafane
vesti
risplendenti
,
Onde
a
bellezza
natural
ritorna
;
Della
mia
squilla
per
li
nuovi
accenti
,
Nel
tempio
universal
ella
soggiorna
Profetizza
il
principio
e
'
l
fin
degli
enti
.
Vincenzo
Bombini
,
Sertorio
Quattromani
(
il
Montano
)
,
Giulio
Cavalcanti
,
il
buon
Gaeta
,
che
avrebbe
trattato
l
'
estetica
secondo
i
principii
telesiani
,
avanzando
tutti
gli
altri
,
erano
(
avverte
,
in
nota
,
lo
stesso
Campanella
)
accademici
cosentini
.
Egli
poi
,
secondo
la
stessa
nota
,
«
filosofo
dei
principii
e
fini
delle
cose
»
,
avrebbe
elevato
a
più
alto
segno
la
nuova
scuola
:
«
Rinnovò
»
,
com
'
egli
dice
,
«
la
filosofia
,
ed
aggiunse
la
metafisica
,
e
politica
ecc
.
,
e
la
accoppiò
con
la
teologia
»
.
Certo
,
la
metafisica
delle
primalità
campanelliane
manca
nel
Telesio
.
Ed
è
pur
vero
il
giudizio
di
un
altro
grande
ammiratore
del
nostro
Cosentino
,
Francesco
Bacone
,
che
la
filosofia
telesiana
in
sostanza
toglie
di
mezzo
l
'
uomo
e
la
sua
azione
sulla
natura
(
artes
mechanicae
,
quae
materiant
vexant
)
per
non
guardare
altro
che
la
fabrica
mundi
,
riuscendo
una
specie
di
filosofia
pastorale
o
arcadica
,
che
contempla
il
mondo
placidamente
e
quasi
in
ozio
;
filosofia
,
che
Bacone
amava
mettere
insieme
con
quella
dei
pensatori
greci
anteriori
a
Socrate
e
di
taluni
moderni
,
come
il
tedesco
Paracelso
,
il
danese
Severino
,
l
'
inglese
Gilbert
,
l
'
italiano
Patrizzi
,
fondatori
di
nuove
sette
filosofiche
,
ideatori
di
altri
sistemi
astratti
intorno
alla
natura
delle
cose
,
senza
conseguenza
per
ciò
che
concerne
le
sorti
umane
:
di
quei
sistemi
,
che
egli
sdegnava
come
facili
a
disseppellirsi
dalla
tradizione
dei
più
antichi
filosofi
,
e
magari
ad
inventarsi
di
pianta
:
egli
,
che
avrebbe
voluto
che
il
filosofo
guardasse
con
un
occhio
alla
natura
,
e
con
l
'
altro
alle
umane
utilità
.
Alla
filosofia
telesiana
è
estraneo
il
grande
concetto
proprio
di
Bacone
del
regnum
hontinis
,
Ma
questa
filosofia
pastorale
per
Bacone
era
appunto
una
metafisica
:
una
di
quelle
filosofie
che
a
lui
pareva
si
potessero
adombrare
nel
mito
di
Cupido
,
dell
'
antico
Cupido
:
il
primo
degli
dèi
,
anteriore
a
tutte
le
cose
,
salvo
il
Caos
coevo
;
senza
padre
esso
,
e
primo
principio
dell
'
ordine
che
sorse
dal
Caos
,
ossia
dell
'
origine
dell
'
universo
.
Una
filosofia
insomma
delle
cause
prime
e
delle
leggi
supreme
,
oltre
le
quali
non
è
dato
procedere
.
Lasciamo
stare
l
'
analogia
che
Bacone
,
come
già
il
Patrizzi
,
vedeva
tra
la
fisica
del
vecchio
Parmenide
e
la
nuova
dottrina
di
Telesio
:
analogia
da
lui
stesso
ridotta
al
suo
giusto
valore
,
quando
avverte
che
ai
principii
parmenidei
il
filosofo
Cosentino
aggiunse
del
proprio
la
materia
,
perché
depravato
dai
concetti
peripatetici
;
che
è
come
dire
che
la
dottrina
telesiana
,
in
conclusione
,
non
è
ne
parmenidea
,
né
peripatetica
,
ma
telesiana
.
E
certamente
il
raffronto
con
l
'
Eleate
non
regge
per
nessun
verso
,
chi
consideri
il
valore
della
«
doxa
»
rispetto
al
pensiero
metafisico
di
Parmenide
,
-
-
e
tenga
conto
del
carattere
schiettamente
dualistico
della
teoria
esposta
nella
«
doxa
»
,
e
interpreti
,
d
'
altra
parte
,
il
pensiero
telesiano
in
relazione
a
quello
che
se
ne
può
dire
propriamente
la
naturale
matrice
,
la
metafisica
aristotelica
,
già
così
distante
dalla
posizione
eleatica
.
Certo
,
senza
essere
una
metafisica
,
la
filosofia
telesiana
non
avrebbe
potuto
esercitare
l
'
azione
storica
che
esercitò
,
in
Italia
attraverso
Campanella
,
Bruno
e
tutto
il
naturalismo
meridionale
del
sec
.
XVII
,
e
per
tutta
Europa
attraverso
Bacone
,
che
lo
ha
sempre
presente
,
ora
accettando
,
ora
criticando
le
sue
teorie
particolari
,
ma
avendolo
sempre
in
gran
conto
come
«
il
migliore
dei
moderni
»
.
Un
riformatore
della
filosofia
,
-
-
quale
egli
fu
generalmente
celebrato
dai
contemporanei
e
da
quelli
che
dopo
sentirono
il
bisogno
di
appoggiarsi
a
lui
per
continuare
la
guerra
del
pensiero
nuovo
contro
l
'
aristotelismo
,
costretto
a
rinchiudersi
sempre
più
nelle
scuole
della
tradizione
infeconda
,
-
-
deve
,
almeno
implicitamente
,
dare
un
nuovo
orientamento
,
e
cambiare
l
'
aspetto
di
tutta
la
realtà
agli
occhi
dei
pensatori
.
E
questo
fece
Telesio
.
È
pur
vero
ch
'
egli
fu
,
come
dice
Bacone
,
più
valente
a
distruggere
che
a
costruire
;
ma
è
anche
vero
che
la
sua
critica
demolitrice
è
essa
stessa
una
costruzione
.
Non
possiamo
esporre
qui
per
minuto
tutte
le
critiche
,
che
egli
con
lena
che
mai
non
si
stanca
rivolge
alla
metafisica
,
alla
fisica
,
alla
psicologia
,
all
'
etica
e
alle
minori
dottrine
di
Aristotele
.
Tanto
meno
seguire
l
'
ardito
pensatore
in
tutte
le
singole
teorie
,
che
le
sue
nuove
osservazioni
,
e
,
sopra
tutto
,
l
'
avviamento
generale
del
suo
intelletto
,
gli
fanno
sostituire
alle
antiche
.
Ma
basta
in
questo
riguardo
notare
,
che
l
'
ampiezza
della
ricerca
e
la
compattezza
delle
soluzioni
adottate
in
tutti
i
problemi
a
cui
si
era
estesa
la
filosofia
aristotelica
,
dimostrano
che
nel
De
rerum
natura
contro
l
'
aristotelismo
si
afferma
e
si
accampa
una
nuova
intuizione
del
mondo
:
la
quale
riceve
infatti
tutto
il
suo
significato
storico
della
sua
posizione
verso
l
'
aristotelismo
rimesso
a
nuovo
dalla
erudizione
filologica
del
Rinascimento
,
e
liberato
dagli
adattamenti
medievali
della
Scolastica
.
E
questo
significato
conserva
,
nel
suo
assoluto
valore
storico
,
per
molti
e
gravi
che
sieno
gli
errori
commessi
a
sua
volta
dal
Telesio
nella
sua
nuova
costruzione
:
poiché
una
filosofia
,
in
quanto
tale
,
non
attinge
il
momento
suo
di
vita
eterna
,
e
non
vive
nella
storia
,
se
non
pel
principio
che
l
'
anima
.
A
cogliere
questo
principio
non
vi
affidate
alla
guida
dello
stesso
autore
;
non
guardate
subito
al
titolo
della
sua
opera
;
a
questo
titolo
,
che
promette
di
farvi
intendere
la
natura
secondo
i
suoi
principii
,
quasi
Aristotele
con
le
sue
teorie
avesse
fatto
violenza
alla
natura
,
imponendole
i
propri
ingiustificati
preconcetti
.
Su
questo
motivo
polemico
il
Telesio
insiste
;
se
non
che
è
il
motivo
che
in
varia
forma
si
ripresenta
in
ogni
polemica
filosofica
.
La
quale
non
può
impiantarsi
nella
fatua
pretesa
di
sostituire
le
idee
nostre
a
quelle
degli
altri
,
ma
nella
fede
bensì
di
contrapporre
la
verità
all
'
errore
:
e
l
'
errore
apparisce
sempre
come
una
costruzione
arbitraria
della
mente
soggettiva
,
ripugnante
alla
essenza
di
quella
realtà
,
a
cui
tutti
i
filosofi
mirano
;
e
la
verità
,
invece
,
come
la
intuizione
diretta
,
la
traduzione
fedele
,
la
ricostruzione
genuina
del
reale
nella
sua
pura
oggettività
.
E
se
la
natura
rerum
,
nel
suo
senso
più
profondo
,
è
la
realtà
stessa
da
Telesio
non
veduta
se
non
come
natura
,
il
titolo
di
quest
'
opera
,
chi
s
'
arrestasse
all
'
intenzione
dell
'
autore
,
accennata
nell
'
aggiunta
iuxta
propria
principia
,
sarebbe
un
titolo
adatto
a
tutte
le
opere
filosofiche
innovatrici
,
comprese
quelle
stesse
di
Aristotele
.
Ed
è
,
al
contrario
,
un
titolo
significativo
e
caratteristico
rispetto
all
'
indirizzo
mentale
telesiano
,
quando
si
faccia
convergere
su
di
esso
la
luce
intima
della
sua
filosofia
.
Non
vi
arrestate
né
meno
alle
proteste
metodiche
,
di
non
voler
seguire
altro
che
il
senso
,
quasi
la
filosofia
telesiana
dovesse
riuscire
un
puro
empirismo
.
Ché
tale
questa
filosofia
non
è
;
e
se
l
'
intonazione
della
sua
polemica
antiaristotelica
piacque
all
'
orecchio
dell
'
autore
del
Novum
Organum
,
egli
è
che
anche
Bacone
,
come
molti
altri
pensatori
dopo
di
lui
,
s
'
illuse
credendo
che
il
metodo
sia
un
antecedente
della
filosofia
,
e
questa
un
prodotto
di
esso
:
laddove
metodo
e
filosofia
sono
una
cosa
sola
,
nel
senso
che
la
filosofia
è
il
concreto
e
il
metodo
l
'
astratto
:
né
si
ha
una
filosofia
perché
si
abbia
un
metodo
,
ma
proprio
l
'
opposto
.
Fin
da
principio
la
mente
del
pensatore
ha
,
sto
per
dire
,
una
certa
impostazione
e
quindi
intravvede
un
certo
mondo
,
che
lo
preoccupa
e
gli
pone
innanzi
,
urgente
,
il
suo
problema
:
simile
alla
«
macchia
»
la
prima
oscura
intuizione
creatrice
dello
artista
,
che
è
già
il
nucleo
dell
'
opera
d
'
arte
.
E
in
quel
germe
c
'
è
la
filosofia
con
la
sua
logica
:
la
filosofia
,
che
non
potrà
poi
avere
altro
svolgimento
da
quello
che
le
vien
prescritto
dalla
sua
logica
.
Quanto
in
particolare
al
Telesio
,
il
motivo
più
potente
,
quella
che
può
dirsi
la
prima
radice
del
suo
filosofare
antiaristotelico
,
non
consiste
in
una
o
più
difficoltà
che
l
'
esperienza
sensibile
opponga
,
secondo
lui
,
ai
principii
di
Aristotele
.
Né
è
codesta
esperienza
la
fonte
a
cui
egli
ordinariamente
ricorra
per
lo
sviluppo
e
l
'
elaborazione
del
suo
pensiero
.
La
sua
natura
,
è
vero
,
è
la
natura
sensibile
,
materiale
;
né
egli
,
in
quanto
filosofo
,
conosce
realtà
che
si
possa
concepire
scevra
di
mole
materiale
.
Tutto
ciò
che
razionalmente
gli
riesce
d
'
intendere
delle
funzioni
spirituali
,
è
per
lui
bensì
spirito
;
ma
non
nell
'
accezione
moderna
di
questa
parola
,
anzi
come
la
materia
che
più
sia
stata
attenuata
e
assottigliata
dal
calore
.
E
la
natura
materiale
e
sensibile
non
pare
si
possa
definire
altrimenti
che
come
quella
realtà
spaziale
,
che
è
oggetto
del
senso
,
e
quindi
come
la
realtà
propria
della
filosofia
che
non
ammetta
altro
organo
di
conoscenza
che
il
senso
.
Ma
anche
questa
determinazione
è
appena
la
superficie
della
filosofia
telesiana
e
di
tutte
le
altre
simili
.
L
'
affermazione
del
senso
,
quando
ha
una
reale
importanza
nella
storia
della
filosofia
,
può
rispondere
a
un
doppio
bisogno
:
al
bisogno
ideale
dell
'
empirismo
,
che
nega
la
metafisica
come
scienza
di
quell
'
assoluto
,
che
il
senso
non
coglie
:
che
è
la
tesi
,
per
es
.
,
di
Kant
nella
Critica
della
ragion
pura
e
la
tesi
a
cui
si
arrestarono
nel
sec
.
XIX
i
seguaci
di
quel
positivismo
filosofico
,
il
cui
maggiore
sforzo
parve
rivolto
alla
negazione
della
filosofia
.
O
risponde
al
bisogno
,
che
fu
proprio
di
Bacone
,
e
più
tardi
della
logica
nuova
della
filosofia
moderna
,
nel
significato
che
rimase
affatto
oscuro
nel
Cancelliere
inglese
,
pur
grande
animatore
del
pensiero
europeo
,
della
mediazione
dell
'
universale
,
della
concretezza
storica
del
pensiero
,
che
non
è
quale
Platone
e
Aristotele
lo
immaginavano
,
un
'
astratta
rete
bell
'
e
fatta
di
concetti
universali
,
ma
vita
di
essi
sempre
nuova
,
ed
eterna
come
tale
,
nei
particolari
:
affermazione
dell
'
individualità
di
fronte
al
generale
,
della
logica
reale
di
contro
a
quella
speculazione
a
cui
gli
antichi
trovavano
adeguata
soltanto
la
mente
divina
;
e
Platone
,
in
fondo
,
né
anche
quella
,
se
s
'
intende
a
rigore
il
mito
delle
contemplazioni
sopracelesti
del
Fedro
,
Telesio
invece
non
è
un
empirista
alla
maniera
dei
positivisti
,
e
molto
meno
di
Kant
.
E
d
'
altro
lato
,
in
lui
non
c
'
è
sentore
,
checché
si
contenesse
nelle
opere
logiche
non
pervenute
fino
a
noi
,
di
una
concezione
storica
e
realistica
del
pensiero
.
È
un
metafisico
;
e
un
metafisico
materialista
.
E
tanto
egli
rispetta
il
senso
,
quanto
lo
aveva
rispettato
il
primo
sistematore
del
materialismo
,
quel
Democrito
,
che
fu
uno
dei
primi
metafisici
di
grande
stile
in
Grecia
,
e
che
,
per
la
sua
distinzione
di
qualità
primarie
e
qualità
secondarie
,
può
a
buon
dritto
ritenersi
il
vero
padre
dell
'
idealismo
,
quale
,
movendo
dalla
stessa
distinzione
,
ripetuta
dal
Locke
,
ebbe
a
concepirlo
,
con
uno
sforzo
che
mandò
a
monte
per
sempre
il
materialismo
,
il
Berkeley
.
E
l
'
organo
,
con
cui
il
Telesio
costruisce
la
sua
metafisica
,
è
quello
che
è
servito
e
servirà
sempre
a
tutti
i
metafisici
,
il
pensiero
puro
;
per
cui
la
realtà
-
-
non
l
'
apparente
,
ma
la
vera
,
l
'
assoluta
realtà
,
a
cui
ogni
forma
di
realtà
si
riduce
,
da
cui
tutto
ciò
che
nasce
proviene
,
e
a
cui
tutto
ciò
che
passa
ritorna
,
laddove
essa
sta
eterna
-
-
non
è
punto
realtà
sensibile
,
bensì
realtà
pensata
.
Realtà
pensata
sotto
tre
attributi
o
forme
fondamentali
,
il
cui
giuoco
soltanto
può
farci
intendere
la
totalità
delle
infinite
variazioni
dell
'
universo
sensibile
:
due
nature
agenti
,
secondo
l
'
espressione
telesiana
,
e
una
passiva
:
il
caldo
,
che
è
principio
di
luce
,
di
movimento
,
di
vita
in
tutte
le
sue
forme
;
e
il
suo
contrario
,
il
freddo
,
principio
di
tenebre
,
di
inerzia
,
di
morte
:
l
'
uno
con
l
'
altro
in
eterno
contrasto
nella
materia
;
che
è
il
terzo
principio
,
la
mole
che
occupa
lo
spazio
.
Forza
e
materia
,
come
oggi
si
direbbe
;
e
la
forza
duplice
,
e
in
lotta
seco
stessa
a
produrre
l
'
alterna
vicenda
della
natura
,
che
è
nascere
e
perire
continuo
;
un
continuo
nascere
che
è
pur
perire
;
e
un
perire
continuo
,
che
è
pur
nascere
.
Forza
e
materia
,
che
,
si
badi
,
nella
loro
assoluta
universalità
,
sono
veri
e
propri
principii
nel
senso
aristotelico
,
e
non
hanno
nulla
di
sensibile
ed
empirico
,
benché
essi
si
manifestino
negli
oggetti
del
senso
.
Che
anzi
l
'
intuizione
centrale
,
e
come
il
nocciolo
del
pensiero
telesiano
,
è
appunto
una
negazione
,
più
risoluta
e
più
energica
che
non
fosse
in
Aristotele
,
dell
'
empiricità
o
realtà
immediata
di
cotesti
principii
,
e
quindi
nell
'
affermazione
del
carattere
metafisico
e
meramente
trascendentale
di
essi
.
Giacché
questo
,
a
'
suoi
occhi
,
è
l
'
errore
aristotelico
,
generatore
di
tutti
gli
altri
da
lui
a
uno
a
uno
combattuti
:
la
separazione
di
ciò
che
in
natura
è
unito
ed
inseparabile
che
male
aveva
separato
prima
Platone
,
e
che
Aristotele
non
era
riuscito
più
a
unificare
:
la
forma
e
la
materia
delle
cose
:
ciò
che
ciascuna
di
queste
è
,
e
per
cui
si
pensa
,
l
'
idea
,
e
quella
materia
che
alla
filosofia
antica
,
come
al
pensiero
volgare
,
si
rappresenta
quale
sostrato
necessario
alla
realizzazione
dell
'
idea
.
Intesa
la
natura
come
divenire
o
generazione
continua
di
forme
,
questo
divenire
si
schematizza
come
movimento
,
che
avviene
nella
materia
,
ma
è
l
'
attualità
della
forma
.
Ora
il
principio
del
movimento
,
la
radice
delle
forme
,
che
è
come
dire
della
realtà
,
in
quanto
divenire
naturale
,
anche
per
Aristotele
è
in
qualche
cosa
che
,
per
essere
principio
e
non
principiato
,
vera
e
assoluta
causa
e
non
più
effetto
,
deve
trascendere
necessariamente
la
natura
,
che
è
movimento
.
Deve
essere
immobile
.
Cioè
forma
pura
.
La
natura
,
pertanto
,
benché
concepita
come
unità
perenne
di
materia
e
di
forma
,
poiché
la
forma
,
in
fondo
,
la
riceve
di
fuori
,
per
sé
,
senza
questa
animazione
estrinseca
,
viene
a
ridursi
quasi
ad
inerte
materia
:
mera
possibilità
,
o
potenzialità
passiva
delle
forme
.
Donde
quell
'
assenza
di
valore
nella
natura
e
nell
'
uomo
-
-
parte
di
essa
,
-
-
che
abbiamo
detto
essere
stata
legata
dall
'
antichità
alla
filosofia
del
medio
evo
,
e
che
spettava
allo
spirito
del
Cristianesimo
superare
.
Telesio
,
il
materialista
,
che
cinque
anni
dopo
la
sua
morte
sarà
segnato
all
'
Indice
,
si
mette
per
questa
via
nuova
,
desiderata
dal
Cristianesimo
;
benché
sulla
nuova
via
,
che
è
lunga
e
non
facile
a
percorrersi
,
si
arresti
al
materialismo
,
certamente
insufficiente
a
giustificare
il
valore
nonché
dell
'
uomo
,
della
stessa
natura
.
E
la
sua
novità
può
riassumersi
in
questi
termini
:
la
forma
che
,
per
Aristotele
,
come
forma
assoluta
,
era
fuori
della
materia
,
per
Telesio
è
dentro
,
e
una
con
questa
:
la
natura
,
che
Per
Aristotele
,
come
pura
natura
,
era
mera
possibilità
,
realizzata
soltanto
per
cause
estrinseche
,
per
Telesio
è
la
sola
realtà
;
e
però
si
spiega
iuxta
propria
Principia
,
la
mira
,
a
cui
questi
confusamente
,
come
accade
sempre
nelle
rivoluzioni
ideali
,
quando
il
mondo
rientra
nel
caos
,
donde
la
mente
aspira
a
ricostruire
il
mondo
nuovo
(
e
di
qui
,
la
incontentabilità
del
Telesio
,
che
lavora
tutta
la
vita
all
'
opera
sua
!
)
;
la
mira
,
a
cui
egli
tende
,
è
la
ristaurazione
dell
'
unità
,
lacerata
dal
dualismo
aristotelico
.
Considerate
infatti
il
nesso
dei
tre
principii
da
lui
stabiliti
,
materia
,
caldo
e
freddo
.
Il
caldo
,
principio
del
movimento
,
della
vita
,
del
senso
,
adempie
nel
suo
sistema
lo
stesso
ufficio
che
la
forma
in
Aristotele
.
E
se
si
pone
mente
alla
funzione
assegnatagli
da
Telesio
,
che
ne
fa
una
natura
agens
,
esso
certamente
è
una
entità
metafisica
che
non
si
può
confondere
col
calore
fisico
e
sensibile
,
che
è
sempre
una
certa
mole
,
un
certo
corpo
caldo
.
E
perciò
la
differenza
,
in
questo
punto
,
tra
Aristotele
e
Telesio
è
più
nella
parola
che
nel
concetto
;
sebbene
al
secondo
la
parola
prescelta
paia
meglio
corrispondere
alla
concretezza
determinata
e
reale
della
sua
forma
.
La
materia
poi
,
Telesio
stesso
lo
dice
,
era
già
un
principio
aristotelico
.
Profondo
invece
il
divario
,
tra
le
due
filosofie
nel
modo
di
concepire
il
terzo
principio
:
e
questo
divario
,
riverberandosi
nel
concetto
degli
altri
due
,
lo
trasfigura
,
e
conferisce
a
tutta
la
intuizione
telesiana
un
carattere
radicalmente
nuovo
.
Il
divenire
naturale
,
come
ogni
divenire
,
non
si
spiega
,
ammesso
pure
il
sostrato
di
esso
,
senza
una
dualità
di
termini
contrari
e
contrariamente
agenti
su
quel
sostrato
.
Se
il
divenire
è
vivere
,
il
vivere
non
si
può
concepire
se
non
come
morire
oltre
che
vivere
;
ovvero
come
un
continuo
rinascere
dalla
morte
,
una
continuata
vittoria
sul
potere
distruttivo
della
vita
.
Generazione
è
termine
correlativo
di
corruzione
,
nel
linguaggio
aristotelico
.
Se
nella
superficie
del
gran
mare
dell
'
essere
affiora
una
forma
nuova
(
e
per
Aristotele
la
natura
è
un
continuo
affiorare
di
nuove
forme
)
,
una
forma
vecchia
deve
scomparire
:
la
nascita
è
sempre
una
morte
.
Ma
morte
di
che
?
Della
forma
no
,
la
quale
,
per
sé
,
come
pura
forma
,
è
fuori
della
transeunte
realtà
dell
'
esperienza
,
e
non
soggiace
all
'
alterna
vicenda
del
vivere
o
del
morire
;
e
né
ànche
della
materia
,
ricettacolo
della
novella
forma
.
L
'
una
e
l
'
altra
sono
eterne
.
Una
risposta
,
nella
posizione
aristotelica
,
che
stacca
materia
e
forma
,
e
fa
il
movimento
estrinseco
alla
materia
,
è
impossibile
.
Ma
,
se
vita
è
morte
,
mistero
questa
,
mistero
quella
.
In
che
consiste
quella
novità
,
che
è
l
'
entrar
del
vivente
nella
vita
?
Donde
viene
egli
?
Che
cosa
è
quel
suo
non
essere
,
a
cui
sottentra
il
suo
essere
?
I
due
problemi
sono
un
solo
problema
:
cioè
,
se
l
'
essere
è
la
forma
,
che
cos
'
è
il
non
essere
delle
cose
?
Il
non
essere
di
Aristotele
non
poteva
essere
,
e
non
fu
un
concetto
,
ma
una
parola
messa
lì
,
dove
il
concetto
non
era
possibile
,
destinata
a
diventare
,
come
tutte
le
parole
siffatte
,
l
'
enimma
e
il
tormento
dei
commentatori
;
la
#
#
#
#
#
#
#
#
o
privatio
,
come
tradussero
gli
Scolastici
.
La
privazione
,
che
egli
attribuisce
alla
materia
,
quasi
un
certo
desiderio
e
sentore
o
odore
della
forma
assente
,
non
è
materia
per
sé
,
poiché
designa
una
relazione
;
non
è
forma
,
di
cui
è
appunto
la
mancanza
;
e
non
è
unità
di
materia
e
forma
.
È
,
ripeto
,
una
parola
,
ma
una
parola
,
che
,
introdotta
nel
sistema
,
rende
,
o
par
che
renda
importanti
servigi
al
pensiero
.
Infatti
,
senza
di
essa
,
la
,
vicenda
delle
forme
non
si
potrebbe
dire
in
nessun
modo
pensabile
:
e
il
vivo
sarebbe
eternamente
vivo
;
ma
di
una
vita
identica
alla
morte
,
perché
senza
mutamento
,
che
è
come
dire
senza
vita
.
Il
terzo
principio
aristotelico
,
osserva
Telesio
,
è
meramente
negativo
:
noia
ens
,
non
agens
.
Ed
egli
,
per
combatter
più
efficacemente
gli
aristotelici
coi
quali
gli
toccava
di
fare
i
conti
,
osserva
che
Aristotele
non
l
'
intese
così
,
e
non
lo
poteva
intendere
così
;
ma
così
l
'
intendono
invece
i
Peripatetici
;
e
la
materia
,
invece
,
dev
'
essere
da
meno
bensì
e
più
ignobile
della
forma
,
ma
positiva
anch
'
essa
,
affinché
cooperi
con
la
prima
alla
generazione
naturale
;
anch
'
essa
agente
.
E
però
il
suo
freddo
,
qual
egli
lo
concepisce
,
è
il
contrario
,
il
non
essere
del
calore
;
il
quale
non
essere
,
se
rispetto
al
calore
non
è
,
in
se
stesso
è
né
più
né
meno
del
calore
;
e
però
agisce
davvero
,
opponendosi
a
questo
,
contrastandogli
il
passo
,
limitandolo
,
e
concorrendo
quindi
con
esso
alla
vita
della
natura
.
poiché
la
forma
telesiana
è
il
caldo
,
quel
che
precede
la
forma
non
è
il
nulla
,
la
pura
privazione
,
ma
il
freddo
;
ciò
che
succede
,
del
pari
,
non
è
nulla
,
ma
il
freddo
.
Per
Telesio
questo
precedere
e
succedere
è
solo
relativo
ché
la
forma
,
assolutamente
,
in
quanto
caldo
,
non
viene
mai
meno
.
Cioè
,
se
il
freddo
è
negativo
,
ma
reale
quanto
il
caldo
,
anche
il
caldo
è
reale
in
quanto
negativo
rispetto
al
freddo
:
e
la
vera
realtà
insomma
non
è
mai
né
caldo
assoluto
né
freddo
assoluto
;
ma
caldo
che
vince
il
freddo
,
o
freddo
che
vince
il
caldo
:
ciascuno
presupponendo
e
limitando
il
suo
contrario
,
ed
essendo
presupposto
e
limitato
da
esso
.
Di
guisa
che
la
realtà
è
,
in
fondo
,
la
loro
unità
nella
lotta
,
e
a
volta
a
volta
un
momento
della
risoluzione
del
loro
immanente
contrasto
,
un
effetto
unico
della
loro
azione
reciproca
.
Il
che
importa
che
la
sostituzione
del
freddo
alla
privazione
aristotelica
è
il
superamento
della
trascendenza
della
forma
,
di
quella
trascendenza
che
è
il
difetto
fondamentale
della
filosofia
peripatetica
,
anzi
,
nel
suo
significato
generale
di
tutta
la
filosofia
greca
,
come
avvertimmo
a
principio
.
Telesio
,
con
la
sua
coppia
di
contrari
cooperanti
nella
materia
,
libera
la
natura
,
ossia
la
realtà
a
lui
nota
,
dalla
trascendenza
,
e
ne
fonda
per
la
prima
volta
,
dopo
lo
sviluppo
della
metafisica
teistica
,
l
'
autonomia
,
o
com
'
egli
diceva
,
la
nozione
iuxta
Propria
principia
,
Ora
infatti
possiamo
intendere
il
valore
speciale
di
questo
suo
motto
,
che
è
una
bandiera
spiegata
al
vento
,
a
cui
lo
spirito
moderno
guarderà
come
a
segnacolo
di
libertà
e
di
gloria
.
E
la
materia
?
Per
Telesio
non
è
più
il
non
ente
platonico
e
aristotelico
,
ma
il
reale
sostrato
,
e
come
a
dire
,
la
realizzazione
della
contrarietà
caldo
freddo
che
in
essa
si
attua
.
Le
due
nature
agenti
hanno
come
loro
termine
correlativo
,
e
quindi
come
implicito
in
se
medesime
,
cotesta
natura
passiva
.
Che
se
il
caldo
implica
il
freddo
e
viceversa
,
entrambi
implicano
insieme
la
materia
.
E
la
realtà
,
che
è
atto
,
non
è
tre
ma
uno
:
e
questo
uno
essendo
l
'
unità
o
sintesi
attuale
dei
tre
principii
solo
astrattamente
distinguibili
,
è
la
materia
che
è
calda
è
non
è
calda
,
perché
è
fredda
e
insieme
non
è
fredda
.
La
materia
è
quello
che
è
e
non
è
insieme
,
la
genesi
,
il
divenire
aristotelico
,
restituito
alla
logica
del
suo
processo
immanente
.
In
conclusione
,
la
filosofia
telesiana
vuol
essere
un
naturalismo
monistico
;
per
cui
la
realtà
è
l
'
opposto
dello
spirito
,
la
natura
,
rappresentata
come
materia
;
ma
questa
materia
è
movimento
,
e
in
quanto
tale
assume
tutte
le
forme
mondane
,
dal
corpo
fisico
al
pensiero
.
Potrebbe
parere
una
filosofia
tornata
nel
bel
mezzo
del
sec
.
XVI
,
alla
ingenua
intuizione
dei
filosofi
ionici
del
VI
e
V
secolo
a
.
C
.
;
se
questa
filosofia
ora
non
risorgesse
dal
fermento
della
metafisica
platonizzante
dell
'
aristotelismo
,
che
ha
sdoppiata
la
realtà
fisica
dei
più
antichi
presocratici
,
e
creata
l
'
idea
o
forma
,
e
tutto
un
mondo
estramondano
,
che
il
filosofo
del
Rinascimento
aspira
a
distruggere
:
ed
è
appunto
nella
demolizione
di
questo
mondo
separato
,
ignoto
ai
filosofi
ionici
,
l
'
intonazione
e
il
valore
nuovo
di
questa
filosofia
,
demolitrice
più
che
costruttrice
(
destruendo
quam
astruendo
melior
)
.
Infatti
la
vera
costruzione
,
in
questo
momento
,
all
'
uscire
del
medio
evo
,
quando
lo
spirito
aspirava
a
sgombrare
il
campo
innanzi
a
sé
,
per
istaurare
la
filosofia
adeguata
alla
vita
nuova
del
Cristianesimo
,
non
poteva
essere
se
non
demolizione
.
La
filosofia
del
Cosentino
,
lungi
dall
'
affacciarsi
con
l
'
ingenuo
occhio
di
un
Talete
allo
spettacolo
della
natura
che
le
è
di
fronte
,
sente
con
la
riflessione
del
moderno
se
stessa
nel
flusso
delle
cose
naturali
,
e
nell
'
affermazione
energica
dei
principii
propri
onde
la
natura
si
spiega
,
e
per
cui
si
rivendica
in
libertà
,
prorompe
l
'
istinto
dell
'
uomo
nuovo
,
ricreato
dall
'
intuizione
cristiana
e
portato
a
cercarsi
dentro
,
come
sostanza
del
proprio
essere
,
la
divinità
.
Guardate
a
quel
ragguaglio
e
quasi
livellamento
,
che
Telesio
fa
delle
operazioni
superiori
dello
spirito
umano
con
le
inferiori
;
e
di
queste
con
le
funzioni
psicologiche
degli
animali
,
non
distinte
altrimenti
che
per
grado
,
ma
identiche
qualitativamente
;
e
poi
del
sentire
col
fatto
fisiologico
;
che
non
è
se
non
movimento
dello
spirito
,
ossia
della
materia
resa
estremamente
sottile
dal
caldo
:
e
poi
quella
sua
estensione
del
senso
,
a
tutto
il
caldo
e
a
tutto
il
freddo
o
,
come
bisogna
intendere
,
a
tutta
la
materia
la
quale
,
anche
se
fredda
,
poiché
il
freddo
è
un
prevalere
sul
caldo
,
è
,
un
po
'
almeno
,
anche
calda
;
e
considerate
che
,
-
-
negata
ogni
finalità
intesa
,
a
mo
'
di
Aristotele
,
come
èta
estrinseca
del
processo
naturale
,
rappresentata
dalla
forma
separata
,
-
-
dell
'
anima
umana
,
così
naturalisticamente
considerata
,
ei
raccoglie
lo
sforzo
supremo
,
che
è
l
'
attività
etica
,
nella
spontanea
tendenza
alla
conservazione
di
sé
,
onde
non
solo
l
'
uomo
,
ma
tutte
le
cose
in
natura
tendono
a
perseverare
nel
loro
proprio
essere
.
Ebbene
:
quest
'
autoconservazione
,
in
cui
si
assomma
e
concentra
sostanzialmente
,
nella
sua
espressione
finale
,
tutta
la
vita
della
natura
,
è
l
'
umanità
dell
'
uomo
,
che
è
moralità
,
ed
è
,
insieme
tutto
l
'
operare
,
anzi
l
'
essere
attuale
della
natura
.
Ma
l
'
uomo
la
sorprende
come
conato
istintivo
in
se
medesimo
:
e
se
chiude
gli
occhi
alle
forme
più
alte
della
propria
spiritualità
,
e
si
rannicchia
dentro
questo
senso
oscuro
,
che
può
attribuire
alla
natura
universale
,
egli
è
perché
,
non
sapendo
ancora
in
che
modo
nelle
forme
superiori
dello
spirito
si
possa
vedere
la
sostanza
di
tutto
,
compresa
quella
stessa
natura
che
par
materia
,
movimento
e
nulla
più
,
il
filosofo
ha
bisogno
di
affermare
di
sé
solo
quel
tanto
,
che
gli
consenta
tutta
una
concezione
della
natura
iuxta
propria
principia
,
Strano
a
dirsi
:
il
filosofo
,
incapace
ancora
di
spiegarsi
lo
spirito
,
lo
redime
,
lo
afferma
,
negandolo
:
rimpicciolendosi
e
stringendosi
da
presso
a
quella
natura
che
cominciava
a
liberare
dalla
trascendenza
,
per
partecipare
al
benefizio
di
quella
prima
libertà
.
Paradossale
,
ma
vero
,
per
chi
voglia
penetrare
nel
segreto
del
Rinascimento
:
questo
naturalismo
materialistico
era
la
prima
affermazione
,
con
carattere
,
come
s
'
è
avvertito
,
schiettamente
cristiano
,
della
libertà
dello
spirito
.
VII
È
tutto
ciò
chiaro
e
netto
nel
pensiero
di
Bernardino
Telesio
?
Nella
Bibbia
si
legge
che
Dio
,
dopo
aver
creato
l
'
universo
,
vidit
cuncta
quae
fecerat
,
et
erant
valde
borea
.
Dopo
di
allora
,
ogni
volta
,
lo
spirito
creatore
prima
ha
creato
,
e
poi
s
'
è
compiaciuto
dell
'
opera
sua
.
La
coscienza
critica
,
che
è
la
storia
,
vien
dopo
.
Accennammo
già
che
Telesio
,
come
Vico
,
si
travagliò
tutta
la
vita
nella
sistemazione
e
formulazione
del
suo
pensiero
:
segno
che
,
a
simiglianza
del
Vico
,
ei
non
pervenne
mai
alla
visione
lucida
e
piena
di
quanto
gli
si
agitava
nella
mente
.
E
a
quel
modo
che
oggi
l
'
oscuro
pensiero
del
grande
filosofo
napoletano
s
'
intende
in
tutto
il
suo
valore
,
se
si
libera
da
talune
incoerenze
,
incertezze
e
ambiguità
della
sua
forma
nativa
,
secondo
che
riesce
ormai
possibile
a
noi
,
che
sul
suo
pensiero
torniamo
con
la
riflessione
più
matura
di
tutta
la
filosofia
posteriore
;
nella
stessa
guisa
,
leggendo
Telesio
,
scoperta
la
logica
del
suo
pensiero
nella
storia
più
ampia
della
filosofia
,
che
lo
preparò
prima
e
poi
lo
continuò
,
noi
possiamo
vedere
in
lui
più
addentro
che
non
vedesse
egli
stesso
e
fare
così
il
giusto
conto
di
talune
oscillazioni
che
intorbidano
qua
e
là
la
sua
vista
,
e
che
hanno
impedito
a
'
suoi
critici
,
da
Bacone
in
poi
,
di
scorgere
la
coerenza
della
sua
filosofia
.
Il
disegno
suo
era
grandioso
,
poiché
col
suo
nuovo
intuito
doveva
ripercorrere
tutto
l
'
universo
,
armeggiando
contro
Aristotele
,
che
,
in
persona
de
'
suoi
pedanti
fanatici
e
petulanti
seguaci
,
l
'
incalzava
sempre
alle
spalle
.
Qual
meraviglia
che
qua
e
là
tentenni
,
e
gli
tremi
il
polso
?
Qual
meraviglia
,
innanzi
tutto
,
che
egli
non
si
fermi
a
definire
con
sufficiente
chiarezza
la
logica
del
proprio
pensiero
?
quella
logica
che
nel
suo
pensiero
c
'
era
,
e
di
cui
si
serviva
infatti
nella
polemica
contro
Aristotele
?
Il
medesimo
per
l
'
appunto
accadde
,
ripeto
,
al
Vico
;
e
più
o
meno
è
accaduto
in
ogni
tempo
a
tutti
i
filosofi
.
In
ciò
il
difetto
maggiore
della
filosofia
telesiana
;
talché
vi
accade
di
sorprenderla
talvolta
irresoluta
innanzi
a
questioni
,
la
cui
soluzione
è
data
irrefutabilmente
dal
reale
principio
di
essa
.
Mi
si
consenta
un
esempio
.
Tutte
le
cose
sentono
o
no
?
Per
Campanella
,
che
,
come
ogni
continuatore
,
obbedisce
più
alla
logica
del
sistema
che
sviluppa
,
non
c
'
è
dubbio
.
Nel
De
rerum
aratura
di
Telesio
,
invece
,
ci
sono
luoghi
in
cui
s
'
affaccia
la
questione
più
determinata
,
se
il
caldo
e
il
freddo
sentano
;
e
ora
si
dice
che
bisogna
manifestamente
attribuire
il
senso
ad
entrambi
,
ed
ora
che
bisogna
attribuirlo
almeno
a
uno
dei
due
.
Gli
faceva
intoppo
infatti
la
difficoltà
che
il
senso
è
moto
dello
spirito
che
è
sostanza
più
attenuata
dal
caldo
:
sì
che
se
il
senso
dipende
dallo
spirito
,
e
però
dal
caldo
,
non
può
competere
al
freddo
;
ché
altrimenti
il
freddo
,
contrastando
il
caldo
,
verrebbe
,
producendo
la
morte
,
a
distruggere
,
come
senso
,
il
senso
.
E
il
Fiorentino
,
che
è
l
'
interprete
più
autorevole
del
Telesio
,
si
caccia
nel
ginepraio
anche
lui
,
e
nota
a
questo
punto
:
«
Che
se
al
freddo
si
volesse
togliere
ogni
senso
,
per
rimuovere
l
'
inconveniente
anzidetto
,
come
si
guarderebbe
egli
dal
suo
avversario
?
Come
ne
respingerebbe
l
'
attacco
,
e
come
si
trincererebbe
nella
propria
sede
?
Questa
,
a
parer
mio
,
è
la
capitale
contraddizione
della
fisiologia
telesiana
»
.
Contraddizione
,
in
verità
,
insolubile
,
se
il
freddo
e
il
caldo
non
si
riconducano
all
'
ufficio
di
principii
metafisici
,
che
essi
hanno
nel
sistema
telesiano
:
contraddizione
,
che
,
in
una
forma
o
in
un
'
altra
,
sarebbe
poi
la
contraddizione
di
tutte
le
filosofie
,
che
ammettano
un
divenire
o
un
modo
qual
sia
di
attività
,
e
non
mantengano
rigorosamente
la
logica
di
una
tale
concezione
del
reale
.
Nel
caso
del
Telesio
essa
nasce
dal
non
badare
che
,
se
la
natura
deve
spiegarsi
dal
contrasto
del
freddo
e
del
caldo
,
il
freddo
e
il
caldo
,
presi
ciascuno
per
sé
,
sono
fuori
della
natura
,
principii
o
categorie
,
dal
cui
incontro
si
genera
,
anzi
nella
cui
sintesi
insuperabile
consiste
il
reale
.
Il
senso
,
perciò
,
come
forma
reale
della
natura
,
non
può
essere
una
proprietà
né
del
caldo
,
in
quanto
puro
caldo
,
né
del
suo
contrario
;
sibbene
degli
enti
,
delle
cose
naturali
,
che
,
in
quanto
calde
e
fredde
insieme
,
avendo
sempre
un
qualche
grado
di
calore
,
e
però
uno
spirito
più
o
meno
tenue
,
non
possono
non
avere
tutte
un
certo
grado
proporzionato
,
anzi
equivalente
di
senso
.
Che
era
infatti
la
soluzione
del
Telesio
,
quando
attribuiva
il
senso
anche
al
freddo
,
che
allora
intendeva
non
più
come
astratta
natura
agente
,
ma
come
questa
natura
agente
concorrente
con
la
contraria
nella
materia
,
ossia
natura
agente
concreta
nell
'
unità
di
sé
e
della
contraria
.
Da
questa
e
simili
incertezze
si
scorge
di
sicuro
che
il
Telesio
non
aveva
chiara
consapevolezza
della
natura
metafisica
de
'
suoi
principii
,
né
perciò
del
reale
fondamento
,
su
cui
,
nel
suo
pensiero
,
appoggiavasi
quella
sua
bonaria
satira
delle
formae
stertentes
,
ossia
delle
forme
che
,
secondo
l
'
aristotelismo
,
russavano
di
qua
della
realtà
.
Non
importa
:
il
freddo
,
come
natura
agente
positiva
,
ha
questo
valore
,
sostituendosi
alla
privazione
aristotelica
.
La
natura
dee
avere
nelle
sue
viscere
l
'
eterna
opposizione
,
dal
cui
travaglio
si
genera
la
vita
in
tutte
le
sue
forme
.
Questo
il
naturalismo
telesiano
;
e
per
questo
naturalismo
Bernardino
Telesio
sta
all
'
avanguardia
del
Rinascimento
,
e
può
a
buon
diritto
esser
detto
il
migliore
di
quelli
che
per
Bacone
erano
i
filosofi
moderni
;
e
possiamo
dire
anche
noi
che
accenni
all
'
età
moderna
.
Accenna
,
bensì
;
e
resta
un
uomo
del
Rinascimento
.
La
nebbia
ondeggia
ancora
attorno
alla
Vice
del
suo
pensiero
.
La
sua
natura
,
quella
natura
che
ha
in
se
stessa
le
ragioni
di
tutta
la
sua
vita
,
non
riempie
tutto
il
quadro
della
coscienza
di
Telesio
.
Da
una
parte
di
essa
e
dall
'
altra
c
'
è
qualche
cosa
,
che
non
è
natura
,
e
che
Bernardino
non
può
cancellare
:
e
sono
insieme
due
termini
ciascuno
dei
quali
accenna
all
'
altro
,
e
si
congiungono
idealmente
e
adombrano
e
offuscano
tutto
il
quadro
,
così
luminoso
a
chi
non
trascorra
a
'
suoi
margini
,
ma
lo
fissi
nel
mezzo
.
Fatta
comune
agli
uomini
e
ai
bruti
la
ragione
,
anche
questa
,
pel
Telesio
,
è
un
prodotto
naturale
,
una
funzione
dello
spirito
caldo
.
Con
questa
ragione
non
soltanto
si
coglie
il
particolare
,
ma
si
confrontano
insieme
i
vari
particolari
,
si
raccolgono
in
uno
le
somiglianze
,
si
formano
gli
universali
:
essa
unifica
il
senso
e
l
'
intelletto
,
che
Aristotele
distingueva
nettamente
.
Ma
con
questa
ragione
non
si
compie
lo
sviluppo
dell
'
uomo
,
e
della
natura
.
Il
compimento
della
ragione
,
anima
naturale
,
è
rappresentato
dall
'
anima
creata
da
Dio
,
e
infusa
nei
singoli
uomini
,
innestata
nella
totalità
del
corpo
individuale
,
e
principalmente
nello
spirito
,
quasi
propria
forma
,
sicché
la
sostanza
,
che
nell
'
uomo
ragiona
,
non
è
,
al
dire
del
Telesio
,
una
e
semplice
,
ma
composta
dell
'
anima
creata
e
dello
spirito
proveniente
dal
seme
.
E
in
ciò
consiste
l
'
essenziale
differenza
tra
la
ragione
umana
e
la
belluina
.
Come
si
costituisca
l
'
unità
dell
'
anima
umana
,
posta
la
sua
anima
naturale
,
che
è
spirito
,
e
la
sua
anima
creata
soprannaturale
,
Telesio
,
e
non
dice
,
e
non
può
dire
;
la
risposta
non
entra
nella
catena
delle
sue
deduzioni
.
Se
la
vita
dell
'
anima
umana
si
limitasse
dentro
i
termini
della
natura
,
dell
'
anima
creata
che
aristotelicamente
,
e
tomisticamente
,
viene
a
informare
lo
spirito
di
ogni
individuo
,
non
ci
sarebbe
motivo
mai
di
parlare
.
L
'
anima
dell
'
uomo
,
che
,
come
senso
e
come
appetito
,
per
la
sua
conoscenza
e
per
la
sua
finalità
,
dipende
meccanicamente
dalle
leggi
cieche
della
natura
,
potrebbe
parer
tuttavia
autrice
di
atti
pravi
;
ma
questi
,
come
semplici
effetti
naturali
,
non
potrebbero
incorrere
nel
castigo
della
giustizia
divina
,
a
non
voler
concepire
Iddio
come
odiatore
iniquo
delle
sue
stesse
opere
.
Ond
'
è
che
il
governo
e
il
freno
dello
spirito
e
la
responsabilità
conseguente
dell
'
uomo
,
-
-
la
sua
libertà
,
diremmo
noi
nel
nostro
linguaggio
,
postulata
dall
'
obbligo
che
l
'
uomo
ha
di
render
conto
de
'
suoi
atti
,
-
-
ci
astringe
ad
ammettere
l
'
innesto
di
un
'
anima
superiore
,
capace
non
pur
di
resistere
all
'
impeto
e
alle
illecebre
dello
spirito
,
ma
di
rattenere
e
reprimere
lo
spirito
corrivo
ai
perversi
piaceri
e
alle
azioni
indegne
,
e
di
tendere
col
suo
vigore
al
proprio
fattore
,
per
ricongiungersi
alle
cognate
sostanze
e
con
loro
fruire
della
beatitudine
eterna
.
Giacché
,
dice
il
Telesio
,
l
'
uomo
,
a
differenza
degli
altri
animali
,
non
intende
né
appetisce
soltanto
le
cose
sensibili
e
mortali
,
che
hanno
attinenza
unicamente
alla
conservazione
presente
di
se
stesso
,
ma
intende
e
appetisce
le
cose
divine
e
immortali
,
spettanti
alla
sua
conservazione
eterna
.
All
'
uomo
pertanto
bisogna
attribuire
un
doppio
appetito
,
e
un
doppio
intelletto
:
inerenti
,
l
'
uno
e
l
'
altro
,
principalmente
allo
spirito
:
ma
l
'
uno
da
ricondursi
all
'
anima
creata
da
Dio
,
l
'
altro
alla
natura
dello
spirito
stesso
.
C
'
è
l
'
appetito
sensitivo
proprio
di
questo
,
e
si
rivolge
alle
cose
sensibili
,
che
paiono
beni
,
ancorché
non
siano
veramente
tali
;
e
c
'
è
la
volontà
propriamente
detta
,
indirizzata
ai
beni
veri
,
futuri
ed
eterni
.
I
critici
hanno
osservato
che
le
funzioni
di
quest
'
anima
creata
,
in
quanto
forma
dello
spirito
,
e
propriamente
dell
'
intelletto
nativo
e
dell
'
appetito
sensibile
,
nel
Telesio
sfumano
per
modo
da
lasciar
trasparire
che
quest
'
anima
piovuta
dal
cielo
è
un
«
soprappiù
»
nel
sistema
telesiano
;
«
una
essenza
inutile
aggiunta
all
'
uomo
per
un
certo
ossequio
alla
religione
»
,
una
concessione
fatta
ai
tempi
,
alle
tradizioni
,
alla
fede
;
e
che
non
guasta
nulla
.
Ma
ciò
non
è
esatto
.
È
vero
che
tutte
le
funzioni
intellettive
dell
'
anima
immortale
hanno
bisogno
del
concorso
dello
spirito
,
e
che
per
Telesio
non
è
possibile
ragione
(
la
quale
per
lui
,
in
sostanza
,
è
senso
)
che
non
sia
corporea
;
laddove
l
'
altra
anima
per
se
stessa
ragiona
senza
bisogno
di
sussidio
esterno
.
Ma
tutto
ciò
si
riferisce
al
sensibile
,
oggetto
del
senso
come
conoscenza
e
come
appetito
.
La
funzione
specifica
dell
'
intelletto
aggiunto
e
della
volontà
si
riferisce
invece
al
soprasensibile
,
all
'
eterno
,
al
divino
;
e
al
sensibile
soltanto
per
subordinarlo
,
reggendo
lo
spirito
e
le
sue
native
energie
,
ai
fini
oltremondani
.
Rispetto
a
questi
,
lo
spirito
è
cieco
,
non
solo
perché
non
conosce
e
non
vagheggia
termine
soprasensibile
,
ma
perché
non
è
capace
di
conoscere
adeguatamente
e
giudicare
secondo
il
suo
giusto
valore
lo
stesso
sensibile
.
Non
basta
che
l
'
anima
creata
non
abbia
oggetto
mondano
e
naturale
,
perché
la
si
dichiari
una
concessione
ai
tempi
e
alla
fede
;
quasi
che
il
Telesio
,
filosofando
con
maggiore
libertà
,
potesse
farne
a
meno
.
Ma
è
vero
che
essa
è
un
residuo
irriducibile
del
suo
pensiero
,
rispetto
al
naturalismo
,
che
è
la
sua
vera
,
viva
filosofia
.
È
vero
che
essa
rimane
nell
'
organismo
del
pensiero
telesiano
un
'
idea
morta
,
che
non
può
entrare
,
e
non
entra
,
nel
circolo
del
sistema
.
E
non
è
la
sola
,
come
s
'
è
accennato
.
Quest
'
anima
creata
,
che
è
la
facoltà
del
divino
,
o
il
senso
della
religione
,
quella
che
il
Campanella
,
spirito
assai
più
profondamente
religioso
del
Telesio
,
svolgerà
nella
importante
sua
teoria
della
finente
,
si
collega
,
com
'
è
ovvio
,
con
l
'
idea
di
un
Dio
creatore
,
esterno
alla
natura
,
e
al
meccanismo
di
essa
studiato
dalla
filosofia
telesiana
:
di
un
Dio
,
che
è
anzi
esso
la
ratio
cognoscendi
dell
'
anima
creata
.
Giacché
senza
Dio
,
l
'
abbiamo
visto
,
Telesio
non
si
sarebbe
imbattuto
in
quest
'
anima
,
bastando
alla
vita
terrena
e
naturale
quella
che
risulta
dal
giuoco
del
caldo
e
del
freddo
.
Ma
chi
si
sforzi
di
sapere
o
di
acquistare
la
virtù
ch
'
egli
dice
sapienza
,
non
può
,
secondo
il
Telesio
,
non
vedersi
sorgere
innanzi
l
'
idea
di
Dio
.
La
sapienza
è
virtù
dello
spirito
,
ma
non
dello
spirito
solo
.
È
cognizione
che
lo
spirito
si
procura
e
deve
procurarsi
ai
fini
stessi
dell
'
autoconservazione
,
di
tutti
gli
esseri
naturali
e
di
se
medesimo
e
del
corpo
a
cui
è
insito
,
e
senza
di
cui
non
potrebbe
stare
.
Ma
è
anche
cognizione
dello
spirito
integrato
e
perfezionato
dalla
sostanza
in
lui
immessa
da
Dio
;
ond
'
è
eccitato
e
spinto
di
continuo
a
cercar
di
conoscere
anche
Dio
e
gli
enti
divini
o
soprannaturali
,
che
la
scienza
non
scorgerebbe
mai
nel
seno
della
natura
iuxta
propria
principia
,
poiché
quest
'
anima
aggiunta
,
secondo
le
espressioni
platonizzanti
usate
in
questo
luogo
dal
nostro
filosofo
naturalista
,
«
sapiente
per
sé
non
pure
delle
altre
cose
,
ma
di
Dio
stesso
e
degli
enti
divini
,
ossia
del
proprio
padre
e
fattore
e
delle
sostanze
a
lei
cognate
(
chi
invero
potrebbe
dubitarne
?
)
,
ma
quasi
cacciata
in
esilio
,
in
carcere
e
in
tenebre
,
e
però
orbata
d
'
ogni
conoscenza
e
divenuta
insipiente
,
aspira
ansiosamente
a
ritornare
alla
sua
natura
e
perfezione
;
e
finché
non
l
'
abbia
riacquistata
,
non
può
non
dolersi
assai
e
crucciarsi
e
dispiacere
a
se
stessa
»
.
sicché
lo
spirito
ha
la
tendenza
a
sapere
,
oltre
il
suo
oggetto
naturale
,
anche
quest
'
oggetto
trascendente
;
la
cui
cognizione
,
secondo
il
Telesio
,
non
conferisce
alla
conservazione
dello
spirito
in
quanto
spirito
,
né
sarebbe
mai
ricercata
dallo
spirito
,
se
questo
non
fosse
mosso
dall
'
anima
creata
.
Semplice
tendenza
,
di
certo
,
perché
la
cognizione
di
Dio
supera
di
grandissimo
tratto
le
forze
proprie
dello
spirito
:
a
cui
l
'
anima
fa
sentire
un
bisogno
superiore
,
ma
non
presta
la
capacità
di
appagarlo
.
Di
guisa
che
lo
spirito
,
pel
concorso
di
questa
sostanza
psichica
soprannaturale
,
ha
un
nuovo
problema
senza
una
nuova
soluzione
;
aspira
a
speculare
anche
Dio
;
ma
con
la
ragione
non
può
assolutamente
:
«
la
quale
»
,
dice
Telesio
,
«
può
giungere
a
spiegare
,
e
,
spiega
infatti
il
mondo
tutto
;
e
intende
altresì
che
tutte
le
cose
in
esso
comprese
sono
state
create
da
un
Essere
sapientissimo
,
potentissimo
e
ottimo
»
.
Ma
questi
medesimi
attributi
non
può
penetrarli
in
tutta
la
loro
grandezza
;
ed
è
lontanissima
dal
conoscere
gli
altri
.
La
ragione
,
a
guardare
il
fulgore
divino
,
resta
abbagliata
e
cieca
,
peggio
dell
'
occhio
che
s
'
affisi
nel
sole
.
E
però
la
vera
sapienza
superiore
,
la
celebrazione
di
questa
virtù
culminante
dello
spirito
umano
,
non
è
quella
che
vuole
intendere
con
la
ragione
,
ma
quella
,
che
,
messa
da
parte
la
ragione
,
si
propone
di
vedere
Dio
e
l
'
esser
suo
e
i
suoi
attributi
«
nelle
sacre
e
divine
lettere
e
nelle
stesse
parole
di
Dio
»
.
Sapienza
che
,
in
questa
cima
,
assomiglia
,
dice
il
Telesio
,
l
'
uomo
agli
enti
divini
,
anzi
,
quanto
è
possibile
,
a
Dio
.
A
questo
ideale
,
dunque
,
non
è
dato
alla
ragione
che
spiega
la
natura
,
di
elevarsi
da
sé
.
Pure
è
l
'
ideale
che
alla
ragione
sarebbe
impossibile
non
proporsi
,
poiché
la
sua
spiegazione
naturale
non
è
senza
residuo
;
e
quando
essa
scruta
il
suo
mondo
,
non
può
non
scorgervi
dentro
l
'
orma
profonda
della
sapiente
azione
creatrice
di
quel
Dio
,
che
gl
'
incitamenti
dell
'
anima
creata
gli
faranno
cercare
nella
rivelazione
divina
.
«
Giacché
»
,
conchiude
il
Telesio
,
«
chi
,
vedendo
la
costruzione
del
mondo
e
la
costituzione
dell
'
individui
,
ma
sopra
tutto
degli
animali
,
non
vede
che
Dio
è
sapientissimo
,
e
che
delle
virtù
,
che
noi
possiamo
pensare
in
lui
,
la
principale
debba
essere
la
sapienza
;
ei
può
ben
dirsi
non
solo
empio
e
selvaggio
(
ferus
)
,
ma
a
dirittura
privo
d
'
intelletto
»
.
Ora
sarebbe
falsare
la
storia
e
non
intendere
l
'
anima
e
la
mentalità
di
Bernardino
non
vedere
in
questo
concetto
della
sapienza
l
'
espressione
sincera
del
suo
pensiero
.
Ma
sarebbe
anche
far
torto
all
'
acume
speculativo
del
filosofo
;
il
quale
avrebbe
bensì
dato
prova
di
più
intrepida
cecità
materialistica
a
disconoscere
affatto
le
prove
della
sapienza
divina
nella
razionalità
e
spiritualità
di
tutta
la
natura
,
così
come
egli
invece
la
vedeva
più
vivamente
lampeggiare
nella
finalità
dell
'
organismo
animale
,
e
avrebbe
potuto
dissimulare
la
meraviglia
del
caso
,
che
il
natural
meccanismo
delle
nature
agenti
produca
il
miracolo
del
mondo
e
del
pensiero
;
ma
,
per
fare
una
costruzione
più
armonica
e
coerente
,
l
'
avrebbe
lasciata
campata
in
aria
.
Il
puro
meccanismo
non
è
intelligibile
.
E
Telesio
che
a
redimere
la
realtà
dalla
trascendenza
,
non
sa
intenderla
se
non
meccanicamente
,
e
però
vuotata
dello
spirito
che
la
sorregge
e
l
'
avviva
,
ha
bisogno
di
legarla
e
quasi
sospenderla
,
da
un
capo
e
dall
'
altro
,
al
pensiero
,
alla
legge
,
che
è
l
a
sola
ancora
a
cui
la
realtà
possa
fermarsi
.
Talché
la
sua
natura
,
guardata
dentro
,
è
ricondotta
sì
a
'
suoi
principii
,
che
sono
in
lei
;
ma
dalle
prode
apparisce
creata
da
Dio
e
a
Dio
ritornante
con
l
'
anima
oltremondana
.
Come
la
sua
origine
è
fuori
di
lei
,
ed
essa
non
può
sorgere
da
sé
;
così
la
sua
fine
,
che
è
il
suo
fine
,
non
dipende
da
lei
,
e
richiede
un
nuovo
intervento
di
Dio
,
che
suggelli
l
'
opera
sua
,
destando
nella
natura
una
superiore
e
definitiva
potenza
,
che
la
riporti
a
lui
.
sicché
tutta
l
'
immanenza
,
che
è
il
pensiero
nuovo
del
Telesio
,
resta
,
come
doveva
restare
,
quasi
avvolta
e
chiusa
nel
bozzolo
della
vecchia
trascendenza
.
Sarà
questo
il
destino
e
il
segno
caratteristico
della
filosofia
di
Bruno
e
Campanella
e
di
quanti
tentativi
si
fecero
allora
o
si
son
fatti
di
poi
per
intendere
iuxta
propria
principia
una
natura
,
una
realtà
,
che
non
sia
la
realtà
dello
stesso
pensiero
,
che
aspira
a
intendere
:
quale
Cartesio
la
vide
,
e
quasi
la
sentì
per
la
prima
volta
,
quando
,
sequestratosi
idealmente
dal
gran
rumore
del
mondo
che
si
dice
esteriore
,
ascoltò
l
'
intima
voce
dell
'
essere
che
continuava
a
parlargli
dentro
;
e
scoprì
il
mondo
nuovo
della
filosofia
moderna
,
il
quale
ha
veramente
in
sé
tutte
le
ragioni
del
proprio
essere
.
Il
mondo
,
a
cui
Telesio
tenne
fisso
il
suo
sguardo
tenace
per
quasi
cinquant
'
anni
con
l
'
ansia
nel
cuore
e
il
bisogno
di
compenetrarlo
della
sua
ragione
,
è
un
mondo
ormai
scomparso
dai
nostri
occhi
,
e
non
può
destare
più
il
nostro
interesse
.
I
suoi
scritti
,
dentro
ai
quali
pur
s
'
agitò
l
'
anima
sua
poderosa
,
son
divenuti
desolatamente
aridi
ai
nostri
occhi
e
semplici
documenti
per
gli
storici
,
cui
spetta
di
ravvivarne
il
senso
che
ebbero
per
Telesio
e
pel
tempo
suo
.
Ma
negli
sforzi
di
Telesio
per
ricostruire
una
natura
,
che
avesse
in
sé
i
suoi
principii
,
gli
storici
scorgono
la
prima
grande
battaglia
combattuta
,
sulla
soglia
dell
'
età
moderna
,
per
rivendicare
la
libertà
e
il
valore
immanente
della
vita
;
e
però
essi
additano
nel
Cosentino
una
degli
eroi
del
pensiero
.
VII
GALILEO
GALILEI
I
L
'
ideale
scientifico
di
Leonardo
matura
nel
genio
di
Galileo
.
Tra
i
loro
due
nomi
si
svolge
il
periodo
più
splendido
e
creativo
della
storia
della
scienza
italiana
.
E
nel
Galilei
lo
stesso
ardore
d
'
indagare
i
segreti
della
natura
,
la
stessa
fede
nella
potenza
dell
'
intelletto
umano
.
La
sua
vita
è
tutta
piena
della
storia
de
'
suoi
scritti
,
delle
sue
scoperte
e
de
'
suoi
processi
d
'
eresia
.
Nacque
da
Vincenzio
,
valente
musicista
e
scrittore
di
cose
musicali
,
e
da
Giulia
Ammannati
il
15
febbraio
1564
in
Pisa
.
Nel
'74
,
era
in
Firenze
con
la
famiglia
;
e
attendeva
ai
primi
studi
letterari
(
157577
)
presso
«
un
maestro
di
vulgar
fama
,
»
al
dire
di
uno
scolaro
dello
stesso
Galilei
,
non
«
potendo
'
l
padre
suo
,
aggravato
da
numerosa
famiglia
e
costituito
in
assai
scarsa
fortuna
,
dargli
comodità
migliori
,
com
'
averebbe
voluto
....
scorgendolo
di
tale
spirito
e
di
tanta
accortezza
che
ne
sperava
progresso
non
ordinario
in
qualunque
professione
e
'
l
'
avesse
indirizzato
.
Ma
il
giovane
,
conoscendo
la
tenuità
del
suo
stato
e
volendosi
pur
sollevare
,
si
propose
di
supplire
alla
povertà
della
sua
sorte
con
la
propria
assiduità
nelli
studi
:
che
perciò
datosi
alla
lettura
delli
autori
latini
di
prima
classe
,
giunse
da
per
se
stesso
a
quell
'
erudizione
nelle
lettere
umane
,
della
quale
si
mostrò
poi
in
ogni
privato
congresso
,
ne
'
circoli
e
nelle
accademie
riccamente
adornato
.
In
questo
tempo
si
diede
ancora
ad
apprendere
la
lingua
greca
,
della
quale
fece
acquisto
non
mediocre
»
.
Insomma
,
fu
un
autodidatta
.
Nel
'78
pare
fosse
nel
monastero
di
Santa
Maria
di
Vallombrosa
e
vi
stesse
facendo
il
noviziato
.
Quivi
certamente
«
udì
i
precetti
della
logica
da
un
Padre
vallombrosano
;
ma
però
que
'
termini
dialettici
,
le
tante
definizioni
e
distinzioni
,
moltiplicità
delli
scritti
,
l
'
ordine
e
il
progresso
della
dottrina
,
tutto
riusciva
tedioso
,
di
poco
frutto
e
di
minor
satisfazione
al
suo
esquisito
intelletto
»
.
Ben
si
dilettava
piuttosto
di
sonar
il
liuto
,
sull
'
esempio
e
per
l
'
insegnamento
del
padre
;
e
secondo
ci
racconta
il
suo
scolaro
e
biografo
,
dal
quale
andiamo
traendo
questi
ricordi
,
«
pervenne
a
tanta
eccellenza
,
che
più
volte
trovossi
a
gareggiare
co
'
primi
professori
di
que
'
tempi
in
Firenze
e
in
Pisa
,
essendo
in
tale
strumento
ricchissimo
d
'
invenzione
,
e
superando
nella
gentilezza
e
grazia
del
toccarlo
il
medesimo
padre
;
qual
soavità
di
maniera
conservò
sempre
sino
alli
ultimi
giorni
»
.
Molto
anche
dilettavasi
del
disegno
,
al
quale
mostrò
di
possedere
segnalata
inclinazione
,
e
nel
quale
andò
tanto
innanzi
,
da
acquistarsi
pel
suo
gusto
e
perizia
autorità
grande
tra
i
pittori
più
famosi
del
suo
tempo
,
e
il
Cigoli
,
del
quale
è
noto
quale
stima
facesse
il
Galilei
,
«
attribuiva
in
gran
parte
quanto
operava
di
buono
alli
ottimi
documenti
del
medesimo
Galileo
,
e
particolarmente
pregiavasi
di
poter
dire
che
nelle
prospettive
egli
solo
gli
era
stato
maestro
»
.
II
Nel
settembre
1581
Galileo
era
mandato
a
studio
a
Pisa
,
e
in
questa
università
veniva
immatricolato
tra
gli
artisti
(
come
chiamavansi
gli
scolari
che
non
s
'
avviavano
pel
diritto
)
Avrebbe
infatti
dovuto
attendere
agli
studi
di
medicina
;
poiché
il
padre
avrebbe
desiderato
farne
un
medico
.
E
insieme
con
gli
studi
di
medicina
gli
convenne
imprendere
quelli
allora
strettamente
congiunti
della
filosofia
peripatetica
,
che
insegnavasi
nelle
scuole
.
La
quale
non
comprendeva
soltanto
quella
parte
affatto
speculativa
del
sapere
scientifico
,
che
più
tardi
s
'
intese
propriamente
per
filosofia
,
ma
anche
la
scienza
positiva
della
natura
,
che
andava
sotto
il
nome
di
fisica
.
A
Pisa
il
Galilei
ebbe
primamente
campo
a
manifestare
la
libera
originalità
del
suo
ingegno
.
«
Il
Galileo
»
,
dice
il
solito
biografo
,
«
che
dalla
natura
fu
eletto
per
disvelare
al
mondo
parte
di
que
'
segreti
,
che
già
per
tanti
secoli
restarono
sepolti
in
una
densissima
oscurità
delle
menti
umane
fatte
schiave
del
parer
e
degli
asserti
d
'
un
solo
,
non
poté
mai
,
secondo
'
l
consueto
degli
altri
,
darsele
in
preda
così
alla
cieca
;
come
che
,
essendo
egli
d
'
ingegno
libero
,
non
gli
pareva
di
dover
cioè
facilmente
assentire
a
'
soli
detti
e
opinioni
delli
antichi
e
moderni
scrittori
,
mentre
potevasi
col
discorso
e
con
sensate
esperienze
appagar
se
medesimo
.
E
perciò
nelle
dispute
delle
conclusioni
naturali
fu
sempre
contrario
alli
più
acerrimi
difensori
d
'
ogni
detto
aristotelico
,
acquistandosi
nome
tra
quelli
di
spirito
di
contraddizione
,
e
in
premio
delle
scoperte
verità
provocandosi
l
'
odio
loro
;
non
potendo
soffrire
che
da
un
giovanetto
studente
,
e
che
per
ancora
,
secondo
un
lor
detto
volgare
,
non
aveva
fatto
il
corso
delle
scienze
,
quelle
dottrine
da
lor
imbevute
,
si
può
dir
,
con
il
latte
gli
avesser
ad
esser
con
nuovi
modi
e
con
tanta
evidenza
rigettate
e
convinte
»
.
Studia
bensì
nei
testi
Aristotele
e
Platone
,
e
approfondisce
da
sé
la
cognizione
diretta
della
scienza
antica
.
Ma
,
insoddisfatto
,
ha
vigile
l
'
occhio
a
nuove
osservazioni
,
portato
fin
d
'
allora
a
non
cercare
nei
libri
la
verità
.
È
del
1583
la
celebre
osservazione
suggeritagli
dalla
vista
di
una
lampada
che
oscillava
nel
Duomo
,
onde
scopre
la
legge
dell
'
isocronismo
delle
oscillazioni
del
pendolo
.
L
'
anno
dopo
si
volge
allo
studio
della
geometria
;
nella
quale
e
nella
meccanica
fa
subito
progressi
mirabili
.
sicché
ancora
nel
1636
riprenderà
e
invierà
a
un
suo
amico
,
perché
siano
stampate
,
le
dimostrazioni
di
alcuni
teoremi
intorno
al
centro
di
gravità
dei
solidi
,
«
trovate
»
,
dirà
con
visibile
compiacenza
«
da
me
,
essendo
d
'
età
di
22
anni
,
e
di
due
anni
di
studio
di
geometria
;
le
quali
è
bene
che
non
si
perdino
»
.
Studia
Archimede
(
1586
)
,
ed
escogita
«
un
nuovo
modo
esattissimo
di
poter
scoprire
il
furto
di
quell
'
orefice
nella
corona
d
'
oro
di
Jerone
»
inventando
la
bilancetta
,
E
quell
'
anno
stesso
tiene
in
Siena
pubblico
insegnamento
di
matematica
,
che
legge
pure
in
privato
così
a
Siena
come
a
Firenze
.
Nel
1587
va
a
Roma
ed
entra
in
relazione
col
gesuita
Cristoforo
Clavio
,
celebre
matematico
del
tempo
;
e
con
altri
matematici
di
varie
parti
della
penisola
conferisce
le
sue
teorie
sul
centro
di
gravità
,
onde
si
viene
sempre
più
ampliando
la
sua
riputazione
.
Tra
questi
matematici
,
il
marchese
Guidobaldo
del
Monte
,
di
Pesaro
,
concepisce
per
lui
grande
stima
,
e
si
adopera
presso
i
Medici
,
affinché
gli
sia
affidata
la
cattedra
di
Matematica
vacante
nello
studio
di
Pisa
.
Questa
gli
venne
infatti
assegnata
nel
luglio
1589
,
con
la
provvisione
annua
di
60
scudi
.
III
Dal
novembre
1589
al
'92
,
un
triennio
,
lesse
pertanto
Matematica
a
Pisa
,
continuando
i
suoi
studi
,
le
sue
osservazioni
e
i
contrasti
con
i
vecchi
insegnanti
ligi
alla
tradizione
;
la
cui
gravità
accademica
compiacevasi
di
pungere
e
deridere
in
capitoli
berneschi
,
come
quello
giuntoci
Contro
il
portar
la
toga
(
1591
)
;
poiché
la
toga
era
di
prammatica
per
i
professori
dello
Studio
.
Nel
'90
inventa
la
cicloide
,
che
gli
serve
per
stabilire
la
forma
da
dare
agli
archi
dei
ponti
.
Insiste
nello
studio
del
movimento
;
scopre
l
'
errore
della
dottrina
aristotelica
che
fa
variare
la
velocità
della
caduta
dei
corpi
secondo
la
gravità
:
«
dimostrando
ciò
con
replicate
esperienze
,
fatte
dall
'
altezza
del
Campanile
di
Pisa
con
l
'
intervento
degli
altri
lettori
e
filosofi
e
di
tutta
la
scolaresca
»
.
Commenta
l
'
Almagesto
di
Tolomeo
;
contro
il
quale
non
si
sa
quando
siano
sorti
i
suoi
primi
dubbi
;
ma
è
certo
che
nel
1597
poteva
dire
di
avere
abbracciata
già
molti
anni
innanzi
la
opposta
dottrina
.
E
forse
era
una
delle
questioni
,
che
più
tardi
ricordava
essere
stato
solito
disputare
nelle
giornaliere
conversazioni
col
dotto
collega
ed
amico
di
Pisa
,
il
signor
Jacopo
Mazzoni
.
Ma
a
Pisa
non
è
sicuro
d
'
essere
confermato
allo
scadere
del
triennio
,
e
per
naturali
avversioni
suscitategli
contro
dalle
sue
novità
scientifiche
e
dal
suo
spirito
ribelle
,
e
per
esser
forse
caduto
in
disgrazia
presso
i
padroni
,
a
causa
di
certo
giudizio
da
lui
liberamente
espresso
su
una
certa
macchina
idraulica
di
don
Giovanni
de
'
Medici
.
E
ha
bisogno
,
d
'
altra
parte
,
di
trovare
un
collocamento
più
vantaggioso
,
poiché
nel
luglio
del
'71
è
morto
il
padre
,
ed
è
rimasta
a
suo
carico
tutta
la
famiglia
.
Onde
si
studia
di
conseguire
la
cattedra
di
Matematica
nello
Studio
di
Padova
;
la
quale
gli
viene
assegnata
il
26
settembre
1592
con
lo
stipendio
di
180
fiorini
;
confermata
per
sei
anni
nel
'99
con
fiorini
320;
poi
ancora
nel
1606
per
altri
sei
anni
,
portandosi
lo
stipendio
a
520
fiorini
;
e
infine
nell
'
agosto
1609
a
vita
,
con
mille
fiorini
.
Giacché
a
Padova
infatti
la
grandezza
di
Galileo
si
fa
ogni
giorno
più
manifesta
.
Grandezza
d
'
ingegno
singolarmente
felice
,
che
accoppia
le
più
rare
attitudini
speculative
del
matematico
con
la
passione
indagatrice
dell
'
osservatore
;
il
quale
non
osserva
per
altro
col
solo
fine
di
appagare
la
sua
sete
di
sapere
ed
estendere
i
limiti
del
noto
,
ma
per
servirsi
delle
forze
della
natura
ai
fini
della
vita
umana
.
Perciò
la
sua
scienza
non
desta
soltanto
l
'
interesse
dei
dotti
,
ma
e
dei
principi
e
degli
Stati
;
e
non
c
'
è
scoperta
sua
che
non
dia
luogo
a
invenzioni
di
strumenti
utili
alle
arti
della
pace
o
della
guerra
;
e
il
movimento
scientifico
che
fa
capo
a
lui
,
com
'
è
dei
più
fecondi
per
la
costituzione
della
moderna
scienza
della
natura
,
così
è
de
'
più
benemeriti
rispetto
a
quella
signoria
dell
'
uomo
sul
mondo
delle
forze
brute
,
che
fu
l
'
ideale
del
Rinascimento
italiano
,
e
che
Bacone
in
quel
tempo
bandiva
come
principale
ufficio
al
sapere
scientifico
.
Nel
'93
,
o
in
quel
torno
,
scrive
per
uso
degli
scolari
un
trattato
di
fortificazioni
;
e
nel
dicembre
inventa
una
macchina
da
alzar
acqua
,
per
cui
il
Senato
Veneto
gli
conferisce
un
privilegio
.
Insegna
Euclide
,
cosmografia
,
astronomia
.
Nel
'97
perfeziona
il
compasso
geometrico
e
militare
,
e
stende
per
iscritto
le
istruzioni
intorno
all
'
uso
dello
strumento
.
Comincia
a
scrivere
in
lettere
private
in
sostegno
dell
'
opinione
copernicana
;
mentre
legge
agli
scolari
sull
'
Almagesto
,
Toglie
pure
ad
argomento
delle
sue
lezioni
le
Questioni
meccaniche
di
Aristotele
;
ma
getta
le
basi
di
nuove
dottrine
,
che
entreranno
a
far
parte
dell
'
ultima
sua
opera
,
Dialoghi
elle
nuove
scienze
,
che
pubblicherà
nel
1638
.
Studia
l
'
armatura
della
calamita
;
e
fa
le
prime
esperienze
che
condurranno
all
'
invenzione
del
termometro
.
Nell
'
ottobre
1604
osserva
per
la
prima
volta
la
nuova
stella
del
Serpentario
;
e
nel
dicembre
tiene
su
di
essa
tre
pubbliche
lezioni
,
in
cui
comincia
a
scuotere
poderosamente
una
delle
dottrine
fondamentali
della
fisica
aristotelica
,
legata
ai
principii
della
metafisica
di
quella
scuola
ed
entrata
,
si
può
dire
,
nel
modo
di
pensare
comune
,
mercè
la
straordinaria
diffusione
di
quelle
dottrine
:
la
dottrina
dell
'
inalterabilità
del
cielo
.
Nell
'
agosto
del
1605
,
per
invito
della
Granduchessa
madre
,
Maria
Cristina
di
Lorena
,
si
reca
in
Toscana
a
insegnare
al
principe
Cosimo
de
'
Medici
l
'
uso
del
compasso
geometrico
e
militare
;
e
l
'
anno
dopo
stampa
,
in
sessanta
esemplari
,
nella
propria
casa
di
Padova
,
Le
Operazioni
del
compasso
geometrico
e
militare
,
che
dedica
a
quel
principe
.
Di
cui
torna
nell
'
estate
ad
essere
ospite
,
e
col
quale
ama
legarsi
di
sempre
più
stretti
rapporti
.
Un
Baldassare
Capra
,
che
già
contro
le
lezioni
di
Galileo
sulla
stella
nuova
aveva
pubblicato
un
'
insolente
quanto
scipita
Considerazione
astronomica
,
tenta
ora
plagiarlo
,
mandando
fuori
per
le
stampe
un
Usus
et
fabrica
circini
cuiusdam
proportionis
,
in
cui
riproduce
in
latino
le
Operazioni
del
Galileo
.
Questi
gl
'
intenta
un
processo
presso
i
Riformatori
dello
Studio
,
e
ottiene
la
soppressione
dell
'
opuscolo
,
col
permesso
di
pubblicare
egli
una
sua
Difesa
contro
le
calunnie
et
imposture
di
Baldassar
Capra
milanese
,
usategli
sì
nella
Considerazione
Astronomica
sopra
la
nuova
stella
del
MDCIII
,
come
(
et
assai
più
)
nel
pubblicare
nuovamente
come
sua
invenzione
la
fabrica
et
gli
usi
del
Compasso
geometrico
e
militare
(
1607
)
.
Nel
1608
continua
a
studiare
lungamente
il
problema
dell
'
armatura
della
calamita
;
e
l
'
anno
dopo
è
tutto
dentro
alle
sue
ricerche
e
dimostrazioni
meccaniche
;
quando
nel
giugno
a
Venezia
gli
giunge
notizia
di
uno
strumento
che
in
Olanda
era
stato
presentato
al
conte
Maurizio
di
Nassau
,
composto
di
due
vetri
dentro
un
tubo
,
onde
si
sarebbero
veduti
gli
oggetti
lontani
come
fossero
vicini
.
«
Con
questa
sola
relazione
»
,
racconta
il
Viviani
,
«
tornando
subito
il
signor
Galileo
a
Padova
,
si
pose
a
specularne
la
fabbrica
,
quale
immediatamente
ritrovò
la
seguente
notte
:
poiché
il
giorno
appresso
componendo
lo
strumento
nel
modo
che
se
lo
aveva
immaginato
,
nonostante
la
imperfezione
de
'
vetri
che
poté
avere
,
ne
vidde
l
'
effetto
desiderato
;
e
subito
ne
diede
conto
a
Venezia
a
'
suoi
amici
,
e
fabbricandosene
altro
di
maggior
bontà
,
sei
giorni
dopo
lo
portò
quivi
,
dove
sopra
le
maggiori
altezze
della
città
fece
vedere
e
osservare
gli
oggetti
in
varie
lontananze
ai
primi
senatori
di
quella
Repubblica
,
con
lor
infinita
maraviglia
»
.
Ne
lasciò
memoria
infatti
il
procuratore
Antonio
Priuli
nella
sua
Cronaca
,
sotto
il
21
agosto
1609
:
«
Andai
io
in
Campanil
di
S
.
Marco
con
l
'Ecc.te
Gallileo
e
signor
Zaccaria
Contarini
....
a
veder
le
meraviglie
et
effetti
singolari
del
cannon
di
detto
Gallileo
....
;
con
il
quale
posto
a
un
occhio
e
serando
l
'
altro
,
ciascheduno
di
noi
vide
distintamente
,
oltre
Liza
Fusina
e
Marghera
,
anco
Chioza
,
Treviso
e
sino
Conegliano
,
et
il
campaniel
e
cubbe
con
la
facciata
della
chiesa
de
Santa
Giustina
de
Padova
:
si
discernivano
quelli
che
entravano
e
uscivano
di
chiesa
di
San
Giacomo
di
Muran
;
si
vedevano
le
persone
a
montar
e
dismontar
de
gondola
al
traghetto
alla
Colonna
nel
principio
del
Rio
de
'
Verieri
,
con
molti
altri
particolari
nella
laguna
e
nella
città
veramente
ammirabili
»
.
IV
Ben
maggiori
meraviglie
quelle
che
Galileo
indi
a
poco
scoprirà
nel
cielo
per
mezzo
di
questo
cannocchiale
.
Lo
drizzò
subito
alla
Luna
,
e
ne
scorse
,
primo
tra
gli
uomini
,
la
superficie
ineguale
,
con
cavità
e
prominenze
a
guisa
della
Terra
.
Vide
la
via
lattea
e
le
nebulose
risaltare
di
una
congerie
di
stelle
fisse
,
indistinguibili
ad
occhio
nudo
per
la
loro
immensa
distanza
e
la
loro
relativa
piccolezza
.
Ed
ecco
il
7
gennaio
presso
al
corpo
di
Giove
tre
satelliti
che
gli
girano
intorno
,
e
un
quarto
,
sei
giorni
dopo
.
Con
animo
altamente
commosso
Galileo
descrive
in
pochi
giorni
,
in
latino
,
la
breve
storia
di
queste
scoperte
,
che
portavano
la
rivoluzione
nel
cielo
:
nel
cielo
,
quale
si
continuava
ad
immaginarlo
secondo
la
fantastica
costruzione
aristotelica
,
con
la
Terra
in
mezzo
,
centro
dell
'
universo
,
intorno
al
quale
si
muovano
tutte
le
stelle
mobili
del
cielo
.
Scrive
il
Sidereus
nuncius
,
e
lo
pubblica
a
Venezia
il
12
marzo
1610
,
dedicandolo
al
Granduca
Cosimo
,
e
in
onore
della
sua
casa
denominando
«
Pianeti
medicei
»
i
quattro
satelliti
gioviali
.
Nulla
più
dell
'
accoglienza
fatta
al
Sidereus
nuncius
(
la
cui
materia
Galileo
espose
pure
in
tre
lezioni
nella
primavera
,
nello
Studio
di
Padova
)
da
parte
dei
filosofi
che
insegnavano
nelle
università
italiane
,
può
dimostrare
la
gravità
del
colpo
che
le
scoperte
galileiane
arrecavano
alla
scienza
ufficiale
contemporanea
:
«
Non
mancarono
già
»
,
dice
il
buon
Viviani
,
«
de
'
così
pervicaci
e
ostinati
,
e
fra
questi
de
'
constituiti
in
grado
di
pubblici
lettori
»
-
-
alludendo
a
Cesare
Cremonini
,
che
fu
tuttavia
dei
pensatori
più
spregiudicati
della
fine
del
sec
.
XVI
e
del
principio
del
XVII
,
e
che
ebbe
perciò
dal
S
.
Offizio
non
poche
molestie
,
-
-
«
tenuti
per
altro
in
gran
stima
,
i
quali
,
temendo
di
commetter
sacrilegio
contro
la
deità
del
loro
Aristotele
,
non
vollero
cimentarsi
alle
osservazioni
,
né
pur
una
volta
accostar
l
'
occhio
al
telescopio
;
e
vivendo
in
questa
lor
bestialissima
ostinazione
,
vollero
,
più
tosto
che
al
loro
maestro
,
usar
infedeltà
alla
natura
medesima
»
.
Erano
quegli
stessi
,
che
ventisei
anni
prima
Giordano
Bruno
aveva
nella
Cena
de
le
ceneri
additati
tra
gli
oppositori
della
dottrina
copernicana
:
«
Sono
alcuni
altri
che
,
per
qualche
credula
pazzìa
temendo
che
per
vedere
non
se
ne
guastino
,
vogliono
ostinatamente
perseverare
ne
le
tenebre
di
quello
ch
'
hanno
una
volta
malamente
appreso
»
.
Ma
di
tutte
le
opposizioni
Galileo
è
largamente
compensato
dal
plauso
mandatogli
da
Giovanni
Kepler
;
e
può
tornare
a
Firenze
,
ottenendo
il
posto
che
molto
aveva
desiderato
ed
ambìto
,
quello
di
matematico
dello
Studio
di
Pisa
(
esente
da
ogni
obbligo
d
'
insegnamento
)
e
filosofo
del
Granduca
,
con
mille
scudi
annui
.
V
Firenze
però
doveva
essergli
pur
troppo
fatale
nel
conflitto
che
fatalmente
doveva
scoppiare
tra
la
nuova
scienza
,
che
per
opera
del
Galilei
si
veniva
liberamente
svolgendo
,
e
la
Chiesa
cattolica
,
che
da
alcune
affermazioni
di
questa
scienza
temeva
di
vedere
scosse
le
proprie
basi
dommatiche
.
E
gl
'
interessi
di
casa
Medici
,
alla
cui
ombra
Galileo
riparò
,
non
avrebbero
consentito
di
fronte
alla
Curia
una
difesa
aperta
ed
energica
del
grand
'
uomo
che
l
'
onorava
,
quale
forse
l
'
avrebbe
assunta
la
libera
repubblica
di
Venezia
.
Il
25
luglio
1610
Galileo
scopre
la
forma
tricorporea
di
Saturno
.
Nel
settembre
e
nell
'
ottobre
comincia
ad
osservare
le
fasi
di
Venere
nel
suo
movimento
intorno
al
Sole
;
indi
fa
le
prime
osservazioni
delle
macchie
solari
;
una
delle
sue
maggiori
scoperte
,
«
che
»
,
egli
scriveva
allegramente
al
Cesi
due
anni
dopo
246
,
quando
si
preparava
a
ragionarne
in
apposita
scrittura
,
«
dubito
che
voglia
essere
il
funerale
o
più
tosto
l
'
estremo
e
ultimo
giudizio
della
pseudofilosofia
»
;
poiché
contraddiceva
nel
modo
più
manifesto
alla
menzionata
dottrina
dell
'
inalterabilità
celeste
,
e
confermava
d
'
altra
parte
il
sistema
copernicano
.
Nel
marzo
1611
si
reca
a
Roma
,
per
dimostrare
la
verità
delle
sue
scoperte
celesti
.
E
vi
si
trattiene
fin
al
giugno
,
destando
grande
curiosità
e
vivo
interesse
per
le
novità
annunziate
,
che
i
matematici
gesuiti
del
Collegio
Romano
,
interrogati
dal
card
.
Roberto
Bellarmino
,
non
possono
non
confermare
.
Mostra
egli
a
illustri
personaggi
le
macchie
del
sole
;
è
onorato
,
accarezzato
,
ascritto
alla
recente
Accademia
dei
Lincei
.
sicché
può
tornare
a
Firenze
lieto
di
veder
riconosciuti
tutti
i
meriti
scientifici
acquistati
nell
'
esplorazione
del
cielo
.
Ma
si
erano
poste
le
premesse
di
un
dramma
,
che
il
destino
di
Galileo
,
riposto
nell
'
indirizzo
stesso
del
suo
pensiero
,
ormai
avviato
a
certe
conclusioni
,
doveva
di
necessità
svolgere
quindi
fino
alla
catastrofe
.
Giacché
,
assodati
i
fatti
,
di
cui
il
telescopio
gli
aveva
reso
testimonianza
,
egli
era
portato
dalla
tendenza
sistematica
della
sua
mente
a
spiegarli
e
inquadrarli
in
un
sistema
del
mondo
,
che
non
poteva
essere
più
il
sistema
di
Aristotele
e
di
Tolomeo
;
onde
veniva
risospinto
verso
quella
dottrina
copernicana
,
che
nel
1597
aveva
scritto
al
Kepler
di
non
voler
per
allora
toccare
,
fortuna
ipsius
Copernici
praeceptoris
nostri
perterritus
,
E
se
questa
volta
egli
può
contentarsi
del
riconoscimento
delle
sue
scoperte
,
presto
dovrà
tornare
a
Roma
,
a
cercar
d
'
impedire
la
condanna
di
Copernico
;
la
cui
proibizione
avrebbe
troncato
di
netto
la
sua
vita
scientifica
.
Nell
'
estate
del
1611
è
involto
in
una
controversia
coi
Peripatetici
pisani
,
capeggiati
da
Lodovico
delle
Colombe
,
circa
i
fenomeni
della
condensazione
e
della
rarefazione
,
e
sulla
causa
del
galleggiare
,
che
gli
avversari
attribuivano
alla
figura
del
galleggiante
,
anzi
che
alla
gravità
.
Di
che
avendo
pure
discorso
alla
tavola
del
Granduca
,
presente
il
cardinale
Maffeo
Barberini
,
futuro
papa
Urbano
VIII
,
il
Galileo
ebbe
invito
da
Cosimo
di
stendere
su
questo
tema
un
Discorso
;
che
fu
quello
Intorno
alle
cose
che
stanno
in
su
l
'
acqua
,
pubblicato
nella
primavera
del
'12
.
Pone
quindi
mano
alle
sue
lettere
al
Welser
,
stampate
l
'
anno
dopo
dai
Lincei
,
col
titolo
Istoria
e
dimostrazioni
intorno
alle
macchie
solari
e
loro
accidenti
,
in
risposta
al
gesuita
tedesco
Cristoforo
Scheiner
,
che
allo
stesso
Welser
aveva
indirizzato
altrettante
lettere
,
sotto
lo
pseudonimo
Apelles
latens
post
tabulam
,
contro
la
scoperta
galileiana
.
La
sua
mente
gravita
intorno
al
problema
cosmografico
.
Sul
quale
nell
'
agosto
1610
aveva
fatto
sapere
al
Granduca
che
egli
meditava
una
grande
opera
:
«
due
libri
De
systemate
seu
constitutione
universi
:
concetto
immenso
e
pieno
di
filosofia
,
astronomia
e
geometria
»
.
VI
Ma
prima
ancora
che
cominciasse
a
difendere
pubblicamente
la
teoria
copernicana
,
gli
toccò
trattare
la
questione
del
contrasto
reale
o
apparente
tra
essa
e
la
Bibbia
,
e
in
generale
dei
rapporti
tra
scienza
e
fede
.
L
'
occasione
gliela
porse
uno
de
'
suoi
più
cari
e
valenti
discepoli
,
il
Castelli
;
al
quale
appunto
era
stato
domandato
dalla
Granduchessa
madre
in
che
modo
si
potesse
accordare
con
la
Scrittura
quella
idea
del
moto
della
Terra
,
che
si
sapeva
professata
da
Galileo
.
E
questi
scrisse
allora
la
sua
famosa
lettera
al
Castelli
del
21
dicembre
1613
,
poi
largamente
ampliata
con
citazioni
di
Padri
ed
esegesi
di
testi
nella
lettera
a
essa
Madama
Cristina
del
1615
.
Non
è
esatto
che
Galilei
sia
stato
il
primo
a
rigettare
apertamente
l
'
autorità
della
Scrittura
in
materia
di
scienza
.
La
sua
tesi
è
sostanzialmente
identica
a
quella
che
quasi
trent
'
anni
prima
aveva
sostenuta
il
nostro
Bruno
,
in
un
'
opera
che
tutto
induce
a
credere
sia
stata
nota
al
Galilei
,
quantunque
per
ovvie
ragioni
di
prudenza
egli
si
peritasse
di
ricordare
uno
scrittore
morto
sul
rogo
come
eretico
;
ed
è
identica
altresì
a
quella
che
più
tardi
propugnerà
a
difesa
della
libertà
della
filosofia
di
fronte
alla
teologia
Benedetto
Spinoza
nel
suo
Trattato
teologico
Politico
.
Tutti
e
tre
questi
pensatori
distinguono
il
dominio
della
vita
pratica
da
quello
della
pura
verità
speculativa
,
-
-
e
,
assegnando
alla
religione
il
primo
,
riserbano
il
secondo
alla
scienza
.
Distinguono
analogamente
una
doppia
rivelazione
divina
della
verità
:
una
positiva
e
sovrannaturale
,
l
'
altra
razionale
e
in
via
di
continua
formazione
;
e
la
prima
considerano
come
fonte
degli
insegnamenti
destinati
a
indirizzare
la
condotta
dell
'
uomo
;
l
'
altra
,
radicalmente
indipendente
dalla
prima
,
come
la
sorgente
della
libera
ricerca
scientifica
.
L
'
una
,
depositata
nei
libri
sacri
,
direttamente
ispirati
da
Dio
;
l
'
altra
,
frutto
della
mente
umana
.
La
quale
,
pel
Galilei
,
non
attinge
dalla
speculazione
astratta
de
'
propri
principii
razionali
la
verità
che
è
termine
delle
sue
più
legittime
aspirazioni
;
ma
dalla
osservazione
della
natura
sensibile
e
dalla
interpretazione
e
dimostrazione
matematica
delle
sue
leggi
,
consistenti
in
determinati
rapporti
matematici
.
sicché
la
stessa
rappresentazione
matematica
della
realtà
conosciuta
per
mezzo
dell
'
esperienza
sensibile
non
è
il
prodotto
d
'
un
lavorio
soggettivo
della
mente
,
ma
la
fedele
lettura
del
libro
del
mondo
,
in
cui
Dio
volle
scrivere
,
del
pari
che
nelle
Sacre
scritture
,
il
suo
pensiero
;
di
guisa
che
,
come
di
fronte
alla
rivelazione
sovrannaturale
della
religione
,
così
nella
stessa
scienza
che
è
il
più
alto
segno
dell
'
umana
grandezza
,
l
'
intelletto
umano
non
fa
se
non
riflettere
la
luce
che
nella
natura
si
riverbera
dal
pensiero
divino
.
È
evidente
che
rispetto
alla
scienza
,
che
a
Galileo
preme
difendere
dalle
opposizioni
dalla
tradizione
scientifica
e
religiosa
,
quel
che
importa
non
è
tanto
la
distinzione
dei
due
diversi
dominii
,
dommatico
e
razionale
,
e
la
dimostrazione
delle
loro
irriducibili
differenze
(
al
che
sarebbe
occorsa
una
dottrina
,
che
in
Galileo
manca
)
,
quanto
piuttosto
la
dimostrazione
de
'
diritti
della
libera
ricerca
scientifica
sottratta
,
per
la
definizione
della
sua
natura
e
della
sua
conseguente
finalità
,
a
quell
'
ordine
di
cognizioni
che
la
teologia
faceva
dipendere
dall
'
insegnamento
scritturale
.
Di
qui
il
carattere
speciale
e
il
difetto
di
questa
affermazione
galileiana
della
libertà
della
scienza
.
La
quale
per
Galileo
è
libera
dalla
teologia
,
in
quanto
è
cognizione
che
,
a
differenza
della
teologia
,
non
ha
nessuna
portata
pei
fini
essenziali
dello
spirito
umano
o
,
come
egli
dice
,
«
per
la
salute
delle
anime
»
;
e
non
l
'
ha
,
perché
essa
infatti
è
la
cognizione
di
una
realtà
,
in
cui
non
c
'
è
posto
per
lo
spirito
umano
,
né
motivo
ad
alcuna
preoccupazione
per
la
realtà
di
esso
;
è
la
cognizione
della
natura
,
meccanicamente
concepita
,
determinata
secondo
rapporti
quantitativi
;
che
,
solo
in
quanto
tale
,
è
oggetto
di
una
scienza
che
non
può
entrare
in
conflitto
coi
dettati
della
teologia
.
La
scienza
,
insomma
,
della
quale
Galileo
difende
la
libertà
separandola
dal
sapere
dommatico
della
teologia
,
è
la
scienza
naturalistica
.
VII
Ma
c
'
è
una
scienza
affatto
naturalistica
,
cioè
riguardante
una
realtà
il
cui
modo
di
essere
e
di
operare
sia
indifferente
per
lo
spirito
umano
?
I
teologi
contemporanei
di
Galileo
non
si
capacitarono
di
questa
separazione
da
lui
fatta
tra
il
mondo
a
cui
guarda
lo
scienziato
,
e
quello
a
cui
guarda
l
'
uomo
che
pensa
e
deve
pensare
alla
salute
dell
'
anima
.
Nella
questione
speciale
da
cui
sorgeva
il
conflitto
,
circa
la
stabilità
o
mobilità
della
Terra
,
c
'
eran
passi
della
Bibbia
,
che
stavano
per
la
tesi
oppugnata
dalla
nuova
scienza
;
e
ciò
per
comune
e
costante
interpretazione
dei
Padri
,
dai
quali
il
Concilio
di
Trento
aveva
dovuto
,
contro
la
pretesa
dei
Protestanti
,
vietare
di
dipartirsi
.
Né
il
movimento
della
Terra
ponevasi
quale
semplice
ipotesi
d
'
un
mondo
matematico
costruito
dalla
mente
secondo
le
leggi
della
coerenza
geometrica
,
sì
bene
come
induzione
della
realtà
di
fatto
:
che
è
una
ben
notabile
differenza
.
Giacché
il
matematico
costruisce
per
suo
instituto
mondi
,
che
non
appartengono
alla
realtà
esistente
;
ma
in
questa
non
è
ammissibile
un
solo
particolare
che
non
si
leghi
col
resto
dell
'
universo
,
e
non
vi
si
ripercuota
,
e
non
abbia
perciò
la
sua
importanza
per
gli
interessi
dello
stesso
spirito
umano
.
sicché
la
teologia
non
si
può
disinteressare
della
definizione
di
quel
mondo
,
che
non
è
più
nel
cervello
dei
matematici
,
ma
in
quell
'
essere
effettuale
,
cui
appartiene
pure
l
'
uomo
,
che
essa
mira
ad
ammaestrare
ai
fini
morali
della
sua
eterna
salute
.
Galileo
,
d
'
altra
parte
,
insisteva
,
che
la
posizione
copernicana
non
era
l
'
ipotesi
di
un
matematico
,
ma
la
dottrina
d
'
un
filosofo
che
definiva
la
reale
costituzione
del
mondo
.
E
su
questo
terreno
la
scienza
non
si
poteva
non
imbattere
nella
teologia
,
quali
che
potessero
essere
gli
accorgimenti
escogitati
da
Galileo
per
salvare
la
veridicità
della
Scrittura
nei
luoghi
in
cui
si
accenna
alla
stabilità
della
terra
,
mettendosi
sullo
sdrucciolo
delle
interpretazioni
non
autorizzate
dalla
tradizione
della
Chiesa
.
Merita
d
'
esser
tenuto
presente
quel
che
scriveva
da
Roma
il
12
aprile
1615
il
maggior
teologo
che
allora
avesse
la
Chiesa
Romana
,
il
cardinal
Roberto
Bellarmino
,
a
un
frate
carmelitano
di
Napoli
Paolo
Antonio
Foscarini
,
autore
di
un
opuscolo
conciliativo
intorno
ai
rapporti
della
teoria
copernicana
con
la
Bibbia
.
Questa
lettera
è
un
documento
storico
di
prim
'
ordine
della
massiccia
tradizione
,
contro
la
quale
dovevano
urtare
gli
sforzi
del
Galilei
.
Il
Bellarmino
dunque
scriveva
:
«
I
°
Dico
che
mi
pare
che
V
.
P
.
e
il
sig
.
Galileo
facciano
prudentemente
a
contentarsi
di
parlare
ex
suppositione
e
non
assolutamente
,
come
io
ho
sempre
creduto
che
abbia
parlato
il
Copernico
.
Perché
il
dire
che
,
supposto
che
la
Terra
si
muova
e
il
Sole
stia
fermo
,
si
salvano
tutte
l
'
apparenze
meglio
che
con
porre
gli
eccentrici
ed
epicicli
,
è
benissimo
detto
,
e
non
ha
pericolo
nessuno
;
e
questo
basta
al
matematico
;
ma
volere
affermare
che
realmente
il
Sole
stia
nel
centro
del
mondo
e
solo
si
rivolti
in
se
stesso
senza
correre
dall
'
oriente
all
'
occidente
,
e
che
la
Terra
stia
nel
3°
cielo
e
giri
con
somma
facilità
intorno
al
Sole
,
è
cosa
molto
pericolosa
non
solo
d
'
irritare
tutti
i
filosofi
e
teologi
scolastici
,
ma
anco
di
nuocere
alla
santa
fede
con
rendere
false
le
Scritture
Sante
;
perché
la
P
.
V
.
ha
bene
dimostrato
molti
modi
di
esporre
le
Sante
Scritture
,
ma
non
li
ha
applicati
in
particolare
;
ché
senza
dubbio
avria
trovate
grandissime
difficultà
se
avesse
voluto
esporre
tutti
quei
luoghi
che
lei
stessa
ha
citati
.
2°
Dico
che
,
come
lei
sa
,
il
Concilio
proibisce
esporre
le
Scritture
contra
il
commune
consenso
de
'
Santi
Padri
;
e
se
la
P
.
V
.
vorrà
leggere
non
dico
solo
li
Santi
Padri
,
ma
li
commentatori
medesimi
sopra
il
Genesi
,
sopra
li
Salmi
,
sopra
l
'
Ecclesiaste
,
sopra
Giosuè
,
troverà
che
tutti
convengono
in
esporre
ad
literam
ch
'
il
Sole
è
nel
cielo
,
e
gira
intorno
alla
Terra
con
somma
velocità
,
e
che
la
Terra
è
lontanissima
dal
cielo
e
sta
nel
centro
del
mondo
,
immobile
.
Consideri
ora
lei
,
con
la
sua
prudenza
,
se
la
Chiesa
possa
sopportare
che
si
dia
alle
Scritture
un
senso
contrario
alti
Santi
Padri
e
a
tutti
li
espositori
greci
e
latini
.
Né
si
può
rispondere
che
questa
non
sia
materia
di
fede
;
perché
,
se
non
è
materia
di
fede
ex
parte
obiecti
,
è
materia
di
fede
ex
Parte
dicentis
;
e
così
sarebbe
eretico
chi
dicesse
che
Abramo
non
abbia
avuti
due
figliuoli
e
Jacob
dodici
,
come
chi
dicesse
che
Cristo
non
è
nato
di
Vergine
,
perché
l
'
uno
e
l
'
altro
lo
dice
lo
Spirito
Santo
per
bocca
de
'
Profeti
e
Apostoli
.
3°
Dico
che
quando
ci
fusse
vera
dimostrazione
che
il
Sole
stia
nel
centro
del
mondo
e
la
Terra
nel
terzo
cielo
,
e
che
il
Sole
non
circonda
la
Terra
,
ma
la
Terra
circonda
il
Sole
,
allora
bisogneria
andar
con
molta
considerazione
in
esplicare
le
Scritture
che
paiono
contrarie
,
e
più
tosto
dire
che
non
l
'
intendiamo
,
che
dire
che
sia
falso
quello
che
si
dimostra
.
Ma
io
non
crederò
che
ci
sia
tal
dimostrazione
,
fin
che
non
mi
sia
mostrata
;
né
è
l
'
istesso
dimostrare
che
supposto
ch
'
il
Sole
stia
nel
centro
e
la
Terra
nel
cielo
,
si
salvino
le
apparenze
,
e
dimostrare
che
in
verità
il
Sole
stia
nel
centro
e
la
Terra
nel
cielo
:
perché
la
prima
dimostrazione
credo
che
ci
possa
essere
,
ma
dalla
seconda
ho
grandissimo
dubbio
e
in
caso
di
dubbio
non
si
dee
lasciare
la
Scrittura
Santa
,
esposta
da
'
Santi
Padri
.
Aggiungo
che
quello
che
scrisse
:
Oritur
sol
et
occidit
,
et
ad
locurn
suum
revertitur
etc
....
fu
Salomone
,
il
quale
non
solo
parlò
inspirato
da
Dio
,
ma
fu
uomo
sopra
tutti
gli
altri
sapientissimo
nelle
scienze
umane
e
nella
cognizione
delle
cose
create
,
e
tutta
questa
sapienza
l
'
ebbe
da
Dio
;
onde
non
è
verisimile
che
affermasse
una
cosa
che
fusse
contraria
alla
verità
dimostrata
o
che
si
potesse
dimostrare
.
E
se
mi
dirà
che
Salomone
parla
secondo
l
'
apparenza
,
parendo
a
noi
ch
'
il
Sole
giri
,
mentre
la
Terra
gira
,
come
a
chi
si
parte
dal
lito
pare
che
il
lito
si
parta
dalla
nave
,
risponderò
che
chi
si
parte
del
lito
,
se
bene
gli
pare
che
il
lito
si
parta
da
lui
,
nondimeno
conosce
questo
errore
e
lo
corregge
,
vedendo
chiaramente
che
la
nave
si
muove
e
non
il
lito
;
ma
quanto
al
Sole
e
la
Terra
,
nessuno
savio
è
che
abbia
bisogno
di
correggere
l
'
errore
,
perché
chiaramente
esperimenta
che
la
Terra
sta
ferma
e
che
l
'
occhio
non
s
'
inganna
quando
giudica
che
il
Sole
si
muove
,
come
anco
non
s
'
inganna
quando
giudica
che
la
Luna
e
le
stelle
si
muovano
»
.
VIII
Le
vicende
dei
due
processi
sofferti
dal
grande
pensatore
innanzi
all
'
Inquisizione
di
Roma
sono
ormai
note
in
tutti
i
loro
particolari
;
e
basterà
ricordarle
brevemente
.
Il
primo
processo
,
aperto
su
denunzia
del
domenicano
Niccolò
Lorini
,
a
proposito
della
lettera
del
Galilei
al
padre
Castelli
(
7
febbraio
1615
)
,
dopo
un
'
istruttoria
segretissima
,
durante
la
quale
Galileo
si
reca
a
Roma
(
3
dic
.
1615
)
,
scrive
il
Discorso
sopra
il
flusso
e
reflusso
del
mare
,
di
schietta
professione
copernicana
,
poiché
il
flusso
e
riflusso
marino
vi
è
spiegato
col
movimento
della
Terra
,
e
invano
si
adopera
affinché
la
dottrina
di
Copernico
non
sia
condannata
,
-
-
si
chiude
con
la
censura
(
24
febbraio
1616
)
delle
due
proposizioni
della
stabilità
del
Sole
e
del
movimento
della
Terra
,
e
con
l
'
ammonizione
,
fatta
(
26
febbraio
)
per
mezzo
del
card
.
Bellarmino
al
Galilei
,
che
si
astenga
dal
professarle
.
Ma
questo
divieto
non
impedisce
a
Galilei
di
proseguire
in
segreto
le
sue
speculazioni
intorno
ai
due
massimi
sistemi
del
mondo
.
La
comparsa
,
avvenuta
nell
'
agosto
del
'18
,
di
tre
comete
,
una
delle
quali
,
nel
segno
dello
Scorpione
,
rimase
visibile
fino
al
gennaio
successivo
,
illustrata
dal
gesuita
di
Roma
p
.
Orazio
Grassi
in
una
Disputatio
astronomica
in
senso
aristotelico
tolemaico
,
lo
trasse
,
anche
per
gl
'
incitamenti
venutigli
da
varie
parti
,
ad
esporre
il
suo
pensiero
;
il
che
fece
per
mezzo
di
un
Discorso
delle
Comete
,
letto
dal
suo
fido
scolaro
Mario
Guiducci
all
'
Accademia
Fiorentina
,
e
dato
in
luce
nel
giugno
1619
.
Fu
il
segno
di
una
battaglia
ingaggiata
dai
gesuiti
contro
il
sospetto
filosofo
di
Firenze
.
Gli
si
avventò
contro
il
Grassi
,
sotto
l
'
anagramma
di
Lothario
Sarsi
,
nella
Libra
astronomica
ac
philosophica
,
che
il
Galilei
si
divertì
da
prima
a
postillare
minutamente
,
e
poi
a
confutare
nel
celebre
suo
libro
polemico
Il
Saggiatore
,
pubblicato
a
Roma
per
cura
de
'
Lincei
nel
1623
.
Il
6
agosto
sale
al
trono
pontificio
Maffeo
Barberini
,
dal
quale
Galileo
si
teneva
sicuro
di
essere
benvoluto
assai
,
oltre
che
stimato
.
E
spera
subito
poterne
ottenere
migliori
disposizioni
pel
sistema
copernicano
.
Si
reca
una
quarta
volta
a
Roma
nell
'
aprile
del
'24
,
e
vi
spende
più
di
due
mesi
in
colloqui
con
Cardinali
e
col
Pontefice
per
persuaderli
dell
'
opportunità
,
anzi
necessità
per
la
Chiesa
di
cessare
da
ogni
opposizione
contro
una
dottrina
scientifica
,
che
nei
paesi
riformati
si
diffondeva
sempre
più
.
Ma
da
Urbano
VIII
riceve
bensì
buone
parole
,
e
medaglie
,
e
«
buona
quantità
di
Agnus
Dei
»
,
e
la
promessa
d
'
una
pensione
pel
figlio
,
ma
nulla
che
modifichi
la
situazione
giuridica
creata
dal
precetto
del
1616
.
Galileo
riprende
il
Dialogo
,
a
cui
già
pensava
dagli
anni
di
Padova
,
sui
massimi
sistemi
,
tolemaico
e
copernicano
;
ma
tra
minori
studi
,
malattie
e
la
naturale
titubanza
derivante
dal
divieto
del
S
.
Offizio
,
procede
in
esso
lentamente
.
Lo
compie
soltanto
nel
'30
.
La
prudenza
usata
nelle
espressioni
,
evitando
di
affermare
mai
risolutamente
la
verità
del
sistema
copernicano
,
certe
vaghe
voci
giuntegli
da
'
suoi
amici
di
Roma
circa
le
intenzioni
del
Papa
,
la
fiducia
nel
patrocinio
del
suo
Granduca
,
a
cui
il
Dialogo
era
dedicato
,
gli
fecero
sperare
di
ottenere
la
facoltà
di
stamparlo
,
e
di
poterlo
quindi
dare
in
luce
senza
pericolo
.
Torna
a
tale
scopo
a
Roma
nel
maggio
di
quell
'
anno
;
ne
riparte
il
26
giugno
«
con
intera
sua
satisfazione
»
;
e
inizia
la
stampa
a
Firenze
.
Ma
sorgono
per
via
tante
difficoltà
,
che
la
stampa
del
Dialogo
sopra
i
due
massimi
sistemi
del
mondo
è
compiuta
soltanto
il
21
febbraio
1632
.
IX
Già
nell
'
agosto
Galileo
viene
a
sapere
che
i
gesuiti
lavorano
con
ogni
potere
in
Roma
a
far
proibire
il
Dialogo
.
Si
riunisce
infatti
una
congregazione
per
esaminarlo
.
Il
23
settembre
,
per
mezzo
dell
'
Inquisitore
di
Firenze
,
il
Papa
ingiunge
a
Galileo
di
comparire
non
più
tardi
del
mese
di
ottobre
innanzi
al
Commissario
Generale
del
S
.
Offizio
in
Roma
.
Ecco
iniziato
il
nuovo
processo
,
che
si
chiuderà
il
22
giugno
del
'33
nella
gran
sala
dei
Domenicani
di
Santa
Maria
sopra
Minerva
con
la
lettura
della
sentenza
che
proibiva
il
Dialogo
,
e
con
l
'
abiura
della
dottrina
copernicana
fatta
dall
'
affranto
vegliardo
,
minacciato
il
giorno
innanzi
della
tortura
.
Minaccia
contro
cui
si
rivolta
ogni
coscienza
d
'
uomo
.
Ma
più
che
la
minacciata
tortura
,
la
qual
non
ebbe
poi
effetto
,
ed
era
parte
necessaria
dei
sistemi
giudiziari
del
tempo
,
offende
il
nostro
sentimento
della
dignità
umana
la
genuflessione
e
l
'
abiura
,
a
cui
si
costrinse
,
contro
le
sue
più
ferme
convinzioni
,
il
grande
intelletto
,
poiché
gli
venne
meno
,
nell
'
estremo
cimento
,
la
forza
di
tener
fede
alla
verità
che
gli
splendeva
dinanzi
.
Colpa
non
di
uomini
,
certo
,
ma
di
tempi
e
sistemi
,
onde
doveva
restar
colpita
assai
più
l
'
istituzione
che
condannava
,
che
la
vittima
che
n
'
era
colpita
.
In
verità
,
tutte
le
durezze
con
cui
inesorabilmente
si
vollero
travagliati
gli
anni
estremi
del
Galilei
,
nulla
tolsero
,
e
nulla
potevano
togliere
,
a
questo
della
sua
grandezza
e
della
gioia
,
tutta
interiore
,
procuratagli
dalla
potenza
del
suo
genio
.
Ma
quanti
animi
non
alienarono
dalla
Chiesa
Romana
?
Che
se
alla
distanza
d
'
un
secolo
e
più
,
in
cui
lo
spirito
galileiano
venne
celebrando
i
suoi
trionfi
,
faceva
dalla
Congregazione
dell
'
Indice
cancellare
(
16
aprile
1757
)
il
decreto
quo
Prohibentur
libri
omnes
docenles
immobilitatem
Solis
et
mobilitatem
Terrae
,
la
chiesa
non
poté
più
cancellare
il
senso
di
ripugnanza
o
di
diffidenza
contro
le
sue
decisioni
e
il
sospetto
entrato
negli
animi
,
che
a
lei
forse
increscesse
della
luce
che
la
mente
umana
vien
facendo
con
la
scienza
.
Nelle
lettere
di
Galileo
è
tutta
la
storia
di
quelle
durezze
,
di
tutti
i
dolori
sofferti
,
fino
alla
cecità
,
onde
fu
suggellata
nel
'37
la
sconsolata
solitudine
degli
ultimi
anni
;
fino
alla
morte
,
avvenuta
l'8
gennaio
1642
.
Oh
gli
accenti
accorati
solenni
come
rintocchi
di
campana
quando
nel
'38
perdette
la
vista
.
«
Ahimè
,
signor
mio
,
il
Galileo
,
vostro
caro
amico
e
servitore
,
è
fatto
irreparabilmente
da
un
mese
in
qua
del
tutto
cieco
.
Or
pensi
V
.
S
.
in
quale
afflizione
io
mi
ritrovo
,
mentre
che
vo
considerando
che
quel
cielo
,
quel
mondo
e
quello
universo
,
che
io
con
mie
maravigliose
osservazioni
e
chiare
dimostrazioni
avevo
ampliato
per
cento
e
mille
volte
più
del
comunemente
veduto
da
'
sapienti
di
tutti
i
secoli
passati
,
ora
mi
s
'
è
diminuito
e
ristretto
ch
'
è
non
è
maggiore
di
quel
che
occupa
la
persona
mia
»
256
.
Ma
lo
spirito
del
gran
vecchio
non
fu
fiaccato
;
e
le
sue
lettere
ci
attestano
come
nel
villino
d
'
Arcetri
,
assegnatogli
da
ultimo
a
scontare
la
pena
inflittagli
del
carcere
perpetuo
,
quello
spirito
vigilasse
sempre
,
assorto
ne
'
suoi
studi
,
portando
a
compimento
i
Dialoghi
delle
nuove
scienze
,
in
cui
tornava
al
soggetto
delle
prime
ricerche
giovanili
e
gettava
in
un
capolavoro
i
fondamenti
della
moderna
meccanica
;
stendendo
il
mirabile
trattato
delle
Operazioni
astronomiche
;
scrivendo
la
lettera
Sopra
il
candore
della
Luna
;
commentando
ed
esaltando
nel
frequente
carteggio
con
gli
amici
e
scolari
,
vicini
o
lontani
,
quella
scienza
che
era
stata
la
sua
vita
.
X
Della
quale
scienza
,
come
fu
rinnovata
e
promossa
nella
prima
metà
del
sec
.
XVII
,
nessuno
tra
i
contemporanei
ebbe
l
'
intuizione
esatta
come
il
Galileo
.
Egli
non
fu
propriamente
un
filosofo
,
ma
un
matematico
e
un
naturalista
che
,
a
differenza
dei
nostri
maggiori
filosofi
della
Rinascenza
,
Telesio
,
Bruno
e
Campanella
,
e
dei
più
celebrati
pensatori
e
scienziati
che
aprono
l
'
età
moderna
,
come
Bacone
,
Descartes
e
Kepler
,
vide
per
la
prima
volta
chiarissimamente
,
che
una
scienza
della
natura
si
può
costituire
a
patto
che
si
separi
rigorosamente
dalla
metafisica
,
e
si
fermi
nel
suo
proprio
carattere
di
cognizione
diretta
dei
fatti
,
che
non
sono
da
produrre
,
ma
da
considerare
già
compiuti
,
indecifrabili
nel
loro
intrinseco
essere
e
prodursi
e
nelle
loro
differenze
qualitative
:
ma
soltanto
,
perciò
,
constatabili
e
misurabili
nelle
loro
proporzioni
quantitative
.
Oggetto
di
esperienza
sensata
,
com
'
egli
dice
,
non
argomentabile
in
virtù
di
ragionamenti
,
perché
estraneo
,
anzi
opposto
allo
spirito
che
lo
conosce
,
e
avente
in
sé
la
sua
legge
:
pensabile
come
una
realtà
bruta
,
a
cui
non
sono
riferibili
i
criteri
di
razionalità
finalistica
,
onde
l
'
uomo
interpreta
le
azioni
dell
'
uomo
;
quella
natura
,
che
è
la
sola
realtà
ammessa
dal
naturalismo
e
dal
materialismo
,
verso
cui
piegò
nel
secolo
XVIII
e
nel
seguente
la
pura
scienza
della
natura
.
Del
valore
di
una
tale
scienza
,
del
punto
di
vista
che
le
è
proprio
,
si
discuterà
più
tardi
,
quando
si
riaffaccerà
,
in
forma
di
gran
lunga
diversa
,
il
problema
in
cui
si
dibattè
ai
suoi
tempi
Galileo
,
dell
'
accordo
di
questo
sapere
che
non
conosce
i
fini
e
i
bisogni
,
né
le
leggi
proprie
della
natura
umana
,
e
ne
rende
quindi
impossibile
una
spiegazione
o
un
concetto
,
con
la
scienza
che
muove
dalla
intuizione
di
questa
realtà
umana
.
E
se
ne
dimostrerà
il
limite
.
Ma
,
pur
nel
suo
limite
,
cotesta
scienza
galileiana
è
una
delle
glorie
maggiori
dell
'
età
moderna
,
e
una
delle
forme
essenziali
,
se
non
la
sola
legittima
,
della
nostra
mentalità
.
E
per
questo
rispetto
Galileo
è
uno
dei
maestri
immortali
dello
spirito
umano
:
i
cui
insegnamenti
sono
sparsi
in
tutte
le
osservazioni
di
carattere
metodico
e
filosofico
che
ricorrono
qua
e
là
in
tutti
i
suoi
scritti
.
Attraverso
i
quali
perciò
i
caratteri
proprii
della
scienza
si
possono
studiare
nella
schietta
originalità
della
loro
prima
formulazione
,
definiti
con
la
maggiore
semplicità
da
uno
scrittore
che
è
dei
più
logici
e
insieme
più
lucidi
della
nostra
letteratura
,
tanto
serrato
e
organico
nel
pensiero
,
quanto
limpido
e
trasparente
nell
'
espressione
.
VIII
GIORDANO
BRUNO
I
Giordano
Bruno
non
fu
uomo
pratico
,
né
anche
per
propagare
le
sue
idee
.
Non
ebbe
il
pensiero
agli
uomini
che
gli
si
agitavano
intorno
;
e
tra
i
riformati
poté
parere
riformato
,
cattolico
tra
i
cattolici
.
«
Academico
di
nulla
academia
»
,
come
egli
seppe
definirsi
,
«
detto
il
fastidito
»
:
in
tristitia
hilaris
,
in
hilaritate
tristis
.
Sentì
profondamente
la
propria
solitudine
,
come
tutti
i
grandi
spiriti
contemplativi
;
e
però
fu
realmente
estraneo
a
tutte
le
chiese
(
benché
non
potesse
non
giudicare
il
contenuto
speculativo
dei
loro
dommi
)
per
ciò
che
anche
le
chiese
hanno
di
mondano
,
pratico
,
storico
,
come
organismi
di
volontà
,
retti
da
una
disciplina
,
ordinati
alla
propagazione
di
certi
dommi
,
solleciti
del
trionfo
sociale
di
certi
principii
.
Il
Bruno
ebbe
altre
preoccupazioni
,
altri
amori
.
Il
suo
spirito
mirava
più
alto
,
a
un
segno
che
è
fuori
di
tutti
gli
umani
consorzi
;
e
sdegnò
quindi
anche
la
gloria
,
che
altri
attende
dalle
moltitudini
:
«
Perché
il
numero
de
'
stolti
e
perversi
è
incomparabilmente
più
grande
che
de
'
sapienti
e
giusti
,
aviene
che
,
se
voglio
remirare
alla
gloria
,
o
altri
frutti
che
parturisce
la
moltitudine
de
voci
,
tanto
manca
ch
'
io
debba
sperar
lieto
successo
del
mio
studio
e
lavoro
,
che
più
tosto
ho
da
aspettar
materia
de
discontentezza
,
e
da
stimar
molto
meglio
il
silenzio
ch
'
il
parlare
.
Ma
,
se
fo
conto
de
l
'
occhio
de
l
'
eterna
veritade
,
a
cui
le
cose
son
tanto
più
preciose
ed
illustri
,
quanto
talvolta
non
solo
son
da
più
pochi
conosciute
,
cercate
e
possedute
;
ma
,
e
oltre
,
tenute
a
vile
,
biasimate
,
perseguitate
,
accade
ch
'
io
tanto
più
mi
forze
a
fendere
il
corso
de
l
'
impetuoso
torrente
,
quanto
gli
veggio
maggior
vigore
aggionto
dal
turbido
,
profondo
e
clivoso
varco
»
.
Altrove
,
accennando
alla
guerra
,
che
le
sue
dottrine
logiche
e
cosmologiche
incontravano
in
Inghilterra
,
dove
egli
dimorò
dal
1583
all'85
:
«
Se
volete
intendere
»
,
dice
,
«
onde
sia
questo
,
vi
dico
che
la
caggione
è
l
'
universitade
che
mi
dispiace
,
il
volgo
ch
'
odio
,
la
moltitudine
che
non
mi
contenta
,
una
che
m
'
innamora
:
quella
,
per
cui
son
libero
in
suggezione
,
contento
in
pena
,
ricco
ne
la
necessitade
,
e
vivo
ne
la
morte
.
Indi
accade
che
non
ritrao
,
come
lasso
,
il
piede
da
l
'
arduo
camino
....
Parlando
e
scrivendo
,
non
disputo
per
amor
de
la
vittoria
per
se
stessa
....
;
ma
per
amor
della
vera
sapienza
e
studio
della
vera
contemplazione
m
'
affatico
,
mi
crucio
,
mi
tormento
»
.
Il
suo
vero
amore
è
l
'
amore
dell
'
eterno
e
del
divino
,
l
'
amor
Dei
intellectualis
,
onde
precorse
quel
grande
mistico
della
filosofia
intellettualistica
,
che
fu
nel
secolo
successivo
Benedetto
Spinoza
.
Nuovo
misticismo
,
che
mal
fa
confondere
il
nostro
filosofo
coi
Neoplatonici
,
benché
innegabile
,
anzi
notevolissimo
,
sia
l
'
influsso
della
loro
filosofia
su
quella
del
Bruno
.
La
conoscenza
del
divino
propugnata
dal
Bruno
non
è
estasi
,
o
unione
immediata
,
benché
abbia
per
suo
termine
appunto
l
'
unione
,
onde
lo
spirito
,
egli
dice
,
«
doviene
un
dio
dal
contatto
intellettuale
di
quel
nume
oggetto
»
.
Essa
è
un
processo
razionale
,
un
discorso
dell
'
intelletto
,
una
vera
e
propria
filosofia
.
Egli
bada
bene
a
distinguere
l
'
eroico
furore
,
o
processo
sopramondano
dello
spirito
-
-
«
certa
divina
astrazione
,
per
cui
dovegnono
alcuni
megliori
in
fatto
che
uomini
ordinari
»
-
-
in
due
specie
ben
diverse
:
una
,
per
cui
«
altri
,
per
esserno
fatti
stanza
de
dei
o
spiriti
divini
,
dicono
e
operano
cose
mirabili
,
senza
che
di
quelle
essi
o
altri
intendano
la
raggione
;
e
tali
per
l
'
ordinario
sono
promossi
a
questo
da
l
'
esser
stati
prima
indisciplinati
e
ignoranti
;
nelli
quali
,
come
voti
di
proprio
spirito
e
senso
,
come
in
una
stanza
purgata
,
s
'
intrude
il
senso
e
spirito
divino
»
.
I
profeti
,
insomma
,
gl
'
ispirati
,
gl
'
invasati
da
Dio
,
i
mistici
veri
e
propri
,
che
si
annichilano
in
Dio
con
l
'
impeto
dell
'
amore
.
L
'
altra
specie
è
quella
,
per
cui
i
filosofi
si
sollevano
razionalmente
alla
cognizione
del
divino
:
onde
,
«
altri
,
avvezzi
o
abili
alla
contemplazione
,
e
per
aver
innato
un
spirito
lucido
e
intellettuale
,
da
uno
interno
stimolo
e
fervor
naturale
,
suscitato
da
l
'
amor
della
divinitate
,
della
giustizia
,
della
veritade
,
della
gloria
,
dal
fuoco
del
desio
e
soffio
dell
'
intenzione
acuiscono
gli
sensi
;
e
nel
solfro
della
cogitativa
facultade
accendono
il
lume
razionale
,
con
cui
veggono
più
che
ordinariamente
.
E
questi
non
vegnono
al
fine
a
parlar
e
operar
come
vasi
e
istrumenti
,
ma
come
principali
artefici
ed
efficienti
»
.
Tra
i
primi
,
che
sono
,
come
ho
detto
,
i
veri
e
propri
mistici
,
passivi
verso
la
divinità
che
albergano
,
e
i
secondi
,
che
realizzano
in
sé
lo
spirito
divino
,
non
occorre
dire
per
chi
parteggi
l
'
autore
della
Cabala
del
cavallo
pegaseo
e
dell
'
Asino
cillenico
,
satire
amare
della
santa
ignoranza
:
«
Gli
primi
son
degni
come
l
'
asino
,
che
porta
li
sacramenti
;
gli
secondi
come
una
cosa
sacra
.
Nelli
primi
si
considera
e
vede
in
effetto
la
divinità
,
e
quella
s
'
admira
,
adopra
e
obedisce
.
Negli
secondi
si
considera
e
vede
l
'
eccellenza
della
propria
umanitade
»
.
L
'
eroico
furore
di
Bruno
non
è
,
dunque
,
come
egli
stesso
ci
dice
,
un
«
oblìo
,
ma
una
memoria
»
.
Anche
lui
,
in
vero
,
dirà
enfaticamente
nell
'
Oratio
valedictoria
,
letta
all
'
Università
di
Wittenberg
l'8
marzo
1588
,
che
vedere
Minerva
est
caecum
fieri
,
Per
hanc
sapere
est
stultum
esse
.
Ma
tale
cecità
e
stoltezza
è
la
cecità
e
stoltezza
a
cui
tutti
i
filosofi
devono
andare
incontro
volenterosi
,
se
aspirano
sinceramente
alla
filosofia
:
cecità
e
stoltezza
:
per
la
realtà
e
i
valori
empirici
,
che
non
possono
essere
la
stessa
realtà
e
gli
stessi
valori
della
filosofia
.
Pure
,
con
questa
cecità
e
stoltezza
è
troppo
evidente
che
il
filosofo
non
può
più
operare
nel
mondo
della
realtà
e
dei
valori
contingenti
,
a
cui
egli
si
è
sottratto
.
Il
suo
mondo
è
,
in
un
certo
senso
,
fuori
di
questo
,
in
cui
gli
uomini
ordinariamente
agiscono
.
In
altri
termini
,
il
filosofo
non
può
avere
,
se
è
filosofo
,
interessi
pratici
,
o
almeno
i
comuni
interessi
pratici
.
Questo
il
pensiero
vivo
di
Bruno
.
II
Soltanto
tenendo
presente
questo
concetto
della
sopramondanità
della
filosofia
,
si
può
intendere
l
'
atteggiamento
del
Bruno
verso
la
Riforma
e
verso
la
Chiesa
romana
:
atteggiamento
,
in
cui
si
concentrano
i
risultati
del
suo
filosofare
e
si
configura
tutta
la
sua
grandezza
storica
.
Nei
dialoghi
De
l
'
infinito
,
universo
e
mondi
,
dopo
aver
dimostrato
la
necessità
dell
'
effetto
infinito
dell
'
infinita
potenza
di
Dio
,
e
negata
quindi
la
possibilità
dell
'
arbitrio
del
volere
,
perché
«
quale
è
l
'
atto
,
tale
è
la
volontà
,
tale
è
la
potenza
»
,
soggiunge
:
«
Tuttavolta
lodo
,
che
alcuni
degni
teologi
non
admettano
questi
sillogismi
;
perché
,
providamente
considerando
,
sanno
che
gli
rozzi
popoli
e
ignoranti
con
questa
necessità
vegnono
a
non
posser
concepire
come
possa
star
la
elezione
e
dignità
e
meriti
di
giusticia
;
onde
,
confidati
o
disperati
sotto
certo
fato
,
sono
necessariamente
sceleratissimi
»
.
E
ancora
:
«
Quel
che
è
vero
,
è
pernicioso
alla
civile
conversazione
,
e
contrario
al
fine
delle
leggi
;
non
per
esser
vero
,
ma
per
esser
male
inteso
,
tanto
per
quei
che
malignamente
il
trattano
,
quanto
per
quei
che
non
son
capaci
de
intenderlo
,
senza
iattura
di
costumi
»
.
La
verità
della
filosofia
,
insomma
,
è
solo
per
la
filosofia
.
La
verità
della
vita
pratica
,
e
della
stessa
religione
,
in
quanto
istituto
sociale
è
chiesa
instituto
sociale
e
chiesa
institutrice
dei
popoli
,
può
essere
e
talvolta
,
secondo
il
Bruno
,
deve
essere
,
una
verità
diametralmente
opposta
alla
verità
della
filosofia
.
Bruno
dunque
,
il
fastidito
,
non
si
può
immaginare
sul
proscenio
d
'
un
teatro
ad
esporre
la
nolana
filosofia
ad
un
'
accolta
di
sodalizi
popolari
.
Certo
,
egli
,
per
suo
gusto
,
non
sarebbe
mai
entrato
in
contrasto
con
i
degni
teologi
,
che
insegnavano
dottrine
contrarie
alle
sue
.
E
quelli
,
che
oggi
o
ieri
del
nome
di
Bruno
si
servono
o
si
servivano
per
combattere
essi
i
teologi
del
loro
temp
e
per
combatterli
non
nel
giudizio
dei
filosofi
,
-
-
pei
quali
le
dottrine
di
questi
teologi
appartengono
a
un
passato
lontano
,
che
forse
non
occorre
più
criticare
;
-
-
bensì
nel
giudizio
popolare
,
Bruno
li
avrebbe
bollati
,
come
nel
De
l
'
infinito
bollò
i
luterani
propagatori
della
dottrina
de
servo
arbitrio
,
chiamandoli
«
corrottori
di
leggi
,
fede
e
religione
»
,
i
quali
,
«
volendo
parer
savi
,
hanno
infettato
tanti
popoli
,
facendoli
dovenir
più
barbari
e
scelerati
che
non
eran
prima
,
dispreggiatori
del
ben
fare
,
e
assicuratissimi
ad
ogni
vizio
e
ribaldaria
,
per
le
conclusioni
che
tirano
da
simili
premisse
»
.
«
Le
vere
proposizioni
»
,
protesta
il
Bruno
,
«
non
son
proposte
da
noi
al
volgo
,
ma
ai
sapienti
soli
,
che
possono
aver
accesso
all
'
intelligenza
di
nostri
discorsi
.
Da
questo
principio
depende
,
che
gli
non
men
dotti
che
religiosi
teologi
giamai
han
pregiudicato
alla
libertà
dei
filosofi
;
e
gli
veri
,
civili
e
bene
accostumati
filosofi
sempre
hanno
faurito
le
religioni
;
perché
gli
uni
e
gli
altri
sanno
,
che
la
fede
si
richiede
per
l
'
instituzione
di
rozzi
popoli
,
che
denno
esser
governati
,
e
la
demonstrazione
per
gli
contemplativi
,
che
sanno
governar
sé
e
altri
»
.
Faurire
le
religioni
!
Ecco
un
principio
della
filosofia
bruniana
,
che
non
si
dovrebbe
dimenticare
quando
si
fa
appello
al
Bruno
.
Pel
quale
non
c
'
è
legge
,
ossia
non
c
'
è
Stato
,
senza
religione
.
Quell
'
assurdità
,
che
oggi
si
formula
con
la
frase
,
vuota
d
'
ogni
senso
speculativo
,
di
«
Stato
ateo
»
,
per
Bruno
era
appunto
un
'
assurdità
.
Lo
Stato
,
per
essere
qualche
cosa
,
dev
'
essere
una
sostanza
etica
.
Ora
,
questa
sostanzialità
,
che
è
sempre
divinità
,
poiché
Dio
è
per
l
'
appunto
la
realtà
assoluta
,
o
realtà
che
è
principio
di
tutte
le
realtà
,
e
però
il
fondamento
d
'
ogni
sostanzialità
:
questa
sostanzialità
,
dico
,
si
potrà
,
concepire
diversamente
e
oggi
si
vede
concepire
non
come
un
di
là
rispetto
alla
umana
volontà
,
anzi
come
l
'
intima
essenza
della
volontà
stessa
;
ma
negarla
,
è
negare
la
realtà
dello
Stato
,
scalzare
la
legge
,
distruggere
quel
valore
che
si
vuol
rivendicare
.
Bruno
all
'
uomo
vaso
di
Dio
contrappone
,
come
s
'
è
veduto
,
l
'
uomo
artefice
ed
efficiente
di
Dio
,
sacro
per
la
sua
stessa
umanità
.
Questa
negazione
,
non
del
divino
,
ma
della
trascendenza
del
divino
,
importa
,
se
mai
,
l
'
unità
della
legge
e
dello
Stato
con
la
religione
,
non
la
separazione
,
che
oggi
si
proclama
,
e
quindi
l
'
eliminazione
del
divino
dalla
legge
e
dalla
vita
civile
.
E
forse
gli
stessi
propugnatori
dell
'
ateismo
dello
Stato
intendono
negare
piuttosto
il
Dio
trascendente
che
ogni
Dio
.
Ma
,
anche
in
tale
supposto
,
il
Bruno
non
si
può
dire
che
sia
con
loro
.
Perché
siffatta
immanenza
basterà
,
pel
Bruno
,
alla
«
demonstrazione
de
'
contemplativi
,
che
sanno
governar
sé
ed
altri
»
,
non
alla
«
instituzione
dei
rozzi
popoli
,
che
denno
essere
governati
»
.
Cioè
,
il
concetto
dell
'
immanenza
,
come
il
concetto
dell
'
identità
della
libertà
divina
con
la
sua
necessità
razionale
,
non
è
per
vero
negazione
di
Dio
per
lo
spirito
schiettamente
libero
del
filosofo
,
che
non
ha
la
legge
fuori
di
sé
,
anzi
è
già
la
stessa
legge
(
onde
governa
sé
ed
altri
)
;
ma
negazione
di
Dio
è
per
lo
spirito
incolto
,
ancor
lontano
dalla
libertà
assoluta
,
e
che
ha
perciò
tuttavia
la
legge
fuori
di
sé
.
A
questo
spirito
,
per
cui
la
legge
dev
'
essere
legge
positiva
,
per
cui
il
diritto
dev
'
essere
diritto
punitivo
,
per
cui
la
legge
,
insomma
,
è
ancora
qualche
cosa
di
diverso
dal
volere
ad
essa
subordinato
,
l
'
immanenza
del
divino
non
ha
senso
.
La
legge
fatta
dagli
uomini
non
ha
niente
di
divino
;
lo
Stato
,
istituto
umano
e
nient
'
altro
che
umano
,
apparisce
realmente
ateo
.
Questo
il
razionalismo
bruniano
.
E
se
in
questi
termini
sa
di
clericale
,
pongasi
mente
a
quel
che
si
diceva
dianzi
:
il
Bruno
non
si
muove
sullo
stesso
terreno
,
su
cui
si
schierano
,
gli
uni
contro
gli
altri
,
e
i
clericali
e
i
cosiddetti
liberi
pensatori
.
Questi
sono
partiti
pratici
,
ed
egli
è
al
di
sopra
di
tutti
i
partiti
,
studioso
dell
'
eterna
verità
.
I
partiti
hanno
una
ragione
storica
contingente
,
e
Bruno
,
in
quanto
filosofo
,
si
pone
fuori
della
storia
e
di
tutto
ciò
che
è
contingente
.
E
fuori
della
storia
afferma
questa
verità
,
in
cui
clericali
e
liberi
pensatori
,
se
vogliono
filosofare
e
seguire
il
pensiero
del
Noloano
,
devono
certamente
consentire
:
non
c
'
è
legge
che
non
sia
legge
assoluta
e
che
non
sia
quindi
religione
;
ora
,
c
'
è
una
religione
dei
contemplativi
,
dei
filosofi
,
che
è
la
filosofia
per
cui
l
'
uomo
crea
a
sé
il
suo
Dio
;
e
c
'
è
una
religione
dei
popoli
,
che
è
la
religione
propriamente
detta
,
del
Dio
ignoto
,
che
crea
l
'
uomo
,
e
la
sua
legge
,
e
la
sua
buona
volontà
e
,
quindi
,
la
sua
stessa
conoscenza
di
Dio
.
Una
legge
senza
nessuna
di
questa
religioni
non
è
legge
:
uno
Stato
fuori
di
tutte
le
religioni
non
ha
valore
di
Stato
.
Lo
Stato
del
filosofo
non
è
lo
Stato
del
popolo
;
e
se
lo
Stato
è
lo
Stato
del
popolo
o
,
per
lo
meno
,
ha
da
essere
anche
questo
,
lo
Stato
non
si
può
separare
dalla
religione
del
popolo
,
senza
restare
agli
occhi
di
esso
destituito
d
'
ogni
valore
.
Certo
,
la
storia
,
lo
sviluppo
graduale
della
pubblica
cultura
,
elevando
a
poco
a
poco
la
coscienza
popolare
e
il
suo
concetto
del
divino
,
genera
via
via
il
contrasto
tra
il
contenuto
sempre
nuovo
e
la
forma
sempre
vecchia
delle
pubbliche
instituzioni
.
Quindi
l
'
attrito
de
'
partiti
,
e
il
progressivo
,
ma
lento
,
lentissimo
realizzarsi
di
quella
umanità
,
di
cui
ci
ha
parlato
il
Bruno
,
e
che
è
per
se
stessa
sacra
.
Quindi
,
diciamolo
pure
,
il
progresso
dello
spirito
nei
popoli
civili
verso
la
filosofia
;
quindi
la
ferma
,
per
quanto
spesso
oscura
,
certezza
che
l
'
avvenire
non
è
de
'
teologi
,
sì
de
'
filosofi
,
per
dirla
con
i
termini
del
Bruno
;
non
è
dei
clericali
,
come
oggi
si
dice
,
sì
dei
difensori
della
laicità
dello
Stato
.
Ma
questa
certezza
nella
scienza
consapevole
della
natura
dello
spirito
umano
,
non
garantisce
né
promette
una
vittoria
catastrofica
,
per
cui
tutte
le
religioni
positive
cederanno
per
sempre
il
luogo
al
senso
filosofico
,
intimamente
religioso
,
della
divinità
dell
'
uomo
.
Si
tratta
di
una
evoluzione
infinita
dello
spirito
religioso
verso
la
filosofia
;
come
a
dire
,
un
infinito
progresso
nell
'
orientazione
filosofica
della
vita
pratica
.
Progresso
,
che
,
in
quanto
infinito
,
non
avrà
mai
termine
;
onde
una
qualche
sorta
di
clericali
ci
sarà
sempre
,
diversa
dalle
passate
,
ma
viva
,
invincibile
,
immortale
.
Perché
,
secondo
il
detto
profondo
del
Leopardi
,
nessun
maggior
segno
d
'
esser
poco
savio
e
poco
filosofo
,
che
voler
savia
e
filosofica
tutta
la
vita
.
La
filosofia
è
un
momento
ideale
dello
spirito
,
il
definitivo
;
e
perciò
non
può
esser
mai
una
realtà
empiricamente
determinata
,
una
condizione
storica
effettiva
dello
spirito
in
generale
.
Questa
variabilità
storica
delle
forme
religiose
con
le
quali
il
Bruno
sostiene
che
gl
'
institutori
de
'
popoli
,
o
,
come
oggi
si
direbbe
,
le
classi
dirigenti
devon
fare
i
conti
,
è
da
lui
accennata
già
quando
parla
di
religioni
,
e
non
di
religione
.
Ma
,
nello
Spaccio
della
bestia
trionfante
,
della
religione
di
Cristo
,
raffigurato
in
Chirone
;
vi
dirà
:
«
Perché
l
'
altare
,
il
fano
,
l
'
oratorio
è
necessariissimo
,
e
questo
,
sarrebe
vano
senza
l
'
administrante
;
però
qua
viva
,
qua
rimagna
,
qua
persevere
eterno
,
se
non
dispone
altrimente
il
Fato
»
.
Vale
a
dire
:
il
valore
del
cristianesimo
non
consiste
propriamente
nell
'
essere
quella
speciale
religione
che
è
,
ma
nell
'
essere
religione
.
E
come
il
cristianesimo
,
tutte
le
religioni
,
in
quanto
adorazione
del
divino
,
hanno
pel
Bruno
un
valore
assoluto
,
a
prescindere
dalle
loro
determinazioni
particolari
.
Perciò
della
religione
naturalistica
degli
Egizi
nello
stesso
Spaccio
,
dirà
,
che
«
que
'
ceremoni
non
erano
vane
fantasie
,
ma
vive
voci
che
toccavano
le
proprie
orecchie
degli
Dei
»
;
perché
,
«
sicome
la
divinità
descende
in
certo
modo
per
quanto
che
si
comunica
alla
natura
,
cossì
alla
divinità
s
'
ascende
per
la
natura
,
cossì
per
la
vita
rilucente
nelle
cose
naturali
,
si
monta
alla
vita
che
soprasiede
a
quelle
»
.
«
Conoscevano
que
'
savi
Dio
essere
nelle
cose
;
e
la
divinità
,
latente
nella
natura
,
oprandosi
e
scintillando
diversamente
in
,
diversi
suggetti
,
e
per
diverse
forme
fisiche
,
con
certi
ordini
venir
a
far
partecipi
di
sé
»
.
Per
Bruno
già
,
come
più
tardi
,
anche
più
chiaramente
,
pel
Campanella
tutte
le
religioni
,
spogliate
delle
loro
mitologie
,
convengono
sostanzialmente
in
un
medesimo
fondo
di
verità
:
unica
religione
naturale
.
E
perciò
egli
pure
parlava
della
possibilità
di
ridurre
tutte
le
religioni
a
una
sola
.
E
pel
politeismo
greco
interpretato
,
come
per
altro
il
cristianesimo
stesso
,
evemeristicamente
,
ammonisce
,
che
non
si
deve
badare
ai
nomi
posticci
della
divinità
;
giacché
,
in
realtà
,
i
Greci
«
non
adoravano
Giove
come
lui
fusse
la
divinità
,
ma
adoravano
la
divinità
come
fusse
in
Giove
....
Di
maniera
che
di
questo
e
quell
'
uomo
non
viene
celebrato
altro
che
il
nome
e
representazion
della
divinità
,
che
non
la
natività
di
quelli
era
venuto
a
comunicarsi
agli
uomini
,
e
con
la
morte
loro
s
'
intendeva
aver
compito
il
corso
de
l
'
opra
sua
,
o
ritornata
in
cielo
»
.
Le
forme
diverse
della
religione
hanno
valore
contingente
e
storico
;
e
questa
vicissitudine
delle
forme
non
pregiudica
l
'
essenza
della
loro
divina
sostanza
.
«
Cossì
li
numi
eterni
(
senza
ponere
inconveniente
alcuno
contra
quel
che
è
vero
della
sustanza
divina
)
hanno
nomi
temporali
altri
ed
altri
,
in
altri
tempi
ed
altre
nazioni
:
come
possete
vedere
per
manifeste
istorie
che
Paulo
Tarsense
fu
nomato
Mercurio
,
e
Barnaba
Galileo
fu
nomato
Giove
;
non
perché
fussero
creduti
essere
que
'
medesimi
dei
,
ma
perché
stimavano
che
quella
virtù
divina
che
si
trovò
in
Mercurio
e
Giove
in
altri
tempi
,
all
'
ora
presente
si
trovasse
in
questi
,
per
l
'
eloquenza
e
persuasione
ch
'
era
nell
'
uno
e
per
gli
utili
effetti
che
procedevano
da
l
'
altro
»
.
«
Ecco
,
dunque
»
,
conchiude
Bruno
,
«
come
mai
furono
adorati
crocodilli
,
galli
,
cipolle
e
rape
,
ma
gli
Dei
e
la
divinità
in
crocodilli
,
galli
e
altri
;
la
quale
in
certi
tempi
e
tempi
,
luoghi
e
luoghi
,
successivamente
,
ed
insieme
insieme
,
si
trovò
,
si
trova
e
si
trovarà
in
diversi
suggetti
,
quantunque
siano
mortali
»
.
III
Data
questa
convinzione
,
che
il
Bruno
aveva
,
dell
'
equivalenza
pratica
,
e
però
del
valore
contingente
,
di
tutte
le
religioni
,
qual
meraviglia
che
egli
,
costretto
ad
uscire
dalla
religione
domenicana
per
effetto
dei
primi
processi
procuratigli
dalla
sua
indifferenza
verso
certi
amminicoli
del
culto
cattolico
,
e
giunto
nel
1579
nella
Ginevra
di
Calvino
,
avendo
appreso
dagl
'
Italiani
che
vi
erano
rifugiati
,
che
«
non
poteva
star
lì
lungo
tempo
,
se
non
si
risolveva
de
accettar
la
religione
di
essa
città
»
:
qual
meraviglia
,
che
per
un
momento
abbia
creduto
di
poter
abbracciare
il
calvinismo
?
Non
sappiamo
se
nel
1579
il
suo
giudizio
sui
dommi
della
Protesta
si
fosse
formato
(
quello
che
abbiamo
accennato
,
appartiene
al
1588
)
:
ma
se
,
com
'
è
probabile
,
il
Bruno
giudicava
sfavorevolmente
fin
d
'
allora
i
due
principii
della
Riforma
tra
loro
strettamente
connessi
,
della
negazione
del
libero
arbitrio
e
dell
'
assoluta
giustificazione
per
la
fede
;
certo
è
che
in
Ginevra
,
dove
sola
religione
era
quella
di
Calvino
,
la
coscienza
di
Bruno
doveva
preferire
il
calvinismo
all
'
assenza
di
ogni
religione
.
Non
già
,
s
'
intende
,
per
motivi
schiettamente
religiosi
,
ma
per
quei
motivi
che
soli
paion
degni
al
Bruno
,
come
s
'
è
veduto
,
di
valere
a
difesa
d
'
ogni
religione
,
in
quanto
istituto
sociale
:
i
motivi
pratici
.
Per
Bruno
,
come
pel
Campanella
,
la
religione
di
un
paese
è
,
insomma
,
come
la
costituzione
politica
e
la
legge
positiva
di
un
popolo
:
le
quali
si
possono
criticare
in
astratto
,
ma
devono
essere
osservate
in
concreto
,
come
dotate
di
valore
assoluto
.
E
le
controversie
religiose
,
suscitate
dai
Riformatori
,
«
questi
grammatici
»
,
come
li
chiama
sprezzantemente
il
Bruno
,
«
che
in
tempi
nostri
grassano
per
l
'
Europa
»
,
sono
da
lui
condannate
dove
han
vigore
,
massime
per
le
discordie
,
le
guerre
,
i
disordini
sociali
che
venivano
a
produrre
.
«
Veda
(
il
Giudizio
)
»
,
dice
Giove
nello
Spaccio
,
«
se
apportano
altri
frutti
,
che
di
togliere
le
conversazioni
,
dissipar
le
concordie
,
dissolvere
l
'
unioni
,
far
ribellar
gli
figli
da
'
padri
,
gli
servi
da
'
padroni
,
gli
sudditi
da
'
superiori
,
mettere
scisma
tra
popoli
e
popoli
....
,
fratelli
e
fratelli
....
E
in
conclusione
....
,
portano
,
ovunque
entrano
,
il
coltello
della
divisione
e
il
fuoco
della
dispersione
,
togliendo
il
figlio
al
padre
,
il
prossimo
al
prossimo
,
l
'
inquilino
a
la
patria
,
e
facendo
altri
divorzi
orrendi
e
contra
ogni
natura
e
legge
»
.
Sciolta
da
Lutero
l
'
unità
degli
animi
cementata
dall
'
unità
delle
credenze
religiose
,
i
nostri
filosofi
vedevano
prevalere
quelle
esasperate
tendenze
individualistiche
,
che
sono
le
forze
dissolvitrici
degli
organismi
sociali
.
E
il
Campanella
,
fiero
avversario
della
Riforma
,
notava
piacevolmente
,
che
«
ciascuno
pare
farsi
grande
,
quando
una
nuova
opinione
trova
:
intanto
che
ci
fu
un
polacco
,
che
voleva
credere
ad
una
religione
a
cui
nessun
altro
credesse
;
e
quando
vedeva
,
che
alcun
altro
riscontrassesi
con
lui
,
si
lagnava
grandemente
.
Onde
non
la
comunicava
,
acciò
non
avesse
compagnia
nella
credenza
,
come
che
Cristo
per
lui
fosse
morto
»
.
L
'
interesse
pratico
sta
,
dunque
,
al
di
sopra
dell
'
interesse
religioso
,
e
propriamente
speculativo
,
come
noi
l
'
intenderemmo
,
delle
singole
confessioni
religiose
.
E
per
quell
'
interesse
pratico
a
Ginevra
il
Bruno
onestamente
non
avrebbe
potuto
non
abbracciare
il
calvinismo
.
Niuna
meraviglia
,
del
pari
,
se
nel
citato
discorso
d
'
addio
recitato
nel
1588
a
Wittemberg
,
dove
la
nuova
religione
era
nata
:
in
quell
'
Università
tutta
piena
delle
memorie
di
Lutero
,
che
in
essa
,
insegnando
,
aveva
intrapresa
la
critica
della
tradizione
pelagiana
della
Scolastica
,
in
quella
università
,
che
lui
ramingo
,
venuto
da
Parigi
per
Magonza
e
Marburgo
,
accolse
ospitale
e
sottrasse
alle
ingiurie
della
povertà
,
appunto
pel
favore
dei
luterani
,
che
allora
vi
prevalevano
,
e
gli
permisero
pubblici
corsi
di
filosofia
,
senza
chiedergli
conto
della
sua
religione
(
neque
....
in
vestrae
relligionis
dogmate
Probatum
vel
interrogatum
)
;
niuna
meraviglia
che
,
sdebitandosi
dopo
due
anni
di
studi
tranquillamente
proseguiti
mercè
quei
luterani
e
rivolti
a
compiere
forse
talune
delle
opere
maggiori
cui
egli
intendeva
raccomandare
il
proprio
nome
,
onorato
pubblicamente
come
mai
era
stato
in
ragione
della
sua
alta
intelligenza
e
della
sua
vasta
dottrina
;
sciogliesse
un
inno
alla
gloria
maggiore
di
Wittenberg
,
al
«
nuovo
Alcide
,
sorto
su
coteste
rive
dell
'
Elba
,
a
trascinar
fuori
dall
'
Orco
tenebroso
alla
luce
del
sole
il
nuovo
Cerbero
insignito
di
triplice
tiara
,
e
costringerlo
a
vomitare
l
'
aconito
,
trionfando
delle
porte
adamantine
dell
'
inferno
,
di
quella
città
chiusa
da
triplice
muro
,
e
per
nove
giri
stretta
dall
'
onda
stigia
che
vi
scorre
per
entro
»
.
Quest
'
elogio
di
Lutero
,
punto
rettorico
,
privo
d
'
ogni
allusione
al
contenuto
particolare
della
sua
Riforma
,
che
altro
può
essere
se
non
l
'
espressione
del
vivo
senso
di
gratitudine
e
di
ammirazione
,
che
l
'
animo
del
Bruno
doveva
naturalmente
provare
verso
questi
seguaci
generosi
di
lui
,
dai
quali
per
la
prima
volta
,
dacché
,
cacciato
d
'
Italia
,
era
andato
peregrinando
per
ogni
parte
d
'
Europa
in
cerca
di
pace
al
suo
amore
e
al
suo
culto
della
filosofia
,
era
stato
reso
liberale
omaggio
al
suo
spirito
di
universale
amore
umano
,
al
suo
titolo
di
professione
filosofica
?
A
questo
titolo
,
di
cui
,
nella
prefazione
d
'
un
libro
dedicato
proprio
al
Rettore
e
al
Senato
accademico
dell
'
Università
di
Wittenberg
,
«
io
voglio
»
,
diceva
Bruno
,
«
più
che
di
qualsiasi
altro
godere
e
vantarmi
,
tamquam
minime
schismatico
et
divortioso
,
minimeque
temporibus
,
locis
occasionibusque
subiecto
?
»
.
In
quella
Atene
tedesca
egli
con
ammirazione
aveva
visto
,
per
la
prima
volta
,
non
una
scuola
privata
,
e
quasi
un
conventicolo
riservato
,
ma
una
Università
vera
.
Perché
,
se
anche
lì
,
spinto
,
-
-
egli
-
-
confessa
,
secondo
il
costume
della
sua
indole
,
da
amore
troppo
acceso
delle
proprie
idee
,
il
Bruno
aveva
proclamate
nelle
sue
pubbliche
lezioni
dottrine
,
che
spiantavano
la
filosofia
non
solo
da
quei
professori
approvata
,
ma
da
più
secoli
e
quasi
per
tutto
ricevuta
;
quei
professori
,
tutt
'
altro
che
amici
per
loro
istituto
di
dottrine
siffatte
,
non
arricciarono
il
naso
,
non
aguzzarono
le
zanne
;
né
contro
di
lui
si
enfiaron
le
gote
,
né
strepitarono
i
pulpiti
,
come
già
a
Tolone
,
a
Parigi
,
ad
Oxford
.
Non
divampò
il
furore
scolastico
.
«
Illibata
»
,
dice
il
Bruno
a
quei
professori
con
nuova
parola
gloriosa
:
«
illibata
voi
custodiste
la
libertà
della
filosofia
,
né
macchiaste
il
candore
della
vostra
ospitalità
»
.
Al
Lutero
maestro
di
questa
università
vera
,
in
cui
la
religione
tollerava
la
filosofia
,
riconoscendole
il
diritto
che
le
spetta
alla
libertà
,
a
questo
Lutero
il
Bruno
rende
qui
un
elogio
meritato
secondo
la
sua
coscienza
di
pensatore
.
La
quale
al
di
sopra
di
tutte
le
religioni
colloca
la
religione
,
intuizione
e
adorazione
del
divino
;
e
al
di
sopra
del
rapporto
mistico
dell
'
uomo
con
Dio
,
proprio
della
religione
,
riconosce
un
altro
misticismo
,
onde
l
'
uomo
a
Dio
si
eleva
per
gradi
intellettuali
e
razionale
discorso
,
mercè
il
furore
della
filosofia
.
Né
anche
questo
elogio
contrasta
con
i
giudizi
che
della
Riforma
aveva
recati
nei
dialoghi
De
l
'
infinito
e
dello
Spaccio
,
IV
Se
si
tien
conto
delle
idee
del
Bruno
sul
valore
delle
religioni
positive
,
non
si
può
pensare
né
anche
che
le
sue
dichiarazioni
e
la
sua
sottomissione
di
Venezia
al
S
.
Uffizio
,
detraggano
nulla
alla
eroica
fermezza
del
martire
di
otto
anni
appresso
.
La
genuflessione
di
Bruno
del
30
luglio
1592
non
è
la
genuflessione
del
filosofo
,
ma
del
povero
Filippo
Bruno
.
Il
quale
già
spontaneamente
aveva
pensato
che
per
lui
;
-
-
aveva
soltanto
44
anni
,
e
doveva
sentirsi
nel
pieno
vigore
della
sua
intelligenza
e
nel
bisogno
più
vivo
di
fermarsi
una
volta
;
possibilmente
nella
dolce
terra
dov
'
era
nato
,
in
quella
«
regione
gradita
dal
cielo
,
e
posta
insieme
insieme
è
talvolta
capo
e
destra
di
questo
globo
,
governatrice
e
domitrice
dell
'
altre
generazioni
,
e
sempre
da
noi
ed
altri
stata
stimata
maestra
,
nutrice
e
madre
di
tutte
le
virtudi
,
discipline
,
umanitadi
,
modestie
e
cortesie
»
;
-
-
che
per
lui
il
meglio
era
cercar
d
'
ottenere
l
'
assoluzione
degli
eccessi
passati
,
e
«
grazia
di
poter
vivere
in
abito
clericale
fuori
della
religione
»
.
Se
n
'
era
aperto
col
Padre
reggente
fra
Domenico
da
Nocera
;
il
quale
,
interrogato
dal
S
.
Uffizio
,
depose
appunto
d
'
aver
incontrato
il
Bruno
quando
da
pochissimi
giorni
era
giunto
a
Venezia
,
sette
o
otto
mesi
prima
del
processo
:
e
questi
avergli
detto
,
«
che
teneva
pensiero
risoluto
quetarsi
;
e
dare
opera
a
comporre
un
libro
,
che
teneva
in
mente
,
e
quello
poi
,
con
mezzi
importanti
di
favore
accompagnato
,
appresentarlo
a
sua
Beatitudine
;
e
da
quella
octiner
grazia
....
e
vedere
alfine
di
posserse
ristare
in
Roma
,
ed
ivi
darse
all
'
esercizio
licterale
,
e
mostrare
la
sua
virtù
,
e
di
accapare
forsi
alcuna
lectura
»
.
Terminato
infatti
quel
libro
Delle
sette
arti
liberali
,
la
fretta
d
'
andarlo
a
stampare
a
Francoforte
,
fu
,
com
'
è
noto
,
il
motivo
che
spinse
quel
tristo
uomo
di
messer
Zuane
Mocenigo
,
figlio
del
chiarissimo
messer
Marco
Antonio
,
a
denunziare
il
maestro
all
'
Inquisizione
,
per
precipitarlo
nel
baratro
che
lo
doveva
inghiottire
.
E
il
libro
,
preparato
proprio
con
questo
animo
,
che
gli
impetrasse
il
perdono
papale
e
la
riammissione
nel
clero
secolare
(
non
nell
'
ordine
suo
«
acciò
,
ritornando
tra
'
Regulari
,
nella
mia
Provincia
,
non
mi
fosse
rinfacciato
che
io
fossi
stato
apostata
,
e
così
disprezzato
da
tutti
»
)
era
stato
,
con
altri
suoi
manoscritti
,
consegnato
all
'
Inquisitore
di
Venezia
.
sicché
,
anche
a
non
tener
conto
della
sua
dichiarazione
di
pratiche
fatte
,
già
vari
anni
prima
,
in
Francia
,
certamente
i
passi
del
Bruno
per
tornare
in
grembo
alla
Chiesa
cattolica
erano
cominciati
parecchi
mesi
prima
che
si
trovasse
al
cospetto
del
Sacro
Tribunale
veneto
;
e
la
sua
genuflessione
bisogna
dire
l
'
avesse
deliberata
quando
era
anco
lontano
pur
dal
sospetto
del
processo
;
e
che
da
un
pezzo
ei
fosse
disposto
,
come
poi
fece
,
«
a
domandare
umilmente
perdono
al
Signore
Dio
e
alle
Signorie
....
illustrissime
»
rappresentanti
di
lui
,
«
de
tutti
li
errori
commessi
»
.
L
'
aveva
,
quella
genuflessione
,
deliberata
e
moralmente
fatta
senza
pressure
di
minacce
,
senza
imminenza
di
pene
:
l
'
aveva
nell
'
animo
già
mentre
insegnava
tuttavia
all
'
indegno
Mocenigo
che
«
non
v
'
era
(
nel
mondo
)
se
non
ignoranza
,
e
niuna
religione
che
fosse
buona
;
che
la
cattolica
gli
piaceva
ben
più
de
l
'
altre
,
ma
che
questa
ancora
avea
bisogno
di
gran
regole
,
e
che
non
stava
bene
così
»
;
e
lasciava
diffondere
anche
a
Venezia
,
come
già
altrove
,
che
egli
non
avesse
alcuna
religione
.
Quella
genuflessione
,
dunque
,
non
fu
una
debolezza
,
come
è
pur
sembrata
a
tanti
ammiratori
del
carattere
di
quest
'
uomo
,
che
per
le
sue
idee
diede
animosamente
la
vita
,
quando
ciò
gli
apparve
necessario
.
A
Venezia
l
'
ora
del
martirio
non
era
sonata
.
Così
pensava
il
nostro
filosofo
,
per
quello
stesso
motivo
pel
quale
a
Ginevra
non
aveva
dovuto
far
forza
alla
propria
coscienza
per
aderire
al
calvinismo
.
Vivere
a
Roma
,
com
'
egli
desiderava
;
avervi
una
cattedra
;
e
negli
ultimi
anni
della
sua
vita
travagliatissima
potervi
attendere
tranquillo
alla
sistemazione
definitiva
di
quel
pensiero
filosofico
,
che
tumultuosamente
gli
era
pullulato
nella
mente
nel
breve
periodo
di
un
decennio
(
15821592
)
,
al
quale
tutte
appartengono
le
sue
opere
a
noi
giunte
,
formanti
ben
dieci
grossi
volumi
,
era
forse
possibile
senza
rientrare
in
quella
Chiesa
per
la
cui
persecuzione
egli
era
andato
ramingo
per
ogni
parte
di
Europa
in
cerca
di
pace
a
'
suoi
studi
?
E
rientrare
in
quella
Chiesa
gli
era
forse
consentito
senza
dichiarare
che
ne
accettava
i
dommi
?
E
accettare
i
dommi
della
Chiesa
imperante
nel
paese
in
cui
si
vuol
vivere
,
non
era
per
la
sua
filosofia
stretto
obbligo
morale
?
E
quand
'
anche
questi
dommi
fossero
in
contraddizione
con
le
sue
dottrine
filosofiche
,
non
aveva
egli
sostenuto
,
che
nel
terreno
religioso
(
e
perciò
sociale
,
pratico
)
i
dommi
dovevano
prevalere
sulle
dottrine
?
Noi
potremo
avere
una
filosofia
diversa
da
quella
del
Bruno
;
ma
non
potremo
pretendere
che
egli
tenesse
fede
a
una
filosofia
che
non
era
la
sua
.
Nei
lunghi
costituti
del
2
e
3
giugno
egli
non
muta
un
ette
alle
sue
dottrine
filosofiche
,
non
ne
disdice
sillaba
,
mentre
dichiara
di
non
essersi
mai
occupato
di
proposito
di
teologia
per
aver
sempre
atteso
alla
sua
professione
di
filosofo
;
e
riconosce
,
d
'
altronde
,
l
'
eterodossia
di
alcune
delle
sue
dottrine
,
inconciliabili
con
l
'
insegnamento
cattolico
.
Anche
al
S
.
Uffizio
,
pertanto
,
egli
dice
apertamente
,
che
la
filosofia
sua
,
a
giudicarla
col
criterio
della
fede
,
diverge
dai
dommi
cristiani
;
e
se
di
fronte
ai
giudici
non
difende
contro
i
dommi
la
propria
filosofia
,
egli
è
che
il
S
.
Uffizio
,
a
Venezia
,
non
esorbitò
dalla
sua
autorità
speciale
;
ed
esso
non
era
un
'
università
filosofica
e
neppur
teologica
,
bensì
un
tribunale
religioso
,
un
istituto
pratico
.
-
-
Il
Bruno
,
dicono
,
s
'
infinge
e
mentisce
accettando
per
verità
ciò
che
per
la
sua
coscienza
filosofica
è
errore
.
-
-
Ai
pedanti
,
che
così
sdottoreggiano
su
questa
tragedia
del
pensiero
umano
,
probabilmente
non
è
accaduto
mai
di
meditare
su
nessuno
degli
eroismi
autentici
della
storia
.
Bruno
,
che
s
'
inchina
al
cattolicesimo
,
come
legge
morale
e
civile
del
suo
paese
,
-
-
del
paese
,
in
cui
lo
stesso
amore
della
sua
filosofia
lo
richiamava
,
-
-
è
forse
diverso
da
Socrate
,
che
,
potendo
sottrarsi
al
potere
delle
leggi
che
condannavano
in
lui
la
filosofia
,
anch
'
essa
contrastante
alla
religione
dello
Stato
,
e
alla
vigilia
della
morte
fuggire
dal
carcere
,
preferisce
restare
e
subire
la
condanna
ingiusta
,
pel
rispetto
da
lui
praticamente
dovuto
alle
leggi
,
quali
che
fossero
,
fondamento
e
garanzia
del
viver
civile
?
O
forse
che
Socrate
,
inchinandosi
reverente
alle
leggi
,
e
quindi
a
quella
religione
di
Atene
,
che
pur
da
filosofo
aveva
inteso
a
trasformare
,
s
'
infinge
e
mentisce
anche
lui
?
O
abbandona
egli
forse
quella
filosofia
,
che
è
stata
la
sua
vita
,
e
che
anche
sul
tettuccio
di
morte
,
mentre
il
veleno
gli
serpeggerà
pel
sangue
e
gli
verrà
raffreddando
le
membra
,
resterà
a
consolargli
l
'
ultima
ora
con
la
promessa
del
premio
oltremondano
nei
ragionamenti
sereni
prodotti
cogli
scolari
più
fidi
?
O
non
è
piuttosto
quella
stessa
filosofia
,
superiore
a
quelle
leggi
e
a
quella
religione
,
che
pure
inculca
al
cittadino
ateniese
il
rispetto
pratico
delle
leggi
e
della
religione
d
'
Atene
?
Non
era
la
stessa
filosofia
di
Bruno
,
che
negava
teoricamente
tutte
le
religioni
particolari
,
ma
affermava
nell
'
interesse
pratico
il
valore
assoluto
di
tutte
le
confessioni
,
e
condannava
gli
scismi
e
le
guerre
civili
,
nate
da
divergenze
dommatiche
;
non
era
essa
ad
obbligare
il
filosofo
ad
accettare
in
tutto
il
suo
contenuto
la
religione
del
paese
?
Anzi
che
mentire
alla
propria
coscienza
filosofica
,
il
contegno
del
Bruno
a
Venezia
è
la
più
coerente
manifestazione
pratica
di
questa
.
Competere
in
materia
dommatica
con
gl
'
inquisitori
?
Ma
a
lui
,
per
esser
logico
,
doveva
parere
lo
stesso
che
imbrancarsi
egli
stesso
tra
quegli
«
stolti
del
mondo
»
,
come
li
chiama
sarcasticamente
nella
Cabala
,
«
c
'
han
formata
la
religione
,
gli
ceremoni
,
la
legge
,
la
fede
,
la
regola
di
vita
;
gli
maggiori
asini
del
mondo
....
che
,
per
grazia
del
cielo
,
riformano
la
temerata
e
corrotta
fede
,
medicano
le
ferite
de
l
'
impiagata
religione
,
e
togliendo
gli
abusi
de
le
superstizioni
,
risaldano
le
scissure
della
sua
veste
;
giamai
solleciti
circa
le
cause
secrete
de
le
cose
»
;
né
«
perdonano
a
dissipazioni
qualunque
de
regni
,
dispersion
de
popoli
,
incendi
,
sangui
,
ruine
ed
esterminii
»
;
né
«
curano
che
perisca
il
mondo
tutto
per
essi
loro
;
purché
la
povera
anima
sia
salva
,
purché
si
faccia
l
'
edificio
in
cielo
,
purché
si
ripona
il
tesoro
in
quella
beata
patria
,
niente
curando
della
fama
e
comodità
e
gloria
di
questa
frale
ed
incerta
vita
,
per
quell
'
altra
certissima
ed
eterna
»
.
Questi
gusti
da
riformatore
non
erano
del
temperamento
né
della
filosofia
di
Bruno
.
V
Ma
si
dirà
:
come
si
spiega
allora
la
condanna
romana
?
Perché
a
Roma
il
Bruno
non
credette
più
di
tenere
lo
stesso
contegno
che
a
Venezia
,
genuflettersi
,
e
sottrarsi
alla
morte
?
-
-
Se
si
riuscisse
a
rintracciare
gli
atti
del
processo
romano
,
vi
troveremmo
forse
ben
chiara
la
risposta
a
queste
domande
.
Intanto
,
ben
chiaro
è
,
che
a
Venezia
il
processo
non
fu
concluso
,
ma
interrotto
dalle
pra
tiche
del
Pontefice
,
affinché
il
Bruno
fosse
rinviato
al
S
.
Tribunale
di
Roma
.
Sentenza
a
Venezia
non
se
n
'
ebbe
;
e
nulla
pertanto
ci
prova
che
quegl
'
inquisitori
si
contentassero
delle
dichiarazioni
del
Bruno
.
Onde
è
lecito
pensare
con
Felice
Tocco
che
a
Roma
il
filosofo
le
ripetesse
,
presso
a
poco
,
nei
medesimi
termini
:
e
che
,
se
la
condanna
avvenne
,
fu
perché
,
dopo
averci
pensato
e
riflettuto
,
e
avere
studiati
i
suoi
libri
e
i
suoi
costituti
,
la
congregazione
di
Roma
dovette
pretendere
da
lui
ritrattazioni
,
che
andavano
oltre
il
segno
,
fino
al
quale
il
Bruno
aveva
creduto
di
potersi
spingere
.
Ritrattazioni
che
colpivano
in
pieno
la
sua
filosofia
.
E
si
badi
che
,
quando
nel
febbraio
1599
,
come
par
probabile
dai
documenti
a
noi
noti
,
si
cominciò
a
intimare
al
filosofo
le
otto
proposizioni
eretiche
,
che
il
Bellarmino
e
un
Padre
Commissario
,
aguzzando
l
'
occhio
inquisitoriale
,
avevano
messe
insieme
dall
'
esame
delle
dichiarazioni
processuali
del
Bruno
e
de
'
suoi
libri
,
il
Nolano
era
da
sei
anni
chiuso
,
lui
così
sdegnoso
e
impaziente
e
impetuoso
,
nel
carcere
romano
di
Torre
di
Nona
.
Allora
,
nel
1595
,
anche
il
Campanella
,
l
'
altro
dioscuro
della
filosofia
della
Rinascenza
,
fu
in
quella
Torre
;
e
forse
non
pensava
a
sé
solo
cantando
:
Come
va
al
centro
ogni
cosa
pesante
Dalla
circonferenza
,
e
come
ancora
In
bocca
al
mostro
che
poi
la
devora
,
Donnola
incorre
timente
e
scherzante
,
Così
di
gran
scienza
ognuno
amante
,
Che
audace
passa
dalla
morta
,
gora
Al
mar
del
vero
di
cui
s
'
innamora
,
Nel
nostro
ospizio
alfin
ferma
le
piante
.
Ch
'
altri
l
'
appelli
antro
di
Polifemo
,
Palazzo
,
altri
,
d
'
Atlante
,
e
chi
di
Creta
Il
laberinto
,
e
chi
l
'
inferno
estremo
,
Che
qui
non
val
favor
,
saper
,
né
pièta
,
lo
ti
so
dir
:
del
resto
,
tutto
tremo
,
Ch
'
è
rocca
sacra
a
tirannia
segreta
.
Certo
,
se
pensava
alla
sorte
comune
ai
filosofi
e
a
tutte
le
vittime
dell
'
Inquisizione
,
non
esprimeva
anche
l
'
animo
di
Bruno
in
quest
'
altro
sonetto
scritto
per
uno
che
morì
nel
S
.
Uffizio
in
Roma
:
Anima
,
ch
'
or
lasciasti
il
carcer
tetro
Di
questo
mondo
,
d
'
Italia
e
di
Roma
,
Del
Santo
Offizio
e
della
mortal
soma
,
Vattene
al
ciel
,
ché
noi
ti
verrem
dietro
.
Ivi
esporrai
con
lamentevol
metro
L
'
aspra
severitate
,
che
ni
doma
Sin
dalla
bionda
alla
canuta
chioma
,
Talché
,
pensando
,
me
n
'
accoro
e
'
mpetro
.
Dilli
che
,
si
mandar
tosto
il
soccorso
Dell
'
aspettata
nova
redenzione
Non
l
'
è
in
piacer
,
da
sì
dolente
morso
Toglia
,
benigno
,
a
sé
nostre
persone
;
O
ci
ricrei
,
ed
armi
al
fatal
corso
C
'
ha
destinato
l
'
eterna
ragione
.
Il
Bruno
per
fermo
non
piegava
,
né
implorava
da
Dio
la
nova
redenzione
,
né
la
benignità
di
torlo
a
sé
:
il
Bruno
,
se
poetò
anche
lui
lì
dentro
,
non
ricorse
a
lamentevol
metro
;
ma
inneggiò
anche
una
volta
a
quella
mente
,
ispiratrice
del
suo
petto
,
Unde
et
fortunale
licet
et
contemnere
mortem
!
Quella
fortuna
malvagia
dovette
bene
inasprirlo
nei
tristi
giorni
lunghissimi
della
prigione
.
Altro
che
la
cattedra
lì
a
Roma
vagheggiata
come
porto
sicuro
,
all
'
ombra
del
pontificato
di
quel
Clemente
,
che
gli
avevano
detto
amasse
«
li
virtuosi
»
.
Non
v
'
ha
dubbio
,
che
il
nostro
filosofo
non
poté
,
in
tutto
quel
tempo
,
confermarsi
nella
speranza
e
nella
fiducia
,
espressa
a
Venezia
,
al
principio
,
per
es
.
,
del
primo
costituto
,
di
potere
,
dando
pieno
conto
di
sé
,
essere
riammesso
nella
chiesa
cattolica
.
Di
ciò
anche
va
tenuto
conto
per
intender
a
pieno
l
'
atteggiamento
assunto
dal
Bruno
quando
prima
il
Commissario
e
il
Bellarmino
,
poi
il
Procuratore
generale
e
il
Generale
dell
'
ordine
domenicano
si
recarono
al
carcere
per
persuaderlo
a
riconoscere
come
eretiche
ed
abiurare
le
otto
proposizioni
imputategli
.
Quod
,
dice
il
verbale
,
consentire
noluit
,
asserens
se
nunquam
propositiones
haereticas
protulisse
;
sed
male
exceptas
fuisse
a
ministris
S
.
Officii
,
Non
ne
volle
sapere
,
affermando
che
né
nelle
dichiarazioni
rese
in
processo
,
e
che
egli
mai
aveva
inteso
implicassero
la
condanna
della
sua
filosofia
,
né
nelle
opere
sue
,
egli
mai
aveva
profferite
eresie
,
mai
aveva
contrapposto
dommi
a
dommi
;
i
ministri
del
S
.
Uffizio
piuttosto
non
intendevano
le
sue
dottrine
.
Quali
fossero
queste
proposizioni
,
di
cui
al
Bruno
si
chiese
l
'
abiura
,
non
s
'
è
riusciti
a
sapere
.
Fu
bensì
messa
a
stampa
nel
1886
la
sentenza
di
condanna
,
tratta
dall
'
Archivio
del
S
.
Uffizio
romano
,
contenente
originariamente
l
'
elenco
di
tali
proposizioni
;
ma
dalla
sola
copia
che
se
ne
conserva
,
e
che
è
mutila
appunto
dove
questo
elenco
cominciava
.
Pure
da
questo
documento
si
è
appresa
la
prima
di
codeste
proposizioni
,
negante
la
transustanziazione
.
Questa
proposizione
suona
:
«
Ch
'
era
biastemia
grande
il
dire
che
il
pane
si
transustanzii
in
carne
»
:
proprio
come
incominciava
la
prima
denunzia
del
Mocenigo
:
«
Dinunzio
....
aver
sentito
a
dire
a
Giordano
Bruno
volano
,
alcune
volte
ch
'
ha
ragionato
in
casa
mia
,
che
è
biastemia
grande
quella
de
'
cattolici
il
dire
,
che
il
pane
si
transustanzii
in
carne
»
.
Interrogato
su
questo
punto
,
il
Bruno
a
Venezia
aveva
risposto
:
«
Io
non
ho
mai
parlato
del
sacrificio
della
messa
né
di
questa
transubstanziazione
,
se
non
nel
modo
che
tiene
la
Santa
Chiesa
;
e
ho
sempre
tenuto
e
creduto
,
come
tengo
e
credo
,
che
si
faccia
transubstanziazione
del
pane
e
vino
in
corpo
e
sangue
di
Cristo
realmente
,
come
tiene
la
Chiesa
»
.
In
verità
,
è
molto
probabile
ch
'
egli
avesse
,
in
conversazione
col
Mocenigo
,
definito
per
bestemmia
grande
quel
domma
,
parlando
da
filosofo
appunto
come
aveva
parlato
nel
De
immenso
,
quando
aveva
scritto
che
lo
splendore
,
effusione
e
comunicazione
della
divinità
van
ricercati
nella
reggia
augusta
dell
'
Onnipotente
,
nell
'
immenso
spazio
dell
'
etere
,
nell
'
infinita
potenza
della
gemina
natura
,
che
tutto
diviene
e
tutto
fa
;
«
non
,
col
secolo
degli
sciocchi
,
in
un
cibo
,
in
una
bevanda
o
in
un
'
altra
anche
più
ignobile
materia
:
invenzioni
fantastiche
e
sogni
»
;
credenze
,
aveva
detto
nel
Sigillus
sigillorum
,
da
Cerere
e
Bacco
!
E
si
noti
,
proprio
ne
'
libri
(
come
ci
attestano
i
documenti
)
il
Bellarmino
con
l
'
innominato
Padre
Commissario
,
a
differenza
dei
giudici
di
Venezia
,
era
andato
a
cercare
le
eresie
del
Bruno
.
Onde
per
lui
la
denunzia
del
Mocenigo
veniva
ad
acquistare
la
conferma
negli
scritti
stessi
del
Bruno
.
Contro
il
quale
non
c
'
era
più
unus
testis
,
nullus
testis
;
c
'
erano
i
suoi
libri
;
c
'
era
essa
stessa
la
sua
filosofia
,
che
egli
doveva
,
dunque
,
disdire
.
Quod
consentire
noluit
,
Bruno
mantiene
la
sua
posizione
:
egli
non
ha
mai
profferite
proposizioni
eretiche
;
proprio
come
aveva
detto
a
Venezia
contro
il
Mocenigo
.
-
-
E
i
vostri
libri
?
-
-
incalza
il
Bellarmino
.
E
il
Bruno
:
-
-
Voi
vedete
nei
libri
l
'
eresia
perché
movete
dalla
denunzia
falsa
di
messer
Giovanni
Mocenigo
.
Ma
nei
libri
io
parlavo
da
filosofo
a
filosofi
,
e
non
definivo
dommi
,
né
quindi
potevo
combattere
dommi
.
Rifiuterei
le
mie
dottrine
se
contrastassero
,
nella
mia
intenzione
al
contenuto
degl
'
insegnamenti
soprannaturali
.
Ma
,
per
me
,
la
verità
razionale
non
è
commensurabile
con
la
verità
rivelata
.
Il
Dio
che
io
vedo
,
-
-
e
che
voi
male
intendete
,
-
-
nella
reggia
augusta
dell
'
Onnipotente
,
nell
'
etere
infinito
,
nell
'
eterna
natura
,
non
è
il
Dio
,
in
cui
si
transustanzia
,
agli
occhi
vostri
,
il
pane
e
il
vino
.
Lasciate
a
me
filosofo
il
mio
Dio
;
e
io
vi
consento
che
il
Dio
della
fede
sia
il
vostro
!
-
-
Non
mi
par
possibile
intendere
altrimenti
la
magnanima
risposta
,
che
bastò
al
pontefice
Clemente
VIII
per
ordinare
che
fosse
pronunziata
la
sentenza
,
e
che
frate
Giordano
venisse
consegnato
alla
curia
secolare
.
A
Venezia
il
2
giugno
'92
il
Bruno
aveva
pur
detto
che
la
materia
de
'
suoi
libri
era
stata
sempre
filosofica
«
Nelli
quali
tutti
io
sempre
ho
diffinito
filosoficamente
secondo
li
principii
e
lume
naturale
,
non
avendo
riguardo
principal
a
quel
che
,
secondo
la
fede
,
deve
essere
tenuto
»
:
parendogli
generalmente
consentito
di
trattare
articoli
di
scienza
«
secondo
la
via
de
'
principii
naturali
,
non
preiudicando
alla
verità
secondo
il
lume
della
fede
.
Nel
qual
modo
si
possono
leggere
ed
insegnare
li
libri
d
'
Aristotile
e
di
Platone
,
che
nel
medesimo
modo
indirettamente
sono
contrari
alla
fede
,
anzi
molto
più
contrari
che
li
articoli
da
me
filosoficamente
proposti
e
diffesi
»
.
E
infatti
non
aveva
esitato
,
innanzi
a
'
suoi
giudici
,
ad
esporre
in
compendio
,
con
tutta
libertà
,
il
contenuto
della
sua
filosofia
e
gli
stessi
suoi
dubbi
filosofici
intorno
alla
materia
di
alcuni
dommi
del
cattolicismo
.
A
Venezia
,
dunque
,
pur
dichiarandosi
pronto
a
sconfessare
da
cattolico
i
suoi
errori
in
materia
di
fede
,
aveva
mantenuto
fermamente
quel
principio
che
agli
iniziatori
della
scienza
moderna
parve
la
vera
base
razionale
della
libertà
del
pensiero
scientifico
:
il
principio
dell
'
assoluta
incommensurabilità
della
verità
religiosa
con
la
verità
della
scienza
;
il
principio
a
cui
si
appellerà
più
tardi
(
1616
)
il
Campanella
nella
sua
Apologia
pro
Galilaeo
,
e
meglio
Galileo
stesso
contro
i
suoi
avversari
teologizzanti
;
il
principio
,
a
cui
pur
continuano
ad
appellarsi
,
col
solito
anacronismo
dei
ritardatari
,
gli
odierni
conciliatori
della
scienza
con
la
tradizione
dommatica
.
«
Se
gli
Dei
»
,
dice
Bruno
nella
Cena
delle
ceneri
,
«
si
fussero
degnati
d
'
insegnarci
la
teorica
delle
cose
della
natura
,
come
ne
han
fatto
favore
di
proporci
la
prattica
di
cose
morali
,
io
più
tosto
mi
accostarei
alla
fede
de
le
loro
revelazioni
,
che
muovermi
punto
della
certezza
de
mie
ragioni
e
proprii
sentimenti
.
Ma
,
come
chiarissimamente
ognuno
può
vedere
,
nelli
divini
libri
in
servizio
del
nostro
intelletto
non
si
trattano
le
demostrazioni
e
speculazioni
circa
le
cose
naturali
,
come
se
fusse
filosofia
;
ma
,
in
grazia
de
la
nostra
mente
e
affetto
,
per
le
leggi
si
ordina
la
prattica
circa
le
cose
morali
.
Avendo
,
dunque
,
il
divino
legislatore
questo
scopo
avanti
gli
occhi
,
nel
resto
non
si
cura
di
parlar
secondo
quella
verità
,
per
la
quale
non
profittarebbono
i
volgari
per
ritrarse
dal
male
e
appigliarle
al
bene
;
ma
di
questo
il
pensiero
lascia
agli
uomini
contemplativi
,
e
parla
al
volgo
di
maniera
che
,
secondo
il
suo
modo
de
intendere
e
di
parlare
,
venghi
a
capire
quel
ch
'
è
principale
»
.
VI
Il
rapporto
della
religione
con
la
filosofia
,
secondo
il
pensiero
del
Bruno
,
è
più
precisamente
determinato
in
un
luogo
dei
dialoghi
De
la
causa
,
principio
e
uno
,
dove
Teofilo
dice
:
«
Dato
che
sieno
innumerabili
individui
,
ogni
cosa
è
uno
;
e
il
conoscere
questa
unità
è
il
scopo
e
termine
di
tutte
le
filosofie
e
contemplazioni
naturali
;
lasciando
ne
'
sua
termini
la
più
alta
contemplazione
,
che
ascende
sopra
la
natura
,
la
quale
a
chi
non
crede
è
impossibile
e
nulla
....
perché
se
vi
monta
per
lume
sopranaturale
,
non
naturale
.
Questo
non
hanno
quelli
,
che
stimano
ogni
cosa
esser
corpo
,
o
semplice
come
l
'
etere
,
o
composto
come
li
astri
e
cose
astrali
;
e
non
cercano
la
divinità
fuor
de
l
'
infinito
mondo
e
le
infinite
cose
,
ma
dentro
questo
e
in
quelle
»
.
«
In
questo
solo
»
,
conclude
il
Bruno
,
«
mi
par
differente
il
fedele
teologo
dal
vero
filosofo
»
:
cioè
,
si
badi
bene
,
il
teologo
che
determina
la
fede
,
dal
filosofo
che
determina
la
verità
.
Per
conto
suo
,
egli
protesterà
a
Venezia
di
non
aver
professato
mai
se
non
filosofia
;
e
in
questi
dialoghi
,
che
sono
il
suo
capolavoro
,
fa
dire
da
Teofilo
che
espone
le
dottrine
di
lui
,
al
Dicson
,
che
fu
uno
scrittore
inglese
di
logica
,
seguace
del
Bruno
.
Che
aveva
voluto
dire
?
C
'
è
una
contemplazione
superiore
a
quella
della
filosofia
;
perché
c
'
è
una
divinità
fuori
del
mondo
,
oggetto
della
filosofia
:
c
'
è
una
mens
super
osnnia
,
Deus
,
oltre
una
mens
insita
omnibus
,
Natura
;
ma
quella
contemplazione
superiore
,
a
chi
non
creda
,
è
impossibile
e
nulla
.
È
fede
,
atto
non
dell
'
uomo
,
anzi
di
Dio
;
lume
soprannaturale
,
che
non
hanno
,
egli
dice
,
quelli
che
non
cercano
la
divinità
fuor
della
natura
,
ma
dentro
a
questa
.
E
chi
fossero
costoro
il
Dicson
doveva
saperlo
,
perché
Bruno
l
'
aveva
pur
detto
nella
Cena
de
le
ceneri
pubblicata
l
'
anno
innanzi
,
che
tanto
scalpore
aveva
sollevato
nei
circoli
italianizzanti
di
Londra
:
«
Abbiamo
dottrina
di
non
cercar
la
divinità
rimossa
da
noi
,
se
l
'
abbiamo
appresso
,
anzi
di
dentro
,
più
che
noi
medesmi
siamo
dentro
a
noi
»
.
Dunque
,
ci
sarà
,
anzi
c
'
è
,
una
verità
che
la
fede
può
dar
a
conoscere
,
ma
non
è
la
verità
di
Bruno
,
che
non
ha
il
lume
soprannaturale
;
e
col
suo
lume
naturale
vede
,
non
la
mens
super
omnia
,
ma
la
Natura
,
il
«
vero
e
vivo
vestigio
dell
'
infinito
vigore
»
.
Il
suo
Dio
è
il
Dio
del
filosofo
,
la
natura
di
Spinoza
,
da
lui
stesso
definita
:
Deus
in
rebus
,
La
distinzione
dei
due
lumi
,
della
natura
umana
e
della
grazia
superinfusa
,
della
ragione
e
della
fede
,
della
filosofia
e
della
teologia
era
antica
;
e
può
dirsi
uno
dei
luoghi
comuni
della
Scolastica
.
Ma
in
Bruno
,
che
scalza
la
trascendenza
su
cui
si
fondava
quella
filosofia
medievale
che
poteva
servire
la
teologia
;
in
Galileo
,
che
distrugge
il
geocentrismo
così
congruo
con
le
imperfette
idee
teistiche
e
teologiche
che
il
Cristianesimo
aveva
ereditate
dal
Vecchio
Testamento
e
dalla
filosofia
aristotelica
,
la
distinzione
acquista
valore
profondamente
diverso
;
e
delle
due
verità
,
l
'
una
della
ragione
e
l
'
altra
della
fede
,
Bruno
filosofo
ne
riconosce
una
sola
,
la
prima
.
Galileo
tra
i
libri
sacri
,
oscuri
,
e
l
'
aperto
libro
,
com
'
egli
dice
,
del
cielo
,
afferma
di
non
dover
leggere
,
per
la
scienza
,
se
non
il
secondo
!
In
altri
termini
,
la
nuova
filosofia
e
la
nuova
scienza
si
distinguono
dalla
fede
,
non
per
mettere
questa
al
di
sopra
di
sé
ed
attribuirle
il
privilegio
della
verità
ad
esse
irraggiungibile
,
e
a
cui
pur
esse
mirano
;
anzi
per
negarle
ogni
valore
rispetto
ai
fini
a
cui
la
filosofia
e
la
scienza
s
'
indirizzano
.
Il
filosofo
medievale
diceva
:
credo
ut
intelligam
;
Bruno
vi
dice
chiaro
e
netto
:
non
credo
ut
intelligam
.
E
altrettanto
,
a
modo
suo
,
ripeterà
Galileo
nella
celebre
Lettera
alla
Granduchessa
Madre
(
1615
)
.
Crederanno
o
non
crederanno
per
altri
fini
,
non
importa
:
certo
,
per
intendere
,
l
'
uno
e
l
'
altro
ritengono
indispensabile
affidarsi
non
alla
fede
,
ossia
a
una
rivelazione
che
è
atto
altrui
e
non
nostro
;
bensì
alla
nostra
intelligenza
.
Agli
esperimenti
e
al
discorso
dirà
Galileo
;
alla
contemplazione
dell
'
unità
della
natura
,
ha
detto
Bruno
.
Questa
la
nuova
coscienza
scientifica
,
che
si
accinge
a
guardare
il
reale
con
occhio
puro
d
'
ogni
nebbia
.
Questo
l
'
inizio
dell
'
età
moderna
per
il
pensiero
filosofico
.
Questa
nuova
coscienza
scientifica
è
consacrata
nel
martirio
di
Bruno
;
il
quale
non
è
uno
dei
tanti
martirii
che
l
'
uomo
è
stato
sempre
disposto
ad
affrontare
per
gli
ideali
,
onde
viene
recando
in
atto
la
sua
umanità
.
Il
martirio
di
Giordano
Bruno
ha
un
significato
speciale
nella
storia
della
cultura
,
poiché
non
fu
conflitto
di
coscienze
individuali
diverse
;
ma
necessaria
conseguenza
del
progresso
dello
spirito
umano
,
che
Bruno
impersonò
al
cadere
del
Cinquecento
,
quando
si
chiudeva
col
Rinascimento
tutta
la
vecchia
storia
della
civiltà
d
'
Europa
:
del
progresso
dello
spirito
,
che
giunse
in
lui
ad
avvertire
per
la
prima
volta
,
e
quindi
a
sorpassare
,
la
contraddizione
,
che
fin
dal
medio
evo
lo
dilaniava
,
tra
sé
e
se
medesimo
:
tra
spirito
che
crede
,
e
professa
di
non
intendere
,
e
spirito
che
intende
,
e
professa
di
intendere
,
cioè
farsi
da
sé
la
verità
sua
.
Tale
è
la
situazione
del
Bruno
.
Pronto
a
tutte
le
ritrattazioni
sul
terreno
della
fede
;
quale
si
voglia
o
si
determini
,
il
contenuto
di
questa
fede
gli
è
indifferente
.
Non
è
per
lui
:
Ei
mira
più
su
,
come
il
suo
Dicson
a
Londra
comprese
,
e
come
gli
studiosi
della
sua
filosofia
devono
comprendere
.
La
sua
verità
non
è
quella
che
si
definisce
nei
Concilii
ecumenici
,
o
dai
pontefici
in
cattedra
,
ma
la
verità
,
che
è
nella
natura
,
e
che
la
ragione
,
cioè
,
per
lui
,
la
sua
ragione
,
definisce
:
la
verità
,
che
egli
ha
celebrata
tante
volte
entusiasticamente
ne
'
suoi
scritti
filosofici
.
Ma
,
come
filosofo
,
non
ha
potuto
talvolta
non
contrapporre
la
sua
alla
verità
di
coloro
che
si
sforzano
invano
di
conseguire
la
sapienza
cercandola
affannosamente
con
lunghi
viaggi
,
per
tutte
le
parti
della
terra
,
spendendovi
gli
averi
e
il
miglior
tempo
della
vita
;
o
producendo
le
notti
insonni
nelle
sollecite
cure
,
studiando
i
monumenti
degli
antichi
,
per
vedere
di
accogliere
nel
proprio
spirito
ansioso
il
furore
dei
vati
ed
esser
fatti
celebri
dal
riverbero
luminoso
dei
saggi
più
illustri
;
non
ha
potuto
non
contrapporre
la
sua
alla
verità
di
quegl
'
infermi
di
spirito
e
stolti
,
che
pur
si
credono
sani
e
savi
per
solo
suffragio
del
volgo
:
ciechi
,
che
non
vedono
la
luce
di
Dio
,
benché
splenda
in
tutte
le
cose
;
sordi
,
che
non
odono
la
sua
sapienza
,
la
cui
voce
pur
parla
da
tutto
,
e
tutti
invita
,
e
batte
alle
porte
d
'
ognuno
;
certo
giudicati
da
Dio
indegni
di
vedere
e
di
udire
,
poiché
indegnamente
cercano
la
luce
del
vero
,
quando
la
vogliono
ministra
di
vile
fortuna
e
procacciatrice
di
sostanze
,
da
regolare
e
approvare
o
riprovare
secondo
i
sentimenti
dell
'
uomo
.
Onde
al
luogo
di
Dio
sottentra
l
'
uomo
solennemente
parato
,
a
cui
gli
altri
uomini
si
prostrano
;
e
di
cui
il
Bruno
fa
una
feroce
dipintura
.
«
A
me
»
,
egli
dice
,
«
non
è
mestieri
trascorrere
ai
confini
della
terra
:
basta
mi
profondi
nella
mente
;
basta
che
sopra
a
tutto
,
vivamente
desideri
,
per
se
medesima
,
la
luce
divina
,
e
col
sommo
del
mio
ingegno
mi
sforzi
di
pervenire
al
cospetto
della
maestà
sua
,
bramando
e
sperando
di
potermi
beare
nel
di
lei
volto
.
E
,
mirabile
a
dirsi
,
quanto
ella
sia
dappresso
,
mirabile
come
ben
pronta
s
'
appresenti
.
Nuda
ella
è
,
e
sola
(
nullis
circumque
stipata
maniplis
)
;
e
nuda
irraggia
luce
da
tutto
il
corpo
;
il
santo
corpo
,
che
ingiuria
grave
sarebbe
velare
.
Essa
si
fa
da
sé
fede
,
e
vuole
che
lungi
stieno
il
naso
,
la
fronte
rugosa
,
il
sopraccilio
e
la
ben
pettinata
barba
e
quante
vesti
e
testimonianze
e
titoli
e
insegne
e
parti
assume
per
diritto
suo
l
'
ignoranza
.
Desiosa
ella
aspetta
chi
viene
a
lei
,
e
generosa
(
quasi
attendesse
un
amante
)
gli
corre
incontro
,
e
l
'
accoglie
con
lieto
aspetto
,
confortando
il
timido
;
e
col
sorriso
del
suo
volto
sereno
fa
divampare
le
fiamme
che
accese
già
lentamente
»
.
A
questa
verità
,
che
sola
l
'
innamora
,
egli
non
potrà
rinunziare
.
A
questa
verità
non
attese
le
intimazioni
di
Roma
per
sentirsi
disposto
a
fare
olocausto
della
vita
.
Fin
dal
'91
,
nella
dedica
del
De
monade
,
diceva
solennemente
di
sé
:
«
Ma
io
,
benché
agitato
da
iniquo
destino
,
avendo
intrapreso
da
fanciullo
una
lotta
diuturna
con
la
fortuna
,
invitto
serbo
tuttavia
il
proposito
e
gli
ardimenti
,
onde
,
o
per
avventura
io
ho
toccata
la
salute
,
-
-
di
che
solo
Dio
può
essere
testimone
,
-
-
o
non
sono
pur
sempre
infermo
e
sonnolento
a
un
modo
,
o
di
certo
domino
il
senso
della
infermità
mia
e
lo
disprezzo
affatto
,
sì
che
punto
non
temo
della
stessa
morte
.
E
però
a
nessun
mortale
da
me
e
con
le
forze
del
mio
animo
cedo
e
mi
arrendo
»
.
E
in
quello
stesso
libro
,
nei
versi
magnanimi
messi
in
bocca
al
gallo
vinto
e
morente
,
si
scrisse
,
per
dirla
col
Brunnhofer
,
la
propria
epigrafe
:
«
Ho
lottato
,
e
molto
:
credetti
poter
vincere
,
e
la
sorte
e
la
natura
repressero
lo
studio
e
gli
sforzi
.
Pure
qualcosa
è
già
l
'
essere
stato
in
campo
;
giacché
il
vincer
,
lo
vedo
,
è
nelle
mani
del
fato
.
Ma
fu
in
me
quel
che
poteva
,
e
che
nessuno
delle
generazioni
venture
mi
negherà
;
quel
che
un
vincitore
poteva
metterci
di
suo
:
non
aver
temuto
la
morte
,
con
fermo
viso
non
aver
ceduto
a
nessuno
degli
uomini
,
aver
preposta
una
morte
animosa
a
una
vita
imbelle
»
.
VII
Imbelle
sarebbe
parsa
al
Bruno
la
vita
,
se
egli
avesse
ceduto
al
Bellarmino
,
che
,
non
contento
delle
dichiarazioni
del
processo
,
era
andato
studiosamente
ricercando
le
dottrine
dei
suoi
libri
per
tutti
forse
quegli
anni
,
per
cui
si
produsse
questo
misterioso
processo
romano
,
ormai
destinato
forse
a
rimaner
celato
al
giudizio
della
storia
.
Egli
alle
ultime
intimazioni
rispose
,
si
noti
,
con
un
memoriale
al
Papa
:
che
il
20
gennaio
1600
,
attesta
il
notaio
del
.
S
.
Tribunale
,
fuit
apertura
,
noia
tamen
lectum
.
Questo
memoriale
ci
direbbe
tutto
.
Ci
direbbe
,
non
ne
dubito
,
che
dal
Bellarmino
,
inquisitore
,
non
che
della
religione
,
in
cui
il
Bruno
accettava
i
responsi
degli
oracoli
,
ma
della
sua
stessa
filosofia
,
onde
il
Bruno
aveva
sempre
tenuto
e
teneva
di
non
poter
cercare
altro
Dio
che
quello
che
era
nelle
cose
,
la
divina
Natura
;
dal
Bellarmino
,
negatore
intollerante
della
distinzione
tra
la
verità
della
fede
,
di
cui
i
filosofi
possono
e
debbono
non
curarsi
,
e
la
verità
della
ragione
libera
;
ripudiatore
della
distinzione
da
cui
il
Bruno
si
rifaceva
ancora
a
Venezia
per
dimostrare
la
possibilità
d
'
una
sua
coscienza
cattolica
,
qual
'
era
chiesta
da
lui
accanto
alla
sua
filosofia
,
a
cui
non
intendeva
volgere
le
spalle
;
il
Bruno
si
appellò
al
giudice
supremo
,
al
Pontefice
,
per
ottenere
da
lui
quello
che
dal
Bellarmino
e
dagli
altri
inquisitori
non
gli
riusciva
più
di
ottenere
;
quello
che
solo
gli
poteva
rendere
accettabile
la
vita
,
consentitagli
dalla
Chiesa
cattolica
,
secondo
le
sue
antiche
speranze
:
distinzione
tra
la
«
fedele
»
teologia
e
la
«
vera
»
filosofia
.
Chiedeva
il
diritto
d
'
una
filosofia
,
di
cui
la
teologia
non
avesse
a
ingerirsi
e
una
inquisizione
che
non
inquisisse
,
oltre
la
fede
dei
filosofi
,
la
loro
stessa
filosofia
.
Era
la
richiesta
che
Bruno
,
iniziatore
di
un
mondo
nuovo
,
poteva
e
doveva
fare
.
Ma
era
pure
la
richiesta
che
i
mantenitori
dell
'
antico
non
potevano
accettare
.
Il
memoriale
fu
aperto
,
non
letto
.
Pel
Bellarmino
,
per
i
suoi
colleghi
e
per
Clemente
VIII
la
pretesa
del
Bruno
era
assurda
;
essi
non
vedevano
questa
filosofia
,
che
egli
affermava
non
fondata
sulla
fede
;
non
potevano
ammettere
una
verità
filosofica
,
che
non
fosse
grado
alla
verità
teologica
,
e
a
questa
perciò
subordinata
.
Non
intendevano
in
che
modo
il
Bruno
potesse
riconoscere
la
verità
della
transustanziazione
ne
'
costituti
,
senza
smentire
la
filosofia
del
De
immenso
e
del
Sigillus
.
VIII
E
,
siamo
sinceri
,
il
Bellarmino
e
Clemente
VIII
avevano
ragione
,
secondo
i
principii
stessi
di
Bruno
.
Quel
memoriale
era
un
documento
,
prezioso
per
la
sua
immediatezza
,
degli
sforzi
supremi
,
che
contro
le
leggi
ferrate
della
logica
fece
il
Bruno
,
o
meglio
la
filosofia
del
Rinascimento
,
per
disviluppare
dalle
fasce
del
pensiero
medievale
la
realtà
vivente
del
pensiero
umano
,
quale
l
'
età
moderna
doveva
intenderla
;
e
per
far
succedere
al
vecchio
Dio
di
Platone
e
di
Aristotele
,
il
cui
concetto
rende
impossibile
il
concetto
del
mondo
e
quindi
del
pensiero
,
per
cui
quello
pure
si
escogita
,
il
Dio
nuovo
,
di
cui
non
solo
i
cieli
,
anzi
la
natura
tutta
e
lo
spirito
umano
,
che
ne
è
il
fastigio
,
narrano
davvero
le
glorie
.
Ma
quel
memoriale
non
poteva
dimostrare
che
Bruno
,
dal
particolare
punto
di
vista
a
cui
egli
si
arrestava
,
e
a
cui
tutta
la
filosofia
del
suo
tempo
si
arrestò
,
avesse
ragione
.
La
posizione
speculativa
del
Bruno
,
rappresentante
genuino
della
filosofia
del
Rinascimento
,
era
intrinsecamente
contradditoria
.
Giordano
Bruno
è
la
conchiusione
logica
di
tutto
il
Rinascimento
,
benché
abbia
dovuto
attendere
più
di
due
secoli
che
fosse
apprezzato
il
suo
valore
.
È
la
conchiusione
del
Rinascimento
,
che
giustifica
in
teoria
l
'
arte
contro
le
diffidenze
e
le
accuse
platonizzanti
del
medio
evo
,
e
rinnova
in
fatto
il
culto
antico
della
forma
,
nella
indipendenza
assoluta
da
ogni
preoccupazione
estranea
ai
fini
propri
dell
'
arte
;
accoglie
la
nuova
dottrina
copernicana
,
la
quale
sconvolge
l
'
intuizione
cosmologica
,
che
la
terra
dell
'
uomo
contrapponeva
ai
cieli
di
Dio
in
un
sistema
chiuso
di
rapporti
finiti
;
e
solleva
anche
la
terra
e
l
'
uomo
t
alla
dignità
dei
cieli
interminabili
;
dai
Comuni
,
spontaneamente
sorti
dal
seno
dell
'
Impero
,
alle
Signorie
,
creazioni
anche
più
evidenti
di
volontà
autonome
e
di
interessi
immediatamente
umani
;
scava
la
terra
sotto
al
Sacro
Romano
Impero
contro
al
quale
combatteva
il
Re
Cristianissimo
;
e
mette
capo
al
Machiavelli
,
che
spietatamente
teorizza
l
'
origine
umana
degli
Stati
,
e
liberamente
ne
proclama
l
'
assoluto
valore
intrinseco
,
cui
anche
il
pregio
della
religione
vien
subordinato
;
coi
neoplatonizzanti
comincia
a
vedere
in
tutte
le
cose
naturali
e
in
fondo
all
'
animo
dell
'
uomo
il
vestigio
di
Dio
e
coi
nuovi
epicurei
a
riabilitare
il
piacere
dei
sensi
;
e
prosegue
arditamente
col
Pomponazzi
negando
l
'
antica
trascendenza
del
principio
divino
,
che
Aristotele
aveva
additato
nell
'
anima
come
sua
parte
immortale
;
e
poi
col
Telesio
a
toglier
via
dalla
natura
quell
'
opposizione
di
materia
e
forma
,
legata
dalla
filosofia
antica
al
pensiero
individuale
,
che
si
sequestrava
dalla
natura
il
principio
della
natura
,
della
vita
e
dell
'
anima
;
e
finirà
nel
Campanella
per
negare
l
'
opposizione
dell
'
essere
al
pensiero
.
Del
Rinascimento
,
insomma
,
che
distrugge
tutto
l
'
antico
modo
di
considerare
la
realtà
naturale
ed
umana
.
E
pure
non
ha
la
forza
di
negare
quello
che
era
il
fondamento
della
intuizione
antica
:
un
Dio
che
è
fuori
del
mondo
;
una
fede
che
non
è
ragione
;
una
Chiesa
istituto
sociale
,
che
non
è
Stato
,
ma
sopra
lo
Stato
.
E
in
ogni
poeta
paganizzante
,
come
in
ogni
politico
realista
,
come
in
ogni
filosofo
naturalista
,
due
coscienze
:
la
coscienza
del
poeta
,
del
politico
,
del
filosofo
e
la
coscienza
del
credente
:
uno
spirito
senza
fede
,
e
una
fede
senza
spirito
.
Questa
appunto
l
'
Italia
del
Rinascimento
,
che
muore
in
Bruno
per
poi
rinascer
davvero
.
Da
quegli
spiriti
senza
fede
la
corruzione
del
poeta
,
che
è
poeta
e
non
sa
esser
altro
,
e
non
ha
vita
morale
perché
non
ha
vera
religione
;
e
non
ha
fede
se
non
nell
'
arte
,
in
cui
si
chiude
,
spegnendo
in
sé
come
gl
'
interessi
pratici
,
così
l
'
amore
del
divino
,
che
è
la
più
alta
e
vera
aspirazione
umana
;
soffocando
quindi
in
sé
l
'
uomo
,
e
però
anche
l
'
arte
.
Donde
la
letteratura
fatta
professione
,
tralignante
nella
rettorica
e
nell
'
accademia
,
e
in
tutto
il
falso
della
cultura
italiana
della
decadenza
lungo
i
secoli
accidiosi
del
Sei
e
Settecento
.
Da
quegli
spiriti
senza
fede
la
degenerazione
della
grande
politica
del
Machiavelli
nel
machiavellismo
,
ossia
nell
'
arte
per
l
'
arte
del
governare
,
senz
'
anima
,
senz
'
ideali
,
senza
i
fini
del
vero
governo
,
senza
la
fede
entusiastica
dell
'
ultima
pagina
del
Principe
,
non
più
letta
.
E
quindi
anche
quella
filosofia
di
professione
,
la
filosofia
dei
seminari
gesuitici
e
delle
università
peripatetiche
,
che
dimenticheranno
Bruno
e
Campanella
,
e
non
s
'
accorgeranno
di
Vico
:
la
filosofia
dotta
,
sempre
al
corrente
delle
mode
,
a
volta
a
volta
cartesiana
,
lockiana
,
newtoniana
,
leibniziana
,
ma
sempre
legata
alla
buona
,
alla
sana
tradizione
scolastica
.
La
filosofia
,
infine
,
che
spadroneggiò
nelle
nostre
università
nei
secoli
XVII
e
XVIII
(
e
che
non
è
ancor
morta
)
,
senza
fare
un
filosofo
,
cioè
senza
riempire
un
'
anima
,
senza
dare
una
fede
.
Onde
ora
nemmeno
se
ne
pispiglia
.
Questo
mondo
falso
era
stato
scrollato
dal
Bruno
nell
'
ultimo
anno
del
XVI
secolo
:
perché
,
se
era
vissuto
anche
lui
nella
contraddizione
e
nell
'
equivoco
,
morendo
per
la
sua
filosofia
,
o
meglio
,
per
quello
che
c
'
era
di
nuovo
nella
sua
filosofia
,
egli
provò
con
l
'
esempio
che
dall
'
equivoco
bisognava
uscire
;
che
il
filosofo
non
ha
altra
vita
e
altra
anima
che
quella
del
filosofo
;
la
quale
è
incompatibile
con
certe
istituzioni
,
e
che
presuppongono
una
fede
diversa
e
cioè
un
'
altra
filosofia
.
Anche
la
filosofia
del
Bruno
presupponeva
e
svolgeva
il
concetto
dell
'
immanenza
del
divino
nella
natura
e
nell
'
uomo
;
e
intanto
non
negava
il
principio
speculativo
della
teologia
cristiana
,
della
trascendenza
di
Dio
.
Non
lo
negava
,
non
già
in
quanto
coscienza
religiosa
,
quale
si
atteggiò
per
esigenze
pratiche
innanzi
agl
'
inquisitori
;
ma
proprio
in
quanto
quella
coscienza
filosofica
,
che
il
Bruno
afferma
ripetutamente
essere
la
forma
speciale
della
sua
coscienza
.
L
'
abbiamo
già
visto
:
la
sua
filosofia
non
nega
già
il
concetto
di
una
verità
superiore
,
termine
della
fede
;
ma
nega
soltanto
la
conoscibilità
razionale
di
tale
verità
.
Questo
è
un
punto
fuor
di
questione
nella
critica
bruniana
.
Il
Dio
dei
cattolici
(
mens
super
omnia
)
Bruno
non
solo
non
lo
nega
,
ma
ne
fa
il
principio
di
quella
mens
insita
omnibus
che
è
la
Natura
,
il
Dio
della
sua
filosofia
.
Soltanto
,
egli
,
filosofo
,
non
conosce
il
primo
,
e
lo
esclude
dal
campo
della
sua
speciale
investigazione
.
Cotesto
Dio
,
al
di
là
di
quello
che
egli
adora
da
filosofo
,
contemplandolo
nella
viva
,
eterna
,
infinita
natura
,
è
qualche
cosa
come
il
noumeno
kantiano
:
un
concetto
limite
.
È
un
caput
mortuum
,
è
vero
,
della
sua
dottrina
essenzialmente
naturalistica
:
ma
uno
di
quei
concetti
,
che
,
in
certe
contingenze
storiche
,
bastano
a
paralizzare
le
energie
di
verità
che
i
sistemi
posseggono
.
Quando
Bruno
innanzi
al
Sant
'
Uffizio
,
a
Venezia
,
dichiara
:
«
In
questo
universo
metto
una
providenza
universale
,
in
virtù
della
quale
ogni
cosa
vive
,
vegeta
e
si
muove
,
e
sta
nella
sua
perfezione
;
e
la
intendo
in
due
maniere
:
l
'
una
nel
modo
con
cui
presente
è
l
'
anima
nel
corpo
,
tutta
in
tutto
,
e
tutta
in
qualsivoglia
parte
;
e
questa
chiamo
natura
,
ombra
e
vestigio
della
divinità
;
l
'
altra
nel
modo
ineffabile
col
quale
Iddio
per
essenzia
,
presenzia
e
potenzia
è
in
tutto
e
sopra
tutto
,
non
come
parte
,
non
come
anima
,
ma
in
modo
inesplicabile
»
;
-
-
egli
non
fa
che
rappresentare
con
tutta
sincerità
il
principio
fondamentale
del
suo
filosofare
.
Si
è
detto
a
ragione
,
che
«
l
'
ideale
di
Bruno
(
quell
'
ideale
,
verso
cui
egli
non
è
indifferente
,
al
quale
aspira
e
si
sforza
di
arrivare
con
tutta
la
energia
del
suo
spirito
,
e
col
quale
vorrebbe
immedesimarsi
e
pure
sente
di
non
potere
;
che
,
mentre
gli
si
dimostra
inaccessibile
e
così
lo
fa
certo
della
imperfezione
della
conoscenza
,
pure
lo
eccita
a
sempre
nuova
ricerca
)
non
è
il
Dio
astratto
puramente
estramondano
de
'
teologi
,
che
egli
ha
abbandonato
,
ma
il
Dio
vivo
e
essenzialmente
creatore
o
l
'
infinito
Spirito
,
a
cui
la
mente
non
può
salire
che
mediante
la
contemplazione
della
infinita
Natura
»
.
Ma
è
incontestabile
che
egli
,
quantunque
lo
abbia
abbandonato
,
non
riesce
,
non
può
riuscire
a
dimenticare
quel
Dio
,
che
come
absoluto
,
dice
nello
Spaccio
,
non
ha
che
far
con
noi
,
E
non
può
riuscirvi
,
perché
nella
sua
filosofia
il
concetto
vero
di
Dio
,
di
quel
Dio
che
potesse
succedere
all
'
antico
,
mancava
;
c
'
era
il
Dio
natura
,
ma
c
'
era
quello
che
può
rendere
intelligibile
lo
stesso
Dio
natura
:
il
Dio
spirito
.
Onde
questa
Natura
per
lui
,
dal
De
Umbris
al
De
Minimo
,
non
può
essere
altro
che
un
Dio
fuori
della
stessa
Natura
,
che
pure
è
il
Dio
del
filosofo
.
sicché
il
Dio
del
filosofo
,
la
verità
oggetto
della
filosofia
,
suppone
un
principio
estrinseco
,
quale
suo
fondamento
:
proprio
come
l
'
oggetto
della
scienza
vera
secondo
Kant
.
Ora
,
ammessa
questa
verità
oltremondana
,
non
raggiungibile
se
non
per
contemplazione
soprannaturale
,
e
quindi
oggetto
proprio
ed
esclusivo
della
fede
,
è
agevole
vedere
quanta
sia
l
'
importanza
della
religione
,
secondo
la
stessa
filosofia
bruniana
,
che
vuole
appartarsene
e
costruirsi
con
le
sole
forze
della
ragione
;
e
quali
i
fondamenti
filosofici
di
quell
'
ufficio
pratico
da
lui
assegnato
alla
religione
,
quale
che
fosse
,
in
quanto
magistero
sociale
.
La
legittimità
,
in
generale
,
di
ogni
religione
consiste
appunto
in
questo
margine
,
che
le
lascia
la
filosofia
,
nella
conoscenza
della
verità
.
La
superiorità
,
almeno
morale
,
della
religione
rispetto
alla
filosofia
consiste
pure
in
ciò
,
che
la
stessa
verità
della
filosofia
presuppone
una
più
alta
verità
,
che
è
la
verità
della
religione
.
E
se
la
religione
,
secondo
lo
stesso
Bruno
,
non
si
realizza
se
non
come
una
religione
determinata
;
se
anzi
,
com
'
egli
stesso
dichiara
al
Mocenigo
e
aveva
già
scritto
nello
Spaccio
,
tra
le
forme
di
religione
nessuna
ve
n
'
è
che
sopravanzi
,
per
le
finalità
pratiche
,
il
cattolicesimo
;
se
il
cattolicesimo
allora
era
quello
che
era
con
la
sua
Santa
Inquisizione
destinata
a
provare
l
'
assolutezza
della
legge
religiosa
con
quello
stesso
rigore
pratico
che
il
diritto
umano
assegna
al
magistrato
penale
per
la
prova
reale
dell
'
assolutezza
della
legge
umana
positiva
;
se
questa
legge
religiosa
assoluta
si
specificava
in
dommi
determinati
,
che
la
filosofia
di
Bruno
veniva
a
negare
;
si
può
chiedere
a
quanti
onoran
la
memoria
dell
'
infortunato
Nolano
:
-
-
La
sua
condanna
non
era
,
dunque
,
la
conseguenza
logica
di
quelle
dottrine
,
che
,
con
tutta
la
novità
delle
sue
intuizioni
,
Bruno
non
aveva
potuto
se
non
confermare
?
-
-
La
questione
,
a
tempo
del
Bruno
,
era
appunto
in
quei
termini
:
se
ci
ha
da
essere
una
legge
,
il
cui
vigore
si
realizzi
con
la
condanna
di
chi
l
'
infrange
;
se
non
può
esserci
legge
non
garentita
da
una
religione
;
se
questa
religione
è
praticamente
combattuta
dalla
divulgazione
di
una
filosofia
,
che
ne
fa
comparire
assurdi
i
dommi
;
non
è
possibile
non
condannare
l
'
autore
di
questa
filosofia
,
che
,
minando
i
fondamenti
della
religione
,
infrange
la
legge
.
Le
premesse
generali
di
questo
diritto
della
Chiesa
erano
tutte
accettate
e
confermate
dallo
stesso
Bruno
.
Bruno
,
nel
suo
eroico
furore
pel
nuovo
Dio
,
che
gli
brilla
innanzi
allo
spirito
commosso
,
non
s
'
accorge
che
tutto
il
vecchio
mondo
pur
gli
grava
le
spalle
,
e
l
'
inchioda
a
quelle
istituzioni
,
di
cui
la
filosofia
nuova
è
la
negazione
.
Egli
non
ha
coscienza
della
contraddizione
tra
il
suo
assunto
d
'
un
sistema
che
afferma
l
'
infinità
reale
della
natura
,
e
il
concetto
di
un
Dio
,
ente
realissimo
,
fuori
della
natura
:
non
si
avvede
che
la
filosofia
che
egli
professa
,
distrugge
la
vecchia
fede
.
Fu
sempre
convinto
di
quel
che
disse
ai
giudici
di
Venezia
,
e
aveva
detto
otto
anni
prima
nella
Cena
de
le
ceneri
:
«
Dalla
censura
di
onorati
spiriti
,
veri
religiosi
,
ed
anco
naturalmente
uomini
da
bene
,
amici
della
civile
conversazione
e
buone
dottrine
,
non
si
de
'
temere
;
perché
,
quando
bene
arran
considerato
,
trovaranno
che
questa
filosofia
non
solo
contiene
la
verità
,
ma
ancora
favorisce
la
religione
più
che
qualsivoglia
altra
sorte
de
filosofia
»
.
Pure
,
a
quando
a
quando
,
un
segreto
presentimento
del
suo
destino
lo
assale
;
e
allora
si
raccoglie
tutto
nel
pensiero
nuovo
che
l
'
esalta
,
e
gli
fa
sprezzare
la
morte
:
E
chi
mi
impenna
,
e
chi
mi
scalda
il
core
?
Chi
non
mi
fa
temer
fortuna
o
morte
?
Chi
le
catene
ruppe
e
quelle
porte
,
Onde
rari
son
sciolti
ed
escon
fore
?
L
'
etadi
,
gli
anni
,
i
mesi
,
i
giorni
e
l
'
ore
,
Figlie
ed
armi
del
tempo
,
e
quella
corte
,
A
cui
né
ferro
,
né
diamante
è
forte
,
Assicurato
m
'
han
dal
suo
furore
.
Quindi
l
'
ale
sicure
a
l
'
aria
porgo
,
Né
temo
intoppo
di
cristallo
o
vetro
;
Ma
fendo
i
cieli
,
e
a
l
'
infinito
m
'
ergo
.
E
mentre
dal
mio
globo
agli
altri
sorgo
,
E
per
l
'
eterio
campo
oltre
penétro
,
Quel
ch
'
altri
lungi
vede
,
lascio
al
tergo
.
Ecco
l
'
anima
di
Bruno
:
l
'
anima
ribelle
,
che
dirà
:
No
con
tutta
la
sua
forza
nell
'
ora
estrema
ai
ministri
di
quel
Dio
,
che
egli
si
era
infatti
lasciato
al
tergo
:
l
'
anima
nuova
,
che
vorremo
sempre
onorare
,
perché
quando
quei
Dio
,
che
ella
aveva
lasciato
sopravvivere
accanto
e
oltre
al
suo
nuovo
Infinito
,
le
si
rizzò
contro
con
tutta
la
energia
della
logica
,
e
le
intimò
di
abiurare
la
sua
filosofia
,
tenne
fede
incrollabile
alle
idee
,
che
il
pensiero
umano
doveva
più
tardi
svolgere
per
instaurare
in
sé
il
regno
del
Dio
nuovo
.
Il
10
settembre
del
1599
gli
furono
notificate
le
proposizioni
ereticali
di
cui
era
incolpato
;
e
prefisso
il
termine
di
quaranta
giorni
a
pentirsi
;
scaduti
i
quali
,
si
sarebbe
proceduto
contro
di
lui
a
norma
dei
sacri
canoni
.
Ma
egli
,
ricorda
la
sentenza
,
restò
ostinato
ed
impenitente
nelle
sue
eresie
.
Gli
si
mandarono
il
Generale
e
il
Procuratore
del
suo
ordine
acciò
lo
ammonissero
e
persuadessero
a
ripudiare
i
suoi
gravissimi
errori
!
E
Bruno
a
perseverare
«
pertinacemente
ed
ostinatamente
»
;
nelle
sue
opinioni
,
negando
che
fossero
errori
ed
eresie
.
Quindi
la
sentenza
del
mercoledì
8
febbraio
1600
,
che
lo
consegnava
al
braccio
secolare
,
cioè
al
Governatore
di
Roma
.
Secondo
un
Avviso
di
Roma
alla
Corte
di
Urbino
del
sabato
,
i
Romani
credevano
vedere
quel
giorno
«
una
solennissima
giustizia
»
e
non
seppero
perché
fosse
stata
differita
.
Ed
era
giustizia
di
un
eretico
ostinatissimo
,
«
un
domenichino
da
Nola
»
,
di
cui
si
raccontava
oscuramente
la
vita
errabonda
per
ogni
parte
d
'
Europa
,
leggendo
e
incorrendo
in
persecuzioni
a
causa
delle
sue
opinioni
:
a
Ginevra
,
a
Tolosa
,
a
Lione
,
in
Inghilterra
,
a
Norimberga
.
Come
si
chiamava
?
L
'
avevano
condannato
quattro
giorni
prima
«
come
auttore
di
diverse
enormi
oppinioni
,
nelle
quali
restò
obstinatissimo
,
e
ci
sta
tuttora
,
non
ostante
che
ogni
giorno
vadano
teologhi
da
lui
»
.
Si
diceva
che
avesse
più
volte
disputato
in
Germania
col
card
.
Bellarmino
.
Ed
insomma
,
conchiude
l
'
Avviso
,
«
il
meschino
,
s
'
Iddio
noll
'
aiuta
,
vuol
morire
obstinato
,
ed
essere
abbruciato
vivo
»
.
Nello
stesso
verbale
dei
buoni
padri
della
Confraternita
di
S
.
Giovanni
Decollato
,
che
assistettero
Giordano
nelle
ultime
ore
,
accompagnandolo
dal
cercere
al
rogo
,
trema
l
'
inconscia
commozione
di
quello
spettacolo
di
eroica
fermezza
,
con
cui
la
filosofia
s
'
accampò
contro
una
giustizia
destinata
a
tramontare
.
A
sei
ore
di
notte
si
recarono
a
Torre
di
Nona
confortatori
e
cappellano
,
e
fu
loro
consegnato
l
'
impenitente
.
«
Il
quale
»
,
dice
il
verbale
,
«
esortato
da
'
nostri
fratelli
con
ogni
carità
,
e
fatti
chiamare
due
padri
di
San
Domenico
,
due
del
Giesù
,
due
della
Chiesa
Nuova
e
uno
di
San
Girolamo
,
i
quali
con
ogni
affetto
e
con
molta
dottrina
mostrandoli
l
'
error
suo
,
-
-
finalmente
stette
sempre
nella
sua
maledetta
ostinazione
,
aggirandosi
il
cervello
e
l
'
intelletto
con
mille
errori
e
vanità
;
e
tanto
perseverò
nella
sua
ostinazione
,
che
da
'
ministri
di
giustizia
fu
condotto
in
Campo
di
Fiori
.
E
quivi
,
spogliato
nudo
e
legato
a
un
palo
,
fu
bruciato
vivo
,
accompagniato
sempre
dalla
nostra
Compagnia
,
cantando
le
letanie
,
e
li
confortatori
sino
a
l
'
ultimo
punto
confortandolo
a
tassar
la
sua
ostinazione
.
Con
la
quale
finalmente
finì
la
sua
misera
ed
infelice
vita
»
.
Senza
questa
maledetta
ostinazione
ne
'
suoi
errori
e
nelle
sue
vanità
,
la
quale
era
cominciata
,
come
s
'
è
veduto
,
da
quando
il
Bellarmino
e
il
Commissario
gli
chiesero
l
'
abiura
delle
proposizioni
raccolte
dai
libri
e
dai
costituti
,
e
che
rinnovò
nel
carcere
di
Tor
di
Nona
,
nell
'
estrema
giornata
del
Bruno
,
una
disputa
filosofica
che
ricorda
quella
che
terminò
,
secondo
Platone
,
l
'
estrema
giornata
di
Socrate
:
senza
questa
ostinazione
,
la
figura
di
Bruno
non
avrebbe
tutto
il
significato
che
ha
nella
storia
della
cultura
.
Senza
di
essa
non
sarebbe
stato
compiuto
il
martirio
della
fede
nuova
dell
'
uomo
,
che
cominciava
a
scorgere
la
divinità
attorno
e
dentro
a
se
medesimo
in
quell
'
universo
infinito
ed
uno
,
sostanza
identica
di
tutte
le
cose
,
considerate
nella
loro
verità
,
sub
specie
aeternitatis
.
E
se
è
vero
che
non
c
'
è
mai
fede
senza
martirio
,
poiché
nessuna
fede
si
può
aprire
la
strada
in
mezzo
alla
realtà
storica
,
solida
e
pronta
a
resistere
alle
forze
nuove
ed
innovatrici
;
senza
questa
ostinazione
,
cioè
senza
questa
immedesimazione
della
fede
nuova
con
lo
spirito
umano
,
storico
e
concreto
,
questa
fede
non
si
sarebbe
mai
avviata
verso
la
vita
,
ad
investire
la
realtà
,
ad
orientarla
secondo
nuovi
ideali
.
Il
martirio
di
Bruno
ha
per
noi
questo
significato
:
è
la
conchiusione
e
correzione
inveratrice
della
sua
filosofia
;
la
dimostrazione
reale
dell
'
esigenza
radicale
del
pensiero
moderno
,
che
non
può
più
consentire
,
come
Bruno
illudendosi
aveva
sperato
,
con
l
'
antica
intuizione
del
mondo
.
Se
Bruno
non
fosse
stato
bruciato
,
una
conciliazione
poteva
parere
possibile
;
come
volle
sembrasse
possibile
Galileo
,
quando
abiurò
,
non
un
'
eresia
,
ma
la
sua
fede
scientifica
.
Bruno
fu
saldo
invece
a
sostenere
la
libertà
suprema
della
scienza
,
e
a
protestare
che
una
filosofia
non
potesse
essere
eretica
,
né
esser
giudicata
dalla
Chiesa
.
Bruno
quindi
provò
che
la
vita
dell
'
intuizione
antica
del
mondo
che
ha
fuori
di
sé
Dio
,
cioè
la
verità
,
e
però
la
scienza
,
è
la
morte
della
nuova
filosofia
,
che
rende
possibile
la
scienza
,
come
la
virtù
,
come
l
'
arte
,
facendo
realmente
scendere
Dio
in
terra
e
nell
'
animo
nostro
,
come
verità
,
bellezza
e
bontà
,
e
insomma
vera
umanità
,
in
generale
,
per
tutto
ciò
che
di
divino
appunto
essa
viene
realizzando
nel
mondo
.
Questa
filosofia
,
che
con
Bruno
divinizza
la
natura
,
e
dopo
Bruno
divinizzerà
l
'
uomo
in
ciò
che
l
'
una
e
l
'
altro
hanno
d
'
infinito
e
di
eterno
,
questa
filosofia
oggi
lo
sappiamo
,
non
può
vivere
se
non
per
la
morte
di
quella
vecchia
intuizione
.
Perciò
ricordiamo
il
17
febbraio
1600
.
L
'
errore
dei
giudici
di
Bruno
fu
di
non
aver
veduto
,
che
,
morto
Bruno
,
la
sua
filosofia
sarebbe
stata
più
viva
di
prima
.
E
noi
,
per
rivendicare
Bruno
e
correggere
quell
'
errore
,
non
possiamo
se
non
ravvivare
in
noi
lo
spirito
di
Bruno
,
raccogliendo
l
'
ultimo
ammonimento
da
lui
dato
a
un
discepolo
testimone
della
sua
morte
:
«
Seguire
le
sue
gloriose
pedate
e
fuggire
li
pregiudizi
et
errori
»
.
Il
suo
rogo
,
anzi
tutti
i
roghi
ormai
sono
spenti
.
La
Chiesa
continua
a
giudicare
,
ma
non
ha
curia
secolare
pronta
all
'
esecuzione
delle
sue
sentenze
.
Le
quali
ora
sono
quelle
che
devono
essere
:
sentenze
di
autorità
religiosa
per
gli
spiriti
che
quest
'
autorità
riconoscono
.
La
libertà
del
pensiero
,
proclamata
dal
Bruno
,
è
un
fatto
storico
;
e
la
storia
non
indietreggia
.
Ma
un
altro
trionfo
egli
aspetta
:
quello
che
i
liberi
maestri
delle
nuove
libere
generazioni
devono
celebrare
,
insegnando
con
lui
,
che
c
'
è
un
Dio
da
riconoscere
nel
mondo
che
ci
sta
dinanzi
e
nel
mondo
che
noi
facciamo
,
in
tutto
ciò
che
è
reale
o
dev
'
essere
reale
per
noi
:
verità
della
nostra
scienza
,
norma
della
nostra
volontà
.
Un
Dio
,
dunque
,
che
bisogna
realizzare
con
salda
fede
nella
legge
della
coscienza
e
nella
legge
dello
Stato
;
e
a
cui
non
si
volta
le
spalle
,
senza
smarrire
la
verità
del
sapere
e
la
bontà
del
volere
,
pubblico
e
privato
.
Insegnando
che
,
quando
questo
Deus
in
rebus
non
è
altrui
raggiungibile
,
un
Dio
qualunque
,
che
valga
sinceramente
come
fondamento
della
legge
inviolabile
della
vita
,
un
Dio
davvero
riconosciuto
ed
amato
,
è
meglio
,
molto
meglio
di
nessun
Dio
;
e
che
tutte
le
fedi
,
però
,
vanno
onorate
,
non
per
galateo
o
per
politica
,
ma
perché
ognuna
,
a
chi
la
possegga
,
è
un
valore
assoluto
,
e
la
ragione
di
tutti
i
valori
.
IX
LE
FASI
DELLA
FILOSOFIA
BRUNIANA
I
I
lavori
di
Felice
Tocco
sul
Bruno
sono
di
quelli
che
fanno
epoca
e
meritavano
certamente
la
larga
recensione
che
ne
fu
fatta
in
occasione
della
sua
morte
dal
prof
.
Mondolfo
.
Il
quale
ha
insieme
tentato
di
correggere
in
qualche
punto
l
'
interpretazione
del
rimpianto
maestro
.
Se
non
che
,
anch
'
egli
,
sulle
tracce
del
Tocco
,
valentissimo
nell
'
analisi
filologica
delle
parti
di
un
sistema
,
ma
intento
per
solito
a
guardare
più
gli
alberi
che
la
foresta
,
postosi
a
studiare
i
vari
aspetti
contrastanti
del
pensiero
bruniano
,
se
n
'
è
lasciata
sfuggire
l
'
unità
spirituale
,
in
cui
è
il
significato
di
tutti
i
singoli
aspetti
.
A
proposito
appunto
d
'
un
mio
giudizio
sul
Tocco
,
definito
,
come
storico
della
filosofia
,
un
puro
filologo
,
il
Mondolfo
,
non
vede
come
si
possa
conferire
al
concetto
di
filologia
tale
ampiezza
,
da
comprendere
«
l
'
interpretazione
dei
sistemi
filosofici
,
la
loro
critica
interna
....
»
.
Io
dicevo
,
propriamente
:
la
conoscenza
di
quei
fatti
che
sono
(
per
lo
storico
della
filosofia
a
tendenza
filologica
)
i
sistemi
filosofici
,
da
accertarsi
criticamente
,
da
definirsi
nelle
loro
effettive
determinazioni
,
con
la
critica
e
l
'
ermeneutica
filologica
dei
testi
che
ce
ne
conservano
la
testimonianza
.
E
la
difficoltà
alquanto
oscuramente
propostami
si
riduce
a
dire
,
che
anche
nella
storia
del
Tocco
i
sistemi
non
sono
fatti
,
ma
valori
.
Ma
il
Mondolfo
non
ha
badato
a
tutte
le
considerazioni
che
io
avevo
premesse
per
dimostrare
che
i
tentativi
di
valutazione
filosofica
del
Tocco
,
e
pei
criteri
da
lui
teoricamente
proposti
e
per
le
applicazioni
che
ne
fece
ne
'
suoi
giudizi
,
falliscono
tutti
,
non
per
difetto
dell
'
ingegno
,
ma
per
la
natura
affatto
estrinseca
del
metodo
adoperato
:
il
quale
per
la
sua
logica
interna
esigeva
una
mera
costatazione
di
fatti
(
di
pensiero
)
ed
escludeva
assolutamente
ogni
valutazione
.
E
chi
ebbe
,
come
me
,
la
fortuna
di
ascoltare
le
sue
bellissime
lezioni
,
dove
tutto
era
analisi
,
ordine
e
lucidezza
,
non
può
aver
dimenticato
come
talora
,
raramente
,
quell
'
onda
limpidissima
si
arrestasse
,
si
rimescolasse
in
sé
stessa
e
s
'
intorbidasse
;
quando
il
maestro
era
stato
tentato
da
un
suo
segreto
pensiero
a
trarsi
fuori
da
quel
processo
che
stava
esponendo
,
per
rilevare
una
difficoltà
,
un
'
incongruenza
,
un
punto
oscuro
.
E
s
'
annebbiava
quella
faccia
di
solito
illuminata
dal
sorriso
:
s
'
arrestava
impacciata
la
parola
faconda
e
immaginosa
,
spezzandosi
in
brevi
e
tronchi
periodi
,
che
finivano
sempre
con
un
atto
di
energica
risoluzione
:
«
Ma
noi
facciamo
ora
la
storia
,
e
non
facciamo
la
critica
;
e
andiamo
avanti
!
»
.
E
tutti
eravamo
contenti
di
andare
avanti
,
poiché
si
tornava
alla
luce
e
al
sereno
.
Potrei
anche
entrare
in
particolari
molto
significativi
,
poiché
il
corso
che
potei
seguire
fece
nell
'
animo
mio
una
profonda
impressione
,
e
vi
ritorno
spesso
nella
memoria
con
nettezza
e
vivezza
di
ricordi
,
come
si
ritorna
alle
ore
più
liete
della
giovinezza
fuggita
.
E
chi
prende
scandalo
della
mia
definizione
del
metodo
del
Tocco
(
definizione
che
,
come
ogni
altra
,
non
può
fare
a
meno
di
porre
dei
limiti
)
,
forse
non
avrà
amato
mai
un
suo
maestro
di
quell
'
amore
che
solo
è
caro
ai
maestri
dell
'
intelligenza
e
della
serietà
del
Tocco
.
II
La
filologia
,
bensì
(
poiché
il
Mondolfo
mi
trae
a
riparlarne
)
,
pel
filologo
stesso
è
un
ideale
,
non
è
un
fatto
;
una
tendenza
,
un
momento
logico
,
non
una
logica
reale
e
compiuta
.
C
'
è
la
filologia
(
categoria
astratta
)
,
non
ci
sono
filologi
:
perché
pensieri
(
o
atti
spirituali
,
in
genere
poesie
,
miti
,
credenze
religiose
,
norme
giuridiche
,
ecc
.
)
,
che
siano
fatti
,
non
ce
ne
sono
.
Per
sminuzzare
che
faccia
il
filologo
il
suo
testo
,
ogni
minuzzolo
gli
resterà
sempre
innanzi
pieno
dello
spirito
del
tutto
;
al
quale
pertanto
il
filologo
,
suo
malgrado
,
sarà
costretto
a
guardare
,
non
riuscendo
il
più
delle
volte
a
vederlo
esattamente
,
poiché
ha
tenuto
mala
via
,
e
gli
alberi
non
gli
lascian
vedere
la
foresta
.
E
però
io
non
ho
detto
,
né
potevo
dire
,
che
nella
storia
del
Tocco
manchino
del
tutto
le
valutazioni
;
ma
soltanto
che
quelle
che
ci
sono
,
non
sono
strettamente
filosofiche
,
e
però
non
si
organizzano
tra
loro
,
non
si
giustificano
e
non
fanno
delle
sue
ricerche
un
vero
lavoro
storico
.
Il
che
non
significa
che
le
sue
ricerche
non
abbiano
valore
o
ne
abbian
poco
.
Ne
hanno
moltissimo
;
ma
come
ricerche
,
elementi
astratti
di
storia
.
O
chi
ha
detto
che
chi
non
fa
una
cosa
,
non
possa
farne
in
modo
eccellente
un
'
altra
?
I
limiti
dell
'
interpretazione
bruniana
del
Tocco
derivano
appunto
da
cotesto
suo
carattere
filologico
,
che
è
,
d
'
altra
parte
,
la
radice
dei
grandissimi
pregi
,
per
i
quali
quei
lavori
non
saranno
dimenticati
dagli
studiosi
del
Bruno
.
E
ora
mi
rincresce
di
dire
che
il
Mondolfo
non
si
è
messo
in
grado
né
di
vedere
questi
pregi
,
né
di
scorgerne
i
limiti
,
ossia
i
difetti
.
I
pregi
andavano
messi
in
luce
considerando
lo
stato
della
ricerca
bruniana
prima
del
Tocco
,
in
Italia
e
fuori
d
'
Italia
,
e
cercando
i
punti
speciali
in
cui
il
Tocco
la
fece
progredire
:
ciò
che
il
Mondolfo
non
poteva
fare
,
naturalmente
,
limitandosi
a
studiare
i
soli
libri
dello
stesso
Tocco
.
Per
i
difetti
,
sui
quali
né
anche
il
Mondolfo
par
disposto
a
chiudere
gli
occhi
,
bisognava
prima
di
tutto
scoprire
il
difetto
:
perché
è
chiaro
che
un
uomo
della
erudizione
,
della
diligenza
,
dell
'
acume
del
Tocco
,
se
sbaglia
(
in
punti
essenziali
,
s
'
intende
,
ché
nelle
minuzie
l
'
infallibile
fallisce
sette
volte
all
'
ora
)
,
non
può
sbagliare
a
caso
,
ma
vi
dev
'
esser
portato
dal
suo
metodo
e
dal
suo
principio
.
Il
Tocco
studiò
con
gran
cura
i
particolari
della
filosofia
del
Bruno
,
analizzando
nelle
Opere
latine
,
nelle
Opere
inedite
e
nelle
Fonti
più
recenti
,
punto
per
punto
,
tutto
il
contenuto
di
quella
filosofia
.
Ma
da
quest
'
analisi
esce
una
filosofia
,
che
sia
una
filosofia
?
Il
Tocco
parla
ora
di
eclettismo
,
ora
di
sincretismo
,
dimostrando
quel
che
in
Bruno
è
preso
da
Aristotele
e
quel
che
è
preso
da
Plotino
,
quello
che
c
'
è
di
Parmenide
e
quel
che
deriva
da
Eraclito
,
gli
elementi
democritei
atomizzanti
e
gli
elementi
platonici
panteizzanti
.
Un
Briareo
dalle
cento
braccia
,
avrebbe
detto
lo
Spaventa
:
ma
dov
'
è
Giove
?
Dov
'
è
l
'
unità
,
la
filosofia
,
lo
spirito
di
Bruno
?
Una
ricerca
di
fonti
ha
il
suo
valore
,
che
non
è
piccolo
,
ma
è
al
di
qua
dell
'
opera
cui
si
riferisce
.
Un
tentativo
di
ricostruzione
-
-
come
l
'
aveva
fatto
già
per
Platone
,
con
un
'
esigenza
che
accenna
all
'
indiretta
derivazione
della
cultura
filosofica
del
Tocco
dalla
scuola
hegeliana
,
alla
quale
anch
'
egli
nella
prima
gioventù
appartenne
-
-
egli
fece
cercando
di
stabilire
un
certo
processo
del
pensiero
bruniano
attraverso
alcune
fasi
di
svolgimento
;
tentativo
a
cui
egli
teneva
molto
,
e
che
,
secondo
mi
scriveva
nel
1905
,
si
compiaceva
di
vedere
accolto
dal
Vorländer
e
in
parte
dal
Hoeffding
,
quanto
gli
doleva
che
fosse
stato
combattuto
dal
suo
amico
prof
.
Masci
:
ma
che
aveva
esso
stesso
il
grave
difetto
del
peccato
originale
de
'
suoi
studi
bruniani
:
non
potendoci
essere
svolgimento
senza
un
'
unità
,
senza
un
pensiero
che
si
svolga
attraverso
vari
momenti
.
III
Ora
il
Mondolfo
,
non
essendosi
posto
a
questo
punto
di
vista
,
si
smarrisce
anche
lui
dietro
alle
contraddizioni
e
alle
oscillazioni
del
Bruno
,
e
non
può
mirare
al
nodo
della
sua
metafisica
.
Una
prima
osservazione
fa
circa
il
rapporto
della
religione
con
la
filosofia
in
Bruno
rapporto
che
fu
anch
'
esso
motivo
di
dissenso
tra
il
Tocco
e
il
Masci
,
e
rispetto
al
quale
il
Mondolfo
nota
che
il
Tocco
non
mantenne
la
stessa
opinione
dalla
Conferenza
del
1886
alle
Fonti
di
sei
anni
dopo
.
Il
contrasto
bensì
gli
sembra
apparente
;
e
ritiene
che
«
in
parte
derivi
dal
fatto
,
che
nella
conferenza
fiorentina
si
trattava
della
teologia
positiva
,
coi
suoi
simboli
e
le
sue
figure
,
fatta
per
le
moltitudini
;
qui
invece
si
tratta
della
teologia
negativa
dell
'
uno
ineffabile
,
cui
soltanto
l
'
estasi
può
arrivare
.
Ma
si
collega
in
parte
anche
,
in
quanto
riguarda
l
'
innegabile
contrasto
fra
la
tendenza
immanentistica
e
la
trascendentale
e
il
vario
prevalere
dell
'
una
o
dell
'
altra
nella
mente
del
Bruno
,
a
quella
successione
di
fasi
nella
filosofia
di
lui
,
che
è
merito
del
Tocco
avere
per
primo
messo
in
luce
»
.
Lasciamo
stare
se
un
contrasto
apparente
dei
giudizi
del
Tocco
possa
collegarsi
a
una
reale
successione
di
fasi
nella
filosofia
del
Bruno
.
Tale
contrasto
il
Mondolfo
crede
in
realtà
sia
(
benché
apparente
ed
eliminabile
)
non
nel
Tocco
,
ma
nel
Bruno
;
il
quale
una
volta
pare
(
come
parve
al
Tocco
nel
1886
)
che
metta
la
filosofia
al
di
sopra
della
religione
;
un
'
altra
(
come
parve
al
Tocco
nel
'92
)
che
metta
la
religione
al
di
sopra
della
filosofia
.
E
crede
che
la
contraddizione
non
ci
sia
per
questo
che
la
religione
inferire
alla
filosofia
è
per
il
Bruno
quella
positiva
;
l
'
altra
,
superiore
alla
filosofia
,
la
teologia
negativa
.
E
si
lascia
così
sfuggire
,
che
Bruno
dice
questa
«
più
alta
contemplazione
,
che
ascende
sopra
la
natura
»
«
impossibile
e
nulla
a
chi
non
crede
»
:
che
ciò
essa
appunto
è
il
contenuto
della
religione
positiva
.
Ma
che
d
'
altra
parte
il
contrasto
non
c
'
è
.
Non
c
'
è
,
perché
le
parole
non
significano
nulla
per
se
stesse
,
e
bisogna
intendere
il
pensiero
del
Bruno
.
Punto
che
io
mi
permetto
di
credere
di
avere
altra
volta
esattamente
chiarito
nella
mia
conferenza
G
.
Bruno
nella
storia
della
cultura
(
e
il
Tocco
mi
scrisse
allora
d
'
essere
al
tutto
d
'
accordo
con
me
)
.
La
più
alta
contemplazione
,
impossibile
a
chi
non
crede
,
è
bensì
più
alta
,
ma
è
vuota
per
chi
,
come
Bruno
,
ha
dottrina
di
«
non
cercar
la
divinità
rimossa
da
noi
»
.
L
'
essere
la
cognizione
rivelata
più
alta
della
razionale
non
toglie
che
non
sia
vera
cognizione
;
e
però
più
bassa
della
razionale
.
Più
alta
per
l
'
oggetto
inaccessibile
alla
ragione
,
essa
,
per
Bruno
,
è
infinitamente
inferiore
alla
speculazione
,
in
quanto
processo
conoscitivo
,
autonomo
,
come
dev
'
essere
ogni
vero
processo
conoscitivo
.
La
sua
superiorità
appunto
è
la
sua
inferiorità
,
dato
che
l
'
interesse
del
filosofo
si
è
spostato
dall
'
oggetto
della
fede
a
quello
dell
'
intendere
;
e
quindi
il
suo
vero
Dio
non
è
più
il
trascendente
,
ma
l
'
immanente
.
Il
trascendente
non
è
negato
,
né
poteva
esser
negato
;
ed
è
merito
del
Bruno
non
averlo
negato
,
data
la
sua
concezione
inadeguata
del
Dio
immanente
;
per
cui
il
trascendente
è
l
'
integrazione
,
tutt
'
altro
che
trascurabile
dell
'
immanente
(
come
il
noumeno
di
Kant
è
richiesto
a
integrare
il
suo
fenomeno
)
.
Ma
ciò
non
toglie
che
l
'
anima
della
speculazione
bruniana
sia
l
'
intuizione
sempre
viva
della
divina
natura
,
o
mens
insita
omnibus
,
E
dimenticato
o
trascurato
questo
concetto
,
nessuna
pagina
in
lui
,
nessuna
frase
è
più
intelligibile
.
Il
teismo
di
Bruno
non
è
la
sua
religione
,
ma
il
limite
della
sua
filosofia
(
che
è
pure
la
sua
religione
)
essenzialmente
panteistica
.
IV
Il
Tocco
distinse
tre
fasi
nello
svolgimento
del
pensiero
bruniano
:
1
.
schietto
misticismo
neoplatonizzante
,
rappresentato
dal
De
umbris
(
1852
)
:
dove
il
monismo
è
commisto
a
motivi
di
dualismo
e
di
trascendenza
;
2
.
monismo
eleatico
,
panteizzante
,
rappresentato
principalmente
dal
De
la
causa
Principio
ed
uno
,
e
in
generale
dagli
scritti
italiani
(
158485
)
;
3
.
atomismo
,
svolto
segnatamente
nel
De
minimo
(
1591
)
.
Contro
tale
distinzione
fu
osservato
che
le
varie
tendenze
non
si
succedono
cronologicamente
,
ma
sono
simultanee
e
s
'
intrecciano
nell
'
opera
bruniana
,
che
si
sforza
appunto
di
accordare
motivi
filosofici
discordanti
.
Occorre
intendersi
,
dice
il
Mondolfo
.
«
La
distinzione
delle
fasi
del
pensiero
bruniano
non
è
separazione
nettamente
determinabile
:
il
fatto
,
che
simultaneo
alla
metafisica
della
Causa
e
ad
un
indirizzo
etico
con
essa
congruente
,
si
presenti
un
altro
indirizzo
di
morale
,
che
meglio
s
'
intenderebbe
se
contemporaneo
alla
metafisica
del
De
minnimo
,
è
prova
novella
di
ciò
che
anche
il
Tocco
rileva
,
che
il
pensiero
del
Bruno
è
tratto
continuamente
per
opposte
vie
da
forze
antagonistiche
....
Una
coerenza
sistematica
non
sarebbe
naturale
chiederla
al
Bruno
.
In
una
vita
così
tumultuosa
ed
errabonda
,
in
un
'
attività
filosofica
così
intensa
e
svariata
,
fra
gli
scritti
e
l
'
insegnamento
,
nel
breve
termine
di
nove
anni
,
al
Bruno
non
fu
concesso
mai
quell
'
agio
della
concentrazione
pacata
,
della
discussione
interna
delle
sue
convinzioni
,
del
sereno
esame
critico
,
che
d
'
altra
parte
sarebbe
stato
così
alieno
dal
carattere
suo
e
della
età
sua
,
pur
essendo
condizione
del
raggiungimento
d
'
una
sistemazione
coerente
o
dell
'
eliminazione
almeno
delle
più
gravi
contradizioni
.
Ma
la
manifestazione
di
tendenze
contrarie
in
scritti
dello
stesso
periodo
,
o
anche
nella
medesima
opera
,
non
toglie
che
volta
a
volta
l
'
una
o
l
'
altra
di
tali
tendenze
si
mostri
preponderante
....
Non
fasi
pure
,
dunque
,
ma
tuttavia
fasi
reali
»
.
Comunque
,
tre
fasi
così
concepite
è
facile
vedere
che
non
sono
uno
svolgimento
,
ma
una
giustapposizione
,
resa
possibile
dal
concetto
generale
della
possibilità
di
risolvere
tutta
quanta
la
filosofia
bruniana
nella
somma
degli
elementi
che
vi
confluirono
.
Donde
nascono
domande
gravissime
,
come
le
seguenti
:
è
possibile
che
un
emanatista
a
mo
'
di
Plotino
,
che
fa
vivere
l
'
uno
nei
molti
,
acceda
all
'
intuizione
astratta
degli
Eleati
,
che
l
'
uno
staccano
affatto
dalla
molteplicità
,
senza
sentire
la
radicale
erroneità
della
sua
prima
intuizione
?
O
è
possibile
che
un
monista
alla
Parmenide
s
'
induca
a
riconoscere
il
flusso
eracliteo
,
senza
abbandonare
del
tutto
la
negazione
parmenidea
del
non
essere
?
O
ancora
:
può
chi
fu
una
volta
schietto
neoplatonico
,
e
non
ha
cessato
mai
del
tutto
di
esser
tale
,
e
ha
tenuto
e
tien
sempre
fermo
(
come
avvertiva
il
Tocco
)
all
'
animismo
universale
fondato
sul
concetto
dell
'
anima
del
mondo
,
accogliere
l
'
intuizione
meccanicista
e
pluralista
di
un
Democrito
?
Ed
è
proprio
possibile
che
in
uno
stesso
pensiero
concorrano
filosofie
così
avverse
e
repugnanti
?
Ma
c
'
è
altro
.
Per
le
Opere
latine
,
prima
di
studiare
le
inedite
,
il
Tocco
ammetteva
che
nella
terza
fase
del
filosofare
bruniano
attestata
dal
De
minimo
,
l
'
atomismo
di
Democrito
e
di
Epicuro
venisse
e
incontrarsi
(
nientemeno
!
)
nella
monadologia
leibniziana
;
perché
Bruno
avrebbe
nei
suoi
minimi
frantumato
non
solo
il
corpo
dell
'
infinito
universo
,
ma
anche
l
'
anima
del
mondo
,
ammettendo
la
realtà
delle
anime
individuali
.
Nella
prefazione
invece
alla
memoria
sulle
Opere
inedite
confessava
candidamente
:
«
Il
confronto
colle
opere
inedite
mi
fa
ora
ricredere
.
L
'
individuazione
dell
'
anima
non
è
per
Bruno
se
non
un
fatto
passeggero
,
che
nell
'
infinita
serie
del
tempo
non
ha
consistenza
e
durata
maggiore
del
baleno
.
Per
tal
guisa
la
trasformazione
atomistica
della
speculazione
bruniana
resta
a
mezzo
;
perché
,
se
la
parte
materiale
si
risolve
tutta
in
atomi
insensibili
e
irriducibili
,
la
parte
spirituale
invece
cotesto
frazionamento
non
conosce
,
e
resta
sempre
una
di
qualità
e
sostanza
.
La
quale
in
conseguenza
reca
,
a
dir
vero
,
questo
vantaggio
,
che
l
'
atomismo
della
terza
fase
si
saldi
più
facilmente
col
panteismo
della
seconda
,
a
quel
modo
istesso
che
l
'
immanenza
della
seconda
fase
si
saldava
con
la
trascendenza
della
prima
»
.
Studiando
la
Lampas
triginta
statuarum
,
il
Tocco
,
insomma
,
ebbe
il
merito
di
accorgersi
che
era
corso
troppo
nell
'
interpretazione
di
alcuni
luoghi
del
De
minimo
,
e
di
tornare
indietro
,
riconoscendo
che
il
Bruno
non
aveva
ammesso
altra
anima
sostanziale
che
quella
universale
,
pur
mantenendo
sempre
l
'
interpretazione
atomistica
;
salvo
a
notare
,
come
s
'
è
veduto
,
un
'
incoerenza
tra
l
'
anima
una
e
i
corpi
molti
.
V
Ora
viene
il
Mondolfo
e
sottopone
ad
esame
il
cangiamento
d
'
opinione
del
Tocco
,
e
sostiene
che
questi
aveva
ragione
prima
ed
ebbe
torto
dopo
:
che
cioè
anche
le
opere
inedite
confermano
la
coesistenza
in
Bruno
dell
'
atomismo
e
della
monadologia
.
Questa
è
la
parte
originale
del
suo
scritto
,
che
conchiude
dicendo
:
«
Taluni
,
che
nel
Bruno
veggono
soltanto
il
campione
del
monismo
panteistico
,
quando
salutano
in
lui
il
precursore
,
accanto
allo
Spinoza
ricordano
anche
il
Leibniz
;
e
se
si
chiedesse
loro
in
quali
opere
questi
precorrimenti
si
verifichino
,
dovrebbero
pur
rispondere
:
il
primo
nelle
opere
successive
al
De
umbris
,
il
secondo
nei
poemi
latini
»
.
Parole
non
troppo
chiare
;
ma
vogliono
significare
,
che
molti
che
fanno
di
Bruno
un
monista
panteistico
,
poi
,
senza
troppo
riflettere
(
e
chi
sono
costoro
?
)
,
lo
fanno
precursore
non
solo
di
Spinoza
bensì
anche
di
Leibniz
;
ammettendo
implicitamente
che
in
Bruno
ci
sia
,
oltre
il
monista
,
il
monadista
,
le
cui
dottrine
essi
vorranno
certamente
trovare
nei
poemi
latini
.
Vediamo
un
po
'
.
Se
anche
nella
Lampas
e
nell
'
altra
opera
inedita
De
rerum
principiis
fosse
esclusa
la
moltiplicazione
dell
'
anima
in
molte
anime
sostanziali
,
questo
potrebbe
obbligarci
(
quantunque
il
Mondolfo
non
se
ne
avvegga
)
ad
escludere
la
moltiplicazione
stessa
dal
De
minimo
,
che
rappresenta
un
momento
ulteriore
nello
sviluppo
dell
'
atomismo
,
non
ancora
accolto
come
dottrina
metafisica
nel
De
principiis
.
Ma
già
nella
Lampas
il
Bruno
palesa
incertezze
e
oscillazioni
,
che
rendono
più
che
dubbia
la
risoluta
interpretazione
del
Tocco
.
Nella
Lampas
Bruno
dice
l
'
anima
naturam
ex
se
subsistentem
,
noia
accidentalem
formam
,
non
entelechiam
,
non
harmoniam
,
non
aliud
simile
;
l
'
anima
e
il
corpo
duo
subiecta
per
spiritum
unibilia
,
quorum
principalius
est
anima
;
unibili
di
un
'
unione
che
avviene
casu
,
non
naturaliter
;
e
l
'
anima
multo
intervallo
relinquit
post
se
materiam
;
anima
ante
et
post
corporis
societatem
consistit
.
Quest
'
anima
è
quella
del
mondo
,
o
è
quella
di
ciascun
individuo
?
Pel
Mondolfo
,
è
da
escludere
che
sia
la
prima
per
ragioni
....
come
dire
?
a
priori
.
«
Se
l
'
anima
,
di
cui
qui
si
parla
,
fosse
l
'
anima
del
mondo
,
non
saprei
vedere
come
tutti
questi
residui
della
scala
plotiniana
degli
esseri
s
'
accordino
col
panteismo
,
per
cui
è
Deus
sive
natura
,
e
l
'
anima
del
mondo
è
una
faccia
di
quest
'
essere
unico
,
che
visto
da
un
altro
lato
è
materia
.
Tra
spirito
e
materia
il
Bruno
qui
non
afferma
soltanto
una
distinzione
,
che
sarebbe
condizione
della
stessa
identità
di
essi
,
come
di
contrari
;
ma
una
vera
e
propria
separazione
»
.
Ragioni
,
adunque
,
a
priori
,
e
,
quel
che
è
peggio
,
oscure
,
perché
fondate
su
una
conoscenza
non
esatta
del
neoplatonismo
,
dove
la
dualità
non
esclude
punto
l
'
unità
.
VI
Ma
la
più
semplice
maniera
di
vedere
che
specie
di
anima
fosse
quella
di
cui
Bruno
parla
nei
luoghi
citati
,
non
era
quella
insegnataci
dal
Tocco
,
di
andare
a
guardare
il
testo
;
cioè
,
dico
io
,
il
contesto
?
E
allora
,
salvo
errore
,
l
'
anima
di
cui
si
parla
lì
dal
Bruno
,
dovrebbe
esser
quella
di
cui
si
comincia
a
parlare
a
pag
.
239
,
proponendo
l
'
esempio
,
a
cui
si
deve
applicare
l
'
arte
inventiva
della
Lampada
:
Anima
non
est
accidens
.
E
lì
si
parla
di
anima
hontinis
,
che
absolvitur
a
corpore
et
realiter
existit
sino
illo
.
Ma
che
per
ciò
?
«
Il
Tocco
medesimo
»
,
osserva
il
Mondolfo
,
«
rileva
che
nella
maggior
parte
degli
argomenti
,
recati
per
provare
che
l
'
anima
non
sia
accidente
del
corpo
,
ma
substantia
spiritualis
,
il
Bruno
si
riferisce
all
'
anima
individuale
,
non
all
'
anima
del
mondo
»
.
Ebbene
,
egli
soggiunge
:
«
allora
dove
se
ne
va
l
'
affermazione
del
Bruno
che
le
anime
individuali
non
siano
che
ripercussioni
fuggevoli
dell
'
anima
del
mondo
,
sue
operazioni
nella
materia
che
sola
introduce
la
molteplicità
e
la
divisione
?
»
.
«
La
vera
individualità
»
,
aveva
detto
il
Tocco
,
«
o
per
meglio
dire
,
la
vera
sostanzialità
sta
nell
'
anima
del
mondo
;
le
altre
non
sono
se
non
molteplici
ripercussioni
di
quell
'
unica
,
o
per
dirla
chiaramente
,
non
sono
ne
più
né
meno
se
non
le
diverse
operazioni
dello
stesso
principio
.
Quando
si
dice
che
l
'
anima
dell
'
uomo
è
una
sostanza
individua
,
che
risiede
nel
centro
della
vita
,
non
si
deve
intendere
che
sia
un
essere
diverso
dall
'
anima
universale
.
È
invece
l
'
anima
universale
che
agisce
in
quel
determinato
punto
,
e
da
quel
punto
irraggia
l
'
azione
sua
in
tutto
l
'
organismo
.
Così
si
spiega
....
come
,
pur
ammettendo
l
'
immortalità
dell
'
anima
,
il
Bruno
non
solo
nella
Causa
,
ma
anche
nel
De
minimo
derida
le
paure
dell
'
Orco
.
Non
è
l
'
anima
individuale
,
non
è
quell
'
operazione
localizzata
in
quel
centro
che
è
immortale
,
ma
ben
piuttosto
l
'
anima
universale
stessa
,
che
dai
frammenti
del
disciolto
organismo
ne
comporrà
altri
;
il
che
è
ciò
che
v
'
ha
di
vero
nell
'
antica
dottrina
della
metempsicosi
»
.
Alla
domanda
del
Mondolfo
(
dove
se
ne
va
?
)
il
Tocco
;
ha
perciò
risposto
:
la
sostanzialità
,
l
'
individualità
dell
'
anima
di
ogni
uomo
è
la
stessa
sostanzialità
e
individualità
dell
'
anima
universale
,
di
cui
la
prima
è
un
'
emanazione
.
L
'
anima
dell
'
uomo
,
insomma
,
è
substantia
individua
,
subsistens
etc
.
,
quatenus
anima
universalis
:
concetto
ovvio
a
chi
abbia
studiato
la
logica
spinoziana
di
sostanza
,
attributo
e
modo
.
Si
ricordi
infatti
Spinoza
:
Aquam
,
quatenus
aqua
est
,
dividi
concipimus
eiusque
partes
ab
invicem
separari
:
at
non
,
quatenus
substantia
est
corporea
;
eatenus
enim
neque
separatur
neque
dividitur
.
E
anche
per
Spinoza
la
mente
umana
è
parte
,
com
'
egli
dice
,
dell
'
intelletto
infinito
di
Dio
;
e
quindi
è
sostanza
,
ma
non
in
quanto
mente
umana
,
nella
sua
finitezza
.
Il
Mondolfo
,
dopo
aver
esposto
il
concetto
del
Tocco
(
che
si
rifaceva
certamente
da
Spinoza
nell
'
intendere
il
rapporto
dell
'
anima
universale
con
quelle
particolari
)
solleva
la
seguente
difficoltà
:
«
Se
l
'
anima
del
mondo
è
individua
ed
unica
realtà
,
e
,
come
tale
,
unita
ineparabilmente
alla
materia
considerata
nella
sua
totalità
-
-
sì
da
costituire
entrambe
due
facce
di
una
sostanza
unica
.
-
-
essa
è
ugualmente
inseparabile
dai
singoli
esseri
,
che
costituiscono
la
totalità
della
materia
:
non
si
può
concepire
il
suo
distacco
neppur
temporaneo
da
alcuni
di
questi
,
senza
supporre
che
l
'
anima
sia
unita
ad
una
parte
e
non
alla
totalità
del
mondo
,
e
senza
interrompere
ad
ogni
momento
quella
continuità
della
sua
azione
,
che
dovrebbe
spiegarsi
sempre
tota
in
toto
et
in
qualibet
totius
Parte
,
D
'
altro
canto
,
però
,
queste
separazioni
,
inconcepibili
per
l
'
anima
universale
,
sono
concepibilissime
per
le
anime
individuali
,
quando
esse
siano
considerate
non
accidentali
,
ma
sostanziali
....
»
.
Difficoltà
,
però
,
che
non
toccherebbe
soltanto
la
filosofia
bruniana
,
ma
ogni
specie
di
emanatismo
,
che
fa
derivare
il
molteplice
dall
'
uno
;
e
potrebbe
riuscire
se
mai
una
critica
,
non
già
servire
alla
interpretazione
di
Bruno
.
Ma
la
difficoltà
esiste
?
Considerata
nella
sua
totalità
,
la
materia
sarà
una
;
e
tale
sarà
in
quanto
animata
,
giacché
la
materia
per
se
stessa
è
caussa
mtultitudinis
et
divisionis
.
E
s
'
intende
che
in
tale
unità
non
ci
può
essere
più
morte
,
e
non
è
da
parlare
di
distacco
.
Ma
la
morte
e
l
'
interruzione
(
relativa
)
dell
'
azione
avvivante
dell
'
anima
universale
è
appunto
nella
materia
in
quanto
materia
.
La
materia
infatti
,
in
quanto
tale
,
non
è
unità
,
ma
molteplicità
,
in
cui
un
essere
non
è
l
'
altro
,
e
però
la
vita
dell
'
uno
è
la
morte
dell
'
altro
,
cioè
distacco
dell
'
anima
.
La
quale
non
resta
ad
agire
nel
vuoto
pel
fatto
che
la
morte
del
secondo
è
pur
vita
del
primo
essere
.
La
difficoltà
ci
sarebbe
,
se
l
'
anima
si
distribuisse
nella
materia
.
Allora
una
parte
materiale
esanime
importerebbe
una
parte
dell
'
anima
a
spasso
.
Ma
l
'
anima
sostanza
indivisibile
è
tutta
in
tutto
e
in
ciascuna
parte
,
e
la
sua
azione
animatrice
perciò
non
è
possibile
che
sia
mai
interrotta
.
D
'
altro
canto
,
s
'
intende
che
neppur
una
parte
di
materia
può
restare
senz
'
anima
;
perché
la
morte
è
relativa
all
'
essere
particolare
che
si
disgrega
nei
suoi
atomi
in
quanto
questi
entrano
in
nuovi
aggregati
.
Onde
la
materia
nella
sua
totalità
,
cioè
,
ripeto
,
come
unità
,
è
sempre
animata
,
ossia
è
anima
;
e
quindi
non
patisce
mai
morte
.
VII
Io
almeno
non
riesco
a
scorgere
la
difficoltà
che
vede
il
Mondolfo
;
il
quale
,
una
volta
creatasela
,
per
uscirne
propende
a
credere
che
il
Bruno
realmente
ammettesse
la
sostanzialità
delle
anime
individuali
,
oltre
quella
dell
'
anima
del
mondo
;
senza
accorgersi
né
anche
lui
di
quel
che
era
sfuggito
al
Tocco
nel
suo
lavoro
sulle
Opere
latine
;
che
cioè
l
'
anima
del
mondo
è
la
negazione
delle
anime
individuali
;
e
viceversa
;
e
senza
avvertire
,
com
'
era
naturale
,
che
la
difficoltà
da
lui
sollevata
,
ci
sarebbe
,
e
insuperabile
,
appunto
in
questa
ipotesi
;
perché
,
ammesse
le
anime
individuali
unificate
e
fuse
nell
'
anima
del
mondo
,
e
tante
anime
quanti
sono
gli
esseri
del
mondo
;
non
si
vede
davvero
come
si
potrebbe
morire
.
Posto
che
i
testi
di
Bruno
parlano
espliciti
nel
ridurre
le
anime
individuali
a
mère
fulgurazioni
dell
'
unica
sostanziale
anima
del
mondo
-
-
dottrina
analoga
a
quella
averroistica
dell
'
unità
dell
'
intelletto
,
che
ebbe
sostenitori
anche
nel
Cinquecento
,
immediatamente
prima
del
Bruno
;
posto
che
un
pensatore
del
tempo
di
Bruno
non
poteva
vedervi
la
difficoltà
che
ci
vede
il
Mondolfo
,
perdono
ogni
fondamento
le
sette
considerazioni
che
egli
enumera
nella
conclusione
del
suo
scritto
,
per
dimostrare
la
probabilità
della
vecchia
opinione
,
che
male
il
Tocco
avrebbe
fatto
ad
abbandonare
,
circa
la
tendenza
bruniana
verso
la
monadologia
.
Per
la
I
º
e
la
3º
(
chi
volesse
scorrere
l
'
elenco
di
queste
considerazioni
del
Mondolfo
)
metta
il
Mondolfo
al
luogo
dell
'
anima
sostanza
,
l
'
anima
operazione
dell
'
anima
sostanza
;
e
tutto
è
a
posto
.
La
2º
suppone
vera
quella
difficoltà
fondamentale
che
s
'
è
vista
.
La
minima
realtà
,
che
è
immortale
,
è
il
minimo
,
cioè
la
sostanza
:
quella
sostanza
che
,
spinozianamente
,
solo
in
apparenza
è
molteplice
,
laddove
per
la
mente
non
è
che
una
,
come
ora
vedremo
.
Nella
4º
,
nella
5º
e
nella
6º
l
'
argomento
del
Mondolfo
,
che
le
differenze
individuali
suppongano
la
sostanzialità
delle
anime
individuali
,
è
rovesciato
da
espliciti
luoghi
di
Bruno
e
dallo
stesso
spirito
generale
del
sistema
che
fa
nascere
le
differenze
dalla
materia
.
Nella
7º
male
si
appaia
il
principio
di
libertà
filosofica
e
religiosa
con
la
dottrina
del
libero
arbitrio
;
e
inesattamente
si
crede
che
il
libero
arbitrio
di
Bruno
possa
scambiarsi
con
l
'
autonomia
della
coscienza
individuale
(
che
il
Mondolfo
per
positivistico
pudore
vorrebbe
sostituirgli
)
.
Il
libero
arbitrio
di
Bruno
(
amor
confusus
,
non
adhuc
limitatus
,
e
perciò
potentia
qual
è
in
Dio
,
che
è
,
per
lui
,
come
per
Spinoza
,
absoluta
necessitas
ut
sit
etiam
absoluta
libertas
)
,
è
difetto
,
che
lo
sviluppo
della
ragione
deve
a
poco
a
poco
colmare
,
e
che
perciò
non
può
a
nessun
patto
ragguagliarsi
alla
divina
libertà
del
filosofo
,
partecipe
della
libertà
dell
'
oggetto
con
cui
si
immedesima
.
La
libertà
di
Bruno
(
e
questa
è
la
sua
insuperabile
inferiorità
verso
il
monadismo
leibniziano
)
non
è
del
soggetto
,
ma
dell
'
oggetto
.
E
autonomia
di
coscienza
individuale
nel
senso
che
il
Mondolfo
dà
all
'
individualità
,
per
Bruno
non
ce
ne
poteva
essere
.
E
però
meglio
è
consentire
col
Tocco
nell
'
opinione
che
a
lui
,
dopo
matura
riflessione
,
parve
definitivamente
preferibile
.
VIII
Vero
è
che
la
monadologia
bruniana
,
se
non
è
quella
di
Leibniz
,
non
è
neppure
l
'
atomismo
di
Democrito
e
di
Epicuro
.
E
il
Tocco
a
furia
di
istituire
riscontri
e
indagar
fonti
cancellò
differenze
essenziali
,
e
non
vide
più
il
vero
concetto
della
monade
di
Bruno
,
strozzando
perciò
l
'
unità
del
pensiero
bruniano
dal
De
umbris
ai
poemi
latini
.
Unità
che
meglio
si
ritrova
nella
stessa
esposizione
di
Hoeffding
,
malgrado
la
sua
superficialità
.
Questo
storico
p
.
e
.
vide
chiaramente
che
gli
atomi
di
Bruno
non
sono
atomi
assoluti
;
e
con
ciò
sottrasse
già
la
sua
filosofia
all
'
atomismo
vero
e
proprio
(
come
sistema
meccanicista
)
;
quantunque
il
suo
modo
di
concepire
l
'
atomo
bruniano
sia
inesatto
per
un
doppio
aspetto
,
e
vedendo
una
contraddizione
tra
la
polemica
del
Bruno
contro
la
divisione
all
'
infinito
e
la
dottrina
della
relatività
del
concetto
degli
atomi
,
e
non
vedendo
che
gli
atomi
relativi
di
Bruno
possono
essere
tali
tutti
ad
eccezione
di
uno
,
che
è
assoluto
,
la
monas
monadum
.
Due
inesattezze
,
che
sono
poi
una
sola
.
La
quale
deriva
dal
disconoscimento
del
carattere
metafisico
e
oggettivo
,
e
non
gnoseologico
e
soggettivo
,
della
relatività
dell
'
atomo
bruniano
:
che
è
gravissimo
anacronismo
.
I
minimi
di
Bruno
sono
sostanze
attive
teleologiche
,
in
quanto
unica
sostanza
:
e
però
sono
toto
caelo
diversi
dagli
atomi
sostanze
inerti
e
meccaniche
in
quanto
molte
.
Né
questo
monadismo
è
contradittorio
al
panteismo
neoplatonico
;
anzi
nel
pensiero
di
Bruno
è
un
momento
necessario
di
esso
;
e
quindi
più
o
meno
svolto
,
secondo
i
vari
scritti
,
ma
pur
sempre
presente
.
La
monade
,
«
principio
e
sostanza
de
le
cose
»
di
Bruno
,
è
la
sostanza
di
Spinoza
,
non
la
monade
di
Leibniz
.
Questo
concetto
del
minimo
sostanza
fu
luminosamente
chiarito
dallo
Spaventa
fin
dal
1866
in
un
piccolo
scritto
,
di
cui
il
Tocco
,
che
si
servì
del
maggior
saggio
concernente
la
teoria
della
conoscenza
,
non
tenne
il
debito
conto
.
Ma
lo
spinozismo
dell
'
atomo
bruniano
non
sfuggì
neppure
allo
storico
più
accurato
dell
'
atomismo
,
il
Lasswitz
(
la
cui
opera
il
Mondolfo
non
avrebbe
dovuto
trascurare
)
,
quantunque
anch
'
egli
malamente
insista
,
come
Hoeffding
,
sul
carattere
fenomenico
della
relatività
delle
monadi
particolari
,
e
non
scorga
la
vera
differenza
che
separa
queste
monadi
dalle
monadi
leibniziane
.
X
VERITAS
FILIA
TEMPORIS
I
Nella
Cena
delle
ceneri
(
1584
)
,
ai
vanti
che
Teofilo
fa
della
grandiosa
rivoluzione
scientifica
apportata
dalla
filosofia
del
Nolano
,
il
pedante
Prudenzio
risponde
con
un
ammonimento
preso
a
prestito
dai
Disticha
Catonis
:
Iudicium
populi
numquam
contempseris
unus
,
Ne
nulli
placeas
,
dum
vis
contenmere
multos
.
«
Questo
è
prudentissimamente
detto
»
,
ripiglia
Teofilo
,
che
rappresenta
il
pensiero
stesso
del
Bruno
,
«
in
proposito
del
convitto
e
regimento
comone
e
prattica
de
la
civile
conversazione
:
ma
non
già
in
proposito
de
la
cognizione
de
la
verità
e
regola
di
contemplazione
,
per
cui
disse
il
medesimo
saggio
:
Disce
,
sed
a
doctis
:
indoctos
ipse
doceto
.
È
anco
,
quel
che
tu
dici
,
in
proposito
di
dottrina
espediente
a
molti
;
e
però
è
conseglio
,
che
riguarda
la
moltitudine
:
perché
non
fa
per
le
spalli
di
qualsivoglia
questa
soma
(
la
cognizione
della
verità
)
,
ma
per
quelli
che
possono
portarla
,
come
il
Nolano
;
o
almeno
muoverla
verso
il
suo
termine
,
senza
incorrere
difficoltà
sconveniente
,
come
Copernico
ha
possuto
fare
»
.
Secondo
il
Bruno
,
dunque
,
bisogna
distinguere
tra
la
pratica
e
la
scienza
,
tra
la
legge
dell
'
una
e
la
legge
dell
'
altra
.
La
pratica
è
attività
sociale
,
il
cui
soggetto
è
la
comunità
civile
,
il
popolo
;
la
scienza
,
opera
dei
savi
,
talché
«
un
solo
,
benché
solo
,
può
e
potrà
vencere
,
ed
al
fine
avrà
vinto
,
e
trionferà
contra
l
'
ignoranza
generale
;
e
non
è
dubio
,
se
la
cosa
de
'
determinarsi
non
co
'
la
moltitudine
di
ciechi
e
sordi
testimoni
,
di
convizi
e
di
parole
vane
,
ma
co
'
la
forza
di
regolato
sentimento
,
il
qual
bisogna
che
conchiuda
al
fine
;
perché
,
in
fatto
,
tutti
gli
orbi
non
vagliono
per
uno
che
vede
e
tutti
i
stolti
non
possono
servire
per
un
savio
»
.
E
#
#
#
µ
o
#
µ
#
#
#
o
#
#
#
#
#
#
#
#
#
o
#
#
,
aveva
già
detto
Eraclito
.
sicché
la
legge
della
pratica
sarà
nella
moltitudine
de
'
testimoni
,
come
dire
nel
volere
dei
più
;
quella
della
scienza
,
nel
regolato
sentimento
,
ossia
nella
logica
,
che
muove
la
cognizione
della
verità
verso
il
suo
termine
,
liberandola
dalle
difficoltà
disconvenienti
,
ossia
dalle
contraddizioni
.
D
'
altra
parte
,
la
pratica
(
costume
,
legge
,
culto
religioso
,
ecc
.
)
non
è
,
per
Bruno
,
mera
volontà
,
quale
si
manifesta
nei
voti
(
testimoni
)
,
nelle
grida
e
nelle
altre
manifestazioni
violente
dello
spirito
popolare
;
ma
è
anche
pensiero
o
,
com
'
egli
dice
,
«
dottrina
espediente
a
molti
»
.
È
un
sapere
che
è
credenza
,
sottratta
alla
forza
di
quel
regolato
sentimento
,
il
quale
bisogna
che
alfine
conchiuda
:
è
l
'
accettazione
,
estranea
e
per
sé
refrattaria
alla
critica
scientifica
del
pensiero
logico
,
di
concetti
,
ancorché
falsi
,
utili
e
necessari
alla
vita
civile
.
Anche
questo
elemento
della
pratica
,
benché
in
sé
pensiero
,
non
ha
valore
,
secondo
il
Bruno
,
come
tale
.
E
però
il
savio
non
ha
autorità
e
competenza
rispetto
ad
esso
,
e
deve
accettarlo
qual
'
è
nella
vita
-
-
che
è
volontà
orientata
secondo
una
fede
-
-
del
popolo
,
col
quale
egli
,
praticamente
,
si
confonde
.
Quindi
l
'
atteggiamento
del
Bruno
verso
la
religione
,
in
quanto
chiesa
e
istituto
sociale
:
atteggiamento
di
rispetto
,
fondato
sul
principio
dell
'
assoluta
incommensurabilità
della
dottrina
filosofica
,
che
è
sforzo
di
conoscere
la
verità
,
e
della
dottrina
religiosa
,
che
è
credenza
espediente
ai
molti
.
Posta
tale
distinzione
e
incommensurabilità
dello
spirito
pratico
,
possiamo
dire
,
e
dello
spirito
teoretico
,
il
Bruno
non
ricerca
più
oltre
la
radice
di
questa
doppia
direzione
dello
spirito
umano
(
radice
che
noi
piuttosto
possiamo
additare
in
quel
residuo
di
trascendenza
dualistica
,
che
c
'
è
in
fondo
al
naturalismo
bruniano
)
;
né
,
tutto
acceso
com
'
è
dell
'
ardore
mistico
della
contemplazione
,
che
è
puro
pensiero
o
cognizione
della
verità
,
ha
più
interesse
di
ricercare
lo
sviluppo
dello
spirito
pratico
.
C
'
è
un
processo
nelle
religioni
,
nelle
leggi
,
nelle
idee
morali
e
in
tutte
le
dottrine
espedienti
ai
molti
?
È
inutile
cercare
in
Bruno
una
risposta
a
questa
domanda
:
Il
suo
mondo
non
è
quello
della
vita
,
ma
quello
della
contemplazione
;
non
è
quello
della
storia
,
ma
quello
della
natura
.
La
sua
stessa
etica
dello
Spaccio
finisce
negli
Eroici
furori
,
sublimazione
della
mente
nel
processo
della
verità
.
Egli
perciò
non
ha
luogo
a
proporsi
il
problema
del
movimento
dello
spirito
pratico
:
lì
,
per
lui
,
è
solo
arbitrio
,
dato
esterno
,
fatto
,
non
logica
.
La
fede
,
infatti
,
come
tale
,
è
irrazionale
:
non
può
avere
sviluppo
.
La
scienza
,
invece
,
è
pel
Bruno
la
negazione
assoluta
della
fede
;
e
però
egli
esclude
il
popolo
dall
'
insegnamento
di
quella
.
«
Coloro
c
'
hanno
la
possessione
di
questa
verità
,
non
denno
ad
ogni
sorte
di
persona
comunicarla
,
si
non
voglion
lavar
,
come
se
dice
,
il
capo
a
l
'
asino
»
.
Il
dotto
,
che
scopre
una
verità
nuova
,
deve
,
secondo
lui
,
indirizzarsi
a
chi
ha
ingegno
,
ma
anche
disciplina
,
sì
che
ignori
tuttavia
«
sol
per
non
avvertire
e
non
considerare
....
per
la
privazione
de
l
'
atto
solo
,
e
non
de
la
facultà
ancora
»
.
La
facoltà
,
dunque
,
o
la
condizione
che
ci
mette
in
grado
di
accogliere
la
verità
o
di
conoscere
,
è
in
parte
naturale
(
ingegno
)
e
in
parte
acquisita
con
lo
stesso
esercizio
del
pensiero
,
con
gli
studi
(
disciplina
)
.
In
altri
termini
,
la
scienza
è
figlia
della
scienza
.
La
verità
nuova
presuppone
verità
precedenti
;
ma
anche
queste
sono
frutto
di
regolato
sentimento
,
di
pensiero
cioè
che
proceda
secondo
leggi
.
E
pertanto
dall
'
insegnamento
del
Nolano
sono
esclusi
non
solo
quei
«
maligni
e
scellerati
,
che
per
una
certa
neghittosa
invidia
si
adirano
ed
inorgogliano
contra
colui
,
che
par
loro
voglia
insegnar
»
;
ma
anche
quegli
altri
,
«
che
,
per
qualche
credula
pazzia
,
temendo
che
per
vedere
non
se
guastino
,
vogliono
ostinatamente
perseverare
ne
le
tenebre
di
quello
ch
'
hanno
una
volta
malamente
appreso
»
.
La
credula
pazzia
che
è
la
fede
,
è
messa
sullo
stesso
piano
della
passione
,
che
impedisce
la
vista
del
vero
,
come
la
negazione
assoluta
dello
spirito
scientifico
.
A
tutti
costoro
il
filosofo
oppone
quei
«
felici
e
ben
nati
ingegni
,
verso
gli
quali
nisciuno
onorato
studio
è
perso
:
temerariamente
non
giudicano
,
hanno
libero
l
'
intelletto
,
terso
il
vedere
,
e
son
prodotti
dal
cielo
,
si
non
inventori
,
degni
però
esaminatori
,
giodici
e
testimoni
de
la
verità
»
.
Questo
libero
intelletto
non
è
già
intelletto
vuoto
,
poiché
il
Bruno
richiede
,
come
s
'
è
veduto
,
la
disciplina
;
ma
è
la
ribellione
al
credo
ut
intelligam
di
S
.
Anselmo
,
e
a
ogni
intuizione
del
pensiero
,
che
non
sia
tutto
creazione
di
se
stesso
,
o
,
come
dice
Bruno
,
«
esaminatore
,
giudice
e
testimone
della
verità
»
.
II
In
questo
concetto
Bruno
non
solo
supera
la
scolastica
e
la
filosofia
greca
(
cfr
.
la
teoria
dell
'
anamnesi
platonica
;
dell
'
intelletto
attivo
di
Aristotele
,
ecc
.
)
,
ma
lo
stesso
suo
naturalismo
,
che
,
a
rigore
,
non
ha
posto
per
la
libertà
dello
spirito
.
Né
Bruno
si
ferma
qui
.
Portato
dall
'
oscura
intuizione
dell
'
attività
progressiva
dello
spirito
nella
storia
,
che
era
in
fondo
a
tutti
gli
spiriti
del
Rinascimento
(
in
cui
pur
si
mescolava
con
l
'
idea
opposta
,
perdurata
fin
a
tutto
il
secolo
XVIII
,
della
identità
immobile
dell
'
anima
umana
attraverso
tutti
i
tempi
e
tutti
i
luoghi
)
,
egli
va
oltre
,
e
concepisce
la
scienza
non
solo
come
libertà
,
che
potrebbe
essere
la
libertà
di
un
atto
immanente
e
congruo
alla
fissa
e
ferma
eternità
dell
'
oggetto
suo
,
com
'
era
concepito
da
Platone
e
poi
da
Aristotele
e
da
tutta
la
filosofia
posteriore
fino
a
Bruno
;
sì
anche
come
storia
.
E
già
abbiamo
visto
che
lo
spirito
è
costituito
nella
facoltà
sua
dalla
disciplina
,
che
è
formazione
storica
,
e
che
piglia
il
luogo
di
quella
fede
,
da
cui
il
pensatore
medievale
era
fatto
capace
di
conoscere
il
vero
.
Ma
egli
svolge
con
un
'
arguta
osservazione
questo
concetto
.
Prudenzio
,
molto
prudentemente
,
con
la
viltà
misoneista
del
pedante
,
ricalcitra
sbigottito
innanzi
alle
novità
di
Teofilo
dicendo
:
«
Sii
come
la
si
vuole
,
io
non
voglio
discostarmi
dal
parer
degli
antichi
,
perché
dice
il
saggio
:
nell
'
antiquità
è
la
sapienza
»
.
E
Teofilo
:
«
E
soggiunse
:
in
molti
anni
la
prodenza
.
Si
voi
intendeste
bene
quel
che
dite
,
vedreste
,
che
dal
vostro
fondamento
s
'
inferisce
il
contrario
di
quel
che
pensate
:
voglio
dire
,
che
noi
siamo
più
vecchi
ed
abbiamo
più
lunga
età
che
i
nostri
predecessori
:
intendo
per
quel
che
appartiene
a
certi
giudizi
,
come
in
proposito
.
Non
ha
possuto
essere
sì
maturo
il
giodicio
d
'
Eudosso
,
che
visse
poco
dopo
la
rinascente
astronomia
,
se
pur
in
esso
non
rinacque
,
come
quello
di
Calippo
,
che
visse
trent
'
anni
dopo
la
morte
d
'
Alessandro
Magno
;
il
quale
,
come
giunse
anni
ad
anni
,
possea
giongere
osservanze
ad
osservanze
.
Ipparco
,
per
la
medesima
raggione
,
dovea
saperne
più
di
Calippo
,
perché
vidde
la
mutazione
fatta
sino
a
centonovantasei
anni
dopo
la
morte
d
'
Alessandro
.
Menelao
,
romano
geometra
,
perché
vedde
la
differenza
de
moto
quattrocentosessantadui
anni
dopo
Alessandro
morto
,
è
raggione
che
n
'
intendesse
più
ch
'
Ipparco
.
Più
ne
dovea
vedere
Macometto
Aracense
milleducento
e
dui
anni
dopo
quella
.
Più
n
'
ha
veduto
il
Copernico
quasi
a
nostri
tempi
,
appresso
la
medesma
anni
milleottocentoquarantanove
.
Ma
che
di
questi
alcuni
,
che
son
stati
appresso
,
non
siino
però
stati
più
accorti
che
quei
che
furon
prima
,
e
che
la
moltitudine
di
que
'
che
sono
a
'
nostri
tempi
non
ha
però
più
sale
,
questo
accade
per
ciò
che
quelli
vissero
,
e
questi
non
vivono
gli
anni
altrui
,
e
,
quel
che
è
peggio
,
vissero
morti
quelli
e
questi
negli
anni
proprii
»
.
III
In
questa
pagina
,
per
la
prima
volta
,
ch
'
io
sappia
,
è
affermato
il
concetto
tutto
proprio
dell
'
età
moderna
,
della
serietà
e
importanza
della
storia
,
come
attualità
dello
spirito
nel
suo
svolgimento
.
Lo
spirito
,
esaminatore
,
giudice
e
testimone
nella
verità
non
è
spirito
astratto
,
la
mente
,
quale
si
trova
,
allo
stesso
modo
,
in
tutti
gli
uomini
,
né
la
mente
in
sé
,
fuori
delle
sue
condizioni
determinate
nel
mondo
:
non
è
l
'
anima
,
p
.
e
.
,
immaginata
da
Platone
,
la
quale
soltanto
nell
'
Iperuranio
è
veramente
in
grado
d
'
intuire
le
idee
.
Lo
spirito
è
Eudosso
,
Callippo
,
Ipparco
ecc
.
In
tanto
conosce
quel
che
conosce
,
in
quanto
esso
stesso
è
determinato
nel
tempo
,
o
meglio
,
nella
maturità
del
giudizio
che
progredisce
col
progredire
delle
osservazioni
(
«
osservanze
»
)
e
,
in
generale
,
del
suo
stesso
operare
,
o
come
benissimo
dice
Bruno
,
del
suo
vivere
.
La
vita
dello
spirito
crea
lo
spirito
;
e
più
lo
spirito
vive
,
più
è
spirito
,
più
è
capacità
d
'
intendere
.
Non
solo
la
scienza
cresce
con
l
'
andare
del
tempo
quasi
per
addizione
di
verità
a
verità
(
che
sarebbe
osservazione
empirica
abbastanza
ovvia
)
;
ma
la
mente
stessa
riceve
un
continuo
incremento
,
si
fa
più
accorta
.
E
questo
crescere
o
svolgimento
intimo
della
mente
non
avviene
per
azione
estrinseca
di
una
illuminazione
progressiva
che
la
mente
riceva
dal
di
fuori
:
ma
è
autoformazione
della
stessa
mente
,
che
fa
dei
gradini
raggiunti
base
ad
ascensioni
ulteriori
altrimenti
impossibili
.
Ed
ecco
lo
spirito
che
è
storia
.
La
quale
non
consiste
-
-
Bruno
lo
avverte
esplicitamente
-
-
nella
vana
cronologia
,
bensì
nel
pieno
e
concreto
processo
spirituale
.
Anche
dopo
Copernico
vivono
i
contemporanei
di
Tolomeo
,
pei
quali
tutto
il
frattempo
non
è
stato
vita
di
pensiero
.
Questo
concetto
della
storia
in
Vico
e
in
Hegel
s
'
integrerà
e
illuminerà
nel
sistema
di
una
filosofia
dello
spirito
,
che
in
Bruno
manca
;
quantunque
anche
altrove
,
come
abbiamo
visto
,
celebrando
la
potenza
del
lavoro
umano
e
criticando
l
'
ingenua
raffigurazione
mitica
dell
'
età
dell
'
oro
,
egli
dimostri
d
'
intuire
profondamente
il
carattere
essenzialmente
storico
dello
spirito
.
Ma
,
come
episodio
a
sé
nella
concezione
generale
bruniana
,
esso
è
la
coscienza
perfettamente
lucida
che
lo
spirito
acquista
del
carattere
sacro
dell
'
opera
sua
in
un
momento
di
energico
ed
entusiastico
ritmo
della
propria
attività
,
che
non
può
essere
altro
che
progresso
,
nella
battaglia
contro
la
tradizione
degli
antichi
.
IV
Il
valore
di
questo
concetto
bruniano
della
storia
si
fa
più
evidente
se
si
raccosta
a
idee
molto
simili
che
s
'
incontrano
in
scrittori
dello
stesso
periodo
,
ma
posteriori
al
Bruno
e
ai
primi
de
'
quali
mi
pare
molto
probabile
sia
stata
innanzi
la
pagina
del
Bruno
.
Cominciamo
dal
Campanella
,
che
alla
Cena
delle
ceneri
allude
certamente
quando
cita
il
Nolano
nell
'
Apologia
Pro
Galileo
;
e
si
potrebbe
dire
che
un
'
eco
del
bruniano
concetto
della
gioventù
o
fanciullezza
degli
antichi
rispetto
ai
moderni
nell
'
ordine
del
pensiero
,
risuoni
nel
suo
De
gentilismo
non
retinendo
,
che
è
tutta
una
battaglia
per
i
moderni
contro
gli
antichi
.
In
questo
libro
,
scritto
intorno
nel
1629
,
è
detto
:
«
Ergo
etiam
physiologiam
oportet
novam
facere
de
necessitate
,
sicut
Picus
et
Telesius
,
Valerius
,
Paracelsus
coeperunt
:
quamvis
in
aliquo
erraverint
;
indicant
tamen
quod
tota
philosophia
debet
renovari
,
cum
res
inventae
et
deprehensi
errores
et
philosophiam
novam
et
correctiorem
et
cosmographiam
meliorem
requirant
.
Et
quidem
tot
sectarum
agnitio
et
horum
mores
et
naturae
arcana
iam
aperta
ostendunt
priscos
gentiles
philosophos
fuisse
quasi
pueros
respectu
Philosophorum
Christianorum
,
sicut
theologi
Iudaei
,
teste
Apostolo
,
erant
quasi
pueri
respectu
Christianorum
theologorum
novi
Testamenti
»
.
Ma
qui
il
pensiero
non
ricorre
nella
forma
caratteristica
usata
dal
Bruno
e
ripetuta
,
come
or
ora
vedremo
,
in
molti
altri
scrittori
;
e
qui
come
altrove
il
Campanella
accentua
non
tanto
il
concetto
dello
sviluppo
progressivo
continuo
del
pensiero
in
tutti
i
tempi
,
come
fa
il
Bruno
,
quanto
piuttosto
il
carattere
proprio
dell
'
età
sua
,
del
Rinascimento
,
del
«
secol
che
si
rinnova
»
,
com
'
egli
diceva
:
secolo
differente
da
tutti
i
precedenti
e
privilegiato
da
condizioni
singolari
,
che
lo
staccarono
nettamente
dal
passato
.
In
Campanella
è
un
esaltato
e
quasi
esasperato
sentimento
dell
'
avvenire
,
in
opposizione
al
passato
,
più
che
un
razionale
e
fermo
concetto
della
legge
immanente
alla
storia
dello
spirito
umano
.
V
Più
di
un
motivo
abbiamo
già
per
ritenere
che
le
opere
italiane
del
Bruno
,
pubblicate
a
Londra
,
e
segnatamente
la
Cena
,
fossero
note
a
Francesco
Bacone
,
che
ebbe
familiare
la
letteratura
italiana
,
e
una
volta
cita
il
nostro
scrittore
.
Orbene
,
nel
Novum
organum
(
1620
)
,
lib
.
I
,
c
.
84
,
tra
gli
ostacoli
che
si
sono
opposti
in
passato
al
progresso
delle
scienze
,
è
menzionata
quella
reverentia
antiquitatis
,
che
abbiamo
ammirata
in
maestro
Prudenzio
.
È
l
'
osservazione
critica
di
Bacone
coincide
con
l
'
ingegnoso
sgambetto
che
Teofilo
dà
nella
Cena
alla
citazione
del
pedante
(
«
Si
voi
intendeste
bene
quel
che
dite
....
»
)
.
«
De
antiquitate
autem
opinio
»
,
dice
Bacone
quasi
con
le
stesse
parole
,
«
quam
homines
de
ipsa
fovent
,
negligens
omnino
est
,
et
vix
verbo
ipsi
congrua
.
Mundi
enim
senium
et
grandaevitas
pro
antiquitate
vere
habenda
sunt
;
quae
temporibus
nostris
tribui
debent
,
non
juniori
aetati
mundi
,
qualis
apud
antiquos
fuit
.
Atque
revera
quemadmodum
majorem
rerum
humanarum
notitiam
et
maturius
iudicium
(
cfr
.
il
maturo
giodicio
di
B
.
)
ab
homine
sene
expectamus
quam
a
juvene
,
propter
experientiam
et
rerum
,
quas
vidit
,
et
audivit
,
et
cogitavit
,
varietatem
et
copiam
;
eodem
modo
et
a
nostra
aetate
(
si
vires
suas
nosset
et
experiri
et
intendere
vellet
)
majora
multo
quam
a
priscis
temporibus
expectari
par
est
;
utpote
aetate
mundi
grandiore
,
et
infinitis
experimentis
,
et
observationibus
(
cfr
.
le
osservanze
di
B
.
)
aucta
et
cumulata
»
.
Non
mi
par
possibile
dubitare
che
questo
passo
derivi
dalla
Cena
,
con
gli
ampliamenti
ovvii
appunto
in
chi
ripete
,
ma
senza
più
la
nota
finale
della
distinzione
tra
il
semplice
scorrere
del
tempo
e
la
vita
operosa
del
pensiero
,
quale
vera
sorgente
dell
'
incremento
spirituale
.
Anche
nel
De
augmentis
scientiarum
(
1623
)
ricorre
l
'
arguta
inversione
bruniana
della
vita
del
genere
umano
,
che
dall
'
alto
della
nuova
scienza
comincia
a
guardare
come
fanciulli
i
già
venerati
vegliardi
del
sapere
antico
.
Qui
Bacone
appaia
,
come
egualmente
viziosi
,
i
due
eccessi
opposti
dell
'
amore
immoderato
così
del
nuovo
come
dell
'
antico
:
«
Qua
in
re
Temporis
filiae
male
patrissant
.
Ut
enim
Tempus
prolem
devorat
,
sic
haec
se
invicem
;
dum
Antiquitas
novis
invideat
augmentis
,
et
Novitas
non
sit
contenta
recentia
adiicere
,
nisi
vetera
prorsus
eliminet
,
et
reiiciat
.
Certe
consilium
Prophetae
vera
in
hac
re
norma
est
:
State
super
vias
antiquas
,
et
videte
quaenam
sit
via
recta
,
et
bona
,
et
ambulate
in
ea
,
Antiquitas
eam
meretur
reverentiam
,
ut
homines
aliquandiu
gradum
sistere
et
supra
eam
stare
debeant
,
atque
undequaque
circumspicere
,
quae
sit
via
optima
:
quum
autem
de
via
bene
constiterit
,
tunc
demum
non
restitandum
,
sed
alacriter
progrediendium
.
Sane
,
ut
verum
dicamus
,
Antiquitas
saeculi
,
iuventus
mundi
.
Nostra
profecto
sunt
antiqua
tempora
,
quum
mundus
iam
senuerit
:
non
ea
,
quae
computantur
ordine
retrogrado
,
initium
sumendo
a
saeculo
nostro
»
.
A
questo
luogo
qualche
commentatore
di
Bacone
ha
avvicinato
un
versetto
del
2°
libro
di
Esdra
(
XVI
,
10
)
:
quoniam
saeculum
perdidit
iuventutem
suant
et
tempora
appropinquant
senescere
;
dov
'
è
,
piuttosto
,
l
'
intuizione
contraria
della
vita
,
non
come
progresso
,
anzi
come
decadenza
;
e
vi
si
può
vedere
soltanto
un
riscontro
verbale
al
motto
baconiano
antiquitas
saeculi
iuventus
mundi
,
Più
a
proposito
si
cita
un
luogo
dei
Problemata
marina
(
1546
)
del
Casmann
:
«
Si
....
antiquiorum
dignitas
ex
tempore
major
videtur
,
id
nostros
qui
hodie
docent
posteriores
unice
commendabit
,
nam
tempus
....
doctius
et
prudentius
evadit
ex
continuo
progressu
,
ut
senescens
iudicio
sit
acriore
,
solidiore
et
maturiore
»
.
Ma
,
oltre
che
è
assai
improbabile
che
il
Casmann
fosse
noto
al
Bruno
,
che
suole
sempre
ricordare
gli
scrittori
che
conobbe
,
si
tratta
qui
di
un
'
ovvia
osservazione
,
che
non
ha
la
forma
arguta
del
Bruno
e
di
Bacone
,
né
tanto
meno
la
profondità
filosofica
del
primo
.
VI
È
noto
quante
somiglianze
e
coincidenze
si
trovano
tra
gli
scritti
del
Bruno
e
quelli
del
Galilei
,
e
quali
sospetti
ha
destati
il
silenzio
assoluto
del
secondo
sul
conto
del
primo
.
Ma
non
è
stata
ancora
avvertita
la
concordanza
tra
la
pagina
della
Cena
sul
progresso
dello
spirito
umano
e
un
frammento
del
Galilei
,
pubblicato
fin
dal
1876
,
dove
è
detto
:
«
Il
dire
che
le
opinioni
più
antiche
et
inveterate
sieno
le
migliori
è
improbabile
,
perché
siccome
di
un
uomo
particolare
l
'
ultime
determinazioni
par
che
siano
le
più
prudenti
,
e
che
con
gli
anni
cresca
il
giudizio
,
così
della
universalità
degli
uomini
par
ragionevole
l
'
ultime
determinazioni
sien
le
più
vere
»
.
Anche
qui
è
lo
stesso
concetto
di
Bruno
,
ma
in
forma
filosoficamente
più
attenuata
e
quasi
empirica
;
sì
da
non
potersi
escludere
che
sia
sorto
spontaneamente
nella
mente
di
Galileo
.
Eco
galileiana
può
ritenersi
quel
che
si
legge
in
uno
scritto
polemico
di
Mario
Guiducci
,
il
noto
scolaro
del
grande
Pisano
,
indirizzato
nel
1625
contro
il
gesuita
genovese
Fabio
Ambrogio
Spinola
;
scritto
da
poco
venuto
alla
luce
:
«
Io
non
voglio
tralasciare
di
mostrarvi
un
grandissimo
errore
,
nel
quale
incorrete
non
solo
voi
,
ma
anche
molti
e
molti
altri
mentre
accusate
i
filosofi
moderni
che
ipsa
antiquitate
non
utuntur
,
fondandovi
sul
vedere
che
essi
mediante
le
ragioni
ed
esperienze
scoperte
novellamente
seguano
nuove
opinioni
.
Il
valersi
dell
'
antichità
in
filosofare
è
ottimo
pensiero
;
ma
non
dell
'
antichità
intesa
a
vostro
modo
,
se
già
non
vogliamo
dire
che
un
vecchio
,
il
quale
sia
involto
nelle
leggerezze
e
nei
piaceri
giovanili
,
viva
conforme
a
l
'
etade
antica
,
poi
che
così
et
egli
e
la
maggior
parte
dei
vecchi
hanno
costumato
di
vivere
....
Quando
si
dice
che
in
filosofia
si
ha
da
rivivere
l
'
età
più
vecchia
e
che
ci
conviene
avere
riguardo
all
'
antichità
,
si
ha
da
intendere
dell
'
età
più
vecchia
del
mondo
,
il
quale
col
crescere
di
anni
cresce
in
maggior
perfezione
e
maggiore
esperienza
e
notizia
delle
cose
.
Ora
,
se
questa
vecchiezza
compete
molto
più
a
'
tempi
nostri
che
a
'
quelli
d
'
Aristotele
,
ne
'
quali
,
avendo
la
filosofia
da
due
mila
anni
manco
che
adesso
,
era
,
si
può
dire
,
novizia
e
fanciulla
,
non
biasimate
coloro
che
in
età
matura
più
non
vogliono
pargoleggiare
»
.
VII
Più
prossimo
alla
forma
del
pensiero
bruniano
è
un
frammento
di
Cartesio
pubblicato
dal
Baillet
nella
sua
Vie
de
Mr
.
des
Cartes
(
1691
)
:
«
Non
est
quod
antiquis
multum
tribuamus
propter
antiquitatem
,
sed
nos
potius
iis
antiquiores
dicendi
.
Iam
enim
senior
est
mundus
quam
tunc
,
maioremque
habemus
rerum
experientiam
»
.
Ma
in
Cartesio
quest
'
idea
non
giova
già
ad
apprezzare
la
storia
,
poiché
egli
non
insiste
sul
fondamento
di
questa
maggiore
esperienza
attribuita
ai
moderni
;
e
partecipa
all
'
illusione
antistorica
del
Bacone
di
una
instauratio
ab
imis
,
che
faccia
tabula
rasa
dal
passato
.
Il
quale
,
per
Bruno
,
invece
,
è
la
base
del
presente
.
L
'
intelligenza
matematica
di
Cartesio
è
,
com
'
è
noto
,
nelle
condizioni
men
favorevoli
a
una
valutazione
positiva
della
storia
.
E
con
lui
,
nell
'
identica
situazione
,
si
trova
Malebranche
(
1674
)
,
che
in
un
luogo
bellissimo
della
Recherche
de
la
vérité
,
divenuto
famoso
,
dice
:
«
On
estime
davantage
les
opinions
les
plus
vieilles
parce
qu
'
elles
sont
les
plus
éloignées
de
nous
.
Et
sans
doute
,
si
Nembrot
avait
écrit
l
'
histoire
de
son
règne
,
toute
la
politique
la
plus
fine
et
méme
toutes
les
autres
sciences
y
seraient
contenues
,
de
méme
que
quelquesuns
trouvent
qu
'
Homère
et
Virgile
avaient
une
connaissance
parfaite
de
la
nature
.
Il
faut
respecter
l
'
antiquité
,
dit
on
:
quoi
Aristote
,
Platon
,
Epicure
,
ces
grands
hommes
,
se
seraient
trompés
!
?
On
ne
considère
pas
qu
'
Aristote
,
Platon
,
Epicure
étaient
hommes
Gomme
nous
et
de
la
méme
espèce
que
nous
:
et
de
plus
,
qu
'
au
temps
où
nous
sommes
,
le
monde
est
plus
âgé
de
deux
mille
ans
,
qu
'
il
a
plus
d
'
expérience
,
qu
'
il
doit
étre
plus
éclairé
,
et
que
c
'
est
la
vieillesse
du
monde
et
de
l
'
expérience
qui
font
decouvrir
la
vérité
»
.
Ma
qui
si
obbedisce
ai
motivi
della
celebre
querelle
des
anciens
et
des
modernes
,
che
in
Francia
venne
dibattuta
lungo
il
XVII
e
XVIII
secolo
,
e
fu
la
continuazione
del
movimento
degli
scrittori
nostri
del
Rinascimento
;
iniziato
in
Francia
appunto
da
Cartesio
,
co
'
suoi
seguaci
che
insegnò
,
è
stato
detto
,
«
le
mépris
de
l
'
antiquité
,
comme
Ronsafd
en
avait
prechée
l
'
adoration
»
.
Bruno
era
stato
affatto
alieno
da
questo
dispregio
dell
'
antichità
.
VIII
Molto
più
s
'
avvicinano
al
pensiero
del
Bruno
,
pel
maggior
senso
del
valore
dello
spirito
che
dà
loro
il
misticismo
,
Arnauld
e
Pascal
.
Il
primo
dei
quali
ribatteva
la
vecchia
tesi
della
progressiva
corruzione
sostenuta
da
un
teologo
avverso
alla
nuova
filosofia
,
dicendo
paradosso
ridicolo
l
'
immaginarsi
più
sapienti
i
più
antichi
.
«
Si
cela
était
,
il
faudrait
qu
'
il
y
eut
,
avant
le
déluge
,
de
plus
habiles
médecins
,
de
plus
savant
géomètres
qu
'
Hippocrate
,
Archimède
et
Ptolémée
.
N
'
est
donc
pas
visible
au
contraire
que
les
sciences
humaines
se
perfectionnent
par
les
temps
?
»
.
Ma
classico
è
lo
svolgimento
che
il
dà
Pascal
al
concetto
del
progresso
di
contro
al
principio
di
autorità
nella
Préface
sur
Traité
du
vide
(
1647
)
:
ed
è
il
solo
vero
commento
al
luogo
di
Bruno
,
che
a
lui
per
altro
rimase
forse
ignoto
.
Il
Pascal
fa
una
distinzione
analoga
,
ma
non
eguale
,
a
quella
che
abbiamo
veduta
nello
scrittore
italiano
:
ossia
distingue
le
scienze
che
dipendono
dall
'
autorità
,
le
quali
non
hanno
altro
fondamento
che
la
memoria
,
e
sono
puramente
storiche
,
mirando
a
conoscere
quel
che
è
stato
tramandato
dagli
scrittori
;
e
le
scienze
che
dipendono
dai
nostri
sensi
e
dalla
ragione
.
Esempi
delle
prime
:
la
storia
,
la
geografia
,
le
lingue
,
ma
,
sopra
tutto
,
la
teologia
.
In
queste
discipline
pare
al
Pascal
che
si
possa
giunger
alla
conoscenza
totale
,
cui
non
sia
più
possibile
aggiunger
altro
.
All
'
incontro
,
le
scienze
dell
'
altra
classe
(
la
geometria
,
l
'
aritmetica
,
la
musica
,
la
fisica
,
la
medicina
,
l
'
architettura
e
tutte
insomma
le
discipline
soggette
al
ragionamento
e
all
'
esperienza
)
crescono
sempre
col
tempo
,
con
la
fatica
che
vi
si
spende
intorno
e
col
moltiplicarsi
delle
esperienze
.
Qui
si
può
accogliere
nuove
teorie
senza
mancar
di
rispetto
agli
antichi
,
e
senza
peccare
d
'
ingratitudine
,
«
puisque
les
premières
connaissances
qu
'
il
nous
ont
données
ont
servi
de
degrés
aux
notres
,
et
que
dans
ces
avantages
,
nous
leur
sommes
redevables
de
l
'
ascendant
que
nous
avons
sur
eux
;
parce
que
,
s
'
étant
élevés
jusqu
'
à
un
certain
degré
ou
ils
nous
ont
porte
,
le
moindre
effort
nous
fait
monter
plus
haut
,
et
avec
moins
de
peine
et
moins
de
gloire
nous
nous
trouvons
au
dessus
d
'
eux
.
C
'
est
de
là
que
nous
pouvons
découvrir
des
choses
qu
'
il
leur
était
impossible
d
'
apercevoir
.
Notre
vue
a
plus
d
'
étendue
»
.
Pascal
,
come
si
vede
,
teorizza
la
necessità
del
progresso
,
al
pari
di
Bruno
.
Ma
il
suo
progresso
è
estensivo
e
non
intensivo
,
matematico
non
propriamente
storico
,
Per
Bruno
lo
spirito
si
viene
trasformando
in
rapporto
con
l
'
estendersi
della
sua
conoscenza
;
e
viceversa
,
la
conoscenza
si
viene
estendendo
in
funzione
dell
'
incremento
incessante
dello
spirito
.
Che
è
il
vero
e
concreto
concetto
del
progresso
.
Al
Pascal
sfugge
questo
lato
più
profondo
.
La
dignità
della
ragione
umana
,
e
la
sua
superiorità
sull
'
istinto
,
che
demeure
toujours
dans
un
état
égal
,
consiste
appunto
en
ce
que
les
effets
du
raisonnement
augmentent
sans
cesse
,
Soltanto
gli
effetti
!
La
scienza
istintiva
degli
animali
non
progredisce
perché
,
acquistata
sotto
la
pressione
del
bisogno
,
è
così
fragile
che
si
perde
insieme
col
bisogno
che
l
'
ha
fatta
nascere
.
Gli
animali
la
ricevono
a
volta
a
volta
da
natura
e
non
la
conservano
.
Non
aggiungono
mai
il
nuovo
al
vecchio
;
perché
non
hanno
mai
un
vecchio
possesso
.
La
natura
non
concede
mai
loro
nulla
di
meno
,
affinché
non
periscano
;
ma
non
concede
loro
neppure
nulla
di
più
«
de
peur
qu
'
ils
ne
passent
les
limites
qu
'
elles
leur
a
prescrites
»
.
L
'
uomo
invece
è
nato
per
superare
ogni
limite
:
n
'
est
produit
que
pour
l
'
infinite
,
Grande
pensiero
,
che
però
Pascal
guarda
da
una
sola
faccia
,
come
conveniva
alla
sua
filosofia
,
orientata
in
modo
radicalmente
diverso
da
quella
di
Bruno
,
che
diceva
anche
lui
,
poco
innanzi
al
passo
qui
studiato
,
d
'
esser
«
promosso
a
scuoprire
l
'
infinito
effetto
dell
'
infinita
causa
,
il
vero
e
vivo
vestigio
de
l
'
infinito
vigore
»
.
Per
Bruno
,
questo
infinito
è
interno
a
noi
,
è
noi
stessi
.
Per
Pascal
,
fuori
di
noi
,
ed
appartiene
all
'
oggetto
,
e
solo
all
'
oggetto
della
conoscenza
:
infinito
matematico
,
astratto
.
L
'
unilateralità
del
suo
progresso
è
evidente
in
questa
bella
pagina
,
onde
egli
spiega
l
'
infinità
,
per
cui
l
'
uomo
è
prodotto
:
«
Il
est
dans
l
'
ignorance
au
premier
âge
de
sa
vie
;
mais
il
s
'
instruit
sans
cesse
dans
son
progrès
:
car
il
tire
avantage
seulement
de
sa
propre
expérience
,
mais
encore
de
celle
des
ses
prédécesseurs
;
parce
qu
'
il
garde
toujours
dans
sa
mémoire
les
connaissances
qu
'
i
s
'
est
une
fois
acquisées
,
et
que
celles
des
anciens
lui
sont
toujours
présentes
dans
les
livres
qu
'
ils
en
sont
laissés
.
Et
comme
il
conserve
ces
connaissances
,
il
peut
aussi
les
augmenter
facilement
;
de
sort
que
les
hommes
sont
aujourd
'
hui
en
quelque
sort
dans
le
méme
état
où
se
trouveraient
ces
anciens
philosophes
,
s
'
ils
pouvaient
avoir
vieilli
jusques
à
présent
,
en
ajoutant
aux
connaissances
qu
'
il
avaient
celles
que
leurs
études
auraient
pu
leur
acquérir
à
la
faveur
de
tant
de
siècles
.
De
là
vient
que
,
par
une
prérogative
particulière
,
non
seulement
chacun
des
hommes
s
'
avance
de
jour
en
jour
dans
las
sciences
,
mais
que
tous
les
hommes
ensemble
y
font
un
continuel
progrès
à
mesure
que
l
'
univers
vieillit
,
parce
que
la
méme
chose
arrive
dans
la
succession
des
hommes
,
que
dans
les
àges
différents
d
'
un
particulier
.
De
sorte
que
tout
la
suite
des
hommes
,
pendant
le
cours
de
tant
de
siècles
,
doit
étre
considerée
comme
un
méme
homme
qui
subsiste
toujours
et
qui
apprend
continuellement
:
d
'
où
l
'
on
voit
avec
combien
d
'
injustice
nous
respectons
l
'
antiquité
dans
ses
philosophes
;
car
,
comme
la
vieillesse
est
l
'
âge
le
plus
distant
de
l
'
enfance
,
qui
ne
voit
que
la
vieillesse
,
dans
cet
homme
universel
,
ne
doit
pas
être
cherchée
dans
les
temps
proches
de
sa
naissance
,
mais
dans
ceux
qu
en
sont
les
plus
éloignés
?
Ceux
qui
nous
appellons
anciens
étaient
véritablement
nouveaux
en
toutes
choses
,
et
formaient
l
'
enfance
des
hommes
proprement
;
et
comme
nous
avons
joint
à
leurs
connaissances
l
'
expérience
des
siècles
qui
les
ont
suivis
,
c
'
est
en
nous
que
l
'
on
peut
trouver
cette
antiquité
que
nous
révérons
dans
les
autres
»
.
Il
Pascal
,
dunque
,
non
vede
altro
progresso
che
quello
della
quantità
delle
conoscenze
;
per
cui
l
'
uomo
conserva
le
già
acquistate
,
ed
attingendo
nell
'
infinità
dello
scibile
può
sempre
aggiungervene
nuove
.
Ma
l
'
uomo
resta
sempre
lo
stesso
uomo
,
per
estendere
che
faccia
la
sfera
del
proprio
sapere
.
Questo
appunto
il
concetto
che
prevarrà
nella
seconda
metà
del
Seicento
nella
querelle
;
in
cui
,
per
negare
la
superiorità
degli
antichi
,
si
finirà
col
sostenere
che
gli
uomini
in
tutti
i
tempi
sono
stati
gli
stessi
;
ossia
col
toglier
di
mezzo
il
progresso
.
Onde
Fontenelle
nei
Dialogues
des
morts
(
1683
)
,
se
fa
negare
da
Montaigne
il
frutto
delle
esperienze
umane
,
perché
gli
uomini
«
sont
faits
comme
les
oiseaux
,
qui
se
laissent
toujours
prendre
dans
les
mémes
filets
où
l
'
on
a
dejà
pris
cent
mille
oiseaux
de
leur
espèce
,
il
n
'
y
a
personne
qui
n
'
entre
tout
neuf
dans
la
vie
,
et
les
sottises
des
pères
sont
perdues
pour
les
enfants
»
;
da
Socrate
fa
difendere
la
tesi
,
che
«
les
habits
changent
;
mais
ce
n
'
est
pas
à
dire
que
la
figure
des
corps
change
aussi
.
La
politesse
ou
la
grossièreté
,
la
science
ou
l
'
ignorance
,
les
plus
ou
le
moins
d
'
une
certaine
naiveté
,
le
génie
sérieux
ou
badin
,
ce
ne
sont
là
que
le
dehors
de
l
'
homme
,
et
tout
cela
change
:
mais
le
coeur
ne
change
point
,
et
tout
l
'
homme
est
dans
le
coeur
»
.
Tale
fu
il
concetto
astratto
della
natura
umana
,
cioè
dello
spirito
,
prevalso
nel
secolo
antistorico
per
antonomasia
,
il
XVIII
.
Ed
era
stato
il
concetto
del
nostro
Cinquecento
,
quando
i
comici
copiavano
Plauto
e
Terenzio
,
col
pretesto
che
nil
sub
noni
,
come
ripeteva
il
Ruzzante
,
e
che
«
il
mondo
»
come
diceva
Lorenzino
de
'
Medici
nel
prologo
dell
'
Aridosia
,
«
è
stato
sempre
a
un
modo
»
;
o
che
,
come
teorizzava
quello
spirito
bizzarro
del
Doni
,
«
quel
che
si
dice
oggi
è
stato
detto
molte
volte
,
perché
coloro
che
sono
stati
innanzi
a
noi
hanno
avuto
i
medesimi
umori
,
più
et
più
volte
;
per
esser
questa
materia
dell
'
omo
d
'
una
medesima
sostanza
,
sapore
,
et
aver
dentro
tutto
quello
in
questi
spiriti
,
che
tutti
gli
altri
spiriti
hanno
avuto
»
.
Era
anche
la
convinzione
dell
'
autore
dei
Discorsi
sopra
la
prima
deca
di
T
.
Livio
,
quando
riponeva
la
«
vera
cognizione
delle
istorie
»
nel
«
trarne
,
leggendole
,
quel
senso
»
,
e
nel
«
gustare
di
loro
quel
sapore
che
le
hanno
in
sé
»
:
ossia
quegli
ammaestramenti
,
cui
non
badano
gli
«
infiniti
che
leggono
,
pigliando
piacere
di
udire
quelle
varietà
delli
accidenti
che
in
esse
si
contengono
,
senza
pensare
altrimenti
d
'
imitarle
,
giudicando
la
imitazione
non
solo
difficile
,
ma
impossibile
:
come
se
il
cielo
,
il
sole
,
gli
elementi
,
gli
uomini
fossero
variati
di
moto
,
d
'
ordine
e
di
potenza
,
da
quello
che
egli
erano
anticamente
»
.
Bruno
,
insomma
,
in
tutto
il
Rinascimento
,
per
la
sua
intuizione
della
storicità
dello
spirito
,
è
una
voce
isolata
.
E
tale
resta
in
tutta
Europa
fino
a
G
.
B
.
Vico
.
XI
TOMMASO
CAMPANELLA
I
In
una
delle
sue
ultime
lettere
,
da
Parigi
,
al
granduca
di
Toscana
Ferdinando
II
de
'
Medici
,
il
6
luglio
1638
,
Tommaso
Campanella
con
quel
fare
profetico
di
cui
soleva
compiacersi
,
scriveva
:
«
Il
secolo
futuro
giudicherà
di
noi
;
perché
il
presente
sempre
crucifige
i
suoi
benefattori
,
ma
poi
resuscitano
al
terzo
giorno
o
al
terzo
secolo
»
.
Il
terzo
secolo
non
è
trascorso
;
e
già
Tommaso
Campanella
,
il
crocefisso
di
Spagna
e
di
Roma
,
il
filosofo
riformatore
,
che
nel
suo
petto
raccolse
,
fuse
ed
espresse
con
pensiero
e
ardimento
magnanimo
le
voci
molteplici
e
le
aspirazioni
discordi
del
nostro
grande
Rinascimento
e
soffrì
dagli
anni
giovanili
fino
all
'
estrema
vecchiaia
tutte
le
persecuzioni
,
tutte
le
prigionie
,
tutti
i
tormenti
,
è
risuscitato
:
non
solo
nel
cuore
del
suo
popolo
,
che
nei
giorni
della
disgrazia
anch
'
esso
gli
si
volse
contro
e
testè
gl
'
innalzava
un
monumento
nella
sua
piazza
più
bella
,
anzi
nel
suo
animo
,
ma
nel
pensiero
di
tutti
i
popoli
civili
.
Ancora
nel
secolo
XVIII
uno
scrittore
,
che
doveva
presto
sapere
anche
lui
che
cosa
costi
all
'
uomo
liberamente
pensare
,
Pietro
Giannone
,
lo
giudicava
«
un
grande
imbrogliatore
,
col
capo
pieno
di
varie
fantasie
,
portentosi
delirii
,
sorprendenti
illusioni
»
.
Ancora
nel
1832
uno
scrittore
liberale
,
ma
alla
francese
,
Carlo
Botta
,
lo
trattava
da
«
ingegno
torbido
e
sfrenato
»
,
«
di
costume
scandaloso
,
frate
fanatico
»
e
impostore
:
uno
di
«
quei
frati
infelici
,
ma
improvvidi
e
pestiferi
»
,
che
«
col
loro
feroce
pensiero
ritardavano
l
'
illuminazione
e
la
civiltà
dei
popoli
»
.
Ma
già
con
l
'
edizione
delle
Poesie
filosofiche
curata
dall
'
Orelli
,
due
anni
dopo
,
comincia
la
risurrezione
.
Ferrari
e
Baldacchini
,
Capialbi
e
Palermo
,
Tennemann
e
De
Gerando
,
Trendelenburg
,
Carriere
e
Ritter
,
D
'
Ancona
e
Spaventa
,
Fiorentino
e
De
Sanctis
,
Erdmann
e
Windelband
,
Berti
e
Amabile
,
Felici
e
Croce
,
Kvacala
e
Blanchet
e
Dentice
,
e
altri
e
altri
,
investigano
la
biografia
avventurosa
,
tutta
problemi
e
perplessità
,
e
vi
spandono
sopra
grandi
fasci
di
luce
,
documentandone
ogni
giorno
,
ogni
particolare
,
discutendo
e
illustrando
il
carattere
dell
'
uomo
e
la
sua
varia
,
complessa
,
complicata
psicologia
;
analizzano
,
commentano
,
rischiarano
le
sue
dottrine
religiose
,
sociali
,
politiche
con
quella
larghezza
di
studi
che
si
usa
soltanto
per
gli
scrittori
capitali
;
ricostruiscono
la
sua
biografia
attraverso
una
vasta
mole
di
scritti
d
'
ogni
genere
,
la
massima
parte
non
più
ristampati
,
molti
ancora
inediti
,
tutti
a
fatica
accessibili
.
Quanto
men
facile
l
'
intelligenza
e
il
giudizio
dell
'
uomo
e
del
suo
pensiero
,
tanto
più
insistente
,
assidua
,
appassionata
la
ricerca
.
E
a
malgrado
di
tanti
studi
e
tante
pubblicazioni
,
non
s
'
è
ancora
soddisfatti
;
poiché
in
verità
son
tuttavia
non
pochi
i
desiderata
intorno
alla
vita
,
agli
scritti
,
alle
idee
del
grande
Stilese
.
Non
pochi
documenti
ancora
da
rintracciare
;
l
'
epistolario
,
uno
de
'
più
sinceri
,
commossi
,
importanti
,
per
la
sostanza
e
per
la
forma
,
di
tutta
la
nostra
letteratura
,
ora
finalmente
raccolto
,
da
illustrare
;
le
poesie
,
le
bellissime
poesie
,
tutte
pensiero
e
passione
,
da
esaminare
criticamente
;
una
scelta
delle
opere
da
mettere
in
luce
;
scritti
dispersi
da
ritrovare
;
molti
punti
delle
dottrine
da
chiarire
;
essenziali
connessioni
,
che
s
'
intravvedono
tra
queste
dottrine
e
quelle
di
alcuni
dei
maggiori
filosofi
posteriori
,
in
Italia
e
altrove
,
da
indagare
metodicamente
.
E
il
lavoro
infatti
ferve
.
Gli
studiosi
non
hanno
tutti
lo
stesso
concetto
della
coerenza
e
saldezza
dell
'
uomo
nelle
sue
idee
,
ne
'
suoi
fondamentali
interessi
e
nella
sua
condotta
;
né
dell
'
indirizzo
e
significato
del
suo
pensiero
;
né
del
valore
storico
del
sistema
;
e
in
generale
si
può
anche
dire
che
non
vedano
chiaro
in
questa
grande
figura
,
in
cui
le
luci
più
forti
si
alternano
alle
ombre
più
fitte
;
ma
tutti
egualmente
ne
sentono
la
grandezza
,
e
l
'
amano
,
attratti
da
quella
stessa
forza
misteriosa
e
irresistibile
onde
tutti
gli
animi
sono
avvinti
ai
nomi
più
luminosi
delle
loro
tradizioni
sacre
.
Il
presagio
del
Campanella
si
è
dunque
avverato
nel
terzo
secolo
egli
è
risorto
,
ed
è
vivo
ormai
tra
gli
uomini
vivi
:
vivi
,
perché
conoscono
la
loro
storia
.
Nella
quale
grandeggia
quel
Rinascimento
,
che
è
la
gloria
della
civiltà
italiana
e
che
nessuno
rappresentò
più
compiutamente
e
più
vivamente
del
Campanella
.
II
Non
si
leggono
senza
commozione
le
parole
umili
insieme
e
superbe
della
lettera
che
egli
scrisse
al
Galilei
dopo
la
prima
lettura
del
Dialogo
sui
massimi
sistemi
:
«
Io
oso
a
dire
che
se
stessimo
insieme
in
villa
per
un
anno
,
s
'
aggiusteriano
gran
cose
;
e
benché
V
.
S
.
sola
è
bastante
,
io
mi
conosco
utile
giunto
a
lei
;
e
farei
molte
dubitazioni
,
non
peripatetiche
né
volgari
,
circa
i
primi
decreti
della
filosofia
.
Dio
non
vuole
;
sia
lodato
.
Queste
novità
di
verità
antiche
,
di
novi
mondi
,
nove
stelle
,
novi
sistemi
,
nove
nazioni
etc
.
son
principio
di
secol
novo
.
Faccia
presto
Chi
guida
tutto
.
Noi
,
per
la
particella
nostra
,
assecondiamo
»
.
In
una
delle
sue
ultime
opere
,
intesa
a
dimostrare
la
necessità
di
una
filosofia
nuova
,
veramente
cristiana
,
che
la
rompesse
una
volta
con
quelle
pericolose
dottrine
degli
antichi
Greci
,
segnatamente
di
Aristotele
,
che
anche
i
filosofi
antiscolastici
del
primo
Rinascimento
s
'
erano
indugiati
a
vagheggiare
,
interpretare
e
difendere
,
questo
sentimento
delle
grandi
novità
che
avevano
cambiato
affatto
l
'
aspetto
del
mondo
fisico
e
morale
mediante
le
scoperte
geografiche
,
i
viaggi
e
le
relazioni
dei
viaggiatori
circa
i
costumi
,
le
lingue
e
le
credenze
dei
popoli
ignoti
agli
antichi
,
e
le
scoperte
di
nuove
stelle
e
accidenti
celesti
,
e
le
nuove
intuizioni
del
sistema
cosmico
,
che
capovolgevano
le
idee
fin
allora
universalmente
ricevute
e
messe
a
fondamento
di
tutta
una
concezione
,
non
pure
fisica
,
ma
metafisica
,
religiosa
e
morale
del
mondo
e
dell
'
uomo
;
questo
sentimento
riempie
l
'
animo
del
Campanella
di
entusiasmo
e
di
slancio
.
«
Tutta
la
filosofia
»
,
egli
dice
,
«
si
deve
rinnovare
.
Chi
lo
nega
,
e
neghi
che
è
stato
scoperto
un
nuovo
mondo
,
e
stelle
e
pianeti
nuovi
,
e
mari
e
animali
e
terre
abitate
e
religioni
»
III
Egli
ama
scrivere
i
suoi
trattati
nel
suo
italiano
rude
,
di
getto
,
tinto
di
calabresismi
;
e
gli
amici
,
desiderando
diffonderli
e
non
trovando
modo
di
stamparli
in
Italia
,
lo
esortano
a
tradurli
nella
lingua
comune
ai
dotti
d
'
ogni
nazione
,
in
latino
:
come
a
dire
,
a
spogliarli
di
ciò
che
nel
suo
scrivere
era
più
personale
e
più
suo
,
insieme
coi
ricordi
e
le
allusioni
ai
luoghi
più
caramente
diletti
,
ai
familiari
e
ai
casi
della
sua
vita
privata
.
Ed
ei
si
rassegna
alla
dura
fatica
,
senza
,
per
altro
,
andare
in
cerca
di
classiche
eleganze
,
contentandosi
di
un
latino
grosso
e
quale
potevasi
correntemente
parlare
in
una
scuola
di
quei
conventi
calabresi
,
in
cui
aveva
passato
la
sua
prima
giovinezza
e
fatti
i
suoi
studi
.
Ma
,
in
compenso
,
l
'
animo
gli
trabocca
pure
nel
verso
,
in
un
impeto
di
poesia
aspro
ma
possente
:
con
accenti
danteschi
,
come
,
dopo
Michelangelo
,
non
se
n
'
erano
più
uditi
;
con
la
stessa
ispiratrice
speranza
di
Dante
,
di
creare
un
mondo
nuovo
,
chiamare
a
vita
una
nuova
progenie
.
Crearlo
in
questa
Italia
,
di
cui
al
nostro
filosofo
tumultuano
in
petto
le
memorie
gloriose
,
recenti
ed
antiche
,
e
a
cui
egli
vorrebbe
con
l
'
esempio
e
col
canto
,
con
l
'
insegnamento
e
con
l
'
azione
,
restituire
la
prisca
e
fatale
grandezza
.
La
gran
donna
,
ch
'
a
Cesare
comparse
sul
Rubicon
,
temendo
a
sé
rovina
dall
'
introdotta
gente
pellegrina
,
onde
'
l
suo
imperio
pria
crescer
apparse
,
Sta
con
le
membra
sue
lacere
e
sparse
e
co
'
crin
mozzi
,
in
servitù
meschina
.
Così
un
ricordo
lucaneo
e
la
realtà
storica
gli
rappresentano
l
'
Italia
politica
del
suo
tempo
.
E
l
'
Italia
letteraria
?
La
stessa
prostrazione
e
servitù
:
e
i
poeti
incapaci
di
liberarsi
dalla
vecchia
materia
poetica
,
dalle
tanto
abusate
favole
greche
:
Grecia
,
tre
spanne
di
mar
,
che
di
terra
cinto
,
superbia
non
potea
mostrare
,
solcò
per
l
'
aureo
vello
conquistare
e
Troia
con
più
inganni
e
poca
guerra
;
poi
tutto
il
mondo
atterra
di
favole
,
e
di
lui
succhia
ogni
laude
.
Ma
Italia
,
che
l
'
applaude
,
contra
se
stessa
e
contra
Dio
quant
'
erra
!
Ella
,
che
mari
e
terra
,
senza
fraude
,
con
senno
ed
armi
in
tutto
il
mondo
ottenne
,
e
del
cielo
alle
chiavi
alfin
pervenne
!
Cristoforo
Colombo
,
audace
ingegno
,
compie
col
corpo
un
viaggio
,
che
altri
,
poeti
teologi
filosofi
,
non
avevan
saputo
neppur
con
la
mente
;
getta
a
Cesare
e
a
Cristo
un
ponte
fra
due
mondi
,
e
conquista
l
'
Oceano
.
Ebbene
,
in
suo
luogo
continua
a
esser
celebrato
un
vile
Tifi
.
Il
Vespucci
,
nato
in
città
«
nido
di
scrittori
illustri
»
,
dà
nome
a
un
nuovo
mondo
:
ma
dei
poeti
chi
ne
è
ispirato
a
cantarne
la
gloria
?
Tutti
giacciono
nel
«
favoloso
intrico
»
degli
dèi
falsi
e
dei
falsi
eroi
di
Grecia
.
Gli
antichi
legislatori
di
Roma
,
di
Etruria
,
della
Magna
Grecia
dimenticati
.
E
chi
n
'
ha
colpa
?
Italia
,
sepoltura
de
'
lumi
suoi
,
d
'
esterni
candeliere
;
Italia
,
che
non
cura
Telesio
per
amor
d
'
uno
Schiavone
(
Aristotele
)
;
e
perseguita
quel
di
cui
l
'
aurora
gli
antichi
occupa
,
e
Stilo
ingrata
onora
.
Italia
,
infetta
da
private
invidie
e
interessi
,
che
la
fan
serva
degli
stranieri
,
pronti
a
fomentare
le
sue
interne
discordie
;
ignara
della
sua
virtù
,
già
splendida
a
'
tempi
di
Roma
,
in
lettere
e
in
armi
più
feconda
Che
l
'
universo
tutto
quanto
insieme
;
per
non
dire
della
moderna
Venezia
,
fiera
e
superba
Venezia
,
incurante
delle
favolose
glorie
di
Grecia
:
Venezia
,
onor
di
virgini
e
di
spose
nuota
in
mar
,
rugge
in
terra
e
vola
in
cielo
pesce
,
leon
alato
col
Vangelo
.
Per
svegliare
quest
'
Italia
,
Campanella
invoca
la
Musa
latina
,
e
la
invita
a
prendere
la
barbara
lingua
,
il
nostro
idioma
nuovo
:
Tanto
più
,
che
il
fato
a
te
die
'
certo
favore
,
perché
comunque
soni
,
d
'
altra
imitata
sei
d
'
Italia
augurio
antico
e
mal
cognito
,
ch
'
ella
d
'
imperii
gravida
e
madre
sovente
sia
.
Il
Carducci
,
ai
nostri
giorni
rinnovatore
felice
della
metrica
antica
e
dei
saggi
del
Campanella
ammiratore
,
non
avrà
alla
stessa
impresa
così
alto
e
potente
motivo
come
questo
del
filosofo
poetante
,
credo
,
sui
trent
'
anni
,
a
Roma
,
nelle
carceri
del
Sant
'
Uffizio
per
rievocare
la
grande
,
la
forte
poesia
di
Roma
signora
del
mondo
:
Musa
latina
,
vieni
meco
a
canzone
novella
:
te
al
novo
onor
chiama
quinci
la
squilla
mia
,
sperando
imponer
fine
al
miserabile
verso
per
te
tornando
al
già
lagrimato
die
.
Al
novo
secol
lingua
nova
instrumento
rinasca
:
può
nuova
progenie
il
canto
novello
fare
.
Quando
,
nel
fondo
della
sua
prigione
in
Castel
dell
'
Ovo
,
nel
1611
,
può
aver
notizia
del
Nunzio
Sidereo
e
delle
meraviglie
di
cui
vi
si
dà
ragguaglio
,
il
cuore
gli
balza
in
petto
di
gioia
e
di
orgoglio
.
Era
un
altro
fierissimo
colpo
all
'
inviso
aristotelismo
,
un
altro
sicuro
indizio
della
rinnovazione
del
secolo
;
e
poi
era
una
nuova
palma
toccata
al
genio
italiano
.
E
si
congratulava
con
Galileo
della
nuova
splendida
gloria
nazionale
:
«
Mi
sdegnavo
»
,
gli
scriveva
nel
suo
solito
latino
,
«
con
questa
nostra
Italia
,
madre
dell
'
impero
e
tribunale
della
Santa
Chiesa
,
e
pur
tributaria
degli
stranieri
in
ogni
altra
scienza
:
quasi
padrona
che
avesse
chiamato
al
proprio
servizio
delle
ancelle
,
le
quali
poi
avessero
messo
superbia
e
spadroneggiassero
.
Talché
Aristotele
era
divenuto
l
'
oracolo
dei
filosofi
,
Omero
dei
poeti
,
Tolomeo
degli
astronomi
,
Ippocrate
dei
medici
.
Virgilio
stesso
cedette
agli
altri
popoli
il
primato
dell
'
arte
,
dell
'
eloquenza
e
della
scienza
,
solo
contento
che
ai
Romani
fosse
riservata
l
'
arte
della
guerra
,
del
diritto
e
del
governo
:
Tu
regere
imperio
populos
,
Romane
,
memento
(
Hae
tibi
erunt
artes
)
pacisque
imponere
mores
,
Parcere
subiectis
et
debellare
superbos
.
Ma
anche
quest
'
arte
è
ormai
migrata
agli
spagnuoli
e
ai
tedeschi
;
e
a
noi
non
è
rimasta
più
lode
di
sorta
,
e
i
nostri
poeti
non
cantano
più
che
gli
dèi
e
gli
eroi
de
'
gentili
.
E
pure
,
profecto
viget
adhuc
imperium
Italicum
:
il
romano
Pontefice
sovrasta
a
tutti
i
principi
della
terra
,
e
la
teologia
romana
detta
leggi
a
tutte
le
scienze
.
A
tutto
il
mondo
è
nota
la
virtù
italiana
,
a
sé
sola
ignota
.
E
anche
nelle
dottrine
inferiori
(
alla
teologia
)
l
'
Italia
supera
tutti
;
resta
che
licenzii
le
ancelle
e
si
serva
de
'
suoi
.
Telesio
ha
discacciato
a
buon
dritto
Aristotele
;
ma
,
ciò
malgrado
,
ancora
si
rendono
onori
ai
costui
funerali
.
Virgilio
e
Dante
hanno
offuscato
Omero
;
in
Celso
l
'
Italia
ha
il
suo
Ippocrate
,
in
Plinio
il
suo
Dioscoride
:
nell
'
astrologia
Cardano
sconfisse
gli
arabi
.
In
astronomia
Tolomeo
e
Copernico
ci
facevan
arrossire
;
ma
ora
tu
,
uomo
famosissimo
,
non
restituisci
a
noi
la
gloria
dei
Pitagorici
rubatici
da
'
subdoli
Greci
,
risuscitando
le
loro
dottrine
,
ma
col
tuo
splendore
estingui
la
gloria
di
tutto
il
mondo
.
Et
vidi
caelum
et
terram
novam
,
dissero
l
'
Apostolo
e
Isaia
,
e
noi
non
vedevamo
;
ma
ecco
,
tu
purgasti
gli
occhi
degli
uomini
,
e
mostrasti
il
nuovo
cielo
e
la
terra
nuova
»
.
IV
Nell
'
Italia
della
fine
del
Cinquecento
o
del
primo
Seicento
nessuno
,
né
tra
gli
uomini
di
Stato
né
tra
gli
scrittori
,
ha
sì
alto
e
fermo
concetto
della
dignità
e
del
destino
nazionale
.
Ma
nessuno
,
in
quel
tempo
,
né
in
Italia
né
fuori
d
'
Italia
,
neppure
l
'
altro
grande
domenicano
che
col
Campanella
pare
abbia
avuto
comuni
nel
1595
gli
ozi
forzati
e
tristemente
meditabondi
di
Tor
di
Nona
,
il
carcere
romano
del
S
.
Uffizio
,
«
rocca
sacra
a
tirannia
segreta
»
,
neppure
,
dico
,
Giordano
Bruno
,
l
'
altro
eroe
e
martire
del
nostro
Rinascimento
,
ha
così
profondo
e
vibrante
il
sentimento
dell
'
avvenire
:
del
secolo
che
si
rinnova
,
e
si
rinnova
per
opera
del
pensiero
.
Telesio
è
stato
anche
da
Bacone
celebrato
come
il
primo
degli
uomini
moderni
.
Ma
egli
si
contenta
di
guardare
e
di
vedere
con
nuovo
occhio
la
natura
intesa
per
la
prima
volta
,
com
'
ei
dice
,
iuxta
propria
Principia
.
E
perciò
dallo
stesso
Bacone
la
sua
filosofia
fu
definita
come
una
filosofia
pastorale
,
senza
cioè
interessi
umani
,
sociali
,
storici
,
politici
.
Bruno
,
senza
dubbio
,
ha
respiro
assai
più
ampio
;
e
nella
sua
natura
palpita
pure
una
forma
d
'
umanità
;
poiché
essa
gli
si
spiritualizza
tutta
in
una
concezione
monadistica
del
minimo
identico
al
massimo
,
cioè
infinito
,
che
precorre
a
Leibniz
.
Così
,
in
certa
guisa
,
la
natura
bruniana
ha
dell
'
umano
;
ma
essa
non
ha
storia
,
non
ha
Stato
,
non
volontà
e
passione
politica
.
È
un
'
umanità
che
non
si
ritrova
,
qual
'
essa
è
in
concreto
,
in
questa
vita
a
cui
ci
legano
i
nostri
interessi
,
e
in
cui
tutti
ci
sforziamo
di
attuare
i
nostri
ideali
.
sicché
noi
,
leggendo
Bruno
,
seguendolo
nella
sua
vita
randagia
in
traccia
della
verità
che
lo
innamora
,
fino
al
processo
che
lo
piomba
nel
buio
,
e
al
rogo
ch
'
egli
ascende
animoso
con
la
coscienza
di
adempiere
un
solenne
ufficio
storico
,
noi
,
dico
,
non
sapremmo
raffigurarcelo
a
prender
posizione
tra
gli
avvenimenti
e
le
forze
politiche
contemporanee
,
e
neppure
a
costruire
per
suo
conto
un
programma
d
'
azione
.
Il
suo
mondo
non
è
quello
.
E
quel
mondo
di
uomini
,
di
leggi
,
d
'
istituti
e
di
forze
,
che
rimane
fuori
dei
quadri
del
suo
pensiero
e
degl
'
interessi
del
suo
spirito
,
è
poi
il
mondo
in
cui
egli
s
'
abbatte
infine
con
l
'
ingenuo
candore
d
'
un
fanciullo
ignaro
,
e
che
perciò
lo
stritola
.
L
'
avrebbe
certamente
stritolato
lo
stesso
,
se
egli
si
fosse
accinto
a
combatterlo
apertamente
;
ma
egli
,
come
tanti
altri
pensatori
contemporanei
e
anteriori
,
e
soltanto
in
modo
anche
più
tipico
e
storicamente
significativo
,
visse
nell
'
ingenua
convinzione
,
chiaramente
manifestata
nell
'
interrogatorio
di
Venezia
,
che
quel
mondo
non
lo
riguardasse
,
e
che
ei
potesse
liberamente
filosofare
dentro
la
sfera
chiusa
del
suo
pensiero
.
Guardate
anche
Galileo
,
non
soltanto
ne
'
suoi
libri
,
che
,
concernendo
fatti
celesti
e
schemi
e
formule
matematiche
,
non
possono
riferirsi
a
cose
umane
,
e
tanto
meno
a
rapporti
sociali
e
civili
;
ma
nelle
sue
lettere
,
nelle
sue
lucubrazioni
intorno
alle
relazioni
della
scienza
con
la
religione
rivelata
,
nella
sua
stessa
vita
.
Egli
,
uomo
e
pensatore
,
è
il
modello
perfetto
del
letterato
,
come
allora
si
diceva
in
Italia
anche
lo
scienziato
e
il
filosofo
,
e
si
continuò
a
dire
anche
nel
secolo
XVIII
:
del
letterato
,
che
fu
nel
Rinascimento
l
'
erede
del
filologo
umanista
del
secolo
XV
;
quando
il
medio
evo
cadde
e
lo
spirito
umano
prese
ad
elaborare
il
concetto
della
vita
,
che
distingue
la
storia
moderna
:
il
concetto
della
libertà
interiore
assoluta
,
quale
si
può
concepire
soltanto
se
si
prescinde
da
ogni
trascendente
.
E
l
'
Umanesimo
poté
avviarsi
per
questa
nuova
via
,
quando
,
oppresse
le
libertà
comunali
e
formate
le
signorie
,
ogni
città
veniva
in
mano
ai
tiranni
,
e
battute
,
ad
opera
specialmente
degli
ordini
mendicanti
,
tutte
le
eresie
,
si
veniva
rinsaldando
,
nella
Chiesa
e
,
per
la
Chiesa
,
mediante
il
braccio
secolare
del
potere
laico
assoggettato
spiritualmente
a
lei
,
la
catena
infrangibile
dei
dommi
religiosi
.
Vi
si
poté
avviare
per
questa
ragione
:
che
il
mondo
dell
'
umanista
si
spiccò
nettamente
e
divise
da
quello
reale
,
dominato
dallo
Stato
e
dalla
Chiesa
a
un
tempo
;
e
fu
un
mondo
antico
,
o
senza
tempo
,
storico
o
poetico
,
un
mondo
della
memoria
o
dell
'
immaginazione
,
radicalmente
distinto
dal
mondo
presente
e
vivo
.
Un
mondo
,
come
oggi
si
direbbe
,
cerebrale
,
in
cui
l
'
umanista
trasferì
idealmente
tutto
se
stesso
,
perfino
i
suoi
interessi
religiosi
e
politici
,
per
vivervi
dentro
idealmente
,
e
pur
con
pienezza
di
passione
,
tutta
la
sua
vita
,
libero
da
ogni
legame
con
quell
'
altro
mondo
,
in
cui
egli
poteva
senza
scrupolo
e
senza
noia
restare
al
servizio
del
suo
signore
,
pagato
come
un
qualunque
altro
servitore
.
Allora
la
scienza
si
separò
dalla
vita
,
come
non
era
mai
accaduto
,
tranne
casi
individuali
,
né
nell
'
antichità
né
nell
'
età
di
mezzo
.
Allora
la
poesia
diventò
affare
d
'
immaginazione
o
fantasia
che
non
abbia
nulla
che
fare
con
l
'
uomo
che
ha
una
sua
fede
e
una
sua
opinione
di
cittadino
.
Non
si
ebbe
più
un
poeta
come
Dante
,
uomo
intero
,
che
porta
tutto
il
suo
mondo
,
dove
batte
il
suo
cuore
di
uomo
coi
suoi
amori
e
i
suoi
odii
e
le
sue
salde
convinzioni
,
fin
nell
'
inferno
e
nel
cielo
della
sua
fantasia
.
Nacque
la
teoria
della
forma
dell
'
arte
,
indipendente
dal
contenuto
;
e
quella
dell
'
imitazione
,
per
cui
l
'
arte
degli
antichi
poté
essere
pure
l
'
arte
dei
moderni
.
E
risorse
la
vecchia
rettorica
,
che
gli
antichi
avevano
inventata
nel
periodo
della
decadenza
.
E
venne
in
grande
onore
la
grammatica
e
l
'
erudizione
.
Ma
si
formò
pure
l
'
ideale
dello
spirito
sopramondano
,
che
è
quello
cui
spetta
di
spaziare
nell
'
infinito
dell
'
arte
e
del
pensiero
,
senza
vincoli
di
spazio
e
di
tempo
,
di
leggi
e
condizioni
contingenti
;
dove
sono
le
cose
eterne
,
a
cui
tutti
gli
uomini
di
tutti
i
tempi
e
di
tutte
le
nazioni
aspirano
come
a
termine
essenziale
d
'
ogni
loro
attività
.
Ideale
,
che
solo
nell
'
arte
,
espressione
del
sentire
individuale
,
qual
che
esso
sia
,
per
se
stesso
,
ottenne
allora
il
suo
intero
appagamento
;
e
in
ogni
altra
forma
di
vita
spirituale
poté
essere
perseguito
solo
in
quanto
questa
vita
si
spiegasse
dentro
i
limiti
che
son
propri
dell
'
arte
:
dentro
cioè
alla
fantasia
,
ossia
a
un
mondo
che
non
fosse
da
rappresentarsi
come
reale
,
come
il
vero
mondo
,
conosciuto
attraverso
la
percezione
o
la
divina
rivelazione
,
e
retto
per
mezzo
dell
'
ordinamento
politico
o
religioso
.
Così
anche
la
scienza
,
anche
la
filosofia
fu
letteratura
.
E
si
rinnovò
quella
dottrina
della
doppia
verità
,
che
i
filosofi
eterodossi
medievali
avevano
escogitata
per
accogliere
e
insegnare
dottrine
contrarie
ai
dommi
,
senza
rinunziare
perciò
alla
loro
fede
o
essere
espulsi
dalla
Chiesa
.
Della
quale
dottrina
quella
di
Bruno
,
di
Galileo
e
dello
stesso
Campanella
,
ripresa
poi
dallo
Spinoza
e
dai
cattolici
modernisti
degli
ultimi
tempi
,
circa
la
doppia
rivelazione
divina
,
nella
scrittura
o
nella
natura
,
e
la
conseguente
indipendenza
della
ricerca
scientifica
dalla
teologia
,
è
un
corollario
.
V
Letterato
,
in
questo
senso
,
per
eccellenza
,
è
,
dunque
,
Galileo
,
pronto
a
concedervi
tutto
,
se
gli
lasciate
la
gioia
di
fabbricarsi
il
suo
cannocchiale
e
di
guardarvi
dentro
,
e
poi
di
ragionar
liberamente
sulle
sue
scoperte
,
e
di
applicare
all
'
esperienza
sensata
la
geometria
;
e
insomma
se
lo
lasciate
senza
molestie
a
leggere
il
gran
libro
della
natura
,
che
è
tutto
il
suo
mondo
.
Dove
non
si
vedono
più
libri
scritti
,
né
quindi
la
Scrittura
sacra
;
dove
non
c
'
è
posto
né
pel
Granduca
suo
padrone
,
né
per
quella
sua
benigna
Granduchessa
madre
,
né
per
quel
cocciuto
sragionatore
di
Urbano
VIII
,
né
per
quel
loico
tremendo
del
cardinal
Bellarmino
.
Egli
non
esita
a
profferirsi
servitore
umilissimo
di
tutti
questi
signori
;
e
a
sottomettersi
magari
all
'
ammonizione
del
26
febbraio
1616
che
gl
'
ingiunge
d
'
astenersi
dal
professare
che
il
sole
è
fermo
e
la
terra
si
muove
;
pensando
che
un
accomodamento
ci
dovrà
essere
anche
col
Papa
e
con
gl
'
inquisitori
:
purché
egli
nel
segreto
del
suo
spirito
insonne
prosegua
le
sue
speculazioni
,
che
sono
la
sua
vita
.
In
tutto
il
suo
carteggio
e
in
tutta
la
biografia
non
si
sorprende
uno
scatto
,
un
accenno
,
un
accento
che
mostri
,
di
là
dal
letterato
,
l
'
uomo
.
L
'
uomo
dico
,
che
si
accampa
tra
gli
uomini
e
al
cospetto
di
Dio
.
Se
esce
dalla
sua
filosofia
naturale
e
da
'
suoi
teoremi
di
meccanica
,
scriverà
qualche
capitolo
giocoso
,
parteciperà
alla
disputa
tra
i
partigiani
dell
'
Ariosto
e
quelli
del
Tasso
.
Sempre
mondo
di
letterati
;
del
quale
quanti
sono
che
attendono
ai
negozi
del
mondo
,
dell
'
unico
mondo
reale
,
o
dell
'
altro
mondo
,
sorridono
.
E
l
'
ideale
del
letterato
,
come
altri
frutti
del
nostro
Rinascimento
,
passò
dall
'
Italia
alle
altre
nazioni
.
Anche
Bacone
,
anche
Cartesio
,
i
grandi
novatori
della
filosofia
europea
,
sono
,
in
questo
senso
,
letterati
,
ancorché
il
primo
partecipasse
alle
cose
politiche
del
suo
tempo
.
E
quell
'
ideale
si
è
modificato
,
più
tardi
,
ma
non
è
più
morto
.
poiché
anche
oggi
abbiamo
il
filosofo
letterato
che
a
causa
della
filosofia
si
crede
licenziato
dai
doveri
del
cittadino
e
dell
'
uomo
,
e
distingue
la
teoria
dalla
pratica
,
felice
di
ascriversi
alla
prima
per
sottrarsi
alle
fatiche
,
alle
lotte
,
alle
responsabilità
,
ai
fastidii
della
seconda
.
Ma
questo
filosofo
non
appartiene
alla
«
nuova
progenie
»
invocata
da
Campanella
.
Al
quale
bensì
può
raccostarsi
,
per
certi
rispetti
,
Niccolò
Machiavelli
,
che
,
a
differenza
degli
stessi
scrittori
politici
del
suo
tempo
e
posteriori
,
ha
gli
occhi
bene
aperti
sul
presente
,
sulla
realtà
effettuale
,
com
'
ei
dice
,
delle
cose
e
degli
uomini
;
ed
ha
pure
un
'
accesa
idealità
in
fondo
all
'
anima
,
un
suo
programma
,
una
sua
passione
veemente
.
E
infatti
Campanella
non
si
scorda
mai
di
lui
,
e
lo
combatte
accanitamente
,
poiché
si
occupano
dello
stesso
problema
e
non
vanno
d
'
accordo
nella
soluzione
:
il
fiorentino
restando
al
concetto
di
Stato
come
forza
,
per
dirla
con
parola
d
'
oggi
,
e
il
calabrese
mirando
più
in
là
,
allo
Stato
etico
,
dotato
di
un
valore
fondamentalmente
morale
e
religioso
.
Ma
Niccolò
Machiavelli
,
col
suo
sogghigno
verso
i
profeti
disarmati
come
fra
Girolamo
,
non
può
paragonarsi
a
Campanella
quale
rappresentante
dello
spirito
del
Rinascimento
rivolto
all
'
avvenire
,
e
iniziatore
del
secolo
che
si
rinnova
.
Anche
l
'
ideale
di
Machiavelli
è
letterario
,
se
si
considera
che
egli
concepisce
lo
Stato
come
opera
d
'
arte
,
che
la
virtù
dell
'
individuo
possa
creare
.
Il
suo
individualismo
lo
estrania
da
quella
realtà
effettuale
,
a
cui
egli
guarda
;
e
fa
del
suo
programma
d
'
azione
una
costruzione
teorica
,
al
servizio
della
quale
infatti
non
pone
la
sua
vita
.
In
Campanella
,
invece
,
c
'
è
Machiavelli
e
c
'
è
Savonarola
:
la
costruzione
dell
'
intelletto
congiunta
con
l
'
ardore
della
volontà
;
la
politica
,
che
è
poi
tutta
una
filosofia
,
s
'
è
fatta
uomo
,
fiera
d
'
una
sua
coscienza
eroica
,
che
affronta
in
pieno
la
realtà
tutta
,
naturale
ed
umana
,
e
intende
con
fede
indomabile
a
trasformarla
,
armata
del
pensiero
.
VI
Tutti
i
due
secoli
di
rinnovamento
che
gli
sono
alle
spalle
,
il
Quattro
e
il
Cinquecento
,
risuonano
in
Italia
di
voci
or
fioche
e
sommesse
,
or
alte
e
squillanti
,
che
,
celebrando
la
potenza
dell
'
uomo
,
e
cioè
del
pensiero
che
è
il
suo
privilegio
,
tendono
a
incuorargli
una
energica
e
poten
e
fede
nelle
proprie
forze
,
destinate
a
rinnovare
il
mondo
ed
instaurare
,
col
dominio
della
natura
sempre
meglio
conosciuta
e
quindi
più
sicuramente
padroneggiata
e
col
progressivo
perfezionamento
di
tutti
gl
'
istituti
umani
,
quel
regno
dell
'
uomo
che
Bacone
auspica
,
e
che
è
il
cristiano
regno
dello
spirito
,
come
,
immanentisticamente
l
'
intende
il
pensiero
moderno
:
mondo
della
ragione
tutta
spiegata
,
come
pure
diceva
il
cattolico
Vico
.
Mondo
,
questi
ci
avvertirà
,
fatto
dagli
uomini
,
nei
quali
,
mediante
il
senso
comune
,
agisce
la
Provvidenza
divina
;
fatto
,
cominciarono
a
ritenere
e
dissero
sempre
più
fermamente
gli
scrittori
dell
'
Umanesimo
e
del
Rinascimento
,
dall
'
uomo
che
,
come
tale
,
come
essere
che
pensa
,
non
è
uno
tra
gli
esseri
della
natura
,
tutti
soggetti
a
leggi
immutabili
e
fatali
,
ma
è
una
libera
attività
,
creatore
,
e
quindi
arbitro
del
mondo
suo
.
Ma
coteste
voci
esaltatrici
dell
'
umana
potenza
,
giunte
al
Campanella
,
ascoltate
con
animo
disposto
da
una
nuova
grande
filosofia
,
scuotono
profondamente
tutte
le
sue
fibre
;
e
si
raccolgono
e
potenziano
in
un
canto
magnifico
,
che
è
l
'
inno
più
ispirato
che
sia
mai
sgorgato
da
petto
d
'
uomo
in
lode
del
Pensiero
.
Ricorre
,
come
s
'
è
detto
,
in
abbozzo
o
in
forma
più
o
meno
matura
e
perfetta
,
quattro
volte
ne
'
suoi
scritti
:
nel
De
sensu
rerum
,
nell
'
Alheismus
triumphatus
,
nelle
Poesie
,
nella
Metafisica
:
era
una
corda
pronta
sempre
a
vibrare
nel
suo
cuore
.
Ognuno
deve
aver
letto
,
o
deve
leggere
la
saffica
Della
Possanza
dell
'
uomo
,
dove
si
dice
chi
è
e
che
fa
questa
«
immagin
bella
»
di
Dio
,
«
ch
'
uomo
s
'
appella
»
.
Egli
è
nato
di
fango
,
senza
senno
,
inerme
,
ignudo
,
tra
tanti
animali
più
forti
,
vestiti
di
pelo
o
squamme
,
veloci
,
armati
di
artiglio
o
corno
.
Ma
poi
vien
per
lui
l
'
ora
del
sapere
,
che
ne
fa
un
secondo
Dio
,
in
questo
basso
mondo
.
E
,
dio
secondo
,
miracol
del
Primo
egli
comanda
all
'
imo
,
-
-
e
'
n
ciel
sormonta
senz
'
ali
,
e
conta
-
-
i
suoi
moti
e
misure
e
le
nature
.
Conosce
tutte
le
stelle
,
e
i
loro
influssi
,
sì
che
indovina
il
futuro
.
E
conosce
l
'
aria
,
l
'
acqua
,
la
terra
;
e
domina
quindi
e
governa
le
forze
di
questa
natura
:
Il
vento
e
'
l
mar
ha
domo
-
-
e
'
l
terren
globbo
con
legno
gobbo
-
-
accerchia
,
vince
e
vede
,
merca
e
fa
prede
.
Merca
e
fa
prede
;
a
lui
poca
,
è
una
terra
.
Tuona
,
qual
Giove
,
in
guerra
-
-
un
nato
inerme
;
porta
sue
inferme
-
-
membra
e
sottogiace
cavallo
audace
.
Cavallo
audace
e
possente
elefante
:
piega
il
leon
innante
-
-
a
lui
il
ginocchio
;
già
tirò
il
cocchio
-
-
del
roman
guerriero
ardir
ben
fiero
!
Ogni
ardir
fiero
ed
ogni
astuzia
abbatte
,
con
lor
s
'
orna
e
combatte
,
-
-
s
'
arma
e
corre
.
Giardino
,
torre
-
-
e
gran
città
compone
e
leggi
pone
.
Ei
leggi
pone
,
come
un
Dio
.
Egli
astuto
ha
dato
al
cuoio
muto
-
-
ed
alle
carte
di
parlar
arte
;
-
-
e
che
i
tempi
distingua
dà
al
rame
lingua
.
Anche
la
scimmia
e
l
'
orso
han
mani
;
ma
l
'
uomo
solo
maneggia
il
fuoco
:
ei
solo
si
alzò
a
tal
volo
,
Si
alzò
a
tal
volo
,
e
dal
pianeta
il
tolse
;
Con
questo
i
monti
sciolse
,
-
-
ammazza
il
ferro
,
accende
un
cerro
,
-
-
e
se
ne
scalda
e
cuoce
vivanda
atroce
;
vivanda
atroce
d
'
animai
che
guasta
:
latte
ed
acqua
non
basta
,
-
-
ogn
'
erba
e
seme
per
lui
;
ma
preme
-
-
l
'
uve
e
ne
fa
vino
,
liquor
divino
.
Liquor
divino
,
che
gli
animi
allegra
.
Con
sale
ed
oglio
integra
-
-
,
il
cibo
,
e
sana
.
Fa
alla
sua
tana
-
-
giorno
quando
è
notte
:
oh
leggi
rotte
!
Oh
leggi
rotte
!
ch
'
un
sol
verme
sia
Re
,
epilogo
,
armonia
,
-
-
fin
d
'
ogni
cosa
.
Leggi
rotte
nella
natura
,
in
forza
,
secondo
il
Campanella
,
della
virtù
ascosa
nella
medesima
;
virtù
che
ne
dirige
e
sostiene
il
corso
ordinario
,
ma
interviene
pure
talvolta
in
forma
eccezionale
nel
miracolo
:
«
gloria
propria
»
di
Dio
,
che
fa
bensì
copia
di
sé
all
'
uomo
.
Il
quale
perciò
richiama
a
vita
i
morti
,
passa
i
mari
a
piede
asciutto
,
predice
il
futuro
,
e
ascende
con
Elia
o
S
.
Paolo
alla
stessa
scuola
di
Dio
;
e
svela
insomma
i
divini
misteri
:
e
truova
con
manifesta
pruova
-
-
Cristo
a
destra
della
maestra
-
-
Podestate
immensa
.
Pensa
,
uomo
,
pensa
.
Pensa
,
uomo
,
pensa
;
giubila
ed
esalta
la
Prima
Cagion
alta
;
-
-
quella
osserva
,
perch
'
a
te
serva
-
-
ogni
altra
sua
fattura
.
Il
pensiero
,
creatore
e
signore
del
mondo
,
è
dunque
pensiero
umano
,
ma
è
primieramente
pensiero
divino
.
Campanella
ripete
la
fede
nella
sua
propria
potenza
riformatrice
e
instauratrice
d
'
un
nuovo
mondo
dalla
sapienza
creata
«
diffusa
in
ogni
ente
impregnata
dall
'
intelletto
divino
»
:
figlio
,
com
'
ei
dice
,
del
primo
Senno
e
di
Sofia
.
Essa
mi
nutre
,
al
suo
marito
pia
:
e
mi
trasfonde
seco
,
agile
e
snello
dentro
ogni
tutto
,
ed
antico
e
novello
,
perché
conoscitor
e
fabbro
io
sia
.
Infatti
«
dal
divino
Senno
aiutato
,
il
savio
penetra
,
con
esso
lui
,
quasi
volando
,
tutte
le
cose
fatte
e
fatture
»
.
Senno
,
Sofia
,
pensiero
umano
son
tutt
'
uno
.
Questo
pensiero
dirà
perciò
Di
cervel
dentro
un
pugno
io
sto
,
e
divoro
tanto
,
che
quanti
libri
tiene
il
mondo
non
sazian
l
'
appetito
mio
profondo
.
Quanto
ho
mangiato
!
e
dal
digiun
pur
moro
Più
si
ciba
,
e
più
ha
fame
:
distando
e
sentendo
,
giro
in
tondo
;
e
quanto
intendo
più
,
tanto
più
ignoro
,
Quale
più
evidente
segno
dell
'
infinità
e
divinità
dello
spirito
umano
?
Il
quale
perciò
,
se
vuol
giungere
a
Dio
,
non
si
deve
servire
di
sillogismi
;
che
,
come
ripeterà
nella
Metafisica
,
sono
quasi
strali
,
che
essi
,
e
non
noi
,
pervengono
alla
mèta
;
né
di
autorità
,
che
è
come
toccare
un
oggetto
con
mano
d
'
altri
;
ma
deve
sentire
dentro
di
sé
la
presenza
dell
'
Infinito
:
illuiarsi
,
per
dirla
con
Dante
,
incingersene
.
Che
se
ogni
amore
raddoppia
le
forze
dell
'
anima
,
dirà
in
altro
sonetto
,
l
'
anima
che
«
è
rinchiusa
a
questa
scorza
»
,
ove
si
unisse
d
'
amore
a
Dio
,
si
faria
un
'
immensa
spera
,
che
amar
,
saper
e
far
tutto
potrebbe
in
Dio
,
di
meraviglie
sempr
'
altèra
.
In
una
delle
canzoni
«
in
dispregio
della
morte
»
dice
,
in
un
verso
stupendo
,
che
l
'
anima
,
uscita
dal
corpo
,
Snella
per
tutto
il
mondo
e
lieta
vola
.
Ma
a
questo
sublime
volo
,
per
Campanella
,
che
nel
fondo
del
suo
pensiero
non
crede
alla
morte
,
a
questo
volo
,
per
cui
l
'
anima
non
sale
soltanto
al
cielo
e
scruta
le
divine
essenze
,
ma
penetra
e
spazia
«
per
tutto
il
mondo
»
,
la
filosofia
,
che
«
rende
al
cielo
»
della
verità
,
c
'
impenna
l
'
ali
in
vita
.
E
in
altra
canzone
Del
sommo
Bene
metafisico
il
Poeta
con
alta
fede
canta
:
Mai
non
si
muore
:
godi
,
alma
superba
,
l
'
obblio
d
'
antica
,
ti
fa
sempre
acerba
.
Oh
,
felice
colui
,
che
sciolto
e
puro
senso
ha
,
per
giudicar
di
tutte
vite
!
Che
,
unito
a
Dio
,
per
tutto
va
sicuro
senza
temer
di
morte
né
di
Dite
.
Già
il
vivere
è
un
continuo
morire
;
ma
appunto
perciò
morire
è
pur
vivere
;
che
è
il
bene
sommo
,
la
gioia
divina
che
nessuno
e
niente
può
strappare
,
poiché
anche
il
dolore
,
anche
il
martirio
,
è
vita
:
quella
vita
,
che
in
Dio
,
al
suo
principio
,
e
in
tutte
le
creature
,
in
tutto
il
suo
corso
,
retto
sempre
dal
soffio
della
vita
divina
,
è
unità
di
potere
,
sapere
e
volere
:
questa
monotriade
,
che
è
lo
spirito
,
questa
attività
onnipotente
,
creatrice
,
consapevole
.
Quindi
l
'
indomito
vigore
di
chi
sa
veramente
,
e
perciò
sa
amare
,
e
non
conosce
limiti
che
arrestino
il
suo
infinito
volere
.
Perciò
Campanella
,
incatenato
al
suo
Caucaso
,
si
erge
in
tutta
la
fierezza
della
sua
coscienza
prometeica
;
e
s
'
ascrive
a
fortuna
le
sue
stesse
miserie
:
Gran
fortuna
è
'
l
saper
,
possesso
grande
più
dell
'
aver
;
né
i
savi
ha
sventurati
l
'
esser
di
vil
progenie
e
patria
nati
:
per
illustrarle
,
son
sorti
ammirande
.
Hanno
i
guai
per
ventura
,
che
più
spande
lor
nome
e
gloria
;
e
l
'
esser
ammazzati
gli
fa
che
sian
per
santi
e
dèi
adorati
.
Il
sonetto
ha
valore
autobiografico
.
E
non
importa
che
talvolta
egli
assuma
coi
papi
e
cardinali
e
potenti
il
tono
supplichevole
della
preghiera
di
chi
è
stanco
di
soffrire
e
anela
alla
luce
,
alla
libertà
,
alla
gioia
d
'
una
più
ampia
attività
.
Anche
allora
quella
fede
nel
pensiero
,
che
è
la
sua
potenza
,
non
vien
meno
.
Ecco
p
.
e
.
le
dolenti
parole
d
'
una
sua
lettera
scritta
nel
1607
da
S
.
Elmo
al
Papa
:
«
Per
tanto
,
Santissimo
Padre
,
sendo
stato
io
otto
anni
in
una
fossa
,
dove
non
vedo
cielo
né
luce
mai
,
sempre
inferrato
,
con
mal
mangiare
e
peggio
dormire
,
e
con
dolori
di
testa
che
casco
spesso
morto
,
e
d
'
orecchie
e
di
petto
,
oltre
li
tormenti
asprissimi
di
corda
,
e
dui
polledri
,
e
quaranta
ore
di
veglia
con
funicelli
sin
all
'
ossa
e
sedendo
sopra
un
acutissimo
legno
,
che
secaro
più
di
due
libre
di
carne
,
e
più
che
venti
di
sangue
in
diverse
volte
m
'
usciro
;
e
sanai
miracolosamente
;
e
con
tanta
pazienzia
e
miseria
Dio
mi
tenne
vivo
,
e
per
pazzia
,
dove
non
giovò
la
sapienza
,
e
con
speranze
divine
,
mancando
tutte
l
'
umane
;
devo
oggi
,
dopo
tanta
penitenza
,
essere
ascoltato
dalla
degnissima
Madre
Santa
Chiesa
e
da
Vostra
Beatitudine
»
.
Ma
in
questa
stessa
lettera
alza
la
voce
proseguendo
:
«
O
Santo
Padre
,
la
logica
della
Sapienza
incarnata
è
questa
:
a
fructibus
cognoscetis
eos
,
E
perché
dall
'
ombre
dell
'
arbor
mio
giudicano
di
me
e
dalle
parole
di
nemici
,
e
non
dalli
frutti
e
dall
'
opere
mie
?
»
.
Ma
sopra
tutto
vuol
essere
ascoltato
per
le
grandi
verità
,
per
le
cose
mirabili
che
egli
può
dire
,
se
non
lo
si
vuol
combattere
con
ferri
,
fosse
,
boia
,
sbirri
,
tormenti
e
altre
armi
del
genere
,
di
cui
egli
è
sprovvisto
,
sì
piuttosto
«
con
la
ragione
»
.
«
E
d
'
ogni
cento
loro
darò
cinquanta
e
la
mano
,
e
litigarò
,
e
li
vincerò
con
queste
armi
cristiane
.
O
Santo
Padre
,
tutta
la
vita
mia
fu
studi
reconditi
e
di
verità
naturali
,
politiche
e
divine
;
e
sempre
piena
di
guai
e
di
persecuzioni
.
E
sempre
con
pazienza
sono
stato
intra
la
Chiesa
,
benché
mille
volte
fui
invitato
d
'
andar
in
Francia
e
in
Germania
,
e
da
'
Veneziani
in
Turchia
con
l
'
ambasciatore
per
persuadere
al
Turco
un
gran
negozio
;
e
mai
non
l
'
ho
fatto
per
lo
gran
desiderio
e
gioia
c
'
ho
delli
studi
miei
»
.
I
quali
gli
consentono
di
dire
al
Papa
,
che
egli
ha
diritto
ad
essere
difeso
e
salvato
,
perché
egli
può
far
bene
alla
Chiesa
e
all
'
Italia
:
«
lo
son
tanto
inamorato
della
gloria
d
'
Italia
;
e
vedendo
c
'
ha
perduto
la
signoria
del
mondo
,
e
che
si
serba
il
suo
splendore
solo
nel
Papato
....
per
ben
della
patria
,
come
buon
filosofo
,
son
votato
al
sacrificio
e
al
martirio
;
e
scrissi
di
ciò
tanti
libri
»
.
E
tutti
questi
appelli
e
memoriali
contengono
un
elenco
dei
molti
libri
scritti
e
delle
grandi
promesse
che
,
grazie
al
gran
sapere
,
è
in
grado
di
fare
per
l
'
Italia
,
per
l
'
impero
,
per
la
cristianità
,
per
una
riforma
universale
.
Nella
stesso
preghiera
a
Dio
l
'
accento
supplichevole
s
'
alterna
a
quello
del
diritto
che
compete
alla
sua
grande
e
privilegiata
personalità
:
A
te
tocca
,
o
Signore
,
se
invan
non
m
'
hai
creato
,
d
'
esser
mio
salvatore
.
Signor
,
a
cui
son
figlie
le
pietose
preghiere
,
le
tue
gran
maraviglie
e
grazie
in
me
non
mostri
;
faraile
a
'
morti
note
?
o
il
fisico
a
cantar
tue
glorie
altère
risuscitar
gli
puote
?
o
fia
ne
'
ciechi
chiostri
,
chi
narri
gli
onor
vostri
?
o
qui
al
buio
alcun
scerne
,
tra
oblio
e
perdizion
,
tue
prove
eterne
?
E
par
talvolta
si
muti
in
rimprovero
:
-
-
Libertà
,
-
-
Signor
,
bramo
;
e
tu
pur
non
m
'
ascolti
,
ma
volgi
gli
occhi
altrove
.
Povero
io
nacqui
,
e
di
miserie
vengo
nutrito
in
mille
prove
;
poscia
tra
i
saggi
e
stolti
alzato
,
mi
trasvolti
con
terribil
prestezza
nella
più
spaventevole
bassezza
.
Anche
a
Dio
,
come
ai
potenti
della
terra
,
egli
sa
di
poter
promettere
,
in
cambio
della
libertà
,
le
meraviglie
del
suo
ingegno
e
del
suo
sapere
:
Se
mi
sciogli
,
io
far
scuola
ti
prometto
di
tutte
nazioni
a
Dio
liberator
,
verace
e
vivo
,
s
'
a
cotanto
pensier
non
è
disdetto
il
fine
a
cui
mi
sproni
;
gl
'
idoli
abbatter
,
far
di
culto
privo
ogni
dio
putativo
,
e
chi
di
Dio
si
serve
e
a
Dio
non
serve
;
por
di
ragione
il
seggio
e
lo
stendardo
contra
il
vizio
codardo
;
a
libertà
chiamar
l
'
anime
serve
,
umiliar
le
proterve
.
Né
a
'
tetti
,
ch
'
avvilisce
fulmine
o
belva
,
dir
canzon
novelle
,
per
cui
Siòn
languisce
.
Ma
tempio
farò
il
cielo
,
altar
le
stelle
.
La
coscienza
del
pensiero
possente
lo
innalza
sempre
con
irresistibile
vigore
:
Con
vanni
in
terra
oppressi
al
ciel
non
volo
,
in
mesta
carne
d
'
animo
giocondo
;
e
se
talor
m
'
abbassa
il
grave
pondo
,
Pale
pur
m
'
alzan
sopra
il
duro
suolo
.
VIII
Or
come
si
formò
in
lui
quest
'
alta
coscienza
?
A
monsignor
Antonio
Querengo
,
che
gli
aveva
dato
alcun
cenno
di
benevolenza
e
interessamento
come
ad
uomo
degno
di
esser
paragonato
per
la
vastità
del
sapere
e
l
'
acume
dell
'
intelletto
a
Pico
della
Mirandola
,
Campanella
,
umile
e
superbo
,
scriveva
dal
suo
«
profondo
Caucaso
»
l'8
luglio
1607
:
«
Io
,
signor
mio
,
non
ebbi
mai
li
favori
e
grazie
singulari
di
Pico
,
che
fu
nobilissimo
e
ricchissimo
,
ed
ebbe
libri
a
copia
,
e
maestri
assai
,
e
comodità
di
filosofare
,
e
vita
tranquilla
;
le
quali
cose
fan
fruttar
mirabilmente
un
fecondo
ingegno
.
Ma
io
in
bassa
fortuna
nacqui
,
e
dalli
23
anni
di
mia
vita
sin
ad
ora
,
che
n
'
ho
39
da
finir
a
settembre
,
sempre
fui
perseguitato
e
calunniato
da
che
scrissi
contra
Aristotele
di
18
anni
;
ma
il
colmo
cominciò
a
23
,
con
questo
titolo
:
Quomodo
literas
scit
,
cum
non
didicerit
?
Son
otto
anni
continui
che
sto
in
man
di
nemici
,
et
per
sapientiam
et
per
stultitiam
sette
volte
dalla
presentissima
morte
il
Senno
eterno
mi
liberò
.
E
inanti
a
questi
otto
anni
stetti
in
carcere
più
volte
,
che
non
posso
numerar
un
mese
di
vera
libertà
,
se
non
di
relegazione
.
Ebbi
tormenti
inusitati
e
li
più
spaventosi
del
mondo
cinque
fiate
;
e
sempre
in
timore
e
dolori
.
Nella
gioventù
mia
non
ebbi
maestri
,
se
non
di
grammatica
,
e
dui
anni
di
logica
e
fisica
d
'
Aristotele
,
la
qual
subito
rinegai
come
sofistica
.
E
studiai
solo
tutte
le
scienze
da
per
me
,
e
scrissi
cose
non
volgari
,
e
caminai
per
tutte
le
sette
antiche
e
moderne
di
filosofi
,
di
medici
,
di
matematici
,
di
legislatori
e
di
altri
scienziati
,
nell
'
arti
parlatrici
e
operatrici
e
conoscitrici
,
e
sacre
e
profane
d
'
ogni
maniera
.
E
nelle
tribulazioni
sempre
più
imparai
;
e
trovai
vero
:
patientia
probat
viri
doctrinam
...
Ecco
dunque
il
diverso
filosofar
mio
da
quel
di
Pico
.
Ed
io
imparo
più
dall
'
anatomia
d
'
una
formica
o
d
'
una
erba
(
lascio
quella
del
mondo
mirabilissima
)
che
non
da
tutti
li
libri
che
sono
scritti
dal
principio
de
'
secoli
sin
a
mò
,
dopo
ch
'
imparai
a
filosofare
e
leggere
il
libro
di
Dio
.
Al
cui
esemplare
correggo
i
libri
umani
malamente
copiati
e
a
capriccio
,
e
non
secondo
sta
nell
'
universo
libro
originale
.
E
questo
m
'
ha
fatto
legger
tutti
autori
con
facilità
e
tenerli
a
memoria
:
della
quale
assai
dono
mi
fè
l
'
Altissimo
,
ma
più
ingegnandomi
a
giudicarli
col
riscontro
dell
'
originale
»
.
Grande
ingegno
dunque
quello
del
Pico
e
d
'
altri
,
ai
quali
il
Campanella
non
crede
potersi
accostare
:
ma
sviato
per
quel
filosofare
«
più
sopra
le
parole
altrui
che
nella
natura
»
.
Gli
«
opinanti
nelle
scole
umane
»
son
tutti
eguali
,
né
possono
esercitare
alcuna
autorità
sopra
chi
preferisce
invece
ricorrere
alla
stessa
scuola
di
Dio
,
aperta
nella
natura
,
innanzi
agli
occhi
di
tutti
.
Lo
stesso
Lattanzio
,
lo
stesso
S
.
Agostino
non
negarono
l
'
esistenza
egli
antipodi
«
per
argomenti
e
per
opinioni
»
?
Ebbene
,
«
un
marinaro
gli
ha
fatti
bugiardi
col
testimoniar
e
visu
raquo
;
.
Questo
modo
di
filosofare
,
dice
Campanella
,
«
mi
ha
consolato
l
'
animo
;
ché
,
fatta
essamina
di
tutte
le
sette
e
religioni
che
furo
e
sono
nel
mondo
,
ho
,
come
spero
,
assicurato
più
me
stesso
e
tutti
gli
uomini
delle
verità
cristiane
e
della
testimonianza
apostolica
,
e
vendicato
il
Cristianesimo
e
liberato
quasi
dal
Machiavellismo
e
dall
'
infiniti
dubbi
,
che
pungeno
li
cuori
umani
in
questo
secolo
oscuro
,
dove
tutti
,
filosofi
e
sofisti
,
religione
,
empietà
e
superstizione
hanno
egual
regno
e
paion
d
'
un
colore
»
.
IX
La
Natura
:
ecco
l
'
assoluto
,
il
Dio
di
Campanella
.
Quella
Natura
che
Telesio
,
il
Telesio
de
'
suoi
anni
giovanili
,
che
primo
aveva
additato
una
via
di
nuova
e
libera
ricerca
al
suo
spirito
insoddisfatto
e
irrequieto
;
il
Telesio
,
teorizzatore
poderoso
,
aveva
considerata
avente
in
se
medesima
i
suoi
principii
,
vivente
per
le
proprie
forze
,
e
da
studiare
perciò
in
modo
nuovo
con
più
attenta
osservazione
delle
sue
stesse
manifestazioni
;
quella
divina
Natura
,
a
cui
già
avevano
rivolto
gli
occhi
religiosamente
intenti
i
platonici
di
Firenze
rinnovatori
della
filosofia
alessandrina
;
Natura
animata
e
tutta
vibrante
dello
stesso
alito
divino
,
che
avviva
il
pensiero
dell
'
uomo
per
compiervi
il
ciclo
della
vita
universa
.
Poiché
questa
è
uno
spiegarsi
dell
'
Uno
nella
sterminata
molteplicità
delle
cose
create
per
raccogliersi
da
ultimo
nella
coscienza
,
nella
conoscenza
,
nell
'
amore
dell
'
eterno
,
e
qui
riattingere
l
'
unità
originaria
,
e
quindi
posare
nell
'
eterna
pace
intellettuale
del
Dio
che
è
coscienza
di
sé
.
La
Natura
di
Bruno
;
Natura
che
è
essa
stessa
Dio
(
natura
sive
Deus
)
,
e
riempie
l
'
animo
del
filosofo
,
che
sente
nel
suo
intimo
la
propria
identità
con
essa
,
del
mistico
sentimento
del
divino
che
è
pel
filosofo
nolano
furore
eroico
,
trasumanare
e
indiarsi
,
e
sarà
poi
il
celebre
amor
Dei
intellectualis
di
Spinoza
.
Questa
Natura
,
che
concilia
le
speculazioni
metafisiche
degli
antichi
neoplatonici
con
le
esigenze
nuove
della
scienza
naturale
che
vuol
appoggiarsi
all
'
esperienza
sensibile
;
questo
sacro
codice
di
Dio
,
in
confronto
del
quale
tutti
i
libri
scritti
dagli
uomini
sono
apografi
che
han
bisogno
di
essere
sempre
corretti
e
purgati
;
questo
è
il
gran
concetto
in
cui
finisce
il
Rinascimento
italiano
.
Ed
è
il
concetto
fondamentale
della
filosofia
di
Campanella
.
Questa
natura
non
è
la
natura
materiale
,
a
cui
guarda
lo
scienziato
moderno
,
e
che
era
stata
pure
il
problema
della
filosofia
greca
prima
di
Socrate
.
Il
mondo
materiale
per
Campanella
,
come
per
i
filosofi
testè
accennati
da
cui
egli
deriva
,
è
l
'
aspetto
estrinseco
di
un
essere
,
la
cui
essenza
è
propriamente
spirituale
;
perché
,
come
ragione
di
tutte
le
manifestazioni
fisiche
della
realtà
,
è
pensabile
,
cioè
ideale
,
e
si
coglie
quindi
e
conosce
non
cogli
occhi
del
corpo
,
bensì
nel
profondo
della
coscienza
,
dove
oggetto
e
soggetto
della
cognizione
sono
tutt
'
uno
lì
dove
noi
non
conosciamo
propriamente
cose
,
ma
noi
stessi
;
e
ognun
di
noi
può
affermarsi
,
e
dire
:
Io
.
X
Questa
interiorità
del
nucleo
sostanziale
della
natura
(
natura
naturante
)
è
intuita
da
Bruno
,
che
perciò
parla
di
una
divinità
interna
a
noi
più
che
noi
non
siamo
a
noi
medesimi
;
e
perciò
appunta
ansiosamente
gli
occhi
su
quei
mirabili
secreti
di
geometria
del
divino
Cusano
provanti
la
coincidenza
degli
opposti
e
il
massimo
identico
al
minimo
:
a
questo
minimo
che
ci
si
svela
di
dentro
,
nella
sola
individualità
che
a
ciascuno
sia
veramente
tale
:
la
sua
puntuale
coscienza
.
Ma
Campanella
ne
costruisce
la
metafisica
e
vi
fonda
su
la
teoria
della
conoscenza
:
due
parti
della
sua
filosofia
così
strettamente
congiunte
come
il
concavo
e
il
convesso
d
'
una
curva
.
In
lui
acutissima
la
convinzione
,
e
stavo
per
dire
il
senso
,
che
l
'
uomo
,
il
pensiero
,
se
qualche
cosa
conosce
e
può
conoscere
,
gli
tocca
partire
da
sé
.
Chi
non
conoscesse
sé
,
chi
non
si
possedesse
,
nell
'
oscura
notte
della
sua
perfetta
inconsapevolezza
non
potrebbe
al
certo
veder
nulla
fuori
di
sé
.
Noi
possiamo
dire
di
esserci
e
di
guardare
perciò
e
conoscere
come
che
sia
il
mondo
,
in
quanto
siamo
per
noi
,
ci
sentiamo
,
sappiamo
di
essere
.
Essere
e
saper
di
essere
sono
lo
stesso
.
Notitia
sui
est
esse
suum
,
Il
mio
essere
è
il
mio
conoscermi
.
E
l
'
essere
delle
altre
cose
?
Per
me
,
il
mio
stesso
conoscerle
.
Io
non
posso
uscire
da
me
;
ma
in
me
c
'
è
qualche
cosa
che
limita
il
mio
stesso
essere
,
sicché
io
sono
e
non
sono
;
e
in
questa
unità
di
essere
e
non
essere
,
che
è
nel
fondo
di
me
stesso
,
c
'
è
l
'
esser
mio
e
l
'
essere
alieno
:
tutto
fuso
e
vivente
nel
senso
.
Che
non
è
passività
,
modificazione
interna
da
noi
semplicemente
vissuta
.
Campanella
anticipa
qui
,
in
modo
veramente
sorprendente
,
concetti
maturatisi
assai
più
tardi
nella
filosofia
moderna
.
Il
senso
per
lui
è
pensiero
,
avvertimento
d
'
uno
stato
interno
(
perceptio
passionis
)
;
ma
è
pensiero
che
si
rivolge
al
singolo
,
al
concreto
,
al
particolare
,
al
certo
,
come
dirà
Vico
,
che
in
questo
punto
,
e
in
altri
,
continua
Campanella
direttamente
e
senza
soluzione
di
continuità
.
Quindi
il
nostro
filosofo
è
nemico
delle
idee
generali
astratte
,
degli
universali
come
si
diceva
:
e
in
ciò
è
non
solo
antiaristotelico
,
ma
anche
antiplatonico
.
Campanella
:
un
vero
pensatore
moderno
che
s
'
afférra
strettamente
al
reale
alla
vita
che
sola
vive
e
palpita
in
noie
sempre
varia
,
sempre
diversa
,
sempre
singolare
e
unica
:
nulla
di
costante
,
fermo
,
immutabile
.
La
realtà
,
questa
immensa
realtà
naturale
,
eccola
lì
,
nel
brivido
luminoso
della
coscienza
,
dove
ognun
di
noi
l
'
apprende
di
continuo
e
la
sente
e
l
'
adora
nel
pulsare
della
propria
vita
,
legata
alla
vita
del
tutto
:
un
punto
infinitesimo
,
ma
in
cui
si
radunano
gl
'
infiniti
raggi
della
circonferenza
infinita
del
Tutto
.
Questa
la
Natura
di
Campanella
.
Che
non
è
essa
stessa
,
immediatamente
,
Dio
;
il
quale
ne
è
bensì
il
principio
,
e
vi
si
attua
dentro
e
vi
si
specchia
.
Dio
che
può
tutto
e
tutto
conosce
,
e
fa
tutto
:
posse
,
nosse
,
velle
infinito
(
quale
si
rappresenterà
in
Vico
)
.
Giacché
il
conoscere
è
prima
di
tutto
poter
conoscere
;
e
conoscere
vien
ad
essere
poi
un
fare
,
operare
.
Giacché
chi
sa
,
fa
;
e
non
può
fare
chi
non
sa
;
e
chi
non
sa
,
non
ha
fatto
:
Dio
,
perciò
,
«
primo
ingegniero
»
(
come
pur
ripeterà
Vico
)
.
Quindi
questo
pensiero
,
in
cui
la
natura
essenzialmente
consiste
,
non
è
un
astratto
mondo
ideale
,
un
oggetto
possibile
di
una
mente
pensante
,
è
un
'
attività
creatrice
.
E
tutta
la
vasta
mole
dell
'
universo
può
dall
'
esterno
,
guardata
cogli
occhi
pigri
del
corpo
,
apparirci
ferma
e
inerte
:
ma
,
speculata
e
veduta
nel
suo
profondo
,
è
una
vita
,
un
movimento
eterno
,
a
cui
tutto
partecipa
.
Tutto
,
nella
sua
infinita
varietà
.
Giacché
,
precorrendo
Libniz
,
Campanella
ha
pur
vivo
il
senso
delle
differenze
profonde
onde
si
distinguono
tutti
gli
esseri
in
cui
si
spiega
la
potenza
di
Dio
.
poiché
ognuno
è
,
ma
non
è
tutto
;
e
il
suo
non
essere
è
l
'
essere
d
'
altro
.
Quindi
la
diversità
e
la
lotta
;
che
alla
radice
è
contrasto
dell
'
essere
col
non
essere
,
e
negli
effetti
è
guerra
universale
di
tutte
le
cose
contro
tutte
le
cose
.
Le
quali
,
per
altro
,
derivando
da
un
unico
fonte
,
tutte
essendo
(
e
perciò
tutte
potendo
,
conoscendo
e
volendo
)
,
concorrono
in
uno
:
e
si
accordano
infine
in
un
'
universale
armonia
,
che
è
nella
natura
anche
fisica
,
e
vuol
essere
il
segreto
della
vita
etica
,
morale
,
politica
e
religiosa
dell
'
uomo
.
Cose
e
uomini
talvolta
si
presentano
alla
fantasia
filososofica
del
Campanella
come
una
grande
commedia
:
in
cui
ogni
ente
ha
la
sua
parte
,
e
persegue
i
suoi
fini
particolari
,
ignorando
(
ma
potendo
pur
conoscere
)
quei
fini
universali
a
cui
intanto
serve
.
La
Provvidenza
di
Campanella
anticipa
quella
di
Vico
,
giusta
quella
che
fu
detta
legge
dell
'
eterogenia
dei
fini
.
E
tutto
insomma
si
combatte
,
e
tutto
s
'
ama
:
tutto
diverso
,
tutto
uno
.
La
terra
nostra
di
far
giuoco
e
festa
nullo
tempo
si
resta
-
-
al
sommo
Dio
;
....
Gioisce
al
rezzo
,
e
'
l
circondante
caldo
schifando
,
viver
saldo
-
-
e
freddo
gode
;
rendendo
lode
-
-
all
'
Eterno
,
eternarsi
vuol
,
non
disfarsi
.
E
'1
sol
vorria
disfarla
,
non
per
odio
;
per
farla
-
-
mole
amica
,
seco
l
'
intrica
,
-
-
e
con
focose
braccia
cinge
ed
abbraccia
.
Cinge
ed
abbraccia
anch
'
ella
lui
nel
seno
:
ché
,
schifandolo
,
pieno
-
-
pur
se
'
l
vede
di
calor
:
fede
,
-
-
che
al
destin
più
incorre
chi
più
l
'
abborre
.
Fede
,
cioè
,
testimonianza
,
che
i
contrari
con
la
loro
reciproca
repulsione
-
-
si
ricordi
che
il
sole
e
la
terra
,
nella
filosofia
telesiana
,
rappresentano
le
due
contrarie
nature
agenti
,
caldo
e
freddo
-
-
concorrono
all
'
unità
della
vita
.
E
perciò
Campanella
intona
la
sua
«
Salmodia
che
invita
la
terra
e
le
cose
in
quella
nate
a
lodar
Dio
e
declara
lor
fine
e
la
Providenza
divina
»
.
XI
Ma
questa
universale
concordia
discors
non
è
soltanto
la
legge
delle
cose
;
sì
anche
degli
uomini
.
poiché
l
'
uomo
dapprima
tende
leggermente
all
'
egoismo
,
al
«
proprio
amore
»
,
spinto
dal
nativo
istinto
a
conservare
il
suo
essere
,
e
ad
essere
se
stesso
,
in
conseguenza
con
gli
altri
che
sono
la
negazione
dell
'
esser
suo
.
E
gli
uomini
,
per
questa
naturale
tendenza
egocentrica
,
giunsero
a
pensare
«
Non
aver
gli
elementi
,
né
le
stelle
,
Benché
lasser
di
noi
più
forti
e
belle
,
Senso
ed
amor
,
ma
sol
per
noi
girare
»
;
a
ritenere
«
Poi
tutte
genti
barbare
ed
ignare
,
Fuor
che
la
nostra
,
e
Dio
non
mirar
quelle
»
(
«
la
boria
delle
nazioni
»
vichiana
)
.
Infine
Sé
solo
alfin
ognun
venne
ad
amare
con
la
conseguenza
che
,
trovando
poi
il
mondo
diverso
da
'
suoi
voti
,
altri
s
'
inducesse
a
negar
Dio
e
la
Provvidenza
.
Quindi
la
corruzione
d
'
ogni
abito
morale
,
la
distruzione
del
vincolo
essenziale
del
viver
civile
.
La
filosofia
svela
che
il
nostro
essere
,
quello
che
amiamo
,
è
l
'
esser
del
tutto
,
l
'
esser
di
tutti
:
l
'
esser
del
Padre
,
di
cui
,
come
insegna
il
Cristianesimo
,
tutti
siam
figli
:
tutti
eguali
:
tutti
«
senso
ed
amor
»
:
tutti
spirito
.
E
questo
essere
nostro
,
amato
perciò
veramente
,
non
può
dividerci
,
ma
unirci
,
ancorché
sempre
diversi
l
'
un
dall
'
altro
,
senza
possibilità
di
confonderci
insieme
.
Ma
chi
all
'
amor
del
comun
Padre
ascende
,
tutti
gli
uomini
stima
fratelli
,
e
con
Dio
di
lor
beni
gioie
prende
.
Tu
,
buon
Francesco
,
i
pesci
anche
e
gli
uccelli
frati
appelli
(
oh
beato
chi
ciò
intende
!
)
;
né
ti
fûr
,
come
a
noi
,
schifi
e
rubelli
.
«
L
'
amore
universal
,
vero
,
divino
»
commenta
il
Campanella
,
«
stima
più
il
mondo
che
la
sua
nazione
e
più
la
patria
che
se
stesso
»
.
È
l
'
ideale
di
san
Francesco
?
Sì
,
in
quanto
,
come
altrove
osservai
,
l
'
assisiate
precorre
il
naturalismo
della
Rinascenza
:
ma
qui
abbiamo
il
più
maturo
frutto
di
questo
grande
periodo
storico
:
non
più
una
acuta
intuizione
ispirata
da
un
impeto
d
'
amore
,
ma
il
corollario
d
'
un
vasto
sistema
filosofico
.
Con
questa
differenza
notevolissima
;
che
l
'
amore
del
Poverello
pronto
e
risoluto
a
tutte
le
rinunzie
per
la
conquista
della
libertà
individuale
,
d
'
una
libertà
da
individuo
chiuso
dentro
sé
stesso
,
si
risolve
in
un
ideale
di
pace
senza
contrasti
,
di
una
concordia
senza
discordie
;
e
Campanella
invece
,
da
uomo
che
guarda
all
'
avvenire
,
e
batte
alla
porta
dell
'
età
moderna
,
non
vede
pace
ed
amore
se
non
a
capo
e
come
risultato
della
guerra
:
Guerra
pone
il
fato
,
e
disserra
l
'
armonia
cielo
e
terra
.
Ecco
lite
d
'
amor
per
amor
farsi
.
Non
vede
gioia
,
se
non
in
fondo
al
dolore
,
nella
vita
e
nella
civiltà
che
è
abnegazione
e
limite
di
sé
,
per
un
bene
comune
e
superiore
,
nostro
vero
bene
:
Città
abitar
,
che
tanti
gusti
affrena
;
pugnar
per
lei
:
obbedire
alle
leggi
della
patria
;
morire
,
se
occorre
,
per
lei
.
Sopravvivere
,
sì
,
ma
nei
figli
,
che
ci
costano
sacrifizi
.
Questa
la
virile
concezione
,
tutta
moderna
,
del
Campanella
.
XII
Il
quale
non
pensa
soltanto
,
ma
agisce
.
Nosse
è
veramente
per
lui
velle
,
E
questo
suo
naturalismo
lo
trae
a
un
ideale
politico
sociale
:
la
città
del
sole
.
Ognuno
sia
veramente
fratello
dell
'
altro
,
e
tutti
figli
al
comune
padre
:
tutti
eguali
nei
diritti
e
doveri
,
tutti
diversi
nelle
forze
e
capacità
,
a
cui
diritti
e
doveri
competono
:
tutti
uniti
ad
attuare
il
divino
disegno
di
un
'
opera
distribuita
ed
armonica
.
Donde
un
ideale
di
unificazione
di
tutte
le
chiese
e
credenze
religiose
in
una
sola
fede
:
nella
fede
naturale
del
sapiente
,
che
interpreta
gli
ascosi
vincoli
onde
tutto
è
dall
'
uno
,
e
all
'
uno
,
prima
e
poi
,
ritorna
.
Una
fede
,
che
è
la
stessa
religione
cristiana
,
«
tolti
gli
abusi
»
;
ma
è
il
fondo
stesso
della
filosofia
campanelliana
;
e
sarà
il
primo
anello
d
'
una
lunga
catena
di
speculazioni
religiose
tra
i
razionalisti
del
XVII
e
del
XVIII
secolo
,
vagheggiatori
d
'
una
religione
naturale
,
sottratta
alle
incrostazioni
fantastiche
delle
religioni
positive
;
ma
nel
Campanella
conciliabile
praticamente
,
senza
difficoltà
,
con
la
stessa
dottrina
del
Cattolicismo
romano
:
e
base
perciò
di
tutto
un
programma
,
in
cui
si
venne
sempre
più
temprando
il
suo
pensiero
di
propaganda
e
conversione
di
eretici
ed
infedeli
e
unificazione
delle
chiese
in
un
ovile
sotto
un
pastore
solo
:
il
romano
Pontefice
.
XIII
Né
questi
ideali
rimangono
per
lui
utopie
astratte
di
mente
speculativa
e
solitaria
.
Sono
la
sua
fede
d
'
uomo
d
'
azione
che
ha
una
smisurata
fiducia
nelle
proprie
forze
;
e
spia
ogni
parte
del
mondo
,
fra
preti
e
frati
e
signori
e
contadini
e
spagnuoli
e
i
suoi
Calabresi
e
gli
stessi
Turchi
e
Francesi
,
e
tutti
coloro
che
gli
si
muovono
intorno
;
e
cerca
un
piccolo
angolo
,
un
punto
,
ove
egli
possa
inserirsi
e
far
leva
,
e
muovere
gli
animi
,
e
attrarli
a
sé
,
e
seco
trascinarli
a
iniziar
l
'
opera
,
a
gettare
le
basi
di
questa
universale
repubblica
;
che
sia
tutta
una
città
del
sole
,
tutta
animata
dalla
legge
di
natura
,
dallo
stesso
senno
eterno
,
che
muove
il
sole
e
l
'
altre
stelle
:
quello
spirito
che
palpita
in
tutti
i
cuori
umani
,
e
che
solo
i
sofisti
,
gl
'
ipocriti
,
i
tiranni
si
sforzano
di
soffocare
.
Egli
,
Tommaso
Campanella
,
è
nato
,
sa
di
esser
nato
,
a
guerreggiare
instancabilmente
e
a
debellare
questi
«
tre
mali
estremi
»
,
poiché
è
venuto
«
a
divellere
l
'
ignoranza
»
.
A
divellerla
nei
sofisti
e
ipocriti
,
scrivendo
e
insegnando
:
nei
tiranni
,
agendo
.
Questa
la
sua
«
voglia
ardente
»
.
Questa
la
sua
missione
.
Tutta
la
sua
vita
perciò
è
una
congiura
:
anche
dopo
la
sua
cattura
,
quella
triste
sera
del
6
settembre
del
'99
,
la
sera
del
tradimento
,
alla
Roccella
;
nei
castelli
di
Napoli
,
a
Roma
,
a
Parigi
,
il
suo
animo
non
posa
mai
.
Egli
lavora
sempre
a
tessere
la
sua
tela
,
con
tutto
il
suo
essere
proteso
verso
il
trionfo
delle
proprie
idee
,
tutto
inteso
con
ogni
accorgimento
a
trarre
profitto
da
ogni
sorta
di
strumenti
(
scolari
,
prelati
,
ministri
,
papi
,
re
)
che
pare
la
Provvidenza
gli
offra
.
È
noto
che
il
suo
Cristo
non
era
il
crocifisso
,
ma
il
risorto
,
il
trionfante
.
Perciò
eroicamente
sostenne
ogni
tormento
,
senza
arrendersi
,
senza
piegare
.
Perciò
rimane
nella
storia
,
non
pure
d
'
Italia
,
ma
della
civiltà
,
a
mo
'
di
torre
che
leva
alta
la
cima
verso
il
cielo
.
Carattere
di
ferro
,
retto
da
un
pensiero
,
che
in
molti
particolari
trafonterà
,
ma
nella
sostanza
vivrà
,
trionferà
,
animerà
il
mondo
moderno
.
Al
confine
tra
la
Rinascita
e
i
tempi
nuovi
Tommaso
Campanella
redime
l
'
uomo
dell
'
età
,
pur
gloriosa
,
ch
'
egli
conchiude
,
da
tutte
le
debolezze
dell
'
individualismo
,
e
del
letterato
fa
una
persona
,
un
uomo
,
conscio
della
sua
dignità
e
della
sua
missione
sacra
nella
storia
:
un
uomo
dalla
volontà
inespugnabile
,
ancorché
tradito
e
solo
,
insidiato
,
perseguitato
,
percosso
e
stretto
d
'
ogni
parte
da
avverse
forze
implacabili
.
Solo
,
armato
del
suo
pensiero
;
crocefisso
,
ma
per
risorgere
al
terzo
giorno
o
al
terzo
secolo
.
Saggistica ,
I
.
L
'
INTUIZIONE
E
L
'
ESPRESSIONE
.
La
conoscenza
ha
due
forme
:
è
o
conoscenza
intuitiva
o
conoscenza
logica
;
conoscenza
per
la
fantasia
o
conoscenza
per
l
intelletto
;
conoscenza
dell
individuale
o
conoscenza
dell
'
universale
;
delle
cose
singole
ovvero
delle
loro
relazioni
;
è
,
insomma
,
o
produttrice
d
immagini
o
produttrice
di
concetti
.
Continuamente
si
fa
appello
,
nella
vita
ordinaria
,
alla
conoscenza
intuitiva
.
Si
dice
che
di
certe
verità
non
si
possono
dare
definizioni
;
che
non
si
dimostrano
per
sillogismi
;
che
conviene
apprenderle
intuitivamente
.
Il
politico
rimprovera
l
'
astratto
ragionatore
,
che
non
ha
l
intuizione
viva
delle
condizioni
di
fatto
;
il
pedagogista
batte
sulla
necessità
di
svolgere
anzitutto
nell
'
educando
la
facoltà
intuitiva
;
il
critico
si
tiene
a
onore
di
mettere
da
parte
,
innanzi
a
un
'
opera
artistica
,
le
teorie
e
le
astrazioni
e
di
giudicarla
intuendola
direttamente
;
l
'
uomo
pratico
,
infine
,
professa
di
vivere
d
intuizioni
più
che
di
ragionamenti
.
Ma
a
questo
ampio
riconoscimento
che
la
conoscenza
intuitiva
riceve
nella
vita
ordinaria
,
non
fa
riscontro
un
pari
e
adeguato
riconoscimento
nel
campo
della
teoria
e
della
filosofia
.
Della
conoscenza
intellettiva
c
è
una
scienza
antichissima
e
ammessa
indiscussamente
da
tutti
,
la
Logica
;
ma
una
scienza
della
conoscenza
intuitiva
è
appena
ammessa
,
e
timidamente
,
da
pochi
.
La
conoscenza
logica
si
è
fatta
la
parte
del
leone
;
e
,
quando
addirittura
non
divora
la
sua
compagna
,
le
concede
appena
un
umile
posticino
di
ancella
o
di
portinaia
.
Che
cosa
è
mai
la
conoscenza
intuitiva
senza
il
lume
della
intellettiva
?
È
un
servitore
senza
padrone
;
e
,
se
al
padrone
occorre
il
servitore
,
è
ben
più
necessario
il
primo
al
secondo
,
per
campare
la
vita
.
L
intuizione
è
cieca
;
l
intelletto
le
presta
gli
occhi
.
Ora
,
il
primo
punto
che
bisogna
fissare
bene
in
mente
è
che
la
conoscenza
intuitiva
non
ha
bisogno
di
padroni
;
non
ha
necessità
di
appoggiarsi
ad
alcuno
;
non
deve
chiedere
in
prestito
gli
occhi
altrui
perché
ne
ha
in
fronte
di
suoi
propri
,
validissimi
.
E
se
è
indubitabile
che
in
molte
intuizioni
si
possono
trovare
mescolati
concetti
,
in
altre
non
è
traccia
di
simile
miscuglio
;
il
che
prova
che
esso
non
è
necessario
.
L
impressione
di
un
chiaro
di
luna
,
ritratta
da
un
pittore
;
il
contorno
di
un
paese
,
delineato
da
un
cartografo
;
un
motivo
musicale
,
tenero
o
energico
;
le
parole
di
una
lirica
sospirosa
,
o
quelle
con
le
quali
chiediamo
,
comandiamo
e
ci
lamentiamo
nella
vita
ordinaria
,
possono
ben
essere
tutti
fatti
intuitivi
senza
ombra
di
riferimenti
intellettuali
.
Ma
,
checché
si
pensi
di
questi
esempi
,
e
posto
anche
si
voglia
e
debba
sostenere
che
la
maggior
parte
delle
intuizioni
dell
'
uomo
civile
siano
impregnate
di
concetti
,
v
è
ben
altro
,
e
di
più
importante
e
conclusivo
,
da
osservare
.
I
concetti
che
si
trovano
misti
e
fusi
nelle
intuizioni
,
in
quanto
vi
sono
davvero
misti
e
fusi
,
non
sono
più
concetti
,
avendo
perduto
ogni
indipendenza
e
autonomia
.
Furono
già
concetti
,
ma
sono
diventati
,
ora
,
semplici
elementi
d
intuizione
.
Le
massime
filosofiche
,
messe
in
bocca
a
un
personaggio
di
tragedia
o
di
commedia
,
hanno
colà
ufficio
,
non
più
di
concetti
,
ma
di
caratteristiche
di
quei
personaggi
;
allo
stesso
modo
che
il
rosso
in
una
figura
dipinta
non
sta
come
il
concetto
del
color
rosso
dei
fisici
,
ma
come
elemento
caratterizzante
di
quella
figura
.
Il
tutto
determina
la
qualità
delle
parti
.
Un
'
opera
d
'
arte
può
essere
piena
di
concetti
filosofici
,
può
averne
,
anzi
,
in
maggior
copia
,
e
anche
più
profondi
,
di
una
dissertazione
filosofica
,
la
quale
potrà
essere
,
a
sua
volta
,
ricca
e
riboccante
di
descrizioni
e
intuizioni
.
Ma
nonostante
tutti
quei
concetti
,
il
risultato
dell
'
opera
d
'
arte
è
un
intuizione
;
e
,
nonostante
tutte
quelle
intuizioni
,
il
risultato
della
dissertazione
filosofica
è
un
concetto
.
I
Promessi
sposi
contengono
copiose
osservazioni
e
distinzioni
di
etica
;
ma
non
per
questo
vengono
a
perdere
,
nel
loro
insieme
,
il
carattere
di
semplice
racconto
o
d
intuizione
.
Parimente
,
gli
aneddoti
e
le
effusioni
satiriche
,
che
possono
trovarsi
nei
libri
di
un
filosofo
come
lo
Schopenhauer
,
non
tolgono
a
quei
libri
il
carattere
di
trattazioni
intellettive
.
Nel
risultato
,
nell
'
effetto
diverso
a
cui
ciascuna
mira
e
che
determina
e
asservisce
tutte
le
singole
parti
,
non
già
in
queste
singole
parti
staccate
e
considerate
astrattamente
per
sé
,
sta
la
differenza
tra
un
'
opera
di
scienza
e
un
'
opera
d
'
arte
,
cioè
tra
un
atto
intellettivo
e
un
atto
intuitivo
.
Senonché
,
per
avere
un
idea
vera
ed
esatta
dell
intuizione
non
basta
riconoscerla
come
indipendente
dal
concetto
.
Tra
coloro
che
così
la
riconoscono
,
o
che
almeno
non
la
fanno
esplicitamente
dipendente
dall
intellezione
,
appare
un
altro
errore
,
il
quale
offusca
e
confonde
l
indole
propria
di
essa
.
Per
intuizione
s
intende
frequentemente
la
percezione
,
ossia
la
conoscenza
della
realtà
accaduta
,
l
'
apprensione
di
qualcosa
come
reale
.
Di
certo
,
la
percezione
è
intuizione
:
le
percezioni
della
stanza
nella
quale
scrivo
,
del
calamaio
e
della
carta
che
ho
innanzi
,
della
penna
di
cui
mi
servo
,
degli
oggetti
che
tocco
e
adopero
come
strumenti
della
mia
persona
,
la
quale
,
se
scrive
,
dunque
esiste
;
sono
tutte
intuizioni
.
Ma
è
parimente
intuizione
l
immagine
,
che
ora
mi
passa
pel
capo
,
di
un
me
che
scrive
in
un
'
altra
stanza
,
in
un
'
altra
città
,
con
carta
,
penna
e
calamaio
diversi
.
Il
che
vuol
dire
che
la
distinzione
tra
realtà
e
non
realtà
è
estranea
all
indole
propria
dell
intuizione
,
e
secondaria
.
Supponendo
uno
spirito
umano
che
intuisca
per
la
prima
volta
,
sembra
ch
'
egli
non
possa
intuire
se
non
realtà
effettiva
ed
abbia
perciò
soltanto
intuizioni
del
reale
.
Ma
poiché
la
coscienza
della
realtà
si
fonda
sulla
distinzione
tra
immagini
reali
e
immagini
irreali
,
e
tale
distinzione
nel
primo
momento
non
ha
luogo
,
quelle
,
in
verità
,
non
saranno
intuizioni
né
del
reale
né
dell
irreale
,
non
percezioni
ma
pure
intuizioni
.
Dove
tutto
è
reale
,
niente
è
reale
.
Una
certa
idea
,
assai
vaga
e
ben
da
lontano
approssimativa
,
di
questo
stato
ingenuo
può
darci
il
fanciullo
,
con
la
sua
difficoltà
a
discernere
il
reale
dal
finto
,
la
storia
dalla
favola
,
che
per
lui
fanno
tutt
'
uno
.
L
intuizione
è
l
'
unità
indifferenziata
della
percezione
del
reale
e
della
semplice
immagine
del
possibile
.
Nell
intuizione
noi
non
ci
contrapponiamo
come
esseri
empirici
alla
realtà
esterna
,
ma
oggettiviamo
senz
'
altro
le
nostre
impressioni
,
quali
che
siano
.
Sembrerebbe
perciò
che
si
appressino
di
più
al
vero
coloro
i
quali
considerano
l
intuizione
come
la
sensazione
formata
e
ordinata
semplicemente
secondo
le
categorie
dello
spazio
e
del
tempo
.
Spazio
e
tempo
(
essi
dicono
)
sono
le
forme
dell
'
intuizione
;
intuire
è
porre
nello
spazio
e
nella
serie
temporale
.
L
'
attività
intuitiva
consisterebbe
quindi
in
questa
duplice
concorrente
funzione
della
spazialità
e
della
temporalità
.
Senonché
,
è
da
ripetere
per
queste
due
categorie
ciò
che
si
è
detto
delle
distinzioni
intellettuali
,
che
pur
si
trovano
fuse
nell
intuizione
.
Noi
abbiamo
intuizioni
senza
spazio
e
senza
tempo
:
una
tinta
di
cielo
e
una
tinta
di
sentimento
,
un
ahi
!
di
dolore
e
uno
slancio
di
volontà
oggettivati
nella
coscienza
,
sono
intuizioni
che
possediamo
,
e
dove
nulla
è
formato
nello
spazio
e
nel
tempo
.
E
in
alcune
intuizioni
si
può
ritrovare
la
spazialità
e
non
la
temporalità
,
in
altre
questa
e
non
quella
;
ma
,
anche
dove
si
ritrovano
tutte
e
due
,
l
'
appercepirle
è
una
riflessione
posteriore
:
esse
possono
fondersi
nell
intuizione
allo
stesso
modo
che
tutti
gli
altri
elementi
di
questa
:
vi
staranno
cioè
materialiter
e
non
formaliter
,
come
ingredienti
e
non
come
ordinamento
.
Chi
,
senza
un
atto
di
riflessione
che
interrompa
per
un
momento
la
contemplazione
,
s
'
accorge
dello
spazio
innanzi
a
un
ritratto
o
magari
a
un
paesaggio
?
Chi
,
senza
un
simile
atto
riflessivo
e
interruttivo
,
s
'
accorge
della
serie
temporale
innanzi
a
un
racconto
o
a
un
pezzo
musicale
?
Ciò
che
s
intuisce
,
in
un
'
opera
d
'
arte
,
non
è
spazio
o
tempo
,
ma
carattere
o
fisionomia
individuale
.
Del
resto
,
parecchi
tentativi
che
si
notano
nella
filosofia
moderna
,
accennano
a
conformarsi
alla
veduta
qui
esposta
.
Spazio
e
tempo
,
anziché
forme
semplicissime
e
primitive
,
si
vengono
dimostrando
costruzioni
intellettuali
molto
complicate
.
E
,
d
'
altro
canto
,
anche
in
alcuni
di
coloro
che
non
rifiutano
del
tutto
allo
spazio
e
al
tempo
la
qualità
di
formanti
o
di
categorie
e
funzioni
,
si
nota
lo
sforzo
di
unificarli
e
intenderli
in
modo
diverso
dal
concetto
che
si
ha
ordinariamente
di
esse
categorie
.
Vi
è
chi
riduce
l
'
intuizione
all
'
unica
categoria
della
spazialità
,
sostenendo
che
anche
il
tempo
non
s
intuisca
se
non
spazialmente
.
Altri
abbandonano
come
filosoficamente
non
necessarie
le
tre
dimensioni
dello
spazio
,
e
concepiscono
la
funzione
della
spazialità
come
vuota
di
ogni
particolare
determinazione
spaziale
.
E
che
cosa
sarebbe
mai
siffatta
funzione
spaziale
,
semplice
ordinamento
che
ordinerebbe
perfino
il
tempo
?
Non
è
essa
forse
un
residuo
di
critiche
e
di
negazioni
,
dal
quale
si
ricava
soltanto
l
'
esigenza
di
porre
un
'
attività
genericamente
intuitiva
?
E
non
è
,
quest
'
ultima
,
veramente
determinata
,
allorché
le
si
attribuisce
un
'
unica
categoria
o
funzione
,
non
spazialeggiante
né
temporalizzante
ma
caratterizzante
?
o
meglio
,
allorché
viene
concepita
essa
stessa
come
categoria
o
funzione
,
che
dà
la
conoscenza
delle
cose
nella
loro
fisionomia
individuale
?
Liberata
,
in
tal
modo
,
la
conoscenza
intuitiva
da
qualsiasi
soggezione
intellettualistica
e
da
ogni
aggiunta
posteriore
ed
estranea
,
noi
dobbiamo
chiarirla
e
determinarne
i
confini
da
un
altro
lato
e
contro
una
diversa
invasione
e
confusione
.
Dall
'
altro
lato
,
di
qua
dal
limite
inferiore
,
è
la
sensazione
,
è
la
materia
informe
che
lo
spirito
non
può
mai
afferrare
in
sé
stessa
,
in
quanto
mera
materia
,
e
che
possiede
soltanto
con
la
forma
e
nella
forma
,
ma
di
cui
postula
il
concetto
come
,
appunto
,
di
un
limite
.
La
materia
,
nella
sua
astrazione
,
è
meccanismo
,
è
passività
,
è
ciò
che
lo
spirito
umano
subisce
,
ma
non
produce
.
Senza
di
essa
non
è
possibile
alcuna
conoscenza
e
attività
umana
;
ma
la
mera
materia
ci
dà
l
'
animalità
,
ciò
che
nell
'
uomo
è
di
brutale
e
d
impulsivo
,
non
il
dominio
spirituale
,
quello
in
cui
consiste
l
'
umanità
.
Quante
volte
ci
travagliamo
nello
sforzo
d
intuire
chiaramente
ciò
che
si
agita
in
noi
!
Intravediamo
qualcosa
,
ma
non
l
'
abbiamo
innanzi
allo
spirito
oggettivato
e
formato
.
In
quei
momenti
meglio
ci
accorgiamo
della
profonda
differenza
tra
materia
e
forma
;
le
quali
sono
non
già
due
atti
nostri
,
di
cui
l
'
uno
stia
di
fronte
all
'
altro
,
ma
l
'
uno
è
un
di
fuori
che
ci
assalta
e
ci
trasporta
,
l
'
altro
è
un
di
dentro
che
tende
ad
abbracciare
quel
di
fuori
e
a
farlo
suo
.
La
materia
,
investita
e
trionfata
dalla
forma
,
dà
luogo
alla
forma
concreta
.
la
materia
,
è
il
contenuto
quel
che
differenzia
una
nostra
intuizione
da
un
'
altra
:
la
forma
è
costante
,
l
'
attività
spirituale
;
la
materia
è
mutevole
,
e
senza
di
essa
l
'
attività
spirituale
non
uscirebbe
dalla
sua
astrattezza
per
diventare
attività
concreta
e
reale
,
questo
o
quel
contenuto
spirituale
,
questa
o
quella
intuizione
determinata
.
È
curioso
e
caratteristico
della
condizione
dei
nostri
tempi
che
proprio
questa
forma
,
proprio
l
'
attività
dello
spirito
,
proprio
ciò
ch
è
noi
stessi
,
venga
facilmente
ignorato
o
negato
.
E
vi
ha
chi
confonde
l
'
attività
spirituale
dell
'
uomo
con
la
metaforica
e
mitologica
attività
della
cosiddetta
natura
,
ch
è
meccanismo
,
e
che
non
somiglia
all
'
attività
umana
,
se
non
quando
,
come
nelle
favole
esopiche
,
s
'
immagini
che
arbores
loquantur
non
tantum
ferae
:
e
vi
ha
chi
asserisce
di
non
aver
mai
osservato
in
sé
tale
miracolosa
attività
;
quasi
che
tra
il
sudare
e
il
pensare
,
il
sentir
freddo
e
l
'
energia
della
volontà
non
sia
alcun
divario
o
si
tratti
soltanto
di
differenza
quantitativa
.
Altri
,
certo
meno
irrazionalmente
,
vuole
invece
che
attività
e
meccanismo
,
specificamente
distinti
,
si
unifichino
entrambi
in
un
concetto
più
alto
;
ma
,
lasciando
per
ora
di
esaminare
se
tale
unificazione
suprema
sia
possibile
e
in
qual
senso
,
e
ammettendo
che
la
ricerca
sia
da
tentare
,
è
chiaro
che
unificare
due
concetti
in
un
terzo
significa
anzitutto
porre
una
differenza
tra
i
due
primi
;
e
qui
la
differenza
c
importa
e
ad
essa
diamo
rilievo
.
L
intuizione
è
stata
scambiata
talvolta
con
la
sensazione
bruta
.
Ma
poiché
questo
scambio
urta
troppo
perfino
il
comune
buon
senso
,
più
di
frequente
si
è
cercato
di
attenuarlo
o
larvarlo
mercé
una
fraseologia
che
pare
voglia
nello
stesso
tempo
confondere
e
distinguere
.
Così
è
stato
asserito
che
l
intuizione
sia
sensazione
,
ma
non
già
semplice
sensazione
,
sì
bene
associazione
di
sensazioni
;
dove
l
'
equivoco
nasce
appunto
dalla
parola
associazione
.
La
quale
,
o
s
intende
come
memoria
,
associazione
mnemonica
,
ricordo
cosciente
;
e
in
tal
caso
appare
inconcepibile
la
pretesa
di
congiungere
nella
memoria
elementi
che
non
sono
intuiti
,
distinti
,
posseduti
in
qualche
modo
dallo
spirito
e
prodotti
dalla
coscienza
:
o
s
intende
come
associazione
di
elementi
incoscienti
;
e
,
in
questo
secondo
caso
,
non
si
esce
dalla
sensazione
e
dalla
naturalità
.
Che
se
poi
,
come
taluni
associazionisti
fanno
,
si
parla
di
un
'
associazione
che
non
sia
né
memoria
né
flusso
di
sensazioni
,
ma
associazione
produttiva
(
formativa
,
costruttiva
,
distinguente
)
,
in
questo
caso
si
concede
la
cosa
e
si
nega
solo
la
parola
.
Infatti
,
l
'
associazione
produttiva
non
è
più
associazione
nel
significato
dei
sensualisti
,
ma
sintesi
,
cioè
attività
spirituale
.
Si
chiami
pure
associazione
la
sintesi
:
ma
con
quel
concetto
di
produttività
è
posta
la
distinzione
tra
passività
e
attività
,
tra
sensazione
e
intuizione
.
Altri
psicologi
sono
disposti
a
distinguere
dalla
sensazione
qualcosa
che
non
è
più
tale
,
ma
non
è
ancora
il
concetto
intellettivo
:
la
rappresentazione
o
immagine
.
Quale
differenza
corre
tra
la
loro
rappresentazione
o
immagine
,
e
la
nostra
conoscenza
intuitiva
?
Grandissima
e
nessuna
:
anche
rappresentazione
è
parola
molto
equivoca
.
Se
essa
s
intende
come
qualcosa
di
ritagliato
e
risaltante
sul
fondo
psichico
delle
sensazioni
,
la
rappresentazione
è
l
intuizione
.
Se
,
invece
,
viene
concepita
come
sensazione
complessa
,
si
ritorna
alla
sensazione
bruta
,
che
non
cangia
qualità
perché
ricca
o
povera
,
effettuantesi
in
un
organismo
rudimentale
o
in
un
organismo
sviluppato
e
pieno
di
tracce
di
sensazioni
passate
.
Né
all
'
equivoco
si
rimedia
col
definire
la
rappresentazione
prodotto
psichico
di
secondo
grado
,
rispetto
alla
sensazione
che
sarebbe
di
primo
.
Che
cosa
significa
,
qui
,
secondo
grado
?
Differenza
qualitativa
,
formale
?
E
,
in
questo
caso
,
rappresentazione
è
elaborazione
della
sensazione
,
e
perciò
intuizione
.
Ovvero
maggiore
complessità
e
complicazione
,
differenza
quantitativa
e
materiale
?
In
quest
'
altro
caso
,
invece
,
l
'
intuizione
sarebbe
di
nuovo
confusa
con
la
sensazione
bruta
.
Eppure
vi
è
un
modo
sicuro
di
distinguere
l
intuizione
vera
,
la
vera
rappresentazione
,
da
ciò
che
le
è
inferiore
:
quell
'
atto
spirituale
dal
fatto
meccanico
,
passivo
,
naturale
.
Ogni
vera
intuizione
o
rappresentazione
è
,
insieme
,
espressione
.
Ciò
che
non
si
oggettiva
in
una
espressione
non
è
intuizione
o
rappresentazione
,
ma
sensazione
e
naturalità
.
Lo
spirito
non
intuisce
se
non
facendo
,
formando
,
esprimendo
.
Chi
separa
intuizione
da
espressione
,
non
riesce
mai
più
a
congiungerle
.
L
'
attività
intuitiva
tanto
intuisce
quanto
esprime
.
Se
questa
proposizione
suona
paradossale
,
una
delle
cause
di
ciò
è
senza
dubbio
nell
'
abito
di
dare
alla
parola
espressione
un
significato
troppo
ristretto
,
assegnandola
alle
sole
espressioni
che
si
dicono
verbali
;
laddove
esistono
anche
espressioni
non
verbali
,
come
quelle
di
linee
,
colori
,
toni
:
tutte
quante
da
includere
nel
concetto
di
espressione
,
che
abbraccia
perciò
ogni
sorta
di
manifestazioni
dell
'
uomo
,
oratore
,
musico
,
pittore
o
altro
che
sia
.
E
,
pittorica
o
verbale
o
musicale
o
come
altro
si
descriva
o
denomini
,
l
'
espressione
,
in
una
di
queste
manifestazioni
,
non
può
mancare
all
intuizione
,
dalla
quale
è
propriamente
inscindibile
.
Come
possiamo
intuire
davvero
una
figura
geometrica
,
se
non
ne
abbiamo
così
netta
l
immagine
da
essere
in
grado
di
tracciarla
immediatamente
sulla
carta
o
sulla
lavagna
?
Come
possiamo
intuire
davvero
il
contorno
d
'
una
regione
,
per
esempio
,
dell
isola
di
Sicilia
,
se
non
siamo
in
grado
di
disegnarlo
così
come
esso
è
in
tutti
i
suoi
meandri
?
A
ognuno
è
dato
sperimentare
la
luce
che
gli
si
fa
internamente
quando
riesce
,
e
solo
in
quel
punto
che
riesce
,
a
formolare
a
sé
stesso
le
sue
impressioni
e
i
suoi
sentimenti
.
Sentimenti
e
impressioni
passano
allora
,
per
virtù
della
parola
,
dall
'
oscura
regione
della
psiche
alla
chiarezza
dello
spirito
contemplatore
.
È
impossibile
,
in
questo
processo
conoscitivo
,
distinguere
l
intuizione
dall
'
espressione
.
L
'
una
viene
fuori
con
l
'
altra
,
nell
'
attimo
stesso
dell
'
altra
,
perché
non
sono
due
ma
uno
.
Ma
la
cagione
principale
che
fa
sembrare
paradossale
la
tesi
da
noi
affermata
,
è
l
illusione
o
pregiudizio
che
s
intuisca
della
realtà
più
di
quanto
effettivamente
se
ne
intuisce
.
Si
ode
spesso
taluni
asserire
di
avere
in
mente
molti
e
importanti
pensieri
,
ma
di
non
riuscire
a
esprimerli
.
In
verità
,
se
li
avessero
davvero
,
li
avrebbero
coniati
in
tante
belle
parole
sonanti
,
e
perciò
espressi
.
Se
,
nell
'
atto
di
esprimerli
,
quei
pensieri
sembrano
dileguarsi
o
si
riducono
scarsi
e
poveri
,
gli
è
che
o
non
esistevano
o
erano
soltanto
scarsi
e
poveri
.
Parimente
si
crede
che
noi
tutti
,
uomini
ordinari
,
intuiamo
e
immaginiamo
paesi
,
figure
,
scene
,
come
i
pittori
,
e
corpi
,
come
gli
scultori
;
salvo
che
pittori
e
scultori
sanno
dipingere
e
scolpire
quelle
immagini
,
e
noi
le
portiamo
dentro
il
nostro
animo
inespresse
.
Una
Madonna
di
Raffaello
,
si
erede
,
avrebbe
potuto
immaginarla
chiunque
;
ma
Raffaello
è
stato
Raffaello
per
l
'
abilità
meccanica
di
averla
fissata
sulla
tela
.
Niente
di
più
falso
.
Il
mondo
che
intuiamo
ordinariamente
è
poca
cosa
,
e
si
traduce
in
piccole
espressioni
,
le
quali
si
fanno
via
via
maggiori
e
più
ampie
solo
con
la
crescente
concentrazione
spirituale
in
alcuni
particolari
momenti
.
Sono
le
parole
interne
che
diciamo
a
noi
stessi
,
i
giudizi
che
esprimiamo
tacitamente
:
ecco
un
uomo
,
ecco
un
cavallo
,
questo
pesa
,
questo
è
aspro
,
questo
mi
piace
,
ecc
.
ecc
.
,
ed
è
un
barbaglio
di
luce
e
di
colori
,
che
pittoricamente
non
potrebbe
avere
altra
sincera
e
propria
espressione
se
non
in
un
guazzabuglio
,
e
dal
quale
appena
si
sollevano
pochi
tratti
distintivi
particolari
.
Ciò
,
e
non
altro
,
possediamo
nella
nostra
vita
ordinaria
,
ed
è
base
della
nostra
azione
ordinaria
.
È
l
indice
di
un
libro
;
sono
,
come
è
stato
detto
,
le
etichette
che
abbiamo
apposte
alle
cose
e
ci
tengono
luogo
di
queste
:
indice
ed
etichette
(
espressioni
anch
'
esse
)
,
sufficienti
ai
piccoli
bisogni
e
alle
piccole
azioni
.
Ma
,
di
tanto
in
tanto
,
dall
indice
passiamo
al
libro
,
dall
'
etichetta
alla
cosa
,
o
dalle
piccole
intuizioni
alle
più
grandi
e
alle
grandissime
ed
eccelse
.
E
il
passaggio
è
talvolta
tutt
'
altro
che
agevole
.
È
stato
osservato
da
coloro
che
hanno
meglio
indagato
la
psicologia
degli
artisti
che
,
quando
dal
vedere
con
rapido
sguardo
una
persona
ci
si
dispone
a
intuirla
davvero
,
per
farle
,
per
esempio
,
il
ritratto
,
quella
visione
ordinaria
,
che
sembrava
così
vivace
e
netta
,
si
rivela
come
poco
meno
che
nulla
:
ci
si
accorge
di
possedere
,
tutt
'
al
più
,
qualche
tratto
superficiale
,
non
bastevole
neppure
per
un
pupazzetto
;
la
persona
da
ritrarre
si
pone
innanzi
all
'
artista
come
un
mondo
da
scoprire
.
E
Michelangelo
sentenziava
che
Si
dipinge
col
cervello
,
non
con
le
mani
;
e
Leonardo
scandalizzava
il
priore
del
convento
delle
Grazie
con
lo
stare
giorni
interi
avanti
al
Cenacolo
senza
mettervi
pennello
,
e
diceva
che
gl
ingegni
elevati
talor
che
manco
lavorano
più
adoprano
,
cercando
con
la
mente
l
invenzione
.
Il
.
pittore
è
pittore
perché
vede
ciò
che
altri
sente
solo
,
o
intravede
,
ma
non
vede
.
Un
sorriso
crediamo
di
vederlo
,
ma
in
realtà
ne
abbiamo
solo
qualche
vago
accenno
,
non
scorgiamo
tutti
i
tratti
caratteristici
da
cui
risulta
,
come
,
dopo
averci
lavorato
intorno
,
li
scorge
il
pittore
,
che
perciò
può
fermarlo
compiutamente
sulla
tela
.
Anche
del
nostro
più
intimo
amico
,
di
colui
che
ci
sta
accanto
tutti
i
giorni
e
tutte
le
ore
,
non
possediamo
intuitivamente
se
non
qualche
tratto
appena
della
fisionomia
,
che
ce
lo
fa
distinguere
dagli
altri
.
Meno
facile
è
l
illusione
per
le
espressioni
musicali
;
perché
a
ognuno
parrebbe
strano
il
dire
che
a
un
motivo
,
il
quale
è
già
nell
'
animo
di
chi
non
è
compositore
,
il
compositore
aggiunga
o
appiccichi
le
note
;
quasi
che
l
'
intuizione
del
Beethoven
non
fosse
,
per
esempio
,
la
sua
Nona
sinfonia
e
la
sua
Nona
sinfonia
la
sua
intuizione
.
Ora
,
come
colui
che
si
fa
illusioni
sulla
quantità
delle
proprie
ricchezze
materiali
è
smentito
dall
'
aritmetica
,
la
quale
gli
dice
esattamente
a
quanto
esse
ammontano
;
così
chi
s
illude
sulla
ricchezza
dei
propri
pensieri
e
delle
proprie
immagini
è
ricondotto
alla
realtà
,
allorché
è
costretto
ad
attraversare
il
ponte
dell
'
asino
dell
'
espressione
.
Numerate
,
diciamo
al
primo
:
parlate
,
eccovi
una
matita
e
disegnate
,
esprimetevi
,
diremo
all
'
altro
.
Ognuno
di
noi
,
insomma
,
è
un
po
pittore
,
scultore
,
musicista
,
poeta
,
prosatore
;
ma
quanto
poco
,
rispetto
a
coloro
che
son
chiamati
così
appunto
pel
grado
elevato
in
cui
hanno
le
comunissime
disposizioni
ed
energie
della
natura
umana
;
e
quanto
poco
un
pittore
possiede
delle
intuizioni
di
un
poeta
,
o
di
quelle
anche
di
un
altro
pittore
!
Pure
,
quel
poco
è
tutto
il
nostro
patrimonio
attuale
d
intuizioni
o
rappresentazioni
.
Fuori
di
esse
,
sono
soltanto
impressioni
,
sensazioni
,
sentimenti
,
impulsi
,
emozioni
,
o
come
altro
si
chiami
ciò
che
è
ancora
di
qua
dello
spirito
,
non
assimilato
dall
'
uomo
,
postulato
per
comodo
di
esposizione
,
ma
effettivamente
inesistente
,
se
l
'
esistere
è
anche
esso
un
atto
dello
spirito
.
Alle
varianti
verbali
accennate
in
principio
,
con
le
quali
così
designa
la
conoscenza
intuitiva
,
possiamo
,
dunque
,
aggiungere
ancora
quest
'
altra
:
la
conoscenza
intuitiva
è
la
conoscenza
espressiva
.
Indipendente
e
autonoma
rispetto
all
intellezione
;
indifferente
alle
discriminazioni
posteriori
di
realtà
e
irrealtà
e
alle
formazioni
e
appercezioni
,
anche
posteriori
,
di
spazio
e
tempo
;
-
l
intuizione
o
rappresentazione
si
distingue
da
ciò
che
si
sente
e
subisce
,
dall
'
onda
o
flusso
sensitivo
,
dalla
materia
psichica
,
come
forma
;
e
questa
forma
,
questa
presa
di
possesso
,
è
l
'
espressione
.
Intuire
è
esprimere
;
e
nient
'
altro
(
niente
di
più
,
ma
niente
di
meno
)
che
esprimere
.
II
.
L
'
INTUIZIONE
E
L
'
ARTE
Prima
di
procedere
oltre
,
ci
sembra
opportuno
trarre
alcune
conseguenze
da
ciò
che
si
è
stabilito
e
soggiungere
qualche
schiarimento
.
Noi
abbiamo
francamente
identificato
la
conoscenza
intuitiva
o
espressiva
col
fatto
estetico
o
artistico
,
prendendo
le
opere
d
'
arte
come
esempi
di
conoscenze
intuitive
e
attribuendo
a
queste
i
caratteri
di
quelle
.
Ma
la
nostra
identificazione
ha
contro
di
sé
una
concezione
,
largamente
accolta
anche
da
filosofi
,
la
quale
considera
l
'
arte
come
intuizione
di
qualità
tutta
propria
.
Ammettiamo
(
si
dice
)
che
l
'
arte
sia
intuizione
;
ma
intuizione
non
è
sempre
arte
:
l
intuizione
artistica
è
una
specie
particolare
,
che
si
distingue
per
un
di
più
dall
intuizione
in
genere
.
In
che
poi
si
distingua
,
in
che
consista
questo
di
più
,
niuno
ha
saputo
mai
assegnare
.
Si
è
pensato
talvolta
che
l
'
arte
sia
,
non
la
semplice
intuizione
,
ma
quasi
l
intuizione
di
un
intuizione
;
allo
stesso
modo
che
il
concetto
scientifico
sarebbe
,
non
il
concetto
volgare
,
ma
il
concetto
di
un
concetto
.
L
'
uomo
,
insomma
,
si
eleverebbe
all
'
arte
con
l
'
oggettivare
,
non
le
sensazioni
,
come
accade
nell
intuizione
comune
,
ma
l
intuizione
stessa
.
Senonché
questo
processo
di
elevazione
a
seconda
potenza
non
ha
luogo
;
e
il
paragone
col
concetto
volgare
e
con
lo
scientifico
non
dice
ciò
che
gli
si
vorrebbe
far
dire
,
per
la
buona
ragione
che
non
è
vero
che
il
concetto
scientifico
sia
concetto
di
un
concetto
.
Quel
paragone
,
se
mai
,
dice
proprio
il
contrario
.
Il
concetto
volgare
,
se
concetto
è
e
non
semplice
rappresentazione
,
è
concetto
perfetto
,
quantunque
povero
e
limitato
.
La
scienza
sostituisce
alle
rappresentazioni
i
concetti
,
ai
concetti
poveri
e
limitati
aggiunge
e
sovrappone
altri
più
larghi
e
comprensivi
,
scoprendo
sempre
nuove
relazioni
;
ma
il
metodo
di
essa
non
differisce
da
quello
con
cui
si
forma
il
più
piccolo
universale
nel
cervello
del
più
umile
degli
uomini
.
Ciò
elle
comunemente
si
chiama
,
per
antonomasia
,
l
'
arte
,
coglie
intuizioni
più
vaste
e
complesse
di
quelle
che
si
sogliono
comunemente
avere
,
ma
intuisce
sempre
sensazioni
e
impressioni
:
è
espressione
d
impressioni
,
non
espressione
dell
'
espressione
.
Per
la
stessa
ragione
non
si
può
ammettere
che
l
intuizione
,
che
si
dice
di
solito
artistica
,
si
diversifichi
da
quella
comune
come
intuizione
intensiva
.
Sarebbe
tale
,
se
lavorasse
diversamente
in
pari
materia
.
Ma
poiché
l
'
attività
artistica
spazia
in
campi
più
larghi
e
tuttavia
con
metodo
non
diverso
da
quello
dell
intuizione
comune
,
la
differenza
tra
l
'
una
e
l
'
altra
non
è
intensiva
ma
estensiva
.
L
intuizione
di
un
semplicissimo
canto
popolare
d
'
amore
,
che
dica
lo
stesso
,
o
poco
più
,
di
una
dichiarazione
di
amore
quale
esce
a
ogni
momento
dalle
labbra
di
migliaia
di
uomini
ordinari
,
può
essere
intensivamente
perfetta
nella
sua
povera
semplicità
,
benché
,
estensivamente
,
tanto
più
ristretta
della
complessa
intuizione
di
un
canto
amoroso
di
Giacomo
Leopardi
.
Tutta
la
differenza
,
dunque
,
è
quantitativa
,
e
,
come
tale
,
indifferente
alla
filosofia
,
scientia
qualitatum
.
A
esprimere
pienamente
certi
complessi
stati
d
'
animo
vi
è
chi
ha
maggiore
attitudine
e
più
frequente
disposizione
,
che
non
altri
;
e
costoro
si
chiamano
,
nel
linguaggio
corrente
,
artisti
:
alcune
espressioni
,
assai
complicate
e
difficili
,
sono
raggiunte
più
di
rado
,
e
queste
si
chiamano
opere
d
'
arte
.
I
limiti
delle
espressioni
-
intuizioni
,
che
si
dicono
arte
,
verso
quelle
che
volgarmente
si
dicono
non
-
arte
,
sono
empirici
:
è
impossibile
definirli
.
Un
epigramma
appartiene
all
'
arte
:
perché
no
una
semplice
parola
?
Una
novella
appartiene
all
'
arte
:
perché
no
una
nota
di
cronaca
giornalistica
?
Un
paesaggio
appartiene
all
'
arte
:
perché
no
uno
schizzo
topografico
?
Il
maestro
di
filosofia
della
commedia
di
Molière
aveva
ragione
:
sempre
che
si
parla
,
si
fa
della
prosa
.
Ma
vi
saranno
in
perpetuo
scolari
,
i
quali
,
come
il
borghese
signor
Jourdain
,
si
maraviglieranno
d
'
aver
fatto
prosa
per
quarant
'
anni
senza
saperlo
,
e
stenteranno
a
persuadersi
elle
,
quando
chiamano
il
servitore
Giovanni
perché
porti
loro
le
pantofole
,
anche
questa
sia
,
nientemeno
,
prosa
.
Noi
dobbiamo
tener
fermo
alla
nostra
identificazione
,
perché
l
'
avere
staccato
l
'
arte
dalla
comune
vita
spirituale
,
l
'
averne
fatto
non
si
sa
qual
circolo
aristocratico
o
quale
esercizio
singolare
,
è
stata
fra
le
principali
cagioni
che
hanno
impedito
all
Estetica
,
scienza
dell
'
arte
,
di
attingere
la
vera
natura
,
le
vere
radici
di
questa
nell
'
animo
umano
.
Come
nessuno
si
maraviglia
allorché
apprende
dalla
fisiologia
che
ogni
cellula
è
organismo
e
ogni
organismo
è
cellula
o
sintesi
di
cellule
;
né
alcuno
si
maraviglia
di
trovare
in
un
'
alta
montagna
gli
stessi
elementi
chimici
costituenti
un
piccolo
sasso
o
frammento
;
come
non
e
è
una
fisiologia
degli
animali
piccini
e
un
'
altra
dei
grossi
,
o
una
chimica
dei
sassi
e
un
'
altra
delle
montagne
;
così
non
e
è
una
scienza
dell
intuizione
piccola
e
un
'
altra
della
grande
,
una
dell
intuizione
comune
e
un
'
altra
dell
'
artistica
,
ma
una
sola
Estetica
,
scienza
della
cognizione
intuitiva
o
espressiva
,
ch
è
il
fatto
estetico
o
artistico
.
E
questa
Estetica
è
il
vero
analogo
della
Logica
,
la
quale
abbraccia
,
come
cose
della
medesima
natura
,
la
formazione
del
più
piccolo
e
ordinario
concetto
e
la
costruzione
del
più
complicato
sistema
scientifico
e
filosofico
.
Anche
niente
più
che
una
differenza
quantitativa
possiamo
ammettere
nel
determinare
il
significato
della
parola
genio
,
o
genio
artistico
,
distinto
dal
non
genio
,
dall
'
uomo
comune
.
Si
dice
che
i
grandi
artisti
rivelino
noi
a
noi
stessi
.
Ma
come
ciò
sarebbe
possibile
se
non
ci
fosse
identità
di
natura
tra
la
nostra
fantasia
e
la
loro
,
e
se
la
differenza
non
fosse
di
semplice
quantità
?
Meglio
che
:
poëta
nascitur
,
andrebbe
detto
:
homo
nascitur
poëta
;
poeti
piccoli
gli
uni
,
poeti
grandi
gli
altri
.
L
'
aver
fatto
di
questa
differenza
quantitativa
una
differenza
qualitativa
ha
dato
origine
al
culto
e
alla
superstizione
del
genio
,
dimenticandosi
che
la
genialità
non
è
qualcosa
di
disceso
dal
cielo
,
ma
è
l
'
umanità
stessa
.
L
'
uomo
di
genio
,
che
si
atteggi
o
venga
rappresentato
come
lontano
da
questa
,
trova
la
sua
punizione
nel
diventare
,
o
nell
'
apparire
,
alquanto
ridicolo
.
Tale
il
genio
del
periodo
romantico
,
tale
il
superuomo
dei
tempi
nostri
.
Ma
(
è
bene
qui
notare
)
dall
'
elevazione
disopra
all
'
umanità
fanno
poi
precipitare
il
genio
artistico
disotto
a
essa
coloro
che
ne
pongono
come
qualità
essenziale
l
incoscienza
.
La
genialità
intuitiva
o
artistica
,
come
ogni
forma
d
'
attività
umana
,
è
sempre
cosciente
;
altrimenti
,
sarebbe
cieco
meccanismo
.
Ciò
che
al
genio
artistico
può
mancare
,
è
soltanto
la
coscienza
riflessa
,
la
coscienza
sovraggiunta
dello
storico
o
del
critico
,
che
gli
è
inessenziale
.
Una
delle
questioni
più
dibattute
in
Estetica
è
la
relazione
tra
materia
e
forma
,
o
,
come
si
dice
di
solito
,
tra
contenuto
e
forma
.
Consiste
il
fatto
estetico
nel
solo
contenuto
o
nella
sola
forma
,
o
nell
'
uno
e
nell
'
altra
insieme
?
Questione
che
ha
avuto
vari
significati
,
che
menzioneremo
ciascuno
a
suo
luogo
;
ma
sempre
che
le
parole
sono
state
prese
nel
significato
da
noi
fermato
di
sopra
,
sempre
che
per
materia
si
è
intesa
l
'
emozionalità
non
elaborata
esteticamente
o
le
impressioni
,
e
per
forma
l
'
elaborazione
ossia
l
'
attività
spirituale
dell
'
espressione
,
il
nostro
pensiero
non
può
essere
dubbio
.
Dobbiamo
,
cioè
,
respingere
così
la
tesi
che
fa
consistere
l
'
atto
estetico
nel
solo
contenuto
(
ossia
nelle
semplici
impressioni
)
,
come
l
'
altra
che
lo
fa
consistere
nell
'
aggiunzione
della
forma
al
contenuto
,
ossia
nelle
impressioni
più
le
espressioni
.
Nell
'
atto
estetico
,
l
'
attività
espressiva
non
si
aggiunge
al
fatto
delle
impressioni
,
ma
queste
vengono
da
essa
elaborate
e
formate
.
Ricompaiono
,
per
così
dire
,
nell
'
espressione
come
acqua
che
sia
messa
in
un
filtro
e
riappaia
la
stessa
e
insieme
diversa
dall
'
altro
lato
di
questo
.
L
'
atto
estetico
è
,
perciò
,
forma
,
e
niente
altro
che
forma
.
Da
ciò
si
ricava
,
non
elle
il
contenuto
sia
alcunché
di
superfluo
(
ché
anzi
è
il
punto
di
partenza
necessario
del
fatto
espressivo
)
;
ma
che
dalle
qualità
del
contenuto
a
quelle
della
forma
non
c
è
passaggio
.
Si
è
pensato
talvolta
che
il
contenuto
,
per
essere
estetico
,
ossia
trasformabile
in
forma
,
dovesse
avere
alcune
qualità
determinate
o
determinabili
.
Ma
,
se
ciò
fosse
,
la
forma
sarebbe
una
cosa
medesima
con
la
materia
,
l
'
espressione
con
l
'
impressione
.
Il
contenuto
è
,
sì
,
il
trasformabile
in
forma
,
ma
fino
a
tanto
che
non
si
sia
trasformato
,
non
ha
qualità
determinabili
;
di
esso
noi
non
sappiamo
nulla
.
Diventa
contenuto
estetico
non
prima
,
ma
solo
quando
si
è
effettivamente
trasformato
.
Il
contenuto
estetico
è
stato
anche
definito
come
l
'
interessante
:
il
che
non
è
falso
,
ma
vuoto
.
Interessante
,
infatti
,
che
cosa
?
L
'
attività
espressiva
?
E
,
certo
,
se
questa
non
se
ne
interessasse
,
non
l
'
eleverebbe
a
forma
.
Il
suo
interessarsene
è
appunto
l
'
elevarlo
a
forma
.
Ma
la
parola
interessante
è
stata
anche
adoperata
con
altra
non
illegittima
intenzione
,
che
spiegheremo
più
oltre
.
È
polisensa
,
come
la
precedente
,
la
proposizione
che
l
'
arte
sia
imitazione
della
natura
.
Con
queste
parole
ora
si
sono
affermate
o
almeno
adombrate
verità
,
ora
sostenuti
errori
;
e
,
più
spesso
,
non
si
è
pensato
nulla
di
preciso
.
Uno
dei
significati
scientificamente
legittimi
si
ha
,
allorché
imitazione
viene
intesa
come
rappresentazione
o
intuizione
della
natura
,
forma
di
conoscenza
.
E
quando
si
è
voluto
designare
ciò
,
e
mettere
insieme
in
maggior
luce
il
carattere
spirituale
del
procedimento
,
risulta
legittima
anche
l
'
altra
proposizione
:
che
l
'
arte
è
idealizzamento
o
imitazione
idealizzatrice
della
natura
.
Ma
se
per
imitazione
della
natura
s
intende
che
l
'
arte
dia
riproduzioni
meccaniche
,
costituenti
duplicati
più
o
meno
perfetti
di
oggetti
naturali
,
innanzi
alle
quali
si
rinnovi
quello
stesso
tumulto
d
impressioni
che
producono
gli
oggetti
naturali
,
la
proposizione
è
evidentemente
erronea
.
Le
statue
di
cera
dipinta
,
che
simulano
esseri
vivi
e
innanzi
a
cui
arretriamo
sbalorditi
nei
musei
di
tale
roba
,
non
ci
danno
intuizioni
estetiche
.
L
illusione
e
l
'
allucinazione
non
hanno
che
vedere
col
calmo
dominio
dell
intuizione
artistica
.
Se
un
artista
dipinge
lo
spettacolo
di
un
museo
di
statue
di
cera
,
se
un
attore
sulla
scena
ritrae
burlescamente
l
'
uomo
-
statua
,
abbiano
di
nuovo
il
lavoro
spirituale
e
l
intuizione
artistica
.
Perfino
la
fotografia
,
se
ha
alcunché
di
artistico
,
lo
ha
in
quanto
trasmette
,
almeno
in
parte
,
l
intuizione
del
fotografo
,
il
suo
punto
di
vista
,
l
'
atteggiamento
e
la
situazione
ch
'
egli
s
è
industriato
di
cogliere
.
E
se
la
fotografia
non
è
del
tutto
arte
,
ciò
accade
appunto
perché
l
'
elemento
naturale
resta
più
o
meno
ineliminabile
e
insubordinato
:
e
,
infatti
,
innanzi
a
quale
fotografia
,
anche
delle
meglio
riuscite
,
proviamo
soddisfazione
piena
?
a
quale
un
artista
non
farebbe
una
o
molte
variazioni
e
ritocchi
,
non
toglierebbe
o
aggiungerebbe
?
Dal
non
aver
esattamente
riconosciuto
il
carattere
teoretico
della
semplice
intuizione
,
distinta
così
dalla
conoscenza
intellettiva
come
dalla
percezione
;
dal
credere
che
solo
l
intellettiva
,
o
,
tutt
'
al
più
,
anche
la
percezione
sia
conoscenza
;
è
sorta
l
'
affermazione
,
tante
volte
ripetuta
,
che
l
'
arte
non
sia
conoscenza
,
che
essa
non
dia
verità
,
che
appartenga
non
al
mondo
teoretico
ma
al
sentimentale
,
e
simili
.
Abbiamo
visto
che
l
intuizione
è
conoscenza
,
libera
da
concetti
e
più
semplice
che
non
sia
la
cosiddetta
percezione
del
reale
;
e
perciò
l
'
arte
è
conoscenza
,
è
forma
,
non
appartiene
al
sentimento
e
alla
materia
psichica
.
Se
si
è
insistito
tante
volte
e
da
tanti
estetici
a
mettere
in
rilievo
che
l
'
arte
è
apparenza
(
Schein
)
,
ciò
è
stato
appunto
perché
si
sentiva
la
necessità
di
distinguerla
dal
più
complicato
atto
percettivo
,
affermandone
la
pura
intuitività
.
E
se
si
è
insistito
sull
'
essere
l
'
arte
sentimento
,
ciò
è
stato
pel
medesimo
motivo
:
escluso
,
infatti
,
il
concetto
come
contenuto
dell
'
arte
ed
esclusa
la
realtà
storica
in
quanto
tale
,
altro
contenuto
non
resta
che
la
realtà
appresa
meramente
nella
sua
ingenuità
e
immediatezza
,
nello
slancio
vitale
,
come
sentimento
,
ossia
,
di
nuovo
,
l
intuizione
pura
.
Anche
dal
non
aver
bene
stabilito
,
o
dall
'
aver
perduto
di
vista
,
il
carattere
distintivo
dell
'
espressione
dal
.
impressione
,
della
forma
dalla
materia
,
ha
preso
origine
la
teoria
dei
sensi
estetici
.
Questa
teoria
si
riduce
all
'
errore
ora
indicato
,
di
voler
cercare
cioè
un
passaggio
dalle
qualità
del
contenuto
a
quelle
della
forma
.
Domandare
,
infatti
,
quali
siano
i
sensi
estetici
,
importa
domandare
quali
impressioni
sensibili
possano
entrare
nelle
espressioni
estetiche
,
e
quali
debbano
entrarvi
di
necessità
.
Al
che
dobbiamo
subito
rispondere
:
che
tutte
le
impressioni
possono
entrare
nelle
espressioni
o
formazioni
estetiche
;
ma
che
nessuna
deve
entrarvi
di
necessità
.
Dante
eleva
a
forma
non
solo
il
dolce
color
d
'
orïental
zaffiro
(
impressioni
visive
)
,
ma
impressioni
tattili
o
termiche
come
l
'
aër
grasso
e
i
freschi
ruscelletti
che
asciugano
vieppiù
la
gola
all
'
assetato
.
Ed
è
una
curiosa
illusione
credere
che
una
pittura
dia
impressioni
semplicemente
visive
.
Il
vellutato
di
una
guancia
,
il
calore
di
un
corpo
giovanile
,
la
dolcezza
e
la
freschezza
di
un
frutto
,
il
tagliente
di
una
lama
affilata
,
e
via
dicendo
,
non
sono
impressioni
che
abbiamo
anche
da
una
pittura
?
e
son
forse
visive
?
Che
cosa
sarebbe
una
pittura
per
un
ipotetico
uomo
,
il
quale
,
privo
di
tutti
o
di
molti
dei
sensi
,
acquistasse
d
'
un
tratto
l
'
organo
solo
della
vista
?
Il
quadro
,
che
abbiamo
innanzi
e
che
crediamo
di
vedere
solamente
con
.
gli
occhi
,
non
apparirebbe
,
agli
occhi
di
lui
,
se
non
come
qualcosa
di
poco
più
dell
'
imbrattata
tavolozza
di
un
pittore
.
Alcuni
,
che
tengono
fermo
al
carattere
estetico
di
particolari
gruppi
d
impressioni
(
per
esempio
,
delle
visive
e
delle
auditive
)
e
ne
escludono
altri
,
concedono
poi
elle
,
se
nel
fatto
estetico
le
impressioni
visive
e
auditive
entrano
come
dirette
,
quelle
percepite
dagli
altri
sensi
vi
entrino
anche
,
ma
solamente
come
associate
.
Anche
questa
distinzione
è
del
tutto
arbitraria
.
L
'
espressione
estetica
è
sintesi
,
nella
quale
è
impossibile
distinguere
il
diretto
e
l
.
indiretto
.
Tutte
le
impressioni
sono
in
essa
parificate
,
in
quanto
vengono
estetizzate
.
Chi
riceve
in
sé
l
immagine
di
un
quadro
o
di
una
poesia
,
non
ha
innanzi
questa
immagine
come
una
serie
d
impressioni
,
alcune
delle
quali
abbiano
una
prerogativa
o
una
precedenza
sulle
altre
.
E
di
ciò
che
accade
prima
,
di
averla
ricevuta
,
non
si
sa
nulla
;
come
,
d
'
altro
canto
,
le
distinzioni
,
che
si
fanno
dipoi
,
riflettendo
.
non
riguardano
più
in
nessun
modo
l
'
arte
in
quanto
tale
.
La
dottrina
dei
sensi
estetici
è
stata
presentata
anche
in
altro
modo
:
come
il
tentativo
di
stabilire
quali
organi
fisiologici
siano
necessari
pel
fatto
estetico
.
L
'
organo
o
l
'
apparato
fisiologico
non
è
altro
che
un
complesso
di
cellule
,
così
e
così
aggruppate
e
così
e
così
disposte
;
cioè
un
fatto
o
un
concetto
meramente
fisico
e
naturale
.
Ma
l
'
espressione
non
conosce
fatti
fisiologici
;
essa
ha
il
suo
punto
di
partenza
nelle
impressioni
,
e
la
via
fisiologica
per
la
quale
queste
sono
pervenute
nello
spirito
,
le
è
affatto
indifferente
.
Una
via
o
un
'
altra
fa
lo
stesso
:
basta
che
siano
impressioni
.
Certo
,
la
mancanza
di
alcuni
organi
,
ossia
di
alcuni
complessi
di
cellule
,
impedisce
il
prodursi
di
alcune
impressioni
(
salvoché
,
per
una
sorta
di
compensazione
organica
,
non
si
ottengano
per
altra
via
)
.
Il
cieco
nato
non
può
intuire
ed
esprimere
la
luce
.
Ma
le
impressioni
non
sono
condizionate
soltanto
dall
'
organo
,
sì
bene
anche
dagli
stimoli
che
operano
sull
'
organo
.
Chi
non
abbia
avuto
mai
l
impressione
del
mare
,
non
saprà
mai
esprimerlo
;
e
chi
non
abbia
avuto
l
impressione
della
vita
del
gran
mondo
o
della
lotta
politica
,
non
esprimerà
mai
né
l
'
una
cosa
né
l
'
altra
..
Ciò
non
stabilisce
una
dipendenza
della
funzione
espressiva
dallo
stimolo
o
dall
'
organo
;
ma
è
la
ripetizione
di
quanto
già
sappiamo
:
l
'
espressione
presuppone
l
impressione
,
e
particolari
espressioni
,
particolari
impressioni
.
Del
resto
,
ogni
impressione
esclude
le
altre
nel
momento
in
cui
essa
domina
;
e
così
ogni
espressione
.
Un
altro
corollario
della
concezione
dell
'
espressione
come
attività
,
è
l
indivisibilità
dell
'
opera
d
'
arte
.
Ogni
espressione
è
un
'
unica
espressione
.
L
'
attività
estetica
è
fusione
delle
impressioni
in
un
tutto
organico
.
Ed
è
quel
che
si
è
voluto
sempre
notare
quando
si
è
detto
che
l
'
opera
d
'
arte
deve
avere
unità
,
o
,
ch
è
lo
stesso
,
unità
nella
varietà
.
L
'
espressione
è
sintesi
del
vario
,
o
molteplice
,
nell
'
uno
.
Parrebbe
opporsi
a
quest
'
affermazione
il
fatto
che
noi
dividiamo
l
'
opera
artistica
nelle
sue
parti
:
un
poema
in
scene
,
episodi
,
similitudini
,
sentenze
,
o
un
quadro
nelle
singole
figure
e
oggetti
,
sfondo
,
primo
piano
,
e
così
via
.
Ma
cotesta
divisione
annulla
l
'
opera
,
come
il
dividere
l
'
organismo
in
cuore
,
cervello
,
nervi
,
muscoli
e
via
continuando
,
muta
il
vivente
in
cadavere
.
vero
che
vi
sono
organismi
in
cui
la
divisione
dà
luogo
a
più
esseri
viventi
;
ma
in
tal
caso
,
e
trasportando
l
'
analogia
al
fatto
estetico
,
è
da
concludere
per
una
molteplicità
di
germi
di
vita
e
per
una
rapida
rielaborazione
delle
singole
parti
in
nuove
espressioni
uniche
.
Si
osserverà
che
l
'
espressione
sorge
talora
su
altre
espressioni
:
vi
sono
espressioni
semplici
e
ve
ne
sono
composte
.
Qualche
differenza
bisogna
pur
riconoscere
tra
l
'
eureka
,
con
cui
Archimede
esprimeva
tutto
il
suo
giubilo
per
la
fatta
scoperta
,
e
l
'
atto
espressivo
(
anzi
i
cinque
atti
)
di
una
tragedia
regolare
.
Ma
no
:
l
'
espressione
sorge
sempre
direttamente
sulle
impressioni
.
Chi
concepisce
una
tragedia
mette
in
un
gran
crogiuolo
una
grande
quantità
,
per
così
dire
,
d
impressioni
:
le
espressioni
stesse
,
altra
volta
concepite
,
vengono
rifuse
insieme
con
le
nuove
in
un
'
unica
massa
;
allo
stesso
modo
che
in
una
fornace
di
fusione
si
possono
gittare
informi
pezzi
di
bronzo
e
statuette
elettissime
.
Perché
si
abbia
la
nuova
statua
,
le
statuette
elettissime
debbono
fondersi
al
modo
stesso
dei
pezzi
informi
.
Le
vecchie
espressioni
debbono
ridiscendere
a
impressioni
,
per
potere
essere
sintetizzate
con
le
altre
in
una
nuova
unica
espressione
.
Elaborando
le
impressioni
,
l
'
uomo
si
libera
da
esse
.
Oggettivandole
,
le
distacca
da
sé
e
si
fa
loro
superiore
.
La
funzione
liberatrice
e
purificatrice
dell
'
arte
è
un
altro
aspetto
e
un
'
altra
formola
del
suo
carattere
di
attività
.
L
'
attività
è
liberatrice
appunto
perché
scaccia
la
passività
.
Da
ciò
si
scorge
anche
perché
agli
artisti
si
soglia
a
volta
a
volta
attribuire
la
massima
sensibilità
o
passionalità
,
e
la
massima
insensibilità
o
l
'
olimpica
serenità
.
Entrambe
le
qualifiche
si
conciliano
,
perché
non
cadono
sullo
stesso
oggetto
.
La
sensibilità
o
passionalità
si
riferisce
alla
ricca
materia
che
l
'
artista
accoglie
nel
suo
animo
;
l
insensibilità
o
serenità
,
alla
forma
con
cui
egli
assoggetta
e
domina
il
tumulto
sensazionale
e
passionale
.
III
.
L
'
ARTE
E
LA
FILOSOFIA
.
Le
due
forme
di
conoscenza
,
l
'
estetica
e
l
intellettiva
o
concettuale
,
sono
bensì
diverse
,
ma
non
stanno
tra
loro
disgiunte
e
disparate
,
come
due
forze
di
cui
ciascuna
tiri
per
il
suo
verso
.
Se
abbiamo
dimostrato
che
la
forma
estetica
è
affatto
indipendente
dall
intellettiva
e
si
regge
da
sé
senz
'
alcun
appoggio
estraneo
,
non
abbiamo
detto
che
l
intellettiva
possa
stare
senza
l
'
estetica
.
Questa
reciproca
non
sarebbe
vera
.
Che
cosa
è
la
conoscenza
per
concetti
?
È
conoscenza
di
relazioni
di
cose
,
e
le
cose
sono
intuizioni
.
Senza
le
intuizioni
non
sono
possibili
i
concetti
,
come
senza
la
materia
delle
impressioni
non
è
possibile
l
intuizione
stessa
.
Le
intuizioni
sono
:
questo
fiume
,
questo
lago
,
questo
rigagnolo
,
questa
pioggia
,
questo
bicchier
d
'
acqua
;
il
concetto
è
:
l
'
acqua
,
non
questa
o
quella
apparizione
e
caso
particolare
,
ma
l
'
acqua
in
genere
,
in
qualunque
tempo
e
luogo
si
realizzi
;
materia
d
intuizioni
infinite
,
ma
di
un
concetto
solo
e
costante
.
Senonché
il
concetto
,
l
'
universale
,
se
per
un
verso
non
è
più
intuizione
,
per
un
altro
è
,
e
non
può
non
essere
,
intuizione
.
Anche
l
'
uomo
che
pensa
,
in
quanto
pensa
,
ha
impressioni
ed
affetti
:
le
sue
impressioni
e
i
suoi
affetti
non
saranno
quelli
dell
'
uomo
non
filosofo
,
non
l
'
amore
o
l
'
odio
per
certi
oggetti
e
individui
,
ma
lo
sforzo
stesso
del
pensiero
,
col
dolore
e
la
gioia
,
l
'
amore
e
l
'
odio
,
che
a
esso
sono
congiunti
;
il
quale
sforzo
,
per
diventare
oggettivo
innanzi
allo
spirito
,
non
può
non
prendere
forma
intuitiva
.
Parlare
non
è
pensare
logicamente
,
ma
pensare
logicamente
è
,
insieme
,
parlare
.
Che
il
pensiero
non
possa
stare
senza
il
parlare
,
è
verità
generalmente
riconosciuta
.
Le
negazioni
di
questa
tesi
si
fondano
tutte
su
equivoci
ed
errori
.
Un
primo
equivoco
è
di
coloro
che
osservano
che
si
può
pensare
del
pari
con
figure
geometriche
,
cifre
algebriche
,
segni
ideografici
,
senza
alcuna
parola
,
neanche
pronunciata
tacitamente
e
quasi
insensibilmente
dentro
di
sé
;
che
vi
son
lingue
in
cui
la
parola
,
il
segno
fonico
,
non
esprime
nulla
se
non
si
guardi
anche
al
segno
scritto
;
e
via
discorrendo
.
Ma
,
quando
si
è
detto
parlare
,
si
è
voluto
adoperare
da
noi
una
sineddoche
e
intendere
genericamente
espressione
,
la
quale
,
come
abbiamo
notato
,
non
è
la
sola
espressione
cosiddetta
verbale
.
Sarà
o
no
vero
elle
alcuni
concetti
possano
pensarsi
senza
manifestazioni
foniche
;
ma
gli
esempi
stessi
recati
in
contrario
provano
che
quei
concetti
non
stanno
mai
senza
espressioni
.
Altri
adducono
che
gli
animali
,
o
certi
animali
,
pensano
e
ragionano
senza
parlare
.
Ora
,
se
pensino
e
come
e
che
cosa
pensino
gli
animali
,
se
essi
siano
uomini
rudimentali
e
quasi
selvaggi
resistenti
all
incivilimento
,
piuttosto
che
macchine
fisiologiche
come
volevano
i
vecchi
spiritualisti
,
tutto
ciò
,
a
questo
punto
,
può
non
riguardarci
.
Allorché
il
filosofo
parla
della
natura
animale
,
brutale
,
impulsiva
,
istintiva
,
e
simili
,
non
si
fonda
su
congetture
di
questa
fatta
,
concernenti
cani
o
gatti
,
leoni
o
formiche
,
ma
sull
'
osservazione
di
quel
che
di
animalesco
e
di
brutale
è
nell
'
uomo
:
del
limite
o
della
base
animalesca
che
avvertiamo
in
noi
stessi
.
Che
se
poi
i
singoli
animali
,
cani
o
gatti
,
leoni
o
formiche
,
abbiano
alcunché
dell
'
attività
dell
'
uomo
,
tanto
meglio
,
o
tanto
peggio
,
per
essi
:
ciò
vorrà
dire
che
anche
per
essi
si
dovrà
discorrere
,
non
di
natura
in
senso
totale
,
ma
di
una
base
animalesca
,
più
ampia
e
greve
forse
di
quella
dell
'
uomo
.
E
,
supposto
pure
che
gli
animali
pensino
e
formino
concetti
,
che
cosa
giustificherebbe
,
in
linea
di
congettura
,
l
'
ammettere
che
facciano
ciò
senza
espressioni
corrispondenti
?
L
'
analogia
con
l
'
uomo
,
la
conoscenza
dello
spirito
,
la
psicologia
umana
,
che
serve
di
strumento
a
tutte
le
congetture
di
psicologia
animale
,
costringerebbe
invece
a
supporre
che
,
se
in
qualche
modo
pensano
,
parlino
anche
in
qualche
modo
.
Dalla
psicologia
umana
,
anzi
letteraria
,
è
tolta
l
'
altra
obiezione
,
che
il
concetto
può
esistere
senza
la
parola
,
tanto
vero
che
ognuno
di
noi
ammette
e
conosce
libri
pensati
bene
e
scritti
male
:
un
pensiero
cioè
,
che
resta
pensiero
di
là
dall
'
espressione
o
nonostante
l
'
espressione
manchevole
.
Ma
,
quando
discorriamo
di
libri
pensati
bene
e
scritti
male
,
non
possiamo
intendere
altro
se
non
che
in
quei
libri
sono
parti
,
pagine
,
periodi
o
proposizioni
,
pensati
bene
e
scritti
bene
,
e
altri
,
fors
'
anche
i
meno
importanti
,
pensati
male
e
scritti
male
,
non
pensati
davvero
e
quindi
non
espressi
davvero
.
La
Scienza
nuova
del
Vico
,
dov
è
scritta
veramente
male
,
è
pensata
anche
male
.
Che
se
dai
grossi
volumi
passiamo
a
una
breve
proposizione
,
l
'
erroneità
o
l
inesattezza
di
quel
detto
salta
agli
occhi
.
Come
una
proposizione
potrebb
'
essere
pensata
chiaramente
e
scritta
confusamente
?
Ciò
che
soltanto
si
può
ammettere
è
,
che
talora
noi
abbiamo
pensieri
(
concetti
)
in
una
forma
intuitiva
,
la
quale
è
un
'
espressione
abbreviata
o
meglio
peculiare
,
bastevole
a
noi
,
ma
non
sufficiente
a
comunicarli
con
facilità
a
un
'
altra
persona
determinata
o
a
più
altre
persone
determinate
.
Onde
inesattamente
si
dice
che
abbiamo
il
pensiero
e
non
l
'
espressione
;
quando
propriamente
si
dovrebbe
dire
,
che
abbiamo
,
sì
,
l
'
espressione
,
ma
un
'
espressione
che
non
è
ancora
facilmente
comunicabile
.
Il
che
è
,
per
altro
,
un
fatto
assai
mutevole
e
relativo
:
vi
ha
sempre
chi
coglie
a
volo
il
nostro
pensiero
,
e
lo
preferisce
in
quella
forma
abbreviata
,
e
s
infastidirebbe
dell
'
altra
più
sviluppata
gradita
ad
altri
.
In
altri
termini
,
il
pensiero
,
logicamente
e
astrattamente
considerato
,
sarà
a
un
dipresso
il
medesimo
;
ma
esteticamente
si
tratta
di
due
intuizioni
o
espressioni
diverse
,
in
ciascuna
delle
quali
entrano
elementi
psichici
diversi
.
Lo
stesso
argomento
vale
a
distruggere
,
o
a
interpretare
rettamente
,
la
distinzione
affatto
empirica
tra
linguaggio
interno
e
linguaggio
esterno
.
Le
manifestazioni
più
alte
,
le
cime
da
lontano
risplendenti
della
conoscenza
intuitiva
e
della
conoscenza
intellettuale
si
dicono
,
come
già
sappiamo
,
Arte
e
Scienza
.
Arte
e
Scienza
sono
,
dunque
,
distinte
e
insieme
congiunte
:
coincidono
per
un
lato
,
ch
è
il
lato
estetico
.
Ogni
opera
di
scienza
è
insieme
opera
d
'
arte
.
Il
lato
estetico
potrà
restare
poco
avvertito
,
quando
la
nostra
mente
sia
tutta
presa
dallo
sforzo
d
intendere
il
pensiero
dello
scienziato
e
di
esaminarne
la
verità
.
Ma
non
resta
più
inavvertito
quando
dall
'
attività
dell
intendere
passiamo
a
quella
del
contemplare
,
e
vediamo
quel
pensiero
o
svolgercisi
dinanzi
limpido
,
netto
,
ben
contornato
,
senza
parole
superflue
,
senza
parole
inadeguate
,
con
ritmo
e
intonazione
appropriati
;
ovvero
confuso
,
rotto
,
impacciato
,
saltellante
.
E
grandi
pensatori
sono
ammirati
talvolta
grandi
scrittori
;
laddove
altri
pensatori
,
anch
'
essi
grandi
,
restano
scrittori
più
o
meno
frammentari
,
se
pure
i
loro
frammenti
valgano
opere
armoniche
,
coerenti
e
perfette
.
Ai
pensatori
e
agli
scienziati
si
perdona
l
'
essere
scrittori
mediocri
:
i
frammenti
,
le
fulgurazioni
ci
consolano
dell
intero
,
perché
è
ben
più
facile
dal
frammento
geniale
cavare
la
composizione
ben
ordinata
,
dalla
scintilla
sprigionare
la
fiamma
,
che
non
raggiungere
la
scoperta
geniale
.
Ma
come
perdonare
ai
puri
artisti
di
esser
dicitori
mediocri
?
«
Mediocribus
esse
poëtis
non
dii
,
non
homines
,
non
concessere
columnae
»
.
Al
poeta
,
al
pittore
,
cui
manchi
la
forma
,
manca
ogni
cosa
,
perché
manca
sé
stesso
.
La
materia
poetica
corre
negli
animi
di
tutti
:
solo
l
'
espressione
,
cioè
la
forma
,
fa
il
poeta
.
E
qui
si
trova
la
verità
della
tesi
che
nega
all
'
arte
qualsiasi
contenuto
,
intendendosi
per
contenuto
appunto
il
concetto
intellettuale
.
In
questo
senso
,
posto
contenuto
eguale
a
concetto
,
è
esattissimo
non
solo
che
l
'
arte
non
consiste
nel
contenuto
,
ma
elle
essa
non
ha
contenuto
.
Anche
la
distinzione
tra
poesia
e
prosa
non
può
inverarsi
se
non
in
questa
tra
arte
e
scienza
.
Fin
dall
'
antichità
fu
visto
che
quella
distinzione
non
poteva
fondarsi
sopra
elementi
esteriori
,
quali
il
ritmo
e
il
metro
,
la
forma
sciolta
e
la
legata
;
e
ch
'
era
invece
tutta
interna
.
La
poesia
è
il
linguaggio
del
sentimento
:
la
prosa
,
dell
intelletto
;
ma
poiché
l
intelletto
,
nella
sua
concretezza
e
realtà
,
è
anche
sentimento
,
ogni
prosa
ha
un
lato
di
poesia
.
Il
rapporto
tra
conoscenza
intuitiva
o
espressione
,
e
conoscenza
intellettuale
o
concetto
,
tra
arte
e
scienza
,
tra
poesia
e
prosa
,
non
si
può
significare
altrimenti
se
non
dicendo
ch
è
quello
di
un
doppio
grado
.
Il
primo
grado
è
l
'
espressione
,
il
secondo
il
concetto
:
l
'
uno
può
stare
senza
l
'
altro
,
ma
il
secondo
non
può
stare
senza
il
primo
.
Vi
è
poesia
senza
prosa
,
ma
non
prosa
senza
poesia
.
L
'
espressione
è
,
infatti
,
la
prima
affermazione
dell
'
attività
umana
.
La
poesia
è
la
lingua
materna
del
genere
umano
;
i
primi
uomini
furono
da
natura
sublimi
poeti
.
Il
che
viene
riconosciuto
anche
in
altro
modo
da
quanti
notano
che
il
passaggio
da
psiche
a
spirito
,
da
sensibilità
animale
ad
attività
umana
,
si
compie
per
mezzo
del
linguaggio
(
e
dovrebbero
dire
dell
'
intuizione
o
espressione
in
genere
)
.
Soltanto
ci
pare
poco
esatto
dire
,
come
si
usa
,
che
il
linguaggio
o
l
'
espressione
sia
l
'
anello
intermedio
tra
la
naturalità
e
l
'
umanità
,
quasi
un
misto
dell
'
una
e
dell
'
altra
.
Dove
appare
l
'
umanità
,
l
'
altra
è
già
sparita
;
l
'
uomo
che
si
esprime
esce
,
sì
,
immediatamente
,
dallo
stato
naturale
,
ma
ne
esce
;
non
vi
sta
mezzo
dentro
e
mezzo
fuori
,
come
indicherebbe
l
immagine
dell
'
anello
intermedio
.
Oltre
queste
due
forme
,
lo
spirito
conoscitivo
non
ne
ha
altre
.
Intuizione
e
concetto
lo
esauriscono
completamente
.
Nel
passare
dall
'
una
all
'
altro
e
nel
ripassare
dal
secondo
alla
prima
,
s
'
aggira
tutta
la
vita
teoretica
dell
'
uomo
.
Inesattamente
è
annoverata
come
terza
forma
teoretica
la
storicità
.
Questa
non
è
forma
,
ma
contenuto
:
come
forma
,
non
è
altro
che
intuizione
o
fatto
estetico
.
La
storia
non
ricerca
leggi
né
foggia
concetti
;
non
induce
né
deduce
;
è
diretta
ad
narrandum
,
non
ad
demonstrandum
;
non
costruisce
universali
e
astrazioni
,
ma
pone
intuizioni
.
Il
questo
qui
,
l
individuum
omnimode
determinatum
,
è
il
dominio
di
essa
,
com
è
il
dominio
dell
'
arte
.
La
storia
si
riduce
perciò
sotto
il
concetto
generale
dell
'
arte
.
Contro
questa
tesi
,
riuscendo
impossibile
escogitare
una
terza
forma
conoscitiva
,
si
sono
mosse
obiezioni
,
le
quali
menerebbero
ad
aggregare
la
storia
alla
conoscenza
intellettiva
o
scientifica
.
Obiezioni
animate
,
per
una
parte
,
dal
preconcetto
che
alla
storia
si
tolga
qualcosa
del
suo
valore
e
della
sua
dignità
col
negarle
carattere
di
scienza
(
naturale
)
;
e
,
per
l
'
altra
,
da
una
falsa
idea
dell
'
arte
,
concepita
non
come
forma
teoretica
essenziale
,
ma
come
un
divertimento
,
una
superfluità
,
una
frivolezza
.
Senza
riaprire
un
lungo
e
dibattuto
processo
,
che
per
nostro
conto
stimiamo
chiuso
,
accenneremo
qui
soltanto
a
un
sofisma
,
che
ha
avuto
fortuna
e
ancora
si
ripete
,
diretto
a
provare
l
indole
logica
e
scientifica
della
storia
.
Il
sofisma
consiste
nel
concedere
che
la
conoscenza
storica
abbia
per
oggetto
l
individuale
,
ma
non
la
rappresentazione
(
si
soggiunge
)
,
sì
bene
il
concetto
dell
individuale
;
donde
si
conclude
che
la
storia
sia
anch
'
essa
conoscenza
logica
o
scientifica
.
La
storia
,
insomma
,
elaborerebbe
il
concetto
di
un
personaggio
,
di
Carlo
Magno
o
di
Napoleone
,
di
un
'
epoca
,
del
Rinascimento
o
della
Riforma
,
di
un
avvenimento
,
della
Rivoluzione
francese
o
della
Unificazione
d
Italia
,
allo
stesso
modo
che
la
Geometria
elabora
i
concetti
delle
forme
spaziali
o
l
Estetica
quello
dell
'
espressione
.
Ma
di
tutto
ciò
non
e
è
nulla
:
la
storia
non
può
se
non
presentare
Napoleone
e
Carlo
Magno
,
il
Rinascimento
e
la
Riforma
,
la
Rivoluzione
Francese
e
l
Unificazione
italiana
,
fatti
individuali
,
nella
loro
fisionomia
individuale
,
cioè
proprio
nel
senso
in
cui
i
logici
dicono
che
dell
individuale
non
si
dà
concetto
ma
solo
rappresentazione
.
Il
cosiddetto
concetto
dell
individuale
è
sempre
concetto
universale
o
generale
;
ricco
di
note
,
ricchissimo
se
si
vuole
,
ma
,
per
ricco
che
sia
,
incapace
di
attingere
quell
individualità
che
la
conoscenza
storica
,
in
quanto
conoscenza
estetica
,
sola
attinge
.
Per
intendere
in
qual
modo
nell
àmbito
dell
'
arte
in
genere
la
conoscenza
storica
si
distingua
da
quella
artistica
in
senso
stretto
,
bisogna
ricordare
ciò
che
si
è
osservato
circa
il
carattere
ideale
dell
intuizione
o
prima
percezione
,
in
cui
tutto
è
reale
e
perciò
niente
è
reale
.
In
uno
stadio
ulteriore
,
lo
spirito
forma
i
concetti
d
'
esterno
e
d
interno
,
di
accaduto
e
di
desiderato
,
di
oggetto
e
di
soggetto
e
simili
,
ossia
distingue
l
intuizione
storica
dalla
non
storica
,
la
reale
dalla
irreale
,
la
fantastica
reale
dalla
fantastica
pura
.
Anche
i
fatti
interni
,
ciò
che
si
desidera
e
si
fantastica
,
i
castelli
in
aria
e
i
paesi
di
cuccagna
,
hanno
la
loro
realtà
;
anche
la
psiche
ha
la
sua
storia
.
Nella
biografia
di
un
individuo
entrano
come
fatti
reali
anche
le
sue
illusioni
.
Ma
la
storia
di
una
psiche
individuale
è
storia
,
perché
vi
opera
sempre
la
distinzione
tra
reale
e
irreale
,
anche
quando
il
reale
siano
le
illusioni
stesse
.
Senonché
,
nella
storia
,
codesti
concetti
distintivi
non
stanno
come
i
concetti
nella
scienza
,
ma
piuttosto
come
quelli
che
abbiamo
visto
sciogliersi
e
fondersi
nelle
intuizioni
estetiche
,
benché
,
nel
nuovo
caso
,
abbiano
un
rilievo
affatto
proprio
.
La
storia
non
costruisce
i
concetti
del
reale
e
dell
irreale
,
ma
li
adopera
;
la
storia
,
insomma
,
non
è
la
teoria
della
storia
.
Per
riconoscere
se
un
fatto
della
nostra
vita
fu
reale
o
immaginario
,
non
soccorre
la
mera
analisi
concettuale
:
bisogna
riprodurre
innanzi
alla
niente
nel
riodo
più
completo
le
intuizioni
,
quali
erano
nel
momento
in
cui
si
produssero
.
La
storicità
si
distingue
in
concreto
dalla
pura
fantasia
come
un
intuizione
qualsiasi
da
un
'
altra
intuizione
qualsiasi
:
nella
memoria
.
Dove
questa
non
giunge
,
dove
le
sfumature
delle
intuizioni
reali
e
delle
irreali
sono
così
lievi
e
sfuggenti
che
le
une
si
confondono
con
le
altre
,
o
bisogna
rinunziare
,
almeno
provvisoriamente
,
a
sapere
ciò
che
in
realtà
accadde
(
rinunzia
che
facciamo
spesso
)
,
o
conviene
ricorrere
alla
congettura
,
alla
verisimiglianza
,
alla
probabilità
.
Il
principio
di
verisimiglianza
e
di
probabilità
domina
,
infatti
,
tutta
la
critica
storica
.
L
'
esame
delle
fonti
e
delle
autorità
è
diretto
a
stabilire
le
testimonianze
più
credibili
.
E
quali
sono
le
testimonianze
più
credibili
se
non
quelle
appunto
dei
migliori
osservatori
,
ossia
dei
migliori
ricordatori
,
e
che
(
ciò
s
intende
)
non
abbiano
avuto
animo
e
interesse
a
falsificare
la
verità
delle
cose
?
Onde
accade
che
lo
scettico
intellettualista
ha
buon
gioco
quando
si
fa
a
negare
la
certezza
di
qualunque
storia
;
ché
la
certezza
della
storia
è
diversa
da
quella
della
scienza
.
È
la
certezza
del
ricordo
e
dell
'
autorità
,
non
dell
'
analisi
e
della
dimostrazione
.
Chi
parla
d
induzione
,
di
dimostrazione
storica
e
simili
,
fa
uso
metaforico
di
queste
parole
,
le
quali
nella
storia
assumono
senso
affatto
diverso
da
quello
che
hanno
nelle
scienze
.
La
convinzione
dello
storico
è
la
convinzione
indimostrabile
del
giurato
,
che
ha
ascoltato
i
testimoni
,
seguito
attentamente
il
processo
,
e
pregato
il
cielo
d
ispirarlo
.
Sbaglia
,
senza
dubbio
,
alle
volte
;
ma
gli
sbagli
rappresentano
una
trascurabile
minoranza
di
fronte
ai
casi
in
cui
si
coglie
il
vero
.
E
perciò
il
buon
senso
ha
ragione
contro
gl
intellettualisti
nel
credere
alla
storia
,
la
quale
non
è
già
favola
convenuta
,
ma
ciò
che
l
individuo
e
l
'
umanità
ricordano
del
loro
passato
.
Ricordo
dove
oscuro
,
dove
chiarissimo
;
ricordo
che
con
industri
sforzi
si
procura
di
allargare
e
rendere
esatto
il
meglio
possibile
;
ma
tale
che
non
se
ne
può
far
di
meno
e
che
,
preso
nel
tutt
insieme
,
è
ricco
di
verità
.
Solo
per
gusto
di
paradossi
si
potrà
dubitare
che
sia
mai
esistita
una
Grecia
e
una
Roma
,
un
Alessandro
e
un
Cesare
,
un
Europa
feudale
e
una
serie
di
rivoluzioni
che
l
'
abbatterono
;
che
il
l
°
novembre
l5l7
si
videro
affisse
le
tesi
di
Lutero
alla
porta
della
chiesa
di
Vittemberga
,
o
che
il
l4
luglio
l789
fu
presa
dal
popolo
di
Parigi
la
Bastiglia
.
Che
ragione
rendi
tu
di
tutto
questo
?
,
domanda
ironicamente
il
sofista
.
L
'
umanità
risponde
:
Io
ricordo
.
Il
mondo
dell
'
accaduto
,
del
concreto
,
dello
storico
,
è
ciò
che
si
chiama
il
mondo
della
realtà
e
della
natura
,
comprendente
così
la
realtà
che
si
dice
fisica
come
quella
che
si
dice
spirituale
ed
umana
.
Tutto
questo
mondo
è
intuizione
;
intuizione
storica
,
se
lo
presenta
qual
esso
è
realisticamente
;
intuizione
fantastica
o
artistica
in
senso
stretto
,
se
lo
presenta
sotto
l
'
aspetto
del
possibile
,
ossia
dell
immaginabile
.
La
scienza
,
la
vera
scienza
,
che
non
è
intuizione
ma
concetto
,
non
individualità
ma
universalità
,
non
può
essere
se
non
scienza
dello
spirito
,
ossia
di
ciò
che
la
realtà
ha
di
universale
:
Filosofia
.
Se
,
fuori
di
questa
,
si
parla
di
scienze
naturali
,
bisogna
notare
che
codeste
sono
scienze
improprie
,
cioè
complessi
di
conoscenze
,
arbitrariamente
astratte
e
fissate
.
Le
cosiddette
scienze
naturali
,
infatti
,
riconoscono
esse
medesime
di
essere
sempre
circondate
da
limiti
:
limiti
i
quali
non
sono
poi
altro
che
dati
storici
e
intuitivi
.
Esse
calcolano
,
misurano
,
pongono
eguaglianze
,
stabiliscono
regolarità
,
foggiano
classi
e
tipi
,
formolano
leggi
,
mostrano
a
loro
modo
come
un
fatto
nasca
da
altri
fatti
;
ma
tutti
i
loro
progressi
urtano
sempre
in
fatti
che
sono
appresi
intuitivamente
e
storicamente
.
Perfino
la
geometria
afferma
ora
di
riposare
tutta
su
ipotesi
,
non
essendo
lo
spazio
tridimensionale
o
euclideo
se
non
uno
degli
spazi
possibili
,
che
si
studia
di
preferenza
perché
riesce
più
comodo
.
Ciò
che
di
vero
è
nelle
scienze
naturali
,
è
o
filosofia
o
fatto
storico
;
ciò
che
vi
è
di
propriamente
naturalistico
,
è
astrazione
e
arbitrio
.
Allorché
le
discipline
naturali
vogliono
costituirsi
in
scienze
perfette
,
debbono
saltare
fuori
dalla
loro
cerchia
e
passare
alla
filosofia
:
il
che
fanno
quando
pongono
i
concetti
,
tutt
'
altro
che
naturalistici
,
di
atomo
inesteso
,
di
etere
o
vibrante
,
di
forza
vitale
,
di
spazio
non
intuibile
,
e
simili
:
veri
e
propri
conati
filosofici
,
quando
non
siano
parole
vuote
di
senso
.
I
concetti
naturalistici
sono
,
senza
dubbio
,
molto
utili
;
ma
non
si
può
da
essi
cavare
quel
sistema
,
ch
è
solo
dello
spirito
.
Questi
dati
storici
e
intuitivi
,
ineliminabili
dalle
discipline
naturali
,
spiegano
,
inoltre
,
non
solo
come
,
col
progresso
del
sapere
,
discenda
via
via
al
grado
di
credenze
mitologiche
e
illusioni
fantastiche
ciò
che
un
tempo
era
considerato
verità
,
ma
anche
come
tra
i
naturalisti
si
trovino
di
quelli
che
chiamano
fatti
mitici
,
espedienti
verbali
,
convenzioni
tutto
ciò
che
nelle
loro
discipline
è
come
il
fondamento
di
ogni
ragionamento
.
E
i
naturalisti
e
matematici
che
,
impreparati
,
si
affacciano
allo
studio
delle
energie
dello
spirito
,
facilmente
vi
trasportano
siffatte
abitudini
mentali
,
e
parlano
,
in
filosofia
,
di
convenzioni
che
sono
così
o
così
,
come
l
'
uom
se
l
'
arreca
:
convenzioni
la
verità
e
la
moralità
,
convenzione
suprema
lo
Spirito
stesso
!
Eppure
,
perché
si
abbiano
convenzioni
,
è
necessario
che
esista
qualcosa
su
cui
non
si
conviene
,
ma
che
sia
l
'
agente
stesso
della
convenzione
:
l
'
attività
spirituale
dell
'
uomo
.
La
limitatezza
delle
scienze
naturali
postula
l
illimitatezza
della
filosofia
.
Resta
fermo
per
queste
spiegazioni
che
due
sono
le
forme
pure
o
fondamentali
della
conoscenza
:
l
intuizione
e
il
concetto
;
l
'
Arte
,
e
la
Scienza
o
Filosofia
;
risolvendo
in
esse
la
Storia
,
la
quale
è
come
la
risultante
della
intuizione
messa
a
contatto
col
concetto
,
cioè
dell
'
arte
che
,
nel
ricevere
in
sé
le
distinzioni
filosofiche
,
resta
tuttavia
concretezza
e
individualità
.
Tutte
le
altre
(
scienze
naturali
e
matematiche
)
sono
forme
impure
:
miste
di
elementi
estranei
e
d
'
origine
pratica
.
L
intuizione
ci
dà
il
mondo
,
il
fenomeno
;
il
concetto
ci
dà
il
noumeno
,
lo
Spirito
.
IV
.
ISTORISMO
E
INTELLETTUALISMO
NELL
ESTETICA
.
Questi
rapporti
nettamente
stabiliti
tra
la
conoscenza
intuitiva
o
estetica
e
le
altre
forme
fondamentali
o
derivate
di
conoscenza
ci
mettono
in
grado
di
scorgere
dove
sia
l
'
errore
di
una
serie
di
teorie
che
si
sono
presentate
o
si
sogliono
presentare
come
teorie
di
Estetica
.
Dalla
confutazione
tra
le
esigenze
dell
'
arte
in
genere
e
quelle
particolari
della
storia
è
nata
la
teoria
(
che
ora
ha
perduto
terreno
,
ma
ch
è
stata
dominante
nel
passato
)
del
verisimile
come
oggetto
dell
'
arte
.
Senza
dubbio
,
come
accade
di
solito
nell
'
uso
di
proposizioni
erronee
,
l
intenzione
che
portava
a
parlare
di
verisimile
era
spesse
volte
molto
più
sana
che
non
appaia
dalla
definizione
che
si
dava
della
parola
.
Per
verisimiglianza
si
voleva
intendere
,
in
fondo
,
la
coerenza
artistica
della
rappresentazione
,
cioè
la
pienezza
e
l
'
efficacia
,
l
'
effettiva
presenza
di
questa
.
Chi
si
faccia
a
tradurre
verisimile
con
coerente
troverà
spesso
un
senso
assai
giusto
nelle
discussioni
,
negli
esempi
e
nei
giudizi
dei
critici
presso
i
quali
quella
parola
ricorre
.
Un
personaggio
inverisimile
,
un
finale
inverisimile
di
commedia
sono
,
in
realtà
,
personaggi
mal
disegnati
,
finali
appiccicati
,
fatti
artisticamente
immotivati
:
anche
le
fate
e
i
folletti
(
si
è
detto
con
ragione
)
debbono
avere
verisimiglianza
,
cioè
essere
fate
e
folletti
per
davvero
,
intuizioni
artistiche
coerenti
.
Invece
di
verisimile
è
stato
usato
talora
il
vocabolo
possibile
,
il
quale
,
come
abbiamo
notato
di
passaggio
,
è
sinonimo
di
intuibile
o
immaginabile
:
tutto
ciò
che
s
immagina
davvero
,
ossia
coerentemente
,
è
possibile
.
Ma
altra
volta
,
e
da
non
pochi
critici
e
trattatisti
,
per
verisimile
si
è
inteso
il
carattere
di
credibilità
storica
,
cioè
quella
verità
storica
che
non
è
dimostrabile
ma
congetturabile
,
non
vera
ma
verisimile
;
e
si
è
voluto
imporre
il
medesimo
carattere
all
'
arte
.
Chi
non
ricorda
nella
storia
della
letteratura
la
gran
parte
che
hanno
avuto
le
censure
del
verisimile
,
per
esempio
della
Gerusalemme
,
condotte
in
base
alla
storia
delle
Crociate
,
o
dei
poemi
omerici
,
in
base
al
costume
verisimile
degl
imperatori
e
dei
re
?
Altra
volta
ancora
si
è
richiesta
dall
'
arte
la
riproduzione
della
realtà
naturale
ossia
storicamente
esistente
;
ed
è
questo
un
altro
dei
significati
erronei
che
assume
la
dottrina
dell
'
imitazione
della
natura
.
Il
verismo
e
il
naturalismo
hanno
dato
poi
l
'
esempio
di
una
confusione
del
fatto
estetico
perfino
coi
procedimenti
delle
scienze
naturali
,
col
vagheggiare
non
sappiamo
quale
dramma
o
romanzo
che
sarebbe
dovuto
essere
,
non
solo
di
osservazione
,
ma
,
nientemeno
,
sperimentale
.
Molto
più
frequenti
le
confusioni
tra
il
procedere
dell
'
arte
e
quello
delle
scienze
filosofiche
.
Così
si
è
considerato
come
proprio
dell
'
arte
esporre
concetti
,
unire
un
intelligibile
a
un
sensibile
,
rappresentare
le
idee
o
gli
universali
;
e
si
è
scambiata
per
tal
modo
l
'
arte
con
la
scienza
,
ossia
l
'
attività
artistica
in
genere
col
caso
particolare
in
cui
diventa
estetico
-
logica
.
Al
medesimo
errore
si
riduce
la
teoria
dell
'
arte
come
propugnatrice
di
tesi
,
consistente
cioè
in
una
rappresentazione
individuale
che
esemplifichi
leggi
scientifiche
.
L
'
esempio
,
in
quanto
è
esempio
,
sta
per
la
cosa
esemplificata
;
ed
appartiene
dunque
ai
modi
di
trattazione
scientifica
,
siano
pure
di
carattere
popolare
o
divulgativo
.
Si
dica
lo
stesso
della
teoria
estetica
del
tipico
,
quando
per
tipo
s
intende
appunto
,
come
si
suole
,
l
'
astrazione
o
il
concetto
,
e
si
afferma
che
l
'
arte
deve
far
risplendere
nell
individuo
la
specie
.
Che
se
poi
per
tipico
s
intende
l
individuale
,
anche
qui
si
fa
una
semplice
variazione
di
parole
.
Tipeggiare
importerà
,
in
questo
caso
,
caratterizzare
,
ossia
determinare
e
rappresentare
l
individuale
.
Don
Chisciotte
è
un
tipo
;
ma
di
che
è
tipo
se
non
di
tutti
i
Don
Chisciotte
?
tipo
,
per
così
dire
,
di
sé
medesimo
?
Di
concetti
astratti
,
come
della
perdita
del
senso
del
reale
,
o
dell
'
amore
della
gloria
,
no
,
di
certo
:
sotto
cotesti
concetti
si
possono
pensare
infiniti
personaggi
,
che
non
sono
Don
Chisciotte
.
In
altri
termini
,
nell
'
espressione
di
un
poeta
(
per
esempio
,
in
un
personaggio
poetico
)
noi
troviamo
le
nostre
medesime
impressioni
pienamente
determinate
e
inverate
;
e
diciamo
tipica
quell
'
espressione
,
che
potremmo
dire
semplicemente
estetica
.
Così
anche
si
è
parlato
di
universali
poetici
o
artistici
:
con
le
quali
parole
talvolta
si
ripeteva
la
richiesta
del
tipico
in
arte
,
ma
tal
'
altra
s
intendeva
dare
risalto
al
carattere
spirituale
e
ideale
dell
'
opera
artistica
,
che
gli
imitazionisti
,
realisti
e
veristi
ignoravano
o
negavano
.
Continuando
a
correggere
questi
errori
o
a
schiarire
gli
equivoci
,
noteremo
che
altresì
è
stato
considerato
essenza
dell
'
arte
il
simbolo
.
Ma
se
il
simbolo
è
concepito
come
inseparabile
dall
intuizione
artistica
,
è
sinonimo
dell
intuizione
stessa
,
che
ha
sempre
carattere
ideale
;
non
v
è
nell
'
arte
un
doppio
fondo
,
ma
un
fondo
solo
,
e
tutto
in
essa
è
simbolico
perché
tutto
è
ideale
.
Che
se
poi
il
simbolo
è
concepito
separabile
,
se
da
un
lato
si
può
esprimere
il
simbolo
e
dall
'
altro
la
cosa
simboleggiata
,
si
ricade
nell
'
errore
intellettualistico
:
quel
preteso
simbolo
è
l
'
esposizione
di
un
concetto
astratto
,
è
un
'
allegoria
,
è
scienza
,
o
arte
che
scimmiotta
la
scienza
.
Ma
bisogna
essere
giusti
anche
verso
l
'
allegorico
e
notare
che
in
certi
casi
esso
riesce
cosa
affatto
innocua
.
Posta
la
Gerusalemme
liberata
,
se
n
è
poi
escogitata
l
'
allegoria
;
posto
l
'
Adone
del
Marino
,
il
poeta
della
lascivia
insinuò
poi
ch
'
esso
fosse
vòlto
a
mostrare
come
smoderato
piacer
termina
in
doglia
;
posta
una
statua
di
bella
donna
,
lo
scultore
può
appiccarvi
un
cartello
per
dire
che
la
sua
statua
rappresenta
la
Clemenza
o
la
Bontà
.
Quest
'
allegoria
,
che
giunge
post
festum
,
a
opera
compiuta
,
non
altera
l
'
opera
d
'
arte
.
E
che
cosa
è
allora
?
un
'
espressione
aggiunta
estrinsecamente
a
un
'
altra
espressione
.
Al
poema
della
Gerusalemme
si
aggiunge
una
paginetta
di
prosa
,
che
esprime
un
altro
pensiero
del
poeta
;
all
'
Adone
,
un
verso
o
una
strofe
,
che
esprime
ciò
che
il
poeta
vorrebbe
dare
a
intendere
a
una
parte
del
suo
pubblico
;
alla
statua
,
nient
'
altro
che
una
parola
:
clemenza
o
bontà
.
Ma
il
trionfo
più
cospicuo
dell
'
errore
intellettualistico
è
nella
dottrina
dei
generi
artistici
e
letterari
,
che
ancora
corre
nei
trattati
e
perturba
i
critici
e
gli
storici
dell
'
arte
.
Vediamone
la
genesi
.
Lo
spirito
umano
può
passare
dall
'
estetico
al
logico
,
appunto
perché
quello
è
un
primo
grado
rispetto
a
questo
;
distruggere
le
espressioni
,
ossia
il
pensamento
dell
individuale
,
col
pensamento
dell
'
universale
;
sciogliere
i
fatti
espressivi
in
rapporti
logici
.
Che
questa
operazione
si
concreti
a
sua
volta
in
un
'
espressione
,
abbiamo
già
mostrato
;
ma
ciò
non
vuol
dire
che
le
prime
espressioni
non
siano
state
distrutte
:
esse
hanno
ceduto
il
luogo
alle
nuove
espressioni
estetico
-
logiche
.
Quando
si
è
sul
secondo
gradino
,
il
primo
è
abbandonato
.
Chi
entri
in
una
galleria
di
quadri
,
o
chi
prenda
a
leggere
una
serie
di
poemi
,
può
,
dopo
aver
guardato
e
letto
,
procedere
oltre
a
indagare
la
natura
e
le
relazioni
delle
cose
in
essi
espresse
.
Così
quei
quadri
e
quei
componimenti
,
di
cui
ciascuno
è
un
individuo
logicamente
ineffabile
,
gli
si
vanno
risolvendo
in
universali
ed
astrazioni
,
come
costumi
,
paesaggi
,
ritratti
,
vita
domestica
,
battaglie
,
animali
,
fiori
,
frutti
,
marine
,
campagne
,
laghi
,
deserti
,
fatti
tragici
,
comici
,
pietosi
,
crudeli
,
lirici
,
epici
,
drammatici
,
cavallereschi
,
idillici
,
e
simili
;
spesso
anche
in
categorie
meramente
quantitative
,
come
quadretto
,
quadro
,
statuina
,
gruppo
,
madrigale
,
canzone
,
sonetto
,
collana
di
sonetti
,
poesia
,
poema
,
novella
,
romanzo
,
e
simili
.
Quando
noi
pensiamo
il
concetto
vita
domestica
,
o
cavalleria
,
o
idillio
,
o
crudeltà
,
o
uno
qualsiasi
dei
ricordati
concetti
quantitativi
,
il
fatto
espressivo
individuale
,
dal
quale
si
erano
prese
le
mosse
,
è
stato
abbandonato
.
Da
uomini
estetici
ci
siamo
mutati
in
uomini
logici
;
da
contemplatori
di
espressioni
,
in
raziocinatori
.
E
a
tal
procedere
,
di
certo
,
non
e
è
nulla
da
obiettare
.
Come
altrimenti
nascerebbe
la
scienza
,
la
quale
,
se
ha
per
presupposto
le
espressioni
estetiche
,
ha
per
proprio
fine
l
'
andar
oltre
di
quelle
?
La
forma
logica
o
scientifica
,
in
quanto
tale
,
esclude
la
forma
estetica
.
Chi
si
fa
a
pensare
scientificamente
,
ha
già
cessato
di
contemplare
esteticamente
;
benché
il
suo
pensamento
prenda
di
necessità
a
sua
volta
(
come
si
è
detto
e
sarebbe
superfluo
ripetere
)
forma
estetica
.
L
'
errore
comincia
quando
dal
concetto
si
vuol
dedurre
l
'
espressione
e
nel
fatto
sostituente
ritrovare
le
leggi
del
fatto
sostituito
;
quando
non
si
vede
il
distacco
tra
il
secondo
gradino
e
il
primo
,
e
di
conseguenza
,
stando
sul
secondo
,
si
asserisce
di
stare
sul
primo
.
Questo
errore
prende
il
nome
di
teoria
dei
generi
artistici
e
letterari
.
Qual
è
la
forma
estetica
della
vita
domestica
,
della
cavalleria
,
dell
idillio
,
della
crudeltà
,
e
così
via
?
come
debbono
essere
rappresentati
questi
contenuti
?
Tale
,
denudato
e
ridotto
alla
più
semplice
formola
,
è
il
problema
assurdo
,
che
la
dottrina
dei
generi
artistici
e
letterari
si
propone
,
e
in
ciò
consiste
qualsiasi
richiesta
di
leggi
o
regole
di
generi
.
Vita
domestica
,
cavalleria
,
idillio
,
crudeltà
e
simili
non
sono
impressioni
,
ma
concetti
;
non
contenuti
,
ma
forme
logico
-
estetiche
.
La
forma
non
si
può
esprimere
,
perché
è
già
essa
stessa
espressione
.
O
che
cosa
sono
le
parole
crudeltà
,
idillio
,
cavalleria
,
vita
domestica
e
via
enumerando
,
se
non
le
espressioni
di
quei
concetti
?
Anche
le
più
raffinate
di
tali
distinzioni
,
anche
quelle
che
hanno
aspetto
più
filosofico
,
non
reggono
alla
critica
;
come
quando
si
distinguono
le
opere
d
'
arte
in
genere
soggettivo
e
genere
oggettivo
,
in
lirica
ed
epica
,
in
opere
di
sentimento
e
opere
di
figurazione
;
essendo
impossibile
staccare
,
in
analisi
estetica
,
il
lato
soggettivo
dall
'
oggettivo
,
il
lirico
dall
'
epico
,
l
immagine
del
sentimento
da
quella
delle
cose
.
Dalla
dottrina
dei
generi
artistici
e
letterari
derivano
quelle
fogge
erronee
di
giudizio
e
di
critica
,
mercé
le
quali
innanzi
a
un
'
opera
d
'
arte
,
invece
di
determinare
se
sia
espressiva
e
che
cosa
esprima
,
se
parli
o
balbetti
o
taccia
addirittura
,
si
domanda
:
È
essa
conforme
alle
leggi
del
poema
epico
o
a
quelle
della
tragedia
?
alle
leggi
della
pittura
storica
o
a
quelle
del
paesaggio
?
Gli
artisti
,
per
altro
,
quantunque
a
parole
o
con
finte
ubbidienze
abbiano
mostrato
di
accettarle
,
in
realtà
hanno
fatto
sempre
le
fiche
a
coteste
leggi
dei
generi
.
Ogni
vera
opera
d
'
arte
ha
violato
un
genere
stabilito
,
venendo
così
a
scompigliare
le
idee
dei
critici
,
i
quali
sono
stati
costretti
ad
allargare
il
genere
,
senza
poter
impedire
per
altro
che
anche
il
genere
così
allargato
non
sembri
poi
troppo
stretto
a
causa
del
sorgere
di
nuove
opere
d
'
arte
,
seguite
,
com
è
naturale
,
da
nuovi
scandali
,
nuovi
scompigli
,
e
nuovi
allargamenti
.
Dalla
medesima
teoria
vengono
i
pregiudizi
poi
quali
un
tempo
(
ma
è
veramente
un
passato
?
)
si
lamentava
che
l
Italia
non
avesse
la
tragedia
(
finché
non
sorse
chi
le
dette
quel
serto
,
che
unico
mancava
al
crine
glorioso
di
lei
)
,
né
la
Francia
il
poema
epico
(
fino
alla
Henriade
,
che
acquetò
le
bramose
canne
dei
critici
)
.
E
connessi
con
tali
pregiudizi
sono
gli
elogi
agl
inventori
dei
nuovi
generi
;
tanto
che
parve
gran
cosa
che
si
fosse
inventato
nel
seicento
il
poema
eroicomico
,
e
si
contese
sull
'
onore
dell
invenzione
,
quasi
si
trattasse
della
scoperta
dell
'
America
,
quantunque
le
opere
decorate
con
quel
nome
(
la
Secchia
rapita
,
lo
Scherno
degli
Dei
)
fossero
opere
nate
morte
,
perché
i
loro
autori
(
piccolo
inconveniente
)
non
avevano
nulla
di
proprio
e
di
nuovo
da
dire
.
I
mediocri
si
stillavano
il
cervello
a
inventare
artificialmente
nuovi
generi
:
all
'
egloga
pastorale
fu
aggiunta
l
'
egloga
piscatoria
e
poi
,
perfino
,
l
'
egloga
militare
:
l
'
Aminta
fu
bagnato
e
divenne
l
'
Alceo
,
dramma
marinaresco
.
Affascinati
,
infine
,
da
questa
idea
dei
generi
,
si
sono
visti
storici
della
letteratura
e
dell
'
arte
pretendere
di
fare
la
storia
non
delle
singole
ed
effettive
opere
letterarie
e
artistiche
,
ma
di
quelle
vuote
fantasime
che
sono
i
loro
generi
,
e
ritrarre
,
invece
dell
'
evoluzione
dello
spirito
artistico
,
l
'
evoluzione
dei
generi
.
La
condanna
filosofica
dei
generi
artistici
e
letterari
è
la
dimostrazione
e
formolazione
rigorosa
di
ciò
che
l
'
attività
artistica
ha
sempre
operato
e
il
buon
gusto
sempre
riconosciuto
.
Che
cosa
farci
se
il
buon
gusto
e
il
fatto
reale
,
messi
in
formole
,
assumono
,
a
volte
,
l
'
aspetto
di
paradossi
?
Chi
poi
discorre
di
tragedie
,
commedie
,
drammi
,
romanzi
,
quadri
di
genere
,
quadri
di
battaglie
,
paesaggi
,
marine
,
poemi
,
poemetti
,
liriche
e
così
via
,
tanto
per
farsi
intendere
accennando
alla
buona
e
approssimativamente
ad
alcuni
gruppi
di
opere
sui
quali
vuole
,
per
una
ragione
o
per
un
'
altra
,
richiamare
l
'
attenzione
,
certo
non
dice
nulla
di
scientificamente
erroneo
,
perché
egli
adopera
vocaboli
e
frasi
,
non
stabilisce
definizioni
e
leggi
.
L
'
errore
si
ha
solamente
quando
al
vocabolo
si
dia
peso
di
distinzione
scientifica
;
quando
,
insomma
,
si
vada
ingenuamente
a
cadere
nei
tranelli
che
quella
fraseologia
suole
tendere
.
Ci
si
conceda
un
paragone
.
In
una
biblioteca
occorre
pure
ordinare
in
qualche
modo
i
volumi
;
il
che
si
faceva
in
passato
,
per
lo
più
,
mediante
una
grossolana
classificazione
per
materie
(
in
cui
non
mancavano
le
categorie
delle
miscellanee
e
degli
extravaganti
)
,
e
ora
,
di
solito
,
per
serie
di
editori
o
per
formati
.
Chi
potrebbe
negare
l
'
utilità
e
la
necessità
di
cotesti
aggruppamenti
?
Ma
che
cosa
si
direbbe
se
alcuno
si
mettesse
a
indagare
sul
serio
le
leggi
letterarie
delle
miscellanee
o
degli
extravaganti
,
della
collezione
aldina
o
della
bodoniana
,
del
pluteo
A
o
del
pluteo
B
,
cioè
di
quegli
aggruppamenti
affatto
arbitrari
e
rispondenti
a
un
semplice
bisogno
pratico
di
comodo
?
Eppure
,
chi
si
desse
a
questa
impresa
risibile
,
farebbe
né
più
né
meno
di
quel
che
fanno
con
ogni
serietà
gl
indagatori
delle
leggi
estetiche
,
che
dovrebbero
governare
,
a
detta
loro
,
i
generi
artistici
e
letterari
.
V
.
ERRORI
ANALOGHI
NELLA
ISTORICA
E
NELLA
LOGICA
.
Per
meglio
ribadire
le
critiche
ora
svolte
,
sarà
opportuno
gettare
un
rapido
sguardo
sugli
errori
inversi
e
analoghi
,
nascenti
dall
ignoranza
circa
l
indole
propria
dell
'
arte
e
circa
la
situazione
di
essa
rispetto
alla
storia
e
alla
scienza
;
i
quali
errori
hanno
danneggiato
così
la
teoria
della
storia
come
quella
della
scienza
,
così
la
Istorica
(
o
Storiologia
)
come
la
Logica
.
L
intellettualismo
storico
ha
aperto
la
strada
alle
tante
ricerche
che
si
sono
fatte
,
specie
da
due
secoli
in
qua
,
e
che
si
vanno
ritentando
tuttogiorno
di
una
filosofia
della
storia
,
di
una
storia
ideale
,
di
una
sociologia
,
di
una
psicologia
storica
,
o
come
altro
variamente
si
atteggi
e
intitoli
una
scienza
che
si
prefigga
di
estrarre
leggi
e
concetti
universali
dalla
storia
.
Di
quale
sorta
debbono
essere
queste
leggi
e
questi
universali
?
Leggi
storiche
e
concetti
storici
?
In
tal
caso
,
basta
un
'
elementare
critica
della
conoscenza
a
mostrare
l
'
assurdo
della
richiesta
.
Una
legge
storica
,
un
concetto
storico
(
quando
tali
parole
non
siano
semplici
metafore
e
usi
linguistici
)
sono
vere
contradizioni
in
termini
:
l
'
aggettivo
ripugna
al
sostantivo
non
meno
che
nelle
espressioni
quantità
qualitativa
o
monismo
pluralistico
.
La
storia
importa
concretezza
e
individualità
;
la
legge
e
il
concetto
,
astrattezza
e
universalità
.
Che
se
poi
si
abbandoni
la
pretesa
di
cavare
dalla
storia
leggi
e
concetti
storici
e
si
voglia
invece
restringere
la
richiesta
a
leggi
e
concetti
senz
'
alcun
aggettivo
,
non
si
dice
,
di
certo
,
cosa
vuota
,
ma
la
scienza
che
si
otterrà
sarà
,
non
una
filosofia
della
storia
,
sì
bene
,
secondo
i
casi
,
o
la
filosofia
nella
sua
unità
e
nelle
sue
varie
specificazioni
(
Etica
,
Logica
,
ecc
.
)
,
o
la
scienza
empirica
nelle
sue
infinite
divisioni
e
suddivisioni
.
Infatti
,
o
si
ricercano
quei
concetti
filosofici
,
che
,
come
si
è
accennato
,
sono
nel
fondo
di
ogni
costruzione
storica
e
differenziano
la
percezione
dall
intuizione
,
l
intuizione
storica
dall
intuizione
pura
,
la
storia
dall
'
arte
;
o
si
raccolgono
le
intuizioni
storiche
formate
e
si
riducono
a
tipi
e
classi
,
ch
è
per
l
'
appunto
il
metodo
delle
scienze
naturali
.
Dell
involucro
fallace
,
della
veste
disadatta
di
una
Filosofia
della
storia
si
sono
coperti
talvolta
grandi
pensatori
,
i
quali
,
nonostante
quell
'
involucro
,
hanno
ritrovato
verità
filosofiche
di
somma
importanza
;
sicché
,
caduto
poi
l
'
involucro
,
la
verità
è
restata
.
E
il
carico
da
farsi
ai
sociologi
moderni
non
è
tanto
dell
illusione
in
cui
si
avvolgono
asserendo
un
'
impossibile
scienza
filosofica
della
sociologia
,
quanto
dell
infecondità
che
accompagna
quasi
costantemente
questa
loro
illusione
.
Poco
male
che
l
Estetica
venga
chiamata
Estetica
sociologica
,
o
la
Logica
,
Logica
sociologica
.
Il
male
grave
è
che
quell
Estetica
è
un
vecchiume
sensualistico
,
e
che
quella
Logica
è
verbale
e
incoerente
.
Ma
due
effetti
buoni
si
sono
avuti
,
rispetto
alla
storia
,
dal
movimento
filosofico
a
cui
abbiamo
accennato
.
Si
è
acuito
,
anzitutto
,
il
bisogno
di
costruire
una
teoria
della
storiografia
,
ossia
d
'
intendere
la
natura
e
i
limiti
della
storia
:
teoria
che
,
in
conformità
dell
'
analisi
fatta
di
sopra
,
non
può
trovare
soddisfacimento
se
non
in
una
scienza
generale
della
intuizione
,
in
un
Estetica
,
dalla
quale
si
stacchi
,
per
l
interposta
funzione
degli
universali
,
quasi
capitolo
speciale
,
l
Istorica
.
Inoltre
,
sotto
l
involucro
falso
e
presuntuoso
di
una
Filosofia
della
storia
,
si
sono
affermate
spesso
verità
particolari
intorno
a
particolari
avvenimenti
storici
,
e
formolati
canoni
e
ammonimenti
,
empirici
senza
dubbio
,
ma
non
inutili
ai
ricercatori
e
ai
critici
.
Questa
utilità
non
pare
possa
negarsi
neppure
alla
più
recente
delle
filosofie
della
storia
,
al
cosiddetto
materialismo
storico
,
il
quale
ha
gettato
luce
assai
viva
su
molti
aspetti
della
vita
sociale
prima
poco
osservati
o
malamente
compresi
.
Un
'
invasione
della
storicità
nella
scienza
o
filosofia
è
il
principio
di
autorità
,
l
'
ipse
dixit
,
che
ha
infierito
nelle
scuole
,
e
che
sostituisce
alla
introspezione
e
analisi
filosofica
quella
testimonianza
,
quel
documento
,
quell
'
affermazione
autorevole
,
di
cui
certo
non
può
fare
di
meno
la
storia
.
Ma
i
più
gravi
turbamenti
ed
errori
cagionati
dal
confuso
concetto
del
fatto
estetico
li
ha
sofferti
la
scienza
del
pensiero
e
della
conoscenza
intellettiva
,
la
Logica
.
E
come
poteva
accadere
altrimenti
,
se
l
'
attività
logica
viene
dopo
quella
estetica
e
l
implica
in
sé
?
Un
Estetica
inesatta
doveva
tirarsi
dietro
di
necessità
una
Logica
inesatta
.
Chi
apra
i
trattati
di
Logica
,
dall
'
Organo
aristotelico
fino
ai
moderni
,
deve
convenire
che
in
essi
tutti
si
trova
un
guazzabuglio
di
fatti
verbali
e
di
fatti
di
pensiero
,
di
forme
grammaticali
e
di
forme
concettuali
,
di
Estetica
e
di
Logica
.
Non
che
siano
mancati
tentativi
per
trarsi
fuori
dall
'
espressione
verbale
e
cogliere
il
pensiero
nella
sua
genuina
natura
.
La
stessa
Logica
aristotelica
non
diventò
mera
sillogistica
e
verbalismo
senza
qualche
titubanza
e
oscillazione
;
nel
medio
evo
,
le
dispute
dei
nominalisti
,
realisti
e
concettualisti
toccarono
di
frequente
il
problema
propriamente
logico
;
le
scienze
naturali
moderne
col
Galilei
e
col
Bacone
misero
in
onore
l
induzione
;
il
Vico
combatté
contro
la
logica
formalistica
e
matematica
in
favore
dei
metodi
inventivi
;
il
Kant
richiamò
l
'
attenzione
sulla
sintesi
a
priori
;
l
'
idealismo
assoluto
svalutò
la
Logica
aristotelica
;
gli
herbartiani
,
ligi
a
questa
,
dettero
,
per
altro
,
rilievo
a
quei
giudizi
che
dissero
narrativi
e
che
hanno
carattere
del
tutto
diverso
dagli
altri
giudizi
logici
;
i
linguisti
,
infine
,
batterono
sull
irrazionalità
della
parola
rispetto
al
concetto
.
Ma
un
movimento
di
riforma
consapevole
,
sicuro
,
radicale
,
non
può
trovare
base
e
punto
di
partenza
se
non
nella
scienza
estetica
.
In
una
Logica
,
convenientemente
riformata
su
tale
base
,
converrà
anzitutto
stabilire
questa
verità
e
trarne
tutte
le
conseguenze
:
il
fatto
logico
,
il
solo
fatto
logico
,
è
il
concetto
,
l
'
universale
,
lo
spirito
che
forma
,
e
in
quanto
forma
,
l
'
universale
.
E
se
per
induzione
s
intende
,
come
si
è
intesa
talvolta
,
la
formazione
degli
universali
,
e
per
deduzione
lo
svolgimento
verbale
di
essi
,
è
chiaro
che
la
Logica
vera
non
può
essere
se
non
Logica
induttiva
.
Ma
,
poiché
più
frequentemente
con
la
parola
deduzione
Si
sono
avuti
di
mira
i
procedimenti
propri
della
matematica
,
e
con
la
parola
induzione
quelli
delle
scienze
naturali
,
sarà
opportuno
evitare
l
'
una
e
l
'
altra
denominazione
,
e
dire
che
la
Logica
vera
è
Logica
del
concetto
,
il
quale
,
adoperando
un
metodo
che
è
insieme
induzione
e
deduzione
,
non
adopera
né
l
'
una
né
l
'
altra
come
distinte
,
e
cioè
adopera
il
metodo
che
gli
è
intrinseco
(
lo
speculativo
o
dialettico
)
.
Il
concetto
,
l
'
universale
è
in
sé
,
astrattamente
considerato
,
inesprimibile
.
Nessuna
parola
gli
è
propria
.
Ciò
è
tanto
vero
,
che
il
concetto
logico
resta
sempre
il
medesimo
,
nonostante
il
variare
delle
forme
verbali
.
Rispetto
al
concetto
,
l
'
espressione
è
semplice
segno
o
indizio
:
non
può
mancare
,
un
'
espressione
dev
'
esserci
;
ma
quale
debba
essere
,
questa
o
quella
,
è
determinato
dalle
condizioni
storiche
e
psicologiche
dell
'
individuo
che
parla
:
la
qualità
dell
'
espressione
non
si
deduce
dalla
qualità
del
concetto
.
Non
vi
è
un
senso
vero
(
logico
)
delle
parole
:
chi
forma
un
concetto
,
conferisce
egli
,
volta
per
volta
,
il
senso
vero
alle
parole
.
Ciò
posto
,
le
sole
proposizioni
davvero
logiche
(
cioè
,
estetico
-
logiche
)
,
i
soli
giudizi
rigorosamente
logici
,
non
possono
essere
se
non
quelli
che
hanno
per
contenuto
proprio
ed
esclusivo
la
determinazione
di
un
concetto
.
Queste
proposizioni
o
giudizi
sono
le
definizioni
.
La
scienza
stessa
non
è
se
non
complesso
di
definizioni
,
unificate
in
una
definizione
suprema
:
sistema
di
concetti
,
o
sommo
concetto
.
Bisogna
escludere
quindi
(
almeno
preliminarmente
)
dalla
Logica
tutte
quelle
proposizioni
che
non
affermano
universali
.
I
giudizi
narrativi
e
quelli
chiamati
non
enunciativi
da
Aristotele
,
quali
le
espressioni
dei
desideri
,
non
sono
giudizi
propriamente
logici
,
ma
o
proposizioni
puramente
estetiche
o
proposizioni
storiche
.
Pietro
passeggia
;
Oggi
piove
;
Ho
sonno
;
Voglio
leggere
:
queste
e
le
infinite
proposizioni
di
questo
genere
non
sono
se
non
o
un
semplice
chiudere
in
parole
l
impressione
del
fatto
di
Pietro
che
passeggia
,
della
pioggia
che
cade
,
del
mio
organismo
che
inchina
al
sonno
,
e
della
mia
volontà
che
si
dirige
alla
lettura
;
o
un
'
affermazione
esistenziale
circa
quei
fatti
.
Espressioni
del
reale
o
dell
'
irreale
,
fantastico
-
storiche
o
fantastico
-
pure
;
non
già
definizioni
di
universali
.
E
che
cosa
deve
farsi
di
tutta
quella
parte
del
pensiero
umano
,
che
si
dice
sillogistica
,
e
che
consta
di
giudizi
e
ragionamenti
che
s
'
aggirano
intorno
a
concetti
?
Che
cosa
è
la
sillogistica
?
È
da
considerare
dall
'
alto
e
sprezzantemente
,
quasi
roba
inutile
,
come
si
è
fatto
tante
volte
,
nella
reazione
degli
umanisti
contro
la
scolastica
,
nell
idealismo
assoluto
,
nell
'
entusiastica
ammirazione
dei
tempi
nostri
pei
metodi
di
osservazione
e
di
sperimento
delle
scienze
naturali
?
La
sillogistica
,
il
ragionare
in
forma
,
non
è
scoperta
di
verità
:
è
arte
di
esporre
,
discettare
,
disputare
con
sé
stesso
e
con
altri
.
Movendo
da
concetti
già
trovati
,
da
fatti
già
osservati
,
e
facendo
appello
alla
costanza
del
vero
o
del
pensiero
(
tale
è
il
significato
del
principio
d
'
identità
e
di
contradizione
)
,
essa
trae
da
quei
dati
le
conseguenze
,
ossia
ripresenta
il
già
trovato
.
Perciò
,
se
sotto
l
'
aspetto
inventivo
è
un
idem
per
idem
,
pedagogicamente
ed
espositivamente
è
efficacissima
.
Ridurre
le
affermazioni
allo
schematismo
sillogistico
è
un
modo
di
controllare
il
proprio
pensiero
e
di
criticare
il
pensiero
altrui
.
È
facile
ridere
dei
sillogizzanti
,
ma
,
se
la
sillogistica
è
nata
e
si
mantiene
,
deve
avere
le
sue
buone
ragioni
.
La
satira
di
essa
non
può
colpire
se
non
gli
abusi
,
com
è
il
pretendere
di
risolvere
sillogisticamente
questioni
che
sono
di
fatto
,
di
osservazione
e
intuizione
o
dimenticare
per
l
'
esteriorità
sillogistica
la
profonda
meditazione
e
la
spregiudicata
investigazione
dei
problemi
.
E
se
al
fine
di
ricordare
facilmente
,
di
maneggiare
prontamente
i
dati
del
proprio
pensiero
,
può
soccorrere
talvolta
la
cosidetta
Logica
matematica
,
ben
venga
anche
questa
forma
speciale
di
sillogistica
,
augurata
,
fra
i
tanti
,
dal
Leibniz
e
ritentata
da
parecchi
ai
giorni
nostri
.
Ma
,
appunto
perché
la
sillogistica
è
arte
di
esporre
e
di
discettare
,
la
teoria
di
essa
non
può
avere
il
primo
posto
in
una
Logica
filosofica
,
usurpando
quello
che
spetta
alla
dottrina
del
concetto
,
ch
è
la
dottrina
centrale
e
dominante
,
cui
tutto
ciò
che
vi
ha
di
logico
nella
sillogistica
si
riduce
senza
residuo
(
rapporti
di
concetti
,
subordinazione
,
coordinazione
,
identificazione
,
e
via
dicendo
)
.
Né
bisogna
mai
dimenticare
che
concetto
,
e
giudizio
(
logico
)
e
sillogismo
,
non
stanno
sulla
stessa
linea
.
Solo
il
primo
è
il
vero
atto
logico
:
il
secondo
e
il
terzo
sono
le
forme
con
cui
il
primo
si
manifesta
;
le
quali
,
in
quanto
forme
,
non
possono
esaminarsi
se
non
esteticamente
(
grammaticalmente
)
,
e
,
in
quanto
hanno
contenuto
logico
,
se
non
trascurando
le
forme
stesse
e
passando
alla
dottrina
del
concetto
.
Si
riconferma
con
ciò
la
verità
dell
'
osservazione
comune
:
che
chi
ragiona
male
,
parla
o
scrive
anche
male
:
che
l
'
esatta
analisi
logica
è
fondamento
dell
'
esprimersi
bene
.
Verità
,
ch
è
una
tautologia
:
ragionare
bene
,
infatti
,
è
esprimersi
bene
,
perché
l
'
espressione
è
il
possesso
intuitivo
del
proprio
pensiero
logico
.
Lo
stesso
principio
di
contradizione
non
è
altro
,
in
fondo
,
che
il
principio
estetico
della
coerenza
.
Si
dirà
che
,
movendo
da
concetti
erronei
,
si
può
parlare
e
scrivere
benissimo
,
come
si
può
ragionare
benissimo
;
che
investigatori
poco
acuti
possono
essere
scrittori
limpidissimi
,
perché
lo
scrivere
bene
dipende
dall
'
avere
un
intuizione
chiara
del
proprio
pensiero
,
anche
se
erroneo
:
non
dalla
verità
scientifica
del
pensiero
,
ma
dalla
sua
verità
estetica
,
ed
è
anzi
questa
verità
stessa
.
Un
filosofo
può
fantasticare
,
come
lo
Schopenhauer
,
che
l
'
arte
sia
rappresentazione
delle
idee
platoniche
,
dottrina
scientificamente
errata
;
e
svolgere
questa
scienza
errata
in
una
prosa
eccellente
ed
esteticamente
verissima
.
Ma
a
siffatta
obiezione
abbiamo
già
risposto
quando
abbiamo
osservato
che
,
nel
punto
preciso
in
cui
un
parlante
o
uno
scrivente
enuncia
un
concetto
mal
pensato
,
è
anche
cattivo
parlante
e
cattivo
scrivente
;
per
quanto
possa
poi
rifarsi
nelle
tante
altre
parti
del
suo
pensiero
,
le
quali
constano
di
proposizioni
vere
,
non
connesse
con
l
'
errore
precedente
,
e
quindi
di
espressioni
limpide
,
che
seguono
a
espressioni
torbide
.
Tutte
le
ricerche
sulle
forme
dei
giudizi
e
dei
sillogismi
sulle
loro
conversioni
e
i
loro
vari
rapporti
,
che
ingombrano
ancora
i
trattati
di
Logica
,
sono
,
dunque
,
destinate
ad
assottigliarsi
,
a
trasformarsi
,
a
ridursi
ad
altro
.
La
dottrina
del
concetto
e
dell
'
organismo
dei
concetti
,
definizione
,
del
sistema
,
della
filosofia
e
delle
varie
scienze
,
e
simili
,
ne
occuperà
il
campo
;
e
costituirà
,
da
sola
,
la
vera
e
propria
Logica
.
I
primi
ch
'
ebbero
qualche
sentore
del
rapporto
intimo
che
corre
tra
Estetica
e
Logica
,
e
che
concepirono
l
Estetica
come
una
Logica
della
cognizione
sensibile
,
si
compiacquero
singolarmente
nell
'
applicare
le
categorie
logiche
alla
nuova
scienza
,
parlando
di
concetti
estetici
,
giudizi
estetici
,
sillogismi
estetici
,
e
così
via
.
Noi
,
meno
superstiziosi
verso
la
saldezza
della
Logica
tradizionale
o
delle
scuole
,
e
più
scaltriti
sull
indole
dell
Estetica
,
raccomandiamo
,
non
l
'
applicazione
della
Logica
all
Estetica
,
ma
la
liberazione
della
Logica
dalle
forme
estetiche
,
le
quali
,
seguendo
distinzioni
affatto
arbitrarie
e
grossolane
,
hanno
dato
luogo
alle
inesistenti
forme
e
categorie
logiche
.
La
Logica
,
così
riformata
,
sarà
sempre
Logica
formale
,
studierà
la
vera
forma
o
attività
del
pensiero
,
il
concetto
,
prescindendo
dai
singoli
e
particolari
concetti
.
Quella
antica
malamente
si
chiama
formale
,
e
meglio
si
direbbe
verbale
o
formalistica
.
La
Logica
formale
scaccerà
la
formalistica
.
E
a
questo
fine
non
sarà
necessario
ricorrere
,
come
altri
ha
fatto
,
a
una
Logica
reale
o
materiale
,
che
non
è
più
scienza
del
pensiero
,
ma
pensiero
in
atto
:
non
Logica
soltanto
,
ma
il
complesso
e
l
'
unità
della
Filosofia
,
in
cui
la
Logica
anche
è
inclusa
.
La
scienza
del
pensiero
(
Logica
)
è
quella
del
concetto
,
come
la
scienza
della
fantasia
(
Estetica
)
è
quella
dell
'
espressione
.
Nell
'
eseguire
esattamente
,
e
in
ogni
particolare
,
la
distinzione
tra
i
due
domini
è
riposta
la
salute
dell
'
una
e
dell
'
altra
scienza
.
VI
.
L
'
ATTIVITÀ
TEORETICA
E
L
'
ATTIVITÀ
PRATICA
.
Forma
intuitiva
e
forma
intellettiva
esauriscono
,
come
abbiamo
detto
,
tutto
il
dominio
teoretico
dello
spirito
.
Ma
non
si
può
conoscerle
a
pieno
,
né
criticare
un
'
altra
serie
di
dottrine
estetiche
erronee
,
se
prima
non
si
stabiliscono
chiaramente
le
relazioni
dello
spirito
teoretico
con
lo
spirito
pratico
.
La
forma
o
attività
pratica
è
la
volontà
.
Questa
parola
non
è
qui
presa
da
noi
nel
senso
di
qualche
sistema
filosofico
,
in
cui
la
volontà
è
il
fondamento
dell
'
universo
,
il
principio
delle
cose
,
la
realtà
vera
;
e
neanche
nel
senso
ampio
di
altri
sistemi
,
i
quali
intendono
per
volontà
l
'
energia
dello
spirito
,
lo
spirito
o
l
'
attività
in
genere
,
facendo
di
ogni
atto
dello
spirito
umano
un
atto
di
volontà
.
Né
quel
senso
metafisico
né
quest
'
uso
metaforico
è
il
nostro
.
La
volontà
è
per
noi
,
come
nella
comune
accezione
,
l
'
attività
dello
spirito
diversa
dalla
mera
teoria
o
contemplazione
delle
cose
,
e
produttrice
non
di
conoscenze
ma
di
azioni
.
L
'
azione
in
tanto
è
davvero
azione
in
quanto
è
volontaria
.
Non
occorrerebbe
poi
neppure
ricordare
che
nella
volontà
del
fare
è
incluso
,
in
senso
scientifico
,
anche
ciò
che
volgarmente
si
chiama
non
-
fare
:
la
volontà
del
resistere
,
del
ripugnare
,
la
volontà
prometeica
,
che
è
anch
'
essa
azione
.
Con
la
forma
teoretica
l
'
uomo
comprende
le
cose
,
con
la
pratica
le
viene
mutando
;
con
l
'
una
si
appropria
l
'
universo
,
con
l
'
altra
lo
crea
.
Ma
la
prima
forma
è
base
della
seconda
;
e
si
ripete
tra
le
due
,
più
in
grande
,
il
rapporto
di
doppio
grado
,
che
abbiamo
già
ritrovato
tra
l
'
attività
estetica
e
la
logica
.
Un
conoscere
,
indipendente
dal
volere
,
è
(
almeno
in
certo
senso
)
pensabile
;
una
volontà
,
indipendente
dal
conoscere
,
è
impensabile
.
La
volontà
cieca
non
è
volontà
;
la
volontà
vera
è
occhiuta
.
Come
si
può
volere
se
non
si
hanno
innanzi
intuizioni
storiche
di
oggetti
(
percezioni
)
e
conoscenze
di
rapporti
(
logici
)
,
che
illuminino
sulla
qualità
di
quegli
oggetti
?
Come
si
può
volere
davvero
,
se
non
conosciamo
il
mondo
che
ci
circonda
,
e
il
modo
di
cangiar
le
cose
operando
su
di
esse
?
È
stato
obiettato
che
gli
uomini
d
'
azione
,
gli
uomini
pratici
in
senso
eminente
,
sono
i
meno
disposti
al
contemplare
e
teorizzare
:
la
loro
energia
non
si
attarda
in
contemplazioni
,
si
precipita
subito
in
volontà
;
e
che
,
per
converso
,
i
contemplatori
e
i
filosofi
sono
di
frequente
uomini
pratici
ben
mediocri
,
di
debole
volontà
,
negletti
perciò
e
messi
da
banda
nelle
lotte
della
vita
.
È
facile
scorgere
che
queste
distinzioni
sono
meramente
empiriche
e
quantitative
.
Certo
,
l
'
uomo
pratico
,
per
operare
,
non
ha
bisogno
di
un
elaborato
sistema
filosofico
;
ma
,
nelle
sfere
in
cui
egli
opera
,
muove
da
intuizioni
e
concetti
che
ha
chiarissimi
.
Fino
le
più
ordinarie
azioni
non
potrebbero
,
altrimenti
,
esser
volute
;
non
sarebbe
possibile
neppur
cibarsi
volontariamente
,
se
non
si
avesse
conoscenza
del
cibo
e
del
legame
di
causa
ed
effetto
tra
certi
movimenti
e
certi
appagamenti
;
e
,
salendo
via
via
alle
forme
più
complesse
d
'
azione
,
per
esempio
,
all
'
azione
politica
,
come
si
potrebbe
volere
alcunché
di
politicamente
adatto
,
senza
conoscere
le
condizioni
reali
della
società
,
cioè
i
mezzi
ed
espedienti
da
adoperare
?
Quando
l
'
uomo
pratico
si
accorge
di
essere
all
'
oscuro
circa
uno
o
più
di
questi
punti
,
o
quando
è
preso
dal
dubbio
,
l
'
azione
o
non
comincia
o
s
'
arresta
;
il
momento
teoretico
che
,
nel
rapido
succedersi
delle
azioni
umane
,
viene
appena
avvertito
ed
è
presto
dimenticato
,
appare
allora
importante
e
occupa
più
a
lungo
la
coscienza
.
E
,
se
quello
si
prolunga
ancora
,
l
'
uomo
pratico
può
diventare
Amleto
,
diviso
tra
il
desiderio
dell
'
azione
e
la
poca
chiarezza
teoretica
circa
le
situazioni
e
i
mezzi
;
e
se
egli
,
prendendo
gusto
al
contemplare
e
al
meditare
,
lascia
agli
altri
,
in
misura
più
o
meno
larga
,
il
volere
e
l
'
operare
,
si
forma
in
lui
la
calma
disposizione
dell
'
artista
e
dello
scienziato
e
filosofo
,
talvolta
uomini
pratici
inetti
o
addirittura
dannosi
.
Tutte
coteste
sono
ovvie
osservazioni
,
di
cui
non
si
può
sconoscere
la
giustezza
;
ma
,
ripetiamo
,
si
fondano
sopra
distinzioni
quantitative
e
non
distruggono
,
anzi
confermano
il
fatto
,
che
un
'
azione
,
per
piccola
che
sia
,
non
può
essere
azione
davvero
,
cioè
azione
voluta
,
se
non
preceduta
dall
'
attività
conoscitiva
.
Alcuni
psicologi
fanno
,
per
altro
,
precedere
l
'
azione
pratica
da
una
classe
tutta
speciale
di
giudizi
,
ch
'
essi
chiamano
giudizi
pratici
o
di
valore
.
Per
risolversi
a
un
'
azione
(
dicono
)
,
è
necessario
aver
giudicato
e
pronunziato
:
quest
'
azione
è
utile
,
quest
'
azione
è
buona
.
La
quale
teoria
sembra
a
prima
vista
che
abbia
dalla
sua
il
testimonio
della
coscienza
.
Ma
chi
meglio
osservi
e
più
sottilmente
analizzi
si
accorge
che
quei
giudizi
,
anziché
precedere
,
seguono
l
'
affermarsi
della
volontà
;
e
non
sono
se
non
l
'
espressione
della
già
accaduta
volizione
.
Un
'
azione
utile
o
buona
è
un
'
azione
voluta
:
dall
'
esame
obiettivo
delle
cose
sarà
sempre
impossibile
distillare
una
goccia
sola
di
utilità
o
di
bontà
.
Noi
non
vogliamo
le
cose
,
perché
le
conosciamo
utili
o
buone
;
ma
le
conosciamo
utili
e
buone
,
perché
le
vogliamo
.
Anche
qui
la
rapidità
con
la
quale
si
seguono
i
fatti
di
coscienza
è
causa
d
illusione
.
L
'
azione
pratica
è
preceduta
da
conoscenza
,
ma
non
da
conoscenze
pratiche
,
o
meglio
,
del
pratico
:
per
aver
queste
,
è
necessario
che
si
abbia
prima
l
'
azione
pratica
.
Tra
i
due
momenti
o
gradi
,
teoretico
e
pratico
,
non
s
'
interpone
dunque
il
terzo
momento
,
affatto
immaginario
,
dei
giudizi
pratici
o
di
valore
.
D
'
altra
parte
,
e
in
generale
,
non
esistono
scienze
normative
,
regolative
o
imperative
,
che
scoprano
e
indichino
valori
all
'
attività
pratica
;
anzi
,
non
ne
esistono
per
nessuna
qualsiasi
attività
,
presupponendo
ogni
scienza
che
sia
già
realizzata
e
svolta
quell
'
attività
,
che
essa
poi
assume
a
oggetto
.
Stabilite
queste
distinzioni
,
dobbiamo
condannare
come
erronea
ogni
teoria
che
aggreghi
l
'
attività
estetica
a
quella
pratica
,
o
le
leggi
della
seconda
introduca
nella
prima
.
Che
la
scienza
sia
teoria
e
l
'
arte
sia
pratica
,
è
stato
affermato
molte
volte
.
E
quelli
che
così
affermano
e
il
fatto
estetico
considerano
come
fatto
pratico
,
nol
fanno
a
capriccio
o
perché
brancolino
nel
.
vuoto
,
ma
perché
hanno
l
'
occhio
a
qualcosa
ch
è
veramente
pratico
.
Senonché
il
pratico
a
cui
essi
mirano
non
è
l
'
estetico
né
dentro
l
'
estetico
,
ma
è
fuori
e
accanto
a
esso
;
e
,
quantunque
frequentemente
vi
si
trovi
congiunto
,
non
vi
si
congiunge
necessariamente
,
ossia
per
identità
di
natura
.
Il
fatto
estetico
si
esaurisce
tutto
nell
'
elaborazione
espressiva
delle
impressioni
.
Quando
abbiamo
conquistato
la
parola
interna
,
concepito
netta
e
viva
una
figura
o
una
statua
,
trovato
un
motivo
musicale
,
l
'
espressione
è
nata
ed
è
completa
:
non
ha
bisogno
d
'
altro
.
Che
noi
poi
apriamo
e
vogliamo
aprir
la
bocca
per
parlare
o
la
gola
per
cantare
,
e
cioè
diciamo
a
voce
alta
e
a
gola
spiegata
quanto
abbiamo
già
sommessamente
detto
e
cantato
a
noi
stessi
;
o
stendiamo
e
vogliamo
stender
le
mani
a
toccare
i
tasti
del
pianoforte
o
a
prendere
i
pennelli
e
lo
scalpello
,
eseguendo
,
per
così
dire
,
in
grande
quei
movimenti
che
già
abbiamo
eseguito
in
piccolo
e
rapidamente
,
e
traducendoli
in
una
materia
dove
ne
restino
tracce
più
o
meno
durature
;
è
questo
un
fatto
sopraggiunto
,
che
obbedisce
a
tutt
'
altre
leggi
che
non
il
primo
,
e
del
quale
,
per
ora
,
non
dobbiamo
tener
conto
;
benché
fin
da
ora
riconosciamo
che
esso
è
produzione
di
cose
e
fatto
pratico
o
di
volontà
.
Si
suoi
distinguere
l
'
opera
d
'
arte
interna
dall
'
opera
d
'
arte
esterna
:
la
terminologia
ci
pare
infelice
,
perché
l
'
opera
d
'
arte
(
l
'
opera
estetica
)
è
sempre
interna
;
e
quella
che
si
chiama
esterna
non
è
più
opera
d
'
arte
.
Altri
distingue
tra
fatto
estetico
e
fatto
artistico
,
intendendo
pel
secondo
lo
stadio
esterno
e
pratico
,
che
può
seguire
(
come
segue
infatti
di
solito
)
al
primo
.
Ma
si
tratta
,
in
tal
caso
,
di
semplice
uso
linguistico
,
lecito
senza
dubbio
,
sebbene
forse
non
opportuno
.
Per
le
stesse
ragioni
è
assurda
la
ricerca
del
fin
e
dell
'
arte
,
quando
s
intenda
dell
'
arte
in
quanto
tale
.
E
poiché
porre
un
fine
vale
scegliere
,
una
variante
dello
stesso
errore
è
la
pretesa
che
il
contenuto
dell
'
arte
debba
essere
scelto
.
Una
scelta
tra
sensazioni
o
impressioni
suppone
che
queste
siano
già
espressioni
:
altrimenti
,
come
scegliere
nel
continuo
e
nell
'
indistinto
?
Scegliere
è
volere
:
voler
questo
e
non
voler
quello
;
e
questo
e
quello
debbono
stare
innanzi
,
espressi
.
Il
pratico
segue
e
non
precede
il
teoretico
;
l
'
espressione
è
libera
ispirazione
.
L
'
artista
vero
,
infatti
,
si
trova
gravido
del
suo
tema
e
non
sa
come
;
sente
avvicinarsi
il
parto
,
ma
non
può
volerlo
o
non
volerlo
.
Se
egli
volesse
operare
a
controsenso
della
sua
ispirazione
,
se
volesse
sceglierla
arbitrariamente
,
se
,
nato
Anacreonte
,
volesse
cantare
di
Atride
e
di
Alcide
,
la
cetra
l
'
avvertirebbe
dello
sbaglio
,
risonando
,
nonostante
i
suoi
sforzi
in
contrario
,
sol
di
Venere
e
d
'
Amore
.
Perciò
il
tema
o
il
contenuto
non
può
essere
colpito
praticamente
e
moralmente
da
aggettivi
di
lode
o
di
biasimo
.
Quando
i
critici
d
'
arte
notano
che
un
tema
è
male
scelto
,
si
tratta
,
nei
casi
in
cui
quell
'
osservazione
ha
fondamento
giusto
,
di
un
biasimo
non
veramente
alla
scelta
del
tema
,
ma
al
modo
col
quale
l
'
artista
l
ha
trattato
,
all
'
espressione
non
riuscita
per
le
contradizioni
che
contiene
.
E
quando
gli
stessi
critici
innanzi
a
opere
che
giudicano
sotto
l
'
aspetto
artistico
perfette
protestano
contro
il
tema
o
contenuto
di
esse
come
cosa
indegna
dell
'
arte
e
biasimevole
;
posto
che
quelle
opere
siano
poi
davvero
perfette
,
non
resta
se
non
consigliare
ai
critici
di
lasciare
in
pace
gli
artisti
,
i
quali
s
'
ispirano
dì
necessità
a
ciò
che
ha
mosso
il
loro
animo
,
e
provvedere
invece
,
se
mai
,
a
promuovere
mutamenti
nella
natura
circostante
o
nella
società
,
perché
quegli
stati
d
'
animo
e
quelle
impressioni
non
abbiano
a
prodursi
di
nuovo
.
Se
le
brutture
spariranno
dal
Inondo
,
se
si
stabilirà
la
virtù
e
felicità
universale
,
gli
artisti
,
chi
sa
?
,
non
saranno
più
rappresentatori
di
sentimenti
malvagi
o
pessimistici
,
ma
calmi
,
innocenti
e
giulivi
,
arcadi
di
un
'
Arcadia
reale
.
Ma
,
fintanto
che
brutture
e
turpitudini
sono
in
natura
e
s
'
impongono
all
'
artista
,
non
si
può
impedire
che
sorga
anche
l
'
espressione
correlativa
;
e
,
quando
è
sorta
,
factum
infectum
fieri
nequit
.
Si
potrà
provvedere
a
non
lasciar
divulgare
questa
o
quella
opera
d
'
arte
,
presso
questa
o
quella
persona
,
in
questa
o
quella
condizione
;
ma
tutto
ciò
non
riguarda
l
'
arte
e
appartiene
ad
altro
discorso
,
come
si
vedrà
più
oltre
.
A
noi
non
spetta
qui
passare
a
rassegna
i
danni
che
la
critica
della
scelta
reca
alla
produzione
artistica
,
coi
pregiudizi
che
produce
o
mantiene
negli
artisti
stessi
,
e
coi
contrasti
,
a
cui
dà
luogo
,
tra
spinte
artistiche
e
imposizioni
critiche
.
Vero
è
che
talora
sembra
che
essa
faccia
anche
qualche
bene
,
aiutando
gli
artisti
a
scoprire
sé
medesimi
,
ossia
le
proprie
impressioni
e
la
propria
ispirazione
,
e
ad
acquistare
coscienza
dell
'
ufficio
che
viene
loro
come
affidato
dal
momento
storico
in
cui
vivono
e
dal
loro
individuale
temperamento
.
In
questi
casi
,
pur
credendo
di
generare
,
la
critica
della
scelta
non
fa
se
non
riconoscere
e
aiutare
le
espressioni
già
in
via
di
formazione
.
S
'
illude
d
'
essere
madre
,
dove
,
tutto
al
più
,
è
soltanto
levatrice
.
L
'
impossibilità
della
scelta
del
contenuto
compie
il
teorema
dell
indipendenza
dell
'
arte
;
ed
è
anche
il
solo
significato
legittimo
del
motto
:
l
'
arte
per
l
'
arte
.
L
'
arte
è
indipendente
così
dalla
scienza
come
dall
'
utile
e
dalla
morale
.
Né
si
nutra
timore
che
con
ciò
si
riesca
a
giustificare
l
'
arte
frivola
o
fredda
,
perché
ciò
che
è
davvero
frivolo
o
freddo
è
tale
solo
in
quanto
non
è
stato
innalzato
a
espressione
;
o
,
in
altri
termini
,
la
frivolezza
e
la
freddezza
nascono
sempre
dalla
forma
dell
'
elaborazione
estetica
,
dal
mancato
possesso
di
un
contenuto
e
non
dalle
qualità
materiali
del
contenuto
stesso
.
Anche
la
vulgata
sentenza
:
lo
stile
è
l
'
uomo
,
non
si
può
esaminare
e
criticare
in
modo
compiuto
se
non
partendo
dalla
distinzione
fra
il
teoretico
e
il
pratico
e
dal
carattere
teoretico
dell
'
attività
estetica
.
L
'
uomo
non
è
semplice
conoscere
e
contemplare
:
l
'
uomo
è
volontà
,
la
quale
comprende
in
sé
il
momento
conoscitivo
.
Onde
quella
sentenza
o
è
del
tutto
vuota
,
come
nei
casi
in
cui
s
intende
che
lo
stile
sia
l
'
uomo
in
quanto
stile
,
cioè
l
'
uomo
,
si
,
ma
solo
in
quanto
attività
espressiva
;
ovvero
è
erronea
,
sempreché
da
ciò
che
l
'
uomo
ha
visto
ed
espresso
si
pretenda
dedurre
ciò
che
l
'
uomo
ha
fatto
o
voluto
,
affermandosi
,
insomma
,
che
tra
un
conoscere
e
un
volere
ci
sia
legame
di
logica
conseguenza
.
Da
codesta
erronea
identificazione
sono
sorte
molte
leggende
nelle
biografie
degli
artisti
,
sembrando
impossibile
che
chi
espresse
sentimenti
generosi
non
fosse
poi
,
nella
vita
pratica
,
uomo
nobile
e
generoso
;
o
che
chi
fece
dare
molte
pugnalate
nei
suoi
drammi
non
ne
avesse
somministrato
almeno
qualcuna
egli
stesso
nella
vita
reale
.
E
invano
gli
artisti
protestano
col
lasciva
est
nobis
pagina
,
vita
proba
.
Ne
ricavano
,
di
giunta
,
la
taccia
di
bugiardi
o
d
'
ipocriti
.
Oh
,
ben
più
caute
donnicciuole
di
Verona
,
che
almeno
appoggiavate
la
vostra
credenza
,
che
Dante
fosse
sceso
realmente
all
Inferno
,
sul
suo
viso
affumicato
!
La
vostra
,
se
non
altro
,
era
una
congettura
storica
.
E
,
finalmente
,
la
sincerità
imposta
come
obbligo
all
'
artista
(
questa
legge
etica
,
si
dice
,
ch
è
insieme
legge
estetica
)
riposa
sopra
un
altro
doppio
senso
.
Giacché
,
o
per
sincerità
s
'
intende
il
dovere
morale
di
non
ingannare
il
prossimo
;
e
,
in
tal
caso
,
è
cosa
estranea
all
'
artista
.
Il
quale
,
infatti
,
non
inganna
nessuno
,
perché
dà
forma
a
ciò
ch
è
già
nel
suo
animo
,
e
ingannerebbe
solo
se
tradisse
il
suo
dovere
d
'
artista
,
venendo
meno
all
'
intrinseca
necessità
del
compito
suo
.
Se
nel
suo
animo
è
l
'
inganno
e
la
menzogna
,
la
forma
ch
'
egli
dà
a
quei
fatti
,
appunto
perché
estetica
,
non
può
essere
,
essa
,
inganno
o
menzogna
.
L
'
artista
purifica
perfino
l
'
altro
sé
stesso
,
ciarlatano
,
menzognero
,
malvagio
,
col
rappresentarlo
artisticamente
.
Ovvero
per
sincerità
s
'
intende
la
pienezza
e
verità
dell
'
espressione
;
ed
è
chiaro
che
questo
secondo
senso
non
ha
nessun
rapporto
col
concetto
etico
.
La
legge
,
che
si
dice
insieme
etica
ed
estetica
,
si
scopre
,
in
questo
caso
,
nient
'
altro
che
un
vocabolo
usato
insieme
e
dall
Etica
e
dall
Estetica
.
VII
.
ANALOGIA
FRA
IL
TEORETICO
E
IL
PRATICO
.
Il
doppio
grado
,
estetico
e
logico
,
dell
'
attività
teoretica
ha
un
importante
riscontro
,
finora
non
messo
in
luce
come
si
doveva
,
nell
'
attività
pratica
.
Anche
l
'
attività
pratica
si
partisce
in
un
primo
e
secondo
grado
,
questo
implicante
quello
.
Il
primo
grado
pratico
è
l
'
attività
meramente
utile
o
economica
;
il
secondo
,
l
'
attività
morale
.
L
Economia
è
come
l
Estetica
della
vita
pratica
;
la
Morale
,
come
la
Logica
.
Se
ciò
non
è
stato
visto
chiaramente
dai
filosofi
,
se
al
concetto
dell
'
attività
economica
non
è
stato
assegnato
il
posto
conveniente
nel
sistema
dello
spirito
e
lo
si
è
lasciato
errare
,
spesso
incerto
e
poco
elaborato
,
nei
prologhi
dei
trattati
di
Economia
politica
,
questo
si
deve
,
tra
l
'
altro
,
al
fatto
che
l
'
utile
o
economico
è
stato
scambiato
ora
col
concetto
del
tecnico
,
ora
con
quello
dell
'
egoistico
.
La
tecnici
t
à
non
è
,
di
certo
,
una
speciale
attività
dello
spirito
.
Tecnica
è
conoscenza
;
o
,
per
meglio
dire
,
è
la
conoscenza
stessa
in
genere
che
prende
quel
nome
in
quanto
serve
di
base
,
come
abbiamo
visto
,
all
'
azione
pratica
.
Una
conoscenza
,
che
non
è
seguita
,
o
si
presume
che
non
possa
essere
facilmente
seguita
da
un
'
azione
pratica
,
si
chiama
pura
:
la
stessa
conoscenza
,
se
è
seguita
effettivamente
da
quella
,
si
chiama
applicata
:
se
si
presume
che
possa
esser
facilmente
seguita
da
una
particolare
azione
,
applicabile
o
«
tecnica
»
.
Questa
parola
indica
,
dunque
,
una
situazione
in
cui
una
conoscenza
si
trova
o
può
facilmente
trovarsi
,
non
già
una
forma
speciale
di
conoscenza
.
Ciò
è
tanto
vero
che
riuscirebbe
affatto
impossibile
determinare
se
un
certo
ordine
di
conoscenze
sia
,
intrinsecamente
,
puro
o
applicabile
.
Ogni
conoscenza
,
per
astratta
e
filosofica
che
si
voglia
dirla
,
può
esser
guida
di
atti
pratici
:
un
errore
teoretico
nei
principi
ultimi
della
morale
può
riflettersi
,
e
si
riflette
sempre
in
qualche
modo
,
nella
vita
pratica
.
Solo
a
un
dipresso
,
e
in
sede
non
scientifica
,
è
dato
considerare
alcune
verità
come
pure
e
altre
come
applicabili
.
Le
stesse
conoscenze
,
quando
si
chiamano
tecniche
,
possono
chiamarsi
anche
u
t
i
l
i
.
Ma
la
parola
utile
,
conformemente
alla
critica
dei
giudizi
di
valore
fatta
di
sopra
,
è
da
ritenere
qui
come
di
uso
linguistico
o
metaforico
.
Allorché
si
dice
che
l
'
acqua
è
utile
per
spegnere
il
fuoco
,
si
usa
in
modo
non
scientifico
la
parola
utile
.
L
'
acqua
gettata
sul
fuoco
è
causa
che
questo
si
spenga
:
ecco
la
conoscenza
,
che
serve
di
fondamento
all
'
azione
,
poniamo
,
dei
pompieri
.
Tra
l
'
azione
utile
di
chi
spegne
l
'
incendio
,
e
quella
conoscenza
,
e
è
legame
non
di
natura
,
ma
di
semplice
successione
.
La
tecnica
degli
effetti
dell
'
acqua
è
l
'
attività
teoretica
che
precede
;
utile
è
veramente
solo
l
'
azione
di
chi
spegne
il
fuoco
.
Alcuni
economisti
identificano
l
'
utilità
,
cioè
l
'
azione
o
volontà
meramente
economica
,
con
ciò
ch
è
giovevole
all
individuo
in
quanto
individuo
,
senza
,
riguardo
,
anzi
in
piena
opposizione
alla
legge
morale
:
con
l
'
egoistico
.
L
'
egoistico
è
l
immorale
,
e
l
Economia
sarebbe
,
in
tal
caso
,
una
scienza
assai
bizzarra
:
sorgerebbe
,
non
accanto
ma
di
fronte
all
Etica
,
come
il
diavolo
di
fronte
a
Dio
,
o
,
almeno
,
come
l
'
advocatus
diaboli
nei
processi
di
santificazione
.
Un
concetto
siffatto
è
del
tutto
inammessibile
:
la
scienza
dell
immoralità
è
implicita
in
quella
della
moralità
,
come
la
scienza
del
falso
è
implicita
nella
Logica
,
scienza
del
vero
,
e
una
scienza
dell
'
espressione
sbagliata
,
nell
Estetica
,
scienza
dell
'
espressione
riuscita
.
Se
,
dunque
,
l
Economia
fosse
la
trattazione
scientifica
dell
'
egoismo
,
essa
sarebbe
un
capitolo
dell
Etica
,
anzi
l
Etica
stessa
;
perché
ogni
determinazione
di
quel
che
è
morale
importa
,
insieme
,
una
negazione
del
suo
contrario
.
D
'
altra
parte
,
la
coscienza
ci
dice
che
condursi
economicamente
non
è
condursi
egoisticamente
;
che
anche
l
'
uomo
moralmente
più
scrupoloso
deve
condursi
utilmente
(
economicamente
)
,
se
non
vuol
operare
a
caso
e
,
per
conseguenza
,
in
modo
poco
morale
.
Come
,
dunque
,
se
utilità
fosse
egoismo
,
l
'
altruista
avrebbe
il
dovere
di
condursi
da
egoista
?
La
difficoltà
si
risolve
,
se
non
c
inganniamo
,
in
modo
perfettamente
analogo
a
quello
nel
quale
si
risolve
il
problema
delle
relazioni
tra
l
'
espressione
e
il
concetto
,
tra
Estetica
e
Logica
.
Volere
economicamente
è
volere
un
fine
;
volere
moralmente
è
volere
il
fine
razionale
.
Ma
appunto
chi
vuole
e
opera
moralmente
non
può
non
volere
e
operare
utilmente
(
economicamente
)
.
Come
potrebbe
volere
il
fine
razionale
,
se
non
lo
volesse
insieme
come
fine
suo
particolare
?
La
reciproca
non
è
vera
;
come
non
è
vero
in
scienza
estetica
che
il
fatto
espressivo
debba
essere
di
necessità
congiunto
col
fatto
logico
.
Si
può
volere
economicamente
,
senza
volere
moralmente
;
ed
è
possibile
condursi
con
perfetta
coerenza
economica
seguendo
un
fine
obbiettivamente
irrazionale
(
immorale
)
,
o
,
piuttosto
,
che
tale
sarà
giudicato
in
un
grado
superiore
della
coscienza
.
Esempio
di
carattere
economico
disgiunto
da
quello
morale
è
l
'
uomo
del
Machiavelli
,
Cesare
Borgia
,
o
il
Jago
dello
Shakespeare
.
Chi
può
non
ammirare
la
forza
della
loro
volontà
,
benché
l
'
attività
loro
sia
soltanto
economica
e
si
esplichi
in
opposizione
a
ciò
che
noi
giudichiamo
morale
?
Chi
può
non
ammirare
il
ser
Ciappelletto
del
Boccaccio
,
il
quale
,
fin
sul
letto
di
morte
,
persegue
e
mette
in
atto
il
suo
ideale
di
completo
briccone
,
facendo
esclamare
ai
piccioletti
e
timidi
ladruncoli
che
assistono
alla
sua
confessione
canzonatoria
:
Che
uomo
è
costui
il
quale
né
vecchiezza
,
né
infermità
,
né
paura
di
morte
alla
quale
si
vede
vicino
,
né
ancora
di
Dio
,
innanzi
al
giudizio
del
quale
di
qui
a
piccola
ora
si
aspetta
di
dover
essere
,
dalla
sua
malvagità
lo
hanno
potuto
rimuovere
,
né
far
che
così
egli
non
voglia
morire
come
egli
è
vissuto
?
.
L
'
uomo
morale
congiunge
alla
pertinacia
e
impavidità
di
un
Cesare
Borgia
,
di
un
Jago
,
o
di
un
ser
Ciappelletto
,
la
buona
volontà
del
santo
o
dell
'
eroe
.
O
,
meglio
,
la
buona
volontà
non
sarebbe
volontà
e
,
per
conseguenza
,
neanche
buona
,
se
,
oltre
il
lato
che
la
rende
buona
,
non
avesse
quello
che
la
fa
volontà
.
Così
un
pensiero
logico
che
non
riesca
a
esprimersi
non
è
pensiero
,
ma
,
tutt
'
al
più
,
presentimento
confuso
di
un
pensiero
di
là
da
venire
.
Non
è
esatto
,
dunque
,
concepire
l
'
uomo
amorale
come
insieme
antieconomico
,
o
far
della
morale
un
elemento
di
coerenza
negli
atti
della
vita
e
perciò
di
economicità
.
Niente
ci
vieta
di
supporre
(
ipotesi
che
si
verifica
almeno
in
certi
periodi
e
momenti
,
se
non
per
vite
intere
;
e
in
senso
eminente
se
non
in
senso
totale
e
assoluto
)
un
uomo
affatto
privo
di
coscienza
morale
.
In
un
uomo
così
conformato
,
quella
che
per
noi
è
immoralità
,
per
lui
non
è
tale
,
perché
non
sentita
come
tale
.
E
non
può
nascere
in
lui
la
coscienza
della
contradizione
tra
ciò
che
si
vuole
come
fine
razionale
e
ciò
cui
si
corre
dietro
egoisticamente
:
contradizione
,
ch
è
antieconomicità
.
Il
procedere
immorale
diventa
insieme
antieconomico
solo
nell
'
uomo
fornito
di
coscienza
morale
.
Infatti
,
il
rimorso
morale
,
che
è
l
'
indice
di
questa
,
è
,
insieme
,
rimorso
economico
:
dolore
,
cioè
,
di
non
aver
saputo
volere
completamente
e
raggiungere
quell
'
ideale
morale
che
si
era
voluto
in
un
primo
momento
,
innanzi
di
lasciarsi
sviare
dalle
passioni
.
Video
meliora
proboque
,
deteriora
sequor
.
Il
video
e
il
probo
sono
qui
un
volo
iniziale
e
tosto
contradetto
e
soverchiato
.
In
luogo
del
rimorso
morale
si
deve
ammettere
nell
'
uomo
privo
di
senso
morale
,
un
rimorso
meramente
economico
:
come
sarebbe
quello
di
un
ladro
o
di
un
assassino
,
il
quale
,
già
sul
punto
dI
rubare
o
assassinare
,
se
ne
astenga
,
non
per
una
conversione
del
suo
essere
,
ma
per
impressionabilità
e
smarrimento
,
o
anche
per
momentaneo
risveglio
di
coscienza
morale
.
Tornato
in
sé
,
quel
ladro
o
quell
'
assassino
avrà
vergogna
e
rimorso
della
sua
incoerenza
:
rimorso
non
di
aver
fatto
il
male
,
ma
di
non
averlo
fatto
;
rimorso
,
dunque
,
economico
e
non
morale
,
essendo
quest
'
ultimo
escluso
per
ipotesi
.
Che
poi
,
ordinariamente
,
per
esser
viva
la
coscienza
morale
nel
comune
degli
uomini
e
l
'
assenza
totale
di
essa
una
rara
e
forse
inesistente
mostruosità
,
la
moralità
coincida
con
l
'
economicità
nella
pratica
della
vita
,
può
ben
concedersi
.
E
non
si
tema
che
l
'
analogia
da
noi
affermata
introduca
da
capo
in
etica
la
categoria
del
moralmente
indifferente
,
di
ciò
ch
è
bensì
azione
o
volizione
,
ma
non
è
né
morale
né
immorale
:
quella
categoria
,
insomma
,
del
lecito
e
del
permissivo
,
ch
è
stata
sempre
causa
o
specchio
di
corruttela
etica
,
come
si
vide
nella
morale
gesuitica
,
dove
essa
dominava
.
Resta
ben
saldo
che
azioni
moralmente
indifferenti
non
esistono
,
perché
l
'
attività
morale
pervade
e
deve
pervadere
ogni
più
piccolo
movimento
volitivo
dell
'
uomo
.
Ma
ciò
,
anziché
scuotere
il
parallelo
istituito
,
lo
conferma
.
Vi
sono
forse
intuizioni
che
l
'
intelletto
e
la
scienza
non
pervadano
e
analizzino
,
sciogliendole
in
concetti
universali
o
mutandole
in
affermazioni
storiche
?
Abbiamo
già
visto
che
la
vera
scienza
,
la
filosofia
,
non
conosce
limiti
estrinseci
innanzi
ai
quali
debba
arrestarsi
,
come
invece
accade
alle
cosiddette
scienze
naturali
.
Scienza
e
morale
dominano
interamente
l
'
una
le
rappresentazioni
estetiche
,
l
'
altra
le
volizioni
economiche
dell
'
uomo
;
benché
poi
l
'
una
e
l
'
altra
non
possano
in
concreto
apparir
mai
se
non
in
forma
estetica
l
'
una
,
economica
l
'
altra
.
Questa
identità
e
differenza
insieme
dell
'
utile
e
del
morale
,
dell
'
economico
e
dell
'
etico
,
spiega
la
fortuna
che
ha
avuto
,
e
ha
ancora
,
la
teoria
utilitaria
dell
Etica
.
Infatti
,
è
facile
ritrovare
e
porre
in
mostra
in
qualsiasi
azione
morale
un
lato
utilitario
;
com
è
facile
mostrare
in
ogni
proposizione
logica
un
lato
estetico
.
La
critica
dell
'
utilitarismo
etico
non
può
muovere
dal
negare
questa
verità
,
affannandosi
a
cercare
esempi
inesistenti
e
assurdi
di
azioni
morali
inutili
;
ma
deve
anzi
ammettere
il
lato
utilitario
e
spiegarlo
come
la
forma
concreta
della
moralità
,
la
quale
consiste
in
ciò
ch
è
d
entro
questa
forma
:
un
di
dentro
,
che
gli
utilitaristi
non
scorgono
.
Non
è
questo
il
luogo
dove
si
possano
svolgere
con
la
debita
ampiezza
tali
idee
;
ma
l
Etica
e
l
Economica
(
come
abbiamo
detto
della
Logica
e
dell
Estetica
)
non
potranno
non
avvantaggiarsi
entrambe
di
una
più
esatta
determinazione
dei
rapporti
che
intercedono
tra
loro
.
Al
concetto
attivistico
dell
'
utile
si
va
ora
lentamente
sollevando
la
scienza
economica
col
tentar
di
superare
la
fase
matematicistica
,
nella
quale
ancora
si
trova
impigliata
:
fase
ch
è
stata
progressiva
,
a
sua
volta
,
per
superare
lo
storicismo
,
ossia
la
confusione
del
teorico
con
lo
storico
,
e
per
distruggere
una
serie
di
distinzioni
arbitrarie
e
di
false
teorie
economiche
.
Con
quel
concetto
sarà
agevole
,
da
una
parte
,
accogliere
e
inverare
le
teorie
semifilosofiche
della
cosiddetta
Economia
pura
,
e
,
dall
'
altra
,
introducendo
successive
complicazioni
e
aggiunte
,
e
facendo
passaggio
dal
metodo
filosofico
all
'
empirico
o
naturalistico
,
discendere
alle
teorie
particolari
del
]
Economia
politica
o
nazionale
delle
scuole
.
Come
l
'
intuizione
estetica
conosce
il
fenomeno
o
la
natura
,
e
il
concetto
filosofico
,
il
noumeno
o
lo
spirito
,
così
l
'
attività
economica
vuole
il
fenomeno
o
la
natura
,
e
quella
morale
il
noumeno
o
lo
spirito
.
Lo
spirito
che
vuole
sé
stesso
,
il
vero
sé
stesso
,
l
'
universale
ch
è
nello
spirito
empirico
e
finito
:
ecco
la
formola
,
che
forse
meno
impropriamente
definisce
il
concetto
della
moralità
.
Questa
volizione
del
vero
sé
stesso
è
l
'
assoluta
l
i
b
e
r
t
à
.
VIII
.
ESCLUSIONE
DI
ALTRE
FORME
SPIRITUALI
.
In
questo
schizzo
sommario
che
abbiamo
dato
dell
'
intera
Filosofia
dello
spirito
nei
suoi
momenti
fondamentali
,
lo
spirito
è
concepito
,
dunque
,
come
percorrente
quattro
momenti
o
gradi
,
disposti
in
modo
che
l
'
attività
teoretica
stia
alla
pratica
come
il
primo
grado
teoretico
sta
al
secondo
teoretico
e
il
primo
pratico
al
secondo
pratico
.
I
quattro
momenti
s
'
implicano
regressivamente
per
la
loro
concretezza
:
il
concetto
non
può
stare
senza
l
'
espressione
,
l
'
utile
senza
l
'
una
e
l
'
altro
,
e
la
moralità
senza
i
tre
gradi
che
precedono
.
Se
soltanto
il
fatto
estetico
è
,
in
certo
senso
,
indipendente
,
e
gli
altri
sono
più
o
meno
dipendenti
,
il
meno
spetta
al
pensiero
logico
e
il
più
alla
volontà
morale
.
L
'
intenzione
morale
opera
su
date
basi
teoretiche
,
dalle
quali
non
può
prescindere
,
salvo
che
non
si
voglia
ammettere
quell
'
assurdo
pratico
,
ch
'
è
la
gesuitica
direzione
d
intenzione
,
in
cui
si
finge
a
sé
stesso
di
non
sapere
ciò
che
si
sa
troppo
bene
.
Se
l
'
attività
umana
assume
quattro
forme
,
quattro
sono
anche
le
forme
del
genio
o
della
genialità
.
Veramente
,
geni
dell
'
arte
,
della
scienza
,
della
volontà
morale
o
eroi
,
sono
stati
sempre
riconosciuti
.
Ma
il
genio
della
pura
economicità
ha
suscitato
ripugnanza
;
e
non
senza
qualche
ragione
si
è
foggiata
una
categoria
di
cattivi
geni
o
i
geni
del
male
.
Il
genio
pratico
,
meramente
economico
,
che
non
si
dirige
a
un
fine
razionale
,
non
può
non
destare
un
'
ammirazione
mista
di
spavento
.
Disputare
poi
se
la
parola
«
genio
»
si
debba
dare
solo
ai
creatori
di
espressioni
estetiche
,
o
anche
ai
ricercatori
della
scienza
e
agli
uomini
dell
'
azione
,
sarebbe
far
questione
di
parole
.
E
osservare
,
d
'
altra
parte
,
che
il
genio
,
di
qualunque
specie
sia
,
è
sempre
un
concetto
quantitativo
e
una
distinzione
empirica
,
sarebbe
ripetere
ciò
che
si
è
già
spiegato
a
proposito
della
genialità
artistica
.
Una
quinta
forma
di
attività
dello
spirito
non
esiste
.
Sarebbe
agevole
andare
mostrando
come
tutte
le
altre
forme
o
non
abbiano
carattere
di
attività
o
siano
varianti
verbali
delle
attività
già
esaminate
o
fatti
complessi
e
derivati
,
nei
quali
le
varie
attività
si
mescolano
e
si
riempiono
di
contenuti
particolari
e
contingenti
.
Per
esempio
,
il
fatto
giuridico
,
considerato
in
quel
che
si
suole
chiamare
diritto
oggettivo
,
deriva
dalla
attività
economica
e
dalla
logica
insieme
:
il
diritto
è
una
regola
,
una
formola
(
orale
o
scritta
,
qui
importa
poco
)
,
in
cui
è
fissato
un
rapporto
economico
voluto
da
un
individuo
o
da
una
collettività
e
che
per
questo
lato
economico
si
unisce
e
si
distingue
insieme
dall
'
attività
morale
.
Un
altro
esempio
:
la
sociologia
viene
talvolta
concepita
(
ed
è
uno
dei
tanti
significati
che
prende
ai
tempi
nostri
questa
parola
)
come
lo
studio
di
un
elemento
originario
,
che
si
dice
socialità
.
Ma
che
cosa
distingue
la
socialità
,
ossia
i
rapporti
che
si
sviluppano
in
un
'
accolta
di
uomini
e
non
già
in
una
di
esseri
subumani
,
se
non
appunto
le
varie
attività
spirituali
che
sono
nei
primi
e
che
si
suppone
non
siano
,
o
siano
solo
in
grado
rudimentale
,
nei
secondi
?
La
socialità
,
dunque
,
nonché
concetto
originario
,
semplice
,
irriducibile
,
è
concetto
molto
complesso
e
complicato
.
Prova
ne
sia
l
'
impossibilità
,
generalmente
riconosciuta
,
di
enunciare
una
sola
legge
propriamente
sociologica
.
Quelle
che
impropriamente
si
chiamano
con
tal
nome
,
si
svelano
o
empiriche
osservazioni
storiche
o
leggi
spirituali
(
ossia
giudizi
nei
quali
si
traducono
i
concetti
delle
attività
spirituali
)
;
quando
non
si
disperdano
addirittura
in
vaghe
e
vuote
generalità
,
come
la
cosiddetta
legge
dell
'
evoluzione
.
E
talvolta
per
socialità
non
s
'
intende
altro
che
regola
sociale
,
e
quindi
Diritto
;
nella
quale
accezione
la
sociologia
si
confonde
con
la
scienza
e
teoria
del
diritto
.
Diritto
,
socialità
e
simili
concetti
sono
,
insomma
,
da
trattare
in
modo
analogo
a
quello
onde
abbiamo
considerato
e
risoluto
la
storicità
e
la
tecnica
.
Può
parere
che
altro
giudizio
convenga
fare
dell
'
attività
religiosa
.
Ma
la
religione
è
,
in
verità
,
conoscenza
,
e
non
si
distingue
dalle
altre
forme
e
sottoforme
di
questa
,
perché
,
a
volta
a
volta
,
è
espressione
di
aspirazioni
e
d
'
ideali
pratici
(
ideali
religiosi
)
o
racconto
storico
(
leggenda
)
o
scienza
per
concetti
(
dommatica
)
.
Perciò
può
alla
pari
sostenersi
,
e
che
la
religione
venga
distrutta
dal
progresso
della
conoscenza
umana
,
e
che
essa
persista
sempre
in
questa
.
Religione
era
tutto
il
patrimonio
di
conoscenze
dei
popoli
primitivi
:
il
nostro
patrimonio
di
conoscenze
è
la
nostra
religione
.
Il
contenuto
si
è
mutato
,
migliorato
,
affinato
,
e
muterà
e
migliorerà
e
si
affinerà
ancora
in
futuro
;
ma
la
forma
è
sempre
la
medesima
.
Coloro
che
accanto
alla
attività
teoretica
del
]
'
uomo
,
alla
sua
arte
,
alla
sua
critica
,
alla
sua
filosofia
,
vogliono
serbare
una
religione
,
non
sappiamo
poi
a
quale
uso
se
ne
varrebbero
.
È
impossibile
conservare
una
conoscenza
imperfetta
e
inferiore
,
quale
è
la
religiosa
,
accanto
a
ciò
che
l
ha
superata
e
inverata
.
Il
cattolicismo
,
sempre
coerente
,
non
tollera
una
scienza
,
una
storia
,
un
'
etica
in
contradizione
con
le
sue
concezioni
e
dottrine
;
meno
coerenti
,
i
razionalisti
si
dispongono
a
fare
un
po
di
largo
nelle
loro
anime
a
una
religione
,
ch
è
in
contradizione
con
tutto
il
loro
mondo
teoretico
.
Queste
smancerie
e
tenerezze
religiose
dei
razionalisti
ai
nostri
tempi
derivano
,
in
ultima
analisi
,
dal
culto
superstizioso
,
che
si
è
prodigato
alle
scienze
naturali
.
Le
quali
,
come
sappiamo
,
e
come
oramai
esse
medesime
confessano
per
bocca
dei
loro
maggiori
cultori
,
sono
tutte
circondate
da
limiti
.
Identificata
a
torto
la
Scienza
con
le
cosiddette
scienze
naturali
,
era
da
prevedere
che
si
sarebbe
dovuto
chiedere
il
complemento
alla
religione
:
quel
complemento
di
cui
lo
spirito
dell
'
uomo
non
può
far
di
meno
.
Al
materialismo
,
al
positivismo
,
al
naturalismo
noi
siamo
,
dunque
,
debitori
di
questa
malsana
,
e
spesso
non
ingenua
,
rifioritura
di
esaltazione
religiosa
,
che
è
roba
da
ospedale
quando
non
è
roba
da
politici
.
La
filosofia
toglie
ogni
ragion
d
'
essere
alla
religione
,
perché
le
si
sostituisce
.
Quale
scienza
dello
spirito
,
essa
guarda
alla
religione
come
a
un
fenomeno
,
a
un
fatto
storico
e
transitorio
,
a
uno
stato
psichico
superabile
.
E
se
divide
il
regno
della
conoscenza
con
le
discipline
naturali
,
con
la
storia
e
con
l
'
arte
,
lasciando
alle
prime
il
contare
e
misurare
e
classificare
,
alla
seconda
il
rappresentare
l
'
individuale
accaduto
e
alla
terza
quello
possibile
;
non
ha
nulla
da
spartire
con
la
religione
.
Per
la
stessa
ragione
,
in
quanto
scienza
dello
spirito
,
la
filosofia
non
può
essere
filosofia
del
dato
intuitivo
;
epperò
,
come
si
è
veduto
,
né
filosofia
della
storia
né
filosofia
della
natura
,
non
potendosi
concepire
scienza
filosofica
di
ciò
che
non
è
forma
e
universale
,
ma
materia
e
particolare
.
Il
che
torna
ad
affermare
l
'
impossibilità
della
Metafisica
.
Alla
filosofia
della
storia
è
succeduta
la
metodologia
o
logica
della
storia
;
a
quella
della
natura
,
una
gnoseologia
dei
concetti
che
si
adoperano
nelle
scienze
naturali
.
Quel
che
la
filosofia
può
studiare
della
storia
è
il
modo
come
essa
si
costruisce
(
intuizione
,
percezione
,
documento
,
probabilità
,
ecc
.
)
;
quel
che
può
studiare
delle
scienze
naturali
sono
le
forme
di
concetti
che
le
costituiscono
(
spazio
,
tempo
,
moto
,
numero
,
tipi
,
classi
,
ecc
.
)
.
La
filosofia
,
che
si
atteggia
come
metafisica
nel
senso
sopraindicato
,
pretenderebbe
,
invece
,
muovere
concorrenza
alla
storia
e
alle
scienze
naturali
,
le
sole
legittime
e
capaci
nel
loro
campo
;
e
concorrenza
che
non
potrebbe
non
riuscire
,
nel
fatto
,
cosa
da
guastamestieri
.
In
questo
significato
noi
ci
dichiariamo
antimetafisici
,
pur
dichiarandoci
ultrametafisici
,
allorché
si
voglia
con
quella
parola
rivendicare
e
affermare
l
'
ufficio
della
filosofia
come
autocoscienza
dello
spirito
,
distinto
dall
'
ufficio
meramente
empirico
e
classificatorio
delle
scienze
naturali
.
La
Metafisica
,
per
sostenersi
accanto
alle
scienze
dello
spirito
,
ha
dovuto
postulare
una
specifica
attività
dello
spirito
della
quale
essa
sarebbe
l
'
opera
perpetua
.
Chiamata
,
nell
'
antichità
,
fantasia
mentale
o
superiore
,
e
nei
tempi
moderni
,
più
spesso
,
intelletto
intuitivo
o
intuizione
intellettuale
,
quest
'
attività
riunirebbe
in
forma
tutta
propria
il
carattere
della
fantasia
e
quello
dell
intelletto
;
darebbe
il
modo
di
passare
per
deduzione
o
per
dialettica
dall
infinito
al
finito
,
dalla
forma
alla
materia
,
dal
concetto
all
'
intuizione
,
dalla
scienza
alla
storia
,
operando
con
un
metodo
che
compenetrerebbe
universale
e
particolare
,
astratto
e
concreto
,
intuizione
e
intelletto
.
Facoltà
veramente
mirabile
e
che
non
sappiamo
se
poi
sarebbe
gran
vantaggio
o
gran
danno
possedere
;
ma
di
cui
chi
,
come
noi
,
non
la
possiede
,
non
ha
modo
di
assodare
l
'
esistenza
.
L
intuizione
intellettuale
è
stata
talvolta
considerata
come
la
vera
attività
estetica
;
tal
'
altra
le
è
stata
collocata
accanto
,
o
sotto
,
o
sopra
,
una
facoltà
estetica
non
meno
mirabile
,
affatto
diversa
dalla
semplice
intuizione
,
e
della
quale
si
sono
celebrate
le
glorie
,
attribuendole
la
produzione
dell
'
arte
,
o
almeno
alcuni
gruppi
,
arbitrariamente
messi
insieme
,
di
produzione
artistica
.
Arte
,
religione
e
filosofia
sono
sembrate
a
volte
una
sola
,
a
volte
tre
distinte
facoltà
dello
spirito
,
restando
ora
questa
ora
quella
di
esse
superiore
nella
dignità
assegnata
a
ciascuna
.
È
impossibile
enumerare
tutti
i
vari
atteggiamenti
,
che
ha
assunto
e
che
può
assumere
questa
concezione
,
che
diremo
mistica
,
dell
Estetica
.
Con
essa
siamo
nei
domini
,
non
più
della
scienza
della
fantasia
,
ma
della
fantasia
stessa
,
che
crea
il
suo
mondo
con
gli
elementi
mutevoli
delle
impressioni
e
del
sentimento
.
Basti
accennare
che
quella
facoltà
misteriosa
è
stata
concepita
ora
come
pratica
,
ora
come
media
fra
la
teoretica
e
la
pratica
,
talvolta
ancora
come
forma
teoretica
concorrente
con
la
religione
e
con
la
filosofia
.
Da
quest
'
ultima
concezione
è
stata
talvolta
dedotta
l
'
immortalità
dell
'
arte
,
come
appartenente
insieme
con
le
due
sorelle
alla
sfera
dello
spirito
assoluto
.
Tal
'
altra
,
invece
,
considerando
che
la
religione
è
mortale
e
si
dissolve
nella
filosofia
,
è
stata
annunziata
la
mortalità
,
anzi
la
morte
già
accaduta
,
o
almeno
l
'
agonia
,
dell
'
arte
.
Questione
che
per
noi
non
ha
significato
;
giacché
,
posto
che
la
forma
dell
'
arte
è
un
grado
necessario
dello
spirito
,
domandare
se
l
'
arte
sia
eliminabile
sarebbe
né
più
né
meno
come
domandare
se
sia
eliminabile
la
sensazione
o
l
'
intelligenza
.
Ma
la
Metafisica
nel
senso
predetto
,
trasportandoci
in
un
mondo
arbitrario
,
è
incriticabile
nei
suoi
particolari
,
come
non
si
critica
la
botanica
del
giardino
di
Alcina
o
la
cinetica
del
viaggio
di
Astolfo
.
La
critica
si
fa
soltanto
,
ricusando
di
entrare
nel
gioco
;
rigettando
,
cioè
,
la
possibilità
stessa
della
Metafisica
,
sempre
nel
significato
sopradetto
.
Non
,
dunque
,
intuizione
intellettuale
nella
filosofia
,
né
il
surrogato
o
l
'
analogo
di
essa
nell
'
arte
,
l
'
intuizione
intellettuale
estetica
.
Oltre
i
quattro
gradi
dello
spirito
che
la
coscienza
ci
rivela
,
non
esiste
(
sia
lecito
insistere
)
un
quinto
grado
,
una
quinta
e
suprema
facoltà
teoretica
o
teoretico
-
pratica
,
fantastico
-
intellettuale
o
intellettuale
-
fantastica
,
o
come
altro
si
tenti
di
concepirla
.
IX
.
INDIVISIBILITÀ
DELL
'
ESPRESSIONE
IN
MODI
O
GRADI
E
CRITICA
DELLA
RETTORICA
.
Si
sogliono
dare
lunghi
cataloghi
dei
caratteri
dell
'
arte
;
ma
a
noi
,
giunti
a
questo
punto
della
trattazione
,
dopo
avere
considerato
l
'
arte
come
attività
spirituale
,
come
attività
teoretica
e
come
speciale
attività
teoretica
(
intuitiva
)
,
è
dato
agevolmente
scorgere
che
quelle
numerose
e
svariate
determinazioni
di
caratteri
,
tutte
le
volte
che
accennano
a
qualcosa
di
reale
,
non
fanno
altro
che
ripresentare
ciò
che
abbiamo
già
conosciuto
come
genere
,
specie
e
individualità
della
forma
estetica
.
Alla
determinazione
generica
si
riducono
,
come
si
è
osservato
,
i
caratteri
,
o
,
meglio
,
le
varianti
verbali
dell
'
unità
,
dell
'
unità
nella
varietà
,
della
semplicità
,
dell
'
originalità
,
e
via
dicendo
;
alla
specifica
,
la
verità
,
la
schiettezza
,
e
simili
;
alla
individuale
,
la
vita
,
la
vivacità
,
l
'
animazione
,
la
concretezza
,
l
individualità
,
la
caratteristicità
.
Le
parole
possono
cangiare
ancora
,
ma
non
apporteranno
scientificamente
nulla
di
nuovo
.
L
'
analisi
dell
'
espressione
in
quanto
tale
è
esaurita
coi
caratteri
esposti
di
sopra
.
Si
potrebbe
invece
domandare
a
questo
punto
se
vi
siano
modi
o
gradi
dell
'
espressione
;
se
,
distinti
nell
'
attività
dello
spirito
due
gradi
,
ciascuno
dei
quali
suddiviso
in
altri
due
,
uno
di
questi
,
l
'
intuitivo
-
espressivo
,
non
si
suddivida
a
sua
volta
in
due
o
più
modi
intuitivi
,
in
un
primo
,
secondo
o
terzo
grado
di
espressione
.
Ma
questa
ulteriore
divisione
è
impossibile
;
una
classificazione
delle
intuizioni
-
espressioni
è
bensì
lecita
,
ma
non
è
filosofica
;
i
singoli
fatti
espressivi
sono
altrettanti
individui
,
l
'
uno
non
ragguagliabile
con
l
'
altro
se
non
nella
comune
qualità
di
espressione
.
Per
adoperare
il
linguaggio
delle
scuole
,
l
'
espressione
è
una
specie
,
che
non
può
fungere
a
sua
volta
da
genere
.
Variano
le
impressioni
ossia
i
contenuti
;
ogni
contenuto
è
diverso
da
ogni
altro
,
perché
niente
si
ripete
nella
vita
;
e
al
variare
continuo
dei
contenuti
corrisponde
la
varietà
irriducibile
delle
forme
espressive
,
sintesi
estetiche
delle
impressioni
.
Corollario
di
ciò
è
l
'
impossibilità
delle
traduzioni
,
in
quanto
abbiano
la
pretesa
di
compiere
il
travasamento
di
un
'
espressione
in
un
'
altra
,
come
di
un
liquido
da
un
vaso
in
un
altro
di
diversa
forma
.
Si
può
elaborare
logicamente
ciò
che
prima
era
stato
elaborato
in
forma
estetica
,
ma
non
ridurre
ciò
che
ha
avuto
già
la
sua
forma
estetica
ad
altra
forma
anche
estetica
.
Ogni
traduzione
,
infatti
,
o
sminuisce
e
guasta
,
ovvero
crea
una
nuova
espressione
,
rimettendo
la
prima
nel
crogiuolo
e
mescolandola
con
le
impressioni
personali
di
colui
che
si
chiama
traduttore
.
Nel
primo
caso
l
'
espressione
resta
sempre
una
,
quella
dell
'
originale
,
essendo
l
'
altra
più
o
meno
deficiente
,
cioè
non
propriamente
espressione
:
nell
'
altro
,
saranno
,
sì
,
due
,
ma
di
due
contenuti
diversi
.
Brutte
fedeli
o
belle
infedeli
;
questo
detto
proverbiale
coglie
bene
il
dilemma
,
che
ogni
traduttore
si
trova
innanzi
.
Le
traduzioni
inestetiche
,
come
quelle
letterali
o
parafrastiche
,
sono
poi
da
considerare
semplici
comenti
degli
originali
.
L
'
indebita
divisione
delle
espressioni
in
vari
gradi
è
nota
in
letteratura
col
nome
di
dottrina
dell
'
ornato
o
delle
categorie
rettoriche
.
Ma
anche
negli
altri
gruppi
di
arte
simili
tentativi
di
distinzione
non
mancano
:
basta
ricordare
le
forme
realistica
e
simbolica
,
di
cui
così
di
frequente
si
parla
in
pittura
e
scultura
.
E
realistico
e
simbolico
,
oggettivo
e
soggettivo
,
classico
e
romantico
,
semplice
e
ornato
,
proprio
e
metaforico
,
e
le
quattordici
forme
delle
metafore
,
e
le
figure
di
parola
e
di
sentenza
,
e
il
pleonasmo
,
e
l
'
ellissi
,
e
l
'
inversione
,
la
ripetizione
e
i
sinonimi
e
gli
omonimi
,
queste
e
tutte
le
altre
determinazioni
di
modi
e
gradi
dell
'
espressione
scoprono
la
loro
nullità
filosofica
quando
cercano
di
svolgersi
in
definizioni
precise
,
perché
allora
o
annaspano
nel
vuoto
o
cadono
nell
'
assurdo
.
Esempio
tipico
,
la
comunissima
definizione
della
metafora
,
come
di
un
'
altra
parola
messa
in
luogo
della
parola
propria
.
E
perché
darsi
quest
'
incomodo
,
perché
sostituire
alla
parola
propria
la
impropria
e
prendere
la
via
più
lunga
e
peggiore
,
quando
è
nota
la
più
corta
e
migliore
?
Forse
perché
,
come
si
suo
]
dire
volgarmente
,
la
parola
propria
,
in
certi
casi
,
non
è
tanto
espressiva
quanto
la
pretesa
parola
impropria
o
metafora
?
Ma
,
se
così
è
,
la
metafora
è
appunto
,
in
quel
caso
,
la
parola
«
propria
»
;
e
quella
che
si
suol
chiamare
propria
,
se
fosse
adoperata
in
quel
caso
,
sarebbe
poco
espressiva
e
perciò
improprissima
.
Simili
osservazioni
di
elementare
buon
senso
si
possono
ripetere
a
proposito
delle
altre
categorie
e
di
quella
stessa
,
generale
,
dell
'
ornato
,
e
qui
,
per
es
.
,
domandare
come
un
ornamento
si
congiunga
con
l
'
espressione
.
Esternamente
?
e
rimane
sempre
diviso
dall
'
espressione
.
Internamente
?
e
in
questo
secondo
caso
o
non
serve
all
'
espressione
e
la
guasta
,
o
ne
fa
parte
,
e
non
è
ornamento
ma
elemento
costitutivo
dell
'
espressione
,
indivisibile
e
indistinguibile
nell
'
unità
di
essa
.
Quanto
male
abbiano
prodotto
le
distinzioni
rettoriche
non
occorre
dire
:
contro
la
rettorica
si
è
già
abbastanza
declamato
,
quantunque
,
pure
ribellandosi
contro
le
conseguenze
,
se
ne
conservino
in
pari
tempo
preziosamente
(
forse
per
dare
saggio
di
filosofica
coerenza
)
i
principi
.
In
letteratura
le
categorie
rettoriche
hanno
contribuito
,
se
non
a
far
prevalere
,
almeno
a
giustificare
teoricamente
quel
particolare
modo
di
scriver
male
,
ch
'
è
lo
scriver
bene
o
secondo
rettorica
.
I
vocaboli
,
che
abbiamo
menzionati
,
non
uscirebbero
dalle
scuole
,
nelle
quali
ciascuno
di
noi
li
ha
appresi
(
salvo
poi
a
non
trovare
il
modo
di
valersene
nelle
discussioni
strettamente
estetiche
,
o
a
ricordarli
solo
scherzosamente
e
con
una
tinta
comica
)
,
se
talvolta
non
fossero
adoperati
in
uno
dei
seguenti
tre
significati
:
l
°
come
varianti
verbali
del
concetto
estetico
;
2°
come
indicazioni
dell
'
antiestetico
;
o
infine
(
ch
è
l
'
uso
più
importante
)
3°
in
servigio
non
più
dell
'
arte
e
dell
'
estetica
,
ma
della
scienza
e
della
logica
.
l
)
Le
espressioni
,
considerate
direttamente
o
positivamente
,
non
si
dividono
in
classi
;
ma
vi
sono
,
per
altro
,
espressioni
riuscite
e
altre
restate
a
mezzo
o
sbagliate
,
le
perfette
e
le
imperfette
,
le
valide
e
le
deficienti
.
I
vocaboli
ricordati
,
e
gli
altri
della
stessa
sorta
,
possono
dunque
indicare
,
talvolta
,
l
'
espressione
riuscita
e
le
varie
conformazioni
di
quelle
sbagliate
;
benché
sogliono
fare
ciò
nel
modo
più
incostante
e
capriccioso
,
tanto
che
il
medesimo
vocabolo
serve
ora
a
designare
il
perfetto
,
ora
a
condannare
l
imperfetto
.
Per
esempio
,
ci
sarà
chi
,
innanzi
a
due
quadri
,
l
'
uno
privo
d
ispirazione
,
nel
quale
l
'
autore
ha
inintelligentemente
copiato
oggetti
naturali
,
e
l
'
altro
,
bene
ispirato
ma
che
non
trova
riscontro
ovvio
in
oggetti
esistenti
,
chiamerà
il
primo
realistico
e
il
secondo
simbolico
.
Per
contrario
,
altri
innanzi
a
un
quadro
fortemente
sentito
,
raffigurante
una
scena
della
vita
ordinaria
,
pronunzierà
la
parola
realistico
,
e
innanzi
a
un
altro
quadro
che
freddamente
allegorizzi
,
quella
di
simbolico
.
C
evidente
che
nel
primo
caso
simbolico
significa
artistico
,
e
realistico
antiartistico
;
laddove
,
nel
secondo
caso
,
realistico
è
sinonimo
di
artistico
e
simbolico
di
antiartistico
.
Quale
meraviglia
se
alcuni
sostengano
poi
calorosamente
che
la
vera
forma
artistica
è
la
simbolica
,
e
che
la
realistica
è
antiartistica
;
e
altri
che
artistica
è
la
realistica
,
e
antiartistica
la
simbolica
?
e
come
non
dare
ragione
e
agli
uni
e
agli
altri
,
una
volta
che
ciascuno
adopera
quelle
parole
in
significati
tanto
diversi
?
Le
grandi
dispute
intorno
al
classicismo
e
al
romanticismo
si
aggiravano
di
frequente
sopra
equivoci
di
questo
genere
.
Il
primo
veniva
inteso
talora
come
l
'
artisticamente
perfetto
,
il
secondo
come
il
disarmonico
e
imperfetto
;
ma
,
altra
volta
,
classico
valeva
freddo
e
artificioso
,
e
romantico
,
schietto
,
caloroso
,
efficace
,
veramente
espressivo
.
Così
si
poteva
sempre
con
ragione
parteggiare
per
il
classico
contro
il
romantico
o
per
il
romantico
contro
il
classico
.
Accade
il
medesimo
per
la
parola
stile
.
Talora
si
asserisce
che
ogni
scrittore
deve
avere
stile
;
e
,
in
questo
caso
,
stile
è
sinonimo
di
forma
o
espressione
.
Tal
'
altra
si
qualifica
priva
di
stile
la
forma
di
un
codice
di
leggi
o
di
un
libro
di
matematica
;
e
qui
si
ricade
nell
'
errore
di
porre
due
modi
diversi
di
espressioni
,
e
un
'
espressione
ornata
e
un
'
altra
nuda
,
perché
,
se
stile
è
forma
,
si
deve
ammettere
,
parlando
con
rigore
,
che
codice
e
trattato
di
matematica
abbiano
anch
'
essi
il
loro
stile
.
Altra
volta
ancora
si
ode
dai
critici
biasimare
chi
mette
troppo
stile
,
chi
fa
dello
stile
;
e
qui
è
chiaro
che
stile
significa
,
non
la
forma
né
un
modo
di
questa
,
ma
l
'
espressione
impropria
e
pretensiosa
,
una
specie
di
antiartistico
.
2
)
Il
secondo
uso
non
del
tutto
vuoto
di
queste
distinzioni
e
vocaboli
s
'
incontra
allorché
,
per
esempio
,
nell
'
esame
di
una
composizione
letteraria
,
si
ode
notare
:
In
questo
punto
è
un
pleonasmo
,
in
quest
'
altro
un
'
ellissi
,
in
quest
'
altro
una
metafora
,
in
quest
'
altro
ancora
un
sinonimo
o
un
equivoco
.
E
s
'
intende
dire
:
Qui
è
un
errore
consistente
nell
'
aver
messo
un
numero
di
parole
maggiore
del
necessario
(
pleonasmo
)
;
qui
invece
,
l
'
errore
nasce
dall
'
averne
messe
troppo
poche
(
ellissi
)
;
qui
,
da
una
parola
impropria
(
metafora
)
;
qui
,
da
due
parole
,
che
sembrano
dire
cose
diverse
,
laddove
dicono
lo
stesso
(
sinonimo
)
;
qui
,
per
contrario
,
da
un
'
unica
parola
che
sembra
dire
lo
stesso
,
laddove
dice
due
cose
diverse
(
equivoco
)
.
Per
altro
,
siffatto
uso
peggiorativo
e
patologico
dei
vocaboli
della
rettorica
è
più
raro
del
precedente
.
3
)
Finalmente
,
quando
la
terminologia
rettorica
non
ha
nessun
significato
estetico
,
simile
o
analogo
a
quelli
passati
in
rassegna
,
e
pur
si
avverte
che
non
è
vuota
e
che
accenna
a
qualcosa
che
merita
di
essere
tenuto
in
conto
,
vuol
dire
che
è
adoperata
a
servigio
della
logica
e
della
scienza
.
Posto
che
un
concetto
nell
'
uso
scientifico
di
uno
scrittore
sia
designato
con
un
determinato
vocabolo
,
è
naturale
che
altri
vocaboli
che
quello
scrittore
trova
adoperati
,
o
incidentalmente
adopera
egli
stesso
per
significare
il
medesimo
concetto
,
diventino
,
rispetto
al
vocabolo
da
lui
fissato
come
esatto
,
metafora
,
sineddoche
,
sinonimo
,
forma
ellittica
e
simili
.
Anche
noi
,
nel
corso
di
questa
trattazione
,
ci
siamo
valsi
più
volte
(
e
intendiamo
valerci
ancora
)
di
cotesto
modo
di
dire
per
chiarire
il
senso
delle
parole
che
veniamo
adoperando
o
che
troviamo
adoperate
.
Ma
questo
procedimento
,
che
ritiene
il
suo
valore
nelle
disquisizioni
critiche
della
scienza
e
della
filosofia
,
non
ne
possiede
alcuno
nella
critica
letteraria
e
d
'
arte
.
Per
la
scienza
,
vi
sono
parole
proprie
e
metafore
:
uno
stesso
concetto
si
può
formare
psicologicamente
tra
varie
circostanze
e
perciò
esprimere
con
varia
intuizione
;
e
nel
costituirsi
della
terminologia
scientifica
di
uno
scrittore
,
fissato
uno
di
questi
modi
come
il
retto
,
gli
altri
appaiono
tutti
impropri
o
tropici
.
Ma
nel
fatto
estetico
non
si
hanno
se
non
parole
proprie
;
e
una
stessa
intuizione
non
si
può
esprimere
se
non
in
un
sol
modo
,
appunto
perché
è
intuizione
e
non
concetto
.
Alcuni
,
concedendo
l
'
insussistenza
estetica
delle
categorie
rettoriche
,
soggiungono
una
riserva
circa
l
'
utilità
di
esse
e
i
servigi
che
renderebbero
,
specie
nelle
scuole
di
letteratura
.
Confessiamo
di
non
intendere
come
l
'
errore
e
la
confusione
possano
educare
la
mente
alla
distinzione
logica
o
servire
all
'
apprendimento
di
quei
principi
di
scienza
che
da
essi
vengono
turbati
e
oscurati
.
Ma
forse
si
vorrà
dire
che
quelle
distinzioni
,
in
quanto
classi
empiriche
,
possono
agevolare
l
'
apprendimento
e
giovare
alla
memoria
,
in
modo
conforme
a
quanto
si
è
ammesso
di
sopra
circa
i
generi
letterari
e
artistici
:
su
di
che
,
nessuna
obiezione
.
Per
un
altro
fine
le
categorie
rettoriche
debbono
,
di
certo
,
seguitare
a
comparire
nelle
scuole
:
per
esservi
criticate
.
Non
è
lecito
dimenticare
senz
'
altro
gli
errori
del
passato
;
né
le
verità
si
riesce
a
tenere
in
vita
in
altro
modo
che
col
farle
battagliare
contro
gli
errori
.
Se
non
si
dà
notizia
delle
categorie
rettoriche
accompagnandola
con
la
critica
relativa
,
c
è
rischio
che
rinascano
;
e
si
può
dire
che
già
vadano
rinascendo
presso
alcuni
filologi
come
freschissime
scoperte
psicologiche
.
Parrebbe
che
,
a
questo
modo
,
si
volesse
negare
ogni
legame
di
somiglianza
delle
espressioni
o
delle
opere
d
'
arte
tra
loro
.
Le
somiglianze
esistono
,
e
in
forza
di
esse
le
opere
d
'
arte
possono
essere
disposte
in
questo
o
quel
gruppo
.
Ma
sono
somiglianze
quali
si
avvertono
tra
gl
'
individui
,
e
che
non
è
dato
mai
fissare
con
determinazioni
concettuali
:
somiglianze
,
cioè
,
alle
quali
mal
si
applicano
l
'
identificazione
,
la
subordinazione
,
la
coordinazione
e
le
altre
relazioni
dei
concetti
,
e
che
consistono
semplicemente
in
ciò
che
si
chiama
aria
di
famiglia
,
derivante
dalle
condizioni
storiche
tra
cui
nascono
le
varie
opere
,
o
dalle
parentele
d
'
anima
degli
artisti
.
E
in
siffatte
somiglianze
si
fonda
la
possibilità
relativa
delle
traduzioni
;
non
in
quanto
riproduzioni
(
che
sarebbe
vano
tentare
)
delle
medesime
espressioni
originali
,
ma
in
quanto
produzioni
di
espressioni
somiglianti
e
più
o
meno
prossime
a
quelle
.
La
traduzione
,
che
si
dice
buona
,
è
un
'
approssimazione
,
che
ha
valore
originale
d
'
opera
d
'
arte
e
può
stare
da
sé
.
X
.
I
SENTIMENTI
ESTETICI
E
LA
DISTINZIONE
DEL
BELLO
E
DEL
BRUTTO
.
Passando
a
studiare
concetti
più
complessi
,
nei
quali
l
'
attività
estetica
deve
essere
considerata
nella
sua
congiunzione
con
altri
ordini
di
attività
,
e
a
indicare
il
modo
dell
'
unione
o
complicazione
,
ci
viene
innanzi
,
in
primo
luogo
,
il
concetto
di
sentimento
,
e
di
quei
sentimenti
che
si
dicono
estetici
.
La
parola
sentimento
è
una
delle
più
riccamente
polisense
della
terminologia
filosofica
;
e
già
abbiamo
avuto
occasione
d
'
incontrarla
una
volta
tra
quelle
che
si
adoperano
a
designare
lo
spirito
nella
sua
passività
,
la
materia
o
contenuto
dell
'
arte
,
e
perciò
quale
sinonimo
d
'
impressioni
;
e
un
'
altra
volta
(
e
il
significato
era
allora
affatto
diverso
)
,
a
designare
il
carattere
alogico
e
astorico
del
fatto
estetico
,
cioè
l
'
intuizione
pura
,
forma
di
verità
che
non
definisce
nessun
concetto
né
afferma
nessuna
realtà
.
Ma
qui
essa
non
ci
riguarda
in
nessuno
di
cotesti
due
significati
,
né
negli
altri
che
pure
le
sono
stati
conferiti
per
designare
altre
forme
conoscitive
dello
spirito
,
si
bene
in
quello
soltanto
onde
il
sentimento
è
inteso
come
una
speciale
attività
,
di
natura
non
conoscitiva
,
avente
i
suoi
poli
,
positivo
e
negativo
,
nel
piacere
e
nel
dolore
.
Attività
,
cotesta
,
che
ha
messo
sempre
in
grandi
impacci
i
filosofi
i
quali
si
sono
provati
perciò
o
a
negarla
in
quanto
attività
o
ad
attribuirla
alla
natura
,
escludendola
dallo
spirito
.
Ma
entrambe
queste
soluzioni
sono
irte
di
difficoltà
,
e
tali
che
a
chi
le
esamini
con
cura
si
dimostrano
alla
fine
inaccettabili
.
Perché
che
cosa
potrebbe
mai
essere
un
'
attività
non
spirituale
,
un
'
attività
della
natura
,
quando
noi
non
abbiamo
altra
conoscenza
dell
'
attività
se
non
come
spiritualità
,
e
della
spiritualità
se
non
come
attività
,
e
natura
è
in
questo
caso
,
per
definizione
,
il
meramente
passivo
,
inerte
,
meccanico
,
materiale
?
D
'
altra
parte
,
la
negazione
del
carattere
di
attività
al
sentimento
viene
energicamente
smentita
proprio
da
quei
poli
del
piacere
e
del
dolore
,
che
appaiono
in
esso
e
mostrano
l
'
attività
nella
sua
concretezza
e
,
diremmo
,
nel
suo
fremito
.
Questa
conclusione
critica
dovrebbe
mettere
nel
maggiore
imbarazzo
proprio
noi
,
che
,
nello
schizzo
dato
di
sopra
del
sistema
dello
spirito
,
non
avremmo
lasciato
alcun
posto
per
la
nuova
attività
,
di
cui
saremmo
ora
costretti
a
riconoscere
l
'
esistenza
.
Senonché
l
'
attività
del
sentimento
,
se
è
attività
,
non
è
per
altro
nuova
;
e
già
ha
avuto
il
posto
che
le
toccava
nel
sistema
da
noi
abbozzato
,
sebbene
con
altro
nome
,
è
cioè
come
attività
economica
.
L
'
attività
,
che
si
dice
del
sentimento
,
non
è
altra
che
quella
più
elementare
e
fondamentale
attività
pratica
,
che
abbiamo
distinta
dalla
forma
etica
e
fatta
consistere
nell
'
appetizione
e
volizione
di
un
fine
qualsiasi
individuale
,
scevra
di
ogni
determinazione
morale
.
Se
il
sentimento
è
stato
alle
volte
considerato
come
attività
organica
o
naturale
,
ciò
è
accaduto
appunto
perché
esso
non
coincide
né
con
l
'
attività
logica
né
con
quella
estetica
né
con
quella
etica
;
e
,
guardato
dal
punto
di
vista
di
quelle
tre
(
che
erano
le
sole
che
si
ammettessero
)
,
appariva
fuori
dello
spirito
vero
e
proprio
,
dello
spirito
nella
sua
aristocrazia
,
e
quasi
determinazione
della
natura
o
della
psiche
in
quanto
natura
.
E
risulta
anche
da
ciò
la
verità
di
un
'
altra
tesi
,
più
volte
sostenuta
,
che
l
'
attività
estetica
,
al
pari
di
quelle
etica
e
intellettuale
,
non
sia
sentimento
:
tesi
inoppugnabile
,
posto
che
il
sentimento
sia
stato
già
,
implicitamente
e
inconsapevolmente
,
inteso
come
volizione
economica
.
La
concezione
,
che
in
questo
caso
vien
rifiutata
,
è
nota
col
nome
di
edonismo
,
consistente
nel
ridurre
tutte
le
varie
forme
dello
spirito
a
una
sola
,
che
perde
così
anche
il
suo
proprio
carattere
distintivo
e
diventa
alcunché
di
torbido
,
misterioso
,
somigliante
veramente
alle
tenebre
in
cui
tutte
le
vacche
sono
nere
.
Compiuta
questa
riduzione
e
mutilazione
,
gli
edonisti
,
com
è
naturale
,
non
riescono
a
vedere
altro
,
in
qualsiasi
attività
,
se
non
piacere
e
dolore
;
e
tra
il
piacere
dell
'
arte
e
quello
della
facile
digestione
,
tra
il
piacere
di
una
buona
azione
e
quello
del
respirare
l
'
aria
fresca
a
pieni
polmoni
,
non
trovano
nessuna
differenza
sostanziale
.
Ma
se
l
'
attività
del
sentimento
,
nel
significato
ora
definito
,
non
deve
essere
sostituita
a
tutte
le
altre
forme
dell
'
attività
spirituale
,
non
è
detto
che
non
possa
accompagnarle
.
Le
accompagna
,
anzi
,
di
necessità
,
perché
esse
sono
tutte
in
relazione
stretta
e
tra
loro
e
con
l
'
elementare
forma
volitiva
;
onde
ciascuna
di
esse
ha
concomitanti
le
volizioni
individuali
e
i
piaceri
e
dolori
volitivi
,
che
si
dicono
del
sentimento
.
Soltanto
non
bisogna
confondere
ciò
che
è
concomitante
e
ciò
che
è
principale
o
dominante
,
e
disconoscere
questo
per
quello
.
La
scoperta
di
una
verità
o
l
'
adempimento
di
un
dovere
morale
produce
in
noi
una
gioia
,
che
fa
vibrare
tutto
il
nostro
essere
,
il
quale
,
col
raggiungere
il
risultato
di
quelle
forme
d
'
attività
spirituale
,
raggiunge
insieme
ciò
a
cui
praticamente
in
quel
moto
tendeva
come
a
suo
fine
.
Tuttavia
,
la
soddisfazione
economica
o
edonistica
,
la
soddisfazione
etica
,
la
soddisfazione
estetica
,
la
soddisfazione
intellettuale
restano
sempre
,
pur
in
quella
loro
unione
,
tra
loro
distinte
.
Per
tal
modo
si
chiarisce
nel
tempo
stesso
la
questione
più
volte
proposta
(
e
che
è
sembrata
non
a
torto
di
vita
o
di
morte
per
la
scienza
estetica
)
:
se
il
sentimento
e
il
piacere
preceda
o
segua
,
sia
causa
o
effetto
del
fatto
estetico
.
Questione
che
bisogna
ampliare
in
quella
del
rapporto
tra
le
varie
forme
spirituali
,
e
risolvere
nel
senso
che
non
possa
parlarsi
di
causa
cd
effetto
,
e
di
un
prima
e
un
poi
cronologici
,
nell
'
unità
dello
spirito
.
E
cadono
,
stabilita
l
'
esposta
relazione
,
le
indagini
che
si
sogliono
istituire
sul
carattere
dei
sentimenti
estetici
,
morali
,
intellettuali
,
o
anche
(
come
si
è
detto
talvolta
)
economici
.
In
quest
'
ultimo
caso
,
è
chiaro
che
si
tratta
addirittura
non
di
due
termini
ma
di
uno
;
e
la
ricerca
sul
sentimento
economico
non
può
essere
se
non
quella
stessa
riguardante
l
'
attività
economica
.
Ma
anche
negli
altri
casi
la
ricerca
non
può
volgere
mai
sul
sostantivo
,
sì
bene
sull
'
aggettivo
:
l
'
esteticità
,
la
moralità
,
la
logicità
spiegheranno
il
vario
colorarsi
dei
sentimenti
in
estetici
,
morali
e
intellettuali
,
laddove
il
sentimento
per
sé
considerato
non
spiegherà
mai
quelle
rifrazioni
e
colorazioni
.
Un
'
ulteriore
conseguenza
è
,
che
non
fa
più
d
'
uopo
serbare
le
ben
note
distinzioni
tra
sentimenti
di
valore
e
sentimenti
meramente
edonistici
e
privi
di
valore
,
tra
sentimenti
disinteressati
e
interessati
,
oggettivi
e
non
oggettivi
o
soggettivi
,
di
approvazione
e
di
mero
diletto
(
Gefallen
e
Vergnügen
dei
tedeschi
)
.
Quelle
distinzioni
s
'
industriavano
a
salvare
le
tre
forme
spirituali
che
venivano
riconosciute
come
la
triade
del
Vero
,
Buono
e
Bello
,
contro
la
confusione
con
la
quarta
forma
,
ancora
disconosciuta
,
e
perciò
insidiosa
nella
sua
indeterminatezza
e
madre
di
scandali
.
Per
noi
,
esse
hanno
esaurito
ormai
il
loro
compito
,
perché
siamo
in
grado
di
raggiungere
ben
più
direttamente
la
distinzione
,
con
l
'
accogliere
,
cioè
,
anche
i
sentimenti
interessati
,
soggettivi
,
di
mero
diletto
,
tra
le
rispettabili
forme
dello
spirito
;
e
dove
prima
si
concepiva
(
e
noi
stessi
un
tempo
concepivamo
)
antinomia
tra
valore
e
sentimento
come
tra
spiritualità
e
naturalità
,
non
vediamo
ormai
altro
che
differenze
tra
valore
e
valore
.
Come
si
è
già
detto
,
il
sentimento
o
attività
economica
si
presenta
diviso
in
due
poli
,
positivo
e
negativo
,
piacere
e
dolore
,
che
possiamo
ora
tradurre
in
utile
e
disutile
(
o
nocivo
)
.
Bipartizione
già
accennata
di
sopra
a
prova
del
carattere
attivistico
del
sentimento
e
che
si
ritrova
infatti
in
tutte
le
forme
dell
'
attività
.
Se
ognuna
di
queste
è
valore
,
ognuna
ha
,
di
fronte
a
sé
,
l
'
antivalore
o
disvalore
.
E
perché
si
abbia
disvalore
non
basta
che
vi
sia
semplice
assenza
di
valore
,
ma
occorre
che
attività
e
passività
siano
in
lotta
tra
loro
senza
che
l
'
una
vinca
l
'
altra
;
donde
la
contradizione
e
il
disvalore
dell
'
attività
impacciata
,
contrastata
,
interrotta
.
Il
valore
è
l
'
attività
che
si
spiega
liberamente
:
il
disvalore
è
il
suo
contrario
.
Senza
entrare
qui
nel
problema
del
rapporto
tra
valore
e
disvalore
,
ossia
nel
problema
dei
contrari
(
se
,
cioè
,
siano
da
pensare
dualisticamente
come
due
entità
o
due
ordini
di
entità
nemiche
,
come
Ormuzd
e
Arimane
,
gli
angeli
e
i
diavoli
,
ovvero
come
un
'
unità
,
che
è
insieme
contrarietà
)
,
ci
contenteremo
di
questa
definizione
dei
due
termini
,
come
bastevole
al
nostro
scopo
presente
,
che
è
di
venire
chiarendo
l
'
attività
estetica
,
e
,
in
questo
punto
particolare
,
uno
dei
concetti
più
oscuri
e
dibattuti
dell
Estetica
:
il
concetto
del
Bello
.
I
valori
e
disvalori
estetici
,
intellettuali
,
economici
ed
etici
,
hanno
varie
denominazioni
nel
linguaggio
comune
,
bello
,
vero
,
buono
,
utile
,
conveniente
,
giusto
,
esatto
,
e
così
via
,
che
designano
il
libero
spiegarsi
dell
'
attività
spirituale
,
l
'
azione
,
la
ricerca
scientifica
,
la
produzione
artistica
ben
riuscite
;
e
brutto
,
falso
,
cattivo
,
inutile
,
sconveniente
,
ingiusto
,
inesatto
,
designanti
l
'
attività
impacciata
,
il
prodotto
mal
riuscito
.
Nell
'
uso
linguistico
,
queste
denominazioni
si
trasportano
continuamente
da
un
ordine
di
fatti
all
'
altro
.
Bello
,
per
esempio
,
si
trova
detto
non
solo
di
una
espressione
riuscita
,
ma
anche
di
una
verità
scientifica
e
di
un
'
azione
utilmente
compiuta
e
di
un
'
azione
morale
;
onde
si
parla
poi
di
un
bello
intellettuale
,
di
un
bello
d
'
azione
,
di
un
bello
morale
.
A
correre
dietro
a
questi
usi
svariatissimi
si
entra
in
un
labirinto
verbalistico
,
impervio
e
inestricabile
,
nel
quale
non
pochi
filosofi
ed
estetici
si
sono
cacciati
e
smarriti
.
Epperò
ci
è
parso
conveniente
di
scansare
finora
studiosamente
l
'
uso
della
parola
bello
a
designare
l
'
espressione
nel
suo
valore
positivo
.
Ma
,
dopo
tutte
le
spiegazioni
che
abbiamo
fornite
,
essendo
ormai
dissipato
ogni
pericolo
di
fraintendimenti
,
e
non
potendosi
,
d
'
altro
canto
,
sconoscere
che
la
tendenza
prevalente
così
nel
linguaggio
comune
come
in
quello
filosofico
è
di
restringere
il
significato
del
vocabolo
bello
per
l
'
appunto
al
valore
estetico
,
ci
sembra
lecito
e
opportuno
definire
la
bellezza
espressione
riuscita
,
o
meglio
,
espressione
senz
'
altro
,
perché
l
'
espressione
,
quando
non
è
riuscita
,
non
è
espressione
.
Conseguentemente
,
il
brutto
è
l
'
espressione
sbagliata
.
E
per
le
opere
d
'
arte
non
riuscite
vale
il
paradosso
:
che
il
bello
ci
presenta
unicità
di
bellezza
e
il
brutto
molteplicità
.
Onde
,
di
solito
,
innanzi
alle
opere
estetiche
più
o
meno
sbagliate
si
ode
discorrere
di
pregi
,
ossia
delle
loro
parti
belle
,
come
non
accade
invece
innanzi
a
quelle
perfette
.
In
queste
,
infatti
,
riesce
impossibile
enumerare
i
pregi
o
designare
le
parti
belle
,
perché
,
essendo
fusione
completa
,
hanno
un
unico
pregio
:
la
vita
circola
in
tutto
l
'
organismo
e
non
è
ritirata
in
alcuna
delle
singole
parti
.
I
pregi
delle
opere
sbagliate
possono
essere
di
vario
grado
,
anche
grandissimi
.
E
laddove
il
bello
non
presenta
gradi
non
essendo
concepibile
un
più
bello
,
cioè
un
espressivo
più
espressivo
,
un
adeguato
più
adeguato
,
li
presenta
invece
il
brutto
,
e
tali
che
vanno
dal
lievemente
brutto
(
o
quasi
bello
)
al
grandemente
brutto
.
Ma
se
il
brutto
fosse
completo
,
vale
a
dire
privo
di
qualsiasi
elemento
di
bellezza
,
esso
,
per
ciò
stesso
,
cesserebbe
di
essere
brutto
,
perché
verrebbe
,
in
quel
caso
,
a
mancare
la
contradizione
in
cui
è
la
sua
ragion
d
'
essere
.
Il
disvalore
diventerebbe
il
non
-
valore
,
l
'
attività
cederebbe
il
luogo
alla
passività
,
con
la
quale
essa
non
è
in
guerra
se
non
quando
questa
sia
effettivamente
guerreggiata
.
E
poiché
la
coscienza
distintiva
del
bello
e
del
brutto
si
fonda
sui
contrasti
e
sulle
contradizioni
in
cui
si
avvolge
l
'
attività
estetica
,
è
evidente
che
questa
coscienza
si
attenua
fino
a
dileguarsi
del
tutto
via
via
che
si
discenda
dai
casi
più
complessi
ai
più
semplici
e
ai
semplicissimi
di
espressione
.
Da
ciò
l
'
illusione
che
si
diano
espressioni
né
belle
né
brutte
,
considerandosi
come
tali
quelle
che
si
ottengono
senza
sensibile
sforzo
e
si
presentano
come
naturali
.
A
queste
ormai
facilissime
definizioni
si
riduce
tutto
il
mistero
del
bello
e
del
brutto
.
Che
se
qualcuno
obietti
che
esistono
espressioni
estetiche
perfette
,
innanzi
alle
quali
non
si
prova
piacere
,
e
altre
,
fors
'
anche
sbagliate
,
che
ci
procurano
piacere
vivissimo
,
bisogna
raccomandargli
di
far
bene
attenzione
,
nel
fatto
estetico
,
a
quello
solo
ch
è
veramente
piacere
estetico
.
Questo
viene
talvolta
rafforzato
,
o
piuttosto
complicato
,
da
piaceri
provenienti
da
fatti
estranei
,
i
quali
solo
casualmente
vi
si
trovano
congiunti
.
Un
esempio
di
piacere
puramente
estetico
offre
il
poeta
o
qualsiasi
altro
artista
nel
momento
in
cui
vede
(
intuisce
)
per
la
prima
volta
la
sua
opera
;
quando
,
cioè
,
le
sue
impressioni
pigliano
corpo
e
il
volto
gli
s
'
irraggia
della
divina
gioia
del
creatore
.
Un
piacere
misto
prova
invece
chi
si
è
recato
a
teatro
,
dopo
una
giornata
di
lavoro
,
per
assistere
a
una
commedia
;
quando
,
cioè
,
il
piacere
del
riposo
,
dello
svago
,
o
quello
del
ridere
sconficcando
un
chiodo
dalla
bara
preparata
,
si
accompagna
agli
istanti
di
vero
piacere
estetico
per
l
'
arte
del
commediografo
e
degli
attori
.
Lo
stesso
si
dica
dell
'
artista
,
il
quale
,
finito
il
suo
lavoro
,
lo
contempli
con
compiacenza
,
provando
,
oltre
il
diletto
estetico
,
quello
ben
diverso
che
sorge
dal
pensiero
dell
'
amor
proprio
soddisfatto
,
o
magari
del
lucro
economico
che
dalla
sua
opera
sia
per
venirgli
.
E
gli
esempi
si
potrebbero
moltiplicare
.
Nell
'
estetica
moderna
è
stata
foggiata
una
categoria
di
sentimenti
estetici
apparenti
,
derivanti
non
dalla
forma
ossia
dalle
opere
d
'
arte
in
quanto
tali
,
ma
dal
contenuto
delle
opere
d
'
arte
.
Le
rappresentazioni
artistiche
(
si
è
osservato
)
destano
piacere
e
dolore
nelle
loro
infinite
gradazioni
e
varietà
:
si
palpita
,
si
gioisce
,
si
teme
,
si
piange
,
si
ride
,
si
vuole
coi
personaggi
di
un
dramma
o
di
un
romanzo
,
con
le
figure
di
un
quadro
e
con
le
melodie
di
una
musica
.
Cotesti
sentimenti
,
per
altro
,
non
sono
quelli
che
desterebbe
il
fatto
reale
fuori
dell
'
arte
,
o
meglio
,
identici
nella
qualità
,
quantitativamente
sono
una
attenuazione
dei
reali
:
il
piacere
e
il
dolore
estetici
e
apparenti
si
manifestano
leggieri
,
poco
profondi
,
mobili
.
Di
questi
sentimenti
apparenti
non
è
il
caso
di
discorrere
qui
di
proposito
,
per
la
buona
ragione
che
ne
abbiamo
già
ampiamente
discorso
,
e
anzi
non
abbiamo
finora
discorso
d
'
altro
che
di
essi
.
Sentimenti
che
diventano
apparenti
o
parventi
,
che
cos
'
altro
sono
mai
se
non
sentimenti
oggettivati
,
intuiti
,
espressi
?
Ed
è
naturale
che
non
ci
diano
travaglio
e
agitazione
passionale
come
quelli
della
vita
reale
,
perché
quelli
erano
materia
e
questi
sono
forma
e
attività
,
quelli
veri
e
propri
sentimenti
,
questi
intuizioni
ed
espressioni
.
La
formola
dei
sentimenti
apparenti
non
è
altro
,
dunque
,
per
noi
,
che
una
tautologia
,
sulla
quale
potremmo
dare
senza
scrupolo
un
frego
di
penna
.
XI
.
CRITICA
DELL
'
EDONISMO
ESTETICO
.
Come
siamo
avversari
dell
'
edonismo
in
genere
,
ossia
della
teoria
la
quale
,
fondandosi
sul
piacere
e
dolore
che
è
intrinseco
all
'
attività
utilitaria
o
economica
e
perciò
inseparabile
da
ogni
altra
forma
di
attività
,
confonde
contenente
e
contenuto
e
non
riconosce
altro
processo
che
quello
edonistico
;
così
ci
opponiamo
all
'
edonismo
particolare
estetico
,
il
quale
considera
,
se
non
tutte
le
altre
attività
,
almeno
quella
estetica
come
semplice
vicenda
di
sentimento
e
confonde
il
piacevole
dell
'
espressione
,
ch
è
il
bello
,
col
piacevole
senz
'
altro
,
col
piacevole
d
'
ogni
altra
sorta
.
La
concezione
edonistica
dell
'
arte
si
presenta
in
parecchie
forme
,
delle
quali
una
delle
più
antiche
considera
il
bello
come
il
piacevole
della
vista
e
dell
'
udito
,
ossia
dei
cosiddetti
sensi
superiori
.
All
inizio
dell
'
analisi
dei
fatti
estetici
era
,
in
verità
,
difficile
sfuggire
alla
fallace
credenza
elle
un
quadro
o
una
musica
siano
impressioni
della
vista
o
dell
'
udito
,
e
interpretare
rettamente
l
'
ovvia
osservazione
che
il
cieco
non
gode
la
pittura
e
il
sordo
non
gode
la
musica
.
Mostrare
,
come
abbiamo
mostrato
,
che
il
produrre
estetico
non
dipende
dalla
natura
delle
impressioni
,
ma
che
tutte
le
impressioni
dei
sensi
possono
essere
elevate
a
espressione
e
nessuna
vi
ha
singolare
diritto
per
la
sua
qualità
o
per
la
classe
a
cui
appartiene
,
è
una
concezione
che
si
presenta
solo
dopo
che
sono
state
tentate
tutte
le
altre
costruzioni
dottrinali
possibili
in
questa
materia
.
Chi
immagina
che
il
fatto
estetico
sia
qualcosa
di
piacevole
per
gli
occhi
o
per
l
'
udito
,
non
ha
poi
nessuna
linea
di
difesa
contro
colui
che
,
logicamente
proseguendo
,
identifica
il
bello
col
piacevole
in
genere
,
e
include
nell
Estetica
la
culinaria
,
o
(
come
qualche
positivista
ha
fatto
)
il
bello
viscerale
.
Un
'
altra
forma
dell
'
edonismo
estetico
è
la
teoria
del
gioco
.
Il
concetto
del
gioco
ha
aiutato
talvolta
a
riconoscere
il
carattere
attivistico
del
fatto
espressivo
:
l
'
uomo
(
è
stato
detto
)
non
è
veramente
uomo
se
non
quando
comincia
a
giocare
(
cioè
quando
si
sottrae
alla
causalità
naturale
e
meccanica
,
producendo
spiritualmente
)
;
e
il
primo
suo
gioco
è
l
'
arte
.
Ma
poiché
la
parola
gioco
significa
anche
quel
piacere
che
nasce
dalla
provocata
scarica
dell
'
energia
esuberante
dell
'
organismo
(
ossia
da
un
bisogno
pratico
)
,
la
conseguenza
di
questa
teoria
è
stata
,
che
si
è
denominato
fatto
estetico
qualunque
gioco
,
o
si
è
denominato
gioco
l
'
arte
in
quanto
può
entrare
a
parte
di
un
gioco
,
come
accade
di
altre
cose
,
e
perfino
della
scienza
.
Sola
la
moralità
non
può
essere
dominata
mai
(
per
la
contradizione
che
nol
consente
)
dall
'
intenzione
di
giocare
;
e
domina
invece
e
regola
essa
l
'
atto
medesimo
del
gioco
.
Vi
è
stato
perfino
chi
ha
tentato
di
dedurre
il
piacere
dell
'
arte
dalla
risonanza
di
quello
degli
organi
sessuali
.
Ed
estetici
modernissimi
pongono
volentieri
la
genesi
de
]
.
fatto
estetico
nell
'
attrattiva
del
vincere
e
del
trionfare
,
o
,
come
altri
aggiunge
,
nel
bisogno
del
maschio
che
intende
a
conquistare
la
femmina
.
Teoria
che
si
condisce
con
molta
erudizione
di
aneddoti
,
Dio
sa
quanto
sicuri
!
,
sui
costumi
dei
popoli
selvaggi
;
ma
che
in
verità
non
avrebbe
bisogno
di
tanto
sussidio
,
giacché
di
poeti
che
si
adornino
delle
proprie
poesie
come
galli
che
ergano
la
cresta
o
tacchini
che
facciano
la
rota
,
se
ne
incontra
ben
di
frequente
nella
vita
ordinaria
.
Solamente
,
chi
fa
di
queste
cose
,
e
in
quanto
le
fa
,
non
è
poeta
,
sì
bene
un
povero
diavolo
,
anzi
un
povero
diavolo
di
gallo
o
di
tacchino
;
e
la
brama
della
vittoria
e
la
trionfale
conquista
della
femmina
non
hanno
che
vedere
col
fatto
dell
'
arte
.
Tanto
varrebbe
considerare
la
poesia
come
nient
'
altro
che
un
prodotto
economico
,
perché
vi
sono
stati
un
tempo
poeti
aulici
e
stipendiati
,
e
ve
ne
sono
tuttavia
che
aiutano
,
se
non
proprio
campano
la
vita
,
con
la
vendita
dei
loro
versi
.
La
quale
deduzione
e
definizione
non
ha
mancato
di
trarre
qualche
troppo
zelante
neofito
del
materialismo
storico
.
Un
'
altra
scuola
,
meno
grossolana
,
considera
l
Estetica
come
la
scienza
del
simpatico
,
di
ciò
con
cui
noi
simpatizziamo
,
che
ci
attira
,
ci
letifica
,
ci
desta
piacere
e
ammirazione
.
Ma
il
simpatico
è
nient
'
altro
che
l
'
immagine
o
rappresentazione
di
ciò
che
piace
.
E
,
come
tale
,
è
fatto
complesso
,
risultante
da
un
elemento
costante
,
che
è
quello
estetico
della
rappresentazione
,
e
da
uno
variabile
ch
è
il
piacevole
nelle
sue
infinite
apparizioni
,
nascente
da
tutte
le
varie
classi
di
valori
.
Nel
linguaggio
volgare
si
prova
talora
come
una
ripugnanza
a
chiamare
bella
l
'
espressione
,
che
non
sia
espressione
del
simpatico
.
Di
qui
i
continui
contrasti
tra
il
discorrere
dell
'
estetico
o
del
critico
d
'
arte
e
quello
della
persona
volgare
,
la
quale
non
riesce
a
persuadersi
che
l
immagine
del
dolore
e
della
turpitudine
possa
essere
bella
,
o
,
almeno
,
che
sia
bella
con
lo
stesso
diritto
di
quella
del
piacevole
e
del
buono
.
Il
contrasto
si
potrebbe
risolvere
distinguendo
due
scienze
diverse
,
una
dell
'
espressione
e
l
'
altra
del
simpatico
,
se
quest
'
ultimo
potesse
formare
oggetto
d
'
una
scienza
speciale
;
se
cioè
non
fosse
,
come
si
è
mostrato
,
un
concetto
complesso
,
quando
addirittura
non
sia
equivoco
.
Se
in
esso
si
dà
prevalenza
al
fatto
espressivo
,
si
entra
nella
Estetica
come
scienza
dell
'
espressione
;
se
al
contenuto
piacevole
,
si
ricade
nello
studio
di
fatti
essenzialmente
edonistici
(
utilitari
)
,
per
complicati
che
possano
presentarsi
.
Nell
Estetica
del
simpatico
è
da
cercare
anche
l
'
origine
precipua
della
dottrina
che
concepisce
il
rapporto
tra
contenuto
e
forma
come
la
somma
di
due
valori
.
L
'
arte
,
in
tutte
le
dottrine
or
ora
accennate
,
è
considerata
colpe
cosa
meramente
edonistica
.
Ma
l
'
edonismo
estetico
non
può
rimanere
saldo
se
non
a
condizione
che
si
congiunga
con
un
edonismo
filosofico
generale
,
il
quale
non
riconosca
alcun
'
altra
forma
di
valore
.
Non
appena
quel
concetto
edonistico
dell
'
arte
viene
accolto
da
filosofi
che
ammettono
uno
o
più
valori
spirituali
,
di
verità
o
di
moralità
,
non
può
non
sorgere
la
questione
:
Che
cosa
deve
farsi
dell
'
arte
?
a
qual
uso
valersene
?
è
da
lasciare
libero
corso
ai
diletti
che
essa
procura
?
o
bisogna
restringerli
?
e
in
quali
confini
?
La
questione
del
fine
dell
'
arte
,
che
nell
'
Estetica
dell
'
espressione
è
inconcepibile
,
nell
Estetica
del
simpatico
trova
il
suo
indubbio
significato
e
domanda
una
soluzione
.
Tale
soluzione
,
com
è
chiaro
,
non
può
avere
se
non
due
forme
:
una
di
carattere
negativo
,
l
'
altra
di
carattere
restrittivo
.
La
prima
,
che
diremo
rigoristica
o
ascetica
,
e
che
appare
parecchie
volte
,
sebbene
non
di
frequente
,
nella
storia
delle
idee
,
stima
l
'
arte
un
'
ebrezza
dei
sensi
,
epperò
non
solo
inutile
ma
nociva
:
bisogna
,
dunque
,
secondo
quella
teoria
,
liberarne
con
ogni
sforzo
e
industria
l
'
animo
umano
,
che
essa
perturba
.
L
'
altra
soluzione
,
che
chiameremo
pedagogica
o
utilitario
-
moralistica
,
ammette
l
'
arte
,
ma
solo
in
quanto
concorre
al
fine
della
moralità
;
in
quanto
aiuta
con
un
piacere
innocente
l
'
opera
di
chi
indirizza
al
vero
e
al
buono
;
in
quanto
sparge
di
soave
liquore
gli
orli
del
vaso
del
sapere
e
del
dovere
.
È
bene
osservare
che
sarebbe
erroneo
distinguere
questa
seconda
concezione
in
intellettualistica
e
utilitario
-
moralistica
,
secondo
che
all
'
arte
s
'
assegni
il
fine
di
condurre
al
vero
o
al
bene
pratico
.
Il
compito
,
che
le
viene
imposto
,
dell
'
istruire
,
appunto
perché
è
un
fine
che
si
cerca
e
raccomanda
,
è
,
non
più
mero
fatto
teoretico
,
ma
fatto
teoretico
diventato
già
materia
d
'
azione
pratica
;
non
intellettualismo
,
dunque
,
ma
sempre
pedagogismo
e
praticismo
.
Né
più
esatto
sarebbe
sottodistinguere
la
concezione
pedagogica
dell
'
arte
in
utilitaria
pura
e
in
utilitario
-
moralistica
,
giacché
coloro
che
ammettono
solo
l
'
utile
individuale
(
il
libito
dell
'
individuo
)
,
appunto
perché
edonisti
assoluti
,
non
hanno
alcun
motivo
a
cercare
un
'
ulteriore
giustificazione
dell
'
arte
.
Ma
enunciare
queste
teorie
,
nel
punto
al
quale
siamo
giunti
,
vale
confutarle
.
Piuttosto
giova
avvertire
che
nella
teoria
pedagogica
dell
'
arte
si
ritrova
un
'
altra
ancora
delle
cause
,
per
le
quali
è
stata
erroneamente
posta
l
'
esigenza
che
il
contenuto
dell
'
arte
debba
essere
(
in
vista
di
determinati
effetti
pratici
)
scelto
.
Contro
l
Estetica
edonistica
e
contro
quella
pedagogica
,
si
è
spesso
levata
la
tesi
,
riecheggiata
volentieri
dagli
artisti
,
che
l
'
arte
consista
nella
bellezza
pura
:
Nella
pura
bellezza
il
ciel
ripose
Ogni
nostra
letizia
,
e
il
Verso
è
tutto
(
D
'
Annunzio
)
.
Se
si
vuol
intendere
con
ciò
che
l
'
arte
non
è
da
scambiare
con
la
mera
dilettazione
sensuale
(
col
praticismo
utilitario
)
o
con
l
'
esercizio
della
moralità
,
si
conceda
,
in
questo
caso
,
anche
alla
nostra
di
fregiarsi
del
titolo
di
Estetica
della
bellezza
pura
.
Ma
se
per
quest
'
ultima
s
'
intende
invece
(
come
spesso
si
è
fatto
)
qualcosa
di
mistico
e
di
trascendente
,
ignoto
al
nostro
povero
mondo
umano
;
o
qualcosa
che
sia
spirituale
e
beatificante
,
ma
non
già
espressivo
;
dobbiamo
rispondere
che
,
plaudendo
al
concetto
di
una
bellezza
,
pura
di
tutto
ciò
che
non
sia
la
forma
spirituale
dell
'
espressione
,
non
sapremmo
concepire
una
bellezza
superiore
a
questa
e
,
meno
ancora
,
tale
che
sia
depurata
perfino
della
espressione
,
ossia
scevra
di
sé
medesima
.
XII
.
L
'
ESTETICA
DEL
SIMPATICO
E
I
CONCETTI
PSEUDOESTETICI
.
La
dottrina
del
simpatico
(
animata
e
secondata
dalla
capricciosa
Estetica
metafisica
e
mistica
,
e
da
quel
cieco
tradizionalismo
onde
si
suppone
un
legame
logico
tra
cose
che
per
caso
si
trovino
trattate
insieme
dagli
stessi
autori
e
negli
stessi
libri
)
,
ha
introdotti
e
resi
domestici
nei
sistemi
di
Estetica
una
serie
di
concetti
,
dei
quali
basta
dare
un
rapido
cenno
per
giustificare
il
risoluto
discacciamento
che
ne
facciamo
dal
nostro
.
Il
catalogo
di
essi
è
lungo
,
anzi
interminabile
:
tragico
,
comico
,
sublime
,
patetico
,
commovente
,
triste
,
ridicolo
,
malinconico
,
tragicomico
,
umoristico
,
maestoso
,
dignitoso
,
serio
,
grave
,
imponente
,
nobile
,
decoroso
,
grazioso
,
attraente
,
stuzzicante
,
civettuolo
,
idillico
,
elegiaco
,
allegro
,
violento
,
ingenuo
,
crudele
,
turpe
,
orrido
,
disgustoso
,
spaventoso
,
nauseante
;
e
chi
più
ne
ha
,
più
ne
metta
.
Poiché
quella
dottrina
assumeva
a
oggetto
suo
proprio
il
simpatico
,
era
naturale
che
non
potesse
trascurare
nessuna
delle
varietà
del
simpatico
,
nessuno
dei
miscugli
e
delle
gradazioni
per
le
quali
da
esso
nella
sua
più
alta
e
intensa
manifestazione
si
giunge
via
via
fino
al
suo
contrario
,
all
'
antipatico
e
ripugnante
.
E
poiché
il
contenuto
simpatico
era
considerato
come
il
bello
e
l
'
antipatico
come
il
brutto
,
le
varietà
(
tragico
,
comico
,
sublime
,
patetico
,
ecc
.
)
formavano
per
quella
concezione
dell
Estetica
le
gradazioni
e
le
sfumature
intercedenti
tra
il
bello
e
il
brutto
.
Enumerate
e
definite
alla
meglio
le
principali
di
coteste
varietà
,
l
Estetica
del
simpatico
si
proponeva
il
problema
circa
il
posto
da
concedere
al
brutto
nell
'
arte
:
problema
privo
di
significato
per
noi
che
non
conosciamo
altro
brutto
che
l
'
antiestetico
o
l
inespressivo
,
il
quale
non
può
essere
mai
parte
del
fatto
estetico
,
essendone
invece
il
contrario
e
l
'
antitesi
.
Ma
,
nella
dottrina
che
qui
esaminiamo
,
la
posizione
e
discussione
di
quel
problema
importava
né
più
né
meno
che
la
necessità
di
conciliare
in
qualche
modo
la
falsa
e
monca
idea
dell
'
arte
da
cui
si
prendevano
le
mosse
dell
'
arte
ristretta
alla
rappresentazione
del
piacevole
con
l
'
arte
effettiva
,
che
spazia
in
campi
ben
più
larghi
.
Da
ciò
l
'
artifizioso
tentativo
di
stabilire
quali
casi
di
brutto
(
antipatico
)
possano
ammettersi
nella
rappresentazione
artistica
,
e
per
quali
ragioni
e
in
quali
modi
.
La
risposta
suonava
:
che
il
brutto
è
ammessibile
solo
quando
è
superabile
,
dovendo
un
brutto
insuperabile
,
come
il
disgustoso
o
nauseante
,
essere
escluso
senz
'
altro
;
e
che
il
brutto
,
ammesso
nell
'
arte
,
ha
per
ufficio
di
contribuire
a
rafforzare
l
'
effetto
del
bello
(
simpatico
)
,
producendo
una
serie
di
contrasti
da
cui
il
piacevole
esca
più
efficace
e
letificante
.
È
,
infatti
,
comune
osservazione
che
il
piacere
si
sente
con
tanto
maggiore
vivezza
quanto
più
è
preceduto
da
astinenza
e
tormento
.
Il
brutto
nell
'
arte
veniva
a
questo
modo
considerato
come
addetto
ai
servigi
del
bello
,
stimolante
e
condimento
del
piacere
estetico
.
Col
cadere
dell
Estetica
del
simpatico
cade
anche
cotesta
artificiosa
dottrina
di
raffinamento
edonistico
,
che
è
nota
con
la
formola
pomposa
di
dottrina
del
superamento
del
brutto
;
e
in
pari
tempo
l
'
enumerazione
e
la
definizione
dei
concetti
accennati
di
sopra
si
dimostrano
estranee
all
Estetica
.
La
quale
non
conosce
né
il
simpatico
né
l
'
antipatico
né
le
loro
varietà
,
ma
solamente
la
spirituale
attività
della
rappresentazione
.
Senonché
il
grande
posto
che
,
come
abbiamo
detto
,
quei
concetti
hanno
occupato
finora
nelle
trattazioni
estetiche
,
rende
opportuno
qualche
maggiore
chiarimento
intorno
all
'
indole
loro
.
Quale
sarà
la
loro
sorte
?
Esclusi
dall
Estetica
,
in
quale
altra
parte
della
filosofia
verranno
accolti
?
In
verità
,
in
nessuna
parte
,
perché
quei
concetti
sono
privi
di
valore
filosofico
.
Essi
non
sono
altro
che
una
serie
di
classi
,
da
potersi
plasmare
nel
modo
più
vario
e
moltiplicare
a
libito
,
nelle
quali
si
cerca
di
ripartire
le
infinite
complicazioni
e
sfumature
dei
valori
e
disvalori
della
vita
.
Di
coceste
classi
alcune
hanno
significato
prevalentemente
positivo
,
come
il
bello
,
il
sublime
,
il
maestoso
,
il
solenne
,
il
serio
,
il
grave
,
il
nobile
,
l
'
elevato
;
altre
,
significato
prevalentemente
negativo
,
come
il
brutto
,
il
doloroso
,
l
'
orrido
,
lo
spaventoso
,
il
tremendo
,
il
mostruoso
,
l
'
insulso
,
lo
stravagante
;
in
altre
,
infine
,
prevale
l
'
aspetto
del
miscuglio
,
come
è
il
caso
del
comico
,
del
tenero
,
del
malinconico
,
dell
'
umoristico
,
del
tragicomico
.
Complicazioni
infinite
,
perché
infinite
sono
le
individuazioni
;
onde
non
è
possibile
costruirne
i
concetti
se
non
nel
modo
approssimativo
che
è
proprio
delle
scienze
naturali
,
paghe
di
schematizzare
alla
meglio
quel
reale
che
né
si
esaurisce
per
enumerazione
né
ad
esse
è
dato
comprendere
e
superare
speculativamente
.
E
poiché
la
disciplina
naturalistica
che
assume
di
costruire
tipi
e
schemi
sulla
vita
spirituale
dell
'
uomo
,
è
la
Psicologia
(
della
quale
,
infatti
,
si
va
sempre
meglio
accentuando
ai
giorni
nostri
il
carattere
meramente
empirico
e
descrittivo
)
,
quei
concetti
non
sono
di
pertinenza
né
dell
Estetica
né
in
genere
della
filosofia
,
ma
debbono
essere
rimandati
,
per
l
'
appunto
,
alla
Psicologia
.
Come
di
tutte
le
altre
costruzioni
psicologiche
,
così
di
quei
concetti
non
sono
possibili
,
dunque
,
definizioni
rigorose
;
e
non
è
lecito
,
per
conseguenza
,
dedurli
l
'
uno
dall
'
altro
e
connetterli
in
sistema
,
come
pur
tante
volte
è
stato
tentato
con
grande
spreco
di
tempo
e
senza
risultati
utili
.
E
nemmeno
si
può
pretendere
di
ottenere
,
in
cambio
di
quelle
filosofiche
riconosciute
impossibili
,
definizioni
empiriche
che
siano
universalmente
adoprabili
come
calzanti
e
vere
.
Le
definizioni
empiriche
non
sono
mai
uniche
ma
sempre
innumerevoli
,
variando
secondo
i
casi
e
gl
'
intenti
pei
quali
si
foggiano
:
che
se
una
sola
ce
ne
fosse
e
questa
avesse
valore
di
verità
,
la
definizione
,
com
è
chiaro
,
non
sarebbe
empirica
,
ma
rigorosa
e
filosofica
.
Ed
effettivamente
ogniqualvolta
è
stato
adoperato
alcuno
dei
termini
che
abbiamo
ricordati
(
o
che
della
medesima
serie
si
potrebbero
ricordare
)
se
n
è
data
insieme
,
espressa
o
sottintesa
,
una
nuova
definizione
.
Ciascuna
di
quelle
definizioni
differiva
dall
'
altra
per
un
qualcosa
,
per
un
particolare
,
sia
pure
minimo
,
e
pei
tacito
riferimento
a
uno
o
altro
fatto
individuale
al
quale
si
guardava
di
preferenza
,
elevandolo
a
tipo
generale
.
Perciò
accade
che
nessuna
di
esse
contenti
mai
chi
l
'
ascolta
,
e
neppure
colui
stesso
che
la
foggia
;
il
quale
,
subito
dopo
,
messo
a
fronte
di
un
nuovo
caso
,
la
riconosce
più
o
meno
insufficiente
e
disadatta
,
e
da
ritoccare
.
Bisogna
,
dunque
,
lasciare
liberi
i
parlanti
e
gli
scriventi
di
definire
volta
per
volta
il
sublime
o
il
comico
,
il
.
tragico
o
l
'
umoristico
,
secondo
loro
piaccia
e
sembri
comodo
per
il
fine
che
si
propongono
.
E
se
s
'
insiste
per
ottenere
una
definizione
empirica
di
validità
universale
,
non
e
è
da
somministrare
se
non
questa
:
-
Sublime
(
o
comico
,
tragico
,
umoristico
,
ecc
.
)
è
tutto
ciò
che
è
stato
,
o
sarà
,
chiamato
così
da
coloro
che
hanno
adoperato
,
o
adopereranno
,
queste
parole
.
Che
cosa
è
il
sublime
?
L
'
affermarsi
improvviso
di
una
forza
morale
ultrapossente
:
eccone
una
definizione
.
Ma
altrettanto
buona
è
l
'
altra
,
la
quale
riconosce
il
sublime
anche
dove
la
forza
che
si
afferma
è
una
volontà
ultrapossente
bensì
,
ma
immorale
e
distruttiva
.
E
l
'
una
e
l
'
altra
rimarranno
poi
nel
vago
e
non
acquisteranno
determinatezza
nessuna
se
non
saranno
riferite
a
un
caso
concreto
,
a
un
esempio
,
che
faccia
intendere
che
cosa
si
chiami
qui
ultrapossente
,
e
che
cosa
improvviso
:
concetti
quantitativi
,
anzi
falsamente
quantitativi
,
pei
quali
manca
ogni
misura
,
e
che
sono
,
in
fondo
,
metafore
,
frasi
enfatiche
o
logiche
tautologie
.
E
l
'
umoristico
sarà
il
riso
tra
le
lagrime
,
il
riso
amaro
,
lo
sbalzo
brusco
dal
comico
al
tragico
e
dal
tragico
al
comico
,
il
comico
romantico
,
il
sublime
a
rovescio
,
la
guerra
indetta
a
ogni
tentativo
d
'
insincerità
,
la
compassione
che
si
vergogna
di
piangere
,
il
ridere
non
del
fatto
ma
dell
'
ideale
stesso
,
o
come
altro
piaccia
meglio
,
secondo
che
con
queste
formole
si
tenti
di
cogliere
la
fisionomia
di
questo
o
quel
poeta
,
di
questa
o
quella
poesia
,
che
è
,
nella
sua
singolarità
,
la
definizione
di
sé
medesima
,
la
sola
adeguata
,
benché
circoscritta
e
momentanea
.
Il
comico
è
stato
definito
come
il
dispiacere
destato
dalla
percezione
di
una
stortura
e
seguito
subito
da
un
maggior
piacere
derivante
dal
rilasciarsi
delle
nostre
forze
psichiche
,
che
erano
tese
nell
'
aspettazione
di
qualcosa
che
si
prevedeva
importante
.
Nell
'
ascoltare
un
racconto
,
per
esempio
,
che
ci
descriva
il
proposito
magnifico
ed
eroico
di
una
determinata
persona
,
noi
anticipiamo
con
la
fantasia
l
'
avvento
di
un
'
azione
magnifica
ed
eroica
e
ci
prepariamo
ad
accoglierla
,
tendendo
le
nostre
forze
psichiche
.
Senonché
,
d
'
un
tratto
,
in
cambio
dell
'
azione
magnifica
ed
eroica
elle
le
premesse
e
il
tono
del
racconto
ci
preannunziavano
,
con
una
voltata
improvvisa
,
sopravviene
un
'
azione
piccola
,
meschina
,
stolta
,
impari
all
'
attesa
.
Ci
siamo
ingannati
,
e
il
riconoscimento
dell
'
inganno
porta
seco
un
attimo
di
dispiacere
.
Ma
quest
'
attimo
è
come
soverchiato
da
quello
che
immediatamente
segue
,
in
cui
possiamo
fare
getto
dell
'
attenzione
preparata
,
liberarci
della
provvista
di
forza
psichica
accumulata
e
ormai
superflua
,
sentirci
leggieri
e
sani
:
che
è
il
piacere
del
comico
,
col
suo
equivalente
fisiologico
,
il
riso
.
Se
il
fatto
spiacevole
sopraggiunto
ci
ferisse
vivamente
nei
nostri
interessi
,
il
piacere
non
sorgerebbe
,
il
riso
sarebbe
subito
soffocato
,
la
forza
psichica
sarebbe
tesa
e
sovrattesa
da
altre
percezioni
più
gravi
.
Se
invece
tali
percezioni
più
gravi
non
sopravvengono
,
se
tutto
il
danno
consiste
in
un
piccolo
inganno
della
nostra
preveggenza
,
a
questo
ben
lieve
dispiacere
fa
ampio
compenso
il
succeduto
sentimento
della
nostra
ricchezza
psichica
.
Questa
,
compendiata
in
poche
parole
,
è
una
delle
più
accurate
definizioni
moderne
del
comico
,
che
vanta
di
raccogliere
in
sé
,
giustificati
o
corretti
e
inveterati
,
i
molteplici
tentativi
succeduti
in
proposito
dall
'
antichità
ellenica
in
poi
:
da
quello
di
Platone
nel
Filebo
,
e
dall
'
altro
più
esplicito
di
Aristotele
,
considerante
il
comico
come
un
brutto
senza
dolore
,
via
via
alla
teoria
dell
Hobbes
,
che
lo
riponeva
nel
sentimento
della
superiorità
individuale
,
o
a
quella
kantiana
del
rilasciarsi
di
una
tensione
,
o
alle
altre
proposte
da
altri
,
del
contrasto
tra
grande
e
piccolo
,
infinito
e
finito
,
e
via
dicendo
.
Ma
,
se
ben
si
osservi
,
la
recata
analisi
e
definizione
,
tanto
elaborata
e
rigorosa
in
apparenza
,
enuncia
caratteri
che
sono
propri
non
solo
del
comico
,
ma
di
ogni
processo
spirituale
;
com
è
il
seguirsi
di
momenti
dolorosi
e
momenti
piacevoli
e
la
soddisfazione
nascente
dalla
coscienza
della
forza
e
del
suo
libero
spiegarsi
.
Il
differenziamento
è
dato
qui
da
determinazioni
quantitative
,
di
cui
non
si
potrebbero
assegnare
i
limiti
,
e
che
restano
perciò
vaghe
parole
,
attingenti
qualche
significato
dal
riferimento
a
questo
o
quel
fatto
comico
singolo
e
dalle
disposizioni
d
'
animo
di
chi
le
pronuncia
.
Se
quella
definizione
viene
presa
troppo
sul
serio
,
anche
di
essa
accade
ciò
che
Giampaolo
Richter
ebbe
a
dire
in
genere
di
tutte
le
definizioni
del
comico
:
che
il
loro
solo
merito
è
di
riuscire
esse
stesse
comiche
e
di
produrre
nella
realtà
il
fatto
che
indarno
tentano
di
fissare
logicamente
,
dando
così
a
conoscerlo
in
qualche
modo
con
la
presenza
stessa
.
E
chi
determinerà
mai
logicamente
la
linea
divisoria
tra
il
comico
e
il
non
comico
,
tra
il
riso
e
il
sorriso
,
tra
il
sorriso
e
la
gravità
,
e
taglierà
con
tagli
netti
quel
sempre
vario
continuo
in
cui
si
spazia
la
vita
?
I
fatti
,
classificati
alla
meglio
negli
indicati
concetti
psicologici
,
non
hanno
con
l
'
arte
altra
relazione
fuori
di
quella
,
generica
,
che
tutti
essi
,
in
quanto
compongono
la
materia
della
vita
,
possono
fornire
materia
di
rappresentazione
artistica
;
e
l
'
altra
,
accidentale
,
che
nei
processi
descritti
entrano
talvolta
anche
fatti
estetici
,
come
è
il
caso
dell
'
impressione
di
sublime
che
può
suscitare
l
'
opera
di
un
artista
titano
,
di
un
Dante
o
di
uno
Shakespeare
,
e
di
quella
comica
del
conato
di
un
imbrattatele
o
di
un
imbrattacarte
.
Ma
anche
in
questo
caso
il
processo
è
estrinseco
al
fatto
estetico
,
al
quale
non
si
lega
effettivamente
se
noni
il
sentimento
del
valore
e
disvalore
estetico
,
del
bello
e
del
brutto
.
Il
Farinata
dantesco
esteticamente
è
bello
e
nient
'
altro
che
bello
:
che
poi
la
forza
di
volontà
di
quel
personaggio
appaia
sublime
,
o
che
sublime
appaia
per
la
somma
genialità
sua
l
'
espressione
che
gli
dà
Dante
in
comparazione
di
quella
di
altro
meno
energico
poeta
,
sono
cose
che
escono
fuori
affatto
dalla
considerazione
estetica
.
La
quale
ultima
(
ripetiamo
ancora
qui
)
guarda
soltanto
all
'
adeguatezza
dell
'
espressione
,
ossia
alla
bellezza
.
XIII
.
IL
BELLO
FISICO
DI
NATURA
E
DI
ARTE
.
L
'
attività
estetica
,
distinta
dalla
pratica
,
è
nel
suo
esplicarsi
accompagnata
sempre
dall
'
altra
;
donde
il
suo
lato
utilitario
o
edonistico
e
il
.
piacere
e
dolore
,
che
sono
come
la
risonanza
pratica
del
valore
e
disvalore
estetici
,
del
bello
e
del
brutto
.
Ma
questo
lato
pratico
dell
'
attività
estetica
ha
a
sua
volta
un
accompagnamento
fisico
,
o
psicofisico
,
che
consiste
in
suoni
,
toni
,
movimenti
,
combinazioni
di
linee
e
colori
,
e
via
discorrendo
.
Lo
ha
realmente
,
o
pare
che
lo
abbia
per
effetto
della
costruzione
che
ne
facciamo
nella
scienza
fisica
,
e
dei
procedimenti
comodi
e
arbitrari
,
che
già
più
volte
abbiamo
messi
in
rilievo
come
propri
delle
scienze
empiriche
e
astratte
?
La
nostra
risposta
non
può
esser
dubbia
,
e
cioè
deve
affermare
la
seconda
delle
due
ipotesi
.
Tuttavia
,
gioverà
a
questo
punto
lasciarla
come
in
sospeso
,
non
essendo
per
ora
necessario
spingere
più
oltre
tale
indagine
.
Basti
la
sola
avvertenza
a
impedire
,
intanto
,
che
il
nostro
parlare
,
per
ragione
di
semplicità
e
di
adesione
al
linguaggio
comune
,
dell
'
elemento
fisico
come
di
alcunché
di
oggettivo
e
di
esistente
,
induca
ad
affrettare
conclusioni
circa
i
concetti
e
la
relazione
di
spirito
e
natura
.
Importa
,
invece
,
notare
che
,
come
l
'
esistenza
del
lato
edonistico
in
ogni
attività
spirituale
ha
dato
luogo
alla
confusione
tra
l
'
attività
estetica
e
l
'
utile
o
il
piacevole
,
così
l
'
esistenza
o
meglio
la
possibilità
della
costruzione
di
questo
lato
fisico
,
ha
ingenerato
la
confusione
tra
l
'
espressione
estetica
e
l
'
espressione
in
senso
naturalistico
;
tra
un
fatto
spirituale
,
cioè
,
e
uno
meccanico
e
passivo
(
per
non
dire
tra
una
realtà
concreta
e
un
'
astrazione
o
finzione
)
.
Nel
linguaggio
comune
si
chiamano
espressioni
tanto
le
parole
del
poeta
,
le
note
del
musicista
,
le
figure
del
pittore
,
quanto
il
rossore
che
suole
accompagnare
il
sentimento
di
vergogna
,
il
pallore
che
è
prodotto
spesso
dalla
paura
,
il
digrignare
dei
denti
proprio
della
collera
violenta
,
il
brillare
degli
occhi
e
certi
movimenti
dei
muscoli
della
bocca
che
manifestano
l
'
allegrezza
.
E
si
dice
ancora
che
un
certo
grado
di
calore
è
espressione
della
febbre
,
che
la
depressione
del
barometro
è
espressione
della
pioggia
;
e
,
magari
,
che
l
'
altezza
del
cambio
esprime
il
discredito
della
carta
-
moneta
di
uno
Stato
,
o
il
malcontento
sociale
l
'
avvicinarsi
di
una
rivoluzione
.
Quali
risultati
scientifici
si
possono
mai
raggiungere
lasciandosi
traviare
dall
'
uso
linguistico
e
mettendo
tutte
in
un
sol
fascio
cose
cotanto
disparate
,
si
può
bene
immaginare
.
Ma
,
in
verità
,
tra
un
uomo
in
preda
all
'
ira
con
tutte
le
manifestazioni
naturali
di
questa
,
e
un
altro
uomo
che
la
esprima
esteticamente
;
tra
l
'
aspetto
,
i
gridi
e
i
contorcimenti
di
chi
è
straziato
dal
dolore
per
la
perdita
di
una
persona
cara
,
e
le
parole
o
il
canto
con
cui
lo
stesso
individuo
ritrae
,
in
un
altro
momento
,
il
suo
strazio
;
tra
la
smorfia
della
commozione
e
il
gesto
dell
'
attore
;
è
un
abisso
.
Non
appartiene
all
Estetica
il
libro
del
Darwin
sull
'
espressione
dei
sentimenti
nell
'
uomo
e
negli
animali
,
perché
non
v
'
ha
nulla
di
comune
tra
la
scienza
dell
'
espressione
spirituale
e
una
Semiotica
,
medica
,
metereologica
,
politica
,
fisiognomica
o
chiromantica
che
sia
.
All
'
espressione
in
senso
naturalistico
manca
,
semplicemente
,
l
'
espressione
in
senso
spirituale
,
ossia
il
carattere
stesso
dell
'
attività
e
della
spiritualità
,
e
quindi
la
bipartizione
nei
poli
del
bello
e
del
brutto
.
Essa
non
è
altro
che
un
rapporto
,
fissato
dall
'
intelletto
astratto
,
di
causa
ed
effetto
.
Il
processo
completo
della
produzione
estetica
può
essere
simboleggiato
in
quattro
stadi
,
che
sono
:
a
,
impressioni
;
b
,
espressione
o
sintesi
spirituale
estetica
;
c
,
accompagnamento
edonistico
o
piacere
del
bello
(
piacere
estetico
)
;
d
,
traduzione
del
fatto
estetico
in
fenomeni
fisici
(
suoni
,
toni
,
movimenti
,
combinazioni
di
linee
e
colori
,
ecc
.
)
.
Ognun
vede
che
il
punto
essenziale
,
il
solo
che
sia
propriamente
estetico
e
davvero
reale
,
è
quel
b
,
che
manca
alla
mera
manifestazione
o
costruzione
naturalistica
,
detta
anch
'
essa
,
per
metafora
,
espressione
.
Percorsi
quei
quattro
stadi
,
il
processo
espressivo
è
esaurito
;
salvo
a
ricominciare
con
nuove
impressioni
,
nuova
sintesi
estetica
,
e
accompagnamenti
relativi
.
Le
espressioni
o
rappresentazioni
si
seguono
l
'
una
l
'
altra
,
l
'
una
scaccia
l
'
altra
.
Certamente
,
quel
passare
,
quell
'
esser
discacciato
,
non
è
un
perire
,
non
è
un
'
eliminazione
totale
:
niente
di
ciò
che
nasce
muore
,
di
quella
morte
completa
che
sarebbe
identica
al
non
esser
mai
nato
:
se
tutto
trapassa
,
nulla
può
morire
.
Anche
le
rappresentazioni
che
sono
state
dimenticate
persistono
in
qualche
modo
nel
nostro
spirito
;
senza
di
che
non
si
spiegherebbero
le
abitudini
e
le
capacità
acquisite
.
Anzi
,
in
questo
apparente
dimenticare
è
la
forza
della
vita
:
si
dimentica
ciò
che
è
stato
risoluto
e
che
la
vita
ha
almeno
provvisoriamente
superato
.
Ma
altre
rappresentazioni
sono
ancora
elementi
efficaci
nei
processi
attuali
del
nostro
spirito
;
e
a
noi
preme
non
dimenticarle
o
essere
in
grado
di
richiamarle
secondo
che
il
bisogno
richieda
.
E
la
volontà
è
costantemente
vigile
in
quest
'
opera
di
conservazione
,
che
mira
a
conservare
(
si
può
dire
)
la
maggiore
e
fondamentale
di
tutte
le
nostre
ricchezze
.
Senonché
,
la
sua
vigilanza
non
è
sempre
sufficiente
:
la
memoria
,
come
si
dice
,
ci
abbandona
o
più
o
meno
c
'
inganna
.
E
appunto
perciò
lo
spirito
umano
escogita
espedienti
,
che
soccorrano
alla
debolezza
della
memoria
e
siano
i
suoi
aiuti
.
In
qual
modo
sia
dato
ottenere
codesti
aiuti
,
s
'
intravvede
dal
già
detto
.
Le
espressioni
o
rappresentazioni
sono
,
insieme
,
fatti
pratici
,
i
quali
si
chiamano
anche
fisici
,
in
quanto
la
fisica
ha
per
compito
di
classificarli
e
ridurli
a
tipi
.
Ora
è
chiaro
che
,
se
si
riesce
a
rendere
in
qualche
modo
permanenti
quei
fatti
pratici
o
fisici
,
sarà
sempre
possibile
(
restando
pari
tutte
le
altre
condizioni
)
,
col
percepirli
,
riprodurre
in
sé
la
già
prodotta
espressione
o
intuizione
.
E
se
si
chiama
oggetto
o
stimolo
fisico
quello
in
cui
gli
atti
pratici
concomitanti
,
o
(
per
parlare
in
termini
fisici
)
i
movimenti
,
sono
stati
isolati
e
resi
in
qualche
modo
permanenti
;
designando
poi
quell
'
oggetto
o
stimolo
con
la
lettera
e
,
il
processo
della
riproduzione
sarà
rappresentato
dalla
serie
seguente
:
e
,
stimolo
fisico
;
d
-
b
,
percezione
di
fatti
fisici
(
suoni
,
toni
,
mimica
,
combinazione
di
linee
e
colori
,
ecc
.
)
,
che
è
insieme
la
sintesi
estetica
,
già
prodotta
;
c
,
accompagnamento
edonistico
,
che
anche
si
riproduce
.
E
che
cosa
altro
sono
se
non
stimoli
fisici
della
riproduzione
(
lo
stadio
e
)
quelle
combinazioni
di
parole
che
si
dicono
poesie
,
prose
,
poemi
,
novelle
,
romanzi
,
tragedie
o
commedie
,
e
quelle
di
toni
che
si
dicono
opere
,
sinfonie
,
sonate
,
e
quelle
combinazioni
di
linee
e
colori
che
si
dicono
quadri
,
statue
,
architetture
?
L
'
energia
spirituale
della
memoria
,
col
sussidio
di
quei
provvidi
fatti
fisici
,
rende
possibile
la
conservazione
e
la
riproduzione
delle
intuizioni
che
l
'
uomo
viene
producendo
.
S
'
infiacchisca
l
'
organismo
fisiologico
e
,
con
esso
,
la
memoria
;
si
distruggano
i
monumenti
dell
'
arte
;
ed
ecco
tutta
la
ricchezza
estetica
,
frutto
delle
fatiche
di
molte
generazioni
,
assottigliarsi
e
dileguare
rapidamente
.
I
monumenti
dell
'
arte
,
gli
stimoli
della
riproduzione
estetica
,
si
chiamano
cose
belle
o
bello
fisico
.
Unioni
di
parole
,
che
offrono
un
paradosso
verbale
,
perché
il
bello
non
è
fatto
fisico
,
e
non
appartiene
alle
cose
,
ma
all
'
attività
dell
'
uomo
,
all
'
energia
spirituale
.
Ma
è
chiaro
ormai
attraverso
quali
passaggi
e
quali
associazioni
le
cose
e
i
fatti
fisici
,
meri
aiuti
alla
riproduzione
del
bello
,
finiscano
con
l
'
esser
denominati
,
ellitticamente
,
cose
belle
e
bello
fisico
.
E
di
questa
ellissi
,
ora
che
l
'
abbiamo
sciolta
e
schiarita
,
ci
varremo
anche
noi
senza
scrupoli
.
L
'
intervento
del
bello
fisico
serve
a
spiegare
un
altro
significato
delle
parole
contenuto
e
forma
nell
'
uso
degli
estetici
.
Alcuni
,
infatti
,
chiamano
contenuto
l
'
espressione
o
fatto
interno
.
(
che
per
noi
già
è
forma
)
,
e
forma
,
invece
,
il
marmo
,
i
colori
,
le
voci
,
i
suoni
(
per
noi
,
non
più
forma
)
,
e
considerano
in
questo
modo
il
fatto
fisico
come
la
forma
,
che
può
aggiungersi
o
no
al
contenuto
.
E
serve
anche
a
spiegare
un
altro
aspetto
di
quel
che
si
dice
brutto
estetico
.
Chi
non
ha
nulla
di
proprio
da
esprimere
può
tentare
di
coprire
il
vuoto
interno
col
profluvio
delle
parole
,
col
verso
sonante
,
con
la
polifonia
assordante
,
col
dipingere
che
abbarbaglia
lo
sguardo
,
o
col
mettere
insieme
grandi
macchine
architettoniche
,
che
colpiscano
e
stordiscano
,
benché
,
in
fondo
,
non
significhino
nulla
.
Il
brutto
è
,
dunque
,
l
'
arbitrario
,
il
ciarlatanesco
;
e
,
in
realtà
senza
l
'
intervento
dell
'
arbitrio
pratico
nel
processo
teoretico
potrebbe
aversi
assenza
del
bello
,
ma
non
mai
presenza
di
qualcosa
di
effettivo
che
meriti
l
'
aggettivo
brutto
.
Il
bello
fisico
si
suoi
distinguere
in
bello
naturale
e
bello
artificiale
:
con
che
giungiamo
innanzi
a
uno
dei
fatti
che
hanno
dato
maggiore
travaglio
ai
pensatori
,
al
bello
di
natura
.
Queste
parole
spesso
designano
semplicemente
fatti
di
piacevole
pratico
.
Chi
chiama
bella
una
campagna
,
in
cui
l
'
occhio
si
riposa
sul
verde
e
il
corpo
si
muove
alacre
e
dove
il
tepido
raggio
del
sole
avvolge
e
carezza
le
membra
,
non
accenna
a
nulla
di
estetico
.
Ma
è
pure
indubitabile
che
,
altre
volte
,
l
'
aggettivo
bello
,
applicato
a
oggetti
e
scene
esistenti
in
natura
,
ha
significato
prettamente
estetico
.
È
stato
osservato
che
,
per
aver
godimento
estetico
dagli
oggetti
naturali
,
conviene
astrarre
dalla
loro
estrinseca
e
storica
realtà
,
e
separare
dall
'
esistenza
la
semplice
apparenza
o
parvenza
;
che
guardando
noi
un
paesaggio
col
passar
la
testa
fra
le
gambe
,
in
modo
da
toglierci
dalla
relazione
consueta
con
esso
,
il
paesaggio
ci
appare
come
uno
spettacolo
fantastico
;
che
la
natura
è
bella
solo
per
chi
la
contempli
con
occhio
d
'
artista
;
che
zoologi
e
botanici
non
conoscono
animali
e
fiori
belli
;
che
il
bello
naturale
si
scopre
(
ed
esempi
di
scoperte
sono
i
punti
di
vista
,
additati
da
artisti
e
da
uomini
dì
fantasia
e
di
gusto
,
e
a
cui
si
recano
poi
in
pellegrinaggio
viaggiatori
ed
escursionisti
più
o
meno
esteti
,
onde
ha
luogo
in
tali
casi
come
una
suggestione
collettiva
)
;
che
,
senza
il
concorso
della
fantasia
,
nessuna
parte
della
natura
è
bella
,
e
che
,
per
tale
concorso
,
secondo
le
varie
disposizioni
d
'
animo
,
uno
stesso
oggetto
o
fatto
naturale
è
ora
espressivo
ora
insignificante
,
ora
di
una
determinata
espressione
ora
di
un
'
altra
,
lieto
o
triste
,
sublime
o
ridicolo
,
dolce
o
beffardo
;
che
,
infine
,
non
esiste
alcuna
bellezza
naturale
alla
quale
un
artista
non
farebbe
qualche
correzione
.
Tutte
osservazioni
giustissime
,
e
che
confermano
pienamente
che
il
bello
naturale
è
semplice
stimolo
della
riproduzione
estetica
,
il
quale
presuppone
l
'
avvenuta
produzione
.
Senza
le
precedenti
intuizioni
estetiche
della
fantasia
,
la
natura
non
può
risvegliarne
alcuna
.
L
'
uomo
innanzi
alla
bellezza
naturale
è
proprio
il
mitico
Narciso
al
fonte
.
E
il
bello
di
natura
è
raro
,
scarso
e
fuggitivo
,
diceva
il
Leopardi
;
imperfetto
,
equivoco
,
variabile
.
Ciascuno
riferisce
il
fatto
naturale
all
'
espressione
che
gli
sta
in
mente
.
Un
artista
è
come
rapito
innanzi
a
un
ridente
paesaggio
,
e
un
altro
innanzi
a
una
bottega
di
cenciaiuolo
;
uno
innanzi
a
un
volto
grazioso
di
giovinetta
,
e
un
altro
innanzi
al
lurido
ceffo
di
un
vecchio
mascalzone
.
Il
primo
dirà
,
forse
,
che
la
bottega
del
cenciaiuolo
e
il
ceffo
del
mascalzone
sono
disgustosi
;
il
secondo
,
che
la
campagna
ridente
e
il
volto
della
giovinetta
sono
insipidi
.
E
potranno
litigare
all
'
infinito
;
e
non
si
metteranno
d
'
accordo
se
non
quando
siano
forniti
di
quella
dose
di
conoscenze
estetiche
,
la
quale
li
abiliti
a
riconoscere
che
hanno
entrambi
ragione
.
Il
bello
artificiale
,
foggiato
dall
'
uomo
,
è
aiuto
ben
più
duttile
ed
efficace
.
Accanto
a
queste
due
classi
,
si
parla
anche
,
talvolta
,
nei
trattati
,
di
un
bello
misto
.
Misto
di
che
?
appunto
di
naturale
e
artificiale
.
Chi
estrinseca
e
fissa
,
opera
con
dati
naturali
,
ch
'
egli
non
crea
,
ma
combina
e
trasforma
.
In
questo
senso
,
ogni
prodotto
artificiale
è
misto
di
natura
e
di
artificio
;
e
non
ci
sarebbe
luogo
a
parlare
del
bello
misto
come
di
una
speciale
categoria
.
Ma
accade
che
in
alcuni
casi
si
possano
adoperare
,
in
assai
maggiore
quantità
che
non
in
altri
,
combinazioni
già
date
in
natura
;
come
allorché
si
forma
un
bel
giardino
,
e
si
riesce
a
includere
in
quella
formazione
gruppi
di
alberi
o
laghetti
,
che
già
si
trovino
sul
posto
.
Altre
volte
,
l
'
estrinsecazione
è
limitata
dall
'
impossibilità
di
produrre
artificialmente
alcuni
effetti
.
Infatti
,
possiamo
mescolare
le
materie
coloranti
,
ma
non
foggiare
una
voce
potente
o
un
viso
e
una
persona
che
siano
acconci
al
tale
o
tal
altro
personaggio
di
un
dramma
;
e
dobbiamo
,
perciò
,
ricercarli
tra
le
cose
naturalmente
esistenti
,
e
adoperarli
quando
li
troviamo
.
Allorché
,
dunque
,
si
adoperano
in
gran
numero
combinazioni
già
esistenti
in
natura
,
e
tali
che
,
se
non
esistessero
,
non
sapremmo
produrre
artificialmente
,
si
dice
che
il
fatto
risultante
è
un
bello
misto
.
Dal
bello
artificiale
bisogna
distinguere
quegl
'
istrumenti
di
riproduzione
chiamati
scritture
,
quali
gli
alfabeti
,
le
note
musicali
,
i
geroglifici
,
e
tutti
gli
pseudolinguaggi
,
da
quello
dei
fiori
e
delle
bandiere
fino
al
linguaggio
(
molto
in
voga
nella
società
galante
del
settecento
)
dei
nèi
.
Le
scritture
sono
,
non
già
fatti
fisici
,
che
direttamente
destino
impressioni
rispondenti
alle
espressioni
estetiche
,
ma
semplici
indicazioni
di
ciò
che
si
deve
fare
per
produrre
quei
fatti
fisici
.
Una
serie
di
segni
grafici
serve
a
ricordarci
i
movimenti
che
dobbiamo
far
eseguire
al
nostro
apparato
vocale
,
per
emettere
certi
determinati
suoni
.
Che
poi
l
'
esercizio
ci
permetta
di
sentire
le
parole
senza
aprir
bocca
e
(
cosa
molto
più
difficile
)
di
sentire
i
toni
scorrendo
con
l
'
occhio
sul
.
pentagramma
;
tutto
ciò
non
muta
nulla
all
'
indole
delle
scritture
,
che
sono
cosa
assai
diversa
dal
bello
fisico
diretto
.
Il
libro
che
contiene
la
Divina
Commedia
,
o
la
partitura
che
contiene
il
Don
Giovanni
,
nessuno
li
dice
belli
al
modo
che
per
più
immediata
metafora
si
chiama
il
pezzo
di
marmo
contenente
il
Mosè
di
Michelangelo
e
il
pezzo
di
legno
colorato
contenente
la
Trasfigurazione
.
Gli
uni
e
gli
altri
sono
atti
a
riprodurre
le
impressioni
del
bello
;
ma
i
primi
per
un
giro
ben
più
lungo
,
e
molto
indiretto
.
Un
'
altra
partizione
,
che
si
trova
ancora
nei
trattati
,
è
quella
del
bello
in
libero
e
non
libero
.
Per
bellezze
non
libere
si
sono
intesi
quegli
oggetti
,
che
debbono
servire
a
un
doppio
scopo
,
extraestetico
ed
estetico
(
stimolante
di
intuizioni
)
;
e
,
sembrando
che
il
primo
scopo
ponga
limiti
e
impacci
al
secondo
,
l
'
oggetto
bello
risultante
è
stato
considerato
come
bellezza
non
libera
.
Come
esempi
si
adducono
specialmente
le
opere
architettoniche
;
anzi
appunto
per
ciò
l
'
architettura
è
stata
da
molti
esclusa
dal
novero
delle
cosiddette
arti
belle
.
Un
tempio
deve
essere
anzitutto
un
edificio
a
uso
di
culto
;
una
casa
deve
possedere
tutte
le
stanze
che
occorrono
pel
comodo
della
vita
,
e
disposte
al
fine
di
quel
comodo
;
una
fortezza
dev
'
essere
una
costruzione
resistente
agli
attacchi
di
dati
eserciti
e
alle
offese
di
dati
strumenti
bellici
.
L
'
architetto
(
si
conclude
)
si
aggira
in
un
campo
ristretto
:
può
abbellire
in
qualche
modo
il
tempio
,
la
casa
,
la
fortezza
;
ma
è
legato
dalla
destinazione
di
quegli
edifizi
,
e
non
può
della
sua
visione
di
bellezza
manifestare
se
non
quella
parte
che
non
danneggi
gli
scopi
extraestetici
,
ma
fondamentali
,
di
essi
.
Altri
esempi
si
tolgono
da
quella
che
si
chiama
l
'
arte
applicata
all
'
industria
.
Si
possono
fare
piatti
,
bicchieri
,
coltelli
,
fucili
,
pettini
belli
,
ma
la
bellezza
(
si
dice
)
non
deve
spingersi
tant
'
oltre
,
che
nel
piatto
non
si
possa
mangiare
,
nel
bicchiere
non
si
possa
bere
,
col
coltello
non
si
possa
tagliare
,
né
col
fucile
sparare
,
né
col
pettine
ravviarsi
i
capelli
.
Lo
stesso
si
dica
dell
'
arte
tipografica
:
un
libro
deve
essere
bello
,
ma
non
fino
al
punto
che
sia
impossibile
o
difficile
leggerlo
.
A
tutto
ciò
è
da
osservare
,
in
primo
luogo
,
che
il
fine
estrinseco
,
appunto
perché
tale
,
non
è
di
necessità
limite
e
impaccio
all
'
altro
fine
di
stimolo
della
riproduzione
estetica
.
È
,
dunque
,
affatto
erronea
la
tesi
che
l
'
architettura
,
per
esempio
,
sia
di
sua
natura
arte
non
libera
e
imperfetta
,
dovendo
ubbidire
anche
ad
altri
e
pratici
intenti
:
tesi
,
del
resto
,
che
le
belle
opere
architettoniche
hanno
cura
di
smentire
con
la
semplice
loro
presenza
.
In
secondo
luogo
,
non
solo
i
due
fini
non
stanno
di
necessità
in
contradizione
,
ma
,
si
deve
aggiungere
,
l
'
artista
ha
sempre
modo
d
'
impedire
che
la
contradizione
si
formi
.
E
come
?
Facendo
entrare
come
materia
nella
sua
intuizione
ed
estrinsecazione
estetica
la
destinazione
per
l
'
appunto
dell
'
oggetto
che
serve
a
uno
scopo
pratico
.
Egli
non
avrà
bisogno
di
aggiungere
nulla
all
'
oggetto
per
renderlo
strumento
d
'
intuizioni
estetiche
:
sarà
tale
,
se
perfettamente
adatto
al
suo
scopo
pratico
.
Case
rustiche
e
palagi
,
chiese
e
caserme
,
spade
e
aratri
,
sono
belli
,
non
in
quanto
abbelliti
e
adorni
,
ma
in
quanto
esprimenti
il
loro
fine
.
Una
veste
non
è
bella
se
non
perché
è
proprio
quella
che
conviene
a
una
data
persona
in
date
condizioni
.
Non
era
bello
il
brando
cinto
al
guerriero
Rinaldo
dall
'
amorosa
Armida
:
guernito
sì
che
inutile
ornamento
Sembra
,
non
militar
fero
istrumento
.
O
,
anzi
,
era
bello
,
se
si
vuole
,
ma
agli
occhi
e
alla
fantasia
della
maga
,
la
quale
vagheggiava
a
quel
modo
infemminito
il
suo
amante
.
L
'
attività
estetica
può
andare
sempre
d
'
accordo
con
quella
pratica
,
perché
l
'
espressione
è
verità
.
Che
poi
la
contemplazione
estetica
impacci
talora
l
'
uso
pratico
,
non
può
negarsi
;
giacché
è
un
fatto
di
comune
esperienza
che
certi
oggetti
nuovi
sembrano
tanto
adatti
al
loro
scopo
,
e
perciò
tanto
belli
,
che
si
prova
talvolta
come
uno
scrupolo
a
maltrattarli
,
passando
dalla
contemplazione
all
'
uso
,
ch
è
consumo
.
Per
questo
motivo
re
Federico
Guglielmo
di
Prussia
provava
ripugnanza
a
mandare
al
fango
e
al
fuoco
i
suoi
magnifici
granatieri
,
così
adatti
alla
guerra
,
e
che
resero
tanto
buon
servigio
al
meno
esteta
suo
figliuolo
,
il
gran
Federico
.
Ci
si
perdoni
se
siamo
entrati
in
ispiegazioni
circa
queste
cose
ovvie
e
queste
inezie
;
ma
sono
inezie
che
troviamo
assai
dilatate
nei
libri
degli
estetici
,
e
cose
ovvie
che
presso
di
essi
si
sono
molto
imbrogliate
.
Alla
teoria
da
noi
proposta
del
bello
fisico
come
semplice
aiuto
per
la
riproduzione
del
bello
interno
,
ossia
delle
espressioni
,
potrebbe
obiettarsi
:
che
l
'
artista
crea
le
sue
espressioni
dipingendo
o
scolpendo
,
scrivendo
o
componendo
;
e
che
perciò
il
bello
fisico
,
anziché
seguire
,
precede
talvolta
il
bello
estetico
.
Sarebbe
questo
un
modo
assai
superficiale
d
'
intendere
il
procedere
dell
'
artista
,
il
quale
,
in
realtà
,
non
dà
mai
pennellata
senza
prima
averla
vista
con
la
fantasia
;
e
,
se
non
l
'
ha
vista
ancora
,
la
darà
non
per
estrinsecare
la
sua
espressione
(
che
in
quel
momento
non
esiste
)
,
ma
quasi
a
prova
e
per
avere
un
semplice
punto
di
appoggio
all
'
ulteriore
meditazione
e
concentrazione
interna
.
Il
punto
fisico
di
appoggio
non
è
il
bello
fisico
,
strumento
di
riproduzione
,
ma
un
mezzo
che
si
potrebbe
dire
pedagogico
,
pari
al
ritrarsi
in
solitudine
o
ai
tanti
altri
espedienti
,
spesso
assai
bizzarri
,
che
adoperano
artisti
e
scienziati
e
che
variano
secondo
le
varie
idiosincrasie
.
Il
vecchio
estetico
Baumgarten
consigliava
ai
poeti
,
come
mezzi
per
promuovere
l
'
ispirazione
,
di
andare
a
cavallo
,
bere
moderatamente
vino
,
e
,
se
per
altro
(
ammoniva
)
fossero
casti
,
guardare
belle
donne
.
XIV
.
ERRORI
NASCENTI
DALLA
CONFUSIONE
TRA
FISICA
ED
ESTETICA
.
Dal
non
aver
inteso
il
rapporto
puramente
estrinseco
che
corre
tra
la
visione
artistica
e
il
fatto
fisico
,
ossia
l
'
istrumento
che
serve
di
aiuto
a
riprodurla
,
è
nata
una
serie
di
fallaci
dottrine
,
che
importa
menzionare
,
accennandone
la
critica
,
la
quale
discende
da
ciò
che
si
è
già
detto
.
In
tale
mancata
intelligenza
trova
sostegno
quella
forma
di
associazionismo
,
che
identifica
l
'
atto
estetico
con
l
'
associazione
di
due
immagini
.
Per
quale
via
si
è
potuto
venire
a
siffatto
errore
,
contro
cui
si
ribella
la
nostra
coscienza
estetica
,
ch
è
coscienza
di
unità
perfetta
e
non
mai
di
dualità
?
Appunto
perché
si
sono
considerati
separatamente
il
fatto
fisico
e
quello
estetico
,
quasi
due
immagini
distinte
,
che
entrino
nello
spirito
l
'
una
tirata
dall
'
altra
,
l
'
una
prima
e
l
'
altra
dopo
.
Un
quadro
si
è
scisso
nell
'
immagine
del
quadro
e
nell
'
immagine
del
significato
del
quadro
;
una
poesia
,
nell
'
immagine
delle
parole
e
in
quella
del
significato
delle
parole
.
Ma
questo
dualismo
d
'
immagini
è
inesistente
:
il
fatto
fisico
non
entra
nello
spirito
come
immagine
,
ma
fa
riprodurre
l
'
immagine
(
l
'
unica
immagine
,
ch
'
è
il
fatto
estetico
)
,
in
quanto
stimola
ciecamente
l
'
organismo
psichico
e
produce
l
'
impressione
rispondente
alla
già
prodotta
espressione
estetica
.
Sono
altamente
istruttivi
gli
sforzi
degli
associazionisti
(
gli
odierni
spadroneggiatori
nel
campo
dell
Estetica
)
per
uscire
d
'
imbarazzo
e
riafferrare
in
qualche
modo
l
'
unità
,
che
l
'
introdotto
principio
associazionistico
ha
distrutto
.
Alcuni
sostengono
che
l
'
immagine
richiamata
sia
inconscia
:
altri
,
lasciando
stare
l
inconscio
,
pretendono
invece
che
sia
vaga
,
vaporosa
,
confusa
,
e
riducono
così
la
forza
del
fatto
estetico
alla
debolezza
della
memoria
cattiva
.
Ma
il
dilemma
è
inesorabile
:
o
conservare
l
'
associazione
,
abbandonando
l
'
unità
;
o
conservare
l
'
unità
,
abbandonando
l
'
associazione
.
Una
terza
via
di
uscita
non
esiste
.
Dal
non
aver
bene
analizzato
il
cosiddetto
bello
naturale
e
riconosciutolo
semplice
incidente
della
riproduzione
estetica
,
e
dall
'
averlo
,
invece
,
considerato
come
qualcosa
di
dato
in
natura
,
è
provenuta
tutta
quella
parte
che
nelle
trattazioni
di
Estetica
prende
il
titolo
di
Bello
nella
natura
o
di
Fisica
estetica
,
suddivisa
,
magari
,
in
Mineralogia
,
Botanica
e
Zoologia
estetiche
.
Non
vogliamo
negare
che
siffatte
trattazioni
contengano
spesso
osservazioni
giuste
e
fini
,
e
siano
qualche
volta
esse
stesse
lavori
d
'
arte
,
in
quanto
rappresentano
bellamente
le
fantasie
e
fantasticherie
,
ossia
le
impressioni
dei
loro
autori
.
Ma
dobbiamo
affermare
che
è
scientificamente
fallace
proporsi
le
domande
se
il
cane
sia
bello
e
se
l
'
ornitorinco
sia
brutto
,
se
il
giglio
sia
bello
e
il
carciofo
sia
brutto
.
Anzi
,
qui
,
l
'
errore
è
doppio
.
La
Fisica
estetica
,
per
un
lato
,
ricade
nell
'
equivoco
della
teoria
dei
generi
artistici
e
letterari
,
di
voler
determinare
esteticamente
le
astrazioni
del
nostro
intelletto
;
e
dall
'
altro
,
sconosce
,
come
dicevamo
,
la
vera
formazione
del
cosiddetto
bello
naturale
:
formazione
per
la
quale
resta
esclusa
persino
la
domanda
,
se
un
dato
animale
individuo
,
un
dato
fiore
,
un
dato
uomo
sia
bello
o
brutto
.
Ciò
che
non
è
prodotto
dallo
spirito
estetico
o
non
ci
riconduce
a
questo
,
non
è
né
bello
né
brutto
.
Il
processo
estetico
sorge
dalle
connessioni
ideali
in
cui
gli
oggetti
naturali
vengono
collocati
.
Il
doppio
errore
può
essere
esemplificato
dalla
questione
,
sulla
quale
si
sono
scritti
interi
volumi
,
della
Bellezza
del
corpo
umano
.
Qui
fa
d
'
uopo
,
anzitutto
,
spingere
i
discettatori
dell
'
argomento
dall
'
astratto
verso
il
concreto
,
domandando
:
Che
cosa
s
'
intende
per
corpo
umano
,
quello
del
maschio
,
quello
della
femmina
o
quello
dell
'
androgine
?
Poniamo
che
si
risponda
con
lo
scindere
la
ricerca
nelle
due
distinte
,
circa
la
bellezza
virile
e
circa
la
muliebre
(
è
vero
che
vi
sono
scrittori
che
discutono
sul
serio
se
sia
più
bello
l
'
uomo
o
la
donna
)
;
e
continuiamo
:
Bellezza
maschile
o
bellezza
femminile
;
ma
di
quale
razza
d
'
uomini
?
la
bianca
,
la
gialla
,
la
negra
,
e
quante
altre
sono
e
comunque
si
ripartiscano
le
razze
?
Poniamo
che
si
circoscriva
alla
bianca
,
e
incalziamo
:
Di
quale
sottospecie
della
razza
bianca
?
E
allorché
li
avremo
ristretti
via
via
a
un
cantuccio
del
mondo
bianco
,
come
a
dire
alla
bellezza
italiana
,
anzi
toscana
,
anzi
senese
,
anzi
di
Porta
Camollia
,
seguiteremo
:
Sta
bene
;
ma
del
corpo
umano
in
quale
età
?
e
in
quale
condizione
e
atteggiamento
?
del
neonato
,
del
bambino
,
del
fanciullo
,
dell
'
adolescente
,
dell
'
uomo
a
mezzo
del
cammino
,
e
via
enumerando
,
e
dell
'
uomo
che
sta
in
calma
o
dell
'
uomo
che
lavora
o
di
quello
ch
è
occupato
come
la
vacca
di
Paolo
Potter
o
il
Ganimede
di
Rembrandt
?
Giunti
così
,
mediante
riduzioni
successive
,
all
'
individuo
omnimode
determinatum
,
o
,
meglio
,
al
questo
qui
,
che
s
'
indica
col
dito
,
sarà
facile
mostrare
l
'
altro
errore
,
ricordando
quello
che
abbiamo
detto
del
fatto
naturale
,
il
quale
,
secondo
il
punto
di
vista
,
secondo
ciò
che
s
'
agita
nella
psiche
dell
'
artista
,
è
ora
bello
ora
brutto
.
Se
perfino
il
Golfo
di
Napoli
ha
i
suoi
detrattori
,
e
artisti
che
lo
dichiarano
inespressivo
,
preferendogli
i
tetri
abeti
,
le
nebbie
e
i
perpetui
aquiloni
dei
mari
settentrionali
;
figurarsi
se
è
possibile
che
codesta
relatività
non
abbia
luogo
pel
corpo
umano
,
fonte
delle
più
svariate
suggestioni
.
Connessa
con
la
Fisica
estetica
è
la
questione
della
bellezza
delle
figure
geometriche
.
Ma
se
per
figure
geometriche
s
'
intendono
i
concetti
della
geometria
(
il
concetto
del
triangolo
,
del
quadrato
,
del
cono
)
,
questi
non
sono
né
belli
né
brutti
,
appunto
perché
concetti
.
Se
,
invece
,
per
tali
figure
s
'
intendono
corpi
che
hanno
determinate
forme
geometriche
,
esse
saranno
belle
o
brutte
,
come
ogni
fatto
naturale
,
secondo
le
connessioni
ideali
in
cui
vengono
poste
.
Si
è
detto
da
taluni
che
sono
belle
quelle
figure
geometriche
le
quali
tendono
all
'
alto
,
dandoci
l
'
immagine
della
fermezza
e
della
forza
.
E
che
ciò
possa
accadere
,
non
si
nega
.
Ma
non
si
deve
negare
neppure
,
che
anche
quelle
le
quali
ci
danno
l
'
impressione
del
malfermo
e
dello
schiacciato
,
possono
avere
il
loro
bello
,
quando
stanno
per
l
'
appunto
a
rappresentare
il
malfermo
e
lo
schiacciato
;
e
che
,
in
questi
ultimi
casi
,
la
fermezza
della
linea
retta
e
la
leggerezza
del
cono
o
del
triangolo
equilatero
sembreranno
,
invece
,
elementi
di
bruttezza
.
Certo
,
siffatte
questioni
sul
bello
di
natura
e
sulla
bellezza
della
geometria
,
come
le
altre
analoghe
sul
bello
storico
e
sul
bello
umano
,
appaiono
meno
assurde
nella
Estetica
del
simpatico
,
la
quale
,
con
le
parole
bellezza
estetica
intende
,
in
fondo
,
la
rappresentazione
del
piacevole
.
Ma
non
è
meno
erronea
,
anche
nell
'
àmbito
di
quella
dottrina
e
poste
quelle
premesse
,
la
pretensione
di
determinare
scientificamente
quali
siano
i
contenuti
simpatici
e
quali
quelli
irrimediabilmente
antipatici
.
Per
tale
questione
non
si
può
se
non
ripetere
,
con
lunghissima
infinita
coda
,
il
Sunt
quos
della
prima
ode
del
primo
libro
di
Orazio
,
e
l
'
Havvi
chi
dell
'
epistola
leopardiana
a
Carlo
Pepoli
.
A
ciascuno
il
suo
bello
(
=
simpatico
)
,
come
a
ciascuno
la
sua
bella
.
La
Filografia
non
è
scienza
.
Nel
produrre
l
istrumento
artificiale
,
o
bello
fisico
,
l
'
artista
ha
talora
innanzi
fatti
naturalmente
esistenti
,
che
sono
,
come
si
chiamano
,
i
suoi
modelli
:
corpi
,
stoffe
,
fiori
,
e
così
via
.
Si
percorrano
gli
schizzi
,
gli
studi
e
gli
appunti
degli
artisti
:
Leonardo
,
quando
lavorava
al
Cenacolo
,
annotava
nel
suo
taccuino
:
Giovannina
,
viso
fantastico
,
sta
a
S
.
Caterina
,
all
'
Ospedale
;
Cristofano
di
Castiglione
sta
alla
pietà
,
ha
bona
testa
;
Cristo
,
Giovan
Conte
,
quello
del
Cardinale
del
Mortaro
.
E
così
via
.
Sorge
da
ciò
l
'
illusione
che
l
'
artista
imiti
la
natura
;
laddove
sarebbe
forse
più
esatto
dire
,
che
la
natura
imiti
l
'
artista
e
gli
sia
obbediente
.
In
questa
illusione
ha
trovato
talvolta
terreno
e
alimento
la
teoria
dell
'
arte
imitatrice
della
natura
;
e
anche
la
variante
di
essa
,
meglio
sostenibile
,
che
fa
dell
'
arte
l
idealizzatrice
della
natura
.
Questa
ultima
teoria
presenta
il
processo
disordinatamente
,
anzi
all
inverso
dell
'
ordine
reale
;
perché
l
'
artista
non
muove
dalla
realtà
estrinseca
per
modificarla
avvicinandola
all
'
ideale
,
ma
dall
'
impressione
della
natura
esterna
va
alla
espressione
,
e
cioè
al
suo
ideale
,
e
da
questa
passa
al
fatto
naturale
,
che
riduce
strumento
di
riproduzione
del
fatto
ideale
.
Anche
conseguenza
di
uno
scambio
tra
atto
estetico
e
fatto
fisico
è
la
dottrina
delle
forme
elementari
del
bello
.
Se
l
'
espressione
,
se
il
bello
è
indivisibile
,
il
fatto
fisico
,
invece
,
nel
quale
esso
si
estrinseca
,
può
ben
essere
diviso
e
suddiviso
:
per
esempio
,
una
superficie
dipinta
in
linee
e
colori
,
gruppi
e
curve
di
linee
,
specie
di
colori
,
e
via
dicendo
;
una
poesia
,
in
strofe
,
versi
,
piedi
,
sillabe
;
una
prosa
,
in
capitoli
,
paragrafi
,
capiversi
,
periodi
,
frasi
,
parole
,
e
così
via
.
Le
parti
,
che
si
ottengono
a
questo
modo
,
non
sono
atti
estetici
,
ma
fatti
fisici
più
.
piccoli
,
arbitrariamente
tagliati
.
Procedendo
per
questa
via
,
e
persistendo
nella
confusione
,
si
finirebbe
col
concludere
che
le
vere
forme
elementari
del
bello
sono
gli
atomi
.
Contro
gli
atomi
si
potrebbe
far
valere
la
legge
estetica
,
più
volte
promulgata
,
che
il
bello
deve
avere
grandezza
:
una
certa
grandezza
,
che
non
sia
né
l
'
impercettibilità
del
troppo
piccolo
né
l
inafferrabilità
del
troppo
grande
.
Ma
una
grandezza
che
si
determini
,
non
secondo
misure
,
ma
secondo
la
percettibilità
,
accenna
a
ben
altro
che
non
a
un
concetto
matematico
.
E
,
infatti
,
ciò
che
si
dice
impercettibile
e
inafferrabile
non
produce
impressione
,
perché
non
è
fatto
reale
,
ma
concetto
:
il
requisito
della
grandezza
del
bello
si
riduce
in
tal
modo
a
quello
della
presenza
effettiva
del
fatto
fisico
,
che
serve
alla
riproduzione
del
bello
.
Continuando
nella
ricerca
delle
leggi
fisiche
o
delle
condizioni
obiettive
del
bello
,
è
stato
domandato
a
quali
fatti
fisici
risponde
il
bello
,
a
quali
il
brutto
,
ossia
a
quali
unioni
di
toni
,
di
colori
,
di
grandezze
,
matematicamente
determinabili
.
Il
che
sarebbe
come
se
,
in
Economia
politica
,
si
ricercassero
le
leggi
degli
scambi
nella
natura
fisica
degli
oggetti
che
si
scambiano
.
Della
vanità
del
tentativo
avrebbe
dovuto
dare
presto
qualche
sospetto
la
sua
costante
infecondità
.
Ai
nostri
tempi
in
ispecie
,
si
è
molte
volte
asserita
la
necessità
di
una
Estetica
induttiva
,
di
un
'
Estetica
dal
basso
,
che
proceda
come
scienza
naturale
e
non
affretti
le
sue
conclusioni
.
Induttiva
?
Ma
l
Estetica
è
stata
sempre
induttiva
e
deduttiva
insieme
,
come
ogni
scienza
filosofica
;
l
'
induzione
e
la
deduzione
non
possono
separarsi
,
né
,
separate
,
valgono
a
qualificare
una
scienza
vera
e
propria
.
Senonché
la
parola
«
induzione
»
non
era
pronunziata
a
caso
:
si
voleva
con
essa
significare
che
il
fatto
estetico
non
è
altro
,
in
fondo
,
che
un
fatto
fisico
,
da
studiare
applicandogli
i
concetti
e
i
metodi
propri
delle
scienze
fisiche
e
naturali
.
Con
tale
presupposto
e
con
tale
fiducia
l
Estetica
induttiva
o
Estetica
dal
basso
(
quanta
superbia
in
questa
modestia
!
)
si
è
messa
all
'
opera
.
E
ha
coscienziosamente
cominciato
dal
fare
raccolta
di
oggetti
belli
,
per
esempio
,
di
una
grande
quantità
di
buste
per
lettere
di
varia
forma
e
dimensione
;
ed
è
venuta
investigando
quali
di
queste
diano
l
impressione
del
bello
e
quali
del
brutto
.
Com
'
era
da
aspettare
,
gli
estetici
induttivi
si
sono
trovati
subito
nell
'
imbarazzo
:
lo
stesso
oggetto
,
che
sembrava
brutto
per
un
verso
,
sembrava
poi
bello
per
un
altro
.
Una
busta
gialla
,
grossolana
,
bruttissima
per
chi
debba
chiudervi
una
letterina
d
'
amore
,
è
poi
sommamente
adatta
a
contenere
una
citazione
in
carta
bollata
per
mano
d
'
usciere
;
la
quale
starebbe
molto
male
(
o
per
lo
meno
,
parrebbe
una
ironia
)
in
una
busta
quadrata
di
carta
inglese
.
Queste
considerazioni
di
semplice
buon
senso
sarebbero
dovute
bastare
a
persuadere
gli
estetici
dell
'
induzione
,
che
il
bello
non
ha
esistenza
fisica
;
e
a
far
loro
smettere
la
vana
e
ridicola
ricerca
.
Ma
no
:
essi
sono
ricorsi
a
un
espediente
,
che
non
sappiamo
quanto
appartenga
alla
severità
delle
scienze
naturali
.
Hanno
mandato
in
giro
le
loro
buste
e
aperto
un
referendum
,
cercando
di
stabilire
in
che
consista
il
bello
e
il
brutto
,
a
voti
di
maggioranza
.
Non
ci
dilungheremo
ancora
in
quest
'
argomento
,
perché
ci
parrebbe
di
mutarci
,
da
espositori
della
scienza
estetica
e
dei
suoi
problemi
,
in
narratori
di
aneddoti
comici
.
In
linea
di
fatto
sta
,
che
tutta
l
Estetica
induttiva
,
non
ha
finora
scoperto
una
legge
sola
.
Chi
dispera
dei
medici
,
è
disposto
ad
abbandonarsi
ai
ciarlatani
.
E
così
è
accaduto
ai
credenti
nelle
leggi
naturalistiche
del
bello
.
Gli
artisti
adoperano
talvolta
canoni
empirici
,
come
quello
delle
proporzioni
del
corpo
umano
o
quello
della
sezione
aurea
,
cioè
di
una
linea
divisa
in
due
parti
in
modo
che
la
minore
stia
alla
maggiore
come
la
maggiore
alla
linea
intera
(
bc
:
ac
=
ac
:
ab
)
.
Questi
canoni
diventano
facilmente
le
loro
superstizioni
,
attribuendo
essi
all
'
osservanza
di
regole
siffatte
la
buona
riuscita
delle
opere
loro
.
Così
Michelangelo
lasciava
in
eredità
al
discepolo
Marco
del
Pino
da
Siena
il
precetto
:
ch
'
egli
dovesse
sempre
fare
una
figura
piramidale
,
serpentinata
,
moltiplicata
per
una
,
due
e
tre
;
precetto
che
non
aiutò
,
per
altro
,
Marco
da
Siena
a
uscire
da
quella
mediocrità
,
che
noi
possiamo
osservare
ancora
nelle
tante
pitture
di
lui
esistenti
qui
in
Napoli
.
E
dal
detto
di
Michelangelo
altri
trasse
appicco
a
teorizzare
la
linea
ondulante
e
la
serpeggiante
,
come
le
vere
linee
della
bellezza
.
Su
queste
leggi
della
bellezza
,
sulla
sezione
aurea
e
sulla
linea
ondulante
e
serpeggiante
,
si
sono
composti
interi
volumi
,
che
bisogna
considerare
,
a
nostro
parere
,
quasi
l
'
astrologia
della
Estetica
.
XV
.
L
'
ATTIVITÀ
DELL
'
ESTRINSECAZIONE
.
LA
TECNICA
E
LA
TEORIA
DELLE
ARTI
.
Il
fatto
della
produzione
del
bello
fisico
importa
,
come
si
è
già
avvertito
,
la
vigile
volontà
che
si
sforza
a
non
lasciare
andar
perdute
certe
visioni
,
intuizioni
o
rappresentazioni
.
Volontà
che
può
svolgersi
rapidissimamente
e
come
istintivamente
,
e
può
anche
aver
bisogno
di
lunghe
e
laboriose
deliberazioni
.
A
ogni
modo
,
solo
così
,
cioè
per
effetto
della
produzione
che
ha
luogo
di
aiuti
alla
memoria
ossia
di
oggetti
fisici
,
l
'
attività
pratica
entra
in
relazione
con
quella
estetica
,
non
più
come
semplice
concomitante
di
essa
,
ma
come
momento
da
essa
realmente
distinto
.
Noi
non
possiamo
volere
o
non
volere
la
nostra
visione
estetica
:
possiamo
,
bensì
,
volerla
o
no
estrinsecare
,
o
,
meglio
,
serbare
e
comunicare
o
no
agli
altri
l
'
estrinsecazione
prodotta
.
Questo
fatto
volontario
dell
'
estrinsecazione
è
preceduto
da
un
complesso
di
svariate
conoscenze
,
le
quali
,
come
tutte
le
conoscenze
allorché
precedono
un
'
attività
pratica
,
sappiamo
che
prendono
il
nome
di
tecniche
.
E
allo
stesso
modo
metaforico
ed
ellittico
onde
si
parla
di
un
bello
fisico
,
si
discorre
di
una
tecnica
artistica
,
cioè
(
per
denominarla
più
precisamente
)
di
conoscenze
a
servigio
dell
'
attività
pratica
rivolta
a
produrre
stimoli
di
riproduzione
estetica
.
In
luogo
di
una
dicitura
così
lunga
ci
varremo
anche
qui
della
terminologia
comune
,
sul
significato
della
quale
oramai
siamo
intesi
.
La
possibilità
di
queste
conoscenze
tecniche
in
servigio
della
riproduzione
artistica
è
ciò
che
ha
traviato
le
menti
a
immaginare
una
tecnica
estetica
dell
'
espressione
interna
,
vale
a
dire
una
dottrina
dei
mezzi
dell
'
espressione
interna
,
cosa
affatto
inconcepibile
.
E
di
questa
inconcepibilità
ben
sappiamo
la
ragione
:
l
'
espressione
,
considerata
in
sé
stessa
,
è
attività
teoretica
elementare
;
e
,
in
quanto
tale
,
precede
la
pratica
e
le
conoscenze
intellettive
che
rischiarano
la
pratica
,
ed
è
indipendente
così
dall
'
una
come
dalle
altre
.
Concorre
per
sua
parte
a
determinare
la
pratica
,
ma
non
ne
viene
determinata
.
L
'
espressione
non
ha
mezzi
,
perché
non
ha
fine
;
intuisce
qualcosa
,
ma
non
vuole
,
e
perciò
non
si
può
analizzare
nei
componenti
astratti
della
volizione
,
il
mezzo
e
il
fine
.
E
se
si
dice
talora
che
uno
scrittore
ha
inventato
una
nuova
tecnica
del
romanzo
o
del
dramma
,
o
un
pittore
una
nuova
tecnica
del
distribuire
la
luce
,
la
parola
è
usata
a
casaccio
,
perché
la
pretesa
nuova
tecnica
è
proprio
quel
nuovo
romanzo
,
quel
nuovo
quadro
,
e
nient
'
altro
.
La
distribuzione
della
luce
appartiene
alla
visione
stessa
del
quadro
;
così
come
la
tecnica
di
un
drammaturgo
è
la
stessa
concezione
drammatica
di
lui
.
Altre
volte
,
con
la
parola
tecnica
Si
sogliono
designare
alcuni
pregi
o
difetti
di
un
'
opera
sbagliata
;
e
si
dice
,
come
per
eufemismo
,
che
la
concezione
è
sbagliata
ma
la
tecnica
è
buona
,
o
che
la
concezione
è
buona
,
ma
la
tecnica
è
sbagliata
.
Quando
,
invece
,
si
parla
dei
modi
di
dipingere
a
olio
o
d
'
incidere
ad
acquaforte
o
di
scolpire
l
'
alabastro
,
allora
sì
che
la
parola
tecnica
è
propria
;
senonché
,
in
tal
caso
,
l
'
aggettivo
artistico
è
usato
metaforicamente
.
E
se
una
tecnica
drammatica
,
in
senso
estetico
,
è
impossibile
,
non
è
impossibile
una
tecnica
teatrale
,
ossia
dei
processi
d
'
estrinsecazione
di
alcune
particolari
opere
estetiche
.
Allorché
,
per
esempio
,
in
Italia
,
nella
seconda
metà
del
secolo
decimosesto
,
s
'
introdussero
le
donne
sulle
scene
,
sostituendole
agli
uomini
truccati
da
donne
,
questo
fu
un
ritrovato
,
vero
e
proprio
,
di
tecnica
teatrale
;
e
tale
fu
anche
per
l
'
appunto
,
nel
secolo
seguente
,
quel
perfezionamento
che
alle
macchine
per
il
rapido
cambiamento
delle
scene
seppero
dare
gl
'
impresari
dei
teatri
di
Venezia
.
La
raccolta
di
conoscenze
tecniche
in
servigio
degli
artisti
che
intendono
a
estrinsecare
le
loro
espressioni
,
può
dividersi
in
gruppi
,
i
quali
prendono
il
titolo
di
teorie
delle
arti
.
Nasce
così
una
teoria
dell
'
Architettura
,
contenente
leggi
di
meccanica
,
ragguagli
sul
peso
o
sulla
resistenza
dei
materiali
di
costruzione
e
di
rivestimento
,
sul
modo
di
mescolare
la
calce
e
lo
stucco
;
una
teoria
della
Scultura
,
contenente
avvertenze
sui
modi
di
scolpire
le
varie
pietre
,
di
ottenere
una
buona
fusione
del
bronzo
,
di
lavorarlo
col
cesello
,
di
copiare
esattamente
il
modello
di
creta
e
di
gesso
,
di
tenere
umida
la
creta
;
una
teoria
della
Pittura
,
sulla
varia
tecnica
della
tempera
,
della
pittura
a
olio
,
dell
'
acquarello
,
del
pastello
,
sulle
proporzioni
del
corpo
umano
,
sulle
regole
della
prospettiva
;
una
teoria
dell
'
Oratoria
,
con
precetti
sulle
guise
del
porgere
,
sui
metodi
per
esercitare
e
rinforzare
la
voce
,
sugli
atteggiamenti
mimici
e
sui
gesti
;
una
teoria
della
Musica
,
sulle
combinazioni
e
fusioni
di
toni
e
di
suoni
,
e
via
seguitando
:
raccolte
di
precetti
,
che
abbondano
in
tutte
le
letterature
.
E
,
poiché
non
è
possibile
dire
esattamente
che
cosa
sia
utile
e
che
cosa
inutile
a
sapere
,
libri
di
questo
genere
tendono
molto
spesso
a
diventare
enciclopedie
o
cataloghi
di
desiderati
.
Vitruvio
,
nel
De
architectura
,
richiede
per
l
'
architetto
la
conoscenza
delle
lettere
,
del
disegno
,
della
geometria
,
dell
'
aritmetica
,
dell
'
ottica
,
della
storia
,
della
filosofia
naturale
e
morale
,
della
giurisprudenza
,
della
medicina
,
dell
'
astrologia
,
della
musica
,
e
così
via
.
Tutto
è
buono
da
sapere
:
impara
l
'
arte
e
mettila
da
parte
.
Come
dovrebbe
esser
chiaro
,
siffatte
raccolte
empiriche
non
sono
riducibili
a
scienza
.
Composte
di
nozioni
attinte
appunto
a
varie
scienze
e
discipline
,
i
loro
principi
filosofici
e
scientifici
si
trovano
in
quelle
.
Proporsi
di
elaborare
una
teoria
scientifica
delle
singole
arti
sarebbe
volere
ridurre
all
'
uno
e
omogeneo
ciò
ch
è
,
per
destinazione
,
molteplice
ed
eterogeneo
:
voler
distruggere
come
raccolta
ciò
ch
è
stato
messo
assieme
pel
fine
appunto
di
ottenere
una
raccolta
.
Nel
tentar
di
dare
forma
rigorosamente
scientifica
ai
manuali
per
l
'
architetto
o
pel
pittore
o
pel
musicista
,
è
chiaro
che
non
resterebbero
nelle
nostre
mani
se
non
i
principi
generali
della
Meccanica
,
dell
'
Ottica
o
dell
'
Acustica
.
E
se
si
viene
estraendo
da
essi
e
isolando
ciò
che
vi
può
essere
sparso
di
osservazioni
propriamente
artistiche
per
costruirlo
in
sistema
di
scienza
,
si
lascia
il
terreno
della
singola
arte
e
si
passa
all
Estetica
,
ch
'
è
sempre
Estetica
generale
o
,
per
dir
meglio
,
non
si
può
dividere
in
generale
e
speciale
.
Quest
'
ultimo
caso
(
proporsi
,
cioè
,
di
dare
una
tecnica
e
riuscire
a
un
Estetica
)
è
accaduto
di
solito
,
allorché
a
elaborare
simili
teoriche
e
manuali
tecnici
si
sono
messi
uomini
forniti
di
forte
senso
scientifico
e
di
naturale
disposizione
filosofica
.
Ma
la
confusione
tra
la
Fisica
e
l
'
Estetica
ha
raggiunto
il
più
alto
segno
,
quando
si
sono
immaginate
teorie
estetiche
delle
singole
arti
,
procurando
di
rispondere
alle
domande
:
quali
sono
i
limiti
di
ciascun
'
arte
?
che
cosa
si
può
rappresentare
coi
colori
e
che
cosa
coi
suoni
?
che
cosa
con
le
semplici
linee
monocrome
e
che
cosa
con
tocchi
di
colori
svariati
?
che
cosa
coi
toni
e
che
cosa
coi
metri
e
ritmi
?
quali
sono
i
limiti
tra
le
arti
figurative
e
le
uditive
,
tra
la
pittura
e
la
scultura
,
tra
la
poesia
e
la
musica
?
Il
che
,
tradotto
in
termini
scientifici
,
val
quando
domandare
:
quale
è
il
legame
tra
l
'
Acustica
e
l
'
espressione
estetica
?
quale
tra
questa
e
l
'
Ottica
?
e
simili
.
Ora
,
se
dal
fatto
fisico
a
quello
estetico
non
vi
è
passaggio
,
come
potrebbe
poi
esservene
dal
fatto
estetico
a
gruppi
particolari
di
fatti
fisici
,
quali
i
fenomeni
dell
'
Ottica
o
dell
'
Acustica
?
Le
cosiddette
arti
non
hanno
limiti
estetici
,
giacché
,
per
averli
,
dovrebbero
avere
anche
esistenza
estetica
nella
loro
particolarità
;
e
noi
abbiamo
mostrato
la
genesi
affatto
empirica
di
quelle
partizioni
.
Per
conseguenza
,
è
assurdo
ogni
tentativo
di
classificazione
estetica
delle
arti
.
Se
non
hanno
limiti
,
esse
non
sono
determinabili
esattamente
,
né
quindi
filosoficamente
distinguibili
.
Tutti
i
volumi
di
classificazioni
e
sistemi
delle
arti
si
potrebbero
(
e
sia
detto
col
massimo
rispetto
verso
gli
scrittori
che
vi
hanno
versato
sopra
i
loro
sudori
)
bruciare
senza
danno
alcuno
.
L
'
impossibilità
di
siffatte
sistemazioni
ha
come
una
riprova
negli
strani
modi
ai
quali
si
è
ricorso
per
eseguirle
.
Prima
e
più
comune
partizione
è
quella
in
arti
dell
'
udito
,
della
vista
e
della
fantasia
;
quasi
che
occhi
,
orecchi
e
fantasia
stiano
sulla
stessa
linea
e
possano
dedursi
da
una
medesima
variabile
logica
,
fondamento
della
divisione
.
Altri
hanno
proposto
l
'
ordinamento
in
arti
dello
spazio
e
arti
del
tempo
,
arti
del
riposo
e
arti
del
movimento
;
come
se
i
concetti
di
spazio
,
tempo
,
riposo
e
movimento
determinino
speciali
conformazioni
estetiche
e
abbiano
alcunché
di
comune
con
l
'
arte
in
quanto
tale
.
Altri
,
infine
,
si
sono
baloccati
a
dividerle
in
classiche
e
romantiche
,
dando
valore
di
concetti
scientifici
a
semplici
denominazioni
di
fatti
storici
,
o
cadendo
in
quelle
partizioni
rettoriche
delle
forme
espressive
già
di
sopra
criticate
;
o
ancora
in
arti
che
si
vedono
da
un
sol
lato
,
come
la
pittura
,
e
che
si
vedono
da
tutti
i
lati
,
come
la
scultura
;
e
simili
stravaganze
,
che
non
stanno
né
in
cielo
né
in
terra
.
La
teoria
dei
limiti
delle
arti
fu
,
forse
,
al
tempo
in
cui
venne
proposta
,
una
benefica
reazione
critica
contro
coloro
che
stimavano
possibile
il
travasamento
di
un
'
espressione
in
un
'
altra
(
per
esempio
,
dell
'
Iliade
o
del
Paradiso
perduto
in
una
serie
di
dipinti
)
,
e
anzi
giudicavano
di
maggiore
o
minor
valore
una
poesia
,
secondo
che
potesse
o
no
da
un
pittore
essere
tradotta
in
quadri
.
Ma
,
se
la
reazione
era
ragionevole
e
riportò
facile
vittoria
,
ciò
non
vuol
dire
che
le
ragioni
adoperate
e
i
sistemi
all
'
uopo
congegnati
fossero
buoni
.
Con
la
teoria
delle
arti
e
dei
loro
limiti
cade
ancora
l
'
altra
,
che
ne
è
un
corollario
:
quella
della
riunione
delle
arti
.
Poste
singole
arti
,
distinte
e
limitate
,
nascevano
le
domande
:
qual
è
la
più
possente
?
e
,
col
riunirne
parecchie
,
non
si
otterranno
effetti
più
possenti
?
Di
ciò
non
sappiamo
nulla
:
sappiamo
,
caso
per
caso
,
che
alcune
intuizioni
artistiche
hanno
bisogno
,
per
la
riproduzione
,
di
alcuni
mezzi
fisici
,
e
altre
intuizioni
artistiche
,
di
altri
mezzi
.
Vi
sono
drammi
il
cui
effetto
si
ottiene
dalla
semplice
lettura
;
altri
,
ai
quali
occorrono
la
declamazione
e
l
'
apparato
scenico
:
intuizioni
artistiche
che
,
per
estrinsecarsi
pienamente
,
richiedono
parole
,
canto
,
strumenti
musicali
,
colori
,
plastica
,
architetture
,
attori
;
e
altre
,
che
sono
belle
e
compiute
in
un
sottile
contorno
fatto
con
la
penna
o
con
pochi
tratti
di
matita
.
Ma
che
la
declamazione
e
l
'
apparato
scenico
,
o
tutte
insieme
le
altre
cose
che
abbiamo
ora
menzionate
,
siano
più
possenti
della
semplice
lettura
o
del
semplice
contorno
a
penna
e
a
matita
,
è
falso
;
perché
ciascuno
di
quei
fatti
o
gruppi
di
fatti
ha
,
per
così
dire
,
diverso
fine
,
e
la
potenza
dei
mezzi
è
incomparabile
quando
i
fini
sono
diversi
.
È
da
notare
che
,
solo
tenendo
ferma
la
netta
e
rigorosa
distinzione
tra
l
'
attività
estetica
vera
e
propria
,
e
quella
pratica
dell
'
estrinsecazione
,
è
dato
risolvere
le
avviluppate
e
confuse
questioni
circa
i
rapporti
dell
'
arte
con
l
'
utilità
e
con
la
moralità
.
Che
l
'
arte
come
arte
sia
indipendente
e
dall
'
utilità
e
dalla
moralità
,
ossia
da
ogni
valore
pratico
,
abbiamo
dimostrato
di
sopra
.
Senza
tale
indipendenza
non
sarebbe
possibile
parlare
di
un
valore
intrinseco
dell
'
arte
,
e
neppure
quindi
concepire
una
scienza
estetica
,
la
quale
ha
per
sua
necessaria
condizione
l
'
autonomia
dell
'
atto
estetico
.
Ma
sarebbe
erroneo
pretendere
che
l
'
affermata
indipendenza
dell
'
arte
,
ch
'
è
indipendenza
della
visione
o
intuizione
o
espressione
interna
dell
'
artista
,
debba
essere
estesa
senz
'
altro
all
'
attività
pratica
dell
'
estrinsecazione
e
della
comunicazione
,
la
quale
può
seguire
o
no
al
fatto
estetico
.
Intesa
l
'
arte
come
estrinsecazione
dell
'
arte
,
l
'
utilità
e
la
moralità
vi
entrano
di
pieno
diritto
;
col
diritto
,
cioè
,
che
si
ha
nelle
cose
di
casa
propria
.
Infatti
,
delle
tante
espressioni
e
intuizioni
che
formiamo
nel
nostro
spirito
,
non
tutte
estrinsechiamo
e
fissiamo
;
non
ogni
nostro
pensiero
o
immagine
traduciamo
a
voce
alta
o
mettiamo
per
iscritto
o
stampiamo
o
disegniamo
o
coloriamo
o
esponiamo
al
pubblico
.
Tra
la
folla
delle
intuizioni
,
formate
o
almeno
abbozzate
interiormente
,
noi
scegliamo
;
e
la
scelta
è
guidata
da
criteri
di
economica
disposizione
della
vita
e
di
morale
indirizzo
di
essa
.
Perciò
,
fissata
un
'
intuizione
,
resta
sempre
da
ponderare
ancora
se
convenga
comunicarla
ad
altri
,
e
a
chi
,
e
quando
,
e
come
:
ponderazioni
che
ricadono
tutte
egualmente
sotto
il
criterio
utilitario
e
sotto
quello
etico
.
Si
trovano
così
in
qualche
modo
giustificati
i
concetti
della
scelta
,
dell
'
interessante
,
della
moralità
,
del
fine
educativo
,
della
popolarità
,
e
simili
,
i
quali
,
imposti
all
'
arte
come
arte
,
non
possono
giustificarsi
in
niun
modo
,
e
perciò
sono
stati
da
noi
,
in
pura
Estetica
,
respinti
.
L
'
errore
ha
sempre
qualche
motivo
di
vero
;
e
chi
formolava
quelle
proposizioni
estetiche
erronee
volgeva
,
in
realtà
,
l
'
occhio
ai
fatti
pratici
,
che
si
collegano
esternamente
al
fatto
estetico
e
appartengono
alla
vita
economica
e
morale
.
Che
poi
si
sia
partigiani
della
maggiore
libertà
anche
nella
divulgazione
dei
mezzi
della
riproduzione
estetica
,
sta
bene
:
siamo
anche
noi
di
questo
avviso
e
lasciamo
le
leghe
pei
provvedimenti
legislativi
e
pei
processi
da
promuovere
contro
l
'
arte
immorale
agli
ipocriti
,
agli
ingenui
e
ai
perdigiorno
.
Ma
affermare
quella
libertà
e
fissarne
i
limiti
,
siano
pure
latissimi
,
è
sempre
ufficio
della
morale
.
E
sarebbe
,
a
ogni
modo
,
fuori
di
luogo
invocare
quell
'
altissimo
principio
,
quel
fundamentum
Aesthetices
,
ch
è
l
indipendenza
dell
'
arte
,
per
dedurne
l
'
incolpabilità
dell
'
artista
che
nell
'
estrinsecare
le
sue
fantasie
calcoli
da
immorale
speculatore
sui
gusti
malsani
dei
lettori
,
o
la
licenza
da
concedere
ai
girovaghi
che
vendono
per
le
piazze
figurine
oscene
.
Quest
'
ultimo
caso
è
di
competenza
della
polizia
,
come
il
primo
è
da
trarsi
innanzi
al
tribunale
della
coscienza
morale
.
Il
giudizio
estetico
sull
'
opera
d
'
arte
non
ha
che
vedere
con
quello
sulla
moralità
dell
'
artista
,
in
quanto
uomo
pratico
,
né
coi
provvedimenti
da
prendere
perché
le
cose
dell
'
arte
non
siano
distratte
a
fini
malvagi
,
alieni
dalla
natura
di
essa
,
ch
è
pura
contemplazione
teoretica
.
XVI
.
IL
GUSTO
E
LA
RIPRODUZIONE
DELL
'
ARTE
.
Compiuto
l
'
intero
processo
estetico
ed
estrinsecativo
,
prodotta
un
'
espressione
bella
,
e
fissatala
in
un
determinato
materiale
fisico
,
che
cosa
significa
giudicarla
?
Riprodurla
in
sé
,
rispondono
quasi
a
una
voce
i
critici
d
'
arte
,
ed
egregiamente
.
Procuriamo
d
'
intendere
bene
questo
fatto
e
,
a
tal
inténto
,
rappresentiamolo
come
in
uno
schema
.
L
'
individuo
A
cerca
l
'
espressione
di
un
'
impressione
che
sente
o
presente
,
ma
che
non
ha
ancora
espressa
.
Eccolo
a
tentare
varie
parole
e
frasi
,
che
gli
diano
l
'
espressione
cercata
,
quell
'
espressione
che
dev
'
esserci
,
ma
ch
'
egli
non
possiede
.
Prova
la
combinazione
m
,
e
la
rigetta
come
impropria
,
inespressiva
,
manchevole
,
brutta
:
prova
la
combinazione
n
,
e
col
medesimo
risultato
.
Non
vede
punto
o
non
vede
chiaro
.
L
'
espressione
gli
sfugge
ancora
.
Dopo
altre
vane
prove
,
nelle
quali
ora
s
'
accosta
,
ora
si
discosta
dal
segno
cui
tende
,
d
'
un
tratto
forma
(
par
quasi
che
gli
si
formi
da
sé
spontaneamente
)
l
'
espressione
cercata
,
e
lux
facta
est
.
Egli
gode
per
un
istante
il
piacere
estetico
o
del
bello
.
Il
brutto
,
col
dispiacere
correlativo
,
era
l
'
attività
estetica
che
non
riusciva
a
vincere
l
'
ostacolo
:
il
bello
è
l
'
attività
espressiva
,
che
ora
si
dispiega
trionfante
.
Abbiamo
tolto
l
'
esemplificazione
dal
dominio
della
parola
,
come
più
accessibile
e
prossimo
;
giacché
,
se
non
tutti
disegniamo
o
dipingiamo
,
tutti
parliamo
.
Se
ora
un
altro
individuo
,
che
diremo
B
,
dovrà
giudicare
quell
'
espressione
,
e
determinare
se
sia
bella
o
brutta
,
egli
non
potrà
se
non
mettersi
nel
punto
di
vista
di
A
,
e
rifarne
,
con
l
'
aiuto
del
segno
fisico
da
lui
prodotto
,
il
processo
.
Se
A
ha
visto
chiaro
,
B
(
essendosi
messo
nel
punto
di
vista
di
lui
)
vedrà
anch
'
esso
chiaro
,
e
sentirà
quell
'
espressione
come
bella
.
Se
A
non
ha
visto
chiaro
,
non
vedrà
chiaro
neanche
B
,
e
la
sentirà
,
d
'
accordo
con
lui
,
più
o
meno
brutta
.
Si
potrà
osservare
che
noi
non
abbiamo
preso
in
considerazione
due
altri
casi
:
che
A
abbia
visto
chiaro
e
B
veda
buio
;
o
che
A
abbia
visto
buio
e
B
veda
chiaro
.
Questi
due
casi
sono
,
parlando
con
rigore
,
impossibili
.
L
'
attività
espressiva
,
appunto
perché
attività
,
non
è
capriccio
,
ma
necessità
spirituale
;
e
non
può
risolvere
un
medesimo
problema
estetico
se
non
in
un
sol
modo
,
che
sia
buono
.
Si
obbietterà
contro
questa
nostra
recisa
affermazione
che
opere
le
quali
sembrano
belle
agli
artisti
,
vengono
poi
riconosciute
brutte
dai
critici
;
e
che
altre
opere
,
di
cui
quelli
erano
scontenti
e
che
giudicavano
imperfette
o
sbagliate
,
vengono
riconosciute
,
invece
,
da
questi
e
belle
e
perfette
.
Ma
,
in
tali
casi
,
una
delle
due
parti
ha
torto
:
o
i
critici
o
gli
artisti
,
e
talvolta
i
critici
e
talvolta
gli
artisti
.
Infatti
,
il
produttore
dell
'
espressione
non
sempre
si
rende
conto
esatto
di
ciò
che
accade
nel
suo
animo
.
La
fretta
,
la
vanità
,
l
'
irriflessione
,
i
pregiudizi
teorici
ci
fanno
dire
,
e
quasi
talora
anche
credere
,
che
siano
belle
opere
nostre
,
che
,
se
ci
ripiegassimo
davvero
su
noi
stessi
,
vedremmo
,
quali
sono
in
realtà
,
brutte
.
Il
povero
artista
si
comporta
talora
come
il
povero
Don
Quijote
,
quando
,
raccomodato
alla
meglio
l
'
elmo
con
la
celata
di
cartapesta
,
che
gli
si
era
svelato
alla
prima
prova
di
fiacchissima
resistenza
,
si
guardò
bene
dal
provarlo
di
nuovo
con
un
ben
assestato
colpo
di
spada
,
e
lo
dichiarò
e
ritenne
senz
'
altro
(
dice
il
suo
autore
)
por
celada
finisima
de
encaxe
.
In
altri
casi
,
le
cagioni
medesime
,
o
le
opposte
ma
analoghe
,
turbano
la
coscienza
dell
'
artista
,
e
gli
fanno
giudicare
male
ciò
che
ha
prodotto
bene
,
o
tentar
di
disfare
e
rifare
in
peggio
ciò
che
,
nell
'
artistica
spontaneità
,
egli
ha
ben
fatto
.
Esempio
:
Tasso
e
il
suo
passaggio
dalla
Gerusalemme
liberata
alla
Gerusalemme
conquistata
.
Parimente
,
la
fretta
,
la
pigrizia
,
l
'
irriflessione
,
i
pregiudizi
teorici
,
le
personali
simpatie
o
animosità
e
altri
motivi
di
tal
sorta
inducono
talora
i
critici
ad
asserire
brutto
ciò
ch
è
bello
e
bello
ciò
ch
è
brutto
;
e
ch
'
essi
sentirebbero
,
qual
è
effettivamente
,
se
eliminassero
quei
motivi
perturbatori
e
non
lasciassero
ai
posteri
,
giudici
più
diligenti
e
spassionati
,
l
'
ufficio
di
conferire
la
palma
o
compiere
la
giustizia
da
essi
negata
.
Dal
precedente
teorema
si
ricava
che
l
'
attività
giudicatrice
,
che
critica
e
riconosce
il
bello
,
s
'
identifica
con
quella
che
lo
produce
.
La
differenza
consiste
soltanto
nella
diversità
delle
circostanze
,
perché
l
'
una
volta
si
tratta
di
produzione
e
l
'
altra
di
riproduzione
estetica
.
L
'
attività
che
giudica
si
dice
gusto
;
l
'
attività
produttrice
genio
:
genio
e
gusto
sono
,
dunque
,
sostanzialmente
identici
.
Questa
identità
viene
intravveduta
allorché
si
osserva
comunemente
che
il
critico
deve
avere
alcunché
della
genialità
dell
'
artista
,
e
che
l
'
artista
deve
essere
fornito
di
gusto
;
ovvero
che
vi
ha
un
gusto
attivo
(
produttore
)
e
uno
passivo
(
riproduttore
)
.
Ma
in
altre
anche
comuni
osservazioni
essa
viene
negata
,
quando
,
per
esempio
,
si
parla
di
un
gusto
senza
genio
,
o
di
un
genio
senza
gusto
.
Osservazioni
,
queste
ultime
,
vuote
di
senso
,
se
non
alludessero
a
differenze
quantitative
o
psicologiche
,
chiamandosi
geni
senza
gusto
coloro
che
producono
opere
d
'
arte
indovinate
nelle
parti
culminanti
e
trascurate
e
difettose
in
quelle
secondarie
,
e
uomini
di
gusto
senza
genio
coloro
che
,
mentre
sanno
raggiungere
alcuni
pregi
isolati
o
secondari
,
non
hanno
la
forza
necessaria
per
una
vasta
sintesi
artistica
.
Interpretazioni
analoghe
si
possono
trovare
agevolmente
di
altre
proposizioni
simili
.
Ma
porre
differenza
sostanziale
tra
genio
e
gusto
,
tra
produzione
e
riproduzione
artistica
,
renderebbe
inconcepibili
la
comunicazione
e
il
giudizio
.
Come
si
potrebbe
giudicare
da
noi
ciò
che
ci
restasse
estraneo
?
Come
ciò
ch
è
prodotto
di
una
determinata
attività
si
potrebbe
giudicare
con
una
attività
diversa
?
Il
critico
sarà
un
piccolo
genio
,
l
'
artista
un
genio
grande
;
l
'
uno
avrà
forze
per
dieci
,
l
'
altro
per
cento
;
il
primo
,
per
levarsi
a
una
certa
altezza
,
avrà
bisogno
dell
'
appoggio
dell
'
altro
:
ma
la
natura
di
entrambi
dev
'
essere
la
medesima
.
Per
giudicare
Dante
ci
dobbiamo
levare
all
'
altezza
di
lui
:
empiricamente
,
s
'
intende
bene
,
noi
non
siamo
Dante
,
né
Dante
è
noi
;
ma
,
in
quel
momento
della
contemplazione
,
e
del
giudizio
,
il
nostro
spirito
è
tutt
'
uno
con
quello
del
poeta
,
e
in
quel
momento
noi
e
lui
siamo
una
cosa
sola
.
Soltanto
in
questa
identità
è
la
possibilità
che
le
nostre
piccole
anime
risuonino
con
le
grandi
,
e
s
'
aggrandiscano
con
esse
nella
universalità
dello
spirito
.
Osserviamo
per
incidente
che
ciò
che
sì
è
detto
del
giudizio
estetico
vale
per
ogni
altra
attività
e
per
ogni
altro
giudizio
;
e
che
allo
stesso
modo
si
fa
la
critica
scientifica
,
economica
,
etica
.
Per
fermarci
al
caso
di
quest
'
ultima
,
solo
se
ci
rimettiamo
idealmente
nelle
condizioni
medesime
in
cui
si
trovò
chi
prese
una
data
risoluzione
,
possiamo
giudicare
se
questa
fu
morale
o
immorale
.
Altrimenti
,
un
'
azione
ci
resterebbe
incomprensibile
e
quindi
ingiudicabile
.
Un
omicida
può
essere
un
furfante
o
un
eroe
:
il
che
,
se
riesce
,
in
certi
limiti
,
indifferente
alla
difesa
sociale
,
la
quale
condanna
alla
stessa
pena
l
'
uno
e
l
'
altro
,
non
è
indifferente
a
chi
voglia
distinguere
e
giudicare
secondo
morale
,
e
non
può
quindi
esimersi
dal
rifare
la
psicologia
individuale
dell
'
omicida
per
determinare
la
vera
figura
,
non
più
soltanto
giuridica
,
dell
'
azione
di
lui
.
Anche
nell
Etica
si
è
parlato
qualche
volta
di
un
gusto
o
di
un
tatto
morale
,
che
risponderebbe
a
ciò
che
di
solito
si
chiama
coscienza
morale
,
cioè
all
'
attività
stessa
della
buona
volontà
.
La
spiegazione
,
esposta
di
sopra
,
del
giudizio
o
riproduzione
estetica
dà
insieme
ragione
e
torto
agli
assolutisti
e
ai
relativisti
:
a
coloro
che
propugnano
l
'
assolutezza
del
gusto
,
e
a
coloro
che
la
negano
.
Gli
assolutisti
,
in
quanto
affermano
potersi
giudicar
del
bello
,
hanno
ragione
;
ma
la
dottrina
che
pongono
a
base
della
loro
affermazione
,
è
insostenibile
,
perché
essi
concepiscono
il
bello
,
ossia
il
valore
estetico
,
come
qualcosa
che
sia
posto
fuori
dell
'
attività
estetica
,
come
un
concetto
o
un
modello
che
l
'
artista
attui
nella
sua
opera
e
di
cui
il
critico
si
valga
poi
per
giudicare
l
'
opera
stessa
.
Concetti
e
modelli
,
che
in
arte
non
esistono
,
come
bene
si
è
riconosciuto
sin
da
quando
si
è
cominciato
a
dire
che
ogni
opera
d
'
arte
è
giudicabile
solo
in
sé
stessa
e
ha
in
sé
il
suo
modello
:
con
che
si
è
negata
l
'
esistenza
dei
modelli
oggettivi
di
bellezza
,
siano
essi
concetti
intellettuali
o
idee
sospese
nel
cielo
metafisico
.
In
questa
negazione
gli
avversari
,
i
relativisti
,
hanno
molta
ragione
,
e
col
farla
valere
sono
stati
autori
di
un
progresso
nella
teoria
della
critica
.
Senonché
,
la
ragionevolezza
iniziale
della
tesi
si
converte
poi
,
anche
presso
di
essi
,
in
una
teoria
falsa
.
Ripetendo
l
'
antico
adagio
,
che
dei
gusti
non
si
disputa
,
credono
che
l
'
espressione
estetica
sia
della
stessa
qualità
del
piacevole
e
dello
spiacevole
,
che
ciascuno
sente
a
suo
modo
e
sui
quali
non
si
disputa
.
Ma
piacevole
e
spiacevole
sono
,
come
sappiamo
,
fatti
utilitari
e
pratici
;
onde
i
relativisti
vengono
in
ultima
analisi
a
negare
la
natura
del
fatto
estetico
e
a
confondere
da
capo
l
'
espressione
con
l
'
impressione
,
il
teoretico
col
pratico
.
La
soluzione
giusta
consiste
nel
rigettare
così
il
relativismo
o
psicologismo
,
come
il
falso
assolutismo
;
e
nel
riconoscere
che
il
criterio
del
gusto
è
assoluto
,
ma
di
una
assolutezza
diversa
da
quella
dell
'
intelletto
,
che
si
svolge
nel
raziocinio
;
è
assoluto
dell
'
assolutezza
intuitiva
della
fantasia
.
P
da
giudicare
perciò
bello
qualsiasi
atto
di
attività
espressiva
che
sia
davvero
tale
,
e
brutto
qualunque
fatto
,
in
cui
entrino
in
lotta
insoluta
attività
espressiva
e
passività
.
Tra
assolutisti
e
relativisti
assoluti
è
una
terza
classe
,
che
potrebbe
chiamarsi
dei
relativisti
relativi
.
Costoro
affermano
l
'
assolutezza
dei
valori
in
altri
campi
(
in
quelli
,
per
esempio
,
della
Logica
o
dell
Etica
)
,
ma
la
negano
nel
campo
estetico
.
Che
si
disputi
di
scienza
o
di
morale
,
sembra
loro
naturale
e
giustificato
,
perché
la
scienza
riposa
sull
'
universale
,
comune
a
tutti
gli
uomini
,
e
la
morale
sul
dovere
,
anch
'
esso
legge
della
natura
umana
;
ma
come
disputare
dell
'
arte
,
che
riposa
sulla
fantasia
?
Senonché
non
solo
l
'
attività
fantastica
è
universale
e
appartiene
alla
natura
umana
,
al
pari
del
concetto
logico
e
del
dovere
pratico
;
ma
contro
la
riferita
tesi
intermedia
è
da
muovere
un
'
obiezione
preliminare
.
Negando
l
'
assolutezza
della
fantasia
,
si
verrebbe
a
negare
anche
quella
della
verità
intellettuale
o
concettuale
,
e
implicitamente
,
della
morale
.
La
morale
non
ha
forse
per
presupposto
le
distinzioni
logiche
?
e
come
altrimenti
queste
sono
conosciute
se
non
in
espressioni
e
parole
,
ossia
in
forma
fantastica
?
Tolta
l
'
assolutezza
della
fantasia
,
la
vita
dello
spirito
vacillerebbe
nella
base
.
L
'
individuo
non
intenderebbe
più
l
'
altro
individuo
,
anzi
neppure
il
sé
stesso
di
un
momento
prima
,
il
quale
,
considerato
nel
momento
dopo
,
è
già
un
altro
individuo
.
Pure
,
la
varietà
dei
giudizi
è
un
fatto
indubitabile
.
Gli
uomini
sono
discordi
in
valutazioni
logiche
,
etiche
,
economiche
;
e
discordi
altresì
,
o
ancora
di
più
,
in
quelle
estetiche
.
Se
alcune
cagioni
che
abbiamo
ricordate
(
fretta
,
pregiudizi
,
passioni
e
simili
)
possono
attenuare
l
'
importanza
di
cotesta
discordia
,
non
perciò
l
'
annullano
.
Nel
parlare
degli
stimoli
della
riproduzione
,
abbiamo
soggiunto
una
cautela
,
dicendo
che
la
riproduzione
ha
luogo
,
se
tutte
le
altre
condizioni
restano
pari
.
Restano
forse
pari
?
L
'
ipotesi
risponde
alla
realtà
?
Sembra
di
no
.
Riprodurre
più
volte
un
'
impressione
mediante
uno
stimolo
fisico
adatto
,
importa
che
questo
non
si
sia
alterato
,
e
che
l
'
organismo
si
trovi
nelle
medesime
condizioni
psicologiche
,
in
cui
era
quando
ebbe
l
'
impressione
che
si
vuol
riprodurre
.
Ora
è
un
fatto
che
lo
stimolo
fisico
si
altera
continuamente
,
e
così
anche
le
condizioni
psicologiche
.
Le
pitture
a
olio
anneriscono
,
quelle
a
fresco
diventano
sbiadite
,
le
statue
perdono
nasi
e
mani
e
gambe
,
le
architetture
rovinano
totalmente
o
parzialmente
,
dell
'
esecuzione
di
una
musica
si
smarrisce
la
tradizione
,
il
testo
di
una
poesia
è
corrotto
da
cattivi
copisti
o
da
cattive
stampe
.
Questi
sono
esempi
ovvi
di
mutazioni
,
che
accadono
ogni
giorno
negli
oggetti
o
stimoli
fisici
.
Circa
le
condizioni
psicologiche
,
non
ci
fermeremo
sul
caso
del
diventar
sordi
o
ciechi
,
cioè
della
perdita
d
'
interi
ordini
d
'
impressioni
psichiche
:
caso
particolare
e
di
secondaria
importanza
di
fronte
a
quello
fondamentale
,
quotidiano
,
immancabile
,
del
mutarsi
perpetuo
della
società
intorno
a
noi
e
delle
condizioni
interne
della
nostra
vita
individuale
.
Le
manifestazioni
foniche
,
ossia
le
parole
e
i
versi
della
Commedia
dantesca
debbono
produrre
in
un
cittadino
italiano
,
che
pratichi
la
politica
della
terza
Roma
,
impressione
ben
diversa
da
quella
che
provava
un
ben
informato
e
affiatato
coetaneo
del
poeta
.
La
Madonna
di
Cimabue
è
sempre
in
Santa
Maria
Novella
;
ma
parla
essa
al
visitatore
odierno
come
ai
fiorentini
del
Dugento
?
e
,
se
anche
il
tempo
non
l
'
avesse
annerita
,
l
'
impressione
che
ora
produce
non
deve
supporsi
del
tutto
diversa
da
quella
di
un
tempo
?
Perfino
nel
caso
di
un
medesimo
individuo
poeta
,
una
poesia
,
composta
da
lui
in
gioventù
,
gli
farà
forse
la
stessa
impressione
di
una
volta
,
quando
egli
la
rilegga
in
età
senile
,
con
disposizioni
affatto
mutate
?
Vero
è
che
alcuni
estetici
hanno
tentato
una
distinzione
tra
stimoli
e
stimoli
,
tra
segni
naturali
e
convenzionali
,
i
primi
dei
quali
avrebbero
un
effetto
costante
e
per
tutti
,
e
i
secondi
solo
per
circoli
ristretti
.
Segni
naturali
sarebbero
,
a
loro
avviso
,
quelli
della
pittura
;
convenzionali
,
le
parole
della
poesia
.
Ma
la
differenza
tra
gli
uni
e
gli
altri
è
,
tutt
'
al
più
,
solo
di
grado
.
Molte
volte
è
stato
affermato
che
la
pittura
è
un
linguaggio
che
s
'
intende
da
chiunque
,
diversamente
da
ciò
che
accade
per
la
poesia
.
In
questo
,
per
l
'
appunto
,
Leonardo
poneva
una
delle
prerogative
della
sua
arte
,
che
non
ha
bisogno
d
'
interpreti
di
diverse
lingue
come
hanno
le
lettere
,
e
soddisfa
agli
uomini
e
agli
animali
,
raccontando
l
'
aneddoto
di
quel
ritratto
di
un
padre
di
famiglia
,
cui
facean
carezze
li
piccioli
figliuoli
,
che
ancora
erano
nelle
fasce
,
e
similmente
il
cane
e
gatta
della
medesima
casa
.
Ma
altri
aneddoti
,
come
quelli
dei
selvaggi
che
toglievano
in
iscambio
la
figura
di
un
soldato
per
quella
di
una
barca
,
o
un
ritratto
di
uomo
a
cavallo
consideravano
come
fornito
di
una
sola
gamba
,
scoterebbero
la
fede
nei
lattanti
,
nei
cani
e
nei
gatti
,
intelligenti
di
pittura
.
Per
fortuna
,
non
occorrono
ardue
ricerche
per
avvedersi
che
i
quadri
,
e
le
poesie
,
e
qualsiasi
opera
d
'
arte
,
non
producono
effetto
se
non
su
animi
preparati
.
Segni
naturali
non
esistono
,
perché
tutti
sono
a
un
modo
stesso
convenzionali
,
o
,
per
parlare
con
la
dovuta
esattezza
,
storicamente
condizionati
.
Ciò
posto
,
come
ottenere
che
l
'
espressione
venga
riprodotta
per
mezzo
dell
'
oggetto
fisico
?
che
si
abbia
il
medesimo
effetto
,
quando
le
condizioni
non
sono
più
le
medesime
?
E
non
parrebbe
necessario
,
piuttosto
,
concludere
che
le
espressioni
,
nonostante
gl
'
istrumenti
fisici
foggiati
all
'
uopo
,
sono
irriproducibili
;
e
che
ciò
che
si
chiama
riproduzione
consiste
realmente
in
espressioni
sempre
nuove
?
E
tale
infatti
sarebbe
la
conclusione
,
se
le
varietà
delle
condizioni
fisiche
e
psichiche
fossero
intrinsecamente
insuperabili
.
Ma
,
poiché
l
'
insuperabilità
non
ha
nessun
carattere
di
necessità
,
bisogna
invece
concludere
:
che
la
riproduzione
ha
luogo
sempre
che
possiamo
e
vogliamo
rimetterci
nelle
condizioni
tra
le
quali
fu
prodotto
lo
stimolo
(
bello
fisico
)
.
In
queste
condizioni
non
solo
ci
possiamo
rimettere
per
astratta
possibilità
,
ma
ci
rimettiamo
di
fatto
,
continuamente
.
La
vita
individuale
,
ch
è
comunione
con
noi
stessi
(
col
nostro
passato
)
,
e
la
vita
sociale
,
ch
è
comunione
coi
nostri
simili
,
non
sarebbero
possibili
altrimenti
.
Per
ciò
che
riguarda
l
'
oggetto
fisico
,
i
paleografi
e
filologi
,
restitutori
dei
testi
nella
loro
fisionomia
originale
,
i
restauratori
di
quadri
e
di
statue
,
e
altrettali
industri
lavoratori
,
si
sforzano
appunto
di
conservare
o
ridare
all
'
oggetto
fisico
tutta
l
'
energia
primitiva
.
Certamente
,
sono
sforzi
che
non
sempre
riescono
,
o
non
riescono
sempre
completamente
,
anzi
non
mai
o
quasi
è
dato
ottenere
una
restaurazione
perfetta
nei
minimi
particolari
.
Ma
l
'
insuperabile
è
qui
meramente
accidentale
,
e
non
può
farci
disconoscere
i
risultati
favorevoli
che
pur
si
raggiungono
.
A
reintegrare
in
noi
le
condizioni
psicologiche
che
si
sono
mutate
attraverso
la
storia
,
lavora
da
sua
parte
l
'
interpretazione
storica
,
la
quale
ravviva
il
morto
,
compie
il
frammentario
,
ci
dà
modo
di
vedere
un
'
opera
d
'
arte
(
un
oggetto
fisico
)
quale
la
vedeva
l
'
autore
nell
'
atto
della
produzione
.
Condizione
di
cotesto
lavorio
storico
è
la
tradizione
,
mercé
la
quale
è
possibile
raccogliere
gli
sparsi
raggi
e
farli
convergere
a
un
fuoco
.
Noi
,
con
la
memoria
,
circondiamo
lo
stimolo
fisico
dei
fatti
tra
i
quali
esso
nacque
;
e
così
rendiamo
possibile
che
rioperi
su
noi
come
operava
su
chi
lo
produsse
.
Dove
la
tradizione
è
spezzata
,
l
'
interpretazione
si
arresta
;
i
prodotti
del
passato
restano
allora
,
per
noi
,
muti
.
Così
ci
sono
inattingibili
le
espressioni
contenute
nelle
iscrizioni
etrusche
o
in
quelle
messapiche
;
così
per
alcuni
prodotti
dell
'
arte
dei
selvaggi
si
ode
ancora
discutere
dagli
etnografi
,
nientemeno
,
se
siano
pitture
o
scritture
;
così
gli
archeologi
e
i
preistorici
non
riescono
sempre
a
stabilire
con
certezza
se
le
figurazioni
,
che
si
vedono
sulla
vascolaria
di
una
data
regione
,
o
su
altri
istrumenti
d
'
uso
,
siano
di
argomento
religioso
o
profano
.
Ma
l
'
arresto
dell
interpretazione
,
come
quello
della
restituzione
,
non
è
mai
un
limite
definitivamente
insuperabile
;
e
le
scoperte
,
che
accadono
ogni
giorno
,
e
ch
è
lecito
sperare
sempre
maggiori
,
di
nuove
fonti
storiche
e
di
nuovi
modi
di
adoperare
meglio
le
antiche
,
riattaccano
per
l
'
appunto
le
tradizioni
spezzate
.
Né
si
vuol
negare
che
l
'
erronea
interpretazione
storica
produca
talora
,
per
così
dire
,
palinsesti
,
dandoci
nuove
espressioni
sulle
antiche
,
fantasie
artistiche
invece
di
riproduzioni
storiche
.
Il
cosiddetto
fascino
del
passato
dipende
in
parte
da
queste
espressioni
nostre
,
che
tessiamo
sulle
storiche
.
Così
nelle
opere
della
plastica
ellenica
si
è
scorta
la
calma
e
la
serena
intuizione
della
vita
di
quei
popoli
,
che
pur
sentirono
tanto
pungente
il
dolore
universale
;
così
nelle
figure
dei
santi
bizantini
si
è
ravvisato
perfino
il
terrore
dell
'
anno
Mille
,
quel
terrore
ch
è
un
equivoco
storico
o
una
leggenda
artificiale
,
foggiata
da
tardi
eruditi
.
Ma
la
critica
storica
tende
appunto
a
circoscrivere
le
fantasticherie
e
a
stabilire
con
esattezza
il
punto
di
vista
dal
quale
bisogna
guardare
.
Per
il
processo
sopradescritto
noi
viviamo
in
comunicazione
con
gli
altri
uomini
,
del
presente
e
del
passato
;
e
non
perché
si
dia
talvolta
,
e
anche
sovente
,
l
'
incompreso
o
il
malcompreso
,
si
deve
concludere
che
,
quando
crediamo
di
fare
un
dialogo
,
facciamo
sempre
un
monologo
;
anzi
che
non
possiamo
nemmeno
ripetere
il
monologo
,
fatto
altra
volta
in
noi
medesimi
.
XVII
.
LA
STORIA
DELLA
LETTERATURA
E
DELL
'
ARTE
.
Questa
breve
esposizione
del
metodo
onde
si
ottiene
la
reintegrazione
delle
condizioni
originarie
in
cui
fu
prodotta
l
'
opera
d
'
arte
,
e
per
conseguenza
la
possibilità
della
riproduzione
e
del
giudizio
,
mostra
a
quale
importante
ufficio
adempiano
le
ricerche
storiche
concernenti
le
opere
artistiche
e
letterarie
;
che
è
ciò
che
si
chiama
,
di
solito
,
il
metodo
o
la
critica
storica
nella
letteratura
e
nell
'
arte
.
Senza
la
tradizione
e
la
critica
storica
,
il
godimento
di
tutte
o
quasi
tutte
le
opere
d
'
arte
sarebbe
irremissibilmente
perduto
:
noi
saremmo
poco
più
che
animali
,
immersi
nel
solo
presente
o
in
un
passato
ben
vicino
.
È
da
fatui
spregiare
e
deridere
chi
ricostituisce
un
testo
autentico
,
spiega
il
senso
di
parole
e
costumanze
obliate
,
investiga
le
condizioni
tra
le
quali
visse
un
artista
,
e
compie
tutti
quei
lavori
che
ravvivano
le
fattezze
e
il
colorito
originario
delle
opere
d
'
arte
.
Talvolta
,
il
giudizio
spregiativo
o
negativo
concerne
la
presunta
o
provata
inutilità
di
molte
ricerche
pel
fine
della
retta
intelligenza
delle
opere
artistiche
.
Ma
,
in
primo
luogo
,
è
da
osservare
che
le
ricerche
storiche
non
adempiono
al
solo
fine
di
aiutare
a
riprodurre
e
giudicare
le
opere
artistiche
:
la
biografia
di
uno
scrittore
o
di
un
artista
,
per
esempio
,
e
la
ricerca
dei
costumi
di
un
'
epoca
,
hanno
anche
fine
e
interesse
propri
,
cioè
estranei
alla
storia
dell
'
arte
ma
non
ad
altre
forme
di
storiografia
.
Che
se
si
vuole
intendere
di
quelle
indagini
che
sembra
non
presentino
interesse
di
sorta
,
è
da
osservare
ancora
che
il
ricercatore
storico
deve
spesso
adattarsi
all
'
ufficio
,
poco
glorioso
ma
utile
,
di
catalogatore
di
fatti
;
i
quali
restano
per
allora
informi
,
incoerenti
e
insignificanti
,
ma
sono
riserva
e
miniera
per
lo
storico
futuro
e
per
chiunque
altro
possa
averne
d
'
uopo
per
alcun
fine
.
In
una
biblioteca
si
collocano
sul
palchetto
,
e
si
notano
nelle
schede
,
anche
libri
che
nessuno
richiede
in
lettura
,
ma
che
,
una
volta
o
l
'
altra
,
possono
essere
richiesti
.
Certo
,
come
un
bibliotecario
intelligente
dà
la
preferenza
all
'
acquisto
e
alla
catalogazione
di
quei
libri
che
si
prevede
possano
servire
di
più
e
meglio
,
così
anche
i
ricercatori
intelligenti
hanno
il
fiuto
di
ciò
che
serve
,
o
potrà
più
facilmente
servire
,
tra
il
materiale
di
fatti
in
cui
vanno
frugando
;
laddove
altri
,
meno
intelligenti
,
meno
ben
dotati
,
più
frettolosamente
produttivi
,
accumulano
inutile
ciarpame
,
rifiuti
e
spazzature
,
e
si
perdono
in
sottigliezze
e
discussioni
pettegole
.
Ma
ciò
appartiene
all
'
economia
della
ricerca
,
e
non
ci
riguarda
.
Riguarda
,
tutt
'
al
più
,
il
maestro
che
dà
i
temi
,
l
'
editore
che
paga
la
stampa
,
e
il
critico
che
è
chiamato
a
lodare
e
biasimare
gli
operai
della
ricerca
.
È
evidente
,
d
'
altra
parte
,
che
le
ricerche
storiche
,
rivolte
a
illuminare
un
'
opera
d
'
arte
,
non
bastano
da
sole
a
farla
rinascere
nel
nostro
spirito
e
a
metterci
in
grado
di
giudicarla
;
ma
presuppongono
il
gusto
,
cioè
la
fantasia
sveglia
ed
esercitata
.
La
maggiore
erudizione
storica
può
accompagnarsi
a
un
gusto
rozzo
o
altrimenti
deficiente
,
a
una
fantasia
poco
agile
,
a
un
cuore
,
come
si
dice
comunemente
,
arido
e
freddo
,
negato
all
'
arte
.
Qual
è
il
male
minore
:
una
grande
erudizione
con
gusto
deficiente
,
o
un
gusto
naturale
accompagnato
da
molta
ignoranza
?
La
questione
è
stata
mossa
molte
volte
,
e
,
forse
,
converrebbe
negarla
,
perché
tra
due
mali
non
si
può
dire
quale
sia
il
minore
,
e
anzi
non
s
'
intende
che
cosa
ciò
significhi
.
Il
semplice
erudito
non
riesce
mai
a
mettersi
in
comunicazione
diretta
con
gli
spiriti
magni
,
e
s
'
aggira
di
continuo
pei
cortili
,
le
scale
e
le
anticamere
dei
loro
palagi
;
ma
l
'
ignorante
ben
dotato
o
passa
indifferente
innanzi
a
capolavori
per
lui
inaccessibili
o
,
invece
d
'
intendere
le
opere
d
'
arte
quali
sono
effettivamente
,
ne
inventa
,
egli
,
altre
,
con
l
'
immaginazione
.
Senonché
la
laboriosità
del
primo
può
almeno
illuminare
gli
altri
;
ma
la
genialità
del
secondo
resta
,
nei
rapporti
della
scienza
,
del
tutto
sterile
.
Come
,
dunque
,
in
un
certo
rispetto
,
cioè
in
quello
scientifico
,
non
preferire
l
'
erudito
coscienzioso
al
critico
geniale
inconcludente
,
che
non
è
poi
geniale
davvero
,
se
si
rassegna
,
e
in
quanto
si
rassegna
,
a
vagare
lungi
dalla
verità
?
Da
quei
lavori
storici
,
che
si
servono
delle
opere
d
'
arte
ma
per
intenti
estranei
(
biografia
,
storia
civile
,
religiosa
,
politica
,
ecc
.
)
,
e
anche
dall
'
erudizione
storica
diretta
a
preparare
la
sintesi
estetica
della
riproduzione
,
bisogna
distinguere
accuratamente
la
storia
dell
'
arte
e
della
letteratura
.
La
differenza
dei
primi
da
questa
è
palmare
.
La
storia
artistica
e
letteraria
ha
per
oggetto
principale
le
opere
d
'
arte
stesse
;
quegli
altri
lavori
chiamano
e
interrogano
le
opere
d
'
arte
,
ma
solo
come
testimoni
e
documenti
da
cui
ricavare
la
verità
di
fatti
non
estetici
.
Meno
profonda
può
sembrare
la
seconda
differenza
a
cui
abbiamo
accennato
.
Pure
,
è
grandissima
.
L
'
erudizione
,
indirizzata
a
rischiarare
l
'
intelligenza
delle
opere
d
'
arte
,
mira
semplicemente
a
far
sorgere
un
certo
fatto
interno
,
una
riproduzione
estetica
.
La
storia
artistica
e
letteraria
non
nasce
,
invece
,
se
non
dopo
che
tale
riproduzione
sia
stata
ottenuta
;
e
importa
,
dunque
,
un
lavoro
ulteriore
.
Oggetto
di
essa
,
come
di
qualsiasi
storia
,
è
dire
precisamente
quali
fatti
siano
accaduti
nella
realtà
,
e
cioè
quali
fatti
artistici
e
letterari
.
Chi
,
dopo
avere
raccolta
l
'
erudizione
storica
necessaria
,
riproduce
in
sé
e
gusta
un
'
opera
d
'
arte
,
può
restare
semplice
uomo
di
gusto
,
o
esprimere
,
tutt
'
al
più
,
il
proprio
sentimento
con
un
'
esclamazione
ammirativa
o
dispregiativa
.
Ciò
non
basta
perché
si
diventi
storico
della
letteratura
e
dell
'
arte
:
alla
semplice
riproduzione
deve
seguire
una
nuova
operazione
mentale
la
quale
è
,
a
sua
volta
,
un
'
espressione
,
l
'
espressione
della
riproduzione
,
la
descrizione
,
esposizione
o
rappresentazione
storica
.
Tra
l
'
uomo
di
gusto
e
lo
storico
c
'
è
,
dunque
,
questa
differenza
:
che
il
primo
riproduce
semplicemente
,
nel
suo
spirito
,
l
'
opera
d
'
arte
;
il
secondo
,
dopo
averla
riprodotta
,
la
rappresenta
storicamente
,
ossia
applicando
quelle
categorie
per
le
quali
,
come
sappiamo
,
la
storia
si
differenzia
dalla
pura
arte
.
La
storia
artistica
e
letteraria
è
,
perciò
,
un
'
opera
d
'
arte
storica
,
sorta
sopra
una
o
più
opere
d
'
arte
.
La
denominazione
critico
artistico
o
critico
letterario
Si
adopera
in
vario
senso
:
talora
riferendola
all
'
erudito
,
che
lavora
in
servigio
della
letteratura
;
tal
'
altra
,
allo
storico
che
espone
nella
loro
realtà
le
opere
artistiche
del
passato
;
più
spesso
,
a
entrambi
.
Qualche
volta
,
per
critico
s
'
intende
più
strettamente
colui
che
giudica
e
descrive
le
opere
della
letteratura
contemporanea
;
e
per
istorico
,
chi
tratta
di
quelle
meno
recenti
.
Usi
linguistici
e
distinzioni
empiriche
e
trascurabili
,
perché
la
vera
differenza
è
tra
erudito
,
uomo
di
gusto
e
storico
d
'
arte
:
i
quali
termini
designano
come
tre
stadi
successivi
di
lavoro
,
ciascuno
indipendente
relativamente
,
ossia
rispetto
al
seguente
,
ma
non
rispetto
al
precedente
.
Si
può
essere
,
come
abbiamo
visto
,
semplici
eruditi
,
poco
capaci
di
sentire
le
opere
d
'
arte
;
si
può
essere
magari
uomini
eruditi
e
di
gusto
,
capaci
di
sentirle
e
incapaci
di
ripensarle
componendo
una
pagina
di
storia
artistica
e
letteraria
;
ma
lo
storico
vero
e
compiuto
,
pur
contenendo
in
sé
come
precedenti
necessari
l
'
erudito
e
l
'
uomo
di
gusto
,
deve
aggiungere
alle
qualità
di
costoro
la
virtù
della
comprensione
e
rappresentazione
storica
.
La
metodica
della
storia
artistica
e
letteraria
presenta
problemi
e
difficoltà
,
alcune
comuni
a
ogni
metodica
storica
,
altre
a
essa
peculiari
,
perché
derivanti
dal
concetto
stesso
dell
'
arte
.
La
storia
si
suole
distinguere
in
storia
dell
'
uomo
,
storia
della
natura
e
storia
mista
di
entrambe
le
precedenti
.
Senza
qui
esaminare
la
solidità
di
questa
distinzione
,
è
chiaro
che
la
storia
artistica
e
letteraria
rientra
,
a
ogni
modo
,
nella
prima
,
concernendo
un
'
attività
spirituale
,
ossia
propria
dell
'
uomo
.
E
poiché
quest
'
attività
è
il
suo
subietto
,
si
scorge
da
ciò
come
sia
assurdo
proporsi
il
problema
storico
dell
'
origine
dell
'
arte
:
formola
,
per
altro
,
con
la
quale
(
è
bene
notare
)
si
sono
intese
,
a
volta
a
volta
,
cose
molto
diverse
.
Origine
molto
spesso
ha
significato
natura
o
qualità
del
fatto
artistico
;
nel
qual
caso
si
aveva
di
mira
un
vero
problema
scientifico
o
filosofico
,
il
problema
appunto
che
la
nostra
trattazione
ha
procurato
,
a
suo
modo
,
di
risolvere
.
Altra
volta
,
per
origine
si
è
intesa
la
genesi
ideale
,
la
ricerca
della
ragion
dell
'
arte
,
la
deduzione
dell
'
atto
artistico
da
un
sommo
principio
che
contiene
in
sé
lo
spirito
e
la
natura
:
problema
filosofico
anche
questo
,
e
compimento
del
precedente
,
anzi
coincidente
con
esso
,
sebbene
sia
stato
talvolta
stranamente
interpretato
e
risoluto
da
alcune
arbitrarie
e
semifantastiche
metafisiche
.
Ma
,
quando
poi
si
è
voluto
cercare
proprio
in
qual
modo
l
'
arte
si
sia
storicamente
formata
,
si
è
caduti
nell
'
assurdo
al
quale
abbiamo
accennato
.
Se
l
'
espressione
è
forma
della
coscienza
,
come
cercare
l
'
origine
storica
di
ciò
che
non
è
prodotto
della
natura
,
e
che
della
storia
umana
è
presupposto
?
come
assegnare
la
genesi
storica
di
quella
che
è
una
categoria
,
in
forza
della
quale
si
comprende
ogni
genesi
e
fatto
storico
?
L
'
assurdo
è
nato
dal
paragone
con
le
istituzioni
umane
,
che
si
sono
formate
,
infatti
,
nel
corso
della
storia
e
nel
corso
di
questa
sono
sparite
o
possono
sparire
.
Tra
l
'
atto
estetico
e
un
istituzione
umana
,
come
il
matrimonio
monogamico
o
il
feudo
corre
(
per
usare
un
paragone
facilmente
apprensibile
)
la
differenza
che
è
tra
i
corpi
semplici
e
i
composti
in
chimica
,
dei
primi
dei
quali
non
si
può
dare
la
formola
di
formazione
,
altrimenti
non
sarebbero
semplici
,
e
,
quando
di
alcuno
si
giunge
a
trovarla
,
esso
cessa
di
essere
semplice
e
passa
tra
i
composti
.
Il
problema
dell
'
origine
dell
'
arte
,
storicamente
inteso
,
è
giustificato
solo
quando
si
proponga
di
cercare
,
non
già
la
formazione
della
categoria
artistica
,
ma
dove
e
quando
l
'
arte
sia
per
la
prima
volta
apparsa
(
apparsa
,
cioè
,
in
modo
rilevante
)
,
in
quale
punto
o
regione
del
globo
,
in
quale
punto
o
epoca
della
sua
storia
;
quando
,
cioè
,
s
indaghi
,
non
l
'
origine
dell
'
arte
,
ma
la
storia
più
antica
o
primitiva
di
questa
.
Problema
ch
è
tutt
'
uno
con
quello
dell
'
apparizione
della
civiltà
umana
sulla
terra
.
A
risolverlo
mancano
certamente
i
dati
,
ma
non
l
'
astratta
possibilità
,
come
,
d
'
altra
parte
,
abbondano
i
tentativi
di
soluzione
e
le
ipotesi
.
Ogni
configurazione
di
storia
umana
ha
a
suo
criterio
costruito
il
concetto
del
progresso
.
Ma
per
progresso
non
è
da
intendere
la
fantastica
legge
del
progresso
,
la
quale
,
con
forza
irresistibile
,
menerebbe
le
generazioni
umane
a
non
si
sa
quali
destini
definitivi
,
secondo
un
piano
provvidenziale
,
che
noi
potremmo
indovinare
e
intendere
poi
nella
sua
logica
.
Una
supposta
legge
di
questo
genere
è
la
negazione
della
storia
stessa
,
di
quella
contingenza
,
o
,
per
dir
meglio
,
di
quella
libertà
che
distingue
il
processo
storico
da
un
qualsiasi
processo
meccanico
.
Per
la
medesima
ragione
,
il
progresso
non
ha
che
vedere
con
la
cosiddetta
legge
di
evoluzione
;
la
quale
,
se
significa
che
la
realtà
si
evolve
(
e
solo
in
quanto
si
evolve
o
diviene
è
realtà
)
,
non
può
chiamarsi
legge
;
e
,
se
si
dà
come
legge
,
fa
tutt
'
uno
con
la
legge
del
progresso
,
nel
significato
fallace
or
ora
esposto
.
Il
progresso
,
di
cui
qui
parliamo
,
non
è
altro
se
non
il
concetto
stesso
dell
'
attività
umana
,
la
quale
,
lavorando
sulla
materia
fornitale
dalla
natura
,
ne
vince
gli
ostacoli
e
la
sottomette
ai
suoi
scopi
.
Da
siffatto
concetto
del
progresso
,
ossia
dell
'
attività
umana
riferita
a
una
particolare
materia
,
muove
lo
storico
dell
'
umanità
.
Chiunque
non
sia
semplice
raccoglitore
di
fatti
slegati
,
mero
ricercatore
o
incoerente
cronista
,
non
può
mettere
insieme
la
più
piccola
narrazione
di
fatti
umani
se
non
possiede
un
suo
criterio
determinato
,
un
proprio
convincimento
circa
il
concetto
dei
fatti
di
cui
assume
di
narrare
la
storia
.
Dall
'
ammasso
confuso
e
discordante
dei
fatti
bruti
non
si
sale
all
'
opera
d
'
arte
storica
se
non
mercé
questa
appercezione
,
che
rende
possibile
ritagliare
in
quella
mole
rude
e
indigesta
una
rappresentazione
pensata
.
Lo
storico
di
un
'
azione
pratica
deve
sapere
che
cosa
è
economia
e
che
cosa
è
morale
;
lo
storico
delle
matematiche
,
che
cosa
sono
le
matematiche
;
quello
della
botanica
,
che
cosa
è
botanica
;
quello
della
filosofia
,
che
cosa
è
filosofia
.
O
,
se
queste
cose
non
le
sa
davvero
,
deve
almeno
illudersi
di
saperle
;
altrimenti
non
potrà
neppure
illudersi
di
raccontare
una
storia
.
Non
possiamo
estenderci
nel
dimostrare
la
necessità
e
l
'
indefettibilità
di
questo
criterio
soggettivo
(
che
si
concilia
con
la
massima
oggettività
e
imparzialità
e
scrupolosità
nella
riferenza
dei
dati
di
fatto
,
e
anzi
ne
è
elemento
costitutivo
)
in
ogni
narrazione
delle
opere
e
vicende
umane
.
Basta
leggere
qualsiasi
libro
di
storia
per
scoprire
subito
il
pensiero
dell
'
autore
,
se
questi
è
tale
che
sia
degno
del
nome
di
storico
e
conosca
l
'
arte
sua
.
Vi
sono
storici
liberali
e
storici
reazionari
,
razionalisti
e
cattolici
,
per
ciò
che
riguarda
la
storia
politica
o
sociale
;
storici
metafisici
,
empiristi
,
scettici
,
idealisti
,
spiritualisti
,
per
ciò
che
riguarda
la
storia
della
filosofia
:
storici
puramente
storici
non
ve
ne
sono
e
non
ve
ne
possono
essere
.
Erano
forse
privi
di
concetti
politici
e
morali
Tucidide
e
Polibio
,
Livio
e
Tacito
,
il
Machiavelli
e
il
Guicciardini
,
il
Giannone
e
il
Voltaire
,
e
,
nel
secolo
nostro
,
il
Guizot
o
il
Thiers
,
il
Macaulay
o
il
Balbo
,
il
Ranke
o
il
Mommsen
?
E
,
nella
storia
della
filosofia
,
dallo
Hegel
,
che
pel
primo
la
sollevò
a
grande
altezza
,
al
Ritter
,
allo
Zeller
,
al
Cousin
,
al
Lewes
,
al
nostro
Spaventa
,
quale
di
costoro
non
ha
avuto
il
suo
concetto
di
progresso
e
il
suo
criterio
di
giudizio
?
Nella
stessa
storiografia
dell
'
Estetica
,
si
ha
forse
una
sola
opera
di
qualche
valore
che
non
sia
condotta
secondo
questo
o
quello
indirizzo
storico
,
hegeliano
o
herbartiano
,
sensualistico
,
eclettico
,
e
via
dicendo
?
Per
isfuggire
all
'
ineluttabile
necessità
del
prendere
partito
lo
storico
dovrebbe
diventare
un
eunuco
,
politico
o
scientifico
;
e
scrivere
storie
non
è
mestiere
da
eunuchi
.
Costoro
saranno
buoni
,
tutt
'
al
più
,
a
mettere
insieme
quei
grossi
volumi
di
non
inutile
erudizione
,
elumbis
atque
fracta
,
che
si
dice
,
non
senza
ragione
,
fratesca
.
Se
dunque
un
concetto
di
progresso
,
un
punto
di
vista
,
un
criterio
è
inevitabile
,
il
meglio
che
si
possa
fare
non
è
tentare
di
fuggirlo
,
ma
procurarselo
buono
.
Al
qual
fine
ciascuno
tende
come
sa
e
può
,
quando
viene
formando
laboriosamente
e
seriamente
i
propri
convincimenti
.
Non
si
dia
credito
agli
storici
,
che
professano
di
voler
interrogare
i
fatti
senza
mettervi
dentro
niente
di
proprio
.
È
quella
,
tutt
'
al
più
,
una
loro
ingenuità
e
illusione
:
il
qualcosa
di
proprio
,
se
sono
storici
per
davvero
,
ve
lo
metteranno
sempre
,
anche
senz
'
accorgersene
;
o
crederanno
di
averlo
evitato
solo
perché
vi
avranno
accennato
per
sottintesi
,
ch
'
è
poi
il
modo
più
insinuante
,
penetrativo
ed
efficace
.
Del
criterio
di
progresso
la
storia
artistica
e
letteraria
,
come
ogni
altra
storia
,
non
può
far
di
meno
.
Che
cosa
sia
davvero
una
determinata
opera
d
'
arte
,
non
possiamo
esporre
se
non
movendo
da
un
concetto
dell
'
arte
per
fissare
il
problema
artistico
che
l
'
autore
di
essa
si
propose
,
e
determinare
se
ne
ha
raggiunta
la
soluzione
o
di
quanto
e
in
qual
modo
n
è
rimasto
lungi
.
Ma
importa
notare
che
il
criterio
del
progresso
assume
nella
storia
artistica
e
letteraria
forma
differente
da
quella
che
prende
(
o
,
almeno
,
si
crede
che
prenda
)
nella
storia
della
scienza
.
Si
suole
rappresentare
tutta
la
storia
della
scienza
su
di
un
'
unica
linea
di
progresso
e
regresso
.
La
scienza
è
l
'
universale
,
e
i
problemi
di
essa
sono
collegati
in
un
unico
vasto
sistema
o
problema
complessivo
.
Sullo
stesso
problema
della
natura
della
realtà
e
della
conoscenza
si
affaticarono
tutti
i
pensatori
:
contemplatori
indiani
e
filosofi
ellenici
,
cristiani
e
maomettani
,
teste
nude
e
teste
con
turbante
,
teste
con
parrucca
e
teste
con
nero
berretto
(
come
disse
lo
Heine
)
;
e
sì
affaticheranno
,
con
la
nostra
,
le
generazioni
future
.
Se
ciò
sia
vero
o
no
per
la
scienza
,
sarebbe
lungo
qui
ricercare
.
Ma
,
per
l
'
arte
,
certamente
non
è
vero
:
l
'
arte
è
intuizione
,
e
l
'
intuizione
è
individualità
,
e
l
'
individualità
non
si
ripete
.
Sarebbe
perciò
affatto
erroneo
porre
la
storia
della
produzione
artistica
del
genere
umano
sopra
una
sola
linea
progressiva
e
regressiva
.
Tutt
'
al
più
,
e
lavorando
alquanto
di
generalizzazione
e
astrazione
,
si
può
ammettere
che
la
storia
dei
prodotti
estetici
presenti
,
sì
,
cicli
progressivi
,
ma
ciascuno
col
proprio
problema
,
e
progressivo
solo
rispetto
a
quel
problema
.
Allorché
molti
si
travagliano
intorno
a
una
materia
che
sia
all
'
incirca
la
medesima
,
senza
riuscire
a
darle
la
forma
adatta
,
ma
a
questa
forma
sempre
più
avvicinandosi
,
si
dice
che
vi
ha
progresso
;
e
,
quando
sopraggiunge
chi
le
dà
la
forma
definitiva
,
si
dice
che
il
ciclo
è
compiuto
,
il
progresso
è
finito
.
Esempio
tipico
può
essere
qui
(
e
si
prenda
quale
esempio
e
se
ne
tolleri
l
'
eccessiva
semplificazione
)
il
progresso
nell
'
elaborazione
del
modo
di
sentire
la
materia
cavalleresca
,
durante
la
Rinascenza
italiana
,
dal
Pulci
all
'
Ariosto
.
Con
l
'
insistere
ancora
su
quella
stessa
materia
,
dopo
l
'
Ariosto
,
non
si
poteva
avere
se
non
la
ripetizione
o
l
'
imitazione
,
la
diminuzione
o
l
'
esagerazione
,
il
guasto
del
già
fatto
,
insomma
la
decadenza
.
Esempio
,
gli
epigoni
ariosteschi
.
Il
progresso
comincia
col
ricominciare
di
un
nuovo
ciclo
.
Esempio
,
il
Cervantes
,
che
è
più
apertamente
e
consciamente
ironico
.
E
in
che
consistette
la
decadenza
generale
della
letteratura
italiana
sulla
fine
del
cinquecento
se
non
in
questo
non
aver
più
altro
da
dire
,
e
ripetere
,
esagerando
,
i
motivi
già
trovati
?
Se
gl
'
italiani
,
in
quel
tempo
,
avessero
almeno
saputo
esprimere
la
loro
decadenza
,
già
non
sarebbero
stati
più
del
tutto
scaduti
;
e
avrebbero
anticipato
il
movimento
letterario
del
periodo
del
Risorgimento
.
Dove
la
materia
non
è
la
medesima
,
non
vi
ha
ciclo
progressivo
.
Né
lo
Shakespeare
progredì
su
Dante
,
né
il
Goethe
sullo
Shakespeare
;
ma
Dante
sugli
autori
medievali
di
visioni
e
lo
Shakespeare
sui
drammaturghi
del
periodo
elisabettiano
,
e
il
Goethe
,
col
Werther
e
col
primo
Fausto
,
sugli
scrittori
dello
Sturm
und
Drang
.
Senonché
,
questo
modo
di
presentare
la
storia
della
poesia
e
dell
'
arte
porta
seco
,
come
abbiamo
avvertito
,
qualcosa
di
astratto
,
che
ha
valore
meramente
pratico
e
non
rigorosamente
filosofico
.
Non
solo
l
'
arte
dei
selvaggi
non
è
inferiore
,
in
quanto
arte
,
a
quella
dei
popoli
più
civili
,
se
è
correlativa
alle
impressioni
del
selvaggio
;
ma
ogni
individuo
,
anzi
ogni
momento
della
vita
spirituale
di
un
individuo
,
ha
il
suo
mondo
artistico
;
e
quei
mondi
sono
tutti
,
artisticamente
,
incomparabili
tra
loro
.
Contro
questa
forma
speciale
del
criterio
del
progresso
nella
storia
artistica
e
letteraria
molti
hanno
peccato
e
peccano
.
E
vi
ha
,
per
esempio
,
chi
si
propone
di
rappresentare
l
'
infanzia
dell
'
arte
italiana
in
Giotto
,
e
la
maturità
di
essa
in
Raffaello
o
in
Tiziano
;
quasi
che
Giotto
non
sia
compiuto
e
perfettissimo
,
posta
la
materia
sentimentale
che
aveva
nell
'
animo
.
Egli
non
era
in
grado
,
certamente
,
di
disegnare
un
corpo
come
Raffaello
o
di
colorirlo
come
Tiziano
;
ma
erano
forse
in
grado
,
Raffaello
o
Tiziano
,
di
creare
il
Matrimonio
di
san
Francesco
con
la
Povertà
,
o
la
Morte
di
san
Francesco
?
Lo
spirito
dell
'
uno
non
era
ancora
attirato
dalla
floridezza
corporea
,
che
il
Rinascimento
mise
in
onore
e
fece
oggetto
di
studio
;
quello
degli
altri
era
ormai
incurioso
di
certi
movimenti
di
ardore
e
di
tenerezza
,
che
innamoravano
l
'
uomo
del
trecento
.
Come
,
dunque
,
istituire
paragoni
dove
il
termine
di
confronto
manca
?
Dello
stesso
difetto
soffrono
le
celebri
partizioni
della
storia
dell
'
arte
in
periodo
orientale
,
squilibrio
tra
idea
e
forma
,
con
prevalenza
della
seconda
;
classico
,
equilibrio
tra
idea
e
forma
;
e
romantico
,
nuovo
squilibrio
tra
idea
e
forma
,
con
prevalenza
della
prima
;
ovvero
di
arte
orientale
,
imperfezione
formale
;
classica
,
perfezione
formale
;
romantica
o
moderna
,
perfezione
di
contenuto
e
forma
.
Come
si
vede
,
classico
e
romantico
,
tra
i
tanti
altri
significati
,
hanno
ricevuto
quello
di
periodi
storici
progressivi
o
regressivi
rispetto
all
'
attuazione
di
non
si
sa
quale
ideale
artistico
dell
'
umanità
.
Non
vi
ha
,
dunque
,
per
parlare
con
esattezza
,
progresso
estetico
dell
'
umanità
.
Senonché
,
per
progresso
estetico
s
'
intende
talora
non
quel
che
propriamente
significano
le
due
parole
accoppiate
insieme
,
sì
bene
l
'
accumulamento
sempre
crescente
delle
nostre
cognizioni
storiche
,
che
ci
fa
simpatizzare
coi
prodotti
artistici
di
tutti
i
popoli
e
di
tutti
i
tempi
,
o
,
come
si
dice
,
allarga
il
nostro
gusto
.
Il
divario
appare
già
grandissimo
,
se
si
paragona
il
secolo
decimottavo
,
così
inetto
a
uscire
da
sé
medesimo
,
con
l
'
età
nostra
,
che
gusta
insieme
le
arti
ellenica
e
romana
,
più
genuinamente
intese
,
e
la
bizantina
,
e
la
medievale
,
e
l
'
araba
,
e
quella
del
Rinascimento
,
e
la
cinquecentesca
,
e
la
barocca
,
e
l
'
arte
del
settecento
;
e
va
sempre
meglio
approfondendo
l
'
egiziana
,
la
babilonese
,
l
'
etrusca
;
e
finanche
la
preistorica
.
Certo
,
la
differenza
tra
il
selvaggio
e
l
'
uomo
civile
non
sta
nelle
facoltà
umane
;
perché
il
primo
ha
,
come
il
secondo
,
lingua
,
intelletto
,
religione
e
moralità
,
ed
è
uomo
intero
:
sta
solo
in
ciò
che
l
'
uomo
civile
con
la
sua
attività
teoretica
e
pratica
penetra
e
domina
più
largamente
l
'
universo
.
Noi
non
potremmo
affermare
di
essere
uomini
spiritualmente
più
gagliardi
dei
contemporanei
di
Pericle
;
ma
chi
può
negare
che
siamo
più
ricchi
di
quelli
?
ricchi
delle
loro
ricchezze
,
e
di
quelle
di
tanti
altri
popoli
e
generazioni
,
oltre
che
delle
nostre
?
In
un
altro
significato
,
anche
improprio
,
s
'
intende
per
progresso
estetico
la
maggiore
abbondanza
delle
intuizioni
artistiche
,
e
la
minore
copia
di
opere
imperfette
o
scadenti
,
che
un
'
epoca
produce
rispetto
a
un
'
altra
.
Così
si
può
dire
che
alla
fine
del
secolo
decimoterzo
,
o
alla
fine
del
decimoquinto
,
si
ebbe
in
Italia
un
progresso
estetico
,
un
risveglio
artistico
.
In
un
terzo
significato
,
infine
,
si
discorre
di
progresso
estetico
;
avendo
l
'
occhio
,
cioè
,
alla
maggiore
complessità
e
al
maggiore
affinamento
di
stati
d
'
animo
,
che
si
osservano
nelle
opere
d
'
arte
dei
popoli
più
civili
,
messe
a
confronto
con
quelle
dei
popoli
meno
civili
o
dei
barbari
e
selvaggi
.
Ma
,
in
questo
caso
,
il
progresso
è
delle
condizioni
complessive
psicosociali
,
e
non
dell
'
attività
artistica
,
alla
quale
la
materia
è
indifferente
.
Questi
sono
i
punti
più
importanti
da
considerare
nella
metodica
della
storia
artistica
e
letteraria
.
XVIII
.
CONCLUSIONE
.
IDENTITÀ
DI
LINGUISTICA
ED
ESTETICA
.
Uno
sguardo
sul
cammino
percorso
può
mostrare
che
la
nostra
trattazione
è
pervenuta
al
suo
compimento
.
Avendo
definito
la
natura
della
conoscenza
intuitiva
o
espressiva
ch
è
l
'
atto
estetico
o
artistico
(
I
e
II
)
,
e
accennato
all
'
altra
forma
di
conoscenza
,
quella
intellettuale
,
e
alle
combinazioni
ulteriori
di
esse
forme
(
III
)
,
ci
è
stato
possibile
criticare
tutte
le
teorie
estetiche
erronee
che
nascono
dalla
confusione
tra
le
varie
forme
e
dal
trasferimento
indebito
dei
caratteri
dell
'
una
all
'
altra
(
IV
)
,
indicando
insieme
gli
errori
inversi
che
accadono
nella
teoria
della
conoscenza
intellettiva
e
della
storiografia
(
V
)
.
Passando
a
esaminare
le
relazioni
tra
l
'
attività
estetica
e
le
altre
attività
spirituali
non
più
teoretiche
ma
pratiche
,
abbiamo
assegnato
il
carattere
proprio
dell
'
attività
pratica
e
il
posto
ch
'
essa
prende
rispetto
alla
teoretica
;
donde
la
critica
dell
'
intromissione
dei
concetti
pratici
nella
teoria
estetica
(
VI
)
;
e
abbiamo
distinto
le
due
forme
dell
'
attività
pratica
in
economica
ed
etica
(
VII
)
,
giungendo
al
risultato
che
,
oltre
le
quattro
da
noi
definite
,
non
vi
sono
altre
forme
dello
spirito
;
donde
(
VIII
)
la
critica
di
ogni
Estetica
mistica
o
fantasiosa
.
E
come
non
vi
sono
altre
forme
spirituali
di
pari
grado
,
così
non
vi
sono
suddivisioni
originali
delle
quattro
stabilite
,
e
in
particolare
di
quella
estetica
;
dal
che
discende
l
'
impossibilità
di
classi
di
espressioni
e
la
critica
della
rettorica
,
cioè
della
espressione
ornata
,
distinta
dalla
nuda
,
e
di
altrettali
distinzioni
e
sottodistinzioni
(
IX
)
.
Ma
l
'
atto
estetico
,
per
la
legge
dell
'
unità
dello
spirito
,
è
,
insieme
,
atto
pratico
e
,
come
tale
,
dialettica
di
piacere
e
dolore
;
il
che
ci
ha
condotti
a
studiare
i
sentimenti
del
valore
in
genere
,
e
quelli
del
valore
estetico
o
del
bello
in
particolare
(
X
)
,
a
criticare
l
Estetica
edonistica
in
tutte
le
sue
varie
forme
e
combinazioni
(
XI
)
,
e
a
discacciare
dal
sistema
,
estetico
la
lunga
serie
di
concetti
psicologici
,
che
vi
erano
stati
introdotti
(
XII
)
.
Venendo
dalla
produzione
estetica
al
processo
della
riproduzione
,
abbiamo
dapprima
investigato
il
fissarsi
esterno
dell
'
espressione
estetica
per
uso
di
riproduzione
,
che
è
il
cosiddetto
bello
fisico
,
sia
artificiale
sia
naturale
(
XIII
)
;
e
da
questa
distinzione
ricavato
la
critica
degli
errori
che
nascono
dal
confondere
l
'
aspetto
fisico
con
l
'
interiorità
estetica
(
XIV
)
;
e
determinato
il
significato
della
tecnica
artistica
,
ossia
di
quella
che
è
tecnica
a
servigio
della
riproduzione
,
criticando
per
tal
modo
le
divisioni
,
i
limiti
e
le
classificazioni
delle
singole
arti
,
e
stabilendo
i
rapporti
dell
'
arte
con
l
'
economia
e
con
la
morale
(
XV
)
.
Poiché
,
per
altro
,
l
'
esistenza
degli
oggetti
fisici
stimolatori
non
basta
alla
piena
riproduzione
estetica
,
e
si
richiede
per
essa
la
rievocazione
delle
condizioni
tra
le
quali
lo
stimolo
in
prima
operò
,
abbiamo
ancora
studiato
l
'
ufficio
dell
'
erudizione
storica
,
diretto
a
rimettere
la
fantasia
in
comunicazione
con
le
opere
del
passato
e
a
servire
di
fondamento
al
giudizio
estetico
(
XVI
)
.
E
abbiamo
chiuso
la
nostra
trattazione
col
mostrare
come
l
'
ottenuta
riproduzione
venga
poi
elaborata
dalle
categorie
del
pensiero
,
ossia
con
un
'
indagine
circa
la
metodologia
della
storia
artistica
e
letteraria
(
XVII
)
.
L
'
atto
estetico
è
stato
,
insomma
,
considerato
in
sé
medesimo
e
nelle
sue
relazioni
con
le
altre
attività
spirituali
,
col
sentimento
del
piacere
e
del
dolore
,
coi
fatti
che
si
dicono
fisici
,
con
la
memoria
e
con
la
elaborazione
storica
.
Esso
ci
è
passato
dinanzi
da
soggetto
fino
a
quando
diventa
oggetto
;
cioè
dal
momento
in
cui
nasce
,
via
via
,
fino
a
quello
in
cui
si
muta
per
lo
spirito
in
argomento
di
storia
.
Può
darsi
che
la
nostra
trattazione
sembri
assai
scarna
,
quando
si
paragoni
estrinsecamente
ai
grossi
volumi
consacrati
di
solito
all
Estetica
.
Ma
se
si
osservi
che
quei
volumi
,
per
nove
decimi
,
sono
pieni
di
materie
non
pertinenti
,
quali
le
definizioni
psicologiche
o
metafisiche
dei
concetti
pseudoestetici
(
sublime
,
comico
,
tragico
,
umoristico
,
ecc
.
)
,
o
l
'
esposizione
della
pretesa
Zoologia
,
Botanica
e
Mineralogia
estetiche
,
e
della
storia
universale
giudicata
esteticamente
;
e
che
vi
è
tirata
dentro
,
e
di
solito
storpiata
tutta
la
storia
e
dell
'
arte
e
della
letteratura
,
coi
relativi
giudizi
su
Omero
e
su
Dante
,
sull
'
Ariosto
e
sullo
Shakespeare
,
sul
Beethoven
e
sul
Rossini
,
su
Michelangelo
e
su
Raffaello
;
ci
lusinghiamo
che
non
solo
la
nostra
non
sarà
per
apparire
troppo
scarna
,
ma
che
sarà
forse
giudicata
alquanto
più
ricca
delle
trattazioni
solite
;
le
quali
poi
tralasciano
o
solamente
sfiorano
la
maggior
parte
dei
difficili
problemi
,
propriamente
estetici
,
su
cui
abbiamo
sentito
il
dovere
di
travagliarci
per
essere
in
grado
di
darne
agli
studiosi
precise
formole
di
risoluzione
.
Ma
quantunque
l
Estetica
,
come
scienza
dell
'
espressione
,
sia
stata
studiata
da
noi
sott
'
ogni
aspetto
,
ci
resta
ancora
da
giustificare
il
sottotitolo
di
Linguistica
generale
,
che
abbiamo
aggiunto
al
titolo
del
nostro
libro
;
e
porre
e
chiarire
la
tesi
che
la
scienza
dell
'
arte
e
quella
del
linguaggio
,
l
'
Estetica
e
la
Linguistica
,
concepite
come
vere
e
proprie
scienze
,
non
sono
già
due
cose
distinte
,
ma
una
sola
.
Non
che
vi
sia
una
Linguistica
speciale
;
ma
la
ricercata
scienza
linguistica
,
Linguistica
generale
,
in
ciò
che
ha
di
riducibile
a
filosofia
,
non
è
se
non
Estetica
.
Chi
lavora
sulla
Linguistica
generale
,
ossia
sulla
Linguistica
filosofica
,
lavora
su
problemi
estetici
,
e
all
'
inverso
.
Filosofia
del
linguaggio
e
filosofia
dell
'
arte
sono
la
stessa
cosa
.
E
invero
,
perché
la
Linguistica
fosse
scienza
diversa
dall
'
Estetica
,
essa
non
dovrebbe
avere
per
oggetto
l
'
espressione
,
ch
è
per
l
'
appunto
il
fatto
estetico
;
vale
a
dire
,
si
dovrebbe
negare
che
linguaggio
sia
espressione
.
Ma
una
emissione
di
suoni
,
che
non
esprima
nulla
,
non
è
linguaggio
:
il
linguaggio
è
suono
articolato
,
delimitato
,
organato
al
fine
dell
'
espressione
.
D
'
altra
parte
,
perché
la
Linguistica
fosse
scienza
speciale
rispetto
all
Estetica
,
essa
dovrebbe
avere
per
oggetto
una
classe
speciale
di
espressioni
.
Ma
l
'
inesistenza
di
classi
di
espressioni
è
un
punto
già
da
noi
dimostrato
.
I
problemi
che
procura
risolvere
,
e
gli
errori
tra
i
quali
si
è
dibattuta
e
si
dibatte
la
Linguistica
,
sono
i
medesimi
che
rispettivamente
occupano
e
intricano
l
'
Estetica
.
Se
non
è
sempre
facile
,
è
sempre
per
altro
possibile
ridurre
le
questioni
filosofiche
della
Linguistica
alla
loro
formola
estetica
.
Le
dispute
stesse
circa
l
'
indole
dell
'
una
trovano
riscontro
in
quelle
che
si
sono
fatte
circa
l
'
indole
dell
'
altra
.
Così
si
è
disputato
se
la
Linguistica
sia
disciplina
storica
o
scientifica
;
e
,
distinto
lo
scientifico
dallo
storico
,
si
è
domandato
se
essa
appartenga
all
'
ordine
delle
scienze
naturali
o
delle
psicologiche
,
intendendosi
per
queste
ultime
tanto
la
Psicologia
empirica
quanto
le
Scienze
dello
spirito
.
Il
medesimo
è
accaduto
per
l
Estetica
,
che
alcuni
(
confondendo
l
'
espressione
estetica
con
quella
di
significato
fisico
)
considerano
come
scienza
naturale
;
altri
(
equivocando
tra
espressione
nella
sua
universalità
e
classificazione
empirica
delle
espressioni
)
come
scienza
psicologica
;
altri
ancora
,
negando
la
possibilità
stessa
di
una
scienza
su
tale
materia
,
mutano
in
una
semplice
raccolta
di
fatti
storici
;
non
avendo
nessuno
di
costoro
raggiunto
la
coscienza
dell
Estetica
come
scienza
di
attività
o
di
valore
,
scienza
dello
spirito
.
L
'
espressione
linguistica
,
o
parola
,
è
parsa
sovente
un
fatto
d
'
interiezione
,
che
rientri
nelle
cosiddette
espressioni
fisiologiche
dei
sentimenti
,
comuni
agli
uomini
e
agli
animali
.
Ma
non
si
è
tardato
a
scorgere
che
tra
un
ahi
!
,
riflesso
fisico
del
dolore
,
e
una
parola
,
e
anzi
che
tra
quell
'
ahi
!
,
e
l
'
ahi
!
usato
come
parola
,
intercede
un
abisso
.
Abbandonata
la
teorica
dell
'
interiezione
(
o
dell
'
ahi
!
ahi
!
,
come
la
chiamano
scherzosamente
i
linguisti
tedeschi
)
,
si
è
presentata
l
'
altra
dell
'
associazione
o
convenzione
;
la
quale
cade
sotto
l
'
obiezione
medesima
che
distrugge
l
'
associazionismo
estetico
in
genere
:
la
parola
è
unità
e
non
sequela
d
'
immagini
,
e
la
sequela
non
spiega
,
anzi
presuppone
l
'
espressione
da
spiegare
.
Una
variante
dell
'
associazionismo
linguistico
è
quello
imitativo
;
cioè
la
teoria
dell
'
onomatopea
,
che
i
linguisti
essi
stessi
deridono
talvolta
col
nome
di
teoria
del
bau
-
bau
,
dall
'
imitazione
dell
'
abbaiar
del
cane
,
che
dovrebbe
aver
dato
il
nome
al
cane
,
secondo
gli
onomatopeisti
.
La
teoria
più
comune
ai
tempi
nostri
intorno
al
linguaggio
(
quando
non
sia
addirittura
un
crasso
naturalismo
)
consiste
in
una
specie
di
eclettismo
o
miscuglio
delle
varie
a
cui
abbiamo
accennato
;
assumendosi
che
il
linguaggio
sia
prodotto
in
parte
di
interiezioni
e
in
parte
di
onomatopee
e
convenzioni
:
dottrina
al
tutto
degna
della
decadenza
filosofica
della
seconda
metà
del
secolo
decimonono
.
È
qui
da
notare
un
errore
in
cui
sono
caduti
quegli
stessi
fra
i
linguisti
che
meglio
hanno
penetrato
l
'
indole
attivistica
del
linguaggio
,
quando
,
pur
ammettendo
ch
'
esso
nella
sua
origine
fu
creazione
spirituale
,
sostengono
che
,
nel
séguito
,
si
è
venuto
accrescendo
,
in
gran
parte
,
per
associazione
.
Ma
la
distinzione
non
regge
,
perché
origine
non
può
significare
,
in
questo
caso
,
se
non
natura
o
indole
;
e
,
se
il
linguaggio
è
creazione
spirituale
,
sarà
sempre
creazione
;
se
è
associazione
,
tale
sarà
stato
fin
dal
principio
.
L
'
errore
è
sorto
dal
non
avere
avvertito
il
generale
principio
estetico
a
noi
noto
:
che
le
espressioni
già
prodotte
debbono
ridiscendere
a
impressioni
per
dare
origine
alle
nuove
espressioni
.
Allorché
produciamo
nuove
parole
,
trasformiamo
di
solito
le
antiche
,
variandone
o
allargandone
il
significato
;
ma
questo
procedere
non
è
associativo
,
sì
bene
creativo
,
quantunque
la
creazione
abbia
per
materiale
le
impressioni
non
dell
'
ipotetico
uomo
primitivo
,
ma
dell
'
uomo
vivente
da
secoli
in
società
e
che
ha
accolto
e
serba
,
per
così
dire
,
nel
suo
organismo
psichico
tante
cose
e
,
fra
queste
,
tanto
linguaggio
.
Il
problema
della
distinzione
tra
il
fatto
estetico
e
l
'
intellettuale
si
è
presentato
in
Linguistica
come
quello
dei
rapporti
tra
Grammatica
e
Logica
.
Tale
problema
ha
avuto
due
soluzioni
parzialmente
vere
:
quella
dell
indissolubilità
di
Logica
e
Grammatica
,
e
l
'
altra
della
loro
dissolubilità
.
Ma
la
soluzione
completa
è
:
che
,
se
la
forma
logica
è
indissolubile
dalla
grammaticale
(
estetica
)
,
questa
è
dissolubile
da
quella
.
Se
guardiamo
una
pittura
che
ritragga
,
per
esempio
,
un
individuo
che
cammina
per
una
via
campestre
,
noi
possiamo
dire
:
Questa
pittura
rappresenta
un
fatto
di
moto
,
il
quale
,
se
è
concepito
come
volontario
,
si
dice
azione
;
e
,
poiché
ogni
moto
suppone
una
materia
e
ogni
azione
un
ente
che
agisca
,
questa
pittura
presenta
anche
una
materia
o
un
ente
.
Ma
questo
moto
avviene
in
un
determinato
luogo
,
ch
è
un
pezzo
di
un
determinato
astro
(
la
Terra
)
,
e
propriamente
di
una
parte
di
esso
che
si
dice
terraferma
,
e
più
propriamente
di
una
parte
alberata
e
coperta
di
erbe
,
che
sì
dice
campagna
,
solcata
naturalmente
o
artificialmente
in
una
forma
che
si
dice
via
.
Ora
,
di
quell
'
astro
che
si
dice
Terra
non
vi
è
se
non
un
solo
esemplare
:
la
Terra
è
un
individuo
.
Ma
terraferma
,
campagna
,
via
sono
generi
o
universali
,
giacché
vi
sono
altre
terraferme
,
altre
campagne
,
altre
vie
.
Simili
considerazioni
potrebbero
continuare
a
lungo
.
Sostituendo
alla
pittura
da
noi
immaginata
una
frase
che
dica
:
Pietro
cammina
per
una
via
campestre
,
e
facendo
le
stesse
considerazioni
,
otteniamo
i
concetti
di
verbo
(
moto
o
azione
)
,
di
nome
(
materia
o
agente
)
,
di
nome
proprio
,
di
nome
comune
;
e
così
di
séguito
.
Che
cosa
abbiamo
fatto
in
entrambi
i
casi
?
Né
più
né
meno
che
sottomettere
a
un
'
elaborazione
logica
ciò
che
si
presentava
prima
elaborato
solo
esteticamente
;
abbiamo
,
cioè
,
distrutto
l
'
estetico
per
il
logico
.
Ma
come
nell
Estetica
generale
l
'
errore
comincia
quando
si
vuol
ritornare
dal
logico
all
'
estetico
e
si
domanda
quale
sia
l
'
espressione
del
moto
,
dell
'
azione
,
della
materia
,
dell
'
ente
,
del
generale
,
dell
'
individuale
,
e
via
discorrendo
,
così
,
nel
caso
del
linguaggio
,
l
'
errore
comincia
allorché
il
moto
o
l
'
azione
si
dice
verbo
,
l
'
ente
o
la
materia
,
nome
o
sostantivo
,
e
di
tutti
questi
,
nome
e
verbo
e
compagni
,
si
fanno
categorie
linguistiche
o
parti
del
discorso
.
La
teoria
delle
parti
del
discorso
è
,
in
fondo
,
tutt
'
uno
con
quella
dei
generi
artistici
e
letterari
,
già
criticata
nell
Estetica
.
falso
che
il
nome
o
il
verbo
si
esprimano
in
determinate
parole
,
distinguibili
realmente
da
altre
.
L
'
espressione
è
un
tutto
indivisibile
;
il
nome
e
il
verbo
non
esistono
in
essa
,
ma
sono
astrazioni
foggiate
da
noi
col
distruggere
la
sola
realtà
linguistica
,
ch
'
è
la
proposizione
.
La
quale
ultima
è
da
intendere
,
non
già
al
modo
solito
delle
grammatiche
,
ma
come
organismo
espressivo
di
senso
compiuto
,
che
comprende
alla
pari
una
semplicissima
esclamazione
e
un
vasto
poema
.
Ciò
suona
paradossale
;
eppure
è
verità
semplicissima
.
E
come
in
Estetica
,
a
causa
dell
'
errore
suddetto
,
si
sono
considerate
imperfette
le
produzioni
artistiche
di
alcuni
popoli
,
presso
i
quali
i
pretesi
generi
sembrano
essere
ancora
indiscriminati
o
in
parte
mancare
;
così
,
in
Linguistica
,
la
teoria
delle
parti
del
discorso
ha
generato
l
'
errore
analogo
di
giudicare
le
lingue
come
formate
e
informi
,
secondo
che
vi
appaiano
o
no
alcune
di
coteste
pretese
parti
del
discorso
:
per
esempio
,
il
verbo
.
La
Linguistica
ha
scoperto
anch
'
essa
il
principio
dell
'
individualità
irriducibile
del
fatto
estetico
,
allorché
ha
affermato
che
la
parola
è
il
realmente
parlato
,
e
che
non
vi
sono
due
parole
veramente
identiche
;
distruggendo
così
i
sinonimi
e
gli
omonimi
,
e
mostrando
l
'
impossibilità
di
tradurre
davvero
una
parola
in
un
'
altra
,
dal
cosiddetto
dialetto
alla
cosiddetta
lingua
o
dalla
cosiddetta
lingua
materna
alla
cosiddetta
lingua
straniera
.
Ma
a
questo
giusto
concetto
mal
risponde
poi
il
tentativo
di
classificare
le
lingue
.
Le
lingue
non
hanno
realtà
fuori
delle
proposizioni
e
nessi
di
proposizioni
realmente
pronunziati
o
scritti
,
presso
dati
popoli
,
in
determinati
periodi
;
cioè
fuori
delle
opere
d
'
arte
(
piccole
o
grandi
,
orali
o
scritte
,
presto
obliate
o
a
lungo
ricordate
,
non
importa
)
,
in
cui
concretamente
esistono
.
E
che
cosa
è
l
'
arte
di
un
popolo
se
non
il
complesso
di
tutti
i
suoi
prodotti
artistici
?
Che
cosa
è
il
carattere
di
un
'
arte
(
per
esempio
,
dell
'
arte
ellenica
o
della
letteratura
provenzale
)
se
non
la
fisionomia
complessiva
di
quei
prodotti
?
E
come
si
può
rispondere
a
questa
domanda
,
se
non
narrando
nei
suoi
particolari
la
storia
dell
'
arte
(
della
letteratura
,
ossia
della
lingua
in
atto
)
?
Sembrerà
che
questo
ragionamento
,
pur
avendo
valore
contro
molte
delle
classificazioni
solite
delle
lingue
,
nonne
abbia
poi
alcuno
contro
la
regina
delle
classificazioni
,
la
classificazione
storico
-
genealogica
,
gloria
della
filologia
comparata
.
E
così
è
di
certo
;
ma
perché
?
Appunto
perché
quella
storico
-
genealogica
non
è
mera
classificazione
.
Chi
fa
la
storia
non
classifica
,
e
gli
stessi
filologi
si
sono
affrettati
ad
avvertire
che
le
lingue
disponibili
in
serie
storica
(
ossia
le
lingue
di
cui
finora
sia
stata
rintracciata
la
serie
)
non
sono
generi
o
specie
distinte
e
staccate
,
ma
un
unico
complesso
di
fatti
nelle
varie
fasi
del
suo
svolgimento
.
Il
linguaggio
è
stato
,
talora
,
considerato
come
atto
volontario
o
d
'
arbitrio
.
Ma
altra
volta
si
è
scorta
chiara
l
'
impossibilità
di
creare
il
linguaggio
artificialmente
,
per
atto
di
volontà
.
Tu
,
Caesar
,
civitatem
dare
potes
homini
,
verbo
non
potes
!
,
fu
detto
già
all
'
imperatore
romano
.
E
la
natura
estetica
,
e
perciò
teoretica
e
non
pratica
,
dell
'
espressione
del
linguaggio
,
dà
il
modo
di
scorgere
l
'
errore
scientifico
,
ch
è
nel
concetto
di
una
Grammatica
(
normativa
)
,
che
stabilisca
le
regole
del
ben
parlare
.
Errore
contro
il
quale
il
buon
senso
si
è
sempre
ribellato
;
ed
esempio
di
tali
ribellioni
è
il
Tanto
peggio
per
la
grammatica
»
,
attribuito
al
signor
di
Voltaire
.
Ma
l
'
impossibilità
di
una
grammatica
normativa
viene
riconosciuta
anche
da
coloro
che
la
insegnano
,
allorché
avvertono
che
lo
scriver
bene
non
s
'
impara
per
regole
,
che
non
v
'
ha
regola
senza
eccezioni
,
e
che
lo
studio
della
grammatica
dev
'
essere
condotto
praticamente
per
letture
ed
esempi
,
che
formino
il
gusto
letterario
.
La
ragione
scientifica
dell
'
impossibilità
è
nel
principio
da
noi
dimostrato
:
che
una
tecnica
del
teoretico
rappresenta
una
contraddizione
in
termini
.
E
che
cosa
vorrebbe
essere
la
grammatica
(
normativa
)
se
non
appunto
una
tecnica
dell
'
espressione
linguistica
,
ossia
di
un
atto
teoretico
?
Ben
diverso
è
il
caso
in
cui
la
Grammatica
viene
intesa
come
mera
disciplina
empirica
,
cioè
come
raccolta
di
schemi
utili
all
'
apprendimento
delle
lingue
,
senza
pretesa
alcuna
di
filosofica
verità
.
Anche
le
astrazioni
delle
parti
del
discorso
sono
,
in
questo
caso
,
ammessibili
e
giovevoli
.
E
come
organismo
meramente
didascalico
bisogna
considerare
e
tollerare
molti
dei
libri
,
che
prendono
il
titolo
di
Trattati
di
linguistica
,
nei
quali
si
trova
di
solito
un
po
di
tutto
:
dalla
descrizione
dell
'
apparato
fonico
e
delle
macchine
artificiali
che
possono
imitarlo
(
fonografi
)
,
al
compendio
dei
risultati
più
importanti
della
filologia
indoeuropea
,
semitica
,
copta
,
cinese
,
o
altra
che
sia
;
dalle
generalità
filosofiche
sull
'
origine
o
natura
del
linguaggio
ai
consigli
sul
formato
,
la
calligrafia
e
l
'
ordinamento
delle
schede
per
gli
spogli
filologici
.
Ma
quel
tanto
di
nozioni
che
in
quei
libri
viene
somministrato
in
modo
frammentario
e
incompiuto
intorno
al
linguaggio
nella
sua
essenza
,
al
linguaggio
in
quanto
espressione
,
si
risolve
in
nozioni
di
Estetica
.
Fuori
dell
Estetica
,
che
dà
la
conoscenza
della
natura
del
linguaggio
,
e
della
Grammatica
empirica
ch
'
è
un
espediente
pedagogico
,
non
resta
altro
che
la
Storia
delle
lingue
nella
loro
realtà
vivente
,
cioè
la
storia
dei
prodotti
letterari
concreti
,
sostanzialmente
identica
con
la
Storia
della
letteratura
.
Il
medesimo
errore
dello
scambiare
il
fisico
per
l
'
estetico
,
da
cui
si
origina
la
ricerca
delle
forme
elementari
del
bello
,
si
commette
da
coloro
i
quali
vanno
a
caccia
dei
fatti
linguistici
elementari
,
decorando
di
tal
nome
le
divisioni
delle
serie
più
lunghe
di
suoni
fisici
in
serie
più
brevi
.
Sillabe
e
vocali
e
consonanti
,
e
le
serie
di
sillabe
dette
parole
,
tutte
queste
cose
che
,
prese
separatamente
,
non
dànno
senso
determinato
,
debbono
dirsi
non
già
fatti
di
linguaggio
,
ma
semplici
suoni
o
,
meglio
,
suoni
fisicamente
astratti
e
classificati
.
Altro
errore
dello
stesso
genere
è
quello
delle
radici
,
alle
quali
i
più
accorti
filologi
attribuiscono
oggi
valore
assai
scarso
.
Scambiati
gli
atti
del
parlare
o
atti
espressivi
coi
fatti
fisici
,
e
considerandosi
poi
che
nell
'
ordine
delle
idee
il
.
semplice
precede
il
complesso
,
si
doveva
finire
col
pensare
che
i
fatti
fisici
più
piccoli
designassero
i
fatti
linguistici
più
semplici
.
Da
ciò
l
'
immaginata
necessità
che
le
lingue
più
antiche
,
le
primitive
,
avessero
carattere
monosillabico
;
e
che
il
progresso
della
ricerca
storica
dovesse
condurre
a
scoprire
quelle
radici
monosillabiche
.
Ma
la
prima
espressione
che
(
tanto
per
seguire
l
'
ipotesi
fantastica
)
il
primo
uomo
concepì
,
poté
avere
un
riflesso
fisico
non
già
fonico
ma
mimico
,
ossia
estrinsecarsi
non
in
una
voce
ma
in
un
gesto
.
E
,
posto
che
si
fosse
estrinsecata
in
una
voce
,
non
v
'
ha
poi
nessuna
ragione
di
supporre
che
quella
voce
dovess
'
essere
monosillabica
o
non
piuttosto
plurisillabica
.
I
filologi
accusano
volentieri
la
loro
ignoranza
e
la
loro
impotenza
,
se
non
riescono
sempre
a
ricondurre
il
plurisillabismo
al
monosillabismo
,
e
sperano
nell
'
avvenire
.
Ma
è
una
fede
senza
fondamento
,
come
quell
'
accusa
è
un
atto
di
umiltà
derivante
da
una
supposizione
erronea
.
Del
resto
,
i
limiti
delle
sillabe
,
come
quelli
delle
parole
,
sono
affatto
arbitrari
,
e
distinti
alla
peggio
per
uso
empirico
.
Il
parlare
primitivo
o
il
parlare
dell
'
uomo
incolto
è
un
continuo
,
scompagnato
da
ogni
coscienza
di
divisione
del
discorso
in
parole
e
sillabe
,
enti
immaginari
foggiati
dalle
scuole
.
Su
questi
enti
non
si
fonda
nessuna
legge
di
vera
Linguistica
.
Si
veda
a
riprova
la
confessione
dei
linguisti
,
che
del
iato
,
della
cacofonia
,
della
dieresi
,
della
sineresi
,
non
vi
sono
veramente
leggi
fonetiche
,
ma
leggi
soltanto
di
gusto
e
di
convenienza
;
il
che
vuol
dire
leggi
estetiche
.
E
quali
sono
poi
le
leggi
circa
le
parole
,
che
non
siano
insieme
leggi
di
stile
?
Dal
pregiudizio
di
una
misura
razionalistica
del
bello
,
ossia
da
quel
concetto
che
abbiamo
detto
della
falsa
assolutezza
estetica
,
prende
,
infine
,
origine
la
ricerca
della
lingua
modello
,
o
del
modo
di
ridurre
l
'
uso
linguistico
all
'
unità
:
la
questione
,
come
è
stata
chiamata
da
noi
in
Italia
,
dell
'
unità
della
lingua
.
Il
linguaggio
è
perpetua
creazione
;
ciò
che
viene
espresso
una
volta
con
la
parola
non
si
ripete
se
non
appunto
come
riproduzione
del
già
prodotto
;
le
sempre
nuove
impressioni
dànno
luogo
a
mutamenti
continui
di
suoni
e
di
significati
,
ossia
a
sempre
nuove
espressioni
.
Cercare
la
lingua
modello
è
,
dunque
,
cercare
l
'
immobilità
del
moto
.
Ciascuno
parla
,
e
deve
parlare
,
secondo
gli
echi
che
le
cose
destano
nella
sua
psiche
,
ossia
secondo
le
sue
impressioni
.
Non
senza
ragione
il
più
convinto
sostenitore
di
qualsiasi
soluzione
del
problema
dell
'
unità
della
lingua
(
della
lingua
latineggiante
,
o
trecentistica
,
o
fiorentina
,
o
altra
che
sia
)
,
allorché
parla
poi
per
comunicare
i
suoi
pensieri
e
farsi
intendere
,
prova
ripugnanza
ad
applicare
la
sua
teoria
;
perché
sente
che
,
col
sostituire
la
parola
latina
o
trecentesca
o
fiorentina
a
quella
di
diversa
origine
ma
che
risponde
alle
sue
naturali
impressioni
,
verrebbe
a
falsare
la
genuina
forma
della
verità
:
da
parlatore
egli
diventerebbe
vanitoso
ascoltatore
di
sé
medesimo
;
da
uomo
serio
,
pedante
;
da
sincero
,
istrione
.
Scrivere
secondo
una
teoria
è
non
già
scrivere
per
davvero
,
ma
,
tutt
'
al
più
,
fare
della
letteratura
,
di
quella
non
buona
.
La
questione
dell
'
unità
della
lingua
ritorna
sempre
in
campo
,
perché
,
così
com
è
posta
,
è
insolubile
,
essendo
fondata
sopra
un
falso
concetto
di
ciò
che
sia
la
lingua
.
La
quale
non
è
arsenale
di
armi
belle
e
fatte
,
e
non
è
il
vocabolario
,
raccolta
di
astrazioni
ossia
cimitero
di
cadaveri
più
o
meno
abilmente
imbalsamati
.
Non
vorremmo
,
con
questo
modo
alquanto
brusco
di
troncare
la
questione
della
lingua
-
modello
o
dell
'
unità
della
lingua
,
apparire
meno
che
rispettosi
verso
la
lunga
tratta
di
letterati
che
l
'
hanno
per
secoli
agitata
in
Italia
.
Ma
quegli
ardenti
dibattiti
erano
,
in
fondo
,
dibattiti
di
esteticità
e
non
di
scienza
estetica
,
di
letteratura
e
non
di
teoria
letteraria
,
di
parlare
e
scrivere
effettivi
e
non
di
scienza
linguistica
.
L
'
errore
di
essi
consisteva
nel
convertire
la
manifestazione
di
un
bisogno
pratico
in
una
tesi
scientifica
;
l
'
esigenza
,
per
esempio
,
dell
'
intendersi
più
facilmente
tra
i
componenti
di
un
popolo
diviso
dialettalmente
,
nella
richiesta
filosofica
di
una
lingua
una
o
ideale
.
Ricerca
tanto
assurda
quanto
è
l
'
altra
di
una
lingua
universale
,
di
una
lingua
che
abbia
l
'
immobilità
del
concetto
o
,
piuttosto
,
dell
'
astrazione
.
Il
bisogno
sociale
del
più
facile
intendersi
non
si
soddisfa
se
non
col
diffondersi
della
cultura
e
col
crescere
delle
comunicazioni
e
degli
scambi
intellettuali
tra
gli
uomini
.
Bastino
queste
sparse
osservazioni
a
mostrare
che
tutti
i
problemi
scientifici
della
Linguistica
sono
i
medesimi
di
quelli
dell
Estetica
,
e
gli
errori
e
le
verità
dell
'
una
sono
gli
errori
e
le
verità
dell
'
altra
.
Se
Linguistica
ed
Estetica
paiono
due
scienze
diverse
,
ciò
deriva
dal
fatto
che
con
la
prima
si
pensa
a
una
grammatica
,
o
a
qualcosa
misto
di
filosofia
e
di
grammatica
,
cioè
a
un
arbitrario
schematismo
mnemonico
o
a
un
miscuglio
didascalico
,
e
non
già
a
una
scienza
razionale
e
a
una
pura
filosofia
del
parlare
.
La
grammatica
,
o
quel
certo
che
di
grammaticale
,
induce
altresì
nelle
menti
il
pregiudizio
,
che
la
realtà
del
linguaggio
consista
in
parole
isolate
e
combinabili
,
e
non
già
nei
discorsi
vivi
,
negli
organismi
espressivi
,
razionalmente
indivisibili
.
I
linguisti
o
glottologi
filosoficamente
dotati
,
che
hanno
meglio
approfondito
le
questioni
sul
linguaggio
,
si
trovano
(
per
adoperare
un
'
immagine
abusata
ma
efficace
)
nella
condizione
dei
lavoratori
di
un
traforo
:
a
un
certo
punto
debbono
sentire
le
voci
dei
loro
compagni
,
i
filosofi
dell
Estetica
,
che
si
sono
mossi
dall
'
altro
lato
.
A
un
certo
grado
di
elaborazione
scientifica
,
la
Linguistica
,
in
quanto
filosofia
,
deve
fondersi
nell
'
Estetica
;
e
si
fonde
,
infatti
,
senza
lasciare
residui
.
Saggistica ,
LA
LINGUA
DELLA
PATRIA
.
A
un
giovinetto
.
Tu
ami
la
lingua
del
tuo
paese
,
non
è
vero
?
L
'
amiamo
tutti
.
È
inseparabilmente
congiunto
l
'
amore
della
nostra
lingua
col
sentimento
d
'
ammirazione
e
di
gratitudine
che
ci
lega
ai
nostri
padri
per
il
tesoro
immenso
di
sapienza
e
di
bellezza
ch
'
essi
diedero
per
mezzo
di
lei
alla
famiglia
umana
,
e
che
è
la
gloria
dell
'
Italia
,
l
'
onore
del
nostro
nome
nel
mondo
.
L
'
amiamo
perché
l
'
hanno
formata
,
lavorata
,
arricchita
,
trasmessa
a
noi
come
un
'
eredità
sacra
milioni
e
milioni
d
'
esseri
del
nostro
sangue
,
dei
quali
,
per
secoli
,
ella
espresse
il
pensiero
,
e
le
sue
sorti
furon
le
sorti
d
'
Italia
,
la
sua
vita
la
nostra
storia
,
il
suo
regno
la
nostra
grandezza
.
L
'
amiamo
perché
la
parola
sua
ci
scaturisce
d
'
in
fondo
all
'
anima
insieme
con
ogni
nostro
sentimento
,
si
confonde
con
le
nostre
idee
fin
dalle
loro
sorgenti
più
intime
,
e
non
è
soltanto
forma
,
suono
,
colore
,
ma
sostanza
del
nostro
pensiero
.
L
'
amiamo
perché
è
la
nostra
nutrice
intellettuale
,
il
respiro
della
mente
e
dell
'
animo
nostro
,
l
'
espressione
di
quanto
è
più
intimamente
proprio
della
nostra
indole
nazionale
,
l
'
immagine
più
viva
e
più
fedele
e
quasi
la
natura
medesima
della
nostra
razza
.
L
'
amiamo
perché
è
il
vincolo
più
saldo
della
nostra
unità
di
popolo
,
l
'
eco
del
nostro
passato
,
la
voce
del
nostro
avvenire
,
verbo
non
solo
,
ma
essenza
dell
'
anima
della
patria
.
*
E
anche
l
'
amiamo
perché
è
bellissima
,
ricchissima
,
potentissima
,
varia
tanto
,
come
disse
uno
dei
più
grandi
cultori
suoi
,
da
parere
,
più
che
un
idioma
,
un
aggregato
d
'
idiomi
;
capace
di
prendere
infinite
forme
e
sembianze
,
stupendamente
pieghevole
a
tutti
gli
stili
,
unica
nell
'
attitudine
a
riportare
la
nobiltà
dello
stile
latino
e
del
greco
,
insuperata
nell
'
abbondanza
del
vocabolario
e
nella
vivezza
del
colorito
comico
,
maravigliosa
"
per
l
'
immensa
facoltà
delle
metafore
e
per
la
fecondità
della
sua
natura
sempre
propria
a
produrre
nuovi
modi
"
onde
"
è
tutta
coperta
di
germogli
"
come
una
terra
fertilissima
in
perpetua
primavera
;
fresca
ancora
nella
maggior
parte
dei
suoi
fiori
e
delle
sue
fronde
di
sette
secoli
,
e
armoniosa
come
nessun
'
altra
al
mondo
.
"
Lodata
e
ammirata
dagli
stranieri
,
e
anche
invidiata
"
;
ma
noi
più
l
'
amiamo
per
quella
bellezza
che
soltanto
a
noi
si
palesa
.
Le
sue
parole
hanno
per
noi
un
suono
che
è
come
un
secondo
significato
nascosto
,
sfuggente
a
ogni
espressione
;
la
sua
armonia
ci
risveglia
infiniti
ricordi
di
sensazioni
,
di
luoghi
e
di
forme
umane
,
di
voci
e
d
'
accenti
conosciuti
e
cari
di
viventi
e
di
morti
,
e
pensieri
e
immagini
e
versi
di
maestri
immortali
,
diventati
nostro
spirito
e
nostro
sangue
;
essa
è
per
noi
la
musica
dell
'
affetto
,
del
dolore
,
della
gioia
,
dell
'
amor
di
patria
,
piena
di
forze
e
di
dolcezze
misteriose
,
che
non
salgono
fino
alle
nostre
labbra
,
ma
vibrano
e
germinano
nel
più
profondo
dell
'
anima
nostra
,
come
virtù
secrete
della
nostra
natura
.
Anche
per
questo
,
perché
è
voce
del
nostro
cuore
e
lume
della
nostra
coscienza
,
l
'
amiamo
.
*
Ma
che
vale
amar
la
propria
lingua
se
non
si
studia
?
Non
solo
;
ma
chi
non
la
studia
,
e
quindi
la
sa
poco
e
male
,
quasi
come
una
lingua
straniera
,
la
può
amar
veramente
?
E
c
'
è
bisogno
di
dimostrare
che
,
non
soltanto
per
amore
,
ma
per
interesse
nostro
,
per
necessità
la
dobbiamo
studiare
?
Pensa
un
poco
.
In
qualunque
parte
d
'
Italia
tu
sia
nato
,
nella
lingua
,
non
nel
dialetto
,
quando
piglierai
in
mano
la
penna
,
dovrai
sempre
esprimere
i
tuoi
pensieri
e
i
tuoi
sentimenti
,
e
mille
volte
anche
di
viva
voce
.
Mille
volte
,
scrivendo
e
parlando
,
dovrai
manifestare
italianamente
,
con
la
maggior
efficacia
possibile
,
desidèri
e
bisogni
tuoi
,
trattare
i
tuoi
interessi
,
movere
l
'
affetto
e
la
volontà
altrui
,
raccontare
,
argomentare
,
pregare
,
giustificarti
,
difenderti
;
e
se
la
lingua
non
conoscerai
bene
,
ti
sarà
sempre
una
pena
e
una
vergogna
il
non
poter
dire
come
vorrai
quello
che
avrai
da
dire
,
il
trovarti
come
a
maneggiare
uno
strumento
che
ti
sfugga
dalle
mani
,
il
sentire
che
dei
tuoi
sentimenti
più
profondi
e
più
gentili
e
dei
tuoi
pensieri
e
delle
tue
ragioni
migliori
una
gran
parte
andrà
perduta
per
gli
altri
nell
'
espressione
rozza
,
manchevole
,
priva
d
'
evidenza
e
di
forza
.
Quello
che
hai
inteso
dire
:
che
molti
non
riescono
a
farsi
strada
nel
mondo
per
mancanza
di
facoltà
comunicativa
,
non
è
vero
soltanto
per
coloro
che
mancano
di
naturale
eloquenza
;
ma
anche
per
quei
moltissimi
che
,
eloquenti
nel
proprio
dialetto
,
sono
invece
nel
parlar
la
lingua
,
non
conoscendola
,
incerti
,
confusi
,
diffidenti
di
sé
,
inceppati
continuamente
dal
timore
e
dalla
coscienza
di
parlar
male
.
Quante
volte
nella
vita
dipende
un
grave
danno
o
un
grande
vantaggio
nostro
da
un
nostro
pensiero
o
sentimento
espresso
in
un
modo
infelice
,
onde
non
è
inteso
o
è
franteso
,
o
significato
invece
in
una
forma
che
svela
tutto
l
'
animo
e
va
dritta
alla
mente
e
al
cuore
della
persona
a
cui
è
diretta
!
Quante
cognizioni
,
quante
idee
rimangono
in
molte
menti
,
per
sempre
,
come
materia
informe
e
senza
valore
,
perché
manca
a
chi
le
possiede
il
possesso
della
lingua
per
comunicarle
alla
mente
altrui
?
Si
dice
che
l
'
uomo
vale
per
quello
che
sa
;
ma
vale
anche
in
gran
parte
per
come
sa
dire
quello
che
sa
.
Più
che
per
il
passato
,
ora
che
son
sempre
più
frequenti
per
tutti
il
bisogno
e
le
occasioni
di
comunicare
ad
altri
le
proprie
idee
,
scrivendo
per
la
stampa
,
parlando
in
pubblico
,
partecipando
in
diversi
modi
alla
trattazione
d
'
interessi
comuni
,
la
conoscenza
della
lingua
è
necessaria
.
Non
è
soltanto
un
ornamento
intellettuale
:
è
arma
nella
lotta
per
la
vita
,
è
forza
e
libertà
dello
spirito
,
è
chiave
dei
cuori
e
delle
coscienze
altrui
,
è
strumento
di
lavoro
e
di
fortuna
.
*
E
dobbiamo
studiar
la
lingua
anche
per
dovere
di
cittadini
.
Le
lingue
si
trasformano
col
tempo
,
come
ogni
cosa
si
trasforma
:
acquistano
nuove
voci
e
locuzioni
,
come
gli
alberi
mettono
nuove
foglie
;
ne
pèrdono
;
di
molte
che
esse
conservano
,
il
significato
si
muta
;
si
mutano
le
lingue
nella
sostanza
e
nella
struttura
:
è
effetto
d
'
una
legge
naturale
.
Ma
con
la
trasformazione
naturale
e
inevitabile
della
lingua
non
si
deve
confondere
la
corruzione
,
la
quale
consiste
nell
'
introdurvi
,
come
si
fa
dai
più
,
parole
e
frasi
barbare
e
non
necessarie
,
idiotismi
oziosi
,
modi
dell
'
uso
spurio
,
forme
che
ripugnano
all
'
indole
sua
.
Ora
,
da
questa
corruzione
è
dovere
d
'
ogni
cittadino
colto
preservare
la
lingua
della
patria
,
perché
,
come
ciascuno
fa
la
parte
sua
,
sia
pure
minima
,
nella
grande
opera
collettiva
,
da
cui
la
lingua
resulta
,
così
concorre
ciascuno
a
corromperla
,
sia
pure
in
parte
infinitesima
,
parlando
e
scrivendo
male
.
Non
è
dovere
soltanto
degli
scrittori
,
è
di
tutti
;
perché
dove
tutti
maltrattano
e
guastan
la
lingua
,
finiscono
anche
gli
scrittori
con
essere
travolti
dall
'
universale
barbarie
.
Nel
grande
commercio
nazionale
della
lingua
è
onestà
il
non
mettere
in
giro
monete
false
.
È
vergogna
per
un
italiano
colto
l
'
esprimere
barbaramente
pensieri
e
sentimenti
che
scrittori
insigni
di
trenta
generazioni
espressero
in
forme
italiane
pure
e
ammirabili
.
È
irragionevole
il
vantarsi
d
'
amare
il
proprio
paese
quando
si
concorre
a
imbastardirne
il
linguaggio
,
considerandolo
come
un
campo
che
a
tutti
sia
lecito
di
calpestare
e
lordare
.
Per
la
ragione
stessa
che
rispettiamo
e
custodiamo
gelosamente
la
ricchezza
infinita
d
'
opere
d
'
arte
,
che
i
nostri
padri
ci
lasciarono
,
dobbiamo
rispettare
e
custodire
il
patrimonio
della
lingua
,
che
essi
trasmisero
e
affidarono
a
noi
come
una
tradizione
gloriosa
,
e
che
da
noi
si
ha
da
tramandare
ai
nostri
figli
,
intatto
e
immaculato
quanto
lo
consentano
la
legge
del
tempo
e
la
forza
delle
cose
.
Per
amor
di
patria
,
dunque
,
per
sentimento
di
dignità
nazionale
e
d
'
onestà
cittadina
,
per
nostro
interesse
individuale
e
per
vantaggio
di
tutti
,
noi
dobbiamo
studiare
la
nostra
lingua
,
quanto
ci
è
possibile
,
in
qualunque
classe
sociale
ci
abbia
posto
la
fortuna
,
qualunque
sia
il
nostro
ufficio
nella
società
e
la
natura
dei
nostri
studi
professionali
,
in
qualunque
parte
d
'
Italia
siam
nati
o
destinati
a
vivere
;
dobbiamo
studiarla
perché
sono
una
cosa
patria
e
lingua
,
pensiero
e
parola
,
parola
e
vita
.
*
Ebbene
,
io
scrivo
con
lo
scopo
unico
di
farti
prendere
amore
a
questo
studio
,
provandoti
che
non
è
punto
uno
studio
arido
e
noioso
,
come
lo
credono
i
più
;
ma
che
si
può
fare
con
lo
stesso
diletto
col
quale
si
studia
la
pittura
e
la
musica
da
chi
non
vi
cerca
altro
che
il
diletto
.
Tu
hai
già
compreso
:
non
scrivo
un
trattato
;
non
scenderò
a
disquisizioni
grammaticali
minute
,
né
salirò
a
quistioni
alte
di
filologia
,
chè
non
sarebbe
affar
mio
,
e
non
gioverebbe
al
mio
scopo
:
tratterò
la
materia
semplicemente
e
praticamente
,
nella
forma
che
mi
pare
convenga
meglio
all
'
età
tua
.
E
scrivo
non
soltanto
per
te
;
ma
anche
per
quella
molta
gente
d
'
ogni
età
e
condizione
,
che
potrebbe
studiar
la
lingua
con
piacere
e
con
vantaggio
,
pure
senza
il
sussidio
utilissimo
della
conoscenza
del
latino
,
né
d
'
altra
preparazione
letteraria
,
e
che
ci
si
metterebbe
volentieri
,
se
non
la
trattenesse
il
pregiudizio
comune
che
v
'
occorra
uno
sforzo
enorme
della
volontà
e
una
pazienza
infinita
,
come
per
lo
studio
d
'
una
scienza
astrusa
.
Per
questo
,
strada
facendo
,
mi
staccherò
da
te
qualche
volta
,
per
rivolgermi
ad
altri
;
ma
tu
mi
potrai
venire
accanto
anche
allora
,
perché
non
mi
scorderò
mai
che
m
'
ascolti
.
Faremo
insieme
un
viaggio
d
'
istruzione
,
e
farò
il
possibile
perché
riesca
pure
un
viaggio
di
piacere
.
Può
darsi
che
in
qualche
punto
tu
t
'
annoi
;
ma
spesso
ti
soffermerai
a
pensare
,
e
di
tanto
in
tanto
sorriderai
,
e
ti
farai
buon
sangue
.
Non
sono
un
maestro
:
sono
una
guida
.
Alla
dottrina
che
mi
manca
supplirò
in
qualche
modo
con
la
dottrina
degli
altri
.
Non
imparerai
gran
cosa
da
me
lungo
il
viaggio
;
ma
moltissimo
poi
da
te
stesso
,
e
con
l
'
aiuto
altrui
,
se
io
riuscirò
,
come
spero
,
a
trasfondere
nell
'
animo
tuo
un
poco
del
vivo
amore
e
dell
'
allegra
fede
con
cui
mi
metto
al
lavoro
.
A
QUELLI
CHE
NON
VORREBBERO
LEGGERE
.
Vedo
parecchi
lettori
,
che
dopo
avere
scorso
la
prefazione
,
fanno
l
'
atto
di
chiudere
il
libro
.
Un
momento
,
signori
.
Chiedo
il
permesso
di
rivolgere
poche
parole
a
ciascun
di
loro
.
Poi
ritornerò
a
te
,
giovinetto
.
A
chi
dice
che
la
lingua
si
sa
.
-
Che
bisogno
c
'
è
di
studiar
la
lingua
?
La
lingua
si
sa
!
-
È
un
'
opinione
di
molti
.
Ella
la
saprà
meglio
di
molti
altri
,
non
ne
dubito
;
ma
si
lasci
dire
che
,
se
non
l
'
ha
studiata
,
non
la
può
sapere
,
non
solo
come
dovrebbe
,
ma
neppure
quanto
i
suoi
bisogni
richiedono
.
Ella
possiede
un
materiale
di
lingua
che
non
è
la
terza
parte
di
quello
che
le
sarebbe
necessario
per
parlar
bene
,
un
piccolo
corredo
di
vocaboli
e
di
frasi
,
che
le
servono
a
dire
impropriamente
e
a
un
di
presso
una
grande
quantità
di
cose
,
ciascuna
delle
quali
può
esser
detta
con
una
parola
o
una
frase
propria
,
che
dice
per
l
'
appunto
quella
cosa
sola
.
Nel
parlare
come
nello
scrivere
,
a
ogni
tratto
,
ella
gira
intorno
al
proprio
pensiero
,
non
lo
esprime
che
a
mezzo
,
ed
è
costretta
ad
aggiungere
e
a
correggere
per
compiere
e
chiarire
l
'
espressione
che
non
le
riuscì
compiuta
e
chiara
alla
prima
.
E
,
confessi
la
verità
:
molte
cose
ella
non
le
dice
per
non
mettersi
in
un
impaccio
.
Vuol
vedere
che
io
le
nomino
subito
venti
,
trenta
oggetti
,
operazioni
,
qualità
o
particolari
d
'
oggetti
,
che
a
tutti
occorre
di
rammentare
quasi
ogni
giorno
,
e
che
ella
designa
sempre
con
una
perifrasi
o
con
una
parola
sbagliata
?
Vuol
che
le
dica
lì
per
lì
una
filza
di
modi
della
lingua
viva
,
usatissimi
in
tutta
l
'
Italia
,
e
che
non
hanno
sinonimi
,
ma
che
lei
non
ha
mai
usati
e
che
le
riuscirebbero
nuovi
come
modi
d
'
un
'
altra
lingua
?
Ella
conosce
il
francese
?
Non
molto
.
Vuole
scommettere
che
se
mi
racconta
in
italiano
l
'
aneddoto
più
semplice
,
io
,
che
non
sono
un
linguista
né
un
pedante
,
ci
trovo
altrettante
improprietà
quante
ce
ne
troverebbe
un
francese
s
'
ella
gli
raccontasse
l
'
aneddoto
in
francese
?
E
mi
sostiene
che
la
lingua
si
sa
?
Capisco
come
non
si
sappia
d
'
ignorare
le
cose
che
non
si
sa
che
esistano
.
Ma
ella
somiglia
a
chi
credesse
di
saper
la
botanica
perché
conosce
i
legumi
che
gli
portano
in
tavola
e
i
nomi
dei
fiori
che
coltiva
sul
terrazzino
.
A
chi
dice
:
-
Che
cosa
importa
?
-
È
uno
studio
di
parole
,
insomma
;
che
cosa
importano
le
parole
?
-
Che
cosa
importano
le
parole
?
Questa
è
grossa
,
mi
perdoni
.
È
come
dire
:
-
Che
cosa
importa
parlare
e
scrivere
con
chiarezza
e
con
efficacia
?
Che
cosa
importa
l
'
usare
,
invece
d
'
una
parola
o
d
'
una
frase
propria
,
un
'
altra
parola
o
un
'
altra
frase
che
,
non
esprimendo
per
l
'
appunto
il
nostro
pensiero
,
può
farlo
frantendere
e
costringerci
perciò
ad
esprimerlo
un
'
altra
volta
in
un
'
altra
maniera
,
che
può
esser
peggiore
della
prima
?
Che
cosa
importa
,
parlando
e
scrivendo
,
inciampare
ogni
momento
in
una
difficoltà
,
essere
arrestati
a
ogni
passo
da
un
dubbio
,
lasciare
a
mezzo
una
frase
per
cercare
un
vocabolo
,
doversi
spiegare
coi
gesti
come
i
bambini
e
gl
'
idioti
,
e
qualche
volta
urtare
,
non
volendolo
,
e
offendere
una
persona
,
non
per
altro
che
per
non
saper
scegliere
,
nel
farle
un
'
osservazione
o
un
rimprovero
o
nel
dirle
una
verità
sgradita
,
la
parola
o
la
frase
che
esprimerebbe
lo
stesso
pensiero
senza
ferirla
nell
'
amor
proprio
?
Che
cosa
importano
le
parole
?
Ma
infiniti
malintesi
,
risentimenti
,
diverbi
dolorosi
nascono
di
continuo
fra
gli
uomini
da
una
parola
usata
a
sproposito
,
non
per
mal
animo
,
ma
per
pura
ignoranza
o
mancanza
di
finezza
nel
sentimento
della
lingua
.
Ma
mille
volte
nella
vita
il
primo
giudizio
che
facciamo
dell
'
ingegno
,
della
cultura
,
del
grado
d
'
educazione
d
'
una
persona
,
si
fonda
(
e
sia
pure
a
torto
sovente
,
chè
questo
cresce
valore
all
'
argomento
)
sopra
il
suo
modo
di
parlare
,
e
anche
su
poche
parole
che
le
abbiamo
udito
dire
,
sopra
una
sgrammaticatura
,
sopra
un
'
espressione
ridicola
,
sopra
l
'
ignoranza
d
'
una
parola
comune
.
Ma
ella
stessa
,
signore
,
ella
che
dice
che
le
parole
non
importano
,
quando
le
occorre
di
parlar
la
prima
volta
con
una
persona
che
le
ispira
reverenza
,
e
di
cui
le
preme
d
'
acquistarsi
la
stima
e
la
simpatia
,
ella
stessa
,
sempre
,
anche
inconscientemente
,
s
'
ingegna
di
parlar
meglio
del
solito
,
scegliendo
i
vocaboli
con
cura
e
filando
i
periodi
con
garbo
!
O
come
si
può
dire
:
-
Che
cosa
importano
le
parole
?
A
un
uomo
d
'
affari
.
-
Quanto
a
me
,
consentirà
che
non
ho
bisogno
di
studiar
l
'
italiano
.
Sono
un
uomo
d
'
affari
!
-
Mi
scusi
.
È
forse
il
dialetto
la
lingua
ufficiale
degli
affari
?
E
in
ogni
modo
,
non
pare
a
lei
che
un
uomo
d
'
affari
che
ha
studiato
e
parla
e
scrive
correttamente
e
facilmente
la
lingua
,
valga
,
a
parità
d
'
ingegno
e
d
'
esperienza
,
qualche
cosa
di
più
d
'
un
altro
,
il
quale
la
scriva
come
un
barbaro
e
la
balbetti
come
un
ragazzo
?
Ma
gli
uomini
d
'
affari
hanno
soventissime
volte
da
esporre
,
da
dimostrare
,
da
discutere
gl
'
interessi
propri
,
con
la
penna
o
di
viva
voce
,
a
quattr
'
occhi
e
in
riunioni
private
o
pubbliche
,
in
lingua
italiana
.
Ma
se
c
'
è
gente
al
mondo
a
cui
sia
utile
,
necessaria
nell
'
espressione
del
proprio
pensiero
la
lucidità
,
la
brevità
,
l
'
esattezza
del
linguaggio
,
son
loro
,
che
hanno
molte
cose
da
dire
e
importanti
e
non
facili
,
e
le
hanno
da
dire
alla
lesta
,
a
gente
che
non
ha
tempo
da
perdere
;
cose
nelle
quali
il
non
farsi
bene
intendere
produce
ben
più
gravi
inconvenienti
che
nei
discorsi
ordinari
.
Ma
gli
uomini
d
'
affari
vivono
pure
fuor
del
giro
dei
propri
interessi
,
fra
amici
d
'
altre
professioni
,
con
signore
,
con
artisti
,
con
gente
di
varia
cultura
,
in
mezzo
ai
quali
portano
il
loro
amor
proprio
,
non
solo
d
'
uomini
d
'
affari
,
ma
d
'
uomini
di
mondo
,
l
'
ambizione
di
contar
qualche
cosa
anche
fuor
delle
faccende
e
dei
numeri
,
il
desiderio
di
farsi
ascoltare
,
di
divertire
,
di
piacere
,
e
se
non
altro
la
cura
di
non
far
ridere
parlando
rozzamente
e
lasciandosi
scappare
strafalcioni
.
E
in
fine
,
signor
uomo
d
'
affari
,
vale
per
lei
,
come
per
tutti
,
questa
ragione
:
che
la
lingua
nazionale
,
in
certe
classi
della
società
,
si
deve
imparare
non
soltanto
per
sé
,
ma
per
i
propri
figliuoli
;
i
quali
ad
impararla
,
almeno
fin
che
son
piccoli
,
debbono
essere
aiutati
dal
padre
e
dalla
madre
.
Che
figura
farebbe
un
padre
che
dicesse
al
suo
figliuolo
:
-
Caro
mio
,
tu
hai
dieci
anni
;
in
materia
di
lingua
io
non
son
più
in
grado
d
'
insegnarti
nulla
perché
....
sono
un
uomo
d
'
affari
!
A
chi
non
ci
ha
attitudine
.
-
Lo
credo
anch
'
io
una
buona
cosa
;
ma
allo
studio
della
lingua
non
ci
ho
attitudine
.
-
Oh
bella
!
Che
risponderebbe
lei
a
chi
le
dicesse
:
-
Non
son
fatto
bene
,
son
di
complessione
debole
:
per
questo
non
faccio
ginnastica
?
-
Ma
il
non
aver
attitudine
allo
studio
della
lingua
è
una
ragione
di
più
per
istudiarla
.
Chi
non
è
dotato
di
buona
memoria
,
e
non
ha
facilità
d
'
esprimersi
,
né
un
vivo
sentimento
naturale
della
lingua
,
deve
e
può
supplire
alla
deficienza
di
queste
qualità
con
lo
studio
.
Un
'
attitudine
particolare
ci
vuole
per
diventare
scrittore
o
linguista
;
ma
per
imparar
la
lingua
quanto
lo
richiedono
il
dovere
,
l
'
interesse
e
la
dignità
di
qualunque
cittadino
colto
,
basta
la
volontà
.
Ci
si
provi
un
poco
.
Ella
non
immagina
quanto
possa
acquistare
in
materia
di
lingua
anche
chi
non
ci
ha
disposizione
di
natura
,
in
un
periodo
di
tempo
anche
breve
,
e
senza
far
grande
fatica
.
Mi
dirà
:
-
Non
ci
avendo
disposizione
,
non
ci
ho
amore
,
e
senza
questo
non
si
riesce
a
nulla
.
-
Ma
l
'
amore
viene
a
poco
a
poco
,
man
mano
che
dello
studio
si
riconoscono
i
profitti
,
come
viene
all
'
erborizzatore
esordiente
,
che
,
dopo
aver
classificato
nella
sua
mente
un
certo
numero
di
piante
,
prosegue
con
più
alacrità
,
per
il
piacere
d
'
accrescere
il
suo
patrimonio
di
cognizioni
,
e
perché
il
lavoro
gli
riesce
sempre
più
facile
.
Può
ella
affermare
che
se
stèsse
chiusa
un
mese
fra
quattro
pareti
senz
'
altri
libri
che
di
lingua
,
non
prenderebbe
amore
a
questo
studio
quanto
uno
che
ci
avesse
disposizione
?
No
,
non
è
vero
?
E
ci
prenderebbe
amore
per
il
solo
fatto
che
sarebbe
costretta
,
per
cacciar
la
noia
,
a
vincere
la
prima
riluttanza
,
insistendo
su
quella
materia
col
pensiero
,
come
non
ha
fatto
mai
.
Provi
dunque
a
insistervi
col
pensiero
una
volta
,
a
fare
una
volta
di
proposito
ciò
che
farebbe
in
quel
caso
per
forza
,
e
vedrà
che
il
difficile
non
sta
che
nel
principiare
.
E
poi
:
-
Non
ci
ho
attitudine
!
-
E
come
lo
sa
?
La
mente
umana
è
piena
di
sorprese
;
certe
attitudini
vi
stanno
nascoste
;
scavi
un
po
'
;
anche
nel
cervello
,
chi
cerca
trova
.
A
chi
non
ci
ha
tempo
.
-
Ci
ho
pensato
molte
volte
,
mi
ci
metterei
;
ma
ho
altro
da
fare
,
mi
manca
il
tempo
.
-
Non
le
può
mancare
.
Non
c
'
è
altra
materia
che
si
presti
meglio
a
uno
studio
frammentario
,
fatto
nei
ritagli
di
tempo
libero
,
e
anche
nei
momenti
di
riposo
;
a
uno
studio
somigliante
a
quelle
occupazioni
fra
intellettuali
e
meccaniche
,
a
cui
si
dànno
molti
per
isvago
.
Se
non
chiuderà
il
mio
libro
alle
prime
pagine
,
vedrà
che
può
studiare
la
lingua
senza
togliere
un
'
ora
alle
sue
faccende
quotidiane
,
anzi
facendo
servire
queste
a
quello
scopo
,
imparando
qualche
cosa
a
ogni
proposito
,
raccogliendo
le
cognizioni
quasi
senza
far
deviare
il
suo
pensiero
dall
'
andamento
abituale
.
Ella
mi
dirà
:
-
Ma
ho
mille
pensieri
,
mille
cure
;
quando
ci
avrei
tempo
,
non
ci
ho
testa
;
per
codesto
studio
ci
vuol
l
'
animo
tranquillo
.
-
Ma
appunto
,
ella
ci
troverà
quiete
e
sollievo
,
perché
non
c
'
è
altro
studio
che
giovi
quanto
questo
a
distrarci
dalle
passioni
che
ci
turbano
,
che
occupi
e
svaghi
la
mente
,
come
questo
fa
,
con
una
serie
continua
di
curiosità
nascenti
l
'
una
dall
'
altra
,
contentando
ad
un
tempo
l
'
animo
con
molte
piccole
conquiste
quotidiane
determinate
,
con
infinite
piccole
compiacenze
prodotte
dal
continuo
ripetersi
delle
occasioni
in
cui
si
può
spendere
quello
che
s
'
è
guadagnato
.
E
non
mi
dica
neppure
che
è
uno
studio
per
i
giovani
,
ai
quali
è
stimolo
l
'
idea
di
ricavarne
un
vantaggio
per
l
'
avvenire
,
non
per
gli
uomini
maturi
,
a
cui
quello
stimolo
manca
.
No
;
bisogna
pure
che
ci
si
trovi
un
piacere
indipendente
da
ogni
concetto
d
'
utilità
futura
,
poichè
per
tanti
uomini
,
anche
non
letterati
e
scrittori
,
è
uno
studio
amoroso
e
costante
,
un
conforto
nella
vecchiaia
e
nella
solitudine
,
l
'
ultima
forma
d
'
attività
della
loro
mente
,
come
è
per
altri
lo
studio
della
natura
.
Col
quale
,
infatti
,
ha
questo
di
comune
lo
studio
della
lingua
:
che
è
infinitamente
vario
,
e
che
i
suoi
confini
s
'
allontanano
dinanzi
a
chi
vi
procede
.
A
chi
dice
che
ci
avrà
tempo
.
A
lei
,
signorino
,
che
mi
dice
:
-
Ci
avrò
tempo
!
-
darei
volentieri
una
tiratina
d
'
orecchio
.
Se
c
'
è
studio
che
un
ragazzo
non
debba
rimandare
a
poi
,
è
questo
della
lingua
.
Non
t
'
hai
per
male
ch
'
io
paragoni
la
tua
memoria
a
un
foglio
di
carta
asciugante
?
Vedi
,
quando
questo
è
fresco
e
pulito
,
come
vi
s
'
imprimono
nette
tutte
le
parole
dello
scritto
su
cui
lo
premi
,
e
vedi
poi
,
quando
è
un
pezzo
che
l
'
usi
ed
è
già
nero
in
gran
parte
,
come
le
parole
vi
s
'
imprimono
confuse
,
o
non
vi
restano
,
o
se
ne
perde
l
'
impressione
in
quella
dello
scritto
che
già
lo
ricopre
.
La
tua
bella
età
è
quella
in
cui
la
mente
vergine
e
chiara
è
più
atta
ad
appropriarsi
il
materiale
della
lingua
,
non
soltanto
per
virtù
della
memoria
ancor
fresca
,
ma
anche
perché
,
essendo
tu
spettatore
più
che
attore
della
vita
,
dalle
parole
non
ti
distraggono
ancora
le
cose
così
fortemente
come
faranno
più
tardi
,
quando
avrai
mille
cure
,
faccende
e
pensieri
.
Per
questo
tu
hai
inteso
dire
mille
volte
che
i
ragazzi
imparano
le
lingue
più
facilmente
degli
uomini
.
Via
via
che
s
'
allargherà
il
campo
e
crescerà
la
difficoltà
dei
tuoi
studi
,
ti
mancherà
sempre
più
il
tempo
di
dedicarti
alla
lingua
e
dovrai
fare
uno
sforzo
sempre
maggiore
per
impararla
.
E
non
pensare
che
sia
uno
studio
puramente
letterario
,
che
a
te
,
chiamato
a
questa
o
a
quella
scienza
,
non
possa
giovare
.
È
un
errore
madornale
.
Nel
campo
di
qualunque
scienza
il
possesso
della
lingua
,
la
facoltà
di
esprimersi
con
chiarezza
e
con
proprietà
è
parte
della
scienza
stessa
.
Vedi
che
differenza
c
'
è
nel
profitto
che
fanno
fare
ai
giovani
gl
'
insegnanti
che
parlano
bene
e
quelli
che
parlano
male
.
E
non
credere
d
'
imparar
la
lingua
con
quel
tanto
che
te
ne
insegnano
:
la
scuola
non
ti
può
che
mettere
sulla
via
d
'
impararla
:
al
modo
particolare
che
ha
ciascun
di
noi
di
sentire
e
di
pensare
,
noi
soli
possiamo
trovar
la
lingua
che
lo
esprima
.
E
poi
,
che
logica
è
questa
?
Dici
che
a
studiar
la
lingua
ci
hai
tempo
,
ossia
,
che
è
uno
studio
che
non
preme
;
ma
d
'
ogni
sproposito
o
anche
piccolo
errore
di
lingua
che
sfugga
a
chi
che
sia
,
se
tu
lo
avverti
,
ne
fai
un
carnevale
.
Non
ti
dar
la
zappa
sui
piedi
,
dunque
;
mettiti
all
'
opera
;
per
qualunque
via
tu
abbia
da
fare
il
tuo
cammino
nel
mondo
,
benedirai
le
fatiche
che
avrai
dedicate
a
questo
studio
nei
tuoi
primi
anni
.
A
un
giovane
d
'
ingegno
.
-
Lo
studio
della
lingua
è
per
le
teste
piccole
,
che
,
non
avendo
idee
,
hanno
bisogno
d
'
imparar
parole
....
-
Lo
crede
davvero
?
Veda
come
andiamo
d
'
accordo
.
Io
penso
l
'
opposto
.
Credo
che
le
teste
piccole
abbian
meno
bisogno
di
studiar
la
lingua
che
le
teste
grandi
,
perché
,
avendo
poche
idee
,
basta
a
loro
un
ristretto
materiale
di
lingua
ad
esprimerle
;
perché
,
pensando
meno
profondamente
e
meno
sottilmente
,
non
occorre
loro
grande
efficacia
e
finezza
di
linguaggio
per
rendere
il
proprio
pensiero
.
Ma
chi
ha
vero
ingegno
,
se
non
sa
la
lingua
bene
,
si
trova
tanto
più
impacciato
a
farsi
valere
quanto
ha
più
ingegno
.
Come
non
lo
comprende
?
Non
è
verità
evidente
che
deve
posseder
la
lingua
meglio
degli
altri
chi
ha
idee
originali
e
sentimenti
vivi
e
delicati
da
esprimere
,
chi
sa
,
intuisce
e
ricorda
molte
cose
,
e
in
ogni
cosa
vede
particolari
che
la
maggior
parte
non
vedono
,
chi
dalla
forza
del
proprio
ingegno
e
del
proprio
sentimento
è
portato
più
degli
altri
ad
analizzare
,
ad
argomentare
,
a
raccontare
,
a
descrivere
,
e
nel
descrivere
,
a
scolpire
e
a
colorire
le
proprie
immagini
?
E
tanto
più
se
il
suo
ingegno
è
di
quella
natura
particolare
che
si
chiama
spirito
,
inclinato
a
coglier
delle
cose
il
lato
ridicolo
,
e
le
relazioni
riposte
di
affinità
e
di
contrasto
comico
intercedenti
fra
di
esse
,
e
a
giocare
coi
significati
diretti
e
traslati
dei
vocaboli
,
tanto
più
avrà
bisogno
di
maneggiar
con
destrezza
la
lingua
,
che
appunto
nel
campo
dello
scherzo
è
ricchissima
.
Se
si
paragona
la
lingua
al
danaro
,
si
può
dire
che
chi
non
ha
ingegno
è
rispetto
ad
essa
come
un
uomo
quieto
e
assestato
,
senza
vanità
e
senza
desidèri
,
che
campa
con
pochi
soldi
,
e
chi
ha
molto
ingegno
è
un
uomo
pien
di
vita
e
d
'
ambizione
,
di
raffinatezze
aristocratiche
e
di
voglie
giovanili
,
che
ha
bisogno
di
spendere
e
di
spandere
.
Studi
dunque
la
lingua
anche
lei
,
che
è
un
gran
signore
intellettuale
,
per
non
ridursi
poi
a
campare
come
un
pitocco
.
A
chi
studia
le
lingue
straniere
.
Mi
dice
un
giovinetto
,
con
accento
d
'
alterezza
:
-
Io
studio
le
lingue
straniere
.
-
Vuoi
dire
con
questo
che
ti
preme
più
di
saper
le
lingue
straniere
che
la
tua
?
Non
me
ne
maraviglierei
più
che
tanto
.
C
'
è
degli
italiani
che
,
volendo
fare
un
viaggio
di
piacere
e
d
'
istruzione
,
vanno
prima
a
Parigi
che
a
Roma
;
ce
n
'
è
altri
,
i
quali
dicono
sorridendo
,
con
l
'
aria
di
darsi
un
vanto
,
che
della
più
parte
dei
propri
pensieri
s
'
affaccia
loro
alla
mente
l
'
espressione
francese
o
inglese
prima
che
l
'
italiana
;
e
conobbi
anche
un
tale
,
che
a
un
esame
di
geografia
,
dopo
aver
detto
benissimo
i
confini
della
Persia
,
mise
Firenze
a
settentrione
di
Bologna
.
No
?
Tu
non
sei
di
quel
numero
?
E
tanto
meglio
.
Ma
non
sarai
mai
abbastanza
persuaso
di
questa
verità
:
che
non
si
studia
con
amore
,
che
non
s
'
impara
bene
nessuna
lingua
straniera
,
se
non
s
'
è
prima
studiato
con
amore
e
imparato
bene
la
propria
;
poichè
,
se
imparare
una
lingua
straniera
non
è
altro
che
imparare
a
tradurre
in
questa
i
nostri
pensieri
da
quella
che
usualmente
parliamo
,
come
si
può
fare
una
buona
traduzione
d
'
un
cattivo
testo
?
Come
riuscire
a
dir
con
esattezza
e
con
garbo
in
un
'
altra
lingua
quelle
cose
che
non
sappiamo
dire
se
non
confusamente
e
senza
garbo
nella
nostra
?
E
in
che
maniera
intendere
e
sentire
le
qualità
degli
scrittori
stranieri
,
se
queste
,
in
qualunque
lingua
,
non
s
'
intendono
e
non
si
sentono
se
non
paragonando
le
parole
,
le
frasi
,
le
forme
a
quelle
che
loro
corrispondono
nella
lingua
che
ci
è
famigliare
?
E
ti
seguirà
anche
questo
:
che
mentre
non
imparerai
che
male
altre
lingue
,
ti
si
corromperà
e
confonderà
nella
mente
quel
poco
che
sai
della
tua
,
perché
,
essendo
poco
e
mal
fermo
,
non
reggerà
il
materiale
straniero
che
gli
verserai
sopra
,
e
ti
troverai
così
ad
aver
acquistato
varie
mezze
lingue
,
senza
possederne
una
intera
;
sarai
come
chi
a
un
vestito
tutto
buchi
ne
sovrapponga
un
altro
pieno
di
strappi
,
che
riman
mezzo
nudo
a
ogni
modo
.
Dammi
retta
:
fatti
prima
un
buon
vestito
italiano
.
A
chi
dice
che
basta
leggere
.
-
La
lingua
-
dicon
molti
-
s
'
impara
leggendo
.
Lo
crede
davvero
,
signor
mio
?
Ma
se
anche
ella
non
legga
che
libri
,
dai
quali
la
lingua
si
possa
imparare
,
le
dico
che
ella
vive
in
una
grande
illusione
,
salvo
che
li
legga
principalmente
con
quello
scopo
,
ossia
badando
più
alla
forma
che
alla
sostanza
;
cosa
ch
'
ella
non
fa
,
senza
dubbio
,
o
che
può
far
tanto
meno
quanto
più
la
sostanza
dei
libri
l
'
attrae
e
la
diverte
.
Della
ricchezza
e
della
proprietà
della
lingua
,
leggendo
,
ella
sentirà
qua
e
là
,
e
complessivamente
,
l
'
effetto
;
ma
provi
,
finita
la
lettura
d
'
un
libro
,
a
cercar
quante
parole
e
frasi
le
sian
rimaste
nella
mente
,
in
maniera
da
diventar
sue
,
e
da
venirle
poi
sulla
bocca
o
alla
penna
nel
parlare
o
nello
scrivere
,
e
vedrà
che
poco
o
nulla
le
sarà
rimasto
.
La
memoria
della
lingua
non
si
rafforza
che
con
l
'
esercizio
,
e
nella
lettura
essa
non
si
esercita
.
S
'
impara
la
lingua
anche
leggendo
,
ma
leggendo
pochi
libri
molte
volte
e
attentamente
,
non
già
molti
una
volta
sola
e
di
corsa
,
come
dai
più
si
suol
fare
;
e
l
'
avrà
esperimentato
ella
pure
non
scoprendo
che
alla
terza
o
alla
quarta
lettura
,
in
libri
scritti
bene
,
una
quantità
di
bellezze
di
lingua
,
d
'
effetti
particolari
che
fanno
certi
vocaboli
collocati
in
un
certo
punto
,
di
ragioni
profonde
e
sottili
per
cui
certe
espressioni
,
e
non
cert
'
altre
,
furono
usate
.
E
se
anche
leggendo
soltanto
per
ispasso
,
s
'
imparasse
molta
lingua
,
come
si
potrebbe
imparare
la
nomenclatura
d
'
innumerevoli
cose
,
di
cui
solo
una
parte
minima
,
in
un
certo
numero
di
libri
,
può
ritrovarsi
?
Come
apprendere
la
lingua
viva
e
famigliare
che
,
fuor
d
'
un
certo
genere
di
letteratura
,
manca
nei
libri
quasi
affatto
?
E
come
acquistare
l
'
agilità
e
la
prontezza
della
mente
che
occorrono
per
maneggiare
il
materiale
linguistico
e
farlo
servire
con
garbo
al
pensiero
?
Tenga
per
fermo
che
leggendo
libri
per
vent
'
anni
non
imparerà
tanta
lingua
quanto
studiandola
di
proposito
un
anno
solo
.
Legga
e
rilegga
senza
studiare
,
e
verserà
dell
'
acqua
in
un
crivello
.
A
chi
dice
che
s
'
impara
la
lingua
dall
'
uso
.
Qui
sento
un
coro
d
'
italiani
settentrionali
che
esclamano
:
-
Studiare
la
lingua
!
Ma
la
lingua
s
'
impara
dall
'
uso
!
Da
qual
uso
l
'
imparate
voi
,
cari
signori
?
In
casa
voi
parlate
quasi
tutti
e
fuor
di
casa
quasi
sempre
il
vostro
dialetto
,
e
quando
non
parlate
questo
,
parlate
e
sentite
parlare
un
italiano
povero
e
scorretto
,
pieno
zeppo
d
'
idiotismi
e
di
francesismi
.
In
materia
di
lingua
s
'
usa
fra
noi
non
toscani
,
perché
parliamo
tutti
male
,
una
grande
tolleranza
reciproca
,
per
effetto
della
quale
nessuno
studia
di
correggersi
,
e
ognuno
sèguita
per
tutta
la
vita
a
ripetere
gli
stessi
spropositi
,
senz
'
arricchire
il
proprio
linguaggio
di
dieci
parole
in
un
anno
.
Anche
quei
pochi
che
hanno
studiato
la
lingua
e
che
,
scrivendo
,
sono
corretti
e
sfoggiano
una
certa
ricchezza
di
vocaboli
e
di
frasi
,
quando
parlano
,
parlano
poco
meno
scorrettamente
e
poveramente
degli
altri
,
appunto
perché
della
lingua
non
hanno
l
'
uso
,
perché
delle
frasi
e
dei
vocaboli
,
che
cercano
e
trovano
nello
scrivere
,
non
vien
loro
alla
bocca
,
non
avendoli
essi
famigliari
,
che
una
minima
parte
.
Come
si
può
dunque
imparare
la
buona
lingua
da
un
uso
cattivo
?
Come
imparare
centinaia
e
centinaia
di
voci
e
locuzioni
che
intorno
a
noi
nessuno
dice
mai
?
V
'
è
mai
occorso
di
sentir
degli
stranieri
che
credono
d
'
aver
imparato
l
'
italiano
dall
'
uso
in
dieci
anni
di
soggiorno
in
una
città
dell
'
Alta
Italia
?
V
'
avranno
fatto
scappare
.
Dall
'
uso
,
fra
noi
,
si
può
imparare
a
parlar
con
scioltezza
;
ma
con
proprietà
,
con
varietà
,
con
colorito
,
con
grazia
!
Corbellerie
.
Perdonatemi
:
m
'
è
scappata
dalla
penna
.
A
una
signorina
.
O
signorina
,
anche
lei
?
Ma
come
?
Metterà
tanta
cura
ad
abbigliare
la
sua
graziosa
persona
e
non
ne
vorrà
metter
punto
a
vestire
i
suoi
pensieri
?
Porrà
tanto
studio
a
camminare
con
grazia
e
nessun
impegno
a
parlar
con
garbo
?
Cercherà
con
tant
'
arte
di
modular
dolcemente
la
sua
voce
e
non
le
importerà
di
pronunziare
con
dolcezza
parole
spurie
e
frasi
barbare
?
E
le
parrà
che
non
abbia
a
studiar
la
lingua
la
donna
,
che
per
ragione
di
natura
e
per
gli
uffici
a
cui
è
destinata
,
di
madre
,
di
consigliera
,
d
'
educatrice
,
di
consolatrice
della
famiglia
,
avrà
tanti
sentimenti
amorosi
e
pensieri
gentili
da
esprimere
,
tante
cose
da
dire
,
delle
più
difficili
a
dire
e
a
sentire
,
e
che
può
e
sa
dire
essa
sola
,
e
che
da
lei
sola
si
vogliono
udire
!
E
come
farà
,
se
non
avrà
studiato
la
sua
lingua
,
a
compiere
con
la
voce
e
con
la
penna
questi
uffici
,
per
i
quali
occorre
conoscer
della
lingua
tutte
le
grazie
e
le
sfumature
,
possedere
tutte
quelle
parole
e
locuzioni
proprie
,
morbide
,
agili
,
sottili
,
che
entrano
quasi
inavvertite
nella
coscienza
e
nel
cuore
,
persuadono
e
commovono
,
accarezzano
e
consolano
?
Non
è
uno
studio
per
la
donna
?
Ma
direi
che
è
il
primo
studio
che
ella
ha
da
fare
,
poichè
la
madre
è
la
prima
maestra
dei
suoi
figliuoli
,
e
perché
in
ogni
società
colta
sono
,
e
non
possono
esser
che
le
donne
quelle
che
insegnano
ed
impongono
nella
conversazione
la
dignità
del
linguaggio
,
la
finezza
dello
scherzo
,
l
'
urbanità
della
contraddizione
.
E
come
si
può
far
questo
non
conoscendo
la
lingua
?
Ah
,
ella
scuote
il
capo
,
con
un
sorrisetto
:
ho
capito
.
È
bella
,
ed
ha
vanità
femminea
,
non
ambizione
letteraria
,
e
pensa
che
un
viso
come
il
suo
basterà
,
senza
il
sussidio
del
vocabolario
e
della
grammatica
,
ad
attirarle
da
per
tutto
l
'
ammirazione
e
l
'
ossequio
.
Ma
s
'
inganna
,
signorina
.
Se
sapesse
che
peggior
effetto
fa
una
parola
brutta
sur
una
bocca
bella
,
e
com
'
è
più
ridicola
la
sgrammaticatura
detta
con
un
sorriso
vanitoso
!
E
se
sentisse
con
che
barbara
compiacenza
le
belle
amiche
commentano
e
portano
in
giro
il
piccolo
sproposito
dell
'
amica
bella
!
Andiamo
,
mi
confessi
che
ha
torto
,
e
mi
conforti
anche
lei
,
almeno
per
un
tratto
di
strada
,
della
sua
cara
compagnia
.
LA
LINGUA
E
L
'
AMOR
PROPRIO
.
Ritorno
a
te
,
giovinetto
.
Hai
visto
che
cosa
s
'
ha
da
rispondere
a
chi
dice
:
-
Che
importano
le
parole
?
-
A
quella
risposta
debbo
fare
un
'
aggiunta
,
che
ti
persuaderà
anche
meglio
della
necessità
di
studiare
la
lingua
.
In
tutti
i
paesi
del
mondo
sono
argomento
di
ridicolo
gli
errori
di
lingua
.
Non
è
qui
il
caso
di
cercare
da
quale
intima
sorgente
della
ragione
e
del
sentimento
questo
ridicolo
nasca
.
Si
ride
degli
errori
dei
bambini
,
piacevolmente
,
perché
nei
bambini
è
naturale
l
'
errore
;
si
ride
degli
errori
della
gente
del
popolo
,
con
un
senso
di
compatimento
,
perché
derivano
da
un
'
ignoranza
scusabile
;
si
ride
degli
spropositi
di
chi
appartiene
alle
classi
colte
,
facendone
le
beffe
,
perché
sono
effetto
d
'
un
'
ignoranza
colpevole
.
E
avrai
osservato
che
si
ride
involontariamente
,
spesso
a
nostro
malgrado
,
anche
degli
errori
delle
persone
che
amiamo
e
rispettiamo
.
È
quasi
un
istinto
irresistibile
,
come
al
veder
fare
certe
smorfie
a
chi
mangia
e
certi
traballoni
a
chi
cammina
.
Ora
,
com
'
è
naturale
in
tutti
questo
sentimento
,
è
anche
naturale
che
tutti
,
chi
più
,
chi
meno
,
si
vergognino
e
si
stizziscano
di
suscitarlo
.
Benchè
ancora
giovinetto
,
tu
avrai
visto
più
volte
anche
uomini
che
non
hanno
alcuna
pretensione
a
letterati
,
e
che
tollerano
ogni
specie
di
scherzi
,
risentirsi
al
veder
ridere
d
'
una
parola
o
d
'
una
frase
sbagliata
che
sia
loro
sfuggita
di
bocca
.
Esiste
veramente
nell
'
uomo
un
particolare
amor
proprio
,
che
si
potrebbe
definire
l
'
amor
proprio
della
parola
,
e
che
è
singolarmente
delicato
e
irritabile
.
Non
ti
lasciar
ingannare
da
chi
lo
nega
e
dice
di
ridersene
.
Che
cosa
importano
le
parole
?
Ma
l
'
importanza
loro
,
che
tanta
gente
finge
di
disconoscere
,
è
dimostrata
di
continuo
e
da
per
tutto
da
infiniti
segni
.
Domanda
a
quanti
bazzicano
caffè
e
trattorie
da
molti
anni
,
quante
volte
hanno
inteso
a
un
tavolino
accanto
,
anche
fra
gente
di
professioni
lontanissime
dalla
letteratura
,
discussioni
accanite
e
interminabili
sull
'
italianità
o
sul
significato
d
'
un
vocabolo
.
Vedi
nei
giornali
che
pubblicano
corrispondenze
dei
piccoli
comuni
,
quante
volte
i
corrispondenti
,
polemizzando
,
si
scherniscono
e
si
dànno
a
vicenda
dell
'
asino
per
uno
svarione
di
lingua
o
di
sintassi
.
Interroga
qualunque
scrittore
noto
,
che
non
abbia
reputazione
di
strapazzar
la
grammatica
,
e
ti
dirà
quante
lettere
di
sconosciuti
riceve
,
che
invocano
il
suo
giudizio
sulla
legittimità
d
'
una
voce
o
d
'
una
locuzione
,
sulla
quale
è
corsa
una
scommessa
.
Fatti
dire
da
maestri
e
da
professori
quante
lettere
ricevano
da
padri
e
da
madri
,
che
rivendicano
la
correttezza
d
'
una
parola
o
d
'
una
frase
segnata
come
errore
in
un
componimento
del
loro
figliuolo
,
ragionando
,
citando
esempi
e
accalorandosi
come
linguisti
offesi
nell
'
orgoglio
.
E
quanti
battibecchi
seguono
negli
uffici
di
tutte
le
amministrazioni
,
per
piccole
quistioni
di
lingua
,
fra
redattori
di
minute
risentiti
d
'
un
appunto
linguistico
e
superiori
feriti
nel
sentimento
della
propria
autorità
letteraria
!
E
in
quante
assemblee
un
discorso
per
ogni
verso
sensato
fallisce
allo
scopo
per
una
frase
sgrammaticata
che
fa
ridere
!
E
quanti
sono
gli
uomini
politici
,
anche
illustri
,
al
cui
nome
è
rimasto
appiccicato
per
tutta
la
vita
,
come
un
'
insegna
derisoria
,
uno
sproposito
di
lingua
,
sfuggito
loro
una
volta
più
per
sbadataggine
che
per
ignoranza
!
Vedi
se
importano
o
no
le
parole
,
e
per
l
'
effetto
che
producono
negli
altri
gli
errori
,
e
per
il
risentimento
e
le
amarezze
che
da
quegli
effetti
vengono
a
noi
,
e
se
sia
da
darsi
retta
a
chi
sconsiglia
i
giovani
dallo
studio
della
lingua
,
come
da
un
perditempo
.
E
puoi
farne
la
prova
tu
stesso
.
A
chiunque
ti
dica
che
studiar
la
lingua
è
tempo
perso
,
se
te
lo
dice
in
italiano
,
prova
a
dir
lì
per
lì
ch
'
egli
ha
fatto
un
errore
di
proprietà
o
di
grammatica
,
e
vedrai
che
salta
su
,
smentendo
subito
sé
stesso
,
e
ti
rimbecca
:
-
Come
?
Vuoi
fare
il
maestro
a
me
?
...
Ma
studia
prima
la
lingua
!
E
qui
,
supponendo
che
tu
sia
oramai
arcipersuaso
,
chiudo
la
triplice
prefazione
,
e
mi
metto
in
cammino
.
DEL
PARLARE
.
Le
miserie
della
loquela
.
La
prima
cosa
che
ti
devi
proporre
,
mettendoti
a
studiare
la
lingua
,
è
d
'
imparare
a
parlarla
correttamente
e
facilmente
.
A
darti
fermezza
in
questo
proposito
gioverà
più
che
altro
la
consuetudine
,
che
tu
devi
prendere
,
d
'
osservare
la
scorrettezza
,
la
rozzezza
,
lo
stento
,
le
infinite
miserie
e
ridicolaggini
del
modo
di
parlare
dei
più
,
non
già
nelle
classi
sociali
inferiori
,
ma
in
quella
medesima
a
cui
tu
appartieni
.
Troverai
molti
che
,
parlando
italiano
,
perdono
ogni
vivacità
dello
spirito
,
come
se
cambiassero
natura
;
che
ti
fanno
sospirar
mezzo
minuto
ogni
parola
,
come
avari
a
cui
ogni
parola
costasse
uno
scudo
,
e
par
che
le
posino
l
'
una
dopo
l
'
altra
con
gran
riguardo
come
oggetti
fragili
e
preziosi
;
che
per
raccontar
la
cosa
più
semplice
e
più
futile
fanno
una
lunga
e
lenta
tiritera
,
che
metterebbe
alla
prova
la
pazienza
d
'
un
santo
.
Conoscerai
altri
che
,
per
parlar
corretto
,
si
rifanno
ogni
momento
indietro
a
rettificar
una
parola
o
a
correggere
una
frase
,
ti
presentano
due
volte
un
periodo
,
prima
in
brutta
copia
e
poi
messo
a
pulito
,
ti
fanno
assistere
a
tutta
la
faticosa
fabbricazione
del
proprio
discorso
,
pezzo
per
pezzo
e
giuntura
per
giuntura
,
e
quando
credi
che
l
'
abbian
finito
,
v
'
aggiungono
ancora
qualche
commento
e
gli
dànno
qualche
ritocco
;
dopo
di
che
,
affaticati
dal
lavoro
fatto
,
non
hanno
più
capo
ad
ascoltare
la
tua
risposta
.
Sentirai
parecchi
,
che
metton
fuori
ogni
tanto
una
parola
o
una
frase
francese
,
o
del
dialetto
,
o
del
loro
gergo
professionale
,
con
l
'
aria
di
non
avvedersene
,
o
di
dirla
per
dar
varietà
capricciosa
o
colorito
comico
al
discorso
;
ma
in
realtà
perché
non
sanno
l
'
espressione
corrispondente
italiana
;
e
screziano
così
il
loro
italiano
per
modo
,
che
non
si
sa
ben
dire
che
lingua
parlino
,
e
par
di
sentire
di
quei
sonatori
ambulanti
che
suonano
tre
strumenti
,
tutti
e
tre
malamente
,
in
una
volta
sola
.
Udirai
certi
tali
,
che
cercano
di
nascondere
gli
spropositi
come
i
prestigiatori
fanno
sparire
le
pallottole
,
assordandoti
con
un
precipizio
di
parole
;
che
per
distrarre
la
tua
attenzione
dalla
loro
grammatica
alzano
la
voce
o
dànno
in
risate
fuor
di
proposito
,
e
si
mangiano
a
mezzo
le
forme
verbali
di
cui
non
sono
sicuri
,
e
confondono
le
frasi
dubbie
con
l
'
accompagnamento
d
'
una
specie
di
rantolo
catarrale
,
somigliante
al
rugliare
che
fanno
i
cani
tra
l
'
uno
e
l
'
altro
latrato
.
Ma
chi
può
dire
tutte
le
industrie
puerili
e
ridicole
a
cui
si
ricorre
per
salvare
il
decoro
nella
disperata
lotta
con
la
lingua
italiana
?
Gli
uni
si
riducono
a
parlare
più
coi
gesti
e
con
gli
ammicchi
che
con
le
parole
;
gli
altri
vanno
avanti
a
furia
d
'
intercalari
e
di
luoghi
comuni
,
coi
quali
coprono
tutti
gli
sbrani
e
tappano
tutti
i
buchi
del
discorso
;
questi
,
per
prender
tempo
a
cercare
il
vocabolo
,
sciorinano
dei
ma
che
non
hanno
più
fine
,
o
piantano
dei
però
enormi
,
su
cui
s
'
appoggiano
come
sopra
un
bastone
;
quelli
,
per
poter
raccogliere
il
periodo
che
scappa
da
tutte
le
parti
,
fanno
lunghe
pause
,
anche
nel
dire
una
bazzecola
,
fingendo
un
lavorìo
profondo
del
pensiero
,
o
una
distrazione
improvvisa
,
o
una
svogliatezza
di
gente
annoiata
,
che
dica
tanto
per
dire
,
senza
badare
a
quello
che
dice
.
Quante
arti
,
quante
fatiche
e
figure
ridicole
per
iscansare
il
ridicolo
di
non
saper
parlare
la
propria
lingua
!
Ma
per
compier
la
mostra
bisogna
ricordare
anche
quelli
che
non
parlano
;
quelli
che
nelle
compagnie
dove
si
parla
italiano
non
vanno
,
o
ci
vanno
come
a
un
castigo
,
e
ci
stanno
come
sulle
spine
,
senza
rifiatare
,
o
parlando
il
meno
possibile
,
anche
con
danno
proprio
,
e
a
costo
di
parere
imbronciati
o
villani
;
quelli
che
,
per
la
stessa
ragione
,
pigliano
in
uggia
i
conoscenti
,
e
anche
gli
amici
italianeggianti
,
e
da
questi
si
fanno
prendere
in
uggia
alla
volta
loro
,
burlandoli
come
d
'
una
ostentazione
di
saccenti
e
d
'
aristocratici
;
quelli
che
vanno
più
oltre
,
che
non
nascondono
la
propria
antipatia
,
dandole
un
altro
colore
,
verso
tutti
quegli
italiani
d
'
altre
regioni
,
coi
quali
,
per
farsi
intendere
,
dovendo
trattar
con
loro
per
forza
,
sono
costretti
a
parlare
italiano
.
E
c
'
è
ancora
la
famiglia
numerosissima
degli
screanzati
incorreggibili
,
che
in
qualunque
compagnia
si
trovino
,
pure
sapendo
di
non
esser
capiti
,
s
'
ostinano
sfacciatamente
a
parlare
il
proprio
dialetto
,
a
sventolare
la
bandiera
della
propria
ignoranza
,
sulla
quale
hanno
scritto
:
-
Chi
mi
capisce
,
bene
;
chi
non
mi
capisce
,
s
'
accomodi
-
;
somiglianti
a
quegli
ubbriachi
allucinati
,
che
tiran
via
a
ragionar
coi
pilastri
.
Ma
c
'
è
nella
gran
famiglia
dei
poveri
della
parola
un
personaggio
,
che
tu
devi
conoscere
più
intimamente
degli
altri
,
perché
rappresenta
una
tendenza
pericolosa
e
comunissima
,
dalla
quale
più
che
da
ogni
altra
ti
hai
da
guardare
.
Egli
sarà
il
primo
d
'
una
serie
di
personaggi
singolari
,
che
io
conobbi
,
e
che
ti
farò
conoscere
man
mano
,
per
ammaestramento
e
per
ricreazione
,
nel
corso
del
viaggio
che
faremo
insieme
.
Ti
presento
per
il
primo
il
signor
Coso
.
IL
SIGNOR
COSO
.
Le
sue
qualità
più
notevoli
erano
un
profondo
disprezzo
per
l
'
arte
della
parola
e
un
grande
amore
per
la
pesca
con
l
'
amo
;
il
quale
amore
derivava
in
parte
da
quel
disprezzo
,
perché
diceva
egli
stesso
che
spessissimo
andava
a
pescare
non
per
altro
che
per
isfuggire
alla
noia
di
barattar
del
fiato
col
prossimo
.
Quando
lo
conobbi
non
era
più
giovane
;
ma
anche
da
giovane
dicevano
i
suoi
vecchi
amici
che
era
sempre
stato
restìo
al
parlare
come
un
tirchio
allo
spendere
.
Non
che
fosse
propriamente
taciturno
:
alle
conversazioni
degli
amici
prendeva
parte
;
ma
accennava
ogni
suo
pensiero
con
poche
sillabe
,
in
modo
informe
,
e
masticava
il
resto
con
voci
inarticolate
,
e
con
un
atto
del
capo
e
un
cenno
trascurato
della
mano
invitava
l
'
uditore
a
fare
in
vece
sua
il
molesto
lavoro
di
compiere
l
'
espressione
dell
'
idea
ch
'
egli
aveva
abbozzata
.
Con
un
come
si
dice
?
si
liberava
dalla
seccatura
di
dir
la
cosa
;
lasciava
a
mezzo
ogni
periodo
con
un
insomma
,
tu
capisci
;
e
con
la
parola
coso
faceva
di
meno
di
mille
vocaboli
.
Per
questo
gli
avevan
dato
il
soprannome
di
Coso
.
-
"
Sai
,
questa
mattina
ho
veduto
coso
,
laggiù
....
Dice
che
per
quell
'
affare
....
tu
sai
....
niente
;
salvo
il
caso
....
ma
neanche
nel
caso
....
Tu
m
'
intendi
-
"
.
Era
questa
la
forma
tipica
del
suo
discorso
.
-
Tu
sai
....
coso
-
diceva
d
'
un
amico
ammalato
,
e
non
si
curava
neppure
di
dir
che
era
morto
:
indicava
con
un
gesto
che
se
n
'
era
andato
.
Fu
lui
che
annunziò
agli
amici
l
'
elezione
del
nuovo
Papa
,
il
cardinale
Pecci
.
-
Eletto
-
disse
.
-
Chi
hanno
eletto
?
-
Coso
-
rispose
;
e
non
pronunziò
il
nome
che
alla
seconda
domanda
.
Era
in
parte
affettazione
,
come
si
dice
che
usasse
fra
certi
nobili
francesi
del
secondo
Impero
;
ma
era
più
che
altro
una
grande
pigrizia
,
venuta
a
poco
a
poco
a
tal
segno
,
che
gli
dava
molestia
anche
il
parlare
degli
altri
.
Quando
sentiva
un
amico
esprimere
,
discutendo
,
il
proprio
pensiero
con
un
periodo
filato
e
lunghetto
,
lo
guardava
con
l
'
aria
di
deriderlo
per
quella
fatica
inutile
ch
'
egli
faceva
,
come
avrebbe
guardato
uno
che
si
stroncasse
a
sollevare
un
baule
per
la
curiosità
di
saper
quanto
pesa
.
Quando
il
racconto
di
qualcuno
si
prolungava
oltre
un
minuto
,
non
faceva
complimenti
:
chiudeva
gli
occhi
e
fingeva
di
dormire
.
Dal
tempo
che
andava
a
scuola
,
dove
a
nessun
professore
era
mai
riuscito
di
cavargli
più
di
quindici
righe
su
qualunque
soggetto
di
componimento
,
egli
era
venuto
restringendo
sempre
più
il
suo
linguaggio
,
nel
quale
ai
vocaboli
si
sostituivano
i
gesti
,
e
alla
pronunzia
scolpita
un
barbugliamento
d
'
addormentato
.
Egli
aveva
un
gesto
per
dire
:
-
Non
ti
fidar
del
tale
:
è
un
briccone
;
-
un
gesto
per
annunziare
che
una
commedia
aveva
fatto
fiasco
,
che
un
certo
affare
non
premeva
,
che
d
'
un
altro
affare
non
si
voleva
impicciare
;
e
tutte
le
gradazioni
dello
stupore
,
della
maraviglia
,
del
dispiacere
esprimeva
con
una
sola
esclamazione
,
diversamente
intonata
:
-
Oh
diavolo
!
-
E
s
'
aveva
un
bel
burlarlo
di
questa
sua
stranezza
:
egli
scrollava
le
spalle
e
rispondeva
:
-
Chiacchieroni
!
-
Una
volta
sola
,
ch
'
io
mi
ricordi
,
egli
fece
il
miracolo
di
esprimere
senza
reticenze
,
benchè
in
forma
laconica
,
un
suo
pensiero
filosofico
,
per
dar
ragione
della
sua
maniera
di
parlare
.
Udendo
ripetere
una
sentenza
del
Michelet
:
-
Nous
mangeons
immensément
trop
;
-
da
che
derivano
alla
società
,
secondo
lo
scrittore
francese
,
infiniti
mali
,
egli
disse
che
a
quella
si
doveva
sostituire
un
'
altra
sentenza
:
-
Noi
parliamo
troppo
-
poichè
di
quasi
tutti
i
nostri
guai
la
vera
cagione
era
questa
.
Ma
non
si
può
credere
fino
a
che
punto
arrivasse
nel
far
economia
di
sillabe
:
fino
a
non
farsi
capire
dal
fiaccheraio
,
al
quale
,
invece
di
:
-
Alla
Stazione
di
Porta
Nuova
-
diceva
:
-
Alla
Nuova
-
;
fino
a
non
pronunziar
mai
che
una
delle
due
parole
di
cui
si
componesse
il
titolo
del
giornale
,
ch
'
egli
chiedeva
al
rivenditore
;
fino
a
bandire
dal
suo
vocabolario
tutti
i
superlativi
e
gli
avverbi
lunghi
;
tanto
che
a
sentirgli
dire
un
giorno
:
irremissibilmente
e
un
'
altra
volta
:
mortificatissimo
,
lo
guardammo
tutti
stupiti
.
Da
ultimo
,
poi
,
avendo
inteso
da
un
amico
toscano
un
verbo
non
prima
conosciuto
:
cosare
,
se
n
'
era
impadronito
con
la
gioia
d
'
un
matematico
che
scopre
una
nuova
formola
algebrica
,
e
con
quello
s
'
alleggeriva
anche
più
la
fatica
ingrata
del
parlare
.
Non
diceva
più
al
cameriere
della
trattoria
che
levasse
l
'
olio
dal
fiasco
;
ma
:
-
Cosami
quel
fiasco
-
,
e
così
,
cosare
un
plico
,
per
mettervi
il
suggello
,
e
a
un
amico
,
indicandogli
un
uscio
fresco
di
vernice
:
-
Bada
,
che
ti
cosi
l
'
abito
.
-
Se
avesse
trovato
nella
lingua
altre
dieci
parole
come
cosa
e
cosare
,
non
gli
sarebbe
occorso
altro
vocabolario
,
e
ne
avrebbe
avuto
d
'
avanzo
.
Poichè
pensiero
e
parola
nascono
nella
mente
gemelli
,
chi
si
disavvezza
dall
'
esprimere
il
proprio
pensiero
,
si
disavvezza
a
poco
a
poco
anche
dal
pensare
.
Questo
era
seguìto
a
lui
:
le
facoltà
di
pensare
e
di
parlare
gli
s
'
erano
arrugginite
ad
un
tempo
.
Egli
pensava
a
pensieri
indeterminati
,
monchi
e
sconnessi
come
il
suo
linguaggio
,
e
dall
'
inerzia
del
cervello
gli
era
venuta
una
grande
indifferenza
per
ogni
cosa
.
È
questo
l
'
ultimo
e
peggior
danno
nel
quale
incorrono
tutti
coloro
che
per
pigrizia
rifuggono
usualmente
dalla
fatica
di
tradurre
il
proprio
pensiero
in
parole
.
Negli
ultimi
suoi
anni
Coso
non
leggeva
nemmeno
più
i
giornali
:
si
contentava
di
raccoglier
le
notizie
politiche
al
caffè
o
per
la
strada
,
e
quando
gliele
davano
con
troppi
particolari
,
tagliava
la
parola
in
bocca
all
'
amico
,
dicendogli
:
-
Insomma
,
hanno
cosato
il
bilancio
-
oppure
:
-
alle
corte
,
avremo
un
ministero
Coso
-
,
e
aggiungeva
un
gesto
che
significava
:
-
Basta
,
basta
;
ho
capito
;
oh
che
fastidio
!
Coso
abbandonò
questa
valle
di
lacrime
e
di
parole
una
diecina
d
'
anni
fa
,
in
una
città
dell
'
Italia
meridionale
,
dove
era
andato
per
ragion
d
'
impiego
.
E
tal
morì
qual
visse
,
se
è
vero
quanto
si
riseppe
da
un
suo
nipote
,
che
l
'
assistette
negli
ultimi
giorni
:
un
capo
armonico
,
a
dir
la
verità
,
che
potrebbe
aver
inventato
una
fiaba
.
Io
la
ripeto
com
'
egli
la
disse
,
affermandoci
che
non
ci
metteva
nulla
di
suo
.
Presentendo
la
propria
fine
,
il
buon
Coso
,
che
aveva
avuto
sempre
religione
,
fece
chiamare
il
prete
.
A
un
certo
punto
il
nipote
,
che
stava
all
'
uscio
,
sentì
il
prete
dire
con
voce
grave
,
in
cui
la
pietà
velava
il
rimprovero
:
-
No
,
caro
signore
,
io
non
posso
acconsentire
a
una
domanda
fatta
in
codesto
modo
.
Il
malato
gli
aveva
espresso
il
suo
desiderio
con
la
sua
parola
solita
:
il
coso
.
Pensando
ch
'
egli
volesse
qualche
oggetto
,
un
ricordo
caro
di
famiglia
,
da
rivedere
l
'
ultima
volta
,
il
sacerdote
aveva
guardato
intorno
per
la
camera
.
Poi
,
da
un
atto
dell
'
infermo
avendo
compreso
,
s
'
era
risentito
.
Il
coso
era
il
Viatico
.
L
'
infermo
s
'
espresse
meglio
,
e
fu
contentato
.
Ma
per
poco
il
suo
malaugurato
vezzo
di
cosare
non
gli
costò
la
salute
dell
'
anima
.
Certo
quelli
che
si
lasciano
andare
fino
a
un
tal
segno
son
rari
.
Ma
quanti
non
sono
quelli
che
parlano
presso
a
poco
al
modo
di
Coso
;
che
,
per
infingardaggine
intellettuale
o
per
disprezzo
dell
'
arte
volgare
del
discorso
,
non
dànno
del
proprio
pensiero
che
briciole
e
sgoccioli
,
non
mettono
nella
conversazione
che
la
materia
bruta
del
loro
concetto
,
lasciando
agli
altri
la
cura
di
lavorarla
,
come
una
faccenda
indegna
di
loro
?
Il
mondo
n
'
è
pieno
.
Ma
se
l
'
uomo
si
può
definire
"
l
'
animale
parlante
"
,
codesti
non
sono
uomini
....
sono
cosi
.
TRA
LO
SCRIVERE
E
IL
PARLARE
C
'
È
DI
MEZZO
IL
MARE
.
Per
dimostrarti
che
a
parlar
bene
non
basta
studiar
la
lingua
,
ma
occorre
fare
uno
studio
e
un
esercizio
particolare
a
quel
fine
,
ti
racconto
un
aneddoto
.
Circa
trent
'
anni
fa
,
ebbi
una
sera
la
fortuna
di
desinare
con
una
brigata
di
milanesi
,
fra
i
quali
c
'
era
uno
scienziato
illustre
,
autore
d
'
un
libro
notissimo
di
scienza
popolare
,
che
è
una
delle
opere
più
eloquenti
e
meglio
scritte
della
letteratura
scientifica
d
'
Italia
.
Lo
scienziato
,
ch
'
era
un
uomo
d
'
indole
vivace
e
di
spirito
argutissimo
,
aveva
poche
sere
avanti
rallegrato
quella
stessa
compagnia
raccontando
in
dialetto
certi
episodi
comici
d
'
un
suo
recente
viaggio
nella
Scozia
;
e
il
suo
racconto
era
piaciuto
per
modo
,
che
anche
quella
sera
,
alle
frutte
,
tutti
i
commensali
vollero
che
lo
ripetesse
,
e
mi
dissero
parecchi
,
mentre
egli
si
disponeva
a
parlare
:
-
Sentirà
,
e
riderà
come
non
ha
mai
riso
.
-
L
'
illustre
uomo
incominciò
,
parlando
italiano
per
riguardo
al
nuovo
uditore
,
e
andò
un
pezzo
innanzi
nel
racconto
;
ma
l
'
uditorio
,
benchè
avesse
la
miglior
voglia
di
ridere
,
rimase
freddo
;
volevo
ridere
anch
'
io
,
ma
non
potevo
;
mi
sconcertava
il
disinganno
che
leggevo
sul
viso
degli
altri
;
i
quali
aspettavano
tutti
qualche
cosa
che
non
veniva
mai
,
e
parevano
stupiti
che
non
venisse
,
e
intenti
a
cercarne
dentro
di
sé
la
ragione
.
E
,
infatti
,
il
racconto
procedeva
male
;
lo
sforzo
che
faceva
il
parlatore
per
trovar
parole
e
frasi
comiche
,
che
poi
non
lo
appagavano
,
ratteneva
la
sua
vena
;
l
'
espressione
del
suo
viso
che
,
manifestando
quello
sforzo
,
discordava
dalla
comicità
del
discorso
,
ne
distruggeva
quasi
al
tutto
l
'
effetto
;
il
suo
gesto
stesso
riusciva
impacciato
come
il
suo
linguaggio
;
mancava
al
racconto
la
spontaneità
,
il
colorito
,
la
vita
.
A
un
certo
punto
egli
s
'
interruppe
,
facendo
un
atto
brusco
d
'
impazienza
,
ed
esclamò
ridendo
:
-
Oh
,
lasciatemi
un
po
'
parlare
il
mio
milanese
!
-
e
ripreso
in
milanese
il
discorso
,
tirò
via
col
vento
in
poppa
,
con
tutt
'
altro
viso
e
tutt
'
altro
accento
,
libero
,
arguto
,
amenissimo
,
accompagnato
fino
alla
fine
dall
'
ilarità
unanime
e
sonora
degli
ascoltatori
.
Mille
casi
consimili
vedrai
tu
pure
nella
vita
,
perché
migliaia
d
'
italiani
colti
,
e
che
scrivono
bene
,
si
ritrovano
,
parlando
italiano
,
nello
stesso
impaccio
nel
quale
si
trovò
lo
scienziato
milanese
.
E
la
ragione
dell
'
impaccio
sta
in
ciò
:
che
fra
il
parlare
e
lo
scrivere
passa
la
stessa
differenza
che
fra
il
correre
ed
il
camminare
.
Come
,
se
non
è
esercitata
alla
corsa
,
anche
una
persona
ben
formata
,
e
che
ha
nel
camminare
un
portamento
sciolto
e
elegante
,
corre
senza
leggerezza
e
senza
grazia
e
rimane
senza
fiato
dopo
un
breve
tratto
,
così
ogni
italiano
,
che
parli
per
uso
il
suo
dialetto
,
pur
conoscendo
la
lingua
benissimo
,
se
a
parlarla
non
s
'
è
esercitato
con
particolare
studio
,
se
non
ha
acquistato
con
quest
'
esercizio
la
prontezza
intellettuale
e
l
'
agilità
meccanica
necessaria
al
parlar
bene
,
che
è
come
un
comporre
all
'
improvviso
,
non
troverà
lì
per
lì
le
parole
proprie
,
snaturerà
il
proprio
pensiero
,
parlerà
stentato
e
slavato
,
traballando
e
inciampando
a
ogni
passo
.
Vedi
dunque
quanto
importa
che
,
prima
d
'
ogni
cosa
,
tu
t
'
eserciti
a
ben
parlare
;
e
dico
:
prima
d
'
ogni
cosa
,
perché
è
un
esercizio
che
puoi
cominciare
utilmente
anche
prima
di
metterti
a
studiare
il
materiale
della
lingua
nel
modo
che
vedremo
poi
.
E
ora
t
'
accenno
i
preliminari
della
ginnastica
;
dopo
i
quali
passeremo
agli
attrezzi
.
PER
IMPARARE
A
PARLAR
BENE
.
Il
parlar
malamente
,
in
chi
più
o
meno
conosce
la
lingua
,
deriva
in
gran
parte
dalla
consuetudine
di
non
pensar
mai
un
momento
,
prima
di
aprir
la
bocca
,
al
modo
di
dire
il
meglio
che
si
può
quello
che
si
vuol
dire
.
E
tu
avvèzzati
a
pensarci
.
Dirai
:
-
Non
s
'
ha
sempre
tempo
.
-
Basterà
che
ci
pensi
tutte
le
volte
che
ci
hai
tempo
,
e
non
tarderai
a
ricavarne
un
profitto
maggiore
di
quello
che
t
'
immagini
,
perché
ti
riuscirà
di
dir
meglio
che
per
il
passato
anche
molte
di
quelle
cose
che
sarai
costretto
a
dire
all
'
improvviso
.
Si
parla
male
generalmente
anche
per
effetto
della
consuetudine
,
che
si
prende
per
pigrizia
,
di
lasciar
quasi
sempre
a
mezzo
l
'
espressione
del
proprio
pensiero
quando
si
vede
che
l
'
ha
capito
a
volo
la
persona
a
cui
si
parla
.
Questa
consuetudine
pigra
ci
rende
faticoso
e
difficile
l
'
esprimer
bene
tutti
quegli
altri
pensieri
,
dei
quali
,
perché
sian
compresi
,
dobbiamo
dare
l
'
espressione
compiuta
.
Ebbene
,
e
tu
abìtuati
,
parlando
,
ad
esprimere
sempre
tutto
il
tuo
pensiero
,
anche
quando
non
sia
necessario
,
come
faresti
se
lo
dovessi
mettere
sulla
carta
.
Fa
'
qualche
volta
,
mentalmente
,
quest
'
altro
esercizio
,
dopo
che
hai
fatto
o
veduto
qualche
cosa
,
o
sentito
una
commozione
,
o
ricevuto
un
'
impressione
qualsiasi
;
domanda
a
te
stesso
:
-
Come
direi
se
dovessi
raccontare
questo
fatto
,
o
descrivere
questa
cosa
,
od
esprimere
questa
commozione
?
-
e
pròvati
a
farlo
,
supponendo
di
parlare
a
una
persona
colta
,
con
la
quale
tu
non
abbia
famigliarità
,
e
di
cui
ti
prema
la
stima
e
la
simpatia
.
Studia
in
special
modo
di
dir
bene
tutte
quelle
piccole
cose
che
occorre
dire
ogni
giorno
,
e
anche
più
volte
il
giorno
;
ti
riuscirà
facile
trovarle
e
fissartele
in
mente
,
poichè
sono
,
per
così
dire
,
i
luoghi
comuni
della
vita
quotidiana
e
del
linguaggio
di
ciascuno
;
e
quando
ti
sarai
avvezzato
a
dirle
facilmente
e
correttamente
,
riconoscerai
,
dal
vantaggio
acquistato
,
maggiore
della
tua
aspettazione
,
che
nel
dir
male
quelle
piccole
cose
,
benchè
non
sian
molte
e
sian
semplici
,
consiste
principalmente
il
parlar
male
di
quasi
tutti
.
Bada
anche
a
questo
.
Una
delle
nostre
miserie
,
parlando
,
è
l
'
incertezza
che
ci
arresta
nel
designare
certi
oggetti
,
atti
,
fatti
,
sentimenti
,
per
i
quali
sono
usati
comunemente
due
o
tre
vocaboli
di
senso
affine
,
ma
di
cui
è
proprio
uno
solo
;
poichè
,
nell
'
atto
che
c
'
indugiamo
a
scegliere
,
perdiamo
il
concetto
della
frase
o
del
periodo
,
che
poi
ci
riescono
alla
peggio
.
Se
nel
dir
la
cosa
più
semplice
,
come
,
per
esempio
,
che
siamo
andati
a
cercare
un
tale
a
casa
,
che
abbiamo
salito
quattro
branche
di
scale
,
e
dopo
aver
picchiato
all
'
uscio
,
sentito
abbaiare
un
cagnolino
,
e
una
voce
domandar
:
-
chi
è
?
-
mentre
scorreva
il
paletto
-
se
dubitiamo
un
momento
fra
branche
e
rami
,
fra
picchiato
e
battuto
,
fra
uscio
e
porta
,
sentito
e
udito
,
abbaiare
e
latrare
,
domandare
e
chiedere
,
paletto
e
chiavistello
,
è
facile
che
facciamo
un
brutto
garbuglio
d
'
un
periodo
che
dovrebbe
correr
liscio
como
l
'
olio
.
Fìssati
dunque
in
mente
le
parole
proprie
che
in
tutti
quei
casi
dubbi
,
frequentissimi
,
sono
da
usarsi
,
in
modo
che
sian
sempre
le
prime
a
venirti
sulle
labbra
,
e
avrai
fatto
con
questo
un
gran
passo
innanzi
sulla
via
del
parlar
facile
e
corretto
ad
un
tempo
.
Un
altro
consiglio
.
Ti
accadrà
spesso
di
sentir
strapazzare
la
lingua
italiana
,
e
di
ridere
dentro
di
te
delle
parole
sbagliate
,
delle
frasi
barbare
e
dei
costrutti
sgrammaticati
del
cattivo
parlatore
.
È
bene
che
in
questi
casi
tu
t
'
eserciti
alla
critica
;
ma
se
vuoi
che
ti
giovi
,
non
dev
'
essere
puramente
negativa
:
non
basta
che
tu
noti
gli
errori
,
bisogna
che
tu
cerchi
e
fissi
nel
tuo
pensiero
le
parole
,
le
frasi
,
i
costrutti
corretti
corrispondenti
a
quelli
erronei
,
che
hai
osservati
;
perché
,
bada
bene
,
noi
burliamo
assai
spesso
gli
altri
di
errori
che
sfuggono
usualmente
a
noi
pure
,
e
la
prima
cagione
del
nostro
persistere
nel
parlar
male
è
appunto
la
consuetudine
del
criticare
senza
correggere
;
per
la
qual
cosa
non
ricaviamo
nessun
frutto
degli
errori
altrui
,
che
dovrebbero
farci
aprir
gli
occhi
sui
nostri
.
Ancora
un
'
avvertenza
.
Il
parlar
bene
richiede
un
esercizio
vivo
e
rapido
delle
facoltà
intellettuali
.
Vedi
che
l
'
uomo
acceso
da
una
passione
,
appunto
perché
ha
le
facoltà
eccitate
,
parla
quasi
sempre
meglio
che
ad
animo
riposato
e
a
mente
tranquilla
.
Conviene
perciò
,
quando
hai
qualche
cosa
da
dire
che
ti
prema
di
dir
bene
,
quando
hai
da
fare
un
racconto
,
per
esempio
,
o
una
descrizione
o
un
ragionamento
anche
breve
,
che
tu
ti
ci
metta
di
buona
voglia
e
con
vivo
impegno
.
Come
per
fare
uno
sforzo
fisico
dài
prima
quasi
una
scossa
alla
volontà
e
tendi
i
muscoli
e
i
nervi
,
così
,
nell
'
atto
di
parlare
,
tu
devi
cacciar
l
'
indolenza
e
dar
alla
mente
un
abbrivo
risoluto
.
Ma
non
ti
mettere
alla
corsa
;
va
'
adagio
per
ora
;
avvèzzati
a
parlare
pensando
,
a
frenarti
.
A
correre
senza
inciampare
imparerai
a
poco
a
poco
;
devi
prima
esercitarti
a
camminar
bene
.
E
bada
sempre
,
nel
parlare
,
al
viso
di
chi
t
'
ascolta
,
che
è
un
critico
muto
utilissimo
,
perché
d
'
ogni
parola
stonata
,
d
'
ogni
oscurità
,
d
'
ogni
lungaggine
ci
vedi
il
riflesso
,
sia
pure
in
barlume
,
in
un
'
espressione
di
stupore
,
o
canzonatoria
,
o
interrogativa
,
o
annoiata
,
o
impaziente
;
anche
se
gli
ascoltatori
sian
gente
che
,
facendo
lo
stesso
discorso
,
cadrebbe
negli
stessi
errori
tuoi
,
o
assai
peggio
;
poichè
la
facoltà
critica
è
in
tutti
di
gran
lunga
più
acuta
e
più
attiva
quando
s
'
esercita
sugli
altri
che
quando
lavora
sul
suo
.
In
questo
studio
del
parlare
potrai
avvantaggiarti
molto
e
presto
se
in
casa
tua
c
'
è
la
buona
consuetudine
di
parlare
italiano
.
Se
non
c
'
è
,
tu
devi
fare
il
possibile
,
rispettosamente
,
per
farcela
entrare
.
Ma
....
Quello
che
dovrei
dirti
dopo
questo
ma
lo
troverai
nella
lettera
seguente
;
della
quale
ho
ritrovato
la
minuta
sotto
un
monte
di
vecchi
manoscritti
.
LA
LINGUA
ITALIANA
IN
FAMIGLIA
.
Cara
cugina
,
Ringrazio
te
,
tuo
marito
e
i
tuoi
figliuoli
grandi
e
piccoli
dell
'
allegra
giornata
che
mi
faceste
passare
in
casa
vostra
,
e
mantengo
la
promessa
,
che
ti
feci
nell
'
accomiatarmi
,
di
rispondere
per
iscritto
alle
tue
domande
:
-
Ho
fatto
bene
a
metter
l
'
uso
della
lingua
italiana
in
famiglia
?
Ti
pare
che
i
ragazzi
ne
facciano
profitto
?
Risponderei
di
sì
,
con
gran
piacere
,
alla
prima
domanda
,
se
non
avessi
un
gran
dubbio
sulla
risposta
da
dare
alla
seconda
.
Osservai
in
casa
tua
che
l
'
uso
dell
'
italiano
in
famiglia
non
giova
gran
fatto
,
che
,
anzi
,
riesce
quasi
più
dannoso
che
utile
,
se
non
è
accompagnato
dalla
cura
continua
di
parlar
bene
,
se
non
è
vigilato
,
illuminato
,
corretto
assiduamente
dal
padre
e
dalla
madre
,
se
non
si
riduce
,
in
somma
,
a
essere
uno
studio
costante
di
tutti
.
Osservai
nella
tua
famiglia
,
come
già
in
altre
,
che
i
ragazzi
si
sono
avvezzati
a
parlar
l
'
italiano
con
troppa
disinvoltura
.
Sono
belle
cose
nel
parlare
la
vivacità
,
la
scioltezza
,
la
sicurezza
di
sé
;
ma
solo
quando
non
derivino
dal
disprezzo
della
grammatica
e
dall
'
inconsapevolezza
dello
sproposito
.
Ora
,
lascia
che
te
lo
dica
,
i
tuoi
figliuoli
parlano
con
facilità
ammirabile
un
italiano
compassionevole
,
d
'
un
tessuto
tutto
piemontese
,
ricamato
d
'
ogni
specie
d
'
idiotismi
e
di
modi
di
conio
gallico
,
e
in
tutto
il
tempo
che
stetti
con
voi
non
gl
'
intesi
correggere
,
né
da
te
né
da
tuo
marito
,
neanche
una
volta
.
In
casa
vostra
,
per
quello
che
riguarda
la
lingua
,
regna
la
più
scapigliata
anarchia
.
Girando
per
le
stanze
,
feci
ai
tuoi
figliuoli
molte
domande
,
e
sentii
che
a
quasi
tutte
le
cose
dànno
il
nome
dialettale
o
francese
:
chiamano
tiretto
il
cassetto
,
robinetto
la
chiavetta
,
comò
il
cassettone
,
sopanta
il
palco
morto
.
A
tavola
,
in
quella
discussione
che
fecero
fra
di
loro
intorno
ai
propri
insegnanti
,
e
in
cui
parlarono
,
a
dire
il
vero
,
con
molto
brio
e
con
molta
arguzia
,
intesi
dire
dall
'
uno
:
-
mi
sono
sbagliato
,
-
dall
'
altro
:
-
niente
del
tutto
,
-
da
questo
:
-
gli
ho
fatto
un
bacio
,
da
quello
:
-
Mio
professore
di
aritmetica
,
-
da
più
d
'
uno
:
-
Che
s
'
immagini
!
-
e
:
-
Mai
più
!
-
per
:
nemmen
per
sogno
;
da
tutti
,
e
parecchie
volte
,
vizio
per
vezzo
o
consuetudine
(
pover
'
a
noi
,
se
anche
il
carezzarsi
la
barba
fosse
un
vizio
!
)
e
chiamare
(
Dio
di
misericordia
!
)
per
domandare
.
Parlai
di
mode
con
la
tua
Eleonora
,
e
trovai
che
ha
preso
da
te
tutta
quanta
la
terminologia
francese
che
tu
hai
presa
dalla
tua
sarta
,
e
discorrendo
con
Alberto
dei
suoi
prossimi
esami
raccolsi
dalla
sua
bocca
non
so
quante
parole
e
frasi
del
nefando
linguaggio
burocratico
che
tuo
marito
porta
a
casa
dall
'
ufficio
.
In
verità
,
s
'
io
avessi
ceduto
alla
tentazione
,
udendo
parlare
italiano
a
quel
modo
,
avrei
fatto
alla
tua
cara
prole
una
continua
distribuzione
di
biscottini
e
di
pacche
.
E
quello
che
faceva
più
forte
la
tentazione
era
il
vedere
che
straziavano
così
ferocemente
la
lingua
con
una
faccia
fresca
da
innamorare
,
senz
'
essere
arrestati
mai
dal
minimo
dubbio
,
senza
dar
mai
segno
di
sentire
le
proprie
stonature
,
tirando
via
con
una
speditezza
e
con
un
tono
,
che
uno
straniero
non
pratico
della
nostra
lingua
,
a
sentirli
,
li
avrebbe
presi
per
toscani
pretti
sputati
,
e
di
quelli
che
hanno
la
parola
più
pronta
e
sicura
.
Ah
no
,
cara
cugina
.
Codesta
non
è
una
scuola
di
conversazione
italiana
;
ma
una
baldoria
linguistica
,
dove
si
fa
del
vocabolario
e
della
grammatica
quello
che
in
certe
baldorie
bacchiche
si
fa
delle
stoviglie
e
del
Galateo
.
A
una
scuola
così
fatta
mi
par
quasi
preferibile
l
'
uso
del
dialetto
,
col
quale
i
tuoi
figliuoli
,
se
non
altro
,
non
contrarrebbero
abitudini
viziose
,
che
è
un
danno
grandissimo
,
poichè
i
barbarismi
,
gl
'
idiotismi
,
le
frasi
errate
che
il
ragazzo
s
'
avvezza
a
dire
in
famiglia
,
dove
si
parli
italiano
a
vanvera
,
gli
si
attaccano
alla
lingua
per
modo
che
gli
riesce
poi
difficile
liberarsene
anche
da
uomo
.
Dicono
che
Napoleone
primo
abbia
detto
per
tutta
la
vita
section
per
session
,
rentes
voyagères
per
rentes
viagères
,
point
fulminant
per
point
culminant
,
e
altri
spropositi
,
per
essersi
avvezzato
da
ragazzo
a
pronunziare
in
quel
modo
quelle
parole
,
che
in
casa
sua
si
pronunziavano
male
.
In
certe
famiglie
,
come
tutti
usano
certi
intercalari
e
hanno
un
certo
modo
di
gestire
,
così
dicono
tutti
gli
stessi
spropositi
.
Io
ho
osservato
che
i
figliuoli
dei
padri
mal
parlanti
quasi
tutti
parlano
male
,
anche
se
sono
più
colti
dei
padri
.
Conosco
un
tale
che
disse
per
vent
'
anni
scavezzare
per
scavizzolare
,
traccheggiare
per
inseguire
e
vita
libertina
per
vita
libera
:
un
giorno
lo
chiarii
dei
tre
errori
,
ed
egli
mi
confessò
che
erano
un
'
eredità
di
famiglia
,
che
in
casa
sua
,
dove
s
'
era
sostituita
la
lingua
al
dialetto
,
egli
aveva
sempre
inteso
usar
quelle
parole
in
quel
senso
:
alle
correzioni
che
gli
erano
state
fatte
da
ragazzo
,
fuor
di
casa
,
non
aveva
badato
;
poi
nessuno
non
aveva
più
osato
di
correggerlo
,
per
timore
che
se
ne
vergognasse
,
e
così
era
andato
innanzi
fino
ai
cinquanta
,
perdendo
prima
il
pelo
che
il
vizio
.
Dunque
,
segui
il
mio
consiglio
:
o
ripigliate
il
dialetto
in
casa
,
o
mettetevi
d
'
accordo
,
tu
e
tuo
marito
,
per
frenare
la
licenza
linguistica
dei
vostri
rampolli
,
costituite
fra
voi
una
commissione
di
vigilanza
e
di
censura
,
che
non
lasci
passare
nessuno
sproposito
,
che
ristabilisca
nella
vostra
famiglia
,
filologicamente
anarchica
,
l
'
impero
della
legge
.
I
ragazzi
,
sulle
prime
,
s
'
impazientiranno
,
tenteranno
di
ribellarsi
;
ma
finiranno
con
riconoscere
la
ragione
,
e
parleranno
forse
con
minor
facondia
,
che
non
sarà
una
gran
disgrazia
,
ma
con
maggior
correttezza
,
che
sarà
una
gran
fortuna
;
e
ve
ne
saranno
grati
più
tardi
.
Intanto
,
ti
prego
di
dar
loro
qualche
avvertimento
,
in
forma
canzonatoria
,
che
è
la
più
efficace
.
Di
'
a
Eleonora
che
se
mi
racconterà
qualche
altra
disgrazia
arrivata
a
qualche
sua
amica
di
scuola
,
vorrò
sapere
una
buona
volta
di
dove
le
disgrazie
partono
e
con
che
treno
arrivano
,
per
potermi
regolare
.
Di
'
a
Enrico
che
me
ne
impipo
per
me
ne
rido
e
buggerìo
per
baccano
non
sono
parole
pulite
,
e
che
il
dire
che
un
ragazzo
di
sette
anni
è
più
vecchio
d
'
uno
di
cinque
,
è
ridicolo
.
A
Luigina
,
che
mi
disse
tre
volte
:
-
Ho
fatto
una
malattia
-
di
'
che
mi
son
dimenticato
di
domandarle
se
non
aveva
di
meglio
da
fare
quando
le
è
venuta
quella
brutta
idea
.
Avverti
Mario
che
il
dir
che
un
ufficiale
ha
tre
medaglie
sullo
stomaco
,
invece
di
sul
petto
,
è
come
dire
che
le
medaglie
gli
sono
indigeste
.
Dirai
anche
nell
'
orecchio
a
tuo
marito
che
il
verbo
consumare
,
in
italiano
,
è
transitivo
,
e
che
quindi
la
candela
consuma
è
un
piemontesismo
,
ch
'
egli
non
deve
tramandare
ai
suoi
discendenti
.
E
anche
a
te
un
'
osservazione
nell
'
orecchio
:
brutto
come
tutto
è
brutto
di
molto
.
Spero
d
'
averti
persuasa
.
E
scusa
la
franchezza
del
critico
poichè
vien
dall
'
affetto
del
cugino
.
Il
tuo
*
*
*
A
CIASCUNO
IL
SUO
.
(
A
UNA
SCHIERA
DI
RAGAZZI
DI
DIVERSE
REGIONI
D
'
ITALIA
)
.
Avete
riso
dei
piemontesismi
,
non
è
vero
?
E
non
ci
ho
a
ridire
.
Ma
non
ne
ridete
troppo
forte
,
vi
prego
,
perché
quello
che
dissi
della
famiglia
piemontese
,
dove
si
parla
un
italiano
piemontizzato
,
si
può
dire
a
un
di
presso
di
migliaia
di
famiglie
d
'
altre
regioni
,
badando
soltanto
a
sostituire
a
quelli
che
citai
altri
dialettismi
e
idiotismi
;
dei
quali
ciascuna
serie
vi
farebbe
rider
pure
tutti
quanti
,
fuori
che
uno
.
Volete
che
ne
facciamo
la
prova
?
Desiderate
ch
'
io
vi
persuada
con
gli
esempi
?
E
io
vi
contento
,
nel
miglior
modo
che
m
'
è
possibile
,
così
alla
lesta
.
E
comincio
da
te
,
piccolo
milanese
.
Ce
n
'
è
così
anche
a
Milano
di
famiglie
per
bene
,
nelle
quali
i
ragazzi
credon
mica
di
parlar
male
dicendo
porsi
giù
per
"
mettersi
a
letto
"
e
menar
su
per
"
condurre
in
prigione
"
e
su
e
giù
a
ogni
proposito
;
e
qui
dietro
per
"
qui
attorno
"
e
andar
addietro
a
fare
per
"
continuare
a
fare
"
e
aver
una
cosa
addietro
per
"
averla
con
sé
"
e
si
può
no
,
e
morir
via
,
e
mangiarsi
fuori
e
smaniarsi
,
e
che
bello
!
e
che
caro
!
e
con
più
ne
vuoi
,
più
te
ne
metto
.
Ti
basterà
questo
piccolo
saggio
,
m
'
immagino
.
A
noi
,
piccolo
veneziano
.
A
te
pure
,
quando
che
parli
italiano
,
vien
fatto
di
ficcare
il
che
da
per
tutto
,
e
non
sei
buono
da
liberartene
,
e
dici
:
non
so
cosa
che
voglia
dire
,
non
so
cosa
che
ci
vorrebbe
;
e
ti
scappa
detto
lasciarsi
tirar
giù
per
"
lasciarsi
indurre
"
e
incapricciarsi
in
una
cosa
,
e
non
s
'
indubiti
,
e
l
'
aspetta
un
momento
;
e
ti
sfugge
ben
sovente
scampare
per
"
scappare
"
e
balcone
per
"
finestra
"
e
altana
per
"
terrazza
"
e
sgabello
per
"
comodino
"
.
E
che
dire
del
tuo
in
fatti
che
usi
così
spesso
nel
senso
di
"
in
somma
"
,
mettendo
nella
frase
una
contraddizione
di
termini
che
mi
fa
spalancare
la
bocca
?
-
Sarà
un
capolavoro
,
come
tutti
dicono
;
ma
in
fatti
non
mi
piace
.
-
Hai
ragione
di
burlarti
degli
idiotismi
altrui
;
ma
in
fatti
ne
dici
tu
pure
.
Sono
da
lei
,
caro
bolognese
.
Pensava
ch
'
io
la
potessi
dimenticare
?
Mo
'
ci
pare
!
Venga
qua
,
s
'
accomodi
bene
.
Godo
di
trovarla
in
buona
salute
.
E
il
padre
suo
di
lei
?
E
la
ragazzola
?
E
quel
bazzurlone
di
suo
cugino
,
come
sta
?
Fa
sempre
l
'
ammazzato
con
la
signorina
del
terzo
piano
?
Ella
riconosce
certamente
che
anche
ai
bolognesi
ne
scappano
di
carine
,
che
è
frequentissimo
fra
di
loro
il
si
per
il
ci
,
e
il
faressimo
e
il
diressimo
e
il
questa
cosa
che
qui
e
che
lì
;
e
che
non
è
rarissimo
il
sentir
da
loro
,
anche
da
gente
colta
,
ghignoso
per
"
antipatico
"
,
gnola
per
"
seccatura
"
,
benzolino
per
"
panchetto
"
,
zucca
per
"
fiasco
"
,
chiarle
per
"
ciarle
"
.
E
,
mi
perdoni
,
intesi
anche
dire
qualche
volta
"
ubbriaco
patocco
"
per
ubbriaco
"
fradicio
"
.
Questa
è
patocca
!
Ma
ne
ride
ella
pure
,
e
tutti
contenti
.
E
tu
,
bel
garzonetto
genovese
,
non
ti
dar
l
'
aria
d
'
impeccabile
,
se
dunque
sciorino
anche
a
te
una
bella
lista
di
dialettismi
comici
che
raccolsi
a
casa
tua
....
e
in
casa
mia
.
Se
dunque
per
"
se
no
"
è
uno
dei
più
preziosi
,
non
lo
puoi
negare
.
Non
me
ne
capisco
per
"
non
me
n
'
intendo
"
non
è
men
peregrino
.
Scorrere
per
"
rincorrere
o
inseguire
"
è
un
'
altra
bella
perla
.
E
uomo
di
sua
obbligazione
per
"
uomo
che
sa
il
fatto
suo
"
è
poco
bello
?
Certo
,
tu
non
dirai
mai
mugugnare
,
frusciare
,
frugattare
,
camallare
,
dar
recatto
alla
casa
,
in
luogo
di
"
brontolare
,
infastidire
,
frugacchiare
,
portar
sulle
spalle
,
mettere
in
ordine
"
,
come
da
non
pochi
concittadini
tuoi
intesi
dire
.
Ma
sii
sincero
:
non
t
'
è
mai
scappato
angoscia
per
"
nausea
"
e
angoscioso
per
"
molesto
"
e
inversare
per
"
rovesciare
"
?
Non
ti
scappa
proprio
mai
bugatta
per
"
puppattola
"
,
rango
per
"
zoppo
"
,
marsina
per
"
giubba
"
?
Pensaci
un
po
'
,
figgio
cäo
....
Cittadino
romano
,
ti
saluto
,
e
mi
fo
lecito
di
dirti
,
rispettosamente
,
che
spesso
sento
dire
dai
tuoi
concittadini
:
ce
sto
,
me
dài
,
ve
prometto
,
te
parlo
,
se
dice
,
e
io
so
'
contento
,
e
il
tale
non
vo
'
venire
,
e
troncare
gl
'
infiniti
:
anda
'
,
sta
'
,
di
'
,
e
dire
andiedi
e
stiedi
,
e
li
fiori
e
li
cavalli
,
e
le
mela
e
le
pera
,
e
subito
che
per
"
poichè
"
e
al
contrario
per
"
d
'
altra
parte
"
e
apposta
per
"
appunto
per
questo
"
o
imbottatore
e
tiratore
e
spogliatore
e
lavatore
per
"
imbuto
,
cassetto
,
armadio
,
acquaio
"
:
una
quantità
d
'
ore
e
d
'
altri
idiotismi
d
'
altre
desinenze
,
che
si
volessi
citartene
mezzi
no
me
basterebbe
du
'
ora
.
Lascio
stare
il
magnassimo
e
il
bevessimo
per
l
'
indicativo
,
che
a
te
non
c
'
è
caso
che
sfugga
;
ma
chi
sa
quante
volte
tu
pure
,
parlando
italiano
,
esclami
:
-
Guarda
sì
che
bellezza
!
-
o
dici
che
hai
rifame
o
che
un
Tizio
t
'
ha
fatto
una
vassallata
o
che
non
sai
se
quanto
una
certa
cosa
ti
convenga
.
A
ciascuno
il
suo
.
Non
ti
stranire
,
figliolo
.
Partenopeo
carissimo
!
Conosco
un
bravo
avvocato
napolitano
,
che
tiene
due
cari
figlioli
,
i
quali
,
parlando
italiano
con
me
,
chiamano
qualche
volta
,
senz
'
avvertirsene
,
gradinata
la
scala
,
coppola
il
berretto
,
cartiera
la
cartella
,
borro
la
brutta
copia
,
spiega
la
traduzione
;
che
dicono
cacciar
l
'
orologio
per
"
tirarlo
fuori
"
,
abbiamo
rimasto
per
abbiamo
"
lasciato
"
l
'
ombrello
a
casa
,
nostro
padre
è
andato
a
parlare
una
causa
a
Salerno
,
voglio
essere
spiegato
,
esser
levata
questa
difficoltà
,
essere
aperto
il
portone
,
e
non
mi
fido
per
"
non
mi
sento
"
e
vado
trovando
per
"
vado
cercando
"
e
nel
contempo
per
"
nello
stesso
tempo
"
.
Stesso
il
padre
,
dispiaciuto
di
quel
modo
di
parlare
,
li
avverte
sovente
che
dicon
troppi
napolitanismi
;
ma
non
serve
:
lo
voglion
bene
,
ma
non
dànno
retta
a
lui
più
che
a
me
,
e
tiran
via
.
Non
ho
detto
per
canzonare
a
te
,
bada
bene
;
ma
vedi
un
po
'
se
dei
modi
citati
non
ne
scappa
qualcuno
a
te
pure
.
Potrebb
'
essere
.
Se
te
ne
scappa
,
sei
prevenito
;
colpisci
l
'
occasione
per
correggerti
,
e
stammi
buono
.
O
piccolo
abruzzese
,
e
tu
,
non
ancor
baffuto
figliolo
della
Calabria
,
non
vi
fate
corrivi
se
vi
dico
che
sfuggono
allo
spesso
dei
provincialismi
a
voi
pure
;
e
il
senso
lor
m
'
è
duro
,
potrei
aggiungere
.
Come
v
'
ho
da
intendere
quando
mi
dite
scolla
,
andito
,
versatoio
,
coppino
,
ceroggeno
,
raschio
,
quartino
,
pizzo
del
tavolino
per
"
cravatta
,
ponte
,
acquaio
,
cucchiaione
,
candela
,
sputo
,
quartiere
,
canto
del
tavolino
"
?
e
lento
per
"
magro
"
e
sofistico
per
"
discolo
"
e
fanatico
per
"
vanesio
"
?
Quando
vi
sento
di
parlare
in
quella
maniera
,
sospetto
che
vogliate
scherzarmi
,
e
non
tanto
mi
piace
.
E
vada
quando
vi
scappa
detto
che
vi
siete
imprestato
(
per
"
fatto
imprestare
"
)
un
vocabolario
,
che
avete
donato
gli
esami
,
fatto
maturare
un
compagno
permaloso
,
liberato
un
pugno
a
un
insolente
,
o
che
in
mezzo
al
vostro
giardino
ci
vorrebbe
piantato
un
bell
'
albero
,
o
che
vi
par
mill
'
anni
di
giungere
il
ferio
di
Natale
:
si
sorride
,
e
null
'
altro
.
Ma
che
si
possa
scoprire
un
canuto
nella
barba
d
'
un
uomo
,
è
incredibile
,
e
mettersi
un
calzone
solo
non
è
decente
,
e
sparare
gli
uccelli
alla
caccia
è
feroce
,
e
dire
:
-
Mio
fratello
ha
picchiato
,
vado
ad
aprirlo
-
è
orrendo
.
Vi
raccomando
a
porre
attenzione
a
questi
errori
;
e
perdonatemi
la
franchezza
,
perché
,
se
ve
n
'
avreste
per
male
,
ne
fossi
troppo
dolente
.
Son
da
te
,
caro
siciliano
.
Molte
volte
,
nel
tuo
bel
paese
,
un
ospite
gentile
mi
disse
sull
'
uscio
:
-
Entrasse
,
signore
,
s
'
accomodasse
;
mi
facesse
il
piacere
....
-
Lo
dici
qualche
volta
tu
pure
,
non
è
vero
?
E
accoppii
non
di
rado
il
condizionale
col
condizionale
:
se
avrei
tempo
,
v
'
andrei
,
o
:
se
avessi
tempo
,
v
'
andassi
;
dico
giusto
?
E
per
voi
è
fare
un
complimento
anche
il
regalare
un
orologio
d
'
oro
,
e
dite
spesso
buono
per
"
bello
"
e
bello
per
"
buono
"
e
più
meglio
e
più
peggio
,
e
insegnarsi
la
lezione
per
"
impararla
"
e
mi
scanto
per
"
mi
perito
"
e
accudire
per
"
rivolgersi
"
e
qualche
volta
la
prima
del
mese
,
e
questa
,
senz
'
altro
,
per
"
questa
città
"
e
anche
casa
palazzata
per
"
palazzo
"
.
Chiamate
bevanda
il
caffè
e
latte
,
come
se
non
beveste
altro
nell
'
isola
,
o
zuppa
ogni
minestra
,
e
galantuomo
ogni
signore
;
e
così
fosse
,
che
sotto
un
bel
sopratutto
e
dentro
una
camicia
arricamata
non
si
nascondesse
mai
una
birba
!
Te
n
'
ho
da
metter
fora
dell
'
altre
?
No
?
Queste
bastano
?
E
dunque
,
come
dice
il
tuo
Meli
,
dunca
ascuta
a
lu
patri
,
e
teni
accura
a
sti
pochi
e
sinceri
avvirtimenti
.
E
anche
a
te
,
bruno
Sardignolo
,
poichè
ti
vedo
ridendo
dei
sicilianismi
,
dirò
amorevolmente
il
fatto
tuo
,
quantunque
del
tuo
bel
dialetto
latineggiante
io
sia
un
po
'
innamorato
:
a
te
che
qualche
volta
,
parlando
italiano
,
alzi
le
scale
invece
di
salirle
,
e
culli
il
tuo
fratellino
per
dormirlo
,
e
non
pigli
caffè
perché
non
ti
prova
,
e
chiami
cotti
i
fichi
d
'
India
maturi
,
e
occhi
cattivi
gli
occhi
malati
;
a
te
che
parti
al
villaggio
,
e
torni
da
campagna
,
e
vai
al
braccetto
con
gli
amici
,
e
a
chi
ti
domanda
l
'
ora
alle
dodici
e
dieci
rispondi
che
è
assai
ora
che
è
sonato
mezzogiorno
,
e
a
chi
ti
rivolge
domande
indiscrete
dici
che
non
entri
il
naso
negli
affari
tuoi
,
e
se
non
la
smette
subito
,
che
finisca
da
una
volta
d
'
importunarti
.
Per
farla
corta
,
non
t
'
ho
citato
che
una
dozzina
d
'
esempi
;
mi
dispiace
d
'
esser
troppo
pochi
;
ma
te
ne
potrei
pienare
più
pagine
.
A
si
biri
,
piseddu
.
-
Come
?
A
me
pure
?
-
Sì
,
signorino
,
a
lei
pure
,
e
spero
che
me
lo
permetta
,
poichè
sa
che
le
voglio
un
gran
bene
.
Per
insegnar
la
lingua
ai
tuoi
fratelli
d
'
Italia
,
che
ti
riconoscono
maestro
dalla
nascita
,
devi
guardarti
anche
tu
dai
dialettismi
,
non
con
altrettanta
,
ma
con
maggior
cura
degli
altri
;
non
devi
lasciarti
sfuggir
mai
,
neppure
una
volta
l
'
anno
(
e
ti
sfuggono
non
di
rado
)
voi
dicevi
,
voi
facevi
,
voi
andavi
,
e
dichino
e
venghino
,
e
leggano
per
leggono
,
temano
per
temono
,
e
lo
stai
e
il
vai
imperativi
,
e
il
dove
tu
vai
?
e
il
che
tu
vuoi
?
e
nemmeno
sortire
per
uscire
,
e
bastare
per
durare
,
e
tornar
di
casa
per
"
andar
a
stare
"
in
un
luogo
dove
non
s
'
è
mai
stati
.
E
sebbene
Dante
abbia
detto
"
lascia
dir
le
genti
"
è
meglio
che
tu
non
dica
genti
in
quel
senso
per
non
farmi
pensare
che
tu
parli
di
tutti
i
popoli
della
terra
;
e
che
suoi
per
"
loro
"
abbia
esempi
classici
,
non
toglie
che
sia
più
corretto
il
far
concordare
l
'
aggettivo
col
sostantivo
;
e
m
'
ammetterai
che
a
dire
ignorante
per
"
maleducato
"
si
corre
pericolo
di
calunniare
dei
sapientoni
;
e
una
"
minestra
diaccia
"
se
vuoi
esser
giusto
,
non
s
'
è
mai
portata
in
tavola
da
che
mondo
è
mondo
.
A
rivederci
,
bocca
fortunata
,
e
porta
un
bacio
alla
torre
di
Giotto
.
E
ora
che
giustizia
è
fatta
,
tiriamo
innanzi
.
*
FQ
*
IL
MALANNO
DELL
'
AFFETTAZIONE
.
Vi
son
due
modi
di
parlar
male
:
la
sciatteria
e
l
'
affettazione
.
Ma
questo
è
peggior
di
quello
,
perché
chi
parla
sciatto
è
soltanto
ridicolo
,
e
chi
parla
affettato
è
ridicolo
e
insopportabile
.
Non
occorre
ch
'
io
ti
dica
che
cos
'
è
l
'
affettazione
.
Te
lo
dicono
i
modi
proverbiali
che
la
deridono
:
-
Star
sul
quinci
e
sul
quindi
.
-
Parlare
in
punta
di
forchetta
.
-
Parlar
come
un
libro
stampato
.
-
È
un
misto
di
pedanteria
e
di
leziosaggine
.
È
la
consuetudine
di
scegliere
fra
i
modi
della
lingua
i
meno
comunemente
usati
,
credendo
che
il
parlar
bene
consista
nel
parlar
diversamente
dagli
altri
;
è
il
servirsi
di
vocaboli
e
di
frasi
poetiche
,
anche
nei
discorsi
famigliari
,
per
dir
le
cose
più
usuali
e
più
semplici
;
è
l
'
usar
locuzioni
e
costrutti
del
bello
stile
letterario
,
per
isfoggio
di
cultura
e
d
'
eleganza
,
in
luogo
d
'
altre
locuzioni
e
d
'
altri
costrutti
alla
mano
,
che
si
sdegnano
come
volgari
,
e
che
paiono
volgari
per
la
sola
ragione
che
tutti
li
sanno
.
Hai
visto
mai
dei
bellimbusti
che
fanno
il
bocchino
e
par
che
sorridano
continuamente
alla
propria
immagine
,
o
tengon
la
bocca
sempre
aperta
per
mostrare
i
denti
bianchi
;
che
pigliano
atteggiamenti
d
'
Apolli
,
gestiscono
coi
gomiti
stretti
al
busto
e
camminano
in
punta
di
piedi
,
dondolandosi
come
le
anitre
e
guardando
intorno
con
gli
occhi
socchiusi
o
dilatati
o
languenti
!
Sono
caricature
buffe
e
antipatiche
,
non
è
vero
?
E
lo
stesso
effetto
producono
quelli
che
parlano
affettato
.
Ci
dispiacciono
perché
,
parlando
diversamente
da
noi
,
hanno
l
'
aria
di
dirci
che
noi
parliamo
male
e
che
dovremmo
parlare
come
loro
;
non
ci
paiono
sinceri
perché
la
sincerità
parla
semplicemente
,
ed
essi
parlano
con
artificio
;
e
non
li
possiamo
prender
sul
serio
perché
,
lambiccando
a
quel
modo
il
proprio
linguaggio
,
mostrano
di
dar
più
importanza
alle
parole
che
alle
cose
e
di
parlar
soltanto
per
farci
sentire
che
parlan
bene
.
Senti
un
po
'
.
Se
uno
t
'
annunzia
la
morte
d
'
un
suo
amico
dicendoti
:
-
Ieri
,
dopo
una
malattia
lunga
e
dolorosa
,
morì
il
tal
dei
tali
,
mio
carissimo
amico
;
morì
fra
le
mie
braccia
;
le
sue
ultime
parole
furono
per
raccomandarmi
i
suoi
poveri
bambini
,
che
stavano
accanto
al
letto
piangendo
-
,
tu
sei
preso
da
un
sentimento
di
pietà
.
Ma
se
ti
dice
invece
:
-
Ieri
,
dopo
un
lungo
e
fiero
morbo
,
mancò
ai
vivi
il
tal
de
'
tali
,
amico
mio
dilettissimo
;
spirò
sul
mio
seno
,
e
i
suoi
supremi
accenti
furono
per
commettere
alle
mie
cure
i
suoi
sventurati
pargoletti
,
che
stavano
all
'
origliere
lacrimando
;
-
tu
,
invece
di
commoverti
,
non
credi
al
suo
dolore
,
e
gli
dài
del
buffone
.
L
'
affettazione
falsa
l
'
espressione
d
'
ogni
affetto
,
spunta
l
'
arguzia
,
toglie
forza
alla
ragione
,
vela
la
verità
,
distorna
la
confidenza
,
getta
il
ridicolo
su
ogni
cosa
,
rende
uggiose
e
moleste
,
e
qualche
volta
anche
odiose
,
facendole
apparire
sotto
un
falso
aspetto
,
persone
dotate
di
eccellenti
qualità
d
'
animo
.
Ed
è
un
difetto
terribile
,
che
guai
a
chi
s
'
attacca
,
perché
diventa
in
lui
come
una
seconda
natura
,
della
quale
egli
perde
la
coscienza
,
e
non
se
ne
libera
più
per
la
vita
.
Ed
è
un
difetto
disgraziatissimo
,
che
il
mondo
deride
e
flagella
anche
nelle
persone
più
rispettabili
,
senza
tregua
e
senza
pietà
,
fino
alla
morte
.
*
In
quest
'
affettazione
eccessiva
e
ridicola
non
c
'
è
pericolo
che
tu
cada
.
Ma
ti
devi
guardare
anche
dall
'
ombra
dell
'
affettazione
,
anche
da
quel
difetto
,
nel
quale
quasi
tutti
cadiamo
,
di
usare
,
parlando
,
una
quantità
di
parole
e
di
locuzioni
non
proprie
del
linguaggio
parlato
;
fra
le
quali
e
le
proprie
,
che
non
ignoriamo
,
e
che
usiamo
anche
spesso
,
ci
siamo
avvezzati
a
non
far
differenza
.
Di
tali
parole
e
locuzioni
non
ti
posso
fare
un
elenco
compiuto
,
che
sarebbe
troppo
lungo
;
ma
ti
do
qualche
esempio
in
un
dialogo
nel
quale
un
Tizio
mi
racconta
una
sua
avventura
,
ed
io
faccio
il
pedante
della
naturalezza
sui
fiori
della
sua
letteratura
.
FRA
UN
PARLATORE
RICERCATO
E
UNO
CHE
PARLA
ALLA
BUONA
.
TIZIO
.
-
Giunto
che
fui
al
bivio
,
stetti
un
momento
in
forse
se
dovessi
volgere
a
destra
o
a
sinistra
.
IL
PEDANTE
.
-
Mi
permetta
.
Io
direi
:
arrivato
che
fui
al
bivio
,
stetti
un
momento
in
dubbio
se
dovessi
voltare
....
T
.
-
....
Se
dovessi
voltare
a
destra
o
a
sinistra
.
M
'
arrestai
,
attendendo
che
passasse
qualcuno
,
per
chiedergli
l
'
indicazione
che
mi
faceva
d
'
uopo
....
P
.
-
Mi
faceva
d
'
uopo
!
E
se
dicesse
semplicemente
:
che
m
'
occorreva
?
E
invece
di
"
attendendo
"
:
aspettando
?
E
domandargli
invece
di
"
chiedergli
?
"
T
.
-
Ma
,
non
scorgendo
anima
nata
....
P
.
-
Non
vedendo
anima
viva
....
T
.
-
Piegai
a
destra
e
procedetti
fino
a
una
chiesetta
,
cinta
di
cipressi
,
della
quale
mi
sovvenne
che
m
'
aveva
parlato
mio
padre
,
quando
mi
narrò
la
sua
gita
al
castello
....
Trova
qualche
cosa
a
ridire
?
P
.
-
Cinque
cosette
.
Io
direi
presi
invece
di
"
piegai
"
,
andai
innanzi
invece
di
"
procedetti
"
,
circondata
invece
di
"
cinta
"
,
mi
ricordai
invece
di
"
mi
sovvenne
"
,
mi
raccontò
invece
di
mi
"
narrò
"
.
Vuol
seguitare
?
T
.
-
Quivi
scorsi
due
uomini
distesi
al
suolo
....
P
.
-
Quanto
amore
per
quello
scorgere
!
E
perché
non
lì
invece
di
"
quivi
?
"
E
stesi
per
terra
in
luogo
di
"
distesi
al
suolo
?
"
Il
suolo
!
T
.
-
....
che
sembravano
assopiti
....
P
.
-
....
parevano
addormentati
,
se
non
le
par
troppo
comune
.
T
.
-
Sostai
....
P
.
-
Si
soffermò
....
T
.
-
....
e
,
osservandoli
,
venni
in
sospetto
che
facessero
sembianza
,
ma
che
non
dormissero
davvero
.
Non
m
'
ero
male
apposto
....
P
.
-
Com
'
è
detto
bene
!
Sospettai
sarebbe
troppo
andante
;
"
far
sembianza
"
è
più
nobile
di
far
mostra
e
di
fingere
;
"
non
m
'
ero
male
apposto
"
non
è
un
modo
di
dozzina
come
non
m
'
ero
ingannato
.
T
.
-
Mi
dileggia
ella
forse
,
signore
?
P
.
-
"
Tolga
il
cielo
!
"
O
come
può
ella
"
accogliere
"
un
tal
pensiero
?
"
Proceda
"
.
T
.
-
Di
repente
,
infatti
,
quasi
per
accordo
,
si
destarono
entrambi
,
e
l
'
un
d
'
essi
....
P
.
-
Un
momento
.
Mi
lasci
ammirare
quel
"
di
repente
"
per
a
un
tratto
,
e
quell
'
"
entrambi
"
per
tutti
e
due
,
e
l
'
"
un
d
'
essi
"
per
uno
di
loro
.
Questo
si
chiama
"
favellare
"
!
Riprenda
.
T
.
-
(
Capisco
)
....
E
l
'
un
d
'
essi
,
con
accento
di
cortesia
,
che
mal
s
'
accordava
con
l
'
atteggiamento
del
suo
volto
,
mi
disse
:
-
Se
passa
di
qui
per
recarsi
al
castello
,
ha
errato
;
la
riporremo
noi
sul
retto
cammino
....
P
.
-
Mi
perdoni
.
Qui
,
benchè
ammiri
ancora
,
mi
parrebbe
più
naturale
il
dire
:
in
tono
cortese
,
e
non
corrispondeva
all
'
espressione
del
suo
viso
.
Quell
'
"
un
d
'
essi
"
,
poi
,
le
avrà
detto
andare
e
non
"
recarsi
"
,
la
rimetteremo
,
non
"
la
riporremo
"
,
sulla
buona
strada
,
non
"
sul
retto
cammino
....
"
T
.
-
(
Che
insopportabile
seccatore
!
)
Ciò
dicendo
,
sorsero
ambedue
da
terra
,
e
mossero
alla
mia
volta
....
P
.
-
Approvato
,
e
con
plauso
.
Io
avrei
detto
:
dicendo
questo
,
s
'
alzarono
tutt
'
e
due
,
e
vennero
verso
di
me
-
;
ma
riconosco
che
avrei
parlato
con
meno
squisita
eleganza
....
T
.
-
Insospettito
,
indietreggiai
.
Essi
accelerarono
il
passo
.
Avevano
in
animo
d
'
assalirmi
,
non
cadeva
dubbio
.
Si
figurerà
di
leggieri
il
mio
spavento
!
Volli
gridare
;
ma
mi
venne
meno
la
voce
.
Mi
volsi
in
fuga
;
ma
fu
indarno
:
mi
sentii
afferrare
da
tergo
;
mi
fu
forza
arrestarmi
....
P
.
-
L
'
arresto
anch
'
io
per
un
momento
,
per
farle
osservare
che
parla
troppo
bene
.
Avrebbe
potuto
dire
in
forma
più
modesta
:
-
Mi
feci
indietro
.
Quelli
affrettarono
il
passo
.
Volevano
assalirmi
;
non
c
'
era
dubbio
.
S
'
immaginerà
facilmente
il
mio
spavento
!
Volli
gridare
;
ma
mi
mancò
la
voce
.
Mi
diedi
alla
fuga
;
ma
fu
inutile
;
mi
sentii
afferrare
di
dietro
;
mi
dovetti
fermare
...
E
allora
?
T
.
-
Allora
gridai
:
-
Aiuto
!
-
Per
buona
ventura
,
transitava
là
presso
una
brigata
di
villici
,
che
i
malfattori
non
avevano
veduti
,
perché
eran
celati
dagli
alberi
....
P
.
-
Respiro
!
Ma
quel
"
transitava
"
per
passava
,
e
"
celati
"
per
nascosti
,
e
"
villici
"
per
contadini
....
T
.
-
Quelli
trassero
tosto
alle
mie
grida
....
P
.
-
Vuol
dire
che
accorsero
subito
....
T
.
-
I
malandrini
dileguarono
....
P
.
-
Come
nebbia
al
vento
.
T
.
-
Fui
salvo
.
Mi
palpai
.
Non
rinvenni
più
il
portamonete
nella
scarsella
.
Non
c
'
eran
che
poche
lire
;
non
porta
il
pregio
di
parlarne
.
Il
peggio
fu
la
paura
,
che
non
le
saprei
ritrarre
in
parole
.
P
.
-
Capisco
!
"
Ritrarre
in
parole
"
dev
'
essere
una
cosa
più
difficile
che
l
'
esprimere
semplicemente
.
Ma
ella
si
compiace
troppo
del
difficile
.
Perché
non
dire
alla
buona
che
non
si
ritrovò
più
il
portamonete
in
tasca
?
E
perché
dire
"
non
porta
il
pregio
"
invece
di
non
mette
conto
?
In
somma
,
se
l
'
è
cavata
con
la
paura
.
T
.
-
Se
non
mi
toccò
maggior
danno
,
debbo
saperne
grado
....
P
.
-
Basta
che
ne
sia
grato
....
T
.
-
A
quei
buoni
contadini
.
Ma
la
sera
mi
sopravvenne
la
febbre
.
P
.
-
Le
"
sopravvenne
"
?
T
.
-
Mi
prese
,
andiamo
;
mi
saltò
addosso
.
Questo
m
'
incolse
....
mi
seguì
per
aver
posto
in
non
cale
....
P
.
-
Se
dicesse
per
aver
trascurato
....
T
.
-
....
l
'
avvertimento
di
mio
padre
:
che
non
è
saggio
l
'
aggirarsi
in
quei
pressi
senza
compagnia
.
Me
ne
ricorderò
quind
'
innanzi
.
P
.
-
Suo
padre
le
avrà
detto
che
non
è
prudente
l
'
andare
in
giro
soli
in
quei
dintorni
.
E
farà
bene
a
ricordarsene
.
Ma
farà
anche
bene
d
'
ora
in
avanti
a
parlare
in
un
altro
modo
....
T
.
-
Ma
,
insomma
,
non
m
'
è
sfuggito
un
errore
!
P
.
-
No
;
ma
il
suo
discorso
è
stato
una
stonatura
da
capo
a
fondo
,
un
tessuto
di
parole
e
di
frasi
che
non
s
'
usano
mai
da
chi
parla
con
naturalezza
e
con
gusto
,
e
che
riescono
sgradevoli
quanto
gli
errori
,
e
rendono
il
suo
parlar
corretto
poco
meno
ridicolo
d
'
un
parlare
sgrammaticato
.
T
.
-
Troppo
gentile
!
La
ringrazio
.
P
.
-
"
Non
porta
il
pregio
.
"
Ma
non
ponga
"
in
non
cale
"
i
miei
consigli
.
"
Se
ne
rinverrà
"
contento
e
me
ne
"
saprà
grado
.
"
La
riverisco
e
"
mi
dileguo
.
"
T
.
-
(
Impertinente
!
)
Varie
altre
osservazioni
che
ti
dovrei
esporre
intorno
all
'
affettazione
nel
parlare
,
le
farai
tu
stesso
intrattenendoti
qualche
minuto
con
una
rispettabile
e
amabile
signora
,
che
ho
l
'
onore
di
presentarti
.
LA
SIGNORA
PIESOSPINTO
.
Le
avevan
messo
questo
soprannome
perché
il
bel
modo
letterario
a
ogni
piè
sospinto
era
uno
dei
fiori
più
frequenti
del
suo
linguaggio
abituale
,
tutto
fiorito
di
parole
e
di
frasi
eleganti
.
Era
vedova
e
sola
,
come
la
Roma
di
Dante
;
non
più
giovane
,
d
'
ottimo
cuore
,
stimata
da
tutti
;
ma
aveva
un
difetto
terribile
,
per
il
quale
s
'
eran
ridotti
pochissimi
i
frequentatori
del
suo
salottino
,
un
tempo
assai
numerosi
:
il
difetto
di
parlare
poeticamente
.
Cosa
tanto
più
strana
in
quanto
la
buona
signora
non
la
pretendeva
punto
a
letterata
,
quantunque
di
letteratura
e
d
'
arte
discorresse
quasi
sempre
;
era
anzi
in
tali
discorsi
molto
guardinga
e
modesta
.
Quel
linguaggio
,
che
a
noi
riusciva
affettato
,
per
lei
era
naturalissimo
,
ed
era
in
fatti
in
perfetto
accordo
con
tutte
le
altre
manifestazioni
del
suo
essere
.
La
sua
voce
,
il
suo
accento
,
il
suo
modo
d
'
atteggiarsi
e
di
camminare
,
la
sua
bizzarra
pettinatura
,
tutta
cernecchi
e
riccioli
artefatti
,
che
le
tremolavano
intorno
al
capo
come
bùbboli
,
e
il
suo
abbigliamento
tutto
gale
e
fronzoli
di
gusto
dubbio
:
ogni
cosa
rassomigliava
al
suo
vocabolario
e
alla
sua
fraseologia
prescelta
,
che
pareva
fatta
di
rottami
di
versi
.
Parlava
in
maniera
da
far
credere
che
ogni
parola
d
'
uso
comune
fosse
per
lei
una
parola
triviale
,
che
ogni
frase
famigliare
le
ripugnasse
come
una
frase
indecorosa
.
Per
esempio
:
allegrezza
,
gioia
,
desiderio
,
ricordo
,
avvenimento
,
momento
,
erano
modi
sbanditi
dal
suo
dizionario
;
diceva
:
letizia
,
giubilo
,
vaghezza
,
rimembranza
,
evento
,
istante
.
All
'
amico
che
entrava
in
casa
sua
gettava
qualche
volta
addosso
una
manata
di
fiori
poetici
anche
prima
ch
'
egli
si
fosse
seduto
.
-
Ah
,
la
riveggo
alla
fine
!
Che
accadde
di
lei
?
Credevo
che
avesse
spiccato
il
volo
verso
altri
lidi
o
che
fosse
di
mal
ferma
salute
;
vissi
in
affanno
;
s
'
assida
,
ingrato
amico
,
e
si
scagioni
.
-
Anche
parlando
delle
cose
più
comuni
usava
questo
linguaggio
di
gala
.
Era
famosa
fra
i
suoi
conoscenti
la
frase
con
cui
aveva
annunziato
a
un
di
loro
una
piccola
disgrazia
toccata
a
una
sua
cagnetta
,
ricciuta
e
infronzolata
come
lei
;
la
quale
faceva
un
certo
mugolo
strano
,
che
certi
capi
ameni
dicevano
un
'
affettazione
.
-
Ah
,
signor
mio
!
-
aveva
detto
.
-
Tale
era
la
moltitudine
di
piccoli
insetti
che
infestavano
la
cute
di
questo
sventurato
animaletto
....
Ma
benchè
affettato
il
linguaggio
,
era
sempre
sincero
il
sentimento
ch
'
ella
esprimeva
.
Era
commossa
veramente
quando
raccontava
d
'
esser
stata
costretta
,
con
suo
gran
dolore
,
ad
espellere
una
vecchia
fante
,
dopo
molti
anni
che
l
'
aveva
in
casa
,
per
aver
risaputo
che
quella
la
vilipendeva
nel
vicinato
con
le
più
nefande
calunnie
.
Quale
atroce
disinganno
!
Chi
avrebbe
potuto
sospettare
che
con
quel
sembiante
tutto
dolcezza
ella
albergasse
nel
petto
un
animo
così
malvagio
!
Che
schianto
era
stato
per
lei
lo
scoprire
una
nemica
in
quella
donna
,
con
la
quale
essa
aveva
sempre
largheggiato
di
doni
e
di
favori
,
per
lei
che
aveva
tanto
bisogno
di
sentirsi
aleggiare
intorno
la
benevolenza
e
la
simpatia
!
Naturalmente
,
il
maggior
piacere
che
ci
attirasse
nel
suo
salotto
era
quello
d
'
ammiccarsi
l
'
un
con
l
'
altro
e
di
sorridere
di
nascosto
alle
più
belle
delle
sue
frasi
:
dico
le
più
belle
perché
il
suo
discorso
era
un
ordito
così
fitto
di
poeticherie
,
che
non
si
sarebbe
potuto
rilevarle
tutte
senza
farsi
scorgere
;
del
che
ci
saremmo
vergognati
.
Ma
essa
non
sospettava
.
Povera
signora
Piesospinto
!
Se
ci
avesse
sentiti
giù
per
le
scale
!
Il
suo
frasario
c
'
era
diventato
così
famigliare
che
,
fra
di
noi
,
andando
da
lei
ed
uscendo
,
non
parlavamo
quasi
più
altro
che
alla
sua
maniera
.
E
,
com
'
è
naturale
,
glie
n
'
erano
affibbiate
anche
parecchie
che
non
le
appartenevano
.
Ma
la
più
amena
di
tutte
,
qualcuno
sosteneva
che
l
'
avesse
detta
davvero
a
una
delle
sue
amiche
più
strette
,
ed
era
un
modo
comunissimo
,
che
dice
un
'
occorrenza
altrettanto
comune
,
nobilitato
da
lei
nella
nuova
forma
:
-
andare
della
persona
.
-
Ammirabile
era
la
costanza
con
cui
usava
certi
modi
illustri
invece
di
altri
volgari
,
i
quali
non
le
venivano
mai
alla
bocca
,
come
s
'
ella
non
li
avesse
mai
né
intesi
né
letti
,
da
tanto
che
le
si
era
connaturata
l
'
affettazione
.
Non
diceva
mai
sposare
,
per
esempio
,
ma
impalmare
;
mai
,
non
so
una
cosa
,
ma
la
ignoro
;
mai
mi
fa
pietà
,
ma
mi
move
a
pietà
;
mai
aversi
per
male
,
ma
recarsi
ad
onta
.
Gli
aggettivi
,
più
che
altro
,
erano
il
suo
forte
;
non
poteva
metter
fuori
un
sostantivo
senza
attaccargliene
uno
,
che
era
sempre
pescato
fra
i
più
signorili
della
lingua
.
-
È
un
pezzo
,
signora
,
che
non
è
stata
a
Napoli
?
-
Da
dieci
anni
non
ho
più
veduto
quella
nobilissima
città
.
-
Ha
letto
la
notizia
della
morte
del
tale
?
-
Si
,
ho
letto
la
malaugurosa
notizia
.
-
Le
ha
fatto
piacere
la
promozione
di
suo
cugino
?
-
Sì
,
ne
ho
avuto
un
piacere
ineffabile
.
Colta
un
inverno
da
grave
malore
,
e
condotta
in
forse
della
vita
,
giacque
a
letto
per
lo
spazio
d
'
oltre
due
mesi
,
e
chi
la
trasse
a
salvamento
,
prodigandole
ogni
più
amorevole
cura
,
fu
un
giovine
medico
amico
nostro
e
suo
,
che
della
sua
vezzosa
favella
prendeva
diletto
grandissimo
.
Con
lui
e
con
un
altro
frequentatore
del
salotto
,
non
sì
tosto
ella
fu
fuor
di
pericolo
,
mi
recai
a
visitarla
.
Poi
che
fummo
seduti
accanto
al
letto
,
la
buona
signora
chiamò
la
fante
,
e
le
disse
con
fievole
voce
:
-
Appressati
,
Carolina
;
dischiudi
lievemente
le
imposte
,
che
entri
un
po
'
di
chiarore
....
Poi
ci
ringraziò
,
espresse
la
sua
gratitudine
al
medico
,
ci
raccontò
la
storia
del
suo
malore
.
E
fu
una
tal
pioggia
di
fiori
poetici
da
far
pensare
che
durante
la
malattia
glie
ne
fosse
germinato
in
casa
un
nuovo
giardino
.
La
malattia
le
era
saltata
addosso
ad
un
tratto
,
a
guisa
d
'
un
colpo
di
folgore
.
Stava
per
uscire
di
casa
,
era
già
sul
limitare
dell
'
uscio
,
quando
una
subita
nube
le
aveva
come
offuscato
l
'
intelletto
,
e
s
'
era
impossessata
di
lei
una
così
grande
debolezza
,
che
appena
aveva
fatto
in
tempo
a
invocar
soccorso
,
e
le
erano
mancati
i
sensi
.
Il
portinaio
,
la
portinaia
,
la
fante
,
accorsi
tosto
,
vedendo
il
pallore
mortale
del
suo
volto
,
l
'
avevano
creduta
esanime
,
e
s
'
eran
sciolti
in
pianto
;
poi
l
'
avevan
portata
sul
suo
letticciuolo
,
ed
essa
era
rimasta
tre
giorni
così
,
quasi
inconsapevole
,
come
in
istato
di
sopore
,
agitato
da
torbidi
sogni
.
E
in
questo
modo
continuò
a
fiorettare
,
fin
che
ci
accomiatò
cortesemente
lei
stessa
,
dicendoci
d
'
uscire
a
più
spirabil
aere
,
ma
che
tornassimo
presto
a
riportarle
il
refrigerio
della
nostra
cara
amicizia
.
Scendendo
le
scale
,
il
medico
faceto
ci
disse
che
la
povera
signora
era
stata
veramente
gravissima
;
ma
che
anche
quando
si
trovava
in
pericolo
aveva
sempre
parlato
nel
modo
solito
.
Egli
si
ricordava
le
parole
testuali
.
-
Ah
,
signor
dottore
!
-
gli
aveva
detto
.
-
Non
mi
lusinghi
di
vane
speranze
:
io
sento
bene
che
questa
mia
spossatezza
è
foriera
di
prossima
fine
.
-
E
soggiunse
che
,
sentendola
parlare
a
quel
modo
,
aveva
riconosciuto
la
grande
verità
d
'
una
osservazione
fatta
da
Vittor
Hugo
,
a
proposito
d
'
un
condannato
a
morte
,
il
cui
discorso
gli
era
parso
mancante
di
naturalezza
:
che
tutto
si
cancella
davanti
alla
morte
,
eccetto
l
'
affettazione
:
che
la
bontà
svanisce
,
che
la
malvagità
scompare
,
che
l
'
uomo
benevolo
diventa
amaro
,
che
l
'
uomo
duro
diventa
dolce
;
ma
l
'
uomo
affettato
rimane
affettato
.
-
E
concluse
:
-
Basta
,
è
scampata
;
fra
un
mese
sarà
guarita
;
e
io
ne
sono
felicissimo
perché
,
con
tutti
i
suoi
fiori
poetici
,
è
una
gran
buona
signora
.
-
Ah
,
questo
è
fuor
di
dubbio
-
disse
il
comune
amico
-
di
gentili
sensi
dotata
....
-
E
di
non
inculto
intelletto
-
aggiunse
il
medico
.
-
E
di
non
illeggiadro
sembiante
....
-
Finiamola
;
non
sta
bene
scherzare
fin
che
non
s
'
è
rimessa
;
ricominceremo
quando
sulla
sua
guancia
"
torni
a
fiorir
la
rosa
"
.
E
si
ricominciò
,
come
Dio
volle
,
con
diletto
ineffabile
.
VERGOGNA
FUOR
DI
LUOGO
.
Non
basta
,
per
parlar
bene
,
sfuggire
l
'
affettazione
;
bisogna
pure
,
quando
occorre
,
non
aver
timore
di
parere
affettati
;
bisogna
vincere
un
sentimento
naturale
e
comunissimo
,
specie
fra
noi
italiani
dell
'
Italia
settentrionale
,
che
si
potrebbe
chiamare
la
"
vergogna
fuor
di
luogo
"
della
lingua
.
Noi
,
parlando
italiano
,
siamo
tutti
riluttanti
ad
usare
parole
e
frasi
che
non
appartengano
a
quello
scarso
materiale
linguistico
che
si
possiede
comunemente
nella
nostra
regione
,
e
la
nostra
riluttanza
deriva
dal
timore
di
parer
pedanti
e
ricercati
adoperando
modi
insoliti
;
i
quali
appunto
ci
paiono
strani
e
affettati
per
la
sola
ragione
che
non
siamo
assuefatti
a
dirli
e
a
sentirli
.
Per
ispiegarti
chiaramente
la
cosa
ti
riferisco
una
discussione
che
,
mutate
poche
parole
,
dovetti
sostenere
e
m
'
occorse
di
sentire
cento
volte
.
Mi
domanda
un
tale
se
non
c
'
è
in
italiano
una
parola
che
significhi
"
stringer
molto
la
persona
con
cintura
o
con
busto
o
con
altro
,
in
modo
che
essa
paia
meglio
disposta
,
ma
che
non
abbia
più
liberi
i
movimenti
.
"
-
Certo
che
c
'
è
.
Striminzire
.
Una
ragazza
striminzita
nel
busto
.
Dice
anche
il
Giusti
,
per
analogia
,
di
persone
striminzite
in
una
carrozza
troppo
piccola
.
-
Striminzire
!
Che
parola
strana
!
-
Strana
perché
?
Per
il
suono
?
Non
è
mica
più
strana
d
'
impazientire
e
d
'
indolenzire
,
che
tutti
dicono
.
-
Ma
questa
non
l
'
ho
mai
intesa
.
-
È
d
'
uso
comune
in
Toscana
,
è
in
tutti
i
dizionari
,
la
usano
molti
italiani
d
'
ogni
provincia
.
-
Eppure
,
che
so
io
?
Parlando
,
non
l
'
userei
.
-
Per
che
ragione
?
-
Non
so
....
Non
oserei
.
-
Ma
per
la
stessa
ragione
si
dovrebbe
interdire
l
'
uso
d
'
una
quantità
d
'
altre
parole
proprie
,
necessarie
,
italianissime
.
Per
esempio
,
userebbe
le
parole
rimpulizzire
,
spericolarsi
,
spiaccicare
,
stintignare
,
baluginare
,
che
in
certi
casi
significano
una
cosa
che
non
si
può
dire
per
l
'
appunto
con
un
altro
modo
?
-
Spiaccicare
!
Baluginare
!
Stintignare
!
(
dopo
aver
pensato
un
po
'
,
sorridendo
)
.
-
No
,
glielo
dico
sinceramente
,
non
oserei
.
Saranno
parole
italianissime
,
e
anche
usatissime
in
altre
parti
d
'
Italia
;
ma
fra
noi
paiono
strane
.
-
E
picchia
sullo
strano
!
Ma
strana
le
parrà
ogni
parola
che
non
abbia
mai
intesa
.
Quelle
parole
non
paiono
punto
strane
e
affettate
,
paiono
naturalissime
a
tutti
coloro
che
le
usano
dove
sono
generalmente
usate
.
La
cagione
dell
'
effetto
che
producono
in
lei
non
sta
in
esse
medesime
;
ma
nel
fatto
che
lei
non
è
usato
a
sentirle
.
Lei
stesso
adopera
ora
come
naturali
parole
e
frasi
che
,
anni
fa
,
la
prima
volta
che
le
intese
,
le
saranno
parse
cercate
col
lumicino
.
Il
tipo
dell
'
affettato
e
dell
'
inaffettato
,
in
materia
di
lingua
,
ha
detto
un
grande
maestro
,
non
è
altro
che
l
'
assuefazione
.
-
Avrà
ragione
.
E
non
di
meno
....
che
vuol
che
le
dica
?
Se
,
parlando
in
famiglia
o
fra
amici
,
mi
venissero
sulla
punta
della
lingua
le
parole
stintignare
,
striminzire
,
baluginare
,
me
le
terrei
in
bocca
,
perché
son
certo
che
tutti
quanti
,
udendole
da
me
,
rimarrebbero
come
stupiti
,
e
direbbero
fra
sé
,
e
fors
'
anche
forte
:
-
Cospetto
!
Tu
peschi
nel
vocabolario
;
tu
diventi
un
linguista
.
Che
lusso
!
-
Ma
se
tutti
ragionassero
così
,
la
lingua
italiana
,
fra
noi
,
rimarrebbe
sempre
allo
stesso
punto
;
nessuno
arricchirebbe
mai
il
suo
vocabolario
d
'
una
sola
parola
;
dai
dieci
anni
in
su
si
rimpasterebbero
sempre
lo
stesso
miserabile
frasario
elementare
.
Se
tutti
avessero
sempre
ceduto
a
codesto
sentimento
,
nell
'
Italia
settentrionale
,
in
Piemonte
,
per
esempio
,
si
parlerebbe
ancora
l
'
italiano
come
si
parlava
quarant
'
anni
fa
.
-
O
non
si
parla
ora
come
si
parlava
allora
?
-
Ah
no
,
per
fortuna
.
Sono
usati
ora
anche
fra
noi
,
parlando
italiano
,
sono
anzi
diventati
comunissimi
una
quantità
di
vocaboli
e
di
locuzioni
che
quand
'
ero
ragazzo
erano
affatto
sconosciuti
.
Quarant
'
anni
fa
non
le
sarebbe
mai
occorso
di
sentir
dire
da
un
piemontese
schiacciare
un
sonno
,
appisolarsi
,
fare
uno
spuntino
,
fare
ammodo
,
uomo
di
garbo
,
gente
per
bene
,
mi
frulla
per
il
capo
,
andare
in
visibilio
,
prendere
in
tasca
,
faticare
parecchio
,
e
via
discorrendo
.
Ora
io
sento
questi
modi
ogni
momento
da
giovani
,
da
signore
,
da
gente
che
non
pensa
neppur
per
ombra
a
parlare
scelto
,
e
non
c
'
è
caso
che
chi
li
ascolta
si
stupisca
e
sorrida
con
l
'
aria
di
dire
:
-
Che
lusso
!
-
Eppure
,
quando
furono
intesi
qui
le
prime
volte
,
tutti
quei
modi
debbono
esser
parsi
strani
come
paiono
a
lei
quelli
che
ho
citati
.
-
Le
ripeto
che
avrà
ragione
;
ma
....
(
tra
sé
,
scrollando
il
capo
)
Striminzire
!
Stintignare
!
Baluginare
!
Così
è
.
E
l
'
ha
detto
un
grande
scrittore
,
che
di
queste
cose
s
'
intendeva
:
-
La
locuzione
della
lingua
in
cui
si
scrive
,
la
locuzione
propria
,
unica
,
necessaria
,
può
far
ridere
,
esclamare
,
urlare
,
dov
'
essa
non
è
conosciuta
in
fatto
;
e
però
sono
impicci
da
cui
uno
non
può
uscir
solo
:
l
'
unico
mezzo
d
'
uscirne
è
d
'
uscirne
tutti
insieme
.
-
Il
che
vuol
dire
che
tutti
quanti
dobbiamo
adoperarci
a
mettere
in
commercio
,
parlando
,
quella
parte
di
lingua
che
manca
al
nostro
uso
regionale
,
e
che
ci
è
necessaria
,
anche
a
costo
di
far
ridere
,
esclamare
e
urlare
.
Incomincia
dunque
tu
a
far
la
tua
parte
.
Ricordo
certe
famiglie
d
'
impiegati
piemontesi
e
lombardi
,
stabilite
in
Firenze
capitale
,
nelle
quali
i
bambini
,
che
in
casa
parlavano
italiano
,
portavano
ogni
giorno
dalla
scuola
una
parola
o
una
frase
nuova
,
di
cui
il
padre
e
la
madre
ridevano
:
ne
ridevano
la
prima
volta
,
poi
ci
s
'
avvezzavano
,
e
poi
dicevano
quelle
parole
e
quelle
frasi
essi
medesimi
,
da
prima
come
per
celia
,
dopo
senz
'
avvedersene
;
e
così
il
bambino
arricchiva
il
dizionario
e
insegnava
a
parlare
alla
famiglia
.
E
così
devi
far
tu
nel
giro
delle
persone
fra
cui
vivi
,
usando
francamente
le
parole
insolite
,
come
se
ti
venissero
spontanee
,
vincendo
la
"
vergogna
fuor
di
luogo
"
che
è
la
cagione
principale
della
nostra
perpetua
miseria
in
materia
di
lingua
.
Miseria
che
conserviamo
di
conseguenza
anche
nello
scrivere
,
perché
tutto
quel
materiale
di
lingua
,
che
conosciamo
ma
non
usiamo
parlando
,
non
ci
verrà
mai
pronto
all
'
occorrenza
quando
scriviamo
,
lo
dovremo
sempre
andar
a
cercare
,
e
non
lo
cercheremo
per
pigrizia
,
o
lo
useremo
male
,
e
sarà
sempre
per
noi
come
quelle
stoviglie
di
casa
che
non
si
tiran
fuori
dall
'
armadio
che
per
i
pranzi
solenni
,
dove
gl
'
invitati
s
'
accorgono
alla
prima
che
non
siamo
assuefatti
ad
usarle
.
BELLA
MUSICA
SONATA
MALE
.
Impara
a
pronunziar
bene
.
Non
parla
bene
chi
pronunzia
male
.
E
noi
,
quasi
tutti
,
pronunziamo
l
'
italiano
scelleratamente
.
Una
bella
lingua
pronunziata
male
è
come
una
bella
musica
sciupata
da
un
cattivo
sonatore
.
Che
vale
che
la
nostra
sia
una
lingua
ammirabilmente
musicale
se
noi
in
mille
modi
ne
alteriamo
i
suoni
,
come
se
fosse
per
noi
una
lingua
straniera
?
Che
serve
che
tanti
grandi
poeti
,
nei
quali
erano
profondi
e
finissimi
il
senso
e
l
'
arte
dell
'
armonia
,
abbiano
faticato
a
comporre
tanti
versi
squisitamente
armoniosi
,
quando
noi
li
pronunziamo
in
maniera
che
se
ci
sentisse
chi
li
fece
ci
tratterebbe
di
cani
e
si
tapperebbe
gli
orecchi
?
Che
giova
che
la
lingua
italiana
abbia
tante
parole
dolci
,
forti
,
gravi
,
agili
,
graziose
,
che
suonano
come
note
di
canto
,
se
le
dolci
noi
inaspriamo
pronunziando
delle
s
che
sembrano
fischi
di
serpenti
,
se
fiacchiamo
le
forti
scempiando
le
consonanti
doppie
,
se
facciamo
ridere
con
le
gravi
raddoppiando
le
consonanti
semplici
,
se
aggraviamo
le
leggiere
e
deformiamo
le
graziose
strascicando
o
squarciando
o
strozzando
le
vocali
,
e
dando
all
'
u
un
suono
barbaro
che
trapassa
l
'
orecchio
come
lo
stridore
d
'
un
chiavistello
arrugginito
?
E
predichiamo
agli
stranieri
l
'
armonia
della
nostra
lingua
!
E
ci
vantiamo
d
'
aver
orecchio
musicale
!
C
'
è
da
riderne
,
e
da
averne
vergogna
.
*
-
Come
ho
da
fare
?
-
domanderai
.
-
Ho
da
toscaneggiare
?
-
Così
chiamano
,
per
canzonatura
,
il
pronunziar
corretto
tutti
coloro
che
pronunziano
barbaro
e
se
ne
trovan
contenti
,
come
se
non
si
potesse
pronunziar
l
'
italiano
correttamente
senza
rifare
il
verso
ai
Toscani
;
chè
non
è
altro
,
in
fatti
,
la
cattiva
imitazione
della
loro
pronunzia
che
fanno
certuni
fra
noi
.
No
,
non
c
'
è
bisogno
di
toscaneggiare
per
pronunziar
bene
,
che
consiste
nel
dare
a
ogni
lettera
il
suo
vero
suono
e
a
ogni
parola
il
suo
giusto
accento
,
come
sono
indicati
nelle
grammatiche
,
nei
vocabolari
e
in
trattatelli
speciali
.
Tu
non
hai
che
da
prendere
uno
di
questi
libri
,
e
con
la
scorta
delle
regole
e
delle
indicazioni
che
vi
troverai
,
badare
a
correggere
i
difetti
della
tua
pronunzia
dialettale
,
cominciando
dai
più
grossi
e
più
ridicoli
,
i
quali
son
quasi
tutti
comuni
agl
'
italiani
delle
regioni
subalpine
.
Avvèzzati
prima
d
'
ogni
cosa
a
pronunziare
l
'
a
larga
,
che
noi
tendiamo
a
restringere
;
poichè
c
'
è
chi
dice
:
tanto
gentile
e
tanto
onesta
pore
,
e
cantando
come
donna
innamorota
e
giunta
sul
pendìo
precipita
l
'
etó
;
Dei
del
cielo
!
E
a
dir
l
'
e
e
l
'
o
larghe
o
strette
nelle
parole
in
cui
hanno
l
'
uno
o
l
'
altro
suono
:
a
non
allargar
la
bocca
come
un
imbuto
per
dir
vérde
,
frésco
,
césto
,
Róma
,
dóno
,
enórme
,
e
le
desinenze
degli
avverbi
in
ente
,
che
sono
uno
degli
orrori
della
nostra
pronunzia
,
veramante
!
E
a
dare
il
suono
duro
o
molle
all
'
s
,
e
dolce
o
aspro
alla
z
dove
tale
dev
'
essere
;
non
come
si
suol
fare
da
noi
,
che
pronunziamo
ad
un
modo
rosa
fiore
e
rosa
participio
,
zaino
e
zampa
,
cosa
e
sposa
,
pranzo
e
pazzo
;
quando
non
si
dice
pranso
e
passo
,
come
da
molti
si
dice
.
Ma
abbiamo
altri
difetti
di
pronunzia
,
dei
quali
i
libri
non
ci
possono
correggere
,
come
quello
di
triplicare
spesso
le
consonanti
per
timore
di
non
far
sentire
abbastanza
le
doppie
,
come
usano
i
nostri
burattinai
quando
fanno
parlare
i
personaggi
terribili
:
ferrro
,
guerrra
,
sconquassso
,
trapassso
;
di
raddoppiare
l
'
r
in
nero
,
fiero
e
simili
,
per
rafforzarne
il
significato
;
di
non
far
sentire
l
'
sc
nelle
parole
come
scendere
e
scempio
,
che
pronunziamo
sendere
e
sempio
;
di
pronunziare
la
doppia
n
faucale
,
come
nel
dialettale
laña
,
luña
,
nelle
parole
donna
,
ginnastica
e
simili
;
di
raddoppiare
la
c
in
molte
parole
dov
'
è
semplice
,
come
bacio
,
cacio
,
mendacio
,
e
di
metter
la
g
in
molte
dove
non
entra
(
la
povera
Amaglia
non
sa
gniente
)
,
e
di
sopprimerla
in
altre
dove
dev
'
esser
pronunziata
(
sua
filia
li
tien
compania
)
.
Ma
perché
quell
'
atto
d
'
impazienza
?
...
*
Ho
capito
.
Ti
pare
ch
'
io
metta
alla
berlina
della
cattiva
pronunzia
la
nostra
cara
provincia
,
e
questo
ti
dispiace
.
Ma
non
temere
.
Nessuno
dei
tuoi
fratelli
italiani
ti
lancerà
la
prima
buccia
di
mela
,
perché
hanno
tutti
coscienza
d
'
esser
grandi
peccatori
.
Oltre
che
parecchi
dei
nostri
difetti
di
pronunzia
sono
comuni
a
varie
regioni
d
'
Italia
,
ciascuna
ne
ha
altri
suoi
propri
,
che
stanno
a
paro
coi
nostri
peggiori
.
Rassicùrati
.
Non
ti
canzonerà
il
milanese
che
allarga
l
'
e
senza
discreziune
e
converte
in
u
le
o
finali
,
e
pronunzia
l
'
u
alla
francese
cont
una
frequenza
lacrimevole
;
né
il
genovese
che
muta
in
ou
il
dittongo
au
,
dice
aritemetica
per
aritmetica
,
e
fa
strage
delle
z
;
né
il
tuo
fratelo
veneziano
che
di
tutti
i
cittadini
dell
'
aregno
d
'
Italia
è
il
più
indomabile
ribelle
alla
leie
della
doppia
consonante
.
E
il
bolognese
sostituisce
l
'
e
all
'
a
nella
finale
dell
'
infinito
dei
verbi
,
fa
rimar
Roma
con
gomma
,
toglie
la
z
alle
ragaze
,
fa
scomparir
le
vocali
quanto
pió
gli
è
possibile
;
e
il
romano
ti
dice
che
lo
interressano
le
notizie
della
guera
,
che
le
sue
crature
son
ghiotte
delle
brugne
e
ch
'
egli
ha
un
debbole
per
i
fonghi
;
e
il
napoletano
....
No
,
non
darà
la
baia
al
piemondese
il
napolitano
,
che
muta
il
t
in
d
dopo
l
'
n
,
che
pronunzia
inghiostro
e
angora
,
e
mobbile
e
doppo
;
e
neppure
l
'
abruzzese
che
distende
il
dittongo
uo
in
maniera
da
attribuire
a
ogni
buono
una
bontà
infinita
,
e
mette
fra
due
vocali
un
suono
gutturale
aspirato
:
non
ti
burlerà
neppur
per
idega
.
E
neanche
il
siciliano
sarrà
fra
i
tuoi
canzonatori
,
egli
che
cangia
in
ea
il
dittongo
ia
e
in
u
tante
o
e
che
dà
all
'
s
davanti
alle
consonanti
il
suono
dello
sh
inglese
,
e
ficca
cossí
spesso
l
'
i
fra
il
c
e
l
'
e
,
anche
chiamando
la
Concietta
del
suo
cuore
;
e
nemmeno
il
sardo
,
che
nel
raddoppiar
la
consonante
dove
è
semplice
,
e
scempiarla
dov
'
è
doppia
,
non
la
cede
a
nessuno
.
Intesi
appunto
ieri
note
due
proffessori
che
discuttevano
su
quest
'
argomento
.
*
Dunque
,
stùdiati
di
correggere
la
tua
pronunzia
.
Ma
pronunziar
le
parole
corrette
non
basta
.
Il
nostro
parlare
manca
generalmente
d
'
armonia
e
di
speditezza
perché
non
facciamo
abbastanza
troncamenti
e
elisioni
,
perché
diciamo
una
quantità
di
vocaboli
e
di
sillabe
superflue
,
che
allungan
le
frasi
e
rompono
l
'
onda
armonica
e
c
'
impacciano
la
lingua
.
Sono
,
ciascuna
per
sé
,
superfluità
minime
e
durezze
appena
sensibili
;
ma
che
quando
s
'
affollano
,
come
segue
spesso
,
in
un
breve
giro
di
parole
,
fanno
un
brutto
sentire
.
Se
,
per
esempio
,
in
un
periodo
,
dove
t
'
occorra
di
dire
:
gl
'
impeti
d
'
amore
,
l
'
ha
detto
senz
'
arrossire
,
m
'
ha
fatto
girar
la
testa
,
quell
'
ingrato
,
un
altr
'
anno
,
quella
gran
virtù
,
in
un
mar
di
guai
,
non
facevan
nulla
,
non
m
'
accorsi
in
tempo
,
per
la
qual
ragione
,
tu
non
tronchi
e
non
elidi
nulla
,
e
dici
invece
:
gli
impeti
di
amore
,
lo
ha
detto
senza
arrossire
,
mi
ha
fatto
girare
la
testa
,
quello
ingrato
,
un
altro
anno
,
quella
grande
virtù
,
in
un
mare
di
guai
,
non
facevano
nulla
,
per
la
quale
ragione
,
tu
senti
che
il
tuo
parlare
riesce
assai
meno
armonico
e
sciolto
che
nell
'
altra
forma
.
Ed
è
singolare
che
,
mentre
riusciamo
duri
nel
parlare
per
non
far
troncamenti
e
elisioni
dove
potrebbero
farsi
,
riusciamo
spesso
egualmente
duri
in
più
d
'
un
caso
,
in
cui
,
in
luogo
di
togliere
,
aggiungiamo
appunto
per
evitar
la
durezza
,
come
nel
dire
:
fanciulli
ed
adolescenti
,
scrissi
ad
Edvige
o
ad
Edgardo
,
selvatici
od
addomesticati
.
Bada
a
tutte
queste
piccole
cose
,
e
se
vuoi
avere
una
buona
norma
,
prendi
l
'
edizione
del
romanzo
I
promessi
sposi
,
dove
è
raffrontato
il
primo
testo
con
quello
corretto
nel
1840
.
Il
Manzoni
,
nel
troncare
e
nell
'
elidere
,
s
'
è
attenuto
rigorosamente
alla
norma
del
parlar
fiorentino
;
e
si
potrà
discutere
sulla
sua
idea
,
che
la
lingua
parlata
a
Firenze
debba
esser
la
lingua
di
tutti
;
ma
non
sul
fatto
che
l
'
uso
fiorentino
,
per
ciò
che
riguarda
l
'
armonia
del
discorso
,
si
possa
seguir
da
tutti
fedelmente
,
senza
timor
di
sbagliare
.
Bada
all
'
armonia
nelle
due
edizioni
comparate
del
romanzo
,
e
ci
troverai
un
insegnamento
utilissimo
a
scansar
nel
parlare
ogni
ridondanza
e
ogni
durezza
di
suoni
.
*
Un
'
altra
cosa
.
Ciascun
dialetto
è
parlato
con
certe
intonazioni
,
modulazioni
,
cadenze
,
strascicamenti
di
voce
e
raggruppamenti
di
suoni
,
che
noi
,
quasi
tutti
,
facciamo
sentire
anche
parlando
italiano
,
e
che
dànno
al
nostro
italiano
il
colorito
musicale
,
per
dir
così
,
del
dialetto
medesimo
.
Dirai
che
questa
musica
dialettale
essendo
naturale
in
noi
,
noi
non
la
sentiamo
,
e
quindi
non
possiamo
liberarcene
.
No
:
la
sentiamo
,
chi
più
chi
meno
,
perché
mettiamo
in
canzonatura
chi
la
esagera
.
La
sentiamo
in
ogni
modo
quando
udiamo
parlare
italiano
uno
della
nostra
regione
con
uno
d
'
un
'
altra
,
perché
,
anche
non
conoscendolo
di
persona
,
lo
riconosciamo
dei
nostri
.
Ebbene
,
quando
questo
t
'
accade
,
osserva
le
modulazioni
e
le
cadenze
a
cui
lo
riconosci
,
e
t
'
avvedrai
che
sono
proprie
a
te
pure
.
E
non
pensare
che
perché
tu
non
le
avverti
abitualmente
o
non
ti
riescono
sgradevoli
,
non
siano
sentite
dagli
italiani
delle
altre
regioni
,
o
non
riescano
sgradevoli
neppure
a
loro
.
Tanto
le
sentono
che
non
son
pochi
quelli
che
,
pure
non
comprendendo
il
nostro
dialetto
,
ci
rifanno
il
verso
per
modo
che
noi
stessi
ci
riconosciamo
nella
caricatura
;
la
quale
essi
non
farebbero
se
la
nostra
musica
dialettale
non
li
facesse
ridere
.
Ora
,
ogni
volta
che
ti
segua
un
caso
simile
,
sta
'
bene
attento
,
chè
ti
può
molto
giovare
.
Io
mi
corressi
di
certe
intonazioni
del
dialetto
udendo
un
attore
toscano
che
imitava
mirabilmente
il
modo
di
recitare
d
'
un
celebre
attore
piemontese
,
perché
sentii
la
prima
volta
in
quella
imitazione
quelle
intonazioni
,
come
un
'
eco
della
mia
voce
.
E
credi
che
non
riuscirai
a
pronunziar
bene
l
'
italiano
fin
che
non
ti
sarai
liberato
di
questa
specie
di
melopea
vernacola
,
perché
è
quella
che
ti
fa
forza
,
in
certo
modo
,
nella
pronunzia
viziosa
delle
parole
,
che
quasi
ti
costringe
,
senza
che
tu
te
n
'
avveda
,
a
pronunziare
ciascun
vocabolo
all
'
uso
dialettale
,
in
maniera
che
suoni
in
tono
con
essa
.
Fa
a
questo
caso
il
proverbio
francese
,
che
dice
:
è
la
musica
quella
che
fa
la
canzone
.
*
Un
mazzetto
di
consigli
,
per
finire
.
Avvèzzati
a
leggere
a
voce
alta
scolpendo
bene
le
parole
.
Quando
vai
al
teatro
,
sta
'
attento
alla
pronunzia
degli
attori
che
pronunzian
bene
,
e
paragonala
con
quella
di
quegli
altri
attori
,
dei
quali
riconosci
il
dialetto
nativo
.
Fa
'
attenzione
al
modo
di
pronunziare
di
tutti
quegli
italiani
,
dei
quali
non
ti
riesce
di
capire
in
che
parte
d
'
Italia
sian
nati
.
E
non
dar
retta
ai
pigri
che
ti
dicono
:
-
È
tempo
perso
;
a
nascondere
il
dialetto
nella
lingua
non
si
riesce
.
-
Non
è
vero
,
e
non
è
tanto
difficile
riuscirvi
.
Tutte
le
regioni
d
'
Italia
,
anche
quelle
dove
si
parla
un
dialetto
più
dissimile
dalla
lingua
,
dànno
oratori
forensi
e
politici
,
attori
drammatici
,
conferenzieri
,
professori
,
conversatori
,
che
pronunziano
l
'
italiano
perfettamente
,
o
quasi
;
nei
quali
non
si
sente
indizio
alcuno
dei
loro
propri
dialetti
.
Fa
'
il
proposito
di
riuscire
a
questo
tu
pure
,
ridendoti
di
chi
chiama
affettazione
il
pronunziar
l
'
italiano
da
italiani
,
e
induci
a
farlo
anche
le
signorine
di
casa
tua
;
poichè
io
m
'
immagino
che
tu
abbia
delle
sorelle
,
una
almeno
.
E
poichè
me
l
'
immagino
,
e
vedo
che
la
signorina
scrolla
il
capo
,
mi
rivolgo
a
lei
pure
.
Sì
,
signorina
,
lei
che
sentirà
molte
volte
nella
sua
vita
lodar
la
dolcezza
della
sua
voce
,
si
studi
anche
lei
di
pronunziar
meglio
;
ciò
che
riuscirà
facile
ai
suoi
muscoli
labiali
fini
ed
elastici
;
perché
a
che
serve
avere
la
voce
dolce
se
la
sciupa
una
pronunzia
ingrata
?
Se
viaggerà
fuori
d
'
Italia
vedrà
molte
volte
degli
stranieri
,
che
l
'
avranno
riconosciuta
italiana
,
porger
l
'
orecchio
per
raccoglier
dalla
sua
bocca
la
musica
decantata
della
sua
lingua
:
vorrà
che
rimangano
disingannati
?
E
faccia
anche
propaganda
di
buona
pronunzia
,
perché
la
può
fare
senza
suo
incomodo
.
Basterà
che
torca
leggermente
la
bocca
quando
sentirà
lodare
la
sua
bellessa
,
o
dir
che
è
graziosa
come
un
fiure
,
o
splendida
come
una
stela
,
o
seducende
come
una
dega
,
o
che
si
darebbe
la
vita
per
darle
un
baccio
.
E
non
risparmi
neppure
quei
toscaneggianti
che
,
credendo
di
pronunziar
toscano
,
non
fanno
di
quella
bella
pronunzia
che
una
caricatura
stucchevole
.
STRETTA
FINALE
.
Animo
,
dunque
.
Comincia
fin
d
'
oggi
ad
avvezzarti
a
parlar
bene
,
e
vedrai
come
sarai
presto
incoraggiato
a
proseguire
dai
vantaggi
che
ne
ricaverai
.
Primissimo
dei
quali
sarà
quello
di
pensar
meglio
,
perché
dal
parlar
chiaro
,
proprio
,
preciso
,
scolpito
,
dalla
consuetudine
di
esprimer
tutto
il
proprio
pensiero
nel
miglior
modo
che
ci
è
possibile
,
s
'
è
immancabilmente
condotti
a
"
spiegarci
con
noi
stessi
e
a
meglio
intenderci
noi
medesimi
"
,
a
formulare
con
maggior
chiarezza
e
maggior
precisione
il
pensiero
anche
nell
'
officina
silenziosa
della
nostra
mente
.
E
sarai
anche
incoraggiato
a
proseguire
dalla
sodisfazione
che
il
tuo
parlar
bene
produrrà
evidentemente
negli
altri
,
poichè
è
un
fatto
che
chi
parla
con
chiarezza
,
precisione
,
facilità
e
speditezza
,
facendoci
risparmiar
tempo
e
sforzo
d
'
attenzione
e
imprimendoci
nette
nella
mente
quelle
cose
che
ci
preme
di
ricordare
,
ci
procaccia
,
oltre
che
un
piacere
di
natura
artistica
,
un
vantaggio
,
di
cui
gli
siamo
grati
.
E
ti
sarà
incoraggiamento
e
compenso
quello
ch
'
io
molte
volte
osservai
ed
osservo
:
che
è
per
quasi
tutti
una
sodisfazione
d
'
amor
proprio
il
sentir
parlar
bene
l
'
italiano
da
un
concittadino
della
loro
stessa
regione
,
perché
vedono
in
lui
una
prova
che
essi
pure
,
volendo
,
ci
riuscirebbero
,
un
argomento
vivente
contro
l
'
opinione
di
quegli
italiani
d
'
altre
regioni
,
i
quali
li
dicono
e
li
stimano
inetti
(
la
cosa
è
frequente
e
reciproca
)
a
parlare
un
italiano
italiano
.
E
queste
sodisfazioni
avrai
per
tutta
la
vita
,
e
con
queste
molte
altre
,
in
mille
casi
,
a
mille
diversi
propositi
,
in
mille
forme
diverse
e
inaspettate
,
poichè
non
puoi
immaginare
quante
simpatie
,
quanti
atti
cortesi
,
quanti
consensi
,
quante
agevolezze
non
ci
derivan
da
altro
nel
mondo
che
dalla
scioltezza
,
dalla
grazia
,
dalla
convenienza
della
parola
.
Ma
per
parlare
bene
bisogna
possedere
il
materiale
della
lingua
,
e
in
che
maniera
questo
s
'
acquisti
vedrai
nella
seconda
parte
del
libro
.
Chiuderà
la
prima
un
bell
'
originale
,
che
non
è
forse
inutile
che
tu
conosca
.
L
'
AMÍO
ENRÍO
.
Aveva
passato
parecchi
anni
a
Firenze
;
ma
quello
che
per
ogni
altro
italiano
,
come
direbbe
l
'
Alfieri
,
boreale
,
desideroso
d
'
imparar
la
lingua
,
sarebbe
stata
una
buona
fortuna
,
per
lui
era
stata
una
disgrazia
,
perché
in
riva
all
'
Arno
aveva
perduto
la
naturalezza
del
parlare
,
e
raccattato
soltanto
le
scorie
idiomatiche
che
gli
stessi
toscani
colti
ributtano
.
Aveva
fatto
là
una
gran
retata
d
'
idiotismi
e
di
vezzi
di
lingua
mercatina
,
come
se
la
fiorentinità
non
consistesse
in
altro
,
e
preso
per
giunta
il
malanno
di
pronunziar
più
fiorentino
dei
fiorentini
,
esagerando
istrionicamente
tutte
le
inflessioni
di
voce
loro
proprie
,
e
aspirando
la
c
perfin
nelle
parole
dov
'
essi
non
l
'
aspirano
.
Per
questo
lo
chiamavamo
l
'
amío
Enrío
,
essendo
Enrico
il
suo
nome
di
battesimo
.
Non
diceva
più
un
tu
,
neanche
a
pagarglielo
.
-
Vieni
te
a
ber
la
birra
?
-
Se
'
stato
te
,
se
'
stato
!
-
Te
mi
vorresti
canzonare
!
-
Bandiva
il
dittongo
uo
da
ogni
parola
:
non
diceva
più
che
core
,
omo
,
bono
,
spalancando
la
bocca
come
per
inghiottire
un
ovo
sodo
.
E
gl
'
icché
t
'
ho
da
dire
e
i
questecchequí
e
i
l
'
aresti
a
avere
li
spacciava
a
canestrelli
.
Figurarsi
la
faccia
che
facevano
a
questa
roba
i
suoi
"
rozzi
"
amici
pedemontani
!
Ma
quello
che
rendeva
più
uggioso
il
suo
toscaneggiamento
era
l
'
inettitudine
dell
'
imitazione
,
poichè
spesso
,
anzi
ogni
momento
,
fra
due
parole
pronunziate
alla
fiorentina
ne
pronunziava
una
alla
piemontese
,
che
sonava
come
una
stecca
falsa
;
ciò
che
faceva
dire
con
ragione
agli
amici
che
in
ogni
suo
periodo
dietro
Stenterello
saltava
fuori
Gianduia
.
E
sarebbe
stato
un
amico
piacevole
,
perché
in
fondo
era
di
buona
indole
,
e
di
spirito
arguto
;
ma
riusciva
insopportabile
per
quella
sua
parlata
artifiziosa
e
bastarda
.
C
'
era
fra
gli
altri
,
nella
brigata
degli
amici
,
un
genovese
,
che
pativa
una
vera
tortura
a
sentirlo
.
-
Che
volete
?
-
ci
diceva
.
-
Quand
'
io
gli
sento
dire
aritmetica
per
aritemetica
,
Enna
per
Etena
,
austríao
per
austriaco
,
mi
vien
la
pelle
d
'
oca
.
-
E
allora
era
un
doppio
spasso
,
perché
si
rideva
insieme
del
critico
e
del
criticato
.
Un
altro
,
che
avesse
parlato
a
quel
modo
,
l
'
avremmo
corretto
a
furia
di
canzonature
e
di
risate
;
ma
a
questo
con
lui
nessuno
s
'
arrischiava
,
perché
era
un
buon
giovane
,
ma
ombroso
,
che
non
reggeva
la
celia
,
e
tirava
bene
di
scherma
.
I
tolleranti
se
ne
spassavano
senza
che
se
n
'
avvedesse
,
gli
altri
gonfiavano
in
silenzio
,
e
così
egli
non
aveva
mai
un
sospetto
di
far
ridere
le
gente
alle
proprie
spalle
,
e
toscaneggiava
a
tutto
pasto
,
altero
e
felisce
di
tener
lo
scettro
della
buona
lingua
e
della
bella
pronunzia
.
Ma
non
riusciva
a
ingannar
nessuno
,
neppur
la
prima
volta
che
lo
sentivano
,
e
nemmeno
persone
incolte
,
o
che
non
fossero
mai
state
in
Toscana
,
tanto
è
giusto
il
verso
Troppo
toscano
non
toscan
l
'
accusa
.
Anche
costoro
,
dopo
venti
parole
,
sentivano
la
caricatura
,
la
contraffazione
grossolana
,
e
sorridevano
,
incerti
,
come
domandando
a
sé
stessi
s
'
egli
parlasse
sul
serio
o
per
burla
,
e
aspettando
che
da
un
momento
all
'
altro
ripigliasse
il
parlar
naturale
.
Di
quando
in
quando
,
per
effetto
di
quel
suo
parlare
,
gli
seguivano
dei
casi
comici
.
Un
giorno
,
credendo
d
'
aver
lasciata
la
canna
(
com
'
egli
chiamava
alla
subalpina
la
mazza
)
in
un
caffè
,
vi
ritornò
mezz
'
ora
dopo
,
e
domandò
al
padrone
:
-
Ha
veduto
la
mi
'
anna
?
Quegli
,
pensando
che
domandasse
se
era
stata
a
cercarlo
nel
caffè
la
sua
signora
,
benchè
gli
paresse
un
po
'
troppo
famigliare
quel
modo
di
nominarla
,
gli
rispose
di
no
,
perché
signore
,
in
fatti
,
non
ce
n
'
era
state
.
E
allora
l
'
amío
,
rivolgendosi
al
cameriere
:
-
Guarda
un
po
'
sotto
il
biliardo
.
Immaginate
la
risata
.
Un
'
altra
volta
,
a
un
conoscente
che
gli
andò
a
chiedere
informazioni
intorno
a
un
nuovo
professore
destinato
al
Ginnasio
del
proprio
figliuolo
,
disse
fra
l
'
altro
:
-
È
d
'
umore
un
po
'
vivo
;
bocia
,
bocia
sempre
;
ma
in
fondo
è
un
omo
bono
.
-
E
quegli
,
scattando
:
-
La
grazia
di
quella
bontà
!
Da
un
professore
che
boccia
tutti
il
mio
ragazzo
non
ce
lo
mando
.
Ma
queste
piccole
contrarietà
non
lo
correggevano
.
Egli
seguitava
a
ingollar
le
c
e
a
profondere
i
te
sempre
più
allegramente
;
e
con
maggiore
esagerazione
e
a
voce
più
alta
toscaneggiava
nei
caffè
e
nei
teatri
,
dove
ci
occorreva
spesso
d
'
osservare
intorno
a
lui
quel
fatto
psichico
curiosissimo
,
che
si
potrebbe
chiamare
l
'
inversione
o
la
traslazione
della
vergogna
:
persone
sconosciute
che
,
udendolo
,
chinavano
il
capo
e
restavan
lì
impacciate
,
e
qualche
volta
arrossivano
,
come
se
quel
linguaggio
falsificato
e
ridicolo
uscisse
a
loro
malgrado
dalla
loro
bocca
,
nel
modo
che
escon
le
parole
dalla
bocca
dei
farneticanti
.
Ma
quel
mal
vezzo
finì
con
portargli
disgrazia
.
Fu
un
caso
curioso
.
Una
sera
,
nella
platea
d
'
un
teatro
,
mentre
egli
toscaneggiava
con
un
suo
amico
,
a
voce
alta
,
com
'
era
solito
,
fu
inteso
da
un
signore
toscano
,
che
discorreva
con
altri
,
lì
accanto
,
e
che
,
riconoscendo
apocrifa
quella
toscanità
ostentata
,
sospettò
che
parlasse
a
quel
modo
per
rifare
il
verso
a
lui
.
Risentito
,
gli
domandò
spiegazione
.
L
'
amío
rispose
con
buon
garbo
,
ma
rimangiando
due
o
tre
c
di
quelle
che
i
toscani
non
mangiano
;
ciò
che
ribadì
il
sospetto
nell
'
altro
,
che
gli
tirò
un
'
impertinenza
,
la
quale
ebbe
per
risposta
un
urtone
.
Alle
corte
,
si
barattarono
i
biglietti
di
visita
,
non
ci
fu
modo
di
raggiustarla
,
ne
seguì
un
duello
,
e
l
'
amío
Enrío
ebbe
una
leggiera
sdrucitura
al
braccio
destro
.
Andai
a
visitare
il
ferito
con
un
comune
amico
;
il
quale
,
prima
di
tirare
il
campanello
,
fece
un
'
osservazione
consolante
.
-
Tutto
il
male
non
vien
per
nuocere
-
disse
.
-
Quest
'
avventura
l
'
avrà
guarito
dalla
toscanite
.
-
E
lo
credevo
io
pure
.
Lo
trovammo
sulla
poltrona
,
col
braccio
al
collo
,
d
'
ottimo
umore
.
E
proprio
le
prime
parole
che
disse
,
rispondendo
al
mio
:
-
Com
'
è
andata
?
-
furon
queste
:
-
O
che
vo
'
tu
ch
'
i
'
ti
dia
?
-
È
incurabile
!
-
esclamò
l
'
amico
quando
uscimmo
.
-
E
glie
ne
toccherà
dell
'
altre
.
È
il
suo
destino
.
Egli
ha
da
morir
sul
terreno
,
e
di
ferro
etrusco
.
PER
IMPARARE
I
VOCABOLI
.
Bisogna
,
la
prima
cosa
,
acquistare
il
materiale
della
lingua
.
Parlando
a
te
,
italiano
,
intendo
dire
con
"
materiale
della
lingua
"
tutti
quei
vocaboli
e
quelle
locuzioni
che
mancano
generalmente
all
'
italiano
parlato
fuor
della
Toscana
.
Gli
uni
e
le
altre
si
possono
cercare
ad
un
tempo
;
ma
sarà
meglio
che
tu
incominci
coi
vocaboli
,
che
sono
i
più
necessari
,
e
che
per
qualche
tempo
non
t
'
occupi
d
'
altro
.
Ci
sono
,
prima
di
tutto
,
certe
consuetudini
del
pensiero
,
che
tu
devi
prendere
.
Delle
moltissime
parole
che
non
sappiamo
molte
le
abbiamo
lette
o
intese
dire
;
ma
non
ci
sono
rimaste
nella
memoria
perché
non
abbiamo
fermato
su
esse
,
neppure
un
momento
,
l
'
attenzione
.
Bisogna
dunque
,
ogni
volta
che
ci
cade
sott
'
occhio
o
ci
viene
all
'
orecchio
una
parola
non
compresa
nel
nostro
vocabolario
abituale
,
guardarla
in
faccia
come
si
guarda
una
persona
sconosciuta
che
ci
si
presenti
,
fare
un
atto
della
volontà
per
ritenerla
,
metterci
sopra
,
per
così
dire
,
il
suggello
del
nostro
pensiero
.
Se
,
leggendo
o
ascoltando
,
avessimo
fatto
questo
,
non
dico
sempre
,
ma
soltanto
una
volta
su
cinque
,
anche
senza
ricorrer
mai
alla
penna
,
avremmo
tutti
nella
memoria
molte
centinaia
di
vocaboli
di
più
di
quelli
che
possediamo
.
Poi
:
ogni
volta
che
discorrendo
ci
manca
una
parola
per
designare
una
data
cosa
,
prender
nota
nella
nostra
memoria
di
quella
mancanza
,
e
ripararvi
quanto
prima
ci
è
possibile
,
cercando
quella
parola
.
Ogni
volta
che
ci
càpita
alle
mani
o
ci
si
presenta
in
qualunque
modo
un
oggetto
usuale
od
insolito
,
domandare
a
noi
stessi
,
non
solo
se
lo
sapremmo
nominare
a
chi
non
lo
conoscesse
,
ma
se
glielo
sapremmo
descrivere
nominando
le
sue
varie
parti
,
e
,
non
sapendo
,
cercare
il
nome
delle
sue
varie
parti
,
per
metterci
in
grado
di
descriverlo
.
Ogni
volta
che
troviamo
in
un
libro
una
parola
nuova
,
della
quale
non
comprendiamo
il
significato
,
non
cercarla
immediatamente
nel
vocabolario
,
chè
,
trovata
così
subito
senza
fatica
,
non
ci
rimane
impressa
;
ma
pensarci
un
po
'
,
cercare
d
'
intenderla
da
noi
stessi
,
segnarla
nella
nostra
mente
con
un
punto
interrogativo
;
al
quale
essa
rimarrà
poi
attaccata
come
a
un
gancio
quando
sapremo
che
cosa
significa
,
perché
non
si
dimenticano
mai
le
parole
nuove
sulle
quali
s
'
è
esercitata
la
curiosità
,
e
di
cui
c
'
è
costato
qualche
sforzo
l
'
apprendere
il
senso
.
Ma
questo
non
basta
.
Tu
,
che
sei
sulla
via
degli
studi
,
devi
fare
questo
studio
in
forma
ordinata
e
metodica
.
Proponiti
,
da
principio
,
d
'
imparare
i
nomi
di
tutte
le
cose
che
t
'
occorre
ogni
giorno
di
vedere
,
toccare
,
adoperare
.
Prendi
uno
di
quei
Prontuari
dove
son
registrati
tutti
i
nomi
degli
oggetti
d
'
uso
domestico
,
con
la
descrizione
di
ciascun
oggetto
,
la
quale
comprende
i
nomi
d
'
ogni
sua
parte
.
Comincia
dalla
roba
che
porti
addosso
,
per
poi
passare
alle
cose
che
hai
sempre
tra
mano
,
ai
mobili
della
tua
camera
,
alla
mensa
,
allo
scrittoio
,
agli
arredi
e
utensili
di
tutta
la
casa
,
alle
varie
parti
della
casa
stessa
.
Va
'
innanzi
con
ordine
,
a
poco
a
poco
,
fissandoti
d
'
imparare
ogni
giorno
un
certo
numero
di
nomi
.
Non
ti
costerà
alcuno
sforzo
il
ritenerli
,
avendo
sempre
sott
'
occhio
le
cose
a
cui
si
riferiscono
,
e
a
ritenerli
t
'
aiuterà
il
dirli
spesso
a
voce
alta
,
con
pronunzia
netta
.
Passerai
poi
dalla
casa
al
cortile
,
al
giardino
,
a
tutti
gli
annessi
e
connessi
della
casa
,
e
poi
alle
varie
parti
della
città
e
ai
luoghi
e
ai
servizi
pubblici
,
e
alle
arti
e
ai
mestieri
più
comuni
.
E
non
considerar
neppure
come
uno
studio
quest
'
occupazione
;
fattene
uno
svago
dello
spirito
.
E
ogni
volta
che
te
ne
sentirai
un
po
'
svogliato
,
pensa
che
ciascuna
delle
parole
che
ti
si
stamperà
stabilmente
nella
memoria
ti
risparmierà
mille
volte
,
nel
corso
della
vita
,
un
'
incertezza
,
un
impaccio
,
una
piccola
vergogna
;
che
mille
volte
la
cognizione
di
una
data
parola
ti
toglierà
,
nel
parlare
e
nello
scrivere
,
un
intoppo
,
il
quale
romperebbe
il
corso
del
tuo
pensiero
e
la
foga
del
tuo
discorso
;
che
ogni
vocabolo
che
s
'
impara
,
anche
se
paia
superfluo
,
è
come
uno
di
quegli
utensili
da
nulla
,
dei
quali
non
s
'
ha
bisogno
quasi
mai
,
ma
che
una
o
due
volte
in
molt
'
anni
son
necessari
,
e
se
non
si
ritrovano
,
non
si
sa
che
pesci
pigliare
.
E
poi
vedrai
che
anche
questo
studio
,
che
ora
ti
par
materiale
,
ti
darà
sodisfazioni
che
non
t
'
aspetti
.
Quando
il
tuo
corredo
di
vocaboli
sarà
già
considerevole
,
t
'
accorgerai
che
ogni
nuova
parola
ti
rimarrà
impressa
assai
più
facilmente
che
per
il
passato
,
perché
in
quel
particolare
esercizio
ti
si
sarà
fortificata
e
fatta
tenace
la
memoria
mirabilmente
.
Riconoscerai
,
quando
potrai
nominare
molte
cose
e
particolari
di
cose
di
cui
prima
non
sapevi
il
nome
,
di
quanti
giri
di
parole
,
di
quante
definizioni
e
descrizioni
e
lungaggini
,
che
prima
non
potevi
scansare
,
potrai
far
di
meno
parlando
,
e
che
nuovo
sentimento
di
libertà
e
di
sicurezza
avrai
nel
parlare
,
non
essendo
più
impensierito
di
continuo
dal
timore
d
'
inciampare
nell
'
impedimento
d
'
una
cosa
comunissima
,
che
tu
debba
nominare
e
non
sappia
,
o
nella
necessità
di
fare
una
svoltata
col
discorso
per
non
averla
da
nominare
.
E
vedrai
quante
volte
,
dopo
che
ti
ci
sarai
avvezzato
per
proposito
,
ti
sarà
un
passatempo
piacevole
,
trovandoti
ad
aspettare
in
qualche
luogo
,
come
un
'
officina
o
una
bottega
o
una
sala
,
rifar
nella
tua
mente
la
nomenclatura
di
tutte
le
cose
che
avrai
dintorno
;
e
come
ti
divertirai
a
osservare
gli
artifizi
curiosi
coi
quali
la
gente
s
'
ingegna
,
nella
conversazione
italiana
,
di
nascondere
la
propria
ignoranza
dei
vocaboli
più
necessari
,
e
di
farsi
in
qualche
modo
capire
;
e
che
piacere
sarà
per
te
in
molti
casi
il
levar
d
'
impaccio
chi
parla
,
anche
persone
d
'
età
maggiore
e
di
cultura
superiore
alla
tua
,
porgendo
loro
gli
spiccioli
per
le
minute
spese
del
discorso
.
Mettiti
dunque
a
questo
studio
,
non
con
l
'
impazienza
di
chi
ha
uno
scopo
immediato
;
ma
tranquillamente
,
adagio
adagio
,
nei
tuoi
ritagli
di
tempo
,
contentandoti
di
poco
ogni
giorno
,
e
rimarrai
maravigliato
ben
presto
della
quantità
di
materiale
linguistico
,
che
senza
fatica
,
quasi
senz
'
avvedertene
,
ti
troverai
accumulato
nella
memoria
.
DIVERSI
MODI
DI
STUDIAR
LA
LINGUA
.
Suppongo
ora
che
tu
mi
domandi
in
qual
modo
dovrai
proseguire
,
allargando
il
campo
dello
studio
,
dopo
aver
fatto
la
preparazione
che
accennai
riguardo
ai
vocaboli
.
Darò
alla
tua
domanda
cinque
risposte
,
le
quali
mi
furon
date
(
quattro
per
iscritto
e
una
a
voce
)
da
cinque
studiosi
,
che
interrogai
per
conto
tuo
.
L
'
aristocratico
.
Io
non
sono
un
registratore
né
un
magazziniere
della
lingua
.
Non
mi
servii
mai
della
penna
per
questo
studio
.
Lessi
e
leggo
gli
scrittori
migliori
di
tutti
i
secoli
con
la
matita
alla
mano
,
sottolineo
ogni
parola
e
ogni
locuzione
che
mi
riesca
nuova
,
e
mi
paia
efficace
,
e
usabile
anche
da
uno
scrittore
del
tempo
presente
,
e
cerco
d
'
imprimerla
nella
memoria
insieme
con
la
frase
o
col
periodo
a
cui
appartiene
,
e
,
più
che
altro
,
con
l
'
idea
ch
'
essa
esprime
o
concorre
ad
esprimere
.
Non
volli
mai
trascrivere
a
parte
frasi
,
locuzioni
o
parole
perché
,
se
si
metton
sulla
carta
,
non
si
fa
più
sforzo
della
memoria
per
ritenerle
,
sapendo
che
si
rileggeranno
poi
;
e
anche
perché
,
quando
si
hanno
di
queste
raccolte
,
facilmente
si
cede
alla
tentazione
d
'
andarvi
a
far
provvista
prima
di
mettersi
a
scrivere
,
onde
avviene
che
nello
scritto
si
scopra
la
mano
del
raccoglitore
;
e
per
quest
'
altra
ragione
,
finalmente
,
che
i
modi
registrati
così
solitari
,
quando
poi
s
'
è
dimenticato
il
posto
che
occupavano
,
la
serie
d
'
idee
a
cui
eran
legati
,
il
significato
e
il
valore
che
ricavavano
dal
contesto
,
s
'
adoperano
spesso
in
un
senso
che
non
è
quello
per
l
'
appunto
che
avevano
dove
li
abbiamo
trovati
.
Dunque
,
sottolineo
soltanto
,
e
questo
mi
basta
a
riparare
poi
alle
dimenticanze
.
Tutti
i
miei
libri
son
pieni
di
sottolineature
.
Quando
,
dopo
un
pezzo
,
ne
riapro
uno
,
scorrendolo
con
l
'
occhio
solamente
,
vi
ritrovo
in
pochissimo
tempo
tutto
quanto
v
'
è
di
meglio
in
materia
di
lingua
,
e
con
la
memoria
delle
voci
e
delle
frasi
mi
ravvivo
quella
dei
pensieri
,
la
quale
corregge
alla
sua
volta
,
se
mi
s
'
è
alterato
nella
mente
,
il
concetto
del
significato
e
del
valore
d
'
ogni
frase
e
d
'
ogni
voce
.
Così
le
mie
note
linguistiche
sono
sparse
in
centinaia
di
volumi
,
e
questa
,
a
mio
giudizio
,
è
la
maniera
più
intellettuale
di
studiar
la
lingua
.
Per
me
un
periodo
è
come
un
viso
umano
:
certi
studiosi
della
lingua
ne
staccano
un
occhio
,
un
orecchio
,
il
naso
,
il
mento
,
e
li
conservano
a
parte
:
io
mi
stampo
nella
mente
tutto
il
viso
;
voglio
dire
che
affido
la
memoria
della
parola
a
quella
dell
'
idea
.
Aggiungo
che
quest
'
uso
di
sottolineare
i
libri
me
ne
rende
particolarmente
piacevole
e
utile
la
seconda
lettura
,
perché
,
ritrovandovi
segnate
tutte
le
mie
prime
impressioni
,
dalle
quali
spesso
riescon
diverse
le
seconde
,
mi
vien
fatto
di
cercare
le
ragioni
delle
diversità
,
che
derivano
o
da
un
diverso
stato
dell
'
animo
,
o
da
nuove
cognizioni
acquisite
,
o
da
gusti
mutati
,
e
quest
'
operazione
mentale
ha
per
effetto
d
'
imprimermi
più
profondamente
nella
memoria
le
parole
e
le
frasi
.
E
non
è
da
credere
che
riesca
poi
troppo
difficile
il
ritrovare
,
per
chiarirsi
d
'
un
dubbio
,
una
data
parola
o
locuzione
in
quel
mare
di
segni
,
perché
quest
'
uso
di
sottolineare
fortifica
ed
estende
straordinariamente
la
facoltà
della
memoria
locale
;
tanto
che
di
moltissime
di
quelle
si
ricorda
fino
il
punto
della
pagina
dove
restano
e
il
tratto
particolare
della
matita
con
cui
si
sono
segnate
.
Io
ho
dinanzi
agli
occhi
della
mente
centinaia
di
frasi
e
di
vocaboli
sottolineati
in
centinaia
di
pagine
,
in
cima
,
in
fondo
,
nel
mezzo
,
da
un
lato
e
dall
'
altro
,
chiari
e
netti
per
effetto
della
sottolineatura
come
se
fossero
in
caratteri
rilevati
.
Il
mio
dizionario
,
il
mio
frasario
è
la
mia
biblioteca
.
I
miei
fiori
di
lingua
non
sono
stretti
in
mazzi
,
ordinati
in
tepidari
,
affollati
in
aiuole
;
ma
sparsi
sur
un
vastissimo
spazio
,
piantati
nella
terra
dove
nacquero
,
olezzanti
all
'
aria
aperta
e
viva
;
e
le
corse
che
ho
da
fare
col
pensiero
per
rivederli
mi
fanno
bene
alla
salute
dello
spirito
,
mi
accrescono
le
forze
e
l
'
agilità
della
mente
.
Per
mantenermi
nel
possesso
del
mio
materiale
linguistico
mi
debbo
rimettere
ogni
tanto
in
conversazione
diretta
coi
grandi
maestri
da
cui
lo
presi
,
e
questo
mi
dà
occasione
e
modo
di
raccogliere
dalla
loro
bocca
nuovi
tesori
.
Ecco
il
modo
di
studiar
la
lingua
,
ch
'
io
consiglierei
ai
giovani
.
Non
empite
dei
quaderni
di
note
,
chè
v
'
avvezzate
a
pescar
la
parola
per
la
parola
,
la
frase
per
la
frase
.
Non
serve
avere
in
mente
una
locuzione
se
non
è
legata
a
un
pensiero
,
e
se
il
pensiero
vi
resta
,
vi
resterà
quella
con
esso
,
senza
bisogno
di
metterla
a
sedere
sulla
carta
,
di
dove
non
accorrerà
più
pronta
al
vostro
bisogno
,
e
dovrete
andarla
a
prendere
e
tirar
fuori
a
forza
.
Trattate
la
lingua
da
gran
signori
,
non
da
pitocchi
.
Ospitatela
nel
grande
palazzo
della
vostra
memoria
;
non
la
soffocate
nei
ripostigli
oscuri
degli
scartabelli
.
La
lingua
è
pensiero
,
è
sentimento
,
è
bellezza
;
cercate
nei
grandi
scrittori
queste
tre
cose
;
pensate
,
commovetevi
,
dilettatevi
,
e
imparerete
la
lingua
;
essa
vi
deve
entrare
nella
mente
e
nell
'
animo
a
raggi
d
'
idee
,
a
ondate
d
'
affetto
,
a
scosse
d
'
ammirazione
.
E
il
modo
ch
'
io
consiglio
è
anche
il
solo
che
non
stanchi
mai
;
chè
,
anzi
,
tanto
più
riesce
gradevole
e
profittevole
quanto
più
,
andando
innanzi
con
gli
anni
,
s
'
impara
a
pensare
,
e
il
leggere
con
la
matita
alla
mano
diventa
un
abito
che
non
si
può
più
smettere
;
dovechè
la
pazienza
di
raccogliere
,
trascrivere
e
rileggere
delle
note
morte
,
facilmente
si
perde
,
tanto
più
quanto
si
fa
più
vivo
e
acuto
il
pensiero
.
Il
mio
è
uno
studio
,
un
modo
da
pensatore
e
da
artista
;
l
'
altro
è
una
fatica
,
come
direbbe
il
Carducci
,
da
spazzaturai
di
parole
.
Nello
studio
della
lingua
sono
aristocratico
.
Il
classificatore
.
Io
sono
nello
studio
della
lingua
,
come
in
ogni
altra
cosa
,
un
uomo
d
'
ordine
,
e
in
questo
vo
fino
alla
pedanteria
.
Fin
da
quando
principiai
,
mi
persuasi
che
il
metodo
migliore
di
studiare
era
quello
di
raccogliere
con
la
penna
e
di
disporre
nella
mia
raccolta
il
materiale
della
lingua
come
si
dispongono
i
libri
nelle
biblioteche
,
per
ordine
di
materie
.
Mi
fissai
prima
una
serie
di
titoli
,
sotto
i
quali
potessi
raggruppare
tutte
le
voci
e
locuzioni
che
venivo
notando
negli
scrittori
man
mano
che
procedevo
nelle
mie
letture
.
Presi
tanti
quaderni
,
scrissi
sopra
ciascuno
uno
dei
titoli
,
e
sotto
ciascun
titolo
feci
una
seconda
serie
di
divisioni
.
Per
esempio
,
nel
quaderno
Natura
:
-
Cielo
,
mare
,
fenomeni
meteorologici
,
vegetazione
,
ecc
.
-
;
nel
quaderno
Passioni
:
-
amore
,
gioia
,
ira
,
odio
,
e
via
discorrendo
.
Un
quaderno
per
i
ritratti
fisici
,
uno
per
i
ritratti
morali
,
uno
per
il
movimento
(
sia
d
'
esseri
viventi
,
sia
di
cose
inanimate
)
,
uno
per
il
vestire
,
per
il
mangiare
,
per
il
parlare
,
per
le
arti
belle
,
per
la
critica
letteraria
,
per
il
linguaggio
faceto
,
per
i
suoni
e
rumori
;
e
potrei
proseguire
.
Ogni
parola
o
locuzione
ch
'
io
legga
negli
scrittori
,
o
senta
dire
,
o
trovi
nel
vocabolario
,
la
quale
io
mi
voglia
appropriare
,
la
scrivo
nel
quaderno
,
e
sotto
il
titolo
,
a
cui
si
riferisce
.
Dopo
che
cominciai
questo
lavoro
,
furon
fatte
varie
pubblicazioni
informate
allo
stesso
concetto
,
ad
uso
degli
studiosi
;
ma
io
tirai
innanzi
egualmente
,
con
la
persuasione
che
nessuna
di
quelle
opere
,
anche
se
più
ampia
e
meglio
ordinata
,
m
'
avrebbe
giovato
quanto
quella
che
andavo
facendo
io
medesimo
;
perché
fra
il
materiale
di
lingua
scelto
e
raccolto
da
altri
e
quello
scelto
e
raccolto
da
noi
,
per
ciò
che
riguarda
la
memoria
,
corre
presso
a
poco
la
stessa
differenza
che
tra
il
ricordare
dei
versi
propri
e
il
ricordare
dei
versi
altrui
.
In
pochi
anni
,
facendo
poco
ogni
giorno
,
ho
raccolto
un
materiale
ricchissimo
.
Questo
metodo
presenta
due
grandi
vantaggi
.
Il
primo
è
che
,
ricorrendo
ogni
tanto
ciascuna
serie
di
note
,
per
l
'
affinità
che
è
fra
di
esse
,
che
l
'
una
tira
l
'
altra
come
le
ciliege
,
molto
facilmente
si
richiamano
alla
memoria
tutte
o
in
gran
parte
.
Il
secondo
è
che
,
per
la
stessa
ragione
dell
'
affinità
,
riesce
singolarmente
piacevole
il
rileggerle
.
Ogni
volta
ch
'
io
ripasso
ciascuna
di
quelle
filze
di
parole
e
di
modi
di
dire
,
che
si
riferiscono
tutti
a
un
soggetto
unico
,
mi
si
ravviva
,
con
l
'
ammirazione
della
ricchezza
e
della
varietà
della
nostra
lingua
,
la
volontà
e
il
piacere
di
studiarla
.
Mi
par
di
sentire
un
linguista
maraviglioso
che
sfoggi
tutta
la
sua
dottrina
mettendo
fuori
rapidamente
tutto
il
vocabolario
e
tutto
il
frasario
che
si
possono
usare
a
quel
dato
proposito
,
o
che
si
diverta
a
dire
in
cento
modi
diversi
,
con
cento
gradazioni
di
significato
,
con
cento
sfumature
di
colore
quella
data
cosa
;
o
una
folla
di
persone
che
della
stessa
cosa
discorrano
tutte
insieme
,
rivoltando
l
'
idea
per
tutti
i
versi
,
accennandone
tutti
i
particolari
,
studiandosi
ciascuna
di
non
servirsi
della
espressione
altrui
.
È
anche
un
altro
diletto
dell
'
immaginazione
vivissimo
.
Quando
leggo
le
pagine
del
movimento
,
per
esempio
,
io
vedo
passare
con
tutte
le
andature
,
scarrierare
,
arrancare
,
ballettare
,
sbalzellare
,
saltabeccare
,
giravoltolare
,
capitombolare
,
volicchiare
,
sguizzare
,
frullare
,
sfarfallare
,
ecc
.
,
ecc
.
,
movere
in
tutti
i
modi
possibili
mille
forme
animate
e
inanimate
,
una
danza
universale
,
un
caos
agitato
d
'
immagini
,
che
m
'
eccita
il
pensiero
come
lo
spettacolo
reale
d
'
un
vasto
movimento
svariatissimo
d
'
esseri
viventi
e
di
cose
.
Quando
entro
nella
partizione
dell
'
Ira
,
mi
par
d
'
entrare
in
una
bolgia
dell
'
inferno
,
in
mezzo
a
una
moltitudine
d
'
energumeni
,
dove
ciascuno
grida
una
delle
parole
o
delle
frasi
notate
,
e
in
queste
vedo
le
immagini
delle
facce
accese
e
gli
atti
violenti
che
accompagnano
le
voci
,
di
cui
l
'
una
risponde
all
'
altra
,
come
in
un
'
assemblea
politica
fuor
della
grazia
di
Dio
.
E
le
pagine
dell
'
Amore
!
Non
avete
idea
della
dolcezza
che
mettono
nell
'
animo
tutte
quelle
parole
e
frasi
d
'
amore
ardente
,
tenero
,
voluttuoso
,
disperato
,
beato
,
che
paiono
di
tante
coppie
d
'
innamorati
invisibili
,
le
quali
spandano
nell
'
aria
,
passando
di
volo
,
il
grido
del
loro
cuore
.
E
così
nel
vocabolario
dei
Suoni
,
voci
,
rumori
,
mi
par
di
passare
da
una
sala
di
concerti
in
un
'
officina
,
dall
'
officina
sur
un
campo
di
battaglia
,
dal
campo
di
battaglia
nell
'
arca
di
Noè
;
e
scorrendo
le
pagine
del
mangiare
e
bere
ho
l
'
illusione
di
sedere
a
una
mensa
di
gastronomi
eccitati
,
che
non
parlino
d
'
altro
che
di
pappatoria
,
sfoggiando
tutta
la
loro
dottrina
terminologica
intorno
all
'
oggetto
della
loro
passione
;
e
ripassando
la
raccolta
relativa
alla
Natura
,
vedo
aurore
e
tramonti
,
rapide
variazioni
di
tempo
,
aspetti
diversi
della
campagna
,
e
passo
fiumi
,
corro
mari
,
salgo
montagne
,
scendo
nelle
viscere
della
terra
,
percorro
in
poche
pagine
tutte
le
latitudini
e
assisto
a
cento
diversi
fenomeni
del
cielo
e
della
terra
.
V
'
ho
data
un
'
idea
del
mio
metodo
?
Il
quale
offre
ancora
altri
vantaggi
.
Ogni
volta
che
ho
da
scrivere
,
rileggo
prima
le
pagine
dov
'
è
raccolto
un
materiale
di
lingua
relativo
al
mio
soggetto
,
e
non
solo
mi
ravvivo
nella
memoria
,
in
quel
modo
,
in
pochi
minuti
,
una
quantità
di
voci
e
di
locuzioni
che
mi
possono
giovare
;
ma
quella
rapida
lettura
mi
dà
una
scossa
alla
fantasia
,
mi
desta
nella
mente
una
folla
d
'
immagini
,
che
formano
come
un
preludio
sinfonico
,
che
sono
per
me
come
una
prima
ispirazione
efficacissima
al
lavoro
che
sto
per
imprendere
.
Aggiungete
che
,
raccogliendo
e
ordinando
il
materiale
della
lingua
in
questa
forma
,
l
'
atto
di
riflessione
che
s
'
ha
da
fare
sopra
una
quantità
di
parole
e
di
frasi
dubbie
per
determinare
la
divisione
in
cui
si
debbono
inscrivere
,
vi
fa
penetrar
più
addentro
con
la
mente
nel
significato
di
ciascuna
;
e
che
la
lettura
ripetuta
di
tante
serie
di
modi
di
senso
affine
vi
assuefà
a
meditare
sulle
sfumature
dei
significati
,
vi
chiarisce
il
criterio
della
scelta
,
vi
raffina
il
senso
della
lingua
.
In
fine
,
quello
che
io
feci
e
continuo
a
fare
è
un
dizionario
mio
,
del
quale
ho
una
grande
padronanza
,
nel
quale
ritrovo
con
grande
facilità
ogni
parola
o
frase
di
cui
non
abbia
o
tema
di
non
avere
esatta
memoria
;
un
dizionario
in
cui
godo
a
tuffar
le
mani
come
in
un
mucchio
di
monete
o
di
gemme
che
io
mi
sia
guadagnate
o
che
abbia
trovate
io
stesso
a
una
a
una
;
un
tesoro
di
lingua
accumulato
con
gran
cura
,
che
io
amo
,
che
mi
compiaccio
d
'
arricchire
e
d
'
abbellire
,
come
una
casa
piena
di
cose
belle
e
utili
,
perfezionandone
a
mano
a
mano
l
'
ordine
e
l
'
assetto
,
con
sentimento
di
proprietario
e
d
'
artista
.
Ecco
come
studiai
e
studio
la
lingua
.
Mi
ci
volle
molta
pazienza
in
principio
;
poi
feci
il
lavoro
con
piacere
;
ora
lo
continuo
con
amore
.
E
non
credo
che
ci
sia
metodo
migliore
:
per
le
teste
costrutte
come
la
mia
,
ben
inteso
.
Lo
mnemonico
.
In
che
modo
studiai
la
lingua
?
In
un
modo
semplicissimo
,
per
il
quale
non
occorre
il
calamaio
.
È
la
buon
'
anima
di
mio
padre
,
dantista
appassionato
,
che
me
ne
diede
l
'
idea
.
Un
giorno
,
dopo
avermi
letto
e
commentato
il
canto
dei
Serpenti
,
ch
'
egli
considerava
come
un
miracolo
di
potenza
descrittiva
:
-
Vedi
-
mi
disse
-
in
queste
cinquanta
terzine
,
oltre
le
stupende
bellezze
d
'
invenzione
e
d
'
armonia
,
in
quanti
diversi
modi
son
dette
mirabilmente
cose
difficilissime
a
dirsi
,
quale
maravigliosa
proprietà
di
vocaboli
,
e
quanta
ricchezza
di
lingua
!
Chi
impara
questo
canto
a
memoria
si
mette
in
capo
più
materiale
di
lingua
che
non
ne
potrebbe
raccogliere
da
qualche
volume
di
bella
prosa
.
-
Io
imparai
quel
canto
a
memoria
.
Fu
questo
il
mio
primo
passo
sulla
via
che
tenni
poi
.
Avendo
esperimentato
che
con
quel
canto
m
'
ero
appropriato
una
quantità
di
modi
,
i
quali
mi
venivano
facilmente
alle
labbra
o
alla
penna
anche
nel
discorrere
o
nello
scrivere
di
cose
che
non
avevano
alcuna
relazione
con
la
materia
del
canto
medesimo
,
pensai
:
-
Non
sarebbe
un
buon
modo
d
'
imparar
la
lingua
quello
di
mandar
a
mente
della
poesia
,
che
è
facile
a
imparare
e
a
ritenere
?
-
E
d
'
allora
in
poi
andai
cercando
e
studiando
poesie
e
frammenti
di
poesie
,
particolarmente
ricche
di
buona
lingua
;
ma
,
si
noti
,
di
lingua
più
conforme
a
quella
della
prosa
che
non
sia
il
così
detto
linguaggio
poetico
;
la
quale
si
trova
in
special
modo
nella
poesia
faceta
o
satirica
,
famigliare
o
popolare
che
si
voglia
dire
.
Ricordo
che
la
seconda
cosa
che
imparai
fu
un
capitolo
del
Berni
,
e
la
terza
i
duecento
versi
sciolti
della
Gita
a
Montecatini
del
Giusti
:
uno
dei
componimenti
poetici
,
ch
'
io
mi
conosca
nella
letteratura
italiana
,
più
fitti
di
modi
e
di
costrutti
del
linguaggio
parlato
,
e
più
facili
a
ritenersi
,
benchè
non
rimato
,
per
la
fluidità
insuperabile
dello
stile
.
Con
questo
criterio
scelsi
poi
tutte
le
altre
poesie
.
Esperimentai
un
particolare
vantaggio
nell
'
imparar
sonetti
;
le
cui
locuzioni
,
entrando
nella
mente
strette
e
chiuse
in
una
breve
forma
compiuta
,
vi
rimangono
impresse
più
distintamente
,
quasi
in
disparte
,
e
pronte
tutte
insieme
a
ogni
richiamo
del
pensiero
;
e
però
imparai
centinaia
di
sonetti
di
tutti
i
secoli
.
La
facilità
,
che
acquistai
con
quest
'
esercizio
,
di
mandar
versi
a
mente
,
non
è
credibile
da
chi
non
n
'
abbia
fatto
la
prova
;
né
sarei
creduto
se
dicessi
quanti
me
ne
insaccai
nella
testa
.
E
non
ne
perdetti
,
in
molti
anni
,
che
un
'
assai
piccola
parte
,
perché
ebbi
ed
ho
ancora
la
consuetudine
di
riandare
di
quando
in
quando
,
un
poco
per
volta
,
e
con
cert
'
ordine
,
la
materia
acquistata
.
Spesso
,
nei
ritagli
di
tempo
,
nelle
passeggiate
solitarie
,
e
di
notte
,
quando
non
viene
il
sonno
,
e
dovunque
aspetti
qualcuno
,
mi
ridico
mentalmente
dei
versi
.
Ma
quello
che
me
li
stampò
nella
memoria
in
forma
incancellabile
è
l
'
uso
,
a
cui
sempre
m
'
attenni
e
m
'
attengo
,
quando
m
'
occorrono
lacune
e
incertezze
,
di
non
ripararvi
mai
ricercando
il
testo
;
ma
di
cercare
tranquillamente
e
pazientemente
nel
mio
capo
le
parole
e
le
frasi
che
mancano
,
o
che
si
sono
alterate
;
nel
qual
lavoro
mi
move
una
curiosità
d
'
indovinatore
d
'
enigmi
,
che
me
lo
rende
oltremodo
piacevole
.
Dopo
aver
studiato
per
lungo
tempo
nient
'
altro
che
versi
,
mi
diedi
alla
prosa
,
scegliendo
nei
migliori
scrittori
quelle
pagine
diventate
celebri
per
forza
d
'
eloquenza
,
nelle
quali
è
un
ritmo
oratorio
che
rende
più
facile
l
'
impararle
a
mente
.
E
studiai
e
so
a
menadito
parecchie
delle
più
belle
parlate
dei
personaggi
del
Decamerone
,
decine
di
pagine
del
Machiavelli
,
quasi
intera
l
'
apologia
di
Lorenzino
dei
Medici
,
lettere
del
Caro
,
frammenti
di
dialoghi
di
Galileo
,
discorsi
del
Carducci
,
molti
dei
passi
migliori
dei
Promessi
sposi
.
Il
maggior
vantaggio
di
questo
studio
è
che
con
le
parole
e
le
frasi
mi
restano
nella
mente
la
struttura
dei
periodi
,
la
musica
dello
stile
,
l
'
andamento
del
pensiero
,
proprio
di
ciascuno
scrittore
.
E
in
che
modo
vi
restano
!
Non
lo
può
immaginare
chi
non
ha
fatto
un
'
egual
prova
.
A
rischio
di
farla
ridere
alle
mie
spalle
,
le
dico
che
tutta
quella
prosa
,
quando
la
ridico
a
me
stesso
,
o
alla
muta
o
di
viva
voce
,
non
mi
par
più
roba
d
'
altri
,
ma
mia
;
che
mi
par
veramente
che
tutti
quei
pensieri
siano
usciti
in
quella
data
forma
dal
fondo
del
mio
cervello
;
ed
è
così
fatta
l
'
illusione
,
che
quando
in
luogo
d
'
una
parola
o
d
'
una
frase
del
testo
me
ne
scappa
un
'
altra
,
sento
l
'
errore
subito
e
scatto
,
quasi
offeso
,
come
un
musicista
che
senta
una
stonatura
in
una
melodia
propria
sonata
da
un
altro
.
Da
questo
segue
che
nel
parlare
e
nello
scrivere
non
m
'
accorgo
punto
delle
locuzioni
che
adopero
,
prese
dalle
pagine
che
so
a
memoria
;
poichè
mi
son
tutte
così
profondamente
fitte
nel
capo
,
così
intimamente
compenetrate
coi
pensieri
abituali
,
che
non
le
posso
più
discernere
da
quell
'
altro
materiale
linguistico
che
abbiamo
tutti
nella
mente
fin
dall
'
infanzia
,
senza
saper
né
quando
né
come
vi
sia
penetrato
.
La
ho
persuasa
della
bontà
del
mio
metodo
?
Io
ne
son
persuaso
per
modo
dall
'
esperienza
,
che
a
quanti
giovani
mi
chiedon
consiglio
,
do
questo
consiglio
:
-
Studiate
a
mente
.
Una
pagina
di
prosa
o
di
poesia
,
bella
e
ricca
di
lingua
,
che
vi
stampiate
nella
memoria
,
che
vi
appropriate
,
che
vi
assimiliate
in
maniera
da
parervi
che
sia
pensiero
,
arte
,
musica
vostra
,
vi
gioverà
più
di
cento
letture
,
più
d
'
un
monte
di
note
,
più
d
'
un
mese
impiegato
a
scartabellar
dizionarî
.
Studiate
anche
una
cosa
sola
ogni
mese
e
vedrete
qual
vantaggio
ne
avrete
dopo
un
anno
.
Cominciate
con
la
poesia
,
passate
poi
alla
prosa
.
Oltre
all
'
imparare
il
materiale
della
lingua
,
scoprirete
a
poco
a
poco
le
più
segrete
virtù
musicali
degli
stili
,
le
finezze
più
squisite
dell
'
arte
dello
scrivere
,
senza
sforzo
,
per
il
solo
effetto
della
ripetizione
.
Vi
formerete
una
biblioteca
mentale
in
cui
troverete
un
piacere
e
un
conforto
grandissimo
in
mille
congiunture
della
vita
,
ogni
giorno
,
ogni
momento
;
un
'
Antologia
che
avrete
sempre
aperta
dinanzi
agli
occhi
,
dovunque
siate
,
come
una
visione
permanente
dello
spirito
;
una
raccolta
inestimabile
di
bellezze
di
lingua
,
non
solitarie
e
fredde
,
ma
contessute
e
armonizzate
dall
'
arte
dei
grandi
maestri
,
animate
dal
pensiero
,
scaldate
dall
'
ispirazione
:
forma
e
sostanza
,
splendore
e
sapienza
ad
un
tempo
.
Io
pensavo
da
principio
che
l
'
amore
di
questa
maniera
di
studio
mi
sarebbe
scemato
con
gli
anni
;
ma
non
scemò
:
si
fece
più
vivo
.
Ogni
passo
di
scrittore
ch
'
io
so
a
memoria
è
per
me
come
un
amico
e
un
maestro
di
lingua
che
m
'
accompagna
da
per
tutto
,
sempre
pronto
a
rallegrarmi
e
a
insegnarmi
qualche
cosa
.
Oggi
ancora
,
quando
leggo
una
poesia
o
uno
squarcio
di
prosa
magistrale
,
dico
a
me
stesso
:
-
Facciamoci
un
nuovo
amico
,
-
e
me
lo
faccio
,
con
una
facilità
maravigliosa
oramai
.
Ella
,
per
bontà
sua
,
dice
che
sono
uno
scrittore
.
Ebbene
,
sono
diventato
uno
scrittore
in
questo
modo
.
E
può
scrollar
le
spalle
chi
vuole
:
io
continuo
.
Il
miscellaneo
.
Un
metodo
,
io
?
Ma
le
pare
che
un
arruffone
par
mio
possa
avere
un
metodo
?
Io
non
sono
che
un
dilettante
,
che
studia
la
lingua
per
ispasso
,
in
una
maniera
affatto
irragionevole
.
Ho
un
così
detto
Gran
libro
della
lingua
,
nel
quale
esperimento
tutti
i
metodi
;
ma
seguo
di
preferenza
quello
che
tengono
inconsciamente
i
bambini
nell
'
imparare
a
parlare
:
un
curiosissimo
libro
,
in
cui
si
rispecchia
il
disordine
matto
della
mia
mente
,
il
perpetuo
trescone
che
ballano
le
idee
nel
mio
capo
.
Lo
vuol
vedere
?
È
una
maraviglia
di
scapigliatura
intellettuale
.
Mentre
lei
lo
sfoglierà
,
io
le
darò
le
spiegazioni
occorrenti
,
e
può
darsi
che
si
diverta
.
Dicendo
questo
,
tirò
giù
da
uno
scaffale
un
grosso
registro
,
che
pareva
il
Libro
maestro
di
una
Casa
di
commercio
,
e
me
lo
mise
aperto
sul
tavolo
.
-
Veda
-
mi
disse
-
le
prime
pagine
.
Io
vi
cominciai
a
notare
parole
e
frasi
prese
dagli
scrittori
,
man
mano
che
li
andavo
leggendo
,
senz
'
ordine
di
tempo
né
di
materie
.
Vede
che
si
salta
dal
Boccaccio
al
Giusti
,
da
Gino
Capponi
al
Guicciardini
,
dal
Cellini
al
Leopardi
.
Noti
qui
,
fra
gli
estratti
di
due
trecentisti
,
uno
studio
sulla
terminologia
del
vestiario
femminile
,
che
feci
sulla
traduzione
d
'
un
romanzo
francese
,
fatta
da
Ferdinando
Martini
;
e
più
oltre
,
accanto
a
una
pagina
d
'
aggettivi
prediletti
da
Dante
,
una
serie
di
locuzioni
relative
al
vino
,
pescate
nel
ditirambo
del
Redi
.
Questo
le
può
dare
un
'
idea
del
metodo
.
E
ora
veda
lei
,
più
innanzi
,
se
ci
si
raccapezza
.
Nelle
pagine
seguenti
,
in
fatti
,
trovai
il
più
strano
disordine
che
si
possa
immaginare
.
Elenchi
di
proverbi
toscani
;
infilzate
di
vocaboli
e
di
frasi
ingiuriose
;
una
pagina
intitolata
:
-
Vari
modi
di
dar
dell
'
asino
al
prossimo
;
in
un
'
altra
pagina
,
sotto
un
grosso
titolo
:
-
Alla
gogna
-
registrati
tutti
i
più
marchiani
francesismi
e
idiotismi
d
'
uso
corrente
nei
giornali
e
nella
conversazione
,
e
ad
alcuni
di
quelli
scritto
accanto
:
-
Guardati
!
-
;
quelli
appunto
,
mi
spiegò
l
'
amico
,
che
solevano
più
spesso
scappare
anche
a
lui
nello
scrivere
e
nel
parlare
.
Alternati
con
questi
,
altri
elenchi
di
frasi
e
di
parole
,
abbracciati
da
grandi
graffe
,
lungo
le
quali
era
scritto
:
-
Ti
fanno
paura
?
-
e
disse
ch
'
erano
modi
efficaci
ch
'
egli
non
usava
mai
,
e
che
aveva
messi
in
mostra
in
quella
forma
per
rammentare
a
sé
stesso
d
'
usarli
.
Poi
una
serie
di
dizionarietti
speciali
:
di
giochi
fanciulleschi
,
di
difetti
fisici
,
di
motti
scherzosi
,
di
colori
,
di
piante
,
di
strumenti
di
lavoro
,
illustrati
di
figurine
schizzate
con
la
penna
,
per
chiarire
il
significato
e
facilitare
la
memoria
delle
parole
.
C
'
eran
disegnati
un
violino
e
una
finestra
,
con
su
scritti
i
nomi
di
tutte
le
loro
parti
,
e
una
figura
umana
in
caricatura
,
che
aveva
scritto
sopra
il
capo
:
pera
,
sul
naso
:
nappa
,
sul
mento
:
bietta
,
su
ventre
:
buzzo
,
sulle
mani
:
mestole
,
sulle
gambe
:
seste
,
sulle
scarpe
:
-
ciotole
.
Lessi
una
Pagina
delle
busse
,
nella
quale
erano
notate
tutte
le
forme
di
percossa
possibili
,
dal
rovescione
al
biscottino
,
con
tutti
i
verbi
con
cui
si
può
designare
l
'
azione
:
accoccare
,
appiccicare
,
appioppare
,
allungare
,
ammenare
,
appoggiare
,
assestare
,
azzeccare
,
ammollare
,
affibbiare
,
barbare
,
distendere
,
consegnare
,
fiancare
,
misurare
,
piantare
,
rifilare
,
rivogare
,
somministrare
,
tirare
:
un
tesoro
di
gentilezze
.
Di
tanto
in
tanto
,
in
grandi
caratteri
:
-
Esercizi
ginnastici
-
e
sotto
,
un
dialogo
strambo
,
nel
quale
due
persone
,
collegando
a
dispetto
dei
santi
le
idee
più
disparate
,
si
palleggiano
tutte
le
locuzioni
registrate
nelle
dieci
o
venti
pagine
precedenti
;
o
aneddoti
o
descrizioni
bizzarre
,
in
cui
tutte
quelle
locuzioni
sono
pigiate
a
forza
,
o
periodi
a
chiocciola
,
dove
una
stessa
idea
è
espressa
parecchie
volte
di
seguito
in
forma
diversa
.
Alcuni
di
questi
esercizi
,
intitolati
Scrigni
poetici
,
erano
sonetti
e
versi
sciolti
,
nei
quali
l
'
amico
aveva
incastrato
una
quantità
di
modi
,
per
ricordarli
meglio
,
in
grazia
del
ritmo
.
Fra
due
di
queste
poesiole
c
'
era
un
discorso
d
'
un
pedante
marcio
,
tutto
tessuto
di
quei
vocaboli
e
di
quelle
frasi
antiquate
,
che
nessuno
usa
più
parlando
,
ma
che
qualcuno
s
'
ostina
ancora
a
scrivere
,
sfidando
eroicamente
il
ridicolo
;
altrove
il
discorso
d
'
un
lezioso
;
più
là
il
soliloquio
d
'
uno
sgrammaticante
,
con
le
sgrammaticature
più
frequenti
nella
conversazione
della
gente
per
bene
.
Mi
cadde
sottocchio
,
fra
l
'
altro
,
una
pagina
di
Spazzature
,
dov
'
era
raccolto
un
buon
numero
di
quelle
frasi
fatte
,
calìe
letterarie
,
o
fiori
secchi
di
rettorica
,
che
ricorrono
di
continuo
nei
discorsi
e
nei
brindisi
,
e
che
son
diventati
odiosi
a
tutti
oramai
,
anche
a
quelli
che
li
usano
,
quando
li
sentono
usare
dagli
altri
.
Ma
sopra
ogni
cosa
attirò
la
mia
attenzione
e
mi
parve
strana
una
grande
quantità
di
parole
e
di
frasi
segnate
a
capo
e
a
piè
di
pagina
,
sui
margini
,
tra
riga
e
riga
,
a
traverso
lo
scritto
,
un
po
'
da
per
tutto
,
alcune
in
istampatello
,
altre
inquadrate
in
quattro
tratti
di
penna
,
o
scritte
con
matita
rossa
,
verde
o
turchina
,
o
sormontate
da
un
Nota
bene
,
o
fiancheggiate
da
un
punto
esclamativo
,
o
da
un
crocione
,
o
da
una
bandierina
disegnata
:
parole
e
frasi
,
che
l
'
amico
mi
disse
d
'
aver
appuntate
così
a
caso
,
dove
prima
gli
veniva
,
man
mano
che
le
intoppava
nei
libri
,
e
contrassegnate
in
quella
maniera
,
perché
attirassero
il
suo
sguardo
e
gli
si
rinfrescassero
nella
memoria
quando
egli
sfogliava
il
librone
per
cercarvi
o
per
notarvi
altre
cose
.
Tutto
il
librone
n
'
era
tempestato
,
e
anche
molte
di
queste
note
illustrate
da
piccoli
schizzi
di
figure
umane
,
di
mobili
,
d
'
utensili
,
d
'
oggetti
d
'
ogni
genere
;
e
v
'
eran
qua
e
là
delle
pagine
bianche
,
preparate
per
altre
note
,
coi
titoli
già
scritti
.
Trovai
in
ultimo
un
elenco
di
quei
modi
dialettali
,
che
si
sogliono
scansare
con
gran
cura
,
benchè
appartengano
pure
alla
lingua
,
e
siano
correttissimi
,
e
nella
pagina
accanto
una
raccolta
di
frasi
di
complimento
antiche
e
moderne
,
alla
quale
faceva
riscontro
un
piccolo
dizionario
di
moccoli
smorzati
,
di
quelle
esclamazioni
vigorose
di
maraviglia
o
di
dispetto
,
che
la
gente
ben
educata
sostituisce
ai
sacrati
autentici
,
quando
è
in
una
compagnia
a
cui
si
devono
dei
riguardi
.
Arrivato
a
questo
punto
,
benchè
mi
destasse
un
senso
d
'
ammirazione
l
'
amor
della
lingua
vivissimo
che
si
manifestava
in
quella
strana
rigatteria
filologica
,
non
potei
trattenere
una
risata
.
Ma
il
bottegaio
non
se
n
'
ebbe
per
male
;
tutt
'
altro
.
-
Bene
!
-
mi
disse
.
-
Mi
fa
piacere
di
vederla
ridere
.
È
il
commento
che
desideravo
e
aspettavo
,
perché
giustifica
la
mia
mancanza
di
metodo
,
ed
è
un
modo
di
riconoscere
che
si
può
far
dello
studio
della
lingua
uno
spasso
amenissimo
,
come
io
faccio
appunto
.
Studiando
la
lingua
io
scrivo
versi
,
recito
la
commedia
,
lavoro
di
mosaico
,
faccio
ginnastica
con
la
penna
,
rivedo
le
bucce
agli
altri
e
a
me
stesso
,
rido
,
tesoreggio
,
disegno
,
fantastico
,
e
serbo
una
libertà
di
spirito
che
esclude
ogni
fatica
e
ogni
noia
.
Non
è
un
metodo
;
ma
un
modo
che
credo
convenientissimo
a
tutte
le
teste
disordinate
e
svolazzatoie
com
'
è
quella
che
porto
sulle
spalle
.
Veda
,
io
non
darei
questo
libraccio
per
un
peso
eguale
di
biglietti
da
cento
.
E
se
lo
stampassi
,
credo
che
farebbe
furore
.
Certo
sarebbe
il
trattato
linguistico
più
originale
che
si
sia
pubblicato
mai
,
e
forse
non
il
più
inutile
.
Dopo
la
mia
morte
,
chi
sa
!
O
lo
lascerò
alla
Biblioteca
Vittorio
Emanuele
,
di
Roma
.
Il
vocabolarista
.
Per
imparar
la
lingua
io
leggo
assiduamente
,
oltre
gli
scrittori
,
il
Vocabolario
.
Non
lo
leggo
soltanto
perché
è
il
solo
libro
che
,
se
non
tutta
,
contiene
quasi
tutta
la
lingua
;
ma
anche
perché
mi
diletta
l
'
immaginazione
,
senza
turbarmi
l
'
animo
,
non
movendo
in
alcun
modo
le
passioni
;
dalle
quali
rifugge
la
mia
indole
tranquilla
.
Dico
di
più
:
che
per
me
non
c
'
è
altro
libro
che
diletti
altrettanto
,
per
poco
che
l
'
immaginazione
del
lettore
si
presti
a
vivificar
la
lettura
.
Per
me
le
parole
sono
creature
umane
,
e
le
colonne
,
strade
,
dove
passa
una
folla
maravigliosa
.
In
questa
folla
incontro
conoscenti
e
sconosciuti
;
indifferenti
che
lascio
passare
,
figure
curiose
con
cui
mi
soffermo
,
vecchi
amici
che
mi
son
famigliari
fin
dai
primi
anni
,
persone
con
le
quali
ebbi
relazione
un
tempo
,
e
che
dimenticai
in
seguito
,
e
che
riconosco
con
piacere
,
e
altre
che
cercai
un
pezzo
nel
regno
dei
libri
,
senza
trovarle
,
e
a
cui
faccio
festa
,
come
si
fa
a
un
amico
inaspettato
,
che
ci
venga
a
cavar
da
un
impiccio
.
Vedo
nelle
parole
immagini
di
scienziati
,
di
poeti
,
di
pedanti
,
di
villani
,
di
beceri
,
di
patrizi
,
d
'
operai
,
facce
benigne
e
sinistre
,
e
buffe
,
e
tragiche
,
e
figure
di
ragazze
snelle
e
gentili
,
di
donnine
semplici
o
affettate
,
e
di
vecchie
venerabili
,
sei
volte
secolari
,
che
parlarono
col
Boccaccio
e
con
Dante
,
e
serbano
la
fresca
vivacità
della
giovinezza
.
E
ciascuna
mi
desta
un
pensiero
,
e
alla
più
parte
mi
scappa
detto
qualche
cosa
,
passando
.
-
Ti
saluto
,
simpatia
!
-
Mi
rallegro
con
lei
,
finalmente
assunta
all
'
onore
del
Vocabolario
.
-
Passa
via
,
svergognata
.
-
O
lei
,
che
mille
volte
m
'
è
entrata
e
mille
volte
sfuggita
dalla
mente
,
quando
si
risolverà
a
rimanervi
?
-
Te
non
ti
ci
voglio
,
chè
non
t
'
ho
mai
potuta
patire
.
-
Si
fermi
lei
,
e
mi
dica
bene
una
volta
quello
che
vuol
dire
,
chè
non
l
'
ho
mai
saputo
per
l
'
appunto
.
-
Le
parole
seguite
da
derivati
e
diminutivi
mi
danno
l
'
immagine
di
padri
o
di
madri
con
un
codazzo
di
figliuoli
e
di
nipoti
grandi
e
piccoli
;
quelle
cadute
fuor
d
'
uso
,
di
superstiti
d
'
altre
età
,
che
si
trascinino
,
e
non
si
ritrovino
in
mezzo
alla
folla
giovanile
che
passa
,
o
d
'
ombre
di
trapassati
,
ricordate
nel
dizionario
da
una
lapide
;
quelle
di
significati
diversi
,
di
faccendieri
che
facciano
ogni
arte
;
le
nuove
,
d
'
origine
straniera
,
di
viaggiatori
arrivati
di
fresco
,
con
la
valigia
alla
mano
.
E
incontro
greci
e
romani
antichi
,
e
italiani
d
'
ogni
secolo
,
e
visi
e
vestiari
di
tutte
le
regioni
d
'
Italia
.
Tutti
i
mestieri
,
tutte
le
scienze
,
usi
e
costumi
di
ogni
classe
sociale
e
d
'
ogni
popolo
,
tutti
gli
stati
dell
'
animo
,
tutte
le
forme
e
tutti
gli
strumenti
dell
'
operosità
umana
,
tutti
gli
aspetti
della
natura
e
tutte
le
epoche
della
storia
mi
passano
dinnanzi
nel
Vocabolario
.
Ed
è
il
mio
maggior
diletto
appunto
questo
passaggio
continuo
dall
'
una
all
'
altra
idea
disparatissima
,
questo
procedere
a
salti
,
a
volate
subitanee
da
cose
materiali
a
cose
ideali
,
da
un
polo
all
'
altro
del
mondo
intellettuale
,
questa
fuga
vertiginosa
di
luoghi
,
d
'
oggetti
,
di
genti
,
d
'
orizzonti
,
di
secoli
,
nella
quale
il
mio
pensiero
balena
più
fitto
,
la
mia
fantasia
batte
più
rapidamente
l
'
ali
che
nell
'
impeto
d
'
un
'
inspirazione
creatrice
.
E
quanti
ricordi
mi
destano
le
parole
!
Moltissime
,
sonandomi
nella
mente
,
risvegliano
e
fanno
uscire
dai
recessi
della
memoria
volti
,
nomi
,
casi
,
momenti
della
vita
,
che
da
più
o
meno
tempo
vi
stavano
rimpiattati
e
ignorati
.
Una
parola
antiquata
o
poetica
mi
rammenta
una
persona
che
spesso
la
diceva
,
facendone
pompa
fra
gli
amici
,
i
quali
ne
sorridevano
,
toccandosi
a
vicenda
col
gomito
;
un
'
altra
mi
fa
riudir
l
'
accento
d
'
un
lontano
o
d
'
un
morto
,
che
la
pronunziava
in
certo
modo
suo
proprio
;
questa
mi
richiama
alla
mente
un
linguista
che
le
mosse
guerra
e
uno
che
la
difese
,
e
le
dispute
che
vi
fecero
intorno
,
e
le
impertinenze
che
si
scambiarono
pel
fatto
suo
;
quella
mi
ricorda
un
verso
celebre
o
un
motto
storico
o
una
scena
di
commedia
o
un
angolo
di
salotto
dove
la
intesi
dire
storpiata
o
a
sproposito
.
E
a
certi
nomi
di
malattie
mi
si
levan
davanti
le
immagini
di
amici
perduti
;
rivedo
certe
tavole
di
banchettanti
a
leggere
certi
vocaboli
gastronomici
;
in
certe
parole
onomatopeiche
infantili
risento
la
voce
dei
miei
figliuoli
bambini
;
e
molte
mi
fanno
balenare
alla
mente
le
sembianze
degli
scrittori
che
le
predilessero
:
la
fronte
grave
del
Machiavelli
,
gli
occhi
ardenti
del
Foscolo
,
il
viso
pallido
del
Leopardi
.
Ho
detto
in
che
modo
mi
diverto
:
mi
domanderete
in
che
modo
imparo
.
Vi
dico
come
.
M
'
arresto
ogni
momento
a
pensare
.
Ecco
,
per
esempio
,
un
vocabolo
,
che
soglio
usare
in
un
significato
che
non
è
propriamente
il
suo
:
bisogna
che
me
ne
fissi
nella
mente
,
una
volta
per
sempre
,
il
significato
vero
.
Eccone
un
altro
del
quale
abuso
:
vi
segno
accanto
:
liberarsene
,
e
segnerò
poi
quelli
che
troverò
,
che
vi
si
possano
sostituire
.
Segno
una
parola
d
'
uso
comune
,
che
non
uso
mai
,
benchè
sia
spesso
necessaria
:
perché
non
l
'
uso
?
quale
altra
adopero
invece
?
che
differenza
passa
fra
l
'
una
e
l
'
altra
?
Trovo
parole
efficacissime
e
generalmente
usate
che
in
nessun
modo
mi
si
vogliono
appiccicare
alla
memoria
,
come
se
ci
fosse
nella
loro
forma
e
nel
loro
suono
qualche
cosa
di
ripugnante
all
'
occhio
della
mia
mente
e
al
mio
senso
dell
'
armonia
:
e
faccio
un
atto
vivo
della
volontà
per
istamparmele
nel
cervello
.
Ad
ogni
vocabolo
segnato
come
fuor
di
corso
,
o
d
'
uso
non
comune
,
cerco
quello
che
vi
si
è
sostituito
o
che
s
'
usa
più
comunemente
in
sua
vece
;
mi
provo
a
definire
il
significato
di
certe
parole
prima
di
leggere
la
definizione
stampata
,
e
raffronto
con
questa
la
mia
;
m
'
esercito
a
cercare
esempi
di
scrittori
o
dell
'
uso
parlato
corrente
da
aggiungere
a
quelli
che
il
Vocabolario
registra
;
e
via
discorrendo
.
Vedete
come
e
quanto
si
può
studiare
sul
Vocabolario
!
E
non
dico
delle
nuove
parole
che
imparo
,
che
ignoravo
affatto
;
delle
nozioni
elementari
d
'
ogni
scienza
,
che
acquisto
o
rettifico
e
chiarisco
nella
mia
mente
;
dei
proverbi
,
delle
sentenze
,
dei
consigli
pratici
,
utili
alla
vita
,
delle
infinite
immagini
,
sussidio
all
'
arte
dello
scrivere
,
che
raccolgo
passando
.
Sin
dalla
prima
lettura
segnai
con
lunghi
tratti
di
penna
sui
margini
tutte
le
serie
di
parole
che
non
giova
rileggere
,
e
così
procedo
ora
senza
perder
tempo
.
E
di
questa
lettura
non
mi
stanco
mai
.
Sebbene
io
abbia
letto
il
Vocabolario
tante
volte
che
certe
pagine
,
certe
colonne
mi
son
rimaste
nella
memoria
come
armadi
aperti
,
in
cui
vedo
ogni
parola
al
suo
posto
,
quasi
nell
'
ordine
alfabetico
col
quale
v
'
è
collocata
,
mi
dà
sempre
un
nuovo
diletto
ogni
lettura
;
qualche
cosa
da
imparare
trovo
sempre
,
sempre
nuovi
passaggi
e
contrasti
inaspettati
e
strani
fra
vocaboli
che
si
toccano
,
nuovi
richiami
di
ricordi
,
nuove
sorgenti
di
comicità
,
nuovi
segreti
e
virtù
e
maraviglie
del
verbo
umano
.
E
v
'
entro
con
un
senso
sempre
più
vivo
di
reverenza
pensando
di
quale
enorme
lavoro
di
generazioni
è
il
prodotto
quell
'
enorme
materiale
di
lingua
,
che
lunga
e
varia
e
venturosa
vita
ogni
parola
ha
vissuta
,
e
per
che
mirabili
vicende
passeranno
ancora
la
maggior
parte
nei
secoli
,
e
che
tesoro
immenso
di
pensiero
fu
accumulato
e
si
spargerà
ancora
per
il
mondo
per
mezzo
di
quelle
parole
.
Il
Vocabolario
!
Ma
è
il
grande
Museo
,
il
tempio
nazionale
,
la
montagna
sacra
,
sul
cui
vertice
risplende
il
genio
della
razza
.
E
si
tratta
di
freddo
e
vuoto
pedante
chi
lo
studia
!
Ma
io
istituirei
delle
cattedre
per
leggerlo
e
per
commentarlo
;
ma
....
Suona
l
'
ora
.
Faccio
punto
.
È
l
'
ora
della
mia
lettura
quotidiana
.
Salute
.
IL
MODO
MIGLIORE
.
Ora
,
dei
cinque
modi
,
che
abbiamo
visti
,
di
studiare
la
lingua
,
tu
domanderai
quale
sia
il
meglio
.
Il
meglio
,
a
mio
parere
,
è
il
sesto
.
Voglio
dire
un
metodo
,
il
quale
raccolga
quanto
v
'
è
di
buono
in
quei
cinque
.
Leggere
attentamente
i
buoni
scrittori
,
segnando
sul
libro
,
se
si
può
,
per
ritrovarle
poi
facilmente
,
le
voci
e
le
locuzioni
che
ci
riescon
nuove
e
che
ci
vogliamo
appropriare
,
cercando
di
fissarcene
nella
mente
,
senza
l
'
aiuto
della
penna
,
il
maggior
numero
possibile
,
con
quanto
occorre
del
testo
a
chiarirne
bene
il
significato
e
a
farne
sentire
tutto
il
valore
;
mandar
a
memoria
poesie
e
squarci
di
prosa
,
nei
quali
al
pregio
del
pensiero
o
del
sentimento
e
alla
bellezza
dello
stile
sia
congiunta
una
particolar
ricchezza
di
lingua
;
notare
il
meglio
del
materiale
che
si
ricava
dalle
letture
,
dividendolo
e
raggruppandolo
intorno
a
certi
soggetti
,
perché
riesca
più
facile
ritenerlo
e
ritrovarlo
;
esercitarsi
,
scrivendo
,
a
maneggiare
il
materiale
raccolto
con
abbozzi
di
componimenti
,
di
periodi
,
anche
di
semplici
frasi
,
che
siano
come
i
bozzetti
che
buttan
giù
i
pittori
per
acquistare
la
padronanza
della
tavolozza
;
e
leggere
ad
un
tempo
,
rileggere
,
studiare
il
vocabolario
.
Quest
'
ultimo
studio
ti
raccomando
in
particolar
modo
,
perché
è
quello
che
più
difficilmente
s
'
inducono
a
fare
i
giovinetti
.
Ma
occorre
intendersi
bene
.
Una
trentina
d
'
anni
fa
,
con
uno
scritto
diretto
particolarmente
ai
giovani
,
io
raccomandai
la
lettura
del
vocabolario
.
Nel
corso
di
questi
trent
'
anni
parecchi
mi
scrissero
,
e
altri
mi
dissero
presso
a
poco
quello
che
segue
:
-
Abbiamo
seguìto
il
suo
consiglio
,
o
meglio
,
ci
siamo
provati
a
seguirlo
;
ma
non
c
'
è
riuscito
di
tirare
innanzi
:
la
lettura
del
vocabolario
ci
addormentava
;
ci
vuole
una
pazienza
di
Benedettini
per
reggerci
;
abbiamo
smesso
.
Ecco
.
Rispondo
prima
di
tutto
che
senza
pazienza
non
si
riesce
a
imparar
la
lingua
in
nessuna
maniera
,
e
che
la
pazienza
di
studiare
il
vocabolario
l
'
ebbero
scrittori
di
grande
ingegno
,
come
il
Manzoni
che
postillò
la
Crusca
per
modo
da
non
lasciarne
vedere
i
margini
,
Teofilo
Gautier
,
che
teneva
il
vocabolario
sul
tavolino
da
notte
,
Gabriele
d
'
Annunzio
,
che
legge
persino
dei
vocabolari
tecnici
,
dalla
prima
all
'
ultima
parola
.
Rispondo
in
secondo
luogo
che
quella
è
una
lettura
che
non
va
fatta
a
modo
dell
'
altre
.
Se
tu
ti
metti
a
leggere
il
vocabolario
come
un
romanzo
o
una
storia
,
con
l
'
idea
di
correrlo
tutto
d
'
un
fiato
,
per
finirlo
il
più
presto
possibile
,
e
liberarti
dalla
fatica
,
non
solo
ti
farai
nella
mente
una
grande
confusione
,
senza
cavarne
alcun
frutto
;
ma
non
reggerai
a
leggerne
una
decima
parte
,
si
capisce
,
chè
t
'
ammazzerà
la
noia
prima
d
'
arrivarci
.
È
una
lettura
che
si
deve
fare
a
poco
per
volta
,
a
pezzi
e
bocconi
,
con
l
'
animo
tranquillo
,
quando
ci
si
ha
disposto
lo
spirito
,
e
non
di
corsa
,
ma
a
rilento
,
accompagnandola
passo
per
passo
,
come
ti
disse
il
Vocabolarista
,
con
un
lavoro
di
memoria
,
di
ragionamento
e
d
'
immaginazione
.
Bisogna
,
insomma
,
mettersi
alla
lettura
e
procedervi
per
modo
,
che
quello
studio
finisca
a
poco
a
poco
con
non
più
richiedere
uno
sforzo
di
volontà
,
e
diventi
una
consuetudine
,
cessi
d
'
essere
una
fatica
,
e
si
muti
in
un
piacere
.
Dirai
:
-
È
presto
detto
.
Hai
ragione
:
è
presto
detto
.
Ebbene
,
farò
qualche
cosa
di
più
.
Ti
propongo
di
fare
una
prova
insieme
.
Pigliamo
,
per
esempio
,
il
Novo
dizionario
italiano
del
Petrocchi
:
una
lettera
qualunque
,
la
lettera
P
,
e
leggiamola
tutta
.
M
'
ingegnerò
di
farti
vedere
come
si
deve
leggere
il
vocabolario
,
o
,
per
dir
meglio
,
ti
farò
vedere
come
io
lo
leggo
,
in
che
maniera
mi
ci
diverto
e
c
'
imparo
,
che
è
la
maniera
in
cui
mi
pare
che
anche
tu
ti
ci
possa
divertire
,
imparando
;
e
nel
far
questo
,
userò
con
te
la
più
grande
sincerità
,
come
con
un
compagno
di
scuola
:
ti
confesserò
le
mie
ignoranze
,
i
miei
stupori
e
i
miei
dubbi
,
che
ti
gioveranno
forse
,
se
te
ne
ricorderai
,
nelle
tue
letture
avvenire
.
Sarà
una
prova
un
po
'
lunghetta
,
benchè
io
proceda
alla
lesta
,
omettendo
le
parole
più
comuni
,
e
anche
molte
che
non
son
tali
,
e
un
gran
numero
di
vocaboli
tecnici
e
storici
;
ma
ci
occorrerà
spesso
di
ricrearci
divagando
e
scherzando
.
All
'
opera
,
dunque
.
Apro
il
secondo
volume
,
alla
lettera
P
.
Incominciamo
.
Ma
no
.
Tu
avrai
bisogno
di
respirare
.
Svaghiamoci
prima
insieme
con
qualche
personaggio
ameno
:
con
un
nemico
del
vocabolario
,
questa
volta
,
per
non
uscir
d
'
argomento
.
IL
FALSO
MONETARIO
.
Falso
monetario
della
lingua
,
s
'
intende
.
Era
un
pittore
ligure
,
digiuno
di
lettere
,
ma
pieno
d
'
ingegno
,
che
parlava
il
più
bizzarro
italiano
ch
'
io
abbia
mai
inteso
dagli
scali
di
Levante
alle
Colonie
del
rio
de
La
Plata
:
tutte
parole
storpiate
,
mutate
di
desinenza
e
di
genere
,
o
usate
in
tutt
'
altro
significato
da
quello
loro
proprio
.
Il
suo
magazzino
linguistico
era
come
una
tesoreria
di
monete
false
,
adulterate
o
calanti
,
ch
'
egli
dava
via
a
casaccio
e
in
tutta
buona
fede
.
Questo
derivava
principalmente
dal
fatto
strano
(
ma
nella
gente
incolta
non
raro
)
,
che
ogni
parola
insolita
ch
'
egli
leggesse
o
sentisse
si
confondeva
nella
sua
mente
con
un
'
altra
parola
usuale
di
suono
affine
,
o
acquistava
stabilmente
nel
suo
concetto
il
primo
significato
che
,
per
certe
analogie
misteriose
con
altri
vocaboli
,
gli
pareva
dovesse
avere
.
E
siccome
,
avendo
immaginazione
viva
e
spirito
arguto
,
aveva
bisogno
,
per
esprimersi
,
d
'
un
gran
numero
di
parole
,
e
se
ne
appropriava
di
continuo
,
così
gli
fiorivano
sulla
bocca
gli
spropositi
con
una
fecondità
maravigliosa
.
Per
lui
,
ad
esempio
,
donna
in
ghingheri
e
donna
in
gangheri
,
inciprignita
o
incipriata
erano
la
stessa
cosa
,
e
faceva
tutt
'
uno
d
'
immerso
e
sommerso
,
evento
e
avvento
,
immane
e
immune
,
stame
e
strame
,
eminente
e
imminente
.
Parlava
nel
modo
che
può
parlare
un
orecchiante
della
lingua
,
che
ode
a
frullo
e
legge
a
vànvera
,
com
'
egli
infatti
udiva
e
leggeva
.
Usava
sgattaiolare
per
imitar
la
voce
del
gatto
,
sobbillare
per
fare
il
solletico
,
cincischiato
per
azzimato
.
Diceva
a
un
amico
che
s
'
era
fatto
rader
la
barba
:
-
Come
sei
tutto
cincischiato
questa
mattina
!
-
e
quello
subito
si
tastava
il
viso
,
credendo
che
il
suo
Sfregia
lo
avesse
lavorato
d
'
intaglio
.
Ricordo
sfruconare
,
che
per
lui
era
verbo
omnibus
.
-
.
Questa
mattina
mi
sono
sfruconato
a
colazione
mezzo
pollo
.
-
Mi
sfruconai
l
'
abito
contro
il
muro
.
-
Lo
colsero
sul
fatto
e
lo
sfruconarono
ben
bene
.
-
Ho
pagato
dieci
lire
questo
straccio
di
cappello
:
m
'
hanno
sfruconato
.
-
Ad
altre
parole
faceva
far
cento
servizi
.
Per
esempio
ad
ambiente
.
Quando
il
cielo
era
sereno
:
-
Che
bell
'
ambiente
questa
sera
!
-
Che
cos
'
hai
?
Oggi
non
ti
trovo
nel
tuo
ambiente
.
-
Per
gli
amici
era
uno
spasso
.
N
'
aveva
ogni
giorno
una
nuova
,
o
parecchie
.
Fra
le
più
belle
,
che
non
riuscimmo
mai
a
fargli
smettere
,
c
'
era
voce
stentorea
per
voce
stentata
e
aureola
per
arietta
.
-
Tirava
un
'
aureola
deliziosa
!
-
Un
giorno
,
ritornando
da
Cavoretto
,
ci
disse
che
aveva
trovato
il
paese
tutto
infestato
.
-
Da
qual
malanno
?
-
domandammo
.
-
Ma
che
malanno
!
-
Voleva
dire
:
il
paese
in
festa
.
Ma
il
più
comico
era
la
sicurezza
con
cui
le
diceva
,
senza
un
sospetto
al
mondo
dei
suoi
reati
filologici
,
il
colpo
ardito
con
cui
piantava
lo
sproposito
,
come
una
bandiera
vittoriosa
.
Le
nostre
risate
non
lo
sconcertavano
minimamente
.
Alle
osservazioni
critiche
scrollava
le
spalle
.
-
Oh
che
pedanti
!
-
diceva
.
-
Digrignare
,
digrugnare
,
ammaccare
,
ammiccare
,
ruzzolare
e
razzolare
,
su
per
giù
è
lo
stesso
.
So
bene
che
parlo
un
po
'
così
,
all
'
insaputa
.
Ma
mi
capite
sì
o
no
?
E
tanto
basta
.
-
Di
certi
suoi
qui
pro
quo
si
capiva
l
'
origine
:
era
l
'
analogia
fonetica
fra
due
parole
:
da
sfracellare
cavava
sfracelo
;
gemicare
credeva
che
volesse
dire
:
gemere
sommesso
.
Ma
come
diamine
poteva
dire
"
una
scaramuccia
di
bicchieri
sopra
una
tavola
"
per
dire
una
quantità
di
bicchieri
in
disordine
,
e
si
attuffarono
per
vennero
alle
mani
?
E
anche
per
quei
nomi
delle
citazioni
storiche
proverbiali
,
che
si
sogliono
dir
giusti
anche
da
chi
non
ha
cognizione
alcuna
del
fatto
,
faceva
lo
stesso
lavoro
.
-
La
spada
d
'
Empedocle
.
-
L
'
anello
di
Gigi
.
-
L
'
orecchio
di
Dionisia
.
-
Una
che
è
una
non
l
'
infilava
,
e
aveva
una
grande
smania
di
citare
.
Per
gli
amici
che
conoscevano
il
suo
ingegno
,
il
suo
modo
vivo
e
colorito
di
raccontare
e
di
descrivere
e
la
vera
eloquenza
con
cui
parlava
qualche
volta
dell
'
arte
sua
,
quella
profluvie
di
svarioni
era
una
singolarità
piacevole
,
non
derivante
che
da
un
'
imperfezione
del
suo
organo
uditorio
e
della
sua
facoltà
mnemonica
;
ma
chi
non
lo
conosceva
,
la
prima
volta
che
l
'
udiva
parlare
a
quel
modo
,
sospettava
che
n
'
avesse
un
ramo
,
e
lo
guardava
con
diffidenza
.
Fra
le
molte
scene
lepide
di
cui
fu
causa
la
sua
maniera
di
parlare
,
ricordo
quella
che
seguì
in
casa
d
'
una
colta
signora
,
alla
quale
lo
presentammo
.
-
Signora
-
le
diss
'
egli
,
appena
presentato
-
,
io
son
fatto
alla
buona
,
non
so
spiaccicare
complimenti
;
ma
so
che
lei
preferisce
la
sincerità
alla
raffineria
.
La
signora
lo
guardò
,
stupita
;
poi
rispose
:
-
È
vero
.
Preferisco
mille
volte
la
brusca
sincerità
alla
finzione
cortese
.
-
Quanto
a
questo
-
ribattè
l
'
artista
-
le
assicuro
che
l
'
infingardaggine
non
è
fra
i
miei
difetti
.
Ciò
detto
,
si
staccò
dal
crocchio
,
per
parlar
con
altri
;
ma
,
voltatosi
a
un
tratto
e
colto
a
volo
un
atto
che
faceva
a
noi
la
signora
,
come
per
dirci
:
-
Ma
quest
'
artista
non
ha
il
cervello
a
segno
-
credendo
ch
'
ella
accennasse
d
'
aver
male
al
capo
,
le
disse
cortesemente
:
-
È
effetto
del
tempo
,
signora
.
Anche
a
me
questo
tempo
linfatico
rende
la
testa
pesante
.
Fu
quello
uno
dei
suoi
più
"
brillanti
successi
.
"
E
appunto
quello
strano
epiteto
affibbiato
da
lui
al
tempo
,
confondendo
l
'
idea
della
linfa
,
umore
del
corpo
umano
,
che
somiglia
all
'
acqua
,
con
l
'
idea
dell
'
acqua
piovana
,
è
un
esempio
che
spiega
come
si
formassero
nella
sua
mente
certi
strafalcioni
.
E
son
più
frequenti
che
non
si
creda
i
parlatori
di
questo
stampo
,
questi
sbadatoni
e
fracassoni
terribili
,
che
nel
campo
della
lingua
rovesciano
e
rompono
ogni
cosa
,
come
farebbe
un
toro
imbizzarrito
in
un
magazzino
di
chincaglierie
.
Ma
di
maravigliosi
come
lui
non
n
'
intesi
altri
.
Quanti
ameni
ricordi
ci
lasciò
,
che
sono
nella
nostra
mente
sorgenti
inesauribili
di
buon
umore
!
Che
impareggiabili
trovate
!
Quel
tenore
del
teatro
Balbo
che
gli
stralciava
gli
orecchi
con
le
sue
detonazioni
!
E
quel
certo
suo
amico
che
gli
aveva
raccomandato
che
gli
telegrafacesse
immediatamente
l
'
esito
di
non
so
quale
concorso
!
E
quel
Crispi
,
il
suo
adorato
Crispi
,
che
sarebbe
diventato
il
perno
motrice
della
politica
europea
!
E
quelle
guerre
intestinali
della
Francia
!
Tu
mi
perdonerai
,
mio
buon
anarchico
della
grammatica
e
del
dizionario
,
d
'
aver
fatto
ridere
qualcuno
alle
tue
spalle
:
tu
comprenderai
che
non
l
'
ho
fatto
per
mal
animo
.
Non
posso
aver
mal
animo
con
te
,
poichè
per
te
serbo
la
più
viva
gratitudine
.
Vedendoti
pigliare
quei
granchi
enormi
,
imparai
a
scansare
certi
granchi
minori
,
che
di
tanto
in
tanto
pescavo
io
pure
;
tu
m
'
infondesti
nell
'
animo
,
meglio
d
'
ogni
professore
di
lettere
,
il
terrore
salutare
del
farfallone
;
e
un
'
altra
saggia
cosa
m
'
insegnasti
:
a
non
giudicar
mai
lì
per
lì
dal
modo
di
parlare
,
per
malandato
che
questo
sia
,
le
facoltà
intellettuali
d
'
un
mio
simile
.
Ti
ringrazio
dunque
pubblicamente
;
e
non
per
burla
,
ma
per
affetto
mi
servo
ancora
delle
tue
parole
per
dirti
che
la
tua
memoria
mi
è
sempre
sommersa
nel
cuore
,
e
che
vi
rimarrà
finchè
la
Parca
non
recida
lo
strame
della
mia
vita
.
UNA
CORSA
NEL
VOCABOLARIO
.
P
.
P
.
-
Quattordicesima
lettera
dell
'
alfabeto
.
Che
novità
!
Un
momento
.
Nota
che
è
in
generale
maschile
;
più
spesso
maschile
che
femminile
,
dicono
altri
.
Ma
sul
genere
delle
lettere
bisogna
fissarsi
bene
perché
occorre
spesso
di
rammentare
questa
o
quella
vocale
o
consonante
per
canzonare
errori
d
'
ortografia
o
di
pronunzia
del
prossimo
,
ed
è
ridicolo
,
nell
'
atto
stesso
che
si
canzona
un
errore
d
'
altri
,
sbagliare
o
mostrare
incertezza
riguardo
al
genere
della
lettera
a
cui
s
'
accenna
.
Nota
anche
quel
P
.
C
.
,
per
congratulazioni
o
condoglianze
.
Siccome
le
condoglianze
si
fanno
quasi
sempre
per
morti
,
non
ti
pare
che
quel
p
.
c
.
,
usato
da
molti
,
sia
un
po
'
,
...
villanamente
asciutto
,
salvo
che
si
tratti
della
morte
d
'
un
cane
?
Chi
,
per
condolersi
con
me
d
'
una
disgrazia
qualsiasi
,
mi
scrive
un
semplice
p
.
c
.
,
m
'
ha
l
'
aria
di
voler
dire
per
canzonatura
o
per
cavarmela
.
Ed
è
veramente
canzonatura
il
fare
un
atto
di
gentilezza
con
un
'
avarizia
così
spilorcia
d
'
inchiostro
.
PACCA
,
PACCHINA
.
-
Colpo
della
mano
aperta
.
-
Non
m
'
occorre
,
dirai
;
ci
sono
tant
'
altre
parole
per
dir
la
stessa
cosa
!
Adagio
un
po
'
.
Se
tu
dici
a
un
bambino
,
per
ischerzo
:
-
Bada
che
ti
do
una
manata
o
uno
scapaccione
-
,
all
'
orecchio
della
mamma
può
sonar
male
lo
scherzo
.
Se
dirai
una
manatina
o
uno
scapaccioncino
,
dirai
una
parola
che
non
è
d
'
uso
corrente
.
Pacchina
è
la
parola
che
fa
al
caso
.
Inezie
!
Ma
,
nel
parlare
come
nello
scrivere
,
si
manifesta
appunto
in
queste
inezie
il
senso
della
convenienza
e
della
finezza
.
Hai
ragione
,
invece
,
se
mi
dici
che
si
può
far
di
meno
della
parola
PACCHÉO
,
che
vien
dopo
,
per
dir
baggeo
,
uomo
stupido
.
È
da
notarsi
che
di
queste
parole
che
suonano
scherno
o
disprezzo
,
come
di
quelle
che
designano
percosse
,
il
vocabolario
è
mirabilmente
ricco
:
se
lo
leggerai
tutto
,
ci
troverai
una
miniera
di
modi
d
'
ingiuriare
il
prossimo
e
di
termini
relativi
all
'
arte
di
menar
le
mani
;
ciò
che
non
è
un
segno
consolante
della
gentilezza
della
natura
umana
.
Non
c
'
è
forse
altra
famiglia
di
modi
più
numerosa
,
se
non
è
quella
che
si
riferisce
alla
"
noia
di
mangiare
e
bere
"
.
E
a
proposito
,
ecco
la
parola
PACCHIARE
,
mangiare
,
che
molti
lombardi
stupirebbero
di
trovar
nel
vocabolario
italiano
:
è
il
loro
paciáa
,
donde
paciada
,
mangiata
,
d
'
uso
volgare
.
E
tu
,
piemontese
,
troverai
,
andando
innanzi
,
un
gran
numero
di
parole
del
tuo
dialetto
,
che
credi
non
siano
della
lingua
.
Rideresti
,
per
esempio
,
se
sentissi
dire
in
italiano
:
PACCHIUCO
,
che
è
il
piemontese
paciocc
;
fango
,
mota
e
simili
.
Ed
eccolo
qua
,
seguito
da
Pacchiucone
,
pasticcione
,
che
è
il
piemontese
paccioccon
.
E
c
'
è
poco
sotto
Pacioccone
,
più
somigliante
dell
'
altro
al
vocabolo
dialettale
,
ma
che
in
italiano
ha
significato
diverso
,
cioè
di
persona
grassa
,
e
par
che
dica
la
cosa
anche
col
suono
.
Questo
pacioccone
anonimo
ci
conduce
nel
regno
della
pace
.
Il
pane
è
la
pace
della
casa
.
Che
profonda
verità
!
A
quante
cose
fa
pensare
questo
semplice
proverbio
,
in
cui
balenano
tutte
le
tristezze
e
le
tempeste
domestiche
che
derivano
dalla
miseria
!
E
nota
l
'
esempio
:
-
Viene
avanti
con
tutta
la
sua
pace
.
-
Non
c
'
è
l
'
immagine
viva
dell
'
indole
,
dell
'
aspetto
,
dell
'
andatura
d
'
una
persona
?
PACIERE
.
Ebbene
?
Niente
.
Sorrido
a
un
ricordo
mio
,
d
'
un
'
antica
edizione
del
Conte
di
Carmagnola
del
Manzoni
,
che
ebbi
tra
mano
da
ragazzo
,
nella
quale
all
'
ultima
scena
,
dove
il
Conte
dice
di
sperare
che
la
propria
morte
riconcilierà
il
duca
Visconti
con
la
figliuola
,
in
vece
di
:
è
un
gran
pacier
,
era
stampato
:
è
un
gran
piacer
la
morte
;
ed
è
quasi
mezzo
secolo
che
ogni
volta
ch
'
io
trovo
quella
parola
mi
ricordo
d
'
essermi
scervellato
un
bel
pezzo
a
pensare
come
fosse
potuta
sfuggire
ad
Alessandro
Manzoni
quella
stramberia
.
PACIFICONE
.
Ecco
una
parola
comunissima
che
in
venti
volumi
che
ho
sulla
coscienza
sono
ben
sicuro
di
non
aver
usata
mai
,
benchè
mi
sia
occorso
chi
sa
quante
volte
d
'
esprimere
l
'
idea
ch
'
essa
esprime
;
ciò
ch
'
io
feci
senza
dubbio
con
più
d
'
una
parola
,
o
con
un
'
altra
meno
propria
.
Dunque
,
memento
.
-
Come
?
-
mi
domanderai
-
;
anche
alla
Padella
ci
dobbiamo
fermare
?
-
Sì
,
signore
,
e
c
'
è
il
suo
perché
;
sono
anzi
due
.
Lo
sai
che
si
chiama
occhio
il
foro
che
è
nel
manico
dell
'
utensile
benemerito
,
per
attaccarlo
al
chiodo
?
E
sai
che
si
chiama
padella
il
piattello
di
latta
,
di
cristallo
o
d
'
altro
,
che
si
mette
sotto
il
lume
o
sul
candeliere
per
riparar
l
'
olio
o
la
cera
?
-
Ma
son
minuzie
,
-
mi
rispondi
-
;
o
se
m
'
occorrerà
due
volte
o
tre
nella
vita
di
nominar
quelle
cose
!
-
E
batti
!
Ma
siccome
(
e
già
lo
dissi
)
ci
sono
altre
migliaia
di
piccole
cose
,
che
nella
vita
avrai
da
nominar
poche
volte
,
se
tu
trascurerai
d
'
impararne
i
nomi
perché
son
cose
di
poco
conto
,
ti
troverai
migliaia
di
volte
impacciato
.
Ti
capaciti
?
E
nota
il
vantaggio
che
ti
dà
la
lettura
del
Vocabolario
,
dove
,
essendo
detti
tutti
i
significati
di
ciascun
vocabolo
,
tu
puoi
imparare
insieme
i
nomi
di
diversi
oggetti
,
ciascun
dei
quali
ti
rammenterà
l
'
altro
.
Vedi
,
per
esempio
,
più
avanti
,
la
parola
PALA
.
Pala
,
attrezzo
comune
,
pala
del
remo
,
pala
del
timone
,
pala
delle
ruote
dei
molini
.
-
Vedi
PALCO
.
I
palchi
fronzuti
d
'
una
quercia
,
i
palchi
delle
corna
,
i
palchi
delle
pine
,
un
vestito
di
seta
con
trine
a
tre
palchi
;
palco
morto
,
quello
che
si
dice
in
piemontese
sopanta
.
-
Poi
PALLINO
.
Pallino
da
caccia
,
pallino
delle
bocce
,
della
sella
,
della
balaustrata
,
della
chiave
maschia
;
soprannome
d
'
un
cane
,
d
'
un
cavallo
,
ecc
.
;
bambino
grassoccio
.
Più
sotto
,
dietro
PARACADUTE
,
una
filza
di
cose
che
parano
:
PARACAMINO
,
PARAFOCO
,
PARAFUMO
,
PARAMOSCHE
,
PARAOCCHI
,
PARATASCHE
,
PARACENERE
,
PARACIELO
d
'
un
pulpito
,
d
'
una
carrozza
,
d
'
un
tetto
,
ecc
.
Si
piglia
la
lingua
a
retate
.
Rifacciamoci
indietro
.
Ecco
una
bella
parola
per
dire
una
cosa
che
ci
occorre
di
dire
spessissimo
:
PADREGGIARE
,
d
'
un
figliolo
o
d
'
una
figliola
che
somiglia
al
padre
,
o
,
come
si
dice
famigliarmente
,
che
tira
dal
padre
.
-
Per
solito
le
figliole
padreggiano
,
i
figlioli
madreggiano
.
-
Ecco
la
parola
PAESANO
,
che
noi
dell
'
Italia
settentrionale
non
adoperiamo
quasi
mai
nel
senso
di
contrapposto
a
forestiero
o
a
militare
:
-
Vino
paesano
,
ufficiale
vestito
da
paesano
.
-
Ecco
alle
parole
PAGA
e
PAGARE
una
serqua
di
modi
quasi
tutti
relegati
fuor
del
nostro
vocabolario
parlato
.
-
PAGACCIA
,
un
cattivo
pagatore
.
-
Essere
il
PAGA
della
compagnia
-
dar
le
paghe
,
le
busse
.
-
Pagare
a
sgocciolo
,
alla
stracca
,
coi
gomiti
,
a
chiacchiere
,
a
respiro
,
sul
tamburo
,
sulla
cavezza
,
alla
banca
dei
monchi
,
il
giorno
di
San
Mai
,
pagar
di
schiena
.
-
E
alla
parola
:
PAGLIA
:
aver
altra
paglia
in
becco
-
(
un
altro
amore
)
-
mangiarsi
la
paglia
di
sotto
i
piedi
(
rifinire
ogni
cosa
)
-
batter
la
paglia
(
vagar
col
discorso
)
-
rompersi
il
collo
in
un
fil
di
paglia
-
per
ogni
fuscello
di
paglia
(
per
un
nonnulla
)
....
Segue
una
serie
di
nomi
di
cose
utili
a
sapersi
.
PALIOTTO
,
l
'
arnese
di
stoffa
o
altro
che
si
mette
davanti
all
'
altare
;
PALLA
,
il
quadretto
di
tela
per
coprire
il
calice
,
e
il
globo
di
vetro
che
si
mette
ai
lumi
;
PALMENTO
,
la
grande
cassa
dove
casca
la
farina
che
esce
dalle
macine
(
donde
il
modo
:
mangiare
a
due
palmenti
)
;
PEDANA
,
tappeto
per
sotto
i
piedi
;
PEDAGNÓLO
,
il
fusto
dell
'
albero
ancor
giovane
;
PEDALE
,
il
fusto
dell
'
albero
da
terra
all
'
inforcatura
;
PELLÉTICA
,
pelle
della
carne
da
mangiare
,
o
pelle
floscia
o
cascante
della
persona
;
PELO
,
di
marmi
o
pietre
o
vasi
,
fenditura
sottilissima
somigliante
ad
un
pelo
.
Sapevi
tu
i
nomi
di
tutte
queste
cose
?
No
?
Ebbene
,
ti
dico
nell
'
orecchio
che
parte
gl
'
ignoravo
anch
'
io
,
e
parte
li
avevo
dimenticati
.
E
PALANDRA
,
per
abito
d
'
uomo
a
lunga
falda
?
Che
cosa
dice
il
Sor
Palandra
?
Mi
par
di
vederlo
.
Una
sosta
.
Sostiamo
un
poco
,
e
voltiamoci
indietro
.
Vedi
,
nel
breve
tratto
percorso
,
quante
parole
abbiamo
trovate
,
che
ci
hanno
destato
un
ricordo
storico
,
portato
l
'
immaginazione
in
ogni
parte
del
mondo
,
a
cose
remotissime
di
spazio
e
di
tempo
,
dalle
palafitte
lacustri
dell
'
età
preistorica
alle
architetture
palladiane
,
dai
paleosauri
fossili
ai
bacilli
del
Pacini
!
Abbiamo
visto
passare
la
paggeria
pomposa
delle
Corti
,
i
principi
orientali
portati
in
palanchino
,
i
trionfatori
romani
in
veste
palmata
,
i
giovani
greci
lottanti
al
Pancrazio
,
e
dame
e
sonatori
di
lira
e
poeti
tragici
e
ninfe
cacciatrici
di
Diana
ravvolte
nella
palla
,
e
i
lottatori
delle
feste
panatenée
in
onor
di
Pallade
,
e
i
Bolognesi
antichi
plaudenti
alla
battaglia
d
'
ova
e
di
porci
della
Pachetta
.
Ci
son
balenati
dinanzi
Attilio
Regolo
,
che
con
le
palpebre
arrovesciate
,
spasimando
,
guarda
il
sole
,
e
Carlomagno
circondato
di
Paladini
,
e
i
Palleschi
e
i
Piagnoni
,
partigiani
e
avversari
dei
Medici
,
e
i
Francesi
caduti
nel
sangue
delle
Pasque
Veronesi
,
e
Paisanetto
,
la
maschera
genovese
,
e
Pantalone
,
la
maschera
veneziana
,
e
Pantagruele
,
figlio
di
Gargantua
;
e
di
là
da
questa
maravigliosa
processione
,
una
fuga
di
palazzi
famosi
,
i
palmizi
ridenti
di
Liguria
e
di
Sicilia
,
e
il
Palatino
e
il
Panteon
e
le
paludi
Pontine
e
l
'
orizzonte
immenso
della
Pampa
.
Pensasti
mai
,
leggendo
altri
libri
,
a
tante
cose
e
così
diverse
in
così
breve
tratto
di
lettura
?
E
quante
n
'
ho
tralasciate
!
Ma
Rimettiamoci
in
cammino
.
PANACÈA
.
Tu
non
sei
di
quelli
che
pronunziano
panácea
,
non
è
vero
?
Non
t
'
aver
per
male
della
domanda
:
non
di
rado
io
sento
dire
stentoréo
per
stentóreo
,
e
qualche
volta
anche
Satìro
per
Sátiro
,
santissimi
numi
!
E
come
sono
efficaci
le
maniere
:
-
LEVAR
DI
PAN
DURO
-
,
per
mangiar
molto
,
non
lasciar
che
il
pane
diventi
duro
in
casa
;
-
MANGIARE
IL
PAN
PENTITO
-
FINIR
DI
MANGIAR
PANE
,
per
morire
,
e
-
PAN
DI
RICATTO
-
che
si
dice
quando
uno
rifà
agli
altri
quello
che
hanno
fatto
a
lui
.
E
RIMBRONTOLARE
IL
PANE
a
uno
non
è
più
espressivo
di
rimproverare
e
rinfacciare
?
E
com
'
è
ben
significato
e
quasi
effigiato
l
'
ipocrita
untuoso
in
BOCCA
PARI
,
poichè
FAR
LA
BOCCA
PARI
vuol
dire
accomodar
la
bocca
per
ipocrisia
!
Un
'
altra
parola
,
PARI
,
che
non
s
'
usa
quasi
punto
fuor
di
Toscana
,
benchè
serva
a
dire
molte
cose
che
non
si
possono
dire
altrimenti
che
meno
bene
,
o
con
più
parole
,
ciò
che
in
fondo
è
il
medesimo
.
Per
esempio
,
come
diresti
tu
in
altre
parole
:
camminar
pari
pari
o
portar
una
cosa
pari
pari
,
perché
non
si
spanda
l
'
acqua
che
v
'
è
dentro
?
PARARE
.
È
una
di
quelle
tante
parole
comuni
alla
lingua
e
al
dialetto
,
le
quali
noi
non
usiamo
in
certe
forme
perché
,
essendo
queste
anche
dialettali
,
non
le
crediamo
forme
italiane
.
Di
'
la
verità
:
oseresti
dire
che
una
stanza
è
buia
perché
c
'
è
la
casa
di
faccia
che
PARA
?
PARA
,
senz
'
altro
,
sottintendendosi
il
sole
,
la
luce
?
E
dire
:
-
Escimi
davanti
che
mi
PARI
?
E
:
un
pastrano
che
PARA
il
freddo
?
E
a
un
bambino
,
offerendogli
qualche
cosa
:
PARA
bocca
?
PARA
mano
?
PARA
il
grembiule
?
PARA
il
sacco
?
-
No
.
Vedi
,
dunque
.
Ma
di
queste
parole
e
locuzioni
dialettali
e
italiane
ne
abbiamo
già
trovate
parecchie
nelle
pagine
antecedenti
,
e
ne
troveremo
di
più
in
seguito
.
-
TIRAR
LA
PAGA
,
per
riscuoterla
.
-
Essere
una
cattiva
paga
,
un
cattivo
pagatore
.
-
PAGHEREI
che
tu
provassi
il
gusto
che
c
'
è
a
far
questi
lavori
-
Non
PAPPARE
d
'
una
cosa
,
non
intendersene
-
Non
aver
PAURA
,
non
temere
il
confronto
.
-
PELAR
gli
uccelli
,
le
castagne
,
PELARSI
una
mano
con
un
ferro
rovente
.
-
Farsi
PELARE
,
per
farsi
tagliare
i
capelli
.
-
PRENDERE
di
qui
,
di
là
,
da
questa
parte
,
da
questa
strada
,
per
avviarsi
.
-
PIGLIARSI
,
per
isposarsi
.
Pare
che
que
'
due
si
PIGLINO
.
-
Lo
so
DA
PER
ME
,
viene
DA
PER
SÉ
.
-
PILUCCARE
uno
(
plucchè
,
piemontese
)
per
pigliargli
i
denari
.
-
È
un
PIGLIA
PIGLIA
(
ciapa
,
ciapa
)
.
-
E
PAPPINO
,
PASTONE
,
PATAFFIONE
,
PATATUCCO
,
PIOTA
,
QUEI
POCHI
,
per
servo
d
'
ospedale
,
pasto
per
le
galline
,
uomo
grossolano
,
uomo
stupido
e
bizzarro
,
pianta
di
piede
grosso
,
quattrini
.
Vedi
di
quanti
vani
scrupoli
e
paure
ti
puoi
liberare
leggendo
il
vocabolario
.
Conosci
i
modi
:
PARLARE
con
le
seste
,
PARLUCCHIARE
sul
conto
altrui
,
PASSAR
PAROLA
a
qualcuno
d
'
un
affare
,
aver
PASSATO
con
alcuno
POCHE
PAROLE
,
entrar
in
parole
,
pigliarsi
a
parole
?
-
Provati
a
trovare
un
altro
modo
che
equivalga
appunto
quest
'
ultimo
,
e
vedi
se
PARTICOLARE
,
nella
frase
:
-
Tu
sei
PARTICOLARE
,
veh
!
-
da
noi
non
mai
usato
,
non
dice
qualche
cosa
di
più
di
curioso
e
qualche
cosa
di
meno
d
'
originale
o
strano
,
che
qualche
volta
sarebbe
troppo
.
E
diciamo
mai
pascolare
in
senso
attivo
,
come
nell
'
esempio
:
-
Andò
a
PASCOLARE
le
pecore
-
?
PASSATELLA
,
di
donna
avanzata
in
età
,
è
uno
di
quei
modi
riguardosi
,
da
registrarsi
nel
Galateo
della
lingua
,
i
quali
possono
attenuare
,
in
certi
casi
,
il
risentimento
d
'
una
signora
rispettabile
.
E
nota
pure
,
perché
ti
può
occorrere
:
-
tirare
una
PASSATELLA
,
che
è
mandar
la
boccia
in
modo
che
tocchi
quella
dell
'
avversario
per
rimoverla
.
-
CANTARE
A
PAURA
,
che
bel
modo
di
dir
:
cantare
per
ingannar
la
paura
!
E
PENCOLARE
nel
senso
di
esser
dubbio
tra
il
sì
e
il
no
?
Ricordo
un
ragazzetto
fiorentino
che
mi
disse
:
-
Io
volevo
che
mi
lasciassero
andar
solo
a
vedere
il
serraglio
:
la
mamma
pencolava
,
pencolava
....
-
Nota
(
e
noto
anch
'
io
,
perché
son
parole
che
imparo
con
te
)
:
-
PECETTA
,
per
seccatore
(
bellissimo
)
:
Levami
questa
PECETTA
di
torno
.
-
PASTRANAIO
,
chi
alla
porta
d
'
un
teatro
o
altro
prende
e
conserva
i
pastrani
.
-
PATACCONE
,
un
orologio
grosso
e
vecchio
.
-
PATATE
(
volgarmente
)
i
calli
.
-
PECORELLE
,
la
schiuma
dei
cavalloni
.
-
PEDINARE
,
il
correre
per
terra
degli
uccelli
....
In
confessionale
.
Qui
apro
una
parentesi
,
che
già
volevo
aprire
alla
parola
Paleografia
,
poi
a
Paleolitico
,
a
Paleontologia
,
a
Palingenesi
,
a
Palinsesto
,
a
Paralipomeni
,
e
che
dovrei
poi
aprire
a
Pirronismo
o
a
Prammatica
e
ad
altri
vocaboli
,
se
non
lo
facessi
in
questo
punto
.
Zitto
!
Non
ti
domando
se
di
tutti
quei
vocaboli
sai
il
significato
:
ti
tratto
da
uomo
.
Quelle
ed
altre
molte
appartengono
a
una
famiglia
di
parole
che
si
potrebbero
chiamare
:
della
scienza
sottintesa
:
parole
che
si
senton
dire
sovente
nelle
conversazioni
della
gente
colta
o
mezzo
colta
,
e
che
spessissimo
si
leggono
nei
giornali
;
le
quali
molti
non
sanno
o
sanno
soltanto
per
nebbia
che
cosa
significhino
,
e
sarebbero
impacciatissimi
a
dirlo
;
ma
fingono
di
capirle
,
perché
hanno
coscienza
che
è
alquanto
vergognoso
il
non
conoscerne
il
significato
.
Fra
quanti
bravi
signori
,
se
fossero
sinceri
,
seguirebbe
la
scena
di
quei
due
giurati
del
Fucini
,
i
quali
,
di
parola
in
parola
,
finiscono
col
dichiararsi
a
vicenda
di
non
sapere
che
cosa
voglia
dir
recidiva
,
che
credevano
un
delitto
snaturato
!
Ebbene
,
questo
è
uno
dei
tanti
vantaggi
della
lettura
del
Vocabolario
:
che
tutti
,
scorrendo
le
sue
pagine
,
possiamo
colmare
una
quantità
di
piccole
lacune
della
nostra
cultura
,
le
quali
non
confesseremmo
neppure
a
un
amico
,
aggiustare
i
conti
della
nostra
coscienza
letteraria
,
di
nascosto
,
senza
dover
arrossire
,
come
con
un
maestro
fidato
,
che
s
'
interroga
a
quattr
'
occhi
,
e
che
dà
le
risposte
nell
'
orecchio
,
e
non
risponde
soltanto
alle
nostre
domande
,
ma
ci
svela
pure
molte
nostre
ignoranze
inconsapevoli
,
e
vi
ripara
ad
un
tempo
.
Cito
fra
le
tante
che
ci
passeranno
sott
'
occhio
una
sola
parola
:
preconizzare
,
che
quasi
tutti
sanno
,
ma
che
moltissimi
non
intendono
nel
suo
significato
vero
,
poichè
cento
volte
io
l
'
intesi
usare
nel
senso
di
presagire
,
dove
significa
propriamente
:
proclamare
l
'
elezione
d
'
un
vescovo
,
e
quindi
,
per
traslato
,
proclamare
che
che
sia
.
Il
Giordani
preconizzò
all
'
Italia
l
'
ingegno
del
Leopardi
.
E
si
sente
dire
:
-
Io
preconizzai
la
pioggia
fin
da
ieri
!
-
E
a
proposito
di
pioggia
:
una
PASSATA
D
'
ACQUA
,
una
PASSATINA
,
per
piccola
pioggia
,
e
che
passa
presto
,
come
dice
bene
la
cosa
!
Da
"
Pencolone
"
a
"
Piaccicone
"
.
Credo
che
avrò
detto
cento
volte
uno
che
pencola
o
pende
camminando
,
e
non
dissi
né
scrissi
mai
:
PENCOLONE
,
che
m
'
avrebbe
fatto
risparmiare
parecchie
parole
.
Notiamolo
per
ragione
d
'
economia
.
-
L
'
albero
cade
dalla
parte
che
pende
.
I
timorati
della
grammatica
direbbero
:
dalla
parte
da
cui
o
dalla
quale
pende
;
ma
è
un
modo
che
stride
come
un
paletto
arrugginito
.
PENNA
.
Qui
c
'
è
un
grappolo
di
modi
che
ti
possono
occorrere
ogni
momento
:
PENNA
CHE
FA
,
CHE
INTACCA
,
SCRIVE
CORRENTE
,
FA
GROSSO
,
SOTTILE
,
STRIDE
,
SCHIZZA
,
LASCIA
(
non
finisce
il
tratto
)
,
SBAVA
.
-
PENNATA
,
quanto
inchiostro
prende
in
una
volta
la
penna
.
-
PENSIERO
.
Nota
la
locuzione
:
HO
FATTO
PENSIERO
di
ritirarmi
:
è
più
che
ho
pensato
e
meno
che
ho
fatto
proposito
.
-
PENSUCCHIARE
,
pensare
meschinamente
.
Questo
scrittore
non
pensa
,
ma
pensucchia
.
-
PENTOLINO
.
È
bello
il
modo
:
TORNARE
AL
PENTOLINO
,
per
tornare
alla
sobrietà
,
alla
vita
parsimoniosa
di
casa
,
dopo
aver
scialato
.
To
'
:
c
'
è
anche
un
modo
per
dir
l
'
atto
di
riunire
i
cinque
polpastrelli
della
mano
.
FA
'
PEPINO
,
se
ti
riesce
,
si
dice
a
chi
ha
le
mani
aggranchiate
dal
freddo
.
E
giusto
,
mostrami
la
mano
:
questa
pellicola
staccata
dalla
carne
vicino
all
'
unghia
si
chiama
PEPITA
.
Tágliatela
,
e
osserva
l
'
uso
del
per
nei
modi
seguenti
,
che
per
noi
sono
insoliti
:
-
Si
volsero
PER
ponente
-
Assalirono
il
nemico
PER
fianco
-
PER
bambino
,
ha
molto
giudizio
.
-
PER
gobbo
,
dicono
in
Toscana
,
è
fatto
bene
-
Levò
quel
ragazzo
DI
PER
le
strade
-
Dare
una
cosa
PER
DI
.
Gli
hanno
dato
questo
quadro
PER
DI
Raffaello
.
-
E
l
'
uso
del
PERCHÉ
in
quest
'
altro
esempio
:
-
La
cagione
PERCHÉ
io
lo
cacciai
di
casa
-
più
svelto
che
per
la
quale
.
PERDOVE
.
Volle
sapere
il
perché
,
il
percome
e
IL
PERDOVE
.
-
Vedi
com
'
è
graziosa
la
parola
PERSONALINO
per
figura
:
-
Quella
ragazza
ha
un
bel
PERSONALINO
-
,
e
com
'
è
espressivo
il
costrutto
:
-
I
facchini
la
mancia
la
pesano
-
;
il
quale
tu
usi
ogni
momento
nel
dialetto
,
e
non
l
'
useresti
in
italiano
,
pensando
che
sia
un
errore
l
'
oggetto
doppio
:
corbellerie
!
PESTARE
uno
di
nerbate
,
un
modo
vigoroso
.
PESUCCHIARE
,
per
pesare
abbastanza
.
Questo
bambino
non
pare
;
ma
PESUCCHIA
.
PETTATA
,
salita
piuttosto
forte
:
fare
una
pettata
.
-
PETTEGOLATA
,
azione
da
pettegoli
;
bada
:
non
pettegolezzo
.
PRENDERE
PER
IL
PETTO
uno
,
fargli
violenza
.
Un
piacere
lo
fo
;
ma
non
voglio
esser
PRESO
PER
IL
PETTO
.
-
PIACCICHICCIO
.
Con
questo
PIACCICHICCIO
di
fango
,
non
si
cammina
.
-
PIACCICONE
,
PIACCICONA
,
chi
fa
le
cose
lentamente
.
-
PIPA
,
per
naso
grosso
....
altrimenti
Nappa
,
che
è
la
napia
del
nostro
dialetto
....
A
proposito
di
Piaccicone
,
è
da
notarsi
il
gran
numero
di
parole
comprese
nella
sola
lettera
P
,
le
quali
definiscono
il
carattere
,
l
'
aspetto
,
il
modo
di
moversi
e
d
'
operare
d
'
una
persona
;
tutte
occorrenti
spessissimo
,
in
special
modo
nel
linguaggio
parlato
.
Per
esempio
:
-
Quel
PALLIDONE
d
'
Eugenio
.
-
Se
tu
dici
invece
:
quella
faccia
pallida
,
non
fai
capir
così
bene
che
Eugenio
è
pallido
sempre
,
naturalmente
.
-
PANCETTA
,
chi
ha
la
pancia
grossa
.
Maestro
Pancetta
;
scherzoso
,
ma
non
impertinente
.
-
PAPPATACI
,
chi
soffre
,
mangia
e
tace
.
-
PEPINO
,
è
un
PEPINO
,
di
ragazzo
o
donna
arguta
e
frizzante
.
-
PETECCHIA
,
uomo
spilorcio
.
-
PIDOCCHIO
riunto
,
rivestito
,
rifatto
,
rilevato
,
ignorante
arricchito
e
superbo
.
-
PISPOLETTA
,
PISPOLINO
(
da
pispola
,
uccello
cantatore
)
,
donnetta
vezzosa
,
o
ragazzo
o
bambino
piacente
.
E
ne
tralascio
molte
altre
,
che
vedremo
un
'
altra
volta
,
per
finir
con
Puzzone
,
persona
che
puzza
,
e
anche
persona
superba
.
-
Tìrati
in
là
,
puzzone
,
che
mi
mozzi
il
fiato
.
-
Che
si
crede
d
'
essere
quella
puzzona
?
-
E
poichè
si
parla
di
puzzo
,
nota
,
com
'
è
detto
bene
di
persona
senza
sentimenti
e
senza
idee
:
-
SENZA
PUZZI
E
SENZA
ODORI
-
;
che
si
potrebbe
riferire
anche
a
scrittori
e
a
libri
corretti
,
ma
vuoti
e
freddi
,
che
lasciano
nel
lettore
....
il
tempo
che
trovano
.
E
ora
,
per
riprender
fiato
,
un
'
altra
occhiata
alla
Lanterna
magica
.
Quante
cose
,
oltre
la
lingua
,
in
quest
'
altro
breve
tratto
che
abbiamo
percorso
,
e
in
altre
poche
pagine
che
possiamo
precorrere
con
lo
sguardo
!
Armati
ad
ogni
passo
:
Pentacontarchi
,
Peltasti
,
Petardieri
,
Pretoriani
;
magistrati
romani
,
con
la
pretesta
strisciata
di
porpora
,
plaudenti
ai
gladiatori
dal
Podio
;
e
poeti
e
re
e
numi
e
genti
d
'
ogni
età
e
d
'
ogni
latitudine
,
dai
Pelasgi
ai
Lapponi
....
che
fabbricano
pane
con
la
corteccia
del
PIN
DI
RUSSIA
.
E
che
strana
processione
,
Pilade
,
Pilato
,
Pindaro
,
Plinio
,
re
Pipino
,
Petrarca
,
Platone
,
Plutone
!
Abbiamo
visto
Pegaso
trasvolare
nelle
nubi
,
passare
il
pétaso
alato
di
Mercurio
,
Psiche
spiar
le
forme
dell
'
amante
incognito
,
Ulisse
sterminare
i
Proci
,
Teseo
giustiziare
Procuste
,
Pirra
far
degli
uomini
coi
sassi
,
Progne
cangiarsi
in
rondine
e
Proteo
in
cento
forme
,
e
Perillo
fabbricare
l
'
orrendo
bue
ciciliano
,
rogo
e
tomba
di
bronzo
di
corpi
vivi
.
Abbiamo
visto
fender
l
'
acque
le
piroghe
degl
'
Indiani
,
scorrer
sull
'
Egeo
la
nave
capitana
del
Morosini
il
Peloponnesiaco
,
errar
sul
Ponte
Eusino
l
'
ombra
d
'
Ovidio
;
e
Aristotele
passeggiare
nel
Peripato
e
la
procuratessa
Grimani
in
piazza
San
Marco
;
e
meditar
sulla
pila
Alessandro
Volta
,
e
fuggire
dalle
Tuileries
la
testa
a
pera
di
Luigi
Filippo
;
e
lontano
,
verdeggiar
nell
'
azzurro
i
giardini
pensili
di
Babilonia
e
la
vetta
del
monte
Pimpla
,
sacro
alle
Muse
.
Che
fantasmagoria
,
per
gli
Dei
Penati
!
Cento
pagine
di
corsa
.
Di
corsa
,
perché
è
ancora
lunga
la
strada
,
e
tu
la
rifarai
da
te
a
più
bell
'
agio
.
PIAGGELLARE
,
lodare
,
dar
dell
'
unto
,
più
discreto
di
piaggiare
,
e
anche
nel
senso
di
ninnolare
,
divertir
con
ninnoli
.
-
PIANGERE
.
Di
un
vestito
che
non
si
confà
a
una
persona
si
dice
con
traslato
felicissimo
che
le
PIANGE
addosso
,
perché
fa
le
grinze
d
'
un
viso
piangente
,
e
di
scarpe
tutte
rotte
:
scarpe
che
PIANGONO
a
cent
'
occhi
.
Dire
che
ho
cercato
tante
volte
il
contrapposto
di
valligiano
,
colligiano
,
senza
trovarlo
,
ed
eccolo
qua
:
PIANIGIANO
:
me
lo
appiccico
sulla
fronte
.
PIANTACAROTE
....
Ma
questa
è
una
parola
comunissima
,
come
l
'
azione
che
esprime
.
Ora
,
ecco
una
manciata
di
modi
comuni
a
vari
dialetti
,
di
grande
efficacia
.
-
PIANTAR
spropositi
.
-
PIANTAR
uno
a
un
dato
posto
(
in
senso
canzonatorio
)
.
-
L
'
hanno
PIANTATO
agli
arresti
.
-
PIANTARE
una
ragazza
.
-
PIANTARE
un
amico
lì
su
due
piedi
.
(
Un
poeta
usò
argutamente
,
in
questo
senso
,
la
parola
Piantagione
)
.
-
PIANTAR
gli
occhi
in
faccia
a
uno
.
-
PIANTARE
il
discorso
,
e
andarsene
.
-
PIANTAR
casa
.
-
PIARE
,
degli
uccelli
che
cantano
in
amore
,
e
PÍO
PÍO
;
e
si
dice
anche
PIARE
delle
castagne
e
delle
patate
che
mettono
:
-
Non
lo
vedete
che
queste
castagne
PÌANO
?
-
PIENO
,
una
delle
tante
parole
che
nel
vocabolario
hanno
il
sacco
:
-
PIENO
zeppo
,
pinzo
,
colmo
,
gremito
-
bicchiere
PIENO
RASO
-
piatto
PIENO
a
CUPOLA
-
nel
PIENO
INVERNO
-
nel
PIENO
DELLA
NOTTE
.
-
e
così
PIGLIARE
:
PIGLIARE
a
cambio
,
a
chiodo
,
a
calo
,
e
nel
senso
d
'
accendersi
:
-
questo
lume
non
PIGLIA
-
e
in
altri
significati
:
-
vino
che
PIGLIA
d
'
aceto
-
pianta
che
non
PIGLIA
-
mastice
che
PIGLIA
appena
....
Ah
che
miseria
!
Pensare
che
io
pure
,
vecchio
al
mondo
,
dico
quasi
sempre
queste
cose
in
altri
modi
tanto
meno
spicci
e
meno
propri
!
-
PINZO
,
PINZARE
è
proprio
del
morso
degl
'
insetti
.
-
Nota
i
modi
:
-
Starà
poco
a
piovere
.
-
Piove
a
paesi
(
in
qua
e
in
là
)
.
-
PÍPPOLO
,
che
è
una
piccola
escrescenza
delle
piante
in
forma
di
bacca
,
si
dice
pure
d
'
un
'
escrescenza
della
carne
:
ho
un
amico
al
quale
una
gallina
portò
via
un
píppolo
dal
naso
con
una
beccata
.
PÍTTIMA
,
per
persona
noiosa
,
è
anche
del
nostro
dialetto
.
A
POCHINI
A
POCHINI
se
ne
spende
tanti
,
molto
più
espressivo
e
garbato
che
a
poco
a
poco
.
-
POPONE
fatto
,
strafatto
.
-
POPONE
per
gobba
.
Mi
ricorda
il
sonetto
del
Fucini
,
dove
al
prete
gobbo
che
dice
che
l
'
uomo
è
fatto
a
somiglianza
di
Dio
,
Neri
risponde
:
-
Con
quel
popone
non
me
l
'
ha
a
dir
lei
.
-
O
sciocco
,
va
'
a
dare
il
colore
ai
poponi
.
Amenità
del
vocabolario
.
Da
quest
'
ultimo
esempio
possiamo
prender
le
mosse
a
una
corsettina
allegra
,
per
vedere
una
quantità
di
modi
proverbiali
e
di
motti
e
d
'
esempi
lepidi
e
arguti
,
che
nelle
pagine
precedenti
abbiamo
saltato
a
piè
pari
.
Se
leggerai
tutto
il
vocabolario
,
vedrai
che
ce
n
'
è
a
profusione
,
che
alle
immagini
e
ai
pensieri
tristi
vi
predominano
di
gran
lunga
gli
ameni
,
che
il
libro
della
lingua
,
insomma
,
è
generalmente
un
libro
gaio
,
gran
motteggiatore
e
burlone
;
e
nei
suoi
motti
non
troverai
soltanto
fiori
e
vezzi
di
lingua
faceta
,
ma
anche
molte
sagge
sentenze
e
verità
utili
e
sani
consigli
.
Rifacciamoci
un
po
'
indietro
,
e
spigoliamo
alla
lesta
,
senza
tralasciarvi
certi
modi
un
po
'
volgari
,
ma
efficacissimi
,
che
è
bene
conoscere
,
benchè
non
sia
bene
adoperarli
.
-
Fàtti
in
là
,
disse
la
padella
al
paiolo
.
-
Non
si
può
esprimere
più
argutamente
il
concetto
d
'
una
persona
di
cattiva
reputazione
che
ostenta
timore
d
'
insudiciarsi
nella
compagnia
d
'
un
'
altra
della
stessa
tacca
.
-
Sei
come
la
padella
,
che
tinge
e
scotta
.
-
C
'
è
da
rivomitar
le
palle
degli
occhi
,
a
mangiar
certe
bazzoffie
delle
trattorie
.
-
Ti
s
'
ha
a
portare
il
panchetto
?
A
chi
non
finisce
di
chiacchierare
per
la
strada
.
A
Parigi
,
quando
due
comari
stanno
a
chiacchiera
un
pezzo
davanti
a
una
bottega
,
esce
il
bottegaio
con
due
seggiole
,
dicendo
:
-
Ces
dames
seront
peut
-
être
mieux
sur
des
chaises
.
-
Aver
della
pappa
frullata
nel
cervello
,
essere
un
baggeo
.
Di
una
cosa
nauseante
:
-
Fa
venir
su
la
prima
pappa
.
-
Soffiar
nella
pappa
,
fare
la
spia
.
-
Da
pappardelle
(
certe
lasagne
)
:
il
condotto
delle
pappardelle
,
la
gola
.
-
Pappa
tu
che
pappo
io
(
comune
,
credo
,
a
tutti
i
dialetti
)
,
alludendo
a
due
persone
che
mangiano
d
'
accordo
in
un
affare
.
-
Eh
,
non
mi
pappar
vivo
!
A
chi
risponde
arrogante
.
-
Aspetto
che
passi
la
mia
,
diceva
quell
'
ubbriaco
che
si
vedeva
girar
intorno
le
case
e
non
riusciva
a
trovar
la
sua
porta
.
-
Far
passare
il
vino
da
Santa
Chiara
,
degli
osti
che
lo
annacquano
.
-
Nella
sua
testa
c
'
è
andato
a
covare
un
passerotto
,
di
persona
senza
senno
.
-
Il
SE
,
il
MA
,
il
FORSE
,
è
il
patrimonio
dei
minchioni
.
-
Dottor
Pausania
,
a
persona
che
parla
con
molte
pause
e
con
prosopopea
.
Di
una
persona
magra
:
-
gli
si
sentono
i
paternostri
nella
schiena
:
-
da
paternostri
,
le
pallottoline
maggiori
della
corona
del
Rosario
,
alle
quali
somigliano
i
nodi
della
spina
dorsale
.
A
chi
fa
il
superbo
perché
è
arricchito
,
per
ricordargli
il
tempo
quand
'
era
povero
:
-
Ti
ricordi
quando
con
una
pedata
ti
rifacevi
il
letto
?
ossia
,
quando
dormivi
sulla
paglia
.
-
Il
caldo
dei
lenzuoli
non
fa
bollir
la
pentola
(
anche
dialettale
)
,
la
poltroneria
non
è
guadagno
.
-
Pare
una
pentola
di
fagioli
(
si
sottintende
"
in
bollore
"
)
di
persona
catarrosa
.
-
Dio
ti
benedica
con
una
pertica
verde
.
-
Pillole
di
gallina
(
le
ova
)
e
sciroppo
di
cantina
aiutano
a
star
sani
.
-
Di
persona
segreta
:
-
Più
chiuso
delle
pine
verdi
.
-
Tu
fai
piovere
!
A
chi
parla
con
affettazione
o
canta
male
.
-
E
ponza
e
ponza
e
ponza
,
venne
fuori
la
Monaca
di
Monza
,
fu
detto
del
Rosini
,
che
con
quel
romanzo
credeva
d
'
aver
ammazzato
I
Promessi
Sposi
;
e
si
dice
di
chi
fa
un
grande
sforzo
,
che
poi
non
dà
degno
frutto
.
-
E
udendo
un
suono
di
quel
vento
che
esce
dallo
stomaco
:
-
Al
tempo
dei
porci
erano
sospiri
.
-
Proserpina
,
di
donna
scarruffata
.
Vatti
a
pettinare
,
che
con
codesti
ciuffi
mi
pari
una
Proserpina
(
la
figlia
di
Giove
e
di
Cerere
,
rapita
da
Pluto
)
.
-
Non
esce
mai
dal
bagno
:
o
che
ci
sta
in
purgo
?
Dal
mettere
una
cosa
in
purgo
,
o
in
molle
,
perché
prenda
o
perda
certe
qualità
.
-
È
meglio
puzzar
di
porco
che
di
povero
,
dicono
i
poveri
che
si
vedon
malmenati
.
Vespasiano
a
Tito
,
che
gli
chiedeva
come
mai
avesse
messo
un
'
imposta
sull
'
orina
,
mise
una
moneta
sotto
il
naso
,
e
domandò
:
-
Puzza
questa
?
Ultima
verba
.
POLIARCHÍA
.
Tu
capisci
la
mia
strizzatina
d
'
occhio
:
questa
è
una
di
quelle
tali
parole
che
è
convenuto
che
tutti
intendano
,
e
di
cui
non
è
prudente
domandare
la
spiegazione
,
in
presenza
d
'
altri
,
a
una
persona
che
si
rispetta
.
-
POLPETTA
,
tu
saprai
per
prova
che
cosa
significhi
in
traslato
:
sgridata
.
Bello
il
verbo
PORGERE
nel
senso
di
suggerire
:
-
Fa
'
quello
che
la
natura
ti
porge
.
-
Dice
il
popolo
,
in
Toscana
:
-
Un
animo
mi
PORGE
,
il
cuore
mi
PORGEVA
di
fare
una
data
cosa
.
POSARE
.
Nota
bene
.
Noi
diciamo
troppo
spesso
deporre
,
che
è
ricercato
,
per
posare
il
cappello
sopra
una
seggiola
o
il
candeliere
sul
tavolo
o
altro
simile
;
io
intesi
anche
gridare
a
un
cane
:
-
Deponi
quell
'
osso
,
come
nelle
tragedie
si
dice
a
un
re
:
-
Deponi
quel
serto
.
Corbezzoli
!
-
Positivo
.
Si
dice
famigliarmente
di
positivo
per
sicuramente
,
senza
dubbio
.
A
primavera
c
'
è
la
guerra
DI
POSITIVO
.
-
Posteggiare
,
far
la
posta
,
non
si
dice
soltanto
d
'
un
animale
alla
caccia
,
ma
anche
d
'
una
persona
:
L
'
ho
POSTEGGIATO
un
pezzo
all
'
angolo
di
via
Garibaldi
,
dove
passa
ogni
giorno
;
ma
non
comparve
.
-
Si
dice
che
PUÒ
il
sole
,
il
vento
in
un
luogo
,
per
dire
che
ci
batte
forte
,
ed
è
un
modo
tanto
efficace
quanto
lesto
.
Eccoci
a
PRATICA
.
E
qui
ammonisco
me
stesso
:
-
Si
ricordi
bene
,
signor
E
.
D
.
,
che
si
dice
far
LE
PRATICHE
da
avvocato
,
e
non
la
pratica
,
come
dice
lei
,
e
far
pratiche
,
non
le
pratiche
,
per
far
quello
che
occorre
a
riuscire
in
un
intento
.
E
tu
pure
,
figliuolo
,
a
proposito
di
PRECIPIZIO
,
avverti
,
discorrendo
,
di
non
PRECIPITAR
le
parole
,
le
sillabe
,
il
racconto
,
che
è
un
vezzo
per
cui
si
dice
un
PRECIPIZIO
di
spropositi
;
e
già
fanno
tutto
male
gli
uomini
PRECIPITOSI
;
e
non
te
la
PRENDERE
(
è
un
modo
anche
dialettale
)
se
t
'
ammonisco
con
tanta
franchezza
.
Su
PRESA
tiriamo
via
,
perché
tu
capisci
che
cosa
significa
negli
esempi
:
un
muro
che
non
ha
fatto
ancora
PRESA
,
una
colla
,
una
pasta
che
non
fa
PRESA
.
Ma
facciamo
alto
a
PRESTIGIO
,
che
il
vocabolario
definisce
:
influenza
,
forza
abbagliante
,
ma
di
cui
si
fa
ora
un
abuso
ridicolo
,
adoperandolo
nel
significato
più
ristretto
di
stima
e
d
'
autorità
,
e
anche
di
serietà
solamente
,
tanto
che
tutti
credono
d
'
aver
del
prestigio
da
perdere
,
e
io
intesi
dire
persino
d
'
un
cane
da
guardia
,
che
aveva
perduto
ogni
prestigio
in
una
fattoria
,
per
averci
lasciato
entrare
i
ladri
di
notte
.
-
Grazioso
il
verbo
PROSPERARE
in
senso
transitivo
:
-
Il
Signore
vi
PROSPERI
!
-
PUGNO
,
ribeccarsi
un
pugno
,
mescere
fior
di
pugni
.
Sentii
dire
in
Toscana
:
-
Quattro
pugni
bene
scolpiti
,
che
è
proprio
uno
scolpire
l
'
idea
.
-
Mi
piace
PUNTARE
nel
senso
di
fissare
con
insistenza
una
persona
:
La
smetta
,
giovanotto
,
di
PUNTAR
quella
ragazza
;
e
anche
riflessivo
,
per
ostinarsi
:
-
Se
si
PUNTA
,
non
ottieni
nulla
.
-
Ed
ecco
alla
parola
PUNTO
un
mazzo
di
modi
da
ricordarsi
:
-
Far
punto
e
da
capo
,
stare
a
punto
e
virgola
,
ci
sono
i
punti
e
le
virgole
(
in
uno
scritto
perfetto
)
,
capitare
in
brutto
punto
,
prendere
in
buon
punto
(
nel
momento
buono
)
,
se
s
'
affatica
punto
punto
s
'
ammala
,
non
è
ancora
in
punto
(
all
'
ordine
)
.
Per
primo
punto
ti
dirò
....
-
PURE
DI
,
in
senso
ellittico
.
PUR
di
campare
,
fa
di
tutto
:
esprime
il
concetto
con
assai
più
forza
che
per
campare
,
dicendo
l
'
amor
della
vita
anche
più
forte
del
sentimento
della
dignità
e
della
rettitudine
.
PUZZARE
,
PUZZACCHIARE
.
-
Passa
di
qui
a
naso
ritto
:
par
che
si
PUZZI
tutti
!
-
Il
pesce
PUZZA
DAL
CAPO
.
-
Azioni
che
PUZZAN
di
ladro
.
Diciamo
anche
noi
nel
dialetto
che
una
cosa
non
pagata
,
ma
presa
a
credito
,
puzza
d
'
inchiostro
,
e
d
'
una
cosa
che
si
ritrova
o
si
riceve
inaspettatamente
,
e
che
ci
fa
comodo
:
-
Un
pastrano
a
questi
freddi
?
Non
puzza
.
-
Nota
che
noi
usiamo
quasi
sempre
,
in
vece
di
PUZZO
,
puzza
,
che
è
del
linguaggio
letterario
.
-
Un
puzzo
che
assaetta
,
un
puzzo
che
si
schianta
,
che
si
scoppia
.
-
Di
questo
puzzo
non
ce
n
'
ho
mai
avuto
in
casa
mia
:
s
'
intende
di
questi
peccati
,
di
queste
cattive
azioni
.
E
per
rumore
,
putiferio
:
-
Per
un
nulla
non
importava
far
tanto
puzzo
!
-
E
ancora
vari
nomi
di
cose
,
d
'
uso
raro
fra
noi
,
ma
che
è
bene
aggiungere
al
nostro
vocabolario
manchevole
:
-
POSATURA
,
quella
che
lascia
l
'
acqua
nella
boccia
,
e
che
noi
diciamo
fondo
,
che
è
proprio
del
caffè
,
com
'
è
del
vino
e
dell
'
aceto
fondigliólo
.
-
PRODA
del
campo
,
del
tavolino
,
del
letto
,
del
muro
,
del
fosso
,
che
noi
diciamo
malamente
orlo
.
-
PULCESECCA
,
sinonimo
faceto
di
strizzatura
o
pizzicotto
,
o
anche
il
segno
che
ne
rimane
.
-
Mi
son
fatto
una
pulcesecca
con
la
fibbia
,
e
in
un
sonetto
del
Fucini
:
e
giù
na
pulcesecca
'
n
tel
nodello
.
-
PULCIAIO
,
un
luogo
pieno
di
pulci
o
sudicio
.
-
Son
capitato
in
un
pulciaio
di
locanda
!
-
PULCINAIO
,
un
luogo
pieno
di
pulcini
.
-
PULISCISCARPE
e
PULISCIPIEDI
,
che
si
mette
all
'
entrata
delle
case
,
e
che
si
chiama
Raschino
se
è
di
ferro
.
-
PULSANTINO
,
la
mollettina
degli
orologi
,
che
serve
,
calcandola
e
girando
il
gambo
,
a
rimetter
l
'
ore
.
-
PUNZONE
,
forte
colpo
dato
con
le
nocche
o
con
la
mano
puntata
.
Gli
diede
un
punzone
nel
petto
che
lo
mandò
con
le
gambe
levate
.
-
E
questo
è
l
'
ultimo
vocabolo
della
processione
del
P
,
che
se
finisce
poco
bellamente
con
due
scarpe
per
aria
,
non
è
mia
colpa
.
Per
finire
.
Credo
di
non
averti
seccato
.
Non
ti
saresti
seccato
neppure
,
credo
,
s
'
io
non
avessi
fatto
molte
omissioni
per
abbreviarti
il
cammino
.
Ho
detto
molte
,
ma
sono
moltissime
,
e
in
special
modo
di
nomi
storici
,
di
termini
architettonici
,
matematici
,
filosofici
,
chimici
,
nautici
;
ai
quali
forse
,
leggendo
in
luogo
mio
,
tu
ti
saresti
arrestato
.
Anche
ho
trascurato
un
monte
di
vocaboli
con
cui
ti
sarebbe
passata
dinanzi
una
varietà
grande
d
'
animali
rari
,
di
minerali
,
d
'
erbe
,
di
fiori
,
d
'
alberi
,
di
frutti
,
di
medicinali
,
d
'
alimenti
,
d
'
abitazioni
e
di
paesaggi
,
e
d
'
armi
e
di
macchine
d
'
offesa
e
di
difesa
antiche
e
moderne
,
e
di
vestimenta
e
di
costumanze
e
di
giochi
e
di
feste
dell
'
età
passate
e
del
tempo
presente
,
che
alla
mia
immaginazione
presentavano
,
durante
la
lettura
,
un
'
altra
fuga
ammirabile
d
'
immagini
,
di
là
da
quella
che
tu
vedevi
con
me
,
seguitando
le
mie
citazioni
.
E
ho
tralasciato
voci
imitative
,
interiezioni
,
esclamazioni
,
facezie
,
proverbi
,
quanto
era
necessario
che
tralasciassi
,
insomma
,
per
ridurre
in
una
ventina
di
pagine
più
di
quattrocento
colonne
di
stampa
.
E
queste
quattrocento
colonne
non
rappresentano
che
una
lettera
.
Vedi
che
vasta
e
succosa
e
dilettevole
lettura
è
quella
del
Vocabolario
,
e
immagina
quanto
avrai
imparato
quando
su
tutte
le
lettere
dell
'
alfabeto
avrai
fatto
il
lavoro
che
abbiamo
fatto
insieme
sopra
una
sola
,
ma
con
più
attenzione
,
e
smettendolo
e
ripigliandolo
a
intervalli
,
dopo
ciascun
dei
quali
ritornerai
all
'
opera
con
maggior
curiosità
e
con
più
vivo
ardore
e
con
la
mente
meglio
esercitata
a
scegliere
,
a
osservare
e
a
imparare
.
Sei
persuaso
?
E
dopo
questo
,
se
qualcuno
ti
dirà
che
a
leggere
il
Vocabolario
si
muor
di
noia
e
si
sciupa
il
tempo
e
il
cervello
,
mandalo
....
alla
lettera
P
.
LA
MEMORIA
LATENTE
.
Ora
ti
debbo
dire
alcune
cose
per
preservarti
da
un
senso
di
scoraggiamento
,
dal
quale
è
probabile
che
tu
sia
preso
a
quando
a
quando
,
nel
primo
corso
dei
tuoi
studi
.
T
'
accadrà
qualche
volta
di
passare
in
rassegna
mentalmente
il
materiale
di
lingua
che
crederai
d
'
aver
accumulato
in
vari
mesi
di
letture
e
di
appunti
,
e
troverai
nella
tua
memoria
ben
poca
cosa
,
ti
parrà
che
una
gran
parte
di
quel
materiale
ti
sia
sfuggito
come
un
liquido
da
un
vaso
forato
,
e
che
un
'
altra
parte
ti
sfugga
nell
'
atto
che
lo
cerchi
,
e
rimarrai
scoraggiato
da
quel
disinganno
,
e
quasi
avvilito
.
Ebbene
,
sarai
in
errore
.
Una
gran
parte
del
materiale
della
lingua
si
va
a
riporre
da
sé
in
certi
scompartimenti
secreti
della
memoria
,
dove
noi
lo
portiamo
senz
'
esserne
consapevoli
,
e
donde
non
esce
se
non
quando
è
chiamato
fuori
da
certe
idee
,
con
le
quali
è
legato
da
fili
sottilissimi
,
invisibili
,
per
così
dire
,
al
nostro
pensiero
,
e
quindi
non
afferrabili
dalla
nostra
volontà
.
Ma
,
nel
parlare
e
nello
scrivere
,
quando
vorrai
esprimere
certi
pensieri
e
nella
ricerca
viva
dell
'
espressione
le
tue
facoltà
intellettuali
si
ecciteranno
,
tu
vedrai
che
ti
verranno
sulle
labbra
e
alla
penna
una
quantità
di
parole
,
di
frasi
e
di
costrutti
,
che
non
sapevi
di
possedere
,
e
che
ti
parrà
di
non
aver
cercati
.
È
una
cosa
che
segue
a
tutti
quelli
che
studiano
la
lingua
,
e
che
è
per
loro
una
sorpresa
gradevole
,
come
di
trovare
nelle
tasche
o
nei
cassetti
carte
preziose
o
danari
dimenticati
.
Non
ti
sgomentare
,
dunque
,
se
dai
ripostigli
della
tua
memoria
non
esce
che
pochissima
lingua
,
quando
a
questa
tu
gridi
:
-
Fuori
!
-
non
per
bisogno
,
ma
per
vederla
soltanto
,
per
metterla
in
mostra
a
te
stesso
.
Quando
n
'
avrai
bisogno
davvero
,
saranno
le
tue
idee
urgenti
e
imperiose
che
andranno
a
picchiare
all
'
uscio
delle
mille
celle
in
cui
le
parole
stanno
nascoste
,
ciascuna
alla
cella
di
quella
che
le
conviene
e
le
appartiene
,
e
te
le
porteranno
di
volo
sulla
carta
e
alla
bocca
.
E
ti
porteranno
vocaboli
e
frasi
che
da
lungo
tempo
non
s
'
eran
più
fatte
vive
nella
tua
mente
,
e
che
ti
parrà
d
'
imparare
in
quel
punto
,
e
della
forma
felice
in
cui
ti
verranno
espressi
certi
pensieri
,
rimarrai
maravigliato
come
di
roba
non
tua
,
che
ti
fosse
suggerita
da
un
altro
,
o
come
se
scoprissi
in
te
un
altro
te
stesso
,
che
parli
e
scriva
una
lingua
più
ricca
,
più
propria
,
più
efficace
di
quella
che
tu
possiedi
.
Sii
certo
di
questo
.
Molto
spesso
,
ritrovando
nel
dizionario
o
nei
tuoi
appunti
certi
modi
segnati
da
te
un
pezzo
addietro
,
esclamerai
:
-
Guarda
!
Questo
m
'
era
scappato
di
mente
.
-
No
,
non
t
'
era
scappato
;
vi
stava
rimbucato
,
e
dormiva
,
aspettando
che
venisse
a
risvegliarlo
un
'
altra
parola
o
frase
di
senso
o
di
suono
affine
,
una
voce
sfuggevole
dell
'
animo
,
un
'
idea
sua
parente
od
amica
,
alla
quale
egli
si
sarebbe
manifestato
ed
offerto
.
Prosegui
dunque
con
animo
a
leggere
,
a
notare
,
a
raccogliere
,
poichè
tutto
il
materiale
di
lingua
che
ti
metti
in
capo
vi
si
ordina
e
vi
si
collega
in
mille
modi
,
come
in
una
officina
oscura
,
a
poco
a
poco
,
con
un
lavorìo
spontaneo
,
del
quale
tu
non
hai
coscienza
.
E
non
ne
sarà
affatto
perduta
neppur
quella
parte
che
non
verrà
fuori
al
bisogno
,
perché
di
molte
voci
e
locuzioni
effettivamente
dimenticate
,
tu
sentirai
nella
tua
memoria
il
vuoto
che
v
'
avranno
lasciato
,
e
di
là
le
spierai
e
moverai
per
rintracciarle
e
prima
o
poi
le
ripiglierai
al
laccio
per
sempre
.
Prosegui
nello
studio
,
con
viva
fede
nelle
forze
latenti
e
nel
lavoro
misterioso
e
maraviglioso
della
memoria
,
che
ti
sarà
per
sé
medesimo
un
argomento
di
studio
e
una
fonte
di
diletto
profondo
.
IL
PERICOLO
.
Ancora
un
'
avvertenza
,
prima
di
rimetterci
in
cammino
.
Bada
che
nello
studio
della
lingua
,
in
special
modo
per
chi
v
'
ha
inclinazione
naturale
,
c
'
è
un
pericolo
:
il
pericolo
d
'
un
così
brutto
malanno
,
che
se
io
avessi
anche
solo
un
leggerissimo
dubbio
di
potertelo
tirare
addosso
con
le
mie
esortazioni
e
i
miei
consigli
,
vorrei
piuttosto
che
tu
buttassi
il
mio
libro
sul
fuoco
come
un
libro
scellerato
.
Sì
,
se
nel
culto
della
letteratura
tu
dovessi
fare
allo
studio
della
lingua
una
troppo
gran
parte
,
riporre
in
essa
il
meglio
dei
tuoi
sforzi
e
dei
tuoi
godimenti
intellettuali
,
ridurti
a
considerarla
,
in
somma
,
non
come
un
mezzo
,
ma
come
un
fine
,
e
diventare
uno
di
quei
perdigiorni
delle
lettere
che
badano
soltanto
a
baloccarsi
con
le
parole
e
con
le
frasi
,
come
se
queste
non
fossero
forme
e
suoni
vanissimi
quando
non
servono
a
dir
qualche
cosa
che
piaccia
o
che
giovi
,
io
ti
direi
che
è
meglio
per
te
rinunziare
a
questo
studio
,
e
continuare
a
scrivere
e
a
parlar
male
per
tutta
la
vita
.
E
sappi
che
il
malanno
c
'
entra
dentro
lentamente
,
senza
che
ce
n
'
avvediamo
.
La
nostra
innata
pigrizia
intellettuale
c
'
induce
a
poco
a
poco
a
tenere
in
conto
d
'
un
nobile
esercizio
dell
'
ingegno
il
facile
lavoro
di
accumular
vocaboli
e
locuzioni
,
e
a
credere
che
sia
arte
e
scienza
ciò
che
con
l
'
arte
ha
che
fare
come
la
preparazione
dei
colori
con
la
pittura
,
e
con
l
'
alta
matematica
lo
studio
della
tavola
pitagorica
.
Non
occupandoci
più
d
'
altro
che
di
lingua
,
finiamo
con
non
cercare
e
non
raccoglier
più
altro
nelle
opere
dell
'
ingegno
altrui
;
ci
avvezziamo
a
non
veder
più
bellezza
che
nella
bellezza
della
parola
,
a
non
badar
più
che
alla
forma
anche
nelle
pagine
più
splendide
di
pensiero
e
più
calde
d
'
affetto
,
a
non
più
pensare
noi
medesimi
,
scrivendo
,
se
non
quanto
è
necessario
ad
aver
qualche
cosa
da
dorare
e
da
infronzolare
con
gli
orpelli
e
coi
nastrini
del
nostro
guardaroba
linguistico
.
Ed
ecco
lo
studioso
della
lingua
che
,
naturalmente
,
a
grado
a
grado
,
diventa
pedante
e
intollerante
,
come
il
bigotto
diventa
superstizioso
e
misantropo
;
che
non
ha
più
altro
nel
cranio
che
una
grammatica
e
nel
petto
che
un
vocabolario
,
e
nelle
cui
mani
la
lingua
perde
lume
,
calore
e
vita
,
per
ridursi
una
materia
inerte
e
fredda
,
da
mettere
in
mostra
a
diletto
di
chi
ha
gli
occhi
confitti
in
una
fronte
vuota
;
ecco
il
linguaio
degenerato
,
uggioso
e
ridicolo
,
che
sempre
e
da
per
tutto
dove
imperò
,
isterilì
la
letteratura
,
uccise
l
'
arte
e
prostituì
l
'
idolo
che
stupidamente
adorava
.
Ma
tu
non
ti
lascerai
andare
per
quella
china
;
tu
terrai
sempre
per
fermo
che
ogni
studio
diretto
a
parlare
e
a
scriver
bene
sarà
fatica
,
peggio
che
sprecata
,
rivolta
a
tuo
danno
,
se
ti
distoglierà
dall
'
esercitar
l
'
ingegno
a
un
più
alto
fine
;
tu
studierai
la
lingua
per
diventarne
padrone
,
non
per
fartene
servo
,
per
servirtene
,
non
per
adorarla
;
tu
ne
farai
forza
e
bellezza
,
ma
non
la
sostanza
stessa
del
tuo
pensiero
,
che
si
dissolverebbe
nel
vuoto
,
non
l
'
alimento
unico
del
tuo
intelletto
,
per
cui
si
muterebbe
in
veleno
.
No
,
tu
non
seguirai
la
via
del
professor
Pataracchi
.
IL
PROFESSOR
PATARACCHI
.
Fu
forse
l
'
ultimo
dei
veri
,
grandi
,
formidabili
pedanti
italiani
;
per
i
quali
io
non
capisco
come
non
sentano
ammirazione
anche
i
loro
avversari
e
le
loro
vittime
,
perché
è
sempre
ammirabile
chi
combatte
ferocemente
,
senza
tregua
,
fino
alla
morte
,
per
una
causa
ch
'
egli
crede
santa
;
anche
se
sia
una
causa
sballata
.
E
per
tutta
la
vita
il
professor
Pataracchi
,
paladino
di
Nostra
Santa
Lingua
Immacolata
,
ritto
sulla
rocca
sacra
del
Purismo
,
già
rotta
da
ogni
parte
,
eroicamente
ostinato
ed
intrepido
,
menò
la
spada
sui
barbari
assalitori
,
e
ne
fece
memorando
sterminio
.
Il
suo
Credo
era
questo
.
Lingua
e
nazione
sono
una
cosa
sola
:
dunque
chi
offende
la
lingua
tradisce
la
patria
;
dunque
chi
parla
e
scrive
male
,
chi
contamina
l
'
idioma
nativo
di
francesismi
e
d
'
idiotismi
,
ha
da
essere
odiato
e
vituperato
come
il
più
nefando
dei
malfattori
.
E
poichè
in
questa
fede
era
sincero
,
la
professava
,
con
logica
rigorosa
e
costante
,
anche
nella
pratica
della
vita
,
non
curandosi
né
d
'
inimicizie
né
di
danni
che
glie
ne
potessero
incogliere
.
E
siccome
il
suo
purismo
arrivava
a
tal
segno
,
da
respingere
ogni
frase
o
parola
che
non
avesse
il
suggello
della
classicità
più
genuina
,
fino
a
non
ammettere
in
alcun
modo
nessun
vocabolo
nuovo
,
per
quanto
fosse
giustificato
dal
bisogno
o
dall
'
uso
comune
,
si
capisce
com
'
egli
dovesse
odiar
mezzo
mondo
e
si
facesse
prendere
in
tasca
da
quasi
tutti
quelli
che
gli
s
'
avvicinavano
.
Dico
quasi
tutti
,
non
tutti
,
perché
a
me
e
a
pochi
altri
,
che
sapevamo
quanto
un
'
offesa
alla
lingua
lo
facesse
veramente
soffrire
,
egli
destava
,
insieme
con
l
'
ammirazione
del
suo
foco
sacro
,
un
sentimento
di
schietta
pietà
.
Perché
dirgli
una
parola
o
una
frase
che
gli
pareva
illecita
era
come
forargli
le
carni
con
un
punteruolo
d
'
acciaio
:
avrebbe
gridato
in
mezzo
alla
strada
,
se
non
avesse
temuto
di
far
gente
.
A
chi
gli
rivolgeva
una
domanda
in
forma
scorretta
,
non
rispondeva
,
o
tardava
un
pezzo
a
rispondere
,
per
fargli
capire
che
l
'
aveva
offeso
e
per
lasciargli
il
tempo
di
ritrattar
l
'
ingiuria
.
A
certi
cattivi
scrittori
e
parlatori
,
quand
'
io
lo
conobbi
,
aveva
levato
il
saluto
da
anni
.
Domanderete
perché
non
lo
levasse
a
me
pure
.
Ma
coi
giovani
che
lo
frequentavano
con
buona
disposizione
d
'
alunni
,
e
fingevano
di
consentir
con
lui
e
di
voler
battere
la
sua
via
,
usava
qualche
indulgenza
.
Non
faceva
però
complimenti
nemmen
con
loro
quando
gli
toccava
d
'
udire
o
di
leggere
in
qualche
loro
scritto
una
locuzione
o
un
costrutto
di
lega
impura
.
Diceva
fuor
dei
denti
:
-
Queste
son
bricconate
,
mi
scusi
.
-
Questo
non
è
uno
scrivere
da
galantuomo
.
-
O
dove
ha
pescato
questa
porcheria
?
-
Per
lui
non
c
'
era
differenza
fra
il
commettere
un
atto
di
lesa
maestà
del
suo
dizionario
e
rubare
un
orologio
o
fare
una
cambiale
falsa
.
Avrebbe
voluto
che
nel
Codice
penale
ci
fosse
un
articolo
per
questo
genere
di
reati
.
E
non
faceva
grazia
a
nessuno
.
Nessuno
scrittore
lo
contentava
perché
il
buon
effetto
di
qualunque
pagina
più
bella
e
eloquente
,
se
pur
lo
sentiva
ancora
,
gli
era
distrutto
ipso
facto
da
una
sola
parola
illegittima
ch
'
egli
v
'
inciampasse
.
Anche
quei
pochi
puristi
della
sua
razza
,
che
rimanevano
in
Italia
,
e
ch
'
erano
generalmente
canzonati
per
la
loro
feroce
pedanteria
,
anche
quelli
li
giudicava
di
manica
troppo
larga
,
troppo
cedevoli
,
vilmente
propensi
a
venire
a
patti
con
la
barbarie
invadente
.
Ed
è
a
notarsi
che
furioso
in
particolar
modo
era
contro
i
suoi
concittadini
toscani
,
e
contro
i
fiorentini
più
che
mai
,
ch
'
egli
accusava
d
'
essere
i
primi
e
più
infesti
corruttori
della
loro
lingua
.
Già
erano
imbarbariti
i
suoi
coetanei
;
ma
erano
assai
peggio
i
loro
figliuoli
.
Diceva
che
"
veniva
su
una
generazione
toscana
senza
freno
né
legge
,
la
quale
preparava
al
suo
paese
un
triste
avvenire
"
perché
nel
suo
concetto
un
parlatore
o
scrittore
"
maculato
"
non
poteva
che
seminar
dei
guai
in
qualunque
campo
o
forma
d
'
azione
operasse
.
Ricordo
d
'
avergli
udito
dire
,
all
'
annunzio
di
non
so
che
nuovo
Ministero
:
-
Ministro
dei
lavori
pubblici
quello
sgrammaticante
?
Ne
vedremo
delle
belle
!
-
Non
avevano
altra
sorgente
anche
i
suoi
odi
politici
,
perché
di
politica
non
si
curava
,
e
non
riconosceva
altra
quistione
nazionale
o
sociale
che
quella
della
lingua
.
E
sebbene
,
in
fondo
,
fosse
tutt
'
altro
che
un
cattivo
uomo
,
serbava
i
suoi
odi
linguistici
oltre
il
rogo
.
Udendo
ch
'
era
morto
un
tal
letterato
,
una
delle
sue
bestie
nere
:
-
Come
uomo
-
disse
,
-
lo
compiango
;
come
scrittore
....
è
una
pestilenza
di
meno
.
È
giusto
dire
che
della
purità
assoluta
che
voleva
dagli
altri
,
egli
dava
l
'
esempio
,
non
solo
in
quel
pochissimo
che
scriveva
,
ma
anche
parlando
;
ciò
che
gli
doveva
costare
una
cura
assidua
e
faticosissima
,
perché
,
in
somma
,
non
viveva
mica
fuori
del
mondo
presente
,
e
le
parole
nuove
,
i
francesismi
correnti
,
gl
'
idiotismi
d
'
uso
universale
e
necessario
dovevano
penetrare
e
sonar
di
continuo
anche
nel
cervello
suo
,
come
nei
polmoni
di
tutti
entrano
i
microbi
dell
'
aria
.
Ma
di
lingua
era
dotto
davvero
,
e
non
c
'
era
caso
che
peccasse
.
Di
certe
cose
,
delle
quali
,
senza
peccare
,
non
avrebbe
potuto
discorrere
,
non
discorreva
mai
.
Certe
novità
,
a
cui
non
si
poteva
dar
altro
che
un
nome
nuovo
e
barbaro
,
non
c
'
era
verso
di
fargliele
nominare
.
Altre
le
nominava
con
un
vocabolo
antico
,
o
di
conio
proprio
,
risolutamente
,
non
dandosi
alcun
pensiero
di
non
essere
capito
,
o
d
'
esser
franteso
,
o
di
far
ridere
gli
uditori
;
il
che
seguiva
sovente
.
Chiamava
,
per
esempio
,
una
dimostrazione
popolare
:
una
raunata
di
popolo
;
guardie
del
fuoco
,
i
pompieri
;
traino
,
il
treno
della
strada
ferrata
(
partirò
col
traino
diretto
,
diceva
)
:
un
banchetto
,
non
di
trecento
coperti
,
ma
di
trecento
tovaglioli
;
negava
la
medesimezza
della
così
detta
casa
di
Dante
in
Firenze
.
E
non
diceva
mai
semplicemente
il
re
,
poichè
era
monarchico
umilissimo
,
ma
neanche
Sua
Maestà
,
che
condannava
come
modo
improprio
:
diceva
la
maestà
del
re
:
la
maestà
del
re
arriverà
domani
.
Ma
i
due
più
belli
esempi
della
sua
audacia
di
purista
,
diventati
famosi
a
Firenze
,
sono
le
voci
antiche
con
le
quali
s
'
ostinava
a
designare
due
imposte
,
ch
'
egli
chiamava
gravezze
:
l
'
imposta
progressiva
e
quella
della
ricchezza
mobile
,
già
esistenti
ai
tempi
della
Repubblica
:
la
decima
scalata
e
l
'
arbitrio
.
E
tutte
queste
parole
,
e
le
altre
,
pronunziava
con
aria
di
sfida
fra
i
"
neologizzanti
"
quasi
gettandogliele
in
faccia
(
scrivo
così
perché
è
morto
)
e
dicendogli
con
gli
occhi
:
-
Beccatevi
questo
,
e
fatene
vostro
pro
,
pezzi
d
'
ignoranti
.
Variatissimo
e
comicissimo
era
il
suo
vocabolario
di
pedante
vituperatore
di
barbari
;
nell
'
uso
del
quale
egli
graduava
il
vituperio
con
rigorosa
giustezza
.
Da
modo
non
bello
,
brutta
voce
,
vociaccia
,
robaccia
,
veniva
su
su
a
mostriciattolo
,
mostruoso
vocabolo
,
voce
appestata
,
abbominevole
voce
,
parola
infame
.
Così
d
'
un
francesismo
tollerabile
si
contentava
di
dire
:
sente
di
francese
,
e
via
via
:
e
'
pute
di
francioso
(
il
francioso
aggravava
)
o
di
gallico
(
che
era
più
grave
di
francioso
)
;
francesismo
vile
,
fetentissimo
,
sgangherata
voce
gallica
,
scempiata
metafora
transalpina
.
E
in
diversi
modi
egualmente
fieri
e
lepidi
ammoniva
i
giovani
a
rifuggire
da
quei
delitti
:
-
Al
fuoco
questa
parolaccia
!
-
Al
gasse
!
-
Alla
cassetta
della
spazzatura
!
-
Deh
,
non
lo
dire
!
-
Via
quest
'
orrore
!
-
La
lasci
agli
acciabattoni
!
-
E
lascio
altre
sue
maniere
usuali
:
-
Goffe
eleganze
romanzieresche
,
sconce
sgrammaticature
segretariesche
,
stomachevoli
parole
muschiate
,
sguaiate
leziosaggini
,
turpi
granciporri
:
n
'
aveva
una
collezione
infinita
.
Ma
non
era
mai
così
bello
a
vedere
e
a
sentire
come
quando
scorreva
un
libro
nuovo
e
sospetto
,
con
quel
viso
sanguigno
e
minaccioso
,
con
quei
baffi
irti
,
che
s
'
appuntavano
contro
la
pagina
come
penne
d
'
istrice
,
con
quelle
unghie
adunche
,
piantate
sui
margini
,
come
pronte
a
graffiare
.
Egli
segnalava
il
francesismo
con
una
contrazione
del
viso
come
se
vedesse
correre
fra
le
righe
un
insetto
schifoso
.
La
manifestazione
più
tenue
del
suo
sdegno
era
un
pugno
sul
tavolino
.
Quando
una
parola
o
una
frase
lo
urtava
più
forte
,
prorompeva
in
invettive
contro
il
fantasma
dell
'
autore
:
-
Ah
,
italiano
rinnegato
!
-
Camerlingo
degli
spropositi
!
-
Sgrammaticato
malfattore
codardo
!
-
E
l
'
ultima
espressione
della
sua
collera
era
un
riso
ironico
forzato
,
che
gli
scopriva
i
denti
canini
,
accompagnato
da
uno
scotimento
di
spalle
,
con
cui
fingeva
un
'
ilarità
smodata
.
Ma
dopo
questo
sforzo
,
sbatteva
il
libro
nel
muro
e
andava
fuor
della
grazia
di
Dio
.
-
A
questo
punto
siamo
arrivati
!
Ma
è
un
'
aberrazione
,
una
demenza
universale
.
L
'
Italia
va
in
isfacelo
.
Quando
non
c
'
è
più
lingua
non
c
'
è
più
nulla
.
È
finita
.
Oh
bastarda
razza
di
traditori
!
Povero
professor
Pataracchi
!
Conservarmi
la
sua
benevolenza
costò
a
me
qualche
fatica
;
ma
deve
aver
faticato
più
lui
a
non
levarmela
.
Chi
sa
quante
volte
fu
in
procinto
di
dirmi
come
Virgilio
all
'
Argenti
:
-
Via
costà
con
gli
altri
cani
!
-
Poichè
,
in
somma
,
gli
dovevo
parere
un
ipocrita
,
io
che
per
tenermi
nelle
sue
buone
grazie
gli
davo
ragione
a
parole
,
ma
seguitavo
a
scrivere
come
un
Ostrogoto
,
non
potendomi
ribellare
alla
terminologia
dei
regolamenti
,
poichè
scrivevo
di
cose
militari
.
-
Ma
è
proprio
proprio
costretto
-
mi
domandava
qualche
volta
-
a
servirsi
di
codesto
orribile
gergo
caporalesco
?
-
Io
rispondevo
di
sì
,
e
mi
giustificavo
umilmente
.
Ed
egli
mi
diceva
:
-
La
compiango
!
-
E
forse
fu
la
compassione
che
mi
mantenne
la
sua
amicizia
.
Il
giorno
prima
di
lasciar
Firenze
per
sempre
,
m
'
andai
ad
accomiatare
da
lui
.
Fu
più
affettuoso
che
non
m
'
aspettassi
.
Forse
lo
impietosiva
il
pensiero
ch
'
io
m
'
andavo
a
stabilire
a
Torino
,
poichè
a
lui
,
per
rispetto
alla
lingua
,
Torino
doveva
parere
un
covo
brigantesco
,
dove
io
non
potessi
far
altro
che
una
miseranda
fine
.
M
'
accompagnò
per
un
tratto
di
via
del
Cocomero
.
All
'
angolo
di
via
degli
Alfani
,
prima
di
lasciarmi
,
mi
disse
qualche
parola
benevola
,
raccomandandomi
la
lingua
.
Forse
gli
avrei
lasciato
un
buon
ricordo
di
me
,
se
non
avessi
più
aperto
bocca
;
ma
all
'
ultimo
momento
guastai
la
frittata
.
-
Se
per
combinazione
-
gli
dissi
-
venisse
una
volta
a
Torino
,
abbia
la
bontà
d
'
avvertirmene
.
Mi
metterò
ai
suoi
ordini
.
Sarò
felice
di
rivederla
e
di
servirla
.
-
Grazie
,
-
rispose
stringendomi
la
mano
.
-
Buon
viaggio
,
e
a
rivederla
.
E
mi
lasciò
.
Ma
fatti
pochi
passi
,
mi
richiamò
con
un
cenno
,
e
mi
disse
:
-
Senta
.
Combinazione
,
per
caso
o
casualità
,
mi
perdoni
,
è
orribile
.
E
se
n
'
andò
senza
dir
altro
.
Furon
quelle
le
ultime
parole
ch
'
io
intesi
dalla
sua
bocca
purissima
.
Fulminò
ancora
i
barbari
per
sette
anni
,
e
poi
morì
sulla
breccia
,
ravvolto
negli
avanzi
della
sua
bandiera
.
[
162
bianca
]
PARTE
SECONDA
.
[
164
bianca
]
Nel
corso
degli
studi
che
farai
sulla
lingua
,
con
la
penna
alla
mano
,
nei
vocabolari
e
negli
scrittori
,
se
vorrai
impadronirti
durevolmente
delle
cognizioni
che
verrai
acquistando
e
ricavarne
il
maggior
vantaggio
possibile
nel
parlare
e
nello
scrivere
,
sarà
bene
che
tu
le
ordini
nella
tua
memoria
,
raggruppandole
intorno
a
certi
concetti
,
che
dovrai
tener
sempre
presenti
.
A
ciascuno
di
tali
concetti
,
o
per
dir
meglio
,
divisioni
della
materia
,
dedicherò
un
breve
capitolo
.
Sarà
una
serie
di
consigli
e
d
'
avvertenze
intorno
alle
relazioni
della
lingua
coi
dialetti
,
alla
lingua
che
non
si
sa
,
alla
lingua
che
si
sa
,
ma
non
s
'
usa
,
alla
lingua
impropria
,
alla
lingua
abbreviativa
,
ai
sinonimi
,
alle
definizioni
,
ai
modi
famigliari
,
al
linguaggio
faceto
,
al
modo
di
variare
il
proprio
materiale
linguistico
.
Ragioneremo
poi
dei
francesismi
e
delle
parole
nuove
,
degli
spropositi
più
frequenti
e
dei
luoghi
comuni
più
usuali
del
linguaggio
corrente
,
e
delle
licenze
lecite
e
di
quelle
che
offendono
i
diritti
della
Grammatica
;
e
in
fine
faremo
insieme
una
corsa
a
traverso
la
letteratura
italiana
per
scegliere
gli
scrittori
che
tu
dovrai
leggere
e
studiare
di
preferenza
.
Non
ti
spaventare
della
via
lunga
:
la
percorreremo
alla
lesta
,
scherzando
spesso
da
buoni
amici
,
e
ricreandoci
ogni
tanto
nella
compagnia
d
'
originali
piacevoli
.
Adelante
,
Pedrito
.
LE
LAGNANZE
D
'
UN
DIALETTO
.
DIALOGO
FRA
IL
DIALETTO
PIEMONTESE
E
LA
LINGUA
.
(
Il
dialetto
è
il
piemontese
;
ma
il
dialogo
può
star
benissimo
con
qualunque
altro
dialetto
d
'
Italia
,
sostituendovi
altre
voci
e
locuzioni
a
quelle
che
son
citate
ad
esempio
)
.
LA
LINGUA
.
-
Buon
giorno
,
fratello
.
Tu
hai
la
cera
rannuvolata
.
IL
DIALETTO
.
-
Me
la
vedo
come
in
uno
specchio
,
Signora
,
e
mi
duole
di
presentarmi
a
Voi
in
quest
'
aspetto
.
L
.
-
Perché
mi
chiami
Signora
?
Altre
volte
ti
dissi
che
mi
piace
esser
chiamata
sorella
.
La
fortuna
e
la
gloria
non
m
'
hanno
fatto
montare
in
superbia
.
Non
siamo
,
tu
ed
io
,
rami
dello
stesso
tronco
?
figliuoli
della
stessa
madre
?
legati
ancora
e
per
sempre
da
mille
somiglianze
e
proprietà
comuni
,
dalle
quali
lo
straniero
riconosce
in
noi
,
a
primo
aspetto
,
il
comun
sangue
latino
?
Che
cosa
t
'
affanna
,
fratello
?
D
.
-
Ti
ringrazio
,
sorella
illustre
e
venerata
.
(
Scattando
)
Ma
è
proprio
questo
pensiero
che
mi
fa
stizzire
:
d
'
aver
che
fare
con
una
razza
d
'
ingrati
,
i
quali
,
disconoscendo
i
vincoli
che
mi
legano
a
te
,
credono
di
farti
onore
disprezzandomi
,
e
,
parlando
e
scrivendo
italiano
,
rifiutano
un
monte
di
parole
e
di
frasi
mie
come
se
fossero
barbare
per
il
solo
fatto
d
'
esser
mie
,
e
vanno
predicando
ai
ragazzi
che
,
per
non
offenderti
,
debbono
rifuggir
da
me
come
dalla
peste
bubbonica
.
L
.
-
Lo
so
.
D
.
-
E
che
ne
dici
?
L
.
-
Confòrtati
.
Mi
fanno
sovente
la
stessa
lagnanza
i
tuoi
fratelli
.
E
scrisse
pure
un
grande
maestro
che
ogni
italiano
,
per
imparar
la
lingua
,
la
dovrebbe
studiare
tenendo
tanto
d
'
occhi
aperti
sul
proprio
dialetto
;
con
che
volle
dire
che
v
'
è
in
ciascun
dialetto
una
grande
quantità
di
modi
e
costrutti
comuni
alla
lingua
;
conoscendo
i
quali
,
ed
usandoli
,
riuscirebbero
tutti
ad
esprimersi
in
italiano
con
assai
più
facilità
ed
efficacia
che
ora
non
facciano
,
poichè
a
quelle
forme
che
si
presentano
loro
spontanee
,
ed
essi
rifiutano
come
puramente
vernacole
,
ne
sostituiscono
altre
quasi
sempre
men
naturali
,
appunto
perché
cercate
,
e
meno
proprie
,
perché
meno
naturali
.
D
.
-
Ecco
la
gran
verità
,
sii
benedetta
!
Mi
disprezzano
per
onorarti
,
e
offendono
te
,
disprezzandomi
;
mi
fuggono
come
un
nemico
,
quando
si
potrebbero
giovare
di
me
come
d
'
un
maestro
.
L
.
-
Dici
il
vero
.
Ma
non
pensar
che
ti
disprezzino
.
Ogni
giorno
sento
dire
da
italiani
di
questa
o
di
quella
provincia
che
il
loro
dialetto
è
più
vivace
,
più
vario
,
più
espressivo
della
lingua
,
e
che
col
proprio
dialetto
soltanto
riesce
loro
di
dire
tutto
quello
che
vogliono
,
d
'
esprimere
tutte
le
particolarità
d
'
ogni
loro
pensiero
,
tutte
le
sfumature
d
'
ogni
sentimento
.
Vedi
dunque
!
Ma
è
singolare
.
E
non
sospettano
che
la
grande
difficoltà
ch
'
essi
trovano
a
dire
in
italiano
tutto
quello
che
vogliono
,
deriva
principalmente
dal
credere
non
italiane
una
buona
parte
di
quelle
forme
con
le
quali
appunto
possono
dir
tutto
nel
vernacolo
.
D
.
-
Tu
mi
riconforti
,
sorella
.
Ma
se
sapessi
quanti
affronti
mi
tocca
d
'
ingollare
!
Ne
sento
da
ogni
parte
e
d
'
ogni
specie
.
È
dialetto
;
dunque
moneta
falsa
:
è
la
massima
.
Sento
molti
ridere
quando
uno
dice
,
parlando
italiano
:
-
legger
la
vita
,
mangiar
la
foglia
,
bruciare
il
pagliaccio
,
trovare
una
bella
vigna
,
tirarsi
da
banda
,
battere
il
taccone
,
ridere
sul
mostaccio
ad
un
tale
,
far
filare
uno
,
far
pressa
a
un
altro
,
tramutare
un
tavolino
,
battere
una
culattata
in
terra
,
andar
lì
lì
per
morire
,
tirare
avanti
la
famiglia
....
O
dimmi
tu
:
non
sono
modi
italiani
,
di
tua
proprietà
incontestabile
,
sorella
mia
?
L
.
-
Li
riconosco
.
D
.
-
O
dunque
!
E
ne
potrei
citare
mille
e
passa
.
Giusto
,
eccone
un
altro
,
che
guai
a
chi
gli
scappa
.
Bisogna
sentire
come
si
spassa
certa
gente
colta
alle
spalle
dei
poveri
ignoranti
che
s
'
ingegnano
di
parlare
italiano
,
per
certe
parole
e
frasi
italianissime
,
credute
piemontesismi
grossolani
.
Ho
sentito
una
famiglia
intera
dare
in
una
risata
perché
alla
domanda
:
-
che
tempo
fa
?
-
la
serva
rispose
:
-
È
nuvolo
!
-
Diedero
in
un
'
altra
risata
,
un
'
altra
volta
,
a
sentirle
dire
:
-
Com
'
è
peso
questo
bimbo
!
-
La
stessa
cosa
,
un
giorno
ch
'
ella
disse
:
-
La
botte
versa
;
bisogna
stopparla
.
-
Ma
aspetta
,
che
te
ne
citi
dell
'
altre
più
curiose
,
coi
commenti
relativi
degli
italianissimi
.
-
Sono
uscito
senza
niente
in
capo
.
-
Bell
'
italiano
!
-
Se
ci
sono
stato
?
Quelle
belle
volte
!
-
Ah
quelle
belle
volte
,
che
perla
!
-
Grazie
!
Ho
mangiato
il
mio
bisogno
.
Un
signore
che
mangia
il
suo
bisogno
!
-
No
,
l
'
assicella
va
messa
per
così
.
Per
così
parli
la
lingua
,
Ostrogoto
?
-
Dove
sta
il
tale
?
Deve
star
per
qui
(
qui
vicino
)
.
Dio
di
misericordia
!
-
Svelto
come
sei
,
fai
un
momento
a
arrivare
a
casa
.
-
O
come
si
fa
a
fare
un
momento
,
citrullo
?
-
Dopo
la
Norma
,
andrà
su
l
'
Ernani
.
L
'
Ernani
che
va
su
!
A
quale
altezza
?
-
Se
non
c
'
è
appunto
sei
miglia
,
siamo
lì
.
Dove
lì
?
-
Ah
,
povera
Italia
!
Dimmi
ancora
:
c
'
è
qualche
cosa
che
offenda
la
tua
purità
in
tutto
quello
che
ho
detto
?
L
.
-
Nulla
,
fratello
.
Son
tutte
forme
della
lingua
parlata
,
usatissime
da
chi
più
mi
conosce
e
mi
rispetta
.
D
.
-
Deo
gratias
.
Se
tu
sentissi
,
in
certe
case
,
dove
si
parla
l
'
italiano
per
istituto
,
che
rabbuffi
toccano
a
dei
poveri
ragazzi
quando
si
lasciano
scappare
di
bocca
spasseggiare
,
slargare
,
sgraffignare
,
disgruppare
,
ciaramellare
,
tambussare
,
ciucciare
,
impappinarsi
!
-
Questo
è
italiano
di
Porta
Palazzo
:
bene
spesi
i
denari
per
mandarti
a
scuola
!
-
A
un
ragazzo
che
diceva
piangendo
:
-
M
'
hanno
dato
!
(
delle
busse
,
era
sottinteso
)
,
udii
rispondere
:
-
E
te
lo
meriti
,
se
parli
italiano
in
codesta
maniera
.
-
E
:
-
berrai
quando
parlerai
meglio
-
a
un
altro
,
che
chiedeva
dell
'
acqua
dicendo
che
aveva
una
sete
del
diavolo
.
E
non
parlo
delle
correzioni
che
fanno
molti
insegnanti
ai
componimenti
scolareschi
;
nei
quali
,
oltre
agli
errori
inevitabili
nella
prima
età
,
bollano
come
strafalcioni
,
per
la
sola
ragione
che
sono
dialettali
,
una
quantità
di
modi
correttissimi
,
che
i
piccoli
scolari
,
poveretti
,
non
sono
in
grado
di
giustificare
.
Se
ne
vuoi
sentire
....
L
.
-
Ne
son
curiosa
.
D
.
-
E
io
ti
contento
.
Ho
appunto
sott
'
occhio
i
componimenti
d
'
una
quarta
classe
elementare
,
corretti
da
una
maestrina
,
della
quale
non
si
può
dire
che
non
conosca
la
lingua
,
chè
anzi
scrive
benino
.
Ebbene
,
ci
trovo
segnati
come
piemontesismi
,
con
la
matita
rossa
,
una
decina
almeno
di
modi
,
che
tu
certamente
non
ripudii
.
-
Torino
fa
350
000
abitanti
.
C
'
è
un
frego
rosso
sul
fa
.
-
La
famiglia
costumava
festeggiare
il
natalizio
del
babbo
.
Condannato
costumava
.
-
La
mamma
si
tapinava
tutto
il
giorno
.
Bollato
il
tapinava
.
-
Doman
da
sera
.
Tre
punti
d
'
esclamazione
.
-
Un
dopo
desinare
verrò
da
te
.
Un
frego
rosso
all
'
un
dopo
desinare
e
al
verrò
,
chè
s
'
ha
da
dire
andrò
,
si
capisce
.
Passò
da
Torino
,
invece
di
per
,
sottolineato
.
-
Disse
che
non
ci
sarei
riuscito
;
ma
io
l
'
ho
fatto
bugiardo
.
Un
punto
interrogativo
rosso
accanto
a
questo
modo
.
-
Son
nato
del
1891
.
Riprovato
il
del
.
Figurava
di
non
volere
;
ma
non
aspettava
altro
.
Sostituito
fingeva
.
-
E
tu
non
vieni
?
fa
la
sorella
.
Crociato
il
fa
.
-
Una
cosa
fatta
come
va
.
Un
tratto
rosso
anche
a
questo
.
E
se
ne
vuoi
dell
'
altre
,
che
ho
pescate
altrove
,
ce
n
'
ho
un
cestone
....
L
.
-
Codeste
mi
bastano
,
chè
ne
so
molte
anch
'
io
.
Quanto
rosso
sciupato
,
dio
buono
!
E
questo
è
risibile
,
che
i
più
di
coloro
che
si
dànno
tanta
cura
per
iscansar
codesti
pretesi
errori
dialettali
,
si
lasciano
sfuggire
a
ogni
tratto
dialettismi
veri
e
bruttissimi
,
per
isbadataggine
,
o
perché
non
li
conoscon
per
tali
.
Ed
è
naturale
:
non
si
può
badare
insieme
a
ogni
cosa
:
mentre
si
guardan
dagli
uni
,
inciampano
negli
altri
.
D
.
-
E
così
dagli
altri
italiani
mi
fanno
dar
del
barbaro
coi
dialettismi
veri
,
e
mi
trattano
di
barbaro
essi
medesimi
dando
la
caccia
ai
dialettismi
falsi
.
E
mi
son
ristretto
a
citare
vocaboli
.
Lascio
da
parte
un
gran
numero
di
forme
sintattiche
,
di
legature
,
di
giri
di
frase
svelti
e
efficaci
,
che
sono
cosa
mia
e
tua
ad
un
tempo
,
di
cui
potrei
cavare
esempi
dai
tuoi
più
grandi
e
puri
scrittori
,
e
da
cui
si
guardano
parlando
e
scrivendo
italiano
,
come
da
azioni
disoneste
,
per
usare
invece
forme
scontorte
,
giunture
che
stridono
,
costrutti
forzati
e
pesanti
;
che
sono
nel
concetto
loro
i
soli
corretti
.
E
m
'
hanno
l
'
aria
di
gente
che
fabbrichi
dei
ponti
per
passare
un
fil
d
'
acqua
...
L
.
-
Ed
è
vero
anche
questo
,
fratello
.
E
hanno
ragione
al
par
di
te
i
fratelli
tuoi
,
che
un
fanno
le
stesse
lagnanze
.
Ma
il
tempo
vi
renderà
giustizia
,
non
dubitare
.
Via
via
ch
'
io
sarò
conosciuta
e
parlata
da
un
numero
sempre
maggiore
d
'
italiani
,
scoprendo
questi
da
sé
quante
voci
e
forme
son
comuni
a
me
e
ai
loro
vernacoli
,
e
gli
scrittori
mettendole
in
mostra
e
in
commercio
,
sempre
più
si
farà
manifesta
la
vanità
di
gran
parte
della
fatica
che
ora
si
dura
a
scansare
errori
immaginari
,
e
una
sempre
più
larga
parte
dell
'
esser
tuo
si
confonderà
col
mio
nelle
lettere
,
e
ti
sarà
reso
l
'
onore
che
meriti
,
e
saranno
lamentati
gli
oltraggi
che
ora
ti
si
recano
,
e
si
trarrà
da
te
forza
,
vita
,
colore
,
varietà
,
comicità
,
naturalezza
,
per
parlare
e
per
scrivere
italianamente
.
Mi
credi
?
D
.
-
M
'
hai
racconsolato
.
Ti
ringrazio
....
e
ti
riverisco
,
Signora
.
L
.
-
Chiamami
sorella
.
D
.
-
Sorella
ti
posso
chiamare
nel
corso
dei
nostri
colloqui
;
ma
non
presentandomi
a
te
,
né
accomiatandomi
.
Nell
'
atto
di
salutarti
,
il
mio
amor
fraterno
è
sovrappreso
da
un
senso
di
riverenza
.
Dietro
di
te
,
vedo
Dante
.
LA
LINGUA
CHE
NON
SI
SA
.
Ne
abbiamo
già
detto
qualche
cosa
;
ma
di
passata
,
ed
è
bene
riparlarne
.
Intendo
dire
principalmente
di
quel
gran
numero
di
nomi
di
cose
,
che
noi
non
sappiamo
e
che
non
ci
curiamo
di
sapere
,
perché
di
quelle
date
cose
non
abbiamo
mai
occasione
o
bisogno
di
parlare
se
non
nel
dialetto
;
ma
che
deve
imparare
chi
studia
davvero
la
lingua
,
perché
questa
non
si
saprà
mai
che
malamente
se
non
se
ne
studia
più
di
quanto
occorre
a
parlarla
alla
meglio
fra
di
noi
,
dove
non
se
ne
parla
che
mezza
.
Noi
la
dobbiamo
studiare
,
non
in
relazione
coi
nostri
bisogni
immediati
e
abituali
,
ma
come
se
fossimo
certi
di
dover
quando
che
sia
andar
a
vivere
in
una
regione
d
'
Italia
dove
neanche
una
parola
del
nostro
dialetto
sia
intesa
,
e
dove
,
per
conseguenza
,
ci
sia
necessario
parlare
sempre
e
d
'
ogni
cosa
in
lingua
italiana
.
Ora
le
cose
delle
quali
ignoriamo
il
nome
italiano
sono
innumerevoli
,
e
noi
non
c
'
illudiamo
che
sian
poche
se
non
perché
,
parlando
la
lingua
,
ci
siamo
assuefatti
per
modo
a
scansare
di
nominarle
,
che
quasi
non
ci
accorgiamo
più
del
nostro
gioco
.
E
questa
illusione
è
anche
maggiore
nei
giovinetti
che
,
vivendo
in
un
giro
più
ristretto
d
'
idee
e
di
faccende
,
hanno
di
solito
meno
cose
da
dire
che
gli
uomini
,
e
con
minori
particolari
,
e
con
minor
necessità
d
'
essere
esatti
.
Ma
se
potessero
i
giovanetti
immaginare
in
quanti
impicci
si
troverebbero
parlando
la
lingua
,
quando
fossero
trasportati
di
sbalzo
in
un
'
altra
regione
d
'
Italia
,
fuor
del
piccolo
mondo
della
famiglia
e
della
scuola
in
cui
è
circoscritta
la
loro
vita
,
quanta
parte
di
lingua
s
'
accorgerebbero
d
'
ignorare
,
assolutamente
necessaria
,
e
soprattutto
quante
cose
si
troverebbero
costretti
ogni
momento
a
descrivere
,
invece
di
nominarle
,
con
molto
stento
e
non
senza
vergogna
,
se
questo
potessero
immaginare
,
credo
che
non
occorrerebbe
loro
altro
eccitamento
per
indursi
allo
studio
.
A
questo
proposito
ebbi
da
ragazzo
una
lezione
che
mi
riuscì
utilissima
.
Da
qualche
tempo
studiavo
la
lingua
,
e
mi
illudevo
che
fosse
un
gran
che
quel
poco
patrimonio
di
parole
e
di
frasi
letterarie
,
che
m
'
ero
ammucchiato
nel
capo
;
e
ne
menavo
gran
vanto
.
Un
giorno
fui
invitato
a
colazione
da
un
mio
vecchio
zio
,
che
stava
in
una
villetta
,
sulla
riva
d
'
un
torrente
,
a
qualche
miglio
dalla
piccola
città
piemontese
,
dov
'
era
stabilita
allora
la
mia
famiglia
.
Era
uno
spirito
mordace
,
benchè
buono
d
'
indole
,
dotto
di
storia
,
e
conoscitore
profondo
della
lingua
,
della
quale
s
'
occupava
ancora
con
amore
.
Eravamo
alle
frutte
,
quando
il
discorso
cadde
su
quest
'
argomento
,
ed
io
vantai
i
miei
studi
di
lingua
col
tono
d
'
un
filologo
,
che
potesse
parlare
in
cattedra
della
materia
.
Spiacque
la
mia
sicumera
al
buon
vecchio
;
il
quale
sorrise
con
aria
maliziosa
,
e
mi
disse
:
-
Vediamo
dunque
un
poco
,
signor
linguista
,
se
la
dottrina
corrisponde
al
vanto
.
Vuol
ella
scommettere
che
senza
uscire
dal
giro
delle
cose
che
abbiamo
sotto
gli
occhi
,
di
nove
su
dieci
che
glie
ne
accenno
ella
non
sa
il
nome
,
e
neppure
delle
operazioni
usualissime
che
vi
si
riferiscono
?
-
E
cominciò
la
prova
,
che
m
'
è
rimasta
bene
impressa
nella
mente
,
perché
egli
mi
fece
notar
le
parole
con
la
matita
.
-
Eccoti
il
fiasco
-
,
mi
disse
.
-
Sai
come
si
dice
gettar
via
dal
fiasco
pieno
un
poco
di
vino
per
purgarlo
da
qualche
cosa
di
poco
netto
?
No
?
Sboccare
il
fiasco
.
Sai
come
si
chiama
l
'
operazione
di
riempire
un
fiasco
scemo
?
No
?
Rabboccarlo
.
E
come
si
dice
con
una
sola
parola
vuotare
un
mezzo
fiasco
?
Neppure
.
Si
dice
ammezzarlo
,
un
fiasco
ammezzato
.
Hai
detto
che
questo
vino
è
un
po
'
infortito
,
ed
è
vero
:
comincia
a
prendere
il
fuoco
;
ma
sai
come
si
dice
del
vino
infortito
che
pizzica
la
lingua
e
il
palato
?
La
parola
propria
?
No
.
Si
dice
che
ha
l
'
appinzo
.
Guarda
questo
bicchiere
:
vedi
questo
spazietto
interposto
nella
sostanza
del
vetro
?
Sai
come
si
chiama
?
Púlica
.
E
la
parte
più
sottile
della
lama
di
questo
coltello
,
che
è
fermata
nel
manico
?
Códolo
.
E
il
dente
della
forchetta
?
Rebbio
.
E
questo
?
Reggifiasco
.
E
quest
'
altro
?
Reggiposate
.
E
ciascuna
di
queste
ciocchette
di
chicchi
che
formano
il
grappolo
,
sai
che
si
chiama
racìmolo
?
E
fiócine
la
buccia
dell
'
acino
?
E
vinacciuolo
il
granello
sodo
che
v
'
è
dentro
?
E
il
nome
di
questa
buccia
interiore
della
castagna
?
Peluria
,
andiamo
.
E
questa
parte
della
lattuga
,
composta
delle
foglie
più
piccole
e
più
tenere
,
che
fanno
cesto
,
come
la
chiami
?
Grùmolo
.
E
il
reticino
per
scoter
l
'
insalata
?
Nemmen
questo
.
Scotitoio
.
O
veda
un
po
'
,
signor
linguista
!
Riprese
fiato
e
tirò
innanzi
.
-
Ora
ti
servo
le
frutte
.
Son
certo
che
non
sai
che
si
dicono
sfarinate
le
pere
come
queste
,
che
non
reggono
al
dente
,
come
le
patate
,
che
sfarinano
;
né
che
si
dicono
maculate
quelle
che
portano
segni
delle
mani
;
né
che
si
chiamano
nocchi
queste
specie
d
'
osserelli
dei
frutti
,
che
è
lo
stesso
nome
,
nocchio
,
della
parte
del
fusto
dell
'
albero
indurita
e
gonfiata
per
la
pullulazione
dei
rami
.
E
guarda
questo
baco
della
pera
che
s
'
attorce
:
tu
non
sai
che
con
parola
propria
si
dice
che
s
'
assérpola
.
Rifacciamoci
un
po
'
indietro
.
Tu
hai
rotto
la
punta
a
un
ovo
a
bere
:
sai
che
si
chiama
scocciare
l
'
ovo
?
Hai
preso
la
parte
superiore
del
gelato
:
sai
che
si
dice
scolmare
il
gelato
?
E
a
proposito
dei
tordi
che
hai
mangiati
,
sai
che
si
dice
dare
un
fermo
ai
tordi
la
prima
cottura
che
si
da
loro
perché
non
vadano
a
male
?
Ora
senti
:
come
dici
del
pan
fresco
che
fa
questo
rumore
,
quando
si
preme
?
Che
scroscia
,
signorino
.
E
di
questa
crostata
sotto
il
dente
?
Che
scrógiola
,
da
non
confondersi
con
sgrigiolare
,
che
è
il
rumore
delle
scarpe
nuove
.
E
dell
'
olio
che
bolle
?
Che
grilla
o
grilletta
;
e
sfriggolare
del
rumore
che
fa
il
pesce
o
altra
cosa
,
posta
a
soffriggere
nella
padella
.
E
agitar
così
il
liquido
nella
bottiglia
sai
che
si
dice
sciaguattare
?
E
uscire
a
gorgo
l
'
uscir
dall
'
acqua
così
,
dalla
bottiglia
capovolta
?
E
l
'
uscire
in
quest
'
altro
modo
:
venir
giù
filo
filo
?
To
'
,
e
come
si
chiama
questa
pozza
che
ha
fatto
l
'
acqua
buttata
in
terra
?
Stroscia
.
E
a
questa
radura
del
tovagliolo
che
nome
dài
?
Ragnatura
.
E
questo
,
dove
infilerai
il
tovagliolo
?
Girello
,
signor
linguista
.
E
potrei
seguitare
,
se
ti
garbasse
.
Io
m
'
alzai
da
tavola
,
stizzito
,
e
per
nascondere
la
stizza
,
m
'
andai
a
affacciare
alla
finestra
.
Ma
il
vocabolarista
implacabile
mi
si
venne
a
mettere
accanto
,
e
riattaccò
.
-
Ti
voglio
regalare
un
'
appendice
-
mi
disse
.
-
Supponi
di
dover
andare
di
qua
,
partendo
dall
'
orto
,
fino
a
quel
ceppo
di
case
che
è
là
di
faccia
.
Tu
parti
da
quell
'
angolo
dove
son
piantati
i
baccelli
,
e
non
sai
che
si
chiama
baccellaio
,
ci
scommetto
.
Suppongo
che
tu
inciampi
nel
ceppo
di
quel
noce
tagliato
a
fior
di
terra
,
e
non
sai
che
si
chiama
ceppaia
.
Passi
all
'
ombra
di
quel
filare
d
'
alberi
,
e
non
sapresti
dire
che
son
potati
a
capitozza
.
E
non
sai
neppure
che
si
chiama
cavaticcio
quel
mucchio
di
terra
intorno
al
quale
devi
girare
,
e
palancola
il
tavolone
su
cui
passerai
quella
gora
,
dove
si
raccolgono
tutti
gli
scoli
del
campo
,
e
che
ha
pure
un
nome
che
non
sai
:
capifosso
.
Non
ti
domando
neppure
se
sai
che
si
chiama
capezza
quell
'
ultimo
solco
che
fa
vivagno
al
lato
del
campo
,
e
callaia
quell
'
apertura
fatta
nella
siepe
per
entrar
nel
campo
vicino
,
e
macereto
quell
'
ammasso
di
macerie
d
'
una
vecchia
casa
che
è
in
riva
al
torrente
,
dove
vedi
quel
ragazzo
che
bada
alle
vacche
.
E
a
proposito
,
qual
è
il
nome
proprio
della
campanella
che
hanno
al
collo
le
vacche
?
E
quello
del
tempo
nel
quale
l
'
erba
suol
nascere
?
E
quello
della
rena
raccolta
sulle
rive
del
torrente
,
dove
passa
ora
quel
contadino
che
v
'
affonda
i
piedi
?
...
Cam
-
pá
-
no
,
er
-
ba
-
tu
-
ra
,
re
-
nic
-
cio
.
E
quei
punti
del
torrente
dove
l
'
acqua
è
profonda
,
e
una
pietra
che
vi
si
getti
fa
un
tonfo
,
si
chiaman
tónfani
,
una
bella
parola
onomatopeica
;
e
quello
dove
il
torrente
fa
una
gran
voltata
si
chiama
girone
;
e
dove
l
'
acqua
fa
un
rigiro
vorticoso
si
dice
che
fa
un
mulinello
....
Che
cosa
ne
dici
?
C
'
è
ancora
qualche
lacunetta
,
pare
,
nella
tua
dottrina
linguistica
.
Mentre
egli
parlava
,
io
mi
tenni
sempre
in
un
silenzio
cocciuto
,
sorridendo
un
po
'
ironicamente
,
per
fargli
supporre
che
molte
di
quelle
parole
le
sapessi
,
e
non
le
volessi
dire
per
dispetto
;
ma
in
realtà
mi
riuscivan
nuove
quasi
tutte
.
E
seguitai
a
tacere
mentre
le
notavo
sur
un
foglio
di
carta
,
a
sua
dettatura
.
Ma
mi
rodevo
dal
dispetto
davvero
,
e
in
cuor
mio
lo
trattavo
di
pedante
fradicio
e
di
spazzaturaio
di
vocaboli
,
e
dicevo
che
aver
nel
capo
un
magazzino
di
parole
non
era
saper
la
lingua
.
La
lezione
fece
frutto
,
non
di
meno
.
Quando
fui
a
casa
,
pensai
che
in
cento
altri
luoghi
,
in
mezzo
a
cose
affatto
diverse
da
quelle
che
mio
zio
m
'
aveva
indicate
,
io
avrei
dovuto
rispondere
altrettante
volte
:
-
non
so
-
a
chi
m
'
avesse
interrogato
com
'
egli
aveva
fatto
,
e
compresi
per
la
prima
volta
il
vuoto
enorme
che
mi
restava
a
riempire
nella
mente
prima
di
potermi
vantare
di
saper
la
lingua
.
Mi
posi
allora
sul
serio
allo
studio
della
nomenclatura
.
Ma
non
ebbi
la
costanza
di
proseguirlo
come
avrei
dovuto
.
E
dell
'
averlo
trasandato
risento
e
lamento
il
danno
spessissimo
,
perché
son
costretto
a
ogni
tratto
,
scrivendo
,
a
posar
la
penna
per
cercare
come
si
chiama
questa
o
quella
cosa
,
e
non
sempre
trovando
subito
,
perdo
la
pazienza
e
il
filo
delle
idee
e
il
calore
dell
'
ispirazione
;
e
spesso
non
trovo
,
e
mi
tocca
a
interrogare
amici
,
a
voce
e
anche
per
lettera
;
e
qualche
volta
son
ridotto
a
non
scrivere
una
cosa
che
vorrei
scrivere
perché
mi
manca
la
parola
e
il
tempo
di
cercarla
.
E
non
dico
della
vergogna
di
dover
rispondere
molte
volte
:
-
non
lo
so
-
a
chi
mi
domanda
il
nome
di
questo
o
di
quell
'
oggetto
,
che
tutti
i
ragazzi
toscani
sanno
nominare
;
vergogna
,
dico
,
perché
nel
sorriso
degl
'
interrogatori
non
sodisfatti
leggo
bene
il
pensiero
che
non
m
'
esprimono
:
-
E
son
cinquant
'
anni
che
studia
la
lingua
!
LA
LINGUA
CHE
NON
SI
PARLA
.
Via
via
che
procederai
nello
studio
,
sempre
più
sarai
maravigliato
del
gran
numero
di
parole
e
di
locuzioni
vive
,
che
,
pure
essendo
usate
da
scrittori
d
'
ogni
regione
d
'
Italia
,
non
si
sentono
mai
,
o
di
radissimo
,
nella
conversazione
della
gente
colta
fuor
della
Toscana
,
come
se
non
appartenessero
alla
lingua
parlata
;
e
dalla
considerazione
di
questa
povertà
della
lingua
che
si
parla
intorno
a
te
,
sempre
più
sarai
eccitato
a
studiare
.
Per
dimostrarti
la
verità
di
quanto
affermo
,
ti
cito
alcuni
modi
notati
da
me
,
fra
i
moltissimi
ch
'
io
non
sento
mai
dire
né
da
piemontesi
,
né
da
lombardi
,
né
da
liguri
,
né
da
veneti
,
che
anche
parlino
e
scrivano
decorosamente
la
lingua
.
Pensa
un
poco
tu
pure
se
t
'
occorse
mai
d
'
udir
le
parole
malmenìo
,
rigirìo
,
rodìo
,
rosicchío
,
pigío
,
friggío
,
brusío
,
sbatacchío
,
fulminío
,
almanacchío
,
battío
(
battío
di
mani
)
,
delle
quali
si
comprende
alla
prima
il
significato
anche
da
chi
non
le
abbia
mai
udite
né
lette
.
Così
intesi
mille
volte
accennare
,
per
esempio
,
quelle
pieghe
graziose
che
fanno
per
grassezza
il
collo
e
le
gambe
dei
bambini
;
ma
mai
,
posso
dir
mai
in
vita
mia
,
con
la
parola
più
propria
,
che
è
riseghinetta
,
o
riségolo
.
Occorre
spessissimo
di
dir
le
cose
seguenti
:
la
fanghiglia
,
che
rimane
nelle
strade
dopo
la
pioggia
;
una
quantità
di
roba
vegetale
,
guasta
o
non
adoperabile
,
che
fa
impaccio
e
lordura
;
un
laidume
invecchiato
sulla
persona
o
sur
un
muro
;
una
macchia
di
sudiciume
vistosa
;
un
'
operazione
lunga
e
noiosa
da
non
cavarne
costrutto
nessuno
;
una
stanzuccia
misera
e
stretta
;
un
segreto
intrigo
amoroso
;
un
aiuto
o
guadagno
o
risorsa
inaspettata
;
un
soffio
di
vento
che
vien
da
una
fessura
o
apertura
;
un
minuzzolo
di
che
che
sia
,
in
senso
spregevole
;
l
'
irritamento
che
fanno
alla
gola
certe
vivande
fritte
nell
'
olio
o
nel
burro
non
più
fresco
;
la
bella
mostra
che
fanno
di
sé
cose
o
persone
,
o
il
crescere
,
cuocendo
,
di
certe
pietanze
,
che
riescono
più
abbondanti
che
non
paressero
;
e
inquietarsi
,
arrabbiarsi
a
trattar
con
qualcuno
o
a
far
qualche
cosa
.
Ebbene
,
io
non
sento
mai
,
o
quasi
mai
dir
queste
cose
con
le
parole
usatissime
in
Toscana
e
dagli
scrittori
:
belletta
,
pattume
o
pacciame
,
loia
,
struggibuco
,
sgabuzzino
,
ripesco
,
rincalzo
,
spiffero
,
trìtolo
,
rancico
,
compariscenza
,
appariscenza
,
compàrita
,
assaettamento
.
Così
non
mi
ricordo
d
'
aver
mai
inteso
da
un
mio
corregionale
i
verbi
anfanare
(
andar
qua
e
là
senza
saper
dove
)
,
frucchiare
(
metter
le
mani
,
per
smania
di
darsi
faccenda
,
in
più
e
diverse
cose
)
,
frizzare
(
vuol
far
lo
spiritoso
,
ma
non
frizza
)
,
frullare
(
mi
sentii
frullare
un
sasso
accanto
all
'
orecchio
)
,
rigirare
(
rigirarsela
bene
)
,
raccenciarsi
,
rinquattrinarsi
,
spappolare
(
di
cosa
morbida
che
,
toccandola
,
si
disfà
fra
le
dita
)
;
né
i
modi
:
aver
entratura
con
uno
,
trovar
l
'
inchiodatura
(
trovar
modo
o
argomento
certo
di
far
che
che
sia
)
,
avere
il
restío
,
avere
il
suo
ripieno
(
in
una
cosa
,
vale
a
dire
il
fatto
suo
)
,
averla
graziata
,
far
monte
,
farla
bassa
,
baciar
basso
,
lavorar
di
fine
,
gettarsi
in
grembo
a
uno
,
levarla
del
pari
,
fare
una
cosa
a
saetta
,
dare
un
'
indossata
a
un
abito
,
stare
a
uscio
e
bottega
;
e
potrei
seguitare
per
decine
di
pagine
.
Non
è
a
dire
che
queste
e
altre
parole
e
maniere
siano
sconosciute
:
molti
le
sapranno
o
le
sanno
;
ma
non
le
usano
parlando
perché
non
le
hanno
alla
mano
,
perché
esse
non
fanno
parte
del
loro
vocabolario
orale
,
di
quella
provvisione
di
lingua
che
si
porta
con
sé
,
e
che
si
spende
giornalmente
,
nella
conversazione
ordinaria
;
e
però
,
quanto
all
'
uso
,
è
come
se
non
le
sapessero
.
Dunque
,
se
non
ti
vuoi
ridurre
a
parlar
la
lingua
povera
che
generalmente
si
parla
,
bada
bene
,
leggendo
,
a
tutti
quei
modi
che
intorno
a
te
non
senti
mai
dire
,
e
cerca
quali
sono
i
modi
che
s
'
usano
di
solito
in
luogo
di
quelli
,
e
raffronta
gli
uni
con
gli
altri
;
e
per
stamparti
nella
mente
quelli
insoliti
,
e
perché
non
vadano
dentro
gli
armadi
chiusi
,
ma
restino
sugli
scaffali
aperti
della
memoria
,
dove
ti
s
'
offrano
alla
vista
e
alla
mano
a
ogni
occorrenza
,
lega
ciascun
d
'
essi
a
un
tuo
pensiero
,
immaginando
un
fatto
,
un
luogo
,
un
'
occasione
,
in
cui
tu
lo
possa
usare
,
e
anche
una
persona
nota
a
cui
tu
lo
abbia
a
dire
,
e
anche
l
'
accento
e
il
gesto
con
cui
lo
diresti
.
Se
non
farai
questo
,
sfuggiranno
di
mente
anche
a
te
come
agli
altri
,
e
ti
troverai
,
parlando
la
lingua
,
nella
condizione
di
quei
moltissimi
sfortunati
ai
quali
,
nelle
discussioni
e
nell
'
opera
,
l
'
arguzia
vittoriosa
,
l
'
argomento
convincente
,
lo
spediente
utile
si
presentano
sempre
troppo
tardi
,
quando
il
momento
di
servirsene
è
passato
.
LA
LINGUA
APPROSSIMATIVA
.
Perché
non
possediamo
che
uno
scarso
materiale
di
lingua
,
noi
parliamo
una
lingua
che
si
potrebbe
chiamare
approssimativa
,
con
la
quale
non
esprimiamo
quasi
mai
esattamente
,
ma
soltanto
press
'
a
poco
,
il
nostro
pensiero
;
e
perché
dell
'
improprietà
del
nostro
linguaggio
non
abbiamo
coscienza
,
una
gran
parte
dei
modi
,
che
ci
sono
abituali
,
ci
paiono
i
più
propri
a
dire
quello
che
pensiamo
;
e
solo
quando
vengono
a
nostra
cognizione
quelli
che
sarebbero
propri
veramente
,
riconosciamo
che
quegli
altri
non
dicevano
per
l
'
appunto
le
cose
che
volevamo
dire
.
Non
soltanto
;
ma
ricominciamo
assai
spesso
,
imparando
i
nuovi
modi
,
che
non
erano
nella
nostra
mente
certe
gradazioni
d
'
idee
,
sfumature
di
sentimento
e
particolarità
di
cose
,
che
essi
esprimono
;
e
son
essi
che
ce
ne
dànno
il
concetto
;
ciò
che
disse
benissimo
un
grande
scrittore
,
affermando
che
certe
idee
non
ci
vengono
neppure
in
mente
perché
non
abbiamo
le
parole
con
le
quali
potrebbero
venire
.
Ti
cito
una
serie
d
'
esempi
che
ti
persuaderanno
.
Confondere
.
-
Noi
non
usiamo
questa
parola
nel
significato
che
ha
negli
esempi
seguenti
:
-
Non
si
confonda
con
la
politica
.
-
Non
si
confonda
con
quel
figuro
.
-
Non
si
confonda
a
cercare
codesto
foglio
.
-
Ebbene
,
nessuna
delle
espressioni
che
noi
usiamo
in
quei
casi
in
vece
di
confondere
dice
per
l
'
appunto
la
stessa
cosa
,
perché
affannarsi
,
tormentarsi
,
montarsi
il
capo
dicon
troppo
,
e
darsi
pensiero
,
perdere
il
tempo
,
occuparsi
,
impicciarsi
non
dicono
abbastanza
.
Infognare
.
-
Infognarsi
in
un
affare
,
in
una
impresa
.
Con
che
altra
parola
potresti
dire
così
efficacemente
che
si
tratta
d
'
un
affare
,
oltre
che
rischioso
,
disonorevole
?
Ribruscolare
.
-
Sono
andati
a
ribruscolare
tutte
le
scapataggini
della
sua
gioventù
.
-
Noi
sogliamo
dire
rintracciare
,
rivangare
.
Ma
ribruscolare
,
che
significa
propriamente
raccogliere
i
minuti
avanzi
e
bruscoli
d
'
ogni
cosa
,
come
esprime
meglio
la
minuziosità
,
quasi
la
malignità
diligente
e
paziente
con
la
quale
i
nemici
d
'
una
persona
cercano
il
pelo
nell
'
ovo
per
iscreditarla
!
Rifrustare
.
-
È
un
fannullone
vizioso
che
rifrusta
tutte
le
bettole
.
-
Rifrustare
,
che
,
traslato
,
significa
ricercare
in
ogni
parte
,
in
ogni
angolo
più
segreto
,
esprime
assai
meglio
del
frequentare
o
bazzicare
,
che
noi
useremmo
,
l
'
idea
del
vizio
infistolito
e
insaziabile
.
Riportare
.
-
Quel
ragazzo
mi
riporta
tutto
suo
padre
nell
'
andare
,
nel
gestire
,
nel
parlare
.
-
Riportare
,
in
questo
significato
,
dice
più
di
rassomigliare
e
di
ricordare
,
come
noi
diremmo
;
significa
:
è
tal
quale
,
e
presenta
molto
più
vivamente
l
'
immagine
.
Rimaner
male
,
nella
sua
indeterminatezza
,
esprime
meglio
d
'
ogni
altro
modo
generalmente
usato
lo
stato
d
'
animo
mal
definibile
di
chi
per
un
detto
o
un
atto
altrui
rimane
scontento
,
corbellato
,
disingannato
,
fra
risentito
e
confuso
.
Star
su
.
-
Credi
ch
'
io
stia
sui
cinquanta
centesimi
?
Piglia
una
lira
e
vattene
.
-
Noi
diremmo
che
io
badi
o
ch
'
io
m
'
impunti
;
ma
in
badare
non
è
espresso
abbastanza
il
concetto
dell
'
interesse
;
impuntarsi
è
troppo
forte
;
star
su
esprime
un
'
idea
di
mezzo
tra
il
semplice
concetto
dell
'
interesse
e
quello
dell
'
avarizia
che
lesina
.
Stillare
.
-
L
'
ha
stillata
bella
!
-
Nove
su
dieci
noi
diremmo
l
'
ha
pensata
o
trovata
.
Ma
stillare
significa
chiaramente
la
ricerca
sottile
e
l
'
accortezza
della
trovata
,
che
pensare
e
trovare
non
esprimono
.
Stridere
.
-
Bisogna
striderci
,
per
dire
che
di
una
tal
cosa
non
ci
possiamo
esimere
,
benchè
ci
dispiaccia
.
Noi
diremmo
invece
adattarsi
,
rassegnarsi
o
simili
,
che
non
dicono
così
bene
il
rincrescimento
o
il
dispetto
con
cui
c
'
induciamo
a
fare
o
a
sopportare
quella
data
cosa
.
Storcere
.
-
Non
mi
storcere
le
parole
.
-
Non
c
'
è
altro
modo
,
di
quelli
che
noi
useremmo
,
che
esprima
con
un
traslato
così
efficace
l
'
interpretare
malignamente
le
parole
altrui
in
significato
diverso
dal
vero
.
Pigliare
in
cattivo
senso
,
per
esempio
,
non
dice
,
come
la
parola
storcere
,
il
proposito
dell
'
interpretazione
cattiva
,
e
anche
sostituendo
voltare
a
pigliare
si
esprimerebbe
con
minore
evidenza
lo
sforzo
e
il
mal
animo
.
Stare
in
tentenna
.
-
Tu
diresti
tentennare
senz
'
altro
;
ma
tentennare
dice
una
cosa
che
tentenni
,
barcolli
o
stia
male
in
piedi
momentaneamente
;
stare
in
tentenna
dice
la
permanenza
della
cosa
in
quello
stato
.
E
così
stare
in
tremolo
.
Pigliare
a
frullo
.
-
Vedi
se
l
'
idea
di
fermare
una
persona
dove
che
sia
e
appena
càpiti
,
o
quella
di
cogliere
rapidamente
parole
,
idee
,
senza
che
altri
ci
pensi
e
per
nostro
giovamento
,
può
essere
espressa
in
altri
modi
con
maggior
proprietà
ed
evidenza
.
-
Venirti
a
cercare
a
casa
è
tempo
perso
;
bisogna
pigliarti
a
frullo
.
-
Piglia
a
frullo
i
discorsi
dei
valentuomini
,
e
poi
se
ne
fa
bello
.
Prendere
il
vecchiuccio
.
-
D
'
una
persona
,
non
è
lo
stesso
che
dire
:
comincia
a
farsi
vecchio
,
perché
significa
pure
l
'
idea
:
benchè
non
paia
,
o
cerchi
di
nasconderlo
.
Fare
agli
occhi
.
-
Si
dice
di
due
innamorati
che
fanno
agli
occhi
.
Vedi
se
ti
riesce
di
trovare
qualsiasi
altro
modo
che
dica
come
questo
il
guardarsi
a
vicenda
dì
continuo
e
quasi
conversare
con
gli
sguardi
,
non
potendolo
fare
liberamente
a
parole
.
Fare
una
smusata
,
una
smusatura
a
uno
.
-
Tu
intendi
quello
che
significa
,
e
senti
che
l
'
idea
non
è
significata
così
determinatamente
dalle
parole
atto
villano
,
o
di
dispregio
o
di
schifo
o
di
fastidio
,
o
mal
garbo
,
né
con
pari
sfumatura
comica
da
fare
una
brutta
faccia
o
una
smorfia
.
Ti
cito
più
alla
lesta
qualche
altro
esempio
.
Non
senti
che
la
parola
amarume
nella
frase
:
-
C
'
è
un
po
'
d
'
amarume
fra
di
noi
,
-
significa
qualche
cosa
di
meno
di
amarezza
,
e
non
potrebbe
essere
sostituita
per
l
'
appunto
da
nessun
'
altra
parola
?
E
nel
modo
:
ho
tutta
la
giornata
impicciata
non
è
espressa
un
'
idea
che
le
parole
occupata
,
impegnata
non
rendono
esattamente
,
perché
voglion
dire
un
'
occupazione
continua
,
non
una
serie
d
'
occupazioni
con
intervalli
di
tempo
libero
,
ma
troppo
brevi
,
da
poterli
impiegare
a
qualche
cos
'
altro
?
E
dicendo
un
affare
rassegato
(
rassegare
,
d
'
un
liquido
grasso
che
si
rappiglia
)
non
dài
l
'
idea
d
'
un
affare
finito
,
ma
più
recente
di
quello
che
significherebbe
finito
senz
'
altro
,
o
passato
o
da
non
pensarci
più
?
E
come
s
'
esprimerebbe
così
propriamente
l
'
idea
d
'
un
tempo
in
cui
si
sia
fatta
una
vita
dura
,
faticosa
,
affannosa
,
come
col
modo
:
sono
stati
giorni
,
anni
sudati
?
E
la
parola
strettita
nel
dire
:
aver
la
gola
strettita
dal
pianto
,
non
ti
pare
che
abbia
forza
più
particolarmente
espressiva
che
la
parola
stretta
,
che
fa
a
tanti
altri
casi
?
E
qual
altra
parola
dice
così
bene
ad
un
tempo
turbato
di
mente
,
distratto
,
sconcertato
,
svogliato
,
impensierito
,
come
stonato
:
oggi
sono
stonato
,
non
capisco
nulla
?
E
pensa
un
po
'
se
t
'
occorre
spesso
di
sentir
dire
:
uomo
di
ricapito
,
uomo
impiccioso
,
un
po
'
zolfino
,
scattoso
,
troppo
entrante
,
un
mettibocca
,
uno
sputazucchero
,
tutti
modi
che
s
'
intendono
alla
prima
,
e
se
le
parole
che
s
'
usano
di
solito
in
luogo
di
quelle
hanno
proprio
la
stessa
sfumatura
di
significato
,
o
non
dicono
invece
la
cosa
press
'
a
poco
,
come
altre
innumerevoli
che
noi
spendiamo
abusivamente
perché
non
abbiamo
tra
mano
moneta
migliore
?
Credo
che
bastino
questi
esempi
a
dimostrarti
che
noi
parliamo
davvero
una
lingua
approssimativa
,
e
che
il
liberarti
da
questo
malanno
dev
'
essere
uno
dei
tuoi
primi
intenti
,
e
questo
intento
una
delle
tue
prime
norme
nello
studio
della
tua
lingua
.
LA
LINGUA
CHE
ABBREVIA
.
Ti
do
un
altro
consiglio
,
sul
quale
credo
di
dover
insistere
in
particolar
modo
:
di
notare
e
d
'
imprimerti
bene
nella
mente
,
leggendo
gli
scrittori
e
il
dizionario
,
tutte
le
parole
e
le
locuzioni
che
esprimono
un
'
idea
più
brevemente
di
come
tu
sei
usato
ad
esprimerla
o
a
sentirla
esprimere
fra
noi
.
Dirai
:
-
Che
importa
una
parola
o
una
sillaba
di
più
o
di
meno
nell
'
espressione
d
'
un
'
idea
?
-
Poco
-
rispondo
-
nell
'
espressione
di
ciascuna
idea
presa
a
parte
;
ma
siccome
sono
moltissime
le
cose
che
noi
sogliamo
dire
con
maggior
numero
di
parole
del
necessario
,
ne
segue
che
il
nostro
discorso
,
in
generale
,
riuscirebbe
notevolmente
più
breve
,
più
sobrio
e
quindi
più
efficace
,
se
accorciassimo
tutte
le
espressioni
del
nostro
pensiero
che
si
possono
accorciare
.
La
brevità
,
quando
non
nuoce
alla
chiarezza
,
è
bellezza
e
forza
.
Nel
parlare
come
nello
scrivere
,
c
'
è
fra
chi
è
breve
e
chi
è
lungo
,
per
rispetto
all
'
uditore
e
al
lettore
,
la
stessa
differenza
che
fra
chi
paga
in
oro
e
chi
paga
in
rame
;
chè
,
dandoti
la
stessa
somma
,
l
'
uno
ti
lascia
leggiero
e
l
'
altro
ti
carica
.
E
sai
quello
che
dice
il
Leopardi
:
che
tanto
è
più
viva
l
'
attenzione
e
maggiore
il
piacere
di
chi
legge
o
ascolta
quanto
è
più
rapida
la
successione
delle
cose
,
dei
pensieri
,
delle
immagini
che
lo
scrittore
o
il
parlatore
gli
fa
passare
davanti
.
*
Per
esempio
;
noi
usiamo
esprimere
col
verbo
diventare
o
fare
e
con
un
aggettivo
un
gran
numero
d
'
idee
che
s
'
esprimono
benissimo
con
una
sola
parola
,
con
un
verbo
intransitivo
.
Della
maggior
parte
dei
verbi
intransitivi
,
specialmente
parlando
,
non
ci
serviamo
quasi
mai
,
come
se
fossero
ferri
della
lingua
che
non
sappiamo
maneggiare
.
Diciamo
quasi
sempre
:
diventar
rozzo
,
secco
,
triste
,
selvatico
,
vano
,
grullo
,
asino
,
canaglia
,
tozzo
,
furbo
,
zotico
,
bello
,
brutto
,
caparbio
,
grinzoso
,
minchione
,
sospettoso
,
insolente
,
e
mai
,
o
quasi
mai
:
arrozzire
,
assecchire
,
intristire
,
inselvatichire
,
invanire
,
ingrullire
o
ringrullire
,
inasinire
,
incanaglire
,
intozzire
,
infurbire
,
inzotichire
,
imbellire
,
imbruttire
,
incaparbire
,
raggrinzire
,
rimminchionire
,
insospettire
,
insolentire
.
Diciamo
sempre
:
i
capelli
tagliati
diventano
più
fitti
,
non
affittiscono
o
raffittiscono
;
si
fa
notte
,
si
fa
buio
,
non
annotta
,
rabbuia
;
questa
tela
comincia
a
farsi
rada
,
non
:
comincia
a
diradare
;
questo
mobile
non
è
bene
accostato
al
muro
,
non
:
accosta
bene
al
muro
.
E
vedi
se
senti
mai
usare
in
forma
intransitiva
i
verbi
:
-
abbassare
(
la
temperatura
abbassa
)
,
raffrescare
(
verso
sera
raffresca
)
,
raddolcire
(
la
stagione
comincia
a
raddolcire
)
,
rabbruscare
,
del
tempo
(
cominciò
a
rabbruscare
verso
notte
)
,
riscaldare
(
appena
riscalda
,
io
vado
in
villa
)
,
rischiarare
(
aspetto
che
rischiari
per
uscir
di
casa
)
,
scorciare
(
le
giornate
cominciano
a
scorciare
)
,
alzare
(
la
casa
alza
dalle
fondamenta
quindici
metri
)
,
accordare
(
questa
parte
non
accorda
bene
con
l
'
altra
)
,
infortire
(
questo
vino
infortisce
)
,
abbozzolare
(
questa
farina
abbozzola
)
,
stingere
,
perdere
il
colore
(
questi
panni
stingono
)
?
E
tu
diresti
sempre
che
la
carne
diventa
frolla
non
che
infrollisce
;
che
il
burro
diventa
rancido
,
non
che
rancidisce
;
che
il
sangue
si
rappiglia
,
non
che
rappiglia
;
che
un
tale
s
'
impunta
,
s
'
incaglia
nel
parlare
,
non
che
impunta
,
che
incaglia
;
e
che
una
passione
si
fa
o
diventa
gagliarda
,
non
che
ingagliardisce
,
e
che
Tizio
per
ogni
piccola
cosa
mette
il
grugno
,
non
che
ingrugna
;
e
non
mai
infreddare
,
ma
sempre
:
prendere
un
raffreddore
.
Non
è
forse
vero
?
Differenze
minime
;
ma
son
queste
e
tant
'
altre
piccole
abbreviature
,
ciascuna
per
sé
trascurabile
,
che
tutte
insieme
abbreviano
e
isveltiscono
notevolmente
il
discorso
.
*
Ti
cito
un
'
altra
serie
di
verbi
,
usati
pochissimo
da
noi
,
ciascuno
dei
quali
ci
farebbe
risparmiare
una
o
più
parole
,
e
qualche
volta
una
proposizione
intera
.
-
Con
quella
pipa
egli
m
'
appuzza
tutta
la
casa
.
Noi
diremmo
:
mi
riempie
di
puzzo
.
-
Dopo
che
è
cavaliere
non
mi
degna
più
.
Non
si
può
esprimere
altrimenti
l
'
idea
con
una
sola
parola
.
-
Appena
mi
vide
,
si
difilò
verso
di
me
.
Noi
diremmo
:
venne
difilato
.
-
Quel
ragazzo
dirazza
dai
suoi
genitori
.
-
Il
terreno
comincia
a
erbire
.
-
Ho
appratito
(
ridotto
a
prato
)
tutto
il
mio
podere
.
-
Il
sole
di
maggio
fiorisce
tutta
la
campagna
.
-
Gli
alberi
cominciano
a
frondeggiare
.
-
Il
prato
colmeggia
verso
il
mezzo
.
-
Il
terreno
in
quel
punto
pianeggia
.
-
La
strada
in
quel
punto
forcheggia
.
-
Quest
'
anno
le
biade
graniscono
bene
.
-
Quell
'
abito
le
rifà
la
persona
,
quelle
tende
nuove
rifanno
il
salotto
.
-
Non
è
vero
che
tutti
questi
verbi
non
li
usiamo
quasi
mai
nella
forma
e
nel
significato
che
hanno
negli
esempi
citati
,
e
che
quasi
sempre
ci
occorrono
parecchie
parole
per
dire
quello
che
essi
dicono
?
E
si
può
dir
lo
stesso
dei
seguenti
:
-
entrare
,
senz
'
altro
,
per
entrare
a
parlare
(
quando
qualcuno
gli
entrava
sull
'
affare
dell
'
eredità
,
era
un
guaio
)
-
,
cabalare
,
per
ordire
inganni
-
,
incappellare
,
per
prender
cappello
-
,
insignorirsi
,
per
diventar
signore
-
,
dimoiare
(
il
liquefarsi
della
neve
.
Faceva
un
umidiccio
come
quando
dimoia
)
,
-
imbaulare
la
roba
-
,
discoleggiare
,
facicchiare
(
un
far
leggero
e
poco
concludente
:
non
fa
,
ma
facicchia
)
-
,
frivoleggiare
,
ghiribizzare
(
che
vai
ghiribizzando
?
)
-
,
giovaneggiare
,
labbreggiare
(
recitar
sotto
voce
)
-
,
legneggiare
(
far
legna
)
-
,
lenteggiare
(
questa
corda
lenteggia
,
non
è
abbastanza
tesa
)
-
,
molleggiare
(
questo
canape
molleggia
)
-
,
sfrottolare
,
sfuriare
(
ora
che
è
sfuriato
,
possiamo
uscir
noi
,
senza
farsi
pigiare
)
-
,
riavere
(
una
pioggia
a
tempo
rià
la
campagna
)
-
,
riguardarsi
(
usarsi
dei
riguardi
)
-
,
rimpollare
(
la
roba
in
quella
casa
pare
che
ci
rimpolli
,
che
cresca
a
misura
che
si
consuma
)
-
,
rimanere
,
restare
,
senz
'
altro
,
per
rimaner
maravigliato
,
stupito
-
,
riparare
(
il
tal
bottegaio
non
ripara
,
ossia
:
ci
ha
continuamente
gente
)
-
,
scampagnare
(
andare
o
stare
in
campagna
per
ricreazione
o
divertimento
)
-
,
schiassare
(
fare
del
chiasso
per
divertirsi
)
-
,
scrupoleggiare
-
,
sbraccettare
una
signora
,
per
accompagnarla
a
spasso
,
dandole
il
braccio
-
,
scaponire
un
testardo
,
vincerlo
in
ostinazione
-
,
scasare
(
andar
via
da
un
luogo
dove
s
'
aveva
casa
)
,
scarognare
,
sfaccendare
,
scoronciare
,
spaternostrare
-
,
scrudire
l
'
acqua
troppo
fredda
-
,
soleggiare
,
esporre
al
sole
(
bisogna
soleggiare
quest
'
uva
)
-
,
scuriosire
,
scaltrire
,
sneghittire
,
spigrire
uno
-
,
spiovere
,
cessar
di
piovere
(
aspettiamo
che
spiova
)
-
,
spoliticare
,
svecchiare
:
toglier
via
il
vecchiume
(
svecchiare
una
selva
,
svecchiare
la
lingua
degli
arcaismi
)
-
,
sfondar
poco
,
non
sfondare
:
aver
poca
intelligenza
(
s
'
è
messo
a
studiar
le
matematiche
,
ma
non
isfonda
;
in
quanto
a
talento
,
non
isfonda
)
-
,
tavoleggiare
,
trattenersi
a
tavola
,
discorrendo
e
centellando
-
,
tentennare
un
tavolino
,
per
veder
se
sta
saldo
.
-
Vedi
un
po
'
:
son
certo
d
'
aver
detto
la
cosa
cento
volte
in
vita
mia
,
e
d
'
averla
sempre
detta
,
non
con
quella
sola
parola
,
ma
con
un
'
altra
,
meno
propria
,
e
appunto
per
questo
,
accompagnata
quasi
sempre
da
una
spiegazione
.
*
Poichè
t
'
ho
fatta
una
confessione
,
te
ne
fo
dell
'
altre
.
So
bene
che
si
dice
:
-
una
cosa
non
mi
finisce
-
per
:
non
mi
sodisfa
,
o
non
mi
contenta
pienamente
;
e
non
di
meno
,
parlando
,
esprimo
sempre
quel
pensiero
nella
seconda
maniera
,
con
nove
sillabe
invece
di
cinque
.
Dico
:
-
il
tal
podere
ha
un
circuito
di
sette
chilometri
-
quando
potrei
dire
con
due
sole
sillabe
:
-
gira
sette
chilometri
.
Potrei
dire
:
-
un
salone
che
riquadra
cento
metri
-
,
e
dico
:
ha
la
superfice
di
cento
metri
quadrati
.
Non
oso
dirti
quali
locuzioni
stentate
e
ridicole
usai
qualche
volta
per
dire
che
una
certa
sostanza
,
nel
ribollire
,
rientra
o
ricresce
,
che
un
dato
legno
,
o
una
stufa
,
rende
poco
o
molto
,
che
il
legno
non
bene
stagionato
rimbarca
.
Dissi
per
anni
con
una
locuzione
di
tredici
sillabe
quello
che
si
può
dire
in
cinque
:
alfabetare
,
per
esempio
,
le
note
sulla
lingua
.
Ricordo
d
'
aver
fatto
un
giorno
un
interminabile
giro
di
parole
per
dire
d
'
aver
trovato
un
tal
pittore
occupato
a
graticolare
,
o
reticolare
,
o
retare
la
tela
.
Non
espressi
mai
con
una
parola
sola
l
'
idea
che
esprime
benissimo
il
verbo
avventare
negli
esempi
:
-
un
colore
che
avventa
,
una
ragazza
che
avventa
a
primo
aspetto
,
ma
non
è
bella
,
uno
stile
che
avventa
alla
prima
lettura
,
ma
è
vizioso
.
-
E
così
:
abbambinare
una
cosa
che
non
si
può
portare
,
agghiaiare
una
strada
,
allentarsi
dopo
aver
mangiato
,
arrivare
una
vivanda
,
assodare
un
uovo
,
avviare
una
candela
,
spicciolare
uno
scudo
,
calettare
o
non
calettar
bene
(
d
'
un
uscio
,
per
esempio
,
che
sia
bene
o
male
aggiustato
,
in
modo
da
lasciare
,
o
no
,
trapelare
l
'
aria
)
,
son
tutti
modi
che
non
mi
vengono
mai
alla
bocca
,
e
in
luogo
dei
quali
uso
sempre
parecchie
parole
,
che
,
per
giunta
,
quasi
sempre
dicono
meno
chiaramente
la
cosa
.
E
per
farti
ancora
una
confessione
,
aggiungo
che
pochi
giorni
fa
,
avendomi
detto
un
toscano
:
-
Gli
è
tutto
un
figurarselo
;
quando
sarai
là
non
ti
parrà
niente
-
io
osservai
tra
me
che
se
avessi
dovuto
esprimere
lì
per
lì
quell
'
idea
,
non
avrei
saputo
dire
altrimenti
che
:
-
la
tua
immaginazione
t
'
ingrandisce
la
cosa
-
;
che
non
è
solamente
più
lungo
,
ma
meno
famigliare
,
e
quasi
comicamente
solenne
nel
parlare
fra
amici
.
*
V
'
è
un
gran
numero
d
'
altri
modi
abbreviativi
,
usatissimi
in
Toscana
,
che
noi
non
usiamo
,
come
:
-
anno
,
per
l
'
anno
passato
;
sabato
notte
,
per
esempio
,
per
nella
notte
di
sabato
;
a
buio
(
stasera
a
buio
sarò
qui
)
;
di
levata
(
fare
una
cosa
di
levata
,
ossia
,
appena
scesi
da
letto
)
;
fare
un
'
usciata
,
una
finestrata
,
per
isbattere
l
'
uscio
o
la
finestra
in
faccia
a
uno
.
E
vedi
il
significato
della
parola
aria
,
che
tien
luogo
di
più
parole
,
negli
esempi
:
-
gli
volevo
parlare
di
quell
'
affare
;
ma
vidi
che
non
era
aria
;
-
oggi
non
è
aria
;
lasciatemi
stare
-
;
e
la
brevità
efficace
dell
'
espressione
:
-
una
casa
a
uscio
e
tetto
-
per
dire
una
casa
bassa
,
che
ha
soltanto
il
pian
terreno
;
e
della
parola
riesci
-
è
un
riesci
-
per
dire
una
cosa
che
imprendiamo
a
fare
senza
deliberato
proposito
e
studio
precedente
,
e
che
non
sappiamo
se
riuscirà
bene
o
male
.
E
nota
negli
esempi
:
-
mettere
delle
frutte
sul
cassettone
per
bellezza
-
,
sapere
una
cosa
di
rimbalzo
-
,
non
verrà
certo
,
ma
se
per
impossibile
egli
venisse
....
-
se
ti
riuscirebbe
d
'
esprimere
con
eguale
evidenza
,
non
usando
più
di
due
parole
,
l
'
idea
che
quei
tre
modi
esprimono
.
E
ora
una
filza
di
vocaboli
,
ciascuno
dei
quali
ne
fa
risparmiare
parecchi
.
Cimiciaio
,
una
casa
o
un
mobile
pieno
di
cimici
.
-
Birbonaio
,
un
covo
di
birboni
.
-
Ladronaia
.
(
Quell
'
Amministrazione
è
diventata
una
ladronaia
)
.
-
Serpaio
,
viperaio
,
un
luogo
pieno
di
serpi
o
di
vipere
.
-
Scannatoio
,
una
trattoria
,
un
albergo
,
dove
si
pelano
gli
avventori
.
E
ti
potrei
anche
citare
,
come
vocaboli
ai
quali
ne
sostituiamo
quasi
sempre
più
d
'
uno
:
-
Frasconaia
(
per
traslato
,
ornamenti
e
addobbi
eccessivi
e
senz
'
ordine
:
d
'
una
sala
e
anche
d
'
una
donna
,
che
si
metta
troppa
roba
in
capo
)
.
-
Frascume
(
ornamenti
vani
d
'
opere
d
'
arte
,
e
anche
di
stile
)
.
-
Tritume
(
soverchia
quantità
,
varietà
e
minuziosità
di
parti
o
membri
in
opera
d
'
architettura
,
o
anche
di
pittura
)
.
-
Rifrittume
(
lavoro
composto
di
cose
dette
e
ridette
da
molti
,
e
anche
dall
'
autore
stesso
)
.
-
Grinzume
,
una
quantità
di
grinze
considerate
insieme
,
o
d
'
un
viso
o
d
'
un
vestito
.
-
Vietume
,
roba
vieta
.
E
per
finire
con
qualche
cosa
di
fresco
:
fiorita
di
neve
,
un
modo
graziosissimo
,
col
quale
possiamo
far
di
meno
di
dire
:
uno
strato
leggerissimo
,
o
anche
più
lungamente
:
tanta
neve
che
ricopra
appena
il
terreno
.
*
V
'
è
poi
un
ordine
di
vocaboli
(
più
ricco
nella
nostra
,
credo
,
che
in
ogni
altra
lingua
)
ai
quali
noi
sostituiamo
quasi
sempre
una
definizione
,
che
rallenta
il
discorso
e
rende
con
meno
immediata
evidenza
l
'
idea
.
Ne
feci
già
un
cenno
nella
Corsa
nel
vocabolario
.
Sono
vocaboli
che
significano
l
'
indole
e
l
'
aspetto
d
'
una
persona
,
certi
difetti
e
vizi
e
abiti
fisici
e
morali
,
e
modi
d
'
essere
,
di
moversi
,
di
fare
,
di
vivere
.
Te
ne
metto
sotto
gli
occhi
una
serie
,
di
cui
la
maggior
parte
non
richiede
spiegazione
,
e
che
son
non
di
meno
d
'
uso
rarissimo
fra
noi
.
Sono
come
tanti
piccoli
ritratti
chiusi
in
una
parola
.
Abbacone
-
Abbaione
-
Almanaccone
-
Annaspone
-
Badalone
-
Baione
-
Baffone
-
Barbuglione
-
Belone
-
Biascicone
-
Boccalone
-
Brodolone
-
Cabalone
-
Ciabattone
-
Ciaccione
-
Ciampicone
-
Ciarpone
-
Cincischione
-
Ciondolone
-
Combriccolone
-
Dimenticone
-
Dondolone
-
Ficcone
-
Fiottone
-
Fracassone
-
Frittellone
-
Gamberone
-
Gingillone
-
Gonfione
-
Gracchione
-
Impiccione
-
Lanternone
-
Lasagnone
-
Leccone
-
Lezzone
-
Machione
-
Massiccione
-
Nappone
-
Ninnolone
-
Nonnone
-
Pataccone
-
Pecorone
-
Pencolone
-
Piaccione
-
Picchione
-
Pigolone
-
Praticone
-
Perticone
-
Raggirone
-
Sbracione
-
Sbraitone
-
Sbrendolone
-
Scioperone
-
Sgomentone
-
Soppiattone
-
Spilungone
-
Squarcione
-
Tatticone
-
Tenerone
-
Tentennone
-
Appiccichino
-
Attacchino
-
Attizzino
-
Cicalino
-
Ficchino
-
Frucchino
-
Frustino
-
Galoppino
-
Gambino
-
Girandolino
-
Lecchino
-
Rabattino
-
Pepino
-
Stillino
-
Tritino
-
Ferraccio
-
Falcaccio
-
Lamaccia
-
Annaspo
-
Scricciolo
-
Reciticcio
.
Considera
quanto
di
frequente
,
parlando
o
scrivendo
,
occorre
di
definire
o
di
descrivere
o
d
'
accennare
di
volo
qualche
particolarità
fisica
o
morale
d
'
una
persona
,
e
comprenderai
come
dal
fatto
di
non
conoscere
i
vocaboli
citati
,
o
di
non
averli
alla
mano
,
o
di
non
volerli
usare
per
timore
che
altri
non
gl
'
intenda
,
si
sia
costretti
ogni
momento
a
dir
molte
parole
che
si
potrebbero
risparmiare
,
con
l
'
aggiunta
d
'
esprimere
stentatamente
e
male
la
nostra
idea
,
e
quasi
sempre
con
minor
effetto
comico
di
quello
che
vorremmo
ottenere
.
Mi
sono
diffuso
alquanto
su
quest
'
argomento
perché
nell
'
arte
del
parlare
e
dello
scrivere
è
d
'
importanza
primissima
il
precetto
del
poeta
:
-
Sii
breve
ed
arguto
.
-
So
che
a
me
tu
potresti
dire
:
-
Da
che
pulpiti
!
-
E
avresti
ragione
.
Ma
non
badare
al
mio
;
bada
al
pulpito
del
Parini
.
DELL
'
UTILITÀ
DI
STUDIAR
LE
DEFINIZIONI
.
Per
imparare
a
esprimersi
con
brevità
credo
molto
utile
il
fare
uno
studio
attento
,
così
negli
scrittori
come
nei
dizionari
,
delle
definizioni
;
nelle
quali
,
oltre
che
la
proprietà
e
la
finezza
dei
termini
,
si
suol
trovare
la
maggior
parsimonia
possibile
di
parole
,
che
è
condizione
necessaria
della
loro
semplicità
ed
evidenza
.
Nel
dizionario
in
special
modo
,
consistendo
le
definizioni
di
molte
cose
nell
'
indicazione
di
tutte
le
parti
che
le
compongono
,
tu
non
imparerai
soltanto
la
brevità
,
ma
un
gran
numero
di
vocaboli
;
la
cui
ignoranza
appunto
costituisce
la
maggior
difficoltà
che
noi
troviamo
quasi
sempre
a
definire
e
a
descrivere
un
oggetto
qualsiasi
.
Ecco
,
per
esempio
,
alcune
definizioni
,
ricavate
da
dizionari
diversi
.
ARPA
.
-
Strumento
di
molte
corde
di
minugia
,
di
figura
triangolare
,
senza
fondo
;
di
cui
tre
sono
le
parti
principali
:
il
corpo
,
la
colonna
e
l
'
arco
:
nel
corpo
,
corredato
d
'
animella
o
sordina
sta
la
risonanza
dello
strumento
;
nell
'
arco
i
pironi
di
ferro
,
e
i
semituoni
cui
sono
raccomandate
le
corde
;
la
colonna
è
quel
ritto
che
collega
l
'
arco
ed
il
corpo
.
BATTARELLA
.
-
Quell
'
arresto
,
che
essendo
imperniato
ad
un
'
estremità
,
punta
con
l
'
altra
contro
il
dente
d
'
una
ruota
che
tende
a
girare
in
una
direzione
,
mentre
,
lasciandone
liberamente
passare
i
denti
,
le
permette
di
girare
quando
si
muove
per
il
verso
contrario
.
INFINESTRATURA
.
-
Foglio
di
carta
tagliato
in
quadro
,
con
vano
quadro
in
mezzo
a
uso
d
'
un
telaio
di
finestra
,
dentro
a
cui
s
'
appicca
un
foglio
guasto
nei
margini
.
GRADINA
.
-
Ferro
piano
a
foggia
di
scarpello
,
alquanto
più
sottile
del
calcagnolo
o
dente
di
cane
,
e
serve
per
andar
lavorando
con
gentilezza
le
statue
,
dopo
aver
adoperato
la
subbia
e
il
calcagnuolo
.
LACCIAIA
.
-
Lunga
fune
a
cappio
scorsoio
che
i
bútteri
portan
seco
e
che
a
un
bisogno
acciambellandola
e
sfilandola
verso
una
mandria
accalappiano
con
essa
la
bestia
che
loro
piace
.
RIBALTA
.
-
Piano
della
scrivania
sul
quale
si
scrive
e
che
è
mobile
nei
maschietti
per
poterlo
alzare
,
abbassare
e
chiudere
,
oppure
quell
'
asse
girevole
sui
pernietti
che
s
'
adatta
lungo
la
batteria
dei
lumi
in
un
teatro
.
STAME
.
-
Parte
fecondante
della
pianta
contornata
dal
calice
o
dalla
corolla
,
o
da
entrambi
,
che
è
per
lo
più
della
figura
d
'
un
filo
,
il
quale
è
detto
filamento
,
e
terminato
da
un
globo
,
o
borsetta
,
che
dicesi
ántera
,
e
che
contiene
la
farina
o
polvere
fecondante
,
la
quale
è
detta
pòlline
.
Bastano
questi
esempi
,
credo
,
a
dimostrare
quanto
possa
esser
utile
leggere
attentamente
le
definizioni
.
E
se
te
ne
vuoi
meglio
persuadere
,
prova
a
mandarne
a
mente
parecchie
,
e
poi
a
definire
di
tuo
qualche
oggetto
complesso
,
come
per
far
capire
e
vedere
che
cosa
sia
a
chi
non
lo
conosca
,
e
vedrai
come
per
effetto
di
quel
breve
studio
ti
riuscirà
più
facile
dare
alla
definizione
un
giro
di
frase
agile
,
collegare
in
un
nodo
stretto
i
particolari
e
ottener
con
l
'
ordine
la
chiarezza
.
Perché
vi
sono
operazioni
della
mente
,
anche
nell
'
arte
della
parola
,
alle
quali
ci
addestriamo
con
facilità
mirabile
,
come
a
certi
esercizi
fisici
,
che
ci
riescono
alla
prima
difficilissimi
per
il
solo
fatto
che
non
li
abbiamo
mai
tentati
.
IL
DIZIONARIO
DEI
SINONIMI
.
Dice
Beniamino
Franklin
che
chi
insegna
a
un
giovane
a
farsi
la
barba
da
sé
gli
fa
un
maggior
vantaggio
che
se
gli
regalasse
mille
lire
.
Ebbene
,
s
'
io
riuscissi
a
farti
studiare
il
Dizionario
dei
sinonimi
del
Tommaseo
,
stimerei
d
'
averti
regalato
un
podere
:
nel
regno
della
letteratura
,
intendiamoci
.
Chi
studia
la
lingua
lo
dovrebbe
tener
sempre
sul
tavolino
,
come
un
prete
il
Breviario
,
per
leggerne
e
rileggerne
qualche
pagina
ogni
giorno
,
e
consultarlo
a
ogni
tratto
;
perché
ad
imparare
a
scrivere
e
a
parlare
con
proprietà
e
con
esattezza
,
a
dar
contorno
fermo
e
netto
all
'
espressione
del
proprio
pensiero
e
a
rendere
di
questo
tutte
le
flessioni
e
le
sfumature
,
non
c
'
è
lavoro
più
utile
che
l
'
esercitarsi
a
"
discernere
le
più
piccole
gradazioni
di
significato
delle
parole
,
a
adagiare
l
'
una
voce
sull
'
altra
,
per
vedere
dove
combacino
,
dove
no
,
dove
sia
maggiore
il
rilievo
,
dove
più
delicati
i
contorni
,
e
a
trovar
parole
così
sottili
e
così
calzanti
che
rendano
con
evidenza
le
differenze
più
tenui
,
senza
ingrossarle
.
"
Questo
lavoro
fece
mirabilmente
su
migliaia
di
vocaboli
Niccolò
Tommaseo
,
nel
suo
Dizionario
pieno
d
'
ingegno
e
di
dottrina
,
d
'
arte
e
di
vita
,
altrettanto
dilettevole
quanto
profondo
,
e
riboccante
d
'
ogni
maniera
d
'
insegnamenti
,
non
solamente
filologici
,
ma
morali
,
filosofici
,
estetici
:
un
libro
d
'
oro
,
al
quale
è
titolo
troppo
modesto
quello
di
dizionario
.
Leggilo
,
mio
giovane
amico
,
e
rileggilo
a
brevi
tratti
,
pensandovi
su
.
Non
ti
sarà
solo
un
vital
nutrimento
allo
spirito
;
ma
una
ginnastica
intellettuale
che
ti
farà
più
forti
,
più
acute
,
più
agili
tutte
le
facoltà
della
mente
.
Tu
ci
troverai
espresse
mille
idee
e
facce
d
'
idee
,
sentimenti
e
modificazioni
di
sentimenti
,
e
aspetti
e
proprietà
e
qualità
intime
di
cose
,
che
ora
sono
confuse
nella
tua
mente
e
nel
tuo
animo
,
e
di
cui
cerchi
invano
l
'
espressione
,
come
inseguendola
tentoni
nella
nebbia
.
E
imparerai
a
scrutare
il
significato
d
'
ogni
parola
come
si
scruta
un
'
anima
;
a
scoprire
sotto
ogni
idea
un
'
altra
idea
,
ordini
interi
d
'
idee
;
a
chiarire
,
a
distinguere
,
a
separare
una
quantità
di
concetti
e
di
sentimenti
,
che
sono
ora
nascosti
nella
tua
mente
sotto
un
solo
vocabolo
,
col
quale
tu
li
mescoli
e
li
designi
tutti
insieme
come
un
mucchio
di
cose
uniformi
.
E
non
soltanto
quella
lettura
"
ti
raddrizzerà
l
'
espressione
di
molte
idee
,
ma
le
idee
medesime
.
"
Imparerai
non
solo
ad
esprimere
,
ma
a
pensare
profondamente
,
sottilmente
,
nettamente
.
Quante
parole
t
'
accorgerai
d
'
aver
usate
finora
e
udito
usare
dai
più
in
un
significato
che
non
hanno
,
o
che
del
loro
significato
vero
non
è
che
un
'
ombra
!
Di
quant
'
altre
parole
e
frasi
che
ora
ti
vengono
ogni
momento
sulla
bocca
e
sotto
la
penna
,
moleste
come
ripetizioni
obbligate
,
e
di
cui
ti
riesce
molesta
la
ripetizione
anche
nei
discorsi
e
negli
scritti
altrui
,
t
'
avvedrai
che
le
ripeti
e
che
tutti
le
ripetono
,
non
perché
siano
inevitabili
,
ma
perché
tu
e
gli
altri
le
usate
ad
esprimere
gradazioni
diverse
d
'
un
'
idea
o
d
'
un
sentimento
,
ciascuna
delle
quali
dovrebb
'
essere
espressa
in
un
'
altra
forma
,
e
la
forma
c
'
è
,
e
nessuno
l
'
adopera
!
E
come
di
questa
benedetta
lingua
,
che
tu
dici
ricca
,
varia
,
delicata
,
potente
,
più
per
consuetudine
che
per
coscienza
,
ti
apparirà
moltiplicata
la
ricchezza
,
più
maravigliosa
la
varietà
,
più
squisita
la
finezza
,
ingigantita
la
potenza
!
Certo
,
ti
sarà
impossibile
ritenere
a
mente
tutte
quelle
innumerevoli
e
fini
distinzioni
fra
i
significati
dei
vocaboli
;
benchè
la
maggior
parte
di
esse
siano
spiegate
con
magistrale
chiarezza
e
illustrate
da
esempi
efficacissimi
.
Ma
il
vantaggio
massimo
che
ricaverai
da
questo
studio
,
non
sarà
nella
tua
memoria
:
lo
riconoscerai
nel
sentimento
della
lingua
raffinato
,
nella
facoltà
del
discernimento
acuita
,
nella
consuetudine
che
avrai
acquistata
di
cercare
e
ponderare
il
significato
d
'
ogni
parola
prima
di
buttarla
sulla
carta
,
di
raffrontare
una
locuzione
con
l
'
altra
,
di
provarne
parecchie
al
tuo
pensiero
per
vestirgli
quella
che
più
gli
conviene
,
di
diffidare
cautamente
delle
apparenze
di
sinonimia
che
di
continuo
ci
si
presentano
,
e
da
cui
ci
lasciamo
ogni
momento
ingannare
.
Ti
parrà
dopo
un
mese
di
non
aver
cavato
da
quella
lettura
che
un
profitto
di
poco
conto
,
o
anche
nullo
.
Ma
se
,
dopo
aver
letto
e
pensato
qualche
centinaio
di
quelle
pagine
,
dove
lo
scrittore
,
esercitando
le
facoltà
più
delicate
della
mente
,
affronta
e
vince
a
ogni
periodo
le
più
terribili
difficoltà
del
linguaggio
,
che
son
quelle
dell
'
analisi
,
della
distinzione
,
della
definizione
,
ti
proverai
a
scrivere
sopra
un
argomento
comune
,
tu
esperimenterai
nel
raccontare
,
nel
descrivere
,
nel
ragionare
,
una
facilità
nuova
,
un
senso
di
scioltezza
,
di
sicurezza
,
di
padronanza
delle
tue
facoltà
e
delle
tue
mosse
,
simile
a
quello
che
prova
a
camminare
sur
una
via
larga
,
piana
e
libera
chi
sia
andato
un
pezzo
per
un
sentiero
erto
e
stretto
e
pieno
d
'
inciampi
,
con
un
precipizio
da
lato
.
La
tua
mente
si
sarà
addestrata
a
veder
le
varie
sembianze
d
'
ogni
idea
con
uno
sguardo
rapido
e
avvolgente
,
a
penetrarvi
in
fondo
,
a
passare
in
rassegna
alla
lesta
i
diversi
modi
di
significarla
,
e
a
cogliere
sull
'
atto
il
migliore
;
e
non
soltanto
nel
maneggio
della
lingua
risentirai
il
vantaggio
,
e
nella
cresciuta
attitudine
ad
analizzarla
,
e
nel
più
forte
amore
che
avrai
per
essa
;
ma
alla
scuola
dell
'
autore
che
insieme
con
le
parole
analizza
passioni
,
azioni
,
usi
,
costumi
,
caratteri
,
ti
sarai
avvezzato
a
meditar
sopra
ogni
cosa
,
e
studierai
nella
lingua
l
'
anima
umana
,
la
vita
,
la
natura
,
e
qualche
volta
dirai
tu
pure
col
maestro
che
ti
par
di
sentire
in
questo
studio
il
verbo
di
Dio
.
Libro
preziosissimo
;
leggendo
il
quale
ti
sentirai
prima
compreso
d
'
ammirazione
,
e
poi
di
reverenza
e
di
gratitudine
per
lo
scrittore
che
fece
della
lingua
della
tua
patria
uno
studio
così
amoroso
e
profondo
,
e
per
trasmetterne
ai
giovani
la
cognizione
e
l
'
amore
,
un
lavoro
così
poderoso
e
variamente
utile
e
bello
;
e
di
pagina
in
pagina
ingrandirà
davanti
ai
tuoi
occhi
e
ti
sarà
eccitamento
via
via
più
forte
e
più
caro
a
perseverar
nello
studio
,
l
'
immagine
del
vecchio
venerabile
,
d
'
occhi
cieco
e
divin
raggio
di
mente
.
SCRUPOLINO
.
I
sinonimi
erano
una
delle
molte
afflizioni
della
sua
vita
.
Lo
conobbi
a
Firenze
.
Era
un
impiegato
della
Prefettura
,
nato
e
cresciuto
Là
dove
Italia
boreal
diventa
,
già
vicino
alla
trentina
;
ma
così
smilzo
,
e
sprovvisto
d
'
ogni
onor
del
mento
,
e
d
'
indole
così
timida
,
che
pareva
ancora
un
adolescente
.
Si
dilettava
di
letteratura
,
leggeva
molto
e
non
mancava
d
'
ingegno
;
ma
era
affetto
d
'
una
malattia
incurabile
:
il
terrore
della
lingua
italiana
.
Aveva
della
difficoltà
dell
'
idioma
gentile
un
concetto
così
smisurato
,
gl
'
incuteva
un
così
grande
sgomento
il
fantasma
della
Grammatica
,
che
,
parlando
,
impuntava
a
ogni
tratto
,
e
balbettava
come
uno
scolaretto
agli
esami
,
assalito
da
mille
dubbi
,
turbato
da
mille
scrupoli
;
dai
quali
non
riusciva
a
liberarsi
né
sull
'
atto
né
poi
,
e
se
ne
disperava
.
Anche
nel
crocchio
degli
amici
soliti
,
ma
tanto
più
se
c
'
era
qualche
toscano
colto
,
o
chiunque
altro
,
che
avesse
reputazione
di
parlar
bene
,
e
non
gli
fosse
famigliare
,
gli
si
vedeva
in
viso
la
preparazione
mentale
faticosa
e
piena
d
'
incertezze
ch
'
egli
faceva
d
'
ogni
periodo
o
frase
che
volesse
dire
;
e
quando
poi
si
risolveva
a
parlare
,
usava
ogni
specie
di
cautele
e
di
formole
attenuanti
,
come
:
-
sto
per
dire
,
direi
quasi
,
la
parola
non
sarà
di
Crusca
,
mi
si
passi
l
'
espressione
;
-
e
qualche
volta
arrossiva
a
un
tratto
,
e
restava
in
tronco
.
Con
questo
o
con
quell
'
amico
,
poi
,
a
quattr
'
occhi
,
sfogava
il
suo
dispetto
contro
la
lingua
e
contro
sé
stesso
,
e
gli
confidava
i
dubbi
e
i
timori
che
lo
perseguitavano
di
continuo
come
un
nuvolo
di
vespe
.
Si
doveva
dire
a
un
uomo
lei
è
buono
o
lei
è
buona
?
Vacci
o
vavvi
?
Credo
che
tu
sii
o
che
tu
sia
?
Lo
trattò
come
se
fosse
uno
sconosciuto
o
come
se
fosse
stato
?
Ha
fatto
la
tal
cosa
di
nascosto
di
o
da
o
al
tale
?
Ho
antipatia
per
o
con
o
verso
o
contro
una
persona
?
Come
Dio
benedetto
s
'
ha
da
dire
?
E
non
serviva
dirgli
i
modi
che
i
"
buoni
parlanti
"
usavano
,
e
consigliargli
di
fissarseli
una
volta
per
sempre
nel
cervello
,
e
d
'
attenersi
a
quelli
immutabilmente
;
senza
di
che
non
sarebbe
guarito
mai
della
sua
malattia
.
Se
in
un
libro
di
scrittore
autorevole
gli
accadeva
di
leggere
un
modo
diverso
da
quello
generalmente
usato
(
cosa
troppo
facile
in
Italia
,
pur
troppo
)
,
il
dubbio
gli
rampollava
da
capo
.
-
Questa
maledetta
lingua
italiana
-
diceva
-
è
una
disperazione
.
Preferirei
di
studiare
il
cinese
.
-
Ogni
giorno
gli
saltava
su
un
dubbio
nuovo
,
anzi
un
nuovo
ordine
di
dubbi
e
di
scrupoli
:
sul
fra
o
tra
,
sul
lì
o
là
,
qui
o
qua
,
costì
o
costà
;
sull
'
uso
degli
ausiliari
essere
o
avere
con
certi
verbi
;
sulla
collocazione
dei
pronomi
personali
che
non
sapeva
mai
dove
mettere
,
e
che
spesso
gli
restavano
in
mano
.
A
volte
fermava
un
amico
per
la
strada
,
e
gli
domandava
di
punto
in
bianco
:
-
Si
dice
:
lo
dissi
loro
o
loro
lo
dissi
?
-
E
quando
un
amico
,
del
quale
avesse
stima
in
materia
di
lingua
,
a
uno
dei
suoi
quesiti
si
mostrava
perplesso
:
-
Ah
!
vedi
-
esclamava
in
tono
di
trionfo
-
vedi
se
non
ho
ragione
!
È
una
lingua
terribile
,
terribile
,
terribile
.
Per
questo
suo
perpetuo
"
scrupoleggiare
"
gli
s
'
era
affibbiato
il
soprannome
di
Scrupolino
,
di
cui
non
s
'
aveva
per
male
;
ma
nemmeno
ne
rideva
,
perché
la
parola
designava
un
'
infermità
mentale
,
della
quale
egli
aveva
coscienza
e
vergogna
.
A
furia
di
porre
quesiti
a
sé
stesso
finiva
con
dubitare
anche
della
legittimità
delle
parole
e
delle
locuzioni
più
usuali
,
e
in
certi
momenti
di
sconforto
esclamava
:
-
Io
non
so
più
parlare
!
Io
finirò
col
non
più
parlare
!
Qualche
volta
cercavamo
di
persuaderlo
,
sul
serio
.
-
Vedi
-
gli
si
diceva
-
tu
hai
tanta
difficoltà
di
parlare
perché
non
parli
,
componi
.
Non
devi
comporre
.
Ti
devi
gettare
a
nuoto
nel
discorso
,
arditamente
;
lasciarti
andare
all
'
ispirazione
,
alla
dettatura
dell
'
orecchio
,
non
badando
a
regole
,
dimenticando
ogni
studio
.
Volendo
esaminare
e
scegliere
le
parole
,
come
fai
,
così
con
la
fretta
,
per
non
far
aspettare
,
e
col
timore
di
seccare
chi
ascolta
,
ti
confondi
,
e
scegli
quasi
sempre
male
,
o
non
trovi
,
e
resti
lì
,
impaniato
.
Prova
un
po
'
a
parlare
come
vien
viene
.
-
Ma
egli
stava
un
po
'
pensando
,
e
poi
rispondeva
,
scrollando
il
capo
:
-
È
inutile
,
non
posso
;
le
parole
e
le
regole
battagliano
nel
mio
capo
come
i
Deputati
nel
Parlamento
.
-
Ed
era
vero
.
A
quando
a
quando
si
provava
a
parlar
libero
;
ma
subito
gli
spettri
dell
'
Improprietà
,
dell
'
Impurità
,
dell
'
Idiotismo
,
il
fantasma
formidabile
della
Lingua
Italiana
gli
si
rizzavano
dinanzi
,
ed
egli
era
perduto
.
A
poco
a
poco
il
tarlo
del
dubbio
gli
era
risalito
,
come
sempre
avviene
,
dalla
lingua
alla
radice
del
pensiero
,
per
modo
che
anche
lo
scrivere
la
più
semplice
lettera
diventava
per
lui
un
affare
di
Stato
.
Egli
mi
fece
la
confessione
d
'
uno
di
questi
casi
,
al
quale
tutti
gli
altri
rassomigliavano
,
e
che
è
un
esempio
dell
'
impotenza
intellettuale
a
cui
può
condurre
l
'
esercizio
della
critica
sopra
sé
stessi
,
quando
non
è
tenuta
nella
giusta
misura
.
Si
trattava
d
'
una
breve
lettera
di
condoglianza
.
-
Stimatissimo
signore
,
gradisca
le
mie
condoglianze
.
-
No
.
Come
si
fa
ad
associare
l
'
idea
del
gradimento
con
quella
d
'
una
sventura
?
-
Le
mando
le
mie
condoglianze
.
-
Come
si
manda
un
pacco
!
E
poi
è
troppo
famigliare
.
-
Le
faccio
....
-
Ma
non
è
troppo
materiale
per
l
'
espressione
d
'
un
sentimento
?
E
si
dice
faccio
una
condoglianza
,
o
non
confondo
col
modo
fare
un
complimento
,
che
dei
due
è
il
solo
corretto
?
-
Riceva
le
mie
....
-
Oh
bella
!
Se
glie
le
mando
,
bisogna
ben
che
le
riceva
:
è
ridicolo
.
-
Abbia
,
dunque
....
Ma
quest
'
imperativo
è
sgarbato
.
E
via
così
per
tutto
il
resto
.
Sette
righe
gli
costavano
i
sette
dolori
.
E
finiva
sempre
col
ritornello
:
-
È
terribile
!
-
Un
giorno
mi
venne
incontro
in
via
Calzaioli
agitando
un
giornale
,
e
me
lo
mise
sotto
gli
occhi
,
dicendo
:
-
Leggi
qua
.
-
Era
una
Conversazione
del
giovedì
,
nella
quale
Giuseppe
Civinini
,
che
per
lui
era
il
principe
dei
giornalisti
e
dei
critici
,
diceva
che
la
lingua
italiana
era
una
delle
meno
parlate
e
delle
più
difficili
lingue
d
'
Europa
.
-
Hai
inteso
?
-
quasi
gridò
-
e
lo
dice
uno
scrittore
di
quella
forza
!
Non
c
'
è
da
dar
l
'
anima
al
diavolo
?
Io
vorrei
esser
nato
in
Lapponia
!
Uno
dei
più
molesti
argomenti
di
dubbio
e
di
confusione
era
per
lui
l
'
uso
del
lei
e
dell
'
ella
,
fra
cui
si
trovava
ogni
momento
come
tra
il
martello
e
l
'
incudine
.
Gli
dicevano
:
-
Di
'
come
i
fiorentini
.
-
Ma
questi
scellerati
-
rispondeva
-
dicono
un
po
'
l
'
uno
e
un
po
'
l
'
altro
.
Che
regola
ci
si
può
cavare
,
che
Dio
li
confonda
!
-
E
con
gente
ch
'
egli
praticasse
,
tanto
e
tanto
si
lasciava
andare
al
lei
;
ma
con
persone
a
cui
parlasse
la
prima
volta
,
e
che
gli
mettessero
un
po
'
di
suggezione
,
non
c
'
era
verso
:
il
lei
gli
veniva
sulle
labbra
,
ma
se
lo
rimangiava
,
e
metteva
fuori
l
'
ella
a
proprio
dispetto
,
e
lo
sosteneva
nel
discorso
a
prezzo
di
qualunque
sforzo
e
sacrificio
della
naturalezza
e
dell
'
armonia
,
anche
facendo
rider
gli
amici
,
pur
di
salvare
la
Grammatica
sacra
.
Appunto
per
la
gran
paura
di
non
parlar
bene
,
gli
toccò
un
giorno
a
inghiottire
un
boccone
amaro
,
che
gli
restò
sullo
stomaco
un
pezzo
.
Andando
insieme
a
Prato
,
ci
trovammo
nel
vagone
con
un
ragazzo
e
un
giovinetto
toscani
,
fratelli
,
di
viso
intelligente
e
vivo
tutt
'
e
due
;
i
quali
scherzavano
argutamente
a
ogni
proposito
,
e
rammentavano
spesso
il
babbo
,
che
li
doveva
aspettare
all
'
arrivo
.
Allettato
dalla
loro
allegrezza
,
l
'
amico
Scrupolino
sentì
desiderio
d
'
attaccar
conversazione
,
e
a
un
certo
punto
domandò
cortesemente
al
maggiore
:
-
E
dove
,
se
è
lecito
....
dove
vanno
...
?
Stava
per
dir
loro
;
ma
m
'
accorsi
che
non
osò
,
e
ripetè
:
-
Dove
vanno
....
elleno
?
I
due
toscanelli
fini
si
scambiarono
un
'
occhiatina
e
un
sorriso
,
e
il
maggiore
,
prendendo
baldanza
dalla
timidità
dell
'
interrogante
,
rispose
con
malizia
:
-
Dove
andiamo
noi
,
ci
domanda
?
...
A
Bologna
.
E
il
mio
amico
,
un
po
'
confuso
:
-
E
....
a
Bologna
,
mi
par
d
'
aver
inteso
,
li
aspetta
il
loro
....
genitore
?
Il
giovinetto
sbirciò
un
'
altra
volta
il
fratello
,
e
poi
rispose
con
un
leggerissimo
sorriso
burlesco
:
-
Sì
,
l
'
autore
dei
nostri
giorni
.
Scrupolino
sentì
la
puntura
,
arrossì
un
poco
,
e
non
aggiunse
altro
.
Quando
scendemmo
dal
treno
,
scattò
:
-
Hai
sentito
quell
'
impertinente
?
Avrebbe
meritato
una
lezione
.
È
inutile
.
Io
non
dovrei
più
parlare
italiano
.
Mi
darei
degli
schiaffi
,
come
è
vero
Dio
.
Ebbene
(
e
tirò
un
pugno
nell
'
aria
)
non
parlerò
più
,
e
ogni
cosa
è
finita
.
Tu
ridi
!
...
Ma
è
terribile
.
Ma
fatti
pochi
passi
pensandoci
fermò
,
e
mi
domandò
a
mezza
voce
,
timidamente
:
-
Ogni
cosa
....
è
neutro
o
femminino
?
APOLOGIA
DEL
PEGGIORATIVO
.
Eccomi
qua
,
signorino
.
Sono
il
sor
Accio
,
peggiorativo
di
professione
,
vecchio
come
il
primo
topo
;
ma
sempre
sano
e
pien
di
vita
come
un
ragazzo
.
Non
si
sgomenti
della
mia
faccia
burbera
e
della
mia
voce
grossa
,
chè
sono
un
buon
diavolaccio
in
fondo
,
nonostante
la
mia
reputazione
di
persona
grossolana
,
e
benchè
di
solito
si
pronunzi
il
mio
nome
sporgendo
il
labbro
di
sotto
in
atto
di
disprezzo
.
Vero
è
che
io
servo
quasi
sempre
a
esprimere
sentimenti
di
disistima
e
d
'
avversione
,
a
sparlare
del
prossimo
e
a
definir
cose
brutte
e
sgradite
;
ma
,
insomma
,
sono
utile
,
perché
avversione
e
disistima
sono
ben
sovente
sentimenti
onesti
,
e
dir
male
di
certa
gente
è
dovere
di
coscienza
,
e
sono
mai
tante
le
cose
brutte
e
sgradite
che
gli
uomini
sono
costretti
a
rammentare
!
E
appunto
perché
ho
coscienza
d
'
esser
utile
,
mi
fo
lecito
di
offrirle
i
miei
servizi
,
e
di
farle
,
modestamente
,
una
lezioncina
di
lingua
.
Perché
,
parlando
e
scrivendo
,
ella
si
serve
così
raramente
di
me
?
Eppure
io
servo
a
dir
molte
cose
,
che
non
si
possono
dir
bene
se
non
per
mezzo
mio
.
Di
molte
idee
accorcio
l
'
espressione
;
di
certi
sentimenti
significo
io
solo
certe
sfumature
che
altrimenti
non
si
saprebbero
rendere
;
a
molte
parole
do
un
particolare
senso
comico
che
per
sé
sole
esse
non
hanno
;
e
a
chi
esprime
un
giusto
sentimento
di
disprezzo
o
di
sdegno
,
il
mio
suono
stesso
dà
un
certo
qual
senso
di
sodisfazione
,
che
nessun
'
altra
parola
gli
darebbe
,
poichè
è
un
suono
largo
e
forte
,
che
gli
riempie
la
bocca
e
gli
fa
stringere
i
denti
,
non
è
vero
?
il
suono
come
d
'
una
palmata
vigorosa
,
che
pianti
ben
salda
e
ribadisca
l
'
idea
.
O
perché
non
si
serve
qualche
volta
di
me
quando
vuol
dire
,
per
esempio
:
una
trista
idea
,
una
mala
giornata
,
una
mossa
o
un
'
entrata
o
un
'
uscita
villana
,
una
cattiva
ragione
,
un
cattivo
partito
,
una
cattiva
pratica
,
una
brutta
cera
o
un
brutto
momento
?
Perché
,
invece
di
usare
due
parole
o
una
perifrasi
,
non
dice
invece
:
-
Questa
è
un
'
ideaccia
-
Oggi
è
una
giornataccia
-
Il
tale
m
'
ha
fatto
una
mossaccia
,
un
'
entrataccia
,
un
'
uscitaccia
-
Codesta
che
tu
adduci
è
una
ragionaccia
-
Ha
trovato
marito
;
ma
è
un
partitaccio
-
Quel
giovane
si
mette
male
;
ha
delle
praticacce
-
Il
tale
oggi
si
deve
sentir
male
;
ha
una
ceraccia
-
Se
càpita
ora
quel
poco
di
buono
,
mi
piglia
in
un
momentaccio
-
?
Non
esprimerebbe
la
sua
idea
con
maggior
brevità
e
con
po
'
più
forza
?
E
se
per
dire
che
un
tale
d
'
una
cert
'
arte
,
ufficio
o
mestiere
ha
una
certa
pratica
,
ma
affatto
materiale
,
senza
alcun
lume
di
scienza
,
o
che
un
impertinente
l
'
ha
messo
al
punto
di
fare
uno
sproposito
,
o
che
un
trivialone
di
sua
conoscenza
ha
mangiato
come
un
bufalo
,
dormito
come
un
ghiro
e
tenuto
dei
discorsi
indecenti
,
ella
dicesse
:
-
Non
ha
che
una
certa
praticaccia
-
m
'
ha
messo
a
un
puntaccio
-
ha
fatto
una
mangiataccia
,
una
dormitaccia
,
dei
discorsacci
,
-
non
direbbe
la
cosa
più
alla
svelta
e
con
più
vigore
d
'
espressione
?
E
non
son
mica
grossolano
come
posso
parere
a
primo
aspetto
,
chè
nel
graduare
o
colorire
il
significato
delle
parole
ho
io
pure
le
mie
industrie
e
le
mie
finezze
.
Fare
una
levataccia
,
per
esempio
,
non
significa
soltanto
:
levarsi
più
presto
del
solito
;
ma
dice
anche
la
violenza
che
si
fa
alla
propria
pigrizia
,
e
il
rincrescimento
del
farla
.
Fare
una
partaccia
a
uno
non
vuol
dir
solo
fargli
un
rimprovero
acerbo
,
o
,
famigliarmente
,
una
lavata
di
testa
,
ma
anche
usare
,
facendogliela
,
aspre
parole
.
Dicendo
che
uno
ha
un
talentaccio
,
un
ingegnaccio
,
si
dice
che
ha
molto
talento
,
molto
ingegno
,
ma
in
qualche
lato
manchevole
,
o
poco
ordinato
,
o
non
usato
sempre
degnamente
:
non
si
direbbe
del
Manzoni
o
del
Carducci
.
Poveraccio
!
esprime
una
sfumatura
di
compassione
o
di
pietà
,
che
non
si
può
sentire
od
esprimere
riguardo
a
persone
che
ispirano
reverenza
:
ella
può
dire
poverino
o
poveretto
,
ma
non
poveraccio
,
di
suo
padre
.
Nell
'
espressione
:
un
uomo
fatto
all
'
anticaccia
,
v
'
è
una
leggiera
intenzione
di
canzonatura
che
non
è
in
fatto
all
'
antica
.
E
con
librucciaccio
ella
dice
un
libro
non
soltanto
meschino
nella
forma
(
chè
libruccio
significa
meschino
nella
forma
più
che
nella
sostanza
)
e
non
solo
di
poco
pregio
nella
sostanza
,
ma
anche
in
questa
rozzo
e
cattivo
.
E
s
'
ella
dice
che
un
tale
fa
il
comodaccio
suo
,
dice
che
fa
il
suo
comodo
con
particolare
indiscrezione
e
noncuranza
del
comodo
altrui
e
del
dovere
proprio
.
Vede
quante
piccole
cose
,
quante
minute
diversità
e
graduazioni
di
idee
io
servo
a
dire
e
determinare
!
E
poi
,
ho
stampato
tante
parole
di
forte
rilievo
e
di
color
vivo
e
gaio
,
a
cui
nessun
'
altra
equivale
!
Veda
un
po
'
queste
.
Di
un
lavoro
duro
e
misero
,
che
dia
appena
da
vivere
:
-
È
un
panaccio
.
-
Mangiare
un
panaccio
arrabbiato
.
-
Non
t
'
immischiare
con
colui
:
è
un
arnesaccio
,
è
robaccia
.
-
S
'
è
preso
un
cosaccio
d
'
avvocato
,
che
gli
mangerà
fin
l
'
ultimo
soldo
.
-
Mi
tocca
a
far
certe
facciacce
per
cagion
sua
!
-
S
'
è
presentato
con
un
pajaccio
di
scarpe
rotte
.
-
O
figliaccio
e
po
'
d
'
un
cane
!
-
E
veda
come
servo
anche
a
dare
il
fatto
suo
a
un
indegno
,
così
di
sbieco
,
senza
parere
:
-
L
'
hanno
fatto
cavaliere
l
'
altro
giornaccio
,
o
uno
di
questi
giornacci
lo
faranno
.
-
Non
è
una
bellezza
?
E
non
finirei
più
!
Ma
le
dico
ancor
questa
:
che
servo
io
solo
,
in
Toscana
,
senz
'
essere
appiccicato
ad
altra
parola
,
a
definire
una
persona
:
-
È
un
ragazzo
accio
,
ma
accio
bene
;
è
un
farabutto
,
ma
di
quegli
acci
;
-
o
sono
adoperato
tre
volte
per
rincarare
la
dose
:
-
È
un
malandrinaccio
....
accio
,
accio
,
accio
.
-
E
,
in
fine
,
m
'
accecherà
l
'
orgoglio
;
ma
io
penso
che
uno
scrittore
che
non
sa
giovarsi
del
fatto
mio
,
o
che
mi
trascura
o
mi
disprezza
,
non
può
essere
che
uno
scrittore
da
un
tanto
il
mazzo
.
E
me
ne
scappo
,
perché
vedo
avvicinarsi
un
tale
,
un
giovincello
sdolcinato
,
con
cui
non
me
la
dico
,
e
non
mi
posso
trovare
insieme
.
La
lascio
con
lui
,
che
cercherà
di
rivogarle
la
sua
mercanzia
.
Ma
ritornerò
.
A
rivederci
a
presto
,
e
si
guardi
da
un
'
indigestione
di
zuccherini
.
APOLOGIA
DEL
DIMINUTIVO
.
Giovanettino
,
ti
saluto
.
Io
sono
il
diminutivo
...
Comprendo
il
tuo
sorriso
;
ma
non
mo
ne
risento
,
perché
sono
un
buon
figliuolo
.
Da
qualcuno
tu
avrai
inteso
dir
corna
di
me
,
e
sei
mal
prevenuto
a
mio
riguardo
.
T
'
avranno
detto
che
sono
uno
sdolcinato
stucchevole
,
che
stempero
le
parole
e
snervo
la
lingua
,
empiendola
di
lezi
femminei
e
di
vezzi
bambineschi
.
Ma
tu
non
devi
dar
retta
a
costoro
:
gente
di
grossa
pasta
,
che
non
mi
capisce
e
non
mi
sente
.
Io
son
modesto
di
natura
,
e
non
per
vanagloria
,
lo
puoi
credere
,
ti
affermo
che
chi
mi
maltratta
o
per
ignoranza
o
per
rozzezza
d
'
animo
,
chi
non
ha
famigliarità
con
le
mie
forme
innumerevoli
e
le
tiene
in
conto
di
vane
frasche
,
non
può
saper
quanto
è
ricca
,
quanto
è
flessibile
,
quant
'
è
dolce
la
lingua
della
sua
patria
.
Cascano
nella
leziosaggine
e
ristuccano
,
non
c
'
è
dubbio
,
tutti
coloro
che
abusano
di
me
,
appiccicandomi
a
cinque
parole
su
dieci
,
che
dicono
a
un
modo
bellino
e
carino
un
fiore
e
un
campanile
,
un
bambino
e
una
montagna
,
che
non
possono
esprimere
un
'
idea
senza
rimpicciolirla
alla
misura
della
loro
animetta
,
un
sentimento
senza
indolcirlo
fino
alla
nausea
,
col
giulebbe
che
hanno
nelle
vene
invece
del
sangue
.
Ma
,
usato
con
discernimento
da
chi
ha
intelletto
e
gusto
fine
,
io
compio
nella
lingua
un
ufficio
nobile
e
utile
;
io
do
alla
parola
gentilezza
e
grazia
e
soavità
di
suono
e
sapore
di
scherzo
garbato
e
cento
significati
delicatissimi
d
'
affetto
,
di
pietà
,
di
simpatia
,
d
'
indulgenza
;
io
attenuo
e
scuso
colpe
ed
errori
di
persone
care
,
velo
infermità
e
deformità
d
'
infelici
,
esprimo
quanto
vi
è
di
più
tenero
nel
cuore
delle
madri
e
degli
amanti
,
rendo
tutte
le
più
delicate
gradazioni
della
bellezza
e
delle
virtù
gentili
e
dei
sensi
ch
'
esse
ispirano
;
e
addolcisco
il
rimprovero
,
e
spunto
l
'
offesa
,
e
accarezzo
e
compiango
e
conforto
.
E
non
vezzeggio
alla
cieca
ogni
cosa
,
come
afferma
chi
non
m
'
intende
o
mi
calunnia
;
ma
dico
anche
verità
sgradite
a
chi
in
altra
forma
non
le
vorrebbe
udire
,
e
faccio
atto
di
giustizia
temperando
la
lode
eccessiva
,
restringendo
il
concetto
ingiustamente
ingrandito
di
molte
cose
,
mettendo
un
'
ombra
di
rampogna
,
quando
occorre
,
anche
nell
'
espressione
della
pietà
e
dell
'
affetto
.
Non
vezzeggio
soltanto
;
ma
definisco
,
distinguo
,
dipingo
,
scolpisco
ed
illumino
.
E
non
è
la
mia
vanità
,
è
la
voce
universale
che
mi
chiama
una
bellezza
e
un
privilegio
della
lingua
italiana
.
Imita
dunque
la
gentilezza
di
chi
,
volendo
designare
un
piccolo
infelice
,
di
cui
non
sa
il
nome
,
e
sentendo
che
nel
modo
il
piccolo
storpiato
non
suona
la
pietà
,
dice
-
lo
storpiatino
-
,
come
chiama
loschina
una
ragazza
losca
,
e
dicendo
d
'
un
'
altra
che
ha
la
bazza
,
fa
intendere
insieme
ch
'
ella
ha
qualche
cosa
di
grazioso
,
che
quasi
fa
piacere
il
difetto
,
chiamandola
:
-
Una
bazzina
.
-
Ecco
la
bazzina
.
-
È
una
bazzina
,
bionda
,
piena
di
vita
.
-
E
dicendo
d
'
una
giovinetta
o
d
'
una
bimba
:
boriosina
,
invece
di
:
un
po
'
boriosa
,
farai
comprender
meglio
che
,
pure
avendo
quel
difetto
,
non
ha
animo
cattivo
.
E
se
chiamerai
un
'
altra
:
beatina
,
dirai
,
come
non
potresti
meglio
,
ch
'
essa
è
devota
alle
pratiche
del
culto
,
ma
non
pinzochera
,
e
che
il
sentimento
religioso
in
lei
è
gentilezza
.
E
quando
vorrai
dire
che
una
donna
ha
un
carattere
alquanto
astioso
,
tu
potrai
chiamarla
astiosina
,
senz
'
offenderla
;
ciò
che
non
ti
riuscirebbe
né
premettendo
un
po
'
all
'
aggettivo
,
né
con
altra
parola
attenuante
.
Ma
è
l
'
affetto
,
è
il
sentimento
della
delicatezza
che
suggerisce
a
chi
parla
le
mie
forme
più
gentili
;
esse
non
si
cercano
,
vengon
via
spontanee
,
come
certe
inflessioni
carezzevoli
della
voce
.
Senti
le
mamme
del
popolo
,
in
Toscana
.
Chiamano
maggiorino
il
maggiore
dei
loro
figliuoli
piccoli
.
Dicono
vergognosina
una
bimba
timida
,
e
magari
anche
un
po
'
selvatica
.
Non
chiameranno
un
loro
bimbo
:
spersonito
o
malsano
,
ma
stentino
,
e
per
non
dir
gracile
,
diranno
:
-
È
così
minutino
,
ma
sano
,
-
e
per
non
dire
d
'
una
ragazza
che
è
di
complessione
delicata
,
diranno
:
gentilina
;
e
capacino
,
per
modestia
,
d
'
un
ragazzino
intelligente
o
bravo
in
qualunque
cosa
.
-
Ammodino
,
ragazzi
!
-
dicono
spesso
,
invece
di
:
ammodo
,
per
addolcire
l
'
avvertimento
.
Tu
potresti
urtare
il
loro
amor
proprio
dicendo
che
un
loro
figliuoletto
ha
già
le
sue
malizie
;
non
l
'
urteresti
dicendo
che
ha
le
sue
malizine
;
che
esprime
l
'
idea
d
'
un
accorgimento
fine
meglio
che
quella
dell
'
astuzia
.
E
così
,
se
vorranno
dirti
che
un
loro
bimbo
è
schifiltoso
nel
mangiare
,
te
lo
diranno
con
un
'
espressione
graziosissima
:
-
È
tanto
boccuccia
,
che
è
capace
di
rifiutarmi
un
piatto
se
ci
trova
un
bruscolo
.
-
E
dicono
al
pigretto
che
chiede
una
cosa
:
-
Allunga
il
santo
manino
,
e
pìgliatela
da
te
.
-
E
quante
altre
espressioni
graziose
ti
potrei
citare
,
fatte
col
mio
conio
!
Di
una
piccola
donna
o
ragazza
seducente
:
-
È
una
cosolina
simpaticissima
-
Ha
un
'
ideina
che
piace
-
Una
camera
raccoltina
:
non
è
significata
nel
diminutivo
anche
la
piccolezza
e
quasi
la
giocondità
della
camera
?
E
se
uno
ti
dice
:
-
A
tastar
per
terra
nel
buio
c
'
è
il
casetto
di
raccattare
qualche
cosa
di
spiacevole
-
non
senti
in
quel
casetto
un
sapor
comico
che
ti
fa
sorridere
?
E
se
ti
dice
un
altro
che
:
-
bisognerà
aspettare
un
paietto
d
'
ore
-
,
non
senti
in
questo
diminutivo
l
'
intenzione
cortese
d
'
abbreviare
il
tempo
nel
tuo
concetto
e
di
esortarti
ad
aver
pazienza
?
Ma
chi
può
noverare
la
varietà
degli
effetti
ch
'
io
posso
ottenere
?
Anche
l
'
attenuazione
del
peggiorativo
!
Sentirai
dire
nella
campagna
toscana
,
in
val
d
'
Elsa
:
-
Animaccina
!
-
che
è
come
dar
dell
'
animaccia
a
uno
e
chiedergli
scusa
ad
un
tempo
,
riconoscendo
d
'
aver
detto
troppo
.
Donnaccina
!
Dieci
vocaboli
ammontati
,
nota
un
filologo
illustre
,
non
saprebbero
dire
altrettanto
.
E
di
annatina
che
i
contadini
toscani
dicono
qualche
volta
per
"
annataccia
affamata
"
dice
lo
stesso
filologo
che
v
'
è
in
quel
diminutivo
una
mirabile
disposizione
d
'
animo
,
la
quale
attenua
il
dolore
e
quasi
ingentilisce
il
bisogno
;
e
si
sottintende
:
un
sentimento
di
rassegnazione
cristiana
,
per
cui
si
vuol
dire
la
cosa
senza
lagnarsi
,
per
timor
di
Dio
,
che
l
'
ha
mandata
.
Che
potrei
fare
di
più
,
mondo
birbetta
?
Sarai
dunque
persuaso
,
carino
mio
,
che
non
è
mia
colpa
se
molti
seccano
il
prossimo
e
mi
fanno
prendere
in
uggia
con
gl
'
ini
,
con
gli
etti
,
e
con
gli
ucci
;
che
è
soltanto
l
'
abuso
e
il
mal
uso
che
mi
rendono
indigesto
;
che
il
vizio
non
è
in
me
,
ma
in
chi
mi
violenta
e
mi
snatura
.
E
lascia
ch
'
io
batta
ancora
su
questo
chiodo
,
facendoti
considerare
,
per
esempio
,
che
se
è
proprio
e
grazioso
il
dire
d
'
un
ragazzo
:
ravviatino
,
ravversatino
,
ricciutino
,
fa
venire
il
latte
ai
gomiti
l
'
udirlo
dire
d
'
un
uomo
tanto
fatto
;
che
se
è
gentile
il
dire
che
una
bimba
è
tutta
pensierini
per
la
sua
mamma
,
è
sdolcinato
davvero
il
dir
lo
stesso
d
'
un
padre
per
la
sua
figliuola
;
e
che
è
ridicolo
il
dire
d
'
un
barbuto
impiegato
postale
,
cortese
col
pubblico
,
che
ha
una
manierina
amabilissima
,
e
che
stonerebbe
un
ufficiale
con
la
sciabola
in
pugno
,
che
gridasse
ai
suoi
soldati
,
chiamandoli
alle
file
:
-
Fate
prestino
!
Giovati
dunque
di
me
,
giovinetto
,
e
dirai
molte
cose
propriamente
e
con
garbo
e
con
arguzia
;
ma
non
mi
chiamare
in
ballo
troppo
spesso
,
e
,
sopra
tutto
,
non
m
'
usare
che
quando
calzo
appunto
al
sentimento
e
all
'
idea
.
Perché
io
sono
nella
lingua
come
il
sorriso
sul
volto
umano
.
Che
c
'
è
di
più
gradevole
d
'
un
sorriso
gentile
?
Ma
chi
sorride
a
tutti
,
ogni
momento
e
a
qualunque
proposito
,
è
uno
smanceroso
che
viene
a
noia
.
E
qui
fo
punto
.
Parto
per
un
viaggio
di
propaganda
nell
'
Italia
nordica
;
ma
ritornerò
ogni
tantino
nel
paese
tuo
,
dove
mi
pare
d
'
esser
tenuto
anche
in
minor
conto
che
altrove
.
Ricordati
di
me
,
e
fa
'
spallucce
ai
tangheri
che
mi
vorrebbero
bandire
dalla
lingua
:
fratelli
nati
di
quei
padroni
di
casa
villani
,
che
in
casa
loro
non
vogliono
né
bambini
né
fiori
.
LA
LINGUA
FAMIGLIARE
.
Ho
ricevuto
in
questi
giorni
....
Non
è
vero
;
non
ho
ricevuto
niente
.
Perché
fare
una
delle
solite
finzioni
letterarie
,
che
non
ingannano
nessuno
?
Ho
scritto
io
a
me
medesimo
,
in
nome
d
'
una
signora
immaginaria
,
la
lettera
seguente
,
e
confesso
che
l
'
ho
scritta
perché
mi
faceva
comodo
,
come
riconoscerai
dalla
mia
risposta
,
per
la
quale
ti
domando
,
in
cambio
della
mia
sincerità
,
un
po
'
d
'
attenzione
.
Al
Signor
tal
dei
tali
,
M
'
hanno
detto
ch
'
Ella
sta
scrivendo
un
libro
sul
modo
di
studiar
la
lingua
italiana
.
Mi
permetta
di
rivolgerle
una
preghiera
.
Ella
ebbe
un
giorno
la
cortesia
di
farmi
una
lode
,
la
quale
,
spogliata
del
complimento
dove
era
chiusa
,
voleva
dire
che
delle
signore
di
sua
conoscenza
non
ero
io
quella
che
parlasse
peggio
.
Ebbene
,
poichè
io
mostro
buone
disposizioni
,
m
'
aiuti
un
poco
.
Veda
il
caso
mio
.
Ho
un
'
amica
toscana
,
che
è
come
una
mia
sorella
.
Quando
parlo
italiano
con
l
'
altre
mie
amiche
subalpine
,
son
sodisfatta
di
me
,
dal
più
al
meno
;
ma
da
ogni
conversazione
con
quella
esco
malcontenta
del
fatto
mio
,
e
anche
un
po
'
umiliata
.
Mi
dirà
che
la
cosa
è
naturalissima
.
Ma
badi
:
non
è
ch
'
io
m
'
accorga
,
parlando
con
quella
signora
,
di
mancar
di
parole
e
di
frasi
per
esprimere
il
mio
pensiero
;
chè
,
per
esempio
,
quando
tutt
'
e
due
parliamo
d
'
arte
o
di
letteratura
con
altri
,
non
avverto
quasi
differenza
fra
me
e
lei
,
fuorchè
nella
pronunzia
.
La
differenza
grande
che
ferisce
il
mio
amor
proprio
è
quella
ch
'
io
riconosco
quando
discorriamo
a
quattr
'
occhi
liberamente
,
di
cose
comuni
o
intime
,
scherzando
e
facendoci
confidenze
a
vicenda
.
Io
sento
,
allora
,
che
non
riesco
a
dare
al
mio
discorso
il
colore
di
famigliarità
,
la
vivezza
,
e
,
non
so
come
dire
altrimenti
,
la
libera
giocondità
che
è
nel
suo
;
e
non
capisco
bene
perché
non
ci
riesca
.
Forse
me
lo
saprà
dir
lei
,
e
se
mi
facesse
questo
favore
,
gliene
sarei
grata
,
e
se
della
risposta
che
darà
a
me
facesse
un
capitolo
per
il
suo
libro
,
credo
che
renderebbe
un
servizio
anche
ad
altri
.
Mi
perdoni
....
È
inutile
far
la
chiusa
a
una
lettera
apocrifa
,
che
è
un
semplice
pretesto
per
far
la
RISPOSTA
.
Stimatissima
Signora
Subalpina
,
Quello
che
segue
a
lei
con
la
sua
amica
,
segue
a
me
coi
miei
amici
toscani
.
La
nostra
inferiorità
nel
parlar
famigliare
non
sta
che
in
minima
parte
nel
giro
diverso
che
si
dà
all
'
espressione
del
pensiero
e
nella
minor
ricchezza
di
vocaboli
che
noi
possediamo
;
perché
in
questo
non
può
esser
grande
la
differenza
fra
un
toscano
e
uno
di
noi
,
che
abbia
studiato
la
lingua
;
nella
conversazione
ordinaria
in
ispecie
,
la
quale
s
'
aggira
quasi
sempre
sugli
stessi
argomenti
,
non
molti
,
né
molto
vari
.
Consiste
principalmente
la
loro
superiorità
in
un
gran
numero
di
modi
,
non
assolutamente
necessari
,
ma
propri
più
che
altro
del
linguaggio
parlato
,
comunissimi
fra
di
loro
,
e
da
noi
non
conosciuti
o
non
usati
;
che
son
quelli
appunto
che
dànno
al
discorso
quel
colore
di
famigliarità
,
quella
vivezza
,
quella
libera
giocondità
,
alla
quale
ella
accenna
.
Le
citerò
una
serie
di
questi
modi
,
attenendomi
nella
scelta
alla
mia
esperienza
,
voglio
dire
a
quelli
ch
'
io
sento
spessissimo
dai
miei
amici
toscani
,
e
che
non
uso
mai
,
o
quasi
mai
,
né
parlando
con
loro
,
né
con
altri
,
non
perché
non
li
sappia
,
ma
perché
ho
più
alla
mano
altri
modi
,
di
significato
equivalente
,
ma
meno
famigliari
e
meno
vivi
,
meno
genuinamente
italiani
.
Essi
sogliono
dire
,
per
esempio
,
e
io
non
dico
:
-
Niente
niente
ch
'
io
parli
,
mi
dà
subito
sulla
voce
.
-
Di
nulla
nulla
borbotta
per
un
'
ora
.
-
Punto
punto
ch
'
egli
tardasse
,
non
arrivava
a
tempo
.
-
Mi
promise
di
non
dir
nulla
;
ma
sotto
sotto
andò
a
dire
....
-
Alto
alto
mi
toccò
di
quell
'
affare
.
-
A
andar
bene
bene
,
ci
guadagnerà
cento
lire
.
-
A
andarmi
male
male
,
mi
cacceranno
di
casa
.
-
Tanto
tanto
sarà
costretto
a
dir
di
sì
.
-
Tant
'
è
fermarsi
qui
che
in
un
'
altra
parte
.
-
Quella
pietra
non
è
molto
grande
;
ma
per
il
suo
tanto
,
è
bella
assai
.
-
Una
rendituccia
pur
che
sia
,
tanto
quant
'
è
nulla
.
-
Non
mi
piace
più
che
tanto
.
-
Sciocco
quanto
ce
n
'
entra
.
-
Non
lo
guardo
quant
'
è
lungo
.
-
Tutt
'
a
un
tratto
,
per
la
strada
,
me
lo
trovai
quanto
di
qui
a
lì
....
Vedo
che
scrolla
il
capo
.
Capisco
.
Forse
ella
non
si
ricorda
d
'
aver
mai
inteso
dalla
sua
amica
nessuno
di
quei
modi
.
Ma
proseguiamo
.
Può
essere
che
le
abbia
inteso
dire
quest
'
altri
,
che
né
lei
né
io
non
usiamo
:
-
Scambio
di
far
questo
,
faccia
quest
'
altro
.
-
Quest
'
accorciatura
del
vestito
non
basta
;
l
'
accorcerei
dell
'
altro
.
-
Gli
dissi
,
perché
non
mi
stèsse
a
seccar
altro
....
-
Al
vedere
,
non
par
che
sia
molto
pentito
.
-
A
come
si
mette
la
cosa
,
non
c
'
è
molto
da
sperare
.
-
A
sprofondare
(
questo
la
sua
amica
non
lo
dirà
,
ma
i
miei
toscani
lo
dicono
)
,
a
farla
grossa
,
a
fare
i
conti
grassi
,
è
grassa
se
si
guadagna
le
spese
del
viaggio
.
-
Come
si
fa
a
vedere
un
pezzo
di
giovine
a
quel
modo
a
chieder
l
'
elemosina
?
-
Quando
avete
fatto
bene
,
egli
è
il
miglior
medico
della
giornata
.
-
Oh
,
c
'
è
che
fare
!
(
ci
vuol
ancora
molto
tempo
)
.
-
Voglio
(
riconosco
,
ammetto
)
che
sia
un
lavoro
difficile
;
ma
egli
va
troppo
per
le
lunghe
.
-
Fa
delle
grandi
promesse
;
ma
voltati
in
là
,
non
si
ricorda
di
nulla
.
-
Gran
poco
giudizio
che
tu
sei
a
confonderti
col
tal
dei
tali
!
-
Quando
si
dice
!
-
È
un
gran
dire
ch
'
io
non
possa
liberarmi
da
quel
seccatore
.
-
So
di
molto
io
,
m
'
importa
di
molto
!
-
Non
me
ne
importa
il
gran
nulla
,
il
bellissimo
nulla
.
-
All
'
ultimo
degli
ultimi
,
al
tempo
dei
tempi
,
al
peggio
dei
peggi
,
in
caso
dei
casi
.
-
Non
sarebbe
mica
delle
peggio
andare
a
fare
una
gita
a
Superga
.
-
Non
è
dell
'
erba
d
'
oggi
(
d
'
una
persona
non
più
giovane
)
.
-
Non
è
più
d
'
oggi
né
di
ieri
.
-
Siamo
a
tocco
e
non
tocco
.
-
Sono
stato
tutto
il
giorno
col
pover
'
a
me
....
-
O
cavaci
un
numero
,
via
!
(
Quando
ci
stizziamo
di
non
capir
di
che
umore
uno
sia
)
....
Credo
ch
'
ella
cominci
a
trovarsi
d
'
accordo
con
me
.
Ma
andiamo
innanzi
.
Scommetterei
che
la
sua
amica
dice
qualche
volta
,
e
che
lei
non
dice
,
com
'
io
non
dico
mai
:
-
Un
bambino
che
mai
il
più
bello
.
-
Una
ragazza
bella
che
mai
.
-
Si
vogliono
un
bene
che
mai
.
-
I
danari
li
ha
bell
'
e
bene
,
ma
non
li
vuol
spendere
.
-
Non
ci
si
discorre
(
non
si
può
parlare
con
quella
tal
persona
)
.
-
Qui
che
cosa
ci
dice
?
(
Che
cosa
c
'
è
scritto
in
questo
punto
?
)
-
Ce
lo
divezzerò
io
(
lo
divezzerò
io
dal
far
questo
o
quell
'
altro
)
.
-
Vuol
fare
una
bella
nevata
.
-
È
capace
che
piova
.
-
Quando
il
tempo
è
fatto
bene
,
ha
tempo
a
piovere
!
-
Levandomi
da
letto
,
la
prima
cosa
prendo
il
caffè
.
-
S
'
è
montato
il
capo
di
diventare
un
gran
che
.
-
Non
me
lo
posso
levare
di
torno
.
-
È
lui
,
luissimo
.
-
L
'
hai
veduto
mai
?
Maissimo
.
-
E
"
perdoni
"
qui
,
e
"
mi
scusi
là
"
non
fa
altro
che
far
cerimonie
dalla
mattina
alla
sera
.
-
E
gonfia
gonfia
,
non
ci
potei
più
stare
.
-
Neanche
questo
non
lo
dirà
una
signora
;
ma
lo
cito
come
un
modo
tipico
d
'
altri
molti
famigliarissimi
,
che
i
toscani
usano
,
e
noi
no
;
donde
il
nostro
italiano
meno
famigliare
del
loro
.
Usano
essi
ancora
nel
parlar
famigliare
un
gran
numero
di
modi
che
si
potrebbero
chiamar
duplici
o
geminati
;
nei
quali
l
'
espressione
dell
'
idea
è
ripetuta
con
un
vocabolo
sinonimo
o
affine
o
antitetico
,
sia
per
ribadire
l
'
idea
stessa
,
sia
per
far
un
contrapposto
che
le
dia
maggiore
evidenza
,
sia
per
tondeggiare
la
locuzione
,
che
suoni
meglio
all
'
orecchio
,
o
,
come
si
direbbe
elegantemente
,
per
cura
del
numero
.
E
questi
modi
servono
moltissimo
a
dar
colore
di
famigliarità
al
discorso
,
quando
non
si
confonda
il
famigliare
col
volgare
;
chè
parecchi
di
essi
cadono
nella
volgarità
,
o
ci
dànno
accanto
,
e
non
li
avrà
certo
uditi
mai
dalla
sua
amica
.
-
Cito
alla
rinfusa
:
-
Essere
d
'
accordo
bene
e
meglio
.
-
Essere
un
paio
e
una
coppia
.
-
Essere
d
'
un
pelo
e
d
'
una
buccia
,
d
'
un
pelo
e
d
'
una
lana
.
-
Fare
una
cosa
spesso
e
volentieri
.
-
Non
aver
né
garbo
né
grazia
.
-
Non
aver
modo
né
maniera
.
-
Averne
da
dare
e
da
serbare
.
-
Non
far
né
uno
né
due
.
-
Non
aver
né
colpa
né
peccato
.
-
Far
calze
e
scarpe
d
'
una
cosa
.
-
Esser
fiori
e
baccelli
con
uno
.
-
Non
voler
né
tenere
né
scorticare
.
-
Non
dar
né
in
tinche
né
in
ceci
.
-
Costare
il
cuore
e
gli
occhi
.
-
Mandar
via
uno
segnato
e
benedetto
.
-
Non
saper
né
grado
né
grazia
.
-
Una
ne
fa
e
una
ne
ficca
.
-
Di
politica
non
ne
vuol
sentire
né
cotto
né
bruciaticcio
.
-
Non
l
'
ho
più
visto
né
cotto
né
crudo
.
-
È
lui
in
petto
e
persona
.
-
È
una
lingua
che
taglia
e
cuce
,
che
taglia
e
fende
,
che
taglia
e
fora
.
-
Dàgli
e
picchia
,
dàgli
e
tocca
,
dàgli
e
martella
.
-
In
fine
e
in
fatti
.
-
Né
così
né
cosà
.
-
Non
fa
né
ficca
.
-
Non
cresce
né
crepa
.
(
Mi
perdoni
,
signora
)
.
E
mi
par
che
basti
per
un
saggio
.
Tutti
questi
modi
,
e
quelli
citati
più
sopra
(
di
cui
molti
appartengono
a
tutti
i
dialetti
,
alcuni
tali
e
quali
,
altri
in
forma
poco
dissimile
)
corrispondono
per
l
'
appunto
nella
lingua
a
certi
gesti
,
atteggiamenti
,
sorrisi
e
inflessioni
di
voce
,
che
noi
usiamo
soltanto
con
persone
domestiche
,
nei
quali
consiste
particolarmente
quello
che
si
chiama
modo
,
contegno
,
tratto
famigliare
.
Certo
,
non
sta
in
questo
soltanto
la
superiorità
che
hanno
su
noi
i
toscani
nella
conversazione
ordinaria
:
sta
in
molt
'
altre
cose
che
non
è
qui
il
luogo
d
'
accennare
;
ma
nel
caso
suo
,
signora
,
mi
par
che
l
'
altre
cose
ci
abbiano
che
fare
assai
meno
di
quella
che
mi
sono
ingegnato
di
dimostrarle
.
Si
tratta
d
'
una
parte
della
lingua
che
noi
non
sappiamo
,
o
possediamo
male
,
non
avendola
imparata
nelle
scuole
,
dove
si
bada
più
che
altro
alla
lingua
letteraria
;
ma
che
è
forse
più
necessaria
,
o
più
utile
di
questa
,
perché
sono
le
persone
famigliari
,
gli
amici
intimi
quelli
coi
quali
abbiamo
più
occasione
e
bisogno
,
nel
corso
della
vita
,
di
parlare
e
anche
di
scrivere
,
e
di
trattare
di
più
varie
cose
,
e
più
liberamente
,
e
penetrando
più
addentro
alle
cose
stesse
.
E
ora
,
signora
mia
....
Ma
la
signora
ha
fatto
l
'
ufficio
suo
,
e
la
possiamo
accomiatare
con
una
reverenza
.
LA
LINGUA
FACETA
.
Questa
tu
devi
studiare
in
particolar
modo
se
sei
di
natura
tagliato
al
faceto
,
ossia
inclinato
a
osservare
e
a
rappresentare
ad
altri
il
lato
ridicolo
delle
cose
,
e
a
esprimere
molti
dei
tuoi
pensieri
,
anche
non
lepidi
in
sé
,
in
forma
scherzosa
;
poichè
per
noi
,
che
non
abbiamo
imparato
la
lingua
dalla
balia
,
non
c
'
è
cosa
più
difficile
che
scherzare
con
garbo
e
ottener
con
la
parola
l
'
effetto
del
riso
.
Perché
sia
difficile
lo
spiega
con
grande
evidenza
il
Leopardi
nei
Pensieri
che
furono
pubblicati
dopo
la
sua
morte
;
nei
quali
troverai
un
tesoro
d
'
osservazioni
acutissime
sulla
lingua
italiana
.
Egli
dice
che
il
ridicolo
(
per
quanto
si
riferisce
al
linguaggio
,
non
alla
sostanza
)
"
nasce
da
quella
tal
composizione
di
voci
,
da
quell
'
equivoco
,
da
quella
tale
allusione
,
da
quel
giocolino
di
parole
,
da
quella
tal
parola
appunto
,
di
maniera
che
se
sostituite
una
parola
in
cambio
d
'
un
'
altra
,
il
ridicolo
svanisce
"
.
Ora
,
per
questa
ragione
appunto
noi
otteniamo
difficilmente
il
nostro
intento
nei
discorsi
faceti
che
facciamo
in
italiano
:
perché
ci
manca
la
maggior
parte
di
quelle
parole
e
locuzioni
,
dalle
quali
nasce
il
ridicolo
,
e
quasi
sempre
usiamo
in
luogo
di
quelle
gli
stessi
modi
che
useremmo
per
dire
sul
serio
le
cose
che
diciamo
per
far
ridere
.
*
È
una
verità
che
non
occorre
di
dimostrare
.
L
'
avrai
osservata
molte
volte
tu
stesso
nei
discorsi
tuoi
e
in
quelli
degli
altri
.
Tu
devi
sentire
alla
prima
qual
maggior
effetto
comico
si
possa
ottenere
in
certi
casi
dicendo
invece
di
"
tremar
dal
freddo
"
:
-
batter
la
diana
o
pigliar
le
pispole
;
invece
di
"
dar
poco
da
mangiare
a
uno
"
:
tenergli
alta
la
madia
;
invece
di
"
ridurgli
il
vitto
"
:
alzargli
la
mangiatoia
;
invece
di
"
non
ha
la
testa
a
segno
"
:
gli
va
male
l
'
oriolo
;
invece
di
"
picchiare
,
dar
lo
busse
a
uno
"
:
pettinarlo
,
rosolarlo
,
tamburarlo
,
fargli
una
tamburata
,
dargli
le
croste
o
le
paghe
o
le
briscole
.
-
E
senti
che
più
facilmente
farai
ridere
se
invece
di
"
scappare
,
indebitarsi
,
dire
l
'
opposto
di
quello
che
s
'
è
detto
,
far
le
occorrenze
sue
,
tirar
calci
,
andar
tutto
d
'
un
pezzo
e
impettito
"
dirai
:
-
spronar
le
scarpe
,
inchiodarsi
,
rivoltar
la
frittata
,
far
gli
offici
di
sotto
,
lavorar
di
pedate
,
aver
mangiato
la
minestra
o
lo
stufato
di
fusi
.
-
E
non
c
'
è
bisogno
di
farti
notare
che
diversità
d
'
effetto
comico
corra
fra
le
espressioni
:
un
abito
che
"
si
comincia
a
scucire
"
e
che
comincia
a
fischiare
;
fra
"
abito
lungo
e
largo
o
logoro
o
scarso
o
mal
fatto
"
e
palandrana
,
biracchio
,
paraguai
,
saltamindosso
;
fra
"
brodo
allungato
"
e
brodo
di
carrucola
,
fra
"
cattiva
minestra
"
e
sbroscia
o
basoffia
,
fra
"
miseria
"
e
trucia
,
"
paura
"
e
battisoffia
,
"
cattivo
quadro
"
e
cerotto
;
"
persona
acciaccosa
e
di
malumore
"
e
deposito
:
-
Andiamo
a
far
visita
a
quel
deposito
del
signor
Gaudenzio
!
-
Molte
di
queste
parole
e
locuzioni
sono
ridicole
per
sé
medesime
,
e
bastano
da
sé
in
molti
casi
a
destar
l
'
ilarità
,
dove
non
gioverebbe
a
destarla
un
particolare
o
un
'
osservazione
arguta
aggiunta
alla
frase
o
alla
descrizione
e
all
'
aneddoto
.
*
Per
dimostrarti
quant
'
è
ricca
in
questo
campo
la
nostra
lingua
,
ti
cito
ancora
una
serie
di
modi
d
'
uso
comune
in
Toscana
,
che
noi
non
usiamo
se
non
raramente
;
di
alcuni
dei
quali
è
evidente
il
significato
;
e
d
'
una
parte
degli
altri
lascerò
che
cerchi
il
significato
tu
stesso
,
perché
ti
resti
meglio
impresso
nella
memoria
.
-
Affogare
nel
cappello
,
nelle
scarpe
,
nel
soprabito
-
Aver
roba
in
corpo
o
in
manica
-
Aver
paglia
in
becco
-
Avere
il
baco
(
con
qualcuno
;
avercela
,
senza
dimostrarlo
,
o
volerlo
dimostrare
)
-
Avere
i
bachi
(
essere
inquieto
o
di
malumore
)
-
Aver
famiglia
in
capo
-
Aver
la
fregola
(
di
fare
una
cosa
)
-
Aver
messo
il
tetto
-
Alzare
i
mazzi
-
Andare
,
darsi
ai
cani
-
Andare
in
dolcitudine
-
Attaccare
il
lucignolo
-
Bastonare
la
messa
(
dirla
in
furia
)
,
una
cosa
qualunque
(
abborracciarla
e
venderla
a
vil
prezzo
)
-
Batter
la
solfa
-
Battere
il
trentuno
-
Campare
con
uno
stecco
unto
-
Dar
le
pere
-
Dare
fune
o
spago
-
Dare
una
lunga
a
uno
(
intrattenerlo
,
senza
spedirlo
)
-
Dare
un
'
untatina
-
Dar
nelle
girelle
o
nelle
girandole
-
Essere
al
lumicino
,
al
moccolino
,
al
moccoletto
-
Essere
uno
spianto
(
una
rovina
:
quell
'
affare
è
stato
un
vero
spianto
per
il
tale
)
-
Essere
in
pernecche
-
Fare
un
bollo
(
vuol
prender
moglie
quello
spiantato
?
Farebbe
un
bel
bollo
!
)
-
Far
polvere
(
sollevare
scompigli
:
non
faccia
tanta
polvere
:
abbia
un
po
'
più
di
prudenza
)
-
Fare
una
buca
(
un
cassiere
nella
cassa
)
-
Fare
un
passio
(
una
cosa
lunga
di
cosa
che
dovrebbe
esser
breve
)
-
Far
baciabasso
(
per
umiliazione
,
per
adulazione
,
sottomettersi
)
-
Girare
a
uno
la
cuccuma
,
la
còccola
,
il
boccino
-
Grattar
gli
orecchi
-
Levar
le
repliche
-
Mangiare
a
macca
-
Macinarsi
il
patrimonio
-
Mettere
in
purgo
(
una
notizia
non
sicura
)
-
Non
mondar
nespole
(
S
'
egli
lavora
,
l
'
altro
non
monda
nespole
)
-
Pagar
con
le
gomita
-
Piantare
un
melo
-
Piantare
un
porro
-
Prendere
al
bacchio
(
alla
cieca
,
alla
ventura
)
-
Prender
pelo
-
Prendere
una
lùcia
,
una
briaca
,
una
bertuccia
-
Ridursi
all
'
accattolica
-
Spianare
il
gobbo
,
le
costure
-
Scuotere
la
polvere
-
Sonarla
a
uno
-
Sonare
a
mattana
-
Sbarbare
(
Non
riuscire
in
una
cosa
:
s
'
è
messo
a
tradurre
Orazio
;
ma
non
ce
la
sbarba
)
-
Tagliare
le
calze
-
Venir
le
cascaggini
(
d
'
una
cosa
che
ci
annoia
:
mi
fa
venir
le
cascaggini
)
.
E
soltanto
per
esprimere
facetamente
l
'
idea
del
mangiare
con
avidità
,
o
molto
,
o
soverchio
:
diluviare
,
digrumare
,
dipanare
,
scuffiare
,
sgranocchiare
,
dimenare
le
ganasce
,
ungere
,
sbattere
,
far
ballare
il
dente
,
far
ballare
il
mento
,
ingubbiarsi
,
rimpippiarsi
,
rimbuzzarsi
,
spolverare
,
dar
ripiego
a
quant
'
è
in
tavola
,
mangiare
a
scoppiacorpo
,
macinare
a
due
palmenti
,
mangiar
con
l
'
imbuto
,
divorare
a
quattro
ganasce
.
E
fermiamoci
qui
,
per
non
fare
un
'
indigestione
.
*
Certo
che
le
parole
non
hanno
per
tutti
la
stessa
faccia
.
Molte
che
hanno
effetto
comico
per
alcuni
,
per
altri
non
l
'
hanno
,
e
questo
non
è
soltanto
delle
parole
di
tal
genere
,
ma
,
in
generale
,
di
tutte
;
e
deriva
dall
'
aver
ciascuno
un
suo
particolare
sentimento
della
lingua
,
che
è
la
ragione
per
cui
della
lingua
stessa
ciascuno
tende
ad
appropriarsi
certe
forme
a
preferenza
d
'
altre
,
o
ad
usarle
in
un
significato
più
o
men
lievemente
diverso
da
quello
in
che
altri
le
usano
.
Ma
il
senso
comico
delle
parole
,
in
special
modo
,
è
un
senso
che
si
affina
grandemente
con
l
'
osservazione
,
coi
raffronti
,
e
via
via
che
,
avanzando
con
gli
anni
,
si
scoprono
negli
uomini
,
e
nelle
cose
,
nuove
e
più
intime
sorgenti
di
ridicolo
;
e
quand
'
è
affinato
,
dà
nello
studio
della
lingua
mille
diletti
.
Sono
ben
lontano
dal
credermi
in
questo
più
fine
di
Caio
o
di
Tizio
;
e
non
di
meno
,
m
'
accade
di
ridere
o
sorridere
di
molte
parole
,
ogni
volta
che
le
leggo
o
le
sento
,
come
di
certe
forme
e
di
certi
atteggiamenti
del
viso
umano
,
versi
buffi
o
mosse
allegre
o
burattinesche
.
Per
esempio
:
-
Briachite
-
Briachella
(
uno
che
piglia
spesso
piccole
sbornie
)
.
-
Non
è
briaco
:
ha
soltanto
un
po
'
d
'
accollo
(
l
'
inclinazione
del
collo
come
sotto
un
peso
)
-
Sbiobbo
(
d
'
uno
rachitinoso
e
con
gran
bazza
)
-
Musceppia
(
bambina
o
ragazzetta
saputella
)
-
Patìto
(
l
'
innamorato
)
-
Pateracchio
(
per
conclusione
spiccia
,
specialmente
di
matrimonio
:
si
videro
,
si
piacquero
e
fecero
subito
il
pateracchio
)
-
Un
tient
'
a
mente
(
uno
scapaccione
)
-
Stanga
,
stangato
(
per
bulletta
,
un
uomo
in
bulletta
)
-
Pispilloria
(
discorso
a
carico
di
qualcuno
,
o
lungo
e
noioso
)
-
Scarpata
(
pedata
)
-
Ciucata
(
cavalcata
con
gli
asini
)
-
Cacheroso
(
svenevole
)
-
Bacherozzolo
(
per
bambino
)
-
Frittura
(
di
molti
bambini
)
-
Sguerguente
(
uno
che
fa
atti
strani
o
sgarbati
)
-
Squarquoio
(
di
vecchio
cascante
)
-
Rubapianete
(
ladro
di
chiesa
)
-
Spulcialetti
-
Squarciavento
-
Spiantamondi
-
Strizzalimoni
-
Picchiapetto
-
Frustamattoni
-
Sottaniere
-
Religionaio
-
Miracolaio
-
Pretaio
(
uno
che
bazzica
preti
)
-
Mogliaio
(
che
non
esce
mai
d
'
attorno
a
sua
moglie
)
-
Fantajo
(
dilettante
d
'
ancelle
,
direbbe
la
signora
Piesospinto
)
;
e
di
verbi
non
cito
che
pissipissare
,
indragonire
,
rinfichisecchire
,
insatanassare
,
sfanfanare
(
struggersi
d
'
amore
)
,
cicisbeare
,
matrimoniarsi
,
rivogare
....
Giusto
,
mi
vengono
in
mente
due
versi
di
Neri
Tanfucio
:
Povera
truppa
,
quanti
serviziali
T
'
ho
visto
rivoga
'
nel
deretano
!
*
Ho
citato
quasi
tutti
modi
dell
'
uso
vivo
toscano
.
Ma
il
linguaggio
del
ridicolo
non
può
essere
circoscritto
dall
'
uso
,
perché
a
chi
scherza
e
vuol
far
ridere
tutto
è
lecito
,
pur
che
rimanga
nei
confini
più
vasti
della
lingua
.
Nascendo
anche
il
ridicolo
da
contrasti
e
dissonanze
tra
la
parola
e
l
'
idea
,
da
parole
usate
in
senso
insolito
,
inaspettate
,
strane
o
anche
fuor
d
'
ogni
proposito
ragionevole
,
e
dalla
stessa
affettazione
o
pedanteria
voluta
del
vocabolo
o
della
frase
,
ne
segue
che
qualsiasi
modo
vieto
o
tronfio
o
poetico
o
arcaico
,
il
quale
,
usato
sul
serio
,
stonerebbe
intollerabilmente
,
e
farebbe
ridere
alle
spese
di
chi
lo
dice
,
ottiene
invece
l
'
effetto
che
si
propone
chi
scherza
,
ed
è
quindi
legittimo
se
a
quest
'
effetto
è
adoperato
opportunamente
e
con
garbo
.
È
come
di
certi
gesti
e
impostature
e
alterazioni
del
viso
e
dell
'
accento
,
che
riescono
leziosi
,
sconvenienti
e
anche
odiosi
quando
in
una
persona
sono
abituali
e
inconsapevoli
o
affettazioni
di
dignità
e
d
'
eleganza
;
ma
che
all
'
opposto
riescono
piacevoli
quando
son
fatti
con
l
'
intenzione
di
far
ridere
,
contraffacendo
qualcuno
,
per
esempio
.
Gli
esempi
sono
così
frequenti
negli
scrittori
,
che
non
mette
conto
di
citarne
;
e
sono
frequentissimi
anche
nelle
conversazioni
della
gente
colta
.
Noi
tutti
abbiamo
conosciuto
o
conosciamo
certi
belli
umori
che
hanno
la
consuetudine
di
rallegrar
la
gente
dicendo
cose
comunissime
o
lepide
con
parole
gravi
e
lambiccate
e
in
stile
magniloquente
.
Io
ebbi
un
amico
,
professore
di
lettere
,
il
quale
faceva
sbellicar
dalle
risa
gli
amici
raccontando
aneddoti
faceti
,
e
parlando
anche
delle
cose
più
ovvie
con
parole
e
giri
di
frase
del
Decamerone
,
ch
'
egli
sapeva
quasi
a
memoria
.
Seriamente
diceva
d
'
esser
rimasto
in
una
trattoria
attirato
dalla
piacevolezza
del
beveraggio
;
descriveva
un
desinare
suntuoso
a
cui
era
stato
invitato
,
con
grandissimo
e
bello
e
riposato
ordine
servito
,
dove
lui
,
vago
di
vini
solenni
,
aveva
trovato
il
fatto
suo
bevendo
del
Caluso
e
del
Barolo
in
certi
graziosi
bicchieri
,
che
d
'
ariento
pareano
;
e
chiamava
un
avvocato
:
armario
di
ragione
civile
,
e
una
ragazza
afflitta
da
pene
amorose
:
-
sventurata
in
amadore
;
e
diceva
d
'
un
farabutto
:
-
Testimonianze
false
con
sommo
diletto
dice
,
chiesto
e
non
richiesto
-
,
e
a
un
amico
incontrato
per
la
strada
:
-
Dammi
un
fiammifero
,
se
tu
hai
in
te
alcuna
favilluzza
di
gentilezza
;
e
:
-
Grazie
,
cuore
del
corpo
mio
!
-
e
adoperava
il
con
ciò
sia
cosa
che
con
tanto
garbo
,
e
qualche
volta
così
all
'
impensata
,
e
con
un
così
forte
contrasto
col
significato
e
con
l
'
intonazione
del
discorso
,
che
strappava
risate
da
mandarsi
a
male
.
Non
trascurare
dunque
,
leggendo
gli
scrittori
e
i
dizionari
,
neppure
quella
parte
della
lingua
che
è
fuori
d
'
uso
,
perché
certe
voci
e
locuzioni
muffite
,
che
tu
quasi
ributti
dalla
tua
mente
,
ti
possono
servire
in
certi
casi
a
dare
un
vivo
effetto
comico
a
uno
scherzo
,
il
quale
altrimenti
riuscirebbe
sciapito
,
a
far
ridere
con
un
gioco
di
parole
semplicissimo
,
con
una
sola
parola
,
con
un
nonnulla
.
Nulla
nella
lingua
è
disprezzabile
,
tutto
può
giovare
.
La
lingua
giocosa
è
infinita
come
le
sorgenti
del
riso
.
PER
VARIARE
IL
PROPRIO
VOCABOLARIO
.
Più
di
trent
'
anni
fa
,
in
un
tempo
che
sfornavo
prosa
a
gran
furia
,
un
mio
amico
un
fermò
una
mattina
per
la
strada
,
e
con
un
viso
grave
,
che
a
tutta
prima
mi
fece
temere
una
cattiva
notizia
,
mi
disse
:
-
Ho
letto
il
tuo
ultimo
articolo
.
Dimmi
un
po
'
:
quando
intendi
di
finirla
col
tuo
in
un
battibaleno
?
La
prima
volta
che
scriverai
invece
:
in
un
momento
,
in
un
attimo
,
in
un
lampo
,
o
anche
semplicemente
in
un
baleno
,
t
'
inviterò
a
desinare
.
Aveva
ragione
.
C
'
era
anche
nel
mio
ultimo
articolo
quel
maledetto
battibaleno
,
che
avevo
cacciato
non
so
quante
volte
in
altri
miei
scritti
,
senz
'
avvedermi
della
ripetizione
,
e
che
doveva
esser
venuto
a
noia
,
oltre
che
al
mio
amico
,
a
molt
'
altri
.
Tutti
gli
scrittori
hanno
certi
modi
dei
quali
fanno
un
uso
indiscreto
,
come
gli
attori
drammatici
di
certe
intonazioni
di
voce
.
Non
parlo
di
quelle
parole
(
per
lo
più
verbi
e
aggettivi
)
ch
'
essi
usano
frequentemente
per
necessità
,
perché
sono
la
espressione
di
qualche
cosa
che
è
nell
'
indole
del
loro
ingegno
e
del
loro
animo
.
Parlo
di
quei
modi
che
non
esprimono
alcun
sentimento
o
maniera
particolare
di
veder
le
cose
,
e
che
son
ripetuti
quasi
inconsciamente
,
senza
bisogno
,
per
forza
di
consuetudine
,
in
luogo
d
'
altri
modi
,
i
quali
direbbero
lo
stesso
per
l
'
appunto
.
I
più
degli
scrittori
non
n
'
hanno
soltanto
uno
o
due
,
ma
parecchi
,
e
alcuni
un
buon
numero
;
e
non
solo
gli
scrittori
,
ma
quasi
tutti
,
parlando
,
n
'
hanno
più
o
meno
.
Sono
parole
che
s
'
attaccano
alla
lingua
,
come
vizi
di
pronunzia
,
e
ci
restano
attaccati
per
tutta
la
vita
.
C
'
è
,
per
esempio
,
chi
dice
e
scrive
fin
che
campa
:
-
Quindici
giorni
,
tre
anni
,
due
ore
or
sono
-
,
e
mai
,
neanche
una
volta
per
isbaglio
:
-
quindici
giorni
,
tre
anni
,
due
ore
fa
.
-
C
'
è
chi
ha
preso
il
vezzo
di
dire
:
-
Avere
il
tarlo
con
uno
-
per
averci
odio
,
ira
,
rancore
,
e
questo
tarlo
gli
vien
fuori
infallibilmente
tutte
le
volte
che
ha
da
esprimere
quell
'
idea
,
foss
'
anche
dieci
volte
il
giorno
e
migliaia
l
'
anno
.
Altri
s
'
è
avvezzato
a
dir
tratto
tratto
,
e
lo
dice
in
ogni
caso
,
invece
di
ogni
tanto
,
ogni
poco
,
di
quando
in
quando
,
a
quando
a
quando
;
e
spesso
impropriamente
,
perché
d
'
uno
,
per
esempio
,
che
faccia
una
tal
cosa
ogni
due
o
tre
mesi
,
non
è
proprio
il
dire
che
la
fa
tratto
tratto
,
che
significa
intervalli
di
tempo
più
brevi
.
Perché
quasi
sempre
accade
questo
:
che
chi
sposa
,
come
suol
dirsi
,
una
data
locuzione
,
finisce
con
adoperarla
ad
esprimere
non
solo
l
'
idea
alla
quale
essa
è
propria
,
ma
tutte
le
idee
affini
a
quella
,
e
ch
'
essa
non
esprime
che
a
un
incirca
.
Ma
non
è
questo
il
solo
inconveniente
del
mal
vezzo
.
La
ripetizione
oziosa
e
abituale
di
certe
voci
e
locuzioni
toglie
loro
in
molti
casi
gran
parte
dell
'
efficacia
,
e
tutta
quanta
,
di
solito
,
nei
discorsi
faceti
,
perché
da
chi
legge
o
ascolta
esse
sono
presentite
e
aspettate
come
ritornelli
;
oltrechè
riescono
sgradevoli
,
come
affettazioni
,
anche
le
più
naturali
e
semplici
,
parendo
che
chi
scrive
o
parla
le
metta
innanzi
così
ogni
momento
perché
le
tenga
in
conto
di
fiori
rari
e
di
pietre
preziose
;
e
aggiungi
che
,
dicendo
sempre
certe
cose
con
gli
stessi
vocaboli
,
è
quasi
impossibile
evitar
rime
,
cacofonie
,
iati
,
asprezze
,
com
'
è
impossibile
a
chi
parla
o
scrive
in
una
lingua
straniera
,
in
cui
non
conosca
che
un
modo
unico
di
significare
ciascuna
idea
.
Ora
,
via
via
che
andrai
innanzi
nell
'
uso
della
lingua
,
a
te
pure
s
'
incolleranno
alle
labbra
certi
modi
di
dire
,
e
ci
resteranno
,
se
non
vincerai
la
pigrizia
intellettuale
,
che
è
in
tutti
la
cagione
prima
di
questa
specie
di
servitù
parziale
del
pensiero
alla
parola
;
se
,
voglio
dire
,
ogni
volta
che
avrai
da
esprimere
quella
data
idea
,
non
farai
uno
sforzo
per
cacciar
via
l
'
espressione
tirannica
,
e
trovare
qualche
altro
modo
egualmente
proprio
,
o
più
proprio
,
di
esprimerla
.
E
non
basterà
che
tu
faccia
questo
:
tu
dovrai
preservarti
dal
vizio
cercando
continuamente
,
nello
studio
che
fai
della
lingua
,
d
'
arricchire
,
di
variare
,
di
rinfrescare
il
tuo
vocabolario
.
Perché
,
per
esempio
,
dovrai
dire
eternamente
d
'
ora
in
poi
,
quando
puoi
dire
di
qui
avanti
,
di
qui
innanzi
,
d
'
ora
in
avanti
,
d
'
ora
avanti
,
di
qui
in
là
?
Perpetuamente
un
via
vai
invece
di
un
va
e
vieni
,
un
andirivieni
,
un
andare
e
venire
?
Sempre
:
non
ne
indovina
una
,
invece
di
:
non
ne
infila
,
non
ne
azzecca
,
non
ne
becca
,
non
ne
incarta
una
?
E
improvvisamente
o
all
'
improvviso
in
luogo
di
:
di
punto
in
bianco
,
di
secco
in
secco
,
di
stianto
,
a
un
tratto
,
tutt
'
a
un
tratto
?
E
alla
bella
prima
o
a
tutta
prima
invece
di
:
di
primo
tratto
,
di
primo
lancio
,
di
primo
colpo
,
di
primo
acchito
?
E
da
solo
a
solo
in
luogo
di
testa
testa
,
a
faccia
a
faccia
,
a
quattr
'
occhi
;
e
alla
rinfusa
invece
di
alla
mescolata
o
all
'
arruffata
,
e
stare
in
contegno
o
in
contegni
invece
di
stare
in
aria
,
star
sulle
sue
,
stare
in
sussiego
,
stare
sul
grave
,
e
sulle
cerimonie
in
cambio
di
:
sulle
convenienze
e
sui
convenevoli
?
E
così
quel
tal
signore
del
tarlo
potrebbe
in
molti
casi
esprimere
diversamente
e
con
maggior
proprietà
la
sua
idea
,
dicendo
:
averla
amara
,
avere
il
sangue
guasto
,
avere
il
baco
,
esser
nero
con
uno
.
E
un
altro
,
che
invece
del
tarlo
ha
la
mosca
,
e
la
fa
volare
a
ogni
proposito
,
potrebbe
dire
spesso
e
meglio
,
invece
di
saltar
la
mosca
al
naso
:
montar
la
luna
,
montare
in
bestia
,
saltare
in
collera
,
saltare
il
grillo
,
pigliare
i
cocci
,
prender
cappello
,
andar
nei
nuvoli
,
alzare
i
mazzi
;
o
almen
qualche
volta
,
se
della
mosca
vuol
serbar
qualche
cosa
,
sostituirvi
la
mostarda
.
E
un
signore
di
mia
conoscenza
,
che
ha
sempre
la
ramanzina
in
bocca
,
potrebbe
variar
la
nota
con
:
fare
o
dare
un
rabbuffo
,
una
risciacquata
,
una
lavata
di
testa
,
una
ripassata
,
una
sbarbazzata
,
un
'
intemerata
,
una
parrucca
,
un
tu
per
tu
,
una
polpetta
,
un
trippone
.
E
un
mio
amico
intimissimo
,
che
per
molt
'
anni
seccò
il
prossimo
col
bighellonare
,
avrebbe
potuto
molte
volte
sostituire
al
prediletto
gioiello
:
girandolare
,
gironzolare
,
girondolare
,
girellare
,
girottolare
,
vagare
,
vagolare
,
vagabondare
,
vagabondeggiare
,
zonzare
,
andare
a
zonzo
,
in
ronda
,
in
volta
,
in
giro
,
gironi
.
E
il
signore
medesimo
,
che
confessa
le
sue
male
abitudini
per
sua
mortificazione
,
dovrebbe
lasciare
un
po
'
riposare
il
suo
bisticciarsi
,
ricordandosi
che
si
può
dir
più
a
proposito
in
molti
casi
:
pigliarsi
a
picca
,
piccheggiarsi
,
gattigliarsi
,
pizzicarsi
,
stare
a
ribecco
,
stare
punta
a
punta
,
stare
a
tu
per
tu
,
essere
agli
occhi
.
E
....
fermami
,
ti
prego
,
o
non
la
finisco
.
Arricchisci
dunque
,
ti
ripeto
,
varia
,
rinfresca
continuamente
il
tuo
linguaggio
.
Tu
avrai
osservato
quanto
sono
attraenti
nel
parlare
il
dialetto
anche
persone
ignoranti
che
,
non
per
istudio
che
n
'
abbian
fatto
,
ma
per
privilegio
di
natura
possedono
e
usano
molte
più
parole
e
frasi
che
la
maggior
parte
del
popolo
;
com
'
è
vivo
,
colorito
,
scintillante
,
spesso
comico
il
loro
discorso
,
e
con
che
piacere
li
stanno
tutti
a
sentire
,
anche
gente
colta
.
Ma
per
acquistar
questa
dote
non
basta
acquistare
e
fissarsi
nella
mente
parole
e
locuzioni
;
bisogna
esercitarsi
a
adoperarle
,
come
faceva
il
Leopardi
in
quei
suoi
Pensieri
già
citati
,
ch
'
egli
metteva
sulla
carta
giorno
per
giorno
,
senza
pensare
che
sarebbero
stati
mai
pubblicati
.
Manca
a
quando
a
quando
in
quelle
pagine
quella
sobrietà
rigorosa
che
si
ammira
in
tutte
le
altre
sue
prose
:
egli
ripete
il
suo
pensiero
in
vari
modi
,
l
'
uno
dopo
l
'
altro
,
infilando
sinonimi
e
frasi
equivalenti
,
come
passando
in
rassegna
tutte
le
maniere
possibili
d
'
esprimere
quel
pensiero
;
ed
è
evidente
che
scriveva
quei
periodi
per
premunirsi
dal
vizio
della
ripetizione
di
certe
forme
nelle
scritture
che
destinava
alla
stampa
.
Quest
'
esercizio
paziente
faceva
egli
pure
da
giovane
,
ed
era
già
un
grande
maestro
.
IL
PESCATORE
DI
PERLE
.
Ecco
un
personaggio
che
variava
davvero
il
suo
vocabolario
;
ma
lo
variava
in
maniera
che
non
si
faceva
più
intendere
.
Il
che
(
sia
detto
a
sua
scusa
)
non
era
sempre
un
gran
danno
per
chi
l
'
ascoltava
.
Questo
pescatore
di
perle
era
un
fabbricante
di
pillole
,
panciuto
e
brizzolato
,
d
'
aspetto
e
di
modi
signorili
;
col
quale
strinsi
relazione
in
una
trattoria
,
ch
'
egli
frequentava
da
anni
,
e
dov
'
io
desinavo
ogni
giorno
con
parecchi
amici
,
dilettanti
di
letteratura
.
Era
uno
di
quei
cultori
solitari
della
lingua
,
per
i
quali
questo
studio
non
è
che
un
'
occupazione
piacevole
dei
ritagli
di
tempo
,
senz
'
alcun
fine
letterario
,
e
quel
po
'
d
'
ambizione
che
ci
mettono
non
va
oltre
il
cerchio
degli
amici
,
con
cui
fanno
sfoggio
innocente
della
loro
filologia
.
Ma
uno
studioso
della
lingua
propriamente
non
era
:
era
un
appuntatore
di
parole
scompagnate
da
ogni
frase
o
pensiero
,
che
nel
suo
concetto
avevano
un
valore
per
sé
,
anche
non
servendo
a
nulla
:
raccoglieva
parole
come
altri
raccoglie
insetti
curiosi
o
francobolli
rari
.
La
sentenza
del
Tommaseo
,
che
ogni
modo
è
tanto
più
accetto
quanto
più
è
comune
,
e
che
il
più
comune
,
in
fatto
di
lingua
,
come
in
tante
altre
cose
,
è
quasi
sempre
il
più
bello
,
era
proprio
il
rovescio
del
gusto
e
della
norma
che
guidavan
lui
nel
suo
lavoro
di
spigolatura
;
ciò
che
si
può
dire
di
molti
,
anche
al
dì
d
'
ancoi
,
come
dice
Dante
.
Egli
non
s
'
innamorava
che
della
parola
peregrina
,
rimota
dall
'
uso
,
e
quanto
più
dall
'
uso
era
rimota
,
tanto
più
gli
pareva
bella
e
pregevole
,
e
per
il
solo
fatto
che
non
fosse
mai
stata
udita
e
che
riuscisse
incomprensibile
,
egli
pensava
che
dovesse
dare
un
gran
piacere
a
chi
l
'
udiva
e
fargli
ammirare
chi
la
sapeva
.
Da
anni
andava
facendo
questa
raccolta
di
perle
false
;
credo
che
le
notasse
in
un
registro
;
n
'
aveva
alla
mano
un
gran
numero
,
e
gli
pareva
di
possedere
il
tesoro
di
Montecristo
.
Cosa
singolare
:
il
suo
linguaggio
era
generalmente
scevro
d
'
ogni
affettazione
,
il
suo
frasario
semplicissimo
:
solo
di
tanto
in
tanto
buttava
là
all
'
improvviso
una
di
quelle
parole
straordinarie
e
difficili
,
che
facevano
spalancare
gli
occhi
e
la
bocca
alla
compagnia
.
Si
sottintende
che
,
per
poter
fare
questa
mostra
di
calìe
linguistiche
,
doveva
parlar
sempre
italiano
.
E
,
in
fatti
,
aveva
smesso
con
tutti
il
vernacolo
,
giustificandosi
col
dire
che
ogni
buon
cittadino
avrebbe
dovuto
far
lo
stesso
,
per
amor
di
patria
,
perché
la
lingua
diventasse
l
'
unico
linguaggio
degl
'
italiani
.
Ma
se
tutti
gl
'
italiani
avessero
parlato
come
lui
,
si
sarebbe
parlato
nel
nostro
paese
la
più
matta
e
burlesca
lingua
del
mondo
.
Non
le
ricordo
tutte
,
peccato
!
Ma
le
più
belle
mi
son
rimaste
.
Per
esempio
,
non
chiamava
mai
"
mal
di
capo
"
l
'
incomodo
a
cui
andava
soggetto
;
ma
cefalalgia
,
e
non
"
limonata
purgativa
"
volgarmente
,
il
rimedio
col
quale
la
curava
;
ma
limonata
catartica
.
Si
faceva
radere
un
giorno
sì
e
un
giorno
no
,
e
questo
chiamava
sempre
:
farsi
radere
epicraticamente
;
ma
sul
serio
,
intendiamoci
;
senza
un
barlume
di
sorriso
che
mostrasse
la
coscienza
di
dire
una
parola
strana
.
E
a
proposito
di
barba
,
si
faceva
fare
un
solo
radimento
,
e
quando
il
rasoio
non
tagliava
,
diceva
al
barbiere
:
-
Questo
rasoio
non
è
radevole
.
-
E
poi
:
non
"
ingarbugliare
"
gli
affari
e
i
conti
,
ma
garabullare
;
scarabillare
la
chitarra
;
frucandolare
,
per
frugacchiare
;
avvocatarsi
,
per
prender
la
laurea
d
'
avvocato
;
avvocato
parlantiere
,
per
chiacchierone
;
dinanzare
uno
per
la
strada
,
per
passargli
davanti
,
e
mal
camminabile
una
strada
disagevole
.
Diceva
d
'
aver
visto
un
ubbriaco
che
squinciava
per
la
piazza
,
ossia
,
che
andava
ora
per
un
verso
ora
per
un
altro
;
e
ogni
momento
,
discutendo
:
-
Ma
codesta
non
è
una
ragione
,
è
uno
ziribiglio
(
arzigògolo
)
-
;
e
rifiutando
da
bere
:
-
Grazie
,
ho
bevuto
abbastanza
;
non
sono
bibace
.
Comico
quanto
le
parole
era
il
modo
come
le
diceva
,
con
certa
intonazione
e
aria
di
trascuranza
,
quasi
di
sbadataggine
,
che
si
riconoscevano
finte
nell
'
atto
stesso
,
dallo
sguardo
furtivo
ch
'
egli
girava
sugli
uditori
,
per
veder
l
'
impressione
che
quegli
ori
di
lingua
facevano
.
E
n
'
aveva
di
due
qualità
:
le
parole
ultra
peregrine
,
per
lo
più
inintelligibili
,
ch
'
egli
pescava
nei
libri
,
non
letti
da
lui
che
con
questo
scopo
,
e
non
pregiati
se
non
in
ragione
della
pesca
rara
che
ci
poteva
fare
;
e
le
parole
comuni
,
delle
quali
usava
costantemente
la
variante
antica
.
Sempre
diceva
diputato
per
deputato
,
cileste
per
celeste
,
maledicenza
,
malevoglienza
,
insapiente
,
inreprensibile
,
fabuloso
.
Queste
piccole
violazioni
dell
'
uso
comune
gli
parevano
una
cosa
nobilissima
.
Ne
ricordo
dell
'
altre
anche
più
graziose
,
ch
'
egli
prediligeva
,
come
:
ghiribizzamento
,
dimenticamento
,
pretensionoso
.
-
Non
fumo
che
dopo
desinare
,
-
diceva
-
;
mai
nelle
ore
mattutinali
:
mi
darebbe
degli
archeggiamenti
di
stomaco
.
-
E
dava
una
sbirciata
circolare
all
'
uditorio
.
Giorno
per
giorno
andava
arricchendo
il
suo
vocabolario
di
qualche
rarità
.
Noi
riconoscevamo
quelle
di
recente
acquisto
dal
giro
forzato
ch
'
egli
dava
al
discorso
per
far
venire
il
punto
opportuno
di
metterle
fuori
.
Qualche
volta
inventava
anche
espressamente
dei
fatti
.
Nessuno
gli
credeva
,
per
esempio
,
quando
egli
raccontava
che
gli
era
cascato
uno
specchio
dalla
parete
:
era
un
'
invenzione
per
poter
dire
che
,
prima
d
'
appenderlo
,
avrebbe
dovuto
dimergolare
il
chiodo
,
per
assicurarsi
che
fosse
ben
piantato
.
E
come
affaticava
l
'
immaginazione
,
si
vedeva
,
per
trovare
il
pretesto
di
chiamare
gentildonnaio
(
corteggiatore
di
signore
dell
'
aristocrazia
)
un
avventore
della
sua
farmacia
,
e
per
venir
a
dire
che
aveva
rincincignato
e
lacerato
una
lettera
insolente
,
e
che
il
portinaio
di
casa
sua
,
che
s
'
era
ubbriacato
la
domenica
,
aveva
rinfonfillato
la
sbornia
il
lunedì
!
Questa
ci
confessò
poi
che
l
'
aveva
intesa
da
un
operaio
senese
ch
'
era
andato
da
lui
a
comperare
dell
'
ammoniaca
;
e
fu
un
caso
notevole
perché
,
neanche
a
domandarglielo
,
non
diceva
mai
dove
avesse
raccattato
questo
o
quel
diamante
della
sua
favella
.
Come
il
Conte
di
Montecristo
,
delle
sorgenti
della
sua
ricchezza
egli
faceva
un
mistero
.
Perché
aveva
molti
più
anni
di
noi
,
non
osavamo
dargli
la
baia
,
se
non
con
certa
discrezione
.
Ma
spesso
mettevamo
in
dubbio
l
'
italianità
dei
suoi
vocaboli
.
-
È
proprio
sicuro
che
questa
sia
una
parola
di
buona
lingua
?
-
Non
glielo
domandavamo
per
altro
che
per
ispassarci
della
gravità
con
cui
rispondeva
:
-
Sì
,
ha
degli
esempi
autorevoli
.
-
E
credo
che
,
veramente
,
non
ne
dicesse
una
che
non
potesse
in
qualche
modo
giustificare
.
Ma
,
come
disse
un
linguista
insigne
,
gli
scrittori
italiani
che
fanno
testo
son
tanti
,
tanto
diversi
d
'
età
,
di
patria
,
tanto
disuguali
di
gusto
e
di
senno
,
che
non
c
'
è
stranezza
in
materia
di
lingua
,
la
quale
con
la
loro
autorità
non
si
possa
difendere
.
Un
giorno
provammo
noi
a
parlare
a
modo
suo
per
veder
se
capiva
la
satira
.
Stavamo
seduti
fuori
della
trattoria
.
Il
tempo
si
metteva
a
brutto
.
Cominciò
uno
a
dire
:
-
Il
cielo
s
'
annubila
.
Un
altro
:
-
Lampaneggia
.
-
Senti
che
aria
umidosa
!
Vuol
venire
un
'
acquazione
.
-
Già
pioviniggia
.
Non
diede
segno
d
'
intender
lo
scherzo
;
ma
se
l
'
intese
,
non
se
n
'
ebbe
per
male
.
Ci
parve
che
facesse
un
atto
di
riflessione
per
imprimersi
nella
mente
quelle
parole
insolite
.
Poi
,
guardando
per
aria
:
-
Se
piove
-
disse
-
non
può
durare
.
Il
vento
è
a
tramontana
.
Rim
-
bel
-
tem
-
pirà
.
Insomma
,
l
'
ebbe
vinta
lui
,
perché
non
avevamo
in
pronto
altri
vocaboli
per
continuare
la
celia
.
Ma
una
sera
fece
una
brutta
figura
,
che
gli
avrebbe
dovuto
insegnare
come
non
fosse
senza
pericoli
la
pesca
delle
parole
stupefacenti
.
S
'
era
avvicinata
al
nostro
crocchio
la
padrona
della
trattoria
,
una
signora
attempatotta
,
sempre
tutta
ripicchiata
,
che
si
dava
grandi
arie
di
nobildonna
,
affettando
una
grande
castigatezza
nel
parlare
con
gli
avventori
;
dai
quali
non
tollerava
la
minima
licenza
di
linguaggio
.
Si
discorreva
prosaicamente
di
certi
cibi
di
facile
o
di
difficile
digestione
.
A
un
certo
punto
il
pescatore
di
perle
disse
con
molta
gravità
:
-
Noi
digeriamo
un
cibo
tanto
più
facilmente
quanto
più
lo
...
Un
altro
avrebbe
detto
semplicemente
:
quanto
più
lo
desideriamo
,
o
ne
abbiamo
voglia
.
Egli
volle
dire
una
parola
"
rimota
dall
'
uso
"
.
E
anche
questa
sarebbe
passata
come
tante
altre
,
se
egli
non
avesse
intoppato
in
una
difficoltà
di
pronunzia
.
Ma
intoppò
dopo
le
prime
due
sillabe
,
e
pronunciò
le
tre
ultime
dopo
una
pausa
,
in
modo
che
ne
formò
un
verbo
a
parte
,
non
dicibile
in
presenza
d
'
una
signora
.
Ci
fu
impossibile
trattener
la
risata
che
ci
venne
su
dai
precordi
,
e
ne
seguì
un
piccolo
scandalo
.
La
signora
credette
ch
'
egli
avesse
voluto
dire
uno
scherzo
,
che
sarebbe
stato
davvero
sconvenientissimo
;
lo
fulminò
d
'
un
'
occhiata
,
e
se
n
'
andò
a
passi
tragici
;
e
il
povero
"
pescatore
di
perle
"
che
era
un
uomo
gentile
,
in
fondo
,
e
pieno
d
'
amor
proprio
,
restò
annichilito
.
La
parola
,
pur
troppo
,
era
la
prima
persona
plurale
dell
'
indicativo
presente
del
verbo
concupiscere
,
registrato
dalla
Crusca
,
con
parecchi
esempi
di
scrittori
sacri
.
È
ERRORE
?
NON
È
ERRORE
?
Queste
due
domande
da
quasi
mezzo
secolo
mi
suonano
così
spesso
nella
mente
e
all
'
orecchio
che
oramai
mi
paiono
di
quelle
Voci
della
natura
o
delle
cose
che
parlano
nei
cori
fantastici
dei
poemi
.
E
tu
pure
,
nel
corso
dei
tuoi
studi
di
lingua
,
e
per
tutta
la
vita
,
rivolgerai
migliaia
di
volte
a
te
stesso
quelle
domande
,
e
migliaia
di
volte
le
rivolgerai
ad
altri
,
e
altri
le
rivolgeranno
a
te
;
e
nella
più
parte
dei
casi
rimarrete
incerti
della
risposta
.
-
Ecco
il
gran
malanno
della
lingua
italiana
-
dicon
molti
.
E
sarà
davvero
,
per
varie
ragioni
,
un
malanno
più
grave
nella
nostra
che
nelle
altre
lingue
;
ma
non
è
proprio
esclusivamente
della
nostra
:
è
un
poco
di
tutte
.
Un
illustre
scrittore
francese
,
per
esempio
,
ha
detto
argutamente
che
non
c
'
è
cosa
più
difficile
del
trovare
tre
francesi
colti
,
i
quali
siano
d
'
accordo
nel
dire
che
un
loro
concittadino
parla
e
scrive
correttamente
il
francese
.
E
pure
si
considera
questa
come
una
delle
lingue
viventi
che
hanno
maggior
fissità
e
sono
più
uniformemente
parlate
nella
loro
patria
.
Discorriamo
dunque
del
"
gran
malanno
"
.
Ma
bisogna
ch
'
io
mi
rifaccia
un
po
'
di
lontano
.
Leggi
,
ti
prego
,
la
lettera
seguente
,
che
fu
scritta
da
un
bravo
signore
a
un
suo
nipote
,
per
indurlo
a
presentarsi
al
direttore
d
'
una
Banca
,
a
chiedergli
riparazione
d
'
un
torto
che
gli
avevan
fatto
nella
sua
estimazione
.
Nota
che
lo
scrittore
della
lettera
è
un
uomo
che
fece
i
suoi
bravi
corsi
classici
,
ed
è
giustamente
stimato
una
persona
colta
,
a
cui
sta
bene
la
penna
in
mano
.
Mi
domanderai
come
c
'
entrino
gli
affari
della
Banca
nella
quistione
degli
errori
di
lingua
.
C
'
entrano
bene
e
meglio
,
lo
vedrai
,
se
avrai
la
pazienza
di
leggere
.
Caro
nipote
,
Mi
stupisce
quello
che
mi
scrivi
d
'
aver
inteso
dire
del
signor
B
.
Fu
indubbiamente
qualche
male
intenzionato
che
te
lo
volle
mettere
in
trista
luce
,
e
mi
domando
con
qual
fine
possa
averlo
fatto
.
Sono
menzogne
che
rivoltano
.
Ignorante
?
Orgoglioso
?
Mancante
di
tatto
?
Nulla
di
tutto
ciò
è
vero
.
Te
ne
posso
star
garante
,
poichè
ho
l
'
onore
di
conoscerlo
da
tempo
;
a
meno
ch
'
egli
sia
mutato
di
bianco
in
nero
da
un
mese
a
questa
parte
.
Non
è
soltanto
,
incontestabilmente
,
un
uomo
di
merito
,
abilissimo
nel
suo
ufficio
,
appassionato
degli
studi
finanziari
,
e
che
gode
della
massima
considerazione
presso
tutto
il
personale
della
Banca
;
ma
anche
uomo
d
'
animo
elevato
,
di
cuore
sensibile
,
e
in
fatto
di
cortesia
,
gentiluomo
senza
eccezione
;
tanto
che
è
amato
,
più
che
beneviso
,
da
quanti
l
'
avvicinano
.
Mai
non
conobbi
personaggio
alto
locato
più
abbordabile
;
chiunque
gli
può
parlare
;
anche
gente
del
basso
popolo
è
ricevuta
da
lui
alla
prima
.
Che
vada
soggetto
ad
accessi
di
malumore
,
che
si
lasci
trasportar
qualche
volta
dalla
passione
,
ne
convengo
;
ma
non
è
detto
che
alla
vivacità
del
temperamento
non
possa
andar
congiunta
la
delicatezza
;
e
in
ogni
caso
,
basta
a
disarmarlo
una
buona
parola
.
Deciditi
dunque
;
presèntati
a
lui
senza
imbarazzo
;
raccontagli
l
'
accaduto
;
mettilo
al
fatto
d
'
ogni
circostanza
,
senza
far
nomi
;
osservagli
che
fosti
tu
il
provocato
,
che
ti
si
fece
un
tiro
inqualificabile
,
tentando
d
'
intaccare
il
tuo
onore
,
per
sbalzarti
da
una
posizione
che
per
te
è
quistione
di
pane
,
e
mettere
al
tuo
posto
peggio
che
una
nullità
,
un
birbaccione
spudorato
,
cointeressato
coi
tuoi
peggiori
nemici
.
Non
ti
preoccupare
dell
'
esito
:
vedrai
che
prenderà
interessamento
al
caso
tuo
e
che
non
ti
toccherà
una
delusione
.
Io
gli
scrivo
oggi
stesso
,
d
'
altronde
,
per
metterlo
prima
al
corrente
della
cosa
,
o
per
porre
i
punti
sugl
'
i
,
caso
che
già
la
sapesse
.
Ti
prevengo
,
peraltro
,
che
non
devi
pensare
di
raggiungere
il
tuo
scopo
con
adulazioni
e
maniere
insinuanti
,
le
quali
con
lui
non
fanno
effetto
di
sorta
;
chè
non
è
di
quegli
uomini
che
per
vanità
transigono
con
la
propria
coscienza
;
e
come
non
si
lascia
toccare
dalle
lusinghe
,
non
si
lascia
imporre
dalle
minacce
.
Ma
siccome
è
ragionevole
e
onesto
,
nulla
di
più
facile
che
persuaderlo
e
cattivarselo
dicendogli
alla
spiccia
la
verità
e
aprendogli
con
effusione
il
proprio
cuore
.
Se
credi
che
ti
possa
essere
una
facilitazione
,
t
'
accludo
una
mia
carta
di
visita
per
presentartigli
.
Abbi
la
compiacenza
d
'
accusarmi
subito
ricevuta
di
questa
lettera
.
Non
ho
bisogno
di
dirti
che
per
quest
'
affare
o
per
altro
,
nella
mia
pochezza
,
sono
sempre
a
tua
disposizione
.
In
attesa
d
'
una
risposta
,
ti
mando
una
stretta
di
mano
,
e
tienmi
per
la
vita
il
tuo
affezionatissimo
zio
TAL
DEI
TALI
.
È
una
lettera
,
riconoscerai
,
che
a
novantanove
su
cento
italiani
colti
parrebbe
non
scritta
male
.
Ebbene
:
tra
francesismi
,
neologismi
,
solecismi
,
parole
e
locuzioni
non
puramente
italiane
,
o
per
ragioni
diverse
riprovate
dai
purissimi
,
contiene
la
bellezza
di
78
-
dico
settantotto
-
errori
grossi
e
piccoli
.
Su
parecchi
di
questi
i
purissimi
non
cadono
d
'
accordo
:
chi
li
bolla
come
errori
,
chi
no
.
Ma
il
professore
Pataracchi
starebbe
fermo
sul
78
,
o
al
più
concederebbe
che
alcuni
veri
errori
non
sono
;
ma
mende
,
nèi
,
parole
brutte
,
metafore
strane
,
leziosaggini
;
insomma
,
modi
da
sfuggirsi
.
Ed
ecco
presso
a
poco
in
qual
forma
concerebbe
,
alla
lesta
,
il
povero
zio
.
-
Mi
stupisce
.
No
,
"
Stupisco
"
:
Stupire
è
intransitivo
.
-
Indubbiamente
,
per
"
indubitatamente
"
non
ha
corso
legale
.
-
Intenzionato
.
Brutta
voce
,
da
non
usare
.
-
Mettere
in
trista
luce
.
Una
metaforaccia
da
buttarsi
via
.
-
Io
mi
domando
.
Falso
:
"
domandare
"
e
"
dire
"
non
s
'
usano
a
modo
di
riflessivi
.
-
Menzogne
che
rivoltano
.
"
Rivoltare
"
riferito
a
cose
morali
,
è
improprio
.
-
Mancante
di
tatto
,
nulla
di
tutto
ciò
,
ho
l
'
onore
di
(
invece
di
"
mi
onoro
"
)
,
un
mazzo
di
francesismi
.
-
Da
tempo
(
senza
dir
da
quanto
)
e
star
garante
(
per
star
mallevadore
)
,
da
bollare
.
-
A
meno
che
(
per
"
eccetto
che
"
)
,
barbaro
.
-
Da
un
mese
a
questa
parte
.
Che
parte
?
Che
c
'
entra
la
parte
?
Un
fregaccio
.
-
Uomo
di
merito
.
Merito
,
usato
in
questa
forma
indeterminata
,
sta
male
.
-
Incontestabilmente
per
"
incontrastabilmente
"
,
abilissimo
per
"
valentissimo
"
,
massima
per
"
grandissima
"
,
personale
per
"
gl
'
impiegati
"
,
da
rimandarsi
in
Gallia
.
-
Appassionato
degli
studi
,
improprio
.
-
Considerazione
per
"
stima
"
,
brutta
metafora
.
-
Animo
elevato
,
francese
,
e
sensibile
,
nel
senso
che
qui
gli
si
dà
,
francesissimo
.
Improprio
in
fatto
di
cortesia
per
"
in
materia
di
"
o
"
rispetto
a
"
.
È
brutto
e
strano
modo
senza
eccezione
per
"
assolutamente
"
e
lezioso
beneviso
per
"
ben
veduto
"
e
metaforaccia
sgarbata
e
materiale
alto
locato
.
-
Un
brutto
paio
di
francesismi
avvicinare
una
persona
per
"
avvicinarsi
a
lei
"
e
abbordabile
per
"
degnevole
"
o
"
accostevole
"
.
-
Chiunque
per
"
ciascuno
che
"
quando
serve
a
un
costrutto
sospeso
,
riprovevole
.
-
Riprovevole
basso
popolo
,
che
non
s
'
usa
che
in
senso
spregiativo
.
-
Francese
accessi
di
malumore
per
"
moti
,
impeti
"
,
francese
lasciarsi
trasportare
da
una
passione
per
"
lasciarsi
sopraffare
"
,
francese
ne
convengo
per
"
lo
riconosco
"
.
-
Un
frego
su
insieme
al
,
invece
di
"
insieme
con
"
che
è
errore
;
su
delicatezza
per
"
gentilezza
"
,
su
disarmare
per
"
far
cadere
la
collera
"
.
-
Deciditi
per
"
risolviti
"
via
!
-
Senza
imbarazzo
?
alla
spazzatura
!
Imbarazzo
non
vuol
dire
che
"
gravezza
di
stomaco
"
.
-
L
'
accaduto
!
Ma
accaduto
non
è
sostantivo
,
è
participio
.
-
Mettere
al
fatto
,
per
"
far
sapere
?
"
,
mai
al
mondo
.
-
Brutto
circostanza
per
"
particolare
"
.
Foggiato
sul
francese
far
nomi
.
Francese
inqualificabile
per
"
indegno
"
.
Osservagli
per
"
fagli
osservare
o
notare
"
,
sproposito
.
Intaccar
l
'
onore
,
altro
sproposito
.
Posizione
per
"
impiego
"
,
di
vil
conio
francese
,
e
così
è
quistione
di
pane
e
una
nullità
per
"
si
tratta
di
pane
"
e
"
uomo
da
nulla
"
.
E
bollo
spudorato
per
"
impudente
"
"
e
cointeressato
,
che
è
del
gergo
mercantesco
,
e
delusione
per
"
disinganno
"
,
che
non
è
parola
italiana
,
e
interessamento
,
che
è
voce
ostrogotica
,
e
preoccuparsi
per
"
darsi
pensiero
"
che
è
uno
svarione
,
e
mettere
al
corrente
,
che
è
mal
detto
invece
di
"
in
corrente
"
od
"
a
giorno
"
.
Un
altro
mucchietto
di
scorie
francesi
:
d
'
altronde
,
mettere
i
punti
sugl
'
i
,
ti
prevengo
per
"
ti
avviso
"
,
far
effetto
per
"
commovere
,
colpire
"
.
Sgarbatissimo
raggiungere
lo
scopo
per
"
ottenerlo
"
:
lo
scopo
non
corre
.
-
Improprio
insinuante
per
"
lusinghevole
"
.
-
Abbominevole
transigere
con
la
coscienza
per
"
patteggiare
"
.
-
Ignobile
mozzicone
di
frase
imporre
per
"
soverchiare
"
.
E
non
fanno
effetto
di
sorta
!
Che
ci
sta
a
fare
quel
sorta
?
E
siccome
per
"
poichè
"
qual
uomo
onesto
lo
può
usare
?
E
toccare
per
"
commovere
"
con
che
faccia
si
può
scrivere
?
E
fare
una
cosa
con
effusione
?
Effusione
di
che
?
-
È
un
altro
francesismo
nulla
di
più
facile
,
ed
è
contennendo
alla
spiccia
per
"
alla
lesta
"
e
non
di
buona
lingua
facilitazione
per
"
agevolezza
"
.
-
Ti
accludo
.
Oibò
!
"
Ti
includo
"
Carta
di
visita
.
Eh
,
via
!
"
Biglietto
di
visita
"
.
-
Abbi
la
compiacenza
.
Che
roba
e
?
Si
dice
:
"
Cortesia
,
gentilezza
"
.
-
Ricevuta
non
si
dice
che
per
danaro
:
"
ricevimento
"
.
-
E
bellino
il
francesismo
non
ho
bisogno
di
dirti
per
"
non
occorre
,
non
importa
ch
'
io
ti
dica
"
!
E
quest
'
altro
:
sono
a
tua
disposizione
per
"
ai
tuoi
comandi
"
!
E
pochezza
per
"
insufficienza
"
è
voce
non
solo
brutta
,
ma
falsa
.
E
in
attesa
è
un
fiore
del
gergaccio
burocratico
.
E
non
è
un
bel
modo
una
stretta
di
mano
come
si
direbbe
una
"
stretta
d
'
occhi
o
di
spalle
"
.
Ed
ecco
il
razzo
finale
:
Tienmi
per
la
vita
!
Perché
vuol
che
lo
tengano
per
la
vita
?
Ha
paura
di
cascare
?
*
Hai
visto
che
po
'
po
'
di
roba
.
E
i
modi
bollati
nella
lettera
di
quel
disgraziato
zio
non
sono
che
una
parte
minuscola
del
numero
grandissimo
che
il
professor
Pataracchi
e
altri
come
lui
bollerebbero
.
Sfoglia
i
dizionari
dei
francesismi
,
i
vocabolari
dei
modi
errati
,
i
lessici
della
corrotta
italianità
,
e
altri
simili
:
ci
troverai
riprovate
,
per
ragioni
diverse
,
un
'
infinità
(
ma
no
,
anche
infinità
è
un
francesismo
)
,
dirò
:
innumerevoli
parole
e
locuzioni
,
che
si
senton
dire
continuamente
da
persone
colte
d
'
ogni
parte
d
'
Italia
,
(
non
esclusa
la
Toscana
)
,
e
che
si
trovano
a
ogni
tratto
anche
in
libri
di
scrittori
,
i
quali
hanno
tutt
'
altro
che
reputazione
di
barbari
.
Tu
m
'
interrompi
per
dirmi
:
-
Ebbene
?
Tante
grazie
.
È
una
bella
notizia
per
incoraggiarmi
a
studiare
l
'
italiano
.
C
'
è
da
darsi
al
diavolo
.
Posso
dire
come
Scrupolino
,
che
val
meglio
studiare
il
cinese
.
-
Ma
no
;
non
per
iscoraggiarti
dico
quello
che
dico
;
ma
per
preservarti
da
ogni
scoraggiamento
che
ti
potesse
cogliere
andando
innanzi
nello
studio
.
Voglio
dire
che
se
darai
retta
a
tutto
quello
che
dicono
i
vagliatori
e
distillatori
e
lavandai
della
lingua
,
che
non
hanno
altro
da
fare
,
e
'
ti
faranno
il
capo
,
ti
faranno
,
grosso
come
un
cocomero
di
Prato
;
che
se
,
fin
da
principio
,
ti
vorrai
proporre
di
parlare
e
di
scrivere
un
italiano
assolutamente
immacolato
,
nel
modo
che
lo
vorrebbero
i
Pataracchi
,
dovrai
darti
tal
cura
e
durar
tanta
fatica
,
che
a
questo
solo
si
ridurranno
i
tuoi
studi
,
che
starai
fermo
invece
di
procedere
,
e
non
farai
che
difenderti
in
luogo
di
conquistare
.
Né
t
'
incoraggio
a
barbareggiare
con
questo
,
che
Dio
mi
liberi
;
poichè
moltissimi
dei
modi
d
'
uso
corrente
,
che
i
puristi
condannano
,
sono
di
fatto
erronei
o
barbari
o
brutti
,
e
devi
imparare
a
conoscerli
per
non
usarli
,
e
per
conoscerli
è
bene
che
tu
legga
i
libri
citati
,
dove
sono
raccolti
.
Ma
questo
lavoro
di
ripulimento
della
lingua
tu
devi
farlo
a
poco
a
poco
,
tranquillamente
,
come
un
esercizio
igienico
;
non
con
la
furia
di
mondarti
d
'
ogni
impurità
tutt
'
a
un
tratto
,
come
molti
fanno
,
che
è
un
mettersi
a
un
'
impresa
disperata
.
E
devi
considerare
che
molti
di
quei
modi
sono
inevitabili
,
che
che
se
ne
dica
,
e
che
dalla
lingua
italiana
non
s
'
estirperanno
più
,
per
quanto
si
faccia
;
e
che
sull
'
erroneità
di
molti
altri
non
concordano
neppure
i
linguisti
più
severi
;
e
che
questi
stessi
linguisti
severissimi
,
quando
non
scrivono
o
non
parlano
di
lingua
,
si
lasciano
scappare
dalla
bocca
o
dalla
penna
una
buona
parte
delle
parole
e
delle
locuzioni
a
cui
nei
loro
codici
dànno
lo
sfratto
.
Va
'
dunque
franco
.
Non
ti
costerà
gran
fatica
lo
scansare
prima
di
tutto
i
francesismi
,
che
si
riconoscono
alla
brutta
faccia
.
Tu
non
hai
bisogno
di
ricorrere
ai
dizionari
per
sapere
che
sono
francesismi
sformati
circostanziare
,
debuttare
,
decampare
,
defezionare
,
dettagliare
,
dilazionare
,
formalizzare
,
negligentare
,
rivoluzionare
,
terrorizzare
,
e
altri
errori
simili
,
che
suonano
nella
lingua
italiana
come
le
stecche
false
nel
canto
.
E
non
ti
lascerai
scappare
dalla
penna
né
"
declinare
il
proprio
nome
"
,
né
"
demolire
una
reputazione
"
,
né
"
fare
delle
amabilità
"
,
né
"
colmare
di
attenzioni
"
;
e
non
dirai
che
in
una
casa
c
'
è
tutto
il
confortabile
,
per
dire
che
c
'
è
ogni
comodità
e
ogni
agio
;
né
che
sei
andato
a
Genova
o
a
Milano
in
una
data
epoca
;
né
che
un
dato
scrittore
la
importa
per
bellezza
di
stile
sopra
un
altro
;
né
tanti
altri
modi
dello
stesso
genere
,
nei
quali
è
evidente
il
conio
straniero
falsificato
,
e
che
pure
si
dànno
giornalmente
e
si
accettano
come
moneta
di
zecca
italiana
.
Bada
per
ora
che
non
cadano
nella
tua
lingua
le
grosse
immondizie
,
e
spazza
via
quelle
che
ci
sono
.
Poi
,
avvezzandoti
a
far
pulizia
nella
casa
,
diventerai
a
poco
a
poco
in
quel
lavoro
sempre
più
accurato
e
meticoloso
,
fino
a
volerla
tersa
e
lucente
come
uno
specchio
.
Ora
devi
provveder
soprattutto
ad
ammobiliarla
,
a
mettervi
tutto
quello
che
è
necessario
e
utile
,
e
a
darle
un
aspetto
generale
decoroso
,
senza
star
dietro
a
tutte
le
minuzie
e
cercar
la
perfezione
in
ogni
nonnulla
.
Che
cos
'
è
questo
vocìo
?
Viene
innanzi
una
folla
.
Mi
par
di
riconoscervi
qualcuno
.
Senti
che
gridano
essi
stessi
chi
sono
,
l
'
un
dopo
l
'
altro
.
Abbonamento
-
Abitudine
-
Accattonaggio
-
Aggiotaggio
-
Affarismo
-
Affarista
-
Ballottaggio
-
Canotto
-
Canottiere
-
Carriera
(
per
professione
)
-
Colpo
di
stato
-
Comitato
-
Crisi
ministeriale
-
Decorazione
(
per
insegna
cavalieresca
)
-
Dimostrazione
popolare
-
Esplosione
-
Esposizione
-
Evoluzione
storica
-
Favoritismo
-
Giornalismo
-
Genio
(
per
uomo
di
genio
)
-
L
'
insieme
(
per
"
il
tutto
"
)
-
Influenza
(
per
influsso
)
-
Interpellanza
-
Iniziativa
-
Manovra
-
Marcia
-
Mozione
-
Panico
(
per
timor
panico
)
-
Pensione
(
per
retta
o
dozzina
)
-
Personale
d
'
un
'
amministrazione
-
Pompa
(
da
incendi
)
-
Proclama
-
Proiettile
-
Progetto
-
Protezionismo
-
Reazione
-
Solidarietà
-
Uomo
di
spirito
-
Specialista
-
Spionaggio
-
Successo
-
Insuccesso
-
Interesse
,
interessante
,
interessare
-
Naturalizzare
-
Materializzare
-
Sorvegliare
-
Speculare
-
Subire
-
Sensibile
-
Suscettibile
-
Indispensabile
-
Normale
-
Anormale
-
Obbligatorio
-
Refrattario
-
Seducente
-
I
prodotti
dell
'
industria
-
Le
produzioni
teatrali
-
I
torbidi
di
Vattelapesca
-
Abbasso
i
tiranni
!
...
Ci
vorrebbe
altro
a
sentirli
tutti
.
Ma
ora
gridano
tutti
insieme
.
Sentiamoli
.
"
Noi
siamo
francesismi
,
barbarismi
,
sconce
parole
,
tutto
quello
che
volete
.
Ma
arrestate
il
nostro
corso
,
se
vi
riesce
,
signori
Pataracchi
e
compagnia
.
Abbiamo
preso
l
'
aire
e
non
c
'
è
più
freno
per
tenerci
,
disse
un
dei
pochi
di
voi
,
che
hanno
vista
lunga
e
senso
di
discrezione
.
Avete
avuto
un
bel
gridare
e
scaraventarci
addosso
tòrsoli
e
sassi
e
tenderci
funi
a
traverso
la
strada
:
noi
siamo
andati
oltre
,
e
ci
siamo
sparsi
da
per
tutto
;
cacciati
dalle
porte
,
siamo
rientrati
per
le
finestre
;
dalle
bocche
dei
mal
parlanti
siamo
passati
a
quelle
di
chi
parla
meglio
;
abbiamo
invaso
i
giornali
,
i
trattati
,
le
leggi
,
le
cattedre
,
il
Parlamento
,
i
vocabolari
,
le
Accademie
;
e
ci
siamo
e
ci
resteremo
.
Abbasso
i
Pataracchi
!
"
LE
PAROLE
NUOVE
.
(
Pareri
d
'
un
senatore
,
d
'
un
filologo
,
d
'
una
signora
,
d
'
un
ingegnere
industriale
e
d
'
un
bello
spirito
)
.
*
Per
parole
nuove
intendo
principalmente
quelle
che
noi
prendiamo
a
prestito
da
lingue
straniere
per
designare
nuove
cose
(
come
istituzioni
,
invenzioni
,
usanze
)
,
per
le
quali
non
abbiamo
nella
nostra
lingua
parole
proprie
,
perché
son
cose
che
non
ebbero
origine
,
ma
furono
introdotte
da
paesi
stranieri
nel
nostro
.
Come
di
altre
parole
e
locuzioni
si
domanda
:
-
È
errore
?
Non
è
errore
?
-
di
queste
si
suol
domandare
:
-
Si
può
o
non
si
può
dire
?
O
che
parola
italiana
vi
si
potrebbe
sostituire
?
-
A
questo
riguardo
,
invece
di
stenderti
un
lungo
elenco
di
vocaboli
,
e
di
ripeterti
(
chè
altro
non
potrei
fare
)
le
discussioni
che
si
fecero
e
si
fanno
sulla
convenienza
d
'
accettarne
alcuni
e
di
rifiutarne
altri
,
e
sui
vocaboli
italiani
che
potrebbero
far
le
veci
dei
rifiutati
,
credo
più
opportuno
il
riferirti
certi
pareri
che
mi
furon
dati
intorno
all
'
argomento
da
persone
di
dottrina
e
di
buon
senso
,
alcuni
molti
anni
fa
,
altri
di
recente
;
dai
quali
tu
potrai
dedurre
una
norma
generale
da
seguire
,
parlando
e
scrivendo
.
UN
SENATORE
.
-
Come
ho
da
fare
,
signor
Senatore
?
-
domandai
a
un
dotto
toscano
,
scrittore
elegantissimo
(
ahimè
!
son
più
di
trent
'
anni
,
e
il
valentuomo
è
morto
da
un
pezzo
)
.
-
Come
si
può
conciliare
la
necessità
d
'
usar
le
parole
nuove
col
dovere
di
non
offendere
la
purità
della
lingua
?
Rivedo
il
buon
sorriso
arguto
con
cui
mi
rispose
:
-
La
purità
della
lingua
?
Ma
nessuna
lingua
è
pura
,
e
non
deve
,
né
può
essere
.
Non
potrebbe
esser
pura
che
la
lingua
d
'
un
popolo
,
il
quale
non
avesse
commercio
né
di
cose
né
d
'
idee
con
alcun
altro
popolo
,
non
solo
,
ma
che
,
non
mutando
in
nulla
mai
né
le
idee
né
le
cose
proprie
,
ossia
,
non
pensando
e
non
progredendo
,
non
avesse
mai
bisogno
di
variare
e
d
'
arricchire
il
proprio
linguaggio
;
che
sarebbe
perciò
un
linguaggio
morto
,
e
morto
il
popolo
stesso
.
Nessuna
lingua
è
ricca
abbastanza
da
poter
designare
in
termini
che
già
possegga
tutti
gli
oggetti
e
i
concetti
nuovi
che
porta
con
sé
il
progresso
universale
di
ogni
forma
del
lavoro
umano
:
deve
quindi
ogni
lingua
accettare
e
produrre
continuamente
nuovi
termini
.
La
maggior
parte
di
questi
,
a
chi
vorrebbe
la
lingua
immobile
,
paiono
voci
impure
,
che
la
deturpino
e
la
snaturino
.
Ma
le
cause
dell
'
alterazione
della
lingua
essendo
inevitabili
e
necessarie
,
è
così
illogico
e
impossibile
il
respingere
le
nuove
parole
per
amor
della
purità
linguistica
,
come
sarebbe
il
respingere
le
cose
e
le
idee
per
conservare
immutato
il
modo
di
vivere
e
di
pensare
della
propria
nazione
.
Sono
i
barbarismi
superflui
e
le
parole
nostre
storpiate
o
usate
in
senso
improprio
e
i
traslati
e
i
costrutti
ripugnanti
all
'
indole
della
lingua
nazionale
,
quelli
che
la
offendono
e
la
imbastardiscono
:
non
le
parole
straniere
di
cui
non
si
può
fare
di
meno
.
Si
può
dire
che
macchiassero
la
purità
della
lingua
i
primi
italiani
che
nominavano
coi
termini
ora
in
uso
tutte
le
nuove
armi
inventate
dopo
la
scoperta
della
polvere
?
E
quelli
che
chiamavano
coi
loro
nomi
d
'
origine
tutti
i
concetti
e
le
istituzioni
che
ci
vennero
dalla
rivoluzione
francese
,
e
che
fra
noi
hanno
conservato
quei
nomi
,
non
più
discussi
ora
,
e
quasi
neppur
più
riconosciuti
come
stranieri
?
E
quelli
che
usavano
per
i
primi
le
parole
telegrafo
,
piroscafo
,
dagherrotipo
,
fotografia
,
e
cento
altre
simili
?
Non
si
dia
dunque
pensiero
per
questo
riguardo
,
perché
non
offenderà
la
purità
della
lingua
usando
le
parole
nuove
,
e
necessarie
,
più
che
non
ne
offenda
l
'
armonia
pronunziando
o
scrivendo
i
nomi
di
personaggi
storici
o
d
'
amici
suoi
francesi
,
inglesi
o
tedeschi
,
che
le
occorra
di
rammentare
nei
suoi
discorsi
o
nei
suoi
scritti
.
UN
FILOLOGO
.
Questi
esordì
bruscamente
:
-
Anche
lei
!
Ma
non
c
'
è
che
il
nostro
paese
dove
la
letteratura
abbia
tanto
tempo
da
perdere
.
Che
bisogno
ha
di
pareri
in
una
quistione
di
semplicissimo
buon
senso
?
Sulle
parole
straniere
assolutamente
necessarie
per
designar
nuove
cose
,
non
c
'
è
da
discutere
:
bisogna
usarle
;
e
non
è
nemmeno
il
caso
di
dire
:
bisogna
:
s
'
usano
,
le
usan
tutti
,
e
la
quistione
è
risolta
.
Il
dubbio
può
cadere
su
tutte
quelle
voci
e
locuzioni
nuove
che
servono
ad
esprimere
nuovi
aspetti
di
cose
,
nuove
relazioni
fra
di
esse
,
modificazioni
nuove
d
'
idee
e
di
sentimenti
,
nuovi
ordini
di
idee
,
principalmente
in
politica
,
in
arte
,
in
filosofia
;
e
intendo
la
filosofia
che
è
materia
delle
conversazioni
comuni
.
In
questo
campo
,
come
ha
detto
un
maestro
,
ci
sono
in
ogni
lingua
,
in
qualunque
momento
considerata
,
parole
e
frasi
straniere
messe
in
prova
,
delle
quali
alcune
rimarranno
,
altre
saranno
sostituite
da
altre
,
che
l
'
uso
formerà
e
farà
prevalere
alle
prime
;
parole
nazionali
di
cui
si
va
mutando
il
significato
;
processi
di
differenziazione
,
per
dirla
coi
matematici
,
che
si
vanno
compiendo
,
ma
che
non
sono
interamente
compiuti
.
Ora
,
rispetto
all
'
uso
di
questo
materiale
mobile
della
lingua
,
ciascuna
nazione
fa
come
una
moltitudine
in
cammino
;
nella
quale
c
'
è
chi
si
spinge
alla
testa
della
colonna
,
chi
rimane
alla
coda
e
chi
si
tiene
nel
mezzo
.
Lei
,
come
scrittore
,
non
ha
da
andare
né
tra
i
primi
né
tra
gli
ultimi
;
ma
deve
camminare
fra
gli
uni
e
gli
altri
.
Il
criterio
della
scelta
lo
ha
da
ricavare
dall
'
uso
.
Delle
parole
nuove
usi
quelle
che
s
'
usano
generalmente
e
che
generalmente
sono
capite
.
Fra
due
parole
che
s
'
usino
,
una
straniera
e
una
italiana
,
con
non
determinata
prevalenza
di
questa
o
di
quella
,
ma
tutt
'
e
due
egualmente
intese
dai
più
,
si
tenga
all
'
italiana
.
E
in
tutti
i
casi
in
cui
la
parola
italiana
,
che
alcuni
vorrebbero
sostituire
all
'
esotica
,
non
è
capìta
dai
più
,
non
c
'
è
da
tentennare
:
poichè
si
parla
e
si
scrive
per
farsi
capire
dai
più
,
usi
l
'
esotica
,
e
non
si
dia
altro
pensiero
.
Fuor
di
questa
norma
,
che
anche
un
ragazzo
troverebbe
da
sé
,
non
si
fanno
che
vanissime
ciance
.
UNA
SIGNORA
.
Era
una
signora
toscana
,
coltissima
,
che
avrebbe
potuto
presedere
un
'
Accademia
,
e
non
aveva
ombra
di
pedanteria
.
-
Io
non
le
posso
dire
-
rispose
-
che
quello
che
lei
certamente
pensa
.
Si
ricorda
i
versi
del
Giusti
a
proposito
della
parola
diligenza
?
Il
cambio
delle
voci
Fra
gente
e
gente
,
come
l
'
ombra
al
corpo
,
Tien
dietro
al
cambio
delle
cose
umane
;
Né
straniero
vocabolo
corrompe
L
'
intrinseca
virtù
d
'
una
favella
Quando
lo
stile
riman
paesano
.
Se
lei
parla
e
scrive
in
buon
italiano
,
una
lingua
tutta
italiana
di
sostanza
,
d
'
impasto
e
di
colore
,
nessuno
dirà
che
parla
o
che
scrive
male
per
il
fatto
che
a
quando
a
quando
usi
una
parola
non
italiana
per
dire
una
cosa
che
nella
nostra
lingua
non
ha
ancora
la
parola
che
la
esprima
.
So
bene
che
ad
alcune
delle
parole
straniere
già
divulgate
c
'
è
chi
propone
di
sostituire
altre
parole
nostre
,
e
che
,
se
queste
calzano
,
e
se
hanno
da
prevalere
,
ciò
che
è
desiderabile
,
bisogna
pure
che
qualcuno
le
cominci
a
usare
.
Ma
in
questo
io
m
'
attengo
a
una
regola
che
mi
è
suggerita
da
un
sentimento
più
forte
di
quello
della
lingua
.
Delle
parole
italiane
che
si
vorrebbero
sostituire
alle
straniere
ce
n
'
è
che
si
posson
dire
senza
che
ne
scapiti
la
naturalezza
del
discorso
,
e
quelle
le
dico
.
Ce
n
'
è
altre
che
non
si
possono
dire
senza
far
maravigliare
e
sorridere
chi
ascolta
e
senza
passar
per
saccenti
che
si
voglia
in
materia
di
lingua
dettar
la
legge
,
e
queste
non
le
dico
e
non
le
scrivo
,
perché
preferisco
usare
un
barbarismo
al
far
ridere
e
all
'
esser
tacciata
di
saputella
.
Così
non
voglio
e
non
posso
dire
teletta
invece
di
toeletta
,
né
posa
invece
di
consolle
,
né
rinfresco
invece
di
buffé
,
e
con
buona
pace
del
nostro
buon
B
.
,
dirò
cupè
,
finchè
lui
od
altri
non
abbiano
trovato
in
luogo
di
quella
parola
qualcosa
di
più
spiccio
di
scompartimento
anteriore
della
diligenza
,
che
quando
è
detto
per
non
dire
la
parola
barbara
,
è
ridicolo
.
Questa
è
la
mia
regola
riguardo
alle
parole
nuove
:
parlare
e
scrivere
italiano
quanto
più
puramente
si
può
,
senza
far
ridere
;
perché
nell
'
uso
delle
parole
ciascuno
ha
un
suo
sentimento
proprio
della
convenienza
,
al
quale
nessun
'
autorità
linguistica
può
comandare
.
Ma
già
dev
'
esser
pure
l
'
opinione
sua
,
com
'
è
di
quasi
tutti
,
e
lei
non
m
'
ha
interrogata
che
perché
gliela
confermassi
;
e
se
le
avessi
espresso
un
'
opinione
contraria
,
non
ne
avrebbe
tenuto
nessun
conto
.
Stia
dunque
col
Giusti
.
L
'
importante
è
che
lo
stile
rimanga
paesano
.
UN
INGEGNERE
INDUSTRIALE
.
Sono
ameni
i
puristi
sine
labe
che
non
vogliono
le
parole
nuove
.
È
perché
non
vivono
nel
nuovo
mondo
.
Se
ci
vivessero
,
se
sapessero
il
numero
enorme
di
nuove
parole
che
hanno
portato
con
sé
e
rese
necessarie
i
progressi
delle
industrie
minerarie
e
metallurgiche
,
il
telegrafo
,
il
telefono
,
l
'
elettricità
,
le
macchine
tessili
,
la
stampa
,
e
cento
altre
cose
;
se
toccassero
con
mano
che
non
passa
quasi
giorno
senza
che
si
scopra
o
s
'
inventi
qualche
nuovo
strumento
,
o
procedimento
,
o
particolare
di
congegno
o
di
tecnica
,
che
non
può
aver
altro
nome
fuor
di
quello
che
gli
dà
chi
lo
inventa
,
si
sdarebbero
dall
'
impresa
per
disperati
.
Per
ogni
dieci
o
cento
parole
che
occorrono
,
e
che
son
prese
da
una
lingua
straniera
o
coniate
alla
meglio
fra
noi
dalla
gente
che
n
'
ha
bisogno
,
essi
ne
propongono
una
,
che
dicono
italiana
,
o
meno
barbara
.
Ma
a
che
pro
?
Chi
la
mette
in
corso
?
E
quale
scrittore
ha
mai
fabbricato
nuove
parole
,
che
sian
diventate
d
'
uso
comune
?
D
'
uno
dei
più
fecondi
e
popolari
scrittori
francesi
del
settecento
,
si
dice
che
n
'
abbia
coniate
di
suo
e
mandate
in
giro
due
sole
;
delle
quali
una
è
morta
.
E
,
infatti
,
l
'
azione
d
'
uno
scrittore
,
per
quanto
autorevole
,
non
è
che
pochissima
cosa
,
per
non
dire
nulla
affatto
,
rispetto
all
'
azione
collettiva
del
popolo
,
che
di
certe
parole
nuove
ha
bisogno
subito
,
e
le
piglia
dove
sono
e
come
le
trova
,
o
se
le
fabbrica
da
sé
,
nel
modo
che
gli
comoda
e
gli
garba
.
Conosco
una
sola
nuova
parola
italiana
che
in
quest
'
ultimi
anni
sia
stata
coniata
da
un
pubblicista
,
e
abbia
avuto
una
certa
fortuna
:
ed
è
tramvia
,
che
entrò
nei
regolamenti
e
nelle
leggi
.
Ma
moltissimi
che
scrivono
tramvia
,
dicono
parlando
tranvai
,
e
tranvai
o
tram
si
dice
dalla
grande
maggioranza
in
Toscana
e
altrove
;
e
anche
di
quelli
che
usano
la
parola
ufficiale
,
chi
la
fa
femminile
e
chi
maschile
,
e
chi
pronunzia
tramvia
e
chi
tranvia
,
poichè
il
suono
amv
non
è
della
lingua
italiana
;
e
non
è
ancor
certo
che
a
tramvia
debba
restar
la
vittoria
.
Dunque
?
Io
lascerei
gridare
i
linguisti
,
e
farei
il
comodo
mio
,
come
tutti
fanno
,
senza
il
loro
permesso
,
e
come
s
'
è
sempre
fatto
da
per
tutto
,
da
che
mondo
è
mondo
e
le
lingue
vanno
da
sé
,
come
i
fiumi
.
UN
BELLO
SPIRITO
.
Quello
che
mi
fa
dispetto
,
in
quest
'
affare
delle
parole
nuove
,
di
cui
mi
son
molto
occupato
per
pura
curiosità
,
è
l
'
ipocrisia
dei
pedanti
:
è
che
molti
di
loro
condannano
certe
parole
senza
dire
quali
altre
vi
si
hanno
da
sostituire
,
e
qualche
volta
riconoscendo
che
non
ce
n
'
è
altre
;
o
ne
propongono
tre
o
quattro
,
che
equivale
a
non
proporne
alcuna
,
perché
è
un
sostituire
a
una
questione
un
'
altra
quistione
;
e
che
,
in
ogni
caso
,
combattendo
una
parola
in
uso
e
proponendone
un
'
altra
,
sono
certi
certissimi
di
fare
un
buco
nell
'
acqua
;
ciò
che
vuol
dire
che
seccano
la
gente
sapendo
di
non
ottenere
altro
effetto
che
quello
di
seccare
.
Mi
fa
anche
più
dispetto
il
vedere
che
molte
delle
parole
nuove
ch
'
essi
non
registrano
o
bollano
di
barbarismi
nei
dizionari
e
nelle
dissertazioni
o
dispute
filologiche
,
o
cancellano
con
tanto
di
frego
nei
componimenti
dei
loro
discepoli
,
le
usano
poi
essi
stessi
a
tutto
pasto
,
parlando
,
perché
non
possono
farne
di
meno
,
perché
non
si
farebbero
capire
o
si
farebbero
canzonare
usando
quelle
che
ci
vogliono
sostituire
.
Per
esempio
,
io
giocherei
tutti
e
due
gli
occhi
che
di
tutti
quanti
i
proscrittori
del
barbarismo
consommé
o
consumé
non
ce
n
'
è
uno
che
abbia
mai
detto
,
non
ci
sarà
mai
uno
che
dirà
in
nessun
luogo
,
in
nessun
caso
,
a
nessun
cameriere
o
cuoco
o
albergatore
o
serva
d
'
Italia
:
-
Mi
dia
un
consumato
o
un
brodo
ristretto
.
-
E
l
'
esempio
val
per
cento
.
O
che
razza
di
gioco
a
partita
doppia
è
codesto
?
Se
quelle
parole
le
dicono
,
perché
non
le
scrivono
?
Se
non
osano
di
scriverle
,
perché
le
dicono
?
Sono
bene
costretti
a
scriverne
e
a
lasciarne
scrivere
tante
altre
che
ai
loro
padri
fecero
orrore
.
Ma
la
lingua
s
'
altera
!
Ma
sono
secoli
che
si
va
alterando
;
ma
tutto
s
'
altera
col
tempo
:
i
costumi
,
le
idee
,
la
vita
,
il
mondo
:
non
s
'
ha
da
alterare
la
lingua
?
Ma
la
vanno
alterando
essi
medesimi
,
che
usano
molte
parole
non
usate
dalla
generazione
antecedente
,
che
ne
usano
da
vecchi
molte
altre
,
che
non
usavano
da
giovani
.
Dicevano
essi
da
ragazzi
le
parole
:
patinaggio
,
scatingring
,
fonografo
,
cinematografo
,
sport
,
automobile
,
motocicletta
?
E
bisogna
ben
che
le
dicano
ora
per
forza
.
Io
vorrei
che
con
la
macchina
maravigliosa
del
romanziere
Wells
ci
potessimo
trasportare
tutti
quanti
nel
venticinquesimo
secolo
,
per
veder
che
faccia
farebbero
a
leggere
il
vocabolario
della
Crusca
del
2400
!
E
allora
,
a
che
serve
questo
dire
e
non
scrivere
,
prescriver
con
la
penna
e
accettar
con
la
bocca
,
e
pensar
d
'
arrestare
una
moltitudine
che
corre
agguantando
Tizio
e
Caio
per
il
colletto
?
*
Ma
tu
mi
dirai
che
non
t
'
ho
riferito
che
giudizi
anonimi
.
Ebbene
,
consultiamo
insieme
uno
scrittore
grande
e
purissimo
.
Ecco
quello
che
ti
direbbe
Giacomo
Leopardi
,
condensando
in
un
breve
discorso
quanto
è
scritto
sparsamente
nei
sette
volumi
dei
Pensieri
postumi
.
-
Conservare
la
purità
della
lingua
è
un
sogno
,
un
'
immaginazione
,
un
'
ipotesi
astratta
,
un
'
idea
non
mai
riducibile
ad
atto
,
se
non
solamente
nel
caso
d
'
una
nazione
che
,
sia
riguardo
alla
letteratura
e
alla
dottrina
,
sia
riguardo
alla
vita
,
non
abbia
ricevuto
e
non
riceva
nulla
da
nessuna
nazione
straniera
.
Le
cose
vivendo
sempre
,
e
modificandosi
sempre
continuamente
e
moltiplicandosi
le
conosciute
,
e
non
potendo
una
lingua
esser
mai
perfettamente
fornita
del
necessario
fin
ch
'
ella
non
esprime
perfettamente
e
convenientemente
tutte
le
cose
e
tutte
le
possibili
modificazioni
delle
cose
di
questo
mondo
,
ne
segue
la
necessità
ch
'
ella
s
'
accresca
sempre
di
nuovi
modi
;
i
quali
è
ben
naturale
che
a
noi
italiani
vengano
in
gran
parte
di
fuori
,
perché
la
vita
ci
viene
in
gran
parte
d
'
altronde
.
Molte
di
queste
parole
e
modi
nuovi
sono
comuni
a
tutte
le
lingue
colte
d
'
Europa
,
e
però
sono
europeismi
,
non
barbarismi
,
perché
non
è
barbaro
quello
che
è
proprio
di
tutto
il
mondo
civile
e
proprio
per
ragione
appunto
della
civiltà
,
com
'
è
l
'
uso
di
queste
voci
che
deriva
dalla
stessa
civiltà
e
dalla
stessa
scienza
d
'
Europa
.
E
d
'
altra
parte
l
'
esempio
dei
nostri
classici
(
quasi
tutti
)
che
hanno
arricchito
la
nostra
lingua
con
derivar
vocaboli
e
modi
dal
latino
,
dal
greco
,
dallo
spagnuolo
o
donde
che
sia
,
e
li
hanno
resi
italiani
di
fatto
,
ci
ammonisce
che
la
lingua
italiana
è
capacissima
d
'
appropriarsi
voci
e
maniere
d
'
altre
lingue
.
E
non
solo
può
,
ma
lo
deve
fare
,
perché
quanto
più
la
nostra
lingua
è
diligente
nel
non
voler
perdere
(
cosa
ottima
)
,
tanto
più
per
necessaria
conseguenza
dev
'
essere
industriosa
nel
guadagnare
,
per
non
somigliarsi
al
pazzo
avaro
che
per
amor
del
danaro
non
mette
a
frutto
il
danaro
,
ma
si
contenta
di
non
perderlo
e
di
guardarlo
senza
pericoli
.
Voler
respingere
le
parole
nuove
è
voler
mettere
l
'
Italia
fuori
del
mondo
.
Tutte
sentenze
d
'
oro
,
come
dice
il
Giusti
.
Ma
poichè
potresti
esser
tentato
d
'
abusarne
,
seguendo
l
'
esempio
dei
molti
barbari
che
dalle
lingue
straniere
pigliano
a
prestito
una
parola
ogni
dieci
,
ti
presento
come
antidoto
un
mio
amico
di
gioventù
;
la
cui
immagine
mi
salta
sempre
davanti
quando
nel
parlare
italiano
sto
per
dire
una
parola
o
una
frase
francese
,
non
perché
manchi
alla
mia
lingua
il
modo
corrispondente
,
ma
per
iscansare
la
fatica
di
cercarlo
.
Ho
l
'
onore
di
presentarti
il
visconte
La
Nuance
.
IL
VISCONTE
LA
NUANCE
.
La
famiglia
dei
visconti
La
Nuance
è
antica
e
numerosissima
.
Il
giovine
italiano
,
al
quale
avevamo
posto
quel
soprannome
,
era
nobile
veramente
(
del
che
non
si
boriava
punto
)
;
ma
povero
come
noi
,
figliuolo
d
'
un
esattore
,
e
impiegato
egli
stesso
,
non
ricordo
in
che
amministrazione
dello
Stato
.
Essendo
cresciuto
in
Savoia
,
dove
suo
padre
era
stato
parecchi
anni
,
aveva
imparato
il
francese
prima
e
meglio
dell
'
italiano
,
e
quella
era
rimasta
la
sua
lingua
preferita
,
e
diventata
il
suo
vanto
,
la
sua
gloria
,
il
vero
titolo
di
nobiltà
,
del
quale
egli
andava
superbo
;
affermando
,
naturalmente
,
ch
'
era
la
più
bella
d
'
ogni
lingua
antica
e
moderna
,
superiore
senza
confronto
e
per
ogni
rispetto
alla
nostra
.
Quindi
le
continue
discussioni
e
battaglie
che
seguivano
fra
lui
e
gli
amici
,
e
le
infinite
canzonature
che
gli
piovevano
addosso
;
delle
quali
non
si
risentiva
mai
,
poichè
a
un
'
ostinazione
invincibile
in
quella
sua
idea
,
in
quella
soltanto
,
egli
accoppiava
una
bonarietà
inalterabile
,
che
gli
faceva
tollerare
anche
gli
scherzi
più
mordenti
.
Ci
stizziva
in
particolar
modo
il
suo
continuo
interpolare
nel
discorso
italiano
vocaboli
e
frasi
francesi
,
come
se
la
nostra
fosse
una
mezza
lingua
,
che
non
bastasse
ad
esprimere
perfettamente
nessun
pensiero
;
e
non
men
di
questo
la
ostentazione
ch
'
egli
faceva
di
quell
'
italiano
infranciosato
,
quasi
compiacendosi
di
non
avere
della
lingua
propria
che
un
'
infarinatura
,
quanto
gli
occorreva
appunto
per
i
suoi
ristretti
bisogni
di
impiegato
.
E
usava
nella
più
parte
dei
casi
il
modo
francese
anche
sapendo
il
modo
italiano
,
poichè
in
ogni
parola
o
frase
di
quella
lingua
egli
sentiva
o
diceva
di
sentire
una
sfumatura
di
significato
(
una
nuance
,
diceva
sempre
)
che
nella
nostra
lingua
non
si
poteva
rendere
.
Era
quasi
sempre
un
'
immaginazione
sua
;
ma
non
c
'
era
verso
di
sconficcargliela
dal
capo
.
Citava
un
modo
francese
,
e
diceva
in
aria
di
sfida
:
-
Sentiamo
,
come
direste
in
italiano
?
-
Noi
gli
citavamo
un
modo
nostro
che
,
per
consenso
di
tutti
,
significava
per
l
'
appunto
lo
stesso
.
Ed
egli
no
,
s
'
incapava
a
negare
.
-
Ci
s
'
avvicina
-
rispondeva
-
;
ma
è
un
'
altra
nuance
;
no
,
ce
n
'
est
pas
ça
tout
à
fait
.
-
No
,
far
riscontro
non
voleva
dire
precisamente
faire
pendant
,
averne
un
ramo
non
significava
tal
quale
être
toqué
,
dire
di
uno
roba
da
chiodi
o
ira
di
Dio
non
era
propriamente
lo
stesso
che
pis
que
pendre
.
-
Un
'
altra
nuance
,
un
'
altra
nuance
,
qualche
cosa
di
sopraffino
,
l
'
idea
d
'
un
'
idea
,
un
nonnulla
,
ch
'
egli
non
sapeva
dire
,
ma
che
sentiva
.
E
quando
poi
si
faceva
la
prova
inversa
,
aveva
la
faccia
fresca
di
tradurre
disinvolto
in
dégagé
,
traccheggiarsi
in
se
dandiner
e
vattelapesca
in
que
sais
-
je
!
Noi
gli
coprivamo
la
voce
con
una
urlata
,
ed
egli
rispondeva
urlando
:
-
Traducete
in
italiano
il
Marivaux
,
se
vi
riesce
!
Traducete
il
Labiche
!
-
E
tu
traduci
il
Berni
,
traduci
il
Giusti
,
traduci
il
Parini
!
-
Fiato
sprecato
.
Aveva
anche
il
coraggio
di
sostenere
che
il
francese
è
più
musicale
dell
'
italiano
.
-
Troppe
vocali
,
troppe
vocali
-
diceva
.
-
Si
parla
sempre
con
la
bocca
spalancata
.
Per
esempio
,
il
famoso
verso
di
Dante
,
nel
racconto
di
Francesca
....
-
e
squarciando
le
a
con
una
bocca
da
entrarci
una
rapa
,
declamava
:
-
Aaamor
che
aaa
nullo
aaamato
aaamar
perdonaaa
!
Ma
c
'
è
da
slogarsi
le
mascelle
!
-
E
noi
gli
citavamo
bellissimi
versi
francesi
che
avevano
non
meno
a
che
il
verso
dantesco
;
ma
non
serviva
,
perché
l
'
a
francese
,
per
lui
,
era
un
'
altra
a
,
di
suono
più
discreto
dell
'
italiana
.
Nei
versi
francesi
sentiva
armonie
misteriose
che
al
nostro
grosso
orecchio
sfuggivano
.
-
Per
esempio
,
quel
celebre
verso
del
La
Fontaine
,
che
Victor
Hugo
giudicò
ammirabile
:
Six
forts
chevaux
tiraient
un
coche
;
che
maravigliosa
,
inimitabile
armonia
imitativa
!
-
Di
versi
italiani
,
maravigliosi
per
armonia
imitativa
,
gliene
citavamo
a
decine
.
-
Ma
non
così
fini
-
ribatteva
-
non
così
fini
!
-
Andava
fino
a
dire
che
era
ben
più
dolce
l
'
au
revoir
che
l
'
a
rivederci
,
benchè
nel
saluto
francese
ci
siano
come
nel
nostro
due
erre
;
le
quali
,
per
giunta
,
egli
arrotava
in
tal
modo
,
che
,
a
sentirlo
,
pareva
d
'
esser
salutati
da
una
sega
arrugginita
.
-
Au
rrrevoirrr
!
Ma
non
sentite
che
dolcezza
?
-
E
allora
gli
davamo
del
barbaro
,
dell
'
italiano
rinnegato
,
del
traditore
della
patria
;
al
che
egli
rispondeva
invariabilmente
:
-
Des
bêtises
!
des
bêtises
!
-
guardandoci
con
un
sorriso
compassionevole
,
come
gente
di
una
razza
primitiva
,
parlanti
ancora
una
lingua
rudimentale
.
Di
scrittori
italiani
parlava
il
meno
possibile
,
e
ci
aveva
le
sue
buone
ragioni
.
Quando
gli
chiedevamo
un
giudizio
sopra
un
nostro
grande
scrittore
antico
o
moderno
,
egli
riconosceva
con
parole
vaghe
i
meriti
che
noi
ammiravamo
in
lui
;
ma
soggiungeva
sempre
che
gli
pareva
lourd
,
sans
souplesse
,
sans
finesse
.
La
finezza
era
nel
suo
concetto
la
grande
superiorità
della
lingua
francese
sulla
nostra
,
e
affermava
che
soltanto
in
francese
si
poteva
parlare
con
una
signora
con
delicatezza
aristocratica
,
senza
mai
stonare
,
senza
urtar
mai
le
convenienze
e
il
buon
gusto
.
Gli
domandavamo
se
credeva
davvero
che
il
marchese
Gino
Capponi
e
il
barone
Ricasoli
,
allora
viventi
,
non
sapessero
sostenere
una
conversazione
con
una
patrizia
fiorentina
senz
'
urtare
il
buon
gusto
e
le
convenienze
.
Egli
aveva
l
'
audacia
di
risponderci
che
non
li
aveva
mai
sentiti
.
Lo
investivamo
qualche
volta
fieramente
.
-
Come
puoi
giudicare
della
finezza
della
lingua
italiana
tu
,
ostrogoto
lacerator
d
'
orecchi
,
che
dici
tutto
il
lungo
del
cammino
,
una
ragazza
non
si
può
più
gentile
,
e
giuocare
un
ruolo
,
e
venir
di
desinare
?
-
Perché
erano
di
questo
conio
i
francesismi
che
egli
schiantava
.
E
allora
ribatteva
trionfalmente
;
-
Ah
!
Ah
!
Voi
v
'
importate
!
È
segno
che
non
avete
delle
buone
ragioni
,
che
vi
sentite
battuti
,
battuti
a
piatta
cucitura
,
ridotti
a
....
Come
direste
in
italiano
aux
abois
?
-
O
vile
Gallo
,
agli
estremi
!
-
rispondevamo
noi
.
E
lui
,
col
suo
solito
sorriso
di
commiserazione
:
-
È
un
'
altra
nuance
;
non
c
'
è
il
senso
comico
;
è
un
'
altra
nuance
tutt
'
affatto
.
Non
disperavamo
di
persuaderlo
,
non
di
meno
.
Alle
volte
lo
pigliavamo
con
le
buone
,
ragionando
;
gli
parlavamo
della
grande
ricchezza
della
lingua
italiana
,
di
cui
una
gran
parte
non
è
nei
dizionari
;
della
sua
mirabile
facoltà
di
adattarsi
a
tutti
i
toni
,
agli
stili
più
diversi
,
e
alla
traduzione
d
'
ogni
lingua
,
serbando
il
colore
dell
'
originale
,
senza
snaturare
l
'
indole
propria
;
della
grande
quantità
e
varietà
di
"
tipi
e
di
conii
ch
'
ella
possiede
per
poter
formare
voci
e
modi
d
'
uno
stesso
genere
di
significazione
"
,
delle
innumerevoli
desinenze
frequentative
,
diminutive
e
disprezzative
dei
suoi
verbi
,
e
dell
'
elasticità
e
capacità
e
mutabilità
stupenda
del
suo
periodo
;
e
cercavamo
di
dimostrargli
che
,
nel
più
dei
casi
,
quando
una
parola
francese
non
si
può
tradurre
in
una
italiana
dello
stesso
valore
,
questo
deriva
dal
fatto
che
la
francese
è
usata
in
vari
significati
,
per
ciascuno
dei
quali
noi
abbiamo
una
parola
propria
;
e
via
discorrendo
.
Ma
era
come
dire
al
muro
.
Egli
rispondeva
che
noi
facevamo
della
letteratura
,
ch
'
egli
intendeva
parlare
della
lingua
di
conversazione
,
e
ribatteva
il
suo
chiodo
,
che
soltanto
in
francese
si
poteva
conversare
con
grazia
e
con
spirito
,
e
che
al
confronto
del
francese
l
'
italiano
era
lourd
,
poco
pieghevole
,
privo
di
nuances
,
una
lingua
d
'
accademici
e
di
professori
.
E
noi
in
coro
,
come
sempre
:
-
Bugiardo
rinnegato
!
-
Gallaccio
odioso
!
-
Va
'
fuori
d
'
Italia
!
-
Che
il
diavolo
t
'
importi
!
-
Smettila
,
o
t
'
assommiamo
a
calotte
!
-
E
lui
,
col
suo
eterno
sorriso
:
-
È
inutile
.
Non
mi
farete
demordere
dalla
mia
opinione
.
Ma
quello
che
agli
amici
non
era
mai
riuscito
d
'
ottenere
parve
che
l
'
ottenesse
il
Governo
,
trasferendolo
improvvisamente
da
Torino
,
con
suo
grande
rammarico
,
in
non
so
quale
città
del
Veneto
;
poichè
,
forse
per
lasciarci
una
buona
memoria
di
sé
,
per
tutto
il
tempo
che
rimase
ancora
fra
noi
,
non
solo
non
mise
più
sul
tappeto
e
non
accettò
più
nessuna
discussione
sulle
due
lingue
,
ma
anche
parlò
meno
francescamente
del
solito
,
smettendo
,
se
non
altro
,
d
'
ostentare
certi
francesismi
per
provocazione
.
Credemmo
d
'
aver
operato
noi
il
miracolo
,
e
ce
ne
rallegrammo
.
Il
giorno
della
partenza
lo
accompagnammo
tutti
alla
stazione
.
Era
malinconico
.
Quando
ci
abbracciò
,
prima
di
salire
nel
vagone
,
si
commosse
.
-
Ricordatevi
di
me
-
ci
disse
-
,
scrivetemi
.
E
dimenticate
i
nostri
battibecchi
per
la
lingua
.
-
Ci
strinse
ancora
la
mano
dallo
sportello
,
dicendoci
con
le
lacrime
agli
occhi
:
-
Addio
!
Addio
!
A
rivederci
!
-
E
quel
suo
salutarci
,
contro
il
suo
solito
,
in
italiano
,
ci
parve
il
segno
più
certo
del
ravvedimento
,
e
noi
pure
salutammo
con
affetto
l
'
amico
,
ridiventato
italiano
.
Oppresso
dalla
commozione
,
si
ritirò
in
fondo
al
vagone
prima
del
fischio
della
partenza
.
Ma
appena
il
treno
si
mosse
,
si
rilanciò
al
finestrino
,
e
con
voce
più
commossa
di
prima
,
agitando
il
fazzoletto
,
gridò
con
diciotto
erre
:
-
Au
revoir
!
Au
revoir
!
Au
revoir
!
Era
la
frecciata
del
Parto
.
-
Trrraître
!
-
gli
rispose
uno
degli
amici
.
Ma
forse
egli
non
ci
aveva
tradito
di
proposito
:
soltanto
,
nell
'
impeto
della
commozione
,
gli
era
uscito
irresistibilmente
dal
cuore
il
saluto
che
all
'
orecchio
suo
sonava
più
dolce
.
E
così
,
nonostante
l
'
ultimo
ravvedimento
,
egli
rimase
per
sempre
nella
nostra
memoria
il
visconte
La
Nuance
,
tipo
perfetto
e
amenissimo
dell
'
italiano
con
la
cresta
e
coi
bargigli
.
PER
LA
DIFESA
DELLA
LINGUA
.
Fin
qui
,
giovinetto
mio
,
mi
sono
ingegnato
di
darti
consigli
e
suggerimenti
utili
ad
acquistare
il
possesso
della
lingua
.
Ma
,
in
materia
di
lingua
,
non
basta
acquistare
,
bisogna
difendersi
.
Tu
dovrai
badare
di
continuo
a
preservarti
dal
contagio
della
lingua
corrotta
che
si
parla
,
si
scrive
e
si
stampa
,
non
soltanto
nella
tua
,
ma
in
ogni
regione
del
paese
;
a
respingere
da
te
le
infinite
voci
e
locuzioni
barbare
,
errate
,
strampalate
,
torte
ad
altro
significato
dal
vero
,
che
pullulano
nel
comune
linguaggio
parlato
e
scritto
,
e
che
appunto
per
la
frequenza
con
cui
sono
generalmente
ripetute
,
s
'
attaccano
per
modo
alla
lingua
e
alla
penna
di
tutti
,
da
riuscir
quasi
impossibile
,
anche
a
chi
ci
metta
una
cura
attentissima
,
il
preservarsene
affatto
.
Di
questi
modi
da
fuggire
non
ti
faccio
un
elenco
,
perché
,
anche
a
non
citar
che
mezzi
di
quelli
che
conosco
,
ne
dovrei
empire
decine
di
pagine
,
e
ti
seccheresti
a
leggerli
;
ma
troverai
i
più
comuni
nel
dialogo
seguente
;
il
quale
seguì
davvero
tempo
fa
,
con
poche
differenze
nell
'
ordine
e
nella
materia
,
fra
quattro
amici
;
e
che
,
più
o
meno
variato
,
si
ripete
certamente
spesso
,
in
ogni
parte
d
'
Italia
,
fra
persone
colte
,
che
hanno
a
cuore
la
purità
e
il
decoro
della
lingua
nazionale
.
A
CHI
LE
DICE
PEGGIO
.
DIALOGO
fra
uno
scrittore
,
un
avvocato
,
un
professore
di
chimica
,
fisica
e
matematica
,
e
un
cronista
di
giornale
,
che
stanno
desinando
in
una
stanzetta
di
trattoria
.
LO
SCRITTORE
(
al
Professore
)
.
-
Dov
'
eravamo
rimasti
?
IL
PROFESSORE
.
-
Aspetta
:
lascia
che
m
'
orienti
un
poco
.
SCRITT
.
-
Orièntati
.
E
una
.
PROF
.
-
Ne
sentirai
dell
'
altre
.
Caro
mio
,
noi
non
ci
abbiamo
nessuna
colpa
nel
fatto
che
la
lingua
diventi
sempre
più
scientifica
,
o
per
dir
meglio
,
scienziata
.
Non
siamo
noi
che
divulghiamo
,
portandolo
in
tutti
i
campi
del
pensiero
,
il
nostro
linguaggio
tecnico
,
del
quale
non
possiamo
far
di
meno
.
È
il
gran
pubblico
,
sono
i
giornali
e
la
cattiva
letteratura
che
ce
lo
pigliano
....
SCRITT
.
-
Già
:
è
effetto
del
polarizzarsi
di
tutte
le
idee
verso
la
scienza
.
PROF
.
-
Hai
detto
bene
.
Ma
è
un
fatto
,
te
lo
confesso
,
di
cui
il
nostro
amor
proprio
si
compiace
.
Al
vedere
che
ogni
interruzione
o
lacuna
di
qualunque
cosa
diventa
una
soluzione
di
continuità
,
ogni
scopo
un
obbiettivo
,
ogni
caso
un
fenomeno
....
SCRITT
.
-
E
ogni
mescolanza
un
'
amalgama
.
PROF
.
-
A
sentir
parlare
di
forza
centripeta
e
centrifuga
dell
'
istinto
,
del
dinamismo
dei
partiti
politici
,
di
movimenti
rivoluzionari
sincroni
e
sinfoni
,
e
di
coefficienti
della
vittoria
e
d
'
esponenti
della
debolezza
del
Ministero
,
e
di
Parlamenti
saturi
d
'
elettricità
....
AVVOCATO
.
-
E
di
atmosfera
d
'
odio
....
CRONISTA
.
-
E
di
fenomeni
di
capillarità
psicologici
....
Questa
l
'
ho
letta
io
.
PROF
.
-
Forse
in
una
tua
cronaca
.
Ma
io
n
'
ho
letta
una
assai
meglio
.
-
Di
queste
consuetudini
e
sentimenti
si
forma
nella
gioventù
un
precipitato
di
scetticismo
.
-
Sei
battuto
.
Lasciami
finire
.
A
sentire
quante
quistioni
particolari
sono
una
faccia
del
prisma
d
'
una
quistione
generale
;
quanti
ordini
d
'
idee
sono
stratificazioni
o
substrati
d
'
altri
ordini
d
'
idee
,
e
quanti
uomini
e
cose
,
quantità
negative
;
ma
più
che
altro
al
vedere
quanti
concetti
non
si
sanno
più
esprimere
senza
ricorrere
agli
strumenti
e
agli
apparecchi
dei
nostri
Gabinetti
,
come
sarebbe
il
barometro
del
malcontento
popolare
....
SCRITT
.
-
Il
termometro
dell
'
opinione
pubblica
.
CRON
.
-
Il
diapason
della
moralità
nazionale
.
AVV
.
-
E
il
propulsore
degli
entusiasmi
cittadini
?
PROF
.
-
Benissimo
;
e
la
valvola
di
sicurezza
delle
passioni
....
Al
sentir
tutto
questo
,
dico
,
io
gonfio
di
giubilo
e
d
'
alterezza
....
SCRITT
.
-
Fino
all
'
ennesima
potenza
.
PROF
.
-
Lo
volevo
dire
;
perché
penso
che
,
andando
innanzi
per
questa
strada
,
verrà
tempo
che
quanti
vorranno
imparar
l
'
italiano
dovranno
venire
a
scuola
da
noi
,
a
studiar
fisica
,
chimica
,
matematica
,
mineralogia
,
geologia
....
;
i
Vocabolari
dell
'
uso
saranno
i
nostri
trattati
.
SCRITT
.
-
E
allora
tutto
si
dovrà
studiare
,
fuorchè
la
letteratura
.
E
non
solo
le
scienze
esatte
,
ma
anche
le
scienze
giuridiche
.
Per
esempio
:
la
circostanza
attenuante
,
la
cerziorazione
,
la
requisitoria
,
il
verdetto
,
usciti
dalle
aule
dei
tribunali
,
sono
oramai
entrati
da
per
tutto
.
E
quante
cose
si
comminano
,
oltre
le
pene
stabilite
dalla
legge
!
E
si
testimonia
affetto
,
rispetto
e
riverenza
.
E
non
sono
più
i
soliti
testimoni
che
depongono
;
sono
anche
i
fatti
.
-
Una
data
circostanza
depone
in
favore
d
'
una
tal
persona
....
-
Io
mi
figuro
la
Circostanza
che
giura
sul
Vangelo
di
dir
tutta
la
verità
....
AVV
.
-
E
una
Ragione
che
cammina
a
suon
di
tamburo
,
col
facile
sulla
spalla
,
te
la
figuri
?
È
la
solita
Ragione
che
milita
in
favore
di
qualcuno
o
di
qualcosa
.
E
poi
che
siamo
nel
campo
militare
,
a
me
piace
infinitamente
la
base
d
'
operazione
.
Un
innamorato
,
per
esempio
,
che
va
a
stare
in
una
villa
vicina
a
quella
della
sua
amata
,
e
ne
fa
la
sua
base
d
'
operazione
!
L
'
ho
letta
in
un
romanzo
.
Mi
piace
anche
mossa
strategica
riferito
a
un
atto
qualunque
di
piccola
furberia
.
E
una
parola
che
ha
una
data
portata
,
come
un
pezzo
d
'
artiglieria
....
SCRITT
.
-
Io
preferisco
il
linguaggio
finanziario
,
che
va
prendendo
sempre
più
voga
.
Ha
certe
espressioni
così
nobili
!
Fare
il
bilancio
,
per
esempio
,
delle
buone
qualità
e
dei
difetti
di
un
amico
;
dire
d
'
un
uomo
politico
,
venuto
in
auge
,
o
scapitato
d
'
autorità
,
che
le
sue
azioni
si
sono
alzate
o
ribassate
,
o
,
accennando
ai
suoi
meriti
e
ai
suoi
demeriti
verso
il
paese
,
che
ha
al
suo
attivo
certe
cose
e
al
suo
passivo
certe
altre
....
Mi
par
di
vederlo
diviso
in
due
colonne
,
come
il
registro
d
'
un
negoziante
.
AVV
.
-
E
dove
lasciate
i
verbi
,
che
sono
i
più
bei
fiori
?
Suicidarsi
,
terrorizzare
,
ostacolare
,
impossibilitare
,
prevenzionare
,
massacrare
,
acutizzare
....
Si
va
acutizzando
il
dissidio
in
seno
alla
Commissione
del
Bilancio
,
signori
!
SCRITT
.
-
O
signori
,
e
suggestionare
?
AVV
.
-
Bravo
,
hai
detto
il
gran
verbo
,
il
verbo
factotum
,
che
si
presta
a
tutti
i
servizi
.
Ora
si
è
suggestionati
da
una
donna
,
dalla
fame
,
da
un
libro
,
da
un
luogo
,
dalle
circostanze
,
da
tutto
.
Ho
letto
in
un
giornale
che
un
certo
fanale
di
luce
elettrica
,
davanti
a
un
teatro
,
faceva
una
réclame
suggestionante
.
PROF
.
-
Suggestionante
,
impressionante
,
emozionante
,
raccapricciante
,
son
tutta
roba
del
vostro
magazzino
,
signori
giornalisti
.
CRON
.
-
Non
mia
.
SCRITT
.
-
Tu
ce
n
'
hai
dell
'
altra
.
Chi
scrisse
l
'
altro
giorno
nel
tuo
giornale
:
-
L
'
uomo
di
Stato
che
è
stato
intervistato
-
?
Sei
stato
tu
,
sei
stato
?
Io
son
restato
.
AVV
.
-
Non
facciamo
quistioni
personali
.
Per
me
,
del
resto
,
nel
linguaggio
delle
cronache
trovo
bellezze
ammirabili
.
Per
esempio
:
il
borsaiolo
o
l
'
accoltellatore
che
,
dopo
fatto
il
colpo
,
s
'
ecclissa
,
come
un
astro
,
mi
pare
un
traslato
dantesco
.
PROF
.
-
È
uno
dei
tanti
verbi
a
cui
si
fa
fare
un
ufficio
indegno
della
nobiltà
della
nascita
,
come
rivelare
,
trasfigurare
....
SCRITT
.
-
Già
:
si
dice
che
un
certo
puzzo
rivela
che
il
pesce
è
guasto
,
che
una
faccia
tinta
di
carbone
è
trasfigurata
.
E
sono
anche
dei
credenti
nella
Rivelazione
e
nella
Trasfigurazione
che
lo
dicono
!
Questo
non
è
un
errore
di
lingua
,
è
un
sacrilegio
.
E
così
tutti
creano
,
tutto
si
crea
....
PROF
.
-
Un
altro
verbo
che
fa
cento
mestieri
,
come
organizzare
,
funzionare
,
sistemare
.
Si
organizza
uno
Stato
,
un
ballo
,
una
dimostrazione
,
una
colazione
alla
romana
.
E
tutto
funziona
o
non
funziona
:
un
arcivescovo
,
una
serratura
,
un
'
amministrazione
,
una
vite
,
una
legge
,
un
cavatappi
,
un
governo
,
la
molla
d
'
un
gibus
.
E
c
'
è
chi
parla
di
sistemarsi
in
un
nuovo
quartiere
....
AVV
.
-
E
perché
no
?
(
accennando
con
un
'
occhiata
il
Cronista
)
.
S
'
è
inteso
dire
poco
fa
:
-
Io
ho
il
sistema
di
prendere
il
tè
col
latte
la
mattina
,
come
se
una
colazione
fosse
una
dottrina
filosofica
....
CRON
.
-
Sta
'
zitto
,
tu
,
che
dicesti
un
giorno
in
tribunale
che
il
tuo
avversario
deragliava
.
AVV
.
-
Deragliai
.
Ma
deragli
tu
pure
dalla
buona
lingua
quando
scrivi
che
s
'
è
verificato
un
incendio
.
Che
bisogno
c
'
è
di
verificare
che
una
casa
è
in
fiamme
?
E
quando
dici
o
dite
che
il
Ministero
ha
conglobato
in
uno
due
progetti
di
legge
!
Oh
giusto
!
Scrive
oggi
il
tuo
direttore
che
"
la
conversione
del
Ministero
a
sinistra
s
'
accentua
"
.
Doveva
anche
dirci
su
quale
atto
o
dichiarazione
del
Governo
cade
l
'
accento
,
e
se
è
acuto
o
grave
.
Ma
già
ora
s
'
accentua
anche
una
tempesta
in
mare
e
la
peste
nelle
Indie
.
SCRITT
.
-
Ma
questa
diventa
una
discussione
a
base
di
personalità
.
Vi
richiamo
all
'
ordine
.
PROF
.
-
Anche
l
'
a
base
è
diventato
moneta
corrente
.
Un
discorso
a
base
d
'
insinuazioni
,
una
letteratura
a
base
di
pornografia
.
Ho
letto
in
un
giornale
:
una
rissa
fra
due
erbivendole
a
base
di
zoccolate
.
SCRITT
.
-
È
un
modo
di
moda
fra
gli
eleganti
,
come
darsi
il
lusso
di
fare
una
cosa
,
posare
a
liberale
o
ad
altro
,
aver
esito
negativo
,
fare
una
cosa
su
vasta
scala
,
essere
all
'
ordine
del
giorno
.
Gabriele
d
'
Annunzio
,
per
esempio
,
è
all
'
ordine
del
giorno
...
CRON
.
-
Come
un
progetto
di
legge
....
SCRITT
.
-
Associarsi
al
dolore
....
CRON
.
-
Come
a
un
giornale
....
SCRITT
.
-
L
'
opinione
pubblica
che
si
commove
,
si
sdegna
,
inorridisce
.
AVV
.
-
Come
un
'
attrice
.
SCRITT
.
-
Un
ministro
,
uno
scienziato
che
è
un
valore
.
PROF
.
-
Come
una
cedola
del
debito
pubblico
.
SCRITT
.
-
Il
morale
che
s
'
abbatte
e
si
rialza
.
AVV
.
e
CRON
.
(
a
una
voce
)
.
-
Come
un
misirizzi
.
SCRITT
.
-
L
'
avete
detto
contemporaneamente
.
Notate
anche
quest
'
avverbio
,
che
abbraccia
la
durata
della
vita
d
'
un
uomo
,
e
s
'
usa
per
dire
che
due
persone
si
voltano
indietro
nello
stesso
punto
.
Ma
dimenticavo
le
due
più
ammirabili
.
S
'
annunzia
che
s
'
è
fatta
non
so
dove
una
strage
di
poveri
israeliti
:
la
notizia
merita
conferma
.
Assassini
!
E
una
regione
che
è
teatro
d
'
un
'
inondazione
!
Bella
rappresentazione
!
CRON
.
-
Qualche
volta
la
notizia
è
meno
esatta
.
PROF
.
-
Già
:
un
bel
modo
delicato
di
dire
che
è
una
pastocchia
.
Così
,
per
consolare
i
poveri
disperati
,
si
chiamano
cortesemente
i
meno
abbienti
.
AVV
.
-
Ma
queste
son
miserie
!
Volete
ch
'
io
vi
dica
la
più
preziosa
di
tutte
?
La
lessi
l
'
altro
giorno
.
Si
riferisce
a
un
fatto
doloroso
.
Ma
si
riesce
a
far
ridere
di
tutto
.
Un
suicidio
al
sublimato
corrosivo
.
PROF
.
-
Impossibile
.
È
di
tuo
conio
.
AVV
.
-
Ti
porterò
il
giornale
.
PROF
.
-
Nati
di
cani
!
Come
si
dice
il
risotto
al
pomodoro
!
SCRITT
.
-
E
se
passassimo
ai
sostantivi
?
Riguardo
a
questi
,
quello
che
c
'
è
di
più
curioso
per
me
è
l
'
uso
che
prevale
di
adoperarli
a
sproposito
,
e
che
deriva
da
una
tendenza
generale
,
morbosa
,
a
esagerare
ogni
cosa
.
Nove
volte
su
dieci
,
anche
in
discorsi
e
in
proclami
ufficiali
,
si
dice
orgoglio
,
che
è
un
vizio
,
per
dire
alterezza
,
che
è
un
sentimento
nobile
,
e
orgoglioso
invece
d
'
altero
.
Le
parole
alterezza
e
altero
pare
che
vadano
cadendo
in
disuso
.
Così
non
più
dignità
,
ma
fierezza
.
E
si
dice
l
'
incarico
di
scopare
come
l
'
incarico
di
rispondere
al
discorso
della
Corona
;
aver
la
missione
di
far
l
'
operazione
del
catasto
in
una
provincia
,
come
la
missione
di
convertire
un
popolo
al
Cristianesimo
;
l
'
apostolato
della
cultura
delle
barbabietole
;
il
còmpito
,
che
era
un
lavoro
d
'
ago
o
di
maglia
,
o
un
lavoro
assegnato
agli
scolaretti
....
AVV
.
-
Il
còmpito
d
'
unificare
la
Germania
....
fu
il
lavoro
di
scuola
del
Bismark
.
SCRITT
.
-
Far
l
'
apoteosi
del
formaggio
di
Gorgonzola
....
PROF
.
-
È
il
parossismo
dell
'
iperbole
.
Dove
lasci
gl
'
ismi
?
Fra
cinquant
'
anni
ci
saranno
nella
lingua
tanti
ismi
che
si
farà
rima
ogni
dieci
parole
.
Andiamo
,
io
lancio
il
primo
:
il
nervosismo
delle
nuove
generazioni
....
.
AVV
.
-
Il
rigorismo
del
Fisco
...
CRON
.
-
Il
confusionismo
dei
partiti
....
SCRITT
.
-
Il
parallelismo
delle
situazioni
.
Ma
parossismo
è
l
'
ismo
prediletto
.
Si
serve
in
tutte
le
salse
.
C
'
è
persino
chi
ama
i
maccheroni
fino
al
parossismo
.
E
anche
coi
sostantivi
in
à
non
si
scherza
.
Se
ne
fa
un
tale
scialacquo
,
che
a
sentir
certi
discorsi
,
par
che
l
'
oratore
picchi
delle
martellate
in
un
muro
....
AVV
.
-
Garibaldi
è
una
grande
individualità
.
SCRITT
.
-
Il
Tolstoi
una
celebrità
,
una
sommità
....
CRON
.
-
Il
dottor
Carle
una
specialità
.
PROF
.
-
E
ha
molte
notabilità
l
'
Università
della
nostra
città
.
AVV
.
-
Che
è
posta
in
una
bella
località
.
PROF
.
-
In
una
delle
principali
arterie
di
Torino
,
poichè
ora
si
chiamano
arterie
le
strade
grandi
,
e
non
so
perché
non
si
chiamino
vene
le
strade
minori
....
SCRITT
.
-
Oh
bravo
!
Poichè
hai
portato
la
nota
anatomica
,
ricordiamo
il
linguaggio
medico
.
Ce
n
'
è
una
che
vale
per
cento
:
l
'
idiosincrasia
.
Le
declamazioni
d
'
una
liberale
e
civile
idiosincrasia
.
C
'
è
chi
ne
va
matto
.
Ma
anche
il
portar
la
nota
è
una
perla
.
Ora
si
porta
la
nota
amena
in
un
banchetto
,
la
nota
patriottica
in
un
'
assemblea
,
la
nota
trista
in
una
conversazione
.
Di
uno
che
ammazzò
il
rivale
in
un
ballo
disse
ieri
l
'
altro
un
giornale
:
che
vi
portò
la
nota
tragica
.
La
grazia
di
quella
nota
!
E
a
proposito
:
tragedia
,
un
'
altra
parola
che
ha
fortuna
.
Non
ci
son
più
delitti
volgari
:
son
tutte
tragedie
e
drammi
.
(
Al
Cronista
)
:
Ma
questa
è
una
vostra
industria
letteraria
per
far
comprare
il
giornale
.
CRON
.
-
Manco
a
dirlo
.
SCRITT
.
-
L
'
hai
detta
finalmente
!
Mi
maravigliavo
che
non
ti
fosse
ancora
scappata
.
O
dove
l
'
avete
scovato
codesto
manco
a
dirlo
odiosissimo
che
inciampiamo
a
ogni
passo
?
CRON
.
-
O
come
vuoi
ch
'
io
lo
sappia
?
Chi
è
imbevuto
di
letteratura
classica
,
non
può
dire
da
che
classico
abbia
preso
questo
o
quel
modo
.
Da
Dante
,
forse
.
SCRITT
.
-
Avete
preso
da
Dante
anche
la
piattaforma
elettorale
?
PROF
.
-
In
questo
hai
torto
.
Piattaforma
è
una
parola
che
mi
piace
:
larga
,
solida
,
maestosa
.
Come
superfetazione
,
che
mi
piace
anche
di
più
,
per
la
sua
gentilezza
.
Quando
sento
dire
che
un
tal
progetto
di
legge
non
è
che
una
superfetazione
d
'
un
altro
,
presentato
da
un
altro
Ministero
,
vado
in
solluchero
.
Mi
par
così
poetica
l
'
immagine
di
quei
due
feti
!
SCRITT
.
-
Ciascuno
ha
i
suoi
gusti
.
Io
ho
il
gusto
degli
aggettivi
nuovi
,
semplici
e
partecipati
,
dei
quali
faccio
uno
studio
particolare
.
Ce
n
'
è
di
deliziosi
,
come
ora
si
dice
.
Per
esempio
:
sensazionale
;
schiacciante
,
riferito
a
un
argomento
;
toccante
:
un
oratore
toccante
:
mi
par
di
vederlo
suonar
la
chitarra
.
E
scollacciato
,
d
'
un
romanzo
!
L
'
immagine
di
quel
sostantivo
mascolino
col
seno
troppo
scoperto
,
m
'
affascina
.
E
così
macabro
è
uno
dei
miei
amori
.
Si
scopre
il
cadavere
d
'
una
povera
bimba
strozzata
:
-
scoperta
macabra
.
-
Com
'
è
a
proposito
l
'
immagine
d
'
una
danza
,
che
desta
quell
'
aggettivo
!
E
calza
bene
anche
l
'
aggettivo
drammatico
che
accoppia
all
'
idea
d
'
un
assassinio
quella
d
'
un
'
opera
d
'
immaginazione
dilettevole
!
E
imponente
detto
ad
un
modo
d
'
una
signora
d
'
alta
statura
e
d
'
un
grande
incendio
!
E
l
'
innocenza
completa
,
come
un
tranvai
!
E
la
commedia
movimentata
!
E
il
partito
politico
compatto
,
come
il
legno
del
sorbo
!
Elettori
,
andate
alle
urne
compatti
!
AVV
.
-
Camminerebbero
un
po
'
impacciati
.
SCRITT
.
-
Dovresti
dire
marcerebbero
.
Marciano
anche
gli
avvenimenti
.
Più
curiosa
è
la
voga
che
hanno
preso
cert
'
altri
aggettivi
in
un
nuovo
significato
,
come
grandioso
,
che
è
dei
più
abusati
.
In
questi
giorni
,
per
esempio
,
in
un
manifesto
d
'
un
'
associazione
è
chiamato
grandioso
l
'
avvenimento
dell
'
andata
del
re
d
'
Italia
a
Parigi
,
e
hanno
creduto
di
dire
,
non
qualche
cosa
di
meno
,
ma
di
più
che
grande
;
perché
grande
,
oramai
,
è
un
aggettivo
scaduto
.
Ora
non
basta
più
dire
che
un
attore
è
grande
in
una
data
parte
:
si
dice
che
è
immenso
.
Anche
famoso
si
dice
a
tutto
pasto
.
Una
buona
salsa
?
Famosa
.
Un
potente
schiaffo
?
Famoso
.
Una
sbornia
maiuscola
?
Famosa
.
Questo
vino
,
per
esempio
,
è
bonino
;
ma
non
così
famoso
come
a
voi
pare
.
PROF
.
-
E
superbo
?
E
magnifico
?
E
splendido
?
AVV
.
-
Un
magnifico
paio
di
scarpe
....
CRON
.
-
Che
calzano
magnificamente
.
SCRITT
.
-
Anzi
,
divinamente
!
Ma
splendido
è
l
'
aggettivo
re
del
tempo
che
corre
.
Splendido
un
par
di
calzoni
,
un
viale
,
un
artista
,
un
programma
politico
,
un
risotto
.
È
diventato
un
aggettivo
irresistibile
.
Sapete
che
il
Guerrini
,
per
combatterne
l
'
abuso
,
tenne
una
volta
una
conferenza
satirica
a
un
uditorio
d
'
amici
?
Tutti
ne
furono
persuasi
;
ma
quando
egli
ebbe
finito
,
e
domandò
un
giudizio
sul
suo
discorso
,
risposero
tutti
a
una
voce
:
-
Splendido
!
-
Non
c
'
è
forza
che
valga
più
a
sradicarlo
.
Come
fanatico
.
Che
c
'
entra
la
superstizione
religiosa
?
Ora
si
è
fanatici
di
tutto
quello
che
piace
:
d
'
una
grande
idea
umanitaria
come
d
'
un
bel
servizio
da
tavola
,
della
Divina
Commedia
come
delle
triglie
alla
livornese
.
AVV
.
-
Ben
detto
,
ben
definito
,
come
dice
Azzeccagarbugli
.
PROF
.
-
Stupendamente
bene
!
CRON
.
-
Hai
il
nostro
plauso
.
SCRITT
.
-
Non
mi
basta
.
Voglio
un
'
ovazione
.
Oggi
si
fa
a
tutti
e
per
ogni
cosa
.
Ma
non
ho
finito
.
Il
discorso
che
ho
fatto
sugli
aggettivi
non
è
esauriente
.
Quello
che
è
più
strano
nell
'
uso
invadente
,
a
mio
parere
,
è
l
'
accompagnamento
degli
aggettivi
coi
sostantivi
,
nel
quale
non
si
riconosce
più
alcuna
legge
né
di
convenienza
né
di
logica
,
mettendo
fra
gli
uni
e
gli
altri
dei
legami
forzati
,
repugnanti
al
buon
gusto
e
al
buon
senso
.
Basterà
che
vi
citi
un
esempio
per
suggerirvene
altri
cento
.
Possiamo
fare
una
gara
.
CRON
.
-
Si
dice
record
.
SCRITT
.
-
Fu
un
lapsus
,
perdonami
.
Un
pregiudizio
riguardo
a
una
quistione
d
'
ordinamento
delle
strade
ferrate
si
chiama
pregiudizio
ferroviario
.
Non
lo
vedete
correre
sulle
rotaie
?
AVV
.
-
Lo
vedo
.
Animo
.
La
gara
è
aperta
.
I
disinganni
dei
proprietari
nel
raccolto
dell
'
uva
:
-
delusioni
vinicole
.
PROF
.
-
Ansietà
agrarie
.
CRON
.
-
Ravvedimenti
costituzionali
.
AVV
.
-
Un
monumento
operaio
!
Quello
eretto
dagli
operai
cattolici
a
Leone
XIII
.
Questa
è
delle
meglio
,
mi
pare
.
SCRITT
.
-
Fermi
là
!
Vinco
la
gara
io
.
Vi
porterò
il
documento
in
prova
.
Il
titolo
d
'
un
articolo
sui
miliardai
americani
che
vanno
in
automobile
.
Indovinate
!
Cedo
il
premio
a
chi
indovina
.
CRON
.
-
Tempo
perso
.
Favella
.
SCRITT
.
-
Motorismo
miliardario
!
AVV
.
-
Splendido
.
PROF
.
-
Grandioso
.
CRON
.
-
Famoso
.
L
'
ho
scritto
io
!
SCRITT
.
-
Allora
il
premio
è
tuo
.
Tu
sei
immenso
.
La
gara
è
chiusa
.
AVV
.
-
Se
ne
può
aprire
un
'
altra
.
SCRITT
.
-
Immediatamente
.
Quella
delle
locuzioni
frequentissime
,
delle
quali
dovrebbe
bastar
la
ragione
,
il
semplice
buon
senso
a
far
avvertire
l
'
erroneità
e
il
ridicolo
,
perché
contengono
una
contraddizione
di
termini
manifesta
,
o
di
idee
,
che
non
possono
stare
insieme
.
Il
tipo
di
queste
locuzioni
è
la
famosa
sentenza
del
Prudhomme
:
-
Il
carro
dello
Stato
naviga
sopra
un
vulcano
.
-
Come
si
fa
a
dire
che
una
data
Amministrazione
o
un
Istituto
è
una
baracca
che
cammina
male
?
Che
il
tal
ministro
ha
esorbitato
dalla
linea
retta
?
Un
'
orbita
rettilinea
!
E
suscitare
un
'
impressione
,
che
è
come
dire
:
sollevare
una
cosa
in
giù
?
Ed
è
scoppiato
un
attrito
?
Avanti
,
signori
!
AVV
.
-
Vediamo
.
Abbracciare
una
carriera
.
SCRITT
.
-
È
un
bell
'
amplesso
!
PROF
.
-
Farsi
una
posizione
.
AVV
.
-
È
un
bel
fare
.
Ve
ne
dico
una
della
nostra
fabbrica
.
Gli
elementi
che
vanno
in
esilio
.
"
Da
questo
scritto
,
considerato
a
mente
serena
,
esulano
gli
elementi
della
minaccia
e
dell
'ingiuria."
SCRITT
.
-
Buona
;
ma
non
di
prim
'
ordine
.
È
meglio
,
e
si
sente
ogni
momento
:
-
M
'
è
accaduto
un
aneddoto
.
PROF
.
-
Come
chi
dicesse
:
m
'
è
accaduto
un
racconto
.
Ma
val
di
più
questa
:
-
Una
voce
amica
che
addita
la
via
del
dovere
.
-
Una
voce
con
le
dita
.
Trovami
l
'
uguale
.
AVV
.
-
Non
è
possibile
che
si
possa
trovare
,
lo
riconosco
.
SCRITT
.
-
Bella
anche
questa
,
e
comunissima
;
ma
non
è
premiabile
.
Ci
avrei
un
esempio
del
verbo
trattare
,
in
vece
del
semplice
essere
,
arcifrequente
.
L
'
ho
letto
in
una
cronaca
di
giornale
(
al
cronista
)
non
tua
.
A
un
tale
par
di
vedere
un
uomo
travolto
dalle
acque
d
'
un
fiume
;
si
butta
giù
per
salvarlo
;
ma
riconoscendo
che
si
trattava
d
'
un
cane
....
CRON
.
-
Ti
darei
quasi
la
palma
.
PROF
.
-
La
palma
è
mia
.
Ve
ne
do
una
freschissima
.
-
Con
quest
'
atto
il
Governo
ha
ribadito
la
corrente
della
sfiducia
pubblica
....
AVV
.
e
SCRITT
.
-
La
gara
è
chiusa
!
SCRITT
.
-
Sì
!
Ribadire
una
corrente
è
senza
dubbio
la
più
maravigliosa
di
tutte
.
CRON
.
-
Un
momento
.
Ammettetene
ancor
una
al
concorso
.
Son
sicuro
di
vincere
.
Attenti
bene
.
Il
teatro
era
completamente
vuoto
!
GLI
ALTRI
TRE
INSIEME
,
con
una
risata
:
-
Tombola
!
SCRITT
.
-
Facciamo
un
brindisi
al
vincitore
!
CRON
.
-
Voi
mi
emozionate
.
Fate
troppo
onore
a
una
quantità
trascurabile
come
son
io
.
(
Allo
scrittore
)
:
Ma
,
barbaro
,
non
si
dice
:
facciamo
un
brindisi
;
si
dice
brindiamo
.
E
poi
...
GLI
ALTRI
TRE
.
-
E
poi
?
CRON
.
-
Perché
bere
alla
mia
salute
?
È
superfluo
.
Io
sto
magnificamente
.
Beviamo
invece
alla
salute
della
lingua
italiana
,
che
,
poveretta
,
per
colpa
un
po
'
di
tutti
,
sta
male
assai
.
GLI
ALTRI
TRE
.
-
Evviva
!
CRON
.
-
Non
si
grida
più
evviva
.
Si
grida
:
-
Hoch
!
-
È
più
di
moda
,
e
poi
....
non
è
italiano
.
TUTTI
INSIEME
,
alzando
i
bicchieri
:
-
Hoch
!
Hoch
!
Hoch
!
UN
CAMERIERE
(
tra
sé
,
passando
nel
corridoio
:
)
-
Che
siano
artisti
del
Circo
equestre
?
CONTRO
I
LUOGHI
COMUNI
(
APPENDICE
AL
DIALOGO
)
.
Caro
amico
,
Ieri
sera
,
dopo
il
nostro
desinare
cruscaio
,
mi
parlasti
d
'
un
libro
che
stai
ponzando
intorno
allo
studio
della
lingua
.
Non
ne
ricordo
gran
che
,
perdonami
,
perché
avevo
un
po
'
di
Chianti
nel
capo
;
ma
ti
suggerisco
una
buona
idea
,
che
mi
venne
in
mente
dopo
averti
dato
la
buona
notte
:
a
me
le
idee
migliori
vengono
quasi
sempre
in
ritardo
di
qualche
minuto
;
ciò
che
è
una
gran
disgrazia
per
un
avvocato
.
Dovresti
scrivere
un
capitolo
feroce
,
come
direbbe
l
'
Alfieri
,
contro
i
luoghi
comuni
.
Che
vuoi
?
In
materia
di
lingua
io
sono
un
mezzo
barbaro
:
parlo
male
,
non
scrivo
meglio
di
come
parlo
,
e
quanto
a
materiale
linguistico
appartengo
alla
classe
dei
meno
abbienti
,
come
si
diceva
ieri
sera
.
Ma
odio
i
luoghi
comuni
.
Di
questo
stupirai
.
Ma
non
dovresti
stupire
.
C
'
è
dei
poveri
diavoli
che
hanno
per
istinto
gusti
e
tendenze
di
gran
signori
.
Tu
hai
capito
ch
'
io
intendo
parlare
di
quel
gran
numero
di
vocaboli
e
traslati
triti
e
di
frasi
fatte
,
che
ricorrono
continuamente
nei
giornali
,
nelle
conversazioni
,
nei
discorsi
parlamentari
,
necrologici
,
inaugurali
e
convivali
,
e
anche
nelle
lettere
private
dei
nostri
concittadini
.
Ebbene
,
queste
parole
e
frasi
mi
son
venute
in
ira
a
tal
punto
che
ogni
volta
che
me
ne
cade
una
sotto
gli
occhi
o
m
'
arriva
all
'
orecchio
,
mi
dà
il
senso
come
d
'
una
botta
nel
gomito
o
d
'
un
urtone
nel
petto
.
È
irragionevole
;
ma
preferisco
a
un
luogo
comune
uno
sproposito
,
e
quasi
quasi
un
'
impertinenza
.
Dipende
dai
nervi
,
mio
caro
.
Sì
,
tutte
queste
maniere
viete
che
tutti
usano
,
anche
nel
linguaggio
famigliare
(
per
iscansare
altre
maniere
più
semplici
,
le
quali
paion
volgari
perché
son
semplici
)
,
come
tributare
elogi
,
rendere
omaggio
,
prodigar
carezze
,
largire
favori
,
esser
largo
di
cure
,
dar
lustro
al
paese
e
a
sé
stesso
,
dare
ospitalità
a
un
articolo
,
render
sentite
azioni
di
grazie
(
questa
mi
fa
fremere
)
,
poggiare
a
un
'
altezza
(
ci
s
'
aggiunge
spesso
,
per
vezzo
,
non
comune
)
;
e
tutte
quell
'
altre
perifrasi
muffite
,
come
l
'
elemento
divoratore
,
per
il
fuoco
,
e
la
malattia
che
non
perdona
,
per
la
tisi
,
e
il
lenocinio
della
forma
,
e
le
veneri
dello
stile
,
e
l
'
aureola
della
pubblica
stima
,
e
la
carità
del
loco
natìo
,
e
le
nubi
che
offuscano
ogni
specie
d
'
orizzonti
metaforici
,
e
i
guiderdoni
e
gli
usberghi
e
i
Palladii
e
i
fior
fiore
della
cittadinanza
,
son
diventati
l
'
afflizione
della
mia
vita
.
Ma
come
mai
chi
le
rimastica
non
ci
sente
il
rancidume
che
ammorba
la
bocca
e
vince
lo
stomaco
?
È
una
smania
universale
di
fuggir
la
parola
ovvia
come
un
malanno
.
Vedi
se
c
'
è
uno
su
cento
dei
necrologisti
quotidiani
che
si
contenti
di
dire
che
un
galantuomo
è
morto
!
Ha
esalato
l
'
ultimo
respiro
,
ha
reso
l
'
anima
,
è
uscito
di
vita
,
è
mancato
ai
vivi
,
ha
cessato
di
vivere
,
ha
chiuso
gli
occhi
,
si
è
estinto
,
si
è
spento
;
ma
non
è
morto
.
La
stessa
parola
morte
,
così
solenne
,
e
che
al
nostro
cuore
par
che
suoni
sempre
per
la
prima
volta
,
è
giudicata
ignobile
:
si
dice
dipartita
,
decesso
,
la
fine
.
Confessato
e
comunicato
è
troppo
comune
:
si
dice
munito
dei
conforti
religiosi
.
Bella
quella
munizione
di
conforti
!
E
quando
si
metterà
a
riposo
quella
decrepita
Parca
col
suo
putrefatto
inesorabile
?
E
quando
si
finirà
di
profondere
la
larga
eredità
d
'
affetti
?
Ah
,
chi
l
'
ha
detta
per
il
primo
si
può
ben
vantare
di
non
aver
seminato
nella
sabbia
!
E
quell
'
insopportabile
intelletto
d
'
amore
,
di
cui
si
fa
toppe
da
scarpe
,
tanto
da
scrivere
che
è
fatto
con
intelletto
d
'
amore
anche
un
quadro
statistico
dell
'
esportazione
dei
formaggi
?
E
quella
inevitabile
traccia
onorata
di
sé
,
che
si
lascia
dietro
ogni
scalzacane
?
E
quella
misteriosa
eloquenza
di
cui
Tizio
soltanto
possiede
il
segreto
,
come
d
'
uno
specifico
farmaceutico
?
E
quella
maledetta
ostinazione
a
non
voler
mai
dire
che
una
riunione
fu
allegra
,
cordiale
,
triste
,
per
mettere
invece
lo
scettro
in
mano
all
'
allegria
,
alla
cordialità
,
alla
tristezza
,
e
farla
regnare
?
E
quell
'
eterna
banda
musicale
che
rallegra
tutti
i
banchetti
coi
lieti
concenti
?
E
quel
sempiterno
brillare
per
la
loro
assenza
delle
Autorità
e
degl
'
invitati
che
mancano
?
Il
contagio
di
queste
affettazioni
obbligatorie
,
e
dei
vezzi
latini
in
ispecie
,
è
penetrato
fin
dove
la
luce
del
gas
non
è
giunta
ancora
.
Vedi
nelle
corrispondenze
mandate
ai
giornali
fin
dai
più
piccoli
villaggi
.
I
matrimoni
,
i
funerali
,
le
rappresentazioni
teatrali
,
le
deliberazioni
del
municipio
(
espressioni
troppo
comuni
)
sono
annunziate
come
nuptialia
,
funeralia
,
theatralia
,
municipalia
:
che
spocchia
!
Dire
:
nel
consiglio
comunale
?
Miserie
!
In
seno
al
consiglio
.
Il
più
vecchio
dei
Consiglieri
,
o
di
qualunque
adunanza
,
è
sempre
il
Nestore
:
il
paese
è
pieno
di
Nestori
.
E
quando
si
seppellisce
un
cristiano
,
gli
si
augura
leggiera
la
terra
:
una
leggerezza
diventata
più
pesante
del
monolito
di
Pianezza
.
E
a
proposito
di
villaggi
,
non
immagini
la
stizza
che
mi
fa
quel
popolo
Ebreo
esulante
dall
'
Egitto
,
tirato
sempre
in
ballo
nell
'
autunno
per
dire
che
i
villeggianti
se
ne
vanno
:
l
'
esodo
dei
villeggianti
!
Non
c
'
è
che
un
'
altra
eleganza
che
mi
dia
ai
nervi
a
egual
punto
,
ed
è
il
senza
por
tempo
in
mezzo
o
in
men
che
non
si
dica
,
o
con
la
rapidità
del
fulmine
,
che
intoppo
a
ogni
passo
.
Ma
che
Dio
vi
benedica
con
una
pertica
,
se
volete
dire
che
un
tale
ha
fatto
una
cosa
in
un
lampo
,
imitatelo
,
ditela
alla
più
lesta
possibile
,
per
rendere
la
rapidità
dell
'
azione
,
con
una
sola
parola
,
e
non
con
una
filastrocca
.
Ma
no
,
c
'
è
un
altro
luogo
comune
che
detesto
più
di
quanti
n
'
ho
citati
,
ed
è
la
moglie
di
Cesare
che
non
dev
'
essere
sospettata
.
Chi
ci
libererà
una
volta
da
questa
signora
,
Dei
superiori
!
E
siamo
anche
a
questa
,
in
fine
:
che
non
si
possa
più
dire
nei
giornali
,
né
in
Parlamento
,
né
dove
diamine
tu
voglia
,
che
c
'
è
del
marcio
in
una
banca
,
in
un
ministero
,
in
una
classe
sociale
,
o
anche
in
una
cesta
di
cavoli
,
senza
tirarvi
per
i
capelli
Amleto
e
la
Danimarca
?
Io
c
'
inverdisco
,
parola
d
'
onore
.
Flagella
dunque
gagliardamente
i
luoghi
comuni
.
Per
me
sono
uno
dei
primi
segni
che
servono
a
distinguere
gli
scrittori
veri
dagli
scrittori
di
dozzina
.
Io
che
,
non
per
finezza
d
'
educazione
letteraria
,
ma
per
istinto
,
ne
sento
il
puzzo
un
miglio
lontano
,
non
ne
trovai
uno
solo
nel
Manzoni
,
nel
Leopardi
,
nel
Carducci
,
in
nessuno
dei
grandi
maestri
.
Mostrali
ai
ragazzi
studiosi
per
quello
che
sono
:
germi
d
'
infezione
;
perché
,
non
badandovi
,
essi
s
'
avvezzano
a
usarli
,
e
se
ne
fanno
una
provvista
,
e
questa
,
ingrossando
a
poco
a
poco
,
finisce
con
soffocare
in
loro
il
sentimento
della
semplicità
,
e
anche
,
se
l
'
hanno
,
la
dote
rara
dell
'
originalità
della
forma
.
Flagella
senza
misericordia
.
Ti
parrò
troppo
inviperito
.
Ma
è
perché
,
pure
abbominando
il
luogo
comune
,
di
tanto
in
tanto
,
alla
sbarra
,
me
ne
lascio
scappare
qualcuno
;
non
serve
ch
'
io
stia
in
guardia
;
è
come
un
influsso
dell
'
aria
,
al
quale
è
forza
ch
'
io
soggiaccia
.
Ah
,
vedi
che
ci
son
cascato
!
È
forza
ch
'
io
soggiaccia
!
Disgraziato
!
Me
ne
vergogno
,
mi
schiaffeggio
,
e
ti
saluto
.
IL
TUO
AVVOCATO
.
"
GLI
ARDIRI
"
.
Confessioni
d
'
uno
scrittore
pusillanime
a
uno
senza
paura
.
Il
dialogo
segue
in
casa
del
primo
,
di
nome
Leone
,
che
sta
seduto
allo
scrittoio
,
coperto
di
fogli
.
L
'
altro
,
Rompicollo
di
pseudonimo
,
gli
siede
di
faccia
.
Età
dei
due
personaggi
:
vicini
al
pendìo
dove
l
'
età
precipita
.
LEONE
(
che
ha
finito
di
leggere
un
manoscritto
)
.
-
Che
te
ne
pare
?
Sii
sincero
.
ROMPICOLLO
.
-
Sincerissimo
.
La
narrazione
è
ordinata
,
lucida
,
scritta
bene
come
tutto
quello
che
tu
scrivi
.
Ma
c
'
è
il
difetto
che
è
in
tutti
i
tuoi
scritti
.
Ci
manca
una
bella
qualità
,
una
sola
.
L
.
-
Tira
il
colpo
.
R
.
-
Mettiti
in
guardia
.
Si
può
riferire
a
te
il
giudizio
che
diede
un
editore
illustre
sul
modo
di
scrivere
d
'
un
romanziere
che
tu
conosci
:
-
Scrive
da
maestro
;
ma
....
non
c
'
è
caso
di
vedergli
una
volta
la
cravatta
per
traverso
.
L
.
-
Spiègati
meglio
.
R
.
-
Per
spiegarmi
meglio
,
bisogna
che
te
la
faccia
un
po
'
lunga
.
L
.
-
Purchè
tu
la
faccia
di
corsa
.
R
.
-
Mi
rifaccio
a
ottant
'
anni
addietro
,
quando
già
un
grande
maestro
osservava
che
negli
scrittori
del
suo
tempo
la
lingua
italiana
s
'
andava
geometrizzando
,
riducendo
al
linguaggio
magro
e
asciutto
della
ragione
e
delle
scienze
che
si
chiamano
esatte
,
con
grave
pericolo
di
cadere
nella
timidità
,
povertà
,
impotenza
,
regolarità
eccessiva
,
ch
'
egli
rimproverava
alla
lingua
francese
dell
'
età
sua
.
Egli
voleva
dire
che
s
'
andava
perdendo
l
'
uso
di
quella
libertà
,
di
quei
tanti
idiotismi
e
irregolarità
felicissime
,
di
quelle
tante
licenze
,
o
ardiri
,
per
servirmi
d
'
una
sua
parola
,
nei
quali
consistevano
principalmente
"
la
facilità
,
la
varietà
,
la
volubilità
,
la
pieghevolezza
,
la
forza
insomma
e
la
bellezza
,
il
genio
e
il
gusto
della
lingua
italiana
.
"
Gli
ardiri
,
capisci
!
Li
definisce
bene
anche
il
Padre
Cesari
dove
dice
che
i
nostri
antichi
scrittori
non
procedevano
sempre
a
passi
di
stretto
costrutto
grammaticale
,
che
alcune
cose
,
scrivendo
,
lasciavano
da
mettercele
i
leggitori
,
che
prendevano
spesso
un
giro
o
legamento
che
usciva
dal
comune
,
che
s
'
allargavano
fuori
della
via
trita
,
tenendo
l
'
occhio
più
alla
sentenza
che
alla
costruzione
delle
parole
.
C
'
erano
insomma
nella
loro
lingua
(
tanto
lontana
per
questo
dal
cader
nell
'
arido
e
nel
matematico
)
scorci
,
ellissi
,
annodature
e
snodature
,
travolgimenti
di
costrutto
,
ogni
specie
d
'
idiotismi
efficaci
e
di
belle
licenze
,
che
le
davano
una
naturalezza
e
un
vigore
ammirabile
;
c
'
era
una
franchezza
,
un
far
da
padroni
,
un
coraggio
....
L
.
-
Che
io
non
ho
.
R
.
-
Hai
voluto
la
sincerità
.
La
maggior
parte
di
quelle
licenze
o
ardiri
,
consacrati
dall
'
uso
dei
classici
,
d
'
errori
che
erano
a
rigor
di
grammatica
,
son
diventati
bellezze
.
Vezzi
e
grazie
,
dice
il
Cesari
.
Ma
sono
anche
concisione
e
forza
.
Ebbene
,
tu
non
te
ne
servi
mai
.
Ma
non
tu
solo
:
pochissimi
se
ne
servono
,
e
con
parsimonia
paurosa
,
anche
fra
gli
scrittori
toscani
.
Scriviamo
tutti
col
compasso
e
con
le
seste
.
E
scrivendo
così
,
disconosciamo
,
offendiamo
la
natura
della
nostra
lingua
.
Tu
m
'
intendi
.
Le
lingue
,
ha
detto
un
grande
scrittore
francese
,
sono
somiglianti
ad
antiche
foreste
,
dove
le
parole
e
le
frasi
vennero
su
come
vollero
o
come
poterono
.
Ce
n
'
è
di
bizzarre
e
anche
di
mostruose
;
ma
formano
tutt
'
insieme
,
riunite
nel
discorso
,
armonie
bellissime
;
ed
è
da
barbari
e
da
insensati
il
potarle
come
i
tigli
dei
passeggi
pubblici
.
La
lingua
,
aggiunge
lo
stesso
scrittore
,
esce
da
un
fondo
popolare
:
è
piena
d
'
ignoranze
,
d
'
errori
,
di
capricci
,
e
le
sue
più
grandi
bellezze
sono
ingenue
....
Perché
mi
fai
quel
risolino
ironico
?
L
.
(
buttando
il
manoscritto
con
dispetto
)
.
-
Perché
t
'
affanni
a
sfondare
una
porta
aperta
,
figliuol
mio
.
(
Balzando
in
piedi
)
.
Ah
,
tu
non
sai
che
tasto
ingrato
mi
tocchi
!
Ma
io
sono
più
persuaso
di
te
della
verità
di
quanto
mi
dici
.
Ma
io
sento
e
riconosco
meglio
di
te
quello
che
mi
manca
,
e
questo
appunto
è
il
tormento
della
mia
vita
.
Ma
delle
belle
licenze
,
dei
solecismi
efficaci
,
degli
ardimenti
felici
,
che
tu
mi
decanti
,
io
ho
fatto
nei
nostri
scrittori
uno
studio
amoroso
e
paziente
come
nessuno
l
'
ha
fatto
mai
,
e
te
lo
posso
far
toccare
con
mano
...
R
.
-
E
allora
...
perché
non
ti
si
vede
mai
la
cravatta
per
traverso
?
L
.
(
lasciandosi
ricader
sulla
seggiola
e
con
accento
sconsolato
)
.
-
Perché
sono
un
vigliacco
.
R
.
(
ridendo
)
.
-
Eh
via
,
amico
;
non
ti
calunniare
.
L
.
(
con
un
movimento
impetuoso
apre
un
cassetto
,
e
ne
tira
fuori
e
sbatte
sul
tavolino
un
grosso
scartafaccio
)
.
-
Vedi
se
ti
dico
la
verità
.
Qui
ci
sono
esempi
cavati
da
scrittori
di
tutti
i
secoli
,
dai
trecentisti
ai
contemporanei
,
dal
Villani
al
Machiavelli
,
dal
Machiavelli
al
Bartoli
,
dal
Bartoli
a
Gino
Capponi
...
Guarda
,
sfoglia
;
questa
è
la
prova
della
mia
vigliaccheria
.
R
.
-
Ma
è
una
raccolta
preziosa
.
Io
non
ho
mai
pensato
a
farla
.
Te
l
'
invidio
.
Tu
me
la
devi
far
leggere
.
L
.
-
E
vedi
se
l
'
ho
fatta
con
amore
.
Ho
diviso
e
ordinato
gli
esempi
:
esempi
dell
'
uso
di
certe
preposizioni
,
di
certi
pronomi
,
di
certi
avverbi
,
di
certi
costrutti
.
Ah
,
tu
credevi
ch
'
io
fossi
compassato
e
geometrico
per
non
sapere
come
si
violano
bellamente
le
buone
regole
!
Ma
io
sento
la
bellezza
delle
licenze
classiche
quant
'
altri
mai
al
mondo
,
e
n
'
ho
a
mia
disposizione
un
magazzino
.
Solo
ch
'
esse
ci
stanno
come
le
monete
d
'
oro
nella
cassa
forte
d
'
un
avaro
fradicio
.
Io
non
le
spendo
per
vigliaccheria
.
Vedi
qui
,
soltanto
intorno
all
'
uso
del
che
,
quante
n
'
ho
ammucchiate
...
R
.
-
Leggi
,
te
ne
prego
.
Sono
curiosissimo
.
L
.
-
Quel
che
,
che
è
la
mia
tortura
e
la
mia
vergogna
!
Ti
voglio
svelare
tutta
la
mia
dappocaggine
.
Vedi
qui
il
Villani
:
-
Una
cosa
ebbero
i
rettori
di
quello
(
del
popolo
di
Firenze
)
,
CHE
furono
molto
leali
e
diritti
a
comune
.
-
Vuoi
credere
ch
'
io
non
sarei
da
tanto
d
'
usare
il
che
in
quella
maniera
,
che
mi
parrebbe
temerario
?
Che
ne
dici
?
E
quest
'
altro
esempio
del
Sacchetti
:
-
E
pone
questa
sua
pultiglia
a
mensa
,
CHE
non
è
porco
in
terra
di
Roma
che
n
'
avesse
mangiato
.
-
E
neanche
quest
'
altro
che
io
m
'
arrischierei
ad
usare
.
-
Udite
le
mie
parole
,
e
non
le
abbiate
a
schifo
per
la
nostra
etade
,
CHE
siamo
giovani
.
-
E
anche
questo
che
,
che
sta
lì
a
maraviglia
,
mo
lo
rimangerei
.
-
E
uscì
di
Parigi
,
e
cavalcò
tante
giornate
ch
'
egli
giunse
a
Narbona
,
CHE
sono
cento
venti
leghe
.
-
E
io
,
cane
,
scriverei
:
-
che
è
distante
da
Parigi
cento
venti
leghe
.
-
E
campò
da
quel
morbo
,
CHE
non
ne
campò
uno
sul
centinaio
.
-
E
vorrei
che
fosse
qualche
uccello
nuovo
,
CHE
non
se
ne
trovano
molti
per
l
'
altre
genti
,
come
sono
fanelli
e
calderelle
.
-
Come
scriverei
io
,
per
non
usar
quei
due
che
,
non
ho
la
faccia
di
dirtelo
.
Questo
del
Machiavelli
:
-
Perché
dai
Tarquini
ai
Gracchi
,
CHE
furono
più
di
trecent
'
anni
.
-
Io
avrei
scritto
un
orrore
:
-
fra
i
quali
e
i
primi
corsero
più
di
trecent
'
anni
-
,
o
forse
peggio
.
-
Mi
pasco
di
quel
cibo
che
solum
è
mio
,
e
CHE
io
nacqui
per
lui
.
-
Un
anacoluto
bellissimo
,
non
è
vero
?
E
io
non
lo
scriverei
neppure
sotto
il
bastone
.
E
vado
innanzi
,
senza
citar
gli
autori
:
-
Diedegli
un
colpo
in
su
l
'
elmo
,
CHE
tutto
il
grifone
d
'
ariento
andò
per
terra
.
-
Io
ci
avrei
premesso
un
tale
o
un
così
forte
,
per
salvar
l
'
onore
.
-
Un
teatro
CHE
non
ci
toccava
d
'
entrarvi
che
cinque
o
sei
volte
in
tutto
il
carnevale
...
-
Cosa
CHE
me
ne
dispiace
anche
adesso
.
-
Per
bisogno
di
danari
arrandellò
quella
villa
,
CHE
avrebbe
potuto
pigliarci
il
doppio
.
-
Epopea
e
storia
sono
due
termini
CHE
l
'
uno
ammazza
l
'
altro
.
-
Il
magnanimo
fa
le
grandi
cose
con
l
'
agevolezza
CHE
il
comune
degli
uomini
fa
le
cose
comuni
...
Io
,
vile
,
avrei
usato
in
quest
'
ultimo
caso
un
vile
con
la
quale
,
e
commesso
altre
piccole
viltà
compagne
nei
casi
precedenti
...
R
.
-
O
perché
mai
,
se
di
quei
modi
senti
l
'
efficacia
,
e
sai
che
sono
legittimati
dagli
scrittori
?
L
.
-
Te
lo
dirò
poi
.
Senti
sull
'
uso
dell
'
avverbio
dove
,
che
è
un
'
altra
mia
afflizione
,
perché
lo
saprei
usar
bene
,
e
vi
sostituisco
ogni
specie
di
locuzioni
odiose
.
-
Con
questi
m
'
ingaglioffo
...
-
Hai
già
ricosciuto
messer
Niccolò
,
non
è
vero
?
-
Con
questi
m
'
ingaglioffo
per
tutto
il
dì
,
giuocando
a
cricca
,
a
trictrac
,
DOVE
nascono
mille
contese
.
-
In
questo
caso
è
DOVE
si
riconosce
la
virtù
dell
'
edificatore
.
-
In
queste
cose
bisogna
esser
cauto
,
ma
DOVE
ne
va
'
l
capo
,
cautissimo
.
-
Vollero
farli
malgrado
loro
santi
,
DOVE
non
era
poco
che
fossero
cristiani
.
-
Accanto
a
DOVE
ora
è
San
Francesco
di
Paola
.
-
Si
fecero
molte
ricerche
a
Meda
,
DI
DOV
'
era
la
conversa
.
-
Io
sarei
capace
di
scrivere
:
-
che
era
il
paese
nativo
della
conversa
.
-
Non
uno
dei
dove
citati
avrei
l
'
animo
d
'
usare
in
quella
maniera
.
Che
te
ne
pare
?
Andiamo
innanzi
.
Ti
secco
?
R
.
-
Ma
no
;
sèguita
,
che
mi
ci
godo
.
L
.
-
Sull
'
uso
della
preposizione
da
.
Vedrai
se
io
so
a
quante
belle
locuzioni
abbreviative
e
svelte
si
può
far
servire
.
-
Fin
DA
abatonzolo
(
da
quando
era
abatonzolo
)
il
fatto
suo
era
uno
spasso
.
-
Quello
non
è
luogo
DA
andarvi
di
notte
.
-
La
passione
il
fe
'
dare
in
falli
DA
non
inciamparvi
altro
che
un
cieco
.
-
Gli
dia
un
tema
tale
che
i
due
vocaboli
cadano
DA
dover
adoperare
.
-
Le
son
cose
queste
DA
farle
e
DA
lodarle
le
donne
della
santa
nazione
;
ma
noi
...
-
Il
penultimo
esempio
è
del
Tommaseo
,
l
'
ultimo
del
Carducci
.
Io
farei
il
viso
rosso
,
vedi
,
se
dovessi
dirti
il
giro
ignobile
di
parole
che
avrei
fatto
per
esprimere
l
'
uno
e
l
'
altro
pensiero
!
R
.
-
Ma
perche
,
in
nome
di
Dio
?
L
.
-
E
riguardo
all
'
uso
del
se
,
senti
che
ellissi
efficaci
,
che
scorci
d
'
espressione
io
rifiuto
per
codardìa
.
-
Brancolando
con
le
mani
,
SE
a
cosa
nessuna
si
potesse
appigliare
.
-
Il
desiderio
che
questi
signori
Medici
mi
cominciassero
adoperare
,
SE
(
quand
'
anche
)
dovessero
cominciare
a
farmi
voltolare
un
sasso
.
-
Erano
saliti
sui
tetti
,
SE
di
là
potessero
veder
la
cassa
,
il
corteggio
,
qualche
cosa
.
-
Sei
persuaso
che
non
mi
mancherebbe
l
'
arte
,
se
non
mi
mancasse
il
fegato
?
R
.
-
Ma
dunque
!
L
.
-
Ma
aspetta
.
Io
ti
voglio
ben
persuadere
che
so
,
e
che
soltanto
per
poltroneria
,
non
per
ignoranza
,
scrivo
come
un
tanghero
.
Mi
voglio
schiaffeggiar
con
le
mie
mani
quanto
merito
.
Passo
all
'
uso
dell
'
infinito
.
Ecco
del
Sacchetti
:
-
Il
lupo
entrava
domesticamente
nelle
case
,
senza
far
male
a
persona
,
e
senza
ESSERNE
fatto
a
lui
.
-
O
nobile
duca
,
dov
'
è
la
tua
saviezza
A
SEDERE
dove
tu
non
dèi
per
dignità
di
re
?
-
Tu
devi
essere
un
ladroncello
A
ENTRARE
per
le
case
altrui
.
-
E
se
alcuno
dicesse
(
è
Niccolò
da
capo
)
-
:
i
modi
erano
straordinari
,
e
quasi
efferati
:
VEDERE
il
popolo
insieme
gridare
contro
il
Senato
,
il
Senato
contro
il
popolo
,
CORRERE
tumultuosamente
per
le
strade
,
PARTIRSI
tutta
la
plebe
da
Roma
ecc
.
,
dico
come
ogni
città
...
-
Com
'
è
detto
bene
!
E
io
non
direi
così
per
un
biglietto
da
mille
.
-
Venendo
alla
seconda
inginocchiazione
,
la
fatica
della
prima
aggiungendosi
alla
seconda
,
e
VOLERE
far
presto
e
non
POTERE
,
(
bellissimo
!
)
lo
costrinse
a
far
sì
,
che
la
parte
di
sotto
si
fe
'
sentire
.
-
Ed
ecco
il
saluto
che
meriterebbero
da
chi
legge
gli
scrittori
poltroni
del
mio
stampo
.
R
.
-
Ma
le
ragioni
della
poltroneria
!
L
.
-
E
quelle
proposizioni
incidenti
,
interpolate
fra
gli
elementi
d
'
un
'
altra
,
quasi
indipendenti
,
e
per
così
dir
sospese
nel
periodo
,
che
imitano
così
bene
il
linguaggio
parlato
,
e
dànno
al
discorso
un
andamento
così
disinvolto
e
spigliato
,
un
così
bel
colore
di
naturalezza
....
R
.
-
Giusto
;
qui
t
'
aspettavo
:
sono
la
mia
predilezione
.
Vediamo
se
n
'
hai
qualcuna
della
mia
raccolta
.
L
.
-
Ce
n
'
ho
un
cassone
.
-
Per
mia
fè
,
che
CHI
MI
DONASSE
L
'
ORO
DEL
MONDO
,
non
t
'
offenderei
.
-
Come
pienamente
si
legge
per
Lucano
poeta
,
CHI
LE
STORIE
VORRÀ
CERCARE
.
-
Il
Chiodo
è
un
chirurgo
che
,
CHI
LO
PAGA
BENE
,
tien
segreti
gli
ammalati
.
-
E
se
tira
vento
,
t
'
acceca
,
poichè
non
può
stare
se
non
intinge
ogni
momento
le
cinque
dita
in
una
gran
tabacchiera
,
E
SU
SU
,
E
QUEL
CHE
NON
C
'
ENTRA
SEMINA
,
movendo
i
polpastrelli
aggruppati
.
R
.
-
È
detto
con
un
garbo
ammirabile
.
E
tu
non
useresti
nemmeno
codeste
forme
di
sintassi
,
che
tutti
usano
?
L
.
-
No
,
ch
'
io
sia
dannato
!
Nemmen
queste
.
E
tutti
quegli
altri
modi
semplici
e
ingenui
,
tolti
dal
linguaggio
famigliare
,
di
legare
un
pensiero
ad
un
altro
,
e
d
'
accozzar
l
'
uno
all
'
altro
senza
legame
,
che
sono
una
bellezza
!
Per
esempio
:
-
Il
quale
manifesta
agli
uomini
certe
cose
che
non
sanno
,
ED
EGLI
LE
SA
.
-
Questi
piani
,
che
sono
in
mezzo
di
queste
montagne
,
sono
spazzati
e
puliti
come
la
palma
della
mano
,
E
TUTTO
QUESTO
FA
IL
VENTO
.
-
Venendo
San
Francesco
a
Santa
Maria
degli
Angeli
con
frate
Leone
a
tempo
di
verno
,
E
IL
FREDDO
GRANDISSIMO
FORTEMENTE
IL
CRUCCIAVA
....
E
il
grande
verso
di
Dante
:
Vedi
che
non
rincresce
a
me
,
E
ARDO
.
Sostituiamo
all
'
e
un
che
,
come
avrei
fatto
io
,
vigliacco
,
e
facciamo
un
verso
mediocre
e
floscio
d
'
un
verso
che
fa
fremere
:
non
è
vero
?
Ah
,
tu
credevi
ch
'
io
scrivessi
come
scrivo
per
ignoranza
!
Per
esempio
,
ci
ho
un
tesoro
di
modi
ellittici
preziosi
,
che
tengo
a
muffire
.
-
Ora
perché
si
sappia
come
morì
,
UDII
DIRE
a
mio
padre
che
gli
venne
voglia
d
'
andare
alla
stufa
....
-
Com
'
è
garbata
l
'
omissione
del
dirò
che
,
ch
'
io
mi
sarei
ben
guardato
dall
'
omettere
!
-
E
avendo
dato
a
questo
suo
figliuolo
certe
carte
,
E
CHE
ANDASSE
INNANZI
CON
ESSE
,
e
aspettasselo
da
lato
della
badìa
di
Firenze
....
-
Disse
:
i
nemici
esser
oltre
numero
molti
:
quaranta
che
essi
erano
,
non
far
corpo
da
sostener
contro
a
tanti
,
E
I
PAESANI
DA
NON
FIDARSENE
IN
TALE
ESTREMO
.
-
Per
dir
questo
io
avrei
fabbricato
un
periodaccio
doppio
.
-
Confortate
la
donna
E
ELLA
VOI
.
-
Io
c
'
avrei
rificcato
un
conforti
.
Io
rispetto
bassamente
tutte
le
concordanze
,
io
bacio
la
terra
purchè
sia
sempre
in
perfetta
corrispondenza
il
soggetto
col
verbo
,
e
rovini
il
mondo
!
Vedi
,
per
me
è
una
bellezza
la
frase
:
-
In
questo
,
I
SIGNORI
CHI
ANDAVA
IN
QUA
E
IN
LÀ
,
E
CHI
'
NSÙ
E
CHI
'
NGIÙ
,
e
il
restante
,
chi
si
nascose
in
un
luogo
,
chi
in
un
altro
;
-
e
quest
'
altra
:
-
dubbiosi
,
mutoli
,
attratti
,
ciechi
ed
OGNI
ALTRA
INFERMITÀ
VENNERO
dal
re
-
;
ma
(
scrollando
il
capo
,
con
un
sorriso
ironico
)
mi
farei
levar
la
pelle
prima
di
metter
sulla
carta
quelle
bellezze
.
So
bene
che
"
una
parte
della
Grammatica
è
costituita
dalla
somma
degl
'
idiotismi
d
'
una
lingua
,
diventati
un
fatto
"
,
so
che
"
la
scienza
della
lingua
consiste
nel
sapere
e
l
'
arte
dello
scrivere
nell
'
adoperare
quelle
variazioni
idiomatiche
"
che
sono
innumerevoli
,
e
tutte
opportunamente
usabili
,
anche
quelle
di
cui
non
c
'
è
esempio
negli
scrittori
;
so
tutto
questo
....
e
scrivo
come
scrivo
!
R
:
-
Ma
me
lo
dici
una
volta
di
che
,
di
chi
,
per
che
ragione
hai
paura
!
L
.
(
scoppiando
)
.
-
Ho
paura
dell
'
ignoranza
del
maggior
numero
,
ho
paura
della
pedanteria
degli
asini
,
ho
paura
di
Giuseppe
Prudhomme
!
Ecco
di
che
ho
paura
.
R
.
-
Di
Giuseppe
Prudhomme
?
Ah
,
capisco
finalmente
!
L
.
-
Sì
.
Tu
conosci
il
Prudhomme
,
quel
personaggio
maraviglioso
in
cui
Enrico
Monnier
ha
rappresentato
la
scioccheria
,
l
'
ignoranza
saccente
,
la
meschinità
e
la
pecoraggine
intellettuale
,
inconsapevole
e
presuntuosa
di
una
grande
famiglia
d
'
esseri
,
non
soltanto
della
sua
Francia
,
ma
d
'
ogni
paese
del
mondo
.
Ebbene
,
io
,
nello
scrivere
,
ho
paura
del
Prudhomme
italiano
,
e
della
signora
Prudhomme
,
e
dei
suoi
figliuoli
e
delle
sue
figliuole
,
e
di
tutti
i
suoi
congiunti
ed
amici
,
e
di
tutti
coloro
che
poco
o
molto
rassomigliano
a
lui
.
Quando
sto
per
mettere
sul
foglio
uno
di
quei
tanti
modi
che
abbiamo
visti
,
e
degli
altri
moltissimi
,
che
ho
notati
,
mi
si
leva
davanti
tutta
quella
gente
,
li
vedo
col
mio
libro
o
col
mio
articolo
fra
le
mani
,
e
li
sento
esclamare
:
-
Oh
che
ciuco
!
Ma
che
italiano
è
questo
?
Ma
costui
non
sa
la
grammatica
!
-
perché
tutte
quelle
licenze
e
arditezze
che
per
te
e
per
me
sono
bellezza
e
forza
della
lingua
,
per
il
Prudhomme
e
per
i
suoi
simili
sono
offese
alla
grammatica
,
alla
logica
,
al
senso
comune
;
poichè
Prudhomme
,
liberale
in
politica
,
è
in
letteratura
un
tiranno
superbo
e
stupido
,
che
sputa
sull
'
idiotismo
,
e
calpesta
ogni
libertà
di
parola
.
È
il
suo
fantasma
che
mi
fa
geometrizzare
la
lingua
:
io
faccio
l
'
asino
per
paura
degli
asini
.
Sono
di
coloro
,
di
cui
dice
il
Carducci
che
,
per
scrivere
,
si
mettono
i
guanti
,
per
parer
gentiluomini
ai
borghesucci
.
Se
non
che
egli
parla
di
chi
ha
le
mani
grosse
e
nocchiute
,
piene
di
porri
,
di
verruche
e
di
schianze
,
che
i
guanti
non
bastano
a
mascherare
.
Ed
io
no
:
io
avrei
una
mano
ben
fatta
,
leggera
,
una
mano
da
signore
;
e
sono
i
guanti
che
me
la
sformano
:
i
grossi
guanti
grammaticali
,
tutti
sgonfi
e
grinze
e
frinzelli
.
E
dire
che
m
'
inguanto
per
il
Prudhomme
!
Che
abbominio
!
R
.
-
Eh
via
,
tu
esageri
.
Il
Prudhomme
è
una
testa
piccola
;
ma
non
un
cretino
addirittura
.
Mi
pare
che
tu
lo
calunni
per
iscusarti
.
L
.
-
E
tu
lo
difendi
per
farmi
coraggio
,
capisco
.
Ma
fors
'
anche
non
lo
conosci
quanto
me
.
Io
non
lo
conosco
soltanto
per
i
giudizi
suoi
che
mondo
ripete
;
ma
anche
per
esperimento
diretto
che
feci
di
lui
in
varie
occasioni
.
Ecco
qua
un
foglio
col
quale
lo
misi
alla
prova
.
Son
tutti
periodi
,
frasi
di
scrittori
magistrali
,
che
sottoposi
al
suo
giudizio
,
dandoglieli
per
roba
di
sconosciuti
;
di
quei
costrutti
,
frequentissimi
negli
scrittori
classici
,
dei
quali
noi
ammiriamo
la
naturalezza
e
l
'
efficacia
.
-
E
tutte
quelle
cose
delle
quali
non
è
ragione
naturale
perché
così
debba
essere
o
intervenire
,
non
si
debbono
osservare
né
credere
.
-
Ma
che
pasticcio
è
questo
?
-
domandò
il
Prudhomrne
.
-
Costui
non
deve
aver
fatto
le
elementari
!
-
Questo
Castruccio
,
guerreggiando
,
e
dando
assai
che
fare
ai
Francesi
,
fra
le
altre
nobili
cose
che
fece
fu
questa
.
-
Oh
che
bella
sintassi
!
-
esclamò
il
Prudhomme
.
-
Rilegga
un
po
'
,
tanto
per
ridere
.
-
Perché
il
Prudhomme
,
lo
devi
sapere
,
va
in
estasi
davanti
alle
inversioni
latine
più
forzate
e
contorte
,
che
gli
paiono
eleganze
aristocratiche
;
ma
a
quelle
naturali
e
necessarie
alla
lingua
viva
,
che
sono
,
come
dice
un
filologo
,
una
parte
di
stile
diventato
lingua
,
arriccia
il
naso
come
a
volgarità
di
scrittori
incolti
.
E
senti
quest
'
altre
,
che
sono
anche
più
amene
.
-
Io
so
che
la
cagione
che
tanta
moltitudine
è
qui
,
è
solo
per
udire
quello
che
più
volte
v
'
ho
detto
.
-
A
questa
il
Prudhomme
fece
una
risata
.
-
Non
c
'
è
materia
da
farne
proverbio
,
i
quali
generalmente
si
fondano
sulla
ragione
e
sull
'
esperienza
.
-
Proverbio
,
i
quali
-
disse
-
;
e
chi
è
questo
pazzo
?
-
Era
scritto
che
egli
portato
su
dai
tumulti
di
Livorno
,
un
tumulto
di
Livornesi
dovesse
farlo
precipitare
.
-
Commento
:
-
Che
egli
....
lo
dovesse
....
Una
grammatica
da
serve
.
-
I
dodici
capitani
del
Cairo
è
come
se
tu
dicessi
i
dodici
capitani
di
guerra
.
-
I
dodici
capitani
è
....
E
chi
è
quest
'
asino
?
-
È
Daniello
Bartoli
,
-
risposi
.
R
.
-
Codesta
è
incredibile
.
L
.
-
Ma
vera
.
Te
ne
cito
ancor
una
,
che
sarà
l
'
ultima
.
Lessi
a
un
Prudhomme
questa
frase
del
Carducci
:
-
Leggendo
sì
fatte
cose
,
chi
conosce
discretamente
la
letteratura
nazionale
,
la
prima
cosa
che
pensi
è
....
-
Ma
questa
-
mi
disse
-
è
una
costruzione
da
scolaretto
di
terza
elementare
.
-
Capisci
:
secondo
lui
,
il
periodo
doveva
esser
rovesciato
!
R
.
(
ridendo
)
.
-
Andiamo
,
te
lo
confesso
ora
:
avevi
ragione
:
non
ho
difeso
il
Prudhomme
che
per
farti
coraggio
.
L
.
-
A
un
vigliaccone
par
mio
?
Ma
è
fatica
sprecata
,
caro
amico
.
E
lascia
ch
'
io
finisca
la
mia
confessione
perché
voglio
che
tu
mi
disprezzi
nella
misura
che
mi
spetta
.
Tu
non
puoi
immaginare
fino
a
che
segno
io
arrivi
.
Nel
racconto
che
t
'
ho
letto
,
nel
primo
dialogo
,
avevo
scritto
:
-
Ma
bada
,
me
,
tu
m
'
hai
a
risparmiare
.
-
Vedi
qua
:
ho
cancellato
il
me
.
-
Avevo
scritto
:
-
Era
un
luogo
destinato
ad
ammazzarvisi
le
bestie
.
-
Ho
sostituito
:
-
Dov
'
era
destinato
che
s
'
ammazzassero
le
bestie
.
-
Un
orrore
.
Qui
,
dov
'
era
scritto
:
-
Quel
ragazzaccio
non
gli
si
può
dir
nulla
che
si
rivolta
come
un
aspide
-
,
ho
corretto
:
-
A
quel
ragazzaccio
non
si
può
dir
nulla
....
-
Sì
,
ridi
pure
.
Dove
avevo
detto
:
-
Mi
diede
che
m
'
accompagnasse
per
la
città
il
suo
segretario
-
...
come
abbia
corretto
non
oso
dirtelo
.
E
nota
che
per
ciascuno
di
quei
modi
ho
i
miei
bravi
esempi
classici
.
Ah
,
faccio
stomaco
a
me
stesso
!
A
questa
miseria
son
ridotto
!
R
.
-
Amico
,
sei
gravemente
malato
,
lo
riconosco
.
Ma
i
malati
della
tua
malattia
,
consòlati
,
sono
molti
più
che
non
credi
fra
gli
scrittori
.
La
conclusione
è
questa
:
che
hai
bisogno
d
'
una
cura
rigorosa
.
L
.
-
Eh
,
tu
puoi
celiare
,
tu
che
sei
intrepido
.
Leggendo
le
cose
tue
,
non
sai
come
t
'
invidio
!
R
.
-
E
dunque
segui
la
mia
via
,
che
è
assai
più
comodo
che
continuar
per
la
tua
.
Io
ero
come
te
,
un
tempo
.
E
guarii
senza
cura
.
Fu
una
parola
di
Gino
Capponi
il
mio
toccasana
.
Ci
sono
certi
motti
di
scrittori
che
operano
di
questi
miracoli
.
Egli
dice
in
una
lettera
:
-
Io
,
quando
piglio
la
penna
in
mano
,
ho
sempre
la
voglia
di
farmi
bastonare
.
-
Fu
un
lampo
per
me
.
Dopo
d
'
allora
,
ogni
volta
che
pigliai
la
penna
,
saltò
addosso
a
me
pure
quella
voglia
,
ma
doppia
:
di
buscarne
e
di
darne
ad
un
tempo
.
L
'
immagine
del
Prudhomme
italiano
,
critico
di
lingua
,
che
a
te
fa
tanto
spavento
,
a
me
mette
il
diavolo
in
corpo
.
Io
ci
ho
un
gusto
matto
a
provocarlo
con
la
penna
,
a
irritarlo
,
a
farlo
strillare
,
e
mentre
me
lo
immagino
fuor
della
grazia
di
Dio
,
rido
di
lui
,
e
batto
più
forte
.
Dar
delle
urtonate
al
buon
gusto
del
Prudhomme
,
schiaffeggiare
la
sua
pedanteria
,
sfondare
a
pugni
e
a
calci
la
sua
grammatica
tarlata
,
è
per
me
una
sodisfazione
indicibile
.
Pròvatici
,
e
vedrai
che
piacere
ci
troverai
tu
pure
.
Eccoti
la
cura
della
tua
malattia
:
la
lotta
.
Rimbòccati
le
maniche
,
e
picchia
.
L
.
(
guardandolo
)
.
-
Ti
ammiro
.
Io
,
invece
,
rassomiglio
a
quel
pittore
che
passava
delle
giornate
davanti
al
suo
quadro
,
esclamando
:
-
Ah
,
se
osassi
!
Se
osassi
!
-
Ma
a
che
serve
?
Come
dice
don
Abbondio
,
il
coraggio
uno
non
se
lo
può
dare
.
E
sì
che
per
darmelo
ho
tentato
ogni
mezzo
;
perfino
....
(
dopo
un
momento
d
'
esitazione
)
quello
di
bere
del
cognac
prima
di
mettermi
a
scrivere
.
R
.
-
E
allora
osavi
?
L
.
-
Sì
,
ma
(
vergognandosi
)
la
mattina
dopo
....
cancellavo
.
R
.
-
Ma
oggi
tu
devi
farla
finita
.
Tu
devi
giurar
qui
,
in
mia
presenza
,
stendendo
la
mano
sul
tuo
scartafaccio
,
guerra
implacabile
al
Prudhomme
!
L
.
(
scrollando
il
capo
)
.
-
Sarebbe
un
giuramento
di
marinaro
.
(
A
un
tratto
,
tendendo
il
pugno
)
.
Ah
,
come
l
'
odio
!
R
.
-
Chi
odia
teme
.
Fin
che
lo
temerai
,
non
lo
affronterai
.
Fa
'
il
giuramento
.
L
.
-
Ebbene
,
andiamo
:
giuro
.
R
.
-
Guerra
a
morte
?
L
.
(
con
viso
truce
,
ma
con
accento
fiacco
)
.
-
A
morte
.
R
.
(
tra
sé
,
guardandolo
di
sott
'
occhio
)
.
-
Non
si
batterà
.
Non
c
'
è
altro
.
Requiescat
in
pace
.
L
'
ALTO
LÀ
DELLA
GRAMMATICA
.
Alto
là
,
signorino
.
Le
ho
da
parlare
.
Non
mi
guardi
bieco
.
Non
le
ho
gridato
che
per
celia
l
'
alto
là
soldatesco
.
Non
sono
più
la
dura
tiranna
che
molti
credono
;
non
considero
più
come
offese
mortali
ogni
rifiuto
di
cieco
ossequio
,
ogni
minima
licenza
o
confidenza
che
si
prenda
la
gente
con
me
.
Essendomi
persuasa
che
,
come
tutte
le
cose
di
questo
mondo
,
son
destinata
anch
'
io
a
mutare
col
tempo
,
mi
vengo
piegando
man
mano
a
transigere
coi
diritti
dell
'
uso
,
con
la
ragione
dell
'
armonia
,
con
molte
piccole
convenienze
dell
'
arte
che
una
volta
disconoscevo
.
Ma
non
vorrei
che
per
queste
ragioni
ella
si
credesse
lecito
di
buttarmi
tra
i
ferravecchi
,
che
sarebbe
anche
un
gran
male
per
lei
,
com
'
è
per
tutti
quelli
che
gliene
dànno
l
'
esempio
;
e
però
voglio
che
c
'
intendiamo
bene
,
che
ella
sappia
da
me
quanto
posso
concedere
,
e
quanto
credo
d
'
avere
ancora
il
diritto
di
vietare
.
Dirà
lei
che
questo
è
il
linguaggio
d
'
una
tiranna
?
E
veda
,
a
provarle
quanto
sono
arrendevole
dovrebbe
bastare
quel
lei
;
col
quale
entro
in
materia
.
Io
volevo
una
volta
che
nel
caso
retto
s
'
usasse
sempre
egli
,
e
ora
lascio
dire
lui
e
lei
in
tutti
i
casi
in
cui
il
significato
della
frase
s
'
appoggia
sul
pronome
,
che
deve
perciò
far
rilievo
.
Quindi
:
-
È
lui
che
l
'
ha
detto
.
-
Lo
saprà
lui
,
io
non
lo
so
.
-
S
'
impanca
a
filosofo
,
lui
!
-
sta
bene
.
Ma
che
bisogno
c
'
è
di
dire
:
-
Me
lo
dice
lui
stesso
?
-
Andai
senza
che
lui
lo
sapesse
?
-
Mi
valsi
delle
ragioni
che
lui
addusse
?
-
Questo
non
è
più
uso
giustificato
;
ma
profusione
dell
'
idiotismo
,
inutile
e
ristucchevole
.
E
così
eglino
ed
elleno
son
pronomi
diventati
arcaici
,
ridicoli
nel
parlar
famigliare
e
un
po
'
pedanteschi
anche
nella
prosa
letteraria
;
ma
non
vi
si
può
sostituire
essi
ed
esse
,
che
sono
pur
sempre
dell
'
uso
comune
,
invece
di
quello
sfacciato
loro
,
che
molti
vogliono
in
ogni
caso
,
forse
non
per
altro
che
per
vilipendermi
?
E
perché
bandire
questi
,
quegli
e
altri
al
nominativo
singolare
,
per
sostituirvi
questo
,
quello
e
un
altro
,
sempre
,
anche
quando
non
sono
richiesti
dal
carattere
famigliare
del
discorso
?
E
perché
usare
a
tutto
pasto
lei
invece
di
ella
,
quando
ella
è
ancora
vivo
e
comunissimo
nell
'
uso
dei
Toscani
,
i
quali
dicono
l
'
uno
o
l
'
altro
secondo
che
vuole
l
'
orecchio
o
il
diverso
grado
di
famigliarità
che
hanno
con
la
persona
a
cui
si
rivolgono
?
E
consento
che
si
dica
e
scriva
gli
in
luogo
di
loro
e
a
loro
,
quando
il
loro
dà
impaccio
,
come
nell
'
esempio
:
-
Vuoi
dare
del
vino
ai
ragazzi
?
Non
voglio
dargliene
-
,
perché
:
-
non
voglio
darne
loro
o
loro
darne
-
sarebbe
troppo
duro
all
'
orecchio
;
ma
non
che
si
dia
lo
sfratto
a
loro
come
a
una
parola
intollerabile
per
sé
,
e
che
si
scriva
,
ad
esempio
:
-
Fermò
i
suoi
compagni
e
gli
disse
-
,
dove
il
gli
è
una
sgrammaticatura
gratuita
,
più
sgradevole
a
due
doppi
del
loro
.
E
non
mi
si
dica
che
,
ragionevolmente
,
dovrei
essere
inflessibile
,
e
aver
per
massima
:
-
O
sempre
o
mai
-
,
perché
,
ammettendo
questo
,
io
mi
dovrei
disfare
e
rifare
per
metà
:
non
dovrei
permettere
di
dir
come
me
e
come
te
;
né
glielo
dissi
riferito
a
femmina
;
né
consentire
che
s
'
usi
il
verbo
nel
plurale
con
un
nome
collettivo
singolare
,
come
nell
'
esempio
:
-
La
gente
vanno
-
;
né
tollerare
che
si
riferisca
un
verbo
in
singolare
ad
un
soggetto
plurale
,
preceduto
o
no
da
un
di
partitivo
,
come
nelle
frasi
:
-
Non
c
'
è
cristi
.
-
C
'
è
dei
birboni
.
-
Malati
non
ce
n
'
era
.
-
Può
nascer
di
gran
cose
-
;
licenze
che
io
consento
,
come
altre
moltissime
,
perché
per
una
parte
io
sono
costituita
da
leggi
generali
della
ragione
immutabili
,
e
per
un
'
altra
parte
non
sono
che
il
codice
degl
'
idiotismi
della
lingua
;
onde
ne
vengo
accettando
sempre
di
nuovi
,
benchè
adagio
adagio
.
Per
continuare
:
chiudo
gli
occhi
sul
lo
proaggettivo
(
per
esempio
:
"
non
fosti
generoso
,
ma
lo
saresti
stato
"
)
quando
sonerebbe
troppo
ingrato
il
tale
,
che
i
miei
devotissimi
usano
,
o
sarebbe
uggiosa
la
ripetizione
dell
'
aggettivo
,
o
il
non
dir
quello
né
ripeter
questo
lascerebbe
nella
frase
un
vuoto
anche
più
sgradevole
.
Lascio
passare
,
quando
cadono
opportuni
,
tutti
quei
costrutti
viziosi
,
come
:
-
A
me
non
me
ne
vien
nulla
;
a
chi
sa
mostrare
i
denti
gli
si
porta
rispetto
,
ecc
.
,
-
che
sono
frequentissimi
,
e
per
ragion
di
suono
quasi
inevitabili
nel
linguaggio
parlato
.
Permetto
il
volgare
cosa
per
che
cosa
,
e
il
costrutto
toscano
noi
si
fa
,
noi
si
dice
,
e
il
gli
e
il
la
soggetti
pleonastici
ogni
volta
che
servano
a
riprodurre
fedelmente
un
discorso
famigliare
o
di
gente
del
popolo
.
Gabello
,
infine
,
tutti
gli
anacoluti
più
arditi
in
tutti
i
casi
in
cui
per
mezzo
loro
si
scansa
di
dar
alla
frase
una
rigida
forma
grammaticale
che
nuocerebbe
alla
chiarezza
,
alla
naturalezza
,
all
'
efficacia
,
e
quando
,
come
disse
un
maestro
,
s
'
usa
l
'
anacoluto
per
non
mettere
altrimenti
in
contraddizione
un
pensiero
ingenuo
,
immediato
o
semiserio
con
una
maniera
d
'
esprimerlo
riflessa
,
compassata
o
seria
.
Ma
(
e
qui
siamo
al
nodo
)
se
do
il
dito
,
non
voglio
che
mi
si
pigli
la
mano
,
e
poi
il
braccio
,
e
poi
tutta
la
persona
.
Voglio
che
non
s
'
usino
se
non
gl
'
idiotismi
necessari
o
utili
;
che
tra
due
locuzioni
di
eguale
naturalezza
ed
evidenza
,
una
sgrammaticata
e
una
corretta
,
si
scelga
sempre
quella
corretta
;
che
non
si
consideri
,
come
molti
fanno
,
ogni
idiotismo
come
una
gemma
per
la
sola
ragione
che
è
un
idiotismo
;
che
non
si
creda
ogni
licenza
ugualmente
lecita
così
nella
riproduzione
d
'
un
dialogo
famigliare
come
in
un
discorso
letterario
,
così
nel
far
parlare
un
uomo
del
contado
come
quando
parla
lo
scrittore
in
persona
propria
;
che
all
'
antica
tirannia
della
Grammatica
,
non
si
sostituisca
il
dispotismo
della
Sgrammaticatura
,
e
all
'
ostentazione
dell
'
eleganza
la
sfacciataggine
della
volgarità
;
che
non
si
calpesti
ogni
legge
del
galateo
linguistico
,
cascando
nel
linguaggio
mercatino
per
non
cascare
nel
linguaggio
accademico
;
che
,
infine
,
perché
s
'
è
buttata
via
la
parrucca
e
la
cipria
,
non
si
creda
un
dovere
il
mettersi
anche
in
maniche
di
camicia
e
l
'
andare
attorno
con
la
faccia
sporca
.
Ho
detto
,
signorino
.
QUELLO
CHE
SI
PUÒ
IMPARARE
DAI
TOSCANI
.
Se
t
'
accadrà
,
fin
che
sei
giovane
,
di
fare
,
un
soggiorno
breve
o
lungo
in
Toscana
,
sarà
per
te
una
buona
fortuna
,
perché
,
volendo
,
imparerai
là
in
un
mese
dalla
voce
della
gente
più
che
in
un
anno
altrove
dallo
studio
dei
libri
.
Se
questa
fortuna
non
avrai
,
t
'
occorrerà
senza
dubbio
,
nella
tua
o
in
altre
città
d
'
Italia
,
di
conoscere
e
di
frequentare
toscani
.
Ebbene
,
ti
raccomando
fin
d
'
ora
d
'
ascoltarli
sempre
con
gli
orecchi
bene
aperti
,
e
di
studiare
attentamente
il
loro
linguaggio
,
in
special
modo
se
saranno
fiorentini
.
Non
soltanto
molto
materiale
di
lingua
potrai
imparare
da
loro
,
essendo
gran
parte
dell
'
uso
fiorentino
presente
,
come
tutti
sanno
,
l
'
uso
fiorentino
antico
,
che
diventò
lingua
letteraria
comune
a
tutta
Italia
;
ma
,
quello
che
più
importa
,
la
proprietà
,
la
spontaneità
,
la
prontezza
dell
'
espressione
,
che
son
quello
che
manca
a
noi
principalmente
.
Perché
corre
fra
noi
e
loro
questa
gran
differenza
,
come
osservò
giustamente
un
linguista
illustre
:
che
a
noi
,
parlando
,
per
dire
una
data
cosa
,
vengono
quasi
sempre
sulla
bocca
due
modi
:
il
dialettale
e
uno
o
più
modi
italiani
,
fra
i
quali
dobbiamo
scegliere
;
e
a
loro
viene
un
modo
solo
,
quello
che
dice
per
l
'
appunto
quella
data
cosa
,
quello
che
è
il
più
proprio
,
e
che
tutti
i
loro
concittadini
usano
in
quello
stesso
caso
;
donde
la
facilità
,
la
sicurezza
,
la
precisione
del
loro
parlare
,
dove
il
nostro
è
quasi
sempre
opera
di
stento
e
d
'
artifizio
.
Possono
qualche
volta
anche
i
toscani
stentare
e
riuscire
artifiziosi
,
quando
hanno
da
esprimere
un
pensiero
nuovo
o
insolito
o
complesso
,
perché
in
tal
caso
cercano
essi
pure
,
se
non
la
parola
,
la
frase
,
e
il
modo
di
collegare
le
frasi
;
ma
nel
dire
le
infinite
cose
comuni
,
che
sono
argomento
quotidiano
di
discorso
,
tutti
sono
sempre
pronti
,
spontanei
e
semplici
;
non
tentennano
perché
non
hanno
dubbî
;
non
sbagliano
perché
non
possono
sbagliare
.
Fa
'
bene
attenzione
.
Vedrai
quanti
modi
piani
e
agili
hanno
d
'
esprimere
pensieri
che
noi
esprimiamo
di
solito
in
forma
ricercata
e
pesante
;
in
quanti
casi
fanno
un
salto
con
la
frase
dove
noi
facciamo
più
passi
;
in
quant
'
altri
scansano
con
una
mossa
snella
e
garbata
l
'
intoppo
che
noi
urtiamo
,
o
arrivano
con
la
parola
un
tratto
di
là
dal
punto
dove
noi
crediamo
che
la
sua
potenza
si
arresti
.
E
anche
nel
parlare
di
quelli
che
non
hanno
cultura
nessuna
,
osserverai
certi
modi
di
legar
le
proposizioni
,
certe
forme
armoniche
di
sintassi
,
certe
abbreviature
di
frase
efficacissime
,
che
negli
scrittori
ti
parrebbero
effetti
di
arte
meditati
,
e
sono
pregi
naturali
del
loro
linguaggio
.
E
sentirai
da
loro
a
ogni
tratto
una
parola
inaspettata
,
che
è
come
un
tocco
di
pennello
dato
all
'
idea
,
che
tu
non
sapresti
dare
con
altra
parola
;
espressioni
ingegnose
,
graziose
e
comiche
,
eleganze
e
arguzie
felici
,
che
non
sono
proprie
di
chi
parla
,
ma
di
tutta
la
sua
gente
,
e
tanto
più
efficaci
per
questo
,
che
gli
vengon
via
come
da
sé
,
e
l
'
una
incalza
l
'
altra
,
e
nessuna
ti
fa
pensare
che
sarebbe
più
calzante
un
'
altra
al
pensiero
.
E
bada
bene
a
loro
anche
quando
parli
tu
,
ed
essi
t
'
ascoltano
:
uno
schiarimento
che
ti
chiederanno
,
un
'
ombra
leggiera
di
stupore
o
di
dubbio
,
che
passerà
sul
loro
viso
,
o
un
sorriso
leggerissimo
,
o
una
ripetizione
emendata
,
che
faranno
quasi
senza
volerlo
,
dell
'
espressione
d
'
un
tuo
pensiero
,
t
'
avvertiranno
che
t
'
è
sfuggita
una
parola
impropria
,
e
perciò
non
chiara
,
invece
della
propria
,
un
'
espressione
letteraria
in
luogo
della
famigliare
,
una
frase
affettata
in
cambio
di
quella
semplice
,
ch
'
essi
avrebbero
usata
in
quel
caso
.
Che
sono
mai
i
pochi
idiotismi
che
ai
toscani
si
rinfacciano
per
rincalzar
la
stramba
affermazione
che
essi
parlino
un
dialetto
come
gli
altri
,
di
fronte
alla
ricchezza
,
alla
finezza
,
alla
grazia
,
alla
mirabile
armonia
pittrice
del
loro
linguaggio
?
E
che
stupido
orgoglio
è
quello
che
non
vuol
riconoscere
in
loro
una
superiorità
,
della
quale
ci
avvantaggiamo
tutti
,
poichè
tutti
attingiamo
alla
loro
lingua
quando
non
ci
basta
la
fonte
degli
scrittori
e
dei
dizionari
,
e
che
cocciutaggine
il
non
voler
riconoscere
che
si
parli
meglio
l
'
italiano
in
quella
regione
,
che
fu
la
culla
della
lingua
,
ed
è
la
sola
in
cui
la
lingua
si
parli
da
tutti
?
Ma
tu
non
sarai
di
questi
,
certamente
.
Se
andrai
in
Toscana
,
tu
t
'
immergerai
,
nuoterai
con
piacere
infinito
in
quell
'
onda
di
lingua
viva
e
pura
,
alla
cui
armonia
ti
parrà
che
consuoni
quella
che
spira
nelle
linee
dei
monumenti
di
arte
maravigliosi
,
che
ti
sorgeranno
d
'
intorno
;
e
ti
parranno
dolci
anche
quegl
'
idiotismi
di
pronunzia
,
che
prima
deridevi
,
quando
penserai
che
sonarono
pure
sulle
labbra
degli
scrittori
e
degli
artisti
immortali
che
il
mondo
venera
;
e
con
l
'
amore
della
lingua
e
con
l
'
ammirazione
dell
'
arte
nascerà
nel
tuo
cuore
un
sentimento
di
gratitudine
affettuosa
e
profonda
per
quel
popolo
,
primo
custode
del
tesoro
della
nostra
parola
,
dotato
d
'
ogni
facoltà
più
gentile
e
del
più
squisito
senso
della
bellezza
;
di
quel
popolo
al
quale
dobbiamo
tanta
parte
della
nostra
gloria
,
che
,
a
immaginarlo
assente
dalla
storia
italiana
,
non
ci
appare
più
la
immagine
della
patria
che
con
la
corona
smezzata
sulla
fronte
.
IL
DOTTOR
RAGANELLA
.
Era
stato
un
pezzo
in
Toscana
il
dottor
Raganella
;
ma
dai
toscani
non
aveva
imparato
nulla
,
perché
non
li
aveva
mai
lasciati
parlare
.
La
parola
,
soleva
egli
dire
,
è
il
più
bel
dono
di
Dio
.
Noi
dicevamo
che
il
dono
a
lui
era
toccato
un
po
'
troppo
abbondante
.
Ma
per
fortuna
non
era
che
dottore
in
legge
,
non
esercitava
l
'
avvocatura
,
non
rintronava
la
testa
che
agli
amici
.
Si
vantava
d
'
avere
una
grande
facilità
di
parola
.
Ed
era
vero
:
aveva
una
facilità
spaventevole
.
E
sarebbe
riuscito
eloquente
se
fosse
stato
persuaso
della
verità
detta
dal
Bonghi
:
che
gli
uomini
dotati
di
parola
facile
si
debbono
assoggettare
più
degli
altri
a
una
disciplina
rigorosa
per
non
cadere
nella
prolissità
,
con
la
quale
non
c
'
è
eloquenza
né
stile
.
Non
erano
discorsi
i
suoi
:
erano
cascate
,
frane
,
diluvi
di
parole
.
Non
intaccava
,
non
si
posava
mai
,
e
parlava
sempre
più
in
fretta
via
via
che
il
suo
discorso
s
'
allungava
.
Disse
un
poeta
francese
ad
un
giovane
:
Se
tu
riuscirai
a
parlare
dieci
ore
di
seguito
senza
sputare
,
sarai
padrone
della
Francia
-
:
egli
avrebbe
dovuto
esser
padrone
dell
'
Italia
.
Dopo
averlo
inteso
discorrere
per
un
quarto
d
'
ora
,
restava
a
tutti
una
romba
nell
'
orecchio
come
quando
ci
passa
accanto
a
grande
velocità
un
treno
di
strada
ferrata
.
Egli
aveva
l
'
illusione
,
comune
a
tutti
i
parlatori
troppo
facili
,
che
la
rapidità
vertiginosa
del
discorso
impedisca
la
noia
in
chi
ascolta
;
quando
segue
invece
l
'
opposto
,
perché
in
quella
furia
essi
non
hanno
tempo
né
modo
di
dar
rilievo
e
colore
a
nessun
concetto
o
parte
di
concetto
,
e
riescono
però
necessariamente
uniformi
.
E
accadeva
pure
a
lui
,
come
a
tutti
gli
altri
suoi
simili
,
che
avendo
coscienza
di
quella
mancanza
di
rilievo
e
di
colore
,
cercava
di
supplirvi
ripetendo
più
volte
l
'
espressione
d
'
ogni
pensiero
,
a
modo
di
quel
giornalista
verboso
d
'
uno
scherzo
comico
del
Ferrari
,
che
incomincia
un
discorso
col
verso
So
,
conosco
,
m
'
è
noto
e
non
ignoro
,
e
va
innanzi
così
fino
alla
fine
.
E
pure
la
soverchia
facilità
di
parola
lo
portava
a
non
far
grazia
,
raccontando
un
fatto
qualsiasi
,
di
nessuno
anche
minimo
e
più
futile
particolare
,
di
modo
che
se
aveva
da
dire
,
per
esempio
,
ch
'
era
stato
a
visitare
un
amico
,
diceva
per
quali
strade
era
passato
e
che
cosa
gli
era
frullato
pel
capo
camminando
,
e
poi
:
-
"
Salgo
le
scale
,
suono
il
campanello
,
m
'
aprono
,
domando
:
-
È
in
casa
?
-
È
in
casa
,
-
vado
avanti
,
entro
nel
salotto
....
"
e
via
su
quest
'
andare
.
E
come
di
ragione
,
non
lasciandogli
tempo
di
riflettere
la
troppa
foga
,
parlava
scorretto
,
come
tutte
le
raganelle
umane
.
Il
suo
eloquio
era
un
torrente
impetuoso
che
travolgeva
improprietà
,
sgrammaticature
,
riempitivi
,
cacofonie
,
contraddizioni
e
vesciche
.
Non
di
meno
,
la
prima
volta
che
l
'
udivano
,
alcuni
l
'
ammiravano
.
-
Che
ammirabile
facondia
!
-
dicevano
.
Ma
facondia
non
era
la
parola
che
facesse
al
caso
.
Si
poteva
dire
di
lui
quello
che
uno
scrittore
disse
d
'
un
suo
critico
,
il
quale
scriveva
come
il
dottor
Raganella
parlava
:
-
La
buona
educazione
mi
vieta
di
definire
con
la
parola
propria
le
fughe
del
suo
stile
.
Ciò
non
ostante
egli
ci
divertiva
,
qualche
volta
;
in
special
modo
quando
faceva
uno
sfogo
di
collera
contro
qualche
suo
nemico
,
quando
si
metteva
a
gridare
,
per
esempio
:
-
Gridi
pure
,
strepiti
,
strilli
,
minacci
,
tempesti
;
non
mi
lascerò
smovere
:
sono
deciso
,
risoluto
questa
volta
,
irremovibile
,
inflessibile
nel
proposito
di
far
quel
passo
,
e
vi
accerto
,
v
'
affermo
,
vi
giuro
sul
mio
onore
....
-
Fèrmati
!
-
gli
dicevamo
-
,
e
bevi
un
sorso
....
-
o
gli
cantavamo
l
'
aria
del
Matrimonio
Segreto
:
Prenda
fiato
,
prenda
fiato
,
Seguitare
poi
potrà
.
E
come
parlava
nel
calore
della
passione
,
così
nello
scherzo
.
Gli
venivano
spesso
dei
motti
arguti
;
ma
ne
sciupava
sempre
l
'
effetto
ripetendoli
,
parafrasandoli
,
commentandoli
,
fin
che
ce
li
faceva
tornare
a
gola
,
come
bocconi
indigesti
.
E
quale
nel
parlare
era
nello
scrivere
.
Tirava
via
con
la
rapidità
che
usano
gli
attori
quando
fingono
di
scrivere
sulla
scena
:
letteroni
d
'
otto
pagine
,
in
cui
le
proposizioni
si
succedevano
senza
legame
grammaticale
,
e
le
ripetizioni
cadevano
l
'
una
sull
'
altra
come
le
fette
di
salame
accanto
al
coltello
,
e
ad
ogni
pagina
la
lettera
ricominciava
.
Ma
del
più
bel
dono
di
Dio
non
abusava
soltanto
per
esprimere
il
pensiero
proprio
;
anche
per
parlare
per
conto
nostro
,
come
fanno
tutti
i
parlatori
irrefrenabili
,
che
non
vogliono
star
a
sentire
i
discorsi
degli
altri
.
Egli
rompeva
in
bocca
all
'
amico
il
ragionamento
o
il
racconto
,
e
lo
finiva
per
lui
:
-
Ho
capito
:
tu
gli
hai
risposto
così
e
così
,
lui
ha
replicato
in
codesto
modo
,
tu
hai
perso
la
pazienza
,
e
l
'
hai
piantato
,
non
è
vero
?
E
hai
fatto
bene
,
e
io
feci
lo
stesso
in
un
caso
simile
che
m
'
occorse
appunto
....
-
E
non
serviva
dirgli
:
-
Fa
'
il
comodo
tuo
;
quando
avrai
finito
tu
,
ricomincerò
io
-
;
sorrideva
e
tirava
innanzi
,
e
non
ci
lasciava
ricominciare
.
Quando
andava
al
teatro
o
faceva
una
gita
fuor
di
città
,
o
quando
sapevamo
che
gli
era
seguìta
qualche
avventura
,
lo
aspettavamo
con
vero
sgomento
nella
saletta
appartata
del
caffè
dove
ci
veniva
a
trovare
ogni
sera
;
perché
non
c
'
era
cristi
,
egli
ci
voleva
riferire
le
sue
impressioni
,
e
filava
dei
discorsi
di
mezz
'
ora
così
rapidi
e
fitti
,
che
a
noi
non
riusciva
neppure
di
farci
entrare
di
straforo
un
'
osservazione
.
E
s
'
aveva
un
bel
tentare
di
scoraggiarlo
non
badandogli
:
egli
pensava
che
la
nostra
disattenzione
fosse
simulata
per
un
tantino
d
'
invidia
che
ci
pungesse
del
dono
di
Dio
,
e
questo
pensiero
lo
stimolava
anche
più
.
Oppure
,
vedendoci
disattenti
noi
,
rivolgeva
il
discorso
agli
altri
pochi
avventori
che
venivano
nella
stessa
sala
,
anche
se
sconosciuti
,
e
s
'
infervorava
a
cicalare
anche
più
del
solito
,
scambiando
con
ammirazione
lo
stupore
che
quelli
mostravano
in
viso
,
un
poco
somigliante
all
'
intontimento
che
dà
il
rumore
monotono
d
'
una
ruota
di
mulino
.
Una
sera
,
fra
l
'
altre
,
prese
di
mira
un
grosso
medico
barbuto
che
stava
sorbendo
il
caffè
dalla
parte
opposta
della
saletta
,
e
di
discorso
in
discorso
gli
venne
a
parlare
d
'
un
suo
incomodo
,
del
quale
gli
raccontò
la
storia
minuta
con
una
fiumana
di
parole
;
e
finì
con
domandargli
:
-
Che
rimedio
mi
consiglia
lei
?
Quegli
lo
guardò
fisso
,
e
poi
,
fra
il
silenzio
di
tutti
,
con
un
viso
grave
e
un
vocione
di
basso
,
gli
rispose
spiccicando
le
sillabe
:
-
Lei
ha
bisogno
d
'
un
astringente
.
Tutti
risero
in
coro
,
e
fu
quella
la
prima
volta
che
il
dottor
Raganella
mostrò
un
'
ombra
di
vergogna
d
'
aver
troppo
parlato
.
Il
matrimonio
ci
liberò
dalla
tirannia
della
sua
loquela
.
Ma
ci
separammo
da
buoni
amici
,
quando
partì
per
il
viaggio
di
nozze
.
Nel
fargli
i
nostri
augùri
,
peraltro
,
compiangemmo
tutti
in
cuor
nostro
la
sua
povera
moglie
:
come
avrebbe
potuto
resistere
per
tutta
la
vita
al
flagello
di
quella
facondia
?
Pochi
giorni
dopo
,
uno
di
noi
ricevette
dalla
Svizzera
una
sua
lunga
lettera
,
nella
quale
egli
diceva
,
fra
l
'
altro
,
che
la
sua
sposa
era
stata
così
commossa
dallo
spettacolo
della
cascata
del
Reno
a
Sciaffusa
,
che
l
'
aveva
fatto
rimaner
là
un
'
ora
con
lei
ad
ammirarlo
.
Lo
stesso
pensiero
balenò
a
tutti
:
l
'
aveva
fatto
rimaner
là
perché
il
fragore
della
cascata
copriva
la
sua
voce
,
e
in
quel
tempo
essa
s
'
era
un
po
'
riposata
....
Lo
stesso
amico
ricevette
poi
un
'
altra
lettera
,
con
la
quale
egli
annunziava
il
suo
ritorno
,
e
che
la
sera
dopo
sarebbe
venuto
a
trovarci
al
caffè
.
Tremammo
all
'
idea
della
descrizione
del
viaggio
ch
'
egli
ci
avrebbe
inflitta
:
chi
ci
poteva
reggere
?
Sarebbe
stata
una
grandinata
di
parole
dalle
otto
a
mezzanotte
.
La
sera
fatale
,
un
amico
,
che
l
'
aveva
visto
avvicinarsi
per
la
strada
,
ce
lo
preannunziò
,
affacciandosi
all
'
uscio
:
-
Si
salvi
chi
può
!
-
Tutti
se
la
diedero
a
gambe
.
Trovando
la
saletta
vuota
,
egli
sospettò
la
fuga
,
se
n
'
ebbe
per
male
,
e
non
ritornò
più
.
Ne
fummo
dolenti
;
ma
non
c
'
era
rimedio
.
Pochi
mesi
dopo
,
per
ragione
d
'
interessi
domestici
,
andò
a
stare
a
Bologna
,
e
per
anni
non
se
n
'
ebbe
più
notizia
.
Poi
si
seppe
che
sua
moglie
gli
aveva
fatto
causa
per
separazione
legale
.
Il
vero
perché
non
ci
fu
detto
.
Ma
per
noi
non
ci
fu
dubbio
.
Egli
doveva
aver
reso
alla
povera
donna
la
vita
intollerabile
.
La
causa
della
separazione
era
certissimamente
il
più
bel
dono
di
Dio
.
A
TRAVERSO
I
SECOLI
.
I
Trecentisti
.
A
questo
punto
bisogna
che
ci
fermiamo
un
poco
a
discorrere
dei
principali
scrittori
che
s
'
hanno
da
leggere
per
imparare
la
lingua
.
Prima
di
tutti
....
Qui
vedo
sorridere
i
miei
lettori
,
che
in
questo
momento
suppongo
siano
tre
,
un
giovinetto
,
una
signorina
e
un
cittadino
originale
,
a
cui
è
saltato
il
ticchio
,
fra
i
trenta
e
i
quarant
'
anni
,
di
mettersi
a
studiare
la
lingua
del
suo
paese
:
li
vedo
sorridere
con
certa
malizia
,
e
mi
par
di
sentirli
dire
tutti
e
tre
insieme
:
-
Già
,
ci
aspettavamo
il
consiglio
prammatico
-
,
e
poi
in
cadenza
di
canto
:
-
i
Tre
-
cen
-
ti
-
sti
!
Eh
,
Dio
buono
,
non
è
una
novità
,
lo
so
bene
.
E
so
anche
,
giovinetto
mio
,
quello
che
tu
e
gli
altri
due
lettori
mi
vorreste
rispondere
:
che
a
leggere
quei
nostri
antichi
scrittori
vi
provaste
,
ma
che
vi
riuscirono
ostici
,
non
tanto
per
la
materia
quanto
per
la
forma
;
voglio
dir
per
la
lingua
e
per
lo
stile
troppo
diversi
da
quelli
delle
scritture
moderne
;
per
cagion
di
che
vi
sentiste
,
leggendoli
,
come
spaesati
,
sconcertati
nelle
consuetudini
del
vostro
pensiero
e
del
vostro
gusto
,
e
quasi
in
compagnia
di
gente
con
cui
non
fosse
possibile
,
per
la
differenza
dell
'
indole
,
pigliar
famigliarità
;
e
fra
la
quale
e
voi
s
'
interponesse
un
velo
di
nebbia
,
che
v
'
impedisse
di
vederli
bene
in
viso
,
e
quindi
di
mettervi
in
comunicazione
immediata
con
l
'
animo
loro
.
Ma
io
vorrei
principalmente
persuader
te
,
giovinetto
,
che
,
vincendo
quel
primo
senso
ostico
,
e
persistendo
nella
lettura
di
quegli
scrittori
,
finiresti
col
prendervi
amore
,
con
tuo
vantaggio
grandissimo
,
per
quelle
medesime
ragioni
per
le
quali
ti
pare
ora
che
quella
lettura
non
t
'
abbia
mai
ad
attirare
.
Pròvatici
un
'
altra
volta
,
te
ne
prego
,
e
persisti
,
tenendo
sempre
presente
che
quelle
parole
e
frasi
,
nelle
quali
consiste
la
maggior
differenza
fra
quegli
scrittori
e
i
moderni
,
erano
allora
in
Toscana
,
e
in
specie
a
Firenze
,
d
'
uso
comune
,
e
quindi
naturalissime
a
coloro
che
scrivevano
;
i
quali
,
eccetto
pochissimi
,
non
facevano
distinzione
fra
lingua
parlata
e
lingua
scritta
;
di
che
deriva
appunto
la
ricchezza
,
la
schiettezza
,
l
'
efficacia
delle
loro
scritture
.
Dopo
che
avrai
preso
con
essi
qualche
famigliarità
,
non
sentirai
più
la
novità
di
quei
modi
,
che
ora
ti
paiono
affettazioni
e
stranezze
;
parranno
anche
a
te
naturali
come
parevano
agli
scrittori
a
cui
venivano
spontanei
;
e
allora
,
non
più
arrestato
da
quegl
'
intoppi
,
ti
lascerai
andare
all
'
onda
di
quella
prosa
viva
,
fresca
,
giovanile
,
sentirai
,
come
dice
il
nostro
primo
poeta
vivente
,
quello
che
c
'
è
di
più
vivido
e
più
frizzante
,
più
zampillante
e
più
mosso
nell
'
elocuzione
di
quei
prosatori
che
in
quella
dei
moderni
che
tu
preferisci
;
nei
quali
l
'
arte
è
più
raffinata
,
ma
tanto
meno
ricca
e
meno
schietta
la
vena
.
Ti
parrà
di
sentirli
parlare
di
viva
voce
in
quei
loro
periodi
,
simili
appunto
al
linguaggio
parlato
,
d
'
una
orditura
così
semplice
e
debole
,
con
poca
o
nessuna
legatura
rettorica
di
pensieri
,
e
affollati
di
determinazioni
accessorie
;
i
quali
alle
volte
piglian
la
fuga
,
alle
volte
s
'
arrestano
a
un
tratto
,
e
fanno
mille
brusche
svoltate
,
come
seguendo
tutti
i
balzi
del
pensiero
nascente
e
riproducendo
il
disordine
del
discorso
vivo
;
ammirerai
,
come
dice
il
Capponi
,
quella
naturalezza
delle
armonie
,
in
cui
non
sono
mai
cercate
combinazioni
di
suoni
,
e
"
hanno
più
rilievo
quelle
parole
che
avevano
avuto
prima
nella
voce
più
vivo
l
'
accento
"
;
ti
delizierai
in
quella
loro
proprietà
di
vocaboli
,
non
studiata
,
perché
essi
eran
propri
per
necessità
,
in
quelle
loro
locuzioni
"
della
nitidezza
che
si
vede
nelle
monete
novellamente
coniate
"
,
in
quella
fresca
verginità
d
'
una
lingua
,
che
cominciava
appena
a
diventar
letteraria
,
e
in
cui
si
sente
come
la
fragranza
della
sbocciatura
.
E
sempre
più
,
continuando
a
leggere
,
t
'
innamorerai
di
quello
che
così
giustamente
si
chiama
candore
di
tali
scrittori
,
di
quell
'
aria
amabile
d
'
ingenuità
che
dà
alla
loro
prosa
la
frequenza
della
congiunzione
semplice
,
come
l
'
usano
i
bambini
e
la
gente
del
popolo
,
e
la
profusione
dei
superlativi
,
in
cui
si
manifesta
la
fanciullesca
vivacità
dell
'
ammirazione
,
e
quel
martellamento
,
che
fanno
così
spesso
,
sopra
un
'
idea
semplicissima
,
come
per
farla
entrare
in
capo
a
un
lettore
ignorante
;
ciò
che
pure
è
proprio
della
gente
ingenua
.
Vedrai
che
singolari
effetti
d
'
arte
escono
dalla
schietta
ispirazione
non
corretta
dall
'
arte
,
dal
calore
del
sentimento
libero
,
dalle
negligenze
,
dalle
rozzezze
medesime
,
dagli
stessi
difetti
non
mascherati
d
'
alcun
artifizio
,
ma
lasciati
scoperti
come
nudità
innocenti
.
Come
si
respira
in
quelle
pagine
!
Ecco
gente
che
parla
davvero
alla
buona
e
alla
libera
,
che
ci
dice
quello
che
ha
da
dire
senza
l
'
interprete
letterario
!
Ci
par
quasi
un
miracolo
.
E
quanta
naturalezza
nel
modo
di
raccontare
,
quanta
vivezza
in
quei
dialoghi
a
botte
e
risposte
,
e
quanta
evidenza
in
quello
stesso
disordine
affannoso
con
cui
ci
rappresentano
le
scene
animate
,
e
che
graziosa
semplicità
negli
esordi
e
nelle
considerazioni
sugli
uomini
e
sugli
avvenimenti
!
Ti
diletterai
pure
a
osservare
quante
cose
si
potevano
dir
bene
allora
senza
una
quantità
di
parole
e
di
frasi
che
a
noi
,
per
dir
quelle
cose
stesse
,
paiono
ora
di
necessità
assoluta
;
ti
maraviglierai
di
trovare
interi
periodi
che
si
potrebbero
riscrivere
al
presente
,
dopo
sei
secoli
,
senza
mutarvi
un
vocabolo
;
ti
divertirai
a
notare
qua
e
là
i
francesismi
curiosissimi
,
le
parole
che
mutarono
significato
,
e
quelle
cadute
in
disuso
,
che
ora
farebbero
sorridere
,
le
diversità
singolarissime
,
fra
quel
tempo
e
il
nostro
,
del
senso
e
del
linguaggio
comico
,
del
frasario
cerimonioso
,
delle
forme
del
ragionamento
,
dell
'
espressione
della
gioia
e
dell
'
amore
.
E
arrivato
a
un
certo
punto
,
vivrai
con
l
'
immaginazione
in
quel
tempo
,
ti
parrà
d
'
aggirarti
fra
quella
gente
e
di
respirare
l
'
aria
che
essi
respiravano
.
Avendo
cominciato
a
leggere
per
imparar
la
lingua
,
sarai
preso
a
poco
a
poco
dalla
sostanza
,
attratto
dalla
curiosità
di
quel
modo
di
sentire
e
di
pensare
,
dalla
descrizione
delle
costumanze
,
degli
usi
pubblici
,
della
vita
domestica
,
dell
'
arte
della
guerra
e
dei
viaggi
,
da
tutte
le
manifestazioni
dello
spirito
di
quel
popolo
"
giovane
,
forte
,
adoprante
,
pieno
d
'
immaginazione
,
più
inventore
che
ora
non
sia
"
,
e
compreso
d
'
una
fede
religiosa
semplice
e
ardente
.
E
ammirerai
di
più
quegli
scrittori
se
proverai
qualche
volta
a
staccarti
all
'
improvviso
da
loro
per
leggere
uno
qualsiasi
dei
prosatori
del
tuo
tempo
.
Come
ti
parranno
compassati
,
troppo
ligi
alla
fredda
ragione
,
pieni
d
'
artifici
e
di
civetterie
e
ricercati
nell
'
orditura
e
nell
'
armonia
dello
stile
anche
quelli
che
per
questi
rispetti
peccano
meno
!
E
più
avvertirai
il
vantaggio
di
quelle
letture
quando
,
avendone
ancor
piena
la
mente
,
ti
metterai
a
scrivere
,
chè
ti
sentirai
tanto
più
sciolto
,
più
libero
,
meglio
inclinato
a
esprimere
i
tuoi
pensieri
semplicemente
,
fresco
e
leggiero
dello
spirito
come
si
sente
del
corpo
chi
esce
dall
'
acque
d
'
un
fiume
.
E
ti
do
un
consiglio
:
di
leggere
prima
i
più
semplici
,
dai
quali
quando
passerai
a
Dante
,
rimarrai
maravigliato
,
come
d
'
un
prodigio
,
del
passo
gigantesco
che
fa
con
lui
la
prosa
italiana
,
senza
perdere
la
sua
freschezza
giovanile
,
pure
prendendo
a
norma
la
sintassi
latina
;
maravigliato
profondamente
della
elaborazione
sapiente
che
egli
vi
porta
insieme
coi
"
soavi
numeri
"
e
i
"
sottili
legamenti
"
della
poesia
,
dell
'
arte
magistrale
con
cui
egli
disegna
l
'
idea
,
plasma
l
'
immagine
,
illumina
tutti
i
particolari
dei
fatti
in
quell
'
architettura
mirabilmente
varia
dei
periodi
,
in
quella
prosa
"
ora
solenne
ora
gentile
,
profonda
e
limpida
"
che
è
il
primo
vero
e
grande
esempio
di
prosa
artistica
nella
nostra
letteratura
.
E
studia
con
amore
anche
l
'
altro
grande
maestro
.
Vinci
la
noia
che
ti
daranno
da
prima
i
lunghi
periodi
,
nei
quali
,
per
accarezzare
l
'
orecchio
,
sovrabbonda
di
parole
,
e
per
raggruppare
intorno
a
un
concetto
principale
troppi
concetti
accessori
,
addossa
incisi
ad
incisi
,
e
per
imitare
la
prosa
latina
intreccia
e
traspone
forzatamente
frasi
e
vocaboli
.
Vinci
quella
prima
noia
,
e
dello
sforzo
sarai
compensato
ad
usura
.
Dov
'
egli
esprime
un
sentimento
vivo
o
tratta
un
argomento
che
s
'
accorda
con
le
sue
facoltà
naturali
,
i
suoi
difetti
spariscono
o
s
'
attenuano
;
dove
ai
suoi
personaggi
fa
parlare
il
linguaggio
della
passione
,
ha
tratti
d
'
eloquenza
calda
,
logica
e
impetuosa
che
t
'
avvolge
e
ti
trascina
;
nella
pittura
della
realtà
comica
,
nella
descrizione
delle
scene
e
dei
personaggi
lepidi
,
nel
dialogo
,
nella
satira
,
egli
si
serve
con
ardimento
e
con
arte
impareggiabile
di
tutti
i
più
efficaci
costrutti
del
parlar
fiorentino
,
dell
'
idiotismo
,
del
proverbio
,
di
tutto
quanto
v
'
è
di
più
vivo
nella
lingua
viva
,
come
se
in
lui
fossero
raccolti
e
saltassero
fuori
l
'
un
dopo
l
'
altro
dieci
scrittori
.
Ti
parrà
uniforme
da
principio
:
poi
vi
troverai
mille
forme
,
mille
armonie
,
mille
colori
.
E
non
possiamo
imitarlo
,
non
forzare
il
nostro
pensiero
moderno
alle
sue
forme
,
a
cui
non
si
piegherebbe
che
snaturandosi
,
né
dipingere
e
scolpire
con
l
'
arte
sua
,
né
ripeter
la
sua
musica
;
ma
egli
resta
pur
sempre
un
architetto
sovrano
,
un
pittore
insigne
,
uno
scultore
stupendo
,
un
artefice
di
suoni
maraviglioso
,
uno
scrittore
unico
,
che
fece
nella
prosa
italiana
il
lavoro
d
'
una
generazione
,
che
ogni
volta
che
ci
riprende
,
ci
domina
,
e
al
quale
è
bene
ritornare
ogni
tanto
,
perché
se
n
'
esce
sempre
con
un
raggio
nella
mente
e
dell
'
oro
nelle
mani
.
Dal
Boccaccio
a
Leonardo
.
Vuoi
ora
qualche
consiglio
,
non
da
maestro
,
ma
da
vecchio
amico
,
per
proseguire
dopo
il
Trecento
?
Fatto
che
avrai
il
gusto
al
Boccaccio
,
non
ti
svoglierà
dalla
lettura
l
'
imitazione
che
troverai
di
lui
in
una
serie
di
scrittori
del
secolo
seguente
;
i
quali
,
sotto
l
'
influsso
del
culto
risorgente
dell
'
antichità
,
seguirono
l
'
esempio
del
grande
novelliere
,
dislogando
le
ossa
,
come
dice
il
Leopardi
,
e
le
giunture
della
nostra
lingua
,
per
imporle
violentemente
le
forme
latine
.
Leggerai
Leon
Battista
Alberti
che
della
gravezza
della
sintassi
boccaccesca
ti
compenserà
con
molte
pagine
di
stile
elegante
e
agile
,
sparse
di
parole
vive
e
frasi
schiette
del
suo
volgare
nativo
.
Leggerai
con
piacere
la
lettera
di
Lorenzo
il
Magnifico
a
Federico
d
'
Aragona
,
che
si
può
dire
la
prima
esposizione
critica
della
nostra
più
antica
letteratura
poetica
,
oltre
che
un
esempio
di
bella
prosa
,
foggiata
alla
latina
,
d
'
una
eloquenza
nobile
e
calda
.
Per
formarti
un
concetto
della
prosa
classicheggiante
di
quel
secolo
,
qual
è
nel
più
alto
grado
del
suo
svolgimento
,
leggerai
,
con
un
po
'
di
pazienza
,
l
'
Arcadia
del
Sannazzaro
.
Altri
scrittori
leggerai
,
che
con
più
o
meno
garbo
innestarono
la
latinità
nel
volgare
,
temperando
la
gravità
dello
stile
forzato
con
quella
parte
della
lingua
viva
,
che
irresistibilmente
veniva
loro
dalla
bocca
alla
penna
.
E
farai
una
cosa
:
alternerai
con
la
lettura
di
questi
,
che
prolungata
ti
stancherebbe
,
quella
degli
scrittori
semplici
e
spontanei
,
che
anche
nel
Quattrocento
fiorirono
.
Leggi
le
lettere
di
Alessandra
Macinghi
,
dove
,
col
candore
dei
Trecentisti
,
troverai
la
ricchezza
e
la
vivacità
del
parlar
fiorentino
del
tempo
suo
,
e
come
in
uno
specchio
limpidissimo
riflessa
la
vita
d
'
una
famiglia
di
quel
secolo
,
e
in
questa
un
'
anima
schietta
,
buona
,
amorosa
,
di
cui
ti
resterà
l
'
immagine
impressa
nel
cuore
.
Leggi
le
prediche
di
Fra
Bernardino
da
Siena
,
tutte
fiorite
di
bei
modi
dell
'
antico
parlar
senese
,
tutte
apologhi
,
novellette
,
arguzie
,
quadretti
pieni
di
freschezza
e
di
vita
.
Leggi
,
come
esempio
di
spontaneità
e
di
forza
,
belle
nonostante
le
ruvidezze
dello
stile
,
efficacissime
nelle
forme
piane
e
spezzate
del
parlare
popolaresco
,
le
prediche
del
Savonarola
,
piene
di
lampi
e
di
tuoni
,
qualche
volta
grandi
e
terribili
.
Leggi
sopra
tutto
il
Trattato
della
Pittura
di
Leonardo
da
Vinci
,
per
vedere
a
che
grado
d
'
efficacia
possa
pervenire
nello
scrivere
un
homo
senza
lettere
quando
tratta
una
materia
in
cui
è
maestro
,
a
qual
segno
di
gagliardia
,
di
densità
,
di
concisione
,
di
limpidezza
possa
arrivar
nella
prosa
,
pur
senza
lettere
,
chi
ha
osservazioni
profonde
e
grandi
pensieri
da
esprimere
,
che
quadri
stupendi
di
colorito
e
d
'
evidenza
riesca
a
dipinger
con
la
penna
chi
ha
delle
cose
la
visione
fisica
netta
,
luminosa
,
immensa
ch
'
egli
aveva
.
Da
Leonardo
al
Machiavelli
.
La
stessa
norma
,
d
'
alternar
le
letture
di
scrittori
d
'
indole
opposta
o
diversa
,
ti
consiglio
di
seguire
per
gli
scrittori
del
secolo
decimosesto
,
il
più
ricco
di
grandi
maestri
,
il
più
vario
nelle
opere
,
il
più
ammirabile
per
ricchezza
di
lingua
e
perfezione
di
forma
,
di
tutta
la
letteratura
italiana
.
Nel
Bembo
,
primo
legislatore
della
lingua
volgare
,
che
giovò
più
di
tutti
in
Italia
alla
formazione
d
'
un
idioma
letterario
comune
,
e
in
molti
dei
suoi
imitatori
,
che
tutta
l
'
arte
dello
scrivere
ridussero
nella
scelta
e
nella
collocazione
delle
parole
,
ti
spiaceranno
la
mancanza
di
spontaneità
,
l
'
asservimento
del
pensiero
alla
frase
,
l
'
imitazione
pedissequa
del
Boccaccio
,
e
più
che
altro
quel
pavoneggiarsi
perpetuo
,
come
se
a
ogni
periodo
dicessero
ai
lettori
:
-
Vedete
come
scrivo
bene
!
-
Ma
leggili
con
attenzione
,
non
fosse
che
per
la
lingua
purissima
,
chè
ne
ricaverai
un
grande
vantaggio
.
Quanti
felici
costrutti
e
garbati
giri
di
sintassi
vi
troverai
,
che
fine
arte
nel
concatenare
i
periodi
e
nel
rendere
ogni
sfumatura
del
pensiero
,
che
ricchezza
di
modi
e
che
belle
e
flessuose
forme
di
eleganza
e
di
cortesia
signorile
!
E
non
soltanto
lo
stile
dignitoso
e
semplice
ti
attirerà
nel
Cortegiano
del
Castiglione
;
ma
la
rara
potenza
dell
'
osservar
dal
vero
e
sul
vivo
,
e
la
forte
pittura
di
caratteri
storici
,
e
la
rappresentazione
evidente
della
vita
delle
Corti
italiane
del
Cinquecento
,
e
la
magistrale
arte
dialogica
.
E
nel
Galateo
del
Della
Casa
,
oltre
la
grazia
,
la
fiorentinità
schietta
,
il
sapore
trecentistico
,
la
ricchezza
delle
espressioni
proprie
e
calzanti
,
ammirerai
le
osservazioni
argute
e
finissime
sull
'
animo
umano
,
sui
costumi
e
sulla
vita
;
e
nel
Gelli
la
forma
semplice
,
tersa
,
spontanea
,
ricca
del
più
bel
volgare
fiorentino
e
in
molti
tratti
quasi
moderna
,
con
la
quale
egli
rende
intelligibile
e
gradevole
a
ogni
lettore
anche
la
materia
ardua
della
filosofia
;
e
nel
Firenzuola
l
'
amenità
,
la
leggiadria
,
la
lingua
candidissima
,
snella
,
vivace
,
tutta
grazie
e
bei
modi
del
parlar
famigliare
.
Che
salti
maravigliosi
farai
da
un
prosatore
all
'
altro
!
E
come
sentirai
meglio
l
'
originalità
e
i
pregi
di
ciascuno
raffrontandolo
col
precedente
!
Dopo
la
prosa
rapida
,
nervosa
,
scolpita
del
traduttore
stringatissimo
del
più
stringato
degli
storici
,
dal
quale
imparerai
a
serrare
nel
più
breve
cerchio
possibile
di
parole
l
'
espressione
del
tuo
pensiero
,
ti
parrà
più
mirabilmente
fluida
e
musicale
l
'
eloquenza
dei
dialoghi
e
delle
lettere
del
Tasso
.
Dopo
esserti
dilettato
nell
'
arte
squisita
delle
Lettere
del
Caro
,
di
stile
disinvolto
e
brillante
,
ma
correttissimo
,
e
piene
di
gaio
lepore
,
leggerai
con
doppio
piacere
il
più
eloquente
e
più
incantevole
sgrammaticatore
di
tutte
letterature
,
quel
libro
unico
,
riboccante
di
vita
,
di
forza
,
di
baldanza
,
d
'
ingegno
,
viva
immagine
d
'
un
uomo
e
d
'
un
secolo
straordinario
,
quella
specie
d
'
Orlando
Furioso
in
prosa
,
quell
'
indiavolato
e
sfolgorante
capolavoro
,
che
è
la
Vita
di
Benvenuto
Cellini
.
Quando
t
'
avranno
un
po
'
stancato
le
descrizioni
e
le
orazioni
sfoggiate
della
storia
del
Giambullari
"
artista
finissimo
della
parola
e
della
sintassi
"
ma
impettito
e
freddo
nella
sua
"
dignità
impeccabile
"
,
leggerai
e
rileggerai
con
sempre
più
calda
ammirazione
l
'
Apologia
di
Lorenzino
dei
Medici
,
una
folata
d
'
eloquenza
italianissima
,
lucidissima
,
ardente
di
passione
,
bella
e
spaventevole
come
un
torrente
in
piena
,
che
travolge
ogni
cosa
.
E
senti
:
studia
il
Guicciardini
.
Non
ti
sgomentare
di
quello
stile
involuto
e
austero
,
talvolta
un
po
'
rude
,
sovente
oscuro
,
che
dà
sulle
prime
al
lettore
un
senso
d
'
oppressione
,
e
gli
confonde
la
mente
.
Continua
a
leggere
.
Tu
riconoscerai
a
poco
a
poco
che
quel
modo
di
scrivere
non
è
tanto
sforzo
e
artifizio
quanto
effetto
naturale
della
maniera
di
sentire
e
di
pensare
propria
dell
'
autore
,
del
procedimento
con
cui
si
svolgono
e
s
'
intrecciano
le
idee
nel
suo
intelletto
profondo
e
complesso
,
"
uno
dei
più
chiaroveggenti
che
siano
stati
al
mondo
.
"
E
dai
periodi
lunghi
e
farragginosi
,
di
cui
si
stenta
a
cogliere
il
senso
,
distinguerai
quelli
lunghi
del
pari
,
ma
architettati
con
maestria
mirabile
,
periodi
da
gran
signore
della
lingua
e
dello
stile
,
in
cui
dagli
accessori
emerge
l
'
idea
principale
,
dominante
,
come
una
torre
sopra
un
villaggio
.
E
da
questi
imparerai
a
legare
con
ordine
e
con
armonia
in
un
periodo
solo
,
intorno
a
un
solo
concetto
,
una
famiglia
di
concetti
minori
;
e
dai
magistrali
ritratti
dei
personaggi
e
dalle
considerazioni
acute
e
profonde
sugli
avvenimenti
,
a
studiare
l
'
animo
umano
e
i
casi
della
vita
;
e
di
quella
lettura
ti
rimarrà
nella
mente
un
suono
grave
e
solenne
,
che
risentirai
come
un
'
eco
ispiratrice
ogni
volta
che
,
scrivendo
,
cercherai
una
forma
degna
a
un
ordine
di
alti
pensieri
.
Ma
sopra
tutti
ammirerai
e
studierai
il
Machiavelli
,
che
"
segna
il
punto
d
'
arrivo
della
sincera
prosa
antica
e
il
punto
di
partenza
della
moderna
"
,
prosatore
che
dal
latinismo
e
dall
'
uso
volgare
trae
insieme
una
forza
che
nessun
altro
raggiunse
,
il
più
schietto
,
il
più
sicuro
,
il
più
sintetico
,
il
più
logico
scrittore
del
tempo
suo
,
il
più
sdegnoso
disprezzatore
della
rettorica
,
il
più
strettamente
legato
alla
realtà
delle
cose
,
il
più
potentemente
drammatico
,
il
più
superbamente
eloquente
;
grande
nell
'
arte
che
va
innanzi
al
suo
secolo
,
grande
nell
'
ardimento
e
nella
carità
di
patria
che
gli
fiammeggia
nell
'
anima
,
grande
nel
pensiero
folgorante
,
che
illumina
il
presente
e
legge
nell
'
avvenire
.
Da
Galileo
all
'
Alfieri
.
Un
altro
grande
maestro
.
Di
dove
arriva
il
Machiavelli
,
il
più
moderno
dei
prosatori
antichi
,
muove
Galileo
,
che
infondendo
nella
prosa
il
soffio
di
quella
nuova
filosofia
,
la
quale
"
fa
più
ricche
,
più
chiare
e
più
dritte
le
teste
"
,
le
dà
sulla
via
della
libertà
e
della
verità
l
'
impulso
poderoso
,
per
cui
ella
procede
fino
al
tempo
nostro
.
La
sodezza
e
la
concisione
che
viene
dalla
densità
del
pensiero
e
dalla
profondità
della
dottrina
,
la
lucidità
pura
che
deriva
dalla
chiarezza
perfetta
e
dallo
stretto
e
sottile
concatenamento
delle
idee
,
l
'
eleganza
,
la
dignità
,
la
sprezzatura
signorile
che
è
effetto
del
pieno
possesso
e
del
sentimento
profondo
della
lingua
letteraria
e
della
famigliare
,
tutto
questo
è
in
quella
nobile
prosa
che
scorre
come
un
largo
fiume
pacato
e
limpido
,
e
in
cui
si
sente
la
forza
d
'
un
intelletto
sovrano
e
d
'
un
'
anima
grande
.
Rimani
un
pezzo
alla
scuola
di
Galileo
,
e
ritornavi
ogni
tanto
per
imparare
,
non
soltanto
a
scrivere
,
ma
a
meditare
e
a
ragionare
;
senza
di
che
si
mena
la
penna
,
ma
non
si
scrive
.
Poi
leggerai
i
suoi
discepoli
e
continuatori
,
e
ti
piacerà
nel
Redi
la
grazia
prettamente
paesana
,
nel
Magalotti
la
scioltezza
tutta
moderna
,
nel
Boccalini
la
vivacità
e
la
gagliardìa
.
In
altra
forma
ti
persuaderà
eloquentemente
dell
'
obbligo
di
ben
parlare
la
propria
lingua
il
Dati
,
nella
cui
prosa
ritroverai
il
miglior
Cinquecento
;
e
nel
Sarpi
ammirerai
la
sobrietà
vigorosa
e
lucida
,
retta
da
una
coscienza
fortissima
e
da
un
alto
intento
civile
.
Ti
parrà
di
ritornare
indietro
col
Bartoli
,
adoratore
della
forma
,
studioso
di
vezzi
e
di
grazie
,
servitore
,
non
dominatore
della
lingua
;
ma
di
lingua
vi
troverai
una
miniera
enorme
,
e
v
'
imparerai
l
'
arte
difficile
di
"
condurre
come
in
ordinanza
stretta
i
pensieri
e
trarre
dalla
destrissima
collocazione
delle
parole
chiarezza
lucidissima
e
nobile
e
grato
temperamento
di
suoni
"
.
E
artificio
rettorico
troverai
pure
nelle
prediche
del
Segneri
,
concitate
talvolta
per
proposito
più
che
per
passione
;
ma
anche
spontaneità
nell
'
esuberanza
,
e
puro
eloquio
e
varietà
d
'
armonie
nella
stretta
argomentazione
e
negl
'
impeti
non
rari
d
'
eloquenza
vera
;
e
calda
,
viva
,
irruente
eloquenza
nelle
Filippiche
del
Tassoni
,
frementi
d
'
ira
contro
la
dominazione
straniera
e
tutte
palpitanti
di
generose
speranze
italiane
.
C
'
è
bisogno
di
raccomandarti
Gaspare
Gozzi
,
maestro
di
eleganza
e
di
grazia
,
pieno
di
buon
gusto
e
di
buon
senso
,
e
osservatore
arguto
e
finissimo
,
che
in
pieno
Settecento
oppone
all
'
invadente
gusto
straniero
la
sua
bella
prosa
castigata
,
ancora
atteggiata
della
dignità
antica
?
Occorre
accennarti
la
prosa
agile
,
spigliata
,
scintillante
,
con
la
quale
Giuseppe
Baretti
allarga
i
confini
della
critica
e
tratta
a
ferro
e
a
fuoco
le
frivolezze
e
le
pastorellerie
dell
'
Arcadia
?
Ma
a
lui
non
t
'
arresterai
per
studiare
gli
effetti
prodotti
nella
prosa
italiana
dal
nuovo
mescolarsi
della
cultura
nazionale
con
la
cultura
europea
contemporanea
.
Leggerai
del
Cesarotti
,
benchè
francesizzante
,
le
pagine
dove
si
prefigge
di
liberar
la
lingua
dal
dispotismo
dell
'
autorità
e
dai
capricci
della
moda
e
dell
'
uso
per
sommetterla
al
governo
legittimo
della
ragione
e
del
gusto
;
e
non
trascurerai
il
Bettinelli
,
se
vorrai
un
esempio
singolare
di
prosa
battagliera
,
ribelle
alle
tradizioni
pedantesche
,
inforestierata
,
ma
viva
;
né
l
'
Algarotti
,
che
nello
stile
foggiato
alla
francese
ha
l
'
arte
di
render
piane
con
facilità
e
vivezza
quasi
di
conversazione
le
verità
più
difficili
della
scienza
;
né
Alessandro
Verri
,
non
puro
di
lingua
né
di
stile
,
ma
uno
dei
primi
nostri
scrittori
riusciti
efficacissimi
nella
mozione
degli
affetti
.
E
arriverai
così
a
Vittorio
Alfieri
,
che
con
la
sua
Vita
eresse
il
primo
monumento
di
prosa
veramente
moderna
:
e
s
'
intende
di
quella
prosa
personale
,
non
calcata
su
alcun
esemplare
da
tutti
imitabile
,
la
quale
prende
forma
e
colore
dall
'
indole
dell
'
autore
,
ed
è
opera
d
'
arte
,
ma
d
'
un
'
arte
sua
propria
,
uscita
dall
'
intimo
dell
'
animo
suo
,
e
che
non
si
può
confondere
con
quella
di
nessun
altro
,
come
l
'
espressione
del
viso
e
il
suono
della
voce
.
Dal
Foscolo
al
Carducci
.
E
ora
una
schiera
di
maestri
,
mirabilmente
vari
,
nei
quali
,
come
nell
'
Alfieri
,
parla
il
nuovo
spirito
destato
dalla
rivoluzione
e
la
coscienza
nazionale
risuscitata
dalla
dominazione
francese
;
e
primo
fra
questi
Ugo
Foscolo
con
quell
'
Epistolario
impareggiabile
,
in
cui
egli
trasfuse
e
svelò
tutta
l
'
anima
sua
con
un
calore
,
con
una
sincerità
,
con
una
franchezza
e
vigoria
di
stile
che
ti
soggiogheranno
.
Ma
non
trascurerai
però
la
prosa
fluida
,
chiarissima
,
sonoramente
faconda
del
suo
rivale
poetico
,
Vincenzo
Monti
,
battagliante
col
diavolo
in
corpo
contro
la
Crusca
e
i
propri
critici
.
Né
ti
spiacerà
il
ritorno
all
'
imitazione
dell
'
antico
in
quegli
scrittori
che
tentarono
per
tal
via
di
salvare
le
nostre
lettere
dalla
corruzione
straniera
;
chè
anzi
essi
ti
gioveranno
per
questo
.
Declamazione
,
ridondanza
d
'
ornamenti
,
affettazione
anticheggiante
;
ma
anche
vigor
maschio
di
stile
,
pagine
scultorie
e
magniloquenti
troverai
nel
Botta
.
Ammirerai
il
gusto
squisito
e
"
la
strettissima
fabbrica
dei
periodi
"
nel
Giordani
,
benchè
per
il
soverchio
studio
appunto
di
legare
strettamente
le
idee
e
di
serbar
la
lingua
purissima
,
egli
abbia
qualche
cosa
di
rattenuto
,
come
dice
il
Capponi
,
e
"
non
scorra
nella
sua
prosa
libera
e
franca
l
'
onda
della
parola
"
.
E
benchè
la
parola
idoleggi
,
e
sia
schiavo
del
suo
principio
di
restringere
la
lingua
al
Trecento
,
ti
gioverà
il
Padre
Cesari
,
prosator
gioielliere
,
tutto
eleganze
classiche
,
che
fu
al
tempo
suo
contro
il
forestierume
linguistico
un
"
antidoto
potente
"
non
inutile
affatto
ai
giorni
nostri
.
E
lascerai
dire
chi
vuole
:
leggerai
il
Colletta
,
non
impeccabile
nella
lingua
e
non
sempre
chiarissimo
,
ma
fiero
e
gagliardo
in
quella
sua
prosa
da
uomo
di
guerra
,
che
porta
lo
stampo
profondo
dell
'
animo
suo
.
E
non
leggerai
soltanto
,
studierai
con
amore
i
due
prosatori
ammirabili
che
sono
nel
Leopardi
:
quello
libero
,
vivo
,
tutto
moderno
dei
Pensieri
inediti
,
dove
s
'
abbandona
all
'
ispirazione
subitanea
,
quasi
parlando
più
che
scrivendo
,
e
quello
meno
agile
,
meno
colorito
,
ma
di
disegno
più
puro
e
più
fermo
,
delle
Operette
morali
:
prosa
originalissima
,
mista
di
modernità
e
di
classicismo
,
magistralmente
ordita
,
d
'
una
"
serenità
marmorea
"
,
d
'
un
'
armonia
sommessa
e
delicatissima
,
e
d
'
una
chiarezza
"
a
traverso
la
quale
si
vedono
i
pensieri
come
per
un
'
acqua
limpida
le
rene
e
i
sassolini
del
fondo
"
.
Quello
che
il
Leopardi
non
fece
,
di
rinfrescare
la
lingua
alla
sorgente
dell
'
uso
vivo
,
troverai
nel
Tommaseo
,
che
alla
propria
prosa
"
diede
moto
e
vita
e
copia
ritraendo
giudiziosamente
dall
'
uso
fiorentino
"
,
poeta
e
scienziato
della
parola
,
qualche
volta
troppo
forzatamente
conciso
,
ma
ricco
,
robusto
,
proprio
,
e
pittore
e
scultore
e
cesellatore
,
che
dice
mirabilmente
e
in
modo
tutto
suo
ogni
cosa
più
difficile
a
dire
.
C
'
è
bisogno
di
rammentarti
Giuseppe
Giusti
?
Non
è
a
imitarsi
la
soverchia
ripetizione
dei
modi
prediletti
,
né
l
'
abuso
delle
forme
vernacole
,
né
l
'
affettazione
della
sprezzatura
,
in
cui
cade
troppo
spesso
nell
'
Epistolario
;
ma
quanta
ricchezza
di
modi
famigliari
e
popolari
,
che
pieghevolezza
,
che
amabile
baldanza
,
che
briosa
disinvoltura
di
stile
!
Non
t
'
avrei
neppure
da
rammentare
il
Guerrazzi
,
non
scevro
di
vecchia
rettorica
,
né
d
'
enfasi
romantica
,
e
spesso
forzato
nello
stile
;
ma
ricchissimo
di
lingua
pura
,
di
frasi
scultorie
e
d
'
immagini
ardite
,
potente
nell
'
espressione
dell
'
ira
e
del
sarcasmo
e
negl
'
impeti
d
'
eloquenza
patriottica
,
scrittore
originale
e
grande
nelle
sue
pagine
migliori
,
venate
d
'
oro
e
scintillanti
di
gemme
,
irte
di
rilievi
di
bronzo
e
di
punte
d
'
acciaio
.
Leggi
dopo
questa
,
per
amor
del
contrasto
,
la
prosa
nobilmente
famigliare
di
Gino
Capponi
,
bella
d
'
una
proporzione
,
d
'
una
discrezione
,
d
'
una
compostezza
patrizia
,
nella
quale
,
come
dice
il
Carducci
,
l
'
anima
del
lettore
si
riposa
e
si
contenta
come
l
'
occhio
dello
spettatore
nelle
linee
degli
edifizi
fiorentini
.
E
non
soltanto
per
dovere
di
cittadino
,
ma
per
interesse
di
studioso
,
leggerai
la
prosa
del
Mazzini
,
"
lievemente
colorita
di
classicismo
"
,
misurata
,
ma
viva
,
armoniosa
,
ma
senza
ridondanza
,
ora
profeticamente
solenne
,
ora
squillante
come
una
musica
guerriera
,
e
sempre
chiara
come
cristallo
.
E
per
prender
coraggio
da
un
esempio
insigne
del
come
anche
un
italiano
nato
ai
piedi
delle
Alpi
possa
con
lo
studio
riuscire
uno
scrittore
facondo
,
nobile
e
ricco
,
leggi
Vincenzo
Gioberti
:
un
maestro
,
benchè
vesta
troppo
ampiamente
il
pensiero
e
"
faccia
sciupìo
di
metafore
e
di
splendori
"
.
Col
quale
terminerei
,
non
essendo
necessario
l
'
accennare
i
viventi
,
se
d
'
uno
di
questi
non
si
potesse
in
nessun
modo
tacere
,
perché
è
incominciato
per
lui
il
giudizio
della
posterità
.
Voglio
dire
Giosue
Carducci
,
prosatore
potentissimo
,
che
dice
tutto
quello
che
vuole
e
come
vuole
,
solennemente
e
famigliarmente
,
con
un
'
arte
che
sgomenta
chi
studia
l
'
arte
;
nel
quale
la
conoscenza
profonda
della
lingua
letteraria
e
il
possesso
perfetto
dell
'
uso
vivo
,
non
abusati
mai
ad
alcun
proposito
,
si
fondono
e
si
contemperano
in
un
linguaggio
di
forza
straordinaria
e
d
'
armonia
svariatissima
,
egualmente
bello
e
potente
nella
descrizione
e
nella
polemica
,
nel
discorso
dottrinale
e
nel
volo
lirico
,
nell
'
orazione
politica
e
nella
fantasia
scherzosa
,
sempre
segnato
d
'
un
'
impronta
in
cui
lo
riconosci
e
lo
ammiri
.
-
Ma
,
e
Alessandro
Manzoni
?
-
domanderai
a
questo
punto
.
L
'
ho
lasciato
ultimo
per
finire
con
lui
,
e
volevo
finir
con
lui
perché
è
lo
scrittore
che
devo
raccomandarti
con
maggior
insistenza
di
studiare
,
parendomi
la
prosa
dei
Promessi
Sposi
la
più
vicina
a
quello
che
è
per
tutti
oramai
il
tipo
ideale
della
prosa
moderna
:
moderna
e
perfettamente
italiana
.
È
semplice
,
in
fatti
,
conforme
al
linguaggio
parlato
,
e
pare
spontanea
;
ma
non
cade
mai
nella
volgarità
,
e
neppure
nell
'
affettazione
della
naturalezza
.
È
chiara
,
limpida
come
l
'
aria
,
ma
non
per
effetto
d
'
una
semplicità
elementare
:
ha
la
chiarezza
che
deriva
dalla
precisione
e
dall
'
ordine
dei
pensieri
,
e
dall
'
arte
finissima
di
ridurre
ogni
idea
,
per
quanto
profonda
e
complessa
,
a
un
'
espressione
semplice
,
che
la
fa
parere
un
portato
del
senso
comune
.
È
sempre
stretta
al
pensiero
,
ma
senza
impacciarlo
mai
;
logica
,
ma
senza
mostrar
lo
sforzo
delle
connessioni
e
dei
legamenti
;
omogenea
,
ma
pieghevole
a
tutti
gli
atteggiamenti
del
pensiero
e
alla
natura
propria
d
'
ogni
oggetto
o
argomento
;
originale
,
ma
non
ribelle
alla
tradizione
,
e
scevra
a
un
tempo
d
'
ogni
imitazione
o
reminiscenza
di
stili
altrui
.
È
ricca
di
lingua
,
e
dove
il
soggetto
lo
vuole
,
elegante
,
ma
senza
che
la
forma
si
faccia
mai
sentire
per
sé
stessa
,
senza
che
alcuna
parola
o
frase
distolga
mai
l
'
attenzione
dal
pensiero
;
ed
è
variamente
colorita
,
ma
senza
vistosità
,
e
con
una
fusione
perfetta
di
tinte
;
ed
è
mirabilmente
armoniosa
,
ma
senza
ricerca
evidente
del
numero
,
d
'
un
'
armonia
riposta
e
delicatissima
,
che
par
non
venga
dalle
parole
,
ma
dal
pensiero
,
e
nasce
infatti
dall
'
equilibrio
perfetto
delle
idee
,
e
suona
nella
mente
quasi
senza
che
l
'
orecchio
la
senta
.
Leggila
e
studiala
con
attenzione
e
con
amore
.
Studiala
confrontando
le
due
Edizioni
del
Romanzo
,
quella
del
primo
testo
,
del
1825
,
e
quella
corretta
,
del
1840
,
e
ne
intenderai
meglio
la
ragione
,
l
'
arte
e
la
bellezza
al
vedere
come
del
primo
testo
l
'
autore
ha
appianato
le
scabrosità
,
addolcito
le
durezze
,
sostituito
al
latinismo
o
al
modo
vernacolo
la
locuzione
italiana
,
all
'
arcaismo
la
parola
viva
,
alla
pedanteria
grammaticale
l
'
anacoluto
efficace
;
per
che
via
,
con
che
norma
lucida
e
costante
egli
ha
rifatto
in
parte
e
avvicinato
l
'
opera
sua
alla
forma
ideale
che
gli
splendeva
nella
mente
.
Studiala
,
e
t
'
affinerai
il
criterio
e
il
gusto
,
e
prenderai
in
avversione
per
sempre
il
manierato
e
il
falso
,
il
troppo
e
il
vano
,
la
trivialità
e
la
stranezza
,
l
'
orpello
e
la
ciancia
.
Studiala
,
e
imparerai
a
fare
e
a
correggere
,
a
condensare
e
a
semplificare
,
a
esser
chiaro
e
sincero
,
dignitoso
e
discreto
,
logico
e
giusto
.
Studia
il
Manzoni
e
amalo
per
tutta
la
vita
.
Ma
non
lo
adorare
;
ti
sia
maestro
,
non
idolo
.
Conclusione
.
Voglio
dire
:
non
te
lo
prefiggere
modello
unico
di
prosatore
,
per
avere
il
pretesto
,
comodo
alla
pigrizia
,
di
non
leggerne
altri
,
come
molti
fanno
;
ai
quali
il
maestro
unico
raffina
il
gusto
,
ma
lo
circoscrive
;
poichè
il
Manzoni
mostrò
ciò
che
può
la
lingua
nostra
,
ma
non
in
tutti
i
campi
,
né
in
ogni
forma
della
letteratura
,
non
avendo
trattato
ogni
argomento
,
né
tutto
detto
in
tutti
i
modi
possibili
neppure
nel
campo
suo
.
E
non
lo
imitare
,
per
la
ragione
principalissima
,
ch
'
egli
non
ha
imitato
nessuno
.
Ma
la
semplicità
-
domanderai
-
la
naturalezza
,
tutte
le
qualità
mirabili
che
riconosciamo
nella
sua
prosa
,
perché
non
s
'
hanno
da
imitare
?
-
E
io
ti
rispondo
che
quelle
qualità
non
te
le
darà
l
'
imitazione
,
con
la
quale
troppo
facilmente
la
semplicità
degenera
in
sciatteria
,
la
grazia
in
sguaiataggine
e
in
superficialità
la
chiarezza
.
Quelle
qualità
devono
essere
in
te
,
come
furono
nel
Manzoni
,
il
frutto
maturo
d
'
infiniti
studi
e
letture
,
e
disse
stupendamente
il
più
sensato
dei
manzoniani
:
che
è
illusione
il
credere
di
potergliele
rubare
,
leggendo
lui
soltanto
,
senza
rifare
in
qualche
modo
il
cammino
ch
'
egli
fece
.
Leggi
dunque
,
e
studia
tutti
gli
scrittori
.
Leggi
e
confronta
fra
di
loro
quelli
che
si
rassomigliano
e
quelli
che
più
si
dissomigliano
,
arrestandoti
in
special
modo
a
considerare
gli
effetti
simili
ottenuti
con
mezzi
diversi
.
In
ciascuno
troverai
certi
ordini
di
pensieri
e
di
sentimenti
ch
'
essi
esprimono
con
maggior
efficacia
d
'
ogni
altro
;
troverai
nei
più
artificiosi
espressioni
e
forme
semplici
;
nei
meno
eleganti
forme
elegantissime
;
nei
meno
ricchi
di
lingua
locuzioni
e
costrutti
preziosi
,
da
altri
non
usati
,
frasi
e
parole
,
dalle
quali
essi
soli
traggono
certi
effetti
vivi
,
per
il
punto
e
il
modo
con
cui
le
adoperano
,
come
se
quelle
forme
acquistassero
dalla
loro
penna
,
incastonate
nei
loro
periodi
,
un
valore
particolare
.
Cerca
in
tutti
,
quando
sei
arrestato
da
una
frase
o
da
una
parola
che
suona
falso
,
o
da
un
'
oscurità
,
o
da
una
slegatura
che
ti
dà
il
senso
d
'
un
vuoto
,
o
da
un
giro
di
parole
che
ti
dà
un
principio
di
noia
,
cerca
in
qual
maniera
si
potrebbe
correggere
l
'
errore
,
chiarire
l
'
oscurità
,
annodare
i
pensieri
sconnessi
,
recidere
la
frase
oziosa
.
Arrèstati
in
special
modo
ogni
volta
che
trovi
espressi
con
facilità
e
proprietà
certi
sentimenti
e
pensieri
,
dei
quali
a
te
suol
riuscire
difficile
l
'
espressione
,
o
perché
corrispondono
a
lati
deboli
delle
tue
facoltà
,
o
perché
sono
remoti
dalla
tua
indole
,
o
perché
si
riferiscono
a
cose
sulle
quali
non
hai
mai
fermato
a
lungo
l
'
attenzione
.
E
ritorna
sulle
pagine
belle
:
non
ti
contentare
di
quella
prima
commozione
viva
e
piacevole
ch
'
esse
ti
destano
,
nella
quale
,
come
dice
il
Leopardi
,
la
mente
tumultua
e
si
confonde
;
ma
esamina
,
com
'
egli
faceva
,
e
rivolgi
in
mente
quelle
bellezze
fin
che
esse
vi
piglino
un
posto
,
dove
rimangano
.
Locuzioni
,
armonie
,
inflessioni
di
stile
,
particolarità
sintattiche
degli
scrittori
più
diversi
si
mescoleranno
nella
tua
memoria
,
si
combineranno
coi
tuoi
pensieri
,
e
ti
verranno
fuori
in
certi
momenti
,
senza
che
tu
ne
riconosca
l
'
origine
,
come
dall
'
intimo
del
tuo
spirito
,
come
nate
nel
tuo
capo
,
e
tutte
tue
;
chè
saranno
tue
veramente
.
Ti
verranno
,
nello
scrivere
,
reminiscenze
inconsapevoli
di
tutte
le
scuole
,
di
tutti
i
generi
e
di
tutti
i
secoli
della
letteratura
,
soccorsi
inaspettati
,
echi
lontani
e
vicini
e
soffi
animatori
e
baleni
;
scriverai
con
la
cooperazione
misteriosa
di
tutti
i
grandi
scrittori
;
e
ti
parrà
nondimeno
di
non
ricever
nulla
da
nessuno
,
perché
quello
che
n
'
avrai
tolto
sarà
diventato
tua
eredità
legittima
,
ti
sarà
penetrato
"
nei
più
profondi
strati
del
pensabile
"
,
sarà
diventato
sostanza
del
tuo
cervello
e
del
tuo
sangue
,
il
tuo
ingegno
,
la
tua
italianità
,
la
parola
spontanea
e
necessaria
del
tuo
sentimento
e
del
tuo
pensiero
.
UN
PARLATORE
IDEALE
.
È
uno
dei
più
cari
ricordi
della
mia
gioventù
questo
toscano
illustre
,
al
quale
,
per
riuscire
un
grande
scrittore
,
non
mancò
né
l
'
ingegno
,
né
la
dottrina
,
né
il
sentimento
,
né
l
'
arte
;
ma
solamente
la
voglia
di
scrivere
.
Già
dissi
di
lui
in
altri
libri
;
ma
l
'
impressione
ch
'
egli
mi
lasciò
di
sé
nell
'
animo
e
nella
mente
è
così
profonda
,
e
ancor
così
viva
,
che
,
riparlandone
,
non
ho
coscienza
di
ripetere
cose
già
dette
;
e
se
ripeto
le
cose
,
mi
vien
sempre
fatto
di
dirle
in
modo
diverso
,
poichè
mi
pare
di
non
averle
mai
dette
prima
con
bastante
efficacia
.
È
il
più
ammirabile
maestro
di
lingua
parlata
ch
'
io
abbia
inteso
mai
,
quello
che
mi
mostrò
meglio
d
'
ogni
altro
più
eletto
parlatore
ciò
che
può
la
lingua
italiana
nel
campo
della
conversazione
agile
e
varia
,
irto
di
tante
difficoltà
per
la
maggior
parte
degl
'
italiani
anche
colti
.
Si
sentiva
ch
'
era
toscano
;
ma
non
negl
'
idiotismi
di
pronunzia
che
ai
toscani
si
rimproverano
,
chè
non
n
'
aveva
nessuno
,
non
aspirando
neppur
leggermente
la
c
:
si
sentiva
nella
pronunzia
perfetta
che
,
fuor
di
Toscana
,
nessun
italiano
o
pochissimi
possedono
,
anche
di
coloro
che
hanno
reputazione
meritata
di
parlar
perfettamente
.
Ma
la
pronunzia
era
il
pregio
minore
del
suo
parlare
.
Il
pregio
massimo
era
d
'
esprimere
ogni
pensiero
,
anche
più
difficile
,
intorno
a
qualunque
argomento
,
o
più
ovvio
o
più
astruso
,
con
una
facilità
e
con
un
garbo
impareggiabile
,
senza
uscir
mai
dal
tono
della
conversazione
famigliare
;
di
dire
ogni
cosa
con
proprietà
,
con
finezza
e
con
eleganza
,
senza
che
apparisse
mai
nel
suo
discorso
neppure
un
'
ombra
di
ricercatezza
e
d
'
ostentazione
letteraria
.
Parlava
con
facilità
,
ma
non
in
furia
,
e
se
qualche
volta
s
'
arrestava
un
momento
a
cercare
una
parola
o
una
frase
,
nessuno
dei
suoi
ascoltatori
s
'
impazientiva
;
non
solo
,
ma
l
'
aspettazione
era
piacevole
,
perché
sapevan
tutti
che
l
'
espressione
aspettata
veniva
poi
quasi
sempre
più
felice
,
più
calzante
al
pensiero
di
quella
che
alla
mente
loro
s
'
affacciava
.
E
v
'
erano
nel
suo
linguaggio
gradazioni
finissime
secondo
ch
'
egli
parlava
con
persone
con
le
quali
non
avesse
dimestichezza
,
o
con
amici
stretti
,
o
in
un
crocchio
dove
non
fossero
signore
,
o
con
signore
.
Non
c
'
era
caso
che
con
queste
gli
sfuggisse
mai
uno
di
quei
tanti
modi
volgari
,
comunemente
usati
,
dello
stampo
di
tirar
su
le
calze
o
romper
le
tasche
o
mandare
a
far
friggere
,
che
molti
credono
leciti
in
ogni
compagnia
perché
li
hanno
letti
nei
libri
:
egli
non
aveva
neppur
da
fare
un
atto
di
riflessione
per
iscansarli
:
il
suo
senso
squisito
della
dignità
e
della
grazia
li
escludeva
.
E
così
,
quando
gli
occorreva
di
spiegare
ad
uno
qualche
cosa
che
questi
non
comprendesse
alla
prima
,
o
quando
faceva
una
citazione
,
o
ribatteva
un
'
opinione
altrui
,
erano
ammirabili
le
sfumature
,
le
industrie
gentili
della
frase
e
dell
'
accento
,
ch
'
egli
usava
,
non
lasciandole
quasi
avvertire
,
perché
non
ci
fosse
nel
suo
linguaggio
nessun
'
apparenza
d
'
insegnamento
,
né
colore
di
saccenteria
,
né
asprezza
di
contraddizione
.
Ne
seguiva
mai
ch
'
egli
mostrasse
,
come
fanno
molti
bei
parlatori
,
di
star
a
sentire
sé
stesso
,
o
di
cercar
negli
occhi
degli
uditori
l
'
ammirazione
della
propria
eloquenza
:
non
si
vedeva
mai
sul
suo
viso
,
non
si
sentiva
mai
nel
suo
accento
altra
espressione
da
quella
del
pensiero
o
del
sentimento
ch
'
egli
esponeva
.
Alla
semplicità
signorile
e
amabile
del
linguaggio
corrispondeva
perfettamente
il
suo
modo
di
gestire
:
vivo
,
ma
sobrio
,
e
sempre
spontaneo
,
e
pieno
d
'
efficacia
,
sia
che
facesse
l
'
atto
di
disegnar
nell
'
aria
un
'
immagine
,
o
d
'
incidere
col
cesello
una
frase
,
o
di
modellare
una
forma
nella
creta
,
o
di
scacciare
con
la
mano
un
velo
di
nebbia
che
ondeggiasse
fra
il
suo
pensiero
e
la
sua
parola
.
Maravigliosa
era
poi
la
varietà
del
suo
vocabolario
,
ricchissimo
,
secondo
gli
argomenti
della
conversazione
,
di
locuzioni
letterarie
e
di
modi
popolari
,
senza
che
nessun
modo
insolito
usato
da
lui
paresse
mai
strano
o
nuovo
affatto
a
chi
l
'
udiva
per
la
prima
volta
,
tanto
egli
l
'
usava
a
proposito
,
e
in
maniera
che
da
tutto
il
discorso
n
'
era
chiarito
il
senso
e
l
'
opportunità
dimostrata
.
Persino
quei
vocaboli
stranieri
,
che
s
'
usano
di
necessità
per
designar
nuove
cose
,
ma
che
suonano
sgradevolmente
all
'
orecchio
non
ancora
assuefatto
a
sentirli
,
riuscivano
meno
esotici
,
pigliavan
quasi
suono
e
apparenza
italiani
in
quel
suo
linguaggio
di
sostanza
e
di
forma
tutta
italiana
,
come
se
questo
comunicasse
loro
un
poco
del
suo
colorito
e
della
sua
armonia
.
Con
che
agilità
di
parola
raccontava
,
con
che
evidenza
di
disegno
e
securità
di
tocco
descriveva
,
con
che
vivezza
faceva
scattare
e
scintillare
l
'
arguzia
,
e
con
che
stretta
concatenazione
d
'
argomenti
e
lucida
semplicità
di
dizione
ragionava
,
smorzando
il
tono
,
allentando
la
stretta
della
dialettica
,
raffinando
la
cortesia
dell
'
espressione
man
mano
che
sentiva
vacillare
l
'
avversario
,
non
più
ostinato
a
resistere
che
per
salvare
l
'
orgoglio
!
Si
diceva
ogni
momento
,
ascoltandolo
:
-
Senti
,
come
si
può
dire
semplicemente
la
tal
cosa
che
io
dico
sempre
con
una
frase
solenne
!
-
Oppure
:
-
Guarda
,
e
io
sostenni
sempre
che
la
tal
frase
francese
non
si
poteva
tradurre
in
buon
italiano
!
-
A
sentirlo
,
desideravo
sempre
che
fosse
lì
qualche
dotto
straniero
,
di
quelli
che
intendono
l
'
italiano
e
lo
gustano
,
perché
ammirasse
in
quel
parlare
un
saggio
della
ricchezza
e
della
potenza
della
nostra
lingua
,
e
mi
rallegravo
in
fondo
all
'
anima
,
e
sentivo
alterezza
d
'
esser
nato
nel
paese
dove
una
tal
lingua
si
parla
.
E
osservavo
che
quasi
tutti
,
discorrendo
con
lui
,
parlavano
meglio
del
solito
,
e
non
per
uno
sforzo
che
facessero
,
per
emulazione
;
ma
naturalmente
,
come
per
un
'
eco
armoniosa
ch
'
egli
destasse
in
loro
;
ciò
che
pure
osservai
nelle
famiglie
,
dove
parlan
tutti
più
o
men
bene
,
se
c
'
è
uno
che
parla
benissimo
.
La
sua
conversazione
era
un
diletto
,
un
pascolo
intellettuale
,
una
scuola
di
lingua
e
di
gentilezza
.
E
per
effetto
dei
vari
pregi
ch
'
egli
riuniva
,
dell
'
espressione
propria
e
colorita
,
della
pronunzia
bella
,
dell
'
accento
e
del
gesto
efficacissimo
,
tanta
parte
dei
suoi
discorsi
m
'
è
rimasta
impressa
nella
memoria
,
che
ad
ogni
tratto
,
parlando
e
scrivendo
,
nell
'
atto
stesso
che
certe
espressioni
m
'
escono
dalla
bocca
o
dalla
penna
,
mi
ricordo
d
'
averle
imparate
da
lui
;
e
molte
volte
,
dopo
che
ho
scritto
una
frase
o
una
parola
che
mi
pare
affettata
,
o
volgare
,
o
disadatta
,
domando
a
me
stesso
s
'
egli
l
'
avrebbe
usata
,
e
se
,
immaginando
d
'
udirla
dire
da
lui
,
mi
par
che
stoni
col
suo
discorso
,
la
cancello
;
e
quasi
sempre
,
nel
rileggere
con
intento
critico
qualche
cosa
mia
che
non
mi
contenti
,
per
forzarmi
ad
esser
severo
con
me
medesimo
in
ciò
che
riguarda
il
buon
gusto
,
mi
figuro
che
ci
sia
lì
lui
,
ad
ascoltare
.
E
così
nei
buoni
effetti
del
suo
insegnamento
mi
risorge
dinanzi
sovente
l
'
immagine
del
maestro
insigne
e
caro
,
che
da
venticinque
anni
non
vedo
più
,
e
a
cui
m
'
è
dolce
esprimere
ancora
una
volta
la
reverenza
antica
e
la
gratitudine
fatta
più
viva
dal
tempo
.
[
350
bianca
]
PARTE
TERZA
.
[
352
bianca
]
SE
CI
POSSIAMO
FARE
UNO
STILE
.
Un
onesto
negoziante
,
un
po
'
burbero
in
famiglia
,
ma
buon
diavolaccio
,
il
quale
credeva
che
per
legge
di
natura
un
padre
fosse
in
grado
d
'
insegnare
alla
sua
prole
ogni
cosa
,
un
giorno
,
in
mia
presenza
,
disse
severamente
al
suo
figliuoletto
,
rendendogli
la
pagina
del
componimento
italiano
:
-
Ma
quando
ti
farai
uno
stile
?
-
Poi
,
rivolgendosi
a
me
:
-
Lo
persuada
lei
,
che
è
tempo
che
si
faccia
uno
stile
.
Gli
promisi
di
contentarlo
in
un
momento
più
opportuno
;
ma
la
prima
volta
che
mi
trovai
a
quattr
'
occhi
col
ragazzo
,
lo
confesso
senza
rimorso
,
tradii
il
genitore
con
un
discorsetto
ribelle
alla
sua
volontà
;
il
quale
diceva
presso
a
poco
quello
che
ora
ripeto
a
te
,
mio
giovine
lettore
ideale
.
Farsi
uno
stile
!
Mi
par
come
dire
:
farsi
un
temperamento
,
farsi
una
fisonomia
,
farsi
una
voce
.
Lo
stile
non
ce
lo
facciamo
:
ci
vien
fatto
;
o
come
disse
un
grande
scrittore
,
si
trova
senza
cercarlo
:
chi
lo
cerca
,
non
può
che
trovare
uno
stile
artefatto
;
chi
se
lo
vuol
fare
non
riuscirà
che
a
farsi
una
maniera
,
non
uno
stile
.
Qualunque
scrittore
,
che
abbia
uno
stile
veramente
proprio
e
sano
,
che
non
sia
imitazione
o
artifizio
(
sinonimi
,
letterariamente
,
di
malsania
)
,
se
gli
domandi
in
che
modo
se
lo
sia
fatto
,
ti
dirà
che
non
lo
sa
,
o
che
non
lo
sa
dire
;
che
in
fondo
è
la
stessa
cosa
.
Non
ti
dar
dunque
questa
briga
,
non
soltanto
inutile
,
ma
perniciosa
.
Se
si
tien
per
giusta
la
definizione
:
lo
stile
è
l
'
uomo
,
tu
devi
prima
diventare
un
uomo
.
Se
s
'
accetta
l
'
altra
definizione
:
-
lo
stile
è
quella
vita
che
il
tuo
concetto
prende
in
te
,
e
che
tu
comunichi
,
nell
'
esprimerlo
,
agli
altri
-
,
o
più
breve
:
-
è
la
vita
nella
parola
-
,
come
si
può
cercare
la
vita
?
Sei
persuaso
?
T
'
addurrò
un
'
altra
ragione
.
È
un
fatto
universalmente
riconosciuto
che
ogni
individuo
,
in
un
certo
senso
,
parla
un
linguaggio
diverso
da
quello
d
'
ogni
altro
uomo
,
cioè
,
che
non
solo
usa
sempre
o
quasi
quelle
tali
parole
per
esprimere
quelle
tali
cose
,
e
ha
certi
modi
e
frasi
famigliari
,
consuete
a
lui
più
che
agli
altri
;
ma
che
certe
parole
e
frasi
suole
usare
in
un
significato
leggermente
diverso
da
quello
che
dànno
loro
la
maggior
parte
.
E
non
soltanto
ciascun
uomo
ha
un
linguaggio
individuale
per
quello
che
riguarda
i
semplici
vocaboli
e
le
semplici
frasi
;
ma
ha
pure
un
suo
modo
particolare
d
'
ordinare
le
idee
,
il
quale
deriva
dal
maggiore
o
minor
grado
d
'
importanza
che
a
ciascuna
idea
egli
attribuisce
rispetto
all
'
altre
,
e
un
modo
suo
proprio
di
legarle
fra
loro
,
il
quale
dipende
dalle
relazioni
particolari
che
fra
loro
egli
vede
,
e
anche
un
andamento
del
discorso
,
per
così
dir
musicale
,
suo
proprio
,
il
quale
è
effetto
del
suo
modo
individuale
di
sentire
il
suono
del
linguaggio
ch
'
egli
parla
.
Ora
in
questo
vocabolario
individuale
,
e
nel
modo
d
'
ordinare
e
di
collegare
l
'
idee
,
e
nel
ritmo
del
discorso
che
ciascuno
ha
di
suo
,
consiste
appunto
lo
stile
;
e
tu
comprendi
che
tutte
queste
cose
non
si
cercano
,
ma
vengono
da
sé
,
col
tempo
,
che
ne
porta
molt
'
altre
.
Vedi
dunque
che
non
ti
devi
affannare
a
farti
uno
stile
.
Ognun
sa
sé
,
dice
il
proverbio
,
e
il
Giusti
,
riferendolo
allo
scrivere
,
l
'
ha
ben
commentato
così
:
ognuno
ha
mezzi
tutti
suoi
,
tutti
voluti
dal
suo
modo
di
essere
,
e
dei
quali
il
più
delle
volte
non
saprebbe
dar
conto
neppure
a
sé
medesimo
.
Ma
questi
mezzi
non
si
svolgono
,
e
non
vien
fatto
d
'
usarli
che
con
gli
anni
,
quando
è
formata
l
'
organatura
della
mente
e
formato
l
'
animo
.
In
ciò
che
nel
linguaggio
di
ciascuno
c
'
è
di
differente
da
quello
degli
altri
"
entra
tutta
l
'
individualità
del
carattere
,
del
sapere
,
dell
'
educazione
"
.
Lo
stile
ti
verrà
dai
recessi
più
profondi
dell
'
animo
,
da
quello
che
faranno
di
te
le
passioni
,
i
casi
della
vita
,
le
cose
che
amerai
e
ammirerai
,
la
tua
professione
,
i
tuoi
studi
prediletti
;
ti
verrà
dal
predominio
che
avrà
in
te
o
il
sentimento
o
la
ragione
,
o
dall
'
equilibrio
stabile
dell
'
uno
con
l
'
altra
;
dai
contrasti
che
troverai
,
dalle
lotte
che
dovrai
combattere
,
dai
favori
e
dalle
percosse
che
avrai
dalla
fortuna
nell
'
aprirti
una
strada
nel
mondo
,
dall
'
aspetto
in
cui
ti
si
presenterà
la
natura
,
dal
modo
come
giudicherai
gli
uomini
,
dalla
fede
che
avrai
in
qualche
cosa
di
bello
e
di
grande
,
o
dai
sentimenti
che
non
ti
lasceranno
sorgere
o
ti
spegneranno
nel
cuore
quella
fede
.
Come
la
luce
del
sole
dà
il
colore
alle
cose
,
sarà
il
lume
dell
'
anima
tua
che
darà
il
colore
al
tuo
stile
,
sarà
il
palpito
del
tuo
cuore
che
gli
darà
il
movimento
,
e
gli
darà
il
calore
l
'
onda
del
tuo
sangue
,
e
l
'
eco
che
avrà
nel
tuo
spirito
l
'
armonia
del
giorno
sarà
la
sua
armonia
.
Cerca
dunque
per
ora
,
nello
scrivere
,
la
naturalezza
,
la
chiarezza
,
l
'
ordine
,
la
proprietà
;
ma
quel
che
indefinibile
che
è
l
'
individualità
dello
stile
,
che
è
lo
stile
senz
'
altro
,
aspetta
che
ti
venga
.
Se
te
lo
volessi
fare
,
cadresti
sicuramente
nell
'
imitazione
e
nella
stranezza
.
Non
cercare
lo
stile
:
pensa
,
studia
,
opera
,
ama
,
vivi
,
e
l
'
avrai
.
LO
STILETTATORE
.
Vien
qui
a
proposito
un
nuovo
personaggio
piacevole
.
Non
bazzicò
che
breve
tempo
il
nostro
piccolo
cenacolo
letterario
di
capi
armonici
,
quando
Firenze
era
capitale
;
ma
vi
lasciò
di
sé
una
memoria
vivissima
,
che
,
come
vedi
,
ancor
non
m
'
abbandona
;
(
o
dolce
Francesca
,
perdonami
!
)
In
che
modo
si
fosse
imbrancato
con
noi
non
ricordo
bene
:
mi
pare
al
caffè
,
dove
attaccò
conversazione
di
punto
in
bianco
,
da
un
tavolino
all
'
altro
,
una
sera
che
discutevamo
di
letteratura
,
vociando
tutti
a
un
tempo
,
com
'
era
nostro
costume
.
Era
Emiliano
,
agente
di
varie
Case
di
commercio
,
benchè
ancora
molto
giovane
,
e
dilettante
di
lettere
a
ore
avanzate
.
Aveva
scelto
per
passatempo
la
letteratura
,
non
so
perché
,
invece
del
biliardo
o
del
tiro
al
piccione
:
forse
perché
meno
costosa
;
ma
a
poco
a
poco
ci
aveva
preso
passione
;
e
l
'
idea
madre
della
sua
passione
era
,
com
'
egli
diceva
corrugando
la
fronte
,
di
farsi
uno
stile
.
Questa
frase
,
nella
quale
si
riduceva
,
credo
,
quanto
egli
conservava
degli
studi
ginnasiali
non
finiti
,
gli
s
'
era
ficcata
nel
capo
come
una
vite
;
farsi
uno
stile
era
diventato
per
lui
il
pensiero
precipuo
della
vita
,
dopo
quello
di
guadagnarsi
il
pane
.
Ma
qualunque
altra
cosa
avesse
disegnato
di
farsi
,
anche
un
palazzo
di
marmo
di
Carrara
,
credo
che
gli
sarebbe
riuscita
più
facilmente
di
quella
,
da
tanto
ch
'
era
falso
e
strambo
il
modo
ch
'
egli
teneva
per
conseguirla
.
Al
pari
di
molt
'
altri
,
egli
considerava
lo
scrivere
come
un
'
industria
a
parte
,
che
non
avesse
che
fare
col
pensiero
,
o
quasi
;
come
un
'
arte
meccanica
in
cui
si
riuscisse
maestri
con
l
'
esercizio
,
indipendentemente
dal
fatto
di
avere
o
no
qualche
cosa
da
dire
;
e
credeva
quindi
che
uno
si
potesse
fare
uno
stile
,
come
un
sarto
fa
un
abito
,
per
esporlo
nella
vetrina
della
sua
bottega
.
E
neanche
studiava
a
modo
suo
(
chè
sarebbe
stato
inutile
)
di
farsi
uno
stile
suo
proprio
.
Egli
andava
cercando
nella
gran
sartoria
della
letteratura
italiana
un
abito
bell
'
e
fatto
;
pigliava
ora
questo
ora
quello
,
se
lo
insaccava
,
e
veniva
a
farcelo
vedere
,
pavoneggiandosi
.
Un
certo
talentaccio
d
'
imitazione
l
'
aveva
.
Letto
per
una
settimana
un
autore
,
ne
cavava
un
certo
numero
di
frasi
e
di
costrutti
,
gl
'
imbastiva
insieme
alla
diavola
sopra
un
argomento
qualsiasi
,
e
correva
al
caffè
a
leggerci
la
paginetta
come
un
saggio
dello
stile
che
s
'
era
fatto
.
Gli
saltavamo
agli
occhi
,
dandogli
del
contraffattore
,
del
falso
pavone
,
dell
'
arlecchino
finto
Principe
.
E
allora
egli
ricorreva
a
un
altro
autore
,
e
tornava
dopo
un
po
'
con
un
'
altra
paginetta
,
tessuta
con
la
filaccia
spicciata
dai
panni
di
quello
.
Una
volta
rifaceva
il
Giusti
,
un
'
altra
il
Boccaccio
,
una
settimana
guerrazzeggiava
,
la
settimana
appresso
impiccava
i
fantocci
del
suo
pensiero
al
laccio
del
Davanzati
.
E
non
si
scoraggiava
mai
per
le
nostre
canzonature
.
-
Eppure
-
,
esclamava
,
picchiando
il
pugno
sul
tavolino
-
io
mi
farò
uno
stile
!
Parve
una
volta
persuaso
,
finalmente
,
della
falsità
della
via
che
batteva
:
che
uno
stile
non
si
sarebbe
fatto
mai
scimiottando
ora
l
'
uno
ora
l
'
altro
scrittore
.
Avete
ragione
-
ci
disse
-
non
bisogna
imitare
pecorescamente
nessuno
.
-
E
ci
manifestò
la
sua
nuova
idea
,
un
'
idea
luminosa
,
una
trovata
da
uomo
di
genio
,
espressa
con
una
formula
farmaceutica
:
-
Bisogna
mescolare
e
agitare
.
-
E
mescolò
e
agitò
davvero
.
La
sera
che
ci
portò
il
suo
nuovo
saggio
,
si
fece
un
baccano
di
casa
del
diavolo
.
Era
la
brutta
copia
d
'
un
lungo
articolo
di
giornale
,
in
cui
aveva
fatto
il
più
bizzarro
intruglio
di
stili
che
si
possa
immaginare
;
dove
quasi
ad
ogni
periodo
saltava
dall
'
imitazione
d
'
uno
scrittore
a
quella
d
'
un
altro
,
facendo
anche
salti
di
secoli
,
con
una
temerità
di
matto
furioso
;
un
cibreo
stilistico
,
nel
quale
si
sentivano
i
più
disparati
sapori
della
cucina
letteraria
nazionale
,
dalle
semplici
minestre
patriarcali
dei
trecentisti
ai
lambiccati
manicaretti
dolciastri
dei
cianciatorelli
fiorentineggianti
e
francesizzanti
della
scuola
manzoniana
degenerata
.
Il
chiasso
che
facemmo
lo
sconcertò
al
primo
momento
;
riconobbe
sbagliata
la
ricetta
;
ma
si
rifece
animo
ben
presto
,
e
ripetè
fieramente
che
in
ogni
modo
,
o
per
una
via
o
per
un
'
altra
,
a
furia
di
cercare
e
d
'
ostinarsi
,
si
sarebbe
fatto
uno
stile
.
E
appunto
per
questo
suo
continuo
farci
balenare
agli
occhi
,
quasi
in
atto
di
minaccia
,
il
suo
stile
futuro
,
gli
mettemmo
il
soprannome
di
stilettatore
.
Il
ridere
che
si
fece
alle
sue
spalle
,
povero
stilettatore
!
Quando
l
'
incontravamo
per
la
strada
,
dopo
qualche
giorno
che
non
s
'
era
visto
,
gli
domandavamo
lì
su
due
piedi
:
-
Te
lo
sei
fatto
?
-
Non
ancora
proprio
-
,
rispondeva
;
-
ma
sono
sulla
buona
strada
.
-
Ma
è
tempo
che
tu
ti
spicci
!
-
Si
fa
presto
a
dire
-
,
ribatteva
sul
serio
.
-
Ma
non
ci
si
fa
mica
uno
stile
in
ventiquattr
'
ore
!
-
lasciando
capire
con
quelle
parole
,
che
forse
in
fin
di
settimana
avrebbe
avuto
il
fatto
suo
.
Non
gli
davamo
requie
.
Aveva
ragione
di
dirci
che
gli
stilettatori
eravamo
noi
.
Quando
al
caffè
si
chinava
a
cercare
un
soldo
che
gli
era
cascato
,
gli
domandavamo
:
-
Che
cosa
cerchi
?
Uno
stile
?
-
Quando
mescolava
nel
bicchiere
vari
liquori
per
farsi
una
certa
bibita
di
sua
invenzione
,
dicevamo
:
-
Ecco
Pippo
(
era
il
suo
nome
di
battesimo
)
che
si
fa
uno
stile
!
-
E
gli
davamo
ogni
specie
di
ricette
scritte
per
farselo
.
-
Recipe
:
tanti
grammi
di
questo
,
tanti
di
quest
'
altro
:
pestare
,
sbattere
,
far
cuocere
a
bagnomaria
-
,
e
la
parte
del
corpo
dove
aveva
da
applicare
l
'
impiastro
.
Ma
egli
non
badava
alle
nostre
burle
,
e
seguitava
a
braccar
lo
stile
.
-
Uno
stile
-
ci
disse
gravemente
una
sera
(
e
doveva
essere
una
frase
imparata
di
fresco
)
-
che
sia
nello
stesso
tempo
moderno
e
ritragga
dai
grandi
esemplari
.
Curiosa
,
fra
l
'
altro
,
era
l
'
impressione
che
gli
facevano
tutte
le
locuzioni
e
le
definizioni
insolite
ch
'
egli
leggesse
,
concernenti
la
tecnica
(
era
una
sua
parola
prediletta
)
dello
stile
.
Non
le
capiva
bene
,
e
non
poteva
;
ma
le
raccoglieva
con
cura
amorosa
,
e
le
veniva
ripetendo
con
cert
'
aria
di
solennità
e
di
mistero
,
come
formule
d
'
arte
magica
.
L
'
elaborazione
formale
del
periodo
,
il
tipo
periodico
,
il
nodo
sintattico
,
i
legami
gerundivi
e
ipotetici
,
gli
spunti
melodici
dello
stile
lo
facevano
pensare
,
non
so
ben
che
cosa
,
nulla
forse
,
ma
profondamente
.
Ricordo
che
gli
fece
un
gran
senso
una
frase
bella
davvero
che
aveva
letta
in
un
libro
,
dove
era
detto
di
certe
curve
del
periodo
prosastico
di
Dante
,
non
mai
girate
per
intero
,
rompentisi
come
a
formare
un
sesto
acuto
.
Ah
!
s
'
egli
avesse
potuto
fare
dei
periodi
col
sesto
acuto
!
Anche
uno
solo
!
Credo
che
avrebbe
dato
per
questo
tutti
i
suoi
guadagni
commerciali
d
'
un
mese
.
Ma
per
tutto
il
tempo
che
rimase
a
Firenze
,
lo
stile
non
lo
trovò
.
Per
i
suoi
affari
di
commercio
dovè
andare
a
stabilirsi
a
Milano
.
Ma
per
lungo
tempo
noi
continuammo
a
parlare
spesso
di
lui
.
Non
occorreva
di
nominarlo
.
Quando
,
in
un
ristagno
della
conversazione
,
saltava
su
uno
a
dire
:
-
Se
lo
sarà
già
fatto
?
-
tutti
capivano
ch
'
egli
domandava
se
lo
stilettatore
si
fosse
fatto
finalmente
uno
stile
.
Lo
incontrai
molti
anni
dopo
a
Milano
,
mentre
attraversava
la
Galleria
con
aria
affaccendata
.
Mi
salutò
con
viva
cordialità
:
aveva
dimenticato
o
perdonato
le
canzonature
fiorentine
.
Dopo
lo
scambio
solito
di
rallegramenti
e
di
notizie
,
pensando
che
la
fisima
dello
stile
gli
fosse
uscita
di
capo
da
un
pezzo
,
gli
domandai
,
per
celia
,
se
se
l
'
era
fatto
.
Ma
da
questo
genere
di
monomanìe
letterarie
non
si
guarisce
.
Mi
rispose
seriamente
:
-
Eh
,
no
,
non
ancora
.
Che
cosa
vuoi
?
Ho
avuto
tanto
da
lavorare
in
tutti
questi
anni
!
Ma
ci
penso
sempre
.
Ho
un
tipo
stilistico
nella
mente
.
Oh
,
ci
riuscirò
,
ci
dovessi
impiegare
tutta
la
vita
.
Ora
son
persuaso
che
a
trovar
lo
stile
ideale
basta
appena
la
vita
d
'
un
uomo
.
-
Ma
che
ne
farai
del
tuo
stile
ideale
nei
tuoi
ultimi
anni
?
-
gli
domandai
;
-
poichè
può
ben
darsi
che
tu
non
lo
trovi
che
agli
ultimi
,
e
anche
proprio
all
'
estremo
passo
.
A
che
serve
lo
stile
in
punto
di
morte
?
Mi
diede
una
risposta
sublime
:
-
Io
ho
un
ideale
puro
,
senz
'
ambizioni
.
Sarei
contento
anche
di
portar
la
mia
trovata
con
me
al
camposanto
.
Ma
lascerò
qualche
pagina
,
vedrai
.
Basterà
una
pagina
!
E
queste
furono
le
ultime
parole
che
intesi
dalla
sua
bocca
,
e
che
spesso
mi
risuonano
in
mente
.
Ma
di
lui
non
rido
più
.
Ogni
volta
che
ci
penso
,
ora
,
mi
prende
un
sentimento
d
'
ammirazione
,
misto
di
tenerezza
pietosa
,
raffigurandomi
quel
povero
sognatore
che
ancora
abbracciato
alla
sua
illusione
letteraria
,
sul
letto
di
morte
,
dice
con
un
ultimo
sorriso
alla
sua
famiglia
sconsolata
:
-
Fatevi
coraggio
!
Io
muoio
contento
.
Ho
uno
stile
.
A
CHE
SERVONO
I
PRECETTI
.
Dunque
,
regole
,
precetti
,
niente
?
Adagio
Biagio
.
Ma
questo
non
dovrebb
'
essere
affar
mio
,
che
essendo
tuo
consigliere
soltanto
,
non
maestro
,
non
sono
in
debito
di
dirti
ogni
cosa
.
E
poi
i
precetti
tu
li
hai
nei
tuoi
libri
di
scuola
.
Questi
ti
dicono
quanto
t
'
occorre
:
che
,
nello
scrivere
con
vien
badare
che
tra
i
pensieri
ci
sia
unità
e
continuità
;
che
bisogna
collocare
vicine
le
frasi
che
hanno
fra
di
loro
relazione
più
stretta
,
e
di
cui
l
'
una
chiama
l
'
altra
quasi
naturalmente
;
che
le
proposizioni
secondarie
(
precedenti
,
conseguenti
o
concomitanti
che
siano
)
debbono
essere
misurate
e
collocate
in
modo
da
non
nuocere
mai
all
'
evidenza
della
proposizione
principale
,
che
regge
tutto
il
periodo
,
o
che
è
principale
,
se
non
altro
,
per
il
suo
valor
logico
.
Ti
dicono
pure
che
non
si
ha
da
abusare
di
nessuno
dei
vari
modi
di
legare
fra
di
loro
i
concetti
,
per
coordinazione
,
per
subordinazione
,
per
conclusione
,
ma
usarli
alternatamente
,
quanto
è
possibile
senza
forzar
la
sintassi
;
che
certi
concetti
o
certe
parti
del
concetto
,
perché
richiamino
sopra
di
sé
l
'
attenzione
,
debbono
essere
staccati
,
invece
che
fusi
con
gli
altri
,
e
fatti
risaltare
,
come
gli
aggetti
in
architettura
;
che
in
certi
casi
bisogna
affollare
nel
periodo
le
proposizioni
,
in
altri
diradarle
,
per
la
stessa
ragione
che
si
fa
del
tempo
nella
musica
;
e
in
alcuni
punti
fare
una
breve
pausa
,
per
lasciar
liberi
un
momento
al
lettore
la
mente
e
il
respiro
,
e
in
altri
una
pausa
più
lunga
,
perché
il
lettore
riposi
,
come
si
fa
danzando
e
camminando
;
e
che
è
necessario
variare
il
tipo
del
periodo
,
come
il
tono
nella
parlata
,
per
iscansare
la
monotonia
nella
quale
i
pensieri
si
confondono
e
si
velano
come
dentro
una
nebbia
.
Tutti
questi
precetti
tu
conosci
,
e
Dio
mi
guardi
dal
dirti
che
sono
inutili
.
Ti
dico
,
anzi
,
che
ne
devi
tenere
grandissimo
conto
,
perché
alcuni
di
essi
,
che
sono
leggi
fondamentali
del
pensiero
,
se
li
avrai
sempre
vivi
nella
mente
,
saranno
come
voci
che
,
a
quando
a
quando
,
mentre
scrivi
,
ti
faranno
star
attento
a
non
uscir
della
retta
via
,
o
t
'
avvertiranno
che
ne
sei
uscito
e
t
'
indurranno
a
rientrarvi
,
cancellando
le
orme
dei
passi
fuorviati
.
E
aggiungo
che
il
conoscere
bene
i
termini
e
le
definizioni
della
precettistica
ti
sarà
utilissimo
a
formare
nettamente
nel
tuo
pensiero
le
osservazioni
che
farai
sugli
scrittori
,
a
determinare
con
esattezza
a
te
medesimo
i
difetti
e
gli
errori
che
troverai
in
loro
,
altrettanto
utili
a
studiare
quanto
i
pregi
e
le
bellezze
,
a
fare
,
insomma
,
delle
opere
letterarie
quella
lettura
analitica
e
critica
,
che
è
la
sola
veramente
proficua
.
E
non
di
meno
ti
dico
che
da
tutta
la
precettistica
del
mondo
non
imparerai
a
scriver
bene
;
te
lo
dico
perché
tu
non
ti
sgomenti
,
come
avviene
a
molti
giovani
,
della
difficoltà
,
della
quasi
impossibilità
d
'
aver
tutti
presenti
,
scrivendo
,
e
d
'
osservare
tanti
precetti
rigidi
e
astratti
,
che
pare
debbano
essere
un
inciampo
più
che
un
aiuto
,
e
come
una
rete
tesa
intorno
al
pensiero
,
che
gli
tolga
ogni
libertà
di
movimento
.
No
,
non
ti
sgomentare
dei
precetti
.
Quando
ti
metterai
a
scrivere
con
un
concetto
chiaro
nel
capo
,
e
mosso
da
un
sentimento
vivo
,
quando
ti
troverai
,
procedendo
nel
lavoro
,
in
quello
stato
di
mente
e
d
'
animo
,
nel
quale
chi
scrive
"
è
compreso
,
agitato
,
spronato
da
dieci
operazioni
della
mente
distinte
e
conflate
ad
un
tempo
,
che
vanno
come
in
figura
di
cono
a
metter
capo
a
un
prodotto
comune
"
,
l
'
osservanza
della
più
parte
di
quei
precetti
ti
riuscirà
spontanea
per
modo
,
che
quasi
non
avrai
coscienza
d
'
osservarli
.
Sarà
la
tua
ispirazione
che
,
dando
l
'
impulso
alle
parole
e
alle
frasi
,
le
manderà
ad
occupare
il
posto
che
loro
convien
meglio
nel
periodo
;
sarà
la
mobilità
del
tuo
pensiero
che
scanserà
naturalmente
la
monotonia
,
facendoti
rompere
le
uguaglianze
,
variar
le
misure
dei
periodi
,
mandare
innanzi
il
discorso
a
onde
ora
lunghe
e
placide
,
ora
rotte
e
precipitose
;
sarà
la
stessa
respirazione
mutevole
del
tuo
pensiero
che
ti
farà
trovare
le
giuste
pause
,
e
rallentare
il
passo
dopo
le
corse
,
per
riprender
lena
,
e
riprender
la
corsa
più
rapida
dopo
esser
andato
un
tratto
a
rilento
;
sarà
il
tuo
sentimento
eccitato
il
maestro
muto
,
pronto
e
sicuro
che
ti
farà
dar
risalto
a
certi
concetti
,
sollevandoli
come
sur
un
piedestallo
,
e
collocarne
alcuni
disparte
,
come
in
uno
spazio
vuoto
,
ed
esporre
altri
quasi
a
una
svoltata
brusca
del
periodo
,
dove
facciano
un
'
apparizione
inaspettata
.
Tu
metterai
in
atto
molte
arti
sottili
che
non
saprai
di
possedere
,
obbedirai
a
molti
precetti
ai
quali
non
avrai
mai
pensato
,
sarai
nello
scrivere
,
come
dice
il
Tommaseo
che
ogni
uomo
è
nel
parlare
,
guidato
da
certe
norme
sapientissime
di
natura
che
sono
l
'
umana
ragione
medesima
.
Prevedo
ora
una
tua
domanda
.
Riguardo
ai
due
stili
,
non
è
vero
?
C
'
è
in
ogni
letteratura
due
forme
di
stile
,
che
,
come
dice
benissimo
un
grande
scrittore
,
scaturiscono
tutt
'
e
due
dall
'
intima
natura
del
cervello
umano
.
C
'
è
quello
più
spontaneo
,
che
del
pensiero
rende
tutte
le
flessioni
,
segue
tutti
i
serpeggiamenti
,
accompagna
in
tutti
i
minimi
moti
il
processo
,
non
lasciando
nulla
sottintendere
a
chi
legge
;
al
quale
mette
innanzi
come
un
quadro
,
dove
il
pensiero
stesso
è
rappresentato
in
tutti
i
suoi
particolari
,
e
questi
nell
'
ordine
e
nel
disordine
con
cui
si
sono
affacciati
alla
mente
.
E
c
'
è
lo
stile
che
,
con
un
lavoro
sintetico
,
segna
del
pensiero
soltanto
i
rialti
e
le
cime
,
in
modo
che
la
mente
di
chi
legge
faccia
un
salto
dall
'
uno
all
'
altro
pensiero
importante
,
sorvolando
e
sottintendendo
tutti
i
pensieri
secondari
che
fanno
catena
fra
quelli
,
ossia
compiendo
da
sé
il
quadro
di
cui
lo
scrittore
non
ha
dato
che
i
tratti
principali
.
Ebbene
,
tu
domandi
a
quale
dei
due
stili
ti
debba
attenere
.
E
chi
te
lo
può
dire
,
amico
mio
?
Noi
andiamo
perpetuamente
dall
'
uno
all
'
altro
.
L
'
uno
e
l
'
altro
si
trovano
a
vicenda
,
se
non
in
ciascuna
opera
,
nell
'
opera
complessiva
di
quasi
tutti
gli
scrittori
,
non
tanto
perché
essi
passino
da
questo
a
quello
deliberatamente
,
sentendo
che
ciascuno
di
essi
,
alla
lunga
,
affatica
,
quanto
perché
al
primo
o
al
secondo
sono
naturalmente
condotti
dalla
varia
natura
degli
argomenti
,
dal
diverso
modo
di
concepire
che
induce
in
loro
il
diverso
genere
degli
studi
,
e
dalle
condizioni
dello
spirito
mutate
dall
'
età
e
dai
casi
della
vita
.
È
più
naturale
nell
'
età
giovanile
la
prima
forma
,
cioè
,
il
lasciar
andar
la
parola
,
la
frase
,
la
sintassi
libere
e
agili
come
è
il
pensiero
della
gioventù
,
viva
e
impaziente
;
s
'
inclina
più
all
'
altra
nell
'
età
matura
,
quando
,
pensando
più
denso
e
più
cauto
,
si
è
di
conseguenza
più
sobri
nel
parlare
e
nello
scrivere
,
e
come
in
tutte
l
'
altre
cose
anche
nell
'
espressione
del
proprio
pensiero
si
cura
soltanto
quello
che
più
importa
e
si
va
dritti
allo
scopo
per
la
via
più
breve
.
Tu
,
se
diventerai
uno
scrittore
,
prenderai
più
spesso
l
'
uno
che
l
'
altro
stile
secondo
che
vorrà
la
tua
indole
;
o
fors
'
anche
tutt
'
e
due
cozzeranno
sempre
in
te
senza
che
l
'
uno
o
l
'
altro
prevalga
:
chi
lo
sa
?
Questi
son
misteri
,
come
dice
Giambattista
Giorgini
,
che
l
'
anima
celebra
con
sé
stessa
.
Non
te
ne
dar
pensiero
per
ora
.
Quello
che
più
preme
,
per
riuscire
nell
'
uno
o
nell
'
altro
modo
a
scriver
bene
,
è
che
tu
possegga
da
padrone
la
lingua
;
senza
di
che
nessuna
forma
di
stile
prenderai
,
perché
chi
è
povero
di
lingua
,
ed
è
quindi
costretto
a
far
servire
a
tutti
gli
usi
quel
poco
che
n
'
ha
,
non
va
dove
la
natura
e
l
'
ispirazione
lo
spingono
,
ma
dove
le
scarse
parole
e
frasi
del
suo
dizionario
lo
tirano
;
le
quali
,
invece
di
obbedirgli
,
gli
comandano
,
come
fa
in
generale
chi
serve
,
quando
gli
s
'
addossano
anche
dei
servizi
che
non
deve
fare
,
ed
egli
sa
che
non
abbiamo
nessuno
da
sostituirgli
.
E
ora
tiriamo
innanzi
....
.
Ma
no
;
aspetta
un
momento
.
Mi
devo
prima
difendere
da
un
tale
,
eccolo
qua
,
che
mi
corre
addosso
come
uno
spiritato
...
COME
S
'
HA
DA
INTENDERE
LA
MASSIMA
CHE
SI
DEVE
SCRIVERE
COME
SI
PARLA
.
L
'
anonimo
,
ansando
:
-
Sono
arrivato
in
tempo
,
grazie
al
cielo
!
Lei
stava
per
consigliare
a
questo
povero
ragazzo
di
scrivere
come
si
parla
!
-
Ha
indovinato
.
-
O
come
si
fa
ad
avere
i
capelli
bianchi
e
così
poco
giudizio
?
-
Glielo
dirò
poi
,
quando
lei
avrà
sfogato
la
sua
generosa
indignazione
.
Faccia
liberamente
.
-
Faccio
sicuro
.
Voglio
salvare
un
'
anima
.
Lei
,
dunque
,
consiglia
a
chi
scrive
di
proporsi
come
ideale
un
linguaggio
imperfetto
.
No
?
Ma
è
necessariamente
imperfetto
il
linguaggio
parlato
,
poichè
chi
parla
,
chiunque
sia
,
non
ha
tempo
di
vagliare
i
vocaboli
,
né
di
sceglier
le
frasi
,
né
d
'
ordinare
le
idee
,
né
d
'
architettare
con
garbo
i
periodi
;
perché
i
migliori
parlatori
non
esprimono
i
più
dei
loro
pensieri
che
a
mezzo
,
o
ne
dànno
l
'
espressione
compiuta
a
furia
di
ritocchi
e
d
'
aggiunte
,
e
allungano
e
ripetono
,
e
parlano
a
sbalzi
e
a
strappi
,
e
suppliscono
alle
deficienze
dell
'
espressione
parlata
con
l
'
accento
,
col
gesto
e
con
lo
sguardo
.
Che
cosa
mi
può
rispondere
?
-
Le
rispondo
prima
di
tutto
che
lei
ha
sciorinato
un
periodo
che
è
un
argomento
in
mio
favore
,
perché
è
un
periodo
parlato
che
sta
benissimo
;
invece
del
quale
ne
farebbe
probabilmente
un
altro
men
naturale
e
meno
efficace
se
scrivesse
quello
che
m
'
ha
detto
seguendo
la
sua
teoria
:
che
non
bisogna
scrivere
come
si
parla
.
In
secondo
luogo
,
le
rispondo
che
lei
sfonda
una
porta
spalancata
.
-
Come
sarebbe
a
dire
?
-
Sarebbe
a
dir
questo
.
Che
per
iscrivere
come
si
parla
io
intendo
:
scrivere
come
uno
che
parlasse
perfettamente
.
-
Oh
bella
!
Lei
si
dà
la
zappa
sui
piedi
,
dunque
,
e
riconosce
la
mia
ragione
,
perché
chi
parlasse
perfettamente
parlerebbe
come
si
scrive
...
da
chi
sa
scrivere
com
'
io
m
'
intendo
.
-
No
,
ed
ecco
il
punto
:
non
parlerebbe
perfettamente
,
perché
riuscirebbe
,
e
parrebbe
anche
a
lei
strano
e
affettato
,
chi
,
parlando
,
adoperasse
tutti
i
vocaboli
,
le
frasi
e
i
costrutti
che
per
solito
s
'
adoperano
scrivendo
;
la
maggior
parte
dei
quali
non
sono
adoperati
parlando
neppure
da
coloro
che
ne
abusano
nelle
scritture
,
e
ciò
perché
sentono
anch
'
essi
che
quei
modi
parrebbero
nella
conversazione
ricercati
e
pedanteschi
.
Ora
io
dico
che
quei
modi
,
per
la
stessa
ragione
che
non
s
'
usano
parlando
,
si
deve
scansar
d
'
usarli
scrivendo
,
perché
essi
non
mutano
natura
né
suono
nel
passar
dalla
bocca
alla
penna
;
e
se
ai
più
fanno
un
altro
senso
sulla
carta
da
quello
che
fanno
nella
conversazione
,
questo
non
deriva
che
da
una
consuetudine
viziosa
della
mente
,
la
quale
non
vede
più
nella
scrittura
la
rappresentazione
della
parola
viva
,
com
'
è
in
realtà
,
ma
qualche
cosa
di
convenzionale
,
quasi
d
'
impersonale
,
e
quindi
indipendente
dalle
leggi
del
linguaggio
comune
.
E
questo
è
tanto
vero
,
che
a
quelli
stessi
che
sono
del
parer
suo
,
cioè
che
parlano
in
un
modo
e
scrivono
in
un
altro
,
par
più
naturale
,
più
viva
,
più
efficace
,
benchè
sempre
non
lo
dicano
,
la
prosa
conforme
al
linguaggio
parlato
che
quella
non
conforme
;
e
non
può
essere
altrimenti
.
Credo
giusta
perciò
questa
regola
:
quando
s
'
è
scritto
un
periodo
,
domandare
a
noi
stessi
se
,
dovendo
dire
quella
stessa
cosa
che
abbiamo
scritta
,
la
diremmo
nello
stesso
modo
,
con
la
certezza
di
non
parer
leziosi
,
o
pedanti
,
o
forzati
;
e
se
ci
pare
di
no
,
levar
via
dal
periodo
i
vocaboli
e
le
frasi
che
non
diremmo
,
e
sostituirvi
quelli
che
diremmo
.
Sono
assolutamente
certo
che
in
tutti
i
casi
,
così
facendo
,
il
periodo
riuscirebbe
più
semplice
,
più
chiaro
e
più
bello
.
-
Ha
finito
?
-
Per
ora
.
-
Dei
del
cielo
,
perdonategli
!
O
non
riconosce
lei
che
c
'
è
una
quantità
di
modi
e
di
forme
,
che
non
s
'
usano
parlando
perché
non
son
naturali
,
ma
che
si
possono
e
debbono
usare
scrivendo
perché
abbreviano
l
'
espressione
del
pensiero
,
legano
i
pensieri
fra
loro
meglio
delle
forme
usuali
della
conversazione
,
e
tengon
su
la
sintassi
,
e
dànno
forza
al
discorso
;
e
che
è
irragionevole
,
nell
'
interesse
medesimo
dell
'
efficacia
dello
stile
,
il
sacrificare
tutti
quei
vantaggi
alla
naturalezza
?
-
Lo
riconosco
,
e
per
questo
a
questa
povera
anima
che
lei
vuol
salvare
,
avrei
detto
,
se
me
n
'
avesse
lasciato
il
tempo
,
che
quelle
forme
e
quei
modi
,
a
cui
lei
accenna
,
bisogna
evitarli
quanto
è
possibile
,
non
in
modo
assoluto
.
Gli
avrei
detto
prima
che
per
scrivere
come
si
parla
non
si
ha
da
intendere
che
si
debba
scrivere
con
lo
stessissimo
linguaggio
una
pagina
di
romanzo
e
una
commemorazione
dantesca
,
una
lettera
a
un
amico
e
un
capitolo
di
storia
.
Ma
questa
distinzione
non
contraddice
punto
al
mio
principio
,
poichè
lo
stesso
linguaggio
parlato
non
ha
sempre
lo
stesso
carattere
e
le
stesse
forme
,
con
chiunque
,
dovunque
e
in
qualsiasi
occasione
e
di
qual
si
voglia
cosa
si
parli
.
Intesi
un
giorno
un
amico
improvvisare
un
discorso
sopra
un
feretro
,
al
camposanto
,
in
presenza
d
'
un
migliaio
di
persone
:
egli
usò
frasi
e
parole
che
non
avrebbe
usate
dicendo
quelle
stesse
cose
a
me
solo
:
eppure
non
stonavano
perché
erano
esse
pure
del
linguaggio
parlato
;
ma
del
linguaggio
che
si
parla
quando
s
'
ha
l
'
animo
commosso
,
in
un
momento
solenne
,
davanti
a
un
grande
uditorio
.
E
le
vorrei
mostrare
le
migliori
pagine
degli
scrittori
italiani
di
tutti
i
tempi
,
dal
Machiavelli
al
Carducci
,
e
farle
toccar
con
mano
che
le
più
eloquenti
e
più
belle
tra
le
migliori
,
anche
sopra
argomenti
altissimi
,
quelle
che
ci
vanno
più
dritte
al
cuore
e
alla
mente
,
e
che
ci
rimangono
più
scolpite
nella
memoria
,
e
che
rileggiamo
sempre
con
maggior
piacere
,
sono
per
l
'
appunto
le
pagine
,
nelle
quali
abbiamo
più
viva
l
'
illusione
di
sentir
parlare
l
'
autore
come
immaginiamo
che
parli
o
che
parlasse
con
tutti
,
nelle
quali
troviamo
meno
parole
,
frasi
e
costrutti
lontani
dall
'
uso
del
linguaggio
parlato
.
-
Ah
,
no
!
Ah
,
no
!
Ah
,
no
!
E
se
anche
potessi
riconoscere
vero
codesto
per
quanto
riguarda
le
parole
e
le
frasi
,
non
lo
potrei
mai
ammettere
rispetto
alla
struttura
del
periodo
;
il
quale
,
nel
linguaggio
parlato
,
non
è
mai
e
non
può
essere
,
come
spesso
nella
prosa
scritta
dev
'
essere
,
largamente
svolto
,
sapientemente
costrutto
,
nobilmente
architettato
.
-
Nego
,
nego
,
nego
.
Lei
può
aver
ragione
in
riguardo
al
periodo
della
conversazione
ordinaria
,
su
argomenti
comuni
,
famigliare
e
tranquilla
;
ma
ha
torto
,
se
riferisce
quello
che
dice
anche
al
linguaggio
della
passione
.
La
passione
,
parlando
,
ha
due
maniere
di
periodo
.
Parla
a
brevi
incisi
,
senz
'
ordine
e
senza
legature
,
negl
'
impeti
violenti
e
passeggeri
,
che
offuscano
la
mente
e
fanno
balbettare
il
pensiero
come
la
lingua
.
Ma
quando
l
'
uomo
infiammato
dalla
passione
,
e
tanto
più
se
è
un
uomo
colto
,
le
fa
un
racconto
o
una
descrizione
o
un
ragionamento
,
nel
quale
,
per
produrle
un
'
impressione
immediata
e
viva
,
ha
bisogno
di
presentarle
tutt
'
insieme
,
o
nel
minor
tempo
possibile
una
quantità
d
'
idee
,
d
'
argomenti
,
di
fatti
,
d
'
immagini
,
che
nella
sua
mente
s
'
affollano
e
s
'
incalzano
,
osservi
come
svolge
anch
'
egli
largamente
il
periodo
,
che
periodi
lunghi
le
tesse
,
pieni
d
'
incisi
e
pur
rapidi
,
complessi
e
chiari
ad
un
tempo
,
e
ben
lumeggiati
in
ogni
loro
parte
,
e
ampi
e
armonici
e
leggeri
;
che
paiono
stati
preparati
e
imparati
a
mente
,
e
sono
non
di
meno
pieni
di
spontaneità
e
di
naturalezza
,
e
non
hanno
né
parole
,
né
frasi
,
né
costrutti
che
non
siano
comunissimi
nel
linguaggio
parlato
!
Per
questo
io
dico
che
anche
dove
occorre
di
svolgere
ampiamente
il
periodo
,
scrivendo
,
si
può
serbare
la
naturalezza
del
linguaggio
di
chi
parla
,
e
che
non
soltanto
nei
termini
e
nelle
frasi
,
ma
anche
nella
sintassi
e
nell
'
andamento
della
prosa
scritta
,
pur
mirando
sempre
a
una
perfezione
che
nel
parlare
non
si
può
raggiungere
,
ci
dobbiamo
scostare
il
meno
possibile
dal
linguaggio
che
usiamo
nella
conversazione
.
Così
io
intendo
lo
"
scrivere
come
si
parla
"
.
-
Non
creda
d
'
avermi
persuaso
.
In
ogni
modo
,
nel
dar
quella
norma
ai
giovani
c
'
è
un
pericolo
:
di
farli
cadere
nella
trascuratezza
e
nella
volgarità
.
-
Ma
c
'
è
un
pericolo
anche
nel
combatterla
,
ed
è
di
farli
cadere
nell
'
affettazione
e
nella
pedanteria
.
-
Lasciamola
lì
.
-
Badi
che
è
lei
che
la
lascia
.
-
Allora
la
ripiglio
.
-
Ripigliamola
.
(
Continua
)
.
PENSARCI
PRIMA
.
Ecco
il
più
utile
dei
precetti
:
-
Pensare
prima
di
mettersi
a
scrivere
.
-
Un
grande
scrittore
ha
detto
:
-
Meditare
vivamente
e
tranquillamente
sull
'
argomento
.
Alla
tua
età
,
quando
s
'
ha
da
scrivere
,
si
suol
commettere
l
'
errore
d
'
incominciar
subito
e
in
qualunque
modo
,
con
la
risoluzione
di
chi
spicca
la
corsa
incontro
a
un
pericolo
per
non
lasciar
tempo
alla
paura
di
saltargli
addosso
;
s
'
entra
d
'
un
salto
nell
'
argomento
anche
senza
un
'
idea
preconcetta
,
pensando
che
l
'
ispirazione
ci
raggiungerà
per
la
via
,
che
le
idee
sorgeranno
sul
nostro
cammino
,
l
'
una
dall
'
altra
,
come
le
bolle
in
un
'
acqua
agitata
.
È
un
calcolo
sbagliato
della
pigrizia
,
che
rifugge
dal
lavoro
preparatorio
della
composizione
.
Quanto
meno
avrai
pensato
prima
,
tanto
più
faticherai
dopo
,
e
con
minor
frutto
.
Quanto
più
ti
sarai
voltato
e
rivoltato
per
la
mente
il
soggetto
avanti
di
scrivere
,
con
tanto
maggior
rapidità
scriverai
;
e
questa
rapidità
non
sarà
precipitazione
,
ma
impeto
spontaneo
,
che
andrà
tutto
a
vantaggio
della
vivacità
dell
'
espressione
e
della
fluidità
dello
stile
.
Noi
pensiamo
a
frammenti
e
a
ritocchi
.
Poche
idee
ci
nascono
nella
mente
chiare
e
vestite
di
un
'
espressione
che
possa
esser
messa
tal
quale
sulla
carta
.
Al
primo
sorgere
,
l
'
idea
ci
si
presenta
quasi
sempre
come
"
un
'
ombra
,
presso
che
informe
;
poi
si
disegna
,
ma
a
linee
ancora
mal
determinate
,
e
qua
e
là
spezzate
e
manchevoli
;
poi
piglia
una
forma
compiuta
e
netta
.
Tu
getti
per
lo
più
l
'
idea
sulla
carta
quando
è
ancora
nella
prima
o
nella
seconda
fase
.
Aspetta
la
terza
.
Ci
sono
idee
che
si
svolgono
con
un
lungo
giro
misterioso
nei
labirinti
del
cervello
:
tu
devi
lasciar
che
compiano
il
giro
:
se
le
prendi
a
mezzo
cammino
non
prendi
che
un
embrione
d
'
idea
.
E
non
pensare
che
certe
espressioni
felici
,
che
tu
trovi
negli
scrittori
,
siano
sempre
,
come
ti
paiono
,
effetto
d
'
un
'
ispirazione
subitanea
:
tali
possono
esser
parse
allo
scrittore
medesimo
nell
'
atto
che
le
scriveva
;
ma
sono
in
realtà
quasi
sempre
"
l
'
ultimo
effetto
istantaneo
d
'
un
lavoro
precedente
del
suo
pensiero
"
.
Nota
ancora
che
ciò
che
osservano
tutti
gl
'
insegnanti
in
certi
giovani
,
che
non
riescono
mai
ad
appropriarsi
certi
costrutti
sintattici
,
non
deriva
se
non
dal
fatto
che
essi
formano
sempre
stortamente
nel
loro
capo
certi
gruppi
di
concetti
,
ai
quali
quei
costrutti
corrispondono
;
e
li
formano
sempre
stortamente
perché
non
fanno
mai
quel
lavoro
a
mente
tranquilla
,
prima
di
scrivere
,
e
nella
furia
dello
scrivere
accettano
sempre
lì
per
lì
la
forma
solita
in
cui
quei
dati
concetti
si
presentano
alla
loro
mente
.
E
devi
pensar
prima
anche
per
questo
:
che
,
in
quel
pensare
avanti
di
scrivere
,
l
'
attenzione
è
più
facilmente
raccolta
,
essendo
la
stessa
operazione
meccanica
della
scrittura
una
distrazione
;
e
il
lavoro
del
pensiero
è
più
libero
e
più
vivo
,
e
meno
proclive
a
oltrepassare
i
confini
d
'
una
brevità
sobria
ed
efficace
che
quando
va
di
conserva
con
la
penna
;
poichè
la
penna
è
chiacchierona
,
tende
ad
allungare
,
a
infronzolare
,
a
ripetere
;
ed
anche
in
quel
lavoro
mentale
preparatorio
libero
e
agile
abbracciando
e
misurando
più
facilmente
tutte
le
parti
del
tuo
pensiero
,
previeni
il
pericolo
di
lasciarti
poi
tirare
,
scrivendo
,
più
là
del
giusto
e
del
conveniente
da
ciascuna
parte
del
pensiero
medesimo
.
E
principalmente
per
bene
ordinar
le
tue
idee
devi
pensar
prima
,
perché
,
se
aspetti
a
ordinarle
mentre
scrivi
,
questo
lavoro
ti
distrarrà
da
quello
di
cercar
l
'
espressione
;
e
se
per
cercar
l
'
espressione
trascurerai
l
'
ordine
delle
idee
,
non
ti
verrà
più
fatto
di
legarle
naturalmente
e
logicamente
;
ma
le
legherai
con
nodi
grammaticali
artificiosi
e
forzati
,
che
faranno
peggior
effetto
delle
sconnessioni
.
Oltrechè
nel
troppo
frequente
sostare
con
la
penna
per
riparare
all
'
insufficiente
preparazione
,
perderai
anche
l
'
originalità
del
pensiero
e
della
forma
,
perché
darai
tempo
alle
reminiscenze
letterarie
di
sopraggiungere
,
ossia
,
ai
pensieri
e
alle
frasi
d
'
altri
di
mescolarsi
coi
tuoi
,
e
ti
si
raffredderà
l
'
ispirazione
,
senza
la
quale
non
c
'
è
spontaneità
,
e
accetterai
molte
volte
,
per
impazienza
dell
'
indugio
e
per
abbreviare
lo
stento
,
senza
critica
,
violentando
la
tua
coscienza
,
la
prima
idea
che
ti
s
'
affaccia
alla
mente
.
C
'
è
ancora
un
'
altra
ragione
,
e
questa
te
la
dico
con
le
parole
d
'
un
autore
drammatico
valentissimo
,
che
certo
t
'
ha
più
volte
rallegrato
e
commosso
.
Dopo
avermi
spiegato
com
'
egli
abbia
per
uso
di
non
mettersi
mai
a
scrivere
prima
d
'
avere
in
mente
il
lavoro
quasi
compiuto
,
disse
:
-
Resisto
quanto
più
posso
alla
tentazione
di
prender
la
penna
,
perché
qualunque
cosa
io
metta
sulla
carta
,
prima
d
'
aver
pensato
tutto
il
mio
dramma
,
mi
diventa
un
impaccio
.
Quando
quella
tal
cosa
è
scritta
,
non
mi
so
più
risolvere
a
mutarla
né
a
cancellarla
,
o
non
lo
faccio
che
con
grande
sforzo
,
per
un
senso
di
pigrizia
e
quasi
d
'
avarizia
intellettuale
,
perché
mi
rincresce
di
buttar
via
quella
fatica
già
fatta
,
anche
non
essendone
contento
.
Una
pagina
,
invece
,
o
una
frase
,
la
quale
non
sia
scritta
ancora
che
nel
mio
pensiero
,
la
correggo
o
la
cancello
senza
esitazione
e
senza
rammarico
.
M
'
è
sempre
riuscito
meglio
tutto
quello
che
ho
più
tardato
a
far
passare
dalla
mente
nella
scrittura
.
-
Avvèzzati
dunque
a
ordinare
e
ad
esprimer
le
tue
idee
,
a
prendere
appunti
,
a
cancellare
,
a
correggere
,
a
rifare
le
cose
tue
mentalmente
.
Tu
rimarrai
maravigliato
nel
riconoscere
quanto
si
fortifichi
,
anche
con
un
breve
esercizio
,
la
facoltà
,
che
da
principio
è
debolissima
in
tutti
,
di
fare
"
minute
mentali
"
.
Da
una
volta
all
'
altra
che
ti
proverai
,
ti
riuscirà
di
farle
,
con
minor
fatica
,
sempre
più
lunghe
,
più
particolareggiate
,
più
chiare
,
più
vicine
alla
forma
definitiva
.
Quando
avrai
in
mente
ben
chiaro
e
ordinato
quello
che
vuoi
scrivere
,
il
tuo
pensiero
franco
e
sicuro
di
sé
farà
correre
la
penna
diritta
e
svelta
senza
lasciarle
tempo
né
modo
di
fuorviare
,
di
serpeggiare
,
di
perdersi
in
minuzie
e
in
fregi
inutili
e
falsi
.
Credi
che
nessuno
scrittore
scrisse
mai
una
pagina
veramente
bella
,
rigorosamente
logica
,
in
ogni
parte
perfetta
,
la
quale
non
fosse
già
composta
per
intero
nel
suo
capo
prima
ch
'
egli
intingesse
la
penna
nel
calamaio
.
E
tieni
a
mente
sopra
tutto
che
l
'
ordine
delle
idee
è
,
dopo
il
valore
delle
idee
stesse
,
il
primo
pregio
d
'
ogni
scrittura
,
perché
è
insieme
chiarezza
,
brevità
,
armonia
,
bellezza
,
forza
,
e
che
all
'
ordine
prima
che
ad
ogni
altra
cosa
deve
intendere
il
lavoro
di
preparazione
,
perché
dall
'
ordine
principalmente
deriva
la
facilità
dell
'
espressione
e
la
spontaneità
dello
stile
,
perché
fra
lo
scrivere
con
le
idee
già
ordinate
nella
mente
e
l
'
ordinarle
scrivendo
corre
la
stessa
differenza
che
tra
il
camminare
per
una
strada
fatta
e
il
farsi
la
strada
a
passo
a
passo
sur
un
terreno
ingombro
di
pietroni
e
di
sterpi
.
Questo
è
il
lavorìo
preparatorio
che
devi
fare
ogni
volta
che
hai
da
scrivere
.
Ma
,
quando
non
ti
manchi
il
tempo
,
è
bene
che
tu
ne
faccia
anche
un
altro
,
che
sarebbe
come
la
preparazione
generale
di
quella
preparazione
particolare
.
E
questo
consiglio
te
lo
do
in
nome
d
'
un
sommo
scrittore
.
Il
quale
dice
che
quando
s
'
ha
da
comporre
giova
moltissimo
il
leggere
abitualmente
in
quel
tempo
autori
di
materia
analoga
a
quella
che
dobbiamo
trattare
;
non
già
per
proporceli
come
modelli
di
ciò
che
dobbiamo
fare
,
non
per
imitarli
;
ma
per
l
'
assuefazione
materiale
che
,
leggendoli
,
la
mente
acquista
a
quel
dato
lavoro
e
stile
,
per
l
'
esercizio
ch
'
essa
fa
di
questi
in
quelle
letture
.
Osservazione
giustissima
,
poichè
tutti
esperimentiamo
,
e
avverrà
a
te
pure
,
che
dopo
aver
letto
,
per
esempio
,
un
ragionatore
,
si
prova
una
singolare
tendenza
e
facilità
a
ragionare
,
e
così
dopo
aver
letto
racconti
,
a
raccontare
,
e
descrizioni
,
a
descrivere
;
si
fa
la
mano
a
quel
dato
genere
,
per
dirla
con
un
traslato
che
può
parere
ignobile
,
ma
che
non
è
,
perché
ci
sono
molte
più
rassomiglianze
che
il
nostro
orgoglio
non
voglia
riconoscere
,
fra
il
lavoro
intellettuale
e
il
lavoro
meccanico
.
E
ora
che
abbiamo
visto
come
ci
dobbiamo
preparare
a
scrivere
,
vediamo
un
poco
lo
scrittore
alla
prova
;
in
che
intoppi
s
'
imbatta
,
da
che
cattive
tentazioni
sia
assalito
,
quali
pericoli
corra
,
che
battaglia
debba
combattere
con
sé
stesso
,
e
con
quali
forze
e
con
quali
arti
possa
vincere
.
Può
essere
che
la
rappresentazione
ti
giovi
e
ti
diverta
ad
un
tempo
.
CON
LA
PENNA
IN
MANO
SCENA
IDEALE
.
Personaggi
:
Un
giovinetto
che
scrive
.
-
Il
genio
amico
.
-
Il
Buon
gusto
.
-
Il
Buon
senso
.
-
Idee
,
frasi
,
parole
.
-
Un
'
idea
velata
.
-
L
'
Ambizione
.
UNA
FRASE
.
-
Eccomi
.
LO
SCRITTORE
(
guardandola
)
.
-
Le
rassomigli
;
ma
non
sei
per
l
'
appunto
quella
che
cerco
.
LA
FRASE
.
-
Ma
son
bella
.
LO
SCRITTORE
.
-
Lo
vedo
,
e
mi
tenti
.
Ma
non
puoi
vestir
la
mia
idea
,
le
faresti
addosso
delle
pieghe
,
e
parresti
un
abito
preso
a
nolo
.
LA
FRASE
.
-
Ma
poichè
non
n
'
hai
altre
alla
mano
!
Chi
sa
quanto
avresti
a
cercare
,
e
forse
senza
trovare
!
Pigliami
.
I
lettori
,
colpiti
dal
mio
color
vivo
,
non
baderanno
alle
pieghe
.
IL
BUON
GUSTO
.
-
Non
le
dar
retta
:
le
vedrebbero
,
come
si
vedono
le
rughe
anche
in
un
bel
viso
.
Rifiutala
.
LA
FRASE
.
-
Farai
vedere
se
non
altro
che
mi
possiedi
,
sarò
un
segno
di
più
della
tua
ricchezza
.
IL
BUON
GUSTO
.
-
E
del
tuo
cattivo
gusto
e
della
tua
improprietà
e
della
vanità
per
giunta
.
Mandala
via
e
cerca
ancora
.
LO
SCRITTORE
-
dopo
aver
un
po
'
pensato
,
fa
un
atto
d
'
impazienza
e
si
rimette
a
pensare
.
IL
GENIO
AMICO
.
-
Non
la
trovi
?
LO
SCRITTORE
-
non
risponde
.
IL
GENIO
AMICO
.
-
Se
non
la
trovi
,
non
insistere
.
Forse
è
già
nella
tua
mente
,
ma
nascosta
,
e
uscirà
di
sorpresa
.
Forse
è
già
passata
,
e
non
l
'
hai
colta
a
volo
,
ma
ritornerà
.
Prosegui
.
LO
SCRITTORE
(
rimettendosi
a
scrivere
)
.
-
"
Le
contrarietà
e
le
lotte
,
le
fatiche
e
gli
stenti
,
le
amarezze
e
le
angosce
,
i
disinganni
....
"
IL
GENIO
.
-
La
durerai
un
pezzo
?
IL
BUON
GUSTO
.
-
Codesto
si
chiama
sfilar
la
corona
del
rosario
.
IL
BUON
SENSO
.
-
Tu
dài
il
tuo
pensiero
a
sgoccioli
....
IL
BUON
GUSTO
.
-
Sei
pagato
a
un
tanto
la
parola
?
IL
GENIO
AMICO
.
-
Dacci
un
bel
frego
,
figliuolo
.
LO
SCRITTORE
-
cancella
,
arrossendo
e
sorridendo
leggermente
,
e
continua
a
scrivere
.
IL
GENIO
(
leggendo
di
sopra
alle
spalle
dello
scrittore
)
.
-
Codesto
è
buono
.
(
Un
minuto
dopo
)
.
E
ora
perché
t
'
impunti
?
LO
SCRITTORE
.
-
È
arrivato
a
un
punto
dove
il
pensiero
gli
manca
;
egli
vede
un
vuoto
davanti
a
sé
,
come
un
fosso
profondo
,
di
là
dal
quale
gli
appare
nettamente
il
sentiero
per
cui
potrà
continuare
il
cammino
.
Ma
come
riempire
quel
vuoto
per
passare
di
là
?
UNA
FOLLA
DI
PAROLE
CHE
ACCORRONO
DA
TUTTE
LE
PARTI
.
-
Siamo
qui
noi
,
al
tuo
servizio
.
Comanda
.
LO
SCRITTORE
.
-
Ma
voi
non
dite
nulla
.
LE
PAROLE
.
-
Ma
possiamo
colmare
il
fosso
.
LO
SCRITTORE
-
le
guarda
,
titubando
.
IL
GENIO
(
alle
parole
)
.
-
Sgombrate
,
fannullone
impostore
!
(
Allo
scrittore
)
.
Non
ti
servire
di
questa
mala
genìa
.
Lascia
il
vuoto
piuttosto
,
e
fàtti
coraggio
a
spiccare
il
salto
.
Al
lettore
riuscirà
meno
ingrato
lo
scomodarsi
a
saltare
con
te
che
il
passare
sopra
il
mucchio
di
ciarpame
,
col
quale
lo
vorresti
ingannare
,
facendoglielo
parer
terra
salda
.
LO
SCRITTORE
-
spicca
il
salto
e
si
rimette
in
cammino
.
UNA
IDEA
-
ravvolta
in
un
velo
,
gli
si
presenta
in
atto
grazioso
.
Egli
le
sorride
e
le
fa
cenno
di
venire
innanzi
.
IL
BUON
SENSO
.
-
Bada
.
Non
ti
lasciar
ingannare
.
Non
la
riconosci
?
(
Strappa
il
velo
all
'
Idea
)
.
La
riconosci
ora
?
È
la
seconda
volta
che
ti
si
presenta
.
Le
hai
già
fatto
troppo
onore
la
prima
.
Mettila
alla
porta
.
(
L
'
Idea
svanisce
)
.
Guàrdati
da
queste
seccatrici
vanitose
e
sfacciate
che
ritornano
anche
dieci
volte
in
abiti
diversi
per
farsi
ritrarre
in
tutti
gli
atteggiamenti
e
con
tutti
i
giochi
di
luce
.
Sono
la
perdizione
degli
scrittori
che
cascano
nelle
loro
reti
.
Scrutale
bene
in
viso
prima
di
riceverle
.
LO
SCRITTORE
-
dopo
aver
scritto
un
altro
poco
,
dà
un
'
esclamazione
di
contentezza
,
che
significa
chiaramente
:
-
Ecco
un
pensiero
!
-
e
fa
correre
più
lesta
la
penna
.
IL
GENIO
(
si
china
a
leggere
,
sorride
,
e
dopo
un
breve
silenzio
)
.
-
È
un
pensiero
originale
,
ed
espresso
bene
;
ma
....
non
è
tuo
!
LO
SCRITTORE
-
si
riscote
,
rimane
pensieroso
qualche
momento
,
come
cercando
,
poi
fa
un
atto
di
rammarico
e
abbassa
il
capo
.
IL
GENIO
.
-
Oh
!
l
'
hai
ritrovato
il
proprietario
legittimo
.
È
vero
?
Sono
illusioni
frequenti
.
L
'
ha
detto
un
valentuomo
,
che
pensava
sempre
col
suo
capo
:
un
pensiero
ci
par
nostro
e
nuovo
,
alle
volte
,
nel
punto
in
cui
è
ancora
confuso
nella
nostra
mente
,
perché
,
così
essendo
,
non
rassomiglia
a
nulla
;
ma
quando
si
determina
nell
'
espressione
e
assume
la
sua
vera
faccia
,
riconosciamo
che
è
d
'
un
altro
.
Codesto
tu
l
'
avresti
forse
riconosciuto
da
te
,
rileggendo
.
Non
rubare
:
è
il
settimo
comandamento
.
Un
freguccio
.
Bravo
.
È
da
giovine
onesto
.
LO
SCRITTORE
(
si
rimette
a
scrivere
.
Dopo
un
poco
,
lascia
cader
la
penna
)
.
-
È
inutile
!
È
un
pensiero
che
non
mi
riesce
d
'
esprimere
.
Ci
rinunzio
.
IL
BUON
SENSO
.
-
Eh
,
via
!
Io
ne
intuisco
la
ragione
,
poichè
ti
leggo
in
mente
il
pensiero
.
Tu
hai
in
capo
una
bella
frase
preconcetta
,
nella
quale
vuoi
far
entrare
quel
pensiero
,
e
non
ti
riesce
,
perché
non
son
fatti
l
'
uno
per
l
'
altro
,
e
t
'
ostini
,
perché
vuoi
mettere
in
mostra
la
frase
.
Rinunzia
alla
forma
elegante
e
impropria
che
ti
sta
a
cuore
,
supponi
di
aver
da
dire
quello
che
pensi
a
un
amico
,
in
una
conversazione
famigliarissima
,
senz
'
altra
cura
che
di
farti
capire
;
e
vedrai
che
ti
riuscirà
di
dirlo
.
Espresso
che
ti
sarai
in
quel
modo
,
se
l
'
espressione
non
ti
finirà
,
ti
sarà
facile
ridurla
,
con
qualche
mutamento
,
a
maggior
perfezione
.
Fanne
la
prova
,
e
ne
sarai
persuaso
.
LO
SCRITTORE
-
dopo
avere
un
po
'
pensato
,
rimane
immobile
,
con
gli
occhi
fissi
sul
foglio
,
in
atto
di
fare
uno
sforzo
intenso
;
ma
gli
occhi
sono
senza
vita
.
IL
GENIO
.
-
Ecco
il
momento
in
cui
l
'
occhio
della
mente
si
vela
.
Smetti
,
amico
.
Non
faresti
più
uno
sforzo
utile
.
Alzati
e
muovi
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
LO
SCRITTORE
-
si
rimette
al
lavoro
e
scrive
di
lena
,
senza
interrompersi
,
per
un
buon
tratto
.
Poi
alza
il
viso
,
come
cercando
qualcosa
con
gli
occhi
,
impaziente
.
IL
GENIO
.
-
Che
cosa
cerchi
?
Un
legame
fra
l
'
idea
che
hai
espressa
nel
periodo
finito
e
quella
che
vuoi
esprimere
nel
periodo
che
segue
?
Ma
se
un
legame
naturale
non
c
'
è
,
perché
ce
lo
vuoi
mettere
?
IL
BUON
GUSTO
.
-
Per
eleganza
?
Ma
come
potrà
essere
elegante
un
legame
non
naturale
?
IL
BUON
SENSO
.
-
Non
è
meglio
uno
stacco
inelegante
che
una
bella
attaccatura
forzata
?
IL
BUON
GUSTO
.
-
Che
sarebbe
un
anello
di
latta
dorata
?
IL
BUON
SENSO
.
-
E
che
in
ogni
modo
congiungerebbe
le
parole
,
ma
non
le
idee
?
IL
GENIO
(
dopo
un
poco
)
.
-
Ah
,
ti
ci
colgo
ora
!
Ti
colgo
in
flagranti
a
raccattare
un
pensiero
superfluo
per
metterci
addosso
una
bella
frase
!
IL
BUON
SENSO
(
dopo
un
altro
poco
)
.
-
E
a
cercar
dei
cavilli
per
giustificare
a
te
stesso
codesta
espressione
che
la
coscienza
ti
rimprovera
!
IL
BUON
GUSTO
(
due
minuti
dopo
)
.
-
E
a
metter
la
barba
finta
a
un
pensiero
già
espresso
,
per
farlo
parere
un
personaggio
nuovo
!
LO
SCRITT
.
(
lavora
altri
dieci
minuti
;
poi
guarda
alla
finestra
,
sospirando
)
.
-
Oh
che
bel
sole
di
primavera
e
che
bell
'
aria
limpida
!
Come
cantano
allegramente
gli
uccelli
!
Che
fragranza
deliziosa
mandano
le
acacie
fiorite
dei
viali
!
Come
sarebbe
piacevole
a
quest
'
ora
correre
fra
il
verde
e
l
'
azzurro
,
col
pensiero
libero
,
bevendo
a
grandi
sorsi
la
vita
!
E
che
dura
cosa
è
questa
fatica
,
quest
'
affanno
della
mente
prigioniera
,
segregata
dal
mondo
vivente
,
questo
torturarsi
il
capo
con
la
penna
come
con
la
punta
d
'
uno
stile
!
L
'
AMBIZIONE
(
sbucando
d
'
un
salto
di
dietro
a
una
libreria
)
.
-
Ah
!
è
una
dura
cosa
,
è
un
affanno
,
è
una
prigionia
,
è
una
tortura
!
Ah
,
credeva
il
signorino
che
fosse
una
cosa
facile
l
'
arte
,
l
'
arte
a
cui
diceva
di
voler
consacrare
la
vita
!
Ma
non
ci
si
riesce
senza
incredibili
fatiche
,
dice
il
poeta
della
Ginestra
.
Ma
bisogna
sudare
e
gelare
,
dice
Orazio
.
Ma
convien
farsi
per
molt
'
anni
macro
,
dice
Dante
.
Ma
tutti
gli
scrittori
che
tu
ammiri
sudarono
,
vegliarono
,
si
torturarono
,
ci
rimisero
la
salute
e
ci
si
logorarono
l
'
anima
.
E
il
signorino
ambizioso
,
che
vuol
arrivare
alla
gloria
,
crede
che
sia
come
prendere
la
via
dell
'
orto
!
LO
SCRITT
.
china
la
fronte
e
si
rimette
all
'
opera
.
IL
GENIO
(
passata
un
'
ora
,
dopo
aver
letto
l
'
ultima
pagina
)
.
-
Sta
bene
.
Eccoti
col
vento
in
poppa
.
Non
dare
all
'
immaginazione
il
tempo
di
raffreddare
.
Non
cercar
la
frase
,
chè
non
ti
sfugga
il
pensiero
.
Segna
di
volo
le
idee
che
ti
incalzano
.
Non
ti
soffermare
a
scegliere
fra
le
varie
parole
che
ti
s
'
offrono
:
notale
in
margine
,
come
faceva
il
Leopardi
:
sceglierai
più
tardi
la
più
calzante
.
Non
insistere
su
nessun
concetto
secondario
.
Non
lasciar
deviare
in
rigagnoli
,
tieni
raccolta
la
corrente
del
tuo
pensiero
;
scaccia
le
idee
intruse
che
romperebbero
l
'
onda
;
e
va
'
spedito
,
ma
non
ti
lasciar
travolgere
.
Fa
'
un
ultimo
sforzo
,
e
pianterai
la
bandiera
sulla
riva
.
LO
SCRITT
.
-
tira
un
grande
respiro
,
e
posa
la
penna
,
col
viso
rasserenato
e
sorridente
.
IL
GENIO
(
dopo
aver
letto
)
.
-
Tutto
codesto
è
ben
pensato
e
ben
detto
.
Hai
vinto
le
cattive
tentazioni
.
Non
hai
tradito
il
tuo
pensiero
.
La
tua
coscienza
dev
'
esser
contenta
.
Che
sentimento
di
serenità
e
di
leggerezza
,
non
è
vero
?
E
come
ti
è
dolce
ora
la
libertà
dello
spirito
!
E
come
benedici
la
tua
fatica
!
LA
SFILATA
DEI
BRUTTI
PERIODI
.
Vien
'
ora
,
che
assisteremo
insieme
a
uno
spettacolo
singolare
,
il
quale
ti
potrà
dar
argomento
a
osservazioni
utili
.
Come
le
madri
spartane
facevano
vedere
ai
figliuoli
gl
'
Iloti
ubbriachi
perché
prendessero
in
aborrimento
il
vizio
dell
'
ubbriachezza
,
io
ti
farò
sfilare
dinanzi
i
periodi
deformi
e
viziosi
,
affinchè
lo
spettacolo
ripugnante
e
compassionevole
ti
fortifichi
nel
proposito
di
non
mostrar
mai
nulla
di
simile
nella
prosa
che
uscirà
dalla
tua
penna
.
La
moltitudine
miserevole
sfilerà
in
tre
processioni
successive
,
che
rappresenteranno
ciascuna
una
deformità
o
infermità
particolare
,
comunissima
nel
mondo
letterario
,
dalla
quale
tu
dovrai
fare
ogni
sforzo
per
preservarti
,
in
special
modo
nel
primo
periodo
dei
tuoi
studi
.
Ecco
la
prima
colonna
che
viene
avanti
,
come
può
.
È
lo
sciame
dei
periodi
nani
,
appartenenti
tutti
alla
gran
famiglia
dello
Stile
singhiozzato
,
che
è
numerosissima
,
e
sparsa
in
tutti
i
campi
della
letteratura
.
Sono
molto
in
voga
a
cagione
del
gran
comodo
che
fanno
a
chi
vuol
scrivere
facilmente
,
senza
darsi
la
noia
d
'
affrontar
le
difficoltà
della
sintassi
,
di
collegare
,
cioè
,
e
d
'
intrecciare
le
idee
,
di
concatenare
e
di
saldare
l
'
una
all
'
altra
le
frasi
,
che
è
un
perditempo
di
pedanti
e
una
fatica
di
certosini
.
Vedi
che
son
quasi
tutti
periodi
d
'
una
sola
,
o
di
due
proposizioni
al
più
,
semplici
come
la
miseria
.
Grazie
a
loro
il
discorso
va
avanti
a
piccoli
salti
,
come
gli
uccelli
,
o
a
brevissimi
passi
misurati
come
le
galline
a
cui
si
mettono
i
laccetti
alle
gambe
,
perché
non
scappino
.
Chi
li
usa
,
dice
che
servono
a
imitare
il
linguaggio
parlato
;
ma
quella
non
è
imitazione
,
è
caricatura
,
perché
anche
nel
parlare
è
rarissimo
che
s
'
esprima
il
pensiero
così
a
pezzi
e
bocconi
,
che
si
proceda
in
quel
modo
a
scatti
e
a
sussulti
,
come
se
la
mente
battesse
la
terzana
.
Vedi
se
non
è
buffo
che
un
uomo
scimiotti
l
'
andatura
d
'
un
bambino
.
Prova
a
seguitar
per
un
po
'
codesti
periodi
,
e
ti
sentirai
le
gambe
rotte
.
Non
son
periodi
,
ma
rottami
,
briciole
di
periodi
;
pensieri
in
pillole
e
in
polvere
;
trucioli
e
segatura
di
prosa
.
E
ne
passa
,
e
ne
passa
,
di
tutti
i
gradi
di
statura
al
disotto
della
media
,
di
tutte
le
gradazioni
di
magrezza
fra
il
corpo
spolpato
e
lo
scheletro
nudo
,
e
usciti
d
'
ogni
dove
:
da
romanzi
d
'
appendice
,
da
discorsi
politici
solenni
,
da
commemorazioni
mortuarie
lacrimose
,
da
parlate
asmatiche
di
drammi
,
da
lettere
d
'
amore
deliranti
a
freddo
e
simulatamente
disperate
.
Dicono
:
-
È
brevità
efficace
.
-
Ma
non
è
vero
;
si
provino
d
'
un
lungo
periodo
perfetto
d
'
uno
scrittore
conciso
a
far
tre
periodi
,
e
vedranno
se
non
l
'
allungano
,
dovendo
ripigliare
il
cammino
due
volte
,
e
ripetere
verbi
e
soggetti
.
-
È
stile
scolpito
!
-
Ma
non
sono
scultura
i
denti
d
'
una
ruota
di
legno
,
come
non
è
musica
il
rumore
che
n
'
esce
.
-
È
vivacità
di
stile
!
-
Ma
chi
è
più
vivace
dell
'
epilettico
?
-
È
un
risparmio
di
noia
al
lettore
!
-
Ma
che
c
'
è
di
più
uggioso
del
tic
tac
d
'
un
orologio
?
Oh
,
di
che
riso
amaro
e
sprezzante
riderebbe
il
Machiavelli
al
veder
la
prosa
italiana
ridotta
a
questo
balbettìo
di
scamiciati
aggranchiti
dal
freddo
!
Ma
non
occorre
ch
'
io
ti
dica
altro
.
Tu
non
ti
mescolerai
con
questa
ragazzaglia
di
periodi
;
tu
preferisci
fin
d
'
ora
la
compagnia
degli
adulti
;
chi
ha
buona
gamba
non
fa
tre
passi
sur
un
mattone
.
Lasciali
andare
all
'
Asilo
.
Guarda
ora
quest
'
altri
che
s
'
avvicinano
.
Non
ti
par
di
veder
venire
innanzi
lentamente
,
l
'
un
dietro
l
'
altro
,
di
quei
piccoli
treni
di
strada
ferrata
,
che
si
dànno
per
balocco
ai
ragazzi
?
Sono
i
periodi
degli
scrittori
geometrici
.
È
un
altro
modo
di
scansar
la
fatica
e
le
difficoltà
delle
orditure
sintattiche
sapienti
e
belle
,
pur
avendo
l
'
aria
di
far
dei
periodi
di
grande
disegno
.
Sono
periodi
fatti
d
'
una
lunga
serie
di
membri
,
d
'
un
'
egual
misura
a
un
di
presso
,
e
legati
fra
loro
quasi
tutti
con
lo
stesso
legame
di
coordinazione
,
per
modo
che
alla
fin
di
ciascuno
il
lettore
può
riposarsi
,
quasi
come
a
un
punto
fermo
;
ciò
che
dà
allo
scrittore
il
pretesto
di
stendere
dei
periodi
sterminati
,
e
di
poter
dire
che
non
leva
al
lettore
il
respiro
.
Vero
è
che
lo
ammazza
in
un
altro
modo
,
e
non
più
piacevole
.
Questi
periodi
non
c
'
è
ragione
mai
che
finiscano
,
se
non
quando
lo
scrittore
non
ha
più
nulla
da
dire
:
li
finisce
quando
vuole
,
per
bontà
sua
;
e
potrebbe
,
con
quell
'
andare
,
fare
anche
un
libro
d
'
un
periodo
solo
.
Sono
pensieri
cristallizzati
,
come
disse
a
maraviglia
un
critico
,
in
espressioni
geometricamente
uguali
.
Non
sono
propriamente
periodi
,
ossia
,
non
tessuti
di
proposizioni
,
ma
filze
;
non
costruzioni
,
ma
pietre
e
mattoni
ammontati
a
filo
di
piombo
,
senza
cemento
né
incastro
;
non
c
'
è
in
questo
periodare
né
rilievi
,
né
intrecci
,
né
scorci
,
né
inversioni
efficaci
,
né
varietà
di
suoni
e
di
modulazioni
;
non
v
'
è
che
una
sfilata
monotona
di
pensieri
,
tutti
vestiti
a
un
modo
,
che
vanno
avanti
con
lo
stesso
passo
,
mettendo
l
'
uno
il
piede
sull
'
orma
dell
'
altro
,
come
una
processione
di
frati
.
Vedi
che
soltanto
a
parlarne
,
si
prende
il
contagio
:
di
questi
periodi
n
'
ho
scritto
uno
.
Alla
fin
di
ciascuno
tu
ti
senti
cascare
il
capo
e
le
palpebre
e
ti
devi
dare
un
pizzicotto
per
incominciare
il
secondo
.
Dev
'
esser
qualche
cosa
di
simile
il
viaggiare
sul
dorso
d
'
un
ippopotamo
.
In
tutto
il
tempo
che
ho
impiegato
a
discorrere
n
'
è
passato
uno
solo
.
E
se
n
'
avvicina
un
altro
della
stessa
mole
.
Schiaccia
un
sonnellino
,
che
ti
sveglierò
al
terzo
.
Buon
riposo
.
Ecco
la
terza
sfilata
.
Questa
è
la
più
sbalorditoia
,
quella
che
comprende
tutte
le
deformità
,
malattie
e
vizi
più
miserevoli
e
strani
:
i
periodi
zoppi
,
i
gobbi
,
gl
'
idropici
,
gli
accidentati
,
i
periodi
tutti
testa
o
tutti
pancia
,
quelli
senz
'
occhi
che
vanno
a
tentoni
,
quelli
senza
gambe
che
si
trascinano
per
terra
,
e
quelli
che
dalle
reni
hanno
tornato
il
volto
,
come
gl
'
indovini
dell
'
inferno
dantesco
,
e
i
malati
d
'
atassìa
che
non
hanno
coordinazione
fra
i
movimenti
delle
membra
,
e
gli
ubbriachi
che
camminano
a
zig
zag
,
barcollando
,
e
a
ogni
tratto
soffermandosi
o
inciampando
,
e
finiscono
a
cadere
sulle
ginocchia
o
sulle
mele
.
Sono
tutte
le
mostruosità
sintattiche
che
possono
uscir
dalle
menti
che
non
conoscono
né
seste
,
né
compasso
,
e
in
cui
"
la
ragion
naturale
e
reciproca
della
parte
d
'
un
concetto
è
continuamente
turbata
dalle
varie
associazioni
della
fantasia
che
s
'
intromette
nel
processo
del
loro
pensiero
"
;
dalle
menti
di
tutti
coloro
che
,
come
diceva
il
Montaigne
,
data
la
mossa
coi
remi
alla
barca
del
periodo
,
costeggiando
,
si
soffermano
qua
e
là
e
imbarcano
alla
cieca
tutte
le
idee
che
loro
fanno
cenno
di
voler
salire
,
per
modo
che
la
barca
sopraccarica
va
innanzi
a
sbilancioni
e
bevendo
acqua
,
fin
che
si
capovolge
o
s
'
affonda
,
e
tutti
annegano
.
Alcuni
,
come
vedi
,
non
hanno
forma
nessuna
:
non
son
periodi
,
ma
una
certa
quantità
di
parole
chiuse
fra
due
punti
fermi
.
Altri
rassomigliano
alle
Sirene
,
che
hanno
un
bel
viso
e
finiscono
in
coda
di
pesce
.
Qualcuno
è
vestito
bene
;
ma
le
ossa
sformate
e
i
bubboni
gli
fanno
dei
gonfi
sotto
i
panni
,
o
i
panni
gli
s
'
aggrinzano
dove
mancano
le
carni
o
le
costole
,
o
il
pelame
intonso
e
arruffato
,
somigliante
a
una
vegetazione
selvatica
,
nasconde
la
fisonomia
.
Ce
n
'
è
parecchi
che
non
sono
che
aggrovigliamenti
di
congiuntivi
,
figliati
l
'
uno
dall
'
altro
,
o
sequele
di
parentesi
,
che
si
fanno
buio
a
vicenda
,
e
mettono
il
pensiero
principale
all
'
oscuro
;
e
molt
'
altri
che
mostrano
d
'
essere
stati
fatti
con
gran
cura
,
ma
con
la
cura
e
con
l
'
arti
d
'
un
chirurgo
,
che
per
tenerli
su
li
ha
ricerchiati
come
botti
d
'
apparecchi
ortopedici
visibilissimi
,
e
mezzi
coperti
di
bende
,
d
'
imbottiture
e
di
cerotti
.
Se
questi
periodi
tu
esaminassi
a
uno
a
uno
,
riconosceresti
che
la
più
parte
dei
loro
vizi
e
difetti
non
richiedono
ad
essere
scansati
né
ingegno
singolare
né
arte
sopraffina
o
esperienza
consumata
di
scrittore
;
ma
che
sono
quasi
tutti
errori
di
logica
elementare
,
dai
quali
basta
il
buon
senso
e
un
po
'
di
riflessione
a
preservarci
.
Guardali
bene
,
e
vedi
quanta
bruttezza
e
quanta
miseria
!
E
pensa
quant
'
è
grande
il
numero
di
questi
mostricini
messi
al
mondo
di
continuo
da
innumerevoli
persone
anche
non
incolte
,
o
per
sbadataggine
o
per
furia
o
per
trascuranza
d
'
ogni
decoro
letterario
,
e
immagina
gl
'
infiniti
piccoli
danni
che
ne
derivano
nel
commercio
universale
del
pensiero
:
quante
oscurità
,
quante
confusioni
,
quanti
malintesi
,
e
quindi
intoppi
e
lentezze
e
sciupìo
di
lavoro
e
di
tempo
!
Senza
parlar
del
ridicolo
,
altra
fonte
infinita
di
piccoli
guai
.
Dunque
,
hai
veduto
gl
'
Iloti
.
Guàrdati
.
Non
periodi
singhiozzati
,
non
periodi
mastodontici
,
non
periodi
sciancati
,
né
gibbosi
,
né
malati
,
né
selvaggi
,
né
matti
.
Volta
il
foglio
,
e
troverai
il
periodo
perfetto
.
Ma
no
:
bisogna
che
tu
conosca
prima
Carlo
Imbroglia
.
CARLO
IMBROGLIA
.
Imbrogliava
il
discorso
,
intendiamoci
subito
:
non
il
prossimo
;
chè
anzi
nel
commercio
che
esercitava
,
e
anche
fuor
del
commercio
,
era
uno
specchio
di
galantuomo
;
e
se
non
ci
fossero
al
mondo
che
imbroglioni
del
suo
genere
,
sarebbe
un
tutt
'
altro
viverci
.
Non
mancava
,
per
commerciante
,
di
cultura
letteraria
,
ed
era
pieno
di
buon
senso
;
ma
aveva
il
difetto
accennato
da
Dante
dove
dice
che
l
'
uomo
,
nel
quale
rampolla
pensiero
sopra
pensiero
,
arriva
tardi
al
segno
,
a
cui
intende
;
e
il
perché
si
capisce
:
perché
il
pensiero
di
lui
s
'
intralcia
a
ogni
passo
in
sé
medesimo
.
Ha
definito
mirabilmente
questo
vizio
mentale
comunissimo
un
critico
moderno
,
dicendo
che
in
non
so
quale
scrittore
la
nozione
si
corrompeva
e
si
disgregava
prima
d
'
esser
vissuta
,
presentando
quel
fenomeno
che
,
secondo
certi
fisiologi
,
segue
in
ogni
organismo
che
si
discioglie
:
il
quale
di
sede
ch
'
egli
era
d
'
un
solo
principio
vivente
,
diventa
il
semenzaio
di
parecchi
,
che
con
nuovi
moti
e
combinazioni
si
riorganizzano
nella
sua
materia
imputridita
.
Che
diavolo
d
'
arruffio
si
facesse
nella
mente
del
nostro
buon
amico
quando
filava
un
ragionamento
o
raccontava
un
fatto
anche
semplicissimo
,
non
saprei
ben
dire
.
Incominciava
con
un
'
idea
,
e
subito
quest
'
idea
si
fendeva
in
due
;
poi
ciascuna
idea
si
biforcava
alla
sua
volta
,
o
si
triforcava
e
si
sfaccettava
;
e
volendo
seguire
tutte
le
deviazioni
e
accennare
tutte
le
trasformazioni
e
le
sfaccettature
del
proprio
pensiero
,
egli
diceva
e
ridiceva
,
correggeva
e
aggiungeva
,
e
accumulava
incisi
e
incastrava
parentesi
,
fin
che
si
smarriva
nei
raggiri
delle
sue
frasi
,
come
in
un
labirinto
,
e
doveva
rifarsi
da
capo
.
Il
difetto
grammaticale
più
frequente
in
cui
si
manifestava
questo
suo
modo
farragginoso
di
pensare
era
l
'
abuso
del
congiuntivo
.
Egli
parlava
come
un
certo
personaggio
d
'
una
commedia
francese
che
un
amico
suo
definisce
:
un
subjonctif
à
jet
continu
.
Mi
ricordo
parola
per
parola
un
periodo
ch
'
egli
disse
a
proposito
di
certe
pratiche
fatte
da
noi
per
riconciliarlo
con
un
amico
:
-
"
Nel
caso
ch
'
egli
volesse
ch
'
io
andassi
prima
da
lui
,
affinchè
non
si
credesse
da
chi
non
conoscesse
i
fatti
ch
'
egli
si
fosse
umiliato
...
"
-
Il
famoso
verso
di
Dante
Io
credo
ch
'
ei
credesse
ch
'
io
credessi
poteva
essere
la
divisa
del
suo
stile
.
Alle
persone
di
servizio
,
perché
facessero
a
puntino
questa
o
quella
cosa
,
non
volendo
omettere
nessun
particolare
e
dir
tutto
ben
chiaramente
,
dava
gli
ordini
con
certi
periodi
così
complessi
e
aggrovigliati
,
che
finivano
col
non
capirci
una
maledetta
.
Tale
e
quale
era
nello
scrivere
.
Ai
suoi
corrispondenti
commerciali
scriveva
delle
lettere
sulle
quali
dovevano
meditare
un
pezzo
,
col
capo
fra
le
mani
,
come
sopra
dei
palinsesti
,
per
tirarne
fuori
l
'
idea
principale
.
Nella
conversazione
con
gli
amici
,
poi
,
era
una
vera
calamità
.
Povero
Carlo
Imbroglia
!
Quando
principiava
un
racconto
,
o
diceva
:
-
Ecco
il
ragionamento
ch
'
io
farei
-
,
oppure
:
-
Mi
spiegherò
meglio
-
tutti
allibbivano
.
Era
uno
spasso
nella
trattoria
sentirgli
dire
al
cameriere
,
per
esempio
:
-
Io
vorrei
che
tu
dicessi
al
cuoco
che
mi
cocesse
la
bistecca
in
modo
(
ma
già
credo
ch
'
egli
lo
sappia
,
ma
è
bene
che
tu
glielo
ricordi
,
caso
che
l
'
avesse
dimenticato
,
il
che
non
è
improbabile
)
in
modo
che
facesse
meno
sangue
che
fosse
possibile
;
ma
che
un
poco
ne
faccia
,
intendiamoci
bene
,
e
non
mancar
di
dirglielo
,
che
non
gli
accadesse
di
mandarmela
secca
,
che
mi
restasse
nel
gozzo
,
come
qualcuno
vuole
ch
'
egli
la
faccia
,
ch
'
io
non
so
che
gusto
ci
trovino
.
-
E
quasi
tutti
i
suoi
periodi
erano
di
quest
'
architettura
.
Ma
questi
erano
i
suoi
periodi
chiari
.
Alle
volte
,
quando
lo
vedevamo
impigliato
in
una
rete
da
cui
non
gli
riusciva
di
strigarsi
,
cercavamo
d
'
aiutarlo
:
chi
gli
suggeriva
l
'
espressione
d
'
un
pensiero
incidentale
,
chi
gli
porgeva
una
parentesi
bell
'
e
fatta
,
chi
gli
apriva
con
un
'
abbreviatura
una
via
d
'
uscita
.
Ma
egli
respingeva
tutti
i
soccorsi
e
s
'
ostinava
a
finir
da
sé
il
suo
periodo
,
volendo
a
ogni
costo
dir
la
cosa
a
modo
suo
.
Qualche
volta
era
costretto
a
fermarsi
,
per
ravviare
le
fila
arruffate
del
discorso
,
e
stava
alcuni
momenti
in
silenzio
,
accennandoci
con
la
mano
di
pazientare
un
poco
,
e
socchiudendo
i
piccoli
occhi
cerpellini
,
spesso
malati
;
i
quali
lacrimavano
,
dicevamo
noi
,
per
effetto
dello
sforzo
ch
'
egli
faceva
nella
troppo
minuta
e
intricata
orditura
della
sua
sintassi
.
Un
giorno
si
scherzava
nel
crocchio
sopra
un
argomento
poco
faceto
:
sul
genere
di
morte
che
ciascuno
di
noi
avrebbe
preferito
.
Quando
fu
la
sua
volta
,
uno
lo
prevenne
,
dicendogli
:
-
Quanto
a
lei
,
mi
perdoni
,
la
sua
fine
è
scritta
:
lei
resterà
soffocato
fra
le
spire
d
'
uno
dei
suoi
periodi
.
-
Rise
con
gli
altri
egli
pure
,
dicendo
che
era
consapevole
del
proprio
difetto
;
ma
soggiunse
che
aveva
ferma
certezza
di
riuscire
a
forza
di
volontà
ad
emendarsene
,
a
parlare
finalmente
come
voleva
e
come
,
secondo
lui
,
si
doveva
parlare
.
E
infatti
incominciava
sempre
a
parlare
col
fermo
proponimento
di
resistere
alla
forza
dell
'
abito
vizioso
,
d
'
andar
diritto
con
la
parola
allo
scopo
,
rigettando
tutte
le
tentazioni
del
pensiero
serpeggiante
;
ma
era
invano
:
ci
ricascava
sempre
.
Un
momento
dopo
d
'
aver
fermato
per
la
millesima
volta
quel
proponimento
,
era
capace
di
scrivere
,
a
proposito
d
'
un
amico
,
del
quale
s
'
era
discusso
se
si
dovesse
sì
o
no
invitarlo
a
un
banchetto
,
una
maraviglia
di
letterina
come
questa
:
-
"
Penso
che
converrebbe
che
gli
mandassimo
l
'
invito
(
poichè
avete
stabilito
che
gli
si
mandi
,
benchè
io
fossi
d
'
opinione
che
sarebbe
stato
meglio
che
non
si
facesse
)
prima
ch
'
egli
avesse
notizia
del
pranzo
da
altri
(
il
che
non
credo
che
sia
impossibile
,
chè
anzi
è
assai
probabile
che
l
'
abbia
)
,
affinchè
non
potesse
sospettare
che
noi
avessimo
deciso
d
'
invitarlo
all
'
ultimo
momento
con
la
speranza
ch
'
egli
non
facesse
in
tempo
a
venire
;
cosa
di
cui
,
se
la
credesse
,
credo
che
anche
voi
,
che
sapete
quanto
egli
sia
permaloso
,
ammettiate
che
sarebbe
naturale
ch
'
egli
si
risentisse
;
ciò
che
dispiacerebbe
a
tutti
,
benchè
avessimo
coscienza
che
fosse
infondato
il
sospetto
.
"
-
Che
sudata
,
povero
Imbroglia
!
Eppure
,
come
si
capisce
,
anche
da
quel
viluppo
di
parole
,
ch
'
egli
non
avrebbe
scritto
malaccio
se
fosse
riuscito
a
levar
le
gambe
dal
congiuntivo
e
a
camminar
con
la
penna
per
la
via
più
corta
!
Ogni
volta
che
penso
a
lui
,
mi
rigodo
una
scenetta
comica
,
che
è
il
più
piacevole
dei
ricordi
ch
'
egli
m
'
abbia
lasciati
.
S
'
era
convenuto
fra
una
mezza
dozzina
d
'
amici
di
desinare
con
lui
alla
trattoria
.
Eravamo
già
tutti
intorno
alla
tavola
,
era
passata
l
'
ora
da
un
pezzo
,
ed
egli
non
compariva
.
Comparve
finalmente
in
vece
sua
,
con
un
biglietto
in
mano
,
una
sua
vecchia
serva
,
buona
donna
semplice
,
che
stava
con
lui
da
molt
'
anni
,
e
gli
era
affezionata
come
una
parente
.
Uno
di
noi
lesse
a
voce
alta
:
-
"
Cari
amici
!
È
impossibile
che
immaginiate
quanto
io
sia
dolente
che
un
malore
,
che
m
'
affligge
da
due
giorni
,
m
'
impedisca
d
'
intervenire
a
codesto
desinare
amichevole
,
al
quale
è
superfluo
che
io
vi
dica
quanto
sarei
stato
felice
....
"
-
,
e
terminava
dicendo
che
era
malato
di
congiuntivite
.
Che
volete
?
S
'
ha
un
bel
dire
che
è
inumano
il
ridere
del
male
altrui
.
Ma
chi
si
sarebbe
frenato
?
Malato
di
congiuntivite
!
Era
un
caso
comico
di
forza
maggiore
.
Ma
il
meglio
venne
dopo
,
quando
la
buona
donna
ci
domandò
se
non
avevamo
nulla
da
mandar
a
dire
al
suo
padrone
.
-
Sì
,
-
rispose
uno
,
-
ditegli
che
abbiamo
detto
che
ce
ne
rincresce
assai
,
ma
che
della
malattia
che
lo
tormenta
non
crediamo
possibile
ch
'
egli
guarisca
.
Riferitegli
queste
precise
parole
.
Ci
capirà
.
-
La
donna
ci
guardò
stupefatta
;
poi
disse
:
-
Eh
no
,
signori
.
Non
credano
.
Non
è
grave
.
È
un
incomodo
a
cui
va
soggetto
.
E
allora
si
scoppiò
addirittura
.
IL
PERIODO
PERFETTO
.
Il
modo
di
periodare
d
'
uno
scrittore
maestro
nell
'
arte
è
paragonabile
per
certi
rispetti
al
modo
d
'
andare
d
'
un
uomo
ben
formato
,
sano
,
svelto
e
elegante
;
il
quale
cammina
per
la
strada
a
passi
né
lunghi
né
corti
,
ritto
,
ma
non
impettito
,
sciolto
,
ma
dignitoso
,
e
guarda
e
saluta
di
qua
e
di
là
senza
soffermarsi
e
senza
scomporsi
,
supera
gl
'
impedimenti
con
agilità
,
scansa
le
persone
con
garbo
,
svolta
alle
cantonate
con
un
giro
cauto
,
sale
senz
'
affannarsi
,
discende
senza
lasciarsi
andare
,
e
s
'
arresta
a
un
tratto
,
quando
arriva
alla
meta
,
con
un
ultimo
passo
risoluto
,
rimanendo
ritto
ed
immobile
.
Hai
mai
analizzato
il
diletto
vivo
che
ti
dà
,
oltre
all
'
utile
dell
'
idea
che
v
'
è
espressa
,
uno
di
quei
periodi
magistrali
,
d
'
ampia
stesura
e
di
proporzioni
giuste
,
nei
quali
v
'
è
una
corrispondenza
perfetta
fra
il
pensiero
e
la
forma
,
e
i
concetti
sono
collegati
e
contrapposti
in
maniera
da
illuminarsi
a
vicenda
,
e
tutte
le
locuzioni
son
proprie
,
e
tutte
le
giunture
facili
,
e
nessuna
parola
superflua
,
per
modo
che
non
ti
riesce
d
'
immaginare
come
quella
data
idea
avrebbe
potuto
essere
svolta
altrimenti
,
neppure
nei
particolari
secondari
e
minimi
della
sua
espressione
?
Il
periodo
è
lungo
e
ti
par
rapido
,
perché
non
c
'
è
nessuna
oscurità
che
ti
desti
un
dubbio
,
nessuna
ridondanza
che
ti
distragga
,
nessun
intoppo
né
vuoto
che
t
'
arresti
.
I
concetti
e
i
membri
vi
son
distribuiti
così
bene
,
senz
'
affollamento
,
quantunque
siano
molto
fitti
,
che
ti
par
che
l
'
aria
vi
si
mova
e
v
'
entri
dentro
la
luce
da
ogni
parte
.
Il
periodo
è
così
ben
modulato
che
vi
senti
una
correlazione
armonica
fra
la
prima
e
l
'
ultima
frase
,
e
fra
queste
e
le
intermedie
,
e
nelle
intermedie
fra
di
loro
;
ma
è
un
'
armonia
non
studiata
e
discreta
,
e
come
naturalmente
prodotta
dall
'
accordo
dei
pensieri
.
Tutti
i
concetti
accessori
che
vi
son
contenuti
ti
si
stampano
nella
memoria
nello
stesso
ordine
in
cui
lo
scrittore
li
ha
posti
,
come
se
quello
fosse
il
loro
ordine
necessario
e
immutabile
.
Sono
poche
righe
,
e
quando
sei
arrivato
in
fondo
ti
par
d
'
aver
fatto
un
lungo
cammino
,
perché
hai
veduto
molte
cose
in
un
piccolo
spazio
,
e
non
sei
soltanto
sodisfatto
della
lettura
,
ma
anche
di
te
medesimo
,
perché
dietro
alle
idee
espresse
n
'
hai
vedute
di
sfuggita
,
grazie
all
'
arte
dell
'
autore
,
molt
'
altre
,
e
scambi
quell
'
arte
con
acume
d
'
intuizione
tuo
proprio
.
E
dopo
la
prima
lettura
ti
senti
forzato
a
rileggere
,
compiacendoti
di
cercare
le
cause
di
quell
'
effetto
piacevole
e
utile
,
d
'
esaminare
in
ogni
sua
parte
il
congegno
,
e
quasi
di
disfarlo
e
rifarlo
,
per
conoscere
l
'
operazione
mentale
complessa
e
sottile
,
con
la
quale
fu
fabbricato
.
Ti
sembra
un
'
opera
d
'
arte
che
stia
da
sé
,
ed
è
in
fatti
una
serie
di
parole
che
formano
per
sé
sole
un
tutto
,
che
contengono
un
principio
e
un
fine
;
è
un
piccolo
capolavoro
d
'
ordine
e
di
numero
,
in
cui
sono
congiunte
la
semplicità
e
l
'
eleganza
,
l
'
ampiezza
e
la
brevità
,
la
delicatezza
e
la
forza
;
dove
lo
scrittore
ha
esercitato
tutte
le
sue
facoltà
e
messo
tutte
le
sue
doti
migliori
:
il
buon
senso
,
il
buon
gusto
,
la
ragione
,
l
'
immaginazione
,
la
profondità
e
l
'
agilità
del
pensiero
,
l
'
acutezza
e
la
vastità
della
vista
mentale
,
alla
quale
non
sfugge
minuzia
alcuna
,
e
che
abbraccia
ad
un
tempo
cento
cose
vicine
e
remote
.
Poi
,
rivolgendo
quel
piccolo
capolavoro
nel
pensiero
,
godi
un
piacere
simile
a
quello
con
cui
si
guarda
e
si
rivolta
per
le
mani
un
corpo
rotondo
,
solido
,
liscio
e
lucente
,
e
fai
dei
paragoni
,
per
i
quali
t
'
appare
anche
più
ammirabile
la
sua
perfezione
.
Ripensi
altri
periodi
d
'
altri
scrittori
,
che
ammirasti
,
ampi
anche
quelli
,
e
bene
architettati
,
e
musicali
;
ma
che
differenza
!
C
'
è
in
quelli
più
suono
che
pensiero
,
e
in
qualche
punto
il
suono
è
strepito
;
ci
sono
proposizioni
che
fanno
eco
l
'
una
all
'
altra
,
frasi
che
si
voltano
indietro
a
guardare
lo
strascico
della
propria
veste
,
concetti
secondari
che
portano
in
capo
un
pennacchio
troppo
alto
per
la
loro
statura
;
e
a
certi
svolti
tu
ci
perdi
d
'
occhio
l
'
idea
principale
,
e
non
sempre
la
ritrovi
,
o
la
ritrovi
per
riperderla
ancora
quando
sei
arrivato
alla
fine
.
Ma
questo
è
per
ogni
verso
perfetto
.
Non
è
nulla
o
è
poca
cosa
rispetto
al
libro
che
lo
contiene
;
si
potrebbe
anche
togliere
,
e
rimarrebbe
all
'
opera
tutto
il
suo
valore
;
eppure
non
c
'
è
da
secoli
fra
le
migliaia
di
lettori
uno
solo
che
non
si
sia
arrestato
a
quel
breve
giro
di
parole
,
che
non
l
'
abbia
ammirato
,
riletto
dieci
volte
,
citato
in
cento
occasioni
,
ricordato
per
molti
anni
o
per
tutta
la
vita
;
e
in
questa
gemma
si
fisserà
lo
sguardo
di
generazioni
e
generazioni
di
lettori
,
fin
che
non
sarà
morta
e
sepolta
la
letteratura
dov
'
essa
risplende
.
Ora
senti
:
non
è
soltanto
un
consiglio
,
è
una
calda
raccomandazione
questa
ch
'
io
ti
faccio
,
con
la
ferma
certezza
che
,
se
la
seguirai
,
n
'
avrai
un
vantaggio
grande
.
Quando
,
leggendo
uno
scrittore
,
t
'
imbatti
in
uno
di
quei
periodi
,
trascrivilo
.
E
non
temere
d
'
aver
da
fare
una
tal
fatica
troppo
sovente
,
perché
son
periodi
rari
anche
negli
scrittori
grandi
.
L
'
avere
alla
mano
una
corona
di
queste
piccole
maraviglie
,
e
lo
sfilarla
ogni
tanto
,
ti
gioverà
di
più
,
per
imparare
a
periodar
bravamente
,
che
leggere
decine
di
volumi
.
Potrei
presentartene
io
parecchi
,
che
ho
raccolti
da
scrittori
di
vari
secoli
;
ma
è
meglio
che
li
cerchi
e
che
faccia
la
scelta
tu
stesso
.
Quando
li
avrai
trascritti
,
e
li
rileggerai
,
e
ci
penserai
su
,
ci
scoprirai
molte
più
bellezze
di
quelle
che
t
'
avranno
fermata
l
'
attenzione
alla
prima
,
e
ne
ricaverai
tanti
ammaestramenti
da
formartene
in
capo
un
piccolo
trattato
dell
'
arte
del
periodo
,
che
sarà
tutto
tuo
.
Ci
troverai
fra
i
vari
concetti
connessioni
intime
,
non
significate
con
parole
,
come
legami
di
fila
finissime
,
non
visibili
che
allo
sguardo
fisso
e
prolungato
della
mente
;
"
volute
di
sintassi
accennate
appena
che
faranno
fare
come
un
mezzo
giro
al
tuo
pensiero
verso
un
oggetto
nuovo
,
per
rimetterlo
quasi
subito
al
punto
da
cui
l
'
avranno
ritolto
"
;
brevi
spiragli
,
per
cui
t
'
appariranno
di
fuga
tratti
d
'
orizzonti
lontani
;
e
salite
e
discese
e
scorciatoie
e
profondità
e
curve
ed
angoli
della
locuzione
,
che
ti
desteranno
nella
mente
altrettanti
moti
diversi
,
leggerissimi
,
con
ciascuno
dei
quali
ti
parrà
di
fare
,
e
farai
in
effetto
un
passo
avanti
nell
'
arte
difficile
dello
scrivere
.
E
vedrai
come
ogni
volta
che
ti
metterai
a
scrivere
dopo
aver
ristudiato
quei
modelli
,
troverai
maggior
facilità
a
far
capire
nel
circuito
d
'
un
periodo
solo
molti
concetti
,
a
inanellarli
senza
sforzo
,
ad
accennarne
alcuni
senza
esprimerli
,
a
involgerne
altri
dentro
un
altro
,
e
a
trascorrere
da
questo
a
quello
con
un
colpo
d
'
ala
,
e
a
districare
gli
stami
di
molti
pensieri
confusi
per
distenderli
e
incrociarli
in
un
disegno
netto
e
leggero
.
Dammi
retta
:
fàtti
da
te
questa
piccola
raccolta
di
periodi
perfetti
,
e
imparala
a
mente
,
se
puoi
.
E
,
chi
sa
!
Se
proseguirai
in
questi
studi
nell
'
età
virile
,
forse
ti
verrà
in
mente
di
ampliare
la
raccolta
fatta
nella
giovinezza
,
e
di
dare
ai
giovani
italiani
un
'
Antologia
singolare
e
utilissima
;
della
quale
,
ch
'
io
sappia
,
non
c
'
è
ancora
esempio
.
IL
SOGNO
D
'
UNO
SCRITTORE
FALSO
.
Scena
:
una
camera
buia
.
Lo
scrittore
dorme
e
sogna
,
agitato
.
Al
principiare
del
sogno
egli
vede
accanto
al
letto
,
dalla
parte
del
capezzale
,
un
cassone
enorme
,
pieno
di
cose
preziose
,
che
gli
son
care
quanto
la
vita
;
e
udendo
un
rumoretto
all
'
uscio
,
e
parendogli
che
un
ladro
tenti
di
forzar
la
serratura
per
venirgli
a
rubare
quel
tesoro
,
stende
e
preme
la
mano
tremante
sul
coperchio
del
cassone
,
respirando
con
affanno
.
Una
figura
di
donna
,
bianca
e
leggera
come
vapore
in
nuvoletta
accolto
sotto
forme
fugaci
all
'
orizzonte
,
appare
nel
mezzo
della
camera
,
e
gli
rivolge
la
parola
con
voce
limpida
e
pacata
.
LA
SEMPLICITÀ
.
-
Vengo
non
desiderata
,
lo
so
.
Ma
fino
a
quando
rifuggirai
da
me
come
da
una
nemica
mortale
?
Fino
a
quando
persisterai
a
metter
sul
viso
dei
tuoi
periodi
cipria
e
belletto
e
ad
appiccicarvi
nèi
e
finti
riccioli
e
orecchini
di
perle
false
?
Fino
a
quando
,
per
ottenere
codesta
bellezza
artificiosa
e
stucchevole
,
farai
gli
sforzi
che
dovresti
fare
invece
per
nasconder
l
'
arte
,
per
conseguire
"
quell
'
apparenza
di
trascuratezza
,
di
sprezzatura
,
quell
'
abbandono
,
quella
quasi
noncuranza
"
che
,
come
dice
un
grande
maestro
,
è
una
delle
mie
specie
più
amabili
,
e
in
cui
si
manifesta
veramente
l
'
ingegno
;
dovecchè
il
raccattare
e
l
'
accozzare
lustre
e
chincaglie
è
cosa
da
tutti
?
Disse
un
critico
ardito
che
per
secoli
,
fatte
poche
eccezioni
,
fu
una
fitta
di
damerini
dello
stile
e
della
lingua
tutta
la
letteratura
italiana
.
Fino
a
quando
farai
il
damerino
tu
pure
,
vecchio
vanerello
smanceroso
?
Il
sognatore
dà
uno
scossone
.
UN
ESPLORATORE
AFRICANO
.
-
O
senta
,
signore
!
Ritornato
appena
dall
'
Africa
,
ho
letto
per
caso
un
libro
suo
.
Vidi
laggiù
certi
piccoli
re
selvaggi
che
sul
loro
semplice
abito
primitivo
di
stoffa
bianca
mettevano
quanto
potevan
raccogliere
di
vistoso
e
di
luccicante
,
come
fanno
le
gazze
,
dagli
europei
di
passaggio
;
e
quando
mi
venivan
dinanzi
così
addobbati
,
con
aria
maestosa
e
contenta
,
mi
dovevo
morder
la
lingua
per
non
scoppiare
dal
ridere
.
E
vidi
anche
dei
selvaggi
che
avevano
incise
sulla
pelle
figure
di
fiori
,
d
'
alberi
,
d
'
armi
e
d
'
animali
,
e
credevano
d
'
esser
belli
,
conciati
a
quel
modo
;
e
a
me
parevano
orribili
e
buffi
.
La
sua
prosa
,
mi
perdoni
,
mi
ricorda
l
'
abito
di
quei
re
,
e
il
suo
stile
mi
par
tatuato
,
signore
.
Il
sognatore
geme
.
UN
GENTILUOMO
.
-
Io
,
signore
,
conobbi
un
tale
,
un
bottegaio
arricchito
,
che
quando
gli
capitava
in
casa
qualcuno
,
lo
faceva
girar
per
tutte
le
stanze
,
dove
aveva
messo
in
mostra
un
poco
prima
tutta
l
'
argenteria
da
tavola
,
i
gioielli
di
sua
moglie
e
ogni
oggetto
di
valore
comprato
o
ricevuto
in
dono
da
lui
nel
corso
di
trent
'
anni
;
e
credeva
con
quello
sfoggio
di
farsi
veder
gran
signore
;
e
tutti
lo
giudicavano
invece
uno
spocchione
senza
gentilezza
e
senza
gusto
.
Il
sognatore
si
volta
di
scatto
sur
un
fianco
,
cercando
una
posizione
più
comoda
.
UN
CRITICO
(
con
un
sorriso
acre
e
una
voce
di
sega
)
.
-
Signore
!
È
tempo
oramai
ch
'
io
le
spiattelli
la
verità
nuda
e
cruda
.
O
chi
crede
d
'
ingannare
con
codesto
abbarbaglio
di
frasi
,
con
codesta
ostentazione
di
gale
e
di
lustrini
?
Crede
che
non
si
capisca
ch
'
Ella
ricorre
a
codesti
mezzi
perché
non
ha
un
possesso
sicuro
della
lingua
,
per
nascondere
l
'
indeterminatezza
che
da
quel
possesso
malsicuro
deriva
all
'
espressione
del
suo
pensiero
?
Che
non
si
capisca
ch
'
Ella
tira
a
scriver
bello
e
avventato
perché
non
le
riesce
di
scriver
proprio
ed
esatto
?
E
s
'
illude
che
con
quelle
cianfrusaglie
brillanti
si
possa
mascherar
mai
il
pensiero
nullo
o
mediocre
?
Eh
,
via
!
Anche
il
lettore
meno
colto
ha
una
percezione
finissima
per
iscoprire
un
concetto
trito
o
volgare
sotto
il
cencio
di
porpora
dozzinale
,
come
scopre
la
menzogna
nel
falso
sorriso
.
Smetta
codesta
roba
,
che
sciupa
anche
i
pensieri
migliori
,
perché
svia
la
mente
dalla
diritta
e
rapida
intuizione
del
buono
e
del
vero
.
O
che
è
l
'
immagine
,
quando
non
serve
a
dar
risalto
all
'
idea
,
altro
che
polvere
negli
occhi
?
O
quando
capirà
che
la
bellezza
non
è
che
nella
parola
o
nella
frase
necessaria
,
e
che
questa
non
può
essere
che
la
più
propria
,
e
che
la
più
propria
è
sempre
la
più
semplice
e
la
più
comune
?
Oh
,
rinunzi
una
volta
per
sempre
a
tutta
codesta
rigatteria
letteraria
,
che
si
compra
e
si
vende
a
peso
a
tutte
le
cantonate
.
Lo
scrittore
respira
sempre
più
affannoso
,
contraendo
il
viso
e
le
mani
.
LA
PASSIONE
.
-
Il
tuo
linguaggio
non
è
il
mio
.
Tu
non
parli
mai
con
la
mia
voce
e
con
le
mie
parole
.
Tu
mi
tradisci
sempre
.
Io
non
pèttino
,
non
arricciolo
,
non
infioro
le
frasi
e
i
periodi
:
io
sono
semplice
e
franca
.
Tu
non
commovi
nessuno
perché
sei
l
'
opposto
di
quello
ch
'
io
sono
.
Chi
ti
può
credere
sincero
?
Crederesti
tu
alla
sincerità
d
'
un
uomo
che
mentre
ti
confida
,
per
impietosirti
,
un
grande
dolore
,
facesse
il
bocchin
di
miele
e
gli
occhi
languidi
come
una
donnina
leziosa
,
e
atti
vezzosi
del
capo
come
una
tortora
in
amore
?
LA
RAGIONE
.
-
E
piglieresti
sul
serio
un
altro
che
mentre
s
'
affanna
a
persuaderti
d
'
una
grande
verità
o
a
indurti
a
un
'
azione
generosa
,
scoprisse
ogni
tanto
i
polsini
per
mostrarti
i
bottoni
d
'
oro
o
lanciasse
un
'
occhiata
allo
specchio
per
veder
l
'
effetto
del
suo
gesto
?
UN
VECCHIO
.
-
Senti
.
Io
ho
molto
vissuto
e
conosco
il
mondo
.
Se
tu
lo
conoscessi
quant
'
io
lo
conosco
,
se
tu
sapessi
a
quanta
gente
ha
recato
e
reca
danno
di
continuo
codesto
mal
vezzo
,
in
cui
tu
t
'
ostini
,
d
'
inorpellare
l
'
espressione
d
'
ogni
sentimento
e
d
'
ogni
pensiero
,
tu
faresti
ogni
maggiore
sforzo
per
liberartene
,
come
d
'
una
malattia
pericolosa
di
morte
.
Quanti
uomini
retti
e
modesti
son
giudicati
irreparabilmente
non
sinceri
,
vanitosi
,
presuntuosi
,
e
si
vedon
rifiutati
favori
e
vantaggi
ed
aiuti
non
per
altro
che
perché
li
chiedono
con
codeste
forme
affettate
e
leziose
a
persone
che
aborriscono
l
'
affettazione
e
la
leziosaggine
quanto
la
malvagità
e
l
'
impostura
!
Quante
lettere
e
scritture
d
'
ogni
forma
,
che
chiedono
cose
giuste
e
dovute
,
sono
lacerate
e
buttate
fra
le
cartacce
non
per
altro
che
perché
sono
scritte
nel
modo
che
tu
scrivi
!
Quanti
scrittori
di
alto
ingegno
e
di
animo
buono
sono
diventati
universalmente
uggiosi
e
odiosi
,
e
stati
in
ogni
modo
avversati
e
defraudati
dell
'
onore
che
per
altri
rispetti
meritavano
,
per
non
essere
riusciti
mai
a
spogliarsi
di
codest
'
abito
sciagurato
d
'
infronzolare
,
d
'
ingioiellare
,
di
fiorettare
il
proprio
linguaggio
!
Che
aberrazione
!
O
com
'
è
ancora
possibile
?
UNO
SCRITTORE
.
-
Ho
pietà
di
te
,
confratello
,
e
non
te
n
'
offendere
,
chè
è
pietà
fraterna
,
poichè
l
'
ebbi
un
tempo
di
me
pure
;
e
fu
quando
tutte
le
gale
e
le
lustre
della
parola
,
di
cui
avevo
fatto
abuso
cieco
per
vent
'
anni
,
m
'
apparvero
nel
loro
vero
aspetto
,
e
mi
fecero
il
senso
che
risentirebbe
un
uomo
,
il
quale
,
addormentatosi
nell
'
orgia
d
'
un
martedì
grasso
,
si
risvegliasse
il
mercoledì
delle
ceneri
,
in
mezzo
alla
sua
famiglia
,
sbriacato
,
ma
ancor
mascherato
da
re
delle
marionette
.
Quando
riconobbi
quanti
bei
pensieri
avevo
sciupati
,
quanti
sentimenti
gentili
traditi
,
per
quanto
tempo
avevo
offeso
la
dignità
dell
'
ufficio
di
scrittore
scrivendo
prosa
di
chincagliere
e
gettando
negli
occhi
al
pubblico
crusca
dorata
,
sentii
tale
vergogna
e
nausea
di
me
stesso
,
da
esser
tentato
di
dar
della
fronte
nel
muro
.
T
'
auguro
di
guarire
;
ma
la
convalescenza
ti
sarà
triste
,
povero
amico
.
UN
AMICO
D
'
INFANZIA
(
col
viso
afflitto
,
e
un
accento
di
rimprovero
triste
)
.
-
Ah
,
no
,
in
quel
modo
non
m
'
avresti
dovuto
scrivere
in
quella
occasione
dolorosa
.
Sapevi
che
avevo
l
'
anima
straziata
da
una
grande
sventura
:
mi
dovevi
scrivere
come
ti
dettava
il
cuore
.
Tu
non
puoi
immaginare
che
pena
fu
per
me
il
trovare
nella
tua
lettera
certe
espressioni
,
quei
tuoi
soliti
ornamenti
e
vezzi
di
lingua
e
di
stile
,
che
mi
fecero
dubitare
della
sincerità
del
tuo
dolore
,
che
mi
parvero
anzi
segni
manifesti
d
'
indifferenza
e
di
durezza
d
'
animo
.
No
;
se
tu
avessi
avuto
pietà
del
tuo
vecchio
amico
,
se
tu
avessi
pianto
davvero
sulla
sventura
terribile
che
lo
colpiva
,
tu
non
avresti
usato
quelle
parole
per
dirglielo
,
non
avresti
lisciato
lo
stile
a
quel
modo
,
perdonami
,
per
consolare
il
suo
cuore
.
Mi
facesti
una
gran
pena
,
amico
,
una
gran
pena
!
Il
sognatore
,
che
s
'
era
andato
agitando
sempre
più
durante
le
varie
apparizioni
,
vinto
all
'
ultima
da
un
impeto
di
vergogna
,
di
dolore
e
di
sdegno
,
si
precipita
dal
letto
(
in
sogno
)
e
si
mette
a
tirar
pedate
furiose
contro
il
cassone
;
il
quale
si
rovescia
e
si
scoperchia
,
spandendo
sul
pavimento
una
strana
variopinta
luccicante
mescolanza
di
vasetti
,
di
piume
,
di
ritagli
di
talco
e
di
trina
,
di
bubboli
,
di
nastrini
,
di
stelline
,
di
prismetti
di
vetro
,
di
scampoli
di
panno
rosso
e
di
frange
argentate
e
dorate
,
ravvolto
il
tutto
in
un
nuvolo
di
polvere
d
'
oro
e
di
riso
.
Furiosamente
,
a
scarpate
,
egli
caccia
a
mucchio
ogni
cosa
verso
la
finestra
e
abbranca
a
piene
mani
e
butta
tutto
fuori
del
davanzale
,
e
poi
scaraventa
fuori
anche
il
cassone
.
Il
tonfo
che
fa
questo
battendo
sul
selciato
della
strada
,
lo
risveglia
.
Si
mette
a
sedere
sul
letto
,
si
frega
gli
occhi
e
guarda
intorno
.
Non
è
ancora
bene
sveglio
:
gli
cadono
dagli
occhi
due
lacrime
.
Ahimè
!
Sono
lacrime
di
rimpianto
per
il
cassone
!
UNA
PAGINA
DI
MUSICA
.
È
tendenza
naturale
in
noi
il
dare
un
ritmo
al
linguaggio
scritto
,
come
lo
diamo
al
linguaggio
parlato
,
perché
il
nostro
orecchio
cerca
naturalmente
l
'
armonia
,
e
anche
delle
parole
scritte
sentiamo
il
suono
nella
mente
.
Gl
'
imitatori
dànno
alla
prosa
l
'
onda
armonica
,
che
hanno
nella
memoria
,
dello
stile
del
loro
scrittore
prediletto
;
quelli
che
non
imitano
,
le
dànno
un
ritmo
loro
proprio
,
che
è
come
la
musica
intima
del
loro
pensiero
;
e
anche
gli
scrittori
che
paiono
più
noncuranti
dell
'
armonia
,
si
sente
qua
e
là
che
non
resistono
alla
tentazione
di
dare
al
periodo
un
suono
largo
e
gradevole
,
o
,
se
non
altro
,
di
terminarlo
con
una
clausola
sonora
.
La
nostra
lingua
così
ricca
e
varia
di
suoni
,
nella
quale
facciamo
anche
in
prosa
,
senz
'
avvedercene
,
una
quantità
di
versi
d
'
ogni
metro
,
ci
tenta
continuamente
a
cantare
.
E
qui
sta
il
pericolo
:
di
far
cantare
la
prosa
per
forza
,
aggiungendo
parole
superflue
al
periodo
per
dargli
quella
data
sonorità
,
sforzando
il
pensiero
stesso
per
ridurlo
a
quella
data
forma
che
all
'
orecchio
piace
,
facendo
servire
l
'
idea
al
numero
,
in
somma
,
invece
di
far
obbedire
il
numero
all
'
idea
.
E
quando
s
'
è
su
questa
china
,
facilmente
si
precipita
al
peggio
:
si
va
dalle
armonie
delicate
e
sommesse
a
una
musica
sempre
più
risonante
,
fino
ad
accompagnare
la
sfilata
delle
frasi
a
colpi
di
piatti
turchi
,
e
a
chiudere
con
colpi
di
gran
cassa
e
squilli
di
tromba
.
Come
si
può
sfuggire
a
questo
pericolo
?
Il
mio
umile
parere
(
come
si
suol
dire
quando
si
crede
il
parere
proprio
migliore
degli
altri
)
è
questo
:
che
ci
dovremmo
proporre
non
di
cercare
l
'
armonia
,
ma
soltanto
d
'
evitar
le
asprezze
e
le
stonature
.
E
paiono
le
due
cose
una
sola
;
ma
sono
negli
effetti
assai
diverse
,
perché
,
cercando
l
'
armonia
,
si
finisce
col
cercare
una
data
armonia
,
la
quale
non
si
può
ottener
sempre
senza
artifici
;
ciò
che
non
accade
a
chi
si
studia
solamente
di
non
ferir
l
'
orecchio
.
Per
questo
non
c
'
è
bisogno
di
forzare
il
pensiero
,
d
'
aggiungere
,
di
riempire
,
d
'
arrotondare
,
perché
ciò
che
fa
suonare
sgradevolmente
il
periodo
non
sono
quasi
mai
altro
che
uno
o
pochi
vocaboli
messi
fuor
di
posto
,
e
qualche
volta
uno
o
due
o
pochi
monosillabi
;
e
basta
per
ripararvi
il
collocare
gli
uni
e
gli
altri
in
quelli
che
il
Leopardi
,
facendo
esercizio
di
lingua
,
chiamò
"
cantucci
,
spigoli
,
spazietti
,
passaggetti
,
rivolte
,
giratine
,
tortuosità
,
angustie
,
stretture
del
discorso
e
del
periodo
"
nelle
quali
quei
vocaboli
e
monosillabi
possono
entrare
senza
violenza
e
stare
senza
stridere
.
Non
è
certo
questa
l
'
unica
norma
che
dobbiamo
seguire
perché
la
prosa
non
riesca
disarmonica
;
ma
è
la
principale
,
e
a
te
può
bastare
per
ora
.
Un
ritmo
,
un
andamento
musicale
tuo
proprio
ti
verrà
con
lo
stile
,
del
quale
sarà
un
elemento
inseparabile
;
e
quanto
più
il
tuo
stile
sarà
spontaneo
,
logico
,
fedelmente
consentaneo
al
movimento
del
tuo
pensiero
,
tanto
meno
t
'
accorgerai
d
'
avere
quel
ritmo
;
per
modo
che
,
rileggendo
dopo
qualche
tempo
le
cose
tue
,
ti
parrà
di
sentirvi
una
musica
sconosciuta
,
o
di
cui
tu
abbia
appena
una
vaga
reminiscenza
.
Bada
ora
sopra
tutto
a
non
mandar
avanti
la
tua
prosa
a
suon
di
tamburi
e
di
pifferi
,
a
non
far
del
periodo
una
cabaletta
,
sempre
chiusa
con
quelle
certe
battute
,
che
il
lettore
presènte
e
solfeggia
prima
che
tu
vi
giunga
;
perché
è
questa
una
consuetudine
che
inceppa
la
ragione
e
l
'
ispirazione
,
circoscrive
la
libertà
del
pensiero
,
vizia
l
'
espressione
,
gonfia
lo
stile
,
e
avvilisce
la
dignità
dello
scrittore
riducendolo
un
sonatore
d
'
organetto
.
UNA
VOCE
NELL
'
ARIA
:
-
Benissimo
!
O
che
c
'
è
un
grammofono
qui
?
Chi
è
che
parla
?
La
stessa
voce
,
in
tono
leggermente
ironico
:
-
"
Ma
devi
anche
dire
all
'
alunno
che
ci
sono
i
sonatori
del
periodo
,
i
tenori
dello
stile
dissimulati
,
certi
astuti
che
abbassano
la
voce
,
invece
d
'
alzarla
,
che
non
vanno
mai
negli
acuti
,
che
modulano
il
discorso
come
per
cantare
senza
farsi
scorgere
;
ma
che
in
realtà
cantano
anch
'
essi
.
Il
canto
non
si
sente
periodo
per
periodo
;
ma
quando
voi
avete
letto
dieci
loro
pagine
senz
'
aver
mai
colto
proprio
sull
'
atto
il
cantante
,
sentite
non
di
meno
che
non
hanno
parlato
col
tono
di
chi
parla
naturalmente
,
non
cercando
né
ritmo
né
risonanza
.
È
una
specie
di
musica
morbida
e
liscia
,
dov
'
essi
fondono
i
propri
pensieri
e
smorzano
le
tinte
dello
stile
;
ma
che
,
appunto
per
questo
,
finisce
col
ristuccare
essa
pure
,
come
il
mormorìo
d
'
un
rigagnolo
,
facendoci
desiderare
qualche
asprezza
,
qualche
schianto
qua
e
là
,
in
cui
salti
su
il
pensiero
o
l
'
immagine
,
e
magari
anche
qualche
stonatura
selvaggia
,
che
ne
rompa
la
dolce
monotonia
,
dalla
quale
ci
sentiamo
conciliare
il
sonno
come
dal
rullìo
d
'
una
barchetta
o
dal
cullamento
d
'
una
sedia
a
dondolo
.
E
per
ottener
questo
bell
'
effetto
forzano
spesso
anche
costoro
il
proprio
pensiero
,
appiccicando
delle
brave
code
ai
periodi
,
dicendo
cose
che
non
dovrebbero
o
come
non
vorrebbero
,
esercitando
come
gli
altri
la
non
nobile
industria
dei
pleonasmi
,
delle
zeppe
,
delle
imbottiture
e
delle
vescichette
,
con
certa
discrezione
,
quasi
di
sotterfugio
,
e
con
aria
innocente
;
ma
che
non
inganna
chi
ha
fine
l
'
occhio
e
l
'
orecchio
.
Questo
essi
non
imitano
certamente
dal
loro
maestro
Alessandro
Manzoni
,
che
non
n
'
ha
ombra
.
E
anche
dall
'
esempio
di
questi
signori
convien
mettere
in
guardia
gli
alunni
.
Rifuggano
dagli
uni
e
dagli
altri
:
dai
suonatori
di
gran
cassa
e
da
quelli
che
fanno
il
verso
degli
uccelli
.
"
Pare
che
abbia
finito
.
Mi
domandi
se
ha
detto
giusto
?
Eh
sì
,
non
c
'
è
a
ridire
,
pur
troppo
.
Mi
domandi
ancora
s
'
io
so
a
chi
abbia
fatto
allusione
?
Lo
so
,
sicuro
;
ma
a
dirtelo
....
mi
vergognerei
un
poco
.
CORREGGI
E
LÀSCIATI
CORREGGERE
.
Abbiamo
veduto
da
principio
quello
che
s
'
ha
da
fare
prima
di
scrivere
;
dobbiamo
vedere
ora
quello
che
è
da
farsi
dopo
aver
scritto
.
Tu
hai
già
capito
:
rivedere
,
correggere
.
Lascia
passare
un
po
'
di
tempo
,
chè
si
quieti
l
'
eccitamento
intellettuale
,
e
tu
possa
giudicare
a
mente
serena
e
ad
animo
riposato
l
'
opera
tua
,
e
questa
apparisca
come
a
una
certa
distanza
all
'
occhio
indagatore
della
tua
mente
.
Poi
rileggi
,
mettendoti
con
l
'
immaginazione
,
per
quanto
t
'
è
possibile
,
nell
'
animo
d
'
un
lettore
non
solo
non
indulgente
,
ma
malevolo
,
il
quale
cerchi
nel
tuo
lavoro
i
difetti
col
desiderio
di
trovarne
,
o
svogliato
o
male
attento
,
che
non
regga
ad
alcuna
ripetizione
e
lungaggine
,
e
smetta
di
leggere
al
primo
senso
di
noia
che
lo
prenda
.
Leggi
,
e
apri
nella
mente
dieci
occhi
per
veder
dieci
cose
ad
un
punto
:
le
improprietà
,
le
superfluità
,
le
lacune
,
le
disarmonie
,
i
luoghi
oscuri
,
i
costrutti
contorti
,
i
legami
forzati
,
le
slegature
,
gli
errori
d
'
ordine
e
le
offese
al
buon
gusto
.
Vedi
se
in
qualche
luogo
non
hai
espresso
con
due
o
tre
periodi
brevi
un
pensiero
o
una
serie
di
pensieri
che
si
potevano
raccogliere
in
uno
,
non
però
così
lungo
da
non
potersi
abbracciare
,
come
dice
un
maestro
,
con
un
'
occhiata
;
se
,
alleggerendo
tutti
e
due
o
tutti
e
tre
quei
periodi
,
non
li
puoi
fondere
insieme
,
affinchè
il
lettore
legga
d
'
un
fiato
solo
quello
che
dovrebbe
leggere
con
tre
riprese
di
respiro
.
Vedi
se
dove
hai
creduto
di
esprimere
una
gradazione
di
pensiero
non
hai
fatto
altro
invece
che
una
gradazione
di
frase
;
se
non
hai
ripetuto
nessun
pensiero
sotto
altra
forma
,
o
presentato
l
'
una
dopo
l
'
altra
delle
immagini
che
dovevi
presentare
tutte
a
un
tratto
di
fronte
,
o
interposto
una
distanza
fra
due
concetti
che
dovevano
stare
vicini
o
connessi
.
Dove
puoi
mandare
innanzi
d
'
un
salto
il
pensiero
,
che
ha
fatto
un
passo
a
destra
e
uno
a
sinistra
,
correggi
;
dove
la
svoltata
del
pensiero
è
troppo
larga
,
ristringila
;
dove
puoi
accorciare
una
frase
,
serrare
più
forte
un
nodo
sintattico
,
sostituire
una
parola
breve
a
una
parola
lunga
,
accorcia
,
serra
,
sostituisci
.
Cerca
bene
se
hai
avuto
qualche
momento
di
distrazione
o
di
stanchezza
,
dove
hai
commesso
un
peccato
di
vanità
letteraria
,
dove
hai
lasciato
sul
tuo
pensiero
un
velo
di
nebbia
.
Se
farai
questo
lavoro
con
attenzione
viva
,
ne
ricaverai
altrettanto
diletto
quanto
dal
lavoro
facile
e
caldo
dell
'
ispirazione
.
Proverai
che
piacere
squisito
è
lo
sfrondare
il
superfluo
quando
se
ne
vede
balzar
fuori
più
chiara
e
lucida
l
'
idea
;
che
maraviglia
gradevole
è
il
veder
tutto
un
periodo
mutar
aspetto
e
suono
per
la
trasposizione
d
'
una
frase
o
d
'
una
parola
ch
'
era
fuor
di
posto
.
In
questo
lavoro
comprenderai
tutta
la
delicatezza
dell
'
arte
dello
scrivere
,
vedendo
come
un
ritocco
leggerissimo
metta
alle
volte
la
forza
dov
'
era
la
fiacchezza
,
come
la
cancellatura
o
l
'
aggiunta
d
'
un
solo
vocabolo
assodi
un
pensiero
che
era
campato
in
aria
,
o
ne
saldi
due
l
'
uno
all
'
altro
,
che
non
parevano
collegabili
;
come
un
nuovo
aggettivo
,
non
prima
trovato
,
getti
quasi
un
raggio
di
sole
sopra
un
'
idea
che
stava
nell
'
ombra
.
Sentirai
come
questo
lavoro
del
correggere
,
quando
è
fatto
bene
,
non
sia
lavoro
di
pedante
,
quale
molti
lo
dicono
;
ma
di
critico
e
d
'
artista
ad
un
tempo
;
lavoro
fine
e
profondo
,
che
eccita
anch
'
esso
la
mente
e
l
'
animo
come
una
seconda
creazione
,
e
che
si
può
far
con
amore
,
e
che
quando
è
fatto
in
tal
modo
,
lascia
nella
coscienza
una
sodisfazione
e
una
quiete
,
che
sono
il
più
dolce
premio
della
fatica
.
Ma
correggere
non
è
sempre
migliorare
,
bada
bene
.
Bisogna
,
correggendo
,
tener
sempre
presente
che
nello
scrivere
di
primo
getto
la
mente
eccitata
e
come
dilatata
e
sveltita
dall
'
eccitazione
faceva
rapidamente
il
giro
d
'
un
largo
spazio
,
vedeva
in
una
volta
molte
cose
e
molte
relazioni
fra
le
cose
,
e
abbracciava
con
occhio
pronto
e
mobilissimo
ragioni
,
proporzioni
e
convenienze
.
Correggendo
a
mente
fredda
,
noi
tendiamo
a
esaminare
invece
idea
per
idea
,
frase
per
frase
,
parola
per
parola
;
e
quindi
facilmente
prendiamo
abbaglio
sul
valore
di
ciascuna
idea
,
frase
o
parola
,
che
non
vediamo
più
in
relazione
con
l
'
altre
;
e
facilmente
per
questo
correggiamo
male
;
e
spesso
togliamo
forza
a
un
concetto
del
quale
non
abbiamo
più
vivo
il
sentimento
,
credendo
di
perfezionarne
l
'
espressione
,
e
ci
lasciamo
andare
ad
arrotondar
dei
periodi
perché
non
ci
suonano
più
nella
mente
insieme
con
l
'
armonia
generale
dello
scritto
,
per
dar
loro
una
sonorità
più
piena
,
con
danno
di
quell
'
armonia
generale
.
Convien
dunque
guardarsi
,
correggendo
,
dal
corregger
troppo
,
e
per
guardarsene
bisogna
rimettersi
a
quando
a
quando
,
con
uno
sforzo
dell
'
immaginazione
,
nello
stato
di
mente
e
d
'
animo
in
cui
ci
trovavamo
nel
far
la
prima
stesura
del
lavoro
,
e
riscontrare
così
la
nostra
correzione
col
criterio
che
in
quei
momenti
ci
guidava
:
criterio
meno
guardingo
e
men
minuzioso
,
ma
più
largo
,
più
agile
,
più
istintivamente
sicuro
di
quello
della
critica
lenta
e
tranquilla
.
Ma
quello
che
sopra
tutto
occorre
nella
correzione
è
la
sincerità
.
-
La
sincerità
con
sé
stessi
?
-
domanderai
.
O
come
si
può
non
esser
sinceri
?
Si
può
in
questo
modo
.
Quando
nel
nostro
scritto
troviamo
un
errore
o
un
difetto
,
a
cui
sia
difficile
riparare
,
diamo
ascolto
alla
voce
della
pigrizia
che
ci
dice
:
-
Lascia
com
'
è
;
forse
t
'
inganni
;
quello
che
pare
a
te
un
errore
di
proprietà
o
di
gusto
,
o
altro
che
sia
,
non
parrà
forse
tale
a
chi
legge
,
o
questi
vi
passerà
su
senz
'
avvertirlo
.
-
Persiste
la
nostra
coscienza
ad
avvertirci
che
quello
è
un
errore
o
un
difetto
;
ma
,
illudendo
noi
stessi
di
proposito
,
noi
diamo
retta
alla
pigrizia
,
e
tralasciamo
di
correggere
.
Ed
è
una
illusione
insensata
,
perché
il
lettore
,
anche
incolto
,
non
avvertirà
certe
bellezze
che
noi
crediamo
ch
'
egli
noti
,
ma
vede
per
contro
molti
difetti
leggerissimi
,
che
a
noi
pare
gli
debbano
sfuggire
.
E
infatti
,
chi
si
provi
a
leggere
scritti
propri
a
persone
senza
cultura
,
ma
sincere
,
riman
meravigliato
spesso
dell
'
acutezza
delle
osservazioni
critiche
che
quegli
uditori
gli
fanno
;
e
la
ragione
del
fatto
è
che
la
gente
incolta
,
non
avendo
il
criterio
viziato
o
velato
da
concetti
letterari
convenzionali
o
dall
'
assuefazione
della
mente
a
certi
artifizi
e
vizi
comuni
dello
scrivere
,
riceve
dagli
scritti
un
'
impressione
immediata
e
schietta
,
e
non
badando
,
o
non
dando
pregio
a
certe
forme
della
lingua
e
dello
stile
,
raccoglie
meglio
l
'
attenzione
su
cert
'
altre
,
e
le
vede
con
occhio
più
chiaro
.
Sarà
una
leggiera
oscurità
,
sarà
una
parola
fuor
di
luogo
,
sarà
una
frase
dubbia
,
che
può
esser
presa
in
doppio
senso
;
ma
qualche
menda
noterà
,
qualche
osservazione
utile
farà
sempre
anche
l
'
uomo
ignorante
,
se
dice
schiettamente
quello
che
pensa
d
'
uno
scritto
che
gli
si
legga
.
Per
questo
ti
consiglio
di
sottoporre
qualche
volta
quello
che
scrivi
anche
alla
critica
delle
persone
,
delle
quali
è
generalmente
disprezzato
il
giudizio
in
materia
letteraria
.
Le
loro
osservazioni
,
lo
so
,
feriscono
più
di
quelle
d
'
ogni
altro
l
'
amor
proprio
,
o
per
dir
meglio
,
l
'
orgoglio
dello
scrittore
.
Ma
in
ogni
campo
intellettuale
una
delle
condizioni
essenzialissime
per
imparare
è
quella
di
vincere
l
'
orgoglio
.
Non
s
'
impara
veramente
se
non
si
ha
la
ferma
persuasione
,
in
qualunque
età
,
e
a
qualsiasi
altezza
si
sia
pervenuti
nell
'
arte
o
nella
scienza
,
d
'
avere
ancora
e
sempre
da
imparare
moltissimo
.
E
a
che
serve
tener
alto
l
'
orgoglio
di
fronte
agli
altri
,
se
siamo
di
continuo
costretti
a
mortificarlo
dentro
noi
stessi
?
Procedendo
negli
studi
e
nell
'
arte
dello
scrivere
,
tu
dovrai
ogni
giorno
,
ogni
momento
,
fare
atto
d
'
umiltà
davanti
all
'
immensità
del
campo
che
ti
s
'
allargherà
man
mano
dintorno
,
alle
sempre
nuove
difficoltà
che
ti
sorgeranno
dinanzi
dopo
che
n
'
avrai
superate
altre
molte
che
ti
saranno
parse
le
ultime
;
atti
infiniti
di
rassegnazione
dovrai
fare
,
dolorosamente
,
disperando
di
poter
raggiungere
l
'
ideale
della
tua
mente
.
L
'
arte
è
grande
e
divina
per
questo
.
S
'
ama
per
tutta
la
vita
perché
non
appaga
mai
pienamente
,
e
sono
quasi
sovrumane
le
gioie
ch
'
ella
dà
perché
sono
frutto
e
ci
compensano
d
'
infiniti
sforzi
e
amarezze
.
E
tu
,
se
sei
chiamato
all
'
arte
,
va
'
incontro
alla
lotta
nobilissima
con
l
'
anima
serena
e
piena
di
fede
.
Ti
sorrida
o
no
la
vittoria
,
sarai
contento
d
'
aver
combattuto
.
Se
non
salirà
in
alto
il
tuo
nome
,
salirà
il
tuo
spirito
,
e
per
questo
solo
benefizio
che
dall
'
arte
avrai
ricevuto
,
anche
nella
tristezza
d
'
una
nobile
ambizione
delusa
,
tu
l
'
amerai
ancora
come
un
'
amica
dolcissima
,
la
benedirai
sempre
come
una
consolatrice
celeste
.
AL
MIO
LETTORE
IDEALE
.
E
ora
addio
,
giovinetto
,
mio
lettore
ideale
,
ch
'
io
mi
vidi
sempre
dinanzi
durante
il
mio
lavoro
,
nell
'
aspetto
d
'
un
figliuolo
più
che
d
'
un
alunno
.
T
'
avesse
dato
il
mio
libro
anche
solo
una
minima
parte
del
piacere
con
cui
lo
scrissi
!
E
non
fu
un
piacere
che
nascesse
dall
'
illusione
di
mettere
in
atto
degnamente
un
concetto
che
mi
pareva
buono
,
chè
non
fui
contento
un
giorno
di
quanto
facevo
:
nasceva
dai
mille
ricordi
che
mi
si
ravvivavano
,
dalle
mille
immaginazioni
che
mi
si
destavano
lungo
il
cammino
;
perché
non
c
'
è
studio
che
risvegli
e
rimescoli
la
memoria
,
quando
si
fa
con
amore
,
che
affolli
tanto
la
mente
d
'
immagini
quanto
lo
studio
della
lingua
;
e
tu
ne
farai
esperienza
,
spero
.
Fu
come
un
viaggio
di
vari
anni
per
il
mio
paese
e
a
traverso
la
sua
letteratura
,
dove
quasi
ad
ogni
parola
mi
s
'
alzava
davanti
la
reminiscenza
d
'
una
lettura
,
la
visione
d
'
un
fatto
,
il
fantasma
d
'
uno
scrittore
.
Pensa
un
po
'
:
dai
primi
monaci
del
Duecento
,
divulgatori
di
leggende
miracolose
,
fino
agli
scrittori
ancor
viventi
,
quante
diverse
apparizioni
,
che
sfilata
maravigliosa
di
notari
,
di
mercanti
,
di
cardinali
,
di
principi
,
d
'
ambasciatori
,
d
'
artefici
,
di
capitani
vestiti
di
ferro
e
di
professori
con
la
toga
accademica
o
col
cappello
a
cilindro
!
E
tutti
quanti
si
disegnavano
sul
mare
ondeggiante
delle
trenta
generazioni
che
fucinarono
la
lingua
per
tutti
.
In
mezzo
a
quei
personaggi
saltavano
su
bambini
di
Firenze
,
dai
quali
avevo
inteso
la
prima
volta
certe
parole
,
assistendo
ai
loro
giochi
sul
Viale
dei
Colli
,
e
contadini
con
cui
m
'
ero
accompagnato
per
lunghi
tratti
nei
miei
viaggi
a
piedi
per
la
campagna
toscana
;
e
fra
i
loro
discorsi
mi
ritornavano
in
mente
correzioni
fatte
ai
miei
lavori
di
scuola
da
antichi
maestri
,
discussioni
linguistiche
avute
con
amici
di
trent
'
anni
addietro
,
e
casi
e
scene
della
vita
,
il
cui
ricordo
m
'
era
rimasto
legato
in
capo
con
quel
tal
vocabolo
o
quella
tal
frase
,
senza
una
ragione
ch
'
io
percepissi
.
La
lingua
mi
faceva
rivivere
il
passato
,
come
fa
la
musica
,
che
riporta
tutta
l
'
anima
nostra
a
grandi
distanze
di
tempo
e
di
spazio
.
E
mi
sentivo
ringiovanire
nel
rimetter
le
mani
,
dopo
molti
anni
,
nei
miei
vecchi
scartafacci
d
'
appunti
,
ingialliti
e
polverosi
,
scritti
in
caratteri
che
non
mi
parevan
più
miei
,
e
nel
ricorrere
certi
vecchi
libri
sottolineati
e
annotati
nei
margini
,
che
mi
ricordavano
letture
notturne
e
care
speranze
della
bella
età
ch
'
è
ora
la
tua
.
Ringiovanendo
nel
pensiero
,
mi
sentivo
più
vicino
a
te
,
e
mi
pareva
che
lavorassimo
insieme
.
Non
tutti
i
miei
pensieri
erano
lieti
,
peraltro
.
Riscontrando
il
significato
proprio
di
certi
modi
,
m
'
accadeva
qualche
volta
di
riconoscere
che
li
avevo
usati
sempre
a
sproposito
;
d
'
altri
mi
vergognavo
di
non
averli
imparati
che
poco
prima
di
citarli
a
te
con
l
'
aria
di
saperli
da
un
pezzo
;
e
così
di
certi
precetti
e
consigli
ch
'
io
ti
davo
,
mentre
la
coscienza
mi
rinfacciava
d
'
averli
quasi
sempre
trasgrediti
.
Spesso
anche
mi
sorgeva
dinanzi
il
professor
Pataracchi
,
gridando
:
-
Ah
,
barbaro
!
E
hai
la
faccia
d
'
impancarti
a
far
la
lezione
?
Concerò
io
la
tua
carta
stampata
per
il
dì
delle
feste
!
-
Oppure
pensavo
a
questo
o
a
quello
scrittore
morto
o
vivente
,
e
dicevo
:
-
Chi
sa
come
avrebbe
fatto
o
farebbe
meglio
di
me
questo
libro
!
-
,
e
mi
tormentava
la
coscienza
di
mancare
della
facoltà
e
della
dottrina
che
in
quelli
riconoscevo
.
E
a
volte
mi
prendeva
un
senso
di
sgomento
,
ed
ero
tentato
di
buttar
la
penna
.
Ma
in
questi
casi
eri
sempre
tu
,
mio
lettore
ideale
,
indulgente
come
s
'
è
all
'
età
tua
,
che
mi
facevi
animo
a
proseguire
;
era
la
tua
immagine
che
mi
veniva
a
dir
la
mattina
:
-
Al
lavoro
!
Qualche
cosa
n
'
uscirà
,
e
anche
quel
poco
mi
potrà
giovare
.
E
poi
mi
dava
cuore
un
sentimento
sempre
più
forte
,
ravvivato
a
quando
a
quando
da
un
ricordo
lontano
,
come
una
fiamma
da
un
soffio
di
vento
.
Mi
ricordavo
d
'
un
povero
ragazzo
italiano
,
che
un
giorno
udii
cantare
una
canzone
malinconica
in
una
strada
d
'
una
città
d
'
oltralpe
,
e
certi
stranieri
villani
,
da
un
terrazzino
,
lo
beffeggiavano
,
ripetendo
sformate
le
sue
dolci
parole
,
e
rifacendogli
il
verso
sguaiatamente
.
E
a
quel
ricordo
risentivo
per
la
mia
lingua
,
scrivendo
,
quello
che
avevo
sentito
quel
giorno
all
'
udirla
vilipendere
con
versacci
di
scherno
:
un
amore
ardente
e
altero
,
pieno
di
venerazione
e
di
tenerezza
,
che
mi
faceva
formar
più
saldo
il
proposito
di
servirla
e
d
'
onorarla
nel
miglior
modo
ch
'
io
potessi
,
con
tutta
l
'
anima
e
per
tutta
la
vita
.
E
dicevo
in
cuor
mio
:
-
Se
riuscissi
a
trasfondere
questo
sentimento
nel
mio
lettore
ideale
!
-
E
questa
speranza
mi
dava
un
fremito
di
gioia
e
un
nuovo
impulso
al
lavoro
.
E
ora
ti
dirò
ancora
una
bella
cosa
,
come
dice
un
trecentista
.
Credo
che
nella
mente
d
'
ogni
scrittore
,
quando
scrive
un
libro
,
si
formi
a
poco
a
poco
e
finisca
con
l
'
essergli
quasi
sempre
presente
un
'
immagine
,
la
quale
gli
rappresenta
in
forma
simbolica
il
suo
pensiero
assiduo
.
Ed
ecco
quale
fu
per
me
quest
'
immagine
,
confusa
da
principio
,
poi
da
un
giorno
all
'
altro
più
netta
.
Io
vedevo
un
palazzo
smisurato
,
che
sorgeva
fra
rovine
colossali
di
monumenti
romani
,
e
nascondeva
la
sommità
fra
le
nuvole
.
Presentava
sovrapposte
di
piano
in
piano
le
architetture
di
vari
secoli
:
dove
semplici
e
severe
,
tutte
grandi
bozze
di
granito
greggio
,
o
marmi
nudi
nitidissimi
;
dove
sopraccariche
di
sculture
,
coperte
d
'
affreschi
,
messe
a
oro
e
a
musaici
di
gemme
,
risplendenti
come
un
seminìo
di
stelle
.
A
tutte
le
altezze
,
sopra
le
cornici
e
nei
fregi
ricorrevano
in
lunghe
file
le
effigie
di
mille
scrittori
coronati
,
che
balenavano
dagli
occhi
,
come
volti
viventi
;
a
somiglianza
dei
quali
anche
i
fiori
delle
pitture
,
i
fogliami
dei
capitelli
,
le
figure
delle
colonne
storiate
,
le
cariatidi
simboleggianti
ogni
forma
della
letteratura
,
tutto
si
moveva
e
viveva
.
E
dalle
logge
aeree
,
dagli
ampi
intercolonnii
,
da
tutte
le
aperture
dell
'
edifizio
enorme
e
gentile
,
maestoso
come
una
montagna
e
leggero
come
una
cosa
di
sogno
,
uscivano
canti
di
poeti
,
grida
d
'
oratori
,
armonie
gravi
e
soavissime
di
voci
innumerevoli
,
che
parevano
venire
da
una
lontananza
sterminata
.
Ma
non
era
la
bellezza
multiforme
e
magnifica
la
maggior
maraviglia
:
era
che
tutte
le
linee
e
gli
aspetti
diversi
dell
'
edifizio
offrivano
insieme
,
non
l
'
effigie
propria
,
ma
l
'
espressione
vaga
e
prodigiosa
d
'
un
volto
,
sul
quale
era
diffusa
la
luce
d
'
un
sorriso
ineffabile
,
misto
d
'
alterezza
regale
e
di
dolcezza
materna
,
e
che
a
quando
a
quando
le
voci
infinite
si
confondevano
in
una
,
immensa
come
la
voce
d
'
un
mare
che
parlasse
,
ripetendo
quanto
di
più
grande
e
di
più
dolce
ha
detto
al
mondo
l
'
Italia
nello
spazio
di
settecent
'
anni
....
Era
l
'
edifizio
della
lingua
italiana
.
E
man
mano
che
andavo
innanzi
,
ingrandiva
nella
mente
eccitata
dal
lavoro
,
e
mi
pareva
sempre
più
bello
e
splendido
,
e
che
spandesse
armonie
più
soavi
e
più
solenni
,
e
mi
penetrava
più
profondamente
nell
'
animo
quel
sorriso
misterioso
,
come
d
'
un
volto
sovrumano
,
che
brillava
nella
maestà
del
suo
aspetto
.
Ma
sempre
,
quando
mi
trattenevo
ad
ammirarlo
,
pensavo
che
a
visitarne
i
tesori
nascosti
e
le
bellezze
intime
più
maravigliose
non
t
'
avrei
potuto
guidare
io
stesso
;
e
questo
pensiero
era
un
rammarico
.
Ma
che
importa
?
Tu
le
visiterai
con
la
scorta
d
'
altri
,
o
anche
solo
,
più
tardi
.
Ebbene
,
se
il
mio
povero
libro
non
t
'
ha
annoiato
,
e
se
t
'
ha
giovato
un
poco
,
io
ti
chiedo
questa
ricompensa
alla
mia
fatica
:
che
quando
t
'
aggirerai
fra
le
meraviglie
del
palazzo
incantato
,
ti
ricordi
qualche
volta
di
me
,
che
ti
lascio
sulla
soglia
,
con
tristezza
,
benedicendo
i
buoni
propositi
che
porti
nel
cuore
e
le
belle
speranze
che
ti
splendono
in
fronte
.
FINE
.
Per
esser
breve
il
più
possibile
ho
fatto
parecchie
citazioni
senza
accennare
i
nomi
e
le
opere
degli
scrittori
,
restringendomi
a
chiudere
le
frasi
fra
due
virgole
doppie
;
il
che
può
bastare
per
gli
scrittori
morti
,
essendo
quasi
tutti
notissimi
i
giudizi
loro
che
ho
citati
;
ma
non
basta
per
gli
scrittori
viventi
.
Accenno
dunque
,
per
debito
di
gratitudine
e
per
utilità
dei
giovani
lettori
:
-
La
lingua
dei
Promessi
Sposi
,
di
Francesco
d
'
Ovidio
,
che
tutti
gli
studiosi
della
lingua
dovrebbero
leggere
.
-
L
'
arte
del
periodo
nelle
opere
volgari
di
Dante
Alighieri
e
del
secolo
XIII
,
ottimo
studio
critico
di
Giuseppe
Lisio
.
-
Storia
della
letteratura
italiana
,
di
Vittorio
Rossi
.
-
La
formazione
della
prosa
moderna
,
prolusione
di
Dino
Mantovani
.
-
La
filosofia
delle
parole
,
di
Federico
Garlanda
.
-
Abruzzesismi
,
Calabresismi
,
Sardismi
,
di
Fedele
Romani
.
-
Grammatica
italiana
dell
'
uso
moderno
,
di
Raffaello
Fornaciari
.
-
L
'
Italia
dialettale
,
di
G
.
I
.
Ascoli
.
-
Manuale
della
Letteratura
italiana
,
di
Alessandro
d
'
Ancona
e
Orazio
Bacci
.
Quelli
ch
'
io
posso
aver
dimenticati
,
mi
perdonino
.
E
mi
perdonino
anche
i
miei
carissimi
amici
Guido
Mazzoni
e
Cesario
Testa
l
'
indiscrezione
che
commetto
esprimendo
loro
pubblicamente
la
mia
gratitudine
per
l
'
aiuto
validissimo
che
mi
diedero
nella
revisione
del
libro
.
Saggistica ,
Giorni
Pericolosi
Nei
dieci
mesi
che
volsero
dalla
pace
di
Villafranca
alla
spedizione
dei
Mille
,
l
'
Italia
di
mezzo
diede
prove
di
virtù
civili
meravigliose
,
ma
col
Piemonte
corse
dei
pericoli
gravi
forse
quanto
quelli
che
il
Piemonte
stesso
aveva
corsi
,
prima
della
guerra
del
1859
.
I
duchi
,
gli
arciduchi
,
i
legati
pontifici
fuggiti
dalle
loro
sedi
,
fin
da
prima
di
quella
guerra
,
non
avevano
più
osato
tornarvi
;
e
allora
Parma
,
Modena
,
Bologna
con
la
Romagna
fino
alla
Cattolica
,
si
strinsero
in
un
solo
Stato
,
che
nel
bel
ricordo
della
gran
via
romana
da
Piacenza
a
Rimini
,
chiamarono
l
'
Emilia
.
Spento
così
d
'
un
tratto
ogni
vecchio
sentimento
di
gelosia
,
conferirono
la
Dittatura
al
Farini
,
romagnolo
venuto
su
,
da
giovane
,
nelle
cospirazioni
,
e
poi
maturo
ed
esule
fattosi
alla
vita
dell
'
uomo
di
stato
vicino
al
Cavour
,
in
Piemonte
.
Si
crearono
un
esercito
proprio
,
con
gioventù
propria
e
d
'
ogni
parte
d
'
Italia
;
e
il
loro
governo
procedeva
d
'
accordo
con
quello
di
Toscana
,
libera
anche
essa
,
e
col
suo
grande
statista
Bettino
Ricasoli
risoluta
d
'
unirsi
al
regno
di
Vittorio
Emanuele
.
Intanto
quelle
regioni
si
chiamavano
,
tutte
insieme
,
Italia
centrale
.
Quello
Stato
provvisorio
era
tranquillo
come
se
non
ci
fosse
in
aria
nessuna
minaccia
,
ma
senza
mostrarne
paura
,
conosceva
i
pericoli
tra
i
quali
viveva
.
L
'
Austria
,
che
non
aveva
potuto
aiutar
con
l
'
armi
i
principi
fuggiti
a
tornare
,
dichiarava
caso
di
guerra
l
'
ingresso
anche
d
'
un
solo
soldato
piemontese
nell
'
Italia
centrale
:
la
Russia
era
apertamente
ostile
non
soltanto
a
che
Toscana
e
Ducati
e
Legazioni
si
unissero
al
regno
di
Vittorio
Emanuele
,
ma
ancora
a
che
si
scegliessero
un
Sovrano
:
la
Prussia
consigliava
il
Piemonte
di
rimetter
esso
stesso
in
trono
i
principi
fuggiti
.
I
diplomatici
italiani
avevano
un
bel
dire
fin
da
allora
ai
prussiani
che
la
Germania
mostrava
desiderio
di
rompere
i
legami
posti
anche
a
lei
dai
trattati
del
1815
:
quegli
uomini
di
Stato
,
sebbene
sapessero
che
presto
la
Germania
avrebbe
fatto
ciò
che
già
faceva
l
'
Italia
,
insistevano
perché
il
Piemonte
si
contentasse
della
Lombardia
,
si
consolidasse
bene
e
lasciasse
tempo
al
tempo
.
In
quanto
a
Napoleone
III
,
questi
diceva
di
non
voler
correre
i
rischi
di
una
nuova
guerra
che
l
'
Austria
avrebbe
immancabilmente
intrapresa
se
fosse
avvenuta
l
'
annessione
dell
'
Emilia
e
della
Toscana
al
nuovo
regno
;
ed
erano
avversi
all
'
Italia
la
Spagna
,
la
Baviera
,
persino
il
Belgio
.
Sola
l
'
Inghilterra
si
mostrava
amica
al
nuovo
Stato
,
che
si
veniva
formando
;
sola
suggeriva
agli
Italiani
dell
'
Emilia
e
della
Toscana
di
stare
saldi
nella
loro
risoluzione
.
Al
Piemonte
consigliava
di
fare
,
di
osare
senza
domandare
e
di
non
darsi
briga
né
dell
'
Austria
né
della
Francia
,
né
di
nessuno
.
E
il
Ricasoli
e
il
Farini
erano
uomini
da
sentir
bene
il
consiglio
,
perché
stavano
al
governo
di
popolazioni
che
sapevano
ragionare
il
loro
diritto
.
Come
s
'
erano
formate
le
grandi
potenze
,
esse
che
mormoravano
e
minacciavano
perché
Piemontesi
e
Lombardi
volevano
aiutare
i
loro
fratelli
del
centro
a
divenir
com
'
essi
liberi
,
e
tutti
insieme
Italiani
?
L
'
Austria
,
la
Francia
,
la
Prussia
,
la
Russia
si
erano
costituite
in
secoli
di
violenze
e
di
usurpazioni
,
calpestando
popoli
,
che
due
o
tre
di
esse
ritenevano
ancora
con
la
forza
;
gli
Italiani
non
conquistavano
,
non
usurpavano
nulla
;
non
abbattevano
se
non
delle
dinastie
che
loro
erano
state
imposte
.
Ora
perché
esse
,
le
grandi
potenze
,
volevano
impedirli
?
Si
ragionava
così
,
e
così
stavano
le
cose
nel
principio
del
1860
,
quando
appunto
Cavour
,
che
dopo
la
pace
di
Villafranca
,
sdegnato
contro
Napoleone
e
fin
contro
il
Re
,
si
era
ritirato
dal
governo
,
tornava
alla
presidenza
dei
Ministri
.
Egli
allora
osò
da
uomo
che
sapeva
di
aver
dei
collaboratori
potenti
,
e
un
popolo
pronto
a
tutto
.
E
d
'
accordo
con
lui
,
il
Ricasoli
per
la
Toscana
e
il
Farini
per
l
'
Emilia
,
pubblicarono
il
Decreto
che
convocava
i
Comizi
,
in
tutta
l
'
Italia
centrale
,
pel
plebiscito
.
In
quei
Comizi
,
i
votanti
dovevano
dichiarare
se
volessero
l
'
unione
alla
Monarchia
costituzionale
di
Vittorio
Emanuele
,
ovvero
il
regno
separato
.
E
nell
'
Emilia
su
2,916,104
abitanti
,
comprese
donne
e
fanciulli
,
426,006
voti
furono
per
l
'
unione
;
contrari
,
solo
756
.
Nella
Toscana
,
su
1,806,940
abitanti
votarono
per
l
'
unione
366,871
,
pel
regno
separato
54,925
.
Così
l
'
Europa
,
che
tante
sciagure
aveva
versate
o
lasciato
versare
sull
'
Italia
,
da
secoli
,
vide
meravigliata
Emiliani
e
Toscani
concordi
ed
entusiasti
fondersi
con
Piemontesi
e
Lombardi
;
e
i
duchi
e
gli
arciduchi
-
parole
di
Cavour
-
"
sepolti
in
perpetuo
sotto
il
cumulo
di
schede
deposte
nelle
urne
.
"
Protestarono
i
principi
che
vedevano
levati
via
per
sempre
i
pretesi
loro
diritti
;
protestò
l
'
Austria
,
protestò
quasi
tutta
l
'
Europa
,
ma
nessuno
si
mosse
:
e
un
regno
dell
'
Alta
Italia
,
di
undici
milioni
,
fu
fatto
.
*
Allora
,
anche
a
uomini
molto
arditi
,
parve
di
aver
avuto
tanta
fortuna
,
che
pensare
ad
altro
sembrava
temerità
e
follia
.
L
'
Europa
poteva
,
alla
fine
,
saltar
su
e
dire
di
aver
tollerato
anche
troppo
.
Infatti
mostrò
ancora
il
suo
broncio
il
2
aprile
,
nella
seduta
inaugurale
del
nuovo
Parlamento
in
Torino
;
nella
qual
seduta
,
con
manifesta
avversione
,
non
si
fecero
vedere
i
rappresentanti
diplomatici
di
Russia
,
Prussia
,
Spagna
e
del
Belgio
.
E
se
i
limiti
del
nuovo
regno
fossero
stati
segnati
dalla
valle
del
Po
,
forse
il
Governo
avrebbe
potuto
facilmente
persuadere
lo
spirito
pubblico
a
mantenersi
cheto
per
alcuni
anni
,
aspettando
e
preparando
altri
eventi
.
Ma
i
confini
erano
già
di
là
dall
'
Appennino
;
e
aver
a
far
parte
del
regno
la
Toscana
,
la
gran
maestra
antica
della
vita
civile
italiana
,
voleva
dire
esser
costretti
a
continuare
l
'
impresa
nazionale
.
Napoleone
III
lo
aveva
ben
capito
,
e
di
malumore
aveva
già
detto
ad
un
suo
ministro
che
l
'
unione
della
Toscana
al
regno
di
Vittorio
Emanuele
portava
di
conseguenza
l
'
unità
italiana
.
Però
al
Conte
di
Cavour
l
'
unità
non
pareva
ancora
possibile
.
L
'
idea
sua
era
sempre
di
dar
assetto
al
nuovo
regno
;
promuoversi
tutte
le
libertà
;
svolgerne
le
forze
già
così
rigogliose
e
omogenee
;
farlo
ricco
,
colto
,
solcarlo
di
strade
ferrate
e
di
canali
;
dotarlo
di
ogni
sorta
di
opere
pubbliche
;
farne
insomma
il
Belgio
in
grande
dell
'
Europa
meridionale
.
Così
,
intanto
gli
Italiani
dello
Stato
Pontificio
e
delle
Due
Sicilie
,
avrebbero
sentito
e
desiderato
la
prosperità
dello
Stato
settentrionale
anche
per
sé
;
e
forse
,
prima
che
passasse
un
decennio
,
si
sarebbero
mossi
spontaneamente
per
unirsi
a
goderla
.
Egli
aveva
allora
appena
cinquant
'
anni
,
e
poteva
ripromettersi
di
vivere
ancora
tanto
da
guidare
quel
movimento
.
Senonchè
Mazzini
sin
dal
2
marzo
aveva
scritto
:
"
Non
si
tratta
più
di
repubblica
o
di
monarchia
,
si
tratta
di
unità
nazionale
;
d
'
essere
o
non
essere
.
Se
l
'
Italia
vuole
essere
monarchica
sotto
la
Casa
di
Savoia
,
sia
pure
:
se
dopo
la
riscossa
vuol
acclamare
liberatori
e
non
so
che
altro
il
Re
e
Cavour
,
sia
pure
.
Ciò
che
ora
vogliamo
è
che
l
'
Italia
si
faccia
.
"
Il
gesto
era
preciso
,
diritto
;
Sicilia
,
Napoli
,
Roma
tutto
doveva
venire
nell
'
unità
nazionale
:
per
Mazzini
,
pel
suo
partito
,
che
era
anche
fatto
di
uomini
di
guerra
,
l
'
ora
era
buona
;
o
coglierla
,
quali
che
si
fossero
i
pericoli
,
o
non
vederla
tornar
mai
più
.
Egli
fin
dal
1856
aveva
rivolta
la
sua
azione
al
Mezzodì
per
far
procedere
di
laggiù
in
su
la
propaganda
rivoluzionaria
:
nel
'57
,
per
tentarvi
una
rivoluzione
,
d
'
intesa
con
lui
era
andato
a
morir
colà
Pisacane
:
nel
'59
,
temendo
che
la
pace
di
Villafranca
e
le
sue
conseguenze
portassero
a
far
guarentire
dall
'
Europa
l
'
intangibilità
delle
Due
Sicilie
,
egli
Mazzini
,
aveva
mandato
Crispi
in
Sicilia
a
promuovervi
agitazioni
e
a
prepararvi
l
'
insurrezione
.
Ora
dunque
bisognava
gettare
il
dado
,
e
cominciare
appunto
dalla
Sicilia
.
*
Certo
la
convinzione
di
Mazzini
l
'
aveva
in
parte
,
almeno
nel
cuore
,
anche
il
Cavour
.
Egli
dopo
Villafranca
,
in
uno
scatto
di
magnanima
ira
,
aveva
detto
:
"
Mi
hanno
troncato
la
via
a
fare
l
'
Italia
con
la
diplomazia
dal
Nord
;
ebbene
,
la
farò
dal
Sud
con
la
rivoluzione
!
"
Ma
poi
si
era
frenato
.
E
se
Mazzini
vedeva
le
cose
da
credente
che
subordinava
tutto
alla
propria
fede
,
e
andava
incontro
ai
fatti
,
fosse
pure
per
trovare
il
martirio
,
Cavour
col
suo
tatto
del
possibile
guardava
da
uomo
di
Stato
che
misura
le
probabilità
e
vi
conforma
l
'
azione
.
Il
regno
delle
Due
Sicilie
gli
pareva
un
organismo
da
lasciar
vivere
ancora
;
le
idee
sue
rispetto
a
quello
non
si
erano
peranche
mutate
.
L
'
anno
avanti
,
nel
maggio
,
appena
salito
al
trono
Francesco
II
,
egli
lo
aveva
invitato
a
unirsi
al
Piemonte
contro
l
'
Austria
.
Ma
Francesco
aveva
preferito
la
neutralità
,
sperando
che
Russia
,
Prussia
,
Inghilterra
si
sarebbero
messe
dalla
parte
dell
'
Austria
,
e
che
la
guerra
del
'59
sarebbe
finita
come
quella
del
'48
.
Cavour
il
25
giugno
,
cioè
dopo
la
battaglia
di
Solferino
e
San
Martino
,
sempre
sperando
di
convincere
quel
Re
a
divenir
italiano
,
gli
aveva
mandato
il
conte
Ruggero
Gabaleone
di
Salmour
come
inviato
straordinario
,
con
l
'
istruzione
di
dirgli
che
il
concetto
dell
'
indipendenza
italiana
aveva
informato
sempre
il
Governo
piemontese
;
che
perciò
da
anni
,
consigliando
con
l
'
esempio
e
con
la
voce
agli
altri
principi
d
'
Italia
quelle
interne
riforme
che
dessero
soddisfazione
ai
legittimi
desiderii
dei
popoli
,
aveva
mirato
soprattutto
a
consociarli
nello
stesso
intento
di
nazionalità
,
unico
mezzo
per
disarmare
le
fazioni
.
Quel
diplomatico
doveva
ricordare
al
Re
avere
il
Piemonte
ammonito
sempre
che
,
seguendo
altra
via
,
i
governi
avrebbero
dovuto
combattere
non
più
le
sette
,
ma
il
sentimento
universale
della
nazione
,
e
che
nella
funesta
lotta
non
essi
sarebbero
stati
vincitori
.
L
'
inviato
doveva
anche
dire
che
mentre
la
guerra
era
guerreggiata
in
Lombardia
,
l
'
ostinata
neutralità
del
re
di
Napoli
sarebbe
considerata
come
una
diserzione
o
un
segreto
patteggiamento
coll
'
inimico
.
In
quanto
alle
Due
Sicilie
,
poi
,
doveva
dire
essere
noto
che
colà
più
che
altrove
fremevano
passioni
ardenti
,
rancori
profondi
,
ire
lungamente
compresse
che
aspettavano
ansiosamente
l
'
occasione
di
prorompere
terribili
e
irrefrenate
:
che
le
occasioni
non
tarderebbero
,
e
con
esse
gli
incitamenti
e
le
seduzioni
entro
e
fuori
del
regno
:
che
confidare
nella
sola
forza
,
far
puntello
al
trono
d
'
armi
mercenarie
,
era
partito
che
non
solamente
doveva
ripugnare
all
'
animo
onesto
del
giovane
Re
,
a
partito
mal
sicuro
e
pieno
di
pericoli
.
Pensasse
il
Re
che
la
presenza
di
un
esercito
francese
in
Italia
doveva
commuovere
il
paese
dove
aveva
regnato
Gioachino
Murat
;
e
dove
era
morto
compianto
:
ci
pensasse
,
e
collegandosi
sinceramente
col
Piemonte
,
dichiarasse
pronta
guerra
all
'
Austria
e
mandasse
parte
dell
'
esercito
sul
Po
e
sull
'
Adige
,
a
combattere
a
fianco
di
Vittorio
Emanuele
e
di
Napoleone
.
L
'
inviato
doveva
anche
pregare
il
Re
di
far
vuotare
le
carceri
politiche
,
di
riaprire
le
vie
del
ritorno
ai
proscritti
,
di
sanar
le
piaghe
della
Sicilia
;
ma
su
questo
e
su
tutto
il
resto
aveva
trovato
sordi
i
cuori
.
Tuttavia
Cavour
non
si
era
stancato
.
Al
principio
del
1860
,
appena
tornato
al
governo
,
quando
temeva
ancora
l
'
intervento
dell
'
Austria
nell
'
Italia
centrale
,
aveva
ritentato
di
condurre
il
re
di
Napoli
ad
allearsi
col
nuovo
regno
di
Vittorio
Emanuele
.
Ma
Francesco
II
e
il
suo
governo
si
erano
messi
invece
a
cospirargli
contro
,
istigati
dal
Nunzio
Pontificio
,
dalla
Spagna
,
dalla
regina
Sofia
di
Baviera
stessa
sposa
del
Re
,
fantasticanti
tutti
insieme
una
lega
cattolica
.
E
assoldavano
austriaci
per
Napoli
e
pel
Papa
,
concentravano
soldati
negli
Abruzzi
,
miravano
a
suscitar
tumulti
nella
Romagna
.
Allora
Cavour
cambiò
tono
,
e
fece
avvertire
badassero
bene
a
non
far
mettere
piede
di
soldato
borbonico
nel
pontificio
.
Essi
,
cocciuti
,
non
ascoltavano
consigli
neppur
dall
'
Inghilterra
.
La
quale
alla
fine
diceva
loro
tirannia
,
ingiustizia
,
oppressione
essere
le
caratteristiche
del
governo
dell
'
Italia
meridionale
;
quelle
dell
'
Italia
settentrionale
,
libertà
e
giustizia
;
e
che
in
tutti
i
paesi
del
mondo
,
la
gente
anche
la
più
volgare
capiva
la
differenza
esistente
tra
un
governo
giusto
e
umano
e
un
governo
ingiusto
e
spietato
.
Ostinato
ognor
più
,
non
ascoltavano
nemmeno
la
Russia
loro
amicissima
,
che
per
bocca
del
suo
primo
Ministro
diceva
a
Napoli
che
la
polizia
del
Regno
,
spiaceva
fino
al
capo
della
polizia
russa
;
e
questi
era
allora
Kakoskine
,
uomo
addirittura
feroce
.
Anche
la
Francia
consigliava
invano
minori
asprezze
.
Pareva
tempo
da
non
usar
più
nessun
riguardo
,
ma
forse
il
giovane
Re
ispirava
ancora
a
Vittorio
Emanuele
una
certa
pietà
:
Era
figlio
di
Maria
Cristina
di
Savoia
,
sposata
nel
1832
al
grossolano
e
cattivo
Ferdinando
II
,
trattata
male
nella
reggia
e
morta
consunta
nel
1836
.
Essa
aveva
avuto
quell
'
unico
figlio
.
E
si
sapeva
che
quando
era
nato
,
non
volendo
concedere
a
lei
di
allattarlo
,
le
avevano
fatto
entrare
in
camera
per
nutrice
una
donna
di
Santa
Lucia
,
piagata
a
una
gamba
,
con
le
tracce
della
scrofola
al
collo
,
con
pochi
capelli
in
testa
,
quasi
tignosa
e
con
figli
rachitici
o
che
non
si
reggevano
in
piedi
.
Aveva
rivelate
queste
miserie
un
abate
Terzi
,
che
Maria
Cristina
aveva
condotto
con
sé
dal
Piemonte
per
confessore
.
E
l
'
abate
aveva
anche
narrato
che
vicina
a
morte
,
avendo
chiamato
il
Re
,
la
infelice
regina
s
'
era
sentita
rispondere
che
il
Re
dormiva
.
Così
era
spirata
soletta
come
una
povera
,
con
al
capezzale
un
oscuro
frate
;
e
il
popolo
napoletano
l
'
aveva
chiamata
santa
.
Per
disgrazia
sua
,
quel
povero
bambino
,
orfano
di
madre
,
mal
visto
erede
al
trono
,
non
aveva
potuto
morire
anch
'
esso
,
era
stato
educato
a
odiare
ogni
cosa
italiana
.
Ed
ora
regnava
.
Se
Vittorio
Emanuele
aveva
voluto
che
il
suo
Governo
usasse
dei
riguardi
a
quel
parente
nato
e
vissuto
infelice
,
come
uomo
di
cuore
aveva
fatto
bene
.
L
'
agitazione
per
la
Sicilia
.
Ma
la
Nazione
non
aveva
nessun
dovere
di
sentimenti
pietosi
.
E
allora
la
voce
di
Mazzini
che
dopo
la
pace
di
Villafranca
aveva
gridato
:
"
Al
Centro
mirando
al
sud
,
"
si
mise
a
gridare
:
"
Al
Sud
mirando
al
Centro
,
Roma
:
"
e
infiammò
i
cuori
,
e
diresse
le
aspirazioni
degli
italiani
del
Nord
verso
la
Sicilia
.
Egli
e
i
Comitati
suoi
e
il
partito
repubblicano
che
nel
1859
aveva
saputo
lealmente
servire
in
guerra
la
monarchia
,
s
'
accinsero
al
preparar
un
'
impresa
che
pareva
folle
,
e
che
invece
doveva
riuscire
a
fini
meravigliosi
.
L
'
uomo
per
condurla
,
tutti
lo
designavano
:
Garibaldi
.
Intanto
Mazzini
aveva
fatto
partir
per
la
Sicilia
Rosolino
Pilo
.
Era
questi
un
uomo
di
quarant
'
anni
,
nato
in
Palermo
dalla
famiglia
dei
conti
Capeci
,
sangue
d
'
Angiò
,
tutta
devota
ai
Borboni
.
Egli
unico
di
quella
famiglia
aveva
dato
il
suo
cuore
alla
patria
.
Dal
'49
era
esule
;
nell
'
esiglio
aveva
conosciuto
Mazzini
e
n
'
era
divenuto
l
'
apostolo
.
Nel
1857
,
doveva
andar
compagno
di
Pisacane
alla
impresa
finita
in
Sapri
;
ma
i
barcaroli
coi
quali
aveva
aspettato
il
passaggio
del
vapore
Cagliari
,
lo
avevan
mal
servito
,
il
vapore
era
passato
,
ed
egli
era
ridisceso
a
Genova
,
a
sentir
poi
la
tragica
fine
dell
'
amico
.
Da
allora
aveva
vissuto
con
quella
spina
nel
cuore
.
Ora
,
d
'
intesa
con
Mazzini
e
con
Garibaldi
,
partiva
il
26
marzo
su
di
un
povero
legno
viareggino
per
l
'
isola
sua
.
Garibaldi
gli
aveva
detto
che
qual
si
fosse
il
suo
destino
laggiù
,
rammentasse
che
tutto
vi
si
doveva
fare
in
nome
dell
'
Italia
e
di
Vittorio
Emanuele
.
Pilo
,
repubblicano
,
aveva
accettato
il
motto
,
ed
era
partito
con
Giovanni
Corrao
,
anche
questi
siciliano
,
arditissimo
uomo
del
popolo
.
Avevano
navigato
quattordici
giorni
,
erano
riusciti
a
sbarcar
presso
Messina
,
e
s
'
eran
messi
a
percorrere
l
'
isola
,
annunziando
Garibaldi
.
Anche
Cavour
era
ormai
quasi
convinto
che
non
si
poteva
più
lasciar
la
questione
napolitana
al
tempo
,
ma
gli
doleva
che
Garibaldi
e
Mazzini
si
pigliassero
col
loro
partito
l
'
onore
d
'
essere
i
primi
.
E
perciò
d
'
accordo
col
Fanti
,
Ministro
della
guerra
non
amico
di
Garibaldi
,
avea
già
fatto
profferire
al
nizzardo
generale
Ribotti
d
'
andar
in
Sicilia
a
capitanarvi
l
'
insurrezione
.
Ribotti
gli
pareva
uomo
da
ciò
.
Era
stato
al
servizio
della
rivoluzione
siciliana
del
'48;
per
essa
aveva
tentato
di
portar
l
'
armi
in
Calabria
,
era
stato
preso
e
condannato
,
e
aveva
sofferto
anni
di
carcere
dai
Borboni
.
Ma
Ribotti
non
aveva
accettato
.
Forse
indovinava
che
laggiù
,
solo
il
gran
nome
di
Garibaldi
e
l
'
ingegno
suo
di
guerra
e
la
sua
figura
,
avrebbero
potuto
trovar
la
vittoria
.
*
In
quei
giorni
venne
come
la
folgore
una
lieta
notizia
:
a
Palermo
era
scoppiata
l
'
insurrezione
.
E
si
diceva
che
all
'
alba
del
4
aprile
,
da
un
convento
chiamato
della
Gancia
,
un
Francesco
Riso
,
giovane
di
28
anni
,
aveva
con
alcuni
compagni
data
la
mossa
,
e
che
un
Salvatore
La
Placa
s
'
era
azzuffato
con
la
milizia
,
in
certi
quartieri
della
città
abitati
da
pescatori
e
retaioli
.
Ma
la
gioia
si
cambiò
in
ira
quando
,
subito
appresso
,
oggi
una
voce
,
domani
l
'
altra
,
si
seppe
che
quei
generosi
erano
stati
oppressi
;
che
le
squadre
di
campagna
,
già
scese
vicino
a
Palermo
,
s
'
erano
ritirate
nei
monti
;
che
tredici
compagni
di
Riso
,
oltre
quelli
morti
combattendo
,
erano
stati
fucilati
;
che
egli
giaceva
pieno
di
ferite
e
prigioniero
;
che
lo
stato
d
'
assedio
era
proclamato
,
e
che
erano
arrestati
il
padre
di
Riso
con
altri
cittadini
cospicui
di
Palermo
.
Dunque
la
rivoluzione
era
domata
!
No
,
non
doveva
essere
:
l
'
Italia
superiore
la
faceva
sua
propria
.
Da
quel
momento
tutti
cominciarono
a
chiedere
che
facesse
Garibaldi
,
e
se
non
si
muovesse
,
e
se
non
era
ancora
andato
,
e
perché
non
fosse
ancora
laggiù
.
E
non
dicevano
già
,
che
dovesse
muoversi
il
governo
di
Vittorio
Emanuele
;
tutti
avevano
il
sentimento
del
rischio
cui
si
sarebbe
messo
d
'
aver
mezza
Europa
addosso
:
a
tutti
bastava
che
si
muovesse
lui
,
Garibaldi
,
che
quanto
a
gente
per
seguirlo
ce
ne
sarebbe
stata
anche
troppa
.
Ma
si
sentiva
che
bisognava
far
presto
,
perché
il
Governo
borbonico
aveva
compreso
che
la
Sicilia
non
mirava
più
,
come
nel
'20
e
nel
'48
a
separarsi
da
Napoli
o
a
rifarsi
regno
da
sé
;
ma
che
il
suo
moto
era
di
tendenze
unitarie
,
con
mira
all
'
Italia
superiore
.
Perciò
quel
Governo
prometteva
largamente
strade
ferrate
,
portifranchi
,
casse
di
sconto
,
prestiti
alle
grandi
città
;
mentre
si
ingegnava
di
reprimere
la
insurrezione
nell
'
interno
,
mandando
colonne
mobili
a
disarmare
la
gente
.
Se
Francesco
II
avesse
dato
una
costituzione
quale
l
'
isola
la
voleva
del
'48
,
chi
poteva
dire
che
la
Sicilia
non
si
sarebbe
acconciata
?
Bisognava
proprio
far
presto
.
*
Non
si
vuol
mica
dire
che
nel
settentrione
i
liberali
bruciassero
tutti
dal
desiderio
di
vedere
andar
gente
ad
aiutar
la
Sicilia
e
Napoli
a
liberarsi
dai
Borboni
,
a
unirsi
al
resto
d
'
Italia
.
V
'
erano
allora
i
ragionatori
che
trovavano
gli
argomenti
forti
in
contrario
.
Ma
come
mai
si
voleva
fare
un
solo
stato
di
quest
'
Italia
così
lunga
e
sottile
,
senza
un
centro
,
e
nel
napoletano
senza
strade
né
nulla
?
Eh
già
,
rispondevano
altri
,
ragionatori
anch
'
essi
,
queste
cose
le
diceva
pure
Napoleone
I
.
Diceva
che
se
tutta
la
parte
d
'
Italia
dal
Monte
Velino
in
giù
e
con
essa
la
Sicilia
fosse
stata
gettata
dalla
natura
tra
la
Sardegna
e
la
Corsica
la
Toscana
e
Genova
,
la
Penisola
avrebbe
avuto
un
centro
quasi
egualmente
distante
da
tutti
i
punti
della
sua
circonferenza
:
ma
così
come
era
fatta
,
quella
parte
dal
Velino
che
formava
il
Regno
di
Napoli
,
gli
pareva
di
clima
,
d
'
interessi
,
di
bisogni
,
diversi
da
quelli
di
tutta
la
valle
del
Po
e
di
quella
dell
'
Arno
.
Però
non
avrebbe
detto
così
se
a
'
suoi
tempi
avesse
avuto
il
telegrafo
,
la
navigazione
a
vapore
,
le
strade
ferrate
.
Tutte
queste
cose
levavano
via
dall
'
Italia
un
bel
po
'
degli
inconvenienti
della
sua
configurazione
.
Del
resto
,
Napoleone
aveva
soggiunto
che
nonostante
tutto
,
l
'
Italia
era
una
sola
nazione
,
una
di
costumi
,
di
lingua
e
di
letteratura
;
affermava
che
in
un
tempo
più
o
meno
lontano
i
suoi
abitanti
si
unirebbero
sotto
un
solo
governo
;
e
passate
in
rassegna
le
condizioni
storiche
di
tutte
le
grandi
città
,
dichiarava
solennemente
di
pensare
che
Roma
sarebbe
senz
'
altro
quella
che
gli
Italiani
si
sceglierebbero
per
capitale
.
Altri
ragionatori
dicevano
che
il
Re
di
Napoli
teneva
un
esercito
di
più
di
120
mila
soldati
,
bene
armati
e
con
cavallerie
e
artiglierie
delle
migliori
d
'
Europa
.
Era
vero
.
Ma
ai
giovani
che
ascoltavano
solo
il
cuore
,
il
cuore
diceva
una
cosa
molto
semplice
,
cioè
che
quei
cento
ventimila
soldati
non
erano
tutti
,
come
un
sol
uomo
,
nel
pugno
di
quel
Re
,
così
che
ei
li
potesse
lanciar
di
colpo
nel
punto
dell
'
isola
dove
Garibaldi
anderebbe
a
sbarcare
.
Allora
i
savi
soggiungevano
che
intorno
all
'
isola
vigilava
una
crociera
di
chi
sa
quante
navi
,
forse
trenta
,
forse
quaranta
:
ma
quelli
del
cuore
sentivano
che
se
anche
le
navi
fossero
tante
,
il
mare
era
vasto
,
e
che
una
catena
intorno
all
'
isola
non
era
possibile
a
tenersi
così
stretta
,
che
di
notte
o
di
giorno
un
marinaio
come
Garibaldi
non
riuscisse
a
passare
.
(
NdA
:
Si
seppe
poi
,
a
cose
finite
,
che
la
crociera
intorno
all
'
isola
era
composta
di
14
legni
e
di
2
rimorchiatori
da
guerra
,
con
aggiunti
ad
essi
4
piroscafi
mercantili
della
Società
di
navigazione
siciliana
e
2
della
napolitana
,
armati
e
dati
da
comandare
ad
ufficiali
militari
.
In
tutto
adunque
erano
22
legni
.
La
vigilanza
,
da
Capo
San
Vito
a
Mazzara
,
era
affidata
alla
Partenope
,
fregata
a
vela
da
60
cannoni
;
al
Valoroso
,
pure
a
vela
da
12
cannoni
;
allo
Stromboli
,
pirocorvetta
da
6
cannoni
e
al
Capri
,
da
2
.
Comandavano
quella
crociera
,
un
Cossovich
capitano
di
vascello
imbarcato
sulla
Partenope
,
e
sullo
Stromboli
era
imbarcato
l
'
Acton
,
baldanzoso
uomo
che
partendo
da
Napoli
aveva
detto
al
Re
di
voler
buttar
a
mare
Garibaldi
.
Da
Mazzara
a
Capo
Passaro
,
da
Capo
Passaro
al
Faro
,
dal
Faro
a
Trapani
,
incrociava
il
resto
della
flotta
.
)
Invece
una
preoccupazione
grave
davvero
,
e
tale
da
togliere
l
'
ardire
a
molti
,
riguardava
il
poi
,
se
mai
la
spedizione
sbarcasse
.
Della
Sicilia
si
sapeva
poco
qual
fosse
nell
'
interno
.
Nella
sua
solitudine
pareva
quasi
fuor
della
vita
.
E
quasi
più
del
suo
tempo
presente
si
sapeva
del
suo
passato
ma
bene
antico
.
Molti
parlavano
di
quelle
sue
città
di
due
milioni
d
'
abitanti
,
del
suo
popolo
d
'
otto
milioni
che
nutriva
sé
eppure
faceva
ancora
chiamar
l
'
isola
sua
granaio
d
'
Italia
;
sapevano
enumerare
le
sue
civiltà
,
greca
,
latina
,
araba
;
la
sua
monarchia
normanna
che
seppe
valersi
di
quelle
civiltà
,
farsi
amare
dai
vinti
e
lasciare
,
a
traverso
i
secoli
,
il
desiderio
ancora
di
quel
regno
.
Ma
all
'
infuori
dei
marinai
,
chi
mai
sapeva
della
Sicilia
presente
?
Chi
vi
era
mai
stato
?
Forse
qualche
ricco
,
e
anche
soltanto
nelle
grandi
città
,
Palermo
,
Messina
,
Catania
,
Siracusa
;
ma
l
'
interno
dell
'
isola
non
era
guari
conosciuto
neppur
sulla
carta
.
Però
si
indovinava
e
si
amava
il
suo
popolo
,
perché
avevano
insegnato
a
pregiarlo
i
suoi
profughi
,
ne
'
dieci
anni
da
che
stavano
rifugiati
in
Piemonte
;
gente
degna
,
patrizi
,
letterati
,
avvocati
,
medici
,
architetti
o
artigiani
valenti
e
virtuosi
.
Se
dalla
Sicilia
era
venuto
via
quel
fior
di
gente
,
non
poteva
darsi
che
non
vi
fosse
laggiù
un
popolo
degno
di
loro
;
bisognava
andarvi
,
per
dir
così
,
a
scarcerare
l
'
anima
dell
'
isola
,
farla
espandersi
nella
vita
italiana
.
Quante
energie
,
quanta
luce
,
quante
virtù
,
aggiunte
all
'
anima
della
nazione
!
Queste
cose
non
si
pensavano
per
l
'
appunto
così
,
ma
si
sentivano
vagamente
,
come
nell
'
adolescenza
si
sentono
le
prime
aure
dell
'
amore
cui
si
va
incontro
,
e
sono
la
vita
.
Ma
intanto
,
quale
rischio
l
'
andarvi
!
Certo
Garibaldi
si
sarebbe
gettato
su
qualche
costa
,
lontano
dalle
città
marittime
,
dove
non
fossero
milizie
,
per
non
farsi
opprimere
appena
giunto
.
E
da
quella
costa
si
sarebbe
mosso
a
trovar
nell
'
interno
sui
monti
qualche
posizione
forte
,
per
chiamarvi
a
sé
gli
insorti
e
fare
un
esercito
tale
da
poter
affrontare
in
campo
quello
dei
regi
,
o
magari
piombar
sulla
capitale
.
Ma
quanti
scontri
avrebbe
dovuto
sostenere
nelle
sue
prime
marcie
,
e
chi
mai
sapeva
in
quali
condizioni
?
E
se
gli
fosse
avvenuto
di
perdere
?
Pazienza
i
morti
,
ma
i
feriti
,
in
che
mani
sarebbero
rimasti
?
Come
li
avrebbe
trattati
il
nemico
offeso
per
quell
'
assalto
che
gli
veniva
da
gente
di
fuori
?
E
chi
fosse
riuscito
a
salvarsi
da
quelle
mani
,
in
quali
boschi
,
in
quali
tane
,
senza
cure
,
solo
,
disperato
sarebbe
andato
a
finire
?
Si
fantasticavano
cose
orrende
.
Eppure
l
'
aria
del
tempo
,
la
fede
in
Garibaldi
e
una
certa
voluttà
di
andare
a
patire
per
una
grande
idea
,
faceva
vincere
anche
quelle
tetre
preoccupazioni
.
E
appunto
,
qual
era
allora
lo
spirito
dell
'
esercito
del
Borbone
?
A
sentir
gli
esuli
siciliani
e
napoletani
,
in
quell
'
esercito
v
'
erano
dei
generali
,
dei
colonnelli
,
persin
dei
vecchi
capitani
,
che
sapevano
bene
quanta
era
stata
la
gloria
dei
loro
padri
.
Da
fanciulli
li
avevano
visti
tornare
dalle
guerre
napoleoniche
di
Spagna
e
di
Russia
,
dopo
aver
empito
il
mondo
delle
loro
geste
e
dei
loro
nomi
.
Nel
1815
li
avevano
visti
sotto
re
Gioachino
tentar
l
'
impresa
di
cacciar
l
'
Austria
dalla
Lombardia
.
Nel
1848
avevano
marciato
essi
stessi
alla
guerra
quasi
fino
al
Po
;
erano
tornati
indietro
afflitti
,
quando
il
loro
Re
spergiuro
li
aveva
richiamati
;
e
quelli
che
non
avevano
ubbidito
ed
erano
andati
a
Venezia
,
vi
si
erano
fatti
ammirare
.
Pepe
,
Ulloa
,
Rossarol
!
Appresso
,
a
sentir
le
risorte
glorie
dei
Piemontesi
in
Crimea
e
poi
quelle
recenti
del
1859
,
dovevano
aver
patito
di
non
essere
stati
mandati
a
quella
bella
guerra
,
fatta
per
cacciare
lo
straniero
.
E
così
forse
era
entrato
nell
'
animo
dell
'
esercito
lo
scontento
.
Ma
in
quel
momento
non
si
sapeva
se
amassero
o
odiassero
.
Forse
contro
i
piemontesi
avrebbero
combattuto
fieramente
,
se
ne
fossero
scesi
nel
Regno
a
guerra
di
Re
:
ma
contro
Garibaldi
avrebbero
combattuto
solo
per
disciplina
.
Dovevano
anche
trovarsi
nelle
file
molti
ai
quali
quel
nome
incuteva
sgomento
.
Non
era
egli
colui
che
undici
anni
avanti
si
era
fatto
conoscere
a
Velletri
e
a
Palestrina
,
quando
i
napolitani
erano
marciati
su
Roma
per
rimettere
il
Papa
in
trono
?
Insomma
,
bene
bene
non
si
sapeva
nulla
dello
spirito
vero
dell
'
esercito
laggiù
:
certo
,
a
volerlo
giudicare
dalle
opere
contro
la
Sicilia
,
doveva
essere
feroce
ancora
come
era
stato
nel
'48
.
Ma
si
sarebbe
visto
alla
prova
cosa
valessero
quelle
milizie
in
cui
ufficiali
e
sott
'
ufficiali
avevano
quasi
tutti
grossa
famiglia
;
e
si
sarebbero
visti
anche
gli
stranieri
mercenari
che
non
si
chiamavano
più
svizzeri
,
ma
di
svizzeri
erano
formati
e
di
bavaresi
e
d
'
austriaci
,
d
'
un
po
'
d
'
ogni
gente
.
In
quanto
alla
marineria
,
saperne
qualcosa
sarebbe
stato
più
interessante
.
Ma
neppur
essa
si
conosceva
guari
.
Però
degli
ufficiali
malcontenti
ve
ne
dovevano
essere
;
e
anzi
,
alcuni
dicevano
che
quelli
del
Fieramosca
,
quando
nel
gennaio
del
'59
avevano
scortato
a
Gibilterra
i
grandi
cittadini
del
Regno
liberati
dalle
galere
ma
condannati
alla
deportazione
,
erano
stati
visti
con
le
lagrime
agli
occhi
e
il
dolore
sul
viso
.
Così
dicevano
i
meridionali
profughi
antichi
o
recenti
dal
Regno
.
Tra
essi
i
Siciliani
erano
i
più
ardenti
.
Parlavano
della
loro
isola
,
facendone
ritratti
vivissimi
coll
'
immaginosa
parola
.
I
loro
Vespri
parevano
un
fatto
recente
.
Conoscevano
la
storia
della
loro
indipendenza
dai
Vespri
fino
al
1735
,
come
se
l
'
avessero
vissuta
;
si
vantavano
di
aver
avuta
da
quell
'
anno
bandiera
e
amministrazione
distinta
dalla
napolitana
,
e
Parlamento
proprio
:
tutte
cose
confermate
nella
Costituzione
del
1812
,
quando
i
Borboni
,
perduto
il
continente
,
si
erano
rifugiati
laggiù
e
vi
avevano
trovato
sicurezza
,
protetti
dalla
generosità
del
popolo
e
dall
'
Inghilterra
.
Ma
essi
,
tornati
sul
trono
di
Napoli
,
avevano
poi
tradito
tutto
,
e
cominciato
a
offender
l
'
isola
e
il
suo
popolo
,
chiamandola
negli
atti
pubblici
:
"
Terra
di
là
dal
faro
"
,
quasi
come
a
dire
paese
barbaro
.
Onde
le
sue
rivoluzioni
del
'20
e
del
'48
,
e
un
odio
crescente
sempre
e
tanto
,
che
l
'
isola
si
sarebbe
messa
sotto
l
'
Inghilterra
,
la
Russia
,
la
Francia
,
sotto
chi
si
fosse
che
l
'
avesse
voluta
,
pur
di
esser
levata
da
dipender
da
Napoli
.
Ora
quella
passione
si
rivolgeva
all
'
Italia
,
a
chiamar
lei
,
l
'
Italia
del
nord
che
doveva
ascoltarla
.
E
Garibaldi
dov
'
era
,
che
cosa
faceva
?
Garibaldi
e
Cavour
.
Garibaldi
stava
in
Torino
alle
prese
col
Conte
di
Cavour
,
perché
avvenuta
la
cessione
di
Nizza
alla
Francia
,
credeva
che
egli
la
avesse
patteggiata
fin
dal
'57
,
quando
aveva
concertato
con
Napoleone
l
'
aiuto
militare
del
'59
.
Invece
la
cessione
era
seguita
per
una
soperchieria
di
Napoleone
,
che
oltre
la
Savoia
,
per
non
opporsi
all
'
annessione
dell
'
Emilia
e
della
Toscana
al
regno
di
Vittorio
Emanuele
,
aveva
voluto
anche
Nizza
.
Cavour
aveva
fatto
di
tutto
per
salvarla
,
ma
non
v
'
era
riuscito
;
e
Garibaldi
pareva
contro
di
lui
implacabile
.
Ma
il
7
aprile
gli
capitarono
a
Torino
il
Bixio
e
il
Crispi
,
i
quali
"
a
nome
degli
amici
comuni
per
l
'
onor
della
rivoluzione
,
per
carità
della
povera
isola
,
per
la
salute
della
patria
intera
,
"
lo
pregarono
di
mettersi
a
capo
di
una
spedizione
e
di
condurla
in
Sicilia
.
E
Garibaldi
che
forse
meditava
un
moto
popolare
in
Nizza
stessa
,
per
salvarla
lui
se
Cavour
non
aveva
potuto
;
messo
in
disparte
questo
e
ogni
suo
pensiero
,
accettò
e
decise
di
far
l
'
impresa
.
Par
quasi
certo
che
Egli
n
'
abbia
parlato
con
Vittorio
Emanuele
e
che
n
'
abbia
avuti
incoraggiamenti
.
Però
il
Re
,
il
15
aprile
,
volle
ancora
scrivere
al
Cugino
di
Napoli
che
era
"
giunto
il
tempo
in
cui
l
'
Italia
poteva
esser
divisa
in
due
stati
potenti
,
uno
del
Settentrione
l
'
altro
del
Mezzogiorno
:
che
Egli
pel
bene
suo
lo
consigliava
di
abbandonare
la
via
fino
allora
tenuta
:
e
che
se
ripudiasse
il
consiglio
,
presto
egli
,
Vittorio
Emanuele
,
sarebbe
posto
nella
terribile
alternativa
o
di
mettere
a
pericolo
gli
interessi
più
urgenti
della
stessa
sua
propria
dinastia
,
o
di
essere
il
principale
strumento
della
rovina
di
lui
.
Qualche
mese
che
passasse
ancora
senza
che
egli
si
attenesse
all
'
amichevole
suggerimento
,
egli
,
il
Re
di
Napoli
,
sperimenterebbe
l
'
amarezza
delle
terribili
parole
:
troppo
tardi
.
"
E
scritto
così
,
Vittorio
Emanuele
partì
lo
stesso
giorno
15
aprile
pel
suo
viaggio
trionfale
in
Toscana
e
nell
'
Emilia
,
dove
andava
per
la
prima
volta
da
Re
.
*
La
sera
di
quel
15
aprile
Garibaldi
si
presentò
improvviso
alla
Villa
Spinola
nel
territorio
di
Quarto
,
allora
ignoto
borgo
poco
discosto
da
Genova
,
sulla
riviera
orientale
.
In
quella
villa
se
ne
stava
Augusto
Vecchi
esule
Ascolano
,
suo
antico
ufficiale
di
dieci
anni
avanti
,
alla
difesa
di
Roma
.
-
Buona
sera
,
Vecchi
;
vengo
come
Cristo
a
trovare
i
miei
apostoli
,
ed
ho
scelto
il
più
ricco
,
questa
volta
.
Mi
volete
?
-
Per
Dio
,
Generale
,
e
con
piacere
immenso
!
-
Pare
una
pagina
romanzesca
,
ma
allora
appunto
cominciava
il
periodo
in
cui
le
cose
più
vere
ebbero
l
'
aria
di
fantasie
.
In
quella
villa
il
Generale
si
stabilì
,
e
vi
chiamò
i
suoi
.
Per
andare
in
Sicilia
occorrevano
armi
,
ed
egli
senz
'
altro
mandò
in
Milano
a
prenderne
di
quelle
già
comprate
col
fondo
del
milione
di
fucili
,
fatto
raccogliere
da
lui
per
sottoscrizione
nazionale
.
Sennonché
là
,
Massimo
d
'
Azeglio
,
governatore
,
non
solo
rifiutò
di
concedere
che
se
ne
portasse
via
una
parte
,
ma
le
fece
mettere
tutte
sotto
sequestro
.
Scrisse
poi
d
'
aver
temuto
che
quelle
armi
finissero
in
tutte
altre
mani
che
quelle
di
Garibaldi
,
certo
temeva
di
Mazzini
,
ma
in
quel
momento
l
'
atto
suo
diede
grandemente
da
sospettare
che
il
Governo
fosse
avverso
a
ogni
impresa
garibaldina
.
Veramente
il
Conte
di
Cavour
desiderava
proprio
più
che
mai
che
la
spedizione
non
si
facesse
.
Temeva
che
Garibaldi
,
una
volta
mosso
si
lasciasse
trasportare
dal
suo
vecchio
pensiero
di
Roma
,
e
invece
che
in
Sicilia
andasse
a
sbarcare
su
qualche
parte
della
costa
pontificia
,
senza
riguardo
al
pericolo
di
tirare
addosso
a
sé
e
al
Regno
una
guerra
dalla
Francia
.
Sperava
,
anzi
,
che
ogni
cosa
sfumasse
.
Il
24
aprile
mandò
apposta
il
colonnello
Frapolli
da
Garibaldi
,
per
indurlo
ad
abbandonare
ogni
disegno
;
e
il
Frapolli
,
amico
del
Generale
,
gli
parlò
delle
difficoltà
che
si
opponevano
ad
una
discesa
nell
'
isola
o
nel
continente
.
Gli
ricordò
persino
le
tragedie
di
Murat
,
dei
Bandiera
,
di
Pisacane
.
Non
si
sa
che
viso
facesse
il
Generale
a
tali
moniti
del
Frapolli
,
ma
certo
è
che
questi
tornò
a
Torino
da
Cavour
,
persuaso
che
Garibaldi
non
partirebbe
.
E
,
in
verità
,
il
Generale
era
già
inclinato
a
rompere
ogni
preparativo
,
perché
dalla
Sicilia
aveva
notizie
non
buone
.
Ondeggiò
tutti
quei
giorni
pensando
alla
tremenda
responsabilità
di
una
catastrofe
.
Il
27
gli
giunse
un
telegramma
da
Fabrizi
da
Malta
,
quasi
lugubre
:
"
Completo
insuccesso
nelle
provincie
e
in
Palermo
;
molti
profughi
raccolti
dalle
navi
inglesi
giunti
in
Malta
.
"
Così
diceva
il
telegramma
.
E
la
parola
del
Fabrizi
valeva
quella
che
Garibaldi
stesso
avrebbe
detto
.
Era
un
vecchio
patriota
di
quelli
sfuggiti
nel
1831
alle
forche
di
Modena
;
e
sempre
poi
aveva
vissuto
in
esilio
a
onorare
l
'
Italia
e
a
farla
stimare
dagli
stranieri
.
Egli
non
poteva
che
dire
la
verità
.
E
perciò
Garibaldi
deliberò
di
lasciar
andar
tutto
,
e
di
tornarsene
nella
sua
solitudine
di
Caprera
:
anzi
,
diede
ordine
di
tenergli
un
posto
sul
vapore
che
doveva
partire
il
2
maggio
per
la
Sardegna
.
Cavour
lo
seppe
,
e
scrisse
a
Napoleone
che
ormai
di
una
impresa
di
Garibaldi
non
c
'
era
più
da
temere
.
Ma
allora
si
erano
fatti
attorno
al
Generale
tutti
i
più
ostinati
a
voler
andare
in
Sicilia
:
Bertani
,
Bixio
,
Crispi
e
tanti
altri
minori
,
che
nella
Villa
Spinola
tennero
con
lui
una
specie
di
gran
Consiglio
,
il
30
aprile
,
anniversario
della
sua
bella
vittoria
del
'49
,
contro
i
francesi
,
sotto
Roma
.
In
mezzo
a
quel
consesso
,
tra
i
discorsi
roventi
di
quei
patrioti
,
come
uomo
ispirato
da
una
luce
improvvisa
,
Garibaldi
balzò
su
d
'
un
tratto
a
dire
:
"
Partiamo
.
Ma
subito
,
domani
!
"
Domani
era
troppo
presto
:
bisognava
pensare
ad
avere
i
legni
da
navigare
!
Ma
insomma
un
po
'
di
giorni
,
tre
o
quattro
,
sarebbero
bastati
.
Intanto
quegli
operosi
avrebbero
raccolta
la
gente
da
fuori
.
Dacché
egli
aveva
detto
:
"
Partiamo
,
"
lasciasse
fare
,
che
ad
eseguire
c
'
era
chi
ci
pensava
.
Il
Conte
di
Cavour
,
ignorando
quella
nuova
deliberazione
,
era
partito
il
1
maggio
per
Bologna
,
a
raggiungervi
nel
giro
trionfale
il
Re
,
cui
sperava
di
strappare
l
'
ultima
parola
che
impedisse
a
Garibaldi
ogni
tentativo
d
'
allora
e
di
poi
.
Narrano
gli
intimi
del
Conte
e
del
Re
che
si
trovavano
con
essi
in
Bologna
,
avere
il
Cavour
manifestato
fin
l
'
intenzione
di
fare
arrestar
Garibaldi
,
se
si
fosse
ostinato
a
tentar
qualche
cosa
,
e
d
'
andar
egli
stesso
a
porgli
addosso
le
mani
,
se
non
si
trovasse
chi
avesse
l
'
ardimento
di
farlo
.
E
sarà
vero
,
perché
allora
egli
temeva
troppo
che
l
'
Imperatore
dei
Francesi
,
credendosi
canzonato
da
lui
,
pigliasse
qualche
violenta
deliberazione
contro
l
'
Italia
.
Ma
ormai
alla
forza
delle
cose
neppur
egli
poteva
più
resistere
.
E
saputo
ciò
che
a
Genova
si
faceva
,
stette
col
Re
a
Bologna
,
per
non
tornare
a
Torino
in
quei
giorni
a
farsi
tormentare
dalla
diplomazia
.
Però
prese
le
sue
precauzioni
.
E
temendo
sempre
che
Garibaldi
volesse
fare
un
colpo
contro
Roma
,
ordinò
alla
divisione
navale
del
contrammiraglio
Persano
d
'
andare
in
crociera
tra
Capo
Carbonara
e
Capo
dello
Sperone
a
Sant
'
Antioco
,
o
,
in
altre
parole
,
dinanzi
al
Golfo
di
Cagliari
.
Gli
ingiungeva
però
di
non
"
adoperar
le
macchine
"
;
e
che
cosa
intendesse
di
voler
dire
con
ciò
non
si
sa
bene
ora
,
né
lo
seppe
allora
forse
neppure
il
Persano
.
Poi
non
tornò
a
Torino
se
non
la
sera
del
5
maggio
,
e
là
,
da
Genova
,
gli
piovvero
le
notizie
.
Che
fare
?
Adesso
non
c
'
era
altro
che
lasciar
fare
;
e
giacché
la
spedizione
non
si
poteva
più
impedirla
senza
che
sorgessero
chi
sa
quali
guai
nel
paese
,
pensò
subito
di
mettersi
sul
gioco
di
dominarla
,
e
di
rispondere
alle
proteste
che
lo
avrebbero
tempestato
.
Genova
nel
gran
giorno
In
Genova
,
sin
dagli
ultimi
di
aprile
,
stavano
già
molti
dei
più
vogliosi
di
partire
per
la
Sicilia
,
e
altri
ve
ne
furono
chiamati
nei
primi
tre
giorni
di
maggio
.
Per
le
vie
di
quella
città
tutta
lavoro
,
dove
la
gente
va
attorno
sempre
con
l
'
aria
di
chi
non
ha
tempo
da
perdere
,
quei
forestieri
che
riempivano
i
caffè
e
le
passeggiate
stonavano
alquanto
.
Ma
forse
nessuna
città
era
adatta
come
Genova
a
farvi
quell
'
adunata
e
a
servir
di
copertura
al
Governo
.
Il
quale
così
,
negli
ultimi
momenti
,
poté
far
bene
le
viste
di
non
accorgersi
di
nulla
,
proprio
come
se
nulla
vi
fosse
,
e
tutto
pareva
inteso
,
consentito
,
voluto
dalla
città
intera
,
ma
con
somma
prudenza
.
Il
5
maggio
ogni
cosa
era
pronta
.
Allora
Garibaldi
scrisse
al
Re
cominciando
:
"
Il
grido
di
sofferenza
che
dalla
Sicilia
arrivò
alle
mie
orecchie
,
ha
commosso
il
mio
cuore
e
quelle
d
'
alcune
centinaia
dei
miei
vecchi
compagni
d
'arme."
Pareva
che
volesse
rammentare
a
Vittorio
Emanuele
che
l
'
anno
avanti
egli
per
il
primo
,
nel
suo
discorso
del
10
gennaio
in
Parlamento
,
aveva
trovato
la
espressione
giusta
come
un
'
eco
delle
"
grida
di
dolore
"
giunte
a
lui
da
ogni
parte
d
'
Italia
.
E
soggiungeva
di
saper
bene
a
quale
impresa
pericolosa
si
sobbarcava
,
ma
che
poneva
confidenza
in
Dio
e
nella
devozione
dei
suoi
compagni
.
Prometteva
che
grido
di
guerra
sarebbe
l
'
unità
nel
nome
di
Lui
,
Vittorio
;
e
sperava
che
se
mai
l
'
impresa
fallisse
,
l
'
Italia
e
l
'
Europa
liberale
non
dimenticherebbero
che
era
stata
determinata
da
motivi
puri
affatto
da
egoismo
.
Disse
,
che
riuscendo
,
un
nuovo
e
brillantissimo
gioiello
avrebbe
ornato
la
corona
di
Lui
;
ma
non
celava
l
'
amarezza
sua
per
la
cessione
della
sua
terra
natale
.
E
,
certo
per
non
compromettere
il
Re
,
finiva
scusandosi
di
non
avergli
detto
il
suo
disegno
,
per
tema
che
egli
lo
dissuadesse
dal
fare
quel
passo
.
Mesta
e
solenne
lettera
,
nella
quale
era
serenamente
espresso
il
dubbio
e
la
speranza
e
il
sentimento
dell
'
ora
.
Spiace
in
essa
quel
tanto
che
c
'
è
di
finzione
:
ma
insomma
,
i
tempi
erano
tali
,
da
giustificare
questo
ed
altro
.
Il
Generale
scriveva
pure
all
'
Esercito
italiano
,
esortando
ufficiali
e
soldati
a
star
saldi
nella
disciplina
,
a
non
abbandonare
le
fila
per
seguir
lui
.
Scriveva
all
'
Esercito
napolitano
per
ricordare
ai
figli
dei
Sanniti
e
dei
Marsi
che
erano
fratelli
dei
soldati
di
Varese
e
di
San
Martino
.
E
anche
non
dimenticava
i
Direttori
della
Società
dei
Vapori
Nazionali
,
cui
nella
notte
doveva
menar
via
il
Piemonte
e
il
Lombardo
,
scusandosi
di
quell
'
atto
di
violenza
,
e
raccomandandoli
al
paese
perché
rimettesse
qualunque
danno
,
avaria
o
perdita
che
loro
potesse
seguirne
.
In
tutte
quelle
lettere
e
in
parecchie
altre
di
quel
giorno
,
una
frase
qua
un
'
altra
là
rivelavano
un
sentimento
sicuro
ma
anche
una
misteriosa
tristezza
.
Il
5
maggio
1860
.
La
sera
di
quel
5
maggio
,
coloro
che
erano
destinati
a
partire
,
ricevuto
un
ordine
aspettato
tanto
,
quale
da
solo
quale
con
qualche
amico
,
come
se
andassero
a
diporto
,
così
consigliati
per
non
dar
nell
'
occhio
alla
polizia
,
cominciarono
a
uscir
da
Genova
per
la
Porta
Pila
,
sulla
via
del
Bisagno
.
Andavano
alla
Foce
o
a
Quarto
,
secondo
che
loro
era
stato
detto
.
E
trovavano
sul
loro
cammino
folle
di
cittadini
di
ogni
classe
,
donne
,
uomini
,
che
senza
parere
davano
loro
l
'
augurio
,
e
ciascuno
un
poco
dell
'
anima
sua
.
Nino
Bixio
scese
al
porto
.
"
Là
-
scrive
il
Guerzoni
-
in
una
andana
tra
il
Lombardo
e
il
Piemonte
e
proprio
costa
a
costa
tanto
da
toccarsi
coi
due
vapori
,
riposava
una
vecchia
carcassa
di
nave
condannata
da
tempo
,
che
chiamavano
"
Nave
Joseph
"
.
Bixio
nella
sua
mente
ne
aveva
fatta
la
prima
base
di
operazione
di
tutta
la
mossa
.
Già
da
parecchi
giorni
la
Joseph
andava
ricevendo
a
poco
per
volta
delle
casse
misteriose
,
degli
involti
sospetti
,
che
avevano
le
più
strane
somiglianze
di
casse
da
munizioni
e
d
'
involti
di
fucili
...
Bixio
aveva
ordinato
che
per
la
sera
del
5
maggio
tra
le
nove
e
le
dieci
,
una
quarantina
d
'
uomini
si
raccogliessero
in
silenzio
su
quella
nave
,
e
stessero
ad
aspettare
la
sua
venuta
e
i
suoi
ordini
.
Gli
uomini
erano
parte
marinai
fedeli
,
parte
volontari
ma
del
fiore
.
Alle
nove
e
mezzo
arrivarono
sulla
Joseph
Bixio
e
lo
scrittore
di
queste
pagine
.
Appena
a
bordo
Bixio
cavò
di
tasca
un
berretto
da
tenente
-
colonnello
,
se
lo
calò
sulle
orecchie
,
e
disse
:
-
Signori
,
da
questo
momento
comando
io
,
attenti
ai
miei
ordini
.
-
E
gli
ordini
furono
:
buttarsi
col
revolver
in
pugno
sui
vicini
vapori
,
fingere
di
svegliarvi
la
gente
di
guardia
,
fingere
di
costringere
i
fochisti
ad
accendere
,
i
marinai
a
salpar
l
'
ancora
,
i
macchinisti
a
prepararsi
al
loro
mestiere
,
sgombrare
,
pulire
il
bastimento
,
allestirlo
in
fretta
per
la
partenza
.
E
così
fu
fatto
nel
massimo
ordine
e
silenzio
,
e
non
senza
accompagnare
di
molti
sorrisi
quella
farsa
con
cui
quella
epopea
esordiva
.
Fra
tutte
queste
operazioni
se
ne
andarono
quattro
o
cinque
ore
,
e
già
i
primi
chiarori
dell
'
alba
cominciavano
a
rompere
dalla
punta
di
Portofino
.
Bixio
era
inquieto
e
principiava
a
perdere
anche
quell
'
ultimo
avanzo
di
pazienza
che
in
quei
giorni
di
febbre
e
rabbia
gli
era
restato
.
Finalmente
,
verso
le
quattro
del
mattino
tutto
era
pronto
,
e
i
due
piroscafi
uscirono
dal
porto
,
girando
verso
Quarto
,
punto
designato
dell
'imbarco."
Ma
prima
di
tirar
avanti
per
Quarto
,
i
due
piroscafi
si
pigliarono
su
una
parte
dei
Mille
,
che
stava
alla
foce
del
Bisagno
.
Ivi
erano
avvenute
delle
scene
pietose
di
questa
sorte
.
Tra
quei
giovani
c
'
era
un
Luzzatto
da
Udine
,
cui
fu
detto
che
tra
la
folla
si
aggirava
la
madre
sua
,
venuta
così
da
lontano
a
cercarlo
.
Voleva
benedirlo
o
tirarselo
via
da
quel
cimento
?
Il
giovanetto
le
si
fece
incontro
,
e
le
andò
tra
le
braccia
;
ma
la
sua
prima
parola
fu
di
pregarla
a
non
gli
dir
di
tornarsene
,
perché
a
lui
sarebbe
stato
mortale
il
dolore
di
partir
lo
stesso
dopo
averla
disubbidita
.
Altri
padri
,
madri
sorelle
andavano
tra
quei
gruppi
,
pregando
,
scongiurando
,
incuorando
,
e
alla
fine
dando
il
bacio
quasi
della
morte
;
e
quando
i
due
vapori
apparvero
e
accolsero
quei
giovani
,
chi
aveva
assistito
a
quelle
scene
dovè
tornarsene
nella
città
col
cuore
quasi
sollevato
.
Uguali
cose
avvenivano
a
Quarto
.
Là
verso
le
dieci
c
'
era
folla
anche
più
fitta
che
alla
foce
.
Tutta
la
via
che
si
svolge
intorno
a
quel
piccolo
seno
di
acque
era
stipata
.
Nella
villa
Spinola
entravano
,
dalla
villa
uscivano
frettolosi
uno
dopo
l
'
altro
incessanti
messaggeri
;
a
ogni
momento
si
faceva
tra
la
folla
gran
silenzio
,
si
udiva
dire
:
"
Eccolo
!
"
No
,
non
era
ancora
Garibaldi
.
Poi
la
folla
fece
un
'
ultima
volta
largo
più
agitata
,
tacquero
tutti
:
finalmente
era
Lui
!
Garibaldi
attraversò
la
strada
seguìto
da
Turr
e
da
Sirtori
,
allora
già
colonnelli
,
e
per
un
vano
del
muricciolo
rimpetto
al
cancello
della
Villa
,
discese
franco
giù
per
gli
scogli
.
E
cominciarono
i
commiati
.
Tra
gli
altri
bello
e
forte
è
narrare
quello
di
uno
Stefano
Dapino
cui
suo
padre
,
vecchio
amico
di
Mazzini
e
dei
fratelli
Ruffini
,
aveva
accompagnato
fino
a
quel
passo
.
Quel
padre
aveva
con
sé
anche
un
altro
figliuolo
più
giovane
.
Conversavano
tranquilli
come
se
il
figlio
partisse
per
una
caccia
;
poi
senza
parole
,
senza
sospiri
il
padre
abbracciò
il
figlio
,
stettero
un
poco
stretti
prima
essi
due
,
poi
tutti
e
tre
,
finché
Stefano
che
aveva
alla
spalla
la
carabina
,
baciò
il
fratello
,
gli
fece
segno
come
a
raccomandargli
il
padre
,
si
staccò
da
loro
e
discese
per
dove
scendevano
alle
barche
i
suoi
compagni
.
E
quel
padre
e
quell
'
altro
figlio
si
persero
fra
la
folla
,
portando
alla
casa
lieta
di
altre
gioie
,
ricchezza
,
bellezza
,
onore
,
quell
'
amara
gioia
d
'
esser
stati
a
quella
fortissima
prova
.
Piccole
cose
tra
le
grandi
,
nelle
ore
dell
'
attesa
,
qua
e
là
per
e
vie
di
Quarto
,
sugli
usci
delle
casupole
,
quelli
che
dovevano
partire
si
sentivano
dare
dai
pescatori
,
dai
marinai
,
certi
consigli
semplici
,
ma
d
'
amore
.
Avete
mai
navigato
?
-
No
.
-
Se
temete
di
avere
il
mal
di
mare
,
appena
a
bordo
,
coricatevi
supino
e
state
sempre
così
,
non
patirete
.
-
Se
vi
daranno
del
biscotto
mangiatene
poco
,
e
bevete
poi
pochissimo
,
se
no
guai
!
-
Sbarcherete
in
Sicilia
,
oh
sbarcherete
!
Ma
,
...
vini
traditori
laggiù
!
-
E
la
gente
?
-
Come
noi
...
però
molto
facili
a
tirare
...
Ma
chi
la
rispetta
...
Soprattutto
la
famiglia
bisogna
rispettare
laggiù
...
Ma
voi
avrete
altro
pel
capo
...
Coraggio
!
-
A
poco
a
poco
tutti
discesero
nelle
barche
,
queste
presero
il
largo
.
Verso
le
undici
,
d
'
una
di
queste
già
più
in
alto
,
si
udì
una
voce
limpida
e
bella
chiamare
"
La
Masa
!
"
E
un
'
altra
voce
rispose
:
"
Generale
!
"
Poi
non
si
udì
più
nulla
.
E
su
quell
'
acqua
stetterro
le
barche
a
cullarsi
aspettando
.
Quelli
che
v
'
erano
su
parlavano
del
Governo
,
di
Cavour
,
di
Vittorio
Emanuele
,
dell
'
accordo
,
del
disaccordo
tra
loro
e
Garibaldi
e
della
finzione
;
e
siccome
le
ore
passavano
,
i
più
cominciavano
a
temere
che
i
vapori
non
venissero
,
e
che
si
dovesse
tornare
a
terra
mortificati
,
fors
'
anche
a
farsi
arrestare
.
Oh
quel
Cavour
!
La
voleva
vincer
lui
!
Ma
quando
furon
visti
i
segnali
rossi
e
verdi
dei
due
legni
,
e
poi
i
legni
stessi
venir
con
già
a
bordo
la
gente
che
v
'
era
stata
imbarcata
alla
foce
:
quelle
barche
scoppiarono
di
grida
di
gioia
.
In
un
lampo
vogarono
ai
due
legni
;
e
in
meno
di
mezz
'
ora
,
chi
sul
Lombardo
,
chi
sul
Piemonte
,
quell
'
altro
mezzo
migliaio
di
uomini
furono
su
,
come
ognuno
seppe
ingegnandosi
;
braccia
,
ganci
,
scale
,
corde
,
tutto
fu
buono
a
salirvi
.
La
Partenza
Bellissima
fu
l
'
alba
di
quella
domenica
6
maggio
1860
.
Il
mare
,
un
po
'
mosso
durante
la
notte
,
si
era
chetato
.
Da
bordo
,
a
guardare
indietro
,
si
vedevano
la
collina
del
Bisagno
,
là
,
cupa
nella
fredda
ombra
;
e
lontano
,
profilati
nell
'
azzurro
,
azzurro
anch
'
essi
,
i
monti
lungo
la
riviera
d
ponente
che
sfumavano
via
via
verso
Savona
fin
dove
se
ne
perdevano
le
forme
.
Le
cittadette
e
le
borgate
di
quella
riva
biancheggiavano
appena
,
e
mettevano
degli
strani
sensi
di
desiderio
domestico
nella
gioia
della
partenza
.
Ma
quando
i
due
vapori
sbuffarono
e
i
mossero
,
a
vederselo
dinanzi
,
là
a
prua
,
il
promontorio
di
Portofino
pareva
dire
:
"
Venite
pure
,
oltre
me
lontana
,
molto
lontana
,
sta
la
terra
misteriosa
,
che
andate
a
cercare
.
"
Dalle
navi
,
rispondevano
all
'
invito
quelle
mille
anime
;
vecchi
amici
,
compagni
d
'
armi
che
,
cercandosi
un
posto
a
bordo
,
s
'
incontravano
,
si
abbracciavano
e
:
-
Anche
tu
?
E
tu
?
E
tu
?
-
gioia
d
'
amarsi
meglio
per
aver
sentito
e
voluto
fare
una
stessa
gran
cosa
.
Ma
ci
fu
un
momento
che
dai
due
vapori
Garibaldi
e
Bixio
si
scambiarono
coi
portavoce
delle
non
liete
parole
.
Diceva
Garibaldi
a
Bixio
:
-
Quanti
fucili
avete
a
bordo
?
-
Mille
e
cento
.
-
E
di
munizioni
?
-
Nulla
-
E
le
barche
di
Bogliasco
?
Per
guardar
che
si
guardasse
non
si
scoprivano
da
nessuna
parte
le
barche
di
cui
il
Generale
chiedeva
,
e
che
si
dovevano
trovare
in
quelle
acque
ad
aspettare
i
due
vapori
.
Eppure
quelle
barche
avevano
nella
notte
imbarcate
le
armi
e
le
munizioni
raccolte
a
Bogliasco
!
Dunque
si
doveva
star
là
tanto
che
comparissero
?
E
se
in
Genova
il
Governo
,
destato
a
forza
dalle
grida
di
qualche
Console
,
dovesse
di
necessità
accorgersi
che
dal
porto
erano
stati
menati
via
i
due
vapori
?
Se
fosse
costretto
a
spedir
una
delle
sue
navi
da
guerra
a
catturarli
,
a
ricondurli
nel
porto
,
quando
mai
si
potrebbe
poi
ritentare
l
'
impresa
?
Non
era
di
quelle
che
si
fanno
due
volte
.
Il
generale
Turr
che
in
quel
momento
stava
vicino
a
Garibaldi
,
narra
che
questi
"
rimase
qualche
tempo
meditabondo
,
che
poi
alzò
verso
il
cielo
il
capo
dicendo
:
'
Anderemo
avanti
egualmente
!
'
E
che
,
stato
un
altro
poco
,
ordinò
di
navigare
verso
Piombino
.
"
*
Ora
ecco
ciò
che
era
avvenuto
.
La
sera
avanti
un
manipolo
di
giovani
genovesi
,
scelti
dal
Bixio
e
dall
'
Acerbi
,
erano
stati
mandati
al
ponte
di
Sori
.
-
Là
-
aveva
lor
detto
Bixio
-
troverete
due
uomini
coi
quali
vi
riconoscerete
questa
parola
d
'
ordine
che
vi
do
.
Essi
vi
consegneranno
le
casse
raccolte
a
Bogliasco
;
con
quelle
vi
metteranno
nelle
barche
,
e
vi
condurranno
,
come
siamo
intesi
,
a
trovarci
.
-
Chi
erano
i
due
uomini
?
A
qualcuno
di
quel
giovani
balenò
il
dubbio
che
potessero
essere
quegli
stessi
che
già
nel
1857
avevano
guidate
le
barche
comandate
da
Rosolino
Pilo
,
cariche
dei
fucili
e
delle
munizioni
per
Pisacane
,
che
doveva
passar
sul
vapore
Cagliari
.
Quegli
uomini
avevano
menato
pel
golfo
il
povero
Rosolino
così
male
,
che
egli
e
il
gruppo
di
esuli
che
aveva
seco
non
erano
riusciti
a
trovar
il
vapore
su
cui
Pisacane
magnanimo
aveva
continuato
senz
'
armi
la
sua
avventura
.
Ora
se
quegli
uomini
erano
forse
gli
stessi
di
allora
?
I
giovani
mandati
dal
Bixio
a
Sori
avevano
ragione
di
volersi
accertare
e
ne
domandarono
i
nomi
.
-
A
voi
non
ispetta
per
ora
sapere
né
il
nome
né
chi
vi
guiderà
-
disse
Bixio
-
né
dove
incontrerete
i
vapori
:
andate
;
tutto
,
si
spera
,
andrà
a
seconda
.
-
Allora
la
gioventù
aveva
imparato
a
ubbidire
fortemente
,
e
quei
giovani
si
recarono
a
Sori
,
dove
trovarono
i
due
uomini
,
che
erano
proprio
quelli
dei
quali
avevano
dubitato
.
Tuttavia
si
imbarcarono
essi
e
ogni
cosa
.
Ma
di
quei
due
uomini
che
dovevano
guidarli
in
mare
,
uno
si
era
già
allontanato
,
e
l
'
altro
non
volle
entrare
con
loro
in
nessuna
barca
.
Lo
pregarono
,
lo
supplicarono
e
persino
lo
minacciarono
,
ma
egli
si
slanciò
in
un
leggerissimo
canotto
a
due
remi
,
e
celerissimo
si
allontanò
,
gridando
che
lo
seguissero
alla
luce
del
fanale
che
stava
accendendo
sulla
sua
poppa
.
Il
fanale
stette
acceso
una
ventina
di
minuti
,
poi
si
spense
;
e
per
quanto
quei
giovani
gridassero
dietro
a
quell
'
uomo
,
egli
non
si
fece
più
vivo
.
Sperarono
che
tornasse
,
passarono
le
ore
;
e
intanto
i
rematori
,
tutti
di
Conegliano
,
vogarono
al
largo
verso
ponente
.
Benché
fosse
notte
alta
,
i
giovani
si
accorsero
di
esser
condotti
male
;
ma
i
barcaiuoli
giurarono
di
aver
avuto
l
'
ordine
di
andar
allo
scoglio
detto
di
Sant
'
Andrea
presso
Sestri
Ponente
,
che
là
avrebbero
trovato
i
vapori
e
che
là
i
due
uomini
li
avrebbero
raggiunti
.
Durarono
così
molte
ore
,
finché
sicuri
di
essere
ingannati
costrinsero
i
barcaiuoli
a
volgersi
verso
levante
,
e
quando
fu
l
'
alba
videro
da
lontanissimo
due
vapori
verso
Portofino
.
Indovinarono
che
vapori
erano
;
e
allora
(
l
'
espressione
è
di
uno
di
loro
che
ne
scrisse
pochi
anni
dipoi
)
,
il
loro
dolore
fu
immenso
come
il
mare
.
Intanto
i
due
uomini
,
i
due
traditori
che
gli
avevano
ingannati
,
erano
stati
tutta
la
notte
a
scaricare
mercanzie
di
contrabbando
,
sete
e
coloniali
;
certo
approfittando
del
fatto
che
i
doganieri
lungo
le
rive
o
non
v
'
erano
o
facevano
cattiva
guardia
,
per
ordini
avuti
di
non
disturbar
nessuno
quella
notte
di
misteriosa
faccenda
.
Se
Bixio
che
aveva
dato
gli
ordini
a
quei
giovani
,
sicuro
nella
sua
fierezza
di
mandarli
a
gente
dabbene
,
avesse
potuto
avere
quei
due
ribaldi
là
sul
suo
ponte
,
chi
sa
qual
pena
avrebbe
loro
inflitta
!
Egli
era
uomo
da
metterseli
sotto
i
piedi
,
o
da
impiccarli
all
'
albero
della
sua
nave
,
come
anticamente
si
faceva
ai
pirati
.
L
'
Ordine
del
giorno
Dunque
i
due
vapori
navigarono
via
verso
Piombino
.
E
tutto
il
6
e
la
notte
appresso
e
la
mattina
del
7
,
non
ebbero
incontri
.
I
volontari
che
a
poco
a
poco
si
erano
messi
al
posto
che
ognuno
aveva
saputo
trovarsi
,
e
sopra
coperta
o
sotto
nelle
sale
dei
vapori
,
passavano
le
ore
dormendo
,
conversando
,
leggendo
.
Ma
a
mezza
mattina
quelli
che
stavano
sul
Lombardo
,
furono
chiamati
in
coperta
,
dove
dal
ponte
di
comando
fu
loro
letto
l
'
ordine
del
giorno
.
Diceva
così
:
"
La
missione
di
questo
corpo
sarà
,
come
fu
,
basata
sull
'
abnegazione
la
più
completa
davanti
alla
rigenerazione
della
patria
.
I
prodi
Cacciatori
delle
Alpi
servirono
e
serviranno
il
loro
paese
con
la
devozione
e
la
disciplina
dei
migliori
militanti
,
senz
'
altra
speranza
,
senz
'
altra
pretesa
che
la
soddisfazione
della
loro
intemerata
coscienza
.
Non
gradi
,
non
onori
,
non
ricompense
allettarono
questi
bravi
;
essi
si
rannicchiarono
nella
modestia
della
vita
privata
,
allorché
scomparve
il
pericolo
;
suonando
l
'
ora
della
pugna
,
l
'
Italia
li
rivede
ancora
in
prima
fila
,
ilari
,
volenterosi
,
e
pronti
a
versare
il
sangue
loro
per
essa
.
Il
grido
di
guerra
dei
Cacciatori
delle
Alpi
è
lo
stesso
che
rimbombò
sulle
sponde
del
Ticino
,
or
sono
dodici
mesi
:
'
Italia
e
Vittorio
Emanuele
'
,
e
questo
grido
pronunciato
da
voi
metterà
spavento
ai
nemici
d
'Italia."
Quella
lettura
destò
qualche
mormorio
qua
e
là
tra
le
gente
del
Lombardo
;
ma
la
nobiltà
dei
certe
frasi
e
il
nome
del
Generale
che
le
parlava
,
imponevano
silenzio
ad
ogni
passione
.
Il
motto
'
Italia
e
Vittorio
Emanuele
'
scontentava
moltissimi
,
i
quali
,
repubblicani
di
fede
,
non
avrebbero
voluto
sentirsi
legare
da
quelle
parole
.
Ma
non
vi
furono
gravi
rimostranze
.
A
quell
'
ora
stessa
,
lo
stesso
ordine
del
giorno
era
letto
sul
Piemonte
e
vi
faceva
lo
stesso
effetto
.
A
Talamone
Intanto
i
due
vapori
costeggiavano
quasi
la
terra
.
Pareva
già
passato
tanto
tempo
dalla
partenza
,
che
i
meno
esperti
,
vedendo
una
torre
su
cui
sventolava
la
bandiera
tricolore
,
credettero
di
esser
già
in
Sicilia
,
e
che
quella
fosse
la
bandiera
della
rivoluzione
trionfante
.
Ma
non
erano
che
in
Toscana
.
Quella
torre
e
quel
gruppo
di
case
che
le
stavano
intorno
,
si
chiamavano
Talamone
.
E
quando
le
navi
furono
là
vicinissime
,
fu
vista
una
barca
vogare
loro
incontro
:
e
nella
barca
stava
un
ufficiale
con
in
capo
un
enorme
cappello
a
feluca
,
che
non
lasciava
quasi
vedere
un
altro
ufficiale
che
quello
aveva
seco
.
Erano
i
comandanti
del
forte
e
del
porto
.
Scambiarono
dei
saluti
col
Piemonte
,
vi
montarono
su
,
vi
si
trattennero
un
poco
con
Garibaldi
,
poi
tornarono
nella
loro
barca
;
e
poco
appresso
i
due
vapori
gettavano
l
'
ancora
in
quel
porto
.
Ivi
,
alla
lesta
,
Garibaldi
discese
a
terra
col
suo
stato
maggiore
,
vestito
da
generale
dell
'
esercito
piemontese
,
come
l
'
anno
avanti
in
Lombardia
,
e
come
se
fosse
in
terra
sua
fece
sbarcare
i
Mille
.
Il
villaggio
fu
invaso
.
Quei
poveri
abitanti
,
marinai
,
pescatori
,
carbonai
della
Maremma
,
si
trovarono
con
le
case
messe
sossopra
da
quella
gente
che
pagava
,
ma
voleva
mangiare
.
Forse
pensavano
che
anticamente
così
s
'
erano
visti
invasi
i
loro
padri
dai
corsari
;
ma
saputo
chi
erano
quei
forestieri
e
l
'
uomo
che
li
conduceva
,
si
sbrigavano
con
gioia
per
contentarli
.
Garibaldi
undici
anni
avanti
era
passato
per
la
Maremma
,
e
vi
aveva
lasciato
la
sua
leggenda
.
Intanto
,
tra
quei
volontari
,
i
più
vaghi
delle
cose
belle
contemplavano
il
paesaggio
.
A
guardare
il
mare
vedevano
l
'
Elba
,
la
Pianosa
,
Montecristo
,
il
Giglio
,
quasi
in
vasto
semicerchio
come
a
una
gran
danza
:
a
guardar
verso
terra
,
vedevano
il
monte
Amiata
,
e
i
più
colti
indovinavano
in
quelle
lontananze
Santafiora
e
Sovana
,
nomi
pieni
di
storia
.
Tra
l
'
Amiata
e
il
mare
,
faceva
tristezza
un
lembo
della
Maremma
infelice
.
Là
doveva
essere
Orbetello
,
fortezza
dell
'
antico
Stato
dei
Presidii
fondato
da
Carlo
V
,
quando
spenta
la
repubblica
di
Siena
e
dato
il
suo
territorio
a
Cosimo
de
'
Medici
,
volle
tenere
per
sé
quel
lembo
di
dominio
,
diffidando
certo
del
popolo
senese
e
più
del
fiorentino
che
aveva
fatto
la
meravigliosa
difesa
nel
1530
contro
le
sue
milizie
.
Ora
quel
lembo
di
terra
,
dopo
vicende
molte
,
era
toscano
,
italiano
,
libero
.
Era
stato
anche
del
Re
di
Napoli
fino
al
1805
.
Ecco
che
ora
vi
faceva
sosta
Garibaldi
,
per
pigliarvi
,
se
si
può
dir
così
,
l
'
abbrivio
,
a
levar
via
dal
trono
gli
eredi
di
quei
Re
.
In
faccia
a
Talamone
verso
sud
,
forse
a
dieci
chilometri
di
mare
,
i
contemplatori
ammiravano
il
monte
Argentaro
selvoso
sulle
sue
cime
,
che
guardate
da
quell
'
umile
spiaggia
parevano
eccelse
.
Gli
stava
ai
piedi
la
cittadetta
di
Santo
Stefano
.
Ricordo
allora
quasi
fresco
,
ivi
,
nel
1849
,
s
'
era
fatto
portare
da
Talamone
in
una
barca
da
pescatori
Leopoldo
II
,
fuggito
da
Firenze
con
la
sua
famiglia
.
Da
Santo
Stefano
con
ignobili
infingimenti
,
ingannati
i
toscani
,
era
poi
partito
per
Gaeta
,
dove
aveva
cospirato
per
far
venire
gli
Austriaci
in
Toscana
.
E
gli
Austriaci
lo
avevano
servito
a
rimetterlo
in
trono
.
Ma
adesso
erano
appena
passati
undici
anni
,
si
era
avverata
la
minaccia
fattagli
dai
più
nobili
uomini
del
paese
;
ed
egli
da
un
anno
se
n
'
era
dovuto
andar
via
per
sempre
.
In
un
gruppo
d
'
eruditi
raccolti
all
'
ombra
di
un
ciuffo
di
olivi
,
a
ridosso
di
Talamone
,
si
parlava
d
'
una
battaglia
vinta
là
attorno
dai
Romani
contro
i
Galli
Cesati
.
Quarantamila
morti
!
Ma
come
mai
tanta
strage
con
l
'
armi
d
'
allora
?
Certo
doveva
avvenire
nell
'
inseguimento
dei
vinti
.
E
dai
Galli
passavano
a
dir
di
Mario
.
Anche
Mario
reduce
da
Cartagine
per
tornarsene
a
Roma
,
era
sbarcato
lì
a
Talamone
.
Ora
Garibaldi
non
era
quasi
un
Mario
buono
?
E
Roma
non
era
il
suo
pensiero
?
Se
gli
fosse
venuto
in
mente
di
andare
anch
'
egli
di
là
a
Roma
!
Non
era
egli
il
Generale
della
repubblica
romana
?
Erano
ardenti
discorsi
.
Ma
,
a
questo
proposito
,
nascevano
in
quello
e
anche
in
altri
gruppi
discussioni
vive
sull
'
ordine
del
giorno
udito
a
bordo
il
mattino
.
Molti
non
si
sapevano
liberare
da
certo
scontento
che
aveva
lasciato
loro
il
motto
monarchico
;
ma
la
disciplina
volontaria
era
forte
.
Difatti
si
staccarono
poi
dalla
spedizione
e
se
ne
tornarono
di
là
alle
loro
case
,
soltanto
sei
o
sette
giovani
cari
.
Seguivano
il
sardo
Brusco
Onnis
che
del
motto
'
Italia
e
Vittorio
Emanuele
'
era
rimasto
quasi
offeso
.
Repubblicano
inflessibile
,
si
era
imbarcato
a
Genova
sperando
forse
che
Garibaldi
,
una
volta
in
mare
,
si
ricordasse
d
'
essere
anche
egli
repubblicano
;
ma
deluso
,
ora
se
ne
andava
,
e
se
ne
andavano
con
lui
quei
pochi
,
però
senza
che
fosse
fatto
a
loro
nessun
raffaccio
.
Rinunciavano
per
la
loro
idea
ad
una
delle
più
grandi
soddisfazioni
che
cuor
d
'
allora
potesse
avere
,
e
il
sacrificio
meritava
rispetto
.
I
Mille
Ma
cosa
si
stava
a
perder
tempo
in
Talamone
,
mentre
in
Sicilia
la
rivoluzione
pericolava
,
e
si
poteva
,
giungendovi
,
trovarla
spenta
?
Questo
lo
sapeva
Garibaldi
.
Intanto
su
quella
spiaggia
i
Mille
si
vedevano
bene
tra
loro
la
prima
volta
,
come
in
una
rassegna
.
Ora
,
chi
parla
di
quei
tempi
e
di
quelle
cose
,
dice
presto
:
il
1860
,
la
Sicilia
insorta
,
il
gran
nome
di
Garibaldi
,
quello
di
alcuni
suoi
illustri
,
la
partenza
da
Quarto
,
la
traversata
maravigliosa
,
lo
sbarco
a
Marsala
,
Calatafimi
,
Palermo
e
la
liberazione
finale
;
due
o
tre
date
e
un
numero
d
'
uomini
,
pochi
più
di
Mille
,
e
per
la
storia
in
grande
è
quasi
tutto
.
Ma
quei
Mille
chi
erano
?
Che
cosa
erano
?
Non
certo
una
specie
di
compagnia
di
ventura
all
'
antica
;
non
una
parte
di
vecchio
esercito
costituito
,
staccata
a
scelta
o
per
caso
;
nessuna
legge
li
obbligava
,
non
erano
soldati
di
professione
,
non
avevano
tutti
quella
media
di
età
che
di
solito
hanno
i
soldati
;
non
una
cultura
comune
ed
uguale
,
e
nemmeno
una
divisa
uniforme
.
Vestivano
quasi
tutti
alla
borghese
e
alle
diverse
fogge
,
dalle
quali
,
a
quei
tempi
,
si
riconoscevano
ancora
a
qual
regione
d
'
Italia
e
a
qual
classe
sociale
uno
appartenesse
.
E
parlavano
quasi
tutti
i
dialetti
della
penisola
.
Erano
,
per
dir
così
,
parte
dell
'
esercito
popolare
militante
di
cuore
nel
partito
rivoluzionario
:
vecchi
,
figliuoli
di
giacobini
,
di
napoleonidi
,
di
Murattisiti
;
uomini
di
mezza
età
,
educati
dalla
Giovane
Italia
,
tra
le
congiure
e
le
insurrezioni
;
giovani
nei
quali
la
letteratura
classica
e
la
romantica
s
'
erano
fuse
in
una
bella
temperanza
a
fecondare
l
'
amor
di
patria
.
Con
essi
,
degli
artigiani
che
dalle
diverse
scuole
politiche
e
dai
fatti
belli
dell
'
ultimo
decennio
,
erano
stati
destati
al
concetto
della
nazione
.
Di
loro
fu
subito
detto
che
erano
eroi
favolosi
,
pazzi
sublimi
,
ed
altre
simili
iperboli
,
e
anche
delle
ingiurie
.
Invece
di
volenterosi
com
'
essi
ve
n
'
erano
in
Italia
a
migliaia
;
ma
ad
essi
intanto
era
toccata
quella
fortuna
.
Uno
che
vi
era
e
dei
migliori
,
scrivendone
poi
nella
vita
di
Garibaldi
,
con
quattro
pennellate
alla
brava
disse
che
erano
un
popolo
misto
"
di
tutte
le
età
e
di
tutti
i
ceti
,
di
tutte
le
parti
e
di
tutte
le
opinioni
,
di
tutte
le
ombre
e
di
tutti
gli
splendori
,
di
tutte
le
miserie
e
di
tutte
le
virtù
"
e
vi
notò
"
il
patriota
sfuggito
per
prodigio
alle
forche
austriache
e
alle
galere
borboniche
,
il
siciliano
in
cerca
della
patria
,
il
poeta
in
cerca
d
'
un
romanzo
,
l
'
innamorato
in
cerca
dell
'
oblio
,
il
notaio
in
cerca
di
un
'
emozione
,
il
miserabile
in
cerca
d
'
un
pane
,
l
'
infelice
in
cerca
della
morte
:
mille
teste
,
mille
cuori
,
mille
vite
diverse
,
ma
la
cui
lega
purificata
dalla
santità
dell
'
insegna
,
animata
dalla
volontà
unica
di
quel
Capitano
,
formava
una
legione
formidabile
e
quasi
fatata
.
"
Così
li
ritrasse
il
Guerzoni
,
caro
al
Generale
e
vivido
ingegno
,
e
fu
felice
pittore
.
Narrar
di
loro
,
descriverne
gli
aspetti
,
farne
rivivere
la
fisionomia
morale
,
resuscitare
coi
ricordi
i
loro
sentimenti
e
quelli
dell
'
epoca
ora
quasi
estinti
,
è
un
giusto
servigio
che
vuole
essere
reso
alla
storia
.
La
quale
si
avvia
a
non
più
fermarsi
solo
nelle
reggie
per
trovarvi
le
dinastie
,
o
nei
campi
per
descriver
battaglie
e
celebrare
capitani
;
ma
già
accoglie
nelle
sue
pagine
il
personaggio
popolo
,
che
ai
fatti
col
proprio
sangue
e
col
proprio
danaro
dà
il
cuore
.
E
il
cuore
governa
il
mondo
,
e
il
sentimento
fa
i
veri
miracoli
della
storia
.
*
A
colpo
d
'
occhio
,
si
poteva
dire
che
per
un
quarto
quei
Mille
erano
uomini
fra
i
trenta
e
i
quarant
'
anni
e
per
un
altro
bel
numero
tra
i
quaranta
e
i
cinquanta
;
forse
dugento
stavano
tra
i
venticinque
e
i
trenta
.
Gli
altri
,
i
più
,
erano
tra
i
diciotto
e
i
venticinque
.
Di
adolescenti
ce
n
'
erano
una
ventina
,
quasi
tutti
bergamaschi
.
Alcuni
qua
e
là
tra
quei
gruppi
parevano
trovarvisi
per
curiosità
,
perché
,
vecchi
oltre
i
sessanta
;
e
invece
vi
stavano
a
spendere
le
ultime
forze
di
una
vita
tutta
vissuta
nell
'
amore
della
patria
.
Il
vecchissimo
passava
i
sessantanove
,
aveva
guerreggiato
sotto
Napoleone
e
si
chiamava
Tommaso
Parodi
da
Genova
;
il
giovanissimo
aveva
undici
anni
,
si
chiamava
Giuseppe
Marchetti
da
Chioggia
,
fortunato
fanciullo
cui
toccava
nella
vita
un
mattino
così
bello
!
Seguiva
il
medico
Marchetti
padre
suo
,
che
se
l
'
era
tirato
dietro
in
quell
'
avventura
.
In
generale
,
certo
più
della
metà
erano
gente
colta
;
anzi
si
può
dire
che
soldati
più
colti
non
mossero
mai
a
nessun
'
altra
impresa
.
Alcuni
di
essi
,
i
vecchi
,
avevano
combattuto
nelle
rivoluzioni
del
'20
del
'21
del
'31;
molti
nelle
guerre
del
'48
e
del
'49
e
nelle
insurrezioni
di
poi
.
Nella
guerra
del
1859
avevano
militato
quasi
tutti
,
volontari
nei
reggimenti
piemontesi
o
tra
i
Cacciatori
delle
Alpi
sotto
Garibaldi
.
E
quasi
tutti
avevano
tenuto
il
broncio
al
paese
perché
,
non
si
era
mosso
quanto
avevano
sperato
,
tanto
almeno
che
il
Piemonte
non
avesse
avuto
bisogno
dell
'
aiuto
francese
.
Pronti
essi
sempre
a
dar
la
vita
,
credevano
che
tutti
dovessero
esserlo
come
loro
,
e
che
la
rivoluzione
bastasse
a
vincere
i
grandi
eserciti
e
a
far
cadere
le
fortezze
.
Per
essi
a
ogni
modo
,
quell
'
aiuto
era
stato
un
gran
dolore
,
perché
lo
aveva
recato
Napoleone
,
che
allora
chiamavano
con
forte
rancore
:
'
l
'
Uomo
del
2
dicembre
'
.
Ma
v
'
erano
pure
certuni
che
ragionando
con
la
storia
per
guida
,
sebbene
un
po
'
da
romantici
,
trovavano
che
anzi
l
'
aiuto
francese
era
stato
ammenda
giusta
d
'
una
colpa
antica
.
Non
era
stata
la
Francia
di
Carlo
VIII
la
causa
prima
della
servitù
tre
volte
secolare
d
'
Italia
?
I
francesi
del
1494
avevano
,
per
dir
così
,
gettato
il
dado
,
provocando
altri
a
giocarsi
con
loro
il
possesso
d
'
Italia
:
ora
,
quelli
del
1859
erano
venuti
a
riparare
il
danno
fattole
dai
loro
avi
.
Qualcosa
di
provvidenziale
pareva
di
vederlo
sin
nelle
date
capitali
di
quella
storia
.
Non
era
finita
la
gara
antica
proprio
nel
1559
,
con
quel
tal
trattato
di
Castel
Cambresis
che
,
esclusi
i
Francesi
,
avevano
messo
l
'
Italia
,
direttamente
o
indirettamente
,
quasi
tutta
nelle
mani
degli
Spagnuoli
?
Ed
ecco
che
dopo
trecento
anni
giusti
,
la
Francia
era
venuta
a
strappar
la
Lombardia
dalle
mani
dell
'
Austria
,
erede
in
qualche
guisa
degli
Spagnuoli
.
E
giusta
era
venuta
con
alla
testa
un
imperatore
di
sangue
italiano
;
come
era
stato
un
italiano
Emanuele
Filiberto
,
colui
che
trecent
'
anni
avanti
aveva
finita
la
gara
antica
tra
Spagnuoli
e
Francesi
,
vincendo
per
la
Spagna
a
San
Quintino
.
Non
era
quasi
da
dire
che
gli
italiani
d
'
allora
si
fossero
pigliata
la
sola
vendetta
possibile
contro
i
Francesi
?
Questi
per
primi
li
avevano
disturbati
mentre
lavoravano
a
resuscitare
il
sapere
antico
per
sé
,
e
per
l
'
Europa
;
ed
essi
,
all
'
ultimo
,
avevano
dato
il
genio
di
un
loro
guerriero
per
farla
finita
a
beneficio
del
loro
nemico
,
dovesse
pure
essere
poi
peggiore
di
essi
.
Adesso
quell
'
Italiano
che
imperava
in
Francia
ed
era
venuto
con
centocinquantamila
soldati
pareva
un
riparatore
.
Anche
l
'
Europa
intera
non
sembrava
fare
ammenda
di
qualche
suo
vecchio
torto
?
Se
essa
gridava
ma
lasciava
che
in
Italia
gl
'
italiani
facessero
ciò
che
loro
sembrava
meglio
,
non
poteva
dire
che
si
contenesse
a
quel
modo
per
un
tacito
consenso
di
giustizia
verso
il
popolo
che
trecent
'
anni
indietro
le
aveva
dato
i
frutti
del
proprio
studio
,
l
'
arte
sua
,
e
per
essa
aveva
scoperto
la
terra
e
aperte
le
vie
a
studiar
il
cielo
,
con
Colombo
e
con
Galileo
?
*
I
giovani
dai
venti
ai
venticinque
anni
quasi
tutti
sentivano
in
sé
,
vivi
e
presenti
i
fratelli
Bandiera
con
la
loro
storia
,
intesa
nella
prima
adolescenza
,
tra
le
pareti
domestiche
,
dai
padri
e
dalle
madri
angosciate
.
Quell
'
Emilio
di
25
anni
,
quell
'
Attilio
di
23
,
disertati
a
Corfù
di
sulle
navi
austriache
;
la
loro
madre
corsa
invano
colà
,
per
supplicarli
di
smettere
il
loro
disegno
d
'
andar
a
morire
;
le
loro
risposte
a
Mazzini
che
li
consigliava
di
serbarsi
a
tempi
migliori
;
e
poi
l
'
imbarco
,
il
tragitto
nell
'
Ionio
e
lo
sbarco
sulla
spiaggia
di
Crotone
,
presso
la
foce
del
Neto
,
-
che
nomi
!
-
e
il
primo
scontro
a
San
Benedetto
coi
gendarmi
borbonici
,
e
le
plebi
sollevate
a
suon
di
campane
a
stormo
contro
di
loro
gridati
Turchi
;
e
il
secondo
scontro
a
San
Giovani
in
Fiore
,
-
poesia
,
poesia
di
nomi
!
-
e
l
'
inutile
eroismo
contro
il
numero
,
e
la
cattura
e
la
Corte
marziale
e
le
risposte
ai
giudici
vili
e
la
condanna
e
la
fucilazione
nel
Vallo
di
Rovito
;
tutto
sapevano
,
tutto
come
canti
di
epopea
studiati
per
puro
amore
.
E
suonava
nei
loro
cuori
la
strofa
amara
ed
eroica
del
canto
di
Mameli
:
L
'
inno
dei
forti
ai
forti
,
Quando
sarem
risorti
Sol
li
potrem
nomar
.
Un
po
'
più
in
qua
negli
anni
,
quei
giovani
avevano
sentito
il
grido
di
Pio
IX
:
"
Gran
Dio
,
benedite
l
'
Italia
!
"
andato
a
suonare
fin
nei
più
riposti
tugurii
.
Avevano
viste
le
rivoluzioni
nelle
quali
,
troppo
fanciulli
,
non
avevano
potuto
cacciarsi
;
e
le
guerre
del
'48
e
del
'49
,
e
le
cadute
,
e
le
disperazioni
,
e
le
speranze
rinate
;
e
nel
'57
la
gran
tragedia
di
Carlo
Pisacane
coi
suoi
trecento
,
tra
plebi
mutatesi
anche
allora
in
furie
contro
di
loro
andati
per
redimerle
,
combattuti
,
accerchiati
,
oppressi
,
morti
.
Ma
dunque
tutte
le
spiaggie
del
Regno
erano
tombe
aperte
per
chiunque
tentasse
di
portarvi
un
po
'
di
libertà
?
Cresceva
la
febbre
in
quei
cuori
.
E
ve
n
'
erano
che
avevano
concepito
il
pensiero
di
andar
laggiù
per
un
ricordo
di
scuola
di
qualche
anno
addietro
:
un
luogo
dell
'
Odissea
e
dell
'
Eneide
;
o
il
racconto
letto
in
Plutarco
della
libertà
data
dai
Siracusani
ai
prigionieri
ateniesi
,
solo
per
averli
sentiti
cantare
i
cori
di
Euripide
;
o
un
episodio
della
guerra
servile
dei
tempi
romani
.
E
v
'
era
chi
più
che
delle
cose
antiche
era
pieno
delle
recenti
,
per
aver
letto
nella
storia
del
Colletta
i
supplizi
del
Caracciolo
e
del
Sanfelice
,
o
la
fine
della
repubblica
Partenopea
nel
1799
.
Altri
ancora
s
'
era
inebriato
dei
canti
popolari
siculi
,
uditi
nella
melodia
viva
di
qualche
volontario
siciliano
conosciuto
l
'
anno
avanti
nei
Cacciatori
delle
Alpi
.
Ve
n
'
era
fin
uno
,
e
lo
narrava
,
che
aveva
avuto
la
spinta
a
quel
passo
da
un
fatto
da
nulla
,
ma
che
sul
suo
cuore
aveva
potuto
più
che
la
scuola
e
i
libri
.
Un
giorno
di
luglio
dell
'
anno
avanti
,
stando
egli
in
Brescia
alla
porta
di
uno
degli
ospedali
zeppi
ancora
dei
feriti
di
Solferino
e
di
San
Martino
,
aveva
veduto
fermarsi
un
carro
di
casse
d
'
aranci
e
di
filacciche
e
di
bende
.
Venivano
dalle
donne
di
Palermo
!
O
santa
carità
della
patria
!
Dunque
in
quella
terra
lontana
si
pensava
a
chi
pativa
per
tutti
?
E
aveva
anche
inteso
dire
dai
medici
che
quelle
cose
erano
uscite
dall
'
isola
trafugate
,
perché
,
la
polizia
di
laggiù
,
guai
!
Dunque
c
'
era
in
Italia
una
tirannide
più
cruda
di
quella
dell
'
Austria
?
Ed
egli
aveva
fatto
voto
di
andare
a
dar
la
sua
vita
laggiù
,
se
mai
fosse
venuta
l
'
ora
di
levar
quella
tirannide
dal
mondo
.
La
formazione
del
piccolo
esercito
Sapeva
Garibaldi
ciò
che
faceva
,
nè
in
Talamone
stava
certo
a
perdere
tempo
.
Ivi
doveva
trovare
le
munizioni
da
guerra
o
andar
avanti
lo
stesso
a
pigliarle
in
Sicilia
al
nemico
.
Ma
frattanto
vi
faceva
dar
forma
alla
spedizione
,
comporre
le
compagnie
combattenti
e
tutti
i
corpi
che
deve
avere
un
esercito
per
entrar
in
guerra
.
Non
poteva
già
scendere
in
Sicilia
alla
testa
di
uno
stormo
disordinato
!
Al
suo
quartier
generale
diede
per
capo
il
colonnello
Stefano
Turr
che
allora
aveva
trentacinque
anni
.
Da
giovane
tenente
dell
'
esercito
austriaco
,
il
Turr
era
passato
in
Piemonte
l
'
anno
'49;
sapeva
cos
'
era
stato
il
dolore
della
sua
Ungheria
e
dell
'
Italia
quell
'
anno
;
sapeva
cosa
voleva
dire
essersi
trovato
condannato
a
morte
e
liberato
quasi
nell
'
ora
del
supplizio
,
e
cos
'
erano
le
gioie
e
le
ansie
del
cospiratore
nell
'
impaziente
attesa
della
riscossa
.
Aveva
combattuto
l
'
anno
avanti
sotto
Garibaldi
in
Lombardia
,
e
a
Tre
Ponti
aveva
sparso
il
suo
sangue
tra
i
Cacciatori
delle
Alpi
.
Bellissimo
uomo
,
alto
e
diritto
,
con
due
gran
baffi
e
un
gran
pizzo
scuri
,
e
occhi
pensosi
ma
vigili
e
mobilissimi
sotto
la
fronte
quadrata
a
torre
.
Novecento
anni
avanti
sarebbe
stato
un
fiero
capo
di
quegli
Ungheri
che
vennero
a
turbare
il
regno
di
Berengario
;
ma
ora
,
con
la
gentilezza
acquistata
dalla
sua
gente
nei
secoli
e
la
sua
nativa
,
era
un
cavaliero
che
poteva
tenere
scuola
d
'
ogni
cortesia
.
Finita
quella
guerra
divenne
diplomatico
,
apostolo
di
lavoro
e
di
pace
.
Scavò
canali
di
navigazione
nella
sua
Ungheria
,
tagliò
l
'
istmo
di
Corinto
;
va
ancora
pel
mondo
gridando
all
'
umanità
la
concordia
,
l
'
amore
e
il
bene
.
Ungherese
come
il
Turr
,
un
po
'
più
giovane
di
lui
,
aiutante
anch
'
esso
del
Generale
,
v
'
era
il
Tukory
,
che
veniva
ad
offrir
l
'
ingegno
e
la
vita
a
quest
'
Italia
,
la
quale
,
nel
Cinquantanove
,
in
certa
guisa
aveva
disdetto
la
fratellanza
di
sventure
e
di
speranze
,
che
l
'
avevano
legata
fino
allora
alla
patria
sua
.
Diceva
egli
così
senza
raffaccio
,
ma
con
dolore
.
Egli
aveva
militato
per
la
Turchia
contro
la
Russia
durante
la
guerra
di
Crimea
,
e
s
'
era
trovato
a
difendere
la
fortezza
di
Kars
contro
quei
soldati
dello
Czar
che
nel
'49
gli
avevano
rovinato
la
patria
.
Servire
un
barbaro
per
odio
contro
un
altro
barbaro
gli
doveva
essere
stato
grande
strazio
;
ma
con
Garibaldi
a
faticare
per
l
'
Italia
era
quasi
felice
.
Però
s
'
indovinava
che
era
molto
deluso
del
mondo
,
e
morire
come
morì
poi
a
Palermo
non
gli
dovette
parere
amaro
.
Poi
c
'
era
il
Cenni
di
Comacchio
,
uomo
di
quarantatré
anni
,
avanzo
di
Roma
e
della
ritirata
di
San
Marino
;
uno
tutto
fremiti
,
che
ad
averlo
vicino
pareva
di
camminar
col
fuoco
in
mano
presso
una
polveriera
.
Amico
del
Cenni
v
'
era
l
'
ingegnere
Montanari
di
Mirandola
,
anch
'
egli
avanzo
di
Roma
,
che
aveva
trentott
'
anni
e
ne
mostrava
cinquanta
per
la
tetraggine
che
gli
avevano
impressa
le
meditate
sventure
del
paese
.
Anche
aveva
molto
patito
nelle
carceri
di
Mantova
e
di
Rubiera
.
Ma
contrasto
quasi
d
'
arte
gli
stava
a
lato
un
senese
,
che
da
giovane
aveva
fatto
versi
,
sembrati
al
Niccolini
degni
del
Foscolo
.
Nei
suoi
ventisei
anni
bellissimo
e
forte
,
era
sempre
gaio
come
se
gli
cantasse
un
'
allodola
in
core
.
Era
quel
povero
Bandi
,
che
cinque
ferite
di
piombo
non
poterono
poi
uccidere
sul
colle
di
Calatafimi
;
e
doveva
campare
ancora
trentacinque
anni
,
per
essere
ucciso
quasi
vecchio
e
a
ghiado
,
da
uno
a
lui
sconosciuto
.
E
v
'
era
Giovanni
Basso
,
nizzardo
,
ombra
più
che
segretario
del
Generale
,
ch
'
egli
aveva
visto
sublime
a
Roma
,
umile
ma
ancora
più
sublime
da
povero
candelaio
alla
Nuova
York
.
E
c
'
erano
il
Crispi
,
allora
poco
conosciuto
,
e
l
'
Elia
anconitano
,
che
poi
a
Calatafimi
fu
quasi
ucciso
mentre
si
lanciava
a
coprir
Garibaldi
.
C
'
erano
il
Griziotti
pavese
di
trentott
'
anni
,
matematico
di
bella
mente
ma
di
cuore
più
bello
ancora
;
e
il
Gusmaroli
di
cinquanta
,
antico
parroco
del
Mantovano
,
che
come
l
'
eroe
dell
'
Henriade
andava
tra
quelli
che
uccidevano
,
senza
difendersi
e
senza
mai
pensare
ad
uccidere
.
Ma
il
tocco
michelangiolesco
lo
metteva
in
quel
gruppo
Simone
Schiaffino
,
bel
capitano
di
mare
,
che
pareva
andasse
studiando
Garibaldi
,
per
divenire
simile
a
lui
nell
'
anima
come
gli
somigliava
già
un
po
'
nel
volto
;
biondo
come
lui
,
assai
più
aitante
di
lui
,
con
un
petto
da
contenervi
cento
cuori
d
'
eroe
.
Allo
Stato
Maggiore
generale
presiedeva
il
colonnello
Sirtori
.
Antico
sacerdote
,
aveva
chiuso
per
sempre
il
suo
breviario
,
portandone
scolpito
il
contenuto
nel
cuore
casto
,
e
serbando
nella
vita
la
severità
e
la
povertà
dell
'
asceta
claustrale
.
Spirito
rigido
,
cuore
intrepido
,
ingegno
poderoso
,
nel
Quarantanove
con
l
'
Ulloa
napoletano
,
era
stato
ispiratore
del
generale
Pepe
nella
difesa
di
Venezia
.
Poi
esule
in
Parigi
,
aveva
visto
indignato
trionfare
sull
'
uccisa
repubblica
Napoleone
III
.
E
la
vita
gli
si
era
fatta
un
lutto
.
Non
aveva
perdonato
all
'
Imperatore
il
2
dicembre
,
neppure
vedendolo
poi
scendere
nel
Cinquantanove
con
centocinquantamila
francesi
a
liberargli
la
sua
Lombardia
;
anzi
,
antico
soldato
della
patria
s
'
era
astenuto
dal
venire
a
quella
guerra
imperiale
.
Ma
la
guerra
stessa
,
com
'
era
seguita
,
gli
aveva
insegnato
a
non
illudersi
più
.
Non
aveva
guari
speranze
che
quell
'
impresa
si
potesse
far
bene
;
consultato
,
l
'
aveva
sconsigliata
,
ma
dichiarando
che
se
Garibaldi
ci
si
fosse
risolto
,
lo
avrebbe
seguito
.
Ed
ora
a
quarantasette
anni
,
era
lì
con
quella
sua
faccia
patita
,
incorniciata
da
una
strana
barba
ancor
bionda
,
esile
alquanto
della
persona
,
silenzioso
,
guardato
come
se
portasse
in
sé
qualcosa
di
sacro
,
forse
le
promesse
dell
'
oltretomba
.
Pareva
il
Turpino
di
quella
gesta
.
Da
lui
dipendevano
,
come
capitani
,
un
Bruzzesi
romano
di
trentasette
anni
;
il
matematico
Calvino
esule
trapanese
di
quarant
'
anni
,
onore
dell
'
emigrazione
siciliana
;
Achille
Maiocchi
milanese
di
trentanove
,
e
Giorgio
Manin
,
figlio
del
gran
Presidente
della
repubblica
veneziana
,
che
non
ne
aveva
ancor
trenta
.
Ufficiali
minori
seguivano
Ignazio
Calona
palermitano
,
un
gran
bel
sessagenario
che
a
guardargli
in
viso
pareva
di
leggere
la
poesia
del
Meli
;
il
mantovano
ingegner
Borchetta
di
trentadue
anni
gran
repubblicano
;
ultimo
v
'
era
un
giovane
tenente
dell
'
esercito
piemontese
,
disertato
a
portar
tra
i
Mille
il
suo
cuore
.
Questi
doveva
morire
a
Calatafimi
sotto
il
nome
di
De
Amicis
,
ma
veramente
si
chiamava
Costantino
Pagani
.
*
E
poi
veniva
il
grosso
del
piccolo
esercito
.
Alla
testa
della
prima
compagnia
chi
se
non
il
Bixio
?
Era
quel
Bixio
che
nel
Quarantasette
,
in
una
via
di
Genova
,
fattosi
alle
briglie
del
cavallo
di
Carlo
Alberto
,
gli
aveva
gridato
:
"
Dichiarate
,
o
Sire
,
la
guerra
all
'
Austria
,
e
saremo
tutti
con
voi
!
"
Nel
Quarantotto
era
volato
in
Lombardia
con
Mameli
;
con
Mameli
era
stato
a
Roma
dove
era
parso
l
'
Aiace
della
difesa
,
e
il
30
aprile
vi
aveva
fatto
prigioniero
tutto
un
battaglione
di
francesi
.
Poi
aveva
navigato
portando
per
gli
oceani
le
sue
speranze
.
Ma
nel
Cinquantanove
aveva
riprese
le
armi
,
non
più
riluttante
a
fare
la
guerra
regia
,
e
facendola
bene
:
adesso
era
capitano
del
Lombardo
,
ma
in
terra
avrebbe
comandata
la
prima
compagnia
.
Il
Dezza
ingegnere
e
il
Piva
,
che
dovevano
divenire
generali
dell
'
esercito
italiano
,
erano
suoi
luogotenenti
.
Marco
Cossovich
,
veneziano
,
uno
che
nel
'48
aveva
concorso
a
levar
l
'
arsenale
agli
Austriaci
,
e
Francesco
Buttinoni
da
Treviglio
provato
già
nel
'48
e
nel
'49
,
erano
loro
sottotenenti
,
tutti
e
quattro
già
chi
di
trenta
,
di
trentacinque
o
trentasei
anni
;
e
sergenti
e
soldati
benché
fior
d
'
uomini
tutti
,
badassero
bene
con
chi
avevano
da
fare
,
ché
con
Bixio
,
non
dico
paurosi
,
ma
solo
inesperti
o
disattenti
o
svogliati
,
c
'
era
da
essere
inceneriti
.
Ma
ogni
dappoco
sarebbe
divenuto
un
valente
anche
solo
pel
contatto
con
sergenti
come
erano
Ettore
Filippini
,
Eugenio
Sartori
,
Angelo
Rebeschini
,
Enrico
Uziel
,
e
tra
commilitoni
come
Giovanni
Capurro
,
Emilio
Evangelisti
,
Enrico
Rossetti
,
e
altri
molti
che
Bixio
aveva
impressi
del
suo
sigillo
.
E
poi
vi
erano
nella
compagnia
Pietro
Spangaro
,
Raniero
Taddei
,
Antonio
Ottavi
,
già
ufficiali
di
grido
che
per
nobile
compiacimento
si
erano
lasciati
fondere
con
la
massa
dei
semplici
militi
,
e
vi
facevano
scuola
di
virtù
militari
.
La
seconda
compagnia
,
detta
dei
livornesi
perché
di
Livorno
era
Jacopo
Sgarallino
,
il
più
popolare
dei
suoi
ufficiali
,
e
di
Livorno
erano
i
suoi
sergenti
,
fu
affidata
al
colonnello
Vincenzo
Orsini
.
Questi
non
veniva
dalla
storica
famiglia
Orsini
di
Roma
e
neppure
da
quella
romagnola
da
cui
uscì
Felice
Orsini
,
uomo
allora
di
recente
terribilità
,
per
le
bombe
che
aveva
lanciate
in
Parigi
contro
Napoleone
III
,
e
rimpianto
per
la
nobile
vita
così
sacrificata
e
per
la
rassegnata
morte
sul
patibolo
.
Il
colonnello
garibaldino
era
di
famiglia
palermitana
,
uomo
già
di
quarantacinque
anni
,
ufficiale
dell
'
artiglieria
borbonica
da
giovane
,
poi
affiliato
alla
Giovane
Italia
,
passato
al
servizio
dell
'
isola
sua
nella
rivoluzione
del
'48
,
cresciuto
con
essa
,
con
essa
caduto
nel
'49
.
Da
quell
'
anno
era
vissuto
esule
negli
eserciti
di
Turchia
,
salendovi
a
colonnello
dell
'
arma
ne
'
cui
studi
era
stato
allevato
.
Venuto
il
'59
,
era
tornato
in
Italia
,
e
adesso
era
lì
a
riportar
il
braccio
alla
sua
Sicilia
.
Prevalevano
nella
compagnia
per
numero
gli
operai
,
anch
'
essi
però
uomini
intelligenti
,
che
sapevano
bene
qual
passo
avevano
fatto
:
e
i
più
erano
toscani
,
e
portavano
nomi
i
nobiltà
popolaresca
antica
.
Per
la
stessa
ragione
per
cui
la
seconda
compagnia
fu
chiamata
dei
livornesi
,
la
terza
poteva
dirsi
dei
calabresi
perché
di
Calabria
erano
il
barone
Stocco
che
la
comandava
,
verde
vecchio
di
cinquantaquattro
anni
,
e
Francesco
Sprovieri
,
Stanislao
Lamensa
,
Raffaele
Piccoli
,
Antonio
Santelmo
suoi
ufficiali
.
V
'
erano
inquadrati
degli
uomini
insigni
come
Cesare
Braico
,
Vincenzo
Caronelli
,
Domenico
Damis
,
Domenico
e
Raffaele
Mauro
fratelli
,
Nicolò
Mignogna
,
Antonio
Plutino
,
Luigi
Miceli
;
e
avvocati
e
medici
e
ingegneri
,
e
futuri
deputati
,
senatori
,
ministri
e
generali
,
tutti
fra
i
trentacinque
e
i
cinquant
'
anni
,
tutti
di
Calabria
e
di
Puglia
.
Pareva
la
compagnia
dei
savi
!
La
quarta
toccò
a
Giuseppe
La
Masa
,
siciliano
di
Trabia
,
antico
all
'
esilio
,
già
quarantenne
.
Era
un
singolarissimo
uomo
.
Biondo
quasi
ancora
come
un
giovinetto
e
di
carnagione
che
doveva
essere
stata
rosea
,
finissimo
nei
lineamenti
del
volto
,
più
che
un
siciliano
sembrava
uno
scandinavo
.
Certo
aveva
nelle
vene
sangue
normanno
.
Poeta
improvvisatore
,
giureconsulto
,
agitatore
d
'
idee
,
s
'
era
fatto
mandar
via
presto
dall
'
isola
natia
,
e
a
Firenze
nel
'47
aveva
stretto
amicizia
col
fiore
dei
patriotti
.
Doveva
aver
sentito
di
sé
grandi
cose
e
grandissime
averne
agognate
;
e
fino
a
un
certo
segno
le
aveva
conseguite
.
Si
diceva
che
nel
gennaio
del
'48
avesse
decretato
lui
la
rivoluzione
di
Palermo
,
per
il
12
di
quel
mese
preciso
,
genetliaco
del
Re
,
firmando
audacemente
un
proclama
di
sfida
col
proprio
nome
per
un
Comitato
che
non
esisteva
.
Ma
non
era
vero
.
Però
la
rivoluzione
era
scoppiata
,
ed
egli
nella
guerra
che
n
'
era
venuta
tra
Napoli
e
la
sua
Sicilia
era
stato
Capo
dello
Stato
maggiore
dell
'
esercito
.
In
un
intermezzo
di
quella
aveva
condotto
i
Cento
Crociati
isolani
alla
guerra
di
Lombardia
;
poi
,
finita
male
ogni
cosa
nell
'
isola
come
altrove
,
si
era
rifugiato
in
Piemonte
,
aveva
scritto
libri
di
guerra
,
infaticabile
.
Pochi
giorni
avanti
la
spedizione
dei
Mille
,
quando
Garibaldi
esitava
a
fare
la
impresa
,
egli
si
era
offerto
di
condurla
,
e
l
'
avrebbe
condotta
con
grande
animo
,
se
non
forse
con
grande
fortuna
.
Però
non
lo
avevano
voluto
lasciar
fare
neppure
i
siciliani
.
Pareva
ambizioso
.
Un
po
'
di
quell
'
avversione
che
poi
lo
tribolò
,
già
gli
si
manifestava
contro
,
e
forse
per
questa
non
ebbe
sotto
di
sé
in
quella
sua
compagnia
ufficiali
di
nome
.
Ma
aveva
nel
quadro
de
'
suoi
sott
'
ufficiali
dei
giovani
eminenti
.
Vi
aveva
Adolfo
Azzi
da
Trecenta
,
di
ventitré
anni
,
che
con
Simone
Schiaffino
si
era
diviso
l
'
onore
di
far
da
timoniere
a
Bixio
;
vi
aveva
l
'
avvocato
Antonio
Semenza
,
monzasco
,
che
nell
'
animo
aveva
tutta
l
'
opera
di
Mazzini
,
e
Francesco
Bonafini
,
di
Mantova
,
che
riassumeva
in
sé
tutta
la
vigorosa
gentilezza
della
sua
regione
.
E
nella
compagnia
s
'
erano
concentrati
quasi
tutti
i
bresciani
,
forse
perché
del
bresciano
egli
aveva
preso
qualche
cosa
.
Nel
'57
aveva
sposata
la
duchessa
Felicita
Bevilacqua
sua
fidanzata
fin
da
prima
del
'48
,
donna
che
lo
aveva
fatto
signore
del
proprio
destino
,
delle
proprie
ricchezze
sterminate
,
quasi
fatto
re
d
'
un
piccolo
regno
.
Ora
egli
abbandonava
quegli
splendori
,
per
tornare
all
'
amore
della
sua
terra
.
Ed
era
un
prezioso
elemento
,
e
doveva
presto
mostrarlo
in
Sicilia
,
dove
raccolse
le
squadre
paesane
dei
Picciotti
,
e
le
tenne
ordinate
per
Garibaldi
.
Alla
testa
della
quinta
compagnia
sonava
il
nome
nizzardo
degli
Anfossi
,
glorioso
pel
caduto
delle
cinque
giornate
di
Milano
.
Ma
ahimè
!
Il
vivo
non
era
del
valore
del
morto
.
Però
la
inquadravano
degli
ufficiali
subalterni
che
bastavano
a
raccoglier
l
'
anima
della
compagnia
come
un
'
arma
corta
nel
pugno
.
V
'
era
tra
essi
Faustino
Tanara
del
parmigiano
,
una
specie
di
Rinaldo
combattente
per
la
giustizia
in
un
mondo
che
a
lui
fu
ingiusto
e
che
non
seppe
mai
il
cuore
che
egli
ebbe
.
In
quella
compagnia
,
nulla
di
regionale
.
C
'
erano
un
centinaio
di
uomini
di
tutte
le
terre
italiane
,
vi
si
sentivano
tutte
le
nostre
parlate
,
vi
si
vedevano
delle
teste
di
tutte
le
tinte
,
e
di
grigie
e
di
bianche
parecchie
.
Mesto
a
pensarsi
,
vi
si
trovavano
parecchi
trentini
tra
i
quali
Giuseppe
Fontana
,
Attilio
Zanoli
,
Camillo
Zancani
,
che
morirono
poi
vecchi
,
senza
la
gioia
di
aver
visto
libera
la
loro
bella
terra
di
Trento
.
Ma
ecco
alla
sesta
il
più
bello
degli
otto
capitani
.
Era
un
biondo
di
trentatré
anni
,
alto
,
snello
,
elegante
.
Si
sarebbe
detto
che
se
avesse
voluto
volare
,
subito
gli
si
sarebbero
aperte
al
dorso
due
ali
di
cherubino
.
Parlava
un
bell
'
italiano
con
leggero
accento
meridionale
,
gestiva
sobrio
e
grazioso
come
un
parigino
;
nel
portamento
pareva
un
soldato
di
mestiere
,
negli
atti
e
nei
discorsi
un
Creso
vissuto
tra
le
delizie
dell
'
arte
,
in
qualche
gran
palazzo
da
Mecenate
.
Si
chiamava
Giacinto
Carini
,
nome
di
borghesi
e
nome
anche
di
principi
siciliani
che
a
lui
,
già
nobilissimo
della
persona
,
dava
un
'
aria
alta
e
singolarmente
aristocratica
.
In
lui
v
'
era
il
generale
che
sei
anni
dopo
avrebbe
comandata
una
brigata
italiana
all
'
attacco
di
Borgoforte
.
E
da
lui
fu
detto
un
giorno
che
se
alla
morte
di
Pio
IX
fosse
venuto
,
come
venne
,
al
seggio
di
San
Pietro
il
Vescovo
di
Perugia
,
ch
'
ei
ben
conosceva
,
l
'
Italia
avrebbe
avuto
il
Papa
italiano
iniziatore
di
quella
vita
che
poi
non
ebbe
.
Luogotenente
del
Carino
era
Alessandro
Ciaccio
,
palermitano
,
uomo
di
quarant
'
anni
,
esule
da
dieci
.
In
mezzo
alla
compagnia
pareva
il
sacerdote
di
una
religione
non
ancora
predicata
ma
già
viva
nei
cuori
.
Non
era
tempra
da
uomo
di
guerra
,
ma
da
dar
la
vita
per
qualche
grande
amore
,
sì
:
sarebbe
stato
capace
di
ber
la
cicuta
e
morire
conversando
di
cose
alte
e
pure
in
mezzo
a
quei
suoi
militi
che
,
lui
presente
,
si
sentivano
sempre
come
avvolti
da
un
'
aura
casta
e
purificatrice
.
Altri
ufficiali
del
Carini
erano
Giuseppe
Campo
e
Giuseppe
Bracco
-
Amari
,
palermitani
anch
'
essi
;
quello
rivoluzionario
per
tradizione
di
famiglia
,
questo
un
altezzoso
uomo
che
pareva
aristocratico
e
schivo
,
ma
era
soltanto
un
distratto
.
Andava
distratto
fino
nei
combattimenti
.
Altro
singolare
uomo
era
il
sottotenente
Achille
Cepollini
,
napolitano
,
di
quarant
'
anni
,
vecchio
difensore
di
Venezia
,
letterato
anzi
professore
di
lettere
,
che
fu
visto
a
Calatafimi
l
'
ultima
volta
,
e
sparito
non
lasciò
di
sé
traccia
sicura
,
né
di
lui
se
ne
riseppe
mai
più
.
Sfilava
la
settima
compagnia
,
la
più
numerosa
e
la
più
signorile
,
quasi
tutta
di
studenti
dell
'
Università
pavese
,
lombardi
di
ogni
provincia
,
milanesi
eleganti
,
veneti
che
la
grazia
natìa
temperavano
alla
baldanza
dei
compagni
nati
tra
l
'
Adda
e
il
Ticino
.
La
comandava
Benedetto
Cairoli
,
che
allora
aveva
già
trentacinque
anni
.
E
pareva
così
contento
,
in
quella
sua
bella
faccia
di
giusto
,
aveva
un
'
aria
così
paterna
,
che
uno
avrebbe
detto
:
"
Certo
a
costui
è
stato
affidato
ogni
soldato
dalla
madre
in
persona
,
perché
,
se
non
è
necessario
sacrificarlo
,
glielo
riconduca
puro
e
migliore
.
"
Ah
,
il
contatto
con
quell
'
anima
!
Molti
vanno
ancora
pel
mondo
che
vissero
giovinetti
sotto
quell
'
occhio
,
in
quei
giorni
di
altissima
scuola
;
e
ne
portarono
la
luce
tra
la
gente
,
che
,
pur
divenuta
scettica
,
pensa
che
un
mondo
migliore
debba
essere
stato
,
e
spera
che
torni
.
Era
luogotenente
del
Cairoli
il
Vigo
Pellizzari
,
da
Vimercate
,
bello
e
giocondo
giovane
,
di
ventiquattro
anni
,
nato
coi
più
bei
doni
di
natura
,
ma
sprezzatore
superbo
fin
di
sé
stesso
.
Amava
la
vita
,
avrebbe
potuto
averla
felice
,
non
volle
.
Scherzava
con
la
morte
,
pareva
che
l
'
andasse
cercando
per
schiaffeggiarla
,
e
che
la
morte
lo
scansasse
,
tanto
era
ardimentoso
.
Sette
anni
di
poi
,
le
si
diede
irato
a
Mentana
gridando
insulti
ai
francesi
.
Sottotenenti
della
compagnia
erano
Biagio
Perduca
di
venticinque
anni
e
Nazzaro
Salterio
di
trentasei
.
Pavese
quello
,
aveva
personale
giusto
,
viso
fiero
ma
a
certi
momenti
dolcissimo
.
Non
morì
in
guerra
e
fu
sorte
crudele
,
perché
doveva
finire
di
là
a
quindici
anni
con
la
luce
della
mente
già
spenta
.
Invece
il
Salterio
visse
cinque
anni
più
di
lui
,
e
quando
fu
l
'
ora
sua
cadde
di
colpo
,
sano
e
intero
,
nella
sua
divisa
di
colonnello
,
come
uno
fulminato
sul
campo
.
Furiere
della
compagnia
era
il
marchese
Aurelio
Bellisomi
da
Milano
,
allora
sui
ventiquattro
,
bellissimo
giovane
e
colto
assai
,
mazziniano
per
fare
l
'
unità
nell
'
ora
che
passava
,
ma
forse
già
vagheggiatore
dell
'
idea
del
Cattaneo
,
come
di
cosa
da
venir
sicura
col
tempo
,
conseguenza
della
stessa
unità
allora
necessaria
per
conseguire
l
'
indipendenza
.
Ma
non
parlava
guari
delle
sue
idee
federaliste
per
non
seminare
discordie
.
In
quanto
ai
sergenti
,
quando
s
'
è
detto
che
si
chiamavano
Enrico
Cairoli
,
Luigi
Mazzucchelli
,
Pompeo
Rizzi
,
Camillo
Ruta
,
par
d
'
aver
detto
tutto
anche
a
chi
non
portò
mai
camicia
rossa
.
Erano
giovani
tra
i
venti
e
i
ventisett
'
anni
,
e
son
già
morti
da
un
pezzo
;
ma
di
essi
soltanto
Enrico
finì
come
erano
degni
di
trovarsi
a
finire
tutti
,
in
quel
bel
giorno
di
Villa
Glori
,
sotto
le
mura
di
Roma
,
uno
contro
venti
.
Il
caporal
furiere
era
Luigi
Fabio
,
il
buon
Fabio
morto
poi
quasi
sessantenne
,
ma
di
cuor
sempre
giovane
.
E
i
quattro
caporali
erano
lo
studente
Ferdinando
Cadei
,
che
cadde
a
Calatafimi
,
Giuseppe
Campagnuoli
,
Alessandro
Casali
,
Luigi
Novaria
;
quello
di
Caleppio
,
questi
tre
di
Pavia
.
Tra
quei
compagni
di
ventitré
anni
il
Novaria
ne
aveva
trentatré
,
pareva
un
vecchio
,
ma
stonava
poco
perché
versava
larga
la
sua
vena
di
ilarità
,
sebbene
talvolta
fosse
canzonatore
mordace
,
e
talvolta
pigliasse
il
tono
fin
di
Tersite
.
Così
la
compagnia
era
fortemente
inquadrata
.
Contava
centotrenta
militi
,
ventitré
dei
quali
erano
proprio
pavesi
.
E
tra
quei
centotrenta
,
ventiquattro
erano
studenti
di
legge
,
dodici
di
medicina
,
quattordici
di
matematica
,
due
di
farmacia
.
Di
commercianti
ve
n
'
erano
una
dozzina
,
di
possidenti
e
di
impiegati
una
trentina
.
Gli
altri
erano
artigiani
e
operai
,
ma
tutta
gente
anche
questa
che
sapeva
bene
dove
andava
.
Allegri
e
vibranti
di
vita
,
parevano
avviati
a
conquistarsi
un
regno
ognuno
per
sé
.
Ma
dei
più
cari
a
ricordarsi
fu
un
giovanetto
,
forse
non
ancora
ventenne
,
che
durante
la
traversata
cantava
sempre
,
accompagnato
da
due
altri
pavesi
Giuseppe
Tozzi
e
Luigi
Rossi
.
In
quelle
notti
del
Tirreno
empiva
il
mare
e
il
cielo
con
le
arie
eroiche
del
Nabucco
e
dei
Masnadieri
,
con
una
voce
che
faceva
tacere
tutti
e
pigliava
i
cuori
.
Si
sentiva
che
l
'
anima
sua
si
inebriava
di
un
'
acre
voluttà
di
morire
;
e
forse
fu
poi
felice
quell
'
ora
a
Palermo
,
su
d
'
una
barricata
,
combattendo
e
cantando
:
"
Si
vola
d
'
un
salto
nel
mondo
di
là
,
"
cadde
morto
.
Lo
chiamavano
Pùdarla
,
ma
il
suo
vero
nome
era
Angelo
Gilardelli
.
E
l
'
ultima
era
l
'
ottava
.
L
'
aveva
raccolta
quasi
tutta
nella
sua
Bergamo
Francesco
Nullo
,
che
la
dava
bell
'
e
fatta
ad
Angelo
Bassini
pavese
,
certo
di
darla
a
chi
l
'
avrebbe
condotta
da
bravo
.
Era
il
Bassini
un
uomo
che
se
avesse
lanciato
il
suo
cuore
in
aria
,
quel
cuore
avrebbe
mandato
luce
come
il
sole
;
e
se
lo
avesse
lanciato
nell
'
inferno
,
avrebbe
fatto
divenir
buono
Satana
stesso
.
Così
dicevano
coloro
che
avevano
già
lette
sin
da
allora
queste
immagini
nelle
poesie
di
Petofi
.
A
Roma
il
3
giugno
del
'49
,
nell
'
ora
dello
sterminio
,
s
'
era
avventato
quasi
solo
contro
i
francesi
di
Villa
Corsini
,
percotendo
,
insultando
,
gridando
a
chi
volesse
ammazzarlo
,
e
nessuno
lo
aveva
ucciso
.
Aveva
una
testa
che
sembrava
una
mazza
d
'
armi
,
ma
l
'
espressione
della
sua
faccia
ricordava
quella
di
certi
santi
anacoreti
.
Sapeva
poco
,
discorreva
poco
;
ostinato
nell
'
idea
che
gli
si
piantava
nel
capo
,
a
chi
lo
vinceva
di
prove
gridava
:
"
Appiccati
!
"
ma
lo
abbracciava
e
gli
dava
subito
ragione
,
intenerito
e
devoto
.
Per
tutte
queste
sue
doti
,
e
perché
aveva
già
quarantacinque
anni
,
gli
si
erano
lasciati
volentieri
metter
sotto
Vittore
Tasca
,
Luigi
Dall
'
Ovo
,
Daniele
Piccinini
,
coi
loro
bergamaschi
,
quasi
un
centinaio
e
mezzo
di
quella
gente
Orobia
,
quadrata
e
intrepida
sempre
,
sia
che
scelga
la
patria
per
suo
culto
,
sia
che
ad
altri
ideali
volga
il
pensiero
:
quella
che
parve
ai
siciliani
formidabile
per
gli
ardimenti
sulle
barricate
,
e
per
la
serena
fidanza
nei
vini
dell
'
isola
,
bevuti
ai
banchetti
liberamente
,
senza
perdere
dignità
né
d
'
atti
né
di
parole
.
Vittore
Tasca
aveva
trentanove
anni
,
ed
era
una
strana
testa
,
che
con
un
po
'
di
studi
forse
sarebbe
riuscita
d
'
un
artista
.
Con
quelli
ch
'
egli
aveva
fatti
era
rimasto
qualcosa
di
mezzo
tra
un
commerciante
geniale
e
un
agricoltore
.
Conosceva
le
vie
del
Levante
dove
era
andato
per
seme
di
filugello
,
e
si
trovava
appunto
sulle
mosse
di
tornarvi
,
quando
sentì
della
spedizione
garibaldina
.
Allora
piantò
ogni
cosa
e
seguì
Garibaldi
,
cui
si
diè
tutto
e
cui
nella
tarda
età
dedicò
quasi
bosco
sacro
una
sua
villetta
in
Brembate
,
dove
fino
al
1892
raccolse
ogni
anno
anche
da
lontano
i
suoi
amici
,
a
commemorare
in
una
cerimonia
all
'
antica
il
gran
Duce
.
Il
Dall
'
Ovo
che
aveva
anch
'
egli
trentanove
anni
,
era
una
figura
su
per
giù
sul
fare
del
Tasca
,
forse
un
po
'
meno
aspro
ma
anch
'
egli
burbero
e
buono
.
Non
sapeva
che
da
quell
'
umile
posto
di
sottotenente
della
compagnia
,
le
sorti
della
guerra
e
dell
'
esercito
nazionale
lo
avrebbero
elevato
su
tanto
,
da
fare
di
lui
un
colonnello
.
E
da
colonnello
doveva
invecchiar
nell
'
esercito
per
uscirne
alfine
e
sparire
come
tanti
,
che
si
rincantucciarono
a
rivivere
del
loro
passato
,
dei
quali
non
si
seppe
più
se
fossero
vivi
o
morti
.
Ma
Daniele
Piccinini
che
più
di
lui
e
più
del
Tasca
personificava
in
sé
il
bergamasco
cittadino
insieme
e
valligiano
e
di
monte
,
come
rimase
vivo
e
presente
a
tutto
il
mondo
garibaldino
!
Nato
a
Pradalunga
in
Val
Seriana
,
da
una
famiglia
radicata
tra
le
rocce
e
ricca
e
forte
ivi
come
una
volta
quelle
dei
feudatari
,
ma
però
tutta
di
virtù
patriarcali
;
candido
a
trent
'
anni
come
un
adolescente
,
valoroso
come
un
personaggio
dei
'
Reali
di
Francia
'
,
allora
ancora
molto
letti
nelle
campagne
;
in
quel
maggio
era
disceso
dal
suo
paesello
a
vedere
se
non
si
tornasse
a
far
qualche
cosa
per
l
'
Italia
,
e
aveva
dato
il
suo
nome
di
tono
guerriero
antico
alla
compagnia
bergamasca
.
Fu
lui
quello
che
a
Calatafimi
,
in
un
momento
che
Garibaldi
si
trovò
tanto
vicino
ai
nemici
da
farsi
colpire
fino
da
un
colpo
di
pietra
,
gli
si
lanciò
quasi
irato
davanti
,
e
coprendolo
col
suo
pastrano
da
pioggia
onde
la
camicia
rossa
non
lo
facesse
più
far
da
bersaglio
,
osava
gridargli
che
non
a
lui
stava
bene
andare
a
farsi
uccidere
come
un
soldato
qualunque
.
"
Chi
è
quel
giovane
?
"
domandò
allora
Garibaldi
,
guardando
quella
bella
figura
.
"
Piccinini
di
Bergamo
,
"
gli
fu
risposto
.
Il
Generale
non
se
ne
scordò
più
,
né
il
Piccinini
lasciò
più
di
seguirlo
.
Due
anni
dipoi
,
in
Aspromonte
,
ruppe
la
spada
di
capitano
per
non
consegnarla
intera
al
capitano
dei
bersaglieri
che
lo
faceva
prigioniero
:
prigioniero
con
gli
altri
compagni
garibaldini
stipati
nel
forte
di
Bard
in
Val
d
'
Aosta
,
si
rannicchiò
in
una
cannoniera
dove
stette
quasi
notte
giorno
a
languire
di
nostalgia
e
di
dolore
civile
.
Poi
nel
1866
volle
far
la
guerra
del
Trentino
da
semplice
milite
,
perché
aveva
giurato
di
non
portare
spada
mai
più
.
Tornato
poi
a
'
suoi
monti
,
non
ne
uscì
per
venti
anni
.
Alla
fine
si
lasciò
vincere
dal
desiderio
d
'
andare
a
visitare
la
Sicilia
e
la
Calabria
che
egli
aveva
percorse
e
voleva
di
nuovo
percorrere
a
piedi
,
per
vedervi
quanto
fosse
migliorato
il
popolo
e
quanto
la
terra
.
Non
poté
giungere
fin
laggiù
.
Un
giorno
dell
'
agosto
1889
a
Tagliacozzo
gli
accadde
di
esser
ferito
per
disavventura
da
un
giovane
amico
.
E
morì
là
,
quasi
lieto
di
morire
tra
quei
monti
,
dove
suona
ancora
con
tanta
mestizia
il
nome
della
battaglia
perduta
da
Corradino
.
Ora
la
sua
salma
è
chiusa
nel
piccolo
camposanto
della
sua
Pradalunga
,
a
cui
salgono
i
clamori
del
Serio
sonante
che
passa
.
Càpita
là
talvolta
ancora
adesso
qualche
vecchio
forestiero
che
fa
chiamar
il
custode
per
farsi
mostrar
la
terra
dove
sta
Daniele
.
Entra
in
quel
recinto
,
cui
con
forse
quattro
lenzuola
cucite
insieme
si
potrebbe
fare
un
velario
,
svolta
a
sinistra
,
nell
'
angolo
c
'
è
una
cappelletta
nuda
.
"
Sta
qui
,
"
dice
il
custode
.
Qui
?
Pensa
il
forestiero
.
E
vorrebbe
gridare
:
Su
,
Piccinini
!
D
'
uomini
come
te
v
'
è
ancor
penuria
nel
mondo
.
Risorgi
e
insegna
!
Un
po
'
della
tempra
del
Piccinini
erano
quei
bergamaschi
tutti
,
anche
i
più
popolani
;
anime
esaltate
dal
patriottismo
e
un
po
'
mistiche
.
Nel
1863
,
quando
la
Polonia
fece
la
sua
terza
rivoluzione
,
uno
stormo
di
quei
militi
tornati
dall
'
ottava
compagnia
dei
Mille
,
volò
laggiù
con
Francesco
Nullo
.
E
il
5
maggio
,
terzo
anniversario
della
partenza
da
Quarto
,
entrarono
nella
Polonia
russa
a
Olkusz
,
dove
s
'
imbatterono
subito
nei
Cacciatori
finlandesi
del
generale
Szakowskoy
,
coi
quali
impegnarono
un
combattimento
.
Il
Nullo
cadde
ai
primi
colpi
,
e
morì
magnifico
fin
nella
caduta
;
essi
combatterono
fin
che
furono
tutti
morti
o
feriti
o
ridotti
a
non
poter
più
.
Elia
Marchetti
si
trascinò
ferito
a
morte
fin
nel
territorio
austriaco
;
dove
un
austriaco
capitano
,
ammirandolo
se
lo
raccolse
in
casa
e
ve
lo
tenne
con
religione
a
morire
.
Quelli
che
sopravvissero
furono
mandati
in
Siberia
.
Nelle
miniere
di
Jskutz
logorarono
la
vita
sette
anni
,
invidiando
i
morti
,
e
parecchi
vi
morirono
.
Quelli
che
erano
scampati
alla
strage
e
alla
cattura
,
camminando
come
belve
,
valicando
montagne
,
passando
fiumi
,
vennero
dietro
il
sole
a
cercar
la
patria
.
E
per
le
terre
dell
'
Austria
vi
giunsero
.
Ma
non
si
erano
ancora
riposati
di
tanta
via
,
che
scoppiò
la
guerra
del
1866
.
Allora
tutti
tornarono
in
campo
,
e
Giuseppe
Dilani
detto
Farfarello
,
umile
operaio
,
andava
a
farsi
uccidere
dagli
Austriaci
,
nelle
terre
trentine
nostre
a
Monte
Suello
,
vecchio
nei
patimenti
a
ventisette
anni
.
E
Luigi
Perla
,
con
quel
suo
visetto
arguto
?
Oh
!
Egli
andò
nel
1870
a
morire
a
Digione
per
la
repubblica
,
alla
testa
di
un
battaglione
che
gli
fu
affidato
.
La
Francia
riconoscente
lo
fregiò
,
morto
,
della
Legion
d
'
onore
;
ma
già
egli
era
compensato
nell
'
aver
potuto
morire
per
quel
nome
di
repubblica
,
che
alla
sua
mente
semplice
pareva
realtà
di
tutte
le
belle
cose
sognate
.
Quei
bergamaschi
fecero
scuola
.
Così
,
come
alcuni
in
Polonia
e
come
il
Perla
in
Francia
,
ultimo
alunno
di
quell
'
antica
compagnia
,
figlio
d
'
uno
di
quei
bergamaschi
,
Ettore
Panzeri
ufficiale
degli
Alpini
nell
'
esercito
della
nuova
Italia
,
andava
a
morir
giovinetto
per
la
Grecia
a
Domokos
nel
1897
,
bella
favilla
dell
'
antico
fuoco
garibaldino
,
che
ridiede
dopo
tanti
anni
quella
tardiva
vampata
.
I
Carabinieri
genovesi
Ora
ecco
i
Carabinieri
genovesi
,
quasi
tutti
di
Genova
,
o
in
Genova
vissuti
a
lungo
,
mazziniani
ardenti
,
armati
di
carabine
loro
proprie
,
esercitati
nel
tiro
a
segno
da
otto
o
nove
anni
i
più
,
gente
che
s
'
era
già
fatta
ammirare
nel
1859
,
ben
provveduta
,
colta
,
elegante
.
Li
comandava
Antonio
Mosto
,
tutto
di
Mazzini
,
uomo
non
molto
sopra
i
trent
'
anni
,
ma
che
ne
mostrava
di
più
:
barba
piena
,
lunga
,
sguardo
acuto
,
ficcato
lontano
come
per
guardare
se
al
mondo
esistesse
il
bene
quale
ei
lo
sentiva
in
sé
.
Quanto
al
coraggio
,
era
per
lui
cosa
tanto
naturale
,
che
non
poteva
credere
vi
fosse
altri
che
non
ne
avesse
.
In
tutta
la
campagna
i
borbonici
non
ebbero
per
lui
una
palla
,
ma
il
cuore
glielo
straziarono
uccidendogli
il
fratello
Carlo
,
che
piantato
lo
studio
all
'
Università
di
Pisa
,
aveva
ripreso
la
carabina
.
E
la
fortuna
gli
serbava
di
tornare
illeso
anche
dalla
guerra
del
1866
.
Ma
l
'
anno
appresso
,
a
Mentana
,
una
palla
francese
lo
colpì
di
tale
ferita
,
che
lo
rese
invalido
fin
che
nel
1880
morì
.
Suo
luogotenente
era
Bartolomeo
Savi
,
un
fierissimo
repubblicano
,
tutto
nudrito
di
studi
classici
,
e
già
ben
sopra
la
quarantina
;
uomo
austero
e
cruccioso
,
che
guardava
sempre
con
un
certo
piglio
di
rimprovero
Garibaldi
,
perché
s
'
era
lasciato
tirare
dalla
parte
del
Re
.
Ma
lo
seguiva
perché
gli
pareva
di
non
aver
diritto
di
negar
il
suo
braccio
alla
patria
,
soltanto
pel
motivo
che
la
patria
si
andava
rifacendo
nel
nome
di
un
re
.
E
lo
seguì
poi
fino
al
giorno
che
,
dopo
Aspromonte
,
tutto
gli
parve
falsato
,
e
,
poco
appresso
,
tediato
della
vita
si
uccise
.
Inquadravano
la
compagnia
Canzio
,
Burlando
,
Uziel
,
Sartorio
,
Belleno
,
dei
quali
i
tre
ultimi
non
tornarono
più
;
e
tra
tutti
,
quei
trentasette
carabinieri
dovevano
pagare
un
gran
tributo
fin
dal
primo
scontro
di
Calatafimi
,
dove
cinque
morirono
,
dieci
furono
feriti
.
Ma
la
vittoria
fu
dovuta
in
gran
parte
alle
loro
infallibili
carabine
.
Le
Guide
Mancavano
i
cavalli
,
né
c
'
era
tempo
di
far
una
corsa
nella
vicina
Maremma
a
pigliarne
un
branco
al
laccio
,
ma
le
Guide
furono
ordinate
lo
stesso
.
Erano
ventitré
.
Le
comandava
il
Missori
,
l
'
elegantissimo
milanese
,
passato
dal
culto
delle
eleganze
a
quello
delle
armi
,
e
come
da
prode
lo
seppero
tutti
.
Basti
che
in
quella
guerra
l
'
Italia
dovette
a
lui
e
a
pochi
altri
se
a
Milazzo
Garibaldi
non
fu
sopraffatto
e
ucciso
da
un
branco
di
cavalieri
napoletani
,
che
essi
a
rivoltella
sgominarono
,
mentre
il
Generale
che
si
trovava
a
piedi
poté
,
uccidendolo
,
liberarsi
dal
capitano
di
quelli
ruinatogli
addosso
furioso
,
menando
fendenti
.
Sergente
delle
Guide
era
Francesco
Nullo
,
il
più
bell
'
uomo
della
spedizione
.
Aveva
trentaquattro
anni
,
era
mercante
come
Francesco
Ferrucci
.
Allora
gli
entrò
la
passione
di
cavalier
di
ventura
dell
'
umanità
,
e
non
ebbe
più
requie
finché
non
gliela
diede
tre
anni
di
poi
,
nel
cimitero
di
Miekov
,
il
generale
russo
che
ve
lo
seppellì
con
onori
militari
da
generale
pari
suo
.
Sapeva
quel
russo
di
dover
andare
punito
nel
Caucaso
,
ma
nonostante
,
a
quella
nobile
figura
di
morto
volle
mostrare
il
suo
nobile
cuore
di
uomo
.
Compagni
più
che
sottoposti
al
Missori
e
al
Nullo
,
erano
certi
degni
uomini
come
Giovan
Maria
Damiani
da
Piacenza
,
che
a
sedici
anni
aveva
combattuto
a
Novara
,
dove
gli
era
morto
un
fratello
;
e
Giuseppe
Nuvolari
da
Roncoferraro
nel
Mantovano
ricchissimo
di
possessioni
e
già
sui
quaranta
;
due
puritani
,
niente
allegri
,
provati
nell
'
esilio
,
pensierosi
sempre
,
quasi
scontrosi
.
Semplice
guida
era
Emilio
Zasio
da
Pralboino
,
di
ventinove
anni
,
che
uscito
di
modesta
casa
pareva
figlio
di
principi
,
tanto
ambiva
le
cose
signorili
;
fantastico
,
impetuoso
,
temerario
e
nell
'
amare
e
nel
volere
sempre
grandioso
.
Luigi
Martignoli
,
da
Lodi
come
Fanfulla
,
che
a
trentatré
anni
doveva
morire
a
Calatafimi
,
somigliava
un
po
'
al
Zasio
nel
portamento
non
nella
bellezza
;
ma
bello
ancor
più
di
Zasio
era
il
conte
Filippo
Manci
da
Poro
nel
Trentino
,
giovinetto
di
ventun
anni
.
Tutti
e
due
furono
infelici
.
Sopravvissuti
a
quelle
guerre
e
alle
altre
venute
dopo
,
dovevano
finire
quasi
insieme
nel
1869
,
col
raggio
della
mente
già
spento
per
dolori
così
crudeli
,
specie
quelli
del
Manci
,
che
chi
li
conobbe
ingiuriò
la
morte
perché
non
se
li
aveva
presi
quando
le
andavano
incontro
sani
d
'
anima
e
lieti
.
E
poi
tra
quelle
Guide
erano
scritti
l
'
avvocato
Filippo
Tranquillini
e
Egisto
Bezzi
trentini
anch
'
essi
come
il
Manci
;
Domenico
Cariolato
da
Vicenza
,
che
di
ventiquattro
anni
era
già
un
veterano
della
difesa
di
Roma
;
il
medico
Camillo
Chizzolini
da
Marcaria
e
l
'
ingegnere
Luigi
Daccò
da
Marcignano
giovanissimi
tutti
,
che
parevano
figli
del
sessagenario
Alessandro
Fasola
novarese
,
già
carbonaro
nel
1821
col
Santarosa
,
profugo
,
poi
soldato
di
tutte
le
guerre
sino
a
quella
del
1859
,
e
che
ora
correva
a
quell
'
impresa
romanzesca
con
la
baldanza
d
'
un
giovanetto
che
fa
la
sua
prima
volata
fuori
casa
.
L
'
Intendenza
Poiché
la
spedizione
doveva
avere
una
Intendenza
,
questa
fu
formata
sul
serio
,
benché
in
verità
,
la
cassa
di
guerra
non
contenesse
che
trentamila
povere
lire
.
E
vi
fu
messo
a
capo
Giovanni
Acerbi
,
avanzo
dei
martirii
di
Mantova
,
il
quale
andava
rivendicando
nelle
cospirazioni
e
nelle
guerre
l
'
onor
del
nome
,
macchiato
da
uno
del
casato
che
aveva
venduto
l
'
ingegno
e
le
lettere
all
'
Austria
,
prima
ch
'
egli
nascesse
.
Aveva
compagni
Ippolito
Nievo
,
Paolo
Bovi
,
Francesco
De
Maestri
e
Carlo
Rodi
,
tre
veterani
questi
ultimi
,
mutilati
ciascuno
d
'
un
braccio
,
che
parevano
intervenuti
per
dire
ai
giovani
:
"
Vedete
che
cosa
ci
si
guadagna
?
Eppure
non
fa
male
!
"
In
quanto
al
Nievo
andava
tra
quella
gente
,
per
dir
così
,
come
Orfeo
tra
gli
Argonauti
.
Chi
lo
guardava
indovinava
che
era
già
grande
,
o
che
era
destinato
a
divenirlo
.
Egli
era
noto
per
due
suoi
romanzi
sentimentali
:
'
Angelo
di
bontà
'
e
'
Il
conte
pecoraio
'
;
e
anche
si
sapeva
da
qualche
amico
suo
che
ei
stava
lavorando
alle
sue
maravigliose
'
Confessioni
d
'
un
Ottuagenario
'
,
e
che
le
lasciava
imperfette
per
accorrere
alla
grande
impresa
.
Diceva
egli
stesso
che
gli
sarebbe
tanto
rincresciuto
morire
senza
averle
finite
!
Nel
1859
aveva
cantati
gli
'
Amori
garibaldini
'
,
liriche
scintillanti
come
spade
,
scritte
sull
'
arcione
cavalcando
alla
guerra
di
Lombardia
,
e
stampate
sul
punto
di
partire
per
la
Sicilia
.
E
,
'
Partendo
per
la
Sicilia
'
,
fu
appunto
il
titolo
che
egli
dava
all
'
ultima
,
non
uscita
dal
suo
petto
ma
rappresentata
nella
pagina
da
una
fila
di
interrogativi
.
Forse
egli
presentiva
che
non
sarebbe
più
ritornato
?
Difatti
spariva
dal
mondo
nel
marzo
del
1861
,
in
una
notte
di
tempesta
nel
Tirreno
,
con
un
vapore
che
fu
ingoiato
,
passeggeri
e
tutto
,
dalle
acque
.
Perì
in
lui
il
poeta
che
avrebbe
cantato
davvero
l
'
Epopea
garibaldina
;
e
un
cadavere
che
fu
creduto
lui
,
venne
poi
trovato
sulla
riva
d
'
Ischia
,
l
'
isola
dei
poeti
.
Il
corpo
sanitario
Più
necessario
allora
che
non
l
'
Intendenza
,
fu
ordinato
anche
il
Corpo
sanitario
,
sotto
il
vecchio
dottor
Pietro
Ripari
da
Solarolo
Rainiero
,
che
de
'
suoi
cinquantott
'
anni
ne
aveva
passati
molti
nelle
carceri
dell
'
Austria
e
del
Papa
.
Ma
per
tormenti
che
vi
avesse
durati
,
non
si
era
mai
stancato
di
adorare
la
propria
idea
,
e
tant
'
era
che
per
essa
,
con
l
'
età
che
aveva
,
lì
si
metteva
al
caso
d
'
andare
a
sperimentare
anche
le
galere
del
Borbone
e
a
finir
la
vita
tra
i
ferri
.
Aveva
con
sé
Cesare
Boldrini
,
mantovano
,
uomo
di
quarantaquattro
anni
,
e
Francesco
Ziliani
del
bresciano
,
di
ventotto
,
valenti
medici
e
bravi
soldati
.
Il
Boldrini
,
nel
seguito
della
guerra
,
volle
poi
essere
soltanto
ufficiale
combattente
.
E
il
1°
ottobre
cadde
a
Maddaloni
,
comandante
di
un
battaglione
rimasto
celebre
col
suo
nome
;
consolazione
grande
questa
al
prode
nei
dolori
che
durarono
due
mesi
a
consumarlo
e
a
farlo
morire
.
Il
Ziliani
bellissimo
,
robustissimo
e
giocondo
,
per
qualche
cosa
che
aveva
nel
far
suo
metteva
la
soggezione
,
e
temperava
solo
con
la
sua
presenza
anche
i
più
spensierati
e
chiassosi
.
Dove
egli
capitava
,
fossero
pur
allegri
i
discorsi
,
tutti
diventavano
serii
,
le
lingue
si
facevano
caste
,
di
cose
frivole
nessuno
sapeva
più
dirne
.
Crebbe
su
agli
alti
gradi
,
ma
non
se
ne
volle
giovare
:
tornò
modestamente
alle
case
patriarcali
da
dove
non
uscì
che
per
le
altre
guerre
;
vi
si
chiuse
alla
fine
a
farsi
crescere
intorno
una
famiglia
secondo
il
suo
cuore
,
e
in
mezzo
ad
essa
invecchiò
,
ricordando
ed
amando
i
campi
e
le
plebi
.
Altri
medici
in
quel
piccolo
corpo
erano
Oddo
-
Tedeschi
d
'
Alimena
e
Gaetano
Zen
di
Adria
;
e
del
resto
se
ne
trovavano
sparsi
in
tutte
le
compagnie
,
combattenti
dei
migliori
e
da
combattenti
infermieri
.
A
Calatafimi
ne
furono
visti
tra
un
assalto
e
l
'
altro
deporre
il
fucile
,
tirar
fuori
ferri
e
bende
,
curare
qualche
ferito
;
ripigliar
su
l
'
arma
,
e
andar
a
farsi
ferire
.
*
La
storia
dovrebbe
aver
già
detto
e
dirà
che
quella
spedizione
fu
più
che
per
metà
composta
d
'
uomini
di
studio
e
d
'
intelletto
.
Ne
contava
più
d
'
un
centinaio
e
mezzo
che
erano
già
o
divennero
poi
avvocati
;
e
così
come
questi
un
centinaio
di
medici
,
un
mezzo
centinaio
di
ingegneri
,
una
ventina
di
farmacisti
,
trenta
capitani
marittimi
,
dieci
pittori
o
scultori
,
parecchi
scrittori
o
professori
di
lettere
e
di
scienze
,
tre
sacerdoti
,
alcuni
seminaristi
.
V
'
era
anche
una
donna
,
Rosalia
Montmasson
savoiarda
,
moglie
di
Crispi
,
che
volle
seguir
il
marito
in
quel
pericolo
;
poi
centinaia
di
commercianti
e
centinaia
di
artefici
,
operai
il
resto
,
contadini
quasi
nessuno
.
Non
sarà
inutile
aggiungere
che
trecentocinquanta
di
quegli
uomini
erano
lombardi
,
centosessanta
genovesi
,
il
resto
veneti
,
trentini
,
istriani
e
delle
altre
provincie
dell
'
Italia
superiore
e
centrale
,
con
forse
un
centinaio
di
siciliani
e
napolitani
tornanti
dall
'
esilio
.
Non
ve
n
'
erano
affatto
delle
provincie
di
Aquila
,
Benevento
,
Caltanissetta
,
Campobasso
,
Chieti
,
Caserta
,
Forlì
,
Pesaro
,
Ravenna
e
Siracusa
.
Stranieri
accorsi
per
amor
d
'
Italia
ve
n
'
erano
diciotto
,
uno
dei
quali
africano
,
l
'
altro
d
'
America
,
e
questi
era
Menotti
,
il
figlio
del
Generale
.
Di
quel
centinaio
di
meridionali
trentacinque
appartenevano
alla
parte
peninsulare
del
Regno
;
gente
degna
davvero
tutti
.
Ma
sette
di
essi
erano
venerandi
per
chi
sapeva
la
storia
dei
loro
dolori
.
Avevano
portato
per
dieci
anni
la
catena
negli
ergastoli
di
Procida
,
di
Montefusco
o
di
Montesarchio
;
condannati
a
trenta
,
a
venticinque
,
a
vent
'
anni
di
ferri
per
amore
di
libertà
.
Ma
il
9
gennaio
del
1859
,
proprio
la
vigilia
del
giorno
in
cui
Vittorio
Emanuele
diceva
,
lassù
,
lontano
,
nel
Parlamento
piemontese
,
la
sua
storica
frase
delle
'
grida
di
dolore
'
;
avevano
ricevuto
laggiù
col
gran
Poerio
,
col
Settembrini
,
con
Silvio
Spaventa
,
la
beffarda
grazia
di
andar
banditi
,
deportati
in
America
.
Re
Ferdinando
,
sentendosi
divenuto
odioso
a
tutta
Europa
,
che
lo
chiamava
da
un
pezzo
negazione
di
Dio
,
aveva
voluto
dare
quel
segno
della
sua
clemenza
,
a
sessantasei
delle
sue
vittime
.
Di
queste
si
sa
il
viaggio
a
Cadice
,
la
liberazione
avvenuta
a
bordo
nell
'
Atlantico
per
opera
del
figlio
di
Settembrini
,
la
discesa
a
Cork
in
Irlanda
e
il
rifugio
in
Piemonte
.
Ora
di
quei
sessantasei
,
sette
erano
lì
che
se
n
'
andavano
tra
i
Mille
,
come
sette
vendette
.
Bisognava
esser
nati
con
cuori
veramente
eroici
per
mettersi
dopo
tanto
patire
a
quel
passo
,
o
aver
lo
spasimo
di
riveder
lui
il
Re
crudele
;
e
poiché
egli
era
già
morto
,
incontrarsi
almeno
con
qualche
suo
rappresentante
per
afferrarlo
al
petto
e
farlo
domandar
pietà
.
Questo
diciamo
noi
,
forse
perché
in
generale
siamo
ancora
tanto
deboli
,
che
ci
compiacciamo
di
pensar
da
violenti
;
ma
que
'
sette
erano
forti
e
miti
.
Allora
non
erano
più
nel
fior
degli
anni
.
Achille
Argentino
ingegnere
di
Sant
'
Angelo
dei
Lombardi
ne
aveva
trentanove
;
Cesare
Braico
,
medico
di
Brindisi
,
trentasette
;
Domenico
Damis
,
gentiluomo
di
Lungro
,
trentasei
;
Stanislao
Lamnesa
,
legale
di
Saracena
,
quarantotto
;
Raffaele
Mauro
,
gentiluomo
di
Cosenza
,
quarantasei
;
Rocco
Morgante
,
farmacista
da
Fiumara
,
cinquantacinque
;
Raffaele
Piccoli
di
Castagna
diacono
,
quarantotto
.
E
Mauro
aveva
a
casa
cinque
figliuoli
,
Lamensa
quattro
.
Non
li
avevano
più
veduti
dal
1849
,
anno
della
loro
condanna
;
ora
andavano
a
ritrovarli
per
quella
via
.
Parlavano
poco
,
ma
se
dicevano
gli
orrori
delle
galere
nelle
quali
erano
stati
,
a
quelli
che
ascoltavano
avveniva
di
augurarsi
che
essi
vi
fossero
ancora
chiusi
,
d
'
aver
dieci
vite
,
d
'
andar
a
darle
tutte
per
liberare
da
tante
miserie
dei
cristiani
come
loro
.
Al
paragone
quelle
dello
Spielberg
dovevano
esser
state
sopportabili
,
umane
.
Ma
ce
n
'
erano
ancora
tanti
altri
negli
ergastoli
del
Regno
!
Tutto
il
Regno
era
un
carcere
,
dunque
era
bello
andare
a
sfondarlo
.
L
'
Artiglieria
e
il
Genio
Perché
fu
allora
cosa
inaspettata
,
si
narra
qui
un
po
'
fuor
di
posto
che
in
Talamone
fu
pur
formata
l
'
Artiglieria
.
Fin
dalla
prima
ora
della
sua
discesa
a
terra
,
Garibaldi
aveva
visto
nel
vecchio
castello
una
colubrina
,
lunga
come
la
fame
,
montata
su
di
un
cattivo
affusto
,
a
ruote
di
legno
non
cerchiate
,
e
pel
logoro
di
chi
sa
quanti
anni
divenute
poligonali
.
Portava
in
rilievo
sulla
culatta
l
'
anno
del
suo
getto
,
1600
,
e
il
nome
del
fonditore
Cosimo
Cenni
,
certo
un
toscano
.
Una
delle
maniglie
in
forma
di
delfino
le
era
stata
rotta
,
ma
due
segni
di
cannonate
ricevute
le
facevano
onore
.
Forse
non
aveva
mai
più
tuonato
dal
9
maggio
1646
,
quando
novemila
francesi
condotti
da
Tommaso
di
Savoia
erano
giunti
in
quel
golfo
su
d
'
una
flotta
di
galee
e
tartane
.
Adesso
là
nel
castello
non
faceva
più
nulla
,
e
Garibaldi
se
la
prese
.
Il
giorno
appresso
,
vennero
da
Orbetello
tre
altri
cannoni
,
uno
dei
quali
non
guari
migliore
della
colubrina
,
ma
due
erano
di
bronzo
bellissimi
,
alla
francese
,
fusi
nel
1802
.
Sulla
fascia
della
culatta
d
'
uno
si
leggeva
"
L
'
Ardito
"
su
quella
dell
'
altro
"
Il
Giocoso
"
.
I
nomi
piacquero
;
convenivano
agli
umori
di
quella
gente
.
Quei
cannoni
non
avevano
affusto
,
ma
laggiù
in
Sicilia
qualcuno
avrebbe
saputo
incavarseli
,
e
per
questo
c
'
erano
tra
i
Mille
i
palermitani
Giuseppe
Orlando
e
Achille
Campo
,
macchinisti
valenti
,
i
quali
difatti
fecero
poi
tutto
alla
meglio
sei
giorni
appresso
.
Ma
chi
aveva
dato
quei
cannoni
?
Garibaldi
aveva
mandato
il
colonnello
Turr
,
al
comandante
della
fortezza
di
Orbetello
con
questo
scritto
:
"
Credete
a
tutto
quanto
vi
dirà
il
mio
aiutante
di
campo
,
colonnello
Turr
,
e
aiutateci
con
tutti
i
mezzi
vostri
,
per
la
spedizione
che
intraprendo
per
la
gloria
del
nostro
Re
Vittorio
Emanuele
e
per
la
grandezza
della
patria
.
"
Il
comandante
,
che
era
un
tenente
-
colonnello
Giorgini
,
quando
lesse
quel
foglio
si
dovette
sentire
un
grande
schianto
al
cuore
.
L
'
aiutante
di
campo
di
Garibaldi
gli
chiedeva
delle
munizioni
!
Impossibile
.
Ella
è
militare
,
-
disse
al
Turr
-
e
sa
che
cosa
significhi
consegnare
le
armi
e
le
munizioni
di
una
fortezza
,
senza
ordine
dei
capi
.
Ma
se
gli
ordini
li
riceveste
dal
Re
?
-
rispose
il
Turr
-
basterà
che
gli
inviate
questa
mia
lettera
.
E
lì
per
lì
,
sotto
gli
occhi
del
Comandante
,
scrisse
al
conte
Trecchi
,
notissimo
aiutante
di
campo
di
Vittorio
Emanuele
:
"
Caro
Trecchi
,
Dite
a
Sua
Maestà
che
le
munizioni
destinate
per
la
nostra
spedizione
sono
rimaste
a
Genova
;
ora
preghiamo
Sua
Maestà
di
voler
dar
ordine
al
Comandante
della
fortezza
di
Orbetello
di
provvederci
con
quanto
più
può
del
suo
arsenale
.
Colonnello
Turr
.
"
Porgendo
la
lettera
al
Comandante
,
il
Turr
gli
disse
che
siccome
la
risposta
non
verrebbe
se
non
forse
in
una
settimana
,
su
di
lui
Comandante
peserebbero
tutte
le
incalcolabili
conseguenze
di
quel
ritardo
;
lo
informò
della
spedizione
;
lo
accertò
dell
'
intesa
tra
il
Re
e
Garibaldi
;
insomma
seppe
far
tanto
che
quell
'
ufficiale
,
solo
facendosi
promettere
che
l
'
impresa
non
sarebbe
volta
contro
gli
Stati
del
Papa
,
diede
tutte
le
cartucce
che
aveva
pronte
,
e
casse
di
polvere
e
quei
tre
cannoni
e
quant
'
altre
cose
poté
.
E
tutto
fu
caricato
e
condotto
a
Talamone
,
dov
'
egli
stesso
volle
recarsi
per
veder
Garibaldi
e
la
spedizione
.
Vollero
accompagnarlo
due
suoi
ufficiali
,
e
insieme
il
maggior
Pinelli
che
comandava
un
battaglione
di
bersaglieri
,
diviso
tra
Orbetello
e
Santo
Stefano
.
Temeva
questi
che
quei
soldati
gli
scappassero
mezzi
per
imbarcarsi
con
Garibaldi
,
e
voleva
pregarlo
di
non
riceverli
a
bordo
.
Il
Generale
accolse
tutti
con
grato
animo
,
ma
non
senza
pensare
che
al
Giorgini
dovevano
seguire
de
'
guai
.
E
gliene
seguirono
,
perché
il
povero
Comandante
fu
poi
tenuto
a
lungo
nella
fortezza
di
Alessandria
sottoposto
a
Consiglio
di
guerra
;
ma
alcuni
mesi
dopo
,
nel
tripudio
della
patria
,
fu
mandato
sciolto
di
pena
.
Ora
dunque
la
spedizione
possedeva
anche
delle
artiglierie
,
e
bisognava
formare
il
corpo
dei
Cannonieri
.
A
ordinarli
e
comandarli
venne
messo
il
colonnello
Vincenzo
Orsini
,
che
per
questo
dovette
lasciare
la
2°
Compagnia
cui
si
era
appena
presentato
.
Egli
chiamò
a
sé
quanti
avessero
già
militato
nell
'
artiglieria
,
e
ne
trovò
una
ventina
.
Ai
quali
ne
aggiunse
dieci
altri
,
inesperti
nell
'
arma
,
ma
studenti
quasi
tutti
di
matematica
nell
'
Università
di
Pavia
.
E
fu
di
questo
numero
Oreste
Baratieri
,
giovinetto
sui
diciannove
,
pigliato
appunto
allora
dalla
fortuna
che
non
lo
abbandonò
più
per
trentasei
anni
,
e
doveva
elevarlo
tanto
da
farlo
brillar
come
un
astro
e
spegnerlo
poi
in
un
giorno
,
come
nulla
,
nel
buio
.
Egli
aveva
allora
compagni
in
quell
'
artiglieria
strana
,
giovani
come
lui
,
Luigi
Premi
da
Casalnovo
,
Arturo
Termanini
da
Casorate
,
saliti
poi
anche
essi
nell
'
esercito
nazionale
e
assai
alti
,
ma
senza
clamori
.
Vi
aveva
Domenico
Sampieri
di
Adria
,
uomo
di
trentadue
anni
,
avanzo
della
difesa
di
Venezia
e
degli
esigli
di
Smirne
e
d
'
Epiro
,
e
divenuto
anch
'
egli
Generale
dell
'
esercito
nazionale
.
Rimasto
oscuro
e
modesto
,
vi
si
trovava
insieme
ad
essi
Giuseppe
Nodari
,
da
Castiglione
delle
Stiviere
,
anima
d
'
artista
,
che
dappertutto
laggiù
avea
sempre
la
matita
in
mano
a
schizzare
dal
vero
bivacchi
,
fatti
d
'
arme
e
figure
caratteristiche
,
delle
quali
s
'
ornò
poi
la
casa
dove
morì
medico
,
trentott
'
anni
di
poi
.
E
giovane
mistico
,
nato
per
ogni
sacrificio
,
vi
stava
bene
col
Nodari
l
'
ingegnere
Antonio
Pievani
da
Tirano
,
che
già
deliberato
a
farsi
frate
,
solo
quando
fu
finita
l
'
opera
di
rifar
la
patria
,
entrò
nei
Francescani
,
per
andar
missionario
nel
mondo
barbaro
.
E
invece
,
tradito
dalla
salute
,
morì
nel
1880
,
in
una
cella
del
convento
di
Lovere
,
sul
lago
d
'
Iseo
,
sulle
cui
rive
deliziose
eran
nati
quattro
compagni
suoi
nei
Mille
,
Zebo
Arcangeli
,
Gian
Maria
Archetti
,
Carlo
Bonardi
e
Giuseppe
Volpi
,
questi
ultimi
due
a
lui
carissimi
e
morti
in
guerra
.
Poiché
ormai
quel
piccolo
esercito
aveva
tutte
le
sue
membra
fuorché
il
Genio
,
fu
ordinato
anche
questo
:
una
dozzina
e
mezza
di
operai
,
di
macchinisti
,
d
'
ingegneri
,
con
Filippo
Minutilli
da
Grumo
d
'
Appula
per
Comandante
,
uomo
di
quarantasette
anni
,
severo
,
di
poche
parole
,
cui
si
leggeva
in
viso
,
e
certo
lo
aveva
dentro
,
qualche
profondo
dolore
.
Pativa
l
'
esilio
dal
1849;
era
stato
in
Oriente
,
in
Malta
,
in
Piemonte
;
lasciava
in
Genova
coi
figliuoli
la
moglie
,
eroica
donna
messinese
,
che
si
era
sentita
il
cuore
di
cucire
per
lui
la
camicia
rossa
,
e
di
scendere
alle
porte
di
Genova
,
a
dirgli
addio
,
mentre
egli
passava
per
andar
a
Quarto
ad
imbarcarsi
.
Luogotenente
del
Minutilli
fu
l
'
ingegnere
Achille
Argentino
,
uno
dei
liberati
l
'
anno
avanti
dalle
galere
di
Re
Ferdinando
,
dei
quali
si
è
detto
.
Formati
così
anche
i
piccoli
corpi
dell
'
Artiglieria
e
del
Genio
,
gli
uomini
che
vi
appartenevano
andarono
a
piantar
sul
Piemonte
un
piccolo
laboratorio
.
E
subito
,
e
i
giorni
dipoi
,
pur
non
avendo
strumenti
,
fabbricarono
scatole
di
mitraglia
con
ogni
sorta
di
rottami
e
di
lamiere
di
ferro
rinvenute
nelle
stive
dei
due
vapori
.
Con
le
lenzuola
di
bordo
fecero
sacchetti
per
le
cariche
da
cannone
,
e
fabbricarono
cartucce
da
fucile
,
metà
delle
quali
passarono
sul
Lombardo
.
La
diversione
Tutto
cominciava
ad
andare
per
bene
:
solo
sembrava
strano
che
la
spedizione
continuasse
a
stare
a
perdere
un
tempo
prezioso
.
Ma
nel
pomeriggio
dell'8
corse
vagamente
la
voce
che
Garibaldi
avesse
deliberato
di
gettarsi
nel
Pontificio
,
per
marciare
senz
'
altro
su
Roma
.
Una
sessantina
di
uomini
,
presi
qua
e
là
nelle
campagne
e
raccolti
in
drappello
,
erano
partiti
sin
dalla
sera
avanti
,
per
la
strada
che
,
girando
il
golfo
,
mena
da
Talamone
in
Maremma
.
Marciava
alla
loro
testa
un
Zambanchi
.
Era
un
forlivese
già
sulla
cinquantina
,
quadrato
,
barbuto
,
di
poca
testa
,
assai
rozzo
e
millantatore
.
E
aveva
fama
d
'
esser
uomo
di
sangue
,
perché
nel
'49
,
a
Roma
,
era
stato
crudo
contro
tre
preti
,
i
quali
,
volendo
entrare
nelle
città
travestiti
da
contadini
,
avevano
dato
del
capo
nei
suoi
avamposti
.
Egli
li
aveva
tenuti
prigionieri
;
poi
,
senza
averne
ordine
dal
Governo
,
gli
aveva
fatti
fucilare
.
Per
tal
suo
fatto
gli
pesava
addosso
l
'
accusa
di
sterminatore
di
preti
e
frati
,
e
sin
d
'
averne
colmato
un
pozzo
.
A
chi
non
sapeva
tutto
,
pareva
che
quella
compagnia
fosse
l
'
avanguardia
,
e
che
la
spedizione
dovesse
tenerle
dietro
.
E
i
più
giovani
lo
credevano
,
ma
gli
anziani
no
.
Delle
otto
compagnie
,
Garibaldi
ne
aveva
affidate
tre
a
comandanti
siciliani
,
una
ad
un
calabrese
;
ora
come
poteva
darsi
che
egli
volesse
far
loro
il
torto
di
non
andare
in
Sicilia
?
Però
il
fatto
che
quel
piccolo
drappello
se
n
'
era
andato
per
entrare
nel
Pontificio
a
farvisi
distruggere
forse
ai
primi
passi
,
se
tutta
la
spedizione
non
lo
volesse
seguire
,
non
si
capiva
.
Vi
era
chi
diceva
che
Garibaldi
avesse
fatto
così
,
per
levarsi
dai
piedi
quel
Zambianchi
che
gli
era
odioso
:
ma
altri
faceva
osservare
che
forse
si
esagerava
perché
non
a
un
uomo
così
fatto
Garibaldi
avrebbe
dato
da
condurre
quel
manipolo
,
in
cui
si
erano
trovati
a
dover
andare
dei
giovani
come
il
Guerzoni
,
il
Leardi
,
il
Locatelli
,
il
Ferrari
,
il
Fumagalli
,
il
Pittaluga
,
e
avvocati
,
scrittori
,
scultori
,
e
quattro
medici
come
Fochi
,
Bandini
e
Soncini
da
Parma
,
e
Cantoni
da
Pavia
,
e
tanti
altri
,
proprio
gente
già
di
conto
.
Pensavano
forse
meglio
quelli
che
dicevano
che
il
Generale
aveva
mandato
quel
manipolo
nel
Pontificio
affinché
n
'
andasse
la
voce
a
Roma
e
a
Napoli
,
a
generar
confusione
in
quei
governi
;
e
che
quanto
al
Zambianchi
qualcuno
,
forse
il
Guerzoni
,
avesse
l
'
ordine
di
levargli
il
comando
,
se
mai
venisse
l
'
occasione
di
doversene
liberare
per
qualche
suo
sproposito
o
qualche
violenza
.
Verso
sera
le
trombe
suonarono
,
le
compagnie
si
ordinarono
,
scesero
al
porto
,
tornarono
a
imbarcarsi
sui
due
vapori
.
Quella
tornata
a
bordo
levò
via
ogni
dubbio
.
E
allora
nacque
negli
animi
una
generosa
pietà
per
i
compagni
partiti
.
Che
brava
gente
!
Avevano
compìto
il
più
duro
sacrificio
che
si
potesse
ideare
:
perdevano
la
vista
di
Lui
e
l
'
epopea
che
s
'
erano
sentita
nel
pensiero
,
per
andar
a
crearne
un
episodio
oscuro
,
non
sapevano
dove
,
pochi
,
bene
armati
,
ma
condotti
da
un
uomo
disamato
.
Parlando
d
'
essi
,
molti
confessavano
che
comandati
a
quel
passo
non
avrebbero
ubbidito
;
ma
i
più
lodavano
l
'
ubbidienza
di
quei
sessanta
come
indizio
di
gran
virtù
,
e
testimonianza
del
più
alto
valore
.
A
Santo
Stefano
Garibaldi
aveva
fretta
di
partire
,
ma
non
aveva
fatto
imbarcare
le
compagnie
per
questo
.
Alcuni
dei
suoi
uomini
per
cattiveria
o
per
braveria
,
avevano
dato
noia
a
qualcuno
di
Talamone
,
ond
'
egli
,
sdegnato
,
si
era
risolto
a
levar
tutti
da
terra
.
Così
i
due
vapori
stettero
carichi
all
'
ancora
tutta
la
notte
dall'8
al
9;
e
solo
all
'
alba
salparono
pel
golfo
a
Santo
Stefano
,
breve
tratto
.
La
cittadetta
si
svegliava
.
Viste
dal
porto
,
le
sue
case
parevano
edificate
l
'
una
a
inseguir
l
'
altra
su
su
,
per
arrivare
in
alto
a
trovar
i
giardini
,
i
vigneti
,
gli
oliveti
pensili
tra
le
rocce
.
Vi
scesero
Bixio
,
Schiaffino
e
Bandi
,
per
andare
ai
magazzini
del
governo
,
e
in
qualche
modo
farsi
dare
carbone
,
perché
la
traversata
della
Sicilia
era
ancora
lunga
,
e
poteva
anche
capitare
di
dover
andare
chi
sa
quanti
giorni
,
fuggendo
di
qua
e
di
là
pel
Mediterraneo
,
perseguitati
dalle
navi
napoletane
.
Il
Bandi
s
'
accostò
al
custode
dei
magazzini
e
cominciò
colle
buone
a
tentarlo
.
Ormai
sapevano
tutti
colà
che
Orbetello
aveva
dato
armi
,
e
in
quei
giorni
quel
custode
poteva
fare
uno
strappo
anch
'
egli
ai
regolamenti
.
Ma
colui
nicchiava
,
e
il
Bandi
non
riusciva
a
convincerlo
.
Allora
gli
cadde
là
Bixio
,
che
preso
al
petto
il
custode
fedele
,
lo
scosse
un
poco
,
e
,
miracoli
di
quell
'
uomo
,
il
carbone
andò
a
bordo
per
dir
così
da
sé
.
E
andarono
a
bordo
e
viveri
e
barili
d
'
acqua
.
V
'
andarono
anche
per
imbarcarsi
stormi
di
bersaglieri
,
ma
Garibaldi
aveva
promesso
all
maggior
Pinelli
di
respingerli
,
e
non
li
volle
.
Tre
soli
che
poterono
salire
a
nascondersi
sul
Lombardo
,
seguirono
la
spedizione
,
e
divennero
poi
ufficiali
dei
migliori
nella
bella
compagnia
.
Le
armi
Durante
la
sosta
a
Santo
Stefano
furono
distribuite
le
armi
alle
compagnie
;
solenne
momento
!
Faceva
pensare
a
un
altro
ancor
più
solenne
,
quello
di
quando
vicina
l
'
ora
della
battaglia
,
i
reggimenti
d
'
allora
caricavano
i
fucili
con
quell
'
indescrivibile
ronzio
di
bacchette
tutte
piantate
a
un
tempo
nelle
canne
,
che
dava
il
raccapriccio
e
il
cupo
sentimento
della
morte
.
Quelle
armi
erano
vecchi
fucili
di
avanti
il
'48
,
trasformati
da
pietra
focaia
a
percussione
,
lunghi
,
pesanti
,
rugginosi
,
tetri
.
Stava
legata
a
ciascun
fucile
una
baionetta
nel
fodero
cucito
a
un
cinturone
di
cuoio
nero
,
con
certa
piastra
da
fermarselo
alla
vita
e
certa
cartucciera
proprio
da
far
malinconia
a
provarsela
.
Oggi
non
se
ne
vorrebbe
servire
,
per
così
dire
,
neppure
un
bandito
.
Eppure
nessuno
se
ne
lagnò
.
Insieme
con
quell
'
arma
,
ognuno
ricevette
venti
cartucce
,
e
se
le
mise
a
posto
con
gran
cura
.
Quelle
povere
cose
erano
tutte
le
risorse
di
cui
Garibaldi
poteva
disporre
.
Povero
Garibaldi
!
Nell
'
ultimo
momento
che
stette
in
quelle
acque
,
un
suo
compagno
d
'
altri
tempi
che
lo
aveva
seguito
nei
mari
della
Cina
e
che
poi
aveva
perduto
una
gamba
combattendo
pei
liberali
del
Perù
,
bel
soldato
,
vivacissimo
ingegno
,
voleva
seguirlo
così
mutilato
com
'
era
anche
a
quella
sua
bella
guerra
.
Egli
dovette
supplicarlo
di
andarsene
,
e
infine
comandarglielo
.
Furono
lagrime
!
Ma
Stefano
Siccoli
dovè
ubbidire
,
discendere
,
veder
da
terra
salpare
l
'
ancora
,
stringersi
il
cuore
perché
non
gli
scoppiasse
.
Però
aveva
già
il
suo
proposito
bell
'
e
formato
:
egli
avrebbe
raggiunto
Zambianchi
.
Di
nuovo
in
mare
Era
quasi
il
tocco
dopo
mezzodì
,
quando
il
Piemonte
e
il
Lombardo
si
mossero
verso
l
'
isola
del
Giglio
.
Finalmente
!
Garibaldi
era
stato
tutti
quei
due
giorni
in
angustia
.
Certo
egli
ignorava
ciò
che
si
seppe
poi
,
e
cioè
che
il
Ricasoli
,
governatore
della
Toscana
,
aveva
telegrafato
al
prefetto
di
Grosseto
di
"
tenersi
estraneo
a
quanto
succedeva
"
nel
golfo
di
Talamone
.
Ma
lo
avesse
anche
saputo
,
temeva
del
Farini
,
temeva
del
Cavour
,
né
avrebbe
potuto
giustamente
lagnarsi
di
loro
,
se
gli
avessero
fatto
giungere
addosso
la
squadra
di
Persano
a
pigliarselo
.
Il
momento
era
ben
più
cruccioso
che
quello
di
Genova
.
Nei
tre
giorni
della
sua
partenza
,
tutta
l
'
Europa
avea
avuto
tempo
di
mettere
il
Governo
di
Torino
alla
stretta
o
di
catturare
lui
o
di
prepararsi
alla
guerra
.
E
allora
che
rovina
!
Le
genti
del
mezzodì
deluse
e
cadute
nell
'
accasciamento
;
egli
e
il
suo
partito
umiliati
;
Vittorio
Emanuele
costretto
a
rinnegare
il
pensiero
unitario
!
Ci
sarebbero
voluti
molti
anni
a
rimetter
su
gli
animi
;
e
intanto
,
prima
che
tornasse
un
'
occasione
,
sarebbero
divenuti
vecchi
,
sarebbero
forse
morti
il
Re
,
Cavour
,
Mazzini
,
lui
,
tutta
quella
generazione
;
e
non
si
sapeva
che
cosa
sarebbe
poi
avvenuto
.
Ora
dunque
egli
e
tutti
sulle
due
navi
respiravano
contenti
.
Girata
la
punta
dell
'
Argentaro
,
ecco
a
destra
l
'
isola
del
Giglio
con
la
sua
costa
erta
e
rocciosa
e
col
suo
borgo
su
in
cima
.
Una
freschezza
,
una
pace
!
Quanti
di
quei
naviganti
già
vecchi
e
stanchi
avranno
pensato
di
venirvi
un
dì
a
trovarsi
un
posticino
lassù
,
per
invecchiarvi
del
tutto
e
morirvi
,
pensando
alla
loro
odissea
!
Ma
ora
l
'
odissea
non
era
finita
,
anzi
andavano
a
crearne
forse
l
'
ultimo
canto
.
Più
in
là
del
Giglio
,
Montecristo
,
l
'
isola
dei
sogni
;
e
lungo
la
costa
occidentale
dell
'
Argentaro
a
guardare
in
su
torri
,
torri
e
torri
.
Che
strano
arnese
da
guerra
doveva
essere
stato
quel
monte
!
E
poi
a
sinistra
Giannutri
,
luogo
da
capre
selvatiche
e
da
conigli
.
Di
là
da
quelle
isolette
i
due
vapori
pigliarono
il
largo
;
dunque
alle
coste
romane
non
c
'
era
proprio
più
da
pensarci
,
e
presto
sarebbero
entrati
nelle
acque
napolitane
.
Veniva
ai
Mille
la
sera
e
la
malinconia
.
Cosa
si
pensava
di
loro
nelle
loro
città
,
nei
loro
villaggi
,
nelle
loro
case
?
Davvero
tutta
l
'
Italia
doveva
stare
in
grande
ansietà
.
Ormai
la
spedizione
era
via
da
quattro
giorni
;
ogni
istante
poteva
esser
quello
di
una
grande
tragedia
,
in
qualche
punto
del
Tirreno
.
Se
i
due
vapori
si
fossero
imbattuti
nella
crociera
napolitana
,
avrebbero
dovuto
arrendersi
o
avventarsi
cannoneggiati
contro
le
navi
borboniche
,
lanciarsi
all
'
arrembaggio
da
disperati
,
e
farsi
saltar
in
aria
con
esse
o
pigliarsele
.
Chi
sapeva
mai
!
Con
Garibaldi
e
con
Bixio
alla
testa
,
tutto
era
possibile
.
Ma
se
invece
fossero
stati
catturati
e
menati
nel
porto
di
Napoli
,
dove
quel
Re
potesse
veder
Garibaldi
e
i
suoi
là
,
sotto
le
finestre
della
reggia
,
prima
di
farli
morire
forse
tutti
,
o
empirne
le
sue
galere
?
Chi
amava
,
pensava
così
e
temeva
e
sperava
;
e
forse
non
sarà
mancato
chi
anche
peggio
della
cattura
avrà
augurato
una
tempesta
di
cannonate
sui
due
vapori
e
il
fondo
del
mare
a
chi
vi
era
su
,
per
tomba
.
Ma
i
due
vapori
andavano
ancora
sicuri
.
E
andarono
tutta
la
notte
e
tutto
il
giorno
dipoi
,
che
era
il
10
,
senza
veder
che
cielo
ed
acqua
come
se
fossero
nell
'
Oceano
.
A
bordo
,
i
pavesi
cantavano
.
Tutto
era
quieto
.
Solo
a
una
cert
'
ora
prima
del
mezzodì
,
ci
fu
un
po
'
di
trambusto
,
perché
uno
del
Lombardo
si
era
gettato
in
mare
,
pel
dolore
di
non
essere
riuscito
a
farsi
inscrivere
nei
Carabinieri
genovesi
.
Fu
subito
fermato
il
vapore
;
una
lancia
vogò
come
saetta
,
giunse
dove
quell
'
uomo
si
dibatteva
tra
le
onde
,
e
uno
della
lancia
si
chinò
,
lo
tirò
su
mezzo
morto
ma
come
fosse
un
gingillo
.
Quel
forte
dalle
braccia
così
gagliarde
doveva
essere
,
era
certo
il
figlio
di
Garibaldi
.
A
bordo
si
diceva
così
,
perché
così
le
moltitudini
fanno
la
loro
poesia
,
e
infatti
quel
forte
era
proprio
Menotti
.
Dopo
,
sul
meriggio
,
il
Piemonte
cominciò
a
filar
via
più
spedito
e
il
Lombardo
a
rimanere
indietro
.
La
distanza
s
'
allungava
ora
per
ora
...
Dove
voleva
andare
il
Generale
così
solo
?
Forse
aveva
pensato
di
dividere
in
due
la
spedizione
,
per
non
correre
tutti
la
stessa
sorte
,
se
mai
fosse
stata
avversa
?
Chi
lo
sapeva
!
Divisi
,
Piemonte
e
Lombardo
,
l
'
uno
o
l
'
altro
sarebbero
riusciti
ad
approdare
,
e
riuscendo
tutt
'
e
due
,
una
volta
sbarcati
,
facile
sarebbe
stato
riunirsi
nell
'
isola
.
Era
un
nuovo
dolore
per
quei
del
Lombardo
,
poiché
se
Bixio
era
Bixio
,
ben
più
fortunati
erano
coloro
che
si
trovavano
a
correr
le
sorti
del
Generale
,
ora
che
la
prova
era
così
vicina
.
Finire
con
lui
come
che
fosse
,
ognuno
se
lo
poteva
augurare
.
In
un
certo
momento
,
mentre
gli
animi
erano
agitati
così
,
Bixio
chiamò
tutti
a
poppa
.
Era
furioso
:
Aveva
scaraventato
un
piatto
in
viso
a
uno
che
s
'
era
lamentato
dei
superiori
,
e
aveva
perduto
a
lui
il
rispetto
.
-
Tutti
a
poppa
!
-
E
Bixio
di
lassù
,
dal
ponte
del
comando
,
fremente
come
un
'
aquila
librata
sull
'
ali
,
già
per
piombare
sulla
preda
,
parlò
:
"
Io
sono
giovane
,
ho
trentasette
anni
ed
ho
fatto
il
giro
del
mondo
.
Sono
stato
naufrago
,
prigioniero
,
ma
son
qui
e
qui
comando
io
.
Qui
io
sono
tutto
,
lo
Czar
,
il
Sultano
,
il
Papa
,
sono
Nino
Bixio
.
Dovete
ubbidirmi
tutti
:
guai
chi
osasse
un
'
alzata
di
spalle
,
guai
chi
pensasse
d
'
ammutinarsi
.
Uscirei
col
mio
uniforme
,
colla
mia
sciabola
,
con
le
mie
decorazioni
,
e
vi
ucciderei
tutti
.
Il
Generale
mi
ha
lasciato
,
comandandomi
di
sbarcarvi
in
Sicilia
.
Vi
sbarcherò
.
Là
mi
impiccherete
al
primo
albero
che
troveremo
,
ma
in
Sicilia
,
ve
lo
giuro
,
vi
sbarcheremo
.
"
Veramente
esagerava
,
perché
l
'
atto
di
colui
che
lo
aveva
offeso
era
affatto
individuale
,
e
non
meritava
quel
suo
fiero
discorso
.
Però
quand
'
egli
ebbe
finito
e
voltò
le
spalle
,
forse
per
non
farsi
vedere
commosso
,
tutte
le
braccia
erano
alzate
a
lui
,
tra
grida
di
lode
.
Ma
da
quel
suo
discorso
parve
a
tutti
di
aver
indovinato
che
il
disegno
di
Garibaldi
era
proprio
di
tentar
lo
sbarco
,
egli
e
Bixio
,
ognuno
da
sé
.
Difatti
il
Piemonte
era
già
quasi
fuori
della
lor
vista
,
sicché
prima
che
fosse
notte
fatta
,
non
ne
scorgevano
neppur
più
il
fumo
.
E
passò
sul
Lombardo
un
soffio
di
gran
malinconia
.
Erano
congetture
.
Di
certo
vi
era
che
cominciava
la
notte
dei
pericoli
veri
.
Ormai
la
marineria
napoletana
doveva
sapere
da
un
pezzo
che
la
spedizione
era
in
mare
,
e
che
si
era
forse
già
tesa
tutta
davanti
all
'
isola
ad
aspettarla
.
Garibaldi
andava
ad
esplorare
.
Egli
,
prudentissimo
e
in
guerra
sempre
geloso
del
proprio
segreto
,
soltanto
dopo
salpato
da
Santo
Stefano
,
poiché
allora
nessuno
avrebbe
più
potuto
propalar
nulla
,
aveva
detto
al
suo
aiutante
Turr
di
chiamargli
Crispi
,
Castiglia
e
Orsini
siciliani
,
per
determinare
il
punto
di
sbarco
.
E
in
quella
conferenza
,
abbandonato
il
suo
primo
pensiero
di
scendere
a
Castellamare
del
Golfo
,
aveva
deliberato
di
tentarlo
a
Porto
Palo
,
sulla
costa
tra
Sciacca
e
Mazzara
,
dove
è
fama
che
il
16
giugno
dell'827
siano
sbarcati
i
primi
Saraceni
che
invasero
l
'
isola
,
chiamati
e
guidati
da
Eufemio
di
Messina
.
Ma
certamente
questo
fatto
di
mille
anni
avanti
non
entrò
per
nulla
nella
scelta
di
Garibaldi
:
perché
né
egli
,
né
quegli
uomini
che
stavano
con
lui
,
se
anche
lo
sapevano
,
erano
teste
da
fissarvisi
su
.
Comunque
sia
,
per
andare
a
Porto
Palo
,
i
due
vapori
dovevano
fare
falsa
rotta
verso
la
Berberia
,
e
poi
,
se
le
acque
parevano
libere
,
voltar
di
colpo
verso
Sicilia
a
trovarlo
.
Ma
assai
dopo
il
mezzo
di
quella
notte
dal
10
all'11
,
Garibaldi
giunto
presso
l
'
isoletta
di
Maretimo
,
che
nel
gruppo
delle
Egadi
è
la
più
lontana
dalla
costa
di
Sicilia
,
deliberò
di
fermarsi
celato
dall
'
isoletta
e
a
lumi
spenti
,
per
aspettare
il
Lombardo
.
Da
ponente
e
da
tramontana
vedeva
i
fanali
delle
navi
napolitane
in
crociera
,
e
in
quei
momenti
doveva
parergli
d
'
esser
ne
'
suoi
tempi
quasi
favolosi
di
Rio
Grande
d
'
America
.
Stato
un
pezzo
in
quel
silenzio
come
in
agguato
,
inquieto
pel
Lombardo
che
non
appariva
,
tornò
indietro
per
cercarlo
.
E
coloro
che
stavano
sul
Lombardo
e
che
a
quell
'
ora
vegliavano
,
quando
rividero
il
Piemonte
lo
credettero
una
nave
nemica
che
corresse
loro
incontro
a
investirli
.
Lo
credette
lo
stesso
Bixio
.
Piantato
sul
suo
ponte
,
egli
fece
levar
su
tutti
e
inastar
le
baionette
;
comandò
al
macchinista
di
dar
tutto
il
vapore
,
e
al
timoniere
di
voltar
tutto
a
sinistra
,
per
andare
alla
disperata
addosso
a
quel
legno
.
A
prora
Simone
Schiaffino
,
capitan
Carlo
Burattini
d
'
Ancona
,
Jacopo
Sgaralino
di
Livorno
,
con
dietro
una
folla
,
stavano
pronti
per
lanciarsi
all
'
arrembaggio
,
tutto
il
ponte
del
Lombardo
fremeva
,
e
mancava
poco
al
grand
'
urto
.
Ma
allora
sonò
la
voce
di
Garibaldi
:
-
Capitan
Bixio
!
-
Generale
!
-
urlò
Bixio
.
-
Indietro
!
Macchina
indietro
!
Generale
,
non
vedevo
i
fanali
.
-
E
non
vedete
che
siamo
in
mezzo
alla
crociera
nemica
?
-
La
commozione
era
stata
così
grande
,
il
passaggio
dallo
sgomento
,
dall
'
ira
,
dalla
ferocia
alla
gioia
così
repentino
,
che
la
parola
'
crociera
'
non
fece
quasi
niun
senso
,
e
tutto
fino
a
un
certo
segno
tornò
quieto
.
Intanto
Garibaldi
e
Bixio
si
concertarono
,
poi
i
due
vapori
ripresero
la
via
l
'
un
presso
l
'
altro
verso
l
'
Africa
,
sempre
però
il
Piemonte
un
po
'
avanti
.
Così
andarono
fino
all
'
alba
,
e
per
le
prime
ore
del
mattino
,
in
quell
'
acque
tra
la
Sicilia
e
le
coste
di
Barberia
,
ma
senza
mai
perder
di
vista
il
gruppo
delle
Egadi
;
Levanzo
lontana
,
Maretimo
più
in
qua
,
ancor
più
in
qua
verso
loro
la
Favignana
.
A
bordo
del
Lombardo
un
Galigarsia
,
nativo
di
quell
'
isoletta
,
povero
milite
che
doveva
morire
quattro
giorni
dipoi
a
Calatafimi
,
diceva
ad
un
gruppo
di
quei
suoi
compagni
che
in
quell
'
isoletta
così
bella
v
'
era
un
carcere
profondissimo
sotto
il
livello
del
mare
,
dove
stavano
chiusi
sette
compagni
di
Pisacane
sopravvissuti
all
'
eccidio
di
Sapri
.
Condannati
al
patibolo
e
poi
graziati
,
morivano
ogni
ora
un
po
'
in
quella
fossa
maledetta
.
Ma
il
sentimento
del
pericolo
presente
,
la
maravigliosa
vista
delle
cose
in
contrasto
col
disgustoso
stato
in
cui
tutti
si
trovavano
,
pigiati
da
tanto
tempo
su
quel
legno
,
non
lasciavano
quasi
posto
alla
pietà
per
chi
dolorava
altrove
.
Del
resto
,
l
'
ora
era
decisiva
:
o
presto
quei
miseri
sarebbero
usciti
liberi
,
o
avrebbero
avuto
dei
nuovi
compagni
.
La
Sicilia
!
Tutti
intanto
sui
due
legni
stavano
accovacciati
per
ordine
severissimo
dei
Comandanti
,
ma
tutti
guatavano
dall
'
orlo
dei
parapetti
certi
monti
che
dapprima
parevano
nuvolaglia
e
che
svolgevano
via
nell
'
aria
vaporosa
i
loro
profili
sempre
più
netti
.
Quei
monti
per
quei
cuori
eran
già
tutta
la
Sicilia
che
si
animava
,
che
esultava
,
che
cantava
alla
loro
venuta
.
E
poco
appresso
,
quando
cominciò
ad
apparire
una
striscia
bianca
tra
mare
e
terra
,
si
diffuse
la
voce
che
là
fosse
Marsala
.
Marsala
!
Tra
quella
e
i
due
vapori
erano
libere
le
acque
.
Che
fortuna
!
Pareva
che
quella
striscia
bianca
e
tutta
la
terra
movesse
loro
incontro
,
tanto
la
distanza
si
stringeva
,
tanto
i
due
legni
filavano
agili
,
aiutati
anche
da
un
po
'
di
ponente
che
appunto
allora
si
era
messo
.
Dunque
ancora
forse
qualche
breve
ora
,
e
i
due
vapori
avrebbero
atterrato
.
Tutto
dipendeva
da
questo
,
che
non
si
staccassero
da
Marsala
navi
da
guerra
a
incontrarli
a
cannonate
.
Ma
la
speranza
era
grande
.
Sul
ponte
del
Piemonte
che
andava
sempre
avanti
,
quei
del
Lombardo
vedevano
Garibaldi
circondato
da
un
gruppo
dei
suoi
,
coi
cannocchiali
all
'
occhio
.
Guardavano
due
legni
da
guerra
bianchi
,
ancorati
nel
porto
.
Ad
un
tratto
il
Piemonte
rallentò
,
si
fermò
quasi
,
pigliò
su
qualcuno
da
una
barca
peschereccia
che
veniva
da
Marsala
.
E
da
colui
Garibaldi
seppe
che
quei
due
legni
erano
inglesi
;
che
dal
porto
di
Marsala
,
nella
notte
,
n
'
erano
partiti
due
napolitani
per
Sciacca
e
Girgenti
;
che
in
quella
mattina
stessa
delle
milizie
venute
il
dì
avanti
eran
tornate
via
dalla
città
,
dirette
a
Trapani
.
La
fortuna
,
dunque
,
era
proprio
tutta
dalla
parte
di
Garibaldi
!
E
il
Piemonte
filava
e
il
Lombardo
dietro
con
Bixio
,
che
non
sapendo
ciò
che
Garibaldi
sapeva
,
tempestava
i
suoi
di
star
giù
,
minacciava
ira
ai
marinai
se
gli
sbagliassero
manovra
:
Ma
di
sbarcare
era
anch
'
egli
sicuro
:
anzi
a
un
certo
momento
che
passò
vicino
al
suo
un
piccolo
legno
inglese
,
egli
gridò
:
"
Dite
a
Genova
che
il
general
Garibaldi
è
sbarcato
a
Marsala
oggi
11
maggio
,
alle
una
pomeridiana
!
"
Quella
sicurezza
di
Bixio
passò
in
tutti
i
cuori
.
Perciò
non
fece
quasi
senso
l
'
apparizione
di
due
pennacchi
neri
,
lontani
,
in
giù
a
destra
;
fumo
di
due
navi
da
guerra
certo
,
che
dovevano
venire
a
furia
.
Fulmini
se
mai
giungessero
in
tempo
!
Ma
esse
quel
tanto
spazio
non
potevano
divorarselo
;
la
terra
era
ormai
vicinissima
:
si
distingueva
già
il
molo
e
fino
la
gente
.
Un
altro
po
'
di
ansietà
,
poi
...
Lo
sbarco
E
poco
appresso
il
Piemonte
imboccava
il
porto
,
e
vi
si
andava
a
posare
in
mezzo
come
in
luogo
suo
.
Bixio
,
nella
rapina
dell
'
animo
tempestosa
,
lanciò
il
Lombardo
come
un
cavallo
sfrenato
,
andasse
pure
ad
investire
,
a
spaccarsi
,
magari
a
sommergersi
,
tanto
meglio
!
Così
,
una
volta
sbarcati
,
quelli
che
vi
stavan
su
avrebbero
capito
che
non
v
'
era
più
via
di
ritorno
.
E
si
fermò
così
fuori
del
molo
destro
,
a
poche
braccia
da
quella
riva
.
Era
il
tocco
dopo
mezzodì
.
Nessuna
poesia
potrà
mai
dire
l
'
anima
di
quella
gente
in
quell
'
ora
.
Ecco
il
momento
degli
uomini
di
mare
.
Benedetto
Castiglia
,
capo
della
marineria
da
guerra
sicula
nel
1848;
capitano
Andrea
Rossi
da
Diano
Marina
,
capitan
Giuseppe
Gastaldi
da
Porto
Maurizio
,
Burattini
,
Assi
,
Sgarallino
,
Schiaffino
e
tutti
quelli
che
com
'
essi
erano
marinai
,
scesero
a
raccoglier
nel
porto
quante
barche
vi
si
trovavano
.
E
per
amore
o
per
forza
le
fecero
lavorare
.
Bisognava
far
presto
a
levar
la
gente
e
le
poche
cose
da
guerra
e
le
artiglierie
dai
due
vapori
,
perché
in
men
di
due
ore
quelle
navi
che
si
vedevano
sempre
più
vicine
potevano
giungere
a
tiro
e
fare
una
strage
.
Intorno
al
Lombardo
e
al
Piemonte
parve
un
finimondo
.
Intanto
Turr
con
Missori
,
Pentasuglia
,
Argentino
,
Bruzzesi
,
Manin
,
Miocchi
,
discesi
primi
,
salirono
alla
città
,
su
cui
cominciavano
a
sventolare
bandiere
d
'
altre
nazioni
,
ma
le
più
inglesi
.
E
dalla
città
alcuni
cittadini
calavano
al
porto
timidamente
.
Dei
ragazzi
li
precedevano
a
corsa
;
sopraggiungevano
frati
bianchi
,
che
davano
poderose
strette
di
mano
a
quegli
strani
forestieri
sbarcati
in
armi
e
tutti
vestiti
alla
borghese
,
salvo
pochi
in
qualche
divisa
piemontese
o
in
camicia
rossa
,
forse
una
cinquantina
.
E
quei
frati
facevano
delle
domande
strane
,
da
curiosi
ma
semplici
;
e
udendo
da
uno
dir
che
era
di
Venezia
,
da
un
altro
di
Genova
,
di
Milano
,
di
Roma
,
di
Bergamo
,
inarcavano
le
ciglia
,
maravigliati
come
se
l
'
esser
essi
potuti
giungere
nella
loro
Sicilia
da
quelle
città
,
fosse
cosa
quasi
fuori
del
naturale
.
In
un
'
ora
o
in
un
'
ora
e
mezzo
al
più
,
tutta
la
spedizione
fu
a
terra
.
Qualcuno
si
ricordò
che
quel
giorno
era
venerdì
,
malaugurio
;
qualcun
altro
disse
che
era
pur
venerdì
il
giorno
in
cui
Colombo
partì
da
Palos
,
e
che
andassero
al
vento
le
superstizioni
...
!
Ma
a
un
tratto
tuonò
una
prima
cannonata
.
Le
navi
borboniche
giungevano
a
tiro
.
Erano
tre
:
due
a
vapore
più
vicine
,
la
terza
a
vela
tirata
a
rimorchio
da
una
di
esse
e
lasciata
poi
indietro
per
far
più
alla
lesta
.
Ma
anche
quella
si
avvicinava
.
E
avrebbe
potuto
tirar
qualche
poco
prima
,
ma
avevano
indugiato
alquanto
i
lor
fuochi
,
perché
i
due
legni
inglesi
Argus
e
Intrepid
ancorati
nel
porto
avevano
pregato
a
segnali
di
bandiere
di
non
tirare
,
finché
i
loro
ufficiali
da
terra
non
fossero
tornati
a
bordo
.
Difatti
dei
marinai
in
calzoni
bianchi
uscivano
da
Marsala
e
scendevano
frettolosi
al
mare
.
E
allora
quelle
navi
cominciarono
a
sfogarsi
contro
gli
sbarcati
,
le
due
a
vapore
con
tiri
quasi
in
cadenza
,
quella
a
vela
addirittura
a
fiancate
.
Però
i
loro
proiettili
o
davano
in
acqua
,
sguisciando
poi
a
rotolar
sulla
riva
già
mezzi
morti
,
o
non
oltrepassavano
guari
la
linea
del
molo
.
Cadde
qualche
granata
in
mezzo
alle
compagnie
già
ordinate
,
ma
queste
pronte
,
si
gettarono
a
terra
e
lasciarono
scoppiare
:
una
di
quelle
colpì
e
sfasciò
mezzo
un
casotto
da
doganieri
del
molo
;
un
'
altra
fece
tremare
la
settima
Compagnia
,
passandole
parallela
alla
fronte
,
così
che
due
braccia
più
a
sinistra
la
mieteva
tutta
.
"
Alte
le
teste
!
"
gridò
Cairoli
;
e
la
Compagnia
stette
salda
.
Alfine
fu
dato
il
comando
di
salire
alla
città
.
Manin
e
Maiocchi
regolavano
la
corsa
a
gruppi
.
Un
po
'
curvi
,
un
po
'
carponi
,
un
po
'
ritti
,
regolandosi
alle
vampate
dei
cannoni
nemici
,
correvano
quei
gruppi
su
per
il
pendio
verso
la
porta
della
città
e
vi
entravano
.
Cara
Marsala
!
E
di
qua
e
di
là
si
spandevano
per
le
vie
traverse
,
perché
in
faccia
a
quella
maestra
era
andata
a
porsi
una
delle
fregate
,
e
tentava
,
coi
suoi
tiri
,
d
'
infilare
la
porta
.
Poca
gente
per
quelle
vie
;
degli
usci
si
chiudevano
;
dalle
soglie
d
'
altri
usci
e
dalle
finestre
donne
e
uomini
guardavano
paurosi
;
e
ve
n
'
erano
che
applaudivano
,
i
più
parevano
gente
trasognata
.
Garibaldi
,
sbarcato
degli
ultimi
,
saliva
anch
'
egli
ma
lento
alla
città
,
portando
la
sciabola
sulla
spalla
come
un
contadino
la
zappa
.
E
ogni
poco
si
volgeva
a
guardar
il
porto
.
Gusmaroli
e
altri
pochi
che
lo
seguivano
,
avrebbero
voluto
portarlo
via
di
peso
dal
pericolo
d
'
essere
ucciso
o
soltanto
ferito
in
quel
primo
istante
.
Senza
di
lui
non
si
sapeva
cosa
sarebbe
stato
di
quel
gruppo
d
'
uomini
,
fossero
pur
molti
i
grandi
e
i
forti
tra
loro
.
Egli
da
solo
era
un
esercito
.
Ma
nessuno
osava
dirgli
che
si
guardasse
,
nessuno
,
neppur
Bixio
,
venuto
via
addirittura
l
'
ultimo
da
bordo
.
Egli
aveva
voluto
prima
far
portare
a
terra
tutto
ciò
che
gli
era
parso
buono
a
qualcosa
,
poi
non
avendo
più
nulla
da
farvi
,
aperti
egli
stesso
i
rubinetti
delle
macchine
affinché
il
Lombardo
s
'
empisse
d
'
acqua
,
era
disceso
.
Intanto
le
navi
borboniche
continuavano
a
tirare
.
E
fu
saputo
subito
che
le
due
fregate
a
vapore
si
chiamavano
Stromboli
e
Capri
,
e
che
quella
a
vela
,
tanto
maestosa
,
era
la
Partenope
.
Ah
!
La
Stromboli
!
V
'
erano
tra
gli
sbarcati
quei
tali
sette
che
vi
avevano
navigato
su
nel
1859
fino
a
Cadice
,
con
gli
altri
deportati
che
dovevano
andare
a
finire
in
America
.
Ora
la
riconoscevano
ai
profili
.
Non
erano
più
quei
tempi
,
sebbene
fossero
ancora
tanto
vicini
:
né
era
più
l'11
luglio
del
1849
,
quando
,
comandata
da
un
Salazar
,
la
Stromboli
aveva
inseguito
i
trabaccoli
siciliani
che
,
fallito
loro
lo
sbarco
in
Calabria
,
andavano
a
rifugiarsi
nelle
Ionie
.
Lo
Stromboli
allora
aveva
issato
bandiera
inglese
,
perfidamente
ingannando
quei
siciliani
,
e
li
aveva
catturati
e
condotti
a
lunghe
pene
nelle
carceri
dei
Borboni
.
Adesso
era
lì
mortificata
con
quegli
altri
due
legni
,
cui
non
restava
che
pigliarsi
il
Piemonte
per
menarlo
via
.
Quanto
al
Lombardo
l
'
avrebbero
dovuto
lasciar
là
giacere
,
come
un
mostro
marino
sputato
sulla
spiaggia
.
Testimoni
di
quei
fatti
stettero
i
due
vapori
inglesi
,
ammirando
la
discesa
e
la
prontezza
e
l
'
ordine
con
cui
tutto
era
avvenuto
.
E
non
sapevano
che
si
sarebbe
subito
gridato
e
ripetuto
poi
lungamente
pel
mondo
che
essi
avevano
aiutato
Garibaldi
,
e
che
anzi
per
aiutarlo
s
'
erano
trovati
là
apposta
.
Furono
voci
false
.
L
'
Argus
stava
in
quel
porto
da
parecchi
giorni
per
proteggere
gli
inglesi
residenti
in
Marsala
,
L
'
Intrepid
v
'
era
giunto
di
passaggio
da
poche
ore
,
e
poche
ore
dopo
se
n
'
andava
per
Malta
.
Il
proclama
A
guardia
del
porto
,
se
mai
dalle
navi
borboniche
sbarcasse
della
gente
,
rimasero
la
7°
Compagnia
e
i
Carabinieri
genovesi
.
Con
le
loro
infallibili
carabine
,
quei
genovesi
,
che
,
per
dir
così
,
davano
in
una
capocchia
di
chiodo
a
trecento
metri
,
avrebbero
presto
levato
ogni
voglia
di
sbarcare
a
chi
l
'
avesse
tentato
.
Da
mare
dunque
Garibaldi
non
aveva
da
temere
.
Da
terra
sì
.
Per
questo
mandò
ricognizioni
verso
Trapani
e
verso
Sciacca
,
fece
uscire
dalla
città
quanto
poté
più
delle
Compagnie
,
fors
'
anche
non
si
fidando
dei
vini
del
paese
pei
loro
effetti
sulle
teste
di
quei
suoi
uomini
,
i
quali
in
cinque
giorni
non
avevano
mangiato
che
poco
biscotto
e
bevuto
acqua
di
botte
quasi
imputridita
.
Per
esplorare
il
paese
montò
egli
stesso
sulla
cupola
della
Cattedrale
,
cui
passarono
subito
ben
vicine
due
granate
delle
navi
che
avevano
visto
gente
lassù
.
Disceso
andò
al
Municipio
,
e
di
là
disse
alla
Sicilia
la
sua
prima
parola
:
"
Siciliani
!
Io
vi
ho
condotto
un
piccolo
pugno
di
valorosi
,
accorsi
alle
vostre
eroiche
grida
,
avanzi
delle
battaglie
lombarde
.
Noi
siamo
qui
con
voi
,
ed
altro
non
cerchiamo
che
di
liberare
il
vostro
paese
.
Se
saremo
tutti
uniti
sarà
facile
il
nostro
assunto
.
Dunque
,
all
'
armi
!
Chi
non
prende
un
'
arma
qualunque
,
è
un
vile
o
un
traditore
.
A
nulla
vale
il
pretesto
che
manchino
le
armi
.
Noi
avremo
i
fucili
,
ma
per
il
momento
ogni
arma
è
buona
,
quando
sia
maneggiata
dalle
braccia
di
un
valoroso
.
I
Comuni
avranno
cura
dei
figli
,
delle
donne
,
dei
vecchi
che
lascerete
addietro
!
La
Sicilia
mostrerà
ancora
una
volta
al
mondo
,
come
un
paese
,
con
l
'
efficace
volontà
d
'
un
intero
popolo
,
sappia
liberarsi
dei
suoi
oppressori
.
"
Di
questo
proclama
,
affisso
alle
cantonate
di
Marsala
,
furono
mandati
esemplari
alle
città
vicine
,
e
lontano
alle
squadre
che
tenevano
i
monti
.
Bisognava
che
la
gran
voce
andasse
,
e
infiammasse
la
rivoluzione
già
quasi
vinta
.
I
Marsalesi
leggevano
e
cominciavano
a
comprendere
,
coloro
che
cinque
giorni
avanti
non
avevano
osato
insorgere
al
grido
di
Abele
Damiani
,
loro
concittadino
,
adesso
pigliavano
animo
,
seguisse
poi
ciò
che
potesse
,
perché
con
quegli
italiani
c
'
erano
pur
Crispi
,
La
Masa
,
Orsini
,
Palizzolo
,
Carini
,
tutti
dei
loro
,
proprio
dell
'
isola
,
e
tutti
già
celebri
fin
dal
'48
.
E
poi
avevano
visto
Lui
,
Garibaldi
in
persona
.
Se
la
colonna
del
generale
Letizia
,
che
il
giorno
avanti
aveva
fatto
la
sua
comparsa
minacciosa
,
e
se
n
'
era
andata
credendo
di
lasciarsi
dietro
tutto
tranquillo
,
fosse
anche
rinvenuta
;
avrebbero
avuto
da
far
con
Garibaldi
,
con
quei
suoi
ufficiali
facili
a
riconoscersi
per
uomini
di
guerra
sul
serio
,
con
quella
gente
un
po
'
d
'
ogni
età
ma
pratica
d
'
armi
e
disciplinata
,
con
loro
infine
e
con
al
loro
città
che
si
sarebbe
difesa
.
Anche
il
popolino
pigliava
via
via
confidenza
con
quei
forestieri
.
Nelle
taverne
,
nelle
botteghe
dove
essi
entravano
per
rifocillarsi
e
provvedersi
di
qualche
cosuccia
necessaria
,
la
gente
faceva
subito
folla
.
E
si
tratteneva
a
sentirli
parlare
.
Come
erano
buoni
e
cortesi
!
Le
donne
osservavano
che
molti
portavano
i
capelli
lunghi
,
cosa
strana
per
soldati
,
e
che
avevano
gli
occhi
azzurri
e
le
mani
e
i
panni
indosso
da
veri
signori
.
I
bottegai
ricevevano
le
monete
con
su
l
'
effigie
di
Vittorio
Emanuele
,
mirando
e
facendo
mirare
i
gran
baffi
del
Re
di
cui
avevano
sentito
parlar
vagamente
,
domandavano
se
Garibaldi
fosse
suo
fratello
.
Davano
i
resti
in
mucchi
di
monete
luride
e
fruste
,
e
facevano
tutto
gli
uni
e
gli
altri
con
gran
fidanza
.
Quelle
non
erano
ore
da
inganni
.
Correvano
intanto
dei
racconti
curiosi
di
particolari
minuti
dello
sbarco
,
un
fatterello
seguito
qua
o
là
,
a
questo
o
a
quell
'
altro
di
questa
,
di
quella
Compagnia
.
Faceto
,
nel
serio
,
ma
vero
,
si
diceva
che
appena
sceso
a
terra
,
un
Pentasuglia
,
pratico
del
mestiere
,
era
entrato
nell
'
ufficio
del
telegrafo
,
dove
l
'
impiegato
aveva
appena
finito
di
annunziare
a
Palermo
e
a
Trapani
che
gente
armata
sbarcava
da
due
legni
sardi
.
Ripicchiavano
appunto
da
Trapani
,
domandando
quanti
fossero
gli
sbarcati
;
e
il
Pentasuglia
aveva
risposto
egli
stesso
:
-
Mi
sono
ingannato
,
sono
due
vapori
nostri
.
-
Poi
,
stato
un
istante
ridendo
a
sentirsi
dare
dell
'
imbecille
da
Trapani
,
subito
aveva
tagliato
il
filo
.
*
Dunque
la
gran
notizia
era
andata
,
e
a
quell
'
ora
la
avevano
già
a
Napoli
nella
reggia
.
Ivi
che
sgomento
e
che
collera
!
Se
ne
aspettavano
ben
altra
.
Il
giorno
6
avevano
saputo
della
partenza
di
Garibaldi
da
Genova
,
e
protestato
col
telegrafo
a
tutte
le
Corti
d
'
Europa
contro
il
Pirata
e
contro
chi
lo
doveva
aver
favorito
.
La
mattina
del
7
,
il
Re
era
andato
a
far
le
sue
divozioni
a
San
Gennaro
,
e
il
Governo
aveva
mandato
ordini
alla
flotta
"
d
'
impedire
a
ogni
costo
lo
sbarco
dei
filibustieri
;
di
respingere
con
la
forza
;
di
catturare
i
legni
.
"
Poi
erano
stati
quattro
giorni
d
'
angoscia
mortale
.
E
ora
lo
sbarco
era
avvenuto
!
Ma
ancora
assai
che
l
'
invasore
era
andato
a
mettersi
dal
punto
più
lontano
dalla
Capitale
!
Tempo
e
spazio
per
schiacciarlo
non
sarebbe
mancato
.
Pure
il
colpo
era
tremendo
.
Ancor
più
tremendo
il
colpo
doveva
essere
sentito
a
Palermo
,
dove
il
luogotenente
del
Re
,
principe
di
Castelcicala
,
e
i
generali
e
l
'
esercito
avevano
così
vicino
l
'
uomo
temuto
.
Chi
sapeva
mai
in
quale
trambusto
era
la
gran
città
,
se
anche
la
popolazione
era
già
venuta
a
conoscere
che
il
Garibaldi
annunziato
da
Rosolino
Pilo
stava
in
Sicilia
davvero
?
Intanto
a
Marsala
bisognava
vegliare
.
Potevano
giungere
nella
notte
numerose
truppe
da
Trapani
,
da
Sciacca
,
dal
mare
;
e
l
'
impresa
garibaldina
,
così
ben
riuscita
nella
traversata
e
nello
sbarco
,
finire
là
in
quella
piccola
città
come
già
quella
di
Pisacane
a
Sapri
.
Ma
la
notte
passò
tranquilla
;
verso
l
'
alba
furono
ritirati
gli
avamposti
,
raccolte
le
compagnie
e
tutto
approntato
per
la
prima
marcia
verso
l
'
interno
.
In
marcia
Alla
chiamata
non
mancava
neppure
un
uomo
.
Ed
era
naturale
.
Ognuno
sentiva
in
sé
il
pericolo
di
rimaner
isolato
;
ognuno
,
per
quanto
piccolo
,
aveva
coscienza
della
propria
responsabilità
.
Quasi
staccati
dal
mondo
,
ridotti
per
dir
così
in
un
campo
chiuso
dove
erano
discesi
a
mettersi
da
sé
,
comprendevano
,
chi
più
chi
meno
,
molti
forse
confusamente
,
che
trovarvisi
non
voleva
dire
soltanto
essere
in
guerra
contro
altri
soldati
ne
'
quali
da
un
'
ora
all
'
altra
si
sarebbero
imbattuti
;
e
che
quella
che
erano
venuti
a
cercare
non
era
una
guerra
come
tutte
le
altre
.
Vincere
dovevano
ad
ogni
costo
,
perché
dall
'
isola
non
potevano
più
uscire
che
vincitori
;
ma
soprattutto
bisognava
non
lasciar
perire
Garibaldi
.
Era
coscienza
dunque
che
ognuno
desse
tutto
sé
stesso
,
e
che
tutti
insieme
si
facessero
amare
dal
popolo
siciliano
per
virtù
e
purezza
in
tutte
le
azioni
.
Perciò
si
udirono
fieramente
rimproverar
dai
compagni
certi
pochi
che
nella
notte
s
'
erano
dati
bel
tempo
.
Diceva
Enrico
Moneta
da
Milano
,
piccolo
soldatino
della
6°
Compagnia
,
di
diciannove
anni
,
uno
dei
quattro
fratelli
che
l
'
anno
avanti
erano
stati
Cacciatori
delle
Alpi
,
diceva
che
chi
era
là
per
aiutare
quel
mondo
a
mutarsi
,
doveva
badare
ad
essere
austero
ancor
più
che
prode
.
-
Per
di
più
,
quella
che
stava
per
accendersi
era
sotto
un
certo
aspetto
una
vera
guerra
civile
.
E
se
per
quella
trafila
doveva
passare
l
'
Italia
a
divenire
nazione
,
bisognava
badare
a
farsi
onore
e
a
far
onore
anche
al
nemico
pur
vincendolo
,
per
lasciargli
possibile
l
'
oblio
della
sconfitta
senza
viltà
,
e
facile
e
pronto
il
ritorno
all
'
amore
.
Tali
spiriti
si
venivano
formando
negli
animi
anche
di
quelli
che
non
avrebbero
saputo
spiegarsi
a
manifestarli
,
così
come
uno
quasi
senza
che
se
ne
avveda
si
ritempra
d
'
aria
pura
.
Schierate
fuor
di
Marsala
sulla
via
che
mena
a
Sciacca
,
stavano
tutte
le
compagnie
con
gli
altri
piccoli
corpi
.
Il
tempo
era
bello
e
fresco
,
la
guazza
sull
'
erbe
magre
di
quello
spiazzo
pareva
quasi
una
brinata
.
Il
mare
dormiva
:
lontani
,
già
verso
l
'
Egadi
,
i
legni
napolitani
rimorchiavano
il
Piemonte
.
E
per
tutto
era
una
quiete
diffusa
,
anche
nella
città
che
pareva
avesse
già
dimenticato
il
turbamento
del
giorno
innanzi
.
Pochi
cittadini
si
aggiravano
intorno
alle
compagnie
.
Qualcheduno
armato
di
doppietta
era
là
per
seguirle
.
Faceva
senso
tra
gli
altri
un
signore
,
forse
di
trentacinque
o
quaranta
anni
,
taciturno
e
pensoso
.
Si
chiamava
Gerolamo
Italia
.
Egli
di
là
fino
all
'
ultimo
di
quella
guerra
nel
Regno
,
marciò
poi
,
fido
alla
6°
Compagnia
,
semplice
milite
,
sempre
pensoso
e
modesto
.
Una
tromba
suonò
in
distanza
,
poi
comparve
Garibaldi
a
cavallo
.
Indossava
camicia
rossa
,
portava
i
calzoni
grigi
da
generale
ma
senza
le
strisce
d
'
argento
,
e
in
capo
teneva
il
suo
solito
cappello
dalla
foggia
che
allora
si
diceva
all
'
Orsini
o
anche
all
'
ungherese
,
come
glielo
hanno
poi
fatto
gli
scultori
quasi
in
tutti
i
monumenti
;
e
gli
sventolava
dietro
un
gran
fazzoletto
annodato
al
collo
.
Teneva
il
mantello
americano
ripiegato
sull
'
arcione
davanti
.
Dietro
di
lui
cavalcavano
il
suo
stato
maggiore
e
alcuni
delle
Guide
,
Nullo
tra
gli
altri
,
bellissimo
nella
sua
divisa
del
'59
,
tutta
grigia
con
alamari
neri
e
galloni
da
sergente
.
Pareva
col
suo
cavallo
un
solo
getto
di
bronzo
.
Il
Missori
indossava
la
giubba
rossa
da
ufficiale
con
alamari
d
'
oro
.
Al
passaggio
del
Generale
non
furono
presentate
le
armi
.
Egli
certe
cose
non
le
voleva
.
Tirò
via
,
guardando
le
Compagnie
molto
ilare
in
viso
;
poi
queste
si
mossero
,
fianco
destro
,
trombe
in
testa
e
partirono
.
Quelle
trombe
suonavano
le
arie
semplici
ma
pungenti
de
'
bersaglieri
di
La
Marmora
;
il
passo
delle
compagnie
era
franco
,
nessuno
si
sentiva
più
mareggiare
il
terreno
sotto
,
come
il
giorno
innanzi
dopo
lo
sbarco
;
e
quando
spuntò
il
sole
cominciarono
i
canti
.
A
forse
un
miglio
da
Marsala
,
la
testa
della
colonna
svoltò
per
una
via
traversa
che
,
staccandosi
dalla
consolare
,
menava
verso
l
'
interno
tra
vigneti
allora
già
in
pieno
rigoglio
.
Passati
i
vigneti
cominciarono
gli
oliveti
,
e
pareva
che
quella
prima
marcia
dovesse
condurre
a
vedere
meravigliose
colture
.
Verso
le
undici
la
colonna
fece
il
grand
'
alto
in
una
conca
,
presso
una
casa
bianca
,
fresca
,
silenziosa
,
con
a
ridosso
delle
fitte
macchie
d
'
olivi
vetusti
.
Là
,
Garibaldi
,
seduto
a
'
piedi
d
'
uno
di
quegli
alberi
,
come
se
fosse
l
'
ultimo
di
quella
gran
Compagnia
,
si
mise
a
mangiar
del
pane
.
Tutta
la
conca
era
popolata
di
gruppi
,
tutti
mangiavano
gagliardamente
il
saporito
pane
di
Marsala
;
quanto
a
bere
,
pei
novellini
che
s
'
erano
imbarcati
senza
fiaschetta
,
c
'
era
presso
la
casa
un
pozzo
,
e
intorno
a
questo
molti
facevano
ressa
contendendosi
un
poco
d
'
acqua
.
Il
Generale
guardava
con
certa
compassione
quei
poveri
ragazzi
:
"
Poveri
ragazzi
!
"
come
fu
udito
dire
egli
stesso
.
Ripresa
la
marcia
,
spuntato
il
valichetto
del
colle
in
cui
giaceva
quella
conca
,
la
colonna
si
vide
davanti
una
distesa
ondulata
senz
'
alberi
,
senza
case
,
il
deserto
.
-
Come
la
Pampa
!
-
dicevano
alcuni
che
nella
loro
vita
avevano
visto
l
'
America
.
E
in
quel
deserto
s
'
inoltrò
la
spedizione
,
sotto
un
sole
,
ah
che
sole
!
E
che
peso
i
panni
!
Felici
coloro
che
ne
avevano
appena
indosso
tanto
da
non
andare
scoperti
.
E
quella
prima
marcia
fu
una
gran
prova
,
ma
nessuno
rimase
indietro
.
Eppure
c
'
erano
dei
giovanetti
che
ad
ogni
passo
parevano
doversi
lasciar
cadere
in
terra
sfiniti
.
Ma
lo
spirito
li
reggeva
,
e
continuavano
a
marciare
,
aiutati
anche
dai
compagni
più
esercitati
che
levavano
loro
fino
il
fucile
,
tanto
che
ricogliessero
un
po
'
di
fiato
.
Dove
mai
si
sarebbero
fermati
?
Per
quanto
guardassero
a
sinistra
,
a
destra
e
davanti
,
nulla
,
mai
un
ciuffo
d
'
alberi
,
mai
una
casa
.
Cosa
era
dunque
la
Sicilia
già
granaio
d
'
Italia
?
Degli
uomini
pratici
di
campi
dicevano
che
tutta
quella
miseria
dipendeva
dal
disboscamento
,
altri
che
dai
latifondi
,
dal
feudalesimo
,
dai
frati
.
Il
fatto
era
che
quel
deserto
metteva
un
senso
di
sgomento
nei
cuori
.
Là
sarebbe
stato
bello
trasformarsi
in
un
esercito
di
legionari
alla
romana
con
la
marra
,
la
vanga
,
gli
aratri
di
Lombardia
!
Ma
là
non
c
'
erano
le
acque
di
Lombardia
;
anzi
non
ci
si
trovava
neppure
da
dissetarsi
.
E
alcune
voci
intonavano
il
coro
del
Verdi
:
'
Fonti
eterne
,
purissimi
laghi
...
'
*
Finalmente
quando
già
si
faceva
sera
,
apparve
lontano
un
corpo
di
casa
massiccio
e
scuro
,
su
di
un
rilievo
un
po
'
più
spiccato
di
quella
campagna
.
Era
il
maniero
di
Rampagallo
,
quello
che
si
chiamava
bellamente
feudo
,
come
se
là
il
feudalesimo
fosse
ancora
una
cosa
viva
.
E
tutto
,
dai
muri
massicci
,
alle
finestre
,
alla
gran
porta
,
ai
cortili
dentro
,
ai
contadini
che
vi
si
aggiravano
,
tutto
vi
aveva
infatti
una
fisionomia
d
'
antichità
corrucciata
.
Le
Compagnie
si
accamparono
davanti
a
quel
vasto
casamento
su
di
un
pendio
erboso
,
che
dopo
l
'
arsura
della
lunga
giornata
pareva
dar
un
carezzevole
senso
di
refrigerio
.
A
pié
dei
loro
fasci
d
'
arme
,
mangiarono
il
loro
pane
,
e
in
silenzio
si
addormentarono
.
Ma
i
pochi
che
per
servizio
dell
'
accampamento
vegliavano
,
videro
di
prima
notte
entrar
nel
gran
cortile
di
Rampagallo
una
piccola
schiera
d
'
uomini
,
forse
sessanta
,
condotti
da
tre
o
quattro
cavalieri
,
alti
su
degli
stalloni
piuttosto
che
sellati
,
bardati
,
con
attraverso
sulle
cosce
dei
lungi
fucili
.
Gli
uomini
a
piedi
erano
armati
di
doppietta
,
con
alla
vita
la
ventriera
per
le
cartucce
e
qualche
pugnale
.
Vestivano
panni
strani
,
parecchi
avevano
sopravesti
e
cosciali
di
pelli
caprine
,
e
portavano
in
capo
dei
berretti
quasi
frigi
o
dei
cappellacci
a
cencio
.
I
loro
capi
,
fratelli
Sant
'
Anna
e
barone
Mocarta
,
passarono
da
Garibaldi
.
Egli
fece
liete
accoglienze
a
quel
primo
manipolo
che
la
Sicilia
armata
gli
dava
;
la
scena
era
quasi
da
medio
evo
:
pareva
proprio
che
in
quelle
ore
in
quel
luogo
quei
signori
fossero
giunti
per
prestare
l
'
omaggio
a
un
conquistatore
.
Ma
Garibaldi
che
sapeva
ricevere
come
un
re
,
nello
stesso
tempo
sapeva
parere
quasi
inferiore
a
chi
gli
si
presentava
,
onde
quel
fascino
e
quel
suo
dominio
sui
cuori
,
da
cui
subito
quei
siciliani
si
sentirono
presi
.
E
uscivano
da
quel
ricevimento
,
magnificando
.
A
Salemi
A
levata
di
sole
,
il
giorno
appresso
che
era
domenica
,
la
colonna
si
mise
in
cammino
.
Andava
alla
testa
la
1°
Compagnia
con
Bixio
,
il
quale
aveva
l
'
ordine
d
'
avanzarsi
fino
a
Salemi
,
grosso
borgo
che
fu
presto
veduto
apparire
lontano
in
cima
a
un
monte
.
Bella
vista
a
guardarlo
,
ma
poveri
petti
!
La
salita
lassù
fu
faticosissima
e
lunga
;
però
,
quando
le
compagnie
vi
giunsero
,
provarono
un
forte
compiacimento
.
Tutta
la
gente
aspettava
gridando
:
"
Garibaldi
!
Garibaldi
!
"
storpiandone
il
nome
con
alterazioni
strane
;
ma
insomma
era
un
vero
delirio
.
E
le
campane
squillavano
a
festa
;
e
una
banda
suonava
delle
arie
eroiche
.
Via
via
che
le
compagnie
giungevano
nella
piazza
,
si
trovavano
avvolte
da
uomini
,
da
donne
,
persin
da
preti
;
e
tutti
abbracciavano
,
molti
baciavano
,
molti
porgevano
boccali
di
vino
e
cedri
meravigliosi
.
Ma
v
'
erano
anche
dei
poveretti
,
troppi
!
i
quali
stendevano
la
mano
per
dar
a
capire
d
'
aver
fame
,
facevano
certi
segni
da
parer
nemici
se
non
fossero
stati
i
loro
occhi
pieni
di
umiltà
.
-
E
noi
pure
abbiamo
fame
!
-
rispondevano
quei
soldati
stizziti
,
ma
parecchi
davano
degli
spiccioli
a
quella
povera
gente
,
che
largiva
loro
dell
'
Eccellenza
.
E
Garibaldi
qual
è
?
Domandava
la
folla
.
Passava
Turr
.
E
'
questo
?
No
.
Passava
Carini
.
Dunque
sarà
questo
?
No
.
Ognuno
dei
più
belli
e
prestanti
tra
i
grandi
della
spedizione
,
per
essa
doveva
essere
Garibaldi
.
Chi
sa
quale
se
lo
immaginavano
!
Ma
quando
lo
videro
,
quei
siciliani
quasi
quasi
si
inginocchiarono
.
Oh
che
viso
,
che
testa
,
che
santo
!
Egli
sorridendo
si
levò
come
poté
dalla
turba
,
e
andò
a
mettersi
al
suo
lavoro
.
Cominciava
così
a
formarsi
intorno
a
lui
la
leggenda
che
pigliò
poi
tante
forme
;
da
quella
che
un
angelo
gli
parasse
le
schioppettate
,
a
quell
'
altra
che
fosse
parente
di
Santa
Rosalia
e
fin
suo
fratello
.
Stettero
poco
a
giungere
delle
cavalcate
da
tutte
le
parti
,
e
poi
drappelli
di
insorti
come
quei
della
notte
avanti
,
a
cento
,
ducento
,
trecento
;
e
chi
portava
lo
schioppo
ancora
a
pietra
focaia
,
chi
la
doppietta
,
chi
fino
il
trombone
.
I
più
erano
armati
di
picche
,
e
tutti
insieme
,
per
quelle
viuzze
a
salite
e
discese
ripide
,
facevano
un
chiasso
più
da
sagra
che
da
rivoluzione
.
Ma
si
udivano
anche
delle
grida
ingiuriose
ai
Borboni
,
e
delle
canzoni
che
ferivano
il
nome
di
Sofia
regina
.
E
spiacevano
.
Dopo
mezzodì
fu
affisso
alle
cantonate
un
proclama
.
Ah
!
Ora
dunque
tutto
è
nelle
mani
sue
!
-
dicevano
i
militi
,
e
pareva
loro
che
quel
titolo
di
Dittatore
infondesse
una
forza
di
disciplina
superba
.
E
pensavano
al
nemico
.
Non
si
sarebbe
fatto
vedere
!
O
bisognava
andare
a
trovarlo
?
Già
,
di
salir
lassù
a
Salemi
per
trovar
loro
,
non
avrebbe
certo
tentato
.
Chi
sapeva
mai
!
Ma
a
buon
conto
,
già
dalle
prime
ore
,
erano
partiti
per
gli
avamposti
i
Carabinieri
genovesi
,
e
più
lontano
ancora
era
andata
una
mezza
squadra
della
Compagnie
di
Bixio
.
In
quella
squadra
,
comandata
dal
giovanissimo
Ettore
Filippini
veneziano
,
si
trovavano
da
semplici
militi
Raniero
Taddei
ingegnere
e
Antonio
Ottavi
tutt
'
e
due
da
Reggio
Emilia
,
ufficiali
esperti
e
considerati
nelle
guerre
passate
;
e
così
da
quella
parte
il
servizio
di
campo
era
bene
affidato
.
Intanto
gli
artiglieri
avevano
già
piantato
alla
meglio
una
sorta
di
officina
,
dove
lavoravano
a
costruir
gli
affusti
pei
canoni
di
Orbetello
.
Giuseppe
Orlando
e
Achille
Campo
,
coi
soli
e
primitivi
strumenti
che
avevano
potuto
trovare
dai
carrai
di
Salemi
riuscivano
a
far
miracoli
di
meccanica
;
e
il
giorno
dipoi
i
tre
cannoni
e
la
colubrina
,
rimessa
un
po
'
a
nuovo
anch
'
essa
sul
suo
carretto
,
facevano
buona
promessa
che
nello
sparo
non
si
sarebbero
,
rimboccandosi
indietro
,
avventati
addosso
ai
loro
serventi
.
E
quel
giorno
fu
veduto
giungere
in
Salemi
un
giovane
monaco
,
raggiante
di
quell
'
allegrezza
che
ognuno
ricorda
d
'
aver
letto
in
viso
ai
sacerdoti
del
'48
.
Chi
non
aveva
udito
benedire
la
patria
da
qualche
pulpito
,
in
quell
'
anno
che
pareva
ancora
tanto
vicino
?
E
poi
appresso
,
dall
'
oggi
al
domani
,
le
chiese
erano
divenute
mute
.
Pio
IX
s
'
era
disdetto
,
e
la
coscienza
delle
moltitudini
tra
la
patria
e
la
religione
s
'
era
confusa
.
Pure
,
a
non
lungo
andare
,
le
moltitudini
avevano
poi
ripreso
lume
da
sé
,
e
poiché
la
patria
doveva
a
ogni
modo
rifarsi
,
o
s
'
erano
messe
ad
aiutar
la
grand
'
opera
,
o
se
non
altro
avevano
lasciato
che
si
andasse
svolgendo
,
spettatrici
non
ostili
né
indifferenti
.
Ma
laggiù
nell
'
isola
,
dove
il
clero
viveva
ancora
delle
passioni
civili
del
popolo
,
i
sacerdoti
in
generale
erano
caldi
patriotti
.
Quel
monaco
si
chiamava
fra
Pantaleo
.
Era
un
bello
e
robusto
giovane
di
forse
trent
'
anni
,
che
parlava
come
se
fosse
uscito
allora
da
un
cenacolo
miracoloso
,
donde
avesse
portato
via
il
fuoco
degli
apostoli
nell
'
anima
e
nella
lingua
.
Piacque
ma
non
a
tutti
.
Tra
quella
gente
dell
'
alta
Italia
,
v
'
erano
i
diffidenti
e
gli
avversi
per
sistema
agli
uomini
di
chiesa
;
ma
poiché
Garibaldi
accolse
bene
il
monaco
,
e
lo
chiamò
l
'
Ugo
Bassi
delle
sue
nuove
legioni
,
anche
quelli
rispettarono
il
frate
e
lo
lasciarono
predicare
.
Intanto
riconoscevano
che
la
parola
di
lui
immaginosa
e
ardente
era
una
forza
di
più
.
Continuavano
ad
arrivare
squadre
alla
spicciolata
,
e
tra
quello
scorcio
di
giornata
e
tutta
l
'
altra
appresso
si
poté
calcolare
alla
grossa
che
quegli
insorti
fossero
già
due
migliaia
.
Non
dovevano
essersi
mossi
da
lontanissimo
,
anzi
era
da
presumersi
che
fossero
tutti
della
estrema
parte
occidentale
dell
'
isola
;
dunque
una
volta
che
Garibaldi
si
fosse
avanzato
verso
il
centro
,
si
sarebbe
trovato
tra
popoli
che
avrebbero
fatto
levar
su
il
fiore
della
gioventù
pronta
a
seguirlo
.
Frattanto
quelli
che
erano
già
lì
si
mostravano
ossequenti
,
guatavano
con
occhio
cupido
i
fucili
del
Mille
,
che
per
quanto
meschini
erano
sempre
armi
da
guerra
;
ma
discorrendo
di
fatti
d
'
arme
,
essi
così
saldi
a
star
al
fuoco
e
a
sparar
da
fermi
contro
il
nemico
,
essi
così
destri
e
fieri
nei
loro
duelli
ad
armi
corte
,
se
sentivano
parlar
d
'
attacchi
alla
baionetta
,
quasi
raccapricciavano
.
Piovve
dirotto
tutta
la
notte
tra
il
13
e
il
14
,
e
poi
tutto
quanto
questo
giorno
con
tedio
grande
e
grande
stizza
di
tutti
,
perché
il
mal
tempo
li
faceva
indugiar
lassù
in
quell
'
ozio
.
Ed
essi
erano
tormentati
da
un
desiderio
inquieto
di
trovarsi
alla
prima
prova
,
per
esperimentare
il
nemico
con
cui
avevano
da
fare
,
e
di
cui
,
non
sapendo
nulla
di
preciso
,
sentivano
dir
le
cose
più
stravaganti
.
Neppur
dagli
avamposti
avevano
segno
che
fosse
in
movimento
.
Che
faceva
?
Il
nemico
Da
Palermo
,
sin
dall
'
alba
del
6
,
era
partita
una
colonna
comandata
dal
generale
Landi
,
vecchio
di
settant
'
anni
,
promosso
di
fresco
a
quel
grado
.
Da
soldato
egli
aveva
combattuto
contro
le
rivoluzioni
siciliane
,
sin
da
quella
del
1820
,
ed
era
venuto
su
grado
grado
in
quella
milizia
stagnante
,
che
sentiva
d
'
essere
mantenuta
più
per
assicurare
il
Re
contro
i
sudditi
che
per
difendere
il
Regno
.
Questo
se
ne
stava
infatti
sicuro
,
coperto
com
'
era
dallo
Stato
pontificio
e
protetto
dal
mare
.
Quel
Landi
era
un
uomo
pio
.
In
marcia
si
era
fermato
a
sentir
messa
a
Monreale
,
per
santificare
la
domenica
,
proprio
quella
domenica
in
cui
Garibaldi
con
la
spedizione
faceva
il
suo
primo
giorno
di
mare
.
Poi
,
continuando
la
sua
via
molto
adagio
,
andando
in
carrozza
alla
testa
della
sua
colonna
,
il
12
aveva
fatto
sosta
in
Alcamo
.
Di
là
partito
la
notte
per
Calatafimi
,
v
'
era
giunto
la
mattina
del
13
,
appunto
mentre
Garibaldi
saliva
a
Salemi
.
Da
Calatafimi
aveva
scritto
lettere
dogliose
al
Comandante
in
capo
dell
'
isola
,
annunziando
che
prima
di
marciar
su
Salemi
,
dove
sapeva
trovarsi
una
banda
di
'
gente
raccogliticcia
'
,
voleva
aspettare
un
battaglione
del
10°
di
linea
che
gli
avevano
promesso
.
Ignorava
ancora
lo
sbarco
di
Garibaldi
,
ignorava
che
quelle
genti
raccogliticce
erano
i
Mille
con
Garibaldi
in
persona
.
Ma
,
il
14
sapeva
già
qualche
cosa
di
più
,
e
scrivendo
parlava
di
'
emigrati
sbarcati
'
.
Si
proponeva
d
'
andare
il
15
ad
attaccarli
.
Poi
risolse
d
'
aspettar
a
Calatafimi
,
"
posizione
tutta
militare
,
molto
vantaggiosa
all
'
offensiva
ed
alla
difensiva
ed
essenzialmente
necessaria
ad
impedire
che
le
bande
si
scaricassero
su
Palermo
da
quel
lato
della
Consolare
"
.
E
il
15
,
fermo
nel
suo
proposito
,
scriveva
che
"
tentare
un
assalto
a
Salemi
sarebbe
un
'
imprudenza
ed
un
avventurare
la
colonna
fra
la
imboscata
nemica
.
"
Mostrava
dunque
di
ignorare
il
numero
degli
avversari
ma
di
temerli
:
e
veramente
spie
la
Sicilia
non
ne
diede
a
lui
allora
,
né
ad
altri
dopo
;
però
egli
li
chiamava
già
'
Garibaldesi
'
.
Tuttavia
non
nominava
Garibaldi
quasi
che
a
scriver
quel
nome
temesse
di
vedersi
apparir
lì
innanzi
il
terribile
uomo
.
Forse
ripensando
al
passato
,
rammentava
che
quel
giorno
stesso
cadeva
l
'
anniversario
di
due
grandi
fatti
:
il
15
maggio
del
1848
,
re
Ferdinando
spergiuro
aveva
fatta
far
la
strage
nelle
vie
di
Napoli
,
chiuso
il
Parlamento
,
tradita
la
nazione
;
il
15
maggio
del
1849
,
oppressa
la
rivoluzione
in
tutta
la
Sicilia
,
il
generale
Filangeri
era
entrato
in
Palermo
vittorioso
.
E
rammentando
,
forse
quel
povero
Landi
sperava
.
*
Non
si
potrebbe
dire
se
Garibaldi
,
pensando
anche
egli
a
quelle
date
,
abbia
aspettato
quel
giorno
15
come
una
scadenza
di
buon
augurio
.
Un
po
'
preso
da
certi
fili
era
egli
pure
,
e
spesso
la
sua
bella
stella
Arturo
guardata
da
lui
gli
aveva
fatto
venir
su
dal
cuore
il
consiglio
buono
.
Comunque
sia
,
all
'
alba
del
15
maggio
,
fatto
leggere
alle
compagnie
un
suo
ordine
del
giorno
che
piantava
nei
cuori
le
risoluzioni
supreme
,
mise
il
suo
piccolo
esercito
in
marcia
.
Le
compagnie
mossero
con
la
sinistra
in
testa
,
e
così
andava
innanzi
alle
altre
la
8°
bergamaschi
;
orgoglio
di
Francesco
Nullo
e
di
Francesco
Cucchi
,
gran
ricco
questi
che
dato
di
suo
largamente
a
denaro
,
adesso
era
pronto
a
dar
l
'
anima
.
Ma
i
carabinieri
genovesi
la
precedevano
,
e
le
guide
erano
già
assai
più
oltre
di
questi
.
Discendeva
quella
gente
da
Salemi
per
le
giravolte
che
fa
la
via
calandosi
nella
valle
;
e
Garibaldi
,
fermo
ancora
appena
fuor
da
Salemi
lassù
,
a
quei
che
giunti
a
mezzo
la
china
si
volgevano
a
guardarlo
,
pareva
librato
nell
'
aria
.
Il
popolo
della
cittadetta
affollava
il
ciglio
del
monte
attorno
alle
mura
,
e
gridava
a
modo
suo
gli
augurii
a
chi
se
n
'
andava
...
Certamente
quello
sarebbe
stato
giorno
di
battaglia
,
e
molti
di
quegli
uomini
che
partivano
non
avrebbero
veduto
andar
sotto
quel
sole
che
nasceva
.
Coi
Mille
camminavano
le
squadre
.
Ed
essi
non
già
più
così
,
ma
le
chiamavano
'
Picciotti
'
,
dilettandosi
in
questo
nome
paesano
che
pareva
l
'
espressione
del
confidente
abbandono
con
cui
quegli
uomini
si
erano
messi
nelle
mani
di
Garibaldi
.
Per
vezzo
chiamavano
'
Picciotto
'
qualcuno
delle
compagnie
che
avesse
tipo
più
di
meridionale
:
carissimi
pel
gran
valore
militare
,
ma
dolci
a
ricordare
anche
per
questa
cosa
da
nulla
,
Ferdinando
Secondi
da
Dresano
studente
di
legge
e
Giuseppe
Sisti
da
Pasturago
studente
di
matematica
,
della
compagnia
Cairoli
.
Parevano
proprio
nati
dalla
più
bella
gente
aristocratica
dell
'
isola
.
Altri
d
'
altre
compagnie
si
erano
fin
vestiti
da
'
picciotti
'
;
bellissimo
tra
tutti
Francesco
Margarita
da
Cuggiono
che
col
berretto
frigio
nero
,
con
la
giacca
mezza
fatta
di
peli
e
cosciali
pure
fatti
di
pelle
,
pareva
un
tipo
di
baronetto
da
star
bene
in
uno
di
quei
feudi
là
intorno
.
Avevano
smesso
i
panni
di
gala
e
i
cappelli
a
cilindro
,
alcuni
che
s
'
erano
imbarcati
a
Genova
forse
appena
usciti
dal
teatro
o
da
qualche
salotto
,
e
anch
'
essi
vestivano
alla
siciliana
.
Dal
capo
alla
coda
della
colonna
,
correva
come
un
fluido
che
fondeva
sempre
più
in
un
sentimento
di
forza
e
d
'
allegrezza
tutti
quegli
animi
;
e
via
via
che
la
colonna
avanzava
,
pareva
che
ognuno
fiutasse
nell
'
aria
la
misteriosa
presenza
del
nemico
.
A
un
certo
punto
,
si
ripiegò
sulla
colonna
un
drappello
di
uomini
che
scendevano
da
certi
pagliai
fuori
di
mano
nella
campagna
.
Parevano
irati
.
Erano
quelli
della
mezza
squadra
della
Compagnia
Bixio
,
che
andati
agli
avamposti
da
quarantott
'
ore
,
erano
stati
via
sotto
la
pioggia
e
fin
senza
pane
.
Raccontavano
che
poco
avanti
era
capitato
a
trovarli
lo
stesso
Bixio
,
e
che
li
aveva
assai
bruscamente
ripresi
,
come
se
avessero
avuto
qualche
gran
torto
.
Ma
essi
,
pazienti
,
da
quel
terribile
che
non
mangiava
,
non
dormiva
,
tempestava
giorno
e
notte
non
lasciando
quiete
neppur
le
pietre
,
si
erano
lasciati
dir
tutto
;
e
ora
lieti
di
ricongiungersi
ai
compagni
,
vi
portarono
in
mezzo
la
gran
notizia
,
Sì
!
Il
nemico
doveva
essere
,
anzi
era
certo
non
lontano
,
già
in
posizione
.
Dunque
tra
poco
la
battaglia
.
E
intanto
si
vedevano
le
squadre
dei
'
Picciotti
'
svoltare
per
le
vie
traverse
,
anche
i
cinquanta
o
sessanta
che
andavano
a
cavallo
,
e
allontanarsi
,
pigliare
i
monti
.
Dove
andavano
?
Nessuno
ci
capiva
nulla
.
La
bandiera
Durante
una
breve
sosta
,
che
fu
fatta
fare
alla
colonna
,
passò
l
'
ordine
di
mandar
la
bandiera
al
centro
della
7°
Compagnia
,
quella
del
Cairoli
.
Da
Marsala
fin
là
,
quella
bandiera
l
'
aveva
custodita
la
6°
del
Carini
.
E
la
portava
Giuseppe
Campo
palermitano
,
uno
che
nell
'
ottobre
avanti
aveva
tentato
la
rivoluzione
a
Bagheria
presso
Palermo
,
e
che
lasciato
quasi
solo
era
fuggito
dall
'
isola
a
Genova
.
Ma
ora
tornava
portabandiera
dei
Mille
.
Egli
dunque
con
sei
militi
della
6°
andò
al
centro
della
7°
salutato
da
questa
con
molto
onore
.
E
allora
alla
bandiera
fu
tolto
per
la
prima
volta
l
'
incerato
da
Stefano
Gatti
mantovano
.
Sfavillarono
al
sole
da
una
parte
del
drappo
,
ricchissimi
nei
tre
colori
,
emblemi
d
'
argento
e
d
'
oro
che
figuravano
catene
infrante
e
cannoni
ed
armi
d
'
ogni
sorta
,
con
su
un
'
Italia
,
in
forma
d
'
una
bellissima
donna
trionfante
colla
corona
turrita
.
E
dall
'
altra
parte
,
a
lettere
romane
trapunte
in
oro
,
spiccava
questa
leggenda
:
A
GIUSEPPE
GARIBALDI
GLI
ITALIANI
RESIDENTI
A
VALPARAISO
1855
.
Su
tre
grandi
nastri
pendenti
dalla
cima
dell
'
asta
tutto
bullettine
d
'
oro
,
brillavano
pure
d
'
oro
tre
parole
che
allora
facevano
sospirare
come
roba
da
sogni
impossibili
ad
avverarsi
,
tre
cose
che
ora
perché
si
hanno
pare
siano
sempre
esistite
:
'
Indipendenza
,
Unità
,
Libertà
'
.
Allora
volevano
esprimere
semplicemente
delle
speranze
e
dei
voti
,
ma
dicevano
insieme
che
i
donatori
di
quella
bandiera
,
in
quelle
terre
d
'
America
da
dove
veniva
,
tra
i
nativi
e
gli
stranieri
,
sentivano
più
amari
che
in
Italia
il
rammarico
,
la
vergogna
,
il
danno
di
non
avere
un
nome
patrio
come
gli
inglesi
,
i
francesi
,
gli
spagnuoli
,
tutti
gli
europei
emigrati
come
loro
,
pur
sentendosi
,
da
lavoratori
,
pari
e
forse
migliori
.
Ciò
forse
avevano
voluto
significare
a
Garibaldi
,
mentre
egli
dolente
era
passato
pei
porti
del
Pacifico
:
ed
egli
ora
in
quell
'
angusta
valletta
siciliana
,
tra
gente
nata
e
tenuta
nell
'
ignoranza
dell
'
esistenza
d
'
un
'
Italia
,
sventolava
quella
bandiera
e
gettava
le
sorti
della
nazione
.
Fatto
un
altro
po
'
di
cammino
,
la
colonna
giungeva
a
Vita
,
piccolo
borgo
,
case
rustiche
,
molte
catapecchie
,
una
chiesa
.
Parecchi
di
quelli
che
posarono
l
'
occhio
su
quella
chiesa
,
non
immaginarono
di
certo
che
la
sera
di
quel
giorno
vi
sarebbero
stati
portati
dentro
feriti
,
a
patire
,
a
veder
morire
,
a
morire
.
Faceva
brutto
senso
veder
la
gente
di
quel
borgo
fuggire
a
gruppi
,
a
famiglie
intere
,
trascinare
i
vecchi
e
pigliare
i
monti
,
carica
di
masserizie
,
mandando
lamenti
.
Pareva
che
fuggissero
a
un
'
invasione
di
barbari
.
Ma
quella
gente
sapeva
cosa
c
'
era
là
vicino
e
ricordava
eccidii
recenti
.
La
colonna
traversò
il
borgo
,
e
poco
distante
fece
alto
.
Passò
Garibaldi
frettoloso
;
domandò
se
le
Compagnie
avessero
mangiato
;
se
no
,
mangiassero
pure
.
Ma
che
cosa
?
Senza
scomporre
troppo
gli
ordini
,
e
anche
ridendo
giocondamente
,
chi
volle
si
adagiò
,
e
si
misero
tutti
a
sbocconcellare
il
loro
pane
:
molti
sbrancarono
alquanto
in
certi
piccoli
campi
di
fave
lì
ai
lati
della
via
,
e
con
quel
companatico
fecero
il
loro
pasto
.
Allora
furono
viste
alcune
Guide
tornar
trottando
per
lo
stradale
che
si
stendeva
innanzi
.
Tra
quelle
il
sessagenario
Alessandro
Fasola
pareva
ringiovanito
.
Poi
fu
un
correre
di
cavalli
dal
luogo
dove
stava
Garibaldi
alle
Compagnie
,
e
subito
s
'
udirono
due
squilli
di
tromba
.
Tutti
a
posto
e
via
come
stormi
,
pigliarono
quasi
a
volo
un
colle
a
destra
brullo
,
ronchioso
,
arso
dal
sole
.
Vi
si
piantarono
in
cima
ordinati
.
E
di
lassù
,
oltre
una
breve
convalle
,
forse
a
duemila
metri
,
videro
su
di
un
altro
colle
rimpetto
schierato
il
nemico
.
Era
un
balenio
d
'
armi
che
coronava
la
vetta
gran
tratto
;
due
macchie
scure
parevano
due
cannoni
;
certe
linee
nette
profilate
nel
fianco
del
colle
facevano
indovinare
dei
terrazzi
sostenuti
forse
da
muri
a
secco
;
filiere
di
fichi
d
'
India
rotte
qua
e
là
si
spandevano
dal
ciglio
d
'
alcuni
di
quei
terrazzi
;
forse
nascondevano
delle
linee
di
soldati
.
Su
di
un
balzo
del
colle
sorgeva
una
casetta
;
pochi
alberi
grami
lassù
;
in
molti
punti
pareva
la
roccia
nuda
.
Di
là
da
quel
colle
facevano
sfondo
alti
monti
.
Grigio
,
con
aspetto
più
di
rovina
che
d
'
abitato
,
si
vedeva
lontano
in
alto
,
a
pie
'
d
'
un
castello
,
un
gruppo
grande
di
case
,
che
non
si
sapeva
ancora
chiamare
Calatafimi
.
Nelle
gole
dei
monti
a
sinistra
formicolavano
turbe
di
gente
;
le
squadre
partite
da
Salemi
erano
anch
'
esse
lassù
;
ogni
tanto
vi
scoppiavano
delle
grida
.
E
quelli
dall
'
altra
parte
,
i
napolitani
,
videro
anch
'
essi
e
lo
narrarono
poi
per
anni
.
Videro
quella
linea
che
s
'
era
formata
rimpetto
a
loro
con
movimenti
non
soliti
tra
gli
insorti
,
rotta
a
tratti
da
macchie
rosse
.
E
stupirono
.
Non
capivano
cosa
volessero
dire
,
o
dubitavano
che
quei
rossi
fossero
casacche
di
galeotti
fuggiti
da
non
sapevano
quale
bagno
.
I
soldati
ignoravano
che
fosse
là
Garibaldi
,
ma
s
'
accorgevano
d
'
essere
dinanzi
a
gente
che
doveva
sapere
star
in
battaglia
.
Mancava
poco
al
mezzogiorno
.
Il
combattimento
Dal
1814
quando
i
napolitani
di
Murat
salirono
fino
al
Po
,
senza
saper
bene
se
si
sarebbero
incontrati
amici
o
nemici
coi
loro
vecchi
commilitoni
dell
'
esercito
italico
del
Viceré
Eugenio
;
e
poi
si
offesero
scambiando
con
essi
delle
cannonate
:
da
allora
non
si
erano
più
trovati
di
fronte
italiani
delle
due
parti
estreme
,
armati
per
darsi
battaglia
.
L
'
ora
dunque
era
solenne
.
I
due
piccoli
eserciti
stettero
ancora
un
pezzo
a
guardarsi
.
Garibaldi
su
di
una
sporgenza
del
colle
,
tra
certe
rocce
che
gli
facevano
riparo
dinanzi
a
mezzo
la
persona
,
stava
con
Turr
,
Sirtori
,
Tukory
,
osservando
il
nemico
.
Aveva
dato
l
'
ordine
di
tener
chete
le
Compagnie
che
non
sparassero
,
e
queste
stavano
chete
,
anzi
a
terra
sdraiate
.
I
Carabinieri
genovesi
erano
stati
messi
avanti
a
tutti
,
già
un
po
'
più
giù
nel
pendio
verso
il
nemico
:
dietro
di
loro
la
8°
e
la
7°
Compagnia
giacevano
stese
in
cacciatori
a
quadriglie
,
e
così
era
formata
da
loro
la
prima
linea
.
La
6°
e
la
5°
Compagnia
sul
ciglio
del
colle
,
sdraiate
anch
'
esse
in
ordine
aperto
formavano
la
seconda
linea
;
tutto
il
battaglione
di
Bixio
,
e
cioè
la
4°
,
la
3°
e
la
2°
Compagnia
,
stavano
in
riserva
sul
versante
dalla
parte
di
Vita
,
ma
solo
pochi
passi
dal
ciglio
;
più
in
giù
,
quasi
alla
falda
,
era
rimasta
la
1°
Compagnia
,
quella
di
Bixio
,
il
quale
la
aveva
lasciata
al
suo
luogotenente
Dezza
.
Egli
si
era
portato
avanti
forse
per
trovarsi
sempre
vicino
al
Generale
,
per
non
perderlo
di
vista
mai
,
quasi
che
in
caso
di
sconfitta
si
sentisse
di
salvarlo
,
o
,
non
lo
potendo
,
volesse
morirgli
al
lato
.
Passavano
le
ore
,
e
Garibaldi
,
che
di
solito
preferiva
assalire
,
non
si
risolveva
all
'
attacco
.
Sperava
forse
che
nelle
file
nemiche
si
destasse
qualche
sentimento
italiano
?
Chi
lo
sa
!
Ma
si
può
crederlo
perché
aveva
ordinato
di
portar
nel
punto
più
alto
la
bandiera
tricolore
,
e
di
farla
sventolare
.
Ad
ogni
modo
sembrava
che
avesse
risolto
cavallerescamente
di
lasciar
ai
Napolitani
il
vanto
d
'
assalir
primi
.
E
verso
il
tocco
squillò
una
tromba
napolitana
.
Uno
dei
garibaldini
,
certo
Natale
Imperatori
della
6°
Compagnia
Carini
,
che
conosceva
quella
sonata
,
disse
subito
:
"
Vengono
i
Cacciatori
!
"
E
difatti
,
contro
il
grigio
e
il
verde
del
suolo
,
furono
viste
prima
come
un
formicolio
,
poi
più
nette
,
spiccate
le
divise
cilestrine
discendere
alla
sfilata
,
agili
,
giù
pei
terrazzi
del
loro
colle
,
serpeggiando
tra
i
ciuffi
di
fichi
d
'
India
.
Erano
addirittura
due
Compagnie
.
Giunti
all
'
ultima
falda
del
colle
,
s
'
avanzarono
pel
po
'
di
spazio
che
faceva
la
valletta
,
e
cominciarono
i
loro
fuochi
di
sotto
in
su
contro
i
garibaldini
della
prima
fronte
.
Questi
erano
i
Genovesi
.
Chi
li
poteva
tenere
che
non
rispondessero
al
fuoco
delle
quadriglie
?
Pure
durarono
un
pezzo
senza
sparare
e
peritissimi
al
tiro
giudicavano
impediti
i
nemici
le
cui
palle
passavano
miagolando
molto
in
alto
:
ma
alla
fine
cominciarono
anch
'
essi
con
le
loro
carabine
di
pochissimo
scoppio
,
ma
secco
,
acuto
,
e
le
palle
andavano
al
segno
.
Allora
quei
Cacciatori
si
arrestarono
a
scambiare
ancora
pochi
tiri
,
così
da
fermi
,
coi
Genovesi
.
Ma
subito
le
trombe
garibaldine
suonarono
l
'
attacco
alla
baionetta
.
Bisognava
levar
le
Compagnie
dalla
tentazione
di
sprecar
di
lassù
le
munizioni
,
perché
i
più
non
avevano
che
dieci
cartucce
,
e
i
fucili
non
portavano
più
che
a
quattrocento
metri
.
Le
Compagnie
,
a
quegli
squilli
,
balzarono
ritte
come
sorgessero
dalla
terra
improvvise
,
e
si
rovesciarono
giù
dal
colle
una
dietro
l
'
altra
,
correndo
scaglionate
oblique
giù
per
la
china
,
ma
mirabilmente
composte
,
poi
s
'
allargarono
in
ordine
sparso
,
quando
i
cannoni
napolitani
cominciarono
a
trarre
granate
.
Lo
narrarono
poi
molti
che
stavano
allora
nelle
file
nemiche
.
Quel
movimento
,
fatto
così
di
lancio
e
con
sicurezza
da
veterani
,
produsse
in
loro
un
effetto
indicibile
.
Ma
non
si
sgomentarono
.
E
fu
bene
,
perché
per
la
loro
mirabile
resistenza
meritarono
d
'
esser
lodati
nell
'
ordine
di
Garibaldi
il
giorno
appresso
;
e
la
lode
poté
forse
sugli
animi
più
della
stessa
vittoria
riportata
da
chi
li
lodava
.
Così
il
bel
fatto
d
'
arme
era
cominciato
.
In
un
lampo
le
due
Compagnie
di
Cacciatori
furono
spazzate
via
,
lasciando
esse
alcuni
caduti
in
quel
fondo
,
bei
giovani
d
'
Abruzzo
,
di
Calabria
,
di
chi
sa
quale
di
quelle
terre
delle
rivoluzioni
gloriose
e
infelici
.
Sul
berretto
elegante
a
barchetta
,
portavano
il
numero
8
-
8°
Cacciatori
!
-
E
indossavano
delle
divise
di
tela
cilestrina
,
giubba
corta
,
elegante
,
su
cui
s
'
incrociavano
pittorescamente
le
corregge
degli
zaini
e
della
fiaschetta
a
zucca
,
schiacciata
e
foderata
di
cuoio
.
La
loro
carabina
,
pei
tempi
d
'
allora
,
era
perfettissima
,
e
la
daga
baionetta
faceva
pensare
a
quelle
terribili
degli
zuavi
.
Poveri
ragazzi
!
Come
fanno
stringere
il
cuore
l
'
eleganza
delle
divise
indosso
ai
morti
sui
campi
,
e
quelle
cose
e
quei
numeri
e
quei
nomi
dei
corpi
!
Coloro
che
giacciono
non
hanno
più
né
vita
né
nome
,
né
paese
né
nulla
:
a
casa
loro
i
parenti
non
sapranno
la
zolla
che
beve
il
loro
sangue
,
né
l
'
erba
su
cui
spirarono
l
'
ultimo
fiato
.
Solo
non
li
vedranno
mai
più
;
essi
son
morti
.
Triste
cosa
la
guerra
!
Ma
allora
pareva
ancora
bella
perché
vi
si
poteva
patire
,
morire
,
per
far
trionfare
un
'
idea
,
più
che
perché
vi
si
potesse
provar
la
gioia
e
la
gloria
di
vincere
.
Rispettate
i
nemici
,
rispettate
i
feriti
!
-
gridò
Francesco
Montanari
di
Mirandola
,
caduto
per
grave
ferita
su
quel
colle
-
sono
italiani
anch
'
essi
!
-
E
la
sua
faccia
severa
,
quasi
dura
e
in
quel
momento
contratta
dal
dolore
,
parve
trasfigurata
da
quella
sua
sublime
pietà
.
A
che
ormai
descrivere
il
fatto
d
'
armi
di
Calatafimi
?
Le
battaglie
,
da
quelle
che
descrisse
Omero
all
'
ultima
della
storia
moderna
,
si
somigliano
tutte
.
Sono
furia
d
'
uomini
contro
uomini
che
s
'
avventano
gli
uni
agli
altri
,
dandosi
a
vicenda
da
vicino
o
da
lontano
la
morte
,
con
più
o
meno
arte
,
secondo
i
tempi
.
Cortesi
fin
che
si
vuole
,
i
combattenti
son
sempre
ancor
poco
diversi
"
dagli
uomini
sul
vinto
orso
rissosi
.
"
Eppure
leggiamo
rapiti
dalle
narrazioni
,
ammirando
fatti
che
in
sé
sono
atroci
,
e
ci
esaltiamo
e
chiamiamo
magnanimo
tanto
chi
dà
come
chi
riceve
la
morte
in
campo
.
Ci
pare
sovrumano
il
maresciallo
Ney
a
Vaterloo
,
quando
nella
tragica
ora
della
sconfitta
già
imminente
,
grida
con
voluttà
disperata
che
vorrebbe
tutti
nel
petto
i
proiettili
dei
cannoni
inglesi
rombanti
nell
'
aria
.
Sublime
ci
pare
quell
'
oscuro
lanciere
francese
,
che
là
,
in
una
delle
ultime
cariche
di
cavalleria
,
gittò
la
sua
lancia
in
mezzo
a
un
quadrato
inglese
,
per
andare
a
raccattarla
come
per
gioco
in
quel
quadrato
;
e
spronò
e
balzò
e
cadde
egli
e
il
suo
cavallo
sulle
siepi
di
baionette
,
schiacciando
altri
e
morendo
.
Chi
mai
ci
pare
più
grande
di
lord
Cardigan
,
quando
ricevuto
l
'
ordine
di
assalire
la
batterie
russe
a
Balaclava
,
sa
che
vi
morrà
egli
,
l
'
ultimo
di
sua
schiatta
,
forse
con
tutti
i
suoi
seicento
cavalieri
;
ma
snuda
la
spada
e
gridando
:
"
Avanti
,
ultimo
dei
Cardigan
!
"
galoppa
alla
morte
come
se
volasse
al
cielo
?
Ma
quel
Montanari
e
quel
suo
grido
,
son
ben
più
degni
di
storia
.
Quello
di
Calatafimi
fu
fatto
d
'
arme
che
appena
potrebbe
stare
come
frammento
episodico
di
una
di
quelle
grandi
battaglie
.
Eppur
e
per
l
'
importanza
e
per
l
'
influenza
sua
sulla
vita
della
nostra
nazione
,
conta
quanto
e
forse
più
di
ciascuna
d
'
esse
per
le
altre
.
E
il
Generale
?
L
'
arte
di
Garibaldi
,
mirabile
già
nell
'
aver
saputo
creare
in
tutti
i
suoi
un
sentimento
profondo
,
sicuro
,
superbo
della
loro
situazione
,
nei
tre
giorni
avanti
;
in
quello
del
fatto
d
'
armi
,
stette
tutta
nell
'
averseli
tenuti
stretti
nel
pugno
come
un
fascio
di
folgori
,
fino
al
momento
in
cui
,
non
essendo
più
possibile
in
nessun
modo
lasciare
il
campo
non
vincitori
,
poté
abbandonar
ognuno
al
comando
di
sé
stesso
,
certo
egli
che
da
quel
momento
si
sarebbero
svolte
le
più
recondite
virtù
e
le
forze
e
l
'
ingegno
d
'
ognuno
,
dalla
calma
pontificale
di
Sirtori
al
furore
di
Bixio
,
all
'
impeto
geniale
di
Schiaffino
,
all
'
audacia
di
Edoardo
Herter
,
d
'
Achille
Sacchi
,
di
cento
altri
,
e
,
si
può
dire
di
tutti
,
perché
un
codardo
che
è
uno
,
in
quell
'
ora
,
in
quel
luogo
,
non
ci
poté
più
essere
.
E
il
merito
di
questo
miracolo
fu
tutto
del
Generale
.
L
'
anima
sua
era
entrata
,
era
presente
in
tutte
quelle
anime
,
fosse
egli
in
qual
si
volesse
punto
del
campo
.
Due
momenti
della
pugna
furono
esclusivamente
suoi
:
uno
,
quello
di
quando
Bixio
,
che
era
Bixio
,
osò
domandargli
alla
maniera
sua
se
non
gli
paresse
il
caso
di
battere
in
ritirata
,
ed
egli
rispose
che
là
si
faceva
l
'
Italia
o
si
moriva
:
l
'
altro
,
quello
dell
'
ultimo
assalto
,
quando
tutti
rifiniti
boccheggiavano
sotto
il
ciglio
del
colle
,
su
cui
si
erano
ridotte
via
via
risalendo
le
schiere
nemiche
scacciate
da
terrazzo
a
terrazzo
in
su
.
Là
disperavano
tutti
,
non
egli
,
che
parlando
pacato
andava
per
le
file
come
un
padre
con
gli
occhi
rilucenti
di
lagrime
:
"
Riposate
,
figliuoli
,
poi
un
ultimo
sforzo
e
abbiamo
vinto
.
"
Fu
in
quel
momento
che
lo
colpì
nella
spalla
destra
uno
dei
sassi
che
i
borbonici
facevano
rotolar
giù
;
ma
egli
non
degnò
mostrare
d
'
essersene
accorto
,
e
continuò
a
mantenere
quell
'
aria
sicura
che
creava
la
sicurezza
altrui
,
in
quel
quarto
d
'
ora
in
cui
,
se
i
borbonici
avessero
osato
rovesciarsi
giù
alla
baionetta
,
in
più
di
duemila
quanti
erano
ancora
,
la
rotta
era
sua
.
Essi
invece
,
raccolti
lassù
,
urlavano
:
'
Viva
lo
Re
'
;
rotolavano
sassi
,
e
tiravano
schioppettate
a
chi
si
faceva
su
dal
ciglio
a
guardare
.
Uno
di
questi
fu
Edoardo
Herter
da
Treviso
,
medico
di
26
anni
.
Pareva
una
damigella
bionda
vestita
da
uomo
,
tanto
aveva
esile
l
'
aspetto
,
ma
i
suoi
muscoli
erano
d
'
acciaio
.
Parlò
con
Garibaldi
un
istante
,
poi
si
lanciò
su
per
un
greppo
.
'
Ah
piangerà
tua
madre
!
'
fu
cantato
di
lui
,
e
appena
su
,
cadde
riverso
colpito
nel
petto
a
morte
.
In
quel
momento
l
'
artiglieria
garibaldina
tuonò
di
giù
dalla
strada
,
dove
alla
fine
aveva
potuto
mettersi
a
tiro
,
e
un
suo
proiettile
andò
a
cadere
tra
i
regii
.
Fu
come
il
segno
della
ripresa
,
perché
poco
appresso
si
fece
come
un
subbuglio
,
e
fu
gridato
:
"
La
bandiera
,
la
bandiera
in
pericolo
!
"
E
la
bella
bandiera
di
Valparaiso
fu
veduta
salire
,
come
se
andasse
da
sé
,
trascinando
dietro
ai
lembi
delle
sue
pieghe
quanti
vi
s
'
affollavano
presso
.
Passata
dalle
mani
di
Giuseppe
Campo
a
Elia
,
a
Menotti
,
a
Schiaffino
,
ora
Schiaffino
la
portava
all
'
ultima
prova
.
E
giù
,
staccati
dalla
loro
fronte
,
uno
stormo
di
napolitani
corsero
per
pigliarsela
.
Allora
le
si
formò
un
viluppo
intorno
,
cozzo
breve
,
fiero
,
feroce
,
vera
mischia
;
e
la
bandiera
sparì
,
lasciando
uno
dei
suoi
nastri
nel
pugno
di
Gian
Maria
Damiani
.
E
Schiaffino
,
il
superbo
nocchiero
del
Lombardo
,
giacque
là
morto
.
E
'
questo
il
momento
d
'
annunziarmi
una
pubblica
sciagura
?
-
gridò
Garibaldi
a
chi
gli
dava
notizia
di
quella
morte
.
Ma
proprio
in
quel
momento
,
in
un
altro
punto
della
battaglia
scoppiava
un
urlo
di
gioia
...
Un
cannone
era
preso
.
Fumigava
ancora
la
sua
gola
dell
'
ultimo
colpo
sparato
contro
quelli
che
vi
s
'
erano
lanciati
su
primi
,
primo
Achille
Sacchi
da
Pavia
,
giovanetto
di
diciassett
'
anni
,
che
cadde
già
con
le
mani
sulla
volata
di
quel
pezzo
e
giacque
morto
.
"
Ancora
uno
sforzo
!
"
e
lo
sforzo
era
fatto
.
Erano
balzati
su
fino
i
moribondi
;
l
'
ultimo
assalto
alla
baionetta
fu
veramente
meraviglioso
.
I
napolitani
non
vi
ressero
,
si
volsero
,
rovinarono
via
.
Non
però
tutti
in
fuga
.
Avevano
cominciato
i
Cacciatori
e
i
Cacciatori
finivano
.
Mentre
la
fanteria
e
i
Carabinieri
napolitani
si
ritiravano
confusi
giù
pel
declivio
del
colle
perduto
;
quei
Cacciatori
,
come
stessero
in
un
campo
a
istruirsi
,
facevano
le
loro
fucilate
a
quadriglie
,
allontanandosi
lentamente
.
Fin
Garibaldi
stette
a
mirarli
un
pezzo
,
in
quelle
loro
belle
mosse
;
ma
poi
diede
ordine
di
caricarli
a
una
delle
Compagnie
che
appena
conquistato
il
colle
,
già
si
erano
quasi
riordinate
intorno
ai
loro
ufficiali
.
Corse
la
6°
,
Carini
.
E
quell
'
ultimo
strascico
del
fatto
d
'
arme
fu
presto
levato
.
Tutta
la
colonna
borbonica
si
sprofondò
nel
vallone
,
sparì
un
momento
,
poi
ricomparve
di
là
.
Saliva
l
'
erta
per
Calatafimi
.
La
chiudeva
un
manipolo
di
cavalli
,
forse
mezzo
squadrone
,
che
durante
il
combattimento
s
'
era
tenuto
giù
sullo
stradale
,
certo
aspettando
di
potersi
gettare
sui
nemici
vinti
a
sciabolarli
.
Invece
ora
proteggeva
la
ritirata
ai
suoi
.
Dal
campo
di
battaglia
fu
vista
quella
gente
serpeggiare
su
per
l
'
erta
lunga
,
stendersi
e
di
nuovo
sparire
poi
più
su
,
a
poco
a
poco
,
in
Calatafimi
.
Dopo
la
vittoria
Sul
colle
conquistato
riposarono
i
vincitori
.
E
cominciò
subito
la
raccolta
dei
feriti
gravi
,
che
non
avevano
più
potuto
reggersi
,
e
giacevano
giù
pei
fianchi
del
colle
,
molti
,
troppi
,
per
un
fatto
di
così
pochi
combattenti
e
di
così
corta
durata
.
Tra
grave
e
non
gravi
erano
182
,
i
morti
31
.
Le
ferite
erano
orribili
,
lacerate
,
larghe
,
massime
quelle
fatte
dalle
palle
ogivali
cave
dei
Cacciatori
.
Pochi
napolitani
che
i
loro
non
avevano
potuto
portar
via
,
si
lasciavano
pigliar
su
meravigliati
di
vedersi
trattati
bene
,
mentre
s
'
erano
forse
aspettati
d
'
essere
uccisi
.
All
'
allegrezza
della
vittoria
si
mescolava
così
quella
grande
malinconia
.
E
s
'
era
messo
un
vento
freddo
che
faceva
frizzar
la
pelle
.
Calavano
intanto
dalle
montagne
le
squadre
dei
'
Picciotti
'
,
e
invadevano
il
campo
di
battaglia
,
meravigliati
anch
'
essi
del
combattimento
contemplato
dall
'
alto
,
come
dai
gradini
d
'
un
anfiteatro
una
lotta
di
gladiatori
.
Garibaldi
guardava
sempre
una
strada
che
da
ponente
,
per
una
gola
,
metteva
in
quella
specie
di
conca
da
cui
sorgevano
su
i
due
colli
,
quello
della
sua
posizione
del
mattino
e
quello
conquistato
su
cui
si
posava
coi
suoi
.
Forse
temeva
l
'
arrivo
di
un
corpo
nemico
da
Trapani
.
Ma
aveva
fatto
mettere
gli
avamposti
,
e
dato
l
'
ordine
a
Bixio
di
collocare
le
artiglierie
.
Aveva
anche
già
detto
di
voler
salire
a
Calatafimi
il
giorno
appresso
,
e
sapeva
lui
per
quali
vie
si
sarebbe
incamminato
.
Per
quella
fatta
dai
Napolitani
nella
ritirata
no
certo
:
e
questo
capivano
tutti
,
perché
tentar
un
attacco
da
quella
parte
sarebbe
stata
una
follia
.
Ma
egli
era
allegro
in
viso
,
e
ciò
bastava
.
Uno
strano
sentimento
,
che
tutti
dovettero
provare
,
ma
di
cui
si
accorsero
e
se
lo
spiegarono
per
dir
così
solo
i
più
raffinati
allora
e
molto
di
poi
anche
gli
altri
,
ripensando
a
quelle
ore
,
fu
quello
dell
'
isolamento
in
cui
si
trovavano
.
Non
erano
passati
che
dieci
giorni
da
quando
avevano
lasciato
Genova
,
eppure
pareva
loro
d
'
essere
via
da
mesi
e
mesi
,
d
'
aver
navigato
molto
,
d
'
aver
camminato
molto
,
d
'
esser
già
quasi
gente
dimenticata
.
Si
sapeva
nell
'
Alta
Italia
che
erano
sbarcati
,
che
erano
stati
accolti
bene
?
Qualche
spirituale
forza
dava
almeno
in
quel
momento
un
senso
vago
del
dove
si
trovavano
e
della
loro
vittoria
?
A
Milano
,
a
Genova
,
a
Torino
e
nella
Venezia
gemente
in
mani
austriache
,
per
tutti
i
borghi
e
i
villaggi
da
dove
qualcuno
d
'
essi
s
'
era
mosso
,
cosa
si
pensava
,
cosa
si
sperava
,
cosa
si
temeva
per
loro
?
Ah
!
Un
filo
di
telegrafo
per
mandare
la
gran
notizia
alla
patria
e
riceverne
una
parola
.
Certo
da
Napoli
sarebbe
taciuta
o
mandata
pel
mondo
svisata
,
falsata
la
notizia
della
battaglia
a
far
piangere
.
E
intanto
erano
scene
di
gioia
,
come
a
rivedersi
dopo
anni
ed
anni
,
nell
'
incontrarsi
fra
loro
amici
di
casa
,
di
scuola
,
di
Compagnia
che
si
erano
perduti
di
vista
durante
il
combattimento
e
che
si
ritrovavano
sani
e
salvi
.
Ed
erano
lamenti
per
i
caduti
,
il
tale
giù
ai
primi
colpi
,
il
tal
altro
a
mezzo
al
colle
,
un
altro
addirittura
in
cima
quasi
in
braccio
ai
nemici
.
Andavano
a
cercarli
,
a
guardarli
,
a
baciarli
.
E
così
i
nomi
dei
morti
e
dei
feriti
,
il
modo
,
il
come
,
il
dove
,
il
quando
,
tutti
i
particolari
se
li
scambiavano
,
e
parlavano
commossi
,
ma
tuttavia
ancora
con
un
po
'
del
sentimento
egoistico
d
'
essere
usciti
salvi
dal
pericolo
in
cui
altri
aveva
lasciato
la
vita
.
Si
sa
;
il
vero
dolore
,
quello
grande
e
sincero
viene
dopo
,
quando
il
sangue
si
è
rimesso
in
calma
e
la
pietà
si
ridesta
.
Tra
le
Compagnie
che
si
erano
riordinate
,
si
faceva
un
gran
parlare
dell
'
importanza
del
fatto
;
qua
e
là
in
quel
campo
ci
parevano
dei
piccoli
Parlamenti
.
Quelli
che
avevano
sentito
Garibaldi
,
quando
aveva
detto
a
Bixio
:
"
Qui
si
fa
l
'
Italia
o
si
muore
,
"
commentavano
le
solenni
parole
,
e
pareva
proprio
a
tutti
di
sentirsi
piantato
in
cuore
che
il
fatto
d
'
armi
,
piccolo
in
sé
,
era
già
come
un
'
ultima
battaglia
risolutiva
,
da
combattersi
ancora
sì
,
non
si
sapeva
dove
né
quando
,
ma
già
vittoriosi
.
E
ciò
voleva
dire
l
'
Italia
fatta
sin
da
quel
giorno
,
su
quel
colle
.
Il
qual
colle
aveva
tuttavia
un
nome
di
malaugurio
.
Era
stato
subito
detto
che
si
chiamava
'
Pianto
dei
Romani
'
,
perché
ivi
,
più
di
duemila
anni
indietro
,
questi
erano
stati
vinti
dai
Segestani
e
dai
Cartaginesi
.
Ma
quel
nome
di
mestizia
era
un
'
invenzione
,
o
per
lo
meno
una
interpretazione
errata
.
'
Pianto
'
non
è
che
il
vernacolo
siciliano
'
Chiantu
'
,
o
piantamento
di
viti
;
e
uno
n
'
era
stato
fatto
far
su
quel
colle
da
un
'
antica
famiglia
Romano
.
E
difatti
,
quei
tali
terrazzi
dovevano
essere
stati
fatti
per
dei
poderosi
filari
di
viti
,
sebbene
allora
vi
si
vedessero
soltanto
arbusti
grami
,
e
piante
che
esalavano
un
tristo
odore
di
cimitero
.
Così
,
e
durante
il
combattimento
,
aveva
detto
il
livornese
Giuseppe
Petrucci
della
compagnia
Bixio
,
facendo
parer
ai
vicini
di
fiutar
davvero
un
'
aria
di
morte
.
*
La
notte
calò
rapida
come
nelle
giornate
più
corte
dell
'
anno
.
E
in
quel
crepuscolo
fu
commovente
veder
un
gruppo
di
sei
o
sette
Francescani
,
i
quali
dopo
aver
combattuto
fino
con
tromboni
,
partivano
per
tornare
al
loro
convento
.
Erano
accorsi
là
da
Castelvetrano
.
A
quell
'
ora
se
ne
andavano
giù
dal
colle
nei
loro
tonaconi
grossi
,
con
le
loro
armi
in
spalla
,
seri
e
tranquilli
,
come
se
tornassero
da
aver
fatto
la
questua
tra
quei
soldati
che
avevano
fame
,
e
stavano
divorando
pane
e
cacio
distribuito
in
fretta
già
quasi
nel
buio
.
Poi
le
Compagnie
si
addormentarono
.
Al
tocco
dopo
la
mezzanotte
la
sentinella
dell
'
avamposto
verso
Calatafimi
diede
l
'
alto
a
due
persone
che
le
venivano
incontro
.
-
Amici
,
galantuomini
di
Calatafimi
.
-
Avanti
.
-
Tutto
l
'
avamposto
fu
subito
in
piedi
.
-
Cosa
volete
?
-
Con
l
'
anima
nelle
parole
,
quei
due
galantuomini
recavano
che
i
Napoletani
avevano
abbandonato
Calatafimi
,
marciando
verso
Alcamo
,
che
stava
di
là
,
di
là
...
La
notizia
era
lieta
.
Levava
la
gran
preoccupazione
di
ciò
che
sarebbe
potuto
avvenire
il
giorno
appresso
.
Da
Palermo
,
a
quell
'
ora
,
poteva
già
esser
giunto
per
nave
a
Castellamare
un
corpo
di
aiuto
ai
vinti
,
e
con
tutta
comodità
aver
marciato
da
Castellamare
a
Calatafimi
.
Ora
se
i
Napolitani
se
n
'
erano
invece
andati
,
ciò
voleva
dire
che
a
Palermo
non
c
'
era
un
generale
che
avesse
occhi
.
Bene
,
bene
!
Quei
galantuomini
furono
condotti
da
Garibaldi
,
che
stava
ben
desto
nella
casupola
sul
colle
,
e
che
gli
accolse
con
gioia
.
Fatta
l
'
ambasciata
,
volevano
tornarsene
;
ma
egli
,
non
li
volendo
lasciar
esporsi
a
pericoli
,
se
li
tenne
fino
al
mattino
.
Avrebbero
marciato
con
lui
.
Ed
essi
non
s
'
accorsero
che
forse
diffidava
di
loro
,
tanto
era
buona
e
incredibile
la
notizia
che
gli
avevano
portato
.
*
Nel
brivido
che
dà
l
'
alba
,
prima
ancora
che
le
trombe
suonassero
le
sveglie
,
molti
di
quei
militi
,
mezzo
intirizziti
dalla
gran
guazza
,
giravano
già
pel
campo
a
rivedere
i
morti
.
Di
questi
ve
n
'
erano
che
parevano
dormirsene
sicurissimi
d
'
essere
svegliati
a
lor
tempo
,
tanta
era
la
pace
che
avevano
nel
volto
.
Così
Giuseppe
Belleno
,
così
Giuseppe
Sartoriio
,
tutti
e
due
Carabinieri
genovesi
;
questo
colpito
nel
petto
proprio
nel
momento
che
fulminava
un
gran
fante
borbonico
,
mirato
a
prova
da
lui
.
Aveva
data
e
ricevuta
la
morte
in
un
punto
.
Poco
discosto
giaceva
Ferdinando
Cadei
di
Caleppio
,
bel
giovane
di
ventun
'
anno
,
che
adagiato
sul
fianco
destro
pareva
sogguardasse
timidamente
.
Carlo
Bonardi
da
Iseo
non
si
trovava
più
nel
luogo
dov
'
era
caduto
e
rimasto
morto
bocconi
,
né
per
quanto
gli
amici
suoi
cercassero
là
attorno
vedevano
le
sue
larghe
spalle
da
atleta
,
né
il
mantello
che
portava
rotolato
a
bandoliera
ancora
nell
'
ultimo
istante
.
Cosa
n
'
era
mai
stato
?
Invece
il
gran
Schiaffino
copriva
ancora
la
terra
là
dove
l
'
anima
sua
lo
aveva
lasciato
.
Era
solo
un
po
'
scolorito
in
viso
.
In
uno
dei
punti
,
dove
la
resistenza
del
nemico
era
stata
più
forte
,
giaceva
Luciano
Marchesini
da
Vicenza
,
col
capo
su
d
'
un
sasso
nero
che
pareva
un
libro
.
"
Come
il
Battaglia
l
'
anno
scorso
a
San
Fermo
!
"
diceva
Odoardo
Rienti
da
Como
.
E
narrava
di
Giacomo
Battaglia
poeta
,
che
combattendo
tra
i
Cacciatori
delle
Alpi
cadde
a
San
Fermo
colpito
in
fronte
,
e
tratto
di
tasca
un
suo
Dantino
se
lo
pose
sotto
il
capo
e
sul
poema
divino
spirò
.
Un
po
'
più
in
su
,
e
proprio
sulla
cima
del
colle
,
dove
erano
stati
fatti
gli
ultimi
colpi
,
giaceva
come
un
assiderato
Eugenio
Sartori
da
Sacile
.
La
morte
che
,
toccandolo
quasi
per
saggiarlo
a
Venezia
nel
'49
,
lo
aveva
lasciato
tornare
alle
mense
patriarcali
di
casa
sua
,
se
l
'
era
preso
lì
.
Egli
no
,
non
pareva
in
pace
!
Gli
occhi
non
gli
si
erano
ancora
chiusi
,
e
,
dopo
tante
ore
,
il
suo
viso
esprimeva
sempre
una
gran
collera
da
battaglia
.
E
via
via
cercati
così
,
i
morti
furono
rivisitati
quasi
tutti
.
Ma
alla
fine
bisognò
pure
che
i
vivi
gli
abbandonassero
.
Sarebbero
poi
venuti
i
seppellitori
a
scavare
a
ogni
morto
una
buca
lungo
il
corpo
,
ve
l
'
avrebbero
fatto
rivoltar
giù
forse
con
malgarbo
,
poi
o
sul
corpo
o
sul
dorso
,
poche
badilate
di
terra
e
addio
.
Un
dì
,
chi
sa
quando
,
qualcuno
verrebbe
a
scoprire
delle
ossa
.
*
Le
compagnie
partirono
.
E
per
la
stessa
china
e
poi
per
la
stessa
erta
fatta
dai
Napolitani
la
sera
avanti
,
marciarono
a
Calatafimi
.
Ivi
trovarono
la
gente
ancora
scompigliata
.
Quei
poveri
abitanti
avevano
visto
dalle
loro
case
,
il
combattimento
del
Pianto
Romano
,
e
poi
i
borbonici
tornare
vinti
tra
loro
.
Erano
stati
gran
parte
della
notte
tremando
che
il
mattino
portasse
loro
uno
scontro
nelle
stesse
vie
della
città
tra
le
loro
case
:
invece
i
borbonici
erano
partiti
.
Ma
potevano
sopraggiungerne
di
nuovi
.
Insomma
la
fisionomia
generale
era
triste
.
Nella
via
maestra
si
trovavano
a
ogni
passo
i
segni
della
sosta
fattavi
dai
vinti
;
nelle
poche
botteghe
,
misere
assai
,
non
c
'
era
più
nulla
;
quelli
avevano
portato
via
ogni
cosa
.
Ma
le
Compagnie
,
a
poco
a
poco
,
misero
un
po
'
di
fidanza
e
d
'
allegrezza
;
tanto
più
poi
nel
pomeriggio
,
quando
fu
lor
letto
l
'
ordine
del
giorno
di
Garibaldi
.
Era
uno
de
'
suoi
più
eloquenti
,
e
parve
la
voce
di
tutta
la
patria
.
"
Soldati
della
libertà
italiana
,
con
compagni
come
voi
io
posso
tentare
ogni
cosa
,
e
ve
lo
mostrai
ieri
conducendovi
alla
vittoria
contro
un
nemico
superiore
per
numero
e
per
le
sue
forti
posizioni
.
Io
avevo
contato
sulle
vostre
fatali
baionette
,
e
vedete
che
non
mi
sono
ingannato
.
"
Deplorando
la
triste
necessità
di
dover
combattere
soldati
italiani
,
debbo
confessare
d
'
aver
trovato
una
resistenza
degna
di
causa
migliore
.
E
questo
vi
mostra
quanto
noi
potremo
fare
,
quando
l
'
intiera
famiglia
italiana
sarà
riunita
intorno
a
una
sola
bandiera
.
"
Domani
il
continente
italiano
sarà
parato
a
festa
,
per
la
vittoria
dei
suoi
liberi
figli
e
dei
nostri
prodi
siciliani
.
"
Le
vostre
madri
,
le
vostre
amanti
,
usciranno
nella
via
superbe
di
voi
,
con
la
fronte
alta
e
radiante
.
"
Il
combattimento
ci
costò
molti
cari
fratelli
,
morti
nelle
prime
file
;
e
nei
fasti
della
gloria
italiana
risplenderanno
eternamente
i
nomi
di
questi
martiri
della
nostra
santa
causa
.
"
Paleserò
al
nostro
paese
i
nomi
dei
bravi
che
con
sommo
valore
condussero
alla
lotta
i
più
giovani
e
i
più
inesperti
militi
,
e
che
domani
li
guideranno
alla
vittoria
su
altri
campi
,
a
rompere
gli
ultimi
anelli
delle
catene
che
tengono
avvinta
la
nostra
Italia
carissima
.
"
I
nemici
!
Ve
n
'
erano
in
Calatafimi
parecchi
,
feriti
il
giorno
avanti
e
abbandonati
là
,
perché
per
via
avrebbero
patito
troppo
.
I
vincitori
andavano
a
trovarli
nelle
chiese
e
nei
conventi
,
li
confortavano
,
li
carezzavano
.
Ed
essi
dicevano
che
non
sarebbero
più
tornati
alle
loro
bandiere
.
Cominciava
già
allora
la
fratellanza
;
solo
qualcuno
guatava
bieco
e
mormorava
sdegnoso
.
Dai
Francescani
,
prodigava
la
sua
carità
un
padre
Luigi
,
il
quale
fu
poi
amorosissimo
nei
giorni
appresso
ai
garibaldini
portati
là
da
Vita
,
dove
non
c
'
era
luogo
per
tenerli
se
non
ammucchiati
come
nelle
prime
ore
dopo
il
combattimento
.
Forse
quel
frate
si
sentì
prendere
fin
da
allora
da
quella
forza
per
cui
ebbe
il
coraggio
di
spogliar
l
'
abito
,
di
lasciarsi
portar
via
dalla
rivoluzione
nella
vita
nuova
italiana
;
e
tornato
al
secolo
divenne
col
tempo
uomo
di
cattedra
,
uomo
di
Stato
in
Roma
,
dove
coloro
che
lo
avevano
conosciuto
laggiù
continuarono
a
chiamarlo
in
segreto
"
padre
Luigi
"
.
Le
emozioni
del
giorno
avanti
,
il
bisogno
di
raccoglimento
,
la
stanchezza
,
non
svogliarono
di
visitar
il
paese
intorno
chi
aveva
sentimento
dei
luoghi
e
delle
cose
.
Uscendo
dalla
parte
occidentale
molti
andavano
in
poco
tempo
alle
rovine
di
Segesta
,
e
vi
si
appressavano
esaltandosi
via
via
.
Quelle
trentasei
colonne
del
tempio
dorico
rimaste
in
piedi
come
parte
di
un
'
opera
incompiuta
,
tanto
sembravano
recenti
;
il
teatro
poco
più
in
là
,
ispiravano
una
malinconia
magnanima
.
Era
mai
possibile
che
fosse
stata
abitata
da
gente
così
ricca
e
grandiosa
da
aver
eretto
quei
monumenti
,
una
terra
ora
popolata
quasi
solo
di
miseri
?
Quelle
colonne
parevano
vive
e
pensanti
,
quel
tempio
pareva
aver
ancora
un
'
anima
cui
facesse
dolore
vedersi
intorno
caprai
indifferenti
,
nei
quali
tuttavia
l
'
uomo
antico
doveva
starsene
addormentato
.
Ora
quei
visitatori
si
lusingavano
d
'
essere
capitati
a
svegliarlo
.
La
marcia
ad
Alcamo
Garibaldi
non
perdeva
tempo
:
all
'
alba
del
17
rimise
la
sua
gente
in
cammino
.
Da
Calatafimi
un
'
ultima
occhiata
d
'
addio
al
colle
del
Pianto
Romano
,
poi
via
per
Alcamo
.
E
fu
una
marcia
mattutina
di
poca
fatica
anche
per
quelli
dei
feriti
che
,
sentendo
di
potersi
reggere
,
piuttosto
che
starsene
inoperosi
,
avevano
voluto
seguire
la
colonna
,
chi
col
braccio
al
collo
,
chi
con
la
testa
bendata
,
chi
a
piede
nelle
file
,
chi
su
quei
carri
di
laggiù
storiati
di
Madonne
e
di
Santi
,
illustrati
da
sentenze
e
leggende
paesane
.
Parlavano
dei
compagni
rimasti
a
Vita
nella
chiesa
o
nelle
case
,
dove
mancavano
di
tutto
e
pativano
,
e
qualcuno
stava
forse
per
morire
,
sebbene
il
vecchio
Ripari
e
Ziliani
e
Boldrini
e
gli
altri
medici
facessero
prodigi
d
'
amore
.
Erano
cose
meste
;
eppure
la
campagna
meravigliosa
metteva
nei
cuori
il
proprio
rigoglio
,
onde
si
sentivano
senza
troppi
rimpianti
.
Ah
che
paese
!
Se
quel
trionfo
di
verde
fosse
venuto
crescendo
così
come
pareva
,
la
via
doveva
menare
davvero
alla
terra
promessa
.
Intanto
qualche
cosa
di
paradisiaco
si
vedeva
già
.
La
fama
di
Garibaldi
era
andata
a
rinnovare
le
fantasie
già
note
altrove
;
onde
,
agli
sbocchi
delle
stradicciole
campestri
che
mettevano
in
quella
via
,
gruppi
di
donne
dinanzi
ai
loro
uomini
e
coi
bimbi
al
collo
o
per
mano
,
gli
gridavano
dei
saluti
quasi
religiosi
.
Alcune
si
inginocchiavano
,
altre
dicevano
"
Beddi
!
"
ai
giovani
soldati
.
Via
via
andando
si
scoprivano
,
tra
le
biade
peste
,
arnesi
militari
dei
borbonici
;
e
quei
villici
li
additavano
imprecando
agli
'
schifiosi
'
che
li
avevano
gettati
nella
ritirata
.
Poi
,
già
nelle
vicinanze
di
Alcamo
,
comparvero
delle
carrozze
di
signori
che
venivano
incontro
a
Garibaldi
,
tirate
da
pariglie
superbe
.
A
un
certo
punto
comparve
il
mare
del
Golfo
così
azzurro
,
sotto
un
cielo
così
terso
,
che
tra
per
quella
vista
e
la
bella
campagna
e
il
tutt
'
insieme
,
fu
un
'
ora
di
incanto
.
In
qualche
gruppo
della
colonna
scoppiarono
canti
lombardi
,
di
quelli
della
regione
dei
laghi
.
Quella
era
proprio
la
terra
degna
che
vi
fosse
sbocciato
uno
dei
primi
fiori
della
nostra
poesia
,
perché
tutto
ciò
che
vi
si
vedeva
ricordava
la
'
Rosa
fresca
aulentissima
'
di
Ciullo
o
di
Cielo
.
Allora
la
variante
non
importava
.
E
poi
ecco
Alcamo
con
le
sue
belle
case
e
i
suoi
giardini
coi
muri
passati
dai
palmizi
,
che
si
spandevano
fuori
torpidi
nel
caldo
meriggio
.
Non
poteva
essersi
dato
che
il
delizioso
'
Contrasto
'
fosse
avvenuto
davvero
con
di
mezzo
uno
di
quei
muri
o
la
siepe
d
'
uno
di
quegli
orti
?
Tutto
vi
pareva
così
antico
!
La
città
,
quasi
moresca
d
'
aspetto
,
quasi
mesta
,
era
in
festa
religiosa
,
ma
pareva
allegrarsi
a
poco
a
poco
,
per
l
'
arrivo
di
quegli
ospiti
d
'
oltremare
.
E
poi
si
esaltò
addirittura
per
un
fatto
quasi
incredibile
,
di
cui
si
parlava
già
sin
dal
giorno
avanti
in
Calatafimi
come
di
cosa
avvenuta
o
da
avvenire
.
Garibaldi
si
era
lasciato
indurre
da
fra
Pantaleo
a
ricevervi
la
benedizione
in
chiesa
.
Egli
schiettamente
,
semplicemente
,
in
mezzo
al
popolo
,
si
sottomise
alla
Croce
che
il
frate
gli
impose
sulla
spalla
,
proclamandolo
guerriero
mandato
da
Dio
.
La
scena
fu
un
po
'
strana
,
ma
il
Generale
stette
con
tanta
sincerità
di
spirito
,
che
neppure
i
più
filosofanti
della
spedizione
trovarono
nulla
a
ridire
.
Fu
un
lampo
di
misticismo
sprigionato
dall
'
anima
di
lui
,
formata
d
'
un
po
'
di
tutte
le
anime
grandi
che
furono
,
e
anche
di
quella
di
Francesco
d
'
Assisi
,
dietro
al
quale
,
nato
nel
suo
tempo
,
egli
si
sarebbe
scalzato
dei
primi
a
seguirlo
.
A
Partinico
Fu
dunque
un
giorno
lieto
quello
d
'
Alcamo
;
ma
l
'
altro
appresso
,
quando
la
colonna
partì
acclamata
e
marciò
a
Partinico
,
qual
diverso
mondo
le
si
apprestava
a
così
breve
distanza
!
Per
Alcamo
la
milizia
borbonica
battuta
a
Calatafimi
era
passata
senza
che
nessuno
le
si
fosse
fatto
contro
per
impedirla
;
ma
Partinico
la
aveva
affrontata
,
e
per
le
vie
e
per
le
case
era
stato
un
combattimento
da
selvaggi
.
A
entrare
in
quella
città
,
parve
di
affacciarsi
a
uno
degli
orrendi
spettacoli
di
strage
fra
Greci
e
Turchi
della
rivoluzione
ellenica
di
quarant
'
anni
avanti
.
Proprio
sulle
soglie
della
cittadetta
,
stavano
mucchi
di
morti
bruciacchiati
,
enfiati
,
in
cento
modi
straziati
.
E
tenendosi
per
mano
a
catena
e
cantando
,
vi
danzavano
attorno
fanciulle
scapigliate
come
furie
,
cui
faceva
da
quadro
e
da
sfondo
la
via
maestra
nera
d
'
incendi
non
ancora
ben
spenti
.
Le
campane
sonavano
a
stormo
;
preti
,
frati
,
popolo
d
'
ogni
ceto
,
urlavano
gloria
ai
militi
correnti
dietro
a
Garibaldi
,
che
traversò
rapido
la
città
col
cappello
calato
sugli
occhi
,
e
andò
a
posarsi
all
'
altro
capo
,
in
un
bosco
d
'
olivi
,
mesto
come
non
era
ancor
parso
in
quei
giorni
.
E
là
gli
furono
condotti
alcuni
sodatucci
borbonici
,
rimasti
prigionieri
in
mano
dei
Partinicotti
e
salvati
a
stento
da
qualche
buono
;
poveri
giovani
disfatti
dal
terrore
di
due
giorni
passati
con
la
morte
alla
gola
.
Consegnati
a
lui
si
sentirono
sicuri
,
e
piansero
e
risero
come
fanciulli
.
Sprazzo
di
sereno
nella
tempesta
,
chi
si
potrebbe
tenere
dal
narrarlo
!
Garibaldi
sedeva
in
quel
momento
a
pie
'
d
'
un
olivo
.
Aveva
appena
finito
di
confortare
quei
poveri
soldati
,
che
gli
fu
presentato
dal
capitano
Cenni
suo
carissimo
uno
dei
giovani
della
spedizione
,
il
quale
portava
una
manata
di
fragole
in
un
canestrino
fatto
di
foglie
.
"
Generale
,
"
disse
il
Cenni
,
"
questo
cacciatore
delle
Alpi
vi
offre
le
fragole
.
"
Garibaldi
guardò
Cenni
,
guardò
il
giovane
,
poi
sorrise
un
poco
,
crollò
la
sua
bella
testa
e
gli
domandò
:
"
Di
dove
siete
?
"
-
"
Genovese
"
rispose
il
giovane
quasi
tremando
.
E
allora
il
Generale
in
dialetto
genovese
.
"
E
avete
ancora
la
madre
?
"
"
Generale
sì
;
"
e
gli
occhi
del
giovane
videro
allora
molto
lontano
.
"
Cosa
direbbe
-
continuò
Garibaldi
-
se
fosse
qui
a
vedere
che
mi
piglio
le
vostre
fragole
?
"
Ma
intanto
tese
la
mano
e
ne
levò
due
o
tre
per
gradire
,
soggiungendo
:
"
Andate
,
andate
,
godetevele
voi
,
che
vi
parranno
più
buone
che
a
me
.
"
Dopo
non
lungo
riposo
,
le
Compagnie
si
rimisero
in
marcia
,
allontanandosi
quasi
con
gioia
da
quel
luogo
di
sangue
.
Alcuni
Partinicotti
le
seguirono
armati
di
doppiette
e
di
pugnali
.
Ve
n
'
era
uno
che
pareva
di
bronzo
,
tutto
vestito
di
velluto
biancastro
,
con
a
cintola
due
pistole
.
Il
Sampieri
dell
'
artiglieria
diceva
che
erano
dell
'
aria
di
colui
i
Palicari
e
i
Clefti
dei
quali
egli
,
nell
'
esilio
suo
in
Grecia
,
ne
aveva
conosciuti
alcuni
,
vecchi
ancora
di
quei
di
Bozzaris
.
Si
sarebbe
detto
che
quell
'
uomo
non
fosse
fatto
che
ad
uccidere
,
e
invece
a
parlargli
era
buono
e
anche
grazioso
.
Raccontava
quasi
scusandosi
l
'
eccidio
cui
aveva
partecipato
;
e
diceva
con
poesia
di
Palermo
,
bella
,
grande
:
"
Vedrete
,
vedrete
!
Il
palazzo
reale
!
"
E
forse
tutto
il
suo
patriottismo
era
per
l
'
isola
sua
,
pel
regno
,
pel
piccolo
regno
di
Sicilia
,
indipendente
da
tutto
il
mondo
.
Seguì
la
marcia
di
Garibaldi
senza
più
staccarsi
,
divenne
amico
di
qualcuno
in
tutte
le
Compagnie
,
portava
la
letizia
in
tutti
i
crocchi
e
le
buone
promesse
.
Nove
giorni
di
poi
,
il
mattino
del
27
,
nell
'
assalto
di
Palermo
,
fu
visto
l
'
ultima
volta
,
sotto
il
Ponte
dell
'
Ammiraglio
,
disteso
morto
presso
un
Cacciatore
borbonico
,
che
moribondo
egli
stesso
lo
guardava
.
Forse
lo
aveva
ucciso
lui
.
Al
Passo
di
Renda
Sul
vespro
di
quel
giorno
la
colonna
garibaldina
entrò
nell
'
ombra
di
un
anfiteatro
di
monti
,
dove
si
immerse
quasi
a
celarsi
.
In
quell
'
ora
,
tutto
là
intorno
pareva
minaccioso
,
dalle
falde
ronchiose
ai
profili
di
quei
monti
dentati
in
alto
e
taglienti
.
Il
po
'
di
piano
traversato
dalla
strada
consolare
dava
un
senso
di
freddo
.
E
il
luogo
,
al
dire
dei
Siciliani
,
era
infame
per
istorie
truci
di
masnadieri
.
Passo
di
Renda
voleva
dire
pericolo
di
non
uscirne
vivo
chi
vi
si
avventurasse
da
solo
.
Le
Compagnie
,
rifinite
dalla
stanchezza
e
dalla
fame
,
si
gettarono
in
terra
ciascuna
,
per
dir
così
,
dove
fu
fermata
;
e
per
un
po
'
fu
silenzio
profondo
.
Ma
poi
qua
e
là
furono
accesi
dei
fuochi
con
gli
arbusti
raccolti
per
quelle
ripe
,
e
intorno
ai
fuochi
quei
militi
si
misero
come
al
solito
a
sgranocchiare
il
loro
pane
.
Da
otto
giorni
non
si
cibavano
quasi
d
'
altro
che
di
pane
e
cacio
come
il
Generale
,
semplice
uomo
che
faceva
divenir
semplici
tutti
e
senza
voglie
,
senza
bisogni
.
Quella
sera
si
mise
a
dormire
in
un
cantuccio
di
quell
'
accampamento
,
tra
corte
rocce
ferrigne
,
dove
i
più
novelli
tra
i
suoi
andavano
timidamente
a
passargli
vicino
per
guardarlo
.
Ma
era
veramente
Garibaldi
quell
'
uomo
coricato
su
quella
povera
coperta
,
sotto
quel
mantello
,
con
la
sella
del
suo
cavallo
per
origliere
?
Ed
era
Dittatore
,
e
voleva
levar
via
dal
trono
il
Re
delle
Due
Sicilie
,
egli
così
povero
e
che
riposava
così
tranquillo
,
senza
guardie
né
nulla
?
Pareva
un
sogno
.
Contemplatolo
un
poco
,
quei
giovinetti
se
ne
tornavano
alle
Compagnie
,
a
dire
che
egli
dormiva
e
che
perciò
tutto
doveva
andar
bene
.
Ma
tutti
sentivano
di
trovarsi
a
una
breve
camminata
da
Palermo
,
da
dove
un
generale
un
po
'
ardito
avrebbe
potuto
condurre
una
colonna
a
sorprenderli
;
e
guai
se
anche
un
'
altra
colonna
mandata
a
sbarcare
a
Castellamare
,
per
Alcamo
e
Partinico
,
per
la
via
stessa
che
essi
avevano
fatta
,
fosse
giunta
alle
loro
spalle
.
Invece
quella
notte
passò
quieta
,
senz
'
altra
noia
che
d
'
un
po
'
di
pioggia
.
ma
all
'
alba
,
che
bella
sveglia
!
Da
un
'
altura
di
quell
'
anfiteatro
scese
sul
campo
improvviso
un
suon
di
banda
,
che
parve
venuta
dall
'
infinito
a
far
una
melodia
nota
,
ma
tal
quale
come
laggiù
non
gustata
mai
da
nessuno
in
nessun
teatro
del
mondo
,
e
nemmeno
in
cuore
dal
Verdi
,
che
l
'
aveva
creata
.
Era
il
suo
bolero
dei
'
Vespri
Siciliani
'
.
Benedetto
lui
!
L
'
anima
sua
tornava
a
soffiare
l
'
entusiasmo
in
quei
cuori
,
in
quel
luogo
,
come
già
sul
mare
da
Quarto
a
Marsala
coi
canti
dei
'
Masnadieri
'
,
col
coro
del
'
Nabucco
'
"
Va
'
pensiero
sull
'
ali
dorate
.
"
Una
voce
di
tenore
limpida
e
potente
s
'
accordò
subito
ai
suoni
,
adattandovi
i
bei
versi
del
'
Giovanni
da
Procida
'
del
Niccolini
"
Le
Siciliane
Vergini
,
"
e
qualche
parte
del
campo
applaudiva
.
Ripetuta
tre
o
quattro
volte
,
quell
'
aria
dei
'
Vespri
'
mise
una
grande
agitazione
.
E
non
era
più
lo
scoppio
di
gioia
idillica
d
'
Elena
,
che
nel
melodramma
scende
dalla
scalea
incontro
al
coro
di
fanciulle
,
che
le
portano
fiori
;
ma
passava
come
un
vento
eroico
di
martirio
,
che
invitasse
amici
e
nemici
a
morir
insieme
per
la
pace
del
mondo
.
Il
piccolo
esercito
si
levò
tutto
;
e
allora
fu
un
andare
verso
un
punto
dove
la
strada
consolare
mette
da
quell
'
orrido
passo
alla
vista
della
Conca
d
'
Oro
.
Tutti
si
fermavano
là
incantati
.
Vedevano
giù
in
basso
quel
paradiso
;
e
in
fondo
Palermo
che
pareva
infinita
;
e
nel
tremolare
della
marina
un
fitto
di
antenne
,
navi
da
guerra
certo
le
più
,
navi
di
tutta
Europa
e
forse
d
'
America
,
corse
là
per
vedervi
la
gran
scena
che
vi
doveva
avvenire
.
Di
quella
scena
essi
dovevano
essere
poi
attori
!
Ma
quando
,
come
,
con
quali
sorti
?
Sapevano
che
laggiù
tra
quelle
mura
stavano
ventimila
soldati
,
ma
insomma
v
'
erano
pure
dugentomila
cittadini
.
E
alcuni
,
quasi
col
sentimento
dei
diecimila
di
Senofonte
quando
scopersero
il
mare
,
gridavano
:
Palermo
,
Palermo
!
Di
là
,
il
vecchio
Ignazio
Calona
mostrava
gli
sbocchi
dei
monti
da
dove
erano
discesi
i
Napolitani
di
Florestano
Pepe
e
di
Filangeri
,
nel
1820
e
nel
1849
.
A
quelle
due
rivoluzioni
egli
aveva
partecipato
di
venticinque
anni
e
di
cinquantatré
,
e
si
poteva
immaginare
con
qual
animo
se
tanto
glie
ne
avanzava
adesso
,
che
ne
aveva
sessantacinque
.
E
diceva
con
foco
giovanile
che
nel
maggio
del
1849
,
quando
Palermo
si
preparava
all
'
ultimo
sforzo
per
respingere
Filangeri
già
vincitore
del
resto
dell
'
isola
,
laggiù
nella
pianura
che
si
vedeva
tra
la
città
e
il
Monte
Grifone
,
ogni
giorno
accorreva
gente
d
'
ogni
ceto
a
scavar
fossati
,
ad
alzar
ripari
,
e
che
tutti
lavoravano
insieme
signori
e
plebe
,
anche
le
dame
e
le
più
nobili
fanciulle
.
A
quei
discorsi
i
giovani
si
esaltavano
.
Così
per
tutta
la
mattinata
fu
una
grande
vivezza
nell
'
accampamento
,
dove
quei
militi
si
facevano
giocondamente
ognuno
da
sé
le
più
umili
cose
;
si
lavavano
le
camicie
a
una
gran
cisterna
,
si
rattoppavano
le
scarpe
,
si
ricucivano
gli
strappi
dei
panni
così
mal
ridotti
,
che
coloro
che
avevano
indosso
i
più
signorili
parevano
ormai
i
peggio
vestiti
.
Ma
alle
belle
persone
,
al
portamento
elegante
,
quella
miseria
dava
quasi
maggior
risalto
.
Altri
davano
una
ripulita
ai
fucili
o
si
ingegnavano
di
raccomodarne
i
guasti
.
I
cannonieri
stavano
intorno
ai
loro
pezzi
.
Appoggiato
alla
gran
colubrina
,
Antonio
Pievani
da
Sondrio
leggeva
il
Vangelo
,
e
lo
spiegava
ad
alcuni
che
aveva
intorno
.
Tutti
ascoltavano
raccolti
e
pensosi
,
e
facevano
venire
in
mente
i
Puritani
di
Cromwell
.
Passava
qualche
scettico
,
stava
un
istante
,
poi
se
n
'
andava
compreso
di
rispetto
per
quel
soldato
credente
.
Ma
in
un
canto
dell
'
accampamento
v
'
era
qualcuno
che
,
per
dir
così
,
teneva
il
posto
che
nei
poemi
cavallereschi
hanno
le
Orche
e
i
mostri
.
Sdraiato
in
terra
,
legato
mani
e
piedi
,
vestito
alla
siciliana
con
certa
eleganza
,
custodito
da
alcuni
'
Picciotti
'
delle
squadre
del
barone
Sant
'
Anna
,
stava
un
uomo
grande
e
forte
,
di
viso
cattivo
.
Guardava
sprezzante
e
taceva
.
I
garibaldini
che
andavano
a
vederlo
,
sentivano
dire
che
egli
era
un
tal
Santo
Mele
,
il
quale
sin
dallo
scoppio
della
rivoluzione
aveva
principiato
a
correre
la
campagna
con
alcuni
ribaldi
,
rubando
le
casse
pubbliche
e
assassinando
gente
.
Aveva
fino
incendiato
il
villaggio
di
Calamina
.
E
tutto
aveva
fatto
in
nome
di
certa
sua
giustizia
che
gli
pareva
d
'
aver
diritto
d
'
esercitare
;
anzi
,
se
ne
gloriava
.
I
Siciliani
che
dall
'
esiglio
erano
tornati
nell
'
isola
con
Garibaldi
,
dicevano
che
colui
doveva
essere
'
Maffioso
'
;
e
spiegavano
ai
compagni
la
natura
d
'
una
tenebrosa
società
,
che
aveva
le
sue
fila
per
tutta
l
'
isola
,
in
alto
,
in
basso
,
nelle
città
,
nelle
campagne
,
dappertutto
.
Piace
rammentare
che
i
continentali
scusavano
l
'
isola
,
narrando
che
anche
da
loro
vi
erano
state
compagnie
di
malfattori
che
avevano
esercitato
una
giustizia
di
loro
genio
,
favoriti
dalle
plebi
delle
campagne
e
anche
dai
ricchi
delle
città
,
quando
le
leggi
parevano
torte
contro
la
giustizia
vera
;
e
dicevano
che
quelli
erano
passati
e
che
sarebbe
passata
anche
la
'
Maffia
'
.
Quel
Santo
Mele
il
giorno
appresso
sparì
.
Forse
la
'
Maffia
'
potentissima
gli
aveva
dato
aiuto
fino
in
quell
'
accampamento
.
Noiosissima
cosa
,
nel
pomeriggio
di
quel
giorno
cominciò
a
piovere
.
Senza
tende
,
senza
coperte
era
un
gran
brutto
stare
;
ma
il
campo
non
si
attristò
per
questo
;
anzi
,
vi
fu
un
momento
di
gaiezza
fin
troppa
.
Era
stato
macellato
un
gran
bove
donato
da
un
Comune
là
presso
,
e
in
certi
pentoloni
mandati
pure
da
quel
Comune
,
cuochi
improvvisati
cuocevano
di
quel
bove
a
pezzi
,
e
del
riso
.
Ma
quando
si
fu
sul
punto
di
scodellare
,
e
tutti
si
sentivano
già
quasi
nello
stomaco
quel
ristoro
,
s
'
accorsero
di
non
avere
né
gamelle
né
cucchiai
,
e
una
risata
generale
empì
l
'
aria
di
chiasso
.
Però
vi
fu
l
'
ingegnoso
che
si
prese
la
parte
sua
di
riso
in
una
foglia
di
fico
d
'
India
,
e
allora
tutti
ai
fichi
,
e
nel
cavo
di
quelle
foglie
coriacee
un
po
'
di
quel
cibo
poterono
gustarlo
tutti
.
Quanto
a
vino
ce
n
'
era
nel
campo
a
botti
.
Seguitò
la
pioggia
tutto
il
resto
del
giorno
e
anche
quella
notte
,
sicché
la
dimane
quella
gente
,
fradicia
fino
alla
pelle
,
faceva
un
brutto
vedere
.
Garibaldi
guardava
mesto
.
Egli
nella
notte
aveva
fatto
levar
via
una
specie
di
baldacchino
che
alcuni
di
quei
suoi
militi
gli
avevano
formato
sopra
con
dei
mantelli
sostenuti
da
pali
,
mentre
dormiva
.
Ma
alfine
anche
quel
giorno
venne
il
sole
,
e
ognuno
tornò
a
sentirsi
bene
.
Intanto
Garibaldi
aveva
meditato
una
mossa
.
Voleva
piantar
nella
mente
dei
difensori
di
Palermo
che
egli
avesse
deliberato
di
assalirli
da
Renda
per
la
via
di
Monreale
,
e
creare
in
essi
l
'
illusione
che
egli
potesse
scendere
a
farsi
pigliare
come
in
una
trappola
su
quella
via
.
Così
la
sera
del
20
,
messo
in
marcia
il
battaglione
Carini
,
lo
fece
calare
nel
villaggio
di
Pioppo
,
a
pie
'
dei
monti
e
già
sul
lembo
della
Conca
d
'
oro
.
Ivi
tenne
quelle
Compagnie
tutta
la
notte
.
All
'
alba
del
21
si
spinse
avanti
egli
stesso
dove
erano
già
i
Carabinieri
genovesi
,
con
le
compagnie
del
battaglione
Bixio
passate
anch
'
esse
durante
la
notte
.
Quasi
subito
l
'
avanguardia
venne
alle
schioppettate
con
gli
avamposti
napolitani
,
mentre
che
a
sinistra
,
su
pei
fianchi
dei
monti
,
si
svolgeva
una
loro
ala
,
certo
per
aggirare
la
gente
garibaldina
,
calarle
addosso
e
metterla
in
rotta
tra
gli
aranceti
del
piano
.
Quel
mattino
i
napolitani
parevano
di
buon
umore
.
Ma
la
loro
ala
girante
s
'
abbatté
nelle
squadre
di
Rosolino
Pilo
,
che
stava
a
mezza
costa
,
e
dovette
arrestarsi
.
Allora
s
'
impegnò
lassù
un
fuoco
vivissimo
di
fucileria
,
a
cui
le
squadre
ressero
bravamente
,
per
più
di
due
ore
,
finché
i
borbonici
furono
costretti
a
ritirarsi
.
E
giù
nel
piano
le
Compagnie
garibaldine
,
menate
avanti
,
indietro
e
poi
ancora
avanti
per
modo
che
esse
stesse
non
ci
capivano
più
nulla
,
verso
il
mezzodì
ricevettero
l
'
ordine
di
ritirarsi
.
Videro
Garibaldi
tornar
dalla
fronte
col
suo
Stato
maggiore
in
sì
gran
fretta
,
che
avrebbero
potuto
credere
di
doversi
sentir
dietro
i
compagni
dell
'
avanguardia
fuggenti
;
ma
bastò
loro
guardar
in
faccia
il
Generale
,
e
la
breve
ritirata
di
ritorno
al
Passo
di
Renda
fu
fatta
con
calma
.
Risalite
lassù
trovarono
sul
ciglio
del
passo
i
cannoni
in
posizione
con
le
gole
chinate
verso
la
pianura
,
dove
,
volgendosi
a
guardarla
,
vedevano
brillar
non
lontano
le
armi
dei
nemici
distesi
.
Forse
questi
si
apparecchiavano
a
farsi
avanti
.
E
allora
pareva
di
capire
che
Garibaldi
avesse
mirato
a
tirar
fuori
di
Palermo
una
parte
di
difensori
per
piombarle
addosso
,
e
se
la
fortuna
lo
secondasse
,
romperli
,
ed
entrare
con
essi
in
Palermo
,
che
sarebbe
insorta
.
Invece
seguì
una
gran
quiete
.
Ma
in
quella
quiete
si
sparse
una
notizia
dolorosa
.
Rosolino
Pilo
,
che
su
quei
colli
di
San
Martino
,
con
le
sue
squadre
,
aveva
così
ben
rintuzzato
l
'
attacco
dei
regii
,
era
stato
colpito
al
capo
da
una
palla
di
rimbalzo
,
mentre
scriveva
un
biglietto
a
Garibaldi
.
Ed
era
morto
,
povero
prode
,
con
in
vista
la
sua
Palermo
laggiù
,
sospirata
dall
'
esilio
per
undici
anni
.
Alla
testa
delle
sue
squadre
rimaneva
l
'
amico
suo
Corrao
,
uomo
di
gran
coraggio
ma
incolto
e
di
poco
prestigio
;
e
così
con
la
gran
figura
di
Pilo
veniva
a
mancare
una
delle
forze
più
vive
della
rivoluzione
.
Perciò
si
diffuse
una
gran
mestizia
,
Garibaldi
fu
visto
afflittissimo
;
e
facilmente
il
pensiero
de
'
suoi
passava
da
Pilo
a
lui
,
che
da
una
palla
poteva
essere
spento
da
un
'
ora
all
'
altra
.
E
allora
?
Marcia
notturna
Venne
intanto
la
sera
,
una
sera
cupa
che
minacciava
una
notte
di
pioggia
.
Eppure
le
Compagnie
furono
fatte
mettere
sotto
le
armi
e
in
marcia
,
di
nuovo
come
il
giorno
avanti
sulla
via
per
discendere
a
Pioppo
.
Dunque
Garibaldi
si
ostinava
davvero
a
tentar
Palermo
da
quella
parte
e
con
un
attacco
notturno
?
Fosse
pure
!
Gli
animi
erano
ben
disposti
,
perché
quello
stare
con
la
gran
città
alle
viste
e
con
le
spalle
mal
sicure
cominciava
a
diventar
fastidioso
.
E
marciarono
.
Ma
là
dove
la
via
chinava
,
dove
sul
mezzodì
avevano
visto
i
cannoni
in
batteria
,
i
cannoni
non
c
'
erano
più
,
e
le
Compagnie
invece
di
scendere
,
si
videro
fatte
girar
a
destra
per
entrare
in
un
sentiero
che
non
poteva
menare
se
non
sulle
creste
di
certi
monti
,
dei
quali
nei
due
giorni
passati
nel
campo
di
Renda
avevano
potuto
considerare
l
'
asprezza
.
All
'
imbocco
di
quel
sentiero
,
soldato
per
soldato
ricevevano
tre
pani
da
alcuni
uomini
,
che
agli
ordini
del
capitano
Bovi
,
bolognese
,
facevano
fretta
ai
passanti
che
pigliassero
e
andassero
.
Quei
tre
pani
volevano
dire
tre
giorni
forse
di
marcia
per
le
montagne
.
Erano
dunque
preziosi
;
onde
i
più
dei
soldati
non
sapendo
dove
se
li
mettere
,
inastate
le
baionette
ve
li
infilzavano
,
e
tiravano
via
col
fucile
in
spalla
sbilanciato
a
quel
modo
,
celiando
.
Ma
come
fu
notte
chiusa
e
il
sentiero
venne
a
mutarsi
in
sterpeto
,
si
fecero
alquanto
tristi
.
Sennonché
a
un
certo
punto
trovarono
Garibaldi
che
tribolava
a
mandare
avanti
dei
contadini
,
i
quali
curvi
sotto
lunghe
stanghe
portavano
a
spalle
appesi
a
quelle
i
cannoni
smontati
,
dieci
o
dodici
per
ciascun
pezzo
.
E
li
esortava
,
e
li
metteva
sul
gioco
di
moversi
ognuno
con
tutte
le
sue
forze
,
li
aiutava
persino
,
e
per
insegnar
loro
come
dovevano
stare
sotto
la
stanga
ci
si
metteva
egli
stesso
.
In
quel
mestiere
lo
secondavano
il
Castiglia
,
il
Rossi
,
il
Burattini
,
i
marinai
del
Lombardo
e
del
Piemonte
,
già
sin
da
Salemi
formati
in
una
piccola
Compagnia
.
Con
quell
'
esempio
la
colonna
sfilava
,
un
uomo
dietro
l
'
altro
oramai
,
ché
per
due
non
c
'
era
più
luogo
.
E
cominciò
una
pioggerella
che
presto
divenne
fitta
tra
quelle
tenebre
,
dando
alla
gente
il
senso
di
camminare
nelle
nubi
.
Ah
le
belle
vie
di
Milano
,
di
Venezia
,
di
Genova
,
tutte
inondate
di
luce
,
a
quell
'
ora
!
I
pani
,
inzuppandosi
,
cascavano
giù
dalle
baionette
,
cascava
qualche
uomo
a
ogni
passo
;
tuttavia
si
rideva
ancora
,
ma
,
per
dir
così
,
d
'
un
malinconico
riso
interiore
.
Metteva
un
po
'
di
sgomento
il
non
veder
più
nulla
,
salvo
dei
gran
fuochi
indietro
nel
campo
di
Renda
abbandonato
,
e
un
altro
gran
fuoco
solitario
avanti
,
lontano
,
verso
il
quale
si
accorgevano
di
marciare
;
mentre
dal
fondo
,
sulla
sinistra
,
salivano
a
intervalli
i
gridi
d
'
allerta
delle
sentinelle
napolitane
.
Dalla
testa
della
colonna
veniva
il
nitrito
d
'
un
cavallo
,
insistente
,
selvaggio
.
A
un
tratto
s
'
udirono
due
colpi
di
fuoco
.
Fu
un
fremito
per
tutta
quella
sfilata
:
forse
l
'
avanguardia
s
'
era
imbattuta
nel
nemico
.
Ma
poi
non
si
udì
più
nulla
.
E
sempre
tirando
avanti
,
passò
la
voce
che
quei
colpi
erano
stati
scaricati
da
Bixio
nella
testa
del
suo
cavallo
,
per
farlo
smetter
di
nitrire
;
atto
proprio
da
Bixio
che
aveva
voluto
far
quella
marcia
del
diavolo
in
sella
.
Era
vero
.
Andando
avanti
,
i
soldati
passavano
vicino
a
un
cavallo
spianato
là
morto
fuori
de
'
piedi
.
Quando
fu
quasi
l
'
alba
,
le
Compagnie
si
trovarono
a
calare
dalle
ultime
falde
di
quei
monti
su
d
'
una
grossa
borgata
.
Pioveva
ancora
.
Credevano
d
'
aver
camminato
lontano
,
e
invece
la
Conca
d
'
oro
era
ancora
lì
davanti
ad
essi
come
quando
stavano
a
Renda
,
solo
che
adesso
la
vedevano
da
oriente
.
Mirabile
marcia
!
Garibaldi
che
per
natura
si
ricordava
così
poco
delle
cose
fatte
,
ebbe
ragione
quando
,
riparlandone
dopo
molti
anni
,
disse
che
neppure
in
America
si
era
trovato
a
farne
fare
una
a
'
suoi
,
somigliante
a
quella
del
Parco
.
E
non
un
uomo
si
era
perduto
;
qualche
ritardatario
aveva
saputo
serrarsi
presto
alla
colonna
;
anche
i
cannoni
erano
venuti
per
quelle
balze
.
Ma
in
quale
stato
,
povera
gente
!
Il
borgo
di
Parco
sia
lodato
sempre
pel
modo
come
la
accolse
.
Non
ci
fu
casa
che
non
si
aprisse
a
ristorare
qualcuno
,
a
rasciugare
i
panni
,
a
rifornirne
che
non
poteva
più
tener
indosso
i
propri
,
ridotti
in
cenci
,
a
rincalzare
chi
non
aveva
più
scarpe
in
piede
.
Ma
ancora
più
da
lodarsi
quel
borgo
,
perché
si
prese
in
seno
tutta
quella
gente
,
e
se
la
tenne
celata
tutto
quel
giorno
e
la
notte
appresso
,
senza
che
nulla
ne
trapelasse
ai
borbonici
,
campeggianti
nella
Conca
d
'
oro
.
Un
frate
strano
Cotesto
giorno
,
uno
di
quei
soldati
fu
fermato
da
un
giovane
monaco
che
egli
avea
già
veduto
girare
pel
borgo
,
e
soffermarsi
qua
e
là
a
parlare
coi
suoi
compagni
.
E
capì
subito
che
era
un
'
anima
tormentata
da
qualche
gran
cruccio
.
Avviato
il
discorso
,
il
monaco
si
spiegò
:
avrebbe
voluto
gettarsi
nella
rivoluzione
,
ma
qualcosa
lo
tratteneva
.
Seduti
a
pie
'
d
'
una
delle
tre
grandi
croci
che
sorgevano
su
d
'
un
poggio
a
figurarvi
il
Calvario
;
quei
due
parlavano
già
come
vecchi
amici
.
E
il
garibaldino
diceva
al
frate
che
se
avesse
voluto
entrare
nella
sua
Compagnia
,
vi
avrebbe
trovato
il
Comandante
e
gli
ufficiali
e
molti
militi
siciliani
tornati
dall
'
esilio
;
e
che
l
'
esser
frate
non
voleva
dire
;
che
già
altri
frati
avevano
combattuto
per
Garibaldi
a
Calatafimi
e
che
anzi
,
un
francescano
lo
seguiva
già
da
Salemi
.
Il
monaco
rispondeva
che
pur
ammirando
Garibaldi
gli
pareva
che
quella
ch
'
egli
combatteva
non
fosse
la
guerra
di
cui
la
Sicilia
aveva
bisogno
.
L
'
unità
d
'
Italia
e
la
libertà
pel
vero
popolo
siciliano
erano
quasi
nulla
.
Che
potevano
farsene
quelle
plebi
ancora
oppresse
da
tutte
le
ingiustizie
,
altrove
,
in
Piemonte
,
in
Lombardia
,
levate
da
un
secolo
?
Non
avevano
visto
essi
venuti
da
fuori
,
per
quel
poco
che
avevano
già
corso
dell
'
isola
,
quanta
era
la
miseria
e
quanta
l
'
abiezione
di
quelle
plebi
?
La
libertà
non
era
pane
per
lo
stomaco
e
nemmeno
per
lo
spirito
;
anzi
sarebbe
poi
per
i
già
prepotenti
un
mezzo
per
opprimere
di
più
.
In
Sicilia
era
necessaria
una
guerra
che
trasformasse
la
società
e
la
vita
,
facendo
guadagnare
al
popolo
il
tempo
che
per
forza
gli
era
stato
fatto
perdere
.
Non
vedeva
Garibaldi
che
la
Sicilia
era
ancora
quasi
come
doveva
essere
stata
ai
tempi
delle
guerre
servili
di
venti
secoli
avanti
?
Insomma
quel
monaco
voleva
la
guerra
non
soltanto
contro
i
Borboni
,
ma
contro
tutti
gli
oppressori
grandi
e
piccoli
,
che
si
trovavano
laggiù
dappertutto
.
Il
garibaldino
cui
pareva
di
non
capir
quasi
come
un
monaco
parlasse
a
quel
modo
,
gli
diceva
che
allora
quella
guerra
ch
'
egli
voleva
avrebbe
dovuto
esser
fatta
anche
contro
i
frati
ricchissimi
,
e
molti
.
E
il
monaco
ardente
rispondeva
che
sì
,
che
anche
contro
i
frati
si
doveva
farla
,
contro
di
essi
prima
che
contro
d
'
ogni
altro
,
ma
col
Vangelo
in
mano
e
con
la
Croce
:
che
allora
anch
'
egli
ci
si
sarebbe
messo
,
ma
che
così
come
era
fatta
e
per
quel
che
era
fatta
,
gli
pareva
inutile
.
Se
Garibaldi
avesse
guardato
bene
,
si
sarebbe
accorto
che
le
plebi
lo
lasciavano
solo
coi
suoi
.
Allora
il
garibaldino
accennò
alle
squadre
che
numerose
tenevano
i
monti
qua
e
là
.
-
E
chi
vi
dice
-
esclamò
il
monaco
con
voce
risoluta
-
chi
vi
dice
che
non
si
aspettino
qualche
cosa
di
più
?
-
Il
discorso
era
stringente
.
Il
garibaldino
che
non
si
voleva
dar
vinto
,
sentiva
tuttavia
che
il
monaco
ne
sapeva
più
di
lui
.
Mirava
quel
volto
illuminato
da
una
fiamma
che
non
era
la
sua
di
mazziniano
,
taceva
un
po
'
confuso
e
anche
alquanto
impicciolito
.
Poi
egli
e
il
monaco
si
levarono
di
là
,
si
abbracciarono
,
e
questi
se
n
'
andò
.
Egli
discese
tra
i
suoi
con
l
'
animo
turbato
e
scontento
.
Gli
pareva
d
'
aver
imparato
molto
in
quel
colloquio
,
e
vagamente
sentiva
che
l
'
unità
della
patria
non
era
tutto
,
che
la
libertà
avrebbe
scoperto
molte
piaghe
,
alle
quali
poi
col
tempo
altri
avrebbe
dovuto
pensare
.
E
se
ne
ricordò
e
pensò
a
quel
monaco
trent
'
anni
dipoi
,
quando
proprio
da
quella
parte
dell
'
isola
parlò
più
alto
l
'
antico
dolore
che
quegli
sin
da
quel
tempo
remoto
sentiva
.
I
borbonici
all
'
offensiva
Tornando
ai
fatti
allora
presenti
,
i
borbonici
si
erano
svegliati
la
mattina
del
25
maggio
,
certi
di
avere
ancora
in
faccia
Garibaldi
su
al
passo
di
Renda
,
dove
tutta
la
notte
erano
stati
tenuti
accesi
dei
grandi
fuochi
.
Ma
allo
schiarirsi
s
'
accorsero
che
egli
non
era
più
là
.
Dove
mai
poteva
essere
andato
?
Forse
la
prima
supposizione
fu
ch
'
egli
si
fosse
ritirato
indietro
.
Non
passò
loro
neppur
per
la
mente
che
avesse
fatto
quella
marcia
inverosimile
per
andarsi
a
porre
sul
loro
fianco
in
quel
nascondiglio
di
Parco
.
E
non
ne
seppero
nulla
tutto
quel
giorno
,
perché
la
Sicilia
non
dava
spie
,
non
ne
seppero
fino
al
mattino
appresso
,
quando
videro
coronarsi
d
'
armati
il
poggio
che
sorge
sopra
quel
borgo
.
Certo
là
era
lui
;
quelle
che
si
vedevano
non
potevano
essere
squadre
.
E
deliberarono
di
andare
a
trovarlo
.
Il
dì
stesso
sul
vespro
mossero
,
e
parve
per
assalire
Garibaldi
in
due
colonne
a
tenaglia
.
Ma
non
era
che
un
movimento
per
saggiarlo
o
forse
per
tirarselo
giù
nel
piano
.
Egli
aveva
scelta
bene
la
sua
posizione
;
piantato
Bixio
a
mezza
costa
col
suo
battaglione
,
il
battaglione
Carini
aveva
schierato
lungo
la
strada
che
sale
per
quel
dosso
ed
entra
poi
tra
i
monti
verso
Piana
de
'
Greci
.
I
cannoni
erano
in
batteria
.
Tutto
era
pronto
per
ricevere
i
borbonici
.
Ma
la
loro
ala
sinistra
si
avanzò
appena
a
tiro
di
fucile
,
e
scambiò
qualche
colpo
con
alcuni
'
Picciotti
'
che
stavano
sulle
più
basse
falde
,
l
'
altra
non
si
inoltrò
neppur
tanto
.
Erano
dunque
soltanto
ricognizioni
,
ma
volevano
dire
che
per
l
'
indomani
si
preparava
qualche
cosa
di
grosso
.
E
avvenne
.
Alla
levata
del
sole
,
un
gran
tratto
della
via
da
Palermo
a
Monreale
fu
visto
dal
Campo
di
Garibaldi
sfavillar
tutto
d
'
armi
.
Pareva
che
i
ventimila
uomini
del
presidio
fossero
usciti
tutti
alla
campagna
,
tanto
era
lunga
quella
traccia
,
la
cui
testa
entrò
nei
fitti
pomari
e
continuò
a
marciarvi
nascosta
,
come
s
'
indovinava
dall
'
accorciarsi
delle
sue
code
.
Garibaldi
,
fermo
nelle
sue
posizioni
,
faceva
lavorar
di
zappa
il
suo
Genio
e
la
sua
Artiglieria
,
come
se
si
preparasse
a
ricevere
l
'
assalto
.
Aveva
già
mandati
i
Carabinieri
genovesi
alla
posta
,
là
dove
il
primo
incontro
degli
assalitori
doveva
naturalmente
seguire
,
certo
che
contro
le
loro
carabine
il
nemico
si
sarebbe
sentito
cader
la
baldanza
.
Antonio
Mosto
doveva
pensare
a
reggervi
quanto
fosse
possibile
a
brava
gente
qual
era
la
sua
,
e
alla
fine
ritirarsi
la
via
che
tutta
la
Colonna
avrebbe
pigliata
,
perché
Garibaldi
,
contro
ogni
apparenza
data
da
principio
alle
proprie
intenzioni
,
aveva
deliberato
un
'
altra
volta
la
ritirata
,
quasi
la
fuga
.
Infatti
,
quando
i
primi
colpi
dei
Carabinieri
genovesi
annunziarono
che
la
colonna
nemica
attaccava
,
egli
mise
le
sue
Compagnie
in
marcia
con
l
'
artiglieria
già
avviata
;
passò
egli
stesso
avanti
a
cavallo
,
disse
qualche
parola
d
'
incoraggiamento
,
e
un
po
'
di
gran
passo
e
un
po
'
di
corsa
,
in
una
stretta
lunga
parecchie
miglia
,
la
marcia
fu
gagliardamente
condotta
.
Va
'
e
va
'
,
anche
quella
volta
le
Compagnie
furono
messe
a
una
dura
prova
,
perché
quando
trafelate
giunsero
a
veder
la
Piana
de
'
Greci
,
e
idealmente
già
vi
si
riposavano
,
con
quel
sentimento
che
devono
avere
sin
gli
uccelli
migratori
di
oltremare
all
'
apparire
della
terra
;
ecco
le
Guide
a
sbarrar
loro
la
via
e
additare
la
salita
a
un
monte
.
Uno
sgomento
!
Ma
lassù
era
già
il
Generale
,
di
lassù
chiamavano
con
alte
grida
ben
note
i
più
rotti
alle
fatiche
;
bisognava
raggiungerli
perché
il
nemico
tentava
di
precederli
alla
Piana
de
'
Greci
varcando
quel
monte
.
Chi
non
era
addirittura
spossato
ubbidiva
.
Veramente
il
Comandante
nemico
che
aveva
ideato
quel
movimento
,
si
era
ingannato
sulla
possibilità
d
'
eseguirlo
,
data
la
mobilità
delle
compagnie
garibaldine
.
Contro
altra
gente
forse
gli
sarebbe
riuscito
.
Ma
esso
non
aveva
ancor
guadagnata
la
prima
,
e
già
Garibaldi
gli
appariva
sulla
seconda
delle
cime
che
credeva
di
aver
tempo
a
varcare
,
avanti
che
i
garibaldini
avessero
percorso
la
via
da
Parco
alla
Piana
.
Così
non
ci
fu
che
uno
scambio
di
fucilate
lassù
da
gola
a
gola
;
poi
i
borbonici
se
ne
tornarono
indietro
giù
pel
versante
verso
Parco
;
Garibaldi
,
ridisceso
dalla
parte
sua
,
andò
a
occupare
la
Piana
de
'
Greci
.
Si
chiama
così
la
città
degli
Albanesi
,
adagiata
in
mezzo
a
una
campagna
grigia
,
grigia
essa
stessa
e
tetti
e
muri
e
tutto
.
Almeno
aveva
tale
aspetto
quel
giorno
,
vista
traverso
l
'
aria
infiammata
del
mezzodì
,
che
tremolava
come
una
sottilissima
rete
di
fil
d
'
argento
,
sì
che
uno
avrebbe
detto
di
poterla
palpare
solo
a
far
quattro
passi
avanti
.
Oh
che
sole
!
Che
refrigerio
sarebbe
stato
sdraiarsi
appena
giunti
tra
quelle
case
!
Ma
la
gente
della
città
fuggiva
.
Cosa
le
avevano
fatto
credere
di
quei
forestieri
,
di
quel
Garibaldi
di
cui
anche
i
preti
,
i
frati
e
le
monache
dicevano
bene
?
Sapeva
quella
gente
che
i
garibaldini
avevano
i
borbonici
alle
spalle
,
e
temeva
che
in
quella
sua
città
volessero
far
fronte
al
nemico
e
aspettarlo
a
battaglia
?
Certo
non
era
cosa
che
dovesse
incuorarla
a
stare
.
Il
fatto
è
che
fuggiva
.
Ed
era
proprio
il
24
maggio
,
giorno
che
per
costume
di
secoli
gli
Albanesi
della
Piana
salgono
al
Monte
delle
Rose
,
a
cantarvi
con
le
fronti
volte
a
oriente
,
verso
l
'
antica
patria
,
lamentose
parole
nella
loro
antichissima
lingua
.
O
bella
Morea
,
Da
che
ti
lasciai
non
ti
vidi
più
!
Quivi
trovasi
mio
padre
,
Quivi
la
madre
mia
,
Quivi
i
miei
fratelli
sepolti
ho
lasciati
.
O
bella
Morea
,
Da
che
ti
lasciai
non
ti
vidi
più
.
Quella
data
,
quell
'
ascesa
,
quel
canto
ricordavano
loro
i
dolori
degli
avi
tre
secoli
e
mezzo
indietro
,
che
per
non
soggiacere
ai
Turchi
s
'
erano
rassegnati
a
lasciar
l
'
Albania
,
e
col
fior
degli
Epiroti
condotti
da
Giorgio
Scanderberg
avevano
trovato
rifugio
in
Sicilia
,
portando
seco
loro
le
immagini
e
quanto
possedevano
di
più
caro
.
Fiera
e
costumata
gente
,
orgogliosa
della
sua
origine
,
che
ne
'
suoi
canti
serba
vivo
il
sentimento
di
quattro
secoli
,
e
sogna
ancora
che
uno
del
suo
sangue
possa
,
quando
che
sia
,
ricondurla
nella
vecchia
patria
lontana
.
Si
può
dire
che
i
Garibaldini
videro
appena
gli
abitanti
della
città
,
perché
,
accampati
fuori
,
stettero
stanchi
,
inquieti
e
pensosi
d
'
altro
.
Sapevano
che
da
un
'
ora
all
'
altra
il
nemico
che
li
seguiva
sarebbe
apparso
.
I
Carabinieri
genovesi
che
,
sostenuto
il
primo
assalto
al
Parco
,
s
'
erano
ripiegati
sulla
colonna
,
raccontavano
che
i
borbonici
erano
almeno
cinque
mila
,
mercenari
bavaresi
la
più
parte
,
con
artiglieria
e
cavalleria
.
E
lamentavano
di
aver
perduto
nello
scontro
Carlo
Mosto
e
Francesco
Rivalta
,
ai
quali
forse
quei
feroci
non
avevano
dato
quartiere
.
Tutti
dunque
erano
pensosi
.
Che
cosa
meditasse
il
Generale
lo
ignoravano
;
se
quella
fosse
una
manovra
o
una
vera
ritirata
,
nessuno
poteva
dirlo
.
Garibaldi
ne
scrisse
poi
,
riconoscendo
egli
stesso
che
quel
giorno
poteva
essergli
funesto
,
se
avesse
avuto
da
fare
con
un
nemico
più
diligente
.
Verso
sera
,
le
Compagnie
furono
rimesse
in
marcia
,
e
ancora
quasi
con
aria
di
ritirarsi
in
fretta
.
L
'
artiglieria
e
i
pochi
carri
erano
già
stati
incamminati
verso
Corleone
,
scortati
da
poche
dozzine
di
quei
militi
,
tra
i
quali
i
non
ben
guariti
di
Calatafimi
.
L
'
Orsini
comandante
dell
'
artiglieria
aveva
ricevuto
l
'
ordine
di
andare
,
andar
sempre
;
e
la
colonna
gli
si
mise
dietro
persuasa
che
omai
di
Palermo
non
si
sarebbe
più
parlato
,
se
pure
non
c
'
era
da
dubitare
che
tutto
dovesse
finire
con
quanto
già
s
'
era
sentito
sussurrare
due
volte
,
cioè
che
Garibaldi
avrebbe
sciolta
la
spedizione
,
lasciando
a
ciascuno
la
cura
di
mettersi
in
salvo
da
sé
.
L
'
ora
correva
triste
.
Ma
dopo
aver
marciato
un
pezzo
e
fatta
notte
,
la
Colonna
fu
menata
fuor
della
via
Consolare
a
piantarsi
in
un
bosco
,
dove
accampò
.
Il
luogo
era
selvaggio
.
E
ordine
fu
dato
di
non
parlare
,
di
non
accender
fuoco
neppure
per
fumare
,
di
sdraiarsi
ognuno
nel
posto
ove
si
trovava
senza
più
moversi
per
nulla
.
Si
discusse
molto
per
trovare
se
tutte
le
cose
che
Garibaldi
aveva
fatto
nei
due
giorni
avanti
a
quello
,
e
ciò
che
fece
nei
due
dipoi
,
siano
state
fasi
d
'
esecuzione
d
'
un
suo
concetto
svolto
con
intenzioni
ben
determinate
;
o
se
tutta
una
sequela
di
fatti
,
non
legati
tra
loro
da
verun
concetto
,
e
venuti
quasi
fortuiti
ora
per
ora
,
l
'
abbiano
condotto
al
resultato
glorioso
d
'
entrar
in
Palermo
,
nel
modo
,
per
dir
così
,
favoloso
con
cui
v
'
entrò
.
E
così
,
soltanto
a
discuterlo
,
si
disconobbe
tutto
il
suo
studio
di
quei
giorni
,
che
fu
di
trar
da
Palermo
una
parte
del
grosso
presidio
;
illuder
questo
,
creandogli
l
'
opinione
d
'
aver
costretto
lui
a
rifugiarsi
co
'
suoi
lontano
;
illudere
il
Comando
supremo
della
capitale
,
farlo
sicuro
ch
'
egli
non
tornerebbe
,
tanto
che
vigilasse
meno
e
si
lasciasse
sorprendere
.
Certo
nell
'
esecuzione
di
quel
suo
disegno
vi
furono
dei
momenti
ne
'
quali
poté
parere
il
disegno
stesso
non
fosse
ben
fermo
,
né
Garibaldi
lo
contesterebbe
.
Ma
poi
,
che
contestare
quando
si
sa
come
egli
pensava
e
sentiva
?
La
guerra
non
la
faceva
per
gusto
,
e
non
era
per
lui
né
scienza
né
arte
.
Si
trovava
al
mondo
in
queste
nostre
età
,
in
cui
essa
è
ancora
uno
dei
mezzi
per
far
trionfar
la
giustizia
,
e
la
faceva
senza
cercarvi
né
gloria
né
altro
.
Anzi
ne
dimenticava
i
fatti
appena
li
aveva
compiuti
.
Non
è
forse
vero
che
quando
,
per
esempio
,
scrisse
di
Calatafimi
,
che
pur
egli
stimava
uno
de
'
suoi
più
bei
fatti
d
'
armi
,
ne
scrisse
quasi
come
uno
che
non
vi
fosse
stato
presente
,
e
non
avesse
mai
visto
neppure
quel
campo
?
Nei
tempi
che
verranno
,
tale
noncuranza
sarà
forse
il
titolo
più
alto
per
la
sua
gloria
di
generale
,
cui
nessuno
preparava
i
mezzi
di
guerra
,
che
tutto
doveva
improvvisare
ed
eseguire
,
solo
con
l
'
aiuto
d
'
uomini
devoti
a
lui
come
a
un
'
idea
;
e
col
sentimento
del
bene
,
e
con
la
fede
in
qualche
cosa
di
superiore
da
cui
si
credeva
assistito
,
andava
avanti
vincitore
sempre
,
almeno
moralmente
anche
quando
era
vinto
.
In
quel
bosco
,
la
forza
misteriosa
superiore
da
cui
gli
pareva
d
'
essere
assistito
,
gli
si
rivelò
nello
splendore
d
'
Arturo
,
la
bella
stella
che
egli
sin
da
giovane
marinaio
aveva
scelta
per
sua
.
Lo
udirono
i
suoi
intimi
rassicurarsi
in
quello
splendore
.
Ciò
almeno
fu
detto
e
creduto
per
tutto
il
campo
,
dove
sottovoce
si
diceva
che
il
Generale
era
lieto
perché
Arturo
appariva
fulgido
più
che
mai
.
E
se
era
n
'
aveva
cagione
.
In
quella
notte
,
poco
distante
dal
bosco
,
per
la
via
consolare
di
Corleone
,
il
nemico
marciava
sicuro
di
andare
dietro
di
lui
rotto
e
in
fuga
,
e
mandava
a
Palermo
la
notizia
,
e
la
notizia
andava
a
Napoli
,
e
Napoli
diceva
al
mondo
un
'
altra
bugia
così
:
"
Le
regie
truppe
riportarono
una
segnalata
vittoria
.
Garibaldi
battuto
una
seconda
volta
al
Parco
,
perduto
un
cannone
e
sconfitto
a
Piana
de
'
Greci
,
fuggiva
inseguito
dalla
milizia
verso
Corleone
.
Gravi
dissensi
tra
i
ribelli
.
"
Invece
quelle
milizie
non
avevano
battuto
nessuno
,
non
preso
cannoni
,
né
inseguivano
lui
ma
la
sua
artiglieria
,
di
cui
in
quella
manovra
aveva
saputo
disfarsi
;
e
lui
si
lasciava
alle
spalle
coi
suoi
,
più
d
'
accordo
che
mai
coi
ribelli
siciliani
,
e
prossimi
a
far
con
essi
la
congiunzione
.
Infatti
all
'
alba
,
egli
salì
da
quel
bosco
a
Marineo
,
e
vi
si
trattenne
fino
alla
sera
;
poi
marciò
a
Missilmeri
,
dove
,
come
gli
annunziava
un
messaggio
del
generale
La
Masa
,
lo
aspettavano
quattromila
isolani
che
questi
aveva
raccolti
per
lui
.
Certo
la
posizione
in
cui
Garibaldi
s
'
era
posto
con
quella
mossa
era
pericolosissima
.
Bastava
che
una
spia
ne
avvisasse
il
Comandante
della
colonna
nemica
da
lui
così
ben
elusa
,
perché
essa
tornasse
indietro
a
schiacciarlo
sotto
Palermo
.
Tanto
era
ciò
facile
,
che
nella
marcia
di
notte
,
da
Marineo
a
Missilmeri
,
in
un
momento
di
sosta
fu
quasi
da
tutti
creduto
di
averla
addosso
.
E
allora
?
Il
senso
della
lor
condizione
era
in
tutti
profondo
.
Ma
non
fu
nulla
.
Ben
presto
,
ripresa
la
marcia
,
apparve
non
lontano
una
gran
luminaria
.
Era
Missilmeri
che
li
invitava
.
Vi
giunsero
verso
la
mezzanotte
e
vi
si
posarono
.
Quanto
erano
tornati
vicini
a
Palermo
?
La
gente
di
Missilmeri
diceva
loro
che
dopo
una
piccola
marcia
,
subito
salito
il
monte
a
ridosso
del
paese
,
l
'
avrebbero
veduta
.
E
la
rividero
il
giorno
appresso
,
da
quel
monte
di
Gibilrossa
.
Di
lassù
guardando
a
sinistra
potevano
anche
scoprire
quasi
tutte
le
terre
che
avevano
percorse
.
Oltre
certi
monti
lontani
doveva
trovarsi
Calatafimi
.
Come
vi
stavano
i
cari
feriti
gravi
,
dei
quali
non
avevano
più
risaputo
nulla
?
E
quanti
vi
erano
morti
?
Gibilrossa
Su
quella
sorta
d
'
altopiano
,
se
si
può
chiamar
così
la
cima
di
Gibilrossa
,
formicolava
il
campo
dei
'
Picciotti
'
di
La
Masa
,
che
vi
facevano
un
sussurro
come
nelle
selve
il
vento
.
Erano
forse
quattromila
,
ma
pochi
gli
armati
almeno
di
fucili
da
caccia
.
Tuttavia
davano
da
sperare
che
,
avventati
a
tempo
opportuno
,
anche
gli
armati
soltanto
di
picche
avrebbero
fatto
da
bravi
.
Aveva
detto
Garibaldi
che
ogni
arma
era
buona
,
purché
impugnata
da
un
valoroso
.
I
continentali
si
frammischiavano
a
quelle
squadre
,
a
farsi
descrivere
nelle
belle
e
immaginose
parlate
sicule
le
parti
dell
'
isola
da
cui
erano
venuti
.
E
osservavano
che
anche
i
più
rozzi
di
quei
'
Picciotti
'
avevano
pensieri
e
sentimenti
elevati
,
e
che
riusciva
loro
d
'
esprimerli
quasi
con
eloquenza
.
Ispidi
all
'
aspetto
,
erano
squisiti
dentro
come
certi
frutti
maturati
ai
loro
lunghi
soli
.
Ma
anche
pareva
che
alcuni
di
essi
parlassero
dialetti
che
sapevano
di
lombardo
e
di
monferrino
!
E
di
ciò
si
maravigliavano
appunto
i
lombardi
,
tra
i
quali
Telesforo
Cattoni
del
Mantovano
,
angelico
giovane
a
ventun
'
anni
già
dottore
in
legge
e
studioso
di
lettere
,
cui
l
'
ingegno
lampeggiava
negli
occhi
.
Ma
Domenico
Maura
calabrese
,
dottissimo
uomo
sulla
cinquantina
,
che
sempre
tra
quei
giovani
parlava
di
Dante
,
diceva
che
se
la
fortuna
avesse
secondato
Garibaldi
,
essi
avrebbero
poi
trovato
da
maravigliarsi
anche
in
Calabria
,
sentendo
in
certi
villaggi
parlar
piemontese
dai
discendenti
dei
Valdesi
scampati
dalle
persecuzioni
.
Quelli
che
lì
in
Sicilia
avevano
del
lombardo
e
del
monferrino
,
erano
discendenti
d
'
avventurieri
e
di
favoriti
tirati
nell
'
isola
dal
gran
Conte
Ruggero
,
quando
vi
condusse
sposa
Adelaide
di
Monferrato
.
Dietro
quella
gentildonna
uscita
dal
paese
più
cavalleresco
d
'
Italia
,
erano
corsi
a
frotte
nell
'
isola
gentiluomini
d
'
ogni
grado
,
e
Ruggero
aveva
dato
loro
da
abitare
certi
luoghi
,
che
per
il
numero
grande
di
quegli
ospiti
furono
poi
chiamati
villaggi
lombardi
.
E
coloro
vi
si
erano
misti
e
fusi
coi
nativi
,
greci
,
arabi
e
normanni
,
pur
conservando
le
loro
consuetudini
e
i
loro
dialetti
.
Aidone
,
Piazza
,
Nicosia
,
altre
cittadette
erano
di
quei
luoghi
.
Nel
pomeriggio
di
quel
giorno
,
apparvero
lassù
alcuni
uomini
di
mare
in
calzoni
bianchi
,
e
si
disse
subito
che
erano
ufficiali
delle
navi
inglesi
ancorate
nel
porto
di
Palermo
,
saliti
per
vaghezza
a
visitare
quell
'
accampamento
.
Sapevano
essi
che
v
'
avrebbero
trovato
Garibaldi
?
E
se
lo
sapevano
,
poteva
ignorarlo
il
Comandante
generale
borbonico
di
Palermo
?
Ciò
dava
dell
'
inquietudine
.
Essi
intanto
recavano
che
nella
gran
città
tutti
erano
persuasi
della
fuga
di
Garibaldi
,
che
anzi
questo
si
leggeva
stampato
sulle
cantonate
,
che
l
'
ufficialità
del
presidio
esultava
,
ma
che
n
'
era
addolorato
e
sgomento
il
popolo
,
cui
la
sbirraglia
raddoppiava
gli
insulti
.
Diedero
per
primi
anche
la
notizia
che
il
governo
di
Napoli
aveva
chiamato
'
filibustieri
'
Garibaldi
e
i
suoi
appena
partiti
da
Quarto
,
denunciandoli
al
mondo
come
pirati
;
e
il
nome
di
'
filibustieri
'
fu
subito
preso
per
titolo
di
vanto
da
quei
giovani
,
come
da
altri
in
altri
tempi
altri
nomi
vituperosi
.
Aggirandosi
nell
'
accampamento
,
quegli
Inglesi
si
dilettavano
di
schizzare
i
profili
dei
più
pittoreschi
tra
quei
Garibaldini
;
si
facevano
scrivere
nei
loro
taccuini
i
nomi
di
questo
e
di
quello
,
davano
delle
strette
di
mano
che
parevano
strappi
;
insomma
sembravano
in
festa
,
e
si
facevano
promettere
una
visita
sulle
loro
navi
.
Ma
i
politici
,
e
tra
quei
militi
ve
n
'
erano
molti
,
mormoravano
.
Ah
gli
Inglesi
?
Sempre
dove
avevano
toccato
avevano
lasciato
l
'
ipoteca
o
fatto
mercato
.
Berchet
li
aveva
ben
giudicati
ne
'
suoi
'
Profughi
di
Praga
'
!
Essi
forse
agognavano
che
in
Sicilia
si
versasse
tanto
sangue
che
non
fosse
più
possibile
nessuna
pace
coi
Napolitani
:
e
poi
d
'
accordo
con
Napoleone
si
sarebbero
presa
l
'
isola
,
lasciando
libero
lui
di
farsi
dar
la
Sardegna
da
Vittorio
Emanuele
,
e
questo
di
dargliela
.
Napoli
con
le
sue
provincie
continentali
sarebbe
rimasto
ai
Borboni
.
E
così
salvi
questi
,
salvato
al
Papa
il
resto
del
regno
,
l
'
Austria
si
sarebbe
baciate
le
mani
di
veder
questi
contenti
e
di
tenersi
il
Veneto
;
la
Russia
contentissima
,
avrebbe
applaudito
;
e
l
'
unità
d
'
Italia
,
addio
!
Queste
cose
si
dicevano
a
Gibilrossa
dai
mazziniani
specialmente
;
e
di
quelli
che
le
ascoltavano
chi
le
credeva
già
quasi
belle
fatte
;
chi
ci
si
arrabbiava
a
discuterle
,
a
negarle
,
e
chi
crollava
le
spalle
,
ridendo
.
A
buon
conto
,
se
era
vero
qualcosa
d
'
altro
che
già
si
sussurrava
,
quegli
Inglesi
avevano
portato
a
Garibaldi
i
piani
delle
fortificazioni
di
Palermo
e
dei
posti
occupati
dal
nemico
alle
porte
.
Questo
era
bene
sapere
,
perché
il
tempo
incalzava
,
si
avvicinava
qualche
grand
'
ora
,
e
con
quella
tal
colonna
andata
dietro
all
'
Orsini
e
che
poteva
da
un
'
ora
all
'
altra
apparire
alle
spalle
,
bisognava
far
presto
.
*
Potevano
essere
le
sedici
all
'
italiana
antica
,
come
si
contavano
le
ore
laggiù
,
quando
si
sentì
dire
che
Garibaldi
aveva
chiamati
a
sé
tutti
i
suoi
maggiori
ufficiali
e
i
Comandanti
di
tutte
le
Compagnie
.
Grande
commozione
,
grande
attesa
.
Il
campo
pareva
stare
tutto
in
ascolto
.
Si
seppe
poi
subito
che
in
quel
consiglio
Garibaldi
aveva
fatti
due
casi
:
o
ritirarsi
a
Castrogiovanni
e
là
in
luogo
forte
attendere
che
la
rivoluzione
ingagliardisse
e
giungessero
dal
continente
altre
spedizioni
;
oppure
gettarsi
su
Palermo
.
Si
diceva
che
tutti
i
Comandanti
avevano
gridato
con
entusiasmo
:
"
A
Palermo
!
"
e
che
anzi
Bixio
aveva
soggiunto
:
"
o
all
'
inferno
!
"
Allora
corse
per
tutta
quella
gente
un
tal
fremito
,
che
parve
s
'
animassero
fin
le
rocce
.
La
gran
risoluzione
era
presa
:
presa
in
quel
punto
di
Gibilrossa
dove
fu
fatto
poi
sorgere
l
'
obelisco
di
marmo
che
vi
si
vede
biancheggiare
dal
mare
e
dai
monti
,
a
ricordanza
di
quell
'
ora
suprema
.
Lassù
fu
anche
stabilito
l
'
ordine
della
marcia
;
impegno
delicatissimo
,
in
cui
Garibaldi
seppe
usare
tatto
squisito
.
Egli
aveva
deliberato
di
tentare
l
'
assalto
di
Palermo
dalla
Porta
Termini
,
piombando
improvviso
,
all
'
arma
bianca
,
sulla
guardia
quale
e
quanta
essa
fosse
.
Ma
in
ciò
non
poteva
adoperare
le
squadre
del
La
Masa
,
neppure
quelle
armate
di
fucile
,
perché
non
avevano
baionetta
.
Eppure
non
gli
pareva
né
prudente
né
giusto
,
privar
affatto
i
Siciliani
di
quel
grande
onore
di
andar
primi
o
almeno
coi
primi
,
alla
presa
della
loro
capitale
.
Perciò
risolse
di
far
marciare
alla
testa
un
mezzo
centinaio
di
Cacciatori
delle
Alpi
condotti
dal
Tukory
,
i
quali
dovevano
cadere
come
ombre
addosso
alla
vedetta
nemica
.
La
avrebbero
trovata
oltre
certe
case
,
a
pie
'
di
un
altissimo
pioppo
.
Bisognava
impedire
come
che
fosse
che
quel
povero
ignoto
soldato
desse
l
'
allarme
alla
guardia
del
Ponte
dell
'
Ammiraglio
;
sorte
strana
di
un
semplicissimo
uomo
,
dalla
cui
piccola
vita
poteva
dipendere
tutto
un
mondo
di
cose
grandi
.
Dietro
quel
drappello
doveva
marciare
un
mezzo
migliaio
di
'
Picciotti
'
,
poi
i
Carabinieri
genovesi
e
appresso
tutte
le
Compagnie
dei
Cacciatori
delle
Alpi
.
Ultimo
in
coda
,
avrebbe
seguito
il
grande
stormo
.
Disposte
così
le
cose
,
tutti
quei
corpi
furono
condotti
a
pigliar
il
posto
loro
assegnato
,
nei
pressi
del
Convento
che
sorge
lassù
,
per
aspettarvi
che
imbrunisse
.
I
Cacciatori
delle
Alpi
abbandonavano
così
quei
luoghi
,
dove
avevano
passato
una
delle
loro
giornate
più
tormentose
,
sotto
un
sole
feroce
,
senz
'
altro
riparo
che
di
poveri
fichi
d
'
India
.
E
in
tutta
quella
giornata
non
avevano
ricevuto
che
ognuno
un
pane
e
una
fetta
di
carne
cruda
,
che
avevano
mangiato
chi
rosolandosela
al
fuoco
sulla
punta
della
baionetta
,
chi
scaldandosela
sulle
rocce
arse
dal
sole
,
chi
tale
e
quale
.
Non
erano
mesti
né
lieti
,
si
incamminavano
forse
alla
morte
.
Ma
se
avessero
avuto
fortuna
,
se
fosse
loro
riuscito
di
penetrar
nella
gran
Palermo
,
e
farvi
levar
su
tutto
il
popolo
come
un
mare
,
e
pigliarsela
,
che
grido
di
gloria
per
tutta
l
'
Italia
,
che
gioia
poi
poter
dire
:
io
v
'
era
!
A
ogni
modo
,
meglio
quel
cimento
supremo
,
meglio
che
star
dell
'
altro
in
quelle
incertezze
,
per
finire
alla
meno
peggio
e
tornare
se
forse
e
chi
sa
come
,
nell
'
Alta
Italia
mortificati
.
Intanto
che
veniva
la
notte
,
furono
fatte
dai
Comandanti
raccomandazioni
amichevoli
.
Marciare
in
silenzio
;
non
badare
a
rumore
che
potesse
venire
da
qualsifosse
parte
;
non
si
lasciassero
impaurire
dalla
cavalleria
,
se
mai
,
come
era
da
prevedersi
,
ne
fosse
capitata
sui
fianchi
della
colonna
.
Contro
di
essa
bastava
formare
i
gruppi
,
giovandosi
degli
accidenti
del
terreno
,
e
tirare
ai
cavalli
.
Del
resto
,
la
fortuna
di
Garibaldi
avrebbe
sempre
aiutato
,
e
all
'
alba
sarebbero
stati
in
Palermo
.
Con
certa
esaltazione
qualcuno
ripeteva
che
Bixio
aveva
già
detto
:
"
A
Palermo
o
all
'inferno."
La
calata
a
Palermo
Appena
fu
buio
,
la
colonna
si
mise
in
marcia
e
cominciò
subito
la
discesa
.
Allora
,
di
là
,
fu
veduto
il
vastissimo
semicerchio
di
monti
,
che
serra
la
Conca
d
'
oro
,
coronarsi
di
fuochi
,
come
se
dappertutto
vi
fossero
dei
piccoli
accampamenti
.
Se
si
volesse
così
avvisare
il
popolo
di
Palermo
perché
si
preparasse
,
o
confondere
i
borbonici
non
si
sapeva
.
Ma
intanto
quei
fuochi
empivano
di
una
forza
misteriosa
l
'
anima
della
colonna
in
marcia
,
fino
a
crear
l
'
illusione
che
da
tutti
quei
punti
movessero
su
Palermo
tante
altre
colonne
di
insorti
,
per
assalirla
da
tutte
le
porte
,
e
trovarvisi
dentro
insieme
con
Garibaldi
,
il
giorno
seguente
,
a
celebrar
la
festa
dello
Spirito
Santo
.
Era
proprio
la
vigilia
della
Pentecoste
.
L
'
anno
avanti
,
il
27
maggio
,
Garibaldi
aveva
vinto
gli
Austriaci
in
Lombardia
a
San
Fermo
;
il
27
maggio
del
1849
aveva
messo
piede
sul
territorio
del
Regno
a
Ceperano
,
dietro
il
Borbone
fugato
da
lui
,
generale
della
Repubblica
romana
:
anche
una
terza
volta
quel
giorno
poteva
segnargli
forse
una
bella
data
.
*
L
'
ampia
strada
,
che
oggi
sale
per
agevoli
giravolte
a
Gibilrossa
,
allora
non
esisteva
.
Non
era
che
un
sentieruccio
giù
pel
ripidissimo
pendio
,
dove
bisognava
camminare
con
l
'
olio
santo
in
mano
,
sull
'
orlo
d
'
un
borro
tutto
balzi
e
sfasciume
.
Eppure
,
per
quella
traccia
calò
senza
disgrazie
tutto
quel
mondo
,
anche
Garibaldi
che
andava
su
d
'
un
cavallo
molto
tranquillo
,
che
finì
poi
nelle
mani
di
Alberto
Mario
,
cui
fu
donato
.
Perduto
alquanto
tempo
a
riordinarsi
giù
a
piè
del
monte
,
la
colonna
si
rimise
in
marcia
lenta
e
silenziosa
.
Ululavano
per
la
campagna
a
sinistra
i
cani
da
lontanissimo
;
da
destra
muggiva
il
mare
;
non
era
molto
buio
;
faceva
quasi
freddo
,
per
la
gran
guazza
.
Nel
piano
,
la
via
correva
fiancheggiata
da
muriccioli
a
secco
tra
oliveti
,
e
a
tratti
fra
case
mute
e
tetre
.
Da
una
di
quelle
case
là
attorno
,
veniva
un
tintinno
di
pianoforte
,
che
ora
si
udiva
ora
no
,
e
dava
una
di
quelle
malinconie
che
son
fatte
di
dolore
,
d
'
amore
,
di
speranza
,
di
desideri
,
d
'
un
po
'
di
tutto
ciò
che
è
gentile
in
noi
.
Chi
mai
sonava
in
quell
'
ora
tanto
tranquilla
,
mentre
stava
per
cominciare
la
musica
della
morte
?
E
pareva
che
fosse
ancora
molto
lontano
il
gran
punto
,
il
gran
momento
,
e
che
l
'
alba
volesse
venire
più
presto
del
solito
,
troppo
presto
.
Perciò
fu
fatto
incalzare
il
passo
,
ma
sempre
più
raccomandando
il
silenzio
.
Poi
la
colonna
sboccò
nella
via
Consolare
.
Allora
le
compagnie
dei
Cacciatori
delle
Alpi
si
misero
per
quattro
,
serrando
così
più
sotto
,
con
l
'
ordine
di
tirar
avanti
senza
badare
a
chi
si
arrestasse
,
e
di
stringersi
ai
muri
degli
orti
.
I
cuori
battevano
già
.
Ma
ad
un
tratto
li
schiantò
addirittura
un
uragano
di
grida
e
di
fucilate
scoppiato
alla
testa
,
perché
a
un
certo
punto
che
si
chiama
Molino
della
Scafa
,
i
'
Picciotti
'
,
credendo
forse
d
'
essere
già
alle
prime
case
di
Palermo
,
si
misero
ad
urlare
.
E
molti
di
essi
,
presi
chi
sa
per
qual
cosa
dal
panico
,
si
arrestarono
,
si
scomposero
,
si
rovesciarono
sui
Carabinieri
genovesi
,
cagionando
il
rigurgito
di
tutta
la
colonna
.
Accorse
Bixio
inviperito
contro
il
La
Masa
;
accorse
Garibaldi
che
richiamò
lui
alla
calma
;
e
volto
ai
Carabinieri
genovesi
gridò
:
"
Colonne
di
bronzo
,
le
spalle
anche
voi
?
"
All
'
immeritato
rimprovero
,
il
Mosto
rispose
mesto
,
ma
fermo
:
"
Noi
siamo
al
nostro
posto
,
e
abbiamo
aperte
le
righe
per
non
esser
travolti
.
"
Garibaldi
sapeva
bene
cosa
erano
quei
prodi
;
e
del
resto
tutto
ciò
fu
un
lampo
,
perché
pigliata
subito
la
corsa
avanti
,
una
corsa
impetuosa
,
serrata
,
gridata
;
il
meglio
della
Colonna
fu
di
lancio
sotto
il
fuoco
dei
Cacciatori
borbonici
,
che
difendevano
il
Ponte
dell
'
Ammiraglio
.
In
quella
prima
luce
apparvero
il
profilo
a
schiena
d
'
asino
e
i
dieci
o
dodici
pilastri
interrati
del
ponte
,
brulicanti
d
'
uomini
e
d
'
armi
nel
fumo
,
visione
da
sogno
,
ma
incancellabile
anche
per
chi
non
sapeva
che
quel
ponte
normanno
aveva
ben
più
di
sette
secoli
sulle
sue
pietre
.
Così
adunque
la
sorpresa
tanto
ben
preparata
era
venuta
in
parte
a
mancare
.
Ma
quei
Cacciatori
che
avevano
dormito
intorno
al
Ponte
,
con
l
'
animo
sicuro
che
Garibaldi
era
in
fuga
lontano
;
a
un
assalto
così
violento
,
presi
alla
baionetta
,
non
ressero
a
lungo
,
e
si
ritirarono
fuggendo
da
disperati
,
tanto
che
invece
d
'
andar
a
piantarsi
dietro
a
una
loro
gran
barricata
oltre
il
crocicchio
di
Porta
Termini
,
come
avrebbero
dovuto
,
giunti
appena
al
crocicchio
stesso
,
svoltarono
a
Sant
'
Antonino
,
per
sottrarsi
a
quei
dannati
Garibaldini
che
giungevano
di
notte
a
quel
modo
.
Questi
inseguivano
.
E
infilavano
la
via
del
sobborgo
sotto
il
fuoco
d
'
un
altro
battaglione
schierato
sulle
mura
a
sinistra
;
si
arrestavano
al
crocicchio
,
e
subito
si
mettevano
a
sbarrarsi
la
via
alle
spalle
.
Di
lì
minacciava
la
cavalleria
che
moveva
dalla
chiesetta
di
San
Giovanni
Decollato
.
Ma
Faustino
Tanara
da
Parma
,
con
un
plotone
della
sua
Compagnia
,
e
il
sacerdote
siciliano
Antonio
Rotolo
,
con
una
grossa
squadra
di
'
Picciotti
'
,
tennero
quella
cavalleria
in
rispetto
.
Ora
,
a
passar
quel
crocicchio
faceva
caldo
.
Dal
mare
lo
spazzava
la
mitraglia
delle
fregate
,
vi
grandinavano
le
palle
da
Sant
'
Antonino
.
Ma
bisognava
passarlo
,
che
se
no
,
chi
sa
quanta
forza
di
nemici
poteva
tornarvi
,
appena
si
fossero
rimessi
dal
primo
sgomento
.
E
vi
era
già
Garibaldi
col
suo
Stato
Maggiore
.
Raggiava
.
Forse
non
sapeva
ancora
che
tra
il
Ponte
dell
'
Ammiraglio
e
quel
crocicchio
,
in
sì
breve
tratto
,
erano
caduti
Tukory
,
Benedetto
ed
Enrico
Cairoli
feriti
gravemente
.
Ben
vedeva
Bixio
tempestar
a
cavallo
su
e
giù
ferito
anch
'
egli
,
rimproverando
,
ingiuriando
quasi
perché
non
s
'
era
già
presa
tutta
la
città
,
e
sfogando
la
sua
furia
contro
di
uno
che
aveva
osato
dirgli
che
si
guardasse
che
sanguinava
dal
petto
.
Egli
s
'
era
già
levato
da
sé
il
proiettile
.
E
molti
in
quel
breve
tratto
erano
i
morti
.
Giaceva
sul
Ponte
il
dottor
La
Russa
di
Monte
Erice
;
giaceva
presso
il
ponte
Stanislao
Lamensa
.
La
morte
lo
aveva
fermato
lì
,
senza
misericordia
per
i
suoi
dieci
anni
di
ergastolo
,
né
per
i
suoi
figliuoli
che
lo
aspettavano
in
Calabria
dal
1849
.
Sotto
il
Ponte
,
fra
parecchi
altri
amici
e
nemici
,
giaceva
Giovanni
Garibaldi
,
popolano
genovese
,
morto
di
fuoco
e
di
ferro
.
Placido
Fabris
da
Povegliano
,
giovane
tanto
bello
che
i
compagni
d
'
Università
lo
chiamavano
Febo
,
giaceva
per
morto
con
tutta
traverso
al
petto
la
daga
-
baionetta
d
'
un
cacciatore
ucciso
da
altri
,
mentre
vibrava
a
lui
il
colpo
mortale
.
E
non
morì
.
Doveva
,
guarito
,
ricomparire
quasi
un
risorto
,
per
andarsi
a
far
ferire
anche
dagli
Austriaci
a
Bezzecca
sei
anni
dopo
.
Bellissimi
tipi
di
siciliani
giacevano
feriti
.
Inserillo
,
Caccioppo
,
Di
Benedetto
,
gente
che
continuò
a
dare
il
proprio
sangue
fino
a
Mentana
.
Narciso
Cozzo
,
il
bello
e
biondo
patrizio
palermitano
che
,
uscito
tre
giorni
avanti
a
raggiunger
Garibaldi
,
si
era
unito
,
nell
'
accampamento
del
Parco
,
alla
6°
Compagnia
;
camminava
tra
quei
feriti
,
quei
morti
e
quella
calca
,
quasi
andasse
invulnerabile
ammirando
.
Pareva
un
Normanno
di
settecent
'
anni
addietro
,
tornato
a
guardare
come
dai
moderni
si
combattesse
.
A
lui
la
morte
diè
tempo
e
spazio
fino
al
Volturno
,
e
il
1°
ottobre
,
nella
gran
battaglia
garibaldina
,
là
se
lo
colse
.
Bisognava
dunque
passar
oltre
quel
crocicchio
infernale
,
e
a
un
cenno
di
Garibaldi
il
passo
terribile
fu
traversato
,
fu
invasa
alla
corsa
la
via
per
la
Fiera
Vecchia
.
Piazza
della
Fiera
Vecchia
!
Lì
all
'
alba
del
12
gennaio
1848
,
quel
La
Masa
che
ora
conduceva
i
'
Picciotti
'
aveva
lanciato
il
suo
grido
di
guerra
quasi
da
solo
,
a
piè
di
quella
statua
di
Palermo
che
ora
non
v
'
era
più
,
perché
la
polizia
l
'
aveva
fatta
levare
.
Ma
era
la
piazza
della
Fiera
Vecchia
davvero
quel
largo
?
Non
ci
si
vedeva
nessuno
,
precisamente
come
nel
1848
.
Garibaldi
quasi
impallidì
.
Un
cittadino
,
di
tra
i
due
battenti
d
'
un
uscio
socchiuso
,
gli
gridò
:
"
Evviva
!
"
Qualche
finestra
si
aperse
,
qualche
testa
si
sporse
,
ma
gente
non
ne
compariva
né
con
armi
né
senza
.
Fu
un
istante
da
tragedia
.
Ma
appunto
per
questo
avanti
!
Garibaldi
col
suo
Stato
maggiore
,
preceduto
dai
più
ardenti
,
seguito
dall
'
onda
de
'
suoi
si
inoltrò
per
quelle
vie
deserte
fino
a
piazza
Bologni
.
Ivi
smontò
,
e
nell
'
atrio
del
palazzo
che
dà
il
nome
alla
piazza
,
si
assise
.
Proprio
si
assise
!
Ora
la
sua
tranquillità
faceva
quasi
paura
.
Giungevano
intanto
i
suoi
da
tutte
le
parti
con
notizie
diverse
,
confuse
,
assurde
:
giungeva
Bixio
a
piedi
con
in
pugno
la
spada
spezzata
a
mezzo
,
furibondo
,
terribile
.
Veniva
a
pigliarsi
venti
uomini
di
buona
volontà
,
per
andare
a
farsi
uccidere
con
loro
a
Palazzo
reale
.
"
Tanto
,
-
gridava
-
tra
due
ore
siamo
tutti
morti
!
"
E
già
si
avviava
,
già
voltava
l
'
angolo
di
via
Toledo
,
quando
Garibaldi
lo
fece
chiamar
indietro
.
Garibaldi
in
quel
momento
era
quasi
giulivo
.
Aveva
riso
d
'
un
colpo
che
sfuggitogli
da
una
delle
sue
pistole
,
gli
aveva
sforacchiato
il
lembo
dei
calzoni
sopra
il
malleolo
,
dove
fu
poi
ferito
due
anni
appresso
in
Aspromonte
:
aveva
confortato
due
giovani
prigionieri
napolitani
;
aveva
baciato
nel
nome
di
Benedetto
Cairoli
qualcuno
della
7°
Compagnia
,
e
baciandolo
gli
aveva
detto
che
intendeva
di
baciare
in
lui
tutti
i
presenti
.
Giulivo
era
anche
perché
cominciavano
a
comparire
dei
cittadini
ansanti
,
trasecolati
.
Dunque
era
vero
,
era
entrato
,
era
Lui
?
E
guardavano
quei
capelli
ancora
così
biondi
,
quella
barba
,
quel
torso
erculeo
nella
camicia
rossa
,
quelle
gambe
un
po
'
esili
e
quei
piccoli
piedi
da
gentiluomo
.
Adoravano
.
Era
lui
e
non
avevano
creduto
!
Il
romore
della
fucileria
di
Porta
Termini
,
l
'
avevano
preso
per
uno
dei
tranelli
della
polizia
,
che
già
parecchie
volte
aveva
sull
'
alba
fatto
sparare
qua
e
là
;
e
sempre
chi
era
stato
pronto
a
scendere
,
credendo
di
gettarsi
nella
rivoluzione
,
era
invece
caduto
in
mano
dei
birri
.
Così
raccontavano
quei
cittadini
.
Dunque
,
se
la
città
non
era
subito
insorta
,
nulla
di
male
,
purché
si
facesse
,
purché
non
si
lasciasse
tempo
ai
nemici
di
riaversi
:
barricate
!
barricate
!
Non
si
sentì
più
gridar
altro
che
barricate
.
Garibaldi
diede
l
'
ordine
all
'
Acerbi
,
mantovano
,
di
mettersi
a
quel
lavoro
,
e
gli
designò
compagno
il
palermitano
duca
della
Verdura
;
formò
un
comitato
provvisorio
per
il
governo
della
città
presieduto
dal
dottor
Gaetano
La
Loggia
:
ma
veramente
il
governo
era
lui
.
E
le
campane
cominciarono
a
martello
,
perché
la
polizia
aveva
fatto
levar
via
il
battaglio
da
tutte
.
Prima
suonò
quella
di
San
Giuseppe
,
poi
un
'
altra
,
poi
altre
e
altre
;
tutta
la
città
si
svegliava
:
Santa
Rosalia
!
Santo
Spirito
!
Che
c
'
era
mai
?
Garibaldi
?
Garibaldi
era
venuto
dentro
in
quel
giorno
di
festa
religiosa
,
certo
lo
aveva
voluto
Iddio
.
E
nessuno
,
forse
nessuno
,
pensò
che
quell
'
uomo
con
sì
poca
gente
era
entrato
a
tirar
su
la
città
,
su
di
sé
,
sui
suoi
,
lo
sterminio
.
Tra
quei
cittadini
vi
erano
fin
dei
preti
.
Quello
alto
,
maestoso
,
con
la
gran
testa
già
grigia
,
era
l
'
abate
Ugdulena
;
e
quell
'
altro
smilzo
,
pallido
,
vibrante
,
era
prete
Di
Stefano
.
E
giunsero
degli
uomini
in
divisa
che
parevano
di
cavalleria
,
giubba
rossa
,
calzoni
azzurri
.
Disertori
forse
?
Al
portamento
no
;
e
poi
non
avevano
armi
.
Donzelli
del
comune
erano
,
che
venivano
dal
Palazzo
pretorio
.
Dunque
la
magistratura
cittadina
,
il
Pretore
,
i
Decurioni
erano
già
in
moto
?
No
.
Essi
erano
borbonici
quasi
tutti
,
e
quasi
tutta
l
'
aristocrazia
borbonica
se
n
'
era
fuggita
a
Napoli
,
o
ritirata
sulle
navi
in
rada
,
stava
al
sicuro
.
Ma
insomma
quelli
erano
i
Donzelli
del
Palazzo
.
Sui
bottoni
dorati
delle
loro
divise
,
si
leggeva
la
sigla
:
S.P.Q.P.
'
Senatus
populusque
palermitanus
'
.
Ma
Giuseppe
Giusta
,
artigiano
,
lingua
di
fuoco
,
lesse
subito
a
modo
suo
:
"
Sono
Pochi
Quanto
Prodi
.
"
Il
frizzo
non
destò
allegria
perché
quello
non
era
momento
da
celie
;
anzi
,
qualcuno
disse
che
Giusta
celiava
per
farsi
dar
giù
,
forse
,
un
po
'
di
paura
.
Ah
la
paura
!
Strana
affezione
.
V
'
erano
lì
dei
giovani
che
nella
notte
,
durante
la
marcia
,
avevano
forse
tremato
;
e
adesso
si
sarebbero
messi
da
soli
a
qualsifosse
cimento
.
Perché
adesso
era
davvero
aperta
la
via
a
tutte
le
prove
,
e
la
città
s
'
avviava
a
divenir
tutta
un
campo
.
Verso
Sant
'
Antonino
si
combatteva
;
da
porta
Macqueda
,
i
cannoni
del
generale
Cataldo
tiravano
lungo
la
gran
via
;
quelli
del
generale
in
capo
Lanza
,
da
Palazzo
reale
,
spazzavano
tutta
Toledo
.
Non
pareva
vero
che
il
forte
di
Castellamare
tacesse
ancora
.
Si
sapeva
già
che
ivi
comandava
il
Colonnello
d
'
artiglieria
Briganti
;
si
seppe
poi
che
un
suo
figliuolo
capitano
era
stato
ai
mortai
,
aspettando
l
'
ordine
di
cominciar
il
fuoco
,
e
che
rapito
dalla
voglia
di
mandar
la
prima
bomba
sulla
città
ribelle
,
aveva
già
mormorato
contro
suo
padre
,
minacciando
persino
d
'
andar
egli
stesso
a
scuoterlo
.
Ma
verso
le
sette
l
'
ordine
gli
fu
mandato
,
e
allora
si
udì
un
gran
tonfo
a
Castellamare
,
e
su
nell
'
aria
un
gran
rombo
.
La
prima
bomba
piombò
.
Cominciava
quel
bombardamento
,
che
con
terribili
pause
di
cinque
minuti
tra
bomba
e
bomba
,
doveva
durare
tre
giorni
e
farne
piovere
sulla
città
ben
mille
e
trecento
.
E
subito
scoppiarono
qua
e
là
degli
incendi
.
A
mezzogiorno
in
punto
si
misero
poi
a
tirare
anche
le
navi
.
Intanto
Garibaldi
era
passato
col
suo
Quartier
generale
nel
Palazzo
pretorio
.
Là
,
con
un
suo
decreto
da
Dittatore
,
sciolse
il
Municipio
,
per
nominare
,
come
fece
il
dì
appresso
,
un
nuovo
Pretore
e
nuovi
Senatori
.
Ora
la
città
,
anzi
la
Sicilia
era
lui
.
Da
quel
centro
si
diramavano
i
suoi
ordini
alle
piccole
colonne
che
si
erano
spinte
in
tutti
i
versi
alla
periferia
della
città
.
Erano
gruppi
di
Cacciatori
delle
Alpi
,
cui
si
univano
fidenti
e
volenterosi
i
'
Picciotti
'
entrati
il
mattino
,
e
via
via
cittadini
d
'
ogni
ceto
usciti
di
casa
con
armi
o
senza
.
E
dove
avveniva
uno
scontro
coi
borbonici
,
i
disarmati
aspettavano
bramosi
che
qualcuno
cadesse
,
ne
prendevano
l
'
arma
,
le
cartucce
,
il
posto
,
e
combattevano
esultanti
.
Un
grosso
nerbo
della
8°
Compagnia
avanzò
per
vie
traverse
,
verso
Palazzo
reale
fino
alla
gran
Guardia
,
e
di
lì
fugò
il
generale
Landi
,
quel
povero
vecchio
Landi
,
già
battuto
a
Calatafimi
.
Un
po
'
della
6°
con
parte
della
7°
e
alcuni
Carabinieri
genovesi
,
andavano
per
pigliare
il
convento
dei
Benedettini
;
la
5°
si
spingeva
verso
porta
Macqueda
,
fino
a
Villa
Filippina
.
Ma
dir
Compagnie
non
è
preciso
.
Queste
si
erano
frante
e
si
frangevano
ognor
più
in
manipoli
,
e
ogni
manipolo
seguiva
il
più
stimato
fra
quelli
che
lo
componevano
,
o
chi
si
mostrava
più
ricco
di
partiti
.
Così
dei
vecchi
ubbidivano
a
dei
giovinetti
;
uomini
in
divisa
d
'
ufficiali
si
lasciavano
consigliare
da
studenti
che
non
avevano
mai
visto
una
caserma
;
qualcuno
come
Vigo
Pellizzari
che
,
caduto
Benedetto
Cairoli
,
era
divenuto
il
Comandante
della
7°
,
rivelava
qualità
di
vero
uomo
di
guerra
;
Giuseppe
Dezza
della
1°
suppliva
da
bravissimo
il
Bixio
,
che
,
non
potendo
più
reggere
dal
molto
sangue
perduto
,
era
stato
costretto
da
Garibaldi
a
ritirarsi
in
casa
Ugdulena
,
e
aveva
ubbidito
mordendosi
per
ira
le
mani
.
*
I
borbonici
avevano
lasciato
passare
il
momento
buono
ad
invadere
la
città
,
come
avrebbero
potuto
.
Quattro
o
cinque
ufficiali
audaci
che
si
fossero
mossi
ciascuno
alla
testa
d
'
un
mezzo
battaglione
,
e
avessero
marciato
verso
il
centro
tutti
a
un
tempo
,
pur
seminando
di
morti
e
di
feriti
la
via
,
bastavano
a
schiacciar
tutti
.
Ma
forse
nessuno
aveva
osato
cimentarvisi
,
per
paura
di
entrare
a
farsi
seppellire
sotto
un
po
'
di
tutto
,
da
tutte
le
case
,
mobili
,
pietre
,
olio
ardente
.
Adesso
,
dopo
quattro
ore
dall
'
entrata
di
Garibaldi
,
sarebbe
già
stato
difficile
riuscire
,
anche
se
i
borbonici
ci
si
fossero
provati
;
e
già
si
vedeva
che
prima
di
sera
sarebbe
divenuto
addirittura
impossibile
.
Poiché
nelle
vie
sorgevano
come
per
incanto
barricate
per
tutto
.
Dagli
usci
venivano
fuori
carri
,
carrozze
,
botti
;
dalle
finestre
piovevano
mobili
,
materasse
,
fin
pianoforti
.
E
tutto
era
subito
raccolto
,
ammontato
,
serrato
insieme
.
Poi
a
forza
di
picconi
e
di
leve
si
spiantavano
li
lastre
delle
vie
;
e
queste
sì
,
queste
servivano
bene
!
Parevano
fatte
apposta
.
E
con
esse
,
visto
o
non
visto
,
venivano
alzate
su
delle
vere
mura
,
una
barricata
a
dieci
metri
dall
'
altra
;
fin
troppe
,
come
disse
poi
Garibaldi
.
Vi
lavoravano
e
uomini
e
donne
e
fanciulli
,
che
si
rissavano
tra
loro
facendo
a
chi
ubbidisse
meglio
,
se
dai
panni
,
dai
capelli
,
dall
'
accento
,
riconoscevano
un
garibaldino
in
chi
comandava
.
Le
popolane
poi
parevano
furie
.
"
Signuri
,
nui
riciano
ca
di
li
nostri
trizzi
un
'
avianu
a
fari
ghiumazzo
pi
li
so
mugghieri
!
Scillirati
,
infami
!
"
E
davano
dentro
da
disperate
a
portar
pietre
e
sacchi
di
terra
.
Il
Comitato
delle
barricate
,
composto
di
cittadini
esperti
ancora
del
1848
,
presedeva
a
quel
lavoro
che
metteva
sossopra
il
lastrico
di
ogni
via
.
E
già
si
vedevano
uomini
sugli
orli
dei
tetti
ad
ammonticchiarvi
tegole
,
uomini
sui
balconi
a
preparar
mobili
da
buttar
giù
,
se
mai
le
milizie
borboniche
si
fossero
avventurate
.
Ma
quelle
milizie
non
si
muovevano
all
'
offensiva
.
Anzi
,
verso
le
sedici
,
come
si
diceva
là
all
'
uso
antico
d
'
Italia
,
il
general
Cataldo
che
occupava
i
pressi
di
Porta
Macqueda
,
i
Quattro
venti
e
il
Giardino
inglese
,
assalito
dalla
città
,
tormentato
alle
spalle
dai
'
Picciotti
'
,
si
ritirava
al
Palazzo
reale
;
e
al
Palazzo
reale
si
ripiegava
il
generale
Letizia
,
scacciato
dal
rione
Ballerò
.
Sicché
al
Palazzo
e
nella
piazza
e
negli
orti
intorno
,
si
trovavano
da
dodicimila
soldati
,
sotto
il
generale
Ferdinando
Lanza
,
alter
ego
del
Re
,
uomo
di
72
anni
che
aveva
a
lato
Maniscalco
,
il
fiero
capo
della
polizia
.
E
allora
le
carceri
non
più
custodite
si
apersero
,
e
ne
sbucarono
duemila
condannati
,
orribile
ingombro
gettato
tra
i
piedi
alla
rivoluzione
,
perché
potevano
solo
disonorarla
.
Ma
Garibaldi
provvide
.
Vietò
d
'
andar
armati
senza
dipendere
da
un
capo
;
vietò
di
perseguitar
i
birri
sperduti
;
decretò
pena
di
morte
al
furto
,
al
saccheggio
:
fece
tremare
e
fu
ubbidito
.
Lavoravano
intanto
i
mortai
di
Castellamare
,
che
nel
pomeriggio
di
quella
prima
giornata
presero
specialmente
di
mira
il
Palazzo
pretorio
,
sul
quale
misuravano
l
'
arcata
delle
loro
bombe
.
I
nemici
,
non
da
palermitani
,
ma
da
qualche
birro
vagante
,
dovevano
aver
saputo
che
in
quel
palazzo
si
era
messo
Garibaldi
,
e
perciò
cercavano
di
seppellirvelo
sotto
col
suo
Stato
maggiore
!
Non
vi
riuscivano
;
ma
le
loro
bombe
,
cadendo
nelle
vicinanze
,
facevano
delle
grandi
rovine
.
*
A
notte
,
quel
fuoco
da
Castellamare
cessò
,
e
cessò
anche
quello
della
fucileria
quasi
per
tutto
.
Ma
la
veglia
fu
viva
,
incessante
.
Le
finestre
delle
case
cominciarono
a
illuminarsi
,
per
le
vie
ci
si
vedeva
quasi
come
di
giorno
.
Ed
era
un
andirivieni
dalle
parti
della
città
al
Palazzo
pretorio
e
di
lì
alle
parti
;
sicché
pareva
che
i
combattenti
si
dessero
il
cambio
nei
posti
che
occupavano
,
solo
per
andar
un
po
'
dal
Generale
,
e
rifare
nella
vista
di
lui
le
speranze
e
le
forze
.
Egli
aveva
fatto
mettere
una
materassa
sulla
gradinata
della
fontana
di
Piazza
Pretoria
,
rimpetto
al
gran
portone
del
Palazzo
,
e
là
,
a
pie
'
di
una
di
quelle
alte
statue
che
la
adornano
,
riceveva
notizie
,
dava
ordini
,
riposava
,
Giovanni
Basso
da
Nizza
,
suo
segretario
e
compagno
sugli
oceani
,
Giovanni
Froscianti
da
Collescipoli
antico
frate
,
Pietro
Stagnetti
da
Orvieto
,
veterani
della
Repubblica
romana
,
gli
facevano
guardia
:
dall
'
altra
parte
della
piazza
,
nelle
scuderie
di
palazzo
Serradifalco
,
stavano
sellati
i
cavalli
delle
Guide
.
E
sul
portone
di
quel
palazzo
si
vedeva
Giovanni
Damiani
,
vigile
come
un
'
aquila
,
pronto
a
qualche
partito
supremo
di
Garibaldi
,
se
forse
fosse
venuta
l
'
ora
della
disperazione
.
Di
quelli
che
andavano
e
tornavano
,
taluni
si
sentivano
chiamar
dentro
dagli
usci
di
qualche
casa
o
palazzo
socchiusi
.
E
là
nei
cortili
,
sotto
i
porticati
,
giù
nei
sotterranei
,
trovavano
donne
,
uomini
,
fanciulli
,
signori
e
servi
;
e
questi
a
gara
se
li
pigliavano
in
mezzo
curiosi
,
e
li
tempestavano
di
domande
:
e
di
dove
erano
,
e
come
si
chiamavano
,
e
se
avevano
madri
,
sorelle
.
E
stringendo
loro
le
mani
,
tastavano
se
queste
erano
fini
;
maravigliavano
a
udirli
parlare
da
gentili
uomini
.
Li
ristoravano
di
cibi
e
di
vini
squisiti
;
empivano
loro
le
tasche
di
biancherie
;
mostravano
le
coccarde
tricolori
,
triangolari
come
l
'
isola
;
li
baciavano
,
li
pregavano
di
farsi
portar
da
loro
se
mai
cadessero
feriti
.
E
le
donne
esaltate
congiungevano
le
mani
come
in
chiesa
;
e
le
fanciulle
sorridevano
estatiche
nei
grandi
occhi
lucenti
;
e
poi
a
veder
coloro
andarsene
,
piangevano
come
sorelle
amorose
.
Nei
posti
in
faccia
al
nemico
,
quelli
che
vegliavano
,
ricevevano
le
notizie
delle
cose
avvenute
altrove
.
Ai
Benedettini
,
Giuseppe
Gnecco
,
carabiniere
genovese
,
si
era
lanciato
alla
gola
di
un
ufficiale
borbonico
e
lo
aveva
tratto
via
seco
prigioniero
.
Là
e
là
,
i
tali
della
tale
Compagnia
o
della
tal
'
altra
,
avevano
formato
barricate
mobili
con
botti
rinvolte
in
materasse
,
e
spingendole
avanti
a
forza
di
spalle
sotto
il
fuoco
dei
borbonici
,
erano
giunti
fino
alle
case
occupate
da
questi
,
e
balzati
dentro
,
fulminei
avevano
preso
le
case
e
i
difensori
.
Metteva
una
certa
sicurezza
negli
animi
sapere
che
ormai
tutta
la
parte
bassa
della
città
era
in
mano
degli
insorti
,
salvo
il
palazzo
delle
Finanze
in
piazza
Marina
,
che
era
ben
tenuto
d
'
occhio
perché
i
borbonici
non
potessero
portar
via
il
tesoro
.
Anche
la
caserma
di
Sant
'
Antonio
era
stata
presa
,
e
molti
vi
si
erano
riforniti
di
bellissime
armi
.
Là
Andrea
Fasciolo
,
Carabiniere
genovese
,
aveva
dato
tutto
il
giorno
lo
spettacolo
d
'
un
coraggio
che
i
suoi
compagni
,
per
dire
quanto
era
,
chiamavano
coraggio
sfacciato
.
Cominciava
a
disertare
qualche
ufficiale
borbonico
:
al
Palazzo
pretorio
era
giunto
il
tenente
Achille
De
Martini
,
comandante
dei
cannoni
a
Calatafimi
,
e
si
era
dato
anima
e
corpo
a
Garibaldi
.
Intanto
seguitavano
a
entrar
in
città
da
porta
Termini
e
'
Picciotti
'
e
'
Picciotti
'
;
da
porta
Macqueda
era
entrato
Giovanni
Carrao
,
con
la
squadra
che
era
stata
di
Rosolino
Pilo
.
E
la
notte
passava
.
*
Ma
i
mortai
di
Castellamare
suonarono
presto
la
diana
del
28
,
e
presto
ricominciò
il
fuoco
dappertutto
.
Dappertutto
la
rivoluzione
vinceva
.
Ma
dolorose
perdite
si
fecero
fin
dalle
prime
ore
di
quel
secondo
giorno
.
Enrico
Richiedei
da
Salò
ed
Enrico
Uziel
da
Venezia
,
furono
uccisi
da
una
palla
di
cannone
che
li
compì
tutti
e
due
al
capo
,
lasciandoli
morti
sfigurati
l
'
uno
vicino
all
'
altro
quei
due
fiori
di
giovinezza
.
Antonio
Simonetta
milanese
diciannovenne
,
puro
come
uno
di
quei
fraticelli
che
cantarono
al
letto
di
San
Francesco
morente
,
uscito
l
'
anno
avanti
incolume
dalla
battaglia
di
San
Martino
,
cadeva
al
convento
dei
Benedettini
,
dove
gli
amici
ne
cercarono
poi
invano
il
corpo
e
la
fossa
.
E
ai
Benedettini
cadeva
Giuseppe
Naccari
palermitano
,
reduce
dall
'
esilio
coi
Mille
,
cadeva
senza
aver
ancor
riveduto
la
sua
famiglia
,
anch
'
egli
bellezza
maschia
,
che
nella
6°
Compagnia
,
per
la
molta
somiglianza
col
gran
lombardo
morto
a
Roma
nel
1849
,
era
chiamato
Luciano
Manara
.
Nel
campanile
di
quel
convento
fu
ucciso
Crispo
Cavallini
da
Orbetello
,
altro
bel
forte
cui
toccò
di
morire
senza
lasciar
il
nome
alla
schiera
dei
Mille
.
Egli
fu
dimenticato
come
uno
che
non
avesse
avuto
né
parenti
,
né
amici
,
né
nulla
.
E
forse
felice
lui
,
se
morendo
,
avesse
potuto
indovinare
quell
'
oblio
;
perché
,
diciamo
noi
,
portar
seco
nella
morte
tutto
sé
stesso
,
la
gloria
e
il
nome
,
deve
esser
una
gioia
più
che
da
uomo
.
Non
insegnava
così
l
'
ordine
del
giorno
di
Garibaldi
letto
nella
traversata
in
alto
mare
?
Ai
Benedettini
combatteva
il
Mosto
co
'
suoi
Carabinieri
,
Carabiniere
infallibile
anch
'
esso
,
e
dal
campanile
fulminava
gli
artiglieri
del
bastione
Porta
Montalto
,
obbligandoli
a
lasciar
muti
due
pezzi
.
Lo
secondavano
tranquillamente
,
con
tiri
che
coglievano
,
Giambattista
Capurro
,
giovinetto
che
aveva
la
testa
bendata
per
una
ferita
in
fronte
,
ed
Ernesto
Cicala
benché
già
toccato
malamente
da
una
scheggia
di
granata
.
Vicini
e
mirabili
per
la
calma
,
facevano
i
loro
tiri
Stefano
Dapino
e
Bartolomeo
Savi
,
testa
d
'
oro
da
cherubino
,
tanto
era
biondo
,
il
primo
;
l
'
altro
arruffato
quella
sua
testa
grigia
piena
sempre
delle
tragedie
di
Sofocle
.
Si
combatteva
dunque
dappertutto
e
si
dimenticava
ogni
cosa
.
Ma
se
qualcuno
non
si
sentiva
più
dalla
fame
,
i
conventi
dei
frati
erano
là
divenuti
ospizi
.
Ivi
le
cucine
fervevano
.
Bastava
dar
una
corsa
là
,
e
uno
ci
trovava
il
cuoco
e
il
cantiniere
,
pronti
a
scodellare
e
a
mescere
.
Si
ristorava
e
via
,
tornava
benedetto
a
farsi
onore
.
Dei
frati
veri
,
molti
parevano
più
rivoluzionari
dei
garibaldini
stessi
;
qualche
vecchio
brontolava
pauroso
,
perché
delle
rivoluzioni
ne
aveva
già
viste
troppe
e
tutte
finite
male
,
quella
del
'20
e
quella
del
'48
.
Si
dava
da
mangiare
anche
nei
refettorii
e
nei
parlatorii
dei
monasteri
.
Folle
di
monacelle
bianche
si
premevano
a
guardar
dalle
porte
,
e
parevano
stormi
alati
d
'
angeli
,
discesi
come
nella
poesia
a
contemplar
i
figli
degli
uomini
.
Qualcuna
osava
,
correva
quasi
ad
occhi
chiusi
,
e
al
primo
cui
le
capitava
di
stendere
le
braccia
metteva
al
collo
una
reliquia
,
subito
fuggendo
beata
come
se
avesse
rapita
un
'
anima
al
purgatorio
.
Colui
per
quella
non
pericolava
più
.
Invece
delle
vecchie
suore
si
mettevano
a
discorrere
in
mezzo
agli
ospiti
armati
e
laceri
e
sporchi
di
polvere
;
e
li
interrogavano
curiose
,
e
domandavano
se
Garibaldi
era
cristiano
,
giovane
,
bello
,
e
li
pregavano
di
vincere
e
di
tornare
poi
a
dar
loro
le
notizie
,
a
difender
loro
,
povere
monacelle
,
dalle
genti
borboniche
crudeli
.
Non
sapevano
ancora
che
i
monasteri
dei
Sette
Angeli
e
della
Badia
nuova
erano
stati
saccheggiati
,
né
che
quello
di
Santa
Caterina
bruciava
.
Lì
sì
!
C
'
era
bisogno
d
'
aiuto
!
Ma
nel
gran
trambusto
che
assordava
tutti
,
nessuno
aveva
ancor
badato
che
lì
come
altrove
c
'
era
l
'
incendio
.
Eppure
il
monastero
sorgeva
a
lato
del
Palazzo
pretorio
!
Il
fuoco
vi
aveva
cominciato
dal
tetto
,
a
cagione
di
una
bomba
di
quelle
destinate
al
Palazzo
,
scoppiata
in
aria
.
E
l
'
incendio
era
disceso
di
piano
in
piano
.
Solo
verso
la
sera
del
28
,
qualcuno
pensò
che
là
dentro
c
'
erano
delle
povere
creature
.
E
allora
,
sfondata
la
porta
del
monastero
,
vi
entrarono
dieci
o
dodici
Cacciatori
delle
Alpi
con
dei
'
Picciotti
'
,
a
tentar
di
salvarle
.
Nel
piano
terreno
ci
si
poteva
ancora
,
ma
cerca
di
qua
,
cerca
di
là
non
si
trovavano
monache
in
nessuna
parte
.
Che
si
fossero
lasciate
perir
arse
nei
piani
superiori
,
non
pareva
da
credersi
.
Finalmente
uno
andò
nell
'
oratorio
,
e
là
ne
vide
che
,
come
larve
bianche
nella
penombra
in
fondo
,
piangevano
,
fuggivano
a
nascondersi
fino
in
certe
loro
catacombe
.
Raggiunte
,
si
inginocchiavano
in
terra
,
torcendo
le
braccia
,
porgendo
le
gole
come
a
dei
carnefici
;
pregate
di
uscir
di
là
dentro
,
perché
presto
non
ci
sarebbe
stato
più
tempo
,
non
volevano
lasciarsi
condur
via
a
niun
patto
.
Sicché
quei
soldati
dovettero
minacciare
di
porre
loro
addosso
le
mani
per
salvarle
a
forza
.
E
allora
esse
si
lasciarono
mettere
in
fila
,
lunga
fila
di
religiose
di
tutte
le
età
,
monache
e
converse
.
Ve
n
'
erano
di
bellezza
celestiale
,
giovani
come
aurore
;
ve
n
'
erano
delle
vecchie
mummificate
.
I
fratelli
Carlo
e
Pietro
Invernizzi
da
Bergamo
,
bizzarrissimi
spiriti
,
ne
portavano
via
sulle
spalle
una
per
ciascuno
quasi
paralitiche
,
e
mentre
che
agli
atti
pareva
che
reggessero
dei
reliquiari
,
parlavano
in
bergamasco
da
diavoli
cose
che
avrebbero
fatto
ridere
i
sassi
.
Fu
questa
la
sola
profanazione
,
se
si
può
dir
così
;
tutti
gli
altri
vennero
fuori
serii
con
quella
strana
processione
;
e
a
vedere
la
raffinatezza
dei
riguardi
che
sapevano
usare
,
faceva
orgoglio
.
Condussero
quelle
meschine
a
un
altro
monastero
;
e
là
,
nella
gioia
della
salvezza
,
qualche
stretta
di
mano
,
sin
qualche
bacio
fu
dato
e
preso
.
*
La
seconda
giornata
passò
dunque
come
la
prima
e
peggio
;
ma
la
terza
furono
cose
indescrivibili
.
Tutte
le
vie
erano
ormai
gremite
di
gente
.
A
cagione
del
bombardamento
,
lo
stare
in
casa
era
più
pericoloso
che
lo
star
fuori
;
perché
dove
una
bomba
cadeva
su
di
un
tetto
,
sprofondava
giù
fino
a
terreno
,
scoppiava
e
faceva
crollar
tutto
.
Invece
per
quelle
che
cadevano
nelle
piazze
o
nelle
vie
,
la
gente
si
gettava
a
terra
,
le
lasciva
scoppiare
,
poi
su
,
si
levava
gridando
:
"
Viva
Santa
Rosalia
,
Garibaldi
,
l
'
Italia
!
"
E
si
esaltava
,
e
si
lasciava
pigliare
da
un
certo
cupo
entusiasmo
della
strage
,
senza
neppur
più
inorridire
perché
qualcuno
restava
a
terra
morto
o
ferito
.
Di
tanto
in
tanto
si
udiva
uno
scoppio
di
grida
furiose
qua
e
là
;
erano
donne
del
popolo
che
avevano
fatto
la
posta
a
qualche
birro
,
e
riuscite
a
pigliarlo
,
urlandogli
"
Sorcio
,
Sorcio
!
"
lo
malmenavano
,
lo
straziavano
a
brani
.
Così
dovevano
aver
urlato
:
"
Mora
!
Mora
!
"
le
loro
antenate
dei
Vespri
.
Sennonché
ora
bastava
che
capitasse
in
tempo
un
garibaldino
a
stender
le
mani
sul
birro
sciagurato
,
e
quelle
donne
glielo
cedevano
vivo
,
quasi
contente
,
urlando
ancora
:
"
Viva
Santa
Rosalia
!
"
Di
quei
miseri
servi
della
polizia
ne
furono
salvati
parecchi
in
tal
modo
,
e
pel
momento
venivano
messi
nei
sotterranei
del
Palazzo
pretorio
,
dove
almeno
nessuno
poteva
più
torturarli
.
Così
le
turbe
si
aggiravano
per
la
città
,
passando
da
barricata
a
barricata
pei
vani
lasciativi
apposta
;
e
incontrandosi
ai
Quattro
Cantoni
si
incrociavano
,
si
acclamavano
e
si
confondevano
come
quattro
correnti
.
Ivi
un
gran
tendone
tirato
tra
due
palazzi
celava
la
metà
di
via
Toledo
verso
porta
Felice
,
all
'
altra
metà
di
lì
in
su
,
verso
al
Palazzo
reale
.
Perciò
i
borbonici
del
Palazzo
non
potevano
più
comunicare
a
segni
con
le
loro
navi
da
guerra
del
porto
.
Quel
tendone
era
come
un
immenso
arazzo
bene
istoriato
,
e
però
spiaceva
vederlo
sforacchiare
dalle
cannonate
borboniche
;
ma
dal
Palazzo
reale
ci
si
erano
accaniti
contro
.
Diceva
un
Cattaneo
da
Bergamo
,
rimasto
loro
prigioniero
e
mandato
a
Garibaldi
per
certa
ambasciata
,
con
promessa
sua
che
sarebbe
tornato
,
come
infatti
volle
tornare
;
diceva
che
i
borbonici
già
quasi
ridotti
a
cibarsi
di
lattughe
,
provavano
dispetto
e
noia
di
quel
tendone
più
che
di
tutto
.
Erano
anche
arrabbiati
,
perché
l
'
Ospedale
militare
pieno
di
risorse
era
stato
preso
dai
garibaldini
.
Dunque
tra
gli
strazi
che
si
vedevano
,
le
buone
notizie
davano
gran
conforto
.
E
si
seguivano
.
Il
bastione
di
Porta
Montalto
era
stato
preso
dal
colonnello
Sirtori
,
mosso
dal
convento
dei
Benedettini
alla
testa
di
alcuni
,
che
si
erano
lasciati
mettere
in
petto
il
fuoco
dell
'
eroismo
da
quel
prete
soldato
.
I
regi
dell
'
Annunziata
erano
stati
costretti
a
sgombrare
;
e
comparivano
a
Palazzo
pretorio
dei
giovani
che
avevan
durato
a
star
là
giorno
e
notte
per
vincere
quel
posto
.
Venivano
carichi
di
armi
,
e
alcuni
portavano
superbi
mantelli
tolti
a
quei
nemici
.
Ma
correvano
intanto
gli
annunzi
delle
morti
e
delle
ferite
.
Adolfo
Azzi
,
il
forte
timoniere
del
Lombardo
,
era
caduto
con
una
coscia
trapassata
da
una
palla
;
Liberio
Chiesa
,
chiassoso
ma
prode
,
giaceva
anch
'
egli
con
una
gamba
spezzata
.
A
confortar
i
feriti
un
po
'
dappertutto
,
andava
il
prete
Gusmaroli
da
Mantova
,
e
portava
loro
i
saluti
dei
combattenti
,
e
tra
i
combattenti
tornava
,
serbando
una
calma
e
una
pace
di
cuore
meravigliosa
.
Mai
che
impugnasse
un
'
arma
!
Essere
ucciso
poteva
;
uccidere
no
.
Egli
non
voleva
macchiare
di
sangue
le
sue
mani
di
sacerdote
.
Andava
così
vendicandosi
a
modo
suo
dell
'
offesa
che
gli
aveva
fatto
l
'
Austria
,
impiccandoli
nella
sua
Mantova
Orioli
,
Grioli
e
Speri
e
Poma
e
gli
altri
di
Belfiore
.
E
siccome
somigliava
molto
ai
ritratti
di
Garibaldi
,
per
questo
,
dove
appariva
,
i
'
Picciotti
'
,
credendolo
il
Generale
in
persona
,
sotto
i
suoi
sguardi
gareggiavano
a
chi
mostrasse
d
'
aver
più
cuore
.
Egli
aveva
allora
quarantanove
anni
,
ma
se
avesse
saputo
quali
dolori
gli
serbavano
gli
altri
dodici
che
stette
poi
ancora
al
mondo
,
si
sarebbe
augurato
di
averne
cento
per
morire
se
non
lo
volevano
le
palle
di
qualunque
altra
morte
,
ma
là
,
ma
allora
.
Finì
nel
1872
,
in
una
misera
casupola
della
Maddalena
,
dove
era
suo
solo
conforto
contemplare
almeno
l
'
altra
isola
,
quella
di
Garibaldi
,
dal
cui
cuore
fu
fatto
cadere
.
Bello
e
grande
fu
l
'
atto
della
8°
Compagnia
che
,
mantenutasi
più
compatta
delle
altre
per
l
'
ostinata
voglia
di
occupare
la
Cattedrale
,
vi
riuscì
finalmente
alle
quattordici
di
quel
terzo
giorno
.
Rovinava
allora
lì
a
lato
con
indicibile
fragore
il
palazzo
del
principe
Carini
,
incendiato
da
una
bomba
,
come
erano
già
rovinati
i
palazzi
Cutò
,
D
'
Azzale
e
altri
.
E
allora
appunto
,
in
faccia
ai
borbonici
di
Palazzo
reale
,
quei
bergamaschi
invasero
tutto
il
di
fuori
del
tempio
e
dentro
e
su
fino
il
campanile
.
E
di
là
si
misero
a
tirare
sui
soldati
stipati
nella
gran
piazza
.
Uccidevano
a
schioppettate
gli
artiglieri
sui
pezzi
.
Il
loro
capitano
Bassini
li
governava
coi
trilli
di
certo
suo
fischietto
da
cacciatore
,
fumando
alla
pipa
,
tutto
scoperto
ai
nemici
che
lo
tempestavano
di
palle
senza
toccarlo
.
Ma
egli
si
credeva
invulnerabile
.
*
A
quell
'
ora
il
generale
in
capo
Lanza
,
volendo
tentare
una
disperata
prova
,
mandò
il
generale
Sary
a
ripigliar
la
Cattedrale
;
e
il
generale
Colonna
a
ripigliare
i
Benedettini
,
l
'
Annunziata
,
Porta
Montalto
.
Inutile
sforzo
,
inutile
strage
.
Tutti
gli
assalti
furono
respinti
dai
garibaldini
,
dai
'
Picciotti
'
e
dai
cittadini
.
I
borbonici
lasciarono
più
di
cento
morti
e
forse
quattrocento
feriti
,
intorno
alla
Cattedrale
e
per
le
vie
percorse
,
ma
ritirandosi
incendiavano
le
case
,
uccidevano
gli
inermi
,
violavano
le
donne
.
Erano
diventati
selvaggi
,
furiosi
.
Forse
facevano
così
,
per
dare
l
'
ultimo
sfogo
all
'
odio
secolare
mantenuto
vivo
contro
l
'
isola
in
loro
,
sudditi
dell
'
altra
parte
del
regno
;
forse
li
faceva
divenir
più
crudeli
lo
spettacolo
degli
incendi
,
ardenti
in
più
di
sessanta
luoghi
della
città
;
tra
i
quali
più
grande
e
spaventoso
quello
del
quartiere
intorno
San
Domenico
,
tutto
in
fiamme
.
Ma
se
le
sorti
volgevano
a
male
per
i
borbonici
,
anche
dalla
parte
di
Garibaldi
crescevano
le
angustie
.
Quella
sera
non
v
'
erano
quasi
più
munizioni
.
Si
lavorava
a
fabbricare
polvere
,
ma
non
ne
veniva
abbastanza
pel
bisogno
,
specialmente
perché
i
'
Picciotti
'
,
come
scrisse
poi
Garibaldi
,
sparavano
troppo
.
E
da
tutti
i
punti
della
città
dove
si
combatteva
,
giungevano
uomini
a
chieder
cartucce
,
come
chi
spasima
per
fame
chiede
pane
.
Gli
aiutanti
del
Generale
rispondevano
alzando
le
braccia
muti
:
il
Sirtori
,
sempre
tranquillo
,
raccomandava
di
dir
dappertutto
che
le
munizioni
giungerebbero
,
che
intanto
i
combattenti
s
'
ingegnassero
con
la
baionetta
.
E
invocava
la
notte
.
Almeno
ci
sarebbero
state
alcune
ore
di
riposo
.
E
poi
girava
già
viva
la
voce
che
tra
i
regi
fosse
cominciato
un
grande
scoraggiamento
;
si
diceva
che
altri
loro
ufficiali
erano
passati
alla
rivoluzione
,
tra
i
quali
due
capitani
del
genio
ed
era
vero
;
e
ormai
pareva
certo
che
i
dodicimila
uomini
del
Palazzo
reale
stessero
isolati
affatto
,
senza
viveri
e
senza
comunicazioni
col
porto
e
con
Castellamare
.
Dunque
una
risoluzione
il
loro
generale
l
'
avrebbe
dovuta
prendere
;
o
avventarli
tutti
a
morire
o
capitolare
.
Ma
venuta
la
notte
l
'
inquietudine
non
cessò
,
anzi
faceva
terrore
il
pensiero
di
quel
che
sarebbe
potuto
succedere
il
mattino
seguente
;
e
quasi
si
agognava
che
fosse
già
l
'
alba
,
per
tornare
nella
furia
invece
di
consumar
l
'
anima
in
orribili
fantasie
.
Anche
Garibaldi
ebbe
quella
sera
un
momento
in
cui
quasi
disperò
.
Gli
avevano
portato
la
nuova
che
erano
sbarcati
alla
Flora
due
battaglioni
di
bavaresi
,
gente
aizzata
da
Napoli
e
per
tutta
la
traversata
con
feroci
promesse
,
ed
esaltata
dalla
lusinga
d
'
aver
essa
l
'
onore
di
dar
il
colpo
mortale
alla
rivoluzione
.
Ma
la
notizia
non
era
esatta
.
I
due
battaglioni
erano
sbarcati
sì
,
ma
non
alla
Flora
.
E
il
generale
Lanza
aveva
commesso
l
'
errore
di
chiamarseli
al
Palazzo
reale
.
Dunque
erano
men
da
temersi
,
stando
essi
nelle
mani
di
chi
non
sapeva
adoprar
bene
neppur
le
buone
truppe
che
aveva
già
.
E
Garibaldi
si
rassicurò
.
Ma
quella
era
la
notte
del
dolore
,
ed
Egli
ebbe
pur
quello
di
venir
a
sapere
che
alcuni
de
'
suoi
,
tre
o
quattro
in
tutti
,
non
potendo
più
star
con
l
'
animo
alla
paura
,
erano
ricorsi
ai
consoli
stranieri
,
per
farsi
munire
di
passaporti
.
Il
dolore
che
ne
provò
non
si
può
dire
;
la
pena
del
suo
disprezzo
che
inflisse
a
quei
tali
fu
mortale
.
Uno
di
essi
,
poi
,
che
portava
un
bel
nome
nizzardo
,
era
ricorso
al
consolato
di
Francia
!
Il
Generale
ne
pianse
.
Gli
toccava
là
,
nel
pieno
della
sua
grandezza
,
fosse
pure
alla
vigilia
forse
della
catastrofe
suprema
,
gli
toccava
là
quella
atroce
puntura
di
veder
quel
suo
uomo
aver
riconosciuto
con
quell
'
atto
che
Nizza
era
Francese
!
Egli
,
così
proclive
a
compatire
,
a
scusare
,
non
perdonò
;
e
il
nome
di
quell
'
uomo
fu
spento
.
*
Il
giorno
appresso
,
mentre
il
fuoco
,
riacceso
in
tutti
i
punti
sin
dall
'
alba
,
lasciava
indovinare
ne
'
regi
una
certa
stanchezza
,
ma
teneva
pur
sempre
in
forse
dell
'
esito
finale
,
Garibaldi
ricevè
un
messaggio
del
generale
Lanza
.
Questi
che
sin
dal
28
aveva
chiesto
all
'
Ammiraglio
inglese
d
'
intromettersi
per
imporre
una
breve
tregua
,
onde
si
potessero
raccogliere
i
feriti
e
seppellire
i
morti
,
ma
però
senza
trattare
egli
con
Garibaldi
;
e
dall
'
inglese
aveva
ricevuto
in
risposta
che
appunto
a
Garibaldi
doveva
rivolgersi
:
ora
nel
suo
messaggio
dava
di
Eccellenza
al
'
Filibustiere
'
!
E
gli
chiedeva
un
armistizio
di
ventiquattr
'
ore
,
e
lo
invitava
a
un
ritrovo
con
due
suoi
generali
,
per
trattar
d
'
altre
cose
.
Designava
per
luogo
la
nave
ammiraglia
inglese
.
Garibaldi
concesse
subito
l
'
armistizio
,
accettò
l
'
invito
al
ritrovo
,
e
da
una
parte
e
dall
'
altra
fu
subito
dato
l
'
ordine
di
cessare
il
fuoco
.
Erano
le
undici
antimeridiane
.
Il
ritrovo
doveva
avvenire
alle
ore
quattordici
.
Ma
mentre
Garibaldi
trattava
di
queste
cose
nel
Palazzo
pretorio
,
e
sottoscriveva
l
'
armistizio
col
Colonnello
messaggero
del
Generale
nemico
,
gli
giunse
un
grido
di
tradimento
,
propagato
sia
da
Porta
Termini
,
grido
terribile
di
cui
veniva
interprete
a
lui
,
smaniando
,
quel
prete
Di
Stefano
che
gli
era
apparso
dei
primi
,
il
mattino
del
27
.
Insomma
a
Porta
Termini
erano
giunti
a
marcie
forzate
i
cinque
i
seimila
uomini
del
Von
Mechel
e
del
Bosco
,
quelli
che
dal
dì
24
,
credendo
di
inseguir
Garibaldi
in
fuga
,
erano
andati
fino
a
Corleone
.
Là
,
avendo
alla
fine
saputo
l
'
inganno
in
cui
erano
caduti
,
s
'
erano
rivolti
volando
al
ritorno
;
ed
adesso
erano
lì
alla
porta
stessa
per
cui
Garibaldi
era
entrato
in
Palermo
,
furiosi
,
sguinzagliati
dai
loro
comandanti
come
belve
fuor
di
catena
.
Una
mezz
'
ora
prima
che
fossero
sopravvenuti
,
entravano
di
lancio
fino
al
Palazzo
pretorio
,
perché
da
quella
parte
della
città
le
barricate
non
erano
quasi
guardate
.
E
chi
sa
?
forse
Garibaldi
sarebbe
finito
davvero
nella
tragedia
.
Invano
li
avevano
voluti
arrestare
combattendo
gli
accorsi
al
grido
del
loro
arrivo
;
i
Bavaresi
avanzavano
di
barricata
in
barricata
,
erano
già
alla
Fiera
Vecchia
.
Ma
l
'
armistizio
era
firmato
.
Il
Colonnello
borbonico
,
messaggero
che
si
trovò
di
fronte
a
Garibaldi
,
a
sentirsi
dare
quasi
di
traditore
,
si
offerse
di
andar
egli
stesso
a
fermare
quella
terribile
colonna
,
e
andò
lealmente
.
Garibaldi
seguì
.
Tra
via
incontrarono
il
colonnello
Carini
che
veniva
via
di
là
,
portato
su
d
'
una
barella
,
ferito
gravemente
ad
un
omero
,
e
gridava
di
accorrere
,
di
accorrere
,
che
se
no
era
finita
.
Alla
vista
del
Colonnello
borbonico
che
sventolava
un
fazzoletto
bianco
,
i
Bavaresi
si
fermarono
come
d
'
incanto
.
Ma
i
loro
colonnelli
Von
Mechel
e
Bosco
,
quando
seppero
dell
'
armistizio
,
parvero
lì
per
lì
per
andare
in
pezzi
dall
'
ira
.
Ah
quel
Bosco
!
Egli
siciliano
,
caro
per
certi
liberi
sentimenti
a
'
suoi
amici
palermitani
,
aveva
fiutato
nell
'
aria
che
la
fortuna
stava
per
passargli
vicino
e
,
smesse
le
buone
idee
,
si
era
preparato
a
pigliarla
pei
capelli
.
Quel
Garibaldi
cui
,
secondo
che
si
diceva
,
si
era
vantato
d
'
aver
mandato
a
sfidare
a
duello
,
egli
ora
si
era
figurato
d
'
averlo
già
nelle
mani
.
Allora
sarebbe
divenuto
il
primo
uomo
del
regno
.
Che
sarebbe
più
contato
rimpetto
a
lui
Nunziante
,
Ischitella
,
Filangeri
stesso
e
tutti
insieme
i
vecchi
servitori
e
salvatori
della
dinastia
?
Era
giovane
,
bello
,
prode
,
d
'
ingegno
,
stava
per
valore
,
nell
'
esercito
borbonico
quasi
come
poi
il
colonnello
Pallavicini
stette
in
quello
di
Vittorio
Emanuele
;
Francesco
II
avrebbe
regnato
di
nome
,
egli
di
fatto
,
e
nella
reggia
e
nel
Regno
sarebbe
stato
più
che
re
.
Ma
il
gran
miraggio
gli
si
dileguò
in
quell
'
istante
,
ond
'
egli
rimase
là
alla
Fiera
Vecchia
tempestoso
.
Però
nella
sua
collera
,
ispirava
quasi
ammirazione
.
Cessato
anche
il
fuoco
alla
Fiera
Vecchia
come
già
per
tutta
la
città
,
non
si
udì
più
che
qualche
colpo
di
qualche
mal
disciplinato
sperduto
.
Ma
allora
,
peggior
di
quello
del
combattimento
,
cominciò
lo
strazio
dei
feriti
e
dei
morti
da
cercare
.
Se
ne
trovaron
dappertutto
.
Facevano
grande
pietà
le
donne
,
i
vecchi
,
i
fanciulli
.
Quanti
destini
infranti
,
quante
lacrime
da
essi
lasciate
dietro
!
E
dal
Palazzo
pretorio
fu
subito
dato
l
'
ordine
di
riunire
le
Compagnie
dei
Cacciatori
delle
Alpi
ciascuna
a
un
punto
designato
,
dove
si
dovevano
raccogliere
tutti
coloro
che
non
fossero
impegnati
alla
guardia
dei
posti
.
Così
oltre
il
numero
dei
morti
,
sarebbe
stato
possibile
sapere
il
numero
dei
feriti
ricoverati
negli
ospedali
o
nelle
case
dei
cittadini
.
Allora
avvennero
gli
incontri
dei
compagni
che
in
qualche
momento
di
quei
tre
giorni
si
erano
perduti
di
vista
fra
loro
,
e
nella
confusione
avevano
partecipato
ai
fatti
d
'
arme
in
punti
diversi
,
dubitando
reciprocamente
della
vita
gli
uni
degli
altri
,
o
avendo
ricevuto
notizie
vaghe
di
ferite
e
di
morte
.
"
E
tu
dove
ti
sei
trovato
?
E
tu
cosa
hai
fatto
,
e
dove
eri
la
notte
tale
?
dove
hai
mangiato
,
dormito
,
vissuto
?
"
Ve
n
'
erano
di
così
storditi
,
di
così
disfatti
dalle
veglie
,
dalle
fatiche
,
dalle
emozioni
,
che
non
sapevano
nemmen
essi
che
dire
.
Ma
parlava
per
loro
il
loro
aspetto
.
Di
alcuni
che
parevano
riposati
e
pasciuti
si
mormorava
.
E
così
,
alla
grossa
,
si
poté
fare
il
conto
delle
morti
.
Non
erano
molte
.
La
vittoria
di
Calatafimi
era
costata
assai
di
più
.
Ma
in
Palermo
le
Compagnie
avevano
combattuto
,
governandosi
ogni
soldato
quasi
da
sé
,
esponendosi
appena
quant
'
era
necessario
per
far
fuoco
,
e
avanzando
con
quell
'
abilità
naturale
con
cui
si
sa
cogliere
il
destro
a
scansare
i
danni
,
a
pigliarsi
i
vantaggi
.
Invece
moltissimi
erano
i
feriti
,
i
più
nel
capo
o
nella
parte
superiore
del
torso
.
Le
barricate
avevano
salvato
il
resto
della
persona
.
Ed
era
stata
fortuna
,
perché
i
feriti
nelle
gambe
morirono
poi
quasi
tutti
.
Molti
più
erano
i
morti
borbonici
.
In
certi
luoghi
,
come
al
bastione
di
Porta
Montalto
,
erano
così
fitti
,
che
non
si
capiva
chi
ne
avesse
potuti
uccidere
tanti
.
Ma
quasi
nessun
ufficiale
tra
loro
.
Di
questi
,
in
tutti
i
tre
giorni
,
non
ne
morirono
che
quattro
,
misera
testimonianza
del
valore
di
quella
ufficialità
,
se
pur
non
fu
una
manifestazione
di
sentimento
già
nato
negli
animi
,
almen
dei
giovani
,
quello
dell
'
inutilità
d
'
ogni
sacrificio
contro
colui
che
,
impersonando
la
milizia
di
un
altro
Re
,
rappresentava
un
'
idea
della
quale
sarebbero
stati
volentieri
soldati
.
In
quel
pomeriggio
,
tutti
si
misero
a
dar
una
ripulita
alle
armi
;
poi
chi
di
qua
chi
di
là
,
i
più
andarono
a
visitar
i
compagni
feriti
o
a
trovar
le
famiglie
dalle
quali
erano
capitati
,
durante
quell
'
inferno
dei
tre
giorni
,
per
caso
o
per
chiedere
un
tozzo
o
un
sorso
.
E
là
erano
accoglienze
da
principi
.
Ve
ne
furono
che
capitarono
in
casa
di
gente
altolocata
ma
malveduta
dal
popolo
,
e
che
senza
saperlo
servirono
di
copertura
agli
ospiti
da
cui
furono
tenuti
in
casa
come
guardie
.
Altri
furon
visti
accompagnar
di
qua
e
di
là
tra
la
folla
famiglie
sgomente
che
,
così
protette
,
si
facevano
condurre
nei
monasteri
o
alla
marina
,
dove
si
imbarcavano
per
andare
al
sicuro
su
qualche
nave
,
ad
aspettare
il
resto
della
tragedia
.
Perché
ventiquattr
'
ore
di
armistizio
sarebbero
presto
passate
.
Intanto
allo
Stato
Maggiore
,
il
Turr
,
il
Sirtori
,
gli
altri
non
perdevano
il
tempo
,
e
tutto
quel
pomeriggio
fu
dato
loro
a
fabbricar
polvere
,
a
ordinare
un
poco
i
'
Picciotti
'
,
a
far
mettere
in
batteria
certi
vecchi
cannoni
cavati
fuori
da
dove
erano
stati
nascosti
nel
1849
.
Altri
ne
furono
messi
su
,
avuti
in
dono
o
comprati
dai
bastimenti
mercantili
che
stavano
in
rada
.
E
i
'
Picciotti
'
vi
facevano
intorno
la
ronda
,
li
lustravano
e
li
coprivano
di
immagini
sacre
,
improvvisavano
fin
delle
laudi
a
quei
bronzi
,
come
se
fossero
eroi
o
santi
.
Il
giorno
appresso
si
sarebbe
sentita
la
loro
voce
.
Nei
luoghi
della
città
più
affollati
,
sebbene
l
'
andirivieni
fosse
più
che
mai
vivo
,
bande
musicali
suonavano
arie
patriottiche
dell
'
Attila
,
dei
'
Due
Foscari
'
,
dei
'
Lombardi
'
,
o
inni
del
Quarantotto
;
qualcuno
suonava
già
anche
"
Si
scopron
le
tombe
...
"
E
,
cosa
meravigliosa
,
invece
di
far
adagiare
gli
animi
nella
speranza
che
la
lotta
non
ricominciasse
più
,
l
'
armistizio
li
aveva
ancora
concitati
.
Perciò
si
vedevano
le
gronde
dei
tetti
,
i
balconi
,
le
finestre
,
sempre
più
carichi
di
materiale
da
buttar
giù
;
e
tra
la
gente
che
lavorava
a
far
sempre
più
alte
le
barricate
,
si
sentiva
dire
con
sicurezza
che
neppure
centomila
uomini
avrebbero
più
potuto
venir
da
fuori
al
Palazzo
pretorio
.
Queste
erano
esagerazioni
battagliere
.
Ma
cosa
grande
davvero
,
che
passa
l
'
immaginazione
,
fu
sul
tardi
il
ritorno
di
Garibaldi
dal
suo
abboccamento
coi
generali
borbonici
Letizia
e
Chrétien
,
avvenuto
a
bordo
della
nave
ammiraglia
inglese
.
Egli
vi
era
andato
lasciando
in
angoscia
indicibile
chi
lo
sapeva
.
Ed
essendo
giunto
a
un
luogo
del
porto
detto
la
Sanità
,
proprio
nel
momento
in
cui
vi
giungevano
i
generali
nemici
,
l
'
ufficiale
della
lancia
inglese
non
sapendo
che
far
di
meglio
,
lo
aveva
imbarcato
insieme
con
quei
due
.
Come
si
sentissero
in
compagnia
di
quell
'
uomo
in
semplice
camicia
rossa
essi
tutti
galloni
,
non
è
facile
immaginare
;
ma
narrava
il
capitano
Cenni
che
parevano
aver
voglia
di
far
l
'
altezzoso
.
E
difatti
nelle
trattative
,
una
volta
a
bordo
e
cominciata
la
conferenza
,
il
general
Letizia
affettava
di
non
rivolgersi
a
Garibaldi
,
e
parlava
con
una
certa
alterigia
.
Ciò
dispiacque
all
'
ammiraglio
Mundy
e
ai
comandanti
navali
francese
,
americano
e
sardo
,
che
egli
aveva
chiamati
sulla
sua
nave
,
perché
assistessero
al
colloquio
.
E
questo
si
mutò
presto
quasi
in
un
diverbio
.
Il
Mundy
,
ospite
,
ebbe
anzi
un
bel
da
fare
onde
Garibaldi
,
pur
con
ragione
,
non
trascendesse
.
Il
Letizia
aveva
tra
l
'
altre
cose
osato
chiedergli
che
la
rappresentanza
cittadina
di
Palermo
facesse
un
atto
di
sottomissione
al
suo
Re
.
E
allora
Garibaldi
proruppe
che
la
rappresentanza
cittadina
era
in
lui
Dittatore
,
e
rotta
ogni
trattativa
si
ritirò
.
Ma
nel
partirsi
da
bordo
si
rivolse
al
Comandante
americano
Palmer
,
confidandogli
rapidamente
e
a
bassa
voce
che
in
Palermo
non
aveva
quasi
più
munizioni
,
e
raccomandandosi
a
lui
perché
,
se
potesse
,
gliene
mandasse
.
Così
tornò
a
terra
.
Ma
nel
breve
tragitto
dalla
marina
al
Palazzo
pretorio
,
ebbe
uno
di
quei
momenti
nei
quali
gli
eroi
pagano
,
per
dir
così
,
il
fio
della
loro
grandezza
.
Lo
pagano
con
la
tempesta
che
si
scatena
loro
nell
'
animo
,
come
avvenne
al
Mazzini
nel
1833
,
nell
'
ora
terribile
in
cui
si
trovò
a
lottar
tra
l
'
idea
sua
,
che
egli
chiamava
dovere
,
e
il
sacrificio
di
tanti
,
che
per
quell
'
idea
suscitata
da
lui
,
si
offrivano
alla
rivoluzione
,
alla
galera
,
alle
forche
.
E
così
come
narrò
di
sé
il
Mazzini
,
di
sé
e
di
quel
suo
momento
narrò
Garibaldi
.
"
Confesso
che
non
ero
scoraggiato
;
ma
considerando
la
potenza
e
il
numero
del
nemico
e
la
pochezza
dei
nostri
mezzi
,
mi
nacque
un
po
'
d
'
indecisione
sulla
risoluzione
da
prendersi
,
cioè
se
convenisse
continuar
la
difesa
della
città
,
oppure
rannodare
tutte
le
nostre
forze
e
ripigliar
la
campagna
.
Quest
'
ultima
idea
mi
passò
per
la
mente
come
un
incubo
,
ma
la
allontanai
da
me
con
dispetto
:
trattavasi
di
abbandonar
la
città
di
Palermo
alle
devastazioni
di
una
soldatesca
sfrenata
!
Mi
presentai
quindi
quasi
indispettito
con
me
stesso
al
bravo
popolo
dei
Vespri
.
"
Apparve
di
fatto
dal
balcone
sinistro
del
Palazzo
,
nel
lampo
delle
invetriate
che
,
mentre
si
aprirono
,
scintillarono
percosse
dal
sole
già
basso
verso
Monte
Pellegrino
,
e
a
capo
scoperto
,
come
Ferruccio
ai
suoi
,
prima
di
Gavinana
,
parlò
.
Breve
,
pacato
,
con
voce
che
suonò
come
un
canto
,
disse
che
il
nemico
gli
aveva
fatto
delle
proposte
ingiuriose
per
Palermo
e
che
egli
,
sapendo
il
popolo
pronto
a
farsi
seppellire
sotto
le
rovine
della
sua
città
,
le
aveva
rifiutate
.
V
'
è
ancora
qualcuno
,
vivo
,
al
mondo
,
che
,
sebbene
sia
passato
quasi
mezzo
secolo
,
si
sente
sempre
nell
'
anima
quella
voce
.
E
ancora
vede
ciò
che
vide
in
quell
'
ora
.
Vede
quella
moltitudine
che
non
balenò
neppur
un
istante
,
e
che
alle
ultime
parole
di
Garibaldi
ruppe
in
un
grido
solo
:
"
Sì
!
Sì
!
Grazie
!
Grazie
!
"
con
una
levata
di
mani
,
di
fronti
,
di
cuori
,
tale
da
fare
impallidire
lui
,
pel
sovrumano
peso
che
gli
imponeva
,
accettando
l
'
onore
di
lasciarsi
sacrificare
.
Egli
guardò
un
poco
,
poi
si
tirò
dentro
'
"
ritemprato
(
lo
narrò
nelle
sue
'
memorie
'
)
e
da
quel
momento
ogni
sintomo
di
timore
,
di
titubanza
,
d
'
indecisione
"
gli
sparve
.
Il
discorso
di
Garibaldi
comparve
poi
subito
stampato
sotto
forma
di
Proclama
alle
cantonate
.
Diceva
così
:
"
Il
nemico
mi
ha
proposto
un
armistizio
.
Io
accettai
quelle
condizioni
che
l
'
umanità
dettava
di
accettare
,
cioè
ritirar
le
famiglie
e
i
feriti
:
ma
fra
le
richieste
,
una
ve
n
'
era
ingiuriosa
per
la
brava
popolazione
di
Palermo
,
ed
io
la
rigettai
con
disprezzo
.
Il
risultato
della
mia
conferenza
d
'
oggi
fu
dunque
di
ripigliar
le
ostilità
domani
.
Io
e
i
miei
compagni
siamo
festanti
di
poter
combattere
accanto
ai
figli
dei
Vespri
una
battaglia
,
che
deve
infrangere
l
'
ultimo
anello
di
catene
con
cui
fu
avvinta
questa
terra
del
genio
e
dell
'eroismo."
Parrà
forse
dir
troppo
ma
è
verità
.
La
sera
di
quel
giorno
,
proprio
come
se
ricorresse
la
sua
festa
di
Santa
Rosalia
,
Palermo
si
illuminò
tutta
.
Lasciamo
stare
che
i
palazzi
e
le
case
dei
ricchi
nelle
grandi
vie
fecero
addirittura
la
luminaria
;
ma
non
vi
fu
casupola
per
quanto
povera
e
nascosta
ne
'
vicoli
,
che
non
avesse
il
suo
lume
a
ogni
finestra
.
E
la
notte
passò
in
cene
e
canti
e
fino
in
danze
.
Per
prepararsi
alla
ripresa
della
guerra
,
se
guerra
doveva
ancora
esservi
,
si
avrebbe
avuta
poi
tutta
la
mattinata
appresso
.
Ma
quando
fu
mezzodì
e
i
combattenti
erano
tornati
tutti
ai
loro
posti
,
pronti
a
ricominciare
,
fu
fatto
dire
dappertutto
che
l
'
armistizio
era
prolungato
di
tre
giorni
.
Allora
entrò
nei
cuori
che
in
quanto
a
Palermo
i
regi
avevano
finito
.
E
tanto
più
crebbe
l
'
idea
quando
si
arrese
la
compagnia
che
custodiva
il
palazzo
delle
Finanze
in
piazza
Marina
,
dove
giaceva
un
tesoro
di
cinquanta
milioni
di
ducati
.
Avevano
messo
il
blocco
al
palazzo
una
ventina
di
Garibaldini
e
un
nugolo
di
popolani
,
appostati
intorno
a
distanza
,
vigili
giorno
e
notte
,
e
così
il
denaro
della
Sicilia
,
rimaneva
in
Sicilia
.
Durante
quell
'
armistizio
,
stettero
le
due
parti
ai
loro
posti
,
ognuna
con
le
proprie
sentinelle
piantate
a
farsi
guardia
contro
la
nemica
.
E
in
certi
punti
della
città
,
le
sentinelle
si
trovavano
a
essere
così
vicine
fra
loro
,
che
in
quattro
passi
potevano
gettarsi
a
zuffa
l
'
una
sull
'
altra
.
Perciò
in
quei
luoghi
insieme
coi
'
Picciotti
'
,
che
dal
grande
odio
non
avrebbero
saputo
stare
senza
insultarsi
o
saltare
addirittura
sui
napolitani
,
fu
messo
un
gruppo
di
Garibaldini
.
E
talvolta
avveniva
che
dei
soldati
napolitani
qualcuno
o
la
sentinella
stessa
,
da
una
parola
all
'
altra
,
si
lasciava
tirare
a
conversare
coi
Garibaldini
,
perdeva
la
testa
,
dava
indietro
un
'
occhiata
,
tentennava
un
poco
,
e
poi
scattava
via
di
lancio
a
rifugiarsi
tra
loro
,
abbracciato
,
baciato
,
portato
via
in
trionfo
per
la
città
.
Così
,
alla
Fiera
Vecchia
,
anche
i
Bavaresi
disertarono
a
dozzine
,
ultime
figure
di
mercenarii
che
avevano
fatto
quell
'
ultima
apparizione
in
Italia
.
Magnanimo
veramente
era
stato
il
primo
giorno
Francesco
Crispi
che
,
appena
sottoscritto
l
'
armistizio
,
si
era
ricordato
subito
del
Mosto
e
del
Rivalta
,
rimasti
in
mano
dei
borbonici
,
nella
ritirata
dal
Parco
.
Egli
,
segretario
di
Stato
del
Dittatore
,
corse
a
Castellamare
per
farne
lo
scambio
con
due
ufficiali
superiori
nemici
,
prigionieri
.
Entrò
nel
forte
superbamente
,
e
chiese
dei
due
Garibaldini
.
Di
Garibaldini
prigionieri
non
v
'
era
che
il
Rivalta
;
dell
'
altro
,
quei
del
Castello
non
sapevano
nulla
.
Il
Rivalta
sì
,
sapeva
dove
era
il
suo
povero
amico
;
ma
non
lo
disse
,
temendo
che
il
Crispi
infuriasse
,
e
tirasse
fors
'
anche
su
di
sé
e
su
di
lui
la
bestialità
di
alcuno
di
quei
biechi
soldati
.
Diceva
il
Comandante
del
Castello
che
il
Mosto
era
forse
dal
generale
Lanza
nel
Palazzo
Reale
.
Il
Crispi
uscì
per
andarvi
,
ma
tra
via
il
Rivalta
,
gli
narrò
che
il
Mosto
esile
e
stanco
,
nella
ritirata
dal
Parco
era
caduto
sfinito
su
per
l
'
erta
del
monte
e
che
sopraggiunti
i
Cacciatori
era
stato
trafitto
a
baionettate
.
Egli
,
il
Rivalta
,
aveva
visto
da
pochi
passi
più
in
su
morir
l
'
amico
a
quel
modo
,
e
sarebbe
toccata
anche
a
lui
la
stessa
sorte
,
se
un
giovane
ufficiale
non
avesse
persuasi
i
Cacciatori
a
serbarlo
per
averne
informazioni
su
Garibaldi
.
Salvato
così
,
lo
avevano
mandato
al
colonnello
Bosco
e
poi
a
Palermo
,
dove
era
stato
chiuso
in
una
casamatta
del
Castello
,
e
tra
le
minacce
e
gli
insulti
ivi
tenuto
sino
a
quel
momento
.
Ma
dalla
mattina
del
27
,
quando
si
era
sentito
sopra
il
capo
tremar
le
volte
al
tuonar
dei
mortai
,
aveva
sperato
,
gli
si
era
allargato
il
cuore
.
Sparsa
la
notizia
tra
i
Carabinieri
genovesi
,
andò
al
Parco
Antonio
Mosto
con
alcuni
amici
;
e
sul
monte
,
ancora
nel
posto
dov
'
era
stato
ucciso
,
trovò
il
suo
fratello
,
dolce
e
gracile
giovine
,
da
otto
giorni
insepolto
.
E
nello
stesso
posto
lo
seppellì
.
*
Garibaldi
,
un
di
quei
giorni
,
verso
sera
,
fece
una
passeggiata
a
cavallo
per
la
città
,
passando
pei
luoghi
dove
le
barricate
erano
meno
fitte
.
Dire
che
accoglienze
gli
faceva
il
popolo
parrebbe
ora
poesia
,
ora
che
il
mondo
è
tanto
mutato
.
Miravano
le
turbe
quella
figura
dolce
,
e
non
sapendo
ben
capire
come
ad
essa
convenisse
il
gran
nome
guerriero
,
chinavano
religiosamente
la
fronte
,
o
gli
si
protendevano
come
ad
un
essere
sovrumano
.
Non
era
difficile
immaginare
le
folle
deliranti
di
certi
altri
paesi
prostrate
per
voluttà
di
farsi
schiacciare
dai
carri
sacri
.
Egli
correggeva
con
lo
sguardo
quei
fanatismi
.
Spirato
quel
termine
di
tre
giorni
,
fu
prolungato
l
'
armistizio
di
altri
tre
.
Si
indovinava
in
ciò
gli
ondeggiamenti
della
Reggia
di
Napoli
,
dove
il
re
mite
e
le
donne
fiere
tenevano
la
questione
sospesa
tra
i
consigli
di
chi
voleva
che
Palermo
fosse
tutta
ridotta
in
rovine
,
e
il
vecchio
saggio
Filangeri
che
ammoniva
il
Re
,
supplicandolo
di
non
si
mettere
da
sé
,
con
quell
'
eccidio
,
al
bando
di
tutta
l
'
Europa
liberale
.
E
il
suo
consiglio
prevalse
.
Così
al
terzo
armistizio
seguì
una
convenzione
,
per
la
quale
i
regi
si
obbligavano
a
sgombrar
Palermo
,
però
con
l
'
onore
delle
armi
.
Garibaldi
concesse
.
Andassero
pure
onorati
!
Erano
italiani
anch
'
essi
,
e
nel
trattarli
così
,
egli
poteva
dire
di
riportare
un
'
altra
vittoria
.
E
il
giorno
8
giugno
fu
uno
strano
spettacolo
.
Al
cospetto
di
molto
popolo
in
festa
,
dinanzi
a
forse
quattrocento
Cacciatori
delle
Alpi
raccolti
per
quella
cerimonia
,
sfilarono
i
ventimila
soldati
dell
'
esercito
regio
,
soldati
di
tutte
le
armi
.
Dove
andavano
,
dove
si
sarebbero
ancora
incontrati
a
combattere
con
quei
loro
vincitori
che
,
così
pochi
,
avevano
dietro
di
loro
l
'
Italia
Nuova
?
Non
sapevano
,
ma
pareva
sentissero
che
il
mondo
abbandonava
il
loro
sovrano
.
Tuttavia
,
se
passavano
senza
fierezza
,
non
avevano
aria
avvilita
.
I
soldati
avevano
combattuto
.
Allora
Palermo
festeggiò
sé
stessa
magnificamente
,
e
quelli
che
chiamava
i
suoi
liberatori
.
Essi
,
in
venticinque
giorni
dalla
partenza
da
Genova
,
avevano
vissuto
quanto
si
può
vivere
in
parecchi
anni
,
e
veduto
e
sentito
quanto
in
un
lungo
viaggio
,
per
terre
di
civiltà
antiche
e
venerande
.
E
avevano
anche
potuto
meditare
sugli
effetti
delle
rivoluzioni
compiutesi
,
durante
l
'
ultimo
secolo
,
nell
'
alta
Italia
,
dove
se
le
miserie
della
vita
erano
ancora
molte
,
certa
somma
di
beni
s
'
era
pur
cumulata
nelle
città
e
nelle
campagne
,
e
di
questi
beni
tutti
ne
avevano
risentito
.
Ma
là
nell
'
Isola
,
rimasta
nel
silenzio
e
nella
solitudine
,
senza
essere
stata
toccata
dalla
rivoluzione
francese
,
quasi
tutto
era
ancora
come
doveva
essere
stato
parecchi
secoli
indietro
.
Grandezze
da
principi
in
una
classe
ristretta
;
povertà
,
ignoranza
e
superstizione
nella
grossa
moltitudine
;
e
,
salvo
le
grandi
città
,
assenza
quasi
assoluta
di
quel
ceto
di
mezzo
colto
,
ricco
,
operoso
,
che
nell
'
alta
Italia
teneva
già
sin
da
allora
in
pugno
le
sorti
sociali
.
Però
l
'
anima
siciliana
si
rivelava
pronta
a
liberarsi
da
quanto
di
troppo
vecchio
la
impediva
,
e
capace
di
rimettere
in
breve
il
gran
tempo
perduto
.
Ma
queste
eran
cose
da
lasciarsi
al
poi
.
Per
allora
bastava
che
l
'
Italia
spingesse
avanti
l
'
opera
iniziata
dai
Siciliani
e
dai
Mille
.
Questi
si
sarebbero
modestamente
confusi
nell
'
onda
grossa
di
volontari
che
essa
avrebbe
mandati
,
come
infatti
mandò
.
Ma
nei
giorni
che
corsero
tra
lo
sgombro
dei
regi
e
l
'
arrivo
di
quella
che
fu
chiamata
la
seconda
spedizione
condotta
dal
Medici
,
le
gioie
che
Palermo
fece
loro
godere
furono
cose
da
novelle
orientali
.
Banchetti
e
festini
,
uno
che
aspettava
la
fine
dell
'
altro
per
cominciare
.
I
Mille
,
smessi
i
panni
borghesi
,
vi
comparivano
nelle
loro
fiammanti
camicie
rosse
,
mirabili
le
Guide
nelle
pittoresche
divise
tra
ungheresi
e
francesi
;
mirabili
i
Carabinieri
genovesi
in
un
costume
severo
e
quanto
mai
signorile
.
Ogni
tanto
,
però
,
si
faceva
qualche
gran
funerale
di
morti
per
ferite
,
perché
grandiosa
e
solenne
doveva
essere
in
Palermo
anche
l
'
ospitalità
della
tomba
.
Così
certi
umili
volontari
che
,
morti
nelle
loro
case
,
sarebbero
stati
accompagnati
al
cimitero
da
pochi
umili
come
loro
,
ebbero
esequie
da
grandi
.
Quelle
di
Adolfo
Azzi
morto
il
4
giugno
,
quelle
del
colonnello
Tukory
morto
il
dì
8
,
furono
apoteosi
.
Intanto
alla
gioia
veniva
a
mescersi
certa
mestizia
.
Era
di
quella
che
le
grandi
cose
lasciano
nel
cuore
,
quando
sono
compiute
.
Gli
animi
alacri
e
lieti
della
vigilia
cambiano
godimento
nella
tristezza
di
poi
.
Quanto
a
quelli
che
avanzarono
dopo
Palermo
,
alcuni
andarono
a
morir
a
Milazzo
come
Vincenzo
Padula
da
Padula
,
Gaetano
Erede
da
Genova
e
Giuseppe
Poggi
,
il
bello
ed
eroico
Poggi
,
cui
Garibaldi
aveva
ammirato
a
Calatafimi
.
Pilade
Tagliapietra
da
Treviso
,
Giuseppe
Profumo
da
Genova
,
Pietro
Zenner
da
Vittorio
e
l
'
angelico
Ernesto
Belloni
da
Treviso
,
caddero
a
Reggio
Calabria
;
Angelo
Cereseto
e
Giovanni
Battista
Roggerone
,
Quirico
e
Pietro
Traverso
,
tutt
'
e
quattro
genovesi
,
e
Innocente
Stella
da
Arsiero
,
morirono
in
battaglia
sul
Volturno
,
e
a
Villa
Gualtieri
,
il
1°
ottobre
.
Così
in
tutti
,
dei
Mille
,
da
Calatafimi
al
Volturno
,
quelli
che
morirono
in
quel
grand
'
anno
furono
settantotto
.
Altri
come
il
Nullo
ed
Elia
Marchetti
andarono
presto
a
morir
in
Polonia
cavalieri
poeti
della
libertà
;
altri
ancora
come
Raniero
Taddei
e
Antonio
Ottavi
da
Reggio
Emilia
e
Stefano
Messaggi
milanese
,
morirono
combattendo
,
ufficiali
dell
'
esercito
,
a
Custoza
;
o
come
Vincenzo
Dalla
Santa
e
Giuseppe
Dilani
camicie
rosse
,
nel
Trentino
.
Finirono
a
Mentana
Vigo
Pelizzari
e
Antonio
Caretti
;
alcuni
,
come
Giuseppe
Gnecco
da
Genova
e
Luigi
Perla
da
Bergamo
,
morirono
in
Francia
,
combattendo
ne
'
Vosgi
contro
i
Prussiani
.
Di
morte
naturale
,
nei
primi
dieci
anni
dopo
il
'60
,
morirono
quelli
che
erano
già
quasi
vecchi
al
tempo
della
spedizione
,
ma
anche
molti
,
massime
dei
più
giovani
,
consumati
dalla
tisi
.
Non
pochi
finirono
di
malattie
mentali
;
troppi
si
spensero
da
sé
,
non
rimasti
abbastanza
forti
alla
vita
.
Si
dice
che
a
Quarto
sorgerà
un
giorno
un
monumento
con
su
tutti
i
nomi
dei
Mille
incisi
nel
marmo
.
Sarà
cosa
che
onorerà
la
patria
;
ma
lo
scoglio
da
cui
Garibaldi
scese
a
imbarcarsi
,
è
da
sé
monumento
cui
la
poesia
fece
già
più
duraturo
d
'
ogni
marmo
e
d
'
ogni
bronzo
,
essa
che
vince
il
silenzio
dei
secoli
!
-
Fine
-
Saggistica ,
[
Introduzione
]
-
La
controversia
che
ai
dì
nostri
si
agita
fra
quella
che
suolsi
chiamare
scuola
"
positiva
"
del
diritto
penale
e
la
scuola
detta
"
classica
"
non
è
che
il
riflesso
nel
campo
del
diritto
di
un
dissidio
assai
più
vasto
che
si
manifesta
in
tutto
quanto
il
campo
delle
discipline
filosofiche
e
morali
.
La
negazione
del
libero
arbitrio
,
e
,
secondo
i
seguaci
della
nuova
scuola
,
la
conseguente
negazione
di
ogni
responsabilità
morale
;
la
tesi
loro
che
in
diritto
penale
occorra
abbandonare
la
considerazione
astratta
del
reato
come
entità
a
sé
,
e
sia
necessario
invece
studiare
il
delinquente
nelle
sue
particolarità
fisiologiche
,
psicologiche
ed
antropologiche
,
il
delitto
nelle
sue
cause
sì
individuali
che
sociali
;
la
loro
tendenza
ad
erigere
il
diritto
penale
su
basi
utilitarie
;
tutte
le
innovazioni
insomma
sì
teoriche
che
pratiche
di
cui
la
scuola
positiva
si
fa
propugnatrice
si
presentano
come
corollari
di
quelli
che
sono
i
principî
del
movimento
scientifico
moderno
;
movimento
di
cui
il
"
positivismo
"
vuol
considerarsi
come
la
più
genuina
manifestazione
.
Il
positivismo
moderno
,
da
altri
designato
sotto
il
nome
di
filosofia
della
esperienza
,
non
fu
,
com
'
è
noto
,
eretto
a
sistema
filosofico
che
dal
Comte
,
ma
rintraccia
le
sue
origini
assai
più
addietro
,
e
può
considerarsi
,
nella
sua
espressione
generale
,
come
una
fondamentale
tendenza
dello
spirito
umano
.
Due
furono
in
ogni
tempo
le
vie
per
cui
l
'
uomo
tentò
di
accrescere
la
sfera
della
propria
conoscenza
:
ora
ripiegandosi
sopra
sé
stesso
,
traendo
dalle
profondità
della
propria
mente
e
dalla
contemplazione
delle
idee
la
parte
maggiore
dello
scibile
;
ora
invece
volgendo
lo
sguardo
attento
allo
svolgersi
dei
fatti
nel
mondo
reale
,
registrandoli
con
pazienti
osservazioni
e
confronti
,
per
ridurli
a
formole
via
via
più
schematiche
e
più
generali
.
All
'
una
corrisponde
la
tendenza
aprioristica
o
speculativa
,
all
'
altra
quella
positiva
,
empirica
o
sperimentale
.
Queste
due
tendenze
si
sono
in
ogni
tempo
divise
il
campo
del
pensiero
filosofico
,
e
nella
filosofia
greca
le
vediamo
principalmente
rappresentate
,
l
'
una
da
Platone
,
l
'
altra
da
Aristotile
.
Ma
vi
sono
state
epoche
,
in
cui
l
'
una
o
l
'
altra
delle
due
ha
sembrato
prender
decisamente
il
sopravvento
.
Così
il
prevalere
della
prima
tendenza
ha
contrassegnato
in
genere
le
epoche
di
profondo
fervore
mistico
e
religioso
,
atto
a
distogliere
l
'
attenzione
dell
'
uomo
dal
mondo
delle
realtà
terrene
,
per
rivolgerla
a
mondi
ideali
,
più
razionali
e
perfetti
di
quello
nel
quale
la
nostra
vita
si
svolge
;
mentre
l
'
osservazione
dell
'
effettivo
prodursi
ed
avvicendarsi
dei
fenomeni
ha
contrassegnato
invece
piuttosto
quelli
d
'
intensa
attività
ed
interesse
pratico
.
È
così
che
sono
opera
principalmente
del
pensiero
teologico
quegli
abusi
e
quelle
esagerazioni
del
metodo
astratto
ed
aprioristico
che
hanno
viziato
in
modo
così
singolare
la
scienza
del
Medio
Evo
,
e
che
hanno
senza
dubbio
contribuito
potentemente
a
provocare
quella
reazione
contro
la
scolastica
e
la
"
metafisica
"
che
dura
tuttora
,
e
di
cui
il
positivismo
moderno
è
la
più
recente
espressione
.
Alla
scolastica
il
positivismo
si
contrappone
sì
come
metodo
che
come
dottrina
.
-
Era
infatti
appunto
la
credenza
mistica
in
una
realtà
diversa
e
superiore
a
quella
sensibile
,
e
quindi
non
raggiungibile
per
mezzo
dell
'
osservazione
e
dello
sperimento
,
e
di
ogni
ragionamento
che
da
questi
prendesse
le
mosse
,
era
la
credenza
in
una
realtà
"
trascendentale
"
per
accedere
alla
quale
solo
potevano
valere
le
facoltà
superiori
dell
'
intelletto
e
della
ragione
pura
,
quella
che
giustificava
l
'
uso
troppo
esclusivo
,
tanto
nei
sistemi
metafisici
che
in
quelli
teologici
,
del
raziocinio
astratto
e
speculativo
.
Per
lungo
tempo
credettero
gli
uomini
che
i
fenomeni
conosciuti
per
mezzo
della
osservazione
sensibile
fossero
la
parte
più
caduca
,
più
transitoria
,
e
meno
degna
di
fede
,
del
nostro
sapere
.
Mentre
essa
non
può
fornirci
che
le
apparenze
puramente
passeggiere
del
"
mondo
dell
'
esperienza
"
,
la
nostra
ragione
,
il
nostro
intelletto
,
l
'
intuizione
,
o
addirittura
la
rivelazione
"
soprannaturale
"
ci
mettono
in
presenza
dell
'
Immutabile
,
dell
'
Assoluto
,
del
Necessario
,
in
quanto
si
contrappongono
al
Variabile
,
al
Relativo
,
al
Contingente
,
-
di
quelle
verità
eterne
ed
imperiture
che
"
trascendono
"
la
sfera
della
esperienza
.
Senza
tener
conto
di
questa
credenza
in
una
realtà
trascendentale
che
precedette
loro
,
credo
sia
impossibile
il
giudicare
rettamente
della
funzione
e
del
valore
di
molti
sistemi
filosofici
,
passati
e
moderni
.
Comunque
,
era
la
realtà
trascendentale
l
'
oggetto
di
quella
che
fu
detta
"
metafisica
"
,
e
fu
per
essa
che
la
metafisica
fu
considerata
non
solo
come
la
parte
più
nobile
ed
elevata
,
ma
anche
come
la
parte
più
"
verace
"
del
nostro
sapere
.
Col
progresso
del
pensiero
si
produsse
,
com
'
è
noto
,
un
vasto
movimento
che
fece
perdere
alle
investigazioni
metafisiche
il
favore
originariamente
tributato
loro
.
Il
cammino
trionfale
delle
scienze
fisiche
,
le
conquiste
del
metodo
sperimentale
,
la
coscienza
dell
'
infecondità
di
quel
tipo
di
speculazione
che
consiste
nel
preoccuparsi
quasi
esclusivamente
del
concatenamento
logico
delle
idee
senza
fermarsi
a
verificare
le
premesse
,
giustificazione
ultima
di
ogni
ragionamento
;
infine
la
grande
rivoluzione
metodologica
che
è
associata
col
nome
di
Bacone
;
tutto
ciò
contribuì
ad
estendere
la
sfera
d
'
influenza
della
"
fisica
"
e
ad
esaltarla
di
fronte
alla
"
metafisica
"
.
Il
primo
a
formulare
nettamente
l
'
opposizione
fra
il
positivismo
,
come
sistema
filosofico
distinto
,
e
la
metafisica
,
fu
il
creatore
della
parola
stessa
"
positivismo
"
e
il
fondatore
del
sistema
:
Augusto
Comte
.
Colla
sua
legge
dei
tre
stadi
della
conoscenza
umana
,
di
cui
il
terzo
solo
è
compatibile
secondo
lui
con
la
verità
scientifica
,
egli
condannava
inesorabilmente
ad
un
tempo
le
dottrine
ed
i
metodi
metafisici
.
Chi
legge
le
prime
pagine
del
suo
Cours
de
Philosophie
positive
,
scorge
subito
come
per
lui
il
rinnovamento
del
metodo
non
sia
che
la
conseguenza
logica
di
un
modo
radicalmente
nuovo
di
considerare
l
'
universo
ed
i
suoi
rapporti
con
la
conoscenza
dell
'
uomo
.
Ciò
che
distingue
lo
stadio
positivo
dallo
stadio
teologico
e
da
quello
metafisico
"
il
quale
in
fondo
non
è
che
una
modificazione
del
primo
"
,
è
che
in
esso
"
la
mente
umana
,
riconoscendo
l
'
impossibilità
d
'
ottenere
delle
nozioni
assolute
,
rinunzia
a
ricercare
l
'
origine
e
la
destinazione
dell
'
universo
,
e
a
conoscere
le
cause
intime
dei
fenomeni
per
applicarsi
solo
alla
scoperta
,
mediante
l
'
uso
ben
combinato
del
ragionamento
e
dell
'
osservazione
,
delle
loro
leggi
effettive
,
vale
a
dire
delle
loro
relazioni
invariabili
di
successione
e
di
similitudine
.
La
spiegazione
dei
fatti
,
ridotta
allora
a
dei
termini
reali
,
non
è
più
quindi
che
il
legame
stabilito
fra
i
diversi
fenomeni
particolari
e
alcuni
fatti
generali
,
di
cui
il
progresso
tende
sempre
più
a
diminuire
il
numero
"
.
Ora
,
se
osserviamo
questo
periodo
,
come
pure
gli
altri
che
lo
accompagnano
vediamo
che
è
facile
riscontrare
in
esso
due
elementi
distinti
,
sebbene
messi
in
stretto
rapporto
fra
di
loro
.
Oltre
all
'
elemento
metodologico
-
l
'
ammonimento
da
tener
conto
della
realtà
positiva
,
a
usare
con
sobrietà
del
raziocinio
allo
scopo
di
evitare
il
pericolo
di
equivoci
,
sofismi
,
spiegazioni
verbali
o
altri
errori
;
-
vi
si
scorge
l
'
idea
di
una
vera
e
propria
limitazione
della
conoscenza
umana
.
Non
può
l
'
uomo
conoscere
le
"
cause
intime
"
dei
fenomeni
e
deve
abbandonare
la
vana
pretesa
di
penetrare
fino
alle
"
essenze
"
alle
"
sostanze
"
delle
cose
,
di
risalire
alle
loro
origini
o
ricercare
il
loro
fine
.
La
sua
conoscenza
è
puramente
relativa
;
una
vasta
porzione
della
realtà
deve
rimanere
per
lui
in
eterno
un
mistero
,
un
campo
per
le
ipotesi
più
svariate
,
tutte
egualmente
destituite
di
ogni
possibilità
di
verificazione
.
È
questa
la
teoria
detta
della
"
relatività
della
conoscenza
"
,
la
quale
ha
prestato
allo
Spencer
gli
argomenti
per
la
sua
celebre
dottrina
dell
'
Inconoscibile
,
ma
che
si
riconnette
storicamente
e
logicamente
alle
classiche
ricerche
di
Locke
,
Hume
,
Berkeley
e
finalmente
Kant
,
sulla
natura
e
le
funzioni
della
nostra
conoscenza
.
Quale
sia
la
portata
di
tali
ricerche
è
noto
:
esse
ebbero
per
oggetto
l
'
analisi
dei
nostri
concetti
più
elevati
ed
astratti
,
lo
studio
della
origine
delle
nostre
idee
,
e
dimostrarono
la
natura
sensoriale
"
empirica
"
di
ogni
conoscenza
,
la
dipendenza
di
ciò
che
diciamo
"
mondo
esteriore
"
dalle
nostre
rappresentazioni
,
il
contenuto
sperimentale
dei
nostri
concetti
di
causa
e
di
sostanza
.
A
torto
o
a
ragione
,
da
tali
ricerche
scaturì
una
vena
di
scetticismo
e
d
'
agnosticismo
che
ancora
oggi
domina
gran
parte
del
pensiero
filosofico
,
e
risalta
evidente
negli
scritti
dei
più
fra
i
positivisti
.
Il
positivismo
è
da
questi
concepito
come
una
dottrina
critica
e
demolitrice
,
che
rovesci
,
per
la
sola
virtù
del
suo
modo
di
concepire
la
conoscenza
umana
,
tutto
un
mondo
di
antiche
idee
e
credenze
di
cui
dimostra
irrevocabilmente
la
falsità
.
Tutti
quegli
oggetti
del
pensiero
,
cui
si
accompagnava
nella
mente
dei
"
metafisici
"
qualche
credenza
effettivamente
resa
inaccettabile
dalla
nuova
teoria
della
conoscenza
(
p
.
es
.
la
credenza
ch
'
essi
facessero
parte
della
realtà
"
trascendentale
"
)
,
sono
per
ciò
solo
dichiarati
"
entità
metafisiche
"
,
destituite
pertanto
d
'
ogni
valore
e
significato
e
da
scartarsi
senza
ulteriore
esame
.
Non
è
qui
il
luogo
di
mostrare
quali
danni
alla
correttezza
del
pensiero
filosofico
può
aver
recato
tal
maniera
di
ragionare
.
Avremo
occasione
di
tornare
varie
volte
su
questo
argomento
,
specialmente
a
riguardo
del
modo
con
cui
molti
positivisti
considerano
la
libertà
e
la
volontà
,
designate
da
loro
quali
entità
metafisiche
.
Di
questo
elemento
scettico
si
risente
in
parte
l
'
attitudine
assunta
dal
"
positivismo
"
moderno
di
fronte
alle
questioni
morali
e
giuridiche
.
Ma
qui
bisogna
inoltre
tener
conto
dell
'
apparente
antagonismo
fra
la
concezione
"
scientifica
"
delle
cose
e
quella
che
e
morale
e
diritto
hanno
considerato
finora
come
essenziale
alla
propria
esistenza
e
a
cui
il
positivismo
quella
vorrebbe
sostituire
.
La
scienza
tende
a
concepire
i
fenomeni
come
svolgentisi
gli
uni
dagli
altri
secondo
leggi
fisse
e
costanti
,
fornite
del
carattere
della
necessità
;
mentre
la
morale
e
il
diritto
li
considerano
come
atti
a
mutarsi
e
trasformarsi
docilmente
sotto
la
mano
dell
'
uomo
,
dotato
di
volontà
e
libertà
.
Di
qui
un
dissidio
che
,
apparente
o
reale
che
sia
,
ha
ad
ogni
modo
fatto
credere
esservi
fra
i
risultati
della
scienza
ed
i
postulati
della
morale
un
'
insanabile
contraddizione
,
ogni
progresso
dell
'
una
dovendo
segnare
una
restrizione
ed
un
abbassamento
dell
'
altra
.
È
questo
il
problema
omai
secolare
del
libero
arbitrio
,
la
discussione
del
quale
dal
positivismo
sembra
avere
ricevuto
nei
tempi
recenti
nuovo
incitamento
e
importanza
più
grave
,
e
che
può
considerarsi
altresì
come
il
pernio
attorno
al
quale
si
aggira
la
controversia
da
esso
sollevata
a
riguardo
del
diritto
penale
.
-
Consideriamo
ora
più
specialmente
la
"
scuola
positiva
del
diritto
penale
"
.
Anche
qui
vediamo
la
proposta
di
un
metodo
,
nuovo
e
diverso
,
fondata
su
un
modo
nuovo
e
diverso
di
concepire
la
base
e
la
natura
del
diritto
di
punire
.
Come
il
positivismo
in
genere
dichiara
"
antiscientifici
"
i
metodi
della
metafisica
in
nome
di
una
nuova
teoria
della
conoscenza
,
così
pure
noi
vediamo
nella
scuola
"
positiva
"
come
contrapposta
alla
scuola
classica
,
la
pretesa
di
inaugurare
un
metodo
nuovo
,
più
"
scientifico
"
di
quello
finora
prevalso
nelle
discipline
penali
.
L
'
indirizzo
prevalente
del
diritto
penale
,
sia
per
le
sue
origini
che
risalgono
a
quel
generoso
movimento
di
reazione
che
si
produsse
nel
secolo
XVIII
contro
gli
abusi
e
gli
arbitrii
che
viziavano
l
'
amministrazione
della
giustizia
,
e
quindi
nel
razionalismo
individualistico
degli
enciclopedisti
;
-
sia
anche
per
le
tendenze
psicologiche
e
le
opinioni
individuali
degli
scrittori
che
più
hanno
influito
su
di
essa
;
-
ma
soprattutto
,
diciamolo
sin
d
'
ora
,
per
le
esigenze
imprescindibili
della
materia
penale
,
si
è
sempre
attenuto
,
e
si
attiene
tuttora
,
ad
un
metodo
essenzialmente
astratto
.
Non
questo
o
quell
'
individuo
autore
del
reato
,
ma
il
reato
stesso
è
l
'
oggetto
del
diritto
penale
:
e
il
reato
considerato
non
come
fatto
concreto
,
ma
come
ente
astratto
,
come
mero
rapporto
di
contraddizione
fra
l
'
atto
dell
'
uomo
e
la
legge
dello
stato
.
È
al
reato
così
inteso
che
viene
commisurata
la
pena
,
indipendentemente
da
ogni
effetto
d
'
emenda
o
di
ravvedimento
che
sia
a
presumersi
abbia
ad
avverarsi
nell
'
autore
del
fatto
lesivo
,
indipendentemente
dalla
pericolosità
speciale
dell
'
individuo
quale
può
risultare
dall
'
esame
particolare
di
lui
,
indipendentemente
infine
da
ogni
idea
di
esemplarità
ulteriore
della
pena
sui
male
intenzionati
.
-
Per
i
positivisti
,
un
tale
metodo
si
trova
in
contraddizione
colle
regole
più
utili
e
feconde
del
metodo
sperimentale
;
esso
è
per
loro
un
metodo
"
metafisico
"
,
come
è
una
"
entità
metafisica
"
per
loro
il
reato
quale
è
dalla
scuola
classica
considerato
e
studiato
.
Ma
non
solo
il
metodo
:
i
principii
stessi
su
cui
si
fonda
secondo
i
classici
,
il
diritto
di
punire
sono
per
loro
"
metafisici
"
.
È
questo
anzi
il
punto
in
cui
più
si
manifesta
il
carattere
critico
e
demolitore
delle
nuove
dottrine
,
analogo
a
quello
che
abbiamo
riscontrato
nel
positivismo
in
generale
.
Qui
come
là
,
la
riforma
del
metodo
si
annunzia
come
la
conseguenza
logica
della
mutazione
nelle
dottrine
;
cosicché
un
giudizio
completo
nel
metodo
non
potrà
aversi
se
non
dopo
un
esame
,
per
quanto
sommario
,
di
queste
sue
basi
teoriche
,
e
della
questione
se
e
fino
a
qual
punto
il
metodo
possa
considerarsene
come
una
logica
derivazione
.
Due
sono
i
punti
teorici
fondamentali
nei
quali
la
scuola
positiva
si
pone
come
avversaria
alla
classica
.
L
'
uno
è
rappresentato
dalla
questione
del
libero
arbitrio
,
l
'
esistenza
del
quale
la
scuola
"
classica
"
postula
come
fondamento
della
imputabilità
,
mentre
è
dall
'
altra
scuola
negata
.
L
'
altro
punto
è
la
"
giustificazione
"
del
diritto
di
punire
,
che
l
'
una
pone
nella
giustizia
,
l
'
altra
nell
'
utilità
,
nella
necessità
in
cui
si
trova
la
società
di
difendersi
dai
suoi
nemici
.
Come
è
facile
vedere
,
queste
premesse
trascendono
la
sfera
speciale
del
diritto
punitivo
per
avere
una
portata
addirittura
sul
modo
di
concepire
la
morale
.
-
Coll
'
identificarla
col
calcolo
utilitario
,
esse
tendono
a
toglierle
esistenza
distinta
;
come
,
negando
la
libertà
,
esse
le
tolgono
la
"
condizione
pratica
"
per
la
sua
possibilità
.
Per
ciò
che
riguarda
il
diritto
penale
,
piuttosto
che
a
produrre
una
riforma
di
esso
,
tali
dottrine
,
se
considerate
nella
loro
espressione
estrema
,
sembrano
atte
piuttosto
a
scalzarne
addirittura
le
basi
.
I
diversi
argomenti
dei
positivisti
sono
concatenati
fra
loro
.
Ragionano
i
positivisti
:
negato
il
libero
arbitrio
,
su
cui
poggiavano
l
'
idea
di
responsabilità
,
di
merito
e
demerito
,
idee
necessarie
così
alla
morale
come
al
diritto
,
ne
viene
di
conseguenza
che
il
diritto
di
punire
,
nel
senso
più
comune
di
questo
vocabolo
,
non
è
più
ammissibile
né
nella
società
,
né
negli
individui
,
e
sola
rimane
la
necessità
per
la
società
di
difendersi
da
chi
ne
lede
il
benessere
e
la
tranquillità
,
di
porlo
nell
'
impossibilità
di
nuocere
altrimenti
,
di
rimuovere
le
cause
per
cui
egli
fu
condotto
a
ciò
fare
.
A
questo
fine
unico
mezzo
è
lo
studio
accurato
dei
precedenti
del
colpevole
,
la
ricerca
di
tutti
i
coefficienti
che
cooperarono
alla
produzione
necessaria
del
male
,
e
ciò
col
duplice
intento
di
rimuovere
le
cause
individuali
e
sociali
del
delitto
,
di
curare
nell
'
individuo
l
'
irresistibile
impulso
a
commetterlo
;
nonché
di
mettere
,
nel
modo
più
opportuno
e
su
di
lui
efficace
,
il
reo
nella
pratica
impossibilità
di
tradurlo
in
atto
,
per
tutto
il
tempo
che
l
'
impulso
dura
.
La
verità
è
che
,
ammessi
tali
principî
,
si
avrà
una
medicina
od
una
profilassi
individuale
o
sociale
;
si
avrà
un
complesso
di
riforme
per
prevenire
in
modo
diverso
il
delitto
;
ma
di
un
vero
e
proprio
diritto
penale
non
si
potrà
parlare
.
Comunque
,
è
da
tali
premesse
che
si
traggono
le
conseguenze
surriferite
intorno
al
metodo
in
diritto
penale
.
Non
più
la
considerazione
astratta
del
reato
,
ma
lo
studio
concreto
del
delinquente
e
di
tutte
le
cause
che
lo
spinsero
a
delinquere
.
Solo
così
potrà
ottenersi
una
efficace
difesa
e
rigenerazione
sociale
.
Il
metodo
da
adottarsi
,
secondo
i
positivisti
,
non
è
diverso
da
quello
invalso
per
lo
studio
dei
fenomeni
naturali
:
mediante
l
'
osservazione
e
lo
sperimento
acquistare
una
conoscenza
chiara
del
modo
di
prodursi
e
di
svolgersi
dei
fenomeni
,
delle
leggi
fatali
che
li
governano
:
allo
scopo
di
poter
poi
agire
,
modificando
gli
antecedenti
,
sui
conseguenti
,
e
di
accrescere
così
il
nostro
potere
sulla
natura
.
Fino
a
che
punto
tale
concezione
è
essa
legittima
?
Fino
a
che
punto
i
principî
del
positivismo
come
sistema
filosofico
,
se
veri
in
generale
,
sono
applicabili
alla
sfera
più
particolare
del
diritto
penale
?
E
quali
sono
le
conseguenze
legittime
di
una
tale
applicazione
?
A
nostro
parere
,
se
la
tendenza
generale
segnata
dal
positivismo
è
giusta
,
come
quella
che
rappresenta
la
maturità
scientifica
dei
tempi
nostri
;
bisogna
però
guardarsi
da
certe
intemperanze
ed
eccessività
,
frequenti
negli
scritti
dei
positivisti
,
ma
che
del
vero
e
proprio
metodo
positivo
costituiscono
la
più
flagrante
violazione
.
Se
molte
delle
premesse
che
la
scuola
positiva
in
diritto
penale
fa
sue
,
sono
tali
che
nessuno
potrebbe
con
cognizione
di
causa
negar
loro
la
propria
adesione
;
pure
molte
delle
illazioni
che
essa
ne
trae
sono
inesatte
od
errate
,
o
non
tengono
conto
di
elementi
pure
imprescindibili
dell
'
oggetto
loro
.
Per
chiarir
ciò
,
converrà
prima
prendere
in
esame
la
questione
del
libero
arbitrio
:
per
poi
passare
alle
altre
questioni
implicate
dal
nostro
argomento
.
LIBERO
ARBITRIO
ED
IMPUTABILITÀ
MORALE
.
La
teoria
,
che
per
la
prima
volta
io
comprendeva
rettamente
,
cessava
di
essere
scoraggiante
,
e
,
oltre
al
sollievo
che
ne
venne
al
mio
spirito
,
io
cessai
di
soffrire
sotto
al
peso
,
così
grave
per
chi
mira
ad
essere
un
riformatore
delle
altrui
opinioni
,
di
reputare
una
dottrina
come
vera
,
e
la
dottrina
contraria
come
moralmente
benefica
.
[
MILL
,
Autobiography
,
,
1873
,
p
.
170
]
.
-
Se
noi
ricerchiamo
qual
'
è
la
ragione
dell
'
interesse
e
della
passione
di
cui
la
questione
del
libero
arbitrio
è
stata
in
ogni
tempo
l
'
oggetto
,
non
ci
sarà
difficile
vedere
ch
'
essa
sta
principalmente
nell
'
enorme
importanza
pratica
del
problema
della
Responsabilità
.
L
'
intima
connessione
fra
questo
e
la
libertà
del
volere
è
insieme
un
dato
del
senso
comune
,
un
risultato
della
riflessione
filosofica
,
e
un
prodotto
dell
'
evoluzione
del
diritto
dalle
forme
più
brutali
di
reazione
violenta
e
senza
misura
contro
la
causa
,
qualunque
essa
sia
,
del
danno
ricevuto
,
a
quelle
rigorosamente
misurate
e
strettamente
personali
delle
civiltà
più
progredite
.
Una
conveniente
trattazione
del
tema
della
responsabilità
non
potrebbe
quindi
andar
disgiunta
da
una
discussione
,
per
quanto
sommaria
,
della
celebre
questione
detta
del
"
libero
arbitrio
"
.
Questa
,
com
'
è
noto
,
sembra
essere
una
delle
questioni
più
ribelli
che
abbiano
mai
affaticato
l
'
ingegno
umano
;
e
da
più
secoli
ch
'
essa
è
controversa
,
non
sembra
ancora
aver
mosso
il
passo
decisivo
verso
la
sua
soluzione
.
Oggi
ancora
per
alcuni
il
libero
arbitrio
è
"
un
'
illusione
"
per
altri
esso
è
una
verità
evidente
,
un
"
fatto
"
che
non
ha
bisogno
neppure
di
dimostrazione
.
Per
quasi
tutti
poi
,
l
'
affermazione
o
la
negazione
del
libero
arbitrio
è
un
dilemma
gravissimo
,
onde
dipendono
conseguenze
teoriche
e
pratiche
di
incalcolabile
valore
.
Si
tratta
infatti
di
sapere
"
se
l
'
uomo
possa
determinarsi
da
sé
ad
agire
in
un
modo
piuttosto
che
in
un
altro
,
se
possa
scegliere
liberamente
il
male
ed
il
bene
,
e
se
perciò
possa
essere
ritenuto
responsabile
dei
propri
atti
"
.
Il
consenso
comune
è
sempre
stato
per
il
verdetto
affermativo
,
mentre
la
filosofia
,
che
col
senso
comune
non
di
rado
si
trova
in
conflitto
,
ha
dato
per
bocca
di
molti
fra
i
suoi
più
eminenti
cultori
responso
contrario
.
Secondo
l
'
opinione
più
generale
,
la
questione
"
se
l
'
uomo
possa
determinarsi
ad
agire
"
si
identifica
con
quella
della
causalità
nelle
umane
azioni
:
se
cioè
all
'
uomo
,
in
quanto
è
dotato
della
facoltà
di
volere
,
sia
applicabile
il
principio
di
causalità
.
L
'
uomo
solo
,
dicono
alcuni
,
sfugge
alla
"
legge
di
necessità
"
che
governa
tutti
quanti
gli
altri
esseri
.
Niuna
regola
lo
costringe
,
niuna
legge
fatale
gli
addita
in
anticipo
la
via
da
seguirsi
.
Egli
solo
perciò
è
veramente
libero
;
libero
non
"
relativamente
"
,
come
lo
possono
essere
alcuni
agenti
della
natura
di
fronte
ad
altri
,
ma
"
assolutamente
"
.
A
tali
affermazioni
rispondono
altri
,
facendosi
forti
di
tutto
il
movimento
scientifico
moderno
ed
asserendo
l
'
impero
della
causalità
anche
nel
campo
dell
'
umane
azioni
,
donde
essa
sembrava
voler
essere
per
sempre
esclusa
.
Essi
si
credono
perciò
anche
in
diritto
di
negare
che
le
azioni
umane
possano
dirsi
libere
,
e
ne
traggono
argomento
per
rifiutar
loro
la
responsabilità
,
così
morale
che
giuridica
.
È
un
dilemma
dal
quale
sembra
non
esservi
scampo
:
da
una
parte
una
esigenza
suprema
della
morale
e
del
sentimento
,
dall
'
altra
l
'
autorità
della
scienza
,
oggi
sempre
crescente
.
Delle
due
tesi
alternative
,
la
prima
ci
conduce
alla
concezione
di
una
volontà
quasi
nata
per
miracolo
,
distaccata
da
ogni
suo
antecedente
,
non
atta
ad
essere
studiata
nelle
sue
origini
,
nelle
sue
cause
,
non
suscettibile
cioè
di
alcuna
conoscenza
scientifica
(
scire
est
per
causas
scire
)
;
l
'
altra
sembra
por
capo
ad
un
fatalismo
più
o
meno
larvato
(
poiché
nessuno
,
come
ben
osserva
il
Mill
,
è
coerentemente
fatalista
)
.
E
mentre
il
fatalismo
ci
ripugna
,
ed
è
d
'
altra
parte
contrario
all
'
intuitiva
coscienza
e
all
'
orgoglio
dell
'
uomo
,
l
'
ammettere
una
soluzione
assoluta
della
continuità
naturale
fra
gli
antecedenti
tutti
quanti
della
volontà
e
la
volontà
stessa
,
un
abisso
attraverso
il
quale
non
sia
possibile
tendere
alcun
filo
logico
di
prevedibilità
,
è
cosa
non
meno
contraria
,
per
altri
rispetti
,
alle
nostre
esigenze
pratiche
ed
intellettuali
.
Come
la
morale
sembra
postulare
l
'
affermazione
del
"
libero
arbitrio
"
,
così
tutta
quanta
la
scienza
dell
'
uomo
sembra
postularne
la
negazione
.
Entrambe
le
alternative
sono
insomma
,
per
dirla
col
James
,
postulati
di
razionalità
,
la
scelta
fra
i
quali
non
può
non
riuscirvi
per
un
lato
od
un
altro
,
dolorosa
.
Nel
fatto
,
sulla
inevitabilità
di
questo
dilemma
sorgono
gravi
dubbi
.
È
evidente
,
che
se
una
necessità
inesorabile
costringesse
gli
uomini
ad
agire
in
determinate
guise
e
non
altrimenti
;
se
l
'
uomo
fosse
condannato
ad
assistere
,
spettatore
inerte
,
automa
cosciente
,
allo
svolgersi
degli
avvenimenti
predeterminati
ab
aeterno
da
un
fato
contro
cui
ogni
resistenza
è
vana
,
la
nostra
credenza
nella
responsabilità
sua
sarebbe
un
imperdonabile
errore
.
Questa
è
la
tesi
del
fatalismo
logico
e
coerente
.
Ma
il
fatalismo
come
dottrina
implica
l
'
impotenza
della
volontà
umana
dinanzi
a
forze
che
la
trascinano
suo
malgrado
:
esso
pone
queste
forze
come
estrinseche
alla
volontà
,
come
fattori
a
lei
esterni
che
entrano
in
lotta
con
lei
e
finalmente
la
dominano
vittoriosamente
.
Per
il
fatalista
,
la
volontà
esiste
come
entità
distinta
,
già
completamente
formata
;
esiste
l
'
impulso
ad
agire
,
la
tendenza
al
bene
o
al
male
,
il
dolore
e
il
piacere
,
il
desiderio
,
l
'
aspirazione
,
l
'
ideale
;
tutto
quel
complesso
di
elementi
che
contribuiscono
alla
costituzione
di
una
volontà
risoluta
;
solo
che
tutte
queste
forze
rimangono
senza
alcun
effetto
.
"
Ducunt
volentem
fata
,
nolentem
trahunt
"
,
è
l
'
espressione
tipica
del
modo
fatalistico
di
concepir
la
vita
:
nel
quale
la
volontà
ed
il
fato
sono
rappresentati
come
potenze
antagonistiche
,
l
'
una
però
destinata
a
soggiacere
eternamente
all
'
altra
.
La
questione
del
libero
arbitrio
però
,
com
'
è
generalmente
intesa
,
non
si
limita
a
considerare
soltanto
la
volontà
in
rapporto
alle
forze
che
ne
possono
limitare
o
contrastare
l
'
effetto
.
Se
infatti
noi
ci
domandiamo
quali
sono
le
cause
che
hanno
prodotta
una
determinata
volizione
,
oppur
discutiamo
in
astratto
se
cause
siffatte
esistono
o
sono
discopribili
,
consideriamo
la
volontà
non
più
ne
'
suoi
effetti
,
ma
nel
processo
stesso
della
sua
formazione
.
Posso
benissimo
conoscere
l
'
atto
volontario
e
saperlo
distinguere
nel
caso
pratico
dagli
atti
di
diversa
natura
,
attribuire
alla
volontà
la
sua
più
piena
efficacia
;
e
nello
stesso
tempo
rimanere
dubbioso
intorno
a
qualche
qualità
propria
dell
'
atto
volontario
stesso
.
Così
posso
pormi
la
questione
,
alla
quale
più
propriamente
si
riduce
la
controversia
del
determinismo
:
fra
le
proprietà
che
distinguono
l
'
azione
volontaria
da
quella
che
non
è
tale
,
si
trova
anche
la
proprietà
di
fare
eccezione
al
principio
di
causalità
?
Si
differenzia
essa
dalle
non
volontarie
per
una
maggiore
indeterminatezza
,
o
per
una
indeterminatezza
assoluta
?
Questa
seconda
questione
è
assai
diversa
dalla
prima
,
se
cioè
gli
atti
umani
dipendano
o
non
dipendano
dalla
volontà
.
Mentre
quella
portava
essenzialmente
sulla
volontarietà
delle
umane
azioni
,
questa
porta
sulla
loro
prevedibilità
;
mentre
quella
verteva
sulla
possibilità
per
noi
di
agire
in
un
modo
piuttosto
che
in
un
altro
,
questa
verte
piuttosto
sulla
possibilità
per
gli
altri
di
influire
su
di
noi
:
mentre
infine
la
soluzione
di
quella
può
decidere
della
fiducia
che
possiamo
avere
in
noi
,
questa
decide
piuttosto
della
fiducia
che
in
noi
possono
avere
gli
altri
.
L
'
insistere
sulla
radicale
diversità
dei
due
problemi
non
è
,
come
alcuno
potrebbe
ritenere
,
l
'
enunciare
un
truismo
:
tale
diversità
è
atta
ad
essere
stranamente
trascurata
.
Molti
la
riconoscono
in
principio
,
per
poi
dimenticarsene
nell
'
ulteriore
svolgimento
delle
loro
dottrine
,
mentre
altri
adoperano
un
linguaggio
che
lascia
incerto
quale
dei
due
problemi
intendano
trattare
.
Ciò
produce
uno
stato
di
confusione
e
d
'
equivoco
da
cui
è
assai
difficile
liberarsi
,
anche
per
le
menti
più
avvezze
alla
critica
logica
.
-
Chi
nega
il
libero
arbitrio
è
raro
che
con
ciò
voglia
negare
il
carattere
di
volontarietà
che
hanno
alcune
fra
le
nostre
azioni
.
Interrogato
,
è
anzi
probabile
ch
'
egli
protesti
contro
una
supposizione
siffatta
.
"
Chi
ha
mai
contestato
,
egli
dirà
,
l
'
esistenza
di
volizioni
e
la
loro
relativa
efficacia
?
Ciò
sarebbe
puerile
.
Sono
i
nostri
avversari
che
ci
fraintendono
.
Per
costoro
,
la
volontà
sorge
dal
nulla
;
è
un
vero
miracolo
;
è
un
concetto
che
si
trova
nel
contrasto
più
aperto
colla
concezione
scientifica
,
"
positiva
"
del
mondo
;
è
infine
una
"
entità
metafisica
"
che
noi
ci
sentiamo
in
diritto
di
scartare
sdegnosamente
.
Ma
altra
cosa
è
affermare
che
le
nostre
relazioni
son
"
necessarie
"
e
altra
cosa
affermare
che
non
possiamo
fare
ciò
che
vogliamo
.
Questa
è
la
libertà
fisica
,
mentre
noi
ci
riferiamo
alla
libertà
"
morale
"
,
fondata
nell
'
assurdo
concetto
di
una
volontà
senza
cause
.
È
soltanto
nel
concetto
di
volontà
che
differiamo
dai
nostri
avversari
;
alla
loro
concezione
metafisica
noi
sostituiamo
la
sola
concezione
positiva
"
.
A
tal
discorso
non
potremmo
rispondere
se
non
che
su
ciò
possiamo
essere
in
parte
d
'
accordo
con
loro
,
e
che
il
solo
argomento
di
discussione
sarà
fino
a
qual
punto
certe
ulteriori
loro
affermazioni
siano
conformi
alla
premessa
così
enunciata
.
Quando
si
muta
il
concetto
di
una
cosa
,
quando
,
in
altre
parole
,
non
si
fa
che
negarle
certe
proprietà
e
attribuirgliene
certe
altre
,
occorre
star
bene
attenti
a
distinguere
dalle
proprietà
che
se
ne
vanno
quelle
che
rimangono
,
per
non
attribuire
a
tal
mutamento
di
concetto
conseguenze
maggiori
di
quelle
che
veramente
ne
derivano
.
Quando
neghiamo
agli
atti
umani
l
'
attributo
della
libertà
,
occorre
essere
ben
cauti
a
sapere
di
qual
libertà
si
parla
.
Per
lungo
tempo
si
è
creduto
che
"
l
'
essenza
"
della
libertà
consistesse
nell
'
indipendenza
da
quel
principio
di
causalità
che
regge
la
natura
esteriore
;
perciò
chi
pretende
estendere
il
principio
di
causalità
alle
azioni
umane
si
è
creduto
in
diritto
di
negare
che
queste
si
possano
dir
"
libere
"
.
Lo
stesso
è
a
dirsi
dell
'
attributo
della
"
volontarietà
"
:
se
i
nostri
atti
volontari
sono
quelli
che
fuggono
ad
ogni
vincolo
causale
,
ciò
significa
che
non
v
'
è
attività
umana
che
meriti
veramente
il
nome
di
volontaria
.
Il
male
si
è
che
le
parole
"
volontario
"
e
"
libero
"
hanno
,
nel
linguaggio
ordinario
,
un
significato
determinato
ed
ormai
consacrato
dall
'
uso
.
Venti
volte
al
giorno
io
dico
:
voglio
,
e
mi
sento
libero
di
eseguire
la
mia
volontà
.
Se
qualcuno
mi
viene
a
dire
che
tale
mia
persuasione
è
frutto
di
una
"
illusione
"
,
il
mio
buon
senso
si
ribella
,
e
sono
inclinato
a
dar
del
mistificatore
al
mio
interlocutore
.
Che
se
poi
le
sue
ragioni
mi
convincono
,
io
ne
risento
un
effetto
deprimente
,
e
propendo
verso
una
concezione
fatalistica
della
vita
.
È
che
la
violazione
dell
'
uso
corrente
delle
parole
non
avviene
quasi
mai
impunemente
;
tosto
o
tardi
la
confusione
si
produce
,
con
danni
teorici
e
pratici
talora
gravissimi
.
È
come
se
qualcuno
spacciasse
monete
con
valore
effettivo
inferiore
al
loro
valor
nominale
,
e
credesse
d
'
essere
scevro
di
ogni
responsabilità
,
e
di
avere
evitato
ogni
inconveniente
,
per
non
essersene
egli
valso
se
non
per
il
loro
valore
effettivo
,
dichiarando
oltre
a
ciò
il
valore
stesso
alla
persona
ricevente
.
A
parte
la
possibilità
della
frode
e
di
illecito
guadagno
per
quest
'
ultima
,
è
certo
che
vi
sarà
tosto
o
tardi
chi
prenderà
le
monete
per
il
loro
valore
nominale
,
se
qualcuno
non
ne
arresta
il
corso
denunziando
l
'
inganno
.
Non
altrimenti
avviene
per
le
parole
adoperate
in
un
senso
troppo
diverso
dall
'
usuale
.
Il
linguaggio
ha
un
valore
essenzialmente
sociale
,
quasi
direi
pubblico
,
e
a
nessun
singolo
è
lecito
farlo
variare
arbitrariamente
.
Ogni
parola
desta
in
noi
,
occorre
non
dimenticarselo
,
una
folla
di
associazioni
,
che
solo
in
parte
soggiacciono
al
nostro
controllo
cosciente
.
Le
"
questioni
di
parola
"
che
generalmente
sono
considerate
come
disquisizioni
sterili
ed
oziose
,
hanno
invece
una
importanza
grande
appunto
per
ciò
:
che
una
parola
,
a
meno
che
non
sia
coniata
ex
novo
,
porta
seco
una
moltitudine
di
rappresentazioni
associate
che
è
vano
il
volere
assolutamente
sopprimere
negli
altri
,
e
perfino
in
noi
.
Il
chiedersi
se
ad
un
dato
oggetto
sia
applicabile
un
dato
nome
equivale
praticamente
a
chiedersi
se
tale
oggetto
possegga
le
qualità
che
da
tal
nome
sono
o
debbono
essere
rappresentate
ed
evocate
,
se
cioè
tale
oggetto
debba
farsi
registrare
nella
"
classe
di
oggetti
"
che
il
nome
designa
.
Ogni
questione
di
parola
pertanto
,
coinvolgendo
più
o
meno
direttamente
una
questione
di
classificazione
,
è
nello
stesso
tempo
anche
una
questione
di
pensiero
:
la
sola
differenza
fra
essa
e
la
"
questione
di
fatto
"
consistendo
in
ciò
,
che
mentre
in
quest
'
ultima
si
tratta
di
vedere
se
esista
un
determinato
oggetto
o
quali
sono
i
suoi
rapporti
con
altri
,
nella
prima
si
discute
se
quei
rapporti
(
ad
es
.
di
somiglianza
)
che
abbiamo
constatati
fra
più
oggetti
e
che
vengono
connotati
da
un
nome
si
estendano
anche
ad
un
altro
oggetto
:
il
che
si
esprime
dicendo
che
questo
oggetto
deve
o
non
deve
essere
chiamato
in
quel
dato
modo
.
Non
si
meravigli
quindi
alcuno
se
ravviserà
nella
presente
discussione
del
problema
del
libero
arbitrio
i
caratteri
propri
della
"
questione
di
parola
"
.
È
appunto
solo
sollevando
una
"
questione
di
parola
"
che
le
nostre
idee
sul
libero
arbitrio
e
i
suoi
rapporti
colla
responsabilità
morale
e
giuridica
potranno
farsi
chiare
;
ed
è
dal
non
averla
sollevata
per
tempo
che
dipende
,
in
gran
parte
,
lo
sterile
dispendio
di
forze
intellettuali
che
intorno
a
questa
questione
si
è
prodotto
.
L
'
inconveniente
,
che
rende
difficili
tutte
le
questioni
del
genere
di
questa
del
libero
arbitrio
,
non
è
,
come
alcuno
ha
creduto
,
ch
'
esse
non
abbiano
per
oggetto
l
'
esperienza
accessibile
e
che
perciò
offrano
soluzioni
le
une
e
le
altre
egualmente
indimostrabili
come
vere
;
ma
che
i
concetti
e
le
idee
sono
in
esse
rappresentate
da
parole
il
cui
significato
,
volgare
o
filosofico
,
ha
variato
storicamente
e
non
è
oggi
facile
a
definirsi
,
e
che
quindi
recano
implicazioni
intellettuali
o
sentimentali
aventi
coi
concetti
maestri
,
per
così
dire
,
un
semplice
rapporto
di
contiguità
e
non
di
dipendenza
logica
.
Vedremo
ciò
meglio
or
ora
.
Ma
è
così
che
spesso
gli
avversari
discutono
come
se
asserissero
cose
irreconciliabilmente
opposte
,
mentre
in
realtà
fanno
affermazioni
che
potrebbero
benissimo
sussistere
l
'
una
accanto
all
'
altra
senza
nuocersi
:
ed
avviene
altresì
che
ciascuno
di
essi
,
trasportato
dalla
foga
della
disputa
e
dallo
spirito
di
scuola
,
nonché
tratto
in
inganno
dal
suono
stesso
delle
proprie
parole
,
trascura
di
fare
le
necessarie
distinzioni
e
si
rifiuta
di
ammettere
quelle
parti
della
dottrina
avversaria
,
spesso
le
più
fondamentali
,
alle
quali
egli
non
avrebbe
di
per
sé
alcuna
obbiezione
da
fare
.
Avviene
pertanto
che
l
'
errore
di
ciascuno
consista
piuttosto
in
ciò
che
ognuno
indebitamente
nega
dell
'
altro
,
anziché
in
ciò
ch
'
egli
afferma
di
cognizione
propria
;
e
nelle
conseguenze
ch
'
egli
da
questa
indiscriminata
negazione
trae
.
-
È
generalmente
nota
la
distinzione
fra
quei
giudizii
che
il
Kant
chiama
analitici
e
quelli
ch
'
egli
chiama
sintetici
,
e
che
furono
per
lo
addietro
designati
come
proposizioni
essenziali
e
proposizioni
accidentali
.
Mentre
colle
proposizioni
sintetiche
,
che
possono
anche
essere
chiamate
proposizioni
reali
(
Mill
)
,
intendiamo
asserire
qualche
cosa
di
nuovo
nell
'
oggetto
designato
da
un
nome
,
che
perciò
non
era
implicato
nel
significato
del
nome
stesso
,
nelle
proposizioni
analitiche
,
che
possono
essere
considerate
come
verbali
,
noi
"
asseriamo
di
una
cosa
sotto
ad
un
nome
determinato
solo
ciò
che
è
asserito
di
essa
per
il
semplice
fatto
di
averla
chiamata
con
quel
nome
"
(
Mill
)
.
Tale
distinzione
non
ha
forse
quell
'
importanza
che
le
venne
da
alcuni
attribuita
,
per
il
fatto
che
praticamente
riesce
assai
difficile
il
riconoscere
quali
sono
le
proposizioni
analitiche
e
quali
le
sintetiche
.
Le
parole
non
conservano
il
medesimo
significato
da
tempo
a
tempo
,
né
da
individuo
ad
individuo
.
Esse
vanno
ora
estendendo
il
loro
senso
a
proprietà
che
prima
erano
fuori
dalla
loro
sfera
d
'
applicazione
,
ora
abbandonandone
altre
che
prima
in
essa
rientravano
.
Onde
non
sempre
le
proposizioni
sono
sintetiche
o
analitiche
per
tutti
:
certe
proprietà
,
che
per
alcuni
sono
pure
e
semplici
implicazioni
del
significato
di
una
parola
,
per
altri
,
più
ignoranti
o
meno
riflessivi
,
sono
elementi
nuovi
,
su
cui
la
loro
attenzione
va
espressamente
richiamata
.
"
Le
parole
,
scrive
un
arguto
filosofo
,
che
sono
l
'
intermediario
indispensabile
fra
il
mio
pensiero
e
l
'
altrui
,
hanno
ben
l
'
aria
di
essere
un
intermediario
inutile
ed
incomodo
fra
il
pensiero
e
il
suo
oggetto
.
Il
pensiero
per
sua
natura
è
dinamico
e
vivente
;
esso
non
è
,
ma
diventa
,
è
un
progresso
,
non
una
cosa
;
esso
è
un
organismo
di
cui
le
immagini
rappresentano
le
cellule
,
con
questa
differenza
,
che
"
ogni
cellula
occupa
un
punto
determinato
del
corpo
,
mentre
un
'
idea
veramente
nostra
riempie
tutto
il
nostro
organismo
"
(
Bergson
)
.
Le
immagini
si
avviluppano
,
si
generano
,
si
penetrano
fra
di
loro
;
esse
formano
un
tessuto
vivente
.
Questo
tessuto
,
il
linguaggio
lo
lacera
,
lo
mette
in
brandelli
,
poi
ch
'
esso
esige
che
"
noi
stabiliamo
fra
le
nostre
idee
le
medesime
distinzioni
nette
e
precise
,
la
medesima
discontinuità
che
fra
gli
oggetti
materiali
"
(
Bergson
)
.
Come
l
'
arcobaleno
sulla
cascata
permane
colla
sua
gamma
di
vivaci
colori
nonostante
il
fluire
incessante
delle
molecole
liquide
che
ne
sono
quasi
il
sostegno
materiale
,
come
il
corpo
umano
si
mantiene
colle
sue
fattezze
pressoché
inalterate
attraverso
al
perenne
rinnovarsi
della
materia
organica
che
lo
compone
,
così
,
mentre
il
pensiero
si
trova
in
uno
stato
di
plasticità
e
di
fluidità
continue
,
le
forme
del
linguaggio
che
servono
ad
esprimerlo
hanno
la
fissità
dei
solidi
che
non
mutano
d
'
aspetto
se
non
per
la
lenta
corrosione
degli
elementi
esteriori
.
Parole
rimaste
quasi
inalterate
a
traverso
i
secoli
sono
passate
a
poco
a
poco
per
infinite
sfumature
di
significato
,
in
modo
da
trovarsi
alla
fine
della
loro
evoluzione
a
contatto
,
per
così
dire
,
con
pensieri
diversissimi
da
quelli
ch
'
esse
rappresentavano
originariamente
.
La
storia
delle
scienze
e
della
filosofia
ci
offre
innumerevoli
esempi
di
questa
attitudine
del
pensiero
a
scivolare
sotto
alle
parole
.
E
ciò
che
si
verifica
per
i
popoli
si
verifica
pure
per
gli
individui
.
Per
il
medesimo
individuo
,
nei
diversi
stadi
della
sua
vita
,
a
seconda
dei
diversi
gradi
della
sua
educazione
e
della
sua
esperienza
,
il
significato
di
una
parola
cambia
.
Così
pure
se
ci
volgiamo
a
considerare
i
rapporti
degli
uomini
fra
di
loro
,
vediamo
che
per
quanto
i
diversi
individui
adoperino
gli
stessi
termini
a
designare
a
un
dipresso
i
medesimi
oggetti
,
dietro
a
tale
uso
abbastanza
uniforme
si
celano
differenze
notevoli
nel
senso
dei
termini
stessi
.
In
altre
parole
,
numerose
espressioni
,
pure
avendo
per
tutti
la
medesima
estensione
,
non
hanno
per
tutti
la
medesima
comprensione
:
non
altrimenti
che
gli
oggetti
sul
mercato
,
vendutivi
ad
un
prezzo
ch
'
è
eguale
all
'
incirca
per
tutti
,
possono
rappresentare
per
gl
'
individui
che
se
li
scambiano
gradi
diversissimi
di
valore
subbiettivo
,
cioè
di
"
utilità
marginale
"
.
"
Ciò
dipende
,
dice
il
succitato
scrittore
,
dal
modo
in
cui
facciamo
la
conoscenza
delle
parole
.
È
a
forza
di
veder
attribuire
le
medesime
parole
ad
una
quantità
di
oggetti
differenti
che
si
arriva
ad
indovinarne
il
senso
,
se
pur
ci
si
arriva
:
poiché
di
rado
si
osserva
,
e
mai
con
grande
precisione
,
e
qualche
volta
non
si
osserva
affatto
ciò
che
tutti
questi
oggetti
hanno
in
comune
.
Così
"
un
fratello
sa
chi
sono
i
suoi
fratelli
e
le
sue
sorelle
,
molto
tempo
prima
di
avere
una
nozione
qualsiasi
della
natura
dei
fatti
implicati
nel
significato
di
tali
nomi
(
MILL
,
System
of
logic
,
I
,
1
,
Ch
.
II
)
"
.
"
Per
provare
che
qualche
fraintendimento
esiste
sempre
in
fondo
alle
conversazioni
,
basta
considerarne
parecchie
che
si
succedono
sul
medesimo
argomento
.
Il
malinteso
,
impercettibile
a
prima
vista
,
diventa
allora
patente
e
colpisce
le
menti
anche
meno
accorte
.
È
così
che
la
storia
si
converte
in
leggenda
.
Il
sistema
filosofico
più
intelligibile
in
sé
e
più
chiaramente
esposto
,
se
si
propaga
e
si
estende
,
è
atto
a
diventare
una
raccolta
di
formole
vane
od
una
nuova
dottrina
.
Esso
non
è
più
compreso
o
è
mal
compreso
.
E
in
tal
modo
che
nel
Medio
Evo
ogni
commento
alla
filosofia
di
Aristotile
è
un
traviamento
oppure
un
pensiero
originale
.
Ora
la
scolastica
è
un
fatto
di
tutti
i
tempi
:
essa
compare
nell
'
antichità
,
e
il
Rinascimento
l
'
ha
appena
rovesciata
ch
'
esso
la
ristabilisce
sotto
altra
forma
"
.
Comunque
,
è
il
fatto
che
le
parole
non
hanno
eguale
comprensione
per
tutti
coloro
che
le
adoperano
,
quello
che
rende
quasi
impossibile
stabilire
quali
siano
le
proposizioni
sintetiche
e
quali
le
analitiche
.
Così
si
suol
addurre
generalmente
,
seguendo
il
Kant
,
come
esempio
di
proposizione
analitica
la
frase
:
i
corpi
sono
estesi
,
mentre
quest
'
altra
:
i
corpi
sono
pesanti
,
sarebbe
una
proposizione
sintetica
.
Ora
ciò
non
è
esatto
,
poiché
se
chi
ha
studiato
nei
libri
di
fisica
,
dove
corpo
è
generalmente
definito
come
ciò
che
occupa
dello
spazio
,
è
probabile
pensi
che
l
'
estensione
è
un
attributo
assai
più
direttamente
implicato
in
tal
nome
;
d
'
altra
parte
può
darsi
che
l
'
operaio
o
il
contadino
,
che
assai
più
spesso
ha
sentito
la
pesantezza
dei
corpi
di
quel
che
non
abbia
ragionato
sulla
loro
estensione
,
troverà
più
naturale
attribuir
loro
la
prima
che
la
seconda
.
È
vero
che
mentre
tutti
i
corpi
"
occupano
dello
spazio
"
,
vi
sono
dei
corpi
che
non
pesano
pel
braccio
che
li
solleva
;
ma
se
per
pesante
s
'
intende
semplicemente
soggetto
alla
gravità
,
si
vedrà
che
la
frase
:
i
corpi
sono
pesanti
,
è
non
meno
analitica
dell
'
altra
.
Il
principio
d
'
inerzia
,
o
di
conservazione
dell
'
energia
,
e
quello
della
conservazione
della
materia
ci
appajono
oggi
così
evidenti
che
sono
da
alcuno
in
ciò
equiparati
agli
assiomi
della
aritmetica
.
Eppure
vi
è
stato
un
tempo
in
cui
tali
verità
erano
apertamente
disconosciute
,
in
cui
si
credeva
che
il
movimento
si
esaurisse
e
la
materia
svanisse
senza
lasciar
traccia
di
sé
,
ed
è
solo
attraverso
ad
una
lunga
serie
di
sforzi
intellettuali
che
gli
uomini
sono
arrivati
a
convincersi
del
contrario
.
Il
principio
che
la
materia
"
non
si
crea
né
si
distrugge
"
,
è
asceso
al
grado
di
giudizio
analitico
solo
in
tempi
relativamente
recenti
.
In
tesi
generale
il
cammino
della
scienza
tende
ad
aumentare
il
numero
delle
proposizioni
che
sono
,
o
possono
essere
per
chi
le
enuncia
,
analitiche
.
-
Le
leggi
scientifiche
formulano
rapporti
invariabili
di
coesistenza
e
successione
fra
fatti
e
proprietà
;
il
che
ci
permette
di
dedurre
dalla
presenza
di
un
fatto
o
di
una
proprietà
una
catena
sempre
più
lunga
di
fatti
o
proprietà
.
-
Ora
le
proprietà
di
un
oggetto
sono
quelle
che
servono
alla
sua
definizione
-
un
oggetto
è
un
insieme
di
proprietà
costantemente
legate
fra
loro
.
-
Ciò
che
ci
dà
il
concetto
di
un
oggetto
non
è
che
l
'
insieme
delle
sue
proprietà
essenziali
:
e
tali
sono
quelle
appunto
che
intendo
attribuirgli
quando
gli
assegno
quel
dato
nome
.
E
quando
io
affermo
di
un
oggetto
una
di
queste
proprietà
le
quali
sono
,
o
possono
essere
contenute
nella
sua
definizione
,
io
enuncio
una
proposizione
analitica
.
Ora
la
scienza
accresce
il
numero
delle
proprietà
legate
fra
loro
in
modo
,
che
la
presenza
di
una
di
essa
sia
indizio
certo
della
presenza
delle
altre
.
-
Tutte
le
proposizioni
generali
ch
'
essa
enuncia
sono
sintetiche
per
chi
le
ode
per
la
prima
volta
,
ma
sono
atte
a
divenir
analitiche
per
chi
è
familiare
con
esse
.
Se
tutti
gli
oggetti
designati
da
un
nome
posseggono
invariabilmente
,
oltre
alle
proprietà
sin
qui
conosciute
come
costituenti
la
connotazione
del
nome
stesso
,
anche
altre
proprietà
ciò
vorrà
dire
che
basterà
d
'
ora
in
poi
semplicemente
aver
applicato
il
nome
stesso
ad
un
oggetto
per
intendere
che
questo
possiede
,
oltre
a
quelle
,
anche
queste
.
"
La
scienza
,
scrive
il
Dugas
,
è
un
linguaggio
ben
fatto
,
e
questo
linguaggio
è
l
'
espressione
,
ognora
più
abbreviativa
e
più
semplice
,
di
una
realtà
meglio
conosciuta
nei
suoi
particolari
e
nella
sua
complessità
"
.
Ma
se
pertanto
col
progredire
della
scienza
il
numero
dei
giudizi
analitici
tende
a
crescere
,
talora
per
avventura
accade
che
una
proprietà
,
fino
a
un
certo
momento
ritenuta
"
essenziale
"
ad
un
dato
oggetto
,
si
scopra
non
esser
tale
,
sia
perché
si
trovano
altri
oggetti
,
pur
aventi
tale
comunanza
di
proprietà
con
quello
da
costringerci
a
chiamarlo
collo
stesso
nome
,
ma
mancanti
di
quella
proprietà
in
particolare
;
sia
perché
una
nuova
corrente
di
pensiero
porti
a
negare
quell
'
opinione
finora
generale
.
In
breve
,
anche
nel
cammino
della
scienza
bisogna
tener
conto
dell
'
errore
possibile
.
Che
avverrebbe
se
domani
si
verificasse
un
caso
ben
constatato
di
annullamento
della
materia
?
-
Quando
si
scopre
l
'
errore
,
cioè
si
riconosce
che
una
data
proprietà
non
è
affatto
,
come
si
credeva
,
caratteristica
di
un
dato
oggetto
,
una
scelta
si
impone
:
o
si
mantiene
il
nome
di
prima
a
quel
gruppo
d
'
oggetti
,
rifiutando
d
'
ora
innanzi
la
definizione
che
se
ne
dava
mediante
quella
proprietà
;
o
si
seguita
a
ritenere
quella
proprietà
essenziale
all
'
applicabilità
del
nome
,
affermando
così
che
il
tal
gruppo
di
oggetti
non
"
merita
"
più
tal
nome
.
Ad
ogni
modo
tutto
ciò
mette
sempre
capo
ad
un
rifiuto
o
ad
una
sostituzione
di
definizione
.
Tale
rifiuto
o
sostituzione
non
interessa
gli
oggetti
reali
se
non
per
ciò
che
riguarda
quella
o
quelle
determinate
proprietà
.
Gli
oggetti
rimangono
integri
pel
rimanente
,
né
apprendiamo
nulla
sulla
loro
esistenza
o
meno
.
Non
sempre
però
di
ciò
si
tien
conto
.
Accade
,
abbiamo
visto
,
che
coloro
i
quali
sono
avvezzi
a
sentir
definire
l
'
oggetto
mediante
quella
proprietà
particolare
,
si
rifiutino
d
'
ora
innanzi
ad
applicare
il
nome
di
quell
'
oggetto
al
complesso
di
proprietà
rimanenti
,
o
,
ciò
che
è
lo
stesso
si
rifiutino
di
ammettere
l
'
esistenza
di
oggetti
a
cui
quel
nome
sia
applicabile
,
col
pretesto
che
quelli
che
esistono
"
mancano
delle
proprietà
necessarie
per
potere
essere
così
chiamati
"
.
Che
cosa
ne
deriva
?
che
siccome
invece
nel
linguaggio
ordinario
il
nome
indica
anche
la
presenza
delle
altre
proprietà
,
il
loro
rifiuto
è
male
interpretato
,
si
crede
che
"
l
'
oggetto
"
sia
addirittura
negato
,
e
se
ne
desumono
delle
conseguenze
che
sono
altrettante
erronee
quanto
difficili
a
dimostrarsi
tali
.
Infatti
la
premessa
onde
si
parte
,
il
rifiuto
di
applicare
un
dato
nome
,
può
esser
giusta
;
ma
secundum
quid
,
vale
a
dire
secondo
la
definizione
particolare
che
del
nome
è
stata
data
.
D
'
altra
parte
le
conseguenze
sono
tratte
da
quel
rifiuto
preso
sic
et
simpliciter
,
come
riguardante
il
nome
nella
sua
più
completa
ed
usuale
connotazione
.
Ci
troviamo
quindi
dinnanzi
ad
un
sofisma
,
che
spesso
si
cela
sotto
le
pieghe
di
una
sottilissima
e
complicatissima
dialettica
,
ma
che
non
è
per
questo
meno
fecondo
di
danni
.
-
Se
ora
consideriamo
più
particolarmente
la
questione
del
"
libero
arbitrio
"
vediamo
subito
come
ad
essa
si
applichi
tutto
ciò
che
abbiamo
detto
sin
qui
sulla
influenza
di
un
linguaggio
poco
preciso
nel
rendere
pressoché
insolubili
certi
problemi
.
-
La
fusione
del
problema
del
fatalismo
con
quello
della
"
causalità
delle
umane
azioni
"
è
stata
ed
è
prevalentemente
favorita
dalla
non
sufficiente
accuratezza
nell
'
accertare
che
cosa
si
intende
dire
colle
parole
causa
,
necessità
,
libertà
,
quando
si
afferma
che
anche
le
volizioni
umane
sono
necessarie
,
che
di
esse
si
potrebbero
determinare
le
cause
con
altrettanta
sicurezza
come
a
riguardo
di
qualunque
fenomeno
naturale
;
che
l
'
uomo
pertanto
non
è
"
libero
"
.
Senza
tener
conto
di
ciò
,
rimarrà
sempre
inesplicabile
come
la
conciliazione
fra
i
concetti
di
libertà
e
necessità
appaia
agli
uni
così
semplice
ed
evidente
,
mentre
ad
altri
essa
appare
addirittura
una
cosa
"
enorme
"
.
-
Alla
domanda
:
esiste
il
libero
arbitrio
?
-
si
potranno
dare
risposte
in
apparenza
contraddittorie
,
in
realtà
suscettibili
di
essere
nello
stesso
tempo
vere
e
false
,
fintanto
che
non
si
è
data
una
soluzione
alla
prima
questione
:
che
cosa
cioè
s
'
intenda
,
o
si
debba
intendere
per
libero
arbitrio
.
Originariamente
,
liberum
arbitrium
non
poteva
voler
dire
altro
che
la
facoltà
di
scegliere
volontariamente
fra
le
diverse
azioni
quella
che
si
preferisca
,
e
di
menare
ad
esecuzione
il
verdetto
della
volontà
.
Libero
arbitrio
e
volontà
non
potevano
avere
significato
diverso
,
e
questione
del
libero
arbitrio
non
poteva
rappresentare
se
non
la
questione
se
e
fino
a
che
punto
l
'
uomo
possa
volere
ciò
che
fa
.
Solo
più
tardi
questa
-
se
l
'
uomo
possa
volere
ciò
che
fa
e
fare
ciò
che
vuole
-
venne
considerata
come
la
questione
semplicemente
della
libertà
fisica
,
-
questione
facilmente
risolubile
in
senso
affermativo
;
mentre
la
questione
detta
del
"
libero
arbitrio
"
fu
trasportata
in
una
sfera
più
alta
,
quella
della
"
libertà
metafisica
"
in
cui
pur
si
stimò
conservasse
gran
parte
della
sua
importanza
pratica
e
morale
e
seguitasse
ad
essere
il
fondamento
della
responsabilità
etica
ed
anche
giuridica
.
Tale
libertà
metafisica
poi
fu
fatta
consistere
nell
'
indipendenza
più
assoluta
da
ogni
vincolo
di
causalità
.
Per
comprender
per
qual
processo
psicologico
sia
avvenuto
tale
trapasso
,
occorre
considerare
che
per
lungo
tempo
,
specialmente
sotto
l
'
influsso
del
pensiero
teologico
,
fu
creduto
che
l
'
indipendenza
dalla
causalità
costituisse
effettivamente
l
'
"
essenza
"
dell
'
atto
volontario
,
e
la
proprietà
fondamentale
per
cui
questo
potesse
dirsi
libero
e
quindi
responsabile
.
La
parola
libertà
poteva
dunque
per
tutto
questo
tempo
"
connotare
"
indifferentemente
l
'
attributo
della
volontarietà
e
quello
della
mancanza
di
causalità
.
Ma
quando
cambiò
il
modo
di
considerar
la
natura
dell
'
azione
volontaria
;
quando
si
suppose
o
si
credette
dimostrato
che
anche
di
essa
potevano
rintracciarsi
le
cause
;
ne
venne
che
chi
al
nome
libertà
faceva
corrispondere
soprattutto
il
secondo
degli
attributi
si
credette
poter
affermar
legittimamente
che
l
'
uomo
non
fosse
libero
,
e
conseguentemente
anche
che
non
fosse
neppur
responsabile
delle
proprie
azioni
.
Ne
nacque
quindi
la
credenza
che
alla
responsabilità
morale
nell
'
uomo
non
bastasse
la
libertà
fisica
,
pratica
,
ch
'
egli
asserisce
ad
ogni
istante
della
sua
vita
dicendo
:
io
voglio
,
-
ma
fosse
necessaria
una
libertà
più
elevata
e
recondita
,
di
cui
fu
fatto
un
problema
a
parte
.
Ora
è
intorno
a
questo
concetto
di
una
libertà
"
superiore
"
che
verte
tutta
la
questione
.
L
'
estensione
della
parola
libertà
a
quest
'
ulteriore
problema
è
cosa
legittima
,
e
tale
da
non
ingenerare
equivoci
?
Ed
è
proprio
questa
la
libertà
in
cui
ha
suo
fondamento
il
concetto
dell
'
umana
responsabilità
?
La
nostra
opinione
è
che
il
problema
della
libertà
è
uno
solo
.
Ed
è
il
problema
della
volontarietà
.
Ogni
indagine
avente
per
oggetto
una
libertà
"
ulteriore
"
,
più
profonda
e
verace
di
questa
implica
un
impiego
abusivo
di
termini
atto
a
traviare
il
pensiero
filosofico
,
e
pertanto
da
scartarsi
.
Quando
,
nella
discussione
intorno
al
libero
arbitrio
,
gli
uni
asseriscono
che
l
'
uomo
non
è
libero
,
l
'
importo
vero
della
loro
asserzione
è
che
l
'
uomo
non
possa
dirsi
libero
secondo
la
definizione
speciale
data
del
liberum
arbitrium
indifferentiae
dai
loro
avversari
.
Senza
tener
conto
di
ciò
ogni
apprezzamento
della
loro
dottrina
e
delle
sue
conseguenze
riescirà
malsicuro
.
Essi
intendono
semplicemente
negare
che
delle
volizioni
umane
sia
assolutamente
impossibile
rintracciare
le
cause
,
e
di
"
negare
"
quindi
quel
concetto
di
libertà
che
in
tale
assenza
di
cause
la
faceva
consistere
.
Ma
la
parola
libertà
,
come
le
altre
che
occorrono
in
questa
questione
,
"
causa
"
,
"
necessità
"
,
e
simili
,
hanno
-
giova
ripeterlo
-
un
significato
ormai
consacrato
dall
'
uso
.
La
distinzione
fra
atti
liberi
e
non
liberi
è
una
distinzione
che
ci
serve
continuamente
nelle
vicissitudini
quotidiane
.
Tutti
noi
profferiamo
continuamente
giudizi
sulla
libertà
nostra
o
l
'
altrui
,
valutiamo
l
'
innocenza
o
la
colpevolezza
di
questo
o
quell
'
individuo
,
ne
ricerchiamo
le
scuse
,
le
attenuanti
o
le
aggravanti
,
senza
mai
aver
ragionato
se
le
nostre
affermazioni
implichino
la
negazione
della
causalità
e
senza
il
più
delle
volte
sospettare
neppure
di
trattar
come
risolto
"
un
problema
metafisico
della
più
alta
importanza
e
difficoltà
"
.
Prendiamo
le
parole
così
come
ci
vengono
presentate
dall
'
uso
volgare
,
e
le
applichiamo
,
senza
troppo
esitare
,
ai
casi
pratici
ogni
qualvolta
in
essi
ravvisiamo
certi
caratteri
,
certi
segni
,
che
sono
,
logicamente
parlando
,
quelle
che
si
chiamano
le
note
dei
nostri
concetti
,
e
formano
la
connotazione
delle
parole
.
Determinare
quali
sono
queste
note
,
e
qual
è
pertanto
il
contenuto
dei
giudizi
che
tutti
noi
,
uomini
incolti
e
scienziati
,
confusi
nelle
esigenze
della
vita
pratica
,
dieci
e
dieci
volte
al
giorno
profferiamo
,
è
compito
d
'
importanza
,
non
solo
psicologica
,
ma
anche
logica
e
filosofica
grandissima
.
Esso
è
anzi
lo
scopo
di
gran
parte
dell
'
indagine
filosofica
passata
e
presente
.
Non
altrimenti
vanno
considerate
tutte
le
speculazioni
che
soglionsi
raggruppare
sotto
il
nome
di
teoria
della
conoscenza
.
Le
classiche
ricerche
di
Berkeley
sul
concetto
di
realtà
,
di
Hume
sul
concetto
di
causa
,
per
tacer
d
'
altre
,
non
hanno
,
come
venne
da
molti
creduto
,
lo
scopo
di
rispondere
alla
domanda
"
se
la
realtà
esista
"
o
"
sia
conoscibile
"
se
si
possano
o
no
ritrovare
le
cause
vere
dei
fenomeni
;
ma
piuttosto
di
analizzare
il
contenuto
di
tali
concetti
,
da
dirci
che
cosa
intendiamo
dire
quando
enunciamo
giudizi
sulla
realtà
dei
fenomeni
e
sulle
loro
cause
.
Sarebbe
assurdo
il
pensare
che
tali
giudizi
siano
privi
di
senso
,
e
che
i
termini
corrispondenti
meritino
addirittura
di
essere
cancellati
dal
nostro
vocabolario
"
scientifico
"
.
Si
potrà
discutere
quali
siano
i
caratteri
su
cui
si
basa
la
distinzione
fra
atti
liberi
e
non
liberi
,
non
già
rifiutarla
senz
'
altro
.
Alcune
distinzioni
,
specie
se
create
artificialmente
dallo
scienziato
in
vista
di
certe
differenze
fra
i
fatti
,
possono
bensì
essere
scartate
senza
scrupolo
e
abbandonate
per
sempre
,
ove
si
riconosca
inesistente
la
differenza
su
cui
si
fondavano
:
ma
altre
invece
-
che
troppo
di
frequente
ci
servono
nel
linguaggio
parlato
e
che
è
lecito
quindi
presumere
siano
basate
su
differenze
reali
fra
i
fenomeni
,
se
anche
generiche
e
difficili
a
determinarsi
-
non
possono
esserlo
senza
gravi
inconvenienti
.
"
Si
potrebbe
dire
,
scrive
il
Vailati
,
che
la
tattica
più
opportuna
da
adottarsi
dal
filosofo
e
dallo
psicologo
,
di
fronte
ad
una
parola
che
,
dalla
tradizione
o
dal
linguaggio
comune
,
gli
venga
presentata
con
significato
indeciso
o
viziato
da
pericolose
associazioni
,
sia
quella
consigliata
dal
vangelo
rispetto
al
peccatore
:
"
non
si
deve
desiderare
la
morte
ma
ch
'
essa
si
converta
e
viva
"
;
che
cioè
essa
,
spogliata
e
purificata
da
ogni
indeterminatezza
od
ambiguità
,
entri
a
far
parte
del
linguaggio
tecnico
assumendo
un
senso
quanto
meno
è
possibile
disforme
da
quello
che
vagamente
e
quasi
istintivamente
il
linguaggio
comune
le
attribuisce
"
.
Se
ora
interroghiamo
l
'
uso
popolare
;
se
ci
domandiamo
che
cosa
vogliamo
dire
quando
diciamo
di
essere
liberi
di
scegliere
questo
piuttosto
che
quel
corso
d
'
azione
,
vediamo
che
in
ogni
caso
ci
riferiamo
alla
nostra
facoltà
di
volere
una
cosa
piuttosto
che
un
'
altra
,
e
di
eseguire
la
nostra
determinazione
volontaria
.
Qualunque
sia
il
risultato
dei
moderni
studi
di
psicologia
e
di
fisiologia
sulla
volontà
;
qualunque
sia
la
risposta
che
la
scienza
moderna
sarà
per
dare
a
quell
'
altro
e
"
più
elevato
"
problema
:
se
le
nostre
azioni
siano
o
no
determinate
da
cause
;
resterà
sempre
per
noi
ridubitata
l
'
esistenza
di
un
'
azione
volontaria
come
distinta
dall
'
azione
involontaria
.
Spetterà
allo
psicologo
,
al
fisiologo
,
al
filosofo
il
determinare
su
che
si
basi
tal
distinzione
,
lo
spinger
quindi
più
innanzi
l
'
indagine
intorno
alla
natura
dei
fatti
implicati
nel
nostro
discorso
quando
diciamo
di
volere
.
Ma
il
fatto
che
talora
vogliamo
,
e
talora
non
vogliamo
agire
,
che
talora
la
nostra
volontà
resta
senza
efficacia
,
talora
invece
sortisce
il
suo
pieno
effetto
,
non
potrà
essere
distrutto
da
alcuno
sforzo
di
dialettica
.
Avremo
fatto
un
gran
passo
innanzi
quando
ci
saremo
convinti
che
ciò
che
il
senso
comune
ha
in
ogni
tempo
postulato
non
è
la
libertà
"
metafisica
"
,
consistente
nell
'
esser
sciolti
da
ogni
vincolo
di
"
causalità
"
,
ma
è
la
libertà
pratica
,
"
fisica
"
di
fare
ciò
che
vogliamo
.
-
Aggiungiamo
che
a
questo
riguardo
il
responso
della
scienza
e
della
filosofia
non
può
essere
che
la
piena
giustificazione
di
quello
del
senso
comune
.
L
'
uomo
è
dotato
di
aspirazioni
sentimentali
ed
ideali
,
di
una
ragione
capace
di
guidar
la
sua
mano
nella
scelta
dei
fini
e
dei
mezzi
,
di
una
mente
cioè
,
nella
quale
si
rispecchia
l
'
avvenire
e
dalla
quale
l
'
avvenire
è
in
parte
plasmato
;
ciò
sarà
sempre
vero
,
sia
che
la
mente
stessa
segua
ne
'
suoi
processi
una
tal
qual
regolarità
che
ci
permetta
un
giorno
di
determinarne
le
leggi
,
sia
che
questo
debba
restar
in
eterno
vietato
agli
sforzi
degli
psicologi
.
Poiché
tale
è
la
sola
pretesa
legittima
che
possano
vantare
i
"
deterministi
"
.
E
se
essi
hanno
così
spesso
palesata
la
tendenza
a
negare
o
almeno
a
deprezzare
l
'
efficacia
direttiva
della
nostra
ragione
sulle
nostre
azioni
,
nel
che
consiste
propriamente
la
volontà
e
così
pure
la
libertà
,
ciò
dipende
oltre
a
tutto
dal
persistere
in
loro
di
un
concetto
della
causalità
e
della
necessità
,
che
essi
stessi
poi
magari
in
altre
occasioni
professano
di
rigettare
.
-
È
ciò
che
osserva
il
Mill
in
un
celebre
capitolo
del
suo
Sistema
di
logica
.
"
Molti
non
credono
affatto
,
egli
dice
,
e
pochissimi
sentono
praticamente
che
non
v
'
è
nella
causalità
nulla
oltre
ad
una
invariabile
,
certa
ed
incondizionale
successione
.
Pochi
sono
coloro
ai
quali
la
semplice
costanza
di
successione
appaia
un
vincolo
di
unione
abbastanza
stringente
per
un
rapporto
di
natura
così
speciale
come
quello
di
causa
ed
effetto
.
-
Anche
se
la
ragione
lo
ripudia
,
l
'
immaginazione
conserva
il
sentimento
di
una
connessione
più
intima
,
di
un
qualche
strano
legame
o
misteriosa
costrizione
esercitata
dall
'
antecedente
sul
conseguente
.
Ora
è
appunto
ciò
che
,
considerato
in
applicazione
alla
umana
volontà
,
confligge
colla
nostra
coscienza
e
rivolta
i
nostri
sentimenti
.
-
Siamo
certi
,
che
nel
caso
delle
nostre
religioni
una
tal
costrizione
misteriosa
non
esiste
"
.
"
Coloro
che
credono
che
le
cause
traggano
seco
i
loro
effetti
per
un
mistico
legame
hanno
ragione
di
credere
che
la
relazione
fra
le
volizioni
e
i
loro
antecedenti
sia
d
'
altra
natura
.
Ma
essi
dovrebbero
fare
un
passo
innanzi
,
e
riconoscere
che
questo
è
anche
vero
del
rapporto
di
ogni
altro
effetto
col
suo
antecedente
.
Se
un
tal
vincolo
è
considerato
come
implicato
dalla
parola
necessità
,
la
dottrina
non
è
vera
delle
azioni
umane
;
ma
neppure
è
essa
allora
vera
degli
oggetti
inanimati
.
Sarebbe
assai
più
corretto
il
dire
,
che
la
materia
non
è
vincolata
da
necessità
,
che
l
'
affermare
ciò
della
mente
"
.
La
cosa
apparirà
anche
più
chiara
ove
si
rifletta
all
'
origine
psicologica
di
questo
concetto
di
un
legame
più
intimo
e
stringente
fra
i
fenomeni
della
natura
esteriore
che
non
fra
quelli
del
nostro
mondo
interno
.
A
dirimere
i
rapporti
fra
gli
elementi
della
natura
esteriore
è
necessario
un
certo
sforzo
.
-
Cosicché
l
'
affermazione
che
una
cosa
è
causa
di
un
'
altra
viene
ad
essere
il
più
delle
volte
anche
l
'
espressione
della
nostra
impotenza
,
assoluta
o
relativa
,
di
impedire
che
,
data
la
causa
,
l
'
effetto
si
produca
;
il
che
esprimiamo
dicendo
che
è
necessario
,
che
è
inevitabile
,
che
il
tal
fatto
si
produca
,
che
non
sta
in
nostro
potere
di
modificare
il
rapporto
fra
esso
e
i
suoi
antecedenti
,
o
che
per
far
ciò
si
richiede
da
parte
nostra
la
spesa
di
una
certa
somma
di
energia
.
I
rapporti
del
concetto
popolare
della
causalità
col
sentimento
dello
sforzo
furono
a
torto
trascurati
dal
Hume
e
dal
Mill
.
È
evidente
che
lo
sforzo
non
è
altro
che
l
'
indice
che
qualche
cosa
si
oppone
all
'
esecuzione
della
nostra
volontà
.
Se
la
necessità
indica
sforzo
,
relativa
impotenza
,
allora
necessità
e
volontarietà
sono
termini
antagonistici
.
Azioni
volontarie
sono
quelle
che
per
eccellenza
stanno
nel
nostro
potere
.
Non
è
peraltro
l
'
estensione
alle
azioni
volontarie
di
questa
causalità
o
necessità
in
senso
più
stretto
quella
che
i
deterministi
possono
volere
,
poiché
essa
implicherebbe
una
contraddizione
nei
termini
.
-
Essi
non
possono
affermare
se
non
che
anche
della
produzione
delle
azioni
volontarie
è
possibile
stabilire
le
leggi
.
Ma
legge
qui
non
indica
se
non
prevedibilità
.
Ogni
legge
stabilisce
che
dati
certi
elementi
della
realtà
,
se
ne
potranno
prevedere
certi
altri
.
Essa
presuppone
altresì
che
altri
elementi
nel
caso
contrario
non
vengano
a
disturbare
il
rapporto
così
stabilito
.
La
combinazione
di
più
elementi
dà
luogo
ad
effetti
che
sarebbe
stato
impossibile
argomentare
a
priori
dall
'
esame
di
ciascun
elemento
separato
ma
che
,
data
la
combinazione
,
si
possono
con
ogni
certezza
prevedere
.
Onde
se
si
conoscessero
le
leggi
dell
'
azione
combinata
di
tutti
gli
elementi
presenti
in
un
dato
oggetto
,
ad
un
istante
dato
,
sarebbe
possibile
dedurne
con
tutta
sicurezza
ciò
che
avverrà
nel
momento
successivo
.
Nella
sfera
della
volontà
,
ciò
significa
che
se
all
'
istante
che
precede
immediatamente
l
'
azione
io
conoscessi
tutti
gli
elementi
presenti
,
potrei
predire
infallibilmente
l
'
azione
che
seguirà
.
Quest
'
asserzione
teorica
non
fa
del
resto
che
mostrarci
la
quasi
-
impossibilità
pratica
che
tale
predizione
avvenga
.
-
Ben
lungi
dal
convincere
l
'
agente
della
inevitabilità
delle
proprie
azioni
,
essa
deve
fargli
presente
che
ogni
suo
pensiero
,
ogni
sua
considerazione
-
quella
"
se
esista
o
no
il
libero
arbitrio
"
compresa
-
introduce
per
ciò
solo
un
nuovo
elemento
al
complesso
di
cause
che
determineranno
l
'
evento
.
I
rapporti
di
causalità
che
lo
studioso
avrà
riscontrati
fra
i
fatti
del
suo
pensiero
e
le
sue
azioni
non
saranno
mai
per
riprodursi
indisturbati
ogni
qualvolta
egli
vorrà
servirsene
per
predire
il
corso
del
proprio
pensiero
o
della
propria
attività
nel
momento
prossimo
successivo
;
e
questo
perché
?
perché
il
semplice
fatto
di
conoscere
tutto
ciò
in
anticipo
rende
deforme
la
realtà
concreta
dalle
premesse
delle
leggi
da
lui
stabilite
:
tale
conoscenza
può
fornire
motivi
nuovi
ed
inaspettati
ad
una
delle
alternative
possibili
.
-
E
così
via
all
'
infinito
.
Come
si
vede
,
si
può
ammettere
la
possibilità
di
determinare
le
leggi
dell
'
azione
volontaria
e
nello
stesso
tempo
affermare
nell
'
uomo
il
potere
più
assoluto
di
modificare
a
suo
talento
il
corso
delle
proprie
azioni
,
dichiarando
antiscientifica
e
contraddittoria
ogni
concezione
fatalistica
della
volontà
.
Nulla
di
più
può
essere
postulato
dai
moralisti
più
rigorosi
ed
esigenti
,
per
ciò
che
riguarda
la
pratica
possibilità
della
morale
,
la
quale
sarebbe
certamente
nulla
ove
l
'
uomo
non
potesse
disporre
dei
suoi
atti
a
suo
talento
.
Ogni
esame
degli
scritti
loro
,
non
meno
che
ogni
indagine
della
coscienza
popolare
,
ci
convincerà
che
ciò
che
è
veramente
necessario
alla
morale
terrena
è
l
'
esistenza
di
quella
libertà
che
alcuni
hanno
chiamata
,
con
frase
inesatta
ed
equivoca
,
libertà
fisica
.
"
L
'
uomo
,
scrive
il
Carrara
,
ha
la
facoltà
di
determinarsi
nelle
sue
azioni
,
preferendo
a
proprio
talento
il
fare
e
il
non
fare
dietro
i
calcoli
del
proprio
intelletto
.
Questa
potenza
è
quella
che
costituisce
la
sua
libertà
d
'
elezione
.
È
in
virtù
di
tale
facoltà
che
gli
si
chiede
conto
degli
atti
a
cui
si
determina
"
.
"
Il
magistrato
trova
in
un
individuo
la
causa
materiale
di
un
atto
e
gli
dice
:
tu
facesti
:
imputazione
fisica
.
Trova
quell
'
individuo
con
volontà
intelligente
e
gli
dice
:
tu
facesti
volontariamente
:
imputazione
morale
"
.
"
La
morale
,
scrive
il
Brusa
,
insegna
che
l
'
uomo
ha
,
fra
i
previsti
,
l
'
obbligo
di
renderne
reale
uno
,
il
quale
possa
ragionevolmente
adattarsi
come
degno
de
'
suoi
fini
ideali
.
La
morale
dice
e
dirà
sempre
all
'
uomo
finché
essa
sussisterà
:
tu
devi
.
Ora
se
tu
devi
,
gli
è
che
tu
puoi
"
.
Orbene
,
che
cosa
v
'
è
in
una
libertà
così
concepita
,
che
cozzi
veramente
contro
l
'
ammissione
di
un
vincolo
di
causalità
fra
la
volontà
e
i
suoi
antecedenti
,
quale
siamo
venuti
delucidando
?
Dobbiamo
andar
più
oltre
,
e
col
Ihering
,
il
grande
filosofo
del
diritto
,
non
certo
sospetto
di
non
aver
stimato
al
suo
giusto
valore
la
funzione
della
volontà
nelle
opere
individuali
e
sociali
dell
'
uomo
,
che
senza
una
qualche
causalità
riesce
difficile
addirittura
il
concepire
la
volontà
?
"
Senza
ragion
sufficiente
,
egli
dice
,
un
movimento
della
volontà
è
altrettanto
impensabile
quanto
il
movimento
della
materia
:
la
libertà
del
volere
nel
senso
,
che
la
volontà
si
possa
mettere
in
moto
spontaneamente
senza
alcuna
causa
impulsiva
,
è
qualche
cosa
di
simile
al
barone
di
Münchhausen
,
traente
sé
stesso
per
i
capelli
fuor
della
palude
"
.
Comunque
,
il
moralista
non
ha
bisogno
,
per
concepir
la
possibilità
della
morale
fra
gli
uomini
,
di
suppor
risolta
in
senso
negativo
la
questione
"
se
le
nostre
azioni
obbediscano
o
no
al
principio
di
causalità
"
.
Quand
'
anche
fosse
dimostrato
irrevocabilmente
che
la
legge
di
causalità
non
soffre
eccezione
alcuna
neppure
nella
sfera
dell
'
attività
umana
,
rimarrebbe
sempre
indiscussa
l
'
esistenza
di
azioni
volontarie
distinte
da
quelle
che
tali
non
sono
.
Non
è
quindi
nella
negazione
del
"
libero
arbitrio
"
,
nel
senso
tradizionale
di
questa
espressione
,
che
possa
fondarsi
logicamente
la
negazione
della
responsabilità
dell
'
uomo
di
fronte
al
suo
simile
per
le
azioni
commesse
;
ed
ogni
affermazione
dei
positivisti
come
di
altri
la
quale
implichi
una
tal
premessa
è
pertanto
inammissibile
.
-
Noi
abbiamo
fin
qui
parlato
della
volontarietà
delle
nostre
azioni
come
sufficiente
a
costituire
il
fondamento
della
responsabilità
dell
'
uomo
di
fronte
ai
propri
simili
.
Con
questo
non
abbiamo
voluto
affermare
ch
'
essa
sia
sufficiente
ad
altre
esigenze
,
principalmente
a
quelle
del
sentimento
religioso
.
Ciò
che
basta
a
stabilire
la
responsabilità
dell
'
uomo
di
fronte
ad
un
altro
uomo
può
non
bastare
a
stabilirne
la
responsabilità
di
fronte
a
Dio
.
Per
farsi
una
idea
di
come
sia
sorta
e
si
sia
radicata
l
'
opinione
che
alla
possibilità
di
una
imputazione
morale
sia
necessaria
una
libertà
consistente
nell
'
indipendenza
da
ogni
causalità
,
bisogna
tener
conto
della
parte
importantissima
rappresentata
dal
"
problema
del
libero
arbitrio
"
nella
teologia
cristiana
.
È
noto
infatti
com
'
esso
costituisca
,
per
così
dire
,
il
pernio
delle
questioni
più
gravi
e
difficili
che
abbiano
agitato
il
pensiero
teologico
:
la
predestinazione
,
la
grazia
,
il
peccato
originale
,
la
redenzione
,
la
stessa
bontà
,
preveggenza
,
e
onnipotenza
divina
;
e
sia
stato
nel
seno
della
chiesa
,
dai
tempi
primitivi
fino
ai
nostri
giorni
,
una
delle
più
vivaci
sorgenti
d
'
eresie
e
di
scismi
.
Il
sentimento
religioso
è
fenomeno
oltremodo
complesso
,
composto
di
elementi
morali
ed
intellettuali
che
spesso
si
trovano
in
conflitto
fra
loro
.
Qualunque
sia
esso
stato
al
suo
inizio
:
sia
esso
stato
il
frutto
del
primo
svegliarsi
della
curiosità
scientifica
,
abbia
esso
avuto
origine
nel
sentimento
di
terrore
dell
'
uomo
primitivo
dinnanzi
ai
paurosi
fenomeni
della
natura
,
oppure
nelle
prime
e
malcerte
esigenze
del
suo
senso
morale
,
il
certo
si
è
che
nelle
nostre
religioni
più
evolute
si
riscontra
la
presenza
di
questi
vari
elementi
,
per
quanto
trasformati
e
sublimati
.
La
divinità
è
anzitutto
concepita
come
"
spiegazione
"
suprema
dell
'
universo
,
come
suprema
verità
,
ed
è
considerata
come
la
causa
prima
ed
il
sostrato
essenziale
di
tutti
i
fenomeni
.
Le
sue
attribuzioni
sono
l
'
infinità
e
l
'
eternità
,
l
'
onnipotenza
e
l
'
onniveggenza
;
ogni
limite
imposto
alla
personalità
divina
ripugna
alla
coscienza
religiosa
dei
tempi
moderni
.
Ma
nello
stesso
tempo
la
divinità
personifica
e
rappresenta
il
principio
e
la
sanzione
morale
suprema
,
il
fine
di
ogni
esistenza
,
la
sua
giustificazione
.
Affinché
il
sentimento
religioso
sia
pienamente
soddisfatto
,
affinché
una
religione
sia
veramente
tale
(
religio
?
)
,
occorre
che
la
divinità
,
oltreché
pensata
,
possa
essere
anche
venerata
ed
amata
.
Il
valore
delle
religioni
non
sta
tanto
nell
'
essere
esse
una
spiegazione
dell
'
universo
,
quanto
nell
'
essere
una
spiegazione
ottimistica
,
consolatrice
,
confortante
.
In
questa
loro
missione
sentimentale
va
ravvisata
una
delle
principali
ragioni
della
loro
forza
.
Ma
per
ciò
,
bisogna
che
la
divinità
possa
apparirci
come
immensamente
giusta
ed
immensamente
buona
,
come
la
raddrizzatrice
di
ogni
torto
,
la
compensatrice
della
infelicità
della
vita
,
come
quella
che
risolve
,
insomma
,
il
problema
del
male
:
in
essa
deve
convergere
non
la
sola
fede
,
ma
anche
la
speranza
e
la
carità
degli
uomini
.
Fino
a
che
punto
è
possibile
l
'
accordo
fra
queste
esigenze
del
sentimento
religioso
?
Il
problema
non
ha
mai
cessato
di
agitare
la
mente
dei
credenti
.
Esso
è
,
per
così
dire
,
il
problema
teologico
per
eccellenza
.
Se
Dio
è
causa
di
tutte
le
cose
,
come
spiegare
la
presenza
,
d
'
altronde
incontestabile
,
di
tanto
dolore
e
di
tanta
perversità
nell
'
universo
?
Se
Dio
è
onnipotente
ed
onniscente
,
come
non
ammetterlo
nello
stesso
tempo
o
indifferente
,
o
addirittura
malevolo
a
nostro
riguardo
?
Come
sopratutto
ammettere
in
lui
il
diritto
di
castigare
l
'
uomo
per
aver
commesso
un
fallo
la
cui
responsabilità
ultima
risalirebbe
a
lui
?
"
L
'
ultimo
autore
di
tutte
le
nostre
volizioni
,
scrive
Hume
,
fu
il
creatore
del
mondo
,
che
per
il
primo
impresse
il
movimento
a
questa
immensa
macchina
e
pose
tutti
gli
esseri
in
quella
posizione
particolare
,
dalla
quale
ogni
evento
successivo
doveva
risultare
per
una
inevitabile
necessità
.
Le
azioni
umane
possono
dunque
o
non
contenere
malizia
alcuna
,
come
quelle
che
procedono
da
una
causa
così
perfetta
,
oppure
,
se
ne
contengono
,
debbono
coinvolgere
il
creatore
nel
biasimo
che
meritano
,
dal
momento
che
si
riconosce
ch
'
egli
ne
è
la
causa
ultima
e
il
vero
autore
.
Perocché
come
un
uomo
che
ha
appiccato
il
fuoco
ad
una
mina
,
è
responsabile
di
tutte
le
conseguenze
di
questo
atto
,
tanto
se
la
miccia
è
lunga
come
se
è
corta
,
-
così
,
dovunque
si
trovi
una
catena
continua
di
modificazioni
necessarie
,
l
'
Essere
,
finito
o
infinito
,
che
ha
prodotto
la
prima
deve
essere
considerato
anche
come
l
'
autore
di
tutte
le
altre
"
.
Di
qui
l
'
ipotesi
del
libero
arbitrio
,
secondo
la
quale
la
volontà
è
essa
stessa
un
anello
terminale
nella
catena
delle
cause
,
è
essa
stessa
una
causa
prima
.
La
necessità
di
tale
ipotesi
s
'
impose
ai
dottori
della
chiesa
sin
dai
tempi
più
antichi
.
"
Né
gli
elogi
,
né
i
supplizi
,
dice
Clemente
d
'
Alessandria
,
sono
fondati
in
giustizia
,
se
l
'
anima
non
ha
il
libero
potere
di
desiderare
e
d
'
astenersi
,
e
se
il
vizio
è
involontario
"
.
Ma
subito
aggiunge
:
affinché
per
quanto
è
possibile
Dio
non
sia
la
causa
dei
vizî
degli
uomini
.
I
Manichei
,
che
,
com
'
è
noto
,
negavano
il
"
libero
arbitrio
"
,
erano
costretti
ad
ammettere
un
altro
principio
del
male
(
Hylè
)
.
Essi
furono
combattuti
vivacemente
da
Sant
'
Agostino
,
il
quale
peraltro
credette
risolvere
la
questione
concludendo
che
l
'
uomo
non
ha
avuto
il
"
libero
arbitrio
"
se
non
prima
della
caduta
,
ma
che
da
allora
in
poi
,
divenuto
preda
del
peccato
,
non
ha
più
da
sperare
la
propria
salvezza
se
non
dalla
predestinazione
e
dalla
redenzione
.
Ad
un
grado
maggiore
di
maturità
è
giunta
la
controversia
con
S
.
Tommaso
d
'
Aquino
.
L
'
uomo
è
dotato
di
libero
arbitrio
"
alioquim
frustra
essent
consilia
,
exhortationes
,
praecepta
,
prohibitiones
,
praemia
et
poenae
"
.
Il
libero
arbitrio
però
v
'
è
identificato
colla
volontà
,
e
la
distinzione
fra
volontario
ed
involontario
v
'
è
fondata
sulla
definizione
datane
da
Aristotile
.
Dio
è
sempre
la
causa
prima
di
tutte
le
cose
,
e
naturali
,
e
volontarie
.
Ma
"
come
per
le
cause
naturali
egli
non
toglie
,
movendole
,
che
i
loro
atti
siano
naturali
,
così
,
movendo
le
cause
volontarie
non
toglie
che
le
azioni
loro
siano
volontarie
,
ma
piuttosto
ciò
produce
in
loro
,
poiché
opera
in
ciascuna
cosa
secondo
la
proprietà
sua
"
.
S
.
Tommaso
ammette
dunque
la
predestinazione
:
tuttavia
egli
la
concilia
colle
esigenze
opposte
mediante
la
dottrina
delle
cause
contingenti
.
Tale
dottrina
ha
una
importanza
immensa
nella
concezione
cosmologica
del
medio
evo
,
in
cui
fra
le
altre
cose
,
serviva
a
spiegare
la
presunta
influenza
degli
astri
sul
corso
della
vita
umana
,
come
appare
anche
in
Dante
.
Secondo
questa
concezione
,
che
risale
alle
dottrine
d
'
Aristotile
sulla
materia
e
sulla
forma
-
sebbene
vi
sia
chi
discute
ch
'
essa
sia
una
riproduzione
genuina
del
pensiero
di
lui
-
l
'
ordine
che
regge
l
'
universo
e
che
emana
da
Dio
non
è
costante
in
tutte
le
sue
parti
.
Il
mondo
ci
presenta
una
gerarchia
digradante
da
una
maggiore
ad
una
minor
perfezione
,
regolarità
,
ed
uniformità
..
Il
tipo
della
uniformità
e
della
regolarità
era
la
sfera
esteriore
del
Cosmo
,
l
'
Aplanes
(
Empireo
)
coll
'
innumerabil
genere
delle
stelle
fisse
incastonate
in
esso
,
eterna
e
sempre
in
moto
nella
medesima
orbita
circolare
,
per
necessità
della
sua
stessa
natura
,
e
senza
alcuna
potenzialità
di
fare
altrimenti
.
Ma
la
terra
e
i
corpi
elementari
,
organici
ed
inorganici
,
sotto
alla
sfera
lunare
e
nell
'
interno
del
Cosmo
,
apparivano
di
perfezione
inferiore
e
di
natura
diversa
.
Erano
invero
in
parte
governati
e
pervasi
dal
movimento
e
dall
'
influenza
della
sostanza
celestiale
nella
quale
erano
comprese
,
e
dalla
quale
prendevano
in
prestito
la
loro
forma
implicata
colla
materia
,
col
principio
cioè
di
potenzialità
,
di
trasformazione
,
di
mutabilità
,
di
irregolarità
,
di
generazione
e
distruzione
.
Vi
sono
dunque
nei
corpi
sublunari
e
tendenze
fisse
e
tendenze
variabili
.
Le
tendenze
costanti
sono
quelle
che
costituiscono
la
natura
,
la
quale
sempre
aspira
al
bene
,
o
alla
perpetua
rinnovazione
di
forme
perfette
al
massimo
grado
,
per
quanto
impedita
in
quest
'
opera
dalle
influenze
avverse
,
e
perciò
atta
a
non
produr
mai
se
non
individui
difettosi
e
destinati
a
perire
(
per
ch
'
a
risponder
la
materia
è
sorda
)
.
La
parte
variabile
è
costituita
dalla
"
spontaneità
"
o
"
caso
"
i
quali
costituiscono
un
agente
indipendente
che
accompagna
inseparabilmente
la
natura
,
sempre
modificandone
pervertendone
,
frustrandone
i
propositi
.
Inoltre
,
i
diversi
agenti
naturali
di
frequente
reagiscono
gli
uni
sugli
altri
,
mentre
le
tendenze
irregolari
agiscono
alla
loro
volta
su
essi
tutti
.
Nella
misura
in
cui
agisce
la
natura
,
in
ciascuno
dei
suoi
agenti
distinti
,
i
fenomeni
sono
regolari
e
prevedibili
:
tutto
ciò
ch
'
è
uniforme
,
o
che
,
senza
essere
del
tutto
uniforme
,
ricorre
naturalmente
e
frequentemente
,
è
opera
sua
.
Ma
,
oltre
ed
accanto
alla
natura
,
vi
è
l
'
influenza
del
caso
e
della
spontaneità
,
che
è
essenzialmente
irregolare
e
imprevedibile
:
sotto
questa
influenza
vi
sono
possibilità
tanto
pro
che
contro
:
di
due
eventi
alternativi
,
tanto
l
'
uno
che
l
'
altro
possono
egualmente
prodursi
.
[
Grote
,
Aristotle
,
I
,
pp
.
164-165
]
.
Per
noi
,
che
siamo
oggi
portati
a
vedere
nella
apparente
assenza
di
cause
determinanti
piuttosto
un
segno
della
nostra
ignoranza
che
non
dell
'
irregolarità
della
natura
,
tale
concetto
di
una
irredimibile
contingenza
può
non
parere
accettabile
.
La
parola
contingenza
,
se
rimanesse
nel
nostro
vocabolario
filosofico
,
non
designerebbe
se
non
quei
fatti
che
,
per
la
complessità
e
il
numero
delle
loro
cause
,
per
la
remota
disparità
degli
elementi
che
concorrono
a
formarli
,
per
la
loro
attitudine
a
modificarsi
per
ogni
più
piccola
influenza
sopravveniente
,
ci
è
impossibile
,
allo
stato
attuale
delle
nostre
cognizioni
,
di
prevedere
.
-
Essa
starebbe
cioè
a
rappresentarci
piuttosto
la
presenza
di
leggi
molteplici
,
intreccianti
i
loro
effetti
,
la
esistenza
cioè
di
un
ordine
più
complicato
,
che
non
la
mancanza
di
ogni
legge
.
La
contingenza
in
questo
senso
non
sarebbe
che
relativa
,
non
assoluta
.
Se
per
causa
s
'
intende
non
il
complesso
degli
elementi
necessari
e
sufficienti
alla
produzione
di
un
fenomeno
,
ma
anche
quelli
semplicemente
necessari
,
causa
contingente
significherà
quel
fattore
che
può
dar
luogo
a
prodotti
diversi
a
seconda
della
diversità
degli
altri
fattori
con
cui
si
trova
in
combinazione
;
così
il
sole
sarebbe
una
causa
contingente
rispetto
all
'
esistenza
della
vita
organica
sui
pianeti
.
-
Così
intesa
,
la
distinzione
fra
cause
necessarie
e
contingenti
può
riescire
di
qualche
utilità
,
ed
è
forse
ad
averla
trascurata
che
sono
dovuti
alcuni
errori
che
si
sono
accreditati
e
diffusi
nel
mondo
scientifico
moderno
.
In
questo
senso
-
nel
senso
di
una
maggior
complessità
di
cause
-
si
può
dire
,
senza
timore
di
sollevare
contestazioni
,
che
le
azioni
volontarie
rientrano
nella
contingenza
.
Ma
oggi
in
generale
,
per
la
nostra
educazione
scientifica
,
siamo
poco
disposti
ad
ammettere
che
vi
sia
una
porzione
dell
'
universo
ove
la
legge
e
l
'
ordine
non
estendano
il
loro
dominio
:
una
contingenza
come
quella
di
S
.
Tommaso
ci
ripugna
ed
urta
contro
tendenze
ormai
inveterate
in
noi
.
Giova
osservare
però
che
non
mancano
tentativi
,
anche
modernissimi
,
di
ripristinare
un
concetto
di
contingenza
analogo
a
quello
di
S
.
Tommaso
;
e
ciò
sempre
,
osserviamolo
,
per
fini
e
mire
essenzialmente
teologiche
.
Certo
si
è
che
la
contingenza
in
senso
assoluto
rappresenta
pur
sempre
quella
soluzione
di
continuità
nella
catena
causale
,
che
è
indispensabile
per
evitar
di
concepire
il
male
come
una
emanazione
della
divinità
.
Il
male
allora
non
sorge
e
si
sviluppa
se
non
in
quella
parte
dell
'
universo
ove
domina
la
contingenza
.
Il
dualismo
inerente
ad
ogni
religione
positiva
qui
si
fa
manifesto
:
da
una
parte
Dio
e
la
"
natura
"
che
,
"
obbedendo
all
'
istinto
a
lei
dato
che
la
porta
"
,
aspira
alla
perfezione
;
dall
'
altra
una
potenza
avversa
,
sia
essa
il
caso
,
la
materia
,
la
volontà
umana
od
uno
spirito
maligno
,
il
demonio
.
Fino
a
qual
punto
la
teologia
sia
riescita
a
togliere
la
contraddizione
fra
l
'
infinità
e
l
'
onnipotenza
di
Dio
e
la
presenza
di
questa
potenza
avversa
,
è
questione
troppo
grave
per
esser
qui
discussa
;
tanto
più
che
contraddizioni
siffatte
,
insuperabili
dalla
fredda
ragione
,
possono
benissimo
essere
superate
ove
intervenga
un
atto
di
fede
.
In
ultima
analisi
,
per
la
teologia
il
problema
della
predestinazione
si
risolve
coll
'
ammettere
si
tratti
di
un
mistero
:
è
imperscrutabile
il
giudizio
per
cui
la
divinità
permette
talvolta
il
trionfo
del
male
.
Alla
provvidenza
spetta
,
secondo
S
.
Tommaso
,
permettere
alcuni
difetti
nelle
cose
,
e
l
'
apparente
ingiustizia
della
giustizia
divina
non
è
che
una
conseguenza
della
limitatezza
della
nostra
ragione
.
"
Niente
,
osserva
il
Vailati
,
prova
meglio
la
inevitabilità
dell
'
ipotesi
del
libero
arbitrio
per
i
teologi
,
quanto
il
constatare
le
enormi
assurdità
in
cui
furono
costretti
a
cadere
ogni
qualvolta
tentarono
di
rigettarla
.
Così
,
per
esempio
....
dalla
negazione
del
libero
arbitrio
Lutero
fu
costretto
ad
ammettere
la
credenza
,
moralmente
mostruosa
,
che
la
salvezza
o
la
dannazione
eterna
degli
uomini
non
dipendesse
affatto
dalla
loro
condotta
,
ma
solo
dal
beneplacito
(
grazia
)
di
Dio
,
il
quale
creandole
sapeva
già
che
una
parte
di
essi
era
irrevocabilmente
destinata
alle
pene
dell
'
inferno
.
Per
adoperare
la
sua
immagine
,
ingenua
e
cinica
nello
stesso
tempo
:
quando
Dio
nei
sacri
libri
esorta
gli
uomini
al
ben
fare
,
fa
come
quei
genitori
che
,
ai
loro
bambini
non
ancora
abili
a
camminare
,
dicono
di
venir
verso
di
loro
,
ben
sapendo
che
non
lo
possono
fare
onde
essi
sian
costretti
ad
invocare
il
loro
aiuto
"
.
Insomma
,
"
fu
soprattutto
la
difficoltà
di
conciliare
l
'
esistenza
troppo
evidente
del
male
nel
mondo
,
colla
credenza
,
troppo
preziosa
,
nella
prescienza
e
nella
giustizia
divina
,
quella
che
rese
necessaria
l
'
introduzione
di
un
'
ipotesi
che
,
come
questa
del
libero
arbitrio
,
sgravasse
da
una
parte
il
creatore
dalla
taccia
di
aver
creato
un
mondo
imperfetto
e
pieno
di
miserie
di
ogni
genere
,
e
dall
'
altra
attribuisse
a
queste
il
carattere
di
"
punizioni
"
o
"
espiazioni
"
provocate
e
rese
necessarie
dalle
disubbidienze
e
dai
peccati
degli
uomini
.
I
metafisici
che
credono
che
la
questione
del
libero
arbitrio
possa
continuare
ad
avere
un
senso
qualunque
all
'
infuori
di
ogni
implicazione
teologica
rassomigliano
a
quegli
amputati
che
si
illudono
di
sentir
ancora
dei
dolori
e
delle
trafitture
nel
membro
che
non
hanno
più
;
essi
sono
dei
teologi
.
con
una
gamba
di
legno
"
.
-
Una
cosa
infatti
altamente
degna
di
nota
è
che
il
"
problema
del
libero
arbitrio
"
,
nella
forma
in
cui
è
oggi
comunemente
inteso
,
pare
fosse
totalmente
sconosciuto
ai
grandi
pensatori
dell
'
antichità
.
I
più
fra
essi
,
è
vero
,
sembrano
aver
ammesso
insieme
con
Aristotile
un
elemento
di
spontaneità
e
di
variazione
irregolare
nell
'
universo
,
ma
questa
era
per
loro
una
veduta
puramente
cosmologica
.
Consideravano
la
causalità
e
la
volontarietà
delle
umane
azioni
come
due
questioni
differenti
,
da
trattarsi
separatamente
e
irrilevanti
l
'
una
per
l
'
altra
;
non
le
raggruppavano
insieme
in
un
solo
problema
globale
,
per
così
dire
,
pressoché
insolubile
se
non
per
mezzo
di
un
mistero
.
Ciò
è
tanto
vero
che
secondo
alcuni
di
essi
,
p
.
es
.
Epicuro
,
la
volontà
,
governata
dai
motivi
,
non
rientra
affatto
nella
cerchia
,
pur
da
loro
ammessa
,
dei
fenomeni
essenzialmente
irregolari
e
spontanei
.
Questa
mancanza
del
problema
"
del
libero
arbitrio
"
nella
filosofia
antica
è
quella
che
fa
far
le
alte
maraviglie
allo
Schopenhauer
,
e
gli
ispira
anzi
per
essa
un
certo
qual
disprezzo
.
"
Gli
antichi
,
egli
scrive
,
non
sono
da
consultarsi
su
tale
questione
,
perché
la
loro
filosofia
,
per
così
dire
ancora
allo
stato
d
'
infanzia
(
?
)
,
non
si
era
ancora
fatta
un
'
idea
adeguata
dei
due
più
profondi
o
più
gravi
problemi
della
filosofia
moderna
,
quello
cioè
del
libero
arbitrio
e
quello
della
realtà
del
mondo
esteriore
,
ossia
del
rapporto
fra
l
'
ideale
e
il
reale
.
Quanto
al
grado
di
chiarezza
e
di
comprensione
al
quale
avevano
portata
la
questione
del
libero
arbitrio
,
è
ciò
di
cui
si
può
rendersi
conto
in
modo
soddisfacente
coll
'
Etica
a
Nicomaco
di
Aristotile
(
III
,
c
.
1-8
)
;
si
riconoscerà
che
il
suo
giudizio
a
questo
proposito
non
concerne
essenzialmente
che
la
libertà
fisica
ed
intellettuale
,
ed
è
perciò
ch
'
egli
non
parla
che
dell
'
ekousion
e
dell
'
akousion
,
confondendo
gli
atti
volontari
cogli
atti
liberi
.
Il
problema
assai
più
difficile
della
libertà
morale
non
gli
si
è
ancora
presentato
,
sebbene
a
momenti
il
suo
pensiero
si
estenda
fino
a
questo
punto
,
sopratutto
in
un
punto
dell
'
Etica
a
Nicomaco
(
II
,
2
e
III
,
7
)
,
ma
egli
commette
l
'
errore
di
dedurre
il
carattere
dalle
azioni
,
anziché
queste
da
quello
"
.
Ebbene
ciò
non
fa
,
a
nostro
parere
,
che
far
risaltare
in
questo
la
superiorità
di
Aristotile
sul
filosofo
tedesco
.
La
sua
concezione
è
assai
più
positiva
-
se
per
positivo
s
'
intende
chi
possiede
una
visione
netta
della
realtà
ed
i
suoi
problemi
e
chi
sa
di
questi
discernere
gli
elementi
essenziali
da
quelli
puramente
accessori
-
di
quella
dello
Schopenhauer
.
La
ragione
per
cui
Aristotile
,
in
un
'
opera
di
morale
,
non
fa
parola
del
"
problema
del
libero
arbitrio
"
è
ch
'
esso
,
-
inteso
come
lo
intenderebbe
lo
Schopenhauer
,
-
non
è
neppur
veramente
un
problema
nel
senso
proprio
della
parola
.
Il
trasporto
della
questione
della
causalità
delle
umane
azioni
volontarie
-
problema
cosmologico
e
teologico
-
nel
campo
della
morale
,
e
l
'
applicazione
alla
questione
così
trasportata
del
nome
di
libero
arbitrio
,
hanno
fatto
credere
che
nella
morale
esista
un
problema
là
dove
veramente
non
ne
esiste
nessuno
.
Quando
il
moralista
ha
constatato
che
esiste
una
volontà
e
che
questa
è
pienamente
efficace
,
tutte
le
sue
esigenze
sono
soddisfatte
.
E
questo
è
il
solo
significato
legittimo
,
a
nostro
parere
,
della
parola
libertà
.
L
'
immaginare
una
libertà
ulteriore
,
la
sola
"
verace
"
,
consistente
nella
"
possibilità
di
volere
diversamente
da
come
abbian
voluto
,
pur
rimanendo
costanti
tutti
quanti
gli
antecedenti
della
nostra
volizione
"
;
libertà
che
non
sia
quella
di
cui
si
parla
ogni
giorno
quando
si
afferma
di
esser
liberi
perché
sì
può
far
ciò
che
si
vuole
,
ma
da
cui
dipendano
nondimeno
tutte
le
conseguenze
che
soglionsi
generalmente
far
dipendere
da
quella
;
-
il
sostituire
insomma
al
concetto
"
pratico
"
della
libertà
un
presunto
concetto
"
trascendentale
"
;
-
equivale
a
voler
a
tutti
i
costi
considerare
come
non
risolta
una
questione
che
già
lo
è
.
Sarebbe
difficile
trovare
un
sintomo
più
caratteristico
di
quella
che
i
tedeschi
chiamano
Grübelsucht
,
e
che
consiste
in
una
tendenza
insaziabile
a
dubitar
di
tutto
,
della
propria
esistenza
,
della
esistenza
degli
oggetti
che
ci
circondano
,
della
nostra
capacità
a
pensare
,
a
sapere
,
a
volere
;
mentre
è
evidente
che
,
se
la
parola
certezza
ha
un
significato
qualsiasi
,
essa
è
applicabile
a
questi
casi
della
nostra
esperienza
più
immediata
e
giornaliera
.
Quelli
che
lo
Schopenhauer
chiama
"
i
due
più
profondi
e
gravi
problemi
della
filosofia
moderna
"
non
hanno
altra
origine
.
Alla
"
realtà
del
mondo
esteriore
"
abbiamo
accennato
in
un
altro
scritto
,
parlando
della
teoria
della
"
relatività
della
conoscenza
"
.
Abbiamo
osservato
,
che
l
'
affermazione
di
una
siffatta
"
relatività
"
non
implica
alcuna
diminuzione
della
nostra
certezza
riguardo
alla
realtà
delle
cose
;
ciò
deriva
da
una
errata
interpretazione
del
valore
e
della
funzione
delle
indagini
del
Berkeley
.
Tali
indagini
non
avevano
per
scopo
di
dirci
se
le
cose
esteriori
esistano
,
di
insegnarci
cioè
qualchecosa
sulla
veridicità
della
nostra
conoscenza
,
ma
solo
di
analizzare
la
natura
del
nostro
giudizio
nell
'
esistenza
delle
cose
,
che
cosa
intendiamo
dire
quando
diciamo
:
la
tal
cosa
esiste
.
Così
il
problema
dei
rapporti
fra
l
'
ideale
ed
il
reale
non
può
essere
che
il
tentativo
di
stabilire
su
che
si
basi
tale
distinzione
.
Vi
è
una
parte
della
realtà
che
noi
crediamo
particolarmente
legata
al
nostro
io
,
un
'
altra
che
crediamo
"
indipendente
"
da
esso
.
Vi
è
una
parte
più
apparente
della
realtà
(
le
parvenze
sensibili
delle
cose
)
,
un
'
altra
più
recondita
,
a
conoscer
la
quale
giungiamo
per
mezzo
del
ragionamento
(
di
cui
argomentiamo
l
'
esistenza
)
.
Così
l
'
astronomo
giunge
a
determinare
per
mezzo
del
calcolo
i
movimenti
reali
degli
astri
,
in
contrapposto
ai
loro
movimenti
apparenti
sulla
volta
celeste
.
È
questo
-
e
non
altro
-
ciò
che
volevano
dire
gli
antichi
coll
'
antitesi
fra
i
nooumena
(
le
cose
come
reali
)
e
i
phainomena
(
le
cose
apparenti
)
;
ma
un
concetto
qual
è
quello
del
noumeno
Kantiano
non
era
ancor
venuto
loro
in
mente
.
O
la
distinzione
fra
il
fenomeno
e
il
noumeno
serve
a
discernere
alcuni
fra
gli
oggetti
della
nostra
conoscenza
da
altri
,
ed
allora
ha
un
senso
,
e
può
essere
utile
:
o
serve
a
designare
il
rapporto
fra
tutta
quanta
la
nostra
conoscenza
,
(
cioè
tutto
il
nostro
mondo
)
reale
e
possibile
,
e
una
presunta
realtà
al
di
fuori
di
essa
,
ed
allora
essa
è
addirittura
un
non
senso
.
Lo
stesso
può
dirsi
della
"
libertà
trascendentale
"
.
Questa
,
si
chiami
essa
libertà
d
'
indifferenza
o
libero
arbitrio
,
sta
precisamente
alla
libertà
nel
senso
comune
della
parola
,
come
il
noumeno
,
la
realtà
trascendentale
sta
a
quella
cui
possiam
pervenire
mediante
le
operazioni
ordinarie
del
nostro
intelletto
.
I
teorici
della
conoscenza
,
Berkeley
,
Hume
,
Kant
hanno
,
si
dice
,
dimostrato
l
'
inconoscibilità
di
una
realtà
siffatta
.
Bisogna
andar
più
oltre
,
e
dichiarare
l
'
inesistenza
di
essa
,
come
rappresentata
da
una
nozione
assurda
,
contraddittoria
e
quindi
inconcepibile
.
Non
facendo
ciò
,
si
trarranno
sempre
da
tali
teorie
conseguenze
illegittime
in
senso
scettico
:
si
crederà
cioè
,
esservi
una
porzione
della
realtà
esistente
che
sia
stata
da
tali
studi
dichiarata
inaccessibile
alla
mente
umana
,
mentre
non
si
è
fatto
che
abolire
un
concetto
,
e
più
che
un
concetto
,
una
parola
la
quale
,
essendo
vuota
di
senso
,
non
è
applicabile
ad
alcunché
di
reale
.
Per
convincersi
che
simile
è
il
caso
per
la
libertà
metafisica
o
morale
,
basta
considerare
le
definizioni
che
se
ne
sogliono
dare
,
sia
che
essa
si
affermi
,
sia
ch
'
essa
venga
negata
.
È
impossibile
definire
questa
libertà
senza
dare
artificialmente
a
tutte
le
parole
della
definizione
un
senso
diverso
dall
'
usuale
;
un
senso
"
trascendentale
"
.
"
Per
libertà
morale
o
libertà
volitiva
o
libero
arbitrio
,
scrive
il
Ferri
,
si
intende
:
la
facoltà
per
cui
l
'
uomo
può
volere
una
determinata
cosa
piuttosto
che
un
'
altra
,
indipendentemente
da
ogni
causa
o
motivo
,
esterno
o
interno
,
che
lo
determini
necessariamente
a
quella
data
volizione
o
decisione
della
volontà
.
Questa
è
appunto
la
libertà
che
forma
l
'
oggetto
della
tanto
dibattuta
questione
,
e
si
esprime
così
:
io
posso
voler
fare
questa
cosa
o
quella
,
a
mio
piacere
,
all
'
infuori
ed
in
opposizione
ad
ogni
motivo
,
a
qualsiasi
causa
necessaria
,
fisica
o
psichica
,
esterna
od
interna
"
.
A
chi
ben
guardi
questo
periodo
,
apparrà
chiaro
che
il
suo
contesto
si
presta
egualmente
bene
ad
indicare
quel
genere
di
libertà
che
è
semplicemente
implicato
dalla
volontarietà
delle
nostre
azioni
.
Il
Ferri
parla
di
un
uomo
che
può
agire
a
suo
piacere
,
indipendentemente
da
qualsiasi
causa
o
motivo
,
senza
vincolo
di
sorta
,
esterno
od
interno
,
che
lo
determini
necessariamente
.
Sembra
dunque
che
,
secondo
tale
definizione
la
libertà
che
il
Ferri
combatte
postuli
la
presistenza
di
un
qualchecosa
che
si
chiama
uomo
con
un
"
piacere
"
suo
proprio
,
e
ne
implichi
la
indipendenza
di
fronte
ad
altre
cause
,
i
motivi
,
siano
essi
esterni
(
?
)
od
interni
.
Ora
la
facoltà
di
poter
perseverare
nella
propria
volontà
a
dispetto
di
motivi
ulteriori
,
è
certo
uno
dei
dati
della
credenza
comune
nella
libertà
.
Il
negare
questo
potere
;
postulare
l
'
uomo
esistente
come
forza
,
qualunque
ne
sia
l
'
origine
,
ed
immaginare
questa
forza
annichilita
,
impotente
di
fronte
ad
altre
forze
da
lei
distinte
,
non
è
questa
la
concezione
del
fatalismo
?
È
appunto
la
negazione
di
questa
libertà
così
definita
che
può
condurre
i
lettori
(
e
gli
scrittori
stessi
)
a
conseguenze
prettamente
fatalistiche
.
Ma
tale
invece
non
era
il
pensiero
di
chi
questa
definizione
enunciava
:
le
parole
,
inadatte
ad
esprimere
cose
tanto
elevate
,
lo
hanno
tradito
.
Il
potere
di
agire
a
piacer
nostro
,
di
cui
qui
si
tratta
,
non
è
quel
potere
,
che
tutti
sappiamo
di
possedere
,
di
agire
come
ci
pare
opportuno
,
utile
,
buono
,
perché
questa
è
la
libertà
fisica
,
su
cui
non
v
'
è
discussione
aperta
.
La
libertà
"
morale
"
è
qualchecosa
di
molto
più
elevato
,
e
si
libra
in
una
sfera
ove
la
debolezza
dell
'
umana
ragione
può
invano
sperare
di
raggiungerla
.
Essa
non
è
la
libertà
di
fare
ciò
che
si
vuole
,
perché
questa
viene
sdegnosamente
rigettata
come
libertà
fisica
;
non
è
la
libertà
consistente
nel
volere
questa
o
quella
cosa
,
e
neppure
,
checché
se
ne
dica
,
quella
consistente
nel
voler
volere
,
-
poiché
anche
gli
sforzi
dell
'
attenzione
,
l
'
ostinazione
a
persistere
in
un
proposito
a
dispetto
di
tutto
e
di
tutti
,
l
'
acciecamento
volontario
sono
suscettibili
di
una
spiegazione
"
deterministica
"
.
Che
cosa
è
dunque
questa
libertà
?
Essa
è
una
creatura
vaporosa
,
che
sparisce
appena
facciamo
il
gesto
di
mettervi
sopra
la
mano
,
che
si
dilegua
in
alto
,
sempre
più
in
alto
,
che
precede
l
'
inseguitore
come
l
'
ombra
precede
il
corpo
,
indefinitamente
.
La
libertà
,
secondo
Malebranche
,
è
un
"
mistero
"
.
Ora
per
lo
scienziato
,
che
studia
il
problema
della
libertà
come
gli
vien
posto
dal
senso
comune
,
la
libertà
non
può
essere
un
mistero
.
Un
problema
deve
essere
almeno
concepibile
perché
egli
tenti
di
darne
una
soluzione
.
Egli
può
studiare
il
problema
della
volontarietà
delle
umane
azioni
,
e
può
studiare
il
problema
della
causalità
delle
umane
azioni
.
Sono
due
problemi
differenti
.
Ma
il
problema
della
"
libertà
"
è
uno
solo
.
La
parola
libertà
,
come
tutte
le
altre
parole
del
nostro
linguaggio
,
è
stata
creata
dagli
uomini
per
il
loro
uso
e
consumo
.
Essa
è
fatta
per
essere
riempita
di
buona
e
solida
sostanza
,
tolta
al
mondo
nel
quale
viviamo
e
a
conoscere
il
quale
si
affaticano
le
nostre
intelligenze
;
non
per
essere
vuotata
pneumaticamente
di
ogni
contenuto
sensibile
e
respirabile
e
poi
conservata
e
ammirata
con
superstiziosa
venerazione
,
come
se
ancor
contenesse
qualche
essenza
preziosa
.
Le
parole
nostre
tutte
hanno
un
senso
determinato
(
o
determinabile
)
ed
umano
,
né
ci
è
lecito
,
per
capriccio
,
dar
loro
un
preteso
senso
trascendentale
che
-
per
il
fatto
che
siamo
noi
stessi
uomini
-
non
potrebbe
essere
se
non
un
vero
e
proprio
non
senso
.
Di
tali
non
sensi
,
prodotti
da
parole
che
restano
campate
in
aria
dopo
che
loro
fu
tolto
ogni
valore
assegnabile
,
ve
ne
sono
stati
nella
storia
del
pensiero
assai
più
di
quanto
non
parrebbe
possibile
a
prima
vista
.
È
compito
dello
scienziato
e
del
filosofo
lo
scoprirli
appena
si
formano
e
toglierli
di
mezzo
,
e
questo
suo
lavoro
è
tutt
'
altro
che
privo
di
importanza
,
vista
la
facilità
che
hanno
gli
uomini
a
cadere
nelle
forme
più
svariate
di
psittacismo
.
Ma
quello
che
giova
notare
,
è
che
la
negazione
di
"
concetti
"
consimili
,
nulli
ab
initio
,
per
così
dire
,
per
la
presenza
di
elementi
contraddittori
,
non
è
da
confondersi
affatto
coll
'
affermazione
dell
'
inapplicabilità
dei
concetti
veri
a
determinati
oggetti
o
alla
realtà
in
genere
:
tale
negazione
non
è
che
la
constatazione
,
rispetto
ai
primi
,
della
loro
intima
ed
essenziale
nullità
.
Il
loro
annientamento
non
lascia
quindi
alcun
vacuum
nel
mondo
del
pensiero
,
alcuna
limitazione
di
esso
,
che
possa
dare
adito
a
scetticismo
di
sorta
;
la
loro
forma
è
già
subito
riempita
efficacemente
,
né
alcuna
soluzione
di
continuità
resta
a
segnare
il
luogo
ove
essi
già
furono
.
Risulta
così
illegittimo
ogni
dubbio
sulla
nostra
libertà
non
meno
che
sulla
esistenza
o
realtà
in
genere
delle
cose
.
Come
,
quando
ho
debitamente
constatato
,
con
tutti
i
mezzi
di
prova
che
come
uomo
ho
a
mia
disposizione
,
la
presenza
di
un
oggetto
,
la
mia
credenza
nell
'
esistenza
di
esso
ha
ogni
grado
immaginabile
e
desiderabile
di
certezza
,
né
v
'
è
luogo
a
dubbio
ulteriore
-
tutte
le
conseguenze
teoriche
e
pratiche
che
decorrono
da
tale
credenza
sono
d
'
ora
innanzi
legittime
;
-
così
,
quando
ho
constatato
di
trovarmi
nella
condizione
di
poter
scegliere
a
mia
volontà
fra
più
azioni
possibili
,
non
mi
è
lecito
dubbio
alcuno
sulla
libertà
mia
.
Concludendo
dunque
il
dilemma
che
il
più
delle
volte
si
crede
posto
dalla
"
questione
del
libero
arbitrio
"
-
quello
cioè
fra
la
credenza
nell
'
assoluta
imprevedibilità
degli
atti
volontari
,
e
l
'
accettazione
di
un
fatalismo
deprimente
e
distruttore
di
ogni
morale
responsabilità
,
-
è
un
falso
dilemma
.
L
'
analisi
logica
della
questione
ci
ha
condotto
a
ravvisarvi
due
problemi
distinti
,
suscettibili
ciascuno
di
soluzioni
opposte
,
ma
indipendenti
fra
loro
.
Da
una
parte
,
la
questione
se
le
nostre
azioni
dipendano
dalla
nostra
volontà
;
o
meglio
-
poiché
è
evidente
che
ve
ne
sono
alcune
che
ne
dipendono
-
quali
sono
le
azioni
che
ne
dipendono
;
fino
a
che
punto
cioè
siamo
liberi
,
e
pertanto
responsabili
.
Rientrano
in
tale
questione
tutti
quegli
studi
sulla
psicologia
e
la
patologia
della
volontà
che
sono
di
tanta
utilità
così
al
sociologo
,
come
al
moralista
e
al
giurista
.
Dall
'
altra
parte
,
la
questione
più
"
elevata
"
forse
,
ma
certo
praticamente
meno
importante
,
e
ad
ogni
modo
irrilevante
per
l
'
altra
,
se
alle
nostre
azioni
sia
o
no
applicabile
il
principio
di
causalità
.
Chi
tale
applicabilità
nega
,
intende
asserire
che
i
fenomeni
della
nostra
mente
,
che
sono
gli
antecedenti
dell
'
azione
volontaria
,
posseggono
una
fondamentale
ed
irrimediabile
irregolarità
:
che
cioè
una
previsione
sicura
dei
loro
effetti
,
come
non
si
ha
ora
,
non
si
potrà
mai
avere
.
Essi
pretendono
in
altre
parole
segnare
sin
d
'
ora
un
limite
insuperabile
alla
psicologia
della
volontà
.
Quale
delle
due
opinioni
contrarie
sia
la
vera
è
cosa
assai
ardua
a
decidersi
allo
stato
presente
delle
nostre
cognizioni
.
Certo
si
è
che
col
progredire
della
scienza
si
vanno
scoprendo
di
continuo
nuovi
casi
di
uniformità
e
regolarità
fra
i
fenomeni
,
e
non
sfuggono
a
questa
sorte
i
fenomeni
psichici
,
per
quanto
in
modo
meno
spiccato
degli
altri
.
Molta
della
contingenza
Aristotelica
o
Tomistica
si
è
ormai
dileguata
ai
nostri
occhi
;
e
la
materia
,
che
per
Aristotile
rappresentava
il
principio
della
irregolarità
,
oggi
,
mutato
significato
,
è
venuta
ad
apparirci
come
la
sede
delle
leggi
più
fisse
e
sicure
che
signoreggiano
l
'
Universo
,
-
le
meccaniche
,
le
fisiche
e
chimiche
.
Fin
qui
,
la
natura
si
è
mostrata
abbastanza
docile
ai
nostri
desideri
:
i
fatti
suoi
si
sono
lasciati
a
poco
a
poco
ridurre
in
leggi
,
plasmare
ad
una
forma
più
razionale
di
quella
che
ci
vien
presentata
dal
crudo
ordine
dell
'
esperienza
;
ed
è
ciò
che
ha
permesso
all
'
uomo
di
tanto
estendere
il
suo
potere
sulle
forze
naturali
,
che
ha
prodotto
le
meraviglie
del
vapore
e
dell
'
elettricità
,
dell
'
industria
,
dell
'
igiene
e
della
terapia
moderne
.
Ma
"
fino
a
che
punto
,
per
dirla
con
un
acuto
pensatore
americano
,
la
natura
si
mostrerà
così
plastica
nell
'
avvenire
,
nessuno
può
dire
.
Il
nostro
solo
mezzo
di
saper
ciò
è
di
metterla
alla
prova
"
.
Intanto
a
questa
lotta
dell
'
uomo
contro
l
'
oscura
potenza
del
caso
e
del
disordine
possiamo
assistere
con
una
certa
serena
tranquillità
,
sicuri
che
,
qualunque
ne
sia
l
'
esito
,
esso
non
potrà
essere
fatale
ad
alcuno
dei
supremi
postulati
della
nostra
vita
morale
.
Se
fosse
vero
che
dall
'
esito
di
questa
lotta
dipende
per
noi
la
possibilità
di
applicare
il
concetto
di
responsabilità
,
ogni
progresso
della
fisiologia
e
della
psicologia
dovrebbe
segnare
una
restrizione
della
sfera
della
morale
.
Ogni
motivo
per
agire
dovrebbe
costituire
un
'
attenuante
dell
'
azione
commessa
.
Fortunatamente
,
non
è
dell
'
assenza
di
motivi
e
di
cause
che
il
diritto
e
la
morale
hanno
bisogno
:
la
loro
base
in
tal
caso
sarebbe
davvero
troppo
malsicura
e
ristretta
.
Essi
hanno
soltanto
bisogno
che
l
'
atto
sia
l
'
emanazione
del
carattere
e
della
personalità
cosciente
dell
'
individuo
che
valuta
i
motivi
,
in
altre
parole
della
sua
ragione
.
La
suscettibilità
al
motivo
,
l
'
attitudine
cioè
ad
agire
in
modo
diverso
a
seconda
della
previsione
delle
conseguenze
dei
nostri
atti
,
ben
lungi
dall
'
essere
un
argomento
contro
la
libertà
e
la
responsabilità
,
è
piuttosto
la
prova
di
essa
.
Nella
vita
,
le
persone
di
maggior
volontà
non
sono
quelle
che
persistono
in
un
modo
d
'
agire
,
sordi
ad
ogni
voce
in
contrario
,
ma
quelli
che
meglio
si
lasciano
convincere
dalla
bontà
degli
argomenti
;
non
i
più
impulsivi
,
ma
i
più
riflessivi
nell
'
azione
:
non
quelli
che
seguono
la
randagia
associazione
delle
idee
,
ma
le
regole
della
logica
.
Per
meglio
chiarire
tutto
ciò
,
non
sarà
male
il
far
parola
dei
caratteri
distintivi
dell
'
atto
volontario
,
e
della
natura
dei
fatti
implicati
in
esso
.
Ne
derivano
infatti
conseguenze
per
la
morale
ed
il
diritto
che
meritano
forse
di
essere
segnalate
.
LA
VOLONTÀ
.
-
Che
cos
'
è
un
atto
volontario
?
E
perché
l
'
atto
volontario
solo
è
atto
responsabile
?
"
Atto
volontario
,
dice
Aristotile
,
sembra
esser
l
'
atto
il
cui
principio
è
nell
'
agente
stesso
,
che
sa
in
particolare
tutte
le
condizioni
che
l
'
atto
suo
coinvolge
"
.
"
La
parola
volontario
designa
,
propriamente
parlando
,
ciò
che
noi
facciamo
senza
esservi
costretti
da
una
necessità
qualsiasi
.
Involontarie
sono
quelle
cose
che
noi
facciamo
per
forza
maggiore
o
per
ignoranza
"
.
"
Una
cosa
fatta
per
forza
maggiore
è
quella
la
cui
causa
è
esteriore
,
e
di
tal
natura
che
l
'
essere
che
agisce
e
che
soffre
non
contribuisca
in
nulla
a
questa
causa
:
per
esempio
,
quando
siamo
trascinati
da
un
vento
irresistibile
,
o
da
gente
che
si
è
impadronita
della
nostra
persona
"
.
Tali
definizioni
d
'
Aristotile
,
quantunque
non
si
discostino
dall
'
uso
volgare
delle
parole
,
ed
esprimano
ciò
a
cui
tutti
siamo
disposti
a
consentire
,
hanno
forse
bisogno
di
esser
completate
.
Molti
movimenti
del
nostro
corpo
sembrano
aver
il
loro
principio
in
"
noi
"
senza
per
questo
meritare
il
nome
di
volontari
,
nel
senso
più
ristretto
secondo
il
quale
ci
reputiamo
responsabili
per
averli
commessi
.
La
nostra
vita
psichica
reagisce
continuamente
sulla
nostra
vita
fisica
e
fisiologica
;
essa
produce
in
noi
i
movimenti
riflessi
ed
istintivi
,
tutto
quel
complesso
di
reazioni
svariate
che
costituiscono
le
emozioni
,
eppure
questi
fatti
rientrano
in
una
categoria
ch
'
è
di
somma
importanza
il
poter
distinguere
da
quella
degli
atti
propriamente
volontari
.
Di
certi
impulsi
,
di
certi
atti
che
hanno
la
loro
sorgente
nell
'
oscuro
meccanismo
della
nostra
vita
reflessa
e
istintiva
noi
non
sogliamo
ritenerci
responsabili
se
non
nella
misura
in
cui
potevamo
impedirli
:
cosicché
la
responsabilità
,
degradando
poco
a
poco
,
svanisce
addirittura
quando
tali
impulsi
superino
un
certo
grado
di
intensità
,
che
li
rende
"
irresistibili
"
.
Come
ed
in
che
senso
le
passioni
,
che
pur
costituiscono
tanta
parte
della
nostra
individualità
,
possono
rappresentare
una
limitazione
alla
volontà
,
ponendosi
di
fronte
a
questa
come
potenze
a
lei
avverse
?
Lo
stesso
Aristotile
sembra
imbarazzato
a
rispondere
a
questa
domanda
:
"
Così
,
egli
scrive
,
non
si
possono
a
buon
dritto
chiamare
involontari
gli
atti
che
ci
fanno
commettere
la
collera
e
il
desiderio
.
Una
prima
ragione
si
è
che
,
ciò
ammesso
,
ne
verrebbe
di
conseguenza
che
nessun
essere
all
'
infuori
dell
'
uomo
,
agirebbe
volontariamente
,
neppure
i
bambini
.
Possiamo
dire
che
noi
non
facciamo
niente
di
nostra
piena
e
libera
volontà
,
nelle
cose
della
collera
e
del
desiderio
?
Oppur
dobbiamo
far
qui
una
distinzione
,
ed
ammettere
che
noi
facciamo
il
bene
volontariamente
e
il
male
involontariamente
?
ma
non
sarebbe
ridicolo
di
ammettere
una
distinzione
simile
,
dal
momento
che
non
vi
è
che
un
solo
e
medesimo
agente
che
cagiona
tutti
questi
atti
?
"
.
Gli
è
che
tali
impulsi
,
istinti
e
passioni
sono
bensì
fra
i
coefficienti
della
volontà
,
fra
gli
elementi
che
combinandosi
dànno
origine
al
fatto
complesso
della
volizione
,
e
senza
i
quali
anche
quegli
atti
che
posseggono
nel
grado
più
eminente
il
carattere
della
volontarietà
sarebbero
inintelligibili
.
-
Ma
i
movimenti
che
questi
impulsi
producono
possono
considerarsi
come
volontari
o
no
a
seconda
del
contenuto
intellettuale
,
per
così
dire
,
della
nostra
mente
al
momento
in
cui
si
eseguiscono
e
che
su
di
essi
infierisce
.
Mentre
infatti
fra
gli
scienziati
e
i
filosofi
non
manca
chi
consideri
tutta
quanta
la
nostra
vita
impulsiva
ed
attiva
,
impulsi
e
stati
sentimentali
come
manifestazioni
della
volontà
(
Schopenhauer
)
,
il
linguaggio
ordinario
sembra
riserbare
la
designazione
di
volontari
a
quelli
fra
gli
impulsi
che
siano
preceduti
o
accompagnati
da
una
chiara
e
lucida
coscienza
dell
'
atto
che
sta
per
seguire
,
con
una
visione
più
o
meno
netta
,
più
o
meno
penetrante
,
delle
sue
conseguenze
.
Questa
coscienza
è
quella
che
permette
ad
altri
impulsi
,
atti
a
controbilanciare
il
primo
,
di
sorgere
:
che
permette
,
cioè
,
il
fatto
dell
'
inibizione
,
senza
la
possibilità
della
quale
non
vi
è
atto
propriamente
volontario
.
Fermiamoci
un
momento
a
considerare
che
cos
'
è
implicato
da
ciò
.
Non
è
raro
di
trovare
scrittori
che
definiscono
gli
atti
volontari
come
quelli
a
determinare
i
quali
contribuiscono
le
nostre
idee
,
le
nostre
rappresentazioni
.
Un
tal
modo
di
esprimersi
non
è
tuttavia
del
tutto
esatto
.
-
Per
adoprare
una
frase
cara
ad
alcuni
deterministi
,
non
è
vero
che
"
ogni
determinismo
interno
rappresenti
una
determinazione
volontaria
"
.
Le
nostre
idee
e
rappresentazioni
possono
produrre
numerose
reazioni
che
pur
non
sono
volontarie
.
Se
,
per
esempio
,
estendo
il
dito
indice
della
mia
mano
,
e
ad
occhi
chiusi
mi
sforzo
di
rappresentarmi
,
più
vivacemente
che
sia
possibile
,
di
tenere
un
revolver
in
mano
e
di
premere
il
grilletto
,
mi
avverrà
certamente
di
sentire
il
mio
dito
a
tremare
per
la
tendenza
a
contrarsi
;
e
,
se
fosse
connesso
con
un
apparecchio
registratore
,
esso
certamente
tradirebbe
il
suo
stato
di
tensione
col
segnare
movimenti
incipienti
.
Questi
non
avvengono
perché
io
so
di
non
avere
in
mano
la
rivoltella
,
e
quindi
io
inibisco
la
tendenza
iniziale
.
Ma
quei
movimenti
incipienti
tengono
dietro
ad
una
rappresentazione
mia
,
e
pur
non
sono
volontari
,
anzi
si
compiono
contro
la
volontà
mia
.
Altro
esempio
sono
tutti
i
movimenti
"
incoscienti
"
che
si
compiono
quando
alcuno
di
noi
è
internamente
assorto
nella
meditazione
o
nella
fantasticheria
(
rêverie
)
,
come
il
parlar
da
soli
accompagnandosi
col
gesto
:
e
tanti
altri
.
Per
spiegare
la
produzione
dell
'
azione
volontaria
bisogna
dunque
specificare
maggiormente
e
ricorrere
a
fatti
di
natura
più
particolare
.
-
Esiste
una
categoria
di
fatti
psichici
che
è
opportuno
classificare
a
parte
dalle
semplici
"
rappresentazioni
"
,
o
"
idee
"
,
e
sono
le
nostre
credenze
,
i
giudizi
che
formuliamo
sulle
cose
.
Ora
è
di
somma
importanza
notare
che
è
solo
a
quegli
atti
su
cui
hanno
influito
vere
e
proprie
credenze
nostre
,
che
diamo
il
nome
di
volontari
.
-
Se
prima
io
non
ho
premuto
il
grilletto
,
è
perché
ben
sapevo
che
il
grilletto
non
esisteva
che
nella
mia
immaginazione
.
Il
premere
un
grilletto
immaginario
è
cosa
assurda
,
e
perciò
non
ho
voluto
far
ciò
.
-
Così
è
:
altra
cosa
è
rappresentarsi
un
albero
,
altra
cosa
il
credere
nella
sua
esistenza
,
il
giudicare
:
l
'
albero
è
.
Ogni
giudizio
presuppone
l
'
esistenza
di
rappresentazioni
,
ma
queste
sono
distinte
da
quello
e
possono
anche
esistere
senza
di
esso
.
Nello
stato
anteriore
alla
determinazione
volontaria
,
lo
stato
di
deliberazione
,
ciò
che
si
svolge
nella
nostra
mente
non
è
il
conflitto
di
semplici
idee
contraddittorie
,
richiamantisi
l
'
una
l
'
altra
secondo
le
leggi
dell
'
associazione
per
contiguità
o
per
similarità
:
ma
quello
fra
più
giudizi
sull
'
atto
che
si
compie
o
sta
per
compiersi
,
e
le
sue
conseguenze
certe
o
probabili
.
-
Perché
vi
sia
atto
volontario
,
occorre
che
tali
giudizi
figurino
fra
le
cause
dell
'
atto
stesso
:
ch
'
essi
cioè
abbiano
la
facoltà
di
sospenderne
o
di
modificarne
la
produzione
.
Se
ben
si
considera
,
è
proprio
questo
il
criterio
differenziale
fra
le
azioni
volontarie
e
le
involontarie
.
-
Se
io
sto
per
prendere
una
grave
determinazione
,
per
esempio
,
quella
di
commettere
il
suicidio
gettandomi
dalla
finestra
,
fino
ad
un
certo
momento
,
ogni
considerazione
nuova
sopravveniente
ha
la
capacità
di
sospendere
l
'
esecuzione
dell
'
atto
:
il
dolore
che
proveranno
i
congiunti
e
gli
amici
,
la
condizione
in
cui
rimarranno
gli
altri
componenti
la
famiglia
,
la
possibilità
di
porre
rimedio
alle
cause
della
mia
disperazione
,
l
'
irrevocabilità
dell
'
atto
,
o
semplicemente
il
male
fisico
della
caduta
sono
considerazioni
che
possono
,
anche
quando
ho
già
scavalcata
la
ringhiera
,
indurmi
a
non
condurre
a
termine
l
'
azione
incominciata
.
Perciò
io
dico
che
tale
azione
dipende
dalla
mia
volontà
.
Ma
da
un
certo
momento
in
poi
:
da
quando
il
punto
di
appoggio
è
perduto
e
l
'
individuo
si
è
abbandonato
,
ogni
ulteriore
considerazione
è
inutile
:
se
ad
un
certo
punto
della
discesa
l
'
individuo
è
colto
dal
pensiero
ch
'
egli
si
sfracellerà
immancabilmente
le
ossa
sul
marciapiede
,
ciò
non
gli
impedirà
di
seguitare
a
cadere
secondo
la
legge
inesorabile
della
gravità
:
l
'
atto
non
dipende
più
dal
suo
volere
.
Lo
stesso
avviene
quando
spesso
la
nostra
volontà
si
trova
in
lotta
con
le
leggi
del
nostro
organismo
.
Vi
sono
certi
movimenti
che
si
possono
bensì
non
cominciare
,
ma
che
una
volta
cominciati
non
si
possono
interrompere
.
In
altri
l
'
impulso
ad
eseguirle
cresce
colla
ripetizione
degli
atti
:
ad
un
certo
momento
della
vita
esso
diventa
realmente
irresistibile
.
In
altri
ancora
l
'
atto
è
irresistibile
sin
da
principio
quando
l
'
agente
si
trovi
in
determinate
condizioni
;
a
lui
non
è
possibile
che
evitare
le
condizioni
stesse
.
È
così
che
nascono
,
com
'
è
noto
,
la
maggior
parte
dei
vizi
di
cui
l
'
uomo
si
fa
poi
schiavo
;
è
su
ciò
che
è
fondata
la
massima
pedagogica
:
principiis
obsta
.
Tutto
ciò
rientra
nella
questione
dei
limiti
della
volontà
,
lo
studio
della
quale
è
d
'
importanza
capitale
per
il
pedagogo
,
il
moralista
,
il
sociologo
,
il
giurista
.
Nella
natura
infatti
i
fenomeni
che
godono
di
questa
singolare
proprietà
,
per
noi
oltremodo
preziosa
,
di
poter
esser
modificati
dalle
nostre
credenze
e
dai
nostri
giudizi
,
dalle
considerazioni
cioè
che
facciamo
sul
loro
modo
di
svolgersi
,
sono
in
numero
relativamente
ristretto
.
Degli
altri
noi
siamo
spettatori
,
ma
non
motori
.
Le
loro
successioni
e
le
loro
coesistenze
,
i
loro
divorzi
e
i
loro
connubi
sono
stabiliti
da
vincoli
così
tenaci
che
possiamo
bensì
conoscerli
,
ma
non
possiamo
infrangerli
.
Conosciuti
,
tali
vincoli
fra
i
fenomeni
saranno
gli
elementi
della
nostra
concezione
scientifica
dell
'
Universo
,
la
base
sempre
più
larga
,
sulla
quale
si
erigerà
quella
possibilità
di
previsione
delle
conseguenze
degli
atti
nostri
,
che
è
atta
a
renderci
sempre
più
potenti
nella
nostra
relativa
impotenza
di
fronte
all
'
immensa
natura
.
Ma
la
nostra
influenza
su
di
essi
non
sarà
che
indiretta
:
se
vogliamo
renderci
propizie
le
loro
forze
,
se
vogliamo
piegarle
ai
nostri
fini
,
non
possiamo
farlo
se
non
per
mezzo
di
quella
parte
della
realtà
,
che
realmente
si
mostra
obbediente
al
semplice
fiat
nostro
.
Che
una
parte
siffatta
della
realtà
esista
,
è
indubitabile
:
tutti
coloro
che
hanno
come
noi
identificato
la
libertà
colla
volontarietà
delle
azioni
,
hanno
considerato
la
libertà
come
un
fatto
evidente
.
Hanno
avuto
torto
però
alcuni
di
essi
di
considerare
questo
fatto
come
un
attestato
diretto
della
coscienza
.
Ciò
che
ci
dice
che
un
dato
atto
,
un
dato
movimento
terrà
dietro
ad
una
determinata
nostra
credenza
,
è
,
non
meno
che
per
quelli
che
tengono
dietro
direttamente
agli
stimoli
"
esteriori
"
,
l
'
esperienza
.
Desidero
che
domani
piova
,
e
la
pioggia
non
cade
per
questo
:
stimo
invece
opportuno
che
il
mio
braccio
si
muova
per
prendere
quell
'
oggetto
,
che
la
mia
bocca
articoli
certi
suoni
,
che
la
mia
penna
scriva
le
presenti
parole
,
ed
ecco
!
la
cosa
è
fatta
.
Nel
formulare
il
mio
desiderio
,
io
ben
sapevo
che
esso
si
sarebbe
realizzato
nel
primo
caso
,
che
non
si
sarebbe
realizzato
nel
secondo
.
Onde
io
dal
semplice
esame
del
mio
stato
d
'
animo
posso
dire
a
priori
se
esso
sarà
efficace
o
no
a
diventare
,
secondo
l
'
espressione
del
Kant
,
la
causa
dell
'
esistenza
del
proprio
oggetto
;
se
quindi
,
io
potrò
formularlo
nella
forma
risoluta
:
"
io
voglio
"
,
o
dovrò
limitarmi
a
quella
più
mite
e
modesta
:
"
io
desidero
"
,
o
"
io
spero
.
"
-
Ma
ciò
non
è
che
un
prodotto
delle
ripetute
esperienze
fatte
,
per
mezzo
delle
quali
ho
potuto
constatare
"
quali
movimenti
tengano
dietro
a
quali
pensieri
.
"
Tanto
è
vero
che
nel
caso
di
paralisi
il
rapporto
di
successione
normale
è
rotto
,
l
'
esperienza
deve
rifarsi
da
capo
:
in
un
paralitico
di
data
recente
,
vi
hanno
tutti
gli
antecedenti
dell
'
azione
volontaria
,
compresa
la
certezza
che
l
'
azione
seguirà
-
ma
l
'
azione
invece
questa
volta
non
si
produce
:
il
braccio
non
si
alza
,
le
labbra
non
si
muovono
ad
articolare
il
suono
,
le
gambe
si
rifiutano
al
comando
che
vien
loro
impartito
col
consueto
vigore
.
È
questo
uno
stato
di
cose
a
cui
presto
tien
dietro
la
convinzione
della
propria
impotenza
;
sparisce
il
vero
e
proprio
carattere
di
volizione
,
e
subentra
il
semplice
desiderio
,
distinto
dalla
volontà
vera
e
propria
in
quanto
per
questa
è
necessaria
la
previsione
dell
'
atto
.
-
Un
essere
adunque
che
non
avesse
avuto
esperienza
anteriore
non
potrebbe
,
nel
senso
proprio
della
parola
,
volere
.
Tutte
le
reazioni
sue
agli
stimoli
di
ogni
sorta
sarebbero
di
natura
inaspettata
per
lui
.
"
I
movimenti
volontari
,
scrive
il
James
,
debbono
essere
funzioni
secondarie
,
non
primitive
,
del
nostro
organismo
.
È
questo
il
primo
punto
che
deve
essere
capito
nella
psicologia
della
volontà
.
I
movimenti
reflessi
,
istintivi
,
emozionali
sono
tutti
fatti
primarii
:
i
centri
nervosi
sono
organizzati
in
modo
che
certi
stimoli
fanno
scattare
certe
parti
esplosive
;
e
la
creatura
che
assiste
per
la
prima
volta
ad
una
di
tali
esplosioni
,
fa
una
esperienza
nuova
.
Un
giorno
assistevo
insieme
ad
un
bambino
all
'
arrivo
rumoroso
di
un
treno
diretto
nella
stazione
.
Il
bambino
che
si
trovava
assai
vicino
ad
una
piattaforma
si
scosse
e
si
mise
a
piangere
,
divenne
pallido
col
respiro
affannoso
,
e
gridando
corse
a
me
a
nascondersi
il
viso
.
Sono
convinto
che
quel
piccolo
essere
non
era
meno
maravigliato
per
il
proprio
contegno
che
per
l
'
arrivo
del
treno
,
e
certo
più
di
quanto
fossi
io
,
che
assistevo
alla
scena
.
Naturalmente
,
se
una
tale
reazione
si
ripetesse
spesso
,
sapremmo
presto
che
cosa
ci
dobbiamo
aspettare
da
noi
stessi
,
e
potremmo
prevedere
la
nostra
condotta
,
pur
rimanendo
questa
involontaria
ed
incontrollabile
come
prima
.
Ma
se
,
nell
'
azione
volontaria
propriamente
detta
,
l
'
azione
volontaria
deve
essere
preveduta
,
ne
consegue
che
nessuna
creatura
che
non
abbia
un
potere
divinatorio
potrà
mai
eseguire
per
la
prima
volta
un
atto
volontario
.
Ora
noi
non
siamo
forniti
di
un
potere
di
visione
profetica
dei
movimenti
che
possiamo
fare
,
più
che
delle
sensazioni
che
possiamo
avere
.
Come
dobbiamo
aspettare
che
le
sensazioni
ci
si
presentino
,
così
dobbiamo
aspettare
che
i
nostri
movimenti
si
siano
compiuti
involontariamente
,
prima
di
formarci
l
'
idea
di
ciò
che
sono
l
'
uno
o
l
'
altro
di
questi
due
processi
.
Noi
impariamo
per
la
via
della
esperienza
tutte
le
possibilità
che
possediamo
:
quando
un
movimento
particolare
avvenuto
una
volta
in
modo
casuale
,
reflesso
e
involontario
ha
lasciato
una
traccia
di
sé
nella
nostra
memoria
,
il
movimento
può
essere
di
nuovo
desiderato
,
può
essere
proposto
come
fine
,
può
essere
deliberatamente
voluto
.
Ma
è
impossibile
vedere
in
qual
modo
avrebbe
potuto
essere
voluto
altrimenti
.
Una
provvista
di
idee
dei
vari
movimenti
possibili
,
formatasi
nella
memoria
,
per
l
'
esperienza
fatta
compiendoli
involontariamente
,
è
pertanto
il
primo
requisito
della
vita
volontaria
"
.
Vediamo
dunque
come
le
azioni
reflesse
ed
istintive
,
che
alcuni
sogliono
contrapporre
alla
volontà
come
qualchecosa
di
irreducibilmente
diverso
,
siano
invece
il
materiale
onde
la
volontà
si
vale
e
senza
il
quale
sarebbe
impossibile
comprendere
i
suoi
movimenti
.
Inoltre
,
ben
lungi
dal
rappresentare
antiche
azioni
volontarie
rese
incoscienti
,
o
subcoscienti
,
dalla
lunga
ripetizione
,
esse
sono
qualchecosa
di
anteriore
alla
volontà
,
qualchecosa
che
può
bensì
esservi
senza
che
esista
una
vera
e
propria
volontà
,
ma
senza
di
cui
una
volontà
qualsiasi
è
inintelligibile
.
Se
ora
forse
molte
delle
nostre
reazioni
istintive
sono
azioni
volontarie
diventate
automatiche
,
ciò
vuol
dire
che
prima
ancora
vi
dovevano
essere
altre
azioni
automatiche
,
se
anche
diverse
dalle
attuali
.
La
volontà
presuppone
quella
che
il
Bain
chiama
attività
spontanea
del
sistema
nervoso
,
per
la
quale
a
certi
determinati
stimoli
,
esteriori
od
interiori
,
rispondono
determinate
reazioni
.
"
Si
può
paragonare
il
sistema
nervoso
a
un
organo
i
cui
mantici
sono
costantemente
tesi
e
pronti
a
scaricarsi
in
tutti
i
sensi
a
seconda
dei
tasti
che
preme
l
'
organista
.
Lo
stimolo
delle
nostre
sensazioni
e
dei
nostri
sentimenti
(
feelings
)
non
dà
la
forza
interna
,
ma
determina
il
punto
ove
si
produrrà
la
scarica
e
come
essa
si
produrrà
.
Questa
attività
diremo
così
automatica
del
nostro
sistema
nervoso
è
la
base
di
tutta
quanta
la
nostra
vita
emozionale
,
sentimentale
,
affettiva
.
La
vista
di
certi
oggetti
,
di
certi
aggruppamenti
di
linee
e
di
colori
,
il
contatto
di
certi
corpi
,
l
'
audizione
di
certi
suoni
,
ogni
sensazione
insomma
fa
nascere
nel
nostro
organismo
certe
reazioni
determinate
,
piacevoli
o
dolorose
,
certe
preferenze
o
repulsioni
,
certi
impulsi
ad
agire
,
che
non
possono
altrimenti
chiamarsi
se
non
istintivi
.
E
nella
vita
istintiva
hanno
la
loro
radice
,
più
o
meno
direttamente
,
tutti
i
nostri
sentimenti
,
dai
più
elementari
e
volgari
,
ai
più
complessi
,
elevati
e
raffinati
.
-
La
vita
istintiva
fornisce
alla
volontà
,
oltreché
,
come
abbiamo
visto
,
i
suoi
materiali
,
anche
ogni
fine
,
ogni
ragione
in
vista
della
quale
essa
si
determina
.
I
grandi
fini
,
ai
quali
si
vogliono
talora
ricondurre
tutti
gli
altri
subordinati
:
la
nostra
conservazione
,
la
conservazione
della
specie
,
la
felicità
o
il
piacere
;
quelle
tendenze
che
possono
orientare
tutta
quanta
la
vita
di
un
uomo
,
l
'
amore
,
il
sentimento
familiare
o
patriottico
,
la
bramosia
di
sapere
,
la
passione
artistica
,
l
'
aspirazione
umanitaria
,
che
cosa
sono
in
ultima
analisi
,
se
non
grandi
istinti
,
più
degli
altri
"
fondamentali
"
?
E
nel
dire
ch
'
essi
sono
istinti
,
noi
non
intendiamo
affatto
deprezzarli
.
Il
fatto
che
un
istinto
,
una
nostra
tendenza
è
"
cieca
"
,
che
è
impossibile
"
giustificarla
"
con
una
"
ragione
"
qualsiasi
non
dice
nulla
infatti
sulla
opportunità
o
meno
per
gli
uomini
di
seguirla
;
imperocché
ciò
è
vero
di
tutte
le
nostre
maggiori
tendenze
.
Una
nostra
tendenza
,
una
nostra
preferenza
,
non
può
giustificarsi
se
non
mediante
un
'
altra
tendenza
,
un
'
altra
preferenza
;
onde
è
forza
pur
far
capo
ad
una
tendenza
,
ad
una
preferenza
che
non
ha
bisogno
di
essere
ulteriormente
giustificata
,
ad
un
qualche
cosa
cioè
,
la
cui
preferibilità
ci
sembri
perfettamente
ovvia
e
naturale
.
Ogni
sentimento
,
nel
fatto
,
basta
a
sé
stesso
;
e
alla
domanda
di
un
perché
non
si
può
rispondere
,
nella
massima
parte
dei
casi
,
se
non
:
perché
è
così
.
La
ragazza
piace
al
suo
innamorato
non
per
alcun
fine
indiretto
o
remoto
,
ma
semplicemente
perché
gli
piace
:
s
'
egli
la
sposa
,
anche
per
altri
motivi
per
la
sua
posizione
sociale
o
i
suoi
danari
,
s
'
egli
ciò
facendo
crede
di
servire
la
patria
,
o
,
avendo
una
vena
filosofica
,
è
convinto
di
servire
all
'
alto
fine
della
conservazione
della
razza
,
tutti
questi
sentimenti
sono
elementi
estranei
all
'
amore
,
che
possono
bensì
rinforzarlo
e
magari
sostituirlo
,
ma
che
non
possono
essere
,
agli
occhi
dell
'
innamorato
,
la
giustificazione
della
propria
passione
.
Il
bisogno
di
giustificare
ai
propri
occhi
un
sentimento
è
già
una
prova
ch
'
esso
incomincia
a
vacillare
.
Presso
l
'
uomo
non
meno
che
presso
gli
animali
esiste
un
certo
numero
di
tendenze
che
non
hanno
altra
giustificazione
all
'
infuori
della
propria
esistenza
.
Nel
gatto
la
vista
del
topo
fuggente
,
nella
gallina
la
vista
delle
uova
,
nel
cane
l
'
odore
di
un
buon
boccone
provocano
l
'
impulso
ad
una
serie
di
atti
,
il
fine
dei
quali
può
benissimo
essere
conosciuto
dall
'
animale
in
questione
,
ma
che
si
compierebbero
egualmente
anche
ove
tale
conoscenza
mancasse
.
La
gallina
che
ha
già
covato
e
veduti
i
pulcini
,
il
gatto
ed
il
cane
che
sanno
ormai
per
esperienza
qual
complesso
di
raffinate
sensazioni
rappresentino
il
topo
acchiappato
e
il
boccone
furato
,
alla
vista
degli
oggetti
stessi
non
provano
più
quel
semplice
e
cieco
impulso
ad
agire
della
prima
volta
:
prima
ancora
di
essersi
mossi
è
sorta
in
loro
la
rappresentazione
(
previsione
)
degli
effetti
dei
loro
movimenti
,
e
questi
effetti
possono
presentarsi
come
desiderabili
alla
loro
volta
,
cioè
rinforzare
l
'
impulso
primitivo
,
oppure
come
dolorosi
,
e
quindi
neutralizzarlo
.
Nel
caso
del
cane
,
accanto
alla
delizia
del
boccone
può
sorgere
il
ricordo
e
la
previsione
delle
frustate
del
padrone
.
Dal
momento
in
cui
nasce
la
possibilità
che
un
impulso
sia
frenato
dalla
previsione
di
conseguenze
ulteriori
,
l
'
azione
comincia
a
meritarsi
il
nome
di
volontaria
.
Intanto
l
'
azione
si
compierebbe
egualmente
anche
senza
quella
nozione
delle
conseguenze
desiderabili
dell
'
atto
,
che
costituisce
ciò
che
ìmpropriamente
chiamasi
"
l
'
idea
del
fine
"
.
Per
la
gallina
il
desiderio
di
covare
le
uova
è
altrettanto
finale
quanto
lo
è
per
noi
quello
di
mangiare
quando
abbiamo
fame
.
Le
uova
le
vengono
presentate
,
ed
essa
vi
si
adagia
sopra
,
né
essa
sa
perché
,
se
non
che
la
cosa
l
'
attrae
e
la
seduce
.
Le
uova
sono
per
lei
una
fonte
di
emozioni
,
e
l
'
oggetto
di
un
forte
sentimento
,
le
cui
ragioni
trascendono
di
gran
lunga
le
sue
capacità
intellettuali
,
e
che
per
lei
è
cosa
più
naturale
di
questo
mondo
.
Così
parteciperanno
per
lei
di
questa
tinta
emozionale
,
per
così
dire
,
tutti
quegli
oggetti
ch
'
essa
giungerà
ad
associare
colle
uova
stesse
:
le
uova
saranno
suscettibili
di
diventar
fine
per
una
quantità
di
atti
ad
esse
relativi
,
atti
in
sé
magari
spiacevoli
,
ma
eseguiti
in
vista
del
piacere
dato
dalle
uova
stesse
.
Abbiamo
dunque
veduto
che
cosa
contraddistingua
la
volontà
:
l
'
influenza
sui
nostri
atti
dei
giudizi
che
formuliamo
intorno
agli
atti
stessi
.
Abbiamo
veduto
altresì
come
ciò
presupponga
l
'
esistenza
di
impulsi
,
di
tendenze
,
di
preferenze
per
così
dire
automatiche
del
nostro
organismo
;
i
quali
fatti
costituiscono
una
terza
categoria
di
fenomeni
altrettanto
distinta
dalle
credenze
(
giudizi
)
quanto
queste
lo
sono
dalle
rappresentazioni
.
Essi
sono
la
base
di
ogni
nostra
vita
sentimentale
ed
affettiva
,
sia
essa
di
natura
inferiore
come
la
vegetativa
,
o
superiore
come
quella
estetica
e
morale
.
-
Possiamo
ora
giungere
a
conseguenze
di
qualche
importanza
a
riguardo
del
concetto
di
responsabilità
.
Se
le
azioni
volontarie
sono
solo
quelle
e
tutte
quelle
,
su
cui
influiscono
i
nostri
giudizi
sulle
conseguenze
loro
,
ne
consegue
che
solo
l
'
azione
volontaria
potrà
essere
impedita
dalla
previsione
di
un
male
vicino
o
lontano
che
sia
per
derivarne
a
qualcuno
(
propria
,
persona
,
famiglia
,
amici
,
patria
,
umanità
)
.
Solo
su
di
essa
potrà
agire
il
motivo
,
egoistico
od
altruistico
.
Ora
giova
notare
che
non
è
la
specie
,
la
qualità
di
tale
influenza
che
importa
alla
responsabilità
.
Se
io
,
dopo
aver
accertato
tutte
le
conseguenze
,
sicure
o
probabili
,
dei
miei
atti
;
dopo
aver
veduto
con
perfetta
lucidità
che
agendo
in
una
determinata
guisa
produrrò
un
determinato
danno
alla
tal
persona
o
alla
tal
cosa
la
integrità
della
quale
è
sancita
dal
senso
morale
pubblico
:
pur
nondimeno
persisto
nel
mio
disegno
semplicemente
perché
questa
considerazione
non
mi
fa
alcuna
impressione
e
mi
lascia
freddo
ed
indifferente
,
vale
a
dire
se
persisto
nel
mio
disegno
per
deficienza
d
'
impulso
al
ben
fare
,
io
non
sono
meno
responsabile
per
questo
.
In
altre
parole
,
la
deficienza
sentimentale
non
è
di
per
sé
sola
una
minorante
della
responsabilità
.
È
questo
un
punto
che
merita
di
richiamare
la
nostra
attenzione
poiché
costituisce
,
per
così
dire
,
il
nodo
della
questione
della
responsabilità
.
Il
principio
che
abbiamo
enunciato
è
atto
ad
essere
trascurato
ai
giorni
nostri
,
in
cui
taluni
sembrano
credere
che
il
non
aver
sentito
che
bisognava
agire
in
un
dato
modo
sia
una
scusa
sufficiente
per
non
aver
fatto
il
proprio
dovere
.
Eppure
il
principio
è
irrecusabile
anche
dal
punto
di
vista
deterministico
.
Ciò
che
intendiamo
biasimare
in
un
individuo
è
appunto
questa
mancanza
dei
sentimenti
,
nella
quale
si
rivela
la
sua
personalità
.
Affinché
un
individuo
possa
essere
ritenuto
responsabile
occorre
che
l
'
azione
fosse
in
suo
potere
.
Ma
"
essere
in
suo
potere
"
che
cosa
implica
,
se
non
"
l
'
assenza
di
ogni
ostacolo
insuperabile
eccetto
la
mancanza
di
spinta
al
bene
?
"
È
precisamente
in
questo
caso
che
la
punizione
e
l
'
espressione
della
disapprovazione
morale
sono
anche
utili
per
fornire
la
forza
impulsiva
deficiente
.
La
presenza
di
un
sentimento
malvagio
,
la
mancanza
di
un
sentimento
buono
,
non
alterano
adunque
la
misura
della
responsabilità
di
un
individuo
.
La
preponderanza
di
un
sentimento
qualsiasi
è
sempre
necessaria
all
'
azione
.
Se
quindi
,
per
dichiarare
uno
responsabile
,
bisognasse
constatare
che
i
sentimenti
buoni
e
malvagi
si
controbilanciano
in
lui
;
ne
deriverebbe
la
pratica
inapplicabilità
del
concetto
di
responsabilità
.
Solo
quando
un
sentimento
acquista
tale
un
sopravvento
da
invadere
tutto
quanto
il
campo
della
coscienza
,
togliendole
quella
lucidità
ch
'
è
necessaria
per
agire
volontariamente
:
solo
quando
il
sentimento
degenera
in
passione
,
e
più
che
in
passione
,
in
monomania
,
precludendo
addirittura
la
via
al
sorgere
di
ogni
considerazione
a
sé
contraria
,
dando
così
alle
reazioni
dell
'
individuo
qualche
cosa
della
natura
cieca
e
pressoché
irresistibile
dell
'
azione
riflessa
:
solo
allora
potrà
parlarsi
di
una
diminuzione
di
responsabilità
.
Ma
finché
l
'
organismo
intellettuale
rimane
inalterato
e
rimane
quindi
la
possibilità
che
sorgano
impulsi
contrari
alla
passione
dominante
,
la
responsabilità
persiste
inalterata
.
Qual
'
è
il
punto
in
cui
si
produce
il
tracollo
,
in
cui
la
preponderanza
della
passione
cioè
diviene
irresistibile
?
È
questo
il
problema
pratico
della
responsabilità
,
quello
a
cui
si
trova
di
fronte
il
giudice
e
il
moralista
nei
singoli
casi
concreti
.
Risolverlo
astrattamente
è
cosa
impossibile
.
I
limiti
del
potere
d
'
inibizione
si
spostano
di
continuo
col
crescere
della
civiltà
col
perfezionarsi
della
educazione
.
Vi
è
sempre
un
certo
punto
,
in
cui
la
coscienza
generale
quasi
istintivamente
riconosce
che
,
crescendo
più
oltre
l
'
impulso
,
esso
diviene
tale
che
nessuno
dei
consociati
in
circostanze
determinate
saprebbe
resistergli
.
Si
crea
così
una
certa
norma
,
una
certa
media
intorno
alle
quali
oscillano
i
limiti
della
responsabilità
.
Come
tali
,
esse
sono
necessariamente
imperfette
,
e
necessariamente
creano
talora
nel
loro
conflitto
colla
realtà
delle
cose
,
particolari
ingiustizie
e
crudeltà
come
indebite
indulgenze
.
Ma
ciò
è
inevitabile
,
data
la
origine
sociale
del
concetto
di
responsabilità
.
Solo
potrebbe
essere
un
giudice
infallibile
di
sé
l
'
individuo
stesso
,
ove
fosse
imparziale
,
oppure
una
divinità
omnisciente
.
Strettamente
legata
colla
questione
dei
limiti
della
responsabilità
è
quella
di
stabilire
quali
sono
gli
oggetti
su
cui
la
volontà
estende
il
proprio
potere
.
Non
manca
chi
pretende
restringere
gli
effetti
della
volontà
a
quegli
eventi
che
possono
essere
prodotti
dalle
contrazioni
muscolari
.
Ora
è
certo
che
questi
costituiscono
la
parte
più
ovvia
ed
evidente
della
sfera
della
volontà
.
Ma
una
parte
non
meno
importante
soprattutto
moralmente
è
costituita
dai
cambiamenti
che
possiamo
provocare
nel
corso
dei
nostri
pensieri
e
dei
nostri
sentimenti
.
Se
ciò
avvenga
con
o
senza
il
concorso
del
nostro
sistema
muscolare
è
questione
non
risoluta
del
tutto
,
ma
che
ad
ogni
modo
non
toglie
l
'
importanza
del
fatto
in
sé
.
Possiamo
entro
certi
limiti
dominare
e
dirigere
i
nostri
pensieri
ed
i
nostri
sentimenti
,
specialmente
mediante
l
'
attenzione
volontaria
.
Ed
a
proposito
dell
'
attenzione
è
bene
avvertire
che
anche
a
suo
riguardo
è
impossibile
concludere
a
priori
la
possibilità
di
una
spiegazione
"
deterministica
"
.
Anche
qui
possiamo
ripetere
ciò
che
abbiamo
detto
in
generale
della
volontà
.
Vi
sono
degli
oggetti
che
attraggono
quasi
automaticamente
la
nostra
attenzione
(
oggetti
brillanti
,
nuovi
insoliti
,
cose
in
sé
piacevoli
,
ecc
.
)
,
in
modo
da
farci
concentrare
nella
loro
contemplazione
,
in
piena
dimenticanza
di
ogni
altra
realtà
.
Ma
l
'
attenzione
può
svegliarsi
,
per
qualche
fine
remoto
,
e
appuntarsi
in
oggetti
in
sé
privi
di
qualunque
attrattiva
:
allora
nasce
propriamente
l
'
attenzione
volontaria
,
accompagnata
da
quel
sentimento
di
sforzo
nel
quale
alcuni
hanno
voluto
vedere
a
tutti
i
costi
un
argomento
in
favore
dell
'
indeterminismo
assoluto
.
Ma
se
noi
persistiamo
in
una
occupazione
mentale
anche
a
dispetto
degli
ostacoli
oppostici
dalla
nostra
stessa
costituzione
cerebrale
,
stanchezza
ecc
.
,
ciò
sarà
sempre
per
qualche
ragione
(
perché
crediamo
sia
utile
,
necessario
,
doveroso
far
ciò
)
.
Anzi
la
differenza
fra
l
'
attenzione
volontaria
ed
involontaria
starà
tutta
qui
:
che
nel
primo
caso
sappiamo
perché
stiamo
attenti
alle
cose
,
nel
secondo
no
.
Restano
infine
fra
gli
effetti
della
volontà
le
alterazioni
che
possiamo
produrre
sulle
nostre
abitudini
e
le
nostre
future
tendenze
all
'
azione
,
per
mezzo
delle
quali
possiamo
quasi
,
per
così
dire
,
rinnovare
la
nostra
personalità
.
Nell
'
educazione
non
sarà
mai
troppa
l
'
attenzione
attribuita
a
questa
terza
categoria
d
'
effetti
.
Lo
scopo
principale
dell
'
educazione
è
di
rendere
l
'
individuo
un
"
fascio
di
abitudini
"
buone
,
in
modo
che
lo
sforzo
ch
'
egli
dovrà
fare
per
tener
la
via
retta
d
'
azione
sia
quanto
più
lieve
è
possibile
.
Allora
,
quando
l
'
individuo
in
sé
stesso
,
o
altri
su
di
lui
hanno
ottenuto
questo
scopo
,
l
'
azione
volontaria
stessa
diviene
una
cosa
molto
più
semplice
,
in
quanto
ormai
più
non
si
rivolge
che
all
'
esterno
:
l
'
individuo
non
ha
più
bisogno
di
diffidare
delle
sue
forze
interne
,
dei
suoi
impulsi
:
è
giunto
il
momento
in
cui
l
'
educatore
può
rivolgere
al
suo
pupillo
le
parole
di
Virgilio
a
Dante
,
giunto
in
cima
alla
bella
montagna
del
Purgatorio
:
Tratto
ti
ho
qui
con
ingegno
e
con
arte
;
Lo
tuo
piacere
omai
prendi
per
duce
;
Fuor
sei
dell
'
erte
vie
,
fuor
se
'
dell
'
arte
.
....
....
....
....
....
....
....
....
....
....
....
....
..
Non
aspettar
mio
dir
più
,
né
mio
cenno
:
Libero
,
dritto
e
sano
è
lo
tuo
arbitrio
,
E
fallo
fòra
non
fare
a
suo
senno
;
Perch
'
io
te
sopra
te
corono
e
mitrio
.
(
Purg
.
,
XXVII
,
130-132,139-142
)
.
-
Perché
-
qualcuno
potrebbe
chiedere
-
questa
digressione
sulla
natura
e
i
caratteri
della
volontà
,
dal
momento
che
tutti
sappiamo
distinguere
un
atto
volontario
da
un
atto
involontario
?
Ciò
basta
perfettamente
per
ogni
bisogno
pratico
,
ed
è
soltanto
dal
lato
pratico
che
la
volontà
è
considerata
dal
moralista
e
dal
giurista
.
La
volontà
è
una
delle
cose
a
noi
più
direttamente
note
,
e
,
anziché
aver
bisogno
di
esser
"
definita
"
,
può
essa
stessa
servirci
a
definire
una
moltitudine
di
cose
.
Il
meglio
quindi
da
farsi
per
il
moralista
,
il
giurista
e
il
sociologo
è
di
assumere
la
volontà
come
un
dato
,
lasciando
allo
psicologo
e
al
metafisico
le
ulteriori
indagini
,
che
per
i
primi
non
hanno
alcun
interesse
diretto
.
Rispondiamo
,
che
se
tale
è
la
conclusione
a
cui
si
dovrebbe
arrivare
,
non
è
per
questo
men
vero
che
spesso
non
ne
vien
tenuto
conto
,
ed
è
abbastanza
,
generale
la
convinzione
che
la
scienza
possa
in
qualche
modo
negare
la
volontà
o
qualcuno
de
'
suoi
attributi
essenziali
alle
esigenze
pratiche
:
ed
il
rilevare
,
per
quanto
in
modo
sommario
,
i
principali
caratteri
per
cui
,
anche
secondo
la
scienza
psicologica
più
recente
,
si
distingue
il
processo
delle
nostre
volizioni
,
serve
quindi
ad
evitare
certi
errori
assai
comuni
,
che
tendono
ad
attribuire
alla
scienza
stessa
un
aspetto
assai
più
"
rivoluzionario
"
di
quanto
in
realtà
non
abbia
.
Le
conclusioni
a
cui
siamo
giunti
non
sono
del
tutto
irrilevanti
per
una
esatta
comprensione
della
posizione
della
morale
e
del
diritto
di
fronte
alle
scienze
propriamente
dette
.
Anzi
tutto
,
abbiamo
visto
che
ogni
descrizione
del
processo
volitivo
è
incompleta
,
la
quale
non
rilevi
come
precedenti
causali
caratteristici
della
volizione
siano
le
nostre
credenze
,
vale
a
dire
i
giudizi
che
facciamo
intorno
alle
cose
,
strettamente
o
lontanamente
connesse
coll
'
atto
che
stiamo
per
compiere
.
Abbiamo
osservato
d
'
altra
parte
,
che
ciò
presuppone
anche
nel
nostro
organismo
un
'
attività
automatica
,
per
la
quale
tali
credenze
siano
impulsive
,
facciano
cioè
nascere
in
noi
tendenze
a
determinate
azioni
;
e
come
le
tendenze
stesse
costituiscono
tutta
la
nostra
vita
istintiva
,
emozionale
,
affettiva
,
e
sono
perciò
la
base
di
ogni
nostra
preferenza
,
di
ogni
nostro
apprezzamento
sulla
desiderabilità
delle
diverse
azioni
possibili
che
,
nello
stato
di
deliberazione
volontaria
,
si
presentano
come
alternative
.
Vediamo
ora
in
che
questo
possa
interessarci
.
Che
la
credenza
,
e
non
la
semplice
rappresentazione
in
quanto
da
essa
si
distingue
,
sia
il
precedente
causale
dell
'
atto
volontario
,
ci
mostra
subito
che
della
produzione
di
questo
nessuna
meccanica
di
rappresentazioni
,
susseguentisi
per
via
di
semplice
associazione
,
potrebbe
render
esatta
ragione
.
La
psicologia
associazionistica
inglese
,
e
quella
intellettualistica
di
Herbart
non
teneva
abbastanza
conto
di
ciò
:
essa
tentava
di
derivare
tutti
quanti
i
processi
mentali
dalle
rappresentazioni
e
dai
loro
rapporti
.
Nella
psicologia
più
recente
invece
si
manifesta
la
tendenza
a
mantener
distinti
da
quelle
sì
i
fatti
di
credenza
come
gli
stati
emozionali
e
volitivi
,
gli
uni
e
gli
altri
indefinibili
per
mezzo
delle
sole
rappresentazioni
.
Ora
le
nostre
credenze
,
i
nostri
giudizi
,
sebbene
non
siano
per
nulla
indipendenti
dalle
leggi
per
cui
si
susseguono
fra
loro
le
rappresentazioni
(
leggi
dell
'
associazione
psicologica
)
,
soggiacciono
ad
altre
leggi
loro
particolari
che
da
quelle
non
possono
in
alcun
modo
dedursi
.
Tali
leggi
,
che
sono
quelle
per
cui
la
evidenza
(
la
credibilità
)
di
un
giudizio
scaturisce
da
quella
di
un
altro
giudizio
,
e
su
cui
pertanto
sono
fondati
tanto
il
processo
di
spiegazione
che
quello
di
dimostrazione
,
formano
la
base
della
logica
umana
.
Resta
perciò
salvato
quello
che
può
dirsi
il
carattere
razionale
della
volontà
,
carattere
a
cui
per
uno
strano
equivoco
si
è
creduto
che
la
"
scienza
"
potesse
in
qualche
modo
attentare
,
e
che
viene
implicato
nelle
definizioni
che
i
moralisti
più
rigorosi
ed
esigenti
dànno
della
facoltà
di
volere
e
quindi
della
libertà
.
Affermare
poi
che
la
volontà
presuppone
altresì
quegli
stati
emozionali
e
affettivi
che
costituiscono
un
terzo
elemento
irreducibile
della
nostra
vita
mentale
,
equivale
a
rilevare
un
'
altra
qualità
della
volontà
che
i
deterministi
sono
troppo
spesso
portati
a
trascurare
o
a
negare
:
voglio
dire
quella
che
potrebbe
chiamarsi
la
sua
spontaneità
ed
originalità
;
qualità
che
anch
'
essa
pertanto
non
ha
nulla
di
contraddittorio
con
un
determinato
bene
inteso
.
Da
nessuna
combinazione
di
rappresentazioni
o
credenze
potrebbe
dedursi
quale
sarà
l
'
atto
seguente
ove
non
si
conosca
quale
sarà
il
sentimento
,
nel
senso
più
ampio
della
parola
,
ch
'
esse
determineranno
:
in
altre
parole
,
quale
sarà
l
'
azione
che
l
'
agente
preferirà
.
Ora
,
come
nelle
leggi
che
regolano
le
nostre
credenze
va
ricercato
il
fondamento
della
logica
,
così
in
altre
leggi
particolari
secondo
cui
si
svolgono
le
nostre
preferenze
,
le
nostre
emozioni
,
va
ricercato
il
fondamento
psicologico
sì
dell
'
estetica
come
della
morale
propriamente
detta
.
Scopo
della
morale
è
di
determinare
i
fini
che
l
'
uomo
deve
proporsi
nell
'
operare
.
Ora
tutto
ciò
che
vogliamo
,
lo
vogliamo
come
fine
o
come
mezzo
ad
un
fine
.
Il
fine
stesso
poi
può
apparirci
a
sua
volta
come
mezzo
ad
un
fine
ulteriore
,
e
così
via
;
vale
a
dire
che
possiamo
via
via
"
giustificare
"
le
nostre
azioni
o
i
nostri
proponimenti
col
riferirli
a
fini
sempre
superiori
,
creando
così
una
scala
od
una
gerarchia
di
fini
gli
uni
agli
altri
subordinati
.
Ma
-
ritornando
su
ciò
che
abbiamo
detto
a
proposito
degli
istinti
in
questo
procedimento
non
potremo
andare
all
'
infinito
:
vi
sarà
un
certo
numero
di
fini
che
ci
apparranno
degni
di
essere
desiderati
innanzi
a
tutto
e
per
sé
stessi
;
la
cui
bontà
o
preferibilità
ci
apparrà
così
evidente
da
non
aver
bisogno
di
ulteriore
"
giustificazione
"
.
Ora
,
come
nel
decidere
della
rispettiva
desiderabilità
dei
diversi
fini
,
così
nel
decidere
di
questi
fini
ultimi
il
nostro
"
senso
morale
"
è
giudice
inappellabile
.
Ogni
tentativo
di
sfuggire
in
modo
definitivo
al
suo
verdetto
è
assurdo
:
non
si
farà
che
spostare
la
questione
,
per
tornare
,
quando
si
tratti
di
deciderla
,
alla
medesima
autorità
a
cui
abbiam
voluto
sottrarci
.
Insomma
,
senza
qualchecosa
di
desiderabile
in
sé
,
senza
un
termine
finale
,
la
cui
desiderabilità
giustifichi
le
altre
ma
non
abbia
bisogno
di
essere
giustificata
;
senza
un
"
imperativo
categorico
"
di
qualche
sorta
,
non
vi
è
morale
,
né
altra
scienza
pratica
che
sia
possibile
.
L
'
"
INDIPENDENZA
"
DELLA
MORALE
.
-
Da
tutto
ciò
che
abbiamo
detto
fin
qui
vediamo
balzare
in
piena
luce
un
principio
spesso
implicitamente
od
esplicitamente
violato
da
scienziati
e
filosofi
,
che
è
merito
della
scuola
criticista
francese
,
fondata
dal
Renouvier
,
di
avere
strenuamente
rivendicato
,
e
che
forma
il
cardine
,
per
così
dire
,
di
quella
filosofia
.
Vogliam
parlare
di
quello
che
fu
detto
"
principio
della
indipendenza
della
morale
"
.
Ciò
che
fin
qui
abbiamo
detto
può
non
considerarsi
che
come
una
illustrazione
del
medesimo
principio
.
Sono
due
i
modi
con
cui
l
'
attività
scientifica
(
comprendendo
con
questa
tutti
i
tentativi
di
spiegazione
generale
o
speciale
dei
fenomeni
,
e
quindi
anche
i
sistemi
metafisici
le
religiosi
)
hanno
sembrato
minacciare
l
'
esistenza
autonoma
della
morale
:
l
'
uno
consiste
nella
negazione
della
libertà
,
"
condizione
pratica
"
della
morale
;
l
'
altro
in
una
tendenza
più
o
meno
conscia
a
non
considerare
più
come
inappellabile
il
giudizio
del
senso
morale
,
e
nella
corrispondente
opinione
che
la
scienza
possa
in
certo
qual
modo
sostituirlo
nella
determinazione
di
ciò
che
è
bene
di
fare
.
Per
ciò
che
riguarda
il
primo
punto
,
crediamo
di
aver
dimostrato
che
il
timore
,
che
la
scienza
possa
in
alcun
modo
scalzare
le
basi
della
morale
e
del
diritto
,
essere
privo
di
fondamento
.
La
negazione
del
"
libero
arbitrio
"
,
in
quanto
questo
si
confonde
colla
inapplicabilità
del
principio
di
causalità
alle
umane
azioni
,
non
implica
la
negazione
della
libertà
umana
.
Alla
credenza
dell
'
uomo
nella
propria
libertà
noi
attribuiamo
,
con
Aristotile
e
Cartesio
,
con
Cousin
e
Mill
tutta
la
forza
di
una
verità
scientifica
.
Non
sempre
ed
in
ogni
caso
-
ma
in
generale
e
nella
normalità
-
le
nostre
credenze
hanno
il
potere
di
influenzare
le
nostre
azioni
;
quel
complesso
di
giudizi
sulla
realtà
delle
cose
,
come
sono
e
come
saranno
in
seguito
al
nostro
atto
,
congiunto
all
'
apprezzamento
etico
che
ne
facciamo
,
ha
per
la
massima
parte
di
noi
e
in
gran
parte
degli
eventi
della
nostra
vita
,
la
facoltà
di
tradursi
negli
atti
nostri
.
E
in
tale
facoltà
è
ravvisata
l
'
attuazione
più
piena
e
completa
della
libertà
,
quale
è
postulata
dalla
morale
e
dal
diritto
.
Ogni
altro
senso
della
parola
libertà
è
invero
illegittimo
e
atto
a
traviare
il
pensiero
.
Andiamo
dunque
più
oltre
di
coloro
,
i
quali
ritengono
dover
noi
mantener
la
libertà
come
postulato
supremo
della
morale
e
del
diritto
sol
perché
la
credenza
nella
libertà
è
ancor
generale
fra
gli
uomini
,
e
la
morale
ed
il
diritto
,
avendo
uno
scopo
essenzialmente
sociale
,
debbono
tener
conto
della
opinione
della
maggioranza
e
non
di
quella
di
solitari
pensatori
.
Noi
al
contrario
siamo
convinti
che
la
negazione
della
libertà
quale
base
della
morale
e
del
diritto
sia
fondata
su
un
vero
e
proprio
sofisma
,
che
scientificamente
non
regge
.
Essa
ha
,
come
abbiamo
osservato
,
lo
stesso
valore
della
"
negazione
della
realtà
esteriore
"
e
simili
tesi
in
cui
pur
troppo
si
è
spesso
smarrita
l
'
alta
filosofia
.
Come
a
chi
negava
la
realtà
delle
cose
esteriori
fu
da
taluno
risposto
col
dare
un
calcio
ad
una
pietra
;
come
a
chi
negava
il
moto
fu
risposto
col
mettersi
a
camminare
,
così
è
lecito
a
chiunque
confutare
un
filosofo
negatore
della
libertà
col
compiere
la
più
insignificante
delle
azioni
volontarie
.
-
La
prova
che
egli
così
fornisce
non
è
soltanto
in
pieno
accordo
col
senso
comune
:
essa
è
del
tutto
conforme
allo
spirito
scientifico
e
consona
ai
più
rigidi
canoni
del
metodo
sperimentale
.
A
riguardo
del
secondo
punto
,
qualche
altra
osservazione
è
forse
necessaria
.
Che
la
scienza
possa
dimostrare
"
l
'
assurdità
"
di
un
ideale
etico
è
opinione
oggidì
ancora
comune
,
com
'
è
ancora
opinione
comune
che
essa
dimostri
essere
"
illusioni
"
intere
categorie
di
parvenze
sensibili
degli
oggetti
.
È
tutt
'
altro
che
raro
,
per
esempio
,
il
trovare
fra
gli
scienziati
chi
vi
affermi
che
quei
fatti
di
special
natura
sui
quali
la
scienza
moderna
ha
attratto
di
preferenza
l
'
attenzione
degli
studiosi
,
quali
le
vibrazioni
degli
atomi
materiali
,
costituiscono
la
sola
"
realtà
"
,
mentre
quelle
apparenze
,
che
assumono
i
corpi
in
quanto
cadono
sotto
questo
o
quel
senso
,
rientrano
nel
mondo
delle
"
illusioni
"
.
Così
il
fisico
vi
dirà
:
noi
crediamo
di
veder
rosso
o
turchino
,
ci
immaginiamo
di
udire
una
determinata
nota
,
di
provare
una
data
sensazione
,
poniamo
,
di
calore
;
ma
in
realtà
non
esistono
che
certe
vibrazioni
dell
'
aria
o
dell
'
etere
che
colpiscono
i
nostri
organi
del
senso
.
Tali
affermazioni
,
che
possono
anche
non
avere
un
senso
errato
,
implicano
ad
ogni
modo
un
uso
equivoco
della
parola
illusione
.
Chi
ci
dice
così
non
si
accorge
che
anche
quelle
vibrazioni
cui
egli
accenna
,
non
ci
sarebbero
note
affatto
se
non
possedessimo
in
qualche
altro
senso
il
mezzo
di
percepirle
,
direttamente
o
indirettamente
-
senza
o
con
l
'
aiuto
di
strumenti
e
del
raziocinio
.
Egli
non
ha
dunque
alcun
diritto
di
chiamare
illusione
alcuna
delle
percezioni
stesse
.
Egli
crede
di
dar
la
preferenza
,
sulla
realtà
che
appare
ai
nostri
sensi
,
ad
una
realtà
diversa
e
più
reale
.
-
Nel
fatto
invece
egli
non
fa
che
posporre
una
parte
della
realtà
che
gli
appare
ai
sensi
,
ad
un
'
altra
parte
della
medesima
realtà
.
Parimenti
lo
scienziato
,
il
quale
si
rifiuta
di
ammettere
come
giusto
un
ideale
etico
col
pretesto
che
la
scienza
ne
ha
dimostrata
la
assurdità
,
è
sovente
vittima
di
un
'
illusione
sulla
natura
delle
proprie
ricerche
.
Egli
crede
in
certo
qual
modo
di
potersi
emancipare
dai
pregiudizi
del
bene
e
del
male
,
uscir
dalla
sfera
della
morale
,
ma
invece
vi
si
trova
sempre
e
necessariamente
di
nuovo
rinchiuso
.
Egli
potrà
bensì
eseguire
tutte
le
operazioni
che
vuole
sostituendo
un
fine
etico
ad
un
altro
,
ma
nel
far
questo
egli
compie
pur
sempre
opera
di
moralista
e
non
di
scienziato
,
e
la
sua
posizione
sarà
altrettanto
"
poco
scientifica
"
quanto
prima
.
In
altri
termini
,
la
scienza
non
può
creare
"
valori
etici
"
,
come
non
può
neppure
creare
valori
estetici
.
"
L
'
osservazione
ed
il
ragionamento
scientifico
,
scrive
il
Vailati
,
non
possono
condurci
che
a
prevedere
le
conseguenze
delle
nostre
azioni
o
a
determinare
i
mezzi
per
arrivare
a
questo
o
quello
scopo
.
Le
conclusioni
alle
quali
si
giunge
possono
essere
poste
sotto
questa
forma
:
se
si
vuole
,
o
non
si
vuole
,
la
tal
cosa
,
si
deve
volere
la
tale
o
tal
altra
cosa
.
Ma
con
nessuno
sforzo
di
alchimia
dialettica
potrebbesi
giungere
a
conclusioni
della
forma
seguente
:
si
deve
volere
,
o
non
si
deve
volere
,
la
tale
o
tal
altra
cosa
"
.
-
È
notevole
l
'
analogia
fra
quella
che
chiamasi
"
giustificazione
"
nel
mondo
morale
,
e
la
"
spiegazione
"
o
"
dimostrazione
"
nel
mondo
scientifico
.
Allo
stesso
modo
come
si
"
spiega
"
un
fatto
ed
una
legge
mostrando
che
si
può
dedurre
da
un
altro
fatto
o
da
un
'
altra
legge
,
così
non
si
può
"
giustificare
"
un
atto
od
una
norma
(
un
modo
generale
di
agire
che
ci
par
desiderabile
)
se
non
deducendola
(
mostrando
ch
'
essa
ne
è
un
presupposto
necessario
)
da
un
altro
atto
o
da
un
altra
legge
.
-
Ma
ciò
con
cui
si
"
spiega
"
,
si
dimostra
,
si
prova
un
fatto
(
una
credenza
)
non
può
essere
che
un
altro
fatto
(
un
'
altra
credenza
)
;
così
ciò
con
cui
si
"
giustifica
"
una
norma
d
'
agire
,
e
qualunque
nostra
aspirazione
in
genere
,
non
può
essere
che
un
'
altra
norma
d
'
agire
,
un
'
altra
nostra
aspirazione
.
Non
si
potrà
mai
"
giustificare
"
un
ideale
etico
per
mezzo
di
una
semplice
credenza
,
come
non
si
può
spiegare
nessun
fatto
per
mezzo
di
semplici
rappresentazioni
.
Ora
,
il
numero
delle
cose
verso
le
quali
proviamo
una
specie
di
tendenza
impulsiva
che
ci
appar
così
naturale
da
non
aver
bisogno
di
giustificarsi
,
è
notevole
.
-
Ci
riferiamo
a
quello
che
abbiamo
detto
degli
istinti
.
-
Ogni
istinto
,
con
tutte
le
emozioni
e
gli
affetti
corrispondenti
,
è
atto
a
costituire
un
fine
in
sé
.
E
nell
'
uomo
gli
istinti
,
ben
lungi
dall
'
essere
più
scarsi
che
negli
altri
animali
,
sono
assai
più
numerosi
o
svariati
,
ed
è
questa
una
delle
ragioni
della
sua
superiorità
.
Il
bisogno
di
una
"
giustificazione
"
nasce
solo
allorquando
fra
i
diversi
impulsi
,
fra
le
diverse
tendenze
si
produce
un
conflitto
:
quando
cose
di
per
sé
indifferenti
o
ripulsive
acquistano
la
capacità
di
muoverci
verso
di
loro
per
i
rapporti
di
dipendenza
che
giungiamo
a
stabilire
fra
esse
e
le
cose
che
sono
oggetto
diretto
delle
nostre
aspirazioni
e
desideri
.
Se
la
cosa
è
indifferente
,
allora
ad
essa
si
trasmette
,
intatto
,
il
suo
valore
emozionale
;
ma
se
la
cosa
invece
ha
un
contenuto
emozionale
già
di
per
sé
,
allora
questo
concorre
ad
accrescere
o
a
diminuire
lo
stimolo
che
ci
porta
all
'
azione
.
Per
raggiungere
un
fine
,
occorre
passare
sopra
ad
una
quantità
di
mezzi
sgradevoli
o
ripugnanti
:
vi
è
un
punto
però
,
nel
quale
la
sgradevolezza
dei
mezzi
supera
il
limite
,
e
la
loro
adozione
non
è
più
"
giustificata
"
dal
fine
.
È
così
che
si
"
costituisce
il
bilancio
"
,
per
così
dire
,
dei
pro
e
dei
contro
di
un
determinato
genere
di
condotta
:
se
l
'
attivo
supera
il
passivo
,
le
azioni
si
compiono
;
altrimenti
l
'
uomo
si
astiene
dall
'
agire
.
Alla
"
costituzione
del
bilancio
"
la
scienza
concorre
,
ed
abbiamo
visto
come
:
per
opera
sua
la
catena
delle
conseguenze
prevedibili
si
accresce
ogni
giorno
di
preziosi
anelli
;
ma
ciascuno
di
questi
anelli
è
,
sin
dalla
sua
comparsa
,
subito
valutato
dal
sentimento
,
ed
in
questa
valutazione
la
"
scienza
"
non
ha
nulla
che
vedere
e
deve
dichiararsi
incompetente
.
Osserviamo
ancora
che
la
principale
funzione
del
processo
di
giustificazione
si
ha
nei
rapporti
degli
uomini
fra
loro
.
Nonostante
che
ciascuno
di
noi
abbia
una
quantità
di
fini
separati
che
gli
appaiono
di
per
sé
desiderabili
;
nonostante
che
vi
sono
per
me
e
gli
altri
innumerevoli
cose
il
cui
perseguimento
è
assolutamente
disinteressato
e
che
si
ricercherebbero
egualmente
anche
se
fosse
assolutamente
impossibile
trovar
per
loro
la
più
piccola
"
giustificazione
"
;
nondimeno
gli
uomini
sono
continuamente
in
cerca
di
fini
,
che
essendo
universalmente
riconosciuti
come
degni
di
essere
appetiti
,
possano
servire
di
giustificazione
degli
atti
dei
singoli
di
fronte
ai
consociati
.
La
tendenza
all
'
unificazione
esiste
tanto
nella
morale
quanto
nella
scienza
.
Anche
fra
le
credenze
ve
ne
è
un
certo
numero
che
per
ciascuno
di
noi
non
ha
bisogno
di
essere
né
spiegata
,
né
dimostrata
vera
:
ma
ciò
non
toglie
che
il
conoscerne
la
spiegazione
,
la
dimostrazione
mi
mette
in
grado
di
convincere
chi
era
restio
ad
ammetterla
,
col
mostrargli
ch
'
essa
è
una
conseguenza
de
'
principii
che
a
lui
e
a
me
sono
comuni
o
di
fatti
ch
'
egli
stesso
non
può
rifiutarsi
di
riconoscere
come
veri
.
-
Così
in
morale
sarebbe
certamente
desiderabile
il
trovare
un
principio
etico
,
riconosciuto
universalmente
come
giusto
,
un
fine
supremo
a
cui
si
potesse
dimostrare
che
tutti
gli
altri
corrispondono
.
Ciò
è
forse
un
'
utopia
:
ma
ad
ogni
modo
,
ogni
qualvolta
si
riesce
a
dimostrare
che
un
dato
fatto
,
oltre
a
soddisfare
ad
un
dato
fine
,
soddisfa
anche
ad
un
fine
ulteriore
,
che
oltre
ad
essere
desiderato
per
sé
può
anche
essere
desiderato
in
vista
di
un
altro
bene
,
io
faccio
un
effettivo
passo
innanzi
verso
quella
possibilità
di
convincere
tutti
della
opportunità
di
un
dato
corso
d
'
azione
,
verso
quella
concordia
su
ciò
che
è
bene
(
in
concreto
)
,
che
è
stata
,
in
ogni
tempo
l
'
aspirazione
suprema
della
morale
.
I
tentativi
ordinari
di
unificazione
degli
scopi
morali
non
corrispondono
peraltro
,
troppo
spesso
,
che
apparentemente
a
tale
aspirazione
.
Essi
(
come
,
p
.
es
.
per
citare
quello
che
appare
il
più
plausibile
,
l
'
utilitarismo
)
o
non
sono
che
delle
unificazioni
puramente
verbali
(
in
quanto
che
quando
si
tratti
di
definire
,
poniamo
,
il
preteso
scopo
unico
,
il
bene
della
società
,
questo
finisce
collo
scindersi
in
una
quantità
di
beni
desiderabili
ciascuno
per
proprio
conto
)
,
oppure
equivalgono
ad
un
'
arbitraria
mutilazione
delle
aspirazioni
morali
dell
'
uomo
,
e
ad
una
"
ingiustificabile
"
soppressione
o
dedignificazione
dei
suoi
più
nobili
impulsi
eccettuato
uno
solo
,
-
come
se
non
fosse
meglio
,
di
questi
,
averne
a
disposizione
uno
di
più
piuttosto
che
uno
di
meno
.
Il
torto
loro
è
di
tendere
,
non
a
mostrare
,
che
la
bontà
,
per
esempio
,
di
certe
cose
o
di
tutte
le
cose
buone
,
è
accompagnata
dalla
loro
utilità
;
e
che
quindi
convenga
compierle
anche
a
chi
la
loro
bontà
direttamente
non
sente
;
ma
a
mostrare
che
la
sola
giustificazione
legittima
delle
cose
è
la
loro
utilità
;
nel
che
dicono
,
o
una
cosa
ovvia
di
per
sé
,
e
quindi
irrilevante
,
o
addirittura
basata
sul
falso
.
LA
"
GIUSTIFICAZIONE
"
DEL
DIRITTO
DI
PUNIRE
-
La
controversia
fra
i
positivisti
e
i
classici
nel
diritto
penale
verte
,
come
abbiamo
accennato
,
oltreché
sul
libero
arbitrio
,
anche
sulla
giustificazione
della
pena
.
Dopo
ciò
che
è
stato
detto
sul
processo
di
giustificazione
non
sarà
troppo
difficile
il
chiarire
questo
secondo
punto
.
La
posizione
assunta
dalla
scuola
positivistica
di
fronte
a
quella
classica
,
per
ciò
che
riguarda
il
diritto
di
punire
,
è
nettamente
utilitaria
.
Essa
pretende
bandire
dalle
proprie
considerazioni
ogni
idea
di
merito
o
di
demerito
,
si
propone
di
fare
astrazione
da
ogni
fine
etico
,
e
pretende
di
fondare
la
necessità
della
pena
nel
solo
criterio
della
pericolosità
del
delinquente
,
convertendo
quindi
il
diritto
di
punire
nella
semplice
necessità
o
utilità
per
la
società
,
simile
in
questo
a
qualsiasi
organismo
vivente
nella
natura
,
di
difendersi
da
chi
ne
minaccia
l
'
esistenza
od
il
benessere
.
Se
ben
si
guardi
in
fondo
a
questo
proponimento
di
"
evitar
la
morale
"
si
vedrà
la
principale
,
se
non
la
sola
ragione
sua
sta
nella
premessa
negazione
del
libero
arbitrio
.
Ogni
giudizio
di
merito
presuppone
l
'
imputabilità
morale
.
Questa
essendo
,
secondo
i
positivisti
,
dimostrata
insostenibile
per
la
negazione
del
libero
arbitrio
,
ne
deriva
che
il
principale
argomento
in
favore
della
loro
tesi
utilitaria
è
dato
dall
'
impossibilità
di
dare
altra
base
al
diritto
di
punire
.
Un
tale
argomento
però
,
crediamo
di
averlo
dimostrato
,
non
regge
alla
critica
.
La
negazione
del
"
libero
arbitrio
"
lascia
impregiudicata
ogni
questione
di
morale
umana
e
sociale
.
Ma
anche
se
ciò
non
fosse
-
ed
è
strano
che
i
positivisti
e
gli
altri
sostenitori
della
loro
tesi
non
l
'
avvertano
-
;
anche
se
la
negazione
del
libero
arbitrio
portasse
seco
di
necessità
"
l
'
impossibilità
della
morale
"
,
e
bene
e
male
,
virtù
e
vizio
,
merito
e
demerito
,
ricompensa
e
castigo
dovessero
essere
d
'
ora
innanzi
nomi
vani
e
senza
subbietto
;
ciò
avverrebbe
ad
ogni
modo
per
essere
stato
dimostrato
che
sia
per
l
'
uomo
impossibile
proporsi
qualunque
fine
ed
attuarlo
;
non
soltanto
i
fini
morali
in
particolare
.
Non
solo
il
bene
morale
,
ma
anche
l
'
utile
dovrebbe
essere
bandito
dal
campo
delle
giustificazioni
;
la
parola
stessa
"
giustificazione
"
cesserebbe
anzi
di
aver
qualsiasi
significato
.
Niente
può
servire
meglio
di
queste
conseguenze
enormi
come
riduzione
all
'
assurdo
delle
tesi
fatalistiche
che
si
annidano
spesso
più
o
meno
inconsciamente
nelle
dottrine
che
assumono
la
negazione
del
libero
arbitrio
come
loro
punto
di
partenza
.
Ai
soli
argomenti
che
soglionsi
in
generale
addurre
a
favore
dell
'
utilitarismo
sono
dunque
ridotti
coloro
che
vogliono
sostituire
la
"
difesa
della
società
"
senz
'
altro
ad
ogni
altra
base
del
diritto
penale
.
La
verbalità
di
questa
sostituzione
colpisce
subito
lo
sguardo
.
Sarebbe
difficile
invero
trovare
una
espressione
più
vaga
ed
indeterminata
,
che
meglio
si
adatti
a
tutti
i
gusti
e
meglio
si
presti
a
tutte
le
interpretazioni
ed
illazioni
più
svariate
.
Anzitutto
,
osserviamo
che
si
tratta
di
un
fine
etico
,
non
meno
"
trascendentale
"
di
qualunque
altro
fine
.
Si
presuppone
come
dimostrato
che
la
"
Società
"
sia
desiderabile
in
sé
,
e
debba
avere
la
prevalenza
indiscussa
su
tutti
gli
altri
fini
possibili
.
Oppure
si
suppone
che
scopo
e
giustificazione
della
società
sia
di
essere
la
miglior
condizione
per
l
'
attuazione
di
questi
ultimi
;
-
ed
in
questo
secondo
caso
torna
ad
affacciarsi
il
problema
:
quali
sono
essi
?
E
fino
a
che
punto
,
credendo
di
fare
il
"
bene
della
società
"
si
corre
il
rischio
di
offendere
questi
fini
?
-
E
ci
troviamo
altrettanto
lontani
da
una
soluzione
soddisfacente
del
problema
quanto
lo
eravamo
prima
di
introdurre
il
concetto
della
difesa
della
società
.
Che
rimane
dunque
di
tal
concetto
?
Una
frase
equivoca
,
che
dà
addito
al
pericolo
continuo
di
violazioni
e
soprusi
nell
'
esercizio
del
magistero
penale
,
per
l
'
impossibilità
di
determinare
che
cosa
si
debba
intendere
per
bene
della
società
e
la
conseguente
probabilità
che
qualche
furbo
l
'
identifichi
con
questo
o
quell
'
interesse
transitorio
e
particolare
.
Nel
fatto
,
se
la
"
difesa
della
società
"
come
giustificazione
del
diritto
di
punire
si
presenta
con
un
aspetto
così
plausibile
,
è
appunto
in
grazia
della
sua
grande
elasticità
.
Se
interpretata
con
sufficiente
larghezza
,
tutti
,
compresi
i
classici
,
si
possono
trovare
daccordo
nell
'
accettarla
.
Ma
la
dottrina
"
classica
"
ci
offre
,
a
mio
avviso
,
una
concezione
assai
più
maturata
,
una
definizione
assai
più
rigorosa
e
scientifica
di
qual
genere
di
difesa
sociale
sia
quella
a
cui
serve
il
diritto
penale
;
e
tale
da
non
essere
affatto
in
contraddizione
inconciliabile
con
ciò
che
forma
la
parte
sostanziale
del
positivismo
moderno
.
Nel
mentre
ch
'
essa
ci
dà
un
'
approssimazione
assai
maggiore
alla
vera
natura
e
funzione
del
magistero
punitivo
,
non
pregiudica
d
'
altra
parte
,
col
suo
principio
della
tutela
giuridica
,
alla
questione
dei
fini
a
cui
più
specialmente
questo
deve
servire
,
lasciando
la
determinazione
loro
a
chi
ne
ha
veramente
la
competenza
,
al
moralista
cioè
e
alla
coscienza
pubblica
,
manifestatasi
per
mezzo
degli
organi
a
ciò
designati
.
"
Il
delitto
come
fatto
,
scrive
il
Carrara
,
ha
origine
dalle
umane
passioni
,
le
quali
spingono
l
'
uomo
a
ledere
il
diritto
del
proprio
simile
malgrado
la
legge
che
proibiva
di
farlo
.
Il
delitto
come
ente
giuridico
ha
origine
dalla
natura
della
società
civile
.
L
'
associazione
(
che
all
'
uomo
è
imposta
dalla
legge
eterna
come
mezzo
di
conservazione
e
di
progresso
intellettuale
)
,
non
sussisterebbe
né
risponderebbe
ai
suoi
fini
,
se
ciascuno
dei
consociati
avesse
libera
ogni
sua
volontà
,
anche
ingiusta
e
dannosa
ad
altrui
.
Di
qui
la
necessità
,
di
proibire
certi
atti
che
turberebbero
l
'
ordine
esterno
,
e
decretare
che
qualora
si
commettano
saranno
considerati
come
delitti
"
.
Il
bisogno
della
difesa
del
diritto
rende
necessaria
l
'
autorità
dello
Stato
.
"
La
tutela
giuridica
,
scrive
egli
nella
mirabile
introduzione
alla
parte
speciale
del
suo
Programma
,
non
potrebbe
convenientemente
esercitarsi
mercè
la
sola
azione
disgregata
degli
individui
,
nella
quale
non
sempre
sarebbesi
trovata
,
razionalità
,
uniformità
e
potenza
;
per
lo
che
avrebbe
mancato
del
più
necessario
dei
suoi
elementi
:
la
certezza
di
sé
.
Così
la
costituzione
della
autorità
sociale
e
il
rispetto
alla
medesima
è
un
precetto
imposto
all
'
uomo
dalla
stessa
legge
di
natura
,
perché
la
forza
umana
alla
quale
è
consegnato
il
mantenimento
della
sovranità
del
diritto
si
eserciti
in
modo
razionale
,
uniforme
e
potente
.
Tranne
per
questo
fine
la
costituzione
dell
'
impero
sui
consociati
non
sarebbe
che
un
abuso
di
forza
"
.
"
Riconosciuta
così
nell
'
autorità
sociale
la
potestà
legittima
di
esercitare
una
coazione
efficace
sugli
individui
per
la
conservazione
della
legge
giuridica
,
lo
esercizio
di
tale
coazione
piuttosto
col
mezzo
del
castigo
che
col
mezzo
della
prevenzione
diretta
altro
non
è
che
la
consguenza
di
uno
stato
di
fatto
che
rende
necessaria
quella
forma
piuttosto
che
questa
.
Essendo
umanamente
impossibile
anche
ad
una
autorità
sociale
,
per
quanto
potentemente
armata
,
fermare
in
precedenza
il
braccio
del
micidiale
e
dell
'
avido
che
muove
alla
violazione
del
diritto
,
la
forza
tutelatrice
bisogna
che
si
eserciti
mediante
la
coazione
morale
.
La
necessità
della
coazione
morale
legittima
la
minaccia
della
pena
.
E
poiché
la
minaccia
della
pena
non
sarebbe
minaccia
efficace
ma
vana
parola
,
se
allo
avvenimento
di
una
violazione
la
pena
non
cogliesse
realmente
il
violatore
;
la
necessità
e
legittimità
della
minaccia
porta
seco
la
necessità
e
la
legittimità
della
irrogazione
effettiva
del
castigo
"
.
Difficile
è
davvero
comprendere
in
che
cosa
una
concezione
siffatta
possa
essere
stata
reputata
in
contraddizione
formale
coi
portati
della
scienza
moderna
.
In
ogni
stadio
di
civiltà
vi
è
stato
un
certo
numero
di
azioni
che
gli
uomini
stimarono
non
doversi
permettere
,
un
certo
numero
di
fini
,
individuali
e
sociali
,
il
cui
raggiungimento
dovesse
essere
garantito
.
Di
questi
,
che
non
hanno
mai
rappresentato
tutti
quanti
i
fini
a
cui
gli
uomini
aspirano
,
ma
solo
la
parte
più
essenziale
,
una
specie
di
minimum
di
moralità
sociale
reputato
indispensabile
alla
vita
in
comune
,
fu
stimato
necessario
rilasciare
la
protezione
all
'
autorità
sociale
,
qualunque
essa
fosse
;
e
sono
quelli
precisamente
che
quando
sono
raccolti
a
sistema
costituiscono
ciò
che
viene
chiamato
il
diritto
di
un
popolo
.
La
determinazione
di
questi
fini
,
come
già
più
volte
affermammo
,
non
spetta
allo
scienziato
,
e
neppure
al
giurista
in
quanto
egli
li
trova
già
elaborati
dalla
coscienza
popolare
,
dal
"
senso
morale
"
generale
.
Questi
può
talora
,
come
legislatore
,
come
interprete
ed
ispiratore
della
coscienza
popolare
,
assumere
anche
in
parte
questa
funzione
-
è
nota
la
funzione
che
ebbero
i
giureconsulti
e
i
magistrati
nello
svolgimento
storico
del
giure
romano
;
ma
,
in
quanto
egli
determina
non
che
cosa
è
ma
che
cosa
deve
essere
,
non
è
la
semplice
scienza
che
parla
in
lui
,
ma
la
voce
della
coscienza
morale
sua
o
per
mezzo
suo
quella
generale
del
popolo
.
Tali
fini
,
sebbene
dal
vivere
sociale
elaborati
e
resi
sempre
più
chiari
collo
svilupparsi
del
senso
morale
e
giuridico
,
pure
rappresentano
alla
loro
volta
in
molta
parte
la
ragione
stessa
per
cui
il
vivere
sociale
si
è
costituito
;
sono
quindi
sotto
molti
rispetti
la
giustificazione
della
società
,
qualchecosa
di
più
"
fondamentale
"
ancora
di
essa
,
e
che
può
essere
considerata
come
ad
essa
anteriore
.
La
"
società
"
adunque
,
negli
organi
che
la
rappresentano
o
sono
creduti
rappresentarla
,
si
"
difende
"
contro
l
'
azione
che
viola
quei
principî
ch
'
essa
ritiene
indispensabile
siano
rispettati
.
Ma
la
difesa
della
società
,
se
così
chiamar
si
vuole
,
non
si
esercita
contro
un
uomo
libero
(
dotato
di
volontà
)
allo
stesso
modo
con
cui
si
eserciterebbe
contro
un
pericolo
naturale
,
un
animale
furioso
,
un
pazzo
infrenabile
.
Contro
questi
agenti
la
sola
maniera
di
provvedere
è
di
porre
impedimenti
fisici
all
'
effettuazione
del
danno
.
Ma
sull
'
uomo
libero
,
suscettibile
di
essere
influenzato
da
motivi
,
capace
pertanto
di
astenersi
da
una
azione
in
vista
delle
conseguenze
che
questa
porterà
su
lui
o
su
altri
,
è
possibile
agire
per
via
morale
.
Nuovi
motivi
possono
essere
presentati
od
imposti
alla
sua
considerazione
per
astenersi
da
atti
che
egli
altrimenti
avrebbe
compiuti
.
Questi
motivi
possono
essere
considerazioni
intorno
all
'
immoralità
o
inciviltà
dell
'
azione
stessa
,
fornitigli
per
mezzo
della
persuasione
e
alimentati
in
lui
dal
fatto
stesso
che
la
coscienza
sociale
colpisce
l
'
azione
con
una
pena
(
vedi
Brusa
,
Proleg
.
,
p
.
135
)
e
simili
;
ma
possono
anche
consistere
nella
minaccia
di
un
male
effettivo
per
l
'
agente
,
la
quale
chiami
a
raccolta
,
ove
i
sentimenti
socievoli
ed
altruistici
non
bastino
,
anche
i
sentimenti
egoistici
a
distogliere
l
'
individuo
dalla
violazione
del
diritto
.
Così
nasce
la
necessità
della
pena
,
la
quale
può
essere
definita
in
genere
come
quel
complesso
di
conseguenze
dolorose
artificialmente
annesse
a
date
azioni
volontarie
dalla
legge
o
dalla
pubblica
opinione
allo
scopo
di
diminuirne
il
numero
e
di
tranquillare
la
coscienza
sociale
.
La
pena
dunque
,
ripetiamo
,
può
essere
considerata
come
un
modo
di
"
difesa
"
;
ma
essa
è
un
modo
di
difesa
speciale
,
diretto
contro
speciali
pericoli
e
speciali
nemici
.
Il
giustificare
quindi
la
pena
colla
difesa
della
società
può
anche
non
implicare
un
errore
;
ma
a
condizione
di
non
significare
se
non
ciò
che
altri
,
con
locuzione
più
precisa
,
chiamano
"
tutela
giuridica
"
.
-
Ove
ben
si
consideri
,
tutte
le
altre
dottrine
che
sono
state
escogitate
per
render
ragione
del
diritto
di
punire
sono
deficienti
per
non
aver
tenuto
conto
di
tutti
i
dati
del
problema
,
per
aver
contemplato
un
solo
lato
,
se
anche
vero
,
della
questione
,
facendo
più
o
meno
astrazione
dalle
esigenze
pratiche
alle
quali
soggiace
in
ogni
suo
stadio
il
diritto
,
ed
in
qualche
modo
dimenticando
che
il
diritto
è
un
organismo
concreto
,
la
cui
vitalità
ed
il
cui
retto
funzionamento
dipendono
dal
soddisfacimento
di
condizioni
molteplici
,
fuor
dalle
quali
esso
corre
il
rischio
di
venir
meno
al
suo
fine
;
-
per
aver
mancato
,
pertanto
,
di
senso
"
positivo
"
,
nel
significato
più
proprio
di
questa
parola
.
La
teoria
della
giustizia
assoluta
-
della
espiazione
-
della
pena
fondata
puramente
ed
assolutamente
sulla
proporzione
fra
il
male
e
la
colpa
da
compensarsi
e
retribuirsi
col
male
del
castigo
,
se
si
basa
puramente
sul
giudizio
del
merito
e
demerito
del
colpevole
e
non
viene
in
pratica
limitata
da
altre
considerazioni
,
mette
capo
,
nonché
ad
una
indebita
confusione
del
diritto
colla
morale
,
ad
un
esagerato
subiettivismo
.
Allo
speculatore
astratto
essa
si
presenta
come
idealmente
giusta
,
ed
anche
come
idealmente
efficace
.
Che
cosa
può
meglio
contribuire
a
far
sì
che
gli
uomini
perseverino
nella
retta
via
,
dell
'
idea
che
saranno
puniti
esattamente
in
proporzione
del
loro
merito
,
tenuto
conto
di
tutto
ciò
che
può
alleviare
,
di
tutto
ciò
che
può
aggravare
la
loro
responsabilità
?
Ma
un
tal
giudizio
richiede
un
giudice
onniveggente
ed
infallibile
,
quale
solo
può
ritrovarsi
in
una
divinità
.
Non
per
nulla
i
sistemi
religiosi
hanno
sempre
avuta
la
tendenza
ad
accettare
senza
restrizioni
la
dottrina
dell
'
espiazione
.
Nel
fatto
,
siccome
la
giustizia
terrena
è
amministrata
da
uomini
atti
ad
ingannarsi
ed
a
peccare
,
la
teoria
del
perfetto
adattamento
del
castigo
al
demerito
è
stata
la
fonte
dei
peggiori
abusi
.
Essa
è
quella
,
che
,
abbandonando
al
giudice
una
discrezione
illimitata
,
è
stata
uno
dei
più
validi
sostegni
del
sistema
inquisitorio
di
procedura
.
La
teoria
della
esemplarità
della
pena
,
d
'
altra
parte
,
è
esposta
ad
obbiezioni
analoghe
.
Essa
urta
anzitutto
contro
il
nostro
sentimento
di
giustizia
,
poiché
non
sarebbe
ammissibile
che
,
solo
per
dare
un
esempio
agli
altri
fosse
punito
gravemente
chi
ha
commesso
un
fatto
,
la
responsabilità
per
il
quale
sia
per
molti
riguardi
mitigata
.
Intesa
in
questo
senso
,
la
teoria
della
esemplarità
potrebbe
legittimare
anche
la
condanna
del
pazzo
e
di
chi
ha
agito
per
forza
maggiore
,
e
perfino
quei
giudizi
contro
gli
animali
e
le
cose
che
furono
comuni
nel
Medio
Evo
.
Vero
è
che
la
maggior
parte
dei
seguaci
di
tale
dottrina
la
intendono
in
un
modo
assai
più
razionale
:
poiché
,
si
può
obbiettare
,
l
'
esempio
non
è
efficace
se
non
quando
la
punizione
si
applica
a
chi
agisce
in
condizioni
simili
alle
nostre
,
onde
chi
è
,
normalmente
o
per
accidente
,
privo
della
facoltà
di
astenersi
volontariamente
da
una
azione
,
non
deve
esserne
colpito
.
Ma
allora
si
può
rispondere
che
,
con
tali
ed
altre
specificazioni
,
l
'
elemento
della
esemplarità
trova
il
suo
posto
anche
nella
teoria
"
classica
"
della
tutela
giuridica
.
È
ovvio
che
la
ragione
per
cui
alla
minaccia
della
pena
è
indispensabile
far
seguire
effettivamente
la
pena
che
altrimenti
mancherebbe
l
'
esempio
.
Lo
stesso
Carrara
novera
l
'
esemplarità
fra
i
requisiti
della
pena
;
ma
nello
stesso
tempo
pone
in
guardia
contro
la
cattiva
interpretazione
e
la
indebita
estensione
del
criterio
della
esemplarità
.
"
La
pena
,
egli
scrive
,
deve
essere
esemplare
:
tale
cioè
che
ingeneri
nei
cittadini
la
persuasione
che
il
reo
ha
patito
un
male
.
La
mancanza
del
primo
requisito
(
l
'
afflittività
)
fa
cessare
l
'
efficacia
della
pena
rispetto
al
reo
;
la
mancanza
di
questo
secondo
la
fa
cessare
rispetto
a
tutti
gli
altri
;
e
così
nei
buoni
come
nei
malvagi
per
diversa
ragione
.
Ma
la
esemplarità
che
richiedesi
nelle
pene
non
devesi
riguardare
come
il
fine
precipuo
a
cui
essa
deve
servire
:
ciò
condurrebbe
alla
falsa
dottrina
della
intimidazione
.
Deve
piuttosto
intendersi
come
una
condizione
esteriore
della
pena
nella
sua
irrogazione
.
Ma
non
deve
spingersi
all
'
effetto
di
aggiungere
alla
pena
tormenti
oltre
alla
giusta
misura
sotto
il
pretesto
di
renderla
più
esemplare
.
La
esemplarità
,
in
una
parola
,
deve
essere
un
risultato
che
si
deve
ottenere
dalla
punizione
,
senza
che
,
per
ottenerla
,
se
ne
alteri
la
misura
oltre
il
rapporto
della
giustizia
"
.
L
'
emenda
del
reo
è
pure
incontestabilmente
uno
degli
scopi
a
cui
sarebbe
desiderabile
che
corrispondesse
la
pena
.
Ma
si
può
essa
stabilire
come
criterio
supremo
,
a
cui
tutti
gli
altri
debbano
cedere
?
Essa
viola
l
'
esigenza
che
la
pena
sia
certa
,
nonché
l
'
altra
ch
'
essa
sia
spiacevole
e
dolorosa
.
L
'
emenda
non
potrebbe
ottenersi
se
non
coi
buoni
trattamenti
:
il
risultato
d
'
altra
parte
sarebbe
nella
maggior
parte
dei
casi
problematico
.
Il
fine
dell
'
emenda
dovrà
dunque
,
fino
a
che
la
pena
sarà
destinata
sopra
ed
anzitutto
a
guarentire
la
tranquillità
dei
consociati
,
sempre
considerarsi
come
un
fine
subordinato
.
Finalmente
,
la
teoria
dei
"
positivisti
"
.
È
curioso
notare
come
questa
,
per
quanto
si
attenga
sempre
al
semplice
diritto
di
difesa
sociale
,
pure
quando
si
tratta
di
interpretarlo
si
presenti
piuttosto
come
una
dottrina
eclettica
,
che
fa
larga
parte
alle
diverse
esigenze
delle
altre
scuole
,
e
mentre
ora
sembra
accostarsi
alle
forme
più
utilitarie
di
difesa
(
colla
giustificazione
perfino
della
pena
di
morte
)
,
ora
si
accosta
piuttosto
alla
dottrina
dell
'
emenda
,
ed
ora
invece
,
col
dar
maggior
rilievo
all
'
elemento
subiettivo
nell
'
esame
del
delinquente
,
ai
medesimi
risultati
cui
mette
capo
la
teoria
dell
'
espiazione
.
Secondo
il
Florian
,
gli
scopi
della
pena
sono
tre
:
a
)
porre
il
delinquente
nella
impossibilità
materiale
di
nuocere
(
pura
difesa
)
;
b
)
cercare
che
il
delinquente
non
ricada
nel
delitto
e
che
in
lui
si
destino
sentimenti
ed
attitudini
sociali
(
emenda
)
;
c
)
trattenere
gli
altri
dal
delitto
mediante
la
minaccia
e
l
'
intimidazione
.
Nella
dottrina
però
dei
positivisti
è
notevole
la
sfiducia
rispetto
a
quest
'
ultimo
fine
,
cioè
all
'
efficacia
della
minaccia
della
pena
a
distogliere
i
male
intenzionati
dal
delinquere
.
Se
basata
sulla
negazione
assoluta
del
"
libero
arbitrio
"
,
tale
sfiducia
è
,
come
abbiamo
visto
,
del
tutto
infondata
;
se
invece
derivata
dal
concetto
della
irresistibilità
di
certi
impulsi
per
certe
categorie
d
'
individui
,
sordi
perciò
alla
coazione
morale
,
la
questione
è
ben
lungi
dall
'
essere
definitivamente
risolta
,
ma
si
presenta
come
plausibile
e
di
immenso
interesse
.
Le
ricerche
e
le
intuizioni
geniali
del
Lombroso
non
hanno
,
e
non
dovrebbero
avere
,
altro
scopo
che
di
stabilire
se
esistano
tali
categorie
d
'
individui
,
quali
siano
e
come
riconoscerle
.
Tali
ricerche
possono
portare
a
risultati
preziosi
,
di
grandissima
importanza
anche
per
il
diritto
penale
,
ma
certamente
non
pare
che
il
materiale
di
fatti
sin
qui
accumulato
sia
sufficiente
per
poter
ancora
considerar
la
teoria
come
scientificamente
provata
.
Troppo
è
ardua
tale
questione
per
poterla
qui
discutere
:
essa
è
di
competenza
dello
psichiatra
,
del
fisiologo
e
dell
'
antropologo
più
che
del
giurista
,
il
quale
si
deve
limitare
ad
accettare
i
portati
dei
loro
studi
ove
abbia
sufficienti
garanzie
ch
'
essi
sono
solidamente
fondati
.
Non
si
tratta
ad
ogni
modo
-
ed
è
questo
il
punto
di
massima
importanza
per
la
presente
dissertazione
-
di
una
questione
di
assoluta
affermazione
o
negazione
,
ma
di
una
questione
di
misura
.
La
teoria
del
delinquente
nato
non
può
pretender
di
essere
estesa
a
tutti
quanti
gli
umani
delinquenti
.
La
tesi
dell
'
inefficacia
assoluta
della
pena
a
prevenire
il
delitto
mi
par
troppo
contraria
alla
coscienza
generale
e
alla
esperienza
particolare
che
ciascuno
di
noi
sì
è
fatta
della
natura
umana
,
per
poter
esser
vera
.
-
Le
manca
inoltre
una
base
di
fatto
,
poiché
nessuno
ha
osato
sperimentare
che
cosa
diverrebbe
la
società
ove
per
quindici
giorni
si
decretasse
l
'
impunità
assoluta
per
ogni
sorta
di
delitti
.
-
Ma
l
'
efficacia
della
pena
ha
certamente
dei
limiti
-
lo
prova
il
fatto
stesso
che
,
a
malgrado
delle
pene
anche
severissime
,
il
delitto
non
ha
mai
cessato
completamente
d
'
esistere
-
;
ed
è
di
sommo
interesse
il
conoscere
quali
sono
questi
limiti
.
Non
è
quindi
l
'
irresponsabilità
in
generale
,
ma
sono
alcuni
casi
di
irresponsabilità
che
la
nuova
scuola
farebbe
risaltare
;
ed
in
questo
la
sua
posizione
è
,
a
priori
,
inoppugnabile
.
Rimane
l
'
affermazione
della
scuola
positiva
di
voler
fare
astrazione
da
ogni
concetto
di
merito
o
demerito
,
di
retribuzione
.
Qui
ancora
,
tale
affermazione
,
se
fondata
nella
negazione
del
libero
arbitrio
,
è
insostenibile
.
Il
principio
della
difesa
sociale
non
può
d
'
altra
parte
fornirle
appoggio
di
sorta
.
La
nostra
coscienza
morale
,
come
ci
addita
quali
sono
i
fini
che
debbono
essere
protetti
contro
eventuali
violazioni
,
così
pure
ci
addita
i
limiti
entro
cui
tale
protezione
,
si
designi
essa
come
difesa
sociale
o
tutela
giuridica
,
va
mantenuta
-
l
'
individualità
umana
,
per
la
simpatia
naturale
che
desta
,
costituendo
di
per
sé
stessa
un
fine
che
va
rispettato
.
Vi
sarà
quindi
un
punto
in
cui
il
fine
della
sicurezza
pubblica
,
la
cui
necessità
è
tanto
più
urgente
quanto
è
più
grave
il
male
minacciato
,
non
basta
più
a
giustificare
il
sacrifizio
dell
'
individualità
-
in
cui
la
pena
(
che
,
per
essere
una
restrizione
della
personalità
,
è
in
sé
un
male
)
sembra
un
mezzo
troppo
increscioso
per
ottenere
il
risultato
voluto
.
Quale
è
questo
punto
?
Quello
in
cui
la
pena
cessa
di
essere
giusta
,
perché
sproporzionata
al
demerito
del
colpevole
.
Nel
determinare
questo
punto
,
la
nostra
coscienza
morale
sarà
giudice
inappellabile
:
dopo
ciò
che
abbiamo
detto
nel
suo
corso
di
giustificazione
non
ci
pare
che
ciò
abbia
bisogno
di
essere
ulteriormente
dimostrato
.
Ecco
dunque
come
il
concetto
del
merito
,
di
ciò
che
è
giusto
subisca
il
delinquente
come
conseguenza
del
suo
operato
,
è
concetto
che
non
si
può
assolutamente
evitare
,
perché
esso
è
un
elemento
che
entra
continuamente
nei
nostri
giudizi
.
Che
se
poi
invece
l
'
affermazione
dei
positivisti
di
voler
fare
astrazione
da
tale
idea
indica
il
proponimento
di
escludere
dal
diritto
penale
le
considerazioni
d
'
indole
più
strettamente
etica
,
allora
questo
è
un
principio
già
ammesso
nella
distinzione
rigorosa
fra
diritto
e
morale
,
in
quanto
quello
riguarda
un
numero
minore
di
azioni
e
si
astiene
,
per
motivi
di
garanzia
individuale
,
da
ogni
ingerenza
nella
nostra
personalità
subiettiva
.
Anche
a
questo
riguardo
dunque
possiamo
dire
che
la
nuova
scuola
,
combattendo
la
scuola
"
classica
"
,
ha
un
po
'
combattuto
"
contro
i
mulini
a
vento
"
.
È
forse
il
caso
di
ripetere
ancora
una
volta
che
molte
controversie
si
potrebbero
evitare
,
se
chi
combatte
una
dottrina
si
proponesse
sul
serio
di
comprenderla
completamente
,
e
se
,
anziché
scegliere
questa
o
quell
'
affermazione
,
staccata
di
questo
o
quell
'
autore
,
per
aver
facile
giuoco
di
demolirla
,
si
curasse
di
considerare
la
teoria
avversa
nella
sua
coerenza
logica
e
nella
sua
forma
più
accettabile
;
se
insomma
invece
di
prendere
le
teorie
per
il
loro
lato
più
debole
,
si
prendessero
dal
loro
lato
più
vero
.
È
così
che
troppo
spesso
uno
si
maraviglia
della
facilità
colla
quale
può
sbaragliare
un
avversario
creduto
formidabile
,
mentre
non
si
accorge
che
quella
che
ha
dinanzi
a
sé
non
è
l
'
avversario
in
carne
ed
ossa
,
ma
una
immagine
impagliata
,
per
così
dire
,
del
medesimo
,
posta
inoltre
nella
maniera
più
acconcia
per
essere
colpita
.
Un
esame
più
attento
gli
avrebbe
tosto
chiarito
l
'
inganno
.
Spesso
fatti
e
cose
,
che
a
prima
vista
ci
appaiono
illogici
ed
assurdi
,
cessano
poi
di
apparirci
tali
appena
uno
studio
più
accurato
e
una
conoscenza
più
precisa
della
complessa
realtà
ci
forzano
a
riconoscere
un
fondamento
ed
una
giustificazione
che
prima
ci
erano
sfuggiti
solo
in
grazia
di
ingenuo
semplicismo
e
,
diciamolo
pure
,
di
un
'
ignoranza
da
dilettanti
.
La
lezione
che
ci
dànno
i
fatti
è
spesso
una
lezione
di
modestia
.
È
assai
frequente
,
ed
in
special
modo
di
fronte
al
diritto
,
un
certo
atteggiamento
di
fastidiosa
impazienza
e
d
'
intolleranza
,
che
dipende
dall
'
incapacità
di
afferrare
la
ragione
della
molteplicità
,
della
complicanza
e
sottigliezza
delle
esigenze
a
cui
deesi
piegare
chi
lavora
in
un
campo
pratico
.
Il
diritto
è
un
prodotto
essenzialmente
"
storico
"
,
frutto
di
sforzi
protratti
per
secoli
in
vista
di
risultati
pratici
di
grande
interesse
ma
di
enorme
difficoltà
:
esso
ha
dovuto
nel
suo
svolgimento
tener
conto
di
innumerevoli
esigenze
talora
contraddittorie
,
preferire
spesso
fra
più
mali
il
minimo
,
cercare
il
contemperamento
delle
varie
tendenze
,
dei
vari
bisogni
,
delle
varie
idealità
:
e
rappresenta
quindi
l
'
accumulazione
di
una
sapienza
che
spesso
è
di
difficile
comprensione
al
profano
,
e
presta
facilmente
il
fianco
alle
obbiezioni
superficiali
di
un
immaturo
senso
comune
.
Così
chi
guarda
soprattutto
all
'
esigenza
di
far
giustizia
mal
comprenderà
perché
il
giudice
sia
inceppato
da
leggi
che
pretendono
fissare
anticipatamente
la
misura
della
responsabilità
del
colpevole
.
Chi
guarda
invece
piuttosto
all
'
emenda
si
stupisce
della
barbarie
dei
mezzi
adoperati
nella
repressione
del
delitto
,
che
sono
in
contraddizione
con
tutte
le
teorie
moderne
sull
'
educazione
.
Chi
infine
guarda
alla
necessità
di
difendere
la
società
,
ove
non
interpreti
tale
concetto
con
sufficiente
larghezza
,
si
maraviglierà
di
certe
debolezze
e
condiscendenze
,
dell
'
inefficacia
dei
mezzi
escogitati
,
oppure
vorrà
un
adattamento
della
difesa
al
pericolo
concreto
,
troppo
superiore
a
quanto
non
permetta
la
necessità
di
determinare
legalmente
la
pena
prima
che
la
violazione
effettiva
si
sia
avverata
.
Le
medesime
considerazioni
si
possono
fare
,
a
parer
nostro
,
anche
intorno
a
quell
'
altra
questione
che
ci
interessa
:
quella
cioè
che
più
specialmente
riguarda
il
metodo
del
diritto
penale
.
IL
METODO
DEL
DIRITTO
PENALE
.
-
La
questione
del
metodo
può
dirsi
il
nodo
della
controversia
fra
i
positivisti
ed
i
"
classici
"
.
Il
metodo
di
cui
i
positivisti
propugnano
l
'
adozione
anche
nelle
discipline
penali
è
,
com
'
è
noto
,
quello
stesso
delle
scienze
naturali
,
"
positive
"
;
cioè
l
'
osservazione
e
,
entro
i
limiti
del
possibile
,
lo
sperimento
,
che
mettano
in
luce
le
vere
cause
del
delitto
,
rimovendo
le
quali
soltanto
si
può
sperar
di
sopprimere
il
delitto
stesso
.
"
Il
reato
è
un
fatto
dell
'
uomo
,
che
si
verifica
in
società
e
che
alla
società
riesce
dannoso
;
è
quindi
,
un
fenomeno
individuale
e
sociale
insieme
.
Or
dunque
è
necessario
prima
di
parlare
del
reato
,
studiare
l
'
uomo
che
ha
commesso
il
reato
e
l
'
ambiente
,
nel
quale
si
produsse
.
Di
qui
l
'
indagine
dei
caratteri
,
che
si
mostrano
propri
della
massa
dei
delinquenti
,
da
un
lato
;
dall
'
altro
,
l
'
esame
delle
peculiari
condizioni
dell
'
ambiente
fisico
e
sociale
,
nel
quale
la
delinquenza
fiorisce
.
Appariva
quindi
evidente
fin
dagli
esordi
del
nuovo
indirizzo
,
che
il
reato
,
una
volta
studiato
nelle
sue
manifestazioni
reali
e
quotidiane
,
era
il
prodotto
e
il
resultato
di
un
triplice
ordine
di
fattori
:
antropologici
od
individuali
(
fisici
e
psichici
)
,
fisici
e
sociali
.
Ora
,
che
un
tale
studio
possa
essere
fecondo
di
utili
ed
interessanti
risultati
,
è
cosa
evidente
.
E
appunto
notiamo
che
l
'
ipotesi
del
liberum
arbitrium
indifferentiae
colla
conseguente
impossibilità
di
ogni
studio
scientifico
del
delitto
,
aveva
per
tal
riguardo
un
effetto
deprimente
.
Chi
invece
nega
il
libero
arbitrio
ha
la
speranza
di
poter
un
giorno
fondare
una
scienza
completa
dell
'
uomo
in
tutte
le
manifestazioni
della
sua
attività
morale
e
materiale
,
e
quindi
anche
di
poter
rintracciare
tutte
quelle
cause
molteplici
che
possono
aver
posto
un
individuo
nella
triste
"
necessità
"
del
delitto
.
Ma
un
tale
studio
,
se
offre
un
interesse
scientifico
e
pratico
grandissimo
,
può
considerarsi
come
un
metodo
accettabile
in
diritto
penale
,
e
tale
da
poter
essere
utilmente
sostituito
al
metodo
finora
prevalente
?
Anzitutto
,
occorre
scartare
una
opinione
,
che
più
volte
nel
corso
del
presente
lavoro
abbiamo
dichiarata
errata
:
quella
cioè
che
un
'
organizzazione
,
qual
è
quella
del
diritto
,
che
ha
per
scopo
la
determinazione
ed
il
raggiungimento
di
fini
,
possa
aver
per
base
unica
l
'
osservazione
della
realtà
.
Se
una
cosa
debba
o
non
debba
essere
è
questione
in
cui
la
"
scienza
"
non
ha
nulla
che
fare
.
Se
una
pena
sia
o
no
conveniente
,
giusta
,
opportuna
è
cosa
che
solo
il
nostro
"
sentimento
"
può
decidere
.
Una
pena
potrebbe
apparirci
come
la
sola
efficace
a
estirpare
il
delitto
e
pur
essere
scartata
come
quella
che
urta
contro
il
nostro
senso
morale
.
La
osservazione
della
realtà
può
dirci
qual
è
il
risultato
dell
'
applicazione
di
una
data
pena
:
il
nostro
sentimento
,
se
il
provvedimento
della
pena
comporti
un
grado
di
desiderabilità
tale
da
essere
adottato
per
raggiungere
questo
risultato
.
In
altre
parole
,
anche
dopo
che
la
scienza
,
l
'
uso
del
metodo
positivo
,
ci
ha
mostrati
i
mezzi
necessari
ove
si
voglia
raggiungere
il
fine
,
resta
sempre
adito
al
giudizio
etico
se
valga
la
pena
di
adottarli
in
vista
del
medesimo
.
Perciò
,
sia
che
si
tratti
di
elaborare
il
diritto
o
di
stabilire
le
sanzioni
per
la
sua
violazione
,
l
'
uso
esclusivo
del
metodo
"
positivo
"
è
addirittura
una
impossibilità
.
Ma
se
tutto
ciò
è
vero
,
si
dirà
:
se
è
vero
che
la
sola
osservazione
oggettiva
della
realtà
non
può
bastare
né
al
giurista
,
né
al
moralista
;
pur
nondimeno
è
sempre
su
un
materiale
concreto
,
di
fatto
,
che
deve
esercitarsi
il
giudizio
nostro
,
se
anche
contiene
elementi
etici
;
e
quindi
quanto
più
la
pena
sarà
stabilita
caso
per
caso
,
quanto
più
essa
terrà
conto
dei
molteplici
e
variabili
elementi
che
possono
concorrere
a
modificare
l
'
opportunità
e
la
misura
del
gastigo
,
tanto
più
il
nostro
metodo
sarà
"
positivo
"
nel
senso
più
proprio
della
parola
;
poiché
questo
non
disconosce
la
funzione
del
nostro
senso
etico
nella
determinazione
del
fine
,
ma
richiama
l
'
attenzione
sulla
impossibilità
di
raggiungere
un
fine
qualsiasi
senza
conoscere
la
realtà
sulla
quale
si
deve
operare
.
Rispondiamo
che
tali
osservazioni
sarebbero
perfettamente
giuste
se
l
'
uso
dell
'
astrazione
non
trovasse
a
sua
volta
la
sua
giustificazione
nelle
esigenze
pratiche
della
materia
.
È
impossibile
evitar
l
'
uso
dell
'
astrazione
nella
scienza
;
tanto
meno
sarà
possibile
evitarlo
in
morale
e
diritto
.
Anche
per
ciò
che
riguarda
la
scienza
,
i
fatti
concreti
esorbitano
sempre
dalle
categorie
nette
e
precise
ch
'
essa
pone
,
e
contengono
sempre
dei
residui
e
degli
elementi
da
essa
non
contemplati
.
Ciò
è
vero
tanto
delle
scienze
astratte
quanto
di
quelle
che
si
propongono
espressamente
di
studiare
i
fatti
.
Il
fatto
della
scienza
non
è
il
fatto
della
natura
.
E
le
scienze
stesse
che
hanno
per
oggetti
i
fatti
procedono
per
due
vie
principali
:
la
constatazione
delle
somiglianze
e
la
determinazione
di
medie
:
processi
nei
quali
l
'
astrazione
si
trova
continuamente
implicata
.
Se
non
vi
fossero
anche
nei
fatti
delle
somiglianze
e
delle
ripetizioni
accanto
alle
loro
diversità
,
non
solo
la
scienza
storica
sarebbe
impossibile
,
ma
sarebbe
perfino
impossibile
riferire
un
fatto
qualsiasi
per
mezzo
delle
parole
;
non
avremmo
che
una
successione
d
'
impressioni
indefinibili
.
"
L
'
ordine
generale
dei
fatti
non
esclude
certi
disordini
,
né
la
regolarità
certe
irregolarità
.
Lo
storico
che
generalizza
,
classifica
,
riassume
,
deve
rendersi
conto
di
ciò
ch
'
egli
fa
;
egli
deve
vedere
che
la
complessità
e
la
varietà
del
reale
sorpassano
ogni
immaginazione
e
sfidano
ogni
sforzo
di
analisi
completa
;
egli
deve
guardarsi
dal
negare
la
diversità
col
pretendere
di
ricondurla
tutta
quanta
alle
unità
ch
'
egli
constata
.
Nella
morale
poi
,
ed
a
più
forte
ragione
nel
diritto
,
per
l
'
indole
sociale
di
queste
discipline
,
la
necessità
di
una
certa
astrazione
si
presenta
come
inevitabile
.
-
La
morale
sociale
è
certamente
più
astratta
della
morale
individuale
,
quale
può
elaborarsi
in
un
animo
generoso
,
preoccupato
della
inevitabile
insufficienza
di
tutte
le
soluzioni
generali
e
a
grandi
linee
dei
problemi
etici
.
Ogni
precetto
categorico
,
quando
sia
considerato
dalla
coscienza
individuale
desiosa
di
realizzare
il
minimo
possibile
di
ingiustizia
e
d
'
immoralità
,
è
atto
ad
apparir
difettoso
nel
senso
che
vi
sono
dei
casi
rispetto
ai
quali
esso
non
raggiunge
assolutamente
più
il
suo
fine
.
La
complicatezza
e
la
sottigliezza
della
casistica
etica
è
pressoché
infinita
.
Ne
consegue
pur
troppo
inevitabilmente
,
che
ogni
sistema
dogmatico
e
assoluto
di
morale
,
ogni
precettistica
astratta
,
ogni
"
codificazione
"
delle
nostre
norme
di
condotta
non
può
alla
lunga
non
apparire
insoddisfacente
ed
incompleta
alle
anime
più
nobili
e
raffinate
,
che
sono
senza
posa
alla
ricerca
del
massimo
bene
e
del
minimo
male
,
ed
atta
a
patire
,
nei
casi
reali
,
di
numerose
eccezioni
.
Se
alcune
norme
eterne
di
morale
ci
appajono
universalmente
giuste
,
come
per
esempio
quella
di
non
fare
agli
altri
ciò
che
non
vorremmo
fatto
a
noi
;
ciò
dipende
e
soprattutto
dal
fatto
ch
'
esse
esprimono
piuttosto
la
condizione
d
'
animo
in
cui
si
deve
porre
colui
che
vuol
giudicare
della
via
più
retta
nelle
evenienze
pratiche
,
che
non
una
vera
e
propria
regola
pratica
d
'
azione
.
Ma
appena
dall
'
indeterminatezza
ideale
si
scende
nel
campo
delle
pratiche
realtà
per
porre
una
regola
definita
da
non
derogarsi
mai
nelle
vicissitudini
della
vita
,
allora
nasce
tosto
il
conflitto
fra
le
più
delicate
aspirazioni
dell
'
anima
individuale
e
la
grossolana
rigidità
della
morale
tradizionale
e
legale
.
E
così
l
'
opinione
pubblica
è
in
genere
indulgente
verso
quelle
grandi
personalità
che
dànno
,
a
torto
o
a
ragione
,
maggiori
garanzie
di
veder
meglio
e
più
lontano
dagli
altri
,
permettendo
loro
di
violare
,
in
vista
di
un
resultato
determinato
,
i
canoni
più
indiscussi
della
morale
costituita
;
è
così
anche
che
vediamo
talvolta
le
persone
veramente
buone
e
generose
mettersi
in
contrasto
coi
modi
di
pensare
della
società
ove
vivono
,
perdonando
dove
altri
condannerebbe
,
e
valersi
della
loro
conoscenza
del
mondo
morale
per
trovare
giustificazioni
ed
attenuanti
prima
insospettate
alle
azioni
dei
loro
simili
,
ammaestrandoci
a
guardare
più
benevolmente
la
vita
degli
altri
e
ad
astenerci
da
ogni
giudizio
fondato
su
criteri
troppo
esclusivi
,
generali
ed
assoluti
.
"
De
même
que
la
grace
est
parfois
plus
belle
que
la
beauté
,
de
même
il
y
a
une
chose
encore
plus
juste
que
la
justice
:
la
bonté
"
.
Un
tal
modo
di
pensare
peraltro
,
ove
si
generalizzasse
in
epoche
di
senso
morale
malfermo
ed
incerto
,
ove
non
fosse
usato
con
una
certa
diffidenza
e
mantenuto
in
una
cerchia
,
per
così
dire
,
tutta
individuale
e
morale
,
sarebbe
certo
assai
pericoloso
.
Il
permesso
di
contravvenire
alle
norme
riconosciute
di
condotta
in
vista
di
un
fine
superiore
,
se
dispensato
con
troppa
larghezza
,
può
condurre
,
ai
peggiori
abusi
:
i
risultati
della
morale
gesuitica
sono
lì
per
ammaestrarcene
.
Ogni
società
richiede
per
conservarsi
e
prosperare
che
un
certo
numero
di
regole
pratiche
di
condotta
siano
universalmente
osservate
dai
consociati
,
e
che
la
facoltà
di
violarle
in
singoli
casi
non
sia
abbandonata
all
'
arbitrio
individuale
.
Il
numero
di
queste
regole
varia
coi
tempi
,
ed
è
presumibile
che
diminuisca
col
crescere
della
civiltà
e
col
perfezionarsi
del
senso
morale
.
Intanto
possiamo
vedere
che
già
si
cammina
per
certi
riguardi
in
questo
senso
.
Nelle
vecchie
società
a
base
consuetudinaria
ed
autoritaria
un
numero
enorme
di
atti
,
quale
oggi
a
grande
stento
riusciamo
a
rappresentarci
,
era
sottratto
all
'
arbitrio
individuale
e
regolato
secondo
precetti
rigidi
e
fissi
,
valevoli
per
ogni
tempo
ed
ogni
circostanza
sanzionati
da
pene
severissime
ed
inflessibili
.
In
tali
stadi
di
civiltà
sembra
,
come
osserva
il
Bagehot
,
essere
stato
profondamente
,
se
non
consapevolmente
sentito
che
per
i
popoli
ancora
all
'
inizio
della
propria
evoluzione
è
meglio
il
seguire
una
norma
purchessia
,
che
il
non
seguirne
alcuna
.
Oggi
invece
siamo
in
un
'
epoca
di
piena
discussione
:
vediamo
l
'
individuo
ergersi
colla
propria
ragione
e
col
proprio
sentimento
di
fronte
alla
collettività
,
senza
tollerare
altre
ingerenze
nella
sua
facoltà
di
crearsi
una
vita
secondo
le
proprie
aspirazioni
e
di
gudicare
della
opportunità
dei
proprii
atti
nelle
singole
circostanze
,
all
'
infuori
di
quelle
più
strettamente
necessarie
.
La
libertà
,
non
solo
di
fronte
alle
leggi
,
ma
anche
di
fronte
alla
pubblica
opinione
e
alle
consuetudini
,
la
reciproca
tolleranza
in
fatto
di
pensiero
e
di
moralità
,
tutta
questa
maggior
fluidità
e
plasticità
di
tutto
l
'
ambiente
sociale
sono
sintomi
della
maggior
fiducia
riposta
nell
'
individuo
e
della
corrispondente
diffidenza
verso
le
regole
di
viver
sociale
di
carattere
troppo
fisso
,
troppo
asssoluto
e
troppo
durevole
.
Ma
che
siamo
ben
lontani
ancora
dall
'
epoca
in
cui
si
potrà
fare
a
meno
di
ogni
regola
fissa
,
ce
lo
mostrano
d
'
altra
parte
tutte
le
nuove
leggi
sorte
in
epoca
recente
allo
scopo
di
guarentire
precisamente
questa
libertà
individuale
contro
i
soprusi
e
gli
arbitrii
dei
singoli
,
tutti
i
complicati
organi
del
diritto
pubblico
odierno
,
col
loro
meccanismo
di
freni
e
contrappesi
,
di
reciproca
vigilanza
e
controllo
,
che
costituiscono
uno
dei
caratteri
delle
moderne
democrazie
.
Onde
è
a
dirsi
che
si
tratti
piuttosto
di
una
sostituzione
di
norme
piuttosto
che
di
una
vera
e
propria
loro
diminuzione
,
e
che
si
è
in
cerca
di
regole
che
contemperino
il
massimo
di
libertà
e
indipendenza
individuale
,
il
massimo
di
fluidità
sociale
,
con
quella
regolarità
e
con
quell
'
equilibrio
necessario
alla
vita
di
una
società
;
non
del
modo
di
poter
fare
a
meno
di
qualunque
norma
;
-
tesi
quest
'
ultima
che
solo
gli
anarchici
,
nel
loro
incoercibile
ottimismo
,
possono
aver
l
'
audacia
di
sostenere
.
Tali
norme
pertanto
,
che
la
loro
sanzione
sia
semplicemente
esercitata
dall
'
opinione
(
morale
)
,
o
dallo
stato
(
diritto
)
,
non
possono
in
qualche
modo
non
partecipare
della
natura
dell
'
astrazione
:
il
diritto
non
può
,
per
la
sua
stessa
natura
di
disciplina
sociale
,
piegarsi
ai
fatti
particolari
nella
loro
complessità
talora
formidabile
.
È
così
che
nasce
il
conflitto
fra
la
legge
e
l
'
equità
,
fra
il
jus
strictum
e
il
jus
equum
,
fra
il
diritto
civile
e
il
naturale
,
fra
il
diritto
e
la
giustizia
.
Il
diritto
,
come
disse
il
Vico
,
ha
bisogno
anzitutto
del
certo
;
ora
il
certo
non
si
può
ottenere
se
non
fissando
dei
limiti
e
delle
categorie
generali
ed
astratte
,
che
,
appunto
come
tali
,
hanno
qualche
cosa
in
sé
dell
'
arbitrario
.
Di
questi
inconvenienti
-
e
come
potrebbe
essere
diversamente
?
-
partecipa
anche
il
diritto
penale
.
La
pena
accompagna
il
precetto
giuridico
come
sua
sanzione
,
precede
quindi
la
violazione
del
precetto
medesimo
e
non
può
pertanto
non
essere
astrattamente
commisurata
,
in
base
a
ciò
che
per
una
misura
media
appar
giusto
,
utile
.
E
ciò
per
una
necessità
difficilmente
evitabile
senza
andare
incontro
ad
inconvenienti
maggiori
.
È
necessario
che
ogni
cittadino
conosca
che
cosa
lo
attende
ov
'
egli
commetta
questa
o
quella
azione
lesiva
del
diritto
.
È
necessario
veder
guarentito
l
'
individuo
contro
l
'
arbitrio
personale
del
giudice
,
contro
l
'
impeto
momentaneo
del
sentimento
pubblico
,
contro
il
prevalere
di
considerazioni
estranee
al
magistero
penale
.
L
'
individualità
moderna
è
troppo
gelosa
della
propria
integrità
per
esporla
al
capriccio
variabile
e
alla
mutevole
forza
del
sentimento
.
Fra
le
garanzie
reclamate
oggidì
dall
'
individuo
,
la
principale
è
senza
dubbio
quella
consacrata
dall
'
art
.
1
del
codice
penale
nostro
,
il
principio
cioè
che
nessuno
possa
essere
punito
per
una
azione
che
non
sia
stata
nelle
debite
forme
e
anteriormente
al
suo
compimento
,
dichiarata
reato
.
Nullum
delictum
,
nulla
peona
sine
praevia
lege
poenali
.
Come
il
giudice
di
un
fatto
deve
essere
designato
prima
che
il
fatto
sia
compiuto
,
così
prima
del
fatto
deve
essere
stabilito
che
esso
costituisce
delitto
e
qual
'
è
la
pena
sua
.
Onde
il
grave
pericolo
insito
in
ogni
pena
indeterminata
.
La
pena
quindi
deve
essere
eseguita
quale
fu
stabilita
dalla
legge
,
e
non
in
base
ad
una
presunta
temibilità
del
reo
,
argomentata
dai
suoi
caratteri
particolari
.
"
La
pena
,
scrive
il
Carrara
,
non
può
essere
che
una
pena
.
Mite
sì
;
giusta
.
Ma
adeguata
al
passato
;
e
inamovibile
per
fatti
posteriori
"
.
Ed
ecco
la
semplice
e
naturale
giustificazione
di
quel
metodo
astratto
che
considera
il
reato
come
ente
giuridico
,
contro
al
quale
i
positivisti
sollevano
tante
obbiezioni
.
Ma
a
prescindere
dal
suo
"
sapor
metafisico
"
,
non
poco
irritante
forse
per
i
positivisti
più
profondamente
penetrati
dallo
spirito
di
scuola
,
nella
espressione
ente
giuridico
non
è
a
vedersi
se
non
l
'
espressione
della
necessità
di
una
determinazione
legale
del
delitto
,
del
valore
comparativo
dei
delitti
fra
loro
e
colle
rispettive
pene
,
-
e
ciò
puramente
a
scopo
di
pubblica
garanzia
.
Fissar
la
pena
prima
del
resto
vuol
dire
necessariamente
fissarla
per
mezzo
di
dati
astratti
,
di
generalizzazioni
,
ed
in
base
ad
una
media
:
quindi
esporla
ad
essere
nei
casi
concreti
,
malgrado
la
discrezione
limitata
concessa
al
giudice
,
ora
troppo
severa
,
ora
troppo
mite
.
Ma
come
evitar
ciò
?
È
un
'
imperfezione
pressoché
inevitabile
in
ogni
istituzione
sociale
ch
'
essa
non
debba
tener
conto
di
certe
esigenze
individuali
,
e
consideri
le
grandi
linee
e
le
grandi
masse
;
ciò
a
cui
dobbiamo
mirare
essendo
che
di
queste
ingiustizie
ve
ne
sia
il
minor
numero
possibile
.
-
Intanto
i
seguaci
della
nuova
scuola
,
col
voler
ridurre
senz
'
altro
il
giudizio
penale
ad
un
libero
esame
della
temibilità
dell
'
individuo
,
tolgono
,
senza
essere
forse
abbastanza
consci
della
gravità
ciò
che
propongono
,
una
delle
più
valide
garanzie
di
libertà
individuale
,
una
di
quelle
più
faticosamente
acquistate
in
epoche
recenti
.
D
'
accordo
in
ciò
colle
dottrine
in
apparenza
più
discordi
dalle
loro
,
come
,
p
.
es
.
,
quella
della
espiazione
,
essi
tendono
in
pratica
a
rinnovare
le
forme
più
schiette
del
procedimento
inquisitorio
,
col
subbiettivismo
,
coll
'
arbitrio
eccessivo
del
giudice
,
colla
pena
indeterminata
e
straordinaria
e
la
confusione
delle
parti
in
giudizio
,
che
a
questo
sistema
sono
inerenti
.
Qualunque
sia
il
nostro
parere
sulla
desiderabilità
di
ovviare
agli
inconvenienti
che
oggi
si
verificano
,
non
si
può
negare
l
'
importanza
di
simili
considerazioni
e
la
necessità
di
non
mai
perderle
di
vista
,
nel
tentar
qualunque
riforma
.
Anche
per
ciò
che
riguarda
il
metodo
nel
diritto
penale
,
possiamo
dunque
dire
che
le
affermazioni
dei
positivisti
,
a
meno
,
che
non
siano
corrette
da
numerose
restrizioni
,
sono
eccessive
o
peccano
di
unilateralità
,
non
tenendo
sufficiente
conto
di
esigenze
e
pericoli
pratici
per
volgere
l
'
attenzione
di
preferenza
a
uno
solo
dei
dati
del
complesso
problema
della
giustizia
pratica
.
Anche
qui
,
possiamo
dire
che
peccano
di
semplicismo
ed
ottimismo
,
mancando
pertanto
di
senso
"
positivo
"
.
-
Tutto
ciò
ci
mostra
qual
'
è
la
funzione
possibile
,
e
nello
stesso
tempo
quali
sono
i
limiti
,
del
"
metodo
positivo
"
nel
diritto
penale
.
Non
vogliamo
dire
che
le
nuove
dottrine
non
rappresentino
una
tendenza
giusta
e
vera
,
che
il
metodo
astratto
non
sia
la
fonte
,
in
molti
casi
concreti
,
di
deplorevoli
inconvenienti
,
che
la
corrente
di
pensiero
scientifico
,
la
quale
ha
influito
così
potentemente
nel
trasformare
tutte
le
condizioni
di
vita
nell
'
epoca
presente
,
debba
restare
senza
un
efficace
infiusso
nel
diritto
penale
.
Ben
diverso
è
il
nostro
pensiero
.
Crediamo
piuttosto
,
che
se
i
positivisti
forse
non
hanno
recato
tutto
il
vantaggio
che
possono
recare
,
se
si
sono
attirata
da
parte
dei
"
classici
"
un
'
antipatia
e
una
ripulsione
eccessiva
,
ciò
è
dovuto
al
fatto
ch
'
essi
non
hanno
saputo
sempre
discernere
la
parte
sana
delle
loro
dottrine
,
ch
'
essi
hanno
interpretato
il
"
positivismo
"
in
un
modo
troppo
angusto
e
parziale
,
traendone
conseguenze
affrettate
ed
estreme
e
mancando
di
quello
spirito
conciliativo
ed
equanime
,
senza
il
quale
ogni
collaborazione
scientifica
è
impossibile
.
Qualunque
sia
l
'
opinione
a
cui
si
arrivi
sulla
necessità
di
introdurre
questa
o
quella
riforma
nell
'
indirizzo
prevalente
nel
diritto
penale
,
indirizzo
che
risale
al
Beccaria
,
ciò
che
non
gli
si
può
contestare
è
l
'
amore
verso
la
libertà
umana
ed
i
diritti
individuali
,
a
cui
sono
ispirati
i
suoi
principi
.
-
Ogni
giudizio
su
di
esso
che
non
tenesse
conto
delle
sue
origini
nel
grande
movimento
razionalistico
del
secolo
XVIII
correrebbe
il
rischio
di
essere
ingiusto
e
manchevole
.
Come
reazione
a
tutto
un
sistema
,
inveterato
da
secoli
di
soprusi
e
d
'
arbitrii
,
per
cui
l
'
individuo
era
continuamente
minacciato
di
pene
oscure
ed
incerte
,
motivate
dall
'
argomento
senza
repliche
della
ragione
di
stato
,
niuna
meraviglia
ch
'
essa
abbia
talora
forse
anche
trapassato
il
segno
in
senso
contrario
.
Vediamo
infatti
il
movimento
di
riforma
accennarsi
in
sulle
prime
nel
Beccaria
stesso
con
forme
che
a
noi
parrebbero
eccessivamente
dogmatiche
ed
intransigenti
,
spiegabili
in
lui
per
il
fatto
ch
'
egli
si
era
trovato
a
contatto
col
sistema
,
contro
il
quale
combatte
,
in
tutta
la
sua
crudità
,
mentre
non
era
naturalmente
in
grado
di
misurare
gli
eventuali
danni
del
sistema
opposto
.
Sono
caratteri
della
dottrina
del
Beccaria
:
l
'
intolleranza
assoluta
di
ogni
interpretazione
della
legge
penale
,
non
giustificabile
neppure
con
giudici
peggiori
di
quelli
del
tempo
suo
;
un
ossequio
alla
legge
e
alla
certezza
della
pena
portato
fino
all
'
acciecamento
di
non
volerne
saper
neanche
del
diritto
di
grazia
;
la
mancanza
di
ogni
senso
storico
.
Tolto
quindi
assolutamente
l
'
arbitrio
del
giudice
;
e
alle
pene
arbitrarie
sostituite
pene
assolutamente
determinate
e
fisse
.
"
Chi
potrebbe
lagnarsi
della
proclamazione
di
questi
principi
,
osserva
il
Brusa
riferendosi
alla
nuova
legislazione
criminale
,
per
ciò
solo
che
di
un
tratto
essi
non
tennero
conto
di
certe
esigenze
ulteriori
della
giustizia
pratica
?
Se
il
diritto
criminale
avesse
dovuto
attendere
la
propria
risurrezione
prima
dallo
spirito
storico
che
non
da
quello
speculativo
,
neanche
la
riforma
leopoldina
e
le
altre
contemporanee
avrebbero
potuto
precorrere
la
rivoluzione
del
1849
.
Chi
può
anzi
dire
se
,
per
esempio
,
l
'
obbrobrioso
mercato
della
giustizia
che
profittava
a
giudici
e
sovrani
avrebbe
altrimenti
allora
cessato
,
insieme
all
'
abuso
delle
mitigazioni
per
motivi
futili
ed
indegni
,
come
quella
che
il
bigamo
avesse
,
sposando
una
meretrice
,
elevato
questa
ad
una
vita
onorata
?
"
.
La
stessa
giustificazione
utilitaria
del
diritto
di
punire
,
la
stessa
dottrina
del
contratto
sociale
,
per
quanto
oggi
si
possano
riconoscere
i
loro
difetti
come
teorie
generali
,
hanno
nella
mente
del
Beccaria
e
dei
suoi
contemporanei
una
funzione
ed
un
valore
che
sarebbe
ingiusto
disconoscere
.
Essi
rappresentano
la
negazione
degli
abusi
di
un
sistema
anteriore
:
la
teoria
utilitaria
,
come
quella
che
vuol
rattenere
la
pena
entro
i
limiti
della
necessità
di
reprimere
solo
le
azioni
che
veramente
turbano
l
'
ordine
e
la
tranquillità
sociale
;
la
teoria
del
contratto
sociale
come
quella
che
denuncia
le
ineguaglianze
stridenti
,
non
più
fondate
nella
reciprocità
dei
servigi
e
contrarie
al
sentimento
di
giustizia
.
Oggi
la
pratica
delle
legislazioni
è
venuta
introducendo
via
via
quelle
limitazioni
ai
principii
assoluti
,
che
apparvero
necessarie
ad
un
migliore
contemperamento
delle
varie
tendenze
.
-
Al
giudice
si
è
concesso
quell
'
arbitrio
che
è
indispensabile
al
retto
esercizio
delle
sue
funzioni
;
entro
i
limiti
fissati
dalla
legge
egli
può
graduare
la
pena
adattandola
quanto
è
più
possibile
alla
particolare
gravità
del
fatto
.
Per
ciò
che
riguarda
il
convincimento
,
il
sistema
delle
prove
morali
,
sostituito
a
quello
delle
prove
legali
,
nel
quale
massima
è
la
diffidenza
verso
la
personalità
del
giudice
,
già
segna
un
passo
grandissimo
in
una
direzione
nella
quale
si
può
molto
avanzare
.
Perocché
quando
è
lasciata
al
giudice
la
facoltà
di
condannare
od
assolvere
secondo
il
proprio
convincimento
,
sì
può
intravedere
anche
la
possibilità
di
lasciargli
secondo
il
proprio
convincimento
graduare
le
pene
.
E
l
'
istituzione
stessa
dei
giurati
,
per
quanto
la
si
voglia
limitata
al
puro
giudizio
del
fatto
,
pure
è
un
segno
della
medesima
tendenza
.
In
pratica
,
i
giurati
sono
i
rappresentanti
della
coscienza
popolare
anche
per
ciò
che
riguarda
la
valutazione
del
fatto
come
delitto
o
no
,
e
perciò
forniscono
un
avvicinamento
,
per
quanto
limitato
,
alla
"
individualizzazione
"
della
pena
.
Ma
in
tutto
ciò
il
canone
più
indicato
del
metodo
positivo
è
di
procedere
gradatamente
,
senza
sacrificare
nulla
di
ciò
che
si
è
ottenuto
,
in
vista
di
risultati
che
possono
essere
problematici
ed
incerti
.
La
"
individualizzazione
della
pena
"
non
è
l
'
aspirazione
esclusiva
di
nessuna
scuola
speciale
,
ma
la
tendenza
naturale
del
progresso
;
la
sola
questione
da
discutersi
essendo
fino
a
qual
punto
essa
si
possa
conciliare
con
garanzie
essenziali
di
libertà
contro
gli
arbitrii
di
qualunque
specie
.
Tale
questione
è
troppo
grave
per
essere
discussa
nel
presente
lavoro
,
che
pretende
più
che
altro
esporre
alcune
osservazioni
pregiudiziali
sulle
questioni
che
più
spesso
si
discutono
intorno
al
diritto
punitivo
;
-
la
forma
stessa
in
cui
tale
questione
è
da
noi
enunciata
,
mostra
d
'
altra
parte
come
riteniamo
essere
impossibile
risolverla
così
a
priori
ed
in
generale
.
Trattandosi
essenzialmente
di
una
questione
di
misura
,
essa
si
presterà
a
soluzioni
sempre
varie
coll
'
avanzare
del
tempo
e
col
progredire
della
civiltà
,
e
secondo
le
divergenze
nel
carattere
e
nell
'
educazione
dei
popoli
.
Nello
stabilire
il
valore
comparativo
dei
reati
fra
loro
e
la
proporzione
loro
colle
pene
,
una
legge
ben
fatta
dovrà
avvicinarsi
quanto
più
è
possibile
alla
realtà
delle
cose
,
ed
essere
quanto
più
possibile
particolareggiata
,
creando
distinzioni
e
categorie
che
realmente
corrispondano
a
quelle
che
si
riscontrano
nelle
cose
stesse
.
Ma
ciò
non
deve
considerarsi
come
un
sovvertimento
delle
basi
su
cui
fin
qui
posava
il
diritto
penale
.
-
Al
contrario
,
il
movimento
positivistico
deve
piuttosto
considerarsi
come
un
tentativo
di
completare
ed
integrare
l
'
indirizzo
fin
qui
prevalente
nel
diritto
penale
,
di
spingerlo
più
velocemente
in
una
direzione
già
presa
,
di
additarne
certe
lacune
e
di
colmarle
,
senza
per
questo
rinunciare
ai
benefizi
dall
'
indirizzo
prevalente
presi
più
specialmente
di
mira
.
-
Esso
non
può
propugnare
la
sostituzione
assoluta
del
"
metodo
positivo
"
al
metodo
astratto
:
ciò
sarebbe
,
come
abbiam
visto
,
non
aver
intesa
del
tutto
la
natura
del
metodo
positivo
,
e
disconoscere
quella
del
diritto
stesso
:
ma
nello
stesso
tempo
ci
dà
un
avvertimento
di
tener
conto
,
più
di
quanto
non
lo
si
sia
fatto
forse
per
il
passato
,
dei
risultati
dell
'
osservazione
positiva
,
e
soprattutto
insiste
su
alcuni
fatti
e
leggi
nuove
scoperte
o
intravedute
dalla
scienza
moderna
,
che
possono
condurci
a
vedere
un
po
'
diversamente
la
natura
dell
'
uomo
,
oggetto
del
diritto
penale
,
e
la
società
.
-
Ciò
può
portare
una
trasformazione
,
nella
legge
stessa
,
nel
senso
di
darle
una
maggior
specializzazione
,
nonché
nell
'
ufficio
del
giudice
,
aumentando
la
sua
discrezione
,
perché
egli
possa
tener
conto
di
quella
relatività
,
che
tutti
i
fenomeni
posseggono
,
e
che
non
si
può
trascurare
senza
lacerare
in
qualche
modo
la
giustizia
come
la
verità
.
Ed
è
qui
che
si
manifesta
una
delle
pieghe
caratteristiche
del
pensiero
moderno
,
che
merita
attenzione
.
La
"
negazione
del
libero
arbitrio
"
,
nel
senso
tradizionale
,
non
è
,
come
abbiam
visto
,
una
dottrina
così
sovversiva
come
alcuni
hanno
voluto
farla
apparire
:
e
non
è
che
in
base
ad
un
equivoco
che
si
può
sostenere
ch
'
essa
scalzi
le
basi
del
diritto
e
della
morale
.
Ciò
non
ostante
non
è
a
negarsi
l
'
influenza
che
deve
esercitare
il
nuovo
modo
di
concepire
la
libertà
sulle
concezioni
etiche
e
giuridiche
.
Il
"
liberum
arbitrium
indifferentiae
"
come
solo
ed
indispensabile
fondamento
della
libertà
e
della
responsabilità
,
portava
a
far
concepire
queste
come
qualità
fisse
ed
inalterabili
dell
'
uomo
in
ogni
condizione
di
tempo
e
di
cose
;
eccesso
a
cui
doveva
contrapporsi
quello
di
considerare
ogni
causa
ed
ogni
condizione
assegnabile
come
una
minorante
della
responsabilità
.
Ogni
ricerca
sulle
condizioni
obbiettive
della
responsabilità
dichiarata
pericolosa
,
o
scoraggiata
come
impossibile
.
Il
"
negatore
del
libero
arbitrio
"
che
non
sia
vittima
di
equivoci
sul
valore
di
tal
negazione
,
sarà
portato
invece
a
vedere
nella
libertà
e
responsabilità
,
qualità
esistenti
nell
'
uomo
,
ma
analoghe
alle
altre
,
atte
cioè
ad
essere
studiate
nella
loro
genesi
e
nella
loro
evoluzione
,
suscettibili
di
gradazioni
infinite
,
e
subordinate
alla
presenza
di
certe
condizioni
e
concomitanti
,
a
concepire
in
altri
termini
la
responsabilità
piuttosto
dinamicamente
ed
evoluzionisticamente
,
che
staticamente
.
Ed
in
questo
senso
gli
studi
nuovi
sulla
responsabilità
possono
portare
un
contributo
prezioso
,
come
al
sociologo
,
così
al
legislatore
e
al
giurista
.
Col
mostrarci
quali
delle
nostre
azioni
veramente
dipendano
dalla
nostra
volontà
,
fino
a
che
punto
siamo
effettivamente
liberi
di
compiere
una
data
azione
,
e
fino
a
che
punto
invece
la
responsabilità
dei
nostri
atti
vanisca
dinanzi
all
'
influenza
di
cause
prepotenti
,
essa
può
rivelarci
nuovi
casi
di
irresponsabilità
,
come
anche
di
responsabilità
finora
inaspettate
(
ipnotismo
,
suggestione
)
.
Né
il
giurista
deve
guardare
con
sospetto
e
diffidenza
la
corrente
dei
nuovi
studi
come
se
ogni
risultato
di
questi
dovesse
segnare
un
'
offesa
alla
integrità
del
diritto
e
della
morale
.
L
'
idea
di
un
antagonismo
fra
gli
studi
"
positivi
"
in
genere
e
le
nostre
aspirazioni
etiche
è
un
concetto
falso
,
contro
il
quale
è
stato
nostro
intento
di
combattere
in
tutto
il
corso
del
presente
lavoro
.
Abbiamo
dunque
visto
a
che
cosa
si
riduca
la
possibilità
per
gli
studi
scientifici
di
modificare
il
nostro
concetto
di
responsabilità
:
non
nella
negazione
di
questa
,
ma
nell
'
avvertimento
che
la
responsabilità
è
qualche
cosa
di
più
fuggitivo
,
di
meno
palpabile
,
di
assai
più
legato
al
fatto
particolare
nella
sua
complessità
,
di
quanto
forse
non
lo
supponessero
le
vecchie
scuole
di
morale
,
sta
l
'
importanza
della
nuova
scuola
anche
nel
campo
del
diritto
penale
.
Ed
è
questo
anzi
,
a
mio
parere
,
ciò
che
dovrebbe
renderla
sopra
ogni
altra
cosa
simpatica
.
Essa
tende
a
mostrarci
sempre
più
che
anche
nel
campo
dell
'
infamia
e
del
delitto
sono
numerosi
i
disgraziati
,
coloro
che
hanno
assai
più
bisogno
di
essere
educati
,
ajutati
e
curati
che
d
'
essere
minacciati
di
punizione
.
Nonostante
le
intemperanze
e
gli
errori
incontestabili
che
ne
hanno
segnato
il
sorgere
,
la
nuova
scuola
desta
attenzione
e
interesse
per
il
nuovo
soffio
di
simpatia
che
da
essa
nccessariamente
,
quasi
a
dispetto
di
certe
sue
premesse
utilitarie
,
spira
verso
coloro
che
furono
condotti
al
delitto
e
all
'
abbrutimento
da
cause
strapotenti
.
Essa
ci
addita
,
se
non
l
'
impossibilità
,
la
terribile
difficoltà
di
sfuggire
a
certi
impulsi
quando
tutto
nella
vita
concorre
a
togliere
stimolo
e
potenza
alla
difesa
contro
di
essi
.
Essa
ci
mostra
,
anche
nel
campo
della
morale
,
l
'
esistenza
di
una
schiera
di
privilegiati
,
che
compiono
il
bene
senza
fatica
,
poiché
tutto
in
loro
,
condizioni
fisiologiche
,
psicologiche
e
sociali
,
cospira
a
far
loro
vedere
il
lato
buono
delle
cose
,
che
godono
una
specie
di
"
rendita
di
situazione
"
morale
,
mentre
per
altri
la
medesima
condotta
non
potrebbe
mantenersi
se
non
a
prezzo
di
indicibili
sforzi
e
sacrifizi
.
Onde
un
grande
e
benefico
impulso
a
tutte
le
riforme
sociali
,
che
tendono
a
togliere
le
cause
della
delinquenza
,
in
modo
da
render
quanto
meno
necessario
è
possibile
il
provvedimento
increscioso
ed
imperfetto
dell
'
applicazione
della
pena
.
La
pena
non
è
il
miglior
modo
di
difesa
sociale
,
o
di
tutela
giuridica
che
dir
si
voglia
.
La
sua
efficacia
è
limitata
:
è
presto
raggiunto
il
punto
oltre
il
quale
un
aumento
nella
severità
di
essa
non
produce
più
una
diminuzione
corrispondente
negli
attentati
al
diritto
.
La
sicurezza
sociale
non
è
perciò
da
essa
se
non
imperfettamente
ristabilita
:
il
senso
morale
,
se
non
imperfettamente
soddisfatto
.
Ogni
giorno
,
coll
'
ingentilirsi
dei
costumi
,
cresce
la
ripugnanza
per
i
mezzi
fisici
di
repressione
;
ogni
giorno
,
si
sente
maggiormente
il
bisogno
di
trovare
mezzi
più
potenti
e
più
civili
di
prevenire
il
delitto
.
Sotto
un
certo
aspetto
,
la
pena
può
considerarsi
come
il
sintomo
dell
'
impotenza
della
società
a
provvedere
altrimenti
ai
mali
che
la
travagliano
.
Troppo
forse
si
è
creduto
per
lo
addietro
che
i
mezzi
penali
fossero
la
panacea
per
tutte
le
correnti
delittuose
che
serpeggiano
nella
società
.
Gli
studi
positivi
moderni
,
psicologici
,
antropologici
e
sociali
,
hanno
se
non
altro
il
merito
di
aver
fatto
concepire
in
un
modo
più
relativo
la
natura
e
la
funzione
del
diritto
penale
.
La
controversia
fra
la
scuola
positiva
e
la
scuola
classica
può
dirsi
pertanto
un
prodotto
,
più
che
di
divergenze
reali
di
dottrine
,
di
tendenze
e
di
aspirazioni
.
Eccessivamente
ostile
è
stata
forse
finora
l
'
attitudine
sì
da
una
parte
che
dall
'
altra
;
ed
è
venuto
,
parmi
,
il
momento
in
cui
alle
lotte
ed
alle
polemiche
,
in
parte
almeno
sterili
,
debba
succedere
il
riconoscimento
dei
rispettivi
limiti
,
il
contemperamento
delle
tendenze
,
e
la
serena
collaborazione
.
-
"
Se
nel
secolo
XVI
,
scrive
Carlo
Cattaneo
in
alcune
sue
mirabili
pagine
,
che
fu
il
primo
dell
'
era
moderna
,
la
ragione
individuale
aveva
ardito
farsi
a
discutere
popolarmente
li
arcani
religiosi
,
e
nel
XVII
li
asserti
delle
scuole
filosofiche
,
nel
XVIII
ella
estese
quell
'
aspro
sindacato
a
tutte
le
istituzioni
civili
.
Sommo
divenne
il
contrasto
fra
la
vita
delli
uomini
e
i
loro
pensieri
.
Vivendo
in
mezzo
all
'
intreccio
dei
vincoli
sociali
,
quelle
menti
animate
dai
geometri
e
acuite
dal
calcolo
mercantile
osarono
domandare
se
,
e
come
,
e
quanto
ciascuna
istituzione
giovasse
ad
ogni
individuo
partecipe
della
civile
aggregazione
.
Tutto
si
valutò
dunque
col
giudicio
individuale
e
giusta
l
'
individuale
interesse
.
Si
considerò
la
società
come
un
patto
fra
eguali
;
si
domandò
la
revisione
del
patto
,
il
ritorno
all
'
uguaglianza
primitiva
,
la
restituzione
dello
stato
naturale
del
genere
umano
.
Le
predilezioni
delle
scuole
e
l
'
inesplicabile
eccellenza
delle
arti
e
delle
lettere
antiche
sospinsero
ad
immaginare
un
mondo
primitivo
,
educato
nelle
lingue
,
nelle
arti
,
nelle
scienze
,
nelle
leggi
da
una
serie
di
geni
benefici
,
l
'
opera
dei
quali
sotto
lo
sforzo
della
superstizione
e
della
violenza
fosse
venuta
oscurandosi
successivamente
fino
alle
caligini
del
Medio
Evo
,
ma
potesse
coll
'
opera
d
'
altri
geni
rivocarsi
in
breve
,
e
quasi
di
repente
,
al
nativo
splendore
.
Vi
fu
perfino
chi
preferì
ad
una
fittizia
civiltà
,
ingombra
dei
ruderi
d
'
ogni
tempo
e
piena
di
ingiustizie
e
di
corruttele
,
la
semplice
e
pura
vita
,
che
li
uomini
dovevano
aver
gioito
prima
del
patto
sociale
in
seno
alla
primigenia
selva
della
terra
.
Adunque
lo
sforzo
capitale
del
pensiero
umano
nello
scorso
secolo
XVIII
era
una
generale
censura
delle
istituzioni
del
tempo
,
nel
senso
di
ogni
individuo
,
e
all
'
intento
di
ristaurare
il
regno
della
logica
naturale
e
della
personale
indipendenza
.
Nel
secolo
presente
vi
fu
quasi
riflusso
del
pensiero
umano
in
contrario
verso
.
Si
trovò
che
l
'
utile
di
ogni
individuo
scaturiva
dal
complesso
dell
'
azienda
sociale
,
né
poteva
avverarsi
mai
nella
solitudine
o
nel
dissociamento
.
Le
più
complicate
istituzioni
apparvero
necessari
effetti
del
consorzio
civile
e
forme
della
sua
esistenza
.
Si
vide
che
certe
consuetudini
erano
scala
e
preparazione
ad
altre
migliori
,
alle
quali
i
popoli
non
potevano
giungere
altrimenti
;
e
così
si
vennero
spiegando
e
giustificando
certi
ordinamenti
transitori
,
che
in
faccia
ad
una
logica
immediata
sembravano
assurdi
e
barbari
.
Viceversa
s
'
intravvide
sotto
lo
splendore
delle
libertà
antiche
l
'
oppressione
e
la
servitù
delle
moltitudini
,
e
nella
dolorosa
ruina
di
quelle
meravigliose
civiltà
si
riconobbe
un
evento
che
poteva
condurre
all
'
emancipazione
degli
oppressi
.
La
consolante
dottrina
del
progresso
si
svolse
dal
seno
della
istoria
si
vide
il
genere
umano
elevarsi
dalla
ferocia
del
vivere
ferino
,
attraverso
alla
guerra
,
alla
schiavitù
,
alle
devastazioni
,
alle
tirannidi
,
ai
supplici
,
alle
torture
,
sino
all
'
effezione
graduale
dell
'
utile
,
del
giusto
,
dell
'
equo
,
del
bello
,
del
vero
,
della
pace
,
della
carità
.
Allora
si
rallentò
quella
inesorabile
censura
,
spinta
dai
nostri
padri
nel
diretto
interesse
dell
'
individuo
;
ed
in
quella
vece
si
promosse
un
'
interpretazione
benigna
,
benigna
forse
oltre
misura
,
di
tutte
le
transazioni
scalari
e
successive
della
civil
società
:
si
giustificò
il
senso
comune
dei
popoli
,
che
aveva
sancito
e
venerato
ciò
che
era
rispettivamente
opportuno
ai
luoghi
ed
ai
tempi
;
e
le
leggi
più
celebri
apparvero
piuttosto
frutti
di
una
certa
graduale
maturanza
d
'
interessi
e
di
opinioni
,
che
liberi
decreti
della
mente
individua
dei
legislatori
.
Perloché
la
tendenza
più
comune
del
pensiero
istorico
in
questo
secolo
XIX
è
una
generale
spiegazione
delle
eccessive
forme
civili
,
in
quanto
promuovono
gradualmente
lo
spontaneo
sviluppo
dell
'
individuo
ed
il
suo
bene
,
nello
sviluppo
e
nel
bene
della
intera
società
.
Questo
comune
movimento
delle
dottrine
filosofiche
e
istoriche
nell
'
età
nostra
si
diramò
poi
per
molte
strade
assai
divergenti
.
Li
uni
,
mettendosi
a
tutta
carriera
nella
idea
delle
successive
evoluzioni
sociali
,
vollero
stringere
un
corso
di
secoli
in
poche
giornate
,
e
s
'
appresero
di
slancio
al
sogno
di
un
incivilimento
nuovo
ed
inaudito
,
senza
famiglia
,
senza
eredità
,
senza
proprietà
.
Altri
al
contrario
acquietandosi
nella
generale
giustificazione
dei
fatti
,
e
confidando
nel
genio
naturale
delle
moltitudini
,
e
nella
forza
ingenita
che
spinge
le
cose
al
compimento
di
un
ordine
prestabilito
,
ricadono
nel
fatalismo
dell
'
oriente
,
e
maledicendo
alla
virtù
infelice
santificano
la
vittoria
e
adorano
la
forza
.
Altri
fraintesero
la
giustificazione
istorica
del
passato
,
e
vi
supposero
la
necessità
di
ritornare
le
cose
ai
loro
principi
;
e
vanamente
additarono
,
come
mèta
ad
un
viaggio
retrogrado
dell
'
umanità
,
ora
l
'
un
ora
l
'
altra
delle
età
già
consumate
.
In
mezzo
a
queste
aberrazioni
,
i
più
veggenti
sanno
congiungere
la
fiducia
nel
progresso
alla
paziente
accettazione
delle
lente
e
graduate
sue
fasi
,
e
alla
critica
proporzionale
e
perseverante
,
ch
'
è
pur
necessaria
a
promuoverlo
.
Essi
sanno
discernere
le
istituzioni
transitorie
e
caduche
da
quelle
senza
cui
l
'
umano
consorzio
non
regge
.
Essi
nutrono
la
generosa
persuasione
che
l
'
individuo
non
è
sempre
cieco
strumento
del
tempo
,
ma
una
forza
libera
e
viva
,
la
quale
tratto
tratto
può
far
trapiombare
la
dubia
bilancia
delle
umane
cose
.
Questa
scuola
pratica
,
che
studia
il
campo
della
libertà
umana
nel
seno
della
necessità
e
del
tempo
,
deve
librarsi
tra
la
violenza
logica
delle
dottrine
passate
,
e
l
'
indolente
e
servile
ottimismo
delle
dottrine
che
si
levarono
sulla
ruina
di
quelle
"
.
Sarebbe
difficile
invero
immaginare
un
quadro
più
eloquente
e
più
vero
di
ciò
che
è
stato
il
grande
movimento
scientifico
del
secolo
testé
trascorso
e
un
cenno
più
chiaro
e
riassuntivo
di
quelli
che
sono
veramente
,
a
parer
nostro
,
i
caratteri
essenziali
delle
tendenze
positive
moderne
.
In
un
altro
nostro
scritto
,
abbiamo
tentato
di
dare
al
"
positivismo
"
un
significato
più
vasto
,
e
nello
stesso
tempo
meno
radicale
e
dogmatico
di
quello
che
gli
attribuiscono
molti
dei
sostenitori
dei
"
sistemi
"
positivistici
;
di
mostrare
cioè
come
sia
vano
il
voler
restringere
questo
all
'
accettazione
ed
alla
applicazione
di
pochi
principi
teorici
e
metodologici
,
e
come
si
tratti
,
piuttosto
che
di
un
brusco
mutamento
nella
direzione
del
pensiero
scientifico
,
dello
sviluppo
graduale
di
una
specie
di
facoltà
nuova
,
così
variata
e
complessa
nei
suoi
diversi
aspetti
che
è
pressoché
impossibile
di
darne
una
definizione
che
sia
insieme
e
completa
e
precisa
.
Chi
potrebbe
,
per
esempio
,
formulare
esattamente
i
principi
su
cui
si
fonda
il
senso
storico
,
quella
delicata
facoltà
di
comprendere
ogni
epoca
sotto
il
suo
vero
colore
,
facoltà
che
è
uno
dei
tratti
più
caratteristici
della
società
intellettuale
contemporanea
?
È
qualche
cosa
di
simile
a
ciò
che
si
chiama
,
nella
vita
sociale
,
la
inestimabile
qualità
del
"
tatto
"
del
"
saper
vivere
"
-
qualche
cosa
che
non
s
'
insegna
,
ma
che
s
'
impara
bensì
,
frequentando
certe
persone
,
vivendo
in
certi
ambienti
,
respirando
,
come
si
suol
dire
,
una
certa
atmosfera
.
"
Se
osserviamo
-
dicevamo
-
la
differenza
fra
la
scienza
e
la
filosofia
moderna
e
quelle
che
hanno
per
lo
più
prevalso
nel
passato
,
vediamo
che
ciò
che
più
nettamente
caratterizza
questa
in
confronto
a
quella
è
lo
spirito
nuovo
di
cui
questa
è
animata
.
Vediamo
in
essa
,
da
un
lato
,
una
maggior
circospezione
nelle
osservazioni
e
nelle
esperienze
,
una
conoscenza
più
esatta
dei
mezzi
più
atti
a
raggiungere
un
determinato
risultato
scientifico
,
una
maggior
prudenza
nella
generalizzazione
e
nella
deduzione
,
un
più
completo
disinteresse
,
per
così
dire
,
nella
aspirazione
alla
verità
,
un
'
unità
più
completa
nella
sua
ricerca
,
e
infine
una
indipendenza
maggiore
da
considerazioni
estranee
alla
scienza
;
dall
'
altra
parte
,
un
perfezionamento
dello
spirito
critico
,
la
tendenza
a
non
accontentarsi
di
spiegazioni
puramente
verbali
e
formali
di
fenomeni
,
ad
analizzare
i
nostri
concetti
e
a
scomporre
ne
'
suoi
elementi
ogni
nostra
cognizione
.
Finalmente
,
bisogna
tener
conto
della
influenza
profonda
esercitata
in
tutti
i
rami
dello
scibile
dal
nuovo
elemento
di
recente
introdotto
nelle
speculazioni
filosofiche
e
scientifiche
:
la
teoria
della
evoluzione
.
Mentre
prima
v
'
era
la
tendenza
a
considerare
ogni
cosa
"
sub
specie
aeternitatis
"
,
oggi
tutto
invece
ci
appare
in
preda
ad
un
perpetuo
lavorio
di
trasformazione
e
siamo
portati
a
considerare
tutti
gli
eventi
piuttosto
da
un
punto
di
vista
dinamico
che
statico
.
Si
è
propagato
fra
noi
un
sentimento
oltremodo
vivace
della
relatività
di
tutti
i
fenomeni
concreti
al
momento
,
cosmologico
o
storico
,
in
cui
si
producono
;
onde
una
reazione
contro
i
modi
troppo
astratti
e
semplicisti
di
concepire
la
realtà
,
i
quali
troppo
trascuravano
il
"
coefficiente
del
tempo
"
,
e
contro
la
filosofia
razionalista
del
secolo
XVIII
;
è
la
propagazione
del
metodo
storico
comparativo
in
tutte
le
scienze
"
.
È
a
torto
che
alcuni
hanno
voluto
vedere
in
questo
complesso
di
tendenze
,
frutto
della
maturità
scientifica
dei
tempi
nostri
,
l
'
indicazione
di
una
limitazione
effettiva
del
nostro
sapere
ad
una
porzione
ristretta
della
realtà
,
mentre
un
vasto
campo
di
questa
,
tutto
ciò
ché
riferisce
all
'
al
di
là
dei
fenomeni
,
sia
per
sempre
sottratto
alle
nostre
indagini
.
L
'
Agnosticismo
sistematico
è
anzi
ciò
che
vi
può
esser
di
più
estraneo
alla
scienza
moderna
.
Se
si
è
creduto
il
contrario
,
ciò
dipende
dall
'
influenza
che
nella
filosofia
moderna
hanno
avuto
le
teorie
della
conoscenza
di
Hume
,
Berkeley
,
Kant
.
Ma
tali
dottrine
,
qualunque
sia
la
nostra
opinione
sulla
loro
intrinseca
accettabilità
e
giustezza
,
qualunque
sia
stata
l
'
opinione
dei
loro
stessi
creatori
,
non
giustificano
,
come
è
stato
mostrato
,
alcuna
delle
conseguenze
agnostiche
e
scettiche
che
alcuni
ne
hanno
tratto
.
Il
loro
scopo
,
non
è
,
abbiamo
detto
,
di
dare
un
giudizio
sulla
possibilità
o
l
'
attendibilità
della
nostra
conoscenza
,
ma
di
definirla
e
spiegarla
;
di
dirci
che
cosa
intendiamo
dire
quando
affermiamo
che
la
tal
cosa
esiste
,
che
la
sua
causa
è
la
tal
altra
cosa
,
etc
.
,
non
di
dirci
se
tali
nostri
giudizi
siano
veri
o
no
.
Delle
parole
causa
,
sostanza
,
realtà
e
simili
esse
ci
forniscono
definizioni
nuove
e
diverse
dalle
antiche
;
ma
non
ne
segue
che
per
ciò
solo
alcuna
porzione
della
realtà
sia
sottratta
alle
nostre
ricerche
come
non
ne
segue
neppure
che
debba
prevalere
questo
o
quel
metodo
di
ricerca
ad
ogni
altro
.
Se
oggi
sappiamo
imporre
dei
limiti
ad
una
troppo
impaziente
curiosità
scientifica
,
se
ci
atteniamo
di
preferenza
,
ove
ciò
sia
possibile
,
al
metodo
induttivo
o
sperimentale
,
piuttosto
che
all
'
astratto
e
razionale
;
ciò
non
che
per
la
nostra
esperienza
intellettuale
più
matura
,
la
quale
ci
ha
insegnato
la
via
più
economica
e
sicura
per
giungere
alla
scoperta
del
vero
,
ed
a
guardarci
da
certe
intemperanze
ed
errori
in
cui
troppo
spesso
caddero
i
pensatori
del
passato
.
Concludendo
adunque
,
il
positivismo
più
che
un
sistema
nuovo
e
radicalmente
diverso
da
quelli
che
lo
hanno
preceduto
,
rappresenta
un
complesso
di
tendenze
che
si
sono
formate
a
poco
a
poco
in
un
grande
secolo
di
indefesso
lavoro
pratico
ed
intellettuale
,
di
incessante
discussione
e
di
inesorabile
critica
:
il
sorgere
delle
scuole
storiche
ed
evoluzionistiche
,
la
visione
sempre
più
netta
della
relatività
e
della
complessità
dei
fenomeni
,
la
ripugnanza
a
concepire
qualsiasi
campo
della
realtà
come
non
soggetto
a
leggi
"
naturali
"
sono
tutte
manifestazioni
del
medesimo
movimento
.
Di
queste
tendenze
generali
del
mondo
moderno
dovevano
inevitabilmente
risentirsi
anche
la
morale
ed
il
diritto
,
e
ciò
naturalmente
non
poteva
avvenire
senza
un
periodo
di
crisi
,
contrassegnato
dalla
eccessiva
baldanza
demolitrice
degli
uni
,
da
eccessivi
timori
e
ingiustificati
scoraggiamenti
degli
altri
.
Per
ciò
che
riguarda
il
diritto
penale
,
abbiam
visto
come
ciò
si
palesasse
soprattutto
nella
pretesa
demolizione
del
concetto
di
responsabilità
,
e
nelle
offese
all
'
autonomia
del
nostro
senso
morale
nel
determinare
l
'
esistenza
e
la
ragione
del
"
diritto
di
punire
"
.
Ma
abbiam
visto
pure
,
come
ciò
derivasse
da
una
errata
interpretazione
dei
principii
supremi
su
cui
il
movimento
positivo
si
reputa
fondato
.
Resta
dunque
,
come
sola
legittima
e
veramente
feconda
,
la
tendenza
rappresentata
da
tutti
i
moderni
studi
psicologici
e
sociali
,
criminologici
e
antropologici
.
Nello
stesso
tempo
,
abbiamo
rilevato
come
ciò
possa
portare
a
limitazione
e
sostituzioni
parziali
del
diritto
punitivo
con
altri
mezzi
migliori
.
Non
già
però
in
forza
della
enunciazione
di
alcuni
principii
,
ma
per
opera
dei
risultati
a
cui
eventualmente
i
nuovi
studi
metteranno
a
capo
.
Fino
a
che
punto
ciò
potrà
portare
ad
una
trasformazione
profonda
del
presente
indirizzo
nel
diritto
penale
,
è
impossibile
determinare
sin
d
'
ora
,
solo
un
avvenire
di
studi
,
d
'
esperienze
e
d
'
ulteriore
maturazione
scientifica
e
morale
potrà
dare
gradualmente
a
questa
domanda
una
completa
risposta
.
Gennaio
-
Ottobre
1901